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L’Italia e la geopolitica

Dietro il clamore assordante delle polemiche inutili e la crescita esponenziale del disagio economico/sociale, destinato ad esplodere soprattutto se la pandemia continua, si sta svolgendo una complessa partita della massima rilevanza geopolica che vede al centro l’Italia e dalla quale dipenderà il nostro futuro più di quanto stiamo percependo.

La sintetizzo utilizzando una metafora.

L’Italia assomiglia ad una donna bellissima, dotata di fascino ed intelligenza straordinaria, ma emotivamente un po’ fragile, che sposa giovanissima un uomo ricchissimo, forte fisicamente ma arrogante e presuntuoso (l’America) di cui progressivamente si disamora riuscendo con incredibile abilità a convincerlo ad un divorzio consensuale per potere sposare un uomo solido, serio, non ricco ma benestante e soprattutto con una gran voglia di rivincita (La Germania). Senonché col passare degli anni questo nuovo marito pensa sempre più al lavoro, all’accumulazione fino a trascurare totalmente la moglie, che, invece nonostante il passare degli anni diventa ancora più bella, tanto da suscitare curiosità ed interesse fino agli estremi confini d’oriente, da dove un uomo giovane, diventato ricchissimo ma paziente e lungimirante inizia un corteggiamento spietato fatto di delicatezze ed attenzioni straordinarie (La Cina).
Ci si sarebbe aspettato che il potentissimo ed appagato marito difronte al rischio di perdere una donna unica al mondo reagisse adeguatamente ed invece niente. Solo silenzi e rimproveri! Senonché questa situazione già difficile si complica maledettamente perché inaspettatamente, sconvolto da un amore/gelosia mai del tutto sopito, il primo marito palesa senza giri di parola la ferma determinazione ad una rinnovata unione nel segno del rispetto e dei regali più straordinari.

La donna bellissima ma fragile va in tilt emotivo e all’apice della confusione pensa di chiedere consiglio ai suoi tre fratelli.

Non sappiamo cosa gli hanno consigliato ma sappiamo qualcosa di loro.
Il più giovane molto brillante ha conosciuto da poco il marito tedesco e visto poche volte il primo marito ed il giovane corteggiatore (Conte).
Il secondo invece ha studiato e fatto affari con il primo marito di cui è amico e poi ha lavorato con il secondo spesso scontrandosi (Draghi).
Il terzo, più grande, ha fatto una dura gavetta e per indole è abituato a rispettare i patti ma ama in modo unico la sorella ed apprezza il modo di fare, lo stile del corteggiatore (Mattarella).

Alla fine di questa pandemia sapremo cosa hanno consigliato alla sorella e soprattutto con chi “è finita” questa donna troppo bella e fragile per pensare di poter vivere senza un uomo.

Dal messaggio personalista di Mounier l’attualità dell’impegno per una democrazia”sostanziale”:riflessioni nel 70esimo della morte.

Come Istituto Emmanuel Mounier avevamo pensato ad un convegno da svolgersi in questo periodo per ricordare il 70esimo della sua morte avvenuta il 22 marzo 1950 a soli 45 anni,ma le vicende epidemiche ci hanno costretto a rinviare a tempi migliori l’evento.

Tuttavia non possiamo non affidare almeno a questo sito un breve ricordo del nostro amato padre del personalismo.

Nato a Grenoble il 1 aprile 1905,la sua eredità è affidata ai suoi volumi e soprattutto alla rivista “Esprit”,il cui primo numero esce nel 1932,per creare attraverso un movimento di idee in un Europa quasi del tutto fagocitata da idee totalitarie,di impegni etico-politici,di testimonianza di fronte alla grave crisi che andava delineandosi negli anni inquieti e tormentosi tra le due guerre mondiali. Paul Ricoeur,che fu uno dei più giovani collaboratori di Mounier e che ebbi l’onore da giovane allievo del compianto prof.Armando Rigobello primo Presidente Onorario del nostro Istituto,di conoscere a casa di quest’ultimo in occasione della pubblicazione presso la editrice Jaca Book del famoso”Conflitto delle interpretazioni”,,nel 1983 nel cinquantesimo della rivista scrisse un importante contributo provocatorio dal titolo “Mort le personalisme,rivient la personne”(morto il personalismo,ritorna la persona). Quale può essere oggi il significato di una simile espressione?. Si tratta di individuare prospettive e limiti nel riproporre il messaggio delineato nel primo numero di “Esprit” con l’articolo “Refaire la Renaissance” ovvero dare vita ad un “nuovo Rinaacimento”. Mounier proponeva un programma credo oggi nella società ad alto capitalismo postindustriale e postglobalizzato assai attuale:dissociare lo spirituale dal reazionario e quindi da una poltica senza afflato profetico;prumuovere un anticapitalismo,essendo la ricchezza un ostacolo alla liberazione dell’uomo ed opporsi ad una democrazia “formale” e sostanzialmente borghese e pettegola,facendo invece appello ad una “rivoluzione personalista e comuntaria”,rivolta ad instaurare una democrazia “sostanziale” in tutti i livelli della vita sociale. Riprendere questi temi e riferirli alla situazione presente comporta una conoscenza adeguata del contesto etico politico e religioso francesee della situazione della Francia tra le due guerre mondiali,ma alttettanta consapevolezza della situazione che emerge oggi dalla nostra cultura,dal nostro costume,dalle condizioni di vita,di riflessione morale e speculativa ,oltre che politica e religiosa ai nostri giorni. Come e cosa riprendere dal manifesto personalista di Mounier che divenne “certitude de notre jeunesse”?.

Martin Heidegger ad esempio nel “ripensare” la filosofia di Immanuel Kant,affermava che occorre risalire da testo al problema “originario”,il problema che è all’origine dell’impegno speculativo(cfr.Kant e il problema della metafisica,Bari,1981,p,177) Si tratta allora di cogliere l’ispirazione personalistica al di là ed oltre le soluzioni particolari che Mounier stesso ha dato alle questioni che urgevano nel contesto etico-politico in cui operava,che sarebbe per dirla ancora con Ricoeur “muore il personalismo,ritorna la persona!”,ma più propriamente muore “un” personalismo e ci si pone il problema di un personalismo perenne,di ciò che del personalismo resta valido anche nella diversità delle circostanze di fronte al vertiginoso mutamento cui assistiamo. Il personalismo perenne non connesso ad un particolare momento storico ma capace di informare di sè le più varie situazioni spazio temporali potrebbe articolarsi attorno ad atteggiamenti che sono al tempo stesso modalità etiche,forme dello spirito di spessore ontologico,in ultima istanza,metafisico,La prima cosa da fare per rendere anche il progetto filosofico politico di Mounier oggi attuale è la dissociazione dello spirituale dal reazionario che poi non è altro che una connotazione della fedeltà alla tradizione,consegnare alle giovani generazioni i valori FONDAMENTALI,liberati finalmente da ogni sovrastruttura e colti nella loro autenticità. Ma importanti sono anche “l’affrontement” e ” l’engagement”,intendendo la vita come un avventura che richiede un impegno duttile,dinamico scevro da sclerotizzazioni,il personalismo cristiano come lotta per la giovinezza nel mondo. In questo senso possiamo ricavarne l’imput per una democrazia “sostanziale”:una vita concepita come avventura implicitamente cristiana una come diceva lo stesso Mounier “puissance d’accueil”,cioè una forte disponibilità all’accoglienza al confronto con sottesa continua fraternità affinche la politica non sia “ideologia della dominanza” ma pernsiero,progetto ma soprattutto SINTESI!. In questo senso Mounier concepisce la “persona” come struttura ontologica fondata su tre dimensioni:vocazione al “relativo”,con l’implicito esercizio della contemplazione per scoprirne le dinamiche;l’”incarnazione”,attraverso l’esercizio dell’impegno e quando occorre dell’indignazione;e poi della “comunione”,con l’esercizio della osservazione e della rinuncia alla logica della prevalenza. La persona è quindi tensione globale tra queste tre dimensioni,una necessitata verso l’alto per scoprire la propria vocazione;una verso il basso per realizzarla a livello sociopolitico;una orizzantale che comportando la comunione fraterna e la donazione di sè renda ad esempio la democrazia non un vuoto ideale ma una partecipazione attiva al confronto dinamico con ogni diversità arricchente:una antropologia personalistica fonda la COMUNITA.

Non dobbiamo pensare ad una trasfigurazione utopica dell’essere personale ma una consapevolezza dei limiti che il male della reazionarietà offre all’agguato della storia deprivando la ricchezza ontologica della persona.

Il personalismo è comunque combattimento continuo verso limiti angusti imposti da regole legalistiche alla ricchezza dell’essere. e lo stesso Mounier ricordava sovente che la realizzazione completa e politicamente storica di una società personalistica e comunitaria deve restare un ideale regolativo e quando si credesse di averla attuata saremmo sul crinale pericoloso di una dittatura mascherata da buonismo,come sesso accade oggi e soprattutto a una dittatura spirituale. Questa consapevolezza permette di parlare di personalismo “perenne” e di democrazia sostanziale sul terreno politico perchè l’utopia può muovere la storia ma la storia non è un utopia e profezia e politica sono sempre presenti nelle vicende umane:profezia ma anche azione politica ,denuncia di una situazione e lotta per superarla,come fecero nell’elaborazione del codice di Camaldoli negli anni ’40 coloro che poi applicando gli elementi personalistici vi contenuti,contribuirono alla redazione della Costituzione della Repubblica italiana.. Mounier valuta le vicende storiche e l’intervento in esse come “optimisme tragique” che nasceva dalle certezze escatologiche per una vera rivoluzione comunitaria. Il personalismo deve dialogare con la fenomenologia e l’ermeneutica con necessari spostamenti di interessi e metodologie. Infatti in un articolo del 1937 su “Esprit” intitolato “Anarchie et personalisme” ammoniva che lo stato non è la nazione perchè esso è l’oggettivazione salda del diritto che scaturisce spontaneamente dalla vita dei gruppi organizzati per cui non può essere l’uomo per lo stato ma lo stato per l’uomo. L’uomo va protetto da abusi del potere e ogni potere va controllato a non decadere in abuso. La democrazia “sostanziale” che auspicava Mounier ci deve spingere in un epoca così confusa come l’attuale,ad articolare i corpi intermedi dello stato tra i quali si distribuisce la sovranità per troppo tempo accentrata nelle strutture burocratiche dello stato-nazione,una piena convivenza nella società oltre ogni differenza di religione,sesso,razza,ripudiando la guerra,formando comunità e non unioni di stati sovranazionali alle quali demandare i compiti ,cause finora di conflitti sociali e bellici,ce hanno ancora gli stati nazionali per tiportare il bene comune dove esse è violato,solo così potremmo migliorare la condizione dell’uomo nel nostro non facile tempo che ci è dato vivere.

Cesare Trebeschi: Lettera al figlio Andrea in occasione del battesimo

Questa lettera, scritta in occasione del battesimo del figlio primogenito Andrea, permette di conoscere un po’ più da vicino la spiritualità di Cesare Trebeschi, sindaco dc di Brescia negli anni ’70.

Cellatica, 1963 

Eccoti di nuovo in braccio alla mamma, Andrea: con una lampada che vorrai portare accesa e viva lungo tutta la tua strada. I tuoi genitori ti hanno portato senza esitazioni nella loro Chiesa, per farla diventare anche tua com’è stata dei tuoi nonni, senza attendere che tu potessi sceglierla “liberamente” più tardi: ti hanno dato la vita, non potevano negartene la pienezza fin dai primi giorni, proprio perché anche la tua libertà fosse più piena, e più ricca possa diventare ogni giorno che la luce ti dà maggior consapevolezza di ciò che oggi acquisti. 

Perché i tuoi genitori credono che la verità ti fa libero e ti dà gioia: la verità che tu stesso saprai cercare ogni giorno, e fare tua, faticosamente, nella carità. 

Abbi paura di una libertà infeconda, come di una verità sterile, che non ti portino ad amare, a liberare chi è intorno a te. 

“Più della servitù temi la libertà recata in dono”: vale anche per te, se non saprai conquistarla nella tua vita, liberandoti prima di tutto da ciò che muore dentro di te. 

Oggi la chiesa bianca di fiori ti consegna una veste candida; il coro luminoso dei tuoi cuginetti, tutta la tua famiglia, ti consegna una fiaccola accesa: è un giorno di gioia, soprattutto per papà e mamma. 

Questa veste candida ti restituisce oggi la tua più vera natura: come il primo Adamo, sei rinato a somiglianza di Dio; e se chi ti è intorno cerca oggi di scoprire su te lineamenti cari, tu cerca domani e coltiva su te l’immagine di Dio, di un Dio infinito. 

La tua famiglia cercherà che tu non vada nudo e solo nel mondo: una città, una lingua, una patria, una civiltà: in una cornice naturale stupenda, troverai tesori meravigliosi frutto di lacrime e sangue e lavoro di tante generazioni. Ma tu non annegare in nessuno di questi tesori: senti e vivi tutta la carica di infinito che il battesimo ha riscoperto. 

Assimila e rigenera dentro di te quanto ti sembra vivo: rispetta quanto è vivo per gli altri; onora quanto è stato vivo ieri; ma lascia cadere senza rispetti umani ciò che ha fatto il suo tempo: non precludere al tuo spirito la conquista del nuovo, non imprigionare un Dio infinito in un paese, o in un’epoca, o in una civiltà. 

Se il tuo Dio resta chiuso in una basilica sfavillante di miserabili ricchezze, scaglialo in terra lontano da te: non è più Dio, ma un vitello d’oro. 

Se il tuo Dio è alla testa di un esercito conquistatore, diserta senza paura: il vero Dio ha deposto i potenti. 

Se non ti lascia tempo per la fame dei popoli, se non ti svela la vera sete degli uomini; se non ti rimprovera quando passi indifferente vicino a chi cade, o superbo vicino a chi è caduto, quando spegni il lucignolo che fumiga, quando non piangi sulla tua città che si disperde e decompone; se vuol essere adorato soltanto sul monte Garizim1 o sui colli romani; se in un gregge ben ordinato vuol tacitare la tua ansia per l’agnello perduto; se lascia che tu gli chieda di far piovere soltanto sui giusti, o di tagliar subito la zizzania nel campo; se ti ordina di restituire occhio per occhio, dente per dente, se riduce la tua giustizia alla feroce difesa di qualche diritto, se imperioso ti ricorda cosa ti ha fatto Amalec2: abbi paura di lui e per te, Andrea, e cerca subito il vero Dio, che non hai ancora trovato. 

Non cercarlo nella legge, nella scienza, nella bellezza, nella potenza: Dio supera ogni dimensione nessun valore – altissimo che sia – può essergli comparato. 

Ma se ti guardi intorno, e vedi un artista che crea, uno scienziato che scopre, un tecnico che trova e costruisce; se vedi lo zio Franco3 dare tutto se stesso al faticoso travaglio della città nuova che nasce per te e per i tuoi fratelli: e a questo dono proprio in questi giorni, lo vedi consacrare dal consenso del popolo; 

o don Costa4, eletto vescovo per generare alla Chiesa di Cristo nuovi sacerdoti; 

o due grandi Papi5, che in un nuovo Genesi scrollando antiche incrostazioni svelano agli uomini il fascino dell’acqua sorgiva; 

o nella vita di ogni giorno, giorni grandi come quello d’oggi per papà e mamma: 

c’è in tutti questi attimi – che danno vita e vita nuova a qualcosa che ha pur in se stesso una sua ragion d’essere – una scintilla della paternità di Dio, ex quo omnis paternitas in coelis et in terra nominates6: e nella gioia di questi momenti un pallido riflesso di gaudio che in Dio ci attende. 

Dio voglia donare anche ai tuoi occhi la meraviglia, la gioia, l’entusiasmo di assistere all’esplosione della vita: l’alba in un bosco, con gli uccelli che si svegliano e richiamano l’un l’altro; il primo sole sul mare o tra le Dolomiti; una rosa che sboccia; un bimbo che sorridendo comincia a conoscere la mamma; un popolo che prende coscienza di sé; una Chiesa che ritrova la sua anima. 

Dio ti conceda di essere partecipe – teste ed artefice – di questa sua luce, di questo suo manifestarsi nel tempo e di godere la vita, di essere tu stesso in qualche modo all’origine di una vita nuova: che tu riesca a trovare una strada nuova sui monti, o a creare una varietà di fiori, o a 

scrivere un libro, a stampare le tue impronte nelle opere, o ad assaporare l’estrema dolcezza di questa paternità che oggi ci rende felici. 

Dio ti faccia trovare nella vita il germe dell’eterno, e ti aiuti a renderne gioiosa testimonianza: la tua fede non dev’essere un diaframma fra Dio e il mondo: ama con tutto il tuo cuore i tuoi fratelli che cercano Dio sulla tua stessa strada. Ma non chiudere la tua anima, non spegnere i tuoi occhi su orizzonti angusti: ama sopra tutti chi cerca l’infinito su strade diverse dalla tua, chi vede in te un limite e nella tua fede un ostacolo alla sua ricerca. 

Abbi ribrezzo di una fede tiepida, incapace di riflettersi nella vita quotidiana: ma abbi paura anche di una fede farisaica, di un angelismo non incarnato. Se credi nel Cristo che oggi ti ha redento, cerca di portarlo nel tuo tempo come messaggio di redenzione: guai se la tua fede è così alta da sotterrare il germe di speranza che la resurrezione di Cristo ha reso legittima per l’ultimo peccatore. 

Sii fedele al tuo nome, Andrea, sii uomo: il tuo programma è grande anche se disarmato – da oggi il tuo piccolo cuore è più grande del mondo – il tuo dolce destino non può essere sconvolto neanche dalla più amara sublimazione dell’odio. 

Sii fedele a questo dolce destino come chi ha portato il tuo nome prima di te: l’inferno di Mauthausen ha bruciato un corpo che già ardeva di speranza. Morte, dov’è la tua vittoria? 

L’acqua e lo Spirito Santo ti hanno dischiuso oggi una vita che non conosce la morte: possa dire anche tu un giorno lontano, nel chiudere gli occhi al tempo: oggi è un giorno di festa. 


1 Monte della Palestina dove i Samaritani eressero un tempio rivale di quello di Gerusalemme. 2 Nazione descritta nella Bibbia come nemica del popolo di Israele: lo attaccò durante la fuga dall’Egitto e perciò è considerata come un simbolo del male. 3 Franco Salvi (1921-1994), protagonista della Resistenza bresciana, eletto deputato nel 1963, stretto collaboratore di Aldo Moro. 4 Franco Costa (1904-1977), assistente nazionale della FUCI, dal 1963 vescovo di Crema e assistente nazionale dell’Azione Cattolica. 5 Papa Giovanni XXIII, Papa Paolo VI: i papi del Concilio Vaticano II. 6 Efesini 3,15: “dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome”. 

E’ stato raggiunto l’accordo sul taglio della produzione di petrolio

I paesi dell’Opec+ si sono impegnati a tagliare la produzione di 9,7 milioni di barili al giorno. Si tratta della riduzione maggiore della storia. L’accordo è giunto dopo una settimana di trattative e quattro giorni di videoconferenze.

L’accordo è stato raggiunto anche per far fronte all’impatto della pandemia da coronavirus sulla domanda di petrolio. Canta vittoria anche il Messico al termine del compromesso raggiunto in quanto potrà ridurre la sua produzione di 100 mila barili al giorno, molto meno di quanto chiesto all’inizio. Il Messico rivaluterà la sua posizione dopo due mesi dall’entrata in vigore dell’intesa. Gli Stati Uniti, il Brasile e il Canada contribuiranno con un taglio complessivo di 3,7 milioni di barili.

Determinante per l’intesa sembra sia stata la mediazione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump che, per facilitare un accordo, ha avanzato la possibilità di conteggiare il taglio della produzione degli Stati Uniti come una riduzione del Messico.

La Spagna prova a ripartire

Dopo due settimane di serrata totale, oltrepassato il picco dell’epidemia, dal 13 aprile la Spagna prova a ripartire riaprendo alcune attività “non essenziali”.

A riaprire, seppur con rigide misure di igiene e sicurezza, sono settori come l’edilizia, l’industria e alcuni uffici. Restano chiusi per il momento scuole, cinema e teatri, ristoranti e bar.

La parziale ripartenza è stata voluta dal governo guidato da Pedro Sanchez, ma è stata contestata da molti operatori sanitari e da alcune forze politiche e amministrazioni territoriali, come ad esempio la Catalogna.
La riapertura prevede misure stringenti nei posti di lavoro come distanziamento, uso di disinfettanti e mascherine. Nelle strade sono stati attivati controlli speciali e sui mezzi pubblici vengono distribuite gratuitamente 10 milioni di mascherine per chi non può andare al lavoro con mezzi privati.

Anche se Sanchez ha chiarito che “non siamo entrati nella fase 2” post-emergenza e che il “confinamento generale” sarà ancora la regola. La “de-escalation”, ha detto, sarà “progressiva e molto cauta”.

Coronavirus, Viminale: 10 milioni di controlli in un mese

Durante il weekend di Pasqua le Forze di polizia hanno rafforzato i controlli su tutte le arterie stradali e ferroviarie per scongiurare gli spostamenti delle persone e mantenere il rispetto delle misure di contenimento contro la diffusione del Covid-19. Nei primi due giorni di Pasqua, fa sapere il Viminale, sono state controllate 582.425 persone e 183.696 attività e sono state sanzionate 23mila persone, sanzioni anche per 400 esercenti.

Nella giornata di ieri, 11 aprile, sono state sottoposte a controllo 280.717 persone e sono stati verificati 89.931 tra esercizi commerciali e attività. Le sanzioni amministrative inflitte ai cittadini che non hanno rispettato le misure di contenimento per l’emergenza Covid-19 sono state 12.514.

Sono state denunciate 104 persone per falsa attestazione o dichiarazione e 53 per violazione dell’obbligo di quarantena.

I titolari di esercizi commerciali sanzionati sono stati 179, le chiusure di attività 35. Nel complesso, dall’11 marzo all’11 aprile 2020, sono state controllate 6.762.858 persone e 2.771.115 attività.

Coronavirus: Israele mette a punto un metodo che consentirà di individuare “da lontano” i sintomi della malattia.

Alcuni ricercatori della Bar Ilan University di Israele, hanno sviluppato un metodo che consentirà di individuare “da lontano” i sintomi della malattia.

Si tratta di un dispositivo che permette di rilevare, anche a decine di metri distanza, i cambiamenti nella motilità dei tessuti provocati dal Covid-19. Può identificare sintomi come il ronco lungo (segno di ostruzione bronchiale, ndr), la febbre e la diminuzione della saturazione dell’ossigeno nel sangue.

Secondo il team, le capacità del nuovo metodo di diagnosi a distanza possono ridurre il rischio di infezione del personale medico.

In un altro studio della stessa università israeliana, i ricercatori stanno lavorando allo sviluppo di anticorpi che possano essere iniettati come vaccino passivo anti-coronavirus. La creazione dei nuovi anticorpi è fatta “mappando” gli anticorpi dei pazienti guariti.

Mons. Bruno Forte: “Bisogna ripartire dal piccolo, dal povero, dall’umile.”

Arcivescovo, in un saggio dedicato alle derive critiche della post-modernità Ella ha utilizzato alcune suggestive metafore per leggere e capire i segni dei tempi: il naufragio come condizione dell’uomo postmoderno, la liquidità dell’esistenza come assenza di punti di riferimento, l’assemblaggio della nave come meticciato di compresenze diverse e infine la navigazione, come necessità di definire la rotta. Può riassumere il senso complessivo della Sua riflessione?

Il tema era “Pensare la crisi”. Ora, la crisi che stiamo vivendo nel “villaggio globale” è talmente complessa che pensare di definirla in termini rigorosi mi appare un compito assolutamente impossibile: ecco perché ho scelto di usare alcune metafore. Anzitutto quella del naufragio, cara ad Hans Blumenberg, che ha voluto in essa descrivere la condizione post-moderna: mentre il testo di Lucrezio a cui Blumenberg si rifà – quello dello spettatore che dalla terra ferma guarda in lontananza il naufragio – è indice della sicurezza dell’uomo “classico” di stare con i piedi per terra a guardare il naufragio lontano, la condizione post-moderna è al tempo stesso quello dello spettatore e del naufrago, del loro identificarsi. Ecco perché l’immagine di Blumenberg – che segnala la crisi di tutti gli ancoraggi e tutti i riferimenti sicuri e assoluti- si collega direttamente all’altra, usata dal sociologo Zygmunt Bauman, della ‘modernità liquida’ dove non ci sono più ancoraggi o certezze, dove sembra che tutto sia fluido.

Eppure, sia Blumenberg che Bauman cercano in questo mare della insicurezza post-moderna la possibilità di una ulteriorità: costruire, assemblare con tavole che forse provengono da altri naufragi, una barca con cui continuare il viaggio. È questa la condizione nella quale ci troviamo e questa barca da assemblare ha bisogno certamente anzitutto dell’assunzione delle diversità, di una sorta di meticciato in cui le identità possano convivere. Sappiamo quanto ciò sia importante anche per il nostro presente in Italia. Insieme a questa operazione di assemblaggio c’è bisogno di una rotta, di una guida nella navigazione, di una sorta di codice cui ispirarsi tutti per orientare il cammino. Ecco perché l’approdo della mia riflessione sul ‘pensare la crisi’ era ed è la necessità di trovarsi intorno ad un riferimento etico che sia ispirativo per tutti e che si fondi su quella centralità della persona umana nella sua dignità assoluta e infinita che proprio il personalismo di ispirazione cristiana ha consegnato al mondo come patrimonio irrinunciabile, e che è la fonte ispirativa anche della nostra Costituzione repubblicana.

Insomma, nel grande mare della liquidità post-moderna occorre ritrovare il valore infinito della persona, dell’uomo immagine di Dio, e ritrovarsi in una fraternità di persone che si riconoscono accomunate davanti al Padre-Madre celeste di tutti: è il progetto che dobbiamo perseguire se vogliamo uscire dalla crisi.

Non Le sembra che la teoria della cosiddetta ‘società complessa’ sia un buon alibi della cultura contemporanea, incapace di tracciare vie d’uscita rispetto a questa crisi di valori forti e identitari?

