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Il convegno di Castagnetti non scioglie il nodo dell’autonomia dei Popolari

L’incontro promosso venerdì e sabato della scorsa settimana da Pierluigi Castagnetti all’Angelicum ha suscitato molte attese, ma alla luce poi dei risultati, ridotti a una generica apertura della Schlein nei riguardi dei cattolici presenti nel Pd, ha lasciato più di qualcuno con l’amaro in bocca. In sostanza, si conferma la criticità di fondo per la caduta di valenza politica del popolarismo nell’involucro di un partito che a tutti gli effetti, trascurando proprio l’apporto di questa storica corrente democratica di matrice cristiana, finisce per indebolirsi nel rapporto con la società. Da quando i Popolari si sono autoconfinati nel recinto della testimonianza intermittente, perlopiù a misura di questioni impegnative sul piano della coscienza dei credenti, come ad esempio la maternità surrogata o il suicidio assistito, si è andato esaurendo il potenziale di attrattività della compagine diretta oggi dalla “radicale” Schlein. Purtroppo i Popolari, intendendo per essi coloro che hanno continuato a militare nel Pd, sono diventati ininfluenti.

All’Angelicum sono state affrontati temi importanti e sono emerse indicazioni suggestive – dalla pace al lavoro, dalle riforme sociali e quelle costituzionali. È la riprova che un retroterra ideale esiste e non si esaurisce, malgrado tutto, con la perdita di una funzione direttiva nel partito originariamente pensato come partito unico del riformisti. Ora, non basta appellarsi, come ha fatto Castagnetti, al carattere democratico del Pd; non basta, cioè, il “diritto alla parola” che tutti, anche i Popolari, sono in condizione di esercitare al Nazareno o nelle realtà di territorio. L’interrogativo ineludibile sta dentro la critica all’abbandono della “cultura di centro”: come è possibile, in definitiva, trasformare il cattolicesimo democratico in una sorta di reagente chimico da immettere nei processi selettivi della sinistra, solo per dare ad essa, in qualche modo, un’inclinazione o una coloritura piuttosto che un’altra?

Guai a confondere la lezione di De Gasperi sul partito di centro che muove verso sinistra con la suggestione dell’ansia sociale – a Dossetti capitò di parlarne (Uciim, 1951) come un tipico complesso attribuibile ai cattolici – che spinge incauti cristiani ad animare la sinistra dal di dentro, con l’idea di surrogarne l’intima volontà di rinnovamento. All’origine del popolarismo troviamo invece quel dato di viva preoccupazione che alla fine della Grande Guerra, di fronte alla crisi del liberalismo e all’aggressiva esorbitanza del socialismo, portava Sturzo a dire in una lettera a Stefano Cavazzoni poco prima di fondare il Partito Popolare: “Abbiamo bisogno di una differenzazione”. Ecco, questo è il punto che dovrebbe essere colto dal mondo popolare. Non si può restare prigionieri di una politica che esige, da parte nostra, la presa di coscienza circa la radicalizzazione della lotta democratica e il suo scadimento a procedura di mera conquista del potere. Abbiamo nuovamente bisogno di una coraggiosa differenziazione, per essere noi stessi nel dialogo con gli altri, senza avere paura di riscoprire il “centro” secondo la storia più istruttiva e stimolante del cattolicesimo popolare e democratico.

Guerra in Medioriente, bisogna fare attenzione alle mosse dell’Iran.

Tralasciando per un momento la grave situazione che si sta determinando in Cisgiordania, il rischio maggiore, nella carneficina della guerra a Gaza, è come noto l’estensione del conflitto ai confini settentrionali di Israele, quelli con il Libano dove comanda e opera Hezbollah. La miccia della possibile esplosione è facilmente individuabile: un violento attacco dei miliziani sciiti contro il territorio israeliano tale da indurre Gerusalemme a invadere il Libano meridionale. In questo caso l’Iran potrebbe intervenire a sostegno della sua costola libanese. Uno scenario da incubo, perché a quel punto gli Stati Uniti, già presenti nel Mediterraneo orientale con due portaerei, potrebbero a loro volta decidere di proteggere attivamente Israele.

Questa possibile, catastrofica, evoluzione dello scenario mediorientale è il solo motivo per il quale sino ad oggi Hezbollah non ha deciso un suo ingresso in guerra. Perché l’Iran non lo vuole, per il momento. Osservare con attenzione le posizioni degli ayatollah è utile per comprendere meglio la situazione e le sue possibili evoluzioni future, almeno quelle di breve periodo. Gli obiettivi preminenti per Teheran sul fronte internazionale sono tre.

Divenire una potenza nucleare, un target che il regime si è dato da molti anni e che, per quanto non facilmente raggiungibile, rimane prioritario sia pure spostato in avanti nel tempo. Da questo punto di vista la rottura da parte del Presidente Trump dell’accordo siglato a Vienna nel 2015 sull’eliminazione da parte dell’Iran delle sue riserve di uranio ha ridato fiato e mezzi finanziari conseguenti all’ala dura del regime: quella che, appunto, vuole ad ogni costo arrivare a possedere la bomba atomica.

Il secondo obiettivo strategico è la realizzazione e il consolidamento della ormai famosa “Mezzaluna sciita”, ovvero il collegamento non interrotto fra l’est e l’ovest mediorientale, fra i suoi territori e quelli, gestiti di fatto da milizie e gruppi sciiti, che arrivano sin sullo sbocco mediterraneo libanese. Da Teheran a Beirut passando per il nord iracheno controllato da Hashd al-Shaabi, per la porzione settentrionale della Siria governata dal dittatore sciita alawita Assad, per il Libano ove Hezbollah comanda molte zone del paese. In alcune di queste aree, in Siria e Iraq, ci sono ancora alcune basi USA in funzione anti ISIS con 3000 uomini che l’Iran ha interesse ovviamente a far andare via e sulle quali pertanto esercita una discreta azione di disturbo tramite attacchi brevi ma plurimi.

Questo collegamento da oriente a occidente, dalle montagne persiane al mare di quello che veniva chiamato il Paese dei Cedri, consente all’Iran di affermare una propria rilevante presenza, diciamo così, “psicologica” oltre che meramente territoriale all’interno del mondo sunnita (azione alla quale si dedicano pure gli alleati Houthi nel nord dello Yemen, impegnati pure a creare problemi agli americani nel Mar Rosso, come testimonia l’attacco di ieri l’altro al cacciatorpediniere USS Carney) nonché di creare una sorta di “autostrada” utile a far pervenire sostegno militare proprio ad Hezbollah, il cui compito rimane quello di esercitare una pressione pesante e continua su Israele, senza peraltro – sinora – superare la linea rossa che preluderebbe ad un devastante conflitto.

Non bisogna infatti dimenticare il terzo grande obiettivo iraniano: la distruzione dello stato ebraico. Obiettivo di lungo periodo, mai però negato. Motivo del sostegno a gruppi come Hamas, anche se sunniti, o alla Jihad islamica palestinese, sicuramente preferita rispetto al primo.

In questo quadro è evidente quanto gli Accordi di Abramo, ancor più nel caso ipotizzato di una adesione ad essi anche dell’Arabia, si pongano in contrasto con le ambizioni strategiche iraniane. È assoluto interesse dunque per Teheran che essi falliscano, o comunque che non vi aderisca il regime saudita. Obiettivo ora raggiunto grazie all’azione terroristica del 7 ottobre. Lecito credere che i Guardiani della Rivoluzione fossero informati – se non di più – di quanto Hamas andava preparando. E questa è un’ombra nera sul futuro. Di tutti, non solo di chi vive in quella martoriata regione.

Insegnare la disobbedienza di fronte alle ingiustizie. Ma quali sono?

Foto di Anja da Pixabay
Foto di Anja da Pixabay

“Allora,  adesso io farò questo: proverò a raccontarvi la storia di una persona che conosce la guerra e conosce la pace

e conosce bene lo spazio che le separa.

Lei è Yusra, Yusra Mardini, classe 1998, 168 centimetri di altezza per 53 chilogrammi di ossa, muscoli, tessuti e volontà.

Nuotatrice agonistica, specializzata in farfalla e stile libero. (Due cose che volano).

Occhi caparbi, mani forti, coraggio sottopelle, elastici tirati come tuffi al cuore oltre il blocco di partenza, capelli legati ai dolori, sudore su costume nero, intero, fino,

micro-fibra, macro-sogni, sponsorizzata Arena.

Per gran parte del suo tempo immersa in acque dolci, ferme, azzurre, amiche

filtrate di cloro, acque sezionate in corsie lunghe rigorosamente 50 metri, attraversate come un galeone, a vele issate, contro i venti ostinati e contrari sui quali lei batte da anni una sola bandiera, siriana.

Status attuale: rifugiata.

Professione: atleta.

Figlia di atleta, sorella di atleta, magari un giorno madre di atleta. (Certi alberi genealogici lo fanno. Tu prendi un ceppo e tiri giù tutto l’intero quadro astrale. Tipo i punti a scala quaranta).

Nasce a Damasco, decide di non morirci”.

 

“Insegnare la disobbedienza ad una figlia è pericoloso. Ma è più pericoloso non farlo”. Così scriveva Sofocle nella tragedia dal titolo “Antigone”. Era il V secolo a.C., un bel po’ di tempo fa.

Eppure, ancora oggi, abbiamo bisogno di ricordarci perché, quando e come disobbedire. Sì, ma a quali ingiustizie? Troppe. Specialmente quelle perpetrate ai danni del genere femminile, una parte di mondo che ha da tempo intrapreso la strada verso la sua libertà e verso la sua autodeterminazione, eppure tra vecchie e nuove resistenze.

In questo spettacolo l’autrice e interprete Cecilia Lavatore e la cantautrice Marta La Noce raccontano storie di donne che hanno risposto ai “venti avversi”, che hanno voluto testimoniare verità altre da quelle egemoni, che si sono talvolta sacrificate per difendere i loro sogni e le loro idee: dalla migrante Yusra Mardini, all’iraniana Mahsa Amini, dalla partigiana Luciana Romoli, alla musicista curda Nudem Durak. E ancora, l’artista militante Franca Rame, la coraggiosa attrice Ilary Swank, la “pussy riot” russa Aleksandra Skochilenko e molte altre ancora, in una carrellata di voci ribelli e tenaci. Da chi si è sottratta alla violenza domestica, a chi ha scelto di essere dissidente dei regimi dittatoriali, a chi ha lottato contro i pregiudizi.

Le donne di “Libera” hanno viaggiato e viaggiano tutte in direzione ostinata e contraria e viaggiano anche per noi. “Libra” è uno spettacolo che vuole essere testimonianza e omaggio piuttosto che lezione o condanna. Corpo e cuore piuttosto che ragione.

Roma, Teatro Trastevere, Via Jacopa de Settesoli 3

Consigliata prenotazione

Intero 13 Eur, Ridotto 10 Eur

(Prevista tessera associativa)

Contatti: 065814004 – 3283546847

info@teatrotrastevere.it

Vania Lai Press Office vanialai1975@gmail.com

Luigi Lilio, un mistero da ricercare e il Calendario Gregoriano.

Letture storiche, verità relative, alcune accidentali altre volute, hanno a volte creato il solstrato per legittimare, giustificare percorsi storici, a volte nell’inesistenza di elementi di attendibilità. Il rigore intellettuale non può che soccorrere l’impegno civile e trovo stimolante scrutare la figura enigmatica di Luigi Lilio/Giglio. Chi è? Da dove viene? Cosa caratterizza la sua ingegnosità? Perchè sfugge nella storia? Interrogativi da investigare poiché fino ad oggi non hanno avuto una risposta. Non pongo indagine sull’apprezzato lavoro calcoli che condusse alla riforma dell’attuale Calendario Gregoriano, piuttosto pongo attenzione alla tesi, mera quaestio disputanda, circa il “da dove viene Aloisius Lilius”.

Gregorio XIII nel 1572 viene eletto Papa, e si muove per portare a compimento ciò che il Concilio di Trento affidò alla sede apostolica, compresa la questione della riforma del Calendario. Il Giubileo indetto con la Bolla “Dominus ac Redemptoris noster” del 1575 fu una felice occasione per attuare la riforma del calendario. Il Papa istituì una Commissione composta da nove membri, incaricata di risolvere il problema. Furono diversi i progetti di riforma del calendario presentati alla Commissione. Fu considerata la proposta presentata da Antonio Lilio, membro della commissione, per conto del fratello Aloisius Lilius che, nel frattempo era morto. La commissione nel 1577 redasse il Compendium novae rationis restituendi Calendarium a Gregorio XIII Pontefice Maximo, che fu inviato ai principi cristiani, affinché ponessero la proposta del progetto di Aloisius Lilius al vaglio dei matematici, studiosi delle università europee. In seguito alla redazione del Compendium, uscirono numerose pubblicazioni di studiosi che attaccavano la riforma del calendario, ritenendola scientificamente errata. A Cristoforo Clavio toccò il compito di pubblicare il nuovo calendario, spiegare le ragioni della riforma e soprattutto difenderla dagli attacchi durissimi di teologi e scienziati. Primo interrogativo: perché fu Clavio ad investirsi di una così estenuante difesa, e a tal punto determinata?!

Sussiste un dato: la promulgazione del Calendario Gregoriano, ad opera di Gregorio XIII, attraverso la bolla Inter gravissima/Tra le cose gravissime, che pose fine all’utilizzo del Calendario Giuliano. Di Aloisius Lilius i dati biografici permangono sconosciuti, incerti, alcuni lo confondono con Luigi Lilio Giraldi di Ferrara; c’è chi lo vuole napoletano, chi perugino, chi di Cirò; qualcuno era convinto che fosse romano, altri  di Strongoli, altri lo dicono di Umbriatico. E non dissolve dubbi sui natali di Lilius quanto Clavio scrisse: “E quanto è degno di immortalità Aloysius Lilius Hyphchroneus…”. Questo termine Hypsichronaeus, posto che non faccia riferimento a un dato climatico, viene interpretatato per: di Hypsichròn. Con tale denominazione, Ypsicròn, si riporta indicare Cirò, ma per la composizione e schema di insediamento tra gli antichi, Ypsicròn indica, piuttosto, una frazione dell’attuale Cirò, antica Chone. Inoltre, vedremo, la definizione Ypsicròn non è denominazione usata solo da una frazione dell’attuale Cirò.

E si pongono all’attenzione quattro quaestiones:

– Ia: Di Lilio cosa è conosciuto realmente? Si pone la nascita di Luigi Lilio nel 1510, la data di morte nel 1574. Ricordo che Papa Gregorio XIII fu nominato pontefice nel 1572, mentre, e solo nel 1575, istituì la Commissione atta a redigere il nuovo calendario. Domanda: Aloisius Lilio, di ciò che il Papa aveva in animo di fare, riuscì a occuparsene prima ancora del Papa stesso? Anche di Antonio, però, si hanno scarnissime notizie, permangono mere succinte postille.

– IIa: Il luogo di origine da cosa si desume? La tesi che per alcuni porrebbe Lilius nativo di Cirò è l’aggiunta del termine Hypsichronaeus che fa l’autorevole Clavio al nome Lilius. Ora, posto che l’appellativo Hypsichron, per alcuni storici identifica il clima di un territorio e, se non a un luogo circoscritto al clima, occorre capire: quale Hypsichron richiama? Tale denominazione, infatti, è condivisa da quattro Cittadine: la frazione Ypsichron di Cirò (KR); la località Psychrò, oggi Zifrò, nel territorio di Roccella Jonica (RC); Castelbuono (PA); la grotta di Psychro, in Grecia, distretto di Lasithi. Inoltre, ed è dato molto importante per più questioni, la denominazione “Cirò” era già riscontrabile, appellativo conosciuto anche dallo stesso Papa Gregorio XIII, e in uso dal 1579. Perché, se il riferimento era Cirò, si volle ripescare atavico richiamo eludendo il dato conosciuto, e in uso? Qualche dubbio sorge altresì, allorquando Giovan Francesco Pugliese, riporta la lettera che Gian Teseo Casopero, avrebbe scritto ad Alvise, Casopero chiama Lilio: Alvise Baldassare. Pugliese scrive, altresì, che Casopero fosse suo precettore. Appare logico domandarsi: come è possibile che Lilio abbia ricevuto una solida educazione umanistica da Casopero se i due erano coetanei? Casopero nasce nel 1509 e Lilio fatto nascere nel 1510.

– IIIa : circa il cognome – siamo nel 1510 – qual era l’uso del tempo? Nell’alto medioevo vigeva un sistema basato sul nome unico. Quando per specifiche circostanze si voleva definire un individuo, si ricorreva ad alcuni elementi accessori, il più delle volte patronimico, toponimico. Se Luigi Lilio nasce nel 1510, quando non era ordinario l’uso del cognome, divenuto tale dal 1564, conseguenza dell’applicazione dei decreti del Concilio di Trento, come fa ad averne uno? Si può definire cognome e, se si, da dove viene il suo?

– IVa: cosa caratterizza l’ingegnosità di Luigi Lilio? Di Lilius, nulla è certificato, tantomeno nascita, o morte, come anche di Antonio Lilio. E permane interessante però capire cosa Lilio avrebbe elaborato prima della riforma del Calendario Gregoriano, o meglio capire se la sua genialità era stata riscontrata in e per cosa da assurgere alla corte del card. Sirleto, e quindi giungere a riformare il Calendario Gregoriano.

Ergo: lacune serie permangono, scarni sono i documenti per attestare attendibilità al punto da attribuire i natali a Lilio. Quando la storia non è il nostro punto fermo, è facile che le fantasie si affollino, ma uno storico sa bene che la conoscenza oltre ad essere frutto della propria ricerca, implica che da scarsi elementi non si possono ottenere conferme, ma mere congetture. Elementi di ragionevolezza, pertanto, sollecitano ad approfondire le quattro questioni supposte poichè, ad oggi, rimane una tesi l’attribuzione dei natali di Aloisius Lilius, una mera quaestio disputanda da dirimere.

 

 

Per completezza di argomentazione si rimanda a:

 

 

 

  • ssa Maria Francesca Carnea – Consulente strategie di comunicazione, già Docente invitato in Comunicazione e spiritualità; Sociologia e spiritualità della comunicazione politica, presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo, Roma. Autrice di pubblicazioni a carattere storico, filosofico, socio-politico.

Quasi la metà dei comuni italiani andrà al voto nel 2024

Bari, Firenze, Cagliari, Campobasso, Potenza e Perugia. Sono solo alcuni, i più grandi, dei 3.701 comuni che la prossima primavera rinnoveranno il sindaco e il consiglio comunale. Di questi, 3.512 appartengono a regioni a statuto ordinario, 192 invece fanno parte delle regioni a statuto speciale. Sei sono i capoluoghi di regione, ventisette quelli di provincia. La data delle elezioni non è stata ancora decisa ma dovrebbe oscillare tra il 15 aprile e il 15 giugno Il 9 giugno sono già convocate le elezioni europee e starà al Governo decidere sull’accorpamento.

I 192 comuni appartenenti alle cinque regioni a statuto speciale possono decidere se svolgere le elezioni nello stesso giorno in cui si tengono a livello nazionale o in un’altra data. Il numero totale dei comuni alle urne potrebbero aumentare nel caso in cui alcuni fossero sciolti o commissariati, ma entro il 24 febbraio prossimo.

Questo risultato delle urne difficilmente potrà condizionare anche il voto per la successione di Antonio Decaro alla guida dell`Anci, in programma nell`ottobre 2024. Nell’elenco dei comuni chiamati a rinnovare il primo cittadino non ci sono le città metropolitane più grandi, Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli, tutte in mano a sindaci di centrosinistra e più pesanti in termini di delegati Anci con diritto di voto. Tra i candidati a ricevere il testimone dal sindaco di Bari si parla di Stefano Lo Russo sindaco di Torino (che ospiterà proprio la prossima assemblea nazionale Anci nell’ottobre prossimo, ndr), di Matteo Lepore, sindaco di Bologna, e Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli.

Ecco le scelte dei partiti e le alleanze nei sei capoluoghi di Regione che andranno al voto nella primavera del 2023.

Bari: nel centrosinistra il dopo Decaro è avvolto in una fitta nebulosa alla ricerca di un nome bandiera che unisca l`intera coalizione. Per il momento da una parte c`è il Pd e altre associazioni civiche con tre papabili candidati sul tavolo: il deputato Marco Lacarra, e gli assessori comunali Paola Romano e Pietro Petruzzelli e dall`altra Sinistra Italiana, Verdi, La Giusta Causa, PSI, Italia Viva, +Europa, Casa del Popolo, Base Italia e Bari Bene Comune, che punta invece sull’avvocato Michele Laforgia. Ancora nessun nome nel centrodestra, ma per i vertici provinciali di FdI, FI, Lega, Nm e Udc c`è la consapevolezza di volersi presentare uniti e compatti in tutte le elezioni amministrative nella regione.

Cagliari: il primo ad essere sceso in campo è stato Massimo Zedda, già sindaco a Cagliari dal 2011 al 2019, con il movimento `Progressisti`. Ma per il centrosinistra ci sono anche Piero Comandini, segretario regionale del Pd, e Guido Portoghese, esponente di punta del Pd cagliaritano. C`è chi auspica le primarie, ma per il momento ancora non è stata presa una decisione in merito. Intanto, nei giorni scorsi, la segretaria del Pd, Elly Schlein, ha lanciato un appello all`unità a Zedda e Soru (Progressisti), in vista delle regionali in Sardegna.

Il centrodestra sta cercando intanto un`intesa sul candidato per le regionali: chiusa questa pratica, a cascata, verranno sciolti tutti i nodi per le comunali. Per Cagliari sul tavolo c`è il nome del sindaco uscente, Paolo Truzzu, di FdI, disponibile a un secondo mandato, nel caso in cui il Cdx alle regionali scegliesse un altro candidato. Ma tra i papabili per la corsa alla poltrona del Palazzo Civico si potrebbero inserire anche la senatrice di Fratelli d`Italia, Antonella Zedda, coordinatrice regionale di Fdie il deputato Pietro Pittalis, di Forza Italia.

Campobasso: L`attuale sindaco, Paola Felice del M5s, è al secondo mandato e senza una deroga da parte dei vertici romani del MoVimento non può ricandidarsi. Felice si è ritrovata sullo scranno più alto di Palazzo San Giorgio, dopo l`elezione al consiglio regionale del Molise dell`ex sindaco di Campobasso, Roberto Gravina, nel giugno scorso. Il centrodestra dopo il successo nelle regionali punta a prendersi anche Campobasso.

Nel centrosinistra, i rapporti tra Pd e M5s non sono idilliaci e la quadratura del cerchio sul candidato sindaco al momento sembra lontana. In casa Dem si propone le primarie di coalizione, allargate a tutte le formazioni politiche che faranno parte del campo progressista. Nel centrodestra sono due i nomi più ricorrenti su cui far convergere i voti di coalizione, Alberto Tramontano della Lega e Salvatore Colagiovanni dei Popolari per l`Italia, il più votato alle comunali del 2019.

Firenze: i nomi di cui si discute di più sono entrambi del Partito democratico. Molto accesa è la sfida tra l`attuale assessora al Welfare, Sara Funaro e l`ex assessora all`urbanistica, Cecilia Del Re, tagliata fuori dalla Giunta per alcune divergenze, in particolare su tramvia e limitazioni ai veicoli inquinanti, col sindaco Dario Nardella. La direzione del Pd si sta muovendo compatta sul nome di Funaro, con l`obiettivo di evitare le primarie che Del Re, forte di un evento con oltre mille persone al Tuscany Hall, richiede con insistenza. Sul fronte del centrodestra tutto tace. L`unico nome trapelato sulla stampa è quello dell`attuale direttore delle Gallerie degli Uffizi, il tedesco Eike Schmidt, fortemente caldeggiato da Fratelli d`Italia, almeno a livello cittadino e regionale. La Lega pare poter convergere su questo nome, mentre i meno possibilisti serpeggiano in Forza Italia.

Potenza: malgrado nel 2019, grazie all`elezione a sindaco di Mario Guarente, la Lega abbia conquistato il primo capoluogo di regione al Sud, oggi sembra difficile che il centrodestra possa scommettere su un suo “bis” a Palazzo di Città. E non è solo per l`ultimo posto che Guarente si è visto affibbiare nella graduatoria ‘Governance Poll 2023’, del Sole 24 Ore. La maggioranza che lo sostiene in consiglio comunale mostre delle crepe perché non tutti hanno condiviso le scelte fatte dal sindaco in questi anni.

Nel centrosinistra, Vincenzo Telesca è il nome che circola con più insistenza per la corsa a sindaco. Avvocato, consigliere comunale dal 2014, secondo molti potrebbe essere la figura capace di raccogliere il consenso in un campo progressista allargato.

Perugia: dopo aver conquistato il comune di Terni, Alternativa Popolare di Stefano Bandecchi punta il suo obiettivo su Perugia, proponendo come candidato sindaco Davide Baiocco. Ap si dice pronta a raccogliere i voti necessari mettendo insieme una coalizione di liste slegate dai partiti e dai movimenti tradizionali. Nel centrodestra il nome del candidato sindaco dovrebbe essere indicato da FdI: due le ipotesi l`assessore Margherita Scoccia e il presidente del consiglio regionale, Marco Squarta. Intanto il sindaco uscente di Perugia, Andrea Romizi di FI e il consigliere regionale, Andrea Fora, Patto civico, nei giorni scorsi hanno siglato un patto che li vede insieme per le prossime amministrative, scompaginando i piani del cdx.

Nel centrosinistra, per il momento è tramontata l`ipotesi di candidare Serse Cosmi. L`ex allenatore del Perugia, che ha lanciato il progetto sociale `PlayTime Perugia` per realizzare iniziative di tipo sportivo e culturale dedicati ai cittadini, ha declinato ogni invito a scendere in campo.

 

Fonte: Notiziario Askanews

Una costituente di centro per un progetto alto e lungimirante

Foto di Spencer Garner da Pixabay
Foto di Spencer Garner da Pixabay

Non c’è osservatore che si risparmi nel sentenziare che è matura e necessaria una nuova stagione di protagonismo politico del pensiero, della cultura e dell’azione delle testimonianze cristianamente ispirate anche perché ritenute quantomeno alla pari delle altre grandi tradizioni culturali occidentali.

Questa tesi, aggiungiamo noi, richiede però che si dia una risposta risolutiva almeno a due questioni: da una parte il farsi carico di un bene più grande qual è il bene pubblico comunitario, che implica di passare da un impegno tutto assorbito dal prepolitico ad un impegno diretto e generoso nella palestra della politica, che ponga così fine alla frammentazione delle tante e variegate esperienze in campo, che ha portato la loro azione alla irrilevanza. E dall’altra dare una sterzata al nanismo delle diverse esperienze politiche dell’area centrista.

Nasce da questa esigenza la discesa in campo di Piattaforma Popolare 2024, esperienza politica tutta interna al mondo cristiano-popolare italiano, che a voce dispiegata e senza tentennamenti persegue un progetto alto,  chiaro e ambizioso, anche di un sogno: di intercettare un’area vasta e rappresentativa della società italiana e di mettere in campo già alle prossime elezioni europee del 2024 una presenza organizzata larga e composita sotto forma di rassemlement o federazione, che, pur mantenendo ciascun partecipante la propria identità e la propria struttura, si riconosca nell’obiettivo sopra richiamato e si presenti in una unica lista.

