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Quale formazione politica arriva dal mondo cattolico?

Conosciamo la storia del passato. Ovvero, parlando dei politici cattolici e di ispirazione cristiana, la classe politica era preparata perchè proveniva dalla formazione qualificata e autorevole organizzata e gestita dal mondo cattolico italiano. Un mondo cattolico che attraverso una mirata, consapevole e responsabile formazione politica, culturale, sociale ed anche etica contribuiva a formare la futura classe dirigente del paese. Sì, certo, erano altri tempi. C’erano altri partiti, un altro sistema politico e, soprattutto, un altro contesto culturale e sociale. E, di conseguenza, un’altra classe dirigente.

Ora, senza fare un esame approfondito e dettagliato, è abbastanza evidente che quando viene a mancare una formazione culturale adeguata e pertinente, non c’è alcuna possibilità concreta per poi avere una altrettanto adeguata classe dirigente politica. Non è un caso, del resto, se quasi

tutte le scuole di formazione alla politica delle varie diocesi disseminate in tutto il paese – peraltro importanti e degne di nota – non hanno avuto alcuna ricaduta politica concreta. Non c’è, oggi, una classe dirigente che arriva dalle fila dell’area cattolica italiana, seppur composita e frastagliata; non c’è una volontà concreta della Chiesa italiana nella sua complessità di porsi il problema di una presenza politica di ispirazione cristiana e, in ultimo, persistono vaghi richiami – seppur sempre ricchi di citazioni e di inviti all’impegno pubblico – che però puntualmente si disperdono nel momento in cui devono tradursi nella cittadella politica italiana. Si tratta, peraltro, di autorevoli inviti a partecipare ma, purtroppo, il tutto si infrange contro la realtà di tutti i giorni.

È indubbio, al riguardo, che l’assenza di un partito – al di là del suo consenso elettorale – che seppur vagamente è riconducibile al pensiero, alla cultura e alla tradizione del cattolicesimo politico italiano pesa nella sostanziale assenza pubblica dei cattolici. Come, del resto, è del tutto inutile, se non addirittura patetica, la presenza dei cosiddetti cattolici democratici o cattolici popolari in partiti che hanno un’altra ragione sociale, un’altra base valoriale e soprattutto un progetto politico radicalmente estraneo ed esterno alla stessa cultura della tradizione cattolica italiana per come si è declinata nelle diverse fasi storiche. Si tratta, perlopiù, di presenze a conferma della natura plurale dei partiti ma del tutto ininfluenti ai fini della concreta elaborazione del progetto politico del partito stesso. Come dimostra in modo persin troppo plateale l’esperienza del Pd della Schlein.

Ecco perchè l’antico monito di Carlo Donat-Cattin, seppur pronunciato in un contesto storico, culturale e politico del tutto diverso da quello contemporaneo – cioè verso la fine degli anni ‘80 – conserva una straordinaria modernità ed attualità. Ovvero, diceva lo statista piemontese, “è difficile continuare a resistere in prima linea quando non arrivano le munizioni dalle retrovie”. Uno slogan, ma anche una puntuale e precisa riflessione particolarmente calzante per la stagione politica contemporanea. Insomma, anche per i cattolici non basta evocare od invocare un rinnovato e generico impegno politico. Senza una adeguata, paziente ed intelligente formazione politica e culturale anche il miglior incitamento non è nient’altro che una paura esortazione o un banale diversivo.

La Voce del Popolo | Il vincitore ha diritto di prendere tutto?

Dove intenda approdare Giorgia Meloni, e se il suo possa essere un approdo ovvero un passaggio, non è affatto chiaro. È ovvio che la sua tentazione sia quella di dar fuoco alle polveri. E dunque di cercare un’occasione per misurare le forze in maniera pressoché definitiva. Che si tratti del premierato o dello scontro con i giudici c’è (sempre sullo sfondo) l’idea che verrà un momento in cui la conta delle forze si farà decisiva e brucerà tutte quelle possibilità di compromesso che la premier considera troppo poco limpide e troppo poco coraggiose. 

Il problema è che, se davvero la premier seguirà questa rotta, non si troverà contro i nemici (o, più pudicamente, gli avversari). Piuttosto, a quel punto avrà contro la natura politica del paese, il suo istinto profondo, la sua natura diffusa. Tutto quello cioè che è stato vincolo e limite per i suoi predecessori: dai vecchi democristiani che hanno subito l’onta di Mani pulite con una sorta di dolorosa e impotente rassegnazione allo stesso Berlusconi che ha fatto tuonare più di quanto sia riuscito a far piovere (per fortuna, dico io).

Non sono tanto in discussione le ragioni e i torti che pure contano assai. È in discussione per l’appunto la natura po- litica del paese. E cioè se il vincitore abbia diritto di prendere tutto in ragione dei suoi numeri o se invece la vera conquista del potere stia nella sua capacità di generare un equilibrio più vasto che comprenda anche qualche ragione da parte degli altri. Viene da dire, troppi nemici, nessun onore.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 24 ottobre 2024

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]

Dove si forma la classe dirigente del futuro?

Uno dei temi decisivi per rinnovare la politica, rafforzare la qualità della democrazia e, soprattutto, restituire credibilità alle stesse istituzioni democratiche è come si costruisce la classe dirigente politica. La classe dirigente del futuro, come ovvio. E, su questo versante, diventa decisivo affrontare il tema del “dove”, oggi, si forma o si può formare la classe dirigente politica ed amministrativa. Al riguardo, noi conosciamo dove si è formata e come è cresciuta la classe dirigente del passato e anche parte di quella contemporanea. 

Nel passato, come tutti sanno, c’erano delle agenzie formative precise e sufficientemente definite. Dai partiti politici all’associazionismo – in particolare quello cattolico -; dai gruppi culturali e sociali all’esperienza diretta nelle amministrazioni locali, quindi nel cosiddetto “civismo”. Ma, soprattutto, erano i partiti gli strumenti principali che assolvevano concretamente a questo compito. Certo, si trattava di partiti popolari e di massa, democratici e collegiali. Partiti con una cultura politica alle spalle che avevano anche la forza e il coraggio di dispiegare un progetto politico e, al contempo, anche una visione della società. 

Dopodiché, rasi al suolo per svariate motivazioni questi strumenti democratici, sono rimaste sul terreno solo le macerie. E le macerie sono rappresentate dall’irruzione dei partiti personali, dei cartelli elettorali, dal criterio della “fedeltà” nei confronti del capo partito di turno e, in ultimo, dall’improvvisazione e dalla casualità della stessa classe dirigente. Frutto e prodotto dell’ideologia del populismo anti politico, demagogico e qualunquista che ha visto nel grillismo il suo compimento definitivo. 

Una deriva che ha contribuito a ridicolizzare quella che un tempo veniva semplicemente chiamata classe dirigente. Politica ed amministrativa. Di conseguenza, abbandono della capacità di saper definire un progetto politico, archiviato il coraggio di disegnare un modello di società, abdicato al ruolo di essere esempio per le giovani generazioni e, soprattutto, radicale impossibilità di declinare una presenza politica popolare, sociale e radicata perché gli stessi partiti, nel frattempo, sono diventati semplici pallottolieri ed inguardabili cartelli elettorali.

Ecco perché chi continua a credere nell’importanza e nel ruolo dei partiti e nella loro funzione, prevista dalla stessa Costituzione, di contribuire a “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, non può non porsi il tema della formazione della classe dirigente e, di conseguenza, della sua stessa qualità ed autorevolezza. Perché senza classi dirigenti politiche preparate, radicate nei territori, espressione di pezzi di società e riconosciute come tali dalla intera pubblica opinione, sarà la stessa politica a uscirne fortemente ridimensionata se non addirittura sconfitta. 

E per invertire la rotta si deve, altrettanto semplicemente, buttare a mare la stagione dei partiti personali, della vulgata “uno vale uno”, dell’esaltazione dell’incompetenza e della superficialità e sul fatto, forse il più importante, che la politica non richiede professionalità. No, perché la politica non è professionismo ma richiede ed impone la professionalità. E questo perché politici non ci si inventa ma si diventa.

Voto popolare, argini costituzionali e metamorfosi delle democrazie

Quale legittimazione ha un partito o una coalizione, in un sistema democratico, di modificare unilateralmente le regole fondamentali, ossia con le sole forze di maggioranza, sulla base di una pretesa prevalenza del responso popolare (che, nel nostro caso, rappresenta appena il 30% degli elettori, su poco più della metà degli italiani che si sono recati al voto) rispetto alle garanzie di libertà e autonomia poste a fondamento della convivenza democratica dalla Carta Costituzionale?

Questo interrogativo si ripropone nelle preoccupazioni e nei commenti di una parte significativa della stampa, di fronte alle crescenti pretese del governo delle destre sovraniste e populiste di non tollerare ostacoli normativi di alcun genere per attuare gli impegni assunti in campagna elettorale, anche a costo di stravolgere i principi basilari della nostra Costituzione.

Molti costituzionalisti mettono in guardia: modifiche unilaterali, seppur a maggioranze risicate, così temerarie della Carta costituzionale, senza un minimo di dialogo con l’opposizione, pur nel rispetto delle garanzie procedurali (compreso l’ineludibile referendum), non fanno altro che esporre il Paese a divisioni perniciose e tensioni sociali.

È evidentemente il segnale inquietante di uno scenario in cui l’attacco concentrico alla nostra Costituzione è ormai una costante.

L’ultimo esempio in ordine di tempo è la stupefacente affermazione del Presidente del Senato, La Russa, che ha dichiarato, senza equivoci: “Serve più chiarezza sui rapporti tra politica e magistratura, cambiamo la Carta”.

Questa dichiarazione segue la recente pronuncia del Tribunale di Roma, che ha sancito l’invalidità e l’illegittimità della decisione governativa di eseguire determinati trasferimenti, in contrasto con le normative europee e con la linea interpretativa della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Anche il governo ha reagito duramente, bollando la magistratura come un organo che, più che fare giustizia, farebbe politica attiva, quasi schierandosi con le attuali opposizioni.

 

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Brics, la governance globale anche col loro contributo.

Il XVI Vertice Brics chiusosi ieri a Kazan in Russia sembra aver definitivamente consacrato questa associazione di stati come uno dei protagonisti della scena globale, insieme ai Paesi G7 e ad altre organizzazioni internazionali.

Di fronte ad una ascesa così rapida sulla ribalta mondiale dei Brics, sorti nel 2009, prima nel formato a quattro, costituito da Brasile, Russia, India, Cina, a cui si è aggiunto il Sudafrica nel 2011, e poi allargati a partire dal primo  gennaio di quest’anno a Egitto, Etiopia, Emirati Arabi Uniti e Iran, si impone la necessità di approfondire la loro conoscenza anche per poter definire le strategie migliori rispetto ai cambiamenti avvenuti nel mondo.

È quello che si è cercato di fare ieri all’incontro per una prima valutazione a caldo dei risultati del vertice di Kazan presso il Centro Russo di Scienza e Cultura, promosso dall’“Istituto Diplomatico Internazionale” di Roma in collaborazione con il Laboratorio Brics dell’Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali (Eurispes).

Tra i punti chiave in tema di Brics vi è quello, decisivo, della postura internazionale di questo Coordinamento, che raggruppa più del 40% della popolazione mondiale e rappresenta circa un terzo del pil globale, all’incirca alla pari con i Paesi del G7. Che si autodefinisce non un soggetto contro qualcuno, ma per qualcosa, per la riforma della governance globale. O, come ha osservato a Kazan  il presidente dell’India Narendra Modi, non un’associazione “anti” occidentale ma solamente “non” occidentale.

Il vero collante dei Brics, a giudizio di Marco Ricceri, coordinatore del Laboratorio Brics dell’Eurispes, è costituito dall’integrazione interna, che ormai sta raggiungendo i settori più diversi, da quelli culturali a quelli scientifici a quelli economici, fiscali, doganali. L’intento comune  è quello di costituire un sistema di scambi e di relazioni non necessariamente alternativo a quello occidentale ma certamente autonomo, seppur non separato o disconnesso.

In questa direzione si è mossa la presidenza russa dei Brics, che prima di passare il testimone al Brasile che assumerà la presidenza annuale per il 2025, rivendica i risultati ottenuti. Risultati che sono stati riassunti da un consigliere dell’Ambasciata russa a Roma, Mikhail Rossiysky, che ha definito i Brics come una delle piattaforme della cooperazione globale. Uno fra i maggiori risultati è stato quello della gestione dell’allargamento, dando la priorità alla armonizzazione fra i nove Paesi membri (più l’Arabia Saudita che potrà divenirlo quando lo riterrà opportuno, avendo già ottenuto, e mai respinto, l’invito ad aderirvi). Ma non per questo eludendo le attese dei Paesi che hanno fatto domanda di adesione. Da Kazan è uscito il formato di Paesi Partner Brics che comprende i seguenti tredici Paesi:  i nostri vicini mediterranei Algeria e Turchia (che è anche nella Nato), l’europea Bielorussia, Bolivia e Cuba, Nigeria e Uganda, Kazakistan, Uzbekistan, Indonesia, Malesia, Thailandia e Vietnam.

Rilevanti appaiono anche i progetti avviati per rafforzare i legami economici fra i Brics, le infrastrutture dei trasporti e quelle finanziarie, come la New Development Bank, la banca di sviluppo dei Brics per la quale è previsto un aumento dei finanziamenti. E per incentivare le transazioni nelle valute locali. È stata lanciata anche la proposta di una borsa del grano estendibile alle altre commodities.

Un’altra notizia rilevante per i Brics è stato l’annuncio di una intesa tra Cina e India che pone fine alle loro annose dispute frontaliere. 

L’orizzonte dei Brics rimane quello di contribuire, insieme ad altri, alla costruzione di un nuovo ordine internazionale multilaterale nel quadro delle Nazioni Unite, rappresentate al Summit dal Segretario Generale Antonio Guterres. Il documento finale, la Dichiarazione di Kazan, conferma, come in passato, l’opzione dei Brics per un nuovo multilateralismo che consenta a tutti gli stati, quelli ricchi e quelli di più recente industrializzazione o in via di sviluppo, di partecipare con pari dignità e in modo più equo al sistema economico e finanziario globale, nonché di ottenere una più adeguata rappresentanza nell’ambito Onu. 

Il tempo ci dirà se gli obiettivi che si prefigge l’iniziativa dei Brics, la riforma della governance globale, avranno la possibilità di essere raggiunti. Di certo un dublice risultato questo organismo internazionale sui generis, non disponendo  di un proprio segretariato, in meno di vent’anni sembra già averlo raggiunto. Da un lato è stato innescato un profondo cambiamento interno, non eterodiretto con interferenze straniere, nei Paesi membri, un cambio di mentalità, un allargamento di orizzonti, una maturazione che porta all’assunzione di nuove responsabilità di portata globale. Nel contempo il consolidamento del Coordinamento Brics influisce anche sulla narrazione e sui profondi equilibri socio-economici dei Paesi occidentali, che a loro vota vedono aprirsi nuovi orizzonti, accanto a quelli ereditati dal XX secolo. Al punto che, se ben interpretata, l’iniziativa dei Brics potrebbe addirittura contribuire a fare emergere elementi di rivitalizzazione della vita democratica nei nostri sistemi politici occidentali, stimolati a reinventarsi di fronte alle nuove sfide di questa nuova epoca che si sta aprendo.

Il predellino di Marina Berlusconi

La scena politica continua a rivelare dinamiche che suscitano curiosità e sorpresa. Marina Berlusconi, figlia del fondatore di Forza Italia, ha espresso ieri il pieno sostegno al governo Meloni, dando con ciò l’idea di un allineamento a destra dopo mesi di sotterranee tensioni nel quadro di maggioranza. Tuttavia, come spesso accade nella politica italiana, le apparenze vanno interpretate con attenzione.

Vediamo i fatti. A margine dell’inaugurazione del nuovo Store Mondadori presso la Galleria Alberto Sordi, a due passi da Palazzo Chigi, Marina Berlusconi ha sciorinato vari pensieri, in primis quello riguardante la stabilità dell’Esecutivo, bene prezioso per il Paese. “Il mio giudizio sul governo è assolutamente positivo, sia come cittadina sia come imprenditrice,” ha voluto aggiungere riferendosi soprattutto alla gestione responsabile dei conti pubblici e alla condotta accorta in politica estera. Parole di conforto, indubbiamente, che giungono in un contesto alquanto complicato per la Premier (v. “caso Spano”). 

La vera novità, però, non risiede tanto o solo nell’iconico endorsement che sa di antichi proclami dal predellino. Quello che emerge, in modo più sottile, è la posizione che Marina Berlusconi sta assumendo all’interno di Forza Italia. Fuori dall’agone politico, ella gioca comunque una partita politica. Ieri era presente tutto il gotha di Forza Italia, quasi a coronamento di un’investitura, sebbene non ufficiale. Evidentemente l’immagine che si vuole proporre è quella di un volto rassicurante per gli elettori forzisti, perlopiù orfani del carisma di Silvio. Circondata dal gruppo dirigente di Forza Italia, Marina ha dunque indossato i panni della garante suprema del berlusconismo.

In ogni caso, non ci sono stati segnali di cambiamento sul  tema dei diritti civili. Le posizioni restano aderenti alla tradizione liberale di Forza Italia, segnando una linea di netta distinzione rispetto alle “intemperanze” della Lega. 

Alla fine, il vero nodo della questione sta sempre nella fatica con la quale si cerca d’inquadrare il futuro di Forza Italia. Nel medio termine resta in piedi l’aspettativa di un riequilibrio strutturale all’interno della maggioranza, immaginando di riguadagnare consensi in vista di un nuovo asse FdI-Forza Italia. Nessuno ha interesse – nemmeno a sinistra – a forzare i tempi del chiarimento, ben sapendo che spingere sull’acceleratore porterebbe dritti alle elezioni anticipate. Riuscirà, tuttavia, questa manovra di aggiustamento o finirà per imporsi il redde rationem tra le diverse anime della coalizione? Il dilemma è questo e non lo scioglie, a onor del vero, l’attivismo scenografico della figlia più famosa d’Italia.

Premierato o modelli europei? L’Italia a un bivio costituzionale.

Elly Schlein sembra percorrere una strada promettente quando, osservando che le forze di opposizione insieme potrebbero avere i numeri per sconfiggere la destra, invita a superare i veti incrociati e ad aprire un dialogo politico basato su responsabilità comuni, piuttosto che su ideologie o vecchi rancori. Questo approccio potrebbe ricevere una prima conferma già alle prossime elezioni regionali, segnando un punto di svolta e indicando che, dopo i primi due anni di governo caratterizzati dalla cosiddetta “luna di miele”, anche l’attuale esecutivo potrebbe entrare in una fase discendente, come i suoi dodici predecessori. Questo confermerebbe che il vero problema del Paese è di natura costituzionale, e l’idea di un premierato, proposta dalla maggioranza, rappresenta l’ennesimo tentativo di correggere efficacemente un bicameralismo ormai paralizzante.

Il Parlamento italiano, soffocato dai continui voti di fiducia, è lo specchio di un’anomalia unica in Europa. Eppure, non mancano modelli sperimentati che potrebbero offrire soluzioni praticabili: il sistema tedesco, con la sfiducia costruttiva, che previene le crisi istituzionali innescate da imboscate parlamentari, oppure il modello francese, che bilancia due poteri legittimati, il Presidente della Repubblica e il Parlamento, creando un equilibrio di forze. Che la destra illiberale punti a soluzioni drastiche, come il premierato, non sorprende. Ma sarebbe forse più opportuno per entrambi gli schieramenti esplorare uno di questi modelli, già testati e funzionanti, piuttosto che arrivare a una riforma che rischierebbe di spaccare il Paese.

In questo contesto, torna di grande attualità l’appello alla solidarietà nazionale, ma questa volta in una forma diversa: una riforma costituzionale condivisa, senza mescolarsi con questioni di governo, in quanto uno dei principi fondamentali da consolidare è proprio l’alternanza democratica. La riforma del sistema politico dovrebbe garantire che governi diversi possano succedersi regolarmente, senza rischi di stallo o instabilità.

Ieri Sabino Cassese, sulle pagine del Corriere della Sera, ha fatto presente la necessità di affrontare con urgenza il tema della stabilità politica. Ignorare questo problema, sottolinea Cassese, potrebbe portare a una pericolosa disaffezione dell’elettorato e ad alimentare tentazioni autoritarie, facendo breccia tra i crescenti numeri dell’astensionismo.

