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Coronavirus, Mattarella agli italiani all’estero: “Rilanciare la fiducia nel futuro”

«Rivolgo un pensiero, pieno di affetto, a tutti gli italiani residenti all’estero.

So con quanta partecipazione avete seguito le sofferenze vissute, nel nostro Paese, per il coronavirus. Lo avete fatto da lontano, per la distanza fisica che ci separa; eppure del tutto vicini nella coscienza che ci unisce.

Una conferma, se ve ne fosse stato bisogno, del sentimento intenso che raccoglie le comunità italiane e di origine italiana diffuse nel mondo. Un sentimento di unità e di solidarietà per il quale vi esprimo riconoscenza.

E’ stata una prova che ha posto in evidenza valori di civismo e di dedizione alle persone in difficoltà. Valori che rappresentano base importante della nostra società, e alimentano la vita delle nostre istituzioni democratiche.

Nei tanti borghi e città d’Italia questa stagione è stata accompagnata da lutti e patimenti, cui si è aggiunto il dolore di non poter celebrare i funerali, dei defunti: emergenza ora, fortunatamente, superata.

Adesso l’impegno è rivolto alla ricostruzione di un tessuto, capace di affrontare i rischi che si manifestano e di rilanciare la fiducia nel futuro.

Il virus ha superato frontiere e distanze continentali. Ha messo in discussione percorsi e modi di vita consolidati.

Questi mesi di pandemia, per molti dei connazionali all’estero, hanno aggiunto alla preoccupazione per la salute il disagio e il rammarico di non poter raggiungere i propri cari in Italia, anche a seguito delle restrizioni nei collegamenti aerei.

La lontananza pesa, sulle nostre comunità all’estero e tutte le istituzioni della Repubblica sono impegnate ad alleviare queste difficoltà; per la sua parte la rete consolare e delle ambasciate è volta a rafforzare l’attenzione e ad ascoltare e corrispondere alle loro esigenze.

La collaborazione e il coordinamento, della comunità internazionale nel contrastare, il virus – un avversario comune e ancora largamente sconosciuto – sta riconducendo, gradualmente, alla normalità anche dei collegamenti e alle conseguenti aperture.

Del resto, soltanto la conoscenza condivisa e una efficace azione corale a difesa della salute da parte di tutti i Paesi può permettere di sconfiggere la malattia.

Prima della pausa – prodotta dal mese di agosto – desidero farvi giungere il sentimento, più forte, di vicinanza, della Repubblica, a tutti voi».

(trasmesso il 25 luglio 2020 dal programma “L’Italia con Voi” di Rai Italia)

Credito e liquidità per famiglie e imprese: 874.828 le richieste al Fondo di Garanzia

Si confermano su volumi elevati, quasi 2,7 milioni per un valore di circa 292 miliardi di euro, le domande di adesione alle moratorie sui prestiti e superano quota 874.000 le richieste di garanzia per i nuovi finanziamenti bancari per le micro, piccole e medie imprese presentati al Fondo di Garanzia per le PMI. Attraverso “Garanzia Italia” di SACE sono state concesse garanzie per 9,6 miliardi di euro, di cui 2,3 miliardi circa i volumi complessivi garantiti in procedura semplificata.

Questi i principali risultati della rilevazione settimanale effettuata dalla task force per l’attuazione delle misure a sostegno della liquidità adottate dal Governo per far fronte all’emergenza Covid-19, di cui fanno parte Ministero dello Sviluppo Economico, Ministero dell’Economia e delle Finanze, Banca d’Italia, Associazione Bancaria Italiana, Mediocredito Centrale e SACE.

La Banca d’Italia continua a rilevare presso le banche, con cadenza settimanale, dati riguardanti l’attuazione delle misure governative relative ai decreti legge ‘Cura Italia’ e ‘Liquidità’, le iniziative di categoria e quelle offerte bilateralmente dalle singole banche alla propria clientela. Sulla base di dati preliminari, al 10 luglio sono pervenute poco meno di 2,7 milioni di domande o comunicazioni di moratoria su prestiti, per 292 miliardi. Si può stimare che, in termini di importi, circa il 92% delle domande o comunicazioni relative alle moratorie sia già stato accolto dalle banche, pur con differenze tra le varie misure; il 3% circa è stato sinora rigettato; la parte restante è in corso di esame.

Più in dettaglio, il 45% delle domande proviene da società non finanziarie (a fronte di prestiti per 194 miliardi). Per quanto riguarda le PMI, le richieste ai sensi dell’art. 56 del DL ‘Cura Italia’ (oltre 1,2 milioni) hanno riguardato prestiti e linee di credito per 157 miliardi, mentre le adesioni alla moratoria promossa dall’ABI (49 mila) hanno riguardato 12 miliardi di finanziamenti alle PMI.

Le domande delle famiglie riguardano prestiti per circa 92 miliardi di euro. Le banche hanno ricevuto circa 192 mila domande di sospensione delle rate del mutuo sulla prima casa (accesso al cd. Fondo Gasparrini), per un importo medio di circa 94 mila euro. Le moratorie dell’ABI e dell’Assofin rivolte alle famiglie hanno raccolto quasi 440 mila adesioni, per circa 18 miliardi di prestiti.

Sulla base della rilevazione settimanale della Banca d’Italia, si stima che le richieste di finanziamento pervenute agli intermediari per l’accesso al Fondo di Garanzia per le PMI abbiano continuato a crescere nella settimana dal 3 al 10 luglio, a 1,04 milioni, per un importo di finanziamenti di circa 76 miliardi. I prestiti erogati sono aumentati in modo ancora più rapido. In particolare, al 10 luglio sono stati erogati quasi l’85% delle domande per prestiti interamente garantiti dal Fondo. La percentuale di prestiti erogati risulta in ulteriore crescita rispetto alla fine della settimana precedente, sia in termini di numeri di richieste sia in termini di importi.

Il Ministero dello Sviluppo Economico e Mediocredito Centrale (MCC) segnalano che sono complessivamente 874.828 le richieste di garanzie pervenute al Fondo di Garanzia nel periodo dal 17 marzo al 21 luglio 2020 per richiedere le garanzie ai finanziamenti in favore di imprese, artigiani, autonomi e professionisti, per un importo complessivo di oltre 57 miliardi di euro. In particolare, le domande arrivate e relative alle misure introdotte con i decreti ‘Cura Italia’ e ‘Liquidità’ sono 870.509, pari ad un importo di circa 56,4 miliardi di euro. Di queste, oltre 752.800 sono riferite a finanziamenti fino a 30.000 euro, con percentuale di copertura al 100%, per un importo finanziato di circa 14,9 miliardi di euro che, secondo quanto previsto dalla norma, possono essere erogati senza attendere l’esito definitivo dell’istruttoria da parte del Gestore. Al 22 luglio sono state accolte 860.172 operazioni, di cui 856.140 ai sensi dei Dl ‘Cura Italia’ e ‘Liquidità’.

Salgono a circa 9,6 miliardi di euro i volumi complessivi delle garanzie nell’ambito di “Garanzia Italia”, lo strumento di SACE per sostenere le imprese italiane colpite dall’emergenza Covid-19. Di questi, circa 6,7 miliardi di euro riguardano le prime tre operazioni garantite attraverso la procedura ordinaria prevista dal Decreto Liquidità, relativa ai finanziamenti in favore di imprese di grandi dimensioni, con oltre 5000 dipendenti in Italia o con un valore del fatturato superiore agli 1,5 miliardi di euro. Crescono inoltre a 2,9 miliardi di euro circa i volumi complessivi garantiti in procedura semplificata, a fronte di 255 richieste di Garanzia gestite ed emesse entro 48 dalla ricezione attraverso la piattaforma digitale dedicata a cui sono accreditate oltre 250 banche e società di factoring e leasing.

Negli Usa il baseball riparte senza pubblico

Tifosi cartonati sugli spalti: questa la soluzione della Mlb per ripartire dopo lo stop. Negli Stati Uniti il Coronavirus è ancora in espansione ma il campionato nazionale di Baseball ha ripreso le sue attività senza pubblico: da New York a Los Angeles ma anche Chicago, Oakland e tante altre città hanno adottato questa particolare soluzione.

Idea ripresa dalla Germania. La prima in Europa a riprendere il campionato di calcio.

Il Borussia Mönchengladbach scelse di mettere in vendita oltre 12mila “cartonati” da piazzare sugli spalti, con le fattezze dei propri sostenitori. Un’iniziativa denominata “Stay home, be in the stands” tramite la quale i tifosi hanno potuto dare un segnale di vicinanza al club, pagando 19 euro per il posto occupato al Borussia-Park. Soldi che furono devoluti in beneficenza.

 

Fino a quando non avremo un vaccino non cis arà mai il contagio zero

Pierpaolo Sileri, viceministro alla Salute, intervenuto a ‘In Vivavoce’ su Rai Radio1 ribadisce che: “Purtroppo contagio zero non potremo mai averlo finché il virus circola, finché non avremo un vaccino o l’immunità di gregge, o magari il virus muta. Io lo spero, ma al momento non mi sembra stia mutando. Quello che vedo è che il virus circola poco grazie a quello che abbiamo fatto. Noi dobbiamo combattere i focolai: individuarli, poi fare i tamponi e quarantenare i positivi e gli stretti contatti”.

“E’ vero che siamo preoccupati da Paesi come il Brasile o il Bangladesh, ma attenzione: ogni Paese europeo può avere una recrudescenza”.

“La mascherina oggi dobbiamo averla nel taschino, come gli occhiali. Deve essere un uso e costume di ognuno di noi”.

“Per quanto riguarda il problema delle isole e della movida a Roma e a Milano serve buon senso: la mascherina te la metti se c’è meno di un metro di distanza. Anche all’aperto”.

Ancora sulla riforma elettorale

Pubblichiamo la seconda parte dell’articolo di Luca Tentoni, che apre l’ultimo numero di Mente Politica.

Ci sono paesi, come la Gran Bretagna, la Germania, la Spagna e la Francia che non cambiano la loro formula di trasformazione di voti in seggi ad uso e consumo di ciò che serve a chi – pro tempore – governa, ma che conoscono il valore delle regole del gioco e nei quali (come il caso di Churchill nel 1945 insegna) si sa perdere anche quando forse si meriterebbe di vincere. Detto questo, si potrebbe argomentare che il ritorno all’uninominale a doppio turno, nel 1921, avrebbe forse spazzato via i fascisti sul nascere: ma Mussolini non avrebbe comunque usato le maniere forti per arrivare al potere? E, in ogni caso, anche il capo del fascismo si farà in seguito ritagliare da Acerbo, utilitaristicamente. una legge su misura per i bisogni del nascente regime, prima di passare attraverso prove elettorali plebiscitarie e drammaticamente farsesche, abolendo infine “i ludi cartacei”. C’è infine da fare una postilla sulla legge maggioritaria del 1953: la storia insegna che fallì e che forse, ricontando alcune schede, i partiti di centro avrebbero conseguito il premio alla Camera (il meccanismo non riguardava il Senato). Ma, anche qui, c’è da chiedersi se – con un raggruppamento centrista più forte in Parlamento – non sarebbe stato più impervio il cammino di riavvicinamento del Psi al Psdi e, in definitiva, alla Dc.

Con un premio costantemente assegnato a Dc, Pli, Psdi e Pri, il centrosinistra avrebbe avuto meno incentivi per nascere: non avrebbe forse visto la luce, nel 1963. Un sistema già bloccato per ragioni internazionali e per i ritardi del Pci (e in parte del Psi, per qualche anno) sarebbe stato imbalsamato, destinato a crollare forse già negli anni Settanta. Detto ciò, non si sta dicendo che l’intento di una legge proporzionale che eviti l’avvento al potere (non solo al governo, purtroppo) di forze di destra radicale pericolose, capaci di mettere a repentaglio la nostra collocazione in Europa e forse anche la stabilità economica (senza contare i risvolti conservatori o controriformisti sul piano sociale) non giustifichi qualche machiavellismo “à la Mitterrand”.

Introdurre un sistema elettorale proporzionale puro (con soglia di sbarramento al 5% o minore) potrebbe effettivamente costringere FdI e Lega a dover governare con Forza Italia: verosimilmente Berlusconi porrebbe condizioni molto pesanti (fra le quali l’ancoraggio all’Europa, anche perché – al di là delle idealità – il ritorno alla lira comporterebbe anche il disastro delle attività economiche, comprese quelle della famiglia del Cavaliere). In questo caso, ex malo bonum: ma l’accettazione di una riforma elettorale “immorale” (perché fatta su misura contro qualcuno) è un passo che può essere compiuto solo di fronte ad un’emergenza. Nel nostro dibattito politico, invece, la legge elettorale è un pezzo di plastilina col quale si gioca volentieri senza curarsi degli effetti.

Così, ne nascono proposte al limite dell’esilarante (l’eterno ritorno del “sindaco d’Italia”) o apertamente vantaggiose per chi le avanza (il ritorno al Mattarellum così come l’approdo ad un sistema simil 1948-1992). La legge elettorale – come la Costituzione, che infatti stiamo trasformando anch’essa in plastilina, col superfluo taglio dei seggi delle Camere – è una cosa seria, una regola immutabile di un gioco nel quale i giocatori non devono passare il tempo a preoccuparsi di cambiare i meccanismi, ma spendersi per migliorare la qualità dell’offerta politica, della classe dirigente e per elevare la moralità pubblica.

Qui è possibile leggere il testo integrale

L’inizio della fine : 25 luglio 1943 !

Non sempre piace la storia, ma conoscendola si può spesso evitare che il futuro non riserbi brutte sorprese, anche se i corsi e ricorsi storici, qualche volta, si manifestano in forme più sofisticate.  

Parlare e ricordare le vicende significative e dirimenti del “ secolo breve “, che si è chiuso con il passaggio al terzo millennio, citando una felice definizione dello storico britannico Enric J. Hobsbeawm, significa analizzare e conoscere meglio le svolte storiche di un secolo.

L’estensione temporale può essere racchiusa in due date : 1914 – 1991, dall’assassinio dell’Arciduca Francesco Fernando a Sarajevo e nella stessa città, dopo meno di 80 anni, la guerra dei Balcani ( parte dell’ex Jugoslavia) il dissolvimento dell’Unione Sovietica, e la fine della guerra fredda.

Perché “ l’inizio della fine : 25 luglio 1943 “ ?

In quella data si è avviata a conclusione, per l’Italia la dittatura fascista, iniziata con una prova di forza – la marcia su Roma – il 28 ottobre 1922. Per oltre venti anni Benito Mussolini, aveva governato l’Italia ed era stato il capo indiscusso del nostro paese.

Impiegò la forza contro gli avversari politici, creando un proprio corpo militare ( la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale ), modificò la legge elettorale in senso maggioritario così da favorire la costituzione di una maggioranza parlamentare fascista, l’assassinio del deputato socialista Matteotti, che aveva denunciato le irregolarità delle elezioni, la soppressione della libertà di stampa, lo scioglimento dei partiti e dei sindacati non fascisti, l’esautoramento del parlamento e l’istituzione del Tribunale speciale, fatti che determinarono la costituzione del regime.

L’Italia entro nella seconda Guerra mondiale nel giugno del 1940, a fianco della Germania nazista, e successivamente alleato del Giappone nel dicembre 1941. Il Re, Vittorio Emanuele III, aveva delegato a Mussolini – Capo del Governo – anche il Comando Supremo delle Forze Armate.

Dopo tre anni di guerra l’Italia era in ginocchio e l’interrogativo era : Guerra o Pace ? E doveva essere una guerra lampo ! 

La riunione del Gran Consiglio del Fascismo, massimo organo del regime, fu convocata per il 24 luglio 1943, tale consesso non si riuniva dal 1939, e doveva esaminare la conduzione militare del conflitto bellico.

Ci furono alcuni avvenimenti significativi prima di quella seduta, che cambiò gli eventi e i destini del nostro paese, in particolare tre hanno avuto un peso determinante nelle scelte del 25 luglio 1943.

Il primo, il 19 luglio 1943, a Feltre (Belluno) in una villa settecentesca, Mussolini e Hitler si incontrarono per esaminare la drammatica situazione che la guerra aveva determinato in Italia, nelle popolazioni e nelle Forze Armate, con il Capo del nazismo che criticava senza mezzi termini i comportamenti del nostro esercito e l’atteggiamento del Duce reticente, imbarazzato e impacciato.

L’incontro si chiuse senza nessun comunicato ufficiale, fatto significativo e inconsueto del clima dei rapporti fra i due dittatori.

Il secondo nello stesso giorno, durante i colloqui a Feltre, Roma veniva bombardata dagli Anglo – Americani in maniera violenta, causando circa tremila morti.

Dopo i bombardamenti, il Papa Pio XII, uscì dal Vaticano e visitò le zone più colpite. Al Quartiere S. Lorenzo venne accolto con rispetto e gratitudine dalla folla radunata fra le rovine.

Successivamente la visita del Re, Vittorio Emanuele III, fu caratterizzata da contestazioni e urla di dissenso verso la guerra e la dittatura, dagli abitanti duramente provati dagli attacchi aerei. Il popolo romano aveva preso coscienza dell’assurdità di una guerra che procurava : morte, distruzioni, miseria, fame e povertà.

Il terzo, dal fronte interno giungevano notizie sempre più allarmanti : il 22 luglio 1943, gli anglo – americani avevano completato la conquista della Sicilia, dove erano sbarcati appena dodici giorni prima, e si apprestavano a risalire la penisola.     

Palazzo Venezia a Roma, era la sede dove si decisero i destini della dittatura e dell’Italia.

I lavori del Gran Consiglio del Fascismo si aprirono con l’introduzione di Mussolini, che poneva la domanda : resa a discrezione o resistenza a oltranza ? L’ordine del giorno di Grandi chiedeva, rispondendo alla domanda del Duce, il ripristino “ di tutte le funzioni statali “ e invitava a restituire il Comando delle Forze Armate al Re.

Dopo un lungo, spigoloso e drammatico dibattito, Mussolini dichiarò che non aveva nessuna intenzione di rinunciare al comando militare.

Alle 2 di notte, era ormai il 25 luglio, la votazione sulla mozione Grandi, si concluse con 19 voti a favore, 8 voti contrari, e un astenuto.

Il pomeriggio Mussolini si recò a Villa Savoia per informare il Re, e questi gli comunicò che veniva destituito e sostituito dal Maresciallo Badoglio a Capo del Governo.

Solo alle 22,45 fu data la notizia agli italiani, attraverso la radio, di quanto era accaduto, i giornali del 26 luglio, con caratteri cubitali pubblicarono gli avvenimenti che avevano determinato “la  sfiducia democratica “ a Mussolini, che all’uscita di Villa Savoia, per ordine del Re, venne arrestato.

Si può affermare, a 77 anni da quelle vicende storiche del “secolo breve”, che con quella votazione  segnò “l’inizio della fine” del regime fascista. Anche se la guerra e altre gravi vicissitudini colpirono il popolo romano fino al 4 giugno 1944, giorno della Liberazione di Roma, e al 25 aprile 1945, fine della guerra nel nostro paese. 

Lo strappo e il rattoppo

Flickr: Collection Name: Missouri Division of Tourism Collection Photographer/Studio: PC Description: Man driving Amish wagon through downtown Jamesport Coverage: Missouri - Jamesport Date: 1989

Non so se finirò i miei giorni in una comunità Amish, uno di quei sodalizi umani dove tutte le usanze, i marchingegni e le diavolerie del post-moderno vengono messe al bando, dove i tempi e i modi di vita sono improntati al rispetto delle più rigorose e persino ataviche tradizioni.

Sarebbe una scelta esagerata, lo ammetto, quasi una negazione di tutto ciò di comodo che la civiltà globale ci sa dare.

Alzi però la mano chi può dirsi soddisfatto e felice – ma cosa dico – “sereno” per le consuetudini di questa nostra complicata esistenza.

E poi non è detto che le nostalgie del passato ci concedano solo inconcludenti emozioni: non viviamo forse un’epoca di ripensamenti e di riscoperte di tutto quello che abbiamo troppo frettolosamente lasciato?

Trovo nei comportamenti prevalenti del nostro tempo il segno di alcuni cambiamenti: il più rapido accesso alle informazioni, la più acuta percezione dei diritti e il più intenso controllo sociale.

