“L’Unione europea condanna con la massima fermezza Hamas e i suoi attacchi terroristici brutali e indiscriminati in tutta Israele e deplora profondamente la perdita di vite umane. Non esiste alcuna giustificazione per il terrorismo. Sottolineiamo con forza il diritto di Israele di difendersi, in linea con il diritto umanitario e internazionale, di fronte a tali attacchi violenti e indiscriminati. Ribadiamo l’importanza di garantire, in ogni momento, la protezione di tutti i civili in linea con il diritto internazionale umanitario”. È quanto si legge in una dichiarazione del Consiglio europeo che definisce la posizione comune dell’UE sull’evolversi della situazione in Medio Oriente.
“Esortiamo Hamas a liberare immediatamente tutti gli ostaggi senza alcuna precondizione. Ribadiamo l’importanza di fornire aiuti umanitari urgenti e siamo pronti a continuare a sostenere i civili più bisognosi a Gaza in coordinamento con i partner, facendo in modo che tale assistenza non sia oggetto di abusi da parte delle organizzazioni terroristiche. È fondamentale prevenire un’escalation regionale.
Manteniamo il nostro impegno a favore di una pace duratura e sostenibile sulla base della soluzione fondata sulla coesistenza di due Stati, attraverso l’intensificazione degli sforzi nell’ambito del processo di pace in Medio Oriente. Sottolineiamo la necessità – si legge nella chiusura della dichiarazione – di un ampio dialogo con le legittime autorità palestinesi nonché con i partner regionali e internazionali che potrebbero svolgere un ruolo positivo nella prevenzione di un’ulteriore escalation”,.
Unione Europea, la reazione di Israele sia conforme al diritto umanitario.
Tajani condanna all’irrilevanza un centro impaniato nelle contraddizioni della destra
A destra s’ode uno squillo di tromba. Che cosa annuncia? Antonio Tajani, parlando a Monza nel corso di una manifestazione elettorale di Forza Italia, ha detto che l’adesione al Partito Popolare Europeo “è un grande valore”, tanto da aggiungere subito appresso: “Noi siamo gli unici in Italia a rappresentarlo”. Il messaggio vuole essere chiaramente un appello a serrare i ranghi sotto le bandiere del partito che in Europa, dopo aver accantonato la funzione di rappresentanza delle forze democratico cristiane, ha preso a cuore l’esigenza di rappattumare i moderati e i conservatori di vaga tendenza centrista presenti nei Paesi dell’Unione. Per questa scelta, contestata a suo tempo dal Partito Popolare Italiano e tradotta successivamente in una dolorosa rottura, è andato manifestandosi passo dopo passo un insieme di equivoci e contraddizioni a carico della immagine stessa del PPE, come è avvenuto in effetti per il “caso Orbán”, risolto solo ultimamente e a fatica con il provvedimento di espulsione.
Difendere la tradizione del popolarismo, quella propriamente italiana che va da Sturzo a De Gasperi e da Dossetti a Fanfani, e quindi a Moro, è un impegno reso molto complicato dalla diaspora susseguente alla dissoluzione della Democrazia cristiana. Ciò non toglie, tuttavia, che un principio di continuità debba essere salvaguardato in un quadro di assoluta novità, badando a non trasformare con indebita manovra i popolari che proprio Sturzo, nel memorabile discorso di Caltagirone del 1905, definiva “democratici” per distinguerli dai cattolici “conservatori”, descritti addirittura come “fossili”.
Sta qui la distanza, non solo sul piano ideale. Infatti, valgono anche motivazioni più specifiche, legate alla critica del presente. Tajani volta le spalle alla realtà e parla di un centro, identificato con Forza Italia, come “punto di equilibrio della politica italiana”. In verità, nell’attuale coalizione di governo si fatica a cogliere questa rivendicata centralità: in Parlamento la pattuglia degli Azzurri ha un peso relativo, piuttosto a menare le danze è la premier Meloni. La realtà, volutamente ignorata, parla di una destra di governo che si macera in un dissidio gigantesco, perché da un lato vorrebbe (con Salvini) esportare in Europa l’anomalia italiana – tutti uniti, a destra, contro i socialisti – ma dall’altro preferirebbe (con Tajani) la dissimulazione, ben sapendo che pure i cristiano democratici tedeschi si oppongono alla contaminazione con i sovranisti alla Le Pen o peggio alla AfD (la destra radicale incombente sulla Germania).
Dov’è il punto di equilibrio? La pretesa di Forza Italia è di fungere da garante in Europa, immaginando che la Lega pieghi la testa di fronte a un accordo ristretto all’ipotizzato asse tra Popolari e Conservatori, senza i sovranisti. Se ciò avvenisse, sarebbe un colpo durissimo alla credibilità dell’alleanza che regge il governo Meloni. È questo l’obiettivo di Tajani, cambiare cioè l’equilibrio attuale modificando la composizione della maggioranza? No, non è questo. Più volte, infatti, il titolare della Farnesina ha dichiarato che Forza Italia lavora per la stabilità del quadro di governo, escludendo l’eventualità di un redde rationem con la Lega. Allora, l’esito di questa politica non può che essere la contraffazione del centro, poiché verrebbe a proporsi, secondo lo schema di Tajani, in termini di asservimento alle dinamiche scomposte e dannose di una destra incapace di fare chiarezza al proprio interno e nei rapporti con l’Europa, e perciò votata a proseguire sul sentiero dell’ambiguità.
Il centro invece, a intenderlo come piace a noi, reclama una serietà maggiore.
Elly Schlein e il taxi vuoto di Churchill
Un anno da segretario è passato, e sulla Schlein resta un dubbio. È partita in salita con tanta volontà e un pizzico di sfrontatezza che in politica non guasta. A Natale era ancora in salita, ma spingeva bene e tutto faceva pensare che per la primavera si sarebbe delineato il profilo della leader eletta non da quelli del partito, ma anche per contrastare la Meloni, a sua volta regina Cleopatra in ascesa verticale.
Ma forse per il bisticcio delle stagioni che non ci sono più – ormai dobbiamo dire addio alle quattro stagioni – ad aprile la Schlein è arrivata con la voce fioca, tant’è che dal ponte maestro la regina Cleopatra in piena navigazione, non la sente nemmeno e tira dritta per la sua rotta, con un equipaggio assai bisbetico.
Schlein ha avuto un incerto cammino da avviare: ascoltare una base che non l’ha voluta e non l’ascolta, oppure rivolgersi alla gente, quelli che l’hanno votata e a quelli che “proprio no, non la posso votare, resto a casa”. Si impegna molto nel portare argomenti di critica al governo della altrettanto giovane Cleopatra, ma senza la dovuta essenziale cattiveria nel dire le cose. Ancor prima del contenuto, il suo messaggio non arriva e si perde nei venti. Di fatti ce ne sono molti: in casa propria qualcuno sbatte la porta e se ne va, un gruppetto aspetta di vedere come va agli usciti, mentre il grosso, tra una riunione e l’altra, studia come sganciarsi. Nel Paese le politiche di difesa dei ceti deboli, che dovrebbero essere un must, la fanno i sindacati e, colpaccio della Cleopatra, la destra sociale. Nel settore produttivo industriale e finanziario del Paese la danno “non pervenuta”. All’estero succede di tutto, gravissime crisi internazionali che richiedono posizioni chiare e definite, ma è un rincorrere posizioni di altri, e la voce si spegne nei venti. La Cleopatra che è nata presenzialista non lascia uno spillo di spazio a disposizione anche solo per dire un sì o un no, e non essendo diventata un leader riconosciuto anche a livello europeo, a nessuno viene in mente di chiedere una opinione su qualcosa.
Schlein ci passa l’estate a “gridare” con la voce che ha, e non ha dalla sua neanche il clima perché l’estate sembra durare all’infinito (si è presa già i primi giorni dell’autunno): i risultati sono pochi. Dopo così tante energie spese, con la prospettiva che se ne debbano impegnare di più ancora, lo spettro del taxi di Churchill si fa vedere…Schlein come Clement Attlee: “Si fermò un taxi vuoto davanti a Downing street e scese Schlein”.
Giorgio Giovannoni lascia un vuoto in Firenze e nel cattolicesimo democratico
La Firenze di La Pira perde un altro importante testimone, Giorgio Giovannoni. Aveva 92 anni. Il decesso è avvenuto oggi [ieri per chi legge, ndr] nella Casa di cura Villa delle Terme, ai Falciani, dove era ricoverato da qualche giorno. Le sue condizioni di salute si erano aggravate dopo la scomparsa del fratello gemello Gianni, avvenuta appena un mese fa. […] I funerali verranno celebrati dal card. Gualtiero Bassetti, [oggi] lunedì 16 ottobre, sempre alla Pieve di Rifredi, alle 15.30.
Dalla fine degli anni Sessanta Giorgio è stato il più stretto collaboratore di La Pira per la politica internazionale, accompagnandolo in quasi tutti i viaggi all’estero, sia in Medio Oriente che in Russia. Per questo, per una politica internazionale nuova orientata alla pace, al dialogo, ha dedicato la sua vita di autentico cristiano laico. Con l’avvio della Conferenza di Helsinki, nel 1973 fu scelto dai partiti dell’arco costituzionale quale segretario generale del Forum italiano per la sicurezza e la cooperazione in Europa e nel Mediterraneo, incarico mantenuto fino al 1992.
Giorgio, con la mamma, la sorella Grazia (1926) ed il fratello gemello Gianni, nel giugno del 1943 era dovuto sfollare in Mugello, per sfuggire ai bombardamenti su Firenze. Nella frazione della Mirandola (comune di Vicchio) si adoperò come staffetta per favorire le comunicazioni tra i partigiani della zona e quelli sul monte Giovi. Tornata a Firenze nella zona di Bellariva nell’ottobre 1943, la famiglia chiese ospitalità nel convento domenicano di San Marco, essendo stata la loro casa dapprima requisita dalle SS, il 1° agosto 1944; poi colpita dalle cannonate dei tedeschi in ritirata dopo la Liberazione di Firenze. Il 2 settembre era nel convento quando vide tornare da Roma nella sua cella, La Pira, dopo un anno di lontananza.
Impegnato negli anni Cinquanta nel movimento giovanile Dc, insieme al fratello Gianni, sin dal 1954 organizzò la campagna in vista del Congresso provinciale della Dc, promuovendo insieme a Nicola Pistelli la lista «Iniziativa di Base», che nel marzo del 1955 conquistò la maggioranza assoluta nel nuovo comitato provinciale. Collaboratore dal luglio 1955 del quindicinale «Politica», ne divenne poi redattore capo fino al giugno 1965. Già dal 1964 aveva dato vita al mensile «Note di Cultura», periodico di politica nazionale e internazionale, che diresse fino al 1974.
Dal 1987, insieme al fratello Gianni, ha curato la redazione del nuovo trimestrale «Cultura. Itinerari di politica e di cultura», con segretario di redazione Stefano Tilli.
Con La Pira Giorgio aveva curato la scelta degli articoli (1963-1970) per l’antologia Unità disarmo e pace, pubblicata con la introduzione di dom Helder Camara dalla editrice Cultura nel 1971; per la stessa editrice aveva pubblicato nel 1978 Il sentiero di Isaia, riedito nel 1979.
«Era uomo di grande visione e intelligenza, lucidissimo nelle analisi politiche, buono con tutti. Sempre disponibile. – ricorda il vicepresidente della Fondazione La Pira, Maurizio Certini –. Varie volte ho accompagnato da lui i nostri ragazzi del servizio civile in formazione al Centro Internazionale Studenti La Pira, e anche se da alcuni anni faceva tanta fatica a parlare per i suoi gravi problemi polmonari da ex gran fumatore, non mi ha mai detto di no. Sostava con i ragazzi senza misurare il tempo. Ai giovani credeva intensamente. Era infatti molto legato all’Opera per la gioventù Giorgio La Pira, che considerava come parte della sua famiglia, contribuendo alla crescita di generazioni di ragazzi, con la sua parola, con la sua presenza sempre discreta e autorevolissima ai campi estivi internazionali de «La Vela». Era povero per scelta. Evangelicamente povero. Ricco di molti doni, spiccava per la sua grande umiltà e per la sua fede nel Risorto. Lascia un vuoto enorme. Con lui è partita una parte importante di Firenze, parte migliore e non minore rispetto alle persone più note che dettero alla Firenze degli anni Cinquanta, Sessanta e in parte Settanta, una straordinaria spinta spirituale e politica accanto alla “povera gente”, orientando alla fraternità universale».
Ebrei e palestinesi, due popoli in una terra contesa.
Sebbene queste ore e giorni siano quelli tragici in cui a parlare tra Israele e Palestina sono ancora le armi, e dunque la priorità è costituita dalla dimensione umanitaria per limitare le conseguenze sui civili, e dalla ricerca di un cessate il fuoco il più presto possibile, occorre guardare al dopo anche per evitare il rischio tutt’altro che remoto, di un allargamento del conflitto, proprio mentre Ovest e Est sono già in guerra in Europa.
Innanzitutto deve essere viva la convinzione che, come osservato dal patriarca di Gerusalemme, cardinal Pierbattista Pizzaballa, i due popoli sono destinati a fare i conti ognuno con l’esistenza dell’altro, sebbene questo ricorso alla violenza in forme così estreme, ricorso riacceso dall’attacco indiscriminato di Hamas a Israele la settimana scorsa, allontani e ritardi nuovamente la prospettiva del dialogo.
Anche perché, se è vero che l’Occidente si è stretto compatto attorno a Israele in seguito alla orribile strage perpetrata da Hamas la scorsa settimana in zone di Israele vicine al confine con Gaza, nel contempo però sta emergendo un fatto inedito: che la solidarietà e il sostegno dell’Occidente, per quanto essenziali, non sembrano più sufficienti, da soli, a garantire la sicurezza di Israele.
Le guerre nel Grande Medio Oriente degli ultimi trent’anni non hanno dato l’esito atteso dal loro principale promotore, gli Stati Uniti, ma hanno prodotto addirittura la fuoriuscita di alcuni stati chiave di quell’area, come Iraq e Afghanistan, dalla sfera di influenza occidentale. Altri, come l’Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, hanno intrapreso percorsi in autonomia, pur senza fratture con l’Occidente, che li hanno condotti a divenire dal prossimo primo gennaio membri effettivi del Coordinamento BRICS.
In questa luce appare difficile intravedere come effetto dell’attacco terroristico di Hamas, uno stravolgimento della linea dell’Arabia Saudita nei confronti di Israele. Perché già prima dei colloqui con Israele per la normalizzazione delle relazioni sullo schema degli accordi di Abramo, quei contatti erano intepretati da Riyad come propedeutici alla soluzione a due stati tra Israele e Palestina. Come lo era, a ben vedere, anche la controversa intenzione americana di trasferire la propria ambasciata a Gerusalemme, perché contestualmente la parte Est della città santa per le tre grandi religioni monoteiste viene considerata capitale del futuro stato di Palestina.
Analogamente il punto di vista occidentale rischia di sottostimare la portata del cambio nelle relazioni tra Arabia Saudita e Iran, propiziata dalla paziente iniziativa diplomatica cinese, e rafforzata dalla comune adesione delle due potenze del Golfo Persico ai BRICS. Tali fattori sembrano dar forza alla tesi, al di là di sempre possibili nuovi motivi di attrito, che l’Arabia Saudita non rinuncerà a porre delle condizioni per riprendere la strada del dialogo con Israele e allo stesso tempo che l’Iran viene disincentivato dall’assumere una posizione più estremista di quella che già esprime sul conflitto israelo-palestinese, pur essendo completamente schierato dalla parte palestinese e addirittura dando un sostegno al movimento terroristico di Hamas.
Su richiesta dell’Arabia Saudita mercoledì prossimo a Gedda si terrà una riunione urgente del comitato esecutivo dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica sulla situazione dei civili a Gaza. È l’organizzazione che rappresenta circa due miliardi di musulmani nei Paesi aderenti, che fa sentire la propria voce. Cina e Russia rilanciano la prospettiva della soluzione a due stati, che peraltro è quella ufficialmente adottata dalle Nazioni Unite. E diversi altri attori di rilevanza globale, come stati singoli o come organizzazioni internazionali, si muovono nella medesima prospettiva, e incidono nel dibattito globale sulla ricerca di una soluzione diplomatica per il conflitto israelo-palestinese. Sono le nuove dinamiche della multipolarità, che si presentano in modo inedito di fronte a questa guerra, e delle quali occorre tener conto in modo che non appena, speriamo il più presto possibile, verranno messe a tacere le armi, si possa intraprendere come Paese e come Unione Europea l’iniziativa più appropriata per la pace.
Israele deve anche muovere guerra alla cieca logica della vendetta
La gazza ladra ha la fama da secoli di essere attratta da oggetti metallici che ruba per portarli nel suo nido. Ce ne vorrebbero miliardi per portare via le munizioni che brillano in questi giorni a Gaza, sulla terra della Palestina e di Israele per dare fine alla ennesima guerra andata ben oltre quella delle passioni o della sua precedente fase fredda.
La Storia è la esposizione della ricerca, una indagine sui fatti passati, il tentativo di saperne leggere la composizione. Giocando a ruba bandiera Israeliani e Palestinesi si contendono uno stesso territorio rivendicandone a variotitolo la primogenitura.
Un centinaio d’anni prima di Cristo gli Ebrei di quel territorio a causa di repressioni romane migrarono verso l’Europa dando vita alla Diaspora. Secoli dopo la Palestina, a seguito di conquista, venne sostanzialmente arabizzata.
Un paio di secoli fa ebbe origine il movimento sionista che ambiva alla costituzione di uno stato ebraico, tornando alla terra ormai occupata da un altro popolo.
Dopo la fine del mandato britannico nacque comunque lo Stato di Israele per come lo conosciamo oggi. Il conseguente conflitto con gli Stati confinanti ebbe per conseguenza la Nakba, la catastrofe, per quasi un milione di arabi in esodo nei campi profughi insediati nei paesi vicini.
Questo è un quadro sempre in movimento dove la cornice si deve continuamente adeguare alla tela che cambia forma senza pace.
Più di recente, dopo un’altra guerra, Israele vittoriosa ha annesso la Cisgiordania alla Giordania e la striscia di Gaza ed il Sinai all’Egitto, a cui venne poi restituito, e infine il Golan al Libano.
Dopo una serie di accordi si stabilì di cedere una parte della Cisgiordania e Gaza per la creazione di uno Stato Palestinese a cui non si è ancora giunti. Qui è l’asino che, cadendo, si è fratturato gli arti e non se ne trova il modo di rimetterlo in piedi.
In campo è infatti ancora insoluta la questione relativa allo status di Gerusalemme, il ritorno dei migranti arabi nella terra d’origine e l’insediamento di coloni ebrei in Cisgiordania.
Sull’esasperazione di una scena perennemente storpiata si destreggia Hamas con la sua portata di morte. Già qui qualcosa suona in modo stonato.
Ci si deve rassegnare a questi terroristi che muovono in modo diverso dai nostri Carbonari risorgimentali che per lo più si nascondevano per tramare occultamente contro il potere ma non erano efferati nelle loro azioni di lotta.
Molto dopo le nostre Brigate Rosse hanno lasciato sul campo vittime innocenti. Nessuno però è giunto a violentare donne, torturare i prigionieri rapiti e decapitare bambini. Qui cade la logica della guerra e del terrorismo che è scontro non convenzionale e si dà il passo a pura brutalità.
Hamas ha del resto nel suo statuto l’annientamento di Israele e non sembra abbia capacità di amare il prossimo, tanto meno le altre fazioni arabe, come Fatah, con cui pure si è fronteggiata. Gli Arabi tra di loro sono usi perennemente ad azzannarsi, i loro fallimenti sono evidenti.
Gaza ha nel nome l’identità di città forte e feroce, gli Egizi la consideravano preziosa. Sarà per questa serie di elementi che è tanto ambita e tormentata.
Ma tutta la Palestina da sempre è terra destinata ad una continua ebollizione. Prese il nome da Philistine perché in possesso dei Filistei che già da allora odiavano gli Ebrei. Prima ancora fu battezzata Canaan, la terra promessa. Ancora oggi non è dato sapere promessa a chi ed a chi spetti.
Sulla striscia di Gaza in queste ore la furia di Israele. Striscia è una parola che si presta naturalmente a questa tragedia. Da una striscia di sangue ne sta eruttando un fiume e, da ribrezzo, striscia a terra il serpente di morte. “Tra l’erba e’ fior venia fori la mala striscia” direbbe Dante. La strage che si consumerà prenderà quella terra in pieno e non di striscio.
Lo Stato di Israele, ferito a morte, non lascerà questa volta facilmente la presa. E’ colui” che combatte con Dio”, certa di averlo a suo fianco. Non lo fermerà, in mano ad Hamas, la minaccia degli ostaggi da usare come scudi umani.
Questi ultimi, nelle condizioni drammatiche di catturati, non godono della considerazione d’origine latina degli antichi ospiti. Piuttosto sembrano degli ostacoli alle prossime mosse di guerra.
Correranno ancora altri proiettili; avanti ai nemici verranno proiettati immediati messaggi di morte, gettati innanzi a loro condanne senza scampo. E’ il momento delle bombe, con un fragore maggiore del ronzio che le hanno dato i natali, assai più di un rumore sordo a cui erano da principio ispirate. In quel cielo sono sparati razzi a tutto spiano, luminosi come i raggi del sole ma più devastanti.
E’ questione di reagire all’eccidio perpetrato da Hamas che ha fatto macelleria messicana nel rave party “Supernova” di Re’im , che ha squarciato il cuore di Israele, lacerandone il più intimo tessuto.
Prendendo spunto dal significato di “rave” i criminali hanno fatto parlare con eccitazione e in maniera non controllata le armi, mandando in frantumi con una imprevedibile esplosione la Supernova. Con il suo carico di morte e di violenza è stata colta di sorpresa, questa volta triste che qualcuno ne abbia emulato le scoppiettanti leggi del cosmo.
Ora dovremmo tutti aggrapparci alla speranza di una reazione spropositata. Al contrario del pensiero corrente, se dovesse esserci un peso pari al torto subito, Israele non dovrebbe conoscere alcun sentimento di pietà, di rispetto o di misura.
Se fosse coerente al male patito dovrebbe andare oltre il concepibile: Hamas ha oltrepassato con le sue gesta persino il confine dell’odio, facendolo impallidire, relegandolo a dispettuccio d’infanzia.
La speranza è che metta invece in campo una reazione sproporzionata, più flebile della ferita che gli si è inflitto, ancora in armonia con le regole della guerra, semmai ve ne fossero.
Muoversi pro porzione, dando a ciascuno ciò che merita, è una prospettiva da non augurarsi. Ci auguriamo propositi diversi. Agli interessati del genere resta ancora l’arma della preghiera.
Gigi Meroni e la vergogna senza giustificazioni del calcio scommesse
Certo, la drammatica guerra medio orientale richiama, giustamente, l’attenzione e la preoccupazione dell’opinione pubblica mondiale. Eppure, altrettanto giustamente, la cronaca italiana non può non registrare un fatto che sconvolge il mondo del calcio di casa nostra. E che suscita un sentimento di rabbia e di sconcerto. Un settore, il calcio, che come tutti sappiamo, continua ad essere una sorta di “religione civile” nel nostro paese. Un calcio che, per l’ennesima volta, è nuovamente attraversato da fatti riconducibili alle cosiddette “scommesse” che coinvolge calciatori giovanissimi, famosi e ormai celebri. Miliardari e milionari a loro insaputa dove i problemi e le ansie della vita quotidiana delle persone semplicemente non esistono perchè avvolti da una nube dorata fatta di privilegi, soldi, tanti soldi, divertimento, popolarità e spensieratezza. E lì, in quell’universo strano e singolare ma vero e reale, prosperano purtroppo vizi, deviazioni, dipendenze e a volte – forse addirittura irresponsabilmente – reati.
Ed è proprio in un contesto del genere, squallido e amaro, che dobbiamo aggrapparci ai miti, ai veri miti che hanno segnato il “gioco più bello del mondo” per continuare ad amare il calcio, a credere nel gioco duro ma pulito e anche nella serietà di chi lo pratica.
E, al riguardo, oggi non possiamo non ricordare la tragedia di Gigi Meroni, ala destra del Torino, l’ultimo calciatore ‘beat’ del nostro paese che concluse la sua vita in una fredda sera a Torino, travolto da un’auto mentre attraversava l’ormai celebre Corso Re Umberto in compagnia di un suo amico, Fabrizio Poletti, anch’egli calciatore. Era il 15 ottobre 1967, il Torino aveva vinto contro la Sampdoria per 4 a 2 e la domenica successiva c’era il derby con la Juventus. E Meroni, nella sua ultima partita al Comunale, era stato – come quasi sempre gli capitava – magistrale nel condurre la gara.
Certo, era un altro calcio. Dove gli attori in prima linea, appunto i calciatori, erano persone che parlavano con i tifosi, che conducevano una vita ancora sostanzialmente normale – anche se già agiata -, e dove la maglia era vissuta come una sorta di identità e di appartenenza ad una comunità. E Meroni, e non solo per la tragedia che ha interrotto la sua vita e il suo straordinario ed unico talento, è stato e resta un mito per intere generazioni. Per il mondo “granata” innanzitutto, ma direi per tutto il calcio italiano.
La “farfalla granata”, come lo definì in un memorabile libro Nando Della Chiesa, ha calcato i campi di tutta Italia con una leggerezza inimitabile accompagnata da un calcio poetico, fatto di creatività e spettacolo, estro e profondo rispetto dell’avversario. Era già un calcio che coinvolgeva profondamente i sentimenti popolari e divideva le tifoserie ma c’era un elemento che caratterizzava quei grandi campioni, alcuni dei quali sono diventati miti e non solo per i propri beniamini. E cioè, erano sì calciatori anche molto giovani ma soprattutto erano uomini che vivevano la loro professione con serietà e con responsabilità. Per questo erano dei punti di riferimento per la loro comunità sportiva innanzitutto ma per la stessa città in cui vivevano e giocavano.
E Gigi Meroni resta tuttora, nell’immaginario collettivo, come quel calciatore con i capelli lunghi, con i calzettoni abbassati, che viveva in una mansarda in Piazza Vittorio a Torino con una compagna, che amava dipingere, che aiutava silenziosamente i poveri del tempo e che infiammava ogni 7 giorni i propri tifosi e incantava gli avversari. E gli amanti del calcio continuano a guardare a quei miti per rinverdire l’attaccamento a questo sport che, seppur ammaccato e profondamente inquinato, continua a suscitare le emozioni e la felicità di milioni di persone, di tutte le età e di tutti i ceti sociali.
La pubblicità in Rete crescerà del 5 per cento l’anno
I trend dell’e-commerce? La start-up innovativa Sharing Media (www.sharingmediasrl.com) ha identificato le macro-tendenze del webmarketing che caratterizzeranno i prossimi anni, evidenziando una ulteriore esplosione per il social media advertising, che nel prossimo triennio farà segnare un tasso di crescita annuale del 5%.
L’analisi condotta sui trend dei social ha rilevato che il mercato globale della pubblicità sulle reti sociali si chiuderà a 215 miliardi di dollari al 31 dicembre 2023, per arrivare poi a superare i 248 miliardi di dollari al 31 dicembre 2026.
“Una crescita importante che si spiega con il fatto che app e piattaforme social – quali Instagram, Facebook e LinkedIn– sono tra i principali ambienti digitali in cui fare marketing e non solo per le grandi aziende”, commentano i fondatori della start-up innovativa che pubblica anche l’omonimo quotidiano “Sharing Media” (www.sharing-media.com).
