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Coronavirus: l’eparina è efficace ma non per tutti

Antonio Rebuzzi, docente di Cardiologia dell’Università Cattolica di Roma, parlando del medicinale anti-trombotico nel trattamento del Covid-19 sul Messaggero dichiara che: “vi sono parecchie strade attraverso cui l’eparina potrebbe essere utile nella terapia del Covid-19 come peraltro di qualsiasi altra grave infezione. Riguardo a ciò un campo di immediato interesse è trovare la dose adatta, poiché un farmaco è efficace se si somministra in dose corretta, altrimenti può essere inutile o addirittura pericoloso”.

“Questo sarebbe sicuramente il caso della enoxeparina  farmaco che, è bene ricordarlo, è efficace solo se è in atto nel sangue del paziente infetto un’alterata coagulazione, altrimenti non sembrerebbe modificare la prognosi. Peraltro se venisse data in dosi inferiori al necessario non eserciterebbe la sua azione anticoagulante. Dato invece a dosi elevate potrebbe dare origine ad emorragie gastriche, vestitali o anche cerebrali. Da notare per di più che negli anziani o in coloro con alterazioni della funzionalità renale, la dose di enoxeparina deve essere ridotta perché tale farmaco viene eliminato per via renale e potrebbe quindi accumularsi. Non ha pertanto senso, anzi sarebbe pericoloso somministrare l’enoxeparina a chiunque fosse sospettato di essere colpito dal Covid perché qualsiasi farmaco è davvero utile solo se lo diamo alle persone tra i due gruppi”.

Fuksas a Mattarella: “Contro il coronavirus ripensiamo case e città”

Arriva dai coniugi Fuksas  insime alloo studio fiorentino Archea,  un appello al capo dello Stato Mattarella perché l’Italia cominci davvero a ragionare oltre l’emergenza. Quattro punti di riflessione, spiegano all’ANSA Massimiliano Fuksas e l’architetto Laura Andreini di Archea, che vogliono essere la base per la messa a punto di una serie di indispensabili linee guida da affidare alla politica.

Oltre a Fuksas l’iniziativa coinvolge il cardiochirurgo Ottavio Alfieri, per 20 anni Direttore della cardiochirurgia dell’ospedale universitario San Raffaele di Milano, Camillo Ricordi, Direttore del Diabetes Research Institute (DRI) and Cell Trasplant Center dell’Università di Miami, e Michele Gallucci direttore della Clinica Urologica dell’Università La Sapienza di Roma. Ma anche Giorgio Moretti di Dedalus, società specializzata nell’informatica per la medicina.

“In questi decenni abbiamo spogliato le nostre case dei servizi, le abbiamo ridotte all’osso, vissute come alberghi proiettando fuori tutte le nostre attività”, dice l’architetto Andreini, che da due mesi come tanti italiani deve districare la sua vita tra lo smart working e le lezioni come professore universitario con la presenza in casa e le esigenze di due figli ancora bambini. “Ora questo andrà ripensato. Le nostre case dovranno essere più sicure, ma anche più accoglienti”. L

Che fare allora? Il primo passo, immaginano insieme architetti e medici, è dotare tutte le abitazioni di un kit con le poche cose indispensabili per il pronto soccorso, dal “termometro al saturimetro, a un attacco per erogatore di ossigeno, una telecamera, uno smartphone o un computer di collegarsi con una struttura sanitaria territoriale”.

Il secondo vede il ripristino di una sanità “diffusa sul territorio sul modello tedesco”, una rete per la salute, insomma, che davvero funzioni. Anche le case però dovranno cambiare, diventare “spazi più flessibili”, dice Andreini, “con spazi comuni nei palazzi, dove possibile anche un intero piano da poter attrezzare per lo smart working e lo smart learning e se necessario riconvertire per l’isolamento e l’assistenza dei malati”.

E poi presidi diffusi per le sanificazione dei luoghi, “la possibilità per tutti di sanificare il proprio bagno anche con una semplice lampada a raggi Uv”. “Importantissimo” anche un ripensamento del trattamento dell’aria condizionata. Visto che “molti dei problemi legati alla diffusione delle epidemie sono causati anche dal dissennato utilizzo del trattamento dell’aria”, indicano i professionisti a Mattarella, bisogna rivedere il sistema della circolazione dell’aria interna agli ambienti. Intervenire su condotte e sistemi di areazione, insomma, perché non si rischi più di ammalarsi di broncopolmonite o di Covid con un viaggio in aereo o una notte in hotel, perché luoghi pubblici e supermercati, ma anche treni e metropolitane non siano un pericolo.

“Il nostro, è vero, è un Paese che su tante cose è ancora indietro, ma questa deve essere una ripartenza, come fu per la ricostruzione del dopoguerra. Uniamo forze e competenze per dare agli italiani la speranza del futuro”.

Il Governo ha scelto un’applicazione anti covid-19 che mortifica il prestigio dell’Italia.

Ancora non è chiaro come il governo abbia individuato la Bending Spoons tra le 319 società, piccole e grandi, che nei giorni scorsi hanno risposto all’appello, lanciato appunto dal Ministero dell’Innovazione, per mettere a disposizione una tecnologia in grado di realizzare, su basi volontarie, il tracciamento della popolazione ai fini della lotta alla pandemia.  

Dopo aver messo fin da subito i puntini sulle i (vedi articolo precedente), siamo perciò costretti a ritornare sull’argomento.  Ieri è stato “Il Foglio” a sollevare un interrogativo molto stringente sulle procedure adottate dalla titolare del dicastero. “La ministra ha fatto la sua scelta, ma non sappiamo in base a quali criteri. Siamo sicuri che siano i criteri migliori, e per questo le chiediamo di pubblicare il report finale che le sarà senz’altro presentato dalla sua task force. Sarebbe un gesto di trasparenza e di normalità: in tutti i paesi del mondo le commissioni di esperti producono documenti e libri bianchi per aiutare il pubblico e i media. Ai 74 della task force, invece, la ministra ha fatto firmare un non disclosure agreement (accordo di riservatezza, ndr)”.

Sui media, per altro, passa un messaggio che nella immediata percezione del pubblico corrisponde a un’iniziativa promossa ed assunta in accordo con l’Unione europea. Il fatto è che la Bending Spoons ha costruito un’app (Immuni) doverosamente rispettosa delle prescrizioni europee sulla privacy. Tutto qui. Non si sa, invece, se la medesima società abbia aderito alla call della Commissione Innovazione e ricerca della Ue, sempre in funzione di soluzioni tecnologiche anti covid-19, per la quale si prevede a maggio la selezione delle “mille idee” presentate.

Piuttosto è vero che la Bending Spoons fa parte (unica società italiana) di un consorzio non profit (PEPP-PT) appena costituito, con sede legale in Svizzera, il cui manifesto anti pandemia attesta il suo essere “un’iniziativa internazionale tesa a fornire standard tecnici, meccanismi e servizi che creano interoperabilità con implementazioni locali”. Poi si legge ancora: “L’iniziativa PEPP-PT è finanziata attraverso donazioni e ha adottato gli standard dell’OMS per tali finanziamenti al fine di evitare qualsiasi influenza esterna”. Indubbiamente un’iniziativa che merita rispetto.

Tuttavia, pur con il rispetto dovuto, amareggia constatare che nel consorzio svizzero si trovi Vodafone e non Tim, come pure diverse università e centri di ricerca prevalentemente di nazionalità tedesca a fronte dell’assenza di analoghe istituzioni italiane. A riprova di uno sbilanciamento a dir poco imbarazzante, va anche sottolineato che la Pan-European Privacy-Preserving Proximity Tracing (PEPP-PT) dichiara di avere come suo supporter la Fondazione Botnar, a sua volta avente sede a Basilea.  In pratica, il governo ha dato mostra di accogliere le indicazioni della sua task force senza preoccuparsi di verificare se ciò non abbia a compromettere, nell’impatto con la raffigurazione e la consistenza del suddetto consorzio svizzero, il prestigio del Paese. Il buon senso, agli antipodi comunque della retorica sovranista, avrebbe consigliato un approccio meno scriteriato.

Il premier Giuseppe Conte e il piano nazionale per la ripresa dell’attività il 4 maggio.

Il premier Giuseppe Conte in un post su facebook al termine della riunione della cabina di regia tra governo, regioni ed enti locali  scrive: “Gli effetti positivi di contenimento del virus e di mitigazione del contagio si iniziano a misurare, ma non sono ancora tali da consentire il venir meno degli obblighi attuali e l’abbassamento della soglia di attenzione”.

“Nel frattempo continua incessantemente il lavoro del Governo a un programma nazionale che possa consentire una ripresa di buona parte delle attività produttive in condizioni di massima sicurezza, che tenga sempre sotto controllo la curva epidemiologica e la capacità di reazione delle nostre strutture ospedaliere” sottolineando che “anche i rappresentanti dei governi locali hanno espresso adesione al disegno dell’Esecutivo di adottare un piano nazionale contenente linee guida omogenee per tutte le Regioni, in modo da procedere, ragionevolmente il 4 maggio, a una ripresa delle attività produttive attualmente sospese, secondo un programma ben articolato, che contemperi la tutela della salute e le esigenze della produzione”.

“Un piano così strutturato dovrebbe garantirci condizioni di massima sicurezza nei luoghi di lavoro e sui mezzi di trasporto. Dovremo proseguire nel confronto con tutte le parti sociali e le associazioni di categoria per ribadire la comune volontà di rafforzare il protocollo di sicurezza nei luoghi di lavoro, già approvato lo scorso mese di marzo, e di continuare sulla strada del potenziamento dello smart working”.

“Sul fronte delle misure di tutela della salute , il Governo continua a lavorare per implementare i Covid hospital, l’assistenza territoriale e usare al meglio le applicazioni tecnologiche e i test per riuscire a rendere sempre più efficiente la strategia di prevenzione e di controllo del contagio”.

Il coraggioso realismo della speranza cristiana

Articolo Pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano in ricordo dell’evento che Il 16 aprile 1988 portò all’uccisione per mano delle Br di Roberto Ruffilli. Le parole per ricordare l’evento sono quelle dell’omelia pronunciata il 14 maggio successivo, nella messa di suffragio, dal cardinale Carlo Maria Martin

Quando il seme cade in terra e muore, la sua morte suscita in noi diversi sentimenti. Anzitutto il dolore, che diventa orrore ed esecrazione allorché tale morte è frutto dell’odio insano, della follia, della malvagità. Ma con il dolore e l’esecrazione, noi scopriamo la forza della vita e della verità del seme.

E noi oggi siamo qui per unirci a quella vita e verità del seme buono, che è stata l’esistenza del senatore Roberto Ruffilli alla luce della fede, secondo le parole del Salmo: «Mi
indicherai il sentiero della vita /gioia piena alla tua presenza / dolcezza senza fine alla tua destra […]. Io pongo sempre innanzi a me il Signore / sta alla mia destra, non pos-
so vacillare» (Salmo X V, 11.8).

Siamo qui per unirci alla sofferenza di questa morte e alla certezza di questa vita che la fede profonda di Roberto Ruffilli ottiene per la misericordia su di lui di Dio Padre, di
Gesù di cui ha condiviso la fine dolorosa e violenta, dello Spirito Santo che ha abitato la sua anima in grazia del battesimo.

Accanto alla riflessione sulla vita vera, eterna, che è per sempre, non possiamo non essere condotti a ripensare alla grazia temporale e storica che ha preparato e nella quale è maturata la grazia definitiva. Di tale grazia temporale della sua esistenza storica, vorrei richiamare semplicemente il suggerimento che ci viene dalle letture liturgiche: «Abbiamo
pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi» (Rom XII, 6). «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt XXII, 21).

Per esprimere i «doni diversi» secondo la grazia datagli, Ruffilli ha avuto dei luoghi decisivi per la formazione spirituale, umana, culturale, sociale e politica. Come egli stesso ha ricordato: la Chiesa locale, la parrocchia, l’oratorio. Lo scrive nella prefazione al libro di don Franco Zaghini sull’oratorio San Luigi di Forlì — libro alla cui presentazione partecipò la mattina stessa della sua uccisione —: «Quanti, come me, hanno vissuto l’esperienza del San Luigi, a partire dall’ingresso dei salesiani nei primi anni ‘40, trovano nel racconto di don Zaghini motivi per riflettere sul tanto che a noi è stato dato» — doni diversi secondo la misura della grazia data a ciascuno — «oltre che per abbandonarsi all’onda di ricordi splendidi. Senza che faccia velo l’alone della giovinezza ormai trascorsa, dobbiamo riconoscere che noi all’oratorio abbiamo trovato le condizioni per maturare sotto diversi profili, in un clima di grande serenità e di vera disponibilità. In ogni caso sentiamo di aver avuto molto».

Un secondo luogo formativo mediante il quale «doni diversi» sono giunti dall’identica grazia di Dio, è stata certamente questa Università Cattolica del Sacro Cuore.
Ho quindi accettato ben volentieri di partecipare all’Eucaristia in preghiera per lui, in memoria di lui e in ricordo dei doni che attraverso l’Ateneo ha ricevuto. Ruffilli ha voluto
menzionare l’Università Cattolica come l’istituzione che ebbe parte rilevante nella sua educazione e alla quale fu strettamente legato sia per gli studi sia in particolare per l’ambito specifico della sua formazione culturale e spirituale: il Collegio Augustinianum dove visse prima come studente e poi come direttore.

Si può dunque dire che una grande stagione della sua vita culturale e spirituale e dell’impegno scientifico abbia avuto come luogo specifico di maturazione e di espressione questa realtà per la quale tornava spesso e volentieri a Milano nel desiderio di rivedere gli amici legati a lui da una sintonia spirituale profonda.
A Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio Dobbiamo tuttavia riconoscere con gratitudine che tali doni emersi secondo la grazia data da Dio, hanno fruttificato nella grazia della sua vita soprattutto in quella chiarezza al di sopra di ogni sotterfugio politico e umano che risplende nella parola di Gesù: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Un grande senso del primato di Dio, del mistero e della grazia divina, delle certezze di fede; di conseguenza, una genuina ispirazione cristiana, personalista e, venendo alle realtà storiche più concrete, una fedeltà creativa alla Costituzione.

Tale fiducia la espresse in un testo inedito, pubblicato dopo la sua morte: «La nostra
Costituzione ha vinto quando ha posto come fondamentale in una democrazia la ricerca di un equilibrio sempre più valido fra libertà ed eguaglianza, fra diritti e doveri. La grandezza e la modernità della Costituzione sta in questo: nell’aver imposto la ricerca di un equilibrio,
sempre mutevole e da trasportare a livelli sempre più alti fra diritti-doveri ed esigenze diverse».
A me pare che, illuminato dalla fede, Roberto Ruffilli abbia saputo leggere con un realismo biblico la realtà sociale e politica di oggi, con una viva coscienza della conflittualità storica inevitabile tra bene e male, del bisogno di buttarcisi dentro con fame e sete della giustizia e incrollabile speranza. Un realismo alieno sia dalle tentazioni utopiche e ideologiche sia dagli scoraggiameriti del ritiro, dell’esilio spirituale e della paura.

In un saggio del 1982, quasi a modo di introduzione di alcuni scritti di Aldo Moro — e non è senza un doloroso simbolo questo legame fra le due figure, fra la sorte dolorosa a entrambi riservata — egli descriveva la «spiritualità del conflitto» dello statista come: «La disponibilità a misurarsi con la persistenza del male e ad impegnarsi per l’affermazione
del bene, con la consapevolezza dell’impossibilità di conquiste definitive e irreversibili, ma anche della possibilità di una crescita complessiva dell’umanità, secondo il misterioso disegno del Creatore e del Redentore».

Quando, non molti giorni fa, in questa stessa Università, tratteggiavo davanti a un gruppo di giovani il te ma della speranza politica del cristiano, non conoscevo ancora le parole di Ruffilli. Ora posso dire che mi sembrano davvero corrispondenti a quell’immagine di speranza realista, oggettiva, non legata a visioni utopiche e a sogni impossibili, e insieme tale da non arrendersi mai.

E in un altro saggio, dal titolo Religione, politica e diritto in Aldo Moro e pubblicato dalla rivista «del politico», Roberto Ruffilli faceva sue e definiva illuminanti le seguenti frasi
scritte dall’amico in gioventù: «Probabilmente, malgrado tutto, l’evoluzione storica, di cui noi saremo determinatori, non soddisferà le nostre ideali esigenze; la splendida promessa, che sembra contenuta nell’intrinseca forza e bellezza di quegli ideali, non sarà mantenuta. Ciò vuol dire che gli uomini dovranno pur sempre restare di fronte al diritto e allo Stato in una posizione di più o meno acuto pessimismo. E il loro dolore non sarà mai pienamente confortato.

Ma questa insoddisfazione, ma questo dolore sono la stessa insoddisfazione dell’uomo di fronte alla sua vita, troppo spesso più angusta e meschina di quanto la sua ideale bellezza sembrerebbe fare legittimamente sperare. Il dolore dell’uomo che trova di continuo ogni cosa più piccola di quanto vorrebbe… Forse il destino dell’uomo non è di realizzare pienamente la giustizia, ma di avere perpetuamente della giustizia fame e sete. Ma è sempre un grande destino».

Nella speranza che attingiamo alla parola di Dio, noi diciamo che non è soltanto «un grande destino» nel senso diminuito del termine, ma è la grande certezza della croce e della risurrezione di Gesù. «Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia… Beati coloro che sono perseguitati per amore della giustizia», perché la giustizia del Regno, anche attraverso le più tragiche vicende umane, viene e si afferma irresistibilmente. L’omaggio più vero che possiamo rendere alla memoria di Roberto Ruffilli è di continuare questa incrollabile fede e speranza, chiedendogli umilmente e chiedendo a Dio, nella grazia di tale dono, che sia
concesso pure a noi di non tirarci indietro per paura, per viltà, per comodità, per compromesso, di fronte alle esigenze di coraggioso realismo della speranza cristiana. La nostra preghiera per lui si fa allora invocazione per tutti gli uomini e le donne che vorrebbero condividere la speranza, ma che da troppi eventi vengono ricondotti a un pessimismo non realistico e credente, bensì scettico e incredulo; perché sia loro dato
di superare nella forza del dono eroico di sé la tentazione dell’oggi e di camminare uniti nella fede, portati da quella mano del Signore che è sempre alla nostra destra, che non ci permette di vacillare, che ci indica il sentiero della vita, gioia piena nella sua presenza, dolcezza senza fine alla sua destra (cfr. Sal XV).

Dove punta la bussola: coordinate economiche per un mondo che cambia.

È disponibile su Amazon un nuovo libro-interviste su tematiche economiche d’attualità, anche in relazione al coronavirus Covid-19, ponendo in dialogo alcuni esperti italiani del settore e i giovani dell’associazione Politics Hub, attiva nell’area milanese. “Una decina di giovani – si definiscono – desiderosi di capire e mettersi in gioco, la diffusione di un’epidemia che ha rapidamente sconvolto ogni aspetto della quotidianità, la disponibilità di alcuni volti dell’economia italiana ad offrire le proprie conoscenze per un progetto comune”.

Ne è nato un volume basato sui dialoghi intergenerazionali tra Andrea Beltratti, Carlo Cottarelli, Francesco Daveri, Alberto Mingardi, Dolly Predovic e Federico Visconti, e alcuni ragazzi di Politics Hub. “Dove punta la bussola: coordinate economiche per un mondo che cambia” il titolo del libro. Politics Hub “nasce per comprendere più a fondo il valore e l’idea stessa di politica”. Riunisce giovani “interessati ad approcciarsi criticamente alle sfide odierne, lontano da logiche immediatamente partitiche ed elettorali: attraverso una serie di incontri con personalità di spicco sul territorio e a livello internazionale, propone di approfondire tematiche attuali in ambito politico, economico e sociale” (sito www.politicshub.it).

L’economista Cottarelli, che ha appoggiato l’iniziativa dei ragazzi, dichiara: “Ogni aspetto della nostra vita è intrinsecamente correlato a fenomeni economici, quindi conoscenze di base in questo campo sarebbero utili a tutti”. Eppure “è difficile fare chiarezza su temi complessi e districarsi nel ginepraio di notizie da cui siamo bombardati”. Numerosi gli interrogativi posti agli intervistati: dal funzionamento dei mercati finanziari ai problemi dell’Italia di oggi, dal ruolo delle banche durante una crisi agli investimenti nell’istruzione, dall’impatto economico della diffusione del Covid-19 alle proposte per aumentare l’occupazione e far rinascere il nostro Paese.

“Cercate di rimanere qui – conclude Cottarelli appellandosi ai giovani –. Supportate e cambiate l’Italia, per il vostro futuro, per il bene di voi stessi e, forse anche dei vostri genitori”. Il ricavato delle vendite sarà interamente devoluto alla Croce Rossa. Il libro è disponibile su Amazon in formato cartaceo ed E-book al seguente link: https://www.amazon.it/dp/B086Y5MBQC

Dal Mise 600 milioni di euro per i “Contratti di Sviluppo”.

Il Ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli ha emanato una direttiva con la quale stabilisce che i 400 milioni di euro stanziati dal decreto ‘Cura Italia’ per i Contratti di sviluppo vengano destinati al finanziamento di programmi strategici e innovativi sul territorio, con priorità agli investimenti per la produzione di dispositivi sanitari e di materiale biomedicale funzionali a fronteggiare l’emergenza causata dal Covid-19. Queste risorse si aggiungono ai 200 milioni di euro già previsti nella legge di bilancio, per un ammontare complessivo di 600 milioni di euro.

In particolare, le risorse destinate allo strumento agevolativo dei Contratti di sviluppo e degli Accordi di programma, gestiti da Invitalia, sono così ripartite:

  • 200 milioni di euro per le nuove domande relative allo sviluppo del settore biomedicale e della telemedicina, con particolare riferimento a quelle connesse al rafforzamento del sistema nazionale di produzione di apparecchiature e dispositivi medicali, nonché tecnologie e servizi finalizzati alla prevenzione delle emergenze sanitarie;
  • 100 milioni di euro per le nuove domande relative allo sviluppo della green economy, alla tutela ambientale o con rilevante impatto ambientale attinenti alla trasformazione tecnologica di prodotti e processi produttivi in ottica di sostenibilità ambientale e di economia circolare;
  • 300 milioni di euro per le domande presentate a Invitalia precedentemente all’emanazione della direttiva.

Per fronteggiare l’emergenza sanitaria causata dal Covid-19, la direttiva del Ministro Patuanelli autorizza Invitalia a dare priorità alla valutazione delle domande riguardanti gli investimenti per la produzione di dispositivi sanitari e materiale biomedicale, funzionali anche a supportare la ripresa economica e sociale del nostro Paese.

Coronavirus: boom orti in terrazzo

Non solo piante e fiori sui balconi per respirare l’aria della primavera, ma, tra limoni e bouganville, ibiscus e gerani, è boom anche per la coltivazione dell’orto in terrazzo per trascorrere giornate all’aperto nel rispetto delle regole e garantirsi una produzione casalinga di pomodori, zucchine e lattughe da utilizzare nelle lunghe giornate in cucina, insieme basilico, rosmarino, salvia, timo e mentuccia fai da te. E’ quanto emerge da un monitoraggio della Coldiretti dal quale si evidenzia una impennata degli acquisti di semi, piantine, fertilizzanti e strumenti domestici per la coltivazione in supermercati, mercati, punti vendita e vivai che in molti casi si sono organizzati anche per la vendita a domicilio, nel rispetto, naturalmente, dei chiarimenti del Governo e delle specifiche ordinanze regionali.

Dopo un mese di chiusura forzata tra le mura di casa si tratta infatti di una grande opportunità – sottolinea la Coldiretti – per quanti hanno la fortuna di disporre di uno spazio sufficiente in balconi, terrazzi, giardini o orti privati adiacenti alla propria abitazione che possono soddisfare il sogno di 6 italiani su 10 (62%) che in Italia secondo Coldiretti/Ixe’ hanno l’hobby dell’agricoltura e del giardinaggio in terreni privati e pubblici messi a disposizione dai comuni.

Una attività ancora preclusa negli orti che non sono prossimi all’abitazione in quasi tutte le regioni ad eccezione – precisa la Coldiretti – di Liguria, Toscana, Lazio, Basilicata e Sardegna insieme alle province di Sondrio in Lombardia e di Trento, dove è stata riaperta la cura degli orti per economie familiari nel rispetto delle garanzie di sicurezza. A Riva del Garda (Trento) per evitare ingorghi e assembramenti hanno deciso di applicare un sistema a “targhe alterne” – sottolinea la Coldiretti – permettendo al mattino l’ingresso negli orti comunali con numero dispari e al pomeriggio l’accesso a quelli con numero pari.

Ma non bisogna avere per forza un terreno, infatti ai più appassionati può bastare anche un semplice davanzale per togliersi la soddisfazione di un pesto casalingo o di patate arrosto con il proprio rosmarino.

Le novità offerte sul mercato per preparare l’orto in terrazzo – continua la Coldiretti – sono molte e non c’è che da scegliere tra peperoni, cetrioli, melanzane, peperoncini piccanti dalle mille forme, rotondi, a cono, a campana, pomodori con i frutti piccoli e dolci, fagiolini e ogni tipo di ortaggio capace di crescere in vaso. Si tratta – precisa la Coldiretti – in alcuni casi di varietà nane ottenute naturalmente attraverso incroci, mentre altre volte si tratta di normali prodotti dell’orto che si adattano a crescere anche in spazi ridotti come i vasi, oppure in appositi supporti che si sviluppano in verticale, sfruttando al meglio lo spazio limitato, per ottenere dolcissime fragole o saporiti pomodorini a ciliegia.

Le piantine più richieste – sottolinea la Coldiretti – sono quelle di insalata perché sono semplici da coltivare e garantiscono il raccolto dopo appena 40 giorni con un costo di soli pochi centesimi di euro. Ma molto gettonate sono anche le piantine mignon di pomodoro. Per questa varietà i prezzi, al vivaio, sono leggermente più alti e dipendono dal tipo di confezionamento. Se vengono vendute in contenitore il prezzo varia dai 18 ai 25 centesimi di euro, in vaso, invece, considerando la maggiore quantità di terra da impiegare, il tutore per sostenere la pianta e la giacenza in vivaio, sicuramente più lunga, il costo va da uno a 2,50 euro al cliente finale.

La scelta delle piantine da travasare rispetto ai semi – suggerisce la Coldiretti – è da preferire soprattutto per coloro che sono alle prime esperienze e, comunque, vogliono risparmiare tempo ansiosi di vedere i frutti del proprio lavoro. Per realizzare il mini orto da terrazzo – sottolinea la Coldiretti – non basta scegliere il tipo di prodotto, ma occorre tener presente l’esposizione del balcone, perché le piantine necessitano di una buona dose di luce e calore per crescere bene, ma anche il tipo di terriccio che per una scelta ideale deve essere sufficientemente ricco in nutrienti, trattenere l’acqua senza che si crei ristagno idrico. Per ottenere sani e gustosi ortaggi dal proprio balcone si raccomanda di non utilizzare prodotti antiparassitari, ma di difendere le proprie coltivazioni con reti anti-insetto o tessuto non tessuto, anche asportando manualmente gli insetti.

Coronavirus: sono positivi i primi risultati sul remdesivir

Assorted pills

L’antivirale remdesivir si conferma uno dei farmaci più promettenti contro Covid-19. Buoni risultati sono stati ottenuti nei pazienti trattati in un ospedale di Chicago, che partecipa a un trial clinico sull’utilizzo della molecola contro la malattia da coronavirus.

Pazienti in gravi condizioni, che hanno mostrato un rapido miglioramento di sintomi respiratori e febbre e che sono stati tutti dimessi in meno di una settimana, secondo i risultati anticipati dal sito di news statunitense ‘Stat’.

A Chicago sono stati arruolati 125 pazienti in due trial clinici di fase 3. Di questi, 113 con malattia grave. Tutti sono stati trattati con infusioni giornaliere dell’antivirale. La stragrande maggioranza è guarita ed è stata dimessa dagli ospedali, solo 2 pazienti sono morti.

L’orizzonte lontano dello sguardo di Guarino

Con Giuseppe Guarino scompare un Maestro del diritto, un accademico con cui si sono formate intere generazioni di studenti poi diventati manager e classe dirigente del Paese. Era un uomo cordiale, aperto al dialogo e pronto ad ascoltare, ma fermo nei suoi principi. Aveva il grande pregio di guardare il futuro con grande anticipo rispetto agli avvenimenti perché aveva una visione globale. Era moderno ed elegante come il Suo sito che incorniciava i suoi scritti, i suoi interventi, che restano una memoria incancellabile.

