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Save the Children: “In Italia, solo un bambino su 10 può accedere a un asilo nido pubblico”.

In Italia, solo un bambino su 10 può accedere a un asilo nido pubblico, con picchi negativi che si registrano in regioni come Calabria e Campania, dove la copertura è pressoché assente e, rispettivamente, solo il 2,6% e il 3,6% dei bambini frequenta un nido pubblico.

È quanto emerge dal rapporto “Il miglior inizio – Disuguaglianze e opportunità nei primi anni di vita” diffuso da Save the Children, in concomitanza con l’inizio dell’anno scolastico. Il rapporto contiene i risultati di una indagine pilota condotta tra marzo e giugno 2019 in 10 città e province italiane – Brindisi, Macerata, Milano, Napoli, Palermo, Prato, Reggio Emilia, Roma, Salerno e Trieste – realizzata in collaborazione con il Centro per la Salute del Bambino, che ha anche fornito una supervisione scientifica assieme all’Istituto degli Innocenti e all’Università di Macerata .

L’indagine ha coinvolto direttamente 653 bambini di età compresa tra 3 anni e mezzo e 4 anni e mezzo, ai quali, nell’ambito di incontri individuali a scuola con educatori appositamente formati, sono stati sottoposti i quesiti dello strumento Idela (International Development and Early Learning Assessment), sviluppato da Save the Children International nel 2014, che opera una valutazione su quattro aree di sviluppo: fisico-motorio, linguistico, matematico e socio-emozionale. “

È fondamentale che il prossimo Governo assuma tra le proprie priorità quella dell’investimento nell’infanzia a partire dai primi anni di vita, promuovendo in Italia un’agenda per la prima infanzia, che preveda un piano organico di interventi di sostegno alla genitorialità, servizi educativi di qualità e accessibili a tutti, misure di welfare familiare, lotta alla povertà economica ed educativa, sostegno all’occupazione femminile e conciliazione tra lavoro e famiglia”, afferma Raffaela Milano, direttrice dei Programmi Italia – Europa di Save the Children.

Dai biohacker una versione pirata di un farmaco da 1 milione dollari

Assorted pills

Realizzare una versione ‘pirata’ di un farmaco è il progetto annunciato negli Stati Uniti da un gruppo di biohacker, i biologi amatoriali che lavorano con molecole e Dna in un fai-da-te in laboratori improvvisati.

Così un gruppo di biologi amatoriali afferma di essere riuscito a mettere a punto una versione da appena 7mila dollari del farmaco che nel 2015 è stata la prima terapia genica approvata per uso commerciale.

“E’ stata sviluppata in un capannone in Mississipi , un magazzino in Florida, una stanza da letto in Indiana e un computer in Austria”, ha detto uno dei biohacker.

Dopo aver presentato i propri risultati, il gruppo ha chiesto aiuto a università e ricercatori per riuscire a migliorare la loro versione del farmaci e a sperimentarla almeno sugli animali: un passo troppo costoso per dei ricercatori ‘improvvisati’

L’arcivescovo di Bologna: «Cristiani antidoto al sovranismo, ma anche alla realtà semplificata»

Articolo già apparso sulle pagine di Avvenire a firma di Paolo Viana

I cattolici sono meno divisi di un tempo in politica e a ricompattarli è l’insofferenza per populisti e sovranisti. Parola di don Matteo: «I populismi seminano il sospetto e creano una post-verità in cui tutto sembra uguale ed invece non lo è. Semplificano la realtà dell’economia, delle famiglie, della povertà, che invece è complessa. Ridicolizzano le istituzioni e conducono al plebiscitarismo…» L’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi – che i fedeli chiamano “don Matteo” da quand’era parroco in Trastevere, prima di diventare vescovo ausiliare di Roma – tra qualche settimana sarà creato cardinale e nella sua prima uscita pubblica dopo la nomina ha descritto l’associazionismo cattolico come una rete alternativa al populismo e al sovranismo.

«Ha ragione Costalli quando dice che la vera minaccia è la delegittimazione dei corpi intermedi, che fanno la fatica di collegare i pezzi dei problemi e cercano di rammendare un Paese lacerato», ha spiegato intervenendo al secondo giorno del seminario del Movimento cristiano lavoratori a Senigallia. Poco prima, e dopo i saluti del vescovo di Senigallia Francesco Manenti e del nuovo assistente nazionale Mcl don Francesco Poli, era intervenuto infatti il presidente di Mcl Carlo Costalli, il quale aveva dichiarato che «negli ultimi anni, con Renzi e fino all’ultimo governo, i corpi intermedi sono finiti sotto tiro, la disintermediazione ha colpito al cuore anche un Paese come l’Italia che ha sempre potuto vantare una presenza e una vivacità della società civile.

La grande trasformazione in cui siamo immersi ha riproposto in modo nuovo la contraddizione della prima modernità, con la destrutturazione dei corpi intermedi verso l’utopia di un mondo interconnesso e disintermediato. I poli di riferimento non sono più lo Stato e il cittadino, ma lo spazio dei flussi e le moltitudini di utenti/clienti. La grande questione dell’essere corpo intermedio nella società liquida, dove massima è la potenza dei mezzi e scarsi sono gli obiettivi, è che senza un forte pensiero di libertà e senza una critica matura verso le promesse di una società accelerata e dell’innovazione come fine, non sarà facile fare i conti con la frammentazione sociale».

L’arcivescovo ha detto che «l’antidoto al populismo, come ci insegna papa Francesco, è l’umanesimo cristiano e la ricostruzione di reti è l’unico modo per affrontare la grande solitudine del nostro tempo. Certo, i corpi intermedi devono ridisegnarsi e imparare ad abbassarsi, come Cristo». Quindi, ha constatato che «oggi nel mondo cattolico si avverte questa esigenza e certi antagonismi del passato sono diventati molto relativi: questa è una grande opportunità che si presenta ad associazioni e movimenti, che, pur senza perdere la loro soggettività, devono cercare questa collaborazione».

Zuppi ha contrapposto la visione dell’umanesimo cristiano a quella dei sovranismi che «cedono alla tentazione di amplificare il piccolo» e ha chiarito che «la testimonianza non basta», esortando movimenti e associazioni a «non farsi fregare, a non accontentarsi delle frattaglie, mettendosi al servizio, di fatto dei sovranismi». I corpi intermedi, cui è dedicato il seminario di Senigallia, sono invece uno strumento per cogliere la complessità dei problemi dei giovani e delle famiglie, «per le quali le istituzioni fanno troppo poco».

Quindi, parlando dell’Europa, l’arcivescovo ha spiegato che «indipendenza e sovranità vengono confuse: gli Stati possono essere formalmente indipendenti e non essere sovrani perché le decisioni si prendono altrove; invece, limitando l’indipendenza degli Stati europei con l’interdipendenza di una moneta, un esercito, un fisco comuni, si garantisce la difesa della loro sovranità. L’alternativa è dunque andare a libro paga di potenze straniere o fare dell’Europa un museo». Il futuro porporato è convinto che a livello europeo si possano affermare le proprie ragioni, ma che il sovranismo sia sterile: «Va bene dare una spallata ma poi quelli sono i tuoi interlocutori: i sovranisti sono indipendentisti che non fanno il bene del loro Paese», ha concluso.

 

Coerenza in politica? Un optional.

Tra gli elementi che avranno una forte ricaduta nella cittadella politica italiana nei prossimi mesi dopo la più grande operazione trasformistica del secondo dopoguerra, ci sarà sicuramente la scomparsa della “coerenza” nel dibattito pubblico. Tra i partiti e nei partiti. E’ di tutta evidenza, del resto, che riesce difficile, se non indigesto, d’ora in poi per larghi settori della pubblica opinione, continuare a credere ciò che dicono pubblicamente i partiti e i principali esponenti sulla politica, sulle prospettive, sui giudizi sugli avversari politici, sulle promesse programmatiche e via discorrendo. Dopo l’alleanza tra il Partito democratico e il partito di Grillo e Casaleggio tutto e’ possibile. Tutto e’ legittimo. Tutto è tollerato. Perché tutto si può dire e tutto si può azzerare anche nell’arco di pochissimi giorni. Del resto, anni e anni caratterizzati da tonnellate di insulti, contumelie, diffamazioni, attacchi politici e personali, querele tra i vari esponenti e poi nell’arco di pochissimi giorni tutto viene accantonato… 

Ora, di fronte ad un quadro del genere, e pur con tutte le buone intenzioni del caso, una considerazione molto semplice si impone: e cioè, e’ scomparsa la categoria della coerenza nella politica. Tutto si può dire e tutto si può smentire nell’arco di pochissimi giorni. Ogni proposta sul futuro, sulla prospettiva di governo, sulle alleanze per un nuovo progetto politico sono poco più di enunciazioni scritte sulla sabbia. Destituite di ogni fondamento e del tutto virtuali perché possono essere accantonate nell’arco di poche ore. Tutti i giorni in molti talk, sui social e nella rete in generale scorrono le immagini dei principali esponenti del Pd e del partito dei 5 stelle che giurano e spergiurano l’impossibilità storica, politica culturale, programmatica, etica e sociale per arrivare ad un accordo, anche di breve tempo, tra i due soggetti politici. Cosa è rimasto di tutto ciò? Assolutamente nulla. Come dicevo poc’anzi, tutto cancellato e tutto rimosso. 

Diventa francamente difficile, d’ora in poi, promettere una stagione politica all’insegna della coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa, tra ciò che si promette e come ci si comporta. Una radicale dissociazione, una cesura netta tra i pronunciamenti e i comportamenti. Altroché l’antica e saggia lezione di Pietro Scoppola quando invitava i cattolici italiani impegnati in politica a non separare mai la “cultura del comportamento dalla cultura del progetto”. Lezione archiviata e consegnata ormai alla storia. Nessuno sa, ad oggi, quali saranno le ricadute politiche, elettorali e comportamentali di questa nuova stagione nata all’insegna del più spregiudicato trasformismo. Una cosa e’ certa: nessuno potrà più dispensare patenti di coerenza a destra e a manca. Semplicemente nessuno ha più l’autorità morale per farlo. Fuorche’ si creda in buona fede – sic! – che l’alleanza tra il Pd e i 5 stelle sia una “alleanza politica, culturale, etica, programmatica, culturale, di lunga scadenza” e quindi “storica. Come hanno sostanzialmente sostenuto Grillo e i maggiorenti del Partito democratico. 

Ora, per non ripetere osservazioni che ormai sono sotto gli occhi di tutti, c’è una sola considerazione conclusiva che non si può non fare. E cioè, dopo una lunga stagione in cui i partiti esprimevano più o meno una visione della società a cui faceva seguito un sisma di alleanze più o meno coerente con le pubbliche enunciazioni, e’ subentrata una fase – quella odierna – dove ciò che viene detto agli elettori e’ tutto e solo un finzione. Una virtualità. Ovvero, un racconto che poi viene sistematicamente negato da ciò che concretamente viene perseguito. E le vicende di questi giorni, sconcertanti per chi crede ancora, pur senza farsi grandi illusioni, nella “buona politica”, lo confermano persin platealmente. 

Ma, e questo è l’aspetto positivo, esistono ancora gli anticorpi nella società italiana – a livello politico, culturale, sociale, religioso ed etico – per opporsi a questa deriva e a questa perdita di credibilità della politica e, soprattutto, degli attuali partiti. Si tratta, soprattutto, di farli emergere e di trasformarli in soggetti politici veri che siano anche in grado, seppur in mezzo a grandi difficoltà, di far invertire la rotta rispetto all’attuale decadimento. Anche da una stagione trasformistica può ripartire una nuova pagina. Non tutto il male, a volte, viene per nuocere. 

La conversione della Cina al multilateralismo

Articolo già apparso sulle pagine della rivista Treccani a firma di Barbara Onnis

Il tema del multilateralismo (duobian zhuyi) ha fatto il suo ingresso nel discorso politico cinese nel 1986, con il rapporto sul lavoro del governo presentato da Zhao Ziyang in occasione del lancio del VII piano quinquennale (1986-90), quando la diplomazia multilaterale venne definita, per la prima volta, parte integrante della politica estera indipendente della RPC. Nella pratica, furono le modificazioni intervenute nei calcoli strategici dei governanti cinesi all’indomani dell’isolamento e della condanna internazionali seguiti ai fatti del 4 giugno 1989 a contribuire a far posto ad una partecipazione progressiva più estesa e diversificata a diversi consessi multilaterali, determinando una sorta di «conversione» cinese al multilateralismo – tradizionalmente considerato un veicolo potenziale di pressioni esterne.

La svolta della Cina verso il multilateralismo può essere considerata, in effetti, come uno dei pochi veri cambiamenti radicali intervenuti nella politica estera di Pechino post-Tienanmen e post-guerra fredda e costituisce un elemento centrale nell’ambito della cosiddetta Grand strategy cinese. Si tratta di un «percorso alternativo», distintamente cinese, al potere globale, da intendersi quale strumento per «gestire le relazioni con la superpotenza (gli Stati Uniti) e lavorare per costruire le regole di un ‘nuovo ordine internazionale’», a seguito della presa di coscienza che «le limitazioni derivanti dalla partecipazione a consessi multilaterali fossero preferibili all’isolamento e all’accerchiamento e potessero in qualche modo contribuire a promuovere la sua reputazione come potenza responsabile».

Ciò nonostante, la Cina popolare ha continuato a mostrare a lungo una chiara preferenza per le istituzioni di carattere economico, rispetto a quelle legate alla sicurezza, e a prediligere in linea di massima quelle che presentano un basso livello di istituzionalizzazione, al fine di poter continuare a impostare i propri rapporti con gli altri Stati per il tramite di relazioni bilaterali, nell’ambito delle quali gode di vantaggi indiscutibili che le derivano dalla sua posizione privilegiata, sia dal punto di vista del potere economico/finanziario sia di quello politico/diplomatico/militare. Il risultato è che la forma di cooperazione prevalente in Asia (soprattutto nel campo della sicurezza), ma non solo, si articola in una sovrabbondanza di accordi bilaterali, spesso nella forma di partnership strategiche (huoban zhanlüe).

Secondo alcuni studiosi, il boom di partnership strategiche siglate a partire dagli anni Novanta riflette esattamente l’adattamento di Pechino al mondo che cambia e un tentativo di ridisegnare un ordine globale più favorevole al Paese. Si tratta, in effetti, di uno strumento diplomatico con il quale la RPC intendeva regolamentare i rapporti con le grandi potenze, in un momento in cui un nuovo ordine mondiale stava prendendo forma – la prima venne siglata con il Brasile, nel 1993; la seconda, con la Russia, nel 1996; la terza con l’India nel 1998. In particolare, la prima, rimasta dormiente per oltre un decennio, rappresentava il tentativo di Pechino di restaurare la propria immagine, dopo i fatti di piazza Tienanmen. Ciò detto, come amano rimarcare i governanti cinesi, le partnership bilaterali e multilaterali costituite da Pechino sono un riflesso dell’incipiente transizione verso un sistema multipolare e uno strumento che contribuisce ad accelerarlo.

Qui l’articolo completo 

Salvini, Boris Johnson e il Circolo Pickwick.

Baldomer Gili Roig. Quadre Còpia digital del negatiu original de vidre Llegat Dolors Moros, 2010 Museu d'Art Jaume Morera, Lleida. 3099

Più di uno si sta cimentando nel trovare paragoni ed analogie tra il suicidio politico di Matteo Salvini e le piroette autolesionistiche e folcloristiche di Boris Johnson.

Entrambi sono entrati in crisi proprio nel momento apicale della loro ascesa, più per proprio demerito che per iniziative altrui.

Il primo dopo una crescita inarrestabile di consensi e una straordinaria capacità di imporre la propria agenda politica nei cfr di uno stordito Movimento 5 stelle cui peraltro ha consegnato il più clamoroso degli assist, ha dimenticato che non basta togliere la fiducia al governo (paradossalmente di cui era l’indiscusso dominus) per ottenere le elezioni anticipate senza tener conto delle procedure parlamentari che prevedono il conferimento del mandato al partito di maggioranza relativa e fidandosi ad occhi chiusi che il PD accettasse la sfida del voto senza cedere alla lusinga delle poltrone.

Forse non ricordava il Conte Ugolino e il XXXIII canto dell’Inferno: “più che’l dolor potè ‘l digiuno”.

E questo è un capitolo chiuso che ci riguarda e ci consegna un ribaltone storico da guinness dei primati.

Il secondo, dopo aver atteso pazientemente il lungo e umiliante logorio della collega di partito Theresa May alla quale non è riuscito nessun tentativo tra quelli preparati per realizzare la fase attuativa della Brexit, ne ha preso il posto tessendo la tela della sfiducia e imprimendo una vistosa accelerazione al progetto di uscita del Paese dall’U.E., anche tentando di mandare in ferie il Parlamento fino al 14 ottobre, per la prima volta dal 1948 e con il placet della Regina, forzando la mano per evitare impicci e ostacoli alla prospettiva di exit senza condizioni, il cd. no deal. Anche a lui è andata male: ha iniziato il collega di partito Phillip Lee ad abbandonare le fila dei conservatori per passare al partito liberale, platealmente, durante una seduta della Camera.

Successivamente altri 20 deputati Tory si sono ribellati al capo politico, l’istrionico premier Boris, votando la sfiducia al suo esecutivo e di fatto blindando l’ipotesi di uscita senza condizioni come una irrealizzabile utopia, mandando a carte e quarantotto le velleità del biondo e pirotecnico premier. Ciliegina sulla torta: le dimissioni da deputato e da vice ministro del fratello Jo Johnson, in dissenso con Boris sul no-deal: un fatto che ha del clamoroso poiché avviene in famiglia.

Al vulcanico e irruente Boris non è rimasta altra soluzione che prender atto di questa indignata ribellione (motivata da dissapori personali nel cfr. del loro leader e anche da malcelati ripensamenti rispetto ai vantaggi effettivi di una uscita del Regno Unito dall’U.E.) e invocare elezioni anticipate.

La stessa via d’uscita improvvisamente imboccata da Salvini, con gli esiti imprevedibili che ora conosciamo.

Nel frattempo il laburista Corbyn – nonostante il consiglio del suo predecessore Tony Blair di negoziare una legge in Parlamento che promuova un secondo referendum consultivo popolare sulla Brexit- è propenso ad accettare la sfida delle elezioni e si materializza come incognita pesante sul voto eventuale poiché sembra prevalere nell’opinione pubblica del Paese un orientamento che rimetta in discussione la Brexit e tutto l’armamentario autonomista lungamente tessuto dai conservatori ma finora rimasto impigliato nella rete dei ripensamenti, dei tradimenti, delle soluzioni senza esito tentate.

Per essere il Paese che vanta la più antica Costituzione del mondo si configura nel Regno Unito una situazione incerta, conflittuale, confusa, con risvolti ironici e coreografici degni della migliore rappresentazione teatrale del Circolo Pickwick.

L’Italia avrà i suoi problemi e non li nasconde ma ci sono altri garbugli in Europa.

