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Dibattito | La Premier al bivio di un nuovo europeismo. Un azzardo?

Bruciano i successi dei sovranisti in Europa, ma il senso delle proporzioni dovrebbe far tirare un sospiro di sollievo se importnnti segnali sono arrivati – mi riferisco al distinguo netto della Le Pen rispetto ai filonazisti tedeschi – a riprova della necessità di ricordare che ci sono limiti invalicabili tracciati da fiumi di sangue. Tuttavia questo impone che si favorisca un clima di confronto più attento alla dinamiche e alle inadempienze interne che hanno consentito la vittoria sovranista in Francia e in Germania. Nel nome della Francia ma in realtà dell’orgoglio personale, Macron ha scelto la strada della rivincita immediata con elezioni a stretto giro: forse un cambio di rotta come risposta al disagio sociale avrebbe consentito quell’allargamento del campo democratico di cui la Francia ha bisogno. 

È pur vero che il sistema francese induce in tentazione perché, se anche dovesse subire un’altra sconfitta, il sistema  consentirebbe a Macron di rimanere al suo posto di combattimento accetttando la coabitation con il Premier di un governo avverso. Mi risuona nella mente la frase classica della Meloni: “Se dovessi perdere sul premierato, la madre di tutte le battaglie, io comunque non me ne andrò!” Possibile allora che il suo stile “à la Macron” non la induca all’abbandono del premierato elettivo per entrare nell’orbita dei modelli sperimentati in Europa, tra i quali appunto il modello francese? 

A differenza del premierato, il semi-presidenzialismo garantisce l’equilibrio dei poteri dal momento che il Parlamento è riscattato dal servilismo indotto dalla raffica dei voti di fiducia, l’arma che permette al governo di imbrigliare tanto la maggioranza quanto la minoranza. Un cambio di rotta, anche alla luce di questa annotazione, farebbe un gran bene alla Meloni in Europa. Sa molto bene, infatti, di stare sotto osservazione non solo per i suoi rapporti con l’estrema destra, ma perché il suo premierato è considerato attrattivo per le democrature alla Orbán, suo sodale, per altro uscito malconcio dalle europee con un calo dell’otto per cento.

Con l’adozione del modello francese, la Meloni maturerebbe un credito tra gli europeisti a tutto tondo. E potrebbe far valere fino in fondo il suo appoggio alla von der Leyen, posto che la candidata del Ppe riesca a superare i veti espressi alla vigilia delle elezioni da socialisti e liberali. Questo è il quadro che si prospetta. Ora scatta la mia similitudine, azzardata ma non ironica. Nello sport, specie in atletica leggera, l’Italia ha conseguito molte medaglie grazie agli italiani acquisiti attraverso l’immigrazione, spesso italiani dalla nascita e riconosciuti tali molto tempo dopo. Ora, perché non includere tra gli europeisti di nuova generazione la Meloni, dandole in questo modo un medaglia di riconoscimento come parte integrante della maggioranza di Bruxelles? A mio giudizio sarebbe un gesto generoso, non privo di implicazioni positive, plausibilmente in linea con la politica democratica e inclusiva dei padri fondatori.

Cesare tra le due regine, Cleopatra/Meloni e Marine dei Galli.

Le due regine, Cleopatra e Marine, si riuniscono e Cesare si ritrova stretto nel mezzo. Non proprio una sorpresa ma una conferma che le uniche due regine dell’Impero, l’egizia Cleopatra/Meloni e Marine dei Galli si conquistano ciascuna a piene mani il consenso dei propri sostenitori. Grandi sorrisi e saluti a braccia aperte, promesse di conquistare quel potere che ancora manca alla felicità del popolo tutto, ovvero l’ascesa di entrambe al vertice dello Stato: uniche sovrane dei territori che Cesare ha affidato loro, dando una pedata non troppo metaforica ai due uomini che per ora ne reggono le sorti. Raccolgono folle plaudenti e alleati sorridenti (non entusiasti perché le regine si sa hanno entrambe brutto carattere) e gettano nello sgomento Cesare che si ritrova con le due “blonde girls”, come dicono quelli dell’Anglia, insospettatamente alleate e con lo sguardo rivolto verso di lui. Non promette bene.

La Regina Cleopatra/Meloni raccoglie secondo i pronti contabili di Cesare circa 6 milioni e mezzo di voti e sono numeri che a Roma danno da pensare. I suoi due ufficiali, tenenti di vascello, hanno rinsaldato le loro posizioni con la rispettiva truppa e possono garantire che gli uomini ai remi per continuare la navigazione ci saranno, con più o meno 2 milioni e mezzo di voti per ciascuno. La sua antagonista diretta, Schlein degli svizzeri, a capo dei gruppo che scende dalle Alpi verso Roma, si è guadagnata 5 milioni e mezzo di sostenitori e non era scontato visto che i suoi da sempre sono ondivaghi e riottosi nelle alleanze. Si avvicina alla Regina Cleopatra ma ancora non la vede all’orizzonte. Se mantiene il passo, e gli svizzeri sono dei gran camminatori, forse forse…

Suonati come tamburi di guerra, quelli del “stiamo alla finestra e facciamo il gruppo nostro”, che due anni fa era partiti speranzosi, adesso sono arrivati con i viveri rancidi (pessimo sistema di conservazione) e debbono aspettare le truppe di rifornimento mandate da Cesare.

Soli se ne vanno come sempre quelli che hanno messo la stella Centauri sulle bandiere. La Regina Marine invece è in gran spolvero. Ha preso il 32% dei voti dei Galli che sono andati a votare, cioè più di 7, 5 milioni di voti, che è un numero stratosferico per lei e il suo gruppo. Ma il merito va anche al giovanissimo che ha messo al suo fianco, scaltra, in posizione avanti alla sua e che sapendoci fare come un vero “enfant prodige” della scuola gallica, senza fatica ha convinto molti a sceglierlo, lasciando al palo l’uomo di mezza età e i suoi stanchi supporter. E sia il giovane grintoso che la finalmente addolcita regina Marine sono determinati a sedersi sulla sedia del potere e a scalzare gli uomini di Cesare il più presto possibile. Gli altri Galli si sono dispersi tra mille rivoli e non sono mai giunti allo stesso fiume, illusi di contare anche solo per le loro “piccole gocce” nel grande fiume che ora attraversa la Gallia tutta.

Le due Regine che il caso ha voluto vincenti, non si somigliano e si frequentano lo stretto necessario come da protocollo per i regnanti, ma in verità poco o nulla vorrebbero condividere. Gioco forza stavolta, si sono guardate intorno e subito alla mente è venuto ad entrambe il solitario Cesare che lì a Roma, riflette ansioso su destino suo accorgendosi solo ora di esser finito come la noce tra le pinze.

L’Italia dei sonnambuli premia il bipolarismo e mortifica l’area di centro

Il sospetto può esserci, la scarsa affluenza ai seggi un effetto distorsivo sui risultati l’ha prodotto. Il Paese dei sonnambuli – copyright del Censis – ha scelto di non scegliere, forse per marcare il dissenso o forse per esprimere indifferenza. Nulla è fisiologico in questo disarmo morale che la nazione ha messo allo scoperto. Al di là delle cause, su cui occorrerà applicare qualche seria riflessione, resta l’evidenza del triste record di sabato e domenica, con la percentuale dei votanti che scivola, seppur di poco, sotto la soglia del 50 per cento. In genere l’Italia superava (abbondantemente) la media europea, stavolta invece fa peggio del 51 per cento registrato nell’insieme dei 27 membri dell’Unione.

Chi ha vinto e chi ha perso ce lo dicono i numeri, inequivocabilmente. Fratelli d’Italia allunga il passo e si consolida sulla destra dello schieramento politico. A sinistra il Pd consegue un successo che va oltre qualsiasi aspettativa della vigilia, ponendo fine alla competizione con un M5S in caduta libera. Meloni e Schlein, presidiando i rispettivi campi, ridanno forza al bipolarismo. La differenza è che l’area di governo è abbastanza coesa mentre, sul lato opposto, le opposizioni restano divise. Ecco dunque una doppia stabilità, intanto per la maggioranza parlamentare, grazie anche alla tenuta di Forza Italia e Lega; e poi per la ristabilita dialettica destra-sinistra che spezza le ambizioni del cosiddetto centro riformista.

Al riguardo, mancando l’obiettivo del quorum, Renzi e Calenda si ritrovano abbracciati nella più cocente delle sconfitte. Si sapeva che il 4 per cento non era facile da scalare per Azione. Si pensava, al contrario, che la formula escogitata assieme alla Bonino – un misto di profezia e opportunismo – consentisse all’ex Premier di scavalcare agevolmente la fatidica soglia dello sbarramento. È una débâcle generale, senza attenuanti, che obbliga a rivedere la linea di condotta di un esercito in sé diviso e scollegato, ma soprattutto prigioniero di una visione della politica come ars combinatoria (salvo la capacità, che va riconosciuta soprattutto a Calenda, di enucleare coerenti indicazioni programmatiche).

Il bilancio elettorale, in definitiva, lascia sul campo i segni della mortificazione per un mondo che vorrebbe rispecchiarsi in una nuova modalità di collaborazione tra forze di orientamento progressista, ma non per questo radicale, possibilmente con un di più di elaborazione culturale. Sul deficit di idealità devono riflettere in particolare i cattolici democratici. Non si va lontano se l’appello alla rimobilitazione della “Italia di mezzo”, quella che oggi resta muta tra Meloni e Schlein, cade sul terreno arido del pragmatismo, seppur brillante e immaginifico. Bisogna ricominciare tutto daccapo.

 

Weber (Ppe) invita socialisti e liberali a confermare Ursula von der Leyen

Il presidente del Ppe, Manfred Weber, commentando i risultati delle elezioni europee stasera (ieri sera, ndr)  a Bruxelles, vinte dal suo gruppo politico, ha “invitato” i Socialdemocratici del gruppo S&D e i Liberali del gruppo Renew al Parlamento europeo, che sono rimasti il secondo e terzo partito dell’Assemblea, a formare “trovare una maggioranza ragionevole” formando un’alleanza per sostenere la candidata guida dei Popolari, Ursula von der Layen, come presidente della prossima Commissione Ue.

Weber ha detto anche di aspettarsi ora, “per rispettare il risultato delle elezioni e la democrazia”, che von der Leyen sia sostenuta anche dal cancelliere tedesco Olaf Scholz, socialdemocratico, e dal presidente francese Emmanuel Macron, liberale, nell’ambito del Consiglio europeo, dove, ha ricordato, il Ppe è presente in 13 governi degli Stati membri.

“Von der Leyen ha condotto una grande campagna”, ha detto il presidente del Ppe, intervenendo nell’emiciclo del Parlamento europeo trasformato in una grande sala stampa per la notte elettorale. “Abbiamo vinto le elezioni, e questa per ora è la nostra richiesta: uniamoci (‘come together’, ndr) per conseguire la stabilità per l’Europa”, ha concluso Weber.

Il Parlamento europeo [in serata, ndr] ha pubblicato la seconda proiezione dei seggi dell’Assemblea dopo le elezioni europee, basato sui risultati provvisori risultati di 17 paesi e su exit poll o stile degli altri 10 Stati membri (Cipro, Francia, Italia, Malta, Polonia, Ungheria, Irlanda, Belgio, Slovacchia e Slovenia).Le proiezioni danno i seggi che verranno assegnati ai gruppi di appartenenza dei partiti nel nuovo emiciclo. I gruppi sono: Ppe (centrodestra), gruppo S&D (Centrosinistra), gruppo liberale Renew Europe, gruppo Ecr (Conservatori e Riformisti, destra), gruppo ID (Identità e Democrazia, estrema destra), Verdi/ALE, Sinistra, Non Iscritti (non affiliati a nessun gruppo ma presenti nell’ultima legislatura), Altri (partiti non affiliati e non presenti nell’ultima legislatura) Ecco le stime dei seggi per ciascun gruppo, seguite (tra parentesi) dal numero di seggi del 2019 e da quelli del parlamento uscente, dopo la Brexit. I seggi dell’emiciclo erano in totale 751 nel 2019, ma erano poi diminuiti a 705 nel dopo l’uscita dei 73 eurodeputati britannici, mentre i seggi della nuova Assemblea saranno 720.Totale 720 seggi: Ppe 189 (182 nel 219, poi 176), S&D 135 (154 nel 2019, poi 139), Renew 80 (108 nel 2019, poi 102), Verdi 52 (74 nel 2019, poi 71), Ecr 72 (62 nel 2019, poi 69), ID 58 (73 nel 2019, poi 49), Sinistra 36 (41 nel 2019, poi 37), Non Iscritti 50 (57 nel 2019, poi 62), Altri 50 seggi (non erano presenti nel Parlamento uscente).Da notare che il partito tedesco Afd di estrema destra (che aveva 11 seggi) era nel gruppo ID nel Parlamento uscente, ma è ora tra i Non iscritti.Da notare anche che tengono i tre gruppi maggiori, che formavano insieme la vecchia alleanza “Ursula”. I tre gruppi, Ppe, S&D e Renew, hanno insieme una forte maggioranza europeista (404 seggi), ben al di là della soglia della maggioranza assoluta di 361 seggi.

Demokrazia e intelligenza artificiale, un connubio da inventare.

Armando Editore ha dato vita ad una indovinata iniziativa proponendo una Collana, a cura di Laura De Luca e Giampiero Gamaleri, che propone la sfida tra intelligenza artificiale e quella umana, IA vs IU.

Da qui, un ghiotto libretto in cui Giampiero Gamaleri intervista l’IA sul pensiero di Marshall McLuhan. Il titolo del lavoro – I new media-Opportunità e rischi per la società” – ci anticipa una lettura di tutto interesse. In particolare un paragrafo, insieme ad altri, merita particolare attenzione. 

Viene posta la domanda se la tecnologia possa aiutare o meno la democrazia. La risposta che si riporta è oggetto di riflessione. “Lo sviluppo di tecnologie pervasive può influenzare sia favorevolmente che insidiosamente le istituzioni democratiche. Da un lato, la tecnologia può facilitare l’accesso alle informazioni, migliorare la partecipazione civica e consentire una comunicazione più aperta tra i cittadini e i governi. Dall’altro lato, la stessa tecnologia può presentare sfide come la manipolazione delle informazioni, la sorveglianza invasiva e la creazione di bolle informative che limitano le diversità di opinioni. L’effetto netto dipenderà dalla gestione delle tecnologie da parte delle istituzioni e dalla volontà della società di adottare misure che salvaguardino i principi democratici.  È importante un dialogo costante e un adeguamento delle strutture democratiche per affrontare le sfide emergenti e garantire che la tecnologia sostenga la partecipazione e la trasparenza, anziché minacciarle”.

Gamaleri commenta come l’IA non manchi saggiamente di sottolineare come tutto dipenda dall’uso che si fa delle nuove tecnologie della comunicazione. È quindi ingaggiata una lotta per piegare quegli strumenti verso la democrazia e il rispetto dei valori fondamentali della persona nella società contemporanea. 

Gamaleri ricorre a due felici immagini da portare a memoria. Le tecnologie sono come gli animali selvaggi che hanno in sé un loro inequivocabile istinto che può essere piegato rendendoli addomesticabili. Si tratta di portare a spasso sui marciapiedi delle nostre città una tigre al guinzaglio.

Inutile dire che il boccino bollente resta comunque in mano all’uomo d’oggi che volentieri, probabilmente, vorrebbe scaricarsi di responsabilità demandando all’IA la corretta gestione di se stessa. Quest’ultima, con singolare intuizione tutta umana, non cade nel trabocchetto e rimanda la palla dall’altra parte del campo, sentenziando che è materia dell’uomo maneggiare la faccenda. 

L’IA è un vestito che può essere indossato con stile o con sciatteria e che va scelto secondo le circostanze richieste.  Non può sostenersi da solo e neppure autonomamente decidere la location in cui sfilare.

L’uomo deve rassegnarsi e portare ancora addosso la sua medesima zavorra di carne e ossa e condursi avanti per come gli è possibile. Non sarà l’IA a porre fine alla tormentosa fatica di Sisifo. 

Occorre prestare attenzione alla questione. Può darsi che l’uomo, sollecitato dai fatti, si veda costretto ad un nuovo passaggio evolutivo, sviluppando nuove capacità e nuove sensibilità ad oggi non erano richieste. 

A leggerla in positivo, è possibile che espanda la sua intelligenza per non soccombere nella competizione contro il prodotto della sua stessa scienza. Potrebbe tornare più che mai comoda una necessaria sollecitazione di tal genere in un tempo cui l’umanità non brilla di alcun acume.

Siamo comunque al paradosso che McLuhan osservava a proposito della bomba atomica su cui sopra era riportata la scritta “Peace”. Bisogna gestire l’attrezzo con cura per non avere il danno di effetti indesiderati. Tutto il contrario di quanto dice Reid Hoffman, uno dei padri dell’IA, per cui “in un mondo che cambia, essere prudente è la cosa più rischiosa che si possa fare”. 

Quanto alla democrazia, per mantenere integra la sua forza ed i suoi connotati, potrà ricorrere intanto ad un restyling old fashion. Con un parziale compromesso con la passata etimologia, potrebbe recuperare la sua originaria “K”, ritrovando la vigoria di un tempo. Sarebbe cosa utile; demokrazia ha il sapore di una pronuncia più decisa e convinta. Nella storia ed ancor più in politica il fattore “K”, stavolta positivamente, non è mai da trascurare.

SuccedeOggi | William Anders, l’astronauta che fotografò la Terra.

Giuseppe Grattacaso

 

William “Bill” Anders è morto in un incidente aereo sorvolando lo spazio di mare che fa parte dello stato di Washington. Il piccolo monomotore, di cui era alla guida, è precipitato verticalmente e si è inabissato nelle acque nei pressi dell’isola di San Juan, non lontano dal Canada. Anders aveva 90 anni.

Certe volte la morte arriva e sembra il più degno epilogo di una vita, un coup de théâtre studiato da un regista in vena di trovate spettacolari, un effetto speciale. Sì, perché William Anders non era solo uno straordinario e longevo pilota d’aereo, era stato un astronauta e aveva preso parte al programma spaziale Apollo della Nasa. Anders era il pilota del modulo lunare dell’equipaggio di Apollo 8, prima missione che aveva portato degli uomini a viaggiare intorno alla luna. In quell’occasione Bill Anders aveva fotografato la Terra. È un’immagine meravigliosa e notissima: si vede il nostro pianeta che sorge dalla superficie lunare. La foto è denominata Earthrise, “il sorgere della Terra”. Tutti avranno già detto e scritto che si tratta di una foto iconica. Non so se siamo di fronte a un’immagine iconica, è certo invece che in quella foto guardiamo noi stessi, la nostra grandezza e la nostra fragilità, e il nostro improvvido destino.

L’immagine risale al 24 dicembre del 1968 e ritrae il nostro pianeta, la parte visibile del pianeta, che appare come una mezza biglia di colore azzurro accesa nel buio fitto del cielo. Più tardi, nel corso della missione Apollo 17, quel colore azzurro intenso (la Terra azzurra, ma come è possibile?) verrà certificato da un’altra foto storica, nota come Blue Marble, che è la prima immagine della Terra completamente illuminata.

Ma è l’immagine fornita da Anders a parlarci nel profondo, a risultare davvero un messaggio partito da lontano, anche perché in quella foto appare in primo piano il grigio del suolo lunare, il deserto, la distesa anonima con le sue asperità, i crateri, gli avvallamenti. In alto, nel buio del cielo visto dal nostro satellite, c’è una lampada illuminata, un colorato astro disperso, che sembra gridare a tutti noi, che su quell’astro viviamo, ci agitiamo, amiamo, ci mostriamo e ci nascondiamo, tutta la propria labilità. Quella biglia azzurra nel cielo non è poi così grande a guardarla da lì ed è sospesa, sostenuta non si sa da cosa, in attesa non sappiamo di che. Che fai tu, Terra, in ciel? dimmi, che fai, / Silenziosa Terra?, canterà forse un giorno un leopardiano pastore errante vagabondando nell’ampia distesa dell’asia lunare, alle prese con l’irrisolto enigma di quell’astro che penzola nel cielo.

La foto di Anders, la terra che sorge azzurra e misteriosa, incompiuta e incompresa, dal suolo della Luna, ci obbliga a cambiare prospettiva, a non sentirci al centro, fosse anche solo del nostro mondo, e dunque ad assumere un nuovo punto di vista. Nella più significativa e complessa delle sue poesie cosmiche, Il Ciocco, che fa parte dei Canti di Castelvecchio (1903), Pascoli scrive che “la Terra fuggiva in una corsa / vertiginosa per la molle strada, / e rotolava tutta in sé rattratta / per la puntura dell’eterno assillo”. E poi “ella esalava per lo spazio freddo / ansimando il suo grave alito azzurro”. 

 

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https://www.succedeoggi.it/2024/06/la-luna-di-anders/

Titolo originale: La luna di Anders

Elezioni europee, un redde rationem anche per i Popolari.

L’importantissimo passaggio elettorale, europeo e amministrativo, che si chiude questa sera, certifica anche quali siano le effettive forze in campo, capaci di fare eleggere propri rappresentanti nelle istituzioni.

Non si deve mai piangere sul latte versato ma bisogna guardare avanti. Tuttavia, una qualche lezione l’area popolare, che è rimasta frammentata tale e quale lo era prima delle ultime politiche e sostanzialmente come lo è stata sempre da quando è stato introdotto il maggioritario, credo la debba pur trarre.

Alla prova dei fatti si è visto che la tanto giustamente deprecata personalizzazione della politica ha pregiudicato anche l’esito dei vari, pur lodevoli, tentativi di ricomposizione della suddetta area, impedendo a iniziative con il medesimo programma, la stessa e identica linea politica, i medesi valori e la stessa cultura politica di riferimento, di scavalcare i recinti di chiusi orizzonti individuali. Il non aver saputo unire le forze, la frammentazione, ha implicato oltreché la permanenza dell’insignificanza politica anche l’impossibilità di acquisire una massa critica tale da poter ricreare in modo significativo, tangibile e capillare sui territori quelle infrastrutture della partecipazione che hanno permesso alle generazioni precedenti di formarsi politicamente e che sono essenziali per un progetto politico autenticamente di popolo.

Così, a chi non si è messo in gioco, gettando con generosità il cuore oltre l’ostacolo, contribuendo a costruire una strategia per i tempi nuovi che già sono giunti, non resta che osservare gli altri, i protagonisti della politica, cercando di inserirsi nelle dinamiche del dopo voto europeo, che di certo non saranno senza conseguenze anche sulla politica italiana.