Una iniziativa aperta e composita che mette al primo posto il prerequisito dell’unità, la più ampia possibile, aperta a credenti e non; che rifugge dallo scimmiottare esperienze politiche già datate e affermatesi in un contesto radicalmente diverso; che abbia i caratteri della laicità, della novità e della condivisione; che sappia declinare in modo aggiornato la ricchezza e l’originalita delle tante intuizioni messe in campo in questi anni e che sappia recuperare il coraggio e la lungimiranza dei giganti del tempo.

Non si parte da zero. In questi anni tante e variegate sono state le iniziative che si sono sviluppate in questa direzione: sia nel mondo della politica e delle istituzioni, sia nel mondo dell’associazionismo. E l’elenco sarebbe lungo! Ma di tutte queste esperienze dobbiamo senz’altro farne tesoro e trarre insegnamenti e motivazioni rinnovate.

Se siamo a questo punto però, vuol dire che limiti ed insufficienze non sono mancate. E di ciò, tutti coloro che ci hanno messo mano, devono farsene carico.

Ciò comunque non può infiacchire la maestria e la generosità di ciascuno, come pure la bontà e l’urgenza di far decollare un progetto ampiamente condiviso ed auspicato. Di cui abbisogna sia l’Italia che l’intero Occidente.

Noi riteniamo che un Tavolo Paritario, dove ciascun Soggetto possa portare il suo “specifico”, dove si possa dialogare, confrontarsi e quindi decidere in condivisione sia il modo opportuno di procedere. Una nuova area che sappia intercettare la pluralità delle tante esperienze centriste, un rassemlement/federazione che ambisca ad un risultato importante ha bisogno di unità e di un metodo che sappia rispettare le diverse sensibilità. Le scorciatoie sarebbero solo una autolimitazione.

Parallelamente, come condizione preliminare ed imprescindibile, va messa in campo un pensiero politico nuovo e condiviso nel quale possano riconoscersi ed impegnarsi anche coloro che hanno praticato esperienze politiche diverse se non addirittura contrapposte.

La storia ci ha insegnato che i sistemi duraturi, che hanno segnato le epoche sono sempre stati caratterizzati da un pensiero forte, da contenuti alti e lungimiranti, e da una indiscussa Ispirazione etica e valoriale.

D’altronde dovrebbe essere acclarato che la cultura viene prima, e sta sopra ai comportamenti. È su questa base che assieme a tanti altri soggetti stiamo pensando di aprire una costituente che dia forma e agibilità ad un’area politica nuova che possa portare il suo contributo sia all’Italia che alla Unione europea. Sono tutte considerazioni che da mesi portiamo al dialogo e al confronto con chi crede auspicabile un Nuovo Umanesimo arricchito dalle sfaccettature popolari, riformiste, civiche e liberaldemocratiche.

 

 

On. Ivo Tarolli

(Piattaforma 2024)

Aggiornamenti sociali: un ineluttabile destino marginale per il Parlamento?

Questa rapida rassegna non intende alimentare l’indifferenza di quanti guardano con fastidio alle nostre istituzioni e alla politica o indurre un senso di frustrazione e rassegnazione in quanti al contrario sono convinti della loro necessità. Piuttosto siamo convinti che solo prendendo atto con onestà della realtà nella quale ci troviamo è possibile chiederci se abbiamo ancora bisogno del Parlamento come istituzione e se abbia dunque senso restituirgli vitalità e centralità. Vi è un riferimento fondamentale a cui guardare e da cui partire per provare a dare una risposta: la funzione propria del Parlamento è di essere il luogo delle mediazioni, in cui le diverse componenti della società, portatrici di visioni distinte, si ritrovano per confrontarsi e poi decidere quali passi compiere per realizzare il bene comune. Questa dimensione della mediazione è un valore centrale, di cui riconosciamo di non poter fare a meno, eppure negli ultimi decenni è stata messa in discussione da quella logica di disintermediazione che si sperimenta in diversi ambiti, incluso quello politico, dove si traduce nell’inseguimento illusorio della democrazia diretta come panacea di tutti i mali. Nella prospettiva del premierato, che enfatizza la relazione diretta tra eletto ed elettori, quali luoghi e spazi resterebbero per la mediazione? In quale sede istituzionale potrebbe trovare composizione la conflittualità a livello sociale? Non certo in Parlamento, come d’altronde attesta l’esperienza di Paesi vicini come la Francia. Individuare questi nuovi spazi di mediazione è dunque un cantiere aperto e impegnativo, perché le soluzioni finora applicate nei sistemi maggioritari stanno rivelando la propria insufficienza.

Di fronte a una sfida aperta e incerta, l’alternativa che si può prospettare e che ci sembra più sensata è quella di rivitalizzare il luogo di mediazione per eccellenza, proprio quel Parlamento che sembra inesorabilmente svuotarsi. Nel discorso pronunciato in occasione del secondo giuramento come Presidente della Repubblica, il 3 febbraio 2022, Sergio Mattarella richiamava il «bisogno di costante inveramento della democrazia». Questo compito non si può realizzare riproponendo con nostalgia il passato senza vagliarne la sensatezza e la bontà nel contesto presente, avendo come riferimento imprescindibile la ricerca del bene comune. Per questo è certamente opportuno ripensare alcuni elementi istituzionali, ad esempio quello del bicameralismo perfetto, che non assolvono più alla funzione per cui erano stati pensati. Tuttavia l’attualizzazione delle forme della democrazia richiede di confrontarsi con le sfide di questo tempo tanto sul piano politico e istituzionale (le polarizzazioni e la sfiducia, gli equilibri da definire nei rapporti tra lo Stato e le Regioni da un lato e l’Unione Europea dall’altro), quanto su quello sociale e culturale (in primis i cambiamenti in atto a livello tecnologico, l’inverno demografico, le crescenti diseguaglianze e le tensioni che ne scaturiscono).

L’ampiezza e la complessità di questo compito ci fanno percepire quanto sia necessario un luogo in cui sia davvero possibile vivere il delicato e vitale esercizio della parola e dell’ascolto – come è implicito nell’etimologia stessa della parola Parlamento, che richiama l’atto del prendere la parola – in vista di una decisione che non sia frutto dell’imporsi della voce di chi si trova in una posizione di maggiore forza. Ponendosi in questa prospettiva, si coglie quanto il Parlamento sia ancora rilevante e che non è necessariamente destinato a essere ridotto a certificare la vittoria elettorale di una parte e a ratificare di volta in volta le decisioni prese in altre sedi. La preoccupazione principale che riguarda sia i singoli che le istituzioni dovrebbe allora essere quella di individuare e introdurre le condizioni che sul piano istituzionale e delle dinamiche sociopolitiche permettano al Parlamento di tornare a essere in modo nuovo il luogo del confronto e della progettazione del futuro del Paese.

 

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https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/smobilitare-o-rilanciare-il-parlamento-a-un-bivio/

Medio Oriente, Kamala Harris rilancia la soluzione a due Stati.

Durante il volo che l'ha portata a Washington da Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, dove la Vicepresidente USA ha avuto diversi colloqui con i leader arabi sul conflitto tra Israele e Hamas, A Herzog, riferisce una nota della Casa Bianca, Harris ha ribadito "il forte sostegno degli Stati Uniti al diritto di Israele all'autodifesa" e ha discusso degli ultimi sviluppi a Gaza. Parlando della situazione in Cisgiordania, la Vicepresidente ha ribadito "le nostre preoccupazioni per le iniziative che potrebbero far aumentare le tensioni, tra cui la violenza dei coloni estremisti". Sulla base degli incontri avuti a Dubai, Harris ha inoltre "ribadito l'importanza di pianificare il giorno successivo alla fine dei combattimenti a Gaza e ha sottolineato (…) l’impegno per una soluzione a due Stati. La Vicepresidente ha comunicato al Presidente Herzog che, per dare seguito a questa conversazione e ai suoi incontri a Dubai sulla pianificazione del giorno dopo, il suo Consigliere per la sicurezza nazionale, il dottor Phil Gordon, si recherà in Israele e in Cisgiordania questa settimana per ulteriori discussioni". Nel colloquio con Mahmoud Abbas, prosegue la nota, Harris "ha ribadito il sostegno degli Stati Uniti al popolo palestinese e al suo diritto alla sicurezza, alla dignità e all'autodeterminazione. Ha sottolineato il nostro impegno per una soluzione a due Stati e ha affermato che il popolo palestinese deve avere un orizzonte politico chiaro. Hanno poi discusso della situazione in Cisgiordania e la Vicepresidente ha ribadito le (…) preoccupazioni per le iniziative che potrebbero far aumentare le tensioni, tra cui la violenza dei coloni estremisti". La vicepresidente USA ha anche ribadito "il sostegno degli Stati Uniti per una Cisgiordania e una Gaza unificate sotto un'Autorità palestinese rivitalizzata" e ha riferito anche ad Abbas che "per dare seguito a questa conversazione e ai suoi incontri a Dubai sulla pianificazione del giorno dopo, il suo Consigliere per la Sicurezza Nazionale, il dottor Phil Gordon, si recherà in Israele e in Cisgiordania questa settimana per ulteriori discussioni". Fonte: Notiziario Askanews
Durante il volo che l'ha portata a Washington da Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, dove la Vicepresidente USA ha avuto diversi colloqui con i leader arabi sul conflitto tra Israele e Hamas, A Herzog, riferisce una nota della Casa Bianca, Harris ha ribadito "il forte sostegno degli Stati Uniti al diritto di Israele all'autodifesa" e ha discusso degli ultimi sviluppi a Gaza. Parlando della situazione in Cisgiordania, la Vicepresidente ha ribadito "le nostre preoccupazioni per le iniziative che potrebbero far aumentare le tensioni, tra cui la violenza dei coloni estremisti". Sulla base degli incontri avuti a Dubai, Harris ha inoltre "ribadito l'importanza di pianificare il giorno successivo alla fine dei combattimenti a Gaza e ha sottolineato (…) l’impegno per una soluzione a due Stati. La Vicepresidente ha comunicato al Presidente Herzog che, per dare seguito a questa conversazione e ai suoi incontri a Dubai sulla pianificazione del giorno dopo, il suo Consigliere per la sicurezza nazionale, il dottor Phil Gordon, si recherà in Israele e in Cisgiordania questa settimana per ulteriori discussioni". Nel colloquio con Mahmoud Abbas, prosegue la nota, Harris "ha ribadito il sostegno degli Stati Uniti al popolo palestinese e al suo diritto alla sicurezza, alla dignità e all'autodeterminazione. Ha sottolineato il nostro impegno per una soluzione a due Stati e ha affermato che il popolo palestinese deve avere un orizzonte politico chiaro. Hanno poi discusso della situazione in Cisgiordania e la Vicepresidente ha ribadito le (…) preoccupazioni per le iniziative che potrebbero far aumentare le tensioni, tra cui la violenza dei coloni estremisti". La vicepresidente USA ha anche ribadito "il sostegno degli Stati Uniti per una Cisgiordania e una Gaza unificate sotto un'Autorità palestinese rivitalizzata" e ha riferito anche ad Abbas che "per dare seguito a questa conversazione e ai suoi incontri a Dubai sulla pianificazione del giorno dopo, il suo Consigliere per la Sicurezza Nazionale, il dottor Phil Gordon, si recherà in Israele e in Cisgiordania questa settimana per ulteriori discussioni". Fonte: Notiziario Askanews

Durante il volo che l’ha portata a Washington da Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, dove la Vicepresidente USA ha avuto diversi colloqui con i leader arabi sul conflitto tra Israele e Hamas,

A Herzog, riferisce una nota della Casa Bianca, Harris ha ribadito “il forte sostegno degli Stati Uniti al diritto di Israele all’autodifesa” e ha discusso degli ultimi sviluppi a Gaza. Parlando della situazione in Cisgiordania, la Vicepresidente ha ribadito “le nostre preoccupazioni per le iniziative che potrebbero far aumentare le tensioni, tra cui la violenza dei coloni estremisti”.

 

Sulla base degli incontri avuti a Dubai, Harris ha inoltre “ribadito l’importanza di pianificare il giorno successivo alla fine dei combattimenti a Gaza e ha sottolineato (…) l’impegno per una soluzione a due Stati. La Vicepresidente ha comunicato al Presidente Herzog che, per dare seguito a questa conversazione e ai suoi incontri a Dubai sulla pianificazione del giorno dopo, il suo Consigliere per la sicurezza nazionale, il dottor Phil Gordon, si recherà in Israele e in Cisgiordania questa settimana per ulteriori discussioni”.

 

Nel colloquio con Mahmoud Abbas, prosegue la nota, Harris “ha ribadito il sostegno degli Stati Uniti al popolo palestinese e al suo diritto alla sicurezza, alla dignità e all’autodeterminazione. Ha sottolineato il nostro impegno per una soluzione a due Stati e ha affermato che il popolo palestinese deve avere un orizzonte politico chiaro. Hanno poi discusso della situazione in Cisgiordania e la Vicepresidente ha ribadito le (…) preoccupazioni per le iniziative che potrebbero far aumentare le tensioni, tra cui la violenza dei coloni estremisti”.

 

La vicepresidente USA ha anche ribadito “il sostegno degli Stati Uniti per una Cisgiordania e una Gaza unificate sotto un’Autorità palestinese rivitalizzata” e ha riferito anche ad Abbas che “per dare seguito a questa conversazione e ai suoi incontri a Dubai sulla pianificazione del giorno dopo, il suo Consigliere per la Sicurezza Nazionale, il dottor Phil Gordon, si recherà in Israele e in Cisgiordania questa settimana per ulteriori discussioni”.

 

Fonte: Notiziario Askanews

Calenda attacca Renzi, nessuna lista comune alle europee. Piovono dissensi.

Sul suo profilo di X (Twitter), Calenda è andato giù duro: non esiste la possibilità di una ricomposizione del centro, con Renzi i margini per una tregua, funzionale a una ripresa di collaborazione, sono di fatto cancellati.

Ecco il post che motiva il rifiuto: “Rispondo a te [un follover] per rispondere a tutti e mettere un punto definitivo a tutto questo rumore. @ItaliaViva ha lanciato un progetto per un nuovo Centro con Cuffaro, Mastella e molti altri. Rispettabilissima scelta, che però non condividiamo. Quindi la questione non si pone proprio. Ci sono altre ragioni, subordinate ma altrettanto importanti: dal fallimento del Terzo polo, che renderebbe questa operazione non credibile agli occhi degli elettori; a differenze sostanziali nelle modalità di fare politica. Ma non c’è bisogno di rielencarle qui e rilanciare polemiche. Faccio i migliori auguri a Renzi e IV per “il Centro”.

Numerose le reazioni, non poche quelle negative. Scrive infatti @Jonathan Targetti: “Tutto vero. A maggior ragione, riponete l’ascia di guerra e sedetevi tutti attorno ad un tavolo. Divisi, l’Italia non eleggerà nessun europarlamentare in Renew [Europe]. Siamo ancora in tempo tutti a fare un passo indietro per farne quattro in avanti”. Sulla stessa scia Daniele Caronia: “Nessuno di questi pseudo-argomenti ribatte efficacemente su un punto: quella lista è già unitaria tra gli elettori, e voi dirigenti politici dividete ciò che è già unito”.

E poi ancora un(a?) follower che si nasconde sotto il nome di @Cancamilin: “In politica ci si dovrebbe dividere sulle idee, sui programmi politici, sulla visione della società…Qui abbiamo gruppi politici separati per motivi personali ed è triste”. Come pure @Francesco: “Non è necessario, Illustre Senatore di @Azione_it, condividere tutto in politica, anzi è  un bene per la Democrazia non pensarla tutti alla stessa maniera…”.

Infine il commento di @Lorenzo Meucci: “Penso vi rendiate conto che il vostro elettorato potenziale non coglie troppo le differenze e non capisce perchè non si possa scegliere un leader e una linea senza che questo comporti liti e scissioni. Facciamo (anche copiando) un regolamento e la prima elezione e andiamo avanti”.

In effetti andrebbe seriamente esaminata questa palese e brutta dissociazione tra partiti e loro elettorato di riferimento. La voglia di unità, montante come un’onda di mare grosso, si spegne sugli scogli di una rappresentanza politica litigiosa. È un problema.

Popolari e Pd, tornano gli indipendenti di sinistra inventati dal Pci?

Foto di Jeyaratnam Caniceus da Pixabay
Foto di Jeyaratnam Caniceus da Pixabay

I “cattolici indipendenti del Pci” hanno rappresentato una esperienza importante e significativa nella storia democratica del nostro paese. Una pagina che, tuttavia, non ha mai messo in discussione il ruolo, la funzione e il peso dei cattolici popolari e sociali nel nostro paese perchè esisteva un partito di massa, popolare, riformista e di ispirazione cristiana che si chiamava Democrazia Cristiana e in cui si riconosceva la stragrande maggioranza dei cattolici italiani, anche se non tutti come ovvio e scontato. Tuttavia, c’era una quota di cattolici che scommise sul progetto del Pci e che accettò di militare in quel partito. Una militanza che veniva ricompensata con una manciata di candidature blindate all’interno del Pci e che, attraverso questa prassi, si trasmetteva il messaggio che anche il Pci era un partito culturalmente e politicamente plurale. Vabbè….

Ora, per venire all’oggi, si ripete forse la medesima situazione seppur dando per scontato il profondo mutamento politico, storico, culturale e sociale. A livello nazionale come a livello internazionale. Ma alcune costanti, come sempre capita nella storia di un paese, sono destinate a riemergere come un fiume carsico attraverso dinamiche diverse ma pur sempre molto simili al passato. È il caso, nello specifico, dei cattolici popolari all’interno dell’attuale Pd, cioè del principale partito della sinistra italiana. Un partito che, sotto la guida di Elly Schlein, coerentemente con il progetto che l’ha portata a vincere le primarie di inizio anno, ha trasformato quel campo in una forza politica con una chiara e netta identità politica e culturale. E cioè, il partito della sinistra radicale, libertaria e massimalista del nostro paese. Di qui, altrettanto coerentemente, la comune visione – culturale e politica – con la ‘sinistra per caso’, cioè con i  populisti dei 5 stelle, gli estremisti dell’ambientalismo di Bonelli e Fratoianni e tutti i gruppi legati al movimentismo ideologico della sinistra ex e post comunista.

È abbastanza naturale, di fronte ad un quadro del genere, oggettivo e non forzato, chiedersi cosa centri il cattolicesimo popolare e sociale con quell’universo valoriale e poltico. Ed è altrettanto abbastanza evidente dedurre che una presenza del genere può avere un ruolo molto simile, appunto, a quello che ebbero gli “indipendenti di sinistra” (alcuni cattolici) all’interno del glorioso Partito Comunista Italiano. Perchè, forse, è persin inutile ricordare che la cultura, la storia e la tradizione del cattolicesimo popolare e sociale hanno un ruolo ed un significato politico e culturale o quando si misurano con la sinistra con un partito organizzato e autonomo – è il caso del Ppi con i Ds nell’ambito del progetto dell’Ulivo – oppure  quando competono con la sinistra senza esserne inglobati. Nell’un caso come nell’altro respingendo alla radice la tesi della banale e passiva confluenza nel contenitore della sinistra. Soprattutto, come nel caso del nuovo corso del Pd della Schelin, quando si tratta di un partito a forte caratterizzazione ideologica e con una marcata specificità culturale. Che, è bene non dimenticarlo, si tratta purtuttavia di un universo politico e valoriale distinto e distante, se non addirittura alternativo, rispetto alla storia secolare del popolarismo di ispirazione cristiana.

Ecco perchè la corrente popolare di Delrio e di Castagnetti all’interno del Pd della Schlein ripropone, mutatis mutandis, l’esperienza dei “cattolici indipendenti di sinistra” del Pci. Con l’aggravante che un tempo oltre al Pci c’era anche e soprattutto la Dc. Oggi, con quella esperienza e con quella prassi, si contribuisce semplicemente a liquidare la cultura e la tradizione del popolarismo riducendola ad una appendice del tutto insignificante ed irrilevante nel campo della sinistra radicale, massimalista e libertaria.

Ed è per queste semplici motivazioni che ci sono anche i Popolari e i cattolici sociali che perseguono un obiettivo opposto rispetto alla coppia Delrio/Castagnetti. E cioè, cercare umilmente di ridare fiato alla cultura e alla tradizione popolare attraverso la ricostruzione di un Centro politico e soprattutto la riscoperta di una “politica di centro” con una soggettività politica autonoma. All’interno di un luogo politico indubbiamente plurale che non coltiva, però, una prospettiva politica addirittura alternativa rispetto alla tradizione secolare dei cattolici impegnati nella vita pubblica italiana.

Kissinger, equilibrio e potenza i cardini della sua politica

Foto di Alexa da Pixabay
Foto di Alexa da Pixabay

Nella sua casa del Connecticut, questa volta lontano da ogni clamore, si è spento a cent’anni Henry Kissinger, l’uomo che con la sua visione pragmatica e spregiudicata ha disegnato gli equilibri della politica internazionale del secolo scorso.

Da accademico divenuto consigliere per la sicurezza nazionale e poi segretario di Stato di due presidenti, Nixon e Ford, l’ebreo tedesco Kissinger (nel suo basso cavernoso risuonò sempre un vago accento bavarese) ha attraversato le epoche con la fermezza di chi è ben consapevole di fare la Storia. La sua mano ha guidato la politica estera americana sulle acque tumultuose della Guerra fredda, fino all’approdo dei trattati di non proliferazione nucleare con l’URSS. Il suo nome è inciso nella memoria collettiva per aver intessuto la tela della controversa pace in Vietnam, che gli è valsa il Nobel nel 1973 mentre sul terreno ancora si combatteva. Ma quell’anno fu anche testimone di ombre lunghe e oscure: il colpo di stato in Cile che provocò la caduta di Allende e l’ascesa di Pinochet ancora oggi tinge di grigio la sua eredità. Anche più gravi appaiono, agli occhi dello storico, le conseguenze immediate dell’operazione Condor. Concepita per “stabilizzare” l’America Latina, di fatto coprì, soprattutto fra il 1976 e il 1978, i crimini  delle dittature “amiche” di Washington. Kissinger superò indenne ogni ostacolo. Toccò l’apice del potere nel bel mezzo dello scandalo Watergate: con il presidente indebolito e psichicamente instabile, divenne una sorta di “reggente”, lui che, nato all’estero, mai avrebbe potuto occupare lo Studio ovale.  “Indubbiamente – ammise più tardi – la mia vanità fu stuzzicata. Ma l’emozione dominante – precisò – fu la premonizione di una catastrofe”.

Il pragmatismo di Kissinger, che lo portò, seguendo l’impulso di Nixon, al dialogo profetico con la Cina di Mao e a fini tessiture diplomatiche in Medio Oriente, ha lasciato un segno durevole nella condotta della politica estera statunitense, da lui modellata con l’abilità di un mastro orologiaio. Segno durevole, non indelebile: quasi tutte le amministrazioni successive si sono rivolte a lui come a un oracolo, cercando nell’esperienza dell’anziano diplomatico le risposte per un mondo che, in realtà, non era più lo stesso. Il declino dell’”impero americano”, l’ascesa della Cina e di altre potenze regionali, la resilienza della Russia dopo la sconfitta nella Guerra Fredda hanno cambiato la faccia della Terra.

La lezione di Kissinger – partire sempre dalla machiavelliana “realtà effettuale” e riconoscere le sfere d’influenza delle altre potenze – è stata messa da parte in nome di una politica, potenzialmente assai pericolosa, fondata su princìpi e valori astratti, che la concretezza del “vecchio Henry”, per diverse vie, avrebbe tutelato molto meglio. Gli ultimi giudizi, ad esempio sulla guerra in Ucraina, l’hanno ben lasciato intendere.

La Storia sarà l’ultima giudice delle sue azioni, sulla scacchiera globale dove ha mosso i pezzi con precisione e audacia. Come Talleyrand e Metternich, ha dominato un’epoca, sospeso tra il genio e l’immoralità, tra l’ambizione di mantenere ad ogni costo la supremazia americana e la perfetta consapevolezza che tutto è caduco: anche la sua voce di gigante in mezzo al crescente disordine del mondo.

 

Avv. Paolo Giordani

Presidente IDI – Istituto Diplomatico Internazionale

La Federazione Cisl dell’agrindustria sostiene una transizione ecologica giusta

Foto di Jürgen da Pixabay
Foto di Jürgen da Pixabay

“Il sindacato per la transizione ecologica può e deve fare tanto, soprattutto le nostre categorie, a cominciare da campagne sociali e buona contrattazione. Con la campagna ‘Fai bella l’Italia’ vogliamo rovesciare il ruolo e la narrazione del settore agroalimentare da primo accusato di inquinamento a primo protagonista della transizione grazie alle ‘tute verdi’, cioè i lavoratori agricoli e alimentari, forestali e dei consorzi di bonifica. Poi c’è l’impegno sui tavoli contrattuali: per noi è importante aver portato oramai a pieno titolo il tema della sostenibilità ambientale dentro tutte le negoziazioni con le parti datoriali, dove sono sempre più frequenti i protocolli o parti di contratto legati a obiettivi di riduzione dell`impatto ambientale”. Lo ha detto il segretario generale della Fai-Cisl, Onofrio Rota, intervenendo a Roma al dodicesimo Congresso nazionale di Legambiente.

“C’è poi un altro livello di azione – ha aggiunto Rota – che ci vede attivi sul fronte degli obiettivi 2030, molti dei quali purtroppo si sono allontanati, ed è il livello delle sfide da affrontare urgentemente con governo e Parlamento. Primo punto, la Legge Salvamare, su cui mancano i decreti attuativi. Secondo, i fondi non spesi contro il dissesto idrogeologico e il bisogno di una legge nazionale contro il consumo di suolo. Terza battaglia, quella per i nostri boschi lasciati all’incuria: stiamo dimezzando i lavoratori idraulico forestali e moltiplicando gli incendi, ecco perché chiediamo a Legambiente di stare al nostro fianco per una vera valorizzazione del settore idraulico-forestale, che non è un ammortizzatore sociale, ma un comparto da finanziare in maniera strutturale, produttiva, multifunzionale”. “Quarto punto – ha aggiunto il sindacalista – è l`abbandono delle aree interne: per invertire la rotta serve un approccio di sistema, con infrastrutture, agevolazioni fiscali per chi vive in aree montane, e investimenti sul lavoro ben retribuito, tutelato e qualificato nella forestazione, nella bonifica, nell`agricoltura, nell`acquacoltura, nel sistema zootecnico”.

Il leader della Fai-Cisl ha ricordato anche le battaglie contro il caporalato e alcuni punti di divergenza rispetto a Legambiente, come sul tema della pesca a strascico. “Chiediamo di non demonizzare la pesca e di fare attenzione ai tanti altri fattori ben più impattanti sulla salute del mare”, ha detto il sindacalista, che infine ha ricordato anche la recente battaglia vinta a Bruxelles sul regolamento degli imballaggi: “Rischiava di penalizzare la nostra economia circolare”. “Dobbiamo agire insieme – ha concluso Rota – per una transizione giusta, che è quella in cui siamo tutti parte attiva, e che non lascia indietro nessuno”.

