Home Blog Pagina 515

Il report sulle vaccinazioni

E’ arrivato a 22.789 il totale delle vaccinazioni anti-Covid in Italia.

Secondo i dati del report si conferma in testa il Lazio con 6.116 somministrazioni. Seguono Campania con 2.204, Lombardia con 2.171, Piemonte con 1.618, Toscana con 1.472, Veneto con 1.461, Puglia con 1.209, Liguria con 1.125. La fascia d’età più vaccinata è quella tra i 50 e i 59 anni, con una netta prevalenza di operatori sanitari e sociosanitari.

“Sommando le dosi di vaccino che abbiamo” e che avremo “a disposizione da parte di Pfizer e di Moderna, sostanzialmente arriviamo a sfiorare i 62 milioni di dosi. E questo deve essere sottolineato come ulteriore elemento della capacità dell’Italia di dotarsi delle dosi che servono per avviare una campagna vaccinale importante” come quella contro Covid-19, che “a tutti gli effetti sarà la più grande campagna vaccinale che la storia di questo Paese ha mai vissuto”, ha affermato ieri Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità (Css), facendo il punto sui numeri di dosi vaccinali destinate all’Italia per il quale è “ingeneroso dire ora che l’Italia è in ritardo”.

Gli scienziati riescono a filmare una misurazione quantistica

La fisica quantistica si occupa di sistemi microscopici come atomi e particelle di luce. È una teoria che permette di calcolare le probabilità dei possibili risultati di qualsiasi misura effettuata su questi sistemi. 

Tuttavia, ciò che accadeva durante la misurazione era un mistero. Un team di ricercatori dell’Università di Siviglia, dell’Università di Stoccolma (Svezia) e dell’Università di Siegen (Germania) è riuscito, per la prima volta, a “filmare” ciò che accade durante la misurazione del sistema quantistico. La scoperta è stata pubblicata sulla rivista scientifica Physics World che ha selezionato questo miglioramento nella misurazione, come uno dei i progressi più importanti del 2020.

“Questi risultati gettano nuova luce sul funzionamento interno della natura e sono coerenti con le previsioni della fisica quantistica moderna”.

Per fare ciò, hanno usato uno ione stronzio (un atomo caricato elettricamente) intrappolato in un campo elettrico. La misurazione dello ione dura appena un milionesimo di secondo ma i ricercatori sono riusciti a fare un “film” del processo ricostruendo lo stato quantistico del sistema in momenti diversi. I risultati confermano una delle previsioni più sottili della fisica quantistica

”Serietà, collaborazione, e anche senso del dovere…”. L’asciutta retorica di Mattarella.

Nel difficile mestiere di Presidente della Repubblica il messaggio di fine d’anno occupa un posto tutto suo, all’epicentro di ogni difficoltà. È il sigillo della comunicazione o la forma riassuntiva di uno stile presidenziale. Sono importanti i contenuti, ma nondimeno il tono e il gesto. Se si sbaglia, prevale fatalmente l’innaturalezza.

Mattarella non ama la retorica, né predilige l’uso di parole immaginifiche, tanto per fare effetto. L’uomo risente di quella sicilianità che condensa l’eloquio in un lessico asciutto, non sempre rotondo. Mons. De Luca, chiamato a celebrare gli 80 anni di Luigi Sturzo, fece notare che la scrittura di questo grande siciliano increspava un pensiero ricco e fecondo, ne deviava il corso, come per un torrente impetuoso, dando così una versione scabra e finanche ruvida di questa impetuosità. Mattarella, anche per tale aspetto, reinterpreta la mistica del concreto che appare dominante nella connessione sturziana tra pensiero e prassi.

Al cuore del messaggio di questo finale di 2020 si coglie dunque la concreta esortazione del Presidente, quell’invito cioè a farsi tutti consapevoli della necessità che uno spirito di “serietà, collaborazione, e anche senso del dovere” giunga a sostenere la ripresa della vita sociale e politica dell’Italia. Ognuno di noi dovrebbe concentrarsi su questa frase tanto semplice, eppure tanto densa di valore. Una frase che antepone all’ornatezza del linguaggio la forza di un precetto, e non di un precetto imposto.

Mattarella si accinge a coprire l’ultimo tratto del suo mandato. Lo ha voluto ricordare lui stesso, facendo intendere che da questo momento la sua responsabilità, lungi dall’essere meno nitida, entra in una sfera di ancor maggiore sobrietà, fino a contrarsi con l’ingresso nel “semestre bianco”. Questo significa che il paracadute del Quirinale, rispetto alle inquietudini della politica, avrà per forza un’incidenza materiale più ridotta. Ma ciò renderà forse più stringente e necessario il compito che traluce dall’essere il Presidente il grande moderatore della dialettica democratica, senza escludere nessuno. Avremo più bisogno di Mattarella.

 

 

2021, un nuovo patto di cittadinanza

La pandemia ha accelerato fenomeni che stavano già accadendo nel mondo: l’egemonia del commercio elettronico e del lavoro a distanza, la prevalenza della vita virtuale su quella reale. Purtroppo, tra questi aspetti c’è anche l’impoverimento dei rapporti umani, il degrado silenzioso delle relazioni sociali. Naturalmente non è un fenomeno nato con il Covid. Risale a quando abbiamo iniziato a svuotare i luoghi di incontro: le piazze, i centri storici, i borghi, le parrocchie, le sezioni di partito.

Erano luoghi in cui si imparava a conoscersi e a confrontarsi, ad ascoltare gli altri. A questo si aggiunge il crollo della cosiddetta “buona educazione”, il dilagare dell’idea per cui rivolgersi al prossimo con rispetto è considerata una forma di debolezza e dare del “tu” anche a chi non si conosce è un gesto di avanguardia. La pandemia ha desertificato il tessuto urbano delle nostre città, tra chiusure fisiche imposte dal lockdown e pesanti ricadute occupazionali.

Ha desertificato l’animo delle persone, stanche e psicologicamente provate. Ha portato un carico di sospetto, paura, diffidenza. Eppure l’anno che abbiamo appena lasciato alle spalle, ha avuto (almeno) un merito: quello di averci riportato, anche bruscamente, con i piedi per terra. L’immagine simbolo è quella di Papa Francesco che il 27 marzo scorso, nella piazza San Pietro deserta e bagnata dalla pioggia, ci ricordava che “nessuno si salva da solo”. Nel 2021 un po’ più di umiltà non guasterebbe, insieme a una nuova solidarietà nei confronti di chi è stato colpito dalle conseguenze economiche e sociali della pandemia. Un nuovo patto di cittadinanza. Anche perché non si può pensare davvero che la salute non abbia un costo, né che ci si possa indebitare tutti senza limiti, con uno Stato “prestatore di ultima istanza” sempre pronto a sussidiare.

Se l’anno che inizia oggi si fosse aperto senza la prospettiva di una vaccinazione di massa, lo scenario sarebbe stato assai più cupo. Invece, la vaccinazione di massa sarà il sigillo di questo nuovo patto di cittadinanza. L’architrave di una nuova società. “E’ il tempo dei costruttori” come ha ricordato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel consueto messaggio di fine anno. Un altro tipo di solidarietà, che dovremmo recuperare nel 2021, è quella fiscale.

Porto un piccolo ma significativo esempio che riguarda due giovani tennisti italiani, noti al grande pubblico. Entrambi hanno deciso nel corso del 2020 di fissare la residenza a Montecarlo, chiamandosi fuori dalla comunità nel momento del bisogno. Come se fossero esentati (o comunque non tenuti) a contribuire a quella comunità che li ha cresciuti, anche sportivamente.

Naturalmente non c’è una legge che impedisce agli italiani di trasferire la propria residenza a Montecarlo (mentre non è consentito, ad esempio, ai cittadini francesi). C’è però la considerazione che i proventi fiscali servono anche ad acquistare macchinari per le terapie intensive e sub intensive, dove vengono assistiti i pazienti. L’idea che il Welfare State non è dato per sempre. Certo, combattere il Covid è difficile, ricostruire sarà complicato, ma prendersi cura dei propri comportamenti (anche fiscali) e non rassegnarsi al degrado dei rapporti sociali dipende solo da noi.

Buon anno a tutti.            

Buon 2021

Finalmente questo difficile 2020 volge al termine. Nonostante le restrizioni e i divieti, vogliamo, con tutto il cuore, augurare a tutti voi un buon 2021.

Vorremmo poi ringraziare personalmente tutti coloro che hanno contribuito in questo anno al nostro piccolo successo.
Non siamo al livello dei grandi giornali nazionali, ma due milioni di pagine lette ci rendono orgogliosi. Vorremmo potervi fare gli auguri a voce. Ma questo non è possibile e ce ne rammarichiamo.

Per questo utilizziamo queste poche righe di Madre Teresa di Calcutta per inviarvi un buon 2021

Cosa posso dirvi per aiutarvi a vivere meglio in questo anno?
Sorridetevi
gli uni gli altri;
sorridete a vostra moglie
a vostro marito
ai vostri figli
alle persone con le quali lavorate
a chi vi comanda;
sorridetevi a vicenda;
questo vi aiuterà a crescere nell’amore
perché il sorriso è il frutto dell’amore.
(Madre Teresa di Calcutta, Nuovo anno)

Giornata mondiale della pace

Anche quest’anno – ad onta delle difficoltà e dei limiti derivanti dall’epidemia covid 19 – il Coordinamento interconfessionale del Piemonte “Noi siamo con voi”, intende celebrare la giornata mondiale della pace. Ciò avverrà tramite  diretta streaming sulle piattaforme Facebook e You Tube alle rispettive pagine di Noi siamo con voi il giorno 1° gennaio 2021, tra le h 18.00 e le  h 20.00 al link https://www.facebook.com/events/693201661342102/ 

L’evento, condotto dalla giornalista e scrittrice Antonella Frontani, inizierà con la lettura del documento/appello, prodotto dal Coordinamento interconfessionale, di cui darà lettura il portavoce Giampiero Leo

Seguiranno quattro messaggi di personalità di primo piano del mondo religioso, delle istituzioni e della società civile: l’Arcivescovo di Torino e Susa Mons. Cesare Nosiglia, il Presidente della Regione Piemonte on Alberto Cirio, il Presidente della Fondazione CRT Prof. Giovanni Quaglia, e il Presidente del Comitato Interfedi della Città di Torino prof. Valentino Castellani. Dopodichè la parola sarà alla musica, offerta  dalla nostra orchestra –  composta da ragazze e ragazzi delle varie religioni –  che offrirà un concerto ispirato al tema da noi scelto come titolo per il nostro documento: “Rinascere nella speranza”.  Questo è l’impegno del Coordinamento Interconfessionale del Piemonte per il Concerto di Capodanno 2021.

Con la nostra orchestra multireligiosa, proponiamo note di fraternità per alleviare le grandi paure che abbiamo nel cuore, nel tempo sospeso della pandemia
La musica come “suggerimento”, come guida evocativa per resistere alla crudeltà del mondo, ricreare legami, sanare conflitti, affermare la pace, affrontare insieme il futuro. Proponiamo l’universalità della musica per ritrovare la consolazione della preghiera, per ammansire l’inquietudine trasformandola in disponibilità.

E riscoprire quella fraternità fragile come la coscienza, fragile come l’amore, la cui forza tuttavia è inaudita. Questo non è più il tempo dell’indifferenza, degli egoismi, delle divisioni perché il mondo sta soffrendo e deve ritrovarsi unito nell’affrontare la pandemia. Se c’è qualcosa che stiamo imparando in questo tempo è che nessuno si salva da solo. Di fronte al virus le frontiere cadono, i muri si sgretolano e tutte le parole possibili si dissolvono, di fronte ad una presenza quasi impercettibile che manifesta tutta la fragilità di cui siamo fatti. Per questo noi credenti proponiamo in questo avvio d’anno  il “vaccino” dell’amore, la sfida più ambiziosa dell’intera esistenza, la più intensa, la più gratificante.

per la diretta Facebook:
https://facebook.com/events/s/concerto-interreligioso-di-cap/693201661342102/?ti=wa
da computer e cellulari

per la diretta su yuotube (solo da computer e NON da cellulare)
https://youtu.be/SQXX21EuGiE

Il ritorno della politica

Lasciamo alle spalle un anno tra i più tristi della nostra esistenza, un anno che soprattutto le nuove generazioni difficilmente potranno dimenticare.

Certo, anche il futuro appare incerto, non facilmente decifrabile, ma anche problematico sul piano strettamente politico.

Qualcuno ha osservato, giustamente, che questa pandemia porterà con sé nell’esaurirsi anche tutta una classe politica improvvisata, incompetente ed incapace.

La questione non è di poco conto, se si considera tutto uno stuolo di “politici” che dai livelli più bassi salgono via via sino alle due sedi romane di Monte Citorio e di Palazzo Madama.

Tornerà la vera politica? La domanda non è fuori luogo: la politica, questa scienza umana che oggi evoca solo disgusto, disprezzo nell’opinione pubblica, deve recuperare quella moralità perduta per disegnare un futuro nuovo del genere umano. Ma politica non è semplice organizzazione dell’esistente, non è solo semplice propensione alla risoluzione dei problemi materiali della persona umana: questi sono aspetti preliminari e doverosi. La politica deve avere come obbiettivo quello della felicità di tutti i cittadini.

I richiami che Papa Francesco non manca di indirizzare a tutti gli uomini di buona volontà con cadenza quasi quotidiana suggeriscono riflessioni che non possono non essere riprese politicamente. L’attenzione verso i più deboli deve costituire il cuore di una politica cristianamente ispirata: ce n’è tanto bisogno  oggi in questo mondo globalizzato, senza più valori e in questa Italia sempre più succube dei poteri forti.

In questo 2020 ormai concluso, sembra che il genere umano abbia riscoperto i veri valori dello stare insieme, della solidarietà, dei fini veri dell’esistenza terrena.

In altre parole, non può essere l’economia il motore dello sviluppo di una società: l’economia, questa economia porta immancabilmente all’individualismo, all’edonismo, alla ricerca spasmodica del piacere personale, al consumismo senza regole, al denaro come fine e non come mezzo per una vita più dignitosa.

E questa economia, quasi come una pandemia, contagia anche la politica che diventa fine personale e non mezzo per la realizzazione del bene comune.

Il nuovo anno dovrà, per forza di cose, portare con sé una nuova speranza per tutto il genere umano: quella speranza che bisogna ricavare da una classe politica competente e che abbia, come diceva Aldo Moro, del filo da tessere

Il ritorno della politica è la nuova sfida per i cattolici democratici: il coraggio delle idee per andare controcorrente rispetto a questa barbarie economica e globalizzata.

La lettera di un paziente Covid al direttore dello Spallanzani

E’ scritto nel Talmud di Babilonia: “Chi salva una vita salva il mondo intero”. Voi avete salvato la mia, dedicandomi tempo e passione. Non mi sarà possibile dimenticarlo” e anche se “non so se mi ricorderete, io sicuramente vi porterò nel cuore. Avete un’amica in più”. E’ il grazie di una paziente Covid curata all’Istituto nazionale malattie infettive Spallanzani di Roma, che in una lettera postata su Facebook dal direttore sanitario dell’ospedale, Francesco Vaia, racconta la sua esperienza di malata assistita con amore, guarita e dimessa: “Io mi inchino davanti a chi rischia la propria vita per salvare quella degli altri”, scrive.

“Egregio direttore Vaia, egregio professor Nicastri, gentile dottoressa D’Abramo, è finita – è l’incipit della missiva, inviata ai medici ieri sera – La mia degenza nel vostro ospedale si chiuderà tra pochissimo, dopo oltre 45 giorni carichi di emozioni. Ho avuto paura, non lo nascondo: questo virus maledetto incute terrore nonostante voi, uomini e donne di scienza, lo abbiate sufficientemente identificato e parzialmente snidato”.

“Ho avuto paura, lo confermo – ma qui mi sono sentita spalleggiata, protetta in ogni momento. Diciamo anche ‘coccolata’, perché anche questo serve quando si trascorre così tanto tempo lontano dai propri affetti. Non vi siete risparmiati, sappiatelo. In nulla. Non potrò dimenticare la grande cortesia di Andrea, lui che per primo si prese cura di me quando, in lacrime, la sera del 13 novembre, salutai mio marito e mio figlio e presi possesso del mio letto, il numero 14 (poi diventato 5). E come non citare tutte le infermiere che operano nella Quarta Divisione: instancabili, professionali e sempre con il sorriso”.

“Sapete quale è stato, per giorni, il mio cruccio più grande? Quello di temere che, una volta uscita da qui, nel caso avessi incontrato uno di voi, non avrei mai potuto riconoscerne le fattezze – prosegue la lettera della donna curata allo Spallanzani – Fa venire questi pensieri la bestia Covid. Perché ci costringe a vivere mascherati, come astronauti.

“E’ stato un onore avervi conosciuto. Grazie, direttore Vaia, grazie professor Nicastri. Grazie dottoressa D’Abramo, anche per quella sua straordinaria sensibilità che, appena pochi minuti fa, mi ha dimostrato venendomi a salutare. Grazie a tutti per avermi riportato alla vita. Grazie – conclude la paziente – per avermi dimostrato che in questo Paese le eccellenze ci sono”.

“Care amiche, cari amici, che risveglio stupendo. Una lettera meravigliosa che riempie il cuore. Premio unico e insostituibile al nostro lavoro” è “l’affetto dei nostri pazienti”. Così Francesco Vaia, direttore sanitario dell’Istituto nazionale malattie infettive Spallanzani di Roma, commenta il commosso grazie. “Chiudiamo l’anno con tre certezze”, scrive il direttore: “Il virus c’è, si può battere, con la nuova arma del vaccino lo sconfiggeremo”.

Coldiretti, Recovery: dall’agricoltura progetti cantierabili

Per cogliere una opportunità unica abbiamo elaborato e proposto per tempo progetti concreti immediatamente cantierabili per l’agroalimentare con una decisa svolta verso la rivoluzione verde, la transizione ecologica e il digitale in grado di offrire un milione di posti di lavoro green entro i prossimi 10 anni.

E’ quanto afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini che invita a non trascurare nel recovery plan e potenzialità che vengono dall’agricoltura per colmare i ritardi accumulati. Digitalizzazione delle campagne, foreste urbane per mitigare l’inquinamento in città, invasi nelle aree interne per risparmiare l’acqua, chimica verde e bioenergie per contrastare i cambiamenti climatici ed interventi specifici nei settori deficitari ed in difficoltà dai cereali all’allevamento, dalla quarta gamma  fino all’olio di oliva sono – sottolinea Prandini – alcuni dei progetti strategici elaborati dalla Coldiretti insieme a Filiera Italia per la crescita sostenibile a beneficio del sistema Paese.

Bisogna ripartire dai nostri punti di forza e l’Italia – conclude Prandini – è prima in Europa per qualità e sicurezza dell’alimentazione dove è possibile investire per dimezzare la dipendenza alimentare dall’estero nei prossimi 10 anni.

Messaggio di Fine Anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Care concittadine e cari concittadini,

avvicinandosi questo tradizionale appuntamento di fine anno, ho avvertito la difficoltà di trovare le parole adatte per esprimere a ciascuno di voi un pensiero augurale.

Sono giorni, questi, in cui convivono angoscia e speranza.

La pandemia che stiamo affrontando mette a rischio le nostre esistenze, ferisce il nostro modo di vivere.

Vorremmo tornare a essere immersi in realtà e in esperienze che ci sono consuete. Ad avere ospedali non investiti dall’emergenza. Scuole e Università aperte, per i nostri bambini e i nostri giovani. Anziani non più isolati per necessità e precauzione. Fabbriche, teatri, ristoranti, negozi pienamente funzionanti. Trasporti regolari. Normali contatti con i Paesi a noi vicini e con i più lontani, con i quali abbiamo costruito relazioni in tutti questi anni.

Aspiriamo a riappropriarci della nostra vita.

Il virus, sconosciuto e imprevedibile, ci ha colpito prima di ogni altro Paese europeo. L’inizio del tunnel. Con la drammatica contabilità dei contagi, delle morti. Le immagini delle strade e delle piazze deserte. Le tante solitudini. Il pensiero straziante di chi moriva senza avere accanto i propri cari.

L’arrivo dell’estate ha portato con sé l’illusione dello scampato pericolo, un diffuso rilassamento. Con il desiderio, comprensibile, di ricominciare a vivere come prima, di porre tra parentesi questo incubo.

Poi, a settembre, la seconda offensiva del virus. Prima nei Paesi vicini a noi, e poi qui, in Italia. Ancora contagi – siamo oltre due milioni – ancora vittime, ancora dolore che si rinnova. Mentre continua l’impegno generoso di medici e operatori sanitari.

Il mondo è stato colpito duramente. Ovunque.

Anche l’Italia ha pagato un prezzo molto alto.

Rivolgendomi a voi parto proprio da qui: dalla necessità di dare insieme memoria di quello che abbiamo vissuto in questo anno. Senza chiudere gli occhi di fronte alla realtà.

La pandemia ha scavato solchi profondi nelle nostre vite, nella nostra società. Ha acuito fragilità del passato. Ha aggravato vecchie diseguaglianze e ne ha generate di nuove.

Tutto ciò ha prodotto pesanti conseguenze sociali ed economiche. Abbiamo perso posti di lavoro. Donne e giovani sono stati particolarmente penalizzati. Lo sono le persone con disabilità. Tante imprese temono per il loro futuro. Una larga fascia di lavoratori autonomi e di precari ha visto azzerare o bruscamente calare il proprio reddito. Nella comune difficoltà alcuni settori hanno sofferto più di altri.

La pandemia ha seminato un senso di smarrimento: pone in discussione prospettive di vita. Basti pensare alla previsione di un calo ulteriore delle nascite, spia dell’incertezza che il virus ha insinuato nella nostra comunità.

È questa la realtà, che bisogna riconoscere e affrontare.

Nello stesso tempo sono emersi segnali importanti, che incoraggiano una speranza concreta. Perché non prevalga la paura e perché le preoccupazioni possano trasformarsi nell’energia necessaria per ricostruire, per ripartire.

Nella prima fase, quando ancora erano pochi gli strumenti a disposizione per contrastare il virus, la reazione alla pandemia si è fondata anzitutto sul senso di comunità.

Adesso stiamo mettendo in atto strategie più complesse, a partire dal piano di vaccinazione, iniziato nel medesimo giorno in tutta Europa.

Inoltre, per fronteggiare le gravi conseguenze economiche sono in campo interventi europei innovativi e di straordinaria importanza.

Mai un vaccino è stato realizzato in così poco tempo.

Mai l’Unione Europea si è assunta un compito così rilevante per i propri cittadini.

Per il vaccino si è formata, anche con il contributo dei ricercatori italiani, un’alleanza mondiale della scienza e della ricerca, sorretta da un imponente sostegno politico e finanziario che ne ha moltiplicato la velocità di individuazione.

La scienza ci offre l’arma più forte, prevalendo su ignoranza e pregiudizi. Ora a tutti e ovunque, senza distinzioni, dovrà essere consentito di vaccinarsi gratuitamente: perché è giusto e perché necessario per la sicurezza comune.

Vaccinarsi è una scelta di responsabilità, un dovere. Tanto più per chi opera a contatto con i malati e le persone più fragili.