Attualmente, l’80% delle Pmi utilizza le reti sociali per connettersi con i propri clienti e il 90% dei consumatori segue almeno un brand sui social media. Il 78% degli utenti dei social ha acquistato almeno un prodotto o un servizio che ha visto sui social media. Insomma i social network che le imprese ed i professionisti usano per costruire una «brand awareness» si sono dimostrati anche il canale giusto per vendere e monetizzare, diventando così un concreto fattore di guadagno per le aziende.
Il social media marketing è andato ad assumere un ruolo di primo piano nelle strategie di promozione commerciale delle aziende di ogni dimensione ed è ormai uno strumento imprescindibile per le aziende e per i professionisti che vogliano raggiungere il loro pubblico in modo efficace, anche per le piccole imprese che così – oltre ad ampliare la loro presenza online – possono accedere a una vasta platea di nuovi potenziali clienti.
“Sia le grandi imprese che quelle medie e piccole e perfino i professionisti stanno puntando sull’online, anche perché le soluzioni di visibilità sul web sono accessibili con investimenti alla portata di tutti”, spiegano in conclusione i responsabili di Sharing Media.
Fonte: Notiziario Askanews
Tempi Nuovi entra nel Partito Democratico Europeo e si schiera con Macron
Il comunicato diramato ieri da “Tempi Nuovi-Popolari Uniti” mette un punto fermo sul posizionamento in Europa di quello che per adesso si definisce un pre-partito, forma in continua crescita dell’organizzazione politica nata poco prima dell’estate e caratterizzata dal legame dei suoi fondatori con l’esperienza democratico cristiana e popolare. Nel testo, ripreso da tutte le principali agenzie, si legge quanto segue.
“L’accoglimento della domanda di adesione di “Tempi Nuovi-Popolari Uniti” al Partito Democratico Europeo (PDE), con la presentazione stamane (ieri per chi legge, ndr) di François Bayrou al congresso in corso a Magonza, è per noi motivo di grande soddisfazione. Una decisione così rapida, dopo appena due settimane dalla richiesta formale, è di per sé un atto di significativa attenzione politica.
Abbiamo chiesto di aderire al PDE – un caposaldo, insieme all’ALDE, del gruppo Renew Europe di Emmanuel Macron – perché ci riconosciamo nella piattaforma che unisce forze diverse ma di autentico orientamento riformatore, solide nel loro approccio europeistico, e dunque in linea, per quanto ci riguarda, con la tradizione “democratica e cristiana” riscontrabile principalmente nell’opera di Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi e Aldo Moro.
È stata questa, d’altronde, la motivazione espressa da Fioroni, presidente di Tempi Nuovi, nella lettera inviata ieri (l’altro ieri per chi legge, ndr) a François Bayrou, fondatore alcuni anni fa del PDE.
Noi crediamo che l’Unione Europea debba crescere nello spirito che animò l’azione coraggiosa e preveggente dei Padri fondatori. Il loro esempio ci deve guidare sulla strada della continua ricerca di tutto ciò che rafforza l’integrazione in un tempo di grandi trasformazioni globali, con scenari di guerra ai confini del nostro continente”.
Indubbiamente la scelta del PDE, al quale aderisce anche Italia Viva, indica la volontà di consolidare la collobarazione nel Parlamento di Strasburgo tra popolari, socialisti e liberal-democratici – la cosiddetta “maggioranza Ursula” – che solo la cecità politica delle forze anti-europeiste si ostina a bersagliare con l’obiettivo di provocare la formazione di un’alleanza spostata a destra, anche prevedendo d’includere Marine Le Pen e gli estremisti di Alternative for Deutschland (AfD). È un disegno pericoloso, portato avanti con sfrontatezza da Salvini, in contrasto con Forza Italia e nell’imbarazzo di Fratelli d’Italia.
Pertanto, rafforzare l’area politica di centro, capeggiata dal presidente Macron, vuol dire proiettare sul piano europeo una formula che i cattolici popolari e democratici di “Tempi Nuovi” assumono come base della loro iniziativa sul piano nazionale. È l’emblema di un progetto che opera, tanto in Italia quanto in Europa, in funzione della piena riconoscibilità del ruolo dinamico, ma al tempo stesso equilibratore, del riformismo democratico e sociale.
Europa carente di leadership annaspa su Israele e Gaza
Una posizione ufficiale dell’Esecutivo comunitario è stata espressa ieri dal portavoce capo, Eric Mamer, durante il briefing quotidiano per la stampa. Ma ascoltando poi le parole, da una parte, dell’Alto Rappresentante per la Politica estera dell’Ue, Josep Borrell, e dall’altra della presidente della Commissione Ursula von der Leyen, è difficile tenerle insieme.
Una differenza di toni e di accenti si nota soprattutto nel modo in cui viene considerato (o ignorato) il blocco deciso e attuato da Israele sulle forniture alla popolazione di Gaza di cibo, acqua, elettricità e medicine, e lo stesso avvertimento ai civili affinché sia evacuato entro 24 ore il Nord della Striscia, per un totale di un milione di persone.
Borrell, parlando nel pomeriggio da Pechino, dove si trovava per una missione nell’ambito del “dialogo strategico Ue-Cina”, ha criticato come “irrealistico” l’avvertimento di Israele, a causa del pochissimo tempo, ventiquattro ore, concesso per l’evacuazione.
“Riguardo a questo avvertimento dell’esercito israeliano nei confronti dei civili affinché lascino il nord di Gaza – ha detto l’Alto Rappresentante -, certamente i civili devono essere avvertiti in anticipo. Devono essere avvisati delle imminenti operazioni militari per consentire loro di andarsene, che è ciò che ha fatto Israele. Ma tali avvertimenti, e i movimenti attesi di gran parte della popolazione che dovrebbero produrre, e stiamo parlando di un milione di persone, devono essere realistici. E certamente è del tutto irrealistico che un milione di persone possa spostarsi in 24 ore”, ha sottolineato.
“Lo ha detto anche – ha ricordato Borrell – il Segretario generale delle Nazioni Unite (Antonio Guterres, ndr), e mi unisco a lui nel dire che: sì, è positivo avere un avvertimento, ma l’avvertimento deve essere realistico per evitare conseguenze umanitarie devastanti”.
“Sì, – ha continuato l’Alto Rappresentante – c’è profonda preoccupazione per il deterioramento della situazione umanitaria a Gaza, in particolare a causa della carenza di acqua, cibo e forniture mediche, carburante ed elettricità. Come ha ricordato il Segretario Generale Onu, e come ho detto anch’io dopo in Oman” martedì scorso, dopo le riunioni dei ministri degli Esteri dell’Ue con gli omologhi dei Paesi del Golfo, “creare un blocco delle forniture di acqua, cibo, carburante e delle forniture mediche non è conforme al diritto internazionale”.
“Ci uniamo quindi – ha indicato Borrell – all’appello del Segretario generale delle Nazioni Unite Guterres, e lo ringrazio per essere pronto ad agire. Sosteniamo gli sforzi delle Nazioni Unite per contribuire ad alleviare la situazione, anche incoraggiando la creazione di corridoi umanitari e creando lo spazio per gli aiuti umanitari tanto necessari”.
“Questo è perfettamente compatibile – ha puntualizzato l’Alto Rappresentante Ue – con la forte condanna del terribile attacco che Israele ha subito da parte di Hamas”.
Di tono molto diverso sono state le dichiarazioni della presidente della Commissione in occasione del suo incontro di ieri a Tel-Aviv con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, al quale ha espresso tutta la solidarietà dell’Unione europea. Dopo aver ricordato che “Israele ha il diritto di difendersi, anzi, ha il dovere di difendere il proprio popolo”, von der Leyen ha osservato: “Vorrei anche essere molto chiara sul fatto che solo Hamas è responsabile di ciò che sta accadendo”.
“Gli atti di Hamas non hanno nulla a che fare con le legittime aspirazioni del popolo palestinese. Al contrario, l’orrore scatenato da Hamas non fa altro che portare ancora più sofferenze ai palestinesi innocenti. Anche loro sono minacciati. Le azioni spregevoli di Hamas sono il segno distintivo dei terroristi. E so – ha sottolineato in modo sibillino la presidente della Commissione – che la risposta di Israele dimostrerà che si tratta di una democrazia”.
Questo è l’unico punto del suo intervento in cui von der Leyen ha fatto riferimento alla situazione di Gaza, senza mai menzionare il blocco delle forniture, le vittime civili dei bombardamenti israeliani, la situazione umanitaria sempre più drammatica nella Striscia, da cui la popolazione civile non può uscire né verso l’Egitto, che mantiene chiuso il valico di Rafah né, naturalmente, verso Israele.
A queste due diverse linee, bisogna aggiungerne poi una terza, la posizione istituzionale “ufficiale” della Commissione che cerca di contemperarle: è la “line to take” (la “linea da tenere” nel gergo di Bruxelles) così come è stata espressa ieri (per lo più leggendo fedelmente il documento che la riportava) dal portavoce capo Eric Mamer.
“L’Ue – ha ricordato Mamer – condanna inequivocabilmente gli attacchi terroristici violenti e indiscriminati sferrati da Hamas in Israele e deplora profondamente la perdita di vite umane; questa – ha indicato – è la premessa che dobbiamo sempre tenere presente in questa situazione”.
“Abbiamo anche detto e ripetuto che Israele ha il diritto di difendersi” ha continuato il portavoce, aggiungendo poi che questo deve essere fatto “in linea con il diritto internazionale umanitario e che la protezione dei civili è della massima importanza da tutte le parti e ovunque”, una precisazione importante, ma assente nelle dichiarazioni di von der Leyen.
“Questa – ha sottolineato Mamer – è la nostra posizione: i civili devono essere pre-avvertiti e allertati riguardo alle operazioni militari imminenti, consentendo loro di andarsene, e questo è ciò che ha fatto Israele”. Qui manca del tutto la critica di Borrell e di Guterres alla eccessiva brevità del periodo di preavviso. Ci sono, in compenso, i riferimenti alle Nazioni Unite: “Tali avvertimenti e le mosse previste da gran parte delle popolazioni devono evitare, come ha sottolineato l’Onu, forti conseguenze umanitarie”.
“È anche importante chiarire – ha evidenziato ancora il portavoce – che Hamas non deve impedire alle persone di andarsene e non dovrebbe usarle come scudi umani i civili, poiché ciò costituirebbe un’altra atrocità da parte di Hamas ed equivarrebbe a un crimine di guerra”.
“Si teme – ha rilevato ancora Mamer – il deterioramento della situazione umanitaria a Gaza, in particolare a causa della carenza di acqua, cibo, forniture mediche ed elettricità“. Qui c’è un capolavoro di equilibrismo: la causa del “deterioramento” della situazione umanitaria sarebbe “la carenza” delle forniture essenziali alla popolazione, e non il fatto che Israele le ha bloccate.
“L’Ue – ha proseguito il portavoce, sbilanciandosi questa volta più verso Borrell – sostiene quindi gli appelli del Segretario generale delle Nazioni Unite Guterres ed è pronta a sostenere gli sforzi volti ad alleviare la situazione, anche incoraggiando la creazione di corridoi umanitari e consentendo la consegna degli aiuti umanitari tanto necessari”.
“Intensificheremo ulteriormente i nostri impegni con tutti gli attori regionali e i principali partner internazionali. Questa – ha concluso Mamer – è la nostra posizione in seguito all’appello da parte delle autorità israeliane per l’evacuazione del Nord della Striscia di Gaza”.
Fonte: Notiziario Askanews
Insieme | Nella Chiesa c’è posto per tutti. Intervista con Mons. Ricchiuti.
Giovanni Ricchiuti, nato a Bisceglie il 1° agosto 1948, è stato eletto Arcivescovo di Acerenza il 27 luglio 2005 ed è attualmente Vescovo della Diocesi di Altamura-Gravina in Puglia-Acquaviva delle Fonti, nonché Presidente del movimento cattolico internazionale per la pace, Pax Christi. Da sempre impegnato per promuovere la pace e tutelare le esigenze di tutta la comunità ecclesiale, racconta la sua esperienza e i suoi pensieri.
Monsignor Ricchiuti, lei è Vescovo di una grande Diocesi. Quali emozioni e paure ha provato, in virtù della responsabilità di rappresentare una comunità così grande?
Provenendo da otto anni di Ministero Episcopale nella piccola Arcidiocesi di Acerenza, diventato Vescovo della Diocesi di Altamura – Gravina – Acquaviva, ho capito che avrei dovuto affrontare una situazione pastorale numericamente molto grande e che in passato ha ricevuto un forte impulso, grazie al mio predecessore – il Monsignor Mario Paciello – che ha indetto un Sinodo per la Chiesa diocesana, al fine di renderla al passo con i tempi e con le problematiche dei tempi. Sono arrivato in Diocesi, il 15 ottobre 2013, con aria serena. Tra l’altro, essendo stato Rettore del Seminario Regionale di Molfetta dal 1994 al 2005, la gran parte del presbiterio della Diocesi di Altamura – Gravina in Puglia – Acquaviva delle Fonti era a me conosciuto, perché alcuni giovani sacerdoti erano stati miei alunni di formazione a Molfetta. Sapevo che l’accoglienza nei miei confronti sarebbe stata molto gioiosa. Quindi sono arrivato con grande serenità, nella consapevolezza che la Diocesi presenta un cammino molto impegnativo. Tuttavia ho provato qualche timore perché, accanto alle situazioni pastorali, il Vescovo di questa Diocesi riceve anche l’impegno di essere Governatore dell’Ospedale “Miulli” di Acquaviva delle Fonti, grande ospedale di eccellenza al servizio della Puglia. Questa è stata una responsabilità piuttosto grande perché, nonostante io non entri nelle logiche “aziendali”, da rappresentante legale di quell’ente ecclesiastico sono tenuto a vigilare sul buon andamento dell’ospedale. In ogni caso, il dialogo con i sacerdoti è stato fondamentale, per poter percorrere e orientare un cammino pastorale verso obiettivi comuni. Ricordo che nel mio indirizzo di saluto ho detto: “Carissimi diocesani, dall’Arcidiocesi di Acerenza ho visto spesso le luci di Altamura, Gravina in Puglia e Acquaviva delle Fonti. Vengo tra voi con spirito di servire questa Chiesa e continuare ad edificare la comunità ecclesiale della Diocesi.” Con questi sentimenti sono entrato, ed essendo io una persona molto sorridente, questo ha sicuramente facilitato il rapporto tra Vescovo e fedeli, che oggi pensano di me che sia un Vescovo “alla mano”, vicino alle esigenze pastorali e non solo.
In riferimento al rapporto con i fedeli, stiamo assistendo negli ultimi anni ad un forte spopolamento delle parrocchie, soprattutto da parte delle nuove generazioni. Avverte questo problema? Quali strumenti si dovrebbero adottare per un avvicinamento alla Chiesa ed alla fede?
Un momento molto delicato è stato rappresentato dallo scoppio della pandemia nel 2020, che ha segnato una cesura. Oggi possiamo parlare di una lenta ripresa, dopo aver notato una certa fatica negli anni passati. Tuttavia, secondo me da quel momento c’è stato un prima, un durante ed un dopo. Prima del Covid -19 abbiamo perseguito un cammino, in cui l’evangelizzazione, il dialogo con le nuove generazioni e la famiglia sono stati al centro delle priorità pastorali. C’è stato un bellissimo momento del cammino pastorale familiare che nel 2017 ha consentito – grazie a laiche, laici, sacerdoti e volontari – di concretizzare un mio sogno, ossia la realizzazione del Consultorio familiare di ispirazione cristiana, chiamato Amoris Laetitia, situato presso alcuni locali messi a disposizione dalla Santissima Trinità (nella Chiesa della Trasfigurazione), ad Altamura. Ad oggi, però, un problema che sta attraversando tutta la Chiesa occidentale è la mancanza di confronto con i giovani. La pastorale giovanile, che è sempre stata molto vivace, sta subendo la distanza tra la Chiesa ed i giovani. Tuttavia, devo ammettere che proprio la risposta dei giovani fedeli è stata importante in questi anni ed in diversi momenti: la Giornata Mondiale dei Giovani a Cracovia, dove cento giovani hanno partecipato; il pellegrinaggio di 100 km a Santiago, dove si sono presentati in ottanta dalla Diocesi; infine, la Giornata Mondiale dei Giovani a Lisbona, dall’1 al 6 agosto 2023, dove c’erano un milione e mezzo di ragazzi da tutto il mondo. Questi sono dati importanti, da cui dovremmo partire per lavorare con molta fiducia. Dal mio punto di vista, la spiritualità dei giovani non si misura solo dal fatto che in Chiesa, ad esempio, ce ne sono pochi, e soprattutto il problema del mondo giovanile non riguarda soltanto la Chiesa, ma diversi ambiti, come il lavoro. Ciò che possiamo fare è continuare a dialogare con loro, anche se ad oggi preferiscono altro alle parrocchie. Però la Chiesa è in cammino, è una Chiesa – utilizzando le parole di Papa Francesco –“in uscita”. Ed è necessario incontrare e ascoltare i giovani. Sarebbe bello se la Chiesa, la Scuola e tutta la comunità lavorassero affinché i giovani tornino a camminare insieme a noi. In definitiva, non bisogna scoraggiarsi, pur essendo realisti: è necessario lavorare per una Chiesa che sappia attrarre, tutti insieme.
In varie occasioni, Papa Francesco ha aperto le porte della Chiesa anche alla comunità LGBTQIA+. In particolare, durante la GMG (Giornata Mondiale della Gioventù) a Lisbona, ha affermato con fermezza: “Nella Chiesa c’è spazio per tutti. Così come siamo, tutti.”. In che modo, concretamente, ci si può ritagliare questo spazio? Lei crede che la Chiesa sia pronta ad una rivoluzione simile?
La Chiesa è consapevole di vivere nel mondo e di essere attenta a come quest’ultimo cambia e si riorganizza. Le scelte delle persone vanno rispettate e ciò che conta, prima di tutto, è l’umanità. E’ chiaro che nella Chiesa c’è posto per tutti, io sono in sintonia con Papa Francesco, ma bisogna mettere in atto questa apertura: bisogna cercare il dialogo con i fratelli e le sorelle della comunità LGBTQIA+. Poi si può discutere su temi delicati, come la genitorialità, ma anche in quel caso non bisogna farlo con preconcetti, ma magari avvalendosi di esperti che sappiano dirci se un bambino cresca sereno oppure no con due papà o due mamme.
E il matrimonio fra persone dello stesso sesso?
Per me il matrimonio è quello di cui, tradizionalmente, si parla nella Sacra Scrittura. “Maschio e femmina li creò” (Genesi, 1,26-28), si legge nella Bibbia. Per noi questa non è un’opinione, ma è la Parola di Dio. Sicuramente questa va interpretata: io sono dell’opinione che non ci sono problemi se due uomini o due donne vogliono vivere insieme, tuttavia fatico a chiamare quel legame “matrimonio”. Noi Vescovi riceviamo spesso lettere di appartenenti alla comunità LGBTQIA+ cattolici, che chiedono di essere ascoltati e accettati. Noi abbiamo questo compito. Dico di più: se una coppia di due uomini o due donne credenti hanno un bambino e costoro chiedono che il bambino sia battezzato, quel bambino, per me, deve essere battezzato. C’è poco da fare. Non si può vietare il battesimo, quel bambino deve essere accettato dalla comunità. Se lei mi chiede, invece, se siamo pronti a questo cambiamento, le dico che probabilmente non lo siamo, non solo come Chiesa ma come società. Questa è una rivoluzione culturale che necessita dei suoi tempi, e la comunità ecclesiale – la cosiddetta “Chiesa tradizionalista” – deve certamente maturare. Ma in ogni caso, la Chiesa deve essere un esempio di accoglienza e di non discriminazione per tutti.
Un altro tema molto dibattuto è quello relativo al celibato sacerdotale. Sul tema il Papa ha affermato che questa disciplina potrebbe essere rivista. Lei è dello stesso avviso?
Io mi sono sempre espresso in merito affermando che la Chiesa chiama i sacerdoti al celibato per poter dedicare la propria vita completamente all’evangelizzazione, diversamente da quanto accade nella Chiesa ortodossa, che consente invece il sacerdozio uxorato. Nella nostra Chiesa romana i giovani sacerdoti sono educati e sono consapevoli di quest’obbligo. Sicuramente non è facile, perché ogni persona ha le proprie istintualità e i propri sentimenti, ma un sacerdote deve saper dominare le passioni per coerenza con la propria scelta. La disciplina potrà cambiare? Per me la scelta dovrebbe essere affidata al sacerdote, ma anche per questa riforma la Chiesa non è del tutto pronta.
E il sacerdozio alle donne?
Come affermava il Cardinale Carlo Maria Martini, “dobbiamo essere in ascolto dello Spirito Santo”. Sarebbe un cambiamento radicale che avrà bisogno di moltissimo tempo. La Chiesa vive e continua a sopravvivere nel mondo e ogni cambiamento va commisurato con la tradizione, frutto della lettura del Vangelo, e le situazioni che si presentano devono essere lette nell’ottica del Vangelo.
Lei è il Presidente di Pax Christi ed a tutti è noto il suo incessante impegno per promuovere la pace, soprattutto in questi lunghi mesi di guerra in Ucraina. Ha anche pronunciato una bellissima omelia dopo la Marcia per la pace, tenutasi ad Altamura il 31 dicembre 2022. “Abbiamo bisogno di pane e non di armi” è stata sicuramente la frase più significativa. Come si pone fine alla guerra? Ma soprattutto: come si promuove la pace?
Abbiamo bisogno di una rivoluzione culturale dal punto di vista della razionalità. Mi trovo in piena sintonia con l’Enciclica Pacem in terris di Papa Giovanni XXIII dell’11 aprile 1963, definita dall’Onorevole Giorgio La Pira (Sindaco di Firenze negli anni cinquanta e sessanta il “manifesto di un mondo nuovo”. La Pace è un dono di Dio ed è affidata alla ragione della persona umana. Se questa ragione non c’è, ecco che nasce la guerra. “Alienum est a ratione” si legge nell’Enciclica: pensare di risolvere i conflitti con la guerra è pazzia. I conflitti vanno superati con il dialogo, con il riconoscimento che ogni persona umana ha la sua dignità, che non va toccata. Auspico un cambiamento di mentalità: è follia ritenere che i conflitti si possano risolvere con la guerra, perché i danni che provoca questa follia sono sotto i nostri occhi, soprattutto se pensiamo a tutte le guerre che ci sono nel mondo. La Chiesa e la comunità ecclesiale non possono tacere sulla questione della pace e non possono mettere in dubbio ciò che Gesù ha detto nel Vangelo: “Beati quelli che non sono violenti” (Matteo 5,3-12). Se saremo educati alla fratellanza e alla solidarietà, allora saremo profeti di pace e riterremo razionale – finalmente – non la guerra, ma il dialogo.
Tra qualche mese terminerà il suo mandato da Vescovo della Diocesi di Altamura – Gravina in Puglia – Acquaviva delle Fonti. Questo è il tempo dei bilanci. Che valutazione dà al suo vescovado e quali sono le prospettive future, per questa Diocesi e per la Chiesa tutta?
Io sono sereno, so di aver messo l’impegno di cui ero capace. Il 9 settembre 2023 ho compiuto cinquantuno anni da quando sono diventato sacerdote e sono nel diciannovesimo anno di Ministero Episcopale: sicuramente avverto la fatica, ma sono ugualmente contento del mio percorso. Continuerò il mio cammino nella Chiesa, come uomo e come cristiano, e mi aspetto che la Chiesa continui il suo cammino nel mondo di oggi. Mi aspetto una Chiesa che non si rinchiuda solo per paura. Importante è non perdere l’entusiasmo, dire quel “sì” che segna profondamente la vita dei fedeli e che ha segnato la mia esistenza ben cinquantuno anni fa. Continuare a dire questo sì alla Chiesa. L’augurio è che anche la Chiesa possa continuare a dire il suo sì di entusiasmo, continuando a dire parole e gesti che contribuiscano ad un futuro migliore.
L’Eur non è il quartiere che Rampelli vorrebbe ricondurre al Ventennio.
Se fosse un teorema matematico, il ragionamento sull’Eur sviluppato di recente da Fabio Rampelli (Corriere della Sera, 6 ottobre 2023) dovrebbe chiudersi in un solo modo: ciò che è bello non sta nel presente e ciò che possiamo immaginare per il futuro è nel ritorno al passato. Per quanto possibile, ovviamente. In fin dei conti, se l’Eur vale per l’impianto architettonico e urbanistico dell’Esposizione Universale del 1942, mai celebrata per lo scoppio della seconda guerra mondiale, il suo destino appartiene alfermo immagine di un museo a cielo aperto. E di quel museo sarebbe da ammirare la parte propriamente munumentale, originale per l’aspetto di moderna munumentalità razionalistica grazie all’inventiva degli architetti reclutati da Marcello Piacentini, mettendo in disparte cosi le novità del dopoguerra per la loro insufficienza espressiva e funzionale. Un sogno, questo, che porta Rampelli a riproporre ancora una volta l’Arco di Libera, come se quell’idea fascinosa – un arco imponente, sulla Cristoforo Colombo, come porta d’ingresso da sud – non fosse legata alla vicenda dell’Esposizione Universale. Oggi come potrebbe inserirsi nel contesto del quartiere? Cosa potrebbe significare, se non un esempio di magniloquenza archietttonica fuori dal tempo e dall’ambiente? A quale destino, per così dire, sarebbe votato?
Sembra di riconoscere in questa visione del “Quartiere Europa” – una definizione che Rampelli tiene ai margini del suo discorso – la spinta verso prospettive ancorate alla difesa di una italianità perduta. Si arriva pertanto alla polemica sulla Nuvola di Fuksas, non importa se apprezzata dentro e fuori i confini di Roma, anzi del Paese. Non si capisce se l’avversione sia dovuta alla onerosità dell’impresa, per effetto della lievitazione dei costi rispetto alle cifre contenute nell’appalto, o alla valenza artistica dell’opera: da questa confusione, in sostanza, deriva il sospetto che un certo pregiudizio rovini la dovuta serenità di giudizio.
L’Eur è un quartiere che in sé contiene l’energia dell’innovazione. È stato così negli anni Cinquanta e Sessanta, quando si formò il quartiere che oggi conosciamo, con le decisive trasformazioni intervenute in occasione delle Olimpiadi del 1960 e poi via via con altre operazioni di analoga importanza, fino ai giorni nostri. Se il Palazzo della Civiltà del Lavoro è una testimonianza del progetto voluto dal Fascismo, anche Palazzo Sturzo assurge a valore di testimonianza ma di un’epoca successiva, quella della repubblica a guida democristiana. Andrebbe sempre ricordato che senza Virgilio Testa, il grande “regista” dell’Ente Eur, scelto personalmente da Giulio Andreotti, la conformazione del quartiere non avrebbe goduto degli standard di qualità che sono sotto gli occhi di tutti. Egli fu capace, in effetti, di organizzare gli interventi urbanistici secondo le regole che il Ministro Fiorentino Sullo, osteggiato da una destra oltranzista al servizio della rendita edilizia, provò senza successo a tradurre nella riforma urbanistica, tuttora associata al suo nome. L’abilità di Testa permise di adottare in via pratica una riforma pensata e non realizzata, con esiti straordinari: palazzine ordinate, strade larghe, verde in abbondanza. Un miracolo, senza dubbio!
Oggi questo dinamismo che forgia il carattere dell’Eur deve essere guidato in direzione di nuovi traguardi, rispettando l’integrazione virtuosa tra uffici e residenze. Il polo congressuale, con al centro proprio la Nuvola, esige più che mai una razionale ed organica sistemazione, ripartendo dal progetto del sottopasso tra il Palalottomatica e piazza Marconi. Ci vogliono parcheggi e mezzi pubblici ecologici, zone pedonalizzate, nuove corsie riservate ai biker. L’Eur può candidarsi a fungere da modello per la Roma del futuro. Il messaggio non è quello della musealizzazione, ma della trasformazione secondo canoni più sofisticati per la vivibilità, l’efficienza di servizi, il decoro urbano. Rampelli si adagia nella retorica, altri devono invece mirare a vincere la sfida dell’Eur di domani.
