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Pandemia Covid-19: l’umanità impreparata. Intervista ad Arnaldo Benini

Fra i temi attuali s’impone la pandemia da coronavirus. È d’accordo?

Certo. È un evento con aspetti non solo medico-sanitari, ma anche etici ed esistenziali. È la seconda volta in un secolo, dopo l’influenza “spagnola”  del 1918-1920, che l’umanità è minacciata da una pandemia virale. Allora non se ne conosceva la causa e non si seppe che cosa fare. Morirono 100milioni di persone. Oggi la causa si conosce (almeno in parte), ma non si sa ancora combatterla se non limitando al massimo i contatti umani. Gli interventi in questo senso sono pesanti, ma opportuni. L’esperienza apocalittica insegnò che crisi sanitarie di quelle dimensioni non si affrontano con provvedimenti improvvisati. Sorsero servizi sanitari nazionali che si federarono poi nella World Health Organization (WHO) delle Nazioni Unite, che sorveglia la condizione sanitaria del globo. Ma la crisi ci coglie di nuovo impreparati. Non s’è imparato niente, nemmeno dalle epidemie virali degli ultimi anni.

Nel  2013 lei ha recensito per il Domenicale del SOLE-24ORE il libro di David Quammen “Spillover”  pubblicato in italiano con lo stesso titolo nel 2017. Lo studio anticipa, fin nei dettagli,  la pandemia attuale del coronavirus COVID-19. L’allarme, lanciato da virologi di tutto il mondo, di un imminente, inevitabile “big crash”, fu ignorato. Perché  questa clamorosa disattenzione dei decisori politici che dovrebbero tradurre in prevenzione i dati delle ricerche scientifiche?                                                  

I “decisori politici”, come li chiama lei, negli ultimi decenni hanno disatteso questo e altro. La loro dabbenaggine è stata ed è insigne. I politici di basso rango che guidano oggi il mondo cercano non di convincere gli elettori al meglio, ma di soddisfarne i desideri. E l’umanità, ha scritto nello studio “Le Parasite” il  filosofo francese Michel Serres, è composta prevalentemente di parassiti, simili a virus, batteri e funghi. L’umanità utilizza e violenta la natura spietatamente. Quando la crescita di una specie raggiunge dimensioni innaturali, essa o si arresta lentamente o per crollo improvviso. Una volta superati i 6 miliardi di persone, ammonì  il biologo Edward 0. Wilson, l’umanità è prossima all’incompatibilità con l’ambiente. La popolazione è di 7 miliardi e mezzo e cresce di 70 e più milioni l’anno. Si è estesa e dilaga in tutti gli angoli della terra, sconvolgendo ecosistemi remoti e antichi di millenni, costruendo strade, estirpando e asfaltando boschi e foreste, usando a profusione e senza criterio concimi tossici e antibiotici, inquinando aria, laghi, mari, fiumi e torrenti, trivellando in terra e in mare. L’alterazione violenta degli ambienti è una delle cause delle mutazioni degli agenti patogeni e quindi delle epidemie e pandemie.  È assurdo cercare l’origine della pandemia attuale in  un mercato cinese. Nel 2017 uno dei maggiori virologi, l’americano Ralph S. Baric, alla domanda circa il pericolo di una pandemia catastrofica, ammonì che la prima barriera preventiva sono le infrastrutture di sanità pubblica: maggiore igiene, strutture mediche più efficienti e un sistema di assistenza in grado di attivarsi velocemente. Inoltre era indispensabile rafforzare la ricerca per capire i virus. Parole al vento. Si sono ridotti, anche drasticamente, in Italia e altrove i fondi per la ricerca e la sanità pubblica. Gli ospedali e l’assistenza medica nel paese più ricco e potente del mondo sono – dice il governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo – disastrosi. Gli Stati Uniti sono ora il fulcro della pandemia. In compenso s’investono miliardi per arrivare primi sul pianeta Marte nel 2030. Per far che cosa? Che  cosa hanno portato all’umanità i viaggi sulla luna di mezzo secolo fa? Su Marte non si farà nulla di utile. Si confermerà solo la follia umana.

Potremmo essere già coinvolti in questo “schianto planetario”?

 L’aumento enorme della popolazione, ammassata in città di dimensioni che facilitano contagi  e inquinamenti, l’aumento della temperatura, la polluzione che altera e indebolisce i polmoni: tutto ciò ed altro ancora hanno portato da anni virologi, epidemiologi, biologi a prevedere un big crash micidiale. Non è un caso che le epidemie da coronavirus si siano ripetute negli ultimi anni fino alla penetranza di quella attuale. Passata la buriana, si  continuerà ad asfaltare, sradicare, inquinare. Convegni e congressi sull’inquinamento  ambientale sono farse con aspetti grotteschi. 

Per Peter Medawar, premio Nobel per la medicina nel 1960, “i virus sono frammenti  di cattive notizia avvolti in una proteina”. La “cattiva notizia” è il filamento REM che costituisce il genoma virale. Come avviene che un virus diventa aggressivo?

Per molte generazioni, e anche per secoli o millenni, può stabilirsi un equilibrio ecologico fra un virus meno aggressivo e un ospite più resistente in un ecosistema relativamente stabile. La tregua finisce se il virus cambia ospite per zoonosi (il passaggio da una specie all’altra), per  mutazione genetica casuale, cambiamento dell’ecosistema, evento quest’ultimo, data l’insipienza umana, oggi senza tregua. 

Che cosa  farà scoppiare il  “next big one”? Il Rapporto ONU sull’estinzione della biodiversità, approfondito ad aprile/maggio 2019 in sede UNESCO dai 130 Paesi aderenti all’Ipbes, denuncia come la Terra si trovi alla soglia della sesta estinzione di massa della sua storia, la prima attribuita ai comporta-menti umani.

Per molti epidemiologi il “next big one”, cioè la riduzione drastica della popolazione, sarà provocata da una pandemia virale e non batterica, perché i batteri sono vivi e vegeti, ma, fin quando non diventeranno resistenti agli antibiotici usati nel modo scriteriato attuale, sono controllati.  Si prevede una malattia influenzale da virus-RNA (come quella attuale), facilitata dai collegamenti fra regioni lontane e dalle città mostruosamente popolate. I virus potrebbero essere nuovi per mutazione oppure esser vissuti in altri animali e attaccare l’uomo per la prima volta, privo di difesa in ambienti sfavorevoli per eccesso d’abitanti. Anche se questa previsione non dovesse avverarsi pienamente, per miliardi d’esseri umani la vita potrebbe diventare un inferno. 

Solo tra qualche anno si saprà  se tutto ciò che sta accadendo è causato da uno sbaglio in laboratorio,  da un uso strumentale della virosi per scatenare una guerra  o dal passaggio del virus da un pipistrello  al corpo di un abitante di Wuhan. 

Ricerche attendibili escludono che il  coronavirus COVID-19 sia il prodotto di un  errore dilaboratorio o di un calcolo  militare.  

Per sperare in una fine della pandemia dobbiamo aspettare l’alternanza dei corsi e ricorsi storici, la scoperta di un vaccino o rassegnarci al fatto che il virus compia il suo ciclo? Ci sono altre strade per poter dire “ce la faremo?”.

L’immunologo milanese Albero Mantovani e molti altri specialisti in tutto il mondo ammoniscono che ogni previsione è prematura, cioè impossibile, perché non conosciamo ancora a sufficienza la biologia del nemico, del COVID-19. In gennaio l’Organizzazione mondiale della sanità avvertì che la pericolosità del COVID-19 era dovuta principalmente alla frequenza delle sue mutazioni, circa 30 volte più frequenti degli altri coronavirus. Il 28  febbraio si sono trovate 350 diverse sequenze geno-miche, il 9 marzo altre 50. Studi più recenti sembrano dimostrare che le mutazioni non sarebbero marcate, ma resta il fatto che il virus cambia. Si pensi alla varietà del quadro clinico: l’80per cento delle persone infettate non ha disturbi o solo lievi, il 15-18 per cento disturbi rilevanti, e l’1 o 2 per cento una polmonite incurabile che porta a morte in pochi giorni anche persone giovani e sane. Come si può pensare che si tratti dello stesso agente patogeno? È più verosimile che si tratti di agenti  che mutano spesso. A Bergamo e Brescia si è verosimilmente selezionato un virus aggressivo, altrove è, fino ad ora, più benigno, ma può cambiare da un momento all’altro. Circa la durata: la “spagnola” ci ammonisce che ogni illusione è pericolosa. Nei mesi estivi del 1918 la malattia sembrò spegnersi, ma negli ultimi tre mesi dell’anno i morti furono tanti che si temette la fine dell’umanità. Poi la malattia si attenuò, fino a sparire. Spontaneamente, perché contro di essa non s’era fatto nulla. La spiegazione più logica è quella delle casuali mutazioni genomiche del virus, la prima in senso aggressivo e poi benigno.  Le mutazioni rendono la protezione degli anticorpi temporanea. Per lo stesso motivo difficile e delicato è l’allestimento del vaccino: come allestirlo se il nemico cambia così spesso? Si ammonisce ora che un vaccino che agisca su una forma benigna potrebbe avere effetti negativi. Ce la faremo, con tante vittime, contando anche su una mutazione virale benigna. Fino alla prossima volta, dove arriveremo inesorabilmente impreparati e dopo aver massacrato un altro po’ di mondo.

Lei ha accennato a problemi etici.

 Se il numero dei colpiti gravi intaserà le sale di rianimazione, i medici, il cui lavoro è veramente eroico e molto rischioso, saranno posti di fronte ad un problema etico senza precedenti: dover scegliere chi curare e chi lasciare al suo destino per ragioni di posto. Già ora Accademie mediche diffondono raccomandazioni e linee di condotta. Sento l’atrocità d’un tale dilemma, al quale, in quaranta e più anni di professione, non sono mai stato obbligato. C’era posto per tutti. E di ciò sono grato al destino.

 

Coronavirus: vola il prezzo del grano, sorpassato il petrolio

Vola il prezzo internazionale del grano che nell’ultima settimana ha fatto registrare un ulteriore aumento del 6% alla borsa merci di Chicago con la Russia che ha deciso di limitare le esportazioni dopo che la scorsa settimana le quotazioni del grano nel paese di Putin avevano raggiunto i 13.270 rubli per tonnellata, superando addirittura quello del petrolio degli Urali, che è sceso a 12.850 rubli per tonnellata. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti alla fine della settimana al Chicago Bord of Trade (CBOT), il punto di riferimento mondiale delle materie prime agricole che secondo gli esperti continueranno a crescere.

In controtendenza al crollo fatto registrare dai mercati finanziari, la corsa a beni essenziali sta facendo aumentare le quotazioni delle materie prime agricole, con i contratti future per consegna a maggio del grano che – sottolinea la Coldiretti – sono aumentate di circa il 6%, mentre la soia è salita di circa il 2% e il mais ha incrementato il valore dello 0,7% durante l’ultima settimana.

Gli effetti della pandemia – continua la Coldiretti –si trasferiscono dunque dai mercati finanziari a quelli dei metalli preziosi come l’oro fino alle produzioni agricole la cui disponibilità è diventata strategica con le difficoltà nei trasporti e la chiusura delle frontiere ma anche per la corsa dei cittadini in tutto il mondo ad accaparrare beni alimentari di base dagli scaffali di discount e supermercati.

Una preoccupazione che – precisa la Coldiretti – ha spinto la Russia a trattenere per uso interno parte della produzione di grano dopo essere diventata il maggior esportatore di grano del mondo mentre il Kazakistan, uno dei maggiori venditori di grano, ha addirittura vietato le esportazioni del prodotto.

Si tratta di scelte che – sottolinea la Coldiretti – dimostrano come i governi si stiano concentrando sull’alimentazione delle proprie popolazioni mentre il virus interrompe le catene di approvvigionamento in tutto il mondo con timori di una crisi alimentare globale.

L’aumento del grano che è il prodotto più rappresentativo dell’alimentazione nei Paesi occidentali e infatti solo la punta dell’iceberg con le tensioni che si registrano anche per il riso con il Vietnam che – riferisce la Coldiretti – ha temporaneamente sospeso i nuovi contratti di esportazione mentre le quotazioni in Thailandia sono salite ai massimi dall’agosto 2013. In aumento anche la soia, il prodotto agricolo trai più coltivati nel mondo, con gli Stati Uniti che si contendono con il Brasile il primato globale nei raccolti e la Cina che è la più grande consumatrice mondiale perché costretta ad importarla per utilizzarla nell’alimentazione del bestiame in forte espansione con i consumi di carne.

Una tendenza all’accaparramento che è confermata anche in Italia dove nell’ultimo mese di emergenza sanitaria sono praticamente raddoppiati gli acquisti di farina (+99,5%) ma sono saliti del 47,3% quelli di riso bianco e del 41,9% quelle di pasta di semola, secondo una analisi della Coldiretti su dati IRI nelle ultime 5 settimane al 22 marzo 2020.

“L’aumento delle quotazioni alla borsa di Chicago conferma che l’allarme globale provocato dal Coronavirus ha fatto emergere una maggior consapevolezza sul valore strategico rappresentato dal cibo e dalle necessarie garanzie di qualità e sicurezza” afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che in uno scenario di questo tipo “l’Italia, che è il Paese con più controlli e maggiore sostenibilità, ne potrà trarre certamente beneficio ma occorre invertire la tendenza del passato a sottovalutare il potenziale agricolo nazionale”. Ci sono le condizioni per rispondere alle domanda dei consumatori ed investire sull’agricoltura nazionale che è in grado di offrire produzione di qualità realizzando rapporti di filiera virtuosi con accordi che – precisa Prandini – valorizzino i primati del Made in Italy e garantiscano la sostenibilità della produzione in Italia con impegni pluriennali e il riconoscimento di un prezzo di acquisto “equo”, basato sugli effettivi costi sostenuti.

Oggi in Italia gli agricoltori devono vendere ben 5 chili di grano tenero per potersi pagare un caffè e per questo nell’ultimo decennio – sottolinea la Coldiretti – è scomparso un campo di grano su cinque con la perdita di quasi mezzo milione di ettari coltivati ed effetti dirompenti sull’economia, sull’occupazione e sull’ambiente.

Il grano resta tuttavia – precisa la Coldiretti – la coltivazione più diffusa in Italia con circa trecentomila agricoltori impegnati secondo una stima ella Coldiretti che sottolinea come la produzione potrebbe notevolmente aumentare per puntare anche all’autosufficienza con una adeguata remunerazione della produzione nelle aree interne dove sarebbe importante per combattere lo spopolamento ed il degrado ambientale.

L’Italia è prima in Europa e seconda nel mondo nella produzione di grano duro destinato alla pasta con una stima di 1,2 milioni di ettari seminati nel 2020 in aumento dello 0,5%  con una produzione attorno ai 4,1 miliardi di chili ma forte è l’importazione dall’estero (pari a circa 30% del fabbisogno) con ben 793 milioni di chili in aumento del 260% arrivati dopo l’accordo CETA dal Canada dove non si rispettano le stesse regole di sicurezza alimentare e ambientale vigenti nel nostro Paese a partire dall’utilizzo dell’erbicida glifosato in preraccolta, secondo modalità vietate sul territorio nazionale dove la maturazione avviene grazie al sole. Il raccolto di grano duro è più che sufficiente per garantire la pasta agli italiani, ma che viene integrato con le importazioni, visto che la metà della pasta prodotta è destinata all’export, ora in difficoltà per l’emergenza Coronavirus. Le previsioni di semina del grano tenero per 2020 – continua la Coldiretti – sono invece di 536.000 ettari circa rispetto ai 530.000 del 2019 con una produzione 2,73 miliardi di chili con le importazioni che arrivano in questo caso al 70% del fabbisogno totale.

La tendenza all’aumento delle quotazioni – conclude la Coldiretti – si è registrata questa settimana anche in Italia per soia, grano tenero e duro per il quale nella prossima conferenza stato regioni del 31 marzo verrà portato il decreto del Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, recante criteri e modalità di ripartizione del Fondo per il grano duro per incentivare i contratti di filiera. Il decreto prevede che i contratti dovranno essere pluriannuali e con utilizzo di semente certificata con un importo massimo del contribuito fissato a 100 euro l’ettaro per una superficie coltivata a grano duro nel limite di 50 ettari a beneficiario.

Coronavirus, lettera del premier inglese Johnson alle famiglie: “Andrà peggio”

“Le cose peggioreranno ancora prima di cominciare a migliorare”. E’ questo il messaggio che il premier britannico, Boris Johnson, diffonderà in una lettera che spedirà a 30 milioni di famiglie del Regno Unito, prefigurando ulteriori restrizioni ai movimenti.

Nella comunicazione, il primo ministro prospetta l’ipotesi di un inasprimento delle misure adottate per contenere la diffusione del coronavirus. “Dall’inizio – si legge- abbiamo cercato di varare i provvedimenti giusti al momento giusto. Non esiteremo a spingerci oltre se questo è ciò che ci consigliano di fare scienziati e medici”.

“E’ importante che che io sia chiaro con voi: sappiamo che le cose peggioreranno prima che inizino a migliorare. Ma ci stiamo preparando nel modo corretto. Più siamo numerosi tutti noi che seguiamo le regole, minore sarà il numero delle vite che andranno perse e prima la vita tornerà alla normalità”. “Ecco perché, in questo momento di emergenza nazionale, vi esorto per favore a stare a casa, a proteggere il sistema sanitario e a salvare vite”.

 

Basta con le fake news. NewsGuard gratis fino al primo Luglio.

Per permettere a tutti gli utenti di evitare le notizie false sul coronavirus Sars-CoV-2 , NewsGuard, società che fornisce valutazioni di credibilità e schede informative per migliaia di siti di notizie e informazione, ha deciso di rendere gratuita la propria estensione per browser fino al primo luglio.

Tramite l’estensione per browser di NewsGuard è possibile visualizzare le schede informative di oltre 4.000 siti di notizie, che rappresentano il 95% del traffico delle notizie online, e scoprire quali portali pubblicano informazioni false o inaffidabili (il plugin le contrassegna con un’icona rossa).

Finora NewsGuard, nel suo Centro di monitoraggio della disinformazione relativa al coronavirus, ha identificato 132 siti che hanno pubblicato delle fake news fuorvianti su Covid-19, alcune delle quali sono anche diventate virali sui social media.

 

Coronavirus: la vitamina C è inutile

Circolano molte fake news in questi giorni, come quella secondo cui assumendo vitamina C non solo si possa curare il coronavirus, ma addirittura se ne possa prevenire il contagio.

Michele Lagioia, Direttore medico sanitario dell’Irccs Humanitas di Rozzano, alle porte di Milano ha chiarito questo aspetto dichiarando che: “La vitamina C non cura, né previene il contagio da coronavirus”.

E avverte: “Attenzione a non abusarne”. “La persone che assumono troppa vitamina C (o acido ascorbico) – spiega l’esperto nella newsletter dell’Humanitas, rischiando l’ipervitaminosi e conseguenti disturbi ai reni, allo stomaco, all’apparato digerente in generale”.

Imprevedibilità

Carissimi,
dovrei parlare del Papa e della sua preghiera nella grande piazza vuota, a San Pietro, davanti al Crocifisso ligneo miracoloso, sotto una pioggia leggera e insistente. Uno spettacolo immenso! In effetti ha colpito tutti, credenti e non credenti, l’implorazione così umile e forte di Francesco, nei giorni della tempesta, al Signore che non abbandona, come sulla barca squassata dalle onde non aveva abbandonato i discepoli impauriti.

Potrei aggiungere altro? Penso proprio di no. Abbiamo fiducia anche in queste giornate di preoccupazione e smarrimento. E non rinunciamo alla fortezza di figli della Redenzione, con la gioia che nasce dalla speranza contro ogni speranza, di cui ancora e sempre dobbiamo rendere conto al mondo.

Oggi la Chiesa festeggia Marco, Vescovo di Aretusa, l’odierna città siriana di Er Rastan. In verità solo tardivamente è asceso all’onore degli altari. Lo inseguì a lungo, durante la sua esistenza terrena, l’ombra del sospetto per una qualche cedevolezza agli eretici del tempo: i seguaci di Ario. Poi fu tenace, però, nella difesa dei cristiani contro Giuliano l’Apostata, il giovane imperatore che non disdegnava la spada per imporre il ripristino dei culti pagani.