 

Fonte: Notiziario Askanews

Don Ciotti e l’arcivescovo Lorefice discutono a Palermo sulle sofferenze urbane

Foto di salvatore galle da Pixabay
Foto di salvatore galle da Pixabay

È questo il tema – “Quali trasformazioni per una città più giusta” – che animerà il confronto con gli interventi di don Luigi Ciotti e dell’arcivescovo Corrado Lorefice oggi dalle 10 alle 13.30, presso l’ Istituto di Formazione Politica Pedro Arrupe. A moderare l’incontrò sarà p. Gianni Notari, direttore dell’istituto Pedro Arrupe.

Nel trentennale del martirio di padre Puglisi, l’Istituto Arrupe propone un incontro aperto a tutta la cittadinanza.

Nello specifico, si aprirà una riflessione su quale città desideriamo e come è possibile costruirla a partire dalle periferie sociali ed esistenziali, dagli ultimi e da chi non sente risposte alle proprie istanze. Come è possibile rispondere a queste “sofferenze urbane”: il ri-diffondersi delle droghe nei quartieri, la carenza della politica nella gestione degli spazi comuni e nella tutela dei diritti dei cittadini e il dilagare e consolidarsi di una mafia di prossimità nei nostri territori.

Palermo 2023 è “una città a macchia di leopardo” dove, accanto a quartieri su cui si opera con interventi massicci di rigenerazione urbana, vivono aree in cui la povertà, le mafie, il disagio sociale e il degrado continuano a crescere e a radicalizzarsi.

Quali sono gli elementi che “inquinano” la comunità e che la rendono indifferente a queste istanze e quali politiche e azioni concrete intendiamo proporre?

“Se ognuno fa qualcosa si può fare molto” è l’invito che padre Pino Puglisi con la sua testimonianza e con il suo martirio continua ancora oggi a rivolgere a Palermo.

Alle ore 11 si avvieranno i lavori di gruppo dei partecipanti sugli stimoli della relazione di don Luigi Ciotti. Alle ore 12, 30 si proseguirà con la partecipazione dell’arcivescovo Corrado Lorefice. Alle 13,30 ci sarà il pranzo presso la struttura.

“Purtroppo continuiamo ad assistere ad una frattura tra i linguaggi della politica e quelli delle persone che vivono il territorio – afferma p. Gianni Notari, direttore dell’istituto Pedro Arrupe – con una disattenzione continua al mondo dei giovani. A dare alcune risposte, spesso sono solo le associazioni che, nonostante le scarse risorse a loro dedicate, rappresentano un vero e proprio lievito sociale, esprimendo nuovi contenuti, modelli di partecipazione sociale e di cittadinanza attiva in una logica di rete”.

 

Fonte: Notiziario Askanews

L’Europa non è condannata al declino. Quale può essere il ruolo dei cristiani?

L’Europa sarà in grado di irradiare nel mondo la forza di un nuovo umanesimo, ponendosi come luogo di umanizzazione della vita civile, dell’economia, del lavoro? Riuscirà ad essere al centro, con i suoi valori e dunque con le sue scelte, di una globalizzazione in senso veramente più umano? Saprà indicare il modo con il quale coniugare il progresso con la dignità delle persone, specie laddove la tecnoscienza fa intravedere i rischi di inedite manipolazioni dell’umano? Sono spunti afferenti, tutti insieme, a un grande interrogativo da prendere in seria considerazione. Siamo di fronte a una sfida che mette in gioco il nostro destino di singole nazioni, ognuna delle quali – ma l’Italia in modo particolare – ha contribuito alla formazione dell’Europa nel corso di molti secoli e pertanto, fino a ieri, dell’occidente in quanto tale.

L’Europa dell’umanesimo, affiorante già nel XII secolo, era la rigogliosa espressione della cristianità. Europa e cristianesimo s’identificavano. Dopo la rivoluzione francese e dopo la rivoluzione industriale si ruppe definitivamente questa connessione. Jacques Maritain, che ricordiamo a 50 anni dalla morte, riconobbe la fine di un lungo ciclo storico e propose nel cuore del Novecento di pensare a quello che egli volle definire, con il titolo della sua opera più nota, un nuovo “Umanesimo integrale”. Questa suggestione rimane ancora valida nei suoi motivi essenziali, sebbene esiga una profonda e incisiva rivisitazione alla luce dei cambiamenti intervenuti.

Oggi l’Europa vede drasticamente ridotta l’incidenza del cristianesimo. Le diverse confessioni, mettendo insieme cattolici e protestanti, registrano una caduta verticale delle pratiche religiose tradizionali. Solo una minoranza, per altro assai ristretta, partecipa alla messa domenicale o altri riti liturgici: il fenomeno rivela la dimensione di massa di un agnosticismo apparentemente senza alcuna problematicità. È un costume, non una inquietudine. Per questo la politica fatica a recuperare il filo di una comunicazione improntata a valori condivisi. In sostanza, quali sono questi valori?

La laicità, sull’esempio francese, costituisce una condizone o una regola collettiva. Anche in questo caso si verifica una cambiamento di fondo: una volta, a partire dal secondo Ottocento e per tutto il Novecento, la laicità era la identificazione di uno spazio pubblico neutro (lo Stato e le sue articolazioni) rispetto al potere invasivo della Chiesa (non solo quella cattolica); oggi, viceversa, la valenza inaspettata della laicità consiste nel “salvare” la tradizione cristiana dall’irruzione dell’integralismo islamico (a prescindere dai risvolti più violenti). Avviene, insomma, che la laicità serva a impedire che i costumi dell’Islam prevarichino sul “residuo civile” della cristianità. Vietiamo il velo per le donne perché così, proprio in nome della laicità, vietiamo anche la rappresentazione plastica di quanto possa essere più larga e diffusa una pratica religiosa diversa da quella cristiana (vissuta paradossalmente come ancora di salvataggio, anche riguardo al pericolo per lo straniero).

Tuttavia il discorso sull’umanesimo nasconde una verità che guadagna spazio e attenzione. È come se la molla fosse stata compressa fino al suo estremo e ora torni a distendersi, lentamente; non perché torni, all’improvviso, una “forma cristiana” di Europa, ma perché la pressione esercitata dall’Islam (anche occidentalizzato) impone la riassunzione di una propria “esigenza di identità”. Ecco, quel è o quale può essere, giunti a questo punto, la nostra identità di europei? Non dobbiamo lasciar passare l’idea che la risposta più efficace stia nella difesa di qualche simbolo, sia pure importante (come il Natale). Non abbiamo speranze se accettiamo questo svilimento della Speranza cristiana, adattandola a nuovo “instrumentum regni”; né l’abbiamo se, come logica conseguenza, rendiamo puramente decorativo – senza forza d’ irradiazione sulla vita delle persone e dei popoli – il messaggio dell’umanesimo.

Un grande europeista, Alcide De Gasperi, anche quando si poteva immaginare che l’Europa fosse l’Europa dei cristiani, proclamava la necessità di tenere insieme le culture che avevano una comune radice democratica. Per questo invitava alla collaborazione i partiti di ispirazione cristiana, socialista e liberale, perché solo da questa collaborazione poteva nascere un europeismo foriero di capacità attrattiva per il mondo intero. Senza distinguere, per giunta, l’Europa del nord dall’Europa del Mediterraneo, perché, come spiegava bene Aldo Moro, “l’Europa intera è nel Mediterraneo”. Questa consapevolezza deve spingere in avanti l’Europa, contro ogni falsa profezia che ne celebra il declino irreversibile.

Abbiamo fiducia nei nostri ideali, un nuovo umanesimo può ripartire dall’Europa.

 

 

Testo base dell’intervento svolto ieri da Giuseppe Fioroni ad Assisi nel corso della prima seduta della tre giorni di riflessione organizzata da “Cristiani in cammino. Per un nuovo umanesimo”.

Popolari e Ulivo, senza un nuovo Ppi sono solo chiacchiere.

Foto di Hans da Pixabay
Foto di Hans da Pixabay

 

 

La proposta di un “nuovo Ulivo” può decollare se c’è una esperienza organizzata dei Popolari. Non basta, per questo obiettivo, la corrente di Delrio e Castagnetti nel Pd.

 

Giorgio Merlo

 

L’iniziativa organizzata dalla corrente Popolare nel Pd della Schlein e guidata da Castagnetti e da Delrio è un utile contributo, come molti altri del resto, per approfondire le ragioni dell’attuale ruolo dei Popolari nella cittadella politica italiana. Certo, non possiamo non ammirare il coraggio e la determinazione di tutti quegli amici Popolari che hanno deciso di continuare a militare in un partito – il principale partito della sinistra italiana – come il Pd che, con la legittima guida della Schlein, ha assunto i connotati di un soggetto politico con una chiara, netta ed inequivocabile identità. Ovvero, un partito che copre il ruolo di una sinistra radicale, libertaria e massimalista. Detto fra di noi, un partito lontano anni luce dalla esperienza, dalla cultura, dalla storia e dalla tradizione del cattolicesimo popolare e sociale. E, non a caso – come emerge in modo persin plateale ogni giorno dal concreto confronto politico – c’è una perfetta convergenza di analisi e di prospettiva tra il partito della Schlein, la sinistra estremista, il populismo dei 5 stelle e la Cgil che, con la guida di Landini, è semplicemente ritornata alla sua storica vocazione. E cioè, il sindacato legato al partito attraverso la ben nota e collaudata “cinghia di trasmissione”.

Ma, al di là di ciò che fa e di come si comporta nel Pd la corrente di Delrio e di Castagnetti, quello che merita di essere approfondito è la tesi dell’ultimo segretario del Ppi di proporre “un nuovo Ulivo dopo le elezioni europee” per organizzare la santa alleanza contro il centro destra.

Ora, senza entrare nel merito della proposta, c’è un elemento che non può sfuggire a nessuno. E, men che meno, ai dirigenti della corrente Popolare nel partito della Schlein. Ovvero, l’Ulivo – anche se si tratta di un progetto che decollò in un’altra epoca storica, politica, culturale e sociale – ha potuto prendere il largo per svariate motivazioni. E tra quelle più importanti non si può non rilevare il ruolo politico e protagonistico giocato dall’allora Partito Popolare Italiano. Un ruolo politico decisivo, appunto, perché solo l’alleanza tra il centro popolare, moderato e riformista con la sinistra democratica e riformista permise a quel progetto di diventare credibile ed elettoralmente convincente ed attrattivo. Così è stato, piaccia o non piaccia.

Ecco perché, quando si parla oggi di un “nuovo Ulivo”, seppur guidato e accompagnato dal ruolo miracolistico e salvifico del futuro “federatore”, è bene non dimenticare le dinamiche politiche essenziali che garantirono la nascita dell’Ulivo. E allora, per tornare all’oggi, Il Pd del nuovo corso della Schlein è simile al vecchio partito dei Ds? La corrente di Delrio e di Castagnetti all’interno di un partito con una linea politica talmente chiara e ben identificabile che non richiede neanche di essere approfondita, è paragonabile all’esperienza politica straordinariamente importante giocata dal Ppi di Franco Marini e di Gerardo Bianco?

Se vogliamo uscire dagli equivoci, dalla propaganda e dalle fumisterie ideologiche, si può concludere con una semplice osservazione. E cioè, o vi è la volontà, concreta e specifica, di riproporre – seppur in forma aggiornata e rivista – una sorta di Partito popolare italiano nella vita pubblica del nostro paese oppure è del tutto inutile evocare un “nuovo Ulivo” contrapposto alla coalizione di centro destra. Solo su quel terreno si misura la concreta possibilità di far tornare protagonista il pianeta Popolare e cattolico sociale disseminato in tutta Italia e oggi, purtroppo, ancora orfano sotto il versante politico e partitico. Perché privo di una vera, credibile ed autentica rappresentanza politica organizzata. Il resto appartiene, purtroppo, solo al mondo delle chiacchiere e al puro organigramma di potere.

Italia 2023, Il Censis individua una immagine recessiva del corpo sociale

Foto di Engin Akyurt da Pixabay
Foto di Engin Akyurt da Pixabay

Il pregio ricorrente dei Rapporti Censis è quello di fotografare la realtà sociale del Paese con il grandangolo che coglie i fenomeni macro sociali e con il teleobiettivo che ne evidenzia gli aspetti più evidenti e significativi. Ma anche quello di coniare metafore descrittive che inglobando i dati ne esplicitano le rappresentazioni iconografiche prevalenti e significative. Nel presentare – ospiti nella sede del CNEL – il 57° Rapporto del 2023 dell’Istituto Presieduto da Giuseppe De Rita, il Segretario Generale Giorgio De Rita e il Direttore Generale Massimiliano Valerii richiamano implicitamente la metafora usata lo scorso anno, quella di una immagine recessiva del corpo sociale, sia dal punto di vista demografico che del sentimento collettivo prevalente e implicitamente condiviso, che si esprime in una sorta di ritrazione silenziosa verso dimensioni miniaturizzate, parcellizzate, di piccole patrie e minime rivendicazioni: una deriva che rafforza la percezione di un indebolimento collettivo, una  nebulosa sfuggente (già anni fa il Presidente De Rita aveva parlato di società-mucillagine), con ambizioni contratte e traguardi inespressi.

Il dato del decremento demografico è l’incipit da cui partire, in sintonia con l’ISTAT.: nel 2050 l’Italia avrà perso 4,5 milioni di residenti, una cifra che somma gli abitanti di due città come Roma e Milano. Ma accanto alla contrazione demografica rapportata alla metà del secolo si aggiunge la stima di 8,1 milioni di persone in età attiva in meno: una scarsità di lavoratori che avrà inevitabili impatti sulla struttura dei costi del sistema produttivo e sulla capacità di generare valore del settore industriale e terziario.

Tuttavia lo specifico analitico e descrittivo del Censis si caratterizza nella interpretazione dei dati: emerge intento che gli italiani nel 2023 sono apparsi fragili (il 56% ritiene di contare poco nella società), impotenti (il 71 % prova profonda insicurezza) e rassegnati (l’80% ritiene che l’Italia sia inesorabilmente un Paese in declino). Complessivamente la società italiana sembra essersi inabissata in una sorta di ipertrofia emotiva, uno stato che il Censis descrive efficacemente come “sonnambulismo”, un mix di consapevolezza confusa declinante nella percezione indistinta di uno stato di malessere e un ingovernabile senso di impotenza: a disegnare modelli di sviluppo, a colmare il gap tra cittadini e istituzioni (attraverso un progressivo processo di disintermediazione sociale), a sbloccare l’ascensore della crescita inchiodato al piano terra (anche se un recente editoriale del Prof. De Rita sul “Corsera” invita a considerare anche quella parte di Italia “che va” e tiene accesa la fiammella della speranza). Ma nell’atmosfera emotiva in cui la società italiana si è immersa, vincono le credenze fideistiche: ogni verità ragionevole può d’improvviso essere ribaltata, sbullonata dal piedistallo della indubitabilità per effetto di una nuova ondata di spasmi emotivi.

Così l’84,0% degli italiani teme il clima impazzito causa della moltiplicazione delle catastrofi naturali, ogni anno più frequenti, il 73,4% ha paura che i problemi strutturali irrisolti del nostro Paese siano l’incipit di una crisi economica e sociale molto profonda; il 73,0% che gli sconvolgimenti globali sottoporranno l’Italia alla pressione di flussi migratori sempre più intensi, che ci metteranno di fronte all’evidenza di una ingovernabilità dell’arrivo di milioni di persone in fuga dalle guerre e per effetto del cambiamento climatico (ricordiamo che nel 2050 secondo l’Istat la popolazione nigeriana sarà la terza del mondo, in parte stanziale in Europa); per il 70,6% i rischi ambientali, quelli demografici e quelli ora connessi alla guerra provocheranno un crollo della società, favorendo la povertà diffusa e la violenza, e mentre il 68,2% immagina che in futuro patiremo la siccità per l’esaurimento delle risorse di acqua. Il 53,1% teme che il colossale debito pubblico, in cammino verso la cifra record di 3.000 miliardi di euro, provocherà il default finanziario dello Stato italiano, infine il 43,3% paventa che resteremo senza energia sufficiente per tutti i bisogni.

Il ritorno della guerra spettacolarizzata dai social media ha alimentato una paura ulteriore: la metà degli italiani ha timore che non saremmo in grado di respingere l’aggressione militare di una potenza straniera. Anche i servizi di welfare del futuro proiettano nell’immaginario collettivo preoccupazioni smisurate: il 73,8% degli italiani ha paura che non ci sarà un numero sufficiente di lavoratori per pagare le pensioni e il 69,2% pensa che negli anni a venire non tutti potranno essere curati, perché la sanità pubblica non riuscirà a garantire prestazioni adeguate. Sono ormai perdute nelle chimere del passato le descrizioni di una società ammaliata dalla “sontuosità iper-acquisitiva”: la deriva descritta dal 57° Rapporto muove verso un ridimensionamento delle aspettative, nella creazione immaginifica di nicchie di sussistenza, nel rintanarsi in desideri minori abbandonato ogni stile di vita all’insegna della corsa irrefrenabile verso maggiori consumi come sentiero prediletto per conquistarsi l’agiatezza, declinando verso una più pacata ricerca nel quotidiano di piaceri consolatori e per garantirsi uno spicchio di benessere in un mondo fondamentalmente ostile.

Il 74,8% dei lavoratori oggi dichiara esplicitamente di non avere voglia di lavorare di più per poter consumare di più, e non ha intenzione di farsi guidare come in passato dal consumismo. Il lavoro sembra aver perso il suo significato più profondo, come riferimento identitario: per l’87,3% degli occupati la scelta di fare del lavoro il centro della propria vita sarebbe un errore. Si tratta di una forma inedita e contemporanea del tradizionale desiderio di autonomia individuale, che ora si incammina sui sentieri del benessere minuto, individuale, nella persuasione che questa sia la modalità migliore per accedere a una più alta qualità della vita. Non sorprende che per il 62,1% cresca il desiderio di momenti da dedicare a sé stessi per combattere l’ansia e lo stress, o che un plebiscitario 94,7% consideri centrale la felicità delle piccole cose di ogni giorno, come appunto il tempo libero, gli hobby, le passioni personali. Proprio in tema di lavoro siamo passati rapidamente dagli allarmi sugli elevati tassi di disoccupazione al record di occupati, mentre il sistema produttivo lamenta sempre più frequentemente la carenza di manodopera e di figure professionali. La fase espansiva dell’occupazione, avviata già nel 2021, si è consolidata nel primo semestre di quest’anno e le aree economiche più attive del Paese hanno mantenuto un forte presidio dei mercati esteri, tanto da ottenere risultati mai visti prima nei livelli delle esportazioni.

E mentre monta l’onda lunga delle rivendicazioni dei diritti civili, cresce parallela l’incomunicabilità generazionale: la distanza esistenziale dei giovani di oggi dalle generazioni che li hanno preceduti sembra abissale. Si ha l’impressione che lo scandaglio sociale operato dal Censis in questo 57° Rapporto esprima mai come in passato il segno di una profonda trasformazione  in atto, di una fase di transizione di cui si colgono significativi e indistinti presagi che riguarderanno la dimensione soggettiva dell’identità personale e le macro derive che il “corpaccione” sociale va appena appena esprimendo in discontinuità con il passato.

A destra s’ode uno squillo di tromba: Letta dice no al premierato.

Sulla riforma costituzionale emerge con il passare dei giorni una difficoltà crescente nella maggioranza di governo. Si rincorrono giudizi che solo in apparenza convergono in direzione del sì al premierato, per un giunta a un premierato che fa acqua da tutte le parti. Eleggere direttamente il capo del governo significa alterare un sistema di equilibri che la Carta contempla in modo preciso e rigoroso. Non basta dire che le nuove norme non intaccano gli articoli riguardanti l’inquilino del Quirinale: lo squilibrio sta evidentemente nella stessa diversa fonte di legittimazione.

“Secondo me la figura del Presidente della Repubblica così com’è disegnata e l’interpretazione così come è stata data dai singoli presidenti nel rispetto della Costituzione, come tutti i costituzionalisti oggi riconoscono, sta bene così: non l’attenuerei, non la ridisegnerei, non toglierei nessuna delle prerogative così come attualmente sono state esercitate”. Questo è ciò che ha detto Gianni Letta durante un incontro promosso dal “Movimento Progetto Città” a Firenze, intervistato da Antonio Polito, editorialista del Corriere della Sera, proprio sulla proposta di riforma che introduce il premierato.

Secondo Letta, la riforma costituzionale presentata dal governo Meloni, ridurrebbe i poteri del presidente della Repubblica, “fatalmente”, perché “la forza che ti deriva dalla investitura popolare è certamente maggiore di quella che deriva dal Parlamento, non sta scritto, ma è ovvio che poi nella dialettica chi è investito ha più forza. Oggi abbiamo un presidente felicemente regnante nel suo secondo mandato, che esercita il suo mandato in maniera splendida, perché ha fatto tanto bene a questo paese”.

 

Un giudizio così categorico, formulato da un uomo non abituato a parlare a vanvera, non poteva passare sotto silenzio. Lo stesso Tajani è dovuto intervenire per arginare gli effetti di una presa di posizione tanto esplicita da apparire finanche aggressiva. Dalla Meloni è molto probabile sia venuta la richiesta di una smentita, giunta a tarda serata. “Forza Italia – ha scritto al riguardo il vice Presidente del Consiglio sui social – sostiene convintamente la riforma sul premierato. Non vanno interpretate in direzione contraria alcune frasi di Gianni Letta. Mi ha confermato che le sue parole si riferivano a valutazioni teoriche e non a giudizi sulla riforma”. Dal che si evince che Letta avrebbe fatto teoria, perché in effetti criticare l’impianto della riforma sarebbe un’astrazione puramente intellettuale, non l’avvertenza di un rischio, con tutte le implicazioni politiche, espressamente legato alla investitura diretta del premier. Tajani, con questa uscita, non ha fatto davvero una bella figura.

Sempre più tuttologi tra protagonisti e comprimari

Non si comprende quale oscuro demone spinga un uomo intelligente e avveduto come il ministro Crosetto ad avventurarsi in una denuncia di trame giudiziarie di cui (almeno per ora) non si intravede traccia.

Certo, può capitare che si tratti di una premonizione, magari confortata da qualche retroscena che ancora non sappiamo. E certo, più ancora, la vita repubblicana è già stata a suo tempo corredata da iniziative giudiziarie assai discutibili. Tanto più discutibili quando si intrecciavano con discutibilissime intenzioni politiche. Vedi Antonio Di Pietro, per fare il nome e l’esempio più ovvio.

Dunque, anche quel mettere le mani avanti può forse spiegare qualcosa in più. Resta il fatto che un ministro (della difesa, per giunta) dovrebbe parlare sempre a ragion veduta. E magari parlare un po’ di meno. Si dirà che sono in tanti a contraddire questa regola. Ma proprio per questo colpisce che a farlo sia uno dei ministri più capaci. Segno che queste abitudini hanno ormai preso il sopravvento, diventando quasi un dovere. Salvo il fatto che spesso proprio l’adempimento di quel “dovere” finisce per ritorcersi contro i suoi stessi autori.

È evidente dunque che questa piccola, piccolissima questione rimanda ad altro. E cioè alla diffusa attitudine di protagonisti e comprimari a fare un po’ i tuttologi, esprimendosi ogni giorno su ogni argomento, senza mai la- sciare inevasa una domanda e anzi con un certo gusto di uscire dal seminato del- le proprie competenze e vocazioni. Cosa che non accresce quasi mai né il loro prestigio né l’apprezzamento di chi li ascolta e li compulsa.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 30 novembre 2023.

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia].

Oltre gli indipendenti di sinistra e le testimonianze individuali a destra

Ci sono due modalità concrete di comportamento dei cattolici impegnati in politica nella stagione storica contemporanea. Due modalità che ci spingono, però, alla ricerca di una strada, ovvero una sorta di una “terza via” per ridare voce significato a questa presenza. Non per differenziarsi, come ovvio, ma come possibilità per continuare ad essere coerenti con la nostra storia, la nostra

cultura e i nostri valori che restano di una bruciante attualità e di una straordinaria modernità anche nell’attuale fase politica italiana.

Ma, per fermarsi ai primi due modelli, si possono molto semplicemente sintetizzare così. Da un lato abbiamo la riproposizione della tradizionale e ben nota esperienza nella storia politica italiana, dei cosiddetti “cattolici indipendenti di sinistra”. Ovvero di quei cattolici che militano in un partito di sinistra e che si limitano ad avere un ruolo del tutto ornamentale ma utile per confermare la natura “plurale” di quel partito. Durante la stagione della prima repubblica, erano i cattolici all’interno del Pci a cui venivano gentilmente, e puntualmente, concessi una manciata di seggi parlamentari in un patito che aveva un’altra cultura politica, un’altra prospettiva politica e un altro universo valoriale rispetto alla storia e alla tradizione del cattolicesimo popolare e sociale.

Mutatis mutandis, è la medesima situazione dei Popolari presenti oggi nel partito della Schlein. E cioè, un partito, e del tutto legittimamente dopo l’esito delle primarie di inizio anno, chiaramente e strutturalmente di sinistra. O meglio, un partito espressione della sinistra radicale, massimalista, estremista e libertaria del nostro. Appunto, con una cultura, un progetto politico e un universo valoriale radicalmente diverso per non dire alternativo rispetto alla cultura e alla tradizione del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese.

Per questi motivi la corrente di Delrio e compagni nel partito della Schlein anni è la semplice riproposizione, seppur in forma aggiornata e rivista, della storica e gloriosa esperienza dei “cattolici indipendenti di sinistra del Pci”.

L’altra modalità, non molto dissimile da questa, è quella degli amici Popolari ed ex democristiani all’interno dei partiti dell’attuale centro destra. Ovvero, presenze politicamente importanti e significative ma del tutto personali e quindi, seppur al di là della singola buona volontà, del tutto ininfluenti se non addirittura irrilevanti.

Ora, per non limitarsi a fotografare passivamente la situazione, e di fronte a questi due scenari persin oggettivi nonchè plateali, una possibile ‘terza via’ per ridare peso, ruolo e significato all’impegno politico dei cattolici non può che essere quella di rafforzare una “politica di centro” e un luogo politico centrista, dinamico, plurale, moderno, riformista e di governo. Dove, però, la cultura e la tradizione del cattolicesimo popolare e sociale non si limitino a fare “lo specchietto per le allodole”, come si suol dire. Certo, non è una operazione affatto facile e né semplice, anche perché si tratta di un luogo politico significativo e ben presente nella società italiana – come ci raccontano quasi tutti i giorni gli stessi sondaggisti – ma che va ancora riorganizzato nel suo

naturale perimetro politico, culturale e programmatico. Un luogo che richiede un progetto definito – e questo è l’unico aspetto chiaro – contro il “bipolarismo selvaggio” della destra sovranista e della sinistra radicale e massimalista ma, soprattutto, un profilo organizzativo e stabile del partito

di riferimento. E, su questo versante, c’è ancora molto da lavorare. E, probabilmente, dopo il voto delle prossime elezioni europee, il quadro sarà più chiaro per far decollare definitivamente questo soggetto politico.

Comunque sia, e al di là dell’azione politica concreta che sarà intrapresa, l’unica cosa certa è che continuare a scimmiottare i “cattolici indipendenti di sinistra” da un lato e le presenze testimoniali e personali dall’altro, è il modo migliore per contribuire a cancellare la storia, l’esperienza, la cultura e la tradizione del cattolicesimo popolare e sociale nella storia democratica del nostro paese. Almeno su questo versante non c’è molto da obiettare. E la nostra ambizione, di conseguenza, non può non essere quella di ricercare la strada per battere questa scorciatoia politicamente insignificante e culturalmente anche un po umiliante.