Luca Bedoni è il Presidente dell’Assemblea consiliare del Municipio Roma IX (Eur)
La Voce del Popolo | La sfida? Restare ancorati ai nostri fondamentali
La sfida è restare noi stessi. Non cambiare, non farsi cambiare. Evitare di venire trascinati nel baratro della barbarie, laddove i nostri nemici vorrebbero vederci trasformati in loro simili, trasfigurati in nome dello scontro di civiltà.
Valeva all’indomani dell’11 settembre americano, vale all’indomani di quello israeliano. Naturalmente la retorica collettiva in queste ore parla d’altro. La parola d’ordine ricorrente in questi casi è “nulla sarà mai più come prima”. E s’intende che una civiltà degna del nome ha sempre di che mettersi in discussione, di che ragionare su come affrontare nuove sfide e nuove insidie.
Lo sdegno per la barbarie di Hamas va di pari passo con il ripensamento su noi stessi – questo è ovvio. Ma quello che oggi ci viene chiesto, e che più ci preme, è di restare ancorati ai nostri fondamentali, chiamiamoli così. A noi liberal-democratici, a noi europei, a noi atlantici, a noi amici di Israele viene chiesto di non perdere di vista le nostre ragioni. E cioè, per quanto possibile, di non perdere la testa.
Tutto questo non implica una politica irenica, tutt’altro. Non si tratta di porgere un’altra guancia (non ne abbiamo più, avrebbe detto Andreotti). Né di trattare la bestialità del terrorismo con un’indulgenza che esso non merita e che “noi” non ci possiamo permettere. Più semplicemente, occorre dirci che la difesa della nostra civiltà sarà tanto più forte quanto più resteremo ancorati ai fondamentali su cui essa poggia: l’umanità, la libertà, l’apertura, la fiducia.
In una parola, le nostre “armi” migliori.
Fonte: La Voce del Popolo 12 ottobre 2023
[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]
Fa strame della politica il rientro della Moratti in Forza Italia
Che il trasformismo e l’opportunismo siano diventati, nell’era del populismo grillino, i cardini centrali del comportamento politico dei partiti e degli stessi politici è un fatto che non suscita alcuna notizia, talmente è nota la questione. Ma che il trasformismo e l’opportunismo debbano diventare i tasselli costitutivi e quasi dogmatici nella cittadella politica italiana non può diventare così scontato. Almeno per chi ritene che la coerenza e la trasparenza degli atteggiamenti e dei rispettivi comportamenti rappresentino ancora un valore da perseguire quotidianamente. Anche nel confronto politico.
Ho voluto ricordare questo aspetto perché, purtroppo, continuiamo ad assistere a giravolte improvvise e a cambiamenti altrettanto rapidi nelle scelte politiche di singoli esponenti che lasciano francamente basiti. Il caso di Letizia Moratti non è che l’ultimo esempio della serie ma credo che questi comportamenti proseguiranno in modo disinvolto in vista delle elezioni europee. Perché quello che impressiona e che sconvolge non è soltanto il passaggio da un partito all’altro – cosa, in sè, del tutto legittima perché il partito era e resta solo uno strumento della politica – ma, semmai, il cambio radicale della prospettiva politica che viene praticata nell’arco di pochi giorni o di poche settimane. Come si può essere credibili, per fare un solo esempio concreto, predicare pubblicamente la bontà di un partito di centro che pratica e declina una vera ‘politica di centro’ contro l’attuale bipolarismo e poi, nell’arco di pochi giorni, mutare radicalmente opinione e linea e sostenere che la radicalizzazione del conflitto politico è cosa buona e giusta e va perseguita sino in fondo? In gioco non c’è il legittimo e fisiologico cambiamento d’opinione ma, al contrario, la ridicolizzazione della politica, dei partiti e, soprattutto, dei politici stessi. Ed è poi perfettamente inutile lamentarsi della caduta di credibilità della politica e dei partiti, della scarsa partecipazione alla vita politica, del crescente astensionismo elettorale e del peso crescente di altri poteri: dalla magistratura al giornalismo, dalla burocrazia alla ceto tecnocratico.
Forse è arrivato il momento per denunciare pubblicamente, pur senza alcuna polemica personale, metodi e prassi che squalificano la politica perché la riducono esclusivamente a merce di scambio. Per obiettivi di chiara convenienza personale e di potere.
Ecco perché, per fermarsi al progetto politico di un Centro riformista, dinamico, di governo e democratico, diventa decisivo e quasi essenziale anche la “cultura del comportamento” di chi la sostiene e di chi la pubblicizza. Oltre alla “cultura del progetto”, per citare una bella definizione di Pietro Scoppola. Perché senza comportamenti credibili, trasparenti e credibili è lo stesso progetto politico che rischia di essere sacrificato e compromesso. E, in ultimo, per non far trionfare per l’ennesima volta la deriva trasformistica e la sub cultura opportunistica.
Nessuna scorciatoia, lavorare per un centro unito non è una chimera.
Questo tempo di massimo caos nell’area di centro è forse anche il tempo più propizio per considerare le ragioni che ancora possono rendere possibile una qualche forma di rappresentanza unitaria di tale area per le elezioni del prossimo anno, europee, regionali e provinciali, se le province saranno rese di nuovo elettive, come auspichiamo.
L’intuizione di Matteo Renzi di una lista unitaria denominata “Il Centro” merita attenzione, nonostante l’esercizio da parte sua di una leadership per certi aspetti visionaria ma non accompagnata da altrettanto slancio in direzione della collegialità nella gestione.
Perché lo spazio politico del centro esiste e aspetta solo che qualcuno ne assuma una rappresentanza credibile e capace di superare una frammentazione che sembra andare oltre l’immaginabile.
Si guardi, in questo senso, come ad un modello virtuoso, al processo di riorganizzazione della sinistra radicale. Dopo le percentuali a due cifre della stagione di Rifondazione Comunista quell’area si era così divisa al punto da non riuscire a superare le soglie di sbarramento. La sinistra italiana però ha imparato dai suoi errori ed è stata in grado di proporsi come La Sinistra, riuscendo non solo quantomeno a dimezzare la frammentazione dei consensi nella galassia della sinistra alternativa ma addirittura a portare il Partito Democratico di Elly Schein sulle sue posizioni. E lo ha fatto esprimendo una politica, non solo sfoggiando un’etichetta.
Qualcosa di analogo può avvenire nell’area di centro. A patto che si smetta di evocare la parola “centro” come un feticcio o di intenderla nei fatti come una posizione di rendita per pochi, che esime dalla fatica dell’elaborazione politica e del radicamento organizzativo, territoriale e sociale.
Il centro, tanto più quello di derivazione popolare, è equilibrio nell’affrontare i cambiamenti epocali e non equidistanza; mediazione non fine a se stessa e anche determinazione, pur nella mitezza dei toni, a perseguire gli obiettivi considerati irrinunciabili in virtù di una visione e di una strategia di ampio respiro. Questo ci insegna Sturzo. In breve, occorre fare del centro qualcosa di cui gli elettori possano fidarsi rispetto alle questioni del nostro tempo. Alcune, quelle relative a una rapida e improcrastinabile riforma politica e fiscale dell’Unione Europea, ce le ha indicate Mario Draghi. Altre, come la transizione geopolitica che non si può pensare di risolvere con le guerre né verso l’Est né nel Medio Oriente, ma riconoscendo la necessità di un dialogo aperto anche all’ascolto delle ragioni degli altri, ce le impone l’attualità. Insieme ad una transizione ambientale, socialmente equa, graduale e tecnicamente neutra, improntata all’ecologia integrale, come ha ribadito papa Francesco nella Laudate Deum. E ad un utilizzo delle nuove possibilità dischiuse in ogni campo dalla scienza e dalla tecnica, illuminato da un nuovo umanesimo.
Serve un centro che sappia interpretare questo cambiamento d’epoca in cui nulla sarà più come prima, perché dopo circa cinque secoli è al tramonto l’egemonia occidentale sul mondo, vedendo questo processo come un’opportunità anziché come una sciagura, e fermando la pericolosa tendenza all’arroccamento dell’Occidente, sostenuta sia da destra che da sinistra. Serve un centro che sappia proporsi come guida affidabile nelle acque agitate del nostro tempo.
Un tale lavoro programmatico e strategico, e organizzativo, non si improvvisa, lo si deve costruire giorno per giorno, cambiando innanzitutto il nostro habitus mentale.
I modi per realizzarlo possono esser diversi, ciò che serve è la volontà politica. Ad esempio, forse potrebbe esser utile un organismo collegiale non decorativo, ma operativo, nel quale si possano definire i tratti della proposta politica del Centro e abbozzarne la fisionomia organizzativa.
Sullo sfondo, infatti, dopo la tornata elettorale del 2024 ci deve essere la prospettiva di organizzare il centro in un partito. Già solo riuscire a costituire un partito dotato di effettiva democrazia interna, un partito degli elettori e degli iscritti, aperto alle liste civiche e agli amministratori locali, e non nei fatti di proprietà privata di capi per diritto mediatico, e perciò in grado di garantire le diversità e le minoranze, senza che ogni dissenso debba risolversi in una fuoriuscita dal partito, sarebbe un risultato notevole, specialmente se accompagnato da meccanismi democratici per l’elezione degli organi interni e per la definizione delle candidature a ogni livello e a prescindere da quale sia la legge elettorale della competizione di turno.
E senza mai smarrire il senso dell’autonomia del centro. Perché il centro che guarda a sinistra non significa alleanza obbligatoria con qualsiasi programma sostenga la sinistra. Tant’è vero che lo stesso De Gasperi, fuori dal breve periodo di emergenza post-bellica, non governò con la sinistra socialcomunista del suo tempo ma fu lui a estrometterla dal governo nel 1947.
E sapendo che il centro nell’era bipolare è un po’ come la Corea. Una nazione unica divisa da fattori contingenti. E una tale aspirazione all’unità non potrebbe che esser più fondata ora, nella fase in cui Forza Italia, lungi dall’essere quel movimento dai connotati incerti e preoccupanti delle origini, si è trasformata con la guida di Antonio Tajani, il cui equilibrio da ministro degli esteri va senz’altro riconosciuto, nella sezione italiana del Ppe. E senza dimenticare che l’esito del voto europeo del 2024 potrebbe costringere Forza Italia a dover fare delle scelte, anche a costo di mettere a repentaglio l’attuale alleanza di governo. Come già successe nel 2019 a scapito del governo Conte 1, quando la nuova maggioranza di Bruxelles mise in crisi l’alleanza del governo di Roma.
L’importante credo, per noi Popolari è cercare di non imboccare scorciatoie, presentandosi o imbellettandosi per ciò che non si è. Il lavoro che ci attende è ostico. Meglio ripartire dalla coscienza delle nostre, e altrui, debolezze, per impostare insieme un valido percorso per superarle.
Final countdown, ovvero la sociologia della contemporaneità dei mitici Europe.
“Stiamo partendo insieme/ma è anche una separazione/e forse torneremo/sulla terra, chi può dirlo? Penso che non si possa incolpare nessuno/stiamo lasciando il terreno/le cose saranno mai di nuovo le stesse?”. Era il 1986, inizia così uno dei piu straordinari capolavori della musica per opera della rock band svedese degli Europe. La voce graffiante e senza confini di Joey Tempest, l’energia trasformativa del chitarrista Jhon Norum e le spinte pulsanti della testiera e della batteria entrano nei sotterranei dell’anima, incidono sigilli tra inconscio e subconsio nella metamorfosi del genere umano.
Band rock che proietta la visione “umanistica” di società nelle sue performance live, che ci piega su noi stessi per rileggere gli errori del comportamento umano. “The final countdown/It’s the final countdown” (trad. “Il conto alla rovescia finale/È il conto alla rovescia finale”). Dieci anni dopo il lancio del brano degli Europe, intorno al 2015, quasi come una premonizione arriva l’Enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco sulla cura della casa comune. Ma è anche l’anno, in realtà, dell’Agenda 2030 ONU sullo Sviluppo Sostenibile.
L’impatto è forte e gli entusiasmi crescono, tuttavia i popoli soffrono. La sociologia degli Europe è quella di “connettere” lo spazio e il tempo con un Pianeta in forte criticità non solo per i cambiamenti climatici ma anche per gli “orrori” dell’umano e di una pace tra le comunità di persone che ancora fatichiamo a conservare. Le note “parlanti” della chitarra di Jhon Norun protestano, urlano, rivendicano, scendono in piazza per cercare di comunicare all’Umanità che “il conto alla rovescia finale” è già iniziato. “Ci stiamo dirigendo verso Venere/e siamo ancora a testa alta/perchè forse ci hanno visto/e ci hanno dato il benvenuto/con così tanti anni luce da percorrere/e cose da trovare/sono sicuro che ci mancherà tanto”.
La proiezione abitativa di essere su una Terra “diversa da noi” chiamata Venere è la speranza di una società nuova, di un Mondo migliore, di una casa “che ci contiene e ci unisce” in un popolo che è culla di tutte le culture. Non sono solo immagini rock di mondi paralleli che ci mancheranno, che la Terra così come l’abbiamo distrutta c’è, ma anche come l’abbiamo amata non esiste più. Gli Europe con il loro brano nell’alternanza della voce, della chitarra, della batteria e della testiera descrivono con largo anticipo la crisi che si stava abbattendo: il disagio della Terra nella convivenza con l’Umanità.
Il sound rock di questa canzone “scultura” entra prepotentemente nelle nostra vita, unisce le generazioni e ci accompagna verso i sentieri della speranza dell’ecologia integrale e verso riscatti sinodali da “populorum progressio”, come scriveva Paolo VI. Il conto alla rovescia finale è iniziato. Se è vero che l’unità è superiore al conflitto, abbiamo tanti anni luce da percorrere per combattere la povertà, restituire la dignità agli esclusi, prendersi cura della natura. Non si tratta di essere “Eroi del Silenzio”, come ci ricordano i Litfiba, ma di concedere “Uno sguardo verso il Cielo”, come sostengono Le Orme. “The final countdown/It’s the final countdown” (trad. “Il conto alla rovescia finale/È il conto alla rovescia finale”).
Premiamo il tasto “play”! Il conto alla rovescia finale parte. E decolla per far sì che siamo migliori e per trasformarci in “persone nuove”. Si può!
Letizia o mestizia, la parabola riporta a destra la Moratti.
Ci sono accadimenti che non possono scampare al loro destino anche quando appaiono incomprensibili o ingiustificati. È probabile che il motore della storia sia proprio nelle sue storture ed inciampi; altrimenti, nella monotonia di una logica da seguire, non si farebbe un sol passo in avanti precipitandosi in un mortorio che arresterebbe l’avvicendamento di ogni fatto.
Papa Francesco non troppo tempo fa ha tirato fuori una esortazione apostolica che ha per titolo Amoris Laetitia che ci dice della famiglia e della situazione che vive nel mondo attuale.
La letizia è un sentimento importante forse anche superiore all’amore da cui prende piede ed è quello stato d’animo che indurrebbe per esempio i Cristiani a servire il proprio Signore, è quella condizione che consente di avere il cuore lieto di gioia.
Deve essere questo modo di vivere la propria dimensione ad aver improntato i passi di Letizia Moratti nel corso della sua brillante e apprezzabile carriera di imprenditrice e politica. Nulla da dire a proposito anche se qualcuno immancabilmente ne contesterebbe gli effetti del suo impegno lì dove si è spesa.
“Era il tempo delle more” cantava Mino Reitano. Nel testo si legge di “quella notte quante stelle ma poche verità” ed è proprio quest’ultima che sfugge alla scelta, fresca di una giornata appena trascorsa, del ritorno della Moratti in Forza Italia, che ha un po’ il sapore del figliol prodigo, del suo desiderio di tornare ad un pascolo misericordioso.
Sarà stata alla porta e bussato per dare notizia di sé. Qualcuno, ascoltandone la voce, le avrà aperto. Difficile dire di certe dinamiche, chissà chi per primo sarà andato davvero incontro all’altro e quali trattative saranno semmai incorse in anticipo sul grande gesto.
Per certo il tempo delle more è quello che matura in estate e che possono gustarsi nel tempo a venire. Bisogna però essere prudenti nella raccolta e badare a non ferirsi con le spine che infestano i rovi dove i frutti trovano riparo. La politica è materia che va trattata con accortezza altrimenti ci si può far male.
Se la nostra Letizia avesse scelto il tempo delle mele non sarebbe caduta comunque in errore. Il frutto del peccato matura tra la stagione estiva ed ottobre, ma si mantiene ormai per l’anno intero con le tecniche moderne di conservazione.
Tutto sembra in armonia con la scelta in queste ore della prossima Responsabile della Consulta del Segretario Nazionale di Forza Italia. L’importante è restare in campo qualunque sia la stagione del momento e poter dire la propria.
Poco conta se a marzo ha detto di voler dare vita ad un nuovo partito senza leadership precostituite e con la volontà di voler lasciare un posto ai giovani. Qualcuno potrebbe accusarla di movimentismo eccessivo.
Da Assessore al Welfare nella giunta di Attilio Fontana in Lombardia passa poi al terzo Polo augurando, dopo ancora, buona fortuna ai suoi ultimi compagni di ventura, per tornare all’antico ovile.
Hegel diceva già nei suoi anni che i Partiti sono statue senz’anima, il che sembra intesa come una sentenza che non debba essere smentita in alcun modo, semmai confermata in tutte le sue capacità estensive.
La modernità va sotto braccio alla flessibilità e quindi si deve saper cambiare posizione ogni qual volta lo si ritenga conveniente. Non deve allora suscitare scandalo il richiamo di passi avanti, indietro e di lato della Moratti senza l’antica coerenza che era un valore della vecchia politica, un “da da um pa” apprezzato ormai come una nota di brillantezza. “Hello boys, traversando tutto l’Illinois, valicando il Tennessee, senza scalo fino a qui, è arrivato il da da um pa..”
La Moratti si è mossa dalla Lombardia verso Roma ed avrà avuto le sue ragioni nel farlo. C’è poco da mestarci dentro al riguardo. Delusa da dove era, si è mossa per terre nuove ed antiche di maggiore soddisfazione.
Può darsi si sia in presenza di un semplice rinsavimento, un tornare alla ragionevolezza ultimamente smarrita, abbandonando avventure infruttuose.
Qualunque cosa sia, si tratta sempre e solo di un gioco dei quattro cantoni che non segnerà e neppure peserà sul destino politico del paese. Tutto resta recluso nell’ambito esclusivo della persona che si agita, nulla di più.
Per tutto questo si avverte un po’ di mestizia, che fa rima con Letizia, ma di entusiasmi della Storia al riguardo sarà difficile vederne traccia.
Giorgetti smorza le preoccupazioni ma dal FMI arriva un monito sui conti pubblici
Il Fondo Monetario chiama, il governo italiano risponde. Il responsabile della politica fiscale dell’istituzione di Washington, Vitor Gaspar, rispondendo ai giornalisti a Marrakech durante la presentazione del ‘Fiscal Monitor’, ‘bibbia’ del Fmi che dà regolarmente conto dell’evoluzione della finanza pubblica in tutto il mondo, non si è sottratto alle domande dei giornalisti sul calo al rallentatore del colossale debito pubblico italiano. E lo ha fatto consigliando a Roma riforme pro-crescita e più ambizione nel risanamento dei conti pubblici. Pronta e pacata la risposta del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che, nel giorno della votazione parlamentare alla nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (Nadef), si è detto certo che gli interlocutori internazionali si renderanno conto che il governo italiano si è mosso in modo “responsabile e serio”.
“Per quanto riguarda il debito pubblico italiano – ha detto Gaspar in una conferenza stampa agli incontri annuali Fmi in corso a Marrakech – nelle nostre previsioni appena pubblicate abbiamo un profilo con il rapporto debito pubblico/Pil che cala molto lentamente e resta ben al di sopra dei livelli di debito precedenti alla pandemia. Siamo dell’avviso che se si vuole portare in basso il livello del debito pubblico in Italia – ha sottolineato l’alto esponente Fmi – due elementi sono cruciali. Il primo riguarda le riforme strutturali che aumenteranno la crescita potenziale in Italia che a sua volta è estremamente importante per diluire gradualmente nel tempo il debito pubblico. Ma devono manifestarsi anche ulteriori ambizioni in termini di risanamento dei conti pubblici in un’ottica di rafforzamento degli obiettivi delineati dal Governo italiano”.
Il ministro dell’Economia, sollecitato in merito alla posizione del Fondo Monetario, ha commentato così le parole di Gaspar. “È legittimo che il Fondo monetario faccia questo invito dopodiché, come ho detto e ribadisco, man mano che anche gli esperti leggono il contenuto della Nadef e ancor di più quando leggeranno il contenuto della legge di bilancio capiranno che il governo italiano ha fatto le cose in modo responsabile e serio. Sono molto tranquillo” ha aggiunto, sottolineando che con il Fondo “abbiamo già avuto modo di scambiare opinoni durante questo anno di governo”.
Ma da Marrakech il Fondo Monetario ha anche espresso il suo favore, in questa chiave, alla proposta della Commissione Ue di riforma del Patto di Stabilità, che peraltro ha accolto alcuni suggerimenti dell’istituzione di Washington. “Siamo a favore – ha aggiunto Gaspar – di un ritorno delle regole e a procedure di governance fiscale nell’Unione Europea e crediamo che la Commissione abbia sottoposto una proposta che introduce elementi molto positivi e costruttivi come un approccio concreto e specifico basato su un’analisi della sostenibilità del debito basata sul rischio e anche sul sentiero virtuoso della spesa pubblica come obiettivo operativo. Speriamo che i Paesi membri dell’Unione Europea raggiungeranno presto il necessario consenso perché penso che ciò contribuirebbe molto alla stabilità nella Ue”.
Fonte: Notiziario Askanews
De Pascale (UPI) incassa la promessa sul rilancio delle Province

“In questi due giorni abbiamo sentito parole importanti: il riconoscimento delle Province come enti essenziali per il Paese, la consapevolezza della necessità di assicurare risorse e personale perché possano contribuire al meglio alla ripresa economica dei territori, la condivisione rispetto all’urgenza di intervenire con norme che permettano di restituire a queste istituzioni funzioni chiare e un sistema di governo stabile e in linea con la Costituzione. Adesso ci aspettiamo che queste parole si traducano presto in fatti, a partire dalla prossima legge di bilancio”. Lo ha dichiarato il Presidente dell’UPI, Michele de Pascale, a conclusione dei lavori dell’Assemblea Nazionale delle Province italiane che si è svolta all’Aquila.
“Sono stati giorni importanti – ha sottolineato de Pascale – nei quali siamo stati guidati dalle parole del Presidente della Repubblica. La Costituzione, ha ricordato a tutti il Presidente Mattarella, richiede di essere attuata. Un messaggio chiaro e potente, che non può essere eluso. Il vicepremier Salvini ha sottolineato l’urgenza di restituire alle Province piena operatività finanziaria, organizzativa e funzionale. Il Ministro Fitto ha evidenziato il ruolo essenziale che le Province stanno svolgendo nell’attuazione del PNRR e il Ministro Zangrillo ha ricordato quanto le Province siano istituzioni vive proiettate al futuro, centri propulsivi di sviluppo e investimenti, capaci di rispondere alle esigenze della collettività”.
“Ci auguriamo – ha concluso il presidente delle Province italiane – che queste riflessioni possano contribuire a far riprendere con coraggio il cammino di riforma delle Province, dando seguito al bellissimo augurio che ci ha riservato il Presidente della Repubblica, di servire con onore e successo le nostre comunità e il Paese”.
Fonte: Notiziario Askanews
Diritto allo studio e libertà d’insegnamento nella nebbia del nuovismo
Tra i vari nuclei tematici che la scuola sembra aver perduto strada facendo il diritto allo studio e la libertà d’insegnamento sono indubbiamente quelli più rilevanti e con maggiore valenza simbolica e ricadute operative. Non si tratta tuttavia dei sassolini che Pollicino lasciava cadere dietro di sé per ritrovare la via del ritorno, quanto piuttosto di illustri convitati di pietra al banchetto della pedagogia oggi prevalente, acriticamente protesa al nuovo da inventare e dimentica della tradizione ricevuta.
Eppure si tratta di principi fondativi del sistema di istruzione ai quali i padri costituenti avevano attribuito un ruolo centrale sul piano politico e culturale e riassuntivo rispetto ai compiti della scuola, nell’ottica dei diritti e dei doveri irrinunciabili. Ricordando i cento anni dalla nascita di Don Milani viene spontaneo evocarne la figura e l’opera educativa, non in senso retorico e celebrativo quanto per l’operosità e l’esempio, l’umiltà e la dedizione agli ultimi che hanno caratterizzato il suo essere maestro nella scuola e nella vita. Nell’Italia del secondo dopoguerra – che affrontava la ricostruzione del Paese afflitta dalla piaga del diffuso analfabetismo – egli fu una delle figure più rappresentative della volontà di riscatto e di crescita. Di lui il Presidente Mattarella ha detto: “Il motore primo delle sue idee di giustizia e di uguaglianza era appunto la scuola. La scuola come leva per contrastare le povertà. Anzi, le povertà. Non a caso oggi si usa l’espressione “povertà educativa” per affermare i rischi derivanti da una scuola che non riuscisse a essere veicolo di formazione del cittadino. La scuola per conoscere”.
A ben guardare è proprio il vulnus della povertà educativa una delle derive negative del nostro tempo: in questo fu precursore di una intuizione che avrebbe poi caratterizzato non solo il tema dell’uguaglianza delle opportunità di partenza ma anche il completamento di un percorso nel perseguimento dell’uguaglianza delle opportunità di arrivo. Fondamentali sono stati alcuni passaggi normativi come i Programmi della scuola elementare del 1955, l’istituzione della Scuola Media unica nel 1963 e della Scuola materna statale nel 1968 (fortemente voluta da Aldo Moro fino a provocare una crisi di Governo) , l’istituzione della scuola a tempo pieno con la legge 820/1971, la “mitica” legge 517/1977 che legittimò il principio della programmazione educativa individualizzata e l’integrazione degli alunni disabili e svantaggiati: in quegli anni il tema del diritto allo studio fu posto al centro del dibattito pedagogico, come attuazione dell’art. 34 della Costituzione e come impostazione metodologico-didattica-organizzativa di una scuola aperta al sociale e orientata a valorizzare le potenzialità di ciascun alunno.
Erano gli anni dei famosi “decreti delegati” che operarono una trasformazione profonda nell’impianto del nostro sistema scolastico. Il tema della libertà d’insegnamento fu particolarmente rilevante per istituzionalizzare e incardinare nel sistema formativo la figura del docente, dei suoi diritti e dei suoi doveri: si può a ben vedere parlare di centralità della ‘funzione docente’ al punto che quella ‘direttiva’ e quella ‘ispettiva’ ne erano la derivazione per differenziazione di ruolo e attribuzione, a tali gradi si accedeva per concorso ma essere insegnanti era l’imprescindibile punto di partenza.
Da qualche decennio il metodo e la prassi dello spoil system hanno investito in parte anche la scuola, specialmente nel reclutamento per chiamata da parte della politica degli ispettori che dovrebbero esercitare non solo un compito di vigilanza e controllo ma essere cerniera tra l’amministrazione scolastica centrale e quella periferica, valorizzando la terzietà della loro funzione, svincolata dai lacci e laccioli della gerarchia e legata alla valutazione tecnica e all’esperienza professionale messa al servizio del rispetto delle norme e dell’ortodossia dei processi di organizzazione del pubblico servizio scolastico. Molto afflato sui temi del diritto allo studio e della libertà di insegnamento si è affievolito nei decenni successivi, paradossalmente in concomitanza con il progressivo emergere della lunga stagione dei diritti.
Perché l’uguaglianza di opportunità come ‘occasioni istituzionalmente date’ all’utenza scolastica propugnava —è vero — il diritto allo studio per tutti ma non lo disgiungeva dal dovere di perseguirlo. Raggiungere i più alti gradi degli studi non comporta un cammino in discesa: lo studio implica applicazione, metodo, diligenza e sacrificio. La stagione dell’uno vale uno e del tutto che spetta a tutti ha deprivato il processo di acculturazione e formazione soprattutto sul piano etico, le teorie della facilitazione e della semplificazione dei contenuti di apprendimento hanno completato l’opera di dissacrazione della scuola. Conta il risultato, non come arrivarci e questo spiega il fallimento scolastico, gli abbandoni e la cultura posticcia, omologata e impoverita.
Ricordo un pensiero di Antonio Gramsci: “non si può render facile ciò che non può esserlo senza esserne snaturato”. Quando un sistema scolastico ridimensiona storia e geografia – che sono le coordinate spazio temporali della vita – per generare un mostriciattolo ibrido come la geo-storia vuol dire che si è fatto un passo indietro in “scienza e coscienza”. Gli insegnanti derisi e impallinati da adolescenti che sono meno studenti e più follower dei loro influencer, hanno poche speranze rispetto alla legittimazione della loro libertà di insegnamento. Gli istituti scolastici erano il tempio della cultura ora sono il luogo di sdoganamento dei social, nel nome delle nuove tecnologie: fermare le quali al cospetto della cultura tramandata è peccato di lesa maestà.
Ma oggi i docenti e la loro libertà di insegnamento (che è libertà di metodo come pedagogia e dottrina insegnano) si trovano in una scuola diversa, magari più autonoma ma non per questo meno burocratizzata. Qualche Ministro ha inventato per i dirigenti scolastici le metafore dei ‘presidi sceriffi’ e dei ‘capitani delle navi”: ma anche costoro, oberati da pesanti responsabilità, sono diventati vittime di un sistema reso più difficile e complesso, loro malgrado: troppe riunioni (sottraendo il tempo alla didattica e all’insegnamento), troppe circolari, troppe formule, sigle, acronimi: non ci si parla più, tutto viene formalizzato, irrigidito e irregimentato.
Nella scuola dei progetti effimeri e senza controllo di merito o verifica finale, si perdono i sentimenti e le emozioni, anticamera della creatività, non c’è spazio per il pensiero divergente, tutto diventa difficile e complicato. A cominciare dai registri di classe rigorosamente elettronici, imposti anche se non obbligatori: carta e penna basterebbero per semplificare l’appello del mattino. Non tutto è così, anzi: la maggior parte dei Dirigenti scolastici guida la propria scuola con lodevole abnegazione, competenza e responsabilità. Ma la libertà di insegnamento è un orpello fastidioso che si va smarrendo nei meandri angusti di ciò che viene concesso nelle troppe e lunghe riunioni: approvo/non approvo/mi astengo. Gli insegnanti entrano in aula sfiduciati da un clima sociale sospettoso e a volte ostile, schiacciati da una burocrazia oppressiva, con le manette ai polsi della privacy e della trasparenza.
Viva la scuola viva.
Borrell assicura l’impegno dell’Unione Europea a sostegno della Autorità palestinese
“Una punizione collettiva contro tutti i palestinesi” per gli attacchi terroristici di Hamas contro i civili israeliani “sarebbe ingiusta e controproducente, sarebbe contro i nostri interessi e contro gli interessi della pace”. E il diritto di Israele alla propria difesa deve essere esercitato “rispettando il diritto umanitario internazionale”, ciò che “in alcuni casi non sta avvenendo”, nel blocco della striscia di Gaza.
Lo ha affermato nella serata di ieri l’Alto Rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune dell’Ue, Josep Borrell, sintetizzando i risultati della discussione sulle vicende in corso in Israele e Palestina, che si è svolta nel pomeriggio in videoconferenza con i ministri degli Esteri dell’Ue. Borrell e una parte dei ministri dei Ventisette (gli altri sono intervenuti da remoto) erano a Muscat, in Oman, dove stamattina si è svolto il 27esimo incontro ministeriale congiunto dell’Ue e dei Consiglio di cooperazione dei Paesi del Golfo.
L’Alto Rappresentante ha anche rilevato che la “maggioranza schiacciante” degli Stati membri dell’Ue vuole continuare a sostenere l’Autorità palestinese, e non certo interrompere gli aiuti (come aveva indicato ieri il commissario europeo alla Politica di vicinato, l’ungherese Oliver Varhelyi, poi sconfessato dalla Commissione), perché questo sarebbe “il migliore regalo per Hamas”.
“Abbiamo discusso – ha riferito Borrell – su come continuare la nostra relazione con l’Autorità palestinese, è stata fatta una chiara distinzione tra Hamas e l’Autorità palestinese.
Consideriamo Hamas un’organizzazione terroristica e ciò che ha fatto dimostra che si comporta come tale. Ma l’Autorità palestinese è un’altra cosa, è un nostro partner. Noi non trattiamo con Hamas, ma trattiamo e lavoriamo insieme con l’autorità palestinese e la sosteniamo. E non tutti i palestinesi sono terroristi. Quindi una punizione collettiva contro tutti i palestinesi – ha sottolineato – sarebbe ingiusta e controproducente, sarebbe contro i nostri interessi e gli interessi della pace”.
Nella discussione “c’è stata una maggioranza schiacciante, con forse due o tre eccezioni, degli Stati membri che ha affermato chiaramente che la cooperazione con l’Autorità palestinese deve continuare, che devono continuare i finanziamenti e che i pagamenti non devono essere interrotti. Sì, la Commissione europea propone una revisione, e anche alcuni Stati membri vogliono riesaminare come questo sostegno è stato attuato, chi lo sta ricevendo, in modo da assicurare che non ci sia nessun legame, nessun tipo di supporto con le attività terroristiche di Hamas; ma questa revisione non deve essere una scusa per ritardare l’attuazione della nostra cooperazione con l’Autorità palestinese, deve essere fatta rapidamente, e io personalmente, con i miei servizi – ha annunciato Borrell -, spingerò perché sia attuata, dentro la Commissione e in partenariato con gli Stati membri, in modo da assicurare che non ci sia questo rischio di dispersione e di finanziamento occulto verso qualunque tipo di attività terroristica”.
“Tra l’altro – ha osservato l’Alto Rappresentante – se quattro anni dopo che siamo entrati in carica” nella Commissione europea “scopriamo che abbiamo finanziato attività terroristiche di Hamas, qualcuno dovrà prendersi la responsabilità politica per questo. Io non credo affatto che sia successo, ma facciamo i controlli. Alcuni Stati membri sono in un processo continuo di verifica del modo in cui l’aiuto è fornito, e a chi è dato, quindi non è qualcosa di straordinario. Ciò che è straordinario sono le circostanze attuali, che forse richiedono un’analisi profonda”. Comunque, ha ribadito, “molti Stati membri insistono sull’idea che questo non deve essere una scusa per ritardare la nostra cooperazione con autorità palestinese, e che i pagamenti non devono subire conseguenze da questo processo”.
“La nostra volontà – ha affermato Borrell – è quella di continuare a sostenere l’autorità palestinese, che è una cosa completamente diversa da Hamas, sarebbe un enorme errore in questo momento critico far cessare il nostro sostegno per l’Autorità palestinese. Sarebbe un errore perché sarebbe il miglior regalo che potremmo dare ad Hamas”.
“Sin dall’annuncio di ieri”, poi sconfessato, con cui il commissario Varhelyi prospettava la sospensione degli aiuti “c’è stata – ha riferito l’Alto Rappresentante – un’ondata di domande sulle ragioni” della decisione annunciata ” e di richieste di continuare il sostegno” al popolo palestinese “e naturalmente anche gli aiuti umanitari, che comunque non sono in discussione.
Ciò che è in discussione è la cooperazione allo sviluppo, il sostegno ai servizi pubblici fornito ai palestinesi e ai servizi forniti attraverso le Nazioni Unite”.
“Faremo la revisione, faremo i controlli, lo faranno anche gli Stati membri, ma ripeto: la schiacciante maggioranza dei paesi membri – ha insistito Borrell – considera che dobbiamo continuare il nostro sostegno all’Autorità palestinese e che i pagamenti dovuti non devono essere ritardati, in un momento critico per questa organizzazione perché anche la popolazione palestinese sta soffrendo”.
Borrell ha riferito che, come si aspettava, i ministri degli Esteri dell’Ue hanno appoggiato la comunicazione congiunta della riunione Ue-Paesi del Golfo che era stata adottata pubblicata nel pomeriggio” e in particolare “la condanna degli attacchi terroristici e di ogni attacco contro i civili, la richiesta di rilasciare gli ostaggi e di proteggere i civili, e di rispettare il diritto umanitario internazionale, che significa – ha evidenziato l’Alto Rappresentante – ‘no’ al blocco di acqua, cibo ed energia elettrica alla popolazione civile di Gaza”.
I ministri hanno anche sostenuto “l’apertura di corridoi umanitari per facilitare la fuga attraverso l’Egitto di chi sfugge dai bombardamenti a Gaza”. Bisogna, ha detto Borrell, “preparare il giorno dopo: è la quarta volta nella mia vita che sono testimone di una guerra a Gaza, di azioni terroristiche a cui rispondono le rappresaglie di Israele che esercita il suo diritto alla difesa”.
“Dobbiamo riflettere su cosa succederà dopo. Per questo – ha indicato l’Alto Rappresentante – dobbiamo aumentare la nostra cooperazione con il mondo arabo e ricalibrare e riqualificare (‘upgrade’, ndr) l’iniziativa presa alcuni mesi fa insieme alla Lega araba, l’Egitto, la Giordania, l’Arabia Saudita, per rilanciare il processo di pace e ricordare al mondo che il problema palestinese esiste ancora, che fare la pace tra Israele e i Paesi arabi è positivo e necessario, ma pure – ha sottolineato Borrell – che la pace deve essere fatta anche con i palestinesi. Altrimenti questo ciclo di violenza ricomincerà di nuovo”.
“Dobbiamo rilanciare e ricalibrare la dinamica”, che era stata sostenuta da tanti paesi, “della soluzione dei due Stati. Perché non conosciamo altre soluzioni. Quindi dobbiamo lavorare per rendere fattibile questa soluzione, sebbene – ha ricordato – 30 anni dopo gli Accordi di Camp David appaia ancora più lontana che mai”.
“Nel frattempo – ha aggiunto l’Alto Rappresentante – dobbiamo aumentare il nostro sostegno umanitario per le vittime di questa tragedia. E dobbiamo metterci in contatto con i partner in tutto il mondo: la comunità internazionale deve usare questo momento critico, che può essere un momento di sveglia, per re-impegnarsi nella questione israelo-palestinese. Israele ha il diritto di difendersi, ma questo deve essere fatto secondo il diritto umanitario internazionale. E alcune decisioni sono contrarie a questo diritto internazionale”.
“Questo attacco barbarico e terroristico che ha causato tante vittime, tante persone uccise, ha provocato una reazione dalle forze di difesa israeliane che sta causando a sua volta sofferenze umane. Noi – ha detto ancora Borrell – insistiamo sul fatto che questa reazione deve rispettare il diritto umanitario internazionale. Ma il fatto è che anche i morti a Gaza stanno aumentando, 150 mila persone sono sfollati interni in fuga all’interna, e la situazione umanitaria è terribile”.
“Quindi – ha avvertito l’Alto Rappresentante – dobbiamo fornire più sostegno, non meno” alla popolazione palestinese. “Questa è, credo, la posizione espressa dal 95% degli Stati membri oggi e segna il modo in cui dobbiamo lavorare. Sono giorni tristi ma questa può essere un’occasione per rimettere sul tavolo la ricerca della pace, per evitare – ha concluso – un altro ciclo di violenza”.
La forza della proposta resta valida, il Centro chiede solo più serietà.
Non ci possiamo rassegnare a questa involuzione del confronto politico. Mentre l’Ucraina combatte la sua guerra di resistenza e il Medio Oriente brucia per l’attacco dei terroristi di Hamas, la pubblica opinione resta suo malgrado invischiata nella farragine di polemiche incontrollate, ognuno esibendo le proprie ragioni e i propri disagi, senza una sincera prova di consapevolezza per le emergenze della nazione. La democrazia ha questi limiti fisiologici, ma serve ricordare che non andrebbero mai superati, specie quando si agita una bandiera di rinnovamento.
Non so se abbiamo fatto bene a usare la parola “centro” per sintetizzare la voglia di autonomia rispetto a uno schema di bipolarismo radicalizzato. Sta di fatto che in mancanza di un vocabolo più espicativo dell’essere “altrove”, né a destra né a sinistra, a tutti è sembrato più semplice ricorrere alla categoria meglio identificativa dello ‘stare nel mezzo’. Non siamo dunque riusciti a rendere apprezzabile ciò che esiste nel sentimento di un elettorato senza partito, e per questo deluso e smarrito come attesta da tempo l’abnorme livello di astensionismo.
Un elettorato che va comunque alla ricerca di una formula corrispondente, per qualche verso, al sano connubio riformatore che nella storia d’Italia, anche nella fase preparatoria dell’unità nazionale e poi nei passaggi cruciali del Novecento, ha sempre determinato le scelte politiche più importanti. Ecco pertanto l’elemento di frustrazione: la domanda – diciamo pure la domanda di centro – non trova soddisfazione. Non ha sbocchi politici, tanto che nella paralisi o nella confusione si apre il varco alla critica spesso severa, se non irridente. I media ne approfittano.
Ci disegnano ‘cattivi’, come accadeva alla povera Jessica Rabbit; solo che l’aggettivo assume un valore diverso, come quando parliamo di ‘moneta cattiva’. Un po’ contribuiamo noi stessi a questa fama senza gloria, dando corso ad azioni individuali e collettive non propriamente adeguate. E siamo addirittura ‘cattivi’ tra di noi, con le nostre pregiudiziali e idiosincrasie, sfidando con ciò la regola della moderazione che vorremmo applicata alla buona politica. In effetti, avremmo bisogno di curare il giardino della casa comune, invece di pensare al nostro orticello privato. Non è uno spettacolo degno.
Nostro dovere è correggere il tiro, spezzando la catena di recriminazioni e incomprensioni, andando tutti insieme al sodo delle questioni politiche. Il disegno della ‘Terza Forza’ resta valido, perché convince ed attrae un vasto settore della società civile. Noi ci crediamo, per questo lo sguardo è diretto in avanti, a un futuro prossimo che ignora i difetti dell’opera fin qui realizzata. Ce la faremo.
Ardore ed intelligenza siano alla base di una politica nuova
Le questioni personali nella politica sono sempre esistite. Anzi, come in tutti i settori della vita, sono e restano una componente essenziale del consorzio civile. Ma nella politica la componente personalistica ha sempre avuto un ruolo più importante e, a volte, anche decisivo per la stessa costruzione degli equilibri politici. Certo, nei grandi partiti popolari e di massa del passato le fisiologiche rivalità personali erano quasi sempre subalterne rispetto al progetto politico che lo stesso partito perseguiva. Basti pensare agli scontri a volte duri e ruvidi tra le singole correnti della Dc e i rispettivi leader e statisti. Un nome per tutti, il leader e lo statista piemontese Carlo Donat-Cattin. Ma la specificità dei veri partiti, cioè dove la protagonista era la politica e non la sola contrapposizione tra i vari capi, è sempre stata quella di attenuare, se non addirittura azzerare la rivalità tra i leader di fronte al progetto politico da perseguire.
Com’è pensabile, oggi, mettere in crisi un progetto politico e una prospettiva politica per la sola contrapposizione caratteriale tra i vari leader in campo? L’idea corre immediatamente al futuro del Centro e della stessa ‘politica di centro’. L’idea, giusta, lanciata da Matteo Renzi di presentare una lista di Centro alle prossime elezioni europee non può e non deve cadere nel vuoto. Perché attorno a quel progetto, e a quella scommessa elettorale, può decollare una proposta in grado di mettere definitivamente in discussione quel bipolarismo maldestro e selvaggio che ha caratterizzato la politica italiana in questi ultimi anni. E, accanto al bipolarismo, la stessa e sempre più insopportabile radicalizzazione del conflitto politico e culturale. Ma tutto ciò è possibile, almeno a mio parere, ad una sola condizione. E cioè, le beghe personali, i rancori e le vendette, le rivalità personali e le stesse contrapposizioni caratteriali devono cedere definitivamente ed irreversibilmente il passo alla politica, ai suoi contenuti, ai suoi progetti e alle sue ambizioni.
Del resto, è la proposta avanzata recentemente da Beppe Fioroni su queste colonne. Ovvero, il progetto politico, culturale e programmatico del Centro realisticamente può decollare in questa fase politica del nostro paese dopo il ritorno della destra conservatrice e di governo, della sinistra radicale e massimalista e del consolidamento del populismo demagogico e anti politico dei 5 stelle. E il Centro, proprio in questo frangente, può rialzare la testa. Ma per poterlo fare è necessaria avere una classe dirigente che lo interpreta e che sia all’altezza. E l’unica strada resta quella di azzerare i fatidici contrasti personali. Sarebbe quantomai singolare, nonchè grave ed incomprensibile, prendere atto che si indebolisce un progetto politico e di governo causa l’incomunicabilità tra alcuni leader. Non ce lo possiamo permettere e, soprattutto, non se lo può permettere la cultura riformista e democratica del nostro paese.
I grandi problemi del Paese, sanità in testa, richiedono risposte urgenti.
La stagione politica autunnale è sempre segnata dal dibattito sul bilancio.
Questo esercizio è correttamente occasione di dialettica – o di scontro – fra le diverse forze politiche perché le cifre che vengono apostate sono la rappresentazione di scelte politiche, di una programmazione che vorrebbe rispecchiare le “promesse“ elettorali. Per queste vale il detto che “ogni promessa è debito”! La inaccettabile – e banale – fiera di attribuire le responsabilità di ciò che non si può o non di vuole scegliere ai governi precedenti non inganna nessuno. La coperta è sempre troppo corta rispetto alle necessità ed è purtroppo sempre vero, ma la scelta delle priorità è di alta politica.
Si modificano le opportunità quanto gli obblighi nei cambiamenti sociali e qualche scelta che sarebbe potuta essere opzionale in passato, oggi può rivestire carattere di urgenza o viceversa. Per questo rinfacciare sempre il passato può essere propaganda di partito ma non una seria presa di posizione realistica. È un modo per non assumere le responsabilità. Gli Italiani sono in grado di capire anche che il governo può ravvedersi “operosamente” rispetto a tempi e modi per mantenere i programmi elettorali. Una volta vinte le elezioni, i governanti fanno i conti con i problemi più urgenti degli Italiani, cooperano con gli Stati alleati e, qualsiasi sia la maggioranza, deve partecipare a costruire l’Unione europea più forte e coesa. Una Federazione che mantiene la pace fra i colossi contendenti di tre continenti, favorisce uno sviluppo economico fondato su un nuovo umanesimo. La politica può – e forse deve – confrontarsi fra opposte visioni e programmi ma è l’unico strumento inventato dagli uomini per evitare le guerre e costruire il futuro con innovazioni e speranza.
Nella enciclica Fratelli tutti, Papa Francesco ha dedicato una parte alla “Fraternità e l’amicizia sociale”. Richiama un consiglio di San Francesco che dichiara beato colui che ama l’altro «quando fosse lontano da lui, quanto se fosse accanto a lui». Con queste poche e semplici parole ha spiegato l’essenziale di una fraternità aperta, che permette di riconoscere, apprezzare e amare ogni persona al di là della vicinanza fisica.
Un paio di secoli fa, una Repubblica scelse un motto programmatico “Égalité, liberté, fraternité”: la terza è la meno ricordata. Ci ha pensato Papa Francesco con la sua mirabile enciclica Fratelli tutti a riportarla alla ribalta con grande forza.
Quando si discute del Bilancio dello Stato figurarsi se può essere la fraternità la linea guida; eppure potrebbe esserlo.
Ci sono alcune priorità dettate dalla Costituzione, che suggerisce pure i criteri per rispettarle.
La Repubblica garantisce diritti, chiede doveri inderogabili ma “rimuove gli ostacoli “di ordine sociale ed economico.
Non c’è dubbio che attraversiamo un frangente difficile, se non altro per una variabile inaspettata quale la guerra alle porte della Europa. Ma fame, carestie, terremoti in Italia e nei Paesi amici, immigrati (ricordiamo gli albanesi e la guerra nella ex Jugoslavia?) sono variabili mai mancate e non possono essere alibi per i governanti. Giuliano Amato fece la Finanziaria 1993 di 100mila miliardi e quella di Prodi non fu da meno. Poi Ciampi compì un’opera di assestamento. A me, come ministero della Sanità chiese di cooperare con 7.500 miliardi. Fu possibile senza sottrarre finanziamenti ai servizi per i cittadini; 4.000 miliardi derivarono da una pulizia profonda del Prontuario Farmaceutico nazionale (che la legge 833/1978 chiede sia rivisto periodicamente) mai fatta, garantendo più farmaci essenziali gratuiti in Fascia A.
Il bilancio di uno Stato non è un campo di bandierine: il ponte sullo stretto data dal 1958: quanti finanziamenti e progetti…sempre esecutivi? L’Autostrada del Sole – da Milano a Napoli – fu costruita in 8 anni! Rispettati tempi e finanziamenti.
Al coraggio della politica deve accompagnarsi un sostegno attivo e appassionato della burocrazia, che non sempre è amica dei cittadini. Con il PNNR ci si aspettava innovazioni sostanziali e un cambio di passo nelle decisioni, nei tempi e modalità attuative.
Ovviamente questa trasformazione richiederebbe il passaggio da una logica parassitaria a quella di un mondo vivo, dove esistono regole chiare, rispettate con oggettività e larghezza di vedute (Tar, Corte dei Conti…) e trasparenza e onestà nell’uso dei fondi.
Per la sanità si sono accese particolari aspettative e speranze, tuttavia questo è il settore che soffre di insufficienti finanziamenti, programmazione non controllata, mancanza di personale ai vari livelli, ma soprattutto medici e infermieri. Miopia della programmazione universitaria in concerto col Ministero della salute per il fabbisogno di figure qualificate per il Ssn.
Non posso credere che la politica nazionale e regionale (competenza primaria) non siano al corrente della attuale drammatica situazione per cui i cittadini meno abbienti e meno preparati non sono in grado di ottenere risposte ai bisogni di salute. Visitino il Pronto Soccorso dove i pazienti si ammassano per giorni e gli operatori – tutti, medici e infermieri – sono sottoposti a turni di lavoro disumani. Sono sicura che conoscono famiglie che non possono ricevere a casa un anziano dopo una dimissione ospedaliera: dove accoglierli?
Le Rsa sono insufficienti, gli Ospedali di comunità e le Case di Comunità (previsti dal Pnrr) non sono ancora in quantità e qualità sufficienti. La assistenza domiciliare con quale personale si farà? Il Pnnr prevede 2,7 miliardi per questa (Adì) una cifra enorme, ma hanno almeno visto se non studiato come sono gli alloggi e quale la composizione delle famiglie (vedi dati Istat).
La legge 33, recentemente approvata, per l’assistenza alla non autosufficienza predispone servizi per anziani paralleli a quelli del Ssn e quindi interrompendo la filiera dalla assistenza primaria, casa, ospedale, Rsa, ecc. fino al Hospice.
Mi pare non ci sia sufficiente consapevolezza che non bastano i finanziamenti previsti in bilancio e anche mi preoccupa che non ci sia una generale vertenza dei cittadini per rivendicare il fondamentale diritto alla tutela della salute. Il Governo si macchia di una grave inadempienza se non trova la strada. C’è il Mes a disposizione con oltre 30 miliardi di euro, a tasso di interesse minimo; non perde la faccia il Governo se motiva la scelta con un alto valore sociale come salvare il SSN per tutti: universale ed equo. Le diseguaglianze in sanità non hanno esiti favorevoli: eutanasia del Ssn e dei poveri, per colpa dello Stato (non della Nazione!).
La Santa Sede tiene accesa la lampada della pace
Sono due registri diversi. La voce degli Israeliani risuona come un grido di dolore e di rabbia, quella della Chiesa s’intona alla forza della preghiera e della pietà.
“Deludente e frustrante”: così l’Ambasciata di Israele presso la Santa Sede ha definito la dichiarazione dei Patriarchi e i Capi delle Chiese di Gerusalemme, diffusa il 7 ottobre, a commento dell’attacco di Hamas a Israele.
“Dalla sua lettura non si riesce a capire cosa sia successo, chi fossero gli aggressori e chi le vittime”, rimarca l’Ambasciata, che ricorda un suo precedente comunicato stampa in cui – si legge – “abbiamo menzionato l’immoralità dell’uso dell’ambiguità linguistica in tali circostanze. Molti non hanno avuto difficoltà a capirlo e hanno condannato l’orrendo crimine, nominando i suoi autori e riconoscendo il diritto fondamentale di Israele a difendersi da queste atrocità. È particolarmente incredibile che un documento così arido sia stato firmato da persone di fede”.
È non manca una dura allusione finale. “Non è fuori contesto ricordare che oggi avrà inizio presso l’Università Gregoriana un convegno di 3 giorni sui documenti del pontificato di Papa Pio XII e sul loro significato per le relazioni ebraico-cristiane. A quanto pare – conclude la nota – qualche decennio dopo, c’è chi non ha ancora imparato la lezione del recente passato oscuro”.
Sull’altro lato è invece chiaro che la preoccupazione per una escalation drammatica domina la posizione del Vaticano. Papa Francesco segue «con apprensione e dolore quanto sta avvenendo in Israele, dove la violenza è esplosa ancora più ferocemente, provocando centinaia di morti e feriti».
Lo confidava al termine dell’Angelus domenicale — dopo aver commentato la parabola dei vignaioli assassini proposta dal Vangelo dell’8 ottobre — ricordando che «la guerra è una sconfitta: ogni guerra è una sconfitta», ed esprimendo «vicinanza alle famiglie delle vittime» e a «tutti coloro che stanno vivendo ore di terrore e di angoscia». Per questo chiedeva alle parti interessate, «per favore», che «gli attacchi e le armi si fermino» e che si comprenda come «il terrorismo e la guerra» non portino «a nessuna soluzione, ma solo alla morte e alla sofferenza di tanti innocenti». Da qui l’appello ai fedeli presenti in piazza San Pietro e a quanti lo seguono attraverso i media a pregare «perché ci sia pace in Israele e in Palestina».
Ma non solo in Terra Santa. Ricordando infatti che il mese di ottobre è «dedicato, oltre che alle missioni», anche al Rosario, Francesco ha esortato a non stancarsi «di invocare, per l’intercessione di Maria, il dono della pace sui molti Paesi del mondo segnati da conflitti».
Ora, dalle parti di Gaza, il mondo è a un passo dal precipizio, per questo le parole di Papa Francesco sono decisamente importanti. Anche se dispiacciono all’Ambasciatore israeliano.
Hamas rompe i precari equilibri di Medio Oriente e mondo arabo.
L’attacco di Hamas ad Israele riporta la situazione mediorientale ai tempi bui di un passato di tensioni e di guerre. Dopo il secondo conflitto bellico, lo scacchiere geopolitico mediorientale subiva delle trasformazioni.