La Merkel e l’accordo con la Cina

Merkel ha anche chiesto che venga stipulato l’accordo per la protezione degli investimenti tra Ue e Cina. “La Germania si è impegnata a poter concludere questo progetto durante la presidenza del Consiglio dell’Unione europea che eserciterà nella seconda metà del 2020”.
Inoltre, durante un incontro, Merkel ha “incoraggiato le imprese cinesi a continuare a investire in Germania”. Il cancelliere tedesco ha osservato che “non si può spiegare il declino degli investimenti cinesi in Germania negli ultimi mesi”. Il paese rimane, infatti, “aperto e trasparente, anche se la soglia per gli investimenti nelle infrastrutture strategiche è stata abbassata”.
A sua volta, il primo ministro cinese Li Keqiang ha “promesso un’ulteriore apertura” del mercato della Repubblica popolare.
Ad alcune aziende tedesche che operano in Cina “è già stato garantito di poter deviare dal regime obbligatorio delle joint venture” in vigore nel paese.

Rozzano, refezione scolastica gratis per tutti gli studenti.

Gianni Ferretti, sindaco del comune milanese di Rozzano, ha annunciato la gratuità del servizio della refezione scolastica per tutte le famiglie residenti con un videomessaggio sulla pagina del Comune.

Il pasto gratis sarà riservato ai bambini residenti i cui genitori siano in regola con i pagamenti con Ama Rozzano, la partecipata del Comune che gestisce il servizio mensa. In caso di morosità basterà sottoscrivere un piano di rientro a rate delle quote non versate.

Si tratta dell’unica pubblica amministrazione in Italia – sottolinea il Comune – che considera la refezione scolastica parte integrante di un percorso educativo.

La vendemmia Doc spinge il record dell’export del vino

A sostenere la vendemmia in piano svolgimento è il record storico delle esportazioni di vino Made in Italy che fanno registrare un aumento del 5,4% rispetto allo scorso anno quando avevano raggiunto su base annuale 6,2 miliardi di euro, la prima voce dell’export agroalimentare nazionale. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti su dati Istat relativi ai primi cinque mesi del 2019 in occasione della presentazione delle previsioni vendemmiali 2019 di Ismea, Assoenologi e Unione italiana vini che hanno rivisto le stime di inizio agosto all’avvio della raccolta delle uve.

Si stima – sottolinea la Coldiretti – una produzione di 46 milioni di ettolitri di vino, il 16% in meno dell`anno scorso con l’Italia che è il primo produttore mondiale davanti alla Francia che si ferma a 43,9 milioni di ettolitri e la Spagna a 40 milioni secondo i Ministeri agricoli dei due Paesi. A livello territoriale la produzione aumenta solo in Toscana (+10%), è stabile in Valle d’Aosta e Molise mentre cala in Lombardia (-30%), Umbria (-24%), Emilia Romagna e Sicilia (-20%), Friuli Venezia Giulia (-18%), Veneto (-16%), Puglia (-16%), Trentino Alto Adige, Lazio, Piemonte e Marche (-15%) Sardegna (-13%), Abruzzo (-11%), Liguria e Basilicata (-10%), Campania (-6%) e Calabria (-3%)

In Italia le condizioni attuali – sottolinea Coldiretti – fanno ben sperare per una annata di buona/ottima qualità anche se l’andamento della raccolta dipenderà molto dal resto dal mese di settembre e ottobre per confermare le previsioni anche sul piano quantitativo, anche perché al momento appena il 15% delle uve è già in cantina contro il 40% dello scorso anno. A condizionare sono le anomalie climatiche del 2019, al caldo e siccità nei primi mesi primaverili sono seguite copiose precipitazioni, unite ad un significativo calo termico per buona parte del mese di maggio mentre nell’estate bollente si sono verificate a macchia di leopardo violente ondate di maltempo.

La produzione tricolore sarà destinata per circa il 70% a vini Docg, Doc e Igt – sottolinea la Coldiretti – con 332 vini a denominazione di origine controllata (Doc), 73 vini a denominazione di origine controllata e garantita (Docg), e 118 vini a indicazione geografica tipica (Igt) riconosciuti in Italia e il restante 30 per cento per i vini da tavola. Sul territorio nazionale – spiega la Coldiretti – ci sono 567 varietà iscritte al registro viti contro le 278 dei cugini francesi a dimostrazione del ricco patrimonio di biodiversità su cui può contare l’Italia che vanta lungo tutta la Penisola la possibilità di offrire vini locali di altissima qualità grazie ad una tradizione millenaria. Le prime quattro regioni per quantità prodotte – rileva la Coldiretti – sono il Veneto con una stima di 11,27 milioni di ettolitri, la Puglia con 8 milioni, l’Emilia Romagna con 7,4 milioni e la Sicilia con 3,76 milioni di ettolitri.

Un andamento spinto dall’ottimismo delle vendite all’estero che – sottolinea la Coldiretti – hanno raggiunto il record storico grazie all’incremento in valore del 3,7% negli Usa che sono di gran lunga il principale cliente, ma l’aumento è stato del 5,9% in Germania che si posiziona al secondo posto e del 5% nel Regno Unito al terzo posto. Un vero balzo del 12,2% – continua la Coldiretti – si registra in Francia storico concorrente del Made in Italy mentre la crescita è del 6,6% in Cina.

Il settore più dinamico – precisa la Coldiretti – è quello delle bollicine che fanno segnare un aumento del 7,5 % trainate dal prosecco, in vino italiano piu’ stappato all’estero, con oltre 1/4 delle vendite realizzato in Gran Bretagna (28%).

 

Per questo a preoccupare per il futuro – precisa la Coldiretti – sono gli effetti della Brexit con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ma anche la guerra commerciale che Trump ha minacciato di scatenare nei confronti dell’Europa con un aumento dei dazi fino al 100% del valore che colpirebbero anche il vino italiano le cui spedizioni in Usa valgono 1,5 miliardi nel 2018.

A livello nazionale vanno segnalati i dati positivi sui consumi degli italiani, sempre più consapevoli e attenti alla qualità e all’origine, con una spesa delle famiglie cresciuta del +6,5% in valore nel primo trimestre del 2019 rispetto allo stesso periodo del 2018, secondo elaborazioni Coldiretti su dati Ismea Nielsen.

“Il vino italiano con un fatturato di oltre 11 miliardi di euro è cresciuto scommettendo sulla sua identità, con una decisa svolta verso la qualità che rappresenta un modello di riferimento per la crescita dell’intero agroalimentare nazionale”, ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “distintività e legame con il territorio sono i fattori competitivi vincenti per l’intero Made in Italy”.

Il vigneto Italia – sottolinea la Coldiretti – con i suoi 658mila ettari coltivati offre opportunità di lavoro a 1,3 milioni di persone impegnate direttamente in campi, cantine e nella distribuzione commerciale, ma anche in attività connesse e di servizio. L’esercito del vino – conclude Coldiretti – spazia dai viticoltori agli addetti nelle cantine e nella distribuzione commerciale, ma anche in attività connesse, di servizio e nell’indotto che si sono estese negli ambiti più diversi: dall’industria vetraria a quella dei tappi, dai trasporti alle assicurazioni, da quella degli accessori, come cavatappi e sciabole, dai vivai agli imballaggi, dalla ricerca e formazione alla divulgazione, dall’enoturismo alla cosmetica e al mercato del benessere, dall’editoria alla pubblicità, dai programmi software fino alle bioenergie ottenute dai residui di potatura e dai sottoprodotti della vinificazione (fecce, vinacce e raspi).

 

REGIONE                              PRODUZIONE mln ettolitri VARIAZIONE 2019/2018     

Marche                                  0,820                                                 – 15%

Veneto                                  11,270                                               – 16%

Abruzzo                                3,050                                                 – 11%

Puglia                                   8,000                                                 – 16%

Sicilia                                    3,760                                                 – 20%

Lombardia                            1,200                                                 – 30%

Piemonte                              2,470                                                 – 15%

Valle D’Aosta                       0,017                                                    0%

Friuli Venezia Giulia          1,780                                                 – 18%

Emilia Romagna                 7,410                                                 – 20%

Umbria                                  0,340                                                 – 24%

Sardegna                             0,380                                                 – 13%

Lazio                                     0,660                                                 – 15%

Campania                            0,580                                                 – 6%

Molise                                   0,239                                                    0%

Basilicata                              0,085                                                 – 10%

Calabria                                0,113                                                 – 3%

Liguria                                   0,041                                                 – 10%

Trentino                                1,350                                                 – 15%

Toscana                                2,335                                                 + 10%

A sostenere la vendemmia in piano svolgimento è il record storico delle esportazioni di vino Made in Italy che fanno registrare un aumento del 5,4% rispetto allo scorso anno quando avevano raggiunto su base annuale 6,2 miliardi di euro, la prima voce dell’export agroalimentare nazionale. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti su dati Istat relativi ai primi cinque mesi del 2019 in occasione della presentazione delle previsioni vendemmiali 2019 di Ismea, Assoenologi e Unione italiana vini che hanno rivisto le stime di inizio agosto all’avvio della raccolta delle uve.

Si stima – sottolinea la Coldiretti – una produzione di 46 milioni di ettolitri di vino, il 16% in meno dell`anno scorso con l’Italia che è il primo produttore mondiale davanti alla Francia che si ferma a 43,9 milioni di ettolitri e la Spagna a 40 milioni secondo i Ministeri agricoli dei due Paesi. A livello territoriale la produzione aumenta solo in Toscana (+10%), è stabile in Valle d’Aosta e Molise mentre cala in Lombardia (-30%), Umbria (-24%), Emilia Romagna e Sicilia (-20%), Friuli Venezia Giulia (-18%), Veneto (-16%), Puglia (-16%), Trentino Alto Adige, Lazio, Piemonte e Marche (-15%) Sardegna (-13%), Abruzzo (-11%), Liguria e Basilicata (-10%), Campania (-6%) e Calabria (-3%)

In Italia le condizioni attuali – sottolinea Coldiretti – fanno ben sperare per una annata di buona/ottima qualità anche se l’andamento della raccolta dipenderà molto dal resto dal mese di settembre e ottobre per confermare le previsioni anche sul piano quantitativo, anche perché al momento appena il 15% delle uve è già in cantina contro il 40% dello scorso anno. A condizionare sono le anomalie climatiche del 2019, al caldo e siccità nei primi mesi primaverili sono seguite copiose precipitazioni, unite ad un significativo calo termico per buona parte del mese di maggio mentre nell’estate bollente si sono verificate a macchia di leopardo violente ondate di maltempo.

La produzione tricolore sarà destinata per circa il 70% a vini Docg, Doc e Igt – sottolinea la Coldiretti – con 332 vini a denominazione di origine controllata (Doc), 73 vini a denominazione di origine controllata e garantita (Docg), e 118 vini a indicazione geografica tipica (Igt) riconosciuti in Italia e il restante 30 per cento per i vini da tavola. Sul territorio nazionale – spiega la Coldiretti – ci sono 567 varietà iscritte al registro viti contro le 278 dei cugini francesi a dimostrazione del ricco patrimonio di biodiversità su cui può contare l’Italia che vanta lungo tutta la Penisola la possibilità di offrire vini locali di altissima qualità grazie ad una tradizione millenaria. Le prime quattro regioni per quantità prodotte – rileva la Coldiretti – sono il Veneto con una stima di 11,27 milioni di ettolitri, la Puglia con 8 milioni, l’Emilia Romagna con 7,4 milioni e la Sicilia con 3,76 milioni di ettolitri.

Un andamento spinto dall’ottimismo delle vendite all’estero che – sottolinea la Coldiretti – hanno raggiunto il record storico grazie all’incremento in valore del 3,7% negli Usa che sono di gran lunga il principale cliente, ma l’aumento è stato del 5,9% in Germania che si posiziona al secondo posto e del 5% nel Regno Unito al terzo posto. Un vero balzo del 12,2% – continua la Coldiretti – si registra in Francia storico concorrente del Made in Italy mentre la crescita è del 6,6% in Cina.

Il settore più dinamico – precisa la Coldiretti – è quello delle bollicine che fanno segnare un aumento del 7,5 % trainate dal prosecco, in vino italiano piu’ stappato all’estero, con oltre 1/4 delle vendite realizzato in Gran Bretagna (28%).

 

Per questo a preoccupare per il futuro – precisa la Coldiretti – sono gli effetti della Brexit con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ma anche la guerra commerciale che Trump ha minacciato di scatenare nei confronti dell’Europa con un aumento dei dazi fino al 100% del valore che colpirebbero anche il vino italiano le cui spedizioni in Usa valgono 1,5 miliardi nel 2018.

A livello nazionale vanno segnalati i dati positivi sui consumi degli italiani, sempre più consapevoli e attenti alla qualità e all’origine, con una spesa delle famiglie cresciuta del +6,5% in valore nel primo trimestre del 2019 rispetto allo stesso periodo del 2018, secondo elaborazioni Coldiretti su dati Ismea Nielsen.

“Il vino italiano con un fatturato di oltre 11 miliardi di euro è cresciuto scommettendo sulla sua identità, con una decisa svolta verso la qualità che rappresenta un modello di riferimento per la crescita dell’intero agroalimentare nazionale”, ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “distintività e legame con il territorio sono i fattori competitivi vincenti per l’intero Made in Italy”.

Il vigneto Italia – sottolinea la Coldiretti – con i suoi 658mila ettari coltivati offre opportunità di lavoro a 1,3 milioni di persone impegnate direttamente in campi, cantine e nella distribuzione commerciale, ma anche in attività connesse e di servizio. L’esercito del vino – conclude Coldiretti – spazia dai viticoltori agli addetti nelle cantine e nella distribuzione commerciale, ma anche in attività connesse, di servizio e nell’indotto che si sono estese negli ambiti più diversi: dall’industria vetraria a quella dei tappi, dai trasporti alle assicurazioni, da quella degli accessori, come cavatappi e sciabole, dai vivai agli imballaggi, dalla ricerca e formazione alla divulgazione, dall’enoturismo alla cosmetica e al mercato del benessere, dall’editoria alla pubblicità, dai programmi software fino alle bioenergie ottenute dai residui di potatura e dai sottoprodotti della vinificazione (fecce, vinacce e raspi).

 

REGIONE                              PRODUZIONE mln ettolitri VARIAZIONE 2019/2018     

Marche                                  0,820                                                 – 15%

Veneto                                  11,270                                               – 16%

Abruzzo                                3,050                                                 – 11%

Puglia                                   8,000                                                 – 16%

Sicilia                                    3,760                                                 – 20%

Lombardia                            1,200                                                 – 30%

Piemonte                              2,470                                                 – 15%

Valle D’Aosta                       0,017                                                    0%

Friuli Venezia Giulia          1,780                                                 – 18%

Emilia Romagna                 7,410                                                 – 20%

Umbria                                  0,340                                                 – 24%

Sardegna                             0,380                                                 – 13%

Lazio                                     0,660                                                 – 15%

Campania                            0,580                                                 – 6%

Molise                                   0,239                                                    0%

Basilicata                              0,085                                                 – 10%

Calabria                                0,113                                                 – 3%

Liguria                                   0,041                                                 – 10%

Trentino                                1,350                                                 – 15%

Toscana                                2,335                                                 + 10%

Al via la nuova edizione del premio “Vivere a spreco zero”

In Italia è di poco meno di un chilogrammo lo spreco di cibo pro capite settimanale, per un valore di 196 euro annui. A dirlo sono i “Diari di famiglia” del progetto “Reduce” che il Ministero dell’Ambiente porta avanti insieme all’Università di Bologna Dipartimento di Scienze e tecnologie agroalimentari. Tra le diverse iniziative è stato appena presentato il premio “Vivere a spreco zero” 2019, dedicato alle buone pratiche nella prevenzione degli sprechi alimentari. Giunto quest’anno alla VII edizione, promosso, oltre che dal Maatm, dalla campagna “Spreco zero” di “Last minute market” nell’ambito del progetto “60 Sei zero”, il premio è rivolto alle amministrazioni pubbliche, alle imprese, a scuole, associazioni e cittadini. Fino al 10 ottobre le buone pratiche degli interessati potranno così essere candidate sul sito sprecozero.it.

I progetti finalisti saranno resi pubblici in occasione del World Food Day 2019, il 16 ottobre a Bologna, al Fico Eataly World. La premiazione, invece, avrà luogo a Roma a fine novembre. La giuria sarà presieduta dal presidente di “Last minute market”, Andrea Segré, coordinata dal curatore del progetto “60 Sei zero”, Luca Falasconi, e sarà composta, tra gli altri, dai giornalisti Antonio Cianciullo, Roberto Giovannini, Marco Fratoddi e Massimo Cirri.

Secondo i dati di Eurobarometro nei diversi Paesi dell’Ue vengono prodotti complessivamente 88 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari all’anno, circa 173 chilogrammi a persona. I prodotti alimentari vengono persi e sprecati lungo tutta la filiera alimentare: nelle aziende agricole, nella lavorazione e produzione, nei negozi, nei ristoranti e in casa. Sempre secondo stime, i settori che in media contribuiscono maggiormente allo spreco dei generi alimentari nell’Ue sono le famiglie (53%) e l’industria della trasformazione alimentare (19%).

Lo spreco di cibo implica anche uno dispendio di risorse preziose e spesso limitate (acqua, suolo, ore di lavoro, energia), contribuendo inoltre al cambiamento climatico. Secondo la FAO, i rifiuti alimentari creano un inquinamento da anidride carbonica equivalente a circa l’8% delle emissioni totali di gas ad effetto serra generate dall’uomo. Questo perché per ogni chilo di cibo prodotto vengono rilasciati 4,5 chilogrammi di CO2 nell’atmosfera.

Un semplice esame delle urine basterà per individuare la crescita di un tumore.

Un semplice esame delle urine basterà per individuare la crescita di un tumore.

Il test, sviluppato dagli ingegneri dell’Imperial College di Londra (Gb) e del Mit americano, ha prodotto un cambiamento di colore nel liquido biologico per segnalare la presenza di tumori in crescita nei topi di laboratorio.

Obiettivo, mettere a punto strumenti per una diagnosi il più precoce possibile, che siano anche economici e semplici da usare.

Quanto malposto rumore su #Rousseau

Articolo già apparso sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Gianfranco Pasquino

Riconosco ai partiti e ai non-partiti con il loro non-statuto, ai movimenti più o meno personali e personalizzati, a tutte le associazioni politiche il diritto a scegliere come regolamentare la loro vita interna in qualsiasi forma e modalità preferiscano. Riconosco a me stesso e a tutti commentatori che si informano il diritto a criticare quelle forme e quelle modalità purché lo facciano in maniera seria e argomentata, non, per esempio, in maniera pretestuosa. Sto ancora cercando materiale sulle riunioni degli organismi dirigenti di Forza Italia – eppure dal 1994 ad oggi ce ne dovrebbe essere di abbondantissimo – e della Lega. Vorrei sapere come hanno deciso la loro linea politica e le loro alleanze, come scelgono le candidature, come promuovono e perché rimuovono i dirigenti. So che, in maniera un po’ raffazzonata, il Partito democratico ha tenuto più di mille primarie, che non sono “consultazioni”, come ho sentito da alcuni giornalisti televisivi, ma modalità di selezione delle candidature per cariche monocratiche, non per l’elezione del segretario del partito, che hanno rivelato più di un problema “democratico”. So anche che la democrazia non si esaurisce in queste scelte né dà mai “pieni poteri” agli eletti in questo modo. Ho partecipato di persona a più riunioni della Direzione di un partito nelle quali le decisioni erano preconfezionate. In una di quelle riunioni, il documento conclusivo da sottoporre all’approvazione, che debitamente fu espressa con larghissima maggioranza, era stato scritto prima della discussione e non ritoccato in nulla.