Mi chiedo anche se queste “conquiste” riescono ad essere metabolizzate nei nostri stili di vita in modo del tutto indolore ed esclusivamente positivo o se invece – a volte – non ci rendono più insicuri e più inquieti.

Difficilmente ci accontentiamo di un risultato, spesso viviamo con ansia le prove grandi e piccole della nostra esperienza umana, sovente protesi in una dimensione di superamento, di competizione e di ricerca.

Ci viene chiesto di essere più produttivi, concreti, pratici, di concludere, di realizzare: quasi come forzati della vita.

I miti della modernità sono quelli dell’efficienza e dell’efficacia: tutto oliato, funzionante, incanalato, organizzato, perfetto.

Guai a mostrare segni di debolezza e di rallentamento, si può finire con l’essere emarginati.

Eccoci allora impegnati in un sistematico lavorìo di emendamento sulla nostra vita, che ci corregge   e genera sensi di colpa: servono sempre toppe e rammendi, urgono revisioni e ripensamenti.

Ma spesso la pezza è più visibile dello strappo, il rimedio peggiore del male. 

Rattoppiamo tutto: l’economia che non decolla e produce nuove povertà, le istituzioni che vacillano e rinnovano antichi mali, gli affetti labili, consumati e stanchi, la quotidianità che si trascina e si ripropone senza risolvere i problemi di fondo, persino l’anima, cioè i nostri sentimenti, tra attenuanti e giustificazioni per la fatica di vivere. 

Quali nuovi slanci ci permetteranno di aprire le ali per spiccare il volo?

Non vedo in giro segnali confortanti.

Questa è l’epoca delle contraddizioni, dove anche le speranze si bruciano prima del decollo.

Cosa vuole da noi il mondo? 

Rimediare, ricucire, rammendare: ritornare sui nostri passi per raddrizzare errori, comportamenti sbagliati, superare ostacoli, gareggiare nelle contese importanti e in quelle tutto sommato inutili.

Assomigliare agli altri, ai tanti modelli di ostentazione e di successo che circolano nei programmi glamour, nelle storie dei rampanti e sulle copertine patinate delle riviste alla moda.

Oppure accettare i nostri limiti, essere sé stessi, archiviare gli errori e utilizzarli per migliorare, senza drammi, senza metter toppe alle debolezze della nostra variegata e poliedrica umanità.

Accontentarsi, ridersi addosso, rovesciare la medaglia per cercare il lato positivo delle cose, andare oltre.

Cogliere l’attimo fuggente e apprezzare ogni momento l’irripetibile dono della vita.

Coronavirus: Non dobbiamo abbassare la guardia

Tutti pensavamo che ci fosse una parentale tra il Covid-19 e l’influenza. Immaginavamo ad inizio e tarda primavera, che l’estate mettesse fine a questo malanno. Sbagliavamo. Adesso ce ne rendiamo conto. L’influenza termina con il freddo, questo mostro se ne strafrega. Certo, nella stagione estiva l’invito a starcene fuori limita l’operatività del germe, ma questo non significa che sia venuto meno.

È di questi giorni la spiacevole notizia che i focolai aumentino. Siamo ancora a dati contenuti, ma devono comunque preoccuparci. Fino a qualche settimana fa sembrava che si fosse arreso, oggi, per un verso o per l’altro, si reinsedia in diversi posti del territorio nazionale. Ancora nulla di grave, vero, ma questo deve in qualche modo destare una certa preoccupazione.

Siamo nel periodo più caldo dell’anno. Difficile trovare assembramenti all’interno di luoghi chiusi. Tutti sciamano per strade, piazze e spiagge. Nonostante questo, le cattive notizie non tardano a presentarsi.

Il nostro Paese si è distinto per il rigore e ha ottenuto pure ottimi risultati. A differenza di altri Paesi che si sono trovati e si trovano in condizioni difficilissime.

Dobbiamo aver coscienza che il Covid-19 si batterà con due armi: con il rigore di ciascuno e con il vaccino. Non ci saranno altri miracoli. Tutto si fonda sulla nostra personale serietà e sulla scienza. Tutte le altre vie devono essere considerate rovinose.

Per nostra fortuna, il sistema sanitario nazionale ha acquisito una competenza sul campo. I pronti interventi e le terapie intensive sapranno eventualmente, fronteggiare al meglio eventuali e scongiurate ricadute. Questo, un po’, ci rassicura. Non dobbiamo però in alcun modo abbassare la guardia. Dovesse presentarsi qualche nuovo affanno nel mese di settembre, ci troverebbe psicologicamente segnati. 

Umbria, 33 Comuni sono ‘Città che legge’

Sono 33 i Comuni umbri che ottengono il titolo di ‘Città che legge’ per il biennio 2020-2021. Lo comunica il  Centro per il libro e la lettura, in qualità d’istituto autonomo del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo (Mibact), che, d’intesa con l’Anci, intende promuovere e valorizzare quelle amministrazioni comunali impegnate a svolgere con continuità politiche pubbliche di promozione della lettura sul proprio territorio.

Tra i Comuni premiati (in totale 38) con popolazione superiore ai 100.000 abitanti figurano anche Perugia e Terni. Nei Comuni con popolazione da 50.000 ai 100.000 abitanti (73) è presente Foligno. In quelli con popolazione da 15.000 ai 50.000 abitanti (258): Assisi, Bastia Umbra, Castiglione Del Lago, Città Di Castello, Gubbio, Marsciano, Narni, Orvieto, Spoleto, Todi. Comuni con popolazione da 5.000 a 15.000 abitanti (308): Amelia, Città Della Pieve, Gualdo Tadino, Magione, Montecastrilli, Montefalco, Panicale. Infine, per i Comuni con popolazione fino a 5.000 abitanti (181): Acquasparta, Allerona, Campello sul Clitunno, Castel Ritaldi, Castel Viscardo, Castelgiorgio, Guardea, Lugnano In Teverina, Massa Martana, Montecchio, Montegabbione, Monteleone d’orvieto, Tuoro sul Trasimeno.

Bisogna fermare il virus prima dell’autunno

I dati di questi giorni “dicono che il virus continua a circolare a bassa intensità, ma circola”. E’ l’indicazione di Pier Luigi Lopalco, epidemiologo dell’università di Pisa e consulente della Regione Puglia per l’emergenza Covid-19.

“E noi ci poniamo una domanda non banale: ma l’estate, che fine fanno i virus del raffreddore?”

“Non vi nascondo che la risposta è complicata – premette – e credo che la pandemia di Covid-19 ci aiuterà a dare risposte più robuste. Sulla stagionalità dei virus respiratori esistono pochi dubbi. Il raffreddore, del resto, si chiama raffreddore per un motivo. In inglese lo chiamano ‘cold’, più chiaro di così. E’ dunque una malattia legata alla stagione fredda. Il freddo, che predispone ad inoculi virali più consistenti, insieme alla ripresa delle attività al chiuso, fanno aumentare la circolazione e l’espressione clinica di questi virus”, spiega. “Quello che osserviamo ora in molte regioni italiane rispetto alla epidemia di Covid-19 è che la attività locale del virus si è praticamente spenta”.

“Grazie alla sorveglianza più o meno attiva – afferma Lopalco – vengono rilevati tamponi positivi o in soggetti che probabilmente si sono infettati tempo addietro, oppure sono importati da aree dove la circolazione virale è ancora attiva”. “Nei mesi estivi la malattia è poco evidente ma la circolazione virale è comunque sostenuta a bassissima intensità da diversi portatori paucisintomatici o asintomatici. Nei mesi invernali ritorna ad essere evidente perché aumenta sia la circolazione virale che l’espressione clinica per i motivi sopra accennati. In quei luoghi dove la circolazione fosse realmente interrotta, ci pensano i casi di importazione a far riprendere le catene di contagio”.

Da qui l’invito a interrompere quanto più possibile la circolazione del virus prima dell’autunno.

Ripensare il Consiglio europeo: una sfida che ci interpella.

Un Consiglio europeo durato quattro giorni, che tutti considerano di importanza storica, poiché doveva definire una strategia capace di rilanciare un’economia messa in ginocchio dall’emergenza Covid, rischia di essere archiviato, dai media, dopo appena quarantotto ore.
Dobbiamo riflettere sul destino dell’Unione europea, ma anche sul futuro del nostro paese.

Ho suggerito di ripensare a queste questioni, partendo da questa scaletta

1. Qualche riflessione sul Vecchio continente, dopo la fine della “guerra civile europea”N Negli anni ’50, Henri Spaak, che ha affiancato i Padri dell’Europa, diceva, con ironia, che il principale sostegno ai federalisti che sognavano la Commissione europea era venuto dall’Urss.., dalla minaccia di un’invasione dell’ Armata Rossa.. Oggi si potrebbe dire che siamo uniti dalla sfida della globalizzazione, dalle minacce di Pitin, Trump, Xi…Senza Unione non siamo nulla..L’unica sovranità, se così vogliamo chiamarla, è quella europea: Uniti nella diversità.

2 Il Consiglio,europeo assegna il potere di decidere ai governi nazionali, con diritto di veto; un sistema intergovernativo che privilegia i “sovranisti”. Ecco perché la maratona sui “fondi” ha lasciato ai margini le istituzioni “comunitarie”, Commissione e Parlamento

3 Al Consiglio di luglio hanno vinto tutti? Un Consiglio a gomitate, più scontri nel nome degli interessi nazionali,, che confronti pensando ad un obiettivo comune…Ha retto alla prova lo storico perno tra Francia e Germania, ed ha così favorito Conte nel duello con il leader olandese Rutte..Ed hanno pero i sovranisti della Vecchia Europa, LePen e Salvini, che avevano puntato sul “tanto peggio..”; ma il blocco di Visegrad resta una “democratura” che non punta sull'”uscita dall’Unione”, ma sul vecchio slogan: marciare divisi per colpire uniti, cioè sulle tensioni sociali che attraversano molti paesi europei.

4 Negli anni d’oro della Comunità europea, Angela Merkel era una giovane attivista nella Germania dell’Est…Oggi è la più autorevole leader tedesca, presiede l’Unione europea ed è stata la regista del Consiglio..Erede di Helmut Kohl e dello spirito “comunitario”, ultima democristiana..Chi terrà le fila dell’europeismo, dopo…. ?

5 In Italia, giusto applauso del Senato a Conte, il “vincitore”; tuttavia sarebbe sbagliato ignorare che il Consiglio ha ammonito: con il modello “austerità” che favoriva i più forti e penalizzava i più deboli (la Grecia) deve tramontare anche la tentazione di finanziare il nostro “assistenzialismo” con i risparmi degli altri…Non è questa l’Ue “politica” che dobbiamo costruire.

6 Da un “debito comune” dell’Ue, l’Italia ha ricevuto più aiuti – per la rinascita – di altri paesi.. Il dibattito sulle “condizioni”, che i sovranisti hanno esasperato, si può sintetizzare in questa riflessione: nei prossimi appuntamenti dovremo dimostrare di aver ridotto le diseguaglianze sociali e di essere diventati più competitivi sui mercati, avendo ridotto un debito pubblico che è una enorme palla al piede.. Questa è la sfida politica cui deve rispondere questo governo, e domani la maggioranza che si vuole candidare alla guida del paese.

Il lavoro nella manovra estiva da 25 miliardi

Nel suo Osservatorio sul precariato l’Inps rivela un calo dell’83% nel mese di aprile delle assunzioni.

Situazione sicuramente generato per effetto dell’emergenza legata alla pandemia Covid-19 e le conseguenti restrizioni.

Intanto il Governo vuole prorogare la cig (cassa integrazione), finanziare la ripartenza della scuola, riprogrammare le scadenze fiscali e dare sostegno agli enti locali.

Per finanziare la nuova cassa integrazione Covid serviranno tra i 6 e gli 8 miliardi: dovrebbe essere estesa per altre 18 settimane ma con dei paletti per l’accesso, a partire dal calo del fatturato. In alternativa le imprese potranno contare su meccanismi di incentivi per le nuove assunzioni, sotto forma di decontribuzione.

Sul fronte fisco, il governo intende “alleggerire” i versamenti delle tasse rinviate a settembre per le imprese piu’ colpite con una sforbiciata che dovrebbe valere circa 4 miliardi e una rimodulazione delle scadenze.

Così sale a 25 miliardi l’entità della manovra estiva che il governo è pronto a varare ad agosto.

Il deficit aggiuntivo  porterà il livello dell’indebitamento netto dal 10,4% all’11,9% mentre il debito salirà dal 155,7% al 157,6%. Il governo chiederà l’autorizzazione per un ulteriore ricorso all’indebitamento di 25 miliardi di euro per l’anno 2020, 6,1 miliardi nel 2021, 1 miliardo nel 2022, 6,2 miliardi di euro nel 2023, 5 miliardi di euro nel 2024, 3,3 miliardi nel 2025, e 1,7 miliardi dal 2026.

Un nuovo sforamento che dovrà essere sanato con i 209 miliari del Recovery fund.

L’esecutivo però “conferma l’obiettivo di ricondurre verso la media dell’area euro il rapporto debito/Pil nel prossimo decennio, attraverso una strategia che, oltre al conseguimento di un adeguato surplus primario, si baserà sul rilancio degli investimenti, pubblici e privati.

 

Salute, i pericoli triplicano sui cibi importati

Sugli alimenti importati è stata individuata una presenza irregolare di residui chimici più che tripla rispetto a quelli Made in Italy, con i pericoli che si moltiplicano per gli ortaggi stranieri venduti in Italia che sono oltre otto volte più pericolosi della media dei prodotti nazionali. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sull’ultimo report del ministero della Salute sul “Controllo ufficiale sui residui di prodotti fitosanitari negli alimenti” pubblicato a luglio 2020. Sui 10.737 campioni di alimenti (ortofrutta, cereali, olio, vino, baby food e altri prodotti) analizzati per verificare la presenza di residui di prodotti fitosanitari oltre il limite consentito appena lo 0,6% dei campioni di origine nazionale – sottolinea la Coldiretti – è risultato irregolare, ma la percentuale sale al 1,9% se si considerano solo gli alimenti di importazione e tra questi il record negativo è fatto segnare dagli ortaggi dall’estero con il 4,9%.

Una ragione in più per acquistare Made in Italy in una situazione in cui l’82% degli italiani, secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’, privilegia nel carrello i prodotti tricolori per sostenere l’occupazione e l’economia nazionale in un momento particolarmente difficile per il Paese a causa dell’emergenza coronavirus. Non a caso la Coldiretti è impegnata nella mobilitazione #MangiaItaliano per favorire il consumo di cibo 100% tricolore nei mercati, nei ristoranti, negli agriturismi con il coinvolgimento di numerosi volti noti della televisione, del cinema, dello spettacolo, della musica, del giornalismo, della ricerca e della cultura, ma anche di industrie alimentari e distribuzione commerciale rappresentate in Filiera Italia.

Se si evidenzia – continua la Coldiretti – il primato del Made in Italy nella sicurezza alimentare a livello internazionale ed europeo, a preoccupare è la presenza sul territorio nazionale di alimenti di importazione con elevati livelli di residui. In particolare nell’ortofrutta quasi un ortaggio straniero su 20 venduti in Italia è fuorilegge per il contenuto di residui chimici. Tra gli alimenti importati dall’estero – precisa la Coldiretti – che sono risultati irregolari ci sono fragole, arance, i melograni, frutta varia, pomodori, peperoni, carciofi, riso bianco, lenticchie, fagioli secchi ma una recente operazione dell’Agenzia Dogane e Monopoli ha portato al sequestro a Ravenna anche di 11 tonnellate di uva da tavola proveniente dall’Egitto e destinate a una impresa del Veneto che rifornisce i mercati ortofrutticoli del nord Italia.

L’obbligo di indicare il Paese di origine in etichetta grazie al pressing della Coldiretti è in vigore per la maggioranza degli alimenti in vendita, dalla frutta alla verdura fresca, dalla pasta al riso, dalle conserve di pomodoro ai prodotti lattiero caseari, dal miele alle uova, dalla carne bovina a quella di pollo fino ai salumi per i quali si attende a breve la pubblicazione del decreto.

“E’ pero’ necessario che tutti i prodotti che entrano nei confini nazionali ed europei rispettino gli stessi criteri, garantendo che dietro gli alimenti, italiani e stranieri, in vendita sugli scaffali ci sia un analogo percorso di qualità che riguarda l’ambiente, il lavoro e la salute” afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “va esteso a tutti gli alimenti l’obbligo di indicare in etichetta la provenienza e tolto in Italia il segreto sui flussi commerciali con l’indicazione delle aziende che importano materie prime dall’estero”.

In ballo c’è anche la difesa della concorrenza sleale dell’agricoltura italiana che – continua Coldiretti -, è la più green d’Europa con 5155 prodotti alimentari tradizionali censiti, 304 specialità ad indicazione geografica riconosciute a livello comunitario e 524 vini Dop/Igp, quasi 60mila aziende agricole biologiche.

Ma a causa di decenni di sottovalutazione sul Belpaese pesa anche la riduzione del grado medio di autoapprovvigionamento dei prodotti agricoli che secondo l’analisi della Coldiretti è sceso a circa il 75% con l’Italia che è dipendente dall’estero per quasi tutti i prodotti agricoli, dalla carne al latte fino ai cereali e fatta eccezione solo per vino, frutta e carni avicole. L’allarme globale provocato dal Coronavirus – conclude la Coldiretti – ha fatto emergere una maggior consapevolezza sul valore strategico della filiera del cibo e delle necessarie garanzie di qualità e sicurezza ma ne sta però mettendo a nudo tutte le fragilità sulle quali è necessario intervenire con un piano nazionale per difendere la sovranità alimentare e non dipendere dall’estero in un momento di grandi tensioni internazionali sugli scambi commerciali.

Ecobonus, al via i nuovi contributi per moto e scooter elettrici o ibridi

Con la conversione in legge del Decreto Rilancio sono diventate operative le nuove misure che ridefiniscono i contributi dell’ecobonus per l’acquisto di moto e scooter elettrici o ibridi.

Per veicoli nuovi di categoria L a due, tre o quattro ruote, ibridi o elettrici ( L1e, L2e, L3e, L4e, L5e, L6e e L7e.) è stato, infatti, introdotto sia il contributo al 30% del prezzo d’acquisto senza ricorrere alla rottamazione, sia aumentato al 40% il contributo già previsto con la rottamazione.

In particolare, le percentuali dell’ecobonus sono così ridefinite:

  • 30% del prezzo d’acquisto fino a massimo 3.000 euro senza rottamazione;
  • 40% del prezzo d’acquisto fino a massimo 4.000 euro con rottamazione.

A partire da oggi sarà quindi possibile prenotare, sulla piattaforma online ecobonus.mise.gov.it, il contributo per l’acquisto con la rottamazione, mentre a giorni potrà essere prenotato il contributo senza rottamazione.

Prossimamente diventeranno operative anche tutte le altre novità sull’ecobonus introdotte dal Decreto Rilancio.

Sono 5 i vaccini nell’ultima fase di ricerca contro il Covid

Sul vaccino si stanno facendo passi in avanti come non se ne erano fatti prima. Ci sono ben 166 vaccini in fase di sviluppo, 24 sono già in sperimentazione clinica e 5 nell’ultima fase di ricerca. Siamo ottimisti. L’importante è che ne arrivino almeno un paio e soprattutto si riesca poi a garantire la disponibilità per tutti”. A dirlo Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria, intervistato a 24 Mattino su Radio 24.

“La ricerca – ha sottolineato – ha i suoi tempi e soprattutto i risultati non sono mai certi fin dall’inizio per cui bisognerà attendere per capire se tutti i candidati vaccini che sono allo studio arriveranno fino in fondo. Noi stiamo facendo il massimo fin da subito”. La ricerca, ha aggiunto, “è partita subito a gennaio: c’è una collaborazione stretta con la comunità scientifica e con le autorità sanitarie, una collaborazione che ha fatto sì che si accelerassero il più possibile le procedure a garanzia di un prodotto che quando arriverà sarà di elevata qualità, tollerabile ed efficace”.

Conte: “Basta attenzione morbosa al Mes”.

“Smettetela con questa attenzione morbosa. Abbiamo un discorso di fabbisogno di necessità, valuteremo insieme la situazione, ma non mi chiedete ogni giorno del Mes. Basta con questa attrazione morbosa. Abbiamo il Recovery Fund”.