L’ultimo volta che l’ho incontrato è stata nell’Auletta  dei Gruppi stracolma quando insieme a Giorgio La Malfa e Paolo Savona illustrò i suoi studi sulle norme europee istitutive dell’Euro, con il futuro leghista Borghi che lo invitava rozzamente a concludere, non comprendendo la grandezza del personaggio e la profondità del pensiero (che certamente non si misura con il tempo!).

Mi preme però soffermarmi su Guarino studioso dell’intervento pubblico in economia. Il problema delle Partecipazioni Statali non è tanto quello del “ruolo”, quanto quello del loro “modo di essere”. Dopo il periodo d’oro fino al 1965, in cui i meccanismi dello sviluppo erano stati favorevoli per gli ampi spazi interni e la minore capacità verso quelli esterni, riteneva che si erano generate molte illusioni.

Era per Guarino la stessa situazione di chi “veleggiando in mare aperto [scopre come] si sommino gli effetti del vento e di una corrente. Il timoniere può credere che tutto dipende dalla sua abilità a raccogliere il vento, quando molto del successo è da attribuirsi ai movimenti profondi del mare”.

Era mutato lo scenario perché era entrata la CEE – è questo lo diceva nel  luglio 1980 – e la libertà di apportare capitali per interventi pubblici non esisteva più perché aiuti anche indiretti possono alterare le condizioni della concorrenza. Il settore in quel momento coinvolgeva 1.000 imprese e 700.000 famiglie.

Forti erano le sue critiche alla classe politica che aveva capovolto il proprio rapporto non solo nei confronti degli imprenditori privati, ma anche dei grandi imprenditori pubblici. Ribadiva la funzionalità del modello organizzativo più sviluppato della società capitalistica con il gruppo di imprese, la formula che ne ha consentito il successo.

Vedeva il pericolo della amministrativizzazione spinta con i controlli preventivi nei fondi di dotazione e con vincoli eguali a quelli degli enti pubblici economici, quindi in contrasto con la formula originaria delle PPSS intese come gruppo volto ad operare  a mezzo di imprese ispirate ai criteri di economicità.

Si poneva il problema della direttiva e la sua risposta era: “Possiamo fare perno su un bastone, ma se il peso è troppo forte, il bastone si spezza e cadiamo in terra”. Se chiediamo troppo, più di quanto possano dare l’organismo si incrina, lo scopo non viene raggiunto e per di più avremo distrutto lo strumento.

Per Guarino la direzione era un’altra, quello della grande impresa, badando però ad evitare gli errori compiuti con la chimica costrette a vendere per il cambiamento del vento e dunque “costrette ad una provincializzazione spinta del settore”. E aggiungeva, con parole profetiche: “Ne avvertiremo gli effetti negativi, temo, tra non molto”.

Dunque ricapitalizzare le imprese pubbliche significava per Guarino  non tanto pagare i debiti, bensì gettare le basi per dimensioni future, incidendo nei settori civili, coinvolgendo i risparmi  verso le imprese, anche dei dipendenti, con i fondi pensione, istituti di assicurazione, grandi fondazioni. V’era il richiamo ad una funzione nuova con i caratteri del dinamismo per il conseguimento di utili che non è fine a se stesso, ma metro di validità e insieme strumento per il perseguimento dell’interesse pubblico.

Nel 1987, dopo la sua elezione alla Camera dei Deputati manifestò in modo elegante la sua candidatura alle primarie per la Presidenza della Commissione Bilancio in contrapposizione a quella di Nino Andreatta al Senato. Erano due visioni diverse delle PPSS e sull’intervento pubblico in economia. Il metodo democratico della DC, con voto segreto, portó a una scelta diversa.

Nel 1988 volle una grande momento di riflessione della Dc sull’Atto Unico di Delors, che dal 1993 avrebbe determinato modifiche strutturali, innovazioni istituzionali e politiche, superamenti di squilibri e inefficienze. Guarino sapeva guardare oltre l’orizzonte comprendendo i limiti della utilizzabilità dello schema di sviluppo domestico perché privava “il Sistema Italia della quasi totalità dei mezzi sin qui impiegati per il sostegno diretto o indiretto, dimostratatisi  indubbiamente efficaci al sistema industriale italiano”. Le difficoltà si determineranno proprio per le pmi per la loro debolezza strutturale e incapacità di affrontare i processi di ristrutturazione.

Nel 1993 al seminario della Camilluccia promosso da Gerardo Bianco disse che “le privatizzazioni andavano fatte due anni prima, ma allo stesso modo dobbiamo preoccuparci se fra dieci anni il nostro sistema industriale sarà competitivo, dopo che è nato e cresciuto nella bambagia di un mercato interno protetto. Bisogna cambiare strategie di lungo periodo nelle dimensioni pubbliche e private, negli investimenti per la ricerca, nella abitudine ai mercati finanziari”.

In un intervento in Commissione Bilancio espresse preoccupazione per gli effetti sulla occupazione in conseguenza dell’accordo Andreatta-Van Miert, che porterà di lì a breve alla chiusura dell’Iri.

Da Ministro della Industria e ad interim delle PP.SS.  nel 1992 sui decreti Amato portò avanti le sue idee sulle privatizzazioni divergendo dal Ministro del Tesoro Barucci per il quale “il programma di privatizzazioni consentirà la liberazione di energie da rivolgere allo sviluppo del Paese e permetterà la creazione di un mercato assai più vitale”.

 

Purtroppo non sarà così! Infatti nel successivo governo Ciampi fu sostituito da Savona. Guarino si domandava infatti se “si privatizzava a diritto variato o invariato”, perché il diritto variato implicava di adottare decisioni che modificano opportunamente l’ordinamento giuridico. Dunque, vedeva i pesanti effetti sulla occupazione per una dimensione fino a 200 mila occupati; così come vedeva i pesanti effetti della seconda direttiva comunitaria che nel rapporto delle banche con l’industria elevava il limite fino al 60 per cento del patrimonio netto.

 

Poi verrano i suoi magistrali studi sull’Euro che resteranno incancellabili, ma non possono essere strumentalizzati. Illuminano, come mai era stato fatto, la storia dell’Europa, i rapporti fra gli Stati, la moneta unica e le prospettive per tutti noi. Possono essere utili a chi è in grado di maneggiarli per migliorare le Istituzioni europee.

Infine, giova menzionare l’occasione dei suoi novant’anni festeggiati dall’associazione ex parlamentari nella Sala delle Colonne, con il suo sorriso bonario che ci accompagnerà come ricordo incancellabile.  Ho avuto il pregio di conoscerlo, di frequentarlo di apprezzarne le virtù. Ogni occasione era una lezione universitaria che ti arricchiva! Guarino volgeva il suo sguardo nell’orizzonte lontano!

 

Gustavo Pietropolli Charmet,: “Occorre un patto educativo tra scuola, famiglia e contesti di vita degli adolescenti”

Professore, il tema dell’educazione sembra oggi cruciale nel dibattito socio-culturale prevalente e c’è chi parla apertamente di “emergenza educativa”. Si tratta di una sensibilità che corrisponde a una necessità nuova e particolare, che riguarda il sistema formativo, o in questo buttarsi a capofitto sull’educazione come problema da risolvere c’è anche il riverbero di una società in crisi, profondamente diseducata sui valori, sui sentimenti e sulle relazioni personali?

L’esperienza professionale degli ultimi anni mi induce a ritenere che gli adulti siano confrontati con delle “nuove normalità” da parte dei giovani d’oggi. Bambini, adolescenti e giovani adulti presentano una qualità di relazione col tempo, col corpo, col denaro, col potere, con le leggi, con la scuola e la famiglia che ha delle caratteristiche di importante novità. Secondo loro si tratta di stili di vita e di modi di stare in gruppo, di usare le sostanze, il futuro, i valori, la società, il gruppo assolutamente normali. Sostengono cioè che non c’è l’intenzione di contestare le leggi e le tradizioni, di segnalare un disagio generazionale, di proporre un cambiamento nei valori; non c’è aggressività e neppure dolore, solitudine o rabbia, c’è anzi ricerca del piacere, dello stare bene assieme. Gli adulti però non sono d’accordo ed hanno anzi l’impressione che usino troppe sostanze proibite, bevano troppo alcool, vivano troppo di notte, dipendano esageratamente dal gruppo dei coetanei, non si assumano responsabilità nei confronti della salute e del futuro. Perciò gli adulti tendono a considerare ciò che succede nel mondo giovanile una “emergenza educativa” e ricorrono a chiavi di lettura frettolose e il più delle volte superficiali; tendono a patologizzare le condotte di gruppo e a criminalizzare le abitudini ipotizzando che siano dettate da intenzioni di protesta o dal bisogno di attirare l’attenzione sul proprio disagio. Perciò fra l’universo giovanile e il mondo degli adulti in questa fase ci sono importanti difficoltà ad intendersi, pur non essendoci una conflittualità grave.

Di fatto tutti sciorinano teorie e dottrine, e chi alza la voce in genere non ha mai messo piede in una scuola. Ma perché questo è un tema che interessa così morbosamente tutti? E dove comincia lo specifico professionale della scuola e dei suoi operatori, per evitare che la formazione diventi una semplice opinione, un argomento da bar dello sport?

Credo che l’arroganza e la superficialità con cui si disserta di formazione ed educazione dipenda anche dalla rottura del patto educativo fra scuola e famiglia e dalla frequente conflittualità che si attiva fra gruppi di genitori e consigli di classe che può giungere a risuonare nelle aule dei tribunali. La famiglia tende a delegare alla scuola troppe funzioni ed anche la società chiede interventi formativi e preventivi di ogni tipo. Si tratta in realtà di funzioni che appartengono allo statuto educativo della famiglia e della società ma la delega alla scuola non viene riconosciuta ufficialmente e ciò porta alla denigrazione della competenza della scuola nella sua specifica area di intervento. C’è da augurarsi che si riesca a sottoscrivere un nuovo patto educativo fra scuola e contesto di vita dei propri allievi e che si possa collegialmente ridefinire l’area di intervento di ogni istituzione, dalla famiglia al mondo del lavoro, dagli enti locali alle aziende, dai servizi psico-socio-educativi al mondo degli oratori e delle parrocchie, dall’universo sportivo alle organizzazioni culturali e del tempo libero.

Lei si è occupato ultimamente, a più riprese degli adolescenti: perché emerge oggi, di loro, questa duplice immagine, di spavalderia e di fragilità?  Molto ragazzi sono bulli per ribellione, altri per imitazione, altri e molti di più sono semplicemente soli e senza riferimenti affettivi, a cominciare dalle famiglie. Da dove originano le incomprensioni e le solitudini che allontanano i giovani dagli adulti fino a cercare forme nuove, più spontanee e stimolanti di aggregazione e di consenso, specie nei gruppi dei pari?

I cambiamenti avvenuti nel modello educativo familiare spingono i bambini e i ragazzi a socializzare molto precocemente fra loro e li abituano a dare una grande importanza alla rete di relazione con i coetanei, sia reale che virtuale. Stanno immersi in un bagno di relazioni di gruppo con i coetanei, sia maschi che femmine, per molte ore al giorno e stabiliscono fra loro legami non solo sociali, di scuola o di squadra, ma anche intensi rapporti affettivi e di reciproca dipendenza. Ciò fa si che giunti alla preadolescenza prediligano lo sviluppo ulteriore dei legami fra pari età rispetto alla partecipazione ad attività organizzate dagli adulti e dal mondo educativo e sportivo. La crisi dell’associazionismo giovanile dipende dallo strapotere che ha acquisito il gruppo spontaneo che diserta gli spazi tradizionali e si incontra in spazi nuovi, certamente non predisposti per l’educazione, come ad esempio i Centri Commerciali o gli spazi sociali non utilizzati tipo i corridoi della Metropolitana a Milano.

Come vivono, cosa fanno i  giovani adolescenti di oggi? Può definire a grandi linee il trend degli ultimi dieci anni?

Credo che la novità più importante nell’area della devianza e antisocialità giovanile sia l’elevata frequenza dei reati commessi da un nuovo soggetto sociale: il piccolo gruppo di adolescenti, prevalentemente maschi, sia italiani che stranieri. Si tratta spesso non  di vere e proprie bande, organizzate e strutturate in base al codice mutuato dalla delinquenza adulta, ma spesso sono ragazzi che la stampa definisce “normali”, che vivono in un contesto adeguato, che frequentano la scuola ma che partecipano devotamente alle imprese alle attività del loro gruppo di amici che a volte può decidere di realizzare delle imprese rischiose, trasgressive, devianti, coinvolgendo la volontà individuale e piegando i valori personali al bisogno del gruppo di realizzare in quel momento una impresa stupefacente ed emozionante. Ciò fa si che troviamo nel circuito penale minorile dei ragazzi non delinquenti ma che hanno commesso dei reati a volte crudeli, dominati e succubi della volontà prepotente del proprio gruppo di amici trasformati in complici di delitti di cui non prevedevano le conseguenze e di cui stentano a pentirsi poiché ritengono che a commetterlo sia stato il gruppo e che la propria partecipazione sia stata minima, più da spettatore che da protagonista.

Attribuire colpe è ormai uno sport nazionale: la scuola non funziona, la famiglia non riesce o fallisce, le istituzioni non aiutano. Ma davvero si può pensare a un ‘anno zero’, ad un momento in cui, cioè, riformata la scuola, sostenuta la famiglia, rafforzato l’welfare di colpo, come per magia, si crea un meccanismo istituzionale perfetto e oliato che integra e risolve il problema del crescere, dell’educarsi, del formarsi, dell’imparare? O resta un problema etico di fondo: “che cosa ci si sta a fare a scuola, invece che altrove”?

Il problema etico è molto importante perché molti strani fenomeni mi sembra che diventino comprensibili se accettiamo l’ipotesi che i ragazzi non diano più alla scuola un significato simbolico. Non regalano neppure ai loro docenti un significato istituzionale e simbolico. Entrano nella loro scuola come si trattasse di un luogo di incontro, di socializzazione, di esperienza di vita, ma non scorgono e non le attribuiscono un significato etico, valoriale, in base al quale possano sperimentare il rispetto e la responsabilità che sorge spontaneamente nei giovani se avvertono di essere inscritti in un  dispositivo saturo di valori e che chiede devozione indipendentemente dalla prestazione che in quel momento garantisce. Ciò fa si che il singolo docente debba ogni mattina ricostruire il significato istituzionale e quindi simbolico ed etico del lavoro scolastico a fronte di un gruppo di giovani che non vedono il ruolo ma la persona; prendono atto che si tratta di una donna o di un uomo, che è giovane o già vicino al pensionamento, elegante o trascurato, simpatico o indifferente, severo o alla mano e tanti altri requisiti che non sono più inscritti nel valore preliminare regalato dal ruolo di docente, orami derubato del suo significato simbolico.

Tutta la pedagogia degli ultimi anni ha intrapreso una deriva morbida: non direttività, insegnamenti integrativi, didattica compensativa, sostegno e inclusione, facilitazione. Una sorta di gigantesca ‘protesi educativa’ per sostenere i processi di apprendimento, di crescita e di maturazione dei nostri ragazzi. Ma le parole impegno, sacrificio, senso del dovere, rispetto, merito sembrano essere state espunte dal pedagogese a lungo imperante e alla moda. Non è che la conclamazione di tanti diritti ha poi portato a troppi rovesci?

Penso che la “deriva troppo morbida” non sia interamente da attribuire alle riforme educative e didattiche introdotte nella scuola o ai cambiamenti del modelli educativi adottati dalla famiglia, Penso che molte piccole riforme siano state utili e necessarie e molte sono l’espressione di importanti conquiste culturali, ma i ragazzi ed i bambini sono enormemente influenzati dalla sottocultura dei mass media, dai modelli proposti dall’universo pubblicitario e dalla loro appassionata partecipazione alla realtà virtuale. Credo che la società del “narcisismo”, “liquida”, delle “passioni tristi”, dei modelli che premiano la visibilità, il successo, l’acquisizione di denaro con qualsiasi sistema, sia all’origine di molti disastri educativi e che le agenzie che hanno competenze e mandato educativo dovranno fare uno sforzo enorme per impedire che la mente dei figli e degli studenti venga inquinata  dalla sottocultura della società in cui  i ragazzi cercano di crescere e capire quali siano i valori ai quali ispirare le loro scelte di vita.

Mi pare che della scuola circoli un’immagine più legata al sistema, all’organizzazione che genera un servizio, piuttosto che la consapevolezza del valore etico, culturale, pedagogico dell’atto formativo. Famiglie, studenti, docenti, sindacati, politici, opinionisti: si preoccupano più di riempire la scuola di nuovi contenuti, obblighi, esiti, risultati, di definirne i contorni, i tempi e i modi dei servizi da erogare, fino a ingolfarla,  più di quanto riflettano sul senso etico del rapporto educativo, di ciò che riguarda l’insegnante e lo studente in quanto persone e il loro essere lì, insieme, l’una per aiutare l’altra a crescere e formarsi.

Ho l’impressione che sia in atto un tentativo di riscrivere il patto fra docente e studente alla luce della ridefinizione dell’etica della responsabilità, più che del dovere, delle regole, della tradizione culturale. Questa generazione di studenti non è facilmente reclutabile in dispositivi fortemente normativi ma è disponibile a partecipare affettivamente e personalmente ad imprese che sottolineino l’importanza della responsabilità individuale. La difficoltà maggiore mi sembra che consista nell’aiutare i ragazzi a capire l’importanza che ha imparare ad usare il proprio ruolo di studente e le sue ricche mediazioni per mettersi in relazione con i compagni e gli adulti della scuola, evitando di illudersi che le relazioni possano realizzarsi attraverso l’uso della persona invece che del ruolo. Anche molti docenti in difficoltà dovrebbero essere dissuasi dal tentare di usare la persona al posto del ruolo in un ultimo disperato tentativo di stabilire una relazione efficace con i propri studenti.

Aveva scritto Cesare Scurati: “La scuola è il posto di lavoro dove si generano relazioni umane”. E’ questa la sua ‘mission’ principale, come si usa dire oggi, oltre l’istruzione in senso stretto?

Tutto ciò che ha scritto Scurati è sempre degno della massima attenzione. Dal punto di vista della mia professione di psicologo e della disciplina che ho insegnato per molti anni “psicoanalisi dell’adolescenza” penso anch’io che quando la scuola funziona bene si generino importanti relazioni umane. Nel ricordo di molti adulti l’esperienza scolastica rimane spesso registrata come quella che più di altre ha consentito di incontrare persone decisive per la propria formazione umana e personale, sia fra i coetanei che fra i docenti. Ciò è possibile se il benessere a scuola è garantito, se la conflittualità fra le due generazioni è basso e gestibile con la negoziazione e il confronto, se i docenti sono soddisfatti ed orgogliosi del proprio mestiere e se i ragazzi avvertono che si fa molto sul serio, che la realizzazione della loro persona passa attraverso la scuola, che si sta costruendo futuro, che si sta imparando a diventare cittadini, che si lavora sulle regole della democrazia e che si sta imparando a diventare soggetti della propria vita, capaci di essere la propria storia e i propri pensieri.

Il critico Davide Rondoni ha posto da tempo il problema della lenta e inesorabile espunzione della ”poesia” dalla scuola. Non nel senso che non si insegni a mandare a mente dei versi ma in quello del ‘gusto’ che resta dopo averli studiati, il rievocarli come chiave di lettura della cultura e della vita, l’usare la poesia come motivo di affinamento del buono e del bello, la chiave di accesso all’educazione sentimentale. Negli ultimi tempi è prevalsa in effetti la preoccupazione di un adeguamento delle competenze scientifiche degli alunni, la conoscenza dei media, l’uso delle nuove tecnologie. Scomparirà allora dalla scuola l’esprit de finesse?

Mi auguro che le nuove tecnologie invece che favorire la diffusione di un linguaggio rudimentale e sincopato consenta e imponga di acquisire competenze nell’arte della comunicazione, costruendo un linguaggio multimediale al quale concorrano immagini, suoni, disegni, narrazioni, pagine scelte del proprio diario di vita. Qualcosa del genere sta succedendo e mi sorprende la quantità di tempo che molti ragazzi trascorrono a scrivere di sé, a raccontare con le immagini la propria epopea utilizzando le nuove tecnologie e il pubblico immenso che mette a disposizione, favorendo la nascita di nuove relazioni o il recupero di quelle smarrite. La seduzione e il corteggiamento virtuale sono senza dubbio più spudorati e meno simbolici e raffinati di quelli usati dalla letteratura amorosa di un tempo, ma hanno il merito di coinvolgere milioni di persone di tutto il pianeta in un grandioso sforzo per trovare le parole per dirlo. A rassicurarmi sulla vitalità della poesia c’è poi la quantità enorme di spettatori che si accalcano per ascoltare dal vivo la lettura di Dante e la recita a memoria di interi canti.

Mio padre, un semplice maestro elementare, mi aveva insegnato questa regola per lui fondamentale: “fai in modo che i tuoi alunni vengano a scuola volentieri e ti accorgerai di essere a metà dell’opera”. Poi sono venute le teorie comportamentiste, i diagrammi di flusso, i focus group, le didattiche motivazionali, le tre ‘i’ , le quattro ‘e’ e tutto il resto. Trovo che oggi ci siano alunni forse più sollecitati da incalzanti novità didattiche ma più spenti rispetto al piacere di andare a scuola. Recentemente Giuseppe De Rita mi ha detto che dobbiamo riappropriarci del ‘gusto di vivere’. E’ così’ anche per il gusto di imparare? Aveva ragione l’insegnante Robin Williams – il “capitano, mio capitano”, del film ‘L’attimo fuggente’?….

Tuo padre aveva ragione, come ben sai, ed anche De Rita dice sempre cose intelligenti. Credo che siamo in molti ad essere d’accordo sull’importanza cruciale di riattivare le motivazioni nei confronti del “gusto di imparare”. Si comincia a litigare quando si tratta di decidere quali siano i metodi più efficaci per realizzare l’obiettivo. Personalmente sono ottimista: il figlio dell’uomo ha una relazione devota con la produzione di simboli e non si rassegnerà alla carestia di bellezza e di intelligenza che purtroppo affligge il mondo della comunicazione attuale.

Questione giudiziaria, politica e le RSA.

Il momento che viviamo, come tutti ben sappiamo, è drammatico. E le notizie che vengono diramate ogni sera, con rara disumanità e cinismo, confermano questo triste e spietato epilogo. Ma adesso, al di là delle fisiologiche e del tutto scontate polemiche politiche e le rispettive speculazioni – il centro destra di governo a livello regionale che attacca il governo nazionale giallo/ rosso e le opposizioni di sinistra a Roma e a livello locale che contestano altrettanto puntualmente i governatori leghisti e forzaitalioti – irrompe l’ennesima “questione giudiziaria”. E, purtroppo, attorno ad un tema che genera dolore, morte e quasi rassegnazione se non fatalismo, cioè le condizioni penose delle nostre “case di riposo”, le cosiddette Rsa. Ormai è un filo rosso che lega quasi tutte queste esperienze, dal mio Piemonte a tutto il resto dell’Italia, per non parlare di Milano e della intera Lombardia. Centinaia di anziani che soffrono e muoiono nella solitudine, se non accompagnati dal ruolo e dal lavoro di medici e infermieri che sono e restano in prima linea. Anche loro a soffrire e a rischiare. 

Ora, non c’è alcun dubbio che qualcosa non ha funzionato, e forse, che continua a non funzionare. Ma quando c’è un “sistema” che è andato in tilt, probabilmente c’è qualcosa di ancora più grande che va approfondito e vivisezionato. Non è possibile che da Torino alla Sicilia scoppi improvvisamente e quasi simultaneamente un’emergenza così vasta e con ripercussioni così gravi e persin incommentabili. E bene fa la magistratura ad aprire inchieste a raffica per valutare ed indagare su possibili e potenziali responsabilità di singoli o di enti nel non aver gestito e governato una situazione così incredibilmente grave. Possibilmente senza clamori e senza protagonismi personali e di gruppo. 

Ma, all’interno di questo contesto – drammatico e al tempo stesso paradossale – è possibile evitare di continuare a strumentalizzare per l’ennesima volta con campagne di stampa scandalistiche e grossolane una vicenda così grave, così complessa e così macabra? Può la politica astenersi da questa squallida speculazione? E può la magistratura condurre questa necessaria azione di indagine senza invadere talk show e comparsate televisive quotidiane? Sarebbe già un bel risultato, considerando che gli italiani ogni sera ascoltano con trepidazione il bollettino dei moderni monatti e durante il giorno sentono sfrecciare in continuazione le ambulanze in città sempre più deserte. Oltre alle immagini tristi e sempre più penose degli ospedali e delle corsie con l’infaticabile e straordinario lavoro/missione di medici e infermieri. Facciamolo almeno per rispetto loro, dei malati e dei famigliari delle vittime. 

Le azioni coordinate dell’UE per lottare contro la pandemia di COVID-19 e le sue conseguenze

L’unione Europea ricordando che questa crisi non è opera di nessuno e non dovrebbe essere la rovina di tutti; esprime la sua ferma intenzione di fare tutto il necessario affinché l’Unione e i suoi cittadini possano uscire dalla crisi agendo con uno spirito di solidarietà.

E sapendo che la pandemia ha dimostrato i limiti della capacità dell’Unione di agire con
fermezza ritiene che, in risposta a ciò, l’Unione debba essere oggetto di una
profonda riforma.

Avviando una riflessione approfondita su come diventare più efficace e democratica.

Questa è la base da cui nasce la risoluzione del Parlamento europeo del 17 aprile 2020, che troverete qui di seguito.

 

Risoluzione del Parlamento europeo del 17 aprile 2020

I mercati rimangono preoccupati per il debito italiano

Il prodotto interno lordo dell’Italia calerà del 9,9% nel corso del 2020 per poi far registrare una solida ripresa al ritmo del 6,4% il prossimo anno e del 3,2% nel 2022. Sono le stime pubblicate da S&P che per l’eurozona prevede un calo del 7,3% quest’anno con una ripresa al ritmo del 5,6% nel 2020 e del 3,7% nel 2021. Fra gli altri paesi europei, S&P vede un calo del pil tedesco pari al 6% quest’anno seguito poi nei due anni successivi da tassi di espansione rispettivamente al 4,3% e al 3,3%

Questo calo preoccupa non poco i mercati. Lo scrive il quotidiano francese “Les Echos”, spiegando che l’azione della Banca centrale europea (Bce) ha ridotto il livello dei tassi di interesse, ma nonostante questo la tensione resta alta. L’Italia si prepara ad uscire dalla quarantena mentre si trova in una posizione finanziaria debole. “Il fatto che una Banca centrale acquisiti degli attivi non significa che la volatilità sparisca”, ha spiegato Frederik Ducrozet, della banca svizzera Pictet. Ducrozet ha aggiunto: “La Bce guadagna tempo assicurando che gli stati abbiano dei margini di manovra necessari, ma spetta a loro trovare delle soluzioni a lungo termine”.

Ma quale potrebbe essere la soluzione di lungo termine.

I mercati non hanno dubbi. Far ripartire le riforme (indispensabili) , e far ripartire l’economia praticamente ferma anche prima della crisi. Insomma ricostruire il quadro economico italiano dalle sue basi.

 

Coronavirus, Sala a capo della ‘task force dei sindaci’ del mondo per la ripresa economica

Sarà il Sindaco di Milano Giuseppe Sala a presiedere la “Global mayors CoViD-19 recovery task force” (l’unità operativa dei sindaci del mondo per la ripresa post CoViD-19) della rete C40 cities.

Il network internazionale ha annunciato, infatti, il lancio di una task force per accelerare la ripresa economica in seguito alla crisi CoViD-19. I Sindaci di C40 stanno già condividendo conoscenze ed esperienze per superare l’attuale crisi sanitaria.

La “Global mayors CoViD-19 recovery task force” vedrà i principali sindaci del mondo collaborare per raggiungere una ripresa economica che permetta ai cittadini di tornare a lavorare, evitando al contempo che il degrado climatico generi una crisi ancora più grave in grado di arrestare l’economia globale e di minacciare la vita e la capacità di sostentamento delle persone.

I sindaci si confronteranno su come usare investimenti pubblici nella ripresa per creare una “nuova normalità” per le economie cittadine, basata sull’eliminazione dell’inquinamento e della povertà, sul miglioramento della salute pubblica e sull’aumento della resilienza agli shock.