Dunque, quando il Movimento 5 Stelle fa ricorso alla piattaforma Rousseau non mi esibisco in male informate critiche preliminari in sbeffeggi in insulti in affermazioni indignate poiché ne deriverebbero chi sa quali violazioni della Costituzione e, nel caso dell’approvazione o no dell’accordo con il Partito democratico, addirittura in un non meglio motivato sgarbo alla presidenza della Repubblica. Quando oltre 73 mila attivisti, vale a dire quasi il 70% degli aventi diritto, decidono di esprimere la loro valutazione mi rallegro. Probabilmente, si sono informati, ne hanno parlato con altri, hanno deciso che la loro opinione conta, hanno partecipato ad una scelta significativa. Avevano addirittura, udite udite, ricevuto input dei più vari tipi e toni, dai dirigenti e dai parlamentari del Movimento. Si chiama “conversazione” democratica. Sostanzialmente, abbiamo assistito a un inusitato e perfettibile procedimento politico di notevole rilievo, culminato in un voto la cui rilevanza non può affatto essere sminuita definendolo tanto spregiativamente quanto erroneamente “plebiscitario”, dal momento che quasi il 20% ha votato no. Tutto questo non significa in nessun modo che non ritenga di esprimere tutta una serie di critiche.

Qui l’articolo completo 

Il primato della politica nell’orizzonte dei cattolici.

L’estate ha cambiato le coordinate politiche. Parlare di “cattolici” suscita al contempo curiosità e riluttanza, se in effetti la questione posta in essere dalla svolta di governo indica l’esordio di un programma di nuova ibridazione, con tante variabili, non l’annuncio di rigurgiti identitari. Oggi Sturzo tornerebbe ad insistere sulla necessità di costruire “sintesi popolari” adeguate al tempo storico. È più faticoso, indubbiamente; più complicato di una evocazione che implichi la crasi di valori e prassi, dentro un involucro artificiale; più azzardato, infine, di qualsiasi adeguamento alla generica compartecipazione al moto anti-sovranista. Serve davvero il ritorno al “partito di cattolici”, quasi all’insegna di una improbabile resuscitazione del passato?

Diciamo pure che non serve, con tutto il rispetto per grandi e piccole perorazioni che vanno in senso contrario. Anche la politica di ispirazione cristiana si configura ormai da tempo come formula datata, poco più che teorico-immaginifica nel quadro di una riflessione a rischio di autismo neo-integralista. Nel migliore dei casi prende forma – è ciò dovrebbe allarmare – un discorso che riflette il compiacimento per una politica a “vocazione minoritaria”.

Anche l’invito a ricomporre le istanze del sociale e della morale – spesso è risuonato, in proposito, il monito della gerarchia ad assumere tale impegno unitario – s’infrange sugli scogli del realismo. Pare ingenuo presupporre che le due istanze, oggi separate e divergenti nel circuito delle dinamiche politiche, vengano ad armonizzarsi sulla scorta di una meccanica sommatoria delle rispettive verità. Ci vuole, al contrario, un esercizio di discernimento attraverso il quale indovinare una mediazione (culturale e politica) in grado di attirare un consenso di quanti non vivono l’appartenenza stretta alla dimensione pubblica della fede.

Qui si coglie il punto essenziale e dirimente. Un nuovo partito è necessario, ma può restare una chimera in mancanza di un approccio alla sua laica funzione in questa traversata nel deserto della post-democrazia, incombente e minacciosa. Guai a scambiare l’essere con l’esserci, quindi il servizio alla comunità con la riconquista di un ruolo purchessia, fatalmente risucchiato in un vortice di clericalismo. In definitiva, tocca ai cattolici riproporre giustamente, per sé e per gli altri, il “primato della politica”, con ciò che in pratica ne consegue. La fatica sta proprio nella ricerca, dentro questo scenario appena tratteggiato, di una costante e fruttuosa mediazione in ottemperanza di principi afferenti alla realizzazione del bene comune, al riparo dall’insidia del velleitarismo.

Dalle parole ai fatti

Fonte Associazione Popolari

Pare proprio che non si voterà in autunno. La formazione di un nuovo governo, vedremo se di legislatura o di più corto respiro, permetterà di continuare i lavori per dare vita ad forza autonoma per una nuova stagione politica dei “liberi e forti”.

Se ne parla da tempo. A fine maggio avevamo lanciato l’idea di chiamare a raccolta tutte le realtà democratiche popolari, sociali e solidali di ispirazione cristiana sempre più disperse e silenti nella palude della Seconda Repubblica. Quella adunata nazionale – per superare personalismi che ancora permangono dopo la deriva individualista che ha ridotto i Popolari all’insignificanza – la pensavamo convocata dalle tre testate on-line che rappresentano il popolarismo e promuovono il dibattito politico tra i cattolici democratici: “Il Domani d’Italia”, “Politica Insieme” e “Rinascita popolare”. “Purtroppo remore e distinguo non hanno al momento permesso di procedere” scrivevo il 26 giugno scorso preannunciando l’incontro dell’11 luglio a Torino tra le realtà del Nord, “una tappa intermedia, in attesa che maturino – speriamo presto – i tempi per il coinvolgimento nazionale di tutti i liberi e forti”.

L’estate è servita a far maturare non solo i frutti sugli alberi ma anche la consapevolezza di una iniziativa coordinata e unitaria. I convegni di Politica Insieme e poi di Rete Bianca nel mese di luglio non sono stati tappe di percorsi autoreferenziali ma hanno portato alla condivisione di contenuti e obiettivi – come da noi sempre auspicato – con scambi di le testate e documenti concertati e diffusi insieme, oltre a un flusso incessante di articoli e commenti all’attualità politica che confermano, se mai ce ne fosse stato bisogno, il valore e la vitalità della nostra tradizione politica. Il confronto tra Popolari ha lentamente definito le caratteristiche di una nuova presenza (autonoma, laica, programmatica, ancorata alla Costituzione e ispirata alla Dottrina sociale), lasciando per la propria strada sia chi coltiva un disegno di rassemblement “centrista” all’insegna del moderatismo, sia chi intende continuare un problematico percorso interno al PD o da suo “satellite”.

Il ricco dibattito che abbiamo alle spalle è certamente stato necessario e utile, anche per passare dalla consapevolezza di alcuni alla convinzione di molti. Evitiamo però il fuorviante obiettivo di voler coinvolgere tutti per partire (che poi nella testa di qualcuno è la scusa per non fare nulla). Tornando indietro di un secolo, ricordo che il Partito popolare partì anche senza imbarcare autorevoli personalità del mondo politico cattolico: penso a Filippo Meda sul fronte moderato e a Guido Miglioli su quello sociale e sindacale, che aderirono solo in un secondo momento. E persino uno di quelli che ricordiamo tra i Popolari intransigenti e antifascisti più vicini a Sturzo, Giuseppe Donati, alle elezioni del novembre 1919 presentò una propria lista democratico cristiana alternativa al PPI.

Il confronto interno deve certamente proseguire per spiegare e definire gli elementi forti della nostra proposta.
Ma ora siamo giunti al momento di dover passare dalle parole ai fatti.

Cominciamo a costruire lo strumento attraverso cui rendere concreta la nuova stagione politica dei “liberi e forti”.
Anche se nella storia recente abbiamo visto nuove forme cosiddette “liquide” di aggregazione politica – il partito-azienda, il partito del capo, il movimento della democrazia del web (filtrata da un’azienda…) – credo che sia necessario rifarsi alle modalità tradizionali che ritroviamo nella storia dei partiti democratici e popolari. Elenco in ordine i passaggi da fare in successione.

1. Definizione di un manifesto/appello ideale
Tante belle pagine sono già state scritte e pubblicate: la presentazione di Politica Insieme (qui il link), il manifesto di Democrazia Solidale (qui il link), il documento conclusivo del convegno organizzato da Rete Bianca a Roma il 22 luglio (qui il link), il documento di sintesi del convegno di Torino dell’11 luglio (qui il link), e richiamerei ancora la riscrittura dell’Appello “ai liberi e forti” fatta in occasione del centenario di fondazione del PPI (qui il link). Certamente ho dimenticato altri documenti cui ispirarsi. Ma solo partendo da questi è possibile che 3 o 4 persone, lavorando insieme anche a distanza, preparino in una settimana una bozza condivisa e condivisibile.

2. Definizione del programma
In contemporanea occorre predisporre un programma che deve avere poche idee forti, chiare e comprensibili, da declinare in 10-15 punti sintetici (diciamo 12 se vogliamo restare nella nostra tradizione…) da contenere assolutamente in due pagine scritte. Anche qui non si parte da zero. Come Popolari piemontesi mettiamo a disposizione la riscrittura attualizzata del programma del PPI (qui il link) e la relazione sui “capisaldi di un programma condiviso ed efficace” tenuta a Torino (qui il link).
Con il solito sistema delle revisioni successive, sarebbe possibile in un paio di settimane arrivare ad una bozza definitiva.
Poi il programma sintetico andrebbe espanso in un documento di 30-40 pagine in cui ogni punto viene spiegato a chi è interessato a capire meglio i contenuti proposti. Questo è un lavoro più lungo, che deve coinvolgere esperti e, in qualche caso, richiederebbe incontri seminariali a tema. Obiettivo credibile sarebbe di averlo pronto nell’autunno.

3. Definizione del nome e simbolo
Prima di presentare manifesto e programma sintetico, sarebbe opportuno decidere il nome del soggetto politico. Anche per evitare che lo battezzino a loro piacimento i media e gli avversari politici – “partito cattolico”, “nuova DC”, “la cosa bianca” o simili –. Per decidere il nome sarebbe opportuno che si ritrovassero una ventina di persone, quelle che nei loro ambiti hanno fatto fare passi avanti al progetto in questi mesi; una sorta di “piccola costituente” analoga a quella che organizzò il lancio del Partito popolare sturziano. Anche se oggi non c’è un Luigi Sturzo, non mancano persone intelligenti, formate e competenti per assumersi la responsabilità di una scelta. A proposito, se siamo, in quanto “liberi e forti”, una classe dirigente diffusa, possiamo anche lasciare da parte il tema del “chi è il capo?” che continua ad assillare qualcuno…
Tornando al nome, a mio giudizio occorre puntare su un marchio nuovo, semplice e immediato, capace di arrivare senza mediazioni culturali a tutti gli italiani, anche ai giovani. Il simbolo dovrà essere conseguente al nome prescelto, con le stesse caratteristiche di semplicità e immediatezza. Scelti nome e simbolo si procede alla registrazione e alla costituzione formale con i necessari passi notarili.

4. Presentazione in una assemblea nazionale costituente
Una volta definiti il manifesto/appello e il programma (anche solo quello sintetico), e decisi e registrati il nome e il simbolo, bisognerà organizzarne il lancio e la presentazione in un’Assemblea nazionale, aperta a singoli, gruppi e associazioni interessati al progetto. La sua forza sarà proprio nell’adesione di tante (100? 200? 300? mille?) realtà locali che, riconoscendosi nei documenti preparati daranno l’avvio ufficiale alla nuova stagione dei “liberi e forti”. È fondamentale che il nuovo partito/movimento nasca dal basso, come fermento di una presenza diffusa sul territorio e non come operazione concertata in qualche caminetto. In tale processo tutte le persone stimate e stimabili sono benvenute, anche chi ha una storia politica importante alle spalle. Se invece fossero i “soliti noti” – comunque coinvolti nelle derive della Seconda Repubblica – a monopolizzare la scena, l’insuccesso sarebbe garantito.

5. Lancio dell’organizzazione
A questo punto potrà partire l’organizzazione territoriale, sia con l’adesione di realtà già esistenti sia con la costituzione di nuove sezioni locali, guidate da poche e semplici indicazioni. La diffusione territoriale sarà decisiva sia per indicare la natura del nuovo soggetto politico sia per poter superare lo scoglio della raccolta firme per la presentazione delle liste elettorali. E ovviamente servirà un sito web di raccordo nazionale, che non parte da zero ma dalle risorse già esistenti e operanti.

La scaletta presentata per passare all’azione va considerata una proposta da definire e migliorare, ma vuole essere un richiamo sulla necessità di passare all’azione, anche senza interrompere le analisi e gli approfondimenti ideali. La saggezza popolare sa che le parole e i fatti non si pesano sulla stessa bilancia: dal Piemonte invitiamo quanti ci leggono a fare squadra e passare ai fatti. Anche perché, come scrisse sant’Agostino, “solo i fatti danno credibilità alle parole”.

Laicità dello Stato e religioni monoteiste

Fonte Civiltà Cattolica quaderno 4061 a firma di Giovanni Sale 

Il contesto dell’articolo. Secondo Max Weber, la formazione dei moderni sistemi giuridici va letta parallelamente al processo di laicizzazione dello Stato moderno e di secolarizzazione della società civile e politica, che ha separato la sfera religiosa da quella secolare. Questo approccio è fortemente eurocentrico e non può essere utilizzato, come spesso è stato fatto, per interpretare situazioni esistenti in altre parti del mondo, dove prevalgono tradizioni religiose diverse. 

Perché l’articolo è importante?

L’articolo mette a confronto le tre religioni monoteiste di matrice abramitica, sottolineando i diversi approcci che esse, soprattutto negli ultimi secoli, hanno avuto nei confronti della modernità e della laicizzazione della compagine statale e delle sue istituzioni giuridiche.

Nelle società cristiane, la distinzione tra ambito religioso e ambito secolare è frutto di un lungo e articolato processo storico – tra l’altro diverso, tra occidente e oriente – che in realtà è iniziato già nei primi secoli del cristianesimo.

Nella tradizione ebraica, di fatto – fino alle cosiddette «leggi di emancipazione», che in Europa, a partire dal XVIII secolo, permisero agli ebrei di diventare cittadini di quegli Stati che da secoli li ospitavano – negli ambienti della diaspora il rapporto tra religione e diritto era indissolubile. Il problema si cominciò a porre, secondo le categorie occidentali, con la nascita, nel 1948, dello Stato di Israele.

Nella tradizione islamica, la comunità politica e la comunità religio­sa sostanzialmente coincidono, nel senso che sono ordinate allo stesso fine, sebbene indichino realtà differenti. Per questo, generalmente, nel mondo islamico esiste una forte compenetrazione tra reli­gione e Stato, tra norme religiose e leggi civili. Alla luce di alcuni tentativi di modernizzazione di stampo europeo, è chiaro che debba essere lo stesso mondo islamico a creare una propria sintesi dei rappor­ti tra autorità politica e autorità religiosa, tanto più che il Corano a tale riguardo lascia ampia libertà di scelta.

Quali sono le domande che l’articolo affronta?

  • La cultura islamica e ebraica contemplano il concetto di democrazia e di laicità così come sviluppato nel tempo e inteso nelle società di tradizione cristiana, in particolare «occidentale»?

 

Per leggere l’articolo integrale segui il link

Commissione Ue: Gentiloni completa la squadra di Von der Leyen. Il 10 settembre la presentazione del Collegio. Juncker scrive a Conte

Fonte Agensir

“Sono contenta di aver ricevuto i nomi da tutti gli Stati membri”. Così oggi Ursula Von der Leyen, presidente eletta della Commissione Ue, annuncia di aver completato la lista dei 27 commissari che comporranno la sua squadra i prossimi cinque anni (il Regno Unito, in fase di recesso, non nomina il proprio commissario).

Ora il compito è di “comporre un collegio ben bilanciato”, distribuendo le responsabilità. Von der Leyen ha annunciato anche che il nuovo collegio sarà presentato martedì 10 settembre. Mancava all’appello solo il nome italiano, ora noto: Paolo Gentiloni.

“Amo l’Italia e l’Europa e sono orgoglioso dell’incarico ricevuto. Ora al lavoro per una stagione migliore”, ha scritto in un tweet il neo-commissario incaricato. Intanto da Bruxelles è giunta al primo ministro Conte una lettera di congratulazioni del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker. “La formazione del governo da lei presieduto giunge in un frangente importante per la nostra Unione che richiede il rinnovato impegno di tutti gli Stati membri”, scrive Juncker.

“Mi dà conforto la consapevolezza che le sfide che abbiamo di fronte, dalla migrazione alla necessità di assicurare uno sviluppo sostenibile alle nostre economie e sicurezza ai nostri cittadini, non sono uno sforzo da affrontare singolarmente, ma tutti assieme”, continua la lettera. “Sono convinto che l’Italia sarà capace di giocare un ruolo importante nell’affrontare queste sfide” e sarà “all’altezza della sua responsabilità di Stato fondatore dell’Unione”.

 

La Finlandia vuole salvare i “senzatetto”

La via finlandese è un modo di prendere decisioni per affrontare i problemi in maniera innovativa.

Questo è il caso di Housing First: il modo semplice – e allo stesso tempo originale – di portare fuori strada migliaia di senzatetto restituendogli un po ‘di dignità e integrandoli socialmente. “Il futuro inizia con un mucchio di chiavi”, dice il motto della campagna.

Un politico, un vescovo, un dottore e un sociologo hanno formato nel 2007 il comitato speciale del governo la cui missione era quella di portare migliaia di senzatetto ad una vita migliore. Ispirato al movimento statunitense Pathways Housing First, fondato nei primi anni ’90 dallo psicologo Sam Tsemberis , il governo del paese nordico ha ridotto del 35% il numero di cittadini che vanno a letto e si svegliano ogni giorno tra il 2008 e il 2015 sotto gli agenti atmosferici: 1.345 persone che vagano per le strade senza speranza per il futuro hanno smesso di farlo.

A Helsinki, affermano le ONG coinvolte nel programma, non ci sono quasi vagabondi. E l’obiettivo del governo ora è quello di sradicare la popolazione senza fissa dimora in tutto il paese entro il 2027, secondo Bloomberg.

La chiave del successo non è nella riabilitazione ma nell’accesso ad un’abitazione. E da lì, assicurano i promotori del progetto, le vite di migliaia di famiglie e cittadini inizino a migliorare. “La casa è concepita come punto di partenza e non come punto di arrivo sul percorso dei senzatetto”, spiega la ONG FEANTSA, coinvolta nel progetto che gestisce già più di 3.000 appartamenti in 10 città del paese.

