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Rome Art Week: Al via la settimana dell’arte contemporanea a Roma

Dal 26 al 31 ottobre l’arte contemporanea invaderà l’intera capitale: Rome Art Week aprirà le porte di questa quinta edizione con oltre 300 eventi organizzati da 120 gallerie e istituzioni, 348 artisti e 46 curatori raggiungendo oltre 500 partecipazioni. Prestigiose realtà quali Società Dante AlighieriFondazione Pastificio Cerere, note e autorevoli gallerie come GagosianMucciaccia ContemporaryTibaldi Arte Contemporanea e MAC Maja Arte Contemporanea non si lasciano scappare l’occasione di essere presenti sulla mappa della manifestazione insieme ad Albumartez2o Sara Zanin Gallery, Spazio in situ e altre numerose realtà che arricchiscono un calendario fitto di mostre, opening, performance, open studio e visite guidate.

La Rome Art Week rappresenta un viaggio a 360° gradi nelle fucine dell’arte contemporanea: il pubblico potrà infatti immergersi da vicino nel lavoro degli artisti partecipando agli oltre 100 open studio presenti nel programma.

La stimolante esperienza della visita negli open studio sarà un’occasione per i visitatori e gli addetti ai lavori di conoscere le novità del mercato dell’arte romana e gli ultimi lavori di numerosi artisti che Rome Art Week ha accolto volentieri nel suo network: dall’opera di Sara Santarelli che si presenta di piccole dimensioni ma con la forza di una grande installazione, fino al poliedrico Tancredi Fornasetti con un uso particolare del colore in ottica quasi post-futurista, per arrivare a Daniela Monaci che proporrà una serie di opere sulla fragilità dei nostri corpi. In questo senso la manifestazione permette anche agli artisti under 30, per la maggior parte formati all’Accademia di Belle Arti di Roma, di emergere e di esprimere il proprio lavoro, mostrando al grande pubblico i propri linguaggi che spesso e volentieri si rivelano forti e personali.

Un ulteriore strumento per scoprire le eccellenze della manifestazione e i giovani talenti viene fornito dai “Punti di Vista”, evidenziati nel sito di RAW, di noti critici, curatori e operatori del settore che guidano il pubblico nella moltitudine di eventi di RAW. I Punti di vista della V edizione sono: Giovanni Albanese che partecipa anche come artista con un open studio virtuale, Nicola Angerame, Paolo Balmas, Lorenzo Canova, Valentino Catricalà, Alberto Dambruoso, Micol Di Veroli, Raffaele Gavarro, Roberto Gramiccia, Helia Hamedani, Maria Giovanna Musso, Massimo Scaringella, Claudio Strinati, Saverio Verini, Claudio Zambianchi.

Anche quest’anno la manifestazione offre la preziosa occasione di partecipare alle visite guidate gratuite che valorizzeranno l’esperienza dei visitatori della settimana dell’arte romana e che si svolgeranno in ottemperanza delle normative vigenti  con obbligo di prenotazione al seguente link: https://romeartweek.com/it/visite-guidate

Per questa edizione 2020 il classico appuntamento annuale organizzato da RAW – Kou Associazione no-profit per la promozione delle arti visive si incentra sui 17 obiettivi ONU dell’Agenda 2030 ed in particolare sull’obiettivo 15 “La vita sulla terra”: We as Nature, progetto ideato e curato da Roberta Melasecca insieme a Fabio Milani e Sabrina Consolini, presenta ben 47 artisti che si confrontano sul tema della natura. La mostra inaugurerà il 28 ottobre negli spazi del Ripa Place all’interno dell’Hotel Ripa Roma.

Inoltre dal 29 ottobre presso Kou Gallery saranno proiettati i video, selezionati per il RAW Videoart Contest, di: Raha Tavallali, Manuel De Marco, Andrea Leoni, Alex Caminiti, Methas Chantawongs, Edoardo Ruzzi, Anahi Mariotti, Emanuele Marsigliotti, Angelo De Grande, David Anthony Sant, Matteo Martignoni, Jerusa Simone, Marta Ciolkowska. Tra questi, il corto di Edoardo Ruzzi sorprenderà il pubblico avvalendosi di un linguaggio forte che esplora i possibili parallelismi tra pugilato e arte, raccontando la storia di un ex pugile che si dedica all’arte contemporanea.

I numerosi eventi organizzati e le variegate attività di Rome Art Week animeranno ogni rione e zona di Roma, mostrando quanto l’arte contemporanea sia radicata nello spirito della Città Eterna; ma oltre ai numerosi eventi fruibili durante la settimana in presenza, quest’anno sono attivi il progetto RAW 360°, che permette di visitare le mostre attraverso un tour virtuale, e il progetto RAW Live attraverso il quale il pubblico potrà entrare in videoconferenza all’interno delle strutture e partecipare virtualmente all’evento connettendosi direttamente dal sito di Rome Art Week.

Da sempre il sito www.romeartweek.com è un vero e proprio portale di networking attivo 365 giorni su 365 in cui ogni addetto ai lavori (artisti, curatori e strutture) può inserire la propria biografia, i propri lavori e i propri eventi; la piattaforma è inoltre uno strumento a disposizione del pubblico per trovare tutte le informazioni riguardanti la manifestazione e i percorsi suggeriti ma anche per rimanere aggiornato tutto l’anno sul lavoro delle strutture e degli artisti di proprio interesse.

Rome Art Week vuole essere un regalo per Roma, per la sua capacità di fondere passato e contemporaneo, per il pubblico che ha la possibilità di esplorare la città attraverso un’altra prospettiva ma anche e soprattutto per gli artisti, per i curatori e per le strutture partecipanti che hanno l’opportunità di promuoversi e creare rete. Ormai alla V edizione RAW è una realtà consolidata, un circuito virtuoso e democratico dove tutti possono partecipare, dando largo spazio ai giovani, sviluppando e sostenendo la conoscenza e la diffusione dell’arte contemporanea.

Rome Art Week è promossa da KOU Associazione culturale per la promozione delle arti visive e si avvale del patrocinio di: MIBACT Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Regione Lazio, Roma Capitale Assessorato alla Crescita Culturale, Sapienza Università di Roma, Confederazione Italiana Unione delle Professioni Intellettuali. Sostenitori: Poste Italiane, Edilizia Greco. Partner: Menexa, Conference Center Ecomap Roma_Sala da Feltre. Media Partner: Dimensione Suono Soft, PPN, Culturalia.

Coronavirus: le Regioni più a rischio

Tutte le regioni si trovano sotto la soglia massima del 30% per l’occupazione dei posti letto, ma sono già in affanno.

La Valle D’Aosta registra il valore più vicino al limite soglia (27,78%).
Mentre sette regioni hanno già esaurito questa capacità: Piemonte, Marche, Emilia Romagna, Abruzzo, Toscana, Lombardia e Calabria”.

Risultano quasi al limite Campania (92%) e Sardegna (88%). Inoltre, è da attenzionare anche la situazione di Lazio, Sicilia e Puglia che hanno occupato più di due terzi della capacità aggiuntiva: rispettivamente 73%, 69% e 68%”,

Sono sette le regioni che stanno utilizzando i posti letto di terapia intensiva in dotazione strutturale per rispondere alle esigenze dei malati Covid-19: Umbria (29%), Piemonte (10%), Marche (6%), Emilia Romagna (4%), Abruzzo (3%),

Con pazienza e senso di responsabilità vinceremo il Covid-19

Ci sono proteste per le restrizioni imposte dalla recrudescenza del Covid-19. Avviene in Italia come in altre parti d’Europa e del mondo, secondo un principio che fa della libertà personale un fattore discriminante e prioritario rispetto alle obiettive esigenze di tutela della collettività. La pandemia è tornata a colpire, sicché appare incongruo, nel ribellismo dei libertari e delle categorie a rischio, il tentativo di ammantare la contestazione di una ripulsa contro la congiura di circoli, come sempre occulti, della finanza internazionale o giù di lì.

Può darsi che nei mesi estivi abbiamo perso del tempo prezioso. Sta di fatto che voci autorevoli di scienziati e medici clinici avevano preconizzato l’estinzione del virus. Che il governo si sia mosso con prudenza, è tanto vero quanto assolutamente comprensibile. Anche adesso, con l’emergenza sul collo, il governo mantiene una posizione di cautela. Si tratta di evitare conseguenze troppo pesanti qualora si procedesse a un lockdown generalizzato, senza margini di flessibilità. Per questo, vuoi o non vuoi, il ruolo dei sindaci risulta importante: senza il loro responsabile impegno la gestione dell’emergenza si farebbe più complicata.

Di qui alla scoperta di un vaccino efficace, nonché della sua produzione e distribuzione su larga scala, dobbiamo abituarci a convivere con l’infezione. Antony Fauci, personalità d’indubbio prestigio nel campo della medicina, abbozza l’idea che solo nella secondà metà del 2021 potremmo ricominciare a viaggiare senza preoccupazioni. La convivenza esige, in definitiva, che si maneggino strumenti e regole atte a coinvolgere correttamente la pubblica opinione. Se ognuno davvero si attenesse a precauzioni finanche elementari, potremmo nelle prossime settimane abbassare la curva del contagio. 

Il buon senso e la prudenza debbono prevalere. Malgrado la stanchezza, siamo in grado di  mettere sotto controllo l’impennata dell’epidemia. Il sacrificio di oggi aiuterà ad accorciare i tempi della ripresa. 

 

 

Di fronte alla rivoluzione di Papa Francesco l’ipotesi di Zamagni non regge

La “questione cattolica” si accende dopo che la cenere del variegato mondo dell’associazionismo l’ha tenuta viva, alimentando la fiamma del dibattito sul partito dei cattolici. Ne abbiamo già scritto esprimendo un giudizio negativo con il supporto delle parole di Papa Francesco. Se ho ben capito, è nata comunque questa nuova formazione politica che vede il manifesto di Zamagni dare una copertura “ideologica” con l’elenco dei punti programmatici. Rispetto profondo per la tenacia e l’impegno.

All’indomani di questo avvenimento, per la verità passato abbastanza silenziosamente, papa Francesco “supera” a destra, a sinistra, al centro, tutti. Fa due cose che dovrebbero indicare in modo sufficientemente chiaro la direzione. Firma sulla tomba di san Francesco l’enciclica “Fratelli tutti” e qualche giorno dopo nel documentario, realizzato dal regista russo Evgeny Afineevsky, parla degli omosessuali e dice: “Gli omosessuali hanno diritto a essere parte della famiglia. Sono figli di Dio e hanno il diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere respinto, o emarginato a causa di questo. Quello che dobbiamo fare è una legge per le unioni civili. Hanno il diritto di essere coperti legalmente. Mi sono battuto per questo”.

E, nonostante mons. Forte, intervistato su questo, ha tentato un innacquamento alleggeritore, la forza dirompente di queste parole è facilmente comprensibile. Questi due fatti, l’enciclica e le parole sugli omosessuali, uniti al pugno di ferro nel governo degli affari economici e del pericolo di corruzione nella Chiesa, fanno di questo pontefice un vero rivoluzionario che traccia il solco per il “seme” che in politica è “il martirio – secondo le parole dello stesso Pontefice – quotidiano di cercare il bene comune senza lasciarti corrompere”.

Altro che fondare partitini dei cattolici dello “zero virgola” per uno strapuntino identitario che perde di vista il bene comune, perché divisivo, mentre il programma dovrebbe tendere a realizzare un mondo di “fratelli”. Fratelli tutti e giù a lievitare e insaporire la pasta della politica che ne ha profondo e urgente bisogno.

Una sfida per il riscatto del continente

Articolo pubblicato dall’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

L’Africa rappresenta il fanalino di coda della ricerca scientifica mondiale. Eppure forse mai come oggi, in pieno tempo di coronavirus, sarebbe auspicabile promuovere una sana riflessione su questo tema. A pensarla così sono due personaggi di spicco dell’African Academy of Sciences (Aas), organizzazione panafricana indipendente, senza scopo di lucro, con sede a Nairobi (Kenya), vero e proprio think tank africano con lo scopo di plasmare le strategie e le politiche di scienza, tecnologia e innovazione nel continente, implementando programmi specifici.

In un articolo, apparso recentemente sulla piattaforma online di «ACS Publications» (https://pubs.acs.org/doi/10.1021/acsomega.0c04327), firmato dalla professoressa Elizabeth Marincola — responsabile di Aas Open Research, la piattaforma editoriale dell’accademia africana — e dal professor Thomas Kariuki — direttore dei programmi dell’altra piattaforma dell’Aas, la Alliance for Accelerating Excellence in Science in Africa’s (Aesa) — i due studiosi hanno argomentato la loro tesi a favore di una promozione della ricerca in Africa, declinandola in vari modi.

Anzitutto, hanno evidenziato che l’Africa ha la «popolazione più giovane del pianeta» (oltre il 60% degli abitanti è sotto la soglia dei 25 anni) e registra il più alto tasso di crescita demografica al mondo. Ciò rende gli «investimenti intellettuali» un imperativo per valorizzare i talenti disseminati nei vari Paesi africani.

Inoltre, il genoma delle popolazioni afro è il più antico e diversificato del mondo e la moderna ricerca genetica è potenzialmente in grado di determinare ciò che rende l’Africa più suscettibile o resistente a determinate malattie. I risultati delle ricerche, secondo i due studiosi, possono influenzare gli esiti delle malattie e la risposta al trattamento in Africa e nel resto del mondo. In aggiunta, il continente africano sopporta circa il 25 per cento del «carico globale di malattie», parametro con cui l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) monitora lo stato di salute dei popoli nel mondo. E se da una parte ci si è resi conto che è possibile contrastare le malattie trasmissibili attraverso campagne di vaccinazioni e investendo sulla prevenzione; dall’altra si assiste ad un rapido aumento dell’incidenza delle patologie non trasmissibili che per lungo tempo hanno imperversato in Europa. Ad esempio, le malattie vascolari, il cancro e il diabete nei paesi africani sono spesso causati dagli stessi eccessi tipici delle società avanzate: obesità, fumo e mancanza di esercizio. Dei 20 Paesi con i maggiori tassi di mortalità materna nel mondo, 19 si trovano in Africa; questo continente detiene anche il triste primato mondiale di mortalità neonatale. Investendo nella scienza africana per affrontare le malattie che affliggono l’Africa, si investe nella prevenzione e nel trattamento delle stesse malattie ovunque nel mondo.

Detto questo, è bene rammentare che la ricerca scientifica costituisce un incentivo per l’economia di qualsivoglia paese. Attualmente, secondo l’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura), la produzione scientifica del continente africano rappresenta meno del 2,6 per cento della quota mondiale. Eppure, nonostante tutto, in questi anni sono stati registrati dei progressi. Infatti, sono stati realizzati importanti investimenti nelle infrastrutture scientifiche, nella formazione delle risorse umane, in gran parte attraverso l’Alliance for Accelerating Excellence in Science in Africa (Aesa). Nel 2015 l’Accademia Africana delle Scienze ha dato vita a questa alleanza in partenariato con l’Agenzia per lo Sviluppo dell’Unione Africana (African Union Development Agency – Nepad). Al presente i programmi di ricerca e formazione dell’Accademia operano nell’ambito dell’Alleanza. La sua missione è fare dell’Africa il centro di gravità della scienza africana, evitando la fuga senza ritorno dei cervelli nei Paesi industrializzati (brain drain) attraverso la definizione di programmi, la mobilitazione di investimenti per la ricerca e lo sviluppo e la gestione di programmi scientifici. Da rilevare che l’Aesa ha finanziato direttamente 186 beneficiari. Alcuni di loro offrono a loro volta borse di studio per master, dottorati di ricerca e post-dottorati. Questo indirizzo ha contribuito a formare una comunità scientifica africana che conta oltre 2mila scienziati in circa 40 Paesi. Tra i programmi in cantiere figurano Deltas Africa e Grand challenges Africa che portano avanti la ricerca sulle principali malattie infettive, le malattie tropicali neglette e altre patologie.

Naturalmente gli sforzi fin qui profusi, grazie anche ad aiuti internazionali, sono apprezzabili, ma la situazione economica e sociale in cui versa oggi il continente africano a causa della pandemia di covid-19 sono preoccupanti. La chiusura delle frontiere, la forte limitazione degli scambi commerciali, unitamente alla sospensione delle attività didattiche in molti Paesi e alla sofferenza del sistema sanitario a livello continentale, sono tutti fattori che stanno acuendo l’esclusione sociale. Sta di fatto che le diseguaglianze si traducono nella perdita di molti talenti potenziali per la scienza tra le giovani generazioni. A ciò si aggiunga lo sfruttamento, da parte di imprese straniere, delle immense ricchezze naturali di cui dispone il continente; una fuga di capitali che indebolisce fortemente il welfare degli Stati. In questo contesto la ricerca rischia di rimanere una sorta di appendice nell’agenda dei governi. «Fino a quando la scienza africana non sarà svolta prevalentemente in Africa, da africani e per gli africani, il pieno potenziale di questo lavoro non sarà mai realizzato» stigmatizzano Marincola e Kariuki.

I Paesi dell’Unione africana (Ua) si sono tutti impegnati a stanziare l’1 per cento del rispettivo Prodotto interno lordo alla ricerca e allo sviluppo, ma spendono in media lo 0,45 per cento. È evidente che l’attuale congiuntura economica non aiuta, ma è importante non gettare la spugna. I finanziatori stranieri tendono a concentrarsi sulla salute e sulla ricerca medica. Questo è lodevole, ma non basta.

Vi sono numerosi campi in cui la ricerca africana deve essere messa nelle condizioni di poter manifestare il proprio genio. E di testimonianze significative a questo riguardo ve ne sono già state numerose in Africa. Basti pensare alla figura del compianto senegalese Cheickh Anta Diop (1923 –1986), professore universitario di fisica nucleare, presidente dei ricercatori e scienziati del Terzo Mondo, vicepresidente del comitato scientifico per la Storia generale dell’Africa dell’Unesco. Figura poliedrica, Diop portò avanti con passione studi e ricerche di storia africana, egittologia, linguistica, antropologia, economia e sociologia. Nel 1974 pubblicò The African Origin of Civilization: Myth or Reality.

In questo saggio, attraverso analisi e riscontri antropologici e archeologici, sostenne la teoria dell’origine nera dei faraoni. Le sue tesi furono contestate da chi vi vide delle forzature per promuovere un’africanità militante (anche se le scoperte più recenti dell’archeologo Charles Bonnet nel sito di Kerma avvalorano alcune ipotesi di Diop), ma servirono a mettere in evidenza come in passato la maggior parte degli studiosi europei avesse quasi del tutto ignorato la possibilità dell’esistenza di civiltà precedenti al colonialismo. La sua fu la ricerca di un’identità afro che per certi versi è modello e paradigma della sete di conoscenza di un intero continente.

La Ue vuole fermare la deforestazione globale

Attualmente non esiste una legislazione dell’UE che vieti l’immissione sul mercato di prodotti che contribuiscono alla distruzione delle foreste al di fuori dei suoi confini. Così, i consumatori europei non sanno se i prodotti che acquistano contribuiscono alla deforestazione, comprese le foreste tropicali insostituibili che sono fondamentali per combattere il cambiamento climatico o proteggere la biodiversità.

Pertanto, il Parlamento europeo ha adottato una relazione con 377 voti favorevoli in cui si chiede alla Commissione di presentare un quadro giuridico dell’UE per arrestare e invertire la deforestazione globale.

Misure obbligatorie necessarie per fermare la deforestazione

I deputati affermano che le iniziative volontarie, le certificazioni di terze parti e le etichette non sono riuscite a fermare la deforestazione globale pertanto chiedono alla Commissione di presentare una legislazione specifica con misure vincolanti per fermare e invertire il fenomeno.

Chiedono un nuovo quadro giuridico basato sulle diligence europee obbligatorie per le aziende estere.

Il che significa che le aziende devono eseguire una valutazione del rischio dei loro prodotti per identificare, prevenire, mitigare e spiegare come affrontano il problema della deforestazione lungo tutta la catena di approvvigionamento.

Tutti gli operatori sul mercato dell’UE devono garantire che i loro prodotti possano essere rintracciati per poter identificare la loro origine e garantire l’applicazione delle regole.

Le aziende che non rispettano tali principi dovrebbero essere penalizzate.

L’iniziativa legislativa fa riferimento a diversi studi che dimostrano che il divieto di ingresso nell’UE di prodotti legati alla deforestazione non avrà alcun impatto su volume e prezzo e che eventuali costi aggiuntivi sostenuti dagli operatori sarebbero minimi. Ne trarrebbe vantaggio anche le imprese, in quanto equivarrebbe a parità di condizioni mantenendo i concorrenti agli stessi standard.

