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Merz a Günther: nessun colloquio o negoziato tra Cdu e AfD.

Il caso della Turingia continua ad alimentare il confronto politico all’interno del partito dei cristiano democratici tedeschi. Il presidente federale Friedrich Merz ha difeso l’operato del gruppo parlamentare della Cdu di Erfurt dopo il voto congiunto con l’AfD, la formazione estremista di destra. “Non ci concentriamo su chi è o non è d’accordo, ma su ciò che pensiamo sia giusto nel merito, ha detto Merz in un’intervista andata in onda ieri sera sui canali ProSieben e Sat1.

In particolare, il leader della Cdu ha reagito con fastidio alle critiche del primo ministro dello Schleswig-Holstein Daniel Günther ai dirigenti di partito della Turingia. In realtà, le dichiarazioni di Günther rappresentano un’«opinione personale all’interno della Cdu», ha detto Merz. «Non c’è nessun altro che le condivida.» La Cdu al proprio interno ha «coordinato in modo stringente le sue iniziative, anche con tutte le organizzazioni regionali del partito», ha detto il leader del partito. «Questa è l’opinione della Cdu.»

Va ricordato che il parlamento della Turingia aveva approvato giovedì scorso, con i voti di Cdu, Fdp (Liberali) e AfD, la mozione presentata dai cristiano democratico per ridurre l’imposta sui trasferimenti immobiliari. Invece i partiti di governo  (Sinistra, Verdi ed Spd) avevano votato contro, senza poter contare tuttavia su un’autonoma maggioranza parlamentare. A seguito di questo voto, la Cdu era stata accusata di violare le sue stesse decisioni, sempre puntuali sul rifiuto di qualsiasi collaborazione con la destra radicale. Da parte sua Günther era stato molto severo per la pericolosa scivolata della Cdu del piccolo Land dell’Est: «La crescente radicalizzazione dell’AfD richiede un atteggiamento ancora più coerente». 

Al contrario, nell’intervista televisiva Merz non ha voluto riconoscere la gravità di quanto avvenuto, benché il voto di giovedì fosse stato giudicato dall’AfD come la fine di quel «muro di fuoco» imposto ai suoi danni dal gruppo dirigente cristiano democratico. In ogni caso, Merz è stato costretto a precisare che in Turingia tra la Cdu e l’AfD non è intervenuto «nessun colloquio, nessun negoziato, nessun accordo». Per questo, ha concluso, «non mi interessa molto, onestamente, quello che l’AfD afferma al riguardo».

Alla fine, il tenore della dichiarazione non cancella i dubbi che attraversano la Cdu rispetto ad una condotta poco limpida di Merz. Da questa vicenda è proprio lui, il leader del partito, ad uscire sostanzialmente indebolito. C’è una fronda all’interno che non sembra nascondersi più.

Prodi individua nella regola della unanimità la debolezza della Ue

A chiudere la terza giornata della Summer School della Scuola di Politiche è stato l’ex premier e presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, che nel suo dialogo con gli studenti, intervistato da Fabio Martini de ‘La Stampa’, ha parlato della questione della guerra in Ucraina e dell’Europa.

“L’unanimità non è democratica””, ha dichiarato Prodi citando l`esempio della moneta unica “Il grande passo in avanti sull’euro é stato fatto quando non si é applicata l`unanimità. All’euro aderirono inizialmente solo 12 Paesi. Gli altri si sono aggregati solo dopo. Tutte le grandi decisioni oggi vengono prese all’unanimità: è questa la paralisi dell’Europa”.

E ancora: “Il diritto di veto rende un nano un gigante. Se vogliamo fare progressi bisogna lavorare con la maggioranza qualificata. Non c’è altra strada”.

Sulla guerra in Ucraina Prodi ha poi dedicato ampio spazio al mancato ruolo di mediazione dell’Europa: “Nella guerra in Ucraina non c’è stata una mediazione europea, non c’è un momento di autonomia europea. C’è stato qualche viaggio di Scholz, di Macron, iniziative di singoli, almeno sono andati la. Ma l’idea che l’Europa non abbia una forza mediatrice, che si lasci quel poco di mediazione alla Turchia, è una umiliazione impressionante”.

“L`Europa ha perso la sua occasione di avere una leadership mondiale – ha concluso Prodi – Adesso è molto più difficile, prima contava il 12% della popolazione mondiale ora siamo tra il 5% e il 6%”. Dal primo giorno di questa guerra, a malincuore, “sono costretto a dire continuamente che qui la pace viene solo se gli americani e i cinesi si mettono d`accordo. L`Europa era prima una coprotagonista del mondo”.

 

Fonte: Notiziario Askanews

Monaco scomunica il progetto di Centro di Renzi e Fioroni

A volte i vecchi vizi non tramontano mai. Leggendo un articolo di Franco Monaco sul “Fatto Quotidiano” di ieri a riguardo del progetto politico di Renzi, Fioroni, i Popolari e di molti altri per dar vita ad un Centro politico e di governo nel nostro paese, ci vengono in mente le antiche invettive e i vecchi, e ben collaudati, anatemi contro gli avversari/nemici. Verrebbe da dire “nulla di nuovo sotto il sole”, ma quello che ci colpisce sempre sono i giudizi, ovviamente sprezzanti e carichi di livore, che provengono da quei pulpiti. Giudizi e anatemi che appartengono ad un metodo – che misteriosamente si fa risalire al cattolicesimo democratico – ricco solo di attacchi personali, di demolizione delle rispettive storie culturali e politiche e, infine, di scherno e dileggio nei confronti del profilo stesso delle persone che si vogliono colpire. Un metodo che, come noto, si caratterizza per la sua carica etica riconducibile ad una ineffabile e alquanto singolare ispirazione cristiana….

Certo, quando si accusano altri esponenti di mera ricerca del potere, di trasformismo e di altre “nefandezze” occorre sempre essere sempre, di norma, esemplari. Anche sul terreno del potere e della sua ricerca. Terreno su cui Monaco non può vantare grandi meriti se è vero, com’è vero, che lo stesso Monaco è stato quattro volte parlamentare – ruolo esercitato sempre con diligenza ed onore – eletto però sempre in collegi diversi di volta in volta. O in collegi uninominali cosiddetti “blindati” o nelle liste bloccate.

Ma, al di là di questo dettaglio e per tornare all’inizio di questa breve riflessione, quello che ci colpisce è l’approccio dogmatico e ultimativo di questi giudizi. A questo proposito, ci ricordano molto ciò che dicevano i cosiddetti “indipendenti cattolici di sinistra” negli anni ‘70 – quelli che venivano eletti nella fila del Pci per confermare la natura plurale di quel grande partito – nei confronti dei leader e statisti cattolici che militavamo nella Dc. Era sempre un misto di disprezzo, di altezzosità, di disistima, di svilimento e di scherno, che non risparmiava quasi nessuno di quei grandi e qualificati leader. Salvo i pochi, all’epoca, che individuavano nel Pci l’unico interlocutore politico per il consolidamento futuro della democrazia italiana.

Mutatis mutandis, è lo stesso atteggiamento che oggi gli accaniti sostenitori della sinistra massimalista e radicale della Schlein e dell’alleanza con i populisti dei 5 stelle – come Franco Monaco, nello specifico – riversano nei confronti di tutti quei popolari, cattolici democratici e cattolici sociali che non si rassegnano a giocare un ruolo del tutto subalterno, ornamentale e sostanzialmente inutile in partiti che hanno un’altra ‘ragione sociale’, che coltivano un’altra prospettiva politica e che credono e predicano valori e principi diversi se non addirittura alternativi rispetto al patrimonio storico del popolarismo di ispirazione cristiana. Popolari e cattolici democratici che continuano a credere che un Centro dinamico, riformista, democratico e di governo, nonchè plurale, possa e debba ancora avere un ruolo politico determinante e decisivo per le stessa qualità della democrazia italiana. E, soprattutto, per poter declinare, soprattutto oggi, una vera ed autentica cultura riformista nel nostro paese, lontana da ogni sorta di massimalismo ideologico e radicale e alternativa rispetto al populismo anti politico, demagogico e qualunquista.

Il tutto con buona pace dei moralisti di ieri e di oggi e di coloro che continuano a dividere la politica tra chi può e deve essere preso in considerazione e quelli che, al contrario, sono indegni – appunto, anche sotto il profilo morale per non parlare di quello politico e culturale – di frequentare la cittadella politica italiana. Per fortuna nostra, e non solo, per il momento contano ancora le regole democratiche e il voto popolare. E non solo gli anatemi politici e le ‘fatawa’ moralisteggianti.

 

La bella sorpresa dei migranti alla festa della Madonna a Lampedusa

La miglior gioia è quella che non ti aspetti, che ti prende d’un tratto alle spalle e che poi ti si presenta in faccia prima che tu possa organizzare le difese. La gioia, stando alla parola, conosce una serie di rimandi, quasi che devi sapertela sudare; questa volta le cose sono andate in modo diverso. Infatti Gioia, si legge, viene dal francese “joie” che muove dal latino “gaudium” che ha il suo rimbalzo in “gaudere”, insomma un bel tratto di strada che percorre il godimento prima di andare ad un miglior traguardo ancora. Dice Dante che “Ne la corte del cielo… Si trovan molte gioie care e belle” ma nel nostro fatto, per eccezione, si sono degnate di scendere sulla terra lasciando la loro forza sull’isola di Lampedusa.

Strano nome per questo puntino nel Mediterraneo. Dice di luce e di scoglio, una terra che si illumina e fa da riferimento a chi vi si vuole aggrappare ed a cui prestare attenzione per non infrangerti malamente sui suoi sassi o su quelli che ti aspetteranno quando la lascerai per paesi senza mare, che il destino ti tirerà addosso se provi a cambiar pelle. Un gruppo di migranti, qualche giorno fa, si è dunque imbucato nel corso della festa patronale per la Madonna di Porto Salvo ed hanno ballato con i nativi locali, un momento di tripudio inatteso. Dopo essere stati sballottati dalle onde a bordo di improbabili barche stanno andando in ballottaggio con la vita che li aspetterà ed intanto si sono regalati un attimo di improvvisa leggerezza ed hanno ballato senza pensarci su, hanno ballato senza pensare. Hanno danzato con i loro passi, aprendo e stendendo le gambe verso un attimo di futuro di colpo sorridente.

“Jerusalema” è la canzone che l’ha fatta da padrone per tutta la serata. È un pezzo di musicista e produttore africano – un certo Mister KG – messo in piedi con la collaborazione della cantante Nomcebo. Il passaggio chiave del testo è nella invocazione a Dio quando recita: “Gerusalemme è la mia casa, guidami, portami con te non lasciarmi qui. Il mio posto non è qui, il mio Regno non è qui, guidami, portami con te”. Sembra composta appositamente per i migranti che hanno approfittato del momento di festa per partecipare insieme agli abitanti dell’isola. Forse anche il desiderio di voler dare loro una garanzia. Non preoccupatevi, non resteremo qui. Altrove è la terra promessa dove Dio ci condurrà.

Hanno stravolto con il loro canto le leggi antiche del proverbio “carta canta, villan dorme”. Questa volta sono stati loro a cantare mentre le carte della burocrazia sonnecchiano, sommerse da timbri e bolli di ogni tipo che pure occorrono perché tutto sia sotto forma di legge. Hanno cantato e incantato il tempo a che scorresse lentamente con formule magiche, mistura di note e di entusiasmo, alambicchi di contentezza e pentagrammi almeno finché dura la partitura. Domani sarà un altro giorno con le fatiche che gli appartengono. Ma per adesso….

La magia è stata nella reazione dei lampedusani che li hanno accolti e non gliene hanno cantate quattro, dismettendo, per come possibile, le tensioni e le angosce legate alla massiccia invasione di gente straniera fin dentro alle loro coste. Non gli hanno fatto la festa e neppure li hanno trattati da intrusi, da persone che secondo, la Treccani, godono di un beneficio cui non hanno diritto. È stata una occasione dove tutti si sono distratti dal peso della realtà. Il ballo impone una confidenza che non conosce misure. Sarà stato forse perché a Lampedusa sanno bene di che cosa si tratti la migrazione.

Stando alla storia, al tempo degli Arabi erano meno di mille abitanti. Alla fine del 1770 l’isola fu colonizzata da uno sparuto gruppo di francesi e maltesi e poi da inglesi. Sotto Ferdinando di Borbone vi furono insediati centocinquanta abitanti di Pantelleria. Nel 1861, finalmente sudditi del Regno d’Italia, gli isolani conobbero la presenza di una colonia di domiciliati coatti poi soppressa.

A sbarchi ed ingressi a Lampedusa sono abituati e sanno bene come cavarsela con la cultura ed il cuore che occorre in certi frangenti e che non devono però impattare sgretolandosi su quel suolo di speranze. Ciò che importa è che la musica abbia fatto la sua parte abbattendo le naturali barriere che corrono tra sconosciuti. Le note hanno di bello che non chiedono permesso per poggiarsi su chi capita a tiro e così far muovere gambe, braccia e anime. 

Ci sono situazioni in cui ci si deve dar da fare alacremente, lanciarsi senza indugio. “Dove ci sono cocci ci sono feste”, diceva Verga.  A Lampedusa uomini a pezzi, pur se qualche feroce di turno invece ne invoca la rottamazione, si sono ritrovati in una pausa di felicità, ricomponendo almeno per pochi minuti il puzzle delle loro storie tutte di nuovo da incastrare. “Allegria” urlava il nostro Mike nazionale. Ed allora che allegria, è la nostra preghiera, abbia a ripetersi.

 

Roberta Gisotti mette sul palco dieci donne straordinariamente italiane

Gisotti, giornalista della Radio Vaticana, autrice Rai e docente di Economia dei media all’Università Salesiana di Roma, affronta il complesso tema delle migrazioni in questo originale ed approfondito lavoro di ricerca che posa lo sguardo con delicatezza e genuina curiosità su dieci figure femminili eclettiche, intraprendenti ed inarrendevoli: dieci esempi di virtù e progettualità trapiantate con successo nel nostro Paese.

 

“Noi che siamo italiane” è una raccolta di storie vere indagate e raccontate con empatia e cura attraverso la formula dell’intervista, una scelta che asseconda la spontaneità della narrazione e la fedele ricostruzione biografica, accompagnando il lettore in un percorso a ritmo incalzante nelle tappe più significative della vita delle protagoniste. Le voci delle intervistate emergono con vivacità e carisma dalle pagine che compongono i dieci capitoli del libro e narrano con passione le loro difficoltà, le sfide affrontate, le cadute e le vittorie, gli orizzonti da inseguire e i sogni che queste cittadine del mondo tutt’oggi perseguono e alimentano nella loro quotidianità.

 

Le loro sono storie di occasioni da cercare, da trovare oppure da creare, di destini ribaltati, di rivalse sui condizionamenti sociali, di libertà conquistate e rivendicate: le donne “venute da lontano” di Roberta Gisotti hanno fatto come volevano loro. E hanno fatto bene. Nonostante la diversità delle loro origini geografiche, della loro formazione culturale e della loro estrazione sociale, le loro esperienze sono unite da elementi chiave come la determinazione, l’impegno, la forza di volontà, l’intelligenza (specialmente quella emotiva), la resilienza, l’esigenza di riscatto e di autoaffermazione in quanto “straniere” e in quanto donne, un “doppio ostacolo”, o anche una doppia risorsa a seconda della prospettiva.

 

Dopo tanto vagare, le protagoniste hanno trovato la loro strada e l’hanno trovata in Italia contribuendo a fare del nostro Paese (tutto sommato) un Paese bellissimo, all’occorrenza addirittura la terra promessa. I traguardi raggiunti, allora, sono da osservare e considerare non solo come conquiste personali ma anche come prezioso apporto alla nostra società, una società arricchita (più spesso di quanto sembri) dall’entusiasmo e dall’energia trainante e innovatrice di chi ha tutto da perdere e tutto da vincere: quell’energia che bisognerebbe valorizzare molto di più all’interno dei consistenti e controversi flussi migratori di cui il nostro Paese è crocevia e anche destinazione.

 

Gisotti si fa “esploratrice” di queste integrazioni riuscite, le chiama a raccolta per veicolare un messaggio di speranza e di condivisione: un libro da leggere, da rileggere e da far leggere nelle scuole, nelle associazioni che operano sul territorio, nelle Facoltà umanistiche e non solo, ma anche un libro per chiunque voglia approfondire il tessuto multietnico che caratterizza il nostro Pianeta globalizzato e la verità degli esseri umani che ne vivono (e non solo subiscono) le conseguenze.

 

La puntuale e approfondita prefazione è di Padre Federico Lombardi, giornalista della Compagnia di Gesù, già direttore della Sala stampa della Santa Sede. L’immagine di copertina dell’artista Giancarlo Piranda (1922-2006) ritrae delle donne di fronte a una finestra in uno spaccato di vita familiare che si apre alle opportunità e al futuro fuori dalla sicurezza delle mura della propria “casa”, dove per casa si intende tutto ciò che è già noto. Che è passato.

 

 

P.S. Qui di seguito i nomi delle migranti al centro dell’indagine:

 

Sihem Zrelli, imprenditrice nata a Gabès, vive ad Aprilia. Promuove scambi interculturali tra Italia e Tunisia e diffonde la contro-narrazione degli stereotipi sul proprio Paese di origine;

Isabel Fernandez, psicoterapeuta uruguayana, vive a Milano. Tra le massime esperte nel suo settore nella cura di vittime di eventi traumatici;

Suor Angel Bipendu, medico, proveniente dal Congo, in prima linea nel mare di Sicilia per il soccorso degli immigrati e nei reparti di vari ospedali durante la pandemia di Covid-19;

Miriam Sylla, nata a Palermo da genitori della Costa d’Avorio, oggi campionessa e capitana della Nazionale Italiana di pallavolo;

Blerida Banushi, nata in Albania e diventata scienziata biologa presso l’Università di Pavia, oggi ricercatrice contro il cancro;

Alganesc Fessaha, di origine eritrea, vive a Milano, attivista dei diritti umani e manager;

Rosaline Eguabor, vittima del traffico di essere umani dalla Nigeria, oggi mediatrice culturale, vive in Sicilia;

Liliana Ocmin Alvarez, nata in Perù, vive a Roma dove è stata nominata prima donna straniera ai massimi vertici della Cisl;

Tetyana Shyshnyak, originaria di Donetsk in Ucraina, oggi vive a Benevento di cui è promotrice dell’antico canto della città;

Parisa Nazari, nata in Iran, oggi farmacista romana e attivista a favore del popolo iraniano.

 

Giovedì, insieme all’autrice, sarà presente Padre Federico Lombardi, la moderatrice Marina Tomarro (giornalista di Radio Vaticana) e alcune delle protagoniste del libro.

Mattarella, in Costituzione l’economia non è separata dalla utilità sociale

[…] 

Nel discorso con cui Franklin Delano Roosevelt inaugurò la sua presidenza degli Stati Uniti – giusto novant’anni fa – utilizzò una locuzione divenuta, giustamente, famosa, che calza a proposito: “la sola cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa, l’irragionevole e ingiustificato terrore senza nome che paralizza gli sforzi necessari a convertire la ritirata in progresso”. Si era nell’ambito della Grande depressione economica del 1929 e si fu capaci di passare al New Deal, al “nuovo patto” che vide gli Stati Uniti affrontare i drammatici problemi economici e occupazionali che li avevano devastati, assumendo la leadership del mondo libero. Oggi siamo in una condizione, fortunatamente, ben diversa, che ci conduce, tuttavia, a richiamare il legame, per quanto possa a molti apparire scontato, tra economia e democrazia. La crisi del capitalismo, in quegli anni, mise in discussione anche gli ordini politici esistenti, registrando un diffuso malcontento verso la democrazia, ritenuta noiosa e inefficace rispetto ai totalitarismi che si erano affacciati e che si stavano consolidando.

Gli argomenti non erano nuovi, qualche studioso li indicava nella ricerca di un sentimento di unità perduto, che fosse incentrato sulla autenticità culturale, sulla originalità delle proposte di comunismo e fascismo, sulla creazione di “uno spazio affrancato – così si diceva – dalle pressioni della mercificazione e dalle grigie logiche dei mercati”. Così testualmente ricorda Harry Harootunian, storico americano.

Le idee dovevano essere davvero confuse se una casa automobilistica americana, la Studebaker, sia pure con intenti diversi, denominava un suo prodotto di punta “Dictator”, dittatore. L’ascesa di Hitler in Germania avrebbe dato poi un colpo decisivo alla produzione di quel modello. In alcune situazioni europee, com’è noto, la crisi dell’economia concorse alla crisi della democrazia ed ecco perché, al contrario, una economia in salute contribuisce al bene del sistema democratico e della libertà, alla coesione della nostra comunità.

[…]

Nel dibattito pubblico del dopoguerra italiano si è, spesso, lamentato che la Costituzione non poteva fermarsi ai cancelli delle fabbriche, segnalando, con questo, una sofferenza del sindacato dei lavoratori per molti temi che hanno trovato poi riscontro nella contrattazione tra le parti sociali […] Le imprese sono veicoli di crescita, di innovazione, di formazione, di cultura, di integrazione, di moltiplicazione di influenza, fattore di soft-power. E sono, anche, agenti di libertà. Generare ricchezza è una rilevante funzione sociale. È una delle prime responsabilità sociali dell’impresa. Naturalmente, non a detrimento di altre ricchezze, individuali o collettive. Non è il capitalismo di rapina quello a cui guarda la Costituzione nel momento in cui definisce le regole del gioco. Il principio non è quello della concentrazione delle ricchezze ma della loro diffusione.

Il modello lo conosciamo: è quello che ha fatto crescere l’Italia e l’Europa Il bilancio che ne va tratto non interpella i singoli stake-holder aziendali ma si rapporta all’intero sistema economico e sociale. È quel concetto ampio di “economia civile” che trova nella lezione dell’illuminismo settecentesco napoletano e, puntualmente, in Antonio Genovesi, un solido riferimento. Qual è un principio fondamentale della democrazia? Evitare la concentrazione del potere, a garanzia della libertà di tutti. Vale per le istituzioni. Vale per le imprese, a proposito delle quali possiamo parlare di concorrenza all’interno di un mercato libero. E la lotta ai monopoli ne rappresenta capitolo importante. L’impresa è una formazione intermedia nella nostra società, un corpo sociale di quelli richiamati dalla Costituzione che contribuiscono alle finalità da questa definite, concorrendo al soddisfacimento di bisogni.

Lo Stato coordina gli interessi e le necessità di ciascuno degli interlocutori, orientandoli al soddisfacimento delle istanze delle comunità. Poc’anzi ho richiamato il tema sostanziale del rapporto sostanziale tra economia e istituzioni. L’impresa, non a caso – è stato ricordato – è normata nella Parte I della Costituzione: quella sui diritti e i doveri dei cittadini. L’art. 41 scandisce che l’iniziativa economica privata è libera. Che non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

Cosa significa libera? Significa che non vi è più bisogno di “regie patenti”, come ai tempi medievali, per esercitare una professione, un’attività, un’impresa. Significa che la Repubblica ha spostato dal Sovrano al cittadino il potere di scegliere, di decidere. Significa evadere dal dirigismo economico e dal protezionismo tipico delle esperienze autoritarie. Significa trasferire sul terreno dell’economia il principio di libertà. La Costituzione opta decisamente per un’economia di mercato in cui la libertà politica è il quadro entro cui si inserisce la libertà economica, le attività con le quali le imprese partecipano, come si è detto, a raggiungere le finalità delineate nella Prima parte della Costituzione.