A differenza degli Stati Uniti e di un’altra dozzina di paesi europei ( tra cui la Spagna ) in cui è stato esportato Housing First, i senzatetto della Finlandia, un paese di poco più di cinque milioni di abitanti, hanno il dovere di pagare un affitto.

I beneficiari possono pagare l’affitto della nuova casa con una parte dell’assistenza finanziaria che ricevono dallo Stato. Un altro punto che rende unico questo programma è che i complessi abitativi sono integrati nei quartieri della classe media per evitare ghetti.

 

Il Pentagono sposta 3,6 miliardi di dollari dai fondi militari al muro di confine

Il segretario alla Difesa Usa, Mark Esper, ha autorizzato il dislocamento di 3,6 miliardi di dollari dai fondi per l’edilizia militare alla costruzione del muro di frontiera con il Messico, attingendo ai finanziamenti per 127 progetti di opere militari.

Secondo la nuova visione, il muro ha lo scopo di scoraggiare l’ingresso illegale, incanalare i migranti verso i porti di ingresso e aiutare il personale del dipartimento della Difesa a supportare in modo più efficace gli sforzi per la sicurezza nazionale.

Anche se secondo il leader della minoranza del Senato, il democratico Chuck Schumer, la decisione è “uno schiaffo in faccia” ai membri delle forze armate. ”

Il Pentagono pubblicherà l’elenco dei 127 progetti di costruzione militare interessati dalla decisione alla fine di questa settimana, dopo che il dipartimento della Difesa avrà finito di informare i legislatori e le ambasciate straniere in merito ai progetti interessati nei loro distretti e paesi.

IL primo giorno di scuola

Il giorno fatidico è arrivato, quello tanto atteso dalle mamme, dai papà, dai nonni e dai parenti che formano il nucleo famigliare più allargato dei bambini e delle bambine.

Ma possiamo dire altrettanto per loro, per i nostri figli?

Oppure l’attesa – carica di emozioni, qualche volta di ansie incontenibili – è un fatto che riguarda prevalentemente gli adulti, di cui i piccoli percepiscono forse gli aspetti più deteriori, legati ai preparativi e al lungo rituale di acquisti, di corredo, di impegni e di un’immaginazione spesso fantasiosa?

Parliamo del primo giorno di scuola, naturalmente: un evento che si carica di significati allusivi prevalentemente legati alle suggestioni e al modo di pensare dei grandi.

Perché i diretti protagonisti – i figli-alunni – vivono di riflesso questo ‘avvenimento’ e spesso arrivano persino troppo preparati, tesi come se dovessero comportarsi seguendo strettamente un copione già scritto dai loro genitori.

E invece sono proprio loro, i bambini, i depositari delle proprie emozioni.

Mamme e papà, lasciate entrare vostro figlio con fiducia in quella scuola!

Non preoccupatevi subito dei risultati: arriveranno secondo i tempi e i ritmi di ciascuno, l’importante è che i bambini vivano con naturalezza il loro percorso scolastico, senza  sentire il peso dell’ansia anticipatoria degli adulti.

Il primo giorno di scuola è certamente un’esperienza importante nell’esistenza di ciascuna persona e sa consegnare – al di là delle coreografie del contesto e delle emozioni famigliari – un ricordo molto soggettivo e personale: è uno dei passaggi obbligati della nostra vita ma non per questo va caricato di attese esagerate, che spesso disegnano agli occhi dei bambini una realtà peggiore e diversa da quella che poi personalmente scoprono.

La regola fondamentale che ci sentiamo di suggerire a tutti è molto semplice: vivere e lasciar vivere ai bambini con naturalezza questo momento.

Se i nostri figli varcano la soglia della scuola è per imparare, per arricchire e allargare le proprie conoscenze e il primo apprendimento riguarda proprio l’esperienza in sé: ed è la vita comunitaria con i coetanei in un contesto nuovo, diverso dalla famiglia.

La prima cosa che si impara – dopo il fatidico suono di quella campanella – è stare in mezzo agli altri: con tutte le modalità di comportamento e i codici espressivi tipici dell’età.

Direi anzi che i bambini e le bambine a scuola ci vanno proprio per questo: crescere e imparare, aprirsi a poco a poco al mondo e agli altri, passo dopo passo, giorno dopo giorno, interiorizzando conoscenze ed emozioni.

Cerchiamo dunque di non caricare in maniera eccessiva il senso di questa giornata d’esordio che è e rimane per tutti principalmente un’occasione di scoperta, di incontro e di relazioni.

Ogni momento della nostra vita può essere importante se lo avvertiamo come tale e questo dipende fondamentalmente da noi: lasciamo dunque che siano i bambini stessi a scoprire con spontaneità e gioia le emozioni personali che scaturiscono dal loro primo giorno di scuola.

Ricordo a tutti – soprattutto ai genitori e agli insegnanti – un vecchio detto, una regola non scritta tramandata dal buon senso e dalla tradizione: “la scuola è utile se ci si va volentieri”.

La motivazione, il desiderio, la volontà sono strumenti formidabili per crescere, per scegliere, per imparare.

Il primo segreto di un buon educatore consiste proprio nel saper preparare un ambiente scolastico umano, sereno e accogliente dove i bambini possano esprimere in modo spontaneo la loro creatività sempre sorprendente.

Educazione ambientale, stanziati 330 mila euro per progetti all’interno dei Siti di interesse nazionale

Il Ministero dell’Ambiente è sempre più impegnato a promuovere più educazione ambientale ed azioni concrete per difendere il Pianeta. Negli ultimi anni l’Educazione Ambientale ha assunto delle valenze più ricche, significative ed articolate, ma notevolmente più difficili ed impegnative da realizzare di una pura e semplice didattica naturalistica. L’obiettivo è quindi quello di superare la didattica ambientale sull’ambiente per approdare ad una didattica svolta per l’ambiente, basata sui comportamenti, sui valori e sui cambiamenti. L’educazione ambientale entra, ormai, a scuola non più dalla finestra, ma dalla porta principale. Un nuovo bando del Ministero dell’Ambiente è stato siglato, infatti, a due giorni dal debutto dell’educazione ambientale nelle scuole, grazie alla legge sull’educazione civica che la contempla e che entrerà presto in vigore.

Il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha firmato un bando che stanzia 330 mila euro a favore di progetti di educazione ambientale destinati alle scuole più sfortunate, quelle situate all’interno dei Siti di interesse nazionale, tra i luoghi più inquinati d’Italia e nei cui territori docenti e alunni si trovano a dover combattere una quotidiana battaglia contro l’inquinamento e il degrado ambientale. Per questi studenti la scuola, oltre ad essere luogo di formazione, è anche il posto in cui tornare a sperare e a credere fortemente in un cambiamento possibile e necessario, nella lotta al degrado e all’abbandono, nel contrasto senza sosta all’inquinamento ambientale, piaga ancora troppo diffusa che per guarire necessita della forza e dell’ottimismo delle nuove generazioni.

Brescia, Taranto, Napoli est, Gela, Porto Torres, Mantova, Genova, Brindisi, Piombino, per citare solo alcune delle 41 realtà nazionali identificate come Sin e i cui istituti scolastici potranno quindi partecipare al bando.

“Con l’aiuto delle associazioni ambientaliste – spiega il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa – si potranno realizzare progetti che educhino a temi fondanti per la nostra società: qualità dell’aria, cambiamenti climatici, amore per la natura, rispetto degli animali, beni comuni, riduzione delle plastiche e tutela del mare, tra i temi previsti dal bando.  Aiuteremo – aggiunge Costa – anche le associazioni che organizzano manifestazioni culturali patrocinate dal ministero, e quindi plastic free, che diffondano l’amore per l’ambiente secondo tematiche definite”.

Il bando del Ministero dell’Ambiente arriva dopo il bando che ha premiato negli scorsi mesi le scuole situate all’interno dei parchi nazionali, e l’intenzione del Dicastero è quella di coinvolgere, per il prossimo anno, le scuole nei Sir, i siti di interesse regionale, “di competenza regionale per le bonifiche– specifica ancora il Ministro Costa – ma che non per questo devono essere lasciati ai margini di un progetto di sensibilizzazione culturale e civica così importante, che mi auguro possa trovare l’appoggio convinto anche del prossimo ministro dell’Istruzione”.

L’obiettivo è dunque quello di una formazione ambientale continua e senza sosta rivolta in particolare alle nuove generazioni. Un’attività che fiancheggia quella istituzionale che, in particolare sul tema delle bonifiche, ha visto il Ministero dell’Ambiente impegnato per sbloccarne alcune ferme da anni, in alcuni casi più di 20, incardinando anche un disegno di legge ad hoc “il cui testo è pronto – spiega il Ministro Costa – e aspetta il nuovo esecutivo per la sua approvazione”.

Il super batterio arriva in Toscana

Tutte le Aziende sanitarie della Regione Toscana sono attivate per affrontare il fenomeno dell’imprevisto aumento di positività al batterio Ndm (acronimo di New Delhi metallo beta-lattamasi) rilevato tra fine 2018 e inizio 2019 tra i pazienti degli ospedali toscani.

E’ un batterio tra i più resistenti agli antibiotici. Lo riferisce la Regione aggiungendo che il fenomeno sta interessando in particolare l’Area Nord Ovest dove ci sono 350 pazienti portatori di batterio Ndm, di cui 44 infetti.

La Regione ha varato un decreto con tutte le misure per contrastare la diffusione. “Il numero di pazienti portatori dall’inizio della diffusione è costantemente monitorato – sottolinea la Regione -. I portatori sono prontamente individuati e vengono messe in atto regolarmente le dovute precauzioni per non permettere la diffusione”. Non tutti i soggetti che entrano in contatto con batteri resistenti diventano portatori e solo una bassa percentuale dei portatori potrà contrarre un’infezione.

La tempesta perfetta

Abbiamo assistito a una tempesta perfetta. Nemmeno un romanziere, anche tra i più raffinati, non sarebbe riuscito a costruire una trama simile. Si è verificato una sorta di drammaturgia raffinatissima. Sconvolto tutto. Nell’arco di un mese, si è manifestato un sorprendente terremoto politico.

Nessuno, lo dico con fermezza, sarebbe stato in grado di concepire una evoluzione come quella che è capitata nel mese di agosto. Sono ancora incredulo. Devo darmi qualche pizzicotto per sapere se sono nel mondo reale o nel mondo della fantasia. L’estate sembrava essere il trionfo di Salvini e, ancora, nella stessa estate, un nubifragio che lo ha letteralmente messo fuori gioco.

Quale demone lo avrà mai indotto a fare quelle mosse? Ad alcuni è sembrato essere il demone delle spiagge, il diavolo in costume, i cocktail sulla riviera romagnola, a me, più modestamente, sembra essere stato un diluvio di onnipotenza gestito malamente.

Ci alziamo con un governo che mai nessuno avrebbe ipotizzato. Più a sinistra di così, credo non ci sia mai stato. Un Paese sintonizzato con il sovranismo di destra, si sveglia con un governo diametralmente opposto: europeista, umanitario, buonista, volto a simpatizzare con il lavoro, a riordinare il mondo della scuola e a posizionare, senza alcun tentennamento, Roma in affinità con Bruxelles e New York.

Basta litigi con Parigi, screzi con Berlino, occhietti dolci con Mosca, insomma in due e due quattro, rovesciato il calzino. Il governo Conte, meglio dire Conte bis, navigherà senza grandi tormenti. L’errore iniziale è stato tamponato. Non più un contratto con due linee, ma un programma unico.

Ancorando con alcuni suoi uomini in due o tre dicasteri importanti, il timoniere ha legato a sé il fiorentino, quello sempre in smania di repentine trasformazioni. Il vero nemico di questo governo non può essere che nel suo seno. Devono stare sempre attenti alle mosse di Renzi. Non si sa mai, come ha fatto la giravolta nei confronti dei 5 Stelle, non paghi con moneta strana anche questa nuova compagine.

Salvini, Berlusconi e Meloni saranno invece utilissimi al governo Conte. Più faranno confusione, più protesteranno, più scenderanno in piazza e più cementeranno la ragione delle tre forze di governo. L’insidia pertanto non potrà essere che una serpe interna.

Hanno brindato i mercati prima che gli italiani. Ieri la borsa e lo spread hanno abbondantemente festeggiato; hanno guadagnato le imprese quotate in borsa, ma hanno guadagnato anche gli italiani con lo spread che è sceso sotto 148 punti.

Sembra che sia giunta una sorprendente calma. Ne avevamo comunque bisogno. Troppo tirate le corde, negli ultimi tempi. È vero che l’Italia ha anche un’anima bizzosa ma, nel fondo, è più caratterizzata da uno spirito moderato. Questo sospiro di sollievo risponde a quest’ultima esigenza. Di fronte al perdurare di una difficile realtà economica, affrontare un autunno con le lance messe a tacere, non è poi un guaio, anzi per buona parte delle imprese e delle famiglie, questo fatto, verrà benevolmente salutato.

Però, è presto per dire che cosa succederà. Le mie brevi pennellate sono un preambolo immaginato. Adesso, invece, bisogna attendere le mosse concrete per capire che cosa ci attenderà nei prossimi mesi.

Fiducia al nuovo Governo: l’imbarazzo di Casini è una spina da rimuovere

“Mi auguro che non nasca un governo troppo squilibrato a sinistra. Se il bicolore PD-M5S si trasforma in un tricolore con LeU, molti di noi saranno in forte imbarazzo”. Questo, sul suo profilo Fb, scriveva ieri mattina Pier Ferdinando Casini.

Mancava poco alla presentazione della lista dei ministri. Non aveva notizie precise, l’ex Presidente dell’Udc? C’è da dubitarne. L’ingresso di LeU a quell’ora veniva dato per scontato. Quindi, con quella perorazione social Casini ha inteso prendere le distanze dal governo, senza con ciò revocare in toto la disponibilità alla collaborazione. Sta di fatto che il passaggio dal bicolore al tricolore, con lo spostamento a sinistra dell’asse di governo, segna un mutamento d’umore dell’area a vocazione centrista (residuale nelle Aule di Camera e Senato, in forte ripresa nella società).

In ogni caso, il sostegno parlamentare è necessario, pena l’indebolimento del nuovo esecutivo all’atto stesso della nascita. Non è il tempo dei (facili) distinguo. È fin troppo chiaro, infatti, il rischio di compromettere l’avvio di una nuova fase politica, svalutando la particolare congiunzione astrale che ha permesso di estromettere Salvini dal governo.

Sul Conte bis valgono obiezioni comprensibili, non solo, in verità, per la partecipazione determinante di LeU. Sì poteva fare di più e meglio. Ma oggi il primo dovere consiste essenzialmente nella difesa di un’operazione che ha sancito la sconfitta del sovranismo di matrice leghista. Poi si vedrà, a tempo debito, perché nessun governo è immune dalla critica proveniente dai suoi stessi sostenitori.

Ora, se l’idea di Casini è riconquistare spazio in questo modo, come pure immaginano di fare i Calenda e i Cairo,  assegnando cioè una funzione pregiudizialmente critica all’area di ‘centro’, il pericolo è che la destra riesploda in tutta la sua incontrollabile virulenza. Occorre lavorare ‘dentro’ la nuova maggioranza, con lealtà e responsabilità, assumendo l’onere di una ricomposizione possibile delle forze democratiche e popolari. Agire con lungimiranza è quanto mai opportuno, innanzi tutto nell’interesse complessivo dell’Italia.

L’augurio, dunque, è che a Palazzo Madama non venga a mancare l’apporto di Casini. Che la Bonino voti contro la fiducia, basta e avanza: fa parte, bene o male, della imprevedibilità del personaggio. Invece, aggiungere ulteriori elementi d’incertezza non sarebbe motivo di vanto, bensì di potenziale discredito. All’imbarazzo va messo un argine.

Memorie di un modernista

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Felice Accrocca

Il 26 agosto 1869, a Ortignano Raggiolo, in provincia di Arezzo, nasceva Salvatore Minocchi, forse il personaggio più noto, dopo Ernesto Buonaiuti, del modernismo italiano. Allievo del Collegio Capranica, studente alla Gregoriana, sui banchi dell’università conobbe Giovanni Mercati, con il quale avviò un sodalizio intellettuale che si sarebbe intensamente protratto per alcuni anni, prima d’interrompersi all’alba del XX secolo: i due collaborarono attivamente nell’animazione della «Rivista Bibliografica Italiana», con la quale si proponevano di alimentare la cultura del giovane clero attraverso la presentazione critica delle pubblicazioni italiane e straniere più importanti, impegno cui Minocchi diede poi seguito con la rivista «Studi Religiosi», per alcuni anni (1901-1907) molto attiva nel dibattito teologico.

Biblista di buon livello, tra il 1898 e il 1906 dedicatosi anche agli studi francescani con notevole profitto, Minocchi era stato ordinato sacerdote a Firenze dal cardinale Agostino Bausa nel 1892, ma nel 1908 depose l’abito ecclesiastico in seguito alle polemiche che accompagnarono una sua conferenza sulla Genesi nella quale negava valore storico ai primi due capitoli del libro sacro. Sposatosi con Flavia Corradina Cialdini nel 1911, ebbe due figli. 

Prese avvio così una fase nuova della sua vita, determinata anche dalla necessità di doversi guadagnare da vivere: iniziò allora una vivace collaborazione con quotidiani e periodici d’ispirazione laica e socialista, cercando pure di ottenere un inquadramento stabile nelle istituzioni accademiche, tuttavia senza mai riuscirvi appieno.

Nel 1937 riprese i contatti con Giovanni Mercati, in vista anche di un suo possibile rientro nella Chiesa: dopo essere stato per lunghi anni prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana, Mercati era infatti nel frattempo diventato cardinale bibliotecario. Gli ultimi anni della vita di Minocchi furono particolarmente duri: al dolore per la morte in guerra del figlio minore, nel 1940, si aggiunsero consistenti difficoltà economiche, che finirono per esacerbarlo ancor più. Morì nel 1943, privandosi volontariamente dell’assistenza religiosa.

L’esito amaro di questa vicenda fu, in definitiva, il compimento di un’esistenza raramente felice, che è stata in gran parte ricostruita — lo si coglie anche nella voce del Dizionario Biografico degli Italiani, redatta da Franco Malgeri — a partire dalle Memorie autobiografiche che si conservano nella Biblioteca Nazionale di Firenze, pubblicate nel 1974 da Attilio Agnoletto. Le Memorie di un modernista risalgono, però, agli ultimi anni della vita di Minocchi, quando egli poteva forse cogliere meglio il senso complessivo delle esperienze vissute, ma di certo in un momento in cui gli eventi successivi, con tutti i traumi che ne erano seguiti, potevano pure condizionare e perfino distorcere la ricostruzione di ciò che era accaduto in anni ormai lontani.