Di fronte a una malattia così fortemente contagiosa, che provoca tante morti, è necessario tutelare la propria salute ed è doveroso proteggere quella degli altri, familiari, amici, colleghi.

Io mi vaccinerò appena possibile, dopo le categorie che, essendo a rischio maggiore, debbono avere la precedenza.

Il vaccino e le iniziative dell’Unione Europea sono due vettori decisivi della nostra rinascita.

L’Unione Europea è stata capace di compiere un balzo in avanti. Ha prevalso l’Europa dei valori comuni e dei cittadini. Non era scontato.

Alla crisi finanziaria di un decennio or sono l’Europa rispose senza solidarietà e senza una visione chiara del proprio futuro. Gli interessi egoistici prevalsero. Vecchi canoni politici ed economici mostrarono tutta la loro inadeguatezza.

Ora le scelte dell’Unione Europea poggiano su basi nuove. L’Italia è stata protagonista in questo cambiamento.

Ci accingiamo – sul versante della salute e su quello economico – a un grande compito. Tutto questo richiama e sollecita ancor di più la responsabilità delle istituzioni anzitutto, delle forze economiche, dei corpi sociali, di ciascuno di noi. Serietà, collaborazione, e anche senso del dovere, sono necessari per proteggerci e per ripartire.

Il piano europeo per la ripresa, e la sua declinazione nazionale – che deve essere concreta, efficace, rigorosa, senza disperdere risorse – possono permetterci di superare fragilità strutturali che hanno impedito all’Italia di crescere come avrebbe potuto.

Cambiamo ciò che va cambiato, rimettendoci coraggiosamente in gioco.

Lo dobbiamo a noi stessi, lo dobbiamo alle giovani generazioni.

Ognuno faccia la propria parte.

La pandemia ci ha fatto riscoprire e comprendere quanto siamo legati agli altri; quanto ciascuno di noi dipenda dagli altri. Come abbiamo veduto, la solidarietà è tornata a mostrarsi base necessaria della convivenza e della società.

Solidarietà internazionale. Solidarietà in Europa. Solidarietà all’interno delle nostre comunità.

Il 2021 deve essere l’anno della sconfitta del virus e il primo della ripresa. Un anno in cui ciascuno di noi è chiamato anche all’impegno di ricambiare quanto ricevuto con gesti gratuiti, spesso da sconosciuti. Da persone che hanno posto la stessa loro vita in gioco per la nostra, come è accaduto con tanti medici e operatori sanitari.

Ci siamo ritrovati nei gesti concreti di molti. Hanno manifestato una fraternità che si nutre non di parole bensì di umanità, che prescinde dall’origine di ognuno di noi, dalla cultura di ognuno e dalla sua condizione sociale.

È lo spirito autentico della Repubblica.

La fiducia di cui abbiamo bisogno si costruisce così: tenendo connesse le responsabilità delle istituzioni con i sentimenti delle persone.

La pandemia ha accentuato limiti e ritardi del nostro Paese. Ci sono stati certamente anche errori nel fronteggiare una realtà improvvisa e sconosciuta.

Si poteva fare di più e meglio? Probabilmente sì, come sempre. Ma non va ignorato neppure quanto di positivo è stato realizzato e ha consentito la tenuta del Paese grazie all’impegno dispiegato da tante parti. Tra queste le Forze Armate e le Forze dell’Ordine che ringrazio.

Abbiamo avuto la capacità di reagire.

La società ha dovuto rallentare ma non si è fermata.

Non siamo in balìa degli eventi.

Ora dobbiamo preparare il futuro.

Non viviamo in una parentesi della storia. Questo è tempo di costruttori. I prossimi mesi rappresentano un passaggio decisivo per uscire dall’emergenza e per porre le basi di una stagione nuova.

Non sono ammesse distrazioni. Non si deve perdere tempo. Non vanno sprecate energie e opportunità per inseguire illusori vantaggi di parte. E’ questo quel che i cittadini si attendono.

La sfida che è dinanzi a quanti rivestono ruoli dirigenziali nei vari ambiti, e davanti a tutti noi, richiama l’unità morale e civile degli italiani. Non si tratta di annullare le diversità di idee, di ruoli, di interessi ma di realizzare quella convergenza di fondo che ha permesso al nostro Paese di superare momenti storici di grande, talvolta drammatica, difficoltà.

L’Italia ha le carte in regola per riuscire in questa impresa.

Ho ricevuto in questi mesi attestazioni di apprezzamento e di fiducia nei confronti del nostro Paese da parte di tanti Capi di Stato di Paesi amici.

Nel momento in cui, a livello mondiale, si sta riscrivendo l’agenda delle priorità, si modificano le strategie di sviluppo ed emergono nuove leadership, dobbiamo agire da protagonisti nella comunità internazionale.

In questa prospettiva sarà molto importante, nel prossimo anno, il G20, che l’Italia presiede per la prima volta: un’occasione preziosa per affrontare le grandi sfide globali e un’opportunità per rafforzare il prestigio del nostro Paese.

L’anno che si apre propone diverse ricorrenze importanti.

Tappe della nostra storia, anniversari che raccontano il cammino che ci ha condotto ad una unità che non è soltanto di territorio. Ricorderemo il settimo centenario della morte di Dante.

Celebreremo poi il centosessantesimo dell’Unità d’Italia, il centenario della collocazione del Milite Ignoto all’Altare della Patria.

E ancora i settantacinque anni della Repubblica.

Dal Risorgimento alla Liberazione: le radici della nostra Costituzione. Memoria e consapevolezza della nostra identità nazionale ci aiutano per costruire il futuro.

Esprimo un ringraziamento a Papa Francesco per il suo magistero e per l’affetto che trasmette al popolo italiano, facendosi testimone di speranza e di giustizia. A lui rivolgo l’augurio più sincero per l’anno che inizia.

Complimenti e auguri ai goriziani per la designazione di Gorizia e Nova Gorica, congiuntamente, a capitale europea della cultura per il 2025. Si tratta di un segnale che rende onore a Italia e Slovenia per avere sviluppato relazioni che vanno oltre la convivenza e il rispetto reciproco ed esprimono collaborazione e prospettive di futuro comune. Mi auguro che questo messaggio sia raccolto nelle zone di confine di tante parti del mondo, anche d’ Europa, in cui vi sono scontri spesso aspri e talvolta guerre anziché la ricerca di incontro tra culture e tradizioni diverse.

Vorrei infine dare atto a tutti voi – con un ringraziamento particolarmente intenso – dei sacrifici fatti in questi mesi con senso di responsabilità. E vorrei sottolineare l’importanza di mantenere le precauzioni raccomandate fintanto che la campagna vaccinale non avrà definitivamente sconfitto la pandemia.

 

Care concittadine e cari concittadini,

quello che inizia sarà il mio ultimo anno come Presidente della Repubblica.

Coinciderà con il primo anno da dedicare alla ripresa della vita economica e sociale del nostro Paese.

La ripartenza sarà al centro di quest’ultimo tratto del mio mandato.

Sarà un anno di lavoro intenso.

Abbiamo le risorse per farcela.

 

Auguri di buon anno a tutti voi!

 

Mario Monti e il partito di Conte

Il senatore a vita Mario Monti è tornato ieri a parlare del suo partito, nato e abortito nel 2013-2014, cercando in questo modo di suggerire alcuni spunti di riflessione sul futuro politico di Conte. Nell’intervista resa al Corriere della Sera rivendica la ragione di fondo che giustificò l’operazione “Scelta Civica”, ovvero la costruzione di una  diga al centro dello schieramento politico contro “una maggioranza, di destra o di sinistra, marcatamente populista e antieuropea”. Sotto questo profilo il bilancio è stato positivo: “Quella pattuglia – dice Monti -, con il suo 10%, ha fatto da argine alle derive populiste. Senza, non ci sarebbero state la rielezione di Napolitano e poi l’elezione di Mattarella. Né a Palazzo Chigi la sequenza Letta-Renzi-Gentiloni”.

Fin qui la pagella dei voti positivi. Il problema tuttavia è un altro. Quel partito, messo in piedi con affanno allo scadere della XVI legislatura e dato in mano a un gruppo dirigente eterogeneo, anzitutto preoccupato di sfruttare il “montismo” più che di proporne una versione ideologica adeguata, è naufragato per un difetto di visione politica. A un certo punto, nel mezzo della campagna elettorale, sembrava svanita la giustificazione della proposta neo-centrista: a conti fatti il risultato del 10 per cento conseguito nelle urne premiava oltre misura un’intuizione originariamente  valida, sebbene poi gestita, appunto, nel peggiore stile doroteo. Il resto, nella successiva pratica parlamentare, non poteva che essere lo scomposto svoltolarsi di una funzione importante ma residuale, senza più quell’ambizione che avrebbe dovuto innervare una sedicente iniziativa di taglio addirittura neo-degasperiano.

Monti sorvola sulle cause di questo fallimento. Preferisce destreggiarsi, senza impegno, così da rendere fungibile il parere sul nuovo partito personale a guida Conte. Traspare un certo scetticismo, non fino al punto, tuttavia, di certificare l’inadeguatezza del proposito. Sarebbe invece interessante approfondire il perché degli eventi e delle connesse aspettative che resero comunque inevitabile l’operazione Monti del 2013; tanto più che a confronto, nel groviglio attuale delle vicende politiche nazionali, ben diverso è il carattere dell’ipotetica operazione Conte. Ci sono troppe differenze tra l’una e l’altra, giacché latita al momento tra gli addetti alla fureria del vagheggiato esercito contiano quel fattore di “eroismo civico” che pure si coglieva alla base dell’avventura, ben motivata e mal congegnata, dell’ex rettore della Bocconi.

Oggi il massimo di legittimazione al sorgere del partito di Conte deriva dalle incerte e sempre mutevoli convenienze del Pd. Si vuole a sinistra, in qualche modo, incerottare il consenso fluttuante dell’elettorato intermedio, dando la stura a un rilancio della tattica di copertura al centro, in modo persino fantasioso, quale che sia cioè la natura e la consistenza ideale di questo centro. Dove non ci sono suggestioni e stimoli, con l’ardore di un impegno al servizio del Paese, difficilmente cresce la pianta della buona politica. Gli amici compulsano i sondaggi, finora benevoli all’eccesso, ma questa aritmetica del consenso non autorizza a celebrare anzitempo il successo di una rischiosa trasformazione di Conte da capo di governo a capo di partito. Per fare che? Per andare dove? Sono domande più che ragionevoli, se si pensa alla complessità delle sfide che si annunciano a ridosso della presa in carico di una gigantesca politica di ricostruzione post Covid-19.

Spesso si confonde la vera politica con la manutenzione degli affari correnti o il fervido controllo delle leve di comando. Tra la fortuna e la virtù ì Machiavelli del marketing politico si attengono preferibilmente alla fortuna, senza inibizioni. A Palazzo Chigi, anche nel clima di una strisciante crisi di governo, una certa baldanza la fa da padrona. È un’ebbrezza da vincitori a tavolino, con anche l’arma del partito nella guaina. Forse Monti, nella gustosa curialità della sua intervista, avrebbe potuto dire quanto sia insidioso l’entusiasmo del potere e come al solito possa farsi maschera dell’opportunismo.

Il Federico Fellini di Gianfranco Angelucci.

Gianfranco Angelucci, scrittore, regista e docente accademico, è uno dei massimi esperti dell’opera di Federico Fellini. In occasione dell’anniversario della nascita del grande regista romagnolo, egli ha pubblicato quest’anno un libro intitolato Glossario felliniano per “raccontare il genio italiano del cinema”. È una lettura di straordinario interesse per tutti, conoscitori approfonditi o distratti dell’arte felliniana, in quanto rivela fatti, anche poco noti, del suo percorso cinematografico e non solo. Un ritratto affascinante dal forte sapore intimo ed alchemico. Nel far ciò l’autore non risparmia la narrazione anche di innumerevoli, piccoli ma oltremodo significativi, episodi del suo rapporto umano e professionale, focalizzando l’attenzione del lettore nel magico personale mondo di Fellini. Dopo aver gustato la narrazione, dalla prima all’ultima pagina, ho sentito il desiderio di approfondire con l’Autore alcuni punti per avere una visione ancora più completa della lezione impartitagli dal Maestro. Ne è scaturita un’intervista di cui ripropongo testualmente il contenuto.

Un glossario … Come ti è venuta l’idea?

Il Glossario è stato concepito come una sorta di liturgia dell’Avvento per la ricorrenza del 20 gennaio 2020 data di nascita di Fellini e inizio del suo Centenario: un grande momento, una vera opportunità per l’Italia di raccogliersi, per una volta in armonia, attorno alla celebrazione del suo più grande artista del Novecento. Il Paese avrebbe potuto ritrovare di nuovo un vanto, una dignità, un’occasione di tripudio e una spinta di rinnovamento in nome del nostro autore cinematografico osannato in tutto il mondo, insignito per ben cinque volte con il Premio Oscar. Ma esiste anche una seconda ragione, che potremmo chiamare di marketing fatto in casa. Ormai il pubblico dei lettori è molto svogliato, giorno dopo giorno si è disabituato al testo scritto, ne diffida, preferisce rifugiarsi in comunicazioni più facili, passive, meno impegnative. Allora ho pensato che forse un glossario, cioè un prontuario rapido da aprire anche a casaccio, si ponesse in maniera più amichevole nei confronti del lettore, lo avrebbe aiutato a scardinare la resistenza, soprattutto tra i giovani che iniziano ad accostarsi spesso svogliatamente alla lettura. Mi è sembrato che raccogliere l’universo di un grandissimo artista come Fellini in una sequenza di capitoli autonomi potesse suscitare un interesse più giocoso e sollecitare la curiosità di chi entra in libreria, o ci affaccia alla rete in cerca di un titolo. Avrebbe facilitato l’accesso a una galassia sconosciuta ma allo stesso tempo a portata di mano. Il nome di Fellini infatti è universalmente famoso nel mondo perché è straripato dall’ambito cinematografico, ma la sua notorietà in realtà non corrisponde a una vera conoscenza dei suoi film. A quasi trent’anni dalla morte i suoi capolavori, che per noi rappresentano un valore eterno, non vengono quasi più visti, e così si disperde il loro valore artistico che è invece attualissimo. Adesso quando qualcuno mi confida di aver comprato il libro, di averlo letto e di aver avuto subito voglia di andare a vedere o rivedere i suoi film, la mia esultanza è incontenibile: era quella la mia autentica e principale intenzione, mi sento orgoglioso della mia scelta. Spero di contribuire con il mio Glossario a interrompere questo malaugurato vuoto di memoria che sta disgregando il tessuto culturale nella nostra epoca. 

Un Fellini in 50 voci? Qualcuno potrebbe obiettare che servirebbero cento, forse mille. 

Perché no: intanto però cominciamo da quelle. Lasciamoci coinvolgere da queste pagine che sono di natura narrativa più che saggistica. Il Glossario conduce in tanti porti in cui gettare l’ancora, a seconda della curiosità, dell’umore, dell’istinto, della scelta di ciascuno. In questo senso, può essere anche un portolano, una effemeride; il giornale di bordo di un viaggio a zonzo sui flutti di un racconto insieme vero e leggendario. Oppure una navigazione spaziale, all’interno di una nebulosa ancora in buona parte inesplorata, che ho voluto ripercorre con il cuore rivolto ai felliniani ma la mente piuttosto ai giovani, che avranno a disposizione una carta nautica attendibile per circumnavigare l’artista che ha cambiato le nostre vite, senza perdersi nelle secche dell’intellettualismo. Il testo è pensato per loro, mettendo a frutto anche gli anni di insegnamento nelle Accademie di Belle Arti che considero tra i più fecondi umanamente e intellettualmente. Condividere il sapere con creature in formazione è un’emozione irripetibile. Non c’era per me stanchezza che non si dissolvesse nel momento stesso in cui mettevo piede in aula, risarcendomi di un’energia che mi avrebbe sostenuto e accompagnato per tutto il resto della giornata. Anche questo segreto ho forse rubato a Fellini, la consuetudine con i giovani come metodo di bottega, prassi ancora praticabile nel mondo del cinema; Federico preferiva circondarsi di persone più giovani a cui dischiudere transiti abbaglianti nello scintillio del suo universo.

Il tuo libro inizia con alcune osservazioni di Georges Simenon. Tra tutte: “Fellini… una testimonianza scomoda, e davvero inquietante, dell’uomo di oggi”. Ritieni valida questa considerazione anche in relazione alla società odierna? In che senso?

Georges Simenon è stato il primo a intuire la portata rivoluzionaria del cinema di Fellini; si batté al Festival di Cannes per l’assegnazione del Palmares a La Dolce Vita, e parlò esplicitamente della scandalosa onestà artistica dei suoi film in grado di sovvertire ogni ordine e schema convenzionale. Aveva aggiunto nella sua potente dichiarazione: “Fellini ama l’uomo e non l’inganna”.  I progetti di Fellini, che avevamo in preparazione prima della sua prematura scomparsa, erano una meravigliosa, sbalorditiva anticipazione del cambiamento epocale che ci stava raggiungendo e forse travolgendo.  Non dimentichiamo che 8 ½  è il ‘poema’ del nostro tempo, come La divina commedia di Dante lo fu nel Trecento, o l’Orlando Furioso di Ariosto nel Cinquecento. Se nel Novecento l’Ulisse di Joyce era riuscito a imporsi come il racconto letterario dell’uomo contemporaneo, 8 ½ ne rappresenta per essenza il racconto cinematografico. Tuttavia il film va anche molto oltre, perché coniuga Shakespeare con Eliot e trasporta l’arte cinematografica ad estremi espressivi mai prima tentati e da cui sarà impossibile tornare indietro. Fellini introduce nel cinema l’anima (ASANISIMASA), la psicanalisi, il sogno, l’io narrante dell’autore, l’angoscia esistenziale, la religione e Dio, l’amante e la moglie, l’artista e l’uomo, il tempo fenomenologico di Husserl contrapposto alla semplice cronologia quotidiana; anticipa incredibilmente la teoria scientifica dei Quanti sullo spazio-tempo, applicata al mondo dell’arte, offrendoci un unico racconto in cui tutto si amalgama e convive senza forzature. Il film non è più una semplice storiella cinematografica, lo svolgimento più o meno brillante di una trama, ma l’evento artistico in grado di cambiare le prospettive e da cui non si potrà più prescindere in futuro, tanta è potente la sua innovazione. L’opera di Fellini segna lo spartiacque nella storia del cinema: c’è un prima di 8 ½ e un dopo 8 ½ : una volta apparso sugli schermi nulla è stato più uguale a prima.  

Durante la lettura si percepiscono intime riflessioni, profonda ed autentica amicizia ed ammirazione. Chi è per il tuo cammino nell’arte cinematografica Federico Fellini?

 Negli anni successivi alla scomparsa di Federico ho pubblicato alcuni libri sull’artista. In GLOSSARIO FELLINIANO appena uscito ho cercato di raccogliere il suo pensiero, la sua vita, la sua arte, e tutto ciò che ho appreso da lui nei molti anni fortunati in cui la sorte mi ha concesso di stargli vicino.  Dovunque mi chiamino mi reco a parlare del suo cinema con gioia immutabile, ogni volta ritrovando e rinnovando l’emozione di compiere insieme al pubblico l’immersione mentale capace di rendere più evidenti i segreti della tua creatività, di attingere passo dopo passo a quel filone d’oro che ci ha lasciato in consegna per meglio affrontare la nostra vita. Presto o tardi giunge inevitabile la domanda di qualche spettatore: “Che cosa ha appreso da Fellini?”  “Vorrà dire che cosa non ho appreso!” Mi verrebbe spontaneo ribattere, dal momento che ora, in vecchiaia, non riesco neppure a immaginare quale sarebbe stata la mia vita senza quell’incontro all’Hotel Plaza. Tutti noi fantastichiamo su le ‘sliding doors’; a me capita piuttosto di pensare a un invisibile ‘scambista’ che sta alle nostre spalle: ricordate quel ferroviere che una volta, all’uscita delle stazioni, tiravano a mano la lunga leva con cui avviare il treno sull’uno o sull’altro binario? Ecco, credo che ognuno di noi nella vita incontri il proprio scambista. Per me si materializzò nella figura di Francesco Arcangeli, il mio docente di Storia dell’Arte all’Università di Bologna che, quando andai a chiedergli la tesi, invece di assegnarmi un oscuro pittore del Barocco, mi dirottò inaspettatamente su Fellini. Rimasi lì per lì interdetto e obiettai: “Ma Fellini è un regista”. Non mi fece neppure concludere la frase: “No, è il più grande artista visivo del Novecento”.  Caro Federico, quando gli raccontai questo scambio di battute, non aveva reagito scherzandoci sopra, come inevitabilmente accadeva, con tempi brucianti, per qualsiasi affermazione capace di provocargli un turbamento: si limitò a increspare uno di quei suoi sorrisi timidi, sornioni, di immediata simpatia, e non replicò con un commento. Conosceva Arcangeli di nome e non lo stupì la sua intuizione, la sua ammirazione. Era al corrente dell’assoluta libertà di giudizio dello studioso: sul Corriere della Sera, scandalizzando la lobby intellettuale, Arcangeli aveva da poco scritto un elzeviro di elogio per un film di Eriprando Visconti, “La monaca di Monza”, infischiandosene del potentissimo e intoccabile zio Luchino! Momi Arcangeli fu dunque il mio scambista, né saprò mai, senza di lui, dove sarebbe andato a fermarsi il mio treno, che è invece approdato a Cinecittà, presso la ‘casa’ di Federico, la sua corte. Accanto al regista sono cresciuto alla vita, mi sono formato, mi sono plasmato nella conoscenza, nel mestiere e nel mondo del cinema. Non era tipo da impartire lezioni Federico, ma mi ha insegnato a mettermi in ascolto, mi ha accolto nella cella dell’Alchimista dove potevo carpire le sue formule, osservare ogni suo gesto.

Sei riuscito a raccontare creando una sorta di percorso a tre: Fellini, tu ed il lettore. Si percepisce una unità indissolubile in cui Federico F, citando il tuo libro del 2000, crea l’immaginario che diviene reale e la realtà si trasforma in ricordo. Una sorta di sceneggiatura della “visione”?