Dopo il voto, la relatrice Delara Burkhardt (S&D, DE) ha dichiarato: “Tutti concordano sul fatto che le misure volontarie per fermare e invertire la deforestazione globale hanno fallito. L’adozione di questa relazione ci offre la possibilità di creare un quadro equo e funzionante, basato sulla due diligence obbligatorie. È un altro passo importante per fermare e invertire la deforestazione globale”.

 

Turismo: l’Italia resiste nonostante il Covid ed è un esempio in Europa

Dal monitoraggio di Enit emerge un nuovo dinamismo del comparto turismo con tentativi di riattivazione dei collegamenti internazionali con l’Italia. Ad esempio i francesi stando al sondaggio Interface Tourisme, manifestano la voglia di Italia che risulta al terzo posto tra le mete privilegiate delle intenzioni di viaggio (75%) dopo Grecia (83%) e Portogallo (81%).

Da Uk tutte le compagnie stanno volando verso Italia ma con meno frequenza, così come anche la Svizzera che ha ripristinato tutti i collegamenti aerei da Ginevra e Zurigo.

L’Italia inoltre risulta ai primi posti tra le destinazioni più desiderate dai canadesi secondo un sondaggio condotto da Travelzoo, portale di offerte online. Nello studio l’Italia è la prima meta che intendono visitare non appena si potrà tornare a viaggiare. Sono state attivate rotte domestiche nuove com Bari/Palermo da Ryanair, segnale di nuovi investimenti per il turismo domestico. La prossima stagione invernale sarà all’insegna della garanzia delle misure di sicurezza per tutti i cittadini europei e dell’assistenza in caso di necessità.

Molte località mostrano di essere già pronte come alcune destinazioni neve che si stanno organizzando con rimborsi garantiti in caso di lockdown.

Inoltre è emerso che anche che London Heathrow ha lanciato un lamp test a pagamento per chi parte e che, in questa direzione, la Iata ha proposto alla Commissione Europea di muoversi verso un sistema di test in partenza dagli aeroporti, riconosciuti a livello europeo, per garantire il movimento tra stati senza quarantene, attraverso corridoi sanitari da prevedere a partire dal 2021.

Anche se ancora gli intervistati da Enit suggeriscono di favorire un turismo di prossimità riducendo gli impatti legati agli spostamenti. Aspetto importante è anche quello della valorizzazione del Made in Italy e dei prodotti locali e di una maggiore cooperazione tra gli operatori turistici e le istituzioni. Centrali al rimodellamento dell’offerta anche la flessibilità nelle prenotazioni, le misure sanitarie adottate dagli operatori e le iniziative messe in atto per gestire i flussi turistici per garantire sempre più tutele.

Sarà premiante una rassicurante gestione dell’emergenza virtuosa da parte dei territorio che potrebbero essere così privilegiati per il senso di sicurezza ed esclusività che trasmettono come isole resort, luoghi poco affollati che offrono esperienze autentiche e naturalistiche.

I viaggi a lungo raggio saranno più vulnerabili soprattutto per le città d’arte fortemente legate al turismo long haul e conta più che mai creare un’offerta che valorizzi la stagionalità e ogni tipologia di destinazione, anche parallele con una forte connotazione peculiare rispetto a quelle già note.

“Il settore sta modificando il proprio assetto e il supporto economico darà respiro al comparto e consentirà di assecondare le connotazioni sempre più sostenibili nonché il riposizionamento dell’offerta, accelerando cambiamenti strutturali presenti anche nel piano triennale dell’Agenzia” dichiara Enit. “La ripartenza è una sfida da affrontare uniti per trasformare la contingenza in opportunità e accelerare i cambiamenti di sviluppo turistico, puntando anche ad una decongestione delle località più affollate e cercando di limitare il turismo massivo per favorire una maggior qualità dell’offerta, con attenzione ad esperienze di viaggio personalizzabili. L’opportunità è quella di valorizzare destinazioni secondarie, ridistribuendo i flussi all’interno del territorio e creando maggiori connessioni” conclude Enit.

Smart city, quali sono i centri più “intelligenti” d’Italia

Cos’è una smart city?

La città intelligente (dall’inglese smart city) in urbanistica e architettura è un insieme di strategie di pianificazione urbanistica tese all’ottimizzazione e all’innovazione dei servizi pubblici così da mettere in relazione le infrastrutture materiali delle città «con il capitale umano, intellettuale e sociale di chi le abita» grazie all’impiego diffuso delle nuove tecnologie della comunicazione, della mobilità, dell’ambiente e dell’efficienza energetica, al fine di migliorare la qualità della vita e soddisfare le esigenze di cittadini, imprese e istituzioni.[

Le prestazioni urbane dipendono, però, non solo dalla dotazione di infrastrutture materiali della città (capitale fisico), ma anche, e sempre di più, dalla disponibilità e qualità della comunicazione, della conoscenza e delle infrastrutture sociali (capitale intellettuale e capitale sociale). Quest’ultima forma di capitale in particolare è determinante per la competitività urbana.

Una città può essere definita intelligente, o smart, quando gli investimenti effettuati in infrastrutture di comunicazione, tradizionali (trasporti) e moderne (TIC), riferite al capitale umano e sociale, assicurano uno sviluppo economico sostenibile e un’alta qualità della vita, una gestione sapiente delle risorse naturali attraverso l’impegno e l’azione partecipativa. Per l’economista spagnolo Gildo Seisdedos Domínguez, il concetto di città intelligente è basato essenzialmente sull’efficienza, che a sua volta è basata sulla gestione manageriale, sull’integrazione delle TIC e sulla partecipazione attiva dei cittadini. Ciò implica un nuovo tipo di governance con il coinvolgimento autentico del cittadino nella politica pubblica.

Le città intelligenti possono essere identificate (e classificate) secondo sei assi o principali:

economia intelligente
mobilità intelligente
ambiente intelligente
persone intelligenti
vita intelligente
governance intelligente

Detto questo possiamo stabile una graduatoria delle città italiane e vedere quale comune si sta adattando prima.

Stando all’ultimo rapporto nazionale italiano sulle smart city, realizzato da ForumPA Milano primeggia sui temi di solidità economica e mobilità sostenibile, qualità sociale e trasformazione digitale. Firenze per capacità di governo, tutela ambientale e mobilità sostenibile. Mentre Bologna si è posizionata tra le migliori città per indici di trasformazione digitale, solidità economica, tutela ambientale e qualità sociale. Bergamo, Torino, Trento, Venezia, Parma, Modena e Reggio Emilia completano la classifica.

Cortisone ed eparina i cardini nella terapia Covid

Il direttore generale dell’Aifa, Magrini facendo il punto sulle cure disponibili contro il Covid-19 ha spiegato che: “il cortisone rappresenta oggi uno dei cardini della terapia: uno studio inglese ha mostrato che riduce la mortalità. E l’eparina è diventato altro pilastro del trattamento”.

Per quanto riguarda la terapia con plasma il direttore ha spiegato che: “Oggi ancora il plasma non è uno standard di cura”. “Gli Stati Uniti hanno pubblicato la scorsa settimana dei dati relativi a 4.000 pazienti trattati col plasma e hanno detto che ancora non sappiamo se funziona e in chi. Se funziona è probabile che funzioni poco e solo in alcune categorie”.

“Abbiamo farmaci specifici, gli anticorpi monoclonali, che sono stati clonati da diverse industrie, tra cui anche un gruppo italiano di alto livello, e sono in fase avanzata di sviluppo Potrebbero diventare presto un’opzione. E per presto intendo i primi mesi dell’anno prossimo o il primo semestre. C’è ottimismo, ma serve anche cautela”.

Non parliamo di partito dei cattolici: a noi interessa la scelta del nuovo popolarismo.

Il dibattito sul “partito dei cattolici” ha anche qualcosa di surreale.
Forse per qualche uscita imprecisa o forse per altri motivi, si sta discutendo spesso attorno ad un presupposto che in realtà non c’è. Non esiste infatti nessun progetto che punti alla nascita di un “partito dei cattolici”.
Non ha senso dunque evocare questa inesistente suggestione (Follini sul Domani non lo fa, molti altri si) per irridere o censurare i tentativi e i percorsi orientati invece a rigenerare una “cultura politica” che non può essere confinata nelle citazioni (chi non cita ormai Sturzo, Degasperi o Moro?) o imbalsamata in polverosi Pantheon, ma deve essere riconiugata con la sostanza viva della vita pubblica del Paese e delle sue drammatiche sfide.

I cattolici (in quanto comunità di fedeli) votano (o non votano) ormai da decenni come meglio credono. Del resto, risale ai primi anni del secolo secolo scorso la famosa frase di don Luigi Sturzo: “la religione unisce, la politica divide”. Non si scopre certo oggi l’acqua calda.
La questione non è dunque riorganizzare “i cattolici” nella politica – men che meno come una falange unita – ma ricostruire una proposta politica capace di dare speranza ad un Paese in declino e alimentazione nuova ad una democrazia sempre meno partecipata e comunitaria.

Nell’ambito di questa necessità – resa ancora più impellente dagli effetti sociali, psicologici ed economici di una Pandemia destinata a segnare un drammatico passaggio di ciclo storico – chi si richiama alla cultura politica del Popolarismo di ispirazione cristiana (non, dunque, “i cattolici”) ha un dovere nuovo di pensiero, parola, testimonianza e iniziativa.
Ed è un dovere “collettivo”, non solo personale, che comporta tra le altre cose la ricerca di un “ubi consistam”.

Questo significa pensare sic et simpliciter ad un “partito” di modello tradizionale?
Non credo. Per la semplice ragione che in questo nostro tempo strano (ma è “il tempo che ci è dato di vivere”….) ciò che in passato si definiva “partito” esige una sorta di “sdoppiamento”.
Un tempo, un “partito” era, assieme, “identità e proposta”. Oggi questo è reso difficile se non impossibile dai mutamenti radicali della società e dalla complessità della dinamica pubblica e delle sue relazioni con i cittadini.
L’avvento dei “partiti personali” e dei “partiti digitali” altro non è che la risposta sbagliata e sbrigativa a questa difficoltà.

Il Partito Democratico era nato per tentare una diversa strada: quella di un contenitore politico che aveva l’ambizione di rappresentare alcune identità culturali del novecento, unite in un unico progetto politico. In parte ci è riuscito dal punto di vista del coinvolgimento iniziale dei diversi elettorati e delle diverse classi dirigenti appartenenti a molte anime della sinistra storica e della Democrazia Cristiana. Ma oggi – con tutto il rispetto e l’amicizia che si deve a questa esperienza comunque importante per il Paese – bisogna riconoscere che non ci è invece riuscito né dal punto di vista della valorizzazione di queste culture (che si sono mescolate ma anche spente), né da quello di una nuova loro sintesi post novecentesca.

Contino a pensare che avesse ragione Beniamino Andreatta, quando immaginava una sorta di CDU italiana, frutto dell’incontro tra la tradizione popolare e quella liberal-democratica.
La storia andò diversamente, come sappiamo. La Margherita – che di tale incontro sarebbe poi stato frutto ed assieme potenziale germoglio – non credette a se stessa e decise di sciogliersi nel PD.
Così, ciò che era nato come una alleanza tra diversi (l’Ulivo) finí per diventare “partito” unico.

Ed eccoci qui, ancora, a prendere atto che questo schema fatica non poco a rappresentare la maggioranza degli italiani. E a considerare, da un lato, la non autosufficienza del PD (nonostante la mitizzazione reiterata della sua vocazione maggioritaria) e, dall’altro, la “coriandolizzazione” (rubo il termine da Giorgio Merlo) delle presenze politiche che stanno tra il PD ed i populismi del M5S e della destra.
Nel frattempo, la crisi della democrazia rappresentativa galoppa e le conseguenze del Covid la accelerano. Cresce la domanda dell’uomo forte al comando, speculare alla individualizzazione estrema dei bisogni sociali di fronte alla crisi dei modelli di welfare e di sviluppo. In Italia e nel mondo, come magistralmente rileva Papa Francesco nella nuova enciclica “Fratelli tutti”, rischia di scomparire il principio della “Comunità” e, di conseguenza, quello della “Politica”.

Se questo scenario ha almeno qualche elemento di verità – come ritengo – occorre lavorare su due dimensioni correlate ma distinte. Ecco perché parlavo prima di “sdoppiamento” del concetto tradizionale di “partito”.
Una prima dimensione è quella delle “culture politiche” e della loro identità.
Servono organizzazioni che le rigenerino in un rapporto nuovo e fecondo con la comunità (le persone e le formazioni sociali, civili, territoriali ed economiche che la compongono).
Non si può ambire a “rappresentare” una comunità se prima non si concorre a ricomporla.

Chi si occupa oggi di ricostruire una rete di comunità e di territorio? Chi “educa” (uso volutamente questo termine desueto) alla “democrazia comunitaria” i cittadini? Chi li accompagna nella loro solitudine difronte ai radicali cambiamenti del nostro tempo? Chi condivide con essi paure e speranze? Chi si occupa di “formare” una nuova classe dirigente? Chi si impegna nella elaborazione partecipata di nuove idee e di nuove e condivise chiavi di lettura a fronte del crollo delle vecchie certezze della seconda metà del novecento?

Questo dovrebbe essere il compito delle culture politiche organizzate nella comunità.
Un tempo questo ruolo era svolto dai “partiti”. Oggi non più.
Occorre che i “popolari di ispirazione cristiana” ricostruiscano innanzitutto un loro ruolo su questa prima dimensione. E, su questo piano, occorre che agiscano con tutta la potenzialità – anche profetica, se ci riescono – della loro ispirazione e dei loro valori costitutivi. Serve una presenza capillare, di base, pre-partitica ma altamente politica, nel senso di una vocazione a ricostruire la nuova trama di comunità. La quale è, appunto, il presupposto della vera rappresentanza politica.
Questa è la prima dimensione che personalmente vedo fondamentale per quanti intendono, come gli amici di Insieme, dare gambe politiche non effimere al Manifesto proposto da Stefano Zamagni.

Così facendo, eserciterebbero meritoriamente la prima delle due funzioni che convivevano in passato nei “partiti” di massa del novecento. Del resto, si può essere “popolari” senza una riconciliazione – di presenza e di simbiosi – con il popolo, con le sue paure e contraddizioni e col suo difficile percorso nella storia che cambia paradigmi?
Quanto alla seconda funzione (quella della organizzazione del consenso e della rappresentanza nelle istituzioni), penso personalmente che la crisi profonda della nostra società – che ci accompagnerà per molti anni – richieda schemi più robusti e maturi della semplice riproposizione di tante bandierine identitarie. Servono contenitori politico-elettorali forti, autorevoli, percepibili dai cittadini come stabili e credibili difronte alle sfide del governo di processi che stanno cambiando i connotati della nostra società e della nostra economia.

Torno a quanto auspicava Beniamino Andreatta ai suoi tempi. Serve uno strumento politico-elettorale che abbia l’ambizione di essere un potenziale “bari-centro” per il Paese e per il suo cammino di necessaria trasformazione in questa svolta epocale. Capacità di trasformazione che è ben di più del classico riformismo, come sostengono Zamagni e con lui molti osservatori dei fenomeni demografici, tecnologici, economici, antropologici ed ecologici. E come suggerisce lo stesso Francesco, quando esorta ad un “nuovo umanesimo”.

Tra il “partitino” e il “partitone” di cui al recente articolo di Marco Follini, la terza via si può forse ricercare su questa prospettiva. Culture politiche che si riorganizzano sul piano autenticamente identitario nella comunità e “nuovi partiti plurali” che le rappresentano – rispettandole e non archiviandole – in aree politiche sufficientemente omogenee.
Una di queste – che manca in Italia da qualche decennio – è quella delle culture popolari di ispirazione cristiana e liberal-democratica. Se abbandoniamo la nostalgia e accantoniamo la presunzione che ogni tassello sia il mosaico, forse riusciamo a fare qualcosa di buono ed utile per il Paese. I tasselli incominciano ad esserci: il variegato mondo popolare, da Insieme ad altre realtà come Rete Bianca e Demos; Azione; Base Italia di Marco Bentivogli; la rete dei partiti territoriali e delle liste civiche (parlo di quelle vere e non di quelle “di copertura”); movimenti e associazioni nate attorno alla nuova sensibilità ecologista “alla tedesca”.

Il mosaico ancora manca. E non è solo questione di leadership, ma principalmente di lettura politica e di coraggio culturale. “Le” leadership ne conseguiranno sul campo, posto che – nonostante la mitologia prevalente – non è più il tempo delle “discese” da un “alto” che, del resto, si stenta ad intravvedere come tale, sia nelle Istituzioni, sia nelle nomenclature dei vari poteri costituiti, quasi tutte a corto di idee e di carisma.

Francesco Augusto Razetto: “L’Italia paga oggi il prezzo di quelle scelte non fatte negli anni passati”.

In questo periodo la Repubblica Ceca è il Paese dell’Europa centro-orientale con il maggiore aumento settimanale di infezioni, secondo i dati pubblicati sull’ultimo bollettino epidemiologico settimanale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

Il governo ceco ha annunciato che bloccherà il movimento delle persone e chiuderà negozi e servizi in un parziale lockdown per combattere il picco di casi di coronavirus. Saranno consentiti spostamenti solo per lavoro, fare la spesa e andare dal medico, ha detto ai giornalisti il Ministro della Salute Roman Prymula. Resteranno aperti solo i negozi di alimentari e le farmacie. Le misure saranno in vigore fino al 3 novembre.

Abbiamo intervistato Francesco Augusto Razetto, Presidente della Fondazione culturale Eleutheria e Membro del Consiglio Direttivo della Camera di Commercio e dell’Industria italo-ceca, per sentire un parere su alcune questioni sul tema.

Nell’attuale congiuntura politica, economica e sanitaria caratterizzata dalla pandemia, come si presenta la situazione in Repubblica Ceca e, in particolare, a Praga?

La Repubblica Ceca in questi ultimi mesi sta attraversando, come tantissime altre nazioni, momenti difficili che verranno inevitabilmente ricordati per tanti anni ancora. In un quadro certamente non positivo, bisogna però non dimenticare che proprio la Repubblica Ceca, di fronte ad un numero di infetti che aumenta sempre più con tassi di crescita tra i più alti in Europa, ha un basso numero di ricoveri in terapia intensive e di decessi. Del resto, le stesse restrizioni che sono state adottate in tantissimi Paesi e che sono state particolarmente rigide in Italia, qui hanno trovato un’applicazione più leggera. 

A causa delle restrizioni imposte dal governo, l’Italia ha visto deteriorarsi notevolmente la propria economia, in particolare il settore terziario, con riferimento al turismo ed alle attività culturali. In tal senso come si presenta Praga città culturale e turistica per eccellenza?

L’Italia paga oggi il prezzo di quelle scelte non fatte negli anni passati. Scelte non popolari che la politica ha preferito procrastinare per non doverne pagare un prezzo elettorale. Altri Stati, come la Germania o la Repubblica Ceca, quelle stesse scelte hanno avuto il coraggio di farle ed oggi sono più pronti ad affrontare la crisi che la pandemia di COVID porta inesorabilmente con se. Anche se voglio essere ottimista in merito al nostro Paese. È del tutto evidente che l’Italia sia una grande nazione e che quindi probabilmente la capacità di reazione della sua classe imprenditoriale, anche questa volta, saprà sopperire alla mancanza e ai limiti di una classe politica non adeguata. Un discorso a parte credo meriti la situazione a Praga, città turistica per eccellenza, che in questa fase, come per esempio in altre importanti città d’arte come Venezia o Firenze, sente particolarmente il peso di questa chiusura. Sono quasi 9 milioni il numero di turisti che ogni anno si recavano a Praga (quarta città in Europa per presenza turistica dopo solo Londra, Parigi e Roma con un rapporto, numero di visitatori/cittadini residenti, estremamente superiore alle altre tre città). È innegabile che l’incertezza sulle regole da adottarsi in caso di viaggio, la scarsità dei collegamenti aerei e il senso di generale paura abbia influenzato negativamente il flusso turistico soprattutto per una città come Praga, che contava innanzitutto sulla presenza straniera.

La Fondazione Eleutheria, da Lei presieduta, aveva progettato per l’anno in corso la mostra “Parma, Atene d’Italia” in occasione del titolo “Parma città della cultura 2020”. A causa della pandemia l’iniziativa è stata rinviata al 2021. Quali problemi ha comportato il rinvio e come state cercando di risolverli? 