Marco, per la sua testimonianza di fede, fu iscritto ben presto nei menologi e nei sinassari bizantini, mentre ancora il nostro insigne Card. Cesare Baronio, revisore nel Cinquecento del Martyrologium Romanum, lo escludeva dall’elenco dei Santi. Ecco, al tempo dell’eretico Lutero non era facile beatificare un mediatore – possiamo definirlo così? – rispetto agli eretici ariani del IV secolo. Baronio evidentemente pensava all’ortodossia, magari stimando che fosse necessario esagerare un po’ in questa sua intransigenza ecclesiastica. Alla fine, nonostante il fumo dei sospetti addensato nei secoli, oggi Marco di Aretusa è indicato dalla Chiesa alla venerazione dei fedeli: i Bollandisti, come si legge nelle storie dei Santi, lo considerano un martire.

Questa è la vita e questa la storia, carissimi, entrambe ricche come si vede di incomprensioni e riscatti, perlopiù imprevedibili. Anche i Cardinali, insomma, possono prendere una toppa. A me disturba il mondo dei presuntuosi. Troppe sicurezze danno fastidio, all’occorrenza spingendoci dalla parte del torto. Allora, in questo tempo di Quaresima, v’invito a riflettere su un pensiero di William Shakespeare, che troverete in seconda pagina dell’Avvenire (gratuito sul web): “Il saggio sa di essere stupido, è lo stupido invece che crede di essere saggio”.

Buona Domenica!

Emergenza, disperazione, speranza. Rileggendo Kierkegaard

Prendere la parola durante un’emergenza è un salto nel buio che richiede coraggio, e anche una certa dose di avventatezza. Per questo la comunicazione pubblica oggi è insieme inquieta ed esitante. Lo stesso si dica per la nostra classe dirigente, spiazzata di fronte a un’impresa del tutto inedita. Come nella storiella di ‘al lupo, al lupo’, dopo anni di emergenza continua e di crisi alternate, da quella finanziaria alle varie crisi di governo alla cosiddetta crisi migratoria, quando arriva un’emergenza per molti versi più emergente delle altre, perché più avvertita sulla pelle e nel corpo delle persone, siamo impreparati e ci mancano le parole per esprimere e dare forma al nuovo trauma: mancano perché ne abbiamo abusato, sono ormai inflazionate in una cronica crisi di credibilità. Fa quasi sorridere, e a volte fa tirare un sospiro di sollievo, l’atmosfera sospesa e rarefatta dei talk show così tranquilli senza pubblico, delle opinioni proposte col beneficio del dubbio, mettendo le mani avanti, pur sempre turbata da brevi sfoghi personali dei soliti urlatori. Ma al netto di marginali ed episodiche scenate, generalmente si è più cauti, più responsabili, e ci si chiede se non si possa restare così, se dopo questa purga ci sentiremo più sobri, più lucidi.
Posto questo augurabile guadagno in lucidità, per metterlo davvero a frutto occorre un salto in più. Per pensare seriamente a come riorganizzare l’economia e la società dopo la tragedia che stiamo vivendo si deve pensare più a fondo. Infatti per poter chiarire e decidere cosa prevedere per il domani, prendendo posizione su possibili pronostici oggi ancora incerti, occorre un pensiero radicale che si interroghi su come e perché sperare. Si sente insomma un’urgente domanda di speranza, e precisamente sulla speranza, domanda sempre sottintesa ad ogni pensiero pubblico, ad ogni comunicazione. La domanda fondamentale della crisi della salute è la domanda sulla salvezza, come rivela l’etimologia. Riusciamo davvero a sperare? Su cosa si fonda questa speranza? Cosa dà forma ad essa, alla nostra vita, oggi e per l’avvenire?

Per farsi meglio queste domande, si potrebbe andare a rispolverare i classici, cioè quelle letture che, pur lette di sfuggita, al liceo ci inquietavano e ci formavano. Molto a tema capita il testo fondamentale Malattia per la morte, di Kierkegaard. In quelle pagine densissime ed esplosive della cultura occidentale si raffigura e prefigura l’uomo moderno e la sua crisi post-moderna. Un uomo inevitabilmente disperato, seppure latentemente e in diversi gradi e forme. Disperato perché preda delle sue contraddizioni, perso negli estremi di finito e infinito, possibilità e necessità. È l’uomo «fantastico», per cui «sempre più cose diventano possibili, perché niente diventa reale», perché «tutto diventa sempre più istantaneo»; ma anche, per converso, il fatalista determinista,o il «conformista» borghese, senza fantasia, senza «spirito», entrambi irrigiditi nella sola necessità. Dell’ultimo tipo di disperato si leggono righe attualissime, quando è descritta la sua reazione di fronte alla paura: «se talvolta l’esistenza aiuta con orrori che eccedono la saggezza pappagallesca dell’esperienza triviale, il conformismo dispera, cioè, diventa allora manifesto che era disperazione».

Di fronte all’eccedenza dell’orrore, della paura fisica o comunque esterna, dell’imprevisto che sconvolge il nostro ordine, il conformista crolla, dispera e ammutolisce.
A distanza di quasi due secoli, da quel 1849 denso di svolte storiche, il filosofo danese ritrae con tremenda onestà gli stessi atteggiamenti tipici che oggi riaffiorano nei nostri discorsi: di fronte al trauma e all’orrore, davanti alla manifestazione della nostra disperazione, non riusciamo a non essere emotivi, rassegnati e sconcertati. Chi si abbandona alle isteriche fantasie che circondano le fake news, chi all’elitarismo del disincanto, i più restano nel ‘disorientamento di massa’ più muto e paralizzato.

È inutile e forse anche pericoloso rifiutare questo stato delle cose, bisogna farci i conti. Se la nostra disperazione riuscirà a manifestarsi nella modo più autentico possibile, attraverso un pensiero radicale e sincero, forse potremmo imparare, senza troppe pretese, ad attraversarla e viverla con più verità, meno finzioni fantastiche o ipocrite. Sicuramente questo condurrebbe ad un modo più autentico di sperare: è solo con il riconoscimento della vera disperazione che si scopre la vera speranza. Come indica un altro classico del pensiero occidentale, anch’esso pensato nel momento della crisi: «solo per chi non ha più speranza ci è data la speranza» (da Angelus Novus, Walter Benjamin, 1892-1940).

C’è bisogno di solidarietà.

Mi ha fatto specie ieri sentire il governatore della Lombardia affermare da Barbara d’Urso che le mascherine di produzione locale saranno “solo” per l’emergenza lombarda e non saranno date alle regioni che ne hanno bisogno (vale la pena guardare l’espressione della conduttrice), così come il vantarsi di “essere efficienti”, quasi che altrove la gente dormisse e aspettasse l’ennesima tragedia per sfruttare ancora una volta lo Stato o le Regioni “efficienti”, che – ahimè – non hanno però saputo contenere l’esodo verso il Sud, che ora sta mostrando le conseguenze.

È un momento altamente drammatico nel quale non dovrebbero esserci divisioni Nord-Sud, o Destra-Sinistra, ma solo preoccupazione per l’altro ed estrema solidarietà. E invece pare che neppure i morti, una intera generazione che ha affrontato guerra, fame e privazioni, e che sta scomparendo falciata da un virus – che non ha nazionalità e non guarda in faccia a nessuno, siano re, principi o uomini d’affari – riescano a farci entrare in quella dinamica di profonda umiltà che ci è necessaria, se non come cristiani, almeno come esseri umani consapevoli di non essere onnipotenti. Per questo mi vergogno di appartenere alla razza umana, sempre più “inumana”, fredda, egoista, attaccata ai profitti e, permettetemi, ancora oggi – mentre si muore e c’è chi già non ha liquidità – al business del calcio. Finire o no il campionato? Quanti soldi si perderanno…Ma a chi importa se scuole ed università sono chiuse e l’anno scolastico ed accademico non arriva al termine? Se stiamo creando una nazione di ignoranti tagliando fondi all’istruzione poco conta.

Mi vergogno di appartenere alla razza umana quando mi reco a fare la spesa e trovo i prezzi triplicati e penso a chi non ha più un lavoro. Grazie alla Protezione Civile che qui, almeno in qualche comune nell’Alta Terra di lavoro, in cooperazione con la Caritas parrocchiale, sta distribuendo pacchi alimentari a chi non lavora. E mi vergogno di essere europea, perché l’Europa che vedo ora – anzi da molto, troppo tempo – non è quella dei Padri Fondatori, Di De Gasperi, Adenauer, Schuman, e altri. Sta prevalendo la logica economica e commerciale all’umanità. Nei giorni in cui eravamo presi dall’emergenza siamo stati offesi e presi in giro. Oggi Macron è il primo che si ricrede e ci indica come un modello da seguire, unendosi a Italia, Spagna, ed altri paesi del sud-Europa nel denunciare una “Unione Europea egoista”. Non aggiungo altro. Ma vorrei terminare con le parole di Antonio De Curtis, in arte “Totò”, che nella stupenda poesia – e andrebbe tradotta in tutte le lingue – ci ricorda che davanti alla morte siamo tutti uguali perché: “A morte ‘o ssaje ched”e?…è una livella”.

La democrazia ai tempi del virus

Articolo pubblicato sulle pagine delle rivista Atlante di Treccani a firma di Giorgio Scichilone

La democrazia ai tempi del virus, l’espressione su cui si eserciteranno gli storici, è la questione che sta sollecitando con insistenza sociologi, filosofi politici, giuristi e opinionisti di svariata natura e competenze. Non sono riflessioni oziose, riguardano le nostre vite in modo quasi altrettanto importante come quelle più dirette che attengono alla nostra salute. Il quasi è decisivo per le successive argomentazioni. Questo breve discorso potrebbe essere un modesto prolegomeno al ruolo della cultura – o degli intellettuali se si vuole – nella società. Ma di questo un’altra volta.

Ai margini, si direbbe dunque, delle questioni prioritarie e urgenti che riguardano gli effetti dell’epidemia sulla vita, c’è quello legato sulle ricadute sulle libertà, le restrizioni imposte dai governi agli individui per evitare la diffusione del contagio. Sono limitazioni talmente radicali che sembra di essere stati catapultati in un romanzo distopico. In Italia solo le generazioni passate hanno conosciuto la guerra e ciò che significa un bombardamento, un coprifuoco, un’occupazione militare, la lotta partigiana per le strade della città. I più, per fortuna, lo hanno letto nei libri di storia e nella percezione sbadata dei nostri mondi virtuali sembra assumere la stessa distanza empatica delle vicende di Cesare che varca il Rubicone. Lo stile di vita odierno di una porzione privilegiata del pianeta, nella quale abbiamo la buona sorte di vivere, con elevata mobilità e indipedenza, le straordinarie possibilità che economia e tecnologia consentono per raggiungere obiettivi personali e sociali inimmaginabili solo poco tempo fa, sono state improvvisamente compresse da un virus che ha spiazzato gli Stati, precipitandoli in una corsa verso soluzioni politiche e amministrative per contrastare la virulenza della pandemia che sembrano cancellare in un colpo gli standard antropologici abituali. Rimanere chiusi in casa, come prescrivono le norme emergenziali, appare assurdo e inaccettabile. Risulta ormai incompatibile con la nostra visione del mondo, con il nostro essere nel mondo. La riflessione finale a cui ormai risulta polarizzarsi l’attenzione accademica, ed uso questo termine con un’involontaria autoironia, è la relazione delicata che sussiste in uno Stato liberale tra gli inviolabili diritti fondamentali e le prerogative del governo. Fino a dove può spingersi il potere politico, nell’ambito dello Stato di diritto, per assicurare la salute degli individui?

In sostanza l’attuale situazione è stata descritta da molti in termini preoccupati come “stato d’eccezione”. Carl Schmitt, il giusfilosofo tedesco di simpatie naziste, coniò questa formula per descrivere l’essenza della sovranità. Mentre in una dittatura abbiamo uno stato d’eccezione permanente, in cui le libertà costituzionali sono nella disponibilità dell’autorità politica, la democrazia trova la sua legittimazione dal consenso individuale e volontario finalizzato a garantire la libertà naturale dell’uomo. In casi eccezionali, come già l’antica repubblica romana prevedeva, l’ordine costituzionale può sospendersi per tutelare la “salus rei publicae”. La salvezza dello Stato è una delle possibili traduzioni, ma letteralmente si tratta della salute della cosa pubblica, cioè dei cittadini. Una sedizione interna o una guerra che minacciavano la dissoluzione dello Stato e le vite delle persone giustificavano il ricorso a mezzi inusitati, che avevano però il carattere della temporaneità e responsabilità, per contrastare nel modo più efficace e tempestivo possibile il rischio fatale che incombeva sulla società. Era uno stato d’eccezione in cui a qualcuno, in deroga alle procedure ordinarie, veniva affidata la summa potestas, i pieni poteri, per difendere e tutelare lo Stato. I repubblicani dell’età umanistica videro in Giulio Cesare il guastatore della repubblica perché aveva fatto saltare il limite temporale della dittatura, differendo sine die il momento in cui occorreva riferire al Senato sull’uso del potere assoluto. Se la straordinarietà temporanea che consente i mezzi speciali non si incontra poi con la responsabilità, allora la salute pubblica non è più garantita dalla legge ma dalla discrezionalità arbitraria di chi è – o si è posto – al di sopra della legge. Del resto, il primo documento di ‘filosofia politica’ della tradizionale occidentale, la dotta discussione tra ‘barbari’ (i Persiani) riportata da Erodoto, poneva un discrimine tra quelli che potremmo definire regimi autoritari e liberali. Nei secondi chi detiene il potere deve rendere conto del proprio operato. Dove c’è invece arbitrarietà, la libertà dei sudditi è in pericolo.

Schmitt era un ammiratore di Hobbes, il filosofo inglese del Seicento che ha fatto derivare la legittimità dello Stato dal patto tra individui liberi e uguali. Ne è risultato il mostruoso Leviatano, che ha costantemente i pieni poteri per garantire la vita dei cittadini. Hobbes scriveva il suo trattato durante una guerra civile. In quel momento l’unica preoccupazione era salvare la vita, e ogni individuo aveva paura della morte violenta. Il pensiero elementare del filosofo era di risolvere quella sfida capitale. La sua idea era di fondare un potere talmente forte – onnipotente – che potesse ergersi, di fronte alle fazioni armate che avevano disfatto l’ordinamento giuridico e insanguinato il Paese, per imporre una legge comune evitando le faide private. Un compito epocale che richiedeva il consenso di ciascuno. Lo scambio era seducente e ha generato una retorica che non smette di mostrare la sua vitalità: la sicurezza al posto dei diritti. Hobbes è stato naturalmente molto criticato, e i successivi pensatori liberali hanno ritenuto che uno Stato non può fondarsi sulla sola difesa della vita per potere essere considerato legittimo. Alla vita John Locke ha aggiunto in modo imperituro la libertà e la proprietà, e nella Dichiarazione d’indipendenza americana campeggia, come un tempo la parola libertas sui torrioni delle città medievali italiane, la felicità, l’ulteriore fine che lo Stato è chiamato a garantire.

Qui l’articolo completo 

Carte d’identità: prorogata la validità al 31 agosto 2020

Con una circolare indirizzata ai prefetti, la direzione centrale per i Servizi Demografici ha evidenziato che il decreto legge n.18 del 17 marzo 2020 ha prorogato al 31 agosto prossimo la validità delle carte d’identità scadute, senza che rilevi la durata del periodo trascorso dalla data di scadenza, o delle carte in scadenza dopo l’entrata in vigore del decreto legge.

La proroga riguarda sia le carte d’identità “cartacee” che quelle “elettroniche”. Rimane invece limitata alla data di scadenza del documento la validità ai fini dell’espatrio.

L’Ater di Roma e la Croce Rossa Italiana per la consegna dei farmaci e della spesa alimentare a domicilio

Questo è il tempo della responsabilità, ma anche della solidarietà. L’assessorato alle Politiche Abitative della Regione Lazio e l’Ater di Roma hanno sottoscritto un accordo con la Croce Rossa Italiana per attivare, da oggi, un servizio di consegna dei farmaci e della spesa alimentare a domicilio per le persone in maggiore difficoltà che abitano nelle case popolari Ater.

Il servizio è rivolto agli anziani (over 65 anni), in particolare quelli soli e non autosufficienti, ai soggetti con sintomatologia da infezione respiratoria e febbre (temperatura superiore a 37,5°) o sottoposti alla misura della quarantena o risultati positivi al virus, alle persone immunodepresse, ai disabili, agli affetti da patologie gravi, da disabilità invalidanti, ai nuclei composti da due sole persone di cui uno disabile grave a cui è fermamente raccomandato di non uscire di casa. Vista l’urgenza, Ater provvederà ad inviare, alla propria utenza “fragile”, comunicazione ad hoc (mediante telefonate, sms o mail) per l’attivazione del servizio “consegna a domicilio” e la modalità di espletamento dello stesso. Da oggi, tutti gli utenti che appartengono alle categorie di cui sopra potranno contattare il call center dedicato di Ater al numero 06 899 199.

L’operatore del call center acquisirà le richieste degli utenti, riferite all’acquisto di prodotti alimentari e farmaci, per poi trasmetterle alla Croce Rossa italiana, comitato di Roma, che a sua volta si avvarrà dei centri operativi nei vari quadranti della Capitale per il reperimento e la consegna delle merci ordinate. I volontari della C.R.I., riconoscibili in uniforme, ritireranno i prodotti presso gli esercizi di riferimento mentre per i medicinali potranno essere finanche ritirare la ricetta presso lo studio medico o acquisiranno il numero NRE e il codice fiscale del destinatario del farmaco per poi recarsi in farmacia. I medicinali e i prodotti alimentari verranno poi consegnati in busta chiusa all’utente. Prima di procedere all’acquisto, l’operatore C.R.I. incaricato ritirerà presso l’abitazione il denaro necessario alla spesa. Il servizio di consegna è completamente gratuito. Attraverso la consegna a domicilio è inoltre possibile richiedere lo scontrino fiscale “parlante” da utilizzare per le detrazioni fiscali, fornendo ai volontari della Croce rossa la tessera sanitaria o il codice fiscale.

“Dopo i lavori di sanificazione negli spazi comuni degli edifici dell’Ater di Roma, dall’inizio della prossima settimana questi interventi verranno avviati anche in tutti i complessi di edilizia residenziale pubblica delle altre Ater del Lazio. Ora con questo nuovo accordo con la Croce Rossa Italiana vogliamo fornire un ulteriore contributo per contrastare il contagio da Covid-19, aiutando le persone anziane, con disabilità o con gravi fragilità a restare a casa grazie alla consegna a domicilio dei farmaci e della spesa alimentare. È una fase difficile, ma con l’impegno e la responsabilità di tutti riusciremo a superarla”, dichiara Massimiliano Valeriani, assessore alle Politiche abitative della Regione Lazio.

“Insieme agli interventi massivi di sanificazione ad oggi effettuati in 3900 scale di edifici Ater in 66 quartieri – spiega il direttore generale Andrea Napoletano – ATER Roma, su impulso della Regione Lazio e grazie alla preziosa disponibilità della Croce Rossa Italiana, ha voluto attivare un servizio per alleviare le difficoltà che le necessarie restrizioni per fermare il contagio comportano nella vita quotidiana dei più fragili. Nelle nostre case abitano circa 120 mila persone, di cui gran parte anziani e siamo in grado di individuare chi può avere più bisogno di aiuto. Quale Azienda della pubblica amministrazione siamo chiamati a fare la nostra parte mettendo a disposizione risorse e competenze”.

“Croce Rossa di Roma con i suoi Volontari – commenta la presidente della C.R.I., Debora Diodati – è mobilitata da settimane a sostegno degli anziani e delle persone più fragili con quello che abbiamo chiamato “il tempo della gentilezza”. Questo accordo ci vedrà ancora più partecipi di un’azione che nell’emergenza cerca di non lasciare indietro le persone più esposte e quelle più fragili. C’è un’emergenza sociale importante da affrontare nell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo e ne siamo pienamente consapevoli. Così come c’è l’emergenza della solitudine e di forme di marginalità che le nostre comunità sempre più vivono. Questa iniziativa va nella direzione di aiutare e chi come Croce Rossa è un’Italia che Aiuta non può che dare il suo contributo”.

“La Croce Rossa con i suoi operatori – prosegue Adriano De Nardis, presidente della C.R.I. della Regione Lazio – ha lanciato da settimane un appello ai cittadini invitandoli a restare a casa al fine di evitare inutili rischi per la propria salute. Il tempo della gentilezza, questo il nostro motto che guida le progettualità dedicate all’emergenza covid, cui anche questo Protocollo fa riferimento. La nostra mission ci impone di mettere a disposizione ogni nostra risorsa per limitare qualsiasi inutile esposizione, specie per i cittadini più vulnerabili. Sono molto soddisfatto dell’iniziativa sviluppata da CRI Roma in sinergia con Regione Lazio e Ater di Roma, che dimostrano in questo modo una sensibilità importante verso i propri inquilini e verso la salvaguardia della popolazione tutta”.

Il buco dell’ozono sta guarendo.