 È lo stile che identifica l’artista, il sigillo che lo distingue da chiunque altro e diventa lo specchio in cui chi guarda può riconoscersi. Nel cinema Fellini ha dispiegato per intero il proprio universo, che è anche miracolosamente il nostro: ciascuno vi si può riflettere, e in tal modo sentirsi assolto, meno solo, meno colpevole. Ecco la ‘santità’ dell’artista, il quale elargisce proprietà salvifiche e rassicura lo spettatore dicendogli: “Tutto ciò che ti capita è capitato prima a me, non aver paura di essere te stesso”. Nessuno come Fellini ci ha donato tanta profusione di libertà parlando di sé senza reticenze e pudori, senza autocensure, senza nascondersi, al contrario smascherando ogni mistificazione, ogni abuso del potere, ogni forma di autoritarismo, di distorsione ideologica.  Incurante di qualsiasi ‘scomunica’ aveva strappato senza alcun riguardo il bavaglio soffocante della Chiesa, aveva ridicolizzato il fascismo e i fascismi, aveva contrastato da solo la dittatura dei media prendendo letteralmente a calci, nell’ultima sua opera, il potente di turno che gli spezzettava i film nel tritatutto delle sue emittenti televisive. “Non si interrompe un’emozione”, aveva gridato al vento, perdendo la causa nei tribunali ma vincendola nell’opinione pubblica.  Rischiando da solo, senza alcuna solidarietà da parte delle associazioni di categoria, pur egemonizzate dai registi politicamente impegnati.  Non accettò la laurea ad honorem dall’Università di Bologna, perché – spiegò nel suo rifiuto – “mi sentirei come Pinocchio decorato dal Preside e dai Carabinieri per essersi divertito nel paese dei Balocchi (…) C’è una specie di capovolgimento delle regole che mi lascerebbe disorientato e scontento. È più forte di me. Sarei indotto a forzarmi in un ruolo, un comportamento, un atteggiamento mentale che non mi appartengono e che finirei per vivere con autentico malessere.” Voleva restare libero come quando, adolescente, sedeva nei banchi del liceo e disegnava la caricatura dei professori pretendendo oltretutto di essere applaudito per la sua impertinenza.  Fellini era principalmente un anarchico che amava l’ordine. Il suo cinema, con il solo strumento della poesia, è sempre rimasto fedele a quel medesimo spirito, e non si piegava a compromessi. Avverso alla stampella delle ideologie, lontano dallo strepito dei comizi, dall’inautenticità delle tendenze, dalle parole d’ordine, dai falsi profeti, dal pensiero unico di massa; il più individualista e apolitico dei registi, il più disimpegnato, scanzonato e imprevedibile, si esprimeva dischiudendo la porta al mistero e affidandosi alla voce dell’arte, l’unica che non potrà mai essere manipolata e adulterata, il cui messaggio è destinato a durare nitido e immutabile nel tempo.  “L’unico vero realista è il visionario” aveva ripetuto con assoluta convinzione, persuaso che la funzione più aristocratica della mente umana resti l’immaginazione. Sono certo che condividesse la massima di San Gregorio di Nissa: “I concetti creano gli idoli. Solo lo stupore conosce”.   

Hai lavorato con lui moltissimo, hai, tra l’altro, sceneggiato il film “Intervista”. Quanti personaggi singolari e quante “magie”. Anche il circo ed il clown, incarnazione per Fellini (“Io sono l’Augusto del mio Clown Bianco”) dell’ambivalente natura umana. Tra spiritualità ed analisi della società. Quanti aneddoti nelle tue 50 parole…  Qualche ricordo in particolare non ancora svelato?

 Un giorno, quando ormai il nostro rapporto si era consolidato e ci capitava di rimanere a chiacchierare da soli, non era infrequente che si creasse uno spazio propizio alle confidenze. Gli avevo così ribadito quanto fossi stato toccato più intimamente, tra i suoi film, da Il Bidone. Credo che lui lo sapesse già, lo aveva letto nella mia tesi e certo non gli era sfuggito. “Andiamo a pranzo” propose, lasciando cadere il discorso. Salimmo in macchina e mi indirizzò verso un ristorante di Monte Mario, sotto lo Zodiaco, in cui non eravamo mai stati. Esiste ancora, si chiama Il Bagatto (come la carta dei Tarocchi) e si apre su un’enorme terrazza, una visione a grandangolo di Roma, capace davvero di togliere il fiato. Pranzammo con del pesce. Parlava lui, io ascoltavo; aveva preso a raccontarmi della lavorazione del film Il Bidone e soprattutto di Broderick Crawford che era quasi sempre ubriaco. Mi riferiva gli scherzacci goliardici con cui l’americanone si divertiva a stuzzicare Franco Fabrizi, omosessuale mascherato da sciupafemmine, che poi andava a lamentarsi da lui raccontando per filo e per segno, con malcelato compiacimento, le molestie del collega. Mi aveva rivelato che i macchinisti erano stati costretti a costruire una specie di corsia di legno con palanche e cantinelle, in modo che Crawford, nei carrelli a precedere, potesse avanzare a favore della macchina da presa senza sbandamenti. Ma alla fine, aveva commentato con ammirazione: “Broderick era il vero attore americano che quando lo inquadri riempie tutto l’obiettivo: nessun altra faccia sarebbe stata in grado di restituire con altrettanta esattezza ciò che cercavo dal personaggio”. Ancora oggi ricordo il sole, l’atmosfera, e i dialoghi di quel pranzo, come se fosse ieri. Eppure mi era sfuggita la coincidenza più importante, la ragione nascosta per cui Federico mi aveva condotto in quel luogo. Se adesso rievoco l’episodio è soltanto per rimediare alla mia svista imperdonabile. Giorni fa, rivedendo Il Bidone nel DVD da poco uscito in edicola per il Centenario, ho riconosciuto il locale in cui Augusto, il capo dei bidonisti, travolto dalla tenerezza per la figlia (Lorella De Luca) incontrata per caso a Piazza del Popolo, la porta a pranzo con sé. Con un sobbalzo ho avuto la certezza che si trattasse del ristorante il Bagatto, che allora si presentava ancora come una semplice trattoria. Per chi non sapesse cosa significhi questa parola, il Bagatto è la prima carta degli arcani maggiori dei Tarocchi; è conosciuta anche come il Mago, il Giocoliere. Nei mazzi di più vecchia tradizione il Bagatto è rappresentato come un giovane artista di strada, un prestigiatore; su un tavolo portatile ci sono gli attrezzi del suo mestiere, ma lo sguardo è rivolto verso un punto lontano. In seguito il Bagatto è stato raffigurato più spesso come un artigiano intento a svolgere la sua arte nel proprio laboratorio, per poi evolversi nel Mago delle raffigurazioni cartomantiche contemporanee.   Ora, rimesse insieme tutte le tessere, il disegno mi sembra più chiaro, e capisco cosa volesse dirmi Federico. Questo era il solo suo modo di insegnare. 

Alcuni capitoli sono dedicati alle donne. Fellini era innamorato dell’Amore, specchio della sua natura? E Giulietta?

Il rapporto tra i due coniugi era inestricabile, un groviglio di radici annodate a profondità irraggiungibili. Inseparabili nell’arte e nella quotidianità nonostante le tante tempeste che si erano abbattute sulle loro esistenze. “La compagna di una vita, l’attrice dei miei film, mia moglie Giulietta Masina”, proclamò Federico Fellini dal palco del Dorothy Chandler Pavilion, dedicando il quinto Premio Oscar a sua moglie, di fronte a un pubblico televisivo di quasi due miliardi di spettatori. “And please, Giulietta, stop crying…” la esortava con un sublime colpo di teatro rivolgendosi direttamente a lei che, in prima fila, si scioglieva letteralmente in lacrime mentre l’intera platea, sull’esempio di Gregory Peck, si alzava in piedi per una frenetica standing ovation, un applauso commosso, caldo e prolungato. Era la fine di marzo del 1993, appena sei mesi dopo il regista avrebbe preso congedo. Il suo era stato un pubblico testamento. Non c’è stata donna o avventura, vera o presunta, che sia mai riuscita a mettere seriamente in crisi il patto infrangibile tra Giulietta e Federico, basato verosimilmente su un segreto rimasto a lungo sepolto e inviolato.  L’arcano sembrò dissolversi un pomeriggio in cui la signora Anna, per anni intima di Fellini, mi confidò senza alcun preavviso che Giulietta era una figlia illegittima, concepita dal padre con la domestica di casa; quella che l’attrice chiamava la sua balia. L’aveva appreso – mi rivelò la signora – da un avvocato, il proprietario dell’albergo di un paesino della Valsugana in cui andava ogni estate in villeggiatura. Non essendo figlia di sua madre, la bambina ad appena quattro anni era stata allontanata da casa e affidata a una zia di Roma.” Restai senza fiato: se la rivelazione fosse risultata autentica, avevamo finalmente in mano la chiave del mistero che aveva cementato l’unione tra Federico e Giulietta e che aveva generato da oscure ombre La strada. Quel capolavoro sconvolgente ed enigmatico aveva dischiuso a entrambi, quasi per una sorta di fatato risarcimento, il viale della gloria, della ricchezza, della popolarità, del consenso universale, durato ininterrotto fino alla loro morte. Avrebbero mai potuto Federico e Giulietta separarsi, avendo celato nel cuore quel segreto così scottante e gravido di destino?  Nel Glossario ci sono ben tre capitoli dedicati alla figura di Giulietta, ai segreti che la circondano, ai tanti misteri che ancora avvolgono la sua maestosa ‘figurina’ protagonista di alcuni capolavori impareggiabili e di due film insigniti del Premio Oscar. Ho scritto un libro su Giulietta che rivedrà la luce il prossimo anno in occasione del suo Centenario. Un appuntamento che oltre a celebrare degnamente una delle attrici più importanti del nostro cinema, possa servire anche a innalzarla in tutto il Pianeta a simbolo delle donne in grado di rialzarsi sempre, dopo ogni sopraffazione, violenza, angheria, prepotenza, abominio perpetrato nei secoli contro di lei. Cabiria è la donna che risorge e che nessuno riuscirà mai a piegare, meno che mai a distruggere, essendo portatrice di vita. Dei genetrix. Vorrei che insieme a Giulietta risuonasse la famosa affermazione di Fellini, pronunciata nel 1965, prima di ogni possibile femminismo, a commento del suo film Giulietta degli Spiriti:  «Nessun uomo sarà veramente libero finché non sarà libera anche l’ultima donna».

Quali sono i tuoi progetti futuri in ambito letterario e cinematografico?

Ho incontrato Federico quando ero poco più di un ragazzo, in occasione della mia tesi di laurea, gli sono stato accanto per un quarto di secolo e ora ho raggiunto l’età che aveva lui quando è morto. In venticinque anni di assidua, ininterrotta frequentazione, ho appreso da lui molto di ciò che c’è da capire della vita, dell’arte e anche dei libri, sì ho imparato a leggere i libri con un estro diverso, affrancato da ogni ricatto intellettualistico o accademico. Federico mi ha aperto lo scaffale più inebriante, quello della libera immaginazione, insegnandomi a vedere e riconoscere ciò che c’è dietro ogni rappresentazione. E mi sembra mio dovere, anzi un obbligo morale, restituire agli altri ciò che ho appreso dalla sua vicinanza. Alle 50 voci del Glossario Felliniano potranno seguirne altre, gli argomenti non sono certo esauriti e il continente Fellini offre continuamente nuovi spunti. Un critico amico e spiritoso mi ha scritto questo messaggio: “Numerosi fan, tra i quali il sottoscritto, promuovono un fondo di sostegno per l’estensione del tuo Glossario.” Il suo invito scherzoso giunge a proposito, lo considero di buon auspicio per continuare a occuparmi di Fellini anche dopo il Centenario. In questi mesi sto girando per conto dell’Istituto Luce-Cinecittà, una serie di dieci puntate su “I mestieri del Cinema”, raccontati attraverso l’opera di Federico Fellini. Tra i committenti c’è anche il Ministero della Pubblica Istruzione che, in occasione del Centenario Felliniano, ha voluto dedicare l’iniziativa agli studenti di ogni ordine e grado. Studiando Fellini, indagando il suo magistero, disinquineremo noi stessi e l’aria che respiriamo. Se la scienza ci rende consapevoli, l’arte ci rende liberi: auguriamoci che le due Muse non vadano mai disgiunte. Il nostro compito è cercare in ogni modo di realizzare i doni che ci sono stati assegnati gratuitamente, trasformandoli in una ricchezza per tutti. Solo questo conta, e si chiama cultura, la ricchezza più prodigiosa che possiede l’umanità, il passaggio del “testimone” da una mano all’altra in una staffetta che non avrà mai fine. Senza cultura saremmo ancora dei primati aggrappati ai rami degli alberi. Con la cultura, un passo alla volta siamo andati sulla luna, colonizzeremo presto altri mondi, ci spingeremo in galassie raggiungibili, e racconteremo tutto ciò con l’originaria poesia di Omero, il primo Aedo, incantando qualcuno che resterà ad ascoltarci a bocca aperta.

 

Quale Europa dopo la Brexit?

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Walton

Il raggiungimento di un accordo consensuale tra il Regno Unito e l’Unione europea ha reso meno amara la separazione di Londra da Bruxelles. Le trattative tra le parti, seppur a fasi alterne, si sono trascinate per molti mesi ed in più di un’occasione la tanto agognata intesa sembrava ormai compromessa. La svolta è giunta all’ultimo momento, quasi inattesa, ed è nata dalla volontà di Londra e Bruxelles di iniziare a costruire le basi delle relazioni che verranno. Si apre ora un periodo di grande incertezza: quale Europa ci attende dopo la Brexit? Come cambieranno i rapporti tra le due sponde della Manica?

Il primo gennaio terminerà la fase di transizione che, nel corso del 2020, ha tenuto legati il Regno Unito e l’Unione europea e da quella data cambieranno molte cose. I cittadini britannici non potranno più godere della libertà di movimento qualora si vogliano recare negli Stati dell’Unione ed in caso di permanenza superiore ai novanta giorni in un periodo di centottanta giorni necessiteranno del visto. Lo stesso varrà, ovviamente, a parti inverse. La Corte di giustizia dell’Unione europea non avrà più voce in capitolo su quanto accade Oltre Manica, gli studenti universitari europei non potranno più usufruire del programma Erasmus nel Regno Unito.

A salvarsi sono, soprattutto, gli scambi commerciali che continueranno ad essere privi di quote e dazi. L’accordo raggiunto tra Regno Unito e Unione europea vale 660 miliardi di sterline l’anno ed eventuali dispute tra le parti dovranno essere sanate da un organismo terzo ed imparziale che vigilerà sul rispetto dell’accordo.

Il premier britannico Boris Johnson ha raggiunto l’obiettivo che si era prefissato, quello di restituire al Regno Unito un ruolo di primo piano negli affari politici globali e senza alcuna subordinazione nei confronti dell’Unione europea. Le ambizioni di Londra sono chiare e vertono sulla ricostruzione di una sfera d’influenza britannica nel mondo e su una solida alleanza con buona parte del Commonwealth. Il Regno Unito, già alleato speciale degli Stati Uniti, vuole espandere significativamente i legami con Australia, Canada e Nuova Zelanda, a cui è legato da rapporti culturali plurisecolari. La costruzione di un’alleanza globale, dunque, che potrebbe permettere a Londra di tornare ad assumere un ruolo di primo piano sullo scacchiere internazionale.

I rapporti tra Regno Unito ed Unione europea sono stati segnati, nel corso dei decenni, da freddezza. In più occasioni Londra ha dimostrato scetticismo e ritrosia nei confronti della progressiva espansione dei poteri di Bruxelles. Ora la scelta del Regno Unito potrebbe portare a una maggiore coesione tra i partner europei e a una semplificazione degli eventuali e futuri processi di riforma dell’Unione. C’è però un punto che non va sottovalutato: Bruxelles non può però prescindere, nel medio termine, dall’amicizia di Londra, che è un alleato chiave e un’entusiasta sostenitrice dell’Alleanza atlantica. Non è immaginabile un’accesa rivalità tra le due sponde della Manica quanto, piuttosto, un rapporto cordiale e distaccato.

L’unica insidia che si intravede è legata alle pulsioni indipendentiste della Scozia, rafforzate dalla Brexit. L’opinione pubblica scozzese è schierata su posizioni europeiste e nel referendum del 2016 in merito alla permanenza del Regno Unito nell’Unione aveva votato, entusiasticamente, per rimanervi. Non è escluso che, a breve scadenza, l’esecutivo scozzese di tendenze nazionaliste guidato da Nicola Sturgeon possa invocare una consultazione popolare con lo scopo di secedere dal Regno Unito. Uno sviluppo di questo genere porrebbe l’Unione europea in una posizione imbarazzante e Bruxelles si troverebbe costretta a scegliere tra i legami con Londra o la stima della Scozia.

Legge di bilancio: ripristinate fino al 28 febbraio 2021 le tutele per i lavoratori fragili.

La Legge di Bilancio approvata prima dalla Camera e ieri dal Senato prevede che, dall’inizio del 2021, i lavoratori più fragili potranno avvalersi delle tutele sanitarie in vigore fino al 15 ottobre u.s., secondo la previsione normativa di cui all’art.26 comma 2 del cd. “Decreto cura Italia”. Tali provvidenze normative previgenti alla data sopra richiamata erano state annullate nella legge di conversione del citato decreto: si era venuta perciò a creare una situazione di vacatio legis, per cui dal 16/10 al 31/12/2020 i lavoratori fragili del settore pubblico e privato (trattasi di malati oncologici, immunodepressi, invalidi spesso rientranti nelle situazioni di cui all’art.3 commi 1 e 3 della legge 104/92) erano costretti – per non incorrere nel rischio di contrarre il Covid nell’ambiente di lavoro – ad usufruire di periodi di assenza per malattia utilizzando il congedo previsto nel periodo di comporto, quindi secondo i rispettivi CCNL.

Pare dunque che dal 1° gennaio al 28 febbraio 2021 le tutele sanitari preesistenti saranno ripristinate.

Anche Il Domani d’Italia aveva segnalato con due articoli l’anomalia della situazione creata dall’annullamento improvviso delle garanzie sanitarie precedenti.

https://ildomaniditalia.eu/annullate-le-tutele-sanitarie-per-i-lavoratori-fragili/

https://ildomaniditalia.eu/niente-ristoro-per-i-lavoratori-fragili-una-dimenticanza-che-li-punisce/

Pertanto la Legge di Bilancio 2021 con un emendamento introdotto in sede di Commissione referente della Camera restituisce la possibilità ai lavoratori più fragili di andare in malattia per evitare di contrarre il Covid-19, tutelando come in passato coloro che hanno problemi di salute gravi e versano in condizioni aumentate di rischio nel caso di coronavirus. La volontà del Governo è quella di sanare-  come detto- una incongruenza presente nel decreto Cura Italia e di tutelare in modo corretto le persone più deboli di salute.                     Fino ad oggi era rimasta, per i lavoratori dichiarati inidonei temporaneamente al servizio a motivo dei rischi pandemici, la possibilità di avvalersi del cd. smart working, come alternativa all’attività ordinaria nella propria sede di servizio, anche con modifica delle mansioni nell’ambito del rispettivo CCNL.

Tuttavia tale opportunità non poteva essere estesa ope legis a “tutte” le categorie di lavoro. Si cita a titolo di esempio il caso dei lavoratori della scuola: ciò poteva valere per il personale ATA (amministrativo-tecnico e ausiliario) ma non per i docenti a cui era consentito di accedere allo smart working solo previa stipula di un contratto temporaneo ad personam, con modifica maggiorativa dell’orario di servizio settimanale, al termine del periodo di emergenza finora fissato al 31 gennaio p.v. La novità introdotta dalla legge di bilancio consente ora due opportunità per i più volte citati lavoratori fragili: lo smart working per mansioni compatibili con il lavoro a casa mentre  – nel caso l’attività lavorativa possa essere svolta esclusivamente in presenza-  gli interessati potranno richiedere la tutela della malattia riconosciuta dall’INPS e ciò allo scopo di proteggere queste persone che, contraendo il Covid-19, rischierebbero la vita a motivo della loro particolare condizione di fragilità (a condizione che sia riconosciuta e certificata dalle autorità sanitarie competenti).

Come anticipato di tratta di una tutela  già prevista e in vigore nel Decreto cura Italia ma solo fino al 15/10/2020, per patologie gravi come l’immunodepressione, le malattie oncologiche e le invalidità ex legge 104/92: ora il nuovo dispositivo della legge di bilancio ripristina le pregresse tutele, applicando dal 1° gennaio al 28 febbraio 2021 le previsioni dell’articolo 26, commi 2 e 2-bis, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27. In sostanza tali patologie consentono di avvalersi di un congedo per salute, senza computo nel periodo di comporto ed equiparabile al ricovero ospedaliero.

Gli interessati dovranno produrre al proprio datore di lavoro apposita istanza contestualizzata alla produzione del certificato redatto dal medico di base recante l’indicazione del periodo di prognosi, corredato  dalla documentazione comprovante la condizione di fragilità peraltro già accertata dalle autorità sanitarie competenti. Salvo diverso avviso tali istanze dovranno essere presentate dopo la pubblicazione della Legge di Bilancio sulla G.U. Si tratta di una soluzione temporanea che sarà auspicabilmente riconsiderata alla scadenza del 28/2, per evitare il ripetersi di un periodo senza previsione di tutele normative.

Recovery Fund: Uecoop, “per il 51% delle imprese le risorse non arriveranno prima di un anno. Persi fino a due terzi del fatturato”

Per oltre la metà delle imprese (51%) i fondi promessi dal Recovery Plan non arriveranno prima di un anno rendendo ancora più difficile un 2020 che a causa dell’emergenza Covid si chiude con pesanti effetti su economia, lavoro e salute delle persone. E’ quanto emerge dall’indagine dell’Unione europea delle cooperative (Uecoop) su un campione nazionale di realtà produttive in riferimento al piano di aiuti del Governo a imprese e famiglie con le risorse messe a disposizione dall’Unione Europea con l’allarme del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri sul rischio di perdita dei fondi in caso di mancato utilizzo nei tempi e secondo i criteri indicati.

E se dopo il primo lockdown le aziende avevano sperato in un rilancio fra Natale e Capodanno, adesso la maggioranza (81%) non crede più a una rapida ripresa dell’economia. Quasi la metà (48%) delle imprese denuncia cali di fatturato con perdite fra il 30 e il 70% in 1 caso su 5 (22%) ma che per alcune realtà (9%) sfiorano i 2/3 dell’attività di un intero anno. Anche se tutti riconoscono l’esigenza di fare presto, il rischio è che le risorse del Recovery Plan arrivino troppo tardi per recuperare il terreno perso e difendere i livelli occupazionali considerato che a marzo 2021 scade anche il blocco dei licenziamenti.

La pandemia sta mettendo a dura prova tutti i settori, dai servizi al commercio, dalla logistica alla manifattura, dall’agroalimentare al turismo con perdite di fatturato, sospensione dei progetti di investimento e difficoltà a garantire i livelli occupazionali. L’attesa per gli aiuti è il sintomo evidente di una sofferenza sociale ed economica che colpisce imprese e famiglie mettendo in pericolo l’intero sistema economico nazionale.

Istat: nel 2018 le partecipate pubbliche sono 8.510, il 6,7% in meno rispetto al 2017

Le unità economiche partecipate dal settore pubblico nel 2018 sono 8.510, il 6,7% in meno rispetto al 2017. Sostanzialmente stabile il numero di imprese attive partecipate direttamente da almeno un’amministrazione pubblica regionale o locale. Il valore aggiunto per addetto delle controllate pubbliche cresce del 3,7% sul 2017, raggiungendo i 100.706 euro contro i 48.020 euro del totale imprese dell’industria e dei servizi. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze si riconferma l’ente più rilevante: controlla oltre il 53,8% degli addetti delle imprese a controllo pubblico.

Meno partecipate pubbliche, cresce l’occupazione

Nel 2018 le unità economiche partecipate dal settore pubblico sono 8.510 e impiegano 924.068 addetti. Rispetto al 2017 si registra una riduzione delle unità del 6,7% e un aumento degli addetti del 4,4%. Rimane stabile rispetto al 2017 la quota di controllate pubbliche (53,2%). Delle 8.510 unità economiche a partecipazione pubblica, 6.085 sono imprese attive operanti nel settore dell’industria e dei servizi sulle quali si concentrano le analisi di seguito presentate. Queste unità rappresentano il 96% degli addetti delle unità partecipate (887.059 addetti). Rispetto al 2017 diminuiscono del 3,6% con un aumento degli addetti pari al 4,7%. Aumentano del 10,5% le partecipate pubbliche degli altri settori, quali imprese agricole, istituzioni non profit e istituzioni pubbliche.