La “Global mayors CoViD-19 recovery task force” è stata presentata ieri durante una riunione virtuale di oltre 40 sindaci e rappresentanti delle maggiori città di 25 Paesi, presieduta dal Presidente di C40 e Sindaco di Los Angeles Eric Garcetti, con l’obiettivo di condividere competenze per la protezione dei cittadini durante la crisi CoViD-19. I sindaci e i rappresentanti delle città C40 collaboreranno regolarmente alla condivisione di conoscenze e soluzioni riguardanti la pandemia CoViD-19.

La task force sarà composta da sindaci di ogni regione della rete C40, molti dei quali hanno un’esperienza specialistica senza rivali, come la Sindaca di Freetown Yvonne Aki-Sawyerr, che è stata Direttrice della Pianificazione del Centro Nazionale di risposta all’epidemia di Ebola in Sierra Leone 2014-15.

“Nell’immediato la nostra priorità è proteggere la salute dei nostri cittadini e superare la pandemia CoViD-19. Tuttavia, mentre affrontiamo i devastanti effetti quotidiani di una crisi senza precedenti, dobbiamo anche guardare a come proteggeremo i nostri cittadini in futuro – ha dichiarato il Sindaco di Milano e vicepresidente C40 Giuseppe Sala -. Il modo in cui strutturiamo i nostri sforzi per la ripresa definirà le nostre città per i prossimi decenni. È nostra responsabilità di sindaci garantire che costruiremo solide fondamenta così che le nostre città possano apparire come luoghi più sani, equi e sostenibili in cui vivere”.

“In netto contrasto con l’inadeguata cooperazione tra i governi nazionali, i sindaci delle città del mondo si stanno unendo per rispondere all’immediata emergenza sanitaria CoViD-19, così come hanno fatto per affrontare l’attuale crisi climatica – ha affermato Mark Watts, Direttore esecutivo C40 -. La task force permetterà ai sindaci di guidare un piano di ripresa economica dalla crisi CoViD-19 che riduca il rischio di future crisi globali attraverso la costruzione di comunità sane, eque e a emissioni zero”.

La “Global mayors CoViD-19 recovery task force” È l’ultima di una serie di misure che C40 ha preso per promuovere la collaborazione internazionale e la condivisione di conoscenze durante la pandemia CoViD-19. Oltre a facilitare lo scambio delle migliori pratiche tra i sindaci delle città più grandi e influenti del mondo, C40 ospita risorse critiche sulle risposte CoViD-19 dalle città del mondo sul C40 knowledge hub. C40 ha inoltre collaborato con Bloomberg Philantropies per fornire una risposta globale informata da parte dei sindaci alle sfide dell’attuale crisi sanitaria. Il presidente del board di C40, Michael Bloomberg, sta mettendo a disposizione risorse per le città di C40 attraverso la Partnership for healthy cities e sta includendo i sindaci C40 nella Bloomberg Harvard Local Coronavirus Response Initiative.

“La pandemia da coronavirus ha creato enormi sfide economiche e di salute pubblica per il mondo. In queste settimane e nei mesi a venire, i sindaci avranno bisogno di affrontare molte questioni vitali tutte insieme, tra cui salute pubblica e sicurezza, aiuti economici e ripresa e le crescenti esigenze sociali, il tutto sullo sfondo del cambiamento climatico – ha detto Michael Bloomberg, Presidente del board di C40 e Sindaco di New York dal 2002 al 2013 -. La task force che stiamo lanciando oggi aiuterà i sindaci a collaborare per creare robusti programmi di ripresa che proteggano le vite delle persone, consentano alla gente di tornare a lavorare e permettano di continuare a fare progressi nella lotta contro i cambiamenti climatici”.

Attraverso una serie di documenti programmatici, webinar e relazioni di esperti internazionali, la “Global mayors CoViD-19 recovery task force” fornirà ai sindaci i migliori dati a disposizione, le migliori pratiche e analisi per ottenere una ripresa economica che porti le persone a tornare velocemente a lavoro, metta risorse nelle mani di chi ne ha più bisogno e acceleri l’azione per superare la crisi climatica.

Inoltre, la task force collaborerà con una salda rete globale di economisti, imprese, città, sindacati e giovani per mettere il mondo nelle condizioni di realizzare un piano di recupero CoViD-19 inclusivo e unico.

La task force sarà composta da sindaci che rappresentano la diversità del network C40, anche a livello geografico, che si riuniranno a intervalli regolari nelle prossime settimane e mesi. Sarà supportato dalla Segreteria C40 e riferirà al Comitato direttivo. I membri della task force, inclusi i consiglieri che supporteranno i sindaci, saranno annunciati a breve.

La riunione virtuale dei sindaci ospitata dal network C40 ha visto inoltre la partecipazione del Direttore Malattie trasmissibili presso il Ministero della salute di Singapore, il professore Vernon Lee, che ha condiviso l’esperienza di Singapore sui test di massa per CoViD-19.

“Avere una strategia completa e mirata aiuterà a guidare le città a svolgere test in un modo più coordinato, efficace ed efficiente, sotto il profilo delle risorse – ha detto il Professor Vernon Lee, Direttore Malattie trasmissibili presso il Ministero della salute di Singapore -. Se affiancato a immediata tracciabilità dei contatti e a quarantena dei contatti stretti, questo permetterebbe il precoce riconoscimento e isolamento dei casi di CoViD-19 per contenere la diffusione dell’infezione. I centri urbani più densamente popolati sono particolarmente vulnerabili alle minacce di malattie infettive. Un singolo caso può velocemente causare un’epidemia all’interno della comunità. Investire in anticipo nella prontezza di risposta alla pandemia è la chiave per sviluppare sistemi sanitari resilienti per il futuro”.

Auto: il crollo del mercato

L’emergenza coronavirus ha avuto l’atteso effetto di far crollare il mercato dell’auto europeo. I dati appena diffusi dall’Acea, l’associazione delle case costruttrici, mostrano in Europa Occidentale (UE+Efta+UK) un totale di 853.077 immatricolazioni contro le 1.771.030 del marzo scorso pari a un calo del 51,8%. Il calo in valore assoluto è stato di 917.953 autovetture, mentre la contrazione percentuale è stata del 51,8%. Questo disastroso risultato – osserva il Centro Studi Promotor – è interamente dovuto all’emergenza coronavirus, che si è inserita in un mercato auto dell’Europa Occidentale che già nei primi due mesi dell’anno era fiacco, ma aveva comunque contenuto le perdite nel 7,2%.

Il risultato peggiore si è registrato in Italia, che è stato però il primo paese a dichiarare l’emergenza. Il calo in marzo è stato dell’85,4%. Non molto meglio hanno fatto Francia e Spagna. In Francia il calo è stato del 72,2% e in Spagna del 69,3%. Pesante, ma più contenuto, l’impatto sugli altri due grandi mercati dell’area e cioè sulla Germania (-37,7%) e sul Regno Unito (-44,4%).

A livello di gruppi, Volkswagen perde il 46,2% con 164.653 immatricolazioni, mentre Psa e Renault perdono rispettivaente il 68,1 e il 64,7%. Il dato più pesante è quello di Fca che ha venduto 22.070 vetture (contro le 94.291 di un anno fa) pari a -76,6%.

La soluzione da adottare, secondo il Centro Studi Promotor, dovrebbe essere costruita sulla base dei primi incentivi alla rottamazione che nel 1997 consentirono al mercato dell’auto un incremento del 38,8%, un maggior gettito Iva che coprì il costo degli incentivi e lasciò un avanzo per l’erario di 1400 miliardi di lire e un aumento del Pil, certificato dalla Banca d’Italia, di 0,4 punti percentuali”.

Oltre il 90% degli italiani ancora suscettibile all’infezione da Coronavirus

il presidente dell’Istituto superiore di sanità (Iss), Silvio Brusaferro ha affermato che: “Quello che si sta facendo a livello centrale è uno studio di sieroprevalenza per indagare quante persone sono entrate in contatto con il virus, per capire qual è la circolazione del virus. Ci sono stime variabili, con variabili da regione a regione, ma il numero è limitato: stimiamo che oltre il 90% degli italiani non sia venuto in contatto col virus: vuol dire che è suscettibile all’infezione”.

“Questo – ha spiegato – vuol dire anche che la circolazione del virus, se non stiamo attenti a rispettare le indicazioni, può riprendere. Noi abbiamo indicazioni che la circolazione si sta riducendo anche dove era elevata”, ma questo dato “va mantenuto nel tempo”. L’esperto ha aggiunto che ci sono delle differenze: “In Lombardia” i soggetti suscettibili all’infezione “saranno un po’ meno: l’85-87%”. Ma “raggiungere immunità di gregge vuol dire avere il 70% della popolazione che è entrata in contatto con il virus”. E “siamo molto lontani” da questo.

David Sassoli: “I recovery bond fondamentali per la ricostruzione”.

Il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli in conferenza stampa da
Bruxelles ha dichiarato che: “Con il voto di oggi sui recovery bond, il Parlamento Europeo ha dato la possibilità di finanziare sui mercati internazionali i fondi che verranno destinati alla ricostruzione. Riuscire a fare in modo che le spese di ogni paese da oggi in avanti vengano condivise e che ci sia una mutualizzazione rispetto al debito che si produce nel piano di ricostruzione, è molto importante”.

“Naturalmente questo vale per il piano di recovery e naturalmente non può valere per il pregresso – ha aggiunto -. Il Parlamento su questo ha dato un’indicazione chiara che sarà mia cura trasmettere al consiglio. Invito tutti i governi ad abbassare tensioni e dibattiti e a mettere in campo uno sforzo e una volontà comuni”.

Il Parlamento approva i recovery bond e il Crii Plus

Il Parlamento Europeo ha approvato a maggioranza, poco fa nella plenaria a Bruxelles, una risoluzione comune sulle misure necessarie a contrastare le conseguenze della pandemia di Covid-19, che prevede tra l’altro l’utilizzo di Recovery Bond legati al bilancio Ue. La risoluzione è passata con 395 voti a favore, 171 contrari e 128 astenuti, con 694 voti espressi.

Inoltre il parlamento ha approvato a larghissima maggioranza (689 sì, 6 contrari e 1 astensione) la cosiddetta ‘Iniziativa d’investimento in risposta al coronavirus plus’ (Crii Plus) proposta dalla Commissione Ue. L’obiettivo è garantire una flessibilità totale nell’uso delle risorse legate alla politica di coesione e dare un taglio netto alla burocrazia nell’anno contabile 2020-21. Ai Paesi sarà così permesso di trasferire risorse fra fondi diversi, regioni e settori, e potrà anche essere sospeso l’obbligo di co-finanziamento nazionale.

Il Parlamento europeo ha approvato anche la modifica delle regole del Fondo europeo di aiuto agli indigenti (Fead) per consentire di finanziare la fornitura di dispositivi di protezione per lavoratori e volontari, ma anche l’erogazione di aiuti tramite voucher elettronici o cartacei, in modo da garantire il rispetto della distanza sociale e della protezione personale.

Ripartire dal silenzio

Intervista pubblicata sull’edizione odierna dell’Osservatore Romano a cura di Marco Belizzi

Il silenzio, il vuoto, l’immobilità, la stessa sofferenza, piombata nelle vite di tutti gli uomini veramente come un ladro nella notte, sono ormai realtà quotidiane per ognuno di noi. A differenza però di molti di noi, Johnny Dotti, scrittore, pedagogista, imprenditore sociale e docente a contratto di Analisi e gestione di fenomeni sociali complessi presso l’Università cattolica di Milano, ritiene che la vera sfida, per il futuro, non sia trovare il sistema per superarle, queste scomode compagne, quanto essere capaci a non lasciarle andare via. Lui, bergamasco, il virus è stato costretto a guardarlo in faccia, in famiglia, mentre nella cittadina lombarda i lutti si sommavano ai lutti e la morte era, ed è ancora, una sorella piuttosto invadente. Indugiando colpevolmente negli stereotipi, si potrebbe dire che, da bravo bergamasco, Dotti sia un uomo animato da una sana idiosincrasia per gli orpelli, un amante della concretezza e con un malcelato gusto nello scardinare gli schemi. Insomma, uno di quegli intellettuali che normalmente vengono definiti scomodi. Almeno da chi ritiene che la vita sia, o debba essere, una comoda passeggiata fra le proprie, granitiche, certezze.

In questo tempo di grandi dubbi sembra che l’unico punto fermo sia il seguente: non saremo più gli stessi. Qualcuno comincia a pensare che sia già un luogo comune. Che ne dice?

Dico che non è un automatismo. Dico che questa situazione interpella profondamente la nostra libertà e la nostra responsabilità. Non c’è alcun automatismo in virtù del quale siccome c’è stato questo trauma, allora c’è una trasformazione. I traumi per trasformarsi in cambiamento, in cose nuove, hanno bisogno anzitutto di essere nominati, accolti, accettati. E poi hanno bisogno di essere interpretati. Mi sembra che i segnali che arrivano ancora adesso, mentre siamo in questo difficile momento, siano ambivalenti, come quasi tutte le cose della vita dell’uomo, per altro. Dipenderà da come la nostra libertà risponderà a queste sollecitazioni, a come sappiamo leggerle. Se si vede solo l’aumento della richiesta di sicurezza o un maggiore intervento delle autorità affinché ci garantiscano il futuro, è chiaro che andremo verso una regressione statalista da una parte e l’aumento della tecnica statalista dall’altra.

È la preoccupazione che comincia a farsi largo in molti… Intellettuali, analisti, politologi, fra questi, di recente, l’israeliano Yuval Noah Harari, mettono in guardia contro il pericolo che politici irresponsabili, che fino a ieri hanno screditato scienza, autorità pubbliche e mezzi di comunicazione, possano essere tentati di imboccare la strada dell’autoritarismo, sostenendo che non si può essere sicuri che i cittadini facciano la cosa giusta di fronte a un’emergenza come quella che stiamo attraversando, perché d’ora in poi vivremo con il pericolo che si ripeta…

Naturalmente non me lo auguro, ma è un’ipotesi possibile. È chiaro che se i confini dei continenti si richiuderanno andremo verso situazioni in cui bisognerà ripensare a mercati economici locali, nei quali paesi come l’Italia, per esempio, che vive di esportazioni, non so cosa potranno fare. Se lo chiede a me, io suggerirei, suggerisco a me stesso, a chi voglio bene, agli altri, di ripartire da ciò che ci sta dicendo la nostra interiorità, la nostra spiritualità. Io credo che la componente intellettuale, la componente sensibile, che ci aiutano a “dare le forme”, debbano farsi ispirare un po’ di più da quello che lo spirito ci dice di fronte a questi fatti, altrimenti temo che ciò che abbiamo appreso negli ultimi 300 anni continueremo a ripeterlo, per cui ci sarà una deriva tecnocratica, ci saranno forme di razionalismo esasperato, forme economiche sempre più fredde. Io non lavoro per questo. Perciò dico che oggi lavorare per il futuro significa mettersi nella condizione di generarlo, altrimenti le dichiarazioni ottimistiche sono un po’ da mago Otelma, con tutto il rispetto.

Il mondo si trova a sperimentare un gigantesco mea culpa, certamente ispirato dalla sofferenza e dalla paura ma non si sa ancora quanto onesto e fecondo. Definire ciò che dovremmo essere sembra francamente abbastanza facile. Ma sappiamo come diventarlo?

Intanto è emerso in maniera lampante che siamo fragili. Continuiamo ancora con gli stessi comportamenti, ancora nel XXI secolo, quando malgrado tutta la nostra potenza, i nostri grandi strumenti di comunicazione, l’uomo è fragile, io sono fragile, lei è fragile, la mia famiglia è fragile, l’Italia è fragile. Fino a ieri quello che abbiamo fatto è provare a riparare questa fragilità. Viviamo circondati da terapie: appena emerge un problema dobbiamo risolverlo. Questa non è più la strada. E riconoscere la fragilità, nelle mie parole da cattolico, significa “mutualizzarla”, incontrare l’altro, incontrare la fragilità dell’altro. La “soluzione” sta nella condivisione. Del resto, questo nella storia ha portato alla scoperta delle grandissime forme dell’economia: banalmente le cooperative, il misericordie, le banche popolari, le banche di credito cooperativo. Sono tutte forme di mutualizzazione del bisogno. La novità oggi sta nel fatto che dobbiamo mutualizzare bisogni diversi tra persone diverse. Però la domanda di fondo è questa: è la fragilità un principio per cui operare? Voglio dire: non perché sia evitata o superata, ma perché diventi generativa (perché è da lì che viene fuori la vita)? Io penso di sì, lavoro perché sia così. La tentazione diabolica di superare di nuovo la fragilità con la potenza è dietro l’angolo. La si vede già: troveremo un altro vaccino e saremo a posto; risistemeremo i conti pubblici e saremo a posto. Per carità, sono cose importanti, i vaccini e i conti pubblici. Ma non sono quelli che ci portano in una civiltà umana più piena, più bella, più giusta. Quella è la strada di prima. E la strada di prima porta a dove siamo adesso.

Siamo stati tutti proiettati in una dimensione ristretta, nella quale l’orizzonte che si presenta davanti ai nostri occhi non va al di là spesso di una finestra, di un cortile. Per contrappasso siamo esortati, quasi condannati, a ridisegnare l’avvenire. Con quali strumenti?

Faccio un esempio: un’altra grande evidenza di oggi è la solitudine. La solitudine è un valore: non è una cosa da evitare. Il problema semmai è che non diventi isolamento. Affinché sia un valore però serve la capacità di vivere un viaggio e un mondo interiore. Lo dico con parole mie, visto che mi sono interessato molto a san Giuseppe: serve vivere il mondo invisibile, che è tanto reale quanto quello visibile. L’invisibile è una dimensione fondamentale della realtà. La solitudine del resto è un riconoscimento dell’altro. Se non sapessi che c’è un prossimo, non ti potresti definire “solo”. Ora, fino a ieri questa benedetta solitudine è stata completamente allontanata. Tutti siamo scappati dalla solitudine. Abbiamo cercato un mondo di emozioni, di consumi, facendo finta che non esista. Questo è il principio di base per rimodellare forme comunitarie, di relazione con gli altri. Se non si fa questo torneremo tutti a correre come dei criceti dentro lo gabbia, che è quello che abbiamo fatto finora.

Una gabbia molto tecnologica…

Noi abbiamo vissuto, in particolare ultimamente, in un tempo binario. Il mondo digitale è molto bello, molto interessante. Ma ha un grande limite: è 0 e 1. E ha un bisogno costante di essere riempito. Aborre il silenzio. Il vuoto invece è un vuoto costitutivo, insieme al silenzio, per dare forma alla vita. Perché le parole vengono dal silenzio e tornano al silenzio. Non c’è parola feconda che non viene dal silenzio. Se lei sta di fronte alla mamma o a un amico che sta morendo, il suo silenzio rende profonde le sue parole, anzi invita anche al suo silenzio. La stessa cosa negli amanti, che generalmente sussurrano. La parola ha una dimensione profondissima col silenzio. È vero che nel Vangelo c’è scritto che in principio era il logos. Ma “il” principio non era il logos, era il silenzio. Questo ci dà delle indicazioni sociali? Delle indicazioni politiche? Delle indicazioni economiche? Assolutamente sì. Banalmente, bisogna dare peso alle parole. Le parole non sono termini che indicano qualcosa, le parole hanno il potere di far nascere e uccidere le cose. Pensi cosa vuole dire questo nella politica, pensi nella relazione con i figli, con le persone cui si vuol bene. Recuperare il silenzio nelle relazioni umane vuol dire recuperare la parola. Questo è un invito enorme che ci viene oggi dalla realtà, da tutta questa morte che ci circonda.

Le immagini delle strade vuote, delle piazze deserte, sono bellissime per un verso ma dall’altro comunicano più di ogni altra cosa il senso del nostro fallimento. Eppure, nonostante i divieti, cominciano di nuovo a girare immagini di persone che si assembrano nei viali consueti dello shopping, nei mercati all’aperto. È un insopprimibile bisogno di socialità o un incontrollabile terrore del vuoto?

Noi abbiamo giocato a riempire tutto. Il consumo compulsivo cui siamo stati allenati negli ultimi cinquanta anni, non è stato altro che una grande fuga dal vuoto. Noi non lo reggiamo, il vuoto. Abbiamo bisogno di riempirlo costantemente. Questo tempo ci chiede invece di attraversarlo, di farcene attraversare. L’immagine del Papa nella piazza San Pietro deserta è un’immagine forte perché trasmette il coraggio di attraversare il vuoto della vita. Le forme sociali, le forme umane, le forme affettive, nascono tutte dal vuoto. Il desiderio non si accende se non c’è il vuoto. Le stelle non riesco a vederle, se c’è di mezzo il fumo, devo avere un cielo sgombro, devo essere al buio. Questo dice tante cose, sui tempi del lavoro, sui tempi del riposo, sui tempi della meditazione, sui tempi che non sempre devono essere vissuti di corsa, accelerati, quando ogni tanto bisogna andare più lenti. Vede… vuoto, silenzio e solitudine sono forme dell’“abitare”. Se lei vive in un “alloggio” è evidente che non può vivere nel vuoto, nel silenzio, nella solitudine: impazzisce. “Alloggio” è una parola che abbiamo preso e applicato artificialmente alle case per gli uomini. Fino al secolo scorso si usava per i soldati e per gli animali. Non ci può essere un “alloggio” per una famiglia. Ci deve essere una “casa”, che contempli degli spazi, delle relazioni, che contempli un dentro e un fuori. Lo stesso vale per il termine “appartamento”, che viene dalla tradizione imperiale portoghese e francese. Ma gli appartamenti in quel caso stavano dentro alle regge. La casa invece non è un appartamento e non è un alloggio: è il luogo e il tempo in cui le nostre relazioni fioriscono perché sono custodite come in un nido ma crescono perché vengono messe dentro una rete. Perché la casa, come la famiglia, è contemporaneamente un nido e una rete. I nostri paesi, un tempo, erano costruiti rispondendo a questo concetto: la piazza, i vicini, le case da ringhiera, le cascine. Guardi, le cose che sto dicendo sono assolutamente “tradizionali”. Ma non hanno a che fare con l’antiquariato, hanno a che fare con il passaggio di un principio. Ora noi dobbiamo consegnare questi principi, trasformati, alle nuove generazioni. Ma senza interiorità non riusciremo a farlo. Dico una cosa in più: negli ultimi anni si è fatta confusione tra beni pubblici e beni comuni. I beni comuni non sono beni pubblici. Per questo io temo una statalizzazione. Dire che la nostra vita è legata a quella degli altri non vuol dire tornare a immaginare uno stato alla Hobbes, che impone le proprie leggi a tutti con la forza e la violenza. Significa fare un passo avanti in senso democratico. I beni comuni, il welfare, la sanità, la scuola, sono beni di tutti. Le forme per dargli vita, perché tutti ne partecipino, non sono per forza la fiscalità generale, la burocrazia, le leggi. Sono anche forme di autorganizzazione, di autolimitazione del profitto, di generazione e distribuzione del valore dentro la libertà. Bisognerebbe riprendere don Sturzo, quello che diceva a cavallo della Grande guerra e dell’epidemia di spagnola (guarda caso), così come noi siamo fra la grande crisi economica del 2007 e ora la pandemia. Per questo le parole contano. Invece a volte siamo un po’ banali, superficiali. Vale anche per me, naturalmente…

Riflessioni che dovrebbero fare parte da sempre del patrimonio intellettuale di un cattolico…

I cattolici sono indietro: da molti anni sembra non siano in grado di generare più nulla; sono completamente appiattiti sulla legislazione, quando va bene, e dall’altra parte sulla conquista del potere. Quella non è la storia cattolica. Dicevano i padri della Chiesa: fermati e arriverai prima. Questo non vuol dire non impegnarsi. Ma c’è una bella differenza tra il produttivismo e il generare. Generare è una postura che richiede il desiderio di mettere al mondo, richiede il prendersi cura. E il lasciare andare ciò di cui ti sei preso cura. Il produttivismo, che è quello che determina la nostra incapacità a stare fermi, spinge a moltiplicare indefinitamente le cose, ha a che fare con il nichilismo. Certo non con la salvezza, che invece ha a che fare con la pienezza della vita.

Ricorda da vicino la dicotomia produrre-consumare…

Un’altra dicotomia binaria. Per un trinitario come me, gli ultimi 30 anni sono stati un disastro. Non possiamo continuare a produrre per consumare. Io credo al generare: cosa vuole dire questo nelle forme economiche, nelle forme sociali, nell’educazione? Io spero che andremo oltre il tempo dello studio e del lavoro. C’è un tempo in cui si studia, si studia, si studia… E poi c’è un tempo in cui si lavora. Questa non è la nostra tradizione. Prima che scoppiasse l’epidemia, ho avuto la fortuna di vedere una mostra su Raffaello. Raffaello muore a 32 anni e non è che prima si è messo a studiare e poi ha fatto quello che ha fatto. Caravaggio, che è nato dalle mie parti: non è che prima ha studiato e poi si è messo a fare il Caravaggio. Michelangelo. Leonardo. Vado avanti? Lucio Dalla. L’idea che prima studi così poi troverai lavoro la trovo un’idea idiota. Vale fino all’università, mondo di cui tra l’altro anche io faccio parte. Questo tempo non ci dice di riconnettere le cose, non ci richiama al simbolo. Certo, bisogna sempre studiare, durante tutta la vita. Ed è importantissimo avere un tempo particolarmente dedicato allo studio. Ma non si può far andare avanti i ragazzi fino a 25 anni. È una follia. A proposito di perversioni sociali: in Italia si esce di casa a 34 anni, le sembra normale? E perché non si esce? Perché la casa è stata un “appartamento”, perché siamo ossessionati dalla certezza e dalla sicurezza. Però vede, questo tempo è ambivalente: ci può spingere ad usare forme più profonde, più umane, o ci spingerà a rinchiuderci di più, perché la paura fa l’effetto contrario.

Personalmente, cosa le sta insegnando questa emergenza?

La dico così: mi è apparso più evidente che se non includo la morte nella mia vita non vivrò. Che non posso rimuoverla. E che se voglio chiamarla sorella, la morte, devo trovarci un senso profondo. La morte sfida la mia vita. Ma non nel senso di vittoria o sconfitta: o diventi di più quello che sei o lo diventi meno. Poi un’altra cosa. Io vivo in una piccola comunità di famiglie: ringrazio Dio di aver visto i figli reagire con intelligenza. Ho imparato che i ragazzi hanno molto, dentro il cuore, se sono sfidati da cose grandi. I miei tre figli, il quarto non vive con noi, hanno reagito molto bene. Questo mi ha dato molta fiducia. Non sono degli “sdraiati”, ecco. Li ho visti far da mangiare, darsi da fare per la madre che stava male, darsi da fare per gli altri, pulire, andare a fare la legna, usare l’ironia. Cerco di volere molto bene alle nuove generazioni… forse anche perché c’è molta gente che ha voluto bene a me quando ero piccolo. Bisogna avere il coraggio di sfidarli i giovani, perché la vita è un dramma che ti sfida. Per questo mi arrabbio quando vedo sistemi educativi binari che separano il tempo della responsabilità dal tempo dell’apprendimento. È un errore enorme.

E il più grande errore del “vecchio mondo”, ammesso che ce ne sarà uno nuovo?

L’aver separato il visibile dall’invisibile e l’aver separato il tempo dall’eternità. L’uomo è un essere tempiterno e la realtà è fatta di visibile e invisibile. Io sono stupito dai miei fratelli credenti. Noi questo nel “Credo” lo diciamo ma non sappiamo quello che diciamo. Non diciamo “creatore di tutte le cose visibili e invisibili”? Ma noi non ci crediamo più. Crediamo che le cose invisibili siano quelle che prima o poi al microscopio diventeranno visibili. Ma non è così. Il grande peccato da cui proveniamo è la separazione. Diavolo, “diaballo”, vuol dire separatore. Symballo vuol dire ciò che unisce. Noi abbiamo bisogno di azioni simboliche, di pensieri simbolici, di parole simboliche. La parola “simbolo” oggi è rubricata come “significato”, “segno”. Invece il simbolo è vivente. La parola è simbolica, l’azione è simbolica. Abbiamo bisogno di azioni politiche simboliche, di azioni economiche simboliche, di azioni spirituali simboliche, di azioni culturali, simboliche. Qui siamo molto miseri, molto scoperti. Corriamo dietro alle procedure, ai processi, all’analisi. Questo è il grande peccato. Non perché le procedure, i processi e le analisi non siano importanti, ma non possono essere l’unico sguardo sulla realtà.