I problemi sono stati evidentemente non piccoli. Il problema più grande è sicuramente derivante dal fatto che la macchina organizzativa di una mostra del genere parte almeno due anni prima e in tutto questo tempo si sono sostenute delle spese ingenti. Ma al di là dell’aspetto più propriamente pratico ed economico quello che verrà a mancare è lo spirito, oserei dire la spontaneità dell’evento. Sicuramente i grandi numeri che ci sarebbero stati nel 2020, difficilmente si potranno avere nel 2021. Il sospetto è che una delle eredità più pesanti che questa pandemia ci lascerà è la paura. La paura di socializzare, la paura di viaggiare, la paura di frequentare posti molto popolati. Questo influenzerà molto anche il modo di approcciarsi delle persone agli eventi culturali in genere. Ed è qualcosa che, purtroppo, finirà per gravare anche su questo nostro appuntamento. Rimane invece immutato, come sempre, il nostro impegno e spirito di dedizione e passione che accompagnano ogni nostra iniziativa e che certamente non verranno meno anche in questo importante appuntamento.

Infine, quali sono le previsioni che sente di poter fare riguardo all’economia della Repubblica Ceca con particolare riferimento al settore immobiliare?

Presto dovremo fare i conti con una crisi economica che si ripercuoterá su tutto. È difficile adesso ipotizzare, da qui a due o tre anni, quali saranno i settori economici maggiormente colpiti ma credo che quello immobiliare rimarrà un settore rifugio. In questi ultimi mesi tutti gli Stati hanno stampato molta moneta e questo comporterà inevitabilmente un’impennata dell’inflazione. Storicamente all’innalzamento dell’inflazione corrisponde, da parte del risparmiatori, la ricerca di investire nel “mattone”; da sempre bene rifugio per antonomasia. Questo discorso è ancor più valido per gli immobili di qualità e in quei contesti urbani caratterizzati da un alto livello architettonico come Praga che, vorrei ricordarlo, è Patrimonio Unesco dal 1992.

 

Proroga dell’Accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese

Articolo pubblicato dall’Osservatore Romano

Il comunicato

Alla scadenza della validità dell’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese sulla nomina dei Vescovi, stipulato a Pechino il 22 settembre 2018 ed entrato in vigore un mese dopo, le due Parti hanno concordato di prorogare la fase attuativa sperimentale dell’Accordo Provvisorio per altri due anni.

La Santa Sede, ritenendo che l’avvio dell’applicazione del suddetto Accordo — di fondamentale valore ecclesiale e pastorale — è stato positivo, grazie alla buona comunicazione e collaborazione tra le Parti nella materia pattuita, è intenzionata a proseguire il dialogo aperto e costruttivo per favorire la vita della Chiesa cattolica e il bene del Popolo cinese.

Lo scopo e i motivi

L’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese, riguardante la nomina dei Vescovi, è stato firmato a Pechino il 22 settembre 2018. Entrato in vigore un mese dopo, con la durata di due anni ad experimentum, l’Accordo, dunque, scade oggi. In prossimità di tale data, le due Parti, hanno valutato vari aspetti della sua applicazione, e hanno concordato, tramite lo scambio ufficiale di Note Verbali, di prolungarne la validità per altri due anni, fino al 22 ottobre 2022. Il rinnovo, quindi, dell’Accordo Provvisorio sembra essere un’occasione propizia per approfondirne lo scopo e i motivi.

Lo scopo principale dell’Accordo Provvisorio sulla nomina dei Vescovi in Cina è quello di sostenere e promuovere l’annuncio del Vangelo in quelle terre, ricostituendo la piena e visibile unità della Chiesa. I motivi principali, infatti, che hanno guidato la Santa Sede in questo processo, in dialogo con le Autorità del Paese, sono fondamentalmente di natura ecclesiologica e pastorale. La questione della nomina dei Vescovi riveste vitale importanza per la vita della Chiesa, sia a livello locale che a livello universale. Al riguardo, il Concilio Vaticano ii, nella Costituzione Dogmatica sulla Chiesa, afferma che «Gesù Cristo, pastore eterno, ha edificato la santa Chiesa e ha mandato gli apostoli, come egli stesso era stato mandato dal Padre (cfr. Gv 20, 21), e ha voluto che i loro successori, cioè i vescovi, fossero nella sua Chiesa pastori fino alla fine dei secoli. Affinché poi lo stesso episcopato fosse uno e indiviso, prepose agli altri apostoli il beato Pietro e in lui stabilì il principio e il fondamento perpetuo e visibile dell’unità di fede e di comunione.» (Lumen Gentium, 18).

Questo insegnamento fondamentale, che riguarda il ruolo peculiare del Sommo Pontefice all’interno del Collegio Episcopale e nella stessa nomina dei Vescovi, ha ispirato le trattative ed è stato di riferimento nella stesura del testo dell’Accordo. Ciò assicurerà, poco a poco, cammino facendo, sia l’unità di fede e di comunione tra i Vescovi sia il pieno servizio a favore della comunità cattolica in Cina. Già oggi, per la prima volta dopo tanti decenni, tutti i Vescovi in Cina sono in comunione con il Vescovo di Roma e, grazie all’implementazione dell’Accordo, non ci saranno più ordinazioni illegittime.

Bisogna tuttavia rilevare che con l’Accordo non sono state affrontate tutte le questioni aperte o le situazioni che suscitano ancora preoccupazione per la Chiesa, ma esclusivamente l’argomento delle nomine episcopali, decisivo e imprescindibile per garantire la vita ordinaria della Chiesa, in Cina come in tutte le parti del mondo. Recentemente, l’Em.mo Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, intervenendo su «La Chiesa cattolica in Cina tra passato e presente» al Convegno svoltosi a Milano il 3 ottobre, in occasione del 150° anniversario dell’arrivo dei missionari del Pime in Henan, ha fatto presente che sull’Accordo Provvisorio sono sorti alcuni malintesi. Molti di questi sono nati dall’attribuzione all’Accordo di obiettivi che esso non ha, o dalla riconduzione all’Accordo di eventi riguardanti la vita della Chiesa cattolica in Cina che sono ad esso estranei, oppure a collegamenti con questioni politiche che nulla hanno a che vedere con l’Accordo stesso. Ricordando che l’Accordo concerne esclusivamente la nomina dei Vescovi, il Cardinale Parolin si è detto consapevole dell’esistenza di diversi problemi riguardanti la vita della Chiesa cattolica in Cina, ma anche dell’impossibilità di affrontarli tutti insieme.

La stipulazione dell’Accordo, dunque, costituisce il punto di arrivo di un lungo cammino intrapreso dalla Santa Sede e dalla Repubblica Popolare Cinese, ma è anche e soprattutto il punto di partenza per più ampie e lungimiranti intese. L’Accordo Provvisorio, il cui testo, data la sua natura sperimentale, è stato consensualmente mantenuto riservato, è frutto di un dialogo aperto e costruttivo. Tale atteggiamento dialogante, nutrito di rispetto e amicizia, è fortemente voluto e promosso dal Santo Padre. Papa Francesco è ben cosciente delle ferite recate alla comunione della Chiesa nel passato, e dopo anni di lunghi negoziati, iniziati e portati avanti dai suoi Predecessori e in una indubbia continuità di pensiero con loro, ha ristabilito la piena comunione con i Vescovi cinesi ordinati senza mandato pontificio e ha autorizzato la firma dell’Accordo sulla nomina dei Vescovi, la cui bozza peraltro era stata già approvata da Papa Benedetto xvi.
Il Cardinale Parolin ha sottolineato che l’attuale dialogo tra Santa Sede e Cina ha radici antiche ed è la continuazione di un cammino iniziato molto tempo fa. Gli ultimi Pontefici, infatti, hanno cercato ciò che Papa Benedetto xvi ha indicato come il superamento di una «pesante situazione di malintesi e di incomprensione», che «non giova né alle Autorità cinesi né alla Chiesa cattolica in Cina». Citando il suo predecessore Giovanni Paolo ii, scriveva nel 2007: «Non è un mistero per nessuno che la Santa Sede, a nome dell’intera Chiesa cattolica e — credo — a vantaggio di tutta l’umanità, auspica l’apertura di uno spazio di dialogo con le Autorità della Repubblica Popolare Cinese, in cui, superate le incomprensioni del passato, si possa lavorare insieme per il bene del Popolo cinese e per la pace nel mondo» (Lettera del Santo Padre Benedetto xvi ai Vescovi, ai Presbiteri, alle Persone Consacrate e ai Fedeli laici della Chiesa Cattolica nella Repubblica Popolare Cinese, N. 4).

Da parte di alcuni settori della politica internazionale si è cercato di analizzare l’operato della Santa Sede prevalentemente secondo un’ermeneutica geopolitica. Nel caso della stipula dell’Accordo Provvisorio, invece, per la Santa Sede si tratta di una questione profondamente ecclesiologica, in conformità a due principi così esplicitati: «Ubi Petrus, ibi Ecclesia» (Sant’Ambrogio) e «Ubi episcopus, ibi Ecclesia» (Sant’Ignazio di Antiochia). Inoltre, c’è la piena consapevolezza che il dialogo tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese favorisce una più proficua ricerca del bene comune a vantaggio dell’intera comunità internazionale.

Proprio con questi intendimenti, l’Arcivescovo Paul R. Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati, ha incontrato il Sig. Wang Yi, Consigliere di Stato e Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, nel pomeriggio del 14 febbraio 2020, a Monaco di Baviera, a margine della 56a edizione della Conferenza sulla Sicurezza, anche se di fatto, il loro primo incontro personale, benché non ufficiale, era avvenuto in occasione di una Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite a New York.  Occorre notare che ambedue gli incontri hanno avuto luogo nel contesto della diplomazia multilaterale che agisce in favore della pace e della sicurezza globale, cercando di cogliere ogni segnale, anche minimo, che permetta di sostenere la cultura dell’incontro e del dialogo.

Come reso pubblico dalla Santa Sede, nel corso del colloquio svoltosi in Germania sono stati evocati i contatti fra le due Parti, sviluppatisi positivamente nel tempo. In tale occasione, poi, si è rinnovata la volontà di proseguire il dialogo istituzionale a livello bilaterale per favorire la vita della Chiesa cattolica e il bene del Popolo cinese. Si è auspicata, inoltre, maggiore cooperazione internazionale al fine di promuovere la convivenza civile e la pace nel mondo e si sono scambiate considerazioni sul dialogo interculturale e i diritti umani. In particolare, è stata evidenziata l’importanza dell’Accordo Provvisorio sulla nomina dei Vescovi, ora prorogato, con l’auspicio che i suoi frutti siano sempre maggiori, in base all’esperienza maturata nei primi due anni della sua applicazione.

Per quanto riguarda i risultati finora raggiunti, sulla base del quadro normativo stabilito dall’Accordo, sono stati nominati due Vescovi (S.E. Mons. Antonio Yao Shun, di Jining, Regione autonoma della Mongolia Interna, e S.E. Mons. Stefano Xu Hongwei, a Hanzhong, Provincia di Shaanxi), mentre diversi altri processi per le nuove nomine episcopali sono in corso, alcuni in fase iniziale altri in fase avanzata. Anche se, statisticamente, questo può non sembrare un grande risultato, esso rappresenta, tuttavia, un buon inizio, nella speranza di poter raggiungere progressivamente altre mete positive. Non è possibile trascurare il fatto che negli ultimi mesi il mondo intero è stato quasi paralizzato dall’emergenza sanitaria, che ha influenzato la vita e l’attività, in quasi tutti i settori della vita pubblica e privata. Il medesimo fenomeno ha influito, ovviamente, anche sui contatti regolari tra la Santa Sede e il Governo cinese e sulla stessa attuazione dell’Accordo Provvisorio.

L’applicazione dell’Accordo, con l’effettiva e sempre più attiva partecipazione dell’Episcopato cinese, dunque, sta avendo una grande importanza per la vita della Chiesa cattolica in Cina e, di riflesso, per la Chiesa universale. In tale contesto, si colloca anche l’obiettivo pastorale della Santa Sede, di aiutare i cattolici cinesi, a lungo divisi, a dare segnali di riconciliazione, di collaborazione e di unità per un rinnovato e più efficace annuncio del Vangelo in Cina. Alla comunità cattolica in Cina — ai Vescovi, ai sacerdoti, ai religiosi, alle religiose e ai fedeli — il Papa ha affidato in modo particolare l’impegno di vivere un autentico spirito di amore fraterno, ponendo dei gesti concreti che aiutino a superare le incomprensioni, testimoniando la propria fede e un genuino amore. È doveroso riconoscere che permangono non poche situazioni di grande sofferenza. La Santa Sede ne è profondamente consapevole, ne tiene ben conto e non manca di attirare l’attenzione del Governo cinese per favorire un più fruttuoso esercizio della libertà religiosa. Il cammino è ancora lungo e non privo di difficoltà.

La Santa Sede, con piena fiducia nel Signore della storia, che guida indefettibilmente la sua Chiesa, e nella materna intercessione della Ss.ma Vergine Maria, Madonna di Sheshan, affida al sostegno cordiale e, soprattutto, alla preghiera di tutti i cattolici questo passaggio delicato e importante, auspicando che i contatti e il dialogo con la Repubblica Popolare Cinese, che hanno maturato un primo frutto nella firma dell’Accordo Provvisorio sulla nomina dei Vescovi e la proroga di oggi, contribuiscano alla soluzione delle questioni di comune interesse ancora aperte, con particolare riferimento alla vita delle comunità cattoliche in Cina, nonché alla promozione di un orizzonte internazionale di pace, in un momento in cui stiamo sperimentando numerose tensioni a livello mondiale.

Robot e umani condivideranno equamente i lavori nel 2025

Che l’arrivo della pandemia di coronavirus abbia capovolto le economie mondiali, strangolando il loro tessuto imprenditoriale e con esso lasciando milioni di lavoratori in gravi difficoltà, è un fatto evidente.

Questo ha reso necessario un implementazione di nuove formule per adattarsi a questa nuova situazione.

La robotizzazione, paradigma dello sviluppo tecnologico e risultato del progresso industriale, sarà d’ora in poi molto più presente nelle aziende, determinando una perequazione della forza lavoro tra uomini e macchine.

È quanto sottolinea l’ultimo studio del World Economic Forum, che avverte che a seguito del repentino scoppio del covid-19 e della conseguente recessione generale dei paesi, entro il 2025 ―in soli cinque anni― la distribuzione dei compiti sarà pari tra esseri umani e robot.

Nel rapporto intitolato “The Future of Jobs 2020”, il WEF prende come riferimento, per trarre le sue conclusioni, le indagini condotte con i dirigenti aziendali senior – principalmente direttori delle risorse umane e direttori strategici -, che rappresentano quasi 300 aziende globali e insieme impiegano otto milioni di lavoratori.

Secondo il rapporto del WEF, uno spostamento nella divisione del lavoro tra uomo e macchina potrebbe spostare circa 85 milioni di posti di lavoro entro il 2025, dando origine, però, a 97 milioni di nuovi ruoli.
I posti di lavoro destinati a essere sempre più ridondanti includono assistenti amministrativi, contabili e impiegati, mentre le posizioni in crescita includono quelle nell’economia verde, ruoli in prima linea nei dati e nell’intelligenza artificiale, nonché nuovi lavori in ingegneria, cloud computing e sviluppo di prodotti.
E’ anche previsto aumento dei posti di lavoro nel marketing, nelle vendite e nella produzione di contenuti, così come i ruoli che richiedono un’attitudine a lavorare con persone di diversa estrazione.
Alcuni lavoratori i cui posti di lavoro sono vulnerabili potrebbero, secondo il rapporto, essere in grado di intraprendere nuove carriere.

Un’analisi del team di data science di LinkedIn condotta per il WEF ha mostrato che molti professionisti sono passati negli ultimi cinque anni a “ruoli emergenti” nella new economy pur provenendo da occupazioni completamente diverse.

Un’altra delle formule di lavoro che il presente documento ha analizzato è il telelavoro. Secondo il rapporto, l’84% dei datori di lavoro è pronto a digitalizzare i processi di lavoro e afferma che “esiste la possibilità che il 44% della loro forza lavoro effettui il telelavoro”.

Perugia: Il “Servizio Buongiorno” per prevenire l’isolamento degli over-70

Franca Gasparri predidente di Auser spiega che: “Nel corso del lockdown  sono state centinaia le persone anziane che ci hanno contattati anche solo per avere un po’ di compagnia al telefono, o perché avevano bisogno di un aiuto. Ora, con il nuovo progetto vogliamo strutturare questo rapporto, mettendo i nostri volontari a disposizione delle persone che ne hanno bisogno”.

Soli, con pensioni all’osso e servizi insufficienti: è la condizione che spesso vivono gli anziani di Perugia. Per questo è stato ideato il progetto.

«Il progetto “Servizio Buongiorno” intende prevenire l’isolamento sociale degli over 70 del centro storico strutturando e sperimentando un servizio innovativo di assistenza ed erogazione di attività, anche domiciliare, di sostegno psicologico ed inclusione finalizzato alla individuazione preventiva dei bisogni specifici che le persone anziane esprimono».

Il servizio è totalmente gratuito e per accedervi basta contattare Auser Perugia al numero 0755005666.

Clima , le città coprono il 3% della superficie, ma producono il 72% delle emissioni di gas serra

Si stima che in Europa, entro il 2050, l’85% degli abitanti vivrà in città, e quindi bisogna partire dalle città e dai cittadini per fronteggiare l’emergenza climatica. Questo l’obiettivo della missione ‘100 città europee neutrali climaticamente entro il 2030’, proposto dal Mission Board for climate-neutral and smart cities alla Commissione Europea e presentato oggi in Italia in una conferenza online. Durante l’evento, organizzato dal Miur e dall’Agenzia per la promozione della ricerca europea (Apre), A. Boni, membro del comitato, ha spiegato come “sia molto più di un programma di ricerca e sviluppo, è una sfida di trasformazione delle città”. Per far parte delle 100 città climaticamente neutrali, cioè senza impatto sul clima, dovrà “esserci la loro volontà, impegno e capacità di coinvolgere i cittadini e il 27 ottobre i Commissari   europei dovranno decidere se lanciare questa missione e il relativo processo di implementazione a inizio 2021”.

Uno dei principali ostacoli alla transizione climatica non è la mancanza di tecnologie amiche dell’ambiente o intelligenti, ma la capacità di implementarle. Serve un sistema diverso dall’attuale, più integrato e con una continua collaborazione e un maggiore coinvolgimento degli attori in causa, dove i cittadini assumano un ruolo importante. Le 100 città che sigleranno i cosiddetti Contratti delle città del clima dovranno sviluppare un sistema innovativo di governo, trasporti, energia, costruzione e riciclo con l’uso delle tecnologie digitali, e faranno da hub dell’innovazione per altre città. Durante il suo intervento il rettore del Politecnico di Milano, F. Resta ha ribadito che “i territori hanno un grande valore, perchè hanno nel Dna l’innovazione, l’internazionalizzazione e la sostenibilità e rappresentano una grande possibilità per lo sviluppo della neutralità climatica delle nostre città”.

Cannabis terapeutica per bambini affetti da sindromi di Lennox Gastaut e Dravet.

Il Ministero della Salute si è attivato per assicurare la dispensazione di un farmaco per bambini affetti dalle sindromi di Lennox Gastaut e di Dravet. La sindrome della Lennox Gastaut è una rara e grave encefalopatia epilettica, mentre la sindrome di Dravet è una forma di epilessia resistente ai farmaci anticomiziali.

Entrambe queste patologie hanno, solitamente, insorgenza in età pediatrica e si connotano per limitate risorse terapeutiche.

Alla luce di queste considerazioni, il Ministero sostiene “l’importanza di identificare nuove soluzioni di cura. Il farmaco in questione riduce del 30-40% la frequenza delle crisi epilettiche”.

Un provvedimento in continuità con le norme attualmente vigenti in Italia che classificano tutti i medicinali di origine vegetale a base di Cannabis (sostanze e preparazioni vegetali, inclusi estratti e tinture), nella “Tabella dei medicinali, sezione B, del decreto del Presidente della Repubblica 309/1990”.

Follini non crede ai partitini, ma nemmeno ai partitoni.

L’articolo di Alberto Melloni ha lasciato il segno. La politica dei cristiani si rivela per tutti una questione che esige pazienza e rigore: non è tempo di buone intenzioni, ma di sano realismo. Indubbiamente, sulla spinta di una crisi molto complicata, per la quale non valgono gli schemi del passato, la coscienza dei credenti avverte il bisogno di superare la classica contrapposizione tra destra e sinistra. Si rumina la volontà del riscatto. L’obiettivo può avere una sua consistenza e validità, a patto che non ci ceda alla illusione del “ritorno al centro” grazie alla riproposizione di formule consumate. La figura del partito d’ispirazione cristiana appartiene alla stagione dell’ideale storico concreto di matrice maritainiana e al faticoso processo di laicizzazione dell’impegno politico dei cattolici, con il “salto” poi nella esperienza in sé formidabile della Democrazia cristiana, nella seconda metà del Novecento, con esiti fecondi specialmente in Europa e in America Latina.