Sono società per azioni tre imprese partecipate su dieci

La dimensione media delle 6.085 imprese attive partecipate, operanti nei settori tipici dell’economia di mercato dell’industria e dei servizi, è di 146 addetti, valore che sale a 406 per le società per azioni. In base alla legislazione vigente le società per azioni e le società a responsabilità limitata costituiscono i modelli prevalenti di organizzazione societaria pubblica (art.3, comma 1, dl 175/2016 Testo unico sulle società a partecipazione pubblica). Nel 2018, il 30% delle partecipate è costituito infatti con forma giuridica di società per azioni (83,7% degli addetti); il 43,5% è organizzato in società a responsabilità limitata (9,1% degli addetti), il 18,2% in Consorzi di diritto privato e altre forme di cooperazione tra imprese (2,6% degli addetti), il 6,1% è composto da società cooperative (3,1% di addetti), il rimanente 2,1% include aziende speciali, aziende pubbliche di servizi, Autorità indipendenti ed Enti pubblici economici (1,4% di addetti) (Prospetto 5, in allegato). Il 58,9% delle imprese attive è partecipato da soggetti pubblici per una quota di partecipazione superiore al 50% (condizione che le definisce “controllate”), con un peso in termini di addetti pari al 66,3%. Il 15,4% è partecipato invece per una quota di capitale compresa tra il 20% e il 50% (4,4% in termini di addetti), il 25,7% per una quota di capitale inferiore al 20% (29,3% di addetti).

Le imprese partecipate pubbliche attive sono classificabili anche in base alla modalità con cui una Pubblica Amministrazione vi partecipa. Si identificano tre tipi: · a partecipazione pubblica prossima, cioè partecipate direttamente da una Amministrazione pubblica; sono il 62,7% e impiegano 585.016 addetti, corrispondente al 66% degli addetti delle partecipate pubbliche attive; · controllate da gruppi pubblici (cioè gruppi aventi come vertice una PA), il cui capitale è controllato indirettamente tramite altre unità appartenenti al gruppo; sono il 18,6% delle partecipate pubbliche attive e rappresentano il 19,3% degli addetti; · partecipate da controllate pubbliche. Si tratta di imprese partecipate da soggetti controllati a loro volta da gruppi pubblici. Le imprese attive di questo tipo sono il 18,7% e assorbono il 14,7% degli addetti totali delle partecipate attive.

Ancora in calo il numero di imprese a partecipazione pubblica

Negli ultimi anni il numero di imprese attive a partecipazione pubblica si è ridotto notevolmente, con una flessione del 19,7% rispetto al 2012. In particolare tra il 2017 e il 2018 la riduzione è del 3,6%, con variazioni che oscillano a livello territoriale tra il -6,7% del Centro e il -3,6% del Sud. Anche nel 2018 la maggiore concentrazione di addetti si conferma nel Centro Italia (52,6% del totale) dove sono presenti il 23,5% delle imprese partecipate. In questa ripartizione la dimensione media delle imprese partecipate è di 327 addetti, livello fortemente influenzato dalle 602 partecipate localizzate nel Lazio, che presentano una dimensione media di 670 e impiegano 403.398 addetti (45,5% del totale). La ripartizione territoriale con il maggior numero di imprese partecipate è invece il Nord-ovest (27,9%), che impiega il 23,3% di addetti e presenta una dimensione media di 122 addetti. Tra le regioni è la Lombardia ad avere il maggior peso in termini di partecipate pubbliche (17,4%), con il 12,3% degli addetti e una dimensione media di 103 addetti.

Debole flessione delle partecipate locali

Su 6.085 partecipate attive, sono 4.240 quelle partecipate direttamente da almeno un’amministrazione pubblica regionale o locale o, altrimenti, appartenenti a gruppi con al vertice un ente territoriale (partecipate locali); esse impiegano 415.243 addetti, corrispondenti al 46,8% del totale di riferimento (Prospetto 9, in allegato). Anche se in calo dell’1%, il settore Attività professionali, scientifiche e tecniche si riconferma quello con il maggior numero di partecipate locali (645 con 12.890 addetti). Seguono la Fornitura di acqua; rete fognarie, attività di trattamento dei rifiuti e risanamento con 619 imprese partecipate e 80.079 addetti e il Trasporto e magazzinaggio, con 443 imprese partecipate e 88.445 addetti. Il settore che registra una forte crescita, rispetto al 2017, di imprese partecipate locali è quello delle Attività Manifatturiere (47,9% partecipate, 61,9% di addetti). Rispetto al totale delle imprese partecipate, i settori in cui gli enti locali partecipano in misura più rilevante sono l’Istruzione (84,8% delle partecipate, 82,2% di addetti) e le Altre attività di servizi (83,3% delle imprese partecipate, 92% di addetti).

Il Covid: “Ci terrà compagnia fino al 2022”

“Nonostante le vaccinazioni non possiamo pensare che torneremo ai sistemi come erano prima. Quei livelli di assembramento non sono più possibili”. Lo ha rimarcato Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Inmi Spallanzani di Roma, ospite del webinar del Consiglio regionale del Lazio per presentare il Piano vaccini anti-Covid della Regione.

Il coronavirus “continuerà a tenerci compagnia almeno fino al primo trimestre del 2022, quando finiranno tutte le vaccinazioni”, ha poi aggiunto ricordando che “la percentuale di decessi di questa malattia è tre volte più alta dell’influenza, abbiamo il doppio dei ricoveri in terapia intensiva e mentre l’influenza può essere gestita a casa, per Sars-CoV-2 abbiamo avuto bisogno di molti posti letto in ospedale. Ci sono state tante ospedalizzazioni, il doppio dell’influenza stagionale”.

“E’ stato un anno orribile ma dobbiamo considerare che per la prima volta la rapidità con sui si è diffusa l’epidemia è stata parallela alla risposta rapida della sanità regionale, e il Lazio ha fatto un grandissimo lavoro”.

Mibact, Creative living lab: 1 milione di euro per progetti di rigenerazione urbana

La Direzione Generale Creatività Contemporanea (DGCC) del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo lancia la terza edizione di Creative Living Lab, iniziativa nata nel 2018 per finanziare progetti di rigenerazione urbana attraverso attività culturali e creative.

Questa terza edizione, per la quale la DGCC stanzia oltre 1 milione di euro, è finalizzata a sostenere progetti di natura multidisciplinare, che abbiano come obiettivo la creazione e la riqualificazione degli spazi di prossimità all’interno delle aree residenziali, al fine di sostenere un modello di sviluppo basato su processi collaborativi e di innovazione sociale, contraddistinto da parole e concetti chiave, quali: interazione, coesistenza, quotidianità, resilienza alle pandemie e comunità sostenibili.

L’Avviso pubblico si inserisce nel quadro delle azioni istituzionali messe in atto dalla DGCC in materia di rigenerazione urbana nei territori che vivono realtà di fragilità ambientale, sociale, culturale ed economica, non necessariamente lontani dal centro fisico urbano, ma caratterizzati dalla difficile accessibilità a servizi e infrastrutture. A fronte dei radicali cambiamenti in corso e dell’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19, la DGCC intende avviare una riflessione su un tema ritenuto di grande urgenza, quale la carenza di servizi e spazi di qualità nelle differenti realtà urbane del paese, utili ad accogliere in sicurezza e in condizioni favorevoli individui e comunità e a creare occasioni per costruire relazioni, confronto e integrazione.

“Il grande successo delle prime due edizioni di Creative Living Lab, che hanno visto la partecipazione di oltre 500 realtà territoriali, dimostra la validità di un’iniziativa in cui il MiBACT crede molto, tanto da aver aumentato ancora il budget, portandolo a oltre 1 milione di euro” – dichiara Anna Laura Orrico, Sottosegretario di Stato del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo. “Vogliamo dare un’opportunità a tutte quelle associazioni che agiscono attivamente sul territorio per recuperare e restituire alle comunità spazi abbandonati, aree industriali dismesse e beni comuni in disuso, ripensandoli con creatività e ingegno, trasformandoli in opportunità di sviluppo sostenibile, di rilancio sociale e culturale”.

L’avviso pubblico è rivolto a soggetti pubblici e privati senza scopo di lucro, dedicati alla cultura e alla creatività contemporanea e radicati nei territori periferici, quali ad esempio: enti pubblici, fondazioni, associazioni culturali, enti del Terzo settore senza scopo di lucro, università, centri di ricerca non profit, imprese sociali e di comunità non profit, società civile organizzata. Importante l’apporto di esperti di settore e di mediatori culturali come, ad esempio, architetti, paesaggisti, designer, artisti, registi, film-maker, fotografi, musicisti, performer, scrittori, psicologi, sociologi, antropologi.

Creative Living Lab sostiene microprogetti di immediata realizzazione, innovativi e di qualità, in grado di trasformare le aree e gli spazi residuali in luoghi di scambio e apprendimento, accessibili, fruibili e funzionalmente differenziati, al fine di creare un rapporto sinergico tra ambiente e tessuto sociale, culturale ed economico; interventi orientati al riutilizzo e alla riorganizzazione delle aree dedicate ai servizi, alle attrezzature di quartiere e agli spazi condominiali comuni.

Obiettivi di questa terza edizione di Creative Living Lab sono:

–       realizzare spazi attrezzati per nuove destinazioni e per attività che possono contribuire a trasformare la qualità dei servizi e degli spazi di comunità attraverso la creatività contemporanea;
–       favorire il coinvolgimento delle comunità locali nei processi di rigenerazione urbana orientati al potenziamento delle dinamiche socio-culturali di crescita partecipata e al miglioramento della qualità della vita a delle economie locali;
–       sperimentare e diffondere metodologie inclusive e aggregative per le comunità residenti, capaci di sviluppare il senso di identità e di appartenenza ai luoghi.

Le proposte devono indicare nuove forme di utilizzo dei luoghi prescelti al fine di migliorare i servizi, la fruizione e le funzioni culturali, di incentivare l’attivazione di percorsi di partecipazione e autocostruzione attraverso il coinvolgimento di istituzioni, professionisti, artisti, cittadini e soggetti attivi sul territorio e di promuovere un sistema di autorganizzazione dal basso che sia tale da favorire un processo di empowerment e di riappropriazione nelle comunità coinvolte.

L’avviso pubblico e tutti gli allegati sono pubblicati sul sito istituzionale della DGCC al seguente link: http://www.aap.beniculturali.it/creativelab.html

 

Quale legge elettorale?

Dunque, sulla legge elettorale è calato il silenzio. È un copione persin troppo noto per essere  ulteriormente descritto. Del resto, chi ha votato No al referendum del settembre scorso lo aveva  detto sin dall’inizio della campagna elettorale. E cioè, una volta archiviato il capitolo populista e  anti politico del taglio indiscriminato dei parlamentari, tutto sarebbe stato sospeso e archiviato. E  così è stato. Con tanti saluti alla solenne promessa che individuava proprio nella immediata  riforma elettorale la risposta, altrettanto tempestiva, alla riduzione selvaggia delle assemblee  parlamentari per obbedire al diktat populista, demagogico e squisitamente antiparlamentare dei 5  stelle. Un blocco figlio del solito, ed ennesimo, ricatto politico del piccolo partito personale di  Renzi da un lato e della tenace opposizione dei 5 stelle che vivono alla giornata con un solo e  grande obiettivo, come ormai sanno tutti. E cioè, consolidare a mantenere il più a lungo possibile  il seggio parlamentare con i relativi benefit e privilegi. Del resto, una vincita al lotto così insperata  e fortuita non capiterà più neanche facendo un pellegrinaggio a Lourdes. 

Ora, si tratta di capire se, di fronte al progressivo sfilacciamento delle tradizionali coalizioni, frutto  e conseguenza del pesante clima trasformistico che ormai domina incontrastato nelle dinamiche  della politica italiana, sarà ancora possibile introdurre un impianto proporzionale in vista delle  prossime elezioni nazionali. Un impianto proporzionale, con un necessario ed indispensabile  sbarramento almeno del 4-5%, che potrebbe essere la soluzione più logica visto le difficoltà  crescenti a costruire coalizioni e alleanze che ripropongano un progetto politico serio, credibile e  lineare capace di dispiegare una vera cultura di governo. Un sistema proporzionale che avrebbe  anche il merito di dare la possibilità ai vari partiti di riaffermare sino in fondo la propria identità  politica e culturale e la propria ricetta programmatica, pur senza dimenticare l’importanza decisiva  di indicare l’’alleanza e la coalizione con cui si pensa di governare. Certo, il tasso di trasformismo  introdotto nella dialettica politica e parlamentare contemporanea è particolarmente pesante. È  inutile fingere o pensare di nasconderlo tra le pieghe sperando che qualcuno lo dimentichi.  

Ma il proporzionale è, comunque sia, importante per la salute stessa della democrazia italiana.  Seppur consapevoli che non può, un semplice sistema elettorale, sconfiggere da solo la  degenerazione trasformistica della politica italiana. Ma sarebbe comunque un passo in avanti  sulla strada della riaffermazione delle identità politiche e della personalità dei vari partiti, oggi  ridotti a banali comitati elettorali o al prolungamento dei desideri, delle vendette e dei ricatti di  singoli capi sin quando hanno popolarità e peso politico. Una degenerazione, quella  trasformistica, che può essere sconfitta e battuta sempre e solo dai comportamenti concreti degli  uomini e delle donne impegnati nella lotta politica in quel particolare momento storico.  

Non ci resta, dunque, che aspettare che la riforma prenda il volo. Nel frattempo, però, va  denunciata l’assenza di iniziativa, e di coraggio politico, nel non intraprendere una strada che era  stata ampiamente annunciata e unanimemente sottoscritta. A volte, se non sempre, la credibilità  della politica e dei partiti passa anche e soprattutto attraverso l’affidabilità e la coerenza dei  singoli esponenti politici. Tutto il resto è solo propaganda ed ipocrisia. 

La pianificazione fiscale post-Coronavirus.

La pandemia virale di Covid-19 è stata la terza grande crisi della globalizzazione. Dopo l’esplosione della bolla americana dei mutui subprime che causò l’effetto domino recessivo in tutto il mondo e la crisi terroristica causata dall’Isis, eccoci giunti alla prima grande epidemia della nostra Era, che aggredisce  il corpo sociale, fiaccato dalle pregresse difficoltà. Coloro che vogliono sopravvivere e, magari, godere dei frutti del proprio lavoro, si trovano ora depressi dalle difficoltà economiche odierne, appesantite dal carico fiscale che, in alcuni Paesi, come l’Italia, è notevole. La globalizzazione ha dei “pro” e dei “contro”. I secondi li stiamo subendo, chi più, chi meno; i “pro” dobbiamo ancora scoprire come sfruttarli appieno. La parola d’ordine per i prossimi anni sarà: pianificare.

Si, perché non si può più pensare ad avere come modello di vita quello della cicala. Per pianificare, tuttavia, occorre disciplina, conoscenze e tanto studio; e non sempre gli studi di professionisti e di mediazione sono all’altezza della situazione, ghiotti come sono di “speculare” sulla clientela preferendo una ricca parcella senza, tuttavia, rispondere appieno alle necessità del cliente.

L’Italia, società che non ha veramente conosciuto la riforma protestante, non è stata permeata dalla cultura e dall’etica calvinista del lavoro e del sacrificio. Come se non bastasse, un ferraginoso sistema legislativo assai elegante ma poco adatto al mercato globale odierno, non aiuta  il cittadino e l’impresa. Occorre quindi fare da sé, per quanto possibile. Essere autodidatti. Conoscere le implicazioni della pianificazione, anche e soprattutto quella fiscale che, nostro malgrado, diventerà una necessità, e non la scelta di pochi solerti piccoli imprenditori.

La stessa parola “imprenditore” nel nostro Paese ci rimanda a pochi grandi capitalisti che hanno tessuto le trame finanziarie e politiche della nostra storia moderna. Nell’Italia “gramsciana” essere “imprenditori” rappresenta un modo per sminuire qualcuno, oppure vederlo come un “ghiottone”, un avaro, una persona nemica del popolo perché, nella nostra mentalità, non ama condividere con gli altri il frutto del proprio lavoro, proprio lui, che ha di più. E’ per questo modo meschino di pensare che la nostra società mediterranea non è mai decollata, restando una società di grossolani pezzenti, con ben poche eccezioni. La pianificazione fiscale è un mezzo per risparmiare sui propri guadagni, oltre che per investirli.

Una società residente all’estero può operare in Italia: può addirittura acquistare beni immobili. Se la nostra società privata, ad esempio, acquistasse beni non strumentali, e li mettesse a reddito, ciò rappresenterebbe per il fisco italiano una possibile attività di impresa in Italia; ma ciò non succederebbe se la stessa attività venisse svolta in modo marginale.

Ed è qui che entrano in gioco i “pro” della globalizzazione. Anche piccoli imprenditori possono utilizzare le leve tecnologiche e normative dei mercati globali. Anche i piccoli risparmiatori possono diventare dei piccoli imprenditori. Ecco realizzarsi il passaggio di un popolo da “dipendenti” a “professionisti”. La proprietà di un immobile non rappresenta in sé una stabile organizzazione, come definito dalla risoluzione n. 460196 del 1989. Avere la proprietà di una casa o di un palazzo, ad esempio, come società estera, non rappresenta l’esistenza di una organizzazione societaria, per il fisco.

Tale status cambia in caso di affitto dell’immobile? La stessa risoluzione lo nega, recitando “ … o un mero affitto di locali” sottintendendo che la locazione in Italia da parte di un ente estero non configura l’esistenza di un’attività imprenditoriale. Ciò che differenzia un’azienda da una mera locazione è infatti l’autonomia di gestione che, mancando, non configurerebbe l’attività d’impresa: ergo, la tassazione sarebbe la stessa di quella riguardante le persone fisiche. Viene da sé che con questo mondo gli italiani dovranno presto scontrarsi, imparando a gestire anche i meccanismi della fiscalità indiretta per tutelare i propri beni radicati in Italia.

Stranezze economiche

Sembra strano, ma alla fine bisogna sempre appellarsi allo Stato. La stagione del neoliberismo si trova costretta a ricorrere a uno strumento quasi bandito dalle sue corde ideologiche. Lo Stato sociale che ha garantito da fino ottocento, via via aumentando il suo intervento nella sfera delle singole realtà, il suo intervento per salvaguardare la “salute” economica dei diversi soggetti che compongono un Paese.

Le pensioni sono state l’intervento a carattere statale per tutelare le persone anziane; fu Bismarck, fine ottocento, a istituire quella manovra da primo “Stato sociale”. Lo fece solo per impedire ai socialisti di vincere le elezioni nella Germania, da qualche anno costituitasi.

C’è stato anche il periodo di uno Stato che ascriveva a se i compiti economici; quelli ad asse principale; non racconto tutta l’evoluzione del secolo scorso per aumentare i diritti dei singoli cittadini in riferimento alla funzione statale. Ricordo solo, perché fa il caso nostro, l’universalizzazione sanitaria. Riforma quest’ultima compiuta a metà degli anni settanta.

Oggi, a causa di questa demoniaca infezione, anche i commentatori del Sole 24 Ore – giornale che risponde alla lingua confindustriale – parla di un intervento dello Stato nell’economia delle imprese, persino le piccole. Lancia l’idea di uno Stato che dovrebbe acquisire quote di capitale di rischio per salvaguardare l’esistenza di questo tessuto fondamentale della nostra economia.

Si sa che le manovre messe in atto durante il 2020, penso al divieto di licenziamento, penso alla cassa integrazione covid, dovrebbero cessare alla fine di marzo del 2021. Questo, di certo, comporterebbe un’irrefrenabile défaillance nel corpo di migliaia di imprese nazionali. Certo, più le piccole che le grandi. Anzi soprattutto falcidiate, sarebbero le minori.

Quest’idea, che confesso non so come possa essere articolata, ma mi sovviene il modello Friulia spa in Regione Friuli Venezia Giulia – anni ’70 – , che potrebbe essere un virtuoso esempio di procedure andate, nel tempo, nella stragrande maggioranza, a buon fine.

Il paradosso è che mentre il mondo sembrava essere volto a dire sempre più: “meno Stato, più mercato”, siamo giunti al caso estremo in cui il mercato dovrebbe piegarsi alla sovranità collettiva, per poter respirare senza tanto affanno.

C’è di che meravigliarsi, ma lo stato di eccezionalità fa fare capriole anche al pensiero imperante.

Staremo a vedere.

Istat: nei primi nove mesi del 2020, presenze dimezzate negli esercizi ricettivi

Nel 2020, a seguito della pandemia da Covid-19, in tutti i Paesi europei i flussi turistici subiscono un profondo shock. Nei primi 8 mesi del 2020, Eurostat stima che il numero delle notti trascorse nelle strutture ricettive nell’Unione europea (Ue) a 27 sia pari a circa 1,1 miliardi: un calo di oltre il 50% rispetto allo stesso periodo del 2019.

I dati provvisori del nostro Paese, relativi ai primi nove mesi del 2020, sono in linea con il trend europeo (-50,9% rispetto allo stesso periodo del 2019, con quasi 192 milioni di presenze in meno) ed evidenziano l’entità della crisi del turismo interno generata dall’emergenza sanitaria, dopo anni di crescita costante del settore.

Il 2019, infatti, aveva fatto registrare un ulteriore record dei flussi turistici negli esercizi ricettivi italiani, con 131,4 milioni di arrivi e 436,7 milioni di presenze e una crescita, rispettivamente, del 2,6% e dell’1,8% in confronto con l’anno precedente.
L’espansione dei flussi turistici sembrava confermata dalle prime evidenze dei dati di gennaio dell’anno 2020 (+5,5% gli arrivi e +3,3% le presenze di clienti negli esercizi ricettivi italiani rispetto allo stesso mese dell’anno precedente). Ma già dal mese di febbraio si rendono visibili gli effetti della pandemia e delle conseguenti misure di contenimento (-12,0% gli arrivi e -5,8% le presenze).

Nei mesi del lockdown (in particolare, dall’11 marzo al 4 maggio) la domanda quasi si azzera e le presenze nelle strutture ricettive sono appena il 9% di quelle registrate nello stesso periodo del 2019.
In particolare, il calo delle presenze è pari a -82,4% a marzo, a -95,4% ad aprile e a -92,9% a maggio.

Pressoché assente la clientela straniera (-98,0% sia ad aprile che a maggio). Complessivamente nei mesi del lockdown, la variazione, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, è pari a -91,0% con una perdita di quasi 74 milioni di presenze, di cui 43,4 milioni di clienti stranieri e 30,3 milioni di italiani.
Nel mese di giugno 2020, in seguito alla possibilità di ripresa degli spostamenti interregionali, i flussi turistici iniziano timidamente a risalire; tuttavia, le presenze totali rappresentano appena il 21% di quelle registrate nello stesso mese del 2019: la perdita di presenze rimane particolarmente alta per la componente straniera (-93,1%) rispetto a quella domestica (-63,3%).