Esiti del Consiglio europeo, l’informativa del Presidente Conte alla Camera

Politica e cabina di regia

Ai tempi della famigerata Prima Repubblica quando le alleanze non reggevano più si faceva ricorso ai “governi ponte”, ai “governi balneari”, “di transizione” e a quelli per “il disbrigo degli affari correnti”. 

Correvano i tempi degli equilibri più avanzati, dei compromessi storici, delle convergenze parallele e della politica dei due forni: espressione coniata da Andreotti per spiegare la necessità di garantirsi il pane stando al centro, servendosi della farina ora a destra ora a sinistra. Metafora completata da Fanfani con un’altra mappa concettuale significativa: a chi gli chiedeva quale vino si dovesse mescere al tavolo di Palazzo Chigi rispondeva sornione “dipende dalla qualità del vino e degli invitati”.

In genere i politici erano riciclabili nei vari rimpasti, uno passava dall’Agricoltura alla Difesa, dalla Pubblica Istruzione agli Esteri: provenendo in genere dagli ambienti universitari, sapevano adattarsi con disinvoltura al cambiamento. A volte si occupavano come Ministri di tematiche che insegnavano a livello accademico. Nessuno si ispirava apertamente a Max Weber, infatti non si parlava di beruf o competenza, ma la scaltrezza delle argomentazioni era affinata nei congressi di partito, qualche calibro da 90 emergeva lo stesso per attitudine e vocazione, si formavano parvenze di idee e di pensiero.

La società non era liquida, complessa, trasparente e neppure mucillaginosa come la descrive oggi il mio “maestro” Giuseppe De Rita: i conflitti erano prevalentemente ideologici e le appartenenze alla base molto radicate, nessun cattolico o comunista o liberale si sarebbe mai sognato di riciclarsi cadendo sulla via di Damasco (e neppure su quella di Roma).

Il sistema elettorale era rigorosamente proporzionale e il partito di centro sceglieva quei tre o quattro satelliti che gli consentivano una continuità camuffata da discontinuità.

In genere – mi riferisco ai capipopolo – era gente che sapeva il fatto suo anche se più portata a gestire l’esistente che a programmare il futuro: ne è prova il debito pubblico spaventoso ereditato che tramanderemo – considerato il nuovo poi sopravvenuto e quello che avanza, “omnia saecula saeculorum”.

Infatti l’insegnamento prevalente messo in circolazione era quello dei diritti da conquistare e non quello dei doveri da imparare: di buoni esempi non ne abbiamo avuti molti, c’è stato un crescendo di rivendicazioni e l’etica prevalente è stata quella di far quattrini in qualunque modo, di superarsi a vicenda, mentre veniva meno l’onore della parola data e quanto alla gratitudine, anche in famiglia, alla fine ci è rimasta solo quella del giorno prima.

Ora che abbiamo cambiato secolo, millennio e classe politica mentre le ideologie sono state travolte insieme agli ideali, molti problemi sono rimasti, altri solo cambiati e ne sono arrivati dei nuovi in quantità incommensurabile.

Ci mancava pure il coronavirus con l’ecatombe mondiale di contagi e di vittime e una crisi economica spaventosa che si sta palesando in un quadro mondiale stravolto dal dualismo USA-Cina. 

Per quattro giorni e quattro notti – dura fatica- i 27 capi di Governo della U.E si sono riuniti a Bruxelles per concertare strategie di sopravvivenza, gestione del disastro e rilancio della ricostruzione.

All’appuntamento ci siamo presentati con un Presidente avvocato degli italiani, talmente bravo da aver guidato in successione gli ultimi due dei 5 o 6 governi non eletti dal popolo.

Il risultato che ha portato a casa è stato sorprendente e superiore alle aspettative: 209 miliardi di cui 127 a prestito e 82 a fondo perduto: la nostra ripartenza avrà dimensioni bibliche, se sarà realizzata.

Lo sfacelo nazionale è enorme, il lavoro in caduta libera, le imprese azzannate al collo dal fisco e dal lockdown, le scuole chiuse sei mesi e con riapertura da definire, l’ascensore sociale fermo, la povertà crescente.

A Bruxelles hanno vinto un po’ tutti: l’asse franco tedesco, i paesi frugali- rigorosi, quelli mediterranei con la bava alla bocca e la Merkel come ago della bilancia, con la supervisione istituzionale di Ursula von der Leyen  e di Charles Michel. L’Europa intera ha certo capito che questa era l’ultima chance per evitare di rimanere stritolati dal caterpillar della pandemia e dalla tenaglia commerciale USA-Cina.

Per quanto ci riguarda qualcuno ha precisato che degli 82 miliardi senza interessi ben 20 sono stati già spesi nel periodo dell’emergenza: cominciamo a fare i debiti distinguo, ne restano dunque 62. 

Gli altri 127 da restituire incrementano di un 7% il debito pubblico che navigherà presto oltre la soglia psicologica senza ritorno dei 2500 miliardi.

Siamo tuttavia contenti, non c’è dubbio che il risultato darà ossigeno ma bombole e boccagli andranno ben posizionati. Ci sono troppe distonie di sistema che ci rendono diversi dagli altri.

La diffidenza dei Paesi “frugali” è dovuta alla nostra fama che ci perseguita nelle assisi internazionali: siamo il Paese del reddito di cittadinanza, dei navigator che procurano un 2% di lavoro ai potenziali occupabili, il Paese dei bonus ‘una tantum’ che diventano a poco a poco ‘una semper’. 

Dagli 80 euro di Renzi ai bonus bebè, docenti, 18enni, vacanze, monopattini e biciclette.

Ci viene chiesta serietà e sobrietà e la perorazione non mi sembra esosa.

Basta una volta per tutte con la politica dei bonus, delle mance e dell’assistenzialismo a fondo perduto.

Serve, urge, una progettualità politica di lunga deriva, lungimirante e che favorisca la crescita, non il parassitismo. Servono investimenti in istruzione, green, energie alternative, turismo, settore manifatturiero.

Ora si dà il caso che la lunga stagione del lockdown sia stata contrassegnata da una serie di tavoli di concertazione composti da esperti, per ogni ambito del vivere comunitario, dalla sanità alla scuola, alle regole dei comportamenti sociali : come se la politica fosse stata incapace di gestire in prima persona queste operazioni, pur disponendo di un apparato burocratico corposo.

E’ veramente singolare – e in ciò sta la vera differenza con il passato – questa ammissione implicita di incompetenza della politica: qualcuno già ventila la costituzione di una task-force per gestire il malloppo.

Come se Ministri, Parlamento e alta burocrazia dovessero essere esonerati a priori dal compito della gestione diretta e responsabile dei finanziamenti che riceveremo. 

Delegando esperti nominati con il manuale Cencelli, teste d’uovo dietro le quinte dei partiti.

Sarebbe una debacle inaccettabile anche per i cittadini che sanno di mantenere una classe politica costosa e improduttiva. Arriveremo a sostituire il Governo con una cabina di regia esterna composta da tecnici?

Altrove non accade ed è grave che non ne parli nessuno: come se gestire a livello politico questi finanziamenti europei  fosse una sorta di fastidiosa e indebita intromissione e non un dovere, un preciso e non delegabile dovere ‘morale’ da assumere.

 

Da Bonalberti uno stimolo ad una riflessione decisiva: serve un nuovo partito?

Con la consueta onestà intellettuale e passionalità, l’amico Ettore Bonalberti ha riproposto il tema di una presenza politica, autonoma e laica, per un partito popolare e riformista riconducibile al patrimonio dell’umanesimo sociale cristiano e alla migliore tradizione del popolarismo di matrice sturziana. Certo, un tema nè nuovo nè originale ma che merita, tuttavia, di essere ripreso ed approfondito. Soprattutto quando proviene da una persona che non ha mai dispensato pagelle a destra e a manca, che non confonde la richiesta di “facce nuove” in politica facendole sempre e solo coincidere con la propria, che non ha mai avuto un approccio moralista all’impegno politico e civile e che, soprattutto, ha sempre dimostrato nel suo lungo percorso politico una rara coerenza e una altrettanto rara fedeltà al filone del cattolicesimo popolare, seppur declinato in vari modi nel corso degli anni dopo l’esaurimento e la fine della Democrazia Cristiana. 

Detto questo per la statura dell’amico in questione, mi permetto di ricordare tre soli titoli. 

Innanzitutto la necessità di un partito autonomo. Di grazia, ma chi non lo vorrebbe per chi proviene da una tradizione come la nostra e che ha vissuto, negli anni, la straordinaria esperienza politica del cattolicesimo politico e sociale e che poi, purtroppo, si è disperso in mille rivoli al punto di ridursi ad una presenza puramente testimoniale e poco altro? Ma qui sorge una domanda, la “solita” domanda. E cioè, com’è possibile che dal 2001 in poi, ossia dopo l’esperienza di Andreotti e D’Antoni con “Democrazia Europea”, tutti i tentativi – di vario genere e di varia caratura – funzionali a dar vita, appunto, ad una presenza autonoma dei cattolici democratici, popolari e sociali siano miseramente e puntualmente falliti? Ci sarà un perchè? Non voglio dare una risposta ultimativa e definitiva ma, come ovvio, la domanda merita una riflessione non banale o passeggera. 

In secondo luogo la classe dirigente che avrebbe dovuto incarnare quel progetto. Nel corso di questi 20 lunghi anni ne abbiamo viste e lette di ogni colore, di ogni risma. Grandi, prestigiosi e voluminosi documenti programmatici; autorevolissimi documenti e appelli; manifesti a gogò; svariate assemblee costituenti ed innumerevoli gruppi di lavoro; protagonisti della vita pubblica che di volta in volta si affacciavano alla ribalta per guidare questi processi sempre in nome della discontinuità, del rinnovamento e del profondo cambiamento rispetto al passato. Benissimo, dopodichè quella classe dirigente puntualmente evaporava nell’arco di poco tempo per poi di nuovo provarci e via discorrendo. Anche qui, non formulo una risposta definitiva. Mi limito a porre la domanda. Ma perchè tutto ciò non è riuscito ad approdare ad un esito convincente e, soprattutto, non è stato in grado di produrre un “fatto” politico strutturale e permanente? 

In ultimo, per fermarsi solo a questi tre titoli, ma se il progetto politico e culturale è credibile – e lo è sul serio, almeno secondo la mia modesta opinione – ma com’è possibile che codesto progetto non sia ancora riuscito ad attecchire nella mediocrità che caratterizza la vita politica italiana? Non è che, forse, abbia ragione proprio l’amico Ettore Bonalberti quando individua in una cronica e ormai consolidata contrapposizione tra le migliaia di eredi di “quel mondo passato” la ragione insuperabile per addivenire ad una seppur modesta e barcollante unità politica ed organizzativa? Forse, questa, è una delle ragioni che ha frenato in questi lunghi venti anni ogni processo di ricomposizione politica di quel mondo. Anche se, come tutti sappiamo, si tratta di un mondo molto frastagliato, composito e pluralistico. Che, come sempre è capitato e come capita tuttora, è fatto da ex dirigenti politici che si mettono a disposizione dei più giovani o di chi non ha mai ricoperto alcun incarico sino a quando la sua potenziale, e del tutto virtuale leadership, non viene messa in discussione. Per tradurre in termini più comprensibili. Come tutti sanno, ma proprio tutti, se l’operazione la guido io bene, altrimenti può anche fallire. 

Ora, non pretendo con questi tre titoli giornalistici di aver dato un fecondo contributo alla preziosa riflessione avanzata alcuni giorni fa da Ettore. Ma credo che, al di là del nostro ricco e fecondo dibattito, al di là della nostra stessa cultura di riferimento e del richiamo ad una esperienza che conserva, tuttavia, una straordinaria attualità culturale ed ideale, forse è anche arrivato il momento per chiederci se lo strumento partito che tutti, e giustamente, invochiamo, coglie ancora una domanda di reale, autentica e concreta rappresentanza politica di quel mondo specifico. Se così fosse, io sarei il primo – se fossi chiamato ad esprimermi – a spendermi per quel progetto politico, culturale, programmatico ed organizzativo. Ma, però, senza aggiungere il sessantunesimo tentativo ai sessanta già falliti precedentemente. Forse, una riflessione su questo versante si rende adesso necessaria ed inevitabile. Per evitare di trasformare il tutto in un simpatico ma sterile dopolavoro politico e culturale. Anche perchè Ettore ed io arriviamo da una esperienza e da una raffinata “scuola” politica che affidava alla testimonianza nella società un compito importante ma che restava pur sempre politicamente sterile ed improduttiva. 

Washington ordina la chiusura del consolato cinese a Houston

Gli Stati Uniti hanno chiesto la sospensione di tutte le attività del consolato generale cinese a Houston, in Texas.

L’ha comunicato il ministero degli Esteri di Pechino, che ha minacciato contromisure.

“La Cina condanna questo atto oltraggioso e ingiustificato che danneggerà le relazioni Cina-Usa”, ha detto il ministero degli Esteri cinese. “Invitiamo gli Usa – ha continuato – a ritirare immediatamente questa fallace decisione. Altrimenti la Cina metterà in campo le legittime e necessarie reazioni”.

Intanto a Houston presso il consolato sono dovuti intervenire – secondo quanto raccontano i media locali – i vigili del fuoco e la polizia perché i vicini hanno visto il fuoco sprigionarsi da diversi container dove, probabilmente, i dipendenti della sede stavano incendiando documenti.

I pompieri non sono stati ammessi della sede e il fuoco è stato estinto dall’interno, senza che ci fossero feriti.

L’appello delle famiglie Anffas: “I caregiver non possono più aspettare!”

Le 14.000 famiglie associate ad Anffas, che da sempre si battono per vedere riconosciuta ed adeguatamente sostenuta la figura del caregiver familiare, auspicano che il Parlamento approvi al più presto una apposita legge in merito.

A tal fine Anffas ha depositato presso la 11^ Commissione del Senato un proprio articolato testo emendativo (in linea con analoghe proposte di Fish e Forum del Terzo Settore), i cui punti ritenuti maggiormente qualificanti sono:

– il ribadire che il caregiver familiare non sostituisce gli interventi, le prestazioni ed i servizi di cui può essere beneficiaria la persona assistita, ma li integra e li valorizza nell’ottica di una proficua collaborazione tra i diversi soggetti, a vario titolo coinvolti;

– il contribuire a costruire un contesto inclusivo e solidale, dove al centro ci sia sempre la persona, perseguendone la migliore qualità di vita possibile nel rispetto del proprio progetto individuale di vita;

– il chiarire che il mettersi a disposizione per l’attività di cura da parte del caregiver deve rappresentare una scelta volontaria per concorrere, all’interno di una serie integrata di servizi, al percorso di vita della persona di cui si prende cura e carico e con l’assenso di quest’ultima;

– la necessità di intervenire verso quei caregiver, in genere donne, che hanno svolto, nella loro vita, attività di cura soprattutto in un percorso di lunga assistenza, ma senza alcun concreto riconoscimento e supporto;

– il riconoscere il lavoro di cura prestato, garantendo anche una specifica tutela pensionistica previdenziale;

– il prevedere la possibilità di optare, in alternativa, per la corresponsione di un’indennità economica;

– il prevedere la tutela della salute e dell’equilibrio psico-fisico del caregiver, garantendo la possibilità di avere propri spazi, proprie necessità ed una propria vita.
Si deve prendere atto che non si può più attendere ulteriormente per avere una legge sui caregiver familiari, visto che anche durante l’attuale pandemia le famiglie delle persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo e non autosufficienti sono state lasciate da sole ad affrontare un carico spesso molto al di là delle loro stesse forze. Ciò a causa della totale mancanza di una adeguata rete di servizi e sostegni.

Si tratta, in buona sostanza, di mettere in atto una serie diversificata di soluzioni che vada dall’accesso ai servizi di sollievo appositamente dedicati ai caregiver, al riconoscimento economico e previdenziale soprattutto delle mamme che hanno dovuto, loro malgrado, abbandonare il lavoro per dedicare la loro vita ai propri cari con gravi disabilità, alla previsione ancora di sistemi assicurativi volti a garantire sia il caregiver che la persona con disabilità ed alla costruzione e sostegno di risorse informali che i territori possono attivare e promuovere, anche grazie all’attivo coinvolgimento degli enti del terzo settore e delle reti di volontariato.

In questa direzione, con spirito collaborativo e propositivo, va la proposta di Anffas, la più grande associazione italiana di familiari delle persone con disabilità (caregiver da sempre), che non può, e speriamo non rimanga, restare inascoltata.

“Formare al Futuro” La formazione del personale scolastico riparte dal digitale

Percorsi formativi online, webinar, video sulle metodologie didattiche innovative e sull’utilizzo delle tecnologie nella didattica, ma anche nella gestione delle attività amministrative.
Con il Programma “Formare al Futuro”, la formazione del personale scolastico (docenti, ATA, dirigenti) riparte dal digitale, con l’obiettivo di capitalizzare e valorizzare le esperienze e le competenze maturate nei mesi di chiusura delle scuole, con la didattica e le attività lavorative a distanza. Ma anche di guardare al futuro e alla modernizzazione del sistema scolastico, anche sotto il profilo amministrativo.

I percorsi di formazione sono partiti in questi giorni e andranno avanti per tutto il prossimo anno scolastico e fino a dicembre 2021. Ampio il catalogo dei percorsi dedicati agli insegnanti: intelligenza artificiale, uso di app e piattaforme di e-learning nella didattica, cittadinanza digitale. Sono solo alcuni esempi dei corsi disponibili già in questi giorni.

Nella fase iniziale delle attività, a cominciare già da questo mese di luglio, avranno un ruolo fondamentale i Future Labs, i poli per l’innovazione realizzati in 28 scuole statali in tutta Italia, che, già durante i primi mesi dell’emergenza sanitaria, hanno avuto grande importanza nella formazione di oltre 37.000 docenti sul digitale e la didattica a distanza in soli 3 mesi.

Il piano di formazione dei Future Labs, sarà impostato su tre linee guida: messa a sistema delle competenze digitali dei docenti, con percorsi mirati e nell’ambito del quadro di riferimento europeo “DigCompEDU” (articolato in 6 aree di competenza e 6 livelli di padronanza); potenziamento delle competenze digitali di dirigenti scolastici e figure di staff; sostegno alla digitalizzazione delle amministrazioni scolastiche, con corsi per il personale Amministrativo, Tecnico e Ausiliario (ATA) e per i Direttori dei Servizi Generali e Amministrativi (DSGA). L’erogazione dei primi corsi si svolgerà tra luglio e settembre 2020.

Con il ritorno a scuola, conclusa la fase “pilota”, i percorsi andranno avanti a valere sia su fondi PON sia su fondi nazionali per la scuola digitale, da ottobre 2020 e fino a dicembre 2021, con un programma di formazione per oltre 240.000 docenti su competenze digitali e metodologie didattiche innovative. Mentre 90 mila tra dirigenti scolastici e ATA saranno formati  in materia di transizione digitale e digitalizzazione dei processi (DS e ATA) e per la formazione amministrativo-contabile (ATA). I percorsi per il personale abbracceranno un ampio spettro di temi connessi con i processi innovativi nelle scuole: la leadership per l’innovazione digitale, la tutela dei dati nella didattica digitale, la gestione delle riunioni collegiali in videoconferenza, la riorganizzazione del lavoro scolastico con l’utilizzo del digitale, il cloud sharing nelle segreterie scolastiche.

Per tutte le informazioni, le iscrizioni e i corsi disponibili:
https://www.futuraistruzione.it/formarealfuturo

Via libera alla produzione del Glutatione

Assorted pills

Il Glutatione è un supporto importante per le persone sottoposte a chemioterapia.

Così è arrivato il via libera alla variazione per la produzione del medicinale contenente il principio attivo in polvere e in soluzione iniettabile. Un semaforo verde che ha messo fine alla carenza del farmaco necessario per la profilassi della neuropatia conseguente a trattamento chemioterapico con cisplatino o analoghi.

L’allarme era scattato un anno fa con la richiesta all’Aifa, da parte della presidente della Commissione Affari Sociali della Camera, di chiarimenti sulla indisponibilità di diversi medicinali a base di Glutatione in seguito alle sollecitazioni ricevute dai cittadini siciliani sulle difficoltà di reperirli.