Insomma, Melloni ha dato una scossa. Infatti prosegue il dibattito sul “Domani”, il nuovo quotidiano voluto da De Benedetti, con l’intervento di ieri a firma Marco Follini. Il quale, come è noto, unisce alle doti politiche la malia di una scrittura elegante e sobria, con uno stile originale. Ha pubblicato più libri sulla Dc, dopo averne conosciuto le dinamiche interne – lui ancora giovane – negli anni della tragedia di Moro, fino alla decadenza e alla fatale dissoluzione del partito. Follini accennna solitamente alla mancata elaborazione del lutto per la fine dello scudo crociato. Anzi, per aver osservato da vicino le frivole esaltazioni del “d-day” della sua distruzione, semina qualche dubbio sulla qualità politica di tale moto scomposto che avrebbe dovuto significare la liberazione di nuove e fresche energie. Dirlo con eloquio soffuso, come nel format folliniano, non diminuisce comunque la gravità di una malcelata disapprovazione.

Fin qui tutto bene, se ci si pone dal lato di una possibile controstoria sulla fine della Dc e se poi, soprattutto, insieme a questa necessaria opera di rivisitazione critica s’intenda ricavare dai fatti una spiegazione degna, sostanzialmente irriducibile alla pur giustificata apologetica. E qui Follini si ritrae, quasi a certificare l’inanità di un processo interpretativo, più facile da evocare che non da promuovere e vivere. Non spiega, appunto, perché a suo giudizio il Novecento italiano abbia chiuso i battenti con la condanna dei vincitori, mettendo cioè la Dc, e con essa i suoi alleati  tradizionali, sul banco degli imputati. Non spiega la dissoluzione di una classe dirigente di tutto rispetto, sebbene la bufera di Tangentopoli permetta, in un certo senso, d’inquadrare a occhio nudo la virulenza di quanto accaduto sotto il cielo di un prolungato e dissimulato colpo di Stato.

Follini non ammonisce, almeno stavolta, coloro che si sforzano di riattivare un percorso politico. Il suo giudizio è benevolo o perlomeno comprensivo, se non altro perché il fastidio di doversi misurare con un fenomeno disastroso di entropia politica, tale perciò da favorire l’esplosione dell’antipolitica, autorizza a vincere la naturale propensione al disincanto filosofico dei saggi. Nelle sue parole c’è un di più, forse una speranza, che si coglie nel doppio rifiuto dei “partitini”, da un lato, ma anche, dall’altro, dei “partitoni”.  In questa intersezione, meritevole di arricchimento teorico, tra opposte soluzioni caduche, opera potenzialmente la dialettica sulla formazione di “nuove forme politiche che oggi è difficile da immaginare”.  La cautela resta fortissima, ma perlomeno con Follini si ragiona o si può ragionare, così pare, sulla costruzione di uno schema dai contorni meno labili e fumosi. Il “profumo d’incenso” in Chiesa va bene, ma in politica crea confusione.    

La paura del no-deal fa volare l’export italiano

Con il rischio del no deal volano le esportazioni italiane di cibo e bevande Made in Italy in Gran Bretagna dove fanno registrare un balzo record del 5,2%, in netta controtendenza con l’andamento stagnante del commercio estero. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi al commercio estero nei primi otto mesi del 2020 in occasione del colloquio tra il premier Giuseppe Conte e la Presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen.

La corsa agli acquisti è spinta dal fatto che a pesare sui rapporti commerciali in caso di No Deal è soprattutto – sottolinea la Coldiretti il rischio dell’arrivo di dazi e ostacoli amministrativi e doganali alle esportazioni, che scatterebbero con il nuovo status di Paese Terzo rispetto all’Unione Europea. L’Italia – precisa la Coldiretti – ha importanti relazioni nell’agroalimentare con forniture che nel 2019 hanno raggiunto i 3,4 miliardi di euro e classificano la Gran Bretagna la quarto posto tra i partner commerciali del Belpaese nell’agroalimentare.

A preoccupare – continua Coldiretti – è anche la tutela giuridica dei prodotti a indicazioni geografica e di qualità (Dop/Igp) che incidono per circa il 30% sul totale dell’export agroalimentare Made in Italy e che, senza protezione europea, rischiavano di subire la concorrenza sleale dei prodotti di imitazione da Paesi extracomunitari. Con l’uscita dall’Unione Europea si teme anche che si affermi in Gran Bretagna una legislazione sfavorevole alle esportazioni agroalimentari italiane come ad esempio l’etichetta nutrizionale a semaforo sugli alimenti, che si sta già diffondendo in gran parte dei supermercati inglesi e che – precisa la Coldiretti – boccia ingiustamente quasi l’85% del Made in Italy a denominazione di origine (Dop).

Dopo il vino, che complessivamente ha fatturato nel 2019 sul mercato inglese quasi 771 milioni di euro, spinto dal Prosecco Dop, al secondo posto tra i prodotti agroalimentari italiani più venduti in Gran Bretagna ci sono – conclude la Coldiretti – i derivati del pomodoro, ma rilevante è anche il ruolo della pasta, dei formaggi e dell’olio d’oliva. Importante anche il flusso di Grana Padano e Parmigiano Reggiano per un valore attorno ai 85 milioni di euro.

Il bonus asilo nido sarà prorogato anche nel 2021

Fino a 3mila euro per le famiglie per il pagamento di rette per la frequenza di asili nido pubblici e privati di forme di assistenza domiciliare in favore di bambini con meno di tre anni affetti da gravi patologie croniche. Lo prevede il cosiddetto bonus asilo nido che secondo quanto prevede una bozza del Documento programmatico di bilancio è stato esteso anche al 2021.

Per le famiglie con un Isee compreso tra 25mila e 40mila euro il bonus asilo nido ammonterà a 2.500 euro.

Spetta infine un contributo di 1.500 euro annui alle famiglie con Isee superiore a 40mila euro

Sui terreni confiscati alla mafia torna a vincere la legalità

E’ in corso la vendemmia di circa 90 quintali uva a bacca nera, del genere nero d’avola, in un feudo confiscato alla mafia in Contrada Mulinello, in agro di Montedoro, a Caltanissetta. Le attività di raccolta sono effettuate dalla cooperativa sociale Verbumcaudo, formata da giovani del territorio, che sta valorizzando l’omonimo feudo confiscato alla mafia attraverso la messa in produzione di 151 ettari di terreni che vengono coltivati ad origano, pomodori e cereali.

Le storie delle ragazze e dei ragazzi della cooperativa sono storie di giovani che stanno scegliendo di investire nell’entroterra siciliano: ci sono ingegneri, geologi, guide naturalistiche, agronomi, commercialisti e addetti alle lavorazioni agricole qualificati.

Il prefetto di Caltanissetta Cosima Di Stani, intervenuta all’evento, ha ribadito come tale iniziativa rimarca e veicola l’idea di come sia sempre possibile trasformare un luogo, già nella disponibilità della criminalità, in un avamposto di legalità. Si torna al lavoro regolare, allo sviluppo economico del territorio, con la destinazione della produzione viticola a finalità sociali essendo gestita da associazioni ed enti della provincia nissena che si occupano di assistenza a soggetti meno abbienti.

I terreni facevano parte del patrimonio dei fratelli della famiglia mafiosa di Montedoro (CL), Gaetano Falcone, di 75 anni, e Nicolò, deceduto il 15 giugno 2019. Complessivamente il patrimonio confiscato è costituito da 5 aziende agricole e 87 immobili (tra fabbricati e terreni), nonché da numerosi rapporti bancari, per un valore complessivo di oltre 2 milioni e mezzo di euro.

Presenti all’evento anche il colonnello dell’Arma dei carabinieri Baldassare Daidone, il colonnello della Direzione investigativa antimafia Emanuele Licari, i sindaci di Montedoro, Bompensiere, Marianopoli, Milena e Acquaviva Platani, i rappresentanti dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati alla mafia sede di Reggio Calabria ed il coadiutore dell’Agenzia stessa, Labarbera, il presidente delle Confcooperative Maurizio Nicosia (insieme a numerosi rappresentanti dell’assoociazione) e il presidente della cooperativa sociale Verbumcaudo.

Il Plasma Freddo per combattere il Covid

Massimo Clementi, ordinario di Microbiologia e virologia all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano, direttore del Laboratorio di microbiologia e virologia dell’Irccs ospedale San Raffaele con un analisi molto curata apre le porte ad una nuova tecnologia che si chiama Plasma freddo.

E’ una tecnologia molto innovativa e interessante che arriva dallo spazio. E’ basata sul fenomeno della ionizzazione che riesce ad abbattere il coronavirus negli ambienti chiusi fino al 99,9% in mezz’ora.

Un fenomeno fisico generato a temperatura ambiente utilizza l’aria trasformandola in un gas ionizzato (plasma freddo) costituito da varie particelle caricate elettricamente: elettroni, ioni, atomi e molecole che scontrandosi tra loro producono specie ossidanti in grado di disaggregare i composti organici volatili, come batteri e virus.

Papa Francesco: “Gli omosessuali sono figli di Dio, hanno diritto a una famiglia”.

“Le persone omosessuali hanno il diritto di essere una famiglia. Sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo. Ciò che dobbiamo creare è una legge sulle unioni civili. In questo modo sono coperti legalmente. Mi sono battuto per questo”.

Queste sono le parole del Pontefice in un documentario in uscita oggi alla Festa di Roma a firma di Evgeny Afineevsky.

E’ la prima volta che un pontefice si dice favorevole alle unioni civili omosessuali.

Tra i momenti più toccanti del film, la telefonata del Papa a una coppia di omosessuali, con tre figli piccoli a carico, in risposta ad una loro lettera in cui mostravano il loro grande imbarazzo nel portare i loro bambini in parrocchia. Il consiglio di Bergoglio al signor Rubera è quello di portare i bambini comunque in parrocchia al di là degli eventuali giudizi.

Rubera, nel film, dice di aver, poi, effettivamente fatto frequentare ai figli la parrocchia, e di essere felice della scelta compiuta.

Molto bella poi la testimonianza di Juan Carlos Cruz: “Quando ho incontrato Papa Francesco mi ha detto Juan, è Dio che ti ha fatto gay e comunque ti ama. Dio ti ama e anche il Papa poi ti ama”.

A favore del riconoscimento delle unioni civili, tra gli altri, si sono pronunciati in questi anni i cardinali Walter Kaspere Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, e il vescovo Marcello Semeraro, molto vicino a Francesco, di recente nominato a capo della Congregazione dei Santi al posto del cardinale Becciu.

 

Cattolici, la provocazione di Melloni e le nostre ragioni.

Alberto Melloni è uno studioso di rango. E non solo per l’arcipelago cattolico italiano. La sua  profondità di analisi, la sua vasta e raffinata cultura accompagnata dalla sua consueta ironia,  meritano sempre attenzione e rispetto. Come la sua ultima analisi sulla presenza politica e  pubblica dei cattolici nella società contemporanea. 

Ora, per evitare confusione e fraintendimenti, dobbiamo fare almeno una doppia valutazione in  merito alle recenti osservazioni di Melloni sul “Domani” ma anche, e soprattutto, sulla realtà che si  presenta davanti a noi e come noi, cattolici democratici e popolari, possiamo reagire.  

Innanzitutto, come si può dissentire da Melloni quando evidenzia la coriandolizzazione della  presenza politica dei cattolici? Anzi, nella sua analisi è stato ancora troppo parco di giudizi. Se  doveva citare gli esperimenti decollati almeno negli ultimi due anni, serviva un pallottoliere più che  un articolo. Sarebbe sufficiente scorrere l’elenco, un po’ patetico e un po’ comico, per rendersi  conto che qualcosa non funziona. Senza nulla togliere alla generosità, alla passionalità di  tantissimi e alla voglia, di alcuni, di strappare comprensibilmente e finalmente uno straccio di  candidatura per approdare in Parlamento dopo tanto peregrinare. Ma, al di là dei singoli casi, è  indubbio che una multiforme e variegata presenza, e quindi politicamente virtuale ed  organizzativamente quasi inesistente, è destinata ad essere oggetto di derisione all’interno e di  oggettiva debolezza all’esterno. Sia per la qualità della proposta e sia, soprattutto, per la credibilità  del progetto.  

Ma, ed è la seconda considerazione, Melloni esagera quando esprime una sprofonda sfiducia nella  possibilità che il cattolicesimo politico contemporaneo, seppur articolato e molto variegato al suo  interno, possa ancora organizzarsi nello scacchiere politico italiano. Perchè, al di là delle fasi  storiche che si susseguono, lo storico richiamo di Pietro Scoppola continua ad avere una bruciante  attualità. E cioè, la “cultura del comportamento e la cultura del progetto” per i cattolici democratici e  popolari richiedono ed invocano una presenza pubblica organizzata.

Certo, compatibile con le  dinamiche politiche, culturali e storiche del momento ma anche consapevoli che le potenzialità  programmatiche, ideali e politiche di quest’area non possono essere ulteriormente compresse. Ma  il nodo di fondo, e qui Melloni coglie nel segno e non era neanche tanto difficile – sempre detto fra  di noi – non può essere la semplice e banale riproposizione di sigle per lo più virtuali e funzionali, il  più delle volte, al bisogno di visibilità dei singoli proponenti. Ma la fecondità, la specificità e  l’originalità dell’esperienza storica del cattolicesimo politico italiano non è la presenza nel campo  della prepolitica nè, d’altro canto, l’offerta parcellizzata e molecolare. Continua ad essere,  comunque sia, quella di una presenza politicamente autorevole e organizzativamente autonoma. Il  problema da risolvere è come non ridurre questa doppia sfida in una operetta macchiettistica che  poi viene sbertucciata, e forse anche giustamente, da uno studioso preparato anche se un po’  prevenuto come il prof. Melloni.  

Nel Bundestag si rema contro Trump

Norbert Röttgen, presidente della commissione per gli affari esteri del Bundestag, ha dichiarato che la cooperazione tra Stati Uniti ed Europa sarebbe in pericolo se Trump vincesse le elezioni del 3 novembre.

“L’attuale amministrazione americana è guidata da una logica di punizione ogni volta che gli altri non si attengono ai loro desideri” “Non è possibile costruire una partnership su questa base.”

Da decenni un portabandiera dell’alleanza transatlantica e alleato dei repubblicani americani  Norbert Röttgen non risparmia nulla al presidente americano e alla sua politica basata sulla dottrina America first.

“gli Stati Uniti vedrebbero erodersi ulteriormente la loro capacità di avere una leadership internazionale”. “Un paese che è diviso internamente e pieno di acrimonia ad un certo punto perderà la capacità di plasmare gli affari esteri, quindi vedremmo continuare il ritiro americano dalla politica internazionale, creando un vuoto che altri sarebbero più che felici di riempire”.

“Se Joe Biden vincesse, mi aspetto che il suo governo ritorni ad una partnership basata sulla cooperazione”

Comunque chiunque arrivi alla Casa Bianca questo sarebbe il momento, per l’Europa, di assumersi maggiori responsabilità dentro e fuori i suoi confini, di “prendere il mano il proprio destino” come dichiarò Angela Merkel dopo l’infelice esordio di Trump al G7 di Taormina del 2017.

Chiari è la Capitale italiana del libro per il 2020

Chiari è la “Capitale italiana del libro” per il 2020. Il Consiglio dei Ministri ha approvato la proposta del Ministro per i Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo, Dario Franceschini, di conferire al Comune di Chiari in provincia di Brescia, uno dei più colpiti dalla epidemia da Covid-19, il titolo di “Capitale italiana del libro” per l’anno 2020”.

Ai sensi della legge, legge 13 febbraio 2020, n. 15, Disposizioni per la promozione e il sostegno della lettura, “Chiari – Capitale italiana del libro 2020”riceverà un finanziamento di 500.000 euro per la realizzazione di progetti, iniziative e attività per la promozione della lettura.

“Così come è accaduto per il titolo di Capitale Italiana della Cultura – che ha tratto ispirazione da quello di Capitale Europea –, anche la “Capitale italiana del Libro” genererà meccanismi virtuosi capaci di sviluppare progetti culturali, coinvolgenti e innovativi” ha dichiarato il ministro Franceschini.” “Conferire il titolo a Chiari è inoltre il giusto riconoscimento alla microeditoria e alla produzione degli editori indipendenti che in questa città trovano da 18 anni una importante Rassegna di scambio e promozione che sarà organizzata anche quest’anno, dal 13 al 15 novembre, in una edizione rispettosa dei protocolli sanitari.
Questo riconoscimento – ha concluso  il ministro – arriva in un anno particolare e in un territorio fortemente colpito dalla pandemia in cui, ora più che mai, è giusto rafforzare il sostegno al settore del libro. Nei mesi più duri del lockdown, Chiari ha trovato proprio nella lettura, compiuta attraverso i canali social dell’amministrazione, uno degli strumenti per sostenere la comunità. Ora questa esperienza può diventare un modello”.

Il titolo di Capitale del libro, che in questa prima edizione è stato attribuito per legge dal Cdm su proposta del Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, dal prossimo anno sarà conferito all’esito di un’apposita selezione in cui una commissione di esperti valuterà i progetti presentati.

La prima rete 4G sulla Luna

Nokia installerà il primo sistema di comunicazione Lte/4G nello spazio. Aiuterà così a spianare la strada verso una presenza umana sostenibile sulla superficie lunare, parte essenziale del programma Artemis della Nasa.

La rete fornirà capacità di comunicazione per diverse applicazioni di trasmissione dati, comprese funzioni vitali di comando e controllo, controllo remoto dei rover lunari, navigazione in tempo reale e streaming di video ad alta definizione. Queste applicazioni di comunicazione sono tutte vitali per la presenza umana a lungo termine sulla superficie lunare.

La rete LTE di Nokia, il precursore del 5G, è ideale per fornire connettività wireless per qualsiasi attività che gli astronauti devono svolgere, abilitando funzionalità di comunicazione vocale e video, telemetria e scambio di dati biometrici e distribuzione e controllo di carichi utili di robotici e sensori.

L’osteoporosi

Con la parola osteoporosi si intende una condizione in cui lo scheletro è soggetto a perdita di massa ossea e resistenza causata da fattori nutrizionali, metabolici o patologici. Lo scheletro è quindi soggetto a un maggiore rischio di fratture patologiche, in seguito alla diminuzione di densità ossea e alle modificazioni della microarchitettura delle ossa.

Generalmente l’osteoporosi viene considerata una patologia a carico delle ossa, ma secondo alcuni si tratterebbe di un processo parafisiologico nel soggetto anziano, la cui presenza predispone comunque a un maggior sviluppo di fratture patologiche, una conseguente diminuzione della qualità e della speranza di vita e di complicanze dovute alle fratture, se non adeguatamente trattata.

Poiché viene considerata troppo facilmente malattia (e non causa della vera malattia o espressione manifesta di osteoporosi, ovvero la frattura da fragilità), il British Medical Journal l’ha inclusa in un elenco di “non-malattie”.

L’osteoporosi si manifesta inizialmente con una diminuzione del tono calcico nella massa ossea (osteopenia). Le ossa più facilmente interessate dalla diminuzione del tono calcico sono le vertebre dorso-lombari, il femore e il polso.

Inizialmente asintomatico, rimane tale per 2/3 delle persone. Le prime manifestazioni compaiono con le fratture; il dolore alle ossa e alla muscolatura ad esempio è tipico della presenza di fratture, ma esse possono anche non essere avvertite dall’individuo e facilmente possono avvenire anche al minimo evento traumatico. Solitamente il dolore è localizzato alla schiena o al bacino, ma è possibile che si manifesti ovunque sia la sede della frattura ed è di tipo acuto e si aggrava in presenza di sforzi e carico. Con il progredire dell’osteopenia si può manifestare un crollo vertebrale, una frattura dell’avambraccio (polso) o una frattura femorale.

La fratture possono portare ipercifosi dorsale e iperlordosi cervicale.

Nella terapia trovano impiego farmaci bisfosfonati e anticorpi monoclonali, volti ad aumentare la massa ossea e la resistenza agli urti e alle fratture.

Melloni sferra l’attacco ai partitini d’ispirazione cristiana, ma non affronta il problema della nuova questione cattolica.

Stamane Alberto Melloni, storico delle religioni, sul “Domani” di De Benedetti assesta un colpo durissimo all’incongruo proliferare di partitini cattolici. Passa in rassegna le varie iniziative e ne ravvede l’insufficienza. Si nota immediatamente, fin dalle prime battute del suo articolo al vetriolo, che non ama la riproposizione del discorso sull’impegno politico organizzato del mondo cattolico. Piuttosto preferirebbe osservare una ripresa di tono spirituale e pastorale della Chiesa italiana, specie in questo tempo di crisi che prende origine dalla pandemia da Covid-19 e pesantemente investe l’economia globale.