C’è complessità e complessità. Se per società complessa intendiamo semplicemente un assommarsi di elementi disparati senza alcuna possibilità di coordinamento e di orientamento, questa teoria non riesce a spiegare e superare la crisi, ma ne resta sommersa. Se invece nella complessità tentiamo l’opera dell’assemblaggio, e soprattutto tentiamo di individuare la rotta della navigazione, ecco allora che la complessità da grande sfida diventa anche la grande possibilità, la grande promessa. È esattamente questo il momento storico in cui ci troviamo: tra gli eventi del 2001 e ciò che ad essi è seguito, fino alla ricerca di nuovi possibili dialoghi nel villaggio globale, la grande sfida, cui nessuno ha il diritto di sottrarsi – soprattutto chi ha responsabilità nei confronti degli altri – è quella di ritrovarci a cercare questo comune codice etico, che ci aiuti a leggere la complessità e a decifrarla per progettare l’assemblaggio, costruttivo di un mondo migliore per tutti.

Mi pare che il rapporto tra parola e silenzio sia uno degli aspetti da approfondire con più  avvertita consapevolezza. Credo infatti che sia importante riscoprire il valore della parola come risultato del silenzio, del pensiero e della riflessione: nell’assordante e sovrastante vociferare collettivo le parole si sono infatti allontanate dalla loro storia perdendo il loro originario significato. Parlare ha senso se si dicono cose sensate: non Le sembra che nel linguaggio contemporaneo il ‘logo’ stia sempre più sostituendo il ’logos’?

Non è difficile constatare che siamo in un’epoca di declino della parola. Dopo il tempo delle parole come ‘pietre’, care all’ideologia rampante, sembra che oggi la parola si sia indebolita, cedendo il posto all’immagine, alla vibrazione, all’effetto immediato, alla profluvie verbale. Ora, per riscoprire la centralità della persona, per ricostruire la nave e orientarla nel mare della storia, ciò che è assolutamente necessario è stabilire relazioni autentiche. Queste relazioni hanno bisogno della parola, non di una qualunque parola, ma di quella che sappia essere frutto di un prolungato ascolto, che sia dunque anche carica di silenzio, di accoglienza dell’altro penultimo e dell’altro ultimo, che è il mistero santo di Dio. È allora che la parola ritrova la sua forza, una parola – vorrei dire – tra due silenzi: il silenzio dell’ascolto di Dio e degli altri e il silenzio della vita vissuta, in cui la parola diventa testimonianza e impegno credibile.

Mi piacerebbe approfondire con Lei il tema del silenzio: non luogo della rinuncia e dell’inazione ma occasione di riflessione, mitezza, ascolto, incontro e dono. Quanto pesa questa assenza del silenzio nella nostra formazione personale, direi già a cominciare dai banchi di scuola? Oggi tutto è accumulazione, riempimento, occupazione di tempi e di spazi. Penso ad una metafora del poeta Bertolucci: quella dell’assenza come più acuta presenza. Penso ancora ad Heidegger: ‘l’uomo è la sentinella della silenziosa quiete del transito dell’ultimo Dio’. In quel brivido di silenzio possiamo dunque avvertire meglio la presenza di Dio?

Nel cristianesimo delle origini ci fu un tempo in cui Dio Padre – in rapporto al Figlio Parola eterna – veniva chiamato ‘Silenzio’ (Sighè). Ne è testimone Ignazio di Antiochia in diverse delle sue lettere. Poi il timore del sapore gnostico di questa parola portò la comunità cristiana a rinunciarvi. Tuttavia mai nella tradizione mistica è mancato un riferimento al silenzio divino, che non è il silenzio del mutismo, ma quello della sovrabbondanza della parola, della infinita ricchezza dell’esperienza dell’amore. È in questo senso che il silenzio di Dio va recuperato nel nostro vissuto umano, etico e spirituale. E va recuperato non solo come luogo dell’ascolto, ma anche come spazio dell’affidamento: Dio non è la risposta facile alle nostre domande, ma la custodia del senso di cui tutti abbiamo bisogno per vivere e per morire. Di fronte ad una sfida come quella del recente terremoto in Abruzzo, alla tragedia di queste vite spezzate, di queste esistenze che hanno perduto tutto, dov’è Dio? Ecco la grande domanda che non possiamo non porci e che sempre peraltro il pensiero si è posto:basti pensare al poema di Voltaire di fronte al disastro di Lisbona del 1755.

La risposta non si trova certamente nella negazione di Dio o nella affermazione di un Dio ‘castigatore’, di un Dio onnipresente nel senso del giudizio o della vendetta, bensì nella testimonianza di un Dio vicino, che accoglie le vittime e le custodisce nel suo amore e che sa anche stare vicino ai sopravvissuti e rigenerare in loro la fiducia e la speranza. È il Dio della rivelazione compiutasi in Cristo, il Dio che è amore. 

I miti dell’efficienza e dell’efficacia hanno soppiantato le ideologie, anche nella loro gratificante gratuità. È  questa l’epoca del ‘faire et en faisant se faire’, cioè dell’essere solo per quel che si fa piuttosto che per quello che si è?In che modo si può rimettere l’uomo, la persona, la vita stessa  al centro dei valori da condividere, per dialogare e capirsi?Quali sono i tratti di un nuovo e possibile umanesimo?

Credo che il passo fondamentale sia ritrovare il senso della verità in ogni cosa. Una verità che è innanzitutto essere fino in fondo se stessi ed esserlo in un progetto che ci trascende e ci supera, a cui possiamo dare senz’altro il nome di ‘vocazione’. Quando l’uomo si sforza di essere nella verità, di essere veramente in questo progetto secondo la chiamata di Dio, ecco che la libertà e – al tempo stesso – la necessità del dono di sé agli altri vengono a coniugarsi. La responsabilità è il risultato di questa coniugazione: abbiamo bisogno di un’umanità di donne e uomini responsabili, a partire da questa risposta da dare, da questo ‘pondus’ da portare insieme gli uni per gli altri, dunque da questa verità delle relazioni e dei rapporti, che in ultima analisi si fonda sulla relazione di ciascuna creatura al suo destino trascendente, in cui la verità si fa storia, carne e diventa vita della nostra vita. La rivelazione di questa verità, dell’eterno entrato nel tempo, dell’assoluto che illumina la storia, è la rivelazione del Dio fatto uomo per noi. Ecco perché il cristianesimo ha ancora una straordinaria potenzialità da svelare al mondo di oggi, agli uomini e alle donne della post-modernità, per ritrovare il senso e la gioia di esistere, ma anche la dignità del compito e la responsabilità della chiamata a cui corrispondere.

L’autorealizzazione del singolo, dell’individuo è sempre stato un mito di inizio secolo, mi pare che anche la nostra sia la società del ‘tutti contro tutti’, della competizione e delle prove di forza. C’è chi vince, ma c’è anche chi perde: quali costi umani e sociali hanno questi conflitti? Non Le sembra che manchi alla nostra epoca il cemento del ‘bene comune’?

Il fondamento dell’idea di bene comune, nella prospettiva del personalismo cristiano, non può che essere la dignità infinita di ogni essere umano, soprattutto del più debole. Dunque, bisogna ripartire dal piccolo, dal povero, dall’umile, dai suoi bisogni che sono i suoi diritti verso di noi. Bisogna riconoscere l’altro non come concorrente o avversario, ma come dono, come promessa cui va data risposta nell’amore: è solo allora che il bene comune si illumina del suo senso più profondo. Non si tratta di un bene maggiore a vantaggio di un tutto astratto, si tratta invece di un bene che realizza la persona umana in tutte le sue potenzialità, ad ogni livello, a cominciare da quello di chi meno ha ricevuto, ha meno possibilità ed è più esposto alla tirannia del tempo e allo  sfruttamento dell’altro. Quando l’idea di bene comune saprà essere coniugata nei fatti e nelle scelte alla promozione di tutto l’uomo in ogni uomo, alla garanzia e alla custodia dei diritti dei deboli, allora il bene comune manifesterà tutta la sua straordinaria potenzialità come orizzonte di senso su cui impegnarsi e questa – peraltro – è la grande ispirazione della dottrina sociale della Chiesa, ma è anche l’ispirazione di quel personalismo di ispirazione cristiana che sta alla base della nostra Costituzione Repubblicana, attraverso il Codice di Camaldoli che entrò nello spirito costituente come carta fondamentale della convivenza civile nel nostro Paese.

Ho letto infatti che Lei ha auspicato una rilettura della Costituzione del 1948 e del Codice di Camaldoli del 1943, come strumenti per tracciare la giusta rotta alla navigazione del nostro tempo. Trovo che sia un’intuizione importante, un richiamo forte ai valori del dialogo e della coesione sociale. È  questa la bussola per riprendere il cammino?

Direi che lo è in una doppia prospettiva. Lo è in prospettiva civile, nel senso che in questa bussola condivisa nel testo costituzionale, composta dalle grandi anime che vi confluirono, da quella cristiana a quella liberale a quella socialista, in questa comune ispirazione, fu possibile riavviare il nostro Paese dopo la guerra, operare la straordinaria ricostruzione fisica e morale di cui esso aveva bisogno. La Costituzione Repubblicana, in questo tessuto di valori, resta una carta fondamentale e irrinunciabile per tutti, credenti e non credenti, ed ha dunque un valore civile al quale nessuno di noi deve rinunciare.

Insieme a questo, il cristiano non può non ritrovare nel personalismo che ispira il dettato costituzionale una singolare presenza del dono ricevuto dal Dio di Gesù Cristo: il fatto che Dio si sia fatto uomo e sia morto sulla croce come uno di noi, ‘singolo’ come direbbe Kierkegaard, ci fa capire quanto è grande e infinito il valore di ogni essere umano, quale che sia la sua storia o il suo bagaglio di possibilità. Penso alla dignità del clandestino, dell’immigrato, dell’anziano, dell’ammalato o del giovane senza prospettive sicure di futuro: tutto questo ci interpella proprio a partire da ciò che ha costituito l’anima più profonda della nostra storia e della nostra identità in Europa, a cominciare dalle radici ebraico-cristiane  e dal loro incontro fecondo con l’humus latino e con la cultura greca. Abbiamo bisogno di ritrovare tutto questo perché nella liquidità di questa post-modernità incerta, fluida, disorientante, dobbiamo riassemblare le tavole della nave per riprendere la navigazione sulla rotta del codice etico che Dio ha scritto nel cuore degli uomini. Credenti e non credenti potranno allora lavorare insieme per il bene comune in questo villaggio globale.

Il divorzio Tesoro-Banca d’Italia, la tassa da inflazione e il debito pubblico.

Il dibattito aperto sulle conseguenze del “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia impone qualche considerazione, soprattutto se la valutazione complessiva porta  a sostenere che “ il divorzio fu un colpo di mano in spregio delle istituzioni democratiche è facile rispondere che nessun parlamento aveva mai autorizzato quell’enorme scippo di risorse ai danni dei risparmiatori che lo Stato attuò negli anni settanta con la tassa da inflazione”.
Perche il Parlamento aveva autorizzato la tassa da inflazione con la grande fiammata inflazionionistica  tra l’estate 1946 e l’autunno 1947 quando i prezzi raddoppiarono portando a circa il 50 per cento il coefficiente di aumento rispetto a prima della guerra?  In una situazione come quella del primo dopoguerra del secondo conflitto mondiale, in cui le banche detenevano ingenti riserve liquide, ma con le strozzature della carenza di materie prime e fonti di energia e trasporti disastrati.
Quell’inflazione provocò un drastico abbattimento del valore reale del debito pubblico e dell’indebitamento delle imprese.

Quella azione di stabilizzazione portata avanti dalla Banca di Italia e da Donato Menichella portò frutti innegabili negli anni successive. Uomini come Menichella e Carli avevano idee e inventarono strumenti. Menichella, con  la missione con De Gasperi  negli Stati Uniti, insieme con Carli e Campilli, nascosta come discorso a Cleveland,  determinò  prestiti per 231 miliardi. Per Menichella, parlando all’ABI, i prestiti dovevano essere a 25 anni, con i primi anni solo rimborso di interessi, senza rimborso di capitale. (Questo solo come termine di paragone rispetto alle misure indicate nel decreto liquidità) .

Carli inventò il Mediocredito centrale e i mediocrediti regionali; c’erano le banche pubbliche i certificati di deposito con la raccolta delle Bin allo 0,50 che servivano a Mediobanca per finanziare il sistema industriale.
Questo per memoria. Torniamo agli anni settanta. Come si puo’ dimenticare che l’onda della spesa pubblica si ebbe per il consenso politico, sindacale, confindustriale a cui si è aggiunto spesso l’effetto di sentenze della magistratura, corte costituzionale compresa, con impatti devastanti sul bilancio! Per non parlare del sistema delle indicizzazioni per i lavoratori e per i pensionati  dopo  l’accordo Lama –  Agnelli del 1975.
Le conseguenze del cosiddetto “divorzio” Tesoro-Banca d’Italia  derivarono da un aumento dei tassi di interesse reali, che contribuirono alla crescita del fabbisogno del Tesoro quando ormai il finanziamento dipendeva dal mercato.

Quella decisione  sul divorzio fu presa con una lettera a Ciampi del 12 febbraio 1981, che rispose il 6 marzo. Gianni Goria nella richiesta al Parlamento della anticipazione straordinaria di 8.000 miliardi disse che:”l’intervento restituiva flessibilità al Tesoro, ma non affrontava le cause del disavanzo”. La decisione fu presa “ senza consenso politico” come riconobbe Andreatta dieci
anni più tardi. “Gli effetti del divorzio non sono quelli sperati” riconoscerà Mario Draghi nel 2007.
Errore politico degli anni ottanta fu di puntare sulla capacità della crescita di finanziare il debito.  Il bilancio pubblico ha accentuato la pace sociale. La spesa pubblica passò dal 34 per cento del Pil nel 1970 al 55 per cento del Pil nel 1985. Il livello del debito lievita dal 59 per cento del 1980 all’84 per cento nel 1985. La spesa per interessi cresce dal 5,3 a quasi il 10 per cento del Pil.

Non va poi dimenticato che nel 1985 il 40 per cento dei titoli erano posseduti da banche e istituti di credito. Il 57 per cento degli utili Fiat e il 62 per cento degli utili Olivetti per il 1984 venivano da titoli di stato ci ha ricordato Napoleone Colajanni nei suoi scritti.
Quando in gennaio 1983 il Tesoro chiese l’anticipazione straordinaria alla BI per 8.000 miliardi i tassi veleggiavano sul 18 per cento. Nel 1986- 1987 la spesa per interessi raggiunse l’ 8, 2 per cento del Pil rispetto al 4,5 del 1981. Nell’imminenza della crisi finanziaria del 1992 il tasso di sconto si cifrava al 11,5 per cento. Nino Galloni ha ricordato l’importanza degli investimenti sia pubblici che privati peraltro di poche grandi imprese. Sappiamo bene la spinta demolitrice verso le Partecipazioni Statali in nome di liberalizzazioni senza regole!

Quando in Francia nel 1925-26 si verificò la crisi nel collocamento dei titoli vi furono emissioni al 7 per cento che furono un successo. Fu creato un fondo di ammortamento con la devoluzione di importanti entrate come reddito dei monopoli del tabacco, le imposte di successione e proprietà.  Le spese di ridussero da 58 md a 34 md.
Nella esperienza italiana ricordiamo la rendita Italia 5 per cento del 1935, regio decreto n. 60/34,  Ministro delle Finanze Jung.

Nel caso italiano in una economia aperta e globalizzata con un debito collocato per il 50 per cento ad investitori internazionali o a non residenti non vi è un “trasferimento dalla mano destra alla mano sinistra” ma da un paese ad altri, come era in passato per l’Italia con un debito tutto domestico. Il Paese diviene più povero se paga l’interesse con un trasferimento di ricchezza verso l’esterno, di qui l’errore di non avere affrontato il problema del debito in una fase economica più favorevole attraverso quelle misure come contenimento della spesa corrente dal lato della  spesa militare, e delle entrate con la dismissione di beni patrimoniali.

Ora se rompi i ponti con l’Europa e sogni di fare da solo, devi fare un piano finanziario che non può poggiare su un modesto contributo di solidarietà, ma con un robusto Piano Italia di titoli di stato  a lunghissimo termine che mobiliti la ingente liquidità degli italiani a tassi remunerativi. Per raggiungere questo obiettivo  c’è bisogno di credibilità della classe dirigente e soprattutto di idee ricostruttive. Purtroppo non abbiamo né De Gasperi, nè Menichella.

L’Italia di fronte alla pandemia: programmiamo la ripresa.

Tendo a pensare che – al di la dei singoli interventi e previsioni di riapertura – già iniziare a ragionare a 12-18 mesi sarebbe un passo in avanti invece di vivere alla giornata (o, peggio, secondo il ritorno di gradimento politico di brevissimo termine).

Ragionare a 12-18 mesi permetterebbe, presumibilmente (poi in Italia, purtroppo, la caciara la fa sempre da padrone), di allineare i vari attori istituzionali e intermedi su una direttrice di pensiero dove gli interventi di gestione della crisi contingente, della riapertura progressiva di breve e medio periodo – che comunque richiederà un coordinamento forte altrimenti rischiano di essere sforzi vani – sono intersecati con quelli di ricostruzione e rilancio di medio-lungo (da infrastrutture, a scuola/ricerca, e così via).

Permetterebbe in questo senso (sempre con il caveat della caciara) di legiferare in maniera più adeguata tenendo la barra (più) dritta sulla direttrice del generale rinnovamento del Paese che tende ad essere troppo spesso oggetto di discorsi bellissimi, ma poi svanisce nella concretizzazione (per non dire implementazione) delle proposte.

In generale, permetterebbe più realismo e ragionevolezza sul fattore ‘tempo’ che altrimenti continua nel suo ‘fugit’.
La Germania ha una capacità di gestione del sistema – a partire della ICU – che non è comparabile. Possiamo anche decuplicare i ventilatori o le strutture, ma gli operatori sanitari richiedono tempi di addestramento su strutture e macchinari stessi che sono solo in parte comprimibili.
Anche se non mi piace l’analogia della guerra, un conto è andarci con soldati e armamenti ben addestrati e organizzati, un altro tentare di resistere ad un’invasione pesante pensando di addestrare in pochi giorni contadini e impiegati all’uso di un qualche numero limitato di nuovi armamenti faticosamente prodotti di notte in fabbriche riconvertite in quattro e quattr’otto.

Un po’ di pianificazione di medio-lungo aiuta a prescindere. Se poi le cose vanno meglio – ad esempio arriva un vaccino e/o una terapia efficace, meglio!

Peraltro, non è mica detto la situazione non evolva anche in Germania (per quanto implausibile).
Ne abbiamo già vista troppa di hybris internazionale di paesi (UK rings a bell…) che hanno guardato sin da subito l’Italia come ‘causa del suo mal’, per poi doversi ricredere all’improvviso.

E i dati dicono che l’Italia, al di fuori della Lombardia, e pur con tutto il modo confusionario che abbiamo visto tutti, si sta comportando non male (decisamente meglio di UK).
Cioe’, se si escludono i numeri della Lombardia, e correggendo anche semplicemente per popolazione e per stadio di diffusione, il resto del Paese è in situazione decisamente diversa e migliore di molti altri paesi.

Penso, sin dall’inizio, che in prospettiva storica l’Italia finirà a metà della classifica dei ‘peggiori’, non in testa.

Buona Pasqua

Carissimi, domani sarò con voi e ne approfitterò per rinnovare gli auguri che oggi formulo di cuore, associandoli a questa bella poesia di Manzoni, retaggio dei nostri ricordi di scuola. Buona Pasqua.

Resurrezione 

E’ risorto: il capo santo
più non posa nel sudario
è risorto: dall’un canto
dell’avello solitario
sta il coperchio rovesciato:
come un forte inebbriato,
il Signor si risvegliò
Era l’alba; e molli il viso
Maddalena e l’altre donne
fean lamento in su l’Ucciso;
ecco tutta di Sionne
si commosse la pendice
e la scolta insultatrice
di spavento tramortì
Un estranio giovinetto
si posò sul monumento:
era folgore l’aspetto
era neve il vestimento:
alla mesta che ‘l richiese
dié risposta quel cortese:
è risorto; non è qui.

Alessandro Manzoni

Il Papa all’Europa: “Non è tempo di egoismi”.

Il Papa durante la benedizione Urbi et Orbi, pronunciata, per la prima volta nella storia, dai cancelli dell’Altare della Confessione, all’interno della Basilica vaticana sollecita l’Europa  per la “sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro, ma quello del mondo intero.  Non si perda l’occasione di dare ulteriore prova di solidarietà, anche ricorrendo a soluzioni innovative. L’alternativa è solo l’egoismo degli interessi particolari e la tentazione di un ritorno al passato, con il rischio di mettere a dura prova la convivenza pacifica e lo sviluppo delle prossime generazioni”.

E poi pensando al mondo aggiunge: “In considerazione delle circostanze, si allentino pure le sanzioni internazionali che inibiscono la possibilità dei Paesi che ne sono destinatari di fornire adeguato sostegno ai propri cittadini e si mettano in condizione tutti gli Stati, specialmente quelli più poveri, di fare fronte alle maggiori necessità del momento, riducendo, se non addirittura condonando, il debito che grava sui loro bilanci”.

Il Signore della vita… doni protezione ai tanti migranti e rifugiati, molti dei quali sono bambini, che vivono in condizioni insopportabili, specialmente in Libia e al confine tra Grecia e Turchia, non voglio dimenticare l’isola di Lesbo. Permetta in Venezuela di giungere a soluzioni concrete e immediate, volte a consentire l’aiuto internazionale alla popolazione che soffre a causa della grave congiuntura politica, socio-economica e sanitaria”.

L’arresto dello sviluppo italiano dopo gli anni ‘70. Ora si riaprono i giochi per la fine del globalismo selvaggio.

Leggo con interesse – su “Il Domani d’Italia” del 10 Aprile u.s. – la sintesi curata da Giampaolo Galli, sul tema del divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia (1981), dell’Osservatorio CPI di cui è principale referente il prof. Cottarelli.

Benchè l’intento di tale sintesi sia, esplicitamente, quello di confutare aspetti importanti di quello che sembra esser diventato un cavallo di battaglia del cosiddetto sovranismo italiano, molte delle considerazioni in essa contenute appaiono ragionevoli e condivisibili. E, proprio per questo, meritevoli di svariati approfondimenti.

Così, è giusto sottolineare il collegamento con la svolta del 1979, che non fu solo l’architettura del Sistema monetario europeo (il successore del cosiddetto Serpente, ormai defunto), ma soprattutto il logico collegamento con il G7 di Tokyo, dove venne abbattuto l’ultimo baluardo di Bretton Woods (1944): da quella data nessun Paese avrebbe potuto godere della solidarietà degli altri per riequilibrare la propria bilancia dei pagamenti (svalutazioni e rivalutazioni monetarie, prestiti a tassi non di mercato, ecc.). Quindi, ad esempio, chi avesse avuto un deficit commerciale, avrebbe dovuto attirare capitali (perciò questo mercato venne liberalizzato) dall’esterno, offrendo tassi di interesse invoglianti: così, i Paesi forti esportatori – non dovendo più rivalutare – si rafforzavano e quelli deboli si indebolivano: va da sè che questo modello poco solidaristico saltò poco dopo con la crisi dello SME stesso (Settembre 1992).

Orbene, alla fine degli anni ’70, l’Italia importava fonti energetiche per quasi il 25% del PIL (oggi il 3%) e si parlava di non rispetto del “vincolo estero” quando, date le esportazioni, le crescita tumultuosa del PIL (in questo eravamo i n.1 al mondo) portava i consumatori a scegliere più prodotti di importazione, sorretti da una spesa pubblica generosa e da retribuzioni in continua crescita.

Una delle ragioni della stretta sulla spesa pubblica (perché di questo si trattava, in buona sostanza) poteva essere giustificata dal fatto che bisognasse limitare le importazioni non necessarie, ovvero quelle agevolate dalla crescita della domanda effettiva.

Tuttavia, covava anche una rabbia contro la classe politica di allora, corrotta e clientelare, democristiana e socialista: gli ambienti benpensanti (dai liberali ai comunisti, dalla sinistra “politica” della stessa DC ai radicali di varia estrazione) pensarono di punire quella cultura spendaiola sottraendo alla classe politica della prima Repubblica, il potere più importante, quello di decidere (di far crescere) gli investimenti pubblici.

E’ anche vero che, così l’Italietta finanziaria del mattone piuttosto che del conto corrente o del materasso, si sdoganava verso i famosi “bot people” e che, con i più alti tassi di interesse, diventassimo – addirittura il benchmark mondiale – dell’allora in gran spolvero mercato obbligazionario dei titoli destinati agli emergenti investitori istituzionali, soprattutto americani.

Tuttavia, l’orizzonte temporale delle imprese si accorciò, diminuirono non solo gli investimenti pubblici, ma anche quelli privati perché si faceva meno fatica a comperare – con i profitti – titoli che rendevano il 7% una volta depurati dall’inflazione che combattere con mercati, lavoratori, sindacati, tasse e banche.

Fin da subito, Federico Caffè mi disse che si era trattato di un “errore gravissimo, da sottolineare due volte con la matita blu”: “Speriamo, aggiunse, che non buttino via il bambino con l’acqua sporca”. Sei anni dopo – due o tre giorni prima di scomparire – mi disse: ”Hanno buttato via il bambino con l’acqua sporca”. Con gli oltre trent’anni successivi di esperienza politica e soprattutto amministrativa, posso affermare che il bambino (vale a dire lo sviluppo economico) l’abbiamo buttato via, ma l’acqua sporca (la corruzione) ce la siamo tenuta…

E veniamo all’inflazione. E’ vero, come si dice nella sintesi esaminata, che essa rappresentava una tassa: ma ingiusta soprattutto dal punto di vista dei creditori non indicizzati. In realtà, il Paese degli anni ’70 – terrorizzato dall’inflazione – stava crescendo come mai nella sua storia recente e la nostra manifattura stava diventando la prima al mondo (forse allora non c’erano i sovranisti, ma la loro – ipotetica  – unica ricetta sarebbe stata dazi sulle importazioni e nessuno riteneva utile una cosa del genere).