Il trimestre estivo (luglio, agosto e settembre) vede un recupero parziale, in particolare nel mese di agosto. La ripresa è decisamente più robusta per la componente domestica nazionale mentre risulta molto limitata, anche nel mese di agosto, per quella estera. Nel trimestre luglio-settembre, infatti, le presenze totali sono pari a circa il 64% di quelle registrate l’anno precedente, con una perdita di più di 74,2 milioni di presenze, ma con performance delle due componenti fortemente divergenti: i pernottamenti dei clienti italiani raggiungono poco più dell’86% di quelli rilevati lo scorso anno, quelli relativi ai clienti stranieri appena il 40%.

Più nel dettaglio, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente la flessione delle presenze totali è pari a -49% a luglio e si riduce ad agosto (-26,1%), soprattutto grazie alla componente domestica, che fa registrare cali meno consistenti di quella straniera (rispettivamente -6,7% e -54,7%). A settembre la variazione negativa delle presenze totali torna ad ampliarsi, arrivando a -33,5%.

§Il comparto alberghiero è quello in maggiore sofferenza: le presenze registrate nei primi nove mesi del 2020 sono meno della metà (il 46%) di quelle rilevate nel 2019, mentre quelle del settore extraalberghiero il 54,4%. Nello specifico, nel trimestre estivo le flessioni sono pari, rispettivamente, a -39,7% e -31,1%.

 

 

Enti locali: in calo il personale, aumentano i pensionamenti

Curato dal dipartimento per gli Affari interni e territoriali, direzione centrale per le Autonomie, è on line il Censimento generale 2019 sul personale degli enti localiredatto e pubblicato annualmente con il contributo della direzione centrale per i Servizi elettorali.

L’ultima edizione del censimento fotografa la situazione sul piano dell’occupazione al 31 dicembre 2019 mettendo in luce i profili di maggior interesse relativi alle dinamiche del personale che, per quanto riguarda i contratti a tempo indeterminato, risulta in calo del 3% rispetto all’anno di rilevazione precedente. Il tutto in un quadro che, per il 2019, registra una media nazionale dell’incidenza della spesa per il personale in rapporto alle spese correnti pari al 30,5% (28,8% nel 2018).

Risulta in calo il personale a tempo determinato (-9,5%) mentre è in aumento quello con contratti di somministrazione (33%).

In diminuzione del 16% nel 2019 anche il numero dei dirigenti in servizio presso gli enti locali. Aumentano invece i pensionamenti dovuti alla “quota 100” (+24%): hanno riguardato 23.618 dipendenti, 15.496 di quali ha presentato domanda di dimissioni volontarie prima del raggiungimento dei limiti di età.

Il censimento affronta materie complesse come quelle dei vincoli di assunzione e i criteri di quantificazione del budget per l’assunzione di personale a disposizione degli enti locali, la maggior parte dei quali anche nel 2019 ha dichiarato di aver rispettato l’equilibrio di bilancio.

Proprio per facilitare la lettura dei dati, la prima parte del censimento è dedicata a un’analisi della normativa in vigore nell’anno di riferimento che regola il rapporto di lavoro del personale degli enti locali, comprese le disposizioni sugli enti in condizioni di dissesto, riequilibrio finanziario pluriennale e strutturalmente deficitari.

Il censimento generale, previsto dall’articolo 95 del Testo unico degli enti locali, riguarda anche la formazione, i titoli di studio e le modalità di gestione dei servizi, che in oltre il 60% dei casi risulta in economia diretta, dato in diminuzione rispetto al 66% della rilevazione 2018.

Vivere in epoche diverse sullo stesso pianeta

In questo lungo, interminabile anno di  terrore pandemico che ha cambiato la nostra vita siamo stati talmente assorbiti dalle vicissitudini ubiquitarie del nostro pianeta, minacciato dai pericoli della sostenibilità ambientale e del big crash dell’estinzione globale che credo in pochi abbiano alzato gli occhi al cielo per scrutare i misteri della volta celeste. Avvicinandosi un Capodanno mesto in cui non ci sarà nulla da festeggiare ma solo coltivare la  speranza di affidare i nostri destini alla scienza e ai vaccini, mi è capitato di ripensare al  1° gennaio 2019 quando, alle 6.33  la sonda spaziale della NASA  New Horizons aveva raggiunto in fly by  “Ultima Thule” , il corpo celeste n° 486958 – 2014 MU69, appartenente alla “fascia di Kuiper”, ai confini del sistema solare e a 6,5 miliardi di km dalla Terra, inviandoci foto a 10.000 pixel che arrivavano insieme a segnali tecnici attesi dalla missione al Centro Applied Physics Laboratory della Johns Hopkins University, viaggiando alla velocità della luce, in 6 ore e 25 minuti. 

Non si parla più di questo viaggio nell’universo per raggiungere l’ultimo corpo celeste del sistema solare: è assai probabile che terminata la sua missione, New Horizons seguirà le sorti delle sonde Voyager 1 e 2, esplorando l’eliosfera esterna, l’elioguaina e l’eliopausa, che potrebbe raggiungere nel 2047. Si sa per ora che la New Horizons non supererà mai le sonde Voyager, anche se è partita più velocemente dalla Terra, per via della fionda gravitazionale data dai sorvoli ravvicinati di Saturno e Giove. Poco importa che di Ultima Thule nel sorvolo più ravvicinato di New Horizons sia giunta alla NASA l’immagine inusitata di un corpo celeste a forma e colore di tartufo: sono moltissime le informazioni ricevute che gli scienziati studieranno nei prossimi anni per ricostruire la storia dell’universo. Ricordo quell’evento, che in un certo senso celebrava le potenzialità della scienza e la forza illuminante della competenza, perché da una notizia di stampa avevo appreso proprio in quel periodo che una studentessa universitaria aveva presentato per il dottorato di ricerca una tesi che dimostrava che la Terra è piatta ed è il Sole che le gira intorno.

Questa polarizzazione siderale di punti di vista e di rappresentazioni del mondo mi aveva colpito. Eppure a distanza di due anni se dovessi misurare il proselitismo di questi ‘opposti’ che non si toccheranno mai – affidandomi all’enfasi delle opinioni crescenti in una comunicazione massmediale che sembra prediligere le mere, inverosimili opinioni  e il paradosso rispetto alle evidenze dimostrate-  riscontrerei forse che mentre la maggioranza dell’umanità confida saldamente nel progresso della scienza secondo le conquiste tramandate nel corso della Storia, monta un’onda esponenziale di negazionismo e di diffidenza che sta tra il nichilismo acritico e l’empirismo minimalista e senza costrutto logico: è noto infatti che il “terrapiattismo” è una credenza cresciuta non tra gli eredi degli aborigeni ma ancor più in quel Paese – gli USA – che ha scommesso il futuro dell’umanità puntando le sue fiches nella ricerca spaziale.

Due rappresentazioni del mondo inconciliabili eppure compresenti, oggi.

La mitologia sull’Ultima Thule è ricca di un fascino antico che risale addirittura al 330 a.C. quando il navigatore greco Pitea parlò nel suo diario di viaggio di un’isola di fuoco e ghiaccio ai confini del mondo.

Ma anche Tacito e poi Virgilio citarono questo luogo misterioso ora come punto estremo dei confini della Terra, ora come indefinito e indefinibile punto oltre l’umano terrestre intelligibile.

Dalla mitologia più remota alla storia antica fino alla ricerca astrofisica e spaziale dei nostri giorni il fascino dell’”Ultima Thule” ha sempre rappresentato l’idea immaginaria dell’estremo conoscibile, di un punto di non ritorno, una sorta di materializzazione dell’infinito per porre un limite al noto e allo stesso ignoto.

A molti di noi in una notte d’estate è capitato di essere incantati dal cielo scuro illuminato da una infinita presenza di luci puntiformi, con un senso di profondità e di lontananza che ci faceva scrutare quello spettacolo, affascinati da tanta bellezza e da tanto mistero.

Ma la vita in fondo è sempre stata una grande alchimia di opposti e di contrari e nell’universo ha trovato posto ogni congerie di pensieri e “pensatori”. Qualcuno si è fermato al VII secolo d.C. e all’applicazione letterale del libro di un profeta, altri praticano la cultura Amish rinunciando ai vantaggi del progresso, gli evangelici ortodossi negano la teoria dell’evoluzione di Darwin. 

Scienza e religione coesistono in un mix millenario di superstizioni, prove, invenzioni, scoperte, diatribe, eresie. Tra la terra e il cielo c’è una lunga teoria di contraddizioni irrisolte: sta all’uso del pensiero critico e all’evidenza della realtà dimostrata consentirci di acquisire certezze scientifiche che ci permettano di dare ordine alle cose, di credere nel progresso e nell’evoluzione delle teorie, che altro non è che l’anticamera della nostra libertà di scegliere.

Noi europei ed occidentali abbiamo a poco a poco separato la scienza dalla religione: abbiamo avuto il Rinascimento, Leonardo, Galilei, Keplero, Copernico, Newton, Hume, Einstein, Marconi, Fermi, Popper. 

Credo – in estrema semplificazione – che la nostra etica della conoscenza si fondi su due idee: la fiducia nell’uomo e nelle sue potenzialità e il desiderio di migliorare il presente “guardando oltre”. 

Sempre partendo dal “dubbio”, agendo per prove ed errori.

Tesi, antitesi e sintesi non sono astrazione teoretica ma metodo del pensiero.

Dovremmo applicare lo stesso principio alla coesistenza sul pianeta di modi di vivere diversi dal nostro: il bene e il male sono ubiquitari, come le guerre, le dittature, i genocidi. 

Anche se mi riesce difficile accettare che qualcuno sostenga – anche in convegni internazionali, veri rassemblement di superficialità antiscientifiche-  che la Terra sia piatta, una tavola senza un diritto e un rovescio, un inizio e una fine,  senza un confine all’orizzonte raggiunto il quale si cade inevitabilmente nel baratro del nulla.

Come ebbe a dire Max Weber  richiamando le regole del pensiero critico e  la forza della ragione, si impone una risposta: “Non posso far diversamente e da qui non mi muovo. Non importa, continuiamo”.

Questo è l’insegnamento che dobbiamo trarre dalla Storia e dalla Scienza per fronteggiare il negazionismo crescente, che si tratti di Olocausto, di sfera terrestre o di vaccini. Chi ripudia la Scienza privo di argomentazioni la rende indispensabile per metter ordine nel guazzabuglio delle opinioni irrazionali.

Questo empirismo sensoriale e lo svincolo dall’impresa scientifica e tecnica producono- ricordo le parole di Giulio Giorello – “il fenomeno dell’ abbandono dello spirito critico”. 

Non consistendo tuttavia la civiltà nell’annullamento delle credenze altrui ma nell’accettazione della diversità come valore,  le ipotesi emergenti nei vari contesti rendono attuali epoche diverse della storia, abitando contemporaneamente, oggi,  lo stesso pianeta.

Ciò non significa rinunciare alla nostra identità culturale nel mondo definito “globale”: la Terra è tonda, se Dio vuole, e oggi più che mai, visti i pericoli incombenti per un’umanità impreparata e distratta, l’esplorazione del cosmo ci affascina e ci aspetta.

Il libro “Libera nos Domine” di Giulio Albanese: La tragedia dell’allegro ignorante

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Marco Bellizi

«Ogni volta che iniziamo a pensare di essere il centro dell’universo, l’universo si gira e dice con aria leggermente distratta: “mi dispiace, può ripetermi di nuovo il suo nome?”». Lo humor tipicamente anglosassone della scrittrice statunitense Margaret Maron è la felice chiusura del libro di Giulio Albanese “Libera nos Domine. Sulla globalizzazione dell’indifferenza e sull’ignoranza dell’idiota giulivo” (Messaggero di Sant’Antonio Editrice, Padova, 2020, pagine 122, euro 12). Ma potrebbe indifferentemente campeggiare anche come incipit di questo breve saggio, una sorta di memento mori dedicato appunto all’infausto connubio di ignoranza e superbia, primo responsabile della decadenza della nostra epoca.

Il fatto è che mai come in questi mesi la figura del “competente”, dell’”esperto”, ha goduto di un’apertura di credito così fideistica e generato al contempo un altrettanto estesa e rabbiosa disillusione. E poco importa che riguardo alla definizione della categoria si registrino alcune differenze. Per esempio, Raffaele Alberto Ventura (Radical Choc. Ascesa e caduta dei competenti, Einaudi, 2020) tratteggia il “competente” come frutto di una società tecnocratica che per poter sopravvivere deve aumentare i rischi e quindi le conoscenze necessarie ad evitarli, generando di fatto una sottoclasse borghese essenzialmente parassitaria. Albanese preferisce in questo caso sottolineare invece l’aspetto della falsa competenza e della disinformazione, di cui appunto “l’idiota giulivo” è la perfetta sintesi.

Anche l’indifferenza, alla fine dei conti, è ignoranza. Non è una questione di fede, specifica Albanese, religioso comboniano. Del resto, affermava il cardinale Carlo Maria Martini, «non ci sono credenti e non credenti ma solo pensanti e non pensanti» (il porporato concedeva poi che, nella categoria dei pensanti, si potesse distinguere fra credenti e non). Piuttosto, è la tesi dell’autore, in una fase di decadenza nella quale, come la storia insegna, una classe dominante sta esaurendo la propria funzione all’interno del suo gruppo economico-sociale, si provoca «una transizione dilaniante fra ciò che tende a morire e ciò che sta appena nascendo». E a fare la differenza è il sapere: «Ciò che rende culturalmente più poveri – scrive Albanese – è la mancanza di un orizzonte comune rispetto a cui porre l’ethos non soltanto come modus operandi (prassi e costume) ma anche come radicamento e dimora, come ultimo fondamento del vivere, dell’agire e del morire umani». Dovrebbe essere questo il parametro sul quale giudicare le azioni altrui, soprattutto quelle di chi si arroga il diritto di compierle in nome degli altri, come fa appunto il “competente”. Serve saper separare; distinguere, alla fine, il bene (comune) dal male, l’esperto da chi non lo è. Le insidie sono dietro l’angolo: il vero incompetente, scrive Albanese citando il chimico fiorentino Ugo Bardi, «non si rende conto di esserlo»; per questo motivo «è impreparato in tutto quello che fa» e dunque «fa dei danni enormi».

Al netto dei molti politici immediatamente evocati da queste parole, viene alla mente subito l’esempio dei tanti manager superpagati che hanno condotto grandi aziende al fallimento, degli economisti titolati che sono stati posti al vertice di organizzazioni finanziarie rivelatesi drammaticamente inadeguate. Perché, spiega Albanese nel suo saggio, l’economia, nella cornice della globalizzazione dei mercati «non può continuare a essere un cane sciolto» e «la conoscenza responsabile deve diventare il fondamento per trasformare la politica, la cultura, l’educazione, l’informazione e la società tutta». “Società tutta” nel senso di società globale. Perché oltre alla “globalizzazione dell’indifferenza” si rischia la “globalizzazione dell’ignoranza”, il dominio del pensiero forte rispetto alla maggioranza silenziosa dei “giusti”.

Albanese è un giornalista esperto di missioni, come sa chi ha avuto modo di leggerlo sulle colonne anche dell’Osservatore Romano. Per questo rivolge la sua analisi, lucida, anche e soprattutto al tema dell’immigrazione e alla falsa narrativa che se ne fa nel mondo occidentale. Un racconto propagandistico così potente da penetrare anche nella cultura degli stessi paesi d’emigrazione. Nelle terre al di là di quello specchio d’acqua che l’autore ribattezza sarcasticamente Mare Monstrum, essendo ormai diventato la tomba di migliaia di esseri umani. «Quando i poveri si convincono che i propri problemi dipendono da chi sta peggio di loro, siamo di fronte al capolavoro delle classi dominanti», scrive l’attivista camerunese Yvan Sagnet. E le classi dominanti, da sempre, annoverano come loro maggiori alleati, la categoria degli “idioti giulivi”. Anche quelli, va da sé, che scrivono sui giornali o appaiono in televisione. «La mercificazione a cui è sottoposto l’intero comparto massmediale — osserva Albanese — il clientelismo imposto da alcuni potenti del sistema informativo, nonché l’emissione affannosa di notizie resa necessaria dalle regole della comunicazione in tempo reale, rappresentano un forte limite nel raccontare i fatti e gli accadimenti su base planetaria, in particolare quelli che si verificano, per usare l’espressione di Papa Francesco, nelle tante periferie del mondo». L’effetto è che «l’opinione pubblica sa poco e niente di quello che succede nel nostro pianeta, col risultato che l’ignoranza, intesa come non conoscenza di quanto succede, rappresenta un fattore altamente destabilizzante». Una constatazione che suona come un appello. Scriveva il giornalista e scrittore polacco Ryszard Kapuściński: «La nostra professione è una lotta costante tra il nostro sogno, la nostra volontà di essere del tutto indipendenti e le situazioni reali in cui ci troviamo, che ci costringono invece ad essere dipendenti da interessi, punti di vista, aspettative dei nostri editori…In generale si tratta di una professione che richiede una lotta continua e un costante stato di allerta». Sempre, beninteso, che si abbia interesse a rimanere “svegli”.

Cosa sarà il passaporto vaccinale

Ora che i vaccini contro il coronavirus stanno iniziando a diffondersi in Italia e all’estero, molte persone potrebbero sognare il giorno in cui potranno viaggiare, andare di nuovo al cinema o ad un concerto. Ma per svolgere queste attività, molti immaginano già oggi di dotare la popolazione di qualcosa in aggiunta al vaccino: una specie di passaporto digitale vaccinale.

Proprio per questo diverse aziende e gruppi tecnologici hanno iniziato a sviluppare app o sistemi per smartphone per consentire alle persone di caricare i dettagli dei loro test e vaccinazioni Covid-19, creando credenziali digitali che potrebbero essere mostrate per entrare in tali luoghi.

Il Common Trust Network, ad esempio, un’iniziativa dell’organizzazione no profit con sede a Ginevra The Commons Project e del World Economic Forum, ha iniziato a collaborare con diverse compagnie aeree tra cui Cathay Pacific, JetBlue, Lufthansa, Swiss Airlines, United Airlines e Virgin Atlantic, oltre a centinaia di sistemi sanitari negli Stati Uniti.

L’ app CommonPass creata dal gruppo consente agli utenti di caricare dati medici come il risultato di un test Covid-19 o, eventualmente, una prova di vaccinazione da parte di un ospedale o di un medico, generando un certificato sanitario o pass sotto forma di un codice QR che può essere mostrato alle autorità senza rivelare informazioni sensibili.

Per i viaggi, l’app elenca i requisiti del pass sanitario nei punti di partenza e di arrivo in base all’itinerario.

Anche le grandi aziende tecnologiche stanno entrando in gioco. IBM  ha sviluppato la propria app, chiamata Digital Health Pass, che consente alle aziende di personalizzare gli indicatori di cui avrebbero bisogno il dipendente per l’ingresso nella sede della società, inclusi test del coronavirus, controlli della temperatura e registri delle vaccinazioni. 

Per quanto riguarda la privacy CommonPass e IBM hanno sottolineato che sarà l’elemento centrale delle loro iniziative. IBM afferma che consentirà agli utenti di controllare e acconsentire all’utilizzo dei propri dati sanitari e consentirà loro di scegliere il livello di dettaglio che desiderano fornire alle autorità.

Economia Circolare, già presentati 72 progetti per la riconversione produttiva delle imprese

Sono 72 le domande già presentate dalle imprese per progetti di ricerca e sviluppo in Economia Circolare, Partito il 10 dicembre 2020, il nuovo incentivo mira a favorire la riconversione delle attività produttive verso un modello di economia che mantenga il più a lungo possibile il valore dei prodotti, dei materiali e delle risorse riducendo al minimo la produzione di rifiuti. Numerose altre domande risultano invece in corso di compilazione.

L’ammontare complessivo di risorse richieste al 22 dicembre è pari a circa 76 milioni su 217 milioni messi a disposizione dal Ministero dello sviluppo economico. La misura è gestita in collaborazione con Invitalia e Enea. Di questi 76 milioni, in particolare 59 milioni consistono in finanziamenti agevolati e 17 milioni in contributi a fondo perduto. Al momento, la Lombardia risulta la Regione con il maggior numero di richieste presentate, seguita da Emilia Romagna e Veneto. I progetti di ricerca e sviluppo provengono soprattutto da grandi e medie imprese e riguardano principalmente la fabbricazione e la trasformazione avanzata, nonché i materiali avanzati. La disponibilità finanziaria consente alle imprese interessate, in particolare a quelle presenti nel Mezzogiorno, di poter continuare a presentare nei prossimi giorni le domande per l’agevolazione.

Revisione auto, nel 2021 previsto un rincaro del 22%

Nel 2021 far revisionare l’auto costerà 9.95 euro in più. La tariffa passerà dunque dai 45 euro attuali a 54,95 euro, ai quali andranno aggiunti altri costi: l’Iva, i diritti di motorizzazione e il corrispettivo del servizio di versamento postale.

Il totale arriverà dunque a 79,02 euro, al posto degli attuali 66,88 euro.

Se da un lato c’è un aumento e si prende, dall’altro su dà con un bonus. La stessa legge istituisce un buono veicoli sicuri di 9,95 euro per chi dovrà revisionare l’auto tra gli anni 2021 e 2023. Non tutti però potranno beneficiarne perché il fondo è pari solo a 4 milioni.

La sostanza di questo buono però è in parte ancora ignota perché dovrà essere attuata con un decreto del Ministero dei Trasporti assieme al Ministero dell’Economia.

AIFA: informazioni utili e risposte alle domande sul vaccino per il COVID-19

Il vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty) è un vaccino destinato a prevenire la malattia da coronavirus 2019 (COVID-19) nei soggetti di età pari o superiore a 16 anni. Contiene una molecola denominata RNA messaggero (mRNA) con le istruzioni per produrre una proteina presente su SARS-CoV-2, il virus responsabile di COVID-19.
Il vaccino non contiene il virus e non può provocare la malattia.

Il vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty) viene somministrato in due iniezioni, solitamente nel muscolo della parte superiore del braccio, a distanza di almeno 21 giorni l’una dall’altra.

I virus SARS-CoV-2 infettano le persone utilizzando una proteina di superficie, denominata Spike, che agisce come una chiave permettendo l’accesso dei virus nelle cellule, in cui poi si possono riprodurre. Tutti i vaccini attualmente in studio sono stati messi a punto per indurre una risposta che blocca la proteina Spike e quindi impedisce l’infezione delle cellule. Il vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty) è fatto con molecole di acido ribonucleico messaggero (mRNA) che contengono le istruzioni perché le cellule della persona che si è vaccinata sintetizzino le proteine Spike. Nel vaccino le molecole di mRNA sono inserite in una microscopica vescicola lipidica che permette l’ingresso del mRNA nelle cellule. Una volta iniettato, l’mRNA viene assorbito nel citoplasma delle cellule e avvia la sintesi delle proteine Spike.
Le proteine prodotte stimolano il sistema immunitario a produrre anticorpi specifici. In chi si è vaccinato e viene esposto al contagio virale, gli anticorpi così prodotti bloccano le proteine Spike e ne impediscono l’ingresso nelle cellule.
La vaccinazione, inoltre, attiva anche le cellule T che preparano il sistema immunitario a rispondere a ulteriori esposizioni a SARS-CoV-2
Il vaccino, quindi, non introduce nelle cellule di chi si vaccina il virus vero e proprio, ma solo l’informazione genetica che serve alla cellula per costruire copie della proteina Spike. Se, in un momento successivo, la persona vaccinata dovesse entrare nuovamente in contatto con il SARS-CoV-2, il suo sistema immunitario riconoscerà il virus e sarà pronto a combatterlo.
L’mRNA del vaccino non resta nell’organismo ma si degrada poco dopo la vaccinazione.