Le conclusioni sono drastiche: “Infatti – scrive Melloni – o il cattolicesimo saprà riprendere un dialogo interno, o alla fine, là fuori, ci saranno dieci partitini e correntine al profumo d’incenso, ciascuna capace di vantare entrature e batter cassa politica in proporzione alla propria sicumera o al proprio bluff”. Non è il viatico giusto, a suo giudizio, per ridare slancio alla presenza pubblica dei cristiani, sapendo che sulle macerie di questa guerra anti pandemica spunterà quanto prima il bisogno di appellarsi a “una passione morale inesauribile e un infrangibile senso dello stato”. Altrimenti, parrebbe dire Melloni, nessuna rinascita civile o morale avrà modo di palesarsi credibilmente.

In sostanza, quel che sostiene l’editorialista, alla luce di un’aggiornata lettura post conciliare del rapporto tra Chiesa e mondo, è l’improponibilità della figura stessa del cattolicesimo politico. Nel suo dossettismo radicale – perché della scuola dossettiana di Bologna Melloni è oggi l’interprete più autorevole – opera la pregiudiziale verso ogni forma di ricomposizione dell’iniziativa politica dei credenti (più o meno praticanti), essendo proprio questa ricomposizione l’incunabolo del pre-partito che tende a farsi partito. Da questa impostazione polemica, in verità così ostica da non risparmiare neppure una personalià del rango del Card. Re, colpevole di aver celebrato messa in uno di questi convegni dedicati alla costruzione di un nuovo soggetto politico d’ispirazione cristiana, si ricava una  vivida espressione di volontà che mira a tenere la Chiesa al riparo da lotte e fratture politiche del nostro tempo, con ciò sperando di restituirle una maggiore forza di rappresentanza dell’Italia nel suo complesso.

In effetti la nascita di un nuovo partito, nelle intenzioni più accogliente per i cattolici, non può avvenire sulla base di un proposito integralistico, come se all’improvviso la grande lezione degli ultimi cinquant’anni sulla laicità della politica fosse gravata da un istinto di rimozione. Indubbiamente, su questo punto la critica di Melloni ha gioco facile. Disconoscere tuttavia che la perdita di coscienza politica del Paese e la perdita di rilevanza politica dei cattolici vadano di pari passo, sicché una qualche correlazione si debba evincere per forza e conseguentemente assumere come problema, costituisce la zona d’ombra di un ragionamento che porta a disincarnare il cristianesimo e insieme ad impoverire la nazione. A dispetto di Melloni, questo eccesso di sfiducia nella mediazione storico temporale, quale categoria invisa alla mentalità radicalmente post democristiana, se non furiosamente anti democristiana, consegna il cattolicesimo italiano a una condizione di evanescenza e spaesamento. Esiste, vuoi o non vuoi, una nuova questione cattolica.

Un Fondo globale per sconfiggere definitivamente la fame.

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista “Orbisphera”
«Occorrono politiche e azioni concrete per sradicare la fame nel mondo».
«Una decisione coraggiosa sarebbe costituire con i soldi che s’impiegano nelle armi e in altre spese militari un “Fondo mondiale” per poter eliminare definitivamente la fame e contribuire allo sviluppo dei Paesi più poveri».
Lo ha detto il 16 ottobre Papa Francesco in un videomessaggio alla FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations) inviato in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2020.
«In tal modo – ha sottolineato il Pontefice – si eviterebbero molte guerre e l’emigrazione di tanti nostri fratelli e delle loro famiglie, che si vedono costretti ad abbandonare la propria casa e il proprio Paese per cercare una vita più dignitosa».
Dopo aver elogiato la FAO per il suo 75° anniversario e averne magnificato la missione perché «bella e importante, con l’obiettivo di sconfiggere la fame, l’insicurezza alimentare e la malnutrizione», il Papa ha condiviso il tema della Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2020: “Coltivare, nutrire, preservare. Insieme. Le nostre azioni sono il nostro futuro”.
Francesco ha sottolineato la necessità di iniziative che migliorino l’ambiente e promuovano la speranza di molte persone e di molti popoli, precisando che «non basta produrre cibo, ma che è anche importante garantire che i sistemi alimentari siano sostenibili e offrano diete salutari e accessibili a tutti».
Il Papa ha proposto di adottare soluzioni innovative che possano trasformare le modalità di produzione e consumo degli alimenti e rafforzare la capacità di recupero e la sostenibilità a lungo termine.
In tempi di Covid – ha spiegato il Pontefice – è necessario che la FAO, il Programma Alimentare Mondiale (Pam) e il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (Ifad) promuovano un’agricoltura sostenibile e diversificata, sostengano le piccole comunità agricole e cooperino allo sviluppo rurale dei Paesi più poveri.
Bergoglio ha rilevato che viviamo in un’epoca piena di contraddizioni: «da un lato siamo testimoni di un progresso senza precedenti nei diversi campi della scienza; dall’altro, il mondo ha di fronte molteplici crisi umanitarie».
Così, secondo le statistiche più recenti della FAO, nonostante gli sforzi compiuti negli ultimi decenni, il numero delle persone che lottano contro la fame e l’insicurezza alimentare sta crescendo, e l’attuale pandemia aggraverà ancora di più queste cifre.
In merito alla scarsità alimentare papa Francesco ha sostenuto che «per l’umanità la fame non è solo una tragedia ma anche una vergogna» perché è «provocata, in gran parte, da una distribuzione diseguale dei frutti della terra, a cui si aggiungono la mancanza di investimenti nel settore agricolo, le conseguenze del cambiamento climatico e l’aumento dei conflitti in diverse zone del pianeta».
Il Papa ha concluso invocando la benedizione di Dio sul direttore della FAO e su quanti cooperano nella missione di «coltivare la terra, nutrire gli affamati e salvaguardare le risorse naturali, di modo che tutti possiamo vivere dignitosamente, con rispetto e con amore».

Crisi della famiglia e declino della figura paterna

Articolo già pubblicato sulla rivista “Diritto Penale e Uomo – DPU”

Possiamo ancora chiamare famiglia quel nucleo di persone che si ritrova a cena  la sera, solitamente senza parlarsi, per poi appartarsi ciascuno per conto proprio a smanettare lo smartphone, consultare internet, giocare con la play station, leggere la Gazzetta dello sport o portare il cane a fare pipì? Un tempo i figli sapevano cosa chiedere e aspettarsi distintamente dal padre e dalla madre, c’erano regole di convivenza, il regime domestico imponeva diritti e doveri più certi. Riprendendo il siparietto del dopo cena consideriamo gli adolescenti che escono di casa salutando furtivamente per dirigersi verso luoghi imprecisati: “esco con gli amici”, “vado a fare un giro”, “mi fermo a dormire dal tale”. 

Laconica e rassegnata la risposta dei genitori ”mi raccomando…!” Ma dove vanno i nostri ragazzi, chi frequentano, come trascorrono il tempo fuori casa, cosa bevono, fumano, assumono sostanze? 

Solitamente se accade qualcosa di negativo lo si viene a sapere per vie traverse, tempo dopo: in famiglia non ci si parla più, il papà e la mamma sono riferimenti indistinti, in genere ci si accoda a chi dei due è più concessivo. Sempre ammesso che ci siano entrambi.

Ci sono nuclei familiari che si compongono e si scompongono con una mutevolezza che fissa fotogrammi diversi: “vivo con mia madre, il suo nuovo compagno e mia sorella. Il sabato e la domenica vengono i figli del compagno di mamma, tocca a lui, è il suo turno”. 

“Di solito sto con papà che però, avendo due figli del precedente matrimonio, va a trovarli quando la loro madre passa il w.e. con il fidanzato dal quale aspetta un bambino”.

“I nonni vorrebbero incontrarci ma la mamma è contraria perché dice che ficcano il naso nelle nostre faccende, allora loro hanno fatto ricorso al tribunale per vederci almeno una volta al mese”. 

Sono situazioni che si riscontrano con una frequenza crescente. Quale stabilità emotiva possono ricavarne i minori? Come possono avere buoni risultati a scuola? Perché spesso sono inadempienti e perdono interi anni scolastici? Perché – quando escono di sera stanno fuori fino alle 4 del mattino ed esprimono la mimica facciale e i tic di chi sniffa? Perché nei bagni della scuola si fotografano e poi si mettono in rete? 

Da una ricerca della Bicocca risulta che il 23% dei ragazzi usa il cellulare in classe, durante le lezioni. 

Perché compiono atti di bullismo, gesti estremi, giochi azzardati, insultano e offendono gli insegnanti, navigano in rete senza controlli fino a perdersi in quel buco nero del web da cui ritornano spesso malconci e rovinati?

Quanto ai genitori ci sono coppie che si uniscono e si separano con una rapidità sconcertante, altre che mettono al mondo figli senza consapevolezza dei propri doveri, che riversano sulla scuola una valanga di rivendicazioni rispetto ad adempimenti che competerebbero a loro ma che non sono in grado di portare a termine.

La vita in generale, quella domestica ‘intramoenia’ in particolare, assomiglia ad una sorta di casting mediatico, ci sono dissolvenze incrociate, controfigure di se stessi, pietose menzogne, giochi di simulazione e dissimulazione: sospesi a due spanne da terra si perde il contatto con la realtà, si passa con una disinvoltura sconcertante dalla minimizzazione di tutto all’iperbole dei superlativi assoluti.

Oltre alle difficoltà oggettive: economiche, di lavoro, il  “non farcela più”.

Ci sono anche famiglie che si dicono felici ma, ricordando il celebre incipit di Lev Tolstoj in Anna Karenina – “Tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo” – sovviene il dubbio guardandosi attorno che si tratti di una diceria che copre molte bugie, poiché l’infelicità è una malcelata sensazione dai mille volti, imperscrutabili.

Il vero focus della vita sono gli affetti, questo lo si scopre quando è troppo tardi, perché siamo tendenzialmente evasivi, cerchiamo “altrove” la realizzazione del bisogno di comunicare, salvo cadere in siderali e inesplorabili solitudini.

Oggettivamente, impietosamente stiamo assistendo ad una lenta e progressiva disgregazione del nucleo familiare tradizionale. Fermo restando che l’obiettivo principale da perseguire per tutti coloro che istituzionalmente se ne occupano deve essere il mantenimento dell’unità della famiglia, con il supporto della mediazione e interventi di sostegno e assistenza sociale, non la sua dissoluzione, cresce il numero dei bambini e degli adolescenti collocati in comunità o presso famiglie affidatarie, previo rigoroso e necessario accertamento del loro preminente interesse, al netto di vicende vergognose di mercimonio dei minori che stanno emergendo e che descrivono squallide distorsioni della realtà e lavaggio dei cervelli. Si allarga e diversifica, esprimendo competenze articolate e complesse, il welfare sulle nuove generazioni.  Un tempo i figli vivevano in casa fino al servizio militare o al matrimonio: era una prassi, un passaggio di consegne. Adesso stanno a casa per indolenza, molti non terminano gli studi, altri rifiutano lavori che giudicano pesanti: come sostiene Pupi Avati …’Li abbiamo nutriti di “risultati” senza costringerli al faticoso e doveroso percorso che avrebbero dovuto fare per ottenerli’. Il Rapporto ISTAT 2019 certifica che il 56,7 % dei giovani tra i 20 e i 34 anni vive in casa di almeno un genitore.

E’ la cd. generazione dei ragazzi “NEET”( Not engaged in Education, Employment or Training): non studiano, non lavorano non cercano un’occupazione. Ma non sempre per colpa loro.

Nelle famiglie dove le relazioni primarie non funzionano bambini e ragazzi hanno un rapporto rapsodico, regolamentato, calendarizzato con i loro genitori in crisi di rapporto, siano essi inadempienti per carenze affettive o conflittuali nel rapporto di coppia che si va sgretolando. Li vedono, li incontrano per poco tempo, a volte in spazio neutro, in modo osservato, sotto tutela. Dalla autoregolamentazione consapevole dei rapporti affettivi si passa a poco a poco alla loro eterodirezione, non di rado sotto la guida dei servizi sociali. 

Si creano buchi neri, vuoti sentimentali, nostalgie che si dissolvono nel limbo sociale, svuotate di valori e riempite di rinunce, giustificazioni o rinvii.

In particolare si assiste ad un lento declino del ruolo genitoriale del padre: nei casi di conflitti di coppia di solito è lui la parte perdente rispetto alla gestione dei figli. Espunto dal nucleo, cacciato di casa anche se ne paga il mutuo, obbligato a versare una quota di mantenimento che a volte supera le effettive possibilità, capro espiatorio dei conflitti di coppia pur se tradito.

Si nota una decadenza del ruolo paterno secondo tre profili di considerazione: sotto l’aspetto della presenza fisica, se rapportato a quello della madre spesso individuata come collocataria dei figli anche in regime di affido condiviso, inoltre un’assenza simbolica intesa come “ruolo naturale, biologico” privato di uno status domestico e sociale e infine un’assenza del principio normativo di autorità ed autorevolezza, a volte per non apparire autoritario, altre per demerito (sniffa, beve, si droga, spende i risparmi alle slot, cerca altre donne, è violento, si sottrae ai sui doveri genitoriali) altre ancora per un pregiudizio radicato nella società. Ci sono anche situazioni dove le donne vivono la sindrome dell’ape regina: l’uomo è un “fuco” pro-tempore, da distruggere dopo la nascita di un figlio che diventa possesso esclusivo della madre. 

A volte il padre paga il fio di uno stigma sociale non vero, poiché vi sono invece padri responsabili che ingiustamente espiano colpe che non hanno.

Poi c’è il rovescio di questa medaglia, il fenomeno sociale spaventoso del femminicidio, anch’esso originato da una distorsione della figura maschile, nella quale prevalgono i tratti della violenza e della sopraffazione, del possesso del corpo e dell’anima della donna, fino alla sua distruzione fisica. 

Cresce anche il numero dei minoricidi: un tempo esisteva il reato di “infanticidio per cause d’onore”.

Ora che l’onore va scarseggiando prevalgono droga e alcol come fattori scatenanti.

Il maggior numero di queste distorsioni degli archetipi dell’uomo, del compagno e del padre nasce ed esplode tra le mura domestiche.

Assistiamo ad una escalation delle violenze sulle donne, dalla più tenera età fino a quella adulta: di  pseudo-amore che diventa egoismo e sopraffazione, attraversando tutti i target sociali, infatti si tratta di una violenza di genere a prescindere dallo status di appartenenza, una caienna sociale infame ormai quotidiana.

Urge una decisa ribellione del mondo femminile contro gli abusi e le violenze di ogni genere: denunciare, interrompere un rapporto che diventa sopruso e possesso, avere il coraggio di chiudere subito e di lasciare, senza cadere nei tranelli del pentitismo ingannatore. 

Servono pene certe e severe, sentenze esemplari, un femminicidio non può ammettere sconti di pena.

Ma prima bisogna ripartire dalla buona educazione sentimentale, a casa e a scuola.

Il mondo è cambiato anche sotto il profilo dei rapporti di coppia, degli amori fugaci e ingannatori: un segno dei tempi quanto mai brutale che richiede l’assunzione di una diffusa coscienza collettiva.

Un progetto verde per salvare il pianeta.

I grandi territori boschivi delle Highland scozzesi hanno un amico in più. Mi riferisco alla Highland Titles, in Italia rappresentata da Carlo Cozzetto, che ne promuove la missione e l’operato, attraverso il recupero e la tutela dei boschi di Scozia, l’acquisto dei terreni, utilizzati per lo sfruttamento commerciale, convertendoli in una riserva, attraverso la piantumazione di alberi autoctoni.

Fondata nel 2006 da Peter Bevis e da sua figlia, la “Highland Titles” riserve naturali ha iniziato a ripristinare le terre scozzesi danneggiate dalla silvicoltura commerciale. Il progetto si è espanso, ed oggi nella riserva naturale, il tasso, il riccio, la volpe, gli uccelli palustri, vivono tranquilli, ed il gatto selvatico scozzese, a lungo latitante, è tornato a fare capolino, come si vede dalle numerose telecamere che, come occhi discreti, monitorano piante ed animali.

Attraverso un’incessante attività di crowdfunding, a cui tutti possono partecipare, Highland Titles gestisce e tutela gli ettari di riserva naturale scozzese, permettendo a questo polmone verde di vivere sano e forte. Lasciandolo ai nostri figli e ai nostri nipoti come contributo biologico per la loro salute e per il futuro del nostro mondo. Questo fa di Peter Bevis un “concreto visionario”, un piccolo, grande eroe del nostro tempo.

Auditel-Censis: sono 3,5 milioni le famiglie senza internet

In Italia nel 2019 quasi tre milioni e mezzo di famiglie non disponevano di collegamento ad internet. Tra i nuclei famigliari con almeno un occupato o uno studente il numero scende a 300mila.

Questi sono solo alcuni dei dati emersi dal terzo rapporto Auditel-Censis “L’Italia post-lockdown: la nuova normalità digitale delle famiglie italiane”, presentato al Senato ieri.

Il documento illustra come sono cambiate le dotazioni tecnologiche, le abitudini di fruizione e le relazioni familiari dopo il lockdown.

Durante il lockdown, il 48,6% delle famiglie italiane ha svolto almeno un’attività online, tra smart working, lezioni a distanza o acquisti su internet.

Per 8 milioni e 200.000 famiglie è stata la prima volta.

In quei mesi, inoltre, è cresciuto di circa tre punti percentuale il numero delle famiglie con collegamento ad internet: dall’85,9% del totale del 2019 all’88,4% del luglio 2020. Nello stesso periodo, le famiglie che possiedono il collegamento a banda larga su rete fissa sono passate dal 55,0% al 56,0%.

Comunque anche dopo il lockdown sono aumentati sia gli italiani che si collegano ad intenet, 47 milioni e 200.000 (pari all’80,6% della popolazione con più di quattro anni), sia la frequenza dei collegamenti (si collegano tutti i giorni 42 milioni e 200.000 italiani, ovvero il 72,1% della popolazione con più di quattro anni). È incrementato anche  il numero dei device utilizzati.

ItaliAmbiente e la ripresa, le best practice del Sistema Nazionale

Lo stato dell’Ambiente in Italia regione per regione, visto dalla prospettiva delle ARPA e delle APPA, le agenzie regionali e provinciali per la protezione dell’ambiente e dall’ISPRA nell’ottica di Sistema Nazionale a rete per la Protezione dell’Ambiente. Saranno presentate le esperienze, i controlli sul territorio, l’attività capillare di prevenzione e protezione che le Agenzie svolgono giorno per giorno al fine di monitorare l’inquinamento e le situazioni complesse dal punto di vista dell’ecosistema e delle azioni dell’uomo. Le Best practices saranno discusse nell’incontro online  che vedrà la partecipazione dei Direttori Generali del SNPA  e delle Istituzioni locali e nazionali.
Un Sistema, quello di SNPA, nato nel 2016 (ma che raccoglie e rilancia le competenze del sistema delle agenzie ambientali, nate dopo la metà degli anni 90), che svolge il proprio lavoro a livello locale, ben presente sul territorio, ma che si coordina a livello tecnico nazionale con la guida di ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, in un’ottica di rete integrata e di scambio di informazioni, al fine di garantire identiche prestazioni ambientali e una sempre maggiore omogeneizzazione dei criteri, essenziali in tutto il Paese.

Il 21 ottobre, in videoconferenza, viene presentato al pubblico il Rapporto Ambiente SNPA, che illustrerà ai partecipanti collegati le “best practices” svolte dal Sistema nazionale delle Agenzie.

Sito SNPA

Segui la diretta sul canale Youtube dell’Ispra

La sindrome del piriforme

La sindrome del piriforme è un disturbo neuromuscolare che insorge quando il muscolo piriforme, situato nella regione del gluteo, comprime od irrita il nervo sciatico.

Le cause della sindrome del piriforme sono:

  • contrattura e tensione del muscolo piriforme e del tendine come risposta di adattamento
  • anomalie anatomiche ossee, muscolari e nervose
  • trauma diretto e lesione muscolare
  • ipersollecitazione del muscolo causata da attività fisica costante e intensa.

Un esempio di trauma ripetuto è la posizione seduta in auto che costringe il piriforme a una tensione continua con conseguenze sulla circolazione e, infine, sulla parte nervosa.

Il trattamento può includere evitare attività che causano sintomi, stretching , fisioterapia e farmaci come i FANS . La chirurgia non è generalmente raccomandata.

La maggior parte dei professionisti concorda sul fatto che spasmo, tensione o dolore in qualsiasi muscolo possono spesso essere trattati con un regolare esercizio di stretching  indipendentemente dalla causa del dolore. Lo stretching è quindi sempre consigliato.