In definitiva, il nodo della stabilità e dell’efficacia istituzionale è cruciale per il futuro del Paese. Se la classe politica non saprà individuare uno sbocco, il rischio di una deriva anti-sistema potrebbe diventare sempre più concreto, minando il cuore stesso della nostra democrazia.

Geo-politica e geo-economia nelle relazioni internazionali: e la geo-cultura?

Il binomio “economia – cultura” è stato da sempre percepito all’estero come un elemento di rilievo o un “atout” importante del nostro Paese nei rapporti internazionali, pur tuttavia continuando in Italia a suscitare dubbi (se non sterili polemiche) derivanti probabilmente anche dalle difficoltà di valorizzarne l’impatto in termini di reale peso politico e di concreti ritorni finanziari. 

La questione della misurazione della cultura è di tale vastità da non poter essere evidentemente sviluppata in maniera esauriente in un articolo necessariamente contenuto. 

Tuttavia anche recenti eventi quali la Fiera del Libro di Francoforte (con l’Italia come ospite d’onore) piuttosto che la “Settimana della Lingua Italiana” confermano come questo sia un tema di periodica ricorrenza e tuttora di grande attualità.

Quando si affronta il tema delle risorse assegnate e dell’analisi costi/benefici, o dei “ritorni” connessi ad interventi o investimenti nel campo culturale, ci troviamo proprio  nell’ambito concettuale di grande complessità sintetizzabile col termine “soft power”.  A sua volta, entrano in gioco ulteriori nozioni qualitative di non semplice valutazione quantitativa, quali “indotto”, “impatto”, “dividendi sociali” piuttosto che “reputazionali” ed altri di altrettanta difficile misurazione. 

Negli ultimi anni si sono registrati alcuni segnali che denotano una crescente sensibilità verso il fenomeno e le sue potenzialità, tuttavia non ancora sufficientemente e diffusamente percepite e, quindi, non adeguatamente sfruttate.  

A proposito di “soft power” e della rilevanza inespressa di questa “risorsa” nelle relazioni internazionali, si rammenta l’emblematica decisione di creare nel gennaio 2022 una nuova struttura nell’organigramma del MAECI denominata DGDPC (“Direzione Generale per la Diplomazia Pubblica e Culturale”) con il precipuo obiettivo di consolidare e valorizzare le potenzialità dirette ed indirette del “soft power” italiano nello sviluppo dei rapporti con l’estero del nostro Paese.

 

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L’alternativa necessaria alla polarizzazione tra destra e sinistra

Alle elezioni politiche del 2022, gli elettori di area cattolica si sono divisi tra chi ha sostenuto la coalizione di destra (Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia), chi ha continuato a supportare la sinistra (PD e partiti affini), pochi nelle residue formazioni di centro, mentre una componente significativa si è rifugiata nell’astensione. Dal referendum Segni e dalla successiva introduzione della legge elettorale maggioritaria del Mattarellum, sosteniamo l’idea che, senza il ritorno a un sistema proporzionale, non sia possibile ricomporre un centro politico nuovo, alternativo alla destra nazionalista e sovranista, oggi egemonizzata da Fratelli d’Italia, e distinto dalla sinistra, dove è dominante il PD guidato da Elly Schlein.

Le tre diverse culture presenti nell’area politica dei cattolici – democratica, liberale e cristiano-sociale – se rimanessero fedeli agli insegnamenti dei padri fondatori come Sturzo e De Gasperi, non vi è dubbio che, di fronte alla deriva sempre più autoritaria della coalizione di governo, dovrebbero fare fronte comune con le forze politiche che intendono porsi in alternativa alla destra, per combattere insieme in difesa della Costituzione repubblicana. Persino la seconda carica dello Stato (che conserva in bella evidenza, nella sua casa milanese, il busto del Duce) vorrebbe modificarne uno dei suoi elementi essenziali: la separazione dei poteri, ereditata dalla cultura politica di Montesquieu.

Ciò che rende difficile, se non impossibile, per molti cattolici accettare una tale alleanza – scelta che a mio parere è indispensabile quando sono in gioco i valori fondanti della Repubblica nata dalla Resistenza – è il permanere a sinistra di una cultura che, come mi ha scritto un caro amico, “vuole rendere lecito l’utero in affitto, dopo aver legalizzato l’aborto, il divorzio, la pornografia, le nozze gay, e vuole anche violentare le donne e rubar figli per darli agli omosessuali”. Finché il PD, definito a suo tempo dal professor Del Noce un “partito radicale di massa”, continuerà a sostenere tali posizioni su quelli che per noi cattolici sono valori non negoziabili, sarà molto difficile trovare punti di intesa. Eppure, tali intese sarebbero indispensabili per costruire un’alternativa reale, forte e credibile alla destra di governo.

Il permanere dell’attuale sistema elettorale maggioritario – evolutosi dal Mattarellum al Porcellum fino all’attuale Rosatellum – favorisce una polarizzazione tra destra e sinistra, lasciando ai cattolici la sola alternativa del rifugio nell’astensione, rafforzando così la schiera di coloro che scelgono di non partecipare alle elezioni. Questa scelta, come accaduto nel 2022, ha favorito l’ascesa della destra al governo.

Una via d’uscita ci sarebbe, e continuo a proporla da tempo: ricostruiamo innanzitutto la nostra unità sui valori e sugli interessi che ci distinguono. I valori della dottrina sociale cristiana, che ispirano la nostra etica, cultura, e politica, e la fedeltà alla Costituzione. Quanto agli interessi, si dovrebbe favorire l’equilibrio, come fece la Democrazia Cristiana, tra quelli dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, adeguandosi ai tempi del capitalismo finanziario dominante.

Solo dopo aver ritrovato la nostra unità, potremo scegliere democraticamente le alleanze più consone alla nostra proposta politica e programmatica. Iniziativa Popolare, nella recente riunione del direttivo, ha invitato gli amici del tavolo di coordinamento dei DC e Popolari a battersi insieme per il ritorno alla legge elettorale proporzionale e a proporre un’alternativa al folle disegno presidenzialista di Meloni, promuovendo un sistema simile al modello tedesco del cancellierato. Questo sistema garantirebbe la rappresentanza politica reale del Paese, con una legge elettorale proporzionale, e la governabilità attraverso l’istituto della sfiducia costruttiva, mantenendo centrale il ruolo del Parlamento. Indicazioni molto positive sono emerse dalla riunione degli amici di Politica Insieme; ora attendiamo quelle degli altri componenti del tavolo di coordinamento dei DC e Popolari.

L’Italia che cambia: quando i numeri non bastano a raccontare la realtà.

In questi giorni giunge ai cittadini il questionario di rilevazione del Censimento ISTAT.
L’Istat ha una tradizione di serietà e autorevolezza istituzionale esemplare; i dati statistici che raccoglie ed elabora sono fondamentali per fotografare la realtà del Paese. In passato, ho recensito diverse ricerche dell’Istituto, quando era presieduto dal Prof. Giancarlo Blangiardo, illustre demografo con cui ho avuto l’onore di collaborare sui temi delle problematiche minorili.

Ricordo, ad esempio, che il termine “culle vuote” fu coniato in una indagine dell’Istat, così come fu esemplare il saggio sul tema della sostenibilità generazionale, curato dai Prof. Raitano e Sgritta della Sapienza di Roma, elaborato per l’Istituto con sede in via Cesare Balbo a Roma.
Noto con piacere che la guida attuale dell’Istituto di statistica conserva e valorizza il prestigio consolidato nel tempo.

L’Italia di oggi è una realtà in continua evoluzione; scorrendo le domande poste ai cittadini, trovo che sia irrilevante, persino ai fini statistici, sapere se tengo l’auto nel box o fuori, o se la mia casa è dotata di impianto di aria condizionata.
Ci sono fenomeni sociali che irrompono nella nostra quotidianità e incidono nella nostra vita in modo più rilevante. Forse non è compito dell’ISTAT accertarli e analizzarli, ma faccio solo un esempio che ci tocca da vicino e ci riguarda eticamente, oltre che per la sua incidenza nelle preoccupazioni ricorrenti nell’immaginario collettivo, direi nella nostra comune sensibilità.
Chi computa, monitora e analizza i fenomeni dell’immigrazione clandestina? Quanti sono coloro che vivono in Italia senza permesso di soggiorno? E tra costoro, quanti commettono reati e quanti invece sono sfruttati nel lavoro nero, vivono emarginati o controllati dal caporalato? Non posso dimenticare quell’immigrato morto dissanguato per un braccio amputato sul lavoro (e gettato in una cassetta di verdure) e poi abbandonato morente davanti a casa. Né posso restare indifferente di fronte alla reiterazione di atti criminali, come rapine, stupri e omicidi commessi da irregolari di cui si ignorava fino a un minuto prima l’identità e la presenza sul territorio italiano.

Molti di loro sono in possesso di numerosi “alias”: espulsi con un cognome, possono rientrare con un altro. Ne ho esperienza ricordando i casi di cui mi ero occupato come giudice minorile. Quanti e dove sono ospitati i minori stranieri non accompagnati?
Non è retorico affermare che in altri Paesi queste problematiche ricevono una considerazione istituzionale più ‘avvertita’ e regolamentata. L’ex premier inglese Sunak, prima di lasciare l’incarico, aveva introdotto norme restrittive per il diritto di ingresso nel Regno Unito, in materia di reddito e posto di lavoro. Non mi risulta che il successore laburista Keir Starmer le abbia rimosse. Esse riguardano peraltro tutti i cittadini provenienti da altri Paesi, compresi quelli dell’U.E. (di cui la GB non fa più parte, Brexit docet).
In Svezia, il governo concede un bonus di 30 mila euro agli irregolari per lasciare il Paese. In casa nostra, certamente il CENSIS, la Caritas e le autorità di P.S. conoscono queste realtà, che a mio modesto parere andrebbero rubricate e monitorate. Non spetta all’ISTAT questo compito, ma per completare i dati raccolti dal Censimento, qualche istituzione dovrebbe analizzare il quadro di una situazione peraltro in continua transizione.
Solo dopo si possono trattare – a ragion veduta – problematiche come lo ius soli, lo ius culturae e lo ius scholae. Parlarne prima, senza evidenze note e conosciute, è solo demagogia. Qualunque sia la soluzione proposta, essa risulta condizionata da preconcetti e pregiudizi.

Mi sembra che la politica sia animata da suggestioni e calcoli elettorali, piuttosto che ispirata da ragionamenti che abbiano una testa e una coda, sorretti dalla conoscenza delle evidenze, dalla realtà e dalle previsioni demografiche che configurano tendenze e scenari non sempre collimanti con gli azzardi ipotizzati dalla politica, peraltro basati su un presente non inquadrato e configurato secondo dati computati. Del tutto assente è una valutazione lungimirante, proiettata al futuro: basti ricordare che nel 2050 la popolazione nigeriana sarà la terza del pianeta e una fetta consistente di essa si prevede possa essere stanziale e stabilizzata nei Paesi del vecchio continente. Questo è un dato previsionale ‘neutro’, numerico, che va rapportato e commisurato con la realtà in divenire: nei flussi migratori ci sono spinte autogenerate che devono essere gestite da politiche di accoglienza corrette, non fumose e generiche.

L’UNRWA lancia l’allarme: il campo profughi di Jabalya sotto assedio.

La situazione nel campo profughi di Jabalya, situato nel nord della Striscia di Gaza, è drammatica. Secondo quanto riportato dall’UNRWA, migliaia di persone sono bloccate da giorni senza accesso all’acqua potabile e con riserve di cibo ormai esaurite. I soccorritori non riescono a raggiungere le aree colpite dai bombardamenti israeliani, nonostante le numerose richieste di intervento umanitario presentate dalle Nazioni Unite. Questi ritardi hanno un costo umano significativo, con molte persone rimaste intrappolate sotto le macerie e le squadre di soccorso impossibilitate ad operare.

L’assedio di Jabalya è solo una parte della più ampia crisi che sta coinvolgendo tutta la Striscia di Gaza, dove si stima che circa 400.000 persone siano bloccate nelle zone settentrionali a causa degli intensi bombardamenti e degli ordini di evacuazione. La carenza di beni essenziali come cibo, acqua e medicinali sta peggiorando una situazione già gravissima, in particolare per i bambini, che sono tra le principali vittime del conflitto.

Le autorità israeliane hanno respinto le richieste di accesso urgente presentate dall’UNRWA e dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), aggravando ulteriormente la crisi umanitaria in corso. Nel frattempo, l’UNRWA continua a lanciare appelli disperati affinché si ponga fine al blocco per permettere ai soccorsi di entrare nelle zone colpite, ma la risposta delle forze israeliane è stata finora negativa.

La gravità della situazione è testimoniata anche dalle organizzazioni umanitarie presenti sul campo, come Medici Senza Frontiere, che ha confermato la presenza di operatori intrappolati a Jabalya e la difficoltà di portare assistenza medica alle popolazioni colpite. La mancanza di vie di fuga e l’assedio del campo rendono la situazione sempre più insostenibile.

Tim Walz all’attacco: Trump schiva il confronto con Kamala Harris.

La campagna elettorale si è intensificata dopo che Donald Trump ha rifiutato di partecipare a un secondo dibattito con Kamala Harris, la candidata democratica alla Casa Bianca. Il gesto ha scatenato una serie di reazioni, in particolare da parte di Tim Walz, candidato alla vicepresidenza per i Democratici. Durante un recente comizio, Walz ha duramente criticato Trump, definendo la sua decisione come una prova della sua mancanza di resistenza e preparazione per la presidenza. Walz ha ironizzato sul fatto che Trump avrebbe evitato il confronto diretto con Harris per timore di una nuova sconfitta, paragonando l’ex presidente a chi, dopo aver subito una “frustata”, non sarebbe disposto a tornare per un secondo round.

Il contesto di questo scontro riflette la tensione della campagna elettorale in una fase cruciale, a pochi giorni dalle elezioni del 5 novembre. Trump ha infatti declinato gli inviti rivolti da reti televisive come Fox News e CNN per ulteriori confronti, limitandosi ad apparizioni e comizi, dove continua ad attaccare Harris e i Democratici. La scelta del Tycoon ha dato ai Democratici un’arma retorica, con Walz che sfrutta l’assenza di Trump per sottolinearne la debolezza.

Questa strategia di attacco è tuttavia rischiosa. Walz, che ha affronrato recentemente il candidato alla vicepresidenza repubblicano, JD Vance, non ha convinto tutti gli osservatori. Ciò nonostante, la “fuga” di Trump sembra aver offerto ai Democratici una narrazione più favorevole in questa fase della campagna elettorale, sebbene resti da vedere se tale “botta mediatica” riuscirà a convincere gli elettori ancora indecisi.

Un gesto imprevisto: Il Vescovo di Bogor rifiuta la creazione a Cardinale.

Papa Francesco ha accolto la richiesta del vescovo di Bogor, Paskalis Bruno Syukur, di non essere creato cardinale durante il prossimo Concistoro. La notizia è stata confermata da una dichiarazione del direttore della sala stampa della Santa Sede, che ha messo in evidenza il profondo significato di questa scelta.

Paskalis Bruno Syukur ha infatti manifestato il suo desiderio di continuare a crescere nella vita sacerdotale e di dedicarsi in modo più intenso al servizio della Chiesa e del popolo di Dio. La sua decisione è rappresentativa di un approccio spirituale che pone l’accento sulla vocazione personale e sull’importanza del ministero, piuttosto che su posizioni di prestigio o “potere”. Il vescovo Syukur, la cui diocesi si trova in una delle aree più vivaci e culturalmente ricche dell’Indonesia, ha sempre dimostrato un forte impegno per il dialogo interreligioso e la promozione della pace.

La scelta ha suscitato una certa sorpresa nel mondo ecclesiasiale, dove la nomina a cardinale è vista come un riconoscimento importante. Tuttavia, il gesto di Syukur rivela una profonda consapevolezza della propria missione e un desiderio sincero di servire la comunità senza le distrazioni che possono derivare da un più elevato grado di responsabilità.

Nella Papa di valorizzare il servizio umile e autentico nella Chiesa. È un invito a riflettere sulla vera natura della leadership ecclesiastica, che dovrebbe sempre essere orientata al bene comune e alla crescita spirituale.

In questo orizzonte, Papa Francesco ha dimostrato chiaramente di voler prestare tutta la sua attenzione al “modus essendi” dei pastori locali, che conoscono meglio di chiunque altro i bisogni delle loro comunità. In un momento storico in cui la Chiesa affronta sfide significative, questa vicenda inattesa ripropone la necessità di fondare il ministero sacerdotale sulla testimonianza e la piena dedizione, piuttosto che su titoli e onorificenze. In definitiva, la scelta del vescovo di Bogor invita a mettere in primo piano l’essenza del servizio cristiano.

Il Fondo Monetario Internazionale potenzia gli aiuti ai paesi a basso reddito

Il Consiglio esecutivo del Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha approvato una serie di importanti riforme volte a migliorare il sostegno ai paesi a basso reddito, garantendo al contempo la sostenibilità del Poverty Reduction and Growth Trust (PRGT), lo strumento principale attraverso cui il Fondo eroga aiuti a queste nazioni. In una nota ufficiale, il FMI ha sottolineato che le modifiche alle politiche di assistenza mirano a “rafforzare la capacità del Fondo di supportare i paesi a basso reddito nell’affrontare le loro esigenze di bilancia dei pagamenti, ripristinando al contempo l’autosostenibilità del PRGT”.

Il PRGT rappresenta uno dei meccanismi chiave attraverso cui il FMI eroga finanziamenti agevolati ai paesi più poveri, spesso gravati da pesanti squilibri di bilancio e crisi economiche. Negli ultimi anni, in particolare a seguito della pandemia di COVID-19, molti di questi paesi si sono trovati in condizioni ancora più difficili, aggravate dall’inflazione globale, dall’aumento dei costi delle materie prime e dalle difficoltà nel ripagare i debiti internazionali. Il pacchetto di riforme, dunque, arriva in un momento cruciale, fornendo nuove risorse e strumenti per far fronte a tali sfide.

Un elemento centrale delle riforme approvate è la previsione di prestiti annuali a lungo termine per un ammontare di circa 3,6 miliardi di dollari, una cifra significativa che consentirà al FMI di rispondere in maniera più efficace alle necessità finanziarie dei paesi più vulnerabili. Inoltre, è stato delineato un nuovo quadro per facilitare la generazione di ulteriori risorse per il PRGT, che prevede la mobilitazione di circa 8 miliardi di dollari in sussidi aggiuntivi. Questo meccanismo dovrebbe garantire una maggiore autosufficienza nel lungo termine, riducendo la dipendenza del Fondo da contributi esterni per mantenere la propria capacità di erogare aiuti.

La riforma si inserisce in un contesto più ampio di sforzi del FMI per rendere più sostenibile il suo supporto ai paesi a basso reddito, promuovendo allo stesso tempo una maggiore stabilità economica globale. Secondo gli esperti, queste misure sono particolarmente significative poiché molti dei paesi destinatari degli aiuti del PRGT si trovano ad affrontare crisi economiche interconnesse, dall’elevato debito pubblico alla ridotta capacità di crescita economica, passando per la vulnerabilità agli shock esterni.

Grazie a queste riforme, il FMI intende non solo garantire l’erogazione di aiuti immediati, ma anche creare un ambiente più stabile e sostenibile per la crescita di lungo termine. I paesi a basso reddito potranno contare su un maggiore sostegno per riequilibrare le loro bilance dei pagamenti, migliorando la resilienza economica interna e contribuendo, in ultima analisi, a ridurre la povertà e promuovere lo sviluppo economico.

L’approvazione di questo pacchetto di riforme, che richiede anche un impegno significativo da parte dei membri del FMI, rappresenta un passo avanti nella lotta per un’economia globale più equa e inclusiva.

Caos manovra e scivolone sui rimpatri: compleanno amaro per il governo.

Il rinvio della conferenza stampa sulla manovra della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che avrebbe dovuto tenersi domani mattina (stamane per chi legge, ndr) alle 9.30, ha un po’ rovinato il “compleanno” numero due del primo esecutivo italiano guidato da una donna, ricorrenza a cui lo stesso governo teneva particolarmente, tanto da pubblicare un documento di quasi sessanta pagine contenente slides con i numeri e i provvedimenti “più significativi approvati e avviati dall’insediamento del governo Meloni, avvenuto il 22 ottobre 2022”.