Non essere subalterni, questa la sfida dei cattolici democratici e popolari.

A quegli amici che negli anni ’70-’80 dopo la Dc tentavano l’avventura nel Pci, Carlo Donat Cattin ricordava che in quel partito è sempre il cane che muove la coda. Un aforisma che se vale per la sinistra si conferma quanto mai attuale anche per la destra oggi al potere.

Quelli che hanno fatto l’esperienza nel Pd hanno potuto accertare sulla propria pelle la fondatezza di quel monito, ma la stessa condizione è quella vissuta dai vari ex Dc, oggi vassalli di Forza Italia o della Lega. Solo il vecchio “fico del bigoncio”, Rotondi, pur di galleggiare, continua a sostenere l’assurda teoria del partito della Meloni come nuova Dc 2.0.

Nonostante tutto ciò e i molti tentativi sin qui compiuti per la ricomposizione politica dell’area cattolica, alla vigilia delle prossime elezioni europee, gli ex Dc e Popolari si dividono tra chi cerca una facile candidatura in una lista di destra o di sinistra e chi, come Iniziativa Popolare, sollecita una lista unitaria dei cattolici, raccogliendo insieme le firme necessarie per la sua presentazione.

Se l’obiettivo principale fosse quello di inviare qualche rappresentante al Parlamento europeo, la scelta più facile dell’inserimento in una delle liste d’area sarebbe comprensibile. In quel caso, però, si dovrebbe chiarire l’esito successivo di quella scelta, considerate le diverse e opposte opzione che destra e sinistra si accingono a compiere sul piano europeo. La sinistra, divisa tra la fedeltà al Pse e i renziani già accasati con “En marche”, il partito di Macron; la destra, altrettanto divisa tra le opzioni della Meloni (conservatori con Fitto?) o estrema destra con Salvini. Sono entrambe posizioni incompatibili per noi Dc e Popolari con i quali, fedeli alla migliore tradizione europeista dei padri fondatori Dc, riteniamo sia il PPE la nostra casa madre di riferimento.

Oggi quell’area è ben presidiata da Forza Italia, grazie alla scelta che, a suo tempo, compì Berlusconi, sollecitato da due democristiani di razza, come Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo. È la scelta che Cuffaro ha già deciso di far compiere alla “sua” Dc, divenuta feudo ben presidiato dal consenso siciliano, conseguente a quelle da lui già compiute in sede regionale con tutta la destra.

Gli amici di Tempi Nuovi, per bocca di Fioroni, sembrano ambire a un’alleanza con ciò che rimane del Pd renziano. Una prospettiva assai lontana da quanto l’amico Merlo va descrivendo con i suoi ottimi articoli sulla storia e la tradizione politica della sinistra sociale democratico cristiana.

Restano gli amici di Insieme (Infante) e di Base Popolare (Mario Mauro, Quagliariello, De Mita) e quelli coordinati dall’On.Tarolli e gli oltre cinquanta firmatari dell’atto costitutivo della Federazione dei Dc e Popolari presieduta dall’On. Gargani. Infine dobbiamo valutare il ruolo che possono e debbono svolgere, con la vasta area di movimenti, gruppi, associazioni dell’area cattolica, le numerose casematte democristiana nate dalla diaspora post ‘93 tuttora dolorosamente in atto.

Credo, però, che rispetto a quest’obiettivo dell’elezione di un deputato al parlamento europeo, sia molto più importante quello di avviare il progetto di ricomposizione politica dei cattolici, convinto come sono, che un centro democratico, alternativo alla destra nazionalista e falsamente sovranista e alla sinistra ridotta a partito radicale di massa, non possa nascere senza l’apporto di una forte componente cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale. Ecco perché impegnarci tutti insieme alla raccolta delle firme necessarie per la presentazione di una lista alle europee, può e deve rappresentare l’occasione per verificare quanti siamo, su chi possiamo effettivamente contare e preparare, in tal modo, una mobilitazione dal basso, premessa indispensabile per poter partecipare alle successive elezioni regionali, provinciali e comunali e a quelle delle prossime elezioni politiche.

Mino Martinazzoli, il traghettatore di tanta storia del cattolicesimo politico

Ricorre oggi l’anniversario della nascita di Mino Martinazzoli, parlamentare, ministro, ultimo segretario DC e primo del PPI, sindaco di Brescia. Nonostante il curriculum di tutto rispetto, questo esponente della sinistra democristiana è poco ricordato e quasi del tutto sconosciuto fra i più giovani, in parte anche a causa del giudizio di taluni, a tratti spietato, sul suo operato come segretario della DC nella delicata fase dei primi anni ’90. Noi riteniamo invece che egli abbia messo in campo tematiche determinanti e ancora oggi attualissime che se ignorate impediscono una reale comprensione delle difficoltà e delle sfide del presente. Un possibile “compendio” del suo pensiero politico lo si può individuare nell’intervento (di cui sono reperibili online l’audio e il video) che egli tenne in occasione del XVIII° congresso del suo partito celebratosi a Roma nel 1989, di cui vogliamo riprendere i passaggi che reputiamo più illuminanti.

Il discorso parte da un assunto perfettamente applicabile anche all’oggi: la politica è in crisi. La tecnica e l’economia le hanno rubato il primato in quanto la politica è ancora largamente contenuta “nell’angustia delle dimensioni nazionali mentre la competizione della tecnica e dell’economia si svolge ormai secondo transazioni internazionali”. Nell’identificare come una debolezza la dimensione nazionale della decisione politica in confronto ad un’economia sempre più globalizzata e sovranazionale, Martinazzoli ci indica come quella pretesa isolazionista, oggi tanto in voga, sia effettivamente inefficace nella gestione dei problemi e che dunque ogni sedicente sovranismo sia in realtà nemico di una reale sovranità nazionale, democratica, costituzionale. Accanto a questo fattore ne emerge però un altro che è l’incapacità della politica e della via democratica di rappresentare una strada di riscatto ed emancipazione in uno scenario in cui la fase espansiva si è ormai da tempo arrestata, sicché Martinazzoli vede profilarsi all’orizzonte un “carico di disuguaglianze ingovernabile”. Come scrive nel suo “Le ombre dell’Europa” lo storico inglese Mark Mazower, quegli anni videro entrare in crisi il modello di welfare state e con esso l’intero contratto sociale.

La risposta che il politico bresciano individua è quella di una ricomposizione “fra popolo e stato”, intuizione di fondo della sinistra democristiana, nella consapevolezza che se lo stato non può pretendere di assorbire e definire né il singolo né la collettività, rimane comunque “la regola più alta, l’attitudine ordinatrice e di governo più equa che una società può disporsi a raffigurare”. Bisogna dunque rifiutare tanto l’idea di una contrapposizione fra lo stato e la società quanto quella di uno stato debole che “non corrisponde alle ragioni della solidarietà ma è assai arreso alle ragioni della prepotenza”. Non era un’affermazione scontata negli anni in cui primo ministro inglese era Margaret Thatcher, non è un’affermazione scontata neppure oggi.

C’è quindi sicuramente il tema delle riforme istituzionali che ancora oggi torna ciclicamente a rappresentare una priorità nel dibattito pubblico del nostro paese. Martinazzoli mette tutti però sull’attenti dissuadendo dall’idea che riformare le istituzioni basti e dalla convinzione che sia dunque possibile trovare una forma perfetta che porrebbe fine a tutti i nostri problemi. Le riforme istituzionali non possono essere immaginate come un “surrogato della politica”, un’ impropria supplenza nella crisi della politica, ma come uno strumento nelle mani dell’azione della stessa politica. Crediamo che sia un insegnamento da tenere tutt’ora a mente nella consapevolezza di dover sempre coniugare politica e istituzioni, funzione e visione, ispirazione e regola.

“Noi che non siamo mai stati il troppo della politica non potremmo giustificare il nostro impegno se ci rassegnassimo al niente della politica”. Questa frase potente e lucidissima deve essere oggi un faro per chiunque voglia impegnarsi nel servizio alla collettività.
Martinazzoli tre anni dopo quel congresso si troverà a vivere la sua ora più buia quando verrà chiamato ad assumere la guida del partito in un momento di crisi al tal punto acuta e drammatica che gli toccherà sciogliere la Democrazia Cristiana e sancire la nascita del Partito Popolare Italiano, scelta da molti tuttora considerata alla stregua di un suicidio politico. Noi pensiamo invece che egli l’abbia compiuta con la piena consapevolezza della responsabilità storica e politica che si assumeva, ma anche con la serenità di chi non ha l’ossessione di dover vincere e di dover governare. La stessa serenità che gli permise di dire no a Berlusconi quando questi gli propose l’apparentamento: “Una volta, nel 1994, incontrai Silvio Berlusconi e cercai di spiegargli che fare politica significava fare gli interessi degli altri e non i propri. Non ebbi successo”.

Nell’89 egli chiedeva ai suoi compagni di partito di avere il coraggio di una parola in più. Martinazzoli ha sempre tenuto in gran conto la differenza che corre fra moderazione e moderatismo; una differenza che, amava dire, equivale a quella tra castità e l’impotenza. La moderazione è per lui il metodo e non il contenuto o il fine di un agire politico che, in quanto tale, deve contemplare grandi obiettivi. La nostra è al contrario una politica spesso urlata, i dibattiti a volte più chiassosi che acuti, i proclami mirabolanti ma al contempo inconsistenti. Martinazzoli era antitelevisivo, riflessivo, pacato, enigmatico e a tratti anche mesto ma nondimeno aveva il coraggio di quella parola in più, lo stesso coraggio al quale siamo oggi chiamati noi.

La Casellati respinge le critiche al premierato, Calenda rilancia sul cancellierato

“La critica che è emersa maggiormente” al ddl costituzionale sul premierato “è quella del ruolo del presidente” della Repubblica “che noi non abbiamo affatto svuotato e allora io mi chiedo perché, nel senso che noi abbiamo nove articoli della Costituzione che definiscono le prerogative del Capo dello Stato e nessuna di queste prerogative è stata toccata, quindi ci troviamo di fronte a una sorta di contraddizione anche delle critiche”. Lo ha detto il ministro delle Riforme e della semplificazione, Elisabetta Casellati, a Zapping su Radio Rai.

“Da un lato si dice che abbiamo toccato le altre prerogative del presidente della Repubblica che sarebbe ridotto a un ruolo quasi notarile, dell`altro la proposta che emerge è quella o di non fare nulla, quando da più di quarant`anni si discute da destra e da sinistra sulla necessità di dare stabilità perché noi abbiamo avuto in 75 anni di storia repubblicana 68 governi della durata media di 14 mesi. Dall`altra parte si dice che il presidente della Repubblica è stato svuotato a una funzione notarile ma si propone il cancellierato alla tedesca dove il cancelliere è un premier forte e il presidente della Repubblica non conta nulla” ha osservato.

Si tratta di critiche, ha ribadito, “molto incoerenti. Si mettono d`accordo con loro stessi su quale tipo di progetto vogliono. Io sono sempre disponibile all`ascolto perché può portare ad ulteriori riflessioni, ma tutti sono d`accordo sul fatto che la forma di governo così come stata disegnata dei costituenti non ha garantito la stabilità e quindi deve essere modificata” ha continuato.

Quanto alle perplessità su alcuni punti del ddl emersi anche da esponenti della maggioranza Casellati ha aggiunto: “All`interno della maggioranza c`è una riflessione ulteriore, però questo provvedimento è stato approvato da tutta la maggioranza, è il frutto del lavoro della maggioranza nel senso che io mi sono sempre confrontata con tutte le forze politiche”.
Di tutt’altro avviso Carlo Calenda, decisamente critico sull’impianto della riforma proposta dal governo e favorevole a una soluzione alla tedesca, con l’introduzioje del cancellierato.
Il cancellierato alla tedesca “lo accetteremo perché non credo che sia così”, cioè che lasci al presidente della Repubblica un ruolo poco rilevante, come sostenuto dal ministro delle Riforme, Elisabetta Casellati. Questo ha detto il leader di Azione, Carlo Calenda, a Zapping su Radio Rai.

In realtà in Germania, ha proseguito, “il presidente ha un potere di moral suasion, ma soprattutto rimane la possibilità, se il presidente del Consiglio si dimostra un disastro come accaduto in Inghilterra con Boris Johnson, di cambiarlo senza aspettare cinque anni”.
Con il ddl costituzionale sul premierato, ha concluso Calenda, “invece di cambiare un presidente del Consiglio incapace lo blindiamo per cinque anni” e “questo non è possibile, non funziona, non c`è in nessun Paese del mondo tranne Israele che lo ha provato due anni e poi lo ha ritirato”.

Fonte: Notiziario Askanews

Presidenziali 2024, ce la farà Biden ad essere rieletto?

[…] Tutti i maggiori giornali dal New York Times allo Washington Post lo vedono iniziare le prossime elezioni come svantaggiato e vedono queste elezioni come straordinariamente delicate e difficili per vari motivi. Tra di essi, in politica interna, per il fatto che il presidente secondo la stampa non è capace, proprio a causa della sua età, di rispondere a certe sfide soprattutto nel campo della comunicazione come dovrebbe, ma anche perché Donald Trump è davvero una minaccia alla democrazia del paese e certamente, come abbiamo visto, non si fa nessuno scrupolo a disattendere la Costituzione. Dunque secondo alcuni sono necessari dei cambiamenti tra cui deleghe più allargate, più ampie dentro al partito, affidate a personaggi nuovi come i senatori Corey Booker o Ralph Warnock o a deputati come Lauren Underwood o Maxwell Frost e una politica più aggressiva nei confronti dei repubblicani e di Trump il quale, dovrebbe essere ripetuto giornalmente da Biden, a dispetto del suo populismo, quando si tratta di governare lascia decidere a Wall Street. Inoltre un’attenzione più calibrata verso certi moderati nel partito democratico che potrebbero attirare figure di repubblicani dissidenti come Mitt Romney o Liz Cheney i quali temono una rielezione di Donald Trump. Infine, recuperare personaggi che sono capaci di una campagna elettorale più aggressiva e competitiva come Rahm Immanuel, ex sindaco di Chicago e capo dello staff di Barack Obama, oggi ambasciatore in Giappone, o Jennifer O’Malley Dillon che sembra essere più aggiornata sulle moderne tattiche elettorali.

In politica estera la situazione di due guerre in corso non aiuta e la difficoltà di Biden, a compiere delle scelte decise e precise neanche. I suoi amletici dubbi, seppur giustificati, sul continuare a inviare armi all’Ucraina o sul cercare di placare l’ira cieca di Israele che nella persona di Netanyahu è pronta a radere al suolo Gaza no matter what, ci mostrano insieme alla sua fragilità una debolezza tutta umana e molto comprensibile, direi quasi da persona saggia, ma che anch’esse non aiutano sul piano politico. Di nuovo qui qualcuno suggerisce di delegare la situazione, specie in medio oriente, ad esempio ai Clinton.

Per quando riguarda la situazione economica, si tratta di un altro punto dolente della strategia comunicativa di Biden che non sembra mordere e arrivare agli elettori come dovrebbe quando il costo della vita aumenta e l’inflazione mangia parte degli stipendi: bisogna compiere dei cambiamenti. Dunque l’essere più simpatetico con i problemi della gente, non tanto il mostrare che hanno torto a lamentarsi, cosa pur vera, ma che il presidente è loro accanto nei momenti cruciali, come quando si è schierato con gli operai durante lo sciopero dei metalmeccanici dell’industria automobilistica a dispetto delle opposizioni che ha dovuto affrontare, invece è molto di aiuto.

Inoltre rivendicare quotidianamente che Trump è responsabile per la nomina di tre giudici della Corte Suprema che hanno abolito la legge sull’aborto (Roe vs Wade) nel paese e che sembra avere ferito molti cittadini americani. Si capisce che Biden non si sente a suo agio nel parlare di questo soggetto, perché cattolico, ma può far parlare la sua vicepresidente e molti governatori donne, perché questo invece sembra essere un soggetto essenziale per la maggioranza degli americani.

Infine il presidente dovrebbe parlare del futuro, di cosa farà nel secondo mandato a cominciare dalla situazione internazionale in medio oriente e in Ucraina, mentre in politica interna suoi soggetti preferiti dovrebbero essere il problema dell’aborto, il prezzo dei farmaci e la situazione dell’immigrazione. Solo cosi il messaggero si potrà riconciliare con un messaggio che sembra essere gradito alla maggioranza del popolo americano.

 

Fonte: succedeoggi.it 

Titolo originale: Che farà Biden

 

Per saperne di più

https://www.succedeoggi.it/2023/11/che-fara-biden/

Dal 2015 nessun progresso a livello mondiale nella lotta alla fame

Sono 750 milioni le persone che nel mondo soffrono la fame. E il dato allarmante è che i progressi per contrastarla sono in stallo dal 2015. Nel 2023 la fame a livelli grave o allarmante colpisce 43 Paesi e il numero di persone malnutrite è salito a 735 milioni. Il quadro emerge dall`Indice globale della fame (Global hunger index – Ghi), tra i principali rapporti internazionali sulla misurazione della fame nel mondo, curato da Cesvi per l`edizione italiana e redatto annualmente da Welthungerhilfe e Concern Wordlwide, organizzazioni umanitarie che fanno parte del network europeo Alliance2015.

A pagarne il conto amaro sono le persone più giovani: l’instabilità alimentare attuale significa rischiare una vita adulta di povertà estrema, soffrire la fame, vivere in contesti incapaci di far fronte ai disastri climatici e all`intrecciarsi di altre crisi. Ad aver di fronte lo scenario più buio sono, in particolare, le ragazze: donne e bambine rappresentano circa il 60% delle vittime della fame acuta, mentre il lavoro di assistenza non pagato le sovraccarica, tanto da triplicare la loro probabilità di non accedere a lavori retribuiti rispetto ai loro omologhi.

L’analisi calcola il punteggio GHI di ogni Paese sulla base dello studio di quattro indicatori (denutrizione, deperimento infantile, arresto della crescita infantile e mortalità dei bambini sotto i cinque anni) e non è un caso che sia stata presentata alla vigilia dell`apertura della Cop28 a Dubai. Il cambiamento climatico ha un impatto diretto e significativo sull`insicurezza alimentare: all`aumentare di temperature e disastri climatici, crescono la difficoltà e l`incertezza nel produrre alimenti. Gli effetti sono particolarmente evidenti nei Paesi poveri e sulla salute dei loro abitanti: il 75% di chi vive in povertà nelle zone rurali si affida alle risorse naturali, come foreste e oceani per la sopravvivenza, essendo quindi particolarmente vulnerabile ai disastri; inoltre, stima il World food program, l`80% delle persone che soffrono la fame sul Pianeta vive in zone particolarmente colpite da catastrofi naturali. Secondo la Banca mondiale, dal 2019 al 2022 il numero di persone che vivono in insicurezza alimentare è aumentato da 135 milioni a 345 milioni, sotto l`effetto combinato delle varie crisi ed emergenze.

“La sovrapposizione delle crisi sta intensificando le diseguaglianze sociali ed economiche, vanificando i progressi sulla fame, mentre il peso più grave è sui gruppi più vulnerabili, come donne e giovani – ha dichiarato Gloria Zavatta, presidente di Fondazione Cesvi – I giovani devono avere un ruolo centrale nei processi decisionali, mentre il diritto al cibo va posto al centro delle politiche e dei progressi di governance dei sistemi alimentari”, ha aggiunto. Inoltre, ha sottolineato, “nei prossimi anni è previsto che il mondo affronti un numero crescente di choc, provocati soprattutto dai cambiamenti climatici. L`efficacia della preparazione e della capacità di risposta alle catastrofi è destinata a diventare sempre più centrale dal punto di vista della sicurezza alimentare”.

Dopo che i passi avanti nella lotta alla fame si sono interrotti nel 2015, il punteggio di GHI 2023 per il mondo è 18,3, considerato moderato, meno di un punto in meno dal 2015 (19,1), e dal 2017 il numero di persone denutrite è aumentato da 572 milioni a circa 735 milioni. Le regioni con i dati peggiori sono Asia meridionale e Africa Subsahariana (27,0 per entrambe, ossia fame grave): negli ultimi vent`anni hanno costantemente registrato i più alti livelli di fame e, dopo i progressi dal 2000, nel 2015 la situazione è entrata in stallo. Nel 2023 in nove Paesi la fame è allarmante: Burundi, Lesotho, Madagascar, Niger, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sud Sudan e Yemen. In altri 34 Paesi è grave. In 18 nazioni dal 2015 la fame è aumentata (situazioni moderate, gravi o allarmanti) e in altri 14 il calo è stato trascurabile (inferiore al 5%). Al ritmo attuale, 58 Paesi non raggiungeranno un livello di fame basso entro il 2030. A destare le maggiori preoccupazioni nel 2023 sono Afghanistan, Haiti, Nigeria, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Yemen, oltre a Burkina Faso e Mali nel Sahel: tra i fattori chiave ci sono conflitti e cambiamento climatico, nonché la recessione economica. In sette Paesi il miglioramento è superiore al 5% dal 2015: Bangladesh, Ciad, Gibuti, Mozambico, Nepal, Laos e Timor Est.

Tra le persone giovani nel mondo, una su cinque non lavora, né è impegnata in corsi di studio o formazione, mentre la pandemia ha causato la perdita di milioni di posti di lavoro, colpendo in particolarmente la fascia giovanile, che anche quando lavora ha il doppio delle probabilità degli adulti di vivere in povertà estrema, con meno di 1,90 dollari al giorno, e molte più probabilità di essere impiegata in modo informale. Questo quadro è ancora più fosco per le ragazze, su cui continua a ricadere il lavoro di assistenza non retribuito, che sottrae loro tempo, energie e opportunità per la propria formazione e per accedere a impieghi retribuiti.

È ormai noto, seppur senza risposte, che il lavoro di cura non retribuito è uno dei fattori che contribuiscono al protrarsi della disuguaglianza di genere ed è una delle cause principali della povertà e della fame. Ciò, nonostante sia evidente l’importanza della salute e nutrizione delle ragazze, anche per le generazioni successive. Chiave è il cambiamento climatico, con i disastri che porta con sé: entro la metà del secolo, nello scenario peggiore, potrebbe spingere fino a 158,3 milioni di donne e ragazze in più nella povertà (16 milioni in più rispetto a uomini e ragazzi), mentre l`insicurezza alimentare colpirà almeno 236 milioni in più di donne e ragazze (rispetto ai 131 milioni di omologhi). Al tasso attuale di progressi sul divario di genere nel mondo, inoltre, la prossima generazione di donne dedicherà ancora al lavoro non pagato di cura e domestico 2,3 ore in più dei maschi.

Il focus del rapporto quest`anno è proprio su come gli attuali sistemi alimentari hanno pregiudicato ragazze e ragazzi, che erediteranno sistemi insostenibili, iniqui, non inclusivi e sempre più esposti alle conseguenze del cambiamento climatico.

Il gruppo demografico under 25 è importante e in crescita, in particolare proprio nei Paesi con problemi di insicurezza alimentare: costituisce il 16% della popolazione del globo (1,2 miliardi di persone), mai così ampio nella storia, e in gran parte vive in Paesi a basso e medio reddito di Asia meridionale, Asia orientale e Africa7. Insicurezza alimentare e malnutrizione sono massime e persistenti proprio nelle zone dove vive la maggior parte della popolazione giovanile, ossia Asia meridionale e Africa sub sahariana.

Expo 2030, la sconfitta occasione di crescita per Roma, l’Italia e l’UE.

Anche se oggi è the day after, il giorno della delusione per la sconfitta di Roma e del Paese nell’assegnazione di Expo 2030, andato a Riad, capitale dell’Arabia Saudita, occorre evitare che a prevalere siano le polemiche rispetto alla capacità di leggere cosa può dirci questa vicenda in rapporto ai cambiamenti in atto nel mondo, in modo da poter reagire per collocarsi da protagonisti nella nuova epoca della multipolarità.

Certo, sarà utile capire se si poteva fare meglio, soprattutto nella scelta dei tempi, prima di coinvolgere la Capitale in una competizione per un grande evento globale, in una fase in cui molte nazioni orma uscite dal sottosviluppo, scalpitano per ottenere traguardi che in passato erano riservati al mondo ricco.

Altrettanto opportuna appare una riflessione, stimolata dai giudizi espressi a caldo, dopo la votazione della 173ª assemblea generale del Bureau International des Expositions (Bie), dall’ambasciatore Giampiero Massolo, presidente del Comitato promotore Roma Expo 2030, che ha parlato di “metodo transazionale, non transnazionale” nella scelta, chiedendosi fino a che punto possa arrivare il “principio della deriva mercantile” nelle scelte della comunità internazionale.

Ma credo che il messaggio più importante che ci arriva da questa sonora sconfitta uscita dal voto dei delegati del Bie a Issy-Les-Molineaux, consista nel fatto che se l’Europa, in un mondo in cui ormai vi sono soggetti nazionali e sovranazionali di dimensioni enormi, continua ad agire divisa, va incontro a sicuri insuccessi. Paesi membri, come la Francia ad es., che hanno dichiarato il loro voto per Riad, non hanno fatto solo un dispetto a un Paese vicino, ma anche a loro stessi perché hanno contribuito a indebolire il ruolo dell’Unione Europea nel mondo.

E per quanto la geopolitica dei grandi eventi non sia del tutto sovrapponibile a quella dei blocchi, è però un fatto che la maggioranza dei Paesi che ha votato ieri in misura schiacciante per l’Arabia Saudita, appartiene non al West bensì al Rest, ovvero al Resto del Mondo, mentre la gran parte dei Paesi che hanno votato, in ordine, per la coreana Busan e per Roma appartengono all’Occidente.

Si è trattato, insomma, di un’altra dimostrazione del fatto che, non solo per i grandi eventi ma in tutti i campi, l’Europa e l’intero campo occidentale per contare devono cambiare schema, interagire con le altre parti anziché cullare l’illusione di esser da soli sempre e comunque decisivi.

Occorre perciò saper trasformare la débâcle di Expo 2030, in una occasione di stimolo per capire dove va il mondo e reagire. Roma e l’Italia hanno potenzialità uniche per collocarsi da protagonisti nella nuova epoca che va interpretata e non pregiudizialmente osteggiata, seppur anche riservandosi il diritto di criticarla nei suoi aspetti più discutibili ma senza più assumere i toni da primi della classe nei confronti degli altri popoli, delle altre culture, addirittura di altri sistemi politici purché siano impegnati, anche con modalità molto diverse da quelle che possiamo concepire, nel rispetto della dignità umana e nello sviluppo integrale di ogni loro cittadino.

In particolare chi attinge alla cultura politica cattolico democratica e popolare, chi sente l’attualità dell’eredità politica di figure attentissime ai cambiamenti come Aldo Moro, come Enrico Mattei, chi cerca di ispirarsi all’inserimento sociale della Chiesa, che è rivolto al mondo intero, dovrebbe sentirsi ancora più attrezzato e motivato nel raccogliere la sfida di come posizionare Roma, l’Italia, l’Unione Europea e la civiltà occidentale in un mondo che sta divenendo sempre più ricco di protagonisti.