[…]

Si è discusso a lungo sull’esistenza di una “Costituzione economica” separabile dal resto della Costituzione. Sarebbe davvero singolare immaginare percorsi separati per lo sviluppo dei rapporti economici, quelli politici, quelli sociali. Al centro della Costituzione vi sono, difatti, i diritti della persona umana non quelli del presunto “homo oeconomicus”. Ecco, quindi, il riferimento all’utilità sociale. Era l’Abate Galiani a dirci – anche lui nel ‘700 – che “la tirannide è quel governo in cui pochi diventano felici a spese e col danno di tutto il rimanente, che diventa infelice”. Il crescere delle disuguaglianze rischia di rendere attuale questo scenario.

[…]

È anzitutto il tema della sicurezza sul lavoro che interpella, prima di ogni altra cosa, la coscienza di ciascuno. Democrazia è rispetto delle regole, a partire da quelle sul lavoro. Indipendentemente dall’ovvio rispetto delle norme, sarebbero incomprensibili imprese che – contro il loro interesse – non si curassero, nel processo produttivo, della salute dei propri dipendenti. Incomprensibili se non si curassero di eventuali danni provocati all’ambiente, in cui vivono e vivranno. Incomprensibili – e di breve durata – se non sapessero guardare al futuro. Fuor di logica se pensassero di non dover rispondere ad alcuna autorità o alla pubblica opinione, in merito a eventuali conseguenze di proprie azioni.

Con eguale determinazione vanno rifiutate spinte di ingiustificate egemonie delle istituzioni nella gestione delle regole o, all’opposto, di pseudo-assolutismo imprenditoriale, magari veicolato dai nuovi giganti degli “Over the top” che si pretendono, spesso, “legibus soluti”. Democrazia e mercato – scrive, nel suo ultimo libro, Martin Wolf – hanno in comune l’idea di uguaglianza e concorrono entrambi alla sua attuazione. Non c’è bisogno di particolare acume per osservare che gli imprenditori sono attori sociali essenziali nella nostra società.

[…]

Abbiamo fiducia nel nostro Paese e nel suo futuro; e sapere di avere il mondo dell’impresa impegnato, con convinzione e con capacità, per il progresso dell’Italia, è motivo di conforto e di grande apprezzamento.

Germania, Günther contro Merz: nella Cdu resiste il no agli estremisti di destra.

Ancora una volta i cristiano democratici (Cdu), i liberali (Fdp) e la destra radicale (AfD) hanno votato insieme in Turingia, piccolo Land dell’ex Germania dell’Est. Ancora una volta, a livello nazionale, la sinistra (Die Linke), i socialdemocratici (Spd) e i Verdi (Die Grünen) reagiscono indignati. Ancora una volta la Cdu si divide al proprio interno e l’AfD esce trionfante.

Vediamo nel dettaglio. Giovedì scorso il gruppo parlamentare della Cdu, che nel parlamento di Erfurt sta all’opposizione del governo rosso-rosso-verde (Linke-Spd-Grünen), è riuscito a far approvare una norma che riduce dal 6.5 al 5 per cento l’imposta sui trasferimenti immobiliari. A parte la convergenza dei liberali, ciò che ha a fatto rumore è stato il voto favorevole dell’AfD, un partito che proprio in Turingia è classificato dall’Ufficio per la protezione della Costituzione come forza estremista di destra. 

Da tempo i riflettori sono puntati sulla Turingia. Solo qualche mese fa l’Afd vinceva le elezioni nel distretto di Sonneberg, scuotendo la pubblica opinione tedesca. Ciò spiega perché anche l’ultimo episodio si riverberi ben oltre la dimensione regionale. Far saltare la barriera a destra intacca un pilastro del “patto repubblicano” e mette in evidenza come i partiti democratici si indeboliscano sempre più a forza di contrapposizioni elettorali e ideologiche. 

Il presidente federale della Cdu, Friedrich Merz, aveva espresso ancora di recente un netto rifiuto verso qualsiasi accordo con l’Afd. All’ultimo congresso, quello che nel 2021 lo aveva insediato al vertice della Cdu, aveva promesso che contro l’Afd ci sarebbe stato un “muro di fuoco” e quindi, a carico di eventuali trasgressori, l’immediato “procedimento di espulsione dal partito”. Ora tutto questo sembra declinare per ragioni di dubbia convenienza. 

In ogni caso, contro l’ondivaga condotta di Merz ha preso posizione il primo ministro della Cdu dello Schleswig-Holstein, Daniel Günther. “La crescente radicalizzazione dell’AfD – ha detto ieri mattina – richiede un atteggiamento ancora più coerente”, mentre un approccio come quello registrato in Turingia appare in contraddizione con l’indirizzo strategico del partito. Insomma, “un’interazione di qualsiasi tipo con l’AfD è esclusa” anche nel caso di convergenze sì non richieste, come in Turingia, ma evidentemente necessarie a garantire il successo di una determinata iniziativa. 

Tuttavia, ha concluso Günther, anche il blocco di governo rosso-rosso-verde ha fatto un “grave errore” per non aver saputo o voluto “organizzare una maggioranza con il centro democratico rappresentato dalla CDU”. In Germania, infatti, tutte le forze democratiche portano sulle loro spalle una “comune responsabilità nel fare fronte contro l’AfD” e pertanto dovrebbero essere all’altezza di un compito così impegnativo, smettendo di “puntare il dito” l’una verso l’altra.

 

Dibattito | La rinascita della Dc deve prescindere dal gioco delle somiglianze.

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Come sempre, interessante e pregevole l’articolo di Marco Follini pubblicato ieri su “Il Domani d’Italia” dal titolo: “Somiglianze improbabili. La storia finita della Dc”. L’articolo si chiede, e non è la prima volta, se possono rinvenirsi somiglianze nell’azione politica dei leader odierni o nel loro partito con la Dc. Così sin dalle prime battute leggiamo: ”Il racconto che di tanto in tanto riaffiora secondo cui Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, starebbe prendendo caratteri “democristiani” in virtù del suo primato numerico e governativo appare come una delle invenzioni più debosciate del nostro attuale discorso pubblico. Non c’è nulla di democristiano né nella Meloni né nel suo partito. Cosa sulla quale peraltro si trovano d’accordo la gran parte di quanti hanno voluto bene alla Dc e la gran parte di quanti vogliono bene alla premier. Eppure quella ricerca di improbabili somiglianze di tanto in tanto riaffiora, quasi a voler dire che il nostro destino politico evolve sempre per imperscrutabili continuità e mai per innovazioni, buone o cattive che siano.”.                      Ora il problema, come si diceva, non è nuovo. Del resto è lo stesso Follini che ricorda come già nella precedente legislatura si attribuissero a Conte atteggiamenti e stile democristiani.                                          

Di certo è che l’esperienza della Dc, almeno per come si è concretizzata nei cinquant’anni di vita politica fino al suo apparente scioglimento e riconversione con Martinazzoli nel Ppi, non sarà più ipetibile. Una constatazione, seppur ovvia, che nessuno può negare, nemmeno chi oggi è impegnato a 

rifare la Dc. Sia perché ogni prassi politica è figlia del suo tempo e quindi non può che essere contestualizzata, ed in quel percorso politico il ruolo della Dc fu tutto proiettato nel fare argine ad un temibile blocco comunista che avevamo proprio ai confini delle nostre frontiere, e nel ricostruire, cosa che seppe fare egregiamente, un paese stremato da una guerra brutale e fratricida; sia perché un vuoto di attività e di esercizio del potere, per ben trent’anni, non può consentire di ritrovare un classe dirigente ben addestrata, capace di scelte e azioni che in qualche modo ne riproponesse stile e capacità di mediazione.                                                                 

 

Così l’autore giunge, ancora una volta alla facile conclusione che non v’è che “…prendere atto che la storia democristiana è finita da quel dì e non sarà più ripresa”.  Certo ce ne vuole a dare della democristiana a Giorgia Meloni, pur con i suoi tentativi di stop and go nel governo, attenta a mediare nelle strettoie di un confronto politico con le opposizioni, per non farsi scavalcare a destra dalle provocatorie iniziative del solito Salvini “di lotta e di governo”. La conclusione di Marco Follini forse appare un po’ affrettata e richiede di ingrandire il focus riguardo al contesto politico attuale. Ciò che emerge dal Suo pregevole commento è il fatto di aver ignorato, o non aver valutato con il dovuto realismo, il tentativo di ripresa dell’esperienza democristiana, sia pure, in una nuova chiave di lettura, attualizzata, appunto, al contesto politico nell’intento di dare risposte in chiave, stile e visione politica e con il proposito di costante apertura al dialogo con le altre forze politiche, in conformità e nel pieno rispetto dei principi e dei valori scolpiti nella nostra Costituzione. Così l’occasione non ci pare di poco rilievo per non addentrarci in una, sia pur breve, messa a fuoco del nobile tentativo di rifare la Dc.                                                       Intanto non si può negare quanto sia stato fervente lo spirito pionieristico dei promotori nell’iter con cui si è proceduto a celebrare il XIX Congresso nel 2018, nel quale c’è stato persino un riconoscimento giudiziale (Sentenza resa lo scorso anno dal Tribunale di Roma sul ricorso di due iscritti) nell’essersi fedelmente attenuti alle direttive operative dettate nel noto provvedimento giudiziale del 2016 del giudice Romano del Tribunale di Roma che ne asseverava le conformità allo Statuto.

Una iniziativa valorosa non foss’altro perché non si poteva accettare di chiudere politicamente, dopo che le Sentenze ne avevano accertato il mancato scioglimento, un percorso politico così denso di valori e di principi che hanno consentito di costruire una società libera e prosperosa, dalle macerie della guerra. Chiaramente al di là dei nominalismi nessuno si nascondeva il fatto che non è facile riproporre un partito nella sua versione originaria. Così come è impossibile riprodurne fedelmente l’opera quando si agisce in realtà diverse, espressioni di epoche diverse.

Al contempo si era consapevoli del percorso irto di ostacoli, che in qualche modo finiscono con il deformarne il profilo. Di certo poi non ha pesato positivamente la singolare vicenda legata alla inibita spendita dell’uso dello scudo crociato, al momento inopinatamente in uso all’Udc, pur se disgiunto dalla originaria titolarità, che resta in capo al partito storico, ma che paradossalmente non consente al partito riedito di poterne riproporre l’originario simbolo. A ciò si innesta l’emergente tendenza della nuova segreteria Cuffaro ad una angusta regionalizzazione. Alludiamo ovviamente all’enorme sproporzione tra i consensi registrati in Sicilia e la pressoché esigua percentuale nel resto dei territori dove in questi due anni si è votato. Questioni che ad uno sguardo esterno potrebbero fare affievolire ogni idea della somiglianza e della continuità. Quel che soccorre però sono i contenuti del rinascente partito, ove appare inequivoca la volontà di riproporsi nel solco della costante orientamento che trova le sue radici in primis nella dottrina sociale della Chiesa e con esse nel proposito di metodi e stili politico-istituzionali il più possibile somiglianti all’esperienza pregressa.  Impegni che vanno sperimentati nella realtà ma che di  certo esigono rigore e serietà nelle scelte.

Certo il momento storico non è dei più favorevoli, ma ogni democristiano non si è mai cibato di fantasie. E già un bel po’ di anni ove persiste una diffusa metamorfosi dei partiti, irriconoscibili rispetto alle formazioni tradizionali, come erano ai tempi della Dc: oggi, quasi tutti leaderisti (ove nessun peso sembra avere una convinta democrazia interna) populisti, demagogici e talvolta, con l’aggravante di aver usato la circostanza di essere stati maggioranza di governo, per mettere in campo obiettivi di astiosa antipolitica. Questa comune mutazione trova, soprattutto nell’attuale bipolarismo del sistema il suo maggior artefice. Giungendo persino, nell’intento di dare una  maggior protezione del sistema, sempre più chiuso, ad inventarsi meccanismi elettorali che da una parte consentono al leader del partito di scegliersi i rappresentanti più vicini ai suoi obiettivi (i cosiddetti nominati), dall’altra non favorevoli al facile ingresso delle forze politiche di nuova formazione nelle competizioni elettorali, costringendo i nuovi partiti ad alleanze, talvolta ibride, per essere presenti nelle competizioni elettorali (famosa la definizione: porcata, data da uno degli ispiratori di queste disinvolte leggi elettorali).

Il problema si porrà anche nel corso delle prossime elezioni europee, pur non essendoci alcuna parvenza di bipolarismo nella legge elettorale per il rinnovo dei rappresentanti al parlamento dell’Ue. In questo caso c’è da superare l’ostacolo della raccolta delle firme se non si vuole ricorrere alle alleanze di lista o ad altri espedienti. Questo stato di cose, aggiunge alla valutazione del partito da parte di ciascun elettore il rischio di un qualche opportunismo entro obiettivi ridotti e strumentali ad una visione poco lungimirante e più tesa a rappresentanze di bandiera, dissolvendo l’idea di una reale continuità.

C’è poi una parte dell’opinione pubblica che, attraverso i media, accredita la percezione che questa riproposizione politica della Dc vada letta come fenomeno autonomo, che ha trovato il brodo di coltura in un contesto molto favorevole ove fu fondato il partito. Insomma un territorio che non ha mai smesso di continuare a vagheggiare e pensare democristiano. Forse quell’etichettare come “Nuova Dc” il partito che Cuffaro ha presentato in lungo e in largo appena due anni fa con le sue dichiarazioni di voler ricostruire la Dc, non gli ha portato bene. Così egli rischia di essere accomunato come una delle tante versioni cesariste dell’attuale sistema politico, mentre una maggiore collegialità potrebbe portargli vantaggio in termine di maggiore somiglianza con la vecchia Dc. Probabilmente letture un po superficiali, che forse non colgono l’infaticabile lavoro dietro ogni dichiarazione che ne affermi l’ideale continuazione, pur su nuove basi valoriali, in linea con il progredire della società e con i nuovi bisogni, e con gli obiettivi, a breve e lungo periodo, che il contesto storico interno e geopolitico pone tassativamente per la salvaguardia del futuro del pianeta e delle nuove generazioni.

Di certo però non aiutano a comprendere fino a che punto può legittimarsi una lettura nel segno della continuità, la pervicace vocazione, emersa in tutte le tornate elettorali che finora abbiamo potuto contare, a schierarsi a destra, disdegnando le formazioni più centriste, anche se, pur vero, attualmente poco affidabili (eloquenti soprattutto le competizioni elettorali in terra di Sicilia) nell’ambito di un bipolarismo che, come è noto era per la Dc antitetico e distorsivo nella scelta delle rappresentanze politiche, tanto che nella sua esperienza politica cinquantennale aveva campeggiato ininterrottamente il sistema proporzionale, assicurando autentica rappresentanza a tutti i territori della penisola. Un intreccio di comunanze progettuali (spesso dense di obiettivi poco compatibili con la visione di paese di questa Dc) con i partiti del centrodestra, mentre gli organi del partito si prodigavano per affermare nei manifesti programmatici di voler restare identitariamente distinti e distanti dalla destra e dalla sinistra. Scelte che hanno finito per far deragliare dagli iniziali binari con cui si stava cercando di ricostruire il partito.

Ma trovo al contempo singolare che nessuno si chieda come mai né la dirigenza di questa Dc, né il fronte sparso dei popolari non stiano provando a mettere insieme le preziose energie per riaggregare buona parte dei pezzi della galassia dopo l’arbitrario ed illegittimo scioglimento della Dc nel 1994, anche in vista delle prossime importanti elezioni europee. Non c’è invece alcun dubbio, ai sensi dello Statuto, che l’attuale partito, che ebbe Renato Grassi come segretario, va ritenuto il legittimo continuatore della vecchia Dc, non essendoci nessuna sentenza che abbia detto ad oggi il contrario. Certo poco meno potrà affermarsi la continuità di azione politica, stante l’abissale differenza dei contesti storici in cui comparativamente si è operato e oggi si è chiamati ad operare. Spero si finisca con il gioco delle somiglianze, come lo stesso Follini decisamente rileva, augurandomi che insieme si possa contribuire a recuperare, in chiave attuale, tutto il patrimonio di valori, di stile e di metodi che rese per cinquant’anni la Dc il partito più votato.

Il rock beat dei Dik Dik: un mondo migliore è possibile.

“Come un sasso che l’acqua tira giù, Io mi perdo nel blu/ Degli occhi tuoi/ La mia libertà/ Non la voglio più/ Amo il bianco e tu/ Sei candida” . Con queste parole la band rock beat dei Dik Dik nel 1970 apre “Io mi fermo qui”. Anni di speranze, di sogni, di desideri, di riscatto ma anche di permanenza  e di stabilità. Mentre allora movimenti storico-politici sconvolgono l’umanità e i Beatles di Let it Be annunciano lo scioglimento, qualcosa muta, cambia, si evolve tra nostalgia e malinconia. 

I Dik Dik annunciano un romanticismo realistico, vero, autentico ma anche l’esigenza di connessione, di relazione e di costruzione di una “comunità nuova”.  Si riparte da un “non luogo”, dai sotterranei dell’anima per ricongiungersi con l’amore civico, quella solidarietà ritrovata tra i popoli, diremmo oggi con le parole di Papa Francesco quel “tutto è connesso”.  Ma da dove ripartiamo per lo sviluppo umano integrale della persona? “Si, io mi fermo qui/ Qui dove vivi tu/ No, più non cercherò/ Un altro nido ormai”. Non è l’assolutismo umanistico della stasi, della stanchezza popolare che non conosce protesta e rivolta. Al contrario. Fermarsi per pensare, riflettere, programmare, progettare. Nessuno si salva da solo. 

È la connessione riformista comunitaria della ripartenza. È la città della persona per la persona. Non cercare un altro nido ma cercare insieme soluzioni per il progresso comune nell’amicizia civica e nell’amore solidale della ricerca del bene comune.  La carica emotiva del vocalist dei Dik Dik ha ispirato la versione rock di altri gruppi contemporanei, ma la poesia di questo brano resta scolpito nella memoria di chi c’era negli anni ’70 ma anche di coloro che oggi si avvicinano ad un genere rock beat che segna una poetica sonora sempre attuale. Ascoltare il ritmo del brano è comprendere che nel 2023 come allora è in gioco la dignità di noi stessi. La nostra responsabilità civica e sociale allo stesso tempo. “Quel gabbiano che si nasconde in me/ più non volerà in Africa/ Quando sto con te/ Sento dentro me/ Che tu abiti ormai nell’anima”. La riconciliazione con la natura, con l’ambiente, con il Pianeta, è la proposta della persona “nuova”, di un umanesimo integrale che mentre si “ferma” si prepara per il lancio, per il dinamismo, per la ripartenza. 

C’è un fuoco che anima la passione sociale, l’umanesimo dell’impegno, la comunità solidale, quella passione e desiderio di “ri-costuzione” dell’umanesimo sociale. I Dik Dik ci donano una preghiera “rock beat” tra voce soave e armonie alla batteria con richiami progressive dell’epoca, dove il valore romantico dell’amore si intreccia con l’idea che è il tempo del rilancio, della scoperta, della connessione sociale con la persona. La ricerca del bene comune, diventa permanente e dirompente, forma ponti e noi siamo frontiere senza confini, uniti dalla speranza che un mondo migliore è possibile: “Tu sei l’acqua dopo il fuoco / Non ti lascio più”. 

La Voce del Popolo | Somiglianze improbabili. La storia finita della Dc.

Il racconto che di tanto in tanto riaffiora secondo cui Fratelli dItalia, il partito di Giorgia Meloni, starebbe prendendo caratteri democristianiin virtù del suo primato numerico e governativo appare come una delle invenzioni più debosciate del nostro attuale discorso pubblico.

Non c’è nulla di democristiano né nella Meloni né nel suo partito. Cosa sulla quale peraltro si trovano daccordo la gran parte di quanti hanno voluto bene alla Dc e la gran parte di quanti vogliono bene alla premier. Eppure quella ricerca di improbabili somiglianze di tanto in tanto riaffiora, quasi a voler dire che il nostro destino politico evolve sempre per imperscrutabili continuità e mai per innovazioni, buone o cattive che siano.

Sarebbe il caso allora di togliere di mezzo lequivoco una volta per tutte, a beneficio degli uni e degli altri. Prendere atto che la storia democristiana è finita da quel dì e non sarà più ripresa. E che se mai la politica italiana troverà un altro architrave numerico e politico la cosa avverrà in nome di ideali e identità ben diversi da quelli che richiamano il vecchio scudo crociato.

In passato era toccato a Conte e al suo Movimento di vedersi cucita addosso una improbabile maschera democristiana. In futuro potrebbe capitare ad altri. È bene allora mettere tutti in guardia. Sono falsi storici e politici. Non meritati né dai cultori delle memorie né dai fautori delle novità. Lasciamo in pace la storia ed evitiamo di costringere la politica a praticare uninfinita serie di ripetizioni. Tanto più quando nulla, proprio nulla, si sta ripetendo.

Fonte: La Voce del Popolo – 14 settembre 2023.

[Articolo riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Esiste una bussola per i Popolari? Sì, dentro una nuova fase politica.

Quando si parla di coerenza o di lungimiranza o di fedeltà ad una cultura politica – nello specifico alla tradizione e al patrimonio ideale del cattolicesimo popolare e sociale – nessuno pensa di distribuire pagelle o, peggio ancora, di credere di essere il depositario esclusivo e principale di quel pensiero. Certo, non mancano eccezioni al riguardo. Ma chi compie operazioni del genere oltre ad essere semplicemente ridicolo rischia anche di esporsi ad un esercizio macchiettistico. Soprattutto quando questo esercizio viene praticato allinterno di partiti che hanno unaltra ragione sociale o che fanno riferimento ad altre culture politiche.

Ora, non è il caso di soffermarsi al riguardo perché gli esempi sono noti a tutti. Almeno a chi li vuol vedere. Ma, se vogliamo citare quattro soli casi macroscopici, è di tutta evidenza che la tradizione, la cultura e i valori del popolarismo di ispirazione cristiana e la stessa esperienza storica del cattolicesimo sociale italiano non sono facilmente compatibili con la sinistra radicale, massimalista, estremista e libertaria della Schlein; né con il sovranismo clericale della Lega salviniana; né con il populismo anti politico, qualunquista e demagogico dei 5 Stelle e né, infine, con il laicismo liberista e tardo repubblicano dei Calenda di turno.

Certo, non è affatto sufficiente limitarsi alla cosiddetta pars destruensperché, nella vita come nella politica, quella che conta è la cosiddetta pars costruens, ovvero la capacità di indicare una strada, una prospettiva e un progetto credibili perché coerenti con la propria storia e la propria tradizione culturale e valoriale. E, sotto questo versante, non esiste una sola ricetta. Vuoi perché persiste da anni un legittimo e del tutto fisiologico pluralismo delle varie opzioni politiche da parte dei Popolari e vuoi perché, altrettanto legittimamente, non esiste un solo percorso politico in grado di unire i Popolari sotto lo stesso tetto.