Ufficialmente il rinvio è stato causato dagli “impegni improrogabili del ministro Tajani, occupato” per tutta la giornata di domani “con la riunione dei ministri dello Sviluppo del G7 a Pescara”. Quasi tutti gli osservatori però ci leggono la difficoltà, per la premier e i suoi ministri, di affrontare una conferenza stampa su una legge di bilancio il cui testo non è ancora stato trasmesso al Parlamento e quindi, di fatto, non valutabile nel dettaglio da giornalisti ed analisti economici.

Senza contare che alcuni di questi analisti, almeno quelli più critici verso l’operato del governo, vedono proprio nel ritardo nella trasmissione del testo al Parlamento il segnale del fatto che “i conti non tornano”.

Di sicuro però, ha molto influito il pasticcio d’immagine provocato dalla decisione del Tribunale di Roma di non convalidare il trattenimento di alcuni migranti spediti nel centro per i rimpatri, appena ultimato, di Gjader in Albania, in quanto provenienti da Paesi non sicuri. Centri per il rimpatrio di migranti irregolati, dal forte effetto “deterrente”, per la cui realizzazione la premier Meloni aveva speso non poche energie e su cui i partiti della sua maggioranza avevano costruito un po’ il mito di un “modello italiano” che altri Paesi sarebbero stati pronti a imitare. Un danno d’immagine notevole per il governo, tanto che stasera (ieri sera per chi legge, ndr)  il Consiglio dei ministri, il cui ordine del giorno non è mai stato pubblicato ufficialmente, ha approvato un decreto che ridefinisce, portandolo al rango di norma primaria, l’elenco dei Paesi ‘sicuri’, risolvendo così l’impasse.

Secondo quanto si apprende da fonti di maggioranza, la conferenza stampa è stata in ballo fino all’ultimo proprio per il timore che alla fine si sarebbe parlato solo della questione dei centri in Albania. Timore accresciuto da fatto che al centralino di Palazzo Chigi erano arrivate richieste di informazioni per l’accredito anche da parte di trasmissioni televisive satiriche. Da qui, prima l’idea di mandare il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi a ‘Cinque minuti’ di Bruno Vespa e in conferenza stampa, dopo il Cdm, per smorzare e anticipare un po’ il tema migranti, poi la decisione di rinviare.

Impotenza o rinnovamento? La sfida politica dei cattolici.

Si moltiplicano, e giustamente, le iniziative per rilanciare una rinnovata presenza politica e pubblica dei cattolici italiani. Certo, si tratta prevalentemente di iniziative che purtroppo si inseriscono in un solco che conta molte delusioni, sconfitte, illusioni e, soprattutto, improvvisazione. Al riguardo, negli ultimi anni della sua vita Guido Bodrato, “maestro” del cattolicesimo democratico nonchè storico leader della sinistra dc, amava sempre ricordare che “un progetto politico è credibile nella misura in cui si colloca attivamente nel tempo in cui si vive”.

Detto in altre parole, quando una intuizione, una proposta o un progetto politico, culturale e programmatico non riescono ad incidere o a condizionare concretamente il contesto politico è perché quel progetto non riesce ad intercettare ciò che in quel particolare momento storico caratterizza la nostra società. E questo malgrado la cultura politica, la testimonianza disinteressata, la serietà dei proponenti e forse anche lo stesso progetto, siano seri e del tutto rispettabili. E, allora, a fronte di questo specifico e perdurante problema, sorge spontanea una domanda: e cioè, ma passa attraverso la riproposizione dello stesso progetto e della medesima modalità organizzativa la soluzione del problema? Detto con termini ancora più crudi, la riproposizione di una sorta di Ppi – esperienza cara ed indimenticabile per molti di noi – può continuare ad essere la carta decisiva per rilanciare la presenza politica e culturale dei cattolici nella cittadella politica italiana?

Eppure, ed è inutile negarlo, nella vasta e variegata periferia italiana cresce la volontà e la necessità di ridare un maggior e miglior protagonismo ai cattolici democratici, popolari e sociali da ormai troppo tempo marginali e periferici rispetto alla soluzione dei problemi che sono in cima all’agenda della politica italiana. Ma si tratta di un protagonismo che, forse, non è più veicolabile lungo i tradizionali percorsi organizzativi. Anche se, e non si può negare, cresce l’insoddisfazione nei confronti di una sudditanza culturale a partiti che hanno un’altra ragione sociale, una prospettiva politica e anche una dimensione valoriale del tutto estranea ed esterna rispetto alla storia, alla cultura e alla stessa prassi del cattolicesimo politico italiano. Basti citare il Pd della Schlein, la Lega salviniana o i partiti estremisti e populisti che sono quasi antropologicamente alternativi rispetto al popolarismo di ispirazione cristiana.

Ecco perché, e in attesa che maturino le condizioni affinché quella precisa e definita modalità organizzativa e politica possa realisticamente decollare e seppur in presenza di un pluralismo elettorale sempre più marcato dell’area cattolica italiana, si tratta nel tempo presente di saper condizionare il più possibile la prospettiva di quei partiti che perseguono un dichiarato e spiccato progetto centrista e riformista. Cioè che praticano una linea politica dove proprio l’apporto e il contributo dei cattolici democratici, popolari e sociali possono essere ancora una volta decisivi e determinanti. E questo per evitare che una strutturale e quasi scientifica impotenza dell’agire politico possa trasformarsi, nell’arco di poco tempo, in una sostanziale e rinnovata fuga dalla dimensione pubblica e politica. Che, lo ripeto ancora una volta, non riflette affatto la concreta sensibilità contemporanea della stragrande maggioranza dei cattolici italiani.

Gli emigranti e l’Isola dei famosi

L’emigrazione è il tema di un perenne conflitto che “confrigge” politica e magistratura, rosolandole giorno dopo giorno per ogni verso. È strano come a volte la soluzione sia a portata di mano e nessuno se ne accorga. Il cruccio non è solo italiano ma ha dimensioni assai più vaste. Da tempo ci si arrovella in mille modi mentre hai proprio sotto al naso la chiave di volta per sbarazzarti del problema. 

Allo stato attuale, integrazioni, coabitazioni e convivenza stentano ad affermarsi in maniera da arginare il cammino di speranza dei poveri del mondo. Creare un modello di vita accettabile nella patria di quelli che vogliono abbandonarla sembra purtroppo ancora una pia illusione. Se proprio si deve essere cinici, in omaggio alla praticità richiesta da queste circostanze, allora resta solo una ipotesi, per quanto suggestiva, da coltivare. 

È passato un po’ di moda ma alcune sue canzoni restano nella memoria e non perdono di attualità. Edoardo Bennato ha scritto “L’isola che non c’è” indicando anche la direzione di marcia per trovarla. Se non bastasse, basterebbe che si tracciasse la mappa dell’isola del tesoro, dove il bottino prezioso di cui impossessarsi è l’isola stessa.

Occorre fare i conti con la realtà e non perdersi nei meandri di leggi, sentenze e cavilli di ogni tipo. Con tutta l’aridità del caso, si dovrebbe andare al sodo per levarsi di dosso una rogna che segna in buona parte la pelle e la pace dei paesi dell’Occidente. Se ciascuno Stato rinunciasse ad una parte del suo territorio e lo cedesse gratuitamente agli uomini che vengono dal mondo dei morti di fame la questione avrebbe finalmente fine.

In alternativa, essendo questa ipotesi di astratta attuazione, si potrebbe più realisticamente individuare una sorta di isola abbastanza grande da accogliere le migliaia di persone che altrimenti scalpitano per entrare dove la ricchezza non disdegna di fare la sua parte. Risponderebbe al bisogno di non restare a diretto contatto con il popolo dei migranti e dare quest’ultimi comunque una prospettiva di vita decente. Naturalmente, se il lambirsi non fosse un problema, andrebbe bene anche un qualsiasi altro luogo a digiuno di mare.

Si dovrebbe immaginare una terra grande almeno come la Sardegna e ancor di più che possa darsi i connotati di un nuovo Stato. Gli immigrati, tramite libere elezioni, si dovrebbero autonomamente dare un loro governo e delle loro leggi, e quindi amministrare la giustizia e provvedere all’economia. Gli altri Stati potrebbero impiantare lì fabbriche ed imprese in grado di dare lavoro ma anche di garantire una produzione di beni da mettere sul mercato. Si dovrebbe insomma far nascere un nuovo Stato in grado di essere indipendente, per come possibile, dal resto del mondo, inizialmente sostenuto dai paesi che ne hanno permesso la creazione.

Per individuare un’isola per ogni Stato ufficialmente censito, che garantirebbe i sonni tranquilli a non pochi governanti di questo pianeta, sarebbe opportuno che quest’ultimi fossero un po’ più ispirati, rinunciare all’istrionismo di chi urla allo straniero come un appestato, liberarsi dalle isterie di chi teme soltanto l’invasione di un prossimo sconosciuto, erigendo inefficienti barricate e poco altro ancora.

Una politica illuminata dovrebbe invece provvedere ad istruire quella gente per come organizzarsi e per come, infine, issare in alto una bandiera che per ora non c’è. Non c’è da temere per la concorrenza di un’isola che non sia dei famosi, dove si lotterebbe non più per togliersi la fame ma per il riconoscimento di una dignità. Basterebbe aver letto la Bibbia per comprendere che per un progetto del genere non siamo nella dimensione dell’impossibile ma invece nel pieno di una concretezza che sfugge agli uomini d’oggi. 

Oltre un paio di millenni or sono, il preveggente Padreterno ha tracciato una via a cui guardare, pur essendo quella una lezione solo di riflesso, ad integrazione di un eccesso di orgoglio da punire. Babele era il luogo in cui le lingue si confusero ma impararono, preso atto della realtà, anche a coesistere, dove le differenze rallentarono l’efficienza ma assicurarono la ricchezza delle diversità.

Per dirla alla Dostoevskij, ci vorrebbe una terra in cui se non è possibile vedere “il daino che gioca accanto al leone” potrebbe almeno realizzarsi una unione di culture diverse per il traguardo di una comune salvezza. Per prima l’Europa, di cui è chiaro solo il nome, e poi anche gli Usa, piuttosto che nascondere la polvere sotto al tappeto, sostenendo costi continui per una incerta pulizia, un’idea impossibile di ordine, meglio farebbero pragmaticamente ad ammucchiarla mettendo in piedi, granello dopo granello, zolla dopo zolla, uno Stato mancante.

Un modello a cui ispirarsi potrebbe essere quello dei Padri Pellegrini che non troppi secoli fa, a bordo della Mayflower, muovendo dall’Europa, sbarcarono sulle coste americane alla altezza di Capo Cod e sottoscrissero il patto della Mayflower dandosi una forma di autogoverno. Con gli accorti adattamenti, la storia potrebbe in forma aggiornata anche ripetersi. 

Gli oppositori a questa idea potrebbero commentare con un “neanche per sogno” ed i favorevoli potrebbero replicare con un “sarebbe un sogno”. Quelli con poca visione direbbero che è idea da libro dei sogni e quindi è inutile perderci tempo. Altri, più sensibili, urlerebbero ad inaccettabili provvedimenti di confino. Eppure, in mancanza d’altro…

Più debito, la seconda repubblica ha smentito le sue promesse.

Nel passaggio dalla prima alla seconda repubblica le cronache s’arricchirono, giorno dopo giorno, d’un florilegio di motivazioni ad opera di politici e intellettuali per l’abbandono del proporzionale in favore del sistema maggioritario. La tesi centrale faceva leva sulla convinzione che le nuove regole elettorali avrebbero assicurato la formazione di maggioranze coese e perciò capaci di governare senza il sovraccarico di mediazioni e compromessi, causa non secondaria della crescita abnorme del debito pubblico italiano. 

In modo ossessivo, il proporzionale era stato accusato di generare governi deboli e instabili, costretti a continue verifiche interne e a transazioni sotterranee con l’opposizione. Il modello consociativo aveva impedito, secondo i suoi critici, di affrontare con efficacia le principali sfide del Paese, in particolare quella legata all’equilibrio finanziario dello Stato. 

Nel 1993 Michele Salvati espresse lucidamente le ragioni della scelta in un articolo pubblicato su Il Mulino: “Il sistema maggioritario favorisce la creazione di una maggioranza omogenea, capace di governare senza i vincoli imposti dalle coalizioni eterogenee, tipiche del proporzionale. Ciò consente una più efficace gestione della spesa pubblica, un maggiore controllo sui conti dello Stato e una più rigorosa responsabilità fiscale”. Questo ed altri interventi analoghi ebbero un impatto notevole sulla pubblica opinione, dando una nobile copertura ideologica alla battaglia in corso.

E i risultati? La stabilità, ancorché formalmente acquisita per effetto del premio di maggioranza, sempre contemplato pur variando nel tempo il modelli elettorali, non è stata così solida (per usare un eufemismo). Le coalizioni si sono proposte e riproposte con un tasso elevato di ambiguità, cavalcando preferibilmente le facili promesse e l’elusione dei problemi più impegnativi. Nel 1992 il debito pubblico toccò quota 105 – in percentuale sul Pil – mentre nelle previsioni di quest’anno finirà per attestarsi al 137 per cento.

È accaduto, in sostanza, che il maggioritario abbia prodotto una spirale di radicalizzazione di cui si avvertono tutti gli effetti negativi sulla vita democratica, con un crescendo di sfiducia verso il mondo della politica. Ieri, intervistato dal “Corriere della Sera”, Mario Monti ha pure evidenziato che la verticalizzazione del potere – emblema della logica maggioritaria – smentisce la pretesa di maggiore efficienza. “In questa fase – ha commentato – le due grandi repubbliche presidenziali, Francia e Stati Uniti, hanno due caratteristiche in comune. Una è la polarizzazione. L’altra è un deficit elevato, proprio perché le divisioni incoraggiano politiche di bilancio squilibrate in nome del consenso o prodotte dalla paralisi politica”. Tutto il contrario, in filigrana, delle baldanzose promesse della rivoluzione di trent’anni fa.

G7 | Crosetto e il ruolo centrale dell’ONU nella risoluzione dei conflitti.

All’interno del G7 sulla Difesa svoltosi lo scorso fine settimana non a caso a Napoli, centro strategico per la sicurezza nazionale e comunitaria, che ha riaffemato la comunanza di vedute dei Paesi membri sulle principali questioni internazionali, dal Medio Oriente all’Ucraina, credo meritino una particolare attenzione alcune dichiarazioni rilasciate dal ministro della Difesa Guido Crosetto nella conferenza stampa di sabato scorso, che arrivano a ridosso del XVI Vertice dei Paesi Brics che si aprirà domani a Kazan in Russia, che vedrà la partecipazione dei maggiori leaders non occidentali.

La piena e convinta condivisione da parte del nostro Paese della dichiarazione finale del G7 Difesa, che ribadisce “il sostegno incrollabile all’Ucraina” e la condanna della “brutale e illegale guerra di aggressione su vasta scala della Russia” costituisce la base per sviluppare una iniziativa politica in grado di misurarsi con tutte le questioni aperte che richiedono una risposta politica. In questa prospettiva alcune considerazioni espresse dal ministro Crosetto possono contribuire ad arricchire un dibattito forse carente di sostenitori delle ragioni del dialogo accanto a quelle della fermezza e della deterrenza.

“Ho sempre sostenuto – ha detto Crosetto nella suddetta conferenza stampa – che la Nato, i Paesi occidentali devono, e questo è ancora più vero oggi, devono interagire con i Paesi del Sud del mondo e con molti Paesi che ora sono membri del gruppo Brics. Perché se vogliamo che le organizzazioni multilaterali guidate dall’Onu diventino attori chiave nella risoluzione delle controversie, beh, dobbiamo evitare contrasti e divergenze con Paesi come Brasile e India. Sono membri del gruppo Brics, ma non dobbiamo essere di parte a questo riguardo. Dobbiamo abbattere le barriere e aumentare il numero di Paesi che chiedono che le crisi internazionali siano risolte attraverso organismi multinazionali e multilaterali ”.

” Non giudico – ha proseguito il ministro – cosa fanno le altre nazioni, da sempre dico che la Nato e i Paesi occidentali devono ogni giorno di più dialogare con i Paesi del Sud del mondo perché noi abbiamo la possibilità di dare dignità alle organizzazioni multilaterali, Onu per prima”. 

Crosetto ci ricorda che nel mondo c’è una necessità di stabilità che va oltre alcuni Paesi. ” Non basta il G7, non basta la Nato, – ha affermato rispondendo ad una domanda nel corso dell’incontro  con la stampa – non basta più  per nessuna crisi del mondo un gruppo di Paesi. Serve allargare la base. Proprio per questo ci vedete richiamare l’importanza delle Nazioni Unite ormai da mesi. Mai come oggi è necessario ridare credibilità  alle Nazioni Unite. Non si esce da nessuna delle crisi che stiamo vivendo senza un grandissimo impegno internazionale che coinvolga più Paesi possibili. Quindi è il contrario del blocco, è cercare di allargare il più possibile: Sud del Mondo, quelli dei BRICS che riconoscono il diritto internazionale”.

Il titolare della Difesa evidenzia un dato che spesso sembra essere trascurato in molti giudizi: il mondo attuale  ha raggiunto un grado di interconnessione tale da  apparire irreversibile e da far apparire avventurosi i tentativi di riproporre una nuova divisione per blocchi.

“Io non penso al G7 – ha rivelato Crosetto –  come a un club, io penso al G7 come al tafano di Socrate, che ha la forza di pungere il resto del mondo che deve muoversi.”. Che deve fare da coscienza che non basta una parte del mondo:  “C’era un tempo – ha giunto – in cui si pensava bastassero gli Stati Uniti, l’Occidente, non è più così, abbiamo bisogno dell’impegno di tutti per fare finire le crisi che abbiamo in atto.  Questa è una consapevolezza che, in qualche modo, si sta facendo strada”.

Gli auspici di dialogo formulati da Crosetto trovano una concreta corrispondenza nel fatto che il Brasile, attuale presidente  di turno del G20, sarà il nuovo presidente di turno dei Brics nel 2025 e che il Sudafrica, altro membro Brics avrà la presidenza di turno del G20 nel 2025.

Ciò che Guido Crosetto ha detto a Napoli nella conferenza stampa al G7 sulla Difesa, suona dunque come la conferma della necessità  per la politica di esprimere una visione adeguata alle sfide dei tempi. Una lancia spezzata a favore di un nuovo multilateralismo nella cornice dell’Onu e a favore del dialogo fra i differenti soggetti che si muovono sulla scena globale, come via per superare i conflitti in corso e costruire una nuova era di pace, senza prima dover passare nuovamente da un altro conflitto mondiale.

Se l’Unifil non viene rafforzata, la missione fallisce.

Il drone che ha colpito l’abitazione privata di Netanyahu a Cesarea è partito dal Libano e quindi è stato lanciato, con grande probabilità, da Hezbollah. Ciò nondimeno Israele ne ha attribuito la responsabilità direttamente all’Iran, sin da subito. Un segnale inequivocabile, secondo molti analisti, della decisione ormai adottata dal governo di Tel Aviv ovvero attaccare direttamente il regime degli ayatollah. Come, se attentando alla vita dei suoi vertici o colpendo infrastrutture strategiche oppure militari, è solo questione di tempo per saperlo.

Questa visione, così pessimistica e così preoccupante, è attenuata da quanti ritengono invece che Israele sia ora concentrata nel contrasto ai proxy iraniani e non direttamente contro Teheran, almeno in questa fase. E quindi, sul suo fronte settentrionale, contro Hezbollah insediato nel Paese dei Cedri.

È in questo quadro che si è posta la questione Unifil, ovvero la richiesta perentoria e inaccettabile rivolta all’ONU di ritirare la sua missione di interposizione e assistenza alla popolazione di stanza proprio nel sud del Libano. Come sempre dovrebbe essere, il tema va affrontato in maniera laica e senza pregiudizi ideologici o di parte: impresa quasi impossibile in tempi di guerra, quando è l’odio e non la ragione a prevalere. Proviamoci.