Il tramonto del colonialismo, il sorgere di una classe dirigente locale che rivendicava spazi di indipendenza e di gestione delle ricchezze naturali rispetto a nuove pretese di sfruttamento.
Si affermavano i nazionalismi, le autocrazie in continue sfide fra loro per la supremazia. Le antiche potenze coloniali si assicuravano attraverso accordi diplomatici la presenze di gruppi imprenditoriali importanti.
Nello sfondo i difficili rapporti tra Israele e Palestina.
Storie di guerre e di “negazione” alla esistenza dello Stato ebraico.
Sfuggono alcuni dati dell’aggressione di Hamas: un’invasione e operazione in grande stile che certamente ha avuto un lungo periodo di gestazione, che stranamente nessuno ha rilevato in un area affollata di servizi segreti,anche occidentali. Qualcosa non torna in tutta questavicenda.
Infatti sembrava che si fosse raggiunto un equilibrio tra Israele e Palestina, quando a giugno Netanyahu aveva dichiarato che i due Paesi dialogavano per trovare un accordo sul gas dei grandi giacimenti di fronte a Gaza da sviluppare con il consenso dell’Egitto.
Un dialogo che si inseriva – si disse – negli sforzi esistenti tra Israele, Egitto e Autorità palestinese, focalizzati sullo sviluppo economico della Palestina.
Rimaneva l’incognita di Hamas. A pochi mesi da quelle dichiarazioni, ecco l’aggressione di Hamas contro Israele. L’Arabia Saudita è potente, sostiene l’economia egiziana, in fallimento, malgrado i giacimenti di oro blu scoperti dall’Eni; ha sostanziosi investimenti sia in Africa che in Occidente e porta avanti un processo di modernizzazione e laicizzazione in tutta la regione. L’Iran non vede con favore la politica del principe saudita Salman e sostiene i movimenti fondamentalisti come Hamas e Hezbollah.
L’Arabia stava scrivendo una pagina di storia importante, riconoscendo lo stato di Israele. In poche ore tutto è saltato. A questo punto c’è da chiedersi se il dialogo con la Palestina, annunciato da Israele per i giacimenti di gas di fronte la striscia di Gaza, abbia potuto essere la causa scatenante dell’aggressione di Hamas. E poi ancora se in questa guerra vi è attinenza con quella tra Russia e Ucraina.
La Russia, che subisce le misure di riduzione del gas naturale inflitte dall’Europa, non ha l’interesse adestabilizzare il medio oriente, che ambisce proprio a sostituire la Russia, rifornendo il vecchio Continente via mare anche sotto forma di Gnl? Sono interrogativi a cui bisogna dare delle risposte, altrimenti si contano i morti, le distruzioni e si rinuncia a ricercare le cause di questa ulteriore tragedia.
Senza conoscenza non si può operare per risolvere e ricomporre situazioni degradate e profondamente lacerate dagli sviluppi imprevedibili. Si fanno solo i resoconti. Ci sono sempre i “ragionieri” perduti in operazioni ingannevoli e…di morte.
Il nostro Paese, per la sua storia, può svolgere un ruolo decisivo. Basta uscire dai commenti di circostanza, dalle dichiarazioni inutili e misurarsi con una adeguata presa di coscienza con una realtà drammatica.
[Il testo è tratto dal profilo Fb dell’autore]
Monito della Banca d’Italia, la strada delle riforme è obbligata.
[…]
Il quadro macroeconomico prefigurato nella NADEF è nel complesso plausibile anche se leggermente ottimistico, in particolare alla luce dei più recenti sviluppi interni e internazionali; permangono, per l’attività produttiva, non trascurabili rischi al ribasso. La realizzazione delle previsioni di crescita è inoltre legata alla piena attuazione del PNRR.
L’elevato rapporto tra il debito pubblico e il PIL è un serio elemento di vulnerabilità: riduce gli spazi di bilancio per fare fronte a possibili futuri shock avversi; espone il Paese al rischio di tensioni sui mercati finanziari; aumenta il costo del debito per lo Stato, e in ultima analisi per le famiglie e le imprese.
Il Governo ha deciso di attuare una manovra espansiva per l’anno prossimo e dall’impatto sostanzialmente nullo nel biennio successivo. Questa scelta, unitamente a un differenziale tra tassi di interesse e crescita meno favorevole di quello degli ultimi anni e al costo di misure espansive ereditate dal passato (tra le quali è di particolare rilievo il peso del Superbonus), fa sì che il rapporto tra il debito e il prodotto scenda solo marginalmente lungo l’orizzonte di programmazione della NADEF.
Nel medio periodo, le analisi di scenario incluse nella NADEF mostrano come, senza una sensibile correzione dei conti e una maggiore capacità di crescita dell’economia, il rapporto tra il debito e il PIL assumerà una traiettoria crescente a partire dal 2027, anche a causa dell’impatto sulla spesa pubblica dell’invecchiamento della popolazione.
Pianificare già nel triennio 2024-26 una riduzione dell’incidenza del debito sufficientemente ampia da essere robusta rispetto ad andamenti economici meno favorevoli delle attese diminuirebbe la possibilità di ripercussioni negative di eventuali turbolenze sui mercati; ridurrebbe gli elementi di incertezza, in un contesto reso complesso dallo shock energetico e da un quadro internazionale su cui pesano le tensioni geopolitiche, con rischi al ribasso per lo sviluppo globale. Anticipare la discesa del profilo del debito conterrebbe il rischio di dover ricorrere in futuro a forti aggiustamenti dei conti nell’eventualità di shock avversi. Nell’impostare la prossima legge di bilancio è importante che a oneri di natura permanente facciano riscontro coperture certe, di entità adeguata, e anch’esse di natura permanente.
L’economia italiana mostra numerosi punti di forza. Ha riacquistato notevole competitività sui mercati internazionali. Le imprese hanno effettuato ingenti investimenti mostrando fiducia nel futuro e il tasso di occupazione ha raggiunto il valore più elevato dagli anni settanta. Il settore finanziario è solido anche grazie al basso indebitamento privato. Sono caratteristiche che consentono di trasformare in opportunità di sviluppo i ritardi che pur permangono in più ambiti. Alla necessaria azione sui conti pubblici va affiancato un incisivo sforzo di riforma volto a innalzare il potenziale di crescita dell’economia.
Per leggere il testo completo
https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-vari/int-var-2023/Altimari-09.10.2023.pdf
Rivista Il Mulino | Radiografia del turismo spirituale
Giovanna Rech
[…]
Nello scenario religioso contemporaneo, il numero considerevole di viaggiatori coinvolti nelle varie forme di mobilità spirituale e l’interesse per i beni anche latamente religiosi è un indizio importante di un cambiamento a livello sociale. I temi specifici mobilizzati in relazione a questi cammini, percorsi, itinerari e pellegrinaggi consentono di rilevare un’esperienza religiosa che viene filtrata attraverso le iniziative proprie della passione sportiva, della crescita personale e dell’auto-realizzazione, nell’ambito più ampio dei consumi emotivi (cfr. G. Lipovetsky, Una felicità paradossale: sulla società dell’iperconsumo, trad.it. Cortina, 2007) e di un marketing che esalta l’economia delle esperienze.
La più recente estensione alla nozione di spiritualità mostra come gli individui e le agenzie di promozione e valorizzazione turistica non abbiano espulso il senso del sacro ma, anzi, questo sia foriero di una nuova centratura sul sé e sulle sue potenzialità, con un’enfasi posta sulla dimensione immateriale e spirituale nella componente ludica delle attività sociali e delle conoscenze storico-culturali.
L’uso della semantica del sacro costituisce qui l’indizio più manifesto di questa commistione che si riflette in un’offerta turistica che, sotto l’imperativo dell’offerta di esperienze “autentiche”, sfida anche la fragilità di molti territori e ambienti, come quello delle Terre alte. I percorsi di memoria religiosa sono altresì un esempio dove si può intercettare il modo in cui una società secolarizzata guarda in maniera curiosa, distratta e bisognosa di senso all’universo religioso, in relazione al valore intrinseco di antichità che queste rappresentazioni portano e porteranno con sé.
Nell’analisi delle forme turistiche, molto spazio è tradizionalmente dato alla motivazione del viaggiatore e allo scopo del suo viaggio. Nella nota classificazione fornita dall’Organizzazione mondiale del turismo delle Nazioni Unite (Unwto), è turista anche chi viaggia per motivi religiosi o di pellegrinaggio. Tre elementi costituiscono le condizioni necessarie a intraprendere un viaggio: la disponibilità di tempo libero, un reddito disponibile e la desiderabilità sociale del viaggio (che può essere letta anche attraverso il suo reciproco ossia la pressione sociale al movimento).
Nella ricerca di dati affidabili sul turismo e la mobilità spirituale i numeri si rincorrono. Questo tipo di viaggi desta ampio interesse mediatico. Nella stampa, in occasione di manifestazioni commerciali e nelle più recenti iniziative di programmazione e sostegno del turismo da parte del governo italiano, i numeri lusingano e rendono interessante un fenomeno dai confini fluidi. La Unwto ha stimato nel 2011 in circa 660 milioni le persone che viaggiavano per motivi religiosi: ciò significa che quasi la metà dell’1,46 miliardi di viaggi internazionali pre-Covid era motivato dalla religione: per questo il turismo religioso è di fatto la più ampia nicchia di mercato del turismo mondiale.
Se, su scala mondiale, il turismo religioso e il pellegrinaggio muovono molti milioni di persone, soprattutto in Asia e Medio Oriente, una destinazione importante resta certamente l’Italia. E se ogni anno l’Hajj – il pellegrinaggio rituale alla Mecca – coinvolge circa due milioni di pellegrini (benché la pandemia abbia contratto notevolmente il numero di pellegrini ammessi), un rapporto sul turismo religioso curato da Mintel nel 2012 (Religious and Pilgrimage Tourism – International – February 2012, Mintel International Group Ltd: London) stimava che il Vaticano avesse più che raddoppiato i pellegrini nel primo decennio del millennio, raggiungendo per la prima volta i cinque milioni di visitatori, con un andamento crescente fra il Giubileo del 2000 e il 2006 (che è un anno spartiacque a causa della recessione economica).
Se il turismo religioso e il pellegrinaggio muovono molti milioni di persone, soprattutto in Asia e Medio Oriente, una destinazione importante resta certamente l’Italia
La qualità dei dati disponibili per l’Italia, tuttavia, è estremamente disomogenea. Nel 2009, la Trademark Italia cura una sintesi che mette in luce una domanda e un’offerta di turismo religioso crescenti, ma ammette altresì che le cifre affidabili sul movimento esclusivo dei turisti religiosi, confrontati coi turisti che uniscono gli interessi culturali, quelli artistici e quelli religiosi, è davvero difficile per mete come Roma o per città di pellegrinaggio dotate di un patrimonio storico-artistico notevole, come ad esempio Assisi.
Nel 2020, Isnart (che cura le ricerche per le Camere di commercio per il turismo e la cultura) ha raggruppato i risultati delle sue inchieste campionarie secondo alcune tipologie di viaggiatori: una di queste è il turista spirituale (le altre riguardano cultura, enogastronomia, natura e sport). I risultati di questo particolare cluster non sorprendono: il turista viene definito un senior (con un range molto ampio, ossia i nati fra il 1965 e il 1980), il cui soggiorno dura fra 4 e 6 notti e ha una discreta capacità di spesa. La complessità di questo segmento è data da un “abbinamento tra il benessere dell’anima e quello, molto più laico, legato alla ricerca di aspetti culturali ma anche enogastronomici e ricreativi”.
[…]
Per leggere il testo integrale
https://www.rivistailmulino.it/a/le-catene-del-valore-del-turismo
Vajont 1963, una tragedia costellata di umili arroganti e corrotti.
C’è una lapide al cimitero di Longarone, con alcune immagini di persone scomparse. Dice: “Barbaramente e vilmente trucidati per leggerezza e cupidigia umana attendono invano giustizia per l’infame colpa – Eccidio premeditato Vajont 9 – X – 63”.
Il potere della cupidigia e della presunzione e i loro molti servitori
Come affermò il Notaio di Longarone Isidoro Chiarelli, superstite, fu “un eccidio e non una disgrazia”. “Una strage decisa a tavolino” secondo sua figlia Francesca.
Nello studio del Notaio “nei giorni precedenti la tragedia, si incontrarono alcuni dirigenti della Sade, la società proprietaria della diga del Vajont. Si doveva definire la compravendita di un terreno, quando a un tratto il discorso virò. «Facciamolo il 9 ottobre, verso le 9-10 di sera», propose uno di quei dirigenti. «A quell’ora saranno tutti davanti alla tv, e non ci disturberanno, non se ne accorgeranno nemmeno. Avvisare la popolazione? Per carità. Non creiamo allarmismi. Abbiamo fatto le prove. Le onde saranno alte al massimo 30 metri (arrivarono a 300, ndr) non accadrà niente, e comunque per quei quattro montanari in giro per i boschi non è il caso di preoccuparsi troppo».
Questa la conversazione, ha raccontato Francesca Chiarelli al “Gazzettino di Venezia”, tenutasi davanti alla scrivania di suo padre. Poi, come se la scena si svolgesse a Brooklyn, ecco le minacce al notaio, morto nel 2004. «Lei ha un segreto professionale da rispettare, caro notaio, altrimenti se ne pentirà…» (“Il Giornale”, 30 Settembre 2013).
Quello che è certo che i tecnici (gli arroganti) dovettero prendere rapidamente atto che le pendici del Monte Toc e tutta l’area dell’invaso – contro ogni studio di vari geologi e anche di modellini a tavolino (la presunzione in nome dell’insindacabilità della tecnica, da cui l’arroganza) – non erano adatti ad assicurare i risultati produttivi ipotizzati con la Diga (la più alta del mondo, allora; oggi la quinta; o, forse, ancora primeggiante come il più alto catafalco al mondo…). Ma nessuno ritenne evidentemente possibile, e comunque assolutamente improponibile nonché ‘sconveniente’ (i corrotti), dubitare o contrastare il Progetto “Grande Vajont” messo a punto dall’Ing. Carlo Semenza tra il 1929 e il 1959 e che aveva nell’immensa Diga il suo fulcro.
Il Progetto ottenne l’approvazione ministeriale il 17 Luglio del 1957 (Lavori Pubblici) e il Governo italiano finanziò il 45% dell’importo.
Nonostante la consapevolezza che l’invaso si sarebbe appoggiato in una zona caratterizzata da accertate paleofrane non si tornò indietro. La Diga fu costruita fra il 1957 e il 1960.
Così dopo aver sistemato tutto, e tutti, si dovette cominciare a fare i conti con la realtà. La questione numero uno divenne allora quella di come pilotare senza troppi pericoli e senza dismettere l’impianto le frane che si sarebbero a breve presentate. Perché era certo che ci sarebbero state (da qui la testimonianza della Chiarelli).
Il Vajont, collezione di primati negativi
La tragedia del Vajont è al primo posto (ancora) tra i 10 peggiori esempi di gestione del territorio e dell’ambiente nel Rapporto Onu presentato in occasione dell’ International Year of Planet Earth del 2008. «Il Vajont è un classico esempio del fallimento di ingegneri e geologi nel comprendere il problema che tentavano di risolvere», dice il documento indirizzato a Governi ed esperti di tutto il mondo, con il monito a non ripetere gli stessi errori.
Casomai questo non bastasse, a Maggio 2023 l’Italia ha collezionato una nuova significativa iscrizione nel Registro Internazionale del Programma UNESCO Memory of the World: è l’ “Archivio Processuale del Disastro della Diga del Vajont”. I documenti di questo archivio ricostruiscono la vicenda, gli sviluppi e l’iter giudiziario successivamente alla tragedia del 9 Ottobre 1963, un esempio di come non si fanno le inchieste per accertare i fatti, di come sistematicamente si misconosce la verità nonché una testimonianza di come un Paese democratico nega la giustizia più elementare.
Per il mondo, insomma, il Vajont è un case study globale per i secoli a venire.
Quella sera a Longarone intorno alla TV
Mercoledì 9 Ottobre 1963 la Rai trasmetteva in differita, dalle 21,55, la partita di Coppa dei Campioni Real Madrid-Rangers Glasgow. I bar di tutta Italia erano pieni, in casa pochi avevano la TV. I bar di Longarone erano pienissimi perché era scesa anche gente dalle valli vicine, dove il segnale non era ancora arrivato.
Il Sacrificio degli umili: Giancarlo Rittmeyer.
Quella sera Giancarlo Rittmeyer, giovane geometra triestino, competente, ingaggiato dall’Ing. Biadene e dalla “Sade” – Società Adriatica di Elettricità, che in un sistema molto disarticolaro e assai lasco (per essere buoni) di soggetti che vi intervenivano a vario titolo, gestiva l’impianto del Vajont, quella sera fu raggiunto telefonicamente nella sua casa di Venezia da Biadene, preoccupatissimo – ma troppo tardi – di come stava finendo la giornata sulla Diga.
Rittmeyer lascia la moglie incinta, e senza cenare in due ore, poco dopo le 21,00, è sulla Diga.
C’è una squadra di 54 operai in una casetta alla base della Diga, c’è una palazzina comandi più oltre, ci sono gli uffici della Sade, ci sono le passerelle metalliche, c’è il ponte del Colombèr sul torrente Vajont.
Rittmeyer s’inerpica e raggiunge la cabina comandi centralizzati sul versante sinistro del bacino. Da sotto si vede poco ma di lì, da sopra, si vede la montagna, il Monte Toc (‘Toc’ significa ‘marcio’…), che cede. Telefona a Biadene alle 22 e chiede urgenti istruzioni. Biadene la racconterà diversamente in uno dei processi, tanto ormai nessuno poteva più smentirlo. Ne aveva già raccontate tante, Biadene, da tempo. La Sade aveva deciso che chiunque si fosse messo di traverso al suo colossale affare, ‘aiutato’ da una congerie di interessi/ritorni politici, doveva essere allontanato, o manipolato, o ‘convinto’. Ci si era abituati ad ‘aggiornare’ in un batter d’occhio anche vecchie perizie geologiche, ‘tanto cosa vuoi che succeda’…
Rittmeyer sparì in quella notte. Il corpo non è più stato trovato.
Gli operai della squadra, anche loro, morirono tutti (impauriti, avevano da tempo chiuso le finestre verso la Diga con assi di legno).
Arnaldo Olivier, scampato con i genitori.
Arnaldo Olivier aveva diciassette anni ed era a vedere la partita in un bar di Codissago. Ha un presagio, l’aria sospesa all’improvviso, come in attesa di farsi da parte per far venire il padrone di quella sera, la morte. Va via la corrente e lui sente quello che chiamerà “l’odore della morte (che) sa di fango, di marciume, di sangue, di paura” (da quel momento Arnaldo perderà per sempre l’olfatto). Arriva l’acqua e rovescia e ribalta tutto, si ritrovano nel fango fino al collo lui e la mamma, senza vestiti.
Arnaldo viene sbattuto come un mulinello tra mobili e pareti. Minuti interminabili di puro terrore; poi all’improvviso l’acqua inizia a defluire, lo spinge verso l’esterno.
Sicuro di venir portato via a valle rimane invece incastrato per puro miracolo da qualche parte, finché aperti gli occhi vede passare un detrito simile ad un albero. Era invece sua mamma che se ne andava via con l’acqua. Fece in tempo a fermarla e assieme rimasero intrappolati tra il fango e i detriti: erano salvi.
La notte del 9 Ottobre
270 milioni di metri cubi del Toc in una ventina di secondi precipitarono nel bacino ad una velocità stimata tra i 60 e i 100 km orari. Delle tre gigantesche onde che s’innalzarono nel cielo notturno del Vajont, la terza, 50 milioni di metri cubi di acqua e detriti, alta 230 metri, scavalcò la Diga e si precipitò giù per la gola del torrente, che fece da canale di convogliamento, potenziamento e accelerazione. Si generò uno spostamento d’aria di potenza eccezionale. Inoltre, è stato poi stimato che l’onda d’urto fosse addirittura il doppio dell’intensità generata dalla bomba atomica sganciata su Hiroshima, la metà delle vittime che si trovavano all’aperto fu smembrata e polverizzata, e di loro non si è più ritrovato nulla.
Quasi tutti i cadaveri recuperati, quando interi, erano completamente nudi. Un inferno come ad Auschwitz.
L’alba del giorno dopo: la tragedia messa a nudo.
I morti sono 1917, di cui poi sepolti 1454. Di questi solo 701 sono stati identificati, i restanti irriconoscibili. Circa 500 persone mai più rinvenute. 487 furono i bambini morti, solo una cinquantina fra tutti sopravvissero. Allora le comunità locali erano allietate da moltissimi bambini e ragazzi, e la morte ne approfittò.
Si vogliono qui ricordare i volti sorridenti e innocenti di Giuseppina Nicoli, nella foto della sua Classe della 5a Elementare di Longarone. Di Graziano, sette anni, e Stefano, nove mesi, e della loro mamma, Pia Maraner. Di Marinella Callegari, dieci anni, e dei suoi genitori, Almerino e Maria Luisa. Delle tre cuginette di Mirella Bratti: Lidia, detta Didi, di diciassette anni, Antonella di quattordici, e Marilina di dodici.
Il volto felice di Antonella Serafini, sette anni, 3a Media, sepolta nell’acqua della Diga insieme a babbo, mamma e le sue due sorelline.
E si vogliono ricordare le 6 figliolette festanti del Maestro di Longarone, Paolino De Bona, tutte morte con babbo e mamma. Il corpo del Maestro fu ritrovato dopo qualche giorno, senza testa, identificato solo per la fede nuziale all’anulare. Morto anche il fratello di Paolino, Elio De Bona, pur’esso Maestro, con moglie e figlioletto. Ma non si può proseguire senza mettersi inconsolabilmente a piangere.
“Colpa o non colpa, ci sono duemila morti” – Mario Pancini
Così era solito chiudere ogni discorso al termine delle udienze l’Ing. Mario Pancini, il tecnico rodigino residente al cantiere della Diga, che si era già preoccupato di far presente a Semenza la necessità di favorire artificialmente la scivolata della montagna nell’invaso. Prima che lei ci pensasse fa sola (“…Tanto avverrà” – Pancini).
Su questo insistette poi anche con l’Ing. Alberico Biadene, il quale alla morte di Semenza nell’Ottobre del 1961 aveva preso il suo ruolo di Direttore del servizio Costruzioni Idrauliche e dal gennaio del 1962 anche quello di Vice Direttore Generale Enel-Sade. Figura conosciuta per la sua intransigenza (anche verso gli operai del cantiere alla Diga).
“La Diga ha resistito bene”, f.to Biadene
Celebre il cablogramma che Biadene inviò a Pancini in quel momento in ferie negli Stati Uniti, all’hotel Niagara a Buffalo, il giorno successivo per informarlo dell’accaduto: “Improvviso crollo enorme frana ha provocato tracimazione Diga Vajont con gravi danni Longarone Stop Diga ha resistito bene Stop f.to Biadene”.
Biadene, l’altezzoso irruente e spregiudicato Direttore del Vajont post Semenza, fu alla fine – 1971 – riconosciuto responsabile di disastro d’inondazione, aggravata dalla sicura previsione dell’evento (che lui volutamente trascurò e occultò in ogni modo), e degli omicidi.
Venne condannato a cinque anni di reclusione (due per il disastro e tre per gli omicidi), di cui tre condonati “per motivi di salute” (!).
Restò nel carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia dal Maggio 1971 al Maggio 1973, scarcerato in anticipo per buona condotta. Il 17 Maggio del 1972 aveva presentato domanda di grazia al Presidente della Repubblica Giovanni Leone, che era stato il Capo degli Avvocati Enel-Sade al processo. Motivazione: l’imprevedibilità del disastro. La motivazione fu accettata.
Nei due anni in carcere fu ospitato in una cella confortevole, con tutti i servizi che aveva richiesto: un detenuto che gli faceva da domestico, la visita quotidiana della moglie e ricchi pacchi di viveri della Enel-Sade.
Non fu questa invece la sorte dell’Ing. Mario Pancini, il vice di Biadene, che ossessionato dal peso della colpa preferì suicidarsi con il gas a cinquantasei anni nella sua casa di Cannaregio a Venezia il 24 Novembre del 1968.
Ecco la Piazza, finalmente o purtroppo è tornato il Partito comunista.
Adesso lo possiamo dire tranquillamente e senza tema di essere smentiti: finalmente è ritornato il Pci. Certo, sotto altre sembianze e in un contesto storico, politico e culturale molto diverso rispetto a quel passato. Ma è indubbio che le modalità politiche ed organizzative sono le stesse e anche la scenografia si ripete. Mutatis mutandis, chi ha osservato con sufficiente distacco e senza alcun pregiudizio politico la manifestazione della Cgil di sabato scorso a Roma e, presumibilmente, tutte quelle che seguiranno, non può che arrivare ad una persin banale conclusione. E cioè, siamo ritornati ad una gloriosa pagina del passato. Accompagnata da un rituale facile da descrivere perchè risponde sempre allo stesso copione. Tasselli di un mosaico che si possono riassumere rapidamente e con estrema facilità.
Il continuo e sistematico ritorno della ‘Piazza’ come arma decisiva e qualificante della stessa azione politica della sinistra. Una sorta di carta di identità esclusiva.
Il sindacato, nel caso specifico la Cgil di Landini, come vera ed autentica ‘cinghia di trasmissione’ con il partito di riferimento. Con la differenza che, rispetto al passato, oggi non si sa bene chi detta l’agenda. Ovvero se sia il sindacato che indica le priorità al partito o se sia il partito che vincola il sindacato alla sua agenda. Nell’un come nell’altro caso non cambia, comunque sia, la sostanza della questione.
In terzo luogo il partito, e non poteva che essere così, assume un profilo politico sempre più radicale, massimalista, estremista e anche culturalmente libertario, secondo la miglior tradizione del passato. Certo, sull’approccio libertario c’è una maggior caratterizzazione rispetto alla tradizionale esperienza del principale partito della sinistra italiana perchè riconducibile, esclusivamente, alla estrazione e alla cultura dell’attuale segretaria del Pd.
Inoltre, l’attacco senza quartiere a chi momentaneamente è al governo. Che sia la Dc o il centro destra a trazione berlusconiana o la destra guidata dalla Meloni, non cambia affatto la posta in gioco. Si tratta sempre di un ‘nemico’ politico da abbattere al più presto per il bene della democrazia, per ‘salvare’ la Costituzione, per difendere i ceti più deboli e per salvaguardare le nostre istituzioni democratiche. Perchè ieri come oggi la minaccia fascista, la deriva autoritaria e la compressione di tutte le libertà democratiche sono sempre dietro l’angolo. E, di conseguenza, è necessaria ed indispensabile la mobilitazione costante e permanente della ‘piazza’ per sventare il pericolo sovversivo di chi vuol archiviare definitivamente la democrazia e sfregiare la Costituzione a vantaggio di un regime ancora alquanto nebuloso da tratteggiare. Ma il pericolo, comunque sia, è sempre alle porte.
E in ultimo, ma non ordine di importanza, la solita compagnia di giro che affianca e sostiene la mobilitazione del sindacato di riferimento e l’iniziativa del partito che racchiude le istanze di tutto l’universo valoriale della sinistra post ed ex comunista. Da alcuni e noti organi di informazione agli storici intellettuali e ‘guru’ del pensiero della sinistra; dai movimenti fiancheggiatrici alla sempreverde società civile di riferimento; dagli artisti e conduttori milionari a perenne difesa degli interessi dei più deboli e delle istanze e dei bisogni degli ultimi alla vasta rete del circo mediatico cha da decenni attende l’arrivo messianico e salvifico della sinistra e che auspica, al contempo, un centro democratico e riformista o una destra democratica e di governo – cioè i nemici irriducibili ed implacabili – “normali” e, di conseguenza, del tutto irrilevanti a livello politico ed inconsistenti sotto il versante elettorale. Insomma, per capirci, una destra come quella di Fini o un Centro come quello di Tabacci.
Ora, senza dilungarci in una analisi persin troppo semplice da descrivere e da inquadrare, non resta che una conclusione. E cioè, chi punta a ricostruire una vera cultura di governo, ad un progetto autenticamente riformista e democratico, ad un approccio meno ideologico e non fazioso e settario, non può che guardare altrove. Con il rispetto dovuto, come ovvio, per questo ritorno al passato della sinistra italiana ma con la convinzione che un Centro democratico, riformista, dinamico e di governo non può avere come bussola di riferimento il ritorno di un Pci, seppur con una veste aggiornata e rivista, alleato con la ‘sinistra per caso’ di marca populista, anti politica e demagogica dei 5 stelle. Appunto, i riformisti guardano altrove.
Viaggio nella notte della scuola: acronimi modulistica e progetti a ripetizione.
‘Per una maggiore trasparenza, efficienza ed efficacia nel monitorare i progetti previsti dal PEI/PTOF si chiede a ogni docente/team/CdC /GLO di compilare il FORM al seguente link’.
Ecco l’incipit di una circolare inviata dal dirigente scolastico ai docenti, che fa riferimento ad un adempimento atteso in corso d’anno. Un tempo i direttori didattici e i presidi organizzavano incontri con gli insegnanti allo scopo di focalizzare il piano di lavoro, le metodologie, gli obiettivi educativi ed erano essi stessi in grado di offrire indicazioni, di consigliare, ascoltare le problematiche emergenti nella gestione della classe e dei singoli alunni, che stavano al centro degli impegni di tutti. In genere queste riunioni erano utili, i docenti potevano esprimersi in un clima solitamente colloquiale, commisurando i programmi nazionali di studio con la progettazione dagli stessi utilmente declinata nel proprio ambito professionale. I capi d’istituto – provenendo dai ruoli magistrali – custodivano un’esperienza didattica che prevaleva sulle incombenze burocratiche ed erano una guida per i propri docenti.
Con l’introduzione delle procedure collegiali, della sperimentazione didattica e dell’aggiornamento attraverso i decreti delegati del 1974 la scuola si era aperta al territorio e alle logiche della programmazione, mentre con la legge 517/1977 – scritta da tecnici competenti e con una forte carica innovativa – temi nobili come il diritto allo studio, l’integrazione degli alunni disabili, la libertà di insegnamento conferivano un’aura di grande fervore pedagogico al sistema formativo. Non si indulge a nostalgie del passato ma commisurando quel contesto educativo al presente si nota un incremento smisurato degli adempimenti burocratici e un cambiamento nei temi prevalenti e negli stessi stilemi linguistici e comunicativi, interni ed esterni.
Un passaggio lento ma inesorabile verso una impostazione gerarchizzata e sincopata, con organigrammi in stile aziendale di cui dobbiamo esser grati ad una malintesa gestione dell’autonomia scolastica e ad una verticalizzazione delle relazioni professionali introdotte dalla riforma della cosiddetta “buona scuola”, quella dei dirigenti “sceriffi” (e poi ‘capitani della nave’) e dei progettifici, della proliferazione di acronimi, neologismi e anglicismi, dove le formule prevalgono spesso sui contenuti.
I miti dell’efficienza–efficacia e l’ossessione della privacy e della trasparenza finiscono per condizionare le relazioni interne e verso le famiglie: bisogna progettare, compilare moduli, rispondere a test, partecipare a riunioni con ordini del giorno smisurati e pletorici dove non si dialoga più, basta rispondere il giorno dopo ‘approvo, non approvo, mi astengo’. Quanto di tutto ciò che si fa incida sulla qualità sostanziale della didattica non è dato sapere poiché il controllo tecnico è stato sostituito da un’accomodante ed autoreferenziale autovalutazione, i registri cartacei da quelli cripticamente digitali: e così il cerchio si chiude con un incremento di impegni prevalentemente fuori dall’aula a cui non corrisponde un tangibile miglioramento della effettiva qualità del servizio scolastico, solitamente stigmatizzato nel grado successivo degli studi: “Cosa possiamo fare se ereditiamo studenti somari?”.
In realtà questa scuola delle sigle e delle formule non piace molto a chi ci lavora (dai dirigenti oberati di responsabilità ai docenti vessati dalla burocrazia) anche se ha i suoi estimatori, specialmente attinti tra i fanatici delle nuove tecnologie, dove gli acronimi, i codici alfanumerici, le password e le username prendono il posto di un testo scritto lineare, intellegibile, interlocutorio. La corsa alla digitalizzazione e all’abuso dei linguaggi informatici impoverisce il lessico della scuola in tutti i suoi contesti comunicativi interni ed esterni e vanifica la ricchezza della dimensione colloquiale e relazionale. Alla stregua di quanto accadrebbe nei concorsi pubblici per l’accesso ai ruoli professionali della scuola, se malauguratamente e definitivamente i quiz sostituissero la trama di un tema sintatticamente corretto e semanticamente descrittivo, in grado di far interagire tra loro significati e significanti, di dare un senso compiuto alla sua stesura, di esplicitare una narrazione.
Questa deriva culturale minimalista sta dilagando e riguarda sia i docenti che i loro alunni, cambiano i parametri del merito e dell’eccellenza, il livellamento verso il comune denominatore della mediocrità non sostituisce certo il perseguimento del diritto allo studio e dell’uguaglianza delle opportunità di partenza e di arrivo. Ma nemmeno integra la pratica della libertà di insegnamento poiché la consuetudine didattica si accomoda sull’omologazione anziché stimolare la creatività. Girano molti sedicenti esperti in questa nuova scuola ma in genere si tratta di persone che si sono stancate di insegnare e dirottano verso più miti compiti: fare counseling, tutoring, mastery learning. Sono quelli che sostengono da anni (applicando la regola a se stessi) che leggere (cioè comprendere), scrivere (cioè esprimersi) e far di conto (cioè misurare e commisurarsi) non servono più perché bisogna aprirsi al nuovo e alla molteplicità dei saperi e dei linguaggi. Tutto diventa implicito, superfluo e scontato: infatti vediamo i risultati.
Francesco Provinciali, già dirigente ispettivo del MIUR e delMinistero della Pubblica Istruzione.
Cdu e Csu frenano in Germania l’avanzata della destra radicale
In Germania avanza qualcosa di nuovo. Il voto in Assia e in Baviera ha visto la sconfitta della “coalizione semaforo” (socialdemocratici, verdi e liberali) attualmente al potere nella Repubblica federale. Nei due Länder i liberali non raggiungono il quorum e restano fuori dai rispettivi parlamenti locali. Flettono i verdi, crescono gli Elettori Liberi (partito liberal-liberista), avanza l’AfD (destra radicale), senza riuscire tuttavia a sfondare. Va male anche la Spd, scendendo in Baviera addirittura sotto l’8 per cento. A brindare sono i due partiti di matrice cristiano democratica – Cdu e Csu – poiché il primo, in Assia, guadagna il 7,5 per cento e il secondo, in Baviera, conserva il primato con un dignitosissimo 36.6 per cento, quindi con una leggerissima perdita dello 0.6 per cento.
Chi vince veramente è Boris Rhein, brillante primo ministro uscente di Wiesbaden, che in serata poteva festeggiare con parole di entusiasmo: “È un giorno d’incredibile valore (…) i cittadini hanno dato alla Cdu un chiaro mandato di governo”. A lui si univano i suoi predecessori, Roland Koch e Volker Bouffier, intonando in platea l’inno della campagna elettorale. Un successo, quello di Rhein, che riveste particolare importanza perché ottenuto sulla base di un chiaro posizionamento al centro.
In questo caso, gli elettori hanno premiato la coerenza e la chiarezza di una proposta agli antipodi della demagogia e del populismo. Sebbene in crescita, l’AfD resta fuori dal perimetro delle possibili alleanze di governo. Nessun cedimento all’estremismo, nessuna rincorsa a destra: la Cdu si è imposta con un messaggio di forte ancoraggio democratico, denunciando la pericolosità dell’Afd. Anche a Berlino ne devono tener conto, perché a conclusione di questa campagna elettorale si palesa un’alternativa credibile (e vincente) alla leadership di Fiedrich Merz – presidente federale della Cdu – e alla sua politica di ammorbidimento della pregiudiziale anti Afd.
I giochi per la candidatura alla Cancelleria non sono chiusi. E non lo sono, a maggior
ragione, dopo quello che è accaduto nelle elezioni di ieri. I buoni risultati ottenuti in Assia e Baviera non consolidano l’esistente equilibrio all’interno della Cdu. Chi canta vittoria sono altri, non Merz e la sua squadra.
La solidarietà a Israele per un nuovo percorso di pace
L’attacco delle milizie di Hamas a Israele dalla Striscia di Gaza, con il suo carico di morte, distruzione, di rapimenti indiscriminati di cittadini israeliani ha ricevuto una condanna unanime dalla politica nazionale e europea dall’intero Occidente. Il riconoscimento del diritto di Israele alla difesa proporzionata, accompagnato dalla solidarietà e dalla vicinanza a Israele, costituisce un sostegno in questo delicato momento al Paese che ha subito l’attacco, e allo stesso tempo un avvertimento volto a scongiurare ogni tentativo di escalation e di intromissione di forze esterne alle due parti in conflitto.
Nel contempo questo nuovo riesplodere del conflitto irsaelo-palestinese offre molti motivi di riflessione.
Una delle domande che viene spontanea è come sia stato possibile un attacco così imponente, fatto da commando armati e evidentemente ben addestrati, e da un ingente lancio di razzi, provenienti da un territorio così esiguo e sottoposto a controllo, come quello di Gaza. Com’è che Hamas ha potuto lanciare l’attacco più significativo subito dagli israeliani negli ultimi 50 anni, senza che l’imponente apparato di sicurezza e di intelligence israeliano ne abbia avuto sentore?
Inoltre, vi sono aspetti oggettivi di politica internazionale da tenere presenti, anche se non ne condividiamo le posizioni. Ci sono i Paesi arabi e la più ampia e influente cerchia dei Paesi musulmani, che pur con sfumature diverse, con maggiore o minore moderazione, addossano a Israele la responsabilità di quanto accaduto a causa – a loro dire – delle sue ripetute provocazioni e della privazione dei diritti dei palestinesi. Anche se va evidenziato il fatto che Arabia Saudita ed Egitto sono i Paesi che più mettono in guardia contro il rischio di un’escation del conflitto. Tutto il mondo arabo appare unito come non mai nel chiedere la cessazione delle ostilità da entrambe le parti e il ritorno alle trattative per la soluzione a due stati.
C’è in questa fase – altro fattore non trascurabile – una situazione di acceso confronto, che produce anche situazioni di stallo, nella politica e nelle istituzioni americane, legata al ruolo degli Usa nel nuovo mondo che si sta plasmando in questo tempo, testimoniata anche dalle dimissioni senza precedenti nella storia degli Stati Uniti dello speaker della Camera, che fa seguito a una mancanza di iniziativa della Casa Bianca rispetto alla soluzione del conflitto tra Israele e Palestina.
Un vuoto che la Cina si è preoccupata di colmare negli ultimi tempi, intensificando i rapporti con lo stato d’Israele e con l’Autorità Nazionale Palestinese il cui presidente Abu Mazen, lo scorso 14 giugno è stato in visita in Cina, ricevuto da Xi Jinping con tutti gli onori. La Cina, come al solito, è silente, ma fa la differenza negli equilibri.
E così pur con l’appoggio di tutto l’Occidente, Israele si scopre vulnerabile e isolato in un mondo che sta avendo sempre di meno l’Ovest come proprio baricentro. Questo nuovo conflitto ci ricorda che non c’è altra via per affermare sia la sicurezza di Israele, sia il diritto del popolo palestinese ad avere un proprio stato, che la via della cessazione della guerra e del ritorno ai mezzi della diplomazia e della politica, se necessario anche aggiornando la composizione dei mediatori internazionali.
Di fronte a questa nuova ondata di violenza, in particolare l’Occidente è chiamato ad archiviare dottrine e visioni che in passato hanno avuto l’effetto di allontanare la pace non solo dalla Terra Santa ma da gran parte del Medio Oriente. E che, alla prova dei fatti, non hanno certo contribuito a rafforzare la sicurezza di Israele, per il carico di distruzione e di risentimento che hanno sparso attorno ai suoi confini. Per adottare al loro posto una strategia che abbia concretamente a cuore un futuro di pace per Israele e Palestina, a suggello di un più generale accordo di coesistenza pacifica fra le Potenze di questo XXI secolo.
Caso Apostolico, le polemiche fanno fare all’Italia un passo indietro.
Il caso Apostolico è uno di quelli che da un po’ di tempo mancava dalla cronaca quotidiana. La morte di Berlusconi aveva messo in letargo, forse si credeva per un tempo lungo, il conflitto tra politica e magistratura.
Ci ha pensato una donna che di mestiere fa anche il giudice a rompere la monotonia di un’acqua che a star ferma ha l’aspetto di palude.
La Apostolico porta dunque la toga ma non quella “pretestata” che al tempo dei Romani spettava ai giovani fino ai 16 anni od ai magistrati di alto grado. Più che pretestata ora c’è aria di protesta della politica contro di lei e non sembra affatto ci sia intenzione di cedere armi alla sua veste autorevole.
Una sua recente decisione in materia di immigrazione ha scatenato un pandemonio e per rivalsa le si è contestato di essere di parte e non imparziale come dovrebbe essere chi provvede all’applicazione ed al rispetto della legge ed estraneo e privo di interessi nel caso che deve decidere.
A controprova della sua faziosità è stata beccata inoltre mentre partecipava ad una manifestazione anni fa in cui chiedeva lo sbarco dei migranti dalla nave Diciotti.
A ricordare una vecchia barzelletta di Gigi Proietti meglio sarebbe stato se si fosse fermata al numero diciotto, cioè a farsi i fatti suoi ma ormai le cose sono andate in questo modo e ne vedremo le conseguenze.
Luciano Violante ricorda che un giudice non solo deve essere imparziale ma deve anche apparirlo, mostrarsi come se lo fosse, facendo giustamente vivere un’ipocrisia comunque fondamentale e che, pur se tale, aiuta le istituzioni a reggersi in piedi.
A difesa della magistrata tutta l’opposizione scalcia muovendo accuse di dossieraggio politico al Governo che avrebbe tirato fuori dal cilindro un video che la ritrae nel corso di una protesta a favore degli emigranti.
Dossier viene da dorso, fa pensare al fatto che in certe circostanze è bene comunque tenere la schiena dritta anche se non si comprende se questo spetti alla politica o alla magistratura o ad entrambi.
Dal suo dorsale è stata tirata fuori una cartellina che si riteneva ormai in uno scaffale impolverato e che ora conosce al contrario nuovo lustro.
Apostolico deve essere conforme al suo nome, essere apostola e quindi rappresentante della sua funzione e delle sue idee. Questa e quella, messe insieme, formano però una miscela esplosiva che riaccende uno scontro condotto in modo da mettere in secondo piano le difficoltà del Governo e la esiguità di chi lo contrasta.
Tutto questo sa di vecchio, come si fosse tornati indietro di anni. Non è soltanto avvilente il motivo della contesa ma la scelta di tornare a confrontarsi su un livello che si sperava caduto nel dimenticatoio.
Due dei poteri della nostra fragile democrazia si combattono da decenni usurandosi continuamente senza riuscire a fare un salto di qualità che porti il confronto a livelli di decenza. Così procedendo si accresce il loro logorio progressivamente privandosi delle energie necessarie per riscattarsi. Tutti in una difesa di posizioni e di idee che, ricordando Manzoni, “spesso sono amate più del dovuto proprio perché sono poche”.
A rimetterci non è solo il paese ma anche la parte più debole di esso che attende un segnale di fumo e di speranza per non finire arrosto nel forno dei crescenti tassi di interesse sui mutui e lo scarso potere d’acquisto dello stipendio medio di un italiano.
Ci va di mezzo anche la solidarietà verso i migranti. Alzandosi il livello dello scontro, portandolo in baruffa, nessuno pagherà in solido per i migranti in cerca di un futuro oltre le onde del mare.
L’Apostolico avrebbe dovuto rinunciare al suo impeto di testimonianza e restare nelle retrovie di una battaglia dove non stava a lei sparare i colpi.
Ora potrebbe da alcuni essere tacciata di apostasia. Potrebbero rimproverarla di aver rinunciato al suo giuramento di fedeltà al potere a cui appartiene per abbracciare la fede esclusiva dei suoi convincimenti.
I migranti non hanno bisogno di paladini e neppure meritano di essere strumentalizzati per interessi altrui. Così continuando sarà forse il solo modo, semmai ancora ne arrivassero, perché preghino di andar via al più presto dalla terra triste di primo approdo. Come alternativa non resterebbe che l’indifferenza verso la guerra condotta sulla loro pelle. Potrebbero citare Jean Jacques Rousseau “Tutto è finito per me sulla terra, nessuno può farmi né bene né male…tranquillo in fondo all’abisso…ma impassibile al pari di Dio”.
Per adesso c’è un gran vociare e così sarà nei prossimi giorni. Il conflitto tra poteri istituzionale ha smentito il pensiero di Max Picard quando nel “Mondo del silenzio” scrive:” Non è possibile rappresentarsi un mondo in cui ci sia soltanto la parola; al contrario è possibile immaginarsi un mondo in cui vi sia soltanto il silenzio”. Ciò che è fatto è fatto.
Formiche | Gargani, con la lanterna di Diogene alla ricerca del centro.
Simona Sotgiu
[…] Professore, il centro tutti lo cercano e nessuno lo trova o nessuno ha capito davvero dove sta?
È da oltre 30 anni, dagli anni ’90, che ciascuno di noi va con la lanterna di Diogene alla ricerca del centro, e naturalmente è sparito soprattutto per una ragione fondamentale: la crescita dei partiti personali. Il personalismo ha affogato le ideologie e siamo andati avanti con partiti che non hanno identità, che non hanno avuto riferimenti culturali, la possibilità di realizzare quello che la costituzione ritiene all’articolo 49, cioè partiti democratici. E la responsabilità di questa situazione si può individuare, io credo, negli anni ’90.
Cosa intende?
Quello degli anni ’90 è stato un periodo di transizione perché i movimenti e i partiti non sono stati democratici, e quindi non ci sono stati né il centro, né la destra, né la sinistra essenziali per la dialettica democratica. Nelle elezioni del 25 settembre è venuta fuori una identità e se non teniamo conto di questo non facciamo una valutazione politica adeguata: la destra di Meloni. Quindi è finito il periodo di transizione anodina dell’indistinto ed è venuta fuori una identità, la destra, che naturalmente ha compresso il centro, per cui non c’è più il centrodestra.
Vale lo stesso con la sinistra?
Certo. Dopo le elezioni, con l’elezione di Schlein, è emersa una sinistra sia pure radicale, sia pure forse un po’ velleitaria, ma pur sempre sinistra. E allora io sono fiducioso che dopo 30 anni, sempre andando alla ricerca della lanterna di Diogene che cercava una cosa che non poteva trovare, io credo che questa identità a destra e questa pseudo sinistra possano determinare quello che è la dialettica normale che c’è anche negli altri Paesi: destra, sinistra, centro.
Come legge i tentativi di un centro unitario delle varie forze politiche italiane, da Italia Viva a Azione?
Avevo apprezzato il tentativo che Renzi e Calenda avevano fatto prima delle elezioni, con tutte le riserve sui due personaggi che immaginavo, avendo avuto un buon consenso elettorale, fossero proiettati rispetto a una posizione centrale alternativa alla destra e alla sinistra. Questo hanno capito gli elettori quando li hanno votati, con una percentuale significativa dell’8,3%. Ecco, un tale risultato doveva portare ad un processo politico che aggregava le varie opposizioni, vecchi democristiani, democratici, liberali, riformisti, se non che la diaspora pesa anche su di loro e si sono divisi. Ora Renzi pare convertito verso il centro mentre Calenda sembra un azionista anticattolico, privo di ispirazioni religiose, giobertiano, mazziniano, non so bene, anche se invoca i popolari forse in modo un po’ strumentale.
Quindi Italia Viva ha forse trovato il centro?
Renzi sembra faccia sul serio, e la sua tradizione democratico cristiana mi auguro si ponga, seppure senza Calenda, in una posizione centrale alternativa alla destra e alla sinistra. Insieme ai popolari uniti si può creare una forza determinante, che pure esiste nel Paese, e vorrebbe vedere un riferimento forte e credibile sul piano centrale. Gli italiani per decenni hanno votato per il centro, per i partiti di governo, e non per gli estremi. Vuol dire quindi che c’è un popolo che crede in una politica illuminata e nella cultura di governo.
[…]
Per leggere il testo integrale dell’intervista (Titolo originale: Tra Meloni e Schlein c’è lo spazio per il centro. Parla Gargani)
https://formiche.net/2023/10/meloni-destra-centro-partiti-gargani/
Vita e Pensiero | Grande rigore sulla questione dei silenzi di Pio XII.
I media hanno presentato come “scoop” il ritrovamento di due documenti – che sembrerebbero spingere verso giudizi opposti su Pio XII – proprio alla vigilia del Convegno che si terrà presso l’Università Gregorianadal 9 all’11 ottobre su “Nuovi documenti del pontificato di Pio XII”. Si tratta di un elenco di circa 3200 ebrei romani salvati in strutture ecclesiastiche di Roma tra il 1943 e il 1944 e di una lettera del 14 dicembre 1942 del gesuita tedesco Lothar König al segretario particolare del Papa, Robert Leiber, in cui si parla del forno crematorio delle SS nel lager di Bełzec.Trovare nuovi documenti è sempre importante per la ricerca storica. Ma su Pio XII e gli ebrei oggi più che nuovi documenti servono soprattutto interpretazioni rigorose, profonde e convincenti, capaci di tener conto della mole impressionante di informazioni oggi disponibile e di una molteplicità di problemi da considerare contemporaneamente.
Che le cose stiano in questo modo è controintuitivo: davanti a questioni controverse, è istintivo pensare che solo trovando il documento che ancora manca si possano sciogliere definitivamente tutti i “misteri”.Cerchiamo, insomma, la classica “pistola fumante”. Diffidiamo, viceversa, di interpretazioni capaci di spiegare questioni complesse: sospettiamo per principio che esprimano visioni di parte. È la classica fiducia nel “visto con i miei occhi” contro il “sentito dire”. Ma nel caso di questioni complesse non è possibile prescindere dal “sentirsi dire” da qualcuno a che punto siamo arrivati, anche se ovviamente non tutti i “sentito dire” hanno lo stesso valore. L’esaltazione unilaterale di un nuovo documento rischia infatti di far dimenticare le puntate precedenti e cioè gli elementi di verità che altri sono riusciti a identificare e le ipotesi fantasiose che altri sono riusciti ad escludere. È il problema dei cosiddetti misteri italiani, dalla strage di Bologna alla tragedia di Ustica. Ma vale anche per Pio XII.
[…]
L’elenco dei circa 3200 ebrei nascosti in 155 conventi romani, peraltro, non è nuovo: lo aveva già visto Renzo de Felice. Lo compilò tra il 1944 e il 1945 il gesuita Gozzolino Birolo su indicazione di padre Agostino Bea, rettore dell’Istituto Biblico. Dopo De Felice non era stato più consultato, ma la cifra di circa 4000 ebrei salvati nei conventi è stata citata dai più autorevoli studi su questa ospitalità sulla base anche di molti altri documenti.
Oggi, insomma, l’elenco del Biblico non aggiunge molto ad una certezza ormai acquisita: tra ’43 e ’44 gran parte del mondo ecclesiastico e cattolico romano più vicino al papa – e, anche se manca il documento che lo dimostri inequivocabilmente, tutto fa pensare che lo abbia sollecitato lo stesso Pio XII – si mobilitò largamente per salvare gli ebrei. Non è un’acquisizione da poco. Ma sbaglierebbe chi usasse questo elenco per chiudere definitivamente la questione dell’atteggiamento di Pio XII verso gli ebrei.
Il problema del “silenzio”, infatti, non può essere rimosso. Emerge anche dalla lettera del gesuita Lothar König al segretario particolare del Papa, meritoriamente ritrovata dall’archivista vaticano Giovanni Coco. Se il segretario di Pio XII sapeva di forni crematori, è fondato presumere che lo sapesse anche il Papa: perché dunque ha taciuto? Un giudizio storico negativo sembra inevitabile. Ma sarebbe il risultato sbagliato di un “azzeramento” provocato anche in questo caso da un eccesso di enfasi sul documento “nuovo”. Non si deve guardare all’albero dimenticando il bosco: ci sono altri documenti che vanno nella stessa direzione. Il primo a porsi il problema del suo silenzio fu lo stesso Pio XII, parlando con Roncalli nel 1942: lo sappiamo dagli Actes et documents du Saint-Siège pubblicati molti anni fa. Gli studi più seri hanno riconosciuto che Pio XII non ha “pubblicamente” condannato la Shoah: il punto, dunque, non è se c’è stato un “silenzio” ma perché c’è stato. È una questione molto complessa su cui però sono stati raggiunti nel tempo risultati importanti, che non vanno dimenticati nella corsa alla “pistola fumante”.
[…]
Di seguito il link per leggere il testo integrale dell’articolo pubblicato sul numero 4/2023 di “Vita e Pensiero” e reso disponibile sul sito della rivista.
https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-i-silenzi-di-pio-xii-6298.html
La Voce del Popolo | I complotti? Teoria senza fondamento.
Sarà un difetto della mia immaginazione ma mi riesce davvero assai difficile vedere tutti quei “complotti” che con cadenza oramai regolare vengono denunciati.
In politica esistono conflitti, contese, difficoltà, insidie, rischi. In grande abbondanza, perfino eccessiva. Ma l’idea che da qualche parte, di nascosto, agendo nell’ombra, questo o quel potere forte stia tramando per decapitare il governo eletto appena un anno fa appare davvero come una fantasia malata. Oppure come una ricerca di alibi.
Questa visione cupa che di tanto in tanto si riaffaccia non è una novità, peraltro. E non appartiene solo a questo governo. È una delle eredità di questa stagione politica vissuta un po’ da tutti all’insegna del populismo. Laddove cioè non regna più fiducia, né raziocinio, ma si dilatano a dismisura i confini della più fantasiosa diffidenza. Fino a incoronare il sospetto come legittimo sovrano della nostra arena pubblica.
Si vorrebbe incoraggiare la maggioranza a non cercare troppo facili vie di fuga dalle fatiche e dalle responsabilità a cui è chiamata. E incoraggiare l’opposizione a costruire con metodo e pazienza una possibilità di alternativa. Liberandosi tutti, e liberandoci, da questa cappa di cu- pezza che grava sui nostri destini politici. Sulla nostra scena non esiste il minaccioso dottor No raccontato da Ian Fleming, capace di ogni nefandezza. E non esiste neppure James Bond, l’agente 007 al servizio di sua maestà.
Più prosaicamente, siamo tutti alle prese con avventure molto meno grandiose, ma anche con trame molto meno minacciose.
Fonte: La Voce del Popolo, 5 ottobre 2023.
[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]
Il feudalesimo democratico: dalla democrazia dei partiti alla democrazia plebiscitaria.
In vista delle prossime elezioni regionali (si voterà in 5 regioni) e amministrative ci sembra opportuno fare alcune brevi considerazioni circa lo “stato di salute” della democrazia nelle istituzioni periferiche e sul livello di tollerabilità della concentrazione del potere. In altri termini, valutare gli effetti che la indotta mutazione genetica del cosiddetto “sistema dei partiti”, inteso come un complesso di soggetti che operano in un contesto di relativa stabilità ed interna armonia, ha prodotto nel corso degli anni sulle istituzioni e sulle modalità di partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica.