Ognuno lo deve fare nel partito che considera meno distante dagli ideali del Popolarismo, e senza l’illusione che i limiti che si sono manifestati sinora di colpo possano scomparire nella nuova fase politica che sta per aprirsi dopo il voto europeo. Limiti destinati a durare, a meno che non si sappia recuperare una delle lezioni di Aldo Moro, quella della lungimiranza politica. Solo se si sarà capaci come area politica, pur divisa e dai numeri esigui, di vedere all’orizzonte le cose che altri faticano ancora a scorgere, si potrà ambire a esercitare il ruolo di una minoranza significativa negli equilibri politici del Paese. Una iniziativa politica con un occhio alle trasformazioni economiche e sociali da governare secondo criteri di equità, e con l’altro occhio alla necessità di una Europa più unita, capace di una forte iniziativa di pace, che porti alla fine della guerra in Europa e a un ordine internazionale più adeguato alla realtà di questo secolo.

Da qui la necessità di un impegno per nuove politiche incisive e equilibrate, senza omissioni e senza fughe nell’assurdo deformante delle semplificazioni ideologiche, politiche capaci di affrontare le nuove sfide del progresso scientifico e tecnologico con l’anima e la mente immersi nell’umanesimo.

Tutto questo naturalmente ha a che fare anche con la questione del centro. La quale, in un tempo in cui in Europa vengono meno molte certezze del passato, riguarda tutte le forze che nei fatti la sapranno interpretare meglio. 

E sono convinto che la patente di forza di centro la debbano guadagnare sul campo anche i Popolari. Non è sufficiente esibire una storia e un’identità politica affidabile come la nostra, occorre saperla declinare e mettere al servizio del presente e del futuro, assumendosi dei rischi e delle responsabilità. In tal modo si potranno aprire nuovi canali di comunicazione e di partecipazione fra rappresentanti e rappresentati, la classe media, il popolo. La ragione sociale del popolarismo, principale antidoto al riemergere di un notabilato che con il maggioritario, la demolizione dei partiti e le “elezioni dirette”, ha fortemente indebolito il ruolo politico dei ceti popolari.

L’Unità | I moschettieri della Costituzione

Un divertente film di qualche tempo fa raccontava di D’Artagnan e i tre moschettieri ormai carichi di anni e di fatiche, costretti a tornare in servizio perché la Francia aveva nuovamente bisogno di loro, e loro non potevano sottrarsi. Qualcosa di analogo sta avvenendo da noi per la difesa della Costituzione dalla chimera del “premierato”. Un certo mumero di costituzionalisti tra i più stimati e riconosciuti del Paese, alcuni arrivati sulla soglia dei no-vanta, qualcuno di loro l’ha anche superata, sono tornati a mobilitarsi con entusiasmo giovanile per una riforma del governo che unisca le forze politiche invece di dividerle, nello spirito concorde che animò a suo tempo i costituenti. Sono i nostri “moschettieri della Costituzione”.

La destra vuole il premierato e ha la sua proposta di riforma costituzionale, la sinistra non vuole il premierato e non ha una proposta altemativa, si oppone e basta. La vulgata percepita è un po’ questa ed è divenuta parte dell’immaginario comune. Ma non è così, perché la proposta alternativa c’è ed è più praticabile e convincente di quella attualmente all’esame del Senato.

Personalità come Enzo Cheli, Andrea Manzella, Cesare Mirabelli – ecco alcuni dei nostri moschettieri – ne hanno scritto e parlato ampiamente, numerosi altri con loro, la stessa Associazione degli ex parlamentari se ne è fatta interprete a più riprese.

Proviamo allora a riassumerla di nuovo, con il (sintetico) excursus storico che essa richiede. Intanto, come chiamarla? Andrea Manzella ha coniato un’espressione, “il presidente del Governo”, che ha la sua efficacia. Nessuno si spaventi se questa storia va ripresa dall’inizio, cioè dallo Statuto Albertino del 4 marzo 1848, perché per comprendere le dinamiche costituzionali bisogna conoscerne i passaggi. Nello Statuto, che è rimasto la Costituzione italiana per un intero secolo, l’articolo 65 re-citava: “Il re nomina e revoca i suoi ministri”. Un modo un po’ troppo sbrigativo per affrontare il problema della struttura del govemo, e infatti appena 12 giorni dopo il regio decreto 16 marzo 1848, n. 66, compiva una prima integrazione costituzionale riconoscendo le figure di un consiglio dei ministri e di un presidente di questo consiglio.

Non ne erano ancora delineate le funzioni, però. Inizia a farlo il regio decreto del 26 dicembre 1850, n. 317, che introduce una divisione fra le attribuzioni dei singoli ministri e quelle del Consiglio dei ministri, organo che acquista in tal modo una sua rilevanza autonoma. È un passo avanti, ma non ancora quello decisivo, che avviene ai tempi del secondo govero Ricasoli con il regio decreto 28 marzo 1867, n. 3629, che finalmente definisce il ruolo del Presidente del Consiglio: “Mantiene l’uniformità nell’indirizzo politico e amministrativo di tutti i ministeri” (articolo 5). 

Il “decreto Ricasoli” è lo snodo fondamentale di tutta la storia che arriva ai nostri giorni. Facciamo un salto di 160 anni e leggiamo che cosa dice (ancora) oggi l’articolo 95 della Costituzione repubblicana: “Il Presidente del Consiglio dei ministri…mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri”. Come si vede, la formula è – quasi – identica a quella di oltre un secolo e mezzo fa.

Per chi vuole conoscere nella sua completezza il lungo snodarsi di questo percorso, c’è fra gli altri il saggio di Manzella Passaggi costituzionali, edito dal Mulino, con la prefazione di Giuliano Amato, ricchissimo di riferimenti di dottrina e di note bibliografiche. Qui basta ricordare che quel decreto Ricasoli venne revocato un mese dopo dal secondo governo Rattazzi, venne ripristinato nel 1876 dal govero De Pretis, venne confermato nel 1905 dal governo Zanardeli, venne mantenuto nella “legge fascistissima” di Mussolini del 1925 sul capo del governo, ed è approdato con la medesima formulazione, lo abbiamo visto, nell’articolo 95 della Costituzione del 1948.

L’articolo 95 contiene però un dato in più rispetto all’indirizzo politico e al coordinamento. È la ulteriore attribuzione al Presidente del Consiglio di una prerogativa di promozione dell’attivita dei ministri. E questo verbo, “promuovendo”, il gancio per una nuova base di legittimazione costituzionale del Presidente del Consiglio rispetto al passato, in linea con quell’ordine del giorno Perassi che accompagnò l’approvazione dell’articolo 95: “La seconda sottocommissione, udite le relazioni degli onorevoli Mortati e Conti, ritenuto che né il tipo di governo presidenziale né quello del governo direttoriale risponderebbero alle condizioni della società italiana, si pronuncia per l’adozione del sistema parlamentare, da disciplinarsi tuttavia con dispositivi idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo. “Da disciplinarsi tuttavia con dispositivi idonei a tutelare” è la chiave del problema, se completare la Costituzione, come propongono i nostri moschettieri, o stravolgerne l’impianto come avverrebbe col premier eletto direttamente dai cittadini. Oggi i quattro grandi organi costituzionali, Parlamento, Presidente della Repubblica, Governo e Corte costituzionale sono parimenti ordinati fra loro. L’elezione diretta del capo del governo trasformerebbe la nostra repubblica parlamentare in repubblica presidenziale, con gli altri organi costituzionali subordinati al potere esecutivo. La Lega ha fatto vedere in questi giorni come verrebbe trattato il capo dello Stato e il suo europeismo. Anche la chiesa italiana si è sentita in dovere di mostrare le sue perplessità nspetto a questo salto nel buio.

Assicurare la governabilità completando la Costituzione, ci dicono i costituzionalisti, richiede il combinato disposto di altri fattori: l’elezione del Presidente del Consiglio, ma da parte del parlamento; munire tale investitura dei poteri di un cancellierato; potestà di destituire e cambiare ministri; previsione della sfiducia costruttiva in caso di crisi di governo; una legge elettorale a supporto di questa impostazione complessiva; il bicameralismo procedurale posto a suo tenpo da Leopoldo Elia per differenziare le competenze di Camera e Senato…

Un tale progetto potrebbe essere approvato all’unanimità: realizza gli obiettivi posti dalla destra, con le garanzie chieste dalla sinistra. Sopratutto, si andrebbe oltre una stucchevole divisione ideologica, come si riuscì a fare ottanta anni fa e tornano a proporre oggi i nostri “moschettieri della Costituzione”.

 

Fonte: L’Unità – 8 giugno 2024

[Testo qui riproposto integralmente per gentile concessione del direttore dell’Unità e dell’autore]

Hanoi, a tavola niente cani e gatti…per non perdere turisti.

Il Vietnam – insieme a Cina e Corea del Sud – restano i Paesi dove, nonostante i divieti ufficiali per ragioni igienico-sanitarie, l’uso della carne di cane e di gatto resta diffusa, in particolare nelle fasce di età medie e alte, anche per ragioni legate alla farmacopea tradizionale. Sarebbero una trentina e una decina di milioni rispettivamente gli animali uccisi ogni anno per alimentazione umana in Asia. Se i numeri più alti si registrano in Cina – dieci e quattro milioni – anche in Vietnam si stima siano complessivamente quattro milioni i cani e i gatti consumati ogni anno. Per questo è significativa la notizia di un nuovo giro di vite ad Hanoi: le autorità della capitale hanno infatti diffuso una direttiva severa per impedire il consumo nell’area cittadina. Un provvedimento che è parte di una strategia fatta di tre azioni: applicazione delle leggi e regolamenti vigenti, collaborazione fra le agenzie governative coinvolte, ispezioni sul campo.

Come strumento di maggiore pressione, la direttiva ricorda i recenti focolai di rabbia (un centinaio) registrati in una trentina di località del Paese che hanno provocato anche vittime tra gli umani. Per questo, l’iniziativa pone da subito l’accento su una estesa campagna vaccinale antirabbica che interesserà almeno il 90% dei cani e gatti domestici dell’area urbana.

Significativamente, il provvedimento chiama anche a una maggiore sensibilizzazione i residenti sulle problematiche che nascono dalla convivenza con queste due specie animali, il cui contatto con gli umani rende possibile la reciproca trasmissione di diverse malattie.

Infine, le autorità sottolineano l’aspetto umanitario ma anche pratico, di promozione turistica, della fine dell’uso alimentare di animali domestici per “trasformare Hanoi in una città civile e a misura del turismo secondo gli standard internazionali che riguardano il benessere degli animali e la sicurezza alimentare”. L’intento è dunque quello di promuovere anche l’immagine turistica della capitale, spesso poco considerata, mettendola in prima fila nel movimento contrario allo sfruttamento commerciale e alimentare di animali altrove solo di compagnia.

In realtà in questa direzione spingono già da tempo diverse organizzazioni e municipalità impegnate a sradicare pratiche tradizionali che non trovano giustificazione nel contesto attuale del Paese. La prima era stata, alla fine 2021, Hoi An, città del Vietnam centrale, località storica fra le principali mete turistiche del Paese. L’accordo firmato con l’organizzazione Four Paws International ha portato da allora a ripulire la città da una pratica negativa per la sua immagine e la sua economia.

Europa, elezioni tra astio e astensionismo.

A poche ore dal voto, non si leggono particolari entusiasmi per andare al seggio per scegliere i nostri rappresentanti al Parlamento europeo. Gli scontenti potrebbero dire che ancora una volta la politica ha mancato una occasione per riguadagnare consensi. 

I fiduciosi, al contrario, hanno registrato motivi di interesse nella proposta di questo o quel partito politico. Quanto ai primi, da molte stagioni si assiste al solito ritornello che racconta una significativa percentuale di astensione a causa di quelli che non si riconoscono in nessun progetto rivolto al loro indirizzo e che si chiamano fuori dalla partecipazione al voto. 

Il giorno seguente i Partiti faranno il mea culpa ma nulla cambierà rispetto al passato. Ogni potere, di maggioranza e di opposizione, ha per intrinseca natura, come primo obiettivo, quello intanto di auto conservarsi. Se questo presupposto è fondato, ci sarebbe da fare un ragionamento senza pregiudizi e che può tornare utile per orientarsi meno istintivamente il giorno delle votazioni. 

Se ipotizzassimo nel numero dei 100 la totalità degli elettori, è del tutto evidente che per ottenere la maggioranza occorrerebbero 51 consensi. Se la metà dei 100 si astenesse, la maggioranza sarebbe raggiunta a quota 26. È ovvio che per ogni potere sia più agevole e ci sia maggiore convenienza a convincere della bontà delle sue azioni 26 elettori piuttosto che 51, per governarne poi comunque complessivamente 100. 

Ciò senza considerare che, all’interno di una composizione di forze politiche di maggioranza, il Partito più robusto è quello che con 14 voti correrebbe il rischio di condizionare più significativamente la vita di 100 elettori. 

Questo modesto esercizio matematico potrebbe indurre ogni “perplesso” a muoversi in senso contrario a quanto suggerirebbe un eventuale istintivo sentimento di mancata appartenenza alla politica d’oggi. 

Il potere, qualunque esso sia, piange lacrime di coccodrillo per la scarsa partecipazione alle urne ma in realtà è un fatto che torna comodo. Si faccia, allora, la fatica di scegliere nei partiti, malgrado i partiti e oltre i partiti, i candidati di qualità che possano meglio rappresentare il decoro dell’Italia in Europa. Scegliere l’Aventino e disertare i seggi elettorali, oltre ad essere troppo comodo e troppo facile, è anche improduttivo, se non autolesionistico. 

I contestatori obietteranno che andare al voto e non al mare può suonare di legittimazione ad una politica invece deludente, così dimenticandosi che al Potere è indifferente il riconoscimento delle masse. 

Mettere sotto braccio astio e astensione potrebbe non essere cosa proficua. “D’astio dentro il fellon tutto si rode” diceva il Tasso. Si corre il rischio di passare dalla parte sbagliata della barricata e farsi ancor più male.   

Sotto traccia, inutile negarselo, anche la pigrizia di scegliere, tra i tanti, un candidato che meriti sostegno e considerazione e che non mancherà, se pure costituisse un’eccezione. 

È questa una fatica comunque da affrontare, rifuggendo da sentimenti di sdegno o peggio ancora di noncuranza. Non si può fare di ogni erba uno sfascio. Torna inesorabile, piaccia o no, la regola per cui i difetti della politica non si correggono disertandola.

La destra merita di essere sconfitta

A quanto pare non solo la sanità, ma in questo fine-campagna elettorale anche altri temi stanno entrando nella “decretazione della disperazione” del governo Meloni. Dopo la presunta eliminazione delle liste d’attesa per le prestazioni sanitarie (annunciata ora per il 2025, ma che non vedrà luce neanche nel 2026…) è arrivata anche la social card per chi è in difficoltà, a cominciare molto probabilmente proprio da quelle persone alle quali lo stesso governo ha tolto l’utile sostegno del redito di cittadinanza. Ma oggi, in prossimità delle elezioni e nonostante il trionfalismo dei successi sbandierati dalla Meloni, ci si rende conto che esiste una crescente situazione di povertà diffusa. 

Questa ritrovata sensibilità del governo sarebbe una buona notizia, se non fosse accompagnata da un inevitabile sospetto di strumentalizzazione a fini elettorali, visto che siamo a poche ore dal voto europeo e che si tratta di questioni che non si sono aperte improvvisamente in questi giorni.

Alla Meloni dobbiamo ricordare che tra le persone in situazione di bisogno ci sono anche tanti lavoratori e lavoratrici che hanno retribuzioni vergognose che non gli consentono di vivere dignitosamente. In situazione di bisogno ci sono proprio quei lavoratori che avrebbero la necessità di essere tutelati da un salario minimo. Esattamente quel salario minimo al quale il governo si è opposto, proprio quel salario minimo sul quale il governo Meloni ha dichiarato che non è una priorità; forse per loro, ma non certo per chi si ritrova costretto a lavorare per tre o quattro euro l’ora senza i fondamentali diritti che spettano a chi lavora. 

Ma la destra è questo e come da tradizione “tira dritta” per la sua strada, che è sempre meno la strada sulla quale cammina il paese reale, quello che fa la spesa tutti i giorni, che va a fare benzina per poter lavorare, che cerca invano un appuntamento con una struttura sanitaria pubblica o che ha i figli in una scuola pubblica fatiscente. Il voto di oggi e domani può aiutare l’Italia e l’Europa a non smarrire la strada dello sviluppo, della solidarietà, della pace, del rispetto per ogni persona e per il pianeta che ci è affidato come “casa comune”.

Centro, la scelta di Tempi Nuovi.

Il movimento Tempi Nuovi-Popolari uniti per queste elezioni europee ha fatto una scelta apparentemente opinabile ma politicamente giusta ed azzeccata. Ha deciso, cioè, di votare le liste centriste. Certo, si tratta di liste profondamente diverse tra di loro ma, comunque sia, sempre ispirate ad un profilo centrista e con l’ambizione di mettere in discussione il selvaggio bipolarismo che caratterizza la politica italiana e, di conseguenza, anche quella europea.

Dicevo della scelta opinabile. C’è un elemento, peraltro decisivo, che dopo il voto dell’8/9 giugno si impone, a prescindere dalle volontà dei singoli leader e delle rispettive forze politiche. E cioè, il Centro deve essere riscoperto e rideclinato nella concreta dialettica politica italiana.

Ora, è del tutto evidente che le forze in campo in queste elezioni sono sostanzialmente tre. I radicali della Bonino con il partito di Renzi (Italia Viva). Hanno già annunciato pubblicamente che, al di là del risultato elettorale, quel patto politico in Italia finirà la sera del 9 giugno. Appunto, si

tratta di “una lista di scopo” che ha il solo obiettivo di superare lo sbarramento del 4%. E quindi, un progetto politico che prescinde da qualsivoglia prospettiva a medio/lungo tempo perché legato, appunto, alla mera contingenza elettorale. Del resto, il progetto centrista a lungo e pubblicamente annunciato e coltivato da Renzi è stato sacrificato sull’altare dell’accordo con i radicali per poter raggiungere il fatidico quorum.

In secondo luogo Azione di Carlo Calenda. Qui il progetto politico è più chiaro – anche se la tagliola del 4% è sempre in agguato – ma è di tutta evidenza che un progetto credibile di Centro non può essere appaltato solo ad un piccolo partito personale anche se l’ambizione, giusta e legittima, è quella di dar vita ad un soggetto politico plurale, articolato e capace di intercettare i settori sociali e i mondi vitali che sono riconducibili al pianeta centrista.

In ultimo c’è la sfida di Forza Italia, il partito di Antonio Tajani e di Letizia Moratti – per citare solo gli esponenti più rappresentativi – che rappresenta a livello nazionale l’area centrista elettoralmente più consistente. Certo, anche su questo versante si tratta di innescare una iniziativa politica dove, come ha detto ripetutamente Letizia Moratti in campagna elettorale, “la vera sfida non è quella di costruire il Centro nel centro destra ma, semmai, di ricostruire il Centro nella politica italiana”. Questa era, e resta, la vera grande scommessa politica per ridare spazio e cittadinanza al Centro, alla ‘cultura di centro’ e alla ‘politica di centro’ nel nostro paese. 

È di tutta evidenza che la scelta intrapresa da Tempi Nuovi coglie nel segno perché, forse, ognuna di queste tre forze politiche centriste, seppur nella profonda diversità delle singole opinioni e della serietà ed attendibilità dei suoi leader, porta un frammento di verità alla costruzione di un progetto che resta decisivo ed essenziale per il nostro sistema politico e per la stessa qualità della democrazia italiana. E, al riguardo, non possiamo non sottolineare che l’apporto della cultura e della tradizione del cattolicesimo popolare e sociale sarà, ancora una volta, decisivo e determinante per la costruzione del progetto di un Centro democratico, riformista, plurale e di governo.

Pur sapendo, e lo ripeto, che la vera sfida è quella di ricostruire un Centro. Non nel centro destra – come dice giustamente Moratti – o nel campo della sinistra radicale della Schlein, alleata con i populisti dei 5 Stelle, bensì nella intera politica italiana. Questa è la vera scommessa politica del voto europeo di sabato e domenica.

I cattolici da Camaldoli a Trieste nella lettura di Preziosi.

Il libro di Ernesto Preziosi (Da Camaldoli a Trieste, ed. Vita e Pensiero) offre una rapida panoramica del percorso compiuto dai cattolici italiani nel rapporto con la democrazia. A partire dal contributo dato già dalla visione personalista di Antonio Rosmini, dal pensiero di Giuseppe Toniolo, Romolo Murri e Luigi Sturzo cui si deve la fondazione del Partito Popolare. 

Un apporto qualificato al pensiero sociale e politico dei cattolici viene offerto dalle Settimane sociali che, fin dal loro sorgere nel 1907, trattando temi di attualità politica, hanno accompagnato la loro presenza nella società. Il lungo percorso, che si dipana attraverso il XX secolo, porta i cattolici italiani a conoscere, accettare e praticare la democrazia non solo come semplice meccanismo istituzionale, ma come metodo. E in questo modo di intendere il processo di costruzione del consenso, legandolo alla pratica di relazioni sociali, economiche, culturali e politiche fondate sulla persona, sulla sua dignità e sulla sua cura, ha una centralità simbolica l’incontro del luglio 1943 nel monastero di Camaldoli. 

È anche a partire da quell’appuntamento, come dalla partecipazione alla Resistenza e dalla Settimana sociale di Firenze (1945) su Costituzione e Costituente, che istanze, aspirazioni, idee maturate per decenni o emerse dall’urgenza drammatica della guerra diventano vero e proprio progetto di umanizzazione, rifluito poi nella Costituzione e divenuto parte costitutiva dell’identità politica del Paese. Si apre così la fase della ricostruzione nazionale, in cui l’intensa opera di alfabetizzazione democratica svolta dai cattolici vede la presenza inedita delle donne che votano per la prima volta. 

Ciò contribuisce non poco, con l’apporto di più generazioni, da De Gasperi a Moro, a dare forma e stabilità, pur tra fatiche e resistenze, alla partecipazione democratica.  Un percorso che oggi, in uno scenario in cui la forma democratica presenta segnali di crisi e corre rischi di involuzione, chiede di essere proseguito. La 50a Settimana sociale (Trieste 3-7 luglio 2024), che ha per tema Al cuore della democrazia, è un’occasione per guardare al lascito di questo lungo cammino senza nostalgie, per contribuire a pensare la democrazia in un mondo profondamente mutato e in cerca di nuove chiavi di lettura.

 

[Il testo è quello che sulle piattaforme social costituisce la presentazione del libro. Cfr. E. Preziosi, Da Camaldoli a Trieste. Cattolici e democrazia: per continuare il cammino. Nuova ediz. https://amzn.eu/d/3IJQjwy]

 

Biografia dell’autore

Ernesto Preziosi è direttore del Centro di Ricerca e Studi Storici e Sociali (CERSES). Tra le sue pubblicazioni: Giuseppe Toniolo. Alle origini dell’impegno sociale e politico dei cattolici (Milano 2012); Piccola storia di una grande associazione. L’Azione cattolica in Italia (Roma 2013); Una sola è la città. Argomenti per un rinnovato impegno politico dei credenti (Roma 2014); Cattolici e presenza politica. La storia, l’attualità, la spinta morale dell’Appello ai “liberi e forti” (Brescia 2020); Ci vorrebbe un pensiero. In risposta a una lettera di mons. Mario Delpini a 100 anni dalla nascita dell’Università Cattolica (Milano 2021); Armida Barelli. Il lungo viaggio delle donne verso la partecipazione democratica (Roma 2023).