E’ vero, quindi, che siamo stati fermati per ragioni soprattutto internazionali (ma non voglio spingermi oltre, in questa sede): di qui, oggi, l’argomento “sovranistico” di critica del divorzio e delle sue conseguenze: una posizione, quindi, di mera ricostruzione storica.

Ma cerchiamo di completare il presente ragionamento – se il lettore ha ancora la pazienza di andare avanti – con la dinamica della spesa pubblica dopo il fatidico divorzio.

Come hanno dimostrato – oltre ogni ragionevole dubbio – gli autorevolissimi studi del prof. Giuseppe Alvaro, la spesa per prestazioni, funzionamento istituzionale, ecc. (in termini di PIL, ovviamente) non è variata durante il decennio successivo; quella per investimenti è crollata (e così si è ottenuto il peggioramento della “qualità della spesa” stessa); quella invece per interessi è cresciuta in modalità esponenziale spingendo il debito pubblico a raddoppiare e superare il PIL.

Non aveva avuto ragione Caffè?

Ma, amici antisovranisti, ecco una mia previsione che vi rallegrerà: come la fine dell’economia della solidarietà, per dare spazio al liberismo più sfrenato, spiazzò i partiti liberali; come la caduta del muro di Berlino spiazzò i partiti anticomunisti moderati; così, l’attuale crisi della globalizzazione spiazzerà i sovranismi egoistici. E sapete perché? Perché si sta per aprire un’era contraria ai conflitti, dove il rispetto del vicino prevarrà sull’esigenza di imporre una volontà intransigente all’interno, dove la fine della mondializzazione selvaggia incoraggerà forme di localismo pacifico, reciproco e non aggressivo.

Sassoli, un leader politico.

Dice spesso Guido Bodrato, citando Tocqueville, che quando c’è un progetto politico chiaro e definito, “un leader lo si trova per strada”. Apparentemente una riflessione semplice, nonchè coraggiosa, pronunciata in un contesto dove vanno di moda i capi, i guru e gli improvvisatori. Anche perchè non si può non essere d’accordo con l’indimenticabile Mino Martinazzoli quando, a metà degli anni duemila, ricordava che la differenza tra “la prima e la seconda repubblica è molto semplice. Nella prima c’erano i leader politici mentre nella seconda ci sono solo più i capi politici”. E Mino non ha fatto in tempo a conoscere i cosiddetti capi politici della stagione nata dopo il 2013 e culminata con le elezioni del 2018 con gli attuali vertici dei 5 stelle e via discorrendo…. 

Ho voluto citare questi due piccoli episodi perchè, anche in un contesto come quello che stiamo vivendo, caratterizzato da una drammatica emergenza sanitaria, possono decollare elementi che fanno sperare per il tanto decantato “dopo emergenza”. Almeno sul versante politico. E cioè, leader politici che senza enfasi, senza fanfare, senza propaganda e, soprattutto, senza ricorrere all’improvvisazione, sanno imporsi all’attenzione della pubblica opinione. È il caso, e lo dico senza alcuna piaggeria, di David Maria Sassoli, attuale Presidente del Parlamento Europeo. Le prese di posizione di questi ultimi tempi, compresa la recente intervista rilasciata a Repubblica sulla cosiddetta trattativa con l’Europa da parte del governo italiano per attrarre nuove risorse finanziarie al nostro paese capaci di affrontare la dura emergenza sanitaria ed economica, confermano sostanzialmente 3 aspetti essenziali e costitutivi della nuova leadership politica. E cioè, competenza, coerenza e cultura politica. Sono tre elementi che, al netto del giudizio che si può dare sulla persona in questione, definiscono le future leadership politiche che non potranno più prescindere da queste caratteristiche.

E sono anche caratteristiche che in una fase di profonda e comprensibile confusione, nonchè di marcata transizione, trovano anche nella tradizione cattolico democratica e cattolico popolare un ancoraggio certo e sicuro. Non alla ricerca di virtuali e grotteschi “partiti cattolici” ma, al contrario, alla definizione di un progetto politico che sia accompagnato da leadership politiche nè improvvisate, né populiste, nè demagogiche e nè estemporanee. Leadership politiche che siano, al contempo, anche coraggiose e con la schiena dritta, come si suol dire. E proprio nel rapporto con l’Europa, con questa Europa, emergeranno le vere leadership politiche di cui il paese ha bisogno, a prescindere dal profilo e dai lineamenti che caratterizzeranno il panorama politico dopo la drammatica emergenza sanitaria. 

Perchè quello che conta, alla fine, è il progetto politico che si incarna, come lo si declina a livello nazionale ed europeo e, soprattutto, il tasso di competenza e di spessore culturale ed ideale che lo accompagna e che lo rende credibile. E David Sassoli, oggi, può essere un leader che concretamente incarna questi requisiti essenziali per ridare nobiltà, dignità e credibilità alla politica. 

In ricordo di Cesare Trebeschi, cattolico democratico, Sindaco di Brescia negli anni ‘70.

La cordialità e la pazienza con le quali l’amico, avvocato Cesare Trebeschi, ci ha accolto e trattenuto un intero pomeriggio a casa sua per lasciarci un ricordo e una testimonianza su Piero Padula dissimulavano appena la fatica alla quale la lunga conversazione certamente lo assoggettava.

Ma non ha voluto mancare all’appello, per amicizia e stima nei confronti di Piero, ma soprattutto perché aveva colto l’intento, per usare parole sue, di «non ridurre il ricordo a caramellosa cerimonia». Non ha mai amato la forma vuota, per propensione personale e per capacità di accogliere la lezione di vita della sua personale biografia e dei maestri che ha incontrato sul suo cammino.

Altri tratteggeranno il suo percorso esistenziale, spesso intrecciato al dolore, la scomparsa del padre morto nel campo di concentramento di Gusen, l’amicizia con il futuro papa Paolo VI, la formazione spirituale e culturale, l’impegno amministrativo nei giorni bui della strage di piazza Loggia, in cui perde il cugino Alberto con la moglie Clementina Calzari, la fede robusta di un laico devoto ma non acritico nei confronti di una Chiesa non sempre capace di profezia.

A noi piace serbare e diffondere la memoria di quel pomeriggio dicembrino, la lucidità che via via scioglieva il suo eloquio, i suoi riferimenti aneddotici – nella corrispondenza successiva si schermiva definendoli “divagazioni”- che coniugavano il Palazzo di giustizia con il concetto stesso di giustizia, l’attitudine alle opere con il riportarsi a La Pira. Abbiamo goduto di un incontro alto, un dono proseguito poi nella raccomandazione a dare seguito alla stesura di un profilo per farne mattonella di un percorso più ambizioso e prospettico, sul quale l’ideale cattolico-democratico possa procedere ancora. Nella mail con cui, per motivi di salute, declinava l’invito ad essere con noi alla presentazione del libro, ci ammoniva: «il vostro vero compito, pagato il debito di amicizia, comincia ora, proprio per un dovere di fedeltà all’impegno di Piero».

E anche in seguito, rivolto a tutti noi amici dell’Associazione, ci ha spronato ad alimentare la vocazione al servizio a favore della comunità e a sorreggerci l’un l’altro, rammentandoci che «insieme il cammino è più agevole».

In un suo scritto di quasi quarant’anni fa (anche a questo abbiamo fatto cenno in quell’intenso confronto), Apologia del mugugno, Cesare Trebeschi indicava il protomartire Stefano come modello di testimonianza in mezzo al popolo, per le sue qualità, quelle per le quali viene eletto diacono: pienezza, impegno totale, disponibilità all’invasione dell’Eterno. Caratteristiche che abbiamo respirato in quella chiacchierata e che oggi certamente rifulgono in lui nella vita completa a cui il Signore lo ha chiamato.

 

Per l’Associazione “Amici di Piero Padula”

Ennio Pasinetti             Franco Franzoni

Strumenti finanziari e riforme

«La patrimoniale non è possibile politicamente, e darebbe un gettito inferiore alle aspettative. Resta il fatto che abbiamo un anomalo rapporto tra grande debito pubblico ed enorme ricchezza privata: 4.374 miliardi di attività finanziarie delle famiglie (contro 926 miliardi di passività), 1.840 miliardi di attività finanziarie delle società non finanziarie; contro 2.409 miliardi di debito pubblico. Penso a un grande prestito non forzoso, finanziato dagli italiani e garantito dai beni dello Stato. Ne hanno scritto Ferruccio de Bortoli e Giulio Tremonti».

Premesso che io non sono un esperto di Economia Politica come invece sembrano essere un non insignificante numero di italiani,sono rimasto colpito dalla sostanziale indifferenza con la quale in questi giorni è stato accolta la intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo, per il Corriere della Sera,da Giovanni Bazoli, Presidente emerito di Intesa San Paolo,della quale ho ritenuto opportuno riportare un frammento in apertura di questa riflessione.

Le frasi pronunciate da Giovanni Bazoli, noto banchiere di solida formazione cattolica,erano la risposta ad una articolata domanda con la quale Cazzullo gli chiedeva,tra l’altro,quali provvedimenti si dovessero e potessero,e anche volessero, adottare per affrontare la crisi economica,produttiva e sociale prevista per il dopo Covid19.

Sono rimasto colpito perché nei giorni successivi si è sviluppato un dibattito dai toni accesi sulle possibilità e sulle modalità di reperire i miliardi di euro necessari per rimediare ai danni più immediati prodotti dalla pandemia e,soprattutto, per rimettere in moto il Sistema Paese sul piano economico, finanziario,produttivo,commerciale e sociale, e nessuno dei pochi tecnici qualificati e dei molti economisti da tastiera che vi ha partecipato ha fatto riferimento alle parole del Presidente emerito di Intesa SanPaolo.

Bazoli, infatti,negando la possibilità politica ed anche la utilità di una imposta sul patrimonio variamente inteso,rilanciava la idea di un << prestito non forzoso>>,garantito dai beni dello Stato e mirato alla realizzazione di <<un grande piano di ricostruzione nazionale >>.

Un prestito della portata di trecento miliardi,uno strumento molto robusto,che procurerebbe una corposa provvista finanziaria pari al 7% della ricchezza privata nazionale,al quale i cittadini italiani potrebbero aderire se,afferma Bazoli, << troveranno conferma delle le qualità morali emerse in questi giorni……. e se si mantiene questa virtù civica repubblicana >>.

Un richiamo alla etica della responsabilità degli italiani che,però,non può prescindere da un fattivo impegno nel campo delle ormai non più procrastinabili riforme necessarie nei diversi ambiti della vita nazionale: Politica, Istituzioni,Lavoro,Scuola,Formazione,Impresa,Socialità.
Soltanto un simile approccio alle macerie lasciate dalla tragedia potrà favorire una rinascita nazionale,indipendentemente dal fatto che ci si affidi al MES, agli Eurobond, alla Bei, ai Contributi di solidarietà, o ad altri strumenti finanziari e istituti europei o nazionali.

Risorgeranno?

Tutti abbiamo visto quella immagine. Da rabbrividire. Un luogo desolato, una fossa, in parte già colmata, e delle bare assiepate una accanto all’altra e anche una sopra l’altra. Poteva sembrare un’immagine di guerra. Cruda. Insopportabile. E invece, l’immagine era colorata. Un’immagine di ieri. New York. Chi l’avrebbe mai detto? Siamo ancora increduli.

Avevamo già assistito a momenti irricevibili per i nostri occhi: camion dell’esercito, a notte fonda, che trasportavano i nostri morti dal bergamasco in altre parti d’Italia. Aveva anche visto la presenza di molte bare nelle nostre Chiese. Erano bare come Dio comanda. Tutto questo aveva già fatto effetto nel nostro animo. Una terribile tristezza.

Ben altro, quello che abbiamo visto a New York. Non intendo descrivere le bare. Le avete viste. Non le nostre, le nostre erano come ne abbiamo viste tante durante i funerali. Quelle della grande città americana avevano un altro aspetto.

Si tratta della città più potente del mondo. Dove fiumi di denaro scorrono nella borsa a Wall Street. In anticipo rispetto a tutto quello che capita nel mondo. L’avanguardia delle avanguardie. Eppure, ci ha consegnato un quadro tra i più desolanti che ci sia capitato di vedere in queste ultime settimane.

Cosa vorrà dire mai? Ci obbliga a riflettere. Non si può liquidare la vicenda dicendo che una città da dieci milioni di abitanti presenti molte persone indigenti e quindi giustifichi l’evento. Non può essere così. Ci deve essere qualcosa di più profondo che va indagato. Dov’è mai finita la fraternità? Ammassarli in quel modo, cancellandone l’identità, facendoli così morire due volte, New York dimostra una cifra d’inciviltà, che non mi sarei mai aspettato di vedere.

Questa pandemia, questa catastrofica pandemia, questa terribile pandemia, non solo lacera noi tutti per le morti che miete, ma si risolve anche nello svelare fenomeni, oso dire, intollerabili alla nostra sensibilità.

Con questo scritto non intendo certo esaminarne le cause. Non posso pretendere di risolvere la cosa in queste brevi note, lo scopo è un altro, quello di soffermarsi su queste tragedie e, ciascuno secondo la propria vocazione a riflettere, cercarne una spiegazione.

Come dire, alzo il sipario, ma la trama teatrale la lascio a ciascuno di voi.

Magari può essere l’avvio per un confronto, per un dialogo tra i vostri pensieri, tra voi, me e altri.

Buona Pasqua.

Dichiarazione del Presidente Mattarella nel 100° anniversario della nascita di Emilio Colombo

Figura di rilievo europeo, nasceva cento anni fa a Potenza, Emilio Colombo.

Esponente di una classe dirigente che aveva trovato nella partecipazione all’Azione Cattolica la espressione della sua “alterità” rispetto al fascismo, negli anni della formazione giovanile, Colombo fu espressione di un riformismo di impronta sociale che, a partire dalla riforma agraria, alla legge su Matera, individuò nel Mezzogiorno la chiave di volta per la effettiva realizzazione dei principi e dei diritti sanciti dalla Costituzione.

Eletto a soli 26 anni all’Assemblea Costituente, avrebbe lasciato la Camera dei Deputati dopo undici legislature per essere poi nominato dal Presidente della Repubblica, Ciampi, senatore a vita nel 2003.

Legato fortemente alla Basilicata, sua terra di origine, Colombo fu anche, per un biennio, Sindaco di Potenza.

Ministro in importanti dicasteri, dal Tesoro agli Affari Esteri, Presidente del Consiglio, lo statista lucano portò la sua competenza a servizio degli interessi del Paese e della costruzione della comune causa europea.

Presidente in carica del Parlamento Europeo, fu fra i promotori della elezione diretta dei membri dell’assemblea di Strasburgo, conseguita nel 1979.

Un ruolo, il suo, che gli valse la attribuzione dei prestigiosi Premio Carlo Magno nel 1979 e Jean Monnet nel 2011.

Alla sua personalità la Repubblica rende oggi omaggio.

Ricordo di Emilio Colombo: la politica come impegno sociale.

“Vorrei dare a ciascuno di voi i miei occhi per farvi vedere cosa eravamo e cosa siamo oggi: solo così potete essere responsabili del vostro presente ed immaginare un futuro sempre migliore…”.

Con queste parole il presidente Emilio Colombo, del quale ricorre il centenario della nascita, ricordava gli inizi della sua attività politica, in quel crinale storico tra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio della ricostruzione in Italia, uscendo dal terribile periodo fratricida della guerra e non meno cruento della lotta antifascista. Ricordare il presidente, col quale ho avuto amicizia lunga e feconda è per me motivo di commozione e di onore: egli è stato un vero e grande statista, tra i pochi che l’Italia abbia veramente avuto, e parte di quella generazione di uomini politici che hanno costruito la democrazia, realizzato la Costituzione repubblicana, promosso il miglioramento etico e sociale del nostro paese.

Emilio Colombo nacque a Potenza l’11 aprile 1920 e la sua carriera politica inizia ufficialmente nel 1946 con l’elezione all’Assemblea Costituente, grazie a oltre 21 mila voti di preferenza. Tuttavia il suo retroterra e la sua formazione sociale sono piu remoti. Sin da giovanissimo partecipa alle vicende del mondo cattolico, addirittura adolescente, negli anni non facili successivi alla Conciliazione. Il mondo cattolico aveva raggiunto con il Concordato del 1929 una “tregua” con lo Stato, ormai stabilmente dominato dal fascismo, ma non una vera e propria armonia regnava tra questi due mondi. Il fascismo voleva il pieno controllo, soprattutto della formazione dei giovani, per imporre loro un totalitarismo di fatto pagano al quale la Chiesa non poteva offrire il suo assenso. È in questo clima che si forma la coscienza civile del giovane Colombo, una coscienza che sarà sempre irrorata dai principi della Dottrina sociale della Chiesa. 

Il Partito Popolare era un ricordo lontano e il suo fondatore don Luigi Sturzo, ormai da anni in esilio all’estero, pressochè sconosciuto ai giovani anche delle associazioni cattoliche. Vi era solo uno strumento, un canale attraverso il quale poter far sentire la voce dei cattolici non allineati col fascismo: l’Azione Cattolica. Proprio grazie al Concordato del ’29 essa aveva – diciamo – una certa autonomia, pur non potendo svolgere alcuna azione di sensibilizzazione politica. Non mancarono gli attriti al punto che S.S. Pio XI appena due anni dopo, nel 1931, si vide costretto a pubblicare una lettera documento, ”Non abbiamo bisogno”, con la quale avvertiva il fascismo e in particolare Mussolini che la Chiesa non avrebbe consentito silente l’indottrinamento pagano dei giovani alle liturgie del regime. 

In quegli anni Colombo giovanissimo conosce la figura di Paolo Pericoli, detto dalle iniziali “Papà Pericoli”, una figura mitica in quel periodo: il primo vero formatore di giovani in anni così difficili. Ma l’incontro fondamentale nell’adolescenza lo compie proprio in Azione Cattolica, nella quale aveva iniziato a militare. Durante un corso di formazione, intorno agli anni ’35-’36, incontra il Presidente della GIAC, il prof. Luigi Gedda(1902-2000) che si accorgerà ben presto del talento di quel giovane longilineo, studioso e riservato, ma con tanta passione e dai valori etico-sociali assai profondi. 

Negli anni quaranta, precisamente nel 1942, Gedda fonda la Società Operaia per l’evangelizzazione dei laici intorno al culto del Getsemani e Colombo sarà interessato da questo primo sodalizio religioso di soli laici. Ma arrivano gli anni della guerra e l’assolvimento degli obblighi militari, ma anche il conseguimento della brillante laurea in giurisprudenza. Proprio sul finire della guerra, già trasferitosi a Roma, viene nominato insieme ad Agostino Maltarello, segretario della GIAC, carica che Gedda crea appositamente per loro dato che non esisteva fino ad allora negli statuti dell’organizzazione. 

Il legame tra Colombo e il mondo associativo cattolico sarà fortissimo per tutta la vita. Ma l’incontro del “risveglio” politico era avvenuto qualche anno prima: nell’estate del 1943 in quell’anno cosi drammatico, a Camaldoli giovani cattolici e dirigenti del mondo delle associazioni si erano riuniti dal 18 al 24 luglio in quella località del Casentino per discutere che cosa sarebbe stata l’Italia e il mondo una volta fosse finita la guerra. L’incontro a cavallo tra il primo bombrdamento di Roma e il crollo del fascismo fu sollecitato da mons. Giovanni Battista Montini, oggi S.Paolo VI, e dal domenicano padre Mariano Cordovani, nominato nel 1942 da Pio XII Teologo della Segreteria di stato. Ne scaturì il cosiddetto “Codice di Camaldoli”, detto allora “Per una comunità cristiana”. Un documento formidabilmente moderno il quale insieme alla scelta che l’anno dopo Pio XII avrebbe compiuto col Radiomessaggio natalizio intitolato “Il problema della democrazia” e con il messaggio natalizio dell’anno prima contro i totalitarismi, spianò la strada al consenso delle gerarchie per un rinnovato impegno dei cattolici in politica.

Nei tanti colloqui avuti negli anni con Colombo, egli mi ripeteva spesso che proprio il Codice di Camaldoli, le intuizioni in esso contenute, avevano colpito lui e gli altri giovani anche presenti all’incontro stesso. Il documento “Per una comunita cristiana” venne redatto dal giovane Sergio Paronetto, che purtroppo scomparve appena 34enne nel 1945. L’impatto fu dirompente. Nel Codice di Camaldoli prendeva forma il concetto di “comunità politica”, già espresso da S. Tommaso e soprattutto approfondito da Emmanuel Mounier.

Comunità politica non è la semplice società tra eguali, bensì un contesto non casuale di soggetti sociali che si riconoscono nella promozione della “persona”. Questo sara il

 che animerà la redazione della Costituzione Repubblicana, alla quale Emilio Colombo darà il suo fondamentale contributo nella discussione soprattutto dei principi basilari: il concetto di “persona” espresso nell’articolo 2 (“…lo stato riconosce..”) antepone l’uomo coi suoi diritti alla tutela di essi da parte dello Stato. Un capovolgimento a 360 gradi della visione neoidealistica che aveva reso possibile persino il fascismo nell’architettura costituzionale dello Statuto Albertino, nel quale non si parlava MAI di cittadini ma di sudditi! 

Inevitabile riconoscere, in sostanza, l’incontro con la Democrazia Cristiana che De Gasperi aveva fondato nel ’42 riuscendo a realizzare un capolavoro di mediazione politica tra le varie componenti sociali politiche e culturali del mondo cattolico.

In un bel volume pubblicato poco tempo prima della scomparsa, ”Per l’Italia e per l’Europa”, Colombo ripercorrendola a mo’ di conversazione con l’amico Arrigo Levi, ricordava la sua vita politica, soffermandosi su alcuni aspetti importanti collegati fra loro dal concetto di “sintesi” che deve animare sempre la vita politica e soprattutto il progetto politico. E proprio questo progetto lo troverà nella proposta politica di Alcide De Gasperi, al quale come spesso ricordava ”…ho dato sempre del Lei, come anche a Togliatti”. 

La figura e il prestigio di De Gasperi sono l’altro versante che contribuisce a delineare la statura politica del giovane Colombo: l’idea delle coalizioni, la politica come mediazione, l’incontro e lo scambio con le altre esperienze politiche e soprattutto l’idea dell’Europa!

Il legame con la sua terra resterà sempre fortissimo, la sua Basilicata che egli ha restituito all’Italia e ne ha condotto lo spessore delle tradizioni e della cultura anche in Europa e nel mondo. La carriera lunga e illustre di questo Padre della Patria non può certo essere raccolta nelle poche righe di questo modesto anche se sincero ed affettuoso ricordo. Mi limiterò a passare in rassegna solo alcune parti, per me molto significative. L’inizio degli anni ’50, il coraggio che la Democrazia Cristiana e le coalizioni centriste dei governi De Gasperi mostrarono nel varare la riforma agraria, si sente anche in Basilicata. 

Togliatti aveva scritto un articolo molto duro su “L’Unità” intitolato “Matera, vergogna d’Italia”, evidenziandone l’arretratezza e le condizioni precarie di vita. Proprio a seguito di una visita che De Gasperi compì in quella terra, Colombo giovane sottosegretario al ministero dell’agricoltura, promosse la cosiddetta “legge dei sassi”, che erano antichi monasteri pressochè caverne dove la povera popolazione materana viveva da decenni. In virtù di quella legge ben 14.000 persone ebbero per la prima volta una casa e questo fu merito di Emilio Colombo.

La sua illustre carriera di ministro dalla metà degli anni ’50 si caratterizza per la permanenza al ministero dell’industria, delle finanze, ma soprattutto lungamente del tesoro, dove egli, giurista, seppe individuare attraverso figure di alto prestigio quali Ferdinando Ventriglia e Guido Carli, una politica accorta di stabilizzazione economica, dimostrata anche dalla famosa lettera all’allora presidente del consiglio Moro nell’estate 1964 sul pericolo di sforamento della spesa pubblica. Presidente del consiglio dal 1970 al ’72, biennio difficile tra tentativo di golpe borghese e rivolte in Calabria, volle promuovere la nascita dell’università della Calabria e Lucania, non trascurando mai la sua vocazione europeista e contribuendo a riportare indietro la Francia dalla cosiddetta politica della sedia vuota, fino diventare  sul finire degli anni ’70 Presidente del Parlamento Europeo.

Non va neanche trascurata la sua significativa presenza al ministero degli esteri in due periodi delicati – inizio anni ’80 e inizio dei ’90 – quando riuscì a varare gli accordi Colombo-Genscher, con i quali si pacificò e riorganizzò la situazione mediorientale. 

Lo spessore politico di Emilio Colombo fu anche uno spessore culturale,non nel nome di una unità di classe o di lotta ma di solidarietà, giustizia e libertà per tutti perchè al centro vi è sempre il valore irrinunciabilmente ontologico della persona.

Quale insegnamento ricavare dall’esperienza e dal ricordo di Colombo che ci ha lasciato ritornando alla casa del Padre il 24 giugno 2013: credo l’impegno oggi a superare relativismo e individualismo, oltre ogni contrattualismo, perchè l’ordine della politica non va costruito sull’affermazione dell’individuo e sul prevalere dell’economia nei rapporti umani o sul potere del più forte nella sfera del diritto. Ma credo che ricordare uno statista di questo calibro che venne insignito, tra i pochissimi ad esserlo, del premio Carlo Magno e del premio Monnet, oltre a ricevere il laticlavio a vita e reggere la presidenza dell Istituto Giuseppe Toniolo per diversi anni, significhi adoperarci affinchè una migliore articolazione delle società intermedie consenta una piena convivenza democratica e il superamento di ogni divisione di sesso, razza, religione, per una società non fondata su sovranismi, populismi e ideologie, ma sul dialogo e la sintesi che sono alla base di un vero ed efficace pensiero politico.

Emilio Colombo: “I valori dell’Europa”.