Detto questo, però, è indubbio che il momento è propizio, come ricordava su queste colonne Beppe Fioroni in una suggestiva riflessione commentando la candidatura del radicale Cappato nel collegio uninominale di Monza, perfavorire una oggettiva ed indispensabile ricomposizionedellarea popolare nel nostro paese. Del resto, seppur nel rispetto di tutte le opinioni e delle varie scelte politiche, com’è pensabile di poter dispiegare la propria cultura politica in soggetti che perseguono pubblicamente e platealmente un disegno politico distinto, distante se non addirittura alternativo rispetto alla centenaria tradizione del popolarismo italiano? Perché anche le singole, ed umanamente comprensibili, convenienze personali o di gruppo o di corrente hanno un limite che non si può oltrepassare, pena ridicolizzare la propria esperienza e la stessa cultura che virtualmente si pensa di poter rappresentare. Dopodiché, se vogliamo essere realisti e non ipocriti od ingenui, tutti sappiamo che oggi non esistono affatto le condizioni politiche per dar vita ad un partito/movimento identitario ed esclusivo. E tutti i tentativi che in questi ultimi 30 anni sono andati in quella direzione sono miseramente falliti. Perché irrilevanti a livello politico e non pervenuti sul versante elettorale.

Ecco perché, infine, recuperando un profilo che storicamente ha contraddistinto ed accompagnato la miglior esperienza del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese, forse è giunto proprio il momento per rideclinare nellattuale contesto politico italiano, quel progetto riconducibile ad un Centro dinamico, riformista, plurale e di governo che da un lato può dare uno scossone a questo maldestro bipolarismo e, dallaltro, può contribuire a riscoprire un pensieroche in questi ultimi tempi ha proseguito il suo cammino con la sola inerzia. Senza passione, senza convinzione e, purtroppo, anche senza coraggio e determinazione. Detto in altri termini, si può finalmente aprire una nuova fase politica anche per il popolarismo e per una cultura politica che è stata e che resta decisiva per la qualità della nostra democrazia, per la credibilità delle nostre istituzioni e per la stessa efficacia dellazione di governo.

Padre Spadaro lascia dopo 12 anni la direzione di Civiltà Cattolica

[] La Civiltà Cattolica non è un oggetto, cioè non coincide con il suo supporto cartaceo o digitale [] è, infatti, una «visione» del mondo, della cultura, della politica, delle tensioni di questa realtà. È dunque una interpretazione, un modo di vedere le cose, che si esprime nella carta stampata e nel web, ma anche in tutta la comunicazione e nelle relazioni che è in grado di generare in termini di dibattiti social, riflessioni giornalistiche, saggi accademici, reazioni emotive, siano esse polemiche o di sostegno. Essa è generata da una comunità di gesuiti e, dunque, da unesperienza spirituale condivisa.

[] La Civiltà Cattolica è una rivista viva, così come quando è nata nel 1850. Essa la più antica di cultura italiana tuttora attiva – è «più giovane a misura del suo invecchiare», come disse san Giovanni XXIII al direttore dellepoca, p. Roberto Tucci, il 9 febbraio 1963.

Ho iniziato a scrivere sulla rivista nel 1993 30 anni fa con san Giovanni Paolo II; sono stato nominato direttore con Benedetto XVI nel 2011; ho vissuto la mia direzione con Francesco. La Civiltà Cattolica ha attraversato questo tempo come sempre è stato: con fedeltà alla Santa Sede, al Papa, e al mondo di oggi nelle sue istanze più intense e significative. La Chiesa? Oggi «ha bisogno di protestare, chiamare e gridare»[3], ha detto Francesco. La rivista ha protestato, chiamato, gridato. Lo ha fatto con diplomazia, ma anche con parresia. Come sia stato possibile mettere insieme queste due cose è un mistero che solo i lettori possono giudicare nei suoi esiti.

La nostra è una rivista giornalistica e non accademica. È di «opinione», e dunque opinabile. La cosa peggiore che possa capitare a una testata di questo genere è quella di non generare discussione, di lasciare indifferenti. Oggi mi sento grato a tutti voi: sia a coloro che sono stati daccordo col pensiero espresso nelle nostre pagine sia a coloro che lo hanno criticato in maniera seria e intelligente, allargando così il cerchio concentrico della riflessione sui nostri argomenti.

Certamente ho cercato di essere fedele a quel che avevo promesso ai lettori nel mio primo editoriale del 1° ottobre 2011: «Per quanto sarà possibile, non vorremmo semplicemente commentare riflessioni già formulate, ma anche tentare di anticipare le tendenze e prevederne limpatto, mirando a tener desta lattenzione dei lettori»[4]. E abbiamo cercato, come ci è stato possibile, non tanto di prevedere il futuro partendo dalloggi, ma di vedere loggi partendo dal futuro possibile con un pensiero aperto, con inquietudine e con immaginazione, così come ci ha chiesto Francesco.

[]

[Tratto dal sito web de La Civiltà Cattolica]

L’omicidio di Masha Amini e la denuncia del più grande giocatore dell’Iran.

Garry Knight from London, England Wikimedia
Photos taken at a protest at London's Piccadilly Circus against mandatory hijab in Iran.

La questione non è un affare per sole donne. Un certo Alì ne è una valida testimonianza. Le cose si muovono a volte seguendo un filo di tragica fatalità. Era scritto nel libro della storia che quelluomo fosse una testa calda. Uno di quelli da tener docchio perché non si sa mai… Non invasato, ma certamente un presuntuoso, convinto di essere qualcuno e, peggio ancora, di essere sprezzante verso il potere. Sarà stato perché lhanno chiamato Alì. Un nome teoforico, portatore di deità. Per questo si sarà gasato, aumentando già il trambusto causato dalla inziale contraddizione del suo nome. Per alcuni suona come Illuminato, per altri un Sublime e per altri ancora addirittura un Onnipotente. Comunque la si metta, uno che insomma che crede di essere chissà chi.

Qualche motivo di merito lo ha avuto, anche se poi, da uomo di calcio, è diventato il tallone dAchille del regime in Iran. Per i governanti ha tirato alle parti basse, slealmente, proprio lui il suo eroe! Ora è un allenatore e potrebbe mantenere in forma gli oppositori in modo che possano durare più a lungo nella protesta. Alì Daei è stato il più grande calciatore del suo paese. Nel 1997 con due assist fondamentali, durante la decisiva partita di calcio contro lAustralia, ha consentito allIran di qualificarsi per i mondiali. Per colpa sua la gente, impazzita di gioia, è scesa per strada a festeggiare e, con essa, le donne, addirittura dimenticando il velo in un cassetto.

Dopo qualche mese il fatto si è ripetuto. Nel corso del Mondiale del 1998, con un altro conclusivo passaggio di Alì, lIran batte il nemico giurato, gli Stati Uniti. Nuovo tripudio di donne in mezzo alla strada sempre a volto scoperto. Per una volta i guardiani della morale hanno fatto finta di nulla ma lallarme è scattato. Alì è un attaccante, uno che sa andare al punto con poche esitazioni. È anche un assist man. Chi assiste è capace di aiutare o anche di restare impassibile, indifferente agli eventi. Non è il caso di Alì che esprime il suo sdegno per la morte di Mahsa Amini e altre ragazze e ragazzi torturati e uccisi dal regime. Così facendo ha dato un calcio al suo facile destino di star e forse firmato in calce una sua possibile condanna.

Il potere teme che il calcio di Alì faccia presa incrostandosi nel cuore della gioventù, incoraggiandoli alla rivolta. Dal calcare, alla calca di fermenti rivoluzionari, il passo è breve.

Di conseguenza, un anno fa le autorità iraniane hanno ordinato ad un volo di Mahan Air da Theran a Dubai di invertire la rotta e atterrare sullisola di Kish. A bordo ci sono la moglie ed il figlio di Alì. Siamo malpensanti. È stato un gesto di gentilezza. Perché mirare verso Dubai, pur con tutti i documenti in regola, quando il proprio paese può vantare la bellezza dellisola di Kish? Non è forse quello il luogo ambito dove passano le vacanze i ricchi del paese, i bazaari, i figli del nord di Teheran, dove sono tollerati canti e balli, e dove è zona franca del commercio? Barriere coralline e libertà sono il pregio di quel posto, esentato anche dalle regole di condotta del governo.

Hanno fatto scendere madre e figlio dallaereo. Quello che sta nellaria è impalpabile e inafferrabile e non va bene. In botanica, si definisce aereolorgano di una pianta che si sviluppa al di sopra del terreno, avverso le parti che si trovano sotto terra. Fusti orgogliosi e rami pavoneggianti contro le radici incollate per arginare la terra che frana, vibra e si crepa per gli acuti strilli dei manifestanti. Risulta che circa un anno fa hanno arrestato Alì e non se ne conosce la sorte. A suo tempo, anche un altro AlìMohamed Alìun grande pugile, ha combattuto contro la politica di allora pagando il prezzo delle sue scelte e vincendo sempre come il migliore di tutti. Questa volta il regime ha commesso un imperdonabile fallo da rigore. Stia attento: Alì non è un tipo che ne sbagli lesecuzione.

La sinistra sceglie Cappato, anche per questo i popolari devono tornare uniti.

Ci sono passaggi della vita democratica di una nazione   che spiegano molto più e molto meglio di qualsiasi trattato la “verità” dei processi politici. Abbiamo consumato mesi a discutere del radicalismo proposto dalla nuova dirigenza del Pd. Ci siamo interrogati sulle conseguenze di una scelta che rompe con la fisionomia di un partito votato, in origine, alla ricomposizione delle culture riformatrici del Paese. Siamo stati anche attaccati in ragione del rifiuto di questa mutazione genetica per la quale il cattolicesimo democratico paga un prezzo inaccettabile. Tutto questo si riassume e si chiarisce nella decisione adottata ieri di allineare il Pd all’auto candidatura del radicale Cappato alle suppletive di Monza.Naturalmente non è in discussione le qualità oggettive della persona, perché Cappato, con le sue idee e le sue battaglie, ha dimostrato negli anni di essere una persona coerente, capace di sacrificarsi per l’affermazione di libertà che considera dogmi. Il problema è che una coscienza cristiana, per quanto aperta e fiduciosa nel progresso, fatica ad adeguarsi al dogma di una libertà umana senza più limiti. Cappato questo limiti, da buon radicale, non sente il bisogno di riconoscerli.La sua è una candidatura vincente? No, con il suo carico divisivo può solo ambire al consolidamento di una minoranza, sia pure corposa, che sfida la destra nel segno di un progressismo di marca libertaria. Vedremo quali scenari può aprire, anche in vista delle elezioni europee del prossimo anno. Andiamo incontro all’inevitabile trasformazione del quadro politico.C’è da chiedersi se Calenda abbia valutato il contraccolpo che determina la vicenda di Monza. È stato il primo a spianare la strada alla candidatura di Cappato, in sostanza mettendo il Pd alle strette. Ora, se il carattere di questa operazione politica obbliga tutti a un supplemento di riflessione, anche tra le fila di Azione può aprirsi un dibattito. In un certo senso potrebbe essere salutare, per fare chiarezza politica. Non credo sia agevole per i “moderati” di quel partito rassegnarsi allo schema applicato in queste suppletive. Un conto è lanciare slogan sulla necessaria convergenza di popolari e liberal-democratici, altro è mortificare il popolarismo con la sua riduzione ad orpello della visione radicale della società e della politica. È una deriva inaccettabile, per questo bisogna recuperare l’autonomia dei popolari. Non è più tempo di divisioni.

Lampedusa, impotenza e contraddizioni della destra di fronte agli sbarchi.

Foto di tivissima da Pixabay
Foto di tivissima da Pixabay

Lampedusa, impotenza e contraddizioni della destra di fronte agli sbarchi.

 

La condizione esplosiva che si registra in queste ore nell’isola porta alla luce la difficoltà del governo ad assumere una posizione credibile in Europa, unica condizione per affrontare l’emergenza.

 

Enrico Borghi

 

 

Sui migranti è iniziata una sfida a destra, con Salvini che attacca e si pone in una posizione competitiva nei confronti di Meloni. La premier è costretta ad ‘abbozzare’ per non rompere il sistema delle relazioni con von der Leyen e gli altri partner europei. Anziché affrontare in maniera organica la questione, al governo si apre una crepa significativa che è destinata ad allargarsi, perché Salvini utilizzerà costantemente il fenomeno dell’immigrazione per mettere sempre più in difficoltà a destra la Meloni.

 

Invece servirebbero, intanto, misure straordinarie perché la vicenda dell’hot spot denota impreparazione e incultura di governo. E poi serve affrontare alla radice la questione migrazione, che va gestita, anziché presumere di risolverla con palliativi. In aula avevamo detto che l’accordo con la Tunisia, che per Meloni sarebbe stato addirittura un modello, non avrebbe funzionato, e i fatti ci stanno dando ragione. Occorre una politica organica sui mali dell’Africa e non cullarsi su ipotetiche e aleatori misure come il piano Mattei di cui non c’è traccia, per altro basato su una presunzione di leadership italiana nel Mediterraneo ancora del tutto da esplorare in termini di riconoscibilità e capacità.

 

Il governo dovrebbe abbandonare la logica del nazionalismo che è alla base di quanto sta accadendo. La chiusura di Francia e Germania è l’allargamento a livello continentale della logica perseguita da Meloni e Salvini di soluzioni nazionali. E a chi polemizza con Parigi e Berlino, va ricordato che quei paesi hanno accolto molti più migranti di quanti ne abbia accolti l’Italia, per cui non servono le crociate contro i nostri partner europei ma una capacità di tessitura politica e diplomatica su un progetto reale e di impronta europeista e non orbaniana.

 

[Nota ripresa dal Notiziario Askanews di ieri]

Natalità, non lasciamo alla destra il tema brandito da Meloni a Budapest.

Foto di Madlen Deutschenbaur da Pixabay
Foto di Madlen Deutschenbaur da Pixabay

L’intervento di stamane del presidente del consiglio Giorgia Meloni al V Vertice demografico di Budapest, al di là della cornice, quello di capi di stato e di governo annoverabili nella destra sovranista internazionale, pone un tema, quello della crisi della natalità, che è centrale per l’avvenire. Infatti, come ha ricordato Papa Francesco agli stati generali della natalità nel maggio scorso, dalla nascita dei figli si misura la speranza di un popolo.

 

Per questo, su un tema così decisivo come quello del contrasto al calo demografico delle società più sviluppate, va respinto sia il tentativo di strumentalizzazione della destra, sia la sottovalutazione del problema che proviene dalla cultura radicale.

 

È un fatto che l’Italia sia in pieno inverno demografico. Il picco negativo si è avuto nel 2022 con appena 393.000 nuovi nati su una popolazione di 60 milioni di abitanti. Lo squilibrio demografico con una popolazione sempre più anziana è preoccupante in sé, ma se si guarda tale fenomeno in relazione ai tassi di natalità del Sud Globale, emerge un secondo grande squilibrio, quello tra la crisi della natalità dei Paesi ricchi e il tasso di natalità troppo alto di quello dei Paesi emergenti. Per rendersene conto  è sufficiente guardare a un Paese vicino all’Italia, come l’Egitto che con una popolazione di 105 milioni, quasi doppia dell’Italia, ha però avuto, nello stesso anno, il 2022, 2.200.000 nascite, più di 5 volte dell’Italia, al punto che in Egitto si sta discutendo, al contrario che in Europa, su come incentivare la popolazione a fare meno figli.

 

Questi opposti squilibri demografici sembrano suggerire che sia nei Paesi ricchi che in quelli emergenti servono economie più eque per superarli. Un giusto sviluppo per i Paesi del Sud Globale e salari più equi per i ceti medio-bassi da noi, che consentano l’acquisto della prima casa alle giovani coppie, e l’esercizio di una paternità e di una maternità responsabile non come un lusso riservato ormai a pochi ma come un diritto da poter esercitare a vantaggio di tutta la società.

 

Sulla natalità serve una visione che vada oltre gli opposti estremismi, una visione di centro e di buon senso, con i fatti. Affrontare il problema demografico non è in antitesi con l’accoglienza di migranti e nel contempo non si può guardare con sospetto, come sembra fare una certa sinistra, a ogni tentativo di invertire l’attuale trend demografico, salvo poi fare certe battaglie per invertire a ogni costo, persino contro dati oggettivi di realtà, le leggi naturali della procreazione.

 

I problemi demografici dell’Occidente sviluppato e quelli dei Paesi emergenti, a prima vista opposti, hanno la stessa radice in comune, una radice che si chiama giustizia sociale. Questione, quella sociale, su cui non servono scontri ideologici, ma concretezza, equilibrio e lungimiranza.

Roma, urge riflettere sul futuro di una città unica al mondo.

Partire da alcuni dati di base (cosa è Roma) e da alcuni scenari attesi (cosa sta succedendo e succederà nel futuro prossimo e oltre) e confrontarsi con esperti, persone di cultura, imprenditori, manager, politici e cittadini per costruire un progetto sul futuro della città considerando peraltro la sua storia incredibile ed unica nel mondo e il suo ruolo attuale di capitale del Paese.

 

Nel saggio “Roma il coraggio di cambiare” (Gangemi 2021) ho provato a fare alcune ipotesi dalle quali partire così come a porre al centro del tema la necessità di avere coraggio, competenze e capacità politica e tecnica. Occorre risvegliare un’opinione pubblica che appare ormai indolente, quasi rassegnata a una prospettiva di declino.

A Per Roma, un’associazione civica presieduta da Marco Ravaglioli insieme con Roberto Corbella (il segretario Generale) e Carlo Cafarotti e a tutti gli amici del Consiglio abbiamo avviato un progetto denominato “Roma 2030-2050 – Per un futuro della città eterna” per contribuire a fare di Roma una comunità innovativa, sostenibile e moderna. Abbiamo già tenuto due seminari con il CNEL, il primo sulla “Legge per Roma Capitale”, il secondo su “La cultura chiave per il futuro”. Ne seguiranno altri sui diritti e la partecipazione, sulla sostenibilità e tecnologie e sulla città attuale verso la città futura. Sono inoltre previsti una raccolta dei progetti e delle proposte per la Roma futura, una serie di incontri da tenersi nelle sedi di aggregazione e dibattito culturale principalmente a cominciare dalle librerie e un programma di sensibilizzazione degli studenti delle scuole medie e dei licei di ciascun territorio lanciando concorsi sulle tematiche della città futura.

 

L’obbiettivo un po’ ambizioso (ma altrimenti è inutile farlo) è quello di portare alle soglie del 2025 ad avere una serie di proposte per realizzare un progetto per la Roma del 2050 da mettere a disposizione della politica e delle istituzioni. È una goccia nell’oceano, è uno stimolo per sensibilizzare chi deve e può a immaginare, insieme a tutti noi cittadini romani, un futuro auspicabile e possibile per le città.

A prescindere dall’Expo e da qualsiasi altro evento internazionale.

 

 

Link accedere al testo integrale pubblicato da Mobility Press (7-IX-2023)

 

https://www.perroma.org/wp-content/uploads/2023/09/Mobility-Press-398-EXPO-30.pdf

Il mio sogno cinese: un ponte tra occidente e oriente.

È nella realtà che prende forma il contenuto della Rivelazione, il che significa catturare, conoscere ed esprimere la presenza di Dio dentro una determinata cultura.

 

Ma se il contenuto della Rivelazione prende forma nella realtà, ciò non appare di per sé esaustivo dal momento che la realtà è qualcosa di più grande. Ad esempio, il dogma cristiano è formulato nei termini greci del IV secolo, e così lo recita ancora oggi tutta la Chiesa. Tuttavia, il significato insito nella realtà di questa formulazione è qualcosa di più grande, e persone legate ad altre culture, come i Cinesi, gli Indiani o gli Africani, possono afferrare significati e ricchezze che non provengono dal mondo occidentale.

 

 

[…] Il punto di riferimento è sempre la Rivelazione. Ora, quella realizzata nel mondo greco non è l’unica inculturarazione possibile. Ci possono essere altre inculturazioni, come nel caso dell’India. Nell’enciclica Fides et Ratio, Giovanni Paolo II ha dedicato un capitolo alla questione del rapporto tra la Rivelazione e le varie culture. Al riguardo, fissa alcuni criteri: “Nessuna cultura può mai diventare il metro di giudizio, tanto meno il criterio ultimo della verità per quanto riguarda la Rivelazione di Dio. Il Vangelo non si oppone a nessuna cultura”. E poi continua:

 

“Al contrario, il messaggio che i credenti trasmettono al mondo e alle varie culture è una vera liberazione da tutti i disordini causati dal peccato ed è, allo stesso tempo, una chiamata alla pienezza della verità. Le culture non sono affatto sminuite da questo incontro; esse, piuttosto, sono spinte ad aprirsi alla novità della verità del Vangelo e a prendere spunto da questa verità per svilupparsi in modi nuovi”.

 

È accaduto in Cina con la vicenda di Matteo Ricci. Fu lui ad intuire che il cristianesimo poteva essere inculturato e quindi espresso nella lingua e nella cultura cinesi, ma la Controversia dei Riti (diatriba teologica che oppose tra XVII e XVIII secolo due scuole di pensiero sul modo di conciliare il cristianesimo con gli usi e i costumi religiosi locali, ndr)  finì per impedire lo sviluppo di questo disegno. Ciò nondimeno, oggi la Chiesa ha arricchito la sua coscienza proprio alla luce dell’inculturazione.

 

[Il messaggio del Vangelo è per tutte le culture, pp. 8-9]

 

Link

https://claretonline.org/product/my-chinese-dream-2

Cooperazione, motore di sviluppo economico e sociale. Intervista a Luca Galletti (UCID).

Presidente Gian Luca Galletti, quanto contano in un contesto sociale, istituzionale e produttivo qual è il mondo del lavoro i temi e le metodiche della cooperazione? Trovo che questi principi possano diventare i cardini per l’ottimizzazione delle risorse umane in funzione del raggiungimento di un risultato condiviso non solo in termini di ‘prodotto’ ma anche come espressione di consapevolezza del concetto di bene comune.

 

Il paradigma cooperativo è stato ampiamente sottovalutato nel corso della storia del Novecento, che si è orientata intorno a prassi di contrapposizione, di scontro. Quando metti l’antagonismo tra classi alla base delle relazioni sociali, ogni progetto di bene comune scade, perché il bene è comune solo riguarda tutti. Siamo figli di questa storia. Oggi però la contrapposizione come metodo delle relazioni industriali è superata: le sfide che abbiamo davanti richiedono cooperazione tra le parti, non antagonismo.

 

Lo scrittore Mario Rigoni Stern affermava che non c’è soddisfazione maggiore di una “cosa ben fatta”. Trovo che l’aspetto motivazionale costituisca una leva formidabile di coinvolgimento consapevole poiché in una impresa dobbiamo prestare attenzione ai fattori oggettivi e a quelli soggettivi, in egual misura. È d’accordo?

 

Charles Peguy parlava di falegnami che costruiscono sedie con lo stesso spirito con cui si costruiscono le cattedrali. Il lavoro ha questa sacralità, qualsiasi lavoro. Il sistema di fabbrica ci ha abituati a pensare il lavoro come movimento esanime, all’operaio-macchina. Oggi il taylorismo è superato. Sempre più la tecnologia sostituisce l’uomo nella componente macchinale del lavoro. L’imprenditore ha bisogno di dipendenti che credono in quello che fanno e chi lavora ha bisogno di imprenditori che riconoscano il proprio valore: motivazione e produttività vanno insieme.