Abbiamo sentito tanti discorsi, tante dichiarazioni, tante storie, in queste ultime settimane. C’è una frase che l’ha colpita di più, negativamente e positivamente?

“La scienza ci salverà”: la trovo una frase idolatrica, stupida, contro la stessa scienza. La scienza è un metodo di osservazione della realtà. Invece la stiamo facendo diventare “la” verità. Lo trovo un grande errore. Tra l’altro con interessi enormi dietro, perché è chiaro ormai che si parla di tecnoscienza e di tecnoscienza-business. Il grande dramma in Lombardia è stato questo. La politica sanitaria che è stata fatta nei ultimi 35 anni in maniera assurda, lasciando tutti i territori scoperti, ha portato dalle mie parti, a Bergamo, a migliaia di morti, dico migliaia, almeno il triplo di quelli dichiarati. Quanto accaduto è conseguenza della centralizzazione delle operazioni tecniche, che consente grandi affari. La frase invece che mi ha colpito di più in positivo è quella legata a una fotografia che veniva da un vicolo di Napoli, nella quale c’era un cestino appeso con un foglio, dove c’era scritto: “Chi può metta, chi non può prenda”. In questa semplice affermazione popolare c’è quasi tutto. C’è il mistero della bellezza di chi siamo e di quello che possiamo essere.

Coronavirus: la comunità Sikh italiana si mobilita

La fraternità nell’uomo, quando il carattere spirituale della personalità fondamentale non è troppo attanagliato da logiche materialiste, ormai da tempo imperanti nella trama e l’ordito della tendenza culturale generale , respira in modo autonomo, ha vari e vivi colori e si manifesta libera e spontanea, con una trasmissibilità epidemica senza eguali.

La maggior parte dei popoli della Terra, immediatamente dopo la fine degli orrori della seconda guerra, si è raccolta con un grido di VITA attorno ai trenta articoli della Dichiarazione Universale, che furono all’unanimità riconosciuti come quei diritti e quelle libertà fondamentali, inalienabili, attribuite alla dignità degli esseri umani in quanto tali.

Un’ ulteriore testimonianza , fra le molteplici, in questi mesi di caos e sofferenza umana, viene data nel nostro paese dalla Comunità dei Sikh italiana, che ha iniziato una campagna di raccolta fondi fra i loro stessi membri, da devolvere in soccorso delle emergenze in corso, e sono decine le migliaia di euro già versate nel conto corrente solidale che saranno destinate al nostro personale sanitario in prima linea e ai pazienti più bisognosi.

Ognuno dei trenta milioni di Sikh nel mondo, la mattina appena alzato, dedica una preghiera di benevolenza e di condivisione di felici auspici a tutte le persone, sia del loro Paese che di quelli in cui sono ospitati, come insegnò molto saggiamente il fondatore della loro religione Guru Nanak Dev cinque secoli fa nel Punjub, la culla dei Sikh, a riprova del fatto che tutte le religioni sono meritevoli di rispetto per la nobiltà d’intenti che le accomuna.

Riportando le parole del loro portavoce Karam Jit Singh Dhillon : “nel vostro Bel Paese, contiamo circa 100.000 connazionali Sikh.
Siamo sempre stati ben accolti e di questo siamo grati al popolo italiano al quale manifestiamo la nostra fratellanza, le nuove generazioni Sikh si stanno ben integrando frequentando le buone scuole presenti in tutto il territorio.

Cerchiamo di fornire nella maggior parte della penisola la nostra esperienza e abilità lavorativa in agricoltura, nelle fabbriche e nel commercio e diversi laureati sono in grado di contribuire con profitto anche negli altri ambiti del vivere sociale e civile. Siamo vicini ai fratelli italiani, sentendoci sulla stessa barca e provando a partecipare anche noi a migliorare di quel poco le cose, con il nostro gesto di amicizia e solidarietà “

David Sassoli: David Sassoli: “Mantenere vive le nostre democrazie”

Buongiorno a tutti, ai colleghi presenti e a quelli che ci seguono da connessioni remote.

Vorrei, in apertura di dibattito, esprimere un pensiero alle vittime del Coronavirus, alle loro famiglie e ai loro cari.

Vorrei inoltre inviare a tutte le persone malate i nostri auguri per una pronta guarigione.

In questo momento, i nostri operatori sanitari sono in prima linea nella lotta contro questo virus. Meritano tutto il nostro sostegno, ammirazione e gratitudine per il lavoro che stanno svolgendo e per la generosità che li contraddistingue, operando in situazioni spesso drammatiche.

E il nostro pensiero va anche a tutti i volontari e alle persone che stanno portando il loro sostegno a chi è in difficoltà. L’ho detto e lo ripeto, l’umanità dei nostri cittadini é la nostra più’ grande ricchezza.

Vorrei anche ringraziare tutti quei lavoratori che mantengono in funzione le nostre società: gli agricoltori, gli impiegati delle poste, gli uomini della sicurezza, i cassieri dei supermercati, i tecnici che ci consentono di telefonare e collegarci via internet, gli uomini e le donne dell’informazione. Tante persone, attive nei loro diversi campi di competenza, che con disciplina e senso di responsabilità non hanno mollato. A tutti loro il nostro ringraziamento.

E non dovremmo dimenticare tutti i cittadini che fanno la differenza con gesti semplici: rispettando le misure preventive, comprando per un vicino anziano, chiamando amici isolati, prendendosi cura delle persone più fragili.

Piccoli gesti di solidarietà concreta, come ha voluto fare il nostro Parlamento aprendo le sue cucine per preparare fino a 1000 pasti al giorno per i senza fissa dimora e i volontari. Nei nostri locali di Bruxelles saranno anche ospitate 100 donne vulnerabili.

Ma anche a Strasburgo e in  Lussemburgo abbiamo dato la disponibilità alle autorità di utilizzare i locali del Parlamento per attività legate all’emergenza. Sono le città che ci ospitano, a cui dobbiamo riconoscenza, e con voi voglio salutare i cittadini di Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo e dire che presto sarà bello ritrovarci e continuare insieme a lavorare per l’Unione europea.

Le iniziative del Parlamento sono state contrassegnate dall’emergenza. Confesso di essermi trovato ad assumere iniziative difficile ma sempre sostenuto e incoraggiato da tutti i gruppi politici, nessuno escluso, e dai consigli di tanti di voi. Naturalmente la funzionalità del Parlamento non sarebbe stata possibile senza il supporto straordinario del nostro staff e dell’amministrazione che, con coraggio e senso del dovere, è stata presente e operativa. È per questo che voglio chiedere al signor segretario generale e a tutti direttori generali di trasmettere la nostra gratitudine al personale, dai lavoratori che hanno lavorato dietro le quinte a quelli che hanno seguito in maniera operativa le decisioni che abbiamo assunto.

Ogni sforzo, anche quello di tenere aperto e funzionante il Parlamento, deve dimostrare che ci prendiamo cura delle persone, che vogliamo far vivere anche nell’emergenza i nostri valori, che la democrazia non si ferma.

Questi sono tempi difficili e molto altro ancora dovrà  essere fatto – inclusa una profonda riflessione sulla società che desideriamo -, ma l’UE è già pienamente impegnata a soddisfare le esigenze dei cittadini e degli Stati membri, nel nostro interesse comune, durante questa crisi e successivamente e per contribuire alla risposta globale al Coronavirus.

L’UE sta agendo per sostenere i sistemi sanitari e rendere disponibili prodotti medici e medicinali essenziali, sostenere la ricerca, aiutare a preservare i posti di lavoro e sostenere le famiglie e i più poveri, e per fornire aiuto agli agricoltori, ai pescatori e alle imprese.Solo insieme, possiamo ottenere risultati per il bene dei nostri cittadini ed è anche per questo che sarà della massima importanza coordinare l’eliminazione graduale delle misure di contenimento e la via di uscita dalla crisi.

Facciamo nostro l’appello della Commissione europea, qui rappresentata dalla presidente Von der Leyen che ringrazio, di un uscita dall’emergenza ordinata e coordinata per evitare effetti di ritorno potrebbero essere devastanti.

È particolarmente importante mantenere vive le nostre democrazie e ascoltare i nostri cittadini durante questo periodo.

In qualità di loro rappresentanti eletti, discuteremo e voteremo in questa sessione una risoluzione sull’azione coordinata dell’UE per combattere la pandemia e le sue conseguenze, insieme ad altre misure urgenti. Il nostro impegno e’ volto a dare indicazioni sulle migliori misure da intraprendere e indicare i fondi necessari per mettere a disposizione degli Stati membri il massimo di risorse possibili. Dobbiamo essere ambiziosi perché i cittadini europei aspettano risposte rapide.
Siamo la voce dei cittadini fieri in questo momento di contribuire, con disciplina, ad essere utili per costruire un futuro migliore.

UE, 23 aprile: rilancio. O fine

In politica, come anche nella vita, contano le realizzazioni ma contano pure i sogni. O, meglio, le emozioni, le speranze che si sanno suscitare. Non per caso ogni grande leader politico ha saputo muovere passioni, oltre che promuovere decisioni e concretizzare azioni.

Così è per le Istituzioni. A maggior ragione per quelle come l’Unione Europea non pienamente compiute e quindi non completamente comprese e vissute dai cittadini, in ispecie da quanti – la grande maggioranza – non ne seguono (per motivi professionali o per interesse personale) le vicende.

Ebbene, ora la UE è giunta ad un momento nel quale o saprà suscitare un sentimento, un moto di fiducia o si avvierà ad un mesto declino. Che sarà – questo i sovranisti non lo vogliono comprendere – non solo dell’istituzione (come essi sperano) ma delle singole nazioni nel contesto globale. Con la caduta di redditi conseguente, oltre che di prestigio e ruolo nel mondo.

Giovedì prossimo, il 23 aprile, i Capi di Stato e di Governo dei Ventisette dovranno non solo decidere le tecnicalità utili per affrontare la recessione indotta dal COVID-19. Non solo dovranno individuare una strategia politica comune all’altezza dell’enorme difficoltà del momento. Soprattutto essi dovranno dimostrare che, al di là di alcune differenze d’opinione, esiste comunque una volontà comune, uno spirito solidale per affrontare insieme, uniti, una congiuntura mai così difficile in questi oltre 60 anni di storia comunitaria. Glielo ha detto in chiaro nel messaggio pasquale Papa Francesco: “il destino dell’Europa dipenderà dalla risposta che darà alla pandemia”.

Questa volontà, se genuina, sarà percepita dai cittadini e saprà tramutarsi in azione. Al contrario senza di essa non potrà che aumentare, e non poco, la disaffezione e alla lunga persino l’ostilità nei confronti di Bruxelles e di quanto essa rappresenta. E’ inutile nasconderselo: in Italia, ad esempio, già oggi – dopo le parziali e spesso fuorvianti informazioni dei media sul “non voluto”, sul “non fatto” dall’Unione invece che sul non poco che al contrario è stato deliberato – il 70% dei cittadini ha scarsa o nulla fiducia nella UE (fonte: DEMOS, marzo 2020).

Ecco perché una scelta solidale ben comunicata dai massimi rappresentanti degli Stati e della Commissione (un MES senza condizionalità spiegato in maniera semplice facilmente comprensibile per tutti; o meglio ancora l’emissione di appositi Eurobond legati al COVID-19) saprebbe rilanciare alla grande l’Unione e saprebbe anche porre sotto la giusta luce gli interventi già decisi, che non sono poca cosa ma che tale appaiono sia perché non conosciuti a livello popolare, sia perché sommersi dalla propaganda sovranista, sia perché ad oggi rimasti invischiati dal tecnicismo (obiettivamente se non si è degli esperti è difficile capirci qualcosa).

E’ bene ricordarli, ma non è sufficiente. Dall’acquisto di titoli da parte della BCE sino a 110 miliardi, alla sospensione del Patto di Stabilità e Crescita con le sue regole di rapporto sul PIL di deficit e debito; dall’abolizione della proibizione degli aiuti di Stato al programma di finanziamento della BEI sino a 200 miliardi per le piccole e medie imprese; dai 12 miliardi di fondi destinati nel bilancio 2014-2020 alle politiche strutturali dall’Italia non utilizzati e ora invece resi nuovamente disponibili alla cassa integrazione comunitaria dotata di 100 miliardi. Sino ai 240 miliardi del MES (37 per l’Italia) da destinare in spese sanitarie e di prevenzione del contagio oggi immersi in un dibattito ideologico e soprattutto propagandistico del quale il Paese farebbe volentieri a meno.

Interventi importanti. Ma non sufficienti se privi di un parallelo messaggio concreto e simbolico allo stesso tempo. Solo così la prossima annunciata Conferenza sul futuro dell’Europa avrà senso e prospettiva invece di trasformarsi nel triste evento finale di un’idea nobile ma decaduta.

Luis Sepulveda, la magia della realtà

La voce dello scrittore Luis Sepulveda, sospesa tra il Cile a cui apparteneva e la Spagna dove si era rifugiato, si è spenta (a 70 anni) in un ospedale di Oviedo. Esule politico, guerrigliero, ecologista, viaggiatore dal passo ostinato e contrario, sapeva sempre pescare dal cilindro l’ennesimo aneddoto quando i lettori pensavano di conoscere già tutto: i lineamenti forti da guerriero stanco, gli occhi scuri che si accendevano di passioni. E lo faceva sempre con quel talento da affabulatore (tipicamente latinoamericano) che lo rendeva prima ancora che un abile scrittore, un inguaribile cantastorie. Scriveva favole – su tutte la Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare – ma anche romanzi, al cui centro c’era l’eterna lotta tra il bene e il male. Non amava la cronaca, credeva che la letteratura fosse finzione e intrecciava i fili della narrativa per dare vita a personaggi e trame avventurose intessute di passioni e ideali, quelli per cui aveva lottato, viaggiato e infine scritto. Per dirla con Pablo Neruda, “confesso di aver vissuto”.

Alla militanza politica dedicò La frontiera scomparsa: i racconti che compongono il libro seguono le tappe di un cileno che dalle patrie prigioni del dittatore Pinochet ritrova la libertà attraversando l’Argentina, la Bolivia, il Perù, l’Ecuador e la Colombia, in treno o su mezzi di fortuna fino a Panama dove si imbarca per la Spagna. A chi gli chiedeva perché mai ci avesse messo tanto a trasformare quella esperienza in un libro lui rispondeva che, per l’appunto, era letteratura quella che voleva fare “non psico-letteratura”. Detestava il pathos, aveva bisogno di mettere tra lui e l’amato Cile la giusta distanza. Dal dramma si risollevava con la lingua: semplice, netta, sintetica. Tutto il contrario di Gabriel Garcìa Marquez: nessun “realismo magico”. Per dirla con Hemingway, “parole da venti centesimi” e nessuna costruzione barocca.

La sua relazione più duratura (con la poetessa Carmen Yanez) la ritroviamo nel romanzo Un nome da torero. Il protagonista, che si chiama Juan Belmonte (come il celebre toreador) è un ex guerrigliero cileno che accetta di dare la caccia a un tesoro nazista nella Terra del fuoco per amore di Veronica, una donna torturata dalla dittatura militare e ritrovata viva, ma in condizioni psicologiche disastrate, in una discarica di rifiuti a Santiago. Sepulveda amava plasmare le sue esperienze personali in materia letteraria, regalando frammenti di vita ai suoi personaggi.

A unificare i diversi generi letterari c’è la leggerezza della prosa. Leggere Sepulveda, infatti, non richiede sforzi, le pagine scivolano sotto gli occhi ma le passioni di cui parla, i fantasmi che evoca, i grandi amori, gli ideali irrinunciabili lasceranno tracce indelebili nella memoria dei lettori.

Da Bonomi e Parri a De Gasperi: l’abbandono delle pregiudiziali per lo scopo comune

Gli uomini incaricati di risollevare il paese dalla tremenda condizione in cui versava dopo il secondo dopoguerra erano coloro che avevano ereditato le istanze del primo Risorgimento. Si trattava dei politici delle generazioni immediatamente successive, quelli cresciuti insieme alla giovane Italia, che pure nel 1915 aveva già conosciuto il dramma di un conflitto totale condotto con mezzi offensivi tanto moderni quanto micidiali. Trent’anni dopo, quando venne posta fine a vent’anni di dittatura e alla presenza sul territorio dell’occupante tedesco, quei ragazzi erano ora mai uomini maturi, anzi, all’epoca considerati addirittura anziani (benché alcuni di loro avessero meno di sessant’anni).

L’occasione per il confronto si presentò non appena in grado di istituire un ministero che rappresentasse tutte le forze politiche democratiche, le stesse che avevano partecipato attivamente alla lotta di Liberazione. Le posizioni pro o contro la corona, le critiche a Badoglio (“l’uomo dell’iprite”) giunte da ogni schieramento, la diversità di vedute circa la reintegrazione dei quadri superstiti del vecchio regime, le politiche da intraprendere in vista della ricostruzione economica, non impedirono a un gruppo di persone responsabili di promuovere il processo di normalizzazione.

L’abbandono delle pregiudiziali che avevano contraddistinto le linee da adottare insieme agli Alleati e le decisioni da intraprendere contro le ex forze dell’Asse determinò infatti la nascita del primo di una serie di esecutivi di unità nazionale: il governo presieduto da Ivanoe Bonomi, emanazione diretta del CLN.

Questo rappresentò il collante tra il potere legale dell’Italia libera e i movimenti legati alla Resistenza, che prima della fine del 1944 si avvalsero di un comando unificato. Rimaneva il problema della rappresentatività; Ferruccio Parri, leader di una formazione minore come il Partito d’Azione, mise tutti d’accordo, anglo-americani compresi. Così – dimessosi Bonomi per lasciare spazio a un personaggio di garanzia investito di un grande prestigio personale – il nuovo governo affrontò la fase 2 (parafrasi di una locuzione oggi assai nota), caratterizzata dai provvedimenti in materia di fiscalità (che colpirono in modo impietoso i grandi capitali) e dall’aiuto alle piccole e medie imprese. Tuttavia – quod erat demonstrandum – diverse di quelle decisioni trovarono contraria una parte dello schieramento, in questo caso il Pli, il quale ritirò la fiducia alla maggioranza provocandone la caduta. Poco male, era la democrazia. 

Alla fine del 1945 la Dc impose la candidatura di Alcide De Gasperi, simbolo della posizione di forza acquisita dal partito cattolico e di una svolta in senso moderato rivelatasi immutabile nei decenni a venire. Con Togliatti Ministro della Giustizia si concretizzava un nuovo bilanciamento politico di attribuzioni, emblema della partecipazione al terzo governo di unità nazionale della maggioranza delle forze facenti capo ai movimenti antifascisti. Un risultato conseguito laddove la confluenza di gruppi riconducibili al liberalismo progressista, al social-comunismo e alle formazioni cattoliche destinate a raccogliere l’eredità del partito popolare, riuscì a dare luogo a una svolta, la quale ebbe il significato (anche) di un patto sociale. Era l’affermazione di quegli uomini di stato che non intendevano cavalcare le ondate (fisiologiche) di risentimento determinate dalle nuove scelte dell’esecutivo. Per non rompere, nel modo più assoluto, la solidarietà di governo imposta dalla grande emergenza e dalla necessità di ripartire.

 

Coronavirus: la California pagherà 500 dollari in contanti agli immigrati irregolari

La California concederà durante la pandemia di coronavirus 500 dollari in contanti a 150 mila immigrati irregolari, usando un mix di tasse dei contribuenti e donazioni da istituti di beneficenza. Lo ha annunciato il governatore Gavin Newsom oggi, riporta il network “Abc”.

In California vivono circa 2 milioni di immigrati irregolari che non hanno diritto al pacchetto di stimolo da 2.200 miliardi di dollari approvato dal Congresso il mese scorso, che offre pagamenti in contanti alla maggior parte degli statunitensi e aumenta le indennità di disoccupazione di 600 dollari a settimana.

“Proviamo un profondo senso di gratitudine per le persone che hanno paura delle espulsioni”, ha detto Newsom, che ha osservato che il 10 per cento della forza lavoro dello Stato è costituito da immigrati che vivono illegamente negli Stati Uniti ma hanno contribuito al bilancio della California con oltre 2,5 miliardi di dollari di versamenti fiscali.

Per finanziare il sussidio voluto da Newsom, 75 milioni di dollari arriveranno dalle tasse dei californiani, mentre un gruppo di enti di beneficenza si è impegnato a raccogliere altri 50 milioni di dollari, per un totale di 125 milioni di dollari.

 

Coronavirus: il prezzo della frutta sale

Dalle mele alle patate, l’aumento dei prezzi per i consumatori ad un tasso superiore di 40 volte quello dell’inflazione è un pericoloso segnale di allarme sullo sconvolgimento in atto sul mercato di frutta e verdura con le difficoltà nelle esportazioni, la chiusura delle mense e dei ristoranti e la mancanza di lavoratori stranieri che alimentano anche speculazioni con compensi che in molti casi non coprono neanche i costi di produzione degli agricoltori. E’ l’allarme lanciato dalla Coldiretti nel sottolineare che sulla base dei dati Istat relativi all’inflazione a marzo si evidenziano al dettaglio nel carrello della spesa sulla frutta del 3,7%, con punte del 4% per le mele e del 4,1% per le patate, a fronte del dato medio sull’inflazione in discesa allo 0,1%.

Quasi quattro aziende ortofrutticole su dieci (38%) sono in difficoltà secondo l’analisi Coldiretti/Ixe’ anche per il cambiamento delle modalità di acquisto con gli aumenti mensili di spesa che vanno dal +14% per la frutta al +24% per gli ortaggi nei supermercati che non hanno compensato le perdite all’estero e nella ristorazione.

La situazione è drammatica per molti agricoltori con i raccolti, già impoveriti dall’alternarsi di gelo e siccità per un andamento climatico del tutto anomalo al quale si aggiungono gli effetti della mancanza di almeno 200mila lavoratori stagionali che – sottolinea la Coldiretti – mette a rischio le forniture alimentari degli italiani. Con l’avanzare della stagione a rischio – continua la Coldiretti – c’è più di ¼ del Made in Italy a tavola che viene raccolto nelle campagne da mani straniere che arrivano ogni anno dall’estero, fornendo il 27% del totale delle giornate di lavoro necessarie al settore, secondo l’analisi della Coldiretti.

Per combattere le difficoltà occupazionali in Italia, garantire le forniture alimentari e stabilizzare i prezzi e l’inflazione con lo svolgimento regolare delle campagne di raccolta in agricoltura la Coldiretti ha varato la banca dati “Jobincountry” autorizzata dal Ministero del Lavoro con le aziende agricole che assumono alla quale sono già arrivate 1500 offerte di lavoro. Ma per consentire a tanti cassaintegrati, studenti e pensionati italiani che si sono proposti lo svolgimento dei lavori nelle campagne è necessaria però subito una radicale semplificazione del voucher in un momento in cui scuole, università attività economiche ed aziende sono chiuse e molti lavoratori in cassa integrazione potrebbero trovare una occasione di integrazione del reddito proprio nelle attività di raccolta nelle campagne.

Serve però intervenire urgentemente con raccolta in corso per fragole, asparagi, carciofi, ortaggi in serra (come meloni, pomodori, peperoni e melanzane in Sicilia) e in pieno campo. Con l’aprirsi della stagione – sottolinea la Coldiretti – i prodotti di serra lasceranno il posto ai prodotti all’aperto, partendo dal sud per arrivare al nord. Le raccolte di frutta delle prossime settimane partiranno tra una decina di giorni con la raccolta delle prime ciliegie in Puglia, a seguire partirà la raccolta delle albicocche, poi prugne e pesche, sempre iniziando dal meridione, per poi risalire lo stivale ed arrivare, con la scalarità delle diverse varietà fino a settembre. A maggio inizia la raccolta dell’uva da tavola in Sicilia, a giugno le prime pere, ad agosto le prime mele e l’inizio della vendemmia mentre a ottobre- conclude la Coldiretti – inizia la raccolta delle olive e a novembre quella del kiwi.

La risposta negli USA alla pandemia

La risposta di Trump e del suo governo alla pandemia è oggetto, sui media e sui social media, di storture e di falsità intenzionali, sia in America sia in Europa. L’unica parte di quella risposta che viene menzionata con consenso, cioè il mega piano di soccorso finanziario per 2,2 trilioni di dollari, è invece l’aspetto più discutibile, come dirò più avanti. Negli USA l’emergenza sanitaria investe un paese condizionato dalla guerra a Trump condotta dai media più diffusi, dalla grande finanza, da molti centri di potere, dal mondo dello spettacolo e universitario, oltre che dal partito Democratico e da alcuni senatori e ambienti Repubblicani. Una guerra che ha pesanti effetti sulla società. Come il governo cinese per le menzogne nel riferire dell’epidemia, così gli attuali leader Democratici sono responsabili per le vergognose e, perché no, diaboliche manipolazioni dei fatti. Trump ha fatto il possibile per difendere la nazione dal virus di Wuhan. Mentre nel gennaio 2020 i Democratici bloccano il Congresso con la truffa del falso impeachment e la Commissione Intelligence della Camera, da loro controllata, si occupa di reati mai avvenuti anziché delle notizie false in arrivo dalla Cina, Trump prende le decisioni che sono di sua competenza: bloccare i voli da e per la Cina, richiedere la quarantena e controlli medici per chi è stato in Cina. Mentre i Democratici montano un colpo di stato per destituire Trump, e mentre i loro leader (come l’impresentabile ma non per questo meno spregevole Pelosi) propagano accuse infondate, o mentre il sindaco Democratico di New York  raccomanda ai cittadini: “Non smettete di andare a Chinatown”, Trump parla dell’epidemia nel discorso sullo Stato dell’Unione (4 febbraio) e ascolta medici e scienziati. I quali, fino a quando a fine febbraio l’epidemia devasta alcune province nel Nord Italia, non lanciano allarmi. Il 26 gennaio, dopo i primi casi di infezione a Seattle, il dottor Fauci, l’immunologo a capo della squadra di medici incaricata dalla Casa Bianca, dice in TV: “Il rischio è molto basso. Non è qualcosa di cui il pubblico americano deve preoccuparsi o essere spaventato”. Il 27 gennaio, quando Trump blocca i voli con la Cina (blocco divenuto completo il 31 gennaio), il WHO, World Health Organization – le cui gravi connivenze con il governo cinese dovranno avere conseguenze – dichiara che la misura “non è necessaria” (benché sappia che circa 15 mila passeggeri, per lo più turisti e studenti, arrivano ogni giorno negli USA dalla Cina) e che la definizione di virus di Wuhan “stigmatizza” troppo la Cina. Il 9 febbraio, quando Trump nomina una task force anti-epidemia con a capo il vice presidente Pence, o ancora il 28 febbraio, quando Trump blocca i voli con l’Europa e chiude l’ingresso negli USA a chi è stato in Iran, i governatori e i sindaci Democratici di grandi città e stati non prendono le misure di loro competenza.

 

Nei confronti della Cina, la denuncia del Congresso diviene esplicita solo a metà marzo. Fino a quel momento, solo pochi senatori del GOP (Tom Cotton, Rand Paul, Rubio) contestano le menzogne cinesi. La difficoltà di un fronte comune verso il virus di Wuhan o verso il governo di Pechino viene dal fatto che il partito Democratico è divenuto il partito del male: il nemico del paese chiamato Stati Uniti d’America. Le voci responsabili sono messe a tacere, tutti ubbidiscono. I loro leader considerano la pandemia un’opportunità per distruggere l’economia americana e in questo modo sconfiggere Trump nelle elezioni. La chiusura delle attività lavorative non li preoccupa. Vogliono usare le leggi di soccorso finanziario per attuare le loro priorità, per lo più dannose o anche fraudolente (come il rendere legali le frodi elettorali). Se Trump chiede di non bloccare alcune industrie o di rimetterle in attività, nei media i ciarlatani lo attaccano in modo indegno. I Democratici vogliono affondare l’economia per abbattere Trump. Vogliono trasformare gli USA in una ex grande potenza, debitrice verso la Cina. Ma la pandemia non è un motivo per distruggere gli USA, né il loro sistema economico. Al contrario, a un’articolata denuncia delle origini della pandemia in Cina, siano esse state casuali o intenzionali, e dei danni mortali venuti dalla disinformazione del governo di Pechino, si deve unire da parte del governo Trump una revisione del ruolo del WHO. Gli USA finanziano tale agenzia ONU con più di 300 milioni di dollari l’anno (400 milioni nel 2019 secondo la Reuters). Alcune delle attività dei medici del WHO saranno certamente utili. Ma l’adesione dei vertici dell’agenzia alle false notizie fornite dal governo cinese non è accettabile. A che cosa serve una dirigenza ONU per la sanità, se non può prevenire e nemmeno avvisare nel caso di una pandemia, che il WHO dichiarò tale soltanto l’11 marzo?