Il COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty) contiene un RNA messaggero che non può propagare se stesso nelle cellule dell’ospite, ma induce la sintesi di antigeni del virus SARS-CoV-2 (che esso stesso codifica). Gli antigeni S del virus stimolano la risposta anticorpale della persona vaccinata con produzione di anticorpi neutralizzanti. L’RNA messaggero è racchiuso in liposomi formati da ALC-0315 ((4-idrossibutil)azanediil)bis(esano-6,1-diil)bis(2-esildecanoato) e ALC-0159 (2-[(polietilenglicole)-2000]-N,N-ditetradecilacetammide). ALC-0315 e ALC-0159 sono lipidi sintetici che contribuiscono a formare le vescicole che veicolano il vaccino. Il vaccino contiene inoltre altri eccipienti:

  • 1,2-Distearoyl-sn-glycero-3-phosphocholine
  •  colesterolo
  •  potassio cloruro
  •  potassio diidrogeno fosfato
  •  Sodio cloruro
  •  Fosfato disodico diidrato
  •  saccarosio
  •  acqua per preparazioni iniettabili

5. La sperimentazione è stata abbreviata per avere presto il prodotto?

Gli studi sui vaccini anti COVID-19, compreso il vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty), sono iniziati nella primavera 2020, perciò sono durati pochi mesi rispetto ai tempi abituali, ma hanno visto la partecipazione di un numero assai elevato di persone: dieci volte superiore agli standard degli studi analoghi per lo sviluppo dei vaccini. Perciò è stato possibile realizzare uno studio di grandi dimensioni, sufficienti per dimostrare efficacia e sicurezza.

Non è stata saltata nessuna delle regolari fasi di verifica dell’efficacia e della sicurezza del vaccino: i tempi brevi che hanno portato alla registrazione rapida sono stati resi possibili grazie alle ricerche già condotte da molti anni sui vaccini a RNA, alle grandi risorse umane ed economiche messe a disposizione in tempi rapidissimi  e alla valutazione delle agenzie regolatorie dei risultati ottenuti man mano che questi venivano prodotti e non, come si usa fare, soltanto quando tutti gli studi  sono completati. Queste semplici misure hanno portato a risparmiare anni sui tempi di approvazione.

Uno studio clinico di dimensioni molto ampie ha dimostrato che il vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty) è efficace nella prevenzione di COVID 19 nei soggetti a partire dai 16 anni di età. Il profilo di sicurezza ed efficacia di questo vaccino è stato valutato nel corso di ricerche svolte in sei paesi: Stati Uniti, Germania, Brasile, Argentina, Sudafrica e Turchia, con la partecipazione di oltre 44.000 persone. La metà dei partecipanti ha ricevuto il vaccino, l’altra metà ha ricevuto un placebo, un prodotto identico in tutto e per tutto al vaccino, ma non attivo. L’efficacia è stata calcolata su oltre 36.000 persone a partire dai 16 anni di età (compresi soggetti di età superiore ai 75 anni) che non presentavano segni di precedente infezione.

Lo studio ha mostrato che il numero di casi sintomatici di COVID-19 si è ridotto del 95% nei soggetti che hanno ricevuto il vaccino (8 casi su 18.198 avevano sintomi di COVID-19) rispetto a quelli che hanno ricevuto il placebo (162 casi su 18.325 avevano sintomi di COVID-19).

I risultati di questi studi hanno dimostrato che due dosi del vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty) somministrate a distanza di 21 giorni l’una dall’altra possono evitare al 95% degli adulti dai 16 anni in poi di sviluppare la malattia COVID-19 con risultati sostanzialmente omogenei per classi di età, genere ed etnie.

Il 95% di riduzione si referisce alla differenza tra i 162 casi che si sono avuti nel gruppo degli oltre 18mila che hanno ricevuto il placebo e i soli 8 casi che si sono avuti negli oltre 18mila che hanno ricevuto il vaccino.

No, l’efficacia è stata dimostrata dopo una settimana dalla seconda dose.

La durata della protezione non è ancora definita con certezza perché il periodo di osservazione è stato necessariamente di pochi mesi, ma le conoscenze sugli altri tipi di coronavirus indicano che la protezione dovrebbe essere di almeno 9-12 mesi.

Questo vaccino non utilizza virus attivi, ma solo una componente genetica che porta nell’organismo di chi si vaccina l’informazione per produrre anticorpi specifici.
Non sono coinvolti virus interi o vivi, perciò il vaccino non può causare malattie. L’mRNA del vaccino come tutti gli mRNA prodotti dalle cellule si degrada naturalmente dopo pochi giorni nella persona che lo riceve.

Gli studi clinici condotti finora hanno permesso di valutare l’efficacia del vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty) sulle forme clinicamente manifeste di COVID-19 ed è necessario più tempo per ottenere dati significativi per dimostrare se i vaccinati si possono infettare in modo asintomatico e contagiare altre persone.  Sebbene sia plausibile che la vaccinazione protegga dall’infezione, i vaccinati e le persone che sono in contatto con loro devono continuare ad adottare le misure di protezione anti COVID-19.

Non ci sono ancora dati sulla intercambiabilità tra diversi vaccini, per cui chi si sottopone alla vaccinazione alla prima dose con il vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty), continuerà a utilizzare il medesimo vaccino anche per la seconda dose.

Le reazioni avverse osservate più frequentemente (più di 1 persona su 10) nello studio sul vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty) sono stati in genere di entità lieve o moderata e si sono risolte entro pochi giorni dalla vaccinazione. Tra queste figuravano dolore e gonfiore nel sito di iniezione, stanchezza, mal di testa, dolore ai muscoli e alle articolazioni, brividi e febbre. Arrossamento nel sito di iniezione e nausea si sono verificati in meno di 1 persona su 10. Prurito nel sito di iniezione, dolore agli arti, ingrossamento dei linfonodi, difficoltà ad addormentarsi e sensazione di malessere sono stati effetti non comuni, che hanno interessato meno di 1 persona su 100. Debolezza nei muscoli di un lato del viso (paralisi facciale periferica acuta) si è verificata raramente, in meno di 1 persona su 1000.

L’unica reazione avversa severa più frequente nei vaccinati che nel gruppo placebo è stato l’ingrossamento delle ghiandole linfatiche. Si tratta, comunque, di una patologia benigna che guarisce da sola.
In generale, le reazioni sistemiche sono state più frequenti e pronunciate dopo la seconda dose.
Nei Paesi dove è già stata avviata la somministrazione di massa del vaccino sono cominciate anche le segnalazioni delle reazioni avverse, da quelle meno gravi a quelle più significative, comprese le reazioni allergiche. Tutti i Paesi che avviano la somministrazione del vaccino estesa a tutta la popolazione raccoglieranno e valuteranno ogni segnalazione pervenuta al sistema di farmaco vigilanza delle reazioni averse al vaccino, così da poter definire con sempre maggior precisione il tipo di profilo di rischio legato alla vaccinazione.

La segnalazione di una qualsiasi reazione alla somministrazione del vaccino può essere fatta al proprio medico di famiglia o alla ASL di appartenenza, così come per tutte le altre reazioni avverse a qualunque farmaco, secondo il sistema nazionale di farmacovigilanza attivo da tempo in tutto il Paese.
Inoltre, chiunque può segnalare in prima persona una reazione avversa da vaccino utilizzando i moduli pubblicati sul sito AIFA: https://www.aifa.gov.it/content/segnalazioni-reazioni-avverse

Prima della vaccinazione il personale sanitario pone alla persona da vaccinare una serie di precise e semplici domande, utilizzando una scheda standardizzata. Se l’operatore sanitario rileva risposte significative alle domande, valuta se la vaccinazione possa essere effettuata o rinviata. Inoltre l’operatore verifica la presenza di controindicazioni o precauzioni particolari, come riportato anche nella scheda tecnica del vaccino.

I virus a RNA come SARS-CoV-2 sono soggetti a frequenti mutazioni, la maggioranza delle quali non altera significativamente l’assetto e le componenti del virus. Molte varianti di SARS-CoV-2 sono state segnalate nel 2020, ma finora queste varianti non hanno alterato il comportamento naturale del virus.
La variante segnalata in Inghilterra è il risultato di una serie di mutazioni di proteine della superfice del virus e sono in corso valutazioni sugli effetti che queste possono avere sull’andamento dell’epidemia, mentre appare improbabile un effetto negativo sulla vaccinazione.

18. Chi ha già avuto un’infezione da COVID-19, confermata, deve o può vaccinarsi?

La vaccinazione non contrasta con una precedente infezione da COVID-19, anzi potenzia la sua memoria immunitaria, per cui non è utile alcun test prima della vaccinazione. Tuttavia, coloro che hanno avuto una diagnosi di positività a COVID-19 non necessitano di una vaccinazione nella prima fase della campagna vaccinale, mentre potrebbe essere considerata quando si otterranno dati sulla durata della protezione immunitaria.

Le persone con una storia di gravi reazioni anafilattiche o di grave allergia, o che sono già a conoscenza di essere allergiche a uno dei componenti del vaccino mRNA BNT162b2 (Comirnaty) dovranno consultarsi col proprio medico prima di sottoporsi alla vaccinazione.
Come per tutti i vaccini, anche questo deve essere somministrato sotto stretta supervisione medica.  Le persone che manifestano una reazione allergica grave dopo aver ricevuto la prima dose di vaccino non devono ricevere la seconda dose.
Nei soggetti a cui è stato somministrato il vaccino sono state osservate reazioni allergiche (ipersensibilità). Da quando il vaccino ha iniziato a essere utilizzato nelle campagne di vaccinazione, si sono verificati pochissimi casi di anafilassi (grave reazione allergica).

I dati sull’uso del vaccino durante la gravidanza sono tuttora molto limitati, tuttavia studi di laboratorio su modelli animali non hanno mostrato effetti dannosi in gravidanza. Il vaccino non è controindicato e non esclude le donne in gravidanza dalla vaccinazione, perché la gravidanza, soprattutto se combinata con altri fattori di rischio come il diabete, le malattie cardiovascolari e l’obesità, potrebbe renderle maggiormente a rischio di COVID-19 grave. L’Istituto Superiore di Sanità ha in atto un sistema di sorveglianza sulle donne gravide in rapporto a COVID-19 che potrebbe offrire ulteriori utili informazioni.
Sebbene non ci siano studi sull’allattamento al seno, sulla base della plausibilità biologica non è previsto alcun rischio che impedisca di continuare l’allattamento al seno.
In generale, l’uso del vaccino durante la gravidanza e l’allattamento dovrebbe essere deciso in stretta consultazione con un operatore sanitario dopo aver considerato i benefici e i rischi.

Questo vaccino non è al momento raccomandato nei bambini di età inferiore a 16 anni. L’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha concordato con l’azienda produttrice un piano per la sperimentazione del vaccino nei bambini in una fase successiva.

Non sono ancora disponibili dati sulla sicurezza e l’efficacia del vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty) nelle persone con malattie autoimmuni, che sono comunque state incluse nelle sperimentazioni iniziali. Durante gli studi clinici non si sono osservate differenze circa la comparsa di sintomi riconducibili a malattie autoimmuni o infiammatorie tra vaccinati e soggetti trattati con placebo. Le persone con malattie autoimmuni che non abbiano controindicazioni possono ricevere il vaccino.
I dati relativi all’uso nelle persone immunocompromesse (il cui sistema immunitario è indebolito) sono in numero limitato. Sebbene queste persone possano non rispondere altrettanto bene al vaccino, non vi sono particolari problemi di sicurezza. Le persone immunocompromesse possono essere vaccinate in quanto potrebbero essere ad alto rischio di COVID-19.

Sono proprio queste le persone più a rischio di una evoluzione grave in caso di contagio da SARS-CoV-2, proprio a loro, quindi, si darà priorità nell’invito alla vaccinazione.

Le persone in cura con una terapia anticoagulante hanno una generica controindicazione a qualsiasi iniezione, per loro la vaccinazione deve essere valutata caso per caso dal proprio medico per il rischio di emorragie dal sito di iniezione.

Non vi sono ancora dati sull’interferenza tra vaccinazione anti COVID-19 e altre vaccinazioni, tuttavia la natura del vaccinoCOVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty) suggerisce che sia improbabile che interferisca con altri vaccini. Comunque il distanziamento di un paio di settimane può essere una misura precauzionale.

26. Chi somministrerà il vaccino?

La vaccinazione sarà effettuata da medici e infermieri dei servizi vaccinali pubblici, persone che da tempo praticano vaccinazioni e sono esperte nelle tecniche di vaccinazione. Inoltre, in considerazione della particolarità di questo vaccino, gli operatori sanitari hanno ricevuto ulteriori informazioni tecniche specifiche sulla preparazione e somministrazione del vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty).

La campagna di vaccinazione si svolgerà in più fasi successive, i cittadini saranno invitati ad effettuare la vaccinazione in un ordine di priorità definito dal rischio per le persone di infettarsi e di sviluppare la malattia con conseguenze gravi.
Nella fase iniziale la vaccinazione sarà riservata al personale sanitario e al personale e agli ospiti delle residenze per anziani e le vaccinazioni saranno effettuate dal personale dei servizi vaccinali nei 286 ospedali definiti dal Piano nazionale di vaccinazione COVID-19. Lo stesso personale vaccinatore si recherà nelle residenze per anziani per la vaccinazione.

La vaccinazione è gratuita per tutti.

No, i vaccini disponibili attualmente saranno utilizzati soltanto nei presidi definiti dal Piano vaccini e non saranno disponibili nelle farmacie o nel mercato privato. È altamente sconsigliato cercare di procurarsi il vaccino per vie alternative o su internet. Questi canali non danno nessuna garanzia sulla qualità del prodotto, che potrebbe essere, oltre che inefficace, pericoloso per la salute.

Il vaccino protegge la singola persona, ma se siamo in tanti a vaccinarci, potremmo ridurre in parte la circolazione del virus e quindi proteggere anche tutte le persone che non si possono vaccinare: la vaccinazione si fa per proteggere sé stessi, ma anche la comunità in cui viviamo.

Anche se l’efficacia del vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 è molto alta (oltre il 90%) vi sarà sempre una porzione di vaccinati che non svilupperà la difesa immunitaria, inoltre, ancora non sappiamo in maniera definitiva se la vaccinazione impedisce solo la manifestazione della malattia o anche il trasmettersi dell’infezione. Ecco perché essere vaccinati non conferisce un “certificato di libertà” ma occorre continuare ad adottare comportamenti corretti e misure di contenimento del rischio di infezione.

Il Governo italiano, tramite le procedure europee, ha prenotato l’acquisto di oltre duecento milioni di dosi di vaccini anti COVID-19 da sei diversi produttori. Non ci sarà libera scelta su quale vaccino preferire: il vaccino disponibile al tempo e al luogo sarà offerto dai servizi vaccinali a parità di sicurezza ed efficacia.

La vaccinazione sarà effettuata con una speciale siringa sterile monouso dotata di sistema di bloccaggio dell’ago (Luer Lock) per evitare distacchi accidentali; gli aghi sterili monouso sono anche dotati di attacco di bloccaggio: le siringhe usate non vanno reincappucciate (DM 28/9/89) e saranno immediatamente depositate in appositi contenitori di smaltimento.

L’obiettivo è quello di ricavare il maggior numero possibile di dosi da ciascun flaconcino, al fine di utilizzare tutto il prodotto disponibile, evitando ogni spreco. Vanno sempre assicurate la corretta diluizione, la garanzia di iniettare a ciascun soggetto la dose prevista di 0,3 ml di prodotto diluito e la disponibilità di siringhe adeguate. Resta inteso che eventuali residui provenienti da fiale diverse non potranno essere mescolati.

Secondo lo schema di priorità definito nel Piano vaccini saranno vaccinate tutte le persone presenti sul territorio italiano, residenti, con o senza permesso di soggiorno ai sensi dell’articolo 35 del testo unico sull’immigrazione.

Un documento di identità valido e la tessera sanitaria. Può essere utile avere con sé anche l’eventuale documentazione sanitaria che possa aiutare il medico vaccinatore a valutare lo stato fisico.

Osservazioni critiche sull’ordine del giorno parlamentare a favore di Roma Capitale

Anche se fosse più adorno di buone intenzioni, l’ordine del giorno su Roma Capitale andrebbe valutato con la debita prudenza. Non ha importanza che sia stato sottoscritto da un vasto schieramento bipartisan, come di solito nelle Aule parlamentari stenta a manifestarsi. In realtà questa operazione ortopedica, illusoriamente concepita per rimettere in piedi una città traumatizzata, incapace non solo di correre ma anche solo di camminare con qualche speditezza, trasmette un senso di approssimazione e inconcludenza. Manca di respiro politico.

Ogni volta, infatti, che Roma guarda se stessa, specchiandosi nel suo incongruo particolarismo – tanto più incongruo, in verità, se commisurato al carattere universale di Roma -, scivola nel pantano delle controversie e delle rivendicazioni, senza quella ragione alta di politica e cultura che invece, nei desiderata dei proponenti, si vorrebbe pur mettere a verbale. Per giunta, quando si sconta la povertà di contenuto, viene meno il fascino dell’iniziativa. Si parla, anche nel suddetto ordine del giorno, di nuovi poteri da attribuire e perciò di nuove risorse da mettere in campo; ma poiché non si sa quali siano questi poteri, a meno di trasformare l’Urbe da Comune in Regione, contravvenendo in questo modo alla secolare battaglia per l’autonomia del Campidoglio come simbolo forte della “Italia dei Comuni”, tutto precipita inesorabilmente nella bruta richiesta di maggiori finanziamenti.

Si dirà che anche il progetto più nobile e generoso per realizzarsi ha bisogno di risorse. È vero, ma non a prescindere da un indirizzo convincente. Negli anni ‘70, grazie soprattutto a un assessore capitolino di grande preparazione, il democristiano Franco Rebecchini, la riforma della finanza locale divenne tema politico nazionale. Amintore Fanfani, nel consiglio nazionale susseguente alla sconfitta sul divorzio (1974), ne prese spunto per qualificare il rilancio dell’iniziativa politica della Dc. Rebecchini non si atteneva alle strette preoccupazioni del suo ufficio, ma lavorava d’intesa con gli amministratori suoi omologhi nell’Associazione dei Comuni. I famosi convegni di Viareggio dedicati alla questione del risanamento finanziario degli enti locali fornirono gli elementi necessari alla definizione dei cosiddetti “decreti Stammati” (1977), punto cruciale di accordo tra il Pci, ormai egemone nelle grandi città, e la Dc di Moro e Zaccagnini. Successivamente, con l’uscita dall’incertezza finanziaria, le “giunte rosse” di Argan, Petroselli e Vetere dettero impulso a politiche fortemente espansive di welfare locale come dato emblematico, in quegli anni, di una più generale evoluzione delle città italiane.

Questa felice corrispondenza tra Roma e la nazione oggi non si vede. Al contrario, l’esaltazione del ruolo di Capitale suona alla stregua di una chiacchiera da bottega, dando la stura all’immiserimento del dibattito sul ruolo dei Comuni. Non a caso l’ultima invenzione di un pensiero autonomistico senza più mordente consiste in una grezza ipotesi di lavoro, simile a ridisegno della gabella medievale, per la quale andrebbe riservato ai Comuni il dieci per cento dei fondi del Recovery Plan. La Raggi, a tal proposito, ha inteso innalzare l’asticella rivendicando ben oltre il dieci per cento e solo per soddisfare le esigenze della sua amministrazione. Tutto si tiene in questa logica di arido municipalismo corporativo. Occorre infatti riconoscere una connessione sottile ma robusta: quanto più il Campidoglio fa storia a sé, con l’enfasi riposta sulla gravosità del suo essere Capitale, tanto più la rete delle autonomie si sfilaccia o peggio ancora si consuma. Da Roma, ovvero dai difensori della sua originaria e potente dignità di civitas, sarebbe lecito attendersi una riflessione più adeguata, se del caso più aperta ed espansiva, dunque seriamente produttiva di una risposta che valga oltre l’onesto interesse di attuali e futuri amministratori cittadini.

Lo spirito di Capitale non si rinnova con la questua.

L’Unicef si appresta ad affrontare un’impresa mastodontica. Trasportare 850 tonnellate di vaccini al mese.

L’UNICEF potrebbe potenzialmente trasportare fino a 850 tonnellate di vaccini contro il COVID-19 al mese nel 2021, se questa quantità diventasse disponibile. Questo è più del doppio del peso medio di vaccini che l’UNICEF trasporta ogni mese.

Questo per guidare l’approvvigionamento e la distribuzione dei vaccini contro il COVID-19 per 92 paesi a reddito basso e medio basso a nome della COVAX Facility, in collaborazione con la Pan American Health Organization (PAHO).

Per poter stabilire questa cifra l’UNICEF ha esaminato la capacità globale di trasporto aereo e le rotte di trasporto per comprendere meglio le sfide legate alla distribuzione dei vaccini contro il COVID-19 nel 2021.

Le linee aeree commerciali consentiranno la consegna di vaccini in quasi tutti i 92 paesi a reddito basso e medio basso, che sono tra le 190 economie che partecipano alla COVAX Facility, per un costo stimato di 70 milioni di dollari.

Confrontando il volume di vaccini stimato con le rotte commerciali e di traporto merci a livello globale, la valutazione mostra anche che l’attuale capacità di trasporto aereo potrebbe essere sufficiente per una distribuzione che andrebbe a coprire il 20% della popolazione della maggior parte dei 92 paesi.

I vaccini contro il COVID-19 si prevede saranno trasportati inizialmente utilizzando la capacità di trasporto passeggeri e merci esistenti, anche se per alcuni paesi piccoli e per altri con problemi di accesso potrebbero essere necessari charter e opzioni di trasporto alternative.

Ma una della sfide principali nelle operazioni di vaccinazione per il COVID-19 è la capacità della catena del freddo per la conservazione dei vaccini a livello locale in molti dai paesi a reddito basso e medio basso.

Date le temperature di conservazione del vaccino contro il COVID-19, i paesi dovranno formare operatori logistici e sanitari su come conservare i vaccini alla corretta temperatura.

Come parte di un programma avviato nel 2017, con il supporto di GAVI, l’UNICEF continuerà a procurare e supportare l’installazione di 70.000 frigoriferi per la catena del freddo che saranno alimentati a energia solare.

 

Mons. Russo: “Il Mediterraneo torni ad essere luogo di unione e di bellezza”

Mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei, intervenendo alla conferenza online promossa dalla Confederazione islamica italiana ha dichiarato che: “È fondamentale che le religioni abramitiche, in dialogo tra loro, continuino a disegnare i fondamenti di un nuovo concetto di ‘cittadinanza’ per far fronte alle sfide del terzo millennio e per aiutare il Mediterraneo a tornare ad essere luogo di unione e di bellezza e non più di conflitto e di morte”.