 

Viviamo in un mondo di interessi, ma l’aspetto computazionale non deve necessariamente sacrificare il dato umano. Numeri e idee possono coesistere in un progetto di condivisione e cooperazione?

 

Quando i portatori di interessi economici dimenticano il dato umano la società va in crisi. Giuseppe De Rita, in una pubblicazione sul Meridione italiano, “Il lungo Mezzogiorno”, sottolinea come sul lungo termine sia sempre il sociale a sostenere l’economia. Non il contrario. Perché i legami sociali funzionano innanzitutto su logiche cooperative.

 

Si impone a mio avviso la necessità di mutuare alcuni valori in uso nella prassi scolastica: educazione alla convivenza, socializzazione, promozione del senso civico, rispetto della dignità della persona, valorizzazione delle competenze. Possiamo pensare ad un transfert nelle aziende al fine di migliorare le relazioni industriali, in un’ottica di alleanza strategica tra capitale e lavoro, produttività e compartecipazione emotiva?

 

Senza dubbio l’alleanza tra capitale e lavoro è la grande sfida della dottrina sociale. In questo senso, la proposta di legge sulla partecipazione dei lavoratori in azienda, promossa dalla Cisl, ci trova concordi. L’idea è di prevedere incentivi al coinvolgimento dei lavoratori nella gestione dell’azienda, nella sua organizzazione, fino ad arrivare quando ci sono le condizioni anche ad una partecipazione all’azionariato, all’espressione di propri rappresentanti in consiglio di amministrazione. Una revisione radicale dei paradigmi delle relazioni industriali, che a quel punto non potrebbero che orientarsi verso forme di collaborazione e corresponsabilità tra azienda e sindacato. Certo, è un percorso. Più che un trasferimento delle prassi scolastiche, immagino un’ispirazione della migliore pedagogia per ripensare i ruoli tra le parti sociali.

 

Si va delineando una lunga deriva in cui la digitalizzazione avrà una valenza ubiquitaria ma anche una connotazione pervasiva: trovo che una delle conseguenze negative consista nella progressiva disintermediazione sociale. A partire dal dopoguerra, in epoca di ricostruzione del tessuto economico e sociale del paese i corpi intermedi dello Stato, delle istituzioni e del sistema produttivo, esercitavano una funzione di mediazione e collegamento tra apparati complessi e singolo cittadino.

 

È così. La digitalizzazione rischia di acuire le tendenze che isolano il singolo, che lo riducono a molecola invisibile di fronte ad apparati de facto legibus soluti. Pensiamo alle grandi realtà sovrannazionali della tecnologia, all’impersonalità dei loro algoritmi ai quali oggi sono demandate anche le scelte sulle assunzioni e sui licenziamenti. La tecnologia però può costituire anche un’occasione per mettere al centro la rappresentanza: da una parte per l’evidente necessità di governare i fenomeni, dall’altra perché tende a creare occupazione a livelli elevati della catena del valore e quindi spinge verso l’alto il ruolo della persona nel processo produttivo. Ovviamente, va governato il rischio di ricadute occupazionali. In questa prospettiva, i corpi intermedi – rappresentanti sindacali e datoriali – hanno ampi margini per svolgere un ruolo e di farlo a partire dai territori.

 

In che misura va considerata la dimensione relazionale, in una realtà di vita e di lavoro in cui paradossalmente da un lato crescono l’innovazione tecnologica e gli strumenti di comunicazione, mentre specularmente emerge un dato allarmante, più volte considerato nei più recenti Rapporti del CENSIS: quello di una società rancorosa, fatta da monadi isolate, di ‘mucillagine’ o ‘poltiglia di massa’, intesa come complessità, liquidità e ibridazione (per usare un’espressione di Giuseppe De Rita), solipsistica, acefala? Presidente Galletti, siamo un Paese che cresce (forse), ma senza sviluppo?

 

Lo sviluppo è un fatto di comunità, più si allentano i legami, meno la crescita si trasforma in vero sviluppo sociale. Il Censis ci mette in guardia. Scorgere questa complessità ibrida e indefinita fa parte del periodo di transizione. Dobbiamo decidere che forma vogliamo raggiungere, chi vogliamo essere, in un momento di forte cambiamento. E quindi chiederci: come promuovere la dimensione relazionale? Dal punto di vista dell’impresa, credo che il rinnovamento delle relazioni iniziare dal paradigma partecipativo.

 

Oltre la contingenza epocale del momento sembra che la crisi italiana sia forse più sociale che economica: la gente è spaventata da un futuro incerto e senza prospettive. In che misura partendo dal mondo del lavoro l’impresa che assume in sé i connotati della cooperazione e della condivisione può diventare cantiere per un nuovo progetto collettivo?

 

La divisione del lavoro nasce per rispondere efficacemente ai problemi della collettività. Dobbiamo tornare qui. Oggi l’impresa può diventare erogatrice di beni e di servizi di welfare, a sostegno della persona e della sua famiglia. Penso agli asili nido aziendali, all’assicurazione sanitaria, alle misure di bilanciamento tra vita e lavoro. Nel conciliare vita professionale e familiare, in un tempo in cui cerchiamo la parità tra i generi, l’impresa può avere un ruolo importante. Ancor di più, credo che l’impresa possa divenire – e in parte sia già – uno dei luoghi di ricostruzione di un senso condiviso. Da presidente di una banca cooperativa mi chiedo: dietro il lavoro di ogni giorno i miei colleghi ed io vediamo davvero il ruolo sociale del credito? Vediamo davvero le famiglie che acquistano casa, le imprese che creano occupazione, le persone che fanno nascere nuovi progetti? Se sappiamo vedere questa dimensione di senso, il lavoro si illumina.

 

Transizione ecologica e digitale, metaverso, intelligenza artificiale, cloud computing, algoritmi, robot: sono alcuni dei termini con cui ci si avvia ad elaborare una strategia di crescita sociale ed economica. Con quali risultati attesi? Con quale considerazione del fattore umano? Ci aspetta un destino non scritto o il risultato di uno sforzo di volontà?

 

Siamo davanti a quelle che potremmo definire singolarità della storia: dalle scelte che facciamo possono dipendere conseguenze molto grandi. Per la prima volta ci è posta la sfida di rendere i nostri modi di vivere e di produrre compatibili con l’ecosistema. Nelle precedenti rivoluzioni industriali ci siamo occupati solo di rendere i nostri modi di produzione più efficienti. Al contempo, è la prima volta che dobbiamo gestire automatismi inanimati a cui abbiamo conferito la possibilità di scegliere al posto nostro. Per Luciano Floridi, tra i massimi esperti al mondo in materia di intelligenza artificiale, le due sfide sono interconnesse e la tecnologia può favorire la transizione ecologica. Prima di tutto però la sfida è culturale.

 

 

 

 

Chi è Gian Luca Galletti

Commercialista, già deputato, sottosegretario al Ministero dell’Istruzione e Ministro dell’Ambiente nei Governi Renzi e Gentiloni, Gian Luca Galletti è oggi presidente di Emilbanca ed è al secondo mandato alla presidenza di Ucid, Unione cristiana imprenditori e dirigenti.

Tour di Delrio, il tentativo di trattenere i cattolici nel Pd.

Abbiamo appreso con stupore, ma con grande rispetto, che il simpatico Delrio farà nelle prossime settimane un tour in tutto il paese per parlare con la periferia del Pd e in particolare con i cattoliciper invitarli a continuare a restare nel partito che, dice sempre il Nostro, “è lunico partito in grado di interpretare le attese dei riformisti.

Ora, su un punto dobbiamo essere onesti. E lo dico senza alcuna polemica politica o, men che meno, personale. Ovvero, Delrio è un politico coraggioso e ama, almeno in questa stagione politica, andare controcorrente e contro vento. E questo per la semplice ragione che andare in giro per lItalia a convincere i cattolici ad aderire ad un partito come il Pd, con un profilo politico e culturale – con la guida Schlein – chiaramente e coerentemente massimalista, estremista, libertario e radicale ci vuole francamente un grande coraggio e una grande volontà.

Certo, tutti sappiamo poi in cosa consistono questi incontri: confrontarsi con la propria corrente in alcune grandi città. Dove lincontro è con tutti quelli che già fanno parte del Pd e che non se ne andrebbero neanche con le cannonate. Ma, al di là di questo dettaglio, è indubbio che la volontà e lottimismo di Delrio vanno apprezzati e comunque non sottovalutati. A conferma che la passione politica e la volontà di dare sempre un respiro culturale ed ideale allazione politica contribuisce al rinnovamento stesso della politica e anche alla credibilità della sua classe dirigente.

Resta un però, come si suol dire. E cioè, com’è possibile rendere compatibile – anche in un partito plurale e composito comera un tempo il Pd – una corrente cosiddetta cattolicacon un soggetto politico che, francamente, è alternativo rispetto a quei valori, a quella cultura, a quei principi e a quella tradizione politica? E, ancora, com’è possibile rendere compatibile una corrente cosiddetta cattolicacon un partito che persegue un progetto politico che individua nel populismo demagogico, qualunquista e anti politico dei 5 Stelle linterlocutore privilegiato e principale per costruire una visione di società e una prospettiva di governo? E, in ultimo, com’è possibile rendere compatibile una corrente cosiddetta cattolicacon chi fa della prassi e della cultura libertaria lasset culturale e valoriale decisivo per orientare le scelte e le proposte dellintero partito nel campo dove sono in discussione i valori di fondo della nostra società?

Ecco perché, senza ergersi a giudici di nessuno, senza distribuire pagelle di coerenza a chicchessia – come fa ogni giorno il prode Calenda – e senza alimentare polemiche sterili e moralistiche, è abbastanza evidente che si tratta di unimpresa, quella di Delrio, utile più per giustificare la propria presenza negli organigrammi del partito e nelle sedi istituzionali sempre per conto del partito che non per rilanciare lesperienza, la cultura, la tradizione, i valori e il patrimonio del cattolicesimo popolare, sociale e democratico del nostro paese.

Comunque sia, saranno incontri importanti ma del tutto autoreferenziali perché la missionculturale, il progetto politico e la stessa visione della società incarnati oggi dal Pd della Schlein, che ha vinto legittimamente le primarie di quel partito, sono semplicemente alternativi rispetto a tutto ciò che è anche solo lontanamente riconducibile alla tradizione del popolarismo. Lo ricordiamo sottovoce anche al simpatico Delrio.

La regina Cleopatra ovvero Giorgia Meloni nella solitudine del potere

Finalmente la regina si è decisa a convocare la ciurma per un aggiornamento della rotta. Lo fa ovviamente a porte chiuse, perché quello che deve dire va tra il piacevole e il deciso spiacevole. Blandisce la ciurma, specie i rematori che se non motivati a dovere alzano il remo nello scalmo e addio navigazione. Cesare l’aveva avvertita, i rematori e i loro battitori del tempo di voga (capovoga o celeuste per gli eruditi) sono da tenere in massima considerazione perché i soli che ti consentono di navigare felicemente verso il porto sicuro. Blandisce gli ufficiali che i rematori debbono spronare e controllare. Blandisce anche i sostenitori rimasti sulla riva (i non prudenti non imbarcati) convincendoli tutti che si tratta di una squadra. Agli ufficiali che si erano azzardati con un lieve..”forse si dovrebbe..” è bastato un sopracciglio alzato e l’indicazione del punto del mare, lì dove barracuda e pescecani aspettano la loro paga, per ridurre, in un attimo, al silenzio.

 

Ma “la squadra” è lei e non sono gli altri. Gli altri stanno fuori con il ruolo di comprimari, al centro c’è solo lei, unica a governare il bastimento. È il capitano, è salita sulla nave per fare questo, ma da sola non andrà lontano. Lo sanno quelli che si sono zittiti masticando pazienza e fiele, e quelli che sono stati blanditi, perché sotto sotto sanno che c’è poca acqua per navigare, i remi qualche volta toccano un banco di sabbia..

 

Quello che resta fuori sono le riparazioni del fasciame e il cambio, pure questo auspicato tanto, di qualche ufficiale in plancia, lì dove le inesperienze si vedono tutte. Passi per i primi ufficiali di coperta, e pure per il primo ufficiale di macchina, ma per i tracciatori della rotta e per il cambusiere qualche riserva la ciurma, silente ma attenta, l’ha espressa dopo questi mesi di navigazione. Solo che Cleopatra non vuole deludere Cesare, che parte di quei ufficiali lì ha indicati e pure per non sfigurare ai suoi occhi nel non saperli comandare a dovere.

 

Quelli che stanno a riva e osservano la nave in rada con l’ancora tirata giù, guardano alla Luna e calcolano l’arrivo dell’alta marea che consentirà alla nave di riprendere il largo, e sornioni, contano pure al calendario le altre maree in arrivo. Bassa la nave si ferma, troppa chiglia per navigare; alta la nave riparte e il fasciame ormai logoro soffre la salsedine. Niente navigazione in alto mare e correnti amiche per ora.

Iran, donna condannata a morte per aver preso a calci un paramilitare

Foto di Shima Abedinzade da Pixabay
Foto di Shima Abedinzade da Pixabay

Le brutte notizie conoscono lulteriore sfregio di cadere fatalmente nelloblio. Si sa che in Provincia c’è notoriamente poca autonomia, comanda da sempre un rappresentante del potere centrale. C’è chi la chiama scherzosamente Provingia”  per sottolineare un accento da retroterra.

Siamo a Natale 2022. A Pakdasht, provincia di Teheran, è stata inflitta la pena di morte a Fahimeh Karimi,  una donna che ha preso a calci un paramilitare governativo Basiji. Qualcosa che contraddice la fonte del suo nome che la descrive come persona intelligente e brillante. È avvenuto in occasione della protesta contro il regime per la brutale repressione contro le donne dopo le proteste per luccisione di Masha Amini colpevole di non aver indossato perfettamente il velo. Paramilitare ci dice che è affine al potere, gli è da presso ma non lo incarna in prima persona. Forse per questo Fahimeh, poco considerandolo, lo ha preso a calci e non ha usato lesperienza delle sue mani.

Da allenatrice di Volley avrebbe potuto fare di meglio. Il potere comunque ha temuto di subire il colpo in virtù di una sua lezione di schiacciata, che alzasse in alto la palla, facendo volare in cielo la speranza per poi farla cadere veloce in campo avversario, facendo il punto della vittoria finale con una decisa smanacciata di quelle buone. È accusata del reato di moharebh, cioè di guerra contro Dio. anche se non risulta ufficialmente che Dio si sia mosso da dove risiede per ingaggiare uno scontro per punirla. È unallenatrice: potrebbe insegnare ad altre come si agisce. Meglio non correre rischi e farla subito fuori. Se pensava di fare una rivoluzione, hanno deciso come le si rivolgerà contro.

Sarà perché Teheran si porta appresso la frustrazione di essere a sua volta provincia, sempre in ombra rispetto alla più antica e blasonata città di Ray. È sempre stata seconda a questultima, tant’è che la intendono anche come un incastro di fondo o profondità”, insomma, almeno ai primordi, non più di un villaggio a ridosso della bella Ray. Altri, sviando la frustrazione delle origini, indicano come sia piuttosto la città di coloro che cacciano e sparano. Riassumendo: unanima selvaggia. Su questo, vista la storia recente, non sembra si possano sollevare dubbi eccessivi.

Ogni potere ha il naso lungo e sa scavare negli archivi del passato per scovare i nemici. Il Volley da principio si chiamava Mintonette, un gioco dal sapore tutto lezioso e femminile, praticato in Francia da nobili e dame. In apparenza nulla di pericoloso. Alla fine dell800 fu ribattezzato con il nome di Faustball cioè “pallapugno. Qui già le avvisaglie di un pericolo incombente. In seguito divenne Volleyball, Pallasparata. Il regime, a tanta evidenza, non ha potuto chiudere gli occhi e far finta di nulla. È sui media di questi giorni una foto di Fahimeh. Ritrae un volto intenso, con sguardo e inclinazione simili alla Madonna della Pietà di Michelangelo mentre stringe il Figlio morto. Fahimeh, tutto presagendo, guarda, consapevole, a ciò che sarà di lei. A Teheran, vista la situazione, temono colpi di mano. Sarà per questo che mozzano i cuori di chi respira.

In questi giorni, invece, lappello del padre di Masha Amini che, malgrado i divieti, ha annunciato che celebrerà religiosamente lanniversario della morte di sua figlia. La giornalista Nazila Maroufian sta andando assai meglio. Dal carcere di Evin dove è rinchiusa, attraverso un messaggio registrato, fa sapere di essere stata solo violentata dai suoi carcerieri. Non potendo decidere lastinenza dal sesso, ha deciso di fare lo sciopero della fame. Sta andando meglio al regista Saeed Roustayi condannato a sei mesi di carcere per aver presentato a Cannes un suo film senza la preventiva autorizzazione del regime. Per cinque anni dovrà seguire un corso di cinema approvato dalle autorità, una sorta di rieducazionealla materia. Si accantona ciò che è ormai una partita chiusa. Se da una ferita esce ancora sangue si può temporaneamente, per ribrezzo, distogliere lo sguardo ma non dimenticare. Il solo medicamento è la nostra attenzione.

Il partito repubblicano di Calenda non ha molto da dire ai popolari  

Giorgio Merlo

Dunque, diciamocelo francamente e senza alcun pregiudizio. Leggere le interviste di Calenda è divertente, molto divertente. Per un motivo di fondo. E cioè, un esponente politico di cui ormai non si contano più i cambiamenti di posizione, le giravolte, le piroette e le smentite quotidiane di ciò che ha detto sino al giorno prima, si erge continuamente ad una sorta di tribunale della coerenza sui comportamenti politici altrui.

Adesso, almeno così pare, vorrebbe costruire un nuovo partito dove si rappresenta una sintesi operosa e feconda tra i liberali, i repubblicani e i popolari. Insomma, una maionese impazzita guidata da un capo politico – perchè Azione, come tutti sanno, era e resta un partito personale– che non fa mistero del suo laicismo, della sua persin plateale lontananza da qualsiasi riferimento al cattolicesimo popolare, sociale e democratico e da tutto ciò che sa di Centro, di politica di centroe di riformismo plurale.

Ora, di fronte a questa concreta situazione, noi assistiamo e leggiamo giudizi politici e personali nei confronti di altri leader da parte di Calenda attorno ai quali, francamente, è difficile persino replicare. Oltre a continuare a ridicolizzare vari esponenti per il loro passato politico e per la loro provenienza culturale, e non si sa in base a quali criteri oggettivi si prende questa licenza, è indubbio che tra Calenda e un riformismo dolce, e una politica di centroe un approccio moderato e una rappresentanza degli interessi popolari e del ceto medio impoverito, c’è una distanza siderale per non dire quasi antropologica. E di fronte ad un quadro del genere il simpatico Calenda non rinuncia, del tutto legittimamente, a scagliarsi contro tutto e contro tutti coloro che interpretano e si fanno carico di elaborare un progetto politico e di costruire una iniziativa politica di cui lui, francamente, vorrebbe farsi paladino e portavoce ma che, altrettanto francamente, non ha la sensibilità ideale e la cultura politica specifici per poterli rappresentare.

Ecco perchè, e senza alcuna polemica politica e tantomeno di carattere personale – diversamente da come si atteggia e si comporta Calenda – forse è giunto il momento per dire con chiarezza almeno due cose.

In primo luogo tutto ciò che è seppur lontanamente riconducibile al Centro e a ciò che rappresenta storicamente, culturalmente e politicamente nel nostro paese, non può essere interpretato e sostenuto da chi vuole rifare, in miniatura e con una versione aggiornata e rivista, una sorta di neo Partito Repubblicano con annessoPartito Liberale. E cioè, uno zoccolo duro liberista, laicista e tendenzialmente elitario nella cittadella politica italiana.

In secondo luogo nel partito di Calenda il ruolo dei Popolari, dei cattolici democratici e sociali è semplicemente fuori luogo e fuori campo. E cioè, avendo il partito di Calenda unaltra missione unaltra ragione sociale, è del tutto evidente e persino naturale che persegua altri obiettivi politici, culturali e programmatici rispetto a quelli sostenuti dalla cultura del cattolicesimo popolare e sociale italiano.

Infine, un consiglio non richiesto. Se Calenda si astiene, almeno una volta alla settimana, dal rilasciare giudizi sprezzanti e volgari su esponenti politici che non sono compatibili e allineati con la sua storia politica, culturale e professionale, forse contribuisce indirettamente anche a rilanciare la credibilità della politica e la qualità della sua classe dirigente.

Undurraga rende omaggio a nome della Dc cilena alla figura di Allende.

Foto di jorono da Pixabay

Santiago ha reso onore ad Allende. La giornata dedicata alla memoria del golpe del 1973 ha visto dal mattino presto di ieri larrivo di numerose personalità al Palazzo della Moneda, residenza ufficiale del Presidente della repubblica. Gli ospiti, ricevuti secondo protocollo dal cancelliere Alberto van Klaveren nel portico O’Higgins, hanno epoca te fatto poi colazione con il Presidente Gabriel Boric nella sala Montt Varas. Intanto, da Madrid, il premier Pedro Sánchezfaceva sapere che il suo governo ritirerà la Gran Croce al Merito Militare che Francisco Franco aveva concesso al dittatore Augusto Pinochet.

Quando nel pomeriggio sono iniziate le commemorazioni ufficiali – non senza qualche tensione – con gli interventi dei vari rappresentanti di partito, il deputato della Dc Alberto Undurraga non si è voluto sottrarre a un primo giudizio autocritico: Ho detto che stiamo parlando di luci e ombre. Tra le ombre, c’è l’atteggiamento ufficiale della Democrazia cristiana che, nellora del colpo di stato e nei primi mesi successivi, fu di acquiscienza. Il presidente Aylwin avrebbe anche riconosciuto che la cosiddetta «dichiarazione dei tredici» – firmata da tredici generali e ammiragli per annunciare lazione militare contro il governo Allende, ndrera stata corretta.

Diverso è il giudizio odierno del partito. È questa Democrazia cristiana, con luci e ombre, che oggi rende omaggio al presidente Allende. Un uomo – ha sottolineato Undurraga – che ha lasciato un segno perché al Cile e al mondo intero ricorda che le sue idee, ovvero le idee socialiste, potevano legittimamente esercitare il potere nel quadro della democrazia cilena. Allepoca fu un pioniere e per questo, non solo da destra ma anche tra i suoi, fu contrastato“.

Undurraga ha quindi aggiunto: Nel tempo, lidea [di Allende] è andata maturando e in Cile ha preso forma l‘alleanza tra socialisti e democratici cristiani affinché, insieme ad altri, fossero assicurati i migliori governi possibili – attraverso la Concertación e quindi la Nuova Maggioranza. Dunque, a 50 anni dal golpe, siamo qui a rendere omaggio al Presidente costituzionale Salvador Allende. I colpi di stato sono sempre evitabili. E il miglior omaggio che possiamo tributare al Presidente non è solo quello di evidenziare la sua figura, ma di impegnarci nel futuro con lo spirito di chi si batte per la democrazia, i diritti umani e la non violenza nella lotta politica. Se tutto questo fosse prevalso 50 anni fa, non ci sarebbe stato il colpo di stato. Dipende solo da noi che ciò non accada mai più“.