Israele contesta a Unifil un totale fallimento, non essendo stata in grado di impedire a Hezbollah di utilizzare il territorio per creare suoi punti di appoggio destinati ad essere impiegati per attaccare i villaggi israeliani allocati nel nord del Paese. In realtà uno dei motivi che ha spinto Netanyahu a intimare all’ONU un umiliante ritiro è poter operare nell’area senza testimoni indipendenti, senza incontrare intralci difficili anzi impossibili da eliminare con la forza. Per poter liberamente distruggere le basi di Hezbollah così come fatto a Gaza con quelle di Hamas. Quello che al momento non si è ancora capito è se l’IDF intenderà invadere il sud del Libano anche oltre il fiume Litani, oltre a colpire rifugi e uffici del “Partito di Dio” a Beirut e altrove, oppure si limiterà (si fa per dire) ad effettuare incursioni mirate, per quanto numerose e protratte nel tempo.

Ciò detto, occorre però anche onestamente riconoscere che dal 2006 a oggi la missione promossa dalle Nazioni Unite se da un lato è stata efficace e utile nell’assistenza e nella protezione della popolazione locale (e questo non va sottovalutato) dall’altro non ha saputo o forse potuto (non avendo regole d’ingaggio precise in argomento) impedire ad Hezbollah il suo rafforzamento logistico, ad esempio scavando tunnel fin nei pressi delle postazioni Unifil o insediando rampe missilistiche dalle quali far partire i razzi destinati a colpire il territorio israeliano. Tunnel e rampe basati su aree territoriali, tra il fiume Litani e la “Linea Blu” definita dalla Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dichiarate smilitarizzate per tutti eccetto le forze armate libanesi e appunto l’Unifil. Che invece non hanno mai saputo opporsi all’azione svolta in loco da Hezbollah, prodromica ai periodici attacchi lanciati contro lo Stato ebraico e, dopo il 7 ottobre 2023, all’invio di missili che ha costretto 60.000 cittadini israeliani residenti nel suo nord a lasciare le loro case. Provocando, così, l’inevitabile reazione israeliana che a sua volta ha determinato lo sfollamento dalle proprie comunità di quasi centomila civili libanesi residenti nel sud della loro nazione.

Stando così le cose ci si trova in una situazione assai complicata: l’ONU – sempre più debole, un dato che ormai non sfugge più a nessuno – non può sottostare alle intimazioni israeliane ma non può neppure mettere a rischio i propri Caschi Blu, le cui regole di ingaggio devono a questo punto essere rafforzate. Altrimenti la loro missione diviene non solo inutilmente rischiosa, ma anche inefficace. Sarà in grado il Consiglio di Sicurezza di operare in tal senso? Lecito, purtroppo, dubitarne.

InTerris | La speranza nel mondo in crisi: verso il Giubileo 2025.

Il mondo è in subbuglio, e molti accadimenti segnalano che le motivazioni di tale malessere sono diffuse e profonde. Un malessere concomitante a uno sviluppo tecnologico prodigioso, della conoscenza e del benessere materiale senza precedenti nella storia dell’umanità, che comunque è un segno importante della vitalità dell’uomo ispirato dal trascendente. Ma questi beni non hanno una diffusione uniforme. Anzi, le sperequazioni tra i popoli e tra le singole persone aumentano ancor di più che in epoche passate. La potenza che scaturisce dalle invenzioni feconda inevitabilmente chi è già avanti e gode del vantaggio competitivo accumulato nel tempo, a discapito di chi è già tanto indietro. Allora l’umanità dovrà porsi il tema essenziale per il suo progresso: come potrà essere possibile nel prossimo futuro progredire con persone in pace con altre persone?

Sfiducia e frustrazione, risentimento, odio e violenza maturano in ambienti in grande difficoltà. Bisogna considerare che spregiudicati avventurieri che mirano ad assumere potere sono sempre pronti a sfruttare le ingiustizie per condurre i popoli alla violenza e comunque a servirsi di atti esecrabili per raggiungere i loro scopi. E così, alla povertà si aggiungono altri guai: quelli di essere condotti in avventure come è accaduto con le dittature rosse e nere del Novecento, ma anche in questi tempi ambigui in Medio Oriente e nell’occupazione russa ai danni degli ucraini. Anche nei paesi tradizionalmente evoluti, pochi uomini possiedono beni che superano quelli posseduti da molti Stati, e con essi sbiadiscono i poteri democratici per sostituirvisi. Vanno alla ricerca di poteri unici attraverso il pensiero unico, richiedendo di far tramontare le tradizioni secolari che rappresentano l’identità di un popolo. Ma va ricordato che la storia è sempre stata maestra: quando le persone perdono la speranza perché oppresse dalla miseria, dalla mancanza di dignità e identità, il mondo regredisce e muore.

La Terra vive attraverso la vitalità dei suoi abitanti, che si nutre di libertà. Un’opportunità per riaffermare queste verità ci viene dal Giubileo del prossimo anno voluto dal Papa. L’Anno Santo si celebra nel nome della Speranza: di risolvere conflitti con la pace; di promuovere la dignità di ogni persona; di rispettare tutto il creato; di ridare senso alla vita donataci da Dio, riportandola al centro del Creato. Un’opportunità grande per superare la paura che molti provano per tante ingiustizie e la possibilità di ridare alle persone la bussola per la convivenza pacifica.

 

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https://www.interris.it/editoriale/giubileo-2025-speranza-risolvere-conflitti-pace/

Politica e magistratura: altro giro e altra corsa, insieme ai migranti di turno.

Ci sono aggettivi che si incollano ai sostantivi alla stregua di matrimoni indissolubili, tanto da indurre a credere che la fine del primo comporterebbe anche quella del secondo e viceversa. 

Da ieri ha ripreso fiato il battibecco continuo tra politica e magistratura. Non è un diverbio intermittente, saltuario, di quando proprio non si ha altro da fare. Di nuovo, lo dicono le cronache, si è su fronti contrapposti a causa di emigranti o di clandestini sottratti alle acque e portati direttamente nel centro di permanenza per il rimpatrio in Albania. E’ questo un tema intrinsecamente ricco di contraddizioni, dove sembra si permane e poi invece si rimpatria, è uno stare ed un muoversi all’un tempo.

All’alba di ieri, una sentenza del tribunale di Roma ha detto che quanto fatto non è corretto. Gli ospiti del nostro centro a Shengjin, in terra straniera, devono essere portati in Italia in attesa che vengano rivalutate le loro richieste di asilo. Ciò in quanto i paesi di loro provenienza non sarebbero sicuri per eventuali rimpatri e ritorni a casa.

Da qui la solita ridda di dichiarazioni a favore o contro, di leggi spiattellate dai giudici per dire della fondatezza della loro posizione e di risposte della politica che rivendica la propria autonomia ed indipendenza di scelte. In campo, giuristi di ogni tipo a dar mano agli uni o agli altri.

L’opposizione non si fa sfuggire l’occasione per attaccare con un suono più di disco rotto che di proposte, tutti intenti a non cadere nelle sabbie mobili della spinosa questione e pronti a pungere l’avversario ogni volta  sia possibile.

La sola consolazione è che in Europa la situazione non è così dissimile. Non pochi i leaders politici di quel continente, plaudendo alla Meloni, hanno individuato la “mossa albanese”, come quella vincente per mettere sotto al tappeto la polvere migratoria; ciò mentre la Corte di Giustizia stabilisce un criterio diverso di valutazione della sicurezza che cozza intanto contro l’elenco dei 22 paesi stilati dal nostro Ministero degli Esteri e forse quello anche di altri paesi che compongono la grande nazione europea.

In sostanza, chi proviene da un paese sicuro non ha diritto ad una richiesta di asilo e quindi viene provvisoriamente trattenuto in un CPR e poi allontanato, espatriato dall’Italia in 4 settimane.

Sicuro sta per non avere preoccupazioni; ad oggi i nostri migranti stanno per essere sballottati da una parte all’altra con il rischio prossimo di tornare a breve di nuovo in Albania e diventare oggetto e vittime di una contesa di poteri sopra le loro teste. Sono, in anticipo, condannati ad una spola da una sponda all’altra similmente alle fatiche di un certo Sisifo. Secondo il vocabolario fare la spola significa “andare avanti e indietro, muoversi o spostarsi continuamente tra due punti o luoghi, come fa nel telaio la spola, detta anche tecnicamente “navetta”. 

Ed è appunto a bordo di una nave che quegli uomini in cerca di approdo sono ora destinati a far tana su una riva per poi tornare probabilmente al punto di partenza fino a che non si farà chiarezza. Occorrerebbe un lavoro di spola per rimettere ordine su certe faccende. 

Parlarsi prima, tra i due poteri dell’esecutivo e quello giudiziario, per chiarirsi le idee, confrontarsi preventivamente per decidere una linea accettabile ad entrambi su come procedere potrebbe essere utile, evitando di scoprire all’ultimo istante una posizione in grado di far cadere il fragile castello di carte, proprio di materia così spinosa.

Manca evidentemente un pontiere che lavori in tal senso ed a monte la stessa volontà di legittimarne uno.

In una recentissima intervista l’ex parlamentare Marcello Dell’Utri ha ricordato il ruolo diplomatico svolto, vicino a Berlusconi, con impareggiabile abilità da Gianni Letta, chiamato “Smorzaitalia”, capace di tutto comporre e tutto stemperare.

In mancanza oggi di un Letta, ne deriva, stando ai fatti, soltanto una ingrata spola a cui verranno sottoposti gli uomini saliti a bordo della nave Libra della Marina Militare dopo essere stati soccorsi dalla nostra Guardia di Finanza nel mare di competenza della zona Sar italiana.

C’è poco da librare in volo le speranze di una facile soluzione della faccenda e non ci sarebbe da scommetterci né una libbra né una sola oncia, delle sedici che la compongono, che la cosa venga superata agevolmente.

Per adesso la situazione presenta solo una spoletta che è un congegno per far esplodere colpi di artiglieria da una parte contro l’altra e viceversa. Del resto, quando si parla di emigrazione, per orientarsi occorre ragionare sempre al contrario. Su una nave, la parte immersa nell’acqua, priva di respiro è detta stranamente “opera viva”. La parte emergente, quella del ponte di comando, è battezzata “opera morta”. Sarà perché “presagamente” gli uomini a bordo odorano più spesso della morte di una speranza piuttosto che di vita nuova.

Pare che il nostro Governo darà vita ad un nuovo decreto e si attiverà con un ricorso in Cassazione per dare un suo corso deciso alla gestione dei migranti. Ci aspettano giorni in cui ci si avviterà su norme, interpretazioni e codici alla mano. 

Per adesso, direbbe Carducci “passa la nave mia con vele nere”, navicella priva di ingegno che non sa se privilegiare la rotta della prua o della poppa. Gli uomini a bordo guarderanno sconsolati un paese che sta sulla collina, disteso come un vecchio addormentato, in attesa che almeno il buon Dio ci mette una mano.

Le incompatibilità che pesano nel rapporto con il centro

Ormai lo dicono un po’ tutti. In Italia, storicamente, “si governa dal centro” e, soprattutto, nel nostro paese, “si vince al centro”. E preso atto che questa vulgata si adegua praticamente a tutti i governi di qualsiasi schieramento tranne a quelli di trazione populista e demagogica perché semplicemente esulano dalla logica e dalla cultura democratica, credo sia arrivato anche il momento per chiedersi di quale Centro siamo parlando. E questo perché se per quasi 50 anni sapevamo perfettamente cos’era il Centro – si identificava, infatti, con il ruolo politico, culturale ed istituzionale esercitato dalla Democrazia Cristiana – già all’inizio della cosiddetta seconda repubblica la confusione cominciava a prendere piede perché vi erano molti soggetti politici che si intestavano quella categoria.

Ora, per non dilungarsi su chi è più patentato e legittimato a fregiarsi di questo progetto politico, credo che almeno su tre elementi non si può non condividere una comune valutazione politica.

Innanzitutto un partito di centro e che declina una vera e credibile ‘politica di centro’ – per dirla con i grandi leader della Dc – non è mai un partito personale. Una deriva, questa, che è sostanzialmente incompatibile con la cultura, la prassi, il pensiero e l’esperienza di un luogo politico centrista. E questo per la semplice ragione che il Centro è un progetto che si costruisce nell’alveo del pluralismo culturale. Non può mai identificarsi con gli umori, le bizze, il trasformismo e l’opportunismo politico e parlamentare di un singolo, indiscutibile ed indiscusso capo partito.

In secondo luogo il Centro rifugge, storicamente e culturalmente, da ogni sorta di massimalismo, radicalismo e populismo. Detto con parole ancora più semplici, un progetto politico di centro non può mai essere presente all’interno di partiti che, seppur legittimamente, praticano e coltivano quelle prassi. Del resto, un Centro è credibile, e di conseguenza, esiste solo se quelle derive sono largamente minoritarie e marginali all’interno delle singole coalizioni politiche o alleanze elettorali.

Sarebbe singolare ed anacronistico, quindi, definire partiti come il Pde la Lega, per non parlare dei populisti pentastellati, partiti che coltivano una cultura e una politica di centro. Ne sono, almeno sotto il profilo politico e culturale, antropologicamente alternativi.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, il Centro e una politica di centro quasi si identificano con una ricetta politica e di governo riformista. Non esistono, cioè, partiti o luoghi centristi che praticano disinvoltamente politiche demagogiche, massimaliste e puramente propagandistiche.

Sono, questi, metodi funzionali a partiti che fanno della sola propaganda populista la loro ragion d’essere. Non a caso, sono partiti che non contemplano al loro interno presenze e culture politiche riconducibili, seppur vagamente, all’indole centrista. Al massimo, si distribuiscono una manciata di seggi parlamentari a sedicenti centristi per dire che il partito è, comunque sia, plurale.

Ecco perché si deve essere chiari quando qualcuno si autoproclama centrista. Sono solo i fatti concreti che ci dicono se un partito ha una cultura, un metodo e un progetto politico centrista, riformista e moderato. Tutto il resto appartiene solo al campo vacuo e sterile della propaganda.

A Nicola Barone, manager Tim, il titolo di Grande Ufficiale.

Nicola Barone, figura di spicco nel panorama manageriale italiano, sarà insignito prossimamente dell’onorificenza di Grande Ufficiale della Repubblica Italiana. Il prestigioso titolo, conferito dal Presidente della Repubblica, rappresenta uno dei massimi riconoscimenti civili che il nostro Paese assegna a coloro che si distinguono per meriti particolari nel campo professionale, culturale o sociale. Ufficializzata ieri con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, la nomina di Barone si affianca a quella di altri pochi “Junior Nobel” – definiamoli pure così per rispetto dei Cavalieri di Gran Croce – scelti sulla base di una selezione accurata e severa.

Originario di Cerchiara, piccolo comune della provincia di Cosenza, Barone vanta una lunga e brillante carriera nella più grande azienda di telecomunicazioni d’Italia (una volta Sip, oggi Tim). Ha svolto ruoli diversi, con il tempo sempre più importanti, che ne hanno esaltato la capacità di gestione e la visione strategica. Oggi è il referente del Gruppo guidato da Pietro Labriola per la Provincia Autonoma di Trento. Pochi mesi fa, per la quarta volta consecutiva, è stato eletto Presidente di Tim San Marino. 

Si noti che il piccolo Stato è campione europeo nel campo della digitalizzazione e questo, evidentemente, risente del decisivo apporto di Tim. Si può capire, allora, perché i Capitani Reggenti abbiano chiamato proprio Barone, lo scorso anno, ad assumere le funzioni di Inviato Speciale (pari al rango di Ambasciatore) della Repubblica del Titano. Questo duplice incarico “a specchio”, da un lato aziendale e dall’altro lato istituzionale, non rientra nella “normalità” delle vicende italiane e sanmarinesi. Segno di stima, indubbiamente.

Il titolo di Grande Ufficiale rappresenta un meritato tributo anche alla intensa attività di conferenziere e scrittore – vale la pena ricordare il suo saggio del 2022 “Progetto Mezzogiorno” edito da Rubettino – che Barone ha saputo affiancare alla vocazione manageriale. Con i suoi molti interventi pubblici, ha contribuito a diffondere conoscenze e riflessioni non solo nel campo delle telecomunicazioni, ma anche su temi più generali legati all’incessante evoluzione tecnologica.

In conclusione, l’onorificenza di Grande Ufficiale non è qualcosa di puramente onorifico, bensì il sigillo apposto alla felice combinazione di rigore professione e passione civile. A Nicola, da sempre amico de “Il Domani d’Italia”, va dunque il sincero e convinto plauso per questo traguardo così egregiamente raggiunto.

Cos’è S.U.P.E.R.? Un ponte di solidarietà tra Italia e Ucraina.

Nasce il progetto S.U.P.E.R. (Support Ukrainian Population for Emergency and Rehabilitation), un’iniziativa dal grande valore umano e sociale, finanziata per 1,9 milioni di euro. Di questi, 1,8 milioni provengono dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), mentre Caritas Italiana contribuisce con 130.000 euro.

L’obiettivo principale del progetto è sostenere le persone colpite dal conflitto in Ucraina, in un momento di profonda difficoltà. L’iniziativa rientra nel più ampio programma di emergenza promosso dall’AICS, che ha stanziato complessivamente 46,5 milioni di euro per fornire assistenza salvavita in molteplici settori, intervenendo sia nelle zone direttamente interessate dal conflitto sia in quelle dove si concentra un alto numero di sfollati. Questo impegno rappresenta la prosecuzione di quanto già avviato nel 2022-2023, quando, attraverso 14 progetti, oltre 20.000 persone hanno ricevuto aiuti concreti in ambiti cruciali come l’emergenza sanitaria, l’istruzione e la protezione.

All’interno di questo contesto, Caritas Italiana, in collaborazione con la Congregazione Salesiana, si impegna in modo particolare per fornire supporto ai rifugiati interni provenienti dalle regioni orientali dell’Ucraina. Questi rifugiati si trovano nel campo modulare di Mariapolis a Leopoli, nella zona di Syhiv, un’area dove la presenza di sfollati è significativa. Il campo, dotato di alloggi prefabbricati donati dal governo polacco, può accogliere fino a 1.400 persone, offrendo loro una sistemazione sicura in un momento di grande precarietà.

Grazie al progetto S.U.P.E.R., la Congregazione Salesiana e VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo) sono in grado di garantire ai rifugiati almeno un pasto caldo al giorno, un gesto semplice ma fondamentale per mantenere vivo il senso di dignità e comunità. Ma l’impegno non si ferma qui: vengono anche offerti corsi di formazione professionale, rivolti soprattutto a ragazze e donne che si trovano in condizioni di vulnerabilità. Questi percorsi formativi non rappresentano solo un’opportunità per acquisire nuove competenze, ma soprattutto un modo per promuovere l’indipendenza economica e restituire un senso di sicurezza.

In un momento di forte instabilità, progetti come S.U.P.E.R. sono fondamentali per accompagnare queste persone verso un futuro più sereno, offrendo loro strumenti concreti per affrontare l’incertezza e costruire una nuova vita. La dignità, la forza e la resilienza di chi partecipa a questi progetti sono il cuore pulsante di un’iniziativa che va oltre il semplice aiuto materiale: è un sostegno alla rinascita umana e sociale di un popolo che non ha mai smesso di lottare.

Il flop dell’hotspot albanese e l’esempio dimenticato di Mimmo Lucano

I primi 14 emigranti erano già in Albania, sbarcati su una torpediniera della marina militare italiana. Trattati, usando la metafora della filosofa Francesca Rigotti, come polvere da aspirare e buttare. Tuttavia, secondo il tribunale di Roma, devono tornare urgentemente in Italia. Un fallimento in ogni senso, compreso quello economico.

La “felice allegria” iniziale di Giorgia Meloni, alimentata dal sostegno di alcuni paesi europei al suo metodo, è stata celebrata da Tg e giornali. Ma il nostro Primo ministro ha regalato oltre 700 milioni di euro al collega albanese Edi Rama, invece di investirli a Lampedusa o nella sanità pubblica. In cambio, ha ottenuto 5-6 ettari di terra a Shengjin, un paesino di fronte a Brindisi con una spiaggia modesta, lontana dalle bellezze di Lampedusa e dalla sua famosa “Spiaggia dei Conigli”.

L’isola, proposta a più riprese come candidata al Nobel per la pace, vede oggi il suo centro per migranti chiuso e in rovina. Al contrario, in Albania è stato costruito un hotspot: non un lager o una prigione, ma un “punto caldo di accesso” recintato e sorvegliato, creato per identificare, registrare e controllare chi arriva senza regolare permesso. Persone, non oggetti. Tuttavia, i costi di gestione – personale, medici, sorveglianza, manutenzione – si stanno rivelando enormi, suscitando critiche al governo.