Da qui, la forte richiesta di dare una risposta alla carenza del farmaco. E ora a distanza di un anno il “caso” sembra finalmente essere stato risolto

Soddisfazione per l’accordo europeo

Con 750 miliardi di euro, il Recovery fund è il più importante intervento in Europa dopo il piano Marshall del 1947 (12,7 miliardi di dollari).

Non riconoscerlo come fa certa stampa di destra è da falsi profeti di sventure. Peccato che frau Merkel non si ricandidi alla cancelleria, perché se si è giunti all’accordo una gran parte del merito è tutto suo.

Ora, però, c’é da ricostruire l’Italia e l’Europa e qui si parrà la nobilitate del governo Conte e degli altri governi dell’Unione europea.

L’asse franco tedesco è stato decisivo, come il ruolo delle tre grandi donne: Angela Merkel, Ursula Von der Leyen e Christine Lagarde.

Un nuovo partito d’ispirazione cristiana? La proposta di “Politica Insieme”.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Anche da parte nostra il dialogo è aperto, come afferma Ettore Bonalberti ( CLICCA QUI ). Anzi, continua. Purché secondo una  linea politica puntuale e ferma. Sorretta non da accordi a tavolino, bensì da una condivisione che nasca – come sta avvenendo – dai territori e dalla maturazione di una consapevolezza nuova della nostra responsabilità nei confronti del Paese, nonché dell’attenzione crescente con cui molti non credenti guardano al mondo cattolico, ravvisandovi una riserva di valori e di senso della vita.

Un dialogo, dunque, con tutti coloro che, cattolici o meno, credenti oppure no, intendono con noi concorrere alla costruzione di un partito politico che, in modo chiaro ed esplicito, si rifaccia alla concezione cristiana dell’uomo, della vita, della storia. La chiarezza riguarda la piena accettazione del  criterio dell’ “autonomia” dall’ uno o dall’altro degli schieramenti  in campo, a destra come a sinistra.

Un partito orientato, dunque,  al “bene comune”, nel solco della Costituzione, della Dottrina Sociale della Chiesa, della forte consonanza che ravvisiamo, in tali documenti, in ordine ai valori morali e civili posti a fondamento della comunità nazionale. Un partito laico ed aconfessionale, che assuma, anzitutto, il compito di declinare i principi ed i valori che ai credenti  sono dati in dono in uno con la Fede, secondo un linguaggio che ne mostri l’intrinseco valore umano e civile e li renda, pertanto, accessibili anche a chi non è credente.

Un partito fondato sul rispetto integrale della vita, dalla nascita alla sua conclusione naturale, sulla difesa inderogabile della dignità della persona, sulla libertà, sulla giustizia sociale.

La vita, la libertà, la giustizia: tradotto in estrema sintesi, il nostro programma sta in queste tre parole e tutto quel che segue  – dalle politiche istituzionali a quelle economico-sociali; dalle politiche per la famiglia ed il lavoro, all’ educazione, alla sanità, alla giustizia, alle questioni ambientali; dalle relazioni internazionale alle politiche migratorie – altro non è se non la loro declinazione nella varietà dei contesti storici in cui la cultura politica del cattolicesimo democratico e popolare si rimette all’opera.

Il compito è quello della “trasformazione” del Paese, secondo il severo impegno che assumiamo con il nostro Manifesto ( CLICCA QUI ). Addirittura con l’ambizione – sicuramente superiore alle nostre forze – di accendere i primi fuochi della “terza fase” dell’impegno politico del movimento cattolico nel nostro Paese.

Un partito schiettamente europeista che si pone nel solco della grande famiglia democratico-cristiana del Vecchio Continente; consapevole della vocazione mediterranea dell’Europa e delle sue responsabilità nei confronti del continente africano. Francamente attestato nel mondo  occidentale e, nel contempo, criticamente orientato ad un compito di pace, soprattutto nei focolai di tensione del bacino mediterraneo e del Medio Oriente.

La vera novità – il punto dirimente del nostro progetto – che intendiamo introdurre nel complessivo sistema politico e’ rappresentato, come già detto, dall’ “autonomia” che rivendichiamo, dopo quasi trent’anni di sostanziale sudditanza dei cattolici. Lo è stato con la destra e con la sinistra. Ancora oggi, lo dimostreranno le prossime elezioni regionali di settembre è una condizione in cui finiranno per porsi altri cattolici  interessati alla politica che, così, allungheranno la durata della “diaspora” degli ultimi 25 anni.

Autonomia, competenza, nuova classe dirigente: anche quest’ultimo punto è essenziale e siamo lieti di vederlo condiviso anche da Bonalberti.

L’“autonomia” che rivendichiamo a fondamento delle nostre posizioni pensiamo costituisca una risorsa per l’intero sistema politico. Non siamo, infatti, mossi dall’ansia del potere, ma piuttosto da un bisogno di  verità.

Il che, ovviamente, non significa stupidamente ritenere  di avere in tasca una ricetta risolutiva per ogni problema. Piuttosto, che intendiamo favorire il ritorno di una dialettica politica finora slabbrata e degenerata in propaganda, in direzione delle necessarie  oggettività e franchezza, di reciproca legittimazione ed affidabilità tra le parti, del recupero di un linguaggio civile e pacato, della riscoperta dell’argomentazione piuttosto che dell’invettiva, così da favorire una reale partecipazione diffusa alla vita politica e civile del Paese. In questo si rivelerà importante  la valorizzazione del volontariato, della società civile e del Terzo Settore, delle enormi energie morali, ispirate a sentimenti di solidarietà di cui il popolo italiano ha dato prova anche in questi ultimi mesi.

Crediamo sia giunto il momento di concedere al popolo “sovrano” – nel senso costituzionalmente corretto del termine – una legge elettorale proporzionale che, senza trascurare le esigenze della governabilità, gli consenta di esprimere, senza il condizionamento preventivo di un bipolarismo imposto, il proprio effettivo orientamento politico e culturale.

“Politica Insieme” non rivendica nessuna primogenitura, bensì una reale coerenza con un percorso che dal Manifesto – sottoscritto da centinaia di amici, da numerose associazioni, presenze civiche o gruppi locali che spontaneamente hanno dichiarato di condividerlo, quelli che già oggi hanno maturato una scelta autonoma e pienamente libera – al Programma, elaborato da 13 gruppi tematici e di cui stiamo redigendo la sintesi progettuale, procede verso l’ Assemblea del prossimo autunno per il varo di un nuovo oggetto politico che respinge ogni concezione “leaderistica” ed, al contrario, investe su un criterio di una vasta collegialità.

Pensiamo che la nostra linea sia chiara e le porte aperte a chi intenda condividerla.

Milano, si cercano nuovi “angeli della spesa”

Prima di andare in ferie, o se in ferie quest’anno non ci vai, diventa un “angelo della spesa”. Ai tempi del Covid, Caritas Ambrosiana lancia una nuova proposta di volontariato estivo per il mese di agosto presso gli Empori della Solidarietà della Diocesi di Milano.

I mini market solidali aperti dalla Caritas si sono rivelati una fondamentale rete di sicurezza proprio per i cittadini che a causa delle misure di contenimento della pandemia hanno visto precipitare la propria condizione economica. Molte persone, che hanno perso il lavoro durante il lockdown, hanno potuto rifornirsi di generi di prima necessità proprio in questi negozi dove si acquista senza denaro ma con una tessera a punti offerta alle famiglie in base alle loro necessità. In questi mesi questo sistema di aiuti ha funzionato anche grazie al prezioso contributo dei volontari.

Nelle prossime settimane, gli “angeli della spesa” dovranno dare il cambio proprio a chi in questo periodo ha offerto tempo ed energie e ora è tornato alla propria attività o si è concesso un periodo di riposo. Gli “angeli” accoglieranno, dunque, le persone che accedono agli Empori e aiuteranno gli operatori a tenere in ordine gli spazi.

Ogni candidato potrà indicare allo Sportello volontariato di Caritas Ambrosiana, l’Emporio della Solidarietà dove preferisce svolgere il servizio e il numero di giorni e le ore che può offrire. Saranno poi gli operatori degli Empori a organizzare i turni in base alle disponibilità dichiarate.

Attualmente gli Empori e le Botteghe della Solidarietà sostengono 8.062 persone, il 35% in più rispetto al periodo precedente all’emergenza sanitaria: una percentuale che sale al 66%, considerando la sola città di Milano. Da quando è stata dichiarata l’emergenza sanitaria, nel mese di marzo, a oggi queste persone hanno ricevuto complessivamente 430 tonnellate di generi alimentari e beni di prima necessità, grazie all’impegno di 10 operatori sociali e 103 volontari.

«Il Coronavirus ha messo in luce le debolezze ma anche le risorse dei nostri territori – dichiara Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana -. Abbiamo visto a Milano e in provincia precipitare in poco tempo sotto la soglia della povertà tante persone, che non avevano mai avuto bisogno prima della nostra assistenza, al punto da dover scegliere di settimana in settimana se fare la spesa o pagare le bollette. Ma allo stesso tempo, tante altre persone che non conoscevamo hanno bussato alla nostra porta per offrire il loro aiuto: studenti e giovani lavoratori in smart working che si sono ritrovati con più tempo a disposizione. Queste energie ci hanno consentito di andare avanti e di far fronte a un aumento di richieste che non potevamo immaginare. Ad agosto purtroppo chi ha perso il lavoro non andrà in ferie e continuerà ad avere bisogno del nostro aiuto. Noi ci saremo, ma abbiamo bisogno di nuove energie. Sono fiducioso che arriveranno».

Per segnalare la propria disponibilità, inviare una mail a questo indirizzo: volontariato@caritasambrosiana.it entro lunedì 27 luglio.

 

Consulta, invalidi civili totali: l’incremento della pensione di inabilità scatta a 18 anni e non a 60

L’importo mensile della pensione di inabilità spettante agli invalidi civili totali, stabilito dall’articolo 12, primo comma, della legge n. 118 del 1971, oggi pari a 286,81 euro, “è innegabilmente, e manifestamente, insufficiente” ad assicurare agli interessati il “minimo vitale”, ma il suo adeguamento rientra nella discrezionalità del legislatore. Tuttavia, gli invalidi civili totalmente inabili al lavoro hanno diritto al cosiddetto “incremento al milione” della pensione di inabilità (oggi pari a 651,51 euro) fin dal compimento dei 18 anni, senza aspettare i 60.

Il requisito anagrafico finora previsto dalla legge è irragionevole in quanto “le minorazioni fisio-psichiche, tali da importare un’invalidità totale, non sono diverse nella fase anagrafica compresa tra i diciotto anni (ovvero quando sorge il diritto alla pensione di invalidità) e i cinquantanove, rispetto alla fase che consegue al raggiungimento del sessantesimo anno di età, poiché la limitazione discende, a monte, da una condizione patologica intrinseca e non dal fisiologico e sopravvenuto invecchiamento”.

È uno dei passaggi della motivazione della sentenza n. 152 depositata oggi (relatore il Vicepresidente Mario Rosario Morelli) con cui la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 38, comma 4, della legge n. 448 del 2001, là dove stabilisce che i benefici incrementativi spettanti agli invalidi civili totali sono concessi ai soggetti di età pari o superiore a 60 anni, anziché ai soggetti di età superiore a 18. Nel caso concreto da cui è nata la questione di legittimità costituzionale, si trattava di una persona affetta da tetraplegia spastica neonatale, incapace non solo di svolgere i più elementari atti quotidiani della vita (come lavarsi, vestirsi, alimentarsi), ma anche di comunicare con l’esterno, condizione dipendente dalla menomazione pregressa e non dal superamento di determinate soglie anagrafiche.

La sentenza rileva che la maggiore spesa a carico dello Stato, derivante dall’estensione della maggiorazione agli invalidi civili – nel rispetto delle soglie di reddito stabilite dalla legge 448 del 2001 – non viola l’articolo 81 Cost. poiché sono in gioco diritti incomprimibili della persona. I vincoli di bilancio, dunque, non possono prevalere. “Ciò comporta – ha affermato la Corte – che il legislatore deve provvedere tempestivamente alla copertura degni oneri derivanti dalla pronuncia, nel rispetto del vincolo costituzionale dell’equilibrio di bilancio in senso dinamico (sentenze n. 6 del 2019, n. 10 del 2015, n. 40 del 2014, n. 266 del 2013, n. 250 del 2013, n. 213 del 2008)”. Nella prospettiva del “contemperamento dei valori costituzionali”, la Corte ha peraltro ritenuto di graduare gli effetti temporali della sua sentenza, facendoli decorrere (solo) dal giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale.

Una strada già seguita in passato, a partire dalla sentenza n. 10 del 2015 (nello stesso senso anche sentenze n. 246 del 2019, n. 74 e n. 71 del 2018). Fu allora precisato che “sono proprio le esigenze dettate dal ragionevole bilanciamento tra i diritti e i principi coinvolti” a determinare la scelta di una tale tecnica decisoria. La quale “risulta, quindi, costituzionalmente necessaria allo scopo di contemperare tutti i principi e i diritti in gioco, […] garantendo il rispetto dei principi di uguaglianza e di solidarietà, che, per il loro carattere fondante, occupano una posizione privilegiata nel bilanciamento con gli altri valori costituzionali (sentenza n. 264 del 2012)”. La Corte ha concluso che resta, comunque, ferma la possibilità per il legislatore di rimodulare la disciplina delle misure assistenziali vigenti, purché sia garantita agli invalidi civili totali l’effettività dei diritti loro riconosciuti dalla Costituzione.

Analisi, studi e ricerche per il Green Deal italiano

Supportare le Istituzioni nazionali e le Amministrazioni regionali e locali nell’adozione di politiche e progetti che favoriscano lo sviluppo sostenibile del Paese, anche come chiave di ripartenza dopo l’emergenza sanitaria. Questo lo scopo principale della collaborazione avviata dal Gestore dei Servizi Energetici- GSE SpA, società pubblica che in Italia promuove lo sviluppo sostenibile attraverso l’incentivazione delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica e la Fondazione per lo Sviluppo sostenibile, ente senza fini di lucro che ha come scopo la promozione della green economy, dello sviluppo tecnologico e dell’alta formazione tecnologica, finalizzate ad una elevata qualità ecologica.

L’accordo, sottoscritto da Francesco Vetrò, Presidente del GSE, e da Edo Ronchi, Presidente dalla Fondazione, prevede la collaborazione nelle iniziative per il monitoraggio dei trend energetici e climatici del Paese, l’elaborazione di studi sulle ricadute economiche e sociali, nonché la redazione di appositi rapporti annuali. Attività i cui risultati saranno divulgati attraverso l’organizzazione di eventi istituzionali, e resi disponibili negli incontri con gli stakeholder di settore.

Nell’ottica di ripartenza dopo l’emergenza Covid-19, l’accordo tra il GSE e la Fondazione prevede inoltre il supporto alle Amministrazioni regionali nei settori particolarmente colpiti, contribuendo a individuare le misure più idonee a fronteggiare la crisi. Un’azione che sarà portata avanti anche attraverso la realizzazione di studi e analisi sull’impatto che l’emergenza epidemiologica ha avuto sui settori energetico e ambientale. Nell’ambito del progetto “Green City Network”promosso dalla Fondazione,saranno avviate iniziative per sostenere i principi di mitigazione e adattamento climatico nelle aree urbane. A tal fine, saranno elaboratistudi,analisi e dossier di approfondimento sulle tematiche della rigenerazione urbana, come la carbon neutrality delle città e la gestione del ciclo dei rifiuti, anche al fine di supportare le Amministrazioni locali nella definizione delle politiche a favore della sostenibilità ambientale e dell’economia circolare.

Il GSE, peraltro, è tra i 500 firmatari del Manifesto “Uscire dalla pandemia con un nuovo Green Deal per l’Italia”, promosso dalla Fondazione per garantire un sostegno al Paese e una ripartenza economica che faccia leva sulle fonti rinnovabili e sull’efficienza energetica, principali strumenti per il raggiungimento degli obiettivi stabiliti dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima varato dal Governo.

“Dopo la sottoscrizione del Manifesto, la collaborazione tra la Fondazione e il GSE concretizza una convergenza di intenti volti alla promozione dello sviluppo sostenibile del Paese e, quindi, a beneficio del Paese stesso,che conducono ad azioni particolarmente rilevanti, specie in una fase di emergenza economica e sociale  come quella che stiamo attraversando”, ha sottolineato il Presidente del GSE, Francesco Vetrò, ringraziando “Edo Ronchi per l’attività intrapresa dalla Fondazione, alla quale il GSE conferma il proprio  supporto, nel suo ruolo di Istituzione preposta a promuovere lo sviluppo sostenibile del Paese”.

“ Nella promozione di un nuovo Green Deal per l’Italia e della transizione energetica verso la neutralità carbonica  mi pare di grande importanza il coinvolgimento, il confronto e la collaborazione con i soggetti istituzionali interessati, da parte degli stakeholder, dei territori, delle città così come di soggetti competenti della società civile “- ha dichiarato il Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile  Edo Ronchi ringraziando il Presidente Francesco Vetrò per il  suo forte impegno a favore di una sviluppo sostenibile “ – La collaborazione fra il GSE , una delle realtà più qualificate e rilevanti  per le tematiche di nostro maggiore interesse,  e la Fondazione è per noi motivo di soddisfazione e di  impegno in  nuovi progetti  comuni “.

 

Al via la settima edizione di Biennale Gherdëina

A partire da agosto 2020 avrà luogo la settima edizione di Biennale Gherdëina, la mostra internazionale di arte contemporanea nello spazio pubblico di Ortisei in Val Gardena.
La Biennale inaugurerà l’8 agosto e si concluderà il 20 ottobre 2020.

Il team della Biennale e il curatore Adam Budak lavorano all‘edizione 2020 della Biennale già da un anno: l’inaugurazione era infatti originariamente prevista per il 26 giugno. Tuttavia, visto il momento di crisi e lo stop obbligato dovuto al Coronavirus, l‘intero progetto è stato messo in pausa in prossimità dell‘apertura e rinviato a data da destinarsi.
Ora l’associazione, l’intero team e il curatore hanno deciso che il progetto avrà luogo quest‘estate, a dispetto delle difficili condizioni e dei massicci cambiamenti sociali e tematici, adattandolo alle condizioni attuali.

Gli organizzatori sono convinti che, soprattutto in questo periodo di incertezza, aspettative e cambiamenti, l‘arte possa e debba dare un importante contributo sociale. Organizzando la settima edizione della Biennale Gherdëina si vuole mandare un segnale positivo e di speranza, ribadendo il ruolo chiave che l‘arte contemporanea svolge in una cultura in continua evoluzione.

Questa edizione della Biennale Gherdëina porta il titolo “– a breath? a name? – the ways of worldmaking” (“– un respiro? un nome? modi di fare il mondo”), e vede una significativa svolta poetica nei confronti delle esigenze vitali fondamentali dell’interazione umana, quali l’atto del respirare e la volontà di dare un nome agli oggetti.

Un giorno lieto

Se dovessimo utilizzare ogni foglio che scriviamo per commentare solo aspetti negativi, perderemmo in credibilità. Perché un critico, deve saper illustrare tanto il fragile, quanto il pieno. Se un aspetto va male, si scrive che va male; se va bene, lo si illumina rispettando la sua qualità.

Quante volte non mi sono perso tra le righe grigie del nostro Paese e della nostra Regione, direi, la stragrande maggioranza dei casi. Oggi, mi sento nella totale libertà di fare un plauso ai risultati conseguiti ieri a Bruxelles. Non nascondo il timore che tutto potesse andare male, solo nella tarda serata di ieri, si era insinuata una leggera speranza. Stamani, la notizia giuntaci è in tutta evidenza a noi favorevole.

Le imprese, i lavoratori, le famiglie, potranno vivere una pagina più tranquilla. La massa di denaro, 81 miliardi a fondo perduto e altri 136 miliardi in prestito agevolato, ci danno l’opportunità di utilizzarli nei prossimi anni a vantaggio di noi tutti.

Godiamo anche delle notizie favorevoli. E per una volta, almeno per una volta, estranei alle divisioni politiche. Pensiamo all’Italia della sua interezza e mettiamo a tacere ogni ingiustificata distinzione partitica.