Ma non solo questo, secondo l’alto prelato “le nostre comunità religiose” dovranno essere “chiamate a diventare educatrici di persone, capaci di fratellanza, di speranzosa e misericordiosa fratellanza”.

Questo per riunire “le due sponde del Mediterraneo, sotto una ‘fratellanza’ per tutte le donne e gli uomini di questa regione, da Nord a Sud, così tormentata ma anche così ricca di Parole di vita per tutta l’umanità”.

La Mozzarella di Gioia del Colle diventa DOP

La mozzarella è un latticino a pasta filata, originario dell’Italia meridionale, prodotto da secoli.

Deve il suo nome all’operazione di mozzatura compiuta per separare dall’impasto i singoli pezzi durante la lavorazione artigianale, come testimonia anche la sua antica denominazione: mozza .

Sull’etimologia della parola “Mozzarella” non sembrano esservi dubbi.

Il termine Mozzarella lo si trova per la prima volta nel 1570 in un libro di cucina di un cuoco della corte papale, un certo Scappi. 

La mozzarella a causa della deperibilità veniva prodotta in scarsa quantità e consumata localmente da una ristretta cerchia di “raffinati degustatori”. 

Oggi questi sono aumentati perché ora la si può gustare ovunque. 

Viene consumata soprattutto al naturale. A volte è accompagnata da altri prodotti alimentari. Altre volte condita con olio o utilizzata in insalate come la tipica Caprese, con pomodori, origano, basilico e un filo di olio extravergine d’oliva

La mozzarella è inoltre molto usata su pizze, calzoni, panzerotti e in moltissime altre ricette, tradizionali come le melanzane alla parmigiana e la mozzarella in carrozza, o nuove, come  quelle impanate e fritte. 

Con circa centomila tonnellate esportate, come ordine di grandezza, la mozzarella è il terzo formaggio italiano più apprezzato all’estero, dopo il Grana Padano e il Parmigiano Reggiano

Nel gennaio 2018 è stata depositata presso la Commissione Europea una domanda di riconoscimento DOP della Mozzarella di Gioia del Colle (Ba) e finalmente è arrivato.

Giovanni D’Ambruoso, presidente di Delizia S.p.A. di Noci (Ba), le cui specialità sono a marchio Deliziosa, ha già comunicato ai suoi clienti che l’Unione Europea ha dato il via libera all’iscrizione nel registro delle Denominazioni di Origine Protette  e delle Indicazioni Geografiche Protette per la mozzarella di Gioia del Colle DOP.

“La nostra azienda, rientrando in uno dei 22 comuni individuati, è già a lavoro per presentarvi, nei prossimi mesi, le nuove proposte a marchio DOP. Conquisteremo un nuovo mercato sia in Italia che sopratutto all’estero, perché avere una DOP in questo territorio fantastico, per noi è un fiore all’occhiello. Ci saranno nuovi fatturati, nuove entrate e quindi, porteremo a casa un vantaggio per tutta la filiera” ha riferito.

Nel 1992, Giovanni D’Ambruoso decise di dare vita al suo sogno imprenditoriale di fare conoscere a tutti gli italiani le straordinarie specialità casearie delle sua terra. 

Oggi quel sogno è una azienda che ogni giorno produce eccellenze, trasformando il miglior latte crudo pugliese in specialità uniche e inimitabili. Lavorate a mano da mastri casari esperti, e controllate secondo le più severe norme igienico qualitative.

Per questo le specialità Deliziosa stanno conquistando le tavole di tutto il mondo anche grazie a una efficiente rete distributiva, capace di portare i prodotti appena realizzati ovunque vengano richiesti. 

Una lunga corsa a ostacoli ha preceduto questo importante risultato, vista l’opposizione di produttori bavaresi di mozzarella e una associazione imprenditoriale food americana.

La Mozzarella di Gioia del Colle arricchisce così il ricco paniere dei prodotti DOP italiani che conferiscono al nostro paese un primato mondiale.

Sono 656 i prodotti a Denominazione di Origine Protetta (DOP), 780 i prodotti a Indicazione Geografica Protetta (IGP) e 64 le Specialità Tradizionali Garantite (STG).

Secondo il disciplinare di produzione, per la Mozzarella di Gioia del Colle si utilizza latte fresco intero bovino, non addizionato da alcun conservante, ma solo con l’innesto di sieri artigianali autoctoni. Inoltre, gli animali devono essere mantenuti al pascolo obbligatorio per 150 giorni all’anno e nutriti con una dieta specifica, così da avere un latte ricco di elementi vegetali, grassi insaturi, vitamine e soprattutto di gusto.

A differenza di quella campana, la Mozzarella di Gioia del Colle si presenta con una consistenza più compatta ed elastica con un colore che va dall’avorio a qualche velatura di colore paglierino. La pelle è molto sottile, contrariamente a quella di bufala, perché il latte è vaccino e la salatura non avviene secondo la tradizione campana ma prima della filatura, eseguita in acqua bollente e successivamente in acqua fredda per ottenere il rassodamento.

Inoltre, presenta una leggera fuoriuscita di siero di colore bianco, indice di freschezza e qualità. Anche il gusto è diverso, è dolce e acidulo, con note di latte fresco, burro e vegetali da campo.

Il territorio della DOP comprende 16 comuni della provincia di Bari, 6 di Taranto una porzione del territorio di Matera. Al Consorzio aderiscono circa l’80% dei produttori dei territori che andranno a trasformare 2,06 milioni di quintali di latte all’anno. Con 15,8 milioni di kg di mozzarelle prodotte, da parte di 22 aziende casearie.

Tumore ovarico: è possibile effettuare un esame per intercettare le tracce della presenza tumorale

Grazie a un semplice prelievo di sangue è possibile avere in ogni momento informazioni molecolari sul tumore maligno epiteliale dell’ovaio e la sua progressione. Sequenziando il Dna, presente nel sangue, si possono intercettare le tracce della presenza del Dna tumorale, misurarlo e studiarlo.

Lo studio, pubblicato sulla rivista americana Clinical Cancer Research, è stato condotto da ricercatori del Dipartimento di Oncologia dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri Irccs, guidato da Maurizio D’Incalci, in collaborazione con i medici dell’Ospedale San Gerardo di Monza (Università di Milano Bicocca) e dei ricercatori dell’Università di Padova e dell’Harvard Medical School di Boston.

Lo studio è stato reso possibile grazie al finanziamento della Fondazione Alessandra Bono Onlus e della Fondazione Airc.

 

#VaccineDay: Una giornata storica per la vita

È una giornata storica che tutti dovremmo celebrare con orgoglio ed emozione. Il 2020 sarà ricordato come l’anno in cui l’umanità intera è stata messa in ginocchio da un virus nuovo, sconosciuto, che ha contagiato quasi ottanta milioni di persone e mietuto quasi due milioni di vittime nel mondo. L’equilibrio del sistema globale è stato messo a dura prova, sotto il profilo sanitario, economico, sociale e umano.

Ci siamo trovati improvvisamente di fronte a uno scenario che solo in un film futuristico di fantascienza avremmo potuto immaginare: strade deserte, attività sospese, ospedali in affanno, volti coperti da mascherine e gli occhi rimasti liberi a comunicare la paura. La Scienza ha compiuto un vero e proprio miracolo portando oggi qui in casa nostra, nel giro di pochi mesi, un vaccino per cui in altri tempi sarebbero serviti anni.
Oggi, finalmente, è il giorno della speranza dopo tante lacrime, disperazione e sofferenza per persone perdute, lavoro perduto, finanze perdute, libertà perduta, diritti perduti, emozioni perdute. Dopo tutta questa perdita oggi è il giorno della conquista. Conquista che la Ricerca, con un gigantesco balzo per l’Umanità per nulla secondo a quello di Armstrong, è riuscita ad ottenere e di cui fa dono oggi a tutti noi, per restituirci quanto abbiamo perso in questi mesi e ripagarci dei sacrifici che abbiamo dovuto compiere con non poca fatica.

Vorrei che fossimo tutti orgogliosi oggi, dei nostri scienziati, di chi ha perso la vita per salvarne altre nel corso di quest’anno, di chi ha fatto le ore piccole in laboratorio perdendo gli occhi sui microscopi e di chi non ha nemmeno potuto sedersi un minuto per lavorare nei reparti.

E orgogliosi di chi non ha perso la fiducia, di chi ha saputo stringere i denti, di chi ha trasmesso nelle proprie case, ai figli piccoli e ai genitori anziani, sempre e comunque un messaggio positivo di conforto e di forza. Di chi ha lottato, pur vedendosi limitato nelle libertà e nelle attività lavorative, di chi si è rimboccato le maniche per trovare strade alternative anziché lamentarsi passivamente e crogiolarsi nella disperazione. Orgogliosi di chi ha saputo reagire con coraggio e, con quegli occhi rimasti scoperti, sorridere e trasmettere speranza. Oggi è la rivincita di tutti.

E vorrei, almeno oggi, non leggere polemiche aride e sterili, commenti ignoranti, frasi sconsiderate, propagande volgari e battute meschine. È un grande giorno, finalmente, in cui mi sento felice ed emozionata. Con lo stesso nodo in gola che ho quando posso comunicare ai miei pazienti una notizia meravigliosa e inaspettata, oggi sono grata di essere medico e di essere, anche se solo infinitesimamente, parte di quella Disciplina e di quella Scienza che hanno il potere di donare all’uomo ciò che esiste di più prezioso: la salute e la speranza.

Oggi, 27 dicembre 2020, è un giorno storico in cui è d’obbligo celebrare la Vita!

Labirinto italiano

“C’erano pochi telefoni, in quella Roma piccola e stravolta del 1946. Da poco i bombardamenti erano cessati e l’Italia era stata liberata. La paura era finita e la vita tornava a sembrare luminosa. Faticosa, ma luminosa”.

L’ultimo libro di Walter Veltroni (“Labirinto italiano” edito da Solferino) è un viaggio nella memoria del Paese, che inizia da un vecchio elenco telefonico della Roma postbellica. E’ un documento storico che descrive una città completamente diversa. Era una capitale più piccola, non ancora segnata dall’immigrazione impetuosa né da avventure urbanistiche, con quartieri nati alla rinfusa e periferie anonime, senza lo straccio di un piano regolatore. O meglio, con la pura logica del profitto e della speculazione edilizia che impedisce di immaginare un piano regolatore. Era anche una città ben amministrata, senza particolari lacune nei servizi e nei trasporti pubblici. Furono infatti le prime giunte capitoline di centrosinistra a smantellare l’efficiente servizio tramviario, di cui oggi sopravvivono poche tratte (e per lo più marginali nel paesaggio urbano).

Quello che colpisce, sfogliando idealmente le pagine del prezioso elenco telefonico, è trovare molti protagonisti della storia politica e culturale del Novecento italiano, da Andreotti a Fellini, da Di Vittorio a Terracini, da Ugo La Malfa a Vittorio De Sica. Non c’erano particolari remore a rendere pubblici i propri recapiti privati. Certamente non esisteva ancora una legge sulla privacy, ma si pensava che la democrazia e la libertà (da poco riconquistate) non sarebbero state più violate da nessuno. L’Assemblea Costituente aveva proprio il compito di dare al Paese una Carta Costituzionale attraverso un compromesso (questo sì, al rialzo) tra le varie forze politiche dell’epoca: cattolici, liberali, repubblicani, comunisti, socialisti, azionisti. Pochi anni dopo (come viene raccontato nel libro) si capisce che ciò è un abbaglio, una pericolosa illusione. La stagione degli attentati e delle stragi porterà anche alla cancellazione dagli elenchi telefonici dei nomi dei VIP (e non era ancora giunta l’epoca della sudditanza culturale nei confronti della lingua inglese).  Il “labirinto italiano” è popolato di storie degli anni di piombo (Carlo Castellano, Luigi Calabresi, Mario Amato) ed altre più allegre (“la partita del secolo” Italia-Germania 1970-1982, la nazionale di Julio Velasco, il Novecento di Bertolucci). E’ un racconto di protagonisti le cui vite, eroiche o normali, racchiudono il senso storico dei decenni che abbiamo attraversato. Ma è anche il libro delle emozioni, dei film, delle canzoni, degli entusiasmi e dei dolori che hanno segnato le generazioni dal dopoguerra alla crisi economica fino alla “seconda ondata” del Covid in cui siamo ancora totalmente immersi. E chissà quando davvero finirà “l’inverno del nostro scontento”.

A giudizio di chi scrive, manca nel libro una serie di interviste realizzate da Veltroni ad alcuni protagonisti della cosiddetta Prima Repubblica, pubblicate recentemente sul “Corriere della Sera”. Tra queste, una delle più significative è quella a Fabiano Fabiani (giornalista, dirigente pubblico e privato, tra Rai e Iri). In un passaggio dell’intervista, Fabiani ricorda la chiusura della campagna elettorale Dc nel 1953 a Roma. “Sangiorgi era un antifascista e questo fu il mio primo incontro con una persona culturalmente preparata e antifascista. Ricordo anche un piccolo episodio: il comizio finale di De Gasperi fu a piazza del Popolo. In fondo alla scaletta di accesso al palco De Gasperi lo vide, gli venne incontro e gli chiese come andavano le cose. Sangiorgi gli rispose: “Stavano andando bene, poi negli ultimi giorni ci sono stati degli interventi in denaro” e De Gasperi replicò: “Purtroppo questa brutta abitudine è molto diffusa…”.

Pompei: torna alla luce la bottega del cibo da strada

Torna alla luce a Pompei l’ambiente quasi integro di un Thermopolium, bottega alimentare, con piatti pronti di ogni tipo. Una scoperta che restituisce un’incredibile fotografia del giorno dell’eruzione, e apre a nuovi studi su vita, usi e alimentazione dei pompeiani.

Il locale è formato da  un grande bancone ad «elle» decorato con immagini realistiche di oche germane, uno strepitoso gallo e un grande cane al guinzaglio .

Ma le scoperte non si fermano alla struttura.

La bottega, al momento, ha fatto scoprire agli archeologi le pentole in coccio con i resti delle pietanze più prelibate, dal capretto alle lumache e persino una sorta di “paella” con pesce e carne insieme. Il vino «corretto» con le fave e pronto per la mescita.

 

Bonus famiglia 2021

Per il 2021 sono previsti una serie di bonus e incentivi per le famiglie con figli. A partire dall’assegno unico familiare che sostituirà altri sgravi fiscali. Si tratta di un contributo assegnato a nuclei con uno o più figli a carico che verrà erogato fino al compimento del ventunesimo anno di età. Per le famiglie con più di due figli e con disabili è prevista una maggiorazione. Si prevede una quota fissa che va dai 200 ai 250 euro nel 2021, più una variabile determinata dall’ISEE.

Il bonus asilo nido 2021 dovrebbe essere fruibile fino al 30 giugno 2021 per poi essere sostituito dal 1° luglio con l’assegno unico. Cambia al variare dell’ISEE della famiglia: 3mila euro per i redditi fino a 25mila euro; 2.500 euro fino a 40mila euro, 1.500 euro oltre i 40mila euro.

Il bonus bebè 2021 è un assegno mensile per le famiglie che mettono al mondo o adottano un bambino.

Fino all’entrata in vigore dell’assegno unico, resta anche la detrazione figli disabili 2021, ossia una detrazione fino a 1.350 euro per ogni figlio e fino a 1.550 euro per ogni figlio in presenza di più figli.

Per le future mamme è stato ideato un incentivo una tantum da 800 euro corrisposto dal settimo mese di gravidanza fino all’arrivo dell’assegno unico per i figli, attivo dal primo luglio 2021. Il bonus mamme domani 2021 sarà dunque richiedibile fino al 30 giugno 2021.

Anche il bonus vacanze è stato prorogato al 2021.

 

Oggi si parte con le vaccinazioni anti covid

Arrivato dal Belgio  il furgone con le prime 9.750 dosi del vaccino anti-Covid di Pfizer-Biontech  destinate all’ospedale capitolino Spallanzani.  Così anche i medici italiani insieme ai medici, infermieri e operatori sanitari di tutta Europa daranno simbolicamente il via alla campagna di vaccinazione di massa.

Le dosi verranno somministrate in 21 siti individuati sul territorio nazionale uno per Regione.

Nel Lazio si svolgerà tutto allo Spallanzani, dove sono stati selezionati i primi cinque vaccinati d’Italia. Si tratta di un’infermiera, un operatore sanitario, una ricercatrice e due medici. In Lombardia le dosi sono pronte all’ospedale Niguarda di Milano.

Ma il vero giorno in cui tutto partirà è domani,  quando Pfizer manderà altre 450mila dosi al nostro Paese.

Sui vaccini molte fake news

Arrivano insieme ai vaccini le bufale sui sieri anti Covid. In particolare, racconta il sito della Bbc, è diventato molto popolare un video con un ago che ‘sparisce’ dopo la vaccinazione, e girano notizie, ovviamente false, di un’infermiera morta dopo essersi vaccinata e di un effetto collaterale, la ‘paralisi di Bell’ che si sarebbe verificato in diversi vaccinati.

“Il video è vero – spiega la Bbc – ma mostra un operatore professionale che usa una siringa di sicurezza, in cui effettivamente l’ago si ritrae nel dispositivo dopo l’uso. Questo tipo di siringhe è stato usato in passato per proteggere dalle punture accidentali”.

Un’altra storia fake viene dall’Alabama, dove secondo i cospirazionisti sarebbe morta un’infermiera subito dopo aver fatto il vaccino. La notizia è stata smentita dalle autorità locali, ma è riapparsa poi in forme diverse, ad esempio con un utente che ha affermato che a morire fosse stata ‘la zia di un suo amico’.

Tra le affermazioni c’è anche quella, che è falsa, che gli uomini sono ‘cavie’ per il vaccino, perché non è stato testato sugli animali.

A conferma della mole di disinformazione che circola al fine di manipolare le convinzioni delle persone verso un atteggiamento dubbioso verso i vaccini, anche l’analisi di First Draft che ha monitorato tutti i tweet e i post di Facebook e di Instagram contenenti, come tag, le parole chiave “vaccino” o “vaccinazione” con l’intento di “innescare risposte emotive come paura o rabbia”.

Quei leader politici ma anche spirituali…

È consuetudine, ormai anche da settori che hanno contribuito nel tempo a distruggere e a  criminalizzare politicamente la classe dirigente del passato, rimpiangere quei leader e quegli  statisti. Certo, essendo di fatto impossibile tracciare qualsiasi confronto con la classe dirigente  contemporanea. Del resto, dopo avere teorizzato per molti anni la lotta senza quartiere contro la  politica, i suoi strumenti essenziali e le sue modalità concrete, era abbastanza scontato che prima  o poi si approdasse ad una non classe dirigente. Cioè ad una consorteria dove a prevalere sono  disvalori quali l’incompetenza, l’inesperienza, l’improvvisazione, la casualità e l’odio implacabile  contro tutto ciò che era semplicemente riconducibile al passato. E l’avvento al potere dei 5 stelle  non poteva che essere la naturale conseguenza di tutto ciò. Certo, aiutato da contributi non  casuali come, ad esempio, la violenta e spregiudicata operazione di potere denominata  “rottamazione”, o l’esaltazione dell’”anno zero” intesa come volontà di distruggere e sfregiare chi  ti ha preceduto. Il tutto culminato con le parole d’ordine che tuttora segnano in profondità  l’esperienza e la prassi dei 5 stelle. Cioè il “vaffaday”. 

Ora, c’è un aspetto essenziale, e forse volutamente trascurato, che però vale ricordare e  rammentare quando si ricorda la classe dirigente democratico cristiana che ha saputo guidare ed  orientare laicamente, con sapienza ed intelligenza, il nostro paese per quasi 50 anni. Ovvero, la  dimensione spirituale di quei leader e di quegli statisti. Un osservatore disattento potrebbe  sostenere che tutto ciò è un affare che riguarda la coscienza del singolo e che non può e non  deve condizionare l’attività politica e di governo. Eppure proprio quei leader e quegli statisti sono  stati i principali difensori della laicità dell’azione politica da un lato e gli alfieri decisivi della  importanza e della centralità delle nostre istituzioni democratiche.

Cioè dello Stato. Ma l’elemento  che ha caratterizzato il profilo e la natura di quelle persone è stato la profonda spiritualità che li  animava. Erano uomini e donne di Stato ma, al contempo, erano anche punti di riferimento per  quelle comunità ecclesiali e di credenti che credevano nell’impegno politico e nella difesa e nella  promozione dei ceti popolari attraverso l’azione politica e di governo. Ecco la specificità di quella  classe dirigente, oggi praticamente introvabile ed evaporata. Un elemento che, certo, interessa e  coinvolge principalmente la storia e l’esperienza del cattolicesimo politico italiano, ieri come oggi.  Ma rappresenta anche un elemento che interessa e coinvolge l’intera storia del nostro paese.  Laici o credenti che siano non fa alcuna differenza. Certo, leader e e statisti che non ostentavano  simboli religiosi, che non ambivano ad essere “cattolici professionisti” di turno per dirla con Mino  Martinazzoli nè potevano essere tacciati di diventare “sepolcri imbiancati” per citare un altro  grande leader democratico cristiano, Carlo Donat-Cattin. Erano, molto più semplicemente e  discretamente, credenti e politici. Ma punto di riferimento sia della comunità ecclesiale e sia della  comunità politica.  

Una tradizione, o meglio una esperienza umana, civile e religiosa che, purtroppo, non siamo stati  in grado di proseguire, di inverare e di declinare anche nella società contemporanea. Al di là dello  scorrere inesorabile del tempo e del profondo cambiamento delle diverse fasi storiche. 

Ecco una delle tante lezioni che possiamo trarre dal passato, che non tramonta e che non va  rottamato, quando ripercorriamo la miglior stagione del cattolicesimo politico, sociale  democratico nella storia del nostro paese. E cioè, nel rigoroso rispetto della laicità dello Stato e  della stessa azione politica, non esiste un leader politico cattolico democratico se, accanto al  progetto politico che interpreta e che rappresenta in quel particolare momento storico non è  accompagnato anche, e soprattutto, da una solida e non ostentata spiritualità. Senza alcuna  deviazione clericale e confessionale ma con la consapevolezza che l’ispirazione cristiana continua  ad essere fonte inesauribile per una seria, ricca e costruttiva azione politica. A livello locale come  a livello nazionale. 

Alla ricerca del Natale perduto

Natale è  un giorno di ricordi più che di speranze. Ricordo i Natali della mia infanzia   . Erano tempi diversi si coglieva la bellezza del presente e si guardava con fiducia al domani, c’era più attesa, più innocenza, più intimità, una magia speciale. Mio padre teneva molto agli  addobbi dell’albero e del presepe. Curava ogni dettaglio. Trovavamo i regali al mattino ed era sempre una gioia e una sorpresa. Il pranzo durava fino al pomeriggio. Ci si parlava, si comunicava, gli anziani erano ascoltati con rispetto, i bambini sapevano distinguere i ruoli genitoriali. Tutto scorreva  lentamente  perché quel giorno ogni altra cosa  si doveva fermare  per contemplare l’arrivo del bambinello in ciascuna casa. Eravamo diversi dentro  ed era la realtà che si adattava al nostro sentirci un po’ speciali.

Hegel studiato alle superiori ci parlava di interiorità oggettiva. Il Natale semplice della gente semplice ci insegnava che esisteva in ciascuno di noi una interiorità soggettiva fatta di emozioni, intimità, sensazioni  speciali. Un giorno atteso e reso  sacro, non un giorno qualunque come sta diventando, nel grande casting sociale della mistificazione e del pensiero omologato ai luoghi comuni e all’apparenza.

La famiglia rinsaldava gli affetti e simbolicamente rappresentava l’allegoria di quella festa speciale.
Ripensati oggi si tratta di ricordi sideralmente  lontani nel tempo e nei contesti di vita abituali. Ricordare ha il sapore di un bilancio, lo sguardo a ritroso ci restituisce momenti speciali e indimenticabili nelle storie personali delle nostre esistenze apparentemente effimere.

Eppure oggi a riguardarle contano eccome.
Siamo cambiati noi o  è cambiato il significato del Natale? Certo il mondo è messo male se la Messa di mezzanotte è abolita per ragioni sanitarie: una cosa che non avremmo mai immaginato, ci saranno motivazioni valide per la scienza ma non significative  per il cuore.
Consumismo e globalizzazione hanno sradicato le tradizioni e ci hanno privato di libertà personali un tempo sacre e irrinunciabili. Il mondo intorno a noi sta cambiando vorticosamente e l’umanità sta perdendo il gusto della lentezza, della meditazione, del pensiero divergente.

Natale diventerà definitivamente un bene di consumo a progettazione variabile?

Il panta rei della vita fa scorrere tutto verso l’ignoto.
Manca un modello di società giusta che garantisca una sostenibilità per tutti,  le povertà materiali e spirituali dilagano in un mondo sempre più indifferente, rancoroso, dove cattiveria ed egoismo ci fanno vivere una sorta di tutti contro tutti.
Natale un tempo era preceduto da una lunga attesa ed era vissuto con una intensità emotiva che oggi il relativismo esistenziale ci sta sottraendo , privandoci del  “ gusto di vivere”.

La secolarizzazione lo rende un giorno qualunque , da passare in fretta, di vivere con l’ansia anticipatoria di un domani privato di certezze.
Natale era un passaggio cruciale nella nostra vita. Oggi lo viviamo come una ricorrenza obbligata che si celebra alle casse dei supermercati, nei negozi e nello shopping compulsivo.

Rimane in ciascuno di noi il desiderio insopprimibile di ritornare per un giorno bambini.
Speriamo che la folle corsa verso l’indeterminato non ci privi di questa innocente e gratuita soddisfazione. Ecco: il Natale dovrebbe essere il giorno della gratuità e del dono senza ritorno. Speriamo che PIL, pandemia, sentimenti deliberatamente vocati al male , prepotenza della politica, odio per il nostro prossimo, ingiustizia  e violenza del Dio denaro non lo rendano a poco a poco un giorno qualunque , confuso e annullato nel mesto calendario di una vita piatta. Un Natale autentico dovrebbe insegnarci a vivere ogni giorno dell’anno. La parola chiave è amore : cerchiamo di usarla più spesso.
Auguri!

Natale 1914, buone nuove dal fronte: auguri tra nemici, canti e tregua spontanea

E se il nemico fosse stato avvertito non come un bersaglio da abbattere ma alla stregua di un fratello coinvolto suo malgrado in un conflitto che stava trasformandosi in una carneficina? Nel corso della Grande Guerra successe anche questo: durante il Natale del 1914, in piene ostilità tra Alleanza e Intesa, alcuni soldati (con moto spontaneo) fraternizzarono intonando cori e applaudendosi reciprocamente.

Uno degli episodi più popolari del fenomeno – che non fu generalizzato, è opportuno puntualizzarlo –  ebbe luogo sul fronte francese, presso la località di Loos, Fiandre settentrionali. Successe che il 25 dicembre le trincee nemiche interruppero il fuoco e si scambiarono gli auguri di Natale, sussurrando canzoni tradizionali delle proprie terre. I reporters di guerra misero mano alle loro macchine fotografiche riprendendo interi reparti che si venivano incontro abbracciandosi e passando agli annali per l’effetto contrario che la guerra stava provocando nelle file degli eserciti avversi. Paradossale? No. 

In quei momenti, tra i combattenti, le parole d’ordine “eroismo tedesco contro lo spirito mercantile anglosassone” o “annientare il nemico dei popoli liberi” persero gravemente di valore e furono discriminate come meno ci si aspettava. Negli alti comandi dei rispettivi stati maggiori qualcuno gridò allo scandalo generando un nuovo casus belli, ma quell’episodio (prolungato) destò più curiosità e perplessità che non ulteriori motivi di rivalsa. Al corrispondente di guerra inglese Gibbs, un giovanissimo soldato confidò: 

Gli orribili Unni? No, quelli dell’altra parte sono poveri soldati che come gli altri si trovano in un sanguinoso pasticcio. Domina sui rispettivi nemici un maleficio creato da certi diavoli […], e chissà se da qualche parte esista un Dio…

Dio, per bocca di Papa Benedetto XV, aveva già espresso il suo parere, nonostante le pompose campagne propagandistiche che stavano mischiando il sacro con il profano: il pontefice si appellò infatti alla pace e a una tregua – almeno a Natale –  che potesse servire (anche) a riflettere, oltre che a limitare danni e vittime. E mentre i vertici di governo italiani stavano “alla finestra” in attesa di prendere quelle decisioni che nel maggio 1915 si sarebbero rivelate dannatamente drastiche, la convinzione di un conflitto come rimedio a ogni male maturava progressivamente in tutta Europa. L’Italia era invece divisa. Comparve il Manifesto del Futurismo di Tommaso Marinetti, fautore della guerra come “unica igiene del mondo” e adducendo a Trieste come la bella e ideale polveriera nazionale; montava un patriottismo sciovinista condiviso da una parte e non compreso – per non dire osteggiato – da quel modello di società ancora contadina, cattolica e fondata sulla famiglia come istituto fondante. Si trattava, a dire il vero, dell’esatto antonimo di quanti professavano l’intervento contravvenendo all’ispirazione cristiana di pace e non distinguendo più tra patria e fede. L’idea di identità nazionale e del nemico straniero che costituisce una minaccia non veniva in realtà assimilata neanche da buona parte della politica italiana, la quale si distaccò, man mano che dilagava la distruzione, da quei principi di prevaricazione fonti di extrema ratio alla risoluzione delle controversie diplomatiche internazionali (elemento manifestatosi sotto forme diverse anche vent’anni dopo).

Nel frattempo a Loos tedeschi e inglesi continuavano a cantare maneggiando utensili come strumenti musicali, scambiandosi al contempo il Buon Natale. A un certo punto qualcuno di quei ragazzi urlò : «Domani si farà un altro bel concerto!». Ma il giorno seguente il concerto fu molto diverso, perché lo fecero di nuovo cannoni e mortai.

Buon Natale a tutti

Natale. Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l’asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?

Il Natale nell’arte

I “Vangeli dell’Infanzia” di Luca e di Matteo, che descrivono le vicende della Nascita di Gesù, costituiscono il nucleo delle rappresentazioni della Natività. A partire dal IV secolo la Natività divenne uno dei temi più frequentemente rappresentati nell’arte religiosa.

Papa Giovanni Paolo II parlando della natività disse: “Con Maria contempliamo il volto di Cristo: in quel Bimbo, avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia, è Dio che viene a visitarci per guidare i nostri passi sulla via della pace. Maria lo contempla, lo accarezza e lo riscalda, interrogandosi sul senso dei prodigi che avvolgono il mistero del Natale”.

Ecco perché oggi vogliamo proporre alcune delle opere più rappresentative che possono accompagnarci nel periodo natalizio.

Erland Sibuea, “Nativity”. Era un’artista indonesiano che aveva come caratteristica la vivacità dei colori.

 

 

 

 

 

 

Carlo Maratta. Opera conservata all’interno della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami a Roma

Matisse Nella sua Natività, la silhouette è circondata da un manto immaginario di bianco.

La Natività del pittore argentino Sergio De Castro è un’opera donata nel 2003 da Mons. Pasquale Macchi alla Fondazione Paolo VI.

 

Scienza dei mezzi e sapienza dei fini

Il di battito politico sulla necessità di un nuovo partito di centro cristianamente ispirato, si fa giorno dopo giorno sempre più interessante.

Non mancano contributi e riflessioni di spessore politico-culturale che denotano  una passione ideale autentica su come costruire una posizione politica nuova che sappia interpretare le nuove esigenze della società per tradurle poi in programma politico concreto.

Ma da dove iniziare? L’abbrivio è in sintonia con le riflessioni ed i sentimenti di Giuseppe Lazzati allorquando combatteva la separazione tra morale e politica (argomento ormai completamente abbandonato dall’attuale classe politica a tutti i livelli).

Certamente, oggi a guardar bene la cronaca politica quotidiana ci si imbatte spesso in fatti e situazioni di malcostume e di degrado di politici appartenenti ai vari schieramenti.

Allora, non per essere nostalgici, ma per corrispondere ad una esigenza di moralità pubblica che sale sempre più giorno dopo giorno da quel corpo sociale ormai relegato al semplice compito di ratificare decisioni centrali assunte da un ristretto gruppetto di privilegiati, l’insegnamento lazzatiano (ripreso spesso non a caso anche dal compianto Leopoldo Elia) andrebbe riattualizzato sull’assunto di saper coniugare in politica la necessità di una scienza competente dei mezzi e la sapienza limpida dei fini.

Sicuramente di stratta di indicazioni che non devono scadere a semplici richiami verbali, ma di comportamenti concreti.

Così come appaiono del tutto velleitarie (perché personalistici, ossia legati alla conservazione di residuali poltrone di sottopotere) i tentativi di anacronistici personaggi che, dopo aver affossato il cattolicesimo democratico organizzato, hanno venduto l’anima al diavolo per redistribuirsi a destra e a manca.

In altri termini, non si vuol teorizzare un ricambio generazionale, ma uno ideale e di costume nel solco della miglior tradizione di pensiero che dalla metà del secolo scorso ha contribuito allo sviluppo integrale dell’uomo.

Occorre, proprio oggi, avere il coraggio di abbandonare mode ed abitudini che non appartengono ai cattolici democratici, nella consapevolezza di dover andare controcorrente per una battaglia ideale degna e limpida per il bene di tutti.

100 servizi digitali gratuiti per i commercianti

Sono 100 le offerte solidali approvate a oggi sulla piattaforma Vicini e Connessi, il progetto di Solidarietà Digitale che dà ai commercianti locali, agli artigiani e ai negozi di prossimità la possibilità di promuovere le proprie attività attraverso piattaforme e servizi digitali condivisi gratuitamente da fornitori del settore. Dagli strumenti per vendere prodotti o servizi online, fino all’assistenza informatica, passando per i pagamenti digitali, la gestione delle consegne a domicilio, e la promozione di attività commerciali attraverso nuovi canali, le soluzioni innovative offrono risorse utili agli esercenti locali per trasformare il proprio business, proseguendo le loro attività anche durante l’emergenza sanitaria.

Un numero considerevole di realtà imprenditoriali, enti e associazioni ha risposto all’Avviso Pubblico lanciato dal Dipartimento per la trasformazione digitale e volto a sostenere i negozianti di prossimità in questa fase molto complessa per il nostro Paese. Dal 18 novembre al 18 dicembre 2020, sono stati infatti 189, tra questi attori, ad aver inviato la propria richiesta di adesione all’iniziativa, proponendo in maniera solidale strumenti e piattaforme per favorire il passaggio al digitale dei piccoli esercizi in tutto il territorio nazionale.

La piattaforma Vicini e Connessi si è posta come un vero e proprio punto d’incontro virtuale tra le cosiddette “piattaforme abilitanti” legate al commercio online, i fornitori di servizi di logistica e consegna a domicilio ed i commercianti locali, registrando circa 25mila accessi al sito nell’ultimo mese. Vicini e Connessi è l’iniziativa della Ministra per l’Innovazione tecnologica e la Digitalizzazione, e promossa dal Dipartimento per la trasformazione digitale, che intende sostenere gli esercenti locali nella trasformazione digitale delle proprie attività commerciali.

Sulla piattaforma presente sul sito di Solidarietà Digitale è possibile per i commercianti ricercare tra un elenco di servizi gratuiti quelli che meglio rispondono alle loro esigenze. Le aziende, gli enti e le associazioni che intendevano partecipare all’iniziativa hanno avuto la possibilità di proporre la propria offerta solidale dal 18 novembre al 18 dicembre 2020, data ultima per presentare la richiesta di adesione. Alcune delle offerte pervenute entro quella data sono ancora oggetto di una valutazione per verificare il rispetto dei requisiti espressi nell’Avviso Pubblico. Prossimamente il portale sarà aggiornato con una nuova “vetrina” digitale per arricchire l’esperienza degli utenti che intendono utilizzarne i servizi, facilitandone la ricerca sul portale e la fruibilità dei contenuti, sulla base delle proprie necessità.

HIV: nuova combinazione di farmaci per i cittadini europei

Assorted pills

Janssen ha annunciato l’autorizzazione per rilpivirina iniettiva in combinazione con cabotegravir iniettivo e compresse di ViiV Healthcare nell’Unione Europea per il trattamento dell’infezione da HIV-1 negli adulti in soppressione virologica. Con questa autorizzazione, per la prima volta le persone affette da HIV in Europa possono ricevere un trattamento iniettabile a lunga durata d’azione che elimina la necessità di assumere quotidianamente compresse orali.

A evidenziare la necessità di un regime a dosaggio meno frequente, il più grande studio globale sugli esiti riferiti dai pazienti affetti da HIV finora condotto da ViiV Healthcare, Positive Perspectives Wave 2, ha mostrato che – quando ai partecipanti sono state chieste le loro aspirazioni in merito al trattamento e la loro propensione verso i farmaci innovativi – il 55% (n=1306/2389) preferirebbe un regime a lunga durata d’azione. Inoltre, il 58% (n=1394/2389) ha osservato che l’assunzione giornaliera di farmaci anti-HIV agisce come un costante ricordo della malattia nella loro vita, mentre fino al 38% (n=906/2389) dei partecipanti ha segnalato di provare ansia per il fatto che l’assunzione giornaliera di un trattamento potrebbe aumentare le possibilità di rivelare il suo stato di sieropositività ad altri.

Londra e Bruxelles hanno raggiunto l’accordo

La svolta l’hanno impressa direttamente Boris Johnson e Ursula von der Leyen: negli ultimi giorni il premier britannico e la presidente della Commissione Ue hanno preso personalmente in mano le trattative e sono stati in costante contatto telefonico.
Da quel momento, c’era un sostanziale consenso su quasi tutto, tranne che sulla famigerata pesca.

Ma visto che il trattato di libero scambio vale 700 miliardi l’anno, sulla pesca ci si poteva anche passare sopra.

In sostanza si tratta di un’intesa commerciale che inizia il primo gennaio 2021. L’accordo copre anche la cooperazione scientifica, culturale e nel campo della sicurezza.

Anche se dal 1° gennaio con il nuovo sistema di immigrazione chi arriverà per lavoro in GB dovrà avere un visto, ottenibile solo se ha già un’offerta in tasca e un salario previsto di almeno 25.600 sterline.

I turisti non avranno bisogno di visto, ma sarà necessario il passaporto e non si potrà restare per più di tre mesi.

Dopo l’accordo il Presidente Sassoli ha dichiarato:  “Accolgo con favore la notizia che oggi sia stato raggiunto l’accordo sulle future relazioni tra Ue e Regno Unito, che sarà adesso esaminato in dettaglio dal Parlamento. Il Parlamento ringrazia e si congratula con i negoziatori dell’Ue e del Regno Unito per i loro sforzi volti a raggiungere un accordo storico, anche se all’ultimo minuto”. “Nonostante sia profondamente dispiaciuto per la decisione del Regno Unito di lasciare l’Ue sono sempre stato convinto che una soluzione negoziata fosse nell’interesse di entrambe le parti. Questo accordo getta le basi per l’avvio di un nuovo partenariato”.

“Tra pochi giorni  la legislazione europea non sarà più applicabile al Regno Unito. Il governo del Regno Unito è stato chiaro sulla decisione di voler lasciare il mercato unico, l’unione doganale e porre fine alla libera circolazione. Le decisioni hanno delle conseguenze: la mobilità e il commercio tra l’Ue e il Regno Unito non saranno fluidi come prima. Inoltre, è stata una scelta del governo britannico quella di non permettere una transizione più agevole mediante una proroga del termine ultimo per il raggiungimento di un accordo”.

 

 

Povero Natale Natale povero…

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Antonio Staglianò
Vescovo di Noto

Caro Babbo Natale,

povero Natale, abbiamo detto noi preti per tanti anni, denunciandone l’uso consumistico. E tu — con i tuoi regali — avevi una parte centrale nell’affare. Sì, lo so! Anche tu hai patito come una degenerazione del “tuo essere segno”: portavi i tuoi doni, quando eri realmente san Nicola di Mira, dopo ti hanno assegnato il ruolo maldestro di “facchino di regali”. Tu conosci bene la profonda differenza umana (sentimentale, affettuosa ed empatica) tra il dono e il regalo e, perciò, negli anni ti sei amareggiato e crucciato nel vederti così malridotto. Tuttavia, come si dice, “mal comune, mezzo gaudio”. Al Natale in sé è toccata forse una sorte peggiore. Alcuni vescovi, da tanto tempo, — ricordo solo don Tonino Bello —, ne hanno denunciato anche l’uso dolciastro: quando ci si ferma all’incanto di un presepe di cartapesta e si dimentica il primo presepe. Quello davvero “un brutto presepe”, tra l’indifferenza di molti, i giochi dei potenti e le stragi di innocenti, e con l’esperienza dolorosissima del migrare, della “fuga” in Egitto.

Quest’anno? Natale povero! La pandemia ci costringe a limitazioni che impediscono i cenoni. La crisi economica tocca tante famiglie, e la Caritas registra richieste di aiuto più che duplicate. I migranti continuano a percepirsi come un pericolo, e solo poche voci sanno raccontare che, in realtà, si tratta di donne e uomini, padri e madri, figli che fuggono da povertà e coltivano sogni. Assomigliano a quella santa famiglia in fuga verso l’Egitto, prima ancora che a quella stessa famiglia in cerca di un posto dove far nascere il loro bambino in modo dignitoso, come compete a ogni essere umano.

Siamo nella notte: il problema non è celebrare messe a mezzanotte (la messa si dice nella notte e si può celebrare dopo il tramonto del sole), ma celebrare la messa di Natale nella notte del mondo, che spesso diventa anche la notte del cuore. E, lo sappiamo bene, le luci esterne non riscaldano! Tu stesso sei come uscito fuori da ogni scena, dimenticato, forse con nostalgia e tanta melanconia.

Io vorrei dire a te, caro Babbo Natale e a tutti, con molto affetto e tanta forza, che però Natale resta una bella notizia. Proprio nella notte! Luce che vince le tenebre, e che le tenebre non possono sopraffare. Spogliàti di tante certezze, Natale ci dona una presenza che diventa una luce dentro: Dio ci salva nella povertà! E si realizza la promessa: «la notte brillerà come il giorno» (cfr. Is 58). Un messaggio altro rispetto a quelli ordinari. Una domanda che possiamo fare a Dio stesso? Perché ci salvi nella povertà? E se leggiamo con attenzione l’enciclica di Papa Francesco Fratelli tutti, ci accorgiamo che la povertà è anche frutto di tanti agguati di ladroni, di un capitalismo che genera scarti e di persone senza scrupoli che, pur di fare affari, sottomettono, non rispettano la dignità delle persone, generano divisioni, divari, fossati tra ricchi e poveri. Perché, Signore, non li fermi?

Sono domande che non trovano una risposta immediata ed evidente ma, domandare a Dio un senso, diventa attenzione a come Lui continua a essere presente in mezzo a noi. Quella luce dentro, quella commozione non sentimentale ma profonda, che si genera in noi quando pensiamo a come Dio si fa debole per non sopraffarci ma per invitarci. Diventa consapevolezza che, dietro alla sua povertà, c’è dell’altro: c’è il grembo dell’amore vero; c’è la possibilità di deporre l’arroganza dei potenti e di riscoprire la chiamata a vivere tutti da fratelli, portando i pesi gli uni degli altri. Non come piccoli dei, ma come “umani”! Umani che ritrovano il vero volto di Dio: la sua misericordia, la sua paternità.

E allora potrà nascere, come ascoltiamo nella seconda lettura della Messa della notte, un «popolo zelante nelle opere buone». Come? Comprendendo che il nostro Dio non vuole alcuna violenza, perché «Egli ha dato sé stesso per noi», e questo «riscatta da ogni iniquità». Ecco dove ci ha condotto lo sguardo sulla povertà di Betlemme e la chiamata, anche per noi, a seguire la via della povertà: lasciare che Dio annulli in noi, e tramite noi, ogni radice di egoismo e di violenza. Solo così vedremo giorni nuovi e supereremo, insieme alla pandemia sanitaria, la pandemia del cuore.

Ecco il sogno e l’impegno che condividiamo con Papa Francesco, e che diventa il mio augurio per questo Natale: riscoprire la fraternità attorno all’unico Padre comune, che ci ama in modo radicale. A tal punto che, amati dal Padre nel Figlio, viene spontaneo amare con lo stesso amore, lo Spirito Santo. È dunque un “amare”, non tanto come virtù morale, ma come verità profonda della vita. Certo, diventa però necessario andare a Betlemme, riconoscere il Bambino povero e adorare! Ovvero entrare nel mondo di Dio con tutto noi stessi, poveri, abbandonati all’amore di Dio che — diversamente da quello che pensano tanti — ama tutti. Scrive Papa Francesco: «Chi non vive la gratuità fraterna fa della propria esistenza un commercio affannoso, sempre misurando quello che dà e quello che riceve in cambio. Dio invece dà gratis, fino al punto che aiuta anche quelli che non sono fedeli, e “fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni” (Mt 5, 45)» (Fratelli tutti, 140).

Poveri, allora, anzitutto dentro, perché abbandoniamo pensieri egoisti quando il tesoro prezioso diventa un amore così grande. Certo, poi, anche poveri nel concreto della vita. Per quel dinamismo dell’amore vero, che a Natale si rivela, a Pasqua si compie, a Pentecoste diventa creatività dell’amore. Scrive ancora Papa Francesco: «Dunque tutti possiamo dare senza aspettare qualcosa, fare il bene senza pretendere altrettanto dalla persona che aiutiamo. È quello che Gesù diceva ai suoi discepoli: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10, 8)» (ivi). Si tratta di un amore vero: maturo, gratuito e generoso! E il Natale povero di quest’anno può così diventare più vero e inizio di un cammino di rigenerazione per uscire insieme, e sul serio, dall’attuale crisi.

Caro Babbo Natale, il Natale povero di quest’anno sarà diverso anche per te. Non avercela con noi, siamo stati costretti dalla pandemia. E però sia per te una occasione di gioia. Se saremo cambiati — dopo la pandemia — ti aspetteremo ancora, magari come san Nicola di Mira, Colui che porta doni veri, quelli dell’amore autentico, per diventare tutti fratelli e sorelle, davvero fratelli tutti, nello stupore, per un Dio che ci ama così tanto, e in una povertà che diventa ricchezza del cuore e possibilità di cambiamento per la storia.