Una fonte insostituibile per ricostruire quindi la vita di Salvatore Minocchi sono i suoi carteggi, dispersi in vari fondi, in gran parte inediti e non ancora censiti: ebbe infatti un nutrito scambio epistolare con Antonio Fogazzaro, ma soprattutto intrecciò un’intensa corrispondenza — in particolare tra il 1893 e il 1901 — con Giovanni Mercati, lettere tuttora conservate nei Carteggi del cardinale Giovanni Mercati, oggi inventariati e accessibili al pubblico (al momento, solo fino al 1936) presso la Biblioteca Vaticana. Nel complesso, più di centottanta missive, oltre centosessanta delle quali relative agli anni 1893-1901: si tratta dunque di un dialogo fittissimo che consente, in più punti, di calibrare meglio, e in qualche caso anche di rettificare, alcuni fatti narrati e diversi giudizi emessi nelle Memorie.

È il caso, ad esempio, della ricorrente affermazione secondo la quale la «Rivista Bibliografica Italiana» fu fondata congiuntamente da Minocchi e Mercati: in realtà, come rivela una cartolina del 1° febbraio 1896 (data del timbro postale), l’iniziativa fu presa da Minocchi assieme ad altri due compagni, che tuttavia sono lasciati nell’anonimato. «Per ora, credi, è quasi un’inezia», scriveva all’amico chiedendogli anche di collaborare. «Ho fiducia che a poco a poco diventerà un periodico importante e sarà strettamente cattolico [sottolineato da Minocchi], perché i miei due compagni di fondazione son più cattolici di me». 

E continua: «Non ti mando prima il programma perché non potresti modificarlo senza mandare all’aria la rivista: è sorta in una settimana o quasi: da principio ci occuperemo di tutti i libri poi prenderemo quell’indirizzo che più si confarrà ai nostri lettori: […] è una cosa semplicissima, ma fatta bene e da persone competenti» (Carteggi, fol. 498r).

Ancora, nelle Memorie lo studioso fiorentino si mostra molto severo con lo zio, don Dionisio Minocchi, parroco a Decimo, presso San Casciano Val di Pesa, reo, a suo giudizio, di averlo condizionato oltre misura nelle scelte di vita, gretto e avaro. 

Nella lettera del 6 maggio 1897, però, confidandosi con l’amico, ne tracciò un ritratto alquanto differente: «Ho un monte di cose da dirti; è tanto tempo che non ti ho scritto! Dunque è morto il mio povero zio parroco: in questi ultimi tempi non andavamo d’accordo, perché egli era contrario a’ miei studi, né io potevo contentarlo a chiudere la mia vita in una parrocchia. Tuttavia ci volevamo sempre bene, ed io lo tenevo come secondo padre. Egli si è ricordato di me lasciandomi a metà erede de’ suoi non molti averi, ed io di lui rendendogli con molto decoro gli ultimi onori e suffragi» (Carteggi, fol. 498r).

Interessante è poi quanto — esternando le proprie convinzioni politiche e il proprio modo d’intendere i rapporti con gli studiosi di diverso orientamento — il 3 novembre di quello stesso anno Minocchi scrisse in una confessione accorata e sincera a Mercati, nella quale non mancò di riflettere sulle rispettive differenze caratteriali: «Io, vedi, sono un po’ mondano, compagnone, forse vanaglorioso e dissipato; tu, invece, vivi ritirato, raccolto in spirito, aborrente dal conversare col secolo; tu sei sempre gioviale, mi pare, io sono abitualmente triste e pieno di rancore contro gli uomini e la natura; vi son dei momenti in cui la considerazione della nequizia degli uomini e dei tempi, e il vedere l’accanimento dei funesti partiti mi indebolisce anche la fede nell’avvenire (non vorrei dire in Cristo). Io sono quindi un essere affatto conciliativo: e questa mia tendenza mi rende un po’ alieno dal partecipare a tutto questo movimento cattolico, che volendo esser papale cessa di essere italiano. Io non trovo niente nella mia coscienza che si opponga al prender parte al futuro congresso degli Orientalisti a Roma (…) E d’altronde se per riguardo di paure più o meno vane ci ritiriamo sempre, noi preti, dalle manifestazioni della vita pubblica, non faremo che nuocere alla causa della verità. Meglio combattere che starsene torpidi» (Carteggi, fol. 966r-v).

A centociquant’anni dalla nascita, c’è ancora tanto da scavare riguardo alla vita di Salvatore Minocchi e all’acceso dibattito che animò gli ultimi anni del pontificato di Leone XIII. Una ricerca che sono certo potrà trarre alimento dai carteggi del cardinale Mercati per nuove, importanti

L’happening degli Oratori

Torna l’appuntamento dell’Happening degli Oratori, che per la 3ª edizione (H3O) sbarca in Puglia. Gli animatori provenienti da tutta Italia si sono dati appuntamento fino al 6 settembre a Molfetta. Il tema scelto è “Facciamo fuori l’oratorio. Oratori in uscita” per interrogarsi insieme su come declinare in futuro questi spazi specifici dedicati dalla comunità cristiana ai giovani in modo che siano “luoghi appropriati che li accolgano e dove possano recarsi spontaneamente e con fiducia per incontrare altri giovani sia nei momenti di sofferenza o di noia, sia quando desiderano festeggiare le loro gioie”.

Quattro le parole chiave che guideranno il cammino degli oratori italiani durante H3O, a cominciare dall’ascoltare frutto del lavoro del recente Sinodo, proseguendo con l’uscire per avvicinare nuove pratiche utili all’evangelizzazione, sperimentando l’incontrare dei momenti di fraternità a Molfetta fino all’osare in una proposta condivisa che guardi al futuro dell’oratorio nella Chiesa italiana.

“Il rischio che vogliamo correre in questi giorni – sottolinea don Michele Falabretti, responsabile del Servizio Nazionale per la pastorale giovanile – è tutto nel tema scelto. ‘Fare fuori’ nel senso di aprirsi verso ciò che ci aspetta al di là della porta del nostro oratorio, che a volte corre il rischio di essere semplicemente un curato circolo ricreativo. Fare fuori anche nel senso di lasciar andare qualcosa per fare spazio al nuovo, ben consapevoli che non si tratta di demolire quello che c’è o quello che facciamo, ma di mettere in conto la possibilità che qualcosa nelle nostre pratiche, nel nostro stile, nella nostra formazione, vada ripensato”.

Ecomafie: a Ferrara il censimento dei siti di stoccaggio dei rifiuti

Nella città estense è stata portata a termine la rilevazione dei siti di stoccaggio rifiuti e dei relativi gestori, 74 in tutta la provincia, con dati e analisi volti alla realizzazione di un database unico del territorio. A comunicarlo è stata la prefettura di Ferrara, dove il 3 settembre si è riunito il tavolo di monitoraggio dalla recente normativa su “prevenzione e contrasto alla criminalità mafiosa”, in particolare le disposizioni su stoccaggio e lavorazione dei rifiuti (articolo 26-bis del decreto legge n.113/2018 convertito con modificazioni dalla legge n.132/2018).

Al termine del monitoraggio sono stati avviati i lavori per mettere a punto uno schema di emergenza esterno, che la stessa normativa affida al prefetto insieme al coordinamento dell’attuazione del piano stesso. La stesura del documento, che recepirà le indicazioni operative del Viminale e del Ministero dell’Ambiente, è «un passaggio che completeremo in tempi rapidi – ha sottolineato il prefetto Michele Campanaro – con il pieno coinvolgimento degli Enti locali nel cui territorio insistono i siti di stoccaggio, per arrivare all’approvazione dei relativi piani di emergenza esterna entro il termine previsto del marzo 2020”.

L’Emilia Romagna è  tra le regioni virtuose in tema di rifiuti dove la raccolta differenziata continua a crescere superando 61%, mentre lo smaltimento in discarica scende sotto l’8,5%, percentuale già inferiore alla soglia prevista dall’Europa per il 2030. Più in generale, però,  sul fronte del traffico illecito dei rifiuti, sono 459 le inchieste condotte e chiuse dalle Forze dell’ordine dal febbraio 2002 al 31 maggio 2019. Complessivamente, sono state 90 le procure che si sono messe sulle tracce dei trafficanti, portando alla denuncia di 9.027 persone e all’arresto di 2.023, coinvolgendo 1.195 aziende e ben 46 stati esteri. Le tonnellate di rifiuti sequestrate sono state quasi 54 milioni. Tra le tipologie di scarti prediletti dai trafficanti ci sono i fanghi industriali e i rifiuti speciali contenenti materiali metallici.

In Tennessee Harry Potter viene messo all’indice

La notizia è stata pubblicata dal Tennessean, un giornale locale che fa parte del circuito di Usa Today.

Una scuola elementare cattolica privata di Nashville, nel Tennessee, ha rimosso dalla sua biblioteca tutti i libri di Harry Potter perché contengono “maledizioni e incantesimi reali, che se letti da un essere umano rischiano di evocare spiriti maligni”.

Il pastore della scuola cattolica di St Edward Father Reehil ha informato via mail i genitori sulla decisione presa “dopo aver consultato diversi esorcisti”.

“Le maledizioni e gli incantesimi usati nei libri sono veri”, ha spiegato il reverendo Reehil. “Quando letti da un essere umano rischiano di evocare gli spiriti maligni”.

Non è la prima volta che i libri di Harry Potter vengono messi all’indice. Ad aprile, nella cittadina polacca di Koszalin, alcuni sacerdoti hanno messo al rogo i libri del maghetto perché ritenuti sacrileghi.

Addio alla presbiopia

Un nuovo farmaco della Novartis, per ora solo una sigla (Unr844), potrebbe arrivare nel 2023 dopo la fine dei trial ancora in corso per farci dire addio alla presbiopia.

Concluso lo studio, e poi il suo iter autorizzativo, sarà possibile il commercio delle gocce oculari che dovranno essere prese tutti i giorni.

“Saranno gocce oculari che penetreranno nel cristallino, ristabilendone l’elasticità – ha spiegato Gaia Panina, Chief scientific officer della Divisione farmaceutica del Gruppo Novartis in Italia -. Siamo ora nella fase iniziale dello studio del programma di sviluppo clinico”.

Il nuovo Governo Conte

Il Presidente della Repubblica ha ricevuto oggi al Palazzo del Quirinale il Prof. Giuseppe Conte, il quale, sciogliendo la riserva, ha accettato di formare il nuovo Governo e ha sottoposto al Presidente della Repubblica le proposte relative alla nomina dei Ministri,.

Ecco la lista completa dei ministri del Conte bis

Sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro

Rapporti con il Parlamento, Federico d’Incà

Innovazione tecnologica, Paola Pisano

Pubblica Amministrazione, Fabiana Dadone

Sud, Giuseppe Provenzano

Politiche giovanili e Sport, Vincenzo Spadafora

Pari opportunità, Elena Bonetti

Affari Europei, Enzo Amendola

Esteri, Luigi Di Maio

Interno, Luciana Lamorgese

Giustizia, Alfonso Bonafede

Difesa, Lorenzo Guerini

Affari regionali, Francesco Boccia

Economia, Roberto Gualtieri

Sviluppo Economico, Stefani Patuanelli

Politiche agricole, Teresa Bellanova

Beni culturali, Dario Franceschini

Ambiente, Sergio Costa

Lavoro, Nunzia Catalfo

Miur, Lorenzo Fioramonti

Infrastrutture e Trasporti, Paola De Micheli

Salute, Roberto Speranza

Un nuovo Governo apre le porte a una fase di rigenerazione della politica.

Di fronte alle smargiassate di un Salvini pronto a tutto, vestito di niente (in spiaggia) pur di ottenere tutto, bisognava reagire. E fortunatamente la reazione c’è stata. Poteva essere migliore, perché sull’accordo M5S-Pd grava l’ombra di un’ambizione puramente difensiva, a dispetto dei proclami di Grillo sulla evidenza di una grande “opportunità storica”. Nulla vietava di promuovere un’intesa più leggera, e nondimeno egualmente impegnativa, per superare l’emergenza. Il governo di tregua aveva questo significato e non implicava la partecipazione diretta del Pd, fino a ieri all’opposizione. Il suo sostegno parlamentare avrebbe comunque garantito l’innesco di una svolta. Poi, avviata la nuova fase, quel che poteva maturare lo si sarebbe visto e apprezzato.

Acqua passata. Oggi conta il fatto che parte un nuovo esecutivo e con esso un nuovo tempo della politica italiana. Anche gli iscritti alla piattaforma Rousseau hanno dato il via libera. La procedura è stata inopportuna? Probabilmente sì è circondato di suspence un evento che i maestri del web dimostrano di saper controllare nelle dinamiche più profonde. Si è trattato di un voto circoscritto al mondo pentastellato, sebbene a pronunciarsi siano state migliaia di persone e non un limitato numero di dirigenti politici – quali di norma sono gli eletti nei diversi organi, allargati o ristrettì, di un partito tradizionale. Non c’è stato nessun vulnus, dunque, alla costituzione (formale o materiale) dal momento che l’operazione si è svolta prima che al Quirinale salisse – lo farà invece nelle prossime ore – il Presidente incaricato.

Cosa è lecito attendersi a questo punto? Certamente la pubblica opinione vorrebbe riscontrare la volontà di fare sul serio, con ciò intendendo, come prima cosa, la scelta di una bella squadra di governo. Bella, cioè, perché composta di figure autorevoli, specie nei gangli vitali dell’amministrazione (Interno, Economia, Esteri e Difesa) su cui, in particolare, Mattarella eserciterà il suo diritto-dovere di valutazione, ancorché discreta e garbata. Alla sarabanda di gesti e di proclami, come siamo stati abituati nei 18 mesi del governo uscente, deve subentrare uno stile di superiore concretezza e sobrietà. Già questo darebbe l’idea di un colpo d’ala assai prezioso.

Poi, come si dice, governare non è asfaltare. Urge l’impennata che al Paese manca da troppo tempo, se è vero che da un quarto di secolo, ovvero dalla fine della “Repubblica dei partiti” che solerti strateghi hanno voluto dipingere a tinte fosche, il ciclo della crescita si è interrotto. Abbiamo di fronte il declino dell’Italia: tanto debito e pochi figli, tanti diritti e pochi doveri, tante paure e poca solidarietà. Conte ha sulle spalle una responsabilità di prima grandezza. Oltre il governo, però, c’è la forza della politica. Alle prossime elezioni avremo sicuramente un quadro ben diverso dall’attuale, specie se il ritorno alla proporzionale, in misura calibrata con le esigenze della governabilità, segnerà lo sviluppo di nuove aggregazioni politiche.

Si tratta di capire, allora, se la variegata galassia del cattolicesimo democratico incrocerà la ritrovata consapevolezza di un ruolo più organico, senza cadere nelle velleità di un risorgente integralismo. Adesso, in fondo, si riparte da una premessa largamente condivisa, quella che ha portato nel passaggio della crisi a scegliere il fronte dell’antisovranismo. Da ciò può derivare, come obbligo per tutti, la ripresa di un dialogo ad ampio raggio, ma con i tempi giusti e le aperture necessarie, evitando perciò fughe in avanti. Nessuno sa, per altro, quale sviluppo avrà la discussione sul futuro del sistema politico italiano. Un nuovo cantiere democratico implica la verifica di ciò che serve veramente o viceversa, nel concreto dipanarsi del lavoro politico, non serve affatto. Non è detto che il luogo dove i cattolici democratici applicheranno il loro talento debba avere, in senso stretto, le caratteristiche di un partito vecchio stampo, quanto invece le forme di un ambiente circolare, per qualche verso fluido, identificabile all’occorrenza nei termini di una inedita coalizione libera e permanente, capace di corrispondere alle domande di progresso e sicurezza del Paese. L’importante è che il cantiere sia vissuto e animato in spirito di autentica volontà ricostruttiva.

5 stelle e Pd, addio al centro sinistra.

Dopo la più grande operazione trasformistica del secondo dopoguerra, la politica italiana è destinata a cambiare in profondità. Nulla sarà più come prima. Certo, è perfettamente inutile ricordare ciò che ormai tutti – o quasi tutti – sanno. Ovvero, il sostanziale “terrore” dei due partiti che si accingono a governare, delle elezioni anticipate perché sarebbero state sconfitte dalle urne. Almeno così hanno sostenuto ripetutamente i leader dei due partiti. La conferma del seggio, e quindi dello stipendio, per un arco di tempo non breve per gli eletti. Il tutto condito e giustificato dal fatto che, come da copione, siamo di fronte al rischio della “minaccia fascista”, del pericolo di una “dittatura” strisciante, del restringimento delle “libertà democratiche”, della “concentrazione dei poteri” e via discorrendo con queste amenità. Oltre a queste considerazioni, peraltro note e ormai straconosciute da tutti, il governo Pd/5 stelle introduce anche un altro tema, sino ad oggi non così platealmente confermato e anche teorizzato. E cioè, d’ora in poi la cosiddetta “coerenza” in politica diventa sostanzialmente un optional, un accessorio, un elemento del tutto estraneo ed avulso dalla dialettica politica italiana. Ci si può insultare per 10 anni esaltando, scrivendo, sostenendo, votando, evidenziando le diversità insormontabili e invalicabili tra due partiti e dopo, nell’arco di pochi giorni, siglare addirittura un “accordo politico”, di “lunga durata” , “strategico” e quasi “storico”. Tutto cancellato, tutto rimosso, tutto azzerato. Appunto, è scomparsa ogni sorta di coerenza politica, culturale, programmatica e anche di natura comportamentale. Ma, ripeto, si tratta di considerazioni e di riflessioni talmente note e conosciute che non meritano neanche di essere ulteriormente commentate. 

Quello che, invece, merita un supplemento di riflessione dopo il varo del governo degli ex nemici irriducibili 5 stelle/Pd, è il destino di quello che comunemente e per molti decenni si è chiamato “l’alleanza di centro sinistra”. È un dato altrettanto scontato che l’alleanza con un partito antisistema, populista, assistenziale, giustizialista e con l’obiettivo di favorire una “decrescita felice” segna la fine – momentanea o definitiva lo verificheremo nei prossimi anni – di quella esperienza che ha segnato in profondità la storia politica italiana. Una alleanza che, seppur nelle diverse fasi storiche, ha saputo elaborare politiche e ricette di governo frutto dell’incrocio e della sintesi fra le migliori culture riformiste e costituzionali del nostro paese. È persin ovvio ricordare che l’accordo storico e di lunga durata con il partito di Grillo e Casaleggio, come lo definisce Zingaretti, chiude quella pagina e ne apre un’altra del tutto diversa che, ad oggi, non si capisce ancora quale ne sarà il profilo, la natura e soprattutto il progetto politico e di governo. Ma, al di là di ogni considerazione, è del tutto evidente che si chiude una lunga fase storica e si apre una nuova pagina. Ancora tutta da decifrare e da scrivere. Del resto, che si chiuda una pagina lo dicono le tonnellate di insulti, di contumelie, di diffamazioni, di attacchi personali e politici che hanno accompagnato i rapporti tra gli esponenti principali di quei 2 partiti da oltre 10 anni e che sono stati misteriosamente ed inspiegabilmente sospesi da circa 15 giorni. E cioè, per elevarla su un terreno politico – si fa per dire – una contrapposizione politica frontale che per alcuni lustri ha caratterizzato i comportamenti a livello nazionale e a livello locale tra i due partiti e che poi si sono sciolti come neve al sole in pochissimi giorni. 