Adesso, è nelle nostre mani. Tutto è nelle nostre mani. Il denaro non basta che giunga, bisogna saperlo utilizzare, impiegare e spendere. Troppe volte è capitato che fondi europei ritornassero alla fonte iniziale, questo peccato non possiamo permettercelo. Nemmeno si potrà giustificare un rallentamento di spesa a causa di problemi burocratici; il decreto legge semplificazione mette a tacere qualsiasi scusante. 

L’estate, per quanto ancora funestata dal corona virus, oggi appare più luminosa. Trascorriamola secondo leggerezze più adatte alla stagione. Alimentiamoci così di una salutare contentezza, perché ci sarà utile comunque ad affrontare i fastidi che giungeranno nella stagione autunnale.

No all’Europa dei masnadieri

Oramai è del tutto certo, gli olandesi nella Unione Europea svolgono il ruolo dei bastian contrari. Per i sudditi degli Orange Nassau, l’Europa deve essere e deve rimanere solo un mercato libero continentale, ma con una vita politica ed istituzionale che sostanzialmente non deve porre neanche le premesse per regolazioni che conducano gli Stati a condizioni omogenee, come ovviamente dovrebbe essere per qualsiasi entità politica ed istituzionale aggregata.

In definitiva, per costoro la UE deve essere solo un luogo di diritti ma non di doveri. Il suo premier Mark Rutte, si agita contro gli Stati meridionali da mesi e gli piace prendere le sembianze del leone con lingua di fuoco dello stemma olandese e sembra voler prendere proprio spunto con la sua offensiva anti solidale, dal motto imperativo che campeggia sotto lo stesso scudo: “Je maintiendrai”, che significa “Io manterrò”.

È accertato, tuttavia, che la ragione della sua offensiva è quella di evitare qualsiasi evoluzione della Unione verso un vero e proprio Stato, perché questa evenienza obbligherebbe ad avere un solo ordine fiscale per tutta Europa, tale da far cessare il dumping fiscale ai danni degli stessi europei, con la perdita di enormi vantaggi economici per il paese dei tulipani.

D’altronde gli stessi Inglesi, affermano gli analisti, sotto sotto hanno dichiarato guerra all’Europa e sarebbero usciti proprio per salvaguardare il collaudato sistema di paradisi fiscali collocati nelle loro isolette sparse nel mondo, retaggio del vecchio impero britannico. Questi luoghi sono riconosciuti dai masdanieri del mondo come i più efficienti paradisi fiscali per ‘pulire’ denari di dubbia provenienza e ottenere condizioni fiscali d’eccezione, per poi depositarli riciclati nelle attività finanziarie della ‘City’ a Londra.

Dai calcoli che si fanno rappresentano introiti enormi da capogiro che si producono per la classe dirigente inglese: insomma ricchi e coloro che comandano (molti politici sono generosamente remunerati da questo sistema collaudatissimo per consulenze). Insomma il ceto alto è passato dai grandi guadagni del vecchio impero, al nuovo impero di governo dei paradisi fiscali.

È facile comprendere del perché buona parte di quelli che contano in Inghilterra ha sostenuto la Brexit. Se il gioco è questo, per dirla terra terra, questi paesi è meglio perderli che guadagnarli alla causa europea. Ai Corsari alla Francis Drake preferiamo i Tommaso Moro. Ma l’Europa deve andare avanti, e soprattutto sulla omogeneizzazione fiscale per i paesi aderenti. Quanto ai paradisi fiscali, dovrà immediatamente procedere a: impedire che le amministrazioni pubbliche stipulino qualsiasi contratto con le imprese che depositano capitali nei paradisi fiscali; creare pubblici registri degli effettivi titolari di società, trust e fondazioni; istituire una totale trasparenza su transazioni e accordi fiscali segreti tra società e governi. Questo è il minimo indispensabile per ricreare un minimo di trasparenza in un settore, quello economico, che più è infetto e più la democrazia si intossica.

Il dialogo è aperto

Ringrazio l’amico Giancarlo Infante per l’attenzione prestata al mio articolo: “ Alla ricerca del centro perduto” e alla rivista “ Il domani d’Italia” che ci permette di sviluppare un dialogo tra le diverse componenti dell’area politica cattolico popolare.

E’ vero che non possiedo molte informazioni sugli sviluppi nei e tra i diversi gruppi che si ritrovano attorno alle linee indicate nel “manifesto Zamagni”, anche se del gruppo “Costruire Insieme” sono stato uno dei soci fondatori e con “ Rete bianca” mantengo ottimi rapporti consolidati da un’antica amicizia con Giorgio Merlo e una positiva interlocuzione con Lucio D’Ubaldo. Mi era sembrato che l’idea di ritrovarsi in un luogo comune di appartenenza identificato come “parte bianca” fosse uno degli obiettivi di questi amici.  Apprendo ora da Infante che si sta lavorando “all’organizzazione di un’Assemblea costituente cui parteciperà gente nuova” confortati dalla circostanza che, anche se “ ci manca un leader”, “ crediamo in una leadership allargata”.

Il punto di difficoltà nei rapporti con la Federazione Popolare dei DC , secondo Infante, sarebbe nell’impegno annunciato di andare  “ verso le elezioni regionali pensando a liste che finiranno per schierarsi in alcune regioni nel centrodestra”  o in altre a sinistra. Scottati dalle precedenti esperienze fallimentari delle politiche del 2018 e delle europee del 2019, per il prevalere dei particolarismi dei soliti noti, non nascondo che anche in questa tornata elettorale regionale non manchino le difficoltà, tanto sono complicate le traduzioni di accordi assunti nella Federazione al vaglio delle realtà concrete territoriali, condizionate non solo dalle diverse leggi elettorali regionali, ma dalle cristallizzate casematte delle diverse esperienze di appartenenza.

Ottimo l’augurio di Infante  secondo cui: “La vera “federazione” che abbiamo in mente di realizzare è quella della ricostruzione nella società del raccordo con e tra le tante espressioni vitali del tessuto civile, imprenditoriale, del mondo del lavoro, di chi lavora nel digitale e nel campo della formazione scolastica e universitaria. Realtà oggi comunque operanti, ma in completa disconnessione con le forze che compongono l’attuale quadro politico. Non ci si può presentare al loro cospetto con accordi precostituiti e con metodi definitivamente seppelliti nel corso del crepuscolo di precedenti esperienze vissute in politica dai cattolici.”

Ho appena terminato di scrivere il mio ultimo saggio: “ Sarò sempre democristiano- Il travaglio di “ Don Chisciotte” nella lunga stagione della diaspora DC ( 1993-2020)”, nel quale descrivo le tante iniziative assunte nei ventisette anni della diaspora suicida e, se gli amici del “manifesto Zamagni” compissero il miracolo annunciato da Infante non potrei che esserne soddisfatto. Mi si consenta, però, di essere un po’ più scettico visti i precedenti e, come lo sono per le prossime esperienze elettorali regionali, altrettanto lo sono per l’idea di un’assemblea costituente capace di superare miracolosamente quanto sin qui è disgregato e che un tempo costituiva il blocco sociale e culturale a sostegno della DC.

Credo che, come ho scritto nella mia “ Lettera agli amici del manifesto Zamagni” del Gennaio scorso, sarebbe opportuno facessimo nostro il messaggio inviato da Papa Francesco al cardinale Peter K.A. Turkson: “ Dialogare è difficile, bisogna essere pronti a dare e anche a ricevere, a non partire dal presupposto che l’altro sbaglia ma, a partire dalle nostre differenze, cercare, senza negoziare, il bene di tutti e, trovato infine un accordo, mantenerlo fermamente”- 

In quella lettera oltre a evidenziare le ragioni convergenti tra le due più importanti, se non esclusive, iniziative politiche in atto, ho cercato di offrire alcune indicazioni programmatiche dalle quali si potrebbe partire se vogliamo presentare una proposta al Paese, in un momento drammatico come quello che stiamo vivendo, ispirato ai valori della Dottrina sociale cristiana.

Credo, inoltre, che quella lettera (che mi permetto di rinviare agli amici di Politica Insieme), possa costituire un’opportunità di dialogo e di confronto positivo libero da condizionamenti ideologici basati su apriorismi socialmente e culturalmente condizionati.

Infine, a Infante, vorrei fraternamente suggerire che nessuno di noi intende porsi come i riciclati buoni per tutte le ore e comune è la volontà di consegnare il testimone della nostra migliore tradizione politica a una nuova classe dirigente. Un rischio da evitare è quello che corriamo quando abbiamo la presunzione di rappresentare “ l’usato sicuro di garanzia”, oppure quando, da consumati arnesi della prima repubblica, pretendiamo di porci come “ il nuovo che avanza”. Un po’ più di umiltà e di tolleranza sia sempre alla base dei nostri rapporti e, se “il Domani d’Italia” vorrà porsi come strumento per questo dialogo, mi auguro che altri, più autorevoli amici, intervengano accomunati tutti dall’obiettivo di concorrere insieme alla ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale di cui il Paese avrebbe grande necessità.

La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa

La Congregazione per il Clero rende nota oggi l’Istruzione “La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa”, promulgata lo scorso 29 giugno.

Il documento tratta il tema della cura pastorale delle comunità parrocchiali, dei diversi ministeri clericali e laicali, nel segno di una maggiore corresponsabilità di tutti i battezzati. Il testo, fondamentalmente, ricorda che “nella Chiesa c’è posto per tutti e tutti possono trovare il loro posto” nell’unica famiglia di Dio, nel rispetto della vocazione di ciascuno.

Il Dicastero per il Clero, sollecitato da diversi Vescovi, ha avvertito la necessità di elaborare uno strumento canonico-pastorale relativo ai diversi progetti di riforma delle comunità parrocchiali e alle ristrutturazioni diocesane, già in atto o in via di programmazione, con il connesso tema delle unità e delle zone pastorali. Il documento intende, quindi, porsi al servizio di alcune scelte pastorali, già da tempo avviate da parte dei Pastori e “sperimentate” dal Popolo di Dio, per contribuire alla valutazione di esse e commisurare il diritto particolare con quello universale.

In questa prospettiva, è sottolineato il ruolo del parroco come “pastore proprio” della comunità, ma viene anche valorizzato e posto in luce il servizio pastorale connesso con la presenza nelle comunità di diaconi, consacrati e laici, chiamati a partecipare attivamente, secondo la propria vocazione e il proprio ministero, all’unica missione evangelizzatrice della Chiesa.

Qui il documento completo

 

Libia, una polveriera alle porte dell’Europa

Ormai sono molti i segnali che non lasciano ben sperare che il conflitto si possa risolvere velocemente.

Il 10 giugno, due fregate turche hanno mirato alla fregata francese Coubert , che stava cercando di impedire il contrabbando di armi nel Mediterraneo in Libia, come riferito da Parigi alla NATO, l’organizzazione alla quale appartengono i due paesi. Una nave da guerra dell’Alleanza atlantica non aveva mai puntato su un’altra nave alleata.

Sul terreno libico, la Turchia ha subito un attacco aereo il 5 marzo alla base militare di Al Watiya, situata ad est di Tripoli, a una trentina di chilometri dalla Tunisia. Non è noto chi lo abbia effettuato, anche se la Russia o gli Emirati Arabi Uniti sono sospettati. Il sistema di difesa aerea turco è stato distrutto e Ankara ha promesso vendetta.

Mentre Parigi ha ripetutamente denunciato il fallimento della Turchia nel controllo sulle armi. 

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha avvertito che l’interferenza straniera nel paese ha raggiunto “un livello senza precedenti”. In un paese di soli sei milioni di abitanti e che ha le maggiori riserve di petrolio in Africa, diverse importanti potenze militari stanno accumulando sempre più armi, più mercenari e più morti.

Solo due anni fa la presenza della Russia sul terreno esisteva a malapena. Ora, il Cremlino opera mimetizzato con i mercenari della compagnia Wagner, legata all’imprenditore russo Yevgeni Prigozhin, fedele alleato di Vladimir Putin. 

Gli schieramenti sono così composti.

Il governo di Tripoli riceve sostegno dal Qatar (finanziariamente), dall’Italia e soprattutto, dalla Turchia. Senza la Turchia, Tripoli sarebbe già stata costretta ad arrendersi. 

Ma Tripoli fa gola a molti non c’è solo la sede del governo, ma la sede della National Oil Company (NOC), l’unica autorizzata ad esportare petrolio, che genera il 95% delle entrate fiscali.

Dall’altra parte c’è l’Autoproclamato esercito di unità nazionale di Hafter. Il maresciallo riceve supporto da paesi molto diversi: da un lato, l’Egitto lo protegge, dall’altro l’Arabia Saudita e, soprattutto, gli Emirati Arabi Uniti; e la Russia, attraverso migliaia di mercenari appartenenti all’oscura compagnia Wagner . La Francia ha anche fornito ad Hafter supporto diplomatico e persino militare in occasioni specifiche.

Hafter controlla, oltre a est, il sud del paese. Domina anche i principali giacimenti e porti petroliferi da cui viene esportato il petrolio. Ma non può vendere petrolio all’estero, perché solo il NOC è autorizzato dalla comunità internazionale. 

Il ruolo dell’Unione europea, in quanto tale, sembra irrilevante. Ma almeno tre paesi hanno grandi interessi nel paese. Repsol è presente dagli anni ’70, partecipa allo sfruttamento del più grande giacimento petrolifero della Libia, Sarara, e ha prodotto 11 milioni di barili l’anno scorso. La società francese ne ha prodotto il doppio. E ben al di sopra di entrambi c’è l’italiana Eni, approdata in Libia nel 1959. La sua attività in questo paese rappresenta circa il 9% del volume dell’azienda. Eni produce 1,88 milioni di barili di petrolio al giorno, di cui 170.000 provenienti dalla Libia. La maggior parte dei suoi giacimenti non si trovano in zone di conflitto e solo uno dei suoi campi è stato chiuso in diverse occasioni.

L’UE ha risposto alla crescente instabilità con programmi di aiuti finanziari (finora oltre 360 ​​milioni di euro) e il sostegno alla gestione, ad esempio, dei flussi migratori. Ma la situazione è così delicata che la Commissione europea gestisce il piano dalla Tunisia. Anche la stragrande maggioranza degli ambasciatori occidentali assegnati in Libia lavora da lì, come nel caso della Spagna. L’ambasciatore italiano, tuttavia, così come l’ambasciatore turco, lavorano a Tripoli.

E mentre questa partita continua i leader sembrano inconsapevoli della realtà e dell’orrore che stavano per portare al mondo.

 

Ambiente, Difesa e Agenzia del Demanio siglano accordo per razionalizzazione immobili militari

Ministero della Difesa, Ministero dell’Ambiente e l’Agenzia del Demanio siglano protocollo d’intesa per la valorizzazione e la razionalizzazione di immobili militari presenti sull’intero territorio nazionale.
La firma è avvenuta a Palazzo Baracchini, e prevede un rapporto di collaborazione istituzionale finalizzato a creare le condizioni necessarie per assicurare rapidità ed efficacia nel perseguimento di obiettivi strategici condivisi, con particolare riferimento alle aree naturali protette, e la conseguente riqualificazione del tessuto urbano nel suo complesso.

In particolare, sarà istituito un Tavolo di lavoro interistituzionale, attorno al quale siederanno le tre Istituzioni firmatarie dell’accordo, che prevede lo studio e l’approfondimento dei percorsi di valorizzazione e ristrutturazione delle aree militari in uso alla Difesa, e non più utili ai fini Istituzionali, rese disponibili dalle rispettive Forze Armate su tutto il territorio nazionale, con risvolti di carattere ambientale.

Le attività saranno concretizzate con specifici Protocolli d’intesa attuativi che vedranno, laddove necessario, il coinvolgimento di Enti pubblici/locali e degli Enti di gestione di parchi e aree protette.

L’accordo è stato firmato, su delega del Ministro della Difesa Lorenzo Guerini, dal Direttore della Task Force per la valorizzazione e la dismissione degli immobili non residenziali della Difesa, Gen. Isp. Giancarlo Gambardella, dal Direttore della Direzione generale del patrimonio naturalistico del Ministero dell’Ambiente, Carlo Zaghi, su delega del Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, e dal Direttore dell’Agenzia del Demanio, Antonio Agostini.

Il Protocollo, elaborato e coordinato dalla Task force valorizzazioni e dismissioni immobili della Difesa, costituisce un ulteriore tassello nel percorso di sinergie Istituzionali che si vuole realizzare per mettere a sistema le energie, le risorse e, soprattutto, le conoscenze nello sviluppo e nell’implementazione dei processi di trasformazione e di riqualificazione del territorio. Ciò per favorire il miglioramento dello stesso territorio e della qualità della vita degli abitanti.

Nuova terapia a base di IgG anti-Covid

Kedrion Biopharma, azienda biofarmaceutica italiana attiva nel settore dei plasma-derivati, annuncia una partnership con il Columbia University Irving Medical Center americano per “un progetto di ricerca sullo sviluppo e sul test di una nuova terapia a base di IgG (Immunoglobuline G, ndr) contro Covid-19”, messa a punto dalla società con sede a Castelvecchio Pascoli, in provincia di Lucca, e da Kamada Ltd, azienda biofarmaceutica israeliana specializzata in prodotti plasma-derivati.

Secondo i termini dell’accordo, “Kedrion fornirà alla Columbia il plasma di pazienti convalescenti da Covid-19, destinato ad essere utilizzato per la produzione della terapia IgG. Questo plasma da convalescente sarà testato dalla Columbia University contro le proteine virali per verificare il potere neutralizzante delle Immunoglobuline iperimmuni”.

Sì alla memoria, no alla nostalgia.

La politica contemporanea, come quasi tutti sanno, non ha più memoria storica. Vive alla giornata, dominata dalla legge del consenso immediato, dalla radicale dipendenza dei sondaggi e che prescinde da qualsiasi progettualità di medio lungo/periodo. È l’epoca del trasformismo da un lato e della improvvisazione e della casualità dall’altro. Del resto, ormai, abbiamo quasi la matematica certezza che ciò che si dice al mattino può essere tranquillamente smentito alla sera. E viceversa. Da qui deriva anche la caduta verticale della credibilità dei politici e, soprattutto, dei partiti. Una stagione, l’attuale, che assomiglia – dicono i sondaggisti – a quelle che abbiamo vissuto ai tempi di “tangentopoli” nel lontano ‘92-‘93 e all’ormai celebre “vaffaday” di grillina memoria del 2007. Certo, non è facile, nè semplice, coltivare la memoria storica, politica e culturale in un contesto dominato dalla cosiddetta ideologia dell’anno zero. Ovvero da una concezione, tipico delle forze populiste e demagogiche contemporanee, che hanno nel loro nucleo originario la cifra di radere al suolo tutte le culture politiche che hanno preceduto la loro esperienza. Da qui, per coerenza, la definizione di un partito che non è nè di destra, nè di sinistra nè di centro ma è semplicemente “oltre”. Di cosa nessuno sa, ma la realtà è semplicemente così. Piaccia o non piaccia. 

Ora, se si vuole ridare nobiltà alla politica, rilanciare il ruolo dei partiti politici democratici e costituzionali, restituire credibilità agli stessi politici e recuperare la valenza e il significato delle grandi tradizionali ideali del nostro paese che hanno accompagnato e guidato, con i loro valori e i loro principi, la crescita e il consolidamento della nostra democrazia, è indubbio che non si può prescindere dalla memoria storica. O meglio, dal recupero della memoria storica, politica e culturale. Che è cosa ben diversa dalla regressione nostalgica e dal perenne sguardo rivolto all’indietro. Ma una cosa è abbastanza certa. E cioè, non è possibile sconfiggere il populismo demagogico e anti politico, che purtroppo continua a correre negli umori popolari e nelle viscere del paese anche se è meno foraggiato, rispetto ad un passato recente, dai grandi orgasmi di informazione, se non si recupera il valore della memoria storica. In discussione non c’è, come ovvio e scontato, il ritorno dei vecchi partiti o delle antiche organizzazioni politiche.