In difesa della Meloni è intervenuto anche Maurizio Belpietro, direttore de La Verità, attaccando con leggerezza la Caritas e le cooperative, accusate di gestire un lucroso business sull’accoglienza.

Riflettendo sulla soddisfazione iniziale della Meloni, mi viene in mente un’altra “felice allegria”, vissuta però in silenzio: quella di Mimmo Lucano. Quattro volte sindaco di Riace, oggi eurodeputato, premiato nel 2010 come uno dei migliori sindaci al mondo e nel 2016 come uno dei leader più influenti. Lucano ha fatto rivivere il suo borgo accogliendo 400 migranti e integrandoli, offrendo loro casa e lavoro, risollevando l’economia locale e incarnando quei valori di accoglienza tipici della cultura meridionale.

Il suo esempio ricorda i valori espressi da Papa Francesco in Fratelli Tutti, dove il mondo intero è rappresentato come un’unica barca, nella quale dobbiamo remare insieme, senza dividerci in piccole e pericolose barche sovraniste.

Dalla propaganda alla verità effettuale: è così forte la destra di governo?

Esiste un grande scarto tra la propaganda – “attività di disseminazione di idee e informazioni con lo scopo di indurre a specifici atteggiamenti e azioni” (1) – e quella che Machiavelli definiva come “verità effettuale”, ossia la descrizione realistica e non distorta degli atti e dei fatti. Ogni detentore del potere dovrebbe, da un lato, fondare la propria azione politica sulla verità effettuale, ma dall’altro, spesso utilizza la propaganda per consolidare il suo potere. Ciò è avvenuto con tutti i governi e accade anche con l’attuale governo di destra, che controlla gran parte del sistema televisivo pubblico e privato, con Tele Meloni e le tre reti Mediaset, lasciando a La7 il ruolo di unica voce critica. Anche i quotidiani si dividono lungo linee editoriali dominate da ideologie socialmente condizionate, a destra come a sinistra, a scapito di un pensiero critico.

Questa contrapposizione tra propaganda e verità effettuale è particolarmente evidente nei provvedimenti del governo sul bilancio dello Stato. Ad esempio, il governo può sostenere, numeri alla mano, di aver destinato più risorse alla sanità, ma l’opposizione dimostra facilmente come il rapporto tra spesa sanitaria e PIL sia inferiore a quello dei precedenti governi e insufficiente rispetto alle reali esigenze del settore. Non a caso, i diversi attori della sanità avvertono: “Così si va verso il collasso del sistema sanitario nazionale”.

Lo stesso vale per i provvedimenti finanziari del ministro Giorgetti: la tassa sugli extraprofitti bancari si è ridotta a un’anticipazione di cassa, una sorta di prestito, mentre per i lavoratori autonomi è stato introdotto l’ennesimo condono. Nel frattempo, i lavoratori dipendenti e i pensionati continuano a subire la tassazione alla fonte, perpetuando un sistema di ingiustizia fiscale sempre meno tollerabile. Attendiamo le tabelle definitive del bilancio per capire quanto saranno colpiti Comuni e Regioni, oltre ai tagli del 5% già decisi per i ministeri, e quale impatto questi avranno sui servizi ai cittadini.

Alle distorsioni della realtà propagandate dal governo si contrappongono le prime risposte della società: scioperi nel settore dei trasporti in crisi, nella scuola, nei vigili del fuoco, nell’INPS e nella pubblica amministrazione, fino al comparto metalmeccanico, che sta affrontando una delle crisi più gravi della sua storia.

A tutto ciò si aggiungono i dati drammatici sulla povertà in Italia: 2,2 milioni di famiglie, pari a 5,7 milioni di persone, vivono in povertà assoluta, secondo i dati ISTAT del 2023. La povertà è più diffusa nel Mezzogiorno, dove colpisce il 10,2% delle famiglie, seguita dal Nord-Ovest (8,0%) e dal Nord-Est (7,9%). Questi numeri descrivono una “verità effettuale” che nessuna propaganda può negare. Solo una visione socialmente condizionata può oscurare il pensiero critico necessario per comprendere cosa sta accadendo in Italia.

Non meno preoccupante è la situazione in politica estera. Per la seconda volta, la nostra Presidente del Consiglio è stata esclusa dal “quartetto di Berlino” sull’Ucraina. I nostri alleati continuano a mostrare incertezze verso un governo che appare ambiguo, diviso tra l’atlantismo della premier e il sostegno a Putin del vicepremier Salvini. Allo stesso modo, mentre Giorgia Meloni si vanta del suo discutibile “modello albanese” per la gestione dei flussi migratori, applaudito da alcuni Stati sovranisti, Francia, Germania e Spagna hanno risposto con un netto NO, ampliando l’isolamento dell’Italia in Europa anche su questo fronte.

Serve una seria alternativa a questo governo, espressione della maggioranza della minoranza elettorale. In un panorama politico confuso a sinistra, si attendono segnali dall’area cattolico-democratica, liberale e cristiano-sociale, ancora frammentata e divisa. Alcuni amici mi criticano per il mio insistente richiamo a un nuovo centro politico, ma credo che, per il bene dell’Italia, è proprio da lì che si dovrebbe ripartire, per evitare che il malcontento sociale, privo di un’adeguata rappresentanza politica, sfoci in situazioni difficili da gestire.

Netanyahu tra guerra e diplomazia: in attesa del nuovo Presidente Usa.

Dopo l’uccisione del capo di Hamas, l’ideatore della mattanza del 7 ottobre, l’auspicio diffuso è che con questo evento si sia aperta una fase nuova del conflitto, verso una auspicabile tregua. Possibile, ma difficile sia così, almeno per le prossime due settimane. Quando si saprà il nome del nuovo Presidente degli Stati Uniti.

È ormai infatti chiaro che Netanyahu abbia inteso utilizzare sino in fondo l’evidente debolezza di Biden a fine mandato, una debolezza resa ancor più evidente dalla sera nella quale il Presidente fallì disastrosamente il confronto televisivo con Trump. Il premier israeliano sa perfettamente che il sostegno americano è indispensabile, sul piano politico e su quello militare. Sa pertanto che col nuovo inquilino della Casa Bianca dovrà assumere un atteggiamento ben diverso, naturalmente consapevole che un conto sarà discutere con Harris e un altro con Trump. Quindi ha cinicamente “sfruttato” tutto il tempo garantitogli dalla forse imprevista debolezza di Biden nell’ultimo anno di mandato. Con l’obiettivo dichiarato di distruggere la catena di comando e l’insediamento territoriale di Hamas a Gaza, prima, e di Hezbollah in Libano, dopo. Impegnando tutta la forza e la violenza a suo avviso (e dei suoi sostenitori e alleati, alcuni dei quali estremisti assoluti) necessarie per ottenere il risultato voluto. Incurante del progressivo discredito e isolamento nel quale Israele è sprofondato agli occhi della comunità internazionale.

Ora Netanyahu può dichiarare che il “lavoro non è finito” e proseguire con gli attacchi, a Gaza e nel Libano. Rinviando ancora l’apertura alla inderogabile necessità di un intervento umanitario internazionale senza del quale il rischio è la morte per fame di altre decine di migliaia di civili palestinesi imprigionati nella Striscia. 

Il Segretario di Stato USA, Anthony Blinken, effettuerà ora l’ennesima missione recando con sé il piano americano per una tregua: consapevole, questa volta, di poter convincere il governo israeliano della opportunità di un cessate-il-fuoco ora che le strutture di vertice, e non solo, dei due gruppi terroristici finanziati dall’Iran sono state annichilite o quasi.

Occorre cominciare a costruire il futuro, sosterrà l’inviato di Biden, posto che ormai tutti, nella regione e nel mondo, devono aver compreso (questo era l’intendimento dall’inizio della guerra, oltre al desiderio di vendetta) che Israele non tollererà più, mai più, la presenza di organizzazioni terroristiche ai suoi confini. Via dunque Hamas da Gaza, via Hezbollah dal Libano meridionale (e comunque da ogni posto di governo, formale o di fatto, a Beirut). Un messaggio chiaro rivolto innanzitutto, come ovvio, all’Iran, nei confronti del quale è tuttora in sospeso la reazione all’attacco missilistico subìto nelle scorse settimane. Una ritorsione che Blinken raccomanderà essere contenuta, efficace nella sua simbolicità più che nella sua distruttività.

Ora che è più forte sul piano interno Bibi, come è chiamato il Primo Ministro più longevo di Israele, dovrà decidere se seguire il proprio personale istinto vendicativo e le pressioni dell’ala fondamentalista e radicale del suo governo o il respiro della politica, teso a superare una fase e aprirne una nuova proiettata sul domani. È probabile che si prenderà questi giorni che ci separano dal 5 novembre per decidere in quale direzione procedere e, naturalmente, per vedere chi sarà il suo nuovo interlocutore a Washington. Nel frattempo continuerà con i bombardamenti e i rastrellamenti, per continuare e perfezionare il “lavoro”.

Formiche | Se l’ONU non c’è: lezioni dall’Ucraina al Medio Oriente.

Ormai è sin troppo chiaro che l’Organizzazione delle Nazioni Unite è parte importante del problema della propagazione dei conflitti che rischiano di far divampare un nuovo conflitto mondiale. L’Onu è nata con l’obiettivo di favorire la pace e prevenire i conflitti, tuttavia, la sua operatività è spesso limitata dal potere di veto dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Cina, Russia, Usa, Regno Unito e Francia). Questo potere di veto permette a questi Paesi di bloccare qualsiasi intervento che non sia in linea con i loro interessi nazionali, rendendo l’Onu inefficace in molte situazioni critiche.

Un esempio della limitazione dell’Onu è la crisi in Ucraina, dove la Federazione Russa clamorosamente ha invaso il Paese violando i trattati internazionali, e l’Onu non ha potuto intervenire a causa del veto russo. Un altro esempio si trova in Medio Oriente, dove il gruppo paramilitare Hezbollah, finanziato e diretto dall’Iran, ha insediato basi nel sud del Libano e lancia missili contro Israele. Nonostante la presenza di 10 mila soldati dell’Onu (di cui oltre mille italiani) come forza di interposizione, l’organizzazione non riesce a fermare questi attacchi, interpretando la risoluzione Onu n. 1701 come mero monitoraggio senza azioni concrete. Unifil dovrebbe sostenere l’esercito libanese al controllo del Paese proteggendolo da Hezbollah, ma non fa nulla a che costoro non spadroneggino nelle zone di confine con Israele sparando missili e costruendo sottoterra infrastrutture militari.

La situazione a Gaza è simile, con Hamas che gestisce tunnel e postazioni missilistiche e l’Unwra (l’agenzia Onu presente a Gaza con 12 mila operatori) che non interviene. L’intelligence israeliana denuncia che molti dipendenti dell’Unwra hanno legami con Hamas o la Jihad islamica, contribuendo ulteriormente all’inefficacia dell’Onu nella regione. Inoltre, i ribelli Houthi nello Yemen, anch’essi sostenuti dall’Iran, lanciano missili contro Israele e le navi occidentali nel Mar Rosso, danneggiando l’economia mediterranea ed europea.

Insomma l’Onu oltre ad essere inefficace, sembra prestare il fianco ai Paesi autocratici per conseguire i loro obiettivi di rivolgimento degli equilibri mondiali, e tale anomalia rischia di infiammare ancor più i focolai regionali del mondo.

 

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https://formiche.net/2024/10/riformare-onu-conflitti-ucraina-medio-oriente/#content

La Voce del Popolo | I danni dell’illusione del populismo.

Il populismo non ha sconfitto le élites. Le ha solo peggiorate. Quelle di ieri avevano almeno un barlume di visione, e spesso dialogavano in modo proficuo con le élites del resto del mondo (o almeno di quella parte di mondo con cui eravamo interessati a intenderci). 

Quelle di oggi sono sulla difensiva, dunque svendono, si nascondono, si ritirano, cercano maldestramente di acchiappare qualcosa senza avere più molto da offrire in cambio. Ha ragione Giuseppe De Rita, nel suo ultimo libro. 

Nel dopoguerra furono le oligarchie ad accompagnare il paese lungo il percorso della sua ricostruzione. Banchieri e imprenditori illuminati, dirigenti politici provvisti di un senso di missione, insegnanti e pensatori abituati a guardare avanti. Un insieme di persone e di ambienti che avevano chiaro il destino da costruire e che, a suo tempo, fecero del loro meglio per attrezzare un paese nel quale ancora fumavano le macerie della guerra. 

Nessuno di quei signori era troppo concentrato sui propri vantaggi. Ognuno di loro era guidato da una visione che abbracciava, insieme, l’utile e l’ineluttabile. Quella generazione aveva quello che manca a noi: e cioè il senso del tempo. Che vuol dire un misto di pazienza e di misura. 

Quelle virtù sono state via via impoverite, ma non del tutto dilapidate. A bruciarle definitivamente, direi, ha provveduto soprattutto l’illusione del populismo. Laddove ha preso di mira le poche élites che erano ancora rimaste a disposizione del paese, facendo di ogni erba un fascio e senza neppure tentare di distinguere tra i costruttori e i predatori. Con tutto vantaggio per questi ultimi.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 17 ottobre 2024.

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]

Armida Barelli, il lungo viaggio delle donne verso la partecipazione democratica.

 

“Tua res agitur. Le sorti della famiglia, della convivenza umana…sono nelle vostre mani”. Le parole del papa alle 15000 persone presenti, donne dell’A.C, del CIF, delle ACLI, della DC appena costituita, con una sottolineatura della uguale dignità di donne e uomini nella sfera pubblica.

È il riconoscimento di un lungo percorso di consapevolezza e di crescita culturale che ha permeato la formazione spirituale e umana delle donne cattoliche dal primo dopoguerra e questo percorso ha una protagonista soprattutto: Armida Barelli, presidente dal 1918 della Gioventù Femminile di A.C., cofondatrice e strenua sostenitrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Animatrice della fioritura di associazioni nel mondo cattolico già nel primo dopoguerra e alla fine della dittatura fascista, quando forte comincia a essere la partecipazione femminile; una partecipazione che contribuirà in maniera determinante alla ricostruzione del Paese e alla costruzione della vita democratica.

Alla guida della Gioventù Femminile crede fermamente nel valore della formazione, sia umana che spirituale e non abbandona questa prospettiva neanche negli anni bui della dittatura fascista e della guerra, preparando una intera generazione al processo di rinascita del dopoguerra e alla costruzione della convivenza democratica. Infatti l’investimento sulla formazione, sviluppato e custodito negli anni del regime offre alla neocostituita Democrazia Cristiana e al paese la classe dirigente che guiderà la ricostruzione, garantendo l’unità nazionale e il passaggio difficile dalla monarchia alla repubblica. Si riversa nell’agone politico un laicato di donne e uomini responsabili e culturalmente radicati nei valori cristiani.

In vista delle elezioni del plebiscito e delle elezioni dell’Assemblea Costituente Armida gira l’Italia in lungo e in largo, scrive sulla rivista “Squilli” chiamando le donne all’esercizio del voto per una Costituzione cristianamente ispirata. La sua G.F. è il primo modello di organizzazione femminile di massa in cui la soggettività femminile è un tutt’uno con la esperienza di fede. L’esercizio del voto è il riconoscimento di questa soggettività e insieme una responsabilità da assumere con consapevolezza.

Ma l’investimento sulla formazione per Armida Barelli continua, non si ferma con l’elezione dell’Assemblea  Costituente. Sa che la democrazia è un processo complesso, che le sirene della lotta di classe come ricerca della giustizia sociale  e di una prospettiva solo storica e immanente della vita umana sono in agguato. Il Comunismo, percepito come nemico della  religione, è  una prospettiva che va allontanata con impegno missionario per diffondere invece gli ideali di una società cristianamente ispirata. Lasciata la G.F. per la vicepresidenza dell’Azione Cattolica promuove la “Missione religioso-sociale”, un tempo di “aratura cristiana” che la porta a girare nelle  diocesi italiane per un’opera di educazione sociale e politica in vista delle elezioni politiche del ’48.

È un lavoro di sinergia con il partito della DC, non propaganda, ma il convincimento di contribuire a “portare l’Italia verso la pace, il lavoro, la giustizia sociale e la religione”.

Il partito è lo strumento per veicolare nella politica, nelle Istituzioni gli ideali della società cristiana. Nel dibattito sui rapporti tra mondo cattolico e politica, in vista delle elezioni del 1948, Armida si esprime per favorire l’unità dei cattolici intorno alla DC anche con immissione di candidati dell’A.C. nelle liste, contro le propensioni “qualunquiste” di alcuni.

Svolge con passione questo ultimo impegno, certamente politico, certamente finalizzato a creare una consapevolezza collettiva dei cattolici sui temi della democrazia e della partecipazione.

Armida Barelli protagonista della storia del movimento cattolico, della storia delle donne italiane. A lei dobbiamo la formazione spirituale, civica e sociale di una generazione di donne che ha contribuito alla nascita della democrazia, al suo irrobustimento quotidiano, sia sul piano dell’azione politica, con leggi che hanno progressivamente garantito diritti e parità, sia sul piano sociale con la capacità di resilienza  nei cambiamenti epocali che hanno segnato il ‘900.

Famiglie, città, campagne, fabbriche, uffici, scuole, comunità ecclesiali: luoghi attraversati dalle Donne del ‘900 con sofferenza, discriminazioni, fatica, nella costanza del lavoro di cura che non è mai venuto meno e che ha sostenuto come una rete invisibile i momenti più difficili della nostra storia. La loro emancipazione è stata determinante nei cambiamenti culturali, la loro forza elemento di coesione sociale nelle tempeste.

A queste donne dovremmo ancora ispirarci nei giorni in cui la nostra democrazia mostra le sue crepe per una politica debole, autoreferenziale, spesso lontana dalla realtà. Con queste donne ripensare i valori della partecipazione consapevole e gratuita, scrutare il presente per cogliere con intelligenza i problemi e le soluzioni, esercitare con discernimento la forza di opinioni pubbliche sui temi che interessano la comunità. Perché forse il presente e il futuro sono ancora nelle nostre mani.

Lungotermismo, 80.000 miliardi di motivi per non curarsi del presente.

In un succoso articolo sul Corriere della Sera, nella rubrica “Dataroom” di Milena Gabanelli, si racconta del “lungotermismo”, una corrente di pensiero che ha fatto presa sui signori della Silicon Valley e che si traduce nella attenzione che occorre avere per le generazioni future.

Detta in questo modo, nulla di veramente originale se non fosse per il fatto che il nostro procedere rischia realmente di compromettere i giorni delle future generazioni. Si tratta di guardare ai prossimi 80.000 miliardi di abitanti del pianeta da qui fino ai prossimi 700.000 anni, periodo in cui si prevede l’estinzione della razza umana. 

Ogni cosa ha un suo prezzo. Così piuttosto che riempire lo stomaco e dare la sopravvivenza ai 733 milioni di poveri al mondo sarebbe preferibile spendere risorse investendo in tecnologia che permetterebbe di colonizzare il “Superammasso della Vergine”, quindi andare su pianeta che ancora non soffre del riscaldamento climatico della terra. 

Insomma, se si è ben compreso, si tratta di prendere piede su un altro pezzo di terra all’interno della nostra galassia che etimologicamente indica il latte e induce subito ad una immagine dove gli uomini trovano salvezza nutrendosi del prezioso liquido che la dea Era, ” Regina del cielo ”, aveva utilizzato per disegnare la Via Lattea, il retto percorso di crescita per l’umanità. Poteva essere solo questa dea, con il suo nome, ha richiamare all’un tempo il passato necessario per destreggiarsi nel futuro.

La brillante idea è quella di organizzarsi per trasferirsi prima o poi in qualche altra parte del cielo ancora vergine di uomini. Del resto è fatale che armati di desiderio ci si voglia rivolgere proprio dalle parti di una Vergine su cui ammassarsi come via di scampo.  

Vergine è una strana parola che nella sostanza è il contrario del comune convincimento di una creatura imberbe. Par che segni invece chi è ormai maturo per generare e per l’attività sessuale, quindi in una fase assai più avanzata della nostra idea di innocenza. Tanto che in astronomia era ricondotta dai Greci a Demetra, dea appunto della fecondità.