Donat-Cattin, la proporzionale e il destino dei cattolici popolari.

Ho concluso in questi giorni l’ultimo mio libro dal titolo “La sinistra sociale”. Una esperienza, quella della sinistra sociale cattolica, straordinaria non solo per la sua cinquantennale presenza nella Democrazia Cristiana ma anche, e soprattutto, per la sua capacità di incidere nell’intera politica italiana. E anche nell’area cattolica e nel variegato e complesso mondo sociale. Ma, per fermarsi ad un punto specifico, c’è un aspetto che ricorre con insistenza in tutta l’elaborazione politica e culturale della sinistra sociale di ispirazione cristiana. Una riflessione che può essere riassunta con le parole secche di Carlo Donat-Cattin in un celebre convegno della corrente di Forze Nuove a Saint-Vincent all’inizio degli anni ‘80. E cioè, “Noi cattolici popolari, cattolici sociali e cristiani democratici siamo nati e ci siamo grazie alla proporzionale. Ma noi cattolici popolari e sociali siamo certamente destinati a scomparire se venisse a mancare la proporzionale”.

Era una riflessione che precedeva, come ovvio, l’avvento del maggioritario e dello stesso referendum sulla preferenza unica ma che già delineava, con rara coerenza e chiarezza, che il destino e la stessa prospettiva del cattolicesimo popolare e sociale nel nostro paese erano purtroppo segnati se veniva azzerato lo strumento essenziale che ne garantiva la presenza nella cittadella politica italiana. E così è stato, malgrado la buona volontà, la determinazione e il coraggio manifestati da molti leader democratico cristiani e cattolico popolari come Franco

Marini, Gerardo Bianco, Guido Bodrato, Sandro Fontana e lo stesso Ciriaco De Mita. L’eclissi della proporzionale, letta e disegnata come il regno della corruzione, della spartizione, della frammentazione e della polverizzazione del quadro politico ha fatto il resto. Dopodiché, la stabilità dei governi non è affatto migliorata. Anzi. La corruzione politica non è scomparsa. La semplificazione della geografia politica non c’è stata perché, per dirla con una felice espressione dello storico Pietro Scoppola,  si è man mano “proporzionalizzato il maggioritario” e si è incrementato, di conseguenza, il numero dei partiti e dei movimenti politici. L’unico effetto che si è, purtroppo, realizzato, è stato quello di liquidare la presenza e il ruolo dei cattolici popolari e sociali nella vita pubblica italiana. Cioè, per tornare all’inizio di questa riflessione, si è puntualmente verificato quello che Donat-Cattin e con lui molti altri leader popolari e democratici cristiani, avevano paventato già sin dalla metà degli anni ‘80. Perché, essendo dei leader che possedevano il talento e il carisma di anticipare quello che poi sarebbe concretamente avvenuto nella politica italiana, avevano colto che il vento maggioritario e maldestramente nuovista che iniziava a soffiare avrebbe spazzato definitivamente la storica esperienza della Democrazia Cristiana attraverso la liquidazione della proporzionale. Ecco perché, alla vigilia del decollo del dibattito sulla futura riforma istituzionale e costituzionale, forse è opportuno che i cattolici popolari e sociali – e non, come ovvio e scontato, i “cattolici indipendenti di sinistra” – oltre a rivendicare la necessità che i cittadini tornino ad eleggersi i propri rappresentanti alla Camera e al Senato, riflettano anche sull’opportunità e sulla valenza del sistema elettorale proporzionale. Semprechè si creda ancora nei partiti che esprimono una visione della società frutto e conseguenza di una precisa cultura politica e non in grigi ed insignificanti cartelli elettorali o nei docili strumenti partito nelle mani del capo politico di turno.

Per una pedagogia del silenzio, no alla sovrabbondanza delle parole.

“Eppure io credo che se ci fosse un po’ di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire”. (Federico Fellini, 1920-1993)

 «Oggi tutti parlano e nessuno sta a sentire. Bisogna fare silenzio per poter ascoltare”. (Ezio Bosso, 1971-2020)Nella società definita complessa l’incomunicabilità è anche paradossalmente dovuta ad un uso sovrabbondante delle parole: se tutte quelle che usiamo ogni giorno servissero per farci capire ci sarebbe più concordia nella reciprocità del vivere. Ma le parole si aggiungono ai suoni e questi ai rumori in un crescendo assordante che pervade la nostra quotidianità. Siamo accompagnati da un sovrastante dominio del mondo esterno su di noi.

Anche se non ce ne accorgiamo siamo costretti a rapportarci e misurarci continuamente con messaggi, richiami, stimoli, sollecitazioni, impulsi che ci raggiungono e che, volenti o nolenti, condizionano la nostra vita e le nostre abitudini fino regolarne i tempi e gli spazi di manifestazione.

Anche negli apprendimenti scolastici vige questa regola: anzi l’educazione altro non è che un passaggio dall’esterno all’interno di nozioni, norme, conoscenze, comportamenti, regole, informazioni, dati, valori.

Nei chiaroscuri della mia ormai lunga memoria professionale in campo scolastico non posso dimenticare la metaforica rappresentazione della tabula rasa, di quel luogo immaginario della mente e dell’anima inizialmente vuoto dove si incidono ogni giorno i segni dell’apprendimento, del lento processo di sedimentazione della cultura che sta prendendo corpo dentro di noi.

Ma con altrettanta chiarezza ho ben presente quanta parte di questo lungo travaso vada perduta per un eccesso di contenuti e per un metodo didattico più centrato sulla trasmissione che sull’assimilazione. Non tutto quello che ci è trasmesso viene comunque metabolizzato: di questo non sempre gli insegnanti tengono conto. Ci sono momenti di inclusione alternati da pause di accomodamento e riflessione.

La cultura va continuamente rielaborata in un processo di personalizzazione delle cose apprese: la formazione di una persona non avviene per ingolfamento del contenitore ma per selezione dei contenuti. Potremmo anzi dire che la cultura è ciò che rimane quando si è dimenticato il resto. Una buona educazione non consiste tanto nel riempire un secchio ma nell’accendere un fuoco: è la motivazione la forza straordinaria che spinge ad imparare.

Ora io credo che la scuola dovrebbe prestare più attenzione a questo delicato passaggio di interiorizzazione del sapere, dedicando più tempo alla rielaborazione del soggetto di quanto ne viene solitamente riservato al travaso dell’oggetto. Se la costruzione del pensiero critico è la finalità fondamentale di ogni seria formazione allora il metodo da scegliere è quello che stimola la riflessione.

Come ha scritto Marcel Proust “il vero processo di scoperta non consiste nel cercare nuove terre ma nell’avere nuovi occhi”. L’eureka è la lampadina dell’intuizione che si accende quando possiamo dire: “ho capito!”. Questo non avviene necessariamente al termine di una lezione o al compimento di un ciclo di studi ma in qualunque momento, all’affiorare di un’idea. Io credo che per facilitare questo percorso e per consentire il raggiungimento di questo traguardo dobbiamo attenuare molta parte del “chiasso” che c’è nelle nostre scuole, rendere più soffuse le luci esterne affinché abbia ad accendersi la lampadina che c’è dentro la testa.

Alcuni insegnanti vanno fieri della gran mole di lavoro materializzata dai loro alunni: occorrerebbe discernere quanta parte di questa produzione è ascrivibile alla conoscenza, quanta alla comprensione, quanta alla applicazione, quanta alla personale rielaborazione. Riempire le teste per poi riempire i quaderni: ma quanto di questo sapere potrà essere poi riversato nella vita?

L’apprendimento non è una gara lineare a tempo ma una corsa ad ostacoli: c’è il momento della velocità, del rallentamento, poi quello del salto. E la cultura non è tanto un “aut-aut” quanto piuttosto un “et-et”. 

Come argutamente sottolineato da Perelman “un percorso di apprendimento assomiglia più al volo di una farfalla che al tragitto di un proiettile”. Io penso che dovremmo concedere più tempo alla riflessione di quanto ne dedichiamo alla mera comunicazione.

Mi sembra opportuna una riconsiderazione dei momenti di pausa, finora ritenuti ancillari agli apprendimenti veri e propri. Soprattutto – nella mia rappresentazione tipico-ideale di scuola – ritengo importante che si possa ritagliare uno spazio al tempo del silenzio come luogo della memoria, della riflessione, della rielaborazione, dell’organizzazione e della connessione delle idee.

È un ragionamento un po’ controcorrente rispetto alle teorie – finora prevalenti – della socializzazione e del lavoro di gruppo, delle “dinamiche relazionali” e del comportamentismo. Una pista diversa che riscopre però sentieri antichi: quelli della personalizzazione dei processi di apprendimento e di formazione, della interiorizzazione, della valorizzazione delle potenzialità di ciascun individuo nell’autonomia e originalità del suo pensiero. 

Non sono in discussione le regole consolidate della cultura trasmessa, le nozioni: un’equazione algebrica non ammette divagazioni – o riesce o non riesce – una regola grammaticale va applicata, la data del Congresso di Vienna non può essere modificata. Ma i dati, le regole e le nozioni subiscono un incessante processo di rielaborazione mentale nella positiva contaminazione tra il sé e l’altro da sé.

Una rivisitazione personale che aggiunge immaginazione e fantasia all’oggetto del pensare. Nel silenzio della parola il pensiero non è latente o inespresso ma si consolida nella riflessione, produce rappresentazioni mentali e iconiche, costruisce un mondo di idee del tutto singolari e uniche in ciascuno di noi. Il silenzio tacita la parola ma fa correre il pensiero sulle ali della fantasia. Fantasia che – come ebbe a scrivere un certo Albert Einstein – spesso è più importante della conoscenza.

Piangi con me, ovvero The Rokes e la sociologia della speranza.

Se ti fanno un pò soffrire, perdonali perchè, non sanno cosa fanno, io soffro come te/Se il tuo sorriso triste, non li ha coinvinti mai, Tu non li devi odiare, perdonali se puoi”. Inizia così, con questo testo uno dei brani simboli della beat rock band dei The Rokes quando nel 1966 lanciarono “Piangi con me”. Mogol e Shapiro avevano chiara la visione,  è quella dei “Beatles italiani”, come furono definiti in quel momento storico. I tempi impazziti che stiamo vivendo, ci hanno ricondotto al significato profondo psico-sociologico del testo. Il mix di batteria, di eko chitarra e suoni beat rock pacifisti e di uguaglianza sociale ci fanno rapidamente scivolare verso pensieri e riflessioni sull’Umanità e quale società tutti insieme vogliamo o desideriamo costruire.   

La costruzione della società e della persona attraversa lo sviluppo umano integrale, che si rende necessario come ci ricorda Papa Francesco, forma binari nuovi per un’umanesimo sociale al passo delle sfide in corso. È la permemanete ricerca della cura della persona, della sua esistenza, dei labirinti dell’anima. La sofferenza che diventa incomprensione, sorrisi che si trasformano in guerre e l’odio che diventa mostruosità. “Qualcuno deve amare, e lo faremo noi, sha-la-la-la…piangi con me”. È il tempo del riscatto, cantano i The Rokes: non possiamo vivere di odio, ma insieme dobbiamo costruire la società dell’amore, della solidarietà, del superamento delle disuguaglianze. 

“Piangi con me” significa educare all’impegno, soffrire con  e per il popolo, prendere atto comunitariamente del pathos della società e riscoprire l’umano. “La caritas umani generis non appare che come una pallida, sublime, ma inefficace prefigura dell’autentica carità; è un’ideale da filosofi, un sospiro della ragione, estraneo, se non addirittura ostile alla religione…e si tratta di una trasformazione sostanziale delle stesse, cioè del passaggio a una nuova età di civiltà” ci ricorda Maritain.  “…E lo faremo noi” è il primato dell’atto, dell’azione, della partecipazione, dell’esserci. 

È la fondazione ideale degli spiriti ribelli. I The Rokes avevano ben chiaro l’orizzonte, lo sguardo persona-centrico dell’agire quotidiano. Un beat rock che dona un messaggio limpido di speranza e energia popolare per arrivare al traguardo della “persona nuova” in una “società liquida”, come dice Bauman, che è colma di insidie e isolamento. “Chiunque ha una fede, chiunque ama la vita e la vuole vedere più buona, chiunque è nel solco ideale della nostra storia, offra senza esitazioni di sè, generosamente. Forse questo umano personale lavoro gioverà a fare trovare l’unità degli spiriti” con grande trasporto ci insegna Aldo Moro. “Domani forse cambiarà, vedrai/Baby ascoltami/Devi essere forte/Tu devi essere forte insieme a me”, continua il rock beat dei The Rokes. “Piangi con me” è una preghiera rock per tutti e per tutte le età.  Il futuro ha il nostro nome e il nome di ognuno di noi, ascoltare ed ascoltarsi, ma uniti nel riconnettere il “fare comunità” alla costruzione della società.

Il pensiero di Jacques Maritain costituisce un campo aperto per il futuro

Si è svolto a Roma il 24 e il 25 novembre,  con una ricca e qualificata partecipazione il convegno internazionale Jacques Maritain 50 anni dopo, promosso dall’Istituto Internazionale Jacques Maritain insieme con l’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede e il Centre Saint-Louis de France, nelle cui sedi si è tenuto. Dal 1945 al 1948 Maritain fu infatti ambasciatore di Francia presso la Santa Sede e svolse un’intensa attività di raccordo tra la Francia, il Vaticano e, in particolare, gli organismi internazionali. Notevole fu il contributo del filosofo francese alla redazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948) a partire dal suo intervento fondamentale alla II Conferenza Generale dell’Unesco a Città del Messico (1947).  

Il discorso di Maritain (capo delegazione francese e presidente della conferenza) mirava alla ricerca di principi pratici comuni in vista del bene comune dell’umanità insistendo sulla democrazia come costume pratico condiviso, pur nella diversità delle opzioni di pensiero e delle appartenenze a famiglie religiose diverse: un discorso dal notevole impatto sull’impegno degli organismi internazionali in merito ai diritti umani e alla ricerca di strumenti idonei a sostenerli e consolidarne l’effettiva attuazione. 

Al di là di questa importante dimensione di impegno diplomatico e politico, come è stato molto opportunamente sottolineato dalle qualificate relazioni che si sono susseguite durate il convegno, Maritain ci ha lasciato una grande testimonianza di unità della fede con la vita e della vita e della fede con il pensiero. Di questa unità il presente e il futuro hanno ancora particolare bisogno. Così come hanno bisogno della capacità di Maritain di mettere insieme le persone  creando occasioni e possibilità di ricerca comune della verità e di risposta ai grandi interrogativi della vita. La sua filosofia, così come la sua visione politica, educativa, estetica, al di là di ovvi elementi congiunturali, possono costituire un campo aperto per il futuro, una grande miniera a cui attingere risorse decisive per il domani. 

L’attualità di Jacques Maritain, pensatore poliedrico e prolifico, consiste ancora oggi nella sua capacità di continuare ad accompagnare le persone “in ricerca” custodendo le loro domande più profonde e continuando a suggerire risposte su importanti questioni metafisiche, sulla centralità della persona, sul rapporto tra fede e ragione, tra dimensione ecclesiale e dimensione politica. Fondamentale, oggi, rimane anche l’impegno educativo, focalizzato sulla persona umana e sulla sua formazione integrale e finalizzato allo sviluppo del bene comune. Maritain può continuare infatti ad essere un prezioso compagno di strada, un affidabile interlocutore per tutti coloro che, a diverso titolo, sono impegnati nella difesa e nella promozione dei diritti della persona senza mai  se parare questo impegno dalla insistenza su doveri e sulla responsabilità che si accompagna ad ogni decisiva insistenza sui diritti.

La crisi della politica e la via giudiziaria al potere

La cosiddetta “via giudiziaria al potere” è una prassi talmente vecchia e antica che non merita neanche di essere approfondita. Una prassi ben nota e collaudata nella sinistra ex e post comunista che risale agli inizi degli anni ‘70 con il celebre monito di Aldo Moro del “Noi Dc non ci lasceremo processare nelle piazze” rivolto al Pci dell’epoca per la vicenda legata all’affare Lochkeed del marzo ‘77. Una costante già ben presente nell’esperienza della Dc durante la sua lunga stagione di governo – basti pensare, per citare un solo esempio, all’epico scontro in un dibattito alla Camera dei Deputati tra il Ministro e leader della sinistra sociale Carlo Donat-Cattin e Violante, al tempo parlamentare e capo indiscusso della corrente giustizialista del Pci – e che si è scientificamente affinata e rafforzata nella cosiddetta seconda repubblica. In sostanza, contro chiunque ostacoli la strada della sinistra al potere.

Del resto, c’è una copiosa letteratura al riguardo e ogni qualvolta qualche esponente della destra o del centro destra – è il caso, adesso, dell’ex democristiano e esponente di punta di Fratelli d’Italia Crosetto – tira fuori dal cassetto la polemica contro qualche settore della magistratura accusata di tramare contro il Governo in carica, si apre la solita sceneggiata delle dichiarazioni che ormai rispondono ad un copione collaudatissimo e sempre uguale a se stesso. Ovvero, la sinistra e i populisti che difendono in modo intransigente e a spada tratta la magistratura, tutta la magistratura, e la destra o il centro destra che pongono dei paletti e lanciano accuse.

Ora, al di là del “caso Crosetto”, l’ultimo in ordine di tempo, c’è una considerazione che non si può non avanzare. E cioè, se è vero, com’è vero, che la scorciatoia della “via giudiziaria” al potere era e resta una delle strade più gettonate a sinistra, al di là delle mille sfumature di rosso, è
altrettanto vero che questo si rende possibile e praticabile quando la politica è debole e quando, soprattutto, la sua classe dirigente è vulnerabile e labile. Purtroppo con la stagione dei “partiti personali” e “dei partiti del capo” la caduta di credibilità della politica e della sua classe dirigente è aumentata in modo esponenziale con tutti i rischi che una situazione del genere si trascina dietro. E questo a prescindere ancora dalla tanto declamata riforma della giustizia, puntualmente e solennemente annunciata e poi, altrettanto puntualmente, smentita perché rinviata o prorogata. E la ragione di fondo di questo cortocircuito tra la politica e la magistratura è riconducibile quasi esclusivamente alla debolezza strutturale della politica e alla fragilità della sua classe dirigente.

È appena sufficiente prendere atto dei mille svarioni e della scarsa qualità dell’attuale classe dirigente al potere – al netto della statura e dell’autorevolezza della Premier Giorgia Meloni – per arrivare alla facile conclusione che anche, e soprattutto, in questa stagione continueremo ad assistere a questo stillicidio tra la politica, o meglio chi sta al Governo, e alcuni settori della magistratura fortemente politicizzata. Ecco perché lo sforzo per ridare qualità, autorevolezza e peso alla politica e alla sua classe dirigente non può e non deve interrompersi. Seppur al netto dei vecchi tic di alcuni settori della politica italiana che preferiscono, per arrivare al potere, le scorciatoie e non privilegiare, invece, il voto popolare e il giudizio degli elettori.

Francesco Rocca, occhi puntati su possibili suoi movimenti nel Lazio.

Nel dibattito politico italiano filtra una duplice intenzione che interessa e riguarda la responsabilità delle forze di antica e autentica radice democratica. Ci si interroga sul futuro della destra dopo che essa, superando la condizione di minorità cui soggiaceva anche nel contesto del berlusconismo, ha conquistato la guida del governo. Da un lato, tra i più intransigenti degli oppositori, si cerca di identificare la ragione ultima e definitiva per dare scacco matto alla Meloni, superando la parentesi della sua gestione di potere e rigettando la compagine di Fratelli d’Italia ai margini della vita democratica; dall’altro, specificamente nel campo dei riformisti, si contempla la prospettiva della “stabilizzazione costituzionale” del ruolo della destra, in qualche modo aiutandola, anche senza collaborare organicamente con essa, a riposizionarsi in un ambito di sano conservatorismo di stampo europeo. 

In questa logica il sistema dell’alternanza perderebbe gli aspetti più deteriori che ne hanno alterato il significato e il valore allorché, sulla scia di eventi epocali come la caduta del Muro di Berlino nel 1989, anche in Italia si è giunti al superamento della democrazia bloccata. Ciò è avvenuto attraverso quella controversa rivoluzione condotta platealmente dai magistrati di Mani Pulite, il cui esito è stato il crollo dei partiti e la dissipazione delle culture democratiche. Ancora ne stiamo pagando i costi. Infatti, il carico di ambiguità e distorsioni della cosiddetta seconda repubblica costituisce, a sua volta, l’antefatto della odierna condizione di spaesamento di una pubblica opinione sempre più consapevole dei guasti provocati dal bipolarismo “a corso forzoso”, per il quale la funzione del centro, vitale e decisiva nella storia dell’Italia, perde il suo mordente. 

È su questo sfondo che pare inserirsi la manovra di una prossima convergenza al centro della stessa Meloni. Se ne parla come di una necessità, anche urgente, dovendo la Premier misurarsi con le dinamiche di un’Europa che anche dopo il voto di giugno a buon conto vedrà confermata l’intesa tra popolari, socialisti e liberaldemocratici, senza la benché minima concessione all’ala radical-sovranista (Le Pen, AfD, ecc…), e forse nemmeno a quella dei nazionalisti (FdI, Vox,ecc…). La sensazione è che la Meloni sia prigioniera del suo gioco, della sua maggioranza, del suo passato: l’idea che possa lanciare l’operazione di una “Fiuggi 2” scivola giorno dopo giorno sul selciato delle buone intenzioni. Al vertice prevale lo stallo, l’unica prospettiva di movimento si staglia in un orizzonte diverso, lontano dai Palazzi del potere centrale. 

Nel Lazio, ad esempio, l’esperienza del Presidente Francesco Rocca registra la ‘contaminazione’ di forze moderate, legate al mondo del civismo, alle quali verrebbe naturale disporsi sul terreno di una diversa articolazione dell’attuale destra-centro (con una modifica strutturale equivalente a un potenziale ribaltamento). Molto però dipende dalla spinta diretta o indiretta che serve a produrre un’iniziativa adeguata, e quindi da ciò che lo stesso Rocca vorrà o potrà fare da qui in avanti. A dispetto del suo passato, ombreggiato da giovanile estremismo, l’uomo si muove con la preoccupazione di rimodulare una politica che proprio l’esercizio dei compiti di governo spinge verso regole di moderazione ed equilibrio. Il contrario, cioè, di quanto prospettato dalla recente sortita di Alemanno, confusa e ambigua sì, ma in grado comunque di erodere consensi sul fronte dei nostalgici della Fiamma di Almirante. Insomma, quello che non può fare il cerchio magico di Palazzo Chigi e Via della Scrofa, in sostanza per trasformare la destra in un contenitore moderato, si mostra come un’occasione formidabile per il Presidente della Regione Lazio. 

Gli occhi di amici e non amici sono puntati su di lui.

Ricordo di Splendori, fedele alla sua missione di cristiano nel mondo.

Con molta commozione e tanta tristezza, intervengo a questa Cerimonia di estremo saluto a Franco Splendori.

Porto alla famiglia e a questa assemblea il cordoglio, l’affettuoso abbraccio e la preghiera del Card. Edoardo Menichelli, nostro Assistente Ecclesiastico Nazionale, impossibilitato ad essere qui con noi. Anche lui, con intensa nostalgia, vuole trasmettere a lei Signora Pina e a Maria Grazia e a tutti i cari un riverente saluto che al contempo è ricordo di esaltanti percorsi di vita associativa e familiare.

Siamo qui riuniti per celebrare memoria e ricordo di Franco Splendori, marito e padre esemplare, illustre medico, accademico universitario, Ordinario di programmazione sanitaria all’Università di Tor Vergata di Roma e quindi direttore generale dell’Agenzia di sanità pubblica (Asp) del Lazio. Membro dell’Accademia Pontificia per la Vita, pilastro essenziale dell’Associazione Medici Cattolici Italiani, Consultore pontificio per la Pastorale Sanitaria, esponente di spicco di quella buona politica che ha difeso e radicato i supremi valori etici e morali nella nostra Italia democratica.

In un mondo confuso e conflittuale, Franco Splendori ha sempre proposto un dialogo quotidiano ed effettivo, motivato e ardente, direi passionario, affinché al primo posto ci fosse sempre il pieno riconoscimento dell’Altro e della sua libertà. Tutti diversi ma tutti fratelli, figli di un unico Padre.

Da uomo audace qual era ha ottemperato al compito urgente di costruire ponti fra popoli e culture, ha alimentato la passione per la missionarietà in Congo, in Libano, in Burkina Faso, in Costa d’Avorio, in Bielorussia e nei Paesi dell’Est.

Certamente non potrà mai essere dimenticata la sua attiva cooperazione attuata nel mondo in sinergia con la Congregazione Benedettina delle Suore Riparatrici del Santo Volto di Nostro Signore Gesù Cristo e con la Madre Generale Suor Maurizia Biancucci.

Da autorevole e fedele collaboratore del Card. Angelini, in co-azione con lui, ha attuato percorsi di coesione, di armonia, di vero ecumenismo fra tutte le grandi religioni, sempre con spirito costruttivo di verità e di pace.

Con saggezza ha sempre proposto risolute e concrete azioni in difesa della vita, dal concepimento alla fine naturale, nel rispetto fondativo di quegli importanti riti di passaggio che riguardano il nascere, il vivere, il soffrire e il morire.

La sua lunga sofferenza affrontata cristianamente e con incrollabile fede, può insegnare tanto a noi.

Con sapienza e lungimiranza in piena conoscenza di un mondo difficile da comprendere, ebbe un giorno a dire: “Ragazzi, costruiamo insieme l’avvenire o non ci sarà futuro!”

Franco guardava in faccia la storia e in modo impareggiabile portava a termine i “compiti a casa”, dell’oggi e del domani. Guardava in faccia le incognite ma ritrovava sempre evidenti opportunità e, spendendosi attivamente per il bene comune, concretamente aiutava la grande famiglia dei medici cattolici e tutta la società civile a percorrere itinerari di pace, di riconciliazione, di cultura e di speranza.

Uomo dell’incontro e del dialogo, mai indifferente di fronte a cogenti problematiche, era capace di fare i conti con gli altri, con l’altro, con una visione sempre costruttiva.

Era stimato da tutti per la sua franchezza, per la sua genuina, sincera e generosa amicizia: le sue opinioni non le mandava a dire, ma ti parlava direttamente, guardandoti negli occhi.

Da seniores, ha sempre indicato strade giuste. Da battezzato, fedele laico, credente e credibile, è stato maestro spirituale e vero esperto di Pastorale; con la forza della sua preparazione culturale e della sua tradizione umanistica invitata tutti a non rinchiudersi nella lamentela del “Si dovrebbe fare”, ma si proiettava in tutti i contesti culturali, ecclesiali e anche politici, con un attivismo produttivo e continuo.

Evangelizzazione, cultura, ricerca, creatività e azione sono stati capisaldi, che gli hanno permesso di vivere e far vivere il Vangelo della Vita a tutti con coerenza e impegno. 

L’AMCI è stata la sua seconda casa: grazie a lui, alla sua costante, attiva e positiva presenza, l’associazione è cresciuta ed ha interagito in tutte le aree del nostro Paese, dell’Europa e del mondo.