Semmai, e molto più semplicemente, si tratta di non disperdere un patrimonio di cultura, di idee, di valori e di umanità sacrificandoli sull’altare di una maldestra e sempre più effimera modernità. Non è più tollerabile assistere ad una continua e reiterata rimozione di tutto ciò che è semplicemente riconducibile al passato. Dalla tradizione dei grandi partiti popolari al magistero degli statisti e dei leader principali, dalle singole culture di riferimento al retroterra etico, ideale e programmatico delle grandi culture politiche, riformiste e costituzionali. Del resto, l’inaridimento e la mediocrità dell’attuale classe dirigente politica, salvo rare eccezioni, è riconducibile proprio a questo elemento. E cioè, al fatto di aver azzerato l’intero passato travolgendo la memoria e relegandola, appunto, ad un fatto nostalgico e quindi privo di appeal e di reale cittadinanza politica.

E fin quando questo processo di profonda inversione di rotta non si innesca, avranno buon gioco le forze populiste e demagogiche ad affermarsi facendo leva su luoghi comuni e su slogan che sono sempre più appassiti ma che, comunque sia, continuano a mietere consensi sulle ali del qualunquismo, della improvvisazione politica e del pressapochismo culturale. Per dirla con Mino Martinazzoli, del “nulla della politica”. Non c’è affatto da stupirsi, quindi, se in un contesto del genere prospera e si consolida la prassi del trasformismo. Perchè, quando tramontano i riferimenti ideali e la coerenza politica diventa un puro optional, è del tutto evidente che la stessa politica si riduce esclusivamente e radicalmente ad una logica di puro potere e, di conseguenza, al mantenimento dello stesso. Come, puntualmente, avviene con i partiti populisti nella vita pubblica italiana. 

Lungo questa sfida, quindi, si gioca – o meno – il ritorno ad una politica dignitosa, nobile e soprattutto credibile. Se, al contrario, si consolida la tesi dei populisti che il passato, la memoria e la tradizione sono puri orpelli da appendere definitivamente ed irreversibilmente al chiodo, non lamentiamoci se poi la credibilità della politica, dei politici e degli stessi partiti, nella considerazione dei cittadini, si riduce ad un misero 4%. Perchè ogni risultato, di norma, è sempre figlio di una precisa azione e di una altrettanto precisa pianificazione. 

Politiche e misure della poverta’: il reddito di cittadinanza

Nella breve sinossi  introduttiva al suo saggio Sgritta osserva come – a meno di un anno dall’entrata in vigore della legge 4/2019 – si possano evidenziare alcuni rilievi critici in ordine al perseguimento degli obiettivi prefissati: l’importo medio del reddito è relativamente basso (522 euro mensili), vengono penalizzate le famiglie più numerose, il numero dei beneficiari è inferiore a meno della metà di quelli previsti, la mancanza di lavoro in alcune aree del Paese, specie al Sud,  mette a rischio “l’obiettivo politico principale di questa misura, vale a dire promuovere l’inserimento lavorativo, con il rischio di ridurlo a un semplice strumento di assistenza sociale”.

Basterebbe questa valutazione d’insieme per far emergere come il reddito di cittadinanza abbia prodotto più criticità che vantaggi coerenti con lo scopo della sua introduzione.

Nell’incipit del saggio Sgritta si chiede senza indugi come mai – anziché imbarcarsi in una nuova previsione normativa densa di incognite per la politica, l’amministrazione e gli stessi aspiranti beneficiari- non sia stato dato seguito ad un ampliamento migliorativo del REI (il reddito di inclusione) già esistente: soluzione più semplice e consequenziale rispetto a questa nuova via intrapresa che evidenzia d’impatto lacune di stima e procedurali in ordine alla visione istituzionale e alla realtà sociale del Paese.

Definito per decreto il RdC una “misura fondamentale di politica attiva del lavoro e garanzia del diritto al lavoro, di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale, nonché diretta a favorire il diritto all’informazione, all’istruzione, alla formazione e alla cultura attraverso politiche volte al sostegno economico e all’inserimento sociale dei soggetti a rischio di emarginazione nella società e nel mondo del lavoro”, Sgritta rileva un bisticcio interpretativo tra il concetto di lavoro come antidoto alla povertà e la povertà come conseguenza della mancanza di lavoro: lettura non appropriata della povertà in quanto essa è legata non solo all’assenza ma anche all’insufficienza di reddito da lavoro, in un contesto in cui il rinnovamento dei centri per l’impiego è solo una vaga intenzione senza seguito pratico.

Una seconda osservazione concerne la “teatralità” del RdC che mette insieme tre condizioni – “il contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale» – che hanno spiegazioni e riferimenti diversi: pur interpretando la povertà nel suo significato estremo di ‘povertà assoluta’ (definizione assente nel decreto) il RdC non sembra in grado, per come è congegnato, di perseguire contemporaneamente i rispettivi risultati, attorcigliato nella stretta del politichese. “Vaste programme”, avrebbe commentato De Gaulle.

 Il benchmark  del provvedimento del ‘Governo Conte 1’ è quantificato nel “garantire un livello minimo di sussistenza”, in realtà assimilabile allo status di povertà assoluta: un ossimoro che stride anche con le stime EUROSTAT e ISTAT nel quantum di persone povere assolute, oltre che con il senso logico dell’ operazione, considerata l’equivalenza semantica e di status tra ‘povertà’ e ‘livello minimo di sussistenza’: come dire che per i poveri tutto resterebbe come prima. Ma c’è un altro ‘equivoco lessicale’, poiché non di reddito di cittadinanza si tratta, essendo rivolto alla famiglia  con ISEE inferiore ai 9360 euro annui e non agli individui, coniugando misure di lotta alla povertà e inserimento lavorativo, ed essendo fruibile a chi risiede in Italia da almeno 10 anni, di cui 2 continuativi, in possesso della cittadinanza italiana o di Paese dell’U.E, con latenti ambiguità in ordine ai costi complessivi dell’operazione, non disponendo il Governo di stime ufficiali sul fabbisogno complessivo e basandosi sui dati ISTAT (5 milioni di individui e 1,8 milioni di famiglie in condizione di povertà assoluta). Mentre la stima dei potenziali aventi diritto al RdC si è basata sulla “memoria INPS” sui dati catastali e reddituali e sulla microsimulazione INPS che arrivava a stimare una platea di 2,4 milioni di persone e 1,2 milioni di nuclei familiari, con un costo totale di 8,5 miliardi di euro.

In realtà secondo l’osservatorio statistico INPS a gennaio 2020 le domande di RdC accolte ammontavano a 915.600 per complessive 2.370.938 persone coinvolte (alle quali vanno aggiunti 142.987 percettori della pensione di cittadinanza – PdC) in una platea cosi articolata: nel 90% dei casi le prestazioni sono chieste da italiani, nel 3,5% da un cittadino di un Paese EU, e nel 5,6% da extracomunitari in possesso di permesso di soggiorno EU di lunga durata, con un importo medio di 532 eu (562 eu al sud, 496 al centro e 468 al nord).

Confrontando il take up con la povertà assoluta si nota come il RdC sia ancorato al reddito (come misura per la concessione) mentre la povertà assoluta è parametrata ai consumi, inoltre il RdC non tiene conto dei prezzi dei beni acquistabili e della variazione del costo della vita, ancora esso utilizza una scala di equivalenza disegnata per ridurre l’importo del beneficio, per cui la famiglia risulta essere paradossalmente un ‘moltiplicatore della povertà’, infine l’RdC prevede un contributo per l’affitto non rapportato ai componenti del nucleo. Considerando la molteplicità degli obiettivi esposti nel decreto istitutivo del RdC si rileva come esso agisca in funzione di una possibile riduzione degli indici di povertà, mentre ancora incerti e labili risultano i dati relativi allo scopo principale dell’introduzione del RdC, cioè l’inserimento lavorativo: le stime più recenti riferiscono che solo il 2% dei percipienti il reddito ha trovato un’occupazione lavorativa.

A parere di chi commenta, pur non essendo l’argomento inserito nel saggio di Sgritta, si impone a questo punto una verifica circa l’effettivo ‘risultato’ prodotto dei cd. “navigator” (6000 vincitori del ‘concorso’ di cui la metà in via di assunzione da ANPAL e gli altri 3000 idonei che rivendicano un posto. In realtà mancano dati certi sul numero degli effettivi in servizio) i quali percepiscono un reddito (27.338,76 lordi annui) indipendentemente dal lavoro procurato ai percettori del RdC, con contratto fino ad aprile 2021.

Considerando i dati INPS sui nuclei in povertà assoluta, dal saggio risulta che solo il 50, 2% dei nuclei e il 47% delle persone valutati come potenziali ‘aventi diritto’, hanno in realtà percepito il reddito: se ad essi si aggiungono i percettori della PdC si giunge en gros a quantificare nel 72% al nord e – con un calo vistoso- nel 30% al sud coloro che pur facendo parte della platea degli aventi diritto al RdC (e alla PdC)  , ne sono al momento esclusi. Questo gap tra nord e sud rispetto ai Rdc e alle Pdc è un valore di stima che va indagato al fine di chiarire le ragioni della sottostima dei requisiti dei richiedenti del nord rispetto agli analoghi del sud. Circa il dimezzamento dei percettori del RdC rispetto al numero dei poveri assoluti, una ragione potrebbe rinvenirsi, ma mancano dati certi, alla limitazione del beneficio agli stranieri non EU.

Sgritta osserva inoltre che una spiegazione al gap potrebbe venire dalla cd. ‘economia non osservata’ che comprende l’economia sommersa e l’evasione fiscale, quella informale per ambiti ristretti a relazioni familiari o amicali e –infine- le attività illegali. Nel complesso una quota rilevante di ‘economia non osservata’ riguarda i lavoratori irregolari che l’ISTAT stima (al 2015, ultima rilevazione) in 3.098.000.

Particolarmente interessante il passaggio dove Sgritta ragiona sulla valutazione dei potenziali aventi diritto  al reddito circa l’opportunità di inoltrare domanda di accesso al RdC rinunciando alla  “possibilità di continuare a svolgere attività di lavoro irregolari o illegali dalle quali traggono un’entrata presumibilmente più remunerativa e forse anche più stabile nel tempo dello stesso RdC”.

La ricerca a questo punto si sofferma sulla “ripercussioni del prevedibile scompenso tra aspettative e risultati; tra le previsioni di copertura della misura (tarate sulle stime della povertà assoluta) e l’effettivo take up del sussidio”. Ne consegue una crescente importanza dell’indagine statistica non solo come fonte di fornitura di dati ma come base di orientamento, utilizzabile dal decisore politico. Gli scarti tra provvedimenti legislativi assunti per compiacere i cittadini (e quindi gli elettori) , il fabbisogno effettivo e le previsioni di spesa assumono una valenza discriminante per un buon governo della cosa pubblica.

“L’introduzione del RdC, introducendo  una scala di equivalenza diversa da quella utilizzata da ogni altro organismo nazionale e internazionale, l’aver accantonato parametri di rilievo come l’indice dei prezzi e il costo della vita, la ripartizione e il comune di residenza, e soprattutto l’aver partorito così un risultato che dimezza di fatto la stima «ufficiale» di povertà; tutte queste scelte gettano un’ombra sulla valenza politica della statistica pubblica, specificamente ma non solo della stima della povertà assoluta”. Ciò che determina una duplice defaillance: della politica, che in questo caso ha palesato l’assenza di una cultura di governo della realtà sociale del Paese essendo stata incapace di introdurre un sistema efficace di contrasto alla povertà e della statistica stessa – ‘magistratura del dato’- che risulta delegittimata e ridimensionata al rimorchio di decisioni politiche non ponderate.

Il decreto che introduce il RdC prevede infine il “principio di condizionalità” cioè l’obbligo di accettare almeno una delle tre offerte di lavoro congruo proposto. Ciò si scontra con la realtà sociale del Paese, dove il lavoro è carente e non può essere inventato per giustificare l’erogazione del RdC, ciò che non scioglie i dubbi di identità su una politica attiva del lavoro e una misura assistenzialistica. In un sistema Paese in cui la ricerca di un lavoro segue per il 90% dei casi dei percorsi informali (conoscenze, famiglia, amicizie ecc), il RdC risulta una misura ambigua, peraltro supportata da Centri per l’impiego fatiscenti, da ricostruire poiché avulsi dal nesso che lega domanda e offerta. Ma non potrebbe esser scritta conclusione più eloquente e pertinente di quella usata da Sgritta, alla quale mi affido per ogni opportuna riflessione, sic stantibus rebus.

“Che il Rdc sia finanziariamente sostenibile prima e dopo il 2021, stante la situazione economica e l’instabilità del quadro politico, è al momento imprevedibile; che possa contribuire a semplificare la giungla delle indennità, degli assegni, dei sussidi nazionali e locali, anche questo è, allo stato, improbabile. Ciò che certamente non potrà fare è abolire la povertà”.

Roma verso le elezioni del 2021

Da settembre entrerà nel vivo la campagna che ci porterà nella prossima primavera al rinnovo dell’amministrazione capitolina. Al centro del dibattito ci sarà il futuro di Roma e la necessità di una guida che si distingua per una maggiore competenza rispetto a quella espressa dall’attuale amministrazione; considerate le condizioni in cui versa la Capitale, non dovrebbe essere un obiettivo difficile da raggiungere! 

Ma le elezioni comunali di Roma sono un appuntamento che di fatto non interessa in modo esclusivo i romani chiamati al voto, perché le vicende politiche della Capitale hanno sempre innescato processi politici di rilevanza nazionale. Il centrosinistra che vide la luce alla metà degli anni novanta prese le mosse proprio dall’aula di Giulio Cesare, in quella stessa aula divenuta poi la culla del Partito Democratico con la guida di Veltroni. Anche nella storia più recente Roma ha confermato questa sua vocazione di città in cui nascono esperienze politiche che vengono poi allargate ben oltre i confini capitolini; la stessa elezione della Raggi rappresentò (con tutte le negatività che abbiamo ben presenti) un tentativo di voltare pagina, iniziato a Roma e poi estesosi sul piano nazionale.

Il tema che si porrà nei prossimi mesi non è di facile soluzione. Dare vita ad un accordo organico con il M5S anche per le competizioni elettorali locali è infatti un’idea non priva di suggestioni e perfino di qualche ragione, perché in effetti la condivisione di obiettivi strategici legati al governo del Paese richiederebbe una parallela condivisione di responsabilità almeno nei livelli regionali e nell’amministrazione delle città più importanti e rappresentative. Del resto, in presenza di un’opposizione che utilizza ogni competizione elettorale per tentare di far saltare il governo, è più che legittimo che le forze di maggioranza si organizzino in modo adeguato.

Un’estensione a livello locale dell’accordo politico di governo (ferme restando le differenze e le specificità di ciascuna forza politica) è quindi una cosa possibile, ma non a Roma!

Potremmo dire “non a Roma” per come è stata amministrata la città, potremmo aggiungere “non a Roma” per come sono state disattese le roboanti promesse dei pentastellati che negavano l’esistenza di una complessità nella quale sono invece rimasti impantanati fin dai primi passi, potremmo dire “non a Roma” stigmatizzando le sgangherate parole con le quali Beppe Grillo ha recentemente apostrofato i romani come “gente de fogna”. Potremmo elencare diversi motivi che rendono difficile dare vita ad un accordo con i pentastellati a Roma, ma credo che la ragione più profonda risieda nel valore simbolico che ebbe per il M5S la vittoria elettorale del 2016 nella Capitale e quindi – conseguentemente – nel significato che assumerà la battaglia politica comunale del 2021 per  segnare un ritorno alla politica del confronto, della competenza e della ricucitura di un tessuto urbano che è sempre più diviso e lacerato.

La conquista del Campidoglio avviò per il M5S una fase di progressivo accreditamento presso l’opinione pubblica portando i “grillini”, di lì a due anni, al successo su scala nazionale nelle elezioni politiche del 2018. Oggi quella fase politica è chiaramente superata e le prossime elezioni comunali di Roma forniranno l’occasione per l’avvio di un nuovo dialogo con l’intero Paese. Da Roma può infatti partire un’iniziativa di stampo democratico, progressista e solidale da proporre come modello di governo nazionale per i prossimi anni.

Il centrosinistra deve preparare una proposta per l’amministrazione della Capitale ed offrirla con generosità alla città intera, avviando un confronto con tutte le parti sociali e le realtà rappresentative dei territori. Pochi punti, ma chiari e comprensibili;

  1. A venti anni dall’istituzione dei municipi sono maturi i tempi per passare dal decentramento all’autonomia; 2) riportare a Roma i grandi eventi di carattere culturale, scientifico e sportivo, per non tornare ad essere la città dei ministeri e dell’edilizia palazzinara; 3) favorire lo sviluppo di un’industria senza ciminiere da città del terzo millennio, attraendo più investimenti nei settori della comunicazione, della ricerca e dell’innovazione tecnologica; 4) valorizzare le potenzialità che la Capitale esprime come primo comune agricolo d’Europa e la sua capacità di coniugare il tessuto urbano con la tutela dell’ambiente e del verde; 5) fare di Roma un hub della solidarietà, della pace e dell’integrazione, raccogliendo il messaggio pastorale che Papa Francesco rivolge a donne e uomini di tutto il mondo prescindendo dalle differenze di tipo culturale, etnico e religioso.

Su questa tavolozza di principi ed indirizzi politici si apra un confronto per trovare una declinazione di dettaglio per ciascun obiettivo; ma il centrosinistra – ed il Partito Democratico in particolare – devono mettersi in campo con un atteggiamento di massima disponibilità ed apertura verso le forze vive della città, a partire dalla scelta del candidato sindaco.

Le prossime elezioni amministrative di Roma sono un’opportunità da non perdere, non solo per i romani, ma per l’intero Paese; un’occasione che non può essere sacrificata per interessi personali o convenienze di gruppi e gruppetti, più o meno numerosi, che in ogni caso non rappresentano l’interesse generale della collettività.

Ripartiamo da Roma, ricominciamo da Roma con la buona politica.

 

Trump: “Al via ai con i tele-comizi”

Alla fine anche Donald Trump si è arreso al coronavirus. Dopo essersi fatto vedere per la prima volta con la mascherina, il presidente americano ha annunciato la svolta dei “tele-comizi”: fino a quando ci sarà la pandemia la sua campagna non organizzerà più i mega raduni in stile ‘Make America Great Again’ ma degli eventi elettorali con i suoi sostenitori in teleconferenza.

“Voglio stare con voi, e questo sistema sostituirà i comizi che tanto amiamo”, ha detto il presidente parlando ai fan del Wisconsin nel suo primo comizio virtuale. “Li chiameremo ‘Trump Rallies’ – ha aggiunto – e avremo lo stesso un sacco di gente online a seguirci”.

 

Estate nei borghi per 2 italiani su 3

Due italiani su tre (66%) fanno pausa nei borghi durante l’estate 2020 alla scoperta di prodotti e tradizioni meno conosciuti ma anche per sfuggire al rischio del sovraffollamento nelle spiagge e nelle località turistiche più battute, di fronte all’emergenza coronavirus. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dell’indagine Notosondaggi che evidenzia un nuovo protagonismo dei centri minori spinto dagli effetti della pandemia che ha portato alla riscoperta del turismo di prossimità.

Un fenomeno favorito anche – sottolinea Coldiretti – dalla diffusione capillare dei piccoli comuni che incrementa la capacità di offrire un patrimonio naturale, paesaggistico, culturale e artistico senza eguali. In Italia i centri sotto i 5mila abitanti sono, infatti, 5.498, quasi il 70% del totale, secondo un’analisi Coldiretti su dati Istat, ma vi risiede solo il 16% degli italiani, pari a 9,8 milioni di abitanti, pur rappresentando il 54% dell’intera superficie nazionale. Ma in molte regioni il territorio coperto dai borghi arriva anche al 70%.

Un paesaggio fortemente segnato – spiega la Coldiretti – dalle produzioni agricole, dalle dolci colline pettinate dai vigneti agli ulivi secolari, dai casali in pianura alle malghe di montagna, dai verdi pascoli ai terrazzamenti fioriti, che contrastano il degrado ed il dissesto idrogeologico. Si tratta di un valore aggiunto non solo ambientale ma anche di armonia e bellezza per l’Italia che rappresenta anche un elemento di attrazione turistica che identifica il Belpaese all’estero, di cui l’agroalimentare Made in Italy è senza dubbio il fiore all’occhiello.

Non a caso il 92% delle produzioni tipiche nazionali secondo l’indagine Coldiretti/Symbola nasce proprio nei piccoli borghi italiani con meno di cinquemila abitanti, un patrimonio conservato nel tempo dalle imprese agricole con un impegno quotidiano per assicurare la salvaguardia delle colture agricole storiche, la tutela del territorio dal dissesto idrogeologico e il mantenimento delle tradizioni alimentari.