La Voce del Popolo | La Premier di lotta e di governo.

La piccola cronaca di questa campagna elettorale rende chiaro, fin troppo chiaro, che Giorgia Meloni non può recitare due parti nella sua stessa commedia. La pretesa di tenere insieme l’anima barricadiera e quella, diciamo così, più istituzionale finisce infatti per ingenerare equivoci di ogni sorta. E tanto più quando la prima di queste due anime rischia di diventare la più sensibile. 

La premier di lotta e di governo sembra trarre un certo conforto dai troppi nemici che si fa. Ma sbaglia. Il botta e risposta col governatore De Luca ha giovato più a lui che a lei. E le troppe libertà che si va prendendo Salvini non porteranno gran voti alla Lega ma fanno gran danno alla credibilità istituzionale della premier. Il fatto è che da un capo di governo ci si aspetterebbe sempre un tratto più istituzionale. 

E quando invece egli/ella mostra di volersi dedicare più alla polemica che alla cucitura ne rimette, se non il suo prestigio, almeno la sua capacità di farsi sentire fuori dalle mura della sua stessa tifoseria. A quanto pare l’asticella del partito di Giorgia è fissata al 26 per cento, la percentuale di due anni fa. Dovesse andar sotto, sarebbe la prova di un logoramento. Dovesse restare lì, sarebbe però più un pareggio che una vittoria. 

La sensazione è che la premier abbia accentuato quel suo profilo fin troppo battagliero per mobilitare i suoi cari. Impresa che forse potrebbe anche riuscirle. Ma il metro di misura della sua azione di governo sta piuttosto nel consenso che ella attrae al di là di quelle mura. Se neppure ci si prova, però, è ben difficile che ci possa riuscire.

 

Fonte La Voce del Popolo – 6 giugno 2024.

Titolo originale: | La Premier di lotta e le libertà di Salvini.

Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia.

Meloni Cleopatra e il faticoso mercoledì nei porti

La navigazione procede e la barca di Cesare ogni tanto si deve fermare in qualche posto. Questa volta non è per fare rifornimento ma perché bisogna convincere i riottosi finanziatori dell’Impero a rimpinguare le casse dello Stato: stavolta i sesterzi stanno per finire e il tesoriere ha messo su un grugno che non promette bene.

Dopo il discorsetto al Campidoglio – “lo so che non ti si addice Cleopatra, ma anche tu Regina mia devi darti da fare, qui siamo una repubblica e se vogliamo governare ci servono i voti” – pure lei ha capito che i voti andavano raggranellati direttamente. E allora è scesa in due porti. Il primo è un porto amico con il quale la potente regina ha stretto un patto per parcheggiare a spese dell’Impero tutti quelli che vogliono entrare, ma non hanno ancora lo status di liberti o peggio ancora di schiavi. L’amico di Cesare  si offre di mettere un pezzo di terra nel suo territorio ma le spese tutte stanno nelle casse imperiali. 

Non verrà di certo un voto da questo territorio però ne possono venire molti, davvero tanti, se si vende bene il prodotto: “Tutti quelli che che stanno fuori dai confini dell’Impero li controlliamo in questo territorio, ci metteremo un po’, ma se tutto andrà bene poi entreranno senza alcuna difficoltà. Se invece andrà male, se ne torneranno a casa loro”. 

La regina Cleopatra Meloni fieramente dice che il suo esempio sarà copiato in tutti i territori dell’Impero, anche quelli che non hanno porte sul mare ma che comunque hanno una frontiera dove piazzare queste strutture di controllo in attesa di… E siccome quelli che entrano nei territori dell’impero o sono dei poveri cristi in cerca di lavoro o sono dei criminali in cerca pure essi di lavoro, il vantaggio a breve non c’è perché l’economia si basa su una forza lavoro sottostimata e in mancanza di lavoratori la produzione ristagna. Tuttavia, non essendoci soldi anche i consumi si vanno progressivamente a ridurre. 

Il volto sereno, la voce allegra e sicura,  le parole semplici e non studiate, la postura rilassata, la capigliatura leggermente scomposta, “al naturale”, la gestualità tutta  del corpo a tradire la soddisfazione e l’orgoglio con i quali la regina Cleopatra Meloni annuncia a tutti il buon risultato che ha raggiunto e quello che potrà raggiungere nei prossimi mesi. L’amico di Cesare ringrazia, finalmente dopo tante chiacchiere qualche sesterzo arriva al suo territorio e ciò rappresenta lavoro e benessere. A dire il vero si tratta per lui di un lavoretto facile, basta solo controllare che i pretoriani di Cesare facciano il loro lavoro e che i poveri cristi stiano bene in salute e ben nutriti. Insomma, più facile del previsto e non si sa bene chi dei due ne tragga più vantaggio.

È ora di cena quando la regina attracca all’altro porto che non si può dire amico, ma neanche nemico di giurato. Qui  non si faceva vedere da molto tempo; era passata di lì venendo dall’Egitto quando tonava contro Cesare e prometteva una serie di sfaceli per rimettere a posto le cose che non andavano nel suolo Italico. L’avevano accolta con tiepidezza, non per cattiveria né per scortesia, ma solo che essendo la sede loro a Roma hanno quel tanto di disincantato e di annoiato che pervade la politica della capitale dell’impero.  Ma stavolta  ci viene  da capo e allora il sorriso dovrebbe essere pieno, il viso rilassato, la voce quasi melliflua. 

Ed invece eccola qui, quasi quasi con l’elmetto calato in testa. Sta abbottonata, non gesticola, la voce è scesa di tono – ora è quasi grave – e l’argomentare è puntiglioso, ricco di numeri e dati. In realtà, sta sulla difensiva sebbene non ce ne sia motivo: sarà la stanchezza o sarà la controvoglia di stare lì, ebbene l’effetto non è proprio felice. Domina,  ribatte,  precisa,  puntualizza e gli occhi si fanno più grandi, quasi a scrutare ogni particolare del suo interlocutore, il quale giocoforza si fa leggermente più ritirato  sulla sedia. Qui non è un  gioco di parole che si vede ma un gioco di corpi che parlano: mani ferme sul tavolo, braccia conserte, capigliatura a posto, sguardo fisso, occhio spalancato, orecchio teso, labbra serrate e soprattutto voce ponderata. La regina non sta totalmente a disagio tanto che qualche sassolino dalla scarpa se lo toglie, ma è poca cosa. Tutta la figura sua pare seduta su un puntaspilli. 

Compete come gli altri ma non vuole la palma del vincitore, che passerebbe al suo secondo, ma se il comando diventasse insopportabile…allora forse la terrebbe per sé. Cesare osserva la mappa del giro della sua Cleo per i porti dell’impero alla ricerca dei sesterzi che mancano. È vigile,  pronto ad inviare il suo pharmacopola: se i risultati non saranno buoni, l’ira della Regina sarà visibile da molte leghe.

Documento | Liberazione di Roma: la voce dei democratici cristiani.

La liberazione di Roma dall’occupazione tedesca e dalla temeraria riusurpazione fascista se ha ridonato all’Italia la sua Capitale, segna soltanto una tappa nel doloroso calvario della libertà.

La guerra totale che ha finora infuriato, devastandole, su intere regioni centro-meridionali si spinge feroce e spietata nel resto della Penisola che la «tedesca rabbia» in rinnovato furore si appresta a distruggere col pretesto di una difesa né desiderata né chiesta e che invece rivela il proposito di punirla di un preteso tradimento.

Non sarà mai dai tedeschi che accetteremo lezioni di onore. La loro storia antica e recente è puntata di imprese brigantesche e di criminali aggressioni che sono sempre seguite a pubblici impegni e a solenni contrarie assicurazioni.

Dobbiamo in ogni caso proclamare che l’alleanza e la guerra nazi-fascista non furono mai volute dal popolo italiano, ma dal regime e dal suo dittatore che in ogni occasione definirono alleanza e guerra partigiane e faziose perchè entrambe unicamente legate all’amicizia dei due capi responsabili e all’affinità delle due dittature, piantate come coltelli nel cuore delle due disgraziate Nazioni.

Il popolo italiano fu estraneo all’avventata rivoluzione. Col ricatto, con la minaccia e con la menzogna, che furono le armi costantemente preferite dal regime, gli fu imposto di combattere per una causa che non era la sua e quando il 25 luglio 1943 poté finalmente disfarsi del tiranno e dei suoi pretoriani impose ai nuovi governanti l’unica soluzione logica dell’evento: ritirarsi dalla lotta ormai vana perché la Nazione non precipitasse più oltre nell’abisso cui l’aveva sospinta la tragica avventura.

Questa decisione non piacque al fanatico assertore del diritto della sua razza al dominio del mondo e, rievocato il fantasma di un duce già sommerso nell’esecrazione universale, ha fatto calare le sue orde in Italia per depredarla di cose e di uomini e per ridurla alla condizione di un’autentica «terra bruciata».

Il nostro posto è venuto così automaticamente a trovarsi sull’altro fronte, quello stesso che il Popolo Italiano avrebbe scelto se fosse stato libero nella sua determinazione e che è il fronte della libertà e della democrazia non solo per l’Italia ma per tutti i popoli oppressi, ormai serenamente schierati in linea di ferro e di acciaio contro i naturali distruttori di focolari e di civiltà.

Salutiamo quest’alba di risurrezione con un pensiero e con un proposito solo.

Pensiero di riconoscimento agli alleati che hanno reso possibile l’evento di gloria e di vittoria, pensiero di ammirazione verso i patrioti di ogni partito che in circostanze disperate vi hanno efficacemente concorso.

Proposito di unire le forze dei fratelli ormai liberi per la comune liberazione.

Tacciano i dissensi e si plachino le opposte divergenze. Diamo prova di unità, di dignità, di fermezza.

GIl alleati, verso i quali andarono e vanno la nostra simpatia ci guideranno dal nostro atteggiamento e dalla nostra capacità a rifare la nostra storia. Verrà l’ora della ricostruzione. A questa, nei suoi aspetti morali, sociali e politici armonicamente convergenti verso il raggiungimento di un’autentica democrazia del lavoro, noi democratici cristiani saremo fieri di consacrare in generosa dedizione il meglio dello nostre energie.

Ma in questo supremo momento l’arco della nostra volontà deve tendere e scoccare verso il supremo compito, cui ogni altro sia subordinato e sacrificato; l’espulsione dei tedeschi e dei traditori dal sacro suolo della Patria!

Solo così potremo congiungerci idealmente ai martiri del Risorgimento e agli eroi di Vittorio Veneto, mostrarci degni del loro sacrificio e del loro olocausto, riprendere il faticoso e incruento cammino della Storia, da cui più di venti anni di oscuro e duro servaggio ci hanno sequestrato.

Non facciamo i sonnambuli dinanzi a questa Italia afflitta dal melonismo

È forse vero! Il Censis a noi italiani ci definisce una massa di sonnambuli. Addormentati. Pericolosamente distratti e disinteressati al punto di essere ormai fisiologicamente assenti dai seggi elettorali. Ma anche incauti e maldestri. Offensivi. Amanti delle minoranze e delle sette. Ci sono frange di squadristi che vanno a Predappio, non per deporre un fiore o per una preghiera, ma per fare un saluto e cantare Giovinezza. C’è un parlamentare dei… Borghi che chiede le dimissioni di Mattarella. E c’è persino una Presidente del Consiglio che pretende dal Cardinale Zuppi – Presidente a sua volta della Conferenza Episcopale Italiana – di stare zitto e farsi i fatti suoi, perché dopo la separazione fra Stato e Chiesa non ha nessun diritto di parlare su questioni che sono di pertinenza solo e soltanto dello Stato e della  politica italiana! 

Questa è la situazione. Sono da un po’ di tempo totalmente incredulo sul possibile ritorno in Italia del fascismo storico. E mi sono anche permesso, in buona compagnia di studiosi e analisti,  di prendere  le distanze dalle categorie di destra, centro e sinistra. Dal loro utilizzo bloccato nella storia. Da un loro ripetuto uso abitudinario che oggi, a mio parere, semplifica molto il dibattito politico e soprattutto quello sociale. D’altro canto sono sempre stato convinto della sopravvivenza di  comportamenti, ricordi, nostalgie e rimpianti, atteggiamenti, posture nevrotiche, e linguaggi offensivi, che affondano le loro radici nel ventennio fascista. Rendendo così gli onori a Umberto Eco, che sin dal 1995 nel suo “Il fascismo eterno, li aveva messi in evidenza e ci aveva avveriti sulla loro inesauribile attualità: “…un modo di pensare e di sentire, una serie di abitudini culturali, una nebulosa di istinti oscuri e insondabili pulsioni…” (da Ezio Mauro successivamente definiti “Le ombre del Ventennio). 

Espressioni e posture autoritarie e sicure, senza l’ombra di un minimo dubbio, con gli occhi sbarrati e l’indice minaccioso della mano alzata; allarmi e pericoli di “sostituzione etnica”; modi veloci di parlare e di camminare decisi; frasi offensive e litigi con pugni e spinte sin nelle ‘sacre’ aule del Parlamento;  l’elogio dell’io, dell’individuo e del Capo unico e forte con la demonizzazione del parlarsi insieme e del noi; ricordi di “Decime” – lontanissime anni luce dall’obolo alla Chiesa – da usare come segno sulla scheda elettorale e tagli di torte; esaltazione di una cultura di destra bistrattata che ha coinvolto perfino il sommo Dante Alighieri, iscritto d’ufficio dal Ministro Sangiuliano nella sezione MSI di Firenze-centro.

E poi Regioni differenti e sovrane nel proprio autonomo territorio che con la propria ricchezza se la devono sbrigare da sole; trasferimento nei campi di concentramento albanesi – dietro pagamento – di intere famiglie e di giovani emigranti che “…in fuga da soprusi e oppressioni, abbandonano la propria terra, in cerca di condizioni di vita degne”, come ripete Bergoglio. E per accontentare Salvini, amico di Trump ma invidioso delle mura da lui fatte alzare col Messico, ecco il controllo con sottomarini e cacciatorpediniere muniti di razzi su tutto il Mediterraneo, per respingere o far affogare i poveretti. E via di questo passo…

Tutto ciò con uno Stato monocratico guidato, come dicevo, per 5 anni di seguito, da un uomo forte e solitario. Frutto di un Premierato costituzionale per accontentare un omonimo Giorgio presidenzialista sin da Salò, molto amico di quella Giorgia presente sul simbolo elettorale delle elezioni europee, ma poi in futuro assente da Bruxelles. 

Il buon senso riguardo a questo futuro che attende l’Europa, i nostri figli e nipoti con la valigia in mano, con la globalizzazione ormai come dato di fatto, e con i matrimoni e le nascite in forte calo, non esiste più. Si tratta di una Europa che una volta delegittimata, disunita e slegata, è però…provvidenzialmente affiancata dalle autonome e differenti Regioni italiane, anche loro sbriciolate e disunite, nelle mani di quelli di ‘Forza Nord’, ‘Viva la repubblica del Nord’ e ‘Solo Nord’ di bossiana memoria.  

Di questi atteggiamenti e dei loro derivati ce ne sono a bizzeffe. Basta non fare i sonnambuli, osservarli e farci caso. Anche se nella storia della democrazia italiana non si erano mai visti. Come gli attacchi inauditi a un Presidente della Repubblica, nel nostro caso a quel Mattarella europeista da sempre e sovranista sì, ma nel senso di una Europa piu sovrana, più unita politicamente e federata. 

Devo dire che sulle ricadute inesplorate delle autonomie e delle differenze regionali, sono stati molto espliciti i vescovi siciliani con una lettera che condivido per intero, nella quale sollecitano soprattutto i giovani a non disertare le urne del prossimo voto europeo in quanto sono in ballo i diritti dell’uomo e della persona. A loro avviso l’astensionismo può diventare “…un silente passo che ci allontana dal sogno di un’Europa che dia respiro alla storia affermando gli autentici diritti umani (…). Siamo convinti infatti – e la storia lo conferma – che il principio di sussidiarietà sia inseparabile da quello della solidarietà. Ogni volta che si scindono si impoverisce il tessuto sociale, o perché si promuovono singole realtà senza chiedere loro di impegnarsi per il bene comune, o perché si rischia di accentrare tutto a livello statale senza valorizzare le competenze dei singoli. Solidarietà e sussidiarietà devono camminare assieme”. Più chiari di così, i vescovi di una regione italiana che pur gode di statuti speciali non potevano essere. Ma…dovevano evitarlo perché sono dei vescovi!

Concludo con l’insipienza scortese della Meloni. È ignorante. Non è una offesa, non mi permetterei mai.  Desidero solo dire che ignora o non conosce bene le dinamiche della Chiesa, ovvero della vera democrazia ecclesiale, ivi comprese quelle procedure e quegli appuntamenti…democratici, presenti informalmente nella Chiesa cattolica da millenni. È la Chiesa che ha sempre difeso la coppia solidarietà-sussidiarieta, quella dei Concili, dei Giubilei, delle Conferenze episcopali, dei periodici appuntamenti Diocesani. Quella dei Sinodi, come l’attuale in corso, e infine dei Conclavi, “chiusi a chiave” proprio per evitare interferenze di politici cattolici finti, col Rosario e il  Vangelo nelle mani, nonché gli interessi elettorali della classe politica del momento. Una Chiesa tuttavia da denunciare perché senza…Parlamento, senza essere eletta, caso mai, dai partiti diocesani. Una Chiesa che come quella siciliana,  interrogando i segni dei tempi, si permette il lusso di pronunciare che è “..proprio la storia del Paese a dirci che non c’è sviluppo senza solidarietà, attenzione agli ultimi, valorizzazione delle differenze e corresponsabilità nella promozione del bene comune…”.

I Vescovi sul premierato e l’autonomia differenziata non fanno propaganda

Tra  i dickat ultimi della Meloni spicca quello alla Cei e implicitamente al Vaticano per il dissenso espresso sull’autonomia differenziata, già in atto tra nord e sud,  nonché sul premierato elettivo, il cui difetto consiste principalmente nell’assenza di contrappesi adeguati nell’ordinamento complessivo dei poteri. 

Ebbene, messa a nudo la pretesa della Premier di far allineare chiunque ai suoi obbiettivi, sconcerta il modo con il quale prova a zittire la Chiesa cattolica omologandola a quella ortodossa, schiacciata dal tallone oppressivo di Putin. “Senti chi parla di democrazia!”, sembrerebbe lo slogan che meglio sintetizza la sua spregiudicata posizione .

Può la Presidente del Consiglio ignorare che in un paese democratico come il nostro, grazie in particolare al Concordato felicemente rivisto nel 1984, sacerdoti e religiosi sono cittadini al pari di noi tutti, con eguali diritti e finanche qualche dovere in più? É l’abc di qualunque “politica ecclesiastica” il fatto che si rispetti la libertà di giudizio dei Pastori della Chiesa. Garantito questo, si può anche dissentire, come avvenne emblematicamente nel 1952 allorché il “partito romano”, coinvolgendo Pio XII, brigò per allestire una lista civica per il Campidoglio, con tutti dentro (inclusi i neo-fascisti). Finì come sappiamo, la cosiddetta Operazione Sturzo fu disinnescata per la fermezza di De Gasperi, a riprova di quanto i cattolici democratici abbiano difeso la loro autonomia di cattolici impegnati in politica.

Ebbene, tornando ai rapporti Meloni-Cei, l’imperizia e l’arroganza hanno prodotto un effetto che l’inquilina di Palazzo Chigi avrebbe volentieri evitato. Non solo la risposta della Cei ha confermato le critiche, ma lo stesso Zuppi, in prima persona, ha lanciato un messaggio molto forte: la Chiesa si sente più libera e i Vescovi, su questa vicenda, sono uniti. Specialmente sull’autonomia differenziata è stato lanciato un segnale inequivocabile proprio con la nomina di Monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano allo Ionio, a Vice Presidente della Conferenza episcopale per l’Italia meridionale. 

La Meloni ha sbagliato tutto, forse perché sente mancare il terreno sotto i piedi. Nel Sud i sondaggi registrano un calo di consensi della maggioranza di governo e di Fratelli d’Italia e Lega nello specifico. È probabile che anche lo scontro con la Chiesa contribuisca a questo stato di difficoltà. Dalle urne può venire il duro monito di un elettorato che nel Sud avverte l’insidia della manovra condotta dai leghisti e accettata, nello scambio con il Premierato, dalla destra. Manca poco alla verifica.

Si è inclusivi se non si delegittima l’avversario

Anche nella democrazia dell’alternanza si può e si deve essere inclusivi. E questo per la semplice ragione che l’inclusività è sinonimo di maturità democratica da un lato e di cultura di governo dall’altro. Ma c’è una contraddizione persin troppo palese tra chi sbandiera di essere inclusivo e,

al contempo, delegittima costantemente e perennemente il suo avversario/nemico attraverso un attacco sistematico se non addirittura violento a livello verbale. È il caso del ‘nuovo corso’ del Pd inaugurato da Elly Schlein. E cioè, si dichiara pubblicamente la propria natura inclusiva e autenticamente democratica e pluralista – accompagnata dai gazzettieri quotidiani del circo mediatico giornalistico e televisivo – e, contemporaneamente, si rovesciano quintali di odio e di insulti di ogni genere contro il nemico implacabile ed irriducibile. Che, di norma, è sempre quello che attraverso il voto popolare governa al posto tuo. 

Così è stato per quasi 50 anni con la Democrazia Cristiana, poi con Berlusconi, poi addirittura con Renzi e adesso, e a maggior ragione, con il governo guidato da Giorgia Meloni. Ma, al di là di questo aspetto talmente scontato che non merita neanche di essere commentato, è altrettanto indubbio che questo comportamento porta ad una sola conclusione. E cioè, quando si delegittima moralmente, politicamente e culturalmente l’avversario – che nel frattempo diventa un nemico irriducibile – è abbastanza evidente che si crea un clima politico all’insegna dello scontro frontale dove l’unico elemento che viene scartato a priori è proprio la natura inclusiva da parte di chi si fregia di quell’aggettivo. E, purtroppo, su questo versante emerge il peggio di una prassi politica che, al contrario, dovrebbe invece ispirarsi ad una cultura democratica, riformista e di governo. Certo, quando l’ostentata “superiorità morale” si lega alla radicale delegittimazione politica dell’avversario/nemico si crea un miscela esplosiva dove l’unico elemento che scompare dall’orizzonte è la cosiddetta qualità della democrazia. E questo perché si squalifica tutto ciò che proviene dall’avversario/nemico come espressione del sempreverde fascismo e la conseguente e scontata deriva dittatoriale, illiberale, antidemocratica, anti costituzionale, autoritaria e via scioccheggiando.