Lo strato di ozono, che era arrivato ai minimi storici nel 2019, ora sta meglio.

Questo grazie al Protocollo di Montreal, strumento legato al Programma Ambientale delle Nazioni Unite per l’attuazione della Convenzione di Vienna “a favore della protezione dell’ozono stratosferico”entrato in vigore nel gennaio 1989.

Dopo queste misure restrittive, a partire dal 2000 circa, le concentrazioni delle sostanze chimiche nella stratosfera hanno iniziato a diminuire e il buco dell’ozono ha iniziato a recuperare.

Inoltre, si prevede, che l’ozono recupererà tornando ai livelli degli anni ’80 entro il 2030 per le medie latitudini dell’emisfero settentrionale e entro il 2050 per le medie latitudini meridionali, mentre in Antartide accadrà nel 2060.

 

Coronavirus: È importante che i pazienti non interrompano il trattamento con gli ACE-inibitori

Assorted pills

L’Agenzia europea per i medicinali (EMA) è a conoscenza delle recenti notizie diffuse dai media e delle pubblicazioni che si interrogano sulla capacità di alcuni farmaci, come gli inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE) e i bloccanti del recettore per l’angiotensina (ARB o sartani), di peggiorare la malattia da coronavirus (COVID-19). Gli ACE-inibitori e gli ARB sono più comunemente usati per il trattamento di pazienti affetti da pressione alta, insufficienza cardiaca o malattia renale.

È importante che i pazienti non interrompano il trattamento con gli ACE-inibitori o gli ARB e non è necessaria la modifica della terapia. Attualmente, non vi sono evidenze di studi clinici o epidemiologici che stabiliscano un legame tra gli ACE-inibitori o gli ARB e il peggioramento della malattia da COVID-19. Esperti nel trattamento di patologie cardiache e di disturbi della pressione arteriosa, tra cui la Società europea di cardiologia, hanno già rilasciato dichiarazioni in tal senso[2],[3]. Per raccogliere evidenze aggiuntive, l’EMA sta contattando in modo proattivo i ricercatori al lavoro per generare ulteriori prove negli studi epidemiologici.

Poiché l’emergenza di salute pubblica si sta diffondendo rapidamente in tutto il mondo, sono stati avviati studi scientifici finalizzati a stabilire come il coronavirus 2 che causa la sindrome respiratoria acuta grave (SARS-CoV-2) si riproduce nell’organismo, interagisce con il sistema immunitario e provoca la malattia, e se il trattamento in corso con medicinali quali gli ACE-inibitori e gli ARB possa influire sulla prognosi della malattia da COVID-19.

L’ipotesi secondo cui il trattamento con ACE-inibitori o ARB possa peggiorare le infezioni nell’ambito della malattia da COVID-19 non è supportata da alcuna evidenza clinica. Questi medicinali funzionano interagendo con il sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS). Poiché il virus utilizza un bersaglio denominato enzima di conversione dell’angiotensina 2 (ACE2), che fa parte di questo sistema, per penetrare nelle cellule umane, e visto che i medicinali possono aumentare l’ACE2, una delle ipotesi è che i suddetti medicinali possano aumentare l’attività del virus. Tuttavia, le interazioni del virus con il sistema RAAS nell’organismo sono complesse e non completamente note.

L’EMA monitora strettamente la situazione e collabora con le parti interessate per coordinare gli studi epidemiologici sugli effetti degli ACE-inibitori e degli ARB nei pazienti affetti da COVID-19.

L’Agenzia europea contribuisce inoltre a coordinare ricerche urgenti in corso ed è pienamente impegnata a informare i cittadini in merito a qualsiasi sviluppo in questo ambito.

L’EMA è anche a conoscenza di notizie secondo cui altri farmaci come i corticosteroidi e gli antinfiammatori non steroidei (FANS) potrebbero aggravare la malattia da COVID-19, e ha recentemente pubblicato una comunicazione sui FANS. È importante che, in caso di dubbi o incertezze sui farmaci, i pazienti si rivolgano al loro medico o farmacista e non interrompano la consueta terapia senza aver prima consultato un operatore sanitario.

I medicinali devono essere prescritti e utilizzati conformemente alla valutazione clinica, tenendo debitamente conto delle avvertenze e delle altre informazioni presenti nel riassunto delle caratteristiche del prodotto (RCP) e nel foglio illustrativo, nonché delle indicazioni fornite dall’OMS e dagli organismi nazionali e internazionali competenti.

Nell’ambito del network europeo di regolamentazione dei medicinali, necessità sull’uso sicuro dei farmaci sono esaminate nel momento in cui emergono. Ogni nuovo parere emesso è opportunamente divulgato attraverso l’EMA e le autorità nazionali competenti.

L’EMA fornirà ulteriori informazioni, se del caso.

Maggiori informazioni sui medicinali

Gli inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE) sono medicinali usati per il trattamento di pazienti con pressione alta, problemi cardiaci e altre condizioni. I nomi dei principi attivi da cui sono composti terminano generalmente per “pril”. Gli ACE-inibitori impediscono che un enzima presente nell’organismo produca l’angiotensina II, un ormone che restringe i vasi sanguigni. Questo restringimento può causare ipertensione e sottoporre il cuore a uno sforzo maggiore. L’angiotensina II rilascia anche altri ormoni che sono responsabili dell’aumento della pressione arteriosa.

I bloccanti del recettore per l’angiotensina (ARB, noti anche come antagonisti del recettore per l’angiotensina II o sartani) sono impiegati per il trattamento dei pazienti affetti da pressione alta e da alcune patologie cardiache o renali e complicazioni come la nefropatia diabetica. Il loro meccanismo di azione consiste nel blocco dell’attività dell’angiotensina II così impedendo la costrizione dei vasi sanguigni e perciò evitare l’aumento della pressione arteriosa.

I corticosteroidi, spesso conosciuti come steroidi, sono farmaci antinfiammatori prescritti per curare un’ampia gamma di patologie quali asma, rinite allergica, malattia polmonare ostruttiva cronica, malattia di Crohn, colite ulcerosa e molte altre. I corticosteroidi funzionano allo stesso modo degli ormoni normalmente prodotti dalle ghiandole surrenali (due piccole ghiandole che si trovano sopra i reni) e sono usati in particolare per ridurre l’infiammazione e l’attività del sistema immunitario.

L’ibuprofene, un antinfiammatorio non steroideo, è un farmaco antidolorifico e antipiretico (antifebbrile). A seconda della formulazione, l’ibuprofene orale è utilizzato negli adulti, nei bambini e nei neonati a partire dai tre mesi di età per il trattamento a breve termine di febbre e/o dolori quali mal di testa, dolori influenzali, dolori dentali e dismenorrea (dolori mestruali). L’ibuprofene è prescritto anche per il trattamento dell’artrite e delle condizioni reumatiche.

Cesa e l’Italexit di Salvini

A me pare che la dichiarazione di Cesa (che troverete alla fine) si autosmentisca, nel senso che proprio riconoscendo che Salvini vuole “Draghi e l’Italexit”, si svela ciò che è realmente la Lega, la quinta colonna degli interessi tedeschi, che confonde le acque per acchiappare consensi, ma che nei passaggi cruciali anteporrà sempre gli interessi del Lombardo-Veneto a quelli nazionali, in ciò facendosi scavalcare pure dalla piccola Slovenia, che, come osserva oggi Giulio Sapelli, sta abbandonando il blocco tedesco–anseatico.

E poi pensare che l’uscita dall’Euro sia un pallino (posto che ce l’abbiano) di Lega e FdI, semplifica un po’ troppo le cose. Se così fosse, infatti, basterebbe tenere fuori dalla maggioranza questi due partiti, come lo sono, e voilà, nessun pericolo per l’Euro (e forse Gualtieri ci crederebbe pure…).
Invece il pericolo per l’Euro viene dal modo in cui è stato fatto. Lo si può criticare ma occorre riconoscere che è stato realizzato molto bene per gli scopi a cui doveva servire, dimostrando una enorme capacità di resilienza, anche all’emergenza della pandemia, a qualsiasi forma di messa in comune del rischio. Ma proprio questo è il suo tallone d’Achille, l’impossibilità di contemplare l’imprevedibile.

In realtà il collasso dell’Eurozona, che nessuno vuole, è nell’ordine delle cose. L’Italia potrà solo rinviarlo, accettando a breve, prima che le rivolte sociali già esplose al Sud possano dilagare in tutto i Paese, forme di sostegno a condizionalità dilazionata. Ovvero, lanciando un messaggio devastante per i giovani, per le aziende italiane e per gli investitori esteri: “adesso facciamo qualche intervento in extra-deficit, ma intanto prepariamo una finanziaria 2021 lacrime e sangue, per ritornare ad essere ‘virtuosi’ “. Chi volete che scommetta sul futuro del Paese a siffatte condizioni?
D’altra parte mettiamoci nei panni del blocco del Nord: perché mai dovrebbero accettare di mettere a rischio la loro ricchezza proprio nel momento di maggior crisi dell’Eurozona? Anche loro di stanno preparando al peggio, divenendo, se possibile, ancora più intransigenti.

Dunque, quella di Cesa mi pare una diagnosi errata . È la fine dell’Euro che ci perseguita, e che verosimilmente dovremo accettare un giorno in condizioni ancora più svavorevoli di quelle attuali, non viceversa, ovvero che qualche forza politica voglia deliberatamente porre fine all’Euro.

 

CESA (UDC), INSULTARE L’EUROPA NON È UTILE A NESSUNO.
(DIRE) Roma, 27 mar. – “Draghi e’ certamente la persona piu’ autorevole che l’Italia possa mettere in campo. Ma tirarlo per la giacchetta in questa fase rischia di ‘svalutare’ il suo enorme valore aggiunto e cio’ non possiamo permettercelo come Paese. Senza reticenze diciamo con chiarezza che questa non e’ l’Europa solidale per cui abbiamo lottato e in cui crediamo ma in questa fase molto delicata, in cui sono in corso i negoziati fra i leader europei che porteranno o al rilancio del sogno dei padri fondatori o al suo de profundis, evocare Draghi e allo stesso tempo insultare l’Europa non e’ utile a nessuno. L’europeismo di Draghi e’ incompatibile con chi sogna l’Italexit”. Cosi’ il segretario nazionale dell’Udc, Lorenzo Cesa. (Com/Anb/ Dire)

Sì alla proposta Anci. I Comuni protagonisti.

Bandiere mezz’asta, un minuto di silenzio di fronte ai municipi e, forse, anche la convocazione dei Consigli Comunali. L’iniziativa dell’Anci – finalmente batte un colpo – non può non essere raccolta. E non solo per un atto formale ma perchè la democrazia deve riprendere a funzionare. Anche nel nostro paese. A partire dal basso, cioè dalla “palestra della democrazia” per eccellenza, ovvero i Comuni. E mi permetto di aggiungere dai piccoli comuni, che rappresentano l’ossatura centrale del sistema istituzionale e democratico del nostro paese. Perchè è vero che i Sindaci, frutto dell’elezione diretta, sono diventati – piaccia o non piaccia – i “dominus” a livello locale. E non solo. Per responsabilità, per le scelte che devono intraprendere e per il riferimento istituzionale che indubbiamente rappresentano di fronte alla propria comunità. 

Ma anche la democrazia partecipativa non può subire ulteriori ed inevitabili contraccolpi. Non può subirne a livello nazionale e non può subirne, com’è evidente, neanche a livello locale. Purtroppo, in questa drammatica emergenza sanitaria, dobbiamo fare i conti con un progressivo depotenziamento del Parlamento senza sapere che cosa potrà produrre concretamente questa deriva che pare ormai irreversibile. Una deriva che, però, rischia di indebolire lo stesso tessuto democratico. 

Ecco perchè la ripartenza democratica nel nostro paese deve coincidere, ancora una volta, con il rilancio dei Comuni. Senza il protagonismo civile, politico, istituzionale e comunitario dei Comuni il rischio della deriva autoritaria ed illiberale può essere veramente dietro l’angolo. 

Per questi motivi l’iniziativa dell’Anci non va sottovalutata. Perchè dietro l’atto formale c’è un proposta politica che si può e si deve raccogliere sino in fondo. E noi ci saremo. A cominciare dal comune di Pragelato, città “olimpica” della Via Lattea. 

Quando tutto sarà finito

Ore 7 di venerdì 27 marzo 2020, secondo mese dell’emergenza Covid-19. Appena iniziato lo sfoglio dei principali quotidiani italiani. In casa, trasformata in hasthag iorestoacasa, mi interrompe la voce del Giornale Radio Rai per informarmi che il Presidente del Consiglio ha detto chiaro e tondo al Consiglio europeo che se a Nord non ascoltano i “meridionali” allora “faremo da soli”.  Cominciamo bene la giornata.

Riprendo lo sfoglio e arrivo rapidamente al bel diario dei giorni del coronavirus di Paolo Rumiz, su Repubblica. Leggo: “23 marzo. Stamattina ho appeso fuori della porta un foglio con su scritto: mi ricorderò di voi quando tutto sarà finito. Di voi che ci avete smantellato la sanità pubblica per finanziare centri di estetica e ora tuonate contro lo Stato perché mancano i respiratori. Di voi farisei che, mentre pontificavate sulla vita, mettevate il profitto davanti alla vita stessa, e la difesa dei beni davanti a quella delle persone. Di voi, che ci avete coperto di veleni e desertificato l’Italia dei borghi; e di voi, volenterosi partigiani dell’economia del saccheggio, dello scarto e dello spreco, che avete delocalizzato in Asia e tolto lavoro alla nostra gente. E di voi che avete coperto tutto questo , facendoci credere che il problema fossero gli immigrati, quando siete stati i primi a chiamarli per ingrassarvi il culo. E soprattutto di voi, ultra-liberisti da talk show che avete smantellato cultura  e senso del dovere, obbligandoci a gestire questa emergenza più con la polizia che con l’educazione civica. E infine di voi, che anche ora, nel momento estremo, seminate zizzania e bugie per coprire di fango chi senza clamore si spende per soccorrere gli ultimi”.   

Penso che siano parole che dovrebbero condividere tutti ad eccezione di quei farisei dei quali, anche stavolta da casa hasthag iorestoacasa, sentiremo parlare molto nei prossimi giorni a proposito di quella Croce alla quale ci affidiamo. Vado avanti con lo sfoglio e intanto trovo un po’ di sollievo ascoltando l’inviato Rai a Bruxelles il quale mi comunica che al termine della teleconferenza i 27 leader europei hanno chiesto ai ministri delle Finanze di presentare nuove proposte. Aspettiamo due settimane, dunque, per vedere se sia possibile  non dovercela fare da soli, il che, diciamolo, sarebbe molto meglio.

Nel frattempo, leggo con la dovuta attenzione l’articolo del professor Angelo Panebianco, apostolo del liberismo e del maggioritario (nel senso del sistema elettorale), che  sul Corriere della Sera parte in prima e gira nella pagina dei commenti. Titolo: “il doppio freno per il dopo”. Come fa Rumiz, e nel nostro piccolo anche noi, il professor Panebianco pensa al dopo, a quell’euforia che ci invaderà quando ci daranno la notizia che la “guerra” sta per essere sostituita dal “dopoguerra”.  Il professore la descrive benissimo, con pochi, sapienti tocchi: “Ci sarà un’esplosione di energia sociale oggi repressa. Un nuovo boom economico è possibile e , plausibilmente, riguarderà soprattutto i territori che hanno pagato un alto prezzo. Si chiama effetto fenice.” Inevitabile: la lettura di queste righe mi cambia l’umore. Guardo le mura di casa mia con altri occhi. Fuori piove e fa freddo, ma è già primavera, basta aspettare. 

Come nei “bugiardini” delle medicine che affollano i nostri scaffali, prima di assumere la nostra meritata e tanto attesa dose di euforia, dobbiamo però leggere le avvertenze e precauzioni. Il professor Panebianco, con la delicatezza dell’entomologo, ne isola due e le chiama “magagne: la zavorra burocratica e l’ideologia pauperista. La prima magagna è quasi un luogo comune, come non pensare alle insidie della burocrazia, un’immensa aragosta che con i suoi tentacoli sempre in azione prima ritarda e quindi frena le attività economiche. E non solo quelle. Attenti all’aragosta.

La seconda magagna è ancor più insidiosa, è l’ideologia pauperista le cui fonti, rivela il professor Panebianco, “vanno cercate, in primo luogo , nelle pulsioni di un certo cattolicesimo politico.”

Ci siamo, ora che è stato individuato il capro espiatorio, detto magagna,  è un gioco da ragazzi arricchire il dossier d’accusa. Spiega dunque il professore: “quando parlo di pulsioni del cattolicesimo politico (di una sua versione) mi riferisco ai demonizzatori del mercato. “ E adesso parte il colpo . Panebianco ci spiega a chi si riferisce quando parla di questi demonizzatori .:“Quelli, per intenderci, che sono capaci di attribuire alla ricchezza  la responsabilità, anzi la colpa dell’alto prezzo che stanno pagando la Lombardia e le altre aree ricche (ossia produttive) del Paese .”

A questo punto tutto è più chiaro. Posso terminare lo sfoglio e prima di cominciare con le flessioni addominali che sono molto indicate in questo periodo decido di appendere fuori della mia porta  una risposta al professor Panebianco. Non devo far altro che copiare il primo periodo del diario di Paolo Rumiz: “Quando tutto sarà finito mi ricorderò di voi che avete smantellato la sanità pubblica e di voi farisei che, mentre pontificavate sulla vita, mettevate il profitto davanti alla vita stessa.” Poi ho aggiunto con un pennarello rosso. “E questa non è una condanna della ricchezza!”

Il “cattolicesimo politico” ai tempi del Coronavirus

Il professor Angelo Panebianco, sul “Corriere della Sera” di venerdì 27 marzo, attribuisce al  “cattolicesimo politico” (almeno a una sua parte) di fronte all’emergenza Coronavirus una certa “vocazione pauperista” la quale si nutrirebbe, a suo dire, di ostilità nei confronti del mercato e dei produttori di ricchezza. Secondo l’autorevole editorialista, una parte dei cattolici sarebbero capaci di attribuire alla ricchezza “la responsabilità, anzi la colpa, dell’alto prezzo che stanno pagando la Lombardia e le altre aree ricche (ossia produttive) del Paese”. In realtà conosciamo le (possibili) ragioni del boom di contagi al Nord: le Regioni finora più colpite da un virus che non conosce corsie preferenziali, sono anche le più aperte agli scambi con il resto del mondo.

Confesso di aver pensato al mio amico Stefano Zamagni, che sul “Corriere della Sera” di qualche giorno fa lamentava lo scarso coinvolgimento del Terzo Settore (da parte del Governo) nella gestione dell’emergenza, a tutti i livelli. Si tratta di un cattolicesimo aperto, plurale, “orientato al prossimo”, che trova la sua migliore espressione nell’economia civile e nel volontariato. La stessa edizione del Financial Times che ha ospitato un pregevole intervento di Mario Draghi, sottolineava come i modelli economici “social responsibility oriented”, che contemplano una posizione di equilibrio tra Stato e mercato, sono quelli che oggi consentono di interpretare meglio l’evoluzione economica dell’epidemia. Dove sarebbe l’ostilità nei confronti del mercato?

Come non pensare, da questo punto di vista, all’evoluzione politica dell’Europa. Alcuni giorni fa si è celebrato (seppur in forma virtuale) l’anniversario della firma dei Patti di Roma (25 marzo 1957). Il nucleo originario dell’Europa, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), nacque proprio per affrontare quella che allora era un’emergenza: porre fine alle guerre secolari tra Francia e Germania. Questo dovrebbe essere il senso profondo dell’Unione Europea: mettere insieme più Paesi, tutti piccoli, per avere una risposta di scala maggiore a problemi globali. Ma questa capacità sembra essersi smarrita. Di fronte alle grandi emergenze del nostro tempo (terrorismo, migrazioni, epidemie) l’intervento dell’Unione si è dimostrato costantemente al di sotto delle sue potenzialità. 

Il vertice europeo del 26 marzo scorso lo mostra in modo evidente e drammatico, con le divisioni tra Stati sull’applicazione degli Eurobond. Quale emergenza più grande del Coronavirus vogliamo aspettare per mettere mano a una riforma radicale dei processi con cui funziona l’Europa? Per avere, in buona sostanza, un nuovo “Piano Marshall” a guida europea? Per accompagnare la politica monetaria della Banca Centrale Europea (il nuovo QE) con una politica fiscale comune?