Per il centenario della nascita del Presidente Emilio Colombo, pubblichiamo uno stralcio del  discorso al Parlamento Europeo – 19.XI.1981 

Nel perseguire le nostre finalità, noi dovremo dare prova di realismo e di saggezza, ma anche di quell’entusiasmo e di quella capacità di immaginazione che sono necessari in tutte le grandi imprese e che, talvolta, sembrano attenuarsi di fronte alle difficoltà. Noi dovremo dare una risposta agli interrogativi dei nostri concittadini e dei nostri elettori, assillati dai problemi quotidiani, ma insieme ansiosi di un futuro che oggi si presenta incerto ed oscuro. Noi dovremo mostrarci attenti alle esigenze che sono emerse, sia pure confusamente, nell’ambito dell’inquieto mondo dei giovani, insoddisfatti per l’affievolimento di ideali e le stridenti contraddizioni di cui soffre la nostra società.

L’Europa deve fornire una risposta ai gravi e molteplici problemi economici e sociali che si pone una società che si avvia verso nuovi stadi di maturazione tecnologica e culturale, che non rappresentano una semplificazione del suo modo di essere, ma determinano nuove responsabilità. I nostri popoli possono basarsi su un formidabile bagaglio di esperienza e di pensiero, elaborato da una lunga serie di generazioni.

Questo retaggio è la nostra civiltà, una civiltà non esclusiva, capace di accogliere ogni utile apporto esterno, una civiltà multiforme e tollerante di cui tutti possono sentirsi partecipi.

Questo ha reso possibili tra l’altro, e rende fecondi la collaborazione e lo scambio fra forze politiche e ideali, di matrice diversa, ma che tutte nell’apertura e nella tolleranza si incontrano. È la grande comune cultura europea che consente anche a questo parlamento un dialogo così vivo, eppure rispettoso, fra posizioni diverse.

Vi è, credo, un convincimento comune che ci unisce, quale che sia il paese d’origine e quale che sia la parte politica cui apparteniamo ; al mondo l’Europa deve tornare a proporre i valori dello spirito che sono a fondamento della sua millenaria cultura. Tutti ci riconosciamo in quei valori, a nome dei diversi ideali cui dobbiamo reciproco rispetto ; per me, e credo per molti, sono i valori del cristianesimo, quelli che il cristianesimo ha illuminato e reso universali, che possono consentire agli europei di elaborare un modello di società che permetta all’uomo di vivere in armonia con sé stesso ed il proprio ambiente naturale e di lavoro, e di ritrovare in se stesso la fiducia nel progresso della società umana.

Tempo di visione e di ascolto, nel silenzio

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano

Come quando entriamo in un luogo buio e la vista è interdetta accade che tutti gli altri sensi automaticamente si acuiscono, aumentano di sensibilità. Così è oggi, che siamo entrati da più di un mese ormai, in questo luogo buio che si chiama pandemia. C’è bisogno di acuire tutti i sensi che prima magari erano lasciati lì intorpiditi. In diversi modi e tempi il Papa ci ricorda alcuni di questi sensi da risvegliare, in particolare due: vista e udito.

Nell’intervista ad Austen Ivereigh di due giorni fa Francesco è tornato su un tema a lui molto caro, la contemplazione: «E a proposito di contemplazione vorrei soffermarmi su un punto: è il momento di vedere il povero. Gesù ci dice che “i poveri li avete sempre con voi”. Ed è vero. È una realtà, non possiamo negarla. Sono nascosti, perché la povertà si vergogna. […] e siccome la povertà fa vergognare, non la vediamo. Sono là, gli passiamo accanto, ma non li vediamo. Fanno parte del paesaggio, sono cose. Santa Teresa di Calcutta li ha visti e ha deciso di intraprendere un cammino di conversione. Vedere i poveri significa restituire loro l’umanità. Non sono cose, non sono scarti, sono persone».

A volte basta vedere per essere toccati e convertirsi, ma bisogna saper vedere. Nel suo libro L’odore dell’India, reportage del viaggio che Pasolini compie nel 1961 insieme ad Alberto Moravia e a Dacia Maraini, il poeta friulano racconta del suo incontro con Madre Teresa di Calcutta. Aveva infatti sentito parlare di questa suora che si occupava dei più poveri dei poveri e deciso di andare a conoscerla (i suoi compagni di viaggio invece si sfilarono, spaventati da quel contesto di degrado). Nel libro non riporta alcun elemento del dialogo avuto con la suora ma solo lo stupore perché mai, scriveva, «lo spirito di Cristo mi è parso così vivido e dolce; un trapianto splendidamente riuscito» e poi per il fatto che pareva una donna che «quando guarda, “vede”».

Spesso i poveri li abbiamo guardati, ora è il momento di vederli, ma qui entra l’organo della vista che, ricorda Saint’Exupery, non è l’occhio. Alla fine quindi è un fatto di cuore, perché come afferma Benedetto XVI «il programma di Gesù è un cuore che vede» (Deus Caritas est, 31)

Tre anni dopo il viaggio in India Pasolini gira La ricotta, un film breve, drammatico e intenso che riproduce la scena della deposizione di Gesù dalla croce e fa precedere la visione con queste parole proiettate sullo schermo e da lui pronunciate: «A scanso di equivoci di ogni genere, voglio dichiarare che la storia della Passione è la più grande che io conosca, e che i testi che la raccontano sono i più sublimi che siano mai stati scritti». Quando ci si trova di fronte alla bellezza, quella vera, non servono commenti, è più utile fare silenzio. «L’unica vera lezione / Consiste nel guardare» canta il poeta irlandese Patrick Kavanagh, «Senza commenti da parte del filologo. / Stare a guardare è abbastanza / Quando è questione di amore».

In questi giorni la liturgia ci offre i testi sublimi di cui parla Pasolini, quelli che riguardano la passione, la morte e la risurrezione di Gesù. Il Papa nell’udienza di mercoledì scorso ha invitato i cattolici ad avere in questi giorni tra le mani, davanti agli occhi e nel cuore il crocifisso e la Parola di Dio. Anche qui non servono commenti, oltre alla visione il senso da acuire è l’udito e l’unico modo per farlo è nel silenzio. Nel saggio L’uomo eterno del 1925 l’inglese Chesterton, rileggendo i Vangeli, osserva come «Ogni tentativo di amplificare questa storia la diminuisce. Ci si sono cimentati molti uomini di vero genio ed eloquenza come altri troppo sentimentali e volgari retori. […] La potenza schiacciante delle semplici parole del Vangelo è come la potenza di una macina da mulino; e coloro che possono leggerla con sufficiente semplicità sentiranno come le rocce rotolare sovra di loro. La critica non sono che parole sulle parole: ma a che servono le parole su parole come queste?».

Il 25 marzo scorso, l’omelia del Santo Padre sul Vangelo dell’Annunciazione è consistita nella rilettura del brano del Vangelo di Luca, con l’unica avvertenza che «L’evangelista Luca poteva conoscere questo soltanto dal racconto della Madonna. Ascoltando Luca abbiamo ascoltato la Madonna che racconta questo mistero: stiamo davanti al Mistero. Forse il meglio che possiamo fare adesso è rileggere questo passo pensando che è stata la Madonna a raccontarlo». Nessun commento, solo la rilettura, meditata. Una splendida inattualità: in un momento in cui tutti noi, naviganti nella Rete e nei social, siamo diventati un popolo di commentatori, ecco che il Papa ci ricorda il bene più prezioso per l’uomo nasce dall’ascolto e quindi dal silenzio. Anche noi cattolici siamo condizionati da questo meccanismo del commento, per cui andiamo a messa spesso per ascoltare l’omelia del sacerdote, il suo commento al Vangelo, per poi commentarlo. Ed invece il Papa ci ricorda che questo non è l’essenziale. Rilegge il Vangelo e al termine della rilettura ha detto soltanto: «Questo è il mistero». Stiamo davanti al mistero e cerchiamo allora di acuire la visione, il silenzio, l’ascolto, queste cose contano «quando è questione di amore».

Gli 11 giorni di Wuhan e tre domande alla politica

In un circostanziato articolo del 6 aprile u.s. a firma Biagio Simonetta, il Sole24 ore ricostruisce la cronaca degli 11 giorni più importanti nella storia della pandemia Covid-19 che sta impestando il pianeta: quelli iniziali, l’incipit da cui ha avuto origine il contagio che ha provocato la più grande catastrofe umanitaria dopo la seconda guerra mondiale. Emerge dal resoconto che la prima vittima ufficiale del coronavirus muore il 9 gennaio. Nei giorni precedenti aveva frequentato il mercato alimentare di Wuhan: il suo decesso viene reso noto dalla Commissione Sanitaria Municipale. Le autorità sono a conoscenza dell’origine animale del virus: cinque giorni dopo la morte del 61enne cittadino di Wuhan anche la moglie (che al mercato non era andata) si ammala. E’ il segnale che il virus si sta diffondendo da uomo a uomo. Sono i giorni cruciali nella storia di questa polmonite diventata tempesta sanitaria ma la Cina sceglie inizialmente la via fatale del negazionismo. Il 14 gennaio OMS rende noto che ”i cinesi non hanno trovato prove chiare della trasmissione per via umana del nuovo coronavirus isolato a Wuhan”: solo 11 giorni dopo la morte del primo contagiato l’epidemiologo cinese Zhong Nanshan ammetteva alla TV che il contagio stava diffondendosi da uomo a uomo. 48 ore dopo il Presidente Xi Jinping blindava la città e segregava in casa i suoi abitanti. In quei giorni di colpevole silenzio ci sta anche la denuncia del medico cinese Li Wenliang poi deceduto,  che aveva lanciato l’allarme in ospedale ed era stato smentito e diffamato per aver diffuso “voci false”: ora è un eroe nazionale riabilitato. Nel frattempo il sindaco di Wuhan – Zhou Xianwang- dopo aver organizzato il 18 gennaio il XXI banchetto del Capodanno cinese comunicava qualche giorno dopo che 5 milioni di abitanti avevano lasciato la città, diretti altrove in Cina e nel resto del mondo.

E’ l’inizio della fine: secondo quanto riferito nel suo articolo il Sole 24 ore rende noto che uno studio dell’Università di Southampton “ha stimato che se la Cina avesse  agìto con tre settimane di anticipo rispetto… alla data del 23 gennaio, il numero di casi complessivi di Covid-19 si sarebbe potuto ridurre del 95%. Ma anche una sola settimana avrebbe ridotto il contagio globale del 66%”.

Recentemente, sempre nel Regno Unito, il Centro Studi “Henry Jackson Society ha stilato un rapporto intitolato: “Risarcimento da Coronavirus? Stabilire la potenziale colpevolezza della Cina e le vie di una azione legale”. Si stima che i soli Stati del G7 potrebbero intentare una causa del valore di oltre 4000 miliardi di dollari. Qualcuno ha trovato similitudini con il processo di Norimberga: resta il fatto che prima o poi la Cina si troverà costretta a difendersi davanti ad una Corte internazionale dalle accuse di aver favorito la diffusione del contagio a livello pandemico, non avendo adottato nell’immediatezza del riscontro dei primi casi, misure di contenimento adeguate. Eppure l’esperienza della Sars avrebbe dovuto insegnare maggiore tempestività e chiarezza. Invece il Covid-19 sta provocando morti e contagi in tutto il mondo causando uno sconquasso economico mondiale senza precedenti, con conseguenze devastanti imprevedibili.

L’articolo del Sole 24 ore citato, nella sua ricostruzione analitica dei fatti e nella chiarezza delle deduzioni, andrebbe sottoposto all’attenzione del Parlamento, del Governo e del Presidente del Consiglio.

Con tre domande a titolo di accompagnamento.

Prima domanda. Il 28 aprile 2019 venne siglato un accordo tra Cina e Italia che prevedeva alcune  “Aree di collaborazione”  (cito testualmente) : “il rafforzamento della prevenzione e del controllo in frontiera delle principali malattie infettive, il rafforzamento delle misure quarantenarie e dell’ispezione dei mezzi di trasporto internazionali, in entrata e in uscita dai territori italiano e cinese, il miglioramento dell’efficacia delle misure di disinfezione, disinsettazione e derattizzazione, la prevenzione della trasmissione transfrontaliera di malattie infettive”.

Si chiede in che modo questo accordo sia stato rispettato, quali misure di prevenzione sia state adottate, quali concrete azioni sia state poste in essere per evitare la diffusione del contagio dopo che il virus era stato isolato nei laboratori cinesi, se ci siano state informazioni provenienti dalla Cina e dall’OMS . 

Seconda domanda. Qualora – come è nei fatti- questo accordo non sia stato rispettato, quali azioni risarcitorie intende adottare l’Italia nei confronti della Cina, per violazione del citato protocollo d’intesa e per le conseguenze patite.

Terza domanda. Il 23 marzo 2019 l’Italia aveva sottoscritto un Memorandum con la Cina che al punto 27 prevedeva che i bacini portuali di Genova e Trieste sarebbero diventati “i terminali europei della via della seta”, cioè degli scambi commerciali tra i due Paesi. Alla luce di quanto accaduto, della pandemia di origine cinese, della manifesta ostilità a tale accordo da parte degli altri Paesi dell’U.E. sarebbe opportuno sapere se il Governo e il Parlamento Italiano intendano assumere  iniziative di revisione o rescissione del Memorandum o se le cose resteranno come nelle previsioni sottoscritte tra i due Paesi.

Le questioni poste non sembrano di poco conto e implicano assunzioni di responsabilità per il presente ed il futuro oltre ad una ufficiale spiegazione di quanto accaduto.

Troppe vittime, troppo dolore, troppe e gravi conseguenze economiche.

Se le domande sono sensate l’Italia attende chiarezza, verità e giustizia.

 

D’accordo con Pertile, il paese ha bisogno di scelte innovative

Condivido in pieno l’analisi di Pertile. Vorrei che sul tema potessimo invitare qualche esponente del mondo imprenditoriale, per esempio quello della Confindustria, nonché qualche voce della pubblica amministrazione, che ci aiuti nell’individuare la strada per il rinnovamento dello Stato.

C’è bisogno di aria in questo nostro Paese, di invito all’impegno, per chi studi, ricerchi, inventi, investa, applichi, e per chi organizzi, aiuti, favorisca, dia fiducia, controlli ma non ostacoli, incentivi. Insomma la macchina pubblica non va. La cultura giuridica semina troppa sfiducia, blocca, impedisce senza costrutto.

È necessario un concorso di energie per sbloccare il Paese. E forse la tremenda esperienza che viviamo può darci la spinta morale a compiere questo rinnovamento: meno consumismo, più serietà nel lavoro, più dovere, maggiore impegno personale di tutti.

“Svegliamoci Italici”: la cultura italiana un valore da difendere e promuovere

Poco più di un mese fa la pandemia Covid-19 ha modificato molte realtà e molte prospettive. Siamo convinti che la pandemia in atto, non solo modificherà i nostri comportamenti individuali e collettivi, non solo costringerà a rivedere i modelli di organizzazione sanitaria nonché di prevenzione e risposta ai rischi delle calamità naturali, non solo suggerirà di aggiornare il nostro sistema statuale e delle autonomie, ma obbligherà tutti, noi compresi, a riformulare progetti e programmi.

Quando usciremo da questa crisi, saremo obbligati a ripensare alla globalizzazione, alle Istituzioni sovranazionali a partire dall’Unione Europea, a riflettere in modo nuovo sul rapporto tra Nord e Sud del Mondo, dell’Europa e dell’Italia stessa, trovando nuove forme di partecipazione dei singoli e dei gruppi ai processi decisionali ed economici, anche perché ci troveremo per forza dentro un mondo sempre più digitalizzato.

Volontà dell’Associazione “Svegliamoci Italici” nell’immediato, è di dare voce e agevolare il dialogo tra tutti coloro che, italiani e non, condividono i valori della cultura e della civiltà italica.

Tanti stranieri, oltre che tanti italiani nel mondo, sono da sempre attratti dall’Italia e dalla cultura italiana. Questi valori vanno costantemente difesi e promossi, ed aggiornati, a maggior ragione di fronte al cambiamento epocale in atto. Tutto il mondo, oggi, sta convogliando la propria attenzione sull’Italia, facendo emergere l’importanza di poter contare su un’informazione, nazionale ed internazionale, puntuale, corretta, oggettiva sull’andamento di una situazione in costante evoluzione e per un lungo periodo ancora, drammatica.

Di qui l’impegno a fornire, direttamente o indirettamente, un contributo per accedere ad informazioni che possano aggiornare, con empatica affidabilità, tutti coloro che seguono, anche se da lontano ma con la vicinanza del sentirsi con noi e come noi, l’evolversi della situazione nel nostro Paese.

Per rispondere, per quanto possibile, alle aspettative, hanno dato vita ad un gruppo Facebook intitolato ASSOCIAZIONE ITALICI , dove si potranno trovare aggiornamenti su attività culturali “italiche” in Italia e all’estero nonché aggiornamenti e note sulla situazione italiana ed internazionale in tema di coronavirus, ed il gruppo nei suoi due giorni di vita ha già registrato più di 300 iscrizioni. Inoltre un notiziario denominato CORONANEWS, fornirà settimanalmente l’aggiornamento sui dati salienti e veritieri sulla pandemia.

A tutto ciò si sommerà la collaborazione spontanea che sicuramente si svilupperà tra gli Italici, anche grazie ad un Piano programmatico di attività che metteremo a punto nei prossimi giorni.

Milano, Fondo San Giuseppe: a Pasqua gli aiuti per i primi beneficiari

Grazie alle generosità dei cittadini supera quota 5 milioni di euro il Fondo San Giuseppe istituito dall’Arcivescovo di Milano, Mons. Mario Delpini, e dal sindaco Giuseppe Sala, per sostenere chi ha perso il lavoro a causa della quarantena imposta per contenere il Coronavirus.

Le donazioni
Intitolato al santo patrono dei papà, degli operai e dei lavoratori, il Fondo è stato annunciato dall’Arcivescovo, il 22 marzo, quarta domenica di Quaresima durante la messa in Duomo che i fedeli hanno potuto seguire soltanto da casa a causa delle misure sanitarie assunte per contenere il contagio. Nonostante le celebrazioni siano sospese e i sacerdoti non abbiano potuto rilanciare l’appello presso le proprie comunità l’esortazione a fare ognuno la propria parte, avvenuto esclusivamente attraverso i mezzi di comunicazione e i social, ha fatto breccia: in 15 giorni sono pervenute donazioni complessivamente per un milione e 49 euro (1.049.000 euro) che hanno così portato il patrimonio iniziale costituto da Curia (2milioni) e Comune (2milioni) a superare quota 5milioni.  
A Pasqua i primi aiuti

Gli aiuti arriveranno già per Pasqua o nei giorni immediatamente successivi.
Su un totale di 126 domande già pervenute, il Consiglio di Gestione, riunitosi mercoledì 8 aprile, ha approvato le prime 24 per un’erogazione complessiva di 36mila e 600 euro. Nei prossimi giorni, in alcuni casi entro domenica i candidati riceveranno il contributo. La cifra potrà variare dalle 400 alle 800 euro al mese a seconda del numero dei componenti del nucleo familiare e arriverà direttamente sul conto corrente o sarà consegnata, tramite assegno, dal parroco. Il sostegno sarà garantito per tre mesi, rinnovabili, in caso di necessità per altri due.

Dal 25 marzo è stato possibile presentare le domande, secondo due modalità: compilando il form sul sito del fondo contattando il centro di ascolto parrocchiale più vicino.

Le storie
Giovanni (il suo nome come quello degli altri che citiamo è di fantasia), è stato uno dei primi a chiedere aiuto «Sono un operaio edile ma i cantieri sono tutti fermi e da due mesi sono senza stipendio – spiega nella sua domanda – Tra affitto (400 euro), gli alimenti a mia moglie (300 euro) da cui sono separato e le rate per il furgone (200 euro) che ho comprato per lavorare, non so più come far quadrare i conti».

Valentina è titolare di un piccolo negozio, dove ripara e confeziona scarpe su misura. Ha sospeso l’attività per partorire la sua seconda bambina. Contava di rimettersi al lavoro e invece è arrivato il virus. «Sono separata dal mio compagno e ora non so più come andare avanti: la situazione sta peggiorando, giorno dopo giorno, perché non ho più soldi per pagare l’affitto di casa (650 euro) quello del negozio (550 euro) per acquistare cibo e pannolini. Sono veramente disperata. Vi chiedo gentilmente aiuto!».

«Vado in casa delle signore e offro taglio, messa in piega, manicure e pedicure – racconta Annalisa. Da un mese le mie clienti hanno smesso di chiamarmi, ma nel frattempo le bollette continuano ad arrivare e io non so più come pagarle».

«I profili che emergono dalle prime richieste di aiuto mostrano quanto pesanti sino già stati gli effetti del lockdown per le fasce più deboli della popolazione, il popolo dei lavoretti che vive ai margini del mercato dell’occupazione e per questa ragione è escluso da ogni tutela. Chi oggi galleggia sulla linea della povertà, finirà sotto se non arriveremo in tempo e a quel punto sarà molto più difficile poi aiutarlo a riemergere», osserva Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana.

A chi si rivolge e come si accede
Il Fondo San Giuseppe si rivolge a disoccupati a causa della crisi Covid-19 (ad esempio dipendenti a tempo determinato cui non è stato rinnovato il contratto), lavoratori precari (contratti a chiamata, occasionali, soci di cooperativa con busta paga a zero ore), lavoratori autonomi. Per accedervi occorre essere regolarmente domiciliati sul territorio della Diocesi ambrosiana, essere disoccupati dal primo marzo 2020 o aver drasticamente ridotto le proprie occasioni di lavoro non avere entrate familiari superiori a 400 euro mese a persona.

Il Fondo San Giuseppe opera attraverso i volontari dei centri di ascolto della Diocesi e gli organismi statutari (Consiglio di Gestione e Segreteria) che avevano già gestito il Fondo Famiglia e Lavoro voluto la notte di Natale del 2008 dall’allora arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, per far fronte alla crisi economica.
Lo strumento di carattere emergenziale e temporaneo affianca il Fondo Diamo Lavoro, ultima fase del Fondo Famiglia e Lavoro.

Coronavirus, da galline ad agnelli è boom furti nei campi

Dagli agnelli alle galline fino alle mozzarelle si moltiplicano i furti nelle campagne deserte per le limitazioni agli spostamenti della popolazione con l’emergenza coronavirus. E’ quanto emerge da un monitoraggio della Coldiretti in riferimento all’operazione che a Foggia ha portato a pochi giorni dalla Pasqua all’arresto di cittadini senza fissa dimora per il furto di una pecora e di materiale agricolo.

Si tratta – sottolinea la Coldiretti – solo dell’ultimo di una serie di episodi che si sono verificati lungo tutta la Penisola dalla Lombardia dove a Mandello del Lario (in provincia di Lecco) si è verificato un furto di galline e uova attraverso un buco nella rete fino al Casertano in Campania dove sono stati spariti agnelli e mozzarelle.

Un fenomeno che – continua la Coldiretti – tende ad amplificarsi anche per la situazione di disagio in cui si trova una fetta crescente della popolazione per la mancanza di opportunità di lavoro anche occasionale con le misure restrittive assunte per l’emergenza Covid 19. Non si tratta però sempre di semplici “ladri di polli” poiché spesso si assiste a veri e propri raid capaci di mettere in ginocchio un’azienda, specie se di dimensioni medie o piccole.

Gli agricoltori – sottolinea la Coldiretti – sono vittime di ogni genere di furti, dagli animali ai prodotti agricoli, dalle attrezzature ai macchinari, come gli ultimi blitz notturni delle bande criminali che si sono verificati nella terra del Primitivo in Puglia per saccheggiare le campagne, portando via barbatelle del prestigioso vitigno e pali per spalliere. Un fenomeno che aggrava la situazione di crisi in cui si trova il settore agricolo e a seguito dell’emergenza coronavirus che un calo delle attività che ha interessato il 37% aziende agricole secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’.

Privacy ed emergenza

Il Presidente del Garante per la protezione dei dati personali Antonello Soro è stato protagonista di un’audizione informale, in videoconferenza alla Commissioni IX (Trasporti, Poste e Telecomunicazioni) della Camera dei Deputati.

Di massima e scottante attualità il tema, ossia l’uso delle nuove tecnologie e della rete per contrastare l’emergenza epidemiologica da Coronavirus.

Pubblichiamo di seguito il testo dell’intervento, tratto dal sito del Garante.

  1. Diritti, deroghe, limiti

La gravissima emergenza che il Paese sta affrontando ha imposto l’adozione- con norme di vario rango- di misure limitative di molti diritti fondamentali, necessarie per contenere auspicabilmente, il numero dei contagi.

La protezione dei dati personali – fondamentale diritto “di libertà”, sancito dalla Carta di Nizza – non poteva fare, naturalmente, eccezione, benché le limitazioni sinora adottate siano nel complesso contenute.

Alcune deroghe al regime ordinario di gestione dei dati sono state previste sin dalle primissime ordinanze intervenute pochi giorni dopo la deliberazione dello stato di emergenza, con prevalente riferimento all’ambito di comunicazione dei dati sanitari.

L’art. 14 d.l. 14/2020 ha sostanzialmente replicato tale disposizione, elevandone la fonte e rimarcandone il carattere temporaneo, senza tuttavia allo stato attuale riferirsi a raccolte di dati particolarmente “innovative”.

Nuove e più invasive raccolte di dati potrebbero fondarsi su esigenze di sanità pubblica che -al pari del “soccorso di necessità”- costituiscono autonomi presupposti di liceità, in presenza di una previsione normativa conforme ai principi di necessità, proporzionalità, adeguatezza, nonché del rispetto del contenuto essenziale del diritto.

  1. Mappe epidemiologiche e sorveglianza

Va valutata entro questa cornice l’ipotesi della raccolta dei dati sull’ubicazione o sull’interazione dei dispositivi mobili dei soggetti risultati positivi, con altri dispositivi, al fine di analizzare l’andamento epidemiologico o per ricostruire la catena dei contagi.

Anzitutto, dal momento che sono ipotizzabili misure molto diverse tra loro, si dovrebbe privilegiare un criterio di gradualità e dunque valutare se le misure meno invasive possano essere sufficienti a fini di prevenzione epidemiologica.

In tale prospettiva non pone particolari problemi l’acquisizione di trend, effettivamente anonimi, di mobilità. L’art. 9 della direttiva e-privacy legittima il trattamento, anche in assenza del consenso dell’interessato, dei dati relativi all’ ubicazione, purché anonimi.

