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L’importanza delle mascherine nella gestione del virus HCoV-19

È noto da tempo che i virus delle vie respiratorie si diffondono non solo in microscopiche gocce di saliva  e al contatto (soprattutto delle mani) ma anche in particelle d’aria diffuse con la respirazione, la tosse, il parlare, gridare, cantare, starnutire.

(The Lancet.Respir.8,658-659,2020; Clin. Infect. Dis,71,2311-2313,2020). Durante l’epidemia di SARS (Severe acute respiratory syndrome) del 2003 si ritenne che il contagio per via aerea fosse la diffusione virale più importante (New Engl.J.of Med. 350,1731-1739,2004). L’epidemia MERS (Middle Est Respiratory Syndrome) da coronavirus del 2015, che s’estese dal Medio Oriente fino alla Corea, fornì le prove che il virus si diffondeva non solo con gocce di saliva, ma anche con l’aria. Una delle prove fu la presenza del coronavirus MERS-CoV nell’aria e nei pavimenti non solo delle stanze degli ammalati ma anche nei corridoi degli ospedali (Clin. Infect. Dis. 63,363-369,2016). Stessi dati durante l’epidemia di influenza A del 2014-2015: il virus non era in gocce di saliva ma in particelle d’aria (J. Occup. Environm. Hyg.12,107-113,2015). 

Il coronavirus HCoV-19 che imperversa attualmente è stato riscontrato nell’aria durante tre ore, con riduzione minima della concentrazione. Per 72 ore è stabile sulla plastica e per 48 ore sull’acciaio inossidabile. Sul rame il virus HCoV-19 rimane vitale 4, sul cartone 24 ore. La trasmissione, oltre che in aria e con microgocce di saliva, avviene con oggetti di legno, libri, vestiti (New Engl.J. Med.Org April 16,2020). Alta è la concentrazione e lunga la permanenza nelle latrine degli ospedali (Nature 582,557-561,2020). La distanza della trasmissione aerea del HCoV-19 varia da due a 15 metri (Brit. Med.J. 373:n1030,22 April 2021). Da qui l’appello  a riconoscere la diffusione area del virus HCoV-19 e a diffondere e spiegare le misure preventive (https://doi.org/10.12688/f1000research.52091.1).

H.L. Leung  e T. Greenhalgh e Coll. sottolineano l’importanza delle mascherine chirurgiche per evitare la trasmissione e proteggersi dal contagio. Ci si protegge dai virus delle vie respiratorie e si evita di diffondere il contagio con mascherine efficienti. Esse vanno indossate sempre fuori casa, e in casa se c’è qualcuno di cui non si sa se sia portatore del virus. Altri provvedimenti (lavaggio delle mani al ritorno a casa, evitare assembramenti e folle, tenere le distanze da sconosciuti) sono noti. Le mascherine all’aperto sono sempre più contestate per la loro presunta inutilità. Questo messaggio, diffuso da personaggi sprovveduti, è perverso. Il virus HCoV-19 muta frequentissimamente. Il virus mutato può essere del tutto o in parte insensibile al vaccino in circolo (The Lancet 397,1326-1327, 2021). Per questo si teme che una “vaccinazione di gregge”, cioè di tutta la popolazione, sia impossibile. La probabilità che prima della vaccinazione totale sia sorto un virus mutato (o più d’uno) contro il quale l’efficacia del vaccino sia scarsa o nulla è alta (Nature 591,520-522,2021). L’indispensabile vaccinazione non dispensa dalla disciplina: mascherina, tenere le distanze, lavarsi spesso le mani. Fino a quando? Nessuno può dirlo. Chi s’azzarda a far previsioni non va preso sul serio.

 

L’annuncio dell’ammissione di Laurel Hubbard alle Olimpiadi di Tokyo nella compagine femminile della Nuova Zelanda fa notizia e molto clamore.

Da ex sportivo e da professionista dello Sport lo ritengo altamente scorretto e discriminatorio nei confronti delle Donne, biologicamente nate in quanto tali.
La struttura corporea, muscolo-scheletrica e tendineo-legamentosa di un uomo è e resta superiore in maniera EVIDENTE anche dopo ripetuti trattamenti con cicli ormonali, per cui alcuni adattamenti cellulari come la predisposizione all’aumento dei mionuclei e la tendenza all’iperplasia muscolare restano permanenti in quanto geneticamente immodificabili e consentono un riguadagno immediato di tono e forza muscolare ANCHE a seguito di ripetuti cicli ormonali, innalzando il massimo potenziale anche di molto, rispetto ad un’Atleta nata donna. Restano permanenti anche una maggiore attivazione delle cellule satellite e il numero complessivo dei recettori androgeni, per cui:
Un numero maggiore di mionuclei (cioè i nuclei cellulari dei miociti) AVVANTAGGIA LA SINTESI PROTEICA in un atleta nato uomo anche se successivamente si sottopone a cure ormonali.
Le cellule satellite, che circondano i miociti e il cui numero recentemente si è visto poco dipendente dalla quantità di testosterone presente nell’organismo ma invece strettamente legato all’allenamento e alla GENETICA dell’Atleta, migliora considerevolmente il RECUPERO muscolare.
I recettori androgeni sono invece in grado di interagire con gli ormoni maschili come appunto testosterone e DHT, per cui seppur in presenza di minor testosterone rispetto ad un uomo non trattato con ormoni femminili, essendone maggiore il numero dei recettori, viene comunque avvantaggiata la sintesi proteica e l’efficienza del sistema in quanto la SENSIBILITÀ ANDROGENICA e dunque la PREDISPOSIZIONE ALLA CRESCITA sono migliori.
Quella che viene comunemente definita MEMORIA MUSCOLARE persiste, anche a seguito di trattamento ormonale e così come quella, anche l’APPARATO TENDINEO LEGAMENTOSO e SCHELETRICO sono in grado di sostenere sollecitazioni INCREDIBILMENTE maggiori rispetto a quelli di una donna, nata in quanto tale.
Credo sia più corretto accreditare uno Sportivo ad una categoria di competizione in base alle informazioni GENETICHE che ne determinano il GENERE e non in base alla sua volontà di sentirsi uomo, piuttosto che donna.
Altrimenti, rischia di saltare tutto quanto di buono fatto sinora nella lotta al doping, consentendone di fatto uno “genetico”.
Tutto ciò mi porta a muovere leciti dubbi e a dire ATTENZIONE, anche alla troppa facilità con cui viene trattato dal ddl Zan l’argomento nell’articolo relativo al principio di autodeterminazione del genere.
Un uomo nato biologicamente in quanto tale potrebbe autodeterminare il proprio genere in base a ciò che “si sente”, modificandolo in “donna” anche in termini istituzionali con troppa facilità.
Non si tratta del ridicolo accesso poco gradito allo spogliatoio femminile ma di accedere per esempio alle quote rosa, di poter finire in carceri femminili, o, come in questo caso, di essere enormemente avvantaggiati in una competizione.
Si inizia così, nella pia illusione di avvantaggiare una categoria, finendo per svantaggiare irreparabilmente un genere intero.
Le cose non vanno fatte troppo facili, amici miei.

L’idea di centro non è quella della politica accomodante

Ho letto con interesse l’articolo che Giorgio Merlo ci ha proposto ieri su queste pagine online de “Il Domani d’Italia”.

Dalle citazioni riportate emerge, in sintesi, il senso fondamentale di una posizione centrista: il centro non è un luogo geografico di convergenza di tutti coloro che, nelle diverse contingenze storiche, non si riconoscano ne’ nella sinistra, ne’ nella destra.

Il centro è un sistema di valori (o idealità come è stato scritto) e di indicazioni programmatiche, che naturalmente tengano conto delle evoluzioni sociali e culturali.

Attenzione però, perché la tentazione di ridurre il centro stesso ad un mero luogo geografico si rivela ricorrente, proprio per delegittimarlo sostanzialmente sul piano politico, per neutralizzarne il potenziale. Effetto, peraltro, che rischia di realizzarsi anche quando diventa l’approdo di esperimenti avventurosi di “apolidi” politici, improvvisati e, tendenzialmente, irrilevanti.

Il centro è altro, in linea con quelle opportune citazioni di Sturzo, Moro e De Gasperi. Ma da 1994 è mancata un’adeguata leadership che consentisse di riaggregare il consenso.

Paghiamo decenni di negligenze nel settore strategico del turismo

Corriamo verso giugno, ed ecco che il Presidente del Consiglio Mario Draghi annuncia ai media che il turismo in Italia va rilanciato. Certamente l’avanzamento della campagna di vaccinazione e la riduzione degli effetti pandemici, spingono il governo a fare dei passi in avanti per predisporsi a cogliere la possibilità di dare agli operatori economici piccoli e grandi dell’accoglienza importanti business.

Già l’anno scorso il settore ha colto importanti successi con un numero considerevole di persone accolte nelle varie località turistiche in voga e non, che inaspettatamente si sono viste arrivare italiani da ogni parte a causa della impossibilità di recarsi all’estero come in tempi normali abbondantemente avviene.

Anche quest’anno si ci riprepara alla stessa operazione, peraltro rinnovando i bonus statali per il turismo per i meno abbienti, ma anche l’obiettivo è anche di attirare cittadini europei, datosi che già nei prossimi giorni tantissimi di essi potranno circolare liberamente, almeno coloro che avranno potuto concludere le vaccinazioni in programma. È molto facile prevedere che i traffici turistici saranno molto grandi almeno, complice lo spirito di liberazione che immancabilmente si sprigiona dopo esperienze di accentuata limitazione.

Significativo della competizione con i paesi del mediterraneo ad attrarre turisti questa estate, sono state le affermazioni di Draghi al G20 con i Ministri del turismo che ha invitato tutti a fare vacanza in Italia; come a dire noi ci siamo e siamo pronti a competere nel mercato. Ed infatti la ‘carta verde’ che si annuncia sarà pronta per metà maggio come la quarantena da rimuovere per i visitatori esteri, è la conferma che si è ben coscienti del peso che il turismo ha per la nostra economia.

Questo settore pur rappresentando in senso stretto il 13% del PIL, con il suo consistente indotto e con la capillare è vastissima rete di operatori, non è meno importante dell’industria che attualmente si attesta sul 20%. Però il nostro Paese, pur avendo grandissime potenzialità represse, sinora ha potuto contare quasi esclusivamente sulle nostre strabilianti e particolarissime bellezze paesaggistiche di mari, isole, monti e colline, sui nostri ingentissimi beni culturali e monumentali, sulla variegatissima offerta culinaria che ogni territorio vanta da secoli che neanche l’incuria potrà nel breve tempo nascondere. Come capita a chi ha molto, facilmente si adagia sulle proprie sicurezze, e non si adopera a sufficienza per custodirle e farle progredire.

Basti osservare a quello che succede riguardo ai provvedimenti per il settore. Ci si preoccupa per i ristori (con ritardo) ma gli investimenti per valorizzare le nostre attrazioni, non può contare ancora di un vero piano speciale di investimenti per musei, dei siti archeologici, di bonifica dell’inquinamento dei mari, della istruzione e formazione per l’accoglienza, di miglioramento delle infrastrutture materiali ed immateriali per le località turistiche. Insomma non si ha un piano strategico nazionale capace di scavalcare in un sol salto il groviglio di facci che immobilizza questo settore strategico. Trasporti, ristorazione, accoglienza, arte, monumenti, non vengono visti come un tutt’uno con relative soluzioni, ma lasciate lì al ‘governo’ per caso dal groviglio scoordinato di istituzioni ed amministrazioni di ogni tipo.

Si vuole sperare che tutto ciò cambi e che tra tanta spesa che si sta programmando nel dopo COVID, oltre a bonus e ristori, si pensi anche a come poter cambiare il nostro approccio con questi fattori economici. Non è un caso che nella graduatoria mondiale dei paesi che vantano più turisti esteri, l’Italia è solo al quinto posto con quasi la metà in meno di visitatori rispetto alla Francia. È fin troppo chiaro che questo risultato mortificante è la risultante di decenni di incuria verso il settore e verso lavoratori ed imprese. Insomma possiamo recuperare il tempo perso, ma il cambiamento dovrà essere forte: meno bonus e più lungimiranza per il nostro avvenire.

Storia della Repubblica: le radici di una politica nuova

La domanda di politiche pubbliche innovative radicate nel governo del quotidiano, da tempo non trova un’offerta di partito e una classe dirigente all’altezza delle aspettative. Anche per questo ci si rifugia nell’astensionismo – che in Italia oggi è la forza più consistente – o ci si lascia sedurre da proposte spesso semplicistiche.

Le premesse sociali e culturali di spinte ribelliste o reazionarie sono sempre esistite nel sistema politico italiano. Nella complessa fase repubblicana, si sono consumati alcuni passaggi caratterizzati da impulsi populisti e antiparlamentari, senza dimenticare i tanti avvenimenti – spesso drammatici – e le pressioni che spingevano a imboccare la strada del blocco d’ordine e perseguivano l’obiettivo di ostacolare lo sviluppo democratico. Ma proprio quel sistema fondato sulla Costituente e sui partiti, in grado di garantire partecipazione e rappresentanza ai cittadini, riuscì a contenere le tentazioni contestatarie o destabilizzanti. Nel momento in cui i grandi partiti di massa, ma anche i minori, però, entrarono in crisi[1], in un clima di diffusa insoddisfazione nei confronti delle istituzioni, il “mercato” politico è diventato più aperto e competitivo. Così, in un contesto di debolezza, sono comparse sulla scena nuove forze che sono riuscite a sfruttare questo spazio[2].

Dopo Moro, di fatto, iniziava la fine della “Prima Repubblica”, la politica dei partiti abdicava al compito di rappresentare la società e si avviava verso una incerta ricerca di nuovi equilibri che dura tuttora[3]. Anche da questa abdicazione dei politici si è determinata, in seguito, la prassi che ha visto il coinvolgimento dei tecnici chiamati al governo dagli stessi partiti in crisi di credibilità.

Il nostro paese registra, oggi, in questo contesto, una forte presenza del populismo, ma allo stesso tempo “tollera” quella che si potrebbe definire come una anomalia, vale a dire la frequente formazione di governi guidati da leader scelti per competenza.

A livello giornalistico questo tema è stato affrontato in modo esaustivo. Sul punto sembra utile riprendere una stimolante riflessione tra studiosi, apparsa sul “Corriere della Sera” il 3 maggio scorso[4]. Il dibattito verte intorno ad alcuni spunti: l’antipolitica che resta molto forte nonostante la normalizzazione dei cinquestelle (Roberto Chiarini); il ricorso, come si è accennato, a leader tecnici in quanto i governi sono fragili e lo Stato inefficiente (Maurizio Ferrera); il fatto che il moralismo degli intellettuali e la retorica liberista non aiutano affatto (Mario Ricciardi). Il tema centrale resta quello sul ruolo dei partiti: «Nell’Italia repubblicana – si legge – la democrazia si legittima non attraverso le istituzioni, ma grazie alla rappresentatività popolare dei partiti. Quando essi vanno in crisi irreversibile, negli anni Novanta, è la politica stessa che viene delegittimata». Il populismo, di conseguenza, si ritrova la strada spianata. Ma alla prova del governo la strategia populista si scopre inadeguata e, inoltre, secondo Chiarini, «[i cinquestelle] non sono riusciti a esercitare alcun ruolo pedagogico su chi li ha votati». È importante sottolineare questo passaggio, vale a dire quello relativo alla considerazione che vede il populismo prosperare sulla crisi dei partiti tradizionali, ma senza la capacità di offrire soluzioni. Su questo concetto sostanziale, interviene Ferrera, con un’affermazione condivisibile: «Il fatto che il malessere diffuso si traduca in ondate populiste si deve anche alla scelta deliberata di sfruttare la rabbia a fini di consenso da parte di imprenditori politici come Grillo, Salvini e Meloni. È una strategia basata sullo stile comunicativo urlato, pagante sotto il profilo elettorale, ma incapace di esprimere una linea programmatica coerente». La pandemia, continua nel suo ragionamento Chiarini, «ha obbligato ad appoggiarsi sugli scienziati un ceto politico in deficit di competenze ma anche di legittimità, in quanto selezionato per cooptazione su liste bloccate». E in Italia, secondo il pensiero di Ricciardi, una politica debole sembra che abbia ceduto alla tentazione di usare come schermo il Comitato Tecnico Scientifico. In questa prospettiva, «i membri di questo organismo, a loro volta, sono diventati protagonisti del dibattito pubblico», interferendo nel processo decisionale, perdendo così l’occasione di valorizzare la distinzione tra il compito degli scienziati (che è quello di fornire una cornice di dati da valutare) e l’autorità (con la funzione di compiere scelte secondo criteri politici). Questa prassi, inoltre, rischia di «destare preoccupazioni per il futuro di una democrazia in cui i governanti cercano di sfuggire alla responsabilità»[5]. In effetti, ciò che ha caratterizzato il caso italiano è stata, in un certo senso, «la rinuncia del livello politico a valutare il prezzo delle decisioni suggerite dagli esperti e ad assumerle con un atto di responsabilità»[6].

In questo filone, anche se in un ambito più giuridico, si è inserito l’intervento di A. Iannuzzi che ha auspicato la necessità di impostare un’alleanza virtuosa fra diritto e scienza, in quanto la politica nelle democrazie occidentali non può delegare la guida della società alla scienza, neanche in uno stato di eccezione come quello attuale. Con l’emergenza sanitaria ci siamo trovati dinanzi ad una fase nuova: «Non più la decisione politica basata sulla scienza, ma science driven, in cui la scienza viene assunta quasi come un formante al quale deve rifarsi il legislatore». E in questa situazione paludosa, in definitiva, «la scienza ha assunto, almeno in alcuni momenti, un ruolo di guida rispetto alla politica»[7].

In una recente riflessione, Giuseppe De Rita ha affrontato la questione del delicato rapporto che si viene a creare fra la dimensione tecnica e la dimensione politica. Il fondatore del Censis ha recuperato, attualizzando la sua ricognizione, le esperienze del “Piano Vanoni”, il “Rapporto Saraceno”, il “Piano Giolitti”, il “Rapporto Ruffolo”, e l’analisi del lavoro svolto da alcune figure – a metà tra tecnica e politica – nei momenti cruciali della storia repubblicana[8].

Molti studiosi, tra cui Andrea Riccardi, Guido Crainz, Piero Craveri, commentando la cerimonia funebre di Aldo Moro, hanno parlato di “funerale della Repubblica”. Ma la Patria non muore, anzi rinasce affermava Moro in un intervento a Radio Bari nell’autunno del 1943[9]. Basti pensare, per esempio, all’esperienza del “Codice di Camaldoli” del 1943. Con la guerra ancora in corso, una nutrita schiera di laureati formò una comunità pensante e il loro contributo arricchì i lavori della Costituente nel 1946, cambiando il corso della storia.

Il paese, oggi, è indebolito da una permanente campagna elettorale, nella quale risulta prioritario la costruzione di fronti contro chi schierarsi piuttosto che la messa in campo di azioni concrete e di visioni di società. In questo quadro si inserisce l’analisi di L. Violante quando sottolinea che «la discussione più profonda sul merito, sul futuro del paese, sui legami tra le generazioni, sulla formazione delle classi dirigenti non trova il tempo necessario per dispiegarsi. Di qui derivano due difetti: la difficoltà di elaborare strategie di medio periodo e l’aggressività che caratterizza molti confronti politici. Fino alla metà degli anni Settanta tra le forze politiche vigeva una sorta di doppio standard: lotta nella società per il primato, dialogo in Parlamento per il governo. Nella società lo scontro tra i due principali partiti, la DC di governo, il PCI di opposizione, era senza esclusione di colpi. In Parlamento, dove si doveva governare il presente e costruire il futuro, subentrava l’interesse nazionale». Dopo l’ultima fase di unità nazionale, seguendo anche il filo di questa riflessione, «quando il sistema politico entra in crisi, sino ai giorni nostri, il conflitto è senza confini tanto in Parlamento quanto nel paese»[10]. Non bisogna dimenticare, però, che dalle grandi crisi non si esce senza la politica. Questa tesi rappresenta il punto di partenza di un recente saggio di A. Barbano. La politica, secondo il saggista, «ha bisogno di idee coltivate con cura e cementate nel corpo del Paese. Oltre il tempo dell’urgenza»[11]. Bisogna aggiungere, infine, che la grande crisi alla quale assistiamo si è innescata su un processo di lungo periodo caratterizzato da nuovi conflitti sociali, dalla sfiducia verso gli istituti e le forme della rappresentanza, dal deterioramento degli equilibri dello Stato. La fase che si è aperta ora per il paese, dunque, «chiama la politica a una riassunzione di responsabilità imprescindibili»[12].

«Vorrei ricordare un grosso personaggio che è nato a pochi passi da qui, è nato a Maglie»[13]. Sono le parole, anzi è la voce di Rino Gaetano che durante un suo concerto in Puglia nel 1977, dedicava Berta Filava proprio al politico pugliese. E Aldo Moro, soprattutto nei momenti cruciali della storia repubblicana, tesseva, filava e ricuciva rapporti, intese politiche, convergenze democratiche. Alla base della sua pedagogia civile c’erano la sua arte di accompagnare i processi e il suo metodo per riformare lo Stato senza perdere la società.

Esperienza, competenza, cultura politica, sono tutti fattori essenziali che occorre recuperare, insieme ai centri studi e alle scuole di partito. Le parole d’ordine di questo tempo devono essere: senso di responsabilità e senso delle istituzioni, doti e virtù che rendono Aldo Moro, la sua formazione e quella politica ancora tanto attuale.

 

 

 

 

 

[1] M. Damilano, Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia, Milano, Feltrinelli, 2018; W. Veltroni, Il caso Moro e la Prima Repubblica, Milano, Solferino, 2021

[2] G. Pasquino, Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana, Milano, Utet, 2021

[3] R. Moro, Aldo Moro nelle storie d’Italia, in “Mondo Contemporaneo”, n. 2-2010

[4] A. Carioti, (a cura di), Laboratorio Italia. Un po’ tecnocratica, un po’ antipolitica, in “Corriere della Sera”, 3 maggio 2021. Si tratta di una conversazione tra studiosi, tra questi Maurizio Ferrera, Mario Ricciardi e Roberto Chiarini, autore di un recente saggio, Storia dell’antipolitica dall’Unità a oggi. Perché gli italiani considerano i politici una casta, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2021

[5] A. Carioti, (a cura di), op.cit.