Coerente e fedele allo statuto dell’AMCI, si è speso con il Card. Angelini, con Di Virgilio, Gigli, Saraceni e con tanti altri uomini di buona volontà, per essere lievito e al tempo stesso forza aggregante tra popoli e culture.

La creazione della FEAMC e della FIAMC sono il frutto sapiente del loro carisma.

La memoria storica legata alla fondazione dell’AMCI, a quell’AMCI di Gedda, di Maltarello, di Villani, Dordoni, Lodoli, Stabulum e Di Virgilio, che è cresciuta sotto la guida di Eminentissimi Cardinali: Angelini, Tettamanzi e Menichelli, mi consente oggi di tracciare un positivo bilancio e di ringraziarlo per la tenacia, la passione e la capacità di proiettarci nel futuro, un futuro che tutti vogliamo prosegua, nel suo ricordo, in modo attivo e sempre costruttivo. 

Franco carissimo, quel futuro da te fortemente voluto è oggi la Casa dell’AMCI, vera e propria accademia di vita alla ricerca della verità, accademia fatta di Maestri e Discepoli, tutti attivi. Tutti e tanti, meritevoli oggi anche di essere nominati insieme alla tua autorevole persona, tutti con l’ansia di riflettere sui vari aspetti di complessità che la vita ci propone, tutti con volitiva forza di interagire con sapienza e competenza nella Chiesa e nelle molteplici realtà politiche, sanitarie, sociali, bioetiche, filosofiche, teologiche e spirituali. Tutti insieme con ansia nel bisogno di fratellanza, pace, giustizia e coesione sociale.

Per noi, tuoi amici dell’AMCI, oggi è un giorno molto triste: ci mancherai! Sei stato un amico vivace e leale, un vero e importante pilastro della nostra associazione. Noi ricorderemo sempre la tua preziosa presenza di attivo testimone, fedele interprete del Vangelo di Cristo. Ti ricorderemo quale amico insigne, che ha radicato il proprio impegno personale nella riaffermazione dei valori etici e cristiani, nell’umanizzazione della medicina, nel rispetto e nella difesa della vita, sempre.

A tutti noi mancheranno i tuoi consigli, la tua ferma, pacata e convincente parola. Grazie Franco per il tuo operato e per la tua amicizia!

Il Signore ti accolga al Suo fianco nella schiera dei Suoi Santi e sapienti Angeli.

Desideriamo condividere il dolore di tutti i tuoi cari e in modo particolare essere accanto alla Signora Pina, tua insostituibile compagna di vita e alla carissima Maria Grazia tua adorata e amata figlia. Giunga a tutti il cordoglio sentito di tutta la grande famiglia dell’AMCI che oggi qui ufficialmente rappresento!

Il giorno 28 novembre prossimo, nel convocato ufficio di presidenza, chiederò di ratificare la mia proposta di intitolare la sezione diocesana AMCI di Roma a “Franco Splendori”, a lui che per tanti anni con onore l’ha rappresentata.

 

Prof. Filippo Boscia, 

Presidente nazionale ANMCI (Associazione Nazionale Medici Cattolici Italiani)

Almirante e Lenin campeggiano nei discorsi di Alemanno e Rizzo

Gianni Alemanno e Marco Rizzo si scambiano parole di riconoscimento reciproco a sugello di un’alleanza che, dicono loro, “sorprende” perchè “fa paura ai potenti” del momento e al “mainstream”. Un’alleanza dove le parole d’ordine sono sulla guerra (e la pace) e sul conflitto sociale, che punta all’indipendenza dell’Italia “che deve riprendersi le chiavi di casa”. E che guarda a un mondo fuori dal ‘giogo’ di Bruxelles e degli Stati Uniti, contrastando le “multinazionali” e difendendo la “classe operaia”.

Nel secondo giorno del Forum organizzato da Alemanno, che ha tenuto a battesimo il suo nuovo partito ‘Indipendenza!’, parte ufficialmente un cammino comune perché sono “liberi” di farlo, puntualizzano i due in occasione della tavola rotonda su ‘Pace e mondo multipolare. Stop al massacro di Gaza. Difendere i diritti di tutti i popoli’.

E se l’uno cita “Giorgio Almirante”, l’altro cita “Vladimir Il’ic” (Lenin). E se il primo ricorda che il suo partito ‘Indipendenza!’ sarà sul fronte dei “valori” il “più a destra di tutti”, il secondo non si scompone e risponde ai cronisti: “il conflitto principale è quello tra capitale e lavoro. Poi ci sono cose laterali. Certamente sull’utero in affitto, sull’idea di insegnare non so quale sessualità ai bambini di tre anni, anche io non sono d’accordo. A me questo mondo di fighetti, della sinistra radical chic, non mi interessa”, sottolinea.

“Con Rizzo ci sono anche cose che ci dividono, ma abbiamo detto le stesse cose”, esordisce Alemanno riferendosi alla Palestina (alla tavola rotonda c’è il sindaco di Betlemme che porta in dono le sciarpe con i disegni della Kefiah e la bandiera della Palestina libera che tutti i relatori indossano mentre la platea grida: “Palestina libera”), alle armi in Ucraina e alla lotta “trasversale” sugli “assetti sociali” contro i ‘poteri forti’.

Il neo-segretario di ‘Indipendenza!’ parla della “saldatura tra classe media e classe popolare”, il comunista e fondatore di ‘Democrazia sovrana popolare’ della “classe operaia”, delle “persone che vivono del proprio lavoro” che devono “unirsi” per riprendersi il “futuro”.

“Su questo dialogo tra noi e loro tante cose sono state dette – dice l’ex sindaco di Roma – si è parlato dei rosso-bruni, dei fascio-comunisti, sorprendetevi se volete ma quello che stiamo facendo è batterci per i valori fondamentali della Costituzione italiana: il lavoro e la sovranità popolare”. Una Carta che è frutto della “cultura comunista e cattolica, ma anche, attraverso l’umanesimo del lavoro, di Giovanni Gentile”, cultura “di cui non rinneghiamo una virgola”, e non è “casuale” che “oggi possiamo parlare con Marco Rizzo e Francesco Toscano (l’altro fondatore di Democrazia sovrana popolare a fianco di Rizzo)”.

Comune e a tratti speculare l’attacco alla Premier Giorgia Meloni e alla segretaria del Pd Elly Schlein. Per entrambi dicono le “stesse cose” sulle “cose essenziali”. “Stavamo nelle stesse sezioni, Meloni bussava alla porta e Simone di Stefano (ex CasaPound con Alemanno nel nuovo partito) l’ha fatta entrare” e oggi lei commette “errori ingiustificabili” e fa il “governo più atlantista nella storia d’Italia”. Mentre “noi portiamo la tradizione, l’onore della destra sociale, il movimento nazional-popolare, le nostre radici, le portiamo fuori dal recinto di centro destra”.

E Rizzo: “mi chiedevano una sorta di autorizzazione per venire qua. Chi mi doveva autorizzare, la Schlein? Una signora che mi ha insegnato” una parola “armocromia. Io sono stato aggredito da quelli che chiamavamo i fasci, l’ultima volta ho rischiato tanto e spero che non siano qui. Erano gli anni ’70 e spero che quegli anni non tornino più ma da questi fighetti della finta sinistra io non ricevo nessuna autorizzazione”.

“È bastata una tavola rotonda per suscitare tanto scalpore, vuol dire che anche solo alcune considerazioni sulla situazione esistente, con voci libere, li spaventa da morire. Hanno paura”.

Le cose, prosegue, sono “cambiate radicalmente, oggi il tema della guerra e della pace fa sì che noi siamo seduti a questo tavolo”. “Noi vogliamo un’Italia indipendente che non faccia parte della Nato, dell’Unione europea, che non sia sotto la dittatura dell’euro e dell’Oms”, ancora Rizzo.

La due giorni di ‘Indipendenza!’, con il suo logo circolare con sfondo blu e il tricolore, è terminata. Alemanno è stato eletto segretario, Massimo Arlechino presidente. Vicepresidenti: Marcello Taglialatela (ex parlamentare di An e Fdi), Simone Di Stefano (ex CasaPound, leader del movimento Exit-Sovranita confluito in ‘Indipendenza’), Chicco Costini (medico, responsabile dell’associazione Area Rieti, ex assessore comunale An), l’avvocato Luigia Passaro (ex iscritta al Partito Comunista di Marco Rizzo), vicesegretario con delega giovanile Nicola Colosimo (leader del Movimento Magnitudo).

Mentre Marco Rizzo annuncia per “gennaio” il congresso di ‘Democrazia sovrana popolare’, non è ancora dato sapere se ‘Indipendenza!’ si misurerà alle prossime Europee: l’assemblea su questo non si è espressa, contrariamente agli annunci della vigilia. L’attività politica dell’ex sindaco di Roma dovrà dividersi con i servizi sociali che gli sono stati concessi dal giudice di sorveglianza in seguito alla condanna a un anno e dieci mesi per traffico di influenze illecite che gli è stata inflitta, in via definitiva, in uno dei processi nati dall’indagine ‘Mondo di mezzo’.

Fonte: Notiziario Askanews

La lezione di Forlani appare oggi ricca di insegnamenti preziosi.

Arnaldo Forlani ha raccontato di essersi trovato “naturalmente” a impegnarsi in politica rifiutandosi di combattere per la Repubblica sociale italiana, una scelta che lo obbligò alla clandestinità. Da allora è cominciato un lungo percorso – sono parole sue – nel “partito di ispirazione cristiana [che] dopo il fascismo e la guerra, aveva senso solo se era unitario, come De Gasperi l’aveva immaginato”. L’unità dei cattolici in politica non è normale: perché la fede in Qualcuno che trascende la storia dovrebbe unire sul terreno delle questioni contingenti e delle scelte opinabili? Solo un motivo straordinario può giustificare una simile unità. Ottant’anni fa, dopo il fascismo e la guerra, questo motivo sembrò a molti che ci fosse: occorreva un impegno storico eccezionale per sradicare la violenza dentro gli Stati e tra gli Stati. 

Fascismo e nazismo avevano mostrato che la soppressione dell’innocente è il risultato finale di un potere sempre più assoluto sulla vita dell’altro che prende corpo attraverso una catena di disprezzo, umiliazione, discriminazione, separazione, esclusione, degradazione, disumanizzazione… Nel secondo dopoguerra, rifiutare tutto questo ha voluto dire costruire un sistema istituzionale e una vita politica che smontassero, pezzo per pezzo, tale catena. Ci sono stati vari tipi di antifascismo, legati tra loro ma con caratteri differenti. Quello dei cattolici – incentrato sulla dignità della persona e che ispira gli articoli 1, 2 e 3 della Costituzione – è stato strettamente legato all’esperienza della Seconda guerra mondiale – una “tragedia epocale”, la definì Dossetti – cui il fascismo aveva condotto l’Italia spinto dal culto della violenza che, secondo Emilio Gentile, ne ha costituito la sostanza più profonda. 

Nel 1945 è cominciato un nuovo ordine mondiale fondato su pace e democrazia che ha retto anche alla prova terribile della Guerra fredda. È stata questa l’ispirazione profonda di tante posizioni assunte da Forlani e, soprattutto, dell’idea complessa di democrazia che era dietro tali posizioni. Seguì la strada tracciata da De Gasperi che, quando la Dc ottenne, dopo le elezioni del 1948, la maggioranza assoluta in Parlamento, decise comunque di allearsi con altri partiti: “mai da soli”. Questa linea si è espressa poi nella formula del “partito della nazione”, che non aveva il significato ad essa attribuita in seguito e ancora prevalente di partito di maggioranza che monopolizza o quasi il potere, ma quello molto diverso di cardine che permette al sistema politico di crescere in senso sempre più pluralista. 

Arnaldo Forlani ha tradotto tutto questo nell’espressione “centralità democristiana”, indicativa del ruolo particolare assegnato al suo partito in una democrazia complessa e certamente non riducibile alla prevalenza della maggioranza sulla minoranza. Per Forlani politica non voleva dire scontro per azzerare l’altro, ma modo per camminare insieme e, possibilmente, per migliorarsi reciprocamente anche se con ideologie opposte. Preferiva il sistema elettorale proporzionale perché “senza la proporzionale la democrazia avrebbe avuto maggiori difficoltà ad affermarsi”: infatti, “garantisce meglio la rappresentanza dei diversi orientamenti che presenti nel paese possono e debbono concorrere al confronto, alla formazione delle leggi”. Il potere non deve andare nelle mani di uno solo, anche se ha vinto le elezioni: il Parlamento adempie pienamente al suo ruolo centrale nel sistema politico-istituzionale se qui tutte le voci hanno diritto di parola. 

Un altro esempio: perché non approfittare delle difficoltà dei comunisti in vari momenti della storia repubblicana per metterli in difficoltà con elezioni anticipate? Non lo si doveva fare per facilitare “processi di revisione nel loro campo”: infatti, “lo scontro elettorale, radicalizzando il confronto, li avrebbe resi più difficili”. Il governo Tambroni nel 1960, ha ricostruito Forlani, non fu rovesciato dalle piazze: più decisivo fu il cambiamento, in Parlamento, della maggioranza che sosteneva il governo, cui paradossalmente contribuì a suo modo anche il Pci votando contro il nuovo esecutivo con astensione socialista. La svolta del 1960, ha commentato Forlani, mostrò “che la lotta politica in Italia era destinata a un confronto lungo e difficile, non risolvibile con blocchi d’ordine”. “Nostro obiettivo non era solo la sconfitta dell’avversario ma anche la sua evoluzione democratica e dunque una graduale e convinta corresponsabilità istituzionale”. 

La storia ha mostrato la fecondità di questo approccio. Nella “repubblica dei partiti” buona parte del potere si è concentrato nelle loro mani. Tra il partito unico fascista e i partiti democratici del dopoguerra per Forlani c’era “una bella differenza […] Il partito unico era la negazione della democrazia, inquadrava le masse, aveva un dittatore inamovibile e una gerarchia cooptata”. Sottolineava che “la repubblica l’hanno fondata” i partiti e questi “sono stati a lungo i canali per intervenire nei processi democratici”. Ma era anche consapevole dei pericoli che comportava questa concentrazione del potere e non era insensibile alle critiche del modello “leninista” che ha ispirato l’organizzazione di tutti i partiti novecenteschi, come disse nel 1965 a Sorrento. Qui si svolse un’approfondita discussione sui grandi nodi politico-istituzionali che hanno poi dominato il dibattito politico italiano nei decenni successivi e di cui, per certi versi, si continua a discutere anche oggi. 

Forlani ne fu un protagonista importante, con capacità di analisi e respiro progettuale non comuni. Per lui “essere obbligati a governare” comportava responsabilità più grandi. Non coltivava l’idea del partito personale, che si identifica con un unico leader, ma quella di un partito a guida collegiale e che si muove con prudenza. Apprezzava quei segretari che convocavano spesso gli organi interni e che ascoltavano attentamente i gruppi parlamentari; egli stesso ha adottato questo stile quando è stato segretario della Dc. Era inoltre convinto che i segretari di partito non dovessero avere un’influenza diretta sul governo e per questo si oppose all’ingresso dei segretari di maggioranza nell’esecutivo. 

“Quel sistema ‘partitocratico’ aveva in sé equilibri e contrappesi che garantivano forse più dell’attuale gli spazi di autonomia del governo” ha detto nel 2009. “Le decisioni importanti venivano prese solo nel Consiglio dei ministri e dopo discussioni approfondite e assai impegnative”. Importante era per lui coinvolgere i cittadini. Grande nemico della democrazia – lo vediamo oggi chiaramente – è infatti l’astensionismo. Se il voto di preferenza favoriva la partecipazione – argomentava – perché eliminarlo? Non si devono, infatti, imporre agli elettori soluzioni preconfezionate dai partiti che disincentivano la partecipazione, ma valorizzare le occasioni in cui essi possono esprimersi liberamente e autonomamente. Arnaldo Forlani ha dichiarato di non essere mai stato interamente un uomo di corrente, anche quando ne ha guidata una, che peraltro non era la sua ma quella di Fanfani. 

Non è stato originariamente un dossettiano, ma Dossetti lo invitò a Rossena quando sciolse la sua corrente, aderì poi a Iniziativa democratica, si legò molto a Fanfani, ma fu protagonista di un rinnovamento generazionale e assunse un ruolo di primo piano a partire dalla metà degli Anni Settanta. Il suo percorso nel partito rivela molte aperture e attenzioni verso l’esterno. È stato sindacalista, ha rivolto grande attenzione ai problemi del mondo agricolo, è sempre stato convinto che la Dc dovesse guardare, in senso sociale, verso sinistra, ha avuto grande attenzione per i paesi in via di sviluppo e ha svolto in modo incisivo il ruolo di ministro degli Esteri. 

Si dice che la fine di qualcosa illumina ciò che è venuto prima. Non è stato così per Arnaldo Forlani. A distanza di anni capiamo meglio che la fine della sua esperienza pubblica – e dell’intero sistema politico italiano post-bellico – è stata determinata da un passaggio storico di grande importanza ma che ha segnato anche l’inizio di scelte sbagliate. Se il mondo dopo la Seconda guerra mondiale è stato guidato dagli ideali della pace e della democrazia, dopo il 1989 è iniziato qualcosa che ci ha condotto oggi a un impressionante dilagare della guerra e a segni di crisi della democrazia sempre più evidenti. 

Ecco perché la lezione di Arnaldo Forlani – e di altri come lui – ci appare oggi ricca di insegnamenti preziosi e attuali.  

 

Testo dell’intervento svolto a Roma, mercoledì 22 novembre, presso l’Aula dei Gruppi Parlamentari, in occasione della cerimonia commemorativa in ricordo di Arnaldo Forlani.

La Corea del Nord gioca con la Russia. Putin che fa?

La guerra a Gaza sta ridando spazio e agibilità a Putin. La sua partecipazione al G20 on line di qualche giorno fa ne è lampante dimostrazione. La guerra in Ucraina ha invece offerto a Kim Jong-un, il feroce dittatore nordcoreano, l’opportunità per tornare a far parlare di sé e, implicitamente, minacciare il mondo, in primis i propri vicini giapponesi e i cugini del sud, che infatti hanno aumentato il livello di allerta riportandolo a quello precedente le caute – e probabilmente fasulle – aperture del regime di Pyongyang del biennio 2018/19. Anni nei quali vi fu il doppio incontro con Donald Trump e con l’allora presidente sudcoreano Moon Jae-in. Poco più di photo opportunity, alla resa dei conti, ma considerando il personaggio eventi ritenuti in ogni caso importanti, senza però dover scomodare l’aggettivo “storico”, troppo spesso abusato dai media.

Nel 2020, però, la pandemia da Covid-19 ha rinchiuso nuovamente il regime in sé stesso. La decisione al tempo assunta fu di isolare completamente il paese da ogni possibile contatto con l’esterno. L’effetto però non fu quello desiderato perché – per quanto è trapelato – il virus ha colpito pesante una popolazione di suo già allo stremo a causa di un’alimentazione largamente insufficiente sia sotto l’aspetto quantitativo che sotto quello qualitativo.

La crisi sanitaria ha fortemente preoccupato il regime per le sue possibili conseguenze sociali. Esiste un punto limite oltre il quale la disperazione può spingere un popolo alla rivoluzione anche se senza speranza di uscirne vivo. Kim ha deciso pertanto di rilanciare e rinforzare quella che considera la sua polizza assicurativa, ovvero – oltre al ferreo stato di polizia interno – la potenza militare e l’obiettivo della deterrenza nucleare. Una polizza che consuma quasi tutte le risorse dello stato. 

Oltre al programma nucleare (pare esserci alle viste, il prossimo anno, un nuovo test, sarebbe il settimo), Kim ha in mente lo sviluppo di un ambizioso piano spaziale ricco di missili-spia utili per controllare le mosse dei suoi avversari a cominciare naturalmente dagli americani; egli però necessita di un’assistenza tecnologica di elevato livello che non possiede o che possiede – non si sa bene – solo in parte. Posto che la Cina è un (troppo) ingombrante vicino, in parte alleato ma non certamente amico vero, l’isolamento cui è stato sottoposto Putin dopo la tentata invasione dell’Ucraina ha costituito una fortunata occasione per entrambi, utile per costituire un’alleanza fra nazioni iper-sanzionate dall’Occidente che ha prodotto i suoi frutti da subito: con il voto contrario russo al Consiglio di Sicurezza dell’ONU che voleva imporre un ulteriore inasprimento delle sanzioni a Pyongyang prima e poi per un accordo tutto su base militare siglato presso il cosmodromo di Vostochny in Siberia, dove Kim si è recato sul suo treno blindato (il suo primo viaggio da molto tempo). 

Munizioni, molte munizioni per Mosca; assistenza tecnologica per Pyongyang a supporto e sviluppo delle iniziative già intraprese nel 2022 (lancio di missili da crociera a lungo raggio e di missili balistici a raggio intercontinentale, test su armi ipersoniche) oltre che per i citati missili-spia. 

Sarà interessante osservare la reazione sotto traccia della Cina, non necessariamente così interessata a quella sorta di alleanza antiamericana che Kim comincia a sognare fra il suo regime, quello russo, quello cinese e finanche, forse, quello iraniano. Un “impero” dittatoriale puntato contro Washington. 

Solenne celebrazione per il Beato Alberione, fondatore della Società San Paolo.

Presiede il vescovo Mons. Marco Mellino, con alcuni dei rappresentativi esponenti della Famiglia Paolina, quali Don Domenico Soliman (superiore generale), Don Gerardo Curto (superiore della provincia Italia), Don Guido Colombo (responsabile nazionale dei Cooperatori Paolini), alla presenza delle suore Paoline: una chiesa gremita di fedeli in venerazione dell’illustre Apostolo della Comunicazione.

E proprio sul Beato Giacomo Alberione Mons. Marco Mellino ha sapientemente incentrato l’omelia, dopo avere individuato nell’amore la sostanza della vita di ogni persona: “Il Signore non guarderà le nostre ombre, ma i segni di amore e di bene che abbiamo saputo elargire”.

Parole appassionate, profonde, illuminanti perché nutrite di Vangelo e di preghiera, ci presentano la santità del sacerdote piemontese che ha lasciato agire Cristo nella sua vita, testimoniando la bellezza, la potenza e il fulgore del Regno di Dio al mondo.

La Famiglia Paolina è infatti un’opera che ha saputo ben rispecchiare lo spirito del suo fondatore. Presente in tutti i continenti del globo, essa ne ha seguito il magistero con fedeltà radicale, esprimendo il carisma dello “annuncio” con i mezzi di comunicazione sociale. Due i punti sottolineati da Mons. Mellino: fare a tutti la carità della verità, poiché la carità senza la verità è una luce opaca; invece la verità senza la carità è il frutto di una mentalità rigida, senza il calore avvolgente di Gesù Via Verità e Vita.

Per testimoniare Cristo occorre essere pieni di questa luce, bisogna stare in preghiera ai piedi dell’Eucarestia, si necessita l’imitazione di chi, come Don Giacomo Alberione, emerge umile nella sequela di Gesù.

Ancora Mons. Mellino esorta a mettere al centro Gesù Cristo, per testimoniarlo, e dunque non il proprio io, non l’affermazione di sé, non la vanagloria, non l’ansia dell’autoreferenzialità, perché il Vangelo è esigente, richiede conversione quotidiana, induce a trascendersi: “Siate sempre ardenti di passione per Gesù, pieni di desiderio di farlo conoscere, per fare appunto la carità della verità: qui c’è tutto l’ingegnarsi e lo spendersi con ogni mezzo per comunicare la bellezza del Vangelo di Gesù Cristo. Vivete integralmente la bellezza di Gesù, pieni di Gesù, – ha concluso il vescovo – per comunicare il suo messaggio, come Don Giacomo Alberione emerge nell’umiltà della sequela di Gesù”.

 

Vincenzo Martorana – Centro Culturale della Società San Paolo

Alemanno rompe con la Meloni e punta alle elezioni europee

La parola ‘Indipendenza’, in maiuscolo corsivo, scandita per sillabe e con un punto esclamativo, al centro di uno sfondo blu e, in basso, un nastro tricolore. Gianni Alemanno ha presentato ieri nome e simbolo del suo movimento, nella prima delle due giornate al Midas Palace Hotel sull’Aurelia a Roma che tiene a battesimo il nuovo partito ‘Movimento Indipendenza’, con l’impegno dichiarato di presentarsi alle prossime Europee. Un partito che sui “valori” è “il più a destra di tutti” e sui diritti sociali “il più a sinistra”. Che parla con il comunista Marco Rizzo, fondatore di Democrazia sovrana popolare, con cui fare battaglie “insieme” come sullo stop delle armi all’Ucraina.

Anche se sul palco e in platea, in realtà, c’è tanta, tanta destra.
“L’Italia è sempre più una colonia, vogliamo riprenderci le chiavi di casa, non più gruppi finanziari che speculano sulla nostra economia, siamo fuori dai vecchi schemi di destra e di sinistra”, dice l’ex sindaco di Roma, ex ministro e leader della destra sociale Alemanno in un filmato dove ad apparire, tra i ‘nemici’ del movimento, è stata l’immagine dell’ex premier ex presidente Bce Mario Draghi, alla cui vista la platea ha espresso immediatamente la propria contrarietà (“sta m…” e “servo di Davos”).
A spiegare il simbolo Massimo Arlechino, il quale ha sottolineato che l’obiettivo del movimento è ‘tirare fuori’ l’Italia “dalla sudditanza sociale, economia e politica che è alla base di tutti i suoi problemi”. Il colore blu nella tonalità scelta nell’800 in piena rivoluzione industriale “simbolo della classe operaia”. Dopo di lui la parola va a Simone di Stefano, ex Casa Pound: “Diventiamo indipendentisti per recuperare questa nazione e riportarla nelle mani del popolo italiano”.

Poi Alemanno si prende un’ora: “Ce ne hanno dette di tutti i colori, ci hanno preso in giro, hanno cercato di dividerci, ma noi siamo cresciuti e oggi possiamo lanciare la sfida verso le stelle, la scalata che ci porterà a incidere davvero nella politica italiana”, ha esordito Alemanno. L’attacco alla Premier Meloni è netto: guida il governo “più atlantista d’Italia. Con quello che sta facendo, c’è da rimpiangere Fanfani, Moro e Craxi”. Dopo essersela presa con Bruxelles e con il “conglomerato statale americano espressione dei grandi gruppi oligopolistici che dominano in mondo dal punto di vista finanziario”, ha bocciato il piano Mattei per l’Africa, le multinazionali “affamano quei popoli che vengono da noi a invadere le nostre periferie”, e indicato la via di un “mondo multipolare” che superi i “vincoli europei” e punti alla “saldatura tra ceto medio e ceto popolare” sui cui “conti correnti vogliono mettere le mani” mentre si lavora a “consegnare tutte le nostre spiagge alle multinazionali”.
Nel suo discorso ha ricordato l’esperienza nel Fronte della gioventù e un libro di “quarant’anni fa”, dal titolo ‘Le radici e il progetto’ con il sottotitolo ‘Idee per un movimento di indipendenza nazionale’ (con le firme di “molti dirigenti” come Rampelli, Augello, Granata) per “superare i vecchi schemi di sinistra e di destra”. Ha citato Giorgio Almirante, funzionario del regime fascista durante la Repubblica di Salò e tra i fondatori del Movimento sociale italiano, che “diceva: se parliamo di valori, non c’è nessuno più a destra di noi. Se si considera la giustizia sociale è il partito più a sinistra di tutti”.