Una risposta forte a modifiche costituzionali che sanno di eversione


Le analisi sulle difficoltà economiche e sulle incertezze politiche mancano di seri approfondimenti. Si rimane in

Non ci sono le comunità organizzate, le associazioni,le organizzazioni sindacali, le rappresentanze di categorie, tutte assorbite nel sistema che li garantisce, ma li priva degli strumenti per tutelare i loro rappresentati. Non ci sono i Partiti che sono stati alimento della politica e della partecipazione. Dopo tanti anni di sospensione della democrazia, iniziata con la riforma elettorale del 1994, si sta andando verso il superamento della Costituzione del 1948. Le grandi motivazioni ideali e morali,che sono le fondamenta della nostra repubblica sono eliminatenel disegno della maggioranza di governo.

I sacrifici di un popolo e di tanti militanti che hanno costruito un Paese nella democrazia e nella libertà sono considerati passato. Il nuovoa cui si tende è una nuova forma di Stato e di governo. Si entrerebbe ora nella seconda repubblica e non nel 1994, quando si cercodi introdurre surrettiziamente un presidenzialismo finto, attraverso una legge di riforma elettorale. Lidea è quella di procedere alla elezione diretta del premiercon i poteri di nomina e di revoca dei ministri e di sciogliere il Parlamento (si scioglie anche se dale dimissioni). I poteri del presidente della repubblica rimarrebbero solo di rappresentanza.

Non più una Repubblica Parlamentare ma un presidenzialismo monarchico. Una democrazia dei laeder, una vaste aree di extraterritorialità dove poteri senza controllo operano e decidono. Siamo alleversione. Negli anni con i colleghi avevamo proposto il sistema tedesco del cancellierato con la sfiducia costruttiva. Bisogna prevedere una riforma per i comuni e le regioni. Se un sindaco e un presidente non va o si dimette, perché sciogliere le assemblee elette che possono trovare al loro interno le soluzioni ?

Mai un padrone del Parlamento, ma un Parlamento libero per un Paese libero. Le riformein cantiere non delineano nemmeno un presidenzialismo. Negli USA il Congresso ha un ruolo fondamentale e la sua vita non dipende dalla volontà del presidente. Completa il quadro dello smantellamento dello Stato lautonomia differenziata. In tutto questo il mondo della cultura tace. Sono silenti gli intellettuali, i moralisti di professione, i cattedratici: realtà comunitarie sterilizzate. Non vedo alcuna reazione, un sussulto di amore per il proprio Paese.

Ecco perché filoni di pensiero oggi nascosti debbono uscire allo scoperto. I cristiani democratici potranno dare il loro forte contributo senza svendere un giacimento di valori per rispetto di milioni di persone che hanno creduto e combattuto con fede. La fedenon può essere svenduta per qualche beneficio illusorio. La dignità, la coerenza sono il vero bene che resistono e lasciano il segno.

[Il testo è tratto dal profilo Fb dellautore]

Il polpettone di Piketty e Cagé per capire storicamente il conflitto politico

Al di là del suo interesse storico, il libro porta un nuovo sguardo sulle crisi del presente e sul loro possibile esito. La tripartizione della vita politica derivante dalle elezioni del 2022, da un lato con un blocco centrale che raggruppa un elettorato socialmente molto più favorito della media – e che riunisce secondo le fonti qui raccolte il voto più borghese di tutta la storia della Francia -, e dall’altro con classi popolari urbane e rurali divise tra gli altri due blocchi, può essere adeguatamente analizzato solo facendo il necessario passo indietro nella storia.

In particolare, è solo risalendo alla fine del 19° secolo e all’inizio del 20° secolo, in un’epoca in cui si osservavano forme simili di tripartizione prima che la bipolarizzazione vincesse per la maggior parte del secolo scorso, si possono capire le tensioni all’opera oggi. La tripartizione è sempre stata instabile mentre è stata la bipartizione che ha permesso il progresso economico e sociale.

Confrontare attentamente le diverse configurazioni consente di considerare meglio diverse traiettorie di possibili evoluzioni per i decenni a venire. Impresa di un’ambizione unica che apre nuove prospettive per uscire dalla crisi attuale. Tutti i dati raccolti a livello dei circa 36.000 comuni della Francia sono disponibili online ad accesso libero sul sito https://www.unehistoireduconflitpolitique.fr che comprende centinaia di mappe, grafici e tabelle interattive a cui il lettore potrà fare riferimento per approfondire le proprie analisi e ipotesi.

Il testo costituisce la presentazione delleditore sulle diverse piattaforme social.

Chi sono gli autori

Julia Cagé è professoressa a Sciences Po Paris e vincitrice del Premio per il miglior giovane economista (2023). Thomas Piketty è direttore di studi all’Ecole des hautes études en sciences sociales e professore all’École d’économie de Paris. In questa occasione firmano il loro primo libro in comune.

Il Salvini di lotta incrocia a Bari i Decaro ed Emiliano di governo.

Non dimentichiamo che fanno la gioia degli studiosi i  discorsi di Moro alla Fiera del Levante. Intrisi di pensiero, condensavano le ragioni del meridionalismo democratico e davano conto dei progressi del Paese. Oggi nessuno pretende che Salvini abbia gli strumenti per stare allaltezza della lezione morotea. Fa quel che può, senza risparmiarsi.

Ed ecco che a Bari, proprio nella cornice della Fiera, lo statista del Papete è riuscito a superarsiin negativo. Il suo sforzo è stato quello di parlare bene di se stesso, nemmeno del governo. Ha fatto il primo attore con laiuto di Emiliano e Decaro, i dioscuri della sinistra pugliese di governo e di governo(lasciamo perdere la lotta!). Tutti insieme, appassionatamente, per una cerimonia che doveva prestarsi alla comune impresa di fare il vuoto attorno a un altro ministro, per altro assente: Raffaele Fitto, notoriamente colpevole di mirare al ruolo che ricopre Gentiloni in Europa e di pompare consenso, nella regione di cui fu giovane Presidente, con le armi del suoPnrr.

Uno spettacolo avvincente. Ora, nessuno ha spiegato a Elly Schlein che a Bari il suo partito radicale fa da scendiletto, quando serve, alla posizione radicale della destra e che i dioscuri pugliesi applicano così quel radicalismo dolce, fatto di dolci abbracci con Salvini, che Prodi ha scodellato per gli affamati di vera alternativa di governo. Poi ci si lamenta che la Segretaria voglia fare piazza pulita soprattutto nella periferia del partito, avendo la premura al Nazareno di parlare a nome della sinistra che soffrequando altrove, stando ai fatti, si materializza la sinistra che soffre.

Non importa che a sovrastare lo spettacolo della Fiera abbia provveduto il fantasma della signora Le Pen, invitata platealmente da Salvini, nelle stesse ore, allimminente raduno della Lega. Il sovranismo tesse le trame a Bari e scalda i cuori a Pontida. Ebbene, Emiliano e Decaro hanno fatto finta di non sapere e di non capire: nessun commento, nemmeno per sbaglio, ma solo strizzatine docchio allinsegna della responsabile collaborazione istituzionale. Lo stile non è acqua. Le cronache registrano, allopposto, che intristito in generale per il lessico salviniano il Rettore dellUniversità, Stefano Bronzini, abbia abbandonato anzitempo il padiglione centrale della Fiera. A Bari, daltronde, è iniziato il dopo Decaro. Per parte sua il sindaco rivendica grandi meriti, essendo lui, in giro per lItalia, il banditore della “école barisienneallo sviluppo sostenibile. Tuttavia, nello stesso centrosinistra gli rimproverano loblio di cose importanti, come la definizione del Piano regolatore della città.  

Dunque, un uomo di lettere sindigna e se ne va, mentre un uomo del fare, con la fascia tricolore, non saduggia e non si scansa, ma concelebra il connubio virtuale di populismo e sovranismo. Chi ha ragione, il Sindaco o il Rettore?

Ricordi e pensieri sul golpe di Pinochet del 1973

Quaranta anni fa, durante le proteste contro il regime di Pinochet nel decennale del golpe dell11 settembre, andai in Cile armato di penna, quaderno e di spirito davventura. Ero solo e in tasca avevo il telefono dei dimafonisti de Il Popolo per il quale scrissi qualche corrispondenza. Il Paese era in fermento ed io con i miei giri, gli incontri e le interviste dovevo capirne le ragioni. Non era facile perché per comprendere il senso profondo della protesta bisognava liberarsi della narrazione che fin lì era stata fatta (almeno in Italia) del pueblo unido jamas serà vencidoche ogni anno risuonava con grande eco mediatico alle feste de LUnità e nei tanti raduni e incontri della sinistra. Lo slogan (tratto da una canzone degli Intillimani), ammetto, aveva una sua carica di suggestione, ma una volta entrato nellinverno cileno compresi che quellespressione non corrispondeva alla realtà. Era semplicemente ideologica.

Il Cile a differenza di tanti altri Paesi del continente sudamericano, aveva una realtà sociale nella quale il ceto medio era stato ed era decisivo con la sua sponda politica nella Democrazia Cristiana. È vero che da lontano le differenze nella protesta generalizzata si vedevano poco, ma da vicino, parlando con i protagonisti politici e sindacali,le differenze emergevano con chiarezza a partire proprio dai ricordi del golpe militare di dieci anni prima.

Allende era salito al potere sì con il voto popolare, ma anche con il beneplacito della Dc che, convinta dalla tenuta democratica del sistema, temeva conseguenze peggiori. Fu uno sbaglio? Forse no, anche perché la classi medie erano abbastanza aperte verso la novità. Le cose però andarono diversamente e Unidad Popular (la coalizione di governo) si spinse molto in avanti fino ad impattare con lo sciopero dei camionisti che di fatto bloccò il Paese esasperando la popolazione. Mancavano i beni essenziali, i mercati erano deserti. In questa situazione estrema, mi raccontò il cardinale primate Raul Silva Enriquez che incontrai nella sua semplice casa, Allende lo andò a trovare, ma non volle accettare il consiglio di fare un passo indietro e di trattare con la Dc e gli altri partiti. Così scelse la via più tragica per sé e per il suo popolo. E fu il golpe crudele e repressivo di cui tutti siamo stati lontani spettatori.

Avvenimenti di un altro secolo è vero, ma con un nucleo di verità che ancora oggi, in tante situazioni neppure paragonabili, possiamo però leggere politicamente. La vicenda cilena insegna che nelle società complesse con dinamiche di ceti diversi la polarizzazione dello scontro politico non paga. Non avere compreso limportanza del centro sociale ha avuto tragiche conseguenze.

Certo, non si possono fare paragoni con la nostra situazione; è vero. Ma levocazione di quei fatti lontani però ci fa capire quanto sia importante che la politica non si lasci prendere dallideologia e mantenga sempre vivo il suo rapporto con la società e con gli interessi legittimi dei diversi ceti che la compongono. Il pueblo unido” è una forzatura ideologica ovunque. La democrazia (non quella bipolare che appunto esalta le polarizzazioni), presuppone infatti unazione politica capace di comporre le differenze tra i legittimi interessi contrastanti. È difficile? Certo che lo è; ma è anche la ragione più vera che motiva una organizzazione nuova e forte di un centro politico capace di interpretare il Paese e rilanciarne il suo sviluppo.

Violenze a Santiago. Perché il golpe? Utopismo eccessivo secondo Peña González.

La marcia per le strade della capitale, diretta al cimitero generale che ospita un monumento alle vittime del brutale regime di Pinochet, si è fermata brevemente davanti al palazzo presidenziale, La Moneda, dove l’11 settembre 1973 fu rovesciato l’allora presidente Salvador Allende. Il presidente di sinistra Gabriel Boric si è unito al corteo di circa 5.000 persone, diventando il primo leader del Cile dalla fine della dittatura nel 1990 a farlo.

A un certo punto, un piccolo gruppo di uomini in felpa ha lanciato pietre contro il palazzo presidenziale e la polizia che lo sorvegliava, sfondando le barriere di sicurezza e danneggiando parte dell’accesso a un centro culturale nei sotterranei dell’edificio. Ci sono stati scontri con la polizia anche in altri punti della marcia, con alcuni marciatori che hanno lanciato molotov e eretto barricate in fiamme. All’interno del cimitero sono stati danneggiati alcuni mausolei, tra cui quello di un senatore di destra ucciso nel 1991. Tre persone sono state arrestate.

Il grosso dei partecipanti, che portavano bandiere cilene e scandivano slogan come “Verità e giustizia ora!” o “Allende vive”, ha marciato pacificamente. “L’11 settembre è una data che ci riempie di ricordi, ma anche di angoscia, perché invece di progredire siamo regrediti”, ha dichiarato all’Afp Patricia Garzon, 76 anni, ex prigioniera politica, lungo il percorso. “Con questa marcia ricordiamo che nel 1973 la democrazia in Cile è stata spezzata, e ora continuiamo a lottare per mantenerla e rafforzarla”, ha aggiunto Luis Pontigo, 72 anni, insegnante in pensione.

In mattinata, Boric aveva inaugurato alla Moneda una mostra dedicata alla memoria di Allende, alla presenza dei familiari del defunto leader marxista. Più di 3.200 persone sono state uccise o “scomparse” – rapite e presumibilmente uccise – dalle forze di sicurezza di Pinochet, e circa 38.000 sono state torturate. Il generale è morto di infarto il 10 dicembre 2006, all’età di 91 anni, senza aver mai messo piede in un tribunale.

Intanto, intervistato dal quotidiano La Tercera, il prof. Carlos Peña González, rettore dellUniversità Diego Portales (UDP), ha messo sotto le lenti dellanalisi storico culturale le dinamiche che portarono alla dittatura di Pinochet. Un eccesso di utopismo, coinvolgente la Dc oltre che la sinistra, fu alla base della rottura dellequilibrio democratico. Da ciò deriva, secondo la sua ricostruzione, che il ruolo della Dc è la chiave per capire cosa è successo. Continua il rettore: Arturo Valenzuela ha insistito molto su questo: la Dc va per la sua strada, non è un partito di centro. È un “centro eccentrico”, come dice Giovanni Sartori, che si nutre degli estremi, ma da cui gli estremi fuggono appena vedono l’opportunità. Ed è quello che è successo: tutti si sono radicalizzati. Prima alcuni a sinistra, con il Mapu e la Izquierda Cristiana, poi gli altri a destra. Troviamo che anche la Chiesa si radicalizza, ricordiamolo. E ciò priva il sistema politico di quel centro mediatore che era la chiave dello Stato del compromesso.

Ebbene, la scissione a sinistra della Dc contribuì a deteriorare il quadro politico. Allende era contrario allingresso in maggioranza del Mapu e di Izquierda Cristiana, consapevole del fatto che questa novità avrebbe indotto la Dc a reagire negativamente. E così conclude: In altre parole, Allende sapeva in anticipo che radicalizzare così tanto il sistema non avrebbe funzionato. Ma ha esitato fino alla fine. E questo lo possono fare gli intellettuali, perché non influenzano la vita di nessuno con i loro dubbi. I politici devono decidere.

Don Gastone Simoni, l’amore per la teologia e l’impegno civile.

La tentazione cera, non stava soltanto nella splendida pagina di A Diogneto, del secondo secolo: I cristiani vivono nella loro patria, ma come forestieri, dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza in cielo. Come lanima è nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. Lanima abita nel corpo ma non è del corpo. I cristiani abitano nel mondo ma non sono del mondo …”. Anche Tertulliano, lapologeta, indicava questa prospettiva. E prima di loro Paolo, nella lettera ai filippesi, 3,20, appare una sorta di caposcuola di una tale, possibile concezione di estraneità, di ascetismo, di distacco dalle miserie terrene: Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli.

In questo senso la tentazione cera. Colto conoscitore della letteratura sacra, fine teologo, chi più del vescovo Simoni avrebbe potuto mettere in pratica un simile modello di vita religiosa. Con quanto desiderio di conoscenza poteva rifugiarsi nella sua straordinaria biblioteca, le migliaia di volumi che per sua volontà arricchiscono oggi il Semiario di Fiesole. Consultare, studiare, riflettere. Ma poi? Don Gastone conosceva lImitazione di Cristo: Sapessi io tutte le cose che sono nel mondo, e non fossi nella carità, che mi gioverebbe dinnanzi a Dio, che mi giudicherà su quel che ho fatto?

È il brano dellImitazione intitolato Lumile sentire di sé” nella traduzione di don Giuseppe De Luca, altro straordinario testimone, la cui conoscenza don Gastone voleva approfondire negli ultimi anni, e chiedeva anche a chi scrive dove poter leggere su di lui. La carità il centro di tutto, essere nella carità, lamore per gli altri, la relazione con gli altri e dunque, ecco il passaggio allimpegno civile e politico, il concorso alla soluzione dei problemi della comunità, la necessaria partecipazione a questo impegno. Pur amando A Diogneto, Tertulliano, Paolo, faceva sua laffermazione di Dietrich Bonhoeffer, il teologo protestante ucciso dai nazisti perché sospettato di avere cospirato contro Hitler: I cristiani che stanno con un solo piede sulla terra, staranno con un solo piede in paradiso.

Ecco il vescovo Simoni che ci consegnano le pagine di Nel mondo, da cristiani edito da Toscana Oggi, in questi giorni in libreria a un anno esatto dalla scomparsa del protagonista. Riferimento culturale e pastorale, ma anche instancabile  sostenitore della ripresa di un impegno politico organizzato in nome dei principi della Dottrina Sociale della Chiesa. Nessuna confusione di ruoli tra politica e religione: distinzione degli ambiti ma non separazione. Don Gastone aveva chiara la lezione di laicità di don Luigi Sturzo, il padre del popolarismo: la politica a misura della persona, non la persona a misura della politica.  

Nel mondo, da cristiani è un racconto, il racconto di un uomo di fede che voleva vivere pienamente nella realtà che lo circondava, attraverso le testimonianze dagli associati al Collegamento Sociale Cristiano Amici di Supplemento dAnima: le due iniziative prese negli anni da monsignor Simoni, riunite adesso in una unica associazione. Il tentativo di restituire qualcosa del tanto ricevuto da don Gastone nelle forme più varie in cui sapeva dare: lesempio, la fiducia, il consiglio, la generosità, la preghiera. La sua teologia politica, che ricavava da Antonio Rosmini: ciò che la politica deve essere, prima di ciò che la politica deve fare. 

C’è una istantanea di don Gastone, che sorride mentre dà il calcio a un pallone. Era in qualche oratorio, forse si trovava a passare per caso mentre dei ragazzi giocavano, ma per un attimo si immedesima in loro. Non era il vescovo al quale bisognava dire eccellenza, era latmosfera leggera del luogo di riunione concepito da San Filippo Neri, insieme occasione di svago e palestra per ciò che di impegnativo sarà la vita.

Il maggiore rimpianto di don Gastone riguarda i giovani: saper entrare in relazione con loro, vederli presenti alle iniziative che prendeva. Se un compito la sua storia ci assegna, è quello di riuscire a coinvolgerli in una visione della società luminosa, libera dai condizionamenti, daglisbandamenti, dagli eccessi, e talvolta gli orrori che riempiono le cronache. Ogni progetto educativo e di partecipazione giovanile non può che partire da qui.  

Sarà una festa la sera di giovedì 14 settembre a Prato, la presentazione nel Chiostro di San Domenico del libro su don Gastone, con il vescovo Giovanni Nerbini, il sindaco Matteo Biffoni, Marco Tarquinio. Ci saremo a ricordarlo, tanti di noi.

[Testo qui riproposto per gentile concessione dellautore e di Toscana Oggi]

Centro, una feconda esplorazione oltre la destra e la sinistra.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Adesso è necessario ed indispensabile ricostruire il Centro. O meglio, un Centro politico che esplori assiduamente nuove vie e lo faccia in modo fecondo. Dopo troppi anni caratterizzati dal populismo anti politico, demagogico e qualunquista dei 5 stelle; dopo la persistenza di un bipolarismo selvaggioinnaturale ed anacronistico che non centra nulla con la democrazia dellalternanza e dopo una pesante ed insopportabile radicalizzazione della lotta politica e polarizzazione ideologica, un Centro quasi si impone. E bene ha fatto Matteo Renzi a lanciare in mare aperto la zattera del Centro in vista delle ormai prossime elezioni europee.

Un Centro che, come già abbiamo evidenziato e sottolineato più volte, dovrà essere necessariamente plurale, autenticamente democratico, sinceramente riformista e veramente di governo. Ma, soprattutto, dovrà essere un Centro che non guarda, almeno per il momento, nè a destra e nè a sinistra. Ma, semmai, un Centro che – sempre per il momento – guarda al Centro. E questo per una motivazione persin troppo semplice da ricordare. E cioè, sia lattuale destra, ancora fortemente e marcatamente sovranista e sia lattuale sinistra, smaccatamente populista, massimalista e radicale, non possono essere gli schieramenti naturali per stringere accordi politici e programmatici con il Centro. E il decollo del Centro deve coltivare proprio lobiettivo di scardinare questo bipolarismo che è sempre più simile ad una sorta di opposti estremismi.

Solo in quel momento, come credo sostiene anche lo stesso Renzi, sarà possibile verificare la possibilità di affrontare seriamente il capitolo delle alleanze in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Perché la vera scommessa del Centro, della politica di centroe di una sfida autenticamente riformista e democratica, è proprio quella di scardinare questo assetto politico. Una operazione indubbiamente difficile ma che resta affascinante e del tutto percorribile e praticabile per la semplice ragione che la politica in Italia, a prescindere dalla composizione dei vari schieramenti in campo, si è sempre giocata al Centro. Detto con altre parole, si è sempre governato dal centroe al centro. Come, puntualmente, sta capitando con il Governo a guida Giorgia Meloni.

Un Centro che in questi ultimi anni, dopo la fine del Ppi, della Margherita, dellUdc e della prima esperienza di Forza Italia, non ha più avuto una reale rappresentanza politica, culturale ed istituzionale. E, non a caso, segmenti sempre più massicci di elettorato non si sono più recati alle urne per la semplice ragione che non si riconoscevano più nellattuale assetto politico italiano.

Ecco perché lofferta, oggi, di una politica di centropuò cogliere nel segno e centrare lobiettivo. Purché, rispetto anche ad un passato da rispettare e, comunque sia, da cui dobbiamo sempre imparare, non si schieri supinamente sullattuale destra e sullattuale sinistra. E questo perchè, nellun come nellaltro caso, andrebbe dritto verso il suo ennesimo fallimento politico, culturale, programmatico e anche elettorale.

Italiano, una lingua viva grazie in particolare a Papa Francesco.

Per la diffusione dellitaliano dobbiamo ringraziare il Santo Padre, che di lingua madre è spagnolo. Potrebbe usare , in qualità di Capo di Stato di uno Stato sovrano la lingua ufficiale dello Stato cioè il latino ma indubbiamente il latino parlato avrebbe una qualche difficoltà ad avere esperti di traduzione simultanea e forse nessun giornalista accreditato in questa lingua. Anche se una possibile scenetta di conferenza stampa in latino desterebbe un interesse straordinario sui social e chissà come riflesso anche un rinnovato interesse per questa lingua  morta (e non lo è fintanto che uno Stato riconosciuto la usa come lingua ufficiale).