[6] A. Barbano, La visione, Milano, Mondadori, 2020, p. 12

[7] A. Iannuzzi, Per un’alleanza virtuosa fra diritto e scienza, in “Formiche”, n. 169, maggio 2021

[8] G. De Rita, Ci siamo persi la classe dirigente, in “Corriere della Sera”, 26 aprile 2021

[9] Intervento riprodotto integralmente dal “Corriere della Sera”, Aldo Moro contro il fascismo nel ’43: ha ucciso la patria, la ricostruiremo, 6 maggio 2019; Cfr. in L. D’Ubaldo, Amare il nostro tempo. Appunti sul giovane Moro, Roma, Il Domani d’Italia, 2020, pp. 53-66

[10] L. Violante, Insegna Creonte, Bologna, Il Mulino, 2021, pp. 106-107

[11] A. Barbano, op. cit., p. 16

[12] A. Barbano, op. cit., p. 13

[13] I. Insolia, Aldo Moro che “filava con Mario e filava con Gino”. Il racconto di Rino Gaetano, 8 maggio 2020; Cfr. in https://shockwavemagazine.it/rubriche/approfondimenti-curiosita/aldo-moro-rino-gaetano-berta-filava/

Non lasciamoci fuorviare, guardiamo all’Italia di domani

In questi giorni e per ultimo giovedì sera con “Piazza pulita”, si sono palesati tutti i problemi di cui soffre l’Italia. Il disgusto, quasi fisico, di quello che abbiamo visto e ascoltato rende evidente un fallimento generazionale di proporzioni catastrofiche. Ci siamo fatti eccitare dalla contrapposizione di tutti contro tutti, da una politica inesistente dell’uno vale uno e del vaffa.

Ci siamo fatti incantare da una informazione faziosa e senza etica. Ed infine da una magistratura che fa paura. Un semplice cittadino tremerebbe al solo pensiero di servirsene per sciogliere qualsiasi vertenza dovesse capitargli. Una palude maleodorante, melmosa e avvolta da una nebbia densa e appiccicosa che oscura lo sguardo e il pensiero. Eppure, come dimostrato da questo governo, risorse in grado di tentare il cambiamento ci sono. Ma è sempre in atto l’azione dell’immobilismo o addirittura dei passi indietro. Il gattopardismo. Il regno dei mediocri, dell’uno vale uno, del clientelismo.

Per noi cittadini, è rimasta una sola possibilità, spazzare la mediocrità e pretendere le acque limpide e l’aria cristallina. Pulire il mondo limaccioso, che in questi giorni si è svelato e che, purtroppo, penso sia un immenso iceberg. Liberiamoci della sindrome di “Piazza Venezia” e mostriamo che siamo più liberi e più consapevoli di come “loro” credono. Dobbiamo pretendere che il bisturi venga affondato nel “bubbone” e che finalmente le piaghe guariscano, anche dolorosamente.

Dobbiamo pretendere un Stato in cui tutti si sentano a casa e tutelati nei propri diritti, uno Stato per cittadini e non un potere per furbi di oggi e di domani. La pressione deve essere forte cosicché la politica sia quella forza riformatrice tale da aiutare questo governo alla svolta per l’Italia. Basta con i distinguo, lo sguardo deve essere verso il futuro, perché sará il mondo dei nostri nipoti e guai ne abbiamo combinati ormai tanti, troppi.

Giornata d’Europa: lettera dei Capi di Stato Ue ai cittadini. Invito a partecipare alla Conferenza sul futuro.

In occasione della Giornata dell’Europa vorremmo estendere i nostri più sentiti auguri a tutti i cittadini europei.

Questa Giornata dell’Europa è speciale. Per il secondo anno di fila, è celebrata in circostanze complesse a causa della pandemia di Covid-19. Siamo vicini a tutti coloro che ne hanno sofferto.

La Giornata dell’Europa di quest’anno è speciale anche perché segna l’avvio della Conferenza sul Futuro dell’Europa. Facciamo appello a tutti cittadini dell’UE affinché colgano questa occasione unica per plasmare inostro comune futuro.

Questo dialogo sul futuro dell’Europa si svolge in circostanze molto differenti da quelle degli anni passati. Potrebbe sembrare che nella situazione attuale non ci sia tempo sufficiente per una discussione approfondita sul futuro dell’Europa. Al contrario, la pandemia di Covid-19 ci ha ricordato ciò che è veramente importante nelle nostre vite: la nostra salute, il nostro rapporto con la natura, le nostre relazioni con gli altri esseri umani, la reciproca solidarietà e la collaborazioneEssa ha sollevato degli interrogativi sul modo in cui viviamo le nostre vite. Ha mostrato i punti di forza dell’integrazione europea, così come le sue debolezze. Di tutto ciò è necessario parlare.

Le sfide che ci si pongono come europei sono molteplici: dall’affrontare la crisi climatica dalla creazione di economie verdiin un contesto che rende necessario bilanciare la crescente competizione tra gli attori globali, alla trasformazione digitale delle nostre società. Avremo bisogno di sviluppare nuovi metodi e nuove soluzioni. Come democrazie la nostra forza consiste nel coinvolgere le molte voci presenti nelle nostre società per identificare il percorso migliore da intraprendere. Quante più persone parteciperanno a una discussione ampia e aperta, tanto meglio sarà per la nostra Unione.

Il progetto europeo non ha precedenti nella storia. Sono passati 70 anni dalla firma del Trattato istitutivo della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio e 64 dalla nascita a Roma della Comunità EuropeaA quel tempo i leader europei trovarono soluzioni per unire un’Europa devastata dalla guerra. Trent’anni fa l’Est e l’Ovest dell’Europa hanno iniziato a connettersi più strettamente. Paesi molto diversi si sono uniti per formare l’Unione Europea. Ciascun Paese ha le proprie esperienze storiche e sente il peso del proprio passato, con il quale fare i conti da solo e nel rapporto con altri Paesi.

Il progetto europeo è un progetto di pace e riconciliazione. Lo è stato fin dalla sua concezione, e rimane tale oggi. Sosteniamo una comune visione strategica per l’Europaun’Europa nella sua interezza, libera, unita e in pace.

Tutti i principi fondamentali dell’integrazione europea restano assolutamente rilevanti al giorno d’oggi: libertà, uguaglianza, rispetto dei diritti umani, Stato di diritto e libertà di espressione, solidarietà, democrazia e lealtà tra gli Stati membri. Come possiamo assicurare collettivamente che questi principi fondanti dell’integrazione europea restino rilevanti per il futuro?

Nonostante l’Unione Europea a volte sembri mal equipaggiata per far fronte alle molte sfide emerse nell’ultimo decennio – dalla crisi economica e finanziaria alle sfide nel perseguire un sistema migratorio europeo giusto ed equo sino all’attuale pandemia – siamo ben consapevoli che sarebbe molto più difficile per ciascuno di noi se fossimo da soli. Come possiamo rafforzare al meglio cooperazione e solidarietà europee e garantirci un’uscita da questa crisi sanitaria che ci renda più resilienti in vista di sfide future?

Abbiamo bisogno di un’Unione Europea forte ed efficace, un’Unione Europea che sia leader globale nella transizione verso uno sviluppo sostenibile, climaticamente neutrale e trainato dal digitale. Occorre un’Unione Europea nella quale ci possiamo tutti identificare, certi di aver fatto tutto il possibile a beneficio delle generazioni future. Insieme possiamo raggiungere quest’obiettivo.

La Conferenza sul Futuro dell’Europa sarà un’opportunità per parlare apertamente di Unione Europea e per ascoltare i nostri concittadini, soprattutto i più giovaniEssa crea uno spazio di dialogo, dibattito e discussione su quel che ci aspettiamo dall’UE domani su come possiamo contribuirvi oggi.

Dobbiamo pensare al nostro futuro comune; per questo vi invitiamo a unirvi alla discussione e a trovare insieme il percorso da seguire.

Borut Pahor
Presidente della Repubblica di Slovenia

Alexander Van der Bellen
Presidente Federale della Repubblica d’Austria

Rumen Radev
Presidente della Repubblica di Bulgaria

Zoran Milanović
Presidente della Repubblica di Croazia

Nicos Anastasiades
Presidente della Repubblica di Cipro

Miloš Zeman
Presidente della Repubblica Ceca

Kersti Kaljulaid
Presidente della Repubblica di Estonia

Sauli Niinistö
Presidente della Repubblica di Finlandia

Emmanuel Macron
Presidente della Repubblica Francese

Frank-Walter Steinmeier
Presidente della Repubblica Federale di Germania

Katerina Sakelloropoulou
Presidente della Repubblica Ellenica

János Áder
Presidente della Repubblica d’Ungheria

Michael D. Higgins
Presidente d’Irlanda

Sergio Mattarella
Presidente della Repubblica Italiana

Elgis Levits
Presidente della Repubblica di Lettonia

Gitanas Nausėda
Presidente della Repubblica di Lituania

George Vella
Presidente della Repubblica di Malta

Andrzej Duda
Presidente della Repubblica di Polonia

Marcelo Rebelo de Sousa
Presidente della Repubblica Portoghese

Klaus Iohannis
Presidente di Romania

Zuzana Čaputová
Presidente della Repubblica Slovacca

Il 9 maggio si ricordano le vittime degli anni di piombo Gli ex – terroristi dalla Francia e il “Memoriale”

Alla fine dello scorso mese di aprile l’opinione pubblica del nostro Paese ha appreso con stupore dai giornali e dalla TV, che la Francia aveva cessato di proteggere gli ex – brigatisti rossi italiani condannati per gli attentati commessi  negli anni ‘70 e ‘80. Dopo la controversa estradizione del gennaio 2019 dal Brasile del terrorista Cesare Battisti, condannato per 4 omicidi, la vicenda degli arresti di ex – terroristi in Francia, richiama il periodo degli “anni di piombo” ancora vivo nella memoria di tanti italiani, in quanto il terrorismo causando vittime innocenti con stragi terroristiche e violenza politica, ha cercato di minare e colpire drammaticamente la nostra democrazia. 

Chi sono i sette ex – terroristi arrestati in Francia ai fini dell’estradizione in Italia? Si tratta di Giovanni Alimonti, 65 anni, (pena 11 anni); Enzo Calvitti, 66 anni, (pena 18 anni); Roberta Cappelli, 65 anni, (ergastolo); Marina Petrella, 66 anni, (ergastolo); Giorgio Pietrostefani, 77 anni, (14 anni); Sergio Tornaghi, 63 anni, (ergastolo); Narciso Manenti, 63 anni, (ergastolo). Si sono costituiti alle Autorità francesi Luigi Bergamini e Raffaele Ventura, e risulta irreperibile Maurizio Di Marzio, tutti e tre ex-brigatisti.

Come si è arrivati a questa svolta nei rapporti fra Francia e Italia, dopo anni difficili su questa materia? Dopo anni di inutili tentativi, i Ministri della Giustizia dei due Paesi, Eric Dupond – Moretti e Marta Cartabia hanno trovato un’intesa, su questa pagina drammatica di storia della  nostra democrazia e una determinata volontà di collaborazione, che ha permesso di raggiungere un risultato che si può definire storico. L’operazione di polizia ha visto impegnate l’Antiterrorismo francese e italiano e la Corte d’Appello di Parigi deciderà se applicare la misura della detenzione o della libertà vigilata per il tempo necessario a esaminare la richiesta di estradizione, per scontare la pena nelle carceri italiane.

La decisione di trasmettere alla giustizia i dieci nomi  (sulle 200 persone che l’Italia da anni reclama dalla Francia) è stata presa dal presidente Emmanuel Macron e  “si inserisce rigorosamente nella dottrina francese di concedere asilo agli ex – brigatisti ad eccezione che per i reati di sangue. La Francia stessa colpita dal terrorismo comprende l’assoluta necessità di giustizia per le vittime, e ha voluto risolvere la questione come l’Italia chiede da anni”. Di fatto la Francia ha archiviato la “dottrina Mitterand”, ma per il nostro Paese le vicende degli anni del terrorismo sono ancora “una ferita aperta”.

Quando il Parlamento italiano scelse il 9 maggio, per ricordare il  “Giorno della memoria, dedicato alle vittime del terrorismo interno e internazionale, e alle stragi di tale matrice” (cioè il giorno in cui fu assassinato il Presidente della Democrazia Cristiana, l’on. Aldo Moro), era il 2007, si pensava che tanti dubbi, tante opacità, e tante verità sconosciute, finalmente avrebbero avuto una risposta. Purtroppo la strada della verità è ancora lontana rispetto ai misteri degli anni di piombo.

Il nostro Paese, nel periodo del terrorismo, ha avuto 14.615 attentati compiuti, 428 morti e oltre 2000 feriti, di cui una parte con danni permanenti. Sono stati per molti, uomini e donne, anni difficili e non possono essere rimossi per non conoscenza o per indifferenza. A Roma, in particolare, sono stati veramente numerose le vittime di attentati: politici, magistrati, professori universitari, tutori delle forze dell’ordine (carabinieri e polizia di stato), militari di alto grado e anche semplici persone comuni.

Ecco perché non si può dimenticare questo “pezzo” di storia dell’Italia, ed è indispensabile ricordare,  fare memoria per conoscere il significato degli “anni di piombo” e in particolare per le nuove generazioni, che non hanno vissuto il dramma del terrorismo. 

ll 9 maggio, nel 43° anniversario della morte di Aldo Moro, verrà deposta dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, presso la lapide di via Caetani, dove fu ritrovato il corpo dello statista, una corona di fiori. Successivamente nella sede del Senato a Palazzo Madama la cerimonia ufficiale del “Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo”. 

In queste ricorrenze e anniversari, che richiamano gli anni pericolosi del terrorismo nel nostro Paese, c’è sempre una vena di amarezza per chi ha sacrificato la propria vita per “stare dalla parte giusta” e per la scarsa sensibilità nel ricordare tutti i caduti. Le tante vittime degli atti di  violenza che volevano sovvertire il nostro ordinamento, andrebbero ricordate con un luogo simbolico come può essere un “memoriale”, dedicato ai 428 ‘caduti’ del terrorismo. Negli anni passati le Istituzioni  a diversi livelli, lo avevano ipotizzato, ma ad oggi non si hanno notizie. La sede naturale è Roma, la Città Eterna, per realizzare un sito simbolico per ricordare i nuovi martiri della nostra democrazia.

Distinte ma connesse: lotta al virus e tutela dell’ambiente

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Treccani a firma di Cesare Massa

La situazione attuale può essere visualizzata attraverso l’immagine suggestiva di una “pandemia sanitaria in una pandemia ambientale”. Questa prospettiva ha il pregio di mettere a fattor comune salute e ambiente, evidenziando l’esistenza di una molteplicità di connessioni tra i due ambiti, a partire dalla dimensione internazionale dei due fenomeni.

D’altronde, è un dato di realtà innegabile che l’emergenza sanitaria in atto sia sopraggiunta nel corso di una inedita presa di coscienza (anche nell’opinione pubblica) circa la necessaria elaborazione di una strategia ambientale improntata a un approccio multidisciplinare e condivisa al massimo grado possibile a livello internazionale. L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile approvata dall’ONU nel 2015 ne è un esempio. Si tratta di un piano che aiuti nella lotta ai cambiamenti climatici ed al progressivo, incontrollato depauperamento degli ambienti naturali.

L’urgenza di un intervento è ampiamente giustificata dal potenziale impatto sull’abitabilità stessa del pianeta di disastri climatici conseguenti all’aumento delle temperature (uragani, terremoti, siccità, innalzamento del livello del mare e così via); effetti che ovviamente non si limiterebbero ad alternarsi sulla scena, ma in molti casi si andrebbero a sommare tra loro per formare scenari inquietanti. Si tratta di scenari ritenuti inevitabili, almeno all’attuale ritmo di consumo delle risorse naturali ed emissione di gas serra in generale, tanto più se questo ritmo continuerà a crescere in maniera più che proporzionale dalla seconda metà dell’Ottocento ‒ anni della rivoluzione industriale ‒ in avanti. Si prevede, infatti, che, al ritmo attuale, la temperatura potrebbe subire un innalzamento di due gradi Celtius entro il 2070. Il prodotto ‒ per certi versi inevitabile ‒ dell’erompere di una nuova pandemia globale è consistito in un progressivo ‒ auspicabilmente temporaneo ‒ spostamento di almeno parte dell’attenzione generale dalla “lotta ai cambiamenti climatici” alla “lotta al virus”, come se le due questioni fossero slegate.

Tuttavia, come già evidenziato, non si tratta di una perdita di attenzione giustificata dalla realtà. Le interconnessioni tra salute e ambiente, infatti, non sono puramente temporali ‒ cioè casuali ‒ e spaziali, ma anche (e soprattutto) logico-causali. A dimostrarlo in maniera evidente sono proprio le vicende legate alla nascita e diffusione del Covid-19. Non è infatti cosa nuova che microrganismi invisibili (quali sono i virus), causino danni alla salute collettiva su scala più o meno ampia. Da questo punto di vista, alcuni studiosi hanno ricostruito addirittura già la celebre epidemia narrata nel primo libro dell’Iliade nei termini di un’epidemia da virus.

Nella stragrande maggioranza dei casi, come ricorda la World Trade Organization nel Manifesto for a healthy recovery from COVID-19, la fonte dell’infezione è di origine animale (non solo HIV ed Ebola, ma anche la stessa la SARS-CoV-1 del 2003, antesignana del Coronavirus). In questo senso, nel caso degli Achei, la convivenza forzata di uomini e bestie sulle barche usate nella traversata per Troia può avere giocato un ruolo decisivo. In particolare, si tratta del fenomeno della cosiddetta zoonosi, per il quale alcuni virus effettuano un “salto di specie”: dagli animali all’uomo. Il WWF, in un report dal titolo eloquente, Pandemie, l’effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi, ha stimato che tra i fattori di aumento del rischio di zoonosi infettive vi sono fenomeni tradizionalmente “relegati” al solo ambito ecologico quali la riduzione degli ecosistemi l’espansione delle aree urbanizzate. Infatti, si tratta di due fenomeni che costringono gli animali (nel primo caso selvatici e nel secondo addomesticati) a una coabitazione ravvicinata con l’uomo.

Per avere un’idea delle dimensioni della riduzione degli ecosistemi, secondo la FAO, solo negli ultimi 30 anni, sono stati deforestati 420 milioni di ettari di terreni. E la tendenza non accenna a diminuire, anzi: per limitarci alla sola foresta amazzonica, nel settembre 2020 è stato registrato un incremento di più del doppio (il 61%) degli incendi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si tratta di incendi in larga parte dolosi, finalizzati appunto al reperimento di nuova terra fertile utile per essere coltivata. Terre che nella maggior parte dei casi, come in un circolo vizioso, vengono a loro volta destinate ad agricoltura di carattere intensivo, tra le prime cause di inquinamento atmosferico e consumo di risorse idriche.

Qui l’articolo completo

La settimana dell’amministrazione aperta

L’OpenGov Week/SAA2021 è una iniziativa collettiva che si realizza dal 17 al 21 maggio a livello mondiale, nell’ambito dell’Open Government Partnership (OGP)È dedicata a sviluppare nei Paesi che partecipano a OGP la cultura e la pratica della trasparenza delle informazioni, della partecipazione e dell’accountability, sia nelle amministrazioni pubbliche che nella società civile. A livello nazionale è promossa e coordinata dal Dipartimento della funzione pubblica e vi possono partecipare cittadini, amministrazioni, associazioni e chiunque abbia interesse ad approfondire i temi del governo aperto.

Come già avvenuto nelle precedenti edizioni, anche se quella del 2020 è stata realizzata in forma ridotta a causa della pandemia da Covid-19, la SAA2021 si pone l’obiettivo di coinvolgere tutte le persone che a vario titolo e nelle modalità più diverse si impegnano a rendere le pubbliche amministrazioni italiane luoghi trasparenti e aperti al confronto con i cittadini e all’innovazione.

Per proporre un evento da promuovere è sufficiente compilare il form per richiederne l’inserimento nel Programma nazionale della SAA2021.

Mantovani (Humanitas): “Grazie a corsa contro Coronavirus spinta a vaccino per cancro”

“Con l’arrivo del Covid-19, tutti abbiamo messo in campo le nostre competenze, acquisite con la ricerca, per arginare questa pandemia. L’esempio più interessante è quello dei vaccini a mRna (Pfizer-BioNTech e Moderna, ndr). Ma sono allo studio da almeno una ventina di anni come arma contro i tumori. Il pioniere di queste ricerche è Christoph Huber (oncologo a Mainz, Germania, ndr), il ‘padre nobile’ dei due ricercatori tedeschi di origine turca, Ugur Sahin e la moglie Ozlem Tureci, che hanno fondato BioNTech e hanno messo a punto il vaccino a mRna anti Covid. Ci siamo sentiti l’altro giorno, perché in Germania mi hanno appena insignito di un premio. Già a gennaio 2020 avevano visto la sequenza del nuovo coronavirus, hanno pensato di usare quello che avevano studiato contro il cancro e hanno costruito un vaccino anti coronavirus. Se siamo riusciti ad affrontare questa pandemia è perché abbiamo investito nella ricerca sul cancro”. Lo afferma Alberto Mantovani, direttore scientifico e presidente della Fondazione Humanitas, in un’intervista al quotidiano ‘Il Corriere della Sera’.

“Occorre distinguere. Quando parliamo di vaccini, intendiamo due cose diverse. Un conto sono i vaccini ‘preventivi’, che evitano la comparsa della malattia, come quelli anti Covid. Un altro sono quelli ‘curativi’: quelli che potrebbero, in futuro aiutare a combattere il cancro. – aggiunge ancora Mantovani – sono due: uno è quello anti epatite B, che ha ridotto drasticamente l’incidenza di tumori al fegato. L’altro è quello contro il Papilloma virus, responsabile di tumori della cervice uterina, ma anche di altri tumori, alla gola, per esempio, che interessano anche i maschi”.

“Sono almeno tre gli approcci da valutare, sempre grazie alla tecnologia dell’mRna. La prima. Identifico mutazioni del Dna del tumore, in un singolo paziente, e costruisco un vaccino capace di contrastare queste mutazioni. È una terapia superpersonalizzata. La seconda: il problema, qui, è trovare un minimo comune denominatore, cioè mutazioni comuni in vari tipi di tumore e costruire un vaccino capace di intercettarle. È un approccio più ampio. E si sta sperimentando nel melanoma. – conclude Mantovani – terzo è quello che sta più vicino al mio cuore. Si tratta di combinare varie terapie immunologiche e, per questi progetti di ricerca, che coinvolgono anche lo studio delle metastasi, abbiamo avuto finanziamenti della Fondazione Airc con i contributi del 5 per mille”.

La cornice del puzzle. Nuove politiche di centro per superare il bi-populismo..

Gli ultimi anni hanno confermato l’incapacità di governare dei populisti/sovranisti, molto bravi ed efficaci nel gridare cosa non funziona nel Paese, ma inefficaci nel risolvere ciò che denunciano. Altro elemento di novità che sta emergendo tra i riformisti, popolari e liberali, sempre più con maggiore forza, è la necessità e l’urgenza, di costruire un nuovo progetto politico indipendente dal bi-populismo.

Quando si inizia un nuovo percorso politico è necessario partire dai contenuti e non dal contenitore, proprio come quando si inizia un nuovo puzzle è utile scegliere la cornice che lo sosterrà, possibilmente, il più a lungo possibile. Senza un pensiero forte, valori e ideali di riferimento non è possibile creare un progetto politico che duri oltre il voto. 

Dopo le elezioni politiche del 2018, si è reso ancora più urgente la costruzione di un nuovo progetto culturale e politico, che definiamo di centro per sottolineare l’autonomia dai due schieramenti populisti, oltre che per evidenziare i riferimenti solidi che rappresentano la cornice che lo sosterrà nel tempo.