Tale soluzione consente di realizzare, ad esempio, mappe descrittive dell’andamento dell’epidemia, utilissime a fini prognostici e statistici, meno a scopi diagnostici in senso proprio.

Per altro verso, l’uso di dati identificativi sull’ubicazione o sull’interazione con altri dispositivi può risultare funzionale a diversi scopi.

In ogni caso, esso richiede – anche ai sensi dell’art. 15 della direttiva e-privacy – una disposizione normativa sufficientemente dettagliata e contenente adeguate garanzie.

I vari utilizzi possibili di tali dati possono essere finalizzati, in via teorica (e ragionando nei termini assunti dal dibattito pubblico di queste settimane):

  1. a) o alla verifica della posizione del soggetto sottoposto ad obbligo di permanenza domiciliare perché positivo, utilizzando dunque la geolocalizzazione del telefono (che si presuppone, ma non è detto, segua passo passo il soggetto) per accertare l’effettivo rispetto del divieto di allontanamento dal domicilio, oppure:
  2. b) all’acquisizione, a ritroso, dei dati sull’interazione del soggetto poi risultato positivo con altri soggetti, per verificarne, nel periodo in cui aveva capacità virale, gli eventuali contatti desumibili tramite varie tecniche: celle telefoniche, gps, bluetooth.

Le due ipotesi differiscono nella finalità: elemento, questo, indubbiamente rilevante per la valutazione della complessiva legittimità del trattamento.

La prima ipotesi infatti, nell’utilizzare la localizzazione del telefono come fosse una sorta di braccialetto elettronico atipico, presuppone la sostituzione, con l’occhio elettronico, dei controlli “umani”, dando però per acquisito che chi decida di violare gli obblighi di permanenza domiciliare porti con sé il telefono, il che è evidentemente contro-intuitivo.

Tra le altre misure utilizzate a fini di verifica del rispetto degli obblighi di distanziamento sociale vi è il ricorso, da parte dell’autorità di pubblica sicurezza, ai droni.

Anche tali strumenti vanno utilizzati nel rispetto del canone di proporzionalità, soprattutto in ragione delle loro potenzialità particolarmente invasive della riservatezza.

Se utilizzata dalle forze di polizia, non per segnalare “impersonali” assembramenti, ma per monitorare il rispetto puntuale degli obblighi di permanenza domiciliare, infatti, tale misura difficilmente potrà garantire il rispetto del canone di proporzionalità, potendo prestarsi a una raccolta assai ampia di dati personali.

Sarebbe auspicabile, sul punto, una precisazione normativa, considerando anche che la norma di riferimento richiama genericamente le (non del tutto sovrapponibili) esigenze di controllo del territorio per finalità di pubblica sicurezza, contrasto del terrorismo e del crimine organizzato (cfr. art. 5, c.3-sexies d.l, n. 7/2015, convertito, con modificazioni, dalla l. 43/2015, come novellato dal dl 113/2018, convertito con modificazioni dalla l. 132/2018).

  1. Il contact tracing

Più complessa è la seconda ipotesi, relativa alla mappatura a ritroso dei contatti tenuti, nel periodo d’incubazione, da soggetti risultati contagiati. Tale ricostruzione dei contatti può avvenire, almeno astrattamente, attraverso l’incrocio di tipologie di dati diversi: quelli sulle transazioni commerciali, sulle celle telefoniche, quelli sull’interazione con altri dispositivi mobili desunti dal ricorso a tecnologie bluetooth.

Va premesso che ciascuna tipologia di questi dati ha, naturalmente, una diversa significatività a fini epidemiologici, tanto maggiore quanto più idonea a selezionare i contatti più rilevanti perché più ravvicinati e, dunque, maggiormente suscettibili di aver determinato, almeno potenzialmente, un contagio.

Come vedremo più avanti, la scelta della tipologia di dati più efficace incide anche sul complessivo giudizio di proporzionalità, in quanto la maggiore selettività riduce il perimetro di incidenza della misura al solo stretto necessario, con effetti socialmente apprezzabili in termini di tutela della salute, individuale e collettiva.

In termini generali, comunque, il fine perseguito da tale misura risulta particolarmente apprezzabile perché non già repressivo (come invece nel caso della sorveglianza del soggetto in quarantena obbligatoria mediante la sua geolocalizzazione), ma solidaristico.

Lo scopo perseguito coinciderebbe, infatti, con l’esigenza di sottoporre ad accertamenti quanti siano entrati potenzialmente in contatto con un soggetto risultato positivo al virus o, comunque, di adottare le misure utili a prevenire il contagio.

Si perseguirebbe, dunque, quella componente solidaristica del diritto alla salute quale interesse collettivo, valorizzata dalla giurisprudenza costituzionale sugli obblighi vaccinali.

L’utilizzo di tale tecnologia avrebbe, del resto, poche valide alternative ai fini della ricostruzione della catena epidemiologica.

La semplice intervista del paziente può essere, infatti, lacunosa o comunque scontare la mancata conoscenza di molti soggetti con i quali si possa essere entrati in contatto nei più vari contesti (in farmacia, al supermercato ecc.).

Un elemento di fragilità delle soluzioni basate sui dati acquisiti da telefono attiene, però, al suo presupporre che tutti si spostino con il telefono addosso. E se questo avviene quasi sistematicamente per le fasce più giovani della popolazione, non avviene altrettanto sicuramente per gli anziani, che dovrebbero invece essere i primi a dover essere contattati in caso di temuto contagio, per essere curati con la massima tempestività.

Le soluzioni “tecnologiche” sono, infatti, validissime alleate dell’azione di prevenzione epidemiologica ma necessitano, evidentemente, di misure complementari di diversa natura, idonee a superare i limiti imposti, tra le altre cose, dal divario digitale.

Tale considerazione, sui limiti intrinseci alle opzioni tecnologiche, ha un duplice ordine di implicazioni.

In primo luogo, la valutazione dell’efficacia attesa dalla misura non può prescindere da un’analisi inerente le azioni complementari e, dunque, la fase- che dovrebbe ragionevolmente conseguirne- dell’accertamento sanitario dei soggetti individuati, tramite data tracing, quali potenziali contagiati.

Si possono raccogliere, infatti, tutti i dati possibili sui potenziali portatori (sani o meno che siano), ma se poi non si hanno le risorse (e persino i reagenti!) per accertarne l’effettiva positività, non si va molto lontano.

In secondo luogo, la necessità di ricostruire la catena dei contagi mediante i dati di dispositivi elettronici rende problematica l’imposizione di un obbligo generalizzato di uso di tali sistemi. Ciò, infatti, presupporrebbe la possibilità (non solo economica ma anche cognitiva) di utilizzo di smartphone e di loro funzionalità che non sono, oggettivamente, a tutti accessibili.

Inoltre, un simile obbligo di utilizzo sarebbe difficilmente coercibile salvo ricorrere a un vero e proprio braccialetto elettronico.

Se anche si ritenesse, come pure si sta ipotizzando, di far attivare il bluetooth direttamente da una app, come imporre, infatti, di uscire di casa solo se ‘accompagnati’ dal proprio smartphone, tra l’altro abbastanza carico?

Queste considerazioni inducono a preferire il ricorso a sistemi fondati sulla volontaria adesione dei singoli che consentano il tracciamento della propria posizione. Tuttavia, per garantire la reale libertà (e quindi la validità) del consenso al trattamento dei dati, esso non dovrebbe risultare in alcun modo condizionato.

Pertanto, non potrebbe ritenersi effettivamente valido, perché indebitamente e inevitabilmente condizionato, il consenso prestato al trattamento dei dati acquisiti con tali sistemi, se prefigurato come presupposto necessario, ad esempio, per usufruire di determinati servizi o beni (si pensi al sistema cinese).

L’efficacia diagnostica di tale soluzione dipende, in ogni caso, dal grado di adesione che essa incontri tra i cittadini, in quanto la rilevazione potrebbe per definizione avvenire solo limitatamente alla parte della popolazione che consenta di “farsi tracciare”.

La percentuale minima per l’efficacia è stimata nell’ordine del 60%.

E se a Singapore tale soluzione ha visto l’adesione di pressoché tutta la popolazione, ciò sembra imputabile prevalentemente alla specifica cultura e al grado molto avanzato di innovazione digitale di quel Paese.

Ciò non esclude però che un’adeguata sensibilizzazione sull’opportunità di ricorrere a tale tecnica, anche solo a fini egoistici- ovvero per essere informati di essere stati potenzialmente e inconsapevolmente contagiati tramite un contatto con soggetti positivi- possa invece consentire un’ampia adesione dei cittadini.

In tal senso, quindi, la volontaria attivazione di una app funzionale alla raccolta dei dati sull’interazione dei dispositivi, ben potrebbe rappresentare il presupposto di uno schema normativo fondato su esigenze di sanità pubblica, con adeguate garanzie per gli interessati (art. 9, p.2, lett.i) Reg. (Ue) 2016/679).

La seconda fase del trattamento (quella, cioè, successiva alla rilevazione dei dati) consiste essenzialmente nella conservazione degli stessi, in vista del loro eventuale, successivo utilizzo per allertare i potenziali contagiati.

Tale opera di “personalizzazione” dovrebbe avvenire limitatamente ai soggetti risultati poi positivi e a coloro ai quali, con essi, siano entrati in contatto significativo, per il solo periodo di potenziale contagiosità.

Sotto il profilo dell’impatto sulla riservatezza, determinato dalla conservazione in sé dei dati, in vista del loro successivo utilizzo, è certamente preferibile la soluzione della registrazione del “diario dei contatti” sullo stesso dispositivo individuale nella disponibilità del soggetto. Si eviterebbe così la conservazione di dati personali in banche dati dei gestori, che riproporrebbe le criticità rilevate dalla giurisprudenza della Cgue sulla data retention.

I criteri di necessità, proporzionalità e minimizzazione rimarcati dalla giurisprudenza europea indicano, comunque, l’esigenza di contenere tali limitazioni della privacy nella misura strettamente necessaria a perseguire fini rilevanti, con il minor sacrificio possibile per gli interessati.

Seguendo questo criterio, dovremmo allora ritenere anzitutto preferibile la misura più selettiva, che garantisca cioè il minor ricorso possibile a dati identificativi, sia in fase di raccolta sia in fase di conservazione.

In tal senso, ai fini della raccolta, il bluetooth, restituendo dati su interazioni più strette di quelle individuabili in celle telefoniche assai più ampie, parrebbe migliore nel selezionare i possibili contagiati all’interno di un campione più attendibile perché, appunto, limitato ai contatti significativi (così parrebbero orientati Singapore e Germania).

In particolare, sarebbero apprezzabili quelle tecnologie che mantengono il diario dei contatti esclusivamente nella disponibilità dell’utente, sul suo dispositivo, ragionevolmente per il solo periodo massimo di potenziale incubazione.

Il soggetto che risultasse positivo dovrebbe fornire l’identificativo Imei del proprio dispositivo all’asl, che sarebbe poi tenuta a trasmetterlo al server centrale per consentirgli così di ricostruire, tramite un calcolo algoritmico, i contatti tenuti con altre persone le quali si siano, parimenti, avvalse dell’app blue tooth.

Queste ultime riceverebbero poi una segnalazione (nella forma di un alert sul sistema) di potenziale contagio, con l’invito a sottoporsi ad accertamenti che, naturalmente, sarà efficace nella misura in cui sia responsabilmente seguito.

In tal modo, il tracciamento sarebbe affidato a un flusso di dati pseudonimizzati, suscettibili di reidentificazione solo in caso di rilevata positività.

Anche in tali circostanze, comunque, la stessa comunicazione tra server centrale ed app dei potenziali contagiati avverrebbe senza consentirne la reidentificazione, così minimizzando l’impatto della misura sulla privacy individuale.

In alternativa all’alert intra-app, si potrebbe ipotizzare che sia direttamente l’asl ad avvisare e, quindi, sottoporre ad accertamento le persone le quali, dalle rilevazioni bluetooth, risultino essere entrate in contatto significativo con il soggetto positivo.

La conservazione dei dati di contatto, da parte del server, dovrebbe comunque limitarsi al tempo strettamente indispensabile alla rilevazione dei potenziali contagiati.

L’anamnesi rimessa al medico consentirebbe, poi, di realizzare quell’intervento umano sul processo algoritmico richiesto dal Regolamento 2016/679 per evitare l’esclusiva soggezione umana a decisioni automatizzate, correggendone anche, così, possibili distorsioni e inesattezze.

In ogni caso, è auspicabile che la complessa filiera del contact tracing possa  realizzarsi interamente in ambito pubblico.

Ove, tuttavia, ciò non fosse possibile e anche solo un segmento del trattamento dovesse essere affidato a soggetti privati, essi dovrebbero possedere idonei requisiti di affidabilità, trasparenza e controllabilità, rigorosamente asseverati.

Potrebbe infine essere utile prevedere specifici reati propri, suscettibili di realizzazione da parte di coloro che, potendo avere accesso ai dati per qualunque ragione anche operativa, li utilizzino per altre finalità.

La soluzione ipotizzata ridurrebbe, verosimilmente allo stretto necessario, la sua incidenza sulla riservatezza. Tuttavia, benché non massivo, il trattamento di dati personali comunque realizzato richiederebbe, auspicabilmente, una norma di rango primario, (anche un decreto-legge, che assicura la tempestività dell’intervento, pur non omettendo il sindacato parlamentare né quello successivo di costituzionalità, diversamente dalle ordinanze).

Ove non si procedesse a un intervento legislativo ad hoc, sarebbe opportuno quantomeno integrare l’art. 14 dl 14/20, anche con misure di garanzia da prevedersi eventualmente con fonte subordinata.

La norma avrebbe anche una rilevante funzione performativa, fornendo una cornice generale di regole e garanzie cui uniformarsi anche a livello locale. Si eviterebbero così le autonome iniziative, differenziate da zona a zona che- in quanto spesso scoordinate e poco verificabili – rischiano di indebolire l’efficacia complessiva della strategia di contrasto. Quest’esigenza di uniformità vale sia a livello interno che sovranazionale. E’, in questo senso, assolutamente condivisibile l’auspicio del Garante europeo per la protezione dei dati, in favore dell’adozione di un unico progetto di data tracing in ambito europeo.

Naturalmente, come prescritto dalla Consulta per le disposizioni emergenziali, è fondamentale l’efficacia temporalmente limitata della norma, da revocare non appena terminato lo stato di necessità o, comunque, ove la prassi ne dimostri la scarsa utilità (in tal senso, sarebbero opportuni controlli periodici).

Ed è essenziale sancire (con il presidio di sanzioni adeguate) l’obbligo di cancellazione dei dati decorso il periodo di potenziale utilizzo (salva la conservazione in forma aggregata o comunque anonima per soli fini statistici o di ricerca) e l’illiceità di qualsiasi riutilizzo dei dati per fini diversi da quelli di tracciamento dei contatti, nei termini suindicati.

Così circoscritto, il ricorso al contact tracing potrebbe anche concorrere all’eventuale formazione del “passaporto sanitario digitale”.

Ci riferiamo, in particolare, alle varie iniziative suscettibili di adozione nella fase di ripresa delle attività, per la valutazione del grado individuale di rischio epidemico.

Vanno studiate, dunque, modalità e ampiezza delle misure da adottare in vista della loro efficacia, gradualità e adeguatezza, senza preclusioni astratte o tantomeno ideologiche, ma anche senza improvvisazioni o velleitarie deleghe, alla sola tecnologia, di attività tanto necessarie quanto complesse.

La chiave è nella proporzionalità, lungimiranza e ragionevolezza dell’intervento, oltre che naturalmente nella sua temporaneità.

Il rischio che dobbiamo esorcizzare è quello dello scivolamento inconsapevole dal modello coreano a quello cinese, scambiando la rinuncia a ogni libertà per l’efficienza e la delega cieca all’algoritmo per la soluzione salvifica.

115 vaccini per il coronavirus. Cinque di questi sono già in fase clinica.

L’attività di ricerca per un vaccino sta viaggiando ad una velocità mai sperimentata in passato. La rivista ‘Nature’ ha censito in tutto il mondo all’8 aprile 115 vaccini, 78 attivi e 37 per i quali non si hanno informazioni.

Cinque di questi sono già in fase clinica: si tratta del Niaid (National Institute of Allergy and Infectious Diseases) – Moderna Therapeutics (Usa); di un siero dell’Accademia di Scienze Mediche Militari di Pechino – CanSino Biologics (Cina); del prodotto di Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (Cepi) – Inovio Pharmaceuticals (Usa); di quelli di Shenzhen Geno-Immune Medical Institute (Cina, due candidati vaccini).

Mentre in Italia ll’Istituto Nazionale Malattie Infettive ‘Lazzaro Spallanzani’,  collabora con entrambe le società che stanno lavorando alla realizzazione di un vaccino, Takis e ReiThera.

In Germania, intanto, è stata avviata una sperimentazione di fase 3 per verificare se un vaccino contro la tubercolosi, denominato VPM1002, possa essere attivo anche contro il Sars-CoV-2.

Comunque l’Ema (European Medicine Agency) stima che potrebbe essere necessario almeno un anno prima che un vaccino contro Covid-19 sia pronto per essere approvato e sia disponibile in quantità sufficienti per consentirne un utilizzo diffuso.

L’accordo

È il giorno dopo. L’Europa ha sottoscritto un accordo. Meglio così. Prima si fa e meglio è. Ci saranno quelli che si lamenteranno. Normale. Gli accordi sono sempre vie di mezzo. Altrimenti non sarebbero tali. Ci sarebbe altrimenti sopraffazione dell’uno sull’altro. Importante è che sia stato sancito. Mette in moto una quantità elevata di denaro. Ciò è molto importante per l’economia. 

Purtroppo il virus non demorde. Anche ieri ha sfortunatamente mostrato la sua dolorosissima presenza. Tutti pensavamo di poter ricominciare almeno qualche produzione, ma il segnale raccolto ieri sera ci paralizza. Saremmo costretti a consumare anche questo mese in una avvilizione ormai insopportabile. Ma non defletteremo. Il compito nostro, il primo compito nostro, è di liquidare il coronavirus. Costi quel che costi.

oggi, ci saranno tanti a protestare nei riguardi dell’accordo europeo. Sbagliano. Faccio presente solo, per rinverdire la memoria, che per decenni molte voci si levavano, nelle regioni del nord, contro la redistribuzione delle tasse nell’intero Paese. Sostenendo che i soldi del nord restassero al nord. Che le tasse del nord restassero al nord e che il sud organizzasse la sua economia con le tasse versate al sud.

Cosa dicono oggi gli Olandesi? I Finlandesi? I Tedeschi? Dicono che i debiti non devono essere spalmati all’intera Europa, ma che ciascun Paese se la sbrighi con i propri. In sostanza, la stessa logica, senza alcuna sbavatura, che sentivamo da Salvini e da Zaia in tempi recentissimi.

I moralisti, a parer mio, non vanno mai assolutamente ascoltati. Semmai smascherati. In fondo, questi sono bravi nell’indicare cosa devono fare gli altri, ma rasentano la vergogna quando dovrebbero dare l’esempio loro.

Intanto l’accordo europeo ha aperto un nuovo capitolo. L’ha solo aperto. Non sappiamo che destino avrà. Ha aperto la strada per i coronabond. Sarà una strada in salita. Difficilissima. Probabilmente troverà ostacoli insormontabili. Ma, come ho scritto qualche giorno fa, è l’unica che possa davvero connotare l’Europa con lettere maiuscole.

Auspichiamo che questa finalità venga colta, perché solo così troveremo parità tra tutti i cittadini europei. E gli spagnoli, i danesi, gli sloveni, saranno pur sempre spagnoli, danesi e sloveni, ma prima di tutto, universalmente, saranno europei. Come i molisani, i calabresi, i piemontesi, saranno sempre molisani, calabresi e piemontesi, ma prima di tutto saranno italiani.

L’analisi di Pertile è concreta ma bisogna sterilizzarne le interpretazioni populiste.

Roberto Pertile riprende e circostanzia le analisi storico-economiche precedenti e aggiunge considerazioni sulla responsabilità della politica rispetto al progressivo declino del nostro sistema economico negli ultimi decenni.

È anche concreto circa le scelte necessarie per il futuro: privilegiare la produzione industriale rispetto alla speculazione finanziaria, gli investimenti rispetto ai consumi, l’innovazione, il maggior dimensionamento delle imprese, insomma un nuovo modello di sviluppo capace di orientare i settori produttivi sui ritorni a m/l termine del capitale investito, piuttosto che sui guadagni ravvicinati.

Ora a me sembra che il nostro attuale sistema politico, già carente e responsabile degli errori del passato, viva una crisi aggiuntiva dovuta al prevalere, non solo nell’elettorato, di domande/offerte a breve, brevissimo termine. Insomma, io penso che per un nuovo modello di sviluppo l’attuale dialettica democratica sia più un ostacolo che uno strumento.

Lo vediamo in questi giorni in cui tra l’annuncio di aiuti del governo e l’effettiva fruizione dei destinatari ci passa un mare burocratico. Non vorrei cadere in un equivoco: non si tratta di sospendere la democrazia, ma di sterilizzarne le vocazioni populiste andando a forme di governo da unità nazionale per un nuovo modello di sviluppo

Non so neanche se oggi in Italia ci sia una classe dirigente imprenditoriale con una strategia all’altezza di un nuovo modello di sviluppo. Con tutti i limiti analizzati da Pertile, negli anni 50.60 e 70 l’Italia ebbe una strategia industriale, basata essenzialmente sul ciclo auto+autostrade.

Dopo di allora non mi sembra sia apparsa una nuova classe imprenditoriale con una strategia.

Democrazie illiberali: i cattolici democratici riflettano sulla lezione di Sturzo.

Bene ha fatto “Il Domani di Italia” ad aprire un dibattito sulle scelte illiberali del Governo Orbán, benchè assunte con metodi democratici, come del resto ha fatto Erdogan. E’ il tema attualissimo delle “democrazie illiberali” aperto qualche tempo fa dalla riflessione di Luciano Violante nel suo bel libro Democrazie senza memoria (Einaudi 1918). 

Il dibattito aperto nelle colonne del Domani d’Italia è prezioso perché ci costringe ad accendere i riflettori anche sulle situazioni politico istituzionali che ci toccano da vicino. Situazioni in qualche modo speculari a quelle generate dalle ‘democrazie illiberali’ di Orbán ed Erdogan, e che non trovo altro modo di definire se non “regimi liberali ma antidemocratici”. Mi avventuro a definire in questo modo quegli assetti costituzionale ed istituzionali nei quali i diritti civili e le libertà dei cittadini vengono riconosciuti e tutelati in via di principio, ma poi sono assunti con mezzi ed intenti di dubbia democraticità sostanziale e dunque e alla fine, come conseguenza naturale, non vengono tutelati. 

Già Sturzo aveva ben messo a fuoco nei suoi studi dall’esilio il tema del rapporto tra liberalismo e democrazia, individuando i tre tipi di liberalismo: “Uno combattuto perché laicismo clericale, che nulla aveva di liberale; un secondo conosciuto e assorbito in quei paesi, Inghilterra e Stati Uniti, dove il processo moderno di laicizzazione non aveva prodotto una religione politica totalitaria, ma una religione nella politica come criterio fondativo e critico; un terzo rivendicato ad alta voce ed inutilmente come naturale alleato dei cristiani nella lotta contro il socialcomunismo” (G. Morra: I tre liberalismi di Sturzo, in E. Guccione  (a cura), Luigi Sturzo e la Democrazia, pag. 484). 

Quello di Sturzo è antecedente culturale importante per quei cattolici democratici impegnati oggi ed in tempi di crisi drammatica a tutelare e salvare il sistema Italia.

Ecco allora che inevitabilmente il pensiero corre veloce a quei gruppi politici che si ergono a tutori e difensori di tutti, ma proprio tutti i diritti civili e politici dei cittadini, magari anche in eccesso e declinati con gli epiteti colorati derivati dallo sguaiato verbo “vaffa”. Corre veloce a deputati cooptati con elezioni blindate e prive di preferenze, all’annullamento disinvolto del divieto costituzionale di vincolo di mandato, alle scelte talvolta decisive delegate in ultima istanza a piattaforme digitali in mano a società rette da fine di lucro. E l’elenco potrebbe continuare. Rimane alla fine la doverosa censura a quel parlamentarismo liberale ma certamente antidemocratico, nel quale l’aula viene ridotta a curva da stadio e la mediazione politica ed il messaggio nel quale essa si articola divenendo proposta politica, è affidato a deputati “sandwich” che si aggirano tra i nobili Banchi di Montecitorio con appeso al collo il loro bel cartellone con epiteti spesso offensivi. 

Ho preso ad esempio i casi più vistosi per evidenziare come il tema che abbiamo di fronte non è solo e tanto quello della democrazia illiberale, che pure esiste, ma quello più ampio del conflitto tra democrazia e libertà. Conflitto arrivato a vertici inaspettati ed imprevisti nei nostri giorni, perché coniugare democrazia e libertà è fatica ininterrotta e continua che richiede una tensione culturale, morale e politica gravosissima. Ed è impresa che spesso non riesce. 

I titoli ed i capitoli in cui descrivere idealmente questa impresa sarebbero tanti e tutti scottanti; per un costituzionalista elencarli tutti sarebbe sofferenza drammatica. Mi limito solo ad elencarne alcuni perché oggetto di discussioni ben note ed attuali: intercettazioni e trojan, incidenza e condizionamento della finanza strutturata e globale nelle scelte politiche dei singoli paesi, la inarrestabile deriva della magistratura come potere autonomo direttamente invasivo e sostitutivo della classe politica ed amministrativa, l’omologazione dei soggetti e delle persone indotta e conseguenza della digitalizzazione della complessiva società civile e della violazione sistematica dei dati sensibili. Non posso naturalmente tacere la violazione ma sistematica ed universalmente accettata del diritto alla vita del nascituro così come del diritto alla vita del malato terminale che sino a prova contraria sono diritti costituzionali  assoluti.