E’ possibile che, nei prossimi mesi, anche la competizione elettorale nel nostro Paese cambierà profondamente. Il rinvio del Referendum sul taglio del numero dei parlamentari (a data da destinarsi) potrebbe essere l’inizio di un calendario nuovo e di un tempo diverso. Partiti e leader saranno giudicati da come si saranno comportati di fronte all’attuale emergenza e da ciò che sapranno dire su come fronteggiare quelle che ci riserverà il futuro. Serviranno meno chiacchiere e più progetti, meno promesse e più impegni: dunque una vera e propria riconversione, anche per il “cattolicesimo politico” italiano.

Miracolo

Impediti a mettere il naso fuori, perché la propria salute è strettamente correlata alla salute degli altri, fa risvegliare una condizione che sembrava da molti decenni messa in quarantena. Anzi, espulsa completamente dal comportamento umano.

Quell’intersezione lì, suona totalmente nuova alle nostre collaudate abitudini. La vicenda vuole che tutto l’interesse, per solito riservato esclusivamente a beneficio del singolo, oggi rimbalzi su un terreno collettivo, una sfera generale, una dimensione comunitaria.

Siamo da due settimane rinchiusi nelle nostre pareti private. Eppure, paradossalmente, mai come in questo momento, respiriamo una realtà che riguarda tutti. Si direbbe che è capitato una sorta di miracolo che ha saldato l’individuale all’universale. Pensando a noi, pensiamo agli altri. Avendo attenzione per gli altri, curiamo noi stessi.

Ieri, i Paesi che ad oggi hanno più sofferto questo veleno, si sono uniti per chiedere all’Europa un passo significativo, al fine di aprire le porte ad un intervento economico corrispondente al fabbisogno di ciascuna nazione. Italia, Francia, Spagna ed altri hanno promosso questa idea. I Paesi nordici, capeggiati dall’Olanda, si sono dimostrati non solo scettici, ma persino freddi. Dall’incontro si è usciti con un temporeggiamento: due settimane per mediare ulteriormente sul tema proposto. La Germania, prossima alle posizioni nordiche, ha suggerito questa mediazione, che è stata obbligatoriamente accolta da tutti.

Riflessione.

L’Olanda non ha sicuramente respirato il miracolo, tanto vale per i suoi ricchi satelliti. La Germania lo intravvede, ma non ne beneficia. Noi, con gli altri Paesi mediterranei abbiamo invece avvertito fino in fondo quel miracolo e vorremmo che potessero goderne tutti. Staremo a vedere. Non vorrei mai che per comprenderne il gran significato, i Paesi nordici e scandinavi, provassero il tormento che noi viviamo da circa un mese.

Avrebbero infatti l’opportunità di cavarsela in modo più alto, in una forma non obbligata, in una sorta di grazia che li innalzerebbe come non mai.

Ho toccato, come leggete, un solo aspetto. Non mi sono messo a descrivere cosa capiterà domani sul piano sociale e su quello culturale, nonché sul versante politico. Ho messo in rilievo un unico perno che, a mio modesto parere, è una lirica che segnerà un salto sostanziale, stilistico tra il prima e ciò che accadrà dopo vittoria sul coronavirus.

Stiamo pertanto ancora con il naso dentro casa. Ci sono tanti operatori che si espongono per noi. Dovremmo solo ringraziarli. Loro sì, mettono a repentaglio se stessi, a noi invece, più fortunati, compete un’unica regola, seguire seriamente e rigorosamente la nostra volontà.

Nicolas Maduro incriminato dagli Usa per narco-terrorismo.

E’ stato il ministro della Giustizia, William Barr, ad annunciare le accuse formulate dalle corti di New York e Miami: cospirazione con una organizzazione terroristica per inondare gli Stati Uniti di cocaina e usare la droga come arma per minare la salute degli americani. Favorire il traffico di cocaina dalla Colombia agli Stati Uniti, grazie all'”alleanza” tra governo venezuelano e le rinate Farc, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia. Inoltre il Venezuela avrebbe sostenuto il gruppo militare libanese di Hezbollah.

“Il regime di Maduro – ha commentato Barr – è inondato da corruzione e criminalità”. Con il presidente sono stati incriminati altri dirigenti del governo, dal direttore dell’Intelligence venezuelana al generale dell’esercito, fino al ministro dell’Industria.

Secondo la procura di Miami, alcuni membri del governo venezuelano avrebbero riciclato il denaro sporco in Florida, investendo in proprietà immobiliari. Secondo Washington i ribelli colombiani “hanno ottenuto il sostegno del regime di Maduro, che sta permettendo loro di usare il Venezuela come un rifugio sicuro dal quale possono continuare a condurre il loro traffico di cocaina”.

Era da trentadue anni che il dipartimento di Stato americano non accusava un capo di stato straniero: l’ultima volta era avvenuto nell’88, quando era toccato al leader panamense Manuel Noriega, accusato di essere un narcotrafficante in combutta con il cartello colombiano di Medellin.

Le 10 parole chiave sul clima italiano

A causa del CoVid19 nel 2020 probabilmente caleranno le emissioni italiane di gas serra. Ma, avverte Italy for Climate, il 2019 è stato per l’Italia un anno con più ombre che luci nella lotta ai cambiamenti climatici e gli eventi drammatici di queste ultime settimane non cambieranno questa situazione.

Nel 2019 si conferma un aumento delle temperature più alto che nel resto del mondo, gli eventi estremi connessi ai cambiamenti climatici sono stati oltre 1.600 (erano meno di 150 poco più di 10 anni fa), le emissioni di gas serra si sono ridotte di meno dell’1% rispetto all’anno precedente, il Paese ha perso la storica leadership sulle fonti rinnovabili per la generazione elettrica in favore della Germania.

Nell’anno in cui l’Italia sarebbe stata chiamata ad organizzare la Cop26 insieme al Regno Unito (che probabilmente dovrà essere rimandata proprio a causa della pandemia), le performance climatiche non sono positive, anche se alcuni segnali incoraggianti vengono dalla riduzione dei costi delle rinnovabili elettriche e dalla produzione di energia elettrica da carbone, scesa dai 49 miliardi di kWh del 2012 a circa 20 stimati nel 2019.

L’anteprima della fotografia dell’Italia del clima è contenuta nel Rapporto “10 key trend sul clima – i dati 2019 in anteprima per l’Italia”, realizzato da Italy for Climate, l’iniziativa della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile che sta raccogliendo adesioni da alcune imprese particolarmente sensibili al tema del cambiamento climatico, tra cui oggi figurano Erg, Ing, e2i, Conou, illy, Davines.

Stiamo affrontando in queste settimane una grave crisi sociale ed economica dovuta alla pandemia globale di estrema gravità – ha dichiarato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile – che ha messo in evidenza anche la fragilità dei nostri sistemi economici, globalizzati e interconnessi, molto vulnerabili di fronte a crisi che si annunciano come potenzialmente globali anche quando incidono in modo differenziato e più rilevante in alcuni Paesi. Questo fa riflettere anche su altre possibili crisi potenzialmente globali come quella derivante dal riscaldamento climatico. Secondo le stime di Carbon Brief, in Cina, il principale Paese emettitore e primo responsabile dell’aumento delle emissioni globali di gas serra degli ultimi due decenni, in queste settimane le emissioni si sarebbero ridotte di circa un quarto. Una dinamica simile potrebbe ripetersi anche in Italia, ma i dati aggiornati fino al dicembre del 2019 elaborati da Italy for Climate ci mostrano emissioni praticamente stazionarie da circa sei anni. Questo significa che non è in corso un reale processo di riduzione delle emissioni serra. La storia ci insegna che in assenza di tale processo e di interventi tempestivi per indirizzare la ripresa, dopo una crisi economica grave e un calo significativo delle emissioni queste potrebbero tornare a crescere come e forse anche più di prima. Come ci dimostrano i dati dell’ultima grande crisi finanziaria: nel 2009 un calo del PIL globale di circa l’1,7% si è tradotto in un calo delle emissioni dell’1,2%, ma già l’anno successivo con un PIL a +4,3% le emissioni sono rimbalzate a +5,8%”.

 

Questi i 10 trend che inquadrano le performance sul clima dell’Italia:

  1. Negli ultimi quarant’anni in Italia la temperatura media è già aumentata di 1,6°C ,più della media mondiale che è di circa 1°C, e l’ultimo decennio è stato il più caldo di sempre.
  2. Nel 2019 in Italia gli eventi estremi connessi alla crisi climatica sono stati oltre 1.600, oltre dieci volte quelli registrati nel 2008. Solo nel 2019 sono aumentati del 60% e l’Italia si conferma uno dei Paesi europei più esposti ai rischi della crisi climatica.
  3. Nel 2019 le emissioni di gas serra in Italia si sono attestate a circa 423 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (MtCO2eq), tra 0,5 e 1% in meno rispetto all’anno precedente. Si tratta di una riduzione modesta non in linea con i target 2030. Il taglio delle emissioni è passato da oltre 17 MtCO2eq/anno nel 2005-2014 a poco più di mezzo milione di tonnellate dal 2014 a oggi.
  4. Il Governo ha annunciato di voler rivedere il target sul taglio delle emissioni di gas serra dimezzandole entro il 2030: nel prossimo decennio dovremmo quindi tagliarne in media quasi 15 MtCO2/anno.
  5. Negli ultimi anni i consumi energetici sono cresciuti come o più del PIL e questo trend viene confermato anche nel 2019: nel 2014 servivano 91,2 tonnellate equivalenti di petrolio (tep) per produrre un milione di euro di PIL, nel 2019 sono necessari più di 93 tep.
  6. La crescita della produzione elettrica da energie rinnovabili negli ultimi 6 anni in Italia è stata molto bassa, appena il 3% contro il 24% della media europea. Nel 2019 l’Italia ha perso la storica leadership in favore della Germania, che ha raggiunto il 41,5% di produzione elettrica da rinnovabili contro il 40,5% dell’Italia.
  7. Nelle aste per l’accesso ai meccanismi di incentivazione aperte nel settembre 2019, alcuni impianti eolici sono arrivati ad offrire un prezzo di 4,9 €cent per kilowattora: per la prima volta nella storia nel 2019 il costo della generazione rinnovabile è sceso al di sotto del prezzo medio di mercato, pari a 5,2 €cent/kWh.
  8. Negli ultimi due anni il prezzo delle emissioni di carbonio del sistema europeo dell’ETS (Emission Trading System) è passato da meno di 10 a oltre 25 € per tonnellata di CO2 Anche grazie a questa nuova dinamica la produzione elettrica da carbone, sempre meno conveniente, in Italia è scesa dai 49 miliardi di kWh del 2012 a circa 20 stimati nel 2019.
  9. Grazie alla crescita delle rinnovabili (fino al 2014), al miglioramento dell’efficienza delle centrali termoelettriche e alla riduzione del carbone (dal 2012) le emissioni di CO2 per produrre un kilowattora in Italia si sono dimezzate in trent’anni, scendendo per la prima volta nel 2019 sotto i 290 gCO2/kWh.
  10. Il calo di vendite delle auto diesel iniziato nel 2017 in Italia non si è tradotto in una crescita significativa dei veicoli con alimentazione alternativa, ma ha portato allo storico sorpasso delle auto a benzina che, proprio nel 2019, sono diventate le più vendute in Italia. Con il risultato di invertire un trend tradizionalmente positivo facendo aumentare le emissioni medie delle nuove auto immatricolate in Italia, passate da 112 a 119 gCO2/km in appena due anni.

 

Pa: lo smart working nelle Regioni, i primi dati.

Le pubbliche amministrazioni si stanno muovendo rapidamente per mettere in atto la norma del decreto “Cura Italia” che prevede il lavoro agile quale modalità organizzativa ordinaria.

La Funzione pubblica ha attivato il monitoraggio sullo smart working ed è già in grado di comunicare i dati provenienti dalle Regioni italiane: numeri ancora in divenire e tuttavia molto incoraggianti, perché danno conto dell’enorme sforzo profuso dalla macchina dello Stato per rispondere alle sfide imposte dall’emergenza sanitaria, costruendo al tempo stesso la PA che avremo nel futuro.

Eccoli in dettaglio.

Dati provvisori relativi all’implementazione delle modalità di lavoro agile nelle Regioni e Province autonome

Legenda (QUI IL GRAFICO DINAMICO):

terza colonna PERSONALE IN LAVORO AGILE

quarta colonna PERSONALE IN TELELAVORO

quinta colonna PERSONALE TOTALE IN SERVIZIO

sesta e ultima colonna PERCENTUALE PERSONALE IN LAVORO AGILE (inclusi i telelavoristi)

1   Basilicata       613       –              1253      48,9%

2   Prov aut BZ   2800      –              3845      72,8%

3   Calabria           944       –              1385      68,1%

4   E. Romagna   2235      461         3420      78,8%

5   Friuli V. G      1818      34           3325      55,7%

6   Lazio               4340        –              4493     96,6%

7   Liguria             950        –              1281      74,1%

8  Lombardia    2987      –              3367      88,7%

9   Marche           1304        10           2079    63,2%

10 Piemonte        1711      305         2954      68,2%

11  Puglia              1311         –              3156      41,5%

12   Sardegna      2005      –              2547      78,7 %

13   Umbria          680         –              1106      61,5%

14   V. d’Aosta     1330      –              2450      54,3%

15   Veneto           1428        –             2749      51,9%

Coronavirus: “Il vero numero che va visto è quello dei ricoveri”

Matteo Bassetti, virologo e presidente della Società italiana di terapia anti-infettiva (Sita) afferma all’Adnkronos Salute: “I numeri secondo me vanno letti bene. I contagi sono in aumento, ma il numero dei ricoveri in ospedale sembra aver raggiunto un plateau: cresce ma non in maniera esponenziale. Se il dato si consolida nei prossimi giorni, vuol dire che abbiamo retto alla prima ondata davvero enorme e drammatica. Potremmo quindi guardare con più ottimismo alle prossime settimane”.

“Il report dei contagi è un contenitore che mette insieme un po’ tutto (sintomatici, asintomaci, chi a sintomi lievi, gli operatori sanitari) e se il numero cresce la curva è molto influenzata dalla modalità di esecuzione dei tamponi – osserva Bassetti, direttore della clinica malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova e nella task force Covid-19 della Regione Liguria – Se fai più tamponi perché inizi a monitorare gli operatori sanitari, è chiaro che cresce. Ma il vero numero che va visto è quello dei ricoveri, è questo l’indice di stress del sistema, che bisogna guardare per capire se il sistema va in tilt”.

Come seguire la preghiera del Papa con la Benedizione Urbi et Orbi

A partire dalle ore 18.00 l’evento sarà trasmesso in diretta mondovisione da Vatican Media e potrà essere seguito in più lingue sulla Radio Vaticana e sulla nostra Home page (cliccando qui), sulla nostra pagina Facebook (accedi da qui), e in diretta sul nostro canale youtube (clicca qui).

A quanti si uniranno spiritualmente a questo momento tramite i media, sarà concessa l’indulgenza plenaria secondo le condizioni previste dal recente decreto della Penitenzieria Apostolica

Modalità di svolgimento del momento di preghiera

Ezio Tarantelli: un lascito fecondo che continua a parlarci.

Dopo 35 anni da quel 27 marzo 1985, giorno di barbarie e di tragedia per Carol e Luca, per gli amici, per il mondo del lavoro, per il sindacato, per la democrazia, che cosa resta della lezione economica, del progetto politico, della testimonianza etica ed esistenziale di Ezio Tarantelli? Resta moltissimo. Un patrimonio creativo di grande ricchezza che il tempo, lungi dal consegnare agli archivi della storia, continua a rinnovare.

Resta la fecondità dell’incontro, complesso, fatto di convergenze, di rotture, di ricomposizioni fra le tradizioni del sindacalismo confederale italiano ed il riformismo di uno degli economisti più brillantini ed innovativi del suo tempo, capace di andare oltre la strumentazione keynesiana per pensare un modello di sviluppo socialmente sostenibile fondato su una razionalità economica così rigorosa da renderlo concretamente realizzabile, gestibile e vincente.

Quando Tarantelli propone la sua strategia di politica dei redditi per governare ed abbattere d’anticipo le attese di inflazione, guadagnare margini competitivi, tornare alla crescita occupazionale e reddituale per i lavoratori, deve convincere il sindacato più orientato al conflitto, la Confindustria restia ad abbandonare l’esclusività delle prerogative imprenditoriali, i Governi insensibili allo scambio politico ed ancor più ad un sindacato che concorre a definire ed a gestire le scelte di politica economica. È in questa triplice, temeraria quadratura del cerchio che risiede il senso più profondo della sua visione della democrazia partecipativa come condizione istituzionale di un modello di crescita socialmente sostenibile.

La storia lo risarcirà, poiché la stagione concertativa degli anni novanta, l’unità ed il ruolo decisivo di GGIL, CISL, UIL nel passaggio all’euro avvengono sotto il segno di Tarantelli.
Resta il rigore e la bellezza di un pensiero critico, autocritico, aperto nella costante, infinita, ricerca del superamento delle sue certezze e dei suoi temporanei approdi. Ed un gusto, un illuministico entusiasmo, uno stile socratico di insegnamento che non fu da meno.

Resta quell’indagine senza eguali sul ruolo economico del sindacato, l’indugio sistematico sulle scuole di pensiero storico ed economico, la stilizzazione puntigliosa dei paradigmi (da Marx a Keynes, al marginalismo, al monetarismo, al post keynesismo sino al “ruolo del sindacato in un modello alternativo (non keynesiano) di distribuzione del reddito”) una vera e propria rivelazione per noi, giovani, selvaggi animali da tavoli negoziali che potevamo vantare la certificazione e la valorizzazione accademica del nostro ruolo sociale! Pur con quella sintassi tipica di Tarantelli che, con una principale, tre secondarie, due parentesi ed il verbo finale, alla latina, ci costringeva a rileggerla e scomporla con deferente impegno!
Resta l’audacia intellettuale della dissacrazione dei postulati ideologici delle teorie economiche dominanti, la dimostrazione di un’alternativa possibile e vincente di sviluppo sostenibile alla dogmatica monetarista, alle sue politiche deflative, alla sofferenza sociale che ribaltavano sui lavoratori.

Resta la nitida coscienza, maturata negli ultimi anni, della necessità di ripensare la politica dei redditi su scala europea e la sua ultima proposta di un “ECU dei disoccupati” in un’Europa che ne contava più di quindici milioni.

Resta il suo sprone perentorio al sindacato affinché si dotasse di un sapere economico e di una cultura adeguata al ruolo che rivendicava nelle relazioni industriali partecipative e nelle sedi della politica economica. Centri di ricerca e di elaborazione a supporto delle strategie, scuole di formazione per innestare sulle radici e sullo slancio della militanza saperi, profili, abilità professionali.
Con queste motivazioni nacque l’Isel- Cisl, l’Istituto di studi di economia e del lavoro, di cui Tarantelli fu direttore.

Con le medesime motivazioni è nata ed è cresciuta la Fondazione Tarantelli che concentra i compiti di ricerca e di formazione per la Cisl, con i suoi Barometri, nazionale e regionali, analisi congiunturali impostate sul modello del Benessere Equo e Sostenibile (BES); con la sua attenzione al rigore econometrico, caro a Tarantelli; i suoi periodici Working Papers; la sua copiosa produzione di ricerche sistematiche, saggi, articoli, indagini su tutto l’orizzonte del sapere sindacale dal diritto del lavoro, al mercato del lavoro, alle articolazioni del welfare, alla contrattazione, alle crisi, alla salute e sicurezza, alla bilateralità, alla comunicazione, alla pedagogia ed alla didattica.

Col suo Centro Studi di Firenze che accoglie ogni anno, nei suoi corsi di formazione, seminari, progetti, migliaia di sindacalisti, docenti, formatori, sia italiani, sia europei. Con le sue Borse di studio per mantenere un rapporto vivo e fecondo con i giovani laureati, dottorati, ricercatori.
Fare i conti in un grande lascito non è impresa facile. Bisogna evitarne la santificazione dogmatica, come se quel tempo fosse il nostro, e la condanna alla determinazione storica, come se dal quel tempo non potesse uscire.

Di un grande lascito restano i valori, i principi, i metodi, le vicende, che bisogna saper ripensare creativamente nel proprio tempo. In questo senso è necessaria una conservazione creativa.
Per queste semplici, brevi, autentiche ragioni il lascito di Ezio Tarantelli continua a parlarci con profonda pertinenza anche oggi.

In un tempo turbolento ed anarchico che pretende di governare dinamiche globali, dalle crisi economiche, ai flussi migratori, ai dissesti ambientali, alle pandemie con gli strumenti impotenti degli Stati nazionali, la sua lezione di un governo sovranazionale, partecipato dalle grandi rappresentanze sociali, capace di produrre sintesi di sviluppo economico e di giustizia sociale, è più attuale che mai.

È una grande consolazione per chi lo ha amato, ammirato, stimato, frequentato, studiato. È l’unica traccia di eternità terrena riservata agli umani!