Ora, per chi crede ancora che una prospettiva politica, culturale e programmatica di centro sinistra possa ancora dare un contributo importante per la vita di questo paese, non può rinunciare a riproporre un patrimonio che è stato decisivo per la stessa qualità della nostra democrazia e per la credibilità della cultura riformista italiana. A cominciare da quelle culture e da quei filoni ideali che in questi decenni non hanno rinunciato a dispiegare, seppur tra mille difficoltà e contraddizioni, la loro potenzialità nelle diverse fasi storiche. Penso, nello specifico, alla tradizione e alla storia del cattolicesimo democratico e popolare che non può essere sacrificata sull’altare di uno spregiudicato disegno trasformista e di potere. 

Certo, i conti si fanno sempre con i dati che la realtà di volta in volta ti propone. Anche quando si tratta della più grande operazione trasformistica del secondo dopoguerra. Però, alla fine, forse la coerenza alle proprie radici e alla propria cultura potrà ancora giocare un ruolo decisivo per rafforzare la nostra democrazia e irrobustire il miglior riformismo democratico, costituzionale e sociale del nostro paese. 

 

Per non accontentarsi di essere in vita

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Roberto Righetto

L’ultimo in ordine di tempo è stato Michel Onfray, notissimo filosofo ateo d’Oltralpe: nel suo ultimo volume, Theorie de la dictature, come segnalato da Giulio Meotti sul «Foglio», fa il verso alla Chiesa cattolica e se la prende con la teoria del gender, «una rivoluzione ideologica che vuole annichilire la natura», paventando l’avvento di una società che «pratica il linguaggio unico, cancella il passato e riscrive la storia». In un articolo sul «Nouvel Observateur» poi, Onfray ha scritto che è in corso oggi un conflitto «fra chi afferma che il corpo e la carne non esistono, che gli esseri umani sono solo archivi culturali, che il modello originale dell’essere è l’angelo, il neutro, l’asessuato, la cera malleabile, l’argilla priva di sesso da plasmare sessualmente, e chi sa che l’incarnazione concreta è la verità dell’essere che viene al mondo».

Qualche mese fa era stato lo scrittore Michel Houellebecq, in un’intervista al settimanale tedesco «Der Spiegel», a parlare di «un curioso ritorno del cattolicesimo», sposando poi con forza nel suo ultimo romanzo Serotonina, pubblicato in Italia da La nave di Teseo (Milano, 2019, pagine 332, euro 19) «il punto di vista di Cristo, il suo ripetuto irritarsi di fronte all’insensibilità dei cuori, il suo dare la vita per i miserabili». 

Ora è un altro filosofo esplicitamente non credente, François Jullien, a sorprendere con il suo libro da poco tradotto in italiano col titolo Risorse del cristianesimo. Ma senza passare per la via della fede (Firenze, Ponte alle grazie, 2019, pagine 120, euro 14). 

Assai conosciuto per i suoi lavori sullo scarto fra la cultura occidentale, segnata dalla Grecia, e quella cinese, ora riapre al cristianesimo come punto essenziale per la cultura europea e lo fa rileggendo il Vangelo di Giovanni. Un po’ come aveva fatto Emmanuel Carrère con quello di Luca: ma se  Il regno  aveva l’impronta dello scrittore, il saggio di Jullien ha il tratto del filosofo. Sulla scia di pensatori come Agostino, Pascal e Kierkegaard e, per venire più vicino a noi, di Jean-Luc Marion, Jean-Louis Chrétien e Michel Henry, Jullien  parla del cristianesimo come di una questione centrale, anzi «esplosiva», per il pensiero contemporaneo, portato spesso a liquidarla come appartenente al passato. 

La peculiarità del libro di Jullien è che il suo approccio — come si comprende dal sottotitolo — elude preliminarmente la consueta e scontata disputa fra credenti e non credenti. Egli non ha in mente di riproporre una filosofia cristiana e nemmeno anticristiana: inoltre, più che di “valori” o “radici”, preferisce parlare di “risorse”, un termine che piacerebbe a Papa Francesco.

«La peculiarità della risorsa — spiega — è che essa si esplora e si sfrutta; e che la si esplora mentre la si sfrutta». La risorsa contiene un appello alla responsabilità, mentre il valore «ha fatto deflagrare la nozione tradizionale di Bene nel pensiero contemporaneo». Le risorse poi non entrano in concorrenza l’una con l’altra, per cui ci si può avvalere delle risorse del pensiero cristiano come di quelle del pensiero taoista. Infine, “risorsa” non equivale a “radice”, un concetto che porta a rafforzare l’identità nel senso della chiusura, e «chiama alla condivisione»: il cristianesimo ha compiuto un’operazione di «sradicamento» rispetto al passato, di rifiuto di ogni marchio etnico, di apertura totale verso l’alterità. 

Ma torniamo a Giovanni. Per il nostro filosofo il quarto Vangelo è quello meno ideologico e punta sulla possibilità di un evento che appare inaudito, un evento che viene inscritto dentro l’Essere. E qui c’è un’enorme novità rispetto al pensiero dei greci, che avevano sempre considerato il divenire come un depauperamento dell’Essere. 

Giovanni compie una vera rivoluzione e mette a fuoco la capacità del divenire come evento. Jullien azzarda anche una diversa traduzione dei verbi “essere” e “divenire” che compaiono più volte proprio all’inizio del Vangelo di Giovanni: per lui la traduzione corretta è “avvenire”: «Il mondo avvenne attraverso di lui» oppure «il Logo avvenne carne», eccetera. Questa rilettura del Prologo porta Jullien a sostenere che «Giovanni ha scelto di pensare che esiste un tale “avvenire” che apre un futuro non già contenuto dentro ciò che l’ha preceduto, che non è già legato e incatenato. Qualcosa di inedito è possibile». Il divenire viene ancorato di nuovo all’Essere e lo rende in grado di innovare. 

L’Incarnazione rivista filosoficamente acquista un senso nuovo anche rispetto alla vita, diversamente dai greci, i quali distinguevano fra bios, la vita buona, etica e politica, e zoé, la vita in quanto semplicemente si è in vita, quella che fa di noi dei viventi. Giovanni invece distingue fra psyché, il soffio vitale, il semplice essere in vita, e zoé, intesa come il fatto di avere in sé la vita nella sua pienezza, la vita in sovrabbondanza, differente dal bios greco che ha un significato pressoché solo politico. 

Jullien anche qui critica la traduzione consueta che non rispetta questa distinzione e rende i due epiteti uniformemente come “vita”. E porta l’esempio del dialogo fra Gesù e la samaritana: l’acqua del pozzo che Gesù chiede è quella che mantiene l’essere-in-vita, al livello della psyché, ma «l’acqua che potrebbe offrire il Cristo in cambio è l’acqua viva, nel senso della zoé». Vale a dire «un’acqua che zampilla per la vita che non muore». Uno scarto che si ripresenta a proposito del termine “agape” e che per Jullien va inteso nel senso della vita espansiva, dell’apertura radicale all’altro, in opposizione all’amore considerato come possessivo. 

Come si vede, quella di Jullien è una proposta affascinante, che egli consegna a credenti e non credenti, secondo una concezione del cristianesimo non più come valore ma come risorsa: l’appello a «non contentarsi di essere in vita, ma cercare di raggiungere, in seno a questa stessa vita, con sempre maggior esigenza, ciò che fa vivere». Una vita “espansa” che si offre e si condivide, che non si tiene in serbo ma si dedica all’altro.

Unhcr: rafforzare l’istruzione dei rifugiati

Secondo il Rapporto “Stepping Up: Refugee Education in Crisis – Rafforzare l’istruzione dei rifugiati in tempi di crisi – dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, solo il 63% dei bambini profughi frequenta la scuola elementare, rispetto al 91% su scala globale, mentre gli adolescenti esuli iscritti alla scuola secondaria sono il 24%, a fronte dell’84% nell’intero pianeta. Un grido d’allarme quello dell’Agenzia, poichè senza scolarizzazione il futuro dei rifugiati è ancor più compromesso.

A fine 2018, sono stati stimati oltre 25,9 milioni di profughi nel mondo, di cui 20,4 milioni sotto il mandato dell’Unhcr. Circa la metà di essi ha meno di 18 anni e diversi milioni di loro vivono in situazioni di crisi prolungate, con poche speranze di tornare a casa nel breve periodo. Il notevole calo della frequenza scolastica da parte dei rifugiati nel passaggio tra la scuola primaria e secondaria è il risultato della mancanza di finanziamenti da destinare alla loro istruzione. Per questo l’Unhcr esorta i governi, il settore privato, le organizzazioni educative a fornire sostegno finanziario ad una nuova iniziativa tesa a promuovere l’istruzione secondaria per i rifugiati.

Il Report sottolinea la necessità che gli esuli vengano inclusi nei sistemi educativi nazionali, anziché essere trasferiti in scuole alternative non ufficiali, e che essi possano seguire programmi di studio riconosciuti durante tutto il ciclo dell’istruzione prescolare, primaria e secondaria. Questo per poter consentire loro di ottenere un titolo idoneo per l’accesso all’università o ai corsi di formazione professionale superiore.

L’Amazzonia, il Sinodo e noi: l’editoriale di Aggiornamenti Sociali

Pubblichiamo la prima parte dell’editoriale che appare, a firma di Giacomo costa sul numero giugno – luglio di “Aggiornamenti sociali”, rivista dei gesuiti milanesi.

Un nuovo appuntamento sinodale attende la Chiesa: dal 6 al 27 ottobre si svolgerà l’Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica. I devastanti roghi di queste settimane, e la conseguente attenzione mediatica su una regione spesso dimenticata, hanno reso meno difficile capire perché il presente e il futuro dell’Amazzonia ci riguardano. Resta però importante riflettere sui motivi per cui questo evento coinvolge tutti i credenti (e non solo loro), anche quelli di Paesi e Chiese molto lontani.

«Occuparci del Sinodo per l’Amazzonia – scrive nell’editoriale del nuovo numero il direttore di Aggiornamenti Sociali, padre Giacomo Costa, che è anche Consultore della Segreteria dello stesso Sinodo – non è una fuga esotica dai nostri problemi locali. (…) Questo Sinodo è un esperimento, il primo probabilmente, di articolazione tra la dimensione locale e quella globale all’interno del paradigma dell’ecologia integrale. L’attenzione a legami e connessioni permette di cogliere ciò che fa dell’Amazzonia una unità peculiare, al di là delle frontiere che la percorrono, e obbliga a non dimenticare ciò che la collega al resto del pianeta». In questo senso, «sebbene applicare altrove proposte e soluzioni elaborate per il contesto amazzonico sarebbe un cortocircuito, resta vero che tutti abbiamo da imparare che cosa significa affrontare problemi peculiari di un territorio con un metodo sinodale».

Dopo avere passato rapidamente in rassegna alcuni tratti caratteristici del “bioma amazzonico”, definizione che esprime la complessità di questa regione dal punto di vista geografico, antropico e ambientale, l’editoriale si sofferma sull’importanza di porsi «in ascolto dei popoli indigeni, liberandoci da molti retaggi, (…) dal mito del “buon selvaggio” alla dialettica tra arretratezza e modernità. Le culture amazzoniche sono tutt’altro: una civiltà articolata e viva, che da secoli si confronta con la sfida della modernità e della colonizzazione, e continua a fare i conti con conflitti e contraddizioni interni ed esterni».

Solo questo atteggiamento di ascolto contentirà, durante e dopo il Sinodo, di comprendere meglio un concetto chiave, quello del “buen vivir”, ovvero «un modo di vivere che affonda le radici nelle tradizioni indigene e fa riferimento non a una dottrina compiuta, ma a pratiche di creazione di relazione tra le persone e i gruppi attraverso il legame con il territorio». Il buen vivir – precisa padre Costa – «non è una condizione idilliaca data una volta per tutte, ma un cammino tanto concreto quanto fragile».

Per noi occidentali, questo ascolto potrebbe e dovrebbe generare «un interrogativo radicale sulla definizione di “vita buona” alla base del nostro modello di progresso». Occorre infatti «abituarsi a vedere la realtà da più punti di vista e accettare di essere messi in discussione da quelli degli altri, non per assumerli supinamente – il complesso di colpa dell’Occidente –, ma per esserne stimolati e a nostra volta stimolarli. Sono legittimi quei rilievi che segnalano limiti e debiti ideologici in certe argomentazioni e letture dei fenomeni sociali ed economici che provengono dai contesti latinoamericani, ma a condizione che accettiamo di lasciarci dire che, visto dalla loro prospettiva, il nostro ideale di “vita buona”, anche nella sua versione migliore, è intriso di materialismo, che la nostra cultura, anche ecclesiale, trasuda non solo secolarizzazione, ma secolarismo, e fatica a lasciare uno spazio riconoscibile per la trascendenza».

Risulta allora chiaro come il Sinodo del prossimo ottobre possa e debba coinvolgerci molto più di quanto pensiamo. E se è evidente, conclude Costa, che «le soluzioni a cui il percorso sinodale giungerà difficilmente risulteranno appropriate ad altri contesti», tuttavia l’approccio richiesto dal Sinodo, il suo appello a mettersi in ascolto di una pluralità di prospettive potrebbe risultare prezioso anche per altri contesti. «È il caso del Mediterraneo – suggerisce Costa -, che ha molte analogie e altrettante differenze rispetto all’Amazzonia. (…) Davvero non riusciamo a guardare al Mediterraneo da prospettive alternative, capaci di farci superare le contraddizioni in cui continuiamo a inciampare e i problemi a cui non riusciamo a dare soluzione? (…) Perché non sognare anche un Sinodo mediterraneo, senza con questo scaricare sul Papa l’onere di assumere tutte le iniziative? I nuovi cammini dell’ecologia integrale riguardano l’Amazzonia, ma non solo».

Dalla Chiesa: Mattarella, “suo sacrificio è stato il seme di una forte reazione civile”

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricorda il gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa in occasione del XXXVII anniversario dell’uccisione avvenuta a Palermo per mano mafiosa.

«Nel trentasettesimo anniversario della strage di Via Isidoro Carini, rinnovo l’omaggio commosso del Paese e mio personale alla memoria del Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, della Signora Emanuela Setti Carraro e dell’agente Domenico Russo, vittime della barbarie mafiosa.

Innovatore attento e lungimirante, il Generale Dalla Chiesa era mosso da una profonda fiducia nello Stato e nella sua capacità di sconfiggere le organizzazioni nemiche della sicurezza e della legalità repubblicana, anche quelle più subdole e pervasive; rifiutava il mito dell’invincibilità della mafia così come, nelle sue precedenti esperienze, non aveva mai accettato che si potesse cedere o indietreggiare davanti alla violenza terroristica.

La sua determinazione, sorretta da un profondo senso etico e istituzionale, si è tradotta in metodi di lavoro e modelli organizzativi originali, che hanno orientato il lavoro di successive generazioni di servitori dello Stato. Il suo sacrificio è stato il seme di una forte reazione civile che – anche attraverso nuovi strumenti normativi – ha prodotto un significativo incremento nella capacità di risposta e di contrasto alla violenza mafiosa.

Con sentimenti di partecipe emozione, rivolgo un particolare ricordo ad Emanuela Setti Carraro e Domenico Russo. Il loro esempio di coraggio e generosa dedizione è comune a tanti uomini e donne che anche oggi, per motivi familiari o professionali, coscientemente condividono i rischi e le preoccupazioni di chi è esposto a tutela della libertà, della legalità e della giustizia.

Con questo spirito, rinnovo alle famiglie Dalla Chiesa, Setti Carraro e Russo i sentimenti di solidarietà e vicinanza miei e dell’intera comunità nazionale».

La battaglia per Budapest

L’Ungheria si sta preparando per le elezioni locali. E mentre la politica nazionalista di Orbán gode di un forte sostegno in tutto il paese, non è così a Budapest, dove il suo partito ha vinto, alle elezioni europee, con il  41,17% (scendendo fino al 31,72% nel distretto del centro città), dati molto bassi rispetto con il 52,56% raccolto a livello nazionale.

Quindi, l’opposizione, che vuole allentare la presa di Viktor Orbán sul potere, sta sperimentando una nuova strategia: una coalizione di tutti i partiti anti Orban che prevede candidati comuni alle elezioni locali per impedire una competizione al massacro.

E cosi succede che il Partito liberale ungherese (Mlp) decida con i socialisti e i verdi di sostenere la candidatura di Gergely Karacsony a sindaco di Budapest nelle amministrative.

Mentre la destra, cosa impensabile fino a qualche tempo fa, non sta schierando il proprio candidato.

Anche nei distretti della città, oltre che fuori Budapest, sono stati scelti candidati comuni dopo mesi di trattative tra i gruppi di opposizione.

Un segnale nuovo per la politica ungherese.

Anche se ciò che sarà più importante per gli elettori non saranno le coalizioni ma i temi riguardanti le varie città.

Per avere il sostegno di una comunità, prima di tutto, bisogna sapergli indicare le prospettive ma anche i valori e i principi che regolano il proprio agire una volta eletti.

Così la gara, nella capitale, così come in tutte le altre amministrative,  che sarà in gran parte incentrata su questioni che incidono sulla vita quotidiana dei residenti, non dovrà solo concentrarsi come avverrà a  Budapest, su questioni quali l’aumento dei prezzi delle case, le sfide dei trasporti e la scarsa qualità dell’aria, ma sopratutto sul tipo di valori che si intende perseguire.

 

 

Una speranza per combattere il Parkinson

Un gruppo di ricercatori italiani dell’Università di Roma “Tor Vergata”, Fondazione Santa Lucia IRCCS e Università Campus Bio-Medico di Roma ha scoperto che, la malattia di Parkinson potrebbe essere rallentato grazie alle Resolvine, molecole prodotte dal nostro organismo per spegnere processi infiammatori e riparare i tessuti danneggiati da questi processi.

Il gruppo di ricerca è così riuscito a rallentare il processo neurodegenerativo che caratterizza la malattia di Parkinson. I risultati dello studio pubblicati su “Nature Communications”

Il programma M5s-Pd: la bozza integrale

Pubblichiamo la bozza del programma M5s-Pd pubblicata sul Blog delle Stelle per informare gli iscritti alla piattaforma Rousseau al voto

 

1) Con riferimento alla legge di bilancio per il 2020 sarà perseguita una politica economica espansiva, senza compromettere l’equilibrio di finanza pubblica, e, in particolare: neutralizzazione dell’aumento dell’IVA, sostegno alle famiglie e ai disabili, il perseguimento di politiche per l’emergenza abitativa, deburocratizzazione e semplificazione amministrativa, maggiori risorse per scuola, università, ricerca e welfare.