Preliminarmente si ricorda come, a partire dai primi anni Novanta del secolo scorso, una attenta e martellante campagna tesa a convincere la collettività che le regole allora in vigore erasno obsolete e inadeguate, che avevano perso efficacia, e che perciò fosse bene liberare le mani della politica dai lacci del diritto, dalle regole, dal controllo democratico, alimentata a sua volta dalla contestuale campagna giudiziaria passata sotto il nome di “tangentopoli”, hanno prodotto una serie di sostanziali mutamenti del quadro politico delle istituzioni. I partiti politici che per i primi cinquant’anni della storia repubblicana avevano rappresentato il principale strumento attraverso cui garantire la partecipazione e la determinazione della politica nazionale/locale, hanno subito una pesante battuta di arresto.
La nuova architettura istituzionale locale e regionale introdotta in quegli anni, strutturata in modo tale da andare oltre gli stessi, li ha trasformati infatti da luoghi di partecipazione a disposizione dei cittadini a macchine elettorali a disposizione del capo, con strutture intermittenti, senza ideologia e senza organizzazione. Svuotati della propria base ideologico-valoriale e della tradizionale organizzazione politica, tali compagini sociali sono diventate di fatto entità occasionali e deboli, pronte ad attivarsi solo in occasione di grandi appuntamenti elettorali, ridotte ormai alla condizione di soggetti privi di una coerente legittimazione politica e sociale.
In pratica essi hanno perso i loro connotati originali e parallelamente si sono leaderizzati, trasferendo il loro tradizionale rapporto con la società e con gli elettori sempre più attraverso i media e il marketing politico. In sostanza, si sono trasformati in comitati al servizio del leader di turno, il quale sviluppa il proprio rapporto con i cittadini/elettori utilizzando i media e le tecniche del marketing politico-elettorale.
Tutto ciò, ameno sul piano locale, non è accaduto per caso. Vi è stata una precisa volontà politica di trasformare l’assetto democratico, per rispondere al principio secondo il quale sistema di governo deve essere in grado di fornire riposte rapide, la cosiddetta “riduzione delle complessità”. In questo modo ciò che conta non sono più i principi e i valori un tempo incarnati nei partiti, ma sempre di più le caratteristiche personali dei protagonisti, sicché la richiesta di consenso senza offerta politica favorisce il rifluire della ratio del principio rappresentativo nell’emotio di quello plebiscitario, saldate in un’unica logica binaria nella quale il primitivismo prepolitico dell’incarnazione in un leader fa premio sulla strutturazione identitaria di tipo programmatico-politico.
In questo contesto il ruolo del corpo elettorale diviene del tutto marginale e inscritto in una logica di passività – fondato com’è sull’instaurazione di un magnetico circuit de confiance che si accende e si spegne esclusivamente nell’arena elettorale – in grado solo di conferire al potere una legittimazione sentimental-servile. L’eclissi dei partiti tradizionali, chiamati al rispetto delle convenzioni e delle consuetudini politiche, ha di fatto liberato il sistema da ogni freno inibitorio, favorendo pratiche impensabili in un contesto di sana democrazia e di rispetto degli elettori.
L’esempio più fulgido è dato dal proliferare delle cosiddette “Liste civiche”, coacervo di interessi personali, prive di ogni ancoraggio politico e istituzionale, funzionali solo al perseguimento di interessi di parte, che hanno inteso l’investitura popolare in chiave di autonomizzazione dalla trama del pluralismo politico e sociale. In tale ampia situazione, la scelta poi di legare il vertice dell’esecutivo al voto popolare ha voluto marcare il carattere extraistituzionale della legittimazione ad amministrare. In questo modo si è largamente superato il limite tollerabile di concentrazione del potere. L’istituzione di un vertice monocratico dotato di ampi poteri (nomina e revoca unilaterale dei componenti degli organi esecutivi) ha ridotto di grand lunga gli spazi democratici non solo nelle istituzioni, determinando una torsione antidemocratica del sistema locale e regionale.
OLa rigidità introdotta, prima nell’ordinamento degli Enti Locali, poi in quello regionale secondo il principio del simul stabunt simul cadent ha nei fatti svuotato l’organo collegiale supremo (Consiglio comunale o Consiglio regionale) da ogni effettiva libertà, perché sottoposto al potere autonomo e incondizionato di scioglimento da parte del Sindaco/Presidente. È vero che è prevista la sfiducia, ma può essere attivata solo da un organismo kamikaze, posto che in caso di approvazione della stessa decade il Sindaco/Presidente con lo stesso organismo proponente. Questo equilibrio del terrore ha prodotto l’atrofizzazione di fatto degli istituti della sfiducia e dello scioglimento anticipato degli organismi assembleari nei quali risiede la rappresentanza popolare.
La svolta cesarista ha allontanato i cittadini dalle istituzioni, ha creato un élite autoreferenziale che non rappresenta più il corpo elettorale. La voragine che è sotto i nostri occhi tra il corpo elettorale e le istituzioni rappresentative, manifestata per altro dalla sempre più larga astensione elettorale, pone evidenti interrogativi sullo stato di salute del nostro sistema democratico, di fronte ai quali per il bene delle istituzioni non si può continuare a tacere. È necessario rivedere alcune norme, per ridare smalto e partecipazione a questa nostra democrazia in grave difficoltà.
Rotondi tradisce i valori della tradizione democratico cristiana e popolare
Ho conosciuto Gianfranco Rotondi alla fine degli anni ’80, in uno dei tradizionali incontri annuali di Saint Vincent della nostra corrente Dc di Forze Nuove, nella quale partecipò, graditissimo ospite, Gerardo Bianco, appena uscito indenne dallo scontro politico avellinese e nazionale con De Mita. Rotondi si rivelò subito dotato di grande appeal, eloquio chiaro e diretto e una cultura storico politica inusuale tra i giovani della sua età.
Sin da allora lo considerai, se non il migliore, uno dei “migliori fichi del bigoncio” dei giovani della quinta e ultima generazione dei democratici cristiani.
Anche lui divenne componente importante della corrente della sinistra sociale Dc, Forze Nuove, che con Pastore (leader di Rinnovamento, come allora si chiamava la sinistra sociale), Donat Cattin, Labor, Acquaviva, Bodrato, Vittorino Colombo, Mannino, Macario, Marini, Sandro Fontana, Toros, Fracanzani, Girardin, e molti altri esponenti, hanno rappresentato i miei riferimenti politici e organizzativi.
Con la diaspora del 1993, tutta quella grande esperienza cessò ma subito si avviarono diversi tentativi per farla sopravvivere. Chi, pensando che avrebbe potuto esistere all’interno dei fronti contrapposti del bipolarismo forzato da una legge elettorale impropria come quella del Mattarellum, e quanti, me compreso (che dal 2011 cercarono di dare pratica attuazione alla sentenza della Corte di Cassazione n.25999 del 23.12.2010, secondo cui la Dc non è mai stata giuridicamente sciolta) si sono impegnati per far rinascere, senza successo, la Democrazia Cristiana.
Rotondi, da scaltro politico, fu tra quelli che innanzi tutto pensò come altri che la discesa in campo del Cavalierepoteva rappresentare l’occasione per dar vita al centro nuovo della politica italiana. Obiettivo condiviso da autorevoli amici come Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo, che furono gli ispiratori della scelta strategica decisiva di Berlusconi per il Ppe . Una rendita di posizione importante utilizzata sino ai nostri giorni da Forza Italia e accoliti.
Rotondi cercò sempre di mantenere viva la sua etichetta di democratico cristiano, che rappresentava il marchio necessario per le trattative alle diverse scadenze elettorali. Grazie ad essa seppe sempre garantirsi una posizione sicura, alle regionali lombarde prima, alle politiche poi, sempre per se stesso e qualche altro stretto amico collaboratore.
Non sono mancati, in verità, alcuni tentativi da lui operati per ricomporre un’area centrale, contando sulla presunta disponibilità di alcuni amici e amiche, tanto che si inventò la formula di Verde Popolare, marchio presentato proprio a Saint Vincent nel 2021.
Gli è che, quando con Gargani, Tassone, il sottoscritto e altri abbiamo tentato di avviare la Federazione dei Dc e Popolari, Rotondi traccheggiò, assunse una posizione di surplace; nella sostanza non aderì a quello che poteva rappresentare un tentativo serio di ricomposizione politica dell’area cattolica nelle su tre componenti essenziali: democratica, liberale e cristiano sociale.
Con la vittoria della destra di Giorgia Meloni alle elezioni politiche del settembre 2022, si assiste all’ultima giravolta del nostro “fico del bigoncio”. Ora la soluzione, secondo lui, sarebbe quella di stare tutti con la destra, presumendo di essere il traghettatore-trasformatore della stessa, dal partito degli eredi almirantiani a una nuova Democrazia cristiana formato 2.0.
Penso che anche la più sottile lucidità e il più ostinato realismo politici non possano superare certi limiti di compatibilità con i propri valori, salvo ridurre la politica a mero strumento di sopravvivenza e di gestione del potere.
Leggere il programma annunciato di una nuova edizione di Saint Vincent sotto le insegne di Fratelli d’Italia e Fondazione Fiorentino Sullo, costituisce, da un lato, il disconoscimento della storia politica di un uomo integerrimo come Sullo, uno dei padri della sinistra politica Dc della Base, e, dall’altra, l’ennesima capriola del “nuovo Tarzan della politica italiana”.
Celebrare a Saint Vincent l’entrata ufficiale di Rotondi nell’area della destra meloniana costituisce, infine, il più grande torto alla memoria di Carlo Donat Cattin, che dei convegni di St Vincent, della sinistra sociale Dc di Forze Nuove, fu l’inventore e l’interprete unico e non replicabile. Gli italiani, scriveva Ennio Flaiano “sono sempre pronti a salire sul carro del vincitore” e Prezzolini nel suo Codice della Vita italiana aggiungeva che “i fessi hanno dei principi, i furbi soltanto dei fini”. Col trasformismo si può sempre galleggiare, ma si finisce col tradire le proprie radici.
Disperdere il seme del popolarismo è impoverire la democrazia italiana
Da molto tempo abbiamo preso atto del profondo e radicato pluralismo politico nelle varie aree culturali del nostro paese. Nessuna esclusa. Eppure, almeno per una cultura politica sufficientemente identitaria e antica come quella del popolarismo di ispirazione cristiana, fa sempre un certo effetto vederla dispiegare su tutto l’arco costituzionale, come si diceva un tempo. Forse con la sola assenza nel campo del populismo anti politico, qualunquista e demagogico dei 5 Stelle e nei gruppuscoli estremistici e violenti presenti tanto all’estrema destra quanto all’estrema sinistra, non possiamo non registrare una presenza in tutte le altre formazioni politiche dei Popolari.
Ora, senza avere la presunzione di distribuire pagelle a destra e a manca – tentazione che, purtroppo, continua a circolare massicciamente in alcuni settori dell’area popolare – diventa francamente difficile, se non addirittura imbarazzante, comprendere le ragioni politiche, culturali, programmatiche e forse anche etiche che giustificano la presenza di molti amici Popolari in alcune formazioni politiche contemporanee. Certo, tutti conosciamo le ragioni specifiche, perchè sono umanamente comprensibili, che legittimano questa presenza: dal ruolo nelle istituzioni ai vari livelli alle prebende del sottogoverno; dagli incarichi negli organigrammi di partito alla legittima aspettativa nell’occupare futuri ruoli politici. Ma, al di là di questa dimensione, pur sempre presente nell’agone politico, è indubbio che ci sono anche delle ragioni più profonde che spiegano e, appunto, giustificano la presenza di molti amici Popolari in quasi tutti i partiti italiani.
Ecco perchè diventa francamente curioso, se non addirittura divertente, conoscere le “ragioni” politiche e culturali di queste singolari ed anacronistiche appartenenze.
Senza fare un censimento, anche un po’ ridicolo e patetico, verrebbe da chiedersi però che cosa c’entrano i Popolari con la sinistra radicale, massimalista, estremista e tardo libertaria della Schlein. Oppure qual è la sintonia dei cattolici popolari e sociali con la cultura laicista, liberista, repubblicana e azionista di Calenda. Per non parlare del sovranismo e del cattolicesimo ‘à la carte’ della Lega salviniana o di alcuni settori della destra estrema di Fratelli d’Italia. E l’elenco potrebbe continuare.
Certo, ogni esponente, e giustamente, è in grado di spiegare dettagliatamente le ragioni o le motivazioni che lo portano a militare in partiti e in formazioni radicalmente estranee ed esterne alla radici culturali, sociali, politiche e programmatiche del popolarismo. Ma, tuttavia, anche le giustificazioni più rocambolesche hanno sempre dei limiti. Dettati più dalla coerenza che non dalla sola convenienza.
E la conclusione, pertanto, è abbastanza semplice anche se al tempo stesso complessa. E cioè, se si vuol ridare prestigio ed autorevolezza alla politica e agli stessi politici, non si possono al contempo ridicolizzare le culture politiche di riferimento. A cominciare, nel caso specifico, dalla cultura storica, antica ma fortemente attuale e moderna del cattolicesimo popolare e sociale. Perché senza una proiezione politica coerente e lungimirante con la sua storia, sono le stesse ragioni di quella cultura ad entrare irreversibilmente in crisi. O perché estranee ai partiti di riferimento o perchè, peggio ancora, piegate a motivazioni riconducibili unicamente alla convenienza di potere dei singoli.
Forse è bene pensarci prima che sia troppo tardi. Soprattutto in questa fase che segna, seppur timidamente, il ritorno della politica e delle sue categorie costitutive.
Ruffini boccia l’idea che più leggi facciano più innovazioni
“La PA è la più grande infrastruttura esistente in Italia. La PA ha bisogno di investimenti, di manutenzione, di cura, esattamente come un`opera pubblica. La PA è il telaio su cui poi cresce tutto il resto: se non si investe in quello, non cresce tutto il resto, non si rende il sistema Paese così come dovrebbe essere”. Lo ha affermato Ernesto Maria Ruffini, direttore dell’Agenzia Entrate, secondo quanto riporta una nota intervenendo oggi (ieri per chi legge, ndr) a Roma al convegno Renael, Rete Nazionale delle Agenzie Energetiche Locali, dedicato alla discussione dei temi più importanti legati alle questioni energetiche nazionali.
“Se non si riparte da quello continueremo ad arricchire la nostra collezione di Gazzette Ufficiali ma, allo stesso tempo, continueremo a calpestare un Paese dove le innovazioni, i cambiamenti, sono molto più lenti delle parole scritte in Gazzetta Ufficiale – ha proseguito -. In Italia siamo convinti che per cambiare la realtà che ci circonda sia necessario approvare una norma. E invece in Italia le leggi non sono sufficienti: c`è bisogno di qualcuno che attui le norme, e il primo ingranaggio che dalla Gazzetta Ufficiale deve portare nella realtà concreta è l`apparato amministrativo dello Stato, la PA”.
Secondo Ruffini “c`è una consapevolezza da acquisire, che siamo ciò+ parte di una comunità, di un Paese, dove essere tutti sulla stessa barca non è solo un modo di dire. Quando si è tutti sulla stessa barca o si inizia a fare la propria parte o si è un pericolo per gli altri: alla prima burrasca la barca rischia di fermarsi o di andare a picco.
Riuscire ad avere la consapevolezza che ciascuno di noi è all`interno di un contesto, per cui l`ecosistema non è una cornice ma parte integrante del nostro vivere. L`industrializzazione di intere aree del mondo ha sottratto aree alla terra con deforestazione e desertificazione: c`è uno squilibrio tra siccità e alluvioni nel giro di pochissimo negli stessi territori. Bisogna comprendere come ciascuna nostra azione possa interferire positivamente su tutto questo, possa avere effetto positivo. Ci sono scelte di ciascuno di noi che possono influire. Grazie alla scuola mia figlia ha preteso che a casa non entrassero bottiglie di plastica: è una regola stabilita da mia figlia oltre 10 anni fa. Questa terra è da consegnare ai miliardi di uomini e donne che la calcheranno più avanti, alle future generazioni”.
Fonte: Notiziario Askanews
Dibattito | L’attrazione irresistibile del centro: l’ostacolo è il leaderismo dei partiti odierni.
Non deve essere di poco conto l’attrazione che in questa fase politica sta esercitando il centro sul cammino e gli obiettivi di breve periodo di alcune forze politiche, FI, IV e Azione, tese a ridefinire il loro profilo identitario.
Ovviamente ciascuno di esse guarda al centro per motivi diversi, ma la ragione comune è il tentativo di sottrarsi ad una inevitabile incorporazione, per chi come FI sta nella coalizione di centrodestra, pur se Tajani ne sta inventando di tutti i colori per avere una ribalta mediatica quotidiana, riproposta a tutte le ore dalle reti Fininvest, mentre è palese la fatica – in quanto partito assolutamente personale e con una classe dirigente scelta,intuitu personae, ossia uno ad uno da Berlusconi – a riprogrammarsi in un quadro di autentica democrazia interna.
A sinistra il pericolo non è l’incorporazione, ma l’irrilevanza di IV e Azione che tornati divisi rischiano di accreditare, come peraltro sta avvenendo nel dibattito interno che li vede più marginalizzati, la prospettiva di non superare la soglia di sbarramento del 4% alle prossime elezioni europee.
In questo quadro c’è chi in linea con la propria originaria identità e nel solco di un patrimonio di esperienze pregresse, che oggi si vogliono riproporre, sia pure in un visione aderente alle realtà odierne, sta sciupando quel comune filo conduttore che tiene legati ad obiettivi di lungimirante e sostenibile sviluppo del paese, le diverse componenti culturali e di pensiero politico che fanno capo, da una parte, alla valorosa missione di quanti stanno provando a rifondare la DC, che con la segreteria di Totò Cuffaro sembra aver abbandonato la linea del “distinti e distanti dalla destra (che peraltro oggi con FdI è maggioritaria nel centrodestra) e dalla sinistra” (con un Pd sempre più massimalista e radicale) attestandosi irreversibilmente su posizioni di permanente alleanza con il centrodestra (cosa che ci fa prefigurare anche con riguardo alle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo) e, dall’altra, a tutta quell’area del popolarismo che con la segreteria della Schlein si sono trovati nel Pd, spiazzati e stranieri in casa.
Non sono pochi a scommettere che quel cordone ombelicale che ha legato le diverse sfumature di pensiero che si sono articolate all’interno della cornice concettuale e dottrinale espresse da una parte dal popolarismo sturziano e dall’altra da un certa area democristiana più intransigente poco incline a quell’apertura laicista capace di rendere più viva e aderente alle inevitabili evoluzioni della società, ogni scelta politica, vada ricomposto non come ritorno a una ingenua adolescenza politica ma come collante di due direttrici culturali che in questi trent’anni hanno finito per trovare strade diverse, nel centrodestra e nel centrosinistra,seguendo l’onda del bipolarismo.
E quale altro se non questo può essere il momento migliore per cogliere il segnale, che con il disertare le urne di fronte ad un florilegio insoddisfacente di proposte politiche, spesso ingannevoli o effimere, da anni ci manda un elettorato non distratto che attende pazientemente la ricomposizione di questi due filoni culturali, Cristiano-democratico e Popolare, unici a saper rappresentare una politica della mediazione pacata e della sintesi decisionale se non si vuole, ancora una volta, destinare quel vuoto politico alla perenne evanescenza, rendendo immanente questo bipolarismo deleterio.
Il tema vede peraltro commentatori molto più illustri che con pregiati contributi sui media (in particolare sul valoroso giornale-blog Il Domani d’Italia, che in questo momento appare come un prezioso laboratorio di idee e di analisi)discutere da tempo sulla opportunità o meno di una ricomposizione dell’area democristiana.
Proprio su Il Domani d’Italia di qualche giorno fa, a firma di Giorgio Merlo, leggiamo:
“…il Centro e la stessa ‘politica di centro’ nel nostro paese non possono essere disgiunti e separati dalla presenza politica, culturale e programmatica – ancorché decisiva – della cultura cattolico popolare, cattolico democratica e cattolico sociale. E questo non per una civetteria moralistica ma per la semplice ragione che il Centro e la ‘politica di centro’ non possono essere interpretati e declinati da chi storicamente è estraneo, esterno se non addirittura alternativo a quella sensibilità, a quella cultura, a quella prassi e, soprattutto, a quell’indole. E la conferma arriva quotidianamente dalla concreta dialettica politica italiana”.
E Giuseppe Davicino nel suo articolo pubblicato sempre su Il Domani d’Italia di giorni fa, aggiunge:
“Un centro dinamico e riformista necessita anche di una capacità di lettura e di visione dell’attuale fase, con le quali costruire una narrazione in grado di parlare in profondità a un elettorato interessato a capire dove si sta andando, la direzione e il governo dei cambiamenti, e ormai stanco di veder soffocata nella sterile contrapposizione destra-sinistra la discussione sui principali problemi che ci stanno davanti”.
Ad essi fa eco Fioroni, sullo stesso giornale,che così scrive: “L’analisi del “caso Italia” ci porta a convergere con Renzi e con Calenda, senza annacquare con ciò la specificità del nostro popolarismo…”. Dialoghi interessanti ma talvolta singolari, come appare trarsi dalle note di un ennesimo articolo di Merlo del 1 ottobre scorso, ove così si esprime in risposta adesiva a Fioroni: “E, come ha giustamente ricordato Beppe Fioroni nelle conclusioni del convegno romano, i passaggi politici sono sostanzialmente due: e cioè, prima si costruisce la lista di Centro per le prossime elezioni europee con tutti i soggetti, i partiti e i movimenti che rifiutano la prassi e la deriva del “bipolarismo selvaggio” e poi, ma solo in un secondo momento, si gettano la basi per la costruzione definitiva di un partito di Centro”.
Cui segue, a distanza di pochi giorni, oggi (ieri per chi legge, ndr) questo appello di Fioroni: “…Ecco, rimettiamo mano all’aratro. Perché dovrebbe vincere l’incomprensione? Calenda e Renzi, con carismi diversi, possono legittimamente rivendicare un ruolo da protagonisti. Lo sono a pieno titolo, malgrado la separazione recente, perché intercettano meglio di tutti gli umori della pubblica opinione. Non devono soccombere però all’impazienza di fare da soli, tanto da rimanere prigionieri singolarmente della loro stessa solitudine”. Finendo il concetto con una visione progettuale che ha dell’incredibile: “…Anche il centro può rivestirsi dei colori dell’arcobaleno, così dando a tutti, attraverso la molteplicità degli apporti, il modo di riconoscersi nel caleidoscopio di motivazioni e propositi che in fondo la domanda di nuova proposta politica esige”.
L’appello rivolto ai due leader di quello che fu il terzo polo affinché si ricompongano in vista del comune obiettivo di una ruolo politico del centro, non più schiacciato dagli estremismi dei due poli, appare davvero incomprensibile. Di certo nell’appello di Fioroni pesa tutta la perniciosa pregnanza del leaderismo dei partiti odierni. Peggio ancora se questa linea si perseguisse secondo l’intendimento che accomuna Fioroni e Merlo. Pur riconoscendo che un partito non si costruisce in poche settimane, di certo appare assai singolare che si parta da una lista per poi costruire su di essa un partito. Normalmente avviene il contrario e non per un semplice manierismo di facciata ma perché solo sulla base di una proposta progettuale si possono trovare le candidature adatte a rappresentare questa o quella proposta politica del proprio partito.
Un tale groviglio rende ancora più dissonante l’inusuale auspicio mentre auspichiamo da tempo il senso di un recupero di quel virtuoso metodo basato sul confronto politico di ogni questione ora preordinata a scelte tattiche ora a scelte strategiche del partito.
Certo, peculiarità di un altra epoca, ove saldamente il gioco della dialettica interna portava, ora al prevalere dell’una, ora dell’altra tesi in un quadro di assoluto rispetto della collegialità.
Oggi ci si appella ai leader che come ologrammi rifrangenti mostrano profili multiformi, e spesso ingannevoli: mutazioni che servono per tentare di attrarre un elettorato assai liquido e che vuole trovare risposta immediata ed esclusiva ai propri interessi personali, senza guardare all’insieme del paese.
Del resto nella stessa classe politica sempre meno troviamo qualcuno incline a come recuperare il senso di comunità che ogni paese deve orgogliosamente saper curare e custodire. Fa poi un certo effetto, nonostante gli inviti che ci è capitato di rivolgere a Fioroni per un maggior focus sul processo di ricomposizione dell’area democristiana, in stallo da tempo, per ricostruire un partito che ne fosse in qualche modo l’erede politico di quello che seppe essere la Dc, leggere di appelli a leader, che da tempo non si tollerano e che se ne sono detti di tutti i colori, bruciando l’idea credibile di un nuovo centro come asse del sistema.
Mentre appare ancor più lontano da una certa idea di centro il ragionamento di Fioroni che arriva nelle sue conclusioni a scomodare espressioni come “anche il centro può rivestirsi dei colori dell’arcobaleno”, dove non è difficile immaginare quale fine farebbe una formazione ancora ben poco strutturata in confronto alle dinamiche egemoniche, di leader, così ben rodati, nell’idea, assai ingenua, di poter esprimere la migliore sintesi di posizioni variegate e di una multiformità di metodi politici, finendo magari per non essere più nemmeno la foglia di fico con cui spesso si sono paludate certe linee politiche, così nelle coalizioni di centrodestra: l’Udc, ultimo periodo berlusconiano; come in quelle di centrosinistra: i Popolare nel Pd, tenendo ai bordi, pur esibendoli, esponenti politici di altre culture.
Non sarebbe improprio anziché provare a rinverdire quello spirito personalistico che pervade purtroppo l’intero sistema politico, invocare con una proposta politica una visione più uniformante delle forze politiche più affini ad una piattaforma progettuale comune sul lungo periodo, per l’Italia e per l’Europa piuttosto che rivolgersi direttamente a leader che si sono ampiamente dimostrati inadatti per incompatibilità, dissidi personali, metodi, talvolta disinvolti, e per cambiare idea nel giro di pochi giorni (emblematiche le performance che li hanno caratterizzati in questi mesi precedenti con il fallimentare esperimento del terzo polo) per dare una qualche fisionomia credibile ad una autentica idea politica di centro.
1938, il Gran Consiglio del Fascismo emette la vergognosa Dichiarazione sulla razza.
Il Gran Consiglio del Fascismo, in seguito alla conquista dell’Impero, dichiara l’attualità urgente dei problemi razziali e la necessità di una coscienza razziale. Ricorda che il Fascismo ha svolto da sedici anni e svolge un’attività positiva, diretta al miglioramento quantitativo e qualitativo della razza italiana, miglioramento che potrebbe essere gravemente compromesso, con conseguenze politiche incalcolabili, da incroci e imbastardimenti. Il problema ebraico non è che l’aspetto metropolitano di un problema di carattere generale.
Il Gran Consiglio del Fascismo stabilisce:
- a) il divieto di matrimoni di italiani e italiane con elementi appartenenti alle razze camita, semita e altre razze non ariane;
- b) il divieto per i dipendenti dello Stato e di Enti pubblici – personale civile e militare – di contrarre matrimonio con donne straniere di qualsiasi razza;
- c) il matrimonio di italiani e italiane con stranieri, anche di razze ariane, dovrà avere il preventivo consenso del Ministero dell’Interno;
- d) dovranno essere rafforzate le misure contro chi attenta al prestigio della razza nei territori dell’
Ebrei ed ebraismo
Il Gran Consiglio del Fascismo ricorda che l’ebraismo mondiale – specie dopo l’abolizione della Massoneria – è stato l’animatore dell’antifascismo in tutti i campi e che l’ebraismo estero o italiano fuoriuscito è stato – in taluni periodi culminanti come nel 1924-25 e durante la guerra etiopica – unanimemente ostile al Fascismo. L’immigrazione di elementi stranieri – accentuatasi fortemente dal 1933 in poi – ha peggiorato lo stato d’animo degli ebrei italiani, nei confronti del Regime, non accettato sinceramente, perché antitetico a quello che è la psicologia, la politica, l’internazionalismo d’Israele. Tutte le forze antifasciste fanno capo a elementi ebrei; l’ebraismo mondiale è, in Spagna, dalla parte dei bolscevichi di Barcellona.