 

Insieme alla prevalente malafede, non posso escludere che nelle accuse a Trump vi sia, in America come in Italia, una considerevole ignoranza. Negli USA i governatori Democratici, che sono al vertice degli stati più popolosi, cercano con l’aiuto dei media di evitare il biasimo, ma nel sistema federale essi, e non il governo centrale, sono responsabili del numero degli ospedali, o del numero di letti negli ospedali, dei macchinari medici e del loro acquisto, del personale e dei materiali sanitari. Nel sistema del federalismo americano, 36 stati (tra cui tutti i più grandi e tutti quelli oggi in emergenza sanitaria) hanno competenza esclusiva sulla sanità. Se non vi sono sufficienti ospedali o ventilatori o altro, chi ha fallito è il governatore, e con lui la Camera dello stato e il sindaco della città: non la FEMA, l’agenzia federale per la gestione delle emergenze, né la CDC, l’agenzia federale per il controllo e la prevenzione delle malattie, né il ministro della Sanità (a differenza del sistema italiano), né tantomeno il presidente. Ora, è chiaro che costituire risorse per una pandemia non è facile. Ma la decisione di non predisporre ventilatori l’hanno presa i governatori di New York, della California, dell’Illinois, del New Jersey, del Michigan; non il governo federale. Predisporre i tamponi per la pandemia spettava ai governi locali, non alla Casa Bianca. Ciò che ha tolto evidenza alle carenze di città e stati è il fatto che, al più tardi dal 6 aprile, ventilatori e ospedali sono già disponibili in eccesso, e non per merito o iniziativa di sindaci o governatori Democratici, bensì del governo Trump e della mobilitazione delle industrie private. A partire dal 10 aprile migliaia di ventilatori vengono inviati dagli USA in decine di paesi, in Africa, in Sud America, e anche in Italia.

 

Le leggi in materia di competenze nella sanità (Certification of Needs Laws) furono approvate tra il 1964 e il 1972, e lo stato di New York fu il primo ad adottarle. Come per le attività di polizia ed altro, il responsabile è il governatore dello stato. Il presidente non ha il potere e non ha l’autorità costituzionale di sostituirsi ai governatori, come non ha il potere di chiudere le attività dello stato (di nuovo, il sistema è opposto a quello italiano). Quelle diramate da Trump nel momento peggiore della pandemia erano direttive, non ordini. L’ordine di chiudere le attività e la vita sociale è venuto dai governatori. Il presidente può applicare il Defense Production Act (legge approvata nel 1950, durante la guerra di Corea) per imporre azioni ad entità statali e private. Nel momento dell’emergenza Trump lo ha fatto solo in casi di necessità, per esempio per imporre la produzione di ventilatori (General Motors) o per fermare la vendita all’estero di materiali necessari in patria (3M). Più spesso Trump ha lavorato di concerto con le società private, come con i governatori. I media americani hanno cercato di costruire una conflittualità tra la Casa Bianca e la città di New York, trovando pronta ripetizione sui media italiani. Riguardo a New York, la realtà è che sindaco e governatore non avevano preparato la sanità alla prova. Oltre ai tagli di posti letto negli ospedali di New York, Breitbart News ha documentato l’esistenza di un rapporto del “New York Health Department” del 2015, in cui si affermava che allo stato mancavano 15 mila ventilatori e un numero maggiore di posti letto. In quell’anno, nel 2015, il governatore Cuomo (al vertice di uno stato che applica le più alte tasse in America, insieme alla California) decise di indirizzare i fondi disponibili verso la sanità per gli immigrati e verso i pannelli solari. I ventilatori non furono comprati. Nel momento critico della pandemia New York si salva per i 4 mila ventilatori (e altri 12 mila una settimana dopo) inviati dal governo Trump, per i 4 ospedali da campo e altre strutture temporanee costruiti dall’Esercito, e per la grande nave ospedale della Navy arrivata nel porto di New York. Gli occasionali lamenti di Cuomo servono ai media per dare incongruo risalto al governatore e per costruirne una candidatura presidenziale. Come accade a Los Angeles o a Detroit o nel New Jersey, l’epidemia si diffonde nelle città con maggiore densità di popolazione e di immigrazione. A New York fino a metà marzo il pericolo è sottovalutato in nome di un’ideologia che identifica la denuncia del virus cinese con il “razzismo”. Mentre gli aiuti federali arrivano copiosi a New York, a inizio aprile Trump scrive in un tweet: “New York si è mossa con ritardo. Il suo governo deve smettere di lamentarsi e gestire bene le forniture in arrivo”. 

 

Anche i governatori di altri stati (Illinois, Michigan) hanno cercato di imputare al governo federale le loro carenze, poi si sono corretti quando hanno ricevuto cospicue quantità di forniture mediche, inclusi ospedali da campo (fino al 10 aprile l’Esercito ne ha costruiti 23 in tutto il paese). Significativo è il caso della California, uno stato dove la guerra a Trump è politica ufficiale dei Democratici al potere, ma dove il governatore Newsom ha riconosciuto a Trump la prontezza e l’ampiezza senza condizioni degli aiuti inviati. Quanto ai dieci mila o più ventilatori della riserva strategica federale intorno a cui nel momento critico della pandemia si aggirano gli sciacalli nei media, essi sono scorte di emergenza per i militari, per la Border Patrol, per l’FBI. Come per i nuovi ventilatori che vengono costruiti, essi non possono andare tutti alla città di New York, come chiedono i balordi o turpi reporter che Trump si ostina ad ammettere alle sue conferenze stampa. Il paese è grande, ancora in aprile l’insorgenza della pandemia si sposta da uno stato all’altro. Come Trump dice, “Alcuni stati hanno necessità insaziabili. Ma ricordate, noi siamo un backup per gli stati”, cioè una riserva e un supporto. In ogni caso, al più tardi come ho detto dal 6 aprile, nessuno stato e nessuna città ha carenza di ventilatori, e la produzione è in eccesso. Quanto alle quotidiane conferenze stampa di Trump, condivido il parere di chi le trova troppo lunghe e troppo allargate a media ostili. Ma dobbiamo anche leggere con rispetto quanto Trump scrive in un tweet: “Per me è il solo modo di contestare le notizie false e presentare il mio punto di vista”. 

 

Le esigenze di distribuire le risorse nel vasto paese riguardano anche i farmaci contro il virus di Wuhan, in particolare la idrossiclorochina, per la quale alla produzione nazionale non si aggiunto, per alcune settimane, l’import previsto, avendo l’India, che ne è il maggiore produttore, bloccato le esportazioni. In affronto al globalismo, in futuro vi è l’esigenza di non dipendere più, né per i farmaci né per alcuna merce importante, dall’estero, e in particolare dalla Cina, dove per decenni troppe industrie, anche americane, hanno spostato la produzione. Per sconfiggere la pandemia negli USA, le lacune vengono colmate perché Trump mobilita il settore privato. I farmaci o i vaccini o i materiali sanitari, è il settore privato a costruirli, non il governo federale. Anche a grandi industrie automobilistiche come Ford e General Motors si è chiesto di costruire ventilatori e altri macchinari medici; e le accuse di non costruirli abbastanza rapidamente appaiono infondate, perché è noto che la conversione di una catena di montaggio, per produrre uno strumento complesso come un ventilatore per la respirazione, è tutt’altro che immediata. La propaganda velenosa dei dirigenti Democratici e dei loro servi nei media è un ostacolo a quello che dovrebbe essere un impegno unitario. Dice Trump: “Smettete finché abbiamo sconfitto il virus. Poi riprendete pure”. Vediamo media di grande diffusione (USA Today, Washington Post, New York Times, oltre alla CNN e alla NBC) accusare Trump di “vendere false speranze”. Si tratta di un’accusa indecente. Quando Trump ha parlato il 20 marzo di riaprire molte attività a Pasqua, o quando in aprile parla di volerlo fare a fine mese, egli esprime un auspicio. Il presidente non ha l’autorità di sollevare da un ordine di consegne domiciliari emesso da un governatore, salvo fare ricorso a poteri di guerra; non ha l’autorità di riaprire una fabbrica; però può comunicare alla nazione una speranza di ritorno alla vita normale. Come non può imporre la legge marziale (non accadde nemmeno durante la Guerra Civile), il presidente può chiedere ma non imporre di mettere fine alla chiusura delle attività, applicata in 41 stati su 50; però può interpretare ciò che la parte migliore della nazione vuole. 

 

Negli USA osservatori credibili (Daniel Horowitz, Mark Levin, Sean Hannity e altri) hanno espresso preoccupazioni legittime, e che non ignorano il parere di medici e virologi delle università di Stanford e di Yale, riguardo ai danni che il lockdown provoca all’economia e alla società. Vi sono inviti a mettere in contesto le cifre delle vittime per la pandemia, in relazione per esempio al numero di americani che muoiono in un anno per tumore (600 mila) o per suicidio (45 mila) o per droga (60 mila). Vi sono moniti sul fatto che, se l’economia viene distrutta, non vi sarà nemmeno una sanità efficiente. Davanti alla violenza della pandemia, di certo terribile nel dettaglio, i media coltivano la catastrofe. Ma Trump ha ragione a mandare messaggi di speranza perché, se l’America rimane chiusa troppo a lungo, l’esito previsto è quello di una Grande Depressione, come negli anni Trenta del Novecento ma con una società molto meno coesa; e gli effetti sono imprevedibili. A una grande economia, al lavoro silenzioso di chi combatte il virus, alla volontà dell’America profonda, Trump fa appello per respingere la pestilenza arrivata dalla Cina, senza distruggere l’America. Mentre il partito del male complotta per sfruttare ai suoi scopi la pandemia, Trump deve cercare un equilibrio tra il parere di medici ed epidemiologi sulla pericolosità del virus, e l’esigenza di rimettere in moto l’economia. Per farlo, non basta la corretta informazione. Servono gli istinti giusti. L’America è fortunata ad avere Trump alla Casa Bianca. 

 

Ad istinti giusti non si adegua la legge di aiuti finanziari per 2,2 trilioni di dollari (cioè delle dimensioni del PIL italiano). Non è una legge di Trump. L’unico intervento che Trump ha proposto, in realtà tra i più giustificati, cioè la cancellazione delle tasse sui salari, nella legge non c’è. È una legge scritta dai Repubblicani in Senato, e poi gonfiata a dismisura dalle richieste avanzate dai Democratici per approvarla. Condivido l’opinione delle pochissime voci che affermano che metà dell’enorme stanziamento non ha relazione con le conseguenze della pandemia. Circa un trilione di dollari è un ingombrante regalo di ridistribuzione del reddito. Tutti concordiamo sull’impegno per le imprese e per i piccoli produttori o artigiani, a cui il governo ha imposto di chiudere le attività; sui prestiti per 350 miliardi di dollari, senza rimborso se usati per riprendere l’attività, alle imprese che hanno fino a 500 dipendenti (anzi, qui la legge non eccede, tanto che, due settimane dopo, un nuovo stanziamento è richiesto); sui 130 miliardi (il 6% del totale) per gli ospedali. Non evitabili, poi, sono i prestiti (50 miliardi) alle compagnie aeree, anche se l’acquisizione azionaria da parte del governo nel loro capitale è discutibile. Ma non si può concordare su quello che da decenni gli economisti definiscono “gettare denaro dagli elicotteri” (che ebbe origine come teoria monetarista, in antitesi al taglio delle tasse, e poi diventò una pratica assistenziale). Non si può concordare sulla malsana bipartisanship dell’elargire denaro anche a coloro che non hanno un danno diretto dalla pandemia (per esempio “gli studenti”, oppure “gli inquilini”). Certamente in Italia invidiamo la rapidità con cui il governo federale ha consegnato il denaro, già da fine marzo. Ma la misura è esorbitante. Oltre 500 miliardi, un quarto del totale, vanno direttamente ai cittadini: a ogni persona con un reddito annuo fino a 75 mila dollari arriva un assegno di 1200 dollari; a una coppia con reddito fino a 150 mila, un assegno di 2400 dollari; per ogni figlio (la parte più condivisibile) 500 dollari. Inoltre assegni di importo minore arrivano ai percettori di reddito fino a 99 mila dollari. Ciò significa che il 90% degli americani riceveranno assegni dal governo, anche chi non ha perso reddito né lavoro: per esempio, gli impiegati federali non perdono il salario, anche se sono a casa. Da notizie che mi arrivano dai college, anche gli studenti ricevono l’assegno, purché presentino una dichiarazione dei redditi, anche con reddito zero, per il 2019. Questa elefantiaca distribuzione di danaro non rimette l’America al lavoro. Per di più, se vi è assenza di freni, è facile truffare il sistema.

 

Nella mega legge da 2,2 trilioni di dollari vi è poi la parte che riguarda i disoccupati, il cui numero si avvicina ai 20 milioni a metà aprile. Ai sussidi già in essere per i disoccupati vengono aggiunti 600 dollari a settimana, stanziando 250 miliardi di dollari. La copertura è estesa ai gig workers, cioè i precari, come i tassisti di Uber. Ciò che appare eccessivo è il sussidio per 4 mesi (che sono tanti: la versione iniziale della legge parlava di 2 mesi) con un importo che, grazie ai 600 dollari aggiuntivi, è superiore al 100% del salario (ciò avviene per salari fino a 1100 dollari a settimana). Questo è un incentivo a non lavorare o, per i datori di lavoro di società grandi e piccole, a licenziare per 4 mesi. Non può esservi un vantaggio di salario nel non lavorare. Come ha detto Mark Levin, un contenimento dei danni all’80 o 90%, per chi viene congedato senza sua colpa, sarebbe stato più funzionale. E ancora: totale dissenso avvertiamo per i 150 miliardi di dollari stanziati per finanziare i governi locali. Ciò significa un favore non dovuto a città e stati mal governati. Significa finanziare le città-santuario: consegnare risorse a politici che impediscono all’agenzia federale ICE l’espulsione dal paese degli immigrati colpevoli di reati. Per i governatori Democratici i fondi stanziati a seguito della pandemia sono un’opportunità insperata. Essi chiedono, come Cuomo ha dichiarato espressamente, che il governo federale intervenga per rimediare ai loro bilanci in deficit cronico, spesso fallimentari, e di cui essi non si prendono la responsabilità. Da Rush Limbaugh a Laura Ingraham, gli osservatori credibili chiedono a Trump e al GOP di opporsi al salvataggio finanziario degli stati, perché la voragine è senza fondo. E anche perché l’America profonda non deve pagare, ancor più di quanto accada da sempre, per le cattive politiche di Chicago, o di Los Angeles, o di New York, o di Newark, o di altre città. 

 

La mega e bipartisan legge da 2,2 trilioni di dollari è uno smoderato allargamento del welfare state. Una volta che così tanta spesa sociale è divenuta legge, diviene quasi impossibile tornare indietro. Se qualcuno proverà a farlo, i Democratici grideranno al massacro sociale. Se poi si considera che in aggiunta alla mega legge vi sono i prestiti al settore privato concessi da banche locali su finanziamento della FED (già operativi a inizio aprile, con ammirevole rapidità), e se si considera che Steve Mnuchin e Larry Kudlow hanno parlato a questo scopo di potenziali 4 trilioni di dollari elargiti (cioè stampati) dalla FED, lo sconcerto cresce. Gli USA hanno già per l’anno corrente un bilancio di 4,7 trilioni di dollari. Gli USA hanno già un debito federale di 23 trilioni di dollari. Hanno un debito fuori bilancio, per i programmi di welfare, valutato in 200 trilioni di dollari. Il complesso delle cifre appare difficile da sostenere, anche con l’auspicato rilancio economico. Dunque nuova perplessità si avverte davanti al piano per le infrastrutture (inseguito negli USA da circa 15 anni) per altri due trilioni di dollari, che Trump vorrebbe approvato. Negli USA rinnovare o costruire strade ponti e aeroporti è più che necessario. Ma farlo in un momento in cui le correzioni ai fallimenti del globalismo sono per l’America l’urgenza maggiore, e in cui l’opposizione approfitta di ogni dollaro stanziato per mandare avanti programmi che la parte migliore della nazione non condivide, può essere un passo troppo lungo. La crisi di disoccupazione conseguente alle chiusure per la pandemia fa battere più veloce il polso agli ammiratori di Franklin Roosevelt, che del distorcere la reale esperienza degli anni Trenta del Novecento (quando le politiche del governo Roosevelt aggravarono, per anni, la recessione del 1929) hanno fatto un dogma e oggi sognano un nuovo New Deal, in una realtà economica del tutto diversa. Da consulenti, o dal ministro Mnuchin, arrivano a Trump voci secondo cui la scelta di imporre il controllo dello stato sull’economia non è evitabile. Le attuali leggi di spesa sono un passo profondo verso un’economia pianificata e costruita sul debito. L’errore può essere grave. Pur tra le urgenze del momento, Trump deve ascoltare altre voci: mettere da parte la tolleranza verso il debito e sapere che in pericolo non è soltanto il pensiero conservatore riformista, ma anche la natura del governo costituzionale americano. 

 

Le insidie sono esasperate dalle manovre dei leader Democratici, che vedono la pandemia come un’occasione da utilizzare grazie alla loro nefasta maggioranza alla Camera. Essi hanno cercato di inserire nella mega legge l’estensione a tutto il paese delle fraudolente pratiche elettorali che essi applicano in stati da loro governati e che hanno consentito, per esempio, di guadagnare 7 seggi in California nelle midterm del 2018: mancata identificazione fotografica di chi vota, raccolta dei voti casa per casa, allargamento del voto per posta, concessione del voto agli immigrati illegali. Essi legano l’approvazione delle leggi di soccorso nel post-pandemia a richieste che con la pandemia nulla hanno a che fare: prorogare la presenza nel paese degli immigrati illegali, alzare il salario minimo, finanziare le industrie dell’energia solare, cancellare il debito degli studenti fino a 30 mila dollari, smantellare l’agenzia ICE. Per approvare la mega legge alla Camera, essi hanno ottenuto di rinviare di un anno, a fine 2021, l’identificazione obbligatoria per chi viene iscritto sui registri elettorali dall’anagrafe che rilascia le patenti di guida. Come per la Cina, che ha trasformato con le menzogne quella che poteva essere una crisi sanitaria locale in una pandemia globale, anche per le false azioni dei leader Democratici ci dev’essere una resa dei conti. Nel migliore dei mondi, i Democratici dovrebbero essere puniti dagli elettori; per farlo in modo decisivo, dovrebbero scendere sotto il 30% in Congresso. Ma non viviamo nel migliore dei mondi. 

 

I Democratici vogliono usare l’emergenza sanitaria per controllare l’intera economia. Per questo i governatori Democratici sembrano gradire la chiusura delle attività nei loro stati. A metà marzo il governatore della Virginia (Northam) ha disposto un lockdown fino al 10 giugno: scadenza insensata, almeno se decisa con tre mesi di anticipo. Sulla chiusura dello stato di New York il governatore Cuomo sta costruendo una fortuna politica, con il vistoso sostegno dei media locali e nazionali, che non parlano delle sue pessime decisioni, come quella di proibire per settimane a farmacisti e medici l’uso della idrossiclorochina per curare i contagiati da virus di Wuhan, o quella di assecondare il sindaco di New York (De Blasio, definito “il peggior sindaco della storia recente”) quando questi, con scelta turpe oltre che assurda, mette in libertà i detenuti affetti dal virus di Wuhan. Come ha detto Rudy Giuliani – un sindaco di cui New York sente ancora la mancanza –, mentre ai cittadini si impone di stare in casa, individui contagiati escono di prigione, in una New York dove da alcuni anni crimini piccoli e grandi sono in forte aumento. Con l’allargare le misure di chiusura incondizionata delle attività, lo scopo dei governatori Democratici è di affondare l’economia per darne la colpa a Trump prima delle elezioni. Si veda l’allegria con cui i loro media annunciano i numeri della disoccupazione. O si veda come tutte le limitazioni alla libertà vengano dai governi locali, mentre tutte le responsabilità di rimediare alle virtuose decisioni di chiusura delle attività sembrino essere a carico del governo federale. Se a sindaci e governatori Democratici è riconosciuta l’autorità di fare la multa a chi fa jogging, dev’essere anche chiesto di rimediare al blocco dell’economia. Invece il recupero essi lo chiedono, con garrula e mediatica insistenza, a Trump.

 

Per i Democratici la pandemia è uno strumento. Ad aiutarli vi sono gli stanziamenti come la mega legge da 2,2 trilioni di dollari, o vi sono i modelli errati degli epidemiologi, cioè i modelli su cui i dottori Fauci e Birx, che guidano la task force medica della Casa Bianca, hanno fondato le loro previsioni fuori  misura. In tre settimane i dottori Fauci e Birx sono passati dall’ipotesi, per gli USA, di un milione di morti, a una previsione di “100-240 mila” morti, a quella a metà aprile di 60 mila. Hanno attribuito le disparità di previsione alla mitigation, cioè alle misure di isolamento sociale. Il che è poco credibile, perché della mitigation si tenne conto fin dall’inizio; è più probabile che le proiezioni fossero sbagliate, come infondate erano le richieste di governatori Democratici che a metà aprile hanno gli ospedali da campo vuoti o già smontati, e decine di migliaia di ventilatori inutilizzati. I media hanno usato le previsioni errate per attirare e spaventare il pubblico. In ogni caso la pandemia non giustifica il distruggere l’economia. Come osservatori credibili hanno detto, se l’economia va a fondo non ci saranno ospedali funzionanti o vaccini o terapie. Dunque la spesa in deficit deve avere limiti. Anche gli economisti Democratici sanno che stampare denaro per trilioni di dollari senza aumento della produzione, o senza alcuna produzione, significa inflazione. Una volta avviata, l’inflazione è molto difficile da contenere. L’inflazione distrugge il valore della moneta, dei salari, delle pensioni; conduce alla rovina economica e alla povertà. La liquidità gettata nel sistema, il denaro senza produzione di beni e servizi, non hanno mai funzionato. Anche la bomba dell’inflazione è un pericolo pandemico. 

 

In una realtà in cui negli USA sono previsti 30 milioni di disoccupati, cioè una crisi peggiore della Grande Depressione degli anni Trenta del Novecento, non ho il minimo dubbio sul fatto che sia necessario un blocco temporaneo e totale dell’immigrazione legale. Invece il primo aprile il direttore della Homeland Security, Chad Wolf, è sul punto di aggiungere 35 mila nuovi visti per lavori stagionali (i visti H-2B) ai 66 mila l’anno previsti, e solo all’ultimo minuto l’aumento viene messo “on hold”, in sospeso, ma non cancellato. Il primo aprile la Homeland invia anche notifiche ai vincitori della “lotteria” per i visti H-1B, cioè lavoratori “specializzati”, per lo più indiani e altri asiatici, portatori secondo la Chamber of Commerce di conoscenze che la forza lavoro americana non ha. Il che è una frode documentata da inchieste di noti giornalisti (Lou Dobbs, Tucker Carlson). Ciò di cui tali immigrati sono portatori è un costo del lavoro inferiore per le industrie della Silicon Valley (Google, Apple, IBM, Microsoft) e altre. Le inchieste hanno indicato che, in società come AT&T, ai tecnici americani viene chiesto di istruire gli stranieri; in seguito, talvolta, gli americani vengono licenziati. Nel momento della più grave crisi di occupazione da 90 anni, l’interesse delle società per un ridotto costo del lavoro deve cedere davanti all’esigenza di proteggere la nazione. Trump deve fermare l’immigrazione legale. La legge (Immigration Act, 1965) gli dà tale potere. Tutte le agenzie del governo devono applicare il blocco.  

 

Dal suo isolamento a Roma a seguito delle misure anti-pandemia, Newt Gingrich – mai abbastanza rimpianto come speaker della Camera – ha invitato a evitare la disinformazione riguardo a quanto accade in America, dicendo: “Il pubblico capirà quanto importante sia stato che presidente fosse Donald Trump in questo momento della storia americana”. Possiamo non concordare con Trump riguardo al firmare una legge che distribuisce 1200 dollari a ogni cittadino anche se la pandemia non lo ha danneggiato o anche se ha conservato lo stipendio; e certamente non concordiamo con Trump per i ritardi nel correggere gli eccessi dell’immigrazione. Ma non possiamo che ammirare la sincerità e l’energia dell’uomo, e la pragmatica prontezza delle sue decisioni nel fronteggiare la pandemia. Che i media più diffusi e i loro indemoniati gregari nei social media cerchino di propagare il contrario, è indice del loro degrado. Dopo aver preso a fine gennaio, tra l’ostilità degli oppositori e forzando il parere dei suoi stessi consiglieri virologi, decisioni che hanno ritardato l’arrivo del virus di Wuhan, da quando a metà marzo la pandemia si è diffusa in America Trump ogni giorno prende la situazione per la gola: ascolta i virologi, ma non nasconde le sue opinioni; concede senza esitare ingenti aiuti a sindaci e governatori che per tre anni gli hanno fatto la guerra; ogni giorno tiene conferenze stampa di un’ora o più, e risponde anche alle domande provocatorie e ostili (riuscite a pensare a Obama, che teneva poche conferenze stampa anche nelle situazioni favorevoli, rispondere ogni giorno a domande ostili?); presenta tutte le informazioni che possiede e lascia parlare gli esperti; non teme una totale trasparenza; sembra trovare le energie per tutto. In fondo Trump per decenni è stato un imprenditore edile; ha imparato il mestiere di presidente facendolo. Gli americani dovrebbero essere orgogliosi del loro presidente. Egli ha dovuto rinunciare ai suoi rallies. Ma il suo messaggio di leader arriva ugualmente, perché è chiaro che egli cerca di comprendere a fondo quanto accade e prendere le giuste decisioni. Nella seconda metà di aprile 2020, quando deve chiedere di riaprire le attività nel paese e concordare la riapertura con i governatori Democratici, egli si trova di fronte a una decisione difficile e necessaria. 

 

Coronavirus: MIT proroga ancora sospensione divieto circolazione dei mezzi pesanti

Nuova proroga alla sospensione del divieto di circolazione dei mezzi pesanti. Con il decreto firmato ieri dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Paola De Micheli, gli autotrasportatori potranno circolare ancora nei prossimi due fine settimana del mese e in occasione delle festività del 25 aprile e del ponte 1 maggio.

Domenica 19, sabato 25 e domenica 26 aprile, venerdì 1 e domenica 3 maggio, i mezzi adibiti al trasporto cose, di massa complessiva massima autorizzata superiore a 7,5 tonnellate, potranno viaggiare sulle strade extraurbane. Resta ancora valida, e lo sarà fino a nuova disposizione governativa, la sospensione del divieto per i servizi di trasporto merci internazionale.

La proroga ancora una volta resa necessaria dall’emergenza Coronavirus e dalla necessità di superare un ulteriore elemento di criticità del sistema dei trasporti non più giustificato dall’attuale riduzione dei flussi di traffico.

Questo il testo del nuovo provvedimento.

3 vaccini hanno iniziato trial clinici

La ricerca contro Covid-19 corre veloce. “Per tre vaccini sono già iniziati gli studi clinici, oltre 70 altri sono in fase di sviluppo e stiamo lavorando con i nostri partner per accelerare lo sviluppo, la produzione e la distribuzione di vaccini”. Lo ha affermato Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, nel corso della conferenza stampa da Ginevra su Covid-19.

Stiamo continuando a lavorare con partner in tutto il mondo per accelerare la ricerca e lo sviluppo di farmaci e vaccini contro Covid-19. Oltre 90 paesi hanno aderito o hanno espresso interesse a partecipare al nostro studio Solidarity, e oltre 900 pazienti sono stati arruolati per valutare la sicurezza e l’efficacia di 4 farmaci e combinazioni di farmaci”, ha aggiunto il dg.

“Stiamo inoltre esaminando l’uso dell’ossigeno e le strategie di ventilazione per i pazienti. Qualsiasi intervento che riduca la necessità di ventilazione e migliori i risultati nei pazienti in condizioni critiche è importante, specialmente in contesti con poche risorse”.