Risparmio ai lettori la dolorosa litania rinviando quelli animati da buona volontà agli ottimi approfondimenti svolti sul tema “libertà e democrazia” dal Centro Livatino ma anche dalla Associazione dei Giuristi Cattolici. La verità è che dopo oltre cento anni la riflessione di Luigi Sturzo è attuale come non mai. La nostra generazione è chiamata a declinarla nuovamente e ad attualizzarla ancora una volta secondo le esigenze dei nostri tempi. Sono grato a quegli studiosi che si sono dedicati all’impresa e non posso non segnalare gli studi del professor Pezzimenti sull’attualità straordinaria del ‘corpus’ delle Encicliche Leonine che sono poi la base ultima della riflessione Sturziana ma anche e poi De Gasperi e Moro. (Rocco Pezzimenti, Perché è nata la Dottrina Sociale della Chiesa, Rubettino 2018). La verità è che la cultura moderna e post moderna non ha risolto e metabolizzato e dunque armonizzato dopo oltre 150 anni la critica di fondo mossa al liberalismo da padre Taparelli D’azeglio: la verità non coincide sempre con la maggioranza. E questo è il punto da dirimere e risolvere. Ma questo discorso ci porterebbe troppo lontano…

Più formazione, più investimenti, più produttività: ricostruire il modello di sviluppo italiano.

La progressiva uscita dalla crisi offre un’opportunità: agire prioritariamente sull’offerta, facendo finalmente quella manovra economica e sociale che non è stata fatta, mai veramente, negli ultimi decenni, i cui mancati effetti positivi si stanno pagando ancora oggi.
Può esserci, dunque, la disponibilità di risorse finanziarie per una innovativa manovra di politica economica. Può essere avviata un’azione incisiva, di promozione e realizzazione di programmi di crescita della produttività per poter competere nel mercato globale.
Investire, cioè, prioritariamente, nella formazione, nella cultura, nel digitale, nelle tecnologie innovative, nell’efficientamento della macchina amministrativa.
L’Italia è cresciuta quando è stata data importanza ai processi di accumulazione reale. In quegli anni virtuosi, (anni del miracolo economico) nelle imprese, prima di tutto, si pensava ad investire per aumentare la produttività reale, con l’obiettivo di raggiungere l’Europa più avanzata.

In quella congiuntura, si è stati competitivi, così da far crescere la produzione per effetto dell’allargamento della propria quota di mercato, in particolare all’estero.
Il denaro delle banche era funzionale a ciò. Non si finanziava la speculazione; veniva supportato l’investimento nell’innovazione dei processi produttivi e dei prodotti.

Questo scenario, va evidenziato, non è mai stato (salvo nei primi decenni post guerra) al primo posto nell’agenda della politica. A giustificazione, c’è stata (come alcuni storici hanno ben analizzato) la questione della “legittimazione” democratica della Repubblica; e la via scelta è stata quella del creare potere d’acquisto per soddisfare l’arretratezza sociale mediante l’accesso in massa ai consumi “familiari” (auto, frigoriferi ecc.). Diversa, allora, la strada della Germania: prima l’efficienza della struttura produttiva, poi il benessere diffuso.
I risultati negativi italiani si vedono, oggi, in termini di ridotto potere di acquisto, soprattutto dei gruppi sociali più deboli, ma anche i ceti medi stanno soffrendo.

Inoltre, negli anni settanta e ottanta, di fronte ai problemi strutturali che la positiva crescita della produttività negli anni precedenti aveva creato, si è preferito, nel mondo delle imprese e della finanza, ritenere che l’idea imprenditoriale vincente fosse prioritariamente la remunerazione finanziaria del capitale proprio dell’impresa. Il bilancio in utile veniva fatto con i proventi da “speculazione finanziaria”; e le banche stettero al gioco. Prevalse la “finanza creativa”, di cui ancora oggi si pagano le conseguenze del guadagno facile.
Nelle fabbriche e nelle banche gli investimenti ritenuti migliori sono stati quelli che producevano redditi mediante una combinazione dei fattori finanziari, passando in seconda linea la virtuosa combinazione del fattore lavoro e di quello capitale, a cui bisognava aggiungere l’innovazione (conoscenza).

In una logica di breve periodo (arco temporale predominante nelle scelte di politica economica in Italia) prevale la speculazione finanziaria: il miraggio del guadagno elevato e immediato. I casi di crisi aziendali e bancari, provocati da questa logica, sono noti.
Interessa al nostro ragionamento evidenziare che molti “esperti di grido” hanno assicurato che la “ricchezza” finanziaria avrebbe sostenuto gli investimenti produttivi ed in particolare quelli immateriali. Così non è stato.

Il mondo dei capitali ha fatto il suo gioco ed ha insegnato, ancora una volta, che non è certo il libero mercato che fa una politica industriale selettiva e finalizzata al raggiungimento di equilibri economici più avanzati a medio-lungo termine.
Già negli anni settanta, era stato evidenziato, nell’analisi sui settori industriali italiani e sui loro ritardi competitivi, che gli sviluppi tecnologici futuri, che avrebbero attraversato, orizzontalmente, tutti i campi, dall’informatica all’agroalimentare, richiedevano politiche di sostegno agli investimenti strutturali. Poi, in seguito, sarebbero state proficue le azioni di incentivazione della domanda di consumi.

Nella stessa direzione portavano i già presenti processi di globalizzazione. Dalle fabbriche manifatturiere, alle banche, agli istituti di ricerca, l’urgenza sarebbe stata quella di investire nel medio-lungo termine, gestendo la velocità del progredire tecnologico.

Le forze politiche e sociali (i sindacati in primis), invece, preferiscono dare priorità alla domanda di aumento dei consumi quotidiani. Hanno prevalso gli accordi “corporativi” con il sindacato soprattutto in occasione delle tante campagne elettorali. Si è preferito seguire la via della ricchezza fatta con la speculazione bancaria e con l’avventurismo nella finanza.
Nel complesso, mentre negli anni della ricostruzione c’è stata una giustificazione istituzionale alla prevalenza dei consumi rispetto agli investimenti; ora, dopo avere analizzato i limiti del miracolo economico degli anni sessanta, non c’è giustificazione razionale al dare preferenza alla logica elettorale del beneficio a breve termine.
Queste scelte, fatte nel passato, sia dalla maggioranza sia dall’opposizione, sono state un freno alla creazione di nuova ricchezza reale ed un forte incentivo a favorire le varie bolle speculative.

Un falso luogo comune è stato credere (ad arte?) che gli incentivi a pioggia, dati per vivacizzare la domanda di consumo, potessero produrre l’effetto che il lavoro produttivo crescesse.

Non esiste un automatismo di questo genere (la storia economica lo ripete in continuazione). Anzi, tecnologia e globalizzazione sono fattori che, se sono lasciati a se stessi, producono squilibri, in particolare la riduzione dei livelli d’occupazione.
Infatti, basta osservare molto semplicemente il quotidiano; ad esempio, in banca non c’è più la necessità di recarsi agli sportelli: il personale è stato sostituito dalla tecnologia. E così via.

Nel caso del settore bancario, come in altri settori, è mancata la capacità e la forza imprenditoriale di investire nel medio periodo per “convertire” l’attività caratteristica. Le imprese ed i singoli investitori sono stati lasciati soli di fronte ad un mondo in profondo cambiamento.

In Italia, il sistema produttivo e la crescita della produttività hanno avuto un rapporto sempre molto complesso e difficile. Negli altri paesi più avanzati, europei e non, cresce, in continuo, la produttività. Da noi, no. Infatti, vi è una netta divergenza tra l’andamento italiano della produttività e quello dei principali concorrenti, a danno del sistema italiano.
Il mito, tutto italiano, del piccolo è bello ha sufficientemente deviato l’attenzione dallo scenario competitivo internazionale. Infatti, le piccole imprese italiane hanno mediamente una produttività molto inferiore ai concorrenti europei.

Perseguire, dunque, investimenti nell’economia reale. Non è facile, dati i numerosi nodi negativi da sciogliere, riporre al centro dei processi di accumulazione l’economia reale. Va ridimensionata, innanzi tutto, la finanza speculativa ed il facile guadagno a brevissimo termine. La crisi del 2008 dovrebbe essere maestra di saggezza.

Alle banche è richiesto di cambiare la loro missione: credere nel finanziamento dell’innovazione, della formazione, degli investimenti tecnologicamente avanzati, sostenere la globalizzazione delle imprese. Una finanza al servizio del nuovo mondo della produzione.
Significa, anche, avere la forza e la capacità di ridimensionare il “bancocentrismo” italiano; bisogna rivedere la qualità delle linee di finanziamento attuali alle imprese (l’80-85% dei finanziamenti alle aziende sono di origine bancaria), Le banche devono cooperare per sfatare il vecchio detto (fondato) che dice che le imprese italiane sono povere, mentre i padroni sono ricchi. È, molto spesso accaduto, che gli utili realizzati in azienda non siano restati in azienda sotto forma di investimenti produttivi, bensì sono entrati a far parte del patrimonio personale dell’imprenditore, sovente per inseguire il sogno di arricchirsi con la speculazione finanziaria.

Il ruolo della politica: abbandonare l’arco temporale, a breve termine, della soddisfazione delle attese corporative dell’elettore, per farlo protagonista nel medio termine di benessere e ricchezza duraturi.
Dunque, la domanda è di una reale ripresa della politica industriale, negli ultimi anni abbastanza emarginata, per ottenere un riposizionamento del sistema produttivo: più produttività, più competitività, più qualità concorrenziale del sistema.
Più crescita, cioè, per una riconquista di effettivo benessere e per una rinnovata redistribuzione della ricchezza, secondo la nuova domanda di giustizia sociale e di difesa dei gruppi sociali più deboli, a cominciare dai giovani.

Non solo, recenti acquisizioni di società italiane da parte di capitale estero sono più espressione di una “colonizzazione” che di un arricchimento tecnologico del sistema produttivo. D’altra parte, l’imprenditoria italiana, progressivamente, sta lasciando il posto a imprenditori esteri, attratta dalla prospettiva di immediati significativi realizzi monetari.

Il divorzio fra Banca d’Italia e Tesoro: teorie sovraniste e realtà.

Osservatorio CPI 

 

A beneficio di quanti vogliano approfondire le ragioni che portarono nel 1981 al cosiddetto divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia – questione su cui fa perno oggi la polemica attorno al divieto scritto nei Trattati a finanziare direttamente i governi da parte della BCE – segnaliamo questo documento dell’Osservatorio diretto da Carlo Cottarelli (di seguito lo stralcio della presentazione e il link, in fondo, per accedere al testo completo).

Secondo alcune versioni delle teorie sovraniste, il cosiddetto divorzio fra la Banca d’Italia e il Tesoro nel 1981 sarebbe all’origine dei guai dell’Italia perché avrebbe comportato forti aumenti dei tassi d’interesse e la grande crescita del debito pubblico negli anni ottanta. 

In realtà, il divorzio fu, dal punto di vista formale, una piccola riforma, largamente incompiuta; in particolare non tolse ai governi il potere di decidere sui tassi d’interesse e vari canali di finanziamento monetario del deficit rimasero aperti. Tale potere non fu però utilizzato perché nella politica e nella società italiana stava maturando un cambiamento profondo: l’Italia non voleva più essere il paese dell’inflazione e delle continue svalutazioni del cambio, perché ciò era considerato nocivo per la crescita economica e per la coesione sociale. 

Quel cambiamento si era già tradotto nell’adesione, nel 1979, al Sistema Monetario Europeo e poco dopo sarebbe sfociato nel lodo Scotti e nel cosiddetto decreto di San Valentino con cui governo e parti sociali (o alcune di esse) si impegnarono a ridurre rapidamente l’inflazione. 

All’inizio degli anni ottanta, i tassi di interesse nominali e reali aumentarono in tutto il mondo. Se l’Italia si fosse chiamata fuori dal cambiamento, l’inflazione, alimentata dal secondo shock petrolifero, sarebbe ulteriormente aumentata. Il problema che non si riuscì a risolvere allora e che è ancora irrisolto oggi è quello del debito pubblico. 

Quando la società e la politica scelgono di combattere l’inflazione, lo Stato perde il gettito della tassa da inflazione e deve ricorrere ad altre forme di imposizione o a riduzioni della spesa per mantenere in equilibrio i conti pubblici. Ciò fu fatto con successo in tutti i paesi avanzati, ad eccezione dell’Italia. 

Chi critica il divorzio rimpiange i tempi in cui lo stato si finanziava con la tassa da inflazione che alla fine degli anni settanta raggiunse il 12 percento del Pil, il doppio dell’attuale gettito dell’Iva; era una tassa opaca ed iniqua, perché non tutti avevano le cognizioni necessarie per comprenderne gli effetti o per evitarla investendo in attività alternative o all’estero. 

L’anomalia dell’Italia non è il divorzio, ma una politica di bilancio che ancora oggi non è riuscita a fare i conti con la realtà. A chi dice, in ogni caso esagerando, che il divorzio fu un colpo di mano in spregio delle istituzioni democratiche è facile rispondere che nessun parlamento aveva mai autorizzato quell’enorme scippo di risorse ai danni dei risparmiatori che lo Stato attuò negli anni settanta con la tassa da inflazione.

(a cura di Giampaolo Galli – Osservatorio CPI Conti Pubblici Italiani)

Link per accedere al documento dell’Osservatorio CPI

 

 

Il ponte di Aulla e la sparizione sostanziale della grande impresa di costruzioni.

Ecco che cade un altro ponte e si accartoccia su se stesso. Stavolta è capitato al ponte di Aulla in provincia di Massa Carrara, e per fortuna non ci sono state vittime, per la contenuta circolazione dovuta alla pandemia; ma le polemiche già si fanno sentire. E intanto incominciano le polemiche: il sindaco del luogo, ad esempio, riferisce subito che aveva già da tempo investito l’Anas della esigenza di fare una perizia tecnica, che fatta a suo tempo aveva pronosticato una sostanziale agibilità del ponte.

Il ponte fu costruito nel 1908, ben 112 anni fa, e ristrutturato nel secondo dopoguerra. Fu progettato dal pioniere del cemento: da Attilio Muggia, che in quegli anni fu solo una delle tante progettazioni fatte dall’architetto e ingegnere, molto stimato e apprezzato. Ora, come siamo abituati dai media, la Procura della Repubblica ha aperto una inchiesta; come da prassi, la consueta è necessaria inchiesta, ma oltre alle indagini si spera che si apra invece davvero anche una profonda discussione sulla manutenzione e costruzione di opere pubbliche. Innanzitutto è necessario affrontare il tema ‘buco nero’ di cosa è accaduto nell’ultimo quarto di secolo in Italia, datosi che è noto a tutti che ne si costruiscono nuove opere, ne si manutengono quelle realizzate da qualche decennio, quando non da un secolo e più, come il ponte in questione.

Penso che questa ennesima disgrazia non derivi che in ridotta parte dalla mancanza di risorse pubbliche, o anche dalla paralisi burocratica originata dalla confusione cresciuta nel tempo di assegnazione compiti all’interno della sfera istituzionale italiana. Questi aspetti senza dubbio pesano! Ma credo che la ragione principale sia dovuta alla ostilità contro il “cemento” rafforzatasi abnormemente nel dopo “tangentopoli” che diventò di fatto l’agnello sacrificale per taluni, necessario per il passaggio dalla prima alla seconda repubblica. Tanto è così, che se chiediamo a chiunque di elencarci opere significative realizzate da quel momento in poi, difficilmente si saprà rispondere. Ma c’è un’altro riscontro che dimostra questa tesi: la sparizione sostanziale della grande impresa di costruzioni. Fino a trent’anni fa eravamo i più richiesti costruttori di grandi opere in America del Nord, in Europa, in medio oriente ed in Africa. Dopo tangentopoli e dunque dopo la fine di programmi infrastrutturali in Italia, il nostro posto nel mondo è stato preso da francesi e cinesi.

Ora, ritornando al tema delle manutenzioni, sembra chiaro anche alle persone più disattente, che non si potrà andare avanti così ancora per molto tempo, pena uno sfarinamento progressivo del nostro patrimonio infrastrutturale. Peraltro tutti concorrono in questi giorni nel pronosticare una difficoltà economica dell’Italia ancora più estesa di quella mai cessata dal 2008; allora è proprio il caso di investire nelle infrastrutture. È risaputo che investire nelle infrastrutture si ottiene una espansione economica ancora maggiore che attraverso altri settori. Speriamo che gli italiani se ne rendano conto come lo erano fino a trent’anni fa. In caso contrario continueremo a rimanere stupiti dai crolli, con conseguenti indagini delle procure della Repubblica, ma dopo le indagine sarà il turno di un altro disastro.

Svimez: Il lockdown costa 47 miliardi al mese

Il lockdown costa 47 miliardi al mese, 37 al Centro-Nord, 10 al Sud. Considerando una ripresa delle attività nella seconda parte dell’anno, il Pil nel 2020 si ridurrebbe, in base a un report redatto dagli economisti della SVIMEZ Salvatore Parlato, Carmelo Petraglia e Stefano Prezioso, coordinati dal Direttore Luca Bianchi, del -8,4% per l’Italia, del -8,5% al Centro-Nord e del -7,9% nel Mezzogiorno. Dal report emerge che: 1) l’emergenza sanitaria colpisce più il Nord, ma gli impatti sociali ed economici “uniscono” il Paese 2) il Sud rischia di accusare una maggiore debolezza rispetto al Centro-Nord nella fase della ripresa, perché sconta inevitabilmente la precedente lunga crisi, prima recessiva, poi di sostanziale stagnazione, dalla quale non è mai riuscito a uscire del tutto. 3) Occorre completare il pacchetto di interventi per compensare gli effetti della crisi sui soggetti più deboli, lavoratori non tutelati, famiglie a rischio povertà e micro imprese.

Se si analizza l’intero sistema economico, tenendo conto anche del sommerso, sono
interessati dal lockdown il 34,3% degli occupati dipendenti e il 41,5% degli indipendenti. Al Nord l’impatto sull’occupazione dipendente risulta più intenso che nel Mezzogiorno (36,7% contro il 31,4%) per l’effetto della concentrazione territoriale di aziende di maggiore dimensione e solidità. La struttura più fragile e parcellizzata dell’occupazione meridionale si è tradotta in un lockdown a maggiore impatto sugli occupati indipendenti (42,7% rispetto al 41,3% del Centro e del Nord).

Sono “fermi”circa 2,5 milioni di lavoratori indipendenti interessati: oltre 1,2 milioni al Nord, oltre 500 mila al Centro, quasi 800 mila nel Mezzogiorno. Si tratta in larga parte di autonomi e partite iva: oltre 2,1 milioni, di cui 1 milione al Nord, oltre 400 mila al Centro e quasi 700 mila nel Mezzogiorno. Le perdite di fatturato e reddito lordo operativo di autonomi e partite iva sono piuttosto uniformi a livello territoriale. La perdita complessiva di fatturato è di oltre 25,2 miliardi in Italia, così distribuiti territorialmente: 12,6 al Nord,
5,2 al Centro e 7,7 nel Mezzogiorno.

Una distribuzione territoriale simile si osserva per le perdite di reddito operativo: circa 4,2 miliardi in Italia, di cui 2,1 al Nord, quasi 900 milioni circa al Centro e 1,2 milioni nel Mezzogiorno. La perdita di fatturato per mese di inattività ammonta a 12 mila euro per autonomo o partita iva, con una perdita di reddito  lordo di circa 2 mila euro, 1900 e 1800 per mese di lockdown rispettivamente nelle tre macroaree

Report SVIMEZ sull’impatto economico e sociale del COVID-19

La Casa Bianca vuole tagliare il sostegno all’Organizzazione mondiale della Sanità.

La Casa Bianca sta pensando ad un piano per tagliare il sostegno all’Organizzazione mondiale della Sanità. Lo hanno riferito alcuni funzionari dell’amministrazione presidenziale.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha negato le accuse di essere troppo vicino alla Cina mosse dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che già nei giorni scorsi aveva minacciato di tagliare i contributi di Washington. “Siamo ancora nella fase acuta di una pandemia, quindi ora non è il momento di ridurre i finanziamenti”, ha dichiarato in conferenza stampa Hans Kluge, direttore regionale dell’Oms per l’Europa, rispondendo ad una domanda sulle osservazioni fatte da Trump.

Gli Stati Uniti hanno contribuito al sostegno dell’Oms nel 2019 per una cifra pari a oltre 400 milioni di dollari, mentre il contributo cinese si ferma a 44 milioni di dollari.

Da Roma a Bergamo, la testimonianza di un infermiere del Corpo Militare CRI in reparto COVID-19

Mi porto il ricordo delle persone che non ce l’hanno fatta. Il ricordo di una storia dura che grazie al Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana, ho vissuto. Oggi credo di possedere una ricchezza in più che deriva dall’importante esperienza umana e professionale, che nella mia vita non ha eguali”. Il Tenente CRI Angelo Pedone, infermiere e volontario del Corpo Militare CRI, è stato in missione presso l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. In partenza il 22 marzo, rientrato dalla zona rossa, ha raccontato la sua esperienza nel reparto COVID-19 di una tra le città più colpite dal virus.

Il giorno antecedente alla partenza da Roma, sono stato informato sui vari aspetti della missione attraverso corsi specifici sull’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale, per essere inserito in servizio in piena sicurezza. Quando sono arrivato ho trovato una situazione drammatica.  Il pronto soccorso non aveva uno spazio che non fosse occupato da persone sofferenti. Al di fuori, stessa scena. Persone provate ed impaurite, in ambulanze incolonnate, in attesa dell’accettazione e del triage. Un’emergenza dalle dimensioni gigantesche, in cui nessun protocollo e nessuna pianificazione può tenere. Il mio primo turno è cominciato di notte presso un reparto Covid. Eravamo 5 infermieri divisi nelle due parti del settore, uno ‘pulito’ e uno ‘sporco’, ovvero a contatto diretto con il virus. Io ero in quello ‘sporco’, dove ho assistito i malati e somministrato loro le terapie”.

Che faccia ha il COVID-19? “L’ho visto e non ho alcun dubbio, ha una brutta faccia, cattiva, feroce e traditrice. Si impossessa di molte persone, le confonde, le scompensa, le stanca, le disidrata, le deprime e poi, gli toglie il fiato”.

Ma oggi forse c’è un po’ di speranza in più in Italia. Nonostante medici e infermieri abbiano visto morire molte persone, sono riusciti a guarirne altrettante. L’opinione pubblica ha preso coscienza della gravità del momento e comincia a collaborare. ‘Ma questo oggi, 7 aprile. Quando sono arrivato io – conclude il Tenente Pedone – seppure c’è una differenza soltanto di soli diciassette giorni, era diverso, queste minime novità positive non c’erano. Le persone che ho assistito oltre ad essere molto sofferenti erano impaurite, in alcuni casi rassegnate ad una evoluzione drammatica”.

 Angelo Pedone è un volontario del Corpo Militare CRI, infermiere della Fondazione Policlinico Gemelli. Ha una specializzazione in medicina di Area Critica Civile e Militare.  È stato impiegato in missioni internazionali e nazionali come Ufficiale Infermiere del Corpo Militare CRI (Afganistan; Emirati Arabi; Marenostrum).

Fonte Croce Rossa Italiana

Competenze digitali: l’Italia entra nella coalizione europea

Colmare le diverse forme, sociali e culturali, di divario digitale tra la popolazione italiana, favorire l’inclusione digitale e promuovere lo sviluppo di nuove competenze professionali. Con questi obiettivi il Ministro per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione Paola Pisano ha lanciato, nell’ambito dell’iniziativa Repubblica digitale, la Coalizione nazionale italiana che aderisce alla “Coalizione per le competenze e le professioni digitali” della Commissione europea.

Si tratta di una delle dieci iniziative chiave introdotte nel 2016 dalla Commissione europea per rispondere al bisogno sempre crescente di competenze digitali. Le coalizioni nazionali sono partenariati tra diversi soggetti che negli Stati membri lavorano insieme per migliorare le competenze digitali dei cittadini a livello nazionale, regionale o locale: riuniscono aziende ICT, ministeri, servizi per l’impiego pubblici e privati, associazioni, organizzazioni senza scopo di lucro e parti sociali, che sviluppano misure concrete per portare le competenze digitali a tutti i livelli della società. Con l’adesione dell’Italia, il cui impegno vedrà l’interessamento dei Ministeri competenti, a partire dagli Affari Europei e dagli Affari Esteri, oggi sono 24 i Paesi che partecipano al programma.

“In Italia è necessario ridurre il divario digitale nella forza lavoro, spesso più ampio che nella maggior parte degli altri paesi europei, attraverso l’aumento di competenze” – afferma il Ministro Pisano. “Per risolvere questi ostacoli, che impediscono l’efficacia di qualsiasi programma di trasformazione digitale, abbiamo lanciato la Coalizione nazionale per le competenze e le professioni digitali nell’ambito dell’iniziativa ‘Repubblica digitale’. Con la coalizione, desideriamo coinvolgere il maggior numero possibile di parti interessate in modo da favorire il cambiamento culturale e il miglioramento delle competenze necessarie per realizzare appieno i benefici della trasformazione digitale”.

Repubblica Digitale è un’iniziativa multistakeholder lanciata a maggio 2019 per promuovere l’inclusione digitale e l’adeguamento delle competenze per il lavoro (attraverso campagne di sensibilizzazione e percorsi formativi di upskilling e reskilling) a tutti i livelli dell’economia e della società italiana, favorendo partnership tra soggetti pubblici, mondo no profit e privati attraverso l’adesione a un manifesto per l’inclusione digitale. Ad oggi aderiscono oltre 90 soggetti pubblici e privati, per un totale di oltre 100 iniziative, coordinati da un comitato interministeriale guidato dal Ministro per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione. Ai lavori del comitato partecipano vari ministeri (Mibact, Istruzione, lavoro e welfare, politiche agricole e forestali, politiche giovanili e sport, pubblica amministrazione, sviluppo economico, università e ricerca , oltre a Regioni, UPI, Anci, esponenti del mondo dell’università, della ricerca, delle imprese, delle associazioni di cittadini. Il comitato guida di Repubblica Digitale ha avviato i lavori per l’elaborazione del documento di strategia complessiva per le competenze digitali e di un piano di interventi in grado di rafforzare, integrare, valorizzare i progetti già in corso.