Nel documento assembleare sono indicati cinque pilastri: la cultura “identitaria e l’appartenenza comunitaria del popolo italiano”, la “dottrina sociale cattolica”, “l’umanesimo del lavoro”, “l’autodeterminazione dei popoli” e i “principi fondamentali della Costituzione”.
Oggi, alle 11, è prevista una tavola rotonda dal titolo ‘Pace e mondo multipolare: stop al massacro a Gaza, difendere tutti i popoli’, cui parteciperanno il sindaco di Betlemme Hanna Hanania, arrivato al Forum questa sera, e anche il comunista Marco Rizzo, fondatore di Democrazia sovrana popolare. “Quando si è scoperto che Marco Rizzo sarà qua, qualcuno ha pensato che gli si rompe il giocattolo ai signori del potere perché Meloni e Schlein dicono le stesse cose sulle cose essenziali. Chiarisco: io il partito lo voglio fare con voi. Ma io e Marco Rizzo ci parliamo, in Tv ormai siamo una coppia, un matrimonio civile”.

Fonte: Notiziario Askanews

Il populismo contraddice malamente una potenziale alternativa di governo

L’alleanza con le forze populiste – e quindi demagogiche, anti politiche, qualunquiste e pauperiste – non è compatibile con i partiti e i movimenti politici che fanno della cifra riformista, democratica e di governo la loro ragion d’essere. Fuor di metafora, com’è possibile costruire nel nostro paese un’alleanza politica e di governo con il partito populista per eccellenza, cioè i 5 Stelle? Perché, al di là della propaganda e della logica del pallottoliere, c’è una sola ragione che può spiegare una prospettiva comune con il partito di Grillo e di Conte. Ovvero, la condivisione dei medesimi valori culturali ed ideali da un lato e la convergenza politica e programmatica dall’altro. E, del resto, il capo dei 5 Stelle Conte da un lato e la segretaria del Pd Schlein dall’altro sono accomunati da un universo valoriale sufficientemente omogeneo e, soprattutto, perseguono il medesimo disegno politico. E la conferma arriva puntuale da come affrontano i principali temi in cima all’agenda politica del paese.

Certo, esiste una differenza, più di metodo che di merito, però. Il partito populista per eccellenza, cioè i 5 Stelle, non avendo una cultura politica di fondo alle spalle perché vive, appunto, all’insegna della demolizione di tutto ciò che è anche solo vagamente riconducibile al passato, individua nel trasformismo politico e nell’opportunismo parlamentare i due caposaldi costitutivi attorno ai quali si muove con facilità e disinvoltura. Non esiste tema, infatti, dove i 5 Stelle possano assumere una posizione netta, e lungimirante. Soprattutto in politica estera ma anche sui temi più difficili e controversi come, ad esempio, la gestione concreta dell’immigrazione e dei relativi flussi. Per citare una bella ed efficace espressione di Sandro Fontana di molti anni fa, “sono capaci, capacissimi, capaci di tutto”.
Ora, è persin inutile fare polemiche gratuite con le forze populiste e anti politiche. Perché, del resto, politicamente vivono e sopravvivono solo se dispiegano sino in fondo la loro “ideologia” populista che, come tutti sanno, è semplicemente alternativa rispetto a qualsiasi canone riconducibile ai criteri tradizionali della politica italiana. Come sia possibile immaginare di costruire una solida e credibile prospettiva politica con una forza populista del tutto priva di qualsiasi cultura di governo e disciplinata da una prassi smaccatamente trasformistica, nonchè priva di un seppur minimo riferimento culturale, resta un mistero. Fuorchè la logica di fondo sia solo quella di ispirarsi alla sub cultura del pallottoliere. E cioè, costruire una “santa alleanza” contro il nemico giurato e da radere politicamente al suolo perché individuato, secondo la vulgata principale, come un costante pericolo per la nostra democrazia, per conservare lo stato di diritto, per conservare la libertà, contro ogni svolta autoritaria e amenità varie. Una tesi, questa, cara alla segretaria del Pd Schlein oltre, come ovvio, ad una sostanziale convergenza culturale con il partito di Grillo e di Conte.
Dopodichè, la natura populista caratterizza anche altre formazioni politiche sul versante opposto. Basti pensare alla Lega salviniana e al suo comportamento concreto per arrivare alla facile conclusione che questa deriva profondamente anti democratica e anti costituzionale continua ad essere, purtroppo, trasversale e presente in entrambi gli schieramenti maggioritari.

Ecco perché, di conseguenza, è compito di tutte le forze democratiche e, soprattutto, delle culture politiche storicamente alternative ad ogni deriva populista e qualunquista – a cominciare dalle forze centriste e dalla cultura cattolico popolare e sociale – arginare questo fenomeno e, al contempo, cerare le condizioni per un ritorno ad un confronto politico normale e fisiologico. E cioè, senza farsi condizionare e, tantomeno, senza stringere alleanze con forze populiste, qualunquiste e squisitamente anti politiche.

Inquietudine a destra: beata letargia e stupidità di ben pensanti.

Se avete tempo e volete dedicare un pomeriggio a voi stessi, prendete un po’ di coraggio e leggete Il trionfo della stupidità di Farrachi, qualche spunto per comprendere cosa passa nella testa di Cleopatra/Meloni e tutti i suoi lo trovate e vale i 12 euro che spenderete per acquistarlo. Non lasciatevi ingannare dal titolo, leggerlo richiede un certo impegno, ma se non altro capirete molto se siete tra coloro che entusiasti avete sperato in lei e ancora ci sperate, ma anche se siete delusi avrete motivi per ragionare sul fatto che la speranza era mal riposta o se forse ci potrà essere una ripresa. Se siete tra coloro che nutrivano una sfiducia profonda, avrete molti motivi per alimentare il vostro pessimismo sull’ascesa della Cleopatra/Meloni e sulla durata dell’incarico, ma soprattutto capirete quali circostanze hanno indotto il potente augusto Cesare ad affidargli la condotta di una parte dell’Impero. Ma mancherà la possibilità di entusiasmarsi per il nuovo, tutto era già scritto, nella beata letargia dei ben pensanti.

Dopo l’effetto sorpresa del salto mortale del lancio della riforma delle Istituzioni dell’Impero, i cittadini sono tornati quieti alle occupazioni di sempre, e la riforma è rimasta affare dei tecnici e con un generale “ce ne occuperemo quanto sarà il momento”, tutti sono precipitati nella beata letargia con la quale non ci si occupa del futuro prossimo: bisogna coltivare il disinteresse per il futuro e coltivare invece una sana attenzione per il presente. In parte questo disinteresse era uno degli effetti desiderati ovvero distrarre quel tanto sufficiente a non far scattare la molla dell’ira di piazza. Tuttavia Meloni/Cleopatra non ha considerato che l’effetto del disinteresse per il futuro può portare con sé anche che la riduzione dell’attenzione per le cose presenti a cui lei tanto tiene. Si affanna nella perigliosa navigazione a far sentire il suo impegno, il suo sforzo quotidiano per l’impresa di portare a casa soltanto risultati positivi (banditi quelli negativi che sono ascritti tutti alle precedenti gestioni), ma l’Impero sembra essere volto altrove e la solitudine al comando si fa sentire. E non aiutano i primi ufficiali di bordo interessati a distinguersi dal capo e intenti più alle proprie posizioni che al gioco di squadra del risultato condiviso. E così dopo tanto affanno i risultati sono modesti e non spendibili come esempi negli altri Stati dell’impero.
Partita un anno fa con speranze e stiva piena, si ritrova ora con la stiva dimezzata e le speranze diminuite. L’orizzonte del successo duraturo si fa sempre più lontano ma non irraggiungibile, serve metodo e disciplina, ma qui tra i suoi sulla barca e quelli a terra c’è il caos; sgomitate per visibilità, imbarazzanti uscite pubbliche, scarsa coesione con gli alleati, frenesia legislativa, gaffeur in libera uscita, famigli e famigliari in ogni dove, leadership in leggero costante scivolamento, logoramento della percettibilità della autorevolezza del governo in carica. Non un bel quadro. Ma la tenacia è una dote ed è possibile che si riveli anche una risorsa se non fosse accompagnata dalla stupidità diffusa nei tempi nostri di cui parla appunto Farrachi.

La stupidità, dice Farrachi, porta in evidenza quella parte di “bestialità” dell’essere umano che si manifesta nella “mancanza di intelligenza, di ragionamento, di logica, di senso critico e di umorismo, difficoltà a stabilire collegamenti, cogliere le sottigliezze e andare oltre i pregiudizi, assenza di riferimenti dovuta all’incultura all’ignoranza, incapacità di giudicare, riflettere, valutare una situazione e le sue conseguenze, propensione alla gaffe , alla confusione…”: un elenco che non solo scoraggia ma rende chiaro che molti dei nostri giovani stanno in questo coacervo di stupidità diffusa. E guardando meglio, e senza pregiudizio alcuno, buona parte della variegata e chiassosa compagine della Meloni. Ma ciò che stupisce non è tanto la stupidità individuale, sempre esistita quanto “l’istupidimento del mondo preso nella sua evoluzione globale, quello di una società un tempo più illuminata che a poco a poco scema nella confusione mentale come il giorno scema poco a poco verso la notte”.

Così, quando si governa una parte dell’Impero per investitura di Cesare, come nel caso nostro della Cleopatra/Meloni, per quanto possa piacere il viaggiare per l’Impero tutto, in rappresentanza di Cesare, non ci si può dimenticare della parte di territorio che è stata affidata. Della amata Patria, come la chiamano in Egitto e non solo lì, che è madre e matrigna severa. Cleopatra lo sa ma lo dimentica perché della Patria non è riuscita a diventare madre. Non si identificano in lei e nel suo modo di governare le donne, anche quelle a lei più vicine, anzi c’è un senso di attesa, non proprio stile femminil/solidale, per vedere se c’è la fa davvero a superare i due anni di governo, che logorerebbe anche le nervature più robuste. Neanche per la parte uomini è diventata l’angelo del focolare da mostrare alle compagne come possibile esempio; anzi vuoi proprio per colpa del genere maschile quella potenzialità di angelo del focolare è virata nella single con prole a cui appartengono moltissime donne. Però il primo vero giro di boa si fa sempre più vicino e non è tanto l’appuntamento pre-estivo della consultazione in Europa della prossima assemblea comune, quanto la borsa davvero magra e un progetto di crescita di là da venire e tutto da fare che, nonostante le cifre roboanti, sconterà la fatica durissima di realizzarlo. Per non impegnarsi più di tanto, da fine politico, Cleopatra/Meloni ha cambiato sottilmente il lessico: per la borsa abbiamo messo e per il progetto di crescita l’uguale abbiamo messo; il verbo fare diventa sottilmente un “farete” non detto.

E tra i pretoriani di Cesare che hanno sostenuto Cleopatra/Meloni si annoverano i “ben pensanti” coloro che hanno idee giuste, generose e moderate, e sostengono il potere esercitando una critica moderata. E con loro Farrachi diventa feroce: “Si definiscono di sinistra perché sono generosi e di ampie vedute, ma al minimo rischio votano a destra, perché sono realisti, con la scusa di lottare contro il fascismo con niente di meno che un fronte repubblicano moderato e preferiscono essere eroi piuttosto che vigliacchi. Mettono in pratica il voto utile”. Ma tra costoro inizia a comparire qualche malumore, tanta fatica per investire nella moderazione non sta dando i risultati sperati. La gente non è attratta da loro e quelli con cui si sono imbarcati cominciano a guardarli con occhio storto pronti a gettarli dalla barca alla prima occasione. Non faranno in tempo a scendere di loro volontà, stavolta troppo vigliacchi per dire apertamente che si sono illusi che la regina Cleopatra poteva regnare con saggezza e pieno consenso, ma banalmente molti di loro non sanno nuotare e il mare mosso fa paura a molti. E l’immensa massa dei “non pensanti, dei “poco parlanti”, degli “zero-criticanti”, dei “non allineati” o dei “meno comprendenti”, stanno qui tutti a dimostrare che esistono correnti in tutti gli oceani, compreso quello della stupidità.

Holodomor, una tragedia che si ripete nel progetto imperialista di Putin.

[…] L’azione coercitiva dell’Unione Sovietica per espropriare l’Ucraina dei propri beni fu attuata in due periodi: dal 1929 al 1932 con le cosiddette “misure di dekulakizzazione”, atte a deprivare i kulaki dei propri appezzamenti terrieri seguendo il principio di “collettivizzazione” previsto dalla dottrina comunista e dal 1932 al 1933, imponendo misure tanto drastiche da piegare la popolazione sterminandola per fame e stenti.
I kulaki ucraini opposero una resistenza estrema, arrivando perfino a uccidere il proprio bestiame e dar fuoco alle proprie case piuttosto di cederle a Mosca. Chi non morì per fame o ucciso dalla polizia comunista venne deportato nei gulag siberiani.
Secondo una dichiarazione congiunta alle Nazioni Unite firmata nel 2003 da 25 Paesi, a causa di quella carestia artificiale imposta dal regime comunista sovietico morirono da 7 a 10 milioni di ucraini. Dichiarandoli “nemici dello Stato”, Stalin ne fece internare altri 2 milioni nei gulag.

Riconosciuto in quanto genocidio dalle principali organizzazioni internazionali (Assemblea generale delle Nazioni Unite, Consiglio d’Europa, Osce, Parlamento Europeo e Unesco) e da una ventina di singoli Stati (fra cui, da quest’anno, anche l’Italia), l’holodomor rappresenta in Ucraina una tragedia nazionale di drammatica attualità. Quasi un secolo dopo la firma di Stalin su una delle pagine più infamanti della storia dell’umanità, Putin – che ama definirsene erede, tanto da aver ordinato la costruzione di 110 monumenti in sua memoria – prova ancora a piegare con la fame e col freddo i discendenti di chi novant’anni prima Mosca non riuscì a uccidere, azzannando ancora una volta alla gola l’Ucraina per deprivarla delle sue ricchezze.
6 milioni di tonnellate di grano da Odesa, 200.000 tonnellate di carbone dalle miniere di Luhansk e Donetsk, oltre all’acciaio di Mariupol’ e le preziosissime “terre rare”, già protagoniste della transizione energetica e presenti in gran quantità nel Donbas.
Come ricorda Giuseppe Sabella, oltre a essere la seconda riserva di gas naturale del vecchio continente, in termini di risorse minerarie lo “scudo ucraino” non ha eguali in Europa e nel mondo.

Ancor peggio, lo Stato terrorista guidato da Putin ha rubato l’infanzia a 19.500 bambini, deportati illegalmente dall’Ucraina per essere “russificati”. I carnefici marchiati con la “Z” rascista ne hanno violentato le madri, ucciso i padri e distrutto le case. Ai milioni di libri ucraini che Putin ha ordinato di far bruciare per cancellare l’identità, la cultura e l’esistenza stessa d’un popolo, ne ha sostituiti altri con una Storia riscritta in modo da cancellare anche l’esistenza dell’holodomor.

90 anni dopo la dekulakizzazione imposta dal regime comunista di Stalin, la “denazificazione” ordinata da quello rascista di Putin cambia nel nome ma non nella sostanza […] Anche oggi, la Russia, erede legale del totalitarismo sovietico, non abbandona la sua retorica genocida e i tentativi, attraverso fame e freddo, di distruggere la Nazione ucraina. Un comportamento che deve essere risolutamente condannato dalla comunità internazionale, col perseguimento di tutte le persone responsabili».

Il premierato sotto le lenti dell’Associazione ex Parlamentari della Repubblica

Il nostro interesse per le questioni istituzionali deve essere più forte e deve caratterizzare un lavoro davvero collegiale.

Come sapete l’incontro del 12 dicembre, con gli ex Presidenti del Parlamento e con i costituzionalisti, serve per segnare una nostra presenza e per difendere la “rappresentanza”, la democrazia rappresentativa, e indicare un metodo di lavoro per una possibile revisione costituzionale. Serve per mettere a confronto le posizioni dei Presidenti del Parlamento e appunto dei costituzionalisti, ma non è un seminario: non dobbiamo trarre conclusioni ma mettere a punto le rispettive esperienze. All’incontro del 12 dicembre nell’Auletta dei Gruppi Parlamentari parteciperanno molti giovani che fanno parte di una Associazione legata alla tutela della Costituzione, “Alfieri della Repubblica”, e ho pensato di invitare alcune classi liceali di Roma per avere la presenza di giovanissimi, per dare loro una visione della democrazia del futuro: la Costituzione italiana deve essere ancora una speranza!.

Ci troviamo di fronte ad un fatto nuovo: la proposta del governo sul cosiddetto premierato, e interpretando il complessivo giudizio espresso da tutti voi e le vostre valutazioni, fatte anche nelle precedenti riunioni, ritengo che sia necessario porre le seguenti questioni.

Nel convegno dobbiamo rappresentare la nostra posizione, le nostre idee che sono radicate nelle nostre esperienze, magari con interrogativi retorici che debbono essere fatti proprio da noi, che abbiamo rappresentato e rappresentiamo il Parlamento: quello che era vigoroso e protagonista per i più vecchi di noi e quello meno protagonista degli ultimi anni quando la crisi cominciava ad essere più accentuata. Sono d’accordo nel preparare un documento per il convegno che dobbiamo scrivere insieme in pochi giorni con alcuni di voi che si impegneranno, per poter presentare una piattaforma di discussione appunto con tanti interrogativi.

Il nostro dibattito, ma anche quello più generale sulla stampa, che vi è stato in questi mesi ha messo in risalto la necessaria difesa del Parlamento che è la nostra stella polare, come presupposto di ogni riforma. L’incontro con gli ex presidenti del Parlamento ci farà registrare le loro valutazioni per capire l’evoluzione del Parlamento: come era prima e come è ora, ma ci fa concludere che qualsiasi riforma deve tener conto che il presidio principale in una Repubblica democratica è il Parlamento.

È per questo, che come ho fatto nelle precedenti riunioni, vi rappresento le mie idee che tengono conto dei vostri contributi per fare un quadro preciso delle problematiche che derivano dalla proposta presentata dal governo.

 

1) Ho sempre espresso perplessità e forti riserve sull’iniziativa del Governo sulla materia costituzionale.

Le questioni che attengono alle leggi delle leggi, cioè alla Costituzione, che interessano tutti i cittadini, hanno bisogno di un largo consenso: dovrebbe essere il Parlamento a fare proposte non il governo.

Il Governo ha la sua maggioranza che con gli attuali sistemi elettorali rappresenta una percentuale minima degli elettori e dei cittadini e quindi una sua proposta non può non essere di parte, dividendo il Parlamento e il Paese.

È un problema di metodo importante per lo sviluppo del dibattito dentro e fuori del Parlamento.

Nel 2016, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi prese una iniziativa personale e propose una riforma “sua” più che del Governo, e oggi il presidente Giorgia Meloni presenta una proposta per far nascere la “terza Repubblica”, perché, nelle sue intenzioni, bisogna ribaltare la logica e soprattutto lo spirito della Costituzione del 48. In quel periodo l’arco costituzionale che dette vita alla Repubblica parlamentare escluse “il movimento sociale”, erede del fascismo, e il “Governo” ora non chiede né chiederà il confronto con l’opposizione presente in Parlamento per escludere appunto la “prima” e la “seconda Repubblica?!”.

Questa pregiudiziale deve essere tenuta presente, nel lungo periodo che ci sta davanti, per orientare la coscienza dei cittadini.

L’iniziativa del governo è quindi come nel 2016 una anomalia.

 

Per leggere il testo integrale

Forlani conobbe il potere ma si definiva un uomo normale.

Vorrei in primo luogo proporre una riflessione sul tema della memoria e del contesto storico-politico di una vita, una lunga vita al “servizio”: servizio, sì, è il caso di dire, senza quella  retorica, che  ha svuotato il migliore significato di questo termine.

1-Un servizio alla politica, quando era una questione molto seria (“Forlani ne è stato servitore e non se ne è servito” per esprimermi con la definizione utilizzata da Pier Ferdinando Casini in occasione della sua scomparsa)

2-Un servizio al partito, quando i partiti erano comunità di reali mediazioni con la società. Uomo di Partito prima che di corrente.

3-Un servizio alla società intesa come persone, istituzioni, realtà economiche produttive e di rappresentanza.

4- Infine – ed è la sintesi di questi tre aspetti – un servizio in primo luogo al Paese (definizione ancora più negletta e irrisa dalla polemica succeduta al crollo di tutti questi mondi). Identificazione della dc come “partito della nazione”, era l’identificazione con l’Italia.

“Preparazione, competenza e radicamento sul territorio” di questa politica ci sarebbe bisogno, lo facevano i grandi partiti di una volta, lo faceva la miglior Dc.

E questo giudizio è tanto più significativo se detto da chi, come me, non è mai stata democristiana e, anzi, ha simpatizzato per la sinistra.

Come storica però vorrei mettere in guardia dalle facili idealizzazioni. Noi  – e non mi riferisco solo agli storici,  e ai politici – ma proprio agli italiani, allo spirito del nostro genio nazionale oscilliamo spesso tra una idealizzazione del passato e delle figure che lo hanno attraversato da una parte e una rimozione dall’altra.

E questo lo facciamo nelle sue diverse varianti, spesso opposte alla idealizzazione, come la demonizzazione o l’insignificanza.

Dovremmo riflettere molto sull’uso della memoria, sul suo uso politico. Spesso deformante e deformato.

Perché dobbiamo imparare a “fare   memoria”, un esercizio di discernimento su ciò che rimane vivo e cosa no.

Ora lasciando a chi lo ha conosciuto o studiato una disamina ben più puntuale e più pertinente di quella che potrei fare io: mi chiedo chi era Arnaldo Forlani nel senso che dicevo prima?

Mi aveva colpito, una definizione di se stesso quando all’intervistatore (mi sembra di ricordare a Minoli) che gli chiedeva che tipo di uomo fosse rispose: “Mah io sono un uomo normale”. Il che oggi suonerebbe come una risposta ammiccante ma che in quel caso suonava sincera e approssimativamente persino reale.

Eppure Forlani fu un uomo di grande potere. Rivestendo le più alte cariche, eccetto la Presidenza ella Repubblica.  

Il Potere. Ecco un altro termine che da quella stagione ad oggi è cambiato profondamente. Assumendo via via accezioni sempre e solo negative.

Fu lui a coniare l’espressione “il potere discreto”, per una “consuetudine alla prudenza e alla collegialità”. E in che senso lo intendesse lo può spiegare meglio Agostino Giovagnoli.

Lungimiranza nelle questioni internazionali, sempre cartina di tornasole di visione e solidità storico-politica, di cui solo nei tornanti fondamentali della storia ci si rende conto: e lo vediamo ora. Primo governante europeo a visitare la Cina dopo la scomparsa di Mao. Il suo atlantismo volto ad una attenzione alle relazioni multilaterali, alla cooperazione e all’europeismo era animato alla pace e allo sviluppo.

Autentico ammiratore di La Pira di cui diceva che “era sempre presente il disegno biblico finalizzato alla pace e un nuovo ordine: le spade convertite in vomeri”. Ne parlò con intensità l’Arcivescovo Vincenzo Paglia nell’omelia ai suoi funerali. Testimonianza di rigore e abnegazione personale quando, come disse, volle “bere la cicuta fino in fondo” e accettò tra i pochi di scontare la gogna di tangentopoli, non sottraendosi all’azione della magistratura. Il senso del dovere, ecco un’altra parola dopo servizio, e potere, negletta e misconosciuta oggi eppure sempre più fondamentale. Che oggi manca molto.

Per finire solo alcune considerazioni sulle radici etiche che affondavano nella formazione di quella classe dirigente, avvenuta nell’Azione cattolica e nella Fuci costruita sul connubio inscindibile tra laicità e testimonianza cristiana nella storia.

È questa la sorgente di una politica che ha gli attributi che ricordavo prima: temperanza insieme alla passione, diritti mai disgiunti dai doveri, fede vissuta sempre nella laicità, identità senza mai integralismi.

Come dicevo, io non ho mai conosciuto e neppure frequentato Arnaldo Forlani: lo ricordo quando nel suo risoluto e rigoroso riserbo dopo la sua definitiva uscita dalla scena politica veniva a qualche convegno all’Istituito Sturzo: e mi capitava di osservarlo, colpita dall’intensità della sua attenzione anche e soprattutto quando si parlava di temi lontani dalla politica, temi etici: ricordo come ascoltava interventi sulle nuove questioni aperte dalla biopolitica e dalla bioetica.

E in quei momenti mi venivano in mente gli studi di Pietro Scoppola sulla fine della Repubblica dei partiti.

Ebbene di tante analisi sulla fine della Dc, come le acute osservazioni sul rapimento Moro, come data periodizzante, ricordo quanto spesso soleva dire che nella fine di quel partito pesò maggiormente il Referendum sul divorzio e tutte le questioni legate alla svolta antropologica che non tangentopoli.

Occorreva, diceva, uscire dagli schemi politicistici, ritrovare le ragioni etiche della politica perché la politica finisce quando cominciava il suo distacco dalle persone, la sua estraneità dalla vita reale.

Prof.ssa Emma Fattorini, Docente Ordinaria di Storia Contemporanea (Sapienza – Università di Roma)

Forlani Ministro degli Esteri: negli anni cruciali della solidarietà nazionale

Siamo qui per ricordare l’on Arnaldo Forlani e l’azione politica da lui svolta nel partito, nel parlamento, nel governo. 

Farò brevemente riferimento al periodo 1976-1979 in cui ricoprì la carica di ministro degli affari esteri nel terzo, quarto e quinto governo Andreotti.

L’on. Arnaldo Forlani fu nominato agli esteri per la prima volta nel luglio 1976.

Come reggente dell’Ufficio del Gabinetto fui tra i primi ad accoglierlo alla Farnesina, insieme al Segretario Generale Amb. Raimondo Manzini.

Fin dai primi giorni ci colpì la sua personalità, l’eleganza del tratto, la cordialità. Oltre ai messaggi di felicitazioni gli erano giunti numerosi inviti. Il nuovo governo di solidarietà nazionale suscitava molto interesse negli ambienti politici internazionali.

Erano appena trascorse due settimane quando si aprì uno dei capitoli più drammatici delle vicende del popolo palestinese, una strage nel campo profughi di Tell al-Zatar in Libano. L’opinione pubblica assistette sbigottita all’eccidio di oltre 1500 vittime

Il Parlamento era chiuso per la pausa estiva ma il presidente della commissione esteri Carlo Russo, chiese l’audizione del ministro. Forlani aderì: fu questo il suo primo intervento da Ministro a Montecitorio.

Tornato in ufficio, trovai tra le carte di Forlani un biglietto di Giorgio La Pira: “Grazie, Arnaldo. Le tue parole mi hanno ricordato la profezia di Isaia: “il dolore e il gemito scompariranno, le acque sgorgheranno nel deserto, la terra arida gioirà e fiorirà come la rosa. Le sarà data la gloria del Libano”

Per i 3 anni della sua permanenza alla Farnesina il tema della pace in Medio Oriente sarà per Forlani una preoccupazione constante.

Nei giorni successivi si passò in esame l’agenda internazionale.

Forlani trovò un Ministero consapevole delle proprie capacità, sicuro di saper mettere in pratica le proprie idee e di raggiungere i traguardi che si prefissava. Un anno prima l’Italia aveva conseguito il più rilevante successo diplomatico dal dopoguerra fino a quei giorni.