Coronavirus: Gerardo Bianco, il Parlamento sia in seduta permanente

Gerardo Bianco in un appello inviato dall’ultimo segretario del Ppi a tutti i parlamentari cafferma che: “La pandemia del corona virus Covid 19 ha determinato il classico caso di eccezione che crea nei sistemi politici la preminenza del potere Esecutivo con pericolosi rischi democratici”.

“Per fronteggiare la emergenza si è verificato uno spostamento dei poteri verso l’Esecutivo recuperando l’indispensabile equilibrio. Si rende pertanto necessario il responsabile bilanciamento del Parlamento che deve rimanere aperto in seduta permanente, operando, ove necessario e nella legislazione possibile, con commissioni redigenti se necessario”.

“Va riaffermata anche cosi’ l’Unita’ d’Italia”.

Coronavirus: morto lo scrittore cileno Luis Sepulveda

Lo scrittore Luis Sepulveda è morto per coronavirus a Oviedo. Aveva 70 anni.

Luis Sepúlveda Calfucura  è stato uno scrittore, giornalista, sceneggiatore, poeta, regista e attivista cileno naturalizzato francese.

Nato in Cile, Sepúlveda ha lasciato il suo Paese al termine di un’intensa stagione di attività politica, conclusasi drammaticamente con l’incarcerazione da parte del regime del generale Augusto Pinochet. Ha viaggiato a lungo in America Latina e poi nel resto del mondo, anche al seguito degli equipaggi di Greenpeace. Dopo aver risieduto ad Amburgo e a Parigi, è andato a vivere in Spagna, nelle Asturie.

Autore di libri di poesia, «radioromanzi» e racconti – oltre allo spagnolo, sua lingua madre, parlava correttamente inglese, francese e italiano – ha conquistato la scena letteraria con il suo primo romanzo, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, apparso per la prima volta in Spagna nel 1989 e in Italia nel 1993. Amatissimo dal suo pubblico, in particolare dai lettori italiani, ha pubblicato da allora numerosi altri romanzi, raccolte di racconti e libri di viaggio, tra i quali spicca Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare.

Il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia è ‘La fine della storia’ e l’ultima favola ‘Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa’.

 

Ursula von der Leyen presenta le sue scuse all’Italia

Ursula von der Leyen durante la plenaria del Parlamento europeo ha dichiarato “Troppe persone non erano presenti quando l’Italia ha avuto bisogno dell’aiuto all’inizio della pandemia e ora l’Unione europea presenta le sue scuse”.

“L’Unione europea ora deve presentare le scuse più sentite, però offrire le proprie scuse vale solo se si cambia il comportamento e c’è voluto parecchio tempo perché tutti capiscano che dobbiamo proteggerci a vicenda”.

“La verità però ora è questa: l’Unione europea è diventata il cuore pulsante della solidarietà europea. La vera Unione europea è in piedi, presente per aiutare I più bisognosi”

David Sassoli: “L’umanità dei nostri cittadini è la nostra più grande ricchezza”.

David Sassoli, Presidente del Parlamento europeo, durante la sessione plenaria dell’Europarlamento, convocata per un dibattito sull’emergenza sanitaria dichiara: “In questo momento, i nostri operatori sanitari sono in prima linea nella lotta contro questo virus. Meritano tutto il nostro sostegno, ammirazione e gratitudine per il lavoro che stanno svolgendo e per la generosità che li contraddistingue operando in situazioni spesso drammatiche. E il nostro pensiero va anche a tutti i volontari e alle persone che stanno portando il loro sostegno a chi è in difficoltà. L’ho detto e lo ripeto, l’umanità dei nostri cittadini è la nostra più grande ricchezza”.

Sassoli si rivolge a tutti i lavoratori che consentono i servizi essenziali: dai supermarket alle poste, dall’informazione all’agricoltura. “E non dovremmo dimenticare tutti i cittadini che fanno la differenza con gesti semplici: rispettando le misure preventive, comprando per un vicino anziano, chiamando amici isolati, prendendosi cura delle persone più fragili. Piccoli gesti di solidarietà concreta, come ha voluto fare il nostro Parlamento aprendo le sue cucine per preparare fino a mille pasti al giorno per i senza fissa dimora e i volontari. Nei nostri locali di Bruxelles saranno anche ospitate cento donne vulnerabili. Ma anche a Strasburgo e in Lussemburgo abbiamo dato la disponibilità alle autorità di utilizzare i locali del Parlamento per attività legate all’emergenza”.

“Solo insieme, possiamo ottenere risultati per il bene dei nostri cittadini ed è anche per questo che sarà della massima importanza coordinare l’eliminazione graduale delle misure di contenimento e la via di uscita dalla crisi”, ha aggiunto. “Facciamo nostro l’appello della Commissione europea, qui rappresentata dalla presidente Ursula von der Leyen, che ringrazio, di un’uscita dall’emergenza ordinata e coordinata per evitare effetti di ritorno che potrebbero essere devastanti”.

“È particolarmente importante mantenere vive le nostre democrazie e ascoltare i nostri cittadini durante questo periodo. In qualità di loro rappresentanti eletti, discuteremo e voteremo in questa sessione una risoluzione sull’azione coordinata dell’Ue per combattere la pandemia e le sue conseguenze, insieme ad altre misure urgenti”, ha sottolineato. “Il nostro impegno è volto a dare indicazioni sulle migliori misure da intraprendere e indicare i fondi necessari per mettere a disposizione degli Stati membri il massimo di risorse possibili. Dobbiamo essere ambiziosi perché i cittadini europei aspettano risposte rapide. Siamo la voce dei cittadini fieri in questo momento di contribuire con disciplina ad essere utili per costruire un futuro migliore”.

Serve un ricambio della classe dirigente

Scriveva Seneca in una delle sue lettere a Lucillo: “Longum est iter per praecepta, breve et efficax per exempla”, che tradotto significa che l’esempio è la prima e più diretta fonte di insegnamento e ciò vale per la scuola, per la politica e per la vita.

E ha pure i suoi corollari, questo significativo aforisma: si potrebbe dire ad esempio che “chi predica bene, razzola male”, ma anche che il popolo vuole dai suoi governanti meno parole e più fatti, maggiore coerenza tra idee e azioni, un senso più vissuto e tangibile di rispetto, onore, dignità, legalità.

I continui richiami del Presidente Mattarella ai valori dell’ascolto, del dialogo, del confronto pacato, della mitezza dei modi e del rispetto dell’interlocutore non hanno le sembianze della retorica di Stato, sono se mai la summa di un’etica super partes che postula il concetto di civiltà.

Lo stesso Papa Francesco ha – da tempo – sciolto le remore delle riserve e ha alzato il velo sui sospetti di opportunismo secolare, invitando la classe politica ad un contegno etico ispirato a valori alti e contraddistinto da comportamenti pubblici e privati coerenti, chiari, trasparenti, apprezzabili… esemplari, appunto.

L’eco forte di questo richiamo non è rivolto  solo ai cattolici in senso stretto ma all’intera classe politica, la reprimenda non è mirata solo ai “governanti di turno” ma si estende a tutti coloro che hanno fatto e continuano a fare un uso strumentale e poco etico della politica-mestiere, quasi separandola dai contesti di vita privati o sovrapponendo l’una agli altri in un mix comportamentale inaccettabile e insostenibile.

Riproponendo ai cattolici, ai laici  e all’intera società civile il dovere dell’impegno diretto per l’esercizio di una politica-professione che sappia parlare finalmente gli alfabeti e i linguaggi della gente e si faccia interprete dei suoi bisogni. 

Quando sarà passata la lunga tempesta pandemica sarà necessario padroneggiare i meccanismi della ricostruzione del Paese, come accaduto dopo il secondo dopoguerra, decidere come rifondare un’idea di Europa solidale, si ripartirà dai debiti, dal PIL depauperato, da un contesto politico profondamente logorato, sarà necessario alfabetizzare ai bisogni della post modernità e della post globalizzazione una società che ha mostrato di essere impreparata di fronte ad emergenze proiettate sulla ribalta del presente come la sostenibilità generazione e quella ambientale, l’estinzione della biodiversità, le mutazioni demografiche e i flussi commerciali, il nesso tra lavoro e produttività, la comunicazione e i linguaggi digitalizzati, lo smantellamento di una burocrazia paralizzante, la centralità della conoscenza, il fondamento etico di uno sviluppo compatibile. La mera gestione dell’esistente, la logica del rinvio e l’assenza di modelli di società da consegnare alle generazioni future impongono un radicale ripensamento del concetto di politica come servizio, postulano la necessità inderogabile di attribuire un senso pratico all’utopia del bene comune.

Ed è per questo che mi piace ricordare un penetrante aforisma di Corrado Alvaro: “La più grande disperazione che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia una cosa inutile”.

E’ tornato il tempo dell’impegno, bisogna rimboccarci le maniche e chiedere spazio, agire, darsi da fare.

Con le parole ma soprattutto con l’esempio.

Perché la politica dei fallimenti e degli inganni, del massacro ideologico e della criminalizzazione di intere categorie sociali, la politica delle oligarchie e delle gerarchie medievali – vassalli-valvassori-valvassini per finire ai servi della gleba – quella delle faccende private spacciate come pubbliche virtù, la politica del falso merito, delle clientele, dello scandaloso fenomeno dello spoil system (la più indegna e vergognosa risposta ai capaci e competenti), del miraggio del “forte, del bello, del ricco e del vincente” … ebbene “questa” politica non si combatte spiando dal buco della serratura o utilizzando il gossip e la facile indignazione, la retorica della sola condanna morale.

La condizione di latenza ‘ideativa’ della politica che ci ha preceduto e di quella che ci è contemporanea finisce per coinvolgere l’intero sistema, le cui regole vanno dunque riconsiderate, ribaltate, riscritte da capo.

Questa politica sbagliata, ingiusta, iniqua, mortificante, questa politica tutta affari e interessi si combatte con altre idee, altri valori, altre scelte ma sempre e solo sul piano politico, non nei teatrini del casting mediatico di cui siamo da tempo relegati e abituati ad essere spettatori.

E’ venuto il tempo in cui non basta spazzare via i corrotti: siamo caduti in una compromissione etica tale e in una mistificazione così palese e ad un tempo indecifrabile che pare giunta l’ora di cacciare via anche coloro che hanno finora impugnato la scopa.

Chi ha occupato a lungo i templi e i luoghi sacri del potere cominci a riflettere sui propri limiti, poiché c’è una  responsabilità generale della politica sulla crisi attuale.

Cominci a guardarsi attorno per trovare nella società civile, nei giovani, in coloro che hanno maturato significative esperienze umane e professionali e le possono mettere al servizio del popolo, il ricambio, l’alternativa, la consegna.

E’ venuto il tempo per molti di farsi da parte e di passare il testimone.

Abbiamo bisogno di gettare le fondamenta di una cultura politica centrata su valori alti, nobili, condivisi: non è necessario andare lontano, nel tempo e nello spazio.

Ci sono risorse da valorizzare, pagine da rileggere (a cominciare da quelle nobilissime della nostra Carta Costituzionale), altre da riscrivere, principi etici da applicare.

Alcuni stanno nella nostra migliore tradizione, altri vanno commisurati ai tempi nuovi, all’emergenza di bisogni individuali e di spinte sociali: in entrambi i casi il riferimento dei principi e delle regole va cercato nei meandri di quella che chiamiamo “civiltà”, che restituisce dignità alla condizione umana e nobiltà alle intenzioni della politica.

Solo una politica a forte  vocazione popolare può riavvicinare i luoghi delle decisioni a quelli delle azioni.

Perché una politica senza dignità non ha consenso ma una società senza dignità non ha futuro.

CEI: Il lavoro in un’economia sostenibile

L’emergenza seguita alla diffusione del Covid-19 ci sta insegnando che le vicende dell’esistenza rimescolano le carte a volte in maniera improvvisa, rivelando la nostra realtà più fragile. Ci ha fatto comprendere quanto è importante la solidarietà, l’interdipendenza e la capacità di fare squadra per essere più forti di fronte a rischi ed avversità.

L’emergenza sanitaria porta con sé una nuova emergenza economica.

Nulla sarà come prima per le famiglie che hanno subito perdite umane.

Nulla sarà come prima per chi è stremato dai sacrifici in quanto operatore sanitario.

Nulla sarà come prima anche per il mondo del lavoro, che ha prima rallentato e poi ha visto fermarsi la propria attività. Già si contano danni importanti, soprattutto per gli imprenditori che in questi anni hanno investito per creare lavoro e si trovano ora sulle spalle ingenti debiti e grandi punti interrogativi circa il futuro della loro azienda.

Nulla sarà come prima per i settori che sono andati in sofferenza e vivono l’incertezza del domani: si pensi al turismo, ai trasporti e alla ristorazione, al mondo della cooperazione e del Terzo settore, a tutta la filiera dell’agricoltura e del settore zootecnico, alle ditte che organizzano eventi, al comparto della cultura, alle piccole e medie imprese che devono competere a livello globale e si vedono costrette a chiusure forzate, senza poter rispondere alla domanda di beni e servizi. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, comprendiamo il serio rischio che grava su molti lavoratori e molte lavoratrici.

Nulla sarà come prima per tutte le realtà del Terzo settore e particolarmente quelle afferenti al mondo ecclesiale. Già in queste settimane abbiamo registrato gravi difficoltà nel sostenere gli oneri economici di queste imprese (scuole paritarie, case di riposo, cooperative sociali …), soprattutto nei confronti di coloro che vi lavorano. Per altro, non avendo finalità di lucro, le loro attività si svolgono, in gran parte, con margini di sicurezza economica molto ridotti. Non solo i prossimi mesi, ma il loro stesso futuro, rischia di essere pregiudicato.

È con questa preoccupazione nel cuore che ci apprestiamo a celebrare la Festa del 1° maggio di quest’anno.

  1. Il lavoro «in crisi»

In un sistema che – quando mette al centro l’esclusivo benessere dei consumatori e la crescita dei profitti delle imprese – è già problematico per sua natura, la crisi sanitaria e quella economica gravano sensibilmente sulla qualità e sulla dignità del lavoro.

Si generano purtroppo una quantità rilevante di persone «scartate». Le dimensioni del problema non sono più percepibili correttamente con le tradizionali statistiche di occupazione e disoccupazione, perché il lavoro anche quando non manca, spesso è precario, povero, temporaneo, lontano da quei quattro attributi definiti da papa Francesco: libero, creativo, partecipativo, solidale (EG 192).

Il problema della qualità e della dignità del lavoro si intreccia con altre dimensioni di insostenibilità tipiche dei nostri giorni. Già prima dell’emergenza del CoVid-19, lo svolgersi degli eventi è stato un continuo susseguirsi di emergenze sul fronte del lavoro e dei cambiamenti climatici. Si tratta di emergenze correlate, al punto che in alcuni casi (come per l’ex Ilva di Taranto) prospettano l’ingiusto dilemma di dover sacrificare un problema per cercare di risolvere l’altro. In realtà, quello che l’attualità ci sta chiedendo di affrontare, senza ulteriori ritardi o esitazioni, è una transizione verso un modello capace di coniugare la creazione di valore economico con la dignità del lavoro e la soluzione dei problemi ambientali (riscaldamento globale, smaltimento dei rifiuti, inquinamento). L’epidemia del coronavirus ha rafforzato la consapevolezza della nostra debolezza con un drammatico shock che ci ha scoperti nuovamente vulnerabili e fortemente interdipendenti ciascuno dall’altro, in un pianeta che è sempre di più comunità globale. «Nessuno deve perdere lavoro per il coronavirus» è stato lo slogan ripetuto all’indomani della crisi: è fondamentale che questo appello abbia successo, evitando le conseguenze negative di breve e medio termine. Sono auspicabili misure di aiuto a famiglie ed imprese che sappiano fare attenzione a proteggere tutti, soprattutto le categorie solitamente più fragili e meno tutelate come i lavoratori autonomi, gli irregolari o quelli con contratti a tempo determinato.

Il problema per i lavoratori più esposti non è solo quello della perdita del salario o dell’occupazione, ma anche quello delle condizioni sul luogo di lavoro. Gli operatori nella manifattura, nel settore alimentare e della logistica hanno assicurato anche nei giorni della crisi beni e servizi necessari per il resto del paese, lavorando in condizioni difficili e non sempre di sicurezza. Per non parlare degli eroi di questa emergenza, il personale medico e sanitario, professionale e volontario, che, mettendo a rischio la propria vita, non manca di garantire le cure alle vittime dell’epidemia.

Le emergenze dei nostri giorni sono la spia di un problema più profondo che riguarda l’orientamento della persona. L’orizzonte è quello dell’ecologia integrale della Laudato si’, che riprende e attualizza il messaggio della Dottrina sociale della Chiesa per far fronte alle nuove sfide. Abbiamo bisogno di un’economia che metta al centro la persona, la dignità del lavoratore e sappia mettersi in sintonia con l’ambiente naturale senza violentarlo, nell’ottica di uno sviluppo sostenibile.

  1. Verso un’economia sostenibile

Costruire un’economia diversa non solo è possibile, ma è l’unica via che abbiamo per salvarci e per essere all’altezza del nostro compito nel mondo. E’ in gioco la fedeltà al progetto di Dio sull’umanità.

Per ridare forza e dignità al lavoro dobbiamo curare la ferita dei nostri profondi divari territoriali. Non esiste una sola Italia del lavoro, ma «diverse Italie», con regioni e zone vicine alla piena occupazione – dove il problema diventa spesso quello di umanizzare il lavoro, vivendo il riposo della festa – e regioni dove il lavoro manca e costringe molti a migrare.

Dobbiamo altresì avere il coraggio di guardare alla schizofrenia del nostro atteggiamento verso i nostri fratelli migranti: sono sfruttati come forma quasi unica di manovalanza, a condizioni di lavoro non dignitose in molte aree del Paese. Dobbiamo saper trasformare le reti di protezione contro la povertà – essenziali in un mondo dove creazione e distruzione di posti di lavoro sono sempre più rapidi e frequenti – in strumenti che non tolgano dignità e desiderio di contribuire con il proprio sforzo al benessere del Paese.

L’impegno sociale, politico ed economico per un lavoro degno non passa attraverso la demonizzazione del progresso tecnologico, che può essere invece preziosissimo alleato per sconfiggere più rapidamente un’epidemia o aiutarci a coltivare relazioni affettive e di lavoro a distanza, in un momento di necessaria limitazione delle nostre libertà di movimento. In ogni epoca della storia umana le rivoluzioni tecnologiche hanno sollevato i lavoratori dalla fatica e da mansioni ripetitive e poco generative, aumentando la creazione di ricchezza con la tendenza a concentrarla nelle mani dei pochi proprietari delle nuove tecnologie. Sono state le politiche fiscali progressive a redistribuire la maggiore ricchezza creata in occasione delle rivoluzioni tecnologiche nelle mani di molti, trasformandola in domanda diffusa e facendo nascere nuovi beni e servizi, attività, mestieri e professioni. Non è il progresso scientifico e tecnologico che «ruba» il lavoro, ma l’incapacità delle politiche sociali ed economiche di redistribuire la maggiore ricchezza creata.

  1. Il compito delle istituzioni e di ciascuno

In un mondo complesso come il nostro, il cambiamento non nasce con un atto d’imperio. Infatti, i rappresentanti delle istituzioni, anche quando sono animati dalle migliori intenzioni, si muovono in uno spazio pieno di limiti e vincoli e dipendono in modo cruciale da consenso e scelte dei cittadini e dai comportamenti delle imprese. Ciò vale per affrontare i problemi del tempo ordinario e quelli del tempo straordinario dove il successo del contenimento dell’epidemia passa attraverso la responsabilità sociale dei cittadini e i loro comportamenti.

La cittadinanza attiva e l’impegno di tutti noi in materia di stili di vita e di capacità di premiare con le nostre scelte prodotti e imprese che danno più dignità al lavoro sono oggi una leva di trasformazione che rende anche la politica consapevole di avere consenso alle spalle, quando si impegna con decisione a promuovere la stessa dignità del lavoro.

La sfida che abbiamo di fronte è formidabile e richiede l’impegno di tutti. C’è una missione comune da svolgere nelle diverse dimensioni del nostro vivere come cittadini che partecipano alla vita sociale e politica, come risparmiatori e consumatori consapevoli, come utilizzatori dei nuovi mezzi di comunicazione digitali. Questo chiede a tutti di dare un contributo alla costruzione di un modello sociale ed economico dove la persona sia al centro e il lavoro più degno. Così, senza rimuovere impegno e fatica, si può rendere la persona con-creatrice dell’opera del Signore e generativa.

Nel cammino che la Chiesa italiana sta facendo verso la 49ª Settimana Sociale di Taranto (4-7 febbraio 2021) siamo chiamati a coniugare lavoro e sostenibilità, economia ed emergenza sanitaria. L’opera umana sa cogliere la sfida di rendere il mondo una casa comune. I credenti possono diventare segno di speranza in questo tempo. Capaci di abitare e costruire il pianeta che speriamo.

La Commissione Episcopale
per i problemi sociali e il lavoro,
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Bologna: l’ordine degli Ingegneri raccoglie i computer per le famiglie meno ambienti

A causa dell’emergenza Coronavirus continua la didattica online e la necessità per le famiglie di avere in casa dispositivi che consentano ai loro figli di partecipare alle lezioni telematiche. A Bologna la domanda di molte famiglie è stata soddisfatta grazie quasi sempre alle forniture delle scuole. Per garantire il diritto allo studio anche l’Ordine degli Ingegneri di Bologna sta partecipando con una propria iniziativa.

Per venire incontro alle famiglie meno abbienti, nell’ambito del progetto di volontariato per le Scuole, l’Ordine degli Ingegneri ha recuperato direttamente da alcune aziende computer fissi e portatili dismessi che possono essere rigenerati. Al momento sono una decina quelli che su richiesta dell’Assessore all’Istruzione di San Giorgio di Piano (BO) Francesca Calandri sono stati recuperati e verranno consegnati. L’Ordine degli Ingegneri di Bologna conta inoltre di potere acquisire altri 10 PC da mettere a disposizione delle scuole che ne faranno richiesta.

L’acquisizione della strumentazione hardware da parte dell’Ordine è la seconda azione, nell’ambito dell’iniziativa promossa da un gruppo di Ingegneri volontari, per supportare le esigenze degli studenti d’ambito territoriale. Il mondo della scuola si è ritrovato a dover organizzare un modello di insegnamento/apprendimento a distanza, non sempre con attrezzature adeguate. Da qui l’intervento ed il supporto informatico di un gruppo di ingegneri volontari.

“I ragazzi delle scuole sono il nostro futuro – dice il coordinatore del progetto Ing. Vincenzo Tizzani. È a loro che dobbiamo rivolgere la maggior parte dei nostri sforzi. Ad oggi abbiamo una squadra formata da oltre quaranta ingegneri volontari che stanno affrontando le esigenze esposte dagli istituti del nostro territorio, tra i quali almeno la metà ha indicato tra le proprie esigenze quella di non lasciare indietro alcuni dei loro studenti, dotandoli, ed è l’aiuto condiviso dal nostro Ordine, degli strumenti più appropriati.”

In questo modo si potrà contare su classi scolastiche strutturalmente omogenee. Nello stesso tempo, nel panorama della evoluzione tecnologica, computer e laptop con caratteristiche inadeguate ai più moderni processi industriali risultano più che appropriati per servire nei programmi di didattica a distanza.

Coronavirus: un percorso per un cambiamento green

a pandemia da coronavirus sta sconvolgendo abitudini e modi di vivere. Questo periodo così difficile può essere un’occasione per ripensare i nostri di vita, per provare a capire meglio le sfide del nostro tempo e imparare alcune lezioni. La pandemia sta mettendo in discussione anche modelli di consumo e di gestione dei rifiuti e causando una riduzione delle emissioni di gas serra, del traffico e dell’inquinamento. Economia circolare, decarbonizzazione e mobilità sostenibile: cosa dobbiamo e possiamo fare per sostenere queste grandi sfide green durante e dopo la pandemia? La pandemia apre anche una riflessione su come ripensare le abitazioni, gli spazi intermedi (terrazzi, balconi, giardini condominiali ecc), le città per vincere le sfide delle green city.

Durante questa pandemia i consumi sono calati, l’attenzione sui consumi alimentari è cresciuta – ha dichiarato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile – ma dopo si tornerà al punto di partenza precedente, come se niente fosse accaduto, o avremo fatto qualche passo avanti per capire meglio le sfide del nostro tempo? Di quanto siano importanti e delicati i consumi alimentari, caratterizzati da alti sprechi e alti impatti e come la quantità di materiali che consumiamo sia enormemente cresciuta e ormai insostenibile. Stiamo avendo difficoltà nella gestione dei rifiuti e nel riciclo. Vi presteremo maggiore attenzione e trarremo una spinta maggiore per l’economia circolare, o metteremo in crisi i passi avanti compiuti prima della pandemia? Le emissioni di gas serra stanno calando, ma non dobbiamo trascurare la crisi climatica e le misure di decarbonizzazione perché dopo la crisi le emissioni torneranno a crescere se non si cambia. Il traffico in città è crollato, ma dopo riprenderà come prima o possiamo riflettere su come rendere la nostra mobilità nelle città meno inquinante e meno congestionata?”

Probabilmente, anche attenuata o passata l’emergenza – ha detto Fabrizio Tucci, Professore ordinario della Sapienza Università di Roma e Coordinatore del Gruppo internazionale degli esperti del Green City Network – rimarrà intaccato e mutato nella sua natura e nelle sue modalità il modo di vivere ed “abitare”.  Potremmo vivere questo incredibile periodo di forzata sperimentazione collettiva come occasione da cogliere per decidere di produrre nuove forme e nuovi spazi dell’Abitare, migliori per la collettività, più giusti e più inclusivi per le fasce più deboli, e più in linea con gli obiettivi propri di quello che definiamo green city approach”.

Consumi

La severa lezione impartita da questo drammatico avvenimento deve spingerci a ripensare il rapporto tra uomo e cibo, a partire proprio dalle città che nel 2050 ospiteranno il 70% della popolazione mondiale.  È l’occasione per realizzare una analisi attenta delle diverse criticità determinate da alcuni modelli di produzione agricola e zootecnica – che sono divenuti progressivamente dominanti – e da imprevidenti distorsioni dei comportamenti alimentari, che negli ultimi anni hanno pericolosamente incrementato la loro incisività. Ma le vicende di questi giorni hanno messo in evidenza come sistemi colturali troppo aggressivi possano determinare, anche indirettamente, altre conseguenze negative sugli equilibri ambientali e sul benessere della popolazione mondiale: la progressiva trasformazione ed eliminazione di sistemi naturali, unita ad altri fattori quali il commercio incontrollato e spesso illegale di specie di fauna selvatica, contribuisce in maniera rilevante a facilitare il passaggio di organismi patogeni dagli animali all’uomo.

Consumando, ci limitiamo solo a vedere i prodotti finiti che consumiamo e gli oggetti che usiamo, ma difficilmente riflettiamo sul fatto che questi prodotti e oggetti sono fatti con materiali prelevati in grandi quantità in diverse parti del mondo. Il consumo di materiali nel mondo è cresciuto ad un ritmo doppio di quello della popolazione. Dal 1970 al 2017 la popolazione mondiale è aumentata di 2 volte: da 3,7 MLD a 7,5 MLD. Dal 1970 al 2017 il consumo mondiale di materiali è aumentato di ben 4 volte: da 26,6 a 109 Gt.

 

Economia circolare – Rifiuti

La necessità di contenere i danni generati da questa pandemia al sistema di raccolta differenziata e di riciclo e fare in modo che non diventino permanenti perché è necessario preservare il carattere di servizio essenziale strategico della gestione dei rifiuti che non può essere interrotto e che deve funzionare comunque, e funzionare bene, e restare un perno decisivo di un modello circolare di economia. In questa pandemia occorre fare il possibile per evitare un crollo della raccolta differenziata e del riciclo dei rifiuti. C’è bisogno, in questo contesto di non perdere la bussola e tenere presente che per ogni 10 kg di materiale consumato, 6,5 kg sono di provenienza estera. L’economia circolare è, quindi, una scelta necessaria e conveniente per il futuro dell’economia dell’Italia.