 

 

Non azzardiamo letture politiche facili dell’enciclica “Fratelli Tutti”.

Nell’ultima enciclica di papa Francesco, Fratelli Tutti, appare netta la critica di ogni forma di chiusura e di pregiudizio, e l’opzione per una cultura del dialogo e della solidarietà. Tuttavia credo che occorra una certa cautela nel valutarne l’impatto sulla politica, soprattutto da parte di quanti continuano ad intenderla in termini di mero bipolarismo. Perché l’impegno per il superamento dei limiti che ostacolano un vero e pieno dialogo sociale, è una questione che riguarda non solo tutti gli schieramenti politici manche tutti i gruppi sociali. È questo che impedisce che “i vari settori si posizionino comodi e autosufficienti nel loro modo di vedere le cose e nei loro interessi limitati” (203).

Rischio che invece si è materializzato nell’economia. La Fratelli Tutti ripropone la medesima denuncia formulata nella Laudato Si’ sulla mancata risposta alle distorsioni che determinarono la crisi finanziaria del 2008. Non solo la reazione della politica è stata inadeguata di fronte alla necessità di riforma del sistema economico e finanziario globale, ma, constata il Pontefice, “pare che le effettive strategie sviluppatesi successivamente [alla suddetta crisi, ndr] nel mondo siano state orientate a maggiore individualismo, minore integrazione, maggiore libertà per i veri potenti, che trovano sempre il modo di uscire indenni”(170).

Proprio questo mi pare costituisca il messaggio principale dell’enciclica, che suona essenzialmente come un ammonimento di impatto universale, che rischia di essere più chiaramente compreso solo alla luce degli avvenimenti che potrebbero accadere nei prossimi anni a causa dello smarrimento del senso della fraternità fra le persone, le categorie sociali e le nazioni. La Fratelli Tutti esprime una visione molto meno irenica, direi quasi lacerante come fu del resto la vita spirituale di San Francesco, tormentata e ben diversa dagli armoniosi stereotipi da cui è stata ricoperta. Solo l’impegno di ciascuna persona di buona volontà può aiutare a costruire insieme un mondo dove siano tangibili i frutti della fraternità.

La Morgia, il piccolo patriarca della DC romana

La scomparsa di Giorgio La Morgia, avvenuta venerdì 16 ottobre, evoca momenti significativi di storia e cronaca della Dc romana. Il 23 giugno aveva festeggiato con la figlia Maria Grazia il suo novantacinquesimo compleanno. Da tempo viveva ritirato nella sua abitazione al quartiere Talenti, lontano da frequentazioni che inesorabilmente erano andate affievolendosi, mantenendo però vivo fino all’ultimo il rapporto con le vicende politiche. Era sempre informato, lucido nel cogliere l’essenziale, intimamente coinvolto. Tuttavia serbava il ritegno e la sobrietà delle persone intelligenti, consapevole che la sua testimonianza apparteneva a un ciclo ormai lontano, definitivamente chiuso.

Da giovane aveva preso parte alla lotta di liberazione ed era entrato in contatto con il gruppo dei cattolici repubblicani, raccolto attorno al quindicinale “Politica d’oggi” di Domenico Ravajoli e Alberto Canaletti Gaudenti. Con altri, fu espulso dalla Dc proprio perché in quel frangente De Gasperi – sicuramente repubblicano – non intendeva esporre il partito su una linea di netta contrapposizione ai monarchici. 

Si racconta che al primo congresso nazionale, svoltosi nella primavera del 1946, riuscì comunque ad entrare nell’Aula Magna della Sapienza, dove si svolgeva l’assise democristiana. Quando nel bel mezzo della maratona congressuale risuonò il grido “No all’agnosticismo, viva la Repubblica”, feroci sguardi di riprovazione si appuntarono su di lui. Anzi, non solo gli sguardi ma l’intervento fisico, non proprio dolce, di un responsabile dell’organizzazione, il quale, anche per legami incipienti di parentela, nonostante la “scomunica” lo aveva fatto entrare. Si dichiarò sempre, in famiglia e con gli amici, incolpevole dell’incidente (forse causato…da un prete).

Il suo impegno nella Dc romana passa all’inizio per la sezione Monti-Macao. Qui diventa delegato giovanile e successivamente segretario del partito. A ventiquattro anni entra a far parte del Comitato romano e quindi, di lì a breve, della giunta esecutiva. Dirigente organizzativo, responsabile dell’Ufficio Studi e Propaganda (Spes), vice-segretario del Comitato Romano: fino a metà degli anni ‘50 avanza di gradino in gradino nelle responsabilità di partito.

Fulgida anche l’esperienza amministrativa. Nel 1956 è eletto in Consiglio provinciale, diventando poi assessore, così avviando un percorso che lo vedrà molto dopo, nel quadriennio 1972-1976, alla guida dell’Ente. Ciò nondimeno, fra un prima e un dopo a Palazzo Valentini, La Morgia ha modo di irrobustire il suo curriculum di amministratore pubblico grazie alla nomina a Presidente dell’Atac nel 1963. 

È però nel partito che si gioca la sua attitudine all’esercizio di funzioni eminentemente politiche. Siamo in pieno ‘68, fra la rivolta degli studenti (scontri di Valle Giulia) e le prime marce contro la guerra del Vietnam. A maggio si sarebbero tenute le elezioni e Nicola Signorello, da tre anni alla guida del partito, in base allo statuto si dimetteva per essere candidato al Senato. All’inizio dell’anno era esplosa la bomba: Americo Petrucci, anche lui intenzionato a presentarsi alle elezioni, aveva rassegnato le dimissioni da Sindaco, ma soprattutto era stato raggiunto da un provvedimento giudiziario che ne aveva fatto, agli occhi della pubblica opinione, l’emblema della corruzione democristiana. In quella circostanza, la mitica Anna Magnani dichiarò di sentirsi “profondamente sconcertata”, augurandosi  che in sede di processo si potesse dimostrare come le accuse fossero “prive di ogni fondamento”. In effetti, dopo anni di tormento, Petrucci fu assolto.

A caldo le polemiche furono molto aspre. A dirigere la federazione regionale del Pci era stato chiamato Enrico Berlinguer. Questi, con linguaggio d’inusitata durezza, agitò per la prima volta la bandiera della diversità comunista. “Un attacco a fondo – dichiarò nell’incontro dell’attivo romano – deve essere portato a tutta la classe dirigente romana che fa capo ad Andreotti e a Petrucci. Di fronte all’avvilente spettacolo di un ex Sindaco dc arrestato per una serie di reati, dobbiamo contrapporre l’onestà dei comunisti: anche ai numerosi cattolici indignati in questo momento per il miserabile spettacolo fornito dai loro dirigenti dobbiamo far comprendere che il Partito comunista è il partito degli uomini con le mani pulite” (L’Unità, 23 gennaio 1968, p. 6). Insomma, si potrebbe dire che fatti e misfatti, con retorica annessa, non sono nati nel 1992 con l’operazione Mani Pulite della Procura di Milano.

Con La Morgia a via dei Somaschi, sede della Dc romana fino allo scioglimento (e oltre come Ppi), arriva un gruppo di giovani (Rolando Rocchi, Elio Mensurati, Raniero e Ruggero Benedetto) che si costituirà come architrave della struttura di partito, avviando perciò la sua apertura ad energie nuove.

A La Morgia spetta il compito di gestire le liste e la mobilitazione del partito. La sua preoccupazione consiste anzitutto nel contribuire alla difesa della formula del centro-sinistra. In apertura di campagna elettorale al Supercinema, il giorno stesso del ventennale della storica vittoria scudocrociata del 18 aprile, di fronte al segretario nazionale Mariano Rumor e al Presidente del Consiglio Aldo Moro esprimerà nel discorso introduttivo un concetto cardine della filosofia sociale e politica di matrice democristiana: “Ogni progetto economico, anche notevole, è vano se non si sviluppa con una tensione morale che ponga la persona umana nella sua interezza a cardine della costruzione sociale“. 

Uomo arguto, pronto alla battuta sapida e persino irriverente, saprà sintetizzare un giudizio severo sulle attitudini manovriere e opportunistiche dei suoi colleghi con una metafora, destinata a rimanere nella memoria collettiva, fissando con parole da antico fescennino romano il contrasto tra la fissità dei paracarri e la mobilità dei furbi. Era il suo modo di distinguersi, anche nella spicciola gergalità che dominava la vita interna del Comitato Romano, come d’altronde aveva cura di preservare, nella sostanza degli atti politici, una sua identità politica nel complicato articolarsi delle correnti e dei gruppi democristiani.

Dunque, con questa sua originalità di espressione e posizionamento, La Morgia attraversa per lungo tratto il mondo andreottiano romano. Tuttavia, passaggio dopo passaggio, all’apice del suo impegno amministrativo in qualità di Presidente della Provincia, matura il convincimento di dover sostenere il cambiamento predicato e voluto da Aldo Moro. Per questo nel congresso del 1976 voterà a favore di Benigno Zaccagnini, il segretario del “rinnovamento” (interno) e del “confronto” (con il Pci). 

È il gesto che conclude sostanzialmente una lunga carriera politica, anche se l’addio alla politica attiva avverrà soltanto nel 1981. Dopo seguirà un’altra stagione di vita, con un silenzio prolungato fino agli ultimi giorni, senza prebende e senza onori, a riprova di una disciplina morale che ha forgiato nell’intimo una generazione di democratici cristiani. In fondo è lasciato questa terra come un piccolo patriarca, se solo si pensa alla sua famiglia allargata, con “eredi” destinati ad incarichi prestigiosi nell’amministrazione locale e in Parlamento, ma anche con l’arrabbiato censore del congresso di Roma del 1946, che nel tempo sarebbe diventato il massimo funzionario di Piazza del Gesù, ovvero suo cognato Orlando Milana.

Se ne è andato in punta di piedi, senza temere la solitudine, con levità e contegno. Penso gli si debba un saluto rispettoso e sincero. L’umiltà non offusca le doti di un uomo, in specie di un uomo politico, bensì le rafforza ed esalta. La Morgia merita di essere, anche per questo, tra le figure più degne della esperienza democristiana di Roma. 

 

L’impavido Calenda rompe gli ormeggi mentre Zingaretti appare di colpo indebolito. I cattolici…tornano di moda?

Alla vigilia qualcuno nutriva dubbi sulla determinazione di Calenda a lanciarsi nell’avventura amministrativa romana del prossimo anno. I boatos riportavano mezze notizie o mezze verità sulla ricerca di un’intesa preventiva con i vertici del Pd. Secondo queste interpretazioni, nello studio di Che tempo che fa Calenda avrebbe sfumato il messaggio, dando così una tregua ai suoi più diretti interlocutori. In realtà, la sfumatura ha riguardato i toni, non la sostanza. La decisione è stata presa, adesso revocarla sarebbe perlomeno azzardato. Ecco la sua lapidaria dichiarazione: “Mi candiderò a sindaco di Roma: un dovere e una grande avventura”. Più chiaro non poteva essere.

A questo punto la patata bollente passa nelle mani di Zingaretti. “Il Pd dovrebbe appoggiare la mia candidatura – ha detto l’ex Ministro – se pensano sia la persona adatta a governare Roma. Il Pd diceva mai con i Cinque Stelle e hanno cambiato idea, io sono ancora là. Ma con Raggi è peggiorato tutto”. Poi ha aggiunto: “Fare le primarie oggi sarebbe complicato, farle più avanti significherebbe parlarci addosso per mesi. Io ho fatto anche lo scrutatore alle primarie del Pd, ma credo che dobbiamo cercare di allargare il campo il più possibile. E poi c’è un piccolo dettaglio, c’è un’emergenza sanitaria. Come possiamo pensare che la gente esca di casa?”.

Calenda, inoltre, ha voluto chiarire la sua posizione politica. “Io di destra o sinistra? Sono un socialdemocratico liberale”. Al dato biografico ha voluto collegare un giudizio più ampio: “La politica è diventato un grande scontro ideologico, una lotta tra tribù. Ma così cade tutto, cade l’attualità dell’azione amministrativa, della fiducia dello Stato. Poi arriva un’epidemia e ci si accorge dell’importanza dello Stato, che decide la vita delle persone. La politica è l’arte di governo, sennò è solo rumore di sotto fondo…”.

Ora cosa farà il segretario del Pd? O meglio, visti i ridotti margini di manovra, cosa effettivamente potrà fare? Zingaretti, indebolito, subisce i contraccolpi di un dilemma pressoché insolubile. La previsione che il Pd riesca a bloccare l’iniziativa di Calenda è un vagheggiamento improduttivo; ma appare anche fantasioso, del resto, lo scenario di uno scivolamento nel deliquio della controffensiva di una sinistra al tempo stesso intransigente e inclusiva, decisamente anti-Calenda, come sollecitato da Paolo Cento a nome di Sinistra Italiana. In verità, non si vede l’ombra di una linea politica. Neanche l’uscita di scena della Raggi, qualora fosse realmente determinata da un accordo di vertice, risolverebbe il problema: all’orizzonte già s’intravvede, infatti, l’alternativa di un Di Battista, pronto a rilevare la staffetta di candidato a nome degli “irriducibili” del grillismo prima maniera. 

Sta di fatto che il “socialdemocratico liberale”, quale si definisce da ieri sera l’impavido Calenda, scuote brutalmente l’albero della sinistra. Bisognerà capire se questo rilancio in veste “lib-lab” – un rilancio dominato dal senso di autosufficienza – è sufficiente a rimotivare una Roma stanca e sfiduciata, ma non assente. Troppa sicurezza si traduce spesso in sicumera. Senza una proposta organica, la battaglia per una nuova e feconda stagione amministrativa potrebbe risolversi in una dolorosa sconfitta. D’altronde, le periferie suggestionate dal messaggio nazional-sovranista non si recuperano con una rappresentazione di volontà in algido stile manageriale, seppur brillante. Di colpo tornano “di moda” i cattolici, perché laddove c’è sofferenza e disagio essi rappresentano comunque una presenza sensibile. Certo, i cattolici non sono un soggetto politico per l’evidenza di un motivo post-democristiano molto simile a cesura o pregiudiziale anti-democristiana. Tuttavia un soggetto politico di nuovo conio, anche soltanto a dimensione locale, capace di guidare l’ambizione della scalata al Campidoglio, non può fare a meno di un’analisi attenta della rinata “questione cattolica”, specie in rapporto alla specialissima condizione romana. Il progetto di Calenda passa anche attraverso la cruna di questo ago simbolico e concreto.

Covid: Nemo propheta in patria

Fino a qualche ora fa noi medici eravamo, a detta di molti, troppo allarmisti ed esagerati nell’invitare le persone ad essere maggiormente prudenti nei propri atteggiamenti e nel dire che, per quanto stava ricominciando ad accadere negli ospedali, sarebbe stato opportuno adottare misure più restrittive perché la situazione avrebbe rischiato di precipitare a breve. Oggi, all’alba di un nuovo DPCM, i numeri ci danno una ragione che, vi assicuro, avremmo preferito non avere.

La seconda ondata potrebbe, in teoria, avere una portata anche maggiore della prima in cui il lockdown aveva permesso di “risparmiare” almeno in parte il centro e il sud del Paese. Dopo un’estate di grandi spostamenti, questo non sarà più possibile.
L’amarezza è constatare che nei mesi di relativa tranquillità, in cui sarebbe stato opportuno provvedere a colmare le carenze che la pandemia aveva portato alla luce, ben poco è stato fatto per riempire queste lacune e fornire al Servizio Sanitario Nazionale gli strumenti idonei per affrontare un nuovo momento di crisi. Le necessità sono rimaste le stesse già evidenziate: manca il personale sanitario, mancano i posti letto di terapia intensiva e subintensiva, manca un approvvigionamento di materiale e strumentazioni adeguati, manca la continuità assistenziale sul territorio che consenta agli ospedali di far defluire pazienti dimissibili per accoglierne altri in condizioni cliniche peggiori.

E noi, lavoratori del settore, ci rimboccheremo le maniche, come abbiamo già fatto, per fornire tutto l’aiuto che è nelle nostre possibilità e, permettetemi di dirlo, anche oltre.
Sarebbe magnifico, in un mondo a quanto pare solo utopistico, che i richiami degli addetti ai lavori e degli esperti in materia (quelli che sono ogni giorno presenti sul campo, più che in televisione), fossero ascoltati più delle lamentele di chi minimizza ogni aspetto per non rinunciare ai suoi piccoli vizi o di chi millanta conoscenze inesistenti per dire a tutti i costi la sua.

Sarebbe stupendo che le persone capissero che certi limiti possono essere anche autoimposti con un po’ di buon senso e raziocinio senza per forza dover aspettare di vederli scritti in un decreto.

Sarebbe fantastico poter lavorare in un Paese serio che rispettasse i suoi professionisti e mettesse a tacere le voci insensate di negazionisti e propagandisti di turno.
Sarebbe bello esser messi nelle condizioni di compiere il proprio dovere senza sentirsi quasi stupidi agli occhi degli altri.
Sarebbe.
Solo questo. Nessuno di noi ha mai chiesto di essere considerato un eroe, solo di essere ascoltato. #nemoprophetainpatria

Le prospettive politiche dei cattolici impegnati in politica

Stiamo vivendo una fase politica di destrutturazione  dello Stato liberale, a favore di uno stato privo di ogni orientamento progettuale, ma impostato solo sul disfacimento per modificarlo in uno stato diverso e sicuramente peggiore di quello attuale.

La Democrazia corre il rischio di essere travolta, senza che ci sia, allo stato attuale, una corrente di pensiero che ponga fine a questo modo di porre le questioni, con accento populista e sovranista, che propongono la fine della Democrazia per fare nascere un sistema a pieno regime oligarchico.

Stiamo attraversando un periodo buio delle nostre istituzioni, ma la cosa che maggiormente  ci preoccupa è che nessuna delle forze politiche proponga una corretta analisi del problema, dunque, una soluzione concreta delle vicende, ove a maggior ragione la Questione Meridionale, viene addirittura pensata come una palla al piede per un organico sviluppo del Paese.

E’ inverosimile ed opinabile, tutto questo, perché espone il Paese ad un rischio grave di non ritorno, che riuscirebbe a complicare la vita ancora di più a tutti proprio per la sua mancata attuazione di una fase di sviluppo e di ripresa economica, che dovrebbe porre il Paese ad un miglioramento delle condizioni economiche.

Le vicende che ci occupano, vanno ricercate nella storia del Paese, che in modo chiaro hanno attraversato il nostro passato, ma che impongono alle forze politiche una nuova fase della politica  che in prospettiva deve essere presa in seria considerazione per capire le nuove esigenze del Paese e la soluzione ai vari problemi che lo stanno interessando.

La fase politica che oggi stiamo vivendo, nasce con la disgregazione dei partiti tradizionali, che per effetto di tanta cause e concause, ne hanno determinato la loro fine.  Con la fine dei partiti storici, si apre un nuovo periodo che è stato supportato da una legge elettorale maggioritaria, la quale  ha influito negativamente sullo sviluppo del Paese, perché le divergenze politiche sono emerse proprio da una forte disgregazione sociale e politica, risalente al sistema pre-unitario, che ha portato il Paese in una maggiore divisione, addirittura con la nascita di nuove formazioni politiche, che sono state rette a titolo personale.

La legge maggioritaria è fortemente opinabile, nel nostro paese, proprio per queste ragioni, poiché non vi è  una cultura omogenea  nel pensare del Paese, dunque, rimane diviso e non riesce ad  aggregarsi in due soli partiti, è stato un grave errore pensare di volere uniformare con la legge elettorale gli elettori a due grandi partiti, infatti il paese non si è affatto uniformato ai due schieramenti, ma si è frazionato in modo ancora più evidente, in pratica è successo l’atomizzazione delle forze politiche.

Siamo convinti che il sistema elettorale, debba ritornare al proporzionale puro, con una certa aliquota di sbarramento, per permettere agli elettori di scegliere i loro rappresentanti. Questo permetterebbe alle forze politiche una propria rappresentanza, e i cittadini sarebbero tutti rappresentati in Parlamento, mentre con il maggioritario, chi perde non viene rappresentato.

Sturzo sul sistema elettorale proporzionale si era espresso favorevole, sistema elettorale poi adottato in Italia, che ha contribuito a portare il Paese tra i maggiori  Stati  industriali, anche perché  fu guidato da un grande partito come la D.C.

Occorre soffermarci su alcuni punti, che si ritengono fondamentali per lo sviluppo della democrazia.

Ancora prima di noi Sturzo aveva espresso alcune idee su questi argomenti, che ci deve porre ad una attenta riflessione ad ognuno di noi.