L’Osservatore Romano per la terza volta nella storia non esce. Ferma la tipografia, stavolta si ricorre al web.

L’editoriale di Andrea Monda (Un giornale invincibile e la sfida che abbiamo davanti) offre una chiave di lettura non arrendevole alla sospensione momentanea – causa covid-19 – dell’edizione cartacea del quotidiano ufficioso della Santa Sede.

Il giornale che state leggendo non lo avete tra le mani. Lo state leggendo sulla Rete, di
preciso sul sito del giornale rinnovato e potenziato, attraverso un dispositivo mobile o sul vostro computer personale.

È la terza volta che il fatto di dover sospendere la stampa su carta accade nella lunga storia de L’Osservatore Romano: la prima volta fu per qualche giorno nel settembre del 1870 in occasione della breccia di Porta Pia e della presa di Roma, la seconda avvenne nel settembre del 1919, e durò un paio di mesi a causa di uno sciopero della tipografia. Si tratta però di due precedenti non comparabili con l’occasione che stiamo vivendo oggi, per il semplice e decisivo motivo che in quelle due occasioni la sospensione equivaleva a una vera interruzione della produzione del giornale, oggi no. Quello che ieri poteva essere visto come un segno mortale inferto al quotidiano, oggi deve essere letto come segnale della vitalità di questo giornale che si adegua prontamente alla nuova drammatica situazione che il Vaticano, Roma, l’Italia e il mondo stanno vivendo.

Ho scritto in questi giorni ai colleghi della redazione una lettera in cui dicevo (e mi fa piacere ripeterlo a voi lettori, del resto siamo tutti “colleghi”, siamo tutti “collegati”, facciamo parte della medesima comunità): «Più che una “decisione” si tratta della presa d’atto della realtà. Come dice spesso il Papa: la realtà è superiore all’idea». E un buon giornale, un giornale “invincibile” come L’Osservatore Romano, non può vivere fuori dalla realtà. Deve camminarci dentro per trasformarla.

La realtà è che si muore per un nemico invisibile. E che per vincere questa guerra dobbiamo adattarci a una vita diversa, per un po’. Ma non dobbiamo adattarci a vivere senza l’informazione. Possiamo non trovare il giornale in edicola, o non riceverlo in abbonamento postale, ma non dobbiamo smettere di leggerlo. Non possiamo smettere di scriverlo. L’Osservatore Romano è invincibile, perché nemmeno questa tremenda pandemia lo ha sconfitto: oggi noi siamo vivi e presenti sulla Rete e voi lettori continuate a leggere le nostre pagine, anzi, questa è l’occasione di allargare le schiere dei nostri lettori e nell’ambiente digitale di fatto confini non ce ne sono!

Ieri in prima pagina ho pubblicato un’acuta e preziosa riflessione della teologa Stella Morra che iniziava con queste parole: «La storia della cultura ci mostra che è attività umana e umanizzante trasformare (con tutta la fatica che questo comporta) il chronos in kairos».
È questa la sfida posta davanti a un giornale che vuole avere un’anima spirituale e una cifra culturale forte, ispirate dalla nostra coscienza formata alla luce del Vangelo: cogliere il nuovo che già si rivela misteriosamente davanti ai nostri occhi spesso offuscati, appesantiti dalla durezza della vita e rivolti al passato, e quindi incapaci di leggere i “segni dei tempi”. Vale oggi come e più di ieri la profezia di Isaia: «Ecco, faccio una cosa nuova: / proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?/ Aprirò anche nel deserto una strada, / immetterò fiumi nella steppa» (Is 43,19). Siamo pronti a cogliere questa novità? A trovare la strada aperta nel deserto? A dissetarci all’acqua dei fiumi nella steppa? Ha ragione Stella Morra, non possiamo continuare a «galleggiare sulle cose (e spesso sulle persone), perché “tanto passerà”, attrezzarsi a trovare soluzioni per i problemi che mano a mano si presentano: come possiamo continuare a fare quasi tutto quello che facevamo prima? Come creare le condizioni per poter farlo ancora?». È questa peraltro la cifra del pontificato di Papa Francesco che da sempre ci ricorda il rischio mortale dell’adagiarsi sulla logica del “si è sempre fatto così”. Dobbiamo quindi combattere quella strisciante rassegnazione che si nutre del bisogno umanissimo di conferme e di sicurezza e affrontare il mare aperto che la vita ci spalanca davanti anche e soprattutto in questo tempo così grave e pericoloso.

Tutto questo vuol dire che quando torneremo a stampare su carta L’Osservatore Romano, speriamo molto presto, lo faremo con uno spirito, una creatività e una forza più grande di oggi, e direi anche con più competenza perché avremo esplorato nuove frontiere e saremo usciti provati e rinvigoriti dall’esperienza vissuta. Con una consapevolezza: in questo combattimento che non è solo tecnologico ma anche e innanzitutto spirituale, non siamo soli, nessun credente lo è, mai.

Ma i sondaggi sono attendibili?

Crescono i dubbi sull’attendibilità o meno dei sondaggi di opinione sulle varie scelte politiche della pubblica opinione nell’attuale situazione italiana. Una situazione, appunto, drammatica e inquietante per tutti. Una attendibilità che deriva dal semplice fatto che in questo particolare momento storico l’ultima delle preoccupazioni degli italiani è quella, credo, di esprimere una opinione su chi voterebbe oggi.

Anche perchè è appena sufficiente parlare – ovviamente per telefono o via Skype – con qualsiasi persona per rendersi conto che c’è una dissociazione radicale tra ciò che pensano, in questo momento particolare e drammatico, tutti gli italiani e gli strani e singolari orientamenti elettorali che emergerebbero da alcuni sondaggi d’opinione.

Nessuno sa, ad oggi, cosa capiterà concretamente dopo questo tsunami sul versante politico e sul terreno degli equilibri politici. Nessuno conosce, anche se emergono già i possibili lineamenti, quale sarà il profilo della futura classe dirigente e anche le parole d’ordine che condizioneranno le future e potenziali formazioni politiche. La competenza, per fare un solo esempio, sarà indubbiamente uno dei requisiti più gettonati per la dimensione politica, partitica, di governo e pubblica. Altrochè l’esaltazione dell’inesperienza al potere. E, soprattutto, ci sarà un poderoso congedo da tutto ciò che sa di pressappochismo, di improvvisazione, di impreparazione e di attacco e delegittimazione dei propri avversari. Non sarà più quella la frontiera lungo la quale cresce il consenso popolare e si lancia la sfida politica per il governo del paese.

Ecco perchè è singolare, per fermarsi a questo solo esempio concreto, che i sondaggi ci dicano che messaggi politici di questo tenore – riconducibili ad una precisa forza politica – continuano ad essere popolari e gettonati dalla pubblica opinione. E, al contempo, non possiamo dimenticare il recente monito di Ilvo Diamanti sui rischi che potrebbe correre la stessa democrazia liberale nel nostro paese dopo una esperienza che, per il momento, resta unica ed irripetibile dal secondo dopoguerra per la sua gravità ed invasività. Un elemento, questo, che potrebbe ulteriormente condizionare le scelte politiche ed elettorali del corpo elettorale.

Sono due elementi, questi, che rendono molto fragili – se non del tutto evanescenti – i vari sondaggi che in questa fase attestano gli orientamenti elettorali dei cittadini. Sono tanti e tali gli elementi innovativi che faranno irruzione nella cittadella politica italiana che ad oggi è addirittura impossibile pensare quali saranno i protagonisti della fase che seguirà al cataclisma con cui dobbiamo convivere. Tutto ciò che ha caratterizzato la fase del governo giallo/verde e dello stesso governo giallo/rosso probabilmente, e quasi sicuramente, saranno consegnati alla storia appena l’emergenza – speriamo sempre il prima possibile – si attenuerà sino a scomparire. Altroché la popolarità, o meno, dei vari capi politici in tempo di emergenza sanitaria…

Dobbiamo combattere con strumenti economici straordinari

In USA sta avvenendo un fatto straordinario che può capitare solo in situazioni percepiti così gravi da compromettere la esistenza della Nazione. Repubblicani e democratici pienamente in accordo, varano un programma di investimenti che non ha pari nella storia statunitense: duemila miliardi di dollari da destinare a compensare lavoratori ed imprese piccole, medie e grandi, costrette a rattrappire i piani di produzione con perdite immani di commesse e dunque di introiti in grado ti tenere in sicurezza i bilanci aziendali e quindi di tenere in vita gli organici di lavoratori.

Dunque i nordamericani hanno compreso pienamente che se in questo momento devono parare in ogni modo le devastazioni del Covid prodotte sulla salute, prestissimo dovranno fronteggiare in modo altrettanto insidioso anche gli effetti sulla economia, rischiando una depressione superiore a quella provocata dalla finanza nel 2007-2008. Ecco dunque cosa è in grado di schierare con immediatezza un grande paese federale stretto dalla morsa di estreme necessità! Insomma gli americani si compattano come una testuggine per parare ogni colpo, e mantenere così in vita non solo il lavoro e l’economia, ma anche il loro grado di potenza mondiale.

Anche l’Europa cerca di fare altrettanto pur non essendo configurata ancora da Stato federale ed è costretta ad una velocità ed efficacia diverse, a causa di sovranità che ogni paese aderente si tiene stretto. Certamente in questi giorni anche nel vecchio continente fervono discussioni sull’ambizione di ottenere il minor danno possibile; ma lo scarto tra l’ottenere provvedimenti veloci e all’altezza della situazione è ancora presente. Tuttavia la reazione negli ultimi giorni è stata interessante: la Bce stanzia ben 750 miliardi di euro (circa 1000 miliardi di dollari americani); si derogherà al patto di stabilità; si sta discutendo tra polemiche (non all’altezza della situazione) se dare vita a grandi stanziamenti attraverso il fondo di stabilita europeo o attraverso Eurobond.

Queste operazioni assommate tra loro, potrebbero costituire una massa finanziaria certamente non seconda a quella statunitense; ma bisogna fare presto. Per tale proposito si è fatto sentire Mario Draghi indicando la velocità come requisito essenziale per tenere testa ai problemi immani che dovremo affrontare. Ma insiste anche su come intervenire, e pone il tema che più che garantire il reddito di base a chi perderebbe il lavoro, è necessario proteggere le persone dalla perdita del lavoro, non depotenziando dunque la forza produttiva da tenere salda, in grado di ripristinare presto bilanci positivi aziendali, familiari, statali.

Draghi ha voluto indicare una via che attraverso la produttività di sistema, che sappia parare efficacemente e rapidamente i rinculi provocati dal dramma pandemico in corso, soccorrendo le imprese alla condizione di non licenziare, con liquidità ad interessi a costi zero. Credo che Mario Draghi con il suo intervento pubblico, abbia voluto incalzare tutti gli Stati europei a decidere grandi cose, come grandi sono i problemi, ed a metterli in guardia su eventuali non scelte unitarie a carattere continentali, ricordando loro che in circostanze analoghe negli anni venti, le sciagure immani successive originarono proprio da egoismi nazionali.

Dunque proprio per evitare l’irreparabile che occorre definire strumenti di stanziamento e prestiti adeguati rivolti alle intere popolazioni europee, con garanzie per ottenerli e con altrettante garanzie di restituirli senza se e senza ma, relative clausole di salvaguardia per lo strumento che presta. Ogni altra discussione (mi riferisco ad alcuni della maggioranza e della opposizione), sono chiacchiere da bar, che però di questi tempi ci possono fare molto male.

Pandemia, anche nell’emergenza il Parlamento sia protagonista

Il Consiglio direttivo dell’Associazione degli Ex-parlamentari della Repubblica, riunito il 25 marzo in videoconferenza, ha deciso di rivolgere un appello ai Presidenti delle Camere e ad ogni singolo Parlamentare perché la situazione straordinaria e difficile che il Paese sta vivendo “non abbia come sovrapprezzo anche l’indebolimento della nostra democrazia”.

“In un periodo così grave e difficile per il nostro paese – si legge nella lettera indirizzata ai Presidenti delle Camere e ai singoli Parlamentari -, l’Associazione degli Ex Parlamentari si rivolge a Voi, rappresentanti democraticamente eletti della Nazione, perché nei giorni duri in cui la Repubblica è inevitabilmente governata nel segno della necessità e dell’urgenza, ciascuno di Voi si assuma le responsabilità che gli competono perché ciò avvenga nel pieno rispetto della Costituzione, confermando al Parlamento il ruolo di elaborazione delle leggi e insieme quello di indirizzo e controllo dell’esecutivo, nella consapevolezza che la situazione straordinaria  che stiamo vivendo, e che tanti sacrifici richiede a ogni cittadino, non abbia come sovrapprezzo anche l’indebolimento della nostra Democrazia.”

Dopo avere espresso e ribadito “la più convinta solidarietà e gratitudine” a tutti coloro che sono impegnati in prima persona a fronteggiare il contagio, l’Associazione sottolinea come “il Parlamento, quali che siano le misure legislative e amministrative da approvare, debba essere protagonista della vita politica del Paese, e debba anche apparire tale agli occhi dell’opinione pubblica”, sottolineando che  “non spetta solo ai Presidenti delle Camere, ma anche a ogni singolo parlamentare, che ha il privilegio di rappresentare la Nazione, il dovere di garantire, oggi come non mai, il pieno funzionamento delle assemblee elettive di cui fa parte, utilizzando tutte le attribuzioni che la Costituzione e i Regolamenti mettono a sua disposizione”, garantendo a tale fine tutte le misure sanitarie e di sicurezza necessarie.

“Come tutto il personale che si trova in prima linea sul fronte sanitario per custodire e salvaguardare la nostra salute, così i parlamentari sono responsabili della libertà e della democrazia di cui godono tutti i cittadini”, si legge quindi nell’appello, che avverte che “le provvisorie limitazioni delle libertà costituzionali per ragioni sanitarie non possono, in alcun modo, essere prese a pretesto per impedire al Parlamento di funzionare a pieno regime”. L’Associazione esprime quindi “fortissima preoccupazione per l’uso di strumenti normativi che non appaiono assolutamente coerenti con i principi costituzionali e con le sentenze che li hanno ribaditi. La Costituzione italiana non impedisce, come si tende a far credere, che si possano affrontare situazioni di emergenza, indicando con chiarezza limitazioni temporanee di alcuni diritti e i necessari strumenti di intervento, e a quelle indicazioni non vi possono essere deroghe. A parere della nostra Associazione, i DPCM, i Decreti Ministeriali, le Ordinanze, le Circolari, l’insieme, cioè, degli strumenti amministrativi necessari a fronteggiare l’emergenza sanitaria (che ormai costituiscono un vasto corpo normativo, complesso e non sempre omogeneo),  non possono – anche nel rispetto di una consolidata giurisprudenza costituzionale – essere affidati al governo, come sta accadendo, su generici fondamenti normativi, ma solo ricorrendo ai Decreti-legge o a deleghe definite nell’oggetto, nei tempi, nei principi e criteri direttivi. Il Parlamento deve essere messo nella condizione di controllare, emendare e convalidare la decretazione d’urgenza, in modo pieno. Non è possibile che il Parlamento possa accontentarsi di generiche e sporadiche “informative”, che costituirebbero piuttosto un’offesa alla sua autonomia e sovranità. È necessario evitare che le decisioni causate dall’emergenza sanitaria siano assunte in forme tali che possano costituire un precedente pericoloso”.

L’Appello esprime quindi l’auspicio che “passata la crisi attuale, si possano sviluppare approfondimenti e adottare decisioni in relazione ai problemi istituzionali, economici e sociali che l’epidemia ha portato drammaticamente alla attenzione del Paese”, a partire da una più chiara disciplina dello stato d’emergenza, della ripartizione dei compiti tra Stato, Regioni e Autonomie locali, e dell’organizzazione e gestione della Sanità pubblica che “non potrà più subire i tagli indiscriminati e sciagurati del passato e che dovrà assumere i reali bisogni della salute come riferimento di una politica di spesa efficace ed accorta e al tempo stesso”.

La lettera si conclude quindi con un richiamo diretto rivolto ai Presidenti delle Camere e ai singoli Parlamentari: “Nel momento in cui siete chiamati a esercitare la Vostra alta funzione in uno dei momenti più difficili della nostra vita democratica, l’Associazione degli ex Parlamentari della Repubblica avverte il dovere di esprimerVi ogni sostegno morale e civile perché possiate adempiere in modo fermo e consapevole alle funzioni che il voto popolare vi attribuisce, nel rispetto della Costituzione e nell’interesse del popolo italiano, perché tutti insieme riusciamo a superare l’impegnativa prova che il Paese sta affrontando.”

 

Coronavirus, allarme UNICEF: nel mondo a rischio vaccinazioni e assistenza sanitaria di base

In tutto il mondo, la pandemia di COVID-19 sta mettendo a dura prova i servizi sanitari, mentre gli operatori sanitari vengono destinati a sostenere la risposta.

Le misure di contenimento del virus e di distanziamento sociale stanno inducendo molti genitori a prendere la difficile decisione di rimandare le vaccinazioni di routine.

Inoltre, i farmaci iniziano a scarseggiare e le catene logistiche sono sotto pressione a causa dei problemi nei trasporti.

Le cancellazioni dei voli e le restrizioni commerciali da parte degli Stati hanno fortemente limitato l’accesso ai medicinali essenziali, compresi i vaccini.

Con il progredire della pandemia, i servizi sanitari di base, vaccinazioni incluse, rischiano ri essere interrotti, soprattutto in Africa, Asia e Medio Oriente, proprio dove sono maggiormente necessari.

A pagarne il prezzo più alto sarebbero i bambini appartenenti alle fasce sociali più povere, e quelli nei paesi colpiti da conflitti e disastri naturali.

Nei giorni a venire, molti Stati potrebbero trovarsi nella condizione di rimandare temporaneamente le campagne di vaccinazione preventiva, nel timore che le vaccinazioni di massa contribuiscano alla diffusione del coronavirus e per applicare le misure di distanziamento sociale.

In questi casi, l’UNICEF raccomanda vivamente a tutti i governi di iniziare sin da ora una rigorosa pianificazione per riprendere con la massima intensità le attività di vaccinazione una volta che la pandemia sarà sotto controllo.

Questi piani dovranno concentrarsi sui bambini che avranno saltato le dosi di vaccino durante il periodo di forzata interruzione, dando la priorità ai bambini più poveri e vulnerabili.

Per distribuire con successo il vaccino contro il COVID-19, quando esso sarà finalmente disponibile, dobbiamo garantire che il meccanismo delle vaccinazioni rimanga solido, al fine di beneficiare tutti coloro che ne avranno più bisogno

La vaccinazione è un intervento sanitario salvavita. In qualità di maggiore acquirente e fornitore mondiale di vaccini, l’UNICEF continuerà a svolgere un ruolo fondamentale nel sostenere gli sforzi attuali e futuri dei governi in materia di immunizzazione.

Commercio estero: Istat, a febbraio lieve aumento per l’export (+0,6%)

IMPIANTO ARCELORMITTAL A TARANTO FABBRICA INDUSTRIA ACCIAIO SEDE POLO INDUSTRIALE ARCELOR MITTAL

A febbraio 2020 si stima, per l’intescambio commerciale con i paesi extra Ue27, un lieve aumento congiunturale per le esportazioni (+0,6%) e una marcata contrazione per le importazioni (-6,6%).

Il lieve incremento su base mensile dell’export è dovuto principalmente ai beni strumentali (+4,5%). L’energia (-16,0%), in misura più ampia, e i beni intermedi (-2,5%) sono invece in diminuzione. Dal lato dell’import, si rilevano ampie flessioni congiunturali per energia (-15,8%), beni strumentali (-4,8%) e beni di consumo non durevoli (-4,5%); in aumento soltanto i beni di consumo durevoli (+3,4%).

Nel trimestre dicembre 2019-febbraio 2020, la dinamica congiunturale delle esportazioni è lievemente positiva (+0,3%) e sintesi di aumenti contenuti per tutti i raggruppamenti principali di industrie, a eccezione dell’energia che è in netto calo (-6,7%). Nello stesso periodo, per le importazioni, si rileva una diminuzione congiunturale (-0,9%), dovuta in particolare a beni intermedi (-2,1%) e beni di consumo non durevoli (-1,9%).

A febbraio 2020, l’export è in forte aumento su base annua (+6,4%). L’incremento interessa tutti i raggruppamenti principali di industrie ed è rilevante per beni di consumo non durevoli (+9,1%), beni intermedi (+6,3%), energia (+6,2%) e beni strumentali (+5,4%). L’import registra una flessione tendenziale (-3,6%), dovuta a energia (-11,3%), beni intermedi (-3,4%) e beni di consumo non durevoli (-1,5%).