Secondo le stime dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse),in Italia circa il 26 per cento della popolazione tra 16 e 74 anni non ha mai navigato in rete (la media Ocse è del 14 per cento), ovvero circa 10 milioni di cittadini italiani non utilizzano internet. Nel restante 74 per cento della popolazione adulta, solo il 24 per cento dei cittadini italiani utilizza internet per accedere ai servizi pubblici (media Ocse del 57 per cento).

Coronavirus: Ok all’uso del ruxolitinib da parte dell’AIFA

Assorted pills

L’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha approvato un protocollo per l’uso compassionevole del farmaco ruxolitinib, già utilizzato in ambito ematologico, per i pazienti affetti da COVID-19. Lo annuncia Novartis Italia e l’autorizzazione è pubblicata sul sito dell’Aifa. Il via libera riguarda il possibile utilizzo del farmaco in quei pazienti COVID-19 con insufficienza respiratoria che non necessitano di ventilazione assistita invasiva.

Il farmaco sarà disponibile per tutti i centri ospedalieri italiani in seguito a richiesta del medico. Il protocollo è stato sottoposto alla revisione scientifica dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani.

L’attività inibitoria sulle citochine proinfiammatorie, ruxolitinib potrebbe essere in grado di mitigare gli effetti di una severa reazione infiammatoria (sindrome da rilascio di citochine) che può verificarsi in corso di COVID-19.

Alcuni punti sintetici di politica industriale.

IMPIANTO ARCELORMITTAL A TARANTO FABBRICA INDUSTRIA ACCIAIO SEDE POLO INDUSTRIALE ARCELOR MITTAL

Con questa nota l’autore intende aprire un confronto sulle prospettive di rilancio dell’economia.

1.C’è un consenso generalizzato nel ritenere che, a  brevissimo termine, nel sistema produttivo italiano va immesso un significativo ammontare di mezzi finanziari liquidi, dando priorità alle piccole-medie imprese . Gli strumenti da impiegare: prestiti a lunga durata (dieci anni di ammortamento e tre di preammortamento, spread  pari allo 0,1% sul tasso interbancario Bce, totale garanzia dello Stato), utilizzazione dei fondi europei nella loro pluralità, secondo una logica di solidarietà, in prima battuta;quelli  italiani solo di riserva. (il debito italico è già enorme, aumentarlo significa rendere molto ,molto ardua la gestione economica del paese). Questa liquidità va destinata alla copertura dei costi straordinari sostenuti a causa del “coronavirus”, in quanto è il “cigno nero” dell’attuale congiuntura economica.  Questa erogazione va fatta senza passare per ministeri o enti locali o istituzioni anomale, evitando così i vincoli e i tempi burocratici che potrebbero vanificare l’effetto immediatezza. Vanno utilizzate, invece, le banche anche perché molte di esse già operano con i soggetti destinatari dei finanziamenti; le banche per queste somme devono fare lo sportello erogatore, essendo garantite al 100% dallo Stato, senza “istruttorie inutili” (il merito del credito è garantito dalla contabilità dei costi coronavirus ) Tra i fondi  può svolgere un ruolo importante il fondo europeo di garanzia per le pmi. A questo fine per il risanamento economico è imprescindibile la solidarietà europea.

2. Rinvio per le imprese al 2022 dei pagamenti delle imposte dirette e iva di competenza 2019 da saldare nel 2020. Il rinvio al 2022 si giustifica sulla realistica previsione che 2021 sarà un anno di concentrazione delle varie obbligazioni  targate 2020. Si vuole evitare un probabile intasamento difficile da gestire finanziariamente soprattutto da una pmi.

3.Rinvio di almeno 12 mesi del pagamento delle rate dei mutui contratti  dalle imprese, senza penalità; cioè una semplice trasposizione temporale dei termini contrattuali. 

4.La manovra a brevissimo termine perderebbe di efficacia, se non è accompagnata parallelamente da interventi a medio-lungo termine di carattere strutturale. La proposta è di dare priorità  al sostegno all’innovazione ponendola al centro del sistema economico. Infatti, alla base della crescita economica oggi c’è l’innovazione tecnologica, che è diventata il motore della società. Su questo terreno il sistema produttivo italiano è in grave ritardo. Il capitale privato italiano non ha  gradito gli investimenti ad alto rischio che caratterizzano la R&S, investimenti che sono di conseguenza risultati insufficienti. Per cambiare indirizzo servono importanti risorse finanziarie, la cui disponibilità non è realisticamente ipotizzabile che venga da parte del settore privato. 

5.Ci sono, quindi, le condizioni per pensare  ad un ruolo diretto dello Stato nel sostegno dell’innovazione nel sistema della produzione. Lo  Stato eroga ogni anno elevate somme nell’attività di ricerca nelle università, nei centri e negli enti di ricerca pubblici.  E’ un’attività attualmente svolta dai professori e dai ricercatori, sostanzialmente priva di vincoli tematici. Invece, per le ragioni del bene comune, data la scarsità delle risorse finanziarie disponibili, è  percorribile un radicale cambiamento nella programmazione dell’attività di ricerca pubblica. Quest’ultima andrebbe organizzata secondo priorità decise a livello governativo, ad esempio al primo posto le tecnologie verdi, al secondo gli algoritmi dell’intelligenza artificiale etc . Inoltre ,può essere data la priorità alla ricerca di base . Va precisato che questa proposta prevede che una parte dello stipendio del singolo professore ( il 50% ?) sia destinata e vincolata al piano governativo  delle priorità di ricerca. In tal modo, possono essere destinate alla ricerca somme nettamente superiori alle attuali. 

All’obiezione che così viene limitata la libertà dell’università, la risposta è che viene privilegiato l’interesse generale della crescita della società. 

6.Ricadute sul sistema produttivo. Prima di tutto con l’indirizzo proposto si possono mettere in essere piani e progetti di R&S che, altrimenti, con le sole forze del mercato non verrebbero fatti. La naturale ricaduta dei risultati è sulle imprese italiane, sia per le sinergie possibili tra pubblico e privato sia per una perseguibile logica di rete territoriale che produce sistema.

7.Imprese e R&S. Il sistema bancario italiano ha ,nella maggior parte dei casi,  rifiutato l’assunzione dei rischi medio-alti sovente presenti nei progetti di R&S. Non solo, in linea generale ( fatto salvo il caso dell’istituto IMI negli anni settanta ) il sistema bancario italiano non ha avuto a disposizione risorse umane di elevata qualità, idonee a finanziare progetti tecnicamente complessi. A questo proposito, si potrebbe pensare alla creazione di un soggetto specializzato nel settore del finanziamento della R&S alle imprese di produzione. Senza molta fantasia, si potrebbe ricorrere ad una sezione autonoma specializzata della  Cassa Depositi e Prestiti ,che potrebbe acquisire una elevata capacità di valutare il rischio dell’insuccesso tecnico e/o commerciale di una ricerca di base o applicata di una tecnologia d’avanguardia,cosa non facile da possedere.

8.Imprese , R&S, Bei. Per realizzare gli investimenti materiali connessi ai successi nel campo dell’innovazione, appare utile un accordo quadro a medio termine del governo italiano con la Bei, che potrebbe anche fare sistema con Cdp. Anche in questo caso va ideata una procedura idonea a” baipassare”  i filtri burocratici a favore di rapporti diretti tra imprese e istituti finanziari.

9.Domanda pubblica . Altra area strategica per una efficace politica industriale da affiancare all’azione a breve, è quella relativa alla domanda di opere pubbliche. E’ diffuso il giudizio tra gli operatori che con l’attuale normativa è basso il grado di realizzazione di investimenti, con effetti negativi sulle infrastrutture, quindi  sulla competitività delle imprese italiane. Il riferimento per un cambiamento può essere la via seguita per la ricostruzione del ponte Morandi di Genova. Fare questo, significherebbe produrre importanti opportunità di fatturato per le imprese che hanno da affrontare una domanda debole di beni e servizi anche nei prossimi anni.

10. Fare formazione,formazione,formazione.

Musumeci, se ci sei batti un colpo

Musumeci è andato forse in vacanza? E se no, non ha nulla da dire e fare a seguito del parere favorevole (n. 735/2020) reso ieri sera, con la massima urgenza,   dalla prima sezione del Consiglio di Stato in ordine alla proposta del ministro dell’interno di annullare in via straordinaria l’ordinanza del sindaco di Messina che ha imposto a “chiunque intende fare ingresso in Sicilia attraverso il porto di Messina” l’obbligo di registrarsi almeno 48 ore prima della partenza  nella piattaforma on-line del comune? Non ritiene che sarebbe sua competenza e responsabilità intervenire prima che il presidente Conte ed il consiglio dei ministri assumano una deliberazione di annullamento della suddetta ordinanza per evitare che la Sicilia subisca un ulteriore vulnus alla sua autonomia ed anche che  il governo del Paese riceva un colpo alla sua credibilità?

Noi di questo silenzio siamo esterrefatti. Perché, com’è noto, soltanto un paio di giorni fa il presidente della Regione aveva rivendicato il potere  di ricorrere alle forze di polizia ed, ove occorrente, a quelle armate per fronteggiare la situazione di emergenza che anche in Sicilia si è creata a causa del Covid-19, commettendo però un duplice errore: di evocare a sproposito poteri speciali e di trascurare la sacrosanta rivendicazione di quelli in materia di ordine pubblico, riconosciuti in via ordinaria dall’art. 31 dello Statuto siciliano. 

Ora, invece, che si tratta di mettere in campo le proprie prerogative per difendere al meglio la comunità siciliana con  misure più adeguate ed efficaci di quanto possano essere quelle generali dello stato, il presidente della regione siciliana resta silente. Lascia fare al sindaco del comune di Messina e nel conflitto con il ministero dell’interno in cui De Luca si va a cacciare assiste allo spettacolo come se la quistione non lo riguardasse in prima persona o non si rendesse conto che l’azione di De Luca è sì a salvaguardia di Messina ma anche e soprattutto della Sicilia. La quale così -a differenza della Lombardia che, di fronte al fenomeno della pandemia che affligge tutta l’Italia, ha potuto dichiarare in autonomia (come sostenuto dal presidente del consiglio Conte in una delle serali conferenza-stampa) la chiusura assoluta (“zona rossa”) di parti del proprio territorio impedendone l’uscita e l’entrata di chiunque- è totalmente disarmata, priva della possibilità di qualsiasi intervento. E ciò non tanto perché lo stato ha effettuato un ulteriore scippo di competenze ma perché il responsabile del governo della Sicilia ha pilatescamente rinunciato ad emanare una propria ordinanza, dopo aver chiesto al sindaco De Luca di ritirare la propria, con la quale regolamentare gli accessi all’Isola anche attraverso il porto di Messina. E tutto questo anche a fronte dell’esercizio di analoghi poteri da parte di una regione a statuto ordinario.

Ma tant’è! Questa è la condizione politica della mia regione e fin quando non ci sarà un ribaltamento epocale c’è poco da fare. L’unica cosa che si può sperare è che, in questo contesto di necessità per il coronavirus, il governo -che agisce con poteri di emergenza  non riconducibili allo stato ma alla Repubblica e quindi non dovrebbe avere alcuna convenienza  a mortificare nessuna delle istituzioni di quest’ultima (stato compreso! oltre a regioni, città, province, comuni)- eviti di assumere una decisione, peraltro in contraddizione con la sua stessa linea politica, di annullamento dell’ordinanza della città di Messina e ricomponga nel superiore interesse della Repubblica il conflitto che si è determinato tra regione e stato.

 

Il “dopo” e la “nuova” politica.

Il “dopo” è ancora da scrivere. Come tutti sappiamo. Ma sul “dopo” i lineamenti si cominciano ad intravedere. Anche se necessariamente nebulosi. Almeno sul versante politico. Uno su tutti, però, è abbastanza chiaro. E cioè, le nuove categorie politiche avranno un’altra agenda e, come ovvio e quasi scontato, altre priorità. Probabilmente le parole d’ordine del passato, la dicotomia destra/ sinistra e lo stesso centro saranno destinati a subire profondi cambiamenti. Non nella gerarchia dei valori che ispirano storicamente quelle categorie culturali ma nella concreta azione e traduzione politica quotidiana. È inutile aggirare il tema. Questa drammatica emergenza sanitaria nazionale, ed internazionale, cambierà definitivamente ed irreversibilmente i nostri comportamenti e il nostro modo d’essere. Può la politica, cioè la scienza che governa i processi e i cambiamenti – e così deve rimanere, almeno a mio giudizio – esserne esente? O meglio, rimanere immune dopo questo tsunami? La risposta è persin troppo ovvia: no. Ma sarebbe un esercizio del tutto virtuale avanzare oggi un dibattito su questo tema, in un contesto nazionale – ed internazionale, appunto – ancora lastricato e segnato da una dura e persistente emergenza sanitaria. 

Ma un punto lo possiamo già richiamare. Ed è quello che dopo un periodo – che tutti ci auguriamo non vada oltre l’estate, almeno per quanto riguarda le restrizioni dei movimenti dei cittadini – di tristezza, di chiusura forzata e di oggettiva paura, la speranza della vita da un lato e la voglia di rimuovere e cancellare definitivamente “quel” passato dall’altro sarà fortissima. Senza limiti e anche prepotente. Seppur nel rispetto delle regole che di volta in volta saranno prescritte. Ma l’anelito alla voglia di vivere e con la speranza del ritorno della sola normalità saranno irrefrenabili. E allora, chi sarà in grado di interpretare quella domanda e quell’ansia mai sperimentati sin d’ora nel nostro paese da oltre cent’anni? E, soprattutto, quale sarà la classe dirigente in grado di farsi carico di quei sentimenti e di quella voglia di cambiamento, di rinnovamento e anche di rimozione? La demagogia e il populismo dei 5 stelle forti della parole d’ordine dell’inesperienza e dell’incompetenza al potere, della battaglia contro la casta e i vitalizi e della lotta contro il Parlamento e tutto ciò che è riconducibile al passato? Saranno le piroette quotidiane di Renzi? O le ripetute parole d’ordine, ormai anche un po’ logorate se non del tutto ingiallite, della Lega salviniana? Oppure la stanca riproposizione del vecchio armamentario della sinistra e dei suoi instancabili alfieri politici, giornalistici ed intellettuali della lotta contro la sempre e imminente “minaccia fascista” che, come quasi tutti sanno, è ormai uno slogan propagandistico o poco più? 

Ecco perché occorre attrezzarsi. Con i nostri valori di riferimento, come ovvio. Ma consapevoli che le categorie del passato saranno sempre di più alle nostre spalle. E non solo per responsabilità nostra o di altri.

Der Spiegel: il no della Germania agli eurobond è vigliacco e non solidale

l settimanale tedesco “Der Spiegel” ha pubblicato un editoriale a firma di Steffen Klusmann, in cui definisce “non solidale e vigliacco” il rifiuto degli eurobond.

In particolare, “Der Spiegel” afferma: “O il governo tedesco davvero non si rende conto di quello che sta rifiutando con tanta noncuranza, oppure si ostina a non capire”.

Secondo “Der Spiegel”, “invece di dire onestamente ai tedeschi che non esistono alternative agli eurobond in una crisi come questa” Angela Merkel “insinua che ci sia qualcosa di marcio” negli eurobond. Ossia, che “in fin dei conti sarebbero i laboriosi contribuenti tedeschi a dover pagare, in quanto gli italiani non sarebbero mai stati capaci di gestire il denaro”.

Secondo Der Spiegel per la Merkel: “ogni concessione a spagnoli e italiani potrebbe sembrare una sconfitta. E non avrebbe mai dovuto permettere che si arrivasse a questo, non fosse che per un sentimento di vicinanza e solidarietà”.

La violenza della pandemia “ha comportato una vera e propria tragedia umana e medica in Italia e in Spagna- anche perché ultimamente ambedue gli Stati avevano attuato una forte politica di austerità, come voluto dalla Commissione europea e sicuramente non perché vivessero al di là delle loro possibilità”.

L’Europa, sottolinea “Der Spiegel”, “sta affrontando una crisi esistenziale. Apparire come il guardiano della virtù finanziaria in una situazione del genere è gretto e meschino. (…) E se gli europei non danno immediatamente il segnale che stanno lavorando insieme per contrastare questa crisi, sarà una vera festa per i populisti, i nemici dell’Ue e gli hedge fund di Londra o New York”.

Cura Italia: il portale informativo per stranieri sull’emergenza covid 19 juma map si arricchisce di nuovi contenuti

Il portale informativo per stranieri sull’emergenza COVID-19, lanciato il 20 marzo scorso dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) insieme al partner ARCI, si arricchisce di nuovi contenuti: sono disponibili ora delle informazioni sulle misure contenute nel decreto ‘Cura Italia’ a sostegno del reddito in considerazione dell’impatto della pandemia sul lavoro.

Sulla piattaforma informativa Juma Map si trovano materiali informativi su come accedere al bonus da 600 euro, bonus baby-sitting e congedo straordinario COVID-19 messi a disposizione dall’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale (INPS), che sono disponibili anche per richiedenti asilo, rifugiati e titolari di altri permessi di soggiorno.

La piattaforma e i materiali sono disponibili 15 lingue: Italiano, inglese, francese, amarico, arabo, bengalese, cinese, spagnolo, punjabi, russo, albanese, somalo, urdu, wolof, tigrino.

Papa Francesco: “la Pasqua ci dice che tutto andrà bene”

Il Papa, nella catechesi dell’udienza di ieri, trasmessa in streaming dalla biblioteca privata del Palazzo apostolico e dedicata alla Passione di Cristo, in tempi di coronavirus ci spiega che: “La Pasqua ci dice che Dio può volgere tutto in bene. Che con Lui possiamo davvero confidare che tutto andrà bene”.

“E questa non è un’illusione – ha precisato a braccio – perché la morte e la risurrezione di Gesù non è illusione, è stata una verità. Ecco perché il mattino di Pasqua ci viene detto: ‘Non abbiate paura!’. E le angoscianti domande sul male non svaniscono di colpo, ma trovano nel Risorto il fondamento solido che ci permette di non naufragare”.

“Che me ne faccio di un Dio così debole, che muore? Preferirei un dio forte e potente!”, la possibile obiezione. “Ma il potere di questo mondo passa, mentre l’amore resta”, la risposta: “Solo l’amore custodisce la vita che abbiamo, perché abbraccia le nostre fragilità e le trasforma. È l’amore di Dio che a Pasqua ha guarito il nostro peccato col suo perdono, che ha fatto della morte un passaggio di vita, che ha cambiato la nostra paura in fiducia, la nostra angoscia in speranza”.

“Apriamogli tutto il cuore nella preghiera”, l’invito finale: “Questa settimana, questi giorni, col Crocifisso e il Vangelo. non dimenticatevi, la liturgia domestica sarà quella. Lasciamo che il suo sguardo si posi su di noi. Capiremo che non siamo soli, ma amati, perché il Signore non ci abbandona, non si dimentica di noi, mai. E con questo pensiero vi auguro una Santa Settimana, e una Santa Pasqua”.

AgID: Come progettare un sito web alla portata di tutti?

Come progettare un sito web alla portata di tutti? L’Agenzia per l’Italia Digitale AgID ha lanciato una campagna social per sensibilizzare le PA sull’importanza di rendere pienamente fruibili le pagine e i servizi digitali, soprattutto in questa fase di emergenza sanitaria

Al via quindi “Accessibile è meglio! Consigli su come costruire un sito web alla portata di tutti” (hashtag #AccessibileÈMeglio).

Si tratta, spiega AgID in una nota, di un’iniziativa per sensibilizzare le pubbliche amministrazioni sull’importanza di progettare pagine web e servizi digitali in un’ottica inclusiva, senza discriminare le persone con disabilità o con difficoltà fisiche o psichiche.

Una necessità resa ancora più urgente dall’attuale situazione di emergenza legata al Coronavirus, in cui il digitale diventa il principale canale d’accesso ai servizi e alle informazioni.

La legge già prevede che siti i Internet e le applicazioni mobili realizzati dalle Pubbliche amministrazioni siano fruibili anche da parte di coloro che, a causa di disabilità, necessitano di tecnologie assistive o di configurazioni particolari.

Attraverso le pagine social dell’Agenzia (Twitter, Facebook e Linkedin) saranno forniti suggerimenti e consigli pratici su come rendere accessibili i siti delle PA a persone con disturbi visivi, uditivi e dislessia.

Al termine della campagna, che si concluderà a maggio, AgID renderà disponibile una breve guida dove verranno raccolti tutti i suggerimenti pubblicati.

Federfarma: “Su speculazioni mascherine non faremo sconti”

In merito alle possibili speculazioni sui prezzi delle mascherine “ci siamo mossi in maniera ferma, abbiamo chiesto a tutte le nostre associazioni regionali e provinciali di evidenziare se ci fossero fenomeni distorsivi del mercato.

Trovare le mascherine in farmacia “in questo momento non è automatico”, spiega Marco Cossolo, presidente di Federfarma. “L’approvvigionamento rimane ancora molto difficoltoso”, spiega Luca Degrassi, presidente di Federfarma Friuli Venezia Giulia. “Ora cominciano ad arrivare, ma in quantità insufficiente – racconta Cesare Quey, presidente di Federfarma Valle d’Aosta – fatto 100 il fabbisogno delle nostre 48 farmacie, manca ancora il 50%”. “si fa fatica a reperirle – spiega Alberto Fontanesi, presidente di Federfarma Veneto – la domanda è enorme e l’offerta è ridotta.

Le Ffp2 ormai sono merce rara, per le chirurgiche ci arrabattiamo, ma riusciamo a trovarne meno di quante ne servirebbero. Spesso, poi, ci vengono offerte e prezzi troppo alti e le rifiutiamo”. Il prezzo, è una vera e propria nota dolente: “Se uno vende una chirurgica tra gli 1,5 e i 2 euro non gli si può dir niente – riprende Cossolo – a noi le portano a costi molto più alti di quelli pre-Covid”.

Con realismo, ma insieme con fiducia: L’Europa può farcela

Sì respira un’aria di maggiore fiducia sulle prospettive d’accordo nell’Eurogruppo. Può darsi che alla fine si registri l’auspicata convergenza sulla misura più emblematica – bond europeo – della strategia per rilanciare l’economia dopo l’epidemia.

Intanto suonano stonate alcune critiche all’Olanda, non tanto per il merito ma per il criterio utilizzato. Infatti, se è legittimo contestare la resistenza opposta finora alle richieste dei Paese europei del Sud, profondamente errata si presenta l’irrisione che muova dall’idea che l’Olanda è una piccola nazione, dunque inadeguata ad ergersi a tutela dell’interesse generale della UE.

L’Olanda è degna di rispetto, anche quando assume posizioni in aperto contrasto con le nostre aspettative.
Vale la pena ricordare che l’Olanda è uno dei Paesi fondatori della Comunità europea. Dunque, serietà vuole che anche in queste ore si usi un linguaggio più sobrio e rispettoso, favorendo in tutti i modi, con il buon esempio che nasce dalla buona comunicazione, lo svolgimento ordinato e positivo del negoziato.

Intanto, a disdoro degli anti europeisti di maniera, invitiamo alla lettura di questa lunga e dettagliata nota sul contributo (decisivo) che l’Euopa ha già fornito (e continuerà a fornire) per dare ossigeno al programma di rinascita, con la speranza di una nuova primavera dell’Europa.

 

1. 1110 miliardi di liquidità dalla BCE

Nelle ultime settimane la BCE ha deciso un nuovo programma da 750 miliardi che si aggiunge al Quantitative Easing già in corso di 240 miliardi e a quello deciso il 12 marzo di 120 miliardi aggiuntivi.

Il nuovo programma non è più necessariamente legato ad acquisti pro quota, per cui la BCE può comprare in proporzione più titoli italiani.
In proposito è importante rilevare che nel mese di marzo la BCE ha comprato 12 miliardi di titoli italiani e 2 miliardi di titoli tedeschi non applicando la regola del “capital key”, (acquisti pro quota, proporzionati al capitale di ciascuno Stato UE nella Banca).

La BCE si è comunque impegnata ad acquistare fino a 220 miliardi di titoli italiani da qui alla fine dell’anno.
In particolare:
• acquisto di titoli di Stato;
• acquisto di crediti di imprese;
• liquidità alle banche.
La liquidità data dalla BCE alle banche avviene con tassi negativi dello 0.5%. Per cui, di fatto, le banche vengono pagate per prestare il denaro alle imprese.
Risultati per l’economia reale:
• anche uno Stato con alto indebitamento come il nostro può beneficiare della lo Stato italiano la sospensione del Patto di Stabilità può indebitarsi di più senza rischiare la bancarotta e pagando tassi d’interesse molto più bassi;
• le banche possono dare più liquidità alle imprese e sospendere i mutui;
• i creditori possono andare in banca e scontare le fatture non pagate.

2. Rilassamento della sorveglianza bancaria della BCE

La sorveglianza bancaria europea attuata dalla BCE prevede, tra l’altro, che per poter operare ed erogare prestiti le banche debbano rispettare una ratio di capitale minimo prevista da Basilea III e che non possono detenere quote eccessive di crediti deteriorati (crediti che non vengono rimborsati).
Questi criteri sono stati resi più flessibili dalla sorveglianza bancaria riguardo al capitale minimo necessario per erogare prestiti alle PMI, alla qualità dei crediti detenuti dalle banche e all’analisi che le banche devono fare sul rating delle imprese.
Ad esempio, la BCE ha previsto che, in caso sospensione dei mutui non ci sarà una classificazione negativa dell’impresa.
L’Autorità Bancaria Europea (EBA) ha, inoltre, confermato che la banca potrà valutare la situazione del cliente nel lungo periodo.
Risultati per l’economia reale:
Possibilità delle banche di erogare più credito e sospendere i mutui più facilmente.

3. Più prestiti con garanzie pubbliche europee: ruolo della BEI e di COSME

La Banca Europea d’Investimenti ha proposto una nuova linea di credito di 200 miliardi approvata dall’Eurogruppo possibile grazie a garanzie sui bilanci nazionali dei Paesi Ue. E’ un forma di mutualizzazione dei debiti e solidarietà europea.
Questo potrebbe aiutare lo Stato italiano a fornire garanzie pubbliche per prestiti ponte alle imprese a lunga scadenza in sinergia con la Cassa Depositi e Prestiti.
La Commissione metterà a disposizione, attraverso i programmi COSME e Innovfin, 1 miliardo dal bilancio dell’UE come garanzia per il Fondo europeo per gli investimenti in modo da facilitare la liquidità per PMI e imprese a media capitalizzazione, con conseguenti mobilitazione di 8 miliardi di finanziamento del capitale d’esercizio a sostegno di almeno 100000 imprese.

4. Sospensione del Patto di stabilità

Lo Stato e le regioni possono aiutare la sanità, i lavoratori, le impese, senza dover rispettare le regole di bilancio, ossia potendo indebitarsi e fare nuovo deficit.
Grazie a questa sospensione il Governo ha già stanziato finora 50 miliardi.
L’emissione di nuovo debito da parte dell’Italia può essere fatta a interessi tenuti sotto controllo dai massicci acquisti di titoli italiani garantiti dalla BCE.

5. Molta più flessibilità sulle regole di aiuti di Stato

L’articolo 107, paragrafo 3, lettera b), del TFUE prevede che in situazioni economiche particolarmente gravi, le norme dell’UE sugli aiuti di Stato consentono agli Stati membri di concedere sostegno per porre rimedio a un grave turbamento della loro economia.
Su questa base, la Commissione è pronta a collaborare con l’Italia sulle ulteriori misure che potrebbero rendersi necessarie.
Conseguenze per l’economia reale:
Stato e regioni possono aiutare sanità, lavoratori e impese senza violare le regole di concorrenza Ue.

6. Utilizzo immediato dei Fondi strutturali Ue ancora disponibili

L’Ue, con il Corona virus response investment initiative (CRII), ha deciso di mobilitare le risorse ancora disponibili nel bilancio europeo per dare agli Stati membri tutto il sostegno di cui necessitano per la risposta immediata alla crisi del coronavirus e per il rilancio dell’economia.
L’iniziativa europea include l’anticipazione dei pagamenti e il riorientamento dei fondi di coesione e l’assistenza agli Stati membri nel convogliare i fondi dove sono più necessari il più rapidamente possibile.
In particolare, la Commissione propone di mobilitare le riserve di liquidità provenienti dai Fondi strutturali. Questo consente di dare liquidità immediata ai bilanci degli Stati membri.
Per l’Italia significa anticipare l’impiego dei 37 miliardi ancora disponibili nell’attuale bilancio 2014/2020 sul Fondo Europeo Sviluppo Regionale (FESR) e Fondo Sociale Europeo (FSE), che le regioni e alcuni ministeri dovranno spendere entro il 2023. Sono i finanziamenti del Programmi operativi regionali (Por) e nazionali (Pon).
Grazie alla regola conosciuta come N+3, che consente di utilizzare i fondi entro tre anni dall’impegno a bilancio, le spese potranno essere certificate alla Commissione europea entro la fine del 2023.
La Commissione consentirà l’ammissibilità di tutte le spese connesse alla crisi, applicando la massima flessibilità sulle norme. Questo significa che tutte le risorse potranno essere riassegnate per: sanità, sostegno alle PMI e mercato del lavoro, senza bisogno di confinanziamento nazionale e in qualsiasi parte del territorio italiano.
In particolare, la Commissione non chiederà all’Italia di rimborsare gli 8 miliardi di prefinanziamenti non spesi nell’ambito dei Fondi strutturali europei per il 2019. Dati i tassi medi di cofinanziamento dell’Italia, questi 8 miliardi saranno in grado, combinati con il cofinanziamento di 29 miliardi a carico del bilancio dell’UE, di mobilitare complessivamente un sostegno di bilancio dell’UE pari a 37 miliardi.
Ad esempio l’Italia può già adesso:
• usare il FESR e FES per acquisto di dispositivi sanitari e di protezione, prevenzione delle malattie, sanità elettronica, dispositivi medici (compresi respiratori, maschere e simili), sicurezza dell’ambiente di lavoro nel settore dell’assistenza sanitaria e garanzia dell’accesso all’assistenza sanitaria per i gruppi vulnerabili;
• ricorrere al FESR per aiutare le imprese a far fronte agli shock finanziari a breve termine, ad esempio garantire prestiti alle PMI;
• ricorrere al FES per sostenere temporaneamente regimi nazionali di lavoro a orario ridotto, per aiutare ad attenuare l’impatto dello shock;
La proposta della Commissione è stata resa possibile da una modifica legislativa già approvata dall’ultima sessione straordinaria del Parlamento europeo che si è tenuta il 26 marzo.

Grazie a questo riorientamento di fondi è stato possibile, ad esempio, stanziare 50 milioni per aziende italiane che dovevano riconvertire la loro produzione.
Sara anche possibile aiutare agricoltori e pescatori.
In concreto la Commissione propone di rendere più flessibile l’utilizzo dei fondi per la Politica Agricola Comune (PAC). Verranno proposte a breve una serie di misure per assicurare agli agricoltori ed agli altri beneficiari della Politica agricola comune il pieno supporto della PAC, per esempio concedendo più tempo per presentare le domande di accesso ai fondi e per consentire alle amministrazioni di elaborarle, aumentando gli anticipi per i pagamenti diretti e per i pagamenti dei fondi per lo sviluppo rurale, assicurando la semplificazione dei controlli e la riduzione del fardello amministrativo.
Secondo dati della Commissione europea, il 93% dei 100 miliardi del fondo europeo per lo sviluppo rurale 2014-20 sono già impegnati (83% a livello dei beneficiari), i restanti 7 miliardi possono essere usati per nuove misure. Per l’Italia i fondi Ue non impegnati dovrebbero attestarsi tra 1 e 1,5 miliardi, cui vanno aggiunti i contributi nazionali e regionali.
Il Fondo europeo per gli affari marittimi (PESC), consentirà all’Italia di fornire supporto:
• ai pescatori che hanno dovuto bloccare la loro attività;
• alle imprese di acquacultura che hanno visto una sospensione o riduzione della loro attività;
• alle organizzazioni di produttori per procedere al temporaneo stoccaggio di prodotti della pesca e dell’acquacultura.

7. SURE e le altre misure a sostegno del lavoro

Mercoledì 2 aprile la Commissione europea ha lanciato il programma SURE, un fondo europeo da 100 miliardi contro la disoccupazione (acronimo di Support to mitigate unemployment risks in emergency).
Il Fondo, attraverso 25 miliardi di garanzie volontarie degli Stati membri, proporzionate al loro PIL, permetterà di finanziare le “casse integrazioni” nazionali o schemi simili di protezione dei posti di lavoro.
Raccoglierà risorse sui mercati emettendo bond con tripla A, quindi a tassi bassissimi, che darà poi ai Paesi che ne hanno bisogno prestiti con scadenze a lungo termine. Questo è un grande vantaggio per l’Italia che potrà indebitarsi a tassi molto più bassi per aiutare i lavoratori e riceverà prestiti in proporzione molto più importanti rispetto alla garanzia fornita sul suo bilancio nazionale.
Anche qui, dunque, siamo in presenza di una mutualizzazione dei debiti e di una solidarietà nei confronti degli Stati più indebitati.
La durata delle obbligazioni dovrà essere decisa singolarmente per ogni Paese dal Consiglio, ma nel regolamento è già previsto che ogni anno non potrà essere rimborsato più del 10% del debito, il che “fa capire che potrebbe essere nell’area dei dieci anni” o più.

Oltre a SURE si potrà utilizzare il FES per il reinserimento nel mercato del lavoro di lavoratori dipendenti che perderanno il posto, e autonomi, anche in modo diretto.

8. Fondo di solidarietà europeo

Oltre ai fondi strutturali e agli strumenti di debito la Commissione propone di ampliare l’ambito di applicazione del Fondo di solidarietà dell’UE – lo strumento di sostegno ai paesi colpiti da calamità naturali – per aiutare gli Stati membri in questa circostanza eccezionale.
La misura odierna permetterà agli Stati membri colpiti più duramente di accedere a un sostegno supplementare per un importo che potrà toccare 800 milioni e che potrà essere ampliato.
Potrà essere utilizzato per imprese in difficoltà, per le emergenze pubbliche e le operazioni di recupero, come il ripristino delle infrastrutture, la pulizia di aree e le sistemazioni temporanee per le persone. Le norme verranno estese per includere l’assistenza alla popolazione in caso di crisi sanitarie e per coprire le misure di contenimento di malattie infettive.

9. Libera circolazione delle merci e delle persone e appalti comuni
La Commissione Ue sta evitando che si blocchi la libera circolazione di beni essenziali, a cominciare dal materiale medico come mascherine o ventilatori per gli ospedali.
Deve anche evitare che si formano code ingestibili (superiori ai 15 minuti) alle frontiere che possono creare problemi di approvvigionamento alimentare o di altri beni essenziali.
La Ue sta anche coordinando e finanziando il rientro degli europei ai loro rispettivi domicili.
La Commissione Ue ha lanciato appalti internazionali per l’acquisto in comune, a prezzi più convenienti di materiale medico, quali mascherine, ventilatori o guanti.
In parallelo la Commissione ha stimolato la produzione di mascherine, respiratori e altri dispositivi di protezione individuale e ha costituito una scorta strategica (come parte dello strumento rescEU) di attrezzature mediche, tra cui ventilatori e mascherine protettive, per aiutare i paesi dell’UE nel contesto della pandemia di COVID-19. Sono state bloccate le esportazioni di dispositivi medici al di fuori dell’UE.

10. Aiuti alla ricerca

L’Ue tramite il programma Orizzonte 2020 sta sostenendo network di centro di ricerca che sono in prima line per trovare il vaccino e cure efficaci contro il Covid 19.
Ecco alcuni esempi di iniziative già intraprese:
• sostegno fino a 80 milioni al lavoro della società CureVac, basata a Tubinga, impegnata nello sviluppo e nella produzione di vaccini anti-Coronavirus;

• 164 milioni per start up innovative che progettino idee innovative per rispondere all’emergenza Covid-19;

• 137,5 milioni nel quadro dell’invito di emergenza a manifestare interesse per la ricerca e l’innovazione urgenti sul coronavirus. Questi progetti consentono a 140 équipe di ricerca in tutta Europa di lavorare insieme per fronteggiare la pandemia di coronavirus;

• Altri 90 milioni sono stati stanziati per l’iniziativa di innovazione medica con l’industria farmaceutica

Infine, gli scienziati del Centro Comune di ricerca (JRC) hanno sviluppato un materiale di controllo positivo per facilitare il controllo di qualità della rilevazione del SARS-CoV-2 nei laboratori di analisi. Esso permette alle imprese che producono test e ai laboratori di analisi di verificare i loro kit diagnostici: se i loro test non rilevano il materiale di controllo, non rileveranno neppure il virus reale.

Conclusioni

Nessuno si salva da solo. Senza l’UE l’Italia non ce la farebbe.
È positivo che sia stato preso un impegno da parte dei vertici delle istituzioni Ue a fare tutto quanto necessario per fronteggiare questa emergenza.
Siamo a un bivio storico da cui l’Europa può uscire rafforzata o rischiare l’inizio di un processo di disgregazione che mettere in pericolo anche il mercato europeo. Tutti gli Stati Ue hanno molto da perdere da un venir meno del principio di solidarietà in un momento così delicato.

Serve più Europa nella protezione civile, nella tutale della salute, nel coordinamento delle politiche economiche, nel sostegno alla ripresa economica.
La sospensione del patto di Stabilità e delle regole sugli aiuti di Stato rendono anche importante la salvaguardia di un level plain field tra imprese che operano nello stesso mercato europeo e che devono poter beneficiare di aiuti e condizioni di accesso al credito analoghi. Per questo è fondamentale un grande fondo europeo che aiuti lavoratori e imprese in tutti i Paesi Ue indipendentemente dal loro indebitamento e dalle risorse nazionali disponibili.

Si sta lavorando a prestiti europei a lungo termine garantiti dai 410 miliardi disponibili del Meccanismo Europeo di Stabilità dati con condizioni minime, a maggiori prestiti BEI garantiti dal bilancio nazionali e a un bilancio Ue più robusto. Ma serve qualcosa in più.
Vedremo cosa decideranno i leader europei nei prossimi giorni anche sulla base della posizione dell’Eurogruppo del 7 aprile.

Il decreto scuola che mortifica il merito

L’altro ieri, il Consiglio dei Ministri, ha deciso come disciplinare la valutazione finale degli alunni e le modalità di svolgimento degli esami di Stato del primo e secondo ciclo. Insomma, la impossibilità di concludere l’anno scolastico a causa della pandemia, ha determinato la scelta di promuovere gli studenti per decreto, mortificando uno dei valori costituzionali: il merito.

Credo che la scelta non è stata sufficientemente ponderata, è stata una opzione pedagogicamente sbagliata nei confronti di ragazzi che oltre ad istruirsi hanno bisogno anche di essere educati alla idea che ogni passaggio della loro storia di ‘educazione’ deve essere una esperienza pienamente guadagnata. Si parli invece di ammissione necessitata con riserva degli alunni alla classe successiva. Ad esempio, a partire dal primo settembre 2020, data indicata dal decreto, si svolgano, invece, attività di consolidamento e recupero delle lezioni del secondo quadrimestre scolastico di quest’anno, e si evidenzino i debiti accumulati fino ad allora, di cui si dovrà tenere presente nella valutazione del prossimo anno scolastico.

Poi nel contempo, si riconoscano i crediti agli studenti che comunque si impegnano in questi mesi a studiare con profitto, in molti casi ovviando alle stesse negligenze del sistema scolastico, ricorrendo a modalità di studio e di ricerca. Per questi studenti occorre dunque riconoscere una accelerazione negli studi, premiando il loro talento e merito, indicando implicitamente che talento e merito sono leve fondamentali per lo sviluppo economico, civile, democratico del nostro Paese.

Poi, secondo me, la scelta fatta per gli esami di Stato è persino peggiore in considerazione che in Italia ha valore legale. Questi studenti, certamente non torneranno, passata l’estate, e dopo essere ammessi ed ottenuto il titolo di studi per le integrazioni. Perché dovrebbero poi tornare per recuperare la preparazione saltata? Voglio sperare che si possa essere ancora in tempo per correggere questi ‘segni’ negativi per i nostri giovani. Neanche nei mesi più tormentati della seconda guerra mondiale si adottarono criteri blandi di valutazione, nella impossibilità di fare gli esami.

Era l’inizio dell’estate 1943, ed a seguito dei bombardamenti a tappeto sulle Città, si saltarono gli esami di Stato. Per la promozione o no degli studenti, si tenne conto del profitto acquisito nel terzo trimestre. Credo che la scelta fu proprio quella di premiare il merito è di non dare esempi lassisti ai giovani di quell’epoca.

La memoria che si rinnova. Alcide De Gasperi.

Pubblichiamo su invito  dell’amico Luigi Bottazzi, autore di un libro interessante sulle omelie dedicate a De Gasperi, la recensione scritta da Ruggero Orfei. 

In realtà, la presenza di De Gasperi in noi non è solo memoria, ma anche una proposta politica storica e morale, ancora vitale  e costituisce anche un sostegno culturale.

Le riflessioni che si propongono adesso con l’occasione di una lettura e quindi di un commento di un libro, assumono l’aspetto di una accensione di luci su una figura che ancora oggi si propone nella realtà politica italiana e mondiale. Per non dire della realtà istituzionale in cui “partecipazione” cristiana è cosa forte e imponente.

L’occasione è il volume elaborato di Luigi Bottazzi La Memoria che si rinnova, raccolta di documenti e di omelie delle messe celebrate a Reggio Emilia in memoria di Alcide De Gasperi…” (ed. Bizzocchi, Reggio Emilia 2019), in cui i testi espongono aspetti sia di azione politica sia di vita spirituale del grande statista trentino. Di questi si può dire e ripetere, che la sua vita sembra inesauribile quale sorgente, di motivazioni, indicazioni, sofferenze e proposte per un tempo difficile e comunque pieno di speranza.

Osservo subito che nella comune opinione sembra tuttavia acquisita un’idea dominante dell’europeismo di De Gasperi come di una prospettiva tributaria della guerra fredda e del bipolarismo in cui sembra la si voglia incapsulare. Sono però formulazioni della propaganda e poco controllate dalla storiografia preoccupata soprattutto se non esclusivamente, del dato registrato e documentato e non anche dell’intima “verità” complessa che il personaggio ha espresso e che può esprimere ancora. 

Il fatto serio e forse grave è che nella prospettiva di una costruzione europea che oggi, improvvisamente, sembra tormentata, emergono traguardi di altissimo rilievo che giungono comunque a “interessare le tasche”, e insieme le ragioni di un impegno che hanno bisogno di una giustificazione più ampia. Una giustificazione che non è solo economica, anche se talora, erroneamente, sembra essere la sola a valere, ma culturale e politica su un fondale che ritorna a essere tecnicamente strategico, e quindi di prospettiva.

La condizioni politica del mondo, in questi decenni, seguendo le necessità di affermazione di potenza unitaria della comunità europea, ha accentuato purtroppo l’interesse per la materialità della possibile Unione. Si coglie, però, un malessere dovuto all’insufficiente capacità di persuasione di un disegno che impone sacrifici e scelte morali sulla convivenza tra popoli, etnie, diversità di ogni genere, cioè una “dedizione”. 

Il richiamo ai padri fondatori dell’Unione europea, e a De Gasperi in particolare, diventa adesso essenziale per coglierne le intime sollecitazioni che lo portarono a intendersi, in un disegno di solidarietà anche umana con Schuman e Adenauer. Per De Gasperi l’unità europea non trovava una base e una giustificazione nella guerra fredda e risaliva invero a una cultura politica e della pace che precedeva l’esplosione della prima guerra mondiale. In particolare già allora (1911) De Gasperi riteneva che una giustificazione dell’azione dei cattolici fosse la cooperazione internazionale, l’unione continentale e l’azione per la pace.

Se si trascura questo dato che si coniuga con le impostazioni del primo e del secondo dopoguerra, si corre il rischio d’accettare la “decadenza” anche per l’Europa di una necessità che pareva fondata sulla divisione del mondo (e dell’Europa) in blocchi militari contrapposti e ostili: il rischio è di coinvolgere nella crisi del post-comunismo, tipica di tante istituzioni della fase tramontata, anche l’Unione Europea. In realtà De Gasperi e con lui la Dc aveva pensato alla federazione europea prima che la guerra fredda assumesse i caratteri di divisione morale e psicologica (più che militare) che assunse negli anni fino alla crisi dell’Unione sovietica.

C’è una corrente di propaganda che collega l’azione di De Gasperi e del suo partito, e con essi dei governi che sono seguiti, esclusivamente all’atlantismo, ignorando tutti i problemi e le difficoltà che caratterizzarono la nostra partecipazione alla Nato. Questi aspetti restano essenziali anche nel poi. La verità è che l’Alleanza atlantica fu certamente indispensabile strumento anche per la politica di De Gasperi. Va aggiunto e chiarito però che proprio la divisione del mondo in blocchi e l’elaborazione – che crebbe nel tempo e non fu una costruzione bella e compiuta in un attimo – dell’atlantismo accentuava il valore costruttivo e positivo dell’europeismo di De Gasperi.

Lo statista trentino riteneva che nell’alleanza atlantica non ci dovesse essere solo la gamba americana a reggere il peso della difesa occidentale, ma anche quella europea. Non solo, ma l’Europa unita avrebbe dovuto dare un contributo originale alla cooperazione internazionale, non solo per evitare un conflitto, ma anche per rimuoverne le cause. 

La difficile linea di De Gasperi è rimasta alla base delle impostazioni successive dei democratici cristiani e dei governi da loro guidati. A molti appare ancora oggi una linea di doppiezza non l’essersi schierati in maniera ottusa a favore non di un’attenuazione dei conflitti, ma della loro esasperazione. Il dato essenziale è che De Gasperi e il suo insegnamento si collocano in un’area che si era formata prima della calata della cortina di ferro.

Oggi riprendere in mano l’insegnamento di De Gasperi proprio sulla questione della costruzione europea appare essenziale proprio per le difficoltà che si incontrano nella formulazione di un’architettura politica del nuovo edificio. L’enfasi posta sull’economia non è stata una deviazione in senso proprio rispetto alla linea dei tre fondatori dell’Unione, che cominciarono essi, proprio con la Ceca (carbone e acciaio), a dar vita a un’entità europea. Ma essi non pensarono mai che ci fosse un effetto di trascinamento meccanico e materiale da parte dell’economia rispetto all’edificazione politica e istituzionale. Occorre ribadire che esisteva per loro una contemporaneità delle scelte istituzionali ed economiche, e non si sarebbero mai acconciati a seguire il traino delle questioni monetarie. 

Oggi non siamo certo a un anno zero dell’europeismo, ma a un passaggio difficile, per il cui superamento un ricorso ai maestri non è affatto un lusso inutile, ma una necessità. Per capire e per farsi capire. Non è che oggi si proponga un giudizio su De Gasperi, ma la ricerca di una valorizzazione comprensibile per le presenti generazioni, di cittadini di varie collocazioni, attitudini e convinzioni. In questo senso le offerte tematiche che ci fa Luigi Bottazzi nel suo libro sono quanto mai opportune e attuali per la domanda di chiarimento che alla fine esigono.

Secondo una certa letteratura politica anche “degasperiana”, ma incardinata in una struttura logica solo “democristiana” più che democratica e cristiana, non sempre si coglie una peculiarità di una visione innovativa valida anche oggi. Non si afferra cioè il nucleo essenziale del ruolo e della presenza storica di un personaggio che confesso di aver sentito anche come mia appartenenza non soltanto politica, ma morale e culturale.

Si è legato l’uomo a un cliché di abilità di scelte politiche, di guida politica di un movimento, di capacità di distribuire i compiti secondo competenza. Si è trascurato l’elemento di fondo di una testimonianza e fedeltà a istanze popolari, di crescita umana non solo italiana e nazionale.

Un caso particolare è offerto di una posizione forse notoria ma non nota abbastanza nel suo significato. Si tratta del tema della collocazione della Democrazia cristiana in ordine al suo essere una entità di impegno storico e di rappresentanza sociale che lo metteva in una posizione originale soprattutto rispetto alla proposta comunista. De Gasperi rispondendo a una domanda da che parte sociale la Dc si sarebbe collocata, ebbe a dire: “Noi ci siamo definiti un partito di centro che si muove verso sinistra”. Lo disse in un discorso al Consiglio Nazionale della DC del 31 luglio 1945. Il concetto lo aveva ribadito anche più tardi alla vigilia delle elezioni politiche del 18 aprile 1948. De Gasperi in questa seconda occasione, rispondendo a una domanda sulla differenza col Pci disse:”Mi riferisco a tutto il programma cristiano-sociale in materia ricordando  che siamo un partito di centro che cammina verso sinistra” (Intervista al “Messaggero” del 17 aprile 1948). La signora Maria Romana De Gasperi nella biografia del padre non dice cammina, ma “marcia”, con un peso anche più significativo. Sebbene i testi siano chiari anche si è continuato a ripetere che la Dc “guarda“ a sinistra.  

Si è trattato di una depurazione storica significativa, perché si è cercato di attenuare il “dato sociale” dell’impegno politico di De Gasperi che aveva un’idea della collocazione del partito nella società non di tenuta conservatrice.

L’idea di Bottazzi di mettere insieme oggi le omelie e le commemorazioni su De Gasperi risulta molto opportuna, perché i vescovi e i sacerdoti che hanno contribuito ciascuno per suo conto a far luce sulla personalità del leader trentino hanno forti coincidenze tematiche che nella brevità dei singoli interventi, danno un quadro complessivo, ma abbastanza unitario, di una figura che alla fine è del tutto eccezionale. 

In realtà l’insieme degli interventi, delinea un quadro biografico complesso, ma esatto, che dagli inizi della carriera pubblica del leader democratico cristiano, giunge alla sua, a dir poco, clamorosa morte. Clamorosa perché è l’insieme che porta a farci vedere una passione politica che non è di partito e neppure di movimento ideologico, di grande prospettiva. Una prospettiva legata alla creazione di un vero Stato europeo repubblicano, ancorato a una tradizione storica solida, con una vera passione per la libertà che De Gasperi vedeva ancora in pericolo. 

Il suo pianto, tuttavia, per la bocciatura della Comunità europea di difesa significa molto di più di una nota quasi solo letteraria.  La CED fu un progetto politico che rimase nella mente dello statista morente un’idea ferma, radicata e amata quanto sofferta e alla fine persino sconfitta. 

De Gasperi risulta il politico che da cristiano non propone una forma nuova di apostolato innervato nell’Azione cattolica storicamente ben definita, ma come missione di un personaggio che si sente investito senza dubbio di un “istinto missionario”, cogliendo tuttavia  nella elaborazione di strutture temporali molto più di una politica legata a un programma nazionale cattolico. In De Gasperi il superamento dei vecchi “steccati” (come egli stesso definì certi rimpianti confessionali) tra clericali e anticlericali rimase un impegno anche programmatico. Comunque la passione di De Gasperi non è quella di elaborare percorsi religiosi nell’azione politica, anche se la religiosità resta il motivo di fondo di una missione.

In questo senso anche i discorsi di De Gasperi mettono sempre in luce un non senso di certe divisioni. A voler fare confronti dovremmo mettere in evidenza che De Gasperi prefigura il discorso di Giovanni Battista Montini, (ancora vescovo) nel suo famoso, ma non abbastanza noto discorso in Campidoglio. 

La fine del temporalismo può essere oggetto di ricerca storica ma non la base per una prospettiva nuova, su una “base storica” creata dalla terribile guerra che pure pare un punto di partenza inedito per andare oltre ogni lacerazioni religiosa, politica e morale. La democrazia predicata da De Gasperi appare ancorata all’insegnamento di Tommaso d’Aquino, la stessa che era stata espressa nella elaborazione di Maritain che pare essergli presente, dovuta anche a conoscenze e approfondimenti della sua attività professionale nella Biblioteca apostolica Vaticana.

L’utilità del libro di Bottazzi serve per una riflessione non nuova, ma rivissuta al presente, di un messaggio che conserva la freschezza di una”invenzione“ politica – quella di Alcide De Gasperi –  di cui non si è ancora verificata la profonda ed estesa ricchezza teorico-pratica.