Non va trascurato che Vergine è colei che, stando al vocabolario, non ha avuto rapporti sessuali completi, ma che comunque qualche esperienza, sia pure al minimo della misura, ha consumato. Si dovrà vedere di che pasta sarà l’ammasso della Vergine di cui si ipotizza la colonizzazione, se sarà un territorio del tutto illibato o già in parte corrotto.

C’è chi dice che il lungotermismo non sia altro che spostare egoisticamente l’asticella più in alto fregandosene di quello che avviene ora dabbasso. Si guarda ipocritamente al futuro per non risolvere hinc et nunc ciò che affligge nel presente i terrestri. Siamo in attesa di un nuovo Cristoforo Colombo che ci porterà alla salvezza con tutta la violenza della nostra civiltà e celebreremo anche lui nei millenni a venire, siliconando il cielo a nostra immagine e somiglianza.

Ci dicono, per salute e per eleganza, di mantenere sempre una postura eretta senza guardarsi sgarbatamente i piedi; i santi dicono di guardare il cielo piuttosto che pensare alle cose di qua sotto. “Per aspera ad astra” è il motto consigliato per destreggiarsi nella vita, “duc in altum” è la regola a cui ispirarsi. Lungotermismo sarà forse il nuovo credo, come termiti invaderemo altri suoli da rosicchiare per poi cominciare da capo e ancora. Stare a dieta non fa per noi, solo i poveri ne sono campioni.

Su “Il Popolo” non polemiche ma costruzione di un progetto.

La riflessione che ho innescato con il mio recente articolo sulla gloriosa testata de “Il Popolo” su queste colonne ha prodotto, comunque sia, un utile e costruttivo confronto. Innanzitutto, però, credo sia doveroso sottolineare la gratitudine all’amico Ettore Bonalberti e a tutti i suoi collaboratori per aver proseguito in questi anni, in versione on line, l’esperienza del Popolo.

Detto questo per onore di cronaca, è evidente a tutti che sulla riproposizione del “Il Popolo” non ci si può e non ci si deve accontentare della sola versione online, pur importante ed encomiabile. E, sotto questo versante, esiste un nodo politico – purtroppo antico ed endemico – che prima o poi andrà sciolto. Sempreché chi oggi detiene la chiave per sciogliere quel nodo decida di non decidere, come si suol dire – com’è capitato, del resto, sino ad oggi – oppure che non si ritenga più la riproposizione de “Il Popolo” una strada utile ed indispensabile per riattualizzare e rilanciare il patrimonio politico, culturale, sociale, storico ed etico del cattolicesimo politico italiano. 

Certo, tutti ci rendiamo conto che “Il Popolo” non può più diventare l’organo di un partito e, men che meno, lo strumento di qualche corrente all’interno di un partito. Nello specifico, e per non essere ipocriti, non può diventare il mezzo per organizzare l’ennesima corrente in un partito come quello della sinistra radicale e massimalista della Schlein.

Ora, c’è una sola possibilità concreta per poter rilanciare – eventualmente e realisticamente – unatestata come quella de “Il  Popolo” in un contesto politico che registra un forte e radicato pluralismo politico ed elettorale dei cattolici democratici, popolari e sociali. E la soluzione resta quella di fare de “Il Popolo” un organo – sempre autorevole e qualificato – di un’area culturale, seppur articolata e composita, che abbia come obiettivo centrale, se non addirittura esclusivo, quello di rilanciare un patrimonio culturale anche nell’attuale cittadella politica italiana. Poi, come ovvio, una testata plurale – almeno per quanto riguarda la sua linea editoriale – ma, comunque sia, consapevole che un nobile nonché moderno filone di pensiero non può ridursi a giocare un ruolo del tutto ornamentale e periferico nel concreto dibattito politico del nostro paese.

Questo era, e resta, l’obiettivo prioritario per il futuro di una testata come “Il Popolo”. La speranza, anche se remota, è che in un clima che vede una multiforme e variegata presenza politica degli ex democristiani, permanga un sussulto di buon senso e di responsabilità nel saper convergere nella ricostruzione di una testata giornalistica. E politica al tempo stesso. Perchè, per dirla con il sempre acuto e problematico Mino Martinazzoli, “l’unità dei cattolici in politica non è un dogma, ma non è un dogma neanche la diaspora”. Facciamo sì, soprattutto per chi può decidere, cioè l’Associazione nazionale dei Popolari, che questo monito del simpatico Mino non vada disperso.

Almeno per il futuro de “Il Popolo”.

Laicità, pluralismo e governabilità: un nuovo quadro di convivenza sociale e politica.

La crisi che da decenni avvolge l’Occidente ha assunto, negli ultimi anni, aspetti sistemici. I valori che hanno caratterizzato le democrazie più longeve, negli Stati Uniti e in Europa, non sono più al centro dell’economia, non interpretano più le trasformazioni sociali e non guidano più le persone. In questo quadro poco rassicurante, in cui l’Europa appare disorientata, le democrazie arretrano e l’Oriente conquista la scena politica, il tema della laicità, che ci ha a lungo caratterizzati, sembra aver perso il suo fascino.

EuropaForum – Laicità È per questo motivo che, oggi, abbiamo deciso di mettere al centro di questo Forum un tema che ha segnato profondamente la storia moderna europea, spesso oggetto di dispute e forti scontri tra intellettuali: cos’è oggi la laicità? È ancora uno spazio che consente di definire il rapporto tra sé e gli altri, tra sé e lo Stato, tra sé e la dimensione spirituale?

La laicità evoca da sempre temi etici e richiama virtù civiche. Ha una lunga antologia che, nel corso dei secoli, ha guidato il nostro cammino. Tuttavia, in un’epoca così severa, talvolta priva di speranza, è ancora uno strumento utile per comporre conflitti tra diverse identità? Ci interrogheremo se sia necessario cercare nuove parole o riaffermare antiche regole per tracciare nuovi sentieri di convivenza.

Storicamente, la laicità è stata lo strumento con cui gli ordinamenti nazionali si sono emancipati dal controllo ecclesiastico, diventando un elemento fondante per costruire valori civili. Questi valori avrebbero dovuto ispirare i cittadini e indicare i principi cardine della vita comune.

Rifletteremo allora su questo percorso storico-normativo, non solo per comprendere meglio la nostra storia, ma anche perché EuropaForum parte dalla nostra Carta Costituzionale con l’obiettivo di esplorare i confini da essa stabiliti.

Dall’esame dei resoconti dell’Assemblea Costituente, emergono due interventi paradigmatici. L’onorevole Aldo Moro dichiarava: “Noi non desideriamo certamente uno Stato-Chiesa, uno Stato protettore della Chiesa, uno Stato maestro di dogmi religiosi. Ma lo Stato non ha alcuna verità da insegnare, né in materia religiosa né in altre materie. Esso è organizzatore di scuole, dove accoglie democraticamente il contenuto educativo che la coscienza sociale, espressa dai padri di famiglia, gli presenta e gli impone. Non lo Stato teologo, dunque, ma lo Stato libero e democratico, quello che accoglie tutte le esigenze sociali e le soddisfa, senza sostituire arbitrariamente il proprio dogma laicista alla coscienza religiosa del popolo italiano.”

In parallelo, l’onorevole Palmiro Togliatti affermava la necessità di una “Costituzione non ideologica, che consenta la libera azione non solo delle forze politiche, ma anche di tutti i movimenti ideologici che ne sono il retroterra”.

 

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L’energia come motore di pace: riflessioni sul futuro del mondo.

“Immaginare la pace”, è stato il tema di un importante convegno della Comunità di Sant’Egidio, svoltosi a Parigi tra il 22 e il 24 settembre scorso. In un contesto internazionale caratterizzato da oltre 55 conflitti, da violenze diffuse e azioni terroristiche, mettere in connessione l’energia e gli obiettivi di pace, potrebbe sembrare un’utopia, ma guardando alla storia contemporanea, l’intuizione di pace costruita dai “padri” dell’unità europea (Adenauer, De Gasperi, Schumann) fu mettere in comune quei beni (carbone e acciaio) utilizzati principalmente per combattere in guerra. 

Da qui una riflessione che riguarda la connessione tra le produzioni energetiche e l’affermazione della pace.

Il legame tra energia e pace è un tema di grande rilevanza globale, che evidenzia come le risorse energetiche siano sia un’opportunità per il progresso, sia una causa di conflitti. Il controllo delle risorse energetiche ha storicamente influenzato le relazioni tra nazioni, creando tensioni, rivalità e talvolta vere e proprie guerre. Tuttavia, l’energia può anche essere un potente strumento per la promozione della pace, della cooperazione e dello sviluppo sostenibile.

 L’energia come causa di conflitti

Le risorse energetiche, in particolare petrolio, gas naturale e minerali rari, sono spesso alla base di tensioni internazionali. Molti conflitti geopolitici degli ultimi decenni sono stati direttamente collegati al controllo o all’accesso a tali risorse. Il Medio Oriente, con la sua ricchezza di petrolio, è un esempio lampante di come la competizione per l’energia abbia alimentato guerre e instabilità politica. Allo stesso modo, le dispute territoriali legate al gas naturale, come nel caso del Mar Caspio o del Mediterraneo orientale, dimostrano come le risorse energetiche possano diventare fattori scatenanti di conflitti internazionali.

Inoltre, le economie dipendenti da una singola risorsa energetica, come il petrolio, spesso soffrono di instabilità politica e sociale interna, creando terreno fertile per guerre civili e autoritarismo. Questo fenomeno, noto come la “maledizione delle risorse”, sottolinea come la ricchezza energetica, in assenza di una gestione equa e trasparente, possa aggravare le disuguaglianze e le tensioni sociali.

Energia come strumento per la pace

Dall’altro lato, l’energia ha anche il potenziale di diventare un motore di cooperazione internazionale e di pace. La transizione verso fonti energetiche rinnovabili – come il solare, l’eolico e l’idroelettrico – può contribuire a ridurre la competizione per le risorse limitate e promuovere un modello di sviluppo più sostenibile e meno conflittuale. Le energie rinnovabili sono ampiamente disponibili e distribuite in maniera più equa a livello globale rispetto ai combustibili fossili, riducendo così la dipendenza dalle risorse concentrate in specifiche aree geografiche.

Progetti di cooperazione energetica, come la condivisione di infrastrutture (fondamentali per la trasmissione e la distribuzione energetica) tra Paesi o l’integrazione dei mercati energetici regionali, possono favorire relazioni pacifiche e stabili. Un esempio positivo è l’Unione Europea, che ha iniziato il suo processo di integrazione proprio attraverso la cooperazione nel settore del carbone e dell’acciaio, creando le basi per una pace duratura tra ex nemici storici.

Accesso all’energia e sviluppo sostenibile

Un altro aspetto cruciale è l’accesso equo all’energia come prerequisito per la pace sociale e la stabilità. Nei paesi in via di sviluppo, l’accesso insufficiente all’energia moderna è spesso correlato a povertà, esclusione sociale e conflitti. Senza un accesso affidabile all’energia, è difficile promuovere lo sviluppo economico, migliorare i servizi sanitari, educativi e garantire condizioni di vita dignitose.

Progetti di elettrificazione rurale e di espansione dell’accesso all’energia pulita possono contribuire a ridurre le disuguaglianze economiche e a migliorare le condizioni di vita, diminuendo così le tensioni sociali interne e il rischio di conflitti. Le iniziative di sviluppo sostenibile promosse dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, in particolare l’Obiettivo 7 (“Garantire a tutti l’accesso a un’energia economica, affidabile, sostenibile e moderna”), riconoscono l’importanza dell’energia per la promozione della pace e della giustizia.

Il ruolo della diplomazia energetica

La diplomazia energetica è diventata un elemento centrale nelle relazioni internazionali, con il potenziale di promuovere la stabilità e la cooperazione tra nazioni. Gli accordi multilaterali sulla sicurezza energetica, lo sviluppo di infrastrutture condivise (come oleodotti e gasdotti transnazionali) e le alleanze per la transizione energetica sono esempi di come l’energia possa essere utilizzata come strumento per costruire relazioni pacifiche.

In questo contesto, la transizione energetica verso un’economia decarbonizzata offre nuove opportunità per la cooperazione internazionale. La riduzione della dipendenza dai combustibili fossili, che spesso alimentano i conflitti, e l’espansione delle tecnologie verdi possono contribuire a ridurre le tensioni geopolitiche legate all’energia.

La pace energetica nel contesto delle crisi globali

Infine, in un mondo sempre più segnato dai cambiamenti climatici e dalle crisi ambientali, l’energia diventa una questione di sicurezza globale. Le migrazioni forzate causate da disastri climatici, la scarsità di risorse naturali e la desertificazione sono tutte problematiche che possono alimentare conflitti interni e internazionali. In questo senso, la transizione verso un sistema energetico sostenibile è essenziale non solo per affrontare la crisi climatica, ma anche per promuovere la pace a lungo termine.

Riflessioni conclusive

In sintesi, l’energia può essere sia una causa di conflitto sia un elemento fondamentale per la pace, a seconda di come viene gestita. La sfida per il futuro è utilizzare le risorse energetiche in modo responsabile, promuovendo la cooperazione, riducendo le disuguaglianze e garantendo che l’accesso all’energia sia equo e sostenibile. Solo attraverso un approccio olistico, che riconosca l’importanza della pace energetica, sarà possibile costruire un mondo più stabile e giusto.

Oltre il bipolarismo: “Il Popolo” online come spazio di dibattito.

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Prendo spunto dall’articolo del 13 scorso su questo giornale, di Giorgio Merlo dal titolo: “Il Popolo, la nostra gloriosa testata manca all’appello”, che ha fatto da falso presupposto ad un appello, oggi quanto mai necessario, circa la doverosa ricomposizione dell’area politica dei cattolici.

Pur nella condivisibile esigenza di dare una forte accelerata al processo in atto, che soffre da tempo una fase di stallo, è sembrato ingeneroso e sorprendente l’ignorare, da parte dell’autore, la fervida nuova vita del glorioso giornale della Dc (“Il Popolo”) nella mise editoriale online, ilpopolo.cloud, divenuto punto di riferimento, da più di cinque anni di cuella parte cattolica che ha ridato vita alla Democrazia Cristiana. 

Di certo, in questi oltre cinque anni di vita, non è stato poco il contributo di analisi, di commenti e di proposte per contribuire a dare più forza ad una sensibilità politica ed istituzionale, oggi emarginata da un sistema politico avvelenato da un bipolarismo sempre più estremizzato; auspicando al contempo politiche più attente a quei ceti sociali, che da anni stanno pagando un prezzo salato per l’accavallarsi di una congiuntura economica che si dibatte tra recessione e inflazione.

In questo quadro, assai pregevole mi è sembrato il garbato richiamo alla realtà dell’amico Ettore Bonalberti che sempre su auesto giornale ha così replicato: ”…La voce de Il Popolo è ancora presente e vive in mezzo a noi, pronta a raccogliere la voce di quanti sentono di appartenere alla vasta realtà culturale, sociale e politica della Dc e dei Popolari..”.

Con orgoglio, essendo tra i redattori, posso affermare che da un buon lustro questa nuova versione de “Il Popolo” si è affermata come un serio e documentato laboratorio di dibattito e di informazione, articolata e critica, anche scomoda, soprattutto quando le scelte del partito sono sembrate essere assai divisive, senza mai trascurare, grazie ad una pregevole antologia dei tanti illustri protagonisti, la rilettura delle vicende cruciali che caratterizzarono la cinquantennale azione politica della Dc.

Anche in questi frangenti nei quali si sta organizzando una inedita Dc, con l’ambizione di rendere protagonista quell’elettorato cattolico che da anni sta alla finestra aspettando il ritorno in campo di una forza capace di riproporre, in chiave attuale, un progetto politico-istituzionale credibile ed autorevole, come quello che consentì alla Dc di essere artefice indiscussa della crescita civile, sociale ed economica del paese, l’ampio contributo critico non appare di poco conto.

Non va poi trascurato il fatto che attorno al giornale sta crescendo un virtuoso fermento che si traduce in pregevoli analisi, proposte e confronti su una visione politica originale, ricalcata sugli schemi dell’esperienza politica democristiana, tesi a innervare e valorizzare nel tessuto sociale e politico del paese quegli elementi riequilibratori e quei fattori di bilanciamento marginalizzati da un bipolarismo, sfuggito di mano e sempre più condizionato, quindi, dall’emergere di risposte populiste e demagogiche.

Prendiamo spunto, allora, da questo grido d’allarme, soprattutto ponendo a momdnto di confronto e di incontro proprio quel glorioso giornale, “Il Popolo”, che Giorgio Merlo non ha visto passare tra i protagonisti di questa nuova, anche se ancora lenta, riaggregazione. Puntiamo cioè alla riaggregazione di un nucleo composito, espressione delle diverse culture cattolico-moderate del popolarismo – liberale e riformista – che comincia ad identificarsi in un unico virtuoso progetto. Tutto qyesto per ridare stimolo al processo di ricomposizione di una base valoriale comune, avendo tra i primi obiettivi l’elaborazione di una nuova legge elettorale nel quadro di un organico progetto di riforma istituzionale che guardi ad un modello di Cancellierato alla tedesca.

La Dio-incidenza secondo Eva: un diario di vita e fede in Africa.

Finalmente ha deciso di raccontare la sua esperienza umanitaria in Africa, condividendo un diario di viaggio intriso di ironia, fede e umanità. Pubblicato da Bur Rizzoli l’8 ottobre, il libro della Crosetta (conduttrice del programma di approfondimdnto religioso Sulla via di Damasco in onda su Rai 3) rappresenta un’autentica testimonianza del potere trasformativo dell’amore e della solidarietà.

L’autrice narra un percorso di vita che prende una piega inaspettata, grazie a quella che lei stessa definisce una “Dio-incidenza”: l’incontro con don Matteo Galloni, fondatore della Comunità Amore e Libertà, un’organizzazione che dal 1988 si dedica all’accoglienza di bambini e ragazzi in difficoltà, sia in Italia che nella periferia di Kinshasa, in Congo. È proprio qui, nella missione di Masina III, che Eva Crosetta trascorre un periodo a stretto contatto con una realtà a tratti dura, ma ricca di speranza e di umanità.

Il libro si articola come un diario di viaggio, dove la scrittura delicata dell’autrice ci guida attraverso momenti quotidiani talvolta commoventi, talvolta crudi. Tra le pagine, conosciamo personaggi come Mbui, un ragazzo sordomuto dotato di uno spiccato talento teatrale, e Giovannino, un bambino che nonostante la giovanissima età dimostra un’incredibile grinta. Non mancano figure carismatiche come Alessandra, considerata una sorta di “maman” per gli ospiti della missione, e Gabriella, che dopo un primo viaggio in Congo ha deciso di restare e adottare un bambino del posto.

Crosetta ci offre una riflessione profonda sul significato della fede e della conversione, ma anche una critica velata verso i “diktat sociali e umanitari” che spesso risultano ingannevoli nella loro apparente bontà. Con una scrittura sincera e priva di retorica, l’autrice riesce a trasmettere il senso di riconoscenza e meraviglia per la vita, invitando il lettore a prendersi una pausa dai ritmi frenetici della quotidianità per riflettere sull’importanza della vera solidarietà.

In “Che colpa ne ho se sono nato in Congo all’ombra di un mango?”, Eva Crosetta non offre solo il racconto di un’esperienza personale, ma un invito a scoprire l’essenza del dono reciproco e del potere dell’amore. Un libro che non solo informa, ma commuove, toccando corde profonde e spingendo a riflettere sulla nostra posizione nel mondo e sul significato della nostra esistenza.

Europa padrona del proprio destino? il governo Meloni scelga la coerenza.

[…] l’Europa deve assumere una sovranità diversa nel contesto geopolitico internazionale, lei [Giorgia Meloni, ndr] lo ha richiamato, e non può più permettersi di lasciare ad altri la definizione della propria identità e della propria potenza. O l’Europa diventa pienamente padrona del proprio destino, o non sarà più Europa. E questo significa, nell’ambito della difesa, una difesa comune, e questo significa, nell’ambito anche delle politiche commerciali e industriali, una visione strategica comune, e questo significa anche portare avanti politiche che valorizzino l’Europa come il luogo della produttività, anche delle componenti necessarie per le principali fasi della transizione, ivi compreso un processo di miglioramento, di informazione e di formazione alle nuove competenze.