Per queste ragioni, semplici e al tempo stesso inquietanti, non si può rivendicare in tutte le piazze di essere culturalmente inclusivi e poi lanciare strali quotidiani contro l’avversario politico accusandolo di ogni nefandezza della vita pubblica. L’ultima notizia di cronaca arriva dal Piemonte dove si vota per il rinnovo del Consiglio Regionale. Ebbene, puntuale come l’arrivo di una stagione meteorologica, anche in Piemonte nell’ultima settimana di campagna elettorale parte l’accusa del Pd di fascismo contro il Presidente Cirio e, almeno pare di capire, contro l’intera coalizione alternativa alla sinistra. Ora, che il fascismo non centri nulla con le elezioni regionali piemontesi è a tutti noto. Ma, semmai, questa ridicola e grottesca polemica evidenzia il ritardo culturale e il settarismo politico di un campo che non riesce a liberarsi dei vecchi fantasmi e che, addirittura, li rispolvera e li usa come una clava da lanciare contro l’avversario. A prescindere, come direbbe Totò.

Si tratta, quindi, e senza alcuna polemica pregiudiziale, di far sì che venga sempre anteposta la qualità della democrazia e la salute del nostro sistema politico alla continua volontà di delegittimare sempre e comunque il proprio avversario/nemico. Ed è proprio per queste ragioni che, se si vuol essere realmente una forza riformista, democratica e di governo ci si deve allontanare da una deriva – squisitamente populista, anti politica, demagogica e quindi grillina – che fa dell’annientamento morale e politico del nemico politico la sua ragion d’essere. Una deriva che, alla fine, rischia di indebolire la stessa cultura della sinistra democratica e riformista.

Ripartire dal territorio per unire le forze di centro

Una previsione e una riflessione. Entrambe brevi ed essenziali. Come ormai avviene da quando la politica si è spettacolarizzata sui media, in genere i risultati delle elezioni corrispondono percentualmente a quello che è passato sugli schermi e sui titoli dei maggiori giornali (perché poi gli articoli li leggono in pochi). Vincerà la destra con una percentuale inferiore rispetto alle ultime politiche; il Pd guadagnerà un po’, come pure il Movimento 5 Stelle e, naturalmente, perderanno i partiti di centro scioccamente divisi tra i loro leader (ed è singolare che per Renzi sia più avversario Calenda che non la Bonino storicamente opposta a quella cultura democristiana che ha nutrito l’ex-premier fiorentino).

La riflessione è sul centro dello schieramento politico, oppresso da una egemonia mediatica fissata sul bipolarismo anche quando si vota col sistema proporzionale per i singoli partiti e non per gli schieramenti. La corsa separata di Azione e Italia Viva (nomi sbagliati che non alludono neppure lontanamente ad una collocazione politica) avrà probabilmente un esito insoddisfacente per entrambi che forse – ove vi riuscissero – si accontenteranno di uno o due eletti (o forse qualcuno di più) tra i 76 rappresentanti italiani nel Parlamento Europeo.

Certamente siamo di fronte ad una grande occasione sprecata. Era fin troppo ovvio – e lo scrissi su queste colonne – che l’unico modo per mettere in crisi l’imposizione bipolare era quello di raccogliere in una convenzione nazionale tutte le forze moderate (erodendo magari anche tra i sostenitori non del tutto convinti della destra e della sinistra) per la costituzione finalmente di una Unione di Centro. 

Certo, adesso è più difficile. Perché pur sconfitti Renzi e Calenda continueranno ad essere usati e logorati dai media come rappresentanti di una idea senza popolo. Per fare fronte a questo esito grave per la sostanza democratica, sarà necessaria una iniziativa dal basso e decisamente nuova che dia vita, a partire dai territori (con una modalità simile a quella inventata Berlusconi quando fondò Forza Italia) con convinzione logica e ideale all’Unione di Centro il cui progetto è già scritto nel nome. I contenuti sono quelli che agitano la politica italiana con la prospettiva, però, di soluzioni graduali e realistiche, ricercate nelle sensibilità che animano il centro sociale facendolo coincidere il più possibile con il centro politico del nostro Paese.

Ripartire da poco, ma sui nostri terreni, è meglio che essere usati dagli altri che getteranno sul piatto della bilancia le loro spade come fece Brenno con i romani che riscattavano con l’oro la loro libertà.

Sanità, una ricetta di stampo elettoralistico.

Se qualcuno qualche anno fa pensò di poter “abolire la povertà” attraverso una legge, il governo Meloni ha pensato oggi di eliminare le liste d’attesa per le prestazioni sanitarie pubbliche attraverso un decreto varato – non a caso – a tre giorni dall’appuntamento elettorale europeo. Di male in peggio! È infatti di tutta evidenza l’uso strumentale del decreto, ovvero di un provvedimento che i governi dovrebbero adottare in caso di urgenza per casi di grave e indifferibile urgenza; per tutto il resto c’è il Parlamento, o almeno ci dovrebbe essere il Parlamento.

La sanità in assenza di gravi crisi pandemiche non è materia da sottoporre a decretazione d’urgenza, ma un tema da trattare in Parlamento anche attraverso il lavoro delle commissioni competenti. È bene ricordare che un decreto deve essere convertito in legge entro sessanta giorni dalla sua emanazione e che per poterlo trasformare in legge è necessario reperire delle risorse che al momento mancano. Purtroppo il clima elettorale ha mal consigliato la premier Meloni che, pensando di gettare del fumo negli occhi degli italiani, ha fatto approvare dal Consiglio dei Ministri un decreto privo di copertura finanziaria con il quale si prevede di eliminare il blocco per l’assunzione di nuovo personale sanitario e la possibilità di effettuare prestazioni e visite anche nei giorni festivi e prefestivi. 

Non sappiamo se chi ha pensato e scritto questo “decretino” ad uso elettorale e propagandistico si sia reso conto che – nonostante le imminenti elezioni – è comunque necessario prevedere le necessarie risorse per poter assumere personale e per chiedere agli operatori sanitari di assicurare prestazioni ambulatoriali anche in giorni festivi e in orari serali, peraltro ad operatori di un settore che aspetta il rinnovo del contratto nazionale da circa due anni. 

È stato calcolato che la cifra necessaria sarebbe intorno ai due miliardi. Queste considerazioni sono state ovviamente rinviate a quando, nel risveglio post-elettorale, ci si renderà conto del bluff.mLa speranza è che gli italiani non caschino in questo come in altri tranelli governativi propagandistici, quanto meno per non avvalorare quello che già nell’800 diceva il filosofo francese De Maistre circa i popoli che “hanno i governi che si meritano”. Noi pensiamo di meritare qualcosa di meglio!

 

L’Europa può cambiare l’Italia: il voto peserà più del previsto.

In verità la campagna elettorale non ha regalato grandi emozioni, a meno che per esse non s’intenda la sorpresa e lo stupore per le spacconate di Salvini. Se fosse per lui l’europeismo dovrebbe essere censurato o meglio eroso da dentro e da fuori, dando agli elettori l’illusione di un felice inguainamento nella politica delle convenienze, per un gioco di transazioni variabili con Bruxelles, sempre all’insegna dell’Italia first. In questo arrembaggio sovranista l’attacco a Mattarella – l’on. Borghi confermava in serata il senso della sua polemica con il Presidente della Repubblica – è valso a confermare l’anomalia selvaggia di un partito che si distribuisce in campi opposti, stando al governo come si sta nella irrisolta Pontida dei rivoltosi. E gli alleati? Ricamano lezioni di galateo che non risolvono l’imbroglio.

Di questo si tratta, infatti, di un imbroglio che cerca di rivendicare una credibilità inesistente, con la pretesa di guadagnare credito nel consesso europeo mercé la libertà di atteggiamento e di manovra, ora per blandire una fiacca (ma anche furba) Ursula von der Leyen, mostrando perciò moderazione, ora per incentivare l’agognata svolta a destra, radicalizzando il discorso sulla “nuova Europa”. In realtà, l’idea di effondere nei Palazzi dell’Unione la flagranza del nazional-sovranisno si scontra con la determinazione degli attori principali – Scholz e  Macron in testa – a preservare l’equilibrio assicurato da Popolari, Socialisti e Liberali. Non si vede all’orizzonte una formula diversa, pertanto non si vede come possa “sfondare” a Bruxelles e Strasburgo la logica avanzata dalla destra italiana.

In questo scenario il punto debole è rappresentato dalla posizione di Forza Italia. Che avanzi o si consolidi, il partito orfano di Berlusconi è destinato a fare i conti con le sue contraddizioni, essendo altamente faticoso tenere in piedi a Roma l’alleanza con i sovranisti e i nazionalisti con la solidarietà europeistica dettata dall’appartenenza al Ppe. Quanto può durare un equilibrismo che nasconde ambiguità? E per quale ragione il “centrismo” di Tajani dovrebbe sorvolare senza danni il terreno del conflitto, mantenendo un doppio regime a seconda del contesto in cui gli è dato stabilmente di operare? A tali interrogativi, e forse ad altri ancora, bisognerà fornire risposte convincenti.

Ora, alla sostanza dei problemi politici fa da eccipiente l’attesa per il voto. Va crescendo la sensazione che dopo il 9 giugno si apra comunque una fase nuova, con un possibile riassetto nella maggioranza di governo. Sicuramente il passaggio elettorale avrà un impatto maggiore rispetto a quanto si poteva immaginare fino a qualche tempo fa. L’Europa può cambiare l’Italia.

India e Sudafrica, dalle elezioni la necessità di alleanze

Mentre in quello che potrebbe essere uno dei centri della politica mondiale, se rafforzerà la propria dimensione politica, l’Unione Europea, sta per iniziare il voto per rinnovo del parlamento europeo, in molti grandi Paesi nel mondo si svolgono elezioni nel corso di questo 2024. Tra gli stati che hanno già votato spiccano l’India e il Sudafrica. Vi è un aspetto che accomuna le elezioni in questi due stati, entrambi membri del Coordinamento Brics. Il fatto che in tutti e due i Paesi, il partito più grande ha perso la maggioranza assoluta, e dovrà quindi intessere una politica di alleanze.

In India, la più grande democrazia del mondo, gli aventi diritto al voto sono circa un miliardo (quasi tre volte quelli Ue). Le operazioni di voto, in sette fasi, sono durate dal 19 aprile a sabato scorso primo giugno, e si è registrata un’affluenza alle urne del 66%.

L’esito del voto ha penalizzato il cartello di forze dell’Alleanza Nazionale Democratica(Nda) nel quale il partito nazionalista indù, il Bjp, (Bharatiya Janata Party), il Partito del Popolo Indiano, del premier Narendra Modi, ha perso, per la prima volta dal 2014, la maggioranza assoluta dei seggi alla Lok Sabha, la camera bassa indiana. Ma la strada verso il terzo mandato, traguardo mai raggiunto da nessuno in India, per Modi appare aperta grazie al risultato ottenuto dalla sua coalizione, l’Nda. A vincere è stata nonostante tutto la continuità in un Paese in rapidissimo e tumultuoso sviluppo in cui come ha scritto una grande conoscitrice dell’India, la professoressa Elisabetta Basile, il sistema sociale “è caratterizzato da un disuguaglianza strutturale di genere, di casta e di religione. Ed è proprio questa disuguaglianza a rendere sempre difficile la lotta alla povertà”. L’India è da poco divenuta il Paese più popoloso del mondo e in prospettiva, appare lanciata a diventare anche la prima economia del mondo. Ciononostante non è ancora stata accolta come membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, a riprova della necessità di un adeguamento dei meccanismi di governance globale. Fra i Paesi Brics l’India è quello più “multiallineato”. Membro della Sco (‘Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai) l’alleanza per la sicurezza asiatica, insieme a Paesi come  Cina, Russia, Iran e nel contempo del Quad, l’alleanza strategica quadrilaterale di contenimento della Cina, insieme a Stati Uniti, Australia e Giappone. Nuova Delhi, inoltre, ha intensificato i rapporti con l’Iran, snodo fondamentale per le sue vie commerciali marittime, in particolare stipulando il mese scorso un accordo per lo sviluppo dello strategico porto di Chabahar, nonostante la minaccia delle sanzioni americane. A conferma del fatto che l’India si muove già da potenza mondiale, favorita, rispetto  alla Cina, anche dalla geopolitica, che ha posto il subcontinente indiano all’incrocio fra i due principali assi di sviluppo del XXI Secolo, quello dell’Estremo Oriente pacifico e quello afro-asiatico dell’oceano indiano.

Anche in Sudafrica si sono svolte da poco, lo scorso 29 maggio, le elezioni  legislative per il rinnovo dei 400 seggi dell’Assemblea Nazionale, con un sistema elettorale proporzionale puro, con collegi nazionale e provinciali. L’African National Congress (ANC), il partito che fu di Nelson Mandela, al potere ha ricevuto solo il 40,21% dei voti. Per la prima volta dalla fine dell’apartheid nel 1994, il partito centrale del sistema politico sudafricano dovrà stringere alleanze con altri partiti per formare un governo di coalizione. Il partito del presidente Cyril Ramaphosa dovrà scegliere se aprire all”Alleanza Democratica (DA), il principale partito d’opposizione, di orientamento liberale, oppure se esplorare altre vie con i due partiti radicali di sinistra, il nuovo partito uMkhonto we Sizwe (Mk), dell’ex presidente Jacob Zuma, arrivato terzo, oppure  l’Economic freedom fighters (Eff), fondato da Julius Malema. Da un lato il Sudafrica punta a mantenere una iniziativa diplomatica a livello continentale e globale, a incassare i risultati del lavoro svolto per la presidenza di turno dei Brics, detenuta lo scorso anno, dall’altro deve fronteggiare una situazione sociale molto difficile, caratterizzata da disuguaglianze ancora profonde, povertà, mancanza di lavoro, difficoltà nella stabilità della rete elettrica, nonostante le straordinarie risorse naturali del Paese.

India e Sudafrica con i loro problemi e con le loro grandi aspettative di futuro, hanno in ogni caso dato prove di democrazia concreta in contesti non occidentali. Anche questo costituisce un elemento che fa ben sperare.

Giappone in calo demografico per l’ottavo anno consecutivo

Il tasso di fertilità totale del Giappone – il numero medio di nascite per donna durante gli anni riproduttivi – è diminuito nel 2023 per l’ottavo anno consecutivo, raggiungendo un minimo storico. Lo dicono i dati diffusi oggi dal ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare di Tokyo.

Questo dato indica i figli nati da ciascuna donna se questa vivesse fino alla fine dei suoi anni fertili. Il ministero aggiunge il tasso di natalità per le donne di ogni età tra i 15 e i 49 anni per calcolare il tasso di fertilità totale.

La cifra nazionale è diminuita a 1,20 l’anno scorso, 0,06 punti in meno rispetto al 2022, ha dichiarato il ministero.

A livello nazionale, il numero totale di nascite di cittadini giapponesi residenti nel paese è stato di 727.277 nel 2023, in calo del 5,6% rispetto all’anno precedente. Il calo naturale della popolazione è aumentato del 6,3% a 848.659. Questo decremento continua da 17 anni.

La tendenza alla diminuzione della fertilità riflessa nel tasso di fertilità totale è stata evidente per cinque decenni. E sebbene la fertilità sia leggermente aumentata negli anni 2000, è diminuita continuamente dal 2016.

Si prevede che la popolazione del Giappone diminuirà drasticamente nei prossimi decenni, ponendo sfide inedite per l’economia e la società. Un tasso di fertilità di 2,1 è necessario affinché la popolazione di un paese rimanga stabile, in assenza di immigrazione.

Ambiente | La crisi della biodiversità secondo Maurizio Casiraghi.

Sabrina Del Fico

Siamo davvero a un passo dall’estinzione di massa, come preannunciano gli scienziati più radicali? Ne abbiamo parlato con Maurizio Casiraghi, biologo e docente di zoologia presso l’Università degli studi di Milano-Bicocca, autore del saggio “Sempre più soli. Il pianeta alle soglie della sesta estinzione”.

Cosa vuol dire “biodiversità”?

Sorprende che il termine “biodiversità” esista solo da poco più di trent’anni. Fu coniato da Edward Osborne Wilson, un biologo studioso di formiche, che a un certo punto in una conferenza parlò di “varietà di mondo biologico”, sintetizzando questo concetto con il termine biodiversità (letteralmente: “diversità della vita”). 

Il concetto alla base della biodiversità è molto semplice e possiamo sintetizzarlo con due definizioni: la diversità degli organismi che esistono sulla Terra, ovvero le specie, e la variabilità degli individui all’interno di una stessa specie.

Quindi, da una parte consideriamo le diverse specie che popolano il Pianeta (c’è chi dice siano circa due milioni, chi parla di otto o addirittura cento milioni di specie diverse), dall’altra la variabilità dei singoli all’interno del contenitore chiamato specie.

Ha senso parlare di “sesta estinzione di massa”? Perché?

Allora, l’estinzione delle specie animali e vegetali è un fenomeno normale, che fa parte della Natura e che non dovrebbe impressionarci più di tanto: la storia ci insegna che, tranne rare eccezioni, una specie vive sul Pianeta in media per quattro o cinque milioni di anni prima di estinguersi e lasciare spazio a nuove specie.

Ci sono stati dei momenti nella storia della Terra in cui il tasso di estinzione è stato anomalo e più del 75% delle specie viventi presenti in quel momento storico ha finito per estinguersi. Questi momenti – nella storia ne sono stati individuati cinque – sono stati definiti dagli scienziati come “estinzioni di massa”. L’ultima estinzione di massa è avvenuta circa 66 milioni di anni fa e ha portato all’estinzione dei dinosauri rettiliformi, mentre solo gli antenati degli attuali uccelli sono sopravvissuti.

Tutte le estinzioni di massa del passato sono avvenute per cause naturali e sono spalmate in un periodo di tempo molto lungo. Oggi invece, buona parte della responsabilità della crisi della biodiversità che stiamo vivendo è da imputarsi alla nostra specie, che in un giro di anni relativamente breve (250 anni, a partire dalla rivoluzione industriale) ha agito sull’ambiente alterandolo in maniera profonda.

C’è una cosa da sottolineare, però: attualmente stiamo assistendo a una crisi della biodiversità in generale, ma sono le specie attorno a noi, quelle che favoriscono la nostra sopravvivenza, a esserne maggiormente influenzate. Altri gruppi invece continuano a prosperare e nel futuro, fra migliaia di anni, scommetterei che la vita continuerà a proliferare per alcuni insetti, per i topi e i batteri [MC1].

Quali sono le cause di questa crisi?

Le cause della crisi della biodiversità sono numerose e diverse, ma hanno un comune denominatore: tutte sono fortemente connesse alla presenza dell’essere umano sul Pianeta.

Il primo fattore connesso alla crisi della biodiversità e certamente il riscaldamento globale, legato all’innalzamento delle temperature: può sembrare una sciocchezza, ma anche solo uno o due gradi fanno una enorme differenza, per esempio, per gli organismi marini. Noi stessi ci sentiamo male se la nostra temperatura corporea aumenta anche solo di un grado.

Vi è poi il drammatico fenomeno della frammentazione degli habitat: le attività antropiche depauperano le risorse ambientali, gli habitat riducono le loro dimensioni e si frammentano in parti più piccole sempre più difficilmente connesse. Queste zone separate non hanno lo stesso valore ecologico di un’area più grande. All’interno del mio libro faccio l’esempio di un tappeto persiano. Se prendiamo le forbici e tagliamo il tappeto in tanti pezzi, l’area complessiva dei frammenti non sarà molto diversa rispetto a quella del tappeto integro, ma la capacità di copertura è fortemente compromessa.

Un’altra delle cause della crisi della biodiversità è la presenza negli habitat di specie invasive: le migrazioni delle specie sono fenomeni naturali e sono sempre esistiti, ma le specie invasive creano una problematica perché alterano gli ambiente naturali e portano all’estinzione molte specie.

Infine, vi sono due problemi direttamente connessi alla presenza umana, ovvero lo sfruttamento estremo delle risorse e l’inquinamento: ci comportiamo come se le risorse naturali fossero infinite, e allo stesso tempo rilasciamo nell’ambiente emissioni inquinanti, gas tossici e rifiuti che alterano gli ecosistemi.

Ci tengo però a fare una precisazione che spesso viene dimenticata. L’essere umano non è innaturale, ma fa parte della Natura e della biodiversità. In altre parole, noi siamo una delle condizioni di naturalità del Pianeta ma, con le nostre azioni scellerate, stiamo accelerando in maniera notevole la distruzione dell’ambiente in cui viviamo. 

[…]

Per leggere l’intervista completa, è possibile richiedere una copia in digitale della rivista scrivendo all’editore: amministrazione@politalia.it

Finanza ed umanesimo, Francesco dice no al paradigma tecnocratico.

[…] Ho letto con interesse i risultati del lavoro che avete svolto in questi due anni, per avviare un dialogo tra finanza, umanesimo e religione: non è facile. Avete scelto di iniziare questi “Dialoghi” con esponenti del sistema finanziario italiano. Un’economista mi ha detto una volta: dialogo fra economia e filosofia, religione e umanesimo è possibile. Dialogo fra finanza, teologia e umanesimo, invece, molto difficile. È curioso questo! Un sistema, questo finanziario italiano, che ha alle spalle una storia antica, nella quale, ad esempio, i “Monti di Pietà” furono un grande sprone ad aiutare i più poveri senza cadere in logiche assistenzialistiche, e favorirono prestiti per permettere alle persone di poter lavorare e, attraverso la propria attività, ritrovare la giusta dignità. In effetti, «aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze. Il vero obiettivo dovrebbe essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro» (Lett. enc. Laudato si’, 128).

Mi ha colpito anche l’obiettivo primario che vi siete dati, ovvero quello di ragionare insieme agli alti vertici del mondo della finanza sulla possibilità che l’impegno di fare-bene e quello di fare-il-bene possano andare di pari passo. In altre parole, vi siete dati un compito nobile: coniugare l’efficacia e l’efficienza con la sostenibilità integrale, l’inclusione e l’etica. Voi dite giustamente che il vostro convincimento è che il magistero sociale della Chiesa possa rappresentare una bussola. Perché questo effettivamente accada, è necessario non fermarsi al momento esortativo, ma essere capaci di guardare al funzionamento della finanza, per denunciare i punti deboli e immaginare correttivi concreti.

Vorrei fare un esempio. Nel cosiddetto siglo de oro – il XVI secolo – in Spagna il commercio della lana era un mercato fiorente che muoveva grandi capitali economici. I teologi spagnoli di quel tempo si misero a dissertare su quel tipo di commercio e diedero valutazioni etiche che mutarono con il cambiamento del contesto storico. Infatti, la guerra nelle Fiandre fece sì che quanti lavoravano direttamente nell’allevamento e nella tosatura non ricevessero più un pagamento adeguato al loro lavoro, e allora costoro denunciarono quel sistema finanziario mostrandone i punti deboli e chiedendo maggiore equità. I teologi spagnoli poterono intervenire perché conoscevano quel processo di lavoro, e quindi non si limitarono a dire: “bisogna cercare il bene comune”, ma spiegarono cosa non andava e chiesero precise azioni di cambiamento per il bene comune, si capisce.