2) Occorre: a) ridurre le tasse sul lavoro, a vantaggio dei lavoratori; b) individuare una retribuzione giusta (“salario minimo”), garantendo le tutele massime a beneficio dei lavoratori; c) approvare una legge sulla rappresentanza sindacale; d) individuare il giusto compenso anche per i lavoratori non dipendenti, al fine di evitare forme di abuso e di sfruttamento in particolare a danno dei giovani professionisti; e) realizzare un piano strategico di prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali; f) introdurre una legge sulla parità di genere nelle retribuzioni, recepire le direttive europee sul congedo di paternità obbligatoria e sulla conciliazione tra lavoro e vita privata.

3) È essenziale investire sulle nuove generazioni, al fine di garantire a tutti la possibilità di svolgere un percorso di crescita personale, sociale, culturale e professionale nel nostro Paese. Occorre altresì creare le condizioni affinché chi ha dovuto lasciare l’Italia possa tornarvi e trovare un adeguato riconoscimento del merito.

4) Occorre promuovere una più efficace protezione dei diritti della persona e rimuovere tutte le forme di diseguaglianze (sociali, territoriali, di genere), che impediscono il pieno sviluppo della persona e il suo partecipe coinvolgimento nella vita politica, sociale, economica e culturale del Paese. Occorre intervenire con più efficaci misure di sostegno alle famiglie con persone con disabilità e alle famiglie numerose.

5) Occorre realizzare un Green New Deal, che comporti un radicale cambio di paradigma culturale e porti a inserire la protezione dell’ambiente tra i principi fondamentali del nostro sistema costituzionale. Tutti i piani di investimento pubblico dovranno avere al centro la protezione dell’ambiente, il ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto dei cambiamenti climatici. Occorre adottare misure che incentivino prassi socialmente responsabili da parte delle imprese. Occorre promuovere lo sviluppo tecnologico e le ricerche più innovative in modo da rendere quanto più efficace la “transizione ecologica” e indirizzare l’intero sistema produttivo verso un’economia circolare.

6) Occorre potenziare le politiche sul dissesto idrogeologico, per la riconversione delle imprese, per l’efficientamento energetico, per la rigenerazione delle città e delle aree interne, per la mobilità sostenibile e per le bonifiche. Bisogna accelerare le procedure di ricostruzione delle aree terremotate.

7) Occorre potenziare il sistema della ricerca, favorendo un più intenso coordinamento tra centri universitari ed enti di ricerca, nel segno della internazionalizzazione.

8) Sono necessari investimenti mirati all’ammodernamento delle attuali infrastrutture e alla realizzazione di nuove infrastrutture, al fine di realizzare un sistema moderno, connesso, integrato, più sicuro, che tenga conto degli impatti sociali e ambientali delle opere.

9) Con la nuova Commissione occorrerà rilanciare investimenti e margini di flessibilità per rafforzare la coesione sociale, promuovendo modifiche necessarie a superare l’eccessiva rigidità dei vincoli europei in materia di politiche di bilancio pubblico. Occorrono regole orientate anche alla crescita non solo alla stabilità. Abbiamo bisogno di un’Europa più solidale, più inclusiva, soprattutto più vicina ai cittadini.

10) È necessario inserire, nel primo calendario utile della Camera dei deputati, la riduzione del numero dei parlamentari, avviando contestualmente un percorso per incrementare le garanzie costituzionali, di rappresentanza democratica, assicurando il pluralismo politico e territoriale.

11) L’Italia ha bisogno di una seria legge sul conflitto di interessi, con una contestuale riforma del sistema radiotelevisivo improntato alla tutela dell’indipendenza e del pluralismo.

12) Occorre ridurre drasticamente i tempi della giustizia civile, penale e tributaria, e riformare il metodo di elezione dei membri del Consiglio superiore della Magistratura.

13) Occorre potenziare l’azione di contrasto delle mafie e combattere l’evasione fiscale, anche prevedendo l’inasprimento delle pene per i grandi evasori e rendendo quanto più possibile trasparenti le transazioni commerciali.

14) Il Paese ha bisogno di un’ampia riforma fiscale, con semplificazione della disciplina e abbassamento della pressione fiscale. Occorre razionalizzare la spesa pubblica, operando una efficace opera di spending review e rivedendo il sistema di tax expenditures.

15) È indispensabile promuovere una forte risposta europea al problema della gestione dei flussi migratori, anche attraverso la definizione di una normativa che persegua la lotta al traffico illegale di persone e all’immigrazione clandestina, ma che – nello stesso tempo – affronti i temi dell’integrazione. La disciplina in materia di sicurezza dovrà essere aggiornata seguendo le recenti osservazioni formulate dal Presidente della Repubblica.

16) Va lanciato un piano straordinario di investimenti per la crescita e il lavoro al Sud, anche attraverso l’istituzione di una banca pubblica per gli investimenti che aiuti le imprese in tutta Italia e che si dedichi a colmare il divario territoriale del nostro Paese.

17) È necessario completare il processo di autonomia differenziata giusta e cooperativa, che salvaguardi il principio di coesione nazionale e di solidarietà, la tutela dell’unità giuridica e economica. Occorre inoltre avviare un serio piano di riorganizzazione degli enti locali, sopprimendo gli enti inutili.

18) È necessario porre in essere politiche per la tutela dei risparmiatori e del risparmio.

19) Occorre tutelare i beni comuni, come la scuola, l’acqua pubblica, la sanità. Anche le nostre infrastrutture sono beni pubblici ed è per questo che occorre avviare la revisione delle concessioni autostradali.

20) Per favorire l’accesso alla piena partecipazione democratica, all’informazione e la trasformazione tecnologica, la cittadinanza digitale va riconosciuta a ogni cittadino italiano sin dalla nascita, riconoscendo – tra i diritti della persona – anche il diritto di accesso alla rete.

21) Il progetto di innovazione e digitalizzazione della P.A. costituisce una misura particolarmente efficace per contribuire allo sviluppo e alla crescita economica e culturale del Paese.

22) Occorre concentrarsi sull’equità fiscale, la portabilità dei dati, i diritti dei lavoratori digitali (cosiddetti riders), i modelli redistributivi che incidono sul commercio elettronico, sulla logistica, sulla finanza, sul turismo, sull’industria e sull’agricoltura. Occorre introdurre la web tax per le multinazionali del settore che spostano i profitti e le informazioni in Paesi differenti da quelli in cui fanno business.

23) Occorre offrire maggiore tutela e valorizzare il personale della difesa, delle Forze dell’ordine e dei vigili del fuoco (comparto sicurezza).

24) Occorre promuovere i multiformi percorsi del turismo, valorizzando la ricchezza del nostro patrimonio naturale, storico, artistico, anche attraverso il recupero delle più antiche identità culturali e delle tradizioni locali.

25) Occorre rafforzare il nostro export, individuando gli strumenti più idonei per promuovere e accompagnare il made in Italy.

26) Il Governo dovrà collaborare per rendere Roma una capitale sempre più attraente per i visitatori e sempre più vivibile e sostenibile per i residenti.

Un problema “climatico”. Come orientare le priorità politiche

Sul Foglio di ieri Antonio Spadaro indica cinque punti “per svelenire il clima”. Come dice lui stesso non è una ricetta, ma cinque priorità che consiglia di tener presenti. Come suo solito, prende parola senza alzare la voce, con compostezza. Eppure i cinque consigli non restano tanto nel vago: parla di legge elettorale, di politiche sociali, di immigrazione, di Europa. Soprattutto bisogna cogliere l’orizzonte entro il quale queste priorità si presentano: la normalizzazione del “clima” sociale. Qui sta il punto.

Affannati da urgenze disordinatamente sbandierate come prioritarie, i leader attuali sembrano aver perso di vista qualsiasi prospettiva d’insieme. Il taglio dei parlamentari, ad esempio, è presentato come un traguardo epocale, quando dovrebbe essere ricompreso in una revisione più ampia e coerente del sistema rappresentativo, che abbia di mira un risultato ben maggiore del risparmiare un po’ di soldi attaccando ideologicamente “la casta”. Si rischia, anche con questo nascente governo, di scegliere le priorità solo sull’onda della retorica della discontinuità fine a se stessa, di cadere in una sorta di contro-populismo sterile quanto il populismo che si combatte.

Il problema sta nell’ampiezza dell’orizzonte che si sceglie di guardare. La vera sfida che la stessa realtà nei suoi sviluppi lancia all’intero sistema partitico, da tempo preda di una “sindrome della polarizzazione”, è cambiare prospettiva, cambiare orizzonte, cambiare aria. In tono pacato ma diretto, Spadaro sembra indicare proprio questo: le priorità politiche vanno pensate e messe in atto a partire da un nuovo orizzonte, da una nuova “atmosfera”. Non basta questa o quell’altra misura d’emergenza, mettere a posto i conti, tenere buona l’Europa: bisogna cambiare il clima, far circolare nuova aria, far uscire il veleno tossico della rissa da teppisti, della demonizzazione dell’avversario o dell’“altro”, occorre impostare i problemi in una prospettiva diversa.

È in vista di questa prospettiva che si rendono necessarie alcune priorità, del resto individuate da qualche tempo da un certo mondo cattolico (Politica Insieme e Rete Bianca). Tali proposte politiche sono del tutto aliene da un grigio “moderatismo” e dal conservatorismo istituzionale che tanto ha contribuito ad aumentare la distanza fra potere e cittadini (culminata nella ricerca dello scontro per recuperare l’attenzione delle masse). Assumono invece una funzione “catartica”, che riconfigurando alcune strutture fondamentali ormai cristallizzate (rappresentanza e sistema dei partiti, welfare, regionalismo, rapporti con l’Europa), aprano poi il campo ad una nuova stagione più limpida e serena della nostra politica, a un clima migliore.

Le autonomie locali al centro del rinnovamento della società italiana. Verso il congresso dell’Anci.

Con la crisi generata dalla finanza globalizzata, lo spirito di solidarietà ha subito un contraccolpo durissimo. È venuto meno, nella percezione comune, un pilastro fondamentale della vita civile. Appare così che ne prenda il posto un simulacro senza mordente, capace solo di accompagnare la grezza ebollizione degli istinti. Fatalmente, dietro la volgarità si staglia il declino della politica. Tutto si lega. L’ansia di sottrarsi alla pena di un regresso generalizzato – un mix di stagnazione economica e crescente diseguaglianza  – ha iniettato nelle arterie della società il veleno del populismo, paralizzando la funzione di gruppi o ceti dirigenti. Domina pertanto l’evocazione della sicurezza, persino nelle forme più irrazionali. È il simulacro, appunto, che adombra e distorce il bisogno di solidarietà. Ora, lontani dall’Europa saremmo forse più sicuri? E lo saremmo agitando la bandiera del nazionalismo? Piuttosto, l’Italia ha bisogno di rintracciare nel suo carattere di nazione aperta e dinamica, capace di unire intraprendenza individuale e coesione sociale, una versione alternativa alla politica del riscatto immaginifico e velleitario, sostanzialmente alieno da ogni basilare principio di responsabilità.

Se invece guardassimo più al dentro della crisi, con uno sforzo vero di analisi e comprensione, potremmo scorgere e apprezzare il ritratto migliore della nazione. Contro il ripiegamento pessimistico che debilita il Paese, la fiducia nel binomio di solidarietà e creatività trova linfa preziosa nelle comunità locali. Se nella nostra storia i Comuni hanno aperto la via alla modernità, oggi restano il nucleo pulsante del corpus istituzionale repubblicano. Sono il vestito, per dirla con il sindaco La Pira, di una autonomia in senso pieno e autentico, che risiede e opera nel quadro di aggregazioni naturali antecedenti alla costituzione dello Stato. Essi, in sostanza, esprimono e rappresentano qualcosa – l’autonomia, appunto – che qualifica l’identità comunitaria e ne struttura l’articolazione democratica.

Come la famiglia, anche la comunità incarna la proiezione sociale della persona umana. Qui è la concreta manifestazione del solidarismo possibile. Da ciò deriva il senso di “appartenenza plurale” che libera energie e promuove sintesi, facendo del civismo politico il substrato dell’unità della nazione. Quando ai primi del Novecento (1901) nacque l’Associazione dei Comuni, lo spirito di solidarietà ne fu il principio informatore: enti piccoli e grandi, sia del nord che del sud, decidevano di mettere insieme le loro esperienze per organizzare, in questo modo, una rappresentanza politico-istituzionale, non subalterna al potere accentratore dello Stato.

Fu merito di radicali e socialisti avviare il processo di organizzazione dell’Anci, fu responsabilità di Sturzo e dei cattolici municipalisti entrarvi a testa alta e con sincera convinzione, appena un anno dopo. Dunque, le forze popolari muovevano dai Comuni per cambiare l’Italia. Dobbiamo far tesoro di una lezione – oltre al metodo anche la sostanza politica – sottesa alla prima spinta autonomistica a vocazione nazionale. L’aspetto esemplare di quella operazione rifulge ancora oggi: sull’istinto egoistico doveva prevalere lo spirito di condivisione, prefigurando il superamento dello Stato monoclasse. Il decentramento, perciò,  ordinava il pluralismo sull’asse di una nuova democrazia della partecipazione, al riparo da formule ideologiche di contrapposizione tra centro e periferia, tra classi popolari ed élite, tra libertà e potere. Urge recuperare il senso di questa memoria, per capire bene cosa fare nel presente. Alle attuali spinte disgregatrici, specialmente quando prendono le forme di un regionalismo astratto e radicale, al fondo incomprensivo del rischio di riprodurre in scala i vizi e gli errori del centralismo statuale, occorre giustapporre l’ipotesi di un amalgama virtuoso, generato dalla base della società, con l’unico accentramento amico dell’autenticità autonomistica: quello prodotto dal principio di solidarietà, a sua volta congiunto al principio di libertà. L’Italia, in definitiva, può uscire dal labirinto di frustrazione e declino anche riscoprendo la forza propulsiva del suo “cuore” comunitario locale.

Si tratta, allora, di affrontare il dibattito sulla ricostruzione del Paese con un comportamento più ricco di sensibilità e consapevolezza, volto perciò a contrastare il ricorso alla vuota retorica del cambiamento. L’occasione del congresso fa dell’Anci una sede privilegiata della discussione sul futuro dell’Italia. Non serve un congresso di segno burocratico, nella logica cioè del ricambio pure e semplice delle rappresentanze elettive negli organi di direzione. Il confronto deve farsi vivo, suscitando in noi la presa d’atto di nuovi compiti e nuove sollecitazioni. Se pure nell’Anci cede lo spirito di solidarietà, sarebbe vano credere che non possa cedere in seno all’architettura complessiva delle istituzioni. 

Solidarietà vuol dire tante cose, altre ne lascia intuire e definire, dal monento che obbliga a discutere sul programma di rigenerazione dal basso di un’Italia sfiduciata e stanca. Non possiamo assistere inermi allo spopolamento delle aree interne e all’abbandono dei piccoli comuni di montagna. Alcuni studiosi, lanciando il tema del “riabitare l’Italia”, ci propongono d’intervenire sulla base di un nuovo welfare statale, così da evitare lo spreco di risorse a causa del particolarismo cristallizzato in una legislazione tortuosa, ben lontana da visioni equilibrate e lungimiranti. Sulla finanza e la fiscalità locale manca da troppo tempo l’affermazione di politiche improntate alla logica di perequazione, per avvicinare i più deboli ai più forti. I centri minori, con risorse scarse e basi imponibili ridotte, non possono essere lasciati ai margini di tutto. Anche la bellezza dei nostri borghi, vanto di un’Italia ammirata in tutto il mondo, non deve  essere di pretesto a un’azione di nera propaganda. Ci vuole più gusto della complessità. Le grandi città oramai prigioniere di se stesse, quando nella loro genesi storica sono state un fattore d’integrazione del paesaggio e dell’economia rurale, si profilano come entità politiche avvolte in un manto di autosufficienza improduttiva, specie se ad esse si lega (come avviene da decenni) la rappresentanza del sistema autonomistico. Perciò, in un quadro d’insieme, la formazione delle leggi risente della disarticolazione corporativa del mondo associativo degli enti locali. C’è la necessità, per altro, di correggere la distorsione provocata dalla cosiddetta razionalizzazione delle aziende a partecipazione comunale, per non precipitare nel ritorno ad uno schema pre-giolittiano, non distinguendo il “grano” (funzione economica attiva degli enti locali) dal “loglio” (cattiva gestione e pratiche clientelari). Più in generale, il grande comparto del welfare locale richiede una formidabile rivisitazione sul piano organizzativo e finanziario, onde si possa scongiurare la drastica contrazione dei servizi alla persona. Sull’ambiente urge un pensiero organico, un punto di vista complessivo, una strategia di fondo, afferrando la consapevolezza di un unicum che  passa dalla innovazione tecnologica, innervante le tematiche delle Smart Cities, alla tutela del territorio, specie nelle aree a rischio di desertificazione abitativa. 

Il dibattito tra gli amministratori esige massimamente la ristrutturazione di un modello politico di presenza e di collaborazione. Non solo nel quadro interno. Infatti, la stessa dialettica con il governo mette a nudo il ripiegamento avvenuto in questi anni nella contrattazione episodica e disorganica, fatalmente a vantaggio di pochi attori. L’Anci non è e non può diventare un segmento dell’apparato pubblico amministrativo.È un’associazione nata libera e che libera deve restare, anche rinunciando a qualche piccola convenienza. Chi vi opera, a nome delle migliaia di sindaci e amministratori locali, deve avvertire lo scrupolo di un servizio che si nutre di profondo senso di abnegazione. Gli organi vanno snelliti perché oggi non permettono di esaltare la democrazia interna. La figura del Presidente, a rigore, non può che essere quella del “primus inter pares”. Le Anci regionali hanno il diritto e il dovere di contribuire a un riordino della funzione rappresentativa, per incidere di più e meglio nella costruzione dei programmi associativi. Sulla struttura operativa occorre agire con oculatezza, valorizzando a pieno le diverse professionalità e correggendo alcune palesi distorsioni. L’Associazione ha bisogno al tempo stesso di coraggio e umiltà: l’uno per cambiare, l’altra per allargare il consenso attorno allo sforzo di innovazione. E dunque, con una rinnovata azione di tipo collegiale, occorre impegnarsi a fondo, nel tradizionale spirito unitario, per poter corrispondere adeguatamente alla domanda di un rinnovato protagonismo da parte di tutti gli amministratori locali: Sindaci, assessori, consiglieri comunali, Presidenti di Municipio.

Vogliamo un congresso di rifondazione, perché l’Anci  è un libro che accresce, con il variare delle circostanze, le sue pagine. Oggi spetta a noi, insieme, scrivere una pagina nuova per mettere al centro le autonomie e renderle ancora più forti nel contesto della società italiana.

 

Trent’anni fa moriva Georges Simenon. Quell’infaticabile labor limae.