L’evoluzione democratica del Paese, al tempo di Sturzo era ancora bloccata, perché la partecipazione alla vita pubblica era ancora molto limitata. In effetti vi era tutta l’organizzazione dello Stato centralizzata; i parlamentari erano ancora sottomessi dalle riforme che erano state attuate da Depretis a Giolitti, e lo stesso Sturzo considerava tutto ciò come risvolto della cultura germanica di quel tempo, cioè una cultura statocentrica, quella di avere posto il concetto di  Stato-persona, modello introdotto in Italia dalla  Scuola giuridica nazionale di Vittorio Emanuele Orlando, per il quale dallo Stato a sistema piramidale, discendeva tutto l’ordinamento giuridico, al quale si uniformava tutto l’ordinamento sociale. Lo stesso Sturzo evidenziò la libertà negativa dello Stato liberale, proprio per l’intromissione della Stato negli interessi individuali. Egli evidenziò che “ il liberalismo sorse dalla concezione negativa della libertà, ma ha negato la giustizia”, cioè il bene comune come carattere distintivo del sistema democratico.

Dalla negazione della giustizia operata dai liberali, si andò delineando un socialismo che si poneva come un monopolio politico sulle masse contadine ed operaie. Sturzo già a quell’epoca evidenziò che anche il socialismo, pur avendo idee diverse dal liberalismo, si fondava su una ideologia statalista, che affidava allo Stato di salvaguardare  i principi di uguaglianza e di  giustizia. Nel liberalismo nel primo politico lo stato diventa il primo etico; nel socialismo il primo economico, stato proletario, diventa il primo etico; nell’uno e nell’altro caso lo stato diventa il tutto.

Le riflessioni di Sturzo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento,era ancora conflittuale, tra lo statocentrismo (liberale e socialista), e quello sociocentrismo cattolico, per cui si veniva a trovare nella impossibilità di trovare una soluzione a queste visioni di correnti di pensiero. Sturzo ispiratosi alle idee del Rosmini, riformulava il concetto di società che non era statico, ma dinamico, dati tutti i rapporti interpersonali, per cui Sturzo formulò l’idea che lo Stato era una particolare forma sociale, cioè lo Stato non crea un ordine ex-nihilo, ma lo Stato riconosce un ordine etico-sociale, che gli  uomini  liberamente si sono creati.

Appare evidente che sia nell’uno che nell’altro caso, (liberalismo e socialismo),  siamo nell’Impossibile attuazione della concezione democratica.

Alla luce di queste profonde riflessioni di Don Luigi Sturzo, ci siamo chiesti come mai nella fase attuale, non si possa pensare di porre in seria riflessione le attuali questioni che sono fondamentali per lo sviluppo del Paese, con uno sguardo rivolto  alla classe dirigente, che formano i partiti attuali. La riflessione a cui siamo stati portati, ha evidenziato una carenza di soggetti capaci di svolgere  con capacità lo sviluppo della politica in senso positivo, perché la mancanza dei partiti tradizionali,ha portato a fare emergere solo i gruppi di potere, con evidente allontanarsi di molte persone, che anche se animate dalla passione politica, sono stati messi in disparte, proprio perché intralciavano lo svolgimento di questi propositi ai gruppi di potere.

Nel corso di questa fase politica, i gruppi di potere che si erano inseriti all’interno delle varie formazioni politiche hanno determinato, una profonda cristallizzazione delle posizioni di potere e un certo malumore nell’elettorato. Si è venuta a creare solo confusione, corruzione e disfunzione degli organi istituzionali, a  questo malcontento hanno fatto ricorso due forze politiche, nate sull’onda della contestazione, da una parte i sovranisti e dall’altra parte i populisti, che hanno evidenziato con due movimenti le deficienze della stato creando due forze politiche che hanno acuito le diversità del paese.

Alla luce di queste divergenze politiche e del fatto che ormai mancano i partiti tradizionali, si è  pensato di formare il M.P.F.E., ( Movimento Popolare Federalista Europeo), per avere un punto di riferimento certo sul quale contare, vista la confusione che si è venuta a creare, lontano dai centri di potere.

Questo soggetto politico, affonda le sue radici nel popolarismo di Sturzo, nella visione del federalismo,  inteso come decentramento amministrativo, nella Dottrina sociale della Chiesa, dove il bene comune è principio basilare della democrazia.

Considerando l’attuale fase della politica, si evidenzia una costante incapacità della gestione della cosa pubblica, con una disfunzione delle  varie istituzioni, che hanno determinato un caos profondo ed uno scoraggiamento dei cittadini verso le stesse istituzioni, che ha avuto come riflesso l’astensione nelle competizioni elettorali. Oggi l’astensione dell’elettorato è di circa il cinquanta per cento, proprio per la inconsistenza della politica a risolvere i problemi della società, oltre al fatto che l’Italia ha un grave debito pubblico,che condiziona tutte le scelte di sviluppo del nostro paese.

In questi ultimi anni  la politica ha apportato alcune  modifiche alle istituzioni, operando in modo di accentrare in maniera più evidente, per poterle meglio gestire come controllo di potere, e cercando di attuare quella forma di Stato che abbiamo detto prima con la verticalizzazione piramidale, in sostanza si sta cercando di creare lo Stato etico di vecchia concezione dove tutto viene considerato accentrato. E’ tutto l’opposto della concezione dello Stato che hanno avuto prima Sturzo, poi De Gasperi e Moro, nella gestione degli Enti autarchici.

La questione, dunque, che emerge è quella di uno Stato in piena decadenza, dove la corruzione, la criminalità, gode di questa posizione infelice della gestione  della varia istituzioni.

La confusione è aumentata anche perché alcune forze politiche, nella fattispecie il M5S, fa la  propaganda alla democrazia diretta, al solo fine di rovesciare le istituzioni. La democrazia diretta è una falsa democrazia, che va nella direzione della postdemocrazia,dunque, verso una oligarchia con deriva autoritaria e statalista.

Il M.P.F.E. si prefigge, quindi, di operare per cercare di correggere questa visione statocentrica della Stato, e di contribuire secondo la visione della democrazia e del decentramento ad una maggiore applicazioni delle funzioni istituzionali.

Per certi aspetti siamo in un periodo storico, che in via analogica, può essere paragonato al periodo storico sopra richiamato, perché a sinistra vi è una forza politica populista  che preferisce lo statalismo, ed a destra vi sono forze politiche sovranisti che preferiscono lo statalismo, questo succede perché manca un riferimento politico espressione del cattolicesimo politico, con le tutele della dignità della persone, basato sulla dottrina sociale della chiesa, con chiara vocazione aconfessionale, popolare e interclassista, che abbia come riferimento il bene comune che costituisce un principio basilare della democrazia.

Il M.P.F.E., va inquadrato nella visione Europea, voluta dai padri fondatori, dove viene auspicata la realizzazione dell’Europa come Stati Uniti d’Europa, in modo da potere avere maggiore incidenza nelle decisioni politiche oggi dominate dalla globalizzazione, per cui pensare di volere uscire dall’Europa è solo una utopia e quindi non  è  realizzabile.

L’appartenenza dell’Italia alla NATO non è messa in discussione, come fanno alcune componenti politiche, perché non esistono queste previsioni né vi è la possibilità di poterle attuare.

Siamo consapevoli che potrebbero cambiare alcuni trattati all’interno dell’Europa, per migliorare le condizioni di vita europea e dei singoli stati, creando investimenti per potere uguagliare le diversità dei territori, in questa ottica la Questione Meridionale, va risolta con un forte investimento che possa rendere più basso il divario tra nord e sud.

In quello che si è detto, siamo consapevoli del ruolo insostituibile dei partiti e delle loro funzioni per lo svolgimento di ogni azione in Italia. Siamo, dunque, consapevoli che sono necessarie delle riforme che possano favorire il regolare svolgimento delle azioni della nostra società. Tra queste la prima riforma da proporre vi è quella di abolire i Tribunali Amministrativi, TAR e CGA, perché sono stati concepiti da una visione dello Stato  statocentrico, dove il cittadino non viene considerato  allo stesso livello davanti alla legge, per cui ci si deve affidare all’Autorità Giudiziara Ordinaria,  creando  una  sezione del Diritto amministrativo.

Le riforme sono necessarie per rendere questo Paese ancora più democratico ed attuare una maggiore giustizia sociale, al fine di garantire e tutelare la dignità  della persona, del bene comune e dei diritti umani che sono alla base dei diritti fondamentali dell’uomo.

Il M.P.F.E., si muove per attuare uno Stato, ponendo il principio della laicità dello Stato, che per il cattolicesimo politico è fondamentale perseguire, abbandonando in modo distaccato e inopinatamente lo Stato laico, perseguito da alcune forze politiche.

Una voce libera contro Mussolini

Articolo pubblicato sulle pagine de “L’Osservatore Romano” a firma di Francesco Malgeri

La documentazione archivistica relativa alla nunziatura di Francesco Borgongini Duca in Italia aveva trovato nel 2010 un primo approfondito inventario, affidato alla cura di Giovanni Castaldo e Giuseppe Lo Bianco, che riguardava gli anni 1929-1939 (L’Archivio della Nunziatura Apostolica in Italia,  i . 1929-1939 Cenni storici e Inventario , Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, 2010). Ora vede la luce il secondo volume, in due tomi, dell’inventario dell’Archivio della Nunziatura (L’Archivio della Nunziatura apostolica in Italia,  ii . 1939-1953. Inventario , a cura di Giovanni Castaldo, Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, 2020, pagine xx -1703, euro 65).

Castaldo ha il merito di guidare gli studiosi nei meandri di centinaia di titoli, fascicoli, carte, offrendo ampi stralci di documenti che trasformano l’inventario nella preziosa raccolta di una documentazione di particolare interesse, offrendo indicazioni e molti spunti per far luce sugli eventi che attraversano la storia di quegli anni.

Le vicende che fanno da sfondo a questa documentazione sono ben note e qui, per ragioni di spazio, siamo costretti a scegliere limitatissimi temi. Comincerò proprio dal giornale vaticano che ci ospita.

Le carte della Nunziatura ci aiutano a ricostruire la vicenda che vide coinvolto «L’Osservatore Romano» al momento dell’entrata in guerra dell’Italia. Già nel luglio 1939 Ciano aveva segnalato al nunzio l’attenzione che da parte fascista e di Mussolini in particolare, veniva riservata al giornale.
Secondo il ministro degli Esteri, Mussolini era «fuori dalla grazia di Dio» per gli articoli di Gonella nella rubrica «Acta diurna», che giudicava ostile all’alleanza tra Italia e Germania, minacciando di non permettere più la distribuzione in Italia del quotidiano del Vaticano.

L’organo vaticano aveva assunto una linea ispirata alla ricerca di soluzioni pacifiche del conflitto: la sua autonomia di giudizio aveva provocato il 3 settembre 1939, all’indomani dell’attacco tedesco alla Polonia, l’arresto di Guido Gonella. Il 26 aprile 1940, il nunzio, ricevendo Giuseppe Bottai, ministro dell’educazione nazionale, volle chiarire che «L’Osservatore Romano» non poteva appoggiare la politica fascista e non poteva non parlare della pace. Pur convenendo con il nunzio, Bottai invitò alla prudenza: «Bisogna che facciate attenzione all’Osservatore». Nel maggio 1940, l’aggressione tedesca al Belgio aveva suscitato nel giornale vaticano una reazione molto decisa. Agli occhi del regime fascista, il quotidiano della Santa Sede rappresentava un elemento di intralcio nel quadro della preparazione all’intervento italiano. I toni dell’Osservatore e la sua cura nel fornire ai lettori una informazione corretta avevano favorito un’ampia diffusione del quotidiano, suscitando reazioni sempre più pesanti da parte fascista, sino ad arrivare, proprio nel mese di maggio, ad una vera e propria persecuzione nei confronti di chi distribuiva e di chi osava acquistare il giornale del Vaticano.

Dire dei tramiti ecclesiali e politici che seppe abilmente mantenere il nunzio in Italia è impossibile; fermiamoci al solo Alcide De Gasperi, ed anche lui colto per fugaci cenni.
Nel nuovo contesto politico postbellico uno degli interlocutori privilegiati per Borgongini Duca fu De Gasperi, ministro degli Esteri dal 1944 al 1946 e dal 1951 al 1953, e presidente del Consiglio dal 1946 al 1953. Il referendum istituzionale e i lavori della Costituente sono argomenti ricorrenti nelle conversazioni tra il nunzio e De Gasperi, che non mancò di informare circa l’orientamento del suo partito favorevole alla Repubblica. Un orientamento che, secondo De Gasperi, consentiva alla Democrazia cristiana di presentarsi alla Costituente — che prevedeva con una «netta maggioranza repubblicana» — con un ruolo propositivo «e ciò sarà un bene per la nazione».

Il 4 giugno 1946, dopo i primi risultati favorevoli alla Repubblica, De Gasperi informò il nunzio di aver incontrato Umberto ii , prospettando l’ipotesi di una partenza del re con tutta la sua famiglia. Lo stesso nunzio, il 6 giugno si recò, su invito del Papa, presso Umberto,  che definì «pallido e addolorato ma calmo», ma anche risentito e convinto che i due milioni di voti di maggioranza per la Repubblica erano, in realtà, divisi e suddivisi «in tante fazioni di partiti», giungendo ad una singolare conclusione: «Si deve concludere che chi ha vinto il referendum è la monarchia la cui massa di elettori è tutta compatta». Dal suo lato De Gasperi, che doveva tener conto delle pressioni del Consiglio dei ministri, che insisteva per una rapida proclamazione della Repubblica, illustrò al nunzio, il 13 giugno, le notevoli difficoltà incontrate di fronte alle resistenze del re e al suo tergiversare prima di accettare l’esito delle urne.

Borgongini Duca lasciò la carica di nunzio apostolico il 12 gennaio 1953, sostituito da Giuseppe Fietta. Creato cardinale da Pio xii , morì a Roma il 4 ottobre 1954.

Nuove rivelazioni su Piazza Fontana. Ma quello che si sapeva basta e avanza.

È comprensibile che ogni desecretazione, parziale, totale, semiparziale, ecc. ecc., faccia pensare al tassello mancante per una difficile, difficilissima verità. Però insieme alla desecretazione (la Cia, etc.; ti pareva…) bisogna continuare a considerare quello che non è secretato perché ormai è innegabile, da tempo.

Nel 2019 ci sono stati due anniversari ‘pesanti’: i 30 anni del Muro di Berlino e i 50 anni di Piazza Fontana. Per quest’ultimo i media hanno avuto molte iniziative documentaristiche. In editoria, poi, è aumentata la letteratura su questa vicenda.

L’11 Febbraio scorso la Procura Generale di Bologna ha chiuso l’inchiesta sui mandanti della Strage di Bologna del 1980, indicando tra i mandanti il Prefetto Umberto Federico D’Amato in persona (non ha delegato qualcuno, voglio dire che si è impegnato lui). Circa il 12 Dicembre la tesi (una delle tesi, che sono molte e svariate e tutte attorcigliate) che si volessero/non si volessero fare i morti è nota notissima.

Si fa il paragone con gli attentati a Roma dello stesso giorno: all’Altare della Patria ci fu solo lo scoppio, ma presso la Banca Nazionale del Lavoro ci furono quattordici feriti. Proprio petardi, evidentemente, non erano e non si volevano tirare. Neanche a Bologna l’ineffabile Umberto Federico D’Amato, il gran capo dell’UAR – Ufficio Affari Riservati del Viminale nel 1969, e appunto rimosso da Taviani nel 1974, due giorni dopo la Strage di Piazza della Loggia, a Brescia, 28 Maggio, 8 morti e 102 feriti, voleva fare dei morti?
Nelle indagini per la Strage di Piazza della Loggia ci finisce anche il Generale dei Carabinieri Francesco Delfino, insieme al mandante Carlo Maria Maggi. Delfino: che la gente conosce in TV perché coinvolto in uno strano tentativo di estorsione verso i Soffiantini (rapimento Soffiantini).

Per Piazza della Loggia il Generale Delfino è stato assolto per non aver commesso il fatto nel 2012; la sentenza è diventata definitiva. Ma nel 2001 per il caso Soffiantini (ricatto) è stato condannato in via definitiva. Andato in congedo come generale di divisione, in sede disciplinare – poi – è stato ridotto a soldato semplice.

Non si se D’Amato (Ministro era Restivo) avesse o meno un’idea di cosa sarebbe successo/doveva succedere/era successo la sera del 12 Dicembre a Piazza Fontana, con quelle valigie tedesche acquistate da Franco Freda in un negozio di Padova poco tempo prima (accertato).
A Maria Grazia Pradella, che oggi si occupa dell’indagine sulla Caserma dei Carabinieri, di Piacenza, nell’Aprile del 1995 fu affidata una nuova inchiesta sulla strage di Piazza Fontana. Di lì a poco divenne il pg più scortato d’Italia per le incessanti minacce di morte. In una intervista a “Famiglia Cristiana” del 7 Maggio del 2000 dice al settimanale dei Paolini: «Fu sicuramente una strage di Stato, perché si volevano eliminare i cardini fondamentali della democrazia e perché erano coinvolti elementi che a questo Stato appartenevano e che lo hanno tradito. Il mio stato d’animo è molto sereno, ma duro nei confronti di chi si è reso responsabile del tradimento».

Meno diretti ma altrettanto allusivi sono stati due Presidenti della Repubblica, Napolitano e Mattarella, mentre incontravano Licia Rognini, vedova Pinelli, e Gemma Capra, vedova Calabresi.
Il primo magistrato a mettere piede nel cortile della Questura di Milano fu Gerardp D’Ambrosio anni dopo, indagava sulla caduta di Giuseppe ‘Pino’ Pinelli (si sentì in obbligo di scusarsi con la vedova dell’anarchico: ‘purtroppo signora solo ora siamo ora a verificare queste cose’).

Ma Silvano Russomanno, braccio destro del Prefetto D’Amato (Russomanno verrà successivamente condannato per il famoso doppio archivio sull’Appia), il 13 Dicembre 1969 con una propria squadra era già a Milano a ‘prendere possesso’ della Questura. Gli fu piazzata una scrivania nella stanza del Dott. Antonino Allegra, capo dell’Ufficio Politico della Questura (che fra gli altri annoverava il ‘lasciato solo dallo Stato’ Luigi Calabresi). Il Questore era Marcello Guida, già direttore del Carcere di Ventotene (Pertini fu un ospite di Guida).

Come Russomanno (già SS italiane, visto che decise di rimanere con Salò e non finire prigioniero militare in Germania) ha più volte detto – ma non andando oltre davanti a nessun magistrato -, la squadra venuta dal Viminale ‘diresse’ in quei giorni in Questura tutto quello che c’era da dirigere. Finché non si fu sicuri che la pista anarchica fosse ben imbastita ed apparisse incontrovertibile. Ma come nel caso Kennedy, non tutte le ciambelle riescono col buco. In quel caso la vicenda che filava liscia su Lee Harvey Oswald (e si sarebbe chiusa sul pazzo sparatore) fu ‘rovinata’ dalle pistolettate di Jack Ruby, tenutario di un semibordello, che gli tappò la bocca (e quando anni dopo la voleva aprire lui, in una notte ‘si sentì male’ e morì in carcere; vedi intervista di Bisiach al medico del carcere).

Nel caso di Piazza Fontana, l’incidente Pinelli non ci voleva (non fu buttato; né si buttò al grido “È la fine dell’anarchia!”, come disse in fretta e furia quella notte il Questore Guida, con una faccia da chi ha del potere e non può che essere creduto d’ufficio).
Ma questo è solo un antipasto.

Roma e Torino, 1 o 7 candidati?

Seppur sommersi, purtroppo, da un ritorno devastante della pandemia che colpisce  orizzontalmente tutto il paese, la politica sta riproponendo uno spettacolo antico se non  addirittura a volte un po’ grottesco. E la vicenda del rinnovo dell’amministrazione  capitolina, come quella del capoluogo torinese, offrono una chiave di lettura alquanto  anacronistica e singolare.  

Dunque, accanto all’ennesimo ricorso alle primarie individuate pilatescamente come la  soluzione dogmatica di tutti i problemi, noi assistiamo anche ad una strana procedura per  la scelta del candidato a Sindaco in una grande città come Roma. Per non parlare del  capoluogo torinese. E questo lo dico per una ragione semplice, anzi addirittura  semplicissima. E cioè, se il dato politico centrale è quello di ridare vigore, slancio,  prospettiva ad una grande città dopo essere stata governata all’insegna della grigia ed  incolore ordinaria amministrazione – per usare un eufemismo – è giocoforza che chi vuole  ricostruire una alternativa politica e programmatica non può non partire anche da chi deve  incarnare quel progetto e quella visione di cambiamento e di profonda inversione di rotta.  Se, per arrivare al nocciolo, c’è un candidato che potrebbe incarnare quella prospettiva ed  incrociare quella domanda di profondo cambiamento, ma per quale motivo misterioso  quella candidatura, se è largamente condivisa come ovvio, deve essere accompagnata da  uno stuolo di altri candidati – tutti rispettabili, per carità – ma che hanno come unico  obiettivo quello di indebolire la miglior carta vincente?  