[…] Voi avete lavorato su tre piani: il pensiero, la concretezza e la valorizzazione del bene. Sono d’accordo che è necessario non perdere mai di vista la concretezza, perché in gioco vi è la sorte dei più poveri, delle persone che faticano a trovare i mezzi per una vita dignitosa.

Il lavoro che avete fatto a Milano è incoraggiante, e forse potrebbe essere buona cosa estenderlo anche ad altri centri finanziari, promuovendo un modello di Dialogo che si diffonde e genera un cambio di paradigma. Infatti il paradigma tecnocratico resta dominante; c’è bisogno di una nuova cultura, capace di dare spazio a un’etica adeguatamente solida, a una cultura e a una spiritualità (cfr Lett. enc. Laudato si’, 105). […]

 

Per leggere il discorso completo

https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2024/june/documents/20240603-finanza-sostenibile.html

AgenSIR | Il quadro delle attività portate avanti dalla Caritas italiana.

Patrizia Caiffa

Mense e ostelli per i poveri, centri d’ascolto, empori solidali, servizi e consulenze di vario tipo, raccolte fondi e progetti internazionali durante le crisi umanitarie, coinvolgimento dei giovani attraverso il servizio civile e il volontariato. È un caleidoscopio di migliaia di attività quello raccontato in sintesi nel Bilancio sociale 2023 di Caritas italiana, una pubblicazione che mette in evidenza gli aspetti qualitativi dell’animazione della carità nelle diocesi e parrocchie italiane durante tutto il 2023. Un impegno economico pari a 58 milioni di euro nel 2023, di cui il 76,6% impiegato in Italia e il 23,4 all’estero. Somme provenienti dall’8 per mille, da collette nazionali, grandi e piccoli donatori. In Italia sono presenti 6.780 servizi Caritas e 3.636 centri d’ascolto. In un anno sono state accompagnate 270.000 persone, con oltre 84 mila volontari. Il Bilancio sociale è stato presentato oggi a Roma. È disponibile in versione integrale su www.caritas.it.

(Mons. Carlo Maria Redaelli durante la presentazione del Bilancio sociale 2023 – Foto: Caiffa/SIR)

“La Caritas non ha copyright anzi è meglio che la carità sia copiata”, ha detto mons. Carlo Maria Redaelli, arcivescovo di Gorizia e presidente di Caritas italiana, durante la la presentazione nella sede della Cei. “L’impegno nel corso dell’anno passato si è sviluppato in Italia come all’estero, sempre nell’ottica dell’accompagnamento delle persone e delle comunità, della promozione della pace e della riconciliazione – ha affermato -. Viviamo in un mondo in cui tutto è in relazione. Il Bilancio sociale esprime il nostro sentirci responsabili e cercare di fare la nostra parte, con particolare attenzione a chi si trova in una situazione di vulnerabilità”.

Per l’economo della Cei, don Claudio Francesconi, il documento consente di “riflettere sulle motivazioni e gli scopi che vogliamo raggiungere”. “Come cristiani – ha osservato – siamo sempre presi tra due tensioni: da un lato l’insegnamento di Gesù a non ostentare il bene che facciamo, dall’altro l’esigenza di far crescere la sensibilità della comunità cristiana e del mondo su questi temi”. A questo proposito è importante “fare rete per far fronte ai problemi sociali”. L’economo della Cei ha anche annunciato un lavoro che si sta portando avanti con il Politecnico di Milano per misurare l’impatto dell’8 per mille nella società e i cambiamenti che produce. […]

 

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https://www.agensir.it/chiesa/2024/06/03/il-bilancio-sociale-di-caritas-italiana-al-servizio-degli-ultimi-con-iniziative-che-fanno-crescere-le-comunita/

Firenze, cosa accadrà al ballottaggio? Renzi è tentato dalla destra.

Si alzano i toni della campagna elettorale a Firenze, non soltanto, com’è fisiologico, tra il candidato del centrodestra, Eike Schmidt, e la candidata di Pd, Avs e altre forze di centrosinistra, Sara Funaro, ma anche tra la stessa Funaro e il leader di Italia Viva, ex sindaco di Firenze, Matteo Renzi.

“Funaro dice che io non ho mai fatto niente per Firenze da presidente del Consiglio. Dimentica che dopo la linea 1 della tramvia le altre sono state tutte finanziate dal Governo Renzi.

La Funaro – accusa Renzi dai microfoni di Toscana Tv – smentisce tutto ciò che ha sempre detto. Funaro ha cominciato con le liste Renzi, ha firmato tutti i documenti ufficiali del Comune di Firenze, il patto per Firenze del 2016. Sono tutte robe che dicono in campagna elettorale perché sono disperati. Le linee della tramvia in questa città le ha finanziate Renzi, ma i cantieri li ha allungati Nardella, che ha perso un sacco di tempo nonostante abbia avuto un sacco di soldi, una baulata di fiorini. L’amministrazione di Dario sui cantieri della tramvia ha dormito”.

E sempre da Toscana Tv la replica di Funaro, alla trasmissione Telegram: “Che da sindaco Renzi non abbia fatto partire le linee di tramvia mi sembra un dato di fatto. Questa amministrazione sta completando le linee della tramvia. Ma il mio avversario è Schmidt”, puntualizza Funaro, che ribadisce riferendosi a Renzi e Italia Viva: “sul ballottaggio si continua a strizzare l’occhio alla destra, ma questo chiarisce che c’è un centrosinistra e una destra e il centrosinistra siamo noi”. Renzi infatti, in precedenza aveva detto: “se al ballottaggio andranno Funaro e Schmidt, vedremo e ragioneremo sulla base di quello che è meglio per Firenze”.

4 giugno 1989, il massacro di Tienammen: molti ancora gli arrestati.

“Per 35 anni, tutti i massimi dirigenti cinesi, da Li Peng a Xi Jinping, si sono preoccupati di cancellare i ricordi del 4 giugno perseguitando coloro che pacificamente chiedono di assumersene la responsabilità. Tutti coloro che hanno a cuore la giustizia dovrebbero chiedere pubblicamente alle autorità cinesi di rilasciare immediatamente e senza condizioni questi e tutti gli altri prigionieri di coscienza in Cina”. È l’appello che Chinese Human Rights Defenders – una delle maggiori organizzazioni internazionali a sostegno delle battaglie dei dissidenti cinesi – ha lanciato in occasione del 35° anniversario del massacro di piazza Tiananmen. Un’iniziativa accompagnata da una lista di 27 nomi di persone che a vario titolo, si trovano ancora in carcere per quella stessa battaglia. Un elenco “lungi dall’essere completo – spiegano gli attivisti – ma che rappresenta una finestra sulla gravità, la portata e la persistenza delle rappresaglie da parte del governo cinese negli ultimi 35 anni”.

In questa lista figurano in particolare 14 nomi di persone che parteciparono direttamente agli eventi di 35 anni fa e si trovano attualmente in carcere, in gran parte perché riarrestati per le loro battaglie in favore della democrazia in Cina. Zhou Guoqiang (周国强) era finito in carcere per aver organizzato uno sciopero a sostegno delle proteste studentesche a Pechino nel 1989 e per questo aveva scontato anche 4 anni in un campo di rieducazione. È stato nuovamente arrestato per commenti online nell’ottobre 2023: la sua posizione e l’accusa a suo carico rimangono sconosciute.

L’attivista del Guangdong Guo Feixiong (郭飞雄) – che partecipò al movimento del 1989 come studente di Shanghai – sta scontando una condanna a sei anni dal 2015 per il suo attivismo per i diritti umani. Un altro studente universitario di allora, Chen Shuqing (陈树庆) di Hangzhou, sta scontando una pena di 10 anni e mezzo dal 2016 per il suo attivismo a favore della democrazia.  

Lü Gengsong (吕耿松), un insegnante licenziato nel 1993 per aver sostenuto il movimento democratico, sta scontando una condanna a 11 anni dal 2016 per la sua attività a favore della democrazia. L’avvocato Xia Lin (夏霖), con sede a Pechino, sta scontando una condanna a 11 anni dal 2016 per la sua attività professionale di avvocato: aveva partecipato al movimento del 1989 come studente del Southwest Institute of Political Science and Law di Chongqing.

L’attivista dello Xinjiang Zhao Haitong (赵海通) sta scontando una condanna a 14 anni dal 2014 per le sue attività di difensore dei diritti umani. Anche lui era già stato imprigionato all’indomani del massacro del 1989. Xu Na (许那), artista e poeta praticante del Falun Gong, aveva preso parte allo sciopero della fame, in piazza Tiananmen; è stata arrestata nel 2020 e condannata a 8 anni di carcere per “aver usato un culto malvagio per disturbare l’applicazione della legge”.

L’attivista del Sichuan Chen Yunfei (陈云飞) ha scontato una condanna a quattro anni dal 2015 al 2019, in parte per aver organizzato una commemorazione per le vittime del 4 giugno: aveva partecipato al movimento del 1989 come studente della China Agricultural University di Pechino. Un altro membro dei movimenti studenteschi di allora, Xu Guang (徐光), è stato arrestato nel 2022 e sta scontando una condanna a 4 anni con l’accusa di “aver provocato litigi e problemi” a Hangzhou, nella provincia di Zhejiang. Stessa sorte e stessa accusa anche per Huang Xiaomin (黄晓敏), arrestato nel 2021 e condannato a quattro anni nella provincia di Sichuan e Cao Peizhi (曹培植), arrestato nel 2022 e condannato una pena detentiva di 2,2 anni nella provincia dell’Henan.

Zhang Zhongshun (张忠顺), un altro studente che partecipò alle proteste del 1989, nel 2007 fu denunciato per aver parlato come ai suoi studenti dei fatti del 4 giungo. Successivamente è stato incarcerato per tre anni e ora è detenuto per aver continuato a sostenere l’attivismo e rischia un’accusa di sovversione, nella provincia dello Shandong. Wang Yifei (王一飞) è scomparso dalla custodia della polizia dopo la sua detenzione nel 2021: prima del suo arresto nel 2018, da diversi anni chiedeva giustizia per le vittime del 1989. Shi Tingfu (史庭福), già condannato aver organizzato nel 2017 a Nanchino una veglia pubblica e aver un discorso sul ricordo delle vittime di Tiananmen, è stato riarrestato nel gennaio 2024 ed è in attesa di giudizio per diverse accuse, tra cui diffusione di “false informazioni e incitamento al terrorismo e all’estremismo nella Regione autonoma uigura dello Xinjiang”. [,,,]

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/In-piazza-Tiananmen-35-anni-fa,-oggi-ancora-in-carcere-60873.html

Festa della Repubblica, una giornata particolare per il Presidente Mattarella

“Tenga duro presidente, lei è la nostra storia!”. Al suo ingresso nei giardini del Quirinale, Sergio Mattarella è stato accolto subito da un applauso. Il capo dello Stato, accompagnato dalla figlia Laura, ha risposto con cenni di saluto. Sono circa 1.800 i cittadini ospitati oggi [ieri per chi legge, ndr] per la festa della Repubblica.

“Benvenuti, auguri”, ha detto Mattarella. Le frasi più ripetute sono: “Viva presidente, grazie presidente”. Una signora gli dice:

“Forza e ci protegga per favore, ci protegga”. Lui sorride lungamente e le persone gli urlano: “Bravo, viva il presidente”.

Mattarella si è poi fermato per ascoltare l’inno di Mameli suonato dalla banda interforze. C’è anche la Croce Rossa che accompagna alcuni disabili in carrozzina, che Mattarella ha salutato calorosamente. Rappresentanti di un’associazione gli spiegano che l’inno è stato cantato anche dai ragazzi non udenti, “i ragazzi sordi”, sottolineano loro. Un’anziana particolarmente audace gli si avvicina più di tutti e dice con tono fermo e a voce alta: “Lei deve campare ancora 100 anni”. Mattarella è divertito dall’augurio e risponde: “Sarà impossibile ma grazie, davvero”.

“Evviva l’Italia, Forza presidente, bravo e buon lavoro”.

Mattarella ringrazia tutti rispondendo: “Benvenuti e buona festa”. Un bambino lo ha aspettato per consegnargli una lettera scritta per lui e gli ha chiesto un autografo in ricordo.

Mattarella gli ha scritto una intera dedica.

Da un gruppo di anziani si leva un coro di: “Noi l’adoriamo e siamo la memoria del Paese. Evviva il nostro presidente. Sarà stanchissimo dopo una giornata così”. E ancora: “Grazie per tutto quello che fa per noi. Grazie per essere il nostro presidente. Ci dia la forza, Viva la Repubblica, Viva l’Italia”. E ovviamente tutti, bimbi, ragazzi, ma anche adulti, hanno fatto a gara per chiedere un selfie.

Il momento più originale, indubbiamente fuori dal cerimoniale, è stato quello dei selfie, richiestissimi al presidente della Repubblica. Sergio Mattarella si è concesso divertito dalle richieste dei bambini in particolare: “Sù, di corsa”, ha detto, suscitando una risata generale.

Alcuni bambini hanno lasciato biglietti o pergamene con loro pensieri per il presidente. Mattarella li ha messi tutti da parte con cura consegnandoli allo staff. Alcuni mostrano cartelli: “La piazza di Masianiello ti aspetta”. Oppure: “Buona Festa della Repubblica Signor presidente”  con disegnato il Tricolore. Una bimba in carrozzina, circa 7-8 anni, ha abbracciato il presidente e gli ha detto: “Sono orgogliosa di essere italiana!”. Un signore ha regalato a Mattarella una moneta color oro presa a Lourdes:

“Affinché sia di benedizione per il nostro presidente”, racconta.

Dalla casa famiglia Oasi Celestina Donati di Roma un regalo molto speciale: la riproduzione di un grande libro che raffigura le case da cui provengono i bimbi di varie parti del mondo.

I bambini hanno spiegato a Mattarella: “Tutti noi viviamo nella grande casa che è la Terra”. Ci sono, tra le altre, le bandiere dell’Ucraina, dell’Ungheria, del Cile, del Brasile. I bambini della Casa famiglia sono infatti di varie nazionalità.

Il Centro non nasce con i partiti personali

Quando si parla oggi di Centro e di ‘politica di centro’ c’è una sola certezza, seppur all’interno di molte difficoltà e contraddizioni. E cioè, lo spazio politico di Centro non è compatibile né con i partiti personali e né, soprattutto, con la sola personalizzazione della politica. E questo per la semplice ragione che il Centro storicamente è un luogo autenticamente democratico, plurale, riformista e di governo. 

Nulla a che vedere, quindi, con partiti e movimenti che si basano esclusivamente sulle fortune e sulla simpatia del leader/capo. Perché un luogo politico che si caratterizza per il pluralismo culturale ed ideale non può essere rappresentato o sequestrato da un capo. Sarebbe la semplice negazione di ogni ‘politica di centro’ la quale, al contrario, si basa sull’apporto decisivo delle culture politiche, dei cosiddetti mondi vitali, dell’associazionismo sociale e del variegato e composito complesso della società civile. Lo confermano i veri partiti centristi che hanno scandito la storia democratica del nostro paese. A prescindere dallo stesso consenso elettorale. Lo dicono la storia e l’esperienza della Democrazia Cristiana. Ma anche quella del Ppi, della Margherita, del Ccd, dell’Udc e, forse, del nuovo corso politico ed organizzativo di Forza Italia. E questo perché il

Centro è sinonimo di costruzione politica, è confronto permanente sui contenuti e, in ultima analisi, è fatto di leadership plurali. 

Al riguardo, sono proprio il modello organizzativo della Dc nella prima repubblica e quello della Margherita nella cosiddetta seconda repubblica a spiegare al meglio e in modo plastico come si declina concretamente e politicamente il Centro. Perché

certamente si qualifica sul terreno della politica e dei contenuti programmatici ma è indubbio che anche il modello organizzativo è decisivo. Certo, tutti sappiamo che la personalizzazione è diventata quasi un dogma della politica contemporanea. Ovvero il valore e il ruolo decisivo del capo. Ma è anche evidente che nei luoghi dove la politica vuole ritornare protagonista lo strumento organizzativo non può essere un luogo alle dipendenze di un capo che si attornia del suo “cerchio magico” e tollera e considera il resto della compagnia come una curva sud dove l’unico compito è quello di applaudire il “capitano” di turno e null’altro. Come puntualmente sta capitando nei partiti personali, seppur con versioni e modalità organizzative diverse ma, comunque sia, accomunati dalla totale dipendenza del ‘verbo’ del capo.

Ecco perché il rilancio politico, culturale, programmatico ed organizzativo del Centro e di una ‘politica di centro’ non possono passare attraverso i partiti personali o del capo. E dopo il voto europeo, e il concreto responso delle urne, potrà decollare una iniziativa politica che sia anche in grado di rilanciare la qualità della democrazia, il prestigio della politica e, forse, la stessa credibilità delle istituzioni democratiche. Una stagione politica che non potrà vedere assenti, ne come ovvio ed evidente, i cattolici popolari e sociali dopo l’inconsistenza e la latitanza che purtroppo li hanno caratterizzati in quest’ultima stagione della vita pubblica del nostro paese.

Vita e Pensiero | Europa, cittadini e istituzioni insieme per il futuro.

A livello internazionale, il ruolo dell’Unione europea, soprattutto a partire dalla guerra in Ucraina, è potenzialmente cruciale, sia geograficamente che politicamente. Ma le incognite sono molte. Per quanto riguarda la composizione del prossimo parlamento, i sondaggi non preannunciano cambiamenti dirompenti ma, come ci indicano alcuni studi sul comportamento elettorale, non pochi cittadini potrebbero decidere per chi votare negli ultimissimi giorni, talvolta persino all’interno della cabina elettorale, e quindi una calcolata prudenza è necessaria. Rispetto alle strategie di lungo periodo, è possibile avanzare qualche auspicio più preciso: non sarebbe sbagliato se le istituzioni europee nel loro complesso (quindi non solo il parlamento) iniziassero a ragionare seriamente, senza retorica e con impegni concreti, sulla possibilità di cooperazioni rafforzate su alcuni temi, primo tra tutti la difesa comune. Proprio per lo scenario internazionale così complesso e delicato, uno scatto in avanti su questa materia sarebbe auspicabile, il che non significa inseguire improbabili progetti utopici, ma affrontare con coerenza le urgenze che impone la realtà.

I risultati delle prossime elezioni europee ci diranno in termini quantitativi se la distanza tra le istituzioni europee e i cittadini europei è aumentata o se si è ridotta. Potremo estrapolare qualche risposta innanzitutto dal tasso di partecipazione al voto e poi anche (seppur in maniera meno evidente) dal consenso che verrà dato alle forze politiche apertamente euroscettiche. Oltre ai numeri, però, non possiamo nascondere il fatto che – ormai da diversi anni – ad essere in crisi è il «progetto europeo»: questa formula indica la difficoltà nel riconoscere quale sia, oggi, il corpus ideale e valoriale che anima la vita di istituzioni importanti come quelle europee. Ce ne accorgiamo quando osserviamo le reazioni alle crisi che si verificano periodicamente: talvolta le risposte sono immediate e convincenti, altre volte titubanti, altre ancora totalmente inefficienti. Si dirà che tutto ciò fa parte del ciclo di vita delle istituzioni, ma ogni volta sembra mancare un sostrato comune. In altre parole, la soluzione che viene trovata è quasi sempre figlia di un compromesso, che è indispensabile per far vivere le istituzioni, ma che non può esserne la ragione costitutiva.

Chi dunque deve attivarsi per rinvigorire il progetto europeo? I passi avanti ci sono stati: le istituzioni hanno messo in moto iniziative per ridurre lo storico deficit democratico che le caratterizza (si pensi alla Conferenza sul futuro dell’Europa), i partiti politici, nonostante tutto, tentano di promuovere iniziative realmente europee (specialmente attraverso i think tank di riferimento), la società civile si impegna in iniziative di partecipazione dal basso, soprattutto rivolte alle giovani generazioni. Le iniziative funzionali sono tutte importantissime, ma è forse ancor più importante ritrovare l’anima del progetto europeo, cioè le motivazioni di fondo che spinsero i padri fondatori a creare le prime forme istituzionali di cooperazione: la promozione della pace, della democrazia e della solidarietà tra i popoli. Non è retorico ricordare, specie in questi mesi, che un progetto politico – per resistere nel tempo – deve fondarsi su valori e ideali e non solo su procedure e direttive.

 

Per leggere il testo completo

https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-unanima-per-leuropa-6507.html

L’iniquità fiscale è un macigno che pesa sulle spalle dell’Italia

Il tema dell’iniquità fiscale ha rappresentato uno dei motivi del mio interesse giovanile per la politica. A 16 anni volli approfondire la questione del come pagano le tasse gli italiani. Trovavo anacronistico che in quegli anni si continuasse un sistema di prelievo fiscale non molto diverso da quello in uso nel Regno dei Borboni. Al posto degli antichi gabellieri del Re si erano sostituiti i datori di lavoro, le ricevitorie dei monopoli di stato e, soprattutto, progressivamente sempre più incidenti, i gestori delle pompe di benzina. Erano e lo sono tuttora i nuovi gabellieri permanenti dello Stato sovrano.

Nel Dicembre 1991, in un articolo per la rivista della sinistra sociale dc di Forze Nuove (Terza Fase-n.12/91), scrivevo: “L’introduzione del welfare state alla fine degli anni’60, che è stato una delle grandi conquiste della Dc e del centro-sinistra, si è accompagnata alla riforma fiscale del 1974, voluta dall’allora ministro del PRI, Bruno Visentini. Questa determinò la scissione tra il momento dell’autonomia ed il momento della responsabilità, facendo venir meno uno dei capisaldi fondamentali di tutto l’insegnamento sturziano. Abbiamo visto con ciò l’instaurarsi di una pericolosissima prassi fondata su un unico sportello centralizzato delle entrate e oltre 30.000 sportelli incontrollati e incontrollabili della spesa, con le conseguenze ben note sul piano del deficit pubblico. Da un punto di vista strutturale, con la trattenuta fiscale alla fonte dei redditi di lavoro dipendente (e con i datori di lavoro pubblici e privati in funzione di esattori fiscali per conto dello Stato), si realizzava una condizione assurda e iniqua per cui il peso prevalente del welfare state veniva pressoché totalmente sostenuto dalle categorie a reddito di lavoro accertabile, mentre largo spazio all’accumulazione veniva lasciato ai detentori di capitali finanziari destinati a sostenere con l’acquisto dei titolo il debito pubblico”. 

Qualcosa rispetto allora è cambiato? In realtà assai poco, dato che ai maggiori controlli e alle autentiche vessazioni fiscali della costituita Agenzia delle entrate, non si è mai accompagnata la riduzione della spesa pubblica e con il calo della crescita, siamo giunti all’attuale valore del debito pubblico pari a circa 384 miliardi di dollari, il 137% del PIL

In Italia, la pressione tributaria è ai massimi livelli tra le nazioni civili. Si è concluso solo ieri il semestre del lavoro degli italiani a sostegno delle tasse. A tale situazione caratterizzata da una sostanziale ingiustizia sul piano dei prelievi, si accompagnano: l’incomprensibilità delle norme, l’incertezza giuridica, le arbitrarie presunzioni a favore del fisco, l’inversione generalizzata dell’onere della prova a carico del contribuente che pongono i cittadini alla mercé del fisco degradandoli al rango di sudditi. In Italia, a fronte di una tassazione spogliatrice, lo Stato non rende i servizi in nome dei quali sottrae al cittadino molto più della metà del suo reddito e confisca risparmi già tassati, per destinarli agli sperperi delle oligarchie parlamentari, burocratiche, giudiziarie, clientelari (la casta). 

Questione dirimente è analizzare chi veramente paga le tasse nel nostro Paese. Nel 2022 il Nord Italia ha versato quasi il 60% dell’IRPEF. Solo il 13,94 % degli italiani paga quasi due terzi delle tasse, mentre il 47% non dichiara redditi. Sono, infatti, 41,5 milioni gli italiani che fanno la dichiarazione fiscale IRPEF, ma oltre il 40% di questi dichiarano un reddito inferiore a 15000 euro. In definitiva l’IRPEF è a carico di pochi: il 44% dei contribuenti paga oltre il 92 % dell’imposta, con un gettito complessivo pari a 175,17 miliardi di euro nel 2021. Il restante 56% contribuisce al gettito fiscale per il 7,38%. I dati arrivano da Itinerari Previdenziali, nel settimo rapporto sulla regionalizzazione del sistema previdenziale italiano presentato il 7 novembre 2023 al CNEL

Nel dettaglio, su circa 41 milioni di contribuenti, 22 milioni sono lavoratori dipendenti e 14,5 milioni sono pensionati, un totale di 36 milioni e mezzo di persone, quasi il 90%. Esaminando gli scaglioni IRPEF per i lavoratori dipendenti e autonomi, sulla base della legge di Bilancio 2022, risultano così distribuiti: aliquota IRPEF del 23% per i redditi da 0 a 15.000 euro (no tax area fino a 8.174 euro); aliquota IRPEF del 25% per i redditi da 15.001 a 28.000 euro; aliquota IRPEF del 35% per i redditi da 28.001 a 50.000 euro; aliquota IRPEF del 43% per i redditi oltre i 50.000 euro.

È su questi scaglioni e con queste aliquote che si provvede al calcolo dell’IRPEF in busta paga. Per lavoratori dipendenti e pensionati con ritenuta alla fonte, per gli autonomi, con auto dichiarazione al fisco. Alla fine, l’evasione è assicurata per un totale di oltre 90 miliardi certamente non imputabili al solo lavoro autonomo (professionisti, artigiani, commercianti) dal momento che vanno considerate le imprese grandi e medie e il vasto campo del sommerso, compreso  quello che, nella mia teoria dei quattro stati, considero il “quarto non stato”, ossia le attività illegali sottratte a ogni controllo di legittimità e di merito. Una situazione di tale iniquità dovrebbe provocare non solo una civile e forte indignazione, ma sollecitare una rivolta sociale, mentre, purtroppo, continua il disvalore della sub cultura secondo cui gli evasori sono dei furbi, i contribuenti onesti dei fessi. 

A tutto ciò si accompagna il cattivo esempio di un governo che è giunto a definire le tasse, “pizzo di Stato” e si concede il lusso di favorire continui condoni, con l’obiettivo di corrispondere alle attese dei contribuenti renitenti al proprio dovere fiscale, pur di garantirsi il consenso. L’amico On. Bruno Tabacci da molti anni porta avanti la proposta dell’introduzione nel sistema fiscale italiano del contrasto di interessi tra fornitori di beni e servizi e clienti fruitori. Un tema ripreso nei giorni scorsi dal presidente di Itinerari Previdenziali, Michele Brambilla, diretto a consentire di detrarre dalle tasse 5000 euro di spese per auto e casa, una condizione che favorirebbe la fuga dal “nero”. Con Brambilla condividiamo le sue conclusioni: in un Paese ad alta infedeltà fiscale e dalla grave disuguaglianza, tra lavoratori dipendenti e autonomi, il contrasto di interessi è l’unica soluzione possibile. Si tratta di avere la volontà politica di sperimentarlo. Un tema che noi cattolici democratici, liberali e cristiano sociali dovremo inserire tra le priorità del nostro programma da sviluppare nell’auspicata Camaldoli 2024.

Le raccomandazioni di Papa Francesco alle Acli

[…] vorrei soffermarmi su cinque caratteristiche di questo stile vostro, che ritengo fondamentali per il vostro cammino.

La prima è lo stile popolare. Si tratta non solo di essere vicini alla gente, ma di essere e sentirsi parte del popolo. Significa vivere e condividere le gioie e le sfide quotidiane della comunità, imparando dai valori e dalla saggezza della gente semplice. Uno stile popolare implica riconoscere che i grandi progetti sociali e le trasformazioni durature nascono dal basso, dall’impegno condiviso e dai sogni collettivi. Ma la vera essenza del popolo risiede nella solidarietà e nel senso di appartenenza. Nel contesto di una società frammentata e di una cultura individualista, abbiamo un grande bisogno di luoghi in cui le persone possano sperimentare questo senso di appartenenza creativo e dinamico, che aiuta a passare dall’io al noi, a elaborare insieme progetti di bene comune e a trovare le vie e i modi per realizzarli. È questa la vocazione dei vostri “circoli”: aprire le porte, tenerle aperte, accogliere le persone, permettere loro di costruire legami di solidarietà e senso di appartenenza, per intraprendere insieme un cammino di integrazione che sviluppa «una cultura dell’incontro in una pluriforme armonia» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 220).

Seconda caratteristica: lo stile sinodale. Lavorare insieme, collaborare per il bene comune è fondamentale. Questo stile sinodale è testimoniato dalla presenza di persone che appartengono a diversi orizzonti culturali, sociali, politici e anche ecclesiali, e che oggi sono qui con voi. Ma è anche uno stile che vi appartiene strutturalmente perché, come ha scritto il vostro Presidente presentandovi, siete un insieme di associazioni “multiformi e inquiete”. È bello questo: voi siete pluriformi e inquieti, e questo è una cosa bella. È bello questo: la varietà e l’inquietudine – in senso positivo –, che vi aiuta a camminare insieme tra voi e anche a mescolarvi con le altre forze della società, facendo rete e promuovendo progetti condivisi. Vi chiedo di farlo sempre più e di avere attenzione verso quelli che nella società sono deboli, perché nessuno sia lasciato indietro.

La terza caratteristica: uno stile democratico. La fedeltà alla democrazia è da sempre un tratto distintivo delle ACLI. Oggi ne abbiamo tanto bisogno. Democratica è quella società in cui c’è davvero un posto per tutti, nella realtà dei fatti e non solo nelle dichiarazioni e sulla carta. Per questo è importante il molto lavoro che fate soprattutto per sostenere chi rischia l’emarginazione: i giovani, ai quali in particolare destinate le iniziative di formazione professionale; le donne, che spesso continuano a patire forme di discriminazione e disuguaglianza; i lavoratori più fragili e i migranti, che nelle ACLI trovano qualcuno capace di aiutarli a ottenere il rispetto dei propri diritti; e infine gli anziani e i pensionati, che troppo facilmente si ritrovano “scartati” dalla società, e questa è un’ingiustizia. A queste persone prestate un servizio importante, che non deve soltanto restare nell’ambito dell’assistenza, ma promuovere la dignità di ogni persona e la possibilità che ciascuno possa mettere in campo le proprie risorse e il proprio contributo.

Quarto: uno stile pacifico, cioè da operatori di pace. In un mondo insanguinato da tante guerre, so di condividere con voi l’impegno e la preghiera per la pace. Per questo vi dico: le ACLI siano voce di una cultura della pace, uno spazio in cui affermare che la guerra non è mai “inevitabile” mentre la pace è sempre possibile; e che questo vale sia nei rapporti tra gli Stati, sia nella vita delle famiglie, delle comunità e nei luoghi di lavoro. Il Cardinale Martini, durante una veglia di preghiera per la pace, pose l’accento sulla capacità di “intercedere”, cioè di situarsi tra i contendenti, mettendo una mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio che questo comporta (Un grido di intercessione, 29 gennaio 1991). Costruisce la pace chi sa prendere posizione con chiarezza, ma al tempo stesso si sforza di costruire ponti, di ascoltare e comprendere le diverse parti in causa, promuovendo il dialogo e la riconciliazione. Intercedere per la pace è qualcosa che va ben oltre il semplice compromesso politico, perché richiede di mettersi in gioco e assumere un rischio. Il nostro mondo, lo sappiamo, è segnato da conflitti e divisioni, e la vostra testimonianza di operatori di pace, di intercessori per la pace, è quanto mai necessaria e preziosa.

Infine, uno stile cristiano. Lo menziono per ultimo non come un’appendice, ma perché si tratta della sintesi e della radice degli altri aspetti di cui abbiamo parlato. A chi possiamo guardare per capire che cosa vuol dire essere operatori di pace fino in fondo, se non al Signore Gesù? Dove possiamo trovare ispirazione e forza per accogliere tutti, se non nella vita di Gesù? Assumere uno stile cristiano, allora, vuol dire non soltanto prevedere che nei nostri incontri ci sia un momento di preghiera: questo va bene, ma dobbiamo fare di più; assumere uno stile cristiano vuol dire crescere nella familiarità con il Signore e nello spirito del Vangelo, perché esso possa permeare tutto ciò che facciamo e la nostra azione abbia lo stile di Cristo e lo renda presente nel mondo. In particolare, a fronte di visioni culturali che rischiano di annullare la bellezza della dignità umana e di lacerare la società, vi invito a coltivare «un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole» (Lett. enc. Fratelli tutti, 6). È il sogno di San Francesco di Assisi e di tanti altri santi, di tanti cristiani, di tanti credenti di ogni fede. Fratelli e sorelle, sia anche il vostro sogno!

[…]

 

Per leggere il testo integrale

https://www.vatican.va/content

La politica oggi e la dubbia strategia del turpiloquio

Queste elezioni europee si stanno consumando senza ancora avere inciso nella coscienza degli elettori. I temi di cui si dibatte sono per la maggior parte in chiave interna. In modalità povertà, si criticano sistematicamente gli avversari ma poche scarse parole su ciò che sarebbe da fare in Europa. Comunque sia, Salvini si è sbracciato per un condono delle piccole irregolarità che sono nella maggior parte delle case degli italiani. Ci ha aggiunto anche l’assoluto divieto all’uso di armi in territorio russo ed il gioco è fatto, chiudendo infine con la proposta di una rispolverata al servizio militare da anni messo all’angolo. La Schlein parla di sanità e di libertà. Conte si dice contro la guerra, ma senza uno straccio di idea su come porvi fine. Infine la Meloni, a cui non mancano intuito e furbizia, ha trovato come suscitare l’attenzione del popolo elettorale. Deve essersi ricordata di una regola edificante, quella del “vuoto per pieno” in base alla quale si misura il volume di un solido circoscritto alla parte che si vuole stimare non curando il vuoto presente in esso. In questo modo, la carenza di idee perde di valore perché si ipotizza in ogni caso per acclarata una densità di progetti, pur non vedendosene l’ombra. 

La Meloni fa qualcosa di più ancora. Sa leggere la realtà e scatena la guerra del dileggio che è qualcosa di più della derisione, è piuttosto un andare, secondo alcuni, fuori dalla legge. Se mi insulti, ti rispondo per le rime e ti rimetto a posto. Se l’è presa con De Luca che ci sarebbe andato con la mano pesante contro di lei. La nostra Premier in occasione di un evento in quel di Caivano si sarebbe presentata dicendogli “Sono quella stronza della Meloni”. Ha omesso di premettere la parola “Piacere” forse perché sa che il galateo attribuisce ai cafoni un uso di tal genere. Il giorno seguente De Luca, forse preso in contropiede, ha preso atto che la Meloni ha “dichiarato la sua nuova e vera identità e che noi non possiamo che concordare”. 

Siamo ben oltre l’incidente diplomatico, siamo in presenza di un epiteto che è un porre sopra a qualcosa di già esistente e che qualifica in termini identitari una persona o una cosa. Siamo in un campo diverso dall’ingiuria perché nessuno dei personaggi crede di essere ingiusto ma nella perfetta ragione. Ciò che è certo che ancora una volta si è distratta l’opinione pubblica sviandola dalla sostanza a cui si dovrebbe invece badare. Per non sbagliare, nel comizio a Piazza del Popolo gli esperti della comunicazione della Giorgia nazionale hanno messo in amplificazione la replica delle parole rivolta l’indirizzo del Governatore della Campania. Avranno considerato qualche vantaggio in punti percentuali ma forse trascurato che astenersi dal voto sta diventando una tentazione irresistibile. 

In tempi di riforme istituzionali c’è bisogno di comunione tra maggioranza e opposizione e non di rimarcare fratture con tanto di lessico colorito. De Gasperi e Togliatti in Paradiso stanno scalciando per protesta per essere stati dimenticati fino all’impossibile. Loro non avevano da coprire mancanza di contenuti e di progetti per un Europa a dir poco in fiamme e su cui molto si sarebbe dovuto dire. La Meloni lo sa perfettamente ed ha tirato anche una ulteriore stoccata, prendendosela con il Presidente dei vescovi italiani, Matteo Zuppi perché avrebbe invitato sostanzialmente alla prudenza quando si mette mano al cambiamento delle regole istituzionali. Il Matteo del Vangelo prima di essere un discepolo era un esattore delle tasse, abituato alla precisione ed a fare i conti. Sarà per questo che è stato rintuzzato da Giorgia che ha fretta di andare alla meta senza troppe sottigliezze. Prevale strategicamente il desiderio di essere calamita di ogni pensiero della platea elettorale che dovrà concentrarsi su tutto ma non sul deficit politico di ogni partito. Sta facendo uno sforzo enorme per nascondere sotto il tappeto la pochezza delle forze in campo ed ha come unica via quella di toni aspri che catturino un elettorato fino al giorno del voto. Defungere è un portare a termine un qualcosa. La politica, non solo in Italia, ci è quasi riuscita.

Meloni e la lupa di Roma imperiale.

Quando venne a Roma la regina Meloni-Cleopatra non poté abitare dentro le mura della città imperiale, Cesare la fece accomodare nei suoi terreni fuori città detti Horti di Cesare, che quanto ad estensione erano più grandi della Roma di Servio Tullio, sesto re di Roma. La regina Meloni-Cleopatra vi si piazzò con tutta la corte sua, che non era poca gente, e aspettò come le disse Cesare l’occasione per entrare in città. E quell’occasione venne. 

Il popolo romano curioso di vedere la regina che abitava al di là delle mura, la chiamò a gran voce, e da regina, sul suo carro entrò città. Cesare le fece fare un giro come promesso. Molte statue e molti ampi spazi detti fori, dove il popolo si raduna e pure i nobili che lì vicino hanno la loro sede. Ma ecco, al Campidoglio vede una statua di bronzo ed esclama: “Ah, pure voi fate le statue al cane come famo noi con dio Anubi”. “Zitta, l’ammonì Cesare, nun te fa sentì, quella è una lupa, la lupa nostra che ci ricorda le origini nostre, allatta i nostri fondatori, che sono gemelli, ma uno solo divenne re”. 

“E quelli chi sono?”, disse lei indicando un gruppo di uomini vestiti di bianco. “Ah, so’ i nostri sacerdoti, il capo lo chiamiamo pontifex maximus, e per governare devo avere pure l’appoggio loro”. E aggiunse: “Nun te lo dimentica’ regina, votano pure loro e i voti qui ce servono tutti”. Lei nei mesi successivi se lo dimenticò. 

Comunque Cesare le riferì tutti i detti romani, e le favole pure, che avevano protagonista l’animale sacro di Roma, il lupo e la lupa. In bocca al lupo, crepi il lupo, attento al lupo, non gridare sempre al lupo al lupo, una fame da lupo, chi si fa pecora il lupo se la mangia, il lupo perde il pelo ma non il vizio, tempo da lupi, essere una lupa, ecc. Dei molti detti sarebbe bene che ricordasse per sé quello del pelo e del vizio.

Aveva cominciato modestamente quasi in imbarazzo per il voto plebiscitario che l’aveva portata all’attenzione di Cesare, ma alle fine del secondo anno di governo, la voce da imperial-comandante le è venuta fuori. E con essa pure il linguaggio delle popolane romane del porto di Ripetta Grande, che sta ai confini degli Horti di Cesare, frequentazione quasi obbligata tra vicine di casa. Sale sul palco preparato per darle lustro e arringa’ i suoi e li blandisce con la promessa che cambierà anche gli altri territori del vasto impero di Cesare, che non lo farà con la forza ma sarà il suo esempio a venir copiato: sta nel giusto, sta nella storia e di lei si parlerà negli anni. Lasciatela andare lì nel vasto impero di Cesare, qui ha fatto bene e lì i suoi non potranno che fare altrettanto seguendo i suoi insegnamenti. Così parla che sembra apparire il furore selvaggio della caccia alla preda che i lupi praticano, per fame però non per gloria di sé. 

Tuttavia la regina è abituata a carri trionfali, popolo osannante, sacerdoti servili, con tutto che gira a sua gloria, perché il faraone è l’Egitto stesso. 

Orbene, sotto un sorriso benevolo, gli occhi grandi, il pelo lustrato, compare il canino lungo della specie sua, non il lupo, ma il leopardo delle sabbie egizie, che corre veloce e caccia solitario. I romani per ora applaudono il ferino sguardo, Cesare però sente lontano, molto lontano, il barrito degli orsi che accompagnano gli helvetici di Schelly, e le genti vicine al di là delle Alpi. Non è affare per lupi questo che si paventa in città, e nel vasto impero. Cesare intanto consulta il pontifex maximus per sapere che sorte lo attende in città e se i druidi delle genti di oltre le Alpi portano buone nuove.

Infatti, ci vorrebbero buone nuove.

IA e Pensiero Umano: nuove frontiere esplorate al Festival delle Neuroscienze.

Nuove frontiere e nuove domande sono quelle aperte dagli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che, inevitabilmente, è tra i temi centrali del Festival delle Neuroscienze, sostenuto da Fondazione Gianfranco Salvini, Clinica di Riabilitazione Toscana Spa, Regione Toscana e Corriere Salute, in programma il primo e 2 giugno nel castello dei Conti Guidi di Poppi, in provincia di Arezzo.

Il Festival, a carattere divulgativo, ideato per dare alle Neuroscienze una collocazione centrale nell’agenda della società contemporanea, e aggiornare l’opinione pubblica sui risultati ottenuti dalla ricerca scientifica, nasce da un’idea del professor Alessandro Rossi, docente di neurologia e fisiologia umana all’Università di Siena. Dal Festival, spiega Rossi, “riemerge forte l’intelligenza biologica, l’uomo, con la sua consapevolezza circa i rischi che comporta l’utilizzo indiscriminato e acritico di tecnologie che lui stesso ha costruito, una parte delle quali ci aiuteranno sicuramente nella nostra perenne evoluzione, ma un’altra parte rischiano di essere nemiche”.

Il Festival tocca e mette in dialogo intelligenza umana e intelligenza artificiale, memoria umana e memoria artificiale, fino a considerare le ripercussioni dell’intelligenza artificiale generativa e delle altre tecnologie di massa sul nostro stile e la profondità di pensiero.

Attenzione rivolta anche al tema della Cybersecurity e ai risultati di Cyber 4.0, il centro copromosso e cofinanziato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Osserva Matteo Lucchetti, che è il Direttore Operativo di Cyber 4.0: “c’è stata una risposta molto positiva. Noi abbiamo a disposizione una decina di milioni di euro e abbiamo iniziato ad erogarli a partire da gennaio di quest’anno e ne abbiamo già erogati circa sei. Sono fondi che dovrebbero durare per tutto il Pnrr ma li stiamo finendo prima e quindi chiederemo al Ministero di erogarne ancora perché è una misura particolarmente apprezzata ed utilizzata dalle imprese”.

Nel complesso, la grande sfida delle Neuroscienze rimane lo studio di come sia possibile che strutture materiali emergano fenomeni immateriali come il pensiero e le emozioni.

Verso un’architettura di sicurezza europea più solida e autonoma

Intravedere nelle parole di Marco Tarquinio sulla Nato qualcosa di più di una pur utile provocazione, come ha fatto Rosy Bindi nell’intervista a La Stampa di ieri, pur mossa da preoccupazioni che non si possono non condividere sulla necessità di trovare alternative alla tragedia della guerra per risolvere i conflitti in corso, credo esponga al rischio di distoglierci dalle priorità di questa fase storica.

L’Unione Europea ha la necessità di consolidare un proprio sistema di difesa comune, se vuole esercitare un ruolo da protagonista in un mondo divenuto multicentrico. Ma questo obiettivo appare realizzabile all’interno dell’Alleanza atlantica, come un rafforzamento del pilastro europeo della Nato che consenta un riequilibrio fra Stati Uniti e Ue, guardando al futuro più che al passato. Acquisendo nel contempo la consapevolezza che in un mondo multilaterale i diversi “centri” sono comunque in competizione fra loro, anche se in misura diversa, addirittura (ma non è certo il caso di Usa e Ue) con alleanze pragmatiche di scopo e a tempo, come già avviene nei Brics, dove, ad esempio, situazioni di quasi guerra in tratti di frontiera incerta non impediscono a Cina e India di cooperare insieme nel gioco globale.

Questo comporta che l’Ue, una volta conclusa la guerra ucraina, si mostri capace di definire in modo autonomo le proprie proposte su una nuova architettura di sicurezza in Europa, per non subire una pax russo-americana che la relegherebbe al ruolo di comparsa.

La sfida per l’Ue di saper affermare il proprio unico punto di vista implica da un lato l’onere di costruire una propria capacità di deterrenza, non presa più a prestito dagli Usa, nei confronti della postura neo-imperiale della Russia, senza peraltro disconoscere i punti, che pure esistono, di reciproco interesse fra Bruxelles e Mosca. Dall’altro lato implica anche una qualche forma di amichevole controbilanciamento alla tradizionale visione geopolitica, più anglo che americana, che tende a guardare all’Europa continentale principalmente in funzione delll’indebolimento, della Russia. Nel mondo attuale, in cui America Latina, Asia indopacifica e Africa stanno crescendo a ritmi mai visti prima, il pur sconfinato territorio della Federazione Russa ha perso molto del carattere  strategico che poteva avere all’inizio del Novecento agli occhi di un Mackinder. E sarebbe anche tutto da dimostrare che a trarre i maggiori benefici da una eventuale disgregazione della Federazione Russa in tanti piccoli stati, possa essere l’Occidente in declino demografico piuttosto che le potenze asiatiche.

Per queste ragioni credo che ci sia bisogno più che di una nuova Nato, di un ritorno alle motivazioni e allo spirito delle origini, ma anche solo di una conoscenza di cosa afferma il Trattato di Washington del 1949, come ha ben ricordato su queste colonne qualche giorno fa Enrico Borghi. Il Patto Atlantico sorse 75 anni fa come un’intesa regionale fra democrazie occidentali a supporto di un nuovo ordine globale che aveva, ed ha tutt’ora, il suo fondamento nella carta delle Nazioni Unite.

Nel corso della sua storia, soprattutto nel trentennio successivo alla fine della guerra fredda, la Nato talora ha subìto gli effetti deleteri della strategia di minoranze molto influenti le quali hanno, in vari passaggi cruciali, messo l’America, e di conseguenza la Nato, di fronte a fatti compiuti, portandole a fronteggiare situazioni nell’Est Europeo e in Medio Oriente che altrimenti si sarebbero potute affrontare con mezzi diversi dalla guerra e con esiti vincenti con il soft power invece di “regalare” l’Afghanistan alla Cina e al mondo musulmano e invece di “regalare” l’Iraq all’Iran sciita. 

Quando invece una strategia, giusta e lungimirante, la Nato nel dopo guerra fredda, l’aveva costruita, ed era quella dei partenariati a cerchi concentrici e a geometria variabile, con i Paesi dell’area transcaucasica e centrasiatica, con il Mediterraneo allargato, con i Paesi del Golfo. Progetti che sono stati rallentati, se non compromessi, dalla stagione del presunto scontro fra civiltà contro il terrorismo, poi dall’improvvida strategia delle “primavere” arabe, dagli eventi provocati in Libia e Siria, dal fenomeno  dalla genesi opaca dell’ “Isis” e nel contempo dall’azione sul fronte europeo orientale di forze e personalità che si sono preoccupate più di avvelenare i pozzi del dialogo che di pensare a un futuro in cui fare coesistere le diversità nelle zone di frontiera fra Est e Ovest.

Ma dobbiamo considerare tutto questo solo come incidenti di percorso, che non sono riusciti a scalfire la natura della Nato, che rimane quella – come affermano gli  articoli 1, 2 e il preambolo del Trattato di Washington – di una alleanza regionale per la sicurezza fra Stati democratici al servizio della pace e dell’attuazione degli obiettivi di cooperazione e di sviluppo sostenuti dall’Onu. Una Alleanza attrezzata a contribuire a costruire il nuovo multipolarismo di cui il mondo necessita, e perciò ancora attuale. La Nato, dunque, non va sciolta ma diretta bene nel realizzare i suoi obiettivi . E questo è compito degli Stati membri perché il cuore della Nato è il Consiglio del Nord Atlantico, che sancisce il primato e il controllo della componente politica su quella militare.

La commemorazione di Matteotti stride con la riforma del premierato

Siamo alla vigilia del 2 giugno, la giornata della nascita della Repubblica e della elezione dell’Assemblea Costituente che approvò la Costituzione, l’atto fondante dell’Italia che ritrovava, dopo una dittatura infame e una guerra distruttiva, la dignità nel solco della sua storia migliore. Venivano restituiti, dopo sacrifici e dolori enormi, le libertà e i diritti negati dalla sopraffazione e dalla violenza.

La Commissione dei ‘75 redasse un testo contenente gli strumenti per contrastare il pericolo di nuove avventure libericide. Il Parlamento è l’espressione alta della sovranità popolare: garante della democrazia. L’Uomo trova centralità nella rappresentanza istituzionale. Le ansie diffuse di giustizia trovano dall’Istituzione Parlamentare la sintesi e decisioni equilibrate. 

Nelle prossime ore il presidente del Consiglio celebrerà la Costituzione del 1948 pur avendo predisposto, con la sua maggioranza, un disegno di legge che non riforma la Costituzione, ma sostanzialmente la liquida. Parlare di riforma è un escamotage linguistico: il progetto contiene i tratti eversivi pericolosi nel mettere in discussione principi intoccabili. 

Nel disegno di legge governativo l’Italia non è più una repubblica parlamentare e gli equilibri dei poteri vengono meno con il prevalere dell’esecutivo. Un Parlamento, per come è stato diroccato con i parlamentari nominati e ridotti nel numero, si trasforma in un gran Consiglio del Principe, mentre il Presidente della Repubblica è privato di poteri e ridimensionato rispetto al premier, che trova legittimazione nella investitura popolare: una coabitazione perigliosa.

Il provvedimento del governo tocca i principi fondamentali della Costituzione, che potrebbero essere modificati soltanto da una Assemblea Costituente ad hoc.  L’art.138 , prevede semplicemente la revisione, quindi non può essere invocato per una modifica radicale che cambia gli assetti di potere degli Organi costituzionali. Pertanto, la legge che uscirà sarà anticostituzionale. Se è anticostituzionale, il ddl diventa un attentato alla Costituzione e il Capo dello Stato non può promulgare un atto contro la Costituzione. 

Il 30 maggio è stato ricordato l’intervento di Matteotti e il suo martirio. Si è esaltato un momento alto del Parlamento che successivamente veniva definitivamente svuotato dalla dittatura.  Al di là delle parole di circostanza della Meloni è possibile che si faccia finta di niente difronte all’ ipocrisia di chi tenta di spazzare la Costituzione e….la celebra. E un  Matteotti può essere commemorato per esigenze di copione ma non seguito. Gli esempi che riscaldano i cuori e …le carriere sono altri.

 

[Il testo si può leggere sul profilo Fb dell’autore]

A 50 anni dai decreti delegati la scuola affonda nella burocrazia

Il 31 maggio 1974 furono approvati sei decreti delegati in materia scolastica numerati dal 416 al 420, in attuazione della legge delega 30 luglio 1973 n.° 477 il cui iter legislativo era iniziato con il disegno di legge n.2728 del 1970. Successivamente gran parte delle disposizioni dei cd. “Decreti Delegati” (così, con questo abbreviativo, passarono alla storia e alla cronaca della Scuola italiana) furono raccolte e accorpate nel D. L.vo 16/4/1994 n.° 297. Si trattò della più organica e connotativa legiferazione sul sistema scolastico italiano dopo la cd. “Riforma Gentile” del 1923, peraltro già radicalmente modificata nello sviluppo ordinamentale dalla introduzione della scuola media unificata con legge 31/12/1962 n.° 1859 e la conseguente abolizione della scuola di avviamento professionale e inoltre con l’istituzione della scuola materna statale con legge 18/3/1968 n.° 444. 

Si può affermare che la “scuola dei decreti delegati” fu il risultato di un lungo percorso di modernizzazione del sistema scolastico nazionale, iniziato già a partire dai Programmi didattica della scuola elementare di cui al DPR 14/6/1955 n.° 503 e dall’introduzione del modello didattico del cd. “tempo pieno” con legge 24/9/1971 n° 820, che inglobavano le istanze della cd. “scuola attiva”, tendente a formare menti critiche e aperte, a definire le finalità formative dell’istruzione di base (il cd. “leggere, scrivere e far di conto) e nello stesso tempo aprendosi alle istanze di una società in rapida trasformazione economica e sociale, dilatando in senso verticale e curricolare il tempo di permanenza a scuola degli alunni, ampliando con ciò l’offerta formativa. I decreti delegati del 1974 scaturirono da un dibattito parlamentare attento alle istanze di democratizzazione e partecipazione partita “dal basso”, coinvolgendo le famiglie e il territorio nella gestione ordinamentale della scuola. 

Nello stesso tempo furono una sorta di consacrazione giuridica di una spinta sociale che il “68” aveva radicalizzato, mescolando legittime aspirazioni verso un sistema formativo democratico, inclusivo, aperto alle innovazioni provenienti da una cultura in rapida evoluzione, con una forte contestazione al sistema sociale in senso lato, chiuso e selettivo, verticistico e radicato a privilegi e storture. Chi visse i primi anni della Riforma scolastica dei Decreti Delegati non poteva non avvertirne il portato innovativo e al tempo stesso la volontà del legislatore di creare un impianto strutturale in grado di recepire le istanze di rinnovamento, di darle ordine e accoglienza, di costituire un modello di scuola aderente ai bisogni del presente ma anche in grado di durare nel tempo costituendo un assetto istituzionale solido e partecipato, definito in quanto a ruoli e funzioni, articolato all’interno degli istituti attraverso l’istituzione degli organi collegiali e aperto alle relazioni con il territorio. 

Da allora nulla è come prima nelle scuole anche se questo disegno ha impattato con la fagocitosi politica che vedeva una ghiotta occasione per introdursi nei meandri scolastici con la mentalità delle partizioni partitiche e delle competizioni ideologiche sottese, andando oltre il mandato del legislatore, fino a condizionare la stessa libertà di insegnamento o creando attriti con le autorità istituzionali del sistema, esercitando una malintesa e spesso invadente forma di affiancamento e di controllo. Gli organi collegiali erano intenzionalmente uno strumento di partecipazione, ascolto, dialogo, confronto tra le componenti scolastiche e quelle esterne ma spesso l’appartenenza politica finiva per assimilarli ad una sorta di ‘partecipate’, di consigli di amministrazione alla stregua delle emanazioni degli organismi politici del territorio. 

In complesso sono stati tuttavia un positivo passaggio verso una concezione democratica della gestione della scuola, altre volte purtroppo un appesantimento burocratico che aggravava le già numerose difficoltà di gestione: valga per tutti il paradosso dei tre preventivi per comprare una scatola di penne biro o la farraginosa procedura per autorizzare un’uscita scolastica o per organizzare la festa degli alberi. Il dettato normativo – specie del DPR 416 in materia di istituzione e funzionamento degli organi collegiali – era ed è tuttora chiaro nella elencazione delle attribuzioni e dei compiti. 

Tuttavia non mancavano e tuttora sono presenti negli organismi collegiali specie a livello di istituto, coloro che fraintendevano dilatando ambiti di competenza all’area didattica, di pertinenza del corpo docente e del capo d’istituto, creando diaspore e derive di lesa maestà. Nei primi anni di applicazione dei Decreti Delegati si viveva un’atmosfera sperimentale in cui lo svolgimento delle riunioni dipendeva sia dalla buona educazione dei singoli, sia dalla letterale (spesso fonte di diatribe quesiti e interpretazioni) applicazione delle norme. Il DPR 416 fu indubbiamente dei sei D.D. quello a maggior rilevanza e impatto sociale. 

Nel tempo anche gli atteggiamenti più velleitari dovettero fare i conti con le difficoltà oggettive specie in ambito burocratico, alcuni organi collegiali come i consigli scolastici distrettuali vennero soppressi perché all’atto pratico inutili o ininfluenti. Altri di livello superiore subirono aggiustamenti in itinere. Da cinquant’anni ad oggi hanno resistito i consigli di circolo o di istituto e i consigli di classe e interclasse, quelli sostanzialmente più vicini alle problematiche gestionali della scuola esercitandosi in tali sedi i rapporti più diretti tra le varie componenti. Considerando questo passaggio avverto l’esigenza di rilevare come la rappresentanza studentesca negli istituti superiori non abbia ricevuto la legittimazione formale e sostanziale che avrebbe meritato, ovvero di converso erano gli studenti stessi che ne restavano volontariamente ai margini. 

Se si fosse realizzata la consuetudine ad una valorizzazione più accorta della componente studentesca nei consigli di istituto forse oggi – al netto dei comportamenti singoli sempre sfuggenti e imprevedibili – si potrebbe parlare di una responsabilizzazione di ragazzi e ragazze nei cfr. dei loro diritti e doveri scolastici, consolidata nel tempo. Se si eccettua il breve articolato del DPR 418, in tema di lavoro straordinario, anche i restanti decreti delegati introdussero importanti novità normative. Il DPR 417 definiva ruoli e attribuzioni alla componente docente, a quella direttiva e a quella ispettiva: interessante notare che le ultime due erano “funzioni differenziate della funzione docente”: ciò significava che Direttori didattici, presidi e ispettori erano parte costitutiva del personale della scuola. Successivamente sia gli uni che gli altri acquisirono lo status della ‘dirigenza’, ciò che rafforzava una marcata differenziazione nelle carriere. Per quanto definito dal DPR 417 le attribuzioni dei compiti rispettivi erano molto chiare e costituivano un corpo organico compiuto e reciprocamente complementare. 

Negli anni sono emerse derive di differenziazione gerarchica e funzionale. In particolare presidi e direttori didattici assunsero lo status di “dirigenti scolastici” nel contesto della riforma dell’autonomia scolastica (legge 15/3/1997 n.° 59, DPR 8/3/1999 n.° 275, Legge 13/72015 n.° 107: ogni istituzione scolastica acquisiva personalità giuridica e autonomia organizzativa, didattica, amministrativa e finanziaria ed elaborava un PTOF (piano triennale dell’offerta formativa) che era una sorta di carta d’identità che la qualificava di fronte all’utenza scolastica. Gli ispettori scolastici, prima titolari di ‘circoscrizioni territoriali’, furono definiti ‘ispettori tecnici” (centrali e periferici) ed allocati presso gli Uffici scolastici Regionali, acquisendo anch’esso lo status dirigenziale di seconda fascia. Nel frattempo i vecchi Provveditorati agli Studi (ancora oggi nell’immaginario collettivo prevale questa dizione) furono ridimensionati a CSA (Centri servizi amministrativi, poi USP – uffici scolastici prov.li e infine UST – uffici scol.ci territoriali) frutto del potenziale creativo e della fantasia di parlamentari, Ministri e Direttori Generali. Il DPR 420, a sua volta istituiva il ruolo del personale ATA nelle scuole (amministrativo-tecnico-ausiliario) colmando una carenza, specie nelle segreterie, coperta da volonterosi docenti che si declinavano in ruoli amministrativi. 

Iniziò di fatto un lungo periodo in cui sigle e riorganizzazioni degli uffici determinarono una situazione dove prevalevano gli aspetti formali dell’innovazione su quelli sostanziali. All’atto pratico- avendo attraversato quella stagione di rimescolamenti e ridefinizione di nomi, ruoli e funzioni credo di poter affermare che il risultato portò ad un surplus di burocrazia autoreferenziale più che funzionale ai bisogni delle istituzioni e della gente. Gli Uffici scolastici regionali – assorbendo di fatto i compiti prima attribuiti ai Provveditorati agli studi (ridotti ad appendici ininfluenti e terminali dell’apparato amministrativo, perdendo la sovraordinazione gerarchica sulle scuole autonome) – sono diventati una sorta di “ministeri regionali”, a sua volta il Ministero è andato perdendo quel carisma e quella funzione di orientamento e controllo che sono essenziali a definire un “sistema nazionale di istruzione”. 

Si rifletta su questa deriva, a mio parere confusiva e improduttiva, mentre si lavora a disgregare l’apparato dello Stato con il Progetto di “Autonomia differenziata”. Da parte sua la cd. “buona scuola” ha prodotto una mole smisurata di burocrazia che è andata sommandosi a quella ministeriale, lasciandoci le icone dei “presidi sceriffi” e “capitani della nave”, in un contesto para-militare dove circolari e riunioni implementano in modo soffocante. La didattica in classe e la libertà di insegnamento sono stati ridotti a meri corollari di contorno. Il DPR 419 – infine – introdusse in modo organico i temi della sperimentazione, della ricerca e dell’aggiornamento, ora assorbiti nel PNRR e dall’armamentario della digitalizzazione, del Metaverso e dell’I.A. Ma nonostante le molte incognite occorre credere nello sviluppo scientifico – come indica il Censis – e prender atto dell’inarrestabile autopropulsione sociale. 

 

L’autore, tra i più assidui e autorevoli collaboratori della nostra testata, ha autorizzato la pubblicazione di questo articolo già apparso il 22 maggio sulla rivista Il Mulino. 

https://www.rivistailmulino.it/a/la-scuola-cinquant-anni-dopo-i-decreti-delegati

AgenSIR | Mons. Moraglia: “L’uomo non è solo un essere culturale”.

“L’Europa e la nostra cultura hanno un’anima da ritrovare così da recuperare ciò per cui vale realmente la pena di vivere”. Lo ha detto il patriarca di Venezia Francesco Moraglia, intervenuto ieri (l’altro ieri per chi legge, ndr) all’evento “Culturae, Piccoli laboratori di democrazia”, dedicato alle Consulte studentesche della Regione Veneto presso l’auditorium del complesso M9 Museum di Mestre (Venezia). Un appuntamento promosso dalla Fondazione Marcianum con il patrocinio di Regione del Veneto, Ufficio scolastico regionale per il Veneto e la compartecipazione della Camera di commercio Venezia Rovigo.
Nell’evento si è discusso di lavoro, intelligenza artificiale e di democrazia con Luca Grion, Leopoldo Destro e Benedetta Tobagi moderati da Micaela Faggiani, giornalista.
Il punto di partenza, secondo il patriarca che ha proposto una relazione sul rapporto tra Europa e democrazia, sta nel guardare in faccia l’identikit dell’uomo di oggi, in un’epoca che ha perso di vista i punti fermi su cui il mondo si è retto per secoli: “Oggi l’uomo viene considerato come un essere solo culturale, ossia plasmato totalmente dalla storia e nella storia; è risultato del divenuto, un super uomo, in totale autonomia, norma a sé”. 

Nell’attuale contesto è decisivo “ritrovare e ridarsi un’’anima’, ossia avere una ‘visione’ a partire da un’etica che sia fondata e condivisa. Qui filosofia e ragione sono determinanti”. Se questo è l’obiettivo, allora, sottolinea il patriarca, le religioni tornano ad avere un ruolo: “Qui le religioni, in dialogo fra loro e con le culture – in un contesto di vera laicità (non laicismo!) –, hanno un ruolo essenziale e possono dare un reale contributo. Esse aiutano la ragione a rimanere fedele a sé, ovvero essere una facoltà consapevole dei propri limiti e però anche delle proprie risorse. Come anche la ragione aiuta la religione a con cadere nel confessionalismo”.
Uno spazio specifico si apre a questo punto anche per il credente cristiano.

 

Continua a leggere

https://www.agensir.it/quotidiano/2024/5/31/fondazione-marcianum-mons-moraglia-venezia-leuropa-e-la-nostra-cultura-hanno-unanima-da-ritrovare/

La Voce del Popolo | O la va o la spacca: il linguaggio di oggi…

Quel perentorio “o la va o la spacca” non è precisamente il linguaggio più consono alle riforme istituzionali. Si può capire l’ansia della Meloni di mostrarsi una leader tutta d’un pezzo, capace di rischiare, convinta fino in fondo delle proprie ragioni. È il suo profilo, e nessuno può mettersi al suo posto. Ma è proprio quella perentorietà la ragione per cui ella non sembra più capace di allargare i propri consensi. Dunque, forse farebbe bene a tornare sull’argomento con parole più sfumate, politicamente più garbate. 

Si dirà che proprio quel tratto ruvido e genuino fin qui le ha portato fortuna. E che in fondo, a suo tempo, Renzi aveva imboccato lo stesso percorso: riforme a maggioranza, referendum, solenni promesse di ritirarsi se l’avesse perso. È lo spirito del tempo, insomma, che suggerisce pose gladiatorie, e non sarebbe corretto farne carico solo e soltanto a “Giorgia”. 

Peraltro quella sua nettezza, una certa genuinità, un modo fin troppo diretto di dire la sua sono tutte cose che, almeno fin qui, le hanno portato fortuna. Non fosse altro perché rispecchiano il suo carattere senza mai sovrapporvi gli artifici a cui molti dei suoi colleghi si piegano spesso e volentieri. 

Resta il fatto però che la politica italiana, per sua natura, rifugge dagli ultimatum e punisce assai severamente chi li lancia con troppa disinvoltura. Essa reclama piuttosto la sottigliezza delle mediazioni, la combinazione degli opposti, il parlare suadente. Tutte cose che vengono contestate quando vanno per la maggiore e però poi amaramente rimpiante non appena lasciano posto agli eccessi altrui.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 30 maggio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La Nuova Bussola Quotidiana | Il coraggio di Donati sul caso Matteotti

[…] Donati fu uno degli avversari più tenaci del fascismo e lo combatté con l’arma a lui più consona: il giornalismo d’inchiesta.

Fu lui, infatti, il primo a scrivere su un quotidiano delle responsabilità dei dirigenti del PNF nel caso Matteotti e a raccogliere tutte le informazioni in un memoriale che gli venne rubato negli uffici della redazione. Per nulla intenzionato a desistere, il direttore de Il Popolo a quel punto decise che il dado era tratto e il 6 dicembre 1924 si recò in Senato per denunciare Emilio De Bono, uno dei quattro quadrumviri della marcia su Roma e all’epoca capo della Polizia, con l’accusa di aver depistato le indagini sul rapimento e l’uccisione del deputato socialista. È ad un giornalista cattolico, quindi, direttore dell’organo ufficiale del Partito Popolare di don Luigi Sturzo, che dobbiamo l’inchiesta – ed anche la denuncia – più coraggiosa della storia del giornalismo italiano. Senza Donati, l’opinione pubblica non avrebbe saputo del coinvolgimento dei vertici fascisti nel delitto Matteotti e gli storici, probabilmente, lo avrebbero scoperto soltanto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Scettico sulla linea attendista dell’Aventino, il giornalista faentino era convinto che in quel preciso momento storico, forte dello sdegno popolare per la vicenda Matteotti, fosse possibile rovesciare Mussolini con un tentativo insurrezionale guidato dagli eredi di Garibaldi e a cui sarebbe dovuta seguire una collaborazione al governo tra popolari e socialisti riformisti dopo libere elezioni. In quei giorni di grande debolezza per la sopravvivenza del fascismo, Il Popolo divenne il laboratorio di quest’operazione politica prospettata al ‘dopo’: protagonista, ancora una volta, lo stesso Donati che intervistò sul suo giornale – con lo pseudonimo di Carlo Silvestri – il grande vecchio del socialismo italiano, Filippo Turati. L’obiettivo era quello di ammorbidire la posizione vaticana a proposito di un eventuale governo tra popolari e riformisti nella convinzione – precedentemente condivisa anche da Matteotti – che così facendo si sarebbero fatti tornare i massimalisti su posizioni moderate e si sarebbero isolati i comunisti.

Il piano insurrezionale che avrebbe dovuto precedere questo scenario nei desideri di Donati e di Tito Zaniboni, leader del Partito Socialista Unitario, naufragò definitivamente nel giugno del 1925: il Senato assolse De Bono per insufficienza di prove, costringendo il direttore de Il Popolo ad abbandonare l’Italia sotto la minaccia delle ritorsioni fasciste. Pochi mesi dopo la partenza per Londra del suo maestro don Luigi Sturzo, pressato dalle continue visite della polizia, Donati salì su un treno – seguito da due uomini della pubblica sicurezza – in compagnia dell’amico e sodale Guido Armando Grimaldi e si trasferì in esilio a Parigi. La sua assenza indebolì notevolmente il progetto iniziale di Zaniboni che sfociò, poi, nell’attentato contro Mussolini sventato dall’Ovra il 4 novembre 1925. Proprio a seguito del fallito tentativo di Zaniboni, scattò una stretta nel Paese che portò alla chiusura in quello stesso mese de Il Popolo. […]

 

Per leggere il testo completo

https://lanuovabq.it/it/giuseppe-donati-il-cattolico-che-smaschero-mussolini

Se la Nato entra in campagna elettorale

Non deve stupire il fatto che il tema della Nato sia entrato nel dibattito politico mentre è in corso la campagna elettorale. Non solo per l’attualità, per i conflitti in corso, ma soprattutto perché la democrazia, e dunque anche il periodico e inderogabile ricorso a libere elezioni, costituisce un requisito indispensabile degli Stati che aderiscono al Patto Atlantico. Il fatto che vi sia un dibattito su questo tema già di per sé depone a favore della attualità di una alleanza politica e militare che in 75 anni di storia ha attraversato epoche diverse – dal mondo bipolare e della guerra fredda, al “momento unipolare” americano –  e che ora deve affrontare la sfida di un mondo caratterizzato da un nuovo multilateralismo, che necessita di adeguate riforme della governance globale come alternativa a un multipolarismo muscolare e carente di regole comuni.

Negli ultimi giorni in particolare hanno tenuto banco due dichiarazioni. Quella del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg all’Economist e quella dell’ex direttore dell’Avvenire Marco Tarquinio alla tv La 7.

Stoltenberg, ormai prossimo al termine del suo mandato, aveva adombrato la possibilità di una revoca delle restrizioni sulle armi che l’Ucraina riceve dall’estero in modo da consentire di usarle contro obiettivi militari sul territorio russo da cui partono gli attacchi. Una proposta che ha visto prevalere la contrarietà di buona parte dei Paesi membri Nato (ciascuno dei quali regola con accordi bilaterali l’invio di armi all’Ucraina) a causa dei rischi di escalation del conflitto a cui esporrebbe l’Europa. E tuttavia in Italia le parole dell’ex premier norvegese hanno alimentato il confronto, non senza qualche eccesso di semplificazione per febbre da consenso, tra i diversi punti di vista. Un dibattito che sembra però avvitarsi intorno alla sola questione delle armi proprio nel momento in cui inizia a emergere in Occidente anche la consapevolezza di dover avanzare una proposta pragmatica di negoziato, rilanciata autorevolmente ieri dall’amb. Stefano Stefanini sulle colonne, al di sopra di ogni sospetto, de La Stampa, per “mettere fine alla guerra senza darla vinta alla Russia”, che contempli in sostanza un cessate il fuoco sulla linea attuale del fronte in cambio dell’entrata in UE e Nato dell’Ucraina e della rinuncia della Russia a ogni ulteriore mira. Una proposta che scontenta entrambi i belligeranti e che per questo potrebbe avere qualche chance.

Le affermazioni di Tarquinio, ora candidato  indipendente nelle liste del Partito Democratico alle Europee, hanno ulteriormente infiammato il dibattito perché hanno toccato due questioni cruciali: l’attualità della Nato e un rapporto più equilibrato fra Stati Uniti e Unione Europea. Tarquinio ha evocato la possibilità dello scioglimento della Nato per raggiungere “un’alleanza nuova e tra pari, tra Europa e America”. Una chiara provocazione, una wild card elettorale, come l’ha definita Il Foglio, ma che offre l’occasione per riflettere sulla necessità di rafforzare il pilastro europeo del Patto Atlantico attraverso un maggiore coordinamento degli eserciti dei Paesi membri dell’Ue, secondo il principio di sussidiarietà in funzione di una difesa comune europea.

Un processo che per dare i frutti sperati non potrà però vedere le due sponde dell’Atlantico arroccate di fronte al cambio d’epoca in corso ma capaci di interpretare il cambiamento. Perché, come ha affermato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, alla conferenza  internazionale della Sioi pei i 75 anni della Nato, davanti ai 32 ambasciatori rappresentanti permanenti presso la Nato, il 16 aprile scorso, la sfida della Nato è quella fra chi pensa che il mondo ha bisogno di regole e chi pensa che il mondo si può gestire con la legge del più forte. Si avverte “la necessità che la Nato diventi sempre di più soggetto politico – ha detto Crosetto – capace di aggregare anche al di fuori della Nato. A guardare nei Brics quelli che sono gli interlocutori perché possono parlare la nostra stessa lingua e la nostra stessa visione del mondo, per non accettare la suddivisione del mondo, fatta da altri, in cui chi è fuori dalla Nato è nemico della Nato, o chi non è Occidente è nemico dell’Occidente”.

Il dibattito in corso sul ruolo della Nato, pur con i toni e le forzature tipici da campagna elettorale, potrà esser comunque proficuo se saprà misurarsi con il nuovo scenario che si sta delineando in Europa e nel mondo, in continuità con i valori per i quali è sorta e si è sviluppata nel tempo l’Alleanza atlantica.

Lo spirito delle origini del Patto Atlantico appare quanto mai attuale in un mondo alla ricerca di un nuovo equilibrio da costruire insieme attraverso la comune “fede negli scopi e nei principi dello Statuto delle Nazioni Unite”, come proclama il preambolo del Trattato di Washington del 1949. Uno spirito da recuperare e far valere in sede Onu anche al prossimo Vertice per il Futuro di settembre per costruire quel Patto per il Futuro che faccia riscoprire alle nazioni del mondo la comunanza di valori e di destino che li lega oltre i conflitti in corso.

Italpress | USA, bassa crescita dell’economia e nervosismo sui mercati.

JhyryNino Sunseri

 

L’economia Usa sembra aver finito benzina. La crescita del Pil Usa nel primo trimestre è rallentata più di quanto inizialmente previsto, attestandosi all’1,3% invece dell’1,6% stimato. “L’aggiornamento riflette principalmente una revisione al ribasso della spesa per i consumi, in particolare per le automobili”, ha spiegato il Dipartimento del Commercio. Questa revisione èmleggermente inferiore alle attese, poiché gli analisti prevedevano una crescita dell’1,2%, secondo il consensus di Market Watch. Nel IV trimestre del 2023 il prodotto interno lordo è stato pari al 3,4%. La crescita del Pil ha toccato il livello più basso da quasi due anni, dopo che nel 2023 aveva superato tutte le aspettative e sventato le previsioni di recessione. Inoltre, sempre negli i prezzi Pce sono aumentati al 3,30% nel I trimestre 2024 dall’1,80% del quarto trimestre del 2023. Il dato ‘core’, depurato dai prezzi energetici e dei prodotti alimentari, è aumentato del 3,60% dal 2% del quarto trimestre, contro attese per una conferma del 3,7% in prima lettura. Ed ancora, il deficit della bilancia commerciale è salito a 91,83 miliardi di dollari nel marzo 2024, il dato maggiore negli ultimi 11 mesi. Le importazioni sono diminuite dell’1,7%, gravate dagli acquisti di veicoli automobilistici (-10,8%), alimenti, mangimi e bevande (-3,6%), forniture industriali (-3,2%) e altri beni (-2,9%). Al contrario, gli arrivi sono aumentati per i beni di consumo (4,7%).

Nel frattempo, le esportazioni sono diminuite più rapidamente del 3,5% a causa della riduzione delle vendite di alimenti, mangimi e bevande (-9,4%), beni strumentali (-3,7%) e forniture industriali (-3,9%).

I dati pongono alla Fed più di un problema. Se abbassa i tassi per stimolare il Pil rischia di far ripartire la dinamica dei prezzi. Tanto più che l’andamento più vivace riguarda l’inflazione Pce che riguarda le spese personali al netto di cibo e alimentari.

Oggi [ieri per chi legge, ndr] era atteso anche il dato sulle richieste iniziali di sussidi di disoccupazione nella settimana terminata al 25 maggio, risultate 219 mila, superiori alle 218 mila attese e alle 215 mila del dato precedente.

“Nel complesso, non ci sono state grandi sorprese e, una nota positiva, gli aspetti inflazionistici dei dati sono stati generalmente inferiori alle aspettative”, scrivono da Bespoke Investment Group.

Dopo una mattinata (italiana) passata in calo di circa l’1%, gli indici di Wall Street sono in ribasso. La diffusione di questi dati fa salire l’euro a 1,0827, e fa calare i rendimenti dei titoli di Stato USA dopo la crescita delle sedute precedenti: il decennale cala (-1%) al 4,573% e il biennale si riduce (-0,30%) al 4,966%.

Domani [oggi per chi legge, ndr], intanto, è previsto l’indice dei prezzi al consumo (PCE) di aprile, atteso in lieve calo. L’incertezza sulla politica monetaria, unita alla forte emissione di nuovi Treasury, ha spinto i rendimenti dei titoli di stato verso l’alto e messo sotto pressione i titoli azionari. L’aumento dei rendimenti dei titoli di stato riflette tipicamente l’aspettativa di un aumento dei tassi di interesse, che a sua volta si traduce in finanziamenti costosi e margini di profitto più ridotti per le aziende.

Secondo lo strumento FedWatch di CME Group, i mercati si aspettano il primo taglio dei tassi della Fed di 25 punti base solo a novembre o dicembre. “La Fed non può ancora ritenersi soddisfatta di questo livello di inflazione, data la solidità dell’economia, mentre non c’è fretta di tagliare i tassi di interesse”, secondo gli analisti di Berenberg, i quali restano “quindi fedeli alla previsione che la Fed non inizierà il ciclo di taglio dei tassi prima di dicembre”.

Il premierato avanza, Prodi e Calenda sparano a zero.

Via libera dell’aula del Senato all’articolo 4 del ddl di riforma costituzionale sul premierato. La norma, introdotta nel corso dell’esame in Commissione su proposta del senatore di maggioranza Marcello Pera, sostituisce interamente il primo comma dell’articolo 89 della Costituzione, in materia di controfirma degli atti del Capo dello Stato.

Si stabilisce, infatti, che in linea generale, gli atti del presidente della Repubblica sono controfirmati dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità. Si prevede inoltre che non necessitino di controfirma una serie di atti, ossia la nomina del presidente del Consiglio dei ministri, la nomina dei giudici della Corte costituzionale, la concessione della grazia, la commutazione delle pene, il decreto di indizione delle elezioni e dei referendum, i messaggi alle Camere, il rinvio delle leggi alle Camere.

Intanto la riforma continua a sollevare profonde obiezioni. Alcune le ha riproste ieri Romano Prodi dialogando con la direttrice di QN, Agnese Pini, nel corso di un “Dialogo su diritti, politica e processi di integrazione” alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano.

“Le democrazie raramente muoiono di colpo” – ha detto il Professore – semmai “patiscono eccezioni. Il problema è vedere quali sono queste eccezioni: il nostro governo ha fatto una scelta che l’ha messa straordinariamente in sicurezza, quella di aver scelto una politica estera assolutamente ‘amerikana’. Poi però c’è il problema dell’aumento dell’autorità nell’informazione, nelle nomine, ecc. ecc.. La proposta del premeriato non è una rischio diretto della democrazia ma è una trasformazione della democrazia perché è un cambiamento dell’equilibrio dei poteri”.

“L’idea che in Italia possa arrivare un regime autoritario nella situazione europea di adesso è impensabile, ma ci sono delle dosature che sono molto delicate e su queste si deve concentrare l’attenzione. Io sono fortemente legato ad una democrazia con l’equilibrio dei poteri: io ho chiesto due volte il voto di fiducia perché nella mia testa il Parlamento è il punto di riferimento del mio concetto di democrazia. Quando lo vedo sempre meno importante e c’è un progetto che dice che sarà assai meno importante, personalmente mi preoccupo”. 

Anche Calenda, intervenendo a Otto e mezzo su La7, è stato drastico. “Il governo usa il premierato per nascondere che non ha fatto niente a riguardo di ciò che conta per i cittadini. È una riforma stupida, se nessun Paese ce l’ha dovremmo riflettere. Ci opporremo strenuamente”.

Guardiamo al futuro dell’Europa difendendone i valori fondamentali

La storia dell’Europa è una sequela infinita di guerre. Il lungo cammino verso il consolidamento democratico è stato tortuoso ma solido, assicurando condizioni di pace e democrazia.

Possiamo apprezzare i benefici di un mercato unico finalizzato alla libera circolazione delle merci e all’integrazione delle diverse economie; gli  elevati standard di sviluppo tecnologico, come pure di istruzione e formazione; la robusta tutela dei diritti di cittadinanza; in parole povere abbiamo come orizzonte lo Stato di diritto come valore sottostante al patto tra le nostre 27 nazioni. Tutto questo ha trasformato l’Europa in uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia. 

Abbiamo vissuto pensando e immaginando un mondo largo, globalizzato, persino armonico, ma ora qualcosa è cambiato. Ci ritroviamo a gestire uno spazio più piccolo e complicato. Questo tempo – il nostro tempo! – si mostra compresso da turbolenze e difficoltà inaspettate, con le quali anche i più ferventi sostenitori del progetto europeista sono chiamati a confrontarsi.

In sostanza, viviamo in un mondo multipolare in cui il richiamo al valore della laicità non può ridursi a uno sterile esercizio mnemonico, costituendo bensì un impegno vero, sempre più dettato dalla necessità di rispondere all’esigenza di inverare antichi principi, oggi potenzialmente a rischio, e a rilanciare il sogno caro a Maritain – ma non solo a lui – di un’Europa che immaginava unita, democratica e solidale.

Questa spinta a ripensare l’agire politico ci sollecita anche ad accogliere una nuova forma di responsabilità. Di fronte a noi si presenta un’Europa segnata da una crescente disomogeneità religiosa e culturale, esposta come non mai ai rischi di un’interminabile flusso di immigrati e a quelli, non meno rilevanti, della polarizzazione del dibattito politico. Ora, la complessità dei problemi c’impone di recuperare il valore della mediazione, ovvero quello spazio libero che utilmente generiamo, capace di portare il conflitto a risoluzione in virtù di un sentimento di “amicizia civile”.  

Invece siamo di fronte al deterioramento dei rapporti tra opposti schieramenti politici. Ciò provoca una situazione di stallo e quindi un inevitabile calo di fiducia dei cittadini verso le istituzioni. Certo, solo i regimi autoritari sono perfetti, a modo loro; invece la democrazia no, richiede pazienza e tolleranza. Questo spiega perché molti Stati sono democratici solo formalmente in quanto più simili a Stati monocratici, votati cioè a radicarsi in un potere accentrato. 

Cerchiamo di guardare nella giusta direzione. Sorprende vedere come oggi i valori della democrazia liberale risultino più difesi in Ucraina e in Georgia che non altrove in Europa. Siamo vittime dell’indifferenza. Se il dialogo, la mediazione e il compromesso si tramutano in disvalori, a soffrirne è l’ordinamento istituzionale nel suo complesso. A lungo andare un certo clima divisivo toglie l’ossigeno alla buona pianta della democrazia e della libertà. È questo il futuro che dobbiamo attenderci? 

La Ragione | Ucraina, la Russia assolda mercenari provenienti dall’Africa.

[…] Al di là di quei volontari che compongono la Legione internazionale di difesa territoriale dell’Ucraina (che fu istituita il 27 febbraio 2022 proprio su richiesta del presidente Zelenskyj per contrastare l’invasione russa del Paese), l’ipotesi che i partner di Kyiv intervengano boots on the ground non è affatto urgente. Quella d’eventuali istruttori recentemente avanzata da Macron è invece molto saggia ed eviterebbe parecchi problemi logistici dati dal trasferimento del personale ucraino per il periodo di training, oltre a ridurne i costi e abbreviarne i tempi.

Chi sta reclutando apertamente soldati stranieri schierandoli sul campo di battaglia è semmai la Federazione Russa. Per far fronte a perdite considerevoli e sanguinose […] Mosca ha infatti recentemente schierato sul fronte di Vochansk i cosiddetti “Afrika Korps”. Si tratta principalmente di persone reclutate da Mosca in Burundi, Congo, Ruanda e Uganda dietro la promessa di 2.200 dollari pagati in rubli all’iscrizione e altri 2mila corrisposti mensilmente e allo stesso modo per un periodo minimo d’almeno sei mesi, usate come carne da macello assieme alle cosiddette “Storm Z”. A ciascuno di essi il Ministero della Difesa russo s’impegna a fornire assicurazione sanitaria, passaporto russo per sé e familiari e il miglior addestramento ed equipaggiamento per combattere «per la libertà e la giustizia» insieme all’armata russa.

Eredi di fatto e nella denominazione (le prime Afrika Korps furono truppe naziste al servizio del feldmaresciallo Erwin Rommel) dell’ex Pmc Wagner (designata in quanto tale per via dell’alias del suo fondatore e comandante, il neonazista Dmitrij Utkin), queste milizie vengono oggi largamente impiegate dai russi nell’offensiva all’oblast di Kharkiv. L’atteggiamento brutale dei comandanti moscoviti sul campo di battaglia (vessazioni e intimidazioni, ma anche esecuzioni sommarie ed extragiudiziali in seguito al rifiuto d’eseguire gli ordini, sono frequenti per non dire la norma) induce tuttavia spesso molti di loro a disertare. Basti pensare alla grande fuga organizzata dai mercenari nepalesi dell’unità militare russa 29328, che abbandonarono in massa le proprie posizioni nell’oblast di Luhansk adducendo scuse legate a un terremoto.

 

[Questo è uno stralcio dell’articolo che oggi, con il titolo “Mandati al macello”, appare sul quotidiano La Ragione. Si ringrazia l’autore e il direttore della testata per aver concesso l’autorizzazione a riprodurre il testo]

Meloni triviale? Purtroppo alla vita pubblica manca una buona regola.

La straordinaria battuta, al di là delle interpretazioni dei finti ed ipocriti sacerdoti del “politicamente corretti”, di Giorgia Meloni rivolta al simpatico Presidente della Regione Campania De Luca ha indubbiamente lasciato il segno nella opinione pubblica. E lo ha lasciato in modo inequivocabile perché, oltre ad essere stata una battuta diretta e “ad personam” e quindi non estensibile ad altre realtà, denota che la Meloni sa cogliere – al di là di tutte le varie ed articolate letture – la profondità dell’umore popolare. Del resto, sarebbe francamente curioso accusare la Presidente del Consiglio di trivialità o di banale populismo a fronte delle tonnellate di insulti che le piovono addosso ogni giorno. Compresi, soprattutto, quelli che gli vengono lanciati dalle istituzioni. Nel caso specifico, dal Presidente della Regione Campania. Certo, è singolare che chi non ha solidarizzato con la Meloni dopo gli insulti che le ha rivolto De Luca adesso finga di stracciarsi le vesti per la reazione, peraltro simpatica e diretta, della Premier al suo insultatore istituzionale.

Ma, al di là di questo siparietto, è indubbio che esiste un tema aperto nella politica italiana. E che va oltre agli insulti e alle delegittimazioni politiche e personali che nella storia della democrazia italiana sono sempre esistiti. Basti pensare, per fare un solo esempio, alla valanga di contumelie e di aggressioni verbali, e a volte anche fisiche, che la sinistra ex e post comunista ha scaraventato per quasi 50 anni addosso alla Democrazia Cristiana e ai suoi principali leader e statisti. Esempi che si potrebbero moltiplicare perchè il tassello dell’aggressione verbale, dell’insulto sistematico e della diffamazione scientifica sono ormai entrati a pieno titolo titolo nella dialettica politica italiana.

E che coinvolgono, come tutti sanno e come tutti possono quotidianamente sperimentare concretamente, il mondo giornalistico, editoriale, culturale e religioso.

Ora, però, c’è un aspetto che per onestà intellettuale non possiamo dimenticare e fingere che non esiste. Certo, l’attacco alle persone e la demolizione stessa delle persone appartengono, in modo quasi ontologico, alla cultura e alla prassi della sinistra per come si è manifestata storicamente nel cammino della democrazia italiana. Ma è indubbio che c’è stata una concreta e violenta escalation di questa deriva che ha avuto nel populismo grillino il suo culmine e la sua perfezione scientifica. Ovvero, la politica intesa come aggressione sistematica alle persone, demolizione della loro credibilità morale e politica, criminalizzazione delle rispettive culture politiche e, infine, delegittimazione di tutto ciò che non appartiene alla propria storia. E il “vaffa” di Grillo, che resta il cemento ideologico unificatore dell’attuale partito di Conte, è riuscito a contagiare ampi settori della politica italiana. Certamente ha avuto vita facile nella sinistra già predisposta storicamente a questa prassi ma ha coinvolto, purtroppo, anche altri settori facendo proprio dell’insulto e della demolizione delle persone la regola aurea del confronto politico. 

È appena sufficiente scorrere i giornali e ascoltare le trasmissioni televisive per rendersene conto. Ecco perché chi si stupisce e lancia strali contro la simpatica battuta della Meloni finisce, come recita un vecchio proverbio, di incappare nel rischio che “quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”.

Mattarella a Brescia: contro gli opposti estremismi ha prevalso lo Stato.

[… ] Di fronte alla guerra violenta di opposti estremismi – nero e rosso – che – in quella stagione di sangue e di aspri conflitti internazionali – provarono a rovesciare la Repubblica e la sua democrazia, possiamo dire oggi, con certezza, che ha prevalso lo Stato, la Repubblica, il suo popolo, con i suoi autentici, leali servitori.

Una vittoria che è stata di tutti i cittadini italiani, che si sono sempre raccolti, nei momenti più bui, attorno alle istituzioni e che non si sono mai lasciati sedurre dalle insidie della violenza, della lotta armata, dell’eversione. E che mai hanno reclamato l’instaurazione di misure autoritarie per sconfiggere la minaccia terrorista.

Anche oggi, per via di un quadro internazionale caratterizzato da guerra e violenza, respiriamo un’atmosfera di tensione.

Pur nei suoi contorni incerti e frammentari si intravede, nel mondo, il disegno di minare i valori di libertà e democrazia che rappresentano l’unica base salda e concreta della pace e della convivenza internazionale, alimentando tensioni, esasperando conflitti, cercando di alimentare, attraverso notizie false e allarmanti, la sfiducia dei cittadini nelle democratiche istituzioni.

È un tentativo che, oggi, come allora, va respinto. Con fermezza, con coraggio, con fiducia nella forza della democrazia e del diritto.

La nostra Repubblica è stata difesa e rafforzata, negli anni, dai sacrifici di tanti servitori dello Stato, di tanti cittadini onesti e coraggiosi.

Tra questi vi sono le donne e gli uomini che oggi ricordiamo qui, con commozione e riconoscenza: uccise e uccisi da persone miserabili, perché sostenevano e difendevano la democrazia, la libertà, i diritti per tutti.

Al di là delle doverose rievocazioni, il modo per ricordarli degnamente è quello di respingere e isolare i predicatori di odio, gli operatori di mistificazione, i seminatori di discordia. È quello di rivendicare e vivere i principi e i valori su cui si basa la nostra Costituzione. Quello di operare costantemente per l’unità del popolo italiano, per la diffusione della libertà e dei diritti, per un quadro internazionale che assicuri la pace nella giustizia.

L’Italia, oggi, abbraccia Brescia nel comune ricordo dei suoi martiri. Non saranno dimenticati perché il loro ricordo continua a suscitare impegno per la libertà, per la pace, per la democrazia.

 

Per leggere il testo completo del discorso 

https://www.quirinale.it/elementi/112685