Dunque a Papa Francesco dobbiamo dire un doppio grazie: per aver mantenuto in vita la nostra lingua nonna e per continuare ostinatamente in direzione contraria, direbbe il poeta, ad usare litaliano in tutte le occasioni pubbliche. E questo per noi italiani che ormai utilizziamo nelle nostre conversazioni una sorta ital-english che su una struttura lessicale italiana mette vocaboli inglesi, è uno smacco bello forte. Primo perché Papa Francesco parla italiano e non ital-english come fanno molti nostri politici, giornalisti, professionisti e financo insegnanti, e così facendo resta talvolta difficile pure a noi di madre lingua italiana capire le Sue omelie. Il perché è presto detto: abbiamo in testa nellarea del linguaggio , una tale confusione di vocaboli che fare una frase completa nella tua lingua madre diventa impresa ardua se non ti ricordi più i vocaboli italiani e ricorri a i vocaboli english che pensi siano tuoi ma non lo sono. Il guazzabuglio che ne viene fuori non solo può essere divertente da sentire ma confonde la proprietà di linguaggio a tal punto che mentre parli non sai più in che lingua stai parlando. Che dire poi dellinsegnamento della lingua a scuola; siccome non è più la lingua parlata, litaliano con tutto il suo bagaglio di grammatica e lessico è ora la lingua morta che si insegna a scuola. Se portassimo, giusto per giocare un poe anche per riflettere, la domenica mattina in Piazza San Pietro, anche la breve omelia del Santo Padre non sarebbe facile da comprendere per i giovanissimi. Lasciamo il compito ai familiari per la traduzione simultanea.

Secondo punto a favore del Santo Padre. Costringe i media a conoscere litaliano, mentre tutti sulla scena mondiale si esprimono in inglese qualunque sia la lingua madre, ad eccezione dei cinesi e dei russi che per linglese hanno una certa avversione. È non è cosa di poco conto, perché litaliano non è un lingua facile da imparare. Per noi è facile quasi non c’è ne accorgiamo ma è una selva di coniugazioni, preposizioni, tempi verbali, lessico e sintassi, costruzione delle frasi,  che richiede un certo impegno anche solo per arrivare al livello A2 (1.000 vocaboli e conversazione di base). Con sconforto è anche vero che i nostri giovanissimi ci arrivano con difficoltà a questo livello A2  e la colpa è anche del non uso pubblico della lingua madre.

Perché dunque difronte ad un così alto esempio, i rappresentanti delle nostre Istituzioni si ostinano a parlare in inglese, quale gesto di cortesia verso linterlocutore e dimostrare una internazionalità che invero va dimostrata con altri modi (per esempio conoscendo bene i trattati internazionali e la storia mondiale) e non unicamente conoscendo la lingua più diffusa? Sta anche a loro la responsabilità è lonere di parlare italiano. Questo risentire pubblicamente parlare italiano non solo ci dovrebbe inorgoglire ma anche spronare a riprendere lattenzione per la lingua con la quale pensiamo e argomentiamo le nostre idee e comunichiamo i nostri sentimenti, nonché con un grande salto anche la nostra letteratura, togliendola in parte dalla teca degli insegnamenti della scuola e riportandola tra di noi, nel quotidiano, perché la cultura di un popolo si vede anche dalla cura che lo stesso dedica alla sua lingua madre. Il grazie al Santo Padre vale doppio.

Torri Gemelle, altri due nomi alle vittime dell’11 settembre.

Foto di WikiImages da Pixabay

A 22 anni dagli attacchi jihadisti dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti, i resti di due vittime uccise nelle torri del World Trade Center a New York potrebbero essere identificati utilizzando il test del dna. Lo hanno annunciato le autorità in vista di una nuova commemorazione.

Le identità delle due vittime, un uomo e una donna, non sono state rese pubbliche su richiesta delle famiglie. Portano a 1.649 il numero delle persone i cui resti sono stati identificati, su un totale di 2.753 morti dopo che un commando di al Qaida lanciò due aerei di linea contro le Torri Gemelle di Manhattan: lo ha reso noto l’ufficio medico legale di New York (Ocme).

“Ci auguriamo che queste nuove identificazioni portino un po’ di conforto alle famiglie delle vittime, e che gli sforzi dell’Ufficio del capo medico legale dimostrino l’incrollabile impegno della città nel riunire tutte le vittime del World Trade Center con i loro cari”, ha affermato il sindaco della città, il democratico Eric Adams, ha detto in una dichiarazione.

Non è stato ancora possibile identificare 1.104 vittime, e le ultime due identificazioni risalgono al 2021. Quando la torre sud, poi quella nord, del World Trade Center, crollarono dopo l’attacco, la violenza del diluvio di fuoco, di acciaio e polvere fu tale che non fu mai trovata alcuna traccia di dna per centinaia di morti.

Le due nuove identificazioni sono state rese possibili grazie alla “tecnologia di sequenziamento di nuova generazione recentemente adottata, più sensibile e più veloce delle tecniche convenzionali del dna” e utilizzata in particolare dalle forze armate statunitensi, ha spiegato l’Ocme.

Gli attentati sono commemorati ogni anno a New York con cerimonie ufficiali, come avverrà lunedì. In totale, i jihadisti hanno dirottato quattro aerei, due dei quali hanno colpito le torri del World Trade Center, uno ha fatto a pezzi una parte del Pentagono vicino a Washington e un altro si è schiantato in una zona boschiva di Shanksville, in Pennsylvania. Questi attacchi, i più mortali della storia, hanno provocato la morte di 2.977 persone.

Fonte: Askanews

Nel blu dipinto di blu, dove aleggia Azione e la politica di Calenda.

A leggere Calenda simpara a capire Calenda. Oggi sul Foglio inanella velocemente idee, propositi, congetture, ma anche spropositi. Gli piace, ad esempio, disonorare il prossimo evocando Forlani, perché s’è capito che a lui Forlani non piace. Per farlo capire, e forse anche per acquisire meriti di fronte alla giuria per il Gran Premio dellintelligenza sprecata, non bada a un obbligo di misura, se così si può dire, come pure esigerebbe lonesto confronto delle idee. Allora lo sproposito consiste nel vagheggiare una somiglianza della prudente Meloni di governo, ben diversa dallagitata leader dellopposizione radicale di destra, con il politico democristiano scomparso proprio di recente, identificato con il male assoluto della prudenza secondo la teologia repubblicana di Calenda.

In realtà, lo stile delluomo è nel suo essere spiacente anche a se stesso. Costruisce monumenti alla serietà, ma poi scivola sulla mancanza di serietà: cosaltro significa candidarsi a Sindaco di Roma e subito dopo, a scorno di un obbligo di serietà di fronte allelettorato, fuggire dal Campidoglio per una evidente mancanza damore verso la propria città? Meglio dedicarsi al qualunquistico gioco della esagerazione nella dialettica tra politica senza qualità e lampeggianti scenari di bene. Per questo tra lui e Renzi non c’è partita: vince per automatico riconoscimento della propria aderenza alla politica di qualità, ovvero a quella politica che normalmente si colloca altrove, lontano da noi, nel blu dipinto di blu. Calenda è il monumento a se stesso.

Ecco pertanto la formula che illumina tutto. Cosa propone al popolo italiano? Risposta: Un grande partito repubblicano, non banalmente centrista ma riformatore, che compete nellarea afferente a Renew insieme, spero, agli amici liberaldemocratici e a quelli di +Europa. E finalmente dai radar di questo progetto spariscono i popolari, evidentemente rialloccati nellambito del centrismo banale o  di scarsa fedeltà al riformismo à la Calendà.

Rimane il discorso su Draghi. Qui si va sul velluto, perché Draghi val bene una messa, anzi due, forse anche tre. Può fare tutto e Calenda, diligentemente, lo candida a tutto. In Italia può prendere il posto di Mattarella, in Europa quello di Ursula von der Leyen. È un menù variegato, basta che il popolo si decida una volta per tutte, dando a Calenda la bacchetta del direttore dorchestra. Bisogna solo affidarsi, anche a dispetto della realtà e del buon senso, perché Calendabisogna capirlo. Questa è la vera parola dordine, questa la scommessa vincente.

P.S. Evviva Forlani

Giuseppe Castellano, una vita tra il 25 Luglio e l’8 Settembre.

Mercoledì 8 Settembre di 80 anni fa 1943 alle 18,30 ora italiana, da Radio Algeri Dwight David Eisenhower, detto Ike, allora Comandante in capo delle Forze Americane in Europa, comunica in inglese che lItalia aveva raggiunto con le Forze Alleate larmistizio (in linguaggio americano: resa incondizionata; come da documenti firmati).

Alle 19,42 Badoglio lo comunica agli italiani dai microfoni dellEIAR. La resa incondizionata era stata firmata il 3 Settembre dal Generale Giuseppe Castellano per lItalia e da Eisenhower per le Forze Alleate. Gli Alleati poi, dopo la firma, trattenneroin Sicilia Castellano, mentre permisero agli altri della delegazione italiana di tornare a casa. Castellano fu poi inviato ad Algeri in una sorta di capo della missione italianapresso il Comando Alleato del Mediterraneo, e gli fu concesso di rientrare in Italia solo a metà Agosto del 1944.

Castellano era stato il promotore dellorganizzazione dellarresto di Mussolini a Villa Savoia la sera del 25 Luglio, con una autoambulanza e cinquanta carabinieri.

Dallorganizzazione dellarresto (il Re era pronto con una pistola nascosta; hai visto mai), alle decisioni di contattare, trattare e risolversi con gli Alleati, la condizione in cui operarono Sovrano, Generali e diplomatici intorno a Badoglio richiederebbe il racconto di un secondo Manzoni e un promessi sposi 2.

Già cera disaccordo nei vertici Alleati; alcuni volevano una capitolazione militare e non concedere nulla allItalia. Ma naturalmente si tratta di una sottolineatura insignificante rispetto al modo rocambolesco in cui gestirono (gestirono? tirarono avanti, ecco) le cose i vertici che si rapportavano ognuno per quel che sapeva e poteva a Badoglio.

Castellano non parlava neanche mezza parola di inglese ma gli fu delegata (dal Consiglio della Corona e da amici in armi, sia veri sia invidiosi) la trattativa con gli Alleati, che iniziò ad Agosto a Lisbona con lAmbasciatore britannico. Lì Castellano aveva anche linterprete, che poi portò con sé a Cassibile.  Ci andò in treno e ci mise tre giorni ad andare e tre a tornare. Il tempo passò anche così… . Visto che poi non si sapeva se stava arrivando o meno a Lisbona , e gli Alleati fremevano, lItalia inviò in successione altri due emissari e così gli Anglo-Americani se ne trovarono tre.

Nelle trattative lItalia chiese un appoggio di rinforzo alleato per la difesa di Roma, appunto per l8 Settembre, temendo reazioni tedesche; in pratica si sarebbero dovuti paracadutare gli americani dell82ma Divisione, gli _All Americans_. Loperazione venne però annullata quando il Generale Maxwell Taylor, che allora era il Vicecomandante della Divisione, inviato in missione a Roma nella notte dal 7 all8 Settembre, si trovò dinnanzi la disorganizzazione italiana. (Il Generale Carboni gli aveva detto c’è tempo, tanto la comunicazione è per il 12 Settembre, e il Capo di Stato Maggiore dellEsercito, il Generale Ambrosio, era irreperibile [era in visita al figlio a Pinerolo].)

Taylor chiese di vedere Badoglio, il quale dopo averlo fatto attendere lungamente in anticamera della sua abitazione personale (Badoglio era restio a farsi svegliare la notte) lo scongiurò di rimandare larmistizio ma soprattutto sintese di ridiscutere lì per lì in vestaglia i luoghi dellaviosbarco.

Era ormai da Agosto che gli Alleati, su questo compatti, avevano accresciuto e di molto le loro iniziali riserve sullaffidabilità italiana nel rappresentare con un margine stabile di serietà la posizione del Paese sull’armistizio (figuriamoci trovare Badoglio a dormire…).

Daltra parte tutta la trattativa di Castellano fu autorizzata in svariato modo, in parte per iscritto in parte con dialoghi di diversi poteri ed altalenanti concordanze, a cui lui dovette porre rimedio mettendoci tutta la sua buona volontà, e prendendosi anche rischiose responsabilità.

Ma Castellano, pratese di origini siciliane, veniva dallarresto di Mussolini dentro la Casa del Re, e quindi alla fine si prese, anche in durevoli rapporti amicali post bellici, tutta la comprensione e la stima (possibile) di Eisenhower.

Per avere presente da dove viene in maniera decisiva il Paese.

G20 India, specchio del mondo che cambia: lo storico ingresso dell’Unione Africana

Il G20 che si è aperto oggi in India è il primo ospitato in questo immenso Paese che i nazionalisti hindù del Partito del Popolo (Bharatiya Janata Party) del premier Narendra Modi vorrebbero ribattezzare Bharat, il nome dell’India in diverse lingue parlate nel subcontinente indiano.

Sul summit in corso a Nuova Delhi si rispecchiano le principali questioni aperte dell’agenda internazionale. Esso cade in una fase in cui si può notare un certo contrasto fra l’attivismo economico e diplomatico del gruppo BRICS e le fisiologiche difficoltà delle democrazie americana e dell’Unione Europea, che si trovano nell’anno finale dei mandati dei rispettivi organismi elettivi, a definire adeguate strategie verso le nuove sfide globali.

Il G20 è di fatto diventato il principale formato di dialogo fra i protagonisti del nuovo ordine multipolare. Al suo interno l’Occidente continua ad esser ben rappresentato con dieci membri a pieno titolo – i Paesi G7 più Australia, Corea del Sud e Unione Europea – ma è cresciuto il peso dei BRICS. In seguito all’allargamento del Coordinamento ad Argentina ed Arabia Saudita, deciso il mese scoso a Johannesburg, infatti, i Paesi BRICS in seno al G20 sono passati da cinque a sette. E dei restanti tre membri del G20, Indonesia e Messico sono Paesi interessati a una futura adesione ai BRICS e la Turchia pur essendo nella Nato, è maestra di multiallineamento.

Un siffatto equilibrio ha impedito agli Stati Uniti e loro alleati, di ottenere che l’Ucraina fosse invitata al vertice di Nuova Delhi. Non solo, ma l’assenza del presidente cinese Xi Jinping sembra quasi solidarizzare con l’assenza forzata del presidente russo Putin, cui è stata inflitta l’umiliazione, una volta riservata a dittatorelli balcanici o africani, del mandato di cattura della Corte Penale Internazionale,

Per il Paese ospitante il vertice G20 cade in una fase in cui all’India nulla sembra precluso. Potenza spaziale, con il recente successo della missione dell’ISRO sulla Luna, già terza economia al mondo per Pil a parità di potere d’acquisto e proiettata a diventarlo per Pil verso fine decennio. Il Paese più popoloso del mondo, un nuovo grande attore globale, come rilevava su queste colonne Enrico Farinone il 4 settembre scorso, vuole dimostrare al mondo di esser maturo per ottenere un posto come membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che per ragioni oggettive appare difficilmente negabile nel quadro di un più ampio aggiornamento delle istituzioni globali alla mutata realtà globale.

Ma questo vertice che appare bloccato sulle questioni della sicurezza globale, ha trovato l’unanimità sul riconoscimento del ruolo dell’Africa, in verità più per la spinta esercitata dai Paesi BRICS e da alcuni Paesi G7, tra cui il nostro. È atteso per oggi, infatti, lo storico annuncio dell’ingresso dell’Unione Africana come membro permanente a pieno titolo nel G20. Come l’Unione Europea, sinora l’unica organizzazione regionale che ne faceva parte, mentre le altre partecipano al livello di invitate. Una decisione che certifica il riconoscimento del continente africano come grande protagonista della politica globale, al quale va riconosciuta una rapprentanza adeguata anche negli altri organismi internazionali. Una ragione in più per il nostro Paese, e per l’Ue, per proseguire nel rafforzamento delle relazioni con l’Africa, sui dossier bilaterali come su quelli globali.

 

La Voce del Popolo | Ustica, la democrazia convive con il mistero?

Alcuni anni fa, rispondendo a uninterrogazione parlamentare su uno dei tanti (sanguinosi) misteri italiani, Giuliano Amato commentò che in questi casi le domande sono sempre più affascinanti delle risposte. È probabile che a maggior ragione se lo sia ripetuto in questi giorni, dopo aver puntato il dito contro la Francia rievocando la strage di Ustica. Unuscita che ha sollevato una piccola onda di sospetti nei suoi confronti inducendolo poi a minimizzare le sue stesse rivelazioni.

Ora, chi scrive non ha elementi né per suffragare la tesi di Amato né per contestare la sua ricostruzione. La gran parte degli indizi punta effettivamente in quella direzione, ma se a 43 anni di distanza non s’è ancora raggiunta una certezza è segno che la controversia è destinata a proseguire. E con essa un certo alone di mistero, lennesimo, che vela la ricerca della verità sui nostri anni più torbidi e più sanguinosi.

La domanda che dobbiamo porci è se una democrazia degna del nome può convivere con quel mistero. E la risposta, purtroppo, è meno ovvia di quel che si vorrebbe. Dato che col passare degli anni le cose si ingarbugliano, e se una risposta non si trova sulle prime diventa sempre più difficile trovarla dopo.

Non possiamo rassegnarci a non sapere, è ovvio. Ma il processo che conduce verso verità incontrovertibili è sempre lastricato di sospetti, doppiezze e tentativi di de- pistaggio. Così, continuiamo a indagare le ombre della nostra storia repubblicana. Sapendo che una Repubblica ha soprattutto bisogno di luce.

Fonte: La Voce del Popolo – 7 settembre 2023

[Articolo riproposto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia]

Il Centro faccia tesoro della visione di Draghi

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

L’ultimo intervento pubblico di Mario Draghi, questa volta sulle colonne dell’Economist, esprime una visione lucida e puntuale su ciò che l’Unione Europea deve affrontare, se vuole mantenere in futuro il livello di sviluppo raggiunto e esercitare un ruolo significativo a livello globale.

Un contributo, quello di Draghi, tanto più importante, perché cade in una fase di fine mandato delle istituzioni europee, purtroppo segnata da tentazioni di un illusorio ritorno all’Europa ordoliberista pre-Covid, sul versante economico, e pre-guerra sul versante geopolitico, e in generale segnata da una tendenza a fare come se tempi nuovi non fossero arrivati.

Perché l’articolo di Draghi dell’altro ieri, come già i suoi due ultimi interventi dagli Stati Uniti, ruota attorno al tema di quali siano le misure più idonee e necessarie per garantire la tenuta del sistema Europa nell’attuale nuovo contesto geopolitico.. E la sua proposta costituisce un invito a fare insieme, secondo il più genuino principio di sussidiarietà, caro alla tradizione del popolarismo, ciò che fatto da soli, da ogni singolo Paese europeo, sarebbe inadeguato alle sfide dell’ambiente, dell’innovazione, della sicurezza e di rendere l’Ue uno dei poli del mondo multipolare. In questa prospettiva rientra il superamento del tabù dei trasferimenti fiscali all’interno della zona Euro, addirittura come condizione per il futuro della moneta comune.

E rientra la presa di coscienza,  necessaria e urgente, che quelli che sono stati i pilastri della prosperità e della sicurezza per l’Europa non si possono ora dare più per scontati, nel campo della sicurezza, del commercio internazionale, dell’energia. E che pertanto serve una iniziativa comune e unitaria come UE e non più solo come singoli stati, la sola che garantisca la massa critica necessaria all’Europa a stare al livello di giganti del nostro tempo come l’Unione Africana, l’India insieme a Stati Uniti, Russia, Cina..

Ora, il Centro che si sta organizzando come lista unitaria per le prossime elezioni europee, proprio perché intrinsecamente si pone oltre la sterile contrapposizione destra-sinistra, è l’area politica che sembra più attrezzata a elaborare una proposta, capace di affrontare le questioni cruciali attinenti al futuro e alla stessa sopravvivenza dell’Europa, che Mario Draghi va ponendo nel dibattito internazionale. Una prova di ciò la si è avuta anche da come il leader del Centro – benché non certo unica sua espressione – Matteo Renzi, ha posto il tema dell’Europa in occasione della recente presentazione della sua candidatura al parlamento europeo: l’Ue o cambia o rischia di saltare. E con il linguaggio diretto che lo contraddistingue, ha richiamato come monito per l’Europa il detto secondo cui in geopolitica chi non è seduto al tavolo, finisce nel menù.

Allora, il compito che si pone per tutte le forze che stanno concorrendo alla formazione della lista Il Centro, tra cui Popolari Uniti – Tempi Nuovi, credo sia quello di saper passare dai suddetti slogan, usati da Renzi, a una diversa narrazione, capace di parlare ai vari strati sociali, (specialmente a quelli medio-bassi, che più sperimentano il declino dell’Europa), incentrata sulla necessità di una nuova strategia per l’Europa, di un suo nuovo modo di porsi al suo interno e nei confronti del mondo, nella consapevolezza che i principali fattori che hanno permesso i livelli di benessere degli scorsi decenni stanno venendo meno e che serve  mettere in campo un’iniziativa adeguata in questo passaggio storico, per definire le condizioni di una possibile nuova fase di sviluppo.

Campidoglio, assessore Onorato contro ministra Santanchè sulla giungla degli affitti turistici.

Foto di Andrea Spallanzani da Pixabay
Foto di Andrea Spallanzani da Pixabay

Il Ddl della Santanchè non risolve nulla. È gravissimo che il Governo si ostini a non riconoscere alle amministrazioni comunali democraticamente elette il diritto di decidere in quali zone limitare le nuove aperture. È sotto gli occhi di tutti che i centri storici siano diventati sempre più dei villaggi vacanze senza regole e senza anima. Con i residenti costretti a trasferirsi altrove e i visitatori italiani e stranieri che non hanno certezze sulla qualità e sulla regolarità delle strutture ricettive.

Così si è espresso a caldo Alessandro Onorato, Assessore di Roma Capitale a Grandi eventi, Sport, Turismo e Moda. Noto per aver fronteggiato quasi bullescamente la dura reprimenda dalla sovrintendente Alfonsina Russo a seguito del concerto in piena estate di Trevis Scott al Circo Massimo, per il quale non sarebbero state rispettate le prescrizioni in materia di decibel e comportamento del pubblico, stavolta lassessore civicoha deciso di fare la faccia feroce contro la ministra del Turismo.

Il limite minimo delle due notti – secondo Onorato – non cambia nulla per Roma dove la permanenza media è di 2,4 notti. Manca inoltre il collegamento con gli esiti dell’istruttoria delle CIA e delle SCIA effettuata dai Comuni, che sono ad oggi gli unici enti pubblici che rilasciano le autorizzazioni e fanno i controlli. Il codice unico nazionale Cin che il Governo Meloni vuole istituire è inadeguato e rischia di innescare un corto circuito con i comuni. Non è chiaro infatti con quali criteri il Ministero provvederà all’assegnazione, vista soprattutto l’assenza di un confronto diretto con le amministrazioni comunali.

La polemica potrebbe avere risvolti interessanti qualora riuscisse ad innescare un confronto più serrato sulla salvaguardia della cosiddettà città storica, per evitarne la trasformazione in un caotico albergo diffuso. Il Campidoglio deve fare la sua parte, dando il profilo adeguato a una politica che invece è apparsa finora timida e contraddittoria, senza lausilio di una strategia urbanistica coerente.  

Italiani sereni e consapevoli ma più poveri nei dati della Coop.