Tutto questo è il nuovo che noi dobbiamo costruire, ma nel nuovo che dobbiamo costruire non dimentichiamoci che usare i toni che ancora oggi abbiamo sentito, che rispetto all’Europa è stato tutto sbagliato, ecco questo, invece, è qualcosa di estremamente dannoso. L’Europa non è più il sogno delle nostre madri e dei nostri padri costituenti, l’Europa è un fatto storico che ha presidiato lo sviluppo, il progresso, la libertà, la democrazia per le nostre Nazioni: o noi questo sogno lo trasformiamo ancora convintamente in un fatto che sia ancora più compiuto, oppure ci condanneremo al disfacimento, all’isolazionismo e, purtroppo, anche ad essere aggrediti da quei dittatori disumani che stanno colpendo l’Ucraina, come Putin, che è di fatto un primo attacco all’Europa.

E allora, Presidente, lo chiediamo con forza: non è possibile che nel Parlamento europeo si siano sentite le parole filo-putiniane che Orbán ha portato in quel Parlamento e non è possibile che, nel prato di Pontida, quelle stesse parole siano state pronunciate, sottoscritte da Ministri del suo Governo. Prenda le distanze da questo spirito antieuropeista, che è uno spirito antitaliano e antipatriottico perché solo nel destino europeo si potrà giocare il destino italiano. Abbia il coraggio di prendere questa distanza perché il popolo italiano glielo chiede nelle aspirazioni che sono contenute nella nostra Costituzione perché quelle aspirazioni solo nel contesto europeo si svolgono e si compiono pienamente.

Sul tema dell’immigrazione, io non mi voglio associare ai toni apocalittici che ho sentito, però diciamocelo chiaramente: la questione dell’Albania e la scelta dell’Albania è una scelta che non è efficace a risolvere il problema, che va affrontato con una strategia europea che lavori anche per un’inclusione. Penso, in particolare, al tema della forza lavoro degli immigrati, ma su questo, Presidente, – e qui chiudo – io, glielo dico da donna a donna, vorrei richiamare delle parole. Quando si parla di immigrazione, si sta parlando di vite umane e io vorrei che in quest’Aula risuonassero le parole di De Gasperi, un padre dell’Europa che aveva una sensibilità popolare, anche di radici cristiane: “Io spero, dunque, che in queste vostre riunioni, oltre alle formule unificatrici delle risoluzioni, avrete riconfermato nel vostro spirito che una cosa sola è essenziale. Questa sola esige tutti i sacrifici, questa sola esige i compromessi, esige compromessi personali, familiari, nazionali. Questa cosa è il senso unitario del consorzio umano, questo senso di fratellanza universale, al di sopra delle Nazioni e della politica, che è l’eredità e il patrimonio del cristianesimo”.

Non dimenticate mai, mai che la dignità delle persone e la vita umana vengono comunque prima di tutto, prima delle ideologie, prima delle grida, prima degli applausi scomposti e meritano queste sole il nostro impegno congiunto e cooperante nel contesto europeo.

Alcide De Gasperi, lo statista.

Nel parlare di De Gasperi anche noi dovremmo adoperare le parole che usò lui, il 28 ottobre del 1922, per manifestare il suo stato d’animo in un momento difficile per il Paese, con la marcia su Roma in pieno svolgimento. Su una cartolina indirizzata alla famiglia, che a Borgo Valsugana attendeva sue notizie, scrisse con l’immagine del Duomo di Orvieto davanti agli occhi: “Cercando nelle opere della passata grandezza un conforto per l’ansiosa attesa dell’oggi”. Eccco, la grandezza che ci sovrasta, è pure elemento di conforto; e noi sappiamo quanto grande è stato De Gasperi, e come la sua figura abbia inciso sulla vita pubblica del nostro secondo Novecento. Per questo il settantesimo anniversario della scomparsa costituisce un’occasione preziosa per riflettere sull’attualità della sua lezione, per trarne politicamente conforto.

Uno dei suoi meriti. Ampiamente riconosciuti, è stato quello di aver traghettato l’Italia verso uno stabile sistema  democratico. Tutta la sua impresa si compie in otto anni, visto che inizia a fine 1945 e termina a metà del 1953. Ora, non si capisce De Gasperi se non si conosce la sua formazione. In sintesi, nasce in un piccolo borgo Trentino, Pieve Tesino, quindi è cittadino Austro-Ungarico, ovvero suddito di un impero in cui la scuola, obbligatoria sino a 14 anni, assolve pienamente alla funzione di contrasto all’analfabetismo, una piaga altrove devastante. Vive in un contesto in cui i cattolici, sulle orme di quanto promosso in Germania e Austria, possono organizzarsi in partito, mentre il non expedit avrebbe impedito a lungo, fino alla nascita del Ppi nel 1919, un’analoga libertà organizzativa dei cattolici italiani.

Lapertura della Chiesa trentina, specie sotto la guida del vescovo Endrici (1904-1940), valorizza lapporto dei laici al punto che nel 1905 al giovane De Gasperi viene affidata la direzione de La Voce cattolica”, organo ufficiale della diocesi. È questo l’ambiente in cui il futuro statista doveva maturare la consapevolezza che per i cattolici si imponevano nuove forme di impegno, tanto più che le masse contadine si affacciavano alla politica, agli esordi del nuovo secolo, con la tradizionale diffidenza del montanaro verso una certa aristocrazia intellettuale ed economica di stampo liberale, nonché verso lapproccio, a volte puramente ideologico, dei socialisti. 

Dopo lelezione nel 1909 al Consiglio comunale di Trento è la volta dell’ingresso, a due anni di distanza, al Parlamento di Vienna. Non sono tempi facili. Scoppia la Grande guerra e per i trentini, obbligati a combattere contro gli italiani, è una prova doppiamente amara sia per l’impatto materiale che per quello morale. De Gasperi è impegnato a dare protezione e sostegno alle migliaia di sfollati – la sua gente – costretti a vivere in condizioni spesso drammatiche. Vienna alla fine perderà la guerra. Nell’ottobre del 1918 è pronto a dichiarare in Parlamento che le terre irredente devono tornare alla madrepatria, scartando ambigue soluzioni autonomistiche come quella prospettata dai Popolari friulani per la vecchia contea di Gorizia-Gradisca.

Con il ricongiungimento del Trentino al Regno dItalia inizia la seconda vita di De Gasperi. Il primo intervento che fa alla Camera dei Deputati il 24 giugno 1921 è incentrato sulla difesa dellautonomia territoriale ma chiede come mai alla stazione di Trento, dove prima operavano tre impiegati agli sportelli di biglietteria, ora fossero diventati dodici, nonostante la diminuzione del numero dei biglietti. E tra lilarità dei colleghi deputati chiede se non sia  opportuno,  di fronte alla disparità di spesa con la precedente gestione asburgica, “arrivare a risparmiare lo spago, le buste e la ceralacca”.

 

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Italia Informa | Soddisfazione e innovazione: come ripensare il lavoro nell’era digitale.

Il quotidiano online Italia Informa evidenzia, con i suoi dati del 15 giugno 2024, che solo il 5% degli italiani è contento del proprio lavoro. Il quotidiano fornisce un altro dato interessante: il 56% di coloro che hanno cambiato lavoro per stare meglio, nel giro di un anno si è pentito. Tutto ciò avviene in un contesto in cui l’88% delle società italiane (dato Doxa, anno 2023) trova difficoltà a trovare le figure professionali desiderate.

Quindi, per poter dare una soluzione all’attuale “non incontro” tra la domanda di soddisfazione lavorativa e la corrispondente offerta di lavoro, è prioritario progettare nuovi modelli organizzativi, che rendano le organizzazioni attrattive per il loro “saper vivere bene”. Significa, cioè, promuovere a tutti i livelli una profonda riorganizzazione delle attività produttive.

In altri termini, bisogna avere ben chiari i valori di fondo che, attualmente, governano il taglio dei lavori ripetitivi, privi di componenti creative, eseguibili dalle macchine digitali; vanno, cioè, adottati valori che promuovano lavori di qualità, aperti alla trasformazione digitale e, al tempo stesso, idonei ad apportare benessere al lavoratore.

A questo proposito, se non è ben gestita, la trasformazione digitale può aumentare la disaggregazione sociale nell’ambiente di lavoro. Ciò è, invece, risolvibile mediante solidi modelli di partecipazione dei lavoratori alla vita aziendale. Un’altra politica di sostegno del lavoro ricco di valore sociale è la diffusione del progresso tecnologico, mediante reti territoriali tra i soggetti interessati, sul territorio nazionale, perseguendo un efficace coinvolgimento delle imprese, dei centri di ricerca e delle Università. L’obiettivo è lo sviluppo di comunità tecnico-scientifiche al livello della base produttiva.

La risposta al malessere dei lavoratori è ottenibile anche mediante la formazione di una nuova imprenditorialità che sappia superare il fallimento sociale del modello neoliberista, tuttora dominante nel mondo occidentale, modello che ha favorito la crescente disparità economica e sociale dei lavoratori, disuguaglianza che non incrementa l’operatività e la coesione sociale, indispensabili per affrontare con successo la competitività internazionale.

Non solo, ma nella misura in cui si mette al centro del lavoro la difesa e lo sviluppo dell’occupazione, diventano fondamentali le politiche della formazione professionale. Possono essere un’efficace risposta all’indebolimento del mercato occupazionale che, sovente per colpa della cattiva politica, non provoca un ripensamento strutturale delle politiche di intervento, bensì un incremento dei “bonus” assistenziali.

È anche decisamente ingannevole l’errato convincimento che l’intervento delle Istituzioni sul mercato sia fallimentare, perché incapace di condizionare il ciclo economico. Invece, gli eventi negativi del mercato possono essere assorbiti positivamente applicando un modello partecipativo; in tale modo, come già sostenuto, la forza autoprodotta nella comunità produttiva, per effetto dei comportamenti responsabili di tutti gli attori, può ottenere rilevanti miglioramenti nei risultati economici dell’impresa.

In conclusione, il malessere lavorativo può essere ridotto, se non annullato, con l’adozione e la personalizzazione di modelli di organizzazione del lavoro capaci appunto di gratificare, come sottolineato, l’impegno lavorativo. È un processo di gratificazione che si ottiene, innanzi tutto, con un’applicazione della tecnologia digitale coerente alla salvaguardia della persona e non nell’esclusivo interesse del profitto.

 

[Articolo qui riproposto integralmente per gentile concessione dell’autore]

Colf filippine in Corea del Sud: luci e ombre del programma di Seoul.

Due donne filippine assunte come collaboratrici domestiche nell’ambito di un programma internazionale e che erano fuggite dalle case sudcoreane di Seoul in cui erano impiegate, sono state ritrovate nei giorni scorsi a Busan. Le due donne erano scomparse dal quartiere di Gangnam-gu il 15 settembre. 

La settimana scorsa, un rappresentante del Dipartimento dei lavoratori migranti delle Filippine, Bernard Olalia, ha raccontato che le due donne si sentivano in difficoltà per “eccessi di lavoro e sorveglianza”, aggiungendo che sono state ritrovate il 4 ottobre dopo essere state assunte come addette alle pulizie. “È lì che sono state arrestate, con il loro nuovo datore di lavoro. Sono state portate all’autorità per l’immigrazione di Busan”, ha spiegato Olalia.

Le due donne si trovavano in una struttura di accoglienza nel quartiere di Yeonje-gu, hanno inoltre specificato i media sudcoreani. Le autorità filippine hanno continuato dicendo che in caso di espulsione (come ha inteso di voler procedere il ministero della Giustizia della Corea del Sud) le due collaboratrici riceveranno dal governo l’assistenza legale e finanziaria necessaria. 

L’amministrazione metropolitana di Seoul aveva avviato il progetto pilota a inizio agosto, prendendo a modello politiche già attive a Singapore e Hong Kong. È stato inizialmente concepito per una durata di sei mesi per poi essere esteso, l’anno prossimo, a tutta la Corea del Sud, portando il numero di lavoratrici filippine a 500 nel 2025 e a 1.000 entro il 2028, nel tentativo di fornire assistenza a basso costo alle famiglie e ridurre la crisi demografica del Paese, considerata una vera e propria emergenza nazionale.

In accordo con il governo di Manila, 100 donne filippine tra i 25 e i 38 anni sono state inviate in 169 nuclei familiari (priorità è stata data a famiglie con più bambini a doppio reddito o situazioni monoparentali) appositamente selezionati dalle autorità metropolitane. 

Il programma ha finora mostrato luci e ombre. Oltre 20 famiglie si sono ritirate, citando questioni legate agli orari. Anche le lavoratrici filippine, in specifiche riunioni organizzate dalla città di Seoul hanno messo in luce una serie di problemi, tra cui l’obbligo di coprifuoco, che imponeva alle collaboratrici di tornare nei propri alloggi entro le 22, malgrado la distanza delle case delle famiglie, che costringono a lunghi viaggi in treno, soprattutto per chi lavora per più di un’abitazione, impedendo di tornare negli alloggi a riposarsi.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Seoul:-due-lavoratrici-filippine-scappano-dal-programma-coreano-per-le-colf-61709.html

Vatican News | IA e solidarietà globale: l’Intervento di Suor Petrini al GSS-24.

“Sebbene rappresenti un importante risultato del progresso tecnologico, l’Intelligenza artificiale (IA) rimane uno strumento al servizio dell’essere umano”. Questa la posizione espressa da suor Raffaella Petrini, segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, intervenuta al Global Standard Symposium (GSS-24) di Nuova Delhi, in India, nell’incontro di alto livello incentrato sulle leadership e il loro ruolo nel “disegnare il futuro dell’innovazione”. Suor Petrini guida la delegazione della Santa Sede, presente anche una delegazione del Dicastero per la Comunicazione guidata da monsignor Lucio Adrián Ruiz.

 

Progresso tecnologico e sviluppo umano

Il segretario generale del Governatorato ha esordito legando il concetto di “progresso tecnologico” a quello di “sviluppo umano”, notando come, da una parte, gli strumenti più innovativi permettano “di ridurre i rischi, di migliorare il nostro lavoro e le nostre condizioni di vita” e come dall’altra la società sia chiamata ad un loro utilizzo “eticamente responsabile”. Ciò si rende vero per le tecnologie “relativamente semplici” ma “ancora più necessario in relazione all’uso dell’IA”, capace di rappresentare, riprendendo il concetto espresso da Papa Francesco nel corso della sua partecipazione alla sessione del G7 sul tema, “una vera e propria rivoluzione cognitivo-industriale”.

 

Uno sviluppo etico per l’IA

I criteri scelti per “allenare” tali tecnologie sono, nella visione di suor Raffaella Petrini, “fattori cruciali” nel determinare “se i diritti umani fondamentali sono rispettati”, se tali sistemi sono “affidabili e duraturi” e se essi risultino effettivamente “sostenibili”. In tale contesto, la “cooperazione internazionale”, basata su un “dialogo onesto”, risulta “essenziale nello stabilire politiche condivise che possano guidare lo sviluppo di questi modelli secondo standard di sicurezza e principi etici.” Un compito “impegnativo”, tuttavia “necessario per produrre riflessioni condivise e soluzioni politiche volte a ricercare ciò che è buono e giusto”.

 

La sede del Global Standard Symposium a Nuova Delhi, in India

 

L’algor-etica delle nuove tecnologie

Durante il suo intervento, il segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano cita ancora Francesco, che nel messaggio per la Giornata mondiale della pace 2024 notava la “necessità di un dialogo interdisciplinare finalizzato a uno sviluppo etico degli algoritmi – lalgor-etica , in cui siano i valori a orientare i percorsi delle nuove tecnologie”. La tecnologia, ha ricordato ancora la religiosa, “è nata con uno scopo”, ovvero quello di rimanere “uno strumento per costruire il bene di ogni essere umano e un domani migliore per tutti”. Una concreta “ispirazione” nell’applicazione di tale auspicio “esemplifica oggi una forma concreta di solidarietà che permette ai governi di stabilire priorità e alle organizzazioni di assumersi responsabilità per tutti i loro interlocutori”.

 

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https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2024-10/vaticano-intelligenza-artificiale-suor-petrini.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

Upb, Lilla Cavallari: “Investimenti e riforme essenziali per il futuro del Paese”.

“Dar vita a una manovra che sia anche una spinta all’economia è assolutamente necessario”. Lo ha affermato la presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), Lilia Cavallari, intervistata da Manuela Moreno a Tg2 Post alla vigilia del Consiglio dei ministri, che discuterà il disegno di legge di bilancio e il Documento programmatico di bilancio da inviare a Bruxelles entro il 15 ottobre. Tempi stretti, dunque, tanto che il ministro dell’Economia sta lavorando a oltranza in vista del Cdm di domani.

L’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) è un organo indipendente istituito nel 2014 con il compito di valutare le previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica, nonché monitorare l’andamento dei conti pubblici, fornendo pareri tecnici su documenti chiave come la legge di bilancio e il Documento programmatico di bilancio.

“C’è un percorso di consolidamento che è impegnativo e prolungato nel tempo, ma dall’altro lato è necessaria una spinta alla crescita, e per questo servono investimenti e risorse”, ha spiegato Cavallari. “Occorre accelerare la spesa del Pnrr e mantenere un livello elevato di investimenti pubblici anche dopo il 2026, alla conclusione del Pnrr. E procedere con le riforme, che insieme agli investimenti possono migliorare l’efficienza e la capacità produttiva, incidendo sulla crescita potenziale.”

Cavallari ha poi sottolineato che il Piano strutturale di bilancio già individua aree chiave per riforme e maggiori investimenti pubblici, come la giustizia e la pubblica amministrazione. “Questo è fondamentale, perché il motore di crescita nei prossimi anni saranno proprio gli investimenti e le riforme”, ha ribadito.

Infine, rispondendo a una domanda su come affronterà l’approssimarsi di questa mezzanotte, termine per la presentazione del Dpb a Bruxelles, Cavallari ha dichiarato: “Aspetto con tranquillità e con fiducia”.

 

P.S. Lilia Cavallari è un’economista di rilievo con una lunga esperienza accademica e istituzionale. Prima di essere nominata presidente dell’Upb, ha ricoperto incarichi di docenza e svolto ricerche nel campo della politica economica, con particolare attenzione all’analisi delle politiche fiscali e monetarie.

Il calcio di oggi e il ricordo di Gigi Meroni.

Ma c’è ancora qualcosa che lega il calcio di ieri – degli anni ‘60, ‘70, 80, ‘90, – con quello di oggi? E lo dico e lo chiedo proprio in questi giorni, ricordando quel drammatico 15 ottobre 1967 che vide la morte di Gigi Meroni, idolo dei tifosi del Torino e icona dell’intero calcio italiano in un incredibile incidente automobilistico avvenuto nel centralissimo corso Re Umberto nel capoluogo piemontese. Il “George Best del calcio italiano”, veniva chiamato in quegli anni, paragonandolo al grande campione del Manchester United. Ma Meroni era molto di più.

Era innanzitutto un ragazzo – quando muore aveva appena 24 anni ed era già un campione riconosciuto a livello nazionale ed europeo – che amava la vita, giocava a calcio ma non rinunciava affatto ai suoi ideali e al suo “stile inconfondibile”. Uno stile che lo ha portato in quegli anni – metà degli anni ‘60 – a convivere con una donna già sposata, a vivere in una minuscola soffitta di Piazza Vittorio Veneto a Torino, ad essere noto anche come pittore e creatore di vestiti ma, soprattutto, era una persona con un forte profilo umano e una grande dirittura morale. Ed era, per fermarsi all’ambito calcistico, un giocatore che amava il Torino, la maglia granata, il popolo granata.

Insomma, Gigi Meroni era un punto di riferimento dell’universo granata anche e soprattutto per la sua inconfondibile personalità. Un leader in campo e fuori dal campo che ha fatto di Meroni l’emblema di un calcio umano, popolare, legato al territorio e anche espressione di valori veri, autentici e solidi. Sì, eravamo negli anni ‘60 ma si tratta, comunque sia, di un calcio romantico che infiammava i tifosi, e non solo i tifosi. Galvanizzava una città, una regione e un intero paese. La violenza non era di casa, la criminalità organizzata non gestiva le curve degli stadi ‘perché, molto semplicemente, i tifosi erano degli appassionati di calcio e non professionisti della violenza o del teppismo cittadino. I calciatori non erano miliardari in quegli anni – c’era ancora la lira, come ovvio – anche se erano indubbiamente ben pagati ma non affatto dei “paperoni”.