Don Luigi Sturzo, nell’articolo pubblicato sul “Popolo Nuovo” il 26 agosto del 1923, scriveva: “Per noi il centrismo è lo stesso che popolarismo, in quanto il nostro programma è un programma temperato e non estremo: – siamo democratici, ma escludiamo le esagerazioni dei demagoghi; – vogliamo la libertà, ma non cediamo alla tentazione di volere la licenza; – ammettiamo l’autorità statale, ma neghiamo la dittatura, anche in nome della nazione; – rispettiamo la proprietà privata, ma ne proclamiamo la funzione sociale; – vogliamo rispettati e sviluppati i fattori di vita nazionale, ma neghiamo l’imperialismo nazionalista; e così via, dal primo all’ultimo punto del nostro programma ogni affermazione non è mai assoluta ma relativa, non è per sé stante ma condizionata, non arriva agli estremi ma tiene la via del centro.

Questa posizione non è tattica. E’ programmatica, cioè non deriva da una posizione pratica di adattamento o di opportunità: ma da una posizione teorica di programma e di idealità.

Aldo Moro, nel 1944, precisava che “il centro non è statico ma dinamico, importante non solo come luogo fisico o geografico, ma come funzione politica a condizione di essere alternativo alla sinistra e alla destra”.

Queste due citazioni rappresentano il punto di partenza per l’elaborazione del nuovo pensiero politico centrista, sottolineandone così l’autonomia identitaria e programmatica.

Definito il perimetro è necessario individuare i riferimenti (la cornice) che supporteranno il programma (il puzzle) del nuovo percorso politico centrista. 

Nella presentazione di “Forum al Centro” ne abbiamo individuati quattro: europeismo; il rispetto e la tutela dell’ambiente e di ogni persona umana; i valori civili, sociali ed economici della costituzione; l’incontro tra la dottrina sociale cristiana e l’economia sociale di mercato. 

L’Europa che sogniamo e che vogliamo, è quella federale, solidale e unita nelle scelte economiche e politiche, l’Europa che concretizza i valori e gli ideali espressi nei trattati, come ad esempio all’art. 3 del TUE:

“Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente”.

Parlando di “persona umana e ambiente” mi riferisco al più grande, almeno secondo me, insegnamento di Papa Francesco (Laudato si’ n. 139): “Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura”. 

Come dice spesso il pontefice “tutto è connesso” e noi non possiamo non tenerne conto nelle nostre proposte, per il programma che verrà.

La nostra Costituzione, la più bella del mondo, è sempre più dimenticata e presa a “la carte”. Quante volte, negli ultimi decenni, abbiamo sentito dire che il presidente del consiglio può fare ciò che vuole perché scelto dal popolo? Quante volte hanno calpestato i valori in essa espressi in nome del popolo? Il popolo vuole meno politica? Allora tagliamo finanziamento pubblico e seggi parlamentari, che ci vuole. Noi dobbiamo continuare a difenderla dal bi-populismo, che con la ghigliottina arriverebbe a cancellare perfino le istituzioni repubblicane, in nome del capo scelto dal popolo. Dobbiamo pretendere il pieno rispetto e l’attuazione dei valori civili, sociali ed economici della nostra amata Costituzione.

Altro passaggio fondamentale, per un nuovo progetto culturale e politico dei centristi, è la combinazione pragmatica tra gli insegnamenti della dottrina sociale cristiana e l’economia sociale di mercato, che ha già dato i suoi buoni frutti soprattutto in Germania e in Europa. Il 12 gennaio 2011 la Commissione delle conferenze episcopali della comunità europea (COMECE) pubblicò un documento favorevole all’economia sociale di mercato dell’UE capace di coniugare “il principio della libertà del mercato e lo strumento di un’economia competitiva al principio di solidarietà e ai meccanismi della giustizia sociale”.

I quattro riferimenti, scelti insieme nel marzo del 2019, devono essere una guida per il programma che verrà, un puzzle capace di seguire il percorso indicato dai nostri padri politici, tra cui Wilhelm Ropke, che nel 1944 pubblicava “Civitas humana”: “Alle questioni posteci dai collettivisti si può dare ancora, e oggi più che mai, una risposta liberale, anche se decisamente diversa da quella del liberalismo storico, anzi questa è l’unica risposta conciliabile con una Civitas humana”.

Luigi Einaudi nell’articolo del 1942, dal titolo Economia di concorrenza e capitalismo storico – La terza via fra i secoli XVIII e XIX, scriveva: “Se al sistema economico fondato sulla concorrenza di mercato, al quale ben conviene la denominazione di liberale – democratico, perché imperniato sul comando del consumatore e sulla soddisfazione dei desideri effettivi non della maggioranza della collettività consumatrice ma di ognuno in particolare, contrapponiamo l’opposto sistema collettivistico, la superiorità del primo appare evidente e sorprendente, le leve di comando nell’economia collettivistica passano dal consumatore e dal mercato al dirigente ed all’ufficio”, nello stesso articolo suggeriva una chiave di lettura molto efficace degli studi de “Il Röpke, preferisce non dare un nome al suo indirizzo e perciò lo chiama semplicemente “la terza via”, la via d’uscita dal dilemma della scelta fra il capitalismo o liberalismo storico ed il “collettivismo”, ambedue a lui in sommo grado ripugnanti. 

Per tornare al nostro pragmatismo solido, cioè con riferimenti ideali storici ma attualizzati e aderenti alle nuove esigenze, vorrei ricordare il discorso di Alcide De Gasperi al IV Congresso nazionale DC, tenutosi a Roma, il 25 novembre del 1952:

“Se è vero che prima di tutto è necessario salvare il regime democratico e la libertà, allora è vero che almeno nel periodo attuale, all’epoca che attraversiamo, la linea della soluzione va cercata in una linea di mediazione fra la necessità di servire la libertà e la tendenza ad una sempre maggiore giustizia sociale”.

In questa cornice, con i quattro riferimenti citati, possiamo elaborare, insieme, nuove politiche di centro, un puzzle per il futuro, pur sapendo che la nostra mission resta nell’ambito della “domanda politica”, possiamo contribuire a rendere più efficace l’offerta.

 

Centro destra e sinistra/grillini: ora parta il confronto.

Se l’impianto maggioritario – dopo la rapida, e poi archiviata, ubriacatura proporzionale del Pd  zingarettiano – sarà la cornice entro la quale si giocherà la prossima competizione elettorale  nazionale, è indubbio che la cultura della coalizione è destinata a ritornare centrale nella politica  italiana. Cultura delle alleanze che, in soldoni, significa scegliere il campo politico. Almeno per chi  coltiva una “politica di centro” e non si riconosce in una radicalizzazione, persin violenta, dello  scontro politico come quello a cui stiamo assistendo in questi ultimi mesi. È appena sufficiente  registrare lo scontro tra il capo del Pd Letta e a quello della Lega Salvini per rendersene conto.  

Ora, però, il confronto non potrà che essere squisitamente politico e programmatico, ben  sapendo che viviamo in un contesto profondamente trasformistico ed opportunistico dove le  solenni e pubbliche promesse annunciate il mese precedente vengono sistematicamente  spazzate e rinnegate il mese successivo. È addirittura inutile soffermarsi sul tema talmente alto e  macroscopico è il tasso di inaffidablità. Quanti “mai e poi mai con quel partito” abbiamo assistito  in questi ultimi anni? E quanti “mai mi candiderò per quell’incarico” dovremmo ancora sentire?  Certo, non c’è il solo Zingaretti ad essere un protagonista indiscusso ed imbattibile in questa gara  di promesse al vento e del tutto inaffidabili. L’elenco è lunghissimo ed è ben noto ai lettori di  qualsiasi schieramento, con una netta e schiacciante prevalenza, com’è a tutti evidente, nel  campo della sinistra. 

Ma è sul profilo politico che la scelta andrà fatta. Al netto di coloro che continuano,  simpaticamente e goliardicamente, a coltivare sogni testimoniali politicamente ed elettoralmente  irrilevanti. 

Se nel campo della destra democratica la leadership politica si gioca tra la Lega di Salvini e i  Fratelli D’Italia della Meloni con una sostanziale assenza – di peso e di ruolo politico – delle forze  di centro liberali, europeiste, moderate e cattoliche, nell’area della sinistra continua a pesare in  molto determinante il condizionamento del populismo e dell’antipolitica di marca grillina. Certo,  l’alleanza “organica e strutturale” della sinistra con il populismo grillino – perchè di questo si tratta  al di là delle enunciazioni astratte e di circostanza – è destinata a pesare sul progetto politico di  fondo della sinistra italiana. Perchè un conto sono le operazioni a tavolino sulla “rifondazione”  politica del movimento 5 stelle. Altra cosa, radicalmente diversa, è la concreta percezione che gli  elettori di quel partito hanno nel territorio. E qui la cosiddetta “rifondazione” politica, almeno così  pare, è poco più di uno slogan astratto e beneaugurante anche perchè il popolo grillino continua  ad essere quello di sempre. E cioè, anti casta, antisistema, populista e profondamente  antipolitico. 

Ecco perchè il capitolo delle alleanze in un contesto – lo ripeto – profondamente e strutturalmente  trasformistico, non potrà che avvenire all’insegna della politica e dei contenuti del progetto  politico complessivo. Senza le solite e scontate pregiudiziali ideologiche che ormai vengono  rispolverate solo per motivazioni di pura convenienza e di raffinato potere. Prive di qualsiasi  valenza politica e culturale se non per imbonire fette sempre meno numerose di elettori ancora  aggrappati a veti e a preconcetti di natura ideologica o nostalgica. 

Dunque, una forza di centro, una politica di centro o una lista di centro sarà, comunque sia,  decisiva e determinante in vista della vittoria elettorale. E il tutto, questa volta, non potrà che  avvenire anteponendo la politica a qualsiasi altra valutazione. Solo così, forse, si potrà  salvaguardare la credibilità di una politica, quella di centro appunto, che non si rassegna ad  essere sacrificata sull’altare di una nociva e pericolosa radicalizzazione dello scontro politico.

Le linee pedagogiche ministeriali per il sistema integrato “zerosei”

Il Documento licenziato dalla Commissione insediata presso il Ministero dell’Istruzione – ai sensi dell’art.10 del decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 65 – per l’elaborazione di una bozza di indicazioni pedagogiche riguardanti il cd. “sistema integrato di istruzione zerosei “, ha radici lontane.

Occorre andare a ritroso di almeno trent’anni e più e risalire a quel gruppo di ispettori scolastici che iniziò ad occuparsene, su incarico dell’allora Capo servizio per la scuola materna del Ministero, dott.ssa Giuseppina Rubagotti, che all’epoca dirigeva anche la segreteria del Ministro Sergio Mattarella.

Un cenacolo di uomini e donne di scuola che avevano superato il vaglio di una prova concorsuale selettiva, che prevedeva il superamento di tre prove scritte e di un lungo colloquio orale con la media minima di 8/10. A differenza di quanto sarebbe accaduto anni dopo quando gli ispettori – di norma esperti di scuola militante avendo passato per gradi il ruolo di docente e di dirigente scolastico – cominciarono ad essere nominati ‘per chiamata’ dalla politica, in nome di un “merito” nuovo che non è mai stato chiarito. Non è una premessa polemica ma necessaria perchè quella generazione di ispettori, al pari di altri dirigenti della P.A., si era formata studiando e lavorando ‘in situazione’. D’altra parte siamo un Paese dove gli stessi Ministri non hanno quasi mai una competenza specifica del settore di cui si occupano: nella fattispecie della scuola abbiamo avuto chi non ha superato neanche un concorso da operatore scolastico (leggasi: bidello, senza offesa per questa categoria di lavoratori).

Per anni e anni si scrivevano articoli sulla Rivista “L’Educatore”- inserto “zerosei” , appunto, diretta dal mitico Sergio Neri, ispettore a Modena che con la sua esperienza e le sue intuizioni didattiche aveva reso le scuole dell’infanzia di quella città, per ammissione di tutti, le “migliori al mondo”, si partecipava a seminari di studio, si redigevano le circolari che lo stesso Ministero emanava. C’era un grande fervore attorno a questo Progetto che nacque allora: l’idea si perfezionava di anno in anno e prendeva corpo un vero impianto pedagogico-didattico per la scuola dell’infanzia. L’ispettore Giancarlo Cerini, di cui piangiamo la recente scomparsa, raccolse l’eredità di Neri e la portò in sede di questa Commissione ex DL 65/2017, di cui è stato fino all’ultimo Presidente, esprimendo una competenza di alto livello poiché aveva dedicato l’intera vita professionale a questo Progetto.

Per queste premesse si tratta di un testo di notevole spessore pedagogico, con una visione d’insieme che delinea un percorso scolastico dal nido fino alla scuola dell’infanzia, dai 0 ai 6 anni di età dell’utenza scolastica. La cornice entro cui si inquadra questa ipotesi di nuovo livello formativo parte dai principi espressi dalle Carte degli Organismi internazionali sui diritti dell’infanzia e attraversa gli Orientamenti educativo-didattici del 1991, raccogliendo esperienze via via maturate nel territorio: questa sinergia tra riferimenti culturali e prassi didattiche ha permesso di passare, in pochi decenni, ad un livello di riflessione e consapevolezza tale da creare un orizzonte educativo 0-6 dalle solide fondamenta e di sviluppare le premesse per la creazione di un vero sistema integrato. Questo è in sintesi il senso della Bozza licenziata dalla Commissione: raccogliere le migliori indicazioni pedagogiche e le best practices più avanzate e consolidate, nella consapevolezza che questo segmento iniziale del processo formativo è parte integrante a pieno titolo dell’intero sistema scolastico, ne è la base.

Il percorso 0/6 non è un pre-scuola poiché il curricolo successivo procede nell’ottica della continuità educativa: le mutate condizioni ed esigenze del quadro sociale, l’affinamento di una didattica mirata per i più piccoli, l’esigenza di superare la mera assistenza custodiale facendo germinare proprio nella scuola dell’infanzia i due assi che si sviluppano lungo tutto lo sviluppo verticale  – cioè la socializzazione e l’apprendimento – descrivono un luogo educativo che è già scuola, pur rispettando le condizioni oggettive dell’età dell’utenza, senza ansie anticipatorie. I servizi che accolgono i bambini sotto i tre anni sono denominati servizi educativi per l’infanzia, distinti in nido e sezioni primavera, dai 3 ai 36 mesi. I bambini tra i 3 e i 6 anni sono accolti nelle scuole dell’infanzia che propongono a partire dai tre anni un’esperienza organizzata di “vita, relazione e apprendimento” che si svolge in continuità con i servizi educativi per l’infanzia e sollecita ulteriori processi di conoscenza dei bambini e di incontro con i diversi linguaggi, proiettandosi anche verso il successivo primo ciclo di istruzione. Viene così a delinearsi un “sistema pubblico-privato accreditato e paritario”  secondo un disegno istituzionale complesso che esige coordinamento, integrazione, collaborazione tra Stato, Regioni, Enti locali, soggetti pubblici e privati per l’attuazione dei diritti e il benessere delle nuove generazioni a partire dai tre mesi di età. Interessante il passaggio in cui vengono considerate le varianti del contesto epocale, le diseguaglianze sociali, le famiglie oggi, la dimensione interculturale e multilingue, la presenza dei media e della cultura digitale, i disagi del mercato del lavoro. Questo resta sullo sfondo e non intacca l’aspetto didattico, anzi offre spunti di riflessione per puntualizzare il contesto in cui il progetto dovrebbe prendere corpo: la centralità dell’infanzia, l’alleanza con le famiglie, l’ottica dell’accoglienza e  dell’inclusione.

Oltre queste buone intenzioni che radicano in una cultura aperta e democratica, vanno rimosse e chiarite difficoltà e insidie. Quando ci sono progetti da gestire in partnership occorre accreditare precise competenze: il sistema 0/6 si qualifica come integrato ma non possiamo rinunciare ad una scuola dell’infanzia statale. Nata come legge 444/1968 con una crisi di Governo non può esserne ora decretata la fine. Buona l’idea del già descritto “sistema pubblico-privato accreditato e paritario”, con pari dignità ma le competenze dello Stato e della sua governance del sistema vanno rimarcate.

Lo stresso documento lo conferma: “Nel nuovo sistema viene ribadita la competenza sovraordinata dello Stato, che svolge funzioni di indirizzo, coordinamento e promozione del sistema integrato, approntando dispositivi specifici, quali il Piano di azione nazionale e il relativo finanziamento, il Piano nazionale di formazione continua del personale, il sistema informativo dei servizi educativi e scuole dell’infanzia, i criteri per il monitoraggio e la valutazione”. Ad una scuola dell’infanzia statale non si può rinunciare: la parte finale della bozza è confusiva e lascia spazio a discrezionalità inopportune.

Infatti il nodo da dirimere con precise attribuzioni di ruoli e funzioni è ciò che il decreto legislativo 65/2017 definisce “modello di governance multilivello” prevedendo che il sistema integrato sia programmato, realizzato e qualificato con il concorso dei diversi livelli di governo, dallo Stato alla Regione all’Ente locale, ciascuno dei quali si vede affidate competenze specifiche, ma da svolgersi in sinergia e con spirito di collaborazione20. “A tal fine, la Conferenza Stato-Regioni-Autonomie locali rappresenta la sede appropriata per comporre le diverse istanze partecipative e decisionali”.

L’esperienza di gestione sanitaria della crisi pandemica ha evidenziato in questo ambito di confronto, collaborazione, competenze e intese più distonie che sintonie. Esiste un gap funzionale tra Stato e Regioni che va chiarito in via generale prima che esso venga declinato sul sistema integrato 0/6.

Forse meno parole enfatiche e indicazioni più precise gioverebbe ad evitar contese.

Sarebbe un guaio se oltre la sanità anche la scuola avesse troppi pretendenti al trono o più sommessamente alla cabina di regia. Preoccupa soprattutto il tema della formazione: in ambito istituzionale ogni Regione o ente Locale può promuovere iniziative al riguardo, ma va tutelata la titolarità dello Stato secondo il Piano di Governo che la Bozza prevede. Idem per la gestione del personale statale e del suo stato giuridico, assoggettato alle supervisioni regionali e insidiato dalle avances degli Enti Locali. Le scuole statali finiranno per essere gestite da un assessore regionale? 

Le scuole polo territoriali e la figura del ‘coordinatore pedagogico’ introducono novità non definite istituzionalmente, veri e propri ibridi confusivi che si sovrappongono ad un esistente funzionante e consolidato. Da qui partono alcune contraddizioni suscettibili di conflitti di attribuzioni: poiché come è d’uso in Italia prima si ripartiscono i poteri e poi subentra il modello Hegel “della notte in cui tutte le vacche sono nere”. Responsabilità precise richiedono competenze precise e viceversa.

Vengono i brividi quando si comincia a parlare di sinergie, tavoli di concertazione, piani locali, intersezioni e variazioni funzionali, circolarità (di cosa?) , interventi compensativi o surrettizi.

Ecco: su questi aspetti che riguardano il funzionamento del sistema integrato ma anche i contratti di lavoro del personale, le gerarchie , le interferenze, i “concorsi convergenti” bisogna dire e scrivere parole chiare. Tirare quattro paghe per il lesso come scrisse Carducci e gli insegnanti-Arlecchini servi di due padroni non vanno proprio bene.

Commercio al dettaglio: Istat, “a marzo 2021 si registra una sostanziale stazionarietà congiunturale, ma un fortissimo incremento tendenziale”

A marzo 2021 si stima una variazione congiunturale pressoché nulla per le vendite al dettaglio (-0,1% in valore e +0,1% in volume), che sintetizza una crescita per i beni alimentari (+1,9% in valore e +1,7% in volume) e un calo per i non alimentari (-1,6% in valore e -1,1% in volume).

Nel primo trimestre del 2021, in termini congiunturali, le vendite al dettaglio aumentano dello 0,2% in valore e diminuiscono dello 0,3% in volume. Quelle di beni alimentari calano dello 0,6% in valore e dello 0,4% in volume, mentre le vendite dei beni non alimentari crescono in valore (+0,9%) ma segnano una lieve flessione in volume (-0,2%).

Su base tendenziale, a marzo 2021, le vendite al dettaglio aumentano del 22,9% in valore e del 23,5% in volume. Tale risultato è dovuto in particolar modo alle vendite dei beni non alimentari che registrano un fortissimo aumento sia in valore sia in volume (rispettivamente +49,7% e +50,3%); in crescita, seppur in modo più contenuto, anche le vendite dei beni alimentari (+3,7% in valore e in volume).

Tra i beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali positive per tutti i gruppi di prodotti. Gli aumenti maggiori riguardano Giochi, giocattoli, sport e campeggio (+110,7%) e Foto-ottica e pellicole, supporti magnetici, strumenti musicali (109,2%), mentre per i Prodotti farmaceutici si evidenzia la crescita di minore entità (+0,7%).

Rispetto a marzo 2020, il valore delle vendite al dettaglio aumenta in tutti i canali distributivi: la grande distribuzione (+17,0%), le imprese operanti su piccole superfici (+27,8%), le vendite al di fuori dei negozi (+43,8%) e il commercio elettronico (+39,9%).

Vibo Valentia è la “Capitale italiana del Libro” 2021

È Vibo Valentia la “Capitale italiana del Libro” 2021. L’annuncio è arrivato dal ministro della Cultura Dario Franceschini, dopo aver ricevuto la designazione dalla giuria presieduta da Romano Montroni. Erano sei le città finaliste che si contendevano il titolo: oltre a Vibo Valentia, erano in lizza Ariano Irpino, Caltanissetta, Campobasso, Cesena e Pontremoli.

La città vincitrice riceverà dal Ministero della cultura, tramite il Centro per il Libro e la Lettura, un contributo pari 500 mila euro per la realizzazione del progetto. La Capitale italiana del libro è stata istituita da Franceschini nel 2020, ai sensi della legge 13 febbraio 2020, n. 15 per la promozione e il sostegno della lettura.

Il titolo della prima edizione è stato conferito dal Cdm, su proposta del Ministro della cultura, al comune di Chiari, in provincia di Brescia, uno dei paesi più colpiti dalla epidemia da Covid-19 che nei mesi più duri del lockdown ha trovato proprio nella lettura, compiuta attraverso i canali social dell’amministrazione, uno degli strumenti per sostenere la comunità. “Abbiamo deciso all’unanimità”, ha spiegato Montroni: “I progetti che abbiamo visto erano fantastici: le capitali del libro servono a difendere lo spazio dei libri e delle letture. Senza libri e quindi senza cultura non può esserci rinascita culturale ed economica”.

AstraZeneca: “Nessuna controindicazione per under 60”

Il vaccino contro il Coronavirus di AstraZeneca “è consigliato sopra i 60 anni, ma è verosimile che venga utilizzato anche sotto i 60. Chi ha fatto la prima dose può fare tranquillamente la seconda, anche se è under 60” ha detto il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri ai microfoni della trasmissione ‘L’Italia s’è desta’, su Radio Cusano Campus.

Parlando poi della sospensione dei brevetti, ha aggiunto: “Non è una proposta lontana da ciò che abbiamo detto noi mesi fa, la sospensione dei brevetti è una delle strade da percorrere per avere maggiore disponibilità di vaccini”. Secondo Sileri “le strade sono tre: sospensione dei brevetti, non eliminazione”, ma “bisogna vedere se la sospensione può effettivamente portare ad una produzione maggiore, non credo che possa essere così per tutti gli Stati”.

BREVETTI – La seconda strada “è la produzione dei brevetti in conto terzi, come ha fatto Sanofi che ha iniziato a produrre il vaccino Pfizer. La terza è dialogare in maniera forte, facendo sentire la pressione degli Stati, verso un vaccino no-profit, quindi far produrre un vaccino con l’aiuto degli Stati ma che sia no-profit”.

VACCINAZIONI – Intanto, sul fronte delle vaccinazioni, “quello che sta facendo Figliuolo è impeccabile, un lavoro eccezionale. Speriamo che continui così. E’ innegabile che c’è stato un cambio di passo, critiche sull’andamento della campagna vaccinale oggi non hanno senso di esistere, sono pretestuose”.

RIAPERTURE – “Dobbiamo andare per gradi, facendo solo ed esclusivamente passi in avanti e non indietro. Credo che osserveremo un aumento di contagi nella popolazione più giovane. Ma questo non dovrebbe comportare un aumento rilevante del numero delle ospedalizzazioni. Per questo penso che da metà maggio potremo procedere con ulteriori riaperture. Penso, ad esempio, a coloro che organizzano matrimoni, che al momento sono quelli più indietro rispetto alle riaperture”.

“La cosa importante – ha sottolineato Sileri – è avere una tabella di marcia, non si può dare una data, però si può dire che le vaccinazioni stanno andando molto bene e arrivati a un certo target riusciremo a fare le cose. E’ importante dare una scaletta di riaperture come abbiamo fatto nell’ultimo decreto, che penso riusciremo ad anticipare ulteriormente grazie all’andamento delle vaccinazioni e dei dati che stanno andando meglio anche se non in maniera eccezionale per quanto riguarda il numero dei contagi. Oggi è molto più probabile che si contagi un giovane perché non ha fatto il vaccino, ma è molto meno probabile che questo finisca in ospedale rispetto ad un over 60”.

Pnrr. Zamagni: “Necessario un patto tra gentiluomini”

Articolo pubblicato sulle pagine di Agensir a firma di Andrea Regimenti

È in discussione in questi giorni il testo definitivo del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), comunemente conosciuto come Recovery Plan. Il Piano si inserisce all’interno del programma Next Generation Eu, che prevede investimenti per 750 miliardi di euro concordati dall’Unione europea in risposta alla crisi economica e sociale causata dal Covid-19. Nello specifico il Pnrr prevede investimenti per 222,1 miliardi di euro, declinati in diversi ambiti economici e diverse missioni: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e sociale; salute. Parla l’economista Stefano Zamagni.

Professore, cosa pensa del Piano nazionale di ripresa e resilienza?
La versione definitiva del Piano va bene. Sono stati smussati non pochi angoli e sono state inserite numerose indicazioni provenienti dalla società civile. Però, naturalmente, ora sopraggiungono i problemi.

In che senso?
Il problema maggiore è l’esecutorietà del Piano. Per ciascun progetto in cantiere sono stati stimati i costi e le date di impegno dei fondi corrispondenti parimenti alla data di attuazione definitiva degli stessi. Allo stesso tempo, dovranno essere annunciati i tempi di raggiungimento dei risultati intermedi, perché come sappiamo questi soldi ci verranno dati a scaglioni dalla Commissione europea e in base ai risultati già ottenuti. Quindi ogni semestre dovremo consegnare lo stato di avanzamento dei lavori. Se quest’ultimo si distanzierà dal Piano presentato non avremo la restante parte dei fondi. È questo quindi il vero problema.

Una sorta di spada di Damocle…
Esattamente. Le criticità sono date dal fatto che per dare esecutorietà ai progetti abbiamo bisogno di una cabina di regia, che abbiamo, ma anche e soprattutto che non ci sia il boicottaggio implicito da parte dei diversi soggetti della pubblica amministrazione che sono chiamati a realizzare i progetti. Nessuno degli interventi previsti dal Piano, infatti, chiama in causa una sola amministrazione di un determinato Ministero, ma tutti ne coinvolgono più di uno contemporaneamente. Se non si crea, quindi, una sorta di ‘patto tra gentiluomini’ per non boicottare vien da sé che sarà molto difficile attuare tutto. C’è poi anche un’altra circostanza che aggrava le cose.

Qui l’articolo completo 

 

Quello che non sappiamo sul coronavirus secondo Anthony Fauci

Articolo pubblicato sulle pagine di Askanews

C’è ancora una “sostanziosa quantita di cose che non sappiamo” sul coronavirus: lo ha detto Anthony Fauci, consulente del presidente Joe Biden, in video-collegamento con un convegno organizzato dal pontifico consiglio per la Cultura.

Se io potessi rallentare l’attività vorrei capire come è possibile che lo stesso virus che ha ucciso così tante persone è un virus per il quale più della metà delle persone non ha sintomi. C’è qualcosa che non sappiamo sulla patogenesi del virus, e inoltre non sappiamo quanto è estesa l’abilità di questo virus di sviluppare nuove varianti se non lo sopprimiamo del tutto: abbiamo visto di settimana in settimana nuove varianti emergere, sudafricana, inglese, ora indiana”.

In merito alla situazione in India, Fauci ha raccontato che quando ha visto in televisione una folla partecipare ad una cerimonia religiosa nel fiume Gange si è detto: “Questa cosa non finirà bene, e infatti non è finita bene”.

Anthony Fauci ha anche sottolineato che il modo migliore per superare coloro che sono esitanti a ricorrere al vaccino è “la corrispondenza tra il messaggero e la audience: dipende da quale è l’audience e da chi invia il messaggio sulla vaccinazione. Se audience e messaggero si corrispondono, si può superare molta dell’esitazione”.

La disoccupazione in Italia

La disoccupazione in Italia è ancora oltre il 10% e la più preoccupante è quella giovanile e femminile. Bisogna affrontare la disoccupazione con una prospettiva differente, collegandola alla evoluzione del lavoro e alla preparazione con una formazione scolastica e permanente che vadano oltre i modelli fin qui consolidati.

Tra le lezioni apprese risalta la differenza fra il lavoro protetto (dipendenti pubblici, dipendenti stabili, professioni socialmente indispensabili) e il lavoro precario, in nero, a tempo parziale, con funzioni nuove ma ancora non normate, ecc.) Al netto dei Need (che comunque si dovrebbero liberare dalla loro condizione che li espone ancora più ai margini) l’ uscita dalla pandemia e il patto next generation eu. devono vedere la politica e
i legislatori impegnati, senza avere tregua, sulle soluzioni possibili e poi percorrerle senza indugio fino al completamento delle riforme necessarie. Devono sentirsi impegnati insieme a tutte le parte sociali e ‘non riuscire a dormire’ se non si sono offerte occasioni di lavoro perché nessuna famiglia soffra la fame.

Abbiamo negli occhi le file di persone umiliate, davanti ai centri caritatevoli, per accedere a un pasto o a un cesto di alimenti? Mi capita spesso, proprio in questo tempo e a causa del dramma di moltissime famiglie, di pensare a quanto poco strategiche siano state le scelte dei decenni precedenti (anch’io allora parte della classe dirigente del Paese) volte a modernizzare (?) e a risparmiare, senza comunque contenere il debito che si espandeva in modo eccessivo, con la soppressione delle festività, con l’abolizione del servizio militare obbligatorio, la eliminazione della medicina scolastica, con la rimozione dei bigliettai sui mezzi pubblici, ecc. Il risultato: diminuite le possibilità di screening generalizzate per fasce giovanili con l’integrazione culturale fra i giovani di tutte le Regioni e di imparare un mestiere (si sarebbe potuto semplicemente ridurre a pochi mesi la ferma), lasciando andare in rovina un grande patrimonio edilizio e ridotto il reddito di molte località dove erano site le caserme; eliminata una preziosa occasione di prevenzione generalizzata nelle fasce scolastiche; venuta meno la sicurezza sui mezzi pubblici e il controllo dei biglietti; non abbiamo più visto i vigili di quartiere, ecc.

Quante occasioni di lavoro. Forse, avessimo potuto contare su qualche algoritmo, sarebbe risultato che era più conveniente mantenere quelle attività piuttosto che sopprimerle. Anche prima della pandemia, il Paese appariva diviso in tre grandi categorie di lavoratori. Una composta da lavoratori di alta qualifica o comunque tutelati e privilegiati che non hanno visto la loro posizione a rischio. Una seconda categoria di lavoratori in settori o attività a forte rischio o comunque con possibilità di azione ridotta è entrata in crisi: commercio, spettacoli, ristorazione, artigiani, servizi. Un terzo gruppo è rappresentato dai disoccupati, dagli inattivi o dai lavoratori irregolari e coinvolti nel lavoro nero che accentua una condizione disumana di sfruttamento. Sono gli ultimi, in particolare, ad aver vissuto la situazione più difficile perché fuori dalle reti di protezione ufficiali del welfare. Va anche considerato il fatto che il Governo ha bloccato i licenziamenti, ma quando il blocco verrà tolto la situazione diventerà realmente drammatica.

Perciò ora la situazione va letta con lo sguardo lungo e alto, per recuperare tutte le energie e le risorse utili alla ricostruzione ‘postbellica’, che la pandemia ha bloccato e depresso. Inserire nella produzione di beni e servizi le categorie ancora escluse comporta una diversa
organizzazione sociale, a partire dalla centralità da attribuire alla famiglia. La normativa vigente è ricca di tutele diversificate per categorie ma non armonizzate ed anzi spesso conflittuali, causando anche ulteriori diseguaglianze. La prima fra tutte la sperequazione stipendiale fra uomini e donne e le difficoltà di carriera di queste per il carico dei tempi di vita e di lavoro. Lo smart working è sembrato l’uovo di Colombo per superare tali difficoltà. Invece ha reso il lavoro continuativo – h24! – con i risparmi solo di altri.

Il part-time, i congedi familiari, il lavoro da casa, i lavori stagionali, i ‘nuovi‘ lavori non catalogabili necessitano una grande innovativa concertazione con le parti sociali perché serve un ‘reset’ della cultura lavoristica. Oggi ci sono fasce sia pure tutelate sindacalmente inferiori per numero ai pensionati rappresentati. Quante riforme delle pensioni abbiamo subito! È tempo che si ponga mente alla parte della vita di coloro che lasciano il lavoro. Può essere che valga per tutti lo stesso limite di età? Non potrebbe essere utile che sia volontaria l’uscita dal lavoro? Sarebbe utile ascoltare gli psicogeriatri che raccontano cosa significa, in termini di salute, l’abbandono delle attività per certe categorie di cittadini. L’intelligenza artificiale aiuta l’analisi delle situazioni, i pro e i contro, poi tocca alla politica e ai sindacati assumersi la responsabilità delle scelte. Gli artigiani lamentano l’assenza di lavoratori in determinati settori (mancano circa 150.000 panettieri); gli imprenditori segnalano una pericolosa mancanza di addetti informatici, eppure sembra che i giovani si dedicano principalmente ad attività del settore informatico, ecc. Non si potrà concertare il futuro del lavoro senza la collaterale riforma della scuola e dell’Università perché i percorsi formativi dovranno rispondere alla visione di Paese. Ricordiamo per esempio che in 5 anni andranno in pensione 45.000 medici ed è cronica la mancanza di infermieri.

Si tratta di individuare priorità rigorose che consentano di raggiungere la piena occupazione. E questa deve essere libera dalle inacccettabili morti bianche e da alcune modalità di moderno schiavismo, come il caporalato. Gli asili nido e le scuole materne gratuite sono servizi essenziali e indispensabili per recuperare la occupazione femminile. Le priorità costringono a pianificare gli investimenti nazionali e a non ripetere scelte improvvide e sconclusionate, che hanno bruciato le risorse degli Italiani: dobbiamo dimenticare i miliardi finiti nel buco nero Alitalia? E per l’ILVA, perché non si dato corso alla soluzione programmata dai precedenti governi?
Col Recovery fund, sappiamo che saranno messe in campo molte risorse per completare o attivare nuove infrastrutture compresa finalmente la digitalizzazione. Ci vergognano un po’ di come sono state affrontate in passato questi ambiti indispensabili per il futuro del Paese?

Decine di anni per costruire ospedali che la pandemia ha svelato essere ancora solo scheletri; decenni per concludere il Mose, ma sembra abbia già bisogno di manutenzione. È ovvio, se fra progettazione e fine lavori trascorrono decenni! Vediamo molti cantieri sparsi per il bel Paese, fermi la notte e durante le feste: perché? Ormai non godiamo più del ‘settimo’ giorno di riposo e perfino i centri commerciali sono aperti h24. Recuperare tempo serve anche a risparmiare risorse perché non lievitano i costi.

Secondo l’associazione dei costruttori edili sono ben 739 le opere bloccate per un valore che si aggira intorno ai 72 miliardi. Ma non solo. A queste cifre si aggiungono quelle relative ai tempi di realizzazione. ”In genere per realizzare una grande opera da noi ci vogliono in media 15- 16 anni. L’Europa ci chiede di farlo in 5 anni. Dobbiamo dare operatività e regole che riducano gli iter burocratici concentrati sulla fase di gara e sull’individuazione di opere da commissariare ma non sulle procedure a monte della gara nelle quali si annida il 70% dei ritardi”. È più importante dare lavoro agli Italiani che sostenere una italianità che non ha senso nella globalizzazione e con la appartenenza alla casa comune europea.
“Peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi” ci ha avvertiti Papa Francesco.

La Merkel contraria alla proposta Biden sui vaccini

La cancelliera tedesca Angela Merkel si è opposta alla proposta degli Stati Uniti di rinunciare alla protezione dei brevetti per i vaccini Covid-19, mettendone in dubbio la realizzabilità.

“La protezione della proprietà intellettuale è una fonte di innovazione e deve rimanere tale in futuro”.

Se si seguisse il volere di Biden, questo avrebbe «implicazioni significative per la produzione nel suo complesso», dice Merkel. Perciò, aprire il know how avrebbe ricadute più negative che positive. Il piano degli Stati Uniti creerebbe “gravi complicazioni” per la produzione di vaccini.

Senza l’incentivo dei profitti dalla spesa per ricerca e sviluppo, i produttori di farmaci potrebbero non muoversi in modo così aggressivo per produrre vaccini in futuro, secondo le autorità di Berlino.

Secca è stata anche la reazione dell’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla. Il ceo ha spiegato di non essere «per nulla» a favore.

Per Ursula von der Leyen ci vuole una alleanza transatlantica per il clima

Ursula von der Leyen presidente della Commissione europea invita gli Stati Uniti a unirsi all’Unione europea verso un futuro a emissioni nette zero, così da creare una alleanza transatlantica per la neutralità climatica al 2050.

Secondo il presidente incaricato l’Europa è davanti a una scelta: “O paghiamo i costi dell’inazione o agiamo”. “Preferisco quest’ultima. Non sarà facile. Ci vorrà tutto il nostro ingegno, resistenza, investimento e coraggio. Ma abbiamo il mandato e la responsabilità di riuscire, insieme. Sono convinta che possiamo farcela”. “Ed è particolarmente incoraggiante avere di nuovo gli Stati Uniti con il presidente (Joe) Biden nell’accordo di Parigi”.

L’Europa -chiarisce Ursula von der Leyen- punta a diventare “il primo continente climaticamente neutro nel 2050”. E sottolinea che anche “altri stati stanno recuperando terreno” verso “l’ambizione europea” perché “Sud Africa, Corea del Sud, Giappone e Cina, per citare solo alcune delle principali economie” stanno prendendo “la strada verso un futuro” a zero emissioni.

Entrate tributarie: nel primo trimestre dell’anno gettito pari 99,6 miliardi

Nel periodo gennaio-marzo 2021, le entrate tributarie erariali accertate in base al criterio della competenza giuridica ammontano a 99.683 milioni di euro, segnando un incremento di 803 milioni di euro rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (+ 0,8%). Il confronto tra il primo trimestre del 2021 e quello del corrispondente periodo dell’anno precedente presenta un evidente carattere di disomogeneità dovuto al fatto che il lockdown, con le conseguenti misure economiche dirette ad affrontare l’emergenza sanitaria, è stato adottato a partire dall’11 marzo 2020. Inoltre, i provvedimenti di sospensione e proroga dei versamenti di tributi erariali, emanati nel corso dell’ultimo trimestre del 2020, hanno influenzato anche il gettito relativo ai primi tre mesi del 2021 modificando il consueto profilo temporale dei versamenti delle imposte.

Il mese di marzo, segnando la fine della sospensione dei versamenti in scadenza nell’ultimo trimestre del 2020, ha evidenziato una variazione positiva delle entrate tributarie pari a 3.723 milioni di euro (+13,2%).

Le imposte dirette hanno registrato un incremento del gettito pari a 1.109 milioni di euro (+7,9%) mentre le imposte indirette hanno segnato un rilevante incremento pari a 2.614 milioni di euro (+18,4%).

IMPOSTE DIRETTE
Nel primo trimestre 2021 le imposte dirette ammontano a 58.086 milioni di euro, con un incremento di 602 milioni di euro (+1,0%).
Il gettito dell’IRPEF si è attestato a 51.495 milioni di euro con una crescita di 495 milioni di euro (+1,0%), riconducibile principalmente all’andamento delle ritenute effettuate sui redditi dei dipendenti del settore pubblico (+507 milioni di euro, +2,2%) e delle ritenute lavoratori autonomi (+117 milioni di euro, +4,0%). Hanno registrato una lieve diminuzione le ritenute sui redditi dei dipendenti del settore privato (-161 milioni di euro, -0,7%).
Tra le altre imposte dirette si segnala l’incremento dell’imposta sostitutiva sui redditi nonché delle ritenute sugli interessi e altri redditi di capitale (+69 milioni di euro, +3,5%) e delle ritenute sugli utili distribuiti dalle persone giuridiche (+121 milioni di euro, +32,5%).
L’IRES ha evidenziato un gettito pari a 1.010 milioni di euro (-47 milioni di euro, -4,4%).

IMPOSTE INDIRETTE
Le imposte indirette ammontano a 41.597 milioni di euro, con un incremento di 201 milioni di euro pari allo 0,5%. All’andamento positivo ha contribuito l’IVA (+1.965 milioni di euro, +8,0%) e in particolare l’IVA sugli scambi interni (+2.217 milioni di euro, +10,5%). La componente relativa alle importazioni ha invece evidenziato una diminuzione del gettito (-252 milioni di euro, -7,5%), determinata in particolare dall’IVA riscossa a fronte dell’import di oli minerali (-16,1%).
Tra le altre imposte indirette, hanno registrato un andamento negativo l’imposta sulle assicurazioni (-62 milioni di euro, -15,3%) e l’imposta di bollo (-20 milioni di euro, -1,9%), mentre, l’imposta di registro ha evidenziato una crescita di gettito (+ 96 milioni di euro, +8,8%).

ENTRATE DA GIOCHI
Le entrate relative ai “giochi” ammontano a 2.637 milioni di euro (-631 milioni di euro, -19,3%).

ENTRATE DA ACCERTAMENTO E CONTROLLO
Le entrate tributarie erariali derivanti da attività di accertamento e controllo si attestano a 1.783 milioni di euro (-823 milioni di euro, -31,6%) di cui: 830 milioni di euro (-392 milioni di euro, -32,1%) sono affluiti dalle imposte dirette e 953 milioni di euro (-431 milioni di euro, -31,1%) dalle imposte indirette

Cisl Medici Lazio: Covid -19 e personale in pensione

“La Cisl Medici Lazio comunica che l’Inps, con la circolare n. 70 del 26/04/2021, ha fornito indicazioni in merito agli effetti pensionistici derivanti dagli incarichi conferiti ai pensionati per fare fronte all’emergenza sanitaria da COVID-19”.

La circolare in sintesi differenzia i sanitari tra coloro per i quali è prevista la sospensione del trattamento durante il periodo dell’incarico e coloro che possono mantenere l’assegno pensionistico cumulandolo con la retribuzione.

Alla prima categoria appartengono gli operatori sanitari collocati in pensione cosiddetta di vecchiaia ai quali si applica la sospensione.
Nella seconda categoria ci sono invece gli operatori sanitari che rientrano nella  cosiddetta quota 100  per i quali i redditi da lavoro autonomo sono cumulabili con la pensione.

“La Cisl Medici ricorda che questo argomento aveva suscitato nelle scorse settimane grandi polemiche a fronte della carenza di personale dedicato e del ricorso a forme di contratto di lavoro in somministrazione per il tramite di agenzie private. Una soluzione questa ultima assolutamente non in linea con l’idea di un rafforzamento concreto del servizio sanitario pubblico anche a fronte della recentissima intesa firmata con la Regione Lazio firmata il 30 aprile che prevede un concreto potenziamento del capitale umano.

La Cisl Medici – si legge nel comunicato a firma del segretario regionale Luciano Cifaldi e del segretario di Roma Capitale Benedetto Magliozzi – continua a ritenere non rinviabile il rafforzamento del servizio sanitario regionale attraverso le procedure che possano portare in piena trasparenza alle necessarie e non più rinviabili assunzioni a tempo indeterminato ed alla stabilizzazione del personale precario. Non è più accettabile che il servizio sanitario debba trovarsi in carenza di personale ad affrontare emergenze di tipo pandemico nonché altre situazioni di grave disagio per i cittadini quali il dilatarsi delle liste di attesa”.

Latina: la mostra open air per raccontare il lockdown nel mondo

L’Assessorato alla Cultura e Turismo del Comune di Latina continua la serie di mostre open air con i due progetti Smile at Home e This is Us, appartenenti sempre alla call Life in the Time of Coronavirus promossa da Roma Fotografia per raccontare l’emergenza sanitaria da Covid 19 nel mondo. Le mostre, fruibili attraverso la modalità delle affissioni pubbliche e sviluppate in 10 maxi poster 6×3 m, 40 manifesti 140×200 cm e 100 manifesti 100×140 cm, sono realizzate su iniziativa di Fabio D’Achille, delegato alla Promozione dell’Arte Contemporanea, e dell’Assessore del Comune di Latina Silvio Di Francia.

 

Smile at Home, curata da Maria Cristina Valeri, Alex Mezzenga e Gilberto Maltinti, è la seconda selezione delle fotografie della call Life in the time of coronavirus promossa da Roma Fotografia in collaborazione con la rivista Il Fotografo, il Festival della Fotografia Etica di Lodi, TWM Factory e The Walkman Magazine. #smileathome nasce dalla fantasia, ironia a e creatività con la quale fotografi, fotoamatori e cittadini hanno voluto interpretare, attraverso i loro scatti, il desiderio di una lettura diversa, cinematografica, a volte surreale di questo evento storico: uno sguardo oltre, capace di proiettarsi già in un futuro di elaborazione, rinascita e ripartenza per tutti noi. La mostra, nel suo viaggio itinerante, vuole quindi donare un sorriso che illumini ogni volto anche se solo per pochi attimi.

This is Us, curata da Alex Mezzenga, è la terza selezione delle fotografie arrivate alla call: ciascuno di noi si è fermato e ha vissuto come in un tempo sospeso; chi non lo aveva mai fatto prima è stato costretto a guardarsi allo specchio, a fare i conti con la propria esistenza e ridisegnare spazi e abitudini, con la certezza e il conforto che da ogni parte del mondo si stessero affrontando le stesse difficoltà e si coltivassero gli stessi sogni. #thisisus è una selezione di immagini che immortala istanti, azioni, situazioni che sembra parlare a nome di tutti e così raccontare ciò che ognuno di noi ha fatto o ha pensato almeno una volta durante i primi drammatici mesi della pandemia, senza retorica o compassione ma con l’unico intento di suscitare negli occhi di chi guarda l’emozione di ritrovarsi in tanti piccoli gesti che si sono ripetuti giorno dopo giorno in ogni angolo del mondo.

L’Unione Europea dopo la pandemia

Pubblichiamo per gentile concessione l’intervento del Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, che appare sul numero 21 del Working Paper della Fondazione Ezio Tarantelli -Centro Studi Ricerca e Formazione» (Cisl).

Per l’Unione europea e per il mondo, la drammatica crisi provocata dalla pandemia è stata un vero e proprio spartiacque, un evento devastante quanto inatteso.

Tutto ciò ha determinato forti cambiamenti, non solo sul piano personale e collettivo ma, in generale, anche sulle dinamiche sociali, sui diversi modelli di produzione, sulle regole istituzionali, sulle funzioni politiche.

Sarà molto difficile, quindi, archiviare o semplicemente dimenticare questa esperienza perché questo virus è riuscito a mettere in evidenza le contraddizioni di un mondo globale senza regole che, specialmente negli ultimi vent’anni, non ha fatto altro che produrre vere e proprie fratture nel corpo sociale.

Interi settori delle nostre economie hanno dovuto chiudere o sono falliti; la pandemia ha colpito la parte più vulnerabile della società: gli anziani, le persone isolate, le donne, i giovani e i disabili. Ma soprattutto questa stagione ha messo a nudo le debolezze di una visione economica imperniata sul neoliberismo che ha determinato nuove disuguaglianze.

Di fronte a questa emergenza, l’Europa ha reagito con determinazione e fermezza. Le risorse messe in campo dalle istituzioni europee hanno rappresentato, infatti, una svolta senza precedenti. Oltre ad aver stanziato massicci trasferimenti di bilancio a favore degli Stati membri (finanziati da un prestito comune contratto dalla Commissione europea a nome dell’UE), l’Europa ha varato un piano di ripresa lungimirante, sostenibile dal punto di vista economico e sociale e soprattutto con uno sguardo rivolto alle prossime generazioni.

L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che fissa traguardi ulteriori dopo gli Obiettivi del Millennio, ci ricorda che lo sviluppo sostenibile è oggi non solo condizione essenziale per il pianeta e l’umanità ma anche un dovere verso le generazioni future.

La sostenibilità rappresenta quindi la sintesi, l’orizzonte ma, al tempo stesso, anche il paradigma con cui dobbiamo declinare i temi dello sviluppo economico.

In questo senso tutti gli Stati membri hanno il dovere di svolgere un lavoro attento sulla programmazione e sulla pianificazione degli interventi previsti nei Piani Nazionali di Ripresa e di Resilienza, poiché siamo davanti ad una trasformazione ecologica e digitale che implicherà un cambiamento profondo degli stili di vita, dei consumi, della produzione, del mondo del lavoro e della vita quotidiana delle persone.

La pandemia, insomma, non è una parentesi, ma un forte invito a proiettarci nel futuro, a progettare insieme un’Europa più giusta che possa restituire centralità alla persona umana, investire sul valore della comunità e perseguire uno sviluppo integrale orientato al bene comune.

L’Europa può svolgere un ruolo da protagonista e indicare nuovi modelli che possano conciliare crescita economica e sostenibilità, perché le regole del mercato senza la difesa dei diritti umani, il senso della libertà e della democrazia, sarebbero soltanto delle leggi economiche che fanno prevalere il più forte e questo non possiamo accettarlo.

Non si tratta di recuperare ricette del passato, ma di affermare una funzione in difesa dei più deboli e di stabilire nuove alleanze con il mondo del lavoro e le imprese. Nessuno deve rimanere indietro: dobbiamo garantire la creazione di nuovi posti di lavoro e di nuove opportunità per tutti.

Per questo dobbiamo valorizzare ancora di più quell’idea di cittadinanza globale e di cittadinanza solidale che sta alla base di una società aperta ed inclusiva. Non è accettabile un’economia senza morale, uno sviluppo senza giustizia, una crescita a scapito delle generazioni future.

Si, perché il mondo prima della pandemia aveva scavato solchi profondi nel corpo sociale e prodotto notevoli diseguaglianze. Negli ultimi anni, la crescita non è stata per tutti. Ed è proprio il concetto di crescita che dobbiamo rivedere per parlare di sviluppo e lavoro.

I dati dell’Istat sulla povertà in Italia valgono per tutti i paesi dell’Unione. Decine di milioni di europei che erano sulla soglia della fascia di povertà sono al di sotto, e decine di milioni de europei che erano ceto medio basso sono adesso sulla soglia della fascia di povertà.

Abbiamo qualcosa da dire? Pensiamo che sia sufficiente dire loro che quando arriverà la crescita riprenderanno a vivere? Pensiamo che sia un problema delle associazioni di assistenza? I poveri non possono aspettare. E questi cittadini reclamano dignità. È un terreno molto insidioso per le forze politiche democratiche, perché se si girano dall’altra parte possono venire travolte, se non dalla rabbia di certo dall’indifferenza.

Se chiediamo a una persona in difficoltà di resistere due mesi con qualche sostegno, anche piccolo, probabilmente può farcela. Ma certamente non può essere quella la condizione per affrontare nel lungo periodo una battaglia per la sopravvivenza. Il richiamo del Parlamento europeo con la proposta di salario minimo è stato raccolto dalla Commissione europea.

Noi progressisti ci abbiamo fatto la campagna elettorale. E oggi quello è uno strumento ottenuto ed è sul tavolo. Spero che tutti i governi si accorgano della necessità di avere questo strumento per accompagnare il sostegno alle povertà con l’esigenza di uguaglianza.

In questo momento, poi, tutti i paesi europei stanno producendo altro debito. Lo lasceremo alle prossime generazioni?

Penso che, tenendo conto delle necessarie compatibilità da conciliare con il principio cardine della sostenibilità del debito, sia necessaria una riflessione senza pregiudizi per mitigare gli effetti di un indebitamento che rischia di compromettere il futuro.

Il debito contratto dai vari Paesi in questo periodo di crisi deve essere considerato, infatti, come l’unica scelta possibile per salvaguardare i livelli occupazionali, la continuità delle nostre imprese e, non ultima, anche la pace sociale. Da qui nasce la mia proposta di valutare la sterilizzazione dei debiti contratti dai governi in tempo di Covid.

Si è finalmente acceso un dibattito, sostenuto dalla politica ma anche da molti economisti. Credo che questo sarà un tema centrale del prossimo futuro e che dovrà’ trovare presto una risposta.

La politica dell’austerità in Europa ha fallito. Adesso dobbiamo rilanciare con forza le economie senza temere di rimanere strozzati da questo debito, che rischia di essere un fardello troppo pesante per molti paesi europei, mettendo in grave pericolo la ripresa.

Abbiamo certamente bisogno di visione a medio e lungo termine, ma dobbiamo anche calarci nel concreto delle difficoltà materiali delle persone perché vi è la necessità di provvedere da subito al sostentamento di milioni di europei. Lo sforzo è inedito e molto impegnativo. Richiede responsabilità e invenzioni, come quelle messe a disposizione dall’Unione in questo primo anno di pandemia.

È nell’interesse dei nostri cittadini rafforzarci insieme. Abbiamo davanti a noi un esercito di precari e questa situazione già fragile, si è aggravata ancora di più con l’arrivo del virus. Abbiamo una forza lavoro composta da persone con contratti a breve termine.  Dobbiamo dare loro un lavoro sicuro. È chiaro che gli anelli deboli delle nostre catene sociali fanno fatica a sostenere il peso della crisi.

Le donne ed i giovani, in particolare, sono vittime delle forti diseguaglianze prodotte nel decennio precedente. Se continuassero a rimanere esclusi, emarginati o sottopagati, la loro precarietà – oltre ad essere il segno di una profonda ingiustizia – potrebbe trasformarsi di una potente bomba sociale.

Adesso dobbiamo impegnarci tutti a dare basi solide al nuovo corso e, in questo senso, penso che sia necessario ripensare gli strumenti della governance economica europea.

Nonostante la Commissione europea abbia annunciato di voler estendere anche al 2022 la sospensione del Patto di Stabilità e Crescita, penso che sia necessario rivedere e riformare alcuni aspetti di questo accordo, alla luce dell’attuale contesto sociale ed economico che stiamo vivendo.

In altre parole, se in futuro questo strumento venisse reintrodotto così come lo conosciamo, potrebbe mettere in seria discussione la ripresa dei nostri Paesi e la capacità del Recovery Fund di avere gli effetti che tutti si augurano.

Nei prossimi mesi quindi dovremmo assumere decisioni di grandi rilievo perché, vista l’attuale situazione economica, ben 25 paesi membri rischiano di vedersi aprire una procedura per deficit eccessivo, un’eventualità che potrebbe essere un segnale negativo per la credibilità stessa delle nostre regole.

Tutto questo ci impegna a definire anche una nuova idea di Europa, come ci hanno chiesto milioni di cittadini quando, alle ultime elezioni europee, hanno dato fiducia ad un cambiamento possibile: un’Europa che ascolta, che si pone al servizio delle persone e che cerca convergenze sui grandi temi.

Un’Europa utile, che sappia guardare in profondità il nostro tempo, che non si accontenti di auto-conservarsi, disposta a mettersi in gioco, a ripensare al proprio funzionamento democratico. Servono grandi riforme e la drammatica lezione del Covid-19 ci dice che non è più tempo di aspettare perché domani sarà troppo tardi.

Gli Italici ed il mos maiorum

Il caso Putin-Sassoli mi porta a fare una considerazione sull’italicità e sulle nostre radici identitarie. E le radici identitarie degli Italici sono a Corfinio, in Abruzzo, l’antica Corfinium,  Capitale della Lega Italica. Qui i  i Peligni, i Marsi e tutti i popoli italici,  pur  diversi per lingua, tradizioni, storia, cultura si legarono in una Confederazione Unitaria, stretti in un comune patto di fedeltà di azione e sacrificio per combattere contro Roma. 

La guerra fra i popoli italici e Roma non fu condotta per motivi di dominio  o di territorio ma per obiettivi etici-culturali: Roma, sebbene fu più volte sconfitta dai popoli italici, concesse a tutte le popolazioni italiche il diritto di cittadinanza romana, sulla base non dello Jus sanguis o dello Jus soli ma del mos maiorum. E così i popoli italici, continuarono a conservare e tramandare alle successive generazioni la loro etica ed il loro valori identitari. 

Ed il Presidente del parlamento Europeo, David  Sassoli, richiamando i valori dello stato,  del  diritto e della libertà è sicuramente un novello Italico che difende il “mos maiorum”. Il senso civico, la pietas, la difesa dei valori, la correttezza dei comportamenti , il rispetto delle leggi sono le basi fondamentali del mos maiorum e devono rappresentare la viva linfa che alimenta la coscienza e l’azione degli italici tutti.

La strenua difesa dei valori del Presidente Sassoli è per noi italici un monito ed un esempio. Solo insieme ci si può salvare.. Stati ed Europa.. Pluralità che diventa Unicita”..E la Pluralità e l’ Unicità insieme sono la forza.

L’Italicita’ può essere l’ humus fertile che alimenta tale forza…

L’Italicita’ è unione , coesione, progettualità comune contro i totalitarismi e contro ogni tentativo di negazione dei principi etici del mos maiorum, come il Presidente Sassoli ha magistralmente dimostrato.

 

Comprensione, il vaccino per l’indifferenza

Avremmo piacere se un collega, magari sapendo di qualche nostro cruccio o preoccupazione, si affacciasse alla porta del nostro ufficio chiedendoci “Come va? Posso esserti utile?”.

Ci consolerebbe se, rientrando a casa la sera, trovassimo qualcuno che, prendendoci la mano tra le sue o abbracciandoci, ci restituisse improvvisamente quel calore umano che non abbiamo avvertito nella giungla metropolitana o nelle alterne vicende della giornata?

Ci sarebbe di aiuto se ogni tanto ricevessimo una parola di incoraggiamento, di conforto, di sostegno, specie nei momenti bui nei quali l’anima è più incline alla tristezza e alla depressione?

La solitudine a volte è una situazione cercata, più spesso è una condizione subita.

Nasce dai pensieri, dalle ansie, dai sensi di colpa e si realizza in condizioni esistenziali marginalizzanti ma si rafforza spesso anche per le frequenti e reciproche incomprensioni.

Siamo potenzialmente ricchi di umanità e potremmo avvalercene con straordinaria disponibilità di mezzi e modi di espressione se solo fossimo più accorti nel far buon uso dei nostri sentimenti.

Appartiene alla nostra modernità la tendenza ai solenni proclami: una ormai datata proliferazione di leggi, trattati, declaratorie, impegni, affermazioni di principio che tacita le nostre coscienze, ma poi ci accorgiamo che sovente siamo più vittime che fruitori di tanta ostentazione.

Vogliamo regolamentare la nostra vita attraverso il riconoscimenti dei diritti: non c’è mai stato un periodo di così lunga e sostenuta rivendicazione di universalità, tolleranza, intercultura, accoglienza.

Ma proprio in nome di tanta opulenza di principi generali difettiamo di senso pratico, non sappiamo partire dalla nostra quotidianità.

Eppure la lunga deriva di questa modernità origina da due guerre che hanno lasciato orrori e nefandezze nella memoria di chi ha visto e nei ricordi che ci sono stati consegnati dalla tradizione.

E’ come se allontanandoci a poco a poco da quegli eventi avessimo perduto di vista gli insegnamenti di quelle lezioni esistenziali: si riaccendono infatti, se mai sono stati sopiti, i focolai dell’odio e della violenza, le logiche dello scontro e della sopraffazione.

Non dobbiamo scavare trincee per ritrovarci combattenti nel sacrosanto nome dei nostri diritti, basta aprire o chiudere la porta di casa.

Oltre le congetture e i puntigli sui massimi principi sappiamo realizzare che le spiegazioni più efficaci sono quelle più semplici, le più convincenti sono quelle che originano dall’esempio?

La lettura delle evidenze della vita è sempre condizionata dalla ricerca di motivazioni oggettive: non è necessario rivivere due volte la propria esistenza per accorgersi invece che l’ordine delle cose non sempre riflette gli stati d’animo, i modi e le forme del pensiero.

Riscontriamo ogni giorno contesti e situazioni dove le difficoltà non risiedono nella realtà quanto invece abitano nella mente e nel cuore della persone.

Se viviamo in una condizione di sofferenza e di inganni perché non tendiamo la mano, per primi, per incontrare la mano altrui? 

L’umana comprensione ci nobiliterebbe più della solennità dei principi, infatti è anche più difficile essere coerenti con le idee che si propugnano piuttosto che recitarle enfaticamente.

Mi pare anche che molte criticità discendano direttamente dai toni esasperati con cui viviamo le situazioni.

L’educazione al dialogo, al confronto pacato, ai toni miti, alla compostezza dovrebbe essere una costante nei comportamenti individuali e sociali.

Morti sul lavoro. Luana D’Orazio e gli altri.

Chissà cosa direbbe oggi quel ministro che definì i giovani “choosy”, schizzinosi, nella ricerca di un posto di lavoro. Forse allora parlava dei giovani studenti borghesi, di quella realtà con cui entrava a contatto quotidianamente. Dei ragazzi e delle ragazze mantenuti dai genitori per studiare, a volte persino fuoricorso, adagiati all’università come nella vita. Eppure, lo specchio del Paese non era evidentemente quello, allora come oggi. Chi definisce i ragazzi “schizzinosi” lo fa ignorando Luana D’Orazio, mamma 22enne morta durante il turno di lavoro, in una fabbrica per la lavorazione tessile, in provincia di Prato.

Uccisa, stritolata dall’ingranaggio di una macchina, il 3 maggio, aggiungendosi alla serie non indifferente di morti sul lavoro, anche tra i giovani che non disdegnano impieghi faticosi e tutt’altro che intellettuali. Chi chiama i giovani “scansafatiche” ignora Sabri Jaballah, anche lui 22nne, anche lui morto in fabbrica a febbraio scorso, morto a Prato in circostanze simili. Alcune costanti: la pericolosità del lavoro, i dubbi sul rispetto delle norme di sicurezza 91/08, e tanta voglia di lavorare, senza guardare lo status sociale, o l’orologio. Nel 2020 i giovani occupati tra i 18 e i 29 anni erano circa 35 milioni. L’immagine di un’Italia diversa, sepolta, per la maggior parte di noi sconosciuta.

Un’Italia che in troppi non vogliono vedere. L’immagine di un Paese in cui tutti, anche i ragazzi, hanno sempre lavorato in ogni ambito, come artigiani e come operai, pur non facendo notizia, pur non essendo nelle grazie di quei genitori che ancora vivono nell’illusione di un figlio medico o avvocato, riversando le loro ambizioni frustrate nei loro figli. Ma c’è un’Italia diversa. C’è sempre stata. L’Italia di Luana e di Sabri. L’Italia di Jessica, una ragazza che conobbi personalmente un anno fa; una studentessa di filosofia, ora laureata. Anche lei non è una privilegiata. Ha lavorato, per poter studiare, come lavora anche oggi, mentre specializza i suoi studi, rincorrendo la sua passione per insegnare, forse, un giorno, ai bambini delle scuole elementari, per quei bambini di cui ha sempre amato la compagnia e per cui ha deciso di formarsi.

Ma ora deve lavorare, Jessica, mentre studia filosofia. Anche lei in fabbrica, nel vicentino, con turni di lavoro anche di 10 ore di fila. L’ho rivista di recente. “Lavori ancora in fabbrica?” Le chiesi. “Si” mi rispose lei, con un tono stanco, ma non sfiduciato. “Come la filosofa Simone Weil”, le dissi. A Jessica le si illuminarono gli occhi, e sorrise. Jessica non studia filosofia: la vive. Questi ragazzi sono i protagonisti non televisivi di un’Italia migliore: una comunità di persone che, anziché formarsi, formano il Paese, restituendo qualcosa, e con gli interessi. Ragazzi e ragazze che non voltano le spalle al lavoro, anche al più duro, senza fare la “bella vita” pur di avere la dignità del sacrificio. Un sacrificio compiuto per esigenza di onestà, che è la più alta gioia dello spirito.      

Firenze, telefonia comunale smart: 3500 utenze passano a Voip

Un sistema evoluto di telefonia per connettere fino a 3500 utenze comunali in modo smart e rendere sempre più efficiente il sistema alla base del lavoro agile. E’ l’obiettivo del piano di attivazione di centrali telefoniche evolute che ha avuto oggi il via libera della giunta di Palazzo Vecchio su proposta dell’assessore ai Lavori pubblici Titta Meucci. Un progetto da 200mila euro realizzato dalla direzione Servizi tecnici per completare rapidamente l’implementazione della tecnologia VoIP negli uffici comunali, con il potenziamento di uno strumento importante anche per il sistema di smart working.

“Un’evoluzione importante del sistema di telefonia comunale – ha detto l’assessore Meucci -. che consentirà di gestire fino a 3500 utenze con la tecnologia Voip e di dare un ulteriore supporto tecnico all’efficienza del sistema di smart working comunale. Un intervento da 200mila euro progettato dai Servizi tecnici del Comune, che sarà attuato in tempi rapidi per garantire funzioni telefoniche professionali anche nel lavoro da remoto e da qualsiasi dispositivo”.

Il sistema Voip (Voice over IP ) è la tecnologia che rende possibile effettuare una conversazione telefonica sfruttando una connessione Internet o un’altra rete dedicata che utilizza il protocollo IP. Il sistema comunale garantirà la gestione fino a 3500 utenti telefonici e la possibilità di sfruttare il sistema telefonico da remoto.

Ritorna l’azalea della Fondazione Airc

L’azalea della Fondazione Airc (Associazione italiana per la ricerca sul cancro) ‘rifiorisce’ domenica 9 maggio, in occasione della Festa della mamma, per sostenere la ricerca sui tumori che colpiscono le donne.

Compatibilmente con le indicazioni delle autorità sanitarie e di governo, i volontari Airc torneranno dunque nelle piazze per distribuire l’Azalea della Ricerca a fronte di una donazione di 15 euro.

L’Azalea sarà affiancata da una speciale Guida con informazioni su prevenzione, cura dei tumori e alcune facili ricette da dedicare alla mamma.

Inoltre, è possibile ricevere l’azalea direttamente a casa o fare una sorpresa alle persone che amiamo ordinandola su Amazon.it (amazon.it/aircfondazioneairc), che rinnova così il supporto alla ricerca oncologica della Fondazione. Le consegne in tutta Italia sono garantite da BRT Corriere Espresso che si riconferma partner tecnico dell’iniziativa. Tutti gli aggiornamenti sulla distribuzione sono disponibili in tempo reale su lafestadellamamma.it.

Roma: il tuo quartiere ti dà lavoro

Recuperare immobili del patrimonio capitolino e metterli a disposizione gratuitamente per 24 mesi a chi aprirà nuove attività assumendo nel territorio. La Giunta capitolina ha dato il via libera alla prima fase attuativa del progetto “Il tuo quartiere ti dà lavoro”, strutturato dall’Assessorato al Patrimonio e Politiche Abitative e dall’Assessorato allo Sviluppo Economico Turismo e Lavoro su proposta della delegata della Sindaca alle Periferie Federica Angeli.

Il progetto vuole creare una rete imprenditoriale a servizio di alcuni quartieri periferici di Roma, al fine di contrastare situazioni di marginalità socio-economica e criminalità organizzata sul territorio. In questo senso va letta la valorizzazione di alcuni locali commerciali non utilizzati del patrimonio di Roma Capitale che saranno assegnati a coloro che si impegneranno a creare nuovi posti di lavoro in luoghi dove si registrano alti tassi di disoccupazione, realizzando attività commerciali, ludico-ricreative o nuovi servizi per il quartiere in cui si inseriscono.

I primi locali considerati idonei al progetto sono nove: sette si trovano nel Municipio X, di cui sei ad Acilia in largo del Capelvenere e uno a Ostia in via delle Baleari, altri due sono a San Basilio, Municipio IV, in via Luigi Gigliotti e via Carlo Tranfo.

Il Dipartimento Patrimonio e Politiche Abitative predisporrà la due diligence, la stima del canone di locazione, il computo degli eventuali lavori iniziali necessari e la stipula dei contratti a corredo della manifestazione di interesse, mentre il Dipartimento Turismo, Formazione Professionale e lavoro attiverà la procedura a evidenza pubblica finalizzata all’assegnazione.

Gli assegnatari, in ragione dell’impegno economico richiesto per l’avvio attività, potranno usufruire dell’esenzione del canone per 24 mesi al termine dei quali dovranno corrispondere il canone di mercato definito in sede di aggiudicazione. Eventuali lavori per il ripristino dell’uso dell’immobile, ove necessari, saranno effettuati dagli assegnatari e scomputati dal terzo anno in poi.

Ripartiamo dal basso. La diaspora non è una condanna.

Come attivati dallo stesso input sono giunte oggi due note: la prima di Giorgio Merlo, pubblicata su “Il domani d’Italia”: E se resta il maggioritario? E l’altra di Gianfranco Rotondi, con una lettera inviata ad alcuni amici della Federazione Popolare DC. Sono le realistiche prese di posizione di due amici, entrambi eredi della grande tradizione politica della sinistra politica e sociale vissuta alla scuola di Sullo e Gerardo Bianco per Rotondi e per entrambi a quella di Forze Nuove di Carlo Donat Cattin. Merlo fiutata l’aria che tira, dopo il pronunciamento del segretario del PD, Enrico Letta, per una legge maggioritaria, quella del mattarellum, conclude così: sia che rimanga il rosatellum in vigore, sia che si adotti un’altra legge maggioritaria come quella indicata da Letta, è evidente che, salvo correre per la testimonianza, agli elettori dell’area DC e popolare non resterà che verificare la compatibilità politica e programmatica con i due schieramenti che saranno probabilmente in campo. Una sfida che, a suo parere, “andrebbe vissuta fino in fondo, proprio perché il ruolo di una componente terza come quella di ispirazione cattolico democratica potrebbe risultare decisiva”.

Rotondi, con il realismo politico che lo contraddistingue, con la sua lettera carica di amarezza prende atto delle difficoltà sin qui incontrate per il decollo del progetto politico della Federazione Popolare DC, così come quello della formazione di un gruppo parlamentare democristiano insieme agli amici del Centro democratico di Tabacci e ai Verdi, nel segno dell’enciclica di Papa Francesco sulla difesa del creato. Scrive Rotondi: “I due progetti sono fermi. L’Udc non ha formulato alcuna proposta di un congresso straordinario di rifondazione, anzi nel corso della sfortunata degenza dell’on. Cesa, il presidente di quel partito ha partecipato a tutte le riunioni del centrodestra chiudendo di fatto la strada a una scelta centrale di riaggregazione. Per analoghi motivi di schieramento l’on. Tabacci ha rinunciato a condividere con noi la formazione di un gruppo parlamentare, ritenendo prioritario lo schieramento nel centrosinistra. Ancora una volta le alleanze prevalgono sull’identità. Io resto persuaso della possibilità di creare al centro una rinnovata presenza dei cattolici, senza escludere alleanze, ma avendo la disponibilità anzitutto interiore di poter rinunciare ad esse e correre da soli alle elezioni politiche. Ritengo che l’orizzonte ambientalista possa essere una nuova missione programmatica tale da giustificare l’azzardo di un nuovo partito espressione dei cattolici democratici. Riflettiamo assieme sulla possibilità di un nuovo esordio, sapendo però che la strada è in salita e prima di intraprenderla dobbiamo interrogarci seriamente e serenamente sull’ effettiva volontà di provarci”.

Confesso che da St Vincent del novembre scorso avevo sperato anch’io che i due progetti, quello partitico della riunificazione dei partiti della federazione democristiana sotto lo scudo crociato, attraverso un allargamento dell’UDC e quella della formazione di un gruppo parlamentare democratico cristiano e popolare andassero a buon fine. Preso atto della realtà effettuale, tuttavia, prima di gettare la spugna, credo si debba tentare di ripartire dal basso. E’ evidente che è finito il tempo per quegli amici che da venticinque anni fanno giochetti personali fuori da ogni logica politica capace di riunire tutti in unico partito. Qualcuno continua nel ruolo di paggio servente del Cavaliere e qualcun altro di reggicoda prima di Renzi, Zingaretti e ora, anche se non ancora sicuro, di Letta. Ecco perché si tratta di voltare pagina e di ripartire dal basso. Basta con i tentativi di recuperare Cesa, incapace di sottrarsi ai condizionamenti pelosi di De Poli sempre al seguito di Taiani come un cagnolino di compagnia. Si tratta, invece, di verificare concretamente sui territori se esistono le condizioni per presentare liste unitarie dei democratici cristiani e popolari alle prossime elezioni amministrative.

A Torino l’amico Mauro Carmagnola molto coraggiosamente sta portando avanti la buona battaglia dei DC torinesi, come in altri comuni del Piemonte e, analogamente, dovremmo fare nelle altre grandi città: Roma, Milano, Napoli, Bologna, nella Regione Calabria e in tutti i comuni grandi e piccoli dove sia possibile. Dove non siamo riusciti con i vecchi leader ormai consunti e condizionati da troppi vincoli, soprattutto preoccupati della personale sopravvivenza, cerchiamo che siano le forze di una nuova leva di dirigenti locali ad assumere il testimone della nostra migliore tradizione politica e culturale. Ripartiamo dai comuni, là dove nacque e si consolidò l’esperienza politico amministrativa dei cattolici democratici e cristiano sociali e se una classe dirigente ormai vecchia e stantia di destra e di sinistra, pensa di rifugiarsi nel maggioritario per consolidare un bipolarismo incapace di offrire reale governabilità al Paese, riparta dal basso una presenza dei cattolici per una nuova speranza nel segno della “migliore politica” come indicato nel capitolo quinto dell’enciclica “Fratelli Tutti”.

Pablo Iglesias si dimette dopo la vittoria a Madrid di Isabel Ayuso

Articolo pubblicato sulle pagine di Askanews

a candidata del Partito Popolare spagnolo alle elezioni regionali della Regione Autonoma di Madrid, Isabel Díaz Ayuso, ha vinto le elezioni ma per governare avrà bisogno del sostegno del partito di estrema destra Vox. Lo sostiene un exit poll di GAD3 per TVE e Telemadrid, citato da El Pais.

Con un numero compreso tra 62 e 65 rappresentanti del Partito Popolare, Isabel Díaz Ayuso avrebbe dunque vinto le elezioni per la presidenza della Comunità di Madrid e governerebbe con il sostegno di Vox (tra 12 e 14 seggi). Con una maggioranza assoluta di 69 deputati, il blocco di destra otterrebbe tra 74 e 79 rappresentanti, contro i 56-63 dal blocco di sinistra (25-28 del PSOE, 21-24 di Mßs Madrid e 10-11 di Podemos).

Questo risultato consentirebbe al Partito popolare di mantenere il potere in una regione in cui governa ininterrottamente da più di un quarto di secolo, e ricompenserebbe la rischiosa decisione di anticipare le elezioni, dal momento che la candidata conservatrice avrebbe raddoppiato il risultato di due anni fa (30 rappresentanti nel 2019).

Intanto, dopo la pesante sconfitta dello schieramento di sinistra, il fondatore e segretario generale di Podemos Pablo Iglesias si è dimesso da tutte le cariche.

Il mite Pio VII e il superbo Bonaparte. I trentatré gradini

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giuseppe Lorizio

Il 5 maggio ricordiamo i duecento anni dalla morte di Napoleone Bonaparte e la Francia sta facendo i conti, non senza disagio ed imbarazzo, con una memoria, che chiede di essere purificata. Quale lettura/interpretazione teologica possiamo attivare in tale circostanza? Mi lascio guidare da uno scritto di Antonio Rosmini, che riproduce il panegirico di Papa Pio vii, pronunciato a Rovereto in occasione del trigesimo della morte del Pontefice (20 agosto 1823). Egli, esule ed umiliato, incoronò l’imperatore, il quale aveva scelto il millenario dall’incoronazione di Carlo Magno, come data evocativa e suggestiva per inaugurare il suo potere, con la benedizione della Chiesa. Ma quanta distanza regni fra la prospettiva della christianitas moedievalis e quella della modernità, si può facilmente scorgere dalle pagine rosminiane.

Il testo darà lavoro alla censura austriaca e lo studio dei brani censurati risulta di grande interesse per la storia della politica culturale dell’Impero asburgico nei confronti dei popoli sudditi agli albori del nostro Risorgimento e nei confronti della cultura cattolica più fedele al pontificato. La riflessione sulla storia più recente offre al giovane panegirista l’occasione di meditare — non senza la complicità di Joseph de Maistre — sul rapporto Chiesa/Mondo a partire da un elemento strutturale di quella che in seguito sarà definita la «società teocratica soprannaturale»: il pontificato. Se la prospettiva demaistriana è quella di una giustificazione apologetica del primato pontificio e del suo ruolo nella Chiesa e nella società, in termini di autorità suprema anche nei confronti delle sovranità temporali, nella linea teorica fondamentale del tradizionalismo, il Panegirico rosminiano viene a verificare storicamente, nella contrapposizione concreta, di cui è fresca la memoria, l’antagonismo tra le due città: l’una incarnata dal mite Pio VII , l’altra dal superbo Bonaparte.

Onde evitare il «servo encomio», tipico dei panegiristi cortigiani, il Rosmini compie un notevole sforzo di indagine storica per appurare i particolari dei momenti salienti della vicenda umana e politica del Pontefice che commemora. Una curiosa vicenda porta, ad esempio, alla cancellatura nel manoscritto di un passaggio nel quale plasticamente si esprimeva la contrapposizione fra i due regni. La scena è quella dell’incoronazione di Napoleone, il cui scenario prevedeva un trono di trentatré gradini per l’imperatore, mentre al Papa ne riservava uno di soli otto: «(…) nulla grava a Pio VII finalmente (mentre su tutto passeggia altissima la sua Sapienza) e comportare a Parigi l’incoronamento, e trasferirsi egli medesimo, e in quella cerimonia a Parigi, come in tutto il tempo che ivi fu, soffrire tacente [che chi incoronava in persona di Dio ascendesse otto gradi di un trono, per trentatré ascendesse un trono chi si incoronava: l’opposto di quanto i secoli precedenti, meno di scienza chiari e meno oscuri d’orgoglio, accostumavano e all’amplesso di pace] la vista dell’imperiale ambizione occupata e sollecita di gettar ombra su quella gran luce del sommo pontificato, onde per la troppa vicinanza temeva il geloso Sire venirne ecclissato».

Il Rosmini autocensura il riferimento ai due troni, dopo aver appreso dal Cappellari che in realtà nel presbiterio vi era soltanto il trono del Papa con otto gradini e che l’imperatore fu accompagnato su un grande palco, di circa trenta gradini, preparato in fondo alla cattedrale. L’epoca medievale e quella moderna risultano tuttavia molto ben disegnate nell’espressione cancellata, che esprime con molta chiarezza la posizione dell’Autore nei loro confronti.

L’intento che anima queste pagine non è tuttavia solo quello di proporre una biografia documentata del Pontefice, cui lo scritto è dedicato, ma anche quello di tracciare le grandi linee secondo cui si svolge il percorso della storia, a partire da un suo momento particolarmente significativo: l’«invisibile Provvidenza che a tutto sovrasta» non abbandona mai le redini delle vicende umane, neppure in frangenti drammatici, nei quali sembra «che dalla Gerusalemme celeste alle angosce della terrestre alcuna vena (…) di refrigerio» derivi. Di fronte al «Vero immutabile e sussistente» le umane vicende e l’esperienza stessa di Napoleone vengono ad acquistare una nuova luce. Crollate le impalcature dell’incoronazione parigina, al cospetto della divina maestà, a Bonaparte — celebrato come dio dai suoi panegiristi — non resterà che supplicare la misericordia del «Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola», mentre da parte dei discepoli del «magno Pio» non altro odio, non altra vendetta, che «il pensar bene di te [o imperatore!]». Un inno alla divina Provvidenza è allora questo opuscolo rosminiano, che in Pio VII ha operato per il bene della Chiesa.

Dopo aver intravisto la possibilità di un tribunale sovranazionale evangelicamente ispirato — quasi anticipazione di quello che si insedierà alla fine dei tempi — che sia per tutti i popoli garanzia di vera pace, il Rosmini conclude con una ormai famosa preghiera per l’Italia: «In quanto a me, per quell’incredibile affetto che a te porto, o Italia, o gran genitrice, innalzerò incessantemente questi devoti prieghi all’Eterno: Onnipotente che prediligi l’Italia, che concedi a lei immortali figliuoli, che dall’eterna Roma per li tuoi Vicarj governi gli spiriti, deh! dona altresì ad essa, benignissimo, il conoscimento de’ suoi alti destini, unica cosa che ignora: rendila avida di liberi voti e d’amore, di cui è degna, più che di tributi e di spavento: fa che in se stessa ella trovi felicità e riposo, e in tutto il mondo un nome non feroce, ma mansueto».

I tassi di natalità continuano a diminuire

In Italia, la pandemia di coronavirus sta aumentando le preoccupazioni sulla sfida demografica. 

Mentre il paese cerca di riprendersi dalla terza ondata, si teme che questa ultima battuta d’arresto per la salute pubblica possa indebolire ulteriormente l’entusiasmo nell’avviare una famiglia:

Molti infatti sono gli aspiranti genitori  preoccupati per le sbiadite prospettive economiche dell’Italia. 

Questo sentimento si traduce in numeri che non lasciano adito a molte interpretazioni.  Le nascite sono diminuite del 10% a dicembre 2020, rispetto a dicembre 2019.

Inoltre le morti del 2020 superavano le nascite di 340.000 unità, portando ad una diminuzione della popolazione pari a 384.000 persone. 

È come perdere in un anno l’equivalente della popolazione di Firenze. 

Nel borgo di Fascia in Liguria, ufficialmente il borgo più antico d’Italia per età media, a marzo è nato un bambino. È stata la prima nascita in 23 anni.  

I demografi attribuiscono questa tendenza in parte al fatto che l’Italia è stata particolarmente colpita dalla prima ondata di pandemia rispetto ad altri paesi europei. Ma notano anche che il calo della natalità in Italia ha un retroscena più lungo e complesso. 

Francesco Billari, professore di demografia all’Università Bocconi e presidente dell’Associazione italiana per gli studi sulla popolazione, ha indicato una tendenza generale nel mondo sviluppato: man mano che i paesi diventano più ricchi, il numero medio di bambini in ciascuna famiglia diminuisce. 

Ma una volta che un paese raggiunge un certo livello di prosperità, questa tendenza può invertirsi. Basti vedere l’esempio della Svezia e della Danimarca,.

Un forte investimento, negli anni, del governo in reti di sicurezza sociale e servizi per la prima infanzia, ha reso meno impegnativa la creazione di una famiglia.

Anche la cultura è importante. In Italia e in un certo numero di altre società mediterranee, il ruolo centrale svolto dalla famiglia ha portato i governi ad adottare un approccio più diretto al welfare e consentire alle famiglie di colmare le lacune. 

Ciò significava una relativa mancanza di sostegno finanziario da parte dello Stato per i giovani rispetto al Nord Europa, dove i governi sono intervenuti per aiutare concretamente i genitori durante la crescita dei loro figli. 

Inoltre, secondo gli esperti, il lento approccio dell’Italia all’uguaglianza di genere e la scarsa partecipazione femminile alla forza lavoro sta contribuendo alla sfida demografica in atto. Solo il 53% delle donne italiane adulte lavora, rispetto alla media UE del 67%.

 

L’amministrazione Biden aumenta il tetto per i rifugiati

L’amministrazione Biden aumenta il tetto per i rifugiati portandolo per quest’anno a 62.500, dopo le critiche ricevute per aver mantenuto in vigore il limite inferiore dell’era Trump. Il presidente, in una dichiarazione, ha affermato che il nuovo limite “cancella il numero storicamente basso fissato dalla precedente amministrazione”, aggiungendo che il tetto massimo di Trump “non rifletteva i valori dell’America come nazione che accoglie e sostiene i rifugiati”.

In un discorso trasmesso su Twitter, Biden ha parlato anche del coronavirus. Negli Usa ci sarà un ritorno alla normalità “entro la fine dell’estate” ha previsto il presidente americano. “Penso che entro la fine dell’estate, saremo in una posizione molto diversa rispetto a quella in cui siamo ora” ha detto Biden quando gli è stato chiesto di prevedere una tempistica per un ritorno alla normalità e citando il lavoro della sua amministrazione per aumentare la produzione di vaccini anche a favore di altri Paesi. Ma solo “una volta che ci prenderemo cura di tutti gli americani”, ha precisato Biden.

Recovery Pa: la transizione burocratica nel Pnrr

“Il testo delle semplificazioni è pronto. Lo stiamo perfezionando, in queste ore continueremo con gli accordi bilaterali con i singoli ministeri”. Il ministro per la Pubblica amministrazione Renato Brunetta interviene in diretta Facebook all’evento ‘Recovery Pa: la transizione burocratica nel Pnrr’ promosso da LaChirico.it. Sul Dl Semplificazioni aggiunge: “ha in sé una cabina di regia che annualmente provvederà non solo a verificare quanto è stato fatto l’anno precedente ma ad implementare di volta in volta quello che non ha funzionato e che deve essere ancora digitalizzato, reingegnerizzato e semplificato. E quindi sarà un processo”.

Smart working: saranno gli uffici a determinare chi lavora e chi no da remoto in ragione di efficacia ed efficienza

“Venerdì scorso con opportuno decreto abbiamo detto: sia lasciato all’intelligenza organizzativa dei singoli uffici stabilire quanti lavoratori pubblici dovessero lavorare da remoto e quanti in presenza in ragione di efficienza, efficacia e customer satisfaction, mettendo al centro la soddisfazione dei clienti finali, vale a dire dei 60 milioni di italiani” ha affermato ancora Brunetta durante il suo intervento.  “Entro l’estate è probabile che avremo una piena funzionalità della Pubblica amministrazione. La novità, secondo cui saranno gli uffici a determinare chi lavora e chi no da remoto, sta funzionando”.

E se resta il maggioritario?

Dunque, nel marasma che domina la politica italiana parlare di legge elettorale – o dell’ennesima  riforma della legge elettorale – è quantomai difficile. Anche perchè, come ben sappiamo, le leggi  elettorali sono sempre e solo il frutto delle convenienze momentanee legate agli incroci dei  sondaggi dell’ultimo mese. Adesso, almeno così pare, la convenienza ultima pare essere quella di  ripuntare sul maggioritario – almeno da parte della ex maggioranza giallo/rossa – dopo aver  predicato la necessità e quasi l’obbligatorietà di procedere con il proporzionale. Ma, come ben si  sa, in un contesto politico dominato dal trasformismo e dall’opportunismo, quello che si dice nella  settimana precedente viene puntualmente smentito e rinnegato nella settimana successiva.  

Ora, però, se dovesse essere confermata sostanzialmente la pessima legge elettorale varata nella  scorsa legislatura – il cosiddetto “rosatellum” – seppure con qualche marginale correzione,  dovremmo arrivare alla conclusione che il maggioritario resta l’impianto centrale della legge. E, di  conseguenza, con il maggioritario occorrerà fare i conti. Ecco perchè, forse, è necessario ed  indispensabile pensare, sin d’ora, di dar vita ad una lista/soggetto politico di centro che sia in  grado di convivere con un sistema maggioritario che inesorabilmente dovrà fare i conti con le  coalizioni in campo. Certo, esiste sempre la possibilità di giocare un ruolo puramente testimoniale  come, almeno così pare, faranno alcune realtà che non pensano minimamente di allearsi con  chicchessia. E quindi un ruolo politicamente insignificante ed elettoralmente irrilevante. Come ne  abbiamo conosciute a grappoli in questi ultimi anni, soprattutto sul versante moderato e di centro.  Esperienze che continuano tuttora e che, come da copione, sono destinate a restare del tutto  marginali nello scacchiere politico italiano. 

La vera sfida politica, quindi, resta quella di verificare la compatibilità politica e programmatica  con i due schieramenti che saranno probabilmente in campo. Quello di centro destra dove, di  fatto, manca tuttora una chiara e robusta componente di centro, moderata e capace di  riequilibrare la cultura leghista e quella della destra democratica. E quello di sinistra, condito ed  arricchito dal populismo grillino e condizionato dal solito e ormai collaudato “culturame” di  sinistra. Due offerte politiche che saranno destinate, salvo accadimenti ad oggi del tutto virtuali ed  impensabili, a confrontarsi nella contesa elettorale. E il ruolo di chi cerca, seppur con difficoltà  oggettive e strutturali, di declinare una “politica di centro” attraverso una offerta politica e  programmatica “di centro”, sarà oltremodo importante e forse anche decisivo in vista della  “vittoria finale”. Ed è per questo motivo, semplice ma al tempo stesso impegnativo ed  entusiasmante, che la sfida va vissuta sino in fondo. Con coerenza, coraggio e anche con  determinazione.  

Pubblicati i rapporti 2020 “Le comunità migranti in Italia”

Sono online i nuovi Rapporti annuali sulle comunità migranti in Italia, curati dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – Direzione Generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione con la collaborazione di ANPAL Servizi SPA.

Elaborando dati provenienti da diverse fonti istituzionali, i Rapporti illustrano le caratteristiche e i processi di integrazione di ciascuna delle 16 comunità più numerose: albanese, bangladese, cinese, ecuadoriana, egiziana, filippina, indiana, marocchina, moldava, nigeriana, pakistana, peruviana, senegalese, srilankese, tunisina e ucraina.
All’analisi degli aspetti socio-demografici si affiancano quelle relative alle componenti più giovani (minori e nuove generazioni), alla partecipazione al mercato del lavoro e l’accesso al sistema del welfare, all’acquisizione della cittadinanza, alle rimesse verso i Paesi di origine e ai processi di inclusione finanziaria.

I dati utilizzati per l’analisi sono relativi a periodi antecedenti al diffondersi del virus SARS-COV-2, non è stato quindi possibile, per questa edizione dei report, offrire una lettura degli effetti della crisi pandemica sull’integrazione sociale e lavorativa dei migranti.

I cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti in Italia al 1° gennaio 2020 sono 3.615.826, provenienti principalmente da Marocco, Albania, Cina e Ucraina, che coprono quasi il 40% delle presenze. Si registra un equilibrio di genere quasi perfetto (uomini 51%, donne 49%), con significative differenze tra le comunità.

La popolazione extra UE in Italia è decisamente più giovane di quella italiana: i minori sono circa 795mila, pari al 22% dei regolarmente soggiornanti, a fronte del 15,6% della popolazione di cittadinanza italiana. I minori risultano più numerosi nelle comunità egiziana (33,8%), marocchina (28,4%) e tunisina (28,4%).

Per la prima volta, dopo anni di sostanziale stabilità delle presenze, si registra un sensibile calo del numero di regolarmente soggiornanti rispetto all’anno precedente: -2,7%; ovvero -101.580 unità. La riduzione riguarda tutte le principali comunità straniere ad eccezione della indiana e della bangladese.

In riferimento alle motivazioni di rilascio dei titoli di soggiorno, continua ad aumentare la quota relativa ai ricongiungimenti familiari che nel 2019 coprono il 56,9% degli ingressi (a fronte del 51% circa del 2018). Si riduce sensibilmente la quota relativa a richiesta o detenzione di una forma di protezione, che nel 2018 ha motivato il 26,8% degli ingressi, mentre nel 2019 rappresenta il 15,6% dei nuovi titoli. In leggero aumento la percentuale relativa ai motivi di studio (11,5% rispetto al 9,1% del 2018) e a motivi di lavoro (6,4% contro il 6% del 2018).

Sono 113.979 i cittadini di origine non comunitaria diventati italiani nel corso del 2019, (il 10,1% in più rispetto all’anno precedente), principalmente albanesi e marocchini.

Il processo di graduale stabilizzazione coinvolge tutta la popolazione non comunitaria ed è perfettamente rispecchiato dal trend crescente della quota di titolari di permesso di soggiorno di lungo periodo sul totale dei regolarmente soggiornanti, che nel 2020 ha raggiunto il 63,1% (era il 62,3% nel 2019).
Le comunità che fanno rilevare una maggiore quota di lungosoggiornanti sono la moldava, l’ecuadoriana, l’ucraina, la tunisina, la marocchina e l’albanese.

Il 7,5% della forza lavoro è di cittadinanza non comunitaria. Nel 2019 Il tasso di occupazione della popolazione extra UE è pari al 60,1% (a fronte del 58,8% rilevato sulla popolazione italiana).

Relativamente alla partecipazione al mondo del lavoro della componente femminile della popolazione si registrano differenze macroscopiche tra le comunità: il tasso di occupazione femminile, pari al 46,5% sul totale dei non comunitari, risulta più elevato nelle comunità filippina (80,4%), cinese (69,8%), peruviana (66,3%), ucraina (66,5%), e moldava (63,2%), mentre risulta minimo nelle comunità pakistana (7,3%), egiziana (7,5%) e bangladese (10,7%).

Rilevante il protagonismo della popolazione non comunitaria in ambito imprenditoriale: sono infatti 486.145 le imprese guidate da cittadini extra UE, pari all’8% delle imprese del Paese. Le comunità più rappresentate sono la marocchina (16,7%), la cinese (13,9%), l’albanese (8,7%) e la bangladese (8%). Colpisce la quota di imprenditrici tra i titolari con nazionalità ucraina (54,5%), filippina (49,3%), cinese (46,7%) e nigeriana (39,6%).

L’ammontare complessivo delle rimesse dirette verso Paesi non comunitari dal nostro Paese nel 2019 supera i 5 miliardi di euro, un valore in crescita del 5,7% rispetto al 2018.
Il continente asiatico assorbe quasi la metà delle rimesse in uscita dall’Italia (45,4%). In particolare, Bangladesh, Filippine e Pakistan sono i principali Paesi di destinazione, coprendo circa un terzo del totale.

Il ruolo strategico della Cybersecurity

Nel suo complesso, la digitalizzazione aumenta il livello di vulnerabilità della società da minacce cyber su tutti i fronti: ad esempio frodi, ricatti informatici o attacchi terroristici. Italia digitale 2026 contiene importanti misure di rafforzamento delle nostre difese cyber, a partire dalla piena attuazione della disciplina in materia di “Perimetro di Sicurezza Nazionale Cibernetica”. Gli investimenti sono organizzati su quattro aree principali d’intervento. In primo luogo, sono rafforzati i presidi di front-line per la gestione degli alert e degli eventi a rischio intercettati verso la PA e le imprese di interesse nazionale.

In secondo luogo, vengono costruite o rese più solide le capacità tecniche di valutazione e audit continuo della sicurezza di apparati elettronici e applicazioni utilizzati per l’erogazione di servizi critici da parte di soggetti che esercitano una funzione essenziale. Inoltre, s’investe nell’immissione di nuovo personale sia nelle aree di pubblica sicurezza e polizia giudiziaria, dedicate alla prevenzione e investigazione del crimine informatico diretto contro singoli cittadini, sia in quelle dei comparti preposti a difendere il Paese da minacce cibernetiche. Infine, vengono irrobustiti gli asset e le unità incaricate della protezione della sicurezza nazionale e della risposta alle minacce cyber.

Covid: la malattia è più grave in pazienti malnutriti o obesi

Il Covid è più grave se il paziente è malnutrito o obeso. Lo dimostra una review, pubblicata su ‘Nutrients’, condotta dai ricercatori del Policlinico Gemelli – Università Cattolica di Roma, dalla quale emerge in particolare che uno stato di malnutrizione rappresenta uno degli elementi cruciali alla base di un decorso più lungo e complicato della malattia o di morte per Covid-19. Ma a preoccupare gli esperti è anche e soprattutto l’obesità che aumenta di 6 volte il rischio di mortalità da Covid e quello di intubazione e aumenta inoltre il rischio di ricovero di 2,6 volte.

“Per malnutrizione – spiega Maria Chiara Mentella, Uoc Nutrizione clinica della Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs, diretta da Giacinto Abele Donato Miggiano, associato in Scienze tecniche dietetiche e applicate e direttore del Centro di ricerca e formazione in Nutrizione umana dell’Università Cattolica – si intende un insufficiente o squilibrato apporto di macronutrienti (carboidrati, proteine, grassi) e di micronutrienti (minerali e vitamine). Si può essere obesi e malnutriti, se affetti da deficit di uno o più micronutrienti; e questo può tradursi in una minore resistenza alle infezioni e in una maggior gravità della malattia in caso di contagio”.

Un buono stato nutrizionale – sottolineano i ricercatori in una nota – è fondamentale per le nostre difese immunitarie e rappresenta dunque un fattore chiave nella difesa contro i virus. Il corretto funzionamento del sistema immunitario, secondo la European food safety authority (Efsa) dipende da un adeguato livello di 10 nutrienti: vitamine D, C, A (compreso beta-carotene) e del gruppo B (soprattutto B6, B12 e folati); e inoltre, zinco, rame, ferro e selenio. Metà degli anziani sono malnutriti e questo, come visto, rappresenta un fattore di rischio di ricovero e mortalità da Covid -19. A rischio malnutrizione sono in particolare gli anziani residenti nella Rsa, quelli che hanno pagato finora il tributo più alto al Covid.

Ma a preoccupare gli esperti è anche e soprattutto l’obesità. Dalla review emerge infatti che l’obesità è un grave fattore di rischio per Covid-19. “In particolare – ricorda Mentella – l’obesità aumenta di 6 volte il rischio di mortalità da Covid e quello di intubazione; aumenta inoltre il rischio di ricovero di 2,6 volte”. Importante ai fini della prognosi è anche la distribuzione del grasso nelle persone obese: l’obesità viscerale (la ‘pancia’) aumenta di due volte e mezzo il rischio di sintomi gravi e dover ricorrere alla ventilazione meccanica. Recenti segnalazioni inoltre suggeriscono che il rischio di forme gravi e di mortalità aumenti fino a 11 volte in presenza di abbondanti depositi di grasso all’interno dei muscoli.

“Alla luce di queste premesse – afferma Miggiano – è dunque fondamentale una corretta presa in carico nutrizionale di tutti i pazienti ricoverati per Covid-19, sin dai primissimi giorni di ricovero. Il loro assetto nutritivo andrebbe subito valutato, per poter procedere quindi a un’adeguata prescrizione alimentare (tenendo anche conto del fatto che questi soggetti hanno un fabbisogno proteico-calorico aumentato per l’infezione e la febbre). L’alimentazione andrà effettuata per bocca, ma in caso di difficoltà si dovrà ricorrere alla nutrizione per sondino (alimentazione enterale) o in alcuni casi a quella per flebo (nutrizione parenterale totale)”.

Importante anche una personalizzazione della prescrizione sulla base delle caratteristiche del paziente, supplementando la dieta con omega-3, vitamina D, vitamine del gruppo B e C, se necessario. “E’ necessario infine – prosegue Mentella – seguire con attenzione durante tutto il ricovero, e in seguito, i pazienti con Covid-19, visto che nel 40% dei casi vanno incontro a perdita di peso (problema che riguarda fino al 66% di quelli che vanno in terapia intensiva). Covid-19 può infatti interferire con una corretta alimentazione per le difficoltà respiratorie, la perdita di gusto e olfatto, la febbre e la grave stanchezza lamentata dai pazienti”, spiega.

“La nutrizione clinica dei pazienti con Covid-19 – conclude Miggiano – è insomma uno dei pilastri del trattamento e della prevenzione del Covid, come sottolineato anche dalla European society for clinical nutrition and metabolism (Epen). Fondamentale è evitare la comparsa o l’aggravarsi di uno stato di malnutrizione, adottando dei protocolli di nutrizione ad hoc in ospedale. Studi clinici attualmente in corso forniranno ulteriori indicazioni sul ruolo della supplementazione di aminoacidi, probiotici, omega-3 e vitamina D nei pazienti con Covid-19”.

“Lo stato nutrizionale – commenta Antonio Gasbarrini, ordinario di Medicina interna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Roma, e direttore del Dipartimento di Scienze mediche e chirurgiche della Fondazione Policlinico Gemelli Irccs – ha importanti ricadute nella prevenzione e nel trattamento di molte malattie acute e croniche. Una corretta alimentazione non solo è in grado di ridurre il rischio di alcune patologie, dal diabete, all’obesità, passando per le malattie cardiovascolari, l’osteoporosi e alcune forme di tumore, ma rappresenta anche un pilastro del trattamento di una serie di condizioni e ha un valore aggiunto nel ridurre le complicanze infettive tipiche dei pazienti più fragili, come nel caso del Covid-19”, conclude.

Il ruolo della comunità italica

L’articolo di ieri sugli “Italici” di Fronte al caso Putin-Sassoli ha riportato alla mente i miei rapporti professionali e di amicizia con Piero Bassetti, con cui avevo instaurato una solida comunione di idee proprio sul concetto da lui lucidamente portato avanti ed espresso in un “pamphlet” pubblicato su “Limes” nell’aprile del 1998 (di cui conservo una copia con affettuosa dedica), intitolato “Il mondo in italiano”.

Durante la mia esperienza consolare a New York (1998-2003), non persi mai l’occasione per ribadire, non soltanto ai miei interlocutori ufficiali – Sindaco Giuliani e Governatore
Pataki (ambedue di chiare origini italiane) – ma anche pubblicamente, che la comunità italiana all’estero in senso lato (gli “Italici” cui Bassetti allude) doveva rivolgersi agli
esponenti dell’ “intelligentja” internazionale, agli “opinion makers”, alle classi dirigenti, a tutti i centri di potere multilaterale, alle “global companies grandi e piccole, ai membri attivi delle professioni ed ai centri di produzione intellettuale e culturale per veicolare messaggi politici, sociali ed economici.

Oggi, forse più ancora di ieri, questo messaggio continua valido, quando cioè l’Italia è sempre più inserita in un progetto di “polis” come è quello dell’Unione Europea.
In tal senso, la “scomunica” di Sassoli da parte di Putin e la conseguente iniziativa di cui parli potrebbero essere anche un’occasione per rivitalizzare la comunità “italica” e ricordare al governo italiano che essa
costituisce un “asset”, che purtroppo i vari governi hanno, fino ad oggi, sempre valorizzato poco e male nei rapporti bilaterali internazionali.

Scuola, programmare è semplificare la burocrazia, i linguaggi e l’organizzazione

La logica programmatoria delle scuole dell’autonomia (DPR 275/99) è figlia delle teorie curricolari degli anni ’70. Tutta la normativa – peraltro a partite dai Decreti delegati del 1974 – muove nella direzione dell’autonomia organizzativo-didattica  e del decentramento funzionale, ferme restando le attribuzioni di coordinamento, controllo e indirizzo del MIUR (ora Ministero dell’istruzione) anche attraverso le Direzioni scolastiche regionali.

Il decentramento gerarchico dell’Amministrazione scolastica ha seguito la deriva del decentramento autarchico verso le Regioni e gli enti locali, avviato con il DPR 616 del 24 luglio 1976 e tutt’ora in atto.

Dopo la democratizzazione verso il basso attraverso le gestione degli organi collegiali di istituto della vita scolastica nel suo complesso, non senza diaspore e discrasie di tipo formale e prassico, il processo di autonomia degli Istituti è stato rafforzato dal conferimento dello status dirigenziale ai direttori didattici e presidi.

Nell’immaginario collettivo prevalgono ancora queste dizioni: il capo d’istituto è il “preside” non il dirigente scolastico così come il termine “Provveditorato” difficilmente viene sostituito nel linguaggio corrente dalla denominazione di Ufficio scolastico prov.le , dopo diversi passaggi di sigle a volte persino incomprensibili o poco attinenti con il mondo scolastico. 

Che cosa c’entrava il CSA – Centro Servizi Amministrativi – con la scuola?

La nomenclatura adottata dall’amministrazione scolastica ha enfatizzato logiche burocratiche a discapito di logiche semplificative e cosí a nome e sigla si sono aggiunti altri nomi e altre sigle: una sorta di autogenesi per parcellizzazione e frammentazione che hanno finito per spostare l’attenzione dalla didattica in classe ai corollari marginali, ribaltando tassonomie e funzionalità logiche.

Fino a giungere ad una proliferazione di mappe concettuali orientate alla implementazione di algoritmi, diagrammi, logiche intermedie, compiti e operazioni da compiere, aggiungendo passaggi su passaggi, anziché ridurre il caravanserraglio lessicale ed autoreferenziale per concentrarsi sull’obiettivo più razionale della semplificazione e del potenziamento di ogni risorsa umana e materiale a vantaggio del lavoro svolto con gli alunni.

Adottando ad esempio tutta la semantica dei sistemi scolastici anglofoni, come se non fossimo capaci di definire le cose con parole e termini mutuati dall’italianissimo vocabolario.

Qui non c’entra la pedagogia comparativa quanto l’impoverimento linguistico progressivo denunciato dal compianto linguista e Ministro dell’istruzione Tullio De Mauro: circostanza riscontrabile anche nel corpo sociale dove uso delle tecnologie e logiche del web, prevalenza dei luoghi comuni acritici circolanti specialmente tra i giovani, ma non solo, hanno progressivamente configurato un target sociale costituito da semianalfabeti dove il 70 % delle persone non è in grado di comprendere un testo di media difficoltà.

Questi passaggi normativi hanno accentuato una tendenza a denominare compiti , attribuzioni, incarichi, differenziazione di funzioni con sigle e abbreviazioni che hanno finito con il rendere a volte criptico il linguaggio degli addetti ai lavori, specie nei cfr. degli interlocutori istituzionali esterni e delle famiglie stesse.

Spesso formule e locuzioni sincopate hanno riassunto operazioni semplici creando un universo semantico e simbolico di difficile interpretazione: nella società definita complessa la complessità delle parole e delle interlocuzioni all’interno del sistema scolastico hanno finito per creare una sorta di contesto concettuale, prassico e operativo a se stante, separato dalla realtà esterna alla scuola, un linguaggio esoterico, per soli iniziati, una specie di ‘Circolo Pickwick’ per soli iniziati dove chi non sciorina sigle e terminologie complesse si sente un corpo estraneo che percepisce l’impenetrabilità dell’insieme.

Da qualche anno a questa parte si è esponenzialmente accentuata una deriva fortemente orientata a far prevalere le ragioni della discontinuità e del cambiamento fine a sé stesso.

Questo sbilanciamento ha prodotto un mutamento di identità della scuola, una confusione rispetto ai suoi compiti istituzionali, un’immagine riduttiva e destabilizzante del suo ruolo sociale e delle sue finalità formative.

Occorre domandarsi con doverosa onestà intellettuale quanta parte delle postulate novità introdotte in questi anni in campo scolastico abbia effettivamente contribuito a migliorare l’efficienza, la funzionalità e l’accreditamento sociale del sistema formativo.

Predicare l’innovazione tout-court sembra essere diventato un obbligo deontologico irrinunciabile per gli addetti ai lavori delle pratiche educative a cui è difficile sottrarsi.

Sarebbe davvero utile riflettere più spesso sulla valenza psicologica, organizzativa, funzionale,  relazionale, sociale del concetto di “stabilità”, soprattutto valutando quanti e quali riflessi negativi produca il suo venir meno nei contesti di osservazione sopra enunciati.

Molta parte dei conflitti e delle diaspore oggi presenti nella scuola, delle insicurezze e dei disagi relazionali dei suoi professionisti è purtroppo dovuta alla sistematica instabilità della sua organizzazione e dei suoi profili di funzionamento in continuo divenire. 

Alle famiglie che cercano istituti con “bravi insegnanti”, culturalmente preparati e in grado di instaurare un rapporto educativo con gli alunni caratterizzato dalla stima che deriva dall’autorevolezza e dal rispetto, la scuola risponde offrendo “team” e sinergie, collegialità e concertazione, carte dei servizi, POF, PEI, PECUP, OSA, BES, DAD, DDI, funzioni strumentali e ancora piani, progetti a breve, medio e lungo termine, piste, percorsi, mappe concettuali, cooperative learning, tutoring, diagrammi di flusso, flow chart, e altri ameni neologismi mutuati dal pedagogese autoreferenziale e autocelebrativo oggi imperante ma indecifrabili per i non addetti ai lavori.

Una differenziazione semantica articolata e complessa cui non sempre corrispondono processi concreti e tangibili rispetto alle due azioni specularmene poste in capo ai docenti e agli alunni: insegnare – imparare.

Una risposta declinata al plurale, contestualizzata all’intero sistema, capace di evocare impegni collegiali e collettivi ma non in grado di enucleare con altrettanta precisione responsabilità e competenze di tipo individuale. 

Era forse pregiudizialmente inadeguata una scuola dove gli insegnanti si riunivano quando ce n’era bisogno e il resto del loro impegno era concentrato alle attività strettamente didattiche, di classe, con gli alunni, finalizzato ad affinare metodi e a definire contenuti e finalità formative ed educative, con obiettivi graduali e specifici? A concentrarsi sull’insegnamento come “specifico professionale” da realizzare, cui far corrispondere la focalizzazione degli apprendimenti da parte degli alunni?

Da alcuni decenni le scuole hanno assunto i doveri connessi alla programmazione didattica come il ‘core business’ della loro stessa ragion d’essere, l’aspetto prevalente e più assorbente in termini di impegno e di risorse per qualificare e accreditare all’esterno l’immagine di un contesto formativo ispirato a criteri di razionalità operativa e finalizzato alla erogazione di un servizio pubblico aggiornato ed efficiente.

Ciò è dipeso da una molteplicità di fattori: la necessità di rimanere agganciati alle dinamiche sociali in continua evoluzione, un più rigoroso assetto istituzionale interno, una più attenta articolazione di ruoli e competenze, il dovere di corrispondere in termini di competenze, risultati e prestazioni ad una domanda sociale sempre più attenta, qualificata ed esigente.

Alle origini di questa deriva progettuale c’era sostanzialmente l’obiettivo di mantenere il sistema scolastico ancorato alle dinamiche del sistema sociale: evoluzione scientifica, domanda di istruzione ‘alta’e competitiva, diffusione quantitativa e qualitativa della cultura, pianificazione dei curricoli scolastici in un’ottica di coerenza e complementarietà con il mondo produttivo e del lavoro, senza considerare che ultimamente si è affacciato prepotentemente alla ribalta il tema delle nuove tecnologie e della loro valenza strumentale in termini di facilitazione e diffusione degli apprendimenti.

Ma c’erano – e sono rimaste – anche logiche più interne al mondo della scuola che spingevano in quella direzione, a cominciare dall’alfabetizzazione culturale legata ai nuovi saperi, dalle ragioni del diritto allo studio e della didattica individualizzata, dall’assunzione del concetto di formazione come processo da realizzare con gradualità per soddisfare le esigenze di una popolazione scolastica crescente, ottimizzando le potenzialità di ciascuno in una logica fondamentalmente propositiva e promozionale e non più punitiva e selettiva , secondo un’ottica inclusiva, di recupero e integrazione, a cominciare proprio dai più svantaggiati, affinchè andare a scuola significasse crescere e maturare comunque un proprio percorso culturale, sviluppare tutte le potenzialità insite nella pluralità delle intelligenze e delle menti.

In un periodo di intensa accelerazione e diversificazione dei bisogni sociali le istituzioni cercano di rispondere con aggiustamenti, adeguamenti, modifiche organizzative che a loro volta introducono elementi nuovi di complessità.

La scuola non deve essere il luogo dell’eterno rinvio: personalizzare e rendere accessibili i percorsi curricolari non significa svilire e abbassare la cultura ad un fatto di libero mercato, di facilitazione ad ogni costo, di espunzione dell’impegno e del sacrificio.

Per questo, stabilite le coordinate di fondo, gli obiettivi e gli standard culturali generali per ogni grado e livello del sistema di istruzione, la maggior parte dei compiti e – diciamolo con la parola giusta – delle fatiche spetta alle scuole e ai singoli docenti.

E’ qui che si affronta il tema della declinazione degli indirizzi generali nei contesti locali, è qui che si parla di Carlo e Roberta, di Mirko e Sofia e delle loro famiglie, dei loro problemi e delle difficoltà che si incontrano nel cammino della loro ‘individuale’ formazione.

Ed è spesso qui che si realizza la sintesi tra le belle teorie – dispensate a larghe mani da illustri ‘distaccati a vita’ che dai pulpiti dei loro canonicati pontificano sul da farsi – e la dura realtà quotidiana, fatti da classi con 28- 30 alunni dove l’insegnante – dopo aver ascoltato i consigli e le buone parole di tutti- entra ed è solo, deve rimboccarsi le maniche e dimostrare di valere.

Programmare il percorso didattico, affrontare cioè il tema della formazione/istruzione nell’ambito di una variabile indipendente, fissa, che è il rapporto tra insegnamento e apprendimento, significa metter mano a tutto: tempi, luoghi, modi, circostanze, mezzi, strumenti, dotazioni, risorse, potenzialità, contenuti, metodi.

Un tempo l’insegnante faceva tutto da sé: entrava in classe con il quadernino del suo piano di lavoro e poi procedeva navigando a vista, aggiustava, correggeva, integrava, modificava e lo faceva in genere con buona lena, non è che i risultati fossero deludenti.

Adesso è cresciuto soprattutto il livello di controllo: più quello sociale che quello interno e tecnico, i genitori hanno aspettative diverse, gli alunni hanno a mente più i loro diritti che i loro doveri.

E la scuola funziona in modo più orchestrato, collegiale, sia nella fase di elaborazione di un piano di offerta formativa di istituto, sia in quello delle verifiche intermedie, sia nel momento delle valutazioni e delle decisioni finali.

La collegialità è stata una conquista graduale, un processo di adattamento, la risposta in termini di efficienza/efficacia al bombardamento di input e di richieste che sono piovute sulla scuola: diversificando le competenze interne ci si può attrezzare meglio per corrispondere alla pluralità delle aspettative e alla molteplicità dei saperi.

Sono cresciute le specializzazioni, la scuola si è modularizzata dopo essersi strutturata su tempi più estesi e il ‘tempo pieno’ – da qualunque parte lo si giri – è stata una risposta forte e positiva di disponibilità rispetto ai bisogni emergenti dal contesto familiare e da quello sociale.

Da alcuni decenni la collegialità è un valore aggiunto, un fattore di crescita condivisa, di confronto, verifica che esprime un salto di qualità percepibile e ineccepibile.

Rafforzando anche le ragioni della coesione e della compartecipazione alla definizione delle linee di indirizzo dell’istituto. Per questo il collegio dei docenti è diventato il fulcro della programmazione educativo didattica. Purtroppo la pletora ridondante delle riunioni sta prevalendo a scapito del tempo dedicato alla didattica come sintesi tra insegnamento e apprendimenti.

L’autonomia scolastica avrebbe dovuto facilitar una logica di semplificazione dei processi gestionali, secondo la regola non scritta dell’avvicinare i luoghi delle decisioni a quelli delle azioni.

Si riscontra spesso invece una crescita esponenziale delle procedure utili a raggiungere i risultati attesi, una duplicazione a volte sovrapposta altre divergente della burocrazia fatta di circolari, istruzioni, indicazioni, ordini di servizio: a quella ministeriale si aggiunge la burontocrazia decentrata, sfugge ad alcuni dirigenti scolastici l’opportunità di sottrarre elementi di complessità interpretando le procedure e scegliendo la strada più accessibile, essi aggiungono la normativa di istituto a quella centrale e ciò porta spesso ad una ipertrofia regolamentativa a scapito della semplificazione.

Dovremmo ricordare che la logica della programmazione, della pianificazione, della previsione, della verifica e di tutte le operazioni connesse alla gestione della vita scolastica dovrebbe marciare spedita verso la semplificazione delle azioni e delle prassi facilitando l’accessibilità ai risultati.

Questa è la logica sottesa alla libertà d’insegnamento ma anche la via principale , non una scorciatoia, per il perseguimento del diritto allo studio e la realizzazione di logiche inclusive.

A poco a poco il ‘focus’ dell’attenzione di tutti gli addetti ai lavori si è spostato dalla classe e dal rapporto tra insegnanti e allievi, ai gruppi di lavoro, alle tavole rotonde, agli incontri collegiali, alle discussioni logoranti e infinite, alla messa in discussione sistematica delle scelte assunte il giorno prima, con una prevalenza degli aspetti critici su quelli costruttivi.

Paradossalmente la scuola della pianificazione, dei programmi e dei progetti ha creato e sovrapposto a quella già esistente una rete burocratica generata dal basso, dai docenti a poco a poco estraniati dall’insegnamento e risucchiati in una logica di condivisione forzata, di prevalenza del collettivo, della discussione senza esito sul ragionamento, dell’analisi sulla sintesi.

Quando si mette mano ad un progetto – educativo nella fattispecie, ma la logica è intercambiabile in altri settori della vita e del pensiero- occorre avere ben presenti alcuni fattori costitutivi di quella prassi; i tempi, i modi, l’analisi di partenza, le occasioni previste per l’osservazione e la verifica sull’incedere del ‘piano previsionale’, le aspettative attese rispetto ai risultati e la tangibilità di questi ultimi.

Se il problema originario consiste nell’attrezzare meglio la scuola e il proprio lavoro affinchè il tale alunno o quella classe ottimizzino il percorso apprenditivo e conseguano i migliori risultati ebbene io posso avvalermi di una logica previsionale che mi permetta di elaborare una strada, un percorso, una via, un curricolo appunto per raggiungere quel determinato scopo.

Ma tutto dev’essere fatto – ogni passo deve seguire il precedente – in un’ottica di razionalizzazione e semplificazione dell’intero processo.

Altrimenti rischio di impantanarmi nei preamboli senza dar corso alle idee, di vincolarmi alle prassi senza aver presente la concretezza delle azioni, di legare le mie azioni alle procedure fino andare a quest’ultime una prevalente considerazione rispetto al cuore del problema: compiere un tragitto, raggiungere uno scopo, aggiungere un tassello al mosaico educativo che ho in mente.

Oltre la buona volontà dei singoli e la validità di una strategia di coinvolgimento e corresponsabilizzazione a livello collegiale che hai suoi indubbi pregi, perché matura, fa crescere, dispone al dialogo e al confronto, debbo amaramente constatare come in molte situazioni personalmente riscontrate e anche in una certa abitudine generale, un’interpretazione acriticamente applicata per moda o per tendenza, per prassi o perché ‘si deve fare cosi’, la logica programmatoria sia stata applicata con modalità autoreferenziali, quasi a replicare un rituale inconcludente o prestabilito, dove non contava tanto misurarsi sulla fattibilità delle idee, ma “il riunirsi” fine a se stesso.

Sovente hanno prevalso dinamiche di gruppo tipiche dei contesti collegiali: emergenza di figure carismatiche, aggregazioni attorno a un leader che impone il suo punto di vista, atteggiamenti gregari o di rinuncia al dialogo, partecipazione passiva e inconcludente.

Un’enfasi esagerata sulla fase propedeutico-procedurale, sui rituali delle riunioni di cui non resta poi traccia neppure nella memoria, oltre il fastidioso ricordo di un impegno spesse volte inutile e scontato, senza risultati positivamente e concretamente fruibili.

Un’eccessiva dedizione agli aspetti protocollari e formali e poca capacità di fare sintesi e di cogliere gli aspetti utili ed essenziali, procedure elaborate e farraginose, passaggi complicati ed aggiuntivi, enfasi smisurata alla redazione degli atti e poca attinenza di tutto questo con le problematiche connesse alla conduzione della classe.

Perché  è lì, in classe, che bisogna riportare energie, risorse e attenzioni, va ricalibrato e centrato come snodo strategico di tutta la formazione il rapporto tra insegnamento e apprendimento, che altro non è – in tutta la sua pienezza umana e simbolica – che la relazione tra il docente e l’alunno.

Mentre il Ministero è lontano e gli ispettori non visitano più le scuole perché anziché essere considerata una funzione di supporto e di consulenza, quella ispettiva viene vista come una sorta di intrusione nelle logiche dell’autonomia scolastica.

La burocrazia generata dal basso diventa tuttavia pervasiva e micidiale, assorbente e preponderante: ore e ore di impegni defatiganti che enfatizzano aspetti formali piuttosto che sostanziali, procedure come forche caudine sotto cui è obbligatorio passare.

Si prenda ad esempio la dilagante questione del registro elettronico, una forsennata e ottusa ossessione.

Ci sono dirigenti scolastici che lo impongono anche quando l’evidenza suggerirebbe un approccio più cauto.

Nella scuola dell’infanzia e in quella primaria tale strumento finisce per avere una funzione meramente certificativa della presenza in aula dei docenti. Un adempimento che disturba più che agevolare il lavoro in classe o sezione.

Applicare le logiche della dematerializzazione della documentazione del lavoro scolastico non sempre produce risultati tangibili, intellegibili, commisurabili, suscettibili di un controllo tecnico esperto.

L’esperienza deve tornare ad essere materica più che virtuale ed occulta.

La Corte di Cassazione con Sentenza  – Cass. pen. Sez. V,  (ud. 02-07-2019) 21-11-2019, n. 47241 ha stabilito, per rimanere in tema, la non obbligatorietà del registro elettronico fino a quando l’amministrazione scolastica non avrà concluso il percorso di dematerializzazione stabilito dalla normativa generale di cui si è persa ogni traccia.

Eppure c’è chi lo ritiene un discrimine tra la vecchia scuola e quella nuova del 4.0, della digitalizzazione e dell’informatizzazione di tutti gli aspetti che caratterizzano e qualificano la vita scolastica.

Non è così, occorre riprendere ad usare la logica del  ‘lento pede’  e dell’uso del pensiero critico: fare ciò che serve, non fare ciò che appare.

Tutto deve tornare ad essere funzionale all’insegnamento e a chi lo esercita, tutto deve dare senso e consapevolezza alla trasmissione/rielaborazione della cultura come ragion d’essere della scuola come istituzione: non un posto dove si accumulano documenti da esibire o si appendono cartelloni da ostentare ma il luogo deputato alla conoscenza e allo scambio di relazioni.

Saper trasmettere il gusto di imparare non è abilità professionale che si codifica negli atti e nei progetti ma occasione che si rinnova ogni giorno, nel momento in cui – rispettando i programmi e le programmazioni – l’insegnante dimostra di essere capace di catalizzare l’interesse dei suoi alunni, di stimolare motivazioni ad apprendere e suscitare passioni, nella scuola e per la vita.

Charles De Foucauld. il Santo di “Fratelli Tutti”

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

La canonizzazione di Charles de Foucauld è un evento che oltrepassa di molto il riconoscimento di una grande testimonianza di santità.
Quella di Charles Eugène de Foucauld è una storia incredibile: figlio di una famiglia aristocratica con avi che avevano combattuto nelle crociate, orfano all’età di sei anni, tirato su dai nonni, Charles è stato militare, geografo, esploratore, antropologo, linguista, monaco, frate, sacerdote, mistico, eremita.
Dall’adolescenza ai 28 anni visse una vita disordinata ed agnostica. Poi l’esperienza di esploratore e geografo in Algeria e Marocco lo portò ad approfondire i testi sacri e la spiritualità di ebrei e musulmani.
Dopo un viaggio in Terra Santa, all’età di 31 anni, riscoprì la fede cristiana e si fece frate trappista.
In continua ricerca dell’imitazione di Cristo, Charles de Foucauld lasciò la Trappa per vivere da eremita, prima in Palestina e poi a Béni-Abbés, un’oasi situata sulla riva sinistra del Saoura a sud di Orano, nel Sahara occidentale (Algeria francese).
Desideroso di fondare una nuova congregazione religiosa, non trovò nessuno che si unisse a lui. Visse tra i Tuareg testimoniando il Vangelo con il suo stile di vita e le sue opere.
Fu ucciso durante una razzia di predoni il 1° dicembre 1916. Aveva 58 anni.
Dopo la sua morte, la sua vita e i suoi scritti divennero così noti che nacquero varie famiglie ispirate al suo esempio. Attualmente esistono dieci congregazioni religiose e otto associazioni di vita spirituale che si rifanno a lui. Tra queste, le Piccole Suore di Gesù e la Fraternità Charles de Foucauld.
Nel giorno della sua beatificazione (13 novembre 2005) Papa Benedetto XVI lo ricordò con queste parole: «Ringraziamo per la testimonianza di Charles de Foucauld. Attraverso la sua vita contemplativa e nascosta a Nazareth, ha incontrato la verità dell’umanità di Gesù, invitandoci a contemplare il mistero dell’Incarnazione; lì ha imparato molto sul Signore, che ha voluto seguire con umiltà e povertà».
«Ha scoperto che Gesù, venuto per unirsi a noi nella nostra umanità, ci invita alla fratellanza universale. Come sacerdote ha posto al centro della sua esistenza l’Eucaristia e il Vangelo, le due mense della Parola e del Pane, fonte di vita cristiana e di missione».
Nello stesso giorno il cardinale Saraiva Martins, allora Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, ebbe a sottolineare: «Charles de Foucauld ha avuto una notevole influenza sulla spiritualità del XX secolo e rimane, all’inizio del terzo millennio, un riferimento fecondo, un invito a uno stile di vita radicalmente evangelico».
«Accogliere il Vangelo in tutta la sua semplicità, evangelizzare senza voler imporre, testimoniare Gesù nel rispetto delle altre esperienze religiose, riaffermare il primato della carità vissuto in fraternità – aggiunse Saraiva Martins –, questi sono solo alcuni degli aspetti più importanti di una preziosa eredità…».
Ancora più intensa l’influenza che de Foucauld ha avuto su Papa Francesco.
«In questo spazio di riflessione sulla fraternità universale – ha spiegato il Papa nell’enciclica “Fratelli tutti” –, mi sono sentito motivato specialmente da San Francesco d’Assisi, e anche da altri fratelli che non sono cattolici: Martin Luther King, Desmond Tutu, il Mahatma Gandhi e molti altri. Ma voglio concludere ricordando un’altra persona di profonda fede, la quale, a partire dalla sua intensa esperienza di Dio, ha compiuto un cammino di trasformazione fino a sentirsi fratello di tutti. Mi riferisco al Beato Charles de Foucauld».
«Egli andò orientando il suo ideale di una dedizione totale a Dio verso un’identificazione con gli ultimi, abbandonati nel profondo del deserto africano. In quel contesto esprimeva la sua aspirazione a sentire qualunque essere umano come un fratello, e chiedeva a un amico: “Pregate Iddio affinché io sia davvero il fratello di tutte le anime di questo paese”. Voleva essere, in definitiva, “il fratello universale”. Ma solo identificandosi con gli ultimi arrivò ad essere fratello di tutti…».
«Che Dio ispiri questo ideale in ognuno di noi», ha invocato il Papa.

Ricominciamo da Roma

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

L’appuntamento elettorale di ottobre rappresenta per Roma un’importante occasione per voltare pagina rispetto alla sciatta ed insufficiente amministrazione guidata da Virginia Raggi.

La guida della Capitale crea indubbiamente qualche preoccupazione per chiunque abbia l’idea di candidarsi a sindaco; questo spiega (in parte) il motivo per il quale destra e sinistra non abbiano ancora definito in modo netto e chiaro il profilo (e quindi il nome) dei rispettivi candidati per la più importante poltrona del Campidoglio.

Il centrosinistra ed il Partito Democratico in particolare sono chiamati a giocare un’importante partita carica di simbolismi politici; per questo a Roma non è possibile confondersi con l’amministrazione uscente e non è opportuno cercare o auspicare un accordo con il Movimento 5S, con o senza la Raggi.

A Roma il centrosinistra deve affrontare la competizione con l’obiettivo di vincere senza il M5S; perché Roma incarna il valore simbolico di quel Movimento che nel 2016, vincendo nella Capitale, di fatto si candidò a guidare il Paese come poi accadde due anni dopo a seguito delle elezioni del marzo 2018.

Dopo cinque anni di amministrazione fallimentare, costruita sulla gratuita denigrazione di tutto ciò che era fuori dal M5S, è necessario battere politicamente i cinque stelle sul campo, proprio su quel campo che li vide iniziare la loro marcia verso il governo nazionale; va peraltro ricordato che la Raggi vinse intercettando il consenso determinante della destra romana che al ballottaggio si trovò priva di un proprio candidato.

A Roma è quindi necessario vincere per ricominciare; vincere per avviare un percorso che possa portare – quando e come sarà possibile – anche ad una più larga alleanza di centrosinistra che veda il Partito Democratico non come mero elemento aggiuntivo, ma come punto di aggregazione delle forze democratiche e progressiste.

La perdita dei “sensi di prossimità”

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Treccani a firma di Angela Biscaldi

L’antropologa Ruth Finnegan in un celebre testo dal titolo Communicating. The multiple modes of human interconnection (2002) ci spiega che la comunicazione umana faccia-faccia si caratterizza per la multimodalità, cioè per il fatto che gli uomini comunicano utilizzando sempre contemporaneamente diversi canali tra loro interdipendenti.

Il tono di voce, l’efficacia dello sguardo, le espressioni del viso, la postura del corpo, la gestualità di mani e braccia, l’uso regolato del tatto, l’evocatività dell’olfatto, il potere simbolico dell’abbigliamento sono tutti elementi dell’interconnessione umana. Si tratta di un processo difficilmente circoscrivibile e descrivibile, altamente polisemico, che chiama in causa una straordinaria quantità di elementi interdipendenti, nel quale i partecipanti sono attivi e creativi nel loro relazionarsi.

La pandemia di Covid-19 e il conseguente lockdown hanno comportato un’improvvisa restrizione delle molteplici modalità dell’interconnessione umana, riducendo il campo della nostra straordinaria, quotidiana, relazionalità sociale a ciò che può essere comunicato attraverso le due dimensioni di uno schermo. Ne risulta potenziata la vista a scapito di tutti gli altri elementi: un ipervisualismo persistente che ci affatica e, alla lunga, ci deprime, causando la sensazione di una perdita di energia.  Come mi ha confidato un docente di scuola secondaria durante un’intervista in profondità sulla didattica in remoto:

«grande fatica […] e la cosa particolare che abbiamo notato tutti: tu metti energie lì dentro ma le energie non tornano, mentre nel rapporto diretto le energie tornano, quando entri in una classe senti che le energie arrivano, tu dai e ti tornano indietro, sei stanco ma sei anche ritemprato dal punto di vista emotivo, lì invece è esaurimento puro, alienazione totale».

Inoltre, nella comunicazione digitale la vista e l’udito non lavorano più in sinergia ma producono una specie di continua dissonanza cognitiva dal momento che, on-line, esiste sempre una discrepanza  temporale, più o meno accentuata, tra ciò che vedo (il volto di chi mi parla) e quello che sento (le sue parole che mi arrivano un po’ dopo, talvolta a scatti, talvolta accelerate); il tatto, poi, rinchiusi nelle nostre case, si riduce al digitare su una tastiera, cliccare, scrollare, quando non ad un frenetico lavare e disinfettarsi per paura del contagio.

Ma c’è una relazione ancora più diretta tra il Covid-19 e i nostri sensi. La sintomatologia della malattia, infatti, si manifesta in diversi casi con ageusia, la perdita del gusto, e anosmia, la perdita dell’olfatto.

Se molto si è parlato dell’obbligo, imposto dalla necessità di bloccare la diffusione della malattia, di mantenere un distanziamento fisico, dell’impossibilità di toccarsi e della sofferenza sociale causata da questi divieti, meno attenzione è stata rivolta alla perdita di olfatto e gusto.

Qui l’articolo completo

Ue: a rischio 4 mld per lo sviluppo rurale

Sono a rischio 4 miliardi di euro destinati dall’Unione Europea allo sviluppo rurale dopo la mancata l’intesa sul riparto dei fondi per i Piani di Sviluppo Regionali (Psr) in sede di Conferenza tra Stato e Regioni.

E’ la Coldiretti a lanciare l’allarme nel sottolineare che in piena pandemia Covid ogni giorno che passa è una possibilità in meno per le imprese per investire sul rilancio del settore e uscire dalla crisi. Si auspica quindi – conclude la Coldiretti – che le Regioni possano trovare un’intesa in tempi brevi per il bene del settore e delle sue imprese, partendo dalla proposta di mediazione elaborata dal Ministro delle Politiche Agricole Stefano Patuanelli.

Astrazeneca, seconda dose: le news

In Italia per la seconda dose del vaccino anti-Covid AstraZeneca, finito sotto i riflettori per rari casi di trombosi, “non cambia nulla, per ora. Si è pronunciata l’Ema su questo e non sono state prese decisioni diverse”. Lo ha detto il direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, durante la conferenza stampa sull’analisi dei dati del monitoraggio regionale della cabina di regia Iss-ministero Salute.

Rezza ha ricordato che l’Agenzia europea del farmaco “Ema non ha indicato limiti di età che”, nell’indicazione data in Italia, “riguardavano del resto la prima dose, perché quei rari eventi avversi si erano manifestati in persone al di sotto dei 60 anni che avevano ricevuto la prima dose. Per ora, fortunatamente, non c’è evidenza di effetti avversi con la seconda dose – ha precisato – Credo che ci siano tutti gli elementi per dire che viene confermata l’aderenza alle posizioni dell’Ema”.

“Siamo stati più realisti del re sul vaccino anti-Covid di AstraZeneca. L’Ema diceva di offrirlo a tutti. Potevamo benissimo offrirlo a tutti. Si è messa una piccola dose di cautela in più nel mettere il limite d’età sulla prima dose”. “Tutto quanto va fatto con cautela. E’ importante sia per vaccinare tanto che per riaprire”, ha aggiunto.

Persona grata: gli «Italici» con Sassoli? Il senso di una proposta di speciale valore simbolico.

Secondo gli esperti di politica internazionale il clamoroso e imprevisto exploit di Putin, con il quale il Presidente del Parlamento europeo David Sassoli è stato (insieme ad altri) bollato come «persona non grata» – ovvero, tradotto dal latino della diplomazia, «persona non gradita» – non è un segno di potenza e sicurezza del Cremlino, bensì un attestato d’incertezza e fragilità. Putin reagisce in maniera scomposta alle dichiarazioni della comunità politica euro-atlantica in difesa dei diritti umani (caso Navalny) e per l’integrità territoriale dell’Ucraina. 

In realtà, Mosca non si è mai mostrata amica dell’Europa a vocazione comunitaria, aperta cioè al processo di graduale integrazione sovranazionale. Il passato pesa ancora a dispetto degli ingenui svolazzamenti sulla fine della storia. D’altronde, nel lungo periodo della guerra fredda, il regime sovietico aveva sempre scommesso sulla prospettiva di un Continente destinato a contribuire alla pace tra i popoli in virtù della sua neutralità, fuori perciò dal sistema di alleanze della Nato. Le due Germania, rigorosamente divise, dovevano costituire il nucleo principale di una grande area geografica, forte economicamente e debole politicamente. Il crollo del Muro di Berlino ha cambiato tutto. Oggi però, finito il regime sovietico, la nuova Russia non si allontana dalla sua tradizionale linea di seduzione e avversione nei riguardi dell’Europa, per giunta di un’Europa che mira ad irrobustire la sua unità e a consolidare, al tempo stesso, la collaborazione con gli Stati Uniti.

Putin ha giocato una carta che ha messo in allarme mezzo mondo. Alla resa dei conti lo smacco inferto ai più alti rappresentanti delle istituzioni europee ha determinato la ferma condanna delle capitali di quell’Occidente democratico, spesso descritto come terra del declino irreversibile, che pur si nutre di principi e valori incompatibili con l’arbitrio della forza e lo sfoggio di potenza. Molto dipende, senza dubbio, dall’impulso che viene dall’America di Biden. C’è una demarcazione che non può essere cancellata tra libertà e autocrazia, benché serva comunque, anche nei momenti di maggiore incomprensione nei rapporti internazionali, la costante ricerca del dialogo.

Ora, il dialogo non deve prescindere dalla corretta rappresentazione del proprio punto di vista. Gli italiani sono coinvolti apertamente in questa vicenda complicata e delicata, che vede sul proscenio della battaglia diplomatica tra Bruxelles e Mosca l’«italiano» Sassoli. Sarebbe interessante, a tal proposito, adombrare l’idea di una comune visione di ciò che vale o deve valere oltre i confini nazionali, proprio facendo leva sugli «italici» di cui parla a giusto titolo, da qualche tempo a questa parte, un politico d’eccezione quale Piero Bassetti. Loro, i tanto numerosi «italici» che popolano la comunità-mondo, possono identificarsi nei potenziali attori di una iniziativa, certo simbolica ma non per questo superflua, volta significativamente ad attribuire la qualifica di «persona grata» al Presidente del Parlamento europeo.

In questo modo, allo sgarbo di Putin farebbe seguito il pacifico «squillo di tromba» di una comunità di 300 milioni di persone, quante ne conta in effetti la rete delle diverse e stratificate generazioni di nostri connazionali, pure in concorde afflato di sentimenti con estimatori e amici della cosiddetta «civiltà italica». Di questo messaggio, bisognoso di opportuni approfondimenti, non possono farsi promotori i membri della giovane Associazione «Svegliamoci Italici»? Non è detto che provarci sia una indebita illusione. Male che vada, dopo aver gettato il seme, qualcosa di sicuro nascerà.