I futuri possibili sono molti, tanti. È un futuro multiplo quello che abbiamo davanti in cui una innumerevole quantità di varianti si possono mescolare e deviare il corso della storia di ciascuno di noi, di un Paese e di tutto il mondo. Albino Russo, direttore generale di Coop Italia, apre così la presentazione del Rapporto Coop 2023, uno squarcio sulle prospettive e le aspettative degli italiani sul futuro, a cominciare dai consumi.

Esaurita l’esuberante crescita postpandemica del 2021 e del 2022, l`economia italiana perde la spinta dei consumi che, a dispetto dell`inflazione e solo grazie al sostegno dei risparmi e del credito al consumo (dopo 11 anni tornano a calare i depositi e sale il ricorso al credito al consumo), hanno sostenuto il Pil nella prima parte dell`anno. Ma nei prossimi mesi le intenzioni di spesa degli italiani fanno segnare una brusca inversione di rotta: il 36% intendono ridurre i consumi al netto dell’inflazione. “È vero che l’11% pensa di aumentarli – osserva Russo – ma il saldo è drammatico.

Anche i segnali che arrivano dallo scenario internazionale, dalla produzione industriale e dal mercato del lavoro fanno prevedere un Pil 2023 solo marginalmente positivo (+0,6% per i manager intervistati). Una debole intonazione positiva che si potrà protrarre anche nel 2024, e scongiurare invece una possibile recessione, solo a patto, avverte il Rapporto, di una manovra di bilancio equilibrata e soprattutto di compiuto utilizzo dei fondi Pnrr: la più grande iniezione di risorse nella nostra economia dagli anni Ottanta tale da impattare sul Pil per oltre 3 punti percentuali da qui al 2026.

Le prospettive sono poi appesantite dall`eccezionale crescita dell`inflazione che solo negli ultimi 2 anni ha abbattuto il potere d`acquisto in una misura pari a 6.700 euro procapite e, secondo l`80% dei manager intervistati, bisognerà aspettare almeno il 2025 prima che la crescita dei prezzi torni ai livelli pre-pandemici.

Il quadro economico globale è molto difficile e incerto – ha avvertito Marco Pedroni, presidente di Ancc Coop – non si tratta di superare la nottata ma è uno scenario che rimanda a mutamenti molto profondi. Ai prezzi di prima non torneremo perché alcuni trend avranno un andamento duraturo ma possiamo lavorare per abbassarli, però non torneremo ai prezzi del 2019.

E se gli italiani si dicono sereni e consapevoli, certamente sono più poveri. Lo dimostra il calo delle compravendite immobiliari (-14,5% 2023 su 2022 e in prospettiva sul 2024 -4%), la riduzione degli acquisti di auto nuove, la caduta degli acquisti di beni tecnologici. Un dato per tutti: negli ultimi 12 mesi le vendite di smartphone nuovi si sono ridotte del 10%, parliamo di oltre 1,3 mln di telefoni venduti in meno. In uno sforzo di sopravvivenza – e forse di sostenibilità – l`usato o il ricondizionato sostituiscono il nuovo (sono 33 milioni gli italiani che nell`anno passato hanno venduto o acquistato beni usati). E, dopo aver riguadagnato nel primo semestre i livelli prepandemici, gli italiani si sono ancora concessi pranzi e cene con estrema oculatezza durante lestate, ma, passeranno nuovamente l`autunno in casa (il 51% dichiara di ridurre il numero di occasioni conviviali fuori casa nei prossimi 12/18 mesi).

Questo impone un cambiamento nella scelte d’acquisto degli italiani: si vira sempre di più verso la marca del distributore che interpreta meglio lesigenza del mercato, coglie lo sforzo del Paese di difendere la qualità trovando compatibilità con le proprie disponibilità economiche ha sottolineato Russo, e soprattutto si opta per il discount che ha visto crescere più del resto della gdo (Grande Distribuzione Organizzata) i prezzi e oggi si candida a dare la risposta più forte al pezzo dell’Italia che ha bisogno di trovare nuove soluzioni per arrivare a fine mese. Cinque milioni di famiglie hanno ridotto gli sprechi, hanno scelto la marca del distributore, hanno cambiato canale di vendita – ha ribadito Maura Latini, presidente di Coop Italia – è vero che linflazione è stata più alta per discount ma noi siamo molto preoccupati perché un dato significativo degli ultimi 2 mesi è che i discount hanno arrestato la perdita di volumi: il solo mese di agosto ha visto un -0,2% totale di volumi contro un +1,7% del discount. Sul fronte della mdd (Marca del Distributore) anche Coop registra una crescita: Noi siamo cresciuti tra i 4-5 punti a volume – ha detto – ormai siamo al 70% dei prodotti a mdd che porteremo nei nostri punti vendita e i riscontri sono positivi: laddove ci sono nel mercato categorie che vanno male noi registriamo una tenuta o una crescita.

Fonte: Askanews

La politica incontra il movimento, il Centro è dentro questa novità.

È inutile nasconderci dietro un dito. Il progetto lanciato da Matteo Renzi è destinato a smuovere, e pesantemente, le acque della e nella politica italiana. E non solo perché copre un segmento sociale, culturale e valoriale da ormai troppo tempo senza una adeguata e pertinente rappresentanza politica, organizzativa ed istituzionale. Ma anche perché la stagione della radicalizzazione della lotta politica e della polarizzazione ideologica – entrambe categorie molto care al nuovo corso del Pd di Elly Schlein e della Lega di Salvini – non può diventare la cornice migliore entro la quale si articola il dibattito politico nel nostro paese. Era inevitabile che, prima o poi, questa stanca rendita di posizione da un lato, e la volontà di conservare lo status quo dallaltro, doveva saltare. E le reazioni sguaiate dei vari Gasparri al decollo del progetto politico di Centro, conferma, appunto, questo assunto.

Ora, è di tutta evidenza che il Centro non può continuare ad essere interpretato e gestito da chi culturalmente, politicamente e storicamente è distinto e distante da quel metodo e da quella sensibilità. Perché, prima o poi, viene semplicemente smascherato dalla realtà. Cosa che, puntualmente, sta capitando nellattuale fase politica italiana. E, dallaltro, è altrettanto evidente che il nuovo Centro non potrà che essere effettivamente ed organicamente plurale. Cioè deve ritornare ad essere un luogo politico, e culturale, dove trovano casa e cittadinanza tutti quei filoni ideali e quelle esperienze politiche che sono riconducibili alla prassi e al mondo centrista.

Ed è lungo questo solco che molti, e giustamente, parlano di un progetto simil Margherita. Cioè di un partito che, seppur aggiornato e profondamente rivisto rispetto alla vecchia esperienza della Margherita, ne sappia però recuperare il profilo politico, la vocazione riformista e anche e soprattutto il modello organizzativo. Ovvero, una leadership politica nazionale riconosciuta ma affiancata, al contempo, da una leadership diffusa a livello territoriale e culturale che sia in grado di rappresentare autenticamente i diversi filoni ideali che storicamente sono distinti e distanti da qualsiasi radicalizzazione politica e polarizzazione ideologica e che ha una predisposizione naturale a praticare la cosiddetta politica di centro.

È persin inutile ricordare, infine, che il progetto del Centro segna un potenziale ritorno politico, e protagonistico, dellintera area popolare, cattolico democratico e cattolico sociale del nostro paese. Unarea che ha, oggi, la concreta possibilità per uscire definitivamente da quellanonimato e da quel gregariato in cui ormai da troppo tempo è confinata. Tra la sterile ed improduttiva testimonianza di chi immagina di dar vita a partiti e partitini destinati, come da copione, ad essere una galleria di fallimenti politici ed elettorali a chi continua a nascondersi in partiti che hanno nel frattempo modificato la propria ragione socialecome il Pd della Schlein, forse è decisamente più utile, ed indispensabile, prendere atto che si apre – finalmente – una nuova fase politica nel nostro paese. Anche e soprattutto per larea popolare e cattolico sociale. Certo, molto dipende dai suoi protagonisti e dalla rete diffusa, radicata e ramificata a livello territoriale. E un movimento come Tempi Nuovi-Popolari unitipuò, al riguardo, svolgere un ruolo determinante, ed itinerante, anche per altri soggetti e realtà che coltivano lobiettivo di ricostruire un Centro dinamico, riformista, plurale e di governo.

Per una risposta positiva all’invito di Renzi

Con alcuni amici di area democratico cristiana e popolare è da tempo che perseguiamo il progetto di un centro nuovo della politica italiana che intendevamo dovesse essere: ampio, plurale, democratico, popolare, liberale, riformista, euro-atlantista, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e distinto e distante dalla sinistra che, con la segreteria Schlein, ha assunto il carattere di un partito radicale di massa.

Era questo lobiettivo specifico della Federazione dei DC e Popolari che, guidata con grande passione dallOn.Giuseppe Gargani, non è riuscita a realizzarlo, per il venir meno delladesione di alcuni autorevoli amici; chi, per la più sicura collocazione nellarea della destra, come lOn.Rotondi, chi, più legato alla propria realtà organizzativa della DC, come lamico Grassi che, alla fine, ha consegnato la guida di quel partito al più attrezzato Totò Cuffaro, con lo spostamento definitivo a destra anche di quellesperienza politica avviata insieme agli Onn. Silvio Lega, Luciano Faraguti, Clelio Darida e altri nel 2012.

È continuata, così, la lunga Demodissea della diaspora democratico cristiana esplosa dopo la fine del partito storico dello scudo crociato, che era stato larchitrave per quasi cinquantanni della democrazia italiana. Edi questi giorni lannuncio del sen Matteo Renzi di avviare il progetto di una lista di Centro, alternativa alla destra e alla sinistra, per chiedere il consenso alle prossime elezioni europee.

Confesso che in questi anni sono state molte le ragioni di dissenso con il giovane leader di Rignano sullArno. La più importante, quella che ci portò a organizzare il Comitato dei Popolari per il NO alla deforma costituzionale; comitato con il quale offrimmo un buon contributo alla difesa della nostra Costituzione. Ora, però, ci troviamo di fronte a un fatto nuovo e interessante della vita politica italiana. Consumata lunità di Italia Viva con Azione, un aggregato che avrebbe dovuto tenere insieme il partito di Renzi con quello di Calenda, entrambi caratterizzati da mutevoli e disinvolti atteggiamenti politico programmatici, Renzi ha annunciato un nuovo inizio. Lunità del duo Calenda-Renzi non poteva durare, stante le diverse culture politiche di provenienza. Il primo, Renzi, figlio di una tradizione cattolico democratica, sostenuta da una giovanile esperienza ciellina, mentre il secondo, Calenda, aspirante interprete di un azionismo dantan che, con le sue disinvolte piroette, aveva finito con lassumere piuttosto il carattere di un azionismo de noantri, impregnato di una sistematica velleitaria idiosincrasia democristiana. Unalleanza, insomma che, al di là degli immediati interessi organizzativo parlamentari, si è conclusa con un fallimento.

Alle elezioni europee varrà la legge elettorale proporzionale, una condizione che permette, da un lato, alle diverse culture politiche presenti nella realtà italiana di contarsi, e, dallaltra, con lo sbarramento al 4%, di favorire liste ampie di candidati che possano ragionevolmente concorrere al superamento di quel traguardo.

Allannuncio di Renzi dellavvio del suo centro, ho espresso il mio interesse al progetto che, tuttavia, richiede alcuni chiarimenti di fondo, tenendo presente che noi DC e Popolari siamo interessati a collegarci alla migliore tradizione storico politica dei padri fondatori Dc dellUnione europea: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman, oggi tenuta in vita, seppur con qualche contraddizione, dai partiti di ispirazione Dc in Europa, tra i quali, essenziali la CDU e la CSU di Germania.

Con questi partiti vogliamo, come anche ha sostenuto Renzi, portare avanti un progetto di riforma dellUnione europea da declinare meglio sui principi della dottrina sociale cristiana, quali quelli della solidarietà, fraternità e sussidiarietà e per la costruzione di unEuropa federale nella quale debbano prevalere i valori democratici e popolari su quelli della finanza propri del turbo-capitalismo dominante.

Certo il Centro nuovo della politica italiana dovrà essere in grado di intercettare nel modo più ampio quanto esiste nellelettorato del Paese, sia in quello attivo, e, ancor di più, in quello sin qui renitente al voto. Lelettorato, cioè, di area democristiana, popolare, liberale, riformista socialista e repubblicana, e per far questo si richiede che debba essere applicato integralmente nel partito quanto indicato dallart.49 della Costituzione. Il sistema delle regole democratiche dovrà essere alla base della sua vita interna, così come sul piano programmatico dovremo saper indicare soluzioni rivolte al bene comune nel rispetto dei principi fondamentali della Costituzione repubblicana.

Se Renzi fosse disponibile a sviluppare la propria azione nel rispetto di questi orientamenti credo che dalla composita area politica cattolico democratica, liberale e cristiano sociale, dovrebbe giungere una risposta positiva al suo invito.

L’amore di Benedetto XVI per Montecassino: aspetti inediti del Papa recentemente scomparso.

Foto di Valter Cirillo da Pixabay
Foto di Valter Cirillo da Pixabay

“Le preghiere all’abbazia di Montecassino, Joseph Ratzinger inedito”. È un Benedetto XVI tutto da scoprire quello che sarà al centro del convegno in programma oggi, giovedì 7 settembre, a Castelforte (Latina), dedicato ad un aspetto quasi del tutto sconosciuto al grande pubblico. Vale a dire, lo stretto legame che Joseph Ratzinger ha avuto, sia da cardinale che da Pontefice con Montecassino, dove tante volte si è recato per pregare sulla tomba di S. Benedetto posta ai piedi dell’altare Maggiore della storica abbazia benedettina di Cassino, in provincia di Frosinone.

Incontri pubblici e privati che Benedetto XVI, scomparso la mattina del 31 dicembre scorso all’età di 95 anni, ha tenuto “per respirare la spiritualità benedettina”, nel corso di eventi legati al suo ruolo di cardinale Prefetto della Congregazione della Dottrina delle Fede e di Papa. Ma anche privatamente, lontano dalle attenzioni mediatiche, in forma anonima, come un pellegrino “qualsiasi”. A ricordarlo con un velo di commozione è padre Fabio-Bernardo D’Onorio, l’abate emerito di Montecassino che lo ha accolto durante quelle visite, sia istituzionali che strettamente personali, veri e propri pellegrinaggi che Joseph Ratzinger ha sempre vissuto per trascorrere “con grande passione momenti di preghiere, silenzi e contemplazioni” immerso nella fraternità benedettina che ha sempre amato, al punto da essere “uno dei tratti caratterizzanti del suo Pontificato”.

Al convegno di oggi se ne parla per la prima volta in una tavola rotonda organizzata dall’associazione “Castelforte Produce” presieduta da Giuseppe Ambroselli, presso le terme di Forma di Suio (Castelforte), in piazza Santa Madre Teresa di Calcutta a partire dalle ore 20,45. Relatori, il giornalista Orazio La Rocca, da anni vaticanista di Repubblica e di Famiglia Cristiana, e Luca Caruso, scrittore, segretario della Fondazione vaticana “Joseph Ratzinger-Benedetto XVI”, l’istituzione della Santa Sede che sovrintende alla tutela delle opere (teologiche, letterarie, spirituali…) e della memoria storico-culturale e pastorale legata al servizio alla Chiesa svolto da Ratzinger da vescovo, cardinale, Pontefice e, soprattutto, nella sua veste di teologo massimo del Ventesimo e Ventunesimo secolo. Condurrà il dibattito, il giornalista Domenico Tibaldi dell’associazione “Castelforte Produce”. Sono previsti interventi delle autorità civili e religiose, di don Cristoforo Adriano, amministratore della parrocchia di S. Maria del Buon Rimedio, e di monsignor Mariano Parisella, vicario del vescovo della diocesi di Gaeta Luigi Vari.

Le rivelazioni dei pellegrinaggi di Joseph Ratzinger all’abbazia di Montecassino saranno l’ideale cornice della presentazione dell’ultimo libro di Orazio La Rocca dedicato ai dieci anni del Papa Emerito, “Ratzinger, la scelta: non sono scappato”, del quale l’autore anticiperà il contenuto dell’ultimo capitolo relativo alla morte, ai funerali ed al lascito di Benedetto XVI che sarà pubblicato nella seconda edizione del prossimo mese di dicembre, in occasione del primo anniversario della sua scomparsa.

Suggestive le parole con cui, anche a tanti anni di distanza, l’abate emerito di Montecassino D’Onorio è solito evocare le visite, specialmente quelle riservate, di Ratzinger. “Quando per breve spazio di tempo si allontanava dai suoi impegni, lo si poteva vedere passeggiare nei giardini dell’abbazia oppure camminare con passi lenti sulla Loggia del Paradiso: qui si fermava spesso a gettare lo sguardo verso la valle sottostante, oppure sul vicino cimitero polacco e il suo ricordo, unito alla preghiera, andava ai caduti di tutte le guerre”. “Ci confidava questi momenti di riflessione quando al termine del pranzo comunitario, il cardinale si intratteneva con l’intera comunità nella sala dell’appartamento dell’abate e il più delle volte il discorso ricadeva sulla storia secolare e gloriosa di Montecassino, sulle distruzioni subite e sulle relative ricostruzioni. Quando poi – sottolinea D’Onorio – ci soffermavamo a parlare dell’ultima tragedia subita dal monastero, divenuto un cumulo di macerie a causa dei bombardamenti avvenuti nella seconda guerra mondiale, il sorriso scompariva del suo volto…”.

Indimenticabili per l’abate emerito i momenti di preghiera dell’intera giornata scanditi dal motto benedettino Ora ed Labora. In questi momenti “coglievo in lui il vero spirito del monaco al quale – conclude D’ Onorio – San Benedetto chiede di ‘nulla anteporre all’amore di Dio’ e di farlo con gioia”. Una scelta di vita che Joseph Ratzinger ha onorato fino alla fine dei suoi giorni terreni.

Fonte: Askanews

Francia e Germania a confronto su IA: prossimo tête à tête tra Scholz e Macron.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Il presidente francese Emmanuel Macron discuterà di intelligenza artificiale con il cancelliere tedesco Olaf Scholz durante la sua visita alla città tedesca di Amburgo nel mese di ottobre. Lo ha riferito il quotidiano Politico, citando una fonte anonima dell’Eliseo.

I due leader si incontreranno ad Amburgo dal 9 al 10 ottobre. Durante la visita si terrà anche una sessione congiunta dei consigli dei ministri di Francia e Germania. Si prevede che Macron e Scholz discuteranno anche di una vasta gamma di questioni, tra cui l’industria e gli interessi strategici a lungo termine di entrambe le parti, l’energia e la migrazione.

Nell’ultimo anno sono sorte tensioni nelle relazioni tra Parigi e Berlino a causa di contrasti su una serie di questioni chiave, tra cui l’energia e la difesa. Le tensioni si sono ulteriormente acuite dopo che la riunione dei gabinetti francese e tedesco, prevista per lo scorso ottobre, è stata rinviata a causa dei “tempi stretti dei partecipanti”, come aveva dichiarato all’epoca il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire. Berlino, a sua volta, ha osservato che “non è stato ancora raggiunto un accordo su una serie di questioni”.

Macron ha ripetutamente invitato la Germania a rafforzare la partnership strategica in materia di difesa. La Germania, tuttavia, continua a portare avanti la propria iniziativa Scudo del Cielo Europeo, sostenuta da 14 alleati della Nato, mentre la Francia, insieme all’Italia, sta lavorando all’innovativo sistema missilistico di difesa aerea terrestre sviluppato dal produttore europeo di missili antiaerei Eurosam.

Inoltre, Berlino e Parigi sono in disaccordo sul progetto congiunto Future Combat Air System che stanno realizzando insieme alla Spagna, nonché sul progetto congiunto Main Ground Combat System per carri armati.

Fonte: Askanews

Ustica, Amato eversivo? Formica va giù duro come nel fatidico 1993.

Foto di G.C. da Pixabay

Non ci siamo proprio!. A Rino Formica non piacque 30 anni fa il discorso di Giuliano Amato in Parlamento. Oggi come allora? In effetti ritorna la medesima preoccupazione o meglio il medesimo ripudio di una logica, sottile e pericolosa, sostanzialmente a un dipresso dalla eversione dellimpianto storico della Repubblica. La differenza è che nel 1993, agli atti del Parlamento, restò solo una interruzione di quel tenore, mentre oggi lattacco di Formica, attraverso un ragionamento che avvolge le responsabilità di Amato, è più strutturato e intellegibile nel quadro di una intervista pubblicata ieri sul Domani.

Andiamo per ordine. Cosa avvenne 30 anni fa? Il pomeriggio del 21 aprile 1993 il Presidente del Consiglio, Giuliano Amato, traeva le conclusioni davanti alla Camera dei Deputati, riunita sotto la presidenza di Giorgio Napolitano, dal voto referendario sullabolizione del sistema elettorale a preferenza multipla e, in parallelo, del finanziamento pubblico dei partiti. Colpisce ancora il tono delle dichiarazioni che andavano ben oltre la presa datto della necessità di dimissioni del governo, dopo un anno di tormentata esistenza. Ecco lo stralcio del resoconto stenografico: Cerchiamo – dice Amato – di esserne consapevoli: l’abolizione del finanziamento statale non è fine a se stessa, esprime qualcosa di più, il ripudio del partito parificato agli organi pubblici e collocato fra di essi. È perciò un autentico cambiamento di regime, che fa morire dopo settantanni quel modello di partito-Stato che fu introdotto in Italia dal fascismo e che la Repubblica aveva finito per ereditare, limitandosi a trasformare un singolare in plurale (Vivi commenti)…” e qui sinserisce linterruzione di Rino Formica: Non ci siamo proprio. Quindi, di seguito, riprende Amato: Con assonanze profonde, che investono la crisi di rappresentatività da cui oggi sono afflitti non soltanto i tradizionali partiti…(Vivi commenti). Per l’amor di Dio, colleghi, cerchiamo di capirci! È l’idea del partito legato prevalentemente agli organi dello Stato (Applausi dei deputati dei gruppi della lega nord e federalista europeo Vivi commenti). (A.P. 1993, 12841-42).

Il giorno dopo piovvero le critiche, anche sui giornali di partito. A firma di Pio Cerocchi, apparve sul Popolo lo sgomento del gruppo dirigente della Dc. Il titolo era più che eloquente: Non si può riscrivere la storia. In più si lesse sempre Formica parlare di discorso pessimo, mentre Sergio Mattarella confessò di essere rimasto persino sorpreso. Quel tentativo di schiacciare la democrazia nata dalla Resistenza sulla continuità del partito di regime – con la trasformazione, appunto, in partiti di regime – imposto dal fascismo, aveva qualcosa di profondamente equivoco. Fu la lucida e corrosiva introduzione alla retorica e alla prassi della cosiddetta seconda repubblica.

Ora, venendo al Formica di oggi, il commento alla clamorosa intervista di Amato su Ustica ripropone ed aggraverà le considerazioni critiche di un tempo. A Marco Damilano consegna infatti un giudizio lapidario: È un intervento che va inquadrato nel clima di questi ultimi mesi. Si vuole chiudere la stagione della Repubblica anti-fascista. Si vuole spingere il paese a prendere atto che un assetto si è definitivamente concluso e che se ne deve aprire un altro. C’è il cedimento della struttura istituzionale che vede un governo parlamentare e un’opposizione parlamentare, entrambi rispettosi della rappresentanza politica del paese, nata l’8 settembre 1943.