Il divieto di entrata e l’espulsione degli ebrei stranieri
Il Gran Consiglio del Fascismo ritiene che la legge concernente il divieto di ingresso nel Regno degli ebrei stranieri non poteva più oltre essere ritardata, e che l’espulsione degli indesiderabili – secondo il termine messo in voga e applicato dalle grandi democrazie – è indispen- sabile. Il Gran Consiglio del Fascismo decide che oltre ai casi singolarmente controversi che saranno sottoposti all’esame dell’apposita commissione del Ministero dell’In- terno, non sia applicata l’espulsione degli ebrei, i quali:
- a) abbiano un’età superiore agli anni 65; b) abbiano contratto un matrimonio misto italiano prima del 1 ottobre XVI.
Ebrei di cittadinanza italiana
Il Gran Consiglio del fascismo, circa l’appartenenza o meno alla razza ebraica, stabilisce quanto segue:
- a) è di razza ebraica colui che nasce da genitori entrambi ebrei;
- b) è considerato di razza ebraica colui che nasce da padre ebreo e da madre di nazionalità straniera;
- c) non è considerato di razza ebraica colui che è nato da un matrimonio misto, qualora professi altra religione all’infuori dell’ebraica, alla data del 1 ottobre XVI.
Discriminazione tra gli ebrei di cittadinanza italiana
Nessuna discriminazione sarà applicata – escluso in ogni caso l’insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado – nei confronti di ebrei di cittadinanza italiana – quando non abbiano per altri motivi demeritato – i quali appartengano a:
1) famiglie di caduti nelle quattro guerre sostenute dall’Italia in questo secolo: libica, mondiale, etiopica, spagnola;
2) famiglie dei volontari di guerra nelle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola;
3) famiglie di combattenti delle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola, insigniti della croce al merito di guerra;
4) famiglie dei caduti per la Causa fascista;
5) famiglie dei mutilati, invalidi, feriti della Causa fascista;
6) famiglie di Fascisti iscritti al Partito negli anni ‘19- ’20-’21-’22 e nel secondo semestre del ‘24 e famiglie di legionari fiumani;
7) famiglie aventi eccezionali benemerenze che saranno accertate da apposita commissione.
Gli altri ebrei
I cittadini italiani di razza ebraica, non appartenenti alle suddette categorie, nell’attesa di una nuova legge concer- nente l’acquisto della cittadinanza italiana, non potranno:
- a) essere iscritti al Partito Nazionale Fascista;
- b) essere possessori o dirigenti di aziende di quasiasi natura che impieghino cento o più persone;
- c) essere possessori di oltre cinquanta ettari di terreno;
- d) prestare servizio militare in pace e in guerra.
L’esercizio delle professioni sarà oggetto di ulteriori provvedimenti.
Il Gran Consiglio del Fascismo decide inoltre:
1) che agli ebrei allontanati dagli impieghi pubblici sia riconosciuto il normale diritto di pensione;
2) che ogni forma di pressione sugli ebrei, per ottenere abiure, sia rigorosamente repressa;
3) che nulla si innovi per quanto riguarda il libero esercizio del culto e l’attività delle comunità ebraiche secondo le leggi vigenti;
4) che, insieme alle scuole elementari, si consenta l’istituzione di scuole medie per gli ebrei.
Immigrazione di ebrei in Etiopia
Il Gran Consiglio del Fascismo non esclude la possibilità di concedere, anche per deviare l’immigrazione ebraica dalla Palestina, una controllata immigrazione di ebrei europei in qualche zona dell’Etiopia. Questa eventuale e le altre condizioni fatte agli ebrei potranno essere annullate o aggravate a seconda dell’atteggiamento che l’ebraismo assumerà nei riguardi dell’Italia fascista.
Cattedre di razzismo
Il Gran Consiglio del Fascismo prende atto con soddisfazione che il Ministro dell’Educazione Nazionale ha istituito cattedre di studi sulla razza nelle principali Università del Regno.
Alle camicie nere
Il Gran Consiglio del Fascismo, mentre nota che il complesso dei problemi razziali ha suscitato un interesse eccezionale nel popolo italiano, annuncia ai Fascisti che le direttive del Partito in materia sono da considerare fondamentali e impegnative per tutti e che alle direttive del Gran Consiglio devono ispirarsi le leggi che saranno sollecitamente preparate dai singoli Ministri.
[6 ottobre 1938]
Calenda e Renzi, l’imperativo dell’unità in vista delle elezioni europee.
La destra ha vinto dicendo che aveva le carte in regola per governare. Lo slogan più volte ripetuto in campagna elettorale – “siamo pronti” – a distanza di un anno risuona insincero. Anche le persone che appaiono ben disposte a concedere tempo e fiducia a Giorgia Meloni, non hanno grandi motivi per difendere a spada tratta l’operato della compagine governativa. Può darsi che questo sentimento di insoddisfazione si faccia più acuto nel corso dei prossimi mesi, con l’approssimarsi cioè della scadenza del 2024 riguardante le amministrative e le europee. Quale alternativa, seppur germinale, sarà allora presente sullo scenario politico? E dunque, quale la novità possibile per gli italiani?
Se avanza l’analisi, impietosa, di una sinistra agitata e sterile, viene di conseguenza a maturazione la prospettiva di un nuovo centro politico. Lo s’invoca da più parti, salvo denunciarne l’impotenza per la catena di presunzioni ed errori. Eppure, l’Italia profonda avverte la positività di una riaggregazione nel grande perimetro del riformismo democratico, in sintonia con la storia più creativa e costruttiva del lungo dopoguerra, fino alle soglia della caduta del Muro. Anche l’europeismo, quello più autentico e convincente, ha le radici nella collaborazione tra forze distinte ed affini, tutte impegnate in un orizzonte di libertà e di progresso.
Ecco, rimettiamo mano all’aratro. Perché dovrebbe vincere l’incomprensione? Calenda e Renzi, con carismi diversi, possono legittimamente rivendicare un ruolo da protagonisti. Lo sono a pieno titolo, malgrado la separazione recente, perché intercettano meglio di tutti gli umori della pubblica opinione. Non devono soccombere però all’impazienza di fare da soli, tanto da rimanere prigionieri singolarmente della loro stessa solitudine. Ci sono realtà locali in cui la metafora dell’aratro ha preso una fisionomia concreta: a Foggia, ad esempio, la ricerca dell’unità ha favorito la convergenza di Azione, Italia Viva e Tempi Nuovi-Popolari Uniti in una lista dai tratti fortemente competitivi. È questa la testimonianza che occorre valorizzare.
Anche il centro può rivestirsi dei colori dell’arcobaleno, così dando a tutti, attraverso la molteplicità degli apporti, il modo di riconoscersi nel caleidoscopio di motivazioni e propositi che in fondo la domanda di nuova proposta politica esige.
La commemorazione irriguardosa di Napolitano rivela l’estremismo dei 5 Stelle.
La commemorazione odierna (di ieri per chi legge, ndr) della figura del Presidente Giorgio Napolitano, nell’aula del Senato, ha avuto un effetto politico preciso, , almeno per chi abbia occhi per vedere, orecchie per sentire e cervello per riflettere: la fine dell’equivoco, sul quale vi è chi disserta e chi campa politicamente, che pretende di individuare il Movimento 5 Stelle come una nuova “costola della sinistra”.
È da quando è sorto questo fenomeno, che a sinistra si dibatte sulla natura politica di questa forma di populismo. E nel Pd, da alcuni anni, si è andata affermando la teoria bettinian-dalemiana che immagina i grillini nel solco della tradizione del ceppo della sinistra italiana. Sono, secondo questa vulgata, al più “compagni che sbagliano”, delle nuove “costole della sinistra” appunto, pecorelle da ricondurre all’ovile dentro la retorica del “campo largo” che già costò molto cara a Nicola Zingaretti ai tempi del governo giallorosso inducendolo alla definizione che gli resterà appiccicata addosso di Conte fortissimo punto di riferimento dei progressisti.
Bene, mentre ieri il fortissimo punto di riferimento dei progressisti era intento a far votare a favore – insieme con la Meloni – del contratto di servizio della Rai (la Rai, la sentina di tutte le lottizzazioni per il Beppe Grillo d’annata, ora diventata la terra promessa dei “contiani” su regia di Rocco Casalino), in aula è andata in scena una rappresentazione che taglia definitivamente ogni equivoco, almeno per chi abbia onestà intellettuale.
Intervenendo a nome del Movimento 5 Stelle, il senatore Licheri ha pronunciato un discorso duro, a tratti quasi sprezzante, nei confronti della figura di Giorgio Napolitano. Tratteggiato come un Presidente della Repubblica eversivo, che andò oltre i suoi poteri per esercitare la propria funzione come un monarca chiuso alle istanze del popolo. Un uomo refrattario e riluttante – uso le parole di Licheri – al cambiamento, una personalità che secondo i grillini-contiani è stato corresponsabile dei guasti e delle degenerazioni della Repubblica, perchè – seguo sempre il ragionamento dell’oratore – si sarebbe opposto all’interno del Pci alla politica di Berlinguer della questione morale.
Quasi un traditore del popolo, insomma, che si oppose all’ondata rivoluzionaria dal basso del populismo e per questo da ricordare con lo stigma del dileggio.
Una lettura sideralmente opposta rispetto alla lettura del periodo storico che ne hanno fatto in questi giorni molti esponenti della sinistra italiana che con Napolitano condivisero l’esperienza all’interno del Pci-Pds-Ds e all’interno delle istituzioni repubblicane.
Come sia possibile fondare una alleanza politica tra quelli che pretendono di essere gli eredi di Napolitano e quelli che ancora oggi si sono impalcati a iconoclasti di quella esperienza politica, resta un mistero.
Quale dimensione dell’ethos, dell’antropologia del potere, della prospettiva ci possa essere tra chi presenta l’operato di Napolitano come un modello e chi ne rappresenta la figura come la sentina di tutti i mali resta un equivoco non rimuovibile, neppure dalla tattica più sfrenata e dalla cosmesi più accentuata.
A meno che si pensi che la politica sia solo la rincorsa del potere per il potere, cinica rappresentazione di una rincorsa affastellata per la sopravvivenza di una classe dirigente.
Ma in questo caso, non è politica.
[Il testo è tratto dal profilo Fb dell’autore. Titolo originale: “Fine di un equivoco, per chi abbia occhi per vedere”]
Il contributo del mondo islamico alla multipolarità nello scenario planetario
L’epocale transizione geopolitica in corso rende sempre più complesso l’intreccio di relazioni fra le nazioni del mondo e incoraggia i multi-allineamenti, ovvero l’appartenenza di uno stato a più organizzazioni internazionali fondate su ragioni diverse quando non addirittura concorrenti. In questo quadro emerge il ruolo crescente di una fra le più diffuse religioni mondiali, l’Islam, anche dal punto di vista geopolitico. Se ne può parlare non solo in relazione ai singoli stati ma anche alle organizzazioni internazionali musulmane. Due di queste ieri hanno concluso importanti eventi, svoltisi in Qatar e in Iran, che hanno qualcosa da dire anche al mondo occidentale.
A Doha, dall’1 al 3 ottobre si è svolto il 2° Forum della IOFS sulla sicurezza alimentare. La IOFS (Organizzazione Islamica per la Sicurezza Alimentare) è un organo specializzato dell’OIC, l’Organizzazione della Cooperazione Islamica. L’OIC raggruppa 57 stati (poco meno di un terzo dei membri delle Nazioni Unite) e costituisce, dopo ONU e G77, la terza più grande organizzazione internazionale al mondo. Ha sede a Gedda, città saudita che ospita pure la sede della Banca islamica per lo sviluppo, istituzione finanziaria creata dall’OIC. L’OIC condivide con i BRICS+ l’alta eterogeneità degli Stati membri per posizione geografica, cultura, lingua, economia, ma a fare da collante è la religione islamica pur nella diversità delle confessioni. Fra i Paesi membri dell’OIC la Turchia fa parte della Nato mentre dal prossimo primo gennaio Egitto, Emirati Arabi Uniti, Iran e Arabia Saudita entreranno a far parte del Coordinamento BRICS. Ed è soprattutto l’evoluzione in corso del posizionamento internazionale del regno saudita, accompagnato dalla storica pacificazione con il mondo sciita, che può imprimere un ruolo maggiore e nuovo all’intera organizzazione islamica.
Per tali ragioni il Forum settoriale di Doha appare di rilevanza globale. Il tema della sicurezza alimentare, insieme a quello della sicurezza data dal controllo del territorio da parte dello stato, costituisce ancora la priorità per un buon numero di stati del Sud del mondo, anche di quelli aderenti all’OIC. Si assiste all’incentivazione alla coltivazione di nuove terre strappate al deserto. È il caso di Algeria, Egitto ma anche dell’Afghanistan come attestano le rilevazioni satellitari di una agenzia britannica specializzata, la Alcis Geo che evidenzia il fatto che, dopo appena due anni dalla fine dell’occupazione straniera, in Afghanistan gli agricoltori sono riusciti ad estendere le aree coltivabili in zone prima desertiche, usando pompe ad energia solare per perforare il terreno alla ricerca di acqua per irrigare i raccolti. Ed è proprio trovare una propria via alla sostenibilità, alla realizzazione degli obiettivi dell’agenda ONU 2030 il messaggio centrale della Dichiarazione di Doha, approvata al termine del Forum. Una linea che testimonia il fatto che il mondo nonostante tutto è più unito di ciò che possa sembrare, sulle cose fondamentali per la vita delle persone. Ma dobbiamo capire che ormai l’ottica di questi stati è profondamente cambiata. Illuminante è stato l’intervento a Doha del ministro dell’agricoltura tunisino, Abdel Moneim Bilati, che ha confermato come sia sulle questioni finanziarie che su quelle della sicurezza alimentare, si cercano collaborazioni paritarie, non elemosine, inserite in precisi piani di sviluppo e con ampia scelta dei partner con cui realizzare i progetti.
Sempre nella giornata di ieri a Teheran si è conclusa un’altra importante iniziativa nel mondo musulmano, promossa dal governo iraniano. Si tratta della 37esima Conferenza internazionale sull’unità islamica, il cui scopo è innanzitutto religioso e culturale, una forma di ecumenismo islamico, ma con notevoli ricadute pratiche anche sulla sfera civile, date dal miglioramento delle relazioni fra gli stati di cultura e tradizione islamica. Processi di cui non possiamo non tenere conto, se vogliamo dare un senso alla domanda, per certi versi temeraria ma ineludibile, che il presidente del consiglio Meloni ha posto ieri a Torino, al Festival delle Regioni: qual è il ruolo dell’Italia (e dell’Ue si deve aggiungere) nel mondo odierno?
Campo largo? Non è la proposta che possa attrarre i Popolari.
Diciamolo con franchezza senza equivoci e fraintendimenti. Il cosiddetto ‘campo largo’ della Schlein è un progetto politico che non può che trovare centristi, moderati e riformisti con una spiccata cultura di governo dall’altra parte della sponda. O meglio, distinti, distanti se non addirittura alternativi rispetto a quel miscuglio. E questo per una ragione persin troppo facile da spiegare. Ovvero, il radicalismo massimalista del gruppo dirigente del Pd unito al populismo anti politico e demagogico del partito di Conte e di Grillo più qualche rimasuglio vetero comunista e tardo ambientalista, ripropone un caravanserraglio che non può contemplare al proprio interno tutti coloro che hanno un’altra cultura politica, che praticano un altro stile politico e che, soprattutto, non hanno nulla da condividere con la cifra estremista e radicale della politica. E, di conseguenza, è del tutto naturale nonchè scontato che attorno a quello zoccolo duro di Schlein e di Conte si formi un’alleanza che culturalmente e storicamente è semplicemente alternativa, perchè agli antipodi, rispetto a tutto ciò che ha caratterizzato per molti decenni l’esperienza della Dc prima, del PPI, della Margherita e del primo Pd dopo. Al di là delle piccole ed insignificanti schermaglie tra i due per motivazioni del tutto contingenti e tattiche.
Una esperienza, quella del ‘campo largo’ attuale, che ripropone del resto la versione, ben nota alla politica italiana, fatta di radicalismo, di estremismo, di ricorso sistematico alla piazza, di demolizione dell’avversario/nemico e, dulcis in fondo, di cronica delegittimazione morale verso chiunque vada al governo e che non fa parte della propria corte. Un impasto politico e culturale, sociale e valoriale che era e resta alternativo non solo a tutti coloro che sono riconducibili alla cosiddetta ‘politica o cultura di centro’, ma anche e soprattutto a tutto quel mondo che fa del riformismo la stella polare della sua azione politica e di governo. Del resto, è appena sufficiente registrare i grandi sponsor di questo progetto politica per rendersi conto della lontananza che coltiva nei confronti di culture politiche, mondi vitali, gruppi sociali e aggregazioni civiche che non sono accomunate dall’estremismo radicale, massimalista e populista. E cioè, dal supporto della grande borghesia salottiera ed aristocratica attraverso i suoi organi di informazione ai talk e all’informazione televisiva schierata massicciamente a sinistra; dal ritorno organico e quasi perfetto della “cinghia di trasmissione” del sindacato della Cgil al principale partito della sinistra al protagonismo dei soliti settori politicizzati della magistratura; dalla sacralità della piazza ad un linguaggio perennemente e strutturalmente protestatario. Il tutto condito dalla sub cultura populista, demagogica, gruppettara, movimentista e vagamente anti politica.
Insomma, una fotografia persin troppo facile da fare e dove la cifra politica e culturale emerge in modo nitido ed inequivocabile. Certo, e per chi lo vuol cogliere, un campo politico dove la cultura libertaria è uno degli elementi centrali e costitutivi dell’intero progetto. Almeno sotto il profilo valoriale e dei principi culturali ed etici.
Ora, è di tutta evidenza che in un progetto del genere l’area popolare e cattolico sociale è del tutto estranea, se non addirittura alternativa. Sotto il profilo culturale ed ideale innanzitutto; sotto il profilo politico e progettuale e, in ultimo, anche sotto il versante del metodo e dello stile. Tre tasselli decisivi e qualificanti che, da un lato hanno l’indubbio merito di delimitare con sufficiente chiarezza un campo politico e, dall’altro, offrono anche la possibilità concreta di far capire che per il nostro mondo, cioè quello riconducibile alla storia del cattolicesimo popolare e sociale, la prospettiva politica è diametralmente opposta ed alternativa rispetto all’aggregato massimalista, radicale, populista e libertario. Il tutto solo per chiarezza, e non civetteria moralistica.
Calenda e i Popolari: e che ci azzeccano?
Dunque, andiamo con ordine. Il capo di Azione, Carlo Calenda adesso “apre ai radicali e ai Popolari”. E, partendo da questo assunto, è bene mettere in fila alcuni elementi. Azione è un partito personale guidato dal suo capo, Carlo Calenda. Regola, questa, simile a quasi tutti i partiti italiani. E sin qui nulla di nuovo.
Il capo del partito, Calenda, ha una cultura politica – del tutto legittima, come ovvio – di impronta squisitamente laicista. A livello culturale, valoriale e politico.
Il suo programma economico e sociale ha una cifra liberal/liberista frutto del suo lungo percorso politico. E, di conseguenza, difficilmente un partito personale dove il capo ha una cultura politica deliberatamente laicista e storicamente anti popolare, può declinare un progetto politico in grado di intercettare e rappresentare le domande, le istanze e gli interessi ideali, sociali e culturali dei radicali, dei popolari, dei liberali, dei repubblicani e dei progressisti. Insomma, una sorta di macedonia indigeribile.
Ora, in vista delle prossime elezioni europee, il capo di Azione “apre ai radicali e ai popolari”. Una contraddizione in sè perchè, per fare un solo paragone, sarebbe come sostenere che il nuovo Pd della Schlein è un partito che declina una “politica di centro dove i popolari e i cattolici democratici hanno un ruolo decisivo” nella costruzione del progetto del partito. Appunto, un ossimoro. E, al riguardo, è invece del tutto coerente, a livello politico e culturale, che il capo di Azione ha candidato il radicale Marco Cappato nel collegio uninominale di Monza. E ancora, è anche coerente e lungimirante che il capo di Azione voglia riproporre un progetto politico che ricorda i valori azionisti, repubblicani e liberali del nostro paese.
Ecco perchè, al di là di qualsiasi polemica politica e men che meno di carattere personale, sorge una sola domanda, crediamo fondata e del tutto legittima: ma che centrano i popolari, i cattolici democratici e i cattolici sociali con il partito laicista, liberista, tardo repubblicano e azionista di Calenda? La risposta è alquanto semplice e scontata: nulla. E allora, e di conseguenza, se vogliamo far sì che la politica recuperi credibilità, autorevolezza e prestigio, evitiamo di continuare a mischiare le pere con le mele, come si suol dire. Ognuno declini il suo progetto politico e di governo, come ovvio e scontato, ma nel rispetto di un minimo di coerenza e di lungimiranza culturale e quindi politica.
E i Popolari, in ultimo, declinino il loro progetto politico e culturale in partiti e in formazioni politiche che non sono strutturalmente alternativi alle loro ragioni politiche, culturali, valoriali e forse anche etiche. E anche qui per coerenza, lungimiranza e soprattutto per serietà.
Il centrismo di Gelmini e Carfagna adombra il modello Forza Italia
L’ambizione dichiarata è proporre al Paese soluzioni concrete e praticabili, con la premessa rappresentata da un’opzione di tipo neo centrista e cattolico popolare. A farsene paladina è stata ieri Mariastella Gelmini, senatrice e portavoce di Azione, a margine di un evento di partito svoltosi a Salerno. Dello stesso tenore anche il discorso di Mara Carfagna, presidente di Azione.
“Siamo per una politica che vada oltre il bipolarismo”, quello che “finora ha ostacolato riforme e investimenti”, ha detto la Gelmini. “Azione è la sintesi di culture politiche diverse e presto presenteremo un Manifesto che abbia al centro i valori del popolarismo: la centralità della persona, l`europeismo, l`atlantismo, la sussidiarietà, il valore della formazione, l`importanza del dialogo con i corpi intermedi”.
A seguire anche Mara Carfagna ha voluto rimarcare l’impegno del partito in questo “processo aggregativo per la costruzione di una realtà che riporti all`esperienza del Terzo Polo”. L’obiettivo è unire – ha precisato – “le diverse culture e sensibilità politiche che si ispirano al popolarismo, al liberalismo, al riformismo e creare una grande area che possa parlare con il linguaggio della verità, della serietà, della competenza”. Quindi – ha concluso – è fondamentale che tale area politica “possa fare della responsabilità, della serietà e della concretezza le sue parole d`ordine”.
Siamo di fronte a una proposta senza basi culturali chiare, quasi nel solco, potremmo dire, di un pallido ritorno al berlusconismo. C’è l’imitazione di un modello, intriso di leaderismo, scambiando Calenda per il Cavaliere. A prevalere è un misto di generosità e provocazione. In effetti, come tutti sanno, è al centro che si gioca la partita. E ora Gelmini e Carfagna ne vogliono interpretare la valenza puntando sui valori popolari, perché il centro senza i popolari patisce fatalmente l’inclinazione al pragmatismo o all’efficientismo, perdendo la sua anima sociale.
Tuttavia, appoggiarsi come che sia a una storia politica gloriosa – quella del popolarismo risalente a Sturzo – evidenzia il carattere maldestro dell’operazione. Viene da osservare che il popolarismo rischia di trasformarsi in un amuleto del post berlusconismo. Basterebbe solo chiedersi quanto valga l’appello alla mobilitazione dei popolari, se i diversi attori e interlocutori che occupano la scena poco o nulla hanno a che vedere con l’esperienza del Partito popolare di Martinazzoli, Marini e Bianco.
E Azione, erede anche nel nome dell’azionismo, può rispecchiare credibilmente il processo di ricomposizione del substrato dirigente del “sospeso” Ppi? E Calenda parla ai cattolici quando si butta a precipizio sulla candidatura di Cappato a Monza? E cosa contano i moderati e i centristi in un partito che sul salario minimo ignora le obiezioni sollevate da Bonanni, ex segretario generale della Cisl e da tempo a pieno servizio nell’esecutivo di Azione? E dove possono andare Rosato e la Bonetti, “assunti” come fiancheggiatori di una linea anti-renziana e perciò inadatti a contribuire all’opera di ricucitura, difficile ma necessaria, del cosiddetto Terzo Polo?
Queste sono le domande, non tutte per altro, che pesano come macigni sui progetti o meglio i desideri di Gelmini e Carfagna.
Mattarella, la Costituzione assegna con chiarezza un ruolo fondamentale alle Regioni.
[…] Il Presidente della Regione Piemonte ha sottolineato anche come le Regioni siano l’asse portante, la colonna vertebrale del nostro Paese, di un’Italia che contiene un’ampia varietà di specificità, di condizioni, di ambienti, di tradizioni, di esperienze. Con una conseguente grande ricchezza e, naturalmente, con numerosi problemi.
Vi sono divari che vanno colmati, come ha detto il Presidente Fedriga, ricordando – come ha fatto – l’importanza fondamentale del capitale sociale, del capitale umano del nostro Paese. E, per questo, è di grande importanza – e vorrei esprimere un apprezzamento per questo – che, tra i tavoli di confronto predisposti, uno sia dedicato ai giovani e alla formazione dei giovani.
Altrettanto importante è il tavolo di confronto predisposto e scelto per la difesa del territorio, per la gestione degli eventi disastrosi che frequentemente il mutamento climatico provoca nel nostro Paese.
[…] Un altro tavolo di pari importanza è dedicato al Servizio Sanitario del nostro Paese, patrimonio prezioso da difendere e adeguare.
E, in questo, la riflessione delle Regioni, in dialogo con il Paese e con la società, è particolarmente preziosa e importante.
È anche di rilievo – vorrei sottolinearlo – come nell’interessante formula del “Villaggio delle Regioni” sia data molta importanza, attenzione e centralità, al digitale, altro elemento decisivo per il futuro del nostro Paese, in tutti i suoi luoghi, particolarmente per quanto riguarda le aree interne, quelle montane, e le isole minori.
Per tutte queste ragioni, e altre ancora, è stato saggio porre al centro della riflessione di questo incontro il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che poc’anzi ci ha puntualmente illustrato il Ministro Fitto […].
Per concludere, vorrei ricordare quanto tutti sappiamo: la nostra Costituzione si ispira al principio e al valore dell’autonomia. Già dall’articolo 5 torna a ricordare che la Repubblica è una e indivisibile, sottolinea come la Repubblica riconosca e promuova le autonomie.
E lo ribadisce all’articolo 114, elencando gli elementi portanti della Repubblica: i Comuni, le Province, le Città metropolitane, le Regioni, lo Stato. In una crescita non gerarchica, ma territoriale. Sottolineando, quindi, l’esigenza di collaborazione che vi è.
Per questo vorrei richiamare, facendo mie e apprezzando le parole del Presidente Fedriga, che ha ricordato come quel che vi anima sia il senso di servizio alle istituzioni, il fare squadra – come ha detto – cioè collaborare secondo quello spirito che è poi un canone costituzionale della leale collaborazione.
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