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Gabriele Nicolò

Non riuscì a farsene una ragione, Georges Simenon, di non essere stato insignito del premio Nobel per la letteratura. Era convinto, infatti, di meritarlo. Non solo per il suo talento e per la sua tracimante prolificità (scriveva di media ottanta pagine al giorno tra romanzi, racconti, lettere e articoli giornalistici sotto lo pseudonimo di Georges Sim), ma anche per gli «strenui sacrifici» — come egli stesso usava dire — sostenuti per raggiungere uno stile perfetto. Sacrifici ancor più rimarchevoli perché fatti in un’epoca in cui, al contrario, gli scrittori tendevano a privilegiare un linguaggio poco disciplinato e poco sorvegliato. A trent’anni dalla morte (avvenuta il 4 settembre 1989) è ancora vibrante l’afflato di quel suo infaticabile labor limae, diretto a forgiare, nel segno di una rigorosa metodicità, la frase che doveva ispirarsi a una semplicità spartana e a un’essenzialità spoglia ma mai banale. Ecco allora che il suo certosino lavoro di revisione, sollecitato dall’illuminante intuizione del suo primo editore, si concentrò sulla graduale quanto inesorabile eliminazione degli aggettivi, rei — se usati con smodata prodigalità — di contaminare e ostruire la fluidità di espressione.

Quando il creatore dell’immarcescibile commissario Maigret (che poi sarebbe stato interpretato sullo schermo dal magistrale Gino Cervi) portò le sue prime opere all’editore, questi, con profetica chiaroveggenza, capì che chi gli aveva sottoposto quei fogli sarebbe diventato un grande scrittore. Ma alcune cose andavano cambiate, e subito. Altrimenti a quel giovane occhialuto non avrebbe mai arriso la fama. Quindi lo convocò e quando l’aspirante scrittore si presentò e gli fu davanti, l’editore — sventolando i fogli — gli disse con severo cipiglio: «Simenon, quando dalle sue pagine toglierà gli aggettivi, diventerà Simenon». E così fu. Per poi confessare, in tarda età — richiamando quella lezione — che quando leggeva i testi di altri scrittori, lo faceva sempre con la sua inseparabile matita, usata per cancellare «tutti quegli aggettivi che indeboliscono la frase invece che rafforzarla».

Simenon cominciò a scrivere a sedici anni firmando articoli di cronaca nera per la gazzetta della città natale, Liegi. Venne subito apprezzato, ma il salto di qualità lo fece trasferendosi a Parigi. Nella capitale francese avrebbe conseguito infatti quella maturità letteraria alla quale si sarebbe accompagnata l’acquisizione di una cifra narrativa ben definita, la quale si identifica nella realizzazione di un giallo che non si esaurisce nell’individuazione del colpevole, ma che assurge ad analisi paziente e approfondita dell’animo umano. «Più indago le brutture dei bassifondi di Parigi, più penetro nei recessi del cuore umano» soleva dire, pipa in bocca, Simenon.

Suo grande ammiratore, Alberto Savinio lo definì «un Dostoevskij mancato». Solo in apparenza una critica. In sostanza, un elogio che mostrava di comprendere perfettamente l’arte di Simenon, capace di mettere a nudo le debolezze dei suoi personaggi, di costruirne i sogni per poi smontarli, di raccontarne le ambizioni per poi mortificarle: il tutto descritto in un’atmosfera pervasa di malinconia, di dolore represso, di struggente nostalgia. La grandezza delle opere di Simenon sta in una sorta di ossimoro: più sembrano scritte con il freno a mano tirato, più risultano scorrere veloci. La lentezza della corrosiva indagine psicologica dei soggetti è in realtà il viatico per una struttura narrativa che — coniugando in felice sintesi indagine poliziesca e indagine introspettiva — spicca per complessità e dinamicità. E il paragone con lo scrittore russo non è certo azzardato: in Simenon, infatti, la capacità di descrivere, con poche e sapienti pennellate, le profondità abissali dei sentimenti, le sfumature delle emozioni e i capricci portati all’eccesso, raggiunge vette eccelse. Romanzi come Una testa in gioco. Il pazzo di Bergerac, La casa dei fiamminghi, sono esemplari testimonianze di tale capacità.

Si dice che ogni volta che finiva di scrivere una storia, Simenon si sentiva stremato. Aveva dovuto infatti sottostare all’incalzante e perentoria richiesta dei personaggi, da lui ideati, di avere, il prima possibile, vita piena sulla pagina. Scenario, questo, che non può non richiamare il processo creativo di Luigi Pirandello, anch’egli assediato, per lo stesso motivo, dai “suoi personaggi in cerca d’autore”. E a proposito di Pirandello, Andrea Camilleri usava fare una pregnante distinzione tra i due. Per lo scrittore siciliano «la vita o la si scrive o la si vive»; Simenon, diceva Camilleri, «la vita l’ha vissuta scrivendola e l’ha scritta vivendola».

Caos vaccini: il 10% degli alunni non sarà in regola

La riapertura delle scuole è ormai imminente. E da quest’anno per entrare a scuola gli alunni da zero a sedici anni devono essere in regola con le dieci vaccinazioni obbligatorie previste dalla legge Lorenzin del 2017.

Chi ha meno di sei anni e non ha seguito la profilassi non entra all’asilo, per i genitori di tutti gli altri scatterà una multa da 100 a 500 euro.

Ma come sono collocati in Italia i maggiori ritrosi ai vaccini?

A Venezia portone sbarrato per 1.800 bambini che, a settembre, non potranno andare all’asilo e in tutto il Veneto sono pronti verbali da 180 euro per le famiglie di 50 mila studenti.

In Lombardia sono 20 mila i bambini che non potranno andare alla materna, 700 nell’area di Firenze, 400 a Bologna.

Regione d’eccellenza il Lazio, dove la copertura ha superato il 98% per il vaccino contro polio, difterite, tetano, epatite B e pertosse e oltre il 97% per il morbillo, la parotite e la rosolia.

 

L’Argentina rafforza il controllo sui cambi di valuta

Mauricio Macri ha dovuto rinunciare e applicare una delle misure che aveva maggiormente criticato. Di fronte al peggioramento della crisi e al timore di un nuovo deprezzamento del peso, domenica il presidente ha firmato un decreto che limita la libertà delle società e delle banche di acquistare dollari.

La misura impone inoltre agli esportatori di liquidare le proprie entrate in valuta estera nel paese e limita l’acquisto mensile di valuta estera dei risparmiatori a $ 10.000.

Le restrizioni non incidono il prelievo di dollari che gli argentini hanno nei loro conti né impongono restrizioni sull’invio di denaro all’estero.

La scorsa settimana, il governo aveva già costretto le banche a richiedere l’autorizzazione per inviare i guadagni in dollari generati nel paese verso le società estere. Il decreto ora estende tale richiesta di autorizzazione anche alle società. Un limite mensile di acquisto in valuta si applicherà alle persone fisiche.

Il provvedimento si è reso necessario perché la Banca Centrale ha perso $ 13,8 miliardi nel mese di agosto per difendere la valuta locale. Gli sforzi sono stati insufficienti e il mese si è chiuso con il segno rosso per tutti gli indicatori. La borsa è scesa del 72%, il peso si è deprezzato del 38%, il valore del debito obbligazionario è stato ridotto del 55% e l’inflazione è fuori controllo.

Non ci sono ancora dati ufficiali, ma si stima che i prezzi saranno aumentati di almeno il 5% in un mese. Ciò porta l’inflazione annuale a circa il 60%. Il governo sta ora cercando di anticipare una settimana che dovrebbe essere complessa nel mercato dei cambi e di calmare le acque quando mancano ancora due mesi alle elezioni presidenziali.

Boris Johnson senza freni

Non ci sono mezze misure o trattative nel nuovo partito conservatore di Boris Johnson. Il primo ministro, che ha visto trapelare alcuni documenti dai quali si deduce che la Gran Bretagna no ha una valida alternativa al confine irlandese, ha minacciato i ribelli del suo partito di espulsione.

La mossa del premier, alla vigilia della breve riapertura di Westminster prima della contestata sospensione del Parlamento fino al 14 ottobre, mira a forzare la mano della disciplina di partito anche a costo di far saltare la maggioranza. Secondo la Bbc dimostra come Johnson – in caso di sconfitta – sia deciso a convocare subito nuove elezioni, lasciando fuori tutti i conservatori moderati dissidenti apertamente contrari alla sua linea in favore di un’uscita dall’Ue costi quel che costi.

Intanto il negoziatore europeo ha dichiarato che: “Il primo ministro inglese Boris Johnson ha detto che la Gran Bretagna lascerà l’Unione Europea entro il 31 ottobre. In qualsiasi caso, l’Ue continuerà a proteggere gli interessi dei suoi cittadini e delle sue aziende, così come le condizioni che garantiscano pace e stabilità nell’isola di Irlanda”. Così il negoziatore europeo sulla Brexit, Michel Barnier, in un tweet. “Questo è un nostro dovere e una nostra responsabilità”

 

Tokyo è la città più sicura al mondo

Per la terza volta consecutiva Tokyo si piazza al primo posto nella classifica delle città più sicure al mondo. Secondo l’Economist, la capitale giapponese è al vertice nel settore della prevenzione dei disastri naturali, nel basso livello di attacchi informatici, e ha tassi di criminalità estremamente ridotti.

Al secondo posto Singapore e al terzo un’altra città giapponese, Osaka.

La prima città europea è Amsterdam, al quarto posto, mentre per l’Italia Milano e Roma si piazzano rispettivamente alla 29esima e 30esima posizione. In coda alla classifica si posizionano Caracas, al 59esimo posto, e la capitale nigeriana Lagos, al sessantesimo.

Quale contributo ci attendiamo dalla filosofia

Osservando il mondo intorno a noi, per quello che ci è dato di percepire e – soprattutto- di conoscere, capire e distinguere nei limiti delle nostre facoltà – siamo da qualche anno partecipi di una sensazione di sfaldamento e intorbidimento che interessa la dimensione esistenziale e i suoi contesti: l’ambiente, la politica, l’economia, il lavoro, le relazioni familiari e i generale il rapporto con gli altri.

Ricordo le parole di Umberto Galimberti: “Come posso applicare il principio evangelico ama il prossimo tuo come te stesso, se il mio prossimo non esiste più?” Di questo sentimento di incertezza cosmica rispetto al senso stesso dell’esistere, ai rapporti sociali , all’invadenza delle nuove tecnologie e del pensiero calcolante, ci restano le piste analitiche tracciate da Zygmunt Bauman, impareggiabile nel cogliere lo spaesamento dell’uomo contemporaneo in una società dove sono venuti meno- ad uno ad uno – i punti di riferimento rassicuranti che costituivano la base dell’idea di progresso e di miglioramento della condizione antropologica ed esistenziale.

Al centro di tutto il conflitto tra natura e cultura, tra essere e divenire, tra tradizione e innovazione, conservazione e progettualità.
Un mondo indefinito, incompiuto, imperfetto, incerto dove ci si perde nel pantano della compresenza simultanea della totalità della realtà e della indecifrabile lettura di questa tessitura di opposti e di contrari.

Ragionamento ripreso e sviluppato dentro un autonomo percorso di riflessione dal filosofo – o come amava definirsi “storico delle idee”- Tullio Gregory al quale siamo debitori di un’intuizione fondamentale: il gap che separa la teoria dalla pratica e la conseguente necessità di uno studio semantico e lessicale dell’uso delle parole: “chi invita alla ragione, chi pretende venga messa al centro dei problemi e delle riflessioni dovrebbe sentirsi poi in dovere di impegnarsi usandola nei confronti degli altri e con gli altri”.
Soprattutto se applicato alla politica (e di questo accostamento siamo oggi più che mai consapevoli): “L’eloquio dei politici in Parlamento rivela la scarsa familiarità con i libri e la cultura”.

Questo breve incipit può indurci a ricrederci su un assioma finora indimostrabile ma sul quale pare molti siano disposti a cambiare idea: l’esistenza e l’incidenza dei conflitti generazionali in un mondo in cui si coglie l’abisso che separa le idee dalle azioni. Mi piace qui ricordare la documentata ricerca socio-economica di Sgritta e Raitano della Sapienza sul tema dei rapporti generazionali tra conflitti e sostenibilità, che può utilmente essere collocata sullo sfondo di approfondimenti e ricadute socio-culturali e perché no di valutazioni filosofiche che possono utilmente declinarne le prospettive esistenziali ed antropologiche.

L’improvvisa accelerazione imposta in modo pervasivo dall’ingresso della tecnica nella nostra vita può spiegare quella sorta di mutazione ontologica e generazione di cui avvertiamo una impalpabile presenza e che si esprime in una congerie di esplosione simultanea di problemi nuovi che l’uomo del primo secolo del terzo millennio dovrà affrontare: l’incremento demografico, le migrazioni bibliche, la prevalenza della geoeconomia sulla geopolitica, l’imminente skow down ambientale, l’estinzione delle biodiversità, le aspettative sulla vita, la salute, il lavoro, il ricambio generazionale, i problemi specifici dei giovani e degli anziani in un mondo dove si vive più a lungo ma in un modo sempre più interfacciato e complicato.

Ne’ Bauman, ne’Gregory saranno presenti al Festival della filosofia che i svolgerà a Modena/Carpi/Sassuolo il 13-14 e 15 settembre p.v. ma il calendario dei lavori, i temi affidati ad approfondimenti monografici e la qualità dei relatori , creano ragionevoli aspettative sul contributo che il pensiero filosofico potrà offrire al dibattito culturale che investe e riassume tutti i temi correlati alla collocazione dell’uomo nell’universo simbolico e materiale del nostro tempo, anche in memoria e onore di questi grandi maestri recentemente scomparsi.

Non sarà una nicchia di riflessione e confronto per soli iniziati, ci si attende un contributo di idee e di analisi capaci di traghettare l’uomo e il pensiero verso prospettive guidate dalla ragione, dal sentimento e dall’uso del pensiero critico. Che sono poi tre convitati di pietra nel desolante panorama di semplificazione culturale del nostro tempo, nel quale si vive di luoghi comuni e si fa un uso commerciale del linguaggio e della comunicazione, dove la ricerca socratica e platonica della verità viene dissimulata e alterata dal virtuale che sostituisce il reale, dalle fake news che rimpiazzano ed enfatizzano le notizie, dove paradossalmente la precarietà in tutte le sue caleidoscopiche sfaccettature esistenziali ridimensiona le coordinate spazio-temporali alle quali volentieri affideremmo una concezione più rassicurante della nostra vita.

Dal Festival della Filosofia ci si attendono idee e percorsi praticabili per la loro realizzazione.
Ci si aspetta un impegno di saldatura e continuità tra riflessione teoretica e applicazioni partiche, immaginando che la filosofia possa entrare – mater magistra – nella nostra quotidianità, illuminandola.

Dopo il fallimento conclamato dell’economia e della politica – orfane di tassonomie etiche – come guide allo sviluppo dell’umanità, capaci di generare aspettative immaginifiche ma in realtà deludenti e conflittuali, serve qualcuno che ci prenda per mano e ci guidi a capire i valori importanti della vita, il senso dell’esistere, la dignità dell’essere umano.
Non a caso due relazioni che attendiamo con curiosità intellettuale e con speranza riguardano “l’individuo” e la “persona”: saranno affidate rispettivamente ad Emanuele Severino e Umberto Galimberti.

Che insieme ad altri illustri relatori (da Cacciari a Recalcati, da Nancy a Panebianco, da Zagrebelsky a Massini a Mons. Paglia ecc.) pur non avendo l’ambizione di presentarsi come depositari di verità rivelate, possono accendere molte fiaccole affinchè questa ricerca si allarghi e si estenda, in modo che ciascuno sia stimolato a trovarne una in cui credere.

L’incentivo “Resto al Sud” si apre a liberi professionisti e under 46

In questa settimana è attesa la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale del decreto che darà il via alla rimodulazione dell’incentivo “Resto al Sud”. Il provvedimento è stato approvato nel 2017 per sostenere la nascita di nuove imprese che abbia come titolari giovani in età compresa tra i 18 ed i 35 anni avviate in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna.

Inizialmente le modalità operative sono state definite dal DM 174/2017, poi la Legge di Bilancio 2019 ha esteso agli under 46 e ai liberi professionisti che nell’anno precedente alla richiesta di agevolazione, non siano stati titolari di partita Iva per un’attività analoga a quella proposta per il finanziamento e che abbiano la sede operativa nelle regioni interessate.

Il finanziamento coprirà il 100 per cento delle spese ammissibili, comprendendo
un contributo a fondo perduto pari al 35 per cento dell’investimento complessivo ed un finanziamento bancario pari al 65 per cento dell’intero investimento, assicurato dal Fondo di Garanzia per le Pmi. Gli interessi del finanziamento verranno interamente coperti da un apposito contributo. L’importo massimo del finanziamento erogabile è di 50.000 euro per ciascun socio, fino ad un ammontare massimo complessivo di 200.000 euro. Le domande, comprensive di progetto, andranno inviate ad Invitalia attraverso il sito dedicato.

Nuova forma di democrazia, nuova forma di partito.

Nella rappresentazione teatrale di questa inaudita crisi di Governo, tutto può essere spacciato per vero e messo in scena.

Anche l’accusa all’ipotizzato (se nascerà) nuovo governo PD-M5S di essere il frutto di una banale intesa per le “poltrone”, costruita nelle stanze del Parlamento e non di fronte agli elettori.

Accusa prevedibile e scontata, ovviamente, resa ancor più facile dalla circostanza che i due partiti si sono dichiarati culturalmente e politicamente alternativi fino a pochi giorni fa.

Detto per inciso, anche per questa ragione, era preferibile che il PD e il centro sinistra provassero a dare vita ad un Governo di “tregua operosa”, espresso dal M5S quale partito di maggioranza relativa in Parlamento, assicurando un appoggio esterno condizionato ad alcuni pochi punti programmatici e alla presenza di ministri tecnici di garanzia nei posti chiave.

E tuttavia, con quale credibilità può lanciare questa accusa un partito come la Lega che – dopo le ultime elezioni del marzo 2018 – ha fatto esattamente ciò che oggi condanna, rompendo la coalizione di centro destra con la quale si era presentato agli elettori, per dare vita un governo con i Grillini (pomposamente chiamato “del cambiamento”) e camuffando la semplice compilazione di un elenco di obbiettivi tra loro incompatibili come “contratto di governo”?

Diciamo la verità: se vogliamo recuperare un qualche nesso tra voto degli elettori e assetto del potere occorre (tra l’altro) cambiare il sistema elettorale.
Dovrebbe essere questo uno degli obbiettivi del nuovo eventuale Governo.
Nella fase precedente si è pensato che la nostra democrazia potesse trovare nuova linfa nella dialettica tra coalizioni alternative.

Per questo si riteneva che – la vera competizione essendo “al centro” – destra e sinistra, per conquistare i consensi della prevalente parte centrale e mediana dell’elettorato, avessero la necessità di competere sul terreno della proposta “di governo”, cercando nel contempo di “tirarsi dietro” – da una parte e dall’altra, in ragione del primario obbiettivo di sconfiggere la coalizione avversaria – le posizioni più radicali ed estreme dei rispettivi campi.

Qualcuno ha tradotto tutto ciò nella suggestione del “bipartitismo”, altri nella logica delle coalizioni organiche pur se rispettose della pluralità dei partiti che le componevano.

La prima suggestione ha dimostrato tutti i suoi limiti.
La seconