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INPS: esonero dal versamento dei contributi previdenziali

Con un Messaggio, l’INPS fornisce ulteriori indicazioni in materia di esonero dal versamento dei contributi previdenziali per le aziende con lavoratori iscritti alla Gestione pubblica, che non richiedono trattamenti di cassa integrazione, ai sensi dell’art. 3 del D.L. n 104/2020 (c.d. Decreto Agosto), convertito con modificazioni in Legge n. 126/2020. In particolare, nel ribadire che l’esonero contributivo è escluso per le Pubbliche Amministrazioni (art. 1, comma 2, D.Lgs. n. 165/2001), il provvedimento individua come destinatari del beneficio i seguenti enti:

*gli enti pubblici economici;
*gli Istituti Autonomi Case Popolari trasformati in base alle diverse leggi regionali in enti pubblici economici;
*gli enti che per effetto dei processi di privatizzazione si sono trasformati in società di capitali, ancorché a capitale interamente pubblico;
*le ex IPAB trasformate in associazioni o fondazioni di diritto privato, in quanto prive dei requisiti per trasformarsi in ASP e iscritte nel registro delle persone giuridiche;
*le aziende speciali costituite anche in consorzio, ai sensi degli artt. 31 e 114 del D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267;
*i consorzi di bonifica;
*i consorzi industriali;
*gli enti morali;
*gli enti ecclesiastici.
L’Istituto chiarisce, inoltre, che l’esonero può essere fruito per un massimo di 4 mesi, dal mese di competenza di settembre 2020 al mese di competenza di dicembre 2020, e che l’agevolazione riguarda esclusivamente la contribuzione dovuta ai fini pensionistici.

Covid: “Per alcuni mesi sarà ancora dura”.

“Per alcuni mesi sarà ancora dura”. Lo dice il ministro della Salute, Roberto Speranza, parlando dell’emergenza Covid in un’intervista al Corriere della Sera. “I vaccini sono la luce, la svolta che apre un’altra fase, ma la verità è semplice. Per avere un impatto il vaccino ha bisogno di mesi e dobbiamo resistere, la battaglia è ancora dura. Dopo sei settimane l’indice Rt è scattato sopra 1…”, sottolinea Speranza. E quando gli chiedono se la terza ondata stia arrivando, risponde: “La seconda ondata non è mai finita davvero. Adesso c’è una ripartenza e probabilmente sì, il terzo picco arriverà”.

Il contatore delle vaccinazioni ha superato quota mezzo milione: “Siamo in recupero”, commenta il ministro. “Abbiamo lavorato molto per organizzare la campagna, la macchina sta entrando a regime. Non è una gara, però dopo tante critiche prive di senso è bello vedere che siamo secondi in Europa in valore assoluto. Abbiamo 470 mila dosi a settimana e riusciamo a farle tutte”, evidenzia Speranza.

Ma quando ne usciremo? “Prima dell’estate, quando 10 o 15 milioni di italiani saranno stati vaccinati”, risponde. Insomma, bisogna resistere “alcuni mesi”. Nelle prossime settimane “la curva può facilmente risalire, come purtroppo vediamo in larga parte dei Paesi europei, dove i numeri sono significativamente peggiori dei nostri”. Ecco perché il nuovo Dpcm “manterrà l’attenzione al rigore, con misure di contenimento significative”.

Elogio a uno che supererà Napoleone

Si salta di giorno in giorno. Metodo quasi da guerriglia. Da stazione a stazione. Ogni stazione va bersagliata. Lotta senza quartiere. Il dispaccio è stato diramato con prontezza, e tutti gli accoliti sanno le mosse di Napoleone. È come fossimo a Austerlitz di Napoleone del 1805.

Giuseppe Conte e i suoi, crederanno di farcela. Hanno più truppe. Immaginano che Bonaparte si ritirerà e piegherà all’indietro. La carta topografica, sotto gli occhi del Corso, presenta alcuni cerchietti:

il ponte sullo stretto di Messina;

il Mes;

nuovi Ministri;

Recovery Plan.

Durante la notte ha lanciato i suoi missili, gli altri se la ridono; per ora se la ridono. Ma domani 2 dicembre 1805, per i più disattenti martedì prossimo al consiglio dei Ministri, le truppe d’assalto dell’Imperatore sgombreranno il corpo centrale degli Austriaci e dei Russi. Così, in un modo tragico, gli Ussari, i Cosacchi e gli Asburgo, vedranno il crollo delle loro speranze.

Matteo Renzi, porrà il suo vessillo vittorioso sulle macerie del Conte due. In tal modo il famoso condottiero di Rignano riporterà in auge la sua illustrissima capacità politica.

Questa ipotesi politica, ha un che di letterario, lo so. Gioca sul filo di un improbabile parallelismo storico-politico. Ma, voi mi capirete, non potrò sempre rincorrere minuscole, per quanto veritiere, mosse giornalistiche. Di tanto in tanto, infiocchettare con colori sgargianti, il greve e plumbeo periodo che stiamo vivendo, può rendere più divertente la lettura.

Si scommette circa la possibilità di sovrapporre la gigantesca mossa di Renzi, sulla minuscolo operazione Napoleonica.

Per Conte le ore sono…contate. L’Amerikano Renzi scuote l’albero della crisi, resa inevitabile dal funambolismo di Zingaretti.

Il Pd si scuote dalla sua infingarda terzietà, ora giocata a favore e ora contro i due litiganti, Conte e Renzi, arrivando infine a collocare la crisi di governo in uno scenario fatto di ombre minacciose, gravido di incognite, decisamente pericoloso. L’errore sedimentato in queste lunghe settimane a cavallo delle feste natalizie ha messo in evidenza la vuota sinuosità della politica del Nazareno. Imbalsamata la funzione direttiva, non è rimasto che l’ondeggiamento tipico dell’indecisione, anche se mascherata da sentimenti di buona volontà. In realtà, se un pensiero continua a frullare nella mente di Zingaretti, questo riguarda la convenienza personale a che la crisi degeneri a tal punto da rendere inevitabili le elezioni anticipate. L’appello alla responsabilità non appare convincente: dovrebbe, nel caso, accompagnarsi a gesti ben più chiari e risoluti.

Ieri in direzione nazionale il segretario ha ripetuto che sarebbe un errore imboccare la scorciatoia delle urne. Non c’è solo l’emergenza sanitaria, giacché l’Italia è alle prese con una crisi economica e sociale che può innescare una forte protesta popolare. Ora, si domanda Zingaretti, come reagirebbe la pubblica opinione di fronte a una crisi politica che scaturisce dalla litigiosità delle forze politiche di maggioranza? Il pericolo più serio, a suo giudizio, è che “il protrarsi di una situazione di incertezza allarghi in modo irrimediabile il distacco tra la politica, le istituzioni e i sentimenti e le aspettative delle famiglie. Nessuno commetta l’errore di sottovalutare la gravità di ciò che potrebbe accadere. Non sottovalutiamo la disperazione e la rabbia delle persone se a fronte di paure e incertezze la politica assumesse il volto dei giochi di palazzo. C’è un humus sociale ad alta infiammabilità, ci sono pensieri incendiari pronti a scatenarsi”.

A fronte di questa corretta rappresentazione del disagio serpeggiante nella società manca la forza di un giudizio politico sul progressivo sfarinamento della solidarietà di governo. Renzi non ha un consenso neppure lontanamente paragonabile alla forza di un protagonismo irrefrenabile. Ciò detto, le sue critiche al furbo manovrismo di Conte sono incontrovertibili. Le ambiguità accumulate forniscono pretesti giganteschi alla dissociazione di Italia Viva. Solo un miracolo può impedire l’apertura formale della crisi, quale che sia, in Parlamento o fuori, la procedura che a breve ne segnerà lo svolgimento. E poi? Ecco, non sono le elezioni anticipate lo sbocco naturale, senza alternative, a cui si lega la malcelata aspettativa di un leader, Nicola Zingaretti, vittima del suo funambolismo. L’unica cosa certa è che per Conte le ore sono…contate: non c’è all’orizzonte un salvatore di ultima istanza che ne legittimi il ruolo. Ormai, vista la potenza di fuoco dell’Amerikano Renzi, “Giuseppi” è visibilmente senza copertura.

La scelta di campo di De Gasperi e la sua visione del tutto popolare

Riproponiamo lo scambio epistolare tra Vincenzo Ortolina e il direttore Marco Tarquinio (“Avvenire” – 8 gennaio 2020) a proposito della qualificazione di un De Gasperi “di destra liberale” che nei giorni scorsi, a sorpresa, era stata proposta da Massimo Gramellini.

Marco Tarquinio venerdì 8 gennaio 2021

Caro direttore,
un giornalista che pure apprezzo, Gramellini, qualche giorno fa, sul “Corriere” ha proposto Alcide De Gasperi quale antidoto alla volgarità e meschinità del tempo presente, ma l’ha definito, sorprendentemente, «esponente di una destra liberale ed antifascista». A me viene allora da segnalare che lo statista trentino antifascista lo fu di certo, ma che non era uomo «di destra», tanto più se pensiamo che cosa significhi “destra”, politicamente parlando, oggi, in Italia. De Gasperi dovrebbe essere definito invece, al minimo, un “centrista”. Un centrista, poi, che guardava a sinistra. E non era neppure, semplicemente, un “liberale”: egli era in realtà un “cattolico popolare”, con forti radici sociali, disponibile a collaborare con liberali e socialisti, ma avendo piena consapevolezza di essere altra cosa rispetto a loro. Possibile che anche firme apprezzate non abbiano presente tutto ciò?

Vincenzo Ortolina

Domanda legittima, caro amico. E rimostranza assennata, mi verrebbe da dire centrata, anzi centratissima, al cospetto di certi schematismi nel leggere, definire e classificare il contribuito dei cattolici e, più in generale, dei cristiani alla politica italiana e non solo (penso anche e soprattutto alla Germania). Ci sono stati, ci sono e ci saranno anche cattolici liberali e cattolici illiberali di ogni colore. Ma il «centro che guarda a sinistra » di Alcide De Gasperi è stato progetto politico e ha fatto la storia in altro modo, con altra ispirazione e altro fine. E l’adesione di De Gasperi e dei suoi amici e compagni di strada ai princìpi cardine della liberaldemocrazia non ne fa un “liberale”, ma un cattolico popolare che con i liberali e i socialdemocratici seppe e volle essere alleato, anche quando poteva farne a meno, per ricostruire l’Italia nella libertà e secondo una salda idea di giustizia. De Gasperi è stato e resta un democratico cristiano che con la destra illiberale mai volle fare patti, anche quando sembrava questi fossero (e non erano) l’unica soluzione per fronteggiare una sinistra altrettanto illiberale. Una lezione da tenere cara, se si vuole far vivere l’dea di una politica popolare e non populista.

Avvenire  8/I/2021

Il potere di veto

Che i piccoli partiti, anche nella prima repubblica quando la politica e i partiti stessi – quelli veri,  però, e non quelli finti contemporanei – erano protagonisti, esisteva il cosiddetto “potere di veto”,  o di “ricatto” o di “interdizione” come dir si voglia. Cioè, la possibilità che piccole formazioni  politiche, in virtù del principio di coalizione, potevano mettere in discussione la solidità e l’unità  dell’alleanza di governo di cui facevano parte per le motivazioni più disparate. Era la normale  dialettica politica che ha sempre costellato le dinamiche della democrazia italiana sin dal secondo  dopoguerra. Pertanto, oggi c’è addirittura qualcuno che traccia dei confronti tra ciò che capitava  ieri e quello che è sotto ai nostri occhi in queste settimane. 

Ora, per evitare di essere ipocriti o maldestri, chi oggi esercita concretamente il potere di veto, o  di ricatto o di interdizione coltiva altri obiettivi e persegue altre mete politiche con modalità che fa  restare basiti anche coloro che hanno una lunga esperienza politica e parlamentare. È appena  sufficiente osservare e registrare i comportamenti concreti, le dichiarazioni e le prese di posizione  del piccolo partito personale di Renzi per rendersi conto di come la politica sia scaduta e sia  sempre più decadente. Come progetto politico e, soprattutto, come comportamenti individuali. E  quindi, si tratta di una doppia crisi. Politica, sicuramente e anche etica, se vogliamo citare una  parola che ormai è passata di moda. Del resto, nell’epoca dominata dal trasformismo e dal più  spregiudicato opportunismo, tutto diventa lecito e possibile e non c’è più alcun argine alla deriva  e al malcostume della politica. Il cosiddetto “bene comune” è diventato un optional e il “patto di  coalizione” – elemento decisivo per esercitare un’azione di governo – un elemento del tutto  astratto e virtuale.  

È del tutto evidente, quindi, che di fronte ad una situazione del genere non c’è alcuna coerenza,  alcun limite e soprattutto alcuna possibilità di garantire una efficace e feconda azione di governo.  L’obiettivo centrale resta quello di far ciò che uno vuole a prescindere. Per motivazioni di puro  potere da un lato e per ragioni riconducibili a pregiudiziali personali dall’altro e che rispondono,  com’è ovvio a tutti, ad obiettivi di posizionamento tattico e di organigrammi di potere personale e  di gruppo nel futuro.  

Il tutto, è bene richiamarlo ancora una volta, si rende possibile perché i partiti personali hanno  soppiantato i partiti politici, i leader sono scomparsi a vantaggio dei capi, il trasformismo è  diventato la religione laica che ispira e disciplina i comportamenti dei singoli padroni dei rispettivi  cartelli elettorali e, in ultimo, la coerenza è stata definitivamente sacrificata sull’altare della  convenienza momentanea e contingente.  

Ecco perché il potere di veto è diventato la regola, e non l’eccezione, della politica  contemporanea. Soprattutto di quei partiti personali, frutto e conseguenza di operazioni  trasformistiche ed opportunistiche, che ormai condizionano e dettano l’agenda dello stesso  governo nazionale. Un pessimo segnale per il recupero di credibilità della politica, dei partiti e dei  politici. In ultima analisi, per la credibilità della nostra democrazia.  

Sulla scissione comunista di Livorno. Ma è questo il centenario?

Mi ha inevitabilmente provocato un sorriso un trafiletto apparso su «Bandiera Rossa», organo dei comunisti anconetani, contro Girardengo e il Giro d’Italia. Siamo ai primi di giugno del 1921. Non sono passati neppure cinque mesi dalla scissione di Livorno e la nostra stampa “bolscevica” in genere inneggia alla Russia dei Soviet ed è feroce contro i socialisti. 

Eppure trovare un particolare così apparentemente irrilevante come l’attacco a un mito del ciclismo, osannato in anni recenti da Francesco De Gregori, ci dice tanto sulla mentalità dei “rivoluzionari” di allora”. Chi poi, come il sottoscritto, ha vissuto la stagione del ‘68, sa bene che tutti i movimenti sovversivi, almeno nella fase originaria e propulsiva, intendono andare al cuore del potere da abbattere.

Così lo sport viene percepito come strumento del consenso del potere “borghese” (anche allora si chiamava così), essenziale per distrarre le masse dai loro naturali obiettivi rivoluzionari. Come si fa a non riportare alla mente la vittoria di Bartali al Tour de France 28 anni dopo! Anche allora non era così essenziale per fermare una rivolta senza speranze, ma l’immaginario collettivo ha avuto piacere ritenerlo plausibile.

Insomma questi fondatori erano coloro che dovevano sovvertire l’ordine costituito e che invece nel giro di poco più di un anno furono spazzati via dalle camicie nere e dal “potere borghese”, con soddisfazione delle masse che amavano il ciclismo, il calcio e così via. 

Se non ci fossero state menti lucide che avrebbero riflettuto a fondo su cotante disastrosa sconfitta, quel partitino sarebbe davvero scomparso. Allo stesso tempo se l’elemento utopico non avesse mantenuto in vita la speranza (a costo di persecuzioni, galera, confino, ecc..), quel partitino sarebbe davvero scomparso. Se l’attesa della parusia, dell’avvento del regno della giustizia in terra, non fosse rimasta viva tra qualche giovane, che oggi definiremmo fanatico, quel partitino sarebbe davvero scomparso.

Ma, ecco il punto, se è rinato ed è diventato il più forte partito comunista al mondo in regime di libertà, ciò è accaduto grazie all’abbandono totale dei presupposti da cui era nato.

Davvero un altro partito quello sorto con la “svolta di Salerno”, quello che sente la democrazia non come una eredità del potere borghese, ma come conquista del proprio popolo; che percepisce la politica non come strumento di eversione, ma come espressione della intelligenza umana, come voce dell’”intellettuale collettivo”; che svolge una funzione pedagogica tra le masse, e così via. 

Si ricordi che la prima cosa che Togliatti chiedeva il lunedì mattina ai suoi collaboratori era: cosa ha fatto la Juventus? Certo poi ha faticato a capire le novità della cultura e della musica leggera in particolare. Se non ci fosse stato Umberto Eco molti comunisti avrebbero ritenuto Mina un frutto della distrazione di massa. Ma guai a perseverare nell’errore. Ben presto i gruppi rock più all’avanguardia avrebbero trovato il loro trampolino di lancio nelle Feste dell’Unità.

Insomma, il partito di massa, che collabora alla stesura della Costituzione, che crede fortemente nella democrazia, che diffida di gesti sovversivi, come, ad esempio, l’occupazione della Prefettura di Milano, che, certo, mantiene in vita alcune ambiguità e non è esente da errori, svolge comunque un ruolo nazionale che i rivoluzionari del 1921 avrebbero ritenuto politica da rinnegati.

Ma allora davvero i comunisti sono poi diventati socialdemocratici pur senza saperlo o senza volerlo riconoscere? Ecco un punto dolente troppo spesso risolto con superficialità. Intanto perché in genere non si riflette abbastanza sul socialismo in Italia, sul perché sia fallita la possibile alleanza con i Popolari, perché sia fallito il centro sinistra, perché quel partito sia sempre rimasto radicalmente anticlericale e in fondo massimalista oltre che diviso al proprio interno. 

Negli anni trenta erano diventati delle mummie, fermi nella loro ideologia ormai sclerotica. Mi ha sempre molto colpito l’ostracismo e l’espulsione di Giuseppe Donati (ex direttore del Popolo) dalla Concentrazione antifascista, perché non aveva dato un giudizio negativo, bensì articolato, sui Patti Lateranensi!

Togliatti voterà l’articolo 7 della Costituzione, ma non solo o non tanto in modo tattico, ma perché ne era convinto. Non a caso era contrario al Fronte popolare nel ‘48 e vi fu  trascinato da Nenni. Pare addirittura che tirò un sospiro di sollievo quando conobbe i risultati del voto.

E nel ‘49 dopo la scomunica, rassicurò don De Luca che se l’aspettava e che non intendeva rispondere con la contrapposizione frontale. In questo caso fu De Luca a tirare un sospiro di sollievo…

Togliatti, nel suo intimo, stimava De Gasperi, molto meno Nenni e non intendeva in alcun modo favorire la fusione con i socialisti, come chiedeva la destra del partito (Amendola in testa).  Anche per questo il Pci non diventò socialdemocratico. Paradossalmente restare comunisti voleva dire mantenere l’originalità e, al contempo, un filo rosso sotterraneo con i valori religiosi e nutrire quindi la comune avversione verso il “radicalismo borghese”. Il discorso di Bergamo, la scambio di lettere tra Berlinguer e mons. Bettazzi, sono non solo un superamento oggettivo della scolastica marxista, ma anche e soprattutto la testimonianza di una “diversità” che in qualche modo ha reso il Pci uno strano animale, né comunista col kappa né socialista (alla Turati o alla Nenni, o alla Craxi, sempre rimasti “tribuni del popolo” e, al contempo, con la fissa della “stanza dei bottoni”). 

Forse andrebbero riletti i discorsi del Brancaccio del luglio 1944, quello di Togliatti e quello successivo di De Gasperi, come fondativi di culture diverse ma non inconciliabili. Per poi magari trovare spunti interessanti per la mia tesi.

Per questo non celebro il 21 gennaio, mentre aspetto il 2044 per ricordare il centenario del Pci. Ovviamente non ci sarò, ma i nostri nipoti lo celebreranno assieme a quello…della Democrazia Cristiana.

Istat, effetto Covid: il deficit della pubblica amministrazione nel terzo trimestre 2020 è al 9,4%, ma nelle famiglie aumenta il reddito disponibile lordo.

Nel terzo trimestre 2020 il rapporto deficit-Pil è balzato al 9,4% dal 2,2% nello stesso trimestre del 2019. Lo rende noto l’Istat, spiegando che “in termini assoluti, il peggioramento dei saldi è dovuto sia alla riduzione delle entrate sia al consistente aumento delle uscite, legato alle misure di sostegno introdotte per contrastare gli effetti dell’emergenza economica e sanitaria su famiglie e imprese”.

Nello specifico le uscite totali nel terzo trimestre 2020 sono aumentate del 10,3% rispetto al corrispondente periodo del 2019 e la loro incidenza sul Pil (pari al 53,1%) è aumentata in termini tendenziali di 7,1 punti percentuali. Nei primi nove mesi del 2020 la relativa incidenza è stata pari al 55,2%, in aumento di 8,3 punti percentuali rispetto al
corrispondente periodo del 2019.

Le uscite correnti hanno registrato, nel terzo trimestre 2020, un aumento tendenziale del 5,3% dovuto principalmente all’incremento delle prestazioni sociali in denaro (+10,9%), mentre le uscite in conto capitale sono cresciute in termini tendenziali del 77,4%  per effetto delle misure straordinarie a favore delle imprese messe in atto dalle AP per contrastare gli effetti dell’emergenza sanitaria.

Le entrate totali nel terzo trimestre 2020 si sono ridotte in termini tendenziali del 4,8% e la loro incidenza sul Pil è stata del 43,7%, in calo di 0,2 punti percentuali rispetto al corrispondente periodo del 2019 .
Nei primi tre trimestri dell’anno, l’incidenza delle entrate totali sul Pil è stata del 45,1%, in diminuzione di 1 punto percentuale rispetto al corrispondente periodo del 2019.
Le entrate correnti nel terzo trimestre 2020 hanno segnato, in termini tendenziali, una riduzione del 4,9% a fronte di un aumento delle entrate in conto capitale dell’8,5% . La pressione fiscale si è ridotta di 0,4 punti percentuali passando dal 39,7% del Pil nel terzo trimestre 2019 al 39,3% nel terzo trimestre del 2020.

Quindi complessivamente, nei primi tre trimestri del 2020 le AP hanno registrato un indebitamento netto pari al 10,1% del Pil, in deciso aumento rispetto al 2,8% del corrispondente periodo del 2019. In termini di incidenza sul Pil, il saldo primario e il saldo corrente sono risultati negativi, pari rispettivamente al -6,5% (+0,5% nello stesso
periodo del 2019) e al -5,7% (+0,3% nel corrispondente periodo del 2019). Nei primi nove mesi dell’anno la pressione fiscale si attesta al 39,9% del Pil, in aumento di 0,5 punti percentuali rispetto al 39,4 del 2019, per la minore flessione delle entrate fiscali e contributive (-7,5%) rispetto a quella del Pil a prezzi correnti (-8,7%).

Mentre per quanto riguarda le famiglie nel terzo trimestre 2020 il reddito disponibile lordo è aumentato del 6,3% in termini nominali e del 6,6% in termini reali (potere d’acquisto). Rispetto al terzo trimestre del 2019 il reddito lordo disponibile è invece diminuito dello 0,6% .

Nello stesso periodo, la spesa per consumi finali delle famiglie è aumentata in termini nominali del 12,1%, determinando una flessione della propensione al risparmio di 4,4 punti percentuali (14,6%, da 19,0% nel trimestre precedente).

Il tasso di investimento delle famiglie consumatrici nel terzo trimestre del 2020 è stato pari al 6,0%, 1,5 punti percentuali più alto rispetto al trimestre precedente, a fronte di un aumento degli investimenti fissi lordi del 43,2% e del già segnalato aumento del 6,3% del reddito lordo disponibile .

Cyber security: si rafforza il sistema PEC

A distanza di quasi un anno dall’avvio di un piano d’iniziative coordinato da AgID per rafforzare la sicurezza del sistema PEC, al quale hanno aderito tutti i gestori, si sono significativamente ridotte le campagne di diffusione di malware via PEC.

Nel piano sono state definite iniziative a breve, medio e lungo termine relative, tra l’altro, al  contrasto  delle campagne mailspam veicolate tramite PEC e alla prevenzione di utilizzi impropri o a scopo fraudolento del sistema PEC.

I risultati conseguiti evidenziano una situazione di gran lunga differente da quella di partenza: le campagne malspam veicolate tramite PEC sono diminuite del 90% rispetto a dicembre 2019. L’unica campagna rilevata dal CERT-AgID negli ultimi 4 mesi, mirata alla diffusione del malware sLoad, è stata prontamente intercettata e bloccata grazie alla collaborazione e alla pronta reazione dei gestori impattati, che hanno impedito il propagarsi incontrollato dell’evento malevolo.

Vaccino Covid: le differenze tra Pfizer e Moderna

Profili di sicurezza ed efficacia “sostanzialmente sovrapponibili”, ma anche alcune differenze fra i due vaccini ad oggi disponibili in Italia: Moderna, autorizzato oggi dall’Agenzia italiana del farmaco, e Pfizer con il quale sono già partite le immunizzazioni nel Paese.

Quelle più salienti sono sulle temperature di conservazione e il tempo dopo il quale scatta l’immunità, che per Moderna “si considera pienamente acquisita a partire da 2 settimane” dopo la seconda somministrazione, anziché una settimana che è la tempistica che riguarda il vaccino Pfizer.

A tracciare un breve quadro è l’Aifa che ricorda innanzitutto che il vaccino Moderna è indicato a partire dai 18 anni di età, anziché dai 16. Diversa anche la distanza fra le due dosi: la schedula vaccinale prevede due somministrazioni a distanza di 28 giorni per Moderna, invece che di almeno 21.

Il vaccino Moderna viene conservato a temperature comprese tra i -15° e -25°, ma è stabile tra +2° e +8° per 30 giorni se in confezione integra. Altro dettaglio è che “il flaconcino multidose contiene 6,3 ml e non richiede diluizione, è quindi già pronto all’uso”.

Può il “controcanto” di Berlusconi al sovranismo portare a una fase nuova?

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Politica Insieme

Silvio Berlusconi sta mostrando una grande vitalità. Sta svariando su temi importanti e con il chiaro intento di cogliere tutte le possibilità offerte da un quadro politico in movimento.

In effetti, questo in cui siamo immersi può costituire l’ultimo passaggio per uscire da quella gabbia del bipolarismo e delle contrapposizioni  tra due soli fronti che tanto hanno segnato la nostra politica, ma anche la vita civile degli ultimi due decenni e mezzo. E’ come se l’uomo che è stato tra i principali interpreti, e sicuramente quello che meglio ha saputo trarne i frutti, sin dai primi anni degli anni ‘90, del cambiamento dei paradigmi della politica italiana  si trova tre decenni dopo a constatare la necessità di un nuovo passaggio. Ricorre nei suoi ragionamenti sempre più frequentemente il tema della comune responsabilità nazionale ed europea.

Sopravvissuto a tutti i suoi avversari politici, unica personalità eminente ancora alla guida di un partito, tra quanti hanno caratterizzato la Seconda repubblica, sta valutando  le novità presenti nella politica  italiana rese possibili da tante “asimmetricità”, alcune evidenti, altre potenziali, che riguardano le relazioni tra le forze oggi presenti in Parlamento.

Così, Silvio Berlusconi, come appare evidente dal suo intervento del 26 dicembre scorso sul Corriere della Sera ( CLICCA QUI ),  deve evidentemente  pagare il prezzo dovuto alla sua collocazione ufficiale nel centrodestra, ma lo fa con accenti e contenuti del tutto diversi rispetto a quelli di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni.  Berlusconi però è prudente perché le “asimmetricità” di cui sopra sono ancora tutte da verificare. Anche il tira e molla di Renzi e Conte non aiuta a dare per certo il prossimo futuro, reso peraltro ancora abbastanza sospeso per le tante variabili che devono essere risolte: la legge elettorale, il coinvolgimento di Mario Draghi, il prossimo settennato al Quirinale. Intanto, Berlusconi ha detto chiaro e tondo, per primi a coloro che ancora devono essere definiti i suoi alleati, che l’unico eventuale governo di centrodestra possibile sarebbe quello animato da una visione liberale.

Silvio Berlusconi prese le distanze in maniera indiretta dalla  destra estrema già nel maggio dell’anno scorso ( CLICCA QUI ) quando, rivolgendosi ad un “tessuto collettivo qualificato” , invitò il mondo dell’imprenditoria  a coinvolgersi nel superamento della crisi già allora aggravata dal diffondersi del Coronavirus.

Adesso, Berlusconi con gli interventi su alcuni importanti giornali d’opinione sembra delineare una sua propria strategia. Mentre lascia che i suoi o le sue porta voci si coinvolgano nelle polemiche quotidiane, il capo di Forza Italia torna dal Corriere della sera parlare ad un altro livello e, così, ricorda che l’Italia ha assunto la Presidenza del G 20 e che “La politica estera per un grande Paese è un tema che dovrebbe riguardare tutti, al di là delle divergenze di schieramento, in nome dell’interesse nazionale e di una comune visione valoriale” ( CLICCA QUI ).

L’Italia, dice Berlusconi ha l’occasione “per concorrere a determinare le prospettive del mondo in una fase di grandi cambiamenti” e addirittura porsi nelle condizioni di innalzare e migliorare “il livello di reciproca comprensione e collaborazione tra Europa e Stati Uniti”. Berlusconi cita direttamente la nuova amministrazione Biden quasi a voler sottolineare un’ulteriore presa di distanza dai suoi alleati che sono sempre stati accaniti sostenitori dello sconfitto Trump. Il ragionamento di Berlusconi è sideralmente lontano dalle suggestioni antieuropee di Salvini e della Meloni e punta alla ricucitura, non all’allargamento, della frattura tra le due sponde dell’Atlantico.

Berlusconi auspica la “creazione di una concreta ed articolata forza di difesa europea, integrata e non alternativa rispetto a quella dell’Alleanza atlantica” ribadendo ancora una volta una scelta per un processo di collaborazione e d’integrazione che presuppone più e non meno Europa.

Qui l’articolo completo 

Marco Frittella indaga il lato verde del belpaese

Italia Green, libro scritto da Marco Frittella – storico conduttore  del TG1, da poco passato a Uno Mattina – è un saggio del 2020 edito dalla RAI che descrive la situazione del mondo green italiano e lancia alcuni importanti spunti per il futuro. Qui di seguito riportiamo una sintesi di quanto è contenuto nell’opera.

Oramai siamo in un’economia lineare, ovvero estraiamo i materiali, produciamo prodotti e infine li consumiamo. Ecco perché ultimamente si sta facendo strada l’idea dell’economia circolare: un prodotto viene progettato e realizzato per durare a lungo ed essere poi riciclato per dar vita a qualcos’altro. La capitale e il Mezzogiorno non si comportano a tal proposito bene come il Nord, va notato, però molti passi in avanti ci sono. I capisaldi italiani sono: le rinnovabili (come la produzione di biogas), il risparmio d’acqua, l’utilizzo di biopolimeri, utilizzabili per produrre plastica.

I “lavori verdi” in Italia occupano il 13% delle persone, ovvero circa 3 milioni di individui. Molte sono le aziende che spingono sulle rinnovabili, ma sono importanti soprattutto quelle che convertono gli oli industriali per convertirli e fare dei nuovi carburanti.

Per quanto riguarda la plastica, essa è un’invenzione di Giulio Natta, Nobel per la chimica del 1953. Molta plastica purtroppo finisce negli oceani e nei mari, tanto che si è stimato che ognuno di noi ogni anno ingoia circa 10 carte di credito. Il governo italiano ha dichiarato inoltre di voler essere il primo a recepire nei tempi più brevi possibili la direttiva Ue del 21 maggio 2019 che vieta dal 2021 buona parte delle plastiche usa-e-getta. Invece venticinque anni fa, a Novara, un gruppo di pionieri della chimica verde ebbe l’idea per la prima volta al mondo di produrre una plastica coi vegetali, una plastica che si elimina come un qualsiasi avanzo di cucina: stiamo parlando della bioplastica, oggi molto usata nell’economia circolare.

Le auto elettriche sono il futuro, e un esempio di mobilità la offre Milano, per tante ragioni capofila del Paese. Per quanto riguarda l’elettrificazione, infatti la città mette a disposizione oltre alle quattro linee della metropolitana, anche 3000 auto condivise di cui un terzo elettriche, 4650 biciclette a pedalata assistita e 12 mila in forma free floating. Milano si è impegnata a far sì che le Olimpiadi del 2026 siano ad impatto zero e completamente carbon free. Ma non c’è solo Milano: anche Lucca sta portando avanti con la sua ENEL X delle stazioni di ricarica elettrica. Purtroppo, il sud zoppica, come ben si può comprendere, e anche Roma.

Si stima che nel 2040 sarà elettrica metà delle auto elettriche vendute. L’innovazione elettrica dei trasporti sta per rivoluzionare la nostra stessa idea di mobilità: l’auto sarà sempre meno una proprietà esclusiva e sempre più un servizio in sharing come già sta accadendo nelle aree metropolitane più importanti.

In futuro ci saranno meno automobili, il 20-30% di quelle circolanti oggi, e saranno elettriche: in compenso ci sarà molta più ‘micro-mobilità’, ovvero quella mobilità assicurata dalle bici, dagli scooter e dai monopattini elettrici. Nelle smart city le auto sapranno grazie ai sensori dell’intelligenza artificiale quando sarà il loro turno per passare in sicurezza. Vi saranno anche auto condivise, cosicché un’auto sola sostituirà cinque vetture private. Gli algoritmi dell’intelligenza artificiale saranno in grado di garantire maggiore sicurezza per chi è a bordo e per i pedoni e i ciclisti.

L’agricoltura italiana è la più green d’Europa, da tempo in cammino verso la transizione energetica. Da noi quasi due milioni di ettari sono coltivati a biologico, e la percentuale è in costante aumento, fruttando quasi 6 miliardi l’anno. L’Italia è l’unico Paese ad avere oltre ad una diversità di qualità di vini invidiabile, anche una grande biodiversità sia vegetale che animale. In Italia i residui chimici riscontrati sono tre volte al di sotto della media Europea, mentre l’uso dei fitosanitari è diminuito del 26%. Siamo anche il Paese con più imprese guidate da under 35.A due passi da Ferrara l’insediamento storico di Jolanda di Savoia pratica il precision farming, un sistema di fare le cose appunto con precisione, sintetizzando per esempio le sostanze che servono oppure irrigare quando è giusto farlo.

L’oro blu del futuro diventerà invece l’acqua. Nell’azienda vinicola trentina di Giuliano Preghenella si è sperimentato l’utilizzo di sensori di umidità e stazioni meteo i cui dati vengono raccolti tramite una rete a basso consumo energetico e ad ampia copertura e immagazzinati in sicurezza su una piattaforma IOT attraverso la quale vengono poi processati, interpretati e preparati alla visualizzazione tramite pagina web sul cellulare.

Il Bosco Verticale di Milano progettato da Stefano Boeri: due torri di circa ottanta e centododici metri, letteralmente coperte da 8000 alberi e migliaia di arbusti e piante perenni, divenuto simbolo della Milano Expo. Boeri sta esportando il suo progetto in tutto il mondo, tanto che al Cairo vuole piantare una foresta orbitale con dei corridoi verdi che penetrino fin dentro la città. A Bolzano nel 2002 fu fondata la prima agenzia indipendente per la certificazione ecosostenibile degli edifici. Norbert Lantschner diede vita a “Casa Clima”, una casa di nuova generazione: risparmio energetico, impatto sulla salute, benessere delle persone.

Diamo conto, di seguito, delle tracce relative ad alcune interviste che completano il libro di Frittella.

Intervista a Stefano Ciafani

Qual è stata negli ultimi anni la maturazione dell’ambientalismo italiano?

  • Il movimetnto ambientalista è sorto in Italia negli anni Sessanta e Settanta, e quando nel 1980 nacque Legambiente essa cercò di riposizionare i temi ambientali mettendo al centro l’essere umano e dando vita ad una diversa modalità di fare ambientalismo fondata su solidi basi scientifiche. Nell’ambientalismo italiano c’è ancora una forte idea conservazionista, mentre l’idea di un ambientalismo scientifico e pragmatico è diventata maggioritaria nel sentire comune dei cittadini come l’unica modalità con cui l’ambientalismo può avere un futuro. In Italia però purtroppo c’è sempre quell’ambientalista che dice sempre no, che poi è quello che fa parte dell’antipolitica e del populismo.

La Fater stava per andare all’estero perché non riusciva a superare il contenzioso con la regione Veneto sulla commercializzazione della “materia prima seconda” derivante dal riciclo dei pannolini.

  • Per commercializzare il derivato del riciclo serve un provvedimento end of waste, ma mentre negli altri Paesi si contano decine di decreti del genere ogni anno, noi ne abbiamo visto approvare uno solo dopo cinque anni.

Perché?

  • Perché i processi burocratici sono eccessivi.

Ettore Prandini

Colpisce questo processo dopo decenni in cui in Italia l’agricoltura è stata considerata un settore economico residuale

  • La biodiversità della Val Padana è un bene da tutelare, e quindi bisogna continuare a investire nel Made in Italy e puntare sulla distintività, senza copiare ciò che è peggio. C’è però una speranza: molti giovani tornano alla terra, e infatti ci sono oltre 56mila aziende condotte da under 35. Occorre quindi puntare su di loro, che a loro volta sono spinti verso l’internazionalizzazione.

Come si combatte la contraffazione del prodotto Made in Italy così diffusa nel mondo?

  • La lotta alla contraffazione è doverosa perché ogni anno si sottrae al nostro Paese un valore di oltre 100 miliardi di euro, più del doppio dell’export del vero agroalimentare Made in Italy. Quando c’è contraffazione la qualità del prodotto è bassa o scadente o addirittura presenta problemi di carattere sanitario. Si è documentato che il giro delle agromafie vale 25 miliardi di euro.

Ermete Realacci

Parliamo del Manifesto di Assisi promosso dalla fondazione Symbola e da altri soggetti significativa della società italiana si intitola: “Un’economia a misura d’uomo contro la crisi climatica”. Si può definire un obiettivo di ambientalismo umanistico. È così?

  • La prospettiva del “Green New Deal” imboccata dalla Commissione Europea può mettere in moto le migliori energie per progettare un’economia e una società più a misura d’uomo. Il messaggio del Manifesto vuol essere popolare come lo è il francescanesimo, ma la percezione del pericolo climatico deve accompagnarsi a una speranza concreta, a un obiettivo ambizioso ma raggiungibile.

Tuttavia, bisogna considerare che la transizione verso un’economia sostenibile non sarà affatto una passeggiata: si pagheranno dei prezzi sociali…

  • È importante, per dirla con la Laudato Si’ di Papa Francesco, combattere la cultura dello scarto, creare gruppo e non far calare dall’alto la rivoluzione ecologica, altrimenti il popolo si ribella. Se si ha un’identità forte ci si apre, mentre quando l’identità è indebolita o impaurita costruisci muri.

Non dimentichiamo la giornata della memoria

Articolo pubblicato sulle pagine dell’ Isitituto Mounier

Il prossimo 27 gennaio come ogni anno da quando il Presidente della repubblica italiana Carlo Azeglio Ciampi la istituì, si ricorda la giornata della memoria perchè quel giorno nel 1945 venne aperto il lager di Auschwitz dalle truppe sovietiche. Quest’anno sarà sicuramente un anniversario particolare, altri morti affliggono la nostra memoria recente in tempo di pandemia ,ma non dobbiamo dimenticare l’orrore che quel 27 gennaio di tanti anni fa apparve all’apertura dei cancelli del lager più tristemente famoso.. Quel giorno come tutti dovrebbero sapere, è stato fissato per ricordare la Shoah, ovvero lo sterminio nazista del popolo ebraico e di tutti quanti soffrirono e morirono nei campi di concentramento, nelle prigioni naziste e fasciste di tutta Europa. O che furono perseguitati, vilipesi violentati, perdendo lavoro, scuola, diritti civili e poi torturati selvaggiamente, impiccati o fucilati soltanto perchè di religione ebraica.

Ma quel giorno ha anche un altro significato che i giovani di oggi che camminano avvolti in una pluralità di linguaggi che non sanno spesso decodificare, dovrebbero invece sapere e in ciò dovrebbe esserci un impegno soprattutto della scuola: vuol dire ricordare l’infamia delle leggi razziali fasciste, la persecuzione terribile di tanti ebrei italiani deportati nei campi di sterminio in Germania o in Polonia. Molti di essi non varcarono i confini e finirono nella tristemente nota Risiera di S.Saba per essere massacrati. Altri,moltissimi, vennero prelevati dal Ghetto di Roma, oltre mille di cui 207 bambini a volte neonati e dei quali tornarono soltanto in 16.Altri morirono, una cinquantina, alle Fosse Ardeatine, sempre per la colpa di essere ebrei. Le autorità fasciste furono fortemente colpevoli perchè legate e obbedienti alle truppe tedesche che occuparono Roma dal settembre 1943 al giugno 1944,fornendo nomi ed elenchi dei figli giudei da deportare e uccidere, spesso i fascisti parteciparono ai rastrellamenti direttamente insieme alle S.S., come ci ricorda quello splendido romanzo di Giorgio Bassani “Il giardino dei Finzi Contini”, ambientato a Ferrara in cui sono i fascisti collaborazionisti a prelevare e deportare anche lì gli ebrei. Tuttavia non va dimenticato che ci furono questori e poliziotti coraggiosi che anteposero la dignità di persone vilipese alla propria incolumità carabinieri e anche autorità militari che a rischio della vita, che a volte persero come il col. Cordero di Montezemolo, salvarono tanti innocenti. E poi il ruolo della Chiesa, dei parroci, suore,ma anche vescovi e monsignori e persino da papa Pio XII che aprì le clausure di tutti i conventi per accogliere tutti quelli che erano in pericolo, come fece mons. Roberto Ronca Rettore del Pontificio Seminario Romano al Laterano che accolse personalità e cittadini comuni che rischiavano deportazione e fucilazione. diventando anche loro protagonisti della Resistenza antifascista.

Le colpe del regime di Mussolini furono gravissime, anche se spesso vi è la tendenza ad addossare tutte le colpe alla furia nazista; le tesi revisioniste in questi anni si sono moltiplicate, diffondendo giustificazioni improbabili ad atti vergognosi e inumani: Il fascismo fu razzista nella sua essenza e questo fu anche il motivo del fallimento del nostro colonialismo. Non è vero che le leggi razziali furono leggere e che tutto rimase nell’ambito di provvedimenti amministrativi: le leggi razziali fasciste volute fortemente dal Mussolini in persona furono una vergogna e un infamia che mai si potrà perdonare, che portarono alla morte migliaia di ebrei provocando dolore e sofferenze impensabili, torture perverse, paura, terrore e morte. Le leggi razziali furono emanate nel 1938,precedute dal Manifesto della Razza, poi Re Vittorio Emanuele III di Savoia, pronipote di quel Re Carlo Alberto che 90 anni prima nel 1848 aveva promulgato lo Statuto Albertino riconoscendo libertà di culto agli ebrei, firmò il 15 novembre 1938 l’atto più vile e ripugnante che un capo di stato possa sottoscrivere: la legislazione razziale antiebraica!. Il 25 luglio 1938 il ministro della cultura popolare Dino Alfier e il segretario del Partito Nazionale Fascista Achille Starace si erano premurati di ricevere un gruppo di studiosi fascisti, docenti delle università italiane che avevano sotto l’egida dello stesso ministero della cultura, redatto il Manifesto della Razza, che voleva fornire le basi pseudoscientifiche al razzismo fascista. Con le successive leggi agli ebrei veniva proibito tra l’altro di andare a scuola di avere una attività pubblica o privata, di prestare servizio militare e cosa incredibile persino di possedere piccioni viaggiatori! Gli ebrei venivano licenziati anche dalle amministrazioni militari e civili, dagli enti provinciali e comunali, parastatali,da banche, assicurazioni e dall’insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado. Fu una tragedia per migliaia di poveri innocenti che avevano spesso alle spalle anni di carriera e onorato lavoro per l’Italia e subito dopo l’emanazione delle leggi razziali era stato pubblicato sui giornali un elenco di 180 scienziati e 140 politici che aderivano alla campagna razziale fascista, fu un elenco redatto dal ministero a volte senza neanche chiedere l’adesione il permesso di chi vi era compreso, il quale sovente non disse poi nulla per timore di essere a sua volta perseguito, all’insegna del “tengo famiglia!”.

Il 5 agosto 1938 apparve nelle edicole e nelle librerie il primo numero del giornale “La difesa della Razza”, diretto da Telesio Interlandi, un giornalista fanatico allora sulla resta dell’onda e che in quel periodo dirigeva su richesta espressamente rivoltagli da Mussolini il quotidiano “Il Tevere” Egli scriveva articoli di un razzismo ripugnante che subirono attacchi e critiche persino da Italo Balbo governatore fascista della Libia, quadrunviro della Marcia su Roma e proprietario del “Corriere Padano”.

Con “La difesa della Razza” la politica del regime fascista nei confronti degli ebrei divenne martellante e metodica, pianificata e scientifica;prodotto di un giornalismo servile e vergognoso, con assurdi titoli che inneggiavano alla romanità ignorando che l’Impero Romano non fu mai razzista ma inclusivo e che i Romani stessi non solo avevano “inventato” lo jus, il diritto ma lo avevano declinato nello “jus Hospitii” e avevano creato lo Jus Soli non certo lo Jus Sanguinis!. Nel primo numero di “Difesa della Razza” faceva bella figura anche il giovane Giorgio Almirante,poi chiamato a divenire redattore capo della rivista e segretario di redazione, oltte a mai rinnegare il suo passato razzista nel secondo dopoguerra quando divenne segretario e fondatore del partito neofascista Movimento Sociale Italiano (MSI)

Ricordare non è solo un utile servizio alla memoria ma anche un fondamento di quella teoria del carattere che la democrazia deve sempre provvedere a cementare nelle giovani generazioni, perchè chi non ha memoria non ha futuro e non ha la certezza della libertà, giacchè l’uomo è “persona” ovvero quel luogo dove l’essere, come ammoniva Emmanuel Mounier,” si fa parola”, viatico per la difesa ieri, oggi e domani della libertà e dei diritti

La democrazia americana fatta a pezzi

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Raffaella Baritono

Quattro morti, oltre a più di 50 arresti, è il bilancio provvisorio di una giornata che avrebbe dovuto certificare la decisiva vittoria democratica alle elezioni per il Senato in Georgia, l’elezione di Biden e Harris e l’avvio del nuovo Congresso. Una giornata che invece ha rappresentato un salto di qualità nello scontro politico, dimostrando, una volta di più, quanto la democrazia americana possa essere fragile e a rischio.

La presidenza Trump si inaugurò, quattro anni fa, con un discorso sullo American carnage, sulla carneficina di una classe media bianca a opera di forze economiche più o meno oscure con la complicità dei democratici. Rischia di terminare con la carneficina di istituzioni che sembrano non reggere più di fronte a un «re folle», come ormai molti commentatori definiscono Trump. Persino il suo sodale, Rudolph Murdoch, attraverso il «New York Post», lo ha invitato ad abbandonare l’interpretazione di un re Lear farsesco più che tragico se non fosse che riesce, come si è visto anche ieri, a trascinare il consenso di minoranze, certo, ma che hanno dietro i quasi 73 milioni di voti presi nelle elezioni dello scorso novembre.

Ancora una volta Trump si è assunto la responsabilità di alimentare il caos, le convinzioni cospirazioniste di chi, più che vivere una realtà alternativa, tenta di piegarla verso ciò che ritiene «verità di per sé evidenti». Al direttore di «The Atlantic», Jeffrey Goldberg, uno dei manifestanti radunatasi davanti al Congresso, ha gridato: «Arrenditi se credi in Gesù, arrenditi se credi in Donald Trump».

Sarebbe sbagliato liquidare questa frase, così come i cartelli con la scritta «Pelosi satana» come espressioni freak di estremisti cospirazionisti ed esponenti della destra armata. Ovvio: fra coloro che sono penetrati nelle aule e negli uffici del Congresso ci sono anche quelli. Hanno peraltro l’appoggio di esponenti repubblicani appena eletti, come nel caso di un deputato della West Virginia, entrato assieme agli altri manifestanti per filmare e postare quello che stava accadendo. Ma per molti di loro era la dimostrazione del vero spirito americano, di un «popolo» che si sente defraudato da elezioni considerate corrotte e rubate, come d’altronde Trump ha ribadito anche quando ha invitato i suoi sostenitori a «tornare a casa». In fondo, non è la Dichiarazione di indipendenza il documento che legittima il diritto a resistere a un potere tirannico? Non è questo il messaggio che i manifestanti vestiti con abiti settecenteschi volevano trasmettere? Le immagini dei «patrioti» che si fanno immortalare seduti sullo scranno del presidente del Senato o della Camera verranno percepite, dall’America profonda che crede in Trump, come la riappropriazione delle istituzioni da parte del popolo sovrano, come l’espressione autentica di quello spirito di libertà che affonda nelle radici della lotta rivoluzionaria. Perché stupirsi, ha detto una manifestante bardata con la bandiera americana, non è così che questo Paese è stato fondato, non è così che i nostri Padri fondatori hanno travolto l’impero britannico?

La certificazione dell’elezione di Joe Biden e di Kamala Harris può e deve essere letta come la capacità del sistema di superare la crisi, ma rimane il vulnus rappresentato da un presidente uscente che ha dimostrato fino a che punto si possono mettere in tensione le istituzioni americane e quanto forti siano le aporie del sistema.

Qui l’articolo completo

E’ grave lo stop della Cina alla carne italiana

“E’ grave il blocco delle esportazioni di carne suina italiana attuato dalla Cina con il pretesto dei rischi per il contagio da Covid a pochi giorni dalla firma dell’accordo sugli investimenti tra Cina e Unione Europea giustificato dall’obiettivo di favorire un maggiore accesso al mercato secondo lo stesso presidente cinese Xi Jinping”. E’ quanto afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini in riferimento all’allarme lanciato da Opas (Organizzazione prodotto allevatori suini) dopo che le autorità cinesi lo scorso 3 gennaio, hanno fatto rilievi in dogana su due container di carne congelata e cartonata perché ritenuta rischiosa per la diffusione del Covid.

Si tratta – sostiene la Coldiretti – di una accusa paradossale e palesemente infondata che viene da un Paese sul quale pesa peraltro l’ombra dell’omertà sulla pandemia come dimostra la partenza per la Cina dell’equipe di scienziati dell’Oms per investigare sulle origini del Covid, ma senza aver ottenuto ancora il via libera di Pechino.

Le autorità cinesi minacciano ora – riferisce la Coldiretti – di impedire a Opas e ad altre società europee di esportare la carne italiana nel gigante asiatico e di distruggere tutta la merce congelata arrivata in container presso il porto di Yantian e ora bloccata presso la dogana interna di Dong Guan. I container sono stati venduti a Cofco, la più importante società cinese di importazione di carne a partecipazione statale (6 miliardi di fatturato) che, tra l’altro, sembra coinvolta anche nel rilancio del porto di Taranto.

“Un grave danno per l’agroalimentare Made in Italy che ha investito sulle prospettive di crescita delle esportazioni sul mercato asiatico” afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel chiedere “l’intervento delle autorità nazionali e comunitarie per fermare una pretestuosa guerra commerciale dagli esiti preoccupanti”.

Si teme infatti che dietro la decisione cinese ci sia in realtà – precisa la Coldiretti – la volontà di creare ostacoli per sostenere la produzione locale di carne suina come dimostrano gli ingenti acquisti di alimenti effettuati sul mercato internazionale dal gigante asiatico per l’alimentazione del bestiame allevato. Lo scambio commerciale dell’Italia con la Cina è peraltro profondamente sbilanciato a favore del paese asiatico che ha esportato nelle Penisola il 24% in piu in valore di quanto ha importato, secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Istat relative ai primi 9 mesi del 2020 dalle quali emerge che il blocco rischia di fermare il necessario riequilibrio.

Bce: rischi gravi per l’economia

La pandemia di coronavirus, nonostante le prospettive “incoraggianti” date dall’avvio delle vaccinazioni, “continua a ingenerare gravi rischi per la salute pubblica e per le economie dell’area dell’euro e del resto del mondo”. E’ l’allarme lanciato dalla Banca centrale europea nel suo Bollettino economico. Secondo Francoforte la pandemia “continua a offuscare le prospettive economiche mondiali”. In particolare, nell’area euro, la seconda ondata e l’intensificarsi delle misure di contenimento a partire da metà ottobre “dovrebbero determinare un nuovo calo significativo dell’attività nel quarto trimestre, sebbene in misura molto inferiore rispetto a quanto osservato nel secondo trimestre di quest’anno”.

Dalla Banca centrale europea arriva anche un alert sulla situazione nel nostro Paese.  L’Italia, assieme a Spagna, Francia e Slovacchia, registrerà nel 2021 i disavanzi “più elevati” nell’Eurozona con percentuali superiori al 7,5% del Pil. Tuttavia, “in ragione della brusca contrazione dell’economia dell’area dell’euro, un orientamento di bilancio ambizioso e coordinato rimarrà essenziale fino a quando non si registrerà una ripresa duratura”. Il bollettino cita la Commissione europea, che per Belgio, Grecia, Spagna, Francia, Italia e Portogallo, ha chiesto attenzione alla sostenibilità di bilancio a medio termine. La Bce nota che “il sostegno di bilancio dovrebbe tuttavia continuare a rimanere su livelli elevati” e “finché l’emergenza sanitaria persiste e la ripresa non è in grado di autoalimentarsi, sarà importante prorogare le misure temporanee al fine di scongiurare la possibilità di variazioni brusche e significative”.

Intanto la buona notizia è che nel 2020 l’Italia è riuscita a spendere in tempo tutte le risorse del Fondo sociale (Fse) e del Fondo di sviluppo regionale (Fesr) e ad andare ben al di là dell’obiettivo fissato per evitare la clausola del disimpegno automatico che comporta la perdita dei finanziamenti europei.

Mattarella: “Il Tricolore ha saputo rappresentare la nostra identità, il sentimento di coesione di un popolo che vuole guardare avanti”.

Ricorre oggi (per chi legge ieri) il 224° anniversario della Giornata nazionale della Bandiera, il simbolo patrio più caro agli italiani.

Durante questi lunghi mesi, così difficili per l’Italia e per il mondo intero, abbiamo provato una grande emozione nel vedere tanti tricolori esposti alle finestre, sulle terrazze e sulle case lungo tutta la Penisola. Una emozione rinnovata quando la Pattuglia acrobatica nazionale ha disegnato la nostra bandiera nei cieli delle nostre città, così come quando abbiamo visto il Tricolore illuminare gli edifici e i monumenti della Repubblica. Il Tricolore, come forse mai accaduto di recente in maniera così intensa, ha saputo rappresentare la nostra identità, il sentimento di coesione di un popolo che vuole guardare avanti, senza dimenticare le sofferenze provocate dalla pandemia, ma con la volontà di ripartire.

La Bandiera, espressione della nostra storia, incarna oggi gli alti valori indicati dalla Carta costituzionale: unità, libertà, democrazia, solidarietà.

Dal Risorgimento ai momenti più tragici e a quelli più entusiasmanti del nostro percorso nazionale, il Tricolore ha sempre ispirato speranza e fiducia e spinto gli italiani a trovare la forza necessaria a risollevarsi, insieme ai popoli che hanno scelto di dar vita all’Unione Europea e alla comunità internazionale a cui apparteniamo, perché solo uniti riusciremo a superare le avversità.

Viva il Tricolore, viva la Repubblica

Oms: “In Europa 26 di mln casi e 580mila morti nel 2020

“Nel 2020 nella Regione europea dell’Oms “sono stati registrati oltre 26 milioni di casi Covid-19 e oltre 580mila decessi. Un dato che segna un aumento dei morti di 3 volte rispetto al 2018 e quasi 5 volte rispetto al 2019”. Lo ha affermato Hans Kluge, direttore regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l’Europa nella prima conferenza stampa del 2021.

“Eravamo preparati per un inizio impegnativo per il 2021 ed è stato proprio così. Rimaniamo nella morsa del Covid-19 poiché i casi aumentano in tutta Europa e affrontiamo le nuove sfide portate dalle mutazioni del virus. Questo momento rappresenta un punto di svolta nel corso della pandemia: dove scienza, politica, tecnologia e i valori devono formare un fronte unico per respingere questo virus persistente e sfuggente”, ha detto ancora Kluge aggiungendo: “Ad oggi, oltre 230 milioni di persone nella regione europea vivono in paesi sotto il completo lockdown nazionale e ci sono diversi paesi pronti ad annunciare misure di blocco nella prossima settimana”.

L’America dimentichi Trump

La risposta del Congresso alla insurrezione dei trumpiani è stata ferma, tanto da portare a notte fonda, ora di Washington, alla proclamazione di Joe Biden. La democrazia americana non si piega, anche se il colpo inferto da un Presidente forsennato, pieno di soldi e di debiti, ne ha sfregiato il volto con questa ultima dimostrazione di protervia e irresponsabilità. Dopo una lunga e angosciosa interruzione, a seguito degli incidenti provocati dagli squadristi debitamente incitati dal loro beniamino della Casa Bianca, i lavori parlamentari sono stati ripresi in un clima di compostezza e determinazione, nel mentre la Guardia nazionale e i nuclei speciali dell’antiterrorismo assumevano il controllo della Capitale. Il bilancio degli scontri è grave, con quattro morti e diversi feriti, nonché numerosi arresti, dentro e fuori le mura del Palazzo.

Perché si è giunti a questo? Si dice che sia il frutto avvelenato del populismo. Eppure nella storia americana il populismo ha rappresentato un fenomeno ricorrente di stimolo e contestazione, anche dura, senza mai produrre tuttavia un attacco materiale alle istituzioni. In realtà, il fenomeno rappresentato da Trump non si riduce a una variante del classico populismo a stelle e strisce, solo con qualche esasperazione. È molto di più, anzi è qualcosa di diverso, sebbene del populismo riprenda toni e contenuti, con la nota dominante dell’avversione per le élite. Grazie a Trump il risentimento del “forgotten man” si è intrecciato con l’odio degli estremisti, nutriti di ideologia violenta, fino ad una allucinata proclamazione di alterità dal potere. Il trumpismo ha sancito la saldatura della protesta di ceti e gruppi sociali anti-globalisti con l’insorgenza di una cultura eversiva, pervicacemente identitaria e antagonista, fuori dai  tradizionali parametri di tolleranza. Questa novità si riassume nella scomparsa di quella barriera protettiva che storicamente ha tenuto separato il conservatorismo dalle posizioni più radicali e oltranziste, indubbiamente letali per il regime di convivenza ideato dal liberalismo.

Il drammatico scenario americano, ora con un Presidente isolato e sotto accusa, incita al riesame di questo algoritmo impazzito di una grande democrazia che annovera nei suoi pochi secoli di esistenza i Lincoln e i Roosevelt, campioni della libertà e del progresso agli occhi dei popoli di tutto il mondo. Oggi lo sguardo è rivolto ai Repubblicani, perché ad essi spetta il compito di rigenerare la politica della vera destra costituzionale. I maggiorenti del partito, a cominciare dall’ex Presidente George W. Bush, hanno finalmente preso le distanze dall’usurpatore della bandiera repubblicana. Il loro disgusto per la condotta di Trump deve perciò tradursi nel ripudio della vergognosa esperienza di questo quadriennio presidenziale. Se possibile, la rimozione di Trump andrebbe eseguita nell’interesse generale. Anche da questa parte dell’Atlantico l’attesa fervida e sincera è per il riordino della visione democratica della nazione guida dell’Occidente.

Non conta, adesso, enucleare ciò che di buono si può rintracciare nella vicenda di Trump: vi è sempre una parte di verità nelle cose, se vogliamo anche nelle cose peggiori e anche nelle loro dinamiche più errate. È però necessario aggredire l’origine del male, ovvero questa presunzione di rifare l’America secondo un modello, persino esportabile, di prepotenza anarchica ed egoistica, sdegnosamente fondato sulla forza. Ha ragione Biden. Per rifare grande l’America, sul serio e non come voleva Trump, bisogna che l’esempio della forza sia sostituito dalla forza dell’esempio. Non è un gioco di parole. L’America deve dare a se stessa e alle altre nazioni l’ennesima prova della sua capacità di costruire un nuovo immaginario democratico, per dimenticare il miserevole retaggio del trumpismo e rinnovare la fiducia nell’autentica tradizione della libertà, come avevano sperato e creduto i Padri fondatori.

Usa: il Congresso certifica l’elezione di Biden.

Il Congresso ha proclamato Joe Biden e Kamala Harris presidente e vicepresidente degli Stati Uniti al termine della seduta del Congresso a camere riunite per certificare i voti del collegio elettorale, vinto dal ticket dem con 306 voti contro i 232 di quello repubblicano.

Il presidente uscente degli Stati Uniti Donald Trump ha assicurato in una dichiarazione che il trasferimento di poteri sara’ “ordinato”. “Anche se sono completamente in disaccordo con il risultato delle elezioni, e i fatti lo confermano, ci sara’ una transizione ordinata il 20 gennaio”.

Aprendo la seduta per certificare la vittoria di Joe Biden, Mike Pence aveva condannato l’assalto dei sostenitori di Donald Trump. “Non avete vinto, la violenza non vince mai”, ha detto.

Patrizia Prestipino: “La qualità del sistema scolastico si misura soprattutto nel modo in cui si prende cura degli ultimi”.

On.le Prestipino, il suo background professionale deriva dalla Sua esperienza di docente nelle Scuole Superiori: possiamo considerarlo un valore aggiunto alle Sue motivazioni e scelte politiche, nel contesto della Commissione Istruzione della Camera? Non sempre la politica può avvalersi di una pregressa competenza specifica da parte dei suoi parlamentari. In tema di scuola e istruzione trovo che sia un atout fondamentale.

Sicuramente l’esperienza di docente aiuta a intercettare quali sono le reali esigenze della scuola, sia quelle degli studenti che personalmente amo tantissimo e che sono il motivo che mi hanno tenuta attaccata a questo mondo per tanti anni, sia quelle dell’intera categoria scolastica che comprende docenti, dirigenti scolastici, personale scolastico. La politica deve osservare dall’interno la scuola per meglio comprenderne le problematiche. Ecco perché esser stata docente è senza dubbio un valore aggiunto nella VII commissione dove porto sempre il mio contributo personale dato da un’esperienza di 25 anni di insegnamento.

Dal Suo Osservatorio Istituzionale come valuta il sistema scolastico italiano? In un’ottica di pedagogia comparativa la nostra Scuola può vantare una tradizione consolidata nella qualità dell’insegnamento e nei programmi: tuttavia da alcuni decenni si parla di scuola in crisi, non al passo con i tempi, carente in dotazioni strumentali e negli organici, non adeguata alle scelte di alcuni Paesi che hanno fatto investimenti massicci nella ricerca educativa, nell’aggiornamento del personale, nell’adeguamento strutturale non esclusa la via del rinnovamento attraverso l’uso delle nuove tecnologie. Quali sono i punti di forza e quelli deboli del sistema formativo italiano? Ci sono contraddittorie valutazioni da parte degli organismi internazionali, in primis l’OCSE.

Quando penso agli investimenti sulla scuola mi viene sempre in mente la famosa frase di blairiana memoria: “education, education, education!”. Per dirla in inglese: school first perché la scuola è il presente ma deve essere soprattutto il futuro, la formazione delle future classi dirigenti e dei futuri cittadini. È fondamentale investire sulla scuola e forse non si è ancora fatto abbastanza. La scuola italiana ha sicuramente un livello di didattica molto alto, soprattutto nei programmi umanistici e classici, e una classe docente molto preparata che però risente di problemi logistici. Migliaia di edifici soffrono di carenze strutturali, non sono tutti in sicurezza, le palestre scolastiche sono in uno stato poco dignitoso e gli spazi non sono sempre adeguati ai nostri studenti. Però si è fatto un grosso investimento in materia di edilizia dopo l’epidemia, i comuni e le province sono intervenuti snellendo la burocrazia e permettendo la messa in sicurezza di molti edifici. Tuttavia, non va dimenticato che L’OCSE ci giudica a metà classifica sulla preparazione dei nostri docenti nelle materie scientifiche e su questo bisogna lavorare così come sulla povertà educativa, sulle diseguaglianze che la dad ha sicuramente fatto emergere nei mesi di lockdown e soprattutto sulla formazione dei docenti. Ma su questo i nuovi concorsi richiederanno standard ben precisi per i futuri docenti e quelli già di ruolo saranno costretti a corsi di formazione e di aggiornamento perché sull’innovazione digitale e sulle tecniche innovative la scuola ha bisogno di fare un salto in avanti. 

Da alcuni decenni – per una spinta proveniente dalla base e legittimata da provvedimenti normativi, a cominciare dalla legge 59/1997 fino al DPR 275/1999 – è stata introdotta la cd. “autonomia scolastica”. Prima di questa sostanzialmente i riferimenti normativi fondativi erano i decreti delegati del 1974 e la legge 517/1977. Quali passi in avanti si sono compiuti e quali problemi restano aperti?

Diciamo che l’autonomia scolastica ha fatto passi da gigante rispetto all’anno duemila, anno in cui è entrata in vigore. Sicuramente ha rafforzato l’indipendenza dei singoli istituti, la gestione delle materie curricolari ed extracurricolari ma ha messo anche in evidenza tanti problemi. Ad esempio, non tutte le scuole, in base all’autonomia, hanno raggiungo gli obiettivi scientifici, sociali, occupazionali che si erano preposti. Su questo bisogna ancora lavorare molto.

Non sempre l’autonomia scolastica produce un miglioramento della qualità delle condizioni in cui operano i docenti e i dirigenti scolastici: gestire alcune scelte sul piano organizzativo, didattico, metodologico  in modo autonomo implica un affinamento di competenze che sono richieste dalla necessità di adeguare le prestazioni e i risultati alle esigenze dell’utenza e del territorio. Inoltre si assiste ad un fenomeno che la sociologia ha definito “l’autogenesi degli uffici”: decentrando i livelli decisionali si produce un surplus di norme e di burocrazia “dal basso”, al punto che alcuni insegnanti rimpiangono la scuola governata da indicazioni provenienti dal centro dell’apparato amministrativo. Ci sono Istituti dove vengono emanate fino a 4/5 circolari al giorno. Si assiste inoltre ad una proliferazione di riunioni e di impegni a latere, che sarebbero un corollario della principale funzione del docente – l’insegnamento- per enfatizzare le fasi propedeutiche e preparatorie a quelle attuative della didattica in classe.
Giungono alla Commissione Istruzione e al Ministero P.I. quesiti segnali distonici? La scuola sta diventando – come direbbe Bernhard – il luogo in cui “si passa più tempo a preparare (attraverso mille adempimenti aggiuntivi) che a fare”?Programmare il piano didattico non implica anche un percorso di semplificazione delle procedure?

Questo è il doppio volto dell’autonomia scolastica. Aumenta il peso delle scartoffie sul singolo insegnante che dovrebbe invece essere un educatore, un formatore, un dispensatore di cultura per i nostri studenti, soprattutto nell’ambito della lezione frontale. L’insegnante, quindi, diventa un burocrate di fatto per le tante formalità a cui deve adempiere. D’altro canto, l’autonomia scolastica è sempre stata molto allettante perché viene incontro ai desideri degli alunni di svolgere attività alternative sia curricolari sia extracurricolari più vicine ai loro interessi. Non mi riferisco solo alle lingue straniere ma penso all’educazione civica, allo sport, al diritto economico. Penso alle famiglie che tramite l’autonomia riescono ad avere una scuola più vicina alle proprie abitudini e più omogena alle caratteristiche sociali del territorio. Penso ai docenti che possono dare vita a una metodologia di insegnamento in ambiti diversi con materie diverse e ai dirigenti scolastici che hanno potuto avere un’autonomia gestionale e una libera iniziativa pedagogica molto simile a quella dei dirigenti dei dipartimenti universitari. Tutto questo è bello e affascinante, però l’autonomia porta con sé anche un bagaglio di responsabilità molto forti che possono anche sfociare nel penale. Un esempio è la responsabilità che i presidi hanno oggi in tempo di pandemia in caso di contagio acclarato sul luogo di lavoro. Ripeto, tanti begli aspetti ma anche tante responsabilità sulle spalle del dirigente scolastico che viene caricato di troppe mansioni.

Specialmente dopo la legge 517/1977 il tema del diritto allo studio è diventato centrale: uguaglianza delle opportunità di partenza e di riuscita, didattica differenziata, insegnamento individualizzato, inserimento, integrazione ed inclusione dei soggetti fragili e portatori di disabilità. Eppure il tema del “sostegno al rischio educativo e al disagio scolastico” e – soprattutto il tema delle azioni compensative e di supporto e sostegno alle disabilità sembra restare una “grande incompiuta”. Qual è la Sua valutazione al riguardo?

La qualità del sistema scolastico si misura soprattutto nel modo in cui si prende cura degli ultimi, di tutti coloro che vivono in condizioni di disagio. La scuola, a maggior ragione in questi contesti, deve essere presente e fare la differenza perché rappresenta sia le istituzioni sia la possibilità di avere un futuro diverso. Dispersione scolastica, carenza di servizi, situazioni di degrado sono questioni di cui mi occupo da sempre. La dad non è uguale per tutti, mi viene in mente un dato pubblicato nel report dell’ISTAT sull’inclusione scolastica degli alunni con disabilità: il 23% degli studenti disabili tra aprile e giugno non ha potuto partecipare alle lezioni online. Sono dati drammatici che servono ad evidenziare come questa pandemia abbia contribuito ad accentuare un divario sociale già preesistente. Eppure, inclusione deve essere la parola chiave del nostro sistema scolastico. Durante la pandemia, la scuola ha cercato di reinventarsi, di raggiungere tutti con dispositivi informatici dati in comodato e con fondi appositamente previsti e incrementati con il decreto Ristori ma resta il fatto che quasi un alunno su quattro con disabilità è rimasto escluso e questo rappresenta una sconfitta per tutti noi.

La logica dello spoil system ha introdotto nella dirigenza amministrativa del Ministero, degli Uffici Scol.ci Regionali e delle stesse istituzioni scolastiche (secondo una consuetudine consolidata in tutta la P.A.) persone scelte dalla politica piuttosto che selezionate dal vaglio rigoroso di procedure concorsuali. Nonostante la Costituzione preveda il contrario questa logica di privatizzazione dei servizi pubblici ha cooptato soggetti molto spesso non provvisti di competenze certificate. E’ dunque questa la via per non premiare i capaci e i meritevoli? In Parlamento e nella Commissione di cui fa parte emerge l’eco di queste logiche cooptative che subentrano  al vaglio certificato del requisiti di accesso, ai titoli, all’esperienza? Perché si parla a volte di merito mascherandolo con mere operazioni di nomine discrezionali? Mi riferisco soprattutto alla cd. “alta dirigenza” ovviamente.

Per quanto l’attività della pubblica amministrazione deve essere orientata dai principi del buon andamento e dell’imparzialità, dobbiamo sempre tenere a mente che è la politica a stabilirne gli obiettivi. Incarichi fiduciari sono oggi necessari per ricoprire alcuni ruoli dirigenziali dove la connessione tra politica e p.a. è stretta e l’una è funzionale all’altra, a maggior ragione con la crescita di enti, aziende e organismi controllati o partecipati. Certo, lo spoil system deve valutare anche merito ed efficienza, rispettare la trasparenza nel processo di nomina e non deve costituire un rimedio per dare una poltrona all’amico di turno.

Il tema del precariato resta sempre un argomento da risolvere: qual’ è il Suo punto di vista? Devono passare le cd. sanatorie ‘ope legis’ oppure si consente a tutti di partecipare ad una selezione che accerti le competenze e il merito, prescindendo dall’anzianità maturata nel fuori ruolo? E’ possibile che all’inizio di ogni anno scolastico si presenti sempre, puntuale,  questo problema irrisolto?

Il precariato è da sempre uno dei più grandi problemi della scuola e ha due principali risvolti: il primo riguarda l’incertezza e l’instabilità dell’insegnante mentre il secondo si riflette sulla discontinuità didattica per gli studenti. Il tutto a discapito della qualità dell’insegnamento. Sono stati proprio questi gli obiettivi dei due concorsi, straordinario e ordinario, ossia porre rimedio a questo enorme deficit e stabilizzare la classe docente valorizzando il ruolo e il lavoro degli insegnanti stessi. Ancora molto c’è da fare, me ne rendo conto, ma è stato un primo passo perché un paese che vive di lavoratori precari non ha futuro. 

La crisi pandemica ha prodotto ripercussioni negative nel funzionamento delle scuole durante il precedente anno scolastico. La chiusura degli istituti ha costituito un segnale allarmante e ha prodotto enormi disagi nell’utenza, tra gli insegnanti e nelle famiglia. Non sempre la DAD ha sopperito alla didattica in presenza. Inoltre – al Sud – circa il 30% delle famiglie non possiede un pc o un tablet e questo ha generato diseguaglianze. Ci sono ragioni strettamente didattiche per preferire il rapporto educativo diretto, è d’accordo? Come valuta l’introduzione delle nuove tecnologie in ambito educativo? Ad esempio in Finlandia da alcuni anni è stato abolito il corsivo per l’apprendimento della letto-scrittura (viene “tollerato” lo stampatello) : gli alunni imparano a leggere e a scrivere con il tablet  e poi lo usano nel curricolo successivo. Cosa pensa di questa scelta didattica? In Italia prevale una scelta più graduale, un mix tra didattica tradizionale e digitale. Non è rimasta favorevolmente impressionata dalla richiesta pressante degli alunni delle superiori che scendono in strada manifestando per un ritorno in classe? In fondo siamo abituati ad adolescenti che prediligono i social….

Circoscrivere la dimensione scolastica ad una dimensione intellettuale è sbagliato in partenza. La scuola forma l’alunno e lo vede crescere in primis come persona con una componente affettiva, emotiva, sociale e morale. Con questi presupposti, la didattica a distanza può essere considerata come uno strumento sussidiario ma non può sostituire del tutto la didattica in presenza. La didattica digitale però non va demonizzata, da questa pandemia dobbiamo anche trarne degli insegnamenti e tra questi rientra lo svecchiamento del sistema scolastico. La tecnologia fa parte della nostra vita quotidiana, quindi perché non farla interagire con la scuola? Un giusto rapporto tra le due modalità di insegnamento è l’obiettivo da perseguire. Se in un contesto emergenziale la didattica digitale ha assicurato la continuità dell’insegnamento, il distanziamento in aula e anche un alleggerimento del trasporto pubblico, in un contesto di normalità, soprattutto negli istituti superiori e universitari, se ne deve fare un uso complementare. Come lo smart working sta cambiando il mondo del lavoro, mi auguro che anche la scuola riesca a potenziare l’indispensabile didattica in presenza con quella digitale, magari anche prendendo spunto da esperienze positive di altri sistemi scolastici. 

Come valuta la figura istituzionale del Garante per l’infanzia  e l’adolescenza? Le sembra che le sue attribuzioni siano adeguate ai bisogni dell’utenza o che prevalgano ancora aspetti formali, non suffragati da una valenza decisoria e sostanziale?

I diritti dei più piccoli meritano un occhio di riguardo, ancora di più in questo delicato periodo storico. È così che inquadrerei il ruolo del Garante il cui lavoro e le posizioni espresse devono costituire un punto di riferimento autorevole per le forze politiche. Ne approfitto per augurare un buon lavoro alla nuova presidente Carla Garlatti, nominata lo scorso 13 novembre.

L’introduzione dell’educazione civica nei programmi (pur se con un orario ridotto a 33 ore annuali) potrà davvero costituire un valore aggiunto per consentire alla scuola di svolgere una funzione compensativa delle diseguaglianze sociali, della crescita del senso civico per tornare a parlare di doveri, oltre che di diritti?

L’introduzione dell’educazione civica nei programmi scolastici è senza dubbio fondamentale per creare nuove generazioni che siano cittadini del mondo. Far parte di una comunità non significa solo pretendere ma anche avere una responsabilità sociale che si accresce con un’educazione giuridico-economica, con una corretta informazione, avendo a cuore il concetto di “cosa pubblica” e avendo fatto propri i valori costituzionali ed europei. Ecco, l’educazione civica è ciò mancava alla scuola intesa come crescita e sviluppo personale, come formazione delle giovani coscienze in relazione al contesto storico sociale del nostro paese dove si sente sempre di più parlare di bullismo, cyberbullismo e discriminazioni. 

Dopo la Brexit

Ora che finalmente la lunga telenovela si è conclusa gli spettatori (che si erano ormai stufati da tempo) si sono per un po’ risintonizzati sul canale che l’ha trasmessa per oltre quattro lunghi anni con la curiosità di chi vuol sapere come è finita la storia (intrigante ai suoi inizi, ma poi dilatatasi stancamente per un numero eccessivo di puntate). Gli sceneggiatori hanno alla fine optato per un tranquillizzante happy end dopo esser rimasti a lungo suggestionati da quella hard Brexit che avrebbe dato al tutto un senso di drammaticità che il dilatamento temporale aveva via via stemperato. Già, ma è stato un vero happy ending?

Come sempre, sarà lo scorrere del tempo a fornire la risposta. Nel corso delle prossime settimane il simbolo di Brexit diverranno le scontate e previste lunghe code di TIR in entrata/uscita dal tunnel della Manica o nei porti di Dover e Calais provocate dal ripristino dei controlli doganali: uno dei regali, appunto, di Brexit. Ma più in là nel tempo al simbolismo buono per i reportages televisivi si sovrapporranno le conseguenze sulla vita reale dei cittadini britannici nel suo scorrimento quotidiano. E queste potrebbero essere non così buone come invece i brexiters, a cominciare dal premier Johnson, hanno ossessivamente promesso e assicurato. Sarebbero certamente state disastrose in caso di no deal, ed infatti alla fine della partita di poker con la UE Boris Johnson ha sottoscritto un accordo di sostanziale compromesso: un accordo di libero scambio esente da dazi e tetti quantitativi ma non da controlli doganali per le merci (ma non per i servizi, inclusi quelli finanziari) in grado così di salvaguardare uno scambio commerciale con l’Unione Europea che vale il 43% delle sue esportazioni e di garantire l’afflusso (ancorché rallentato dagli stop alle frontiere) dei prodotti made in EU. 

Ciò dovrebbe consentire, nei piani del governo conservatore, di limitare i problemi pratici della gente comune per così poter continuare ad enfatizzare i risultati raggiunti come nazione: sostanzialmente, la fine della sottomissione ad una regolamentazione europea mai davvero ben tollerata e ad una Corte di Giustizia, quella di Lussemburgo, sempre avvertita come ostile ed invadente, ora sostituita con un meccanismo di “arbitrato” studiato per affrontare e risolvere contestazioni future da parte dei contraenti in merito a diverse interpretazioni del medesimo (soprattutto, è lecito prevedere, in tema di concorrenza leale). Il c.d. level playing field dovrebbe garantire a Londra la possibilità di adottare normative distinte da quelle derivanti dalla regolamentazione europea (ad esempio meno impegnative e onerose in questo o quel settore) ma non tali da comportare un danno rilevante alle aziende continentali sul fronte della libera e leale concorrenza. Cosa ciò significherà in pratica lo si comprenderà meglio quando si vedrà se il meccanismo di arbitrato verrà utilizzato e con quale frequenza. A ciò si aggiunga un ulteriore elemento che la leadership conservatrice inglese non mancherà di rimarcare, ovvero il riacquisito pieno controllo degli accessi delle persone fisiche nel Regno Unito. Senza un visto, regolato da un sistema a punteggio particolarmente rigoroso, non si entra.

In definitiva, come è stato detto, l’accordo ha consentito alla Gran Bretagna di “uscire dall’UE ma non dall’Europa”; mentre Bruxelles ha senza rimpianti lasciato Londra al suo autoisolamento ma non rinunciando all’export nei suoi confronti e soprattutto ai principi che regolamentano il suo mercato unico. Da questo punto di vista occorre riconoscere al capo-negoziatore, Michel Barnier, l’eccellenza del lavoro svolto, con determinazione, grinta e competenza invero notevoli. E all’Unione, per una volta, la capacità di rimanere compatta durante tutte le fasi della lunga ed estenuante trattativa.

Tutto è bene quel che finisce bene, dunque? Le cose non sono così semplici, naturalmente. Quello che ancora non si è ancora valutato appieno sono le conseguenze politiche di Brexit. Nel Regno Unito, e in Europa. Ne parleremo in un prossimo articolo.

Assalto al Congresso americano: adesso Trump rischia la rimozione.

L’ipotesi di invocare il 25esimo emendamento per rimuovere Donald Trump, dopo l’assalto al Congresso, si sta rafforzando.

Il venticinquesimo emendamento delinea le procedure per la destituzione del presidente dall’incarico quando viene riconosciuto incapace di ”adempiere ai poteri e ai doveri della carica”. Può farvi ricorso il vicepresidente, che a quel punto lo sostituisce, e la maggioranza degli ufficiali esecutivi del presidente, o un altro organo designato dal Congresso.
Questo scenario impensabile sino a 24 ore fa, è ormai non solo un’idea ma un terreno di discussione aperto, perché è ormai evidente, anche ai Repubblicani, come il presidente abbia fomentato le violenze ripetendo per mesi accuse infondate su presunti brogli, mai avvenuti nelle elezioni del 3 novembre.

Anche  Padre James Martin, gesuita, ha scritto’ ieri sera su Fb:

“La violenza di oggi al Campidoglio USA, una disgrazia nazionale, è il risultato inevitabile delle infinite bugie sulle elezioni diffuse dal presidente Trump e dai suoi sostenitori. Qui vediamo il risultato di queste bugie, il frutto del peccato: rabbia, odio, discordia, disperazione e violenza. Questo è ciò che fa il peccato, soprattutto il peccato su così vasta scala”.

“Il presidente non è idoneo a rimanere in carica per i prossimi 14 giorni – ha scritto il il Washington Post – Ogni secondo in cui mantiene i vasti poteri propri della presidenza è una minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale.

Intanto è salito a quattro morti il bilancio degli scontri. Lo rende noto il capo della polizia di Washington Robert Contee.

Sono 52, invece, le persone arrestate per aver partecipato all’assalto, 4 perché in possesso di pistole, uno per possesso di arma proibita, 47 per violazione del coprifuoco e ingresso illegale al Congresso.

Ma chi sono questi rivoltosi sostenitori di Trump?

I Proud Boys sono quelli che ad ogni occasione il presidente uscente chiama “patrioti”, ma che i rapporti dell’intelligence Usa definiscono da tempo come “un pericoloso gruppo della supremazia bianca”, un’organizzazione di stampo neofascista attiva non solo negli Stati Uniti ma anche in Canada. Il loro leader è Enrique Tarrio.

Anche Twitter, Facebook e Instagram prendono le distanze da Trump, bannandolo temporaneamente per non consentirgli di dare il via a nuove iniziative violente.

 

Hong Kong: decine di oppositori in galera

Dozzine di ex legislatori e attivisti dell’opposizione sono stati arrestati Hong Kong, sospettati di violare la legislazione sulla sicurezza nazionale della città , nel più grande giro di vite da quando la legge è stata imposta da Pechino lo scorso anno.

Tra i 53 oppositori vittima della retata, sei sono stati arrestati per aver organizzato e programmato un’elezione primaria tenutasi lo scorso luglio , mentre i restanti 47 sono stati arrestati per la loro partecipazione all’evento, che era progettato per assottigliare il campo dei candidati pro-democrazia in vista delle elezioni legislative di settembre.

Tra i detenuti ci sono molti eminenti ex legislatori, attivisti e consiglieri distrettuali. Anche un avvocato americano, John Clancey, che aveva assistito alle elezioni primarie.

Su Twitter, il candidato alla carica di Segretario di Stato del presidente eletto Joe Biden, Anthony Blinken, ha affermato che “i radicali arresti di manifestanti pro-democrazia sono un assalto a coloro che coraggiosamente difendono i diritti universali”.
“L’amministrazione Biden-Harris starà con il popolo di Hong Kong e contro il giro di vite di Pechino sulla democrazia”, ​​ha aggiunto Blinken.

Nonostante musei e luoghi culturali siano chiusi dal 4 novembre 2020, la cultura resiste e non si ferma.

Sono diverse le iniziative legate al mondo della cultura che sono state lanciate durante il periodo della pandemia, una situazione che ha prodotto un aumento esponenziale di iniziative culturali legate alla fruizione dell’arte, con visite virtuali ed esperienze digitali, che —benché non abbiano lo scopo di sostituire la visita in sito— rappresentano comunque una valida alternativa.

Il momento della pandemia è stata un’ottima occasione, per tutti coloro che si occupano di cultura, per riformulare la propria offerta comunicativa, ma anche per sfruttare il ruolo sociale dell’arte e del suo potere di accomunare e raccontatore esperienze ed emozioni di uno stato emotivo comune.

Il mare magnum di iniziative atte a valorizzare l’offerta culturale ha riscontrato un grande successo grazie ad un aumento considerevole dell’audience digitale. Secondo gli studi elaborati da «We are social» e «Hoot Suite», in Italia gli utenti dell’arte presenti online sono 50 milioni e quelli attivi sui social sono 35 milioni, con un tempo passato sul web pari mediamente a 6,5 ore.

Tutto ciò ha portato ad un riassestamento del panorama dell’offerta digitale relativo alla cultura ed in particolar modo all’arte. Riviste digitali, blogger e profili individuali di influencer dell’arte sono diventati punti di riferimento di un pubblico che è alla costante ricerca di aggiornamento.  

In questo contesto hanno avuto un ruolo importante i social network che hanno visto aumentare il numero degli utenti online. Facebook ed Instagram sono rispettivamente la terza e quarta piattaforma social più utilizzata, dopo YouTube e WhatsApp.

Innumerevoli sono i profili e le pagine di riviste specializzate nella divulgazione del settore culturale presenti sui social. A questi bisogna aggiungere anche i profili professionali, i blogger ed i digital curator che raccontano e diffondono esperienze culturali.

Tra le pagine di profili Facebook che vendono servizi relativi all’arte spiccano: Travel on Art di Anastasia Fontanesi e Anna Fornaciari con 8814 like, Amalia di Lanno Arte e Cultura di Amalia di Lanno con 5139 like, Andrea Concas con 5856 like, Art Nomade Milan di Elisabetta Roncati con 853 like, The girl in the gallery di Cristina Giopp con 870 like, Sutnaj Contemporary Art con 602 like, ArteXy con 492 like e Culturush di Virginia Bianchi con 209 like.

E tra le pagine Facebook italiane di riviste ufficiali dedicate all’arte spiccano: Arte con 3.1 milioni di like, Finestre sull’arte con 376.129 like, Inside Art con 334.351 like, Artribune con 328.816 like, Artslife con 320.125 like, Exibart con 159.816 like, My Art Guides con 58.358 like, Artuu con 27.546 like, Arte Magazine con 26.316 like, Treccani Arte con 23.338 like, Flash Art Italia con 7.964 like e Close Up Art 2.551 like.

Poi, tra le pagine Instagram italiane di riviste ufficiali dedicate all’arte, troviamo: Artribune con 206 mila follower, Exibart con 72 mila follower, Finestre sull’arte con 68.1 mila follower, Artuu Magazine con 48.2 mila follower, Arte.it 39.2 follower, Treccani Arte 34.5 follower, Arts Life 20.6 follower, My Art Guides 13.4 follower, Inside Art 3.946 follower, Close Up 919 follower

E tra le pagine Instagram che vendono servizi relativi all’arte:  Art Nomade Milan di Elisabetta Roncati con 34.7 mila follower, Sutnaj con 31,2 mila follower, Maria Vittoria Baravelli con 25.1 mila follower, The girl in the gallery di Cristina Giopp con 21.4 mila follower, Andrea Concas con 20 mila follower, Travel on Art di Anastasia Fontanesi e Anna Fornaciari con 7.352 follower, Amalia Surreale di Amalia di Lanno con 6.475 follower e Culturush di Virginia Bianchi con 3.411 follower. (AJ-Com.Net)

Oms: “Pandemia ancora grave”.

“La pandemia è ancora grave. Siamo in una corsa per salvare vite e porre fine a questa pandemia”. Così Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms, nel suo intervento alla prima conferenza stampa del 2021 dell’Organizzazione mondiale delle sanità dedicata alle raccomandazioni sull’uso del vaccino anti-Covid Pfizer-BioNTech.

“In alcuni Paesi durante il recente periodo di ferie e di ondata di freddo, le persone si sono mescolate di più. Questo sappiamo essere un rischio e avrà delle conseguenze” ha detto il direttore generale dell’Oms, aggiungendo che “nuove varianti, che sembrano essere più trasmissibili, stanno peggiorando la situazione”.

“L’Oms non sta solo combattendo la pandemia Covid-19 – ha poi sottolineato – ma stiamo combattendo numerosi focolai di malattie in tutto il mondo, raccogliendo e analizzando centinaia di potenziali segnali ogni settimana”.

“Abbiamo imparato molto nell’ultimo anno, non da ultimo che la salute è un investimento nello sviluppo globale fondamentale per le economie fiorenti e un pilastro fondamentale della sicurezza nazionale – ha affermato il direttore generale dell’Oms – Questo è tanto importante per affrontare la pandemia Covid-19, quanto per ripristinare i servizi essenziali dedicati ai malati”.

Nel suo intervento Tedros Adhanom Ghebreyesus ha inoltre rimarcato che “un anno dopo che l’Oms ha pubblicato il suo primo rapporto, ‘Disease Outbreak News’, sull’epidemia di coronavirus, più di 30 Paesi hanno iniziato a vaccinare le loro popolazioni ad alto rischio con vari vaccini anti Covid-19”, ed “è stato anche incoraggiante vedere l’inizio del lancio del vaccino AstraZeneca nel primo Paese”.

“Vaccinare i lavoratori sanitari e chi è ad alto rischio per malattie gravi è il modo più veloce per stabilizzare i sistemi sanitari, garantire che tutti i servizi sanitari essenziali siano attivi e funzionanti e che si possa arrivare ad una ripresa economica veramente globale” ha sottolineato.

“Chiediamo a tutti i Paesi di aumentare i test e il sequenziamento del virus – ha affermato ancora – in modo da poter monitorare e rispondere efficacemente a qualsiasi cambiamento”.

Tedros Adhanom Ghebreyesus si è poi detto “deluso” dal governo cinese: “Oggi abbiamo appreso che i funzionari cinesi non hanno ancora finalizzato le autorizzazioni necessarie per l’arrivo della squadra di esperti in Cina” per esaminare le origini del Covid-19. “Sono molto deluso da questa notizia, dato che due membri avevano già iniziato i loro viaggi e altri non erano in grado di viaggiare all’ultimo minuto”, ha rimarcato.

La coalizione che non c’è.

Che in Italia non esistano più le coalizioni politiche e programmatiche coese e trasparenti è un  dato di fatto. E che la stessa “cultura delle alleanze” abbia subito un duro contraccolpo negli  ultimi tempi è un fatto altrettanto evidente. Ma, se vogliamo essere ancora più chiari, le coalizioni  oggi sono semplici pallottolieri. Cioè una sommatoria di sigle, espressione di cartelli elettorali e di  partiti personali, che scelgono di mettersi insieme per cercare di vincere le elezioni. Certo, in un  clima ancora fortemente dominato dal trasformismo politico e parlamentare, la “cultura della  coalizione e delle alleanze” stenta a farsi largo se non per meri calcoli tattici e di puro potere. Ciò  che è capitato concretamente nel nostro paese dal 2018 in poi ne è la plateale conferma. Alleanze  tra partiti che sino al giorno prima erano fieri avversari con programmi alternativi sbandierati e  propagandati fino alla nausea; contrapposizione frontale tra i diversi capi partiti salvo poi  accordarsi in un batter di ciglio; disponibilità ad allearsi con chiunque pur di restare al potere.  Sotto questo versante, l’esempio e il comportamento concreto dei 5 stelle non merita neanche di  essere commentato talmente è chiaro e paradigmatico.  

Ed è proprio in un contesto del genere che è sempre più indispensabile, invece, ritessere con  pazienza ma con determinazione, una “cultura delle alleanze”. Sapendo, come diceva  l’indimenticabile Mino Martinazzoli, che “In Italia la politica è sempre stata sinonimo di politica  delle alleanze”. Una tendenza che era perfettamente funzionale al sistema elettorale proporzionale  ma, va pur detto, anche con il maggioritario le alleanze hanno dominato la dialettica politica  italiana, anche perchè, per dirla con Pietro Scoppola, proprio nel nostro paese si è riusciti a  “proporzionalizzare il maggioritario”. 

Ora, però, se si vuole ricostruire una credibile, seria e trasparente “cultura delle alleanze” è persin  ovvio che devono prevalere alcune condizioni di fondo che potrebbero riassumersi in almeno 3  punti.  

Innanzitutto credere in una “cultura della coalizione”, piantandola definitivamente con le  “vocazioni maggioritarie” da un lato e con il semplice “potere di ricatto” dall’altro. Lo squallido  esempio che la maggioranza di governo sta offrendo da settimane, ad esempio, non è che la  riprova che in Italia, attualmente, non esiste una credibile cultura delle alleanze. Cioè non esiste  una coalizione credibile. E questa, purtroppo, è una condizione presente in entrambi gli  schieramenti. 

In secondo luogo le alleanze si formano se c’è un comune disegno politico e programmatico dei  vari contraenti. Al riguardo, e per fare un solo esempio, c’è qualcuno in Italia che saprebbe  spiegare in parole semplici e rapidamente comprensibili che cos’è oggi il piccolo partitino  personale di Renzi e che cosa realmente persegue? Cioè, detto in altre parole, qual’è il suo vero  obiettivo politico e attraverso quali modalità concrete lo persegue se non attraverso il potere di  veto continuo e la spregiudicatezza permanente degli atteggiamenti del suo capo? Ecco, basta un  solo piccolo esempio per arrivare alla banale conclusione che con partiti personali del genere ogni  cultura delle alleanze è destinata a saltare prima ancora di essere annunciata pubblicamente. 

In ultimo, le alleanze si formano quando c’è anche un omogeneo sistema valoriate che le ispira.  Certo, in una fase caratterizzata dalla post politica e dalla radicale cancellazione di tutti i  riferimenti culturali, è estremamente difficile ricostruire una comune visione etica, culturale,  politica e programmatica. Cioè quella che un tempo veniva giustamente definita come una  “visione della società”. Eppure, anche se siamo immersi in una situazione di radicale perdita di  credibilità della politica, dei partiti e anche, purtroppo, dei suoi capi/leader, non si può che ripartire  da lì. Cioè dal valore delle alleanze, dal pluralismo che le ispirano, dalla politica che le nobilitano e  dai programmi che le qualificano. Senza questa assunzione di responsabilità e senza, soprattutto,  questa riscoperta politica e culturale, dovremmo inevitabilmente rassegnarci alla degenerazione  trasformistica e alla mera ragione di potere. Che, detto fra di noi, è quello che attualmente  registriamo nella dialettica politica italiana. 

Una nuova primavera

Se una rondine non fa primavera, comunque annuncia l’arrivo della bella stagione.

E’ quanto si preannuncia nei prossimi mesi nel panorama politico italiano ormai stagnante e privo di valori ideali forti.

Certo, la pandemia sta giocando un ruolo non secondario in questo blocco di attività che coinvolge anche la politica. Ma se per altri tipi di attività può essere una giustificazione, non lo è sul piano delle idee e delle proposte che stentano a venir fuori e a trovare il largo.

Si naviga a vista! Eppure un sasso è stato lanciato nelle acque stagnanti del cattolicesimo democratico al fine di ritrovare le ragioni e le origini di un impegno politico nuovo,  carico di passione ideale e di programmi concreti per uscire da questa crisi.

A tal riguardo, però, non servono a nulla richiami ad un recente passato, come ha osservato giustamente Lucio D’Ubaldo, “nel peggiore stile doroteo.”

Occorre, invece, nuova linfa, nuovo entusiasmo, nuovo e realistico convincimento che il popolarismo non è morto, tutt’altro!

Non a caso negli ultimi anni padre Sorge ha speso le sue ultime energie e le sue intuizioni sempre acute per distinguere non solo la categoria del popolarismo dal populismo, ma anche per far rilevare come quest’ultimo sia nemico del popolo.

Purtroppo la questione non riguarda solo il nostro Paese, ma tutto l’Occidente ormai preda di un’antipolitica che dietro la maschera del tutto per il popolo e niente senza del popolo, nasconde l’essenza vera e becera della reazione.

Risulta indubitabile, da questo punto di vista, almeno per il momento, che non spetta la popolarismo italiano dare lezioni di politica in Europa e nell’Occidente; si tratta invece di partire dalla nostra realtà per ridefinire preliminarmente le caratteristiche di una buona politica. Ma anche qui ci soccorre l’intuizione di padre Sorge, allorquando affermava che un buon politico deve avere due qualità: la competenza e l’onestà. Ma io vorrei aggiungere anche quella dell’umiltà.

Tra l’altro, occorre anche osservare come tutte queste qualità non possono essere scisse: la sola competenza non serve in politica se poi non si ha il dono dell’onestà e dell’umiltà.

Lo stesso dicasi per l’onestà e l’umiltà scisse tra loro e dalla competenza.

Chi non ricorda nella seconda metà degli anni Ottanta la Primavera di Palermo, che ebbe come protagonisti proprio padre Bartolomeo Sorge, padre Ennio Pintacuda e Leoluca Orlando.

A quell’epoca si gridò allo scandalo negli ambienti politici più retrogradi (anche all’interno della DC) per un’esperienza che aveva tutta l’aria del cattocomunismo.

Fu invece una grande stagione politica contro la mafia e contro i poteri forti che detenevano nel capoluogo siciliano il monopolio dell’economia e dei traffici illeciti.

Credo che una nuova Primavera, sull’onda proprio dell’esperienza palermitana, sia possibile anche per l’Italia, affinché si possa chiudere questa brutta parentesi politica di incompetenza, di privilegi e di poca attenzione ai problemi reali di questo Paese.

Il ricordo della “ prima deportazione politica” da Roma a Mauthausen Era il 4 gennaio 1944, nel 77esimo anniversario commemorazione al Verano

Spesso è triste, ma è doveroso ricordare, perché senza ricordo non si conosce la nostra storia e non ci si rende conto del lungo cammino e con quanti sacrifici è stata costruita la nostra attuale Repubblica. Esistono ricordi che richiamano periodi particolari della vita della nostra Nazione, in modo specifico anche quelli accaduti nella Città Eterna. Uno di questi è quello successo il 4 gennaio 1944,  durante i 269 giorni dell’occupazione nazista della Capitale, (dall’8 settembre 1943 al 4 giugno 1944), nel corso della Seconda Guerra mondiale. Infatti furono innumerevoli gli atti di violenza nella città, con morti e deportazioni. I cittadini di Roma, uomini e donne, giovani e anziani, subirono umiliazioni, rastrellamenti, carcere, privazioni, paura, e tanta fame.

Tanti i giorni, di quei nove mesi dell’occupazione militare, ricordano fatti, avvenimenti, tragedie che sono rimaste nel cuore, in modo particolare di chi le ha subite direttamente e indirettamente, per i danni provocati da quella condizione, dove ogni libertà era negata. Il richiamo agli avvenimenti del 4 gennaio 1944, il giorno in cui ci fu quella che venne definita la “ prima deportazione politica”, dal Carcere di Regina Coeli di Roma a Mauthausen, un campo di concentramento nel nord dell’Austria al confine con la Germania, soprannominato “l’inferno dei vivi”. 

Furono deportati  292  romani tra cui undici ebrei, prelevati dal carcere, vennero  condotti allo Scalo di Roma Tiburtina e stipati in un treno merci, composto da 10 carri, con destinazione il campo di Mauthausen, dopo una sosta a Dachau, arrivarono a destinazione il 13 gennaio 1944. Nel famigerato lager, dove furono portati i prigionieri provenienti da Roma, indicato dalla propaganda nazista come “campo di lavoro”, in questo luogo lo sterminio degli uomini avveniva attraverso il lavoro forzato, nella vicina cava di granito, per la consunzione per denutrizione e stenti.

Questo è stato il primo trasporto di deportati politici diretto a Mauthausen: la polizia italiana su cui pesava una grande responsabilità – con questa operazione di rastrellamento – aveva dimostrato di voler tempestivamente obbedire al comandante militare della piazza di Roma, il generale Maeltzer (incriminato alla fine del conflitto bellico per crimini di guerra), ed ai suoi ordini di rappresaglia contro gli attentati nella capitale, che la Resistenza cercava di contrastare la tirannide. Fra i deportati del 4 gennaio 1944, c’erano i nipoti di Badoglio, i fabbri di via della Fornaci, e tante  persone semplici e benpensanti, che rappresentavano  “una Roma che credeva in certi principi che hanno portato a combattere il fascismo e il nazismo.” 

In una pubblicazione di Eugenio Iafrate, dal titolo  “Elementi indesiderabili”, storia e memoria di un “trasporto” Roma – Mauthausen 1944, dedicato alla memoria dei deportati, il racconto e la ricostruzione di una vicenda, che ancora oggi è oggetto di ricerca e di riflessione, per ciò che ha rappresentato l’occupazione  nazista della Capitale del nostro Paese. Alla liberazione  del campo di concentramento nel 1945, i superstiti che tornarono alle proprie case furono una sessantina.

Ogni anno, il 4 gennaio, si celebra al cimitero monumentale del Verano, di fronte al “ Muro del deportato”, sacrario romano delle vittime della deportazione nazista nei campi di concentramento, una cerimonia a ricordo. In quest’anno, che è il 77esimo anniversario della deportazione, hanno partecipato alla commemorazione  l’Aned di Roma (Associazione nazionale ex deportati nei campi di concentramento), l’Anpi, la Comunità ebraica e il Comune di Roma con la sindaca Raggi.

Un ricordo per pensare agli orrori della guerra e un momento per capire sempre meglio il valore della pace.

 

Il crollo del mercato auto

Il mercato italiano dell’auto chiude il 2020 in profondo rosso. Nell’intero anno sono state immatricolate 1.381.496, il 27,93% in meno del 2019.

Quindi con il calo del 2020, il fatturato delle immatricolazioni di autovetture in Italia ha subito una contrazione di 12,17 miliardi rispetto al 2019, mentre il gettito Iva è calato di 9,97 miliardi. E’ del tutto evidente che per il comparto dell’auto un’altra annata come il 2020 avrebbe effetti catastrofici.

Nel mese di dicembre sono state immatricolate 119.454 auto con un calo del 14,95% rispetto allo stesso mese del 2019. Un mercato, quindi, a livello degli anni ’70 del secolo scorso, secondo il centro Studi Promotor.

Ora si spera negli incentivi. Per Anfia, Unrae e Federauto, “bisogna guardare avanti per ripartire”. Se, come abbiamo detto, il 2020 era partito già col piede sbagliato, con un calo delle immatricolazioni del 5,9% a gennaio e dell’8,8% a febbraio, il Coronavirus, da marzo in poi, con la chiusura delle concessionarie e i vari divieti di spostamento, ha aggravato la situazione:

Spagna: disoccupazione mai così alta dal 2009, cresciuta del 22,9 per cento

Il 2020 si è chiuso in Spagna, a causa della pandemia del coronavirus, con un aumento di 724.532 disoccupati (il 22,9 per cento in più), il più alto incremento annuale dal 2009 (oltre 800 mila persone). Secondo quanto reso noto dal ministero del Lavoro, il volume totale dei disoccupati ha così raggiunto a fine anno i 3.888.137, dopo aver registrato nell’ultimo mese del 2019 un aumento mensile di 36.825 disoccupati (più 0,9 per cento).

Il ministero ha evidenziato, tuttavia, che l’aumento della disoccupazione nell’ultimo trimestre è stato quasi sette volte inferiore rispetto alla prima ondata della pandemia. Questi dati non includono i lavoratori che sono in congedo o con orario ridotto e che stanno, beneficiando, dunque, della cassa integrazione straordinaria in quanto non sono stati contabilizzati come disoccupati. Tra aprile e novembre 2020, oltre 8 milioni di spagnoli hanno usufruito dell’Erte con il massimo mensile a maggio e con una spesa complessiva per la cassa dello State di circa 14,1 miliardi di euro.

Epifania: calza in 1 casa su 3 ma -23% acquisti

Con la pandemia e l’Italia in zona rossa torna la tradizione della calza della Befana che viene appesa in oltre una casa su tre (38%) mentre ad una minoranza del 12% la Befana porta altri regali ed il resto non festeggia anche perché non ha bambini in casa. E’ quanto emerge da una elaborazione Coldiretti/Ixe’ per la Festa dell’Epifania al tempo del Covid, segnata quest’anno dalla solidarietà nei mercati di Campagna Amica, dalla calza sospesa per i bambini meno fortunati al pranzo gourmet a km 0 per i più poveri.

Le difficoltà economiche, il lockdown e la chiusura dei negozi hanno pesato sugli acquisti, in calo stimato del 23% rispetto allo scorso anno ma immancabili nella calza sono cioccolate, caramelle e carbone dolce anche se la spinta provocata dall’emergenza Covid verso una alimentazione più salutista contagia la Befana 2021 e in molte famiglie – sottolinea la Coldiretti – tornano anche fichi e prugne secche, nocciole, noci e soprattutto biscotti fatti in casa. Una tendenza favorita dall’impossibilità di uscire dalle mura domestiche con la zona rossa durante le festività con ben il 49% degli italiani che ha passato più tempo ai fornelli, anche a preparare nuove ricette con i propri figli. Un ritorno alla naturalità nel contenuto delle calze “appese” al camino dalla simpatica vecchietta che in passato ai più “discoli” regalava solo aglio, peperoncino, patate e carbone vero.

Non mancano però iniziative per aiutare a riempiere la calza secondo le tradizione locali del territorio in molti mercati degli agricoltori di Campagna Amica dove per l’occasione sono stati organizzati anche appuntamenti con la solidarietà a favore delle famiglie in difficoltà. Sono circa 840mila i bambini con età inferiore ai 15 anni che in Italia hanno bisogno di aiuti anche per mangiare secondo una proiezione della Coldiretti su dati del fondo indigenti (Fead).

A Napoli nel giorno dell’Epifania arriva la “calza sospesa” presso il mercato Campagna Amica di Fuorigrotta, in via Guidetti 72 al parco San Paolo con la possibilità per i cittadini di acquistare dolcetti, agrumi, marmellate e ogni altra leccornia, rigorosamente a km zero, da mettere nelle apposite calze donate in dono ai ragazzi dei quartieri disagiati della metropoli. Mentre in Puglia la Befana solidale arriva grazie ai cuochi contadini di Campagna Amica che hanno scelto di donare i pasti cucinati negli agriturismi alle mense per gli indigenti della parrocchia di Santa Maria delle Grazie in Santa Rosa a Lecce, di Maria Santissima del Rosario a Bari e alla mensa sociale Paolo VI° a Fasano (Brindisi).

Per molti bambini – continua la Coldiretti – l’arrivo della Befana è anche l’occasione per ricevere gli ultimi regali delle feste con l’arrivo di giochi e giocattoli, spesso anche per sanare le delusioni del Natale. Da qualche anno però – sostiene la Coldiretti – l’appuntamento si è diffuso anche tra gli adulti che sfruttano l’occasione per scambiarsi o farsi doni, anche simbolici, spesso approfittando dell’inizio della stagione dei saldi. Una ultima occasione di festa – conclude la Coldiretti – fa salire a quasi 4,5 miliardi il valore dei regali acquistati durante le festività di fine ed inizio anno.

Al via la fase 1 del vaccino italiano

Vaccino anti Covid italiano, al via oggi la presentazione dei risultati della Fase 1 della sperimentazione del ReiThera Grad-Cov2 allo Spallanzani di Roma. A spiegare come funziona il siero, e le reazioni rispetto agli altri vaccini già approvati come Pfizer e Moderna, è Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Inmi.

“Abbiamo iniziato la sperimentazione del vaccino il 24 agosto e a 21 giorni non è stato osservato nessun evento avverso. Ci sono stati effetti indesiderati nel sito di iniezione – ha detto -, ma assolutamente rientrati senza la necessità di intervento medico e minori rispetto ai vaccini di Pfizer e Moderna. Il vaccino produce anticorpi neutralizzanti” rilevabili nel 92% delle persone vaccinate e “usato in emergenza basta una sola dose”.

“Il vaccino induce anticorpi e dai dati preliminari protegge dall’infezione ed è ben tollerato. Questi studi ci hanno consegnato la sperimentazione clinica e serviranno a consolidare i dati della sicurezza”, ha sottolineato quindi Antonella Folgori, presidente ReiThera, nel suo intervento alla presentazione allo Spallanzani. “Puntiamo a sviluppare 100 milioni di dosi di vaccino per anno”, ha aggiunto, precisando: “Il vaccino è stabile ad una temperatura tra 2 e 8 gradi”.

La crisi non si risolve con il rimpasto. E’ in gioco la testa di Conte.

Mentre si diffonde un certo malumore della pubblica opinione, il braccio di ferro nella maggioranza non cessa di produrre un effetto di distanziamento tra le varie componenti del governo. Più si cerca di banalizzare la crisi, riducendola a una partita di ambizioni personali, più diventa complicato il gioco delle soluzioni. Il dato incontestabile è che la baldanza di Conte ha perso la sua maggiore virulenza, tanto da far trasparire quella debolezza politica che gli osanna del Pd avevano nascosto fino ad ora.

In una recente intervista a formiche.net, l’ex dirigente socialista e sempre lucido osservatore politico, l’ultra novantenne Rino Formica, accosta la figura di Conte a quella di Tambroni. Non usa mezzi termini: il problema, a suo dire, è come si debella l’eccentrica protervia dell’attuale inquilino di Palazzo Chigi. “Dobbiamo richiamarci – sostiene Formica – ad un solo esempio di resistenza di un capo del governo a fare da sé, al di fuori delle forze politiche che lo avevano espresso: Tambroni, che poi fu licenziato non solo dalla resistenza della sinistra. Quella sua velleità a fare da solo fu stroncata da Moro. C’era un sistema politico molto forte dove la Dc si assunse la responsabilità di licenziare un suo presidente del Consiglio. Quindi si torna alla questione di partenza: in caso di grandi crisi un sistema robusto la risolve se ha gli anticorpi giusti. In caso contrario, quella crisi porta al decesso”.

In questo quadro l’azione del principale antagonista di Conte, vale a dire Matteo Renzi, si fa più nitida e incisiva. Anche lui non usa mezzi termini. Ieri ha smentito – forse obtorto collo, ma non importa – di essere interessato a un suo ritorno al governo. Invece, sempre ha proposito di Conte, si è espresso con quella freddezza che di solito accompagna la comunicazione di licenziamento. Prima l’accordo sui contenuti, poi la verifica sul ruolo di Conte: un modo neppure troppo velato, questo di Renzi, per consacrare con ritrovato piglio da rottamatore una ipotesi di defenestrazione. La crisi, dunque, rimane complicata e al fondo minacciosa. Può anche chiudersi con un semplice rimpasto, ma non è detto che ad esso subentri una prospettiva di reale pacificazione.

Cadde la testa di Tambroni, infine può cadere quella di Conte.

La tradizione monastica per rileggere Dante

Articolo pubblicato sulle pagine di Vatican News a firma di Paolo Ondarza

Un’invocazione nascosta in un antico commento al Pentateuco redatto dal monaco alto-medievale, Bruno di Segni, che fu vescovo della città di Asti ed entrò in contatto con personaggi chiave della cultura dell’XI secolo avrebbe ispirato l’incipit della Divina Commedia. “Ma ora io rendo grazie a Dio onnipotente, che fino a qui mi ha guidato sulla via dritta, come credo, per questa selva oscura assai fitta”, scrive il religioso al termine della faticosa stesura del commento al libro dell’Esodo. Impossibile non riconoscere in queste poche righe una forte analogia con l’incipit della Divina Commedia. Un’assonanza che poche righe più giù ritorna ancora in Bruno di Segni quando definisce la selva “aspra” e “amara”. La scoperta destinata ad accendere il dibattito culturale è il frutto del lungo ed articolato studio condotto da Giulio d’Onofrio, docente di storia della filosofia medievale all’Università di Salerno, nel libro “Per questa selva oscura”, appena pubblicato da Città Nuova.

La cultura alto-medievale e Dante

“É la testimonianza – spiega l’autore a Vatican News  – che Dante utilizza e conosce le fonti che costituivano la base della tradizione monastica”. Una simile premessa, “apre alla possibilità di leggere Dante non come classicamente si fa, ovvero come un aristotelico, dipendente per lo più da Tommaso d’Aquino e Alberto Magno. Senza negare l’influenza di questi autori del XIII secolo, si può quindi affermare che la cultura alto-medievale, patristica e monastica, abbia fortemente influenzato la concezione dantesca in relazione ad un tema molto forte nella Divina Commedia come la purificazione dell’uomo dal male e l’attuazione delle virtù, intesa come realizzazione del progetto che Dio ha pensato quando ha creato l’uomo”.

Come essere felici

In estrema sintesi si comprende meglio la missione di Dante: “portare la verità del Vangelo agli uomini che l’hanno dimenticata e mostrare che per tutti c’è la possibilità di essere felici”. La mentalità monastica infatti era tutta “finalizzata alla realizzazione dell’uomo perfetto che attua in sé, ciò che Dio vuole per lui fin dai tempi della creazione”. Questa visione della vita ricalca quella della filosofia antica secondo cui l’uomo è felice quando realizza la propria perfezione dell’anima, entelechia, le capacità e le virtù che ha in sé”.

Beatrice e la Vergine Maria

La conoscenza da parte di Dante di queste idee apre a nuove interpretazioni della sua opera: “É una concezione di tipo platonizzante – prosegue d’Onofrio –  che implica la presenza di archetipi, di idee eterne nella mente di Dio. In questo modo possiamo leggere in modo nuovo famosi testi come il sonetto dantesco Tanto gentile e tanto onesta pare: da sempre studiato come ispirato all’amore cortese e all’ideale della donna angelo, se riletto alla luce delle fonti monastiche si comprende che l’ideale di bellezza incarnato da Beatrice è quello dei filosofi greci antichi: perfezione dell’idealità dell’essere umano che realizza in modo perfetto la volontà divina. Beatrice in questo sonetto è infatti anticipazione delle virtù di Maria descritte da Dante nell’ultimo canto del Paradiso”.

Desiderare ciò che Dio desidera

“Nella terza cantica inoltre – prosegue d’Onofrio – Il luogo dove sono i santi è la mente di Dio. Dante viene accolto nella mente di Dio per poter raccontare agli uomini come purificarsi dagli errori e raggiungere la beatitudine. É nella mente di Dio che le creature diventano come Dio, perché desiderano ciò che Dio desidera.

Il “saluto” e la salvezza

Lo studio di D’Onofrio è una testimonianza della fecondità e della ricchezza, ancora da penetrare a fondo, dell’opera di Dante Alighieri, il cui messaggio, a quasi settecento anni dalla morte, è “immensamente attuale”. “Le prospettive aperte da questo studio – aggiunge l’autore – non sono state finora considerate abbastanza. Se ad esempio leggiamo la parola virtute la traduciamo automaticamente come “virtù, perfezionamento etico”, ma nel linguaggio alto medievale essa indica la potenzialità, l’attuarsi di ciò che è nelle capacità dell’uomo e che con una conversione al bene si può attuare”.  “Allo stesso modo va compresa la parola salute: Dante si innamora di Beatrice quando gli concede il saluto. Lei, è mediatrice tra umano e divino, venuta da cielo in terra a miracol mostrare, salutando si fa portatrice di salvezza”. Per intendere pienamente il pensiero di Dante quindi occorre penetrare ciò che lui ha studiato e comprendere il contesto nel quale si è formato e dal quale ha preso le mosse per compiere l’alta missione, teoretica ed etica, di elevazione e rieducazione dell’umanità, dispersa in una selva oscura.

Un libro di Massimo De Angelis su Nietzsche oltre il nichilismo. Il deserto e la sete di Dio

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giuseppe Bonfrate

Il libro di Massimo De Angelis, Serve ancora Dio? La via di Nietzsche oltre il nichilismo, (Roma, Castelvecchi, 2020, pagine 288, euro 25) conduce nel deserto, per fare esperienza della sete di Dio. Facendo il bilancio della articolata interpretazione del pensiero nietzschiano in ambito cristiano sarebbe legittimo domandare: cosa resta di Dio? Nella serrata critica di Nietzsche all’idea di verità come descrizione oggettiva-assoluta delle cose, solo il soggetto nel suo atto di volontà, non altri, non altro, diventa ermeneuta del reale. Si rigetta l’idea di un ordine del mondo, e per liberare il proprio sì alla vita non si potrebbe far altro che rinunciare a Dio. Ma, se riprendiamo la famosa enunciazione di Paul Ricoeur che unisce Marx, Nietzsche e Freud nella definizione di «maestri del sospetto», potremmo comprendere l’utilità di questo libro. Il “sospetto” incrina gli equilibri, e sollecita un distanziamento da come le cose stanno, rivelando, insieme, la fallacia della realtà e l’apparire di qualcosa di nuovo. La forza distruttiva diventa generativa, con la conseguenza che bisogna congedarsi dal vecchio, per porsi nella direzione di un altro evo: il “sospetto” genera krisis, separazione, vaglio per una nuova consapevolezza dello stare al mondo, e così scegliere, decidersi. Lo dovremmo a noi stessi, scoprendoci impastati di “infingimenti”.

In questo libro l’autore assume la sfida della krisis. Accetta la sfida di un «un rigoroso confronto» con la propria fede, come lo scolpisce Nietzsche in Aurora, «finché non siate andati lontano» dal cristianesimo. Divenendo esuli (una rinuncia teoretica alle metafisiche e al cogito cartesiano), i gesti, la vita come inveramento, condurranno all’autenticità dei significati, in cui le parole ritroveranno i loro suoni di verità: un nuovo inizio, povero di sicurezze, ma in cui tempo ed eternità, corpo e spirito, si daranno finalmente la mano. E qui diventa centrale l’umanità di Gesù, facendo emergere una paradossale cristologia filosofica, la cui radice alimenta la teologia dell’umano. Se ne evince già dal visibile connubio tra autobiografia dell’autore e biografia di un pensiero tellurico, all’apparenza solo distruttivo. I sommovimenti sismici aprono una strada: la via di Nietzsche oltre il nichilismo. Come in ogni conversione o riforma, la crisi e la morte sono una necessità che perde rilievo di fronte alla vita che germina in esse.

Gesù, l’uomo «eternamente sacro e degno di venerazione» è la chiave della risoluzione della lotta che avrebbe estenuato il cristianesimo, quella tra l’umano e il divino, tra il corpo e lo spirito, nel segno dell’intangibile dualismo che ha contrassegnato la riflessione e l’esperienza cristiana. Le pagine si rincorrono intrecciandosi a frammenti di meditazione di una vita che si guarda allo specchio dei pensieri nietzschiani. Il libro innerva un processo discendente e ascendente, composto lungo due sezioni asimmetriche che paiono riprendere la struttura dell’Ottava sinfonia di Mahler, quella che più di ogni altra ha cercato la soluzione della tensione tra suono e parola. Ogni capitolo, trova il suo tempo interiore nella misurazione musicale: andante, lento, adagio, mosso, rondò, allegro, e così via. Lo sfondo musicale coispira la “meditazione” filosofica di De Angelis, che con Nietzsche percorre il suo esodo strappando i rivestimenti teoretici, per mostrare una verità che deve dissolversi per riprendere il suo corpo, rigenerarsi nella distanza per abitare una patria, perdersi per scoprirsi sulla via, contrastare la corrente per risalire il fiume, manifestarsi nella sete e nella fame, per alimentare il fuoco del desiderio. Coerente, ci pare, con quanto avvenuto nelle partiture mahleriane, che mentre portavano alla dissoluzione della forma sinfonica, purificavano nel fuoco la fedeltà alla tradizione. E non è un caso che si attribuisca a questo compositore il celebre aforisma che «la tradizione non è la venerazione delle ceneri, ma tener vivo il fuoco».

La fiamma è il Cristo exodus, motore e primo passo del benefico peregrinare per liberarsi dalla sententia Christi, dai concetti, e scorgere finalmente il corpus Christi, presenza che si rivela nella carne, unendola a sé dove altri vorrebbero separarla, ritenendola indegna di Dio. Il dualismo è la soluzione analgesica dei tormenti della creaturalità, il sintagma intorno al quale si sono costituite tante soluzioni falsificanti, come lo gnosticismo e il pelagianesimo. Errori antichi che ancora costringono l’idea di salvezza nel rigido assoluto della legge e nell’immanente solitudine delle proprie ragioni, perdendo la verità di Dio che si presenta in Gesù, e trapassa permanentemente nel “sacramento” del tu-noi, all’ombra della grazia che dà gioia ai cieli, come direbbe Nietzsche, per il fatto che Dio è sulla terra. A questo si aggiunge la lotta contro quella ragione che ogni cosa riempie annichilendo, e da cui si esce, ancora nichilismo, svuotando di valore le categorie a cui tutto è appeso: scopo, unità, essere. Un congedo che si trasforma in oblio. Tutto frana, sembrerebbe.

Ma si potrebbe verificare, invece, che a cadere sia la maschera di una ostinata prepotenza intellettuale che incatena i passi di chi vuole andare oltre. Allora, i muri di acqua che hanno aperto e difeso la via nel mar Rosso si trasformano nella tempesta che travolge i deduttivi, dispersit superbos mente cordis sui, per mettere al centro la vita che brama l’oltre, et exaltavit humiles (Luca 1, 51-52).

La scena di questo mondo si trasfigura nel sacrificio delle proprie certezze, al prezzo di trovarsi nella massima distanza da Dio. Ed è nella più estrema lontananza che si acclara che il Regno di Dio è qui (Matteo 5-7), e la gloria di Dio è l’uomo vivente pensato da Ireneo (Adversus haereses 4, 20, 5-7), nella tensione di sguardo alla vita, di presa in carico di essa, dissipando la menzogna e rinunciando alle illusioni, per vedere Dio. Il minimo coincide con il massimo, e quello che per Cusano trascende ogni possibilità dell’intelletto, non è per Nietzsche negato alla vita, al suo sapore-sapere, alla pratica dell’esistere. Egli danza tra gli opposti, ma la musica sembra esaurirsi lì dove, secondo un’interpretazione costante del suo pensiero, ponendo in alternativa fede e religione, tra soggettività e alterità, io o Dio, non riesce a cogliere, questa la tragedia di Nietzsche, che la natura relazionale della fede non è soltanto rinuncia-perdersi dell’uscire da sé, ma è un perdersi per trovare Dio dentro di sé, intimior intimo meo (Agostino, Confessiones III , 6): mai relazione fu più intima e profonda, delicata rimembranza di una possibilità perduta e ridonata, liberante dalla trappola dell’autoreferenzialità, nuova forma — superamento e dignità ritrovata — dell’umano. Il minimo e il massimo si compenetrano fino alla sorpresa di Matteo 25, quando la coincidenza proietta luce sulla fine per generare un nuovo inizio, inatteso e impensabile come solo una teofania può esserlo: quello «che avete fatto ai miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me», pienamente umanizzante, nel vuoto, nell’assenza, nell’indigenza, nella nudità, nella solitudine, nella vulnerabilità. E cos’altro avrebbe potuto ispirare quanto raccolto in Al di là del bene e del male: «Amare l’uomo per amore di Dio — fu questo, fino a oggi, il sentimento più nobile e più remoto che sia stato raggiunto dagli uomini. Che l’amore per l’uomo senza una qualche segreta finalità che lo santifichi sia una sciocchezza e una bestialità in più, che l’inclinazione a questo amore umano debba ricevere soltanto da una inclinazione superiore la sua misura, la sua finezza, il suo granello di sale e il suo pulviscolo d’ambra — chiunque sia stato l’uomo che per la prima volta ha sentito e “ha vissuto” tutto questo, per quanto la sua lingua possa aver balbettato, allorché tentò di esprimere una tale delicatezza di sentimento, egli sarà per noi eternamente sacro e degno di venerazione, in quanto è l’uomo che ha volato più in alto sino a oggi e si è smarrito nel modo più bello».

Lo smarrimento, lo straniamento di un essere che deve trapassare sé stesso, avvertire la vertigine del vacuum per scoprirsi capax Dei. Ma qui, come giustamente avvertirebbe De Angelis, siamo oltre Nietzsche. Nello stesso tempo, però, dalle pagine di questo libro emerge la gratitudine al suo pensiero, che riesce a far ascoltare quello che non è riuscito a sentire: un canto alla vita, nostra e, non sorprenda, alla necessaria vita di Dio.

La Spagna e il Regno Unito negoziano un accordo di cooperazione militare

La Spagna e il Regno Unito stanno negoziando un accordo sulla sicurezza e la difesa come tassello fondamentale della nuova fase di cooperazione. Tale accordo, secondo fonti diplomatiche spagnole, includerà la lotta al jihadismo, la difesa informatica e le missioni militari congiunte; ma anche accordi sulla base britannica di Gibilterra, fonte di continui attriti tra i due paesi .

Il Regno Unito è, insieme alla Francia, la principale potenza militare europea, che possiede una propria forza nucleare e un seggio nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma, con decisione di Londra, l’accordo di recesso dell’UE ha sigillato il lo scorso 24 dicembre non comprendeva alcun capitolo sulla politica estera e di difesa, il che lascia ampi margini alla cooperazione bilaterale.

Scartato, almeno per il momento, il forum europeo (dove il Regno Unito non è mai stato un partner molto attivo, bensì il contrario), la cooperazione militare con Londra e Madrid è ora circoscritta al quadro dell’Alleanza Atlantica, a cui entrambi i paesi appartengono.

La realtà, però, va ben oltre questo breve quadro giuridico: la compagnia britannica BAE Systems è un partner chiave del velivolo da combattimento Eurofighter, il più grande programma di armamenti a cui partecipa la Spagna ; e Rolls-Royce è, fino a quando non si concretizza la sua intenzione di sbarazzarsene, proprietaria di ITP, la principale azienda automobilistica spagnola.

9,6 mld di cibi e vini invenduti con i ristoranti chiusi

Il crollo delle attività di bar, trattorie, ristoranti, pizzerie e agriturismi ha un effetto negativo a valanga sull’agroalimentare nazionale, con una perdita di fatturato di oltre 9,6 miliardi per i mancati acquisti in cibi e bevande nel 2020. E’ quanto emerge dal bilancio della Coldiretti sulle conseguenze delle nuove chiusure e delle limitazioni imposte alla ristorazione dalle misure anti contagio per l’emergenza Covid.

I consumi fuori casa degli italiani per colazioni, pranzi e cene fuori casa sono crollati del 48% nel corso del 2020 con una drastica riduzione dell’attività che – sottolinea la Coldiretti – pesa sulla vendita di molti prodotti agroalimentari, dal vino alla birra, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura che trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco.

In alcuni settori come quello ittico e vitivinicolo la ristorazione – continua la Coldiretti – rappresenta addirittura il principale canale di commercializzazione per fatturato ma ad essere stati piu’ colpiti sono i prodotti di alta gamma dal vino ai salumi, dai formaggi fino ai tartufi.  Il crollo delle vendite nella ristorazione – sottolinea la Coldiretti – non è certamente compensato dal leggero aumento del 12% che si è verificato negli acquisti familiari di alimenti e bevande nel 2020.

Nell’attività di ristorazione – continua la Coldiretti – sono coinvolte circa 360mila tra bar, mense, ristoranti e agriturismi lungo la Penisola ma le difficoltà si trasferiscono a cascata sulle 70mila industrie alimentari e 740mila aziende agricole lungo la filiera impegnate a garantire le forniture per un totale di 3,8 milioni di posti di lavoro. Si tratta di difendere la prima ricchezza del Paese con la filiera agroalimentare nazionale che vale 538 miliardi pari al 25% del PIL nazionale ma è anche una realtà da primato per qualità, sicurezza e varietà a livello internazionale. Occorre salvaguardare un settore chiave per la sicurezza e la sovranità alimentare soprattutto in un momento in cui con l’emergenza Covid il cibo ha dimostrato tutto il suo valore strategico per il Paese.

“In questo momento difficile chiediamo agli italiani di privilegiare il consumo di prodotti alimentari Made in Italy per aiutare l’economia, il lavoro ed il territorio nazionale #mangiaitaliano” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare l’importanza che “misure di ristoro adeguate siano previste per l’intero sistema agroalimentare su cui ricadono gli effetti negativi delle chiusure e delle limitazioni del canale ristorazione”.

Nasce il quarto costruttore automobilistico mondiale

Stellantis sarà il quarto costruttore automobilistico mondiale per volumi. La creazione di Stellantis è l’unione tra il gruppo PSA e FCA.

Rimarranno nella società tutti i 15 brand che fanno parte di FCA e PSA; Stellantis, oltre al nome, ha già anche il suo logo. L’Olanda è il Paese scelto per la sua sede, John Elkann sarà il presidente, la guida sarà nelle mani di Carlos Tavares, il CEO di PSA. Mike Manley sarà l’amministratore delegato.

Dopo le assemblee degli azionisti mancheranno soltanto le formalità per la quotazione di Stellantis alle Borse di Parigi, Milano e New York. «Il nuovo gruppo Stellantis è pronto a investire in misura cospicua per affrontare le sfide che dovremo affrontare e preparare un futuro brillante» ha detto Carlo Tavares, che sarà l’amministratore delegato.

Per quanto riguarda il personale non vi sarà nessuna chiusura e nessun licenziamento. Però nei prossimi mesi però bisognerà capire come sfruttare al meglio alcune linee produttive che risultano sotto utilizzate (come ad esempio lo stabilimento di Kragujevac in Serbia).

Vaccino AstraZeneca, prime dosi somministrate in Gb

E’ un uomo di 82 anni, Brian Pinker, a ricevere la prima dose del vaccino AstraZeneca-Oxford contro il coronavirus. Nel Regno Unito è iniziata oggi la somministrazione del farmaco, che si aggiunge quindi al vaccino Pfizer.

Le autorità britanniche hanno ordinato 100 milioni di dosi di vaccino AstraZeneca-Oxford, di cui 520mila sono già disponibili. Questa settimana in Inghilterra è prevista l’apertura di centinaia di nuovi centri di vaccinazione, oltre ai 730 già esistenti.

Il ministro della Salute, Matt Hancock, alla radio della Bbc Hancock si detto “incredibilmente preoccupato per la variante sudafricana” del nuovo coronavirus, descrivendolo come “un problema ancora maggiore” rispetto alla cosiddetta variante inglese, che sarebbe più contagiosa dei ceppi già noti. Per fronteggiare la nuova variante, il Regno Unito ha limitato i voli dal Sudafrica e ordinato l’obbligo di quarantena per i passeggeri in arrivo dal Paese

«Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi» Tutto concorre al bene

di mons. Gualtiero Sigismondi Assistente ecclesiastico generale dell’Ac e vescovo di Orvieto-Todi. L’articolo è l’editoriale di «Dialoghi» (4/2020), il trimestrale culturale promosso dall’Ac, in arrivo in questi giorni ai suoi abbonati.

La storia, nella sua misteriosa irriducibilità e complessità, fa dire all’apostolo Paolo: «Noi sappiamo che tutto concorre al bene» (Rm 8,28). Dio conduce la storia che si dipana, sotto il suo sguardo misericordioso, nel suo intreccio di bene e di male. Egli, nella sua Provvidenza d’Amore, «tutto dispone con forza e dolcezza». L’opera della salvezza è un “fiume carsico” che scorre nelle “vene” della terra, ma non sfugge dalle mani di Dio. «Niente accade senza che Dio lo permetta – scriveva Madeleine Delbrêl – e Dio niente permette che non possa tornare a sua gloria». Pertanto, occorre leggere negli avvenimenti della storia non soltanto il funesto elenco dei drammi e delle tragedie, ma in primo luogo la potenza e la grandezza del disegno di Dio. Egli, assicura il Salmista, «è per noi rifugio e fortezza, aiuto infallibile si è mostrato nelle angosce» (Sal 46,2).

Uno degli ossimori più sorprendenti della fede cristiana, felix culpa, ci assicura che Dio ricava il bene da tutto: anche dal peccato, dalla morte, dalla croce, dalla tomba. Egli – recita un noto proverbio portoghese – «scrive dritto sulle righe storte tracciate dagli uomini». Dio volge a provvidenza ogni cosa, crea vita dalla morte, trae dal male un bene più grande, «lo fa servire a un bene» (cfr. Gen 50,20). Egli guida la storia con un preciso disegno, aprendo nuovi spazi al cambiamento di rotta, a una “speranza affidabile” che non delude (cfr. Rm 5,5). «Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – dice il Signore –, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza» (Ger 29,11).

Non tutto ciò che accade è volontà di Dio, ma in ogni cosa che capita c’è una via che rimane dentro il suo piano di salvezza. Il deserto è una terra di speranza, è un luogo dove è sempre incipiente, pur nascosta, una fioritura di vita, un’oasi di primavera. Nella desolazione, quando la sofferenza sembra travolgerci, occorre mantenere vivo il dialogo con il silenzio di Dio, attraverso il gemito, il grido, il pianto. Decisivo nell’esistenza del cristiano è continuare a bussare, a domandare, a non temere di porre la nostra debolezza davanti a Lui, dicendogli: «Svegliati! Perché dormi?» (Sal 44,24). Navigando nel mare della vita nessuno è dispensato dalle tempeste e a tutti viene spontaneo dire, come hanno fatto i discepoli: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (Mc 4,38).

È consolante credere che Dio, il quale guida il corso degli eventi nel mondo, «non permette che siamo tentati oltre le nostre forze ma, insieme con la tentazione, dà anche il modo di uscirne per poterla sostenere» (cfr. 1Cor 10,13). «Ho sognato – così si legge in un famoso testo anonimo – che camminavo in riva al mare con il mio Signore e rivedevo sullo schermo del cielo tutti i giorni della mia vita passata. E per ogni giorno trascorso apparivano sulla sabbia quattro orme, le mie e quelle del Signore. Ma in alcuni tratti ho visto due sole orme, proprio nei giorni più difficili della mia vita. Allora ho detto: “Signore, io ho scelto di vivere con te e tu mi avevi promesso che saresti stato sempre con me. Perché mi hai lasciato solo proprio nei momenti più difficili?”. E Lui mi ha risposto: “Figlio, tu lo sai che io ti amo e non ti ho mai abbandonato: i giorni nei quali vedi soltanto due orme sulla sabbia, sono proprio quelli in cui ti ho portato in braccio”».

Il Signore proprio nelle ore più oscure ci prende in braccio, come chi solleva un bimbo alla sua guancia (cfr. Os 11,4), e ascolta il nostro grido, talora simile allo sfogo di Elia: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita» (1Re 19,4), talvolta analogo al lamento del Salmista: «Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi?» (Sal 13,2), talaltra paragonabile alla supplica che gli Edomiti rivolgono a Isaia: «Sentinella, quanto resta della notte?» (Is 21,11). Questa richiesta, ripetuta due volte, interpreta il pensiero che, nelle circostanze attuali, attraversa il mondo intero, scosso dalla tempesta provocata dal Covid-19, la cui carica virale mostra la drammatica concretezza dell’immagine del “contagio”, a cui Paolo ricorre per indicare come si è propagato il “peccato di Adamo” (cfr. Rm 5,12). L’Apostolo assicura, però, che «il dono di grazia non è come la caduta» (Rm 5,15). Anche di questo stiamo facendo esperienza in una stagione, segnata dalla seconda ondata della pandemia, che contribuisce a trasformare la nostra fragilità in una più forte coscienza di fraternità e di solidarietà, che vede in prima linea medici, infermieri e operatori sanitari. Essi commentano, anche nelle “corsie” degli ospedali da campo, la parabola del buon Samaritano, alleviando il peso della sofferenza e l’estrema solitudine della morte.

Testimonianze così esemplari tengono viva e lieta la speranza, sintetizzata da questo annuncio pasquale: «Ma Dio lo ha risuscitato dai morti» (At 13,30). Si tratta di una formula di fede, pronunciata da Paolo nella sinagoga di Antiochia, che ripropone quella suggerita da Pietro nel discorso tenuto nel tempio di Gerusalemme (cfr. At 3,15) e nella casa di Cornelio (cfr. At 10,40). La storia si regge sul Ma di Dio, che è completamente diverso da quello dell’uomo. Il ma dell’uomo spesso è seguito dal però, creando un cortocircuito sintattico. Il ma dell’uomo sovente è preceduto da un sì che ha la stessa accezione del se. Al contrario, il Ma di Dio non ha né premesse, né postille: è il Ma della luce che dissipa le tenebre; è il Ma della vita che vince la morte; è il Ma della grazia che sovrabbonda là dove abbonda il peccato (cfr. Rm 5,20). Con il suo Ma Dio ha modificato l’orientamento della storia, «sbilanciandola una volta per tutte dalla parte del bene».

Questa certezza di fede impedisce di fare naufragio, da cui ci mette in guardia Papa Francesco, avvertendo che «peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi». Per evitare di sciupare questa fase della storia è necessario chiederci: cosa abbiamo imparato e cosa non riusciamo ad apprendere da un’emergenza sanitaria, sociale ed economica che ha reso globale la provvisorietà? Per attraversare questo momento, «che può essere letto come un kairòs per ripensare il passato e avere un disegno nuovo sul futuro», occorre passare dalla logica dell’emergenza alla cultura della progettualità. Servono scelte coraggiose che possano avviare processi di cambiamento di lungo respiro e tracciare percorsi di riforma dagli ampi orizzonti. Occorre trovare il coraggio di innovare, non solo nella società civile ma anche nella comunità ecclesiale. Non si tratta di mettere «un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore» (cfr. Mt 9,16). Non si tratta nemmeno di «versare vino nuovo in otri vecchi, ma vino nuovo in otri nuovi» (cfr. Mt 9,17). Dio non taglia e cuce, ma tesse e ricama; Egli non risciacqua ma ricrea e rinnova.

La comunità cristiana non può limitarsi a rimanere in attesa di vedere se i fedeli torneranno a Messa o agli incontri di catechesi, se si adatteranno a strumenti e modalità nuove di comunicazione, ma deve chiedersi come fare di questa fase così complessa un’occasione di conversione missionaria della pastorale. C’è bisogno di una Chiesa che cammina e si rinnova «dando prova di un eccezionale risveglio di creatività». C’è bisogno di una Chiesa che coltiva l’essenziale, dedicando una cura speciale a una formazione cristiana di grande qualità. C’è bisogno di una Chiesa che riscopre nella domus Ecclesiae l’ambiente vitale della trasmissione della fede. C’è bisogno di una Chiesa che, esplorando un modo nuovo di essere comunità, educa a frequentare l’ambiente digitale e a scoprirne risorse e limiti. C’è bisogno di una Chiesa consapevole che la condizione di piccolo gregge non diminuisce ma accresce la sua vocazione cattolica, quella di contribuire a «far rinascere tra tutti un’aspirazione mondiale alla fraternità». In questo frangente è indilazionabile un cambio di strategia più che di tattica: siamo ancora troppo impegnati a gestire spazi e a organizzare eventi. È necessario, invece, aprire vie nuove: per osare occorre immaginare, per immaginare si deve sognare, per sognare è indispensabile pensare, per pensare non si può fare a meno di ascoltare, per ascoltare è inevitabile camminare insieme e dialogare.

La “Danza campestre” di Guido Reni nuovamente alla Galleria Borghese.

“Danza campestre” di Guido Reni (1575-1642), dipinto a lungo dato per disperso, attribuito prima alla mano di altri maestri del Seicento e soltanto nel 2017 (grazie all’antiquario Patrick Matthiessen) riconosciuto opera del grande esponente del Barocco emiliano, è tornato nella collezione della Galleria Borghese. Acquistata per circa 800 mila euro, la tela raggiunge un altro importante lavoro di Guido Reni di proprietà della Galleria, di tipologia e soggetto del tutto diversi, opera matura dell’autore: il “Mosè con le tavole della Legge”.

”Avere individuato un dipinto che certamente veniva dalla collezione del Cardinale Scipione Borghese ci dà grandissima soddisfazione – ha detto Francesca Cappelletti, neo direttrice della Galleria – non solo perché già apparteneva alla raccolta, ma anche perché parliamo di Guido Reni, il pittore preferito da Scipione Borghese e da Papa Paolo V”.  

Durante il Seicento il quadro è descritto in maniera inequivocabile, come riporta la citazione nell’inventario dettagliato di Palazzo Borghese redatto nel 1693: “quadro in tela con un Paese con molte figurine con un ballo in Campagna alto p.mi 3 e mezzo Cornice dorata del N.°(sic) di Guido Reni”. In seguito, del dipinto si erano perdute le tracce fino a ritrovarlo menzionato nel catalogo delle vendite del 1892, che lo attribuiva alla scuola fiamminga. Infine, nel 2008 il quadro ricompare in un’asta di Bonham’s a Londra. Riferito inizialmente ad Agostino Carracci poi viene riconosciuto opera di Reni, di cui finalmente si coglie la sapiente pennellata. 

Nell’opera si percepisce il movimento di un Barocco iniziale: feste che creano armonia tra i personaggi raffigurati e lo spazio circostante, dove la natura si fa protagonista. Si avvertono spinte pittoriche rivolte all’attenzione del “creato”, quella terra collocata al pari di una divinità che genera l’evoluzione della vita. Spunti di un genere paesaggistico che si svilupperà negli anni seguenti. Ritornano alla memoria, iconograficamente e simbolicamente, le pitture dei Carracci e le intuizioni visive di Giorgione. L’uomo vive un rapporto intenso con la Natura e Reni ne è testimone, cercando un modo di reinventare le tradizioni classiche, in un’atmosfera di crisi rinascimentale libera da pregiudizi.

Un quadro pittorico, con una visione in “profondità”, aperto, dalla “chiarezza relativa” e con una festosa sintesi di unicità. Tutte queste sono caratteristiche di una pittura barocca che dialoga formalmente con la classicità, come, circa tre secoli dopo, seppe ben tratteggiare Heinrich Wöllflin (1864-1945).

In questa tela l’elemento sociale, tipico di una festa campestre, è costituito dalle diverse classi che interagiscono nella convinta ricerca di una, seppur contingente, felicità collettiva. La gente del popolo è frammista a persone di alto rango, ciascuno di loro rappresentando quello che è nella vita. Del resto Reni, che subì in giovinezza l’influenza di Caravaggio e del grande maestro della luce studiò con attenzione il chiaroscuro, optava per un realismo senza eccessi cromatici e concettuali. I suoi punti luminosi, costituiti da pennellate bianche e vivide trasparenze, preannunciano già l’essenzialità degli artisti seicenteschi dei Paesi Bassi. In tal senso, è d’uopo prefigurare future elaborazioni, tra cui quelle indimenticabili di Johannes Vermeer.

In “Danza campestre” Guido Reni posiziona alcune figure in modo da creare un cerchio all’interno del quale due protagonisti ballano. La modularità ritmica circolare si ritrova in tutta la tela, facendo interagire differenti iconografie. La natura, noncurante dell’allegria popolare, si manifesta con toni velatamente minacciosi: il verde delle foglie s’inscurisce ed il cielo temporalesco incombe. Non è chiaro se il cattivo tempo sia già passato o stia per arrivare. Come ne “La tempesta” di Giorgione il quesito resta sospeso. Sullo sfondo s’intravedono sagome di montagne rischiarate da bagliori lontani. Il tempo sembra essersi fermato. Il fruitore, partecipe di questa “scenografia teatrale”, si appropria del paesaggio ed osserva i particolari dell’intera scena nella quale non può non percepire quasi una nuova armonia strutturale.  Il centro, rappresentato dalla coppia danzante, si trova di lato, simbolo di un “centro” dell’umanità che, con le scoperte astronomiche del tempo (Keplero, sulla scia delle intuizioni copernicane, accerta il movimento ellittico dei pianeti, tra cui la terra, intorno al sole) ha perso la sua collocazione dominante e dato l’avvio ad un nuovo significato di Infinito. Architetture (poche) e vegetazione (molta) racchiudono tocchi di bianco e luci alternate, quasi a ricercare una sorgente luminosa personale in sintonia con il divenire dell’Universo. Tutto questo abbraccia la scena: allegria e speranza con dolcezza reniana.

Anche in questo caso la poesia visiva di Reni esprime una ricerca che mette assieme avanguardie del periodo con filoni classici, in cui il naturalismo non è realismo puro, ma espressione legata ad una realtà interpretata. Il pittore dipinge in punta di pennello con tocchi preziosi, che superano anche la scuola veneta, perfettamente allineati con il suo amore per la bellezza e l’eleganza. Un bagliore di coscienza di stile e mimesi, che poi sarà sviluppata da altri autori come, primo tra tutti, Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino.

Gli artisti del Seicento hanno influenzato e trasformato la concezione del “fare arte”, riproporre la visione del reale, rendere immagini ellittiche e in divenire. La ritmica spaziale barocca è risultata fondamentale per le trasformazioni della fenomenologia delle arti e non soltanto in ambito pittorico. Si pensi, ad esempio, allo scultore toscano Filippo Valle (1696-1768) che osservava con minuzia predecessori della scuola bolognese, con particolare riferimento proprio allo stile espresso nelle immagini di Guido Reni, di cui seguiva rigorosamente i canoni estetici.

Quella “casa” del Bambino Gesù sul colle del Campidoglio

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Fratini

Adiacente al Campidoglio, a ridosso dell’imponente struttura del Vittoriano, sorge la chiesa di Santa Maria in Aracoeli. Luogo ricchissimo di arte e storia, è indubbiamente una delle chiese più famose di Roma. Questa basilica è legata ad un’antica leggenda che vide come protagonista l’imperatore Ottaviano Augusto. Si narra, infatti, che i senatori romani chiesero allo stesso imperatore di potergli attribuire gli onori riservati agli dei; Augusto, di tutta risposta, volle chiedere numi alla sibilla di Tivoli che, dopo tre giorni, emise tale vaticinio: «Ecco i segni del giudizio. Presto la terra sarà madida di sudore, dal cielo verrà il Re dei secoli». In quell’istante lo stesso imperatore vide apparire, su di un altare, una donna recante in braccio un bambino, accompagnata da una voce che annunciava: «Questa è la Vergine che accoglierà nel suo grembo il Redentore del mondo. Questo è l’altare del figlio di Dio». A seguito di ciò, Augusto decise di erigere sul posto della visione un altare. Da qui, molto probabilmente il titoto di Santa Maria in Aracoeli (“altare del cielo”).

Al tempo di Augusto qui sorgeva il tempio di Giunone Moneta e, adiacente ad esso, un palazzo imperiale. Una delle colonne della navata centrale infatti, la terza di sinistra per l’esattezza, si dice provenga dalla stanza da letto dello stesso imperatore, luogo in cui avvenne la presunta visione. Nel transetto sinistro della Basilica, inoltre, si può ammirare un’urna di porfido che poggia su un altare incassato nel pavimento, ritenuto l’altare originale fatto erigere dallo stesso Augusto.

Tale basilica, tuttavia, è famosa in tutto il mondo e particolarmente a Roma, poiché al suo interno custodisce una veneratissima immagine del Bambino Gesù ritenuta prodigiosa. Quella oggi visibile tuttavia è una copia fedele dell’originale che fu misteriosamente trafugata nel 1994. Si tratta di una graziosa scultura in legno di circa 60 centimetri. L’orginale, risalente al XIV secolo, si dice fosse stata intagliata da un frate francescano con il legno di ulivo proveniente dal Getsemani. Tale statuina, circondata da numerossimi e preziosi ex voto e lettere scritte perlopiù da bambini, è custodita in una cappella apposita accanto alla sagrestia. Si narra che già nel 1794 una donna trafugò la sacra immagine sostituendola con una copia perfetta. Tuttavia, a mezzanotte dello stesso giorno, le campane dell’Ara Coeli si misero a suonare ed i francescani sbalorditi trovarono fuori dalla porta la scultura originale del Santo Bambino che fu collocata nuovamente al suo posto, mentre la copia andava in mille pezzi.

La Sacra effigie, inoltre, era solita lasciare la chiesa per far visita ai malati che ne avessero fatto richiesta; a tale scopo, a partire dall’800 veniva utilizzata una carrozza messa a disposizione dal principe Alessandro Torlonia e successivamente un’automobile cardinalizia. Famoso l’episodio in cui alcuni militari fermarono l’automobile che trasportava il Sacro Bambino a piazza Venezia durante un comizio di Mussolini.

Tra le varie leggende legate a tale effigie, poi, c’è quella che vuole che le labbra del Bambino diventino rosso acceso se quest’ultimo sta per concedere la grazia mentre, al contrario, diventino pallide se non vi è più alcuna speranza.

Anche la famosa scalinata, costituita da 122 gradini ed edificata nel 1348 a seguito di un voto fatto alla Madonna per scongiurare la fine della peste, è teatro di leggende e tradizioni, come quella secondo cui le donne in cerca di marito o desiderose di avere un bambino avrebbero dovuta salirla in ginocchio. Stessa cosa avrebbe dovuto fare chi avesse voluto vincere al gioco del Lotto, pregando i tre re Magi durante la salita e ricavando i numeri in base a tutto ciò che si osservava o ascoltava.

Ancora oggi, il 6 gennaio, con la scultura del Bambino Gesù (che durante le feste di Natale viene posta nel caratteristico presepe) viene benedetta la città di Roma mediante una suggestiva cerimonia.

Il nuovo anno inizia con 4 mln di italiani senza cibo

Il 2021 inizia con circa 4 milioni di italiani che sono stati costretti a chiedere aiuto per mangiare a Natale e a Capodanno, un numero praticamente raddoppiato rispetto allo scorso anno. E’ quanto emerge da una stima della Coldiretti sulla base dell’ultimo rapporto di attuazione sugli aiuti alimentari distribuiti con il fondo di aiuto agli indigenti (Fead) relativo al periodo 1994-2020. Si tratta della punta dell’iceberg della situazione di difficoltà in cui si trova un numero crescente di persone costrette a far ricorso alle mense dei poveri e molto più frequentemente – sottolinea la Coldiretti – ai pacchi alimentari, anche per le limitazioni rese necessarie dalla pandemia.

Tra le categorie più deboli degli indigenti – continua la Coldiretti – il 21% è rappresentato da bambini di età inferiore ai 15 anni, quasi il 9% da anziani sopra i 65 anni e il 3% sono i senza fissa dimora secondo gli ultimi dati Fead. Fra i nuovi poveri– sottolinea la Coldiretti – ci sono coloro che hanno perso il lavoro, piccoli commercianti o artigiani che hanno dovuto chiudere, le persone impiegate nel sommerso che non godono di particolari sussidi o aiuti pubblici e non hanno risparmi accantonati, come pure molti lavoratori a tempo determinato o con attività saltuarie che sono state fermate dalla limitazioni rese necessarie dalla diffusione dei contagi per Covid. Persone e famiglie che mai prima d’ora – precisa la Coldiretti – avevano sperimentato condizioni di vita così problematiche.

Contro la povertà – sottolinea la Coldiretti – è cresciuta la solidarietà con le molte organizzazioni attive nella distribuzione degli alimenti, dalla Caritas Italiana al Banco Alimentare, dalla Croce Rossa Italiana alla Comunità di Sant’Egidio. E si contano ben 10.194 strutture periferiche (mense e centri di distribuzione) promosse da 197 enti caritativi impegnate nel coordinamento degli enti territoriali ufficialmente riconosciute.

La novità di quest’anno è tuttavia il crescente impegno nei confronti degli altri di singoli, famiglie, aziende pubbliche e private, enti ed associazioni non ufficialmente dedicate alla solidarietà. Quasi 4 italiani su 10 (39%) hanno infatti dichiarato di partecipare a iniziative di solidarietà per aiutare chi ha più bisogno. A beneficiarne sono soprattutto quei nuclei di nuovi poveri “invisibili” che, proprio a causa del repentino peggioramento della propria condizione economica, non sono stati ancora integrati nei circuiti “consolidati” dell’assistenza.

Con le Feste di fine anno sono oltre 5 milioni i chili di prodotti tipici Made in Italy, a chilometri zero e di altissima qualità distribuiti dagli agricoltori della Coldiretti nel 2020 per garantire un pasto di qualità ai più bisognosi di fronte alla crescente emergenza provocata dalla pandemia Covid. Si è trattato della più grande iniziativa di solidarietà mai realizzata dagli agricoltori italiani resa possibile dalla partecipazione volontaria dei cittadini al programma della “Spesa sospesa” e dal contributo determinante del management dei Consorzi Agrari D’Italia (Cai) e della Coldiretti che ha deciso di rinunciare a propri compensi straordinari.

Tutti i cittadini nei mercati e nelle fattorie di Campagna Amica diffusi lungo la Penisola possono decidere di donare cibo e bevande alle famiglie più bisognose sul modello dell’usanza campana del “caffè sospeso”, quando al bar si lascia pagato un caffè per il cliente che verrà dopo. In questo caso si tratta però di frutta e verdura, ma anche pasta fatta con grano 100% italiano, salumi e legumi delle aree terremotate di Lazio, Marche, Abruzzo e Umbria, olio extravergine d’oliva a Denominazione di origine protetta (Dop), pecorino dei pastori sardi e altri generi alimentare Made in Italy, di qualità e a km zero che gli agricoltori di Campagna Amica andranno a consegnare gratuitamente alle famiglie bisognose sul territorio italiano.

“Con la spesa sospesa abbiamo voluto dare un segno tangibile della solidarietà degli agricoltori verso le fasce più deboli della popolazione più colpite dalle difficoltà economiche”, ha spiegato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “il nostro obiettivo è far sì che questa esperienza diventi un impegno strutturale che aggiunge valore etico alla spesa quotidiana degli italiani”.

Pena di morte: Comunità Sant’Egidio, “soddisfazione per abolizione in Kazakistan”

La Comunità di Sant’Egidio saluta con grande soddisfazione l’abolizione della pena di morte in Kazakistan. Il Paese centroasiatico ha infatti ratificato il Secondo Protocollo Facoltativo al Patto Internazionale per i Diritti Civili e Politici, come dichiarato oggi, 2 gennaio 2021, dalla Presidenza della Repubblica, dopo l’adesione allo stesso trattato nel settembre scorso.

Il passo decisivo verso il rispetto per la vita segue una moratoria di fatto inaugurata nel 2003, che comunque non aveva impedito l’emissione di nuove condanne capitali per crimini eccezionali, che saranno convertite in ergastolo.

La Comunità di Sant’Egidio ha accompagnato fin dal 2006 il Kazakistan in questo cammino, ormai irreversibile, verso l’eliminazione completa della pena di morte attraverso svariati incontri internazionali su tematiche relative alla giustizia e alla pace cui lo stesso attuale Presidente della Repubblica, Kassym-Jomart Tokayev ha preso parte.

In particolare ricordiamo l’inesauribile impegno quasi ventennale di Tamara Chikunova e della sua associazione “Madri contro la Pena di Morte e la Tortura” per l’abolizione della pena capitale in tutta la zona centroasiatica ex sovietica: a cominciare dal suo paese, l’Uzbekistan, dove ha contribuito grandemente all’abolizione della pena capitale nel 2008, ha esteso nei paesi limitrofi una corrente abolizionista che ha riscontrato successo nell’intera area in questione, fino alla Mongolia.

La Comunità di Sant’Egidio continuerà ad accompagnare ogni iniziativa del Kazakistan mirante a difendere la vita, sempre e comunque, in ogni circostanza.

Con il lockdown meno 30,5% di incidenti stradali nel 2020

Con l’emergenza Covid anche l’infortunistica stradale ha subito una sensibile diminuzione. Dal 1 gennaio al 27 dicembre 2020 si è registrata, infatti,  una drastica riduzione del fenomeno infortunistico rispetto allo stesso periodo del 2019. In particolare, a fronte di una diminuzione della incidentalità complessiva del 30,5% (51.103 incidenti contro i 73.496 del 2019), gli incidenti mortali (1.079) e vittime (1.158) sono diminuiti rispettivamente del 26,9% e 28,3% mentre gli incidenti con lesioni (20.676) e le persone ferite (29.858) diminuiscono rispettivamente del 34,6% e del 38,3%.

Per le stragi del Sabato sera dall’inizio dell’anno al 20 dicembre scorso (ultimo dato disponibile), nelle notti dei fine settimana (dalle ore 00,00 alle 06,00 di sabato e domenica), la Polizia Stradale ha impiegato nei posti di controllo 7.400 pattuglie, rilevando 29 incidenti mortali che hanno cagionato 30 vittime (33 in meno dello scorso anno). I conducenti controllati con etilometri e precursori sono stati 37.697, il 5% dei quali (pari a 1.871, di cui 1.603 uomini e 268 donne) è risultato positivo al test di verifica del tasso alcolemico (nel 2019 la percentuale era stata del 5,6%). Le persone denunciate per guida sotto effetto di sostanze stupefacenti sono state, invece, 48. I veicoli sequestrati per la confisca 36.

Per quanto riguarda le autostrade, il Tutor ha consentito di accertare 263.429 violazioni dei limiti di velocità, mentre complessivamente le violazioni per eccesso di velocità accertate si attestano a 533.595.

Nel 2020 acquistati attraverso gare Consip 4,3 miliardi di farmaci

Assorted pills

Il Sistema dinamico d’acquisto della PA (Sdapa) Farmaci di Consip ha raggiunto nel 2020 i 4,3 miliardi di euro di valore delle gare bandite dalle amministrazioni (+155% rispetto al 2019), per oltre 50 appalti specifici.

A ricorrere maggiormente allo SDAPA Farmaci sono le Amministrazioni regionali, per lo svolgimento di procedure in forma aggregata (come nel caso della Regione Umbria) e per stipulare Convenzioni o Accordi quadro che consentono alle strutture sanitarie di scegliere fra diversi fornitori (come nel caso della Regione Friuli Venezia Giulia).

Lo Sdapa è lo strumento di negoziazione messo a disposizione da Consip nell’ambito del Programma di razionalizzazione degli acquisti della PA per l’approvvigionamento di prodotti farmaceutici destinati alle strutture del SSN. A oggi consente di acquistare oltre 6.500 prodotti farmaceutici, inclusi i farmaci salvavita, gli antineoplastici, i farmaci biologici e i vaccini.

Il supporto fornito alla PA nell’emergenza COVID è testimoniato dall’incremento di oltre 6 volte rispetto al 2019 dell’acquisto di farmaci per i reparti di terapia intensiva, per un importo complessivo di 43,4 milioni di euro,

Dentro la crisi del governo opera il dilemma sul futuro del Pd

La nota politica dell’Agenzia Italia, qui riprodotta in appendice, esamina varie possibilità di uscita dalla crisi. È un’analisi che obbliga a una scelta, viste le condizioni difficili del Paese. Il ricorso alle urne sarebbe la soluzione peggiore. Si ripropone infatti lo stesso dilemma del 2019, quando con lo “strappo” di Salvini si dovette scegliere tra elezioni anticipate e nuova maggioranza di governo.

In quel frangente “Il Domani d’Italia” sostenne quest’ultima ipotesi nella convinzione che rappresentasse il male minore. Oggi ripetiamo lo stesso concetto: andare al voto sarebbe pericoloso. Ne uscirebbe probabilmente un’Italia più divisa, con margini di governabilità più esigui, con tensioni più accentuate. Occorre pertanto frenare la voglia di tirare una riga, pensando poi di ricominciare in forma smagliante, senza le attuali contraddizioni. Ciò non autorizza a pensare che si possa andare avanti con l’astuta baldanza di Conte e l’ardito movimentismo di Renzi.

Anche se il “centro” esiste fondamentalmente in uno spazio che abbiamo definito extraparlamentare, è pur sempre un “centro” che pensa e vive la politica senza nebbiose estraniazioni dalla realtà quotidiana. Guarda perciò alla crisi con serietà e preoccupazione, cogliendo l’insidia nascosta nel vociare scomposto della destra pro-elezioni.

Qual è dunque l’auspicio di un “centro” responsabile, forte più di quel che si creda nella coscienza del Paese, dinanzi alla crisi? L’auspicio è che il Partito democratico assuma un profilo politico e sviluppi una iniziativa da cui possa ricavarsi la certezza di un nuovo punto di equilibrio, al tempo stesso coesivo ed espansivo, più di quanto finora la segreteria Zingaretti sia riuscita a garantire con il suo felpato approccio ai giochi di palazzo.

È una scommessa difficile, ma non ci sono alternative all’orizzonte. La lezione di Biden è stata solo evocata nel dibattito italiano, finendo subito nel limbo delle astratte congetture. Invece il problema è che in Italia, come appunto in America, una proposta di “governo progressista” regge se ricompone in modo autentico l’asse del riformismo democratico, acquisendo il connotato di un “centro aperto a sinistra”, più che di una sinistra sforzatamente benevola verso le istanze di centro.

Per molti aspetti la soluzione della crisi passa attraverso questo chiarimento sul ruolo del Partito democratico.

Tutte le strade sul tavolo per uscire dalla crisi, da un Conte III al voto.

(AGI)

Tutela lavoratori fragili: necessarie ulteriori precisazioni

Come precisato nel recente, precedente articolo la LEGGE DI BILANCIO dello STATO, approvata in via definitiva il 30 dicembre 2020 , ha ripristinato le tutele per i lavoratori fragili che erano state sospese dal 16 ottobre al 31 dicembre u.s., assai probabilmente per una mera dimenticanza del legislatore, che ora ha posto rimedio reintroducendo la normativa previgente, di cui all’art 26 comma 2 e 2bis del cd. “DECRETO CURA ITALIA”.

Poichè sono apparsi in rete commenti che confondono la condizione di lavoratore fragile – che è uno status riconosciuto e certificato dalle Autorità sanitarie a favore dei soggetti affetti da patologie immunodepressive, chemioterapiche e da invalidità ex legge 104/1992- con il periodo di quarantena a favore dei lavoratori contagiati da Covid 19, giova puntualizzare una differenza formale e sostanziale che distingue la prima categoria dalla seconda.

La legge di Bilancio prevede all’art. 481 che “Le disposizioni dell’articolo 26,

commi 2 e 2-bis, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni,
dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, si applicano nel periodo dal 1° gennaio 2021
al 28 febbraio 2021″.

Questa è la fonte di riferimento per sancire in via legislativa il ripristino delle citate tutele preesistenti e poi sospese, come sopra precisato.
Rileggendo dunque il testo normativo richiamato- nella fattispecie l’art. 26 comma 2 e 2bis del testo previgente –  si evince che i lavoratori fragili possono ora usufruire – in via di utilizzo prevalente e prioritario- dello smart working ove ciò sia possibile in relazione alla loro condizione lavorativa.

Nel caso in cui ciò non sia possibile i lavoratori fragili possono chiedere di essere collocati in malattia a carico dell’INPS,. senza attingere al periodo di comporto del proprio CCNL, e vengono equiparati alla condizione del ricovero ospedaliero.
Chiaramente è nell’interesse dei lavoratori fragili che si trovano in questa condizione , il preciso dovere di dimostrare in modo ineccepibile e inoppugnabile la propria condizione di fragilità documentata dalle certificazioni rilasciate dalle commissioni sanitarie prov.li.
Tuttavia ciò non significa assolutamente che essi si debbano trovare nella situazione di chi ha contratto il COVID e viene allontanato in quarantena o in stato di domicilio vigilato.
Sono due cose diverse

Chiaramente chi dovesse contrarre il COVID sarebbe allontanato per profilassi dalla propria sede di servizio lavorativo, anche se non “fragile” certificato..
Ma per i lavoratori fragili la questione è diversa: è proprio per evitare che essi contraggano il COVID,  che la tutela reintrodotta con la legge di bilancio pare  prevedere che essi possano richiedere di essere preventivamente posti in malattia, ove non possano essere utilizzati in smart working, come condizione prevalente di utilizzo, o adibiti ad altra mansione.

Per usufruire della possibilità di ottenere il congedo per salute non debbono trovarsi in quarantena o ammalati da Covid: al contrario la tutela che tiene conto della loro condizione di fragilità considera che la sede dal loro servizio attivo sul posto di lavoro, potrebbe essere  motivo di promiscuità e di probabilità di contagio.

Ciò era esattamente quanto la norma prevedeva fino al 15 ottobre 2020.
Poi c’ è stata l’incongruenza di una sospensione mai spiegata, durata fino al 31 dicembre 2020, periodo in cui i “fragili” hanno dovuto far ricorso al congedo per malattia , attingendo al cd. “periodo di comporto” previsto dal rispettivo CCNL.
Chi ha commentato diversamente ha confuso la precisione estremamente sintetica ma efficace e chiarissima del citato art. 481 con i successivi articoli della legge di Bilancio, dove si riferisce dei periodi di quarantena per i lavoratori colpiti dal COVID.

Il lavoratore fragile per usufruire delle tutele reintrodotte dalla legge di bilancio 2021 non deve necessariamente essere stato contagiato dal Covid.
La legge sembra andare nella direzione opposta: evitare appunto che possa esserlo e tutelare in via preventiva la sua certificata condizione di fragilità attraverso l’utilizzo in smart  working o – in caso di comprovata impossibilità di dar seguito a questa via- la possibilità di chiedere congedo al di fuori del periodo di comporto. Ciò vuol dire che, dall’1 gennaio al 28 febbraio p.v. , i lavoratori fragili, la cui attività possa essere ordinariamente svolta in smart working, avranno diritto ad avvalersi di tale modalità, mentre i lavoratori a rischio la cui prestazione risulti incompatibile con tale soluzione avranno diritto di assentarsi dal lavoro beneficiando della malattia, equiparata al ricovero ospedaliero, con relativa tutela a carico dello Stato.”

Il 2021 sarà l’anno più buio per Boris Johnson

Il 2 gennaio 2020, il primo ministro britannico Boris Johnson ha twittato che i successivi 12 mesi sarebbero stati un “anno fantastico per la Gran Bretagna”. Invece, una pandemia globale e le turbolenze politiche della Brexit hanno portato il tessuto sociale del Regno Unito al punto di strappo.

La politica e gli accordi costituzionali tra le quattro nazioni che compongono il Regno Unito sono una fonte costante di dolore per qualsiasi leader che cerchi di conciliare le loro priorità politiche e sociali sostanzialmente diverse.
Ma le due maggiori crisi in tempo di pace affrontate dalla Gran Bretagna  si sono combinate per creare una tempesta perfetta di insoddisfazione per lo status quo.

Inoltre la pandemia ha messo a nudo quanta distanza politica esiste tra il governo centrale e Edimburgo, Cardiff e Belfast.

Il movimento per l’indipendenza in Scozia è cresciuto dal referendum del paese nel 2014, dove gli scozzesi hanno votato dal 55% per rimanere nell’Unione. Secondo un recente sondaggio del quotidiano Scotsman, l’indipendenza è attualmente in vantaggio di 16 punti.
Gran parte di questo sostegno è attribuito all’obiezione della Scozia alla Brexit.

Anche mentre Johnson celebrava la conclusione di un accordo commerciale con l’UE, il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon ha twittato che “non esiste un accordo che possa mai compensare ciò che la Brexit ci porta via. È tempo di tracciare il nostro futuro come nazione europea indipendente. . ”

In Irlanda del Nord, i politici nazionalisti hanno ammesso di non essere mai stati così sicuri che, in caso di votazione, il nord potrebbe essere riunito con la Repubblica d’Irlanda.

Tutto ciò rappresenta un problema per Boris Johnson, che non è solo il leader del partito conservatore e unionista, ma anche l’auto-nominato ministro dell’Unione. In effetti, da quando è entrato in carica, Johnson si è dipinto come un difensore dell’Unione e ha parlato a lungo di rafforzare i legami tra le quattro nazioni.
Ma gli unionisti del suo stesso partito sono scettici su quanto il primo ministro si preoccupi davvero di tre paesi in cui la maggioranza dell’elettorato non vota conservatore e dove i suoi indici di popolarità personali sono bassi.

Peggio ancora per Johnson, sarà il 2021. Un vero e proprio campo di battaglia. La più pericolosa è l’elezione parlamentare scozzese di maggio. Se l’SNP vince le elezioni di maggio con l’indipendenza al centro della sua campagna, Johnson ha due opzioni: continuare a ignorare le richieste di referendum o provare a combattere l’SNP. Nessuna delle due opzioni è attraente, poiché l’unico modo efficace per contrastare l’SNP è combattere alle loro condizioni.

Altrettanto pericoloso, anche se meno immediato, è l’aumento della fiducia tra i repubblicani nordirlandesi. L’Irlanda del Nord è stata a la vittima della Brexit. E in questo clima il 2021 -anno in cui l’Irlanda del Nord doveva festeggiare il suo centenario- sembra invece avviarsi verso la più grande divisione politica della sua storia.

Per fortuna per Johnson, la situazione è meno pericolosa in Galles, dove non c’è un movimento separatista serio. Tuttavia, poiché Johnson affronta la prospettiva di combattere in Scozia e Irlanda del Nord, rischia di trascurare il Galles.

E il primo ministro, a cui piace avvolgersi nella bandiera dell’Unione, potrebbe essere tentato di tenere la testa bassa e ignorare le urla separatiste.
Ma se Johnson non è in grado di far sembrare un successo l’uscita dall’UE e allontana gli elettori in Scozia, Irlanda del Nord e Galles, è inevitabile che sempre persone si chiederanno se l’erba è più verde al di fuori del Regno Unito.