A garantire l’ospitalità nei piccoli centri è soprattutto – rileva Coldiretti – una rete composta da 24mila strutture agrituristiche con 253mila posti letto e quasi 442 mila posti a tavola. Gli agriturismi – sottolinea la Coldiretti – spesso situati in zone isolate della campagna in strutture familiari con un numero contenuto di posti letto e a tavola e con ampi spazi all’aperto, sono forse i luoghi dove è più facile, nell’estate del covid, garantire il rispetto delle misure di sicurezza per difendersi dal contagio fuori dalle mura domestiche.

Proprio per questo il 56% degli italiani – continua la Coldiretti – ritiene che l’agriturismo rappresenti una risorsa importante per il rilancio della vacanza Made in Italy duramente colpita dal calo di presenze determinato dall’emergenza cororavirus.

Lesioni cerebrali: esame del sangue può rivelarne la gravità

Nel liquido spinale c’è un biomarcatore che consente di diagnosticare con precisione le commozioni cerebrali e la loro gravità.
Secondo gli autori dello studio, pubblicato da Neurology, i livelli ematici di neurofilamento leggero (NfL), una proteina rilasciata dalla mielina delle cellule nervose lesionate, sono elevati tra gli atleti che hanno ricevuto molti colpi alla testa, moderati in coloro che hanno subito una singola commozione cerebrale e bassi nei controlli sani.

“Anche una lesione cerebrale traumatica lieve (mTBI) senza alcun segno visibile alla MRI può causare danni a lungo termine”, dice l’autore principale dello studio, Pashtun Shahim, del National Institutes of Health di Bethesda.

“Ciò che abbiamo osservato nel nostro studio è che il quantitativo di proteina del neurofilamento a catena leggera è molto più elevato vicino alla lesione e si riduce nel tempo”, continua Shahim. “Tuttavia, anche a cinque anni dalla lesione iniziale, i livelli nel sangue erano comunque aumentati rispetto a quelli nei controlli sani”.

Paolo Borsellino: una morte annunciata già davanti alla Commissione Antimafia

Domenica 19 luglio 1992 mentre si accingeva a far visita alla madre, al civico 21 di Via Mariano D’Amelio a Palermo, il magistrato Paolo Borsellino saltò in aria con la sua scorta, per un’autobomba fatta esplodere proprio come era accaduto, con le stesse modalità, nove anni prima per il collega Rocco Chinnici, capo dell’ufficio istruzione del Tribunale di Palermo: una Fiat 126 carica di 75 kg di tritolo, un anno dopo l’assassinio del Generale Dalla Chiesa.

Ma il presentimento della fine ormai prossima a cui andava incontro, il giudice Borsellino lo aveva radicato con precisione come un destino che stava scritto nella sequenza delle cose, il 23 maggio di quello stesso anno, giorno della strage di Capaci dove perse la vita il fedele collega ed amico Giovanni Falcone con la moglie Francesca Morvillo, cioè circa cinquanta giorni prima dell’eccidio di Via D’Amelio.

Sono passati 28 anni da quel duplice omicidio per opera della mafia ma ancora molte verità sono occultate, molte taciute, molti veleni non hanno smesso di circolare nei palazzi dei Tribunali e nelle più alte sedi delle istituzioni dello Stato.

Ogni anno ricordiamo con una partecipazione emotiva che non ha pari, quei tragici eventi.

Ma proprio in questi giorni, a distanza da quel 19 luglio 1992, emergono nuovi inquietanti risvolti e particolari agghiaccianti.

Come se quella lunga scia di sangue e terrore che macchiò per sempre la splendida terra della Sicilia avesse da dirci ancora qualcosa.

A cominciare dalle connivenze, dai sospetti, dalle complicità che avevano ammorbato e reso difficile quel periodo di lotta senza quartiere dei magistrati siciliani contro l’onnipotenza della mafia, che aveva portato al maxiprocesso del 1986/87 e di cui gli attentati fatali a Falcone e Borsellino furono l’epilogo della rivalsa crudele della mafia colpita al cuore.

Ogni anno ricordiamo ed esaltiamo queste figure straordinarie di uomini e servitori dello Stato: forse non abbiamo ancora approfondito a sufficienza i risvolti umani di quel terribile ‘uno-due’ che la mafia assestò allo Stato e alla Giustizia con l’eccidio di Capaci e la strage di Via D’Amelio.

Ci aiuta a ricostruire questa parte non ancora del tutto esplorata la decisione della Commissione Parlamentare antimafia di desecretare tutti gli atti raccolti dalla sua istituzione nel lontano 1962, e in particolare, proprio in prossimità del ricordo di quel tragico fatto di sangue che spense la vita di Borsellino, le audizioni rese dal Magistrato nelle sei occasioni in cui fu sentito dalla Commissione tra il 1984 e il 1991.

Dalla libertà di movimento di cui avevano goduto Bernardo Provenzano e Totò Riina, ai latitanti illustri del trapanese, alle connivenze politiche e alle fonti di finanziamento, fino ad aspetti finora non noti della vita quotidiana stessa – privata e professionale – del giudice Borsellino, della carenza di mezzi e dotazioni persino d’ufficio che lo avevano costretto a scrivere i verbali a mano e a rinunciare all’auto blindata per muoversi con la sua macchina privata: “La libertà la riacquisto – dice tra l’altro Borsellino rispondendo ad un esponente della Commissione – ma non vedo che senso ha perdere la libertà la mattina per essere libero di essere ucciso la sera”. Tutto questo si ascolta dai nastri e suscita emozioni agghiaccianti.

Se è doveroso apprezzare il gesto del Presidente della Commissione antimafia di togliere il segreto a quelle audizioni dell’alto magistrato non ci si può non domandare perché – in nome della verità e della giustizia – ciò non sia stato fatto prima. Non ci si può non immedesimare nello stato d’animo di quel giudice e servitore dello Stato, investito di responsabilità gravissime che rivolgendosi alla Commissione parlamentare antimafia mette a nudo tutte le sue difficoltà di uomo di legge e di persona non adeguatamente tutelata.

Un uomo solo, come solo era stato Falcone, magari osteggiato, vittima del disinteresse delle istituzioni, baluardo estremo della legalità di fronte alla più potente organizzazione criminale della Storia di questo Paese: un uomo, con i suoi inevitabili timori, con i suoi affetti, con i sentimenti di consapevolezza della situazione che lo ‘avvertiva’ di una sovraesposizione di se stesso, di una lotta impari, di un destino già scritto. Per questo l’ammirazione e la commozione ogni volta che si rievocano quei fatti ci assalgono non senza la rabbia che proviamo pensando che non fu fatto tutto il possibile per salvare quelle vite.

Dove è finita la famosa agenda rossa dove Borsellino custodiva i suoi segreti professionali e che portava sempre con sè? Se lo domanda a distanza di 27 anni il fratello Salvatore, adombrando che in molti sappiano ma tacciano.

Per non rendere vano il sacrificio di Paolo Borsellino, consapevole che la morte lo attendeva al varco come era successo due mesi prima a Giovanni Falcone ma fiero e coraggioso nel vivere ogni giorno in modo indomito, tutti gli aspetti oscuri di quelle vicende umane ed istituzionali, in tutti i meandri più reconditi ove alberga la verità non del tutto rivelata, devono essere chiariti e resi pubblici.

L’Italia non deve essere più il Paese delle morti eccellenti, dello stragismo senza colpevoli, dei misteri di Stato. Altrimenti le rievocazioni hanno il sapore amaro e beffardo della retorica.

Ai cattolici democratici serve un’assemblea costituente a cui parteciperà gente nuova

Riceviamo e volentieri pubblichiamo 

Il Domani d’Italia ha recentemente pubblicato un intervento dell’amico Ettore Bonalberti di cui è necessario cogliere le posizioni costruttive. Al tempo stesso, merita delle precisazione, oltre che delle correzioni. Ettore, infatti, non è stato adeguatamente informato sul percorso da noi avviato con il lancio del Manifesto e sui suoi ulteriori sviluppi. Questa non è però una mancanza a lui addebitabile, bensì una carenza da parte di chi non gli ha prospettato nel modo adeguato ciò che ci riguarda. Chiarisco subito: i partecipanti al Manifesto non hanno mai deciso di chiamarsi Parte Bianca!

Bonalberti e tutti gli amici che hanno dato vita alla Federazione dc aspirano alla ricostruzione di un’area in cui possano confluire  “forze moderate e centriste “. Per questo fa un appello anche a noi di Politica Insieme e a quanti hanno contribuito al lancio del Manifesto, oramai pubblicamente collegato al nome di Stefano Zamagni.

E’ importante chiarire che, così come la cosa è presentata da Ettore, emerge lampante la diversità d’impostazione data a due progetti che hanno sicuramente dei punti in comune, ma anche profonde differenze nella costruzione logica, negli accenti  e, soprattutto, nel metodo. 

La Federazione dei democristiani parte dall’assunto di creare un “centro” come se questo fosse di per sé unica questione assorbente e dirimente. 

Pure noi crediamo che sia necessario dare vita a una “centralità” di posizioni, cui concorrano credenti e non credenti, con l’obiettivo di partecipare a un’evoluzione del sistema politico italiano. Esso è costretto in una camicia di forze che porta, in realtà, a far svolgere un ruolo determinante alle posizioni più estreme che, poi, opportunisticamente, di volta in volta si presentano come centrosinistra o centrodestra. I risultati dei 25 anni appena trascorsi è  che il Paese si è progressivamente ritrovato in uno stato semi comatoso, le istituzioni e la struttura di gestione delle diverse articolazioni dello Stato vivono una drammatica crisi di funzionalità e di rappresentatività, l’Italia si rintraccia abbastanza ignorata sul grande scenario internazionale e non riesce a giocare in Europa il ruolo che dovrebbe esercitare. Poi, c’è tutto il resto: giustizia, scuola, economia, ritardo nel campo scientifico e dell’innovazione, marginalizzazione delle autonomie amministrative e delle organizzazioni rappresentanti i corpi vitali della società. Insieme ad altro, sono cose di cui parliamo da tempo e, quindi, diamole per elencate.

Per questo abbiamo lanciato il Manifesto. Vogliamo dare vita a un “nuovo” soggetto politico per avviare un progetto di trasformazione di cui gli italiani hanno bisogno e che, a partire dall’ampio e silente mondo cattolico, costituisca un motivo d’impegno pubblico condiviso e porti sempre più larghe parti dell’elettorato a fuoriuscire dall’astensionismo.

Facciamo tutto questo pensando agli atti notarili che danno vita ad un qualcosa di originale e innovativo? Davvero dopo l’esperienza di Todi, crediamo ancora nel mettere verticisticamente insieme dei gruppi, spesso limitati a “leader” senza truppe? Oppure, che solamente facendo una sommatoria apicale, pensando magari a una “federazione” di associazioni e di gruppi consolidati, ma ai più sconosciuti, andremo oltre quei recenti fallimentari tentativi che hanno visto alcuni amici impegnati alle europee e nelle suppletive del primo collegio di Roma? Questa non è fare politica. Può apparire invece velleitarismo. Soprattutto, se sono perpetuati i vizi chiaramente emersi nel corso di quella che chiamiamo la stagione della cosiddetta “diaspora”.

Diciamoci con franchezza le cose come stanno. La Federazione degli amici dc va verso le elezioni regionali pensando a liste che finiranno per schierarsi in alcune regioni nel centrodestra. Così come altri personaggi, anche autorevoli, hanno già raggiunto accordi con il centrosinistra in altre. Ci viene spiegato che questo è necessario perché nel Veneto vince sicuramente il leghista Zaia e in Campania finirà per trionfare il Governatore De Luca. Ma è questo un modo serio e credibile per presentarsi dinanzi agli italiani e dire loro che si vuole dare vita a “un partito di ispirazione cristiana impegnato a tradurre nella “città dell’uomo” le indicazioni delle ultime encicliche sociali della Chiesa cattolica, che rappresentano la risposta più approfondita e avanzata ai grandi problemi della globalizzazione”, come giustamente indica Bonalberti?

Può una valutazione d’opportunità, facilmente giudicabile opportunismo, costituire il punto di partenza per un qualcosa di veramente nuovo? Noi di Politica Insieme crediamo di no. E’ per questo che riteniamo indispensabile sottolineare la nostra decisa scelta per l’autonomia e indicare i contenuti di proposta politica programmatica destinate a qualificare ciò che sostanzia l’essere alternativi sia al centrodestra, che oggi è soprattutto destra, sia al centrosinistra, che è in realtà radicalismo di massa e del tutto indifferente alle questioni etiche che i cattolici al suo interno non riescono a far prendere in considerazione.

Ecco perché stiamo lavorando all’organizzazione di un’Assemblea costituente cui parteciperà gente nuova, intenzionata a definire la presenza dei cattolici democratici nella dinamica pubblica con una loro specifica caratura attorno cui, siamo certi, è possibile creare l’adeguata convergenza e partecipazione anche da parte di tanti laici.

E’ importante per noi seguire un metodo che assicuri non tanto la partecipazione dei soli vertici dei gruppi e delle associazioni concorrenti al comune percorso, bensì quella del patrimonio umano e di competenze espresso localmente, i singoli ( tra l’altro andiamo a dare vita a un partito che dovrà essere composto sulla base di coinvolgimento personale e non su quello di organizzazioni esistenti dalla fisionomia talora persino indefinita). E’ importante ricordare che crediamo nel metodo della collegialità, estranei come sia ad ogni idea che una forza politica debba avere a tutti i costi “l’uomo solo al comando”. Non ci manca il leader, perché crediamo in una leadership allargata.

A partire dal nome del “nuovo” soggetto, tutte le decisioni dovranno essere assunte attraverso un voto che l’Assemblea esprimerà sancendo così la nascita di un’entità politica pienamente responsabile di se stessa, e solo di se stessa. Quindi, ciò che è in procinto di nascere è un qualcosa di davvero democratico, radicato nei territori e che non scopre l’autonomia all’indomani di insuccessi elettorali leggibili come un ripiego necessitato perché si sono sempre più ridotti il ruolo e l’importanza riconosciute in accampamenti altrui. Ecco perché l’Assemblea costituente vedrà riuniti soprattutto coloro che credono e praticano già oggi l’autonomia.

Starà poi al nuovo partito riallacciare rapporti, verificare la serietà e la coerenza delle intenzioni, valutare il reale contributo di chiede di aggiungersi, evitando ogni riciclo e ambiguità da parte di vecchio personale politico.

La vera “federazione” che abbiamo in mente di realizzare è quella della ricostruzione nella società del raccordo con e tra le tante espressioni vitali del tessuto civile, imprenditoriale, del mondo del lavoro, di chi lavora nel digitale e nel campo della formazione scolastica e universitaria. Realtà oggi comunque operanti, ma in completa disconnessione con le forze che compongono l’attuale quadro politico. Non ci si può presentare al loro cospetto con accordi precostituiti e con metodi definitivamente seppelliti nel corso del crepuscolo di precedenti esperienze vissute in politica dai cattolici.

Cadevan le bombe come neve

Articolo pubblicato dall’Osservatore Romano a firma di Roberto Cetera

Cadono piccoli batuffoli di polline sul giardino , lì dove «Cadevan le bombe come neve». Fa molto caldo, come quella mattina di luglio. Quella dannata mattina. Qualche bambino calcia svogliato la palla verso la porta del campetto dell’oratorio, e indugia sotto lo schizzo dell’impianto di irrigazione. Poco più in là un gruppetto vociante di anziani prende il fresco sotto un albero di canfora. In una buffa inversione di ruoli appaiono più vivaci e “caciaroni” dei ragazzini lì accanto. Li accumuna tutti un bel parlare romanesco di altri tempi, che nulla azzecca con il romanaccio imbastardito dei giorni nostri. Giuseppe, ben più giovane, cerca di tenere a bada questa dolce esuberanza e ci viene incontro ad accoglierci sorridente al cancello di San Tommaso Moro, una delle due parrocchie del quartiere San Lorenzo. Giuseppe Romiti, 64 anni, è il responsabile del gruppo parrocchiale degli adulti. E ci spiega subito il perché di tanta euforia. Con il parroco, don Andrea, ha avuto la brillante idea di produrre un video, che proprio stasera 19 luglio verrà proiettato nell’ampio giardino di fronte alla chiesa.

San Lorenzo è oggi un quartiere abitato soprattutto da giovani universitari, e spesso risalta alle cronache per una movida turbolenta. Negli anni ’70 era soprattutto il fortino della sinistra giovanile estrema. Ma prima ancora era un pezzo importante della Roma più genuina e popolare. Un quartiere nato a fine ’800 come edilizia popolare destinata soprattutto ai ferrovieri: a metà strada tra la stazione passeggeri di Termini e lo scalo delle merci e la dogana. Per questa sua composizione sociale è sempre stato riconosciuto come un quartiere “rosso”: i “sanlorenzini” furono gli unici nel 1922 a tentare di sbarrare la via alla marcia su Roma, e per questo furono ferocemente colpiti dalla rappresaglia guidata da Italo Balbo. Ma fu soprattutto la contiguità ai due scali ferroviari a segnare per sempre la storia del quartiere. Nel pieno della seconda guerra mondiale, nel 1943, infatti, gli americani ritennero che la distruzione dello scalo merci avrebbe bloccato i rifornimenti di materiale bellico proveniente dalle industrie del nord Italia e dalla Germania verso le truppe che cercavano di resistere alla risalita della penisola dei militari alleati. Fu così che un sabato mattina, il 19 luglio, oltre 600 aerei, le “ fortezze volanti” attaccarono la capitale, scaricando oltre 4.000 bombe. Fu una carneficina per gli abitanti dei quartieri vicini allo scalo, San Lorenzo appunto, ma anche Prenestino, Casilino, Labicano e Tuscolano. Circa 3.000 romani rimasero sotto le macerie, e undicimila furono i feriti. Anche una buona parte del cimitero del Verano, accanto alla basilica di San Lorenzo, venne distrutta. Una ferita nel cuore della città, che non si è mai completamente cicatrizzata. Così come nel cuore dei romani è sempre viva l’immagine iconica e tragica di Papa Pio XII uscito dal Vaticano e accorso sul piazzale di San Lorenzo a benedire le vittime, e confortare i sopravvissuti. La tragedia, come è noto, ebbe due immediate e importanti conseguenze: la dichiarazione di Roma “città aperta “ da parte del Pontefice e, solo sei giorni più tardi, la caduta e l’arresto di Benito Mussolini , decretata dal Gran Consiglio del fascismo nella notte del 25 luglio.

A tener viva la memoria della profonda ferita è il parco di fronte alla parrocchia, dedicato ai caduti del 19 luglio, con i nomi iscritti di tutte le vittime, e anche la scelta di non riedificare alcuni dei palazzi bombardati: muri ciechi e buche che sembrano fantasmi architettonici. Ma ormai 77 anni dopo, tanti testimoni di quel tragico sabato mattina ci hanno lasciato, e da qui la buona idea di Giuseppe e del parroco Lonardo, di registrare in un video i ricordi degli ultimi sopravvissuti.

Pierina Toccaceli ha superato da un po’ il traguardo dei 90 anni, ma la sua memoria è ancora molto vivida. Era una giovane ragazza in quel terribile 1943. «Noi ragazze eravamo proprio qui dove ora c’è la parrocchia. Allora era la cappella di un convento di suore, a Villa Mercede, dove fermava un trenino sulla via Tiburtina che arrivava da Tivoli. Le suore “francesi” le chiamavamo. Erano molto brave nell’educare alle buone maniere le giovani signorine come noi. Noi non capivamo bene ancora cosa stesse succedendo alla fine degli anni ’30, eravamo ancora piccole e infarcite della propaganda fascista. Mi ricordo quando nel maggio del 1938, ci “impacchettarono”, in divisa e festanti, per andare ad applaudire Hitler ai Fori imperiali in visita a Roma. Io nel 1943 lavoravo già. In Vaticano, in un ufficio, voluto dal Papa, che si occupava di ricercare i soldati dispersi sul fronte russo e di aiutare le famiglie. Quella mattina sentimmo le sirene e vedemmo in lontananza il cielo pieno di aerei. Poi il rumore delle esplosioni e colonne di fumo che si alzavano. A occhio si capiva che si trattava della zona est della città. Mi venne un groppo in gola, la mia famiglia era lì a San Lorenzo. Scappai di corsa dall’ufficio e riuscii a salire su un tram che ancora circolava e poi di corsa a piedi col cuore a mille. La gente intorno a me: sentivo che gridava “San Lorenzo. San Lorenzo” per indicare dove erano cadute le bombe. Noi abitavamo a via dei Sabelli, nel cuore del quartiere. Raggiunsi finalmente casa che era per fortuna ancora in piedi e i miei erano tutti salvi. Ma tutto intorno era solo morte e distruzione. Un’immagine che mi porto dietro ancora oggi e non scorderò mai. La notte dormimmo in un rifugio e il giorno dopo scappammo via da Roma, in Abruzzo».