Nonostante il tentativo di promuovere senza di noi l’instaurazione di un direttorio economico del mondo industrializzato composto da cinque paesi (riunione di Rambouillet), l’Amb. Manzini aprì il primo varco nello schieramento che ci negava l’ingresso e portò a termine la missione affidatagli dal Presidente Moro: l’italia entrava nel club più esclusivo del mondo, il G6.

Poche settimane prima dell’arrivo di Forlani alla Farnesina, ero stato insieme al Segretario Generale Manzini a Portorico dove si era svolta la seconda riunione del G6, trasformatosi in G.7 con l’aggiunta del Canada.

Con il Ministro esaminammo gli impegni futuri. Tra questi assumevano priorità quelli attinenti ai tre quadri entro i quali si svolgeva la nostra politica estera: la Comunità europea, l’Alleanza Atlantica, le Nazioni Unite.

Rispetto al passato, ci trovavamo in una situazione nuova. L’esecutivo monocolore poteva contare su un vasto sostegno delle forze politiche che tuttavia non facevano parte della compagine governativa.

Ne derivava la necessità di informare frequentemente Camera e Senato.

Forlani intendeva farlo e in maniera non sommaria.

Questo spiega perché agli atti del Parlamento sono così numerose le comunicazioni del Ministro degli esteri in quegli anni.

Non occorre perciò che io illustri in dettaglio quali furono le linee della politica estera

Mi soffermerò soltanto su alcuni punti salienti:

 

– con i partners europei Forlani volle avviare un rapporto stretto e costruttivo. Sapeva che si era talvolta cercato da parte di taluni grandi paesi di dare vita a direttori. Intendeva esercitare a questo riguardo una costante vigilanza.

Prendeva cum grano salis certe effusioni amichevoli. Sapeva bene che per tutti valeva il principio al quale era affezionato De Gaulle “In politica estera la Francia non ha amici, ma interessi”.

 

– dedicò molta attenzione ai rapporti con gli Stati Uniti e con l’Unione sovietica, i due protagonisti del negoziato militare. Non esitò a sottolineare con il Segretario di Stato Vance e con il Ministro degli Esteri Gromyko l’urgenza di arrestare la corsa agli armamenti, di negoziare la loro riduzione e di bandire gli esperimenti nucleari. Eravamo allora assillati dai missili di teatro in Europa. Forlani ne parlò a Mosca. Vidi l’attenzione con cui l’anziano leader sovietico ascoltava le sue argomentazioni. Il nostro ministro fece appello a una maggiore collaborazione in seno alle Nazioni Unite per allentare le tensioni internazionali e richiamò l’attenzione sulla puntuale attuazione dell’Atto finale di Helsinki in tutte le sue parti, inclusa quella riguardante i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali.

 

– Forlani si trovò poi ad affrontare problemi di fondamentale importanza nell’ambito dell’allora Comunità europea. Occorreva riaffermare che l’Europa non costituiva un’area geografica a sé stante ma doveva trovare nel Mediterraneo un naturale complemento. E accentuare la proiezione mediterranea della Comunità, prendendo iniziative non solo in campo economico ma anche politico. 

 

Mantenne infatti un ampio ventaglio di rapporti con i rappresentanti dei paesi del Mediterraneo oltre che con gli emergenti, Cina e India.

Fu proprio la preoccupazione di rafforzare l’azione italiana in queste aree che indusse Forlani ad affidare a una commissione lo studio di una ristrutturazione del ministero al fine di istituire punti di riferimento essenziali per ciascuna area geografica.

Ma questo è un tema che fu affrontato dalla Farnesina in modo organico vent’anni dopo, allorché si mise mano a una riforma generale del Ministero con l’introduzione di cinque Direzioni geografiche.

Vorrei concludere con un ricordo che purtroppo fa ancora male: la mattina del 16 marzo 1978.

Ero con Forlani a Palazzo Chigi quando ci raggiunse la notizia del rapimento dell’on. Moro. Non dimentico l’incredulità, lo sgomento, la costernazione dei presenti.

Anch’io avvertivo un grande dolore: avevo visto Aldo Moro come Ministro degli Esteri tante volte a Bruxelles dove mi recavo da Londra per informarlo sulle reali esigenze della Gran Bretagna nel negoziato con i Sei.

Accompagnai Forlani a Montecitorio. Lo smarrimento, l’angoscia avevano invaso un’aula buia, inquieta, ansiosa di notizie.

Il presidente Andreotti iniziò a leggere, con un nodo alla gola, le dichiarazioni programmatiche del suo quinto governo.

 

Amb. Umberto Vattani, Presidente della Venice International University

Per una liturgia di qualità: il fenomeno delle parrocchie di elezione.

[…] c’è un altro fenomeno che conferma la tesi del diffondersi nel nostro paese della domanda di una liturgia di qualità: l’appeal oggi esercitato (presso pubblici selezionati, ma non solo su di essi) dalle cosiddette «parrocchie di elezione», da luoghi o comunità perlopiù incentrate – anche a livello liturgico– su esperienze religiose arricchenti e significative.

Si tratta di un fenomeno (le «parrocchie di elezione») che non nasce oggi, già presente ben prima della pandemia e descritto nella mia ultima ricerca sulla religiosità degli italiani (5); ma che deve la sua espansione alle dinamiche che si sono innescate durante il lockdown.

Un periodo in cui molti credenti/cattolici impegnati, attraverso la pratica dello zapping spirituale, hanno ampliato i loro orizzonti sono entrati in contatto con le realtà religiose più diverse, maturando nuovi punti di riferimento, scoprendo la varietà dell’espressione religiosa sia dentro che fuori dal proprio mondo.

È a fronte di queste esperienze che un buon numero di persone si è orientato a vivere in modo più flessibile la propria presenza e appartenenza ecclesiale. Di qui la propensione – tra i fedeli più convinti e attivi – a convergere più in una «parrocchia di elezione» che a riconoscersi nella parrocchia territoriale, in linea con quella mobilità geografica che può manifestarsi anche in campo religioso.

O meglio, si valorizza – pure a livello liturgico – la parrocchia del luogo di residenza se essa è ricca di stimoli, se risponde ai criteri della rilevanza umana e spirituale; altrimenti ci si rapporta ad essa per le esigenze ordinarie, aprendosi ad altre appartenenze per un maggior nutrimento spirituale.

Dietro questa propensione non c’è tanto la ricerca di una chiesa o di preti più accomodanti, quanto la voglia di un cristianesimo più connesso alle attuali condizioni di vita, più in grado di rapportarsi alla coscienza moderna. 

 

Per saperne di più 

https://www.alzogliocchiversoilcielo.com/2023/07/franco-garelli-una-liturgia-che-non.html?m=1

Jacques Maritain 50 anni dopo: oggi e domani il convegno di studi.

Ricorre quest’anno il cinquantenario della morte del filosofo francese Jacques Maritain (Parigi, 18 novembre 1882 – Tolosa, 28 aprile 1973), uno dei più grandi pensatori del Novecento, uomo di profonda passione religiosa, filosofica e civile, e testimone attivo degli eventi e sfide del suo tempo. Il suo apporto nei vari ambiti del sapere filosofico mostra ancora oggi tutta la sua fecondità e attualità. Il suo impegno accademico, politico, ecclesiastico, la sua unione coniugale, spirituale intellettuale con la moglie Raïssa, restano un esempio ineguagliato di vita.

L’Istituto Internazionale Jacques Maritain, fondato nel 1974 per approfondire, diffondere e tramandare il suo insegnamento, trae ispirazione dalla ricchezza e varietà del suo pensiero in continua ricerca della bellezza e della dignità dell’umano. In questa significativa ricorrenza, l’Istituto promuove il Convegno internazionale Jacques Maritain 50 anni dopo – il 24 e 25 novembre all’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede e al Centre Saint-Louis de France – che invita a riflettere sull’attualità del lascito di Maritain, sull’importanza di riscoprire e rileggere la sua opera anche alla luce delle esigenze e delle emergenze del nostro tempo.

Maritain ci ha lasciato riflessioni ricche di suggestioni sulla persona come fulcro essenziale della società, sull’idea di un umanesimo integrale tra fede e ragione, che ci offrono ancora oggi una proposta innovativa capace di ispirare la ricerca di nuove forme oggi necessarie del vivere insieme in una società di persone animate dall’aspirazione al bene comune.
I lavori, articolati in quattro sessioni, ripercorrono i temi centrali del suo Personalismo, in particolare le questioni della persona, dell’umanesimo, dei diritti umani, della pace, grazie ai contributi dei relatori volti a far emergere i tratti di una visione ancora oggi, a cinquanta anni di distanza, feconda e utile a orientare la nostra società verso il bello, il buono, il vero nelle difficili scelte che è chiamata a fare di fronte alle sfide del presente.

Nella cornice dell’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede (Villa Bonaparte) dopo i saluti istituzionali dell’Ambasciatrice Florence Mangin e del Presidente dell’Istituto, Prof. Francesco Miano, la prolusione del Convegno sarà tenuta dal cardinale Dominique Mamberti, Presidente del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica (Città del Vaticano). Modera l’incontro il Vice Presidente Vicario dell’Istituto, Prof. Giuseppe Schlitzer.
Nel pomeriggio del 24 novembre, i lavori proseguiranno al Centre Saint-Louis de France con interventi articolati in varie sessioni tematiche: Jacques Maritain e la riflessione filosofica (interventi di Stefano Zamagni, Luigi Alici, Giovanni Grandi e Vittorio Possenti) Jacques Maritain e le vicende storiche (interventi di Francesco Bonini, Philippe Chenaux e Julio Plaza).

Nella mattina del 25 novembre, si terranno le sessioni finali dedicate a Jacques Maritain e l’impegno politico (interventi di Paolo Nepi, Jean Dominique Durand, Umberto Lodovici e Michele Nicoletti) Jacques Maritain domani (interventi di Marco Ivaldo e Francesco Miano).

La Voce del Popolo, Milei in Argentina, una figura caricaturale?

C’è qualcosa di tragico, e forse anche di involontariamente comico, nel tipo di destra che si va affermando nel mondo. Javier Milei, il nuovo presidente appena eletto in Argentina. Donald Trump, dato in testa in molti sondaggi negli Usa. Figure che appaiono per qualche verso caricaturali.
Eppure insidiose, ben oltre il limite del sovvertimento delle nostre regole democratiche e liberali. In Europa, per nostra fortuna, non siamo messi così male. Qualche volta vince la sinistra. Qualche altra volta vince una destra meno minacciosa. Ma nell’insieme regge ancora una tradizione politica più civile, che lascia aperti i giochi. È un’alternanza, non una deriva. Almeno per ora.

Quello che colpisce è lo spaesamento che queste tendenze evidenziano. Come se non ci fosse sufficiente consapevolezza del fatto che una democrazia ha bisogno di pazienza, di rispetto, di misura, di civiltà, per poter reggere la sfida dei tempi che si annunciano. In tutto il mondo il modello liberal-democratico ha perso la fascinazione di un tempo. Dittature brutali e altre più blande rivendicano di saper decidere più in fretta, evitando la confusione e il disordine che la dialettica delle forze in competizione recano sempre con sé.
Sembra quasi che il paradigma del nostro lungo dopoguerra, culminato simbolicamente nella caduta del muro di Berlino, stia cominciando a declinare. Per lasciare il posto a un’inquietudine che si diffonde da un paese all’altro, da una contesa all’altra. Al suo posto si intravede la sagoma della motosega brandita dal nuovo presidente argentino. Un pessimo, inquietante segnale.

Fonte: La Voce del Popolo – 23 novembre 2023
[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]

I metalmeccanici Cisl apprezzano lo sforzo di innovazione di Stellantis

L’economia circolare prende piede con questo importante investimento nel sito di Mirafiori. Come sindacato abbiamo sempre spinto per soluzioni che abbiano la possibilità di rendere sostenibile socialmente le scelte di miglioramento ambientale. L’investimento di Stellantis a Mirafiori consentirà di impiegare circa 550 lavoratori nel comprensorio entro il 2025. Lo hanno dichiarato il Segretario Generale Fim Cisl Roberto Benaglia e il Segretario nazionale Fim Cisl Ferdinando Uliano.
Questo consentirà di dare risposte alle difficoltà occupazionale che abbiamo riscontrato in questi ultimi anni. Gli investimenti sull’economia circolare contribuiranno a migliorare l’ambiente, ma anche a creare nuove opportunità di sviluppo nel settore dell’auto. Rimangono centrali le scelte di assegnazione di nuovi modelli e di incremento dei volumi per saturare le capacità produttive e mettere in sicurezza gli impianti. Abbiamo colto positivamente l’approfondimento che è seguito a margine dell’incontro, con la visita nel Centro Stile, dove abbiamo potuto visionare i nuovi modelli assegnati allo stabilimento di Melfi, nello specifico i marchi Ds, Lancia e Jeep confrontandoci con i responsabili di Stellantis.

È stata anche l’occasione per visionare i modelli Alfa Romeo, Stelvio e Giulia, che verranno sviluppati sulla piattaforma Stla-Large, anche nelle versioni elettriche. Sempre su Cassino ci è stato comunicato il lancio della versione elettrica della Maserati Grecale ad inizio 2024.
Abbiamo apprezzato gli importanti investimenti in innovazione, tecnologia che dovrebbero garantire il successo di questi modelli, in termini di volumi e occupazione. Abbiamo ribadito l’importanza nello specifico per lo stabilimento di Cassino la necessità che al completamento dei lavori in corso sull’impianto, si proceda in tempi brevi ai lanci produttivi.
Per lo stabilimento di Mirafiori ci è stato comunicato per i primi mesi del 2024 il lancio della versione Folgore di Maserati Gran Turismo e successivamente di Gran Cabrio, che potrebbe incrementare gli attuali volumi di Maserati. La situazione su Maserati a Mirafiori oggi è molto critica anche per l’uscita di produzione a fine anno dei modelli Quattroporte e Ghibli. Riteniamo importante la conferma del lancio di 500e sul mercato nord americano, che dovrebbe dare una risposta maggiore sui volumi. Vengono confermati gli stati di avanzamento sulla produzione dei nuovi cambi elettrici per le meccaniche in collaborazione con Punch.

La situazione dello stabilimento di Pomigliano d’Arco è di forte incremento produttivo, tanto da aver raggiunto il record produttivo giornaliero di 1066 auto prodotte, nei modelli Tonale, Hornet e Panda. Sempre su Pomigliano il gruppo Stellantis ha confermato che la Panda rimane fino al 2026 e comunque successivamente ci sarà un nuovo modello, a conferma degli investimenti sul sito campano.
Per lo stabilimento di Sevel si continuano positivamente le produzioni dei diversi marchi nei veicoli commerciali, a fine anno si stima di raggiungere le 230 mila unità. Per quanto riguarda le motorizzazioni di Pratola Serra si conferma che lo stabilimento sarà l’unico a motorizzare i veicoli commerciali del gruppo, mentre Verrone lo sarà sul fronte delle trasmissioni.

Infine per lo stabilimento di Modena viene confermato la partenza dell’Atelier con le relative personalizzazioni a partire da settembre 2024 e la versione Folgore nel 2025.
L’appuntamento che abbiamo in sede Governativa con il gruppo Stellantis, insieme ad Anfia, le istituzioni sarà un’occasione per verificare in ogni dettaglio gli aspetti di sviluppo necessari per raggiungere una crescita dei volumi e una tenuta occupazionale, per tutti gli stabilimenti Stellantis e dell’indotto. È inoltre fondamentale che si proceda a definire in maniera concreta incentivi ed investimenti nel settore.

La scoperta di verità convergenti nel messaggio evangelico e nell’illuminazione buddista

L’ultimo libro edito da Gabrielli, che inaugura la Collana “Il Giardino del Silenzio” diretta da Paolo Scquizzato, permette di scoprire nello stesso tempo i maestri spirituali Gesù e Gotama. Gesù il Cristo e Gotama il Buddha – ognuno per vie proprie e all’interno della propria cultura di appartenenza – hanno vissuto una tale esperienza trasformatrice al punto da spingerli successivamente a comunicarla ad altri tramite i loro insegnamenti.
Il libro sui maestri spirituali: Fratelli spirituali di Raffaella Arrobbio si sviluppa tramite una lettura parallela dei testi evangelici e del canone buddhista. Si potrà scoprire che le due voci di Gesù e di Buddha, e i loro insegnamenti, sono affini perché indicano una stessa Realtà, una medesima possibilità di esperienza interiore: un’unica esperienza spirituale che è primordiale rispetto a qualunque codifica successiva. Ed è per questo che è possibile indicarli come fratelli spirituali.
Le parole di Gesù e di Buddha emergono con cristallina semplicità mostrando la via d’uscita dai conflitti e dalla sofferenza individuale e collettiva. La via d’uscita – la buona novella – consiste nella scoperta dell’immenso potenziale di gioia, amore, compassione, equanimità, coraggio, che pulsa al fondo di ogni essere umano.

Si legge nella Prefazione di Paolo Scquizzato: “Dalla lettura attenta e sapienziale delle due tradizioni emerge con adamantina chiarezza che Gesù di Nazareth e il principe Gotama non sono due personaggi celesti fiondatisi sulla terra per compiere un’opera di salvezza per volontà di un dio. Cristo non è il cognome di Gesù di Nazareth, come Buddha non è il cognome di Siddhārtha Gotama. Cristo e Buddha rappresentano piuttosto la pienezza dell’umano, il simbolo dell’uomo giunto al suo compimento”.

 

Raffaella Arrobbio, Fratelli spirituali. Gotama il Buddha, Gesù il Cristo: due voci, un’unica esperienza spirituale, prefazione di Paolo Scquizzato, Gabrielli editore, 2023.

 

[Il testo costituisce la presentazione del libro]

 

Per saperne di più

https://www.gabriellieditori.it/shop/spiritualita/il-giardino-del-silenzio/raffaella-arrobbio-fratelli-spirituali-gotama-il-buddha-gesu-il-cristo/

Il lavoro cambia e dunque cambiano le prospettive dei giovani

[…] Immersi nelle trasformazioni che negli ultimi decenni hanno investito gli assetti sociali, economici e produttivi del nostro Paese, riscontriamo come il lavoro sia radicalmente mutato e la flessibilità, così tanto decantata, si sia trasformata ben presto in precarietà e perdita dei diritti. Perdendo drasticamente la sua centralità, il lavoro ha perso appeal diventando un mero strumento utile a soddisfare bisogni materiali o semplice argomento di dibattito per specialisti: economisti, sociologi, fiscalisti.

La manifesta frammentazione del lavoro e delle aspettative non si è rivelato un liquido amniotico protettivo per i lavoratori sempre più differenziati fra garantiti e non garantiti, inclusi ed esclusi, soddisfatti e alienati. Dentro quest’ingranaggio che sembra stritolarci sono sempre più evidenti i rischi che questa situazione sta già generando con un aumento considerevole delle disuguaglianze nel nostro Paese dove la forbice sembra sempre più divaricarsi tra lavoro senza diritti e lavoro povero.
Ma di quale tipo di lavoro parliamo? Un lavoro “decente”, che Benedetto XVI, nella Lettera Enciclica Caritas in Veritate, così definisce: “scelto liberamente, che associ efficacemente i lavoratori, uomini e donne, allo sviluppo della loro comunità; un lavoro che, in questo modo, permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione; un lavoro che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli; un lavoro che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale; un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa”.

Come fare per assicurare ciò? E qual è lo scenario internazionale che abbiamo di fronte?
Un dato da analizzare lo troviamo negli effetti creati dalla globalizzazione che hanno determinato una riorganizzazione nei processi produttivi con conseguenti riflessi sulla domanda di lavoro, la necessità della presenza sempre maggiore di stranieri che sopperisce alla tendenza all’invecchiamento della popolazione, la richiesta di aumento della partecipazione femminile al mondo del lavoro, che ha attivato cambiamenti sociali diretti all’affermazione di un’effettiva uguaglianza di genere e di salario, l’avanzamento del processo di automazione e robotizzazione, l’incremento dello sviluppo di forme di lavoro flessibile, sono parte e agenti dei cambiamenti sociali e organizzativi che stanno impegnando la società attuale.

Lo scenario internazionale con il quale il mercato del lavoro dovrà confrontarsi prevede che il 2% dell’attuale occupazione globale, pari a 14 milioni di posti di lavoro, è a rischio distruzione nei prossimi anni, a causa delle tendenze globali in atto dovute a: la transizione ecologica, le guerre che accerchiamo l’Europa, la trasformazione delle catene d’approvvigionamento e, non ultima, l’innovazione tecnologica.
Ora di tutto questo dobbiamo occuparci perché sono queste le trasformazioni che cambieranno la società e che saranno sempre più al centro dell’attenzione dell’analisi socioeconomica.
[…] Si è diffusa l’idea che quando il lavoro manca o è a rischio si possa accettare qualsiasi cosa. E la deroga rispetto ai diritti sanciti dai contratti collettivi è stata usata per mantenere i livelli occupazionali o mitigare i costi sociali delle ristrutturazioni aziendali, tema che aimè incrocia la sicurezza, con un impatto negativo rispetto alla fiducia di lavoratori e lavoratrici nella contrattazione collettiva e, più in generale, nel ruolo delle organizzazioni sindacali.
Questa situazione ha aperto la strada all’idea, ormai largamente diffusa nel nostro Paese, che il lavoro abbia sempre meno punti fermi e tutto può essere oggetto di contrattazione, revisione e adeguamento.

[…] In questa fase di transizione è tempo di un dialogo serio tra le generazioni! Perché sono proprio le nuove generazioni che stanno pagando un prezzo altissimo, in termini di accresciuto senso di inutilità e di esclusione, a causa della prolungata congiuntura economica negativa, dello sbilanciamento demografico verso età mature, della permanente difficoltà nell’inserimento lavorativo, dell’enorme incertezza rispetto ai percorsi professionali e alla possibilità di costruire una famiglia.
Ma come arginare questa progressiva precarizzazione delle certezze? Se far politica è ragionare di sistemi, il nostro obiettivo è quello di far funzionare il nostro, che ci è stato regalato, prim’ancora di incardinarne un altro che sembra poi non esserci, bruciando per questo un tempo prezioso che è l’unico bene che abbiamo. Quando la politica non investe sul potenziale di sviluppo che si apre, e qui il capitolo della formazione si aggancia inesorabilmente, è destinata a pagare un prezzo molto alto.

Per questo non è retorico chiedersi quale sia la società dei prossimi anni e quali le scelte da fare o come attrezzarsi per il futuro sapendo che la Costituzione, nell’art.1, fissa la nascita della Repubblica democratica sul lavoro.
…Di fronte a questo quadro, occorre porsi il tema del lavoro se si vuole ricostruire questo Paese, declinandolo in tutte le sue sfaccettature, interrogandosi se non sia giunto il tempo per avviare anche nuovi modelli organizzativi puntando sulla formazione, senza rinviare quello della sicurezza e dello sviluppo, che dovranno essere affrontati con grande realismo nella consapevolezza che il nostro, e solo, futuro sicuro è fuori dalle patrie: in Europa, inteso non più solo come orizzonte bensì come spazio politico.

[Roma, 18 ottobre 2023]

Sandro Fontana, l’intellettuale della sinistra sociale nella cornice della Dc.

Fra pochi giorni ricorderemo nella sua Brescia il decimo anniversario della scomparsa di Sandro Fontana. Non è facile tracciare in poche righe il ricco e variegato magistero civile di Sandro Fontana. E cioè, per ricordare solo i titoli: storico, docente universitario, amministratore regionale, parlamentare nazionale ed europeo, Ministro, scrittore, direttore del Popolo ma, soprattutto, un “intellettuale prestato alla politica” e all’impegno pubblico.

Una personalità apparentemente complessa ma, al contempo, caratterizzata da un filo rosso che lega in modo armonioso e coerente l’intera sua esperienza politica e culturale: ovvero, la strenua e lungimirante difesa e promozione dei ceti popolari; la perdurante fedeltà al cattolicesimo sociale e popolare e, in ultimo, l’amore per un “partito di liberi e forti” come strumento decisivo ed essenziale per la presenza dei cattolici nella cittadella politica italiana. Un triplice obiettivo che, appunto, ha sempre accompagnato Fontana nei suoi impegni molteplici a livello politico, istituzionale ed editoriale.
Ed è proprio all’interno di questa cornice che emerge il ruolo specifico assolto da Sandro Fontana nel corso degli anni. E, soprattutto – diciamocelo con franchezza – quel ruolo di intellettuale e uomo di pensiero che sapeva dare legittimità culturale ed ideale alle grandi intuizioni e ai progetti politici che di volta in volta venivano messi in campo.

Su questo versante, non si può non ricordare la strettissima collaborazione con Carlo Donat-Cattin, leader politico nazionale e statista nonchè punto di riferimento per eccellenza della sinistra sociale di ispirazione cristiana. Una collaborazione iniziata alla metà degli anni ‘70 e che è proseguita sino alla scomparsa del leader piemontese avvenuta nel marzo del 1991. E, forse, è anche opportuno ricordare che proprio in questo arco di tempo e all’interno di questo preciso contesto politico ed istituzionale, Fontana è riuscito a dispiegare con grande efficacia, coerenza e rara intelligenza il suo impegno politico, intellettuale e giornalistico. Ma la fedeltà di Fontana alle ragioni e alla cultura della sinistra sociale cattolica è proseguita anche dopo il tramonto della Democrazia cristiana. Lo confermano i suoi scritti, la sua ostinata convinzione a continuare ad organizzare i tradizionali convegni di Saint Vincent della sinistra sociale Forze Nuove – anche se con un taglio necessariamente più culturale e politico e meno partitico – e il richiamo, incessante e testardo, alle ragioni e alle speranze presenti nella ricca e feconda tradizione del cattolicesimo sociale e popolare italiano.

Certo, la cosiddetta seconda repubblica ha sconvolto i connotati strutturali e costitutivi del sistema politico italiano riconducibile alla lunga esperienza che ha visto protagonista per quasi 50 anni la Democrazia Cristiana e tutto ciò che ruotava attorno a quel partito. Ma è indubbio, al di là del profondo cambiamento che ha investito la politica italiana, che uomini come Sandro Fontana hanno saputo conservare, seppur in partiti e movimenti politici molto diversi rispetto alla loro esperienza originaria, quella coerenza e quella fedeltà alle radici che poi la sub cultura populista, qualunquista e demagogica ha cancellato. E, su questo versante, Fontana – anche grazie alla sua copiosa produzione di libri, documenti, saggi e articoli – è rimasto un punto di riferimento incancellabile per tutti coloro che credono nelle ragioni, nei principi e nella cultura della tradizione del cattolicesimo sociale e popolare del nostro paese.

E, infine, il magistero civile, politico e istituzionale di esponenti cattolici come Sandro Fontana continua ad essere importante e decisivo per tutti coloro che in questa precisa fase storica intendono riproporre nella cittadella politica italiana la cultura e il progetto politico riconducibile alla tradizione e al pensiero del cattolicesimo sociale e popolare. Perchè dai “maestri” del pensiero si deve continuare a trarre quegli stimoli e quelle intuizioni che erano, sono e restano, pietre miliari per il nostro cammino politico, culturale, sociale ed organizzativo.