Un tempo era la cosiddetta politica, cioè la qualità, il coraggio e l’autorevolezza dei gruppi  dirigenti di un partito, a sciogliere il nodo di fondo – cioè la selezione della classe dirigente  politica ed amministrativa – senza ricorrere a stratagemmi organizzativistici e senza  nascondersi dietro astruse e sempre più ridicole liturgie regolamentari. Perchè il continuo  confronto politico e mediatico tra un candidato – per svariati motivi ritenuto il più  competitivo nella corsa amministrativa – e altri 5 o 6 o 7 altri candidati non solo indebolisce  il campo politico che somma tutte queste candidature ma, addirittura, rischia di rafforzare i  competitor che, su questo terreno, sono meno farraginosi e più scaltri.  

Ecco perchè quando si parla, o si strapparla, di primarie come dogma a cui tutti devono  continuare ad inchinarsi per risolvere i nodi che si devono sciogliere invece in sede politica  – semprechè la politica esista ancora – si rischia solo di creare ulteriore confusione.  

Ma, comunque sia, siamo fiduciosi che, ad un certo punto, prevarranno il buonsenso e  soprattutto la professionalità politica dei gruppi dirigenti dei partiti. Di quelli che rimangono,  come ovvio.  

Le elezioni americane secondo Pechino

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista “Atlante” di Treccani a firma di Barbara Onnis

Le elezioni americane sono, da sempre, uno degli eventi internazionali maggiormente oggetto di osservazione e di dibattito a Zhongnanhai (sede del Partito comunista e del governo della Repubblica Popolare Cinese, RPC). Per quanto le relazioni sino-americane non siano mai assurte al rango di “partnership strategica”, costituiscono innegabilmente una delle priorità (forse la priorità) della politica estera cinese, al di là dell’andamento altalenante che le caratterizza, fin dall’avvio di relazioni diplomatiche ufficiali, nel gennaio 1979. Gli Stati Uniti rappresentano, infatti, una variabile determinante per molti capitoli dell’agenda politica, sia interna sia esterna, di Pechino (diritti umani, TaiwanMar Cinese Meridionale, tanto per citarne alcuni). Ben si comprende, pertanto, l’attenzione riposta dalla leadership di Pechino ai due candidati che si confrontano per le imminenti elezioni americane, in un periodo in cui le relazioni tra le due parti hanno raggiunto i “minimi storici”, complice la pandemia da Covid-19, che si è inserita in un contesto già stressato da una guerra commerciale che va avanti dal 2018, e che ha portato alcuni osservatori a parlare di un clima da “guerra fredda”. «Il confronto sta diventando conflitto e può finire in un esito disastroso per l’umanità», ammoniva Henry Kissinger – segretario di Stato americano fra il 1973 e il 1976, durante le presidenze di Richard Nixon e Gerald Ford, fautore dell’avvicinamento sino-americano e grande conoscitore e amico della Cina popolare – lo scorso mese di novembre, in un discorso tenuto a Pechino, e rivolto ad entrambe le amministrazioni.

Dietro un clima di calma apparente, c’è un acceso dibattito in corso all’interno dell’establishment della politica estera cinese su quale tra i due candidati possa rappresentare il classico “male minore” per la RPC. Sia Donald Trump che John Biden hanno, infatti, definito la Cina una minaccia centrale per gli interessi degli Stati Uniti, al di là delle connessioni personali di entrambi con il leader cinese Xi Jinping, delle quali si sono spesso vantati in passato, per poi prenderne le distanze via via che la pandemia rivelava tutta la sua gravità, ed emergevano le responsabilità di Pechino relativamente alle omissioni iniziali sul virus, prospettando tempi duri per il governo comunista cinese. Ciò detto, laddove la retorica trumpiana è ben nota a Pechino, quella di Biden è oggetto di maggiore riflessione. Per quanto la campagna di quest’ultimo sia percepita, anche in Cina, come un’offerta agli elettori americani di un “ritorno alla normalità”, questo stesso ritorno non si prospetta tale nell’ambito delle relazioni con la RPC; in altre parole, è probabile che Pechino si aspetti cambiamenti nello stile, ma non nella sostanza della politica statunitense nei prossimi quattro anni.

Non a caso, a dispetto di quanto va affermando il presidente Trump, secondo il quale Pechino starebbe facendo il tifo per Biden per continuare ad affossare l’economia statunitense attraverso pratiche commerciali scorrette, le posizioni in Cina sono assai meno nette. Al contrario, alcuni studiosi riportano come molti cinesi comuni auspichino una vittoria di Trump, in quanto funzionale alla continua ascesa del loro Paese. Come è noto, la Cina punta, nel lungo periodo, a sostituirsi agli Stati Uniti nel ruolo di superpotenza egemone a livello globale e ambisce a rifondare l’ordine mondiale – lo stesso nei confronti del quale Trump è andato mostrando una crescente insofferenza – secondo caratteristiche proprie (le cosiddette “caratteristiche cinesi”, zhongguo tese). Le scelte dell’amministrazione Trump hanno, infatti, contribuito a minare il sistema di alleanze di Washington, in Occidente come in Oriente, dando agli alleati l’impressione che gli Stati Uniti non siano più una potenza responsabile e affidabile, rafforzando al contempo lo spirito di coesione dei cinesi e dando alla Cina la possibilità di guadagnare terreno, come rivelato dai discorsi pronunciati da Xi Jinping in diversi consessi, a partire dal World Economic Forum di Davos, nel gennaio del 2017, che hanno ricevuto il plauso della comunità internazionale. Una conferma della preferenza di Pechino per Trump risiederebbe, secondo alcuni osservatori, nel rispetto della tregua commerciale siglata il 15 gennaio 2020 – l’accordo sulla cosiddetta “Fase uno”.

Il fatto che la Cina stia cercando di sostenere l’accordo con gli Stati Uniti, con l’acquisto di soia e cereali, sarebbe una chiara dimostrazione dell’interesse a sostenere Trump; l’impegno cinese è assai significativo per il presidente degli Stati Uniti, in termini di risultati da esibire nei confronti degli agricoltori americani, duramente colpiti dalla guerra commerciale, che rappresentano un segmento elettorale fondamentale. Paradossalmente, secondo un articolo di Cnn Business dell’agosto scorso, pur essendo il commercio la causa principale degli attriti tra i due Paesi negli ultimi anni, di fatto è l’unica cosa che funziona nel rapporto bilaterale. Viceversa, una nuova amministrazione democratica potrebbe lavorare nel tentativo di ripristinare una politica estera “tradizionale” in grado di riportare gli Stati Uniti al loro ruolo di guida della comunità internazionale e di difensore del sistema internazionale, il che rende Joe Biden un candidato meno desiderabile per Pechino.

La maggioranza degli americani non vuole cancellare l’Obamacare

Secondo un nuovo sondaggio della Kaiser Family Foundation, la maggioranza degli americani non vuole che la Corte Suprema rovesci le protezioni della riforma sanitaria nota come “Obamacare” per le persone con condizioni preesistenti.

Anche tra i repubblicani, il 66 per cento degli intervistati ha dichiarato di non voler vedere rovesciate le protezioni per le condizioni preesistenti. Nel complesso, il sondaggio ha mostrato che il 79 per cento del pubblico non vuole che la corte annulli le protezioni di copertura per gli americani con condizioni preesistenti.

Anche se solo il 58 per cento degli intervistati ha detto di volere che il tribunale mantenga la legge sulla salute nella sua interezza, con un grande divario di parte tra democratici e repubblicani.

 

Con il balzo dei prezzi del cibo (+5%) avanza la fame

Spinti dall’emergenza coronavirus i prezzi mondiali dei prodotti alimentari raggiungono il valore massimo da inizio pandemia per effetto di quattro rincari mensili consecutivi che riducono le possibilità di acquisto e fanno sprofondare nella fame nuove fasce della popolazione. E’ quanto emerge da una analisi di Coldiretti sulla base dei dati Fao che rilevano un rincaro del 5% del prezzo del cibo nel mondo a settembre 2020 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

La “bolletta alimentare globale” ha raggiunto il valore record degli ultimi sette mesi, da quando è esplosa la pandemia, per effetto soprattutto dei prezzi dei cereali come grano e mais che – evidenzia la Coldiretti – hanno fatto segnare aumenti del 13,6% nell’ultimo anno. Anche le quotazioni internazionali del mais rincarano ma sotto pressione al rialzo sono anche – precisa la Coldiretti – i prezzi mondiali del burro e dei formaggi e anche le quotazioni della carne di pollo.

Con l’avanzare della pandemia la disponibilità delle produzioni agricole è diventata strategica – continua la Coldiretti – per la necessità di garantire le forniture alimentari alla popolazione che ha portato in qualche caso a limiti all’export imposti dai paesi produttori per difendere le proprie riserve di cibo. Una preoccupazione che – precisa la Coldiretti –per esempio nei giorni più bui del lockdown ha spinto molti Paesi ad adottare misure protezionistiche con corsa agli accaparramenti e guerre commerciali che hanno alimentato tensioni e nuove povertà. Nel mondo – sottolinea la Coldiretti – si stima che quasi 690 milioni di persone abbiano sofferto la fame nel 2019 ma il numero è destinato a crescere per effetto dell’emergenza coronavirus che ha sconvolto i sistemi economici e cancellato milioni di posti di lavoro. La pandemia di Covid-19 potrebbe far sprofondare nella fame cronica ulteriori 130 milioni di persone entro la fine del 2020 con la mancanza di cibo che colpisce nuove fasce della popolazione sia nei paesi ricchi che in quelli meno sviluppati secondo l’analisi della Coldiretti sulla base del Rapporto Annuale delle Nazioni Unite.

L’allarme globale provocato dal Coronavirus ha fatto emergere una maggior consapevolezza sul valore strategico rappresentato dal cibo e dalle necessarie garanzie di qualità e sicurezza” afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che in uno scenario di questo tipo “l’Italia, che è il Paese con più controlli e maggiore sostenibilità, ne potrà trarre certamente beneficio ma occorre invertire la tendenza del passato a sottovalutare il potenziale agricolo nazionale”.

L’Italia – evidenzia la Coldiretti – è il primo produttore UE di riso, grano duro e vino e di molte verdure e ortaggi tipici della dieta mediterranea come pomodori, melanzane, carciofi, cicoria fresca, indivie, sedano e finocchi. E anche per quanto riguarda la frutta primeggia in molte produzioni importanti: dalle mele e pere fresche, dalle ciliegie alle uve da tavola, dai kiwi alle nocciole fino alle castagne. Il Belpaese è poi autosufficiente per quanto riguarda la produzione di carni avicole con oltre 1,3 milioni di tonnellate e di uova con quasi 13 miliardi pezzi, ma resta in deficit su alimenti base come carne, latte e cereali.

“Ci sono le condizioni per rispondere alle domanda dei consumatori ed investire sull’agricoltura nazionale che è in grado di offrire produzione di qualità realizzando rapporti di filiera virtuosi con accordi che – precisa Prandini – valorizzino i primati del Made in Italy e garantiscano la sostenibilità della produzione in Italia con impegni pluriennali e il riconoscimento di un prezzo di acquisto “equo”, basato sugli effettivi costi sostenuti”. Anche perché oggi in Italia gli agricoltori devono vendere ben 5 chili di grano tenero per potersi pagare un caffè e per questo nell’ultimo decennio – conclude la Coldiretti – è scomparso un campo di grano su cinque con la perdita di quasi mezzo milione di ettari coltivati ed effetti dirompenti sull’economia, sull’occupazione e sull’ambiente.

20 milioni di euro per gli spostamenti casa-scuola

Venti milioni di euro – suddivisi equamente tra il 2020 e il 2021 – per la promozione del trasporto scolastico su mezzi di trasporto ibridi o elettrici, in alternativa all’autovettura privata per gli spostamenti casa-scuola. Li prevede il decreto del ministro dell’Ambiente, approvato ieri nella seduta straordinaria della Conferenza Stato-città e autonomie locali.

Il provvedimento del ministero dell’Ambiente, sentiti i ministeri dell’Istruzione e dell’Economia e la Conferenza Stato-città e autonomie locali, regolamenta le modalità di presentazione delle domande e delle spese ammissibili per il finanziamento di progetti sperimentali per la realizzazione o l’implementazione di un servizio di trasporto scolastico sostenibile. I progetti potranno essere presentati dai Comuni con popolazione superiore a 50 mila abitanti interessati dalle procedure di infrazione comunitaria per PM10 e N02 in materia di qualità dell’aria.

Il ministero nominerà una Commissione per la valutazione dei progetti e l’approvazione della graduatoria. Una prima quota di finanziamento sarà data come anticipazione, il resto a saldo. E’ previsto un monitoraggio del programma.

“Ho sempre sostenuto – afferma il ministro dell’Ambiente Sergio Costa – che la mobilità sostenibile vada incentivata, tanto più in questo periodo delicato dal punto di vista sanitario: è fondamentale tutelare la salute dei cittadini italiani, partendo da quella dei più giovani. Questo decreto attuativo della legge clima, che segue quello sulla riforestazione urbana approvato recentemente, va in questa direzione. Perché vivere in città dall’aria più pulita tutela tutti noi e tutela l’ambiente”.

Covid: ” Il vaccino sarà disponibile, se tutto va bene, in primavera”.

“Vaccino in novembre? Attenzione, dipende da cosa si intende. Se che per fine novembre un vaccino possa, con procedure di emergenza, essere registrato, allora molto probabilmente sì. Se che a novembre saremo vaccinati e quindi tutto tornerà alla normalità, ovviamente no. Se anche, come sembra, ci sarà la registrazione, poi dovrà iniziare la produzione, la distribuzione, la scelta dei primi gruppi da vaccinare. Il vaccino sarà disponibile, se tutto va bene, in primavera”. Ci tiene a precisarlo Antonella Viola, immunologa dell’università di Padova, dopo l’annuncio di Pfizer c

“Gli studi clinici stanno analizzando l’efficacia del vaccino nel ridurre il numero di sintomatici – spiega – Ma poiché solo una piccola parte dei sintomatici sviluppa una forma grave o muore, non sapremo se il vaccino è efficace anche in questi casi. Servirebbe molto più tempo per analizzare questo aspetto, che però è fondamentale. Così come non sapremo quanto è efficace nelle persone molto anziane, perché pochi sono stati reclutati negli studi di fase 3. Inoltre, al momento non ci sono studi sui bambini, quindi il vaccino non sarà a disposizione per i più giovani. Infine, non sapremo quanto durerà la protezione. Quindi – raccomanda Viola – per il momento dobbiamo concentrarci sul rispetto delle regole (noi) e su misure attive di contenimento (Stato e Regioni)”.

La difficoltà dell’essere eredi…

C’è un tema che, nel passaggio dalla stagione dei grandi leader e dei raffinati statisti a  quella dei parvenu della politica e dei leader per caso, merita di essere approfondito ed  indagato. E cioè, la difficoltà, se non l’impossibilità, di essere eredi di quei grandi leader.  Certo, lo sappiamo tutti. Ogni leader e ciascun statista non è affatto replicabile. O per  l’intelligenza che li ha contraddistinti negli anni o, il più delle volte, per la personalità che  hanno sprigionato durante il loro magistero pubblico, politico ed istituzionale.  

Ora, per fermarsi ai soli grandi leader della Democrazia Cristiana, è indubbio che al loro  nobile magistero si ispirano politici, amministratori e uomini di cultura che sono però  impegnati su fronti avversi se non alternativi nella società. È appena sufficiente guardare  l’esperienza concreta della “sinistra sociale” e della “sinistra politica” della Democrazia  Cristiana dopo la scomparsa dei suoi principali protagonisti politici e dopo la stessa fine  della Dc. Ci troviamo di fronte ad una situazione dove, senza rinnegare affatto il magistero  di quei leader e dichiarando di proseguirlo, ci sono animatori e protagonisti di quella storia  collocati su fronti opposti della politica della cosiddetta seconda repubblica. Chi teorizza la  necessità di militare convintamente nel centro destra e chi, in alternativa, sostiene la  necessità – sempre in virtù della coerenza con il proprio passato – di rifondare un nuovo e  rinnovato centro sinistra. E qui parliamo delle esperienze che nella Dc si sono sempre  contraddistinte per la loro serietà e coerenza politica e, soprattutto, per la raffinatezza  culturale dei loro protagonisti. Altro discorso riguarda, senza alcuna polemica, le  componenti Dorotee e della destra conservatrice e moderata di quel glorioso ed  importante partito. Ma lo stesso divario e la stessa contraddizione coinvolgono altre  esperienze politiche, come quella della sinistra italiana. Dal Pci al Psi ai gruppi della  sinistra extraparlamentare dove non mancavano anche lì, come ovvio, i leader e alcuni  statisti. E dove la collocazione postuma dei cosiddetti eredi – almeno di tutti coloro che  continuano, legittimamente, a rifarsi ai padri fondatori di quella corrente o di quel partito – è  quasi alternativa.  

Ora, senza fare nessun processo alle intenzioni e senza entrare nel merito della  collocazione dei singoli esperenti o leader contemporanei, è indubbio che l’eredità politica,  culturale e forse anche programmatica del passato ha gemmato una pluralità di opzioni  politiche e di presenza politica nei vari partiti contemporanei. O meglio, nei vari cartelli  elettorali. E questo può anche essere un bene visto la profonda trasformazione della  società italiana e, di conseguenza, dei suoi attori politici. 

Resta, in ultimo, una sola domanda. Al di là delle molte considerazioni di ordine politico e  personale che si potrebbero fare. Ovvero, è ancora possibile rifarsi al magistero politico,  culturale, sociale e di governo dei grandi leader della prima repubblica – espressione, al  contempo, delle grandi tradizioni storiche ed ideali del nostro paese – senza entrare in  contraddizione? Io credo di sì. Ad una condizione, però. Nessuno può o potrà ergersi ad  essere l’erede unico. Non lo consente la storia, non lo ammette la politica e, soprattutto,  sarebbe incompatibile con la stessa onestà intellettuale. 

Brexit: prepariamoci al no deal.

Il tempo per definire le future relazioni tra i ventisette e Londra è ormai poco: dal 1° gennaio prossimo il Regno Unito sarà un “Paese terzo”. Ma restano molti aspetti da definire in questo “divorzio” deciso dagli inglesi: i diritti dei cittadini, la protezione della pace in Irlanda, il mercato interno, la governance e i diritti di pesca.

Non sembra che però si possa arrivare ad un accordo soddisfacente. E anche se il Consiglio invita il capo negoziatore dell’Unione, Michel Barnier, “a proseguire i negoziati nelle prossime settimane e chiede al Regno Unito di compiere i passi necessari per rendere possibile un accordo” le parole del Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron dicono chiaramente “No all’accordo ad ogni costo, siamo pronti al no deal”.

Ma gli inglesi fanno, ancora la voce dura, chiedendo all’Europa di ammorbidirsi, pur se, da una analisi il prezzo da pagare per un eventuale No Deal è destinato a raggiungere a lungo termine un meno 8% del Pil nel Regno, pari a 160 miliardi di sterline o a 2.400 sterline pro capite. Stime nettamente superiori a quelle dell’impatto della pandemia di Covid-19 sul Paese che, stando alle previsioni della Bank of England, si fermano a un meno 1,7% del Pil nel 2022, dopo un presumibile rimbalzo positivo parziale.

 

Case a 1 euro per lo smart working

Sono diversi i comuni che si stanno attivando per attrarre il turismo di lungo termine e, magari, anche nuovi abitanti.

Una strategia utilizzata da diverse amministrazioni del nostro Paese è quella di regalare al prezzo simbolico di un euro abitazioni che sarebbero destinate all’abbandono. Si tratta non solo di case, ma anche villaggi, bed and breakfast o alberghi da trasformare in residenze di lungo termine per gli smartworkers.

A Otranto, per esempio, nel mese di ottobre è stata promossa la campagna “smart working Otranto” per invitare gli italiani e gli stranieri a spostarsi nel cuore del Salento e lavorare fronte mare. Un altro esempio arriva dal Comune di Santa Fiora sul Monte Amiata, in provincia di Grosseto, che ha lanciato il progetto “Santa Fiora smart village”, un bando da 30mila euro per coprire il 50% dell’affitto di chi desidera vivere nel comune toscano lavorando da remoto.