Nel bar di fronte alla parrocchia, prima di entrare, avevamo incontrato un vecchietto arzillo, Edmondo, anche per lui la memoria ha continuato a vivere su quelle immagini «Lavoravo a piazza Vittorio, oltre la ferrovia. Appena finito il bombardamento corsi verso casa, ero in ansia per i miei fratelli più piccoli. Vidi qualcosa che non posso dimenticare: da piazzale Tiburtino lungo la Tiburtina fino al piazzale del Verano erano messi in fila i cadaveri degli estratti dalle macerie, perché i parenti potessero riconoscerli».

Augusta Tubotti era invece proprio piccolina «ma alcune immagini mi sono rimaste impresse. Quella innanzitutto di papà che mi prende in braccio e mi tiene stretta mentre scappiamo. E poi il trambusto, le urla. Non potevo capire che stesse succedendo ma vedevo paura e avevo paura. Mio papà era il responsabile della sicurezza del nostro palazzo, come si usava attribuire a quei tempi. E mi ricordo che in quelle ore tragiche oltre che a noi, dovette dare aiuto alle persone fragili, i ciechi, i disabili che vivevano nel condominio per portarli nel rifugio antiaereo».

«Abbiamo voluto registrare queste voci — riprende Giuseppe — perché anche domani e dopodomani si continui a ricordare. Soprattutto i giovani. Qui ci sono oggi tanti studenti fuori sede che neanche conoscono questa storia, oppure solo per sentito dire o per aver ascoltato la canzone di De Gregori “San Lorenzo (19 luglio 1943)”. Noi vogliamo che invece “passi” tutto l’orrore della guerra, perché chi non l’ha vissuta non può capire appieno».

«Il video che proietteremo stasera a tutto il quartiere non ha commenti — conclude don Andrea — ma solo le parole di questi nostri parrocchiani superstiti. Io credo fermamente che una comunità non si costruisca solo sulla condivisione di un credo religioso ma anche nella comunione di vita e di memoria».

Senza perdere il legame con le tragedie di oggi: il video si conclude con due immagini in sovrapposizione. Quella di Papa Pio XII a braccia aperte verso il cielo a San Lorenzo il 19 luglio del 1943, e quella di Papa Francesco in preghiera da solo sotto la pioggia a San Pietro la sera del 27 marzo del 2020.

Il Pentagono vieta la bandiera confederata su tutte le basi militari statunitensi

Il Segretario della Difesa, Mark Esper, ha emesso un memoradum che impone il divieto di esporre la bandiera confederata nelle installazioni militari degli Stati Uniti in tutto il mondo.

Saranno permesse solo alcune bandiere con il logo dell’unità.

Tale decisione sicuramente aumenterà la tensione tra Esper e il presidente Donald Trump, che, alcuni giorni fa, aveva dichiarato che gli americani che vogliono mostrare la bandiera confederata lo devono poter fare in piena libertà.

Mentre al contrario Eper chiarisce che: “Le bandiere che sventoliamo devono essere conformi agli imperativi militari di buon ordine e disciplina, trattare tutto il nostro popolo con dignità e rispetto e rifiutare i simboli di divisione”.

Maltempo, addio a 1 frutto su 3

E’ SOS grandine nelle campagne che è la più temuta in questa fase stagionale per i danni irreversibili che provoca in piena estate alle coltivazioni nelle campagne dove è andato perso quest’anno 1 frutto su 3 per effetto del clima impazzito, con il moltiplicarsi di eventi estremi. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento all’allerta gialla della protezione civile su 9 regioni lungo tutta la Penisola per i maltempo con rovesci di forte intensità, frequente attività elettrica, locali grandinate e forti raffiche di vento. Nelle zone interessate dalla nuova perturbazione – sottolinea la Coldiretti – sono particolarmente concentrate le coltivazioni di frutta in piena raccolta ma anche gli ortaggi, i cereali per l’alimentazione del bestiame ed i vigneti dove sta per iniziare nelle prossime settimane la vendemmia.

Gli eventi eccezionali – precisa la Coldiretti – sono diventati la norma in Italia con bombe d’acqua che esplodono su territori circoscritti come a Palermo, grandinati killer dai chicchi grossi come noci che offrono scenari suggestivi da nevicata alla vigilia dell’estate ma anche improvvise trombe d’aria e violente raffiche di vento che hanno effetti drammatici sulle città e sulle campagne. Siamo di fronte alle evidenti conseguenze dei cambiamenti climatici anche in Italia con una tendenza alla tropicalizzazione che – continua la Coldiretti – si manifesta con una più elevata frequenza di manifestazioni violente, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi ed intense ed il rapido passaggio dal sole al maltempo, con sbalzi termici significativi che compromettono le coltivazioni nei campi con costi per oltre 14 miliardi di euro in un decennio, tra perdite della produzione agricola nazionale e danni alle strutture e alle infrastrutture nelle campagne.

Il risultato è che quest’anno si stima in Italia – riferisce la Coldiretti – una produzione di pesche e nettarine ridotta del 28% per un raccolto di quasi 820mila tonnellate mentre il quantitativo di albicocche con 136mila tonnellate è più che dimezzato rispetto allo scorso anno (-56%) ma in calo anche le ciliegie con il maltempo che ha falcidiato il raccolto in Puglia. Una tempesta anche nel carrello della spesa con un aumento dei prezzi al consumo dell’11,5% per la frutta e del 4,6% per gli ortaggi che in alcuni casi vengono pagati agli agricoltori al disotto dei costi di produzione. Di fronte al pericolo dell’inganno la Coldiretti consiglia di verificare su cartellini ed etichette obbligatori per legge l’origine nazionale, di preferire le produzioni locali che non essendo soggette a lunghi tempi di trasporto garantiscono maggiore freschezza, privilegiare gli acquisti diretti dagli agricoltori, nei mercati di campagna amica e nei punti vendita specializzati anche della grande distribuzione dove è più facile individuare l’origine e la genuinità dei prodotti.

Gli italiani in viaggio scelgono la montagna

L’Italia della ripartenza punta alla ripresa grazie alle vacanze prolungate fino ad ottobre. Il 47,5% degli italiani che farà almeno una vacanza questa estate preferirà soggiorni di fine estate: nei villaggi turistici il 46,2% delle vacanze degli italiani si svolge tra luglio e agosto come negli alberghi di categoria medio bassa il 44,5%.

Negli alberghi (oltre le tre stelle) le vacanze degli italiani si svolgeranno – nel 71,2% dei casi – a fine estate. Il top delle vacanze di fine estate saranno le country house, i campeggi e le vacanze dai parenti.
Tiene il sogno straniero di una vacanza in Italia: dal web segnali positivi con 231milioni di interazioni e oltre 658mila reazioni di gradimento, 89mila di affetto, 340mila di empatia e 64mila di stupore per il Belpaese. Inoltre il tema turismo è finalmente tra i primi 10 temi web dominanti a livello internazionale e produce 370,7 milioni di visualizzazioni.

Quindi nell’immaginario dei turisti stranieri potenziali, l’Italia torna ad essere la grande destinazione turistica che è sempre stata, in uno scenario sempre meno legato al Covid.
Le proiezioni di Enit per tutto il 2020 vedono la montagna meno colpita dal trend negativo del turismo (-39% sul 2019), rispetto alle destinazioni costiere (-51%) e alle città d’arte (-49%) maggiormente dipendenti dai turisti provenienti da oltreoceano.

Il turismo montano va bene ed intercetterà il 60% dei visitatori dal mercato interno, consolidando un trend positivo e confermandosi la destinazione adatta in questo periodo post pandemico. In confronto, le destinazioni costiere e le città d’arte in particolare risentono in maniera più pronunciata della chiusura dei voli e della quarantena prevista per gli arrivi extra-Shengen, essendo mete a maggiore incidenza dei visitatori internazionali. Migliorano le prenotazioni straniere dal 13 luglio al 23 agosto, con un calo del -90,1% (era -91,7% 15 giorni fa).

Da alcuni mercati c’è una frenata alle disdette: in particolare, la Germania passa da -83,7% a -75,7%, e la Francia da -79,1% a -64,9, il Regno Unito da -90,6% a -86,5%. Scontato il calo dagli Usa, in considerazione della fase acuta della diffusione del virus che sta vivendo quel Paese (-94,3%) e per analoghi motivi la Russia (-93%).

Per l’intero trimestre estivo da luglio a settembre l’Italia realizza un calo degli arrivi aeroportuali internazionali in linea con quello degli altri Paesi concorrenti (Italia -86,9%), Francia (-83,9%) e Spagna (-83,4%). Una contrazione più profonda a luglio (-90,4%) rispetto ad agosto (-85,3%) e a settembre (-83,3%). Il totale degli arrivi aeroportuali internazionali dal 1° gennaio al 12 luglio registra perdite un -81% rispetto allo stesso periodo del 2019.

In ragione di quanto appena detto per gli Usa (-87,5%) ma anche per la Cina (-88,8%). Diminuzione contenuta è quello dalla Francia, che si assesta su un -72,5%.
Gli arrivi internazionali in tutto il 2020 calano del -55% rispetto al 2019 (pari a 35 milioni di visitatori) e l’Italia perde 119 milioni di pernottamenti nel 2020 (165 milioni compresi gli italiani). Come proiezione per tutto il 2020 in termini di arrivi internazionali l’Italia è linea con la Francia e la media dell’Europa Occidentale (-52%). Ha più appeal di Croazia (-68%) e Grecia (-58%), mentre è in linea con la Turchia che è ha ugualmente arrivi internazionali in calo del -55%. Perde 5 punti in più della Spagna (-50%).

Sul sito Enit alla sezione bollettino è disponibile il report aggiornato sulla situazione dei provvedimenti legati al Covid di tutti i Paesi.

Il 10% dei casi Covid-19 a livello globale sono operatori sanitari

“Il 10% dei casi Covid-19 a livello globale sono operatori sanitari “. Lo ha evidenziato il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, oggi in conferenza stampa a Ginevra. “Dopo mesi di lavoro in situazioni estremamente stressanti – aggiunge il direttore generale – molti operatori sanitari soffrono anche di stanchezza fisica e psicologica”.

“Tutti noi abbiamo un debito enorme nei confronti degli operatori sanitari, non solo perché si sono presi cura dei malati, ma perché hanno rischiato la vita in prima linea”, facendo “il proprio dovere”, ha detto il Dg, continuando: “Non c’è salute senza operatori sanitari”. Ricordando le recenti cerimonie a Parigi e in Spagna, e il ruolo di medici e infermieri nella lotta a Covid-19, il Dg Oms ha sottolineato l’impegno di questi ‘guerrieri’ che hanno “rischiato la vita in prima linea per fare il loro dovere”. Come evidenzia anche il fatto che “il 10% di tutti i casi nel mondo ha colpito operatori sanitari”.

La pandemia ha messo in luce il ruolo di questi professionisti, “e ci ha insegnato che la salute è il fondamento della stabilità”, economica e politica, ha aggiunto il capo dell’Oms, ricordando che 132 mln di persone soffriranno la fame anche in conseguenza degli effetti della pandemia.

Mattarella: “Abbiamo capito dalla crisi che possiamo uscirne solo con la  solidarietà”.

Siamo in un momento di decisioni importanti, direi storiche, per il futuro dell’Unione europea e voglio innanzitutto rivolgervi un ringraziamento. Non è stato facile per nessuno affrontare l’emergenza, adottare misure che fino a poco tempo fa erano impensabili, abbandonare cliché del passato e  proiettarci in una nuova comune prospettiva di rilancio. Possiamo essere orgogliosi di ciò che l’Unione europea ha realizzato e delle iniziative intraprese dagli Stati membri. Questa esperienza va coltivata, incoraggiata, per consentire ai nostri paesi e alla stessa Unione di essere capaci di rispondere meglio alle sfide globali. Dobbiamo essere fieri delle nostre Istituzioni, perché hanno reagito con tempestività. Anche la reazione del Parlamento europeo è stata responsabile e il proseguimento delle sue attività, con modalità inedite, ha consentito il funzionamento dell’Unione europea.

Mesi difficili, ma adesso si apre una fase nuova.

Le discussioni e le decisioni che saremo chiamati a prendere saranno determinanti per riconfigurare l’Unione dei prossimi decenni.

Ciò che tutti desideriamo ottenere è chiaro. L’ idea della crescita infinita si è esaurita per sempre. È arrivato il tempo di scegliere come e dove crescere nell’interesse dei cittadini e del pianeta. La pandemia ci consegna nuove responsabilità e doveri: la responsabilità di scegliere e il dovere di farlo nell’interesse di tutti e non di pochi. Se questo è  il quadro le scelte su dove investire sono chiare: economia verde,  salute,  formazione, diritti digitali, diritti democratici e diritti sociali. Inclusione invece che esclusione. E devo dire che questa era la nostra visione quando il Parlamento europeo ha accordato la sua fiducia alla Commissione presieduta  da Ursula von der Leyen. Le nostre priorità erano già quelle giuste, e la crisi adesso non ha fatto altro che confermarci in questa convinzione.

Dinanzi alla crisi attuale, abbiamo tutto da perdere o tutto da guadagnare. Come ha giustamente detto a più riprese la Cancelliera Merkel, la posta in gioco è la sopravvivenza dell’Unione e del suo mercato interno. Sono fiducioso che tutti insieme, con responsabilità, sapremo rispondere a questa immensa sfida.

Ma in che modo la raccoglieremo? Disponiamo di una soluzione la cui architettura riscuote consenso. Ringrazio la Presidente della Commissione per averla elaborata.

Il piano di ripresa deve essere all’altezza delle nostre ambizioni. Deve contribuire a trasformare l’economia e lottare contro le disparità che si stanno aggravando. Della crisi dobbiamo aver paura perché gli effetti sociali e la perdita di posti di lavoro non risparmiano nessuno.

Il pacchetto di misure annunciato dalla Commissione europea il 27 maggio è un passo decisivo nella lunga storia dell’integrazione europea. La Commissione ha  proposto, per la prima volta, di prendere in prestito fino a 750 miliardi di euro sui mercati finanziari nel quadro di un nuovo strumento di ripresa. È questo il dispositivo essenziale di cui dotare l’Europa in questa fase.  Il Parlamento sostiene questa impostazione, il suo importo e la ripartizione indicata  tra sovvenzioni e prestiti.

Il “Next Generation EU”, tuttavia, non dovrà pesare sulle generazioni future. Non potremo lasciare in eredità  disavanzo  e indebitamento nazionale accresciuti, o politiche europee ridimensionate. Per questo  le nuove risorse proprie serviranno innanzitutto a ripagare i prestiti e poi a dotare l’Unione di entrate stabili e autosufficienti. Ci aspettiamo l’introduzione di un pacchetto di risorse proprie con un impegno alla loro entrata in vigore il prima possibile e comunque entro il 2023. Così pure riteniamo che sia giunto il momento di eliminare tutti gli sconti nella contribuzione degli Stati membri, che sono iniqui e difficili da giustificare. Per il Parlamento queste sono priorità. Così come un meccanismo di governance che fissi in modo adeguato il principio del controllo democratico sull’allocazione delle risorse e l’approvazione dei piani nazionali di ripresa. A soldi presi in prestito insieme deve corrispondere una gestione rispettosa del metodo comunitario.

Sarebbe inimmaginabile che un’Europa che ha deciso una risposta comune alla crisi escluda il Parlamento.

L’autorità di bilancio deve avere voce in capitolo nella corretta attribuzione delle risorse rispetto alle priorità politiche. Inoltre, per garantire un’appropriata canalizzazione di queste ingenti risorse finanziarie nei programmi del QFP, il Parlamento in qualità  di co-legislatore deve esercitare le proprie prerogative.

Sarebbe un grave errore compiere un passo indietro rispetto a tutte le riforme della governance economica attuate in Europa dopo l’ultima crisi finanziaria.

Dobbiamo dirci le cose con chiarezza. Il Parlamento è deluso dalla proposta di QFP presentata a questo tavolo. Abbiamo da tempo richiesto che esso garantisca un adeguato livello di finanziamento delle politiche di convergenza e al tempo stesso metta in campo i fondi necessari per quelle priorità che tutti salutano come decisive: green deal, digitalizzazione e resilienza.  Una sana  programmazione di medio periodo, ovvero i prossimi 7 anni, deve essere credibile e compatibile. Se fissiamo tetti di spesa troppo modesti chi ci prenderà sul serio? Vedete, cari amici del Consiglio europeo, non è possibile dissociare il piano della ripresa dal QFP. Non è realistico. Serve un bilanciamento ponderato fra uno strumento che è straordinario e temporaneo e un altro che è permanente e ordinario. Occorre sincronizzare meglio i due strumenti nella durata e nell’efficacia.

Perché vi sia ripresa non è possibile agire senza garanzie di finanziamento costanti e a lungo termine. Questa è una condizione fondamentale per il Parlamento.

Abbiamo capito dalla crisi che possiamo uscirne solo con la  solidarietà. E quella che stiamo mettendo in campo è la forma più visibile di un’Europa unita. Solidarietà esige responsabilità e coerenza. Siamo cresciuti insieme attorno a valori comuni. Non riduciamo l’Unione europea ad un distributore automatico di soldi. Il Parlamento dà una grande importanza alla buona gestione delle risorse comuni e al tempo stesso al rispetto dei principi dello stato di diritto. Non è una opzione: solidarietà e benefici del mercato comune vanno di pari passo con il rispetto dei nostri valori. I cittadini esigono che le istituzioni siano garanti di questa coerenza. Si  tratta di una condizionalità in grado di preservare la natura e l’autorevolezza delle nostre Istituzioni.

Come avete capito bene il Parlamento darà il suo consenso al QFP solo al soddisfacimento delle priorità che oggi ho richiamato. Lo dico con tutto il rispetto dovuto al vostro ruolo, ma anche con la fermezza che deriva dal mandato che ho ricevuto dal Parlamento a grandissima maggioranza con la risoluzione votata nel maggio scorso.

Signore e signori del Consiglio europeo, negli anni passati ci hanno  detto che quello che andava bene ai ricchi sarebbe andato bene anche ai poveri. Lo sappiamo tutti che non è andata così. Da troppi decenni chi nasce povero, resta povero. Da troppi decenni la mobilità sociale,  così importante per la mia generazione, non funziona più. È per questo che il Parlamento chiede un progetto più ambizioso. Noi rappresentiamo tutti i cittadini europei e la grande maggioranza è composta da quelli che non  ce la fanno. Se noi non saremo all’altezza e non risponderemo con coraggio e senso della giustizia a questa moltitudine, che ha il diritto ad un futuro sereno, per sé e per i propri figli,  non avremo soltanto un grande problema di costruzione europea, ma di vera e propria tenuta delle istituzioni democratiche.

Siamo sotto i riflettori di tutto il mondo. Alcuni ci guardano con speranza, perché credono nella potenza dell’Europa, nei suoi valori e nella sua affidabilità in qualità di partner. Talvolta, aspirano a esserne parte. Altri ci guardano nell’attesa di vedere la nostra Unione europea disgregarsi, per prenderne il posto sulla scena internazionale. Questi ultimi non vogliono vedere un’Europa forte, democratica, sviluppata economicamente e socialmente, egualitaria e rispettosa dei diritti di tutti, al suo interno e al di fuori dei suoi confini. Per essi, l’Unione rappresenta un affronto al loro modello di società. Non diamo ragione a queste voci e dimostriamoci degni della fiducia che i nostri cittadini e i nostri partner internazionali nutrono in noi.