 

Energia e clima

Il crollo dei consumi energetici nelle attività produttive, industria e servizi, e nel trasporto sta generando una riduzione delle emissioni di CO2 nel breve periodo. La riduzione delle emissioni che stiamo registrando durante la pandemia da coronavirus prevedibilmente non durerà dopo la crisi e non dovrebbe portare a sottovalutare l’impegno necessario e di lungo termine per contrastare il riscaldamento globale. L’obiettivo di contrasto ai cambiamenti climatici dell’Accordo di Parigi del 2015 prevede di contenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei +2°C (rispetto al periodo pre-industriale), facendo ogni sforzo possibile per centrare la soglia di +1,5°C. In termini di emissioni di gas serra, il target di Parigi si traduce in una riduzione drastica delle emissioni globali, che dovranno raggiungere la neutralità carbonica (ovvero un bilancio netto pari a zero fra emissioni e assorbimenti) intorno al 2050, con obiettivo intermedio al 2030 di dimezzarle rispetto ai valori del 1990. Il trend delle emissioni globali, prima della pandemia da coronavirus era ben lontano dalla drastica riduzione necessaria. In questo quadro la decarbonizzazione del settore civile resta una priorità. I consumi medi di una abitazione italiana normalizzati rispetto alle condizioni climatiche medie europee, sono alti, 1,91 tep/anno, contro, ad esempio, i 1,66 tep/anno della Germania, i 1,58 tep/anno della Danimarca, o i 1,28 tep/anno della Svezia, solo il Belgio (1,95 tep/anno) e il Lussemburgo (2,36 tep/anno) fanno peggio dell’Italia. Nel dossier vengono proposte buone pratiche green nel settore residenziale per contrastare i cambiamenti climatici, aumentando l’efficienza e riducendo i consumi di energia, aumentando la produzione e l’uso nel settore residenziale delle fonti rinnovabili per elettricità e usi termici.

 

Mobilità Sostenibile

Le città sono praticamente prive di traffico da quando il coronavirus ha costretto tutti a restare a casa. Per evitare che a crisi finita si ritorni al traffico congestionato e inquinante delle nostre città si deve approfittare per aprire una riflessione sul modello di mobilità urbana e su come cambiarlo quando il coronavirus se ne sarà andato. Le misure di confinamento (lockdown) mettono allo stesso tempo in discussione comportamenti e abitudini consolidate. La situazione spinge anche a riflettere sui fattori che determinano le scelte di mobilità, come ad esempio l’utilità dello spostamento, la scelta tra diverse possibili modalità in base all’efficienza, le alternative allo spostamento. Aver dovuto limitare il raggio di azione a qualche centinaio di metri intorno alla propria abitazione ha fortemente ridotto il ricorso all’auto, interrompendo un’abitudine. Il dossier indica anche   buone pratiche green per rendere più sostenibile la mobilità nelle città, per ridurre gli spostamenti non necessari, per ridurre l’uso dell’auto nelle città e per promuovere l’uso di mezzi più ecologici.

 

L’Abitare

Nella seconda parte del Dossier si avanzano alcune riflessioni e analisi che partono dal come è cambiato l’utilizzo degli spazi nelle abitazioni durante questa pandemia per pensare a come questi cambiamenti possono influire sulla nostra visione e progettazione dell’Abitare anche dopo la pandemia. Gli spazi attrezzati per lo smart working all’interno dell’abitazione, l’abitazione concepita non più come solo dormitorio, ma anche luogo di lavoro, di studio e di cultura, di svago e di socialità. La pandemia ha insegnato l’importanza di balconi, terrazzi, cortili e giardini anche condominiali, tutti gli spazi intermedi in generale che possono svolgere ruoli importanti, anche dal punto di vista ambientale, con il green building approach. L’ emergenza coronavirus ha fatto anche ripensare all’importanza dello spazio urbano, ad una struttura urbanistica che assicuri prossimità delle residenze ai servizi, alle strutture lavorative e ricreative, così da ridurre gli spostamenti da una zona all’altra della città e i pendolarismi.

Coronavirus: “Test sierologici? inaffidabili e poco precisi”

“I test sierologici rapidi pensati per verificare l’immunità al Covid-19 sono ad oggi poco precisi, non sono stati approvati dal ministero come test per fare diagnosi. Mi spiego, questi test hanno, se utilizzati troppo precocemente, una affidabilità veramente troppo bassa per essere sostituiti ai tamponi. A noi occorre un altro tipo di test per verificare la presenza nel sangue di immunoglobuline capaci di dirci se un soggetto ha sviluppato una immunità al virus”. Così Pierino Di Silverio, responsabile Anaao Assomed Settore Giovani, ai microfoni del programma ‘Genetica Oggi’ su Radio Cusano Campus, in merito al tema dei test sierologici rapidi per fare diagnosi di immunità al coronavirus.

Secondo Di Silverio, dunque, “se sottoponiamo cittadini o medici sperando di fare diagnosi di coronavirus sbagliamo, perché rischiamo di avere falsi negativi, ossia persone che presenteranno i sintomi dopo qualche giorno dal test. Altro punto quello in cui abbiamo un soggetto guarito dal coronavirus, ci sono ancora in corso studi per valutare se un soggetto che l’ho ha avuto possa essere immune oppure no. Ricordiamo che con l’influenza stagionale questo non avviene, infatti il vaccino cambia ogni anno”.

Giuseppe Conte: “Il Mes è un meccanismo inadeguato e anche insufficiente per reagire a questa sfida epocale”.

Giuseppe Conte, intervenendo nello scontro riguardante il Mes ha dichiarato: “Sul Mes sta lievitando un dibattito che rischia di dividere l’intera Italia secondo opposte tifoserie e rigide contrapposizioni.

La mia posizione è stata molto chiara sin dall’inizio. Ad alcuni miei omologhi che, a fronte di questa emergenza, hanno pensato di affidare al Mes la risposta europea ho replicato: il Mes è un meccanismo inadeguato e anche insufficiente per reagire a questa sfida epocale. Ha un regolamento pensato per shock asimmetrici e per reagire a tensioni finanziarie riguardanti singoli Paesi. Adesso, invece, siamo di fronte al più grave shock economico affrontato dal dopoguerra ad oggi, che compromette fortemente il tessuto socio-economico europeo. Occorre una risposta forte, unitaria, tempestiva.

Insieme ad altri otto Paesi Membri abbiamo lanciato una sfida ambiziosa all’Europa invitandola a introdurre nuovi strumenti per affrontare e superare al più presto questa crisi. In ogni caso alcuni di questi Paesi, che hanno condiviso questa nostra impostazione, sono dichiaratamente interessati anche al Mes, purché non abbia le rigide condizionalità applicate in altre circostanze, ma solo la condizione che l’utilizzo del finanziamento sia per far fronte alle spese sanitarie dirette e indirette.

Il dibattito in Italia è proprio su queste condizionalità. Alcuni sostengono che esiste il rischio che rimangano le tradizionali condizionalità macroeconomiche, altri ritengono che, pur se non previste nella prima fase, alcune condizionalità potrebbero essere inserite in un secondo tempo, altri ancora prevedono che si arriverà a cancellare tutte le condizionalità ad eccezione del vincolo di destinazione per le spese di cura e di prevenzione del contagio. All’ultima riunione dell’Eurogruppo è stato compiuto un deciso passo avanti perché nel paragrafo corrispondente è richiamata espressamente la sola condizione dell’utilizzo del finanziamento per le spese sanitarie e di prevenzione, dirette e indirette.

Vorrei chiarire, però, che discutere adesso se vi saranno o meno altre condizioni oltre a quelle delle spese sanitarie e valutare adesso se all’Italia converrà o meno attivare questa nuova linea di credito significa logorarsi in un dibattito meramente astratto e schematico.

Bisognerà attendere prima di valutare se questa nuova linea di credito sarà collegata a meccanismi e procedure diversi da quelli originari. Se questo nuovo strumento finanziario presenterà caratteristiche effettivamente differenti dal Mes, per come finora utilizzato.
Se vi saranno condizionalità o meno lo giudicheremo alla fine, quando saranno concretamente elaborati il term sheet (contenente le principali caratteristiche del nuovo strumento), i terms of reference (che definiranno termini e condizioni della linea di credito) e, infine, il Financial Facility Agreement, le condizioni di contratto che verranno predisposte per erogare i singoli finanziamenti. Solo allora potremo valutare se questa nuova linea di credito pone condizioni, quali condizioni pone, e solo allora potremo discutere se quel regolamento è conforme al nostro interesse nazionale. E questa discussione dovrà avvenire in modo pubblico e trasparente, dinanzi al Parlamento, al quale spetterà l’ultima parola. Prima di allora potremo disquisire per giorni e settimane, ma inutilmente. Per comprendere questo punto, basta tenere presente l’esperienza che molti cittadini fanno quando chiedono un finanziamento a una banca. Negli incontri preliminari, il funzionario illustra genericamente le condizioni del finanziamento, ma quelle che valgono sono le condizioni generali e le clausole inserite nel concreto contratto di finanziamento.

Io, e qui parlo da Presidente del Consiglio e da avvocato, prima di dire se un finanziamento conviene o meno al mio Paese voglio prima battermi perché non abbia, in linea di principio, condizioni vessatorie di alcun tipo. Dopodiché voglio leggere e studiare con attenzione il regolamento contrattuale che condiziona l’erogazione delle somme. Solo allora mi sentirò sicuro di poter esprimere, agli occhi del Paese, una valutazione compiuta e avveduta”.

Interrogativi sulla app anti covid-19. Il rischio di un pasticcio inammissibile.

Diversi organi d’informazione riportano la notizia che riporta i dettagli della selezione dell’App – sembra però che non si tratti di una sola App – destinata a fungere da strumento di controllo e contenimento del rischio contagio da coronavirus.

Sulle 319 proposte avanzate, ne sono state scelte due dalla task force, con a capo Walter Ricciardi, istituita dal Ministero dell’Innovazione lo scorso 31 marzo. Saltate le tappe intermedie, come ad esempio le interviste alle singole aziende, si è pronti per la scelta definitiva. È dunque da credere che le carte abbiano offerto elementi attendibili per arrivare alla individuazione delle migliori offerte. In sostanza, malgrado l’esiguo spazio riservato nei moduli (un centinaio di parole) alla illustrazione dei progetti, è risultato superfluo qualsiasi approfondimento attraverso verifiche dirette e specifiche.

L’urgenza, per qualche verso, giustifica tutto. Occorre però rilevare che l’Europa si era mossa già prima del Governo italiano. Infatti, la Commissione per l’Innovazione e la ricerca, presieduta dalla bulgara Mariya Gabriel, aveva lanciato una call – in base al programma EIC – con scadenza al 20 marzo (invece la data stabilita nel bando del Governo italiano era quella del 26 marzo). Poi il 27 marzo, con un tweet, la Gabriel comunicava la sua soddisfazione per il fatto che oltre 1000 società avevano presentato “idee per la battaglia contro il covid-19”.

Al riguardo si precisava che verranno eseguite interviste – in Europa evidentemente questa procedura è considerata essenziale anche se i moduli riservavano 30 pagine alle illustrazioni  – per giungere rapidamente ai risultati definitivi intorno a metà mese.

Dunque, se le anticipazioni della stampa non fossero smentite dai fatti, le autorità italiane sí troverebbero nella condizione di  partire con un mese circa di anticipo su quanto previsto dalla Commissione europea. Ma partire come?

Tralasciamo la questione delle interviste. In realtà, senza un qualche coordinamento si rischia comunque di complicare le cose. Ieri ne hanno discusso la Gabriel e il nostro ministro, l’ex assessore di Torino Paola Pisano. Al momento non è dato sapere neppure se le due società italiane, in procinto di ottenere l’imprimatur del governo, abbiano partecipato al bando europeo. Per altro, quest’ultimo non è finalizzato ad assegnare un incarico operativo, ma a sostenere la diffusione dei migliori progetti, anche e soprattutto perché ne siano “sfruttati” i contenuti tecnologici in una logica di condivisione della ricerca.

Non era più semplice, allora, che il Governo italiano chiedesse alla Commissione di accelerare le procedure, piuttosto che emanare un bando alla cieca, senza raccordo con l’iniziativa europea? Tutto ciò rimanda, del resto, alle linee guida assegnate alla task force di Ricciardi per le quali conta, come recita il punto c, la “analisi e individuazione del quadro normativo di riferimento nazionale ed europeo e ricostruzione comparativa delle soluzioni adottate in altri ordinamenti, nel contesto Ue ed extra Ue”.

Emergono pertanto palesi contraddizioni. Da una parte l’Italia invoca solidarietà e si batte per una maggiore integrazione nel quadro UE, dall’altro agisce in modalità autarchica, tanto da far dubitare di questa esibita volontà europeistica. E tanto, infine, da suscitare perplessità circa la necessaria coerenza tra le premesse e lo svolgimento delle proprie azioni amministrative. L’augurio è che queste contraddizioni non diano luogo a un pasticcio inammissibile.

Politica, tutti ai nastri di partenza.

Un autorevole, ed amico, esponente del cattolicesimo democratico mi diceva nei giorni scorsi che dopo la drammatica emergenza sanitaria che ci ha colpiti partiremo tutti dal medesimo nastro di partenza. Ovviamente si riferiva alla ripartenza della politica, dopo la sospensione obbligata e dovuta di questo terribile periodo. Fuorchè qualcuno pensi che oggi la politica in Italia sia viva e vitale. 

Ma perchè tutti insieme ai nastri di partenza? Per un semplice e persin banale motivo. Perchè questa terribile pandemia ha cambiato e cambierà radicalmente i connotati della nostra politica: la sua agenda, le sue priorità, i suoi strumenti concreti e, molto probabilmente, anche la sua classe dirigente. Insomma, cambieranno profondamente i tasselli del mosaico. Alcuni elementi già emergono dall’orizzonte. Seppur ancora in modo confuso. Conteranno molto la competenza, la serietà del politico e della politica, la sua professionalità, il rigore morale della sua classe dirigente e, soprattutto, alcuni valori di fondo che dovranno ispirare e orientare la stessa attività politica. A cominciare dalla solidarietà, dalla sussidiarietà, dal senso dello stato e dalla qualità della democrazia. Insomma, dalla ricerca costante, convinta e determinata, del cosiddetto “bene comune”. 

Sotto questo versante anche la tradizione del cattolicesimo politico italiano può tornare protagonista. E non attraverso la disputa, ormai ventennale, sulla necessità di dar vita alla sessantesima – circa – riedizione di un minuscolo partitino cattolico. Ma, semmai, con la convinzione, se non la certezza, di contribuire con altri all’opera di ricostruzione morale, civile, sociale, economica e politica del nostro paese. Perchè di ricostruzione si tratta, come ormai tutti sanno. E non di semplice aggiustamento o di gestione dell’ordinaria amministrazione. E in questa opera di ricostruzione del paese la nostra cultura di riferimento non potrà certamente essere assente o ritagliarsi un ruolo puramente testimoniale nè, tanto meno, ornamentale. E questo anche per una costante storica. Ogniqualvolta il nostro paese si è trovato di fronte ad un crocevia di grande delicatezza, la cultura, la tradizione, i valori e la stessa classe dirigente del cattolicesimo politico italiano sono stati di una importanza essenziale, se non decisiva, per il futuro e la crescita del nostro paese. 

Ecco perchè anche in questa drammatica circostanza saremmo, ancora un volta, importanti e forse anche necessari. Senza arroganza e senza alcuna presunzione. Ma con la consapevolezza di poter ancora giocare una partita importante. Forse la più importante per il nostro paese dopo il secondo dopoguerra. 

MES Politica economica e futuro

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Premessa. 

In giorni così difficili e delicati come quelli che il coronavirus ci costringe a vivere risulta francamente deprimente il dibattito/spettacolo della nostra classe politica con riferimento all’introduzione, all’evoluzione e applicazione del MES. E’ triste “vedere” il Presidente del Consiglio che attacca l’opposizione, l’opposizione che denuncia avvenute sottoscrizioni, il senatore Monti che scarica tutte le responsabilità sui giovani Meloni e Salvini, i leader del Movimento 5 Stelle che dichiarano che mai attiveranno il MES, il PD e Forza Italia che in silenzio portano avanti, a torto o ragione, la strategia di adesione.

La Storia del MES.

Il MES, figlio di due strumenti transitori di stabilizzazione finanziaria, fu “concepito” nell’estate del 2011 con il consenso del IV Governo Berlusconi-Lega, Meloni giovane Ministro e Salvini semplice deputato europeo ed è “nato”, nella primavera del 2012 con il Governo Monti sostenuto da una larga maggioranza che spaziava dal PdL al PD (di Bersani per dirla tutta) con il M5S ancora fuori dal Parlamento. 

Ma non è questo il punto e l’attardarsi di tutta la politica nella ricerca di chi ha la responsabilità di questa paternità è la prova della pochezza dell’attuale stagione politica. Infatti nel dicembre 2017 è iniziata una lunga, complessa e ahimè riservata partita tesa alla revisione del trattato istitutivo del MES, approvata in linea di massima il 21 giugno del 2019, che successivamente ha costituito il motivo del duro confronto tra la Lega, ritornata all’opposizione, e il M5S, alleatosi con il PD, con il risultato a fine dicembre di un compromesso basato sulla garanzia data dall’attuale governo di non firmare modifiche senza una dovuta informativa al Parlamento, chiamato successivamente alla ratifica (come già in passato). Il dibattito di questi giorni con l’inserimento della possibilità di una ulteriore modifica del MES per contemplarne l’uso ai fini della lotta alla drammatica pandemia che stiamo vivendo va quindi inserito in questa modifica più ampia, che sembra essere stata dimenticata, e che invece dovrebbe costituire il cuore del dibattito politico, atteso che i critici delle modifiche hanno richiamato, a torto o a ragione, che le modifiche proposte erano di fatto finalizzate ad eventuali futuri aiuti alle banche franco-tedesche e a creare le condizioni “normative” per una ristrutturazione del debito italiano in danno dei risparmiatori privati. 

Il nodo nascosto.

In altri termini le roboanti dichiarazioni “mai utilizzeremo il MES”, “non abbiamo sottoscritto il MES”, “il MES è una possibilità per fronteggiare la crisi connessa alla pandemia”, sono affermazioni prive di significato politico perché il cuore delle decisioni da prendere attiene, da un lato al blocco delle modifiche in discussione prima dell’esplosione della pandemia e, dall’altro, alla ulteriore modifica nel frattempo sopraggiunta relativa alla possibilità per i paesi Euro di ricevere prestiti fino al 2% del PIL nazionale. Non richiamare la riflessione sui due distinti blocchi e affermare comunque che non si intende utilizzare il MES, eventualmente sottoscritto, è fonte di drammatiche confusioni destinate a essere pagate a caro prezzo. Una classe politica autenticamente responsabile dovrebbe pronunciarsi distintamente per i due blocchi di modifiche, entrando nel merito delle conseguenze a prescindere dalla successiva utilizzazione del trattato rinnovato. Peraltro anche la sola modifica connessa all’emergenza sanitaria va valutata con grande attenzione laddove non è chiaro come il MES intende finanziare i 300 miliardi di euro previsti per la specifica emergenza sanitaria potendo, allo stato delle cose, non solo ricorrere al mercato ma anche alla quota sottoscritta e non versata dagli stati membri, con il paradosso che l’Italia che aprioristicamente ha deciso di non utilizzare il MES si trovi a dover finanziare il MES per circa 35 miliardi di euro! Confondere i due filoni di modifiche, di fatto riducendole ad una, significa avere introdotto ingenuamente o cinicamente un “cavallo di troia” nel complesso iter di approvazione del meccanismo europeo di stabilità con gravi, oggettive responsabilità politiche.

La proposta.

In un Paese nel quale la classe politica non ha paura di assumersi le proprie responsabilità oggi, non domani, il Parlamento e ogni singolo cittadino dovrebbero disporre del testo istitutivo del MES articolo per articolo con evidenza di tutte le modifiche, anche recenti, apportate in termini di “cancellazioni” e “integrazioni”; l’unico modo per evitare equivoci e fraintendimenti. Ma siamo pronti a scommettere che questo passaggio di trasparenza e verità nei prossimi giorni non lo vedremo con grave discapito della democrazia del Paese.

Il ruolo della BCE.

Per quanto sopra espresso è comunque evidente che il “Salva-Stati”, modificato o meno, come più volte affermato dal Presidente del Consiglio, non è lo strumento idoneo a fronteggiare la “crisi pandemica”. Per tale ragione, nelle more di un serio dibattito su un “fondo solidaristico” di nuova costituzione, occorre capire quanti dei 750 miliardi di euro della BCE sono destinati – nel 2020 – all’Italia ed in particolare se le modalità “distributive” restano sostanzialmente proporzionali. Al riguardo andrebbe immediatamente chiarito se, per quanto sopra, è  realistica l’attesa di acquisti di titoli italiani da parte della BCE per un valore complessivo di 130 miliardi di euro.

La situazione italiana.

Con queste consapevolezze, per agire sulla nostra situazione interna, bisogna quantificare, intanto ad oggi, i costi in termini di PIL della crisi pandemica. Al riguardo appaiono realistiche stime che quantificano  in 40 miliardi di euro mensili le perdite relative ai mesi di marzo ed aprile e dei mesi successivi “ceteris paribus”. Volendo ottimisticamente prevedere una prudente ma veloce uscita nei 4 mesi successivi ad aprile stiamo parlando di almeno 160 miliardi di euro di minori redditi. E’ questa la situazione con la quale bisogna confrontarsi. 

La valutazione delle “manovre” (decreto legge 17 marzo 2020 n. 18 e decreto legge 8 aprile 2020 n. 23).

La lettura combinata dei due decreti si presta a qualche preoccupata considerazione. In linea di principio bisogna distinguere, come è noto, tra misure che incidono direttamente sui redditi (i 600 euro per i 5 milioni stimati di potenziali fruitori e tutte le spese sanitarie) e misure che incidono sulla variabile creditizia. In questo senso una approssimata lettura permette di stimare in 20 miliardi di euro l’impatto sui redditi e in 5 miliardi di euro le risorse finalizzate alla mobilizzazione del credito attraverso il rafforzamento della dotazione dei fondi di garanzia MCC e SACE. La domanda politica che bisogna porsi è, pertanto, ridotta all’osso la seguente: quanto reddito dei 160 miliardi di euro che ci apprestiamo a perdere devono essere garantiti alla struttura sociale del Paese per non esplodere e quanto realisticamente vale la manovra creditizia? Procedendo con ordine appare realistico quantificare in almeno 100 miliardi di euro l’ammontare complessivo della manovra tesa a sostenere i redditi dei cittadini. Di contro avere immaginato che con fondi di garanzia aggiuntivi nell’ordine dei 5 miliardi di euro si possano mobilizzare 750 miliardi di euro di nuovo credito come dichiarato dal Governo e dai suoi più autorevoli rappresentanti è francamente, semplicemente, stucchevole. In ogni caso la scelta ideologica di addossare tutti i costi dei rischi di questa tragedia economica al bilancio dello Stato attraverso non solo i fondi di garanzia ma, soprattutto, la garanzia di ultima istanza dello stato per quanto sarà concesso dal sistema bancario appare una scelta di grave responsabilità politica, seppure se ne coglie la necessità, atteso che un sistema bancario oramai a direzione estera difficilmente si renderebbe funzionale ad una massiccia azione creditizia. Di fatto pagando così un ulteriore drammatico prezzo alla svendita di un comparto strategico come quello in oggetto. All’uopo il credito aggiuntivo che si potrà mobilizzare entro fine anno non appare superiore ai 200 miliardi di euro. Per quanto sopra volendo quantificare la manovra aggiuntiva in termini di “deficit” abbiamo bisogno di almeno 85 miliardi di euro (80 miliardi di euro per integrazione reddito e 5 miliardi di euro per integrazione garanzie) di ulteriore deficit oltre ai 25 miliardi di euro già impegnati con i due decreti e al deficit autorizzato (35 miliardi di euro) per il bilancio 2020 per un valore complessivo di 145 miliardi di euro. E’ questa la dimensione macroeconomica che deve guidare il confronto con l’Europa per sostenere un ruolo attivo positivo della BCE e una veloce approvazione del  “fondo per la ripresa” nell’ordine anche solo di 300 miliardi di euro complessivi (e una successiva assegnazione all’Italia di almeno 60 miliardi di euro). La partita, purché si sappia giocare, non appare persa a priori ma certo è difficilissima; per questo occorrono determinazione e lucidità.

Verità e scelte.

Con queste consapevolezze occorre ricordare a noi stessi che i trattati come il MES vanno modificati all’unanimità. Quindi che nessuno domani dica che non si poteva non aderire. Se aderiremo, dopo tutti i necessari chiarimenti, si tratterà di una scelta. Che nessuno la spacci come scelta obbligata per salvare il Paese quando nel Paese c’è veramente chi muore per salvarlo.

Per l’Europa non ci saranno più esami di riparazione

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano

Bene ha fatto il Papa a concentrarsi nel messaggio Urbi et Orbi di Pasqua sulla situazione dell’Europa, a incitare l’Unione europea a ritrovare il sano spirito delle origini, ma il problema sembra proprio essere la sordità delle istituzioni politiche. Così esprime le sue preoccupazioni Massimo Cacciari, una voce che non poteva mancare nel nostro Laboratorio sul “Dopo la pandemia”.

Si parla spesso del mondo che verrà fuori dall’emergenza sanitaria, perché sarà diverso, ma innanzitutto, quale lezione secondo lei possiamo apprendere da questa crisi?

Sono diverse le lezioni che potremmo imparare da questa esperienza a livello internazionale, a livello nazionale e a livello locale. Prima di tutto questa pandemia insegna che ci sono delle cause all’origine di queste gravissime situazioni di altissimo rischio, cause che sono state denunciate da anni e alle quali nessuno ha mai messo mano. Penso a tutta la filiera agroalimentare o alla situazione ambientale, ovviamente si tratta di cause concatenate che insieme determinano l’altissimo tasso di rischio di pandemia. Non dimentichiamoci della sars, dell’ebola e di altri casi analoghi precedenti, e di tanti altri segnali che negli ultimi decenni avremmo dovuto raccogliere. Ora siamo in piena emergenza sanitaria ed è chiaro che dovremmo andare in una direzione che renda possibile la creazione di intese tra i diversi paesi colpiti, con strategie condivise. Non dico di creare “la repubblica mondiale” o “il governo planetario”, ma dico che tra i diversi stati su questioni come quelle finanziarie, dell’immigrazione o sulle grandi questioni di politica estera si dovrebbero rafforzare le intese a livello diplomatico e soprattutto politico. Se questo non dovesse verificarsi allora saremmo come oggi, a vivere tutto come “emergenza”, quando invece non si tratta di emergenze ma di elementi fisiologici, figli del processo di globalizzazione. Il movimento dei popoli, le crisi finanziarie, i disastri ambientali, le pandemie sono tutti fenomeni fisiologici per i quali si deve essere pronti. Estote parati, siate pronti come dice il Vangelo, questo vale per ogni uomo ma anche per i diversi paesi che invece sono stati tutti colti di sorpresa.

Questo vale soprattutto per l’Italia, giusto?

Direi soprattutto per l’Italia. Non si può continuare con una gestione solo emergenziale per cui tutto va in tilt a partire dalle strutture sanitarie e ospedaliere. Non si può addossare la colpa a un destino cinico e baro per il fatto che, ad esempio, noi abbiamo tre volte in meno i posti di rianimazione che in Germania o in Francia, questo non è colpa del fato ma di scelte politiche; né è colpa del destino se la struttura regionalistica ogni volta che c’è una crisi va in tilt (per un terremoto, per le epidemie, per le frane…) per cui scoppia sempre un conflitto insanabile tra poteri centrali e regioni, eppure tutti sanno benissimo che il nostro paese è ad altissimo rischio sismico o di inondazioni. Forse allora si dovrebbe mettere mano, per tempo, a un riassetto istituzionale per coordinare poteri centrali e amministrazioni locali. Ma la sensazione è che si continui ad andare a colpi di interventi emergenziali, con nulla di preparato, di organizzato, di programmato. Altro esempio: è noto che in Italia ci siano nove milioni di poveri di cui tre milioni in condizioni di povertà assoluta. Allora interveniamo per garantire un reddito di sopravvivenza ma ad oggi ancora non è stato erogato; il punto è dunque che esistono ancora tutte quelle strettoie amministrative, lacci e lacciuoli burocratici. Quando vogliamo capire che una riforma della burocrazia non è più procrastinabile? Eppure non se ne sente parlare…

L’Europa uscirà senz’altro diversa da questa crisi. Il Papa nel suo messaggio Urbi et Orbi ha dedicato molto spazio all’Europa e ha fatto riferimento allo spirito della fine della guerra, a quel mettere da parte le rivalità per ricostruire insieme con spirito solidale l’Europa. Oggi più che mai.