Siamo di fronte a un interrogativo nientaffatto superficiale o pretestuoso. È solo un caso che sinciampi a distanza di un trentennio in una visione di rottura – dallalto e non dal basso – che vede protagonista lo stesso uomo politico, sicuramente una delle personalità che più hanno segnato in questo lungo periodo la scena pubblica italiana? È una domanda che sfiora, in fin dei conti, la complessa figura di Giuliano Amato, forse anche il suo bordeggiare una elegante condizione di enigmaticità. Almeno in alcuni passaggi fondamentali della vita democratica italiana.

Il Centro, Renzi, l’Europa e i Popolari

Il duplice annuncio dato lunedi scorso da Matteo Renzi della sua candidatura alle prossime elezioni europee nel collegio del Nord-Ovest e dell’avvio della costruzione della lista “il Centro” in cui confluirà il suo partito Italia Viva, insieme ad altri soggetti politici, alcuni dei quali provenienti dalla galassia del popolarismo, rappresenta un fatto politico rilevante.

Ora attorno a questa intuizione occorre sviluppare un progetto politico e organizzativo ben strutturato. Il leader c’è. La chiarezza dell’offerta politica pure. Si tratta di una proposta originale e di mediazione, alternativa sia al populismo di sinistra del Pd di Elly Schlein che al sovranismo di Fratelli d’Italia e della Lega sul piano interno, senza trascurare di rivolgersi ai delusi del Pd e di Forza Italia oltre che al vasto mondo dell’astensione, e di una proposta che mira a rafforzare l’intesa tra Popolari e Socialisti e centristi liberaldemocratici sul piano europeo, escludendo le formazioni di estrema destra.

Ma perché il progetto della lista Il Centro possa assumere le caratteristiche di un progetto di ampio respiro, politico e culturale, e non esser solo un brand da adottare per l’occasione, occorre che il processo di costruzione del nuovo soggetto politico sia il più possibile plurale e partecipato, con una democrazia interna affermata e praticata, giusto per non ripetere gli errori che si sono visti fare nella costruzione del Partito Democratico.

In particolare vorrei sottolineare un aspetto di questo progetto, che se ben affrontato, può permettere alla proposta della lista Il Centro di condizionare il dibattito politico nazionale di qui al giugno prossimo. Si tratta di declinare in modo appropriato ciò che Renzi ha indicato come obiettivo principale della lista di centro alle Europee, ovvero l’obiettivo di dare una sveglia all’Europa, per farla uscire da un troppo lungo letargo, perché il mondo sta cambiando molto velocemente,  se essa non vuole ritrovarsi penalizzata o addirittura tagliarla fuori dai nuovi assetti globali che si vanno definendo. Credo abbia profondamente ragione in questo Matteo Renzi. Non deve però rimanere uno slogan. E’ una posizione coraggiosa che  necessita di una declinazione adeguata e coerente, pena il rischio di non esser capiti dall’elettorato. Significa, ad esempio, attualizzare le ambizioni dell’Europa nella nostra epoca, senza le quali, come ci ha ricordato il presidente della repubblica Sergio Mattarella qualche giorno fa da Torre Pellice,  lEuropa non potrebbe esistere. Significa volere che l’Unione Europea non svolga un ruolo subalterno nell’Alleanza Atlantica, ma abbia un ruolo originale e specifico nel definire una nuova architettura per la sicurezza in Europa. Significa discutere di come l’Ue, culla più che parte integrante dell’Occidente, possa muoversi autonomamente nel nuovo scenario internazionale multipolare.

In questa direzione chi, come i Popolari, attinge all’eredità di padri dell’Europa come De Gasperi o all’attenzione profonda ai cambiamenti epocali, che ci ha insegnato Aldo Moro, credo possa dare un contributo significativo a rendere solido e credibile il processo politico che Renzi ha concorso ad avviare.

Putin, Prigozhin e Anna Karenina: al Cremlino comanda sempre lo Zar.

Di Anna Karenina, il capolavoro di Tolstoj, accanto allincipit Tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, non può essere dimenticata lepigrafe, un versetto biblico ripreso nella Lettera ai Romani, che ricorda ai lettori: Mihi vindicta: ego  retribuam, ovvero A me la vendetta: io renderò il dovuto. Putin, sicuramente, conosce bene Tolstoj e nellesercizio del suo potere di autocrate avrà tenuto sempre ben presente lepigrafe di Anna Karenina e così, dopo due mesi esatti dallammutinamento del capo della Wagner, ha servito, pur tra mille ambiguità ed incertezze, il suo piatto freddo ristabilendo in maniera decisa il suo potere.

Putin, fra laltro, non poteva ulteriormente tollerare che in unoperazione militare di de-nazificazione dellUcraina un ruolo significativo potesse ancora essere svolto dal braccio destro di Prigozhin, Dimitri Utkin che col suo corpo tatuato ostentava il simbolo delle S.S essendo un fervente ammiratore di Hitler. Lo stesso nome della Compagnia dei mercenari è riconducibile alla particolare predilezione di Utkin del grande  compositore preferito  da Hitler, appunto Richard Wagner. Sullaereo caduto accanto a Evgenij Prigozhin viaggiava anche Dimitry Utkin. Una coincidenza fortuita, forse strana  ma irripetibile!

Per capire bene il senso della caduta dellaereobisogna ritornare con la memoria al 24 Giugno ed esaminare gli accadimenti registrati dalla cronaca di quei giorni, quando sembrò che Prigozhin e le sue milizie potessero mettere in discussione il  potere assoluto  di Putin. Le vicende di allora, cui si legavano  anche  gli sviluppi della guerra tra la Russia e lUcraina, avevano prodotto un profluvio di interpretazioni, di analisi storico-politiche e di previsioni tra loro, talvolta, contrastanti che rendevano difficile la comprensione dei fatti accaduti. Gli esperti di geo-politica, talvolta se non spesso, ti disorientano!

Ma c’è chi tentava di semplificare il tutto ricorrendo ad affermazioni che pretendevano di mostrare conoscenza approfondita dei fatti anche in ragione del particolare osservatorio dal quale emettevano i giudizi. Un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio non esitò ad affermare, in unintervista al Corriere, dopo la tentata marcia su Mosca, testualmente: La Russia sembra la Libia del post Gheddafi.

Churchill aveva da molto tempo avvertito che la Russia “è un rebus avvolto in un mistero ricompreso in un enigma. Con lultimo Zar, il mistero si è allargato perché, come ci ricordava Carlo De Benedetti in un Talk Show, Putin è “un uomo con gli occhi senza sguardo. È di ghiaccio con unemotività nulla. Se lo sguardo è lo specchio dellanima, con Putin non funziona.

Ma, cosa ci raccontano alcuni fatti significativi della giornata di scontro tra Putin e Prigozhin, il capo delle milizie mercenarie  Wagner ? Alle 10 di mattina, poco dopo la minaccia della marcia della giustiziasu Mosca  da parte di Prigozhin, Putin appare in TV, lancia un appello alla nazione e afferma testualmente: Quello che stiamo affrontando non è altro che un tradimento causato dalle eccessive ambizioni. Non manca di sottolineare come lintera macchina militare, economica e informativa dellOccidente è schierata contro la Russia e, infine, assicura che “Difenderemo il nostro popolo e il nostro Stato da ogni tradimento internoe cheQuesto colpo è stato dato al popolo russo anche nel 1917 quando combatteva la prima guerra mondiale, quando la vittoria gli è stata praticamente rubata. La guerra civile, i russi uccidevano altri russi, i fratelli uccidevano altri fratelli. I vari avventurieri politici hanno tratto vantaggio da questa situazione. Noi non permetteremo la ripetizione di una situazione del genere.

Segue sempre in TV un accorato sermone del Patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill che, accentuando il sostegno della Chiesa Ortodossa alla guerra contro lUcraina ritenuta una guerra metafisicaper la difesa dei valori della tradizione russa contro la corruzione occidentale, maledice i traditori e richiama il Vangelo: Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio.

Dopo un giorno di riflessione Putin, sventato il pericolo, riappare in pubblico e sottolinea come lo spirito patriottico dei cittadini abbia consentito di superare il grave momento di difficoltà. Le confessioni religiose e lintera società russa hanno determinato  per Putin la conclusione positiva degli eventi senza che prevalesseil fratricidio auspicato dai neonazisti di Kiev e dai loro patroni occidentali. È evidente il richiamo allo spirito della grande guerra patriottica contro i nazisti di Hitler e ai fatti della prima guerra mondiale del 1917 quando il tradimento interno ha prodotto la sconfitta della Russia.

Putin prende le distanze dalla Rivoluzione del 1917 e, volendo proteggere il popolo russo e la statualità”, esalta la coscienza nazionale condivisa. Quella rivoluzione rappresenta, sotto questo profilo, un grave momento di frattura interna che destabilizzando lo Stato ha causato una lunga e cruenta guerra civile e  linevitabile sconfitta militare della Russia nel secondo conflitto mondiale. Putin, con il  richiamo agli eventi del 1917, ha voluto assicurare che non sarebbe stata tollerata la riproposizione di uno scontro fraticida nel momento in cui lesercito è impegnato nelloperazione speciale in Ucraina. Quanto alle confessioni religiose cui Putin riconosce linnegabile contributo al mantenimento di una coesione nazionale, la Chiesa Ortodossa già dal 2000 aveva di fatto condannato gli eccessi della Rivoluzione ed aveva canonizzato Nicola II e la sua famiglia.

Sul piano dei rapporti con la Chiesa Ortodossa occorre sottolineare alcuni fatti significativi per il valore simbolico che essi assumono. In occasione della Festa della Pentecoste (4 giugno), Putin firma  un decreto con il quale ordina alla Galleria Tretjakov di Mosca di cedere al Patriarcato la storica Icona della Santissima Trinità di Rublev che raffigura i tre angeli che visitarono Abramo. Questa Icona è senzaltro la più famosa della Russia ed era stata acquisita nel 1929 dalle autorità sovietiche  per essere esposta in una Galleria di Mosca. Putin ne ha deciso la donazione alla Chiesa Ortodossa perché la riporti nella Lavra della Santissima Trinità di San Sergio a 70 km da Mosca, che è ritenuta il Vaticano russo.

In questa sorta di misticismo patriotticosi inserisce, dopo lammutinamento, lultima visita al fronte da parte di Putin. Il Nuovo Zar non ha portato con sé armi e munizioni ma  a Lugansk ha regalato copie di icone una delle quali – ha dichiarato lo stesso Putin appartenente ad un glorioso ministro della Difesa dellimpero Russo. Ma c’è di più. Putin non si è fermato alla Icona della Santissima Trinità. Con un suo provvedimento di giugno 2023 ha trasferito dallErmitage alla proprietà del Patriarcato il Sarcofago di Alexander Newskyj, che contiene le reliquie del grande guerriero, proclamato Santo dalla Chiesa Ortodossa. Newskyj è il simbolo della resistenza russa allinvasione degli eserciti europei e lartefice della vittoria dei russi sugli svedesi. Questi atti di donazione e il costante richiamo al simbolismo delle icone, mostrano se ce ne fosse ancora bisogno, il particolare legame di Putin con la Chiesa Ortodossa.

I rapporti con il Patriarca Ortodosso restano ben solidi anche perché Putin ha ripreso lantica alleanza di tradizione bizantina tra Sacerdotium ed Imperium. In un certo senso la totale adesione allOrtodossia è la fonte di legittimazione politica del nuovo autocrate. Se il misticismo patriotticoalimenta la nuova autocrazia, la forza espressiva dellepigrafe di Anna Karenina può rendere credibile la versione diffusa dalle autorità moscovite circa lassoluta estraneità di Putin rispetto alla morte del comandante della Wagner. Se è,appunto, indiscutibile che Prigozhyn ha tradito i suoi fratelli, la caduta dellaereo” è il castigo divino.

Sul versante del conflitto, gli scarsi risultati conseguiti dalla controffensiva ucraina sono destinati, salvo sbocchi imprevedibili, a produrre una sorta di logoramento delle forze in campo. Biden non può arrivare alla vigilia delle Presidenziali Usa senza conseguire un risultato aprrezzabile. Lassenza di uno sbocco positivo per una delle forze in campo ed il sostanziale stallo delle operazioni militari potrebbe, paradossalmente, favorire la ricerca di una piattaforma condivisa per la cessazione dello scontro armato o per portare avanti operazioni militari a bassa intensità. In questo contesto chi riteneva che il potere di Putin si fosse logorato ed indebolito, deve prendere atto che, pur con tutte le cautele consigliate dagli insegnamenti di Churchill, il Cremlino non è stato scosso dallinsubordinazione dellex cuoco di Vladimir Vladimirovic Putin.

MentePolitica | La vita democratica perde linfa vitale e si trasforma in oligocrazia

[] Le elezioni del 2022 ci hanno fatti entrare in una terza fase, quella che potremmo definire dell'”oligocrazia” nella quale quattro o cinque leader controllano i principali partiti del Paese e la premier ha in pugno contemporaneamente il governo, la sua coalizione, il suo partito, le nomine nelle partecipate di Stato e soprattutto alla Rai (un potere che Berlusconi ebbe, in effetti, ma che non impedì alla Lega di far cadere il governo nel ’94, ai centristi di fare altrettanto nel 2005 e alla crisi economica – oltre che alla defezione dei finiani – di provocare la fine dell’ultimo governo del Cavaliere nel 2011).

Oggi la Meloni è il prototipo della disintermediazione assoluta: non si concede quasi mai alle conferenze stampa (almeno Berlusconi lo faceva), usa gli “appunti di Giorgia” per imporre la sua “narrazione”, gestisce il potere nel Paese, nel governo e nel suo partito dimostrando di non avere cedimenti o debolezze (peraltro, non ha un passato o un presente che la rendano ricattabile o indagabile, mentre il Cavaliere passava molto tempo a difendersi dai processi). La comunicazione della Meloni è unidirezionale, non c’è contraddittorio, è direttamente calata dall’alto. È come se avessimo già attuato l’elezione diretta del premier (a costituzione invariata, segno che il sistema è molto più flessibile di quanto sembri) perché se un provvedimento come la tassazione degli extraprofitti delle banche passa senza che un vicepresidente del Consiglio ne sappia qualcosa e con un ministro dell’Economia più o meno coinvolto nella scelta, è evidente che abbiamo una persona sola al comando (e Salvini che lo sa, ne soffre).

Berlusconi e Renzi, che attuarono anch’essi un misto di disintermediazione e di “partito del capo”, sapevano però confrontarsi con la stampa e talvolta anche con i followers (al fiorentino Twitter piaceva e non si risparmiava quando si trattava di rispondere ad alcuni utenti critici); ciò nonostante, finirono entrambi male: il Cavaliere perse nel 2018 la leadership (in voti) del centrodestra, dovendo persino vedere il nuovo capo Salvini fare un governo senza FI e FdI (senza poter dire nulla in contrario, perché la Lega era il primo partito dell’ex Cdl) mentre il fiorentino, dopo il successo alle europee, perse di fila il referendum costituzionale, la presidenza del Consiglio e (pesantemente) le elezioni del 2018, uscendo dal Pd per fondare un partitino personale. Tutta archeologia, ormai. Il presente è il potere “monarchico” della Meloni, ma anche l’impossibilità del M5s di avere una linea senza Conte o la ferrea presa di Salvini su una Lega più – a tratti – mugugnante che realmente riottosa, per finire con un Pd ormai in mano alla Schlein (ne sanno qualcosa i presidenti di regione che cercano un terzo mandato ma dipendono dal suo volere).

Tutti questi protagonisti della scena, più Calenda e Renzi nei propri partiti centristi, hanno il controllo ferreo dei soggetti politici principali del Paese. Sono leader che hanno solo followers: ascoltano spesso – almeno pare – più i sondaggi che la voce della “base”, forse perché è più facile e non comporta contestazioni od obiezioni. La nuova Repubblica è fatta di “cerchi magici”, di leader assoluti, di accentramento del potere in pochissime mani, di disintermediazione: in sintesi, è un’oligocrazia. Che però, dal punto di vista formale e in parte anche materiale, rispetta tutti i canoni democratici.

Fonte: MentePolitica – 2 settembre 2023

Titolo originale: Dalla partitocrazia all’oligocrazia

Sito: mentepolitica.it

Non ridurre la Russia al conflitto ucraino concorre a fare più Europa

La narrazione dominante in Occidente ha focalizzato in modo pressoché esclusivo l’attenzione sulla Russia solo sull’evento dell’aggressione all’Ucraina come se non vi fosse stato un prima – dei nodi irrisolti, dei mancati  accordi tra Est e Ovest, che hanno spalancato la porta della guerra – e come se non ci fosse un dopo, come se la causa ucraina fosse un qualcosa di assoluto, che prescinde da ogni altra preoccupazione e da considerazioni circa la tenuta sociale ed economica dell’Europa e circa la ricostruzione di un quadro di sicurezza in Europa.

Se questo è esattamente il tipo di scenario perseguito con tenacia da alcuni ambienti della classe dirigente americana, non sembra essere però sostenibile a lungo non solo in relazione alle sorti del conflitto ma anche in relazione alla necessità dell’Europa di sapersi definire in modo autonomo e indipendente come parte dell’Occidente. Sempre più si avverte la necessità per l’Unione Europea di mostrarsi capace di comportarsi da protagonista rispetto ai nuovi equilibri che si stanno definendo a livello internazionale. Lo si sarebbe dovuto fare già molto prima, ad esempio durante i decenni delle guerre degli Stati Uniti nel Grande Medio Oriente. Invasioni e occupazioni fatte da un Paese lontano a territori vicini all’Europa che, come si può constatare adesso, hanno sortito gli effetti opposti a quelli voluti, e stanno spingendo praticamente l’intera sponda Sud del Mediterraneo verso i BRICS. In questa prospettiva appare strategico l’ingente investimento annunciato nei giorni scorsi dall’Eni in Egitto, che sarà il primo Paese mediterraneo ad aderire al Coordinamento BRICS a partire dal prossimo primo gennaio, consolidando come non mai le relazioni tra Roma e il Cairo.

Una analoga capacità di iniziativa serve però anche verso la Russia. Sarà sicuramente un puro caso, ma nello stesso giorno in cui la ministra degli esteri francese Catherine Colonna su Le Monde poneva la questione all’Unione Europea di saper guardare oltre il conflitto in Ucraina, perché la Russia è stata e sarà una parte significativa dellEuropa, partiva la bordata di Repubblica sulle relazioni italo-francesi con l’intervista di Amato su Ustica.

Nonostante il fatto che la ministra degli esteri di Macron non abbia fatto altro che ricordare due cose ovvie: che la Russia continuerà ad esistere dopo la fine della guerra in Ucraina e che la storia e la geografia mostrano che gran parte della Russia si trova in Europa. E ieri Papa Francesco nella conferenza stampa di ritorno dalla Mongolia  ha anche ricordato all’opinione pubblica internazionale il valore della cultura russa in funzione del dialogo, una grandezza che non si può cancellare per problemi politici.

E anche, in termini di sicurezza in Europa, l’argomento Russia è ineludibile per l’Unione Europea. Il fatto che il capo di quella che è pur sempre la più grande potenza diplomatica europea, inviti a trovare le modalità per collaborare con la Russia per ripristinare una forte architettura di sicurezza in Europa, costituisce un segnale politico forte, rivelatore della spinta ad affermare un’Europa capace di esprimere una propria originale sintesi nell’interpretare le ragioni e gli obiettivi dell’alleanza atlantica, anche per non lasciare ancora alla Polonia e ai Baltici la guida della politica estera europea. Ma soprattutto una visione europea della Russia che sappia anche guardare oltre il conflitto in corso e oltre il fatto che in questa circostanza la Russia è il Paese invasore, riconoscendo che la Russia, come qualsiasi altro grande stato, è più dei suoi errori contingenti, contribuisce a creare le condizioni di una Europa capace di autonoma iniziativa nel nuovo quadro internazionale multipolare.

Lo stretto rapporto tra i partiti e le istituzioni. Quella battuta di Donat-Cattin…

Nella lunga esperienza della prima repubblica, era abbastanza regolare sottolineare che cera un stretta relazione tra ciò capitava nei partiti e ciò che si diceva in merito alla riforma delle istituzioni democratiche. Ricordo una bella espressione di Carlo Donat-Cattin, leader politico e statista della Democrazia Cristiana ad un corso di formazione dei giovani della sua corrente, la sinistra sociale di ispirazione cristiana, alla fine degli anni 80. Diceva Donat-Cattin che quando vuoi capire come pensa un partito di cambiare o riformare le istituzioni, è appena sufficiente verificare come quel partito pratica la democrazia al suo interno.

Una riflessione semplice ma che contiene una verità politica oggettiva, ieri come oggi. Perché, in effetti, un partito che rinnega sistematicamente la democrazia al suo interno, difficilmente può ambire a cambiare in senso democratico – e nel pieno rispetto della Costituzione e dei suoi principi e valori di fondo – lassetto istituzionale del nostro paese. E, al netto delle chiacchiere e delle polemiche sul rischio di una regressione autoritaria o, peggio ancora, di marca fascista delle istituzioni italiane, è indubbio che una riforma istituzionale e quindi di natura costituzionale, implica la salvaguardia e la valorizzazione di alcuni tasselli di fondo se si vuole conservare un vero ed autentico impianto democratico. E i tasselli sono semplici ma essenziali: e cioè, centralità del Parlamento; distinzione ed autonomia dei diversi livelli istituzionali; restituzione al cittadino del potere di scelta della classe dirigente e di chi ci governa; garantire il pieno rispetto delle minoranze; evitare la prassi e la deriva trasformistica e, in ultimo ma non per ordine di importanza, salvaguardare la possibilità di governare quando uno schieramento vince le elezioni. Il tutto per ridare credibilità allintero sistema politico.

È evidente a tutti, di conseguenza, che la riforma dei partiti e quella delle istituzioni sono strettamente legati e intrecciati. E cioè, per essere ancora più chiari e trasparenti, com’è pensabile garantire piena valenza democratica e costituzionale al nostro impianto istituzionale quando viene gestita e pianificata da leader o capi politici dove allinterno dei loro partiti la democrazia o è sospesa o semplicemente non esiste? Com’è pensabile che partiti personali, partiti del capo, partiti padronali, partiti proprietari o partiti familiari possano costruire o ridefinire istituzioni realmente democratiche, partecipative e collegiali? Perchè quando nei partiti prevale solo il verbo del capo e la strategia e la stessa prospettiva politica del partito dipendono esclusivamente da ciò che il capo dice pubblicamente e in solitaria, è abbastanza naturale che in quel partito la democrazia è solo un richiamo ornamentale o banalmente retorico. Con tanti saluti al ruolo delle minoranze, alla collegialità democratica e alla stessa funzionalità democratica del soggetto politico.

Per questi motivi persiste uno stretto legame tra la garanzia della vita democratica allinterno dei partiti e la proposta per avere istituzioni di governo autenticamente democratiche e partecipative. E la riflessione antica, ma moderna, di Carlo Donat-Cattin continua a cogliere nel segno perchè non esiste una vera democrazia dei partitisenza una vera e credibile democrazia nei partiti. E quindi, e di conseguenza, una vera democrazia delle istituzionie nelle istituzioni.