Insomma, e al di là di qualsiasi regressione nostalgica o passatista, è indubbio che quel calcio non torna più. Appartiene ad una fase che è ormai consegnata alla storia. Eppure le icone di quei tempi, i miti di quelle stagioni continuano ad essere al centro dei ricordi dei tifosi, dei simpatizzanti e di tutti coloro che amano un calcio fatto di competizione, di sudore, di tecnica e raffinatezza, di profumo dell’erba, di cori e slogan, di sberleffi e di colonne sonore, di colori della squadra e di serietà e professionalità dei calciatori. Cioè dei protagonisti del campo. E Gigi Meroni, a quasi 60 anni dalla sua scomparsa culminata in una piovosa domenica sera dopo una gara vinta al Comunale per 4-2 contro la Sampdoria con tre reti di Nestor Combin, grande amico della “farfalla granata”, continua ad essere un punto di riferimento. Soprattutto per chi continua ad amare un calcio dal volto umano e ricco di valori. E Gigi Meroni ce lo ricorda ancora oggi. E non solo ai

tifosi del Torino.

L’ira della Regina Cleopatra nel gioco delle nomine imperiali

Un punto per Cesare. Se mai ci fosse una partita tra due contendenti così diversi e un arbitro dovesse stabilire i punteggi da assegnare, questa volta Cesare vedrebbe assegnato a sé un punto. Già, perché la regina Cleopatra/Meloni ha perso la pazienza e, non sapendo governare l’ira, è andata giù con gli insulti.

Ma veniamo ai fatti. C’è da nominare un giudice della corte suprema dell’Impero. Siccome tra le regole c’è la possibilità che venga esaminato anche Cesare, quest’ultimo si astiene. La regina Cleopatra/Meloni interpreta il silenzio come un via libera e, siccome nel regno d’Egitto si fa così, applica il suo metodo e designa uno dei suoi. Ma c’è un “ma” di troppo: la nomina deve raccogliere i voti di tutti quelli che rappresentano il Senatus Populusque Romanus, e quindi va organizzata la conta. Esercizio di democrazia che una regina, capo assoluto, non sa come gestire. Si affida ai suoi e commette un errore: informa la ciurma senza prima aver ben concordato con i due luogotenenti e senza aver fatto un discorsetto ai suoi sul valore del silenzio e dello spirito di corpo, dando per scontato che le obbediscano.

Invece, come le serpi del deserto, la notizia del nominato si diffonde veloce e silenziosa, e il poveretto finisce trombato senza nemmeno essere votato. L’ira della regina si manifesta subito. Radunata la ciurma sul ponte, dalla tolda parte la ramanzina. Prima contro se stessa e poi contro tutti quelli che ha personalmente scelto per formare la ciurma tra gli egiziani più fidati, riconoscendo che è inutile faticare per degli ingrati. La ciurma ascolta, e tra quelli che sanno ma mantengono il silenzio, scorre qualche sorrisetto beffardo (potevi lasciarci in Egitto a governare il tuo regno, invece di trascinarci in questa avventura con Cesare al grido “siamo pronti”… quando tanto pronti non lo eravamo). E poi contro i traditori, ovvero quelli che hanno impallinato il candidato. Infami, li chiama, piuttosto che ignavi, come sarebbe più corretto… perché costoro non sono senza fama (in-fama), ma senza coraggio per esprimere il proprio dissenso, e quindi ignavi: senza volontà e codardi.

La regina, però, è furiosa, teneva molto al risultato. Pure il prescelto sperava di andarsene e il subentrante di arrivare vicino alla luce irradiata dalla regina. Ma l’amata Cleopatra/Meloni è ancora digiuna di tattica, e ora si trova nell’impasse: non tanto per il fatto di governare una ciurma che non l’ascolta, quanto per avere accanto qualcuno che forse le stava troppo stretto e di non poter far arrivare chi l’avrebbe compiaciuta di più. Se solo avesse chiesto, umilmente, a Cesare, maestro di strategia e tattica, come si porta a casa il risultato quando l’Impero non è ancora tuo, si sarebbe risparmiata l’ira, la rabbia e l’umiliazione di aver perso per colpa degli ignavi/infami. Onta e inconsolabile animo rabbioso.

La ciurma, tuttavia, incassa l’insulto senza troppo dispiacere e affila le armi per il prossimo ordine che verrà.

Il Nobel a Geoffrey Hinton costituisce motivo di riflessione

Più volte mi sono occupato di Geoffrey Hinton e del suo approccio al tema dell’intelligenza artificiale fino ad esserne considerato uno dei padri fondatori, della sua carriera in Google di cui è stato per dieci anni eminenza grigia e portavoce: ricordo di averlo citato ad esempio in relazione al tema della realtà aumentata e delle strade aperte dal Metaverso, in alcuni scambi epistolari con il Prof. Vittorino Andreoli, comprese le recensioni dei suoi libri più recenti. Entrambi avvertivamo il pericolo di una concezione pervasiva e totalizzante dell’intelligenza artificiale e dei suoi cascami ideologici, fino a rischiare di perdere nei ragionamenti e nei comportamenti derivanti, il concetto di “normalità”.

Insieme a queste deduzioni si avvertiva di converso la necessità di ripristinare i limiti necessari per evitare uno stravolgimento negli stili di vita e il timore che le azioni umane fossero condizionate dalla tecnologia e dal mondo virtuale fino a perdere il senso dell’etica condivisa.  Geoffrey Hinton aveva offerto spunti di riflessioni importanti per la sua esperienza e per l’autorevolezza del suo carisma, consolidato nel periodo di permanenza nell’azienda leader dei motori di ricerca.

Debbo ammettere di essere rimasto affascinato dalla sua personalità, dalla sua penetrante intelligenza, dal suo equilibrio che ha saputo conservare in un mondo immersivo e virtuale come quello in cui ha elaborato teorie e analizzato tutti gli aspetti di questa dimensione complessa, che richiede competenze e padroneggiamento.

A un certo punto e direi al culmine della sua ascesa professionale che lo aveva reso autorità indiscussa in materia, Geoffrey Hinton – pioniere della ricerca sulle reti neurali e sul “deep learning” – lasciava Google con una motivazione che faceva riflettere: “I programmi di IA hanno fatto passi da gigante e ora “sono piuttosto spaventosi. Al momento i robot non sono più intelligenti di noi ma presto potrebbero esserlo”, aveva affermato alla BBC prefigurando scenari distopici impensati persino dalla fantascienza. “Il chatbot potrebbe presto superare il livello di informazioni di un cervello umano, mentre ‘cose’ come GPT-4 oscurano una persona nella quantità di conoscenza generale”.

Una rappresentazione immaginata alle soglie di un baratro ormai prossimo.

Proprio in questi giorni allo scienziato è stato attribuito il Premio Nobel per l’intelligenza artificiale e a questo prestigioso riconoscimento non sono estranee le riflessioni e gli approfondimenti che proprio nel momento apicale della sua carriera – che ha coinciso con valutazioni decisamente non allineate al trionfalismo dei fautori più convinti dell’I.A. – gli hanno restituito una dimensione umana, critica e riflessiva, peraltro interpretando dubbi e perplessità circolanti nell’immaginario collettivo.

L’apprendimento dei computer è da tempo importante per la scienza, perché permette di analizzare enormi quantità di dati. Hopfield (premio Nobel per la fisica) e Hinton (Premio Nobel per l’intelligenza artificiale)  hanno usato gli strumenti della fisica per porre le basi dello sviluppo attuale dell’apprendimento automatico. La capacità di imparare in modo autonomo da parte dei computer, basata sulle reti neurali artificiali, oggi sta rivoluzionando la scienza, l’ingegneria e la vita quotidiana”: questa è stata la motivazione del Premio.

Che è poi sostanzialmente un riconoscimento ai progressi compiuti in questo ambito dove l’intelligenza umana si incrocia in continuazione con l’intelligenza della “macchine” che produce, e che in Hinton ha assunto i toni del ripensamento ma anche di una consapevole lungimiranza. “Ho lasciato perché non mi sentivo libero di parlare dei rischi dell’intelligenza artificiale…Me ne sono andato per poter parlare dei suoi pericoli”.

Questa scelta sorprendente mi ha ricordato le spiegazioni che Reinhold Messner mi aveva dato parlando dei rischi delle ascese in montagna, della capacità di sapersi fermare in tempo, dell’importanza della valutazione dei pericoli possibili, delle pause e delle soste, perché “le dimensioni umane nascoste sono più importanti di quelle trionfalistiche”.

Il paragone potrà apparire eccessivo e fuori tema: citandolo voglio solo ricordare che ci sono limiti invalicabili di cui bisogna avere consapevolezza e che in questo, piuttosto che nell’avventura senza momenti di riflessione, sta la grandezza dell’uomo saggio che sa soppesare vantaggi, pericoli e conseguenze.

Trovo perciò che questo Nobel assegnato a Geoffrey Hinton ne metta in luce gli straordinari progressi sul tema dell’intelligenza artificiale ma sia anche un tributo alla capacità di fermarsi e “soppesare”, insomma un riconoscimento al valore del “pensiero critico”, massimo traguardo di ogni esperienza esistenziale.

Dibattito | Il Popolo non rispnde all’appello? Eppure esiste una versione online.

Caro Giorgio Merlo, quanto da te denunciato sulla chiusura de Il Popolo nell’articolo pubblicato su Il Domani dItalia (Il Popolo, la nostra gloriosa testata manca allappello), appare sacrosanto da un lato, ma quantomeno ingeneroso dall’altro.Il Popolo ha cessato le sue pubblicazioni come organo ufficiale della Democrazia cristiana (Dc) con la fine del partito stesso, entrando così in un contenzioso (che meriterebbe un riesame alla luce della sentenza della Cassazione n. 25999 del 23.12.2010), risoltosi poi con il compromesso tra Buttiglione e Castagnetti, in occasione della spartizione dei beni della Dc tra due eredi, entrambi illegittimi, come sentenziato in via definitiva dalla Suprema Corte. Se il “de cuius” non è mai stato dichiarato giuridicamente defunto, come potevano i presunti eredi spartirsi le spoglie?

Per anni abbiamo cercato, senza successo, di fare chiarezza su questa complessa questione, anche dopo il tentativo dell’autoconvocazione dell’ultimo consiglio nazionale del partito nel 2012. Onestamente, lascio ai giuristi il compito di approfondire questa vicenda, che comunque non rende onore alla storia della Democrazia cristiana. È sacrosanto, quindi, come tu sottolinei, cercare di sciogliere questo nodo – che non è certo l’unico – relativo al patrimonio immobiliare e immateriale della storica Dc. Tuttavia, è ingeneroso non riconoscere l’impegno e la dedizione con cui Tommaso Stenico sta portando avanti la pubblicazione della testata online de Il Popolo.

Grazie anche alla tua preziosa collaborazione, negli ultimi mesi la testata ha raccolto testimonianze di molti amici su una settantina di esponenti democristiani che hanno servito il Paese “con dignità e onore”. Questo sforzo culminerà con la pubblicazione di un libro, curato dallo stesso Stenico e dal sottoscritto, intitolato Scuola di Democrazia Cristiana, che contiamo di presentare alla stampa il prossimo novembre.

La voce de Il Popolo è dunque ancora presente e viva, pronta a dare spazio a quanti sentono di appartenere alla vasta realtà culturale, sociale e politica della Dc e dei Popolari. Non so se, quando, o chi potrà porre fine alla vergognosa vicenda della spartizione illegittima dei beni della storica Dc (Il Popolo e La Discussione compresi), ma so che Il Popolo online (www.ilpopolo.cloud) è oggi uno strumento essenziale per dare voce, in piena libertà, a tutti noi “dc non pentiti”. Lunga vita, dunque, a Il Popolo, ora come allora.

Vita e Pensiero | Un risveglio inaspettato: giovani e fede in Francia.

Daniela Zappalà

 

Questestate, con le Olimpiadi, il mondo è stato nuovamente stregato dalla Francia. Ma in questo 2024 condito di record in terra transalpina, ve n’è uno, intimo e meno evanescente, che parla del cuore giovane della stessa Francia, sedotto, come non accadeva da lustri, dalla chiamata del battesimo.

La scorsa Pasqua, in tutto il Paese, il numero di catecumeni giunti davanti al fonte battesimale ha conosciuto un picco decisamente imprevisto. Tanto da sorprendere gli stessi responsabili della Chiesa francese, costretti da anni a leggere statistiche ben poco confortanti, accanto alle analisi di sociologi e filosofi sul presunto declino ineluttabile della fede fra le contrade della ‘Figlia primogenita della Chiesa’.

La notte di Pasqua, i battezzati in età non più infantile sono stati oltre 12mila. Più precisamente: 7.135 adulti e 5.025 adolescenti, con un aumento del 31% rispetto all’anno precedente. La progressione più marcata riguarda gli anni di passaggio all’età adulta. Al punto che nell’ultimo quinquennio, in questa fascia fra i 18 e 25 anni, l’aumento è stato del 150%, secondo la Conferenza episcopale francese. Quest’anno, la fascia dei giovani adulti ha riguardato più di un terzo di tutti i catecumeni (36%), mentre prima della pandemia non rappresentava neppure un quarto (23%). Gli aumenti più forti, inoltre, riguardano la Francia rurale: un altro fattore scrutato con grande attenzione, dato che la pratica religiosa ha rappresentato negli ultimi decenni nel Paese soprattutto un fenomeno urbano, con una partecipazione più spiccata alle liturgie da parte di credenti con livelli elevati di studi. Ma fra i nuovi catecumeni, questo sbilanciamento preoccupante pare ora ridimensionato, grazie a una presenza crescente di giovani legati a ceti meno agiati.

Il Paese sta conoscendo unondata di ripensamentisulla fede? L’interrogativo traversa di nuovo il dibattito. Ma la questione, in realtà, è più ricca e sfaccettata. Anche perché circa il 5% dei catecumeni sono degli ex musulmani pronti a convertirsi, nonostante il clima ancora a dir poco refrattario a queste traiettorie di fede, in un’ampia parte delle famiglie e comunità islamiche.

Queste cifre sono giunte come una boccata dossigeno, in un Paese che conosce da decenni una rarefazione progressiva dei battesimi infantili: si è passati dai circa 400mila nel 2000 ad appena 209.600 nel 2022, in anni in cui la pratica religiosa non è di certo cresciuta. Di fatto, solo un quarto dei bambini francesi sotto i 7 anni risultano oggi battezzati, rispetto alla metà nel 1996. E i timori circa una disaffezione verso la Chiesa erano ancor più cresciuti di recente, nella fosca scia degli scandali degli abusi sui minori o sulle donne, che hanno finito per investire anche due figure di riferimento della carità cristiana in terra di Francia, entrambi all’origine di celebri movimenti internazionali di sostegno ai più fragili: Jean Vanier, fondatore dell’Arca e co-fondatore di ‘Fede e Luce’, e l’abbé Pierre, iniziatore di Emmaus.

 

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https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-se-la-francia-si-riscopre-cristiana-6596.html

Morire democristiani? Stasera in Tv la storia di un dilemma etico-professionale.

Enrico, Fabrizio e Stefano condividono, oltre a una lunga amicizia, una carriera vissuta insieme. Il loro percorso professionale ha radici nel vasto e complesso mondo della sinistra italiana, sebbene con sfumature diverse. Nel loro lavoro rivendicano un costante impegno a mantenere quella che definiscono una “purezza etica”. Questo ideale guida le loro scelte professionali, spingendoli a selezionare con attenzione i progetti a cui dedicarsi, senza cedere a compromessi che potrebbero tradire le loro convinzioni.

La svolta arriva quando ricevono una proposta che potrebbe cambiare le loro vite: la realizzazione di un documentario per una Onlus che si occupa di immigrazione. È un’opportunità concreta per dare respiro alle loro ambizioni, ma rappresenta anche un dilemma morale. Accettare un incarico da un’organizzazione esterna, anche se formalmente impegnata in cause giuste, implica per loro il timore di cedere a dinamiche di mercato, di auto-promozione o di spettacolarizzazione delle tragedie legate all’immigrazione. Il timore poi è che la Onlus non sia completamente trasparente o che, sebbene animata da buoni intenti, operi in un sistema dove la gestione dell’immigrazione possa essere strumentalizzata Dunque, in gioco è quella purezza professionale che i tre amici hanno sempre difeso.

Il film Si muore tutti democristiani va in onda stasera alle 21.15 su Rai 5. La regia è firmata dal collettivo “Il Terzo Segreto di Satira” – Pietro Belfiore, Andrea Fadenti, Davide Rossi – già noti per la loro pungente satira sulla politica e sulla società contemporanea. Con toni leggeri, il film affronta i dilemmi dell’esistenza pratica. Il titolo, in sé provocatorio, fa riferimento all’idea che prima o poi tutti debbano fare i conti con la vita come essa si presenta realmente. In questo senso, “democristiani” appare sinonimo di un modo non ideologico di affrontare i problemi, specie nel campo del lavoro, mantenendo comunque una direzione rispettosa di valori etici.

Il cast include volti noti come Marco Ripoldi, Massimiliano Loizzi, Walter Leonardi, Renato Avallone e Valentina Lodovini, che danno vita a personaggi credibili, sempre in bilico tra idealismo e pragmatismo.

Vivere nella speranza: la lezione di Sammy Basso.

Non so il perché e il come me ne andrò da questo mondo, sicuramente in molti diranno che ho perso la mia battaglia contro la malattia. Non ascoltate! Non c’è stata mai nessuna battaglia da combattere, c’è solo stata una vita da abbracciare per comera, con le sue difficoltà, ma pur sempre splendida, pur sempre fantastica, né premio né condanna, semplicemente un dono che mi è stato dato da Dio”.

La lettera di addio di Sammy Basso, scritta nel 2017 e letta durante la celebrazione funebre dal Vescovo di Vicenza, Mons Giuliano Brugnotto, è stata un vero e proprio inno alla vita, una testimonianza di profonda fede, che riafferma la centralità e la sacralità della persona nella storia dell’umanità. In questa sua lettera, il ventottenne biologo veneto, ha descritto la sua esistenza di uomo malato di progeria, una malattia degenerativa che causa un invecchiamento precoce. Un messaggio di forte impatto e commozione, che ha sollevato numerosi interrogativi e riflessioni, specialmente sui temi della dignità, del diritto all’autodeterminazione e della sofferenza umana.

Uno degli aspetti più emozionanti della lettera è la lucidità con cui Sammy affronta il tema della morte. Egli non parla dell’interruzione della vita come una condizione “facile” da accettare o priva di sofferenza; al contrario, emerge il dolore per dover lasciare i propri affetti e la vita stessa. Tuttavia, lo scritto è anche la manifestazione di un desiderio di libertà e dignità, che egli sentiva di non poter più vivere a causa della sua condizione fisica e delle limitazioni imposte dalla malattia.

Nel suo addio, però, si percepisce anche una profonda gratitudine verso coloro che gli sono stati accanto, e un senso di pace nel sapere che la sua sofferenza stava per concludersi. E si ricava, allo stesso tempo, un grande segnale di speranza per chi vive la condizione della malattia. La testimonianza della sua breve esistenza ci ha insegnato quanto sia preziosa la vita e la ricchezza espressa dalla persona in quanto tale.

Questo contrasto tra il dolore e la serenità finale di Sammy tocca corde emotive universali, rendendo la sua lettera un documento umano straordinariamente potente. Dal punto di vista etico e filosofico, la lettera si colloca direttamente nel dibattito sul tema del diritto alla vita, come espressione dell’importanza della persona in quanto tale e della profondità del messaggio cristiano nelle forzature del mondo che cambia.

Questa straordinaria lezione di vita ci obbliga a riflettere su quanto sia importante ascoltare chi vive condizioni di sofferenza estrema. Ci ha lasciato davvero – ha detto il Card. Parolin – una inestimabile testimonianza di vita e di fede! Mentre affidiamo Sammy alla misericordia del Padre, mi auguro che la luce che egli ha acceso continui a illuminare e a riscaldare il cuore di tutti noi e, attraverso di noi, i cuori di quanti soffrono e cercano ragioni per vivere e sperare”. Parole che sentiamo di condividere, semplicemente.