L’Europa da un certo punto di vista è ancora un’astrazione. O i governi europei trovano di fronte a questa emergenza che li coinvolge tutti una linea comune, una strategia efficace che dimostri di aver imparato la lezione, o la situazione potrebbe solo precipitare. La lezione che scaturisce non solo dalla pandemia ma prima ancora dalla vicenda della Grecia, dalla questione dell’immigrazione, dal fallimento di una politica estera condivisa. Ci sarebbero quindi le speranze di potersi riprendere dalla crisi e di poter procedere nella via dell’Unione europea, consapevoli però che non ci sono più esami di riparazione. Se si fallisce ora, la deriva dei nazionalismi diventerà una valanga inarrestabile. È necessario che i leader europeisti (o sedicenti tali) sappiano che l’Europa è al bivio decisivo: o riparte bene con un grande piano Marshall europeo, gli eurobond e via discorrendo o si fallisce.

Un anno fa lei ha rilasciato un’intervista all’Osservatore Romano e disse che l’Italia e l’Europa erano vecchie, decrepite, ed entrambe avevano bisogno di un “fertilizzante”, e da non credente, indicava nella presenza della Chiesa e della spiritualità cristiana quel fertilizzante; oggi l’Europa sembra, anche fisicamente, in agonia, quale può essere allora la responsabilità dei cristiani?

Senza la cristianità non può esserci nemmeno l’idea di Europa. Ovviamente nella consapevolezza che l’essere cristiano si può definire in vari modi e anche in modi tra di loro confliggenti, ma senza questo riferimento non si va da nessuna parte, tantomeno ora in cui i valori sono necessari e urgenti, uso questa espressione quasi in senso materiale, cioè quello che deve essere messo in campo per uscire da questa situazione. Ebbene, di quali valori stiamo parlando se non quelli della solidarietà, dell’amore del prossimo? È ora di farla finita con la filopsichia, l’amore della propria anima, devono entrare in campo questi valori con tutta la loro concretezza altrimenti non usciamo da questa situazione, ogni paese crollerà con il culto del proprio ombelico fino a sprofondare. E allora diventa importante la presenza della Chiesa, con le sue immagini, i suoi gesti così fortemente simbolici. Pensiamo in concreto al gesto del Papa che in questi giorni va in Piazza San Pietro, vuota, per pregare, benedire, gesti potenti che hanno un enorme valore, gesti di estrema drammaticità che sottolineano quello che dicevo prima: siamo di fronte a un bivio e questo vale anche per la Chiesa. Siamo tutti di fronte a quella piazza vuota, una piazza che non si può riempire come prima, non si può pensare più di riempirla come si faceva prima, con i turisti, con chi si va a fare la passeggiatina, no, sarebbe una tragica illusione. Per la Chiesa come per l’Europa o nascono dei “cives” europei veri, cittadini di questa benedetta terra, impegnati, responsabili oppure l’Europa, e quella piazza, resteranno vuote.

Il predicatore della Casa Pontificia padre Cantalamessa nella predica del Venerdì santo ha detto che non si può tornare a vivere come Lazzaro, che torna dalla morte alla stessa vita di prima, e poi morirà di nuovo, ma si deve risorgere come Gesù, per la vita piena, eterna.

Esattamente: non si può riempire la piazza come prima con l’illusione di ripristinare lo status quo ante. Dalla crisi si esce con una nuova volontà comune europea, che magari riprenda un’idea d’Europa che non si è mai concretizzata, si deve ripartire con quello spirito di riforma interna e di maggiore collaborazione e cooperazione internazionale.

Qualche giorno fa gli italiani hanno applaudito gli albanesi che vengono in soccorso e si sono indignati contro i paesi nordici che non lo fanno, ma il punto forse è che non si può chiedere l’aiuto degli altri per rimanere identici a quello che eravamo, perché prima la situazione non era virtuosa. Possiamo chiedere aiuto ma per cambiare, non per rimanere uguali.

Sono perfettamente d’accordo; una delle cose più odiose è questo piagnisteo nei confronti dell’Europa che ha responsabilità immense (e possiamo parlarne anche peggio dei più severi critici dell’Europa), ma tu devi dire finalmente cosa vuoi fare tu. Anche perché non è l’Europa che ti ha costretto ad aumentare costantemente il debito in questi ultimi 25 anni, non è l’Europa che ti ha costretto a non fare le riforme istituzionali. Quindi tu devi dire cosa vuoi fare e non fare il bambino che dice “chiedo alla mamma, al papà” e poi ti lamenti se il papà e la mamma non ti danno i quattrini. Ci sono tanti problemi, e bisogna quindi uscire da questa crisi con delle politiche di convergenza europea sul piano fiscale e sul piano sociale. Pensiamo al problema dell’immigrazione che va assolutamente affrontato anche se ora al momento tace ma potrebbe esplodere in ogni momento. Facciamo quindi un discorso serio sulle colpe dell’Europa ma prima di tutto facciamo un discorso serio a casa nostra. Ma non sento molti che intraprendono questo discorso, che si chiedono su come noi italiani intendiamo affrontare il dopo emergenza sanitaria quando si tratterà di fare i conti.

Su queste pagine l’economista Stefano Zamagni ha detto che si deve affrontare con spirito critico il neoliberismo, l’assetto economico dominante di cui la crisi ha svelato tutte le contraddizioni.

Da una parte è chiaro, soprattutto in momenti di crisi, che politiche neoliberiste non consentono politiche di welfare, politiche sociali. Allarghiamo però l’orizzonte e usciamo dall’Europa e dagli Usa e pensiamo a ciò che sta emergendo in vista del dopo crisi, ai nuovi equilibri internazionali. Il modello neoliberista è in crisi, da tempo, pensiamo alla crisi finanziaria di una dozzina di anni fa, ma verso quale modello si sta procedendo? Quale modello si sta predisponendo per il dopo? Non mi sembra che sia un ritorno a un modello socialdemocratico. Mi sembra piuttosto un modello che emerge nei grandi spazi imperiali in cui abbiamo un’assoluta simbiosi tra politica e capitalismo, penso ad alcune aree geografiche in particolare. Non si tratta certo del liberismo degli anni ’80, il liberismo dei Reagan o della Thatcher che era basato sul capitalismo liberato dai lacci e lacciuoli statali, ora invece tutti i capitalisti del mondo si stanno accorgendo che hanno bisogno di protezione e di governo, come ha dimostrato la grande crisi finanziaria. Emerge quindi in queste aree un modello basato sul connubio strettissimo tra mercato e classe dirigente che porta a un modello industriale monopolistico dove capitale e politica sono connessi e non puoi più distinguerli. Questo è il grande modello che sta vincendo e oggi anche estendendo un po’ dappertutto, per cui criticare il neoliberismo è giusto ma fuori tempo, perché oggi abbiamo a che fare con un modello nuovo di capitalismo che avanza, diverso, che è per giunta connesso con una funzione inevitabilmente autoritaria che mette in crisi profonda ogni assetto che voglia dirsi democratico. È una tendenza che soffia un po’ dappertutto, con il legislatore e i parlamenti un po’ dappertutto che contano sempre meno, anche qui in Italia, mi sembra evidente. Non è un buon segnale, indica che queste sono le grandi tendenze nel mondo contemporaneo, che dovrebbero risvegliare un sussulto di chi ha a cuore la democrazia prima che la situazione degeneri definitivamente. La missione dei democratici oggi dovrebbe essere questa, anche se all’orizzonte non vedo molto in giro, ma è proprio qui in Europa che dobbiamo cercare, e l’aiuto della parola della Chiesa potrebbe servire.

Una parola che suona un po’ inquietante oggi è “identità”, con la sua ambiguità. Secondo lei c’è bisogno di più identità o di meno identità?

Di più senz’altro. Noi esseri umani passiamo tutta la vita a cercare di conoscere noi stessi, di saperne di più, di capirci. Il che significa ragionare sul proprio passato per vedere che cosa di questo passato sia intervenuto nel formare il proprio carattere e per interrogarci, chiederci cosa speriamo, quale è il senso, lo scopo della vita. Cerchi di mettere a fuoco la tua identità ma poi scopri che questa ricerca non può svolgersi in termini solipsistici ma si svolge all’interno di un dialogo, di un colloquio con gli altri, all’interno di relazioni. Il momento del rapporto e quindi del riconoscimento dell’altro è fondamentale, quindi direi che oggi abbiamo bisogno di sempre più identità ma che deve essere intesa come ricerca da fare insieme, pensiamo alla propria identità ma anche all’identità delle comunità e quindi anche dell’Europa. Se si rimette in moto questa ricerca il problema dell’Europa si risolve, altrimenti si mettono in moto dei “meccanismi identitari” che sono un’altra cosa, sono la degenerazione, il sintomo che con l’identità abbiamo dei problemi. In questi meccanismi identitari viene rovesciata la logica, non si cerca più l’identità ma la si considera in modo astratto, come dato acquisito, non come ricerca da effettuare attraverso il dialogo con l’altro, con la diversità; accade quindi che ogni diversità diventa “nemico”. Una ricerca comune attraverso il dialogo verso un orizzonte che non è mai stabile, fisso, astratto: è così che deve configurarsi l’Europa come organismo vivente che si adatta ai diversi incontri, alle diverse situazioni. Perché l’identità non è un essere ma un dovere essere, uno scopo che puoi svolgere soltanto nel rapporto all’interno di un collettivo, di una comunità.

E invece abbiamo avuto l’esplosione negli ultimi anni dei cosiddetti sovranismi…

Questi fenomeni nascono proprio dall’aver trascurato la dimensione delle identità e avere abbandonato molte persone a questo smarrimento, aver dato così linfa a questi meccanismi autoritari che sono la scorciatoia rispetto alla faticosa ricerca dell’identità. Dal punto di vista politico i nazionalismi sono nient’altro che il prodotto degli errori, dei fallimenti delle politiche unitarie realizzate. Se fai una sciagurata politica di annessione di stati dentro l’Europa senza nessuna cura di quella situazione storica particolare commetti un errore politico che non può non avere gravi conseguenze. Il caso della Grecia è il più macroscopico. Tutti i popoli europei hanno visto come è stato trattato non il governo (che non meritava molto) ma il popolo greco. Prima di allora in Europa c’era soltanto la Le Pen in Francia che aveva un piccolo peso a livello elettorale, ora siamo giunti al punto che i nazionalismi minacciano di prendere la maggioranza del Parlamento europeo, rischio che abbiamo corso dopo la pessima gestione della crisi finanziaria e dell’immigrazione, due fatti che dicono il fallimento dell’Unione europea. Eppure al tempo stesso oggi l’Europa non può permettersi di fallire perché altrimenti il mondo che verrà fuori da questa crisi della pandemia sarà in mano ai grandi imperi, con quali conseguenze è presto per dirlo.

 

 

Coronavirus: 10mila boscaioli tornano al lavoro

Sono oltre diecimila i boscaioli che tornano al lavoro con la ripartenza delle attività forestali e della prima lavorazione del legno in tutta Italia ma è di nuovo operativa anche la filiera della cura e manutenzione del verde nelle città per scongiurare i gravi pericoli determinati dalla caduta di alberi e rami favorita dall’incuria e dal moltiplicarsi di eventi climatici estremi. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti nel commentare gli effetti del Decreto del presidente del Consiglio sulle riaperture di alcune attività a partire dal 14 aprile.

Il lavoro di pulizia nei boschi – sottolinea la Coldiretti –  è determinante per l’ambiente e la sicurezza della popolazione in un Paese come l’Italia dove più di 1/3 della superficie nazionale è coperta da boschi per un totale di 10,9 milioni di ettari. Un patrimonio che va salvaguardato in un 2020 segnato fino ad ora da caldo e siccità che hanno creato condizioni ambientali particolarmente favorevoli allo scoppio degli incendi e alla diffusione degli insetti. La corretta manutenzione delle foreste – precisa la Coldiretti – aiuta infatti a tenere pulito il bosco e ad evitare il rapido propagarsi delle fiamme.

Senza dimenticare – continua la Coldiretti – la necessità di rimuovere nelle zone colpite le piante abbattute dalla tempesta Vaia per il rischio concreto che vengano attaccate dai parassiti con effetti ancora piu drammatici per il bosco.

L’inserimento delle attività di selvicoltura tra quelle riaperte è dunque rilevante – sottolinea Coldiretti –  per consentire alle imprese del settore di tornare al lavoro e concludere le operazioni programmate a partire dalla raccolta della legna e dalla prima lavorazione del legno in un paese come l’Italia che è il maggior importatore mondiale di legna da ardere.

Con l’arrivo della bella stagione ed il diffondersi di pollini è importante anche il via libera ai lavori di manutenzione del verde nelle città per cercare di prevenire il dilagare di allergie con l’entrata nel vivo delle fioriture. Una necessità –continua la Coldiretti – anche per intervenire nelle città nei confronti di alberi pericolanti e siepi sporgenti sulle sedi stradali con le opportune operazioni di taglio e cura del verde pubblico che ora è importante recepire anche nelle regioni dove ci sono ordinanze piu’ restrittive. Il verde urbano pubblico in Italia – conclude la Coldiretti – è aumentato del 3,7% in un quinquennio ed ha raggiunto nei capoluoghi di provincia oltre 564 milioni di metri quadrati che corrispondono ad una disponibilità media di 31,1 metri quadri per abitante, secondo una analisi Coldiretti su dati Istat.

Moratoria dei prestiti e Fondo di Garanzia: nelle prime 2 settimane oltre 660.000 adesioni alle nuove misure.

Oltre 660.000 domande o comunicazioni da parte di famiglie e imprese per un totale di 75 miliardi di euro di finanziamenti residui interessati dalle moratorie sui prestiti fino al 3 aprile. E’ quanto emerge dai primi dati raccolti dalla task force costituita per promuovere l’attuazione delle misure a sostegno della liquidità adottate dal Governo per far fronte all’emergenza Covid-19. In particolare sono circa 437.000 le domande o comunicazioni inviate dal mondo imprenditoriale e accolte dalle banche (per complessivi 58 miliardi) e 227.000 da famiglie e professionisti (per complessivi 17 miliardi). Scendendo nel dettaglio delle novità introdotte dal ‘Cura Italia’, il totale delle comunicazioni relative all’accesso al Fondo Gasparrini per la sospensione del mutuo sulla prima casa è pari ad un valore di quasi 3 miliardi di euro, quelle per la moratoria su prestiti e rate di mutuo pari a importi per oltre 40 miliardi. Ulteriori 4 miliardi riguardano i prestiti non rateali con scadenza prima del 30 settembre.

Con riferimento alle richieste di garanzia per i nuovi finanziamenti bancari per le micro, piccole e medie imprese, Mediocredito Centrale, che gestisce il Fondo di Garanzia per le Pmi, ha inoltre rilevato che, nonostante le chiusure derivanti dal lockdown, il flusso delle stesse non si è ridotto, mostrando anzi segnali incoraggianti di tenuta. Mcc ha ricevuto 9.972 richieste di garanzia (per un importo finanziato di oltre 1,6 miliardi), di cui 8.697 ai sensi del DL Cura Italia (per un importo finanziato di quasi 1,5 miliardi). Le domande accolte sono state 8.571 (per un importo finanziato di circa 1,3 miliardi), delle quali 7.451 ai sensi del Dl Cura Italia (per un importo finanziato di quasi 1,2 miliardi). Il Consiglio di Gestione del Fondo ha quindi stabilito di aumentare il numero delle sedute settimanali per velocizzare l’esame delle richieste ricevute e rendere ancora più tempestive le risposte.

Fanno parte della Task Force il Ministero dell’Economia e delle Finanze, la Banca d’Italia, l’Associazione Bancaria Italiana (Abi), il Mediocredito Centrale e – dopo l’introduzione dell’ulteriore stimolo previsto dal “Dl Liquidità” – il Ministero dello Sviluppo Economico e la Sace. La task force costituisce un punto di condivisione di informazioni e di coordinamento, da cui ciascun partecipante trae indicazioni e spunti per la propria attività; monitora e sostiene l’attuazione di misure quali la moratoria dei mutui, il potenziamento e l’estensione dell’operatività del Fondo di Garanzia per le piccole e medie imprese (Pmi), l’ampliamento delle possibilità di accesso al Fondo Gasparrini per la sospensione dei mutui sulla prima casa. Le misure contenute nel “Dl Liquidità” hanno ampliato ulteriormente il ventaglio di opzioni a favore delle imprese: la dotazione e l’operatività del Fondo di Garanzia per le Pmi sono state potenziate in misura significativa e Sace ha ora la possibilità di concedere garanzie a istituti finanziari che eroghino nuovi finanziamenti alle imprese italiane e di potenziare il sostegno pubblico all’export.

Lazio: Orari, chiusure e aperture librerie

L’ordinanza regionaleprevede, per la parte relativa al commercio, alcune importanti disposizioni. Viene stabilito anzitutto che le librerie potranno riaprire a partire da lunedì 20 aprile. Questo per dare il tempo agli esercenti per poter organizzare le misure di sicurezza previste dall’Allegato 5 del Dpcm del 10 aprile scorso, come ad esempio trovare soluzioni per garantire il distanziamento minimo tra le persone nell’accesso e nell’uscita dai locali e durante la loro permanenza, reperire dei guanti monouso da distribuire all’ingresso e favorire l’igienizzazione dei locali.

Oltre alla disposizione sulle librerie, l’ordinanza di oggi prevede anche la proroga fino al 3 maggio della disciplina oraria dei negozi stabilita il 17 marzo scorso, ossia dalle 8.30 alle 19.00 nei giorni feriali e dalle 8.30 alle 15.00 la domenica, per tutte le attività autorizzate a rimanere aperte (dall’obbligo di rispettare questi orari sono esentati, come fino a oggi: farmacie, parafarmacie, edicole e aree di servizio)

Infine, analogamente a quanto fatto per i giorni di Pasqua e Pasquetta, è stata disposta la chiusura degli esercizi commerciali per la vendita di generi alimentari, esclusi centri agroalimentari all’ingrosso, per il 25 aprile e il 1 maggio.

La lezione del coronavirus, la gratitudine e la rinascita

Contro la banalità che normalmente viviamo e che è la più grande ingiustizia che perpetriamo nei nostri stessi confronti vi è solo la resa alla gratitudine. 

“….e allora inchiniamoci davanti al mondo con un immenso grazie, inginocchiamoci davanti all’esistenza, accogliendo anche ciò che non capiamo, di questo meraviglioso mistero irrisolto chiamato vita, amiamola, amiamo la vita più della sua logica, solo così ne capiremo il senso” recita Roberta Arduini in un brevissimo filmato su YouTube, https://www.youtube.com/watch?v=uvfgDqltPLU .

La gratitudine è il più alto sentimento di realismo. Mai come in questi giorni se ne coglie la verità. Non ci siamo dati da noi stessi, il respiro non ci è dovuto, se ci pensiamo ne siamo coscienti. Ma la distrazione spesso ci prende e ci fa perdere di vista la realtà delle cose.

“Spesso viviamo come in una bolla, che ci fa sentire al riparo dai colpi della vita. E così ci possiamo permettere di andare avanti distratti, facendo finta che tutto sia sotto il nostro controllo. Ma le circostanze a volte scombinano i nostri piani e ci chiamano bruscamente a rispondere, a prendere sul serio il nostro io, a interrogarci sulla nostra effettiva situazione esistenziale (…) Paradossalmente, però, proprio le sfide che la realtà non ci risparmia possono diventare il nostro più grande alleato, poiché ci costringono a guardare più in profondità il nostro essere uomini. In situazioni imprevedibili come quella attuale siamo infatti risvegliati dal nostro torpore” ha scritto don Julián Carrón in una lettera inviata al Corriere della Sera, per un contributo alla riflessione sul coronavirus.  

Torniamo a pensare che essere protagonisti della storia non sia ringraziare di quel che abbiamo e partecipare alla creazione con quel pochissimo che siamo e sappiamo fare. Forse non ce ne rendiamo conto, ma è come se pensassimo il contrario, che quello che abbiamo ci è dovuto.

Ma questo non è nella natura, non è nella realtà e l’uomo si illude che poiché tutto è stato fatto per lui, perché lui sia felice pensa che tutto sia suo. Se ne rende conto di nuovo che così non è quando perde qualcosa.

È questione di realismo, prima ancora che di fede. Di vedere come vanno davvero le cose. Questa è la lezione che il coronavirus ci sta dando, che appare più evidente nel giorno di Pasqua, della resurrezione, della rinascita.

E allora la gratitudine, ci fa passare dal senso di appartenenza (tutto è mio, tutto è nostro) al senso di non appartenenza: tutto è dono, nulla ci appartiene. E ci fa comprendere quindi che c’è da ringraziare anche solo per quello che abbiamo già goduto, anche se siamo nel dolore, perché ci è stato appena tolto.

E solo nel silenzio della nostra preghiera la gratitudine diventa incontenibile perché ci percepiamo con la nostra corporeità vivente così fragile. “La gratitudine connessa all’amore è la più potente preghiera”, è ancora il pensiero di  Roberta Arduini. La gratitudine quindi anche al tempo del coronavirus, sia che si abbia fede nel Cristo risorto sia che non se ne abbia.

Cosa si dice spesso alle persone per cercare di dare un consiglio su come vivere in maniera grata, soddisfacente, felice, la propria vita ? Si dice spesso vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, apprezza quello che hai adesso, vivi l’attimo.

Ciò sembra avere buon senso, perché se pensiamo troppo al futuro, al passato, a quello che potrebbe essere non riusciamo a concentrarci abbastanza sulla nostra esperienza e su quello che stiamo godendo in quel momento. 

Siamo maggiormente grati quando riusciamo a comparare quello che abbiamo nell’istante, quello che ci è dato in questo momento con quello che potremmo non avere in un altro momento, come la nostra stessa vita. Quindi un senso di gratitudine ci scioglie e si estende sia nello  spazio che nel tempo.

E si parte da se stessi anche per il futuro, anche se capitano cose, come il coronavirus, di cui non si ha il  controllo. In entrambe le cose che accadono, sia in queste ultime che in quelle di cui si ha più controllo, possiamo gestire il modo in cui ci comportiamo, la nostra  reazione. 

Cercare di reagire in maniera più sana, più positiva, più speranzosa, più grata, e anche più aperta verso le altre persone, ci aiuta a gestire meglio il presente ma anche avere maggiore fiducia nel futuro, in quello che accadrà.  Per esempio quando ci capita di fare un favore al nostro prossimo, aiutarlo per quanto ci è possibile in qualcosa, ci fa sentire meglio, più soddisfatti, più sereni, più lieti.

Se ci sentiamo sempre meglio per quello che facciamo verso gli altri, avremo automaticamente più fiducia che anche gli altri ci tratteranno bene e potremo sentirci più al sicuro all’interno anche di  una comunità stretta. Aiuta moltissimo pensare che qualsiasi cosa accadrà comunque avremo qualcuno su cui contare e su cui fare affidamento e quindi esserne più speranzosi verso il futuro.

E comunque, anche se nulla è scontato, il concepire un dono la propria esistenza e  il darsi agli altri facendo dono di sé, con gratuità è già positivo, senza nulla in cambio. Riempie il tuo istante e può riempire gli istanti successivi, il tuo futuro. 

Per chi ha fede, ma per tutti, Gesù seppe vivere la sua totale non appartenenza (nulla ci appartiene)  consegnandosi, abbandonandosi al Padre, nell’ora della grande prova della gratuità: continuare ad essere dono senza ricevere nessun contraccambio, anzi annientato dalla malvagità umana, nonostante avesse solo fatto del bene. Ed ora è un corpo glorificato e vivo per sempre. 

Ma “Il nemico con cui ci troviamo a combattere non è appena il coronavirus, ma la paura – ha scritto ancora  don Julián Carrón – una paura che sempre avvertiamo e che tuttavia esplode quando la realtà mette a nudo la nostra essenziale impotenza (…) ..È per questo che Dio si è fatto uomo, è diventato una presenza storica, carnale. Solo il Dio che entra nella storia come uomo può vincere la paura profonda (…) Tali affermazioni sono credibili solo se vediamo qui e ora persone in cui si documenta la vittoria di Dio, la Sua presenza reale e contemporanea, e perciò un modo nuovo di affrontare le circostanze, pieno di una speranza e di una letizia normalmente sconosciute e insieme proteso in una operosità indomita”, piena di gratitudine. E se è successo per loro può succedere anche per noi.

Coronavirus: in uno studio dell’ISS l’effetto delle misure di distanziamento sulla riproducibilità del Sars-Cov-2

Le misure di contenimento del virus hanno avuto un effetto positivo sull’indice di riproducibilità del Sars-Cov-2, facendolo diminuire già dai primi giorni dopo l’applicazione sia in Lombardia che, con un certo ritardo temporale, nelle altre regioni. A fotografare l’andamento del primo mese di epidemia in Italia è un articolo appena pubblicato sul sito di preprint MedArxiv.

Nello studio i ricercatori dell’ISS e della Fondazione Bruno Kessler di Trento hanno analizzato i dati del sistema di sorveglianza nazionale fino al 24 marzo (corrispondenti a circa 63mila casi), e oltre a descrivere le caratteristiche principali dell’epidemia, come la mortalità, hanno applicato dei modelli matematici per stimare l’andamento di R0, che dà la misura della capacità del virus di diffondersi in assenza di misure di contenimento, e di Rt, parametro che indica l’indice di riproducibilità del virus in un dato momento in presenza di misure, in alcune regioni. In Lombardia il valore di R0 ha raggiunto il massimo di 3 tra il 17 e il 23 febbraio, per poi iniziare la discesa man mano che venivano adottate le misure di contenimento a livello locale e nazionale. Al 24 marzo l’indice era ancora poco sopra 1, ma con un trend favorevole consolidato (se l’indice è superiore a 1 ogni persona infetta ne contagia più di una, e l’epidemia di conseguenza si espande).

Un discorso simile, in qualche caso traslato nel tempo, riguarda le altre regioni esaminate. In Emilia Romagna ad esempio l’indice era ancora sotto 1 il 10 febbraio, ma ha raggiunto rapidamente i valori della Lombardia tanto da arrivare a circa 3 la settimana successiva. Nel Lazio e in Puglia, dove il virus circolava probabilmente molto meno rispetto alle regioni del nord, il valore 1 è stato superato verso la metà di febbraio, con un picco raggiunto a ridosso dell’inizio delle prime misure su scala nazionale, quando è iniziata una discesa.

“L’infezione da Covid-19 in Italia – concludono gli autori – è emersa con un cluster di esordio simile a quello descritto a Wuhan, e come in quel caso ha mostrato esiti clinici peggiori nei maschi anziani con comorbidità. L’R0 iniziale di 2,96 visto in Lombardia spiega l’alto numero di casi e la rapida diffusione geografica osservata. In generale il valore di Rt nelle regioni italiane sta diminuendo, anche se in maniera diversa nel paese, e questo sottolinea l’importanza delle misure di controllo non farmacologiche”.

Il Fondo monetario internazionale prevede per l’Italia un Pil in calo del 9%

Il Fondo monetario internazionale ha descritto il declino globale come il peggiore dalla Grande Depressione degli anni ’30.

La pandemia ha fatto precipitare il mondo in una “crisi come nessun altra”.

Perchè il lock-down mondiale metterà alla prova la capacità dei governi e delle banche centrali di controllare la crisi.

Gita Gopinath, capo economista del FMI, ha affermato che la crisi potrebbe far cadere $ 9 trilioni (£ 7,2 trilioni) di PIL globale nei prossimi due anni.

L’FMI ​​prevede che l’economia del Regno Unito si ridurrà del 6,5% nel 2020, rispetto alle previsioni di gennaio dell’FMI per una crescita del PIL dell’1,4%.

L’economia cinese dovrebbe espandersi solo dell’1,2% quest’anno, che sarebbe la crescita più lenta dal 1976. L’Australia dovrebbe subire la sua prima recessione dal 1991.

Mentre per quanto riguarda l’Italia la contrazione dovrebbe essere del 9,1%.

Inoltre, se la pandemia avesse una seconda ondata nel 2021, questo eliminerebbe altri 8 punti percentuali dal PIL globale.

Questo scenario potrebbe innescare una spirale discendente nelle economie fortemente indebitate.

E gli investitori potrebbero non essere disposti a prestare soldi alle nazioni più indebbitate.