Il saldo commerciale a febbraio 2020 è stimato pari a +5.096 milioni, in forte aumento (era +3.420 milioni a febbraio 2019). Aumenta l’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici (da +6.484 milioni per febbraio 2019 a +7.733 milioni per febbraio 2020).

A febbraio 2020 l’export verso Turchia (+36,6%), Stati Uniti (+22,4%), Giappone (+14,7%), Russia (+13,8%) e paesi OPEC (+13,3%) è in deciso aumento su base annua. In netto calo le vendite verso la Cina (-21,6%).

Gli acquisti da paesi MERCOSUR (-24,9%), paesi OPEC (-22,8%) e Stati Uniti (-10,9%) registrano decrementi tendenziali molto più ampi della media delle importazioni dai paesi extra Ue27. In aumento gli acquisti da India (+17,3%), paesi ASEAN (+6,9%) e Svizzera (+4,8%).

A febbraio 2020, per l’area extra Ue, al netto del Regno Unito, si stima che le esportazioni aumentino dello 0,8% su base mensile e del 7,8% su base annua. Le importazioni registrano ampie flessioni sia sul mese (-7,2%) sia sull’anno (-3,7%). Il saldo commerciale è pari a + 3.909 milioni (+2.156 milioni a febbraio 2019).

Proroga fino al 3 aprile per i provvedimenti restrittivi del Mit

Sono tutti prorogati fino al 3 aprile prossimo i provvedimenti messi in atto dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per far fronte all’emergenza sanitaria da Covid19 e per contrastare la diffusione della malattia.

La Ministra Paola De Micheli ha firmato un Decreto che prolunga l’efficacia di otto Decreti interministeriali, siglati col Ministero della Salute, contenenti diverse misure finalizzate ad una forte limitazione della mobilità delle persone sul territorio italiano e del trasporto dei passeggeri attraverso i diversi vettori.

Inoltre è prevista l’introduzione di un’ulteriore riduzione dei servizi ferroviari a lunga percorrenza (Intercity e Frecce) sempre fino al 3 di aprile.

Le misure che vengono prorogate nel dettaglio riguardano:

– La razionalizzazione del trasporto aereo e dell’operatività degli aeroporti (Decreto n.112).

– La riprogrammazione dei treni a lunga percorrenza e del trasporto ferroviario dei passeggeri (Decreto n.113).

– La riduzione dei servizi non di linea e automobilistici interregionali (Decreto n.114).

– La riduzione dei servizi ferroviari Intercity (Decreto n.116) con un nuovo ridimensionamento dei treni.

– La sospensione del trasporto passeggeri con la Sardegna (Decreto n.117).

– La forte limitazione del trasporto passeggeri con la Sicilia (Decreto n.118).

– L’introduzione dell’obbligo del periodo di isolamento fiduciario di 15 giorni per chi rientra dall’estero (Decreto n.120). In questo caso al provvedimento viene apportata una nuova modifica: l’esenzione dall’obbligo di isolamento fiduciario si estende all’equipaggio dei mezzi di trasporto e al personale viaggiante appartenente a imprese aventi sede legale in Italia.

– L’obbligo di isolamento fiduciario di 14 giorni previsto per chi entra in Italia non si applica al personale sanitario, ai lavoratori transfrontalieri per comprovati motivi di lavoro e per il conseguente rientro nella propria residenza o abitazione;

-ulteriori restrizioni al trasporto passeggeri con la Sicilia e la Sardegna (Decreto n.122).

 

La terapia oncologica a domicilio

La persona con tumore, in cura con terapia orale, si reca normalmente presso la farmacia ospedaliera del centro dove è in cura per ritirare i farmaci che poi assumerà a casa.

E in un momento come questo, non sempre è possibile farlo.

Per questo Novartis, a finanziato un servizio con l’obiettivo di evitare ai pazienti gli spostamenti verso gli ospedali. La finalità, infatti, è proprio quella di fare in modo che persone “fragili”, come quelle in terapia oncologica, che sono maggiormente a rischio di complicanze in caso di contagio da Covid-19, evitino di recarsi presso la struttura ospedaliera.

“Il servizio è pensato sulla necessità del paziente e non sulla singola terapia; è focalizzato su tutte le terapie di cui il paziente necessita”, precisano dall’azienda specificando che ad usufruire del servizio saranno tutti i pazienti onco-ematologici sotto terapia orale, indipendentemente dall’azienda farmaceutica produttrice del farmaco.

Sassoli: “Non dobbiamo fare gli errori del 2008”.

Signore e signori, sarebbe stato bello trovarsi oggi per discutere di una Conferenza sul Futuro dell’Europa. Siamo però chiamati a scrivere oggi insieme il vero futuro dell’Europa, a seguito di una pandemia che sta sconvolgendo il mondo. 

Sentiamo tutti il bisogno di passare dalla prudenza al coraggio e di mostrare la stessa determinazione di tutti coloro – medici, sanitari, volontari, lavoratori dei servizi essenziali – che sono in prima linea a salvare le vite dei nostri cittadini e a proteggere la nostra società. 

Dobbiamo dimostrare ai nostri cittadini che l’’Unione europea è la risposta a questa emergenza e alla crisi che ne conseguirà. Per questo è cruciale garantire la continuità operativa delle nostre istituzioni. Vi assicuro che il Parlamento europeo è più che mai in prima linea per garantire la sua funzione e l’esercizio del necessario controllo. 

La prima risposta deve chiaramente essere di tipo sanitario, incoraggiando una solidarietà concreta. Ma sappiamo per certo che il Covid19 innescherà una contrazione economica senza precedenti in un momento in cui l’economia europea si trovava già a far fronte, ancor prima dello scoppio della crisi, a una bassa crescita e a una inflazione eccessivamente contenuta. Non possiamo permettere che la grave crisi sanitaria che stiamo attraversando sfoci in una crisi finanziaria, economica, sociale e politica. 

L’urgenza e la natura esterna e asimmetrica della crisi impongono di pensare a uno strumento di medio e lungo periodo per rilanciare l’economia europea e proteggere l’occupazione e il nostro modello sociale. 

Abbiamo già visto sforzi importanti da parte delle istituzioni europee: il pacchetto varato dalla Commissione, che oggi è in votazione al Parlamento europeo; la decisione di sospendere il Patto di stabilità e di Crescita; la proposta della Commissione per un quadro temporaneo di misure per gli aiuti di Stato; l’iniziativa importante della Banca Centrale Europea di mettere in campo ogni sforzo per sostenere condizioni di finanziamento nell’area Euro; lo sforzo importante della Commissione per il coordinamento della gestione delle frontiere interne e garantire il transito essenziale delle persone del materiale sanitario e delle merci a difesa del mercato interno. 

Ci sembra importante che si lavori ad una opzione per un aumento di capitale della Banca Europeo per gli Investimenti, a sostegno soprattutto delle Piccole e Medie imprese, attualmente in grave sofferenza. 

Adesso però dobbiamo concentrarci su strumenti nuovi, sapendo che a situazione straordinaria devono corrispondere risposte altrettanto straordinarie. 

Ricordiamocelo anche quando riprenderemo il negoziato su MFF. 

Pensiamo quindi che, oltre a utilizzare misure esistenti – nate però in altri contesti e che quindi richiederanno un importante adattamento – occorre insieme lavorare a strumenti nuovi. 

Riteniamo, come molti di voi, che sia necessario lavorare a un meccanismo comune di debito, emesso da una istituzione europea, che ci consentirà di raccogliere fondi sul mercato alle stesse condizioni per tutti e di finanziare le politiche necessarie per rilanciare l’Unione dopo la pandemia. 

Nessuno deve tirarsi indietro. Tutti devono sentirsi impegnati a proteggere i nostri Paesi. Questa crisi rivelerà la nostra reale capacità di costruire il futuro dell’Europa oppure decreterà la sconfitta del progetto europeo C’è bisogno di leadership perché la sfida non terminerà con la fine dell’emergenza attuale. 

Dobbiamo iniziare subito a preparare la ricostruzione delle nostre economie e delle nostre società, nel senso di uno sviluppo sostenibile come definito dal nostro Green Deal. È essenziale quindi imparare la lezione di questa crisi. Il Parlamento è pronto a fare la sua parte. Non dobbiamo fare gli errori del 2008. Dovremmo cogliere questa opportunità per modernizzare la nostra economia, rendendola più verde e solidale. Dovremmo inoltre cogliere questa opportunità per modernizzare e umanizzare il nostro modello sociale. Riusciamo a portare avanti la nostra battaglia contro il coronavirus grazie ai nostri sistemi sanitari, ammettiamolo. Abbiamo giudicato positivamente il sostegno dato alla ricerca, ma ora sentiamo il bisogno di definire un governo europeo della ricerca. Come possiamo spiegare ai cittadini che – dopo la crisi della “Mucca pazza” – siamo molto più efficaci nel combattere le epidemie animali, di quelle che colpiscono le persone? Il Parlamento europeo ha dato prova di grande partecipazione in condizioni di strema difficoltà. Oggi hanno votato 687 deputati per adottare le misure varate dalla Commissione europea. Il Parlamento resterà aperto e speriamo di avere presto misure necessarie da votare. 

Il momento è grave e il Parlamento non starà a guardare. 

Siamo pronti a collaborare e ci attendiamo che, anche da parte vostra, ci sia un esercizio di autentica responsabilità e vengano indicazioni chiare, concrete. 

Non c’è tempo per ulteriori rinvii. 

Come nota positiva, mi compiaccio del fatto che l’importante questione dell’avvio dei negoziati di adesione con l’Albania e la Macedonia del Nord sia rimasta all’ordine del giorno odierno. Il Parlamento europeo sostiene pienamente l’avvio dei negoziati di adesione e la nuova metodologia. Ciò offrirà del tempo prezioso per motivare i leader e le popolazioni di questi paesi a compiere le riforme necessarie, anche se talvolta dolorose, per l’adesione. 

Unità nazionale: tagliare le estreme e chiamare Draghi.

Sono stato sollecitato a prendere posizione su un possibile governo di unità nazionale.

La situazione è talmente grave che appare inevitabile, nonostante l’indecoroso spettacolo di questa mattina in Senato allorquando il clima di bon ton è stato rotto dall’intervento conclusivo del sen. Perilli (M5S) che ha voluto polemizzare ad ogni costo, non comprendendo l’inutilità della forzatura dei toni, dimostrando scarsa capacità di vedere la dinamica della informativa di Conte in Senato, costruita dopo un ampio gioco istituzionale.

Casini dietro di lui si è messo le mani nei capelli in una smorfia di rassegnazione.

Abbiamo il migliore uomo sul mercato mondiale per governare l’emergenza e la ripartenza: Mario Draghi, che, come ha salvato l’euro potrebbe ancora una volta salvare il suo paese e l’Europa politica.

Eppure di fronte a questa possibilità e alla domanda se serva un governo di unità nazionale, il reggente del M5S sen Crimi ha risposto “No” in modo secco e categorico.

Se le cose stanno così il governo di unità nazionale potrebbe nascere con le forze che ci stanno, tagliando quelle estremiste e trovando una piattaforma politica tra quanti hanno a cuore il destino del Paese.

L’operazione non sarà indolore perché probabilmente avrà effetti sulla unità della Lega, nonché dello stesso M5S, in cui i falchi potrebbero essere sconfitti dalle colombe.

Di certo il governo Conte non ha la forza di affrontare una epidemia che sta portando migliaia di morti e pesanti conseguenze economiche, con il rischio di fratture sociali insanabili.

Sarebbe veramente sciocco avere un italiano come Draghi e non servirsene per la salvezza del Paese.

Nota su Draghi e l’unità nazionale. No alla destra sovranista: il centro deve farsi perno di un nuovo patto costituzionale.

Dopo l’intervento di Draghi, tutto centrato sulla risposta politica alla drammatica emergenza da covid-19, si stringe il nodo della discussione, finora svolta a mezza bocca, sul governo di unità nazionale. In tutto il mondo si affronta la pandemia con la premura di un salvare la popolazione anche dalle gravi ripercussioni economiche.

In America, pur in piena campagna elettorale, Repubblicani e Democratici hanno sottoscritto un’intesa che capovolge ogni ortodossia neo liberista, impegnando risorse per 2000 miliardi di dollari a sostegno della produzione e dei consumi. Non ha prevalso l’interesse di parte: Trump e i suoi avversari condividono, come suol dirsi, onori e oneri dell’operazione.

In Belgio, come ricordava ieri Marco Olivetti su “Avvenire”, un accordo di questo tipo è stato raggiunto nei giorni passati. Il governo avrà l’appoggio in Parlamento di alcuni partiti non facenti parte della compagine ministeriale. Tuttavia, il partito dei sovranisti belgi, alleato in Europa della Lega, rimane fuori dall’intesa.

Qui sta il problema politico.

In tutta Europa è in corso da tempo la battaglia su una sorta di “arco costituzionale”, come negli anni ‘70 venne di moda dire in Italia, dal quale sono escluse le forze radicali di destra.

La Merkel continua a governare con i socialdemocratici e il suo partito, la Dc tedesca (Cdu-Csu), mantiene e rafforza la pregiudiziale nei riguardi degli anti europeisti (AfD), anche a costo di perdere consensi elettorali.

In Austria il giovane cancelliere Kurz ha rotto con gli ultra nazionalisti e ora governa con i Verdi. L’esperimento riporta i popolari (Övp) nell’orbita di un’alleanza di centro sinistra, con gli ecologisti al posto dei socialdemocratici.

In Francia, dove Macron sconta per altro le contraddizioni del suo progetto neo giscardiano, nessuna forza politica, dai socialisti ai neo gollisti, prende in considerazione l’ipotesi di un’alleanza di governo con Marine Le Pen.

Ora, invece, lo scenario italiano sembra comunque riprodurre l’antico equivoco dell’avventura berlusconiana: la mancata delimitazione a destra del modello di democrazia dell’alternanza. Sicché il governo di unità nazionale, consistendo in pratica nel ritorno di Salvini al potere, darebbe luogo alla semplice conferma delle precedenti deviazioni.

In questo senso l’Italia si confermerebbe un’eccezione – decisamente negativa – nel quadro della politica democratica dei Paesi europei.

Altro sarebbe, viceversa, se la prospettiva di unità nazionale segnasse la rottura del centro moderato rispetto alla sua implausibile – cosa ne direbbe un De Gasperi redivivo? – collaborazione con la destra radicale e sovranista.

Il centro moderato, anche solo in aderenza alle ultime dinamiche del Partito popolare europeo (Ppe), dovrebbe ridefinire limpidamente il suo profilo politico. Di questo si mostrano convinti alcuni settori di Forza Italia, in specie quelli di tradizione socialista, mentre rimangono silenti i reduci filo berlusconiani della diaspora democristiana.

A ostacolare la ripresa di iniziativa dei moderati ex dc concorre soprattutto il fondamentalismo della  galassia del cattolicesimo reazionario, nutrito di spirito anti conciliare e mentalità anti politica, per il quale torna la vecchia suggestione del blocco d’ordine in funzione di un cieco antagonismo verso la sinistra.

In sostanza, qualora non intervenisse l’auspicata liberazione di tutto il centro – il problema riguarda i moderati e conservatori, non ovviamente i cattolici democratici – dall’abbraccio con la destra sovranista, il varo di una politica di ampie solidarietà implicherebbe la pura riproduzione di tutti gli errori del passato. Non sarebbe un male tanto e solo per l’onore del cattolicesimo politico, ma per la credibilità stessa del nostro Paese.

Dobbiamo renderci conto che la proposta che va sotto la sigla dell’unità nazionale non può rappresentare la via di contagio dall’Italia verso l’Europa del pericoloso germe del sovranismo.

La decrescita infelice

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore l’articolo pubblicato ieri su succede oggi

Leggo che è stato chiuso a Lourdes per il virus lo spazio delle “acque miracolose”. A me pare un evento simbolicamente più potente di tutta la bibliografia sulla obsolescenza del fatto religioso nella modernità. Anche i credenti sperano in un vaccino, non nel miracolo.

«Peste. Le cose che gemono di essere separate» (Albert Camus, Taccuini, 1944)

Giravo stamattina per una Roma spettrale, come evacuata, svegliato all’alba dal canto rumoroso degli uccellini. Le giornate, prive di scadenze e appuntamenti, scivolano tutte uguali, niente distingue, che so, il lunedì dal martedì. Perfino inutile segnarli. Ho immaginato le giornate dei detenuti. La vita diventa un fluire indifferenziato, amorfo. In ciò un poco somiglierebbe alla morte. Anzi, a pensarci bene, somiglia a un dopo la morte. Camminando ho pensato, per un attimo, che forse siamo già tutti morti. Ci aggiriamo per le nostre città come anime erranti, sapendo che non possiamo toccarci. Quando il poeta latino Stazio nel Purgatorio dantesco abbraccia Virgilio, un altro fantasma come lui, stringe soltanto l’aria. E ne viene rimproverato.

Tutto ciò mi rimanda a uno dei sogni più belli che io abbia fatto (due o tre anni fa). A Roma, in una luce primaverile appena un po’ satura, mi trovo con i miei genitori, davanti a un antico caffè. Sembriamo felici. Chiedo a mia madre: “Mamma, non è che siamo già tutti morti?”. E lei sorridendomi: “Certo…”. Allora ho capito che “essere vivi o essere morti è la stessa cosa”, come diceva Pasolini – riprendendo una massima indiana – nel suo La terra vista dalla luna. Non è un pensiero che debba necessariamente deprimerci. Anzi, potrebbe allargare la nostra visione, metterci in contatto con una dimensione altra, meno ovvia delle cose.

La cosa più bella che abbia letto in questi giorni è sulle scatole piene di mascherine che i cinesi hanno donato all’Italia: «Siamo onde dello stesso mare, siamo foglie dello stesso albero, siamo fiori dello stesso giardino» (mentre le nazioni dell’Unione Europea, che ama esibire le proprie radici cristiane, si tengono strette le loro mascherine!). Ormai si impone una coscienza di specie (anche se in quanto tale la “coscienza di specie” non esiste: la coscienza è solo individuale. . . però si tratta di una “finzione” utile), e diventa ormai matura una Costituzione della Terra. Chi ha più in animo oggi di dichiarare “Prima gli italiani”? Rileggiamo la Ginestra di Leopardi.

«La peste accentua la separazione. Ma il fatto di essere uniti non è che un caso prolungato nel tempo. La regola è la peste» (Albert Camus, Taccuini, 1943)

Fuani Marino, scrittrice napoletana di 40 anni pubblicata da Einaudi, ha scritto che «Stiamo sacrificando come imprescindibili cose come la socialità e l’economia di un paese in nome degli over 75». Un commento degno di Goebbels. Ma dal suo punto di vista ha ragione. In un senso astrattamente utilitaristico difendere – come ha fatto il nostro governo, pur con tanti impacci – non la vita ma la vita più debole, più precaria, quella degli anziani, dei malati, degli scarti, delle persone improduttive potrebbe non essere una scelta del tutto “razionale”. Appunto: si danneggia l’economia, e dunque gli interessi della maggioranza. Ma ciò sottolinea ancor più il carattere arbitrario, meravigliosamente gratuito, di ogni scelta morale, fondata su un sentire ancor prima che su dei principi. La pietà precede la giustizia e la innerva.

«Peste. Non si può più godere del grido degli uccelli nel fresco della sera – del mondo com’è» (Albert Camus, Taccuini, 1943)

Nei blog tutti propongono liste interminabili di libri da leggere, pensando forse che la quarantena potrebbe durare, che so, un anno. Speriamo di no! Almeno suggerite, vi prego, solo dei racconti e non Guerra e pace, anche solo per scaramanzia! Ma soprattutto è evidente il narcisismo di queste liste: non vedono l’ora di dirci che loro sanno tutte le letture giuste, da Boccaccio e Defoe, da Camus (da cui pure ho prelevato alcune citazioni) a Saramago e Crichton. Anzitutto: sono a favore di consigli di lettura anonimi! E poi: davvero in questi giorni vogliamo rimpinzarci di letture? Speso leggere impedisce di pensare. Perché non limitarsi a meditare, senza scadenze né oggetti precisi, a non affrettarci a riempire il vuoto?

Inoltre: anche lavorare, pur con tutto il tempo a disposizione, a anzi proprio per questo, non è per niente facile: anzi diventa una impresa ardua. Richiede molta autodisciplina.

Un amico mi dice, quasi euforico, che la pandemia ce l’ha mandata la provvidenza. Il fisico Marcello Cini mi confessò 20 ani fa che, da marxista, sperava non nella rivoluzione proletaria ma in una moderata “catastrofe”, per far rinsavire l’umanità. Ora, che il mondo si fermi per un po’ non può che fargli bene. Le anatre nei canali veneziani, le città senza traffico, lo spazio domestico, e più raccolto, degli affetti, il rallentamento dei ritmi forsennati delle nostre esistenze. Ok, ma è una decrescita non “felice”, piuttosto angosciata e dal piglio punitivo. La pandemia distrugge le basi stesse della socialità, della “convivialità” cara a Ivan Illich. Come godere oggi delle cose minime, dei piaceri frugali? Posso rinunciare ai consumi superflui e a tanti spostamenti non necessari, ma non a vedere gli amici e ad abbracciarli, ad ascoltare musica dal vivo o al caffè di Testaccio dove mi piace osservare gli altri e scrivere. Insomma noto in giro quasi un estetismo della catastrofe, una inconscia identificazione con l’aggressore benché animata da buoni propositi (la disposizone buddhista a “usare” la sventura).

Coronavirus: Conte al Senato, è tempo di azione e responsabilità

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nella sua informativa nell’Aula del Senato sulle iniziative del governo per fronteggiare l’emergenza Covid-19, ha ribadito che: “Stiamo combattendo un nemico invisibile e insidioso che entra nelle nostre case, ci ha imposto di ridefinire le relazioni interpersonali, ci fa sospettare di mani amiche. Questa emergenza è così coinvolgente che arriva a sfidare il nostro paese in tutte le sue componenti, è una sfida sanitaria, economica, sociale. Ci coinvolge tutti, nessuno escluso”.

“Grazie a medici e infermieri, non dimenticheremo” “Voglio rivolgere un sentito ringraziamento agli sforzi straordinari di tanti medici, infermieri e di tutti coloro che in questi giorni difficili rischiano la vita per salvare quella degli altri. Noi non ci dimenticheremo di voi, di queste giornate così difficili, così stressanti”.

Ora “È il momento dell’azione e della responsabilità”  “Bisogna operare concretamente” affinché il ricordo del sacrificio del personale sanitario in lotta contro il coronavirus “non si perda”. “Non dimenticheremo il loro sacrificio”, ha ribadito ricordando la lettera dell’infermiera Michela.

“Tutti potranno giudicare il nostro operato. Ma ora è il momento dell’azione e della responsabilità.

“Il Governo ha agito con la massima determinazione, con assoluta speditezza, approntando, ben prima di qualunque altro Paese, le misure di massima precauzione”.

“Abbiamo limitato la libertà per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale”  “Abbiamo sperimentato – primi in Europa – un percorso normativo volto a contemperare, da una parte, l’esigenza di tutelare al massimo grado il bene primario della salute dei cittadini e, dall’altra, la necessità di assicurare adeguati presìdi democratici”. “Per la prima volta dalla fine del secondo conflitto mondiale, infatti, siamo stati costretti a limitare alcune delle libertà fondamentali garantite dalla Costituzione, in particolare la libertà di circolazione e soggiorno, la libertà di riunione nelle sue varie forme, la libertà di coltivare financo di contenere pratiche religiose”. “I princìpi ai quali ci siamo attenuti nella predisposizione delle misure contenitive del contagio sono stati quelli della massima precauzione, ma, contestualmente, anche della adeguatezza e della proporzionalità dell’intervento rispetto all’obiettivo perseguito. E’ questa la ragione della gradualità delle misure adottate, che sono diventate restrittive via via che la diffusività e la gravità dell’epidemia si sono manifestate con maggiore severità, sempre sulla base delle indicazioni provenienti dal comitato tecnico-scientifico”.

“Poiché il nostro ordinamento, e lo vorrei sottolineare, non conosce – a differenza di altri ordinamenti giuridici – un’esplicita disciplina per lo stato di emergenza, abbiamo dovuto costruire, basandoci pur sempre sulla legislazione vigente, un metodo di azione e di intervento che mai è stato sperimentato prima. Abbiamo ritenuto necessario ricorrere allo strumento del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, dopo avere posto il suo fondamento giuridico nell’iniziale decreto legge, il legge n. 6, che ho già menzionato. Abbiamo ravvisato nel DPCM lo strumento giuridico più idoneo, innanzitutto perché agile, flessibile, in grado di adattarsi alla rapida e spesso imprevedibile evoluzione del contagio e alle sue conseguenze; in secondo luogo, perché abbiamo inteso garantire per questa via la più uniforme applicazione delle misure”.

“Per dl aprile intenso confronto con le opposizioni” Nei giorni scorsi “ho incontrato i leader dell’opposizione. Anche ieri alla Camera ho ascoltato delle dichiarazioni di grande apertura al confronto. C’è piena disponibilità al dialogo da parte del governo”.

“Nel lavoro per il decreto marzo abbiamo incontrato i leader dell’opposizioni e nel testo sono state raccolte alcune delle loro indicazioni, e anche ieri alla Camera ho ricevuto ampie aperture al confronto. Ora c’è un nuovo decreto e possiamo riprodurre questa metodologia di lavoro, anzi darò mandato al ministro D’Inca’ di elaborare un percorso di più intenso confronto”,

Il nuovo decreto sarà da “almeno 25 miliardi” ma “consentiteci di lavorare, vorremmo potenziare ancora questo intervento”.

“Con il nuovo intervento normativo che è in corso di elaborazione confidiamo di pervenire ad uno strumento complessivo altrettanto significativo, rispetto a quanto si qui operato. Non sono in condizione di dare cifre esatte, ma sicuramente sarà uno strumento significativo. E interverremo con stanziamenti aggiuntivi di non minore importo, lavorando con tutti ministri per definire bene le misure e l’esatto impatto economico, dei 25 miliardi già stanziati con il primo decreto”, ha detto sottolineando l’intenzione di voler potenziare ancora il prossimo decreto.

“Vogliamo gli European Recovery bond”

“Dobbiamo lanciare un messaggio chiaro: l’Europa è unita e pronta a fare tutto il necessario per difendere le proprie economie il tessuto sociale” e a questo fine “dobbiamo essere disponibili anche a pensare a iniziative innovative e a ripensare vecchi strumenti stravolgendoli”.

Lo show dei Sindaci. Bucci e Del Bono sanno distinguersi. Con sobrietà.

È diventato un gioco di società lodare o sbertuccciare qualche uscita stravagante di questo o quel sindaco d’Italia. Il fatto di prodigarsi per la salute dei propri concittadini, invitando tutti alla massima cautela, merita senz’altro un plauso sincero; meno, a dire il vero, le forme arlecchinesche con le quali, spesso, si manifestano gli inviti alla disciplina.

Gli stessi risultati potrebbero essere ottenuti attraverso una più asciutta comunicazione istituzionale. Non servono gesti fuori misura, oscillanti tra melodramma e ridicolaggine, magari oggetto di facile ironia. Le istituzioni devono trovare, ai vari livelli, un’espressione di autorevolezza da parte di chi assolve a funzioni di rappresentanza .

In un panorama affollato di protagonisti insostenibili, non mancano esempi positivi. E per fortuna! Sì pensi al Sindaco di Brescia, Emilio Del Bono (cattolico di centrosinistra), silenziosamente e scrupolosamente al proprio posto di combattimento in una città martoriata del contagio da covid-19. Ma analogo cenno merita il Sindaco di Genova, Marco Bucci (cattolico di centrodestra), impegnato oltre che sul fronte della lotta al contagio anche su quello della costruzione a tappe forzate del nuovo ponte. Sì può essere “protagonisti” vestendo i panni della serietà.

Nell’attuale contingenza, delicata sotto tanti punti di vista, il popolo italiano deve incrociare le belle testimonianze di sobrietà e concretezza. Se prevale lo show, non si rafforzano gli istituti della democrazia. Alla lunga, finita l’emergenza, se ne potrebbe vedere il danno nell’ulteriore sovraccarico di antipolitica facilmente adornata di faciloneria populistica. Sullo sfondo, infine, c’è l’ombra di un quesito inevitabile: se l’Aula della Camera è tornata a riunirsi, cancellando l’immagine di un Parlamento sigillato, può essere mai che in giro per l’Italia non si abbia notizia di convocazione alcuna dei Consigli comunali? La democrazia locale non si esaurisce nella figura neo-podestarile dei Primi cittadini.

Mike Pompeo: “Gli Usa al fianco dell’Italia contro il Covid-19”.

Il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, nel corso di un briefing con la stampa, a margine della riunione virtuale del G7 ha dichiarato che: “Gli Stati Uniti sono al fianco dell’Italia e del resto d’Europa nel fronteggiare l’emergenza Covid-19 e continuano ad impegnarsi ad assisterli in tutti i modi possibili”.

“Sabato scorso l’Aeronautica degli Stati Uniti ha inviato un C-130 pieno di forniture mediche in Italia. L’esercito Usa sta finalizzando i piani per fornire alcune delle sue attrezzature mediche in eccesso ai nostri amici italiani. Inoltre, le nostre imprese private, comunità scientifica, Ong e organizzazioni religiose stanno rispondendo alla richiesta di aiuto. Samaritan’s Purse, un’organizzazione di beneficienza privata degli Stati Uniti, ha istituito un ospedale da campo con 68 letti a Cremona, una città particolarmente colpita nel nord Italia”.

Oms: “L’Italia è incredibile e la popolazione è fantastica”

il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus ha detto ai giornalisti a Ginevra: L’Italia è stata “veramente incredibile e la cooperazione della popolazione è fantastica, faremo di tutto per supportare e ci sono buoni segnali dallo scenario che gli esperti italiani hanno tracciato. Speriamo che questi segnali positivi continuino, ma sono molto felice che l’Italia stia facendo tutto quello che può”.

“Siamo in costante contatto con i nostri esperti in Italia e con le autorità del Paese – ha aggiunto Mike Ryan, a capo del Programma di emergenze sanitarie dell’Oms – l’Italia sta affrontando il problema con forza. Ci sono alcune zone in cui c’è una trasmissione molto intensa del virus, ma ci sono altre aree dove i contagi non sono altrettanti intensi e qui si sta tentando di non replicare la situazione del Nord Italia. Ammiriamo molto i colleghi in Italia, il loro lavoro è eroico e faremo di tutto per supportarli nel loro sforzo”.

Per Olivier Blanchard l’Italia riuscirà a sostenere il suo debito

Olivier Blanchard, professore di Economia al Massachussetts Institute of Technology (Mit), dal 2008 al 2015 capo economista del Fondo monetario internazionale (Fmi), in un’intervista rilasciata al quotidiano “Handelsblatt”, Blanchard sostiene che l’Itala “potrà farcela” a sopportare il peso del proprio disavanzo.

Per Blanchard, “La Bce dovrebbe essere pronta ad acquistare i titoli di stato italiani dagli investitori, mantenendo quindi basso il tasso di interesse”. Blanchard interviene quindi sulle possibili forme di sostegno all’Italia nella crisi provocata dalle conseguenze del coronavirus sull’economia. A tal riguardo, Blanchard ipotizza un programma di intervento della Bce mediante acquisti di titoli di Stato con transazioni monetarie definitive (Omt).

Le condizioni sarebbero “semplici: i paesi beneficiari possono impiegare le risorse ricevute esclusivamente per combattere la pandemia e i suoi effetti economici”. A tal riguardo, Blanchard osserva: “Penso che questo sia un messaggio sia gli italiani sia i tedeschi possono capire e accettare”.

Coronavirus: il teatro non si ferma

“La musica aiuta a non sentire dentro il silenzio che c’è fuori”.

“Teatro digitale”, “stageathome” o “opera sul sofà”, sono tante le iniziative da Nord a Sud che offrono una vera e propria stagione ad hoc. Concerti, lirica, prosa o balletti da vedere online o in tv. In alcuni casi si tratta di veri e propri appuntamenti quotidiani.

Qui la lista principale delle attività

Campania

A Bergamo l’epidemia è fuori controllo

13 medici dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, in un lettera pubblicata sul New England Journal of Medicine Catalyst Innovations in Care Delivery, dal titolo “nell’epicentro di Covid-19” hanno messo per iscritto che: “A Bergamo l’epidemia è fuori controllo. Il nostro ospedale è altamente contaminato e siamo già oltre il punto del collasso: 300 letti su 900 sono occupati da malati di Covid-19. Più del 70% dei posti in terapia intensiva sono riservati ai malati gravi di Covid-19 che abbiano una ragionevole speranza di sopravvivere”.

“Lavoriamo all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, struttura all’avanguardia con 48 posti di terapia intensiva. Nonostante Bergamo sia una città relativamente piccola, è l’epicentro dell’epidemia”.

“La situazione è così grave – sottolineano – che siamo costretti a operare al di sotto dei nostri standard di cura. I tempi di attesa per un posto in terapia intensiva durano ore. I pazienti più anziani non vengono rianimati e muoiono in solitudine senza neanche il conforto di appropriate cure palliative. Siamo in quarantena dal 10 marzo”.

“Stiamo imparando che gli ospedali possono essere i principali veicoli di trasmissione del Covid-19 – proseguono i 13 medici del Papa Giovanni XXIII nella lettera denuncia – poiché si riempiono in maniera sempre più veloce di malati infetti che contagiano i pazienti non infetti. Lo stesso sistema sanitario regionale contribuisce alla diffusione del contagio, poiché le ambulanze e il personale sanitario diventano rapidamente dei vettori. I sanitari sono portatori asintomatici della malattia o ammalati senza alcuna sorveglianza. Alcuni rischiano di morire, compresi i più giovani, aumentando ulteriormente le difficoltà e lo stress di quelli in prima linea”.

A firmare la lettera sono Mirco Nacoti, del Dipartimento di anestesia e terapia intensiva dell’ospedale Papa Giovanni XXIII; Andrea Ciocca, dell’Associazione Sguazzi Bergamo; Angelo Giupponi, del Dipartimento di emergenza del Papa Giovanni XXIII; Pietro Brambillasca, del Dipartimento di anestesia e terapia intensiva del Papa Giovanni XXIII; Federico Lussana, dell’Ematologia del Papa Giovanni XXIII; Michele Pisano, del Dipartimento di chirurgia del Papa Giovanni XXIII; Giuseppe Goisis, dell’associazione Compagnia Brincadera, Bergamo; Daniele Bonacina, del Dipartimento di anestesia e terapia intensiva pediatrica del Papa Giovanni XXIII; Francesco Fazzi, del Dipartimento di anestesia e terapia intensiva pediatrica del Papa Giovanni XXIII; Richard Naspro, del Dipartimento di urologia del Papa Giovanni XXIII; Luca Longhi, della Terapia neurointensiva del Papa Giovanni XXIII; Maurizio Cereda, dell’Università della Pennsylvania; Carlo Montaguti, del Centro medico sociale dei Focolari in Costa d’Avorio.

La privacy ai tempi del Coronavirus: la posizione del Comitato europeo per la protezione dei dati

Il Comitato europeo per la protezione dei dati ha adottato un’articolata dichiarazione sul trattamento dei dati personali nel contesto dell’epidemia di COVID-19, che in questo periodo interpella pesantemente in tutto il mondo il tema del bilanciamento tra sicurezza della salute pubblica per frenare la diffusione del contagio e tutela delle libertà personali.

Governi e organismi pubblici e privati di tutta Europa stanno adottando misure per contenere e attenuare il COVID-19. Ciò può comportare il trattamento di diverse tipologie di dati personali.

Le norme in materia di protezione dei dati (come il regolamento generale sulla protezione dei dati) non ostacolano l’adozione di misure per il contrasto della pandemia di coronavirus. La lotta contro le malattie trasmissibili è un importante obiettivo condiviso da tutte le nazioni e, pertanto, dovrebbe essere sostenuta nel miglior modo possibile. È nell’interesse dell’umanità arginare la diffusione delle malattie e utilizzare tecniche moderne nella lotta contro i flagelli che colpiscono gran parte del mondo. Il Comitato europeo per la protezione dei dati desidera comunque sottolineare che, anche in questi momenti eccezionali, titolari e responsabili del trattamento devono garantire la protezione dei dati personali degli interessati. Occorre pertanto tenere conto di una serie di considerazioni per garantire la liceità del trattamento di dati personali e, in ogni caso, si deve ricordare che qualsiasi misura adottata in questo contesto deve rispettare i principi generali del diritto e non può essere irrevocabile. L’emergenza è una condizione giuridica che può legittimare limitazioni delle libertà, a condizione che tali limitazioni siano proporzionate e confinate al periodo di emergenza.

  1. Liceità del trattamento

Il regolamento generale sulla protezione dei dati (RGPD) è una normativa di ampia portata e contiene disposizioni che si applicano anche al trattamento dei dati personali in un contesto come quello relativo al COVID-19. Il RGPD consente alle competenti autorità sanitarie pubbliche e ai datori di lavoro di trattare  dati personali nel contesto di un’epidemia, conformemente al diritto nazionale e alle condizioni ivi stabilite. Ad esempio, se il trattamento è necessario per motivi di interesse pubblico rilevante nel settore della sanità pubblica. In tali circostanze, non è necessario basarsi sul consenso dei singoli.

1.1 Per quanto riguarda il trattamento dei dati personali, comprese le categorie particolari di dati, da parte di autorità pubbliche competenti (ad es. autorità sanitarie pubbliche), il Comitato ritiene che gli articoli 6 e 9 del RGPD consentano tale trattamento, in particolare quando esso ricada nell’ambito delle competenze che il diritto nazionale attribuisce a tale autorità pubblica e nel rispetto delle condizioni sancite dal RGPD.

1.2 Nel contesto lavorativo, il trattamento dei dati personali può essere necessario per adempiere un obbligo legale al quale è soggetto il datore di lavoro, per esempio in materia di salute e sicurezza sul luogo di lavoro o per il perseguimento di un interesse pubblico come il controllo delle malattie e altre minacce di natura sanitaria. Il RGPD prevede anche deroghe al divieto di trattamento di talune categorie particolari di dati personali, come i dati sanitari, se ciò è necessario per motivi di interesse pubblico rilevante nel settore della sanità pubblica (articolo 9.2, lettera i), sulla base del diritto dell’Unione o nazionale, o laddove vi sia la necessità di proteggere gli interessi vitali dell’interessato (articolo 9.2.c), poiché il considerando 46 fa esplicito riferimento al controllo di un’epidemia.

1.3  Per quanto riguarda il trattamento dei dati delle telecomunicazioni, come i dati relativi all’ubicazione, devono essere rispettate anche le leggi nazionali di attuazione della direttiva relativa alla vita privata e alle comunicazioni elettroniche (direttiva e-privacy). In linea di principio, i dati relativi all’ubicazione possono essere utilizzati dall’operatore solo se resi anonimi o con il consenso dei singoli. Tuttavia, l’articolo 15 della direttiva e-privacy consente agli Stati membri di introdurre misure legislative per salvaguardare la sicurezza pubblica. Tale legislazione eccezionale è possibile solo se costituisce una misura necessaria, adeguata e proporzionata all’interno di una società democratica. Tali misure devono essere conformi alla Carta dei diritti fondamentali e alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Inoltre, esse sono soggette al controllo giurisdizionale della Corte di giustizia dell’Unione europea e della Corte europea dei diritti dell’uomo. In presenza di situazioni di emergenza, le misure in questione devono essere rigorosamente limitate alla durata dell’emergenza.

  1. Principi fondamentali relativi al trattamento dei dati personali

I dati personali necessari per conseguire gli obiettivi perseguiti dovrebbero essere trattati per finalità specifiche ed esplicite.
Inoltre, gli interessati dovrebbero ricevere informazioni trasparenti sulle attività di trattamento svolte e sulle loro caratteristiche principali, compreso il periodo di conservazione dei dati raccolti e le finalità del trattamento. Le informazioni dovrebbero essere facilmente accessibili e formulate in un linguaggio semplice e chiaro.

È importante adottare adeguate misure di sicurezza e riservatezza che garantiscano che i dati personali non siano divulgati a soggetti non autorizzati. Si dovrebbero documentare in misura adeguata le misure messe in campo per gestire l’attuale emergenza e il relativo processo decisionale.

  1. Uso dei dati di localizzazione da dispositivi mobili
  • I governi degli Stati membri possono utilizzare i dati personali relativi ai telefoni cellulari dei singoli nell’intento di monitorare, contenere o attenuare la diffusione del COVID-19?

In alcuni Stati membri i governi prevedono di utilizzare i dati di localizzazione da dispositivi mobili per monitorare, contenere o attenuare la diffusione del COVID-19. Ciò implicherebbe, ad esempio, la possibilità di geolocalizzare le persone o di inviare messaggi di sanità pubblica ai soggetti che si trovano in una determinata area, via telefono o SMS. Le autorità pubbliche dovrebbero innanzitutto cercare di trattare i dati relativi all’ubicazione in modo anonimo (ossia, trattare dati in forma aggregata e tale da non consentire la successiva re-identificazione delle persone), il che potrebbe permettere di generare analisi  sulla concentrazione di dispositivi mobili in un determinato luogo (“cartografia”).

Le norme in materia di protezione dei dati personali non si applicano ai dati che sono stati adeguatamente anonimizzati.

Quando non è possibile elaborare solo dati anonimi, la direttiva e-privacy consente agli Stati membri di introdurre misure legislative per salvaguardare la sicurezza pubblica (articolo 15).

Qualora siano introdotte misure che consentono il trattamento dei dati di localizzazione in forma non anonimizzata, lo Stato membro ha l’obbligo di predisporre garanzie adeguate, ad esempio fornendo agli utenti di servizi di comunicazione elettronica il diritto a un ricorso giurisdizionale.

Si applica anche il principio di proporzionalità. Si dovrebbero sempre privilegiare le soluzioni meno intrusive, tenuto conto dell’obiettivo specifico da raggiungere. Misure invasive come il “tracciamento” (ossia il trattamento di dati storici di localizzazione in forma non anonimizzata) possono essere considerate proporzionate in circostanze eccezionali e in funzione delle modalità concrete del trattamento. Tuttavia, tali misure dovrebbero essere soggette a un controllo rafforzato e a garanzie più stringenti per assicurare il rispetto dei principi in materia di protezione dei dati (proporzionalità della misura in termini di durata e portata, ridotta conservazione dei dati, rispetto del principio di limitazione della finalità).

  1. Contesto lavorativo 
  • Un datore di lavoro può chiedere ai visitatori o ai dipendenti di fornire informazioni sanitarie specifiche nel contesto del COVID-19?

Nel caso di specie, è particolarmente pertinente l’applicazione dei principi di proporzionalità e di minimizzazione dei dati. Il datore di lavoro dovrebbe chiedere informazioni sanitarie soltanto nella misura consentita dal diritto nazionale.

  • Il datore di lavoro è autorizzato a effettuare controlli medici sui dipendenti?

La risposta dipende dalle leggi nazionali in materia di lavoro o di salute e sicurezza. I datori di lavoro dovrebbero accedere ai dati sanitari e trattarli solo se ciò sia previsto dalle rispettive norme nazionali.

  • Il datore di lavoro può informare colleghi o soggetti esterni del fatto che un dipendente è affetto dal COVID-19?

I datori di lavoro dovrebbero informare il personale sui casi di COVID-19 e adottare misure di protezione, ma non dovrebbero comunicare più informazioni del necessario. Qualora occorra indicare il nome del dipendente o dei dipendenti che hanno contratto il virus (ad esempio, in un contesto di prevenzione) e il diritto nazionale lo consenta, i dipendenti interessati ne sono informati in anticipo tutelando la loro dignità e integrità.

  • Quali informazioni trattate nel contesto del COVID-19 possono essere ottenute dai datori di lavoro?

I datori di lavoro possono ottenere informazioni personali nella misura necessaria ad adempiere ai loro obblighi e a organizzare le attività lavorative, conformemente alla legislazione nazionale.

Coronavirus. “I bimbi con asma non devono sospendere le terapie”.

la Società Italiana per le Malattie Respiratorie Infantili  chiarisce che: “I bambini e adolescenti italiani colpiti da asma devono continuare ad assumere regolarmente le cure prescritte. La pandemia da Covid- 19 non deve quindi interrompere l’aderenza terapeutica soprattutto in questo periodo in cui l’arrivo della primavera rende più frequenti le riacutizzazioni della patologia”.

La Simri, in accordo con le linee guida internazionali del Global Initiative for Asthma, ha quindi offerto le seguenti raccomandazioni:
1. La terapia con steroidi per via inalatoria, se già in atto, non va interrotta a causa della possibile infezione da Covid-19

2. È raccomandato, che nei bambini e adolescenti in terapia preventiva con farmaci prescritti dal medico curante (antileucotrienici, steroidi per via inalatoria, associazioni di beta2 stimolanti a lunga durata con steroidi per via inalatoria), questi non vengano interrotti durante la pandemia, se non condiviso con il curante.

3. Tutti i farmaci per la gestione delle riacutizzazioni (Salbutamolo, Ipratropium Bromuro e steroidi per via sistemica) possono essere utilizzati se prescritti dal curante anche durante la pandemia da Covid-19

4. In caso di infezione sospetta o confermata da Infezione da Covid 19 si raccomanda di preferire la somministrazione della terapia con dispositivo spray (MDI) + il distanziatore e di evitare, nei limiti del possibile, l’utilizzo degli aerosol (nebulizzatori) che potrebbero immettere in circolo copie del virus aumentando il rischio d’infezione per i presenti nella stanza.

Noli me tangere (non mi toccare)

I ripetuti richiami del Capo dello Stato all’unità nazionale, sotto il profilo degli intenti e delle azioni, sembrano aver impresso un’accelerazione alle forze politiche di governo e di opposizione: servono veramente coesione e sostegno a quanti si stanno prodigando per il bene comune, in questo travaglio pandemico che sottende – come direbbe Carl Gustav Jung – una infezione psichica, figlia della paura e madre del panico che ci assale. Ringraziamo commossi il personale sanitario, la protezione civile, i volontari  che si prodigano giorno e notte da settimane per contrastare il male e curare e salvare vite umane. In questo noi italiani siamo da sempre modello di umanità e solidarietà. Lasciamo ai competenti la decisione su profilassi, terapie, farmaci: evitiamoci il mantra collettivo delle opinioni gratuite tambureggianti sulle quali si esprimono anche gli incompetenti e i millantatori: nei talk show televisivi si alternano voci autorevoli e latori di sconcertanti idiozie.

Quello che si sta facendo, controlli, sanzioni, invito al rispetto delle regole, misure di repressione di comportamenti stupidi e incoscienti deve essere gestito in modo coordinato e tocca a noi cittadini dimostrare di possedere senso civico e rispetto per chi combatte questa guerra micidiale e per chi purtroppo le soccombe. In una situazione di carenza di mezzi, di risorse, di posti letto, di presidi sanitari la politica deve darsi un’agenda programmatica, non basta aprire tavoli di concertazione, occorre aprire il Parlamento e avviare un dialogo costruttivo.

Questa sospensione dell’attività legislativa non è giustificabile quando si chiedono sacrifici al Paese. Lanciare laconici messaggi dal proprio salotto di casa e non avere il coraggio e la forza di fermare il Paese, perché un conto è lo Stato e un altro la Nazione, un conto il PIL e lo spread e un altro la tutela della salute pubblica. Non ci sono cittadini di serie A e di serie B, serve il coraggio delle decisioni draconiane prima che prevalga il cupio dissolvi, l’irreversibile via del non ritorno. La paura del contagio e quella delle sanzioni sono due deterrenti micidiali: in questa fase drammatica che coinvolge il mondo intero i nostri comportamenti devono essere ispirati al rispetto rigoroso e assoluto delle regole e delle prescrizioni. Ma il governo non può agire da solo, c’è bisogno del concorso di tutti e la sede parlamentare è l’unica in grado di recepire e affrontare la complessità del momento.

Senza contare le realtà del territorio che esprimono urgenze e difficoltà attraverso le regioni e i comuni in primis: non devono restare voci inascoltate. C’è un accentramento di compiti, funzioni e disposizioni che sollecita una cabina di regia nazionale ma l’ascolto delle voci che vengono dalla periferia del Paese è altrettanto indispensabile per evitare distonie e conflitti inspiegabili alla gente comune.

Esiste anche una dimensione transnazionale del Coronavirus e delle politiche per affrontarlo, finora l’Europa ha espresso al suo interno strategie persino contrastanti, ci si chiede a cosa serva avere un Parlamento Comunitario se l’Europa non adotta misure coordinate per quanto attiene frontiere, passaggi di persone, tutele sanitarie, gestione delle risorse umane e finanziarie: il rischio è di esprimere un nulla istituzionale che frantuma il continente e respinge al mittente le richieste di aiuti e di decisioni unitarie. Riaffiora latente il primato della politica monetaria su quella fiscale e di sostegno agli Stati, si avverte l’assenza di Mario Draghi alla guida della BCE.

Sembra persino paradossale che dopo aver dato l’ incipit al contagio mondiale sia ora la Cina e non gli USA, storici alleati dei Paesi dell’U.E nonché membri della NATO, a gestire a livello mondiale la politica degli aiuti e le strategie sanitarie per fronteggiare e sanare il male che proprio in  Cina ha esordito come il “cigno nero” che si è diffuso bussando alle porte di tutto il pianeta.

Noi ci laviamo le mani venti, trenta volte al giorno, non usciamo di casa – salvo la genia dei mentecatti e degli incoscienti – tendenzialmente rispettiamo le regole, manteniamo le distanze, non ci tocchiamo, separiamo i letti, non ci abbracciamo, ci salutiamo a distanza.

Salutiamo i nostri cari che vengono ricoverati senza sapere se li rivedremo fisicamente, in videoconferenza per un commiato o se di loro ci sarà restituita una cassetta di ceneri.

“Noli me tangere”: non mi toccare, non avvicinarti, questo è il nuovo imperativo categorico delle relazioni sociali. Abbiamo il dovere di essere diligenti, di rispettare i divieti, di rinunciare a certe personali libertà. Anche il più convinto garantista deve abdicare con buon senso di fronte ad una emergenza sanitaria di siffatte proporzioni.

Passando dalle abitudini e da talune mollezze e certi agi del vivere quotidiano ad un regime di tipo militare ci rendiamo conto di quanto il bene comune sia un valore che tutela tutti.

Ci dobbiamo  adeguare senza se e senza ma, ubbidienti: se queste cose non si scherza. Il Coronavirus  (sapremo forse un giorno se è figlio di un pipistrello o di un errore di laboratorio) ha una forza distruttiva devastante, per via implosiva: aspettavamo tremabondi i missili piovere dal cielo e ora ne respiriamo dentro di noi le polveri venefiche fino a soffocare.

Detto questo e rinnovando l’invito di aderire ai dettami della scienza non possiamo nasconderci che ci sono stati ritardi, incertezze e un approccio indolente e di sottostima dei pericoli incombenti all’insorgere dell’epidemia.

Pare che il primo caso di coronavirus sia stato accertato a Wuhan a metà novembre 2019.

Ma ci sono due aspetti che – se non ora, in piena emergenza sanitaria e in clima di auspicabile unità nazionale – andranno chiariti quando la pandemia sarà stata debellata, come speriamo.

Dopo il Memorandum Italia-Cina del marzo 2019  – sottoscritto dal nostro Governo contro il parere degli altri Paesi dell’U.E- che al punto 27 individua nei bacini portuali di Genova e Trieste i “terminali europei della via seta”  (io li chiamerei i due cavalli di Troia nel ventre dell’Europa) e proprio in previsione di tale destinazione, il 28 aprile successivo venne siglato un accordo tra i due Paesi che prevedeva alcune  “Aree di collaborazione” che la diffusione del Coronavirus ha reso drammaticamente attuali: (cito testualmente) “il rafforzamento della prevenzione e del controllo in frontiera delle principali malattie infettive, il rafforzamento delle misure quarantenarie e dell’ispezione dei mezzi di trasporto internazionali, in entrata e in uscita dai territori italiano e cinese, il miglioramento dell’efficacia delle misure di disinfezione, disinsettazione e derattizzazione, la prevenzione della trasmissione transfrontaliera di malattie infettive”.

La prima domanda è in che modo questo accordo sia stato rispettato, quali misure di prevenzione sia state adottate, quali concrete azioni sia state poste in essere per evitare la diffusione del contagio dopo che il virus era stato isolato nei laboratori cinesi.

Se il Protocollo d’intesa ha avuto solo una valenza declaratoria ma non è stato attuato all’insorgenza della virosi ci sono evidenti responsabilità da una parte e dall’altra.

Si aggiunga un altro dato certificato: sulla Gazzetta Ufficiale n° 26 del 1° febbraio 2020 veniva pubblicata una Delibera del Consiglio dei Ministri assunta in data 31 gennaio , avente titolo: “Dichiarazione sullo stato di emergenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili”. Più avanti nel dispositivo si fa esplicito accenno “all’emergenza internazionale di salute pubblica per il coronavirus”…. e – al 1° comma “è dichiarato per 6 mesi dalla data del presente provvedimento lo stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili”.

Mentre qualcuno si affrettava a definire il coronavirus una patologia assimilabile ad una banale influenza, trascorrevano giorni decisivi per assumere provvedimenti coerenti con l’esplicito pericolo paventato della Delibera del Consiglio dei Ministri.

Ecco, dopo gli oltre 50 mila contagi ufficiali ad oggi, gli oltre 6820 morti, gli ospedali al collasso, i sanitari allo stremo, il Paese in “manu militari”, al terzo modulo di autocertificazione che viene imposto ai cittadini (con quale valore legale? Mai sentito che uno autocertifichi una patologia che non sa di avere, visto che non tutti sono sottoposti ai tamponi…), al ventesimo lavaggio quotidiano delle mani in stile “ossessivo compulsivo”, chiusi in casa e confinati nel Comune in cui ci si trova….il dubbio sorge spontaneo: se si fosse applicato l’accordo del 28 aprile 2019 e se al 31 gennaio si fossero prese decisioni drastiche forse il film avrebbe avuto una trama meno tragica per il Paese? A Parlamento riunito forse si comincerà a parlarne.

Guardiamo avanti

Bisogna pur guardare avanti. Non possiamo esimerci da questo compito. Siamo nelle difficoltà, ma nonostante ciò, è fatto obbligo di traguardare il presente e cercare di immaginare il nostro impegno nel tempo futuro.

Questo malanno finirà. Dobbiamo averne piena consapevolezza. E quando terminerà ci consegnerà un campo di battaglia piuttosto devastato. Per questo motivo, sin da ora, bisogna organizzare il pensiero e la volontà, al fine di riordinare al meglio il nostro mondo.

La produzione di ricchezza, che in sostanza significa il mantenimento della vita di tutti noi, sta subendo una battuta d’arresto come mai capitata in precedenza. Per lo meno, la stragrande maggioranza di noi, ha attraversato un lungo periodo privo di conflitti e ha potuto svolgere la propria esistenza in una sorta di paradiso terrestre. Non so se questo malanno sanitario farà più danni di quanto non abbiano fatto altri momenti difficili della vita umana, ma è certo che già si capisce quanto funesta sarà stata la sua presenza.

Noi possiamo far conto di una realtà particolarmente importante. Questa realtà si chiama Stato italiano. Da 160 anni questa struttura consente a noi tutti di avere una base concreta su cui poggiare certezze, diritti, doveri, speranze e, in ultima analisi, il fondamento del nostro essere cittadini.

E, allo Stato che si chiederà l’intervento. Sarà lo Stato a dare garanzie. E, quando dico lo Stato, intendo dire tutti quanti noi. Perché noi, nel nostro integrale insieme, costituiamo lo Stato.

Stanno soffrendo tutte le fonti produttive. Imprese, attività di ogni genere e ogni tipo, e ogni punto in cui si organizza il lavoro umano. Soffrono pertanto tutti coloro che organizzano il lavoro, quanto coloro che hanno il compito di svolgerlo direttamente. A tutti costoro lo Stato dovrà dare una risposta per risolvere quanto prima, le gravi incertezze che incombono sulla produzione.

Dalla cassa integrazione, ai contributi alle imprese, alle grandi realtà, anche ai più piccoli esercizi commerciali, turistici, di ristorazione, alberghieri, etc., il Governo non potrà non mettere in atto una serie compiuta di misure per reggere la vicenda. Penso a interventi contributivi per compensare il mancato reddito causato dalla obbligatorietà della chiusura degli esercizi pubblici per evitare la possibile e terribile condizione fallimentare degli stessi.

Lo sta già facendo. Lo dovrà fare ancora. Dovrà farlo nel miglior modo possibile. Non trascurando alcunché. Per ora, le misure adottate sono anche tamponi. Quindi parziali. Si tratterà di studiare organicamente e con massima puntualità dei provvedimenti che sappiano togliere le gravità economiche che incombono su loro.

Questa impostazione suonerà un po’ Statalista. Immaginatevi una condizione a raggio Statale limitata e contenuta, non vedrebbe attuarsi una vera carneficina darwiniana? Da vecchio democristiano, ho sempre considerato importante il welfare solidaristico, purtroppo è da una ventina d’anni che quel vanto sembra essersi affievolito. Credo però che, alla luce di questi tristi fatti, sia giunto il momento di riordinare le idee e di ritrovare uno spirito comunitario meno frammentato, perché proprio questa tragedia fa capire che si potrà uscirne solo attraverso una impostazione più intelligente e più efficace del pensiero politico.

Unicef: in Siria 460 mila persone a rischio sete

Sono almeno 460 mila le persone a rischio a causa dell’interruzione delle forniture idriche ad Allouk, nel nord est della Siria. Lo riferisce un comunicato stampa dell’Unicef, secondo cui si tratta dell’ultimo di una serie di interruzioni nel pompaggio delle ultime settimane.

La stazione è la principale fonte d’acqua per circa 460 mila persone nelle città di al Hasakah, Tal Tamer e nei campi di al Hol e Areesha. “Un accesso ininterrotto e affidabile all’acqua potabile è essenziale per garantire che i bambini e le famiglie della zona non debbano ricorrere a fonti d’acqua non sicure”, ha dichiarato Fran Equiza, rappresentante Unicef in Siria.

“L’Unicef e i partner sostengono le famiglie sfollate con camion che trasportano acqua, ma questo copre a malapena il fabbisogno minimo. Nessun bambino dovrebbe vivere anche solo un giorno senza acqua sicura. L’acqua pulita e il lavaggio delle mani salvano vite umane. L’acqua e gli impianti idrici non devono essere usati per obiettivi militari o politici – quando lo sono, i bambini sono i primi e i più colpiti”.

Le Olimpiadi saranno rinviate al 2021

Le Olimpiadi di Tokyo 2020 che erano in programma dal 24 luglio al 9 agosto in Giappone saranno rinviate al 2021.

Questo il comunicato ufficiale della riunione telefonica: “La diffusione senza precedenti e imprevedibile dell’epidemia ha visto il deteriorarsi della situazione nel resto del mondo. Ieri, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha dichiarato che la pandemia di COVID-19 sta accelerando. Attualmente ci sono oltre 375.000 casi registrati in tutto il mondo e in quasi tutti i paesi e il loro numero sta crescendo di ora in ora. Nelle circostanze attuali e sulla base delle informazioni fornite oggi dall’OMS, il Presidente del CIO e il Primo Ministro del Giappone hanno concluso che i Giochi della XXXII Olimpiade di Tokyo devono essere riprogrammati a una data successiva al 2020, ma non oltre l’estate 2021, per salvaguardare la salute degli atleti, di tutti i partecipanti ai Giochi olimpici e della comunità internazionale. I leader hanno concordato sul fatto che i Giochi Olimpici di Tokyo potessero rappresentare un faro di speranza per il mondo durante questi tempi difficili e che la fiamma olimpica potesse diventare la luce alla fine del tunnel in cui il mondo si trova attualmente. Pertanto, è stato stabilito che la fiamma olimpica rimarrà in Giappone. È stato inoltre concordato che i Giochi manterranno il nome di Giochi Olimpici e Paralimpici di Tokyo 2020“.

Nuovo modulo per l’autocertificazione e alcuni chiarimenti in linea con il Dpcm pubblicato oggi in Gazzetta ufficiale.

Oltre alle informazioni già richieste nella vecchia autocertificazione nel nuovo modulo va indicato l’indirizzo da cui è iniziato lo spostamento e la destinazione. Inoltre tra le esigenze concesse perché lo spostamento sia lecito oltre alle ‘comprovate esigenze lavorative’ e ai ‘motivi di salute’ sono contemplate ‘l’assoluta urgenza per trasferimenti in comune diverso’ o la ‘situazione di necessità’ per spostamenti all’interno dello stesso comune.

Nella circolare si precisa che “rientra nello spostamento per comprovate esigenze lavorative il tragitto (anche pendolare) effettuato dal lavoratore dal proprio luogo di residenza, dimora e abitazione al luogo di lavoro”. Inoltre “rientrano nelle esigenze di assoluta urgenza, anche i casi – che si stanno ripetendo con una certa frequenza in questi giorni – in cui l’interessato si stia recando presso grandi infrastrutture del sistema dei trasporti (aeroporti, porti e stazioni ferroviarie) per trasferire propri congiunti alla propria abitazione”.

Infine si sottolinea nella circolare che il Dpcm “reca alcune restrizioni riguardanti l’accesso ai pubblici parchi, ville, aree gioco e giardini pubblici e l’attività ludica e ricreativa all’aperto nonché dell’attività all’aperto” e prevede la chiusura dei negozi di alimenti e bevande situati in porti, aeroporti e stazioni a eccezione degli esercizi che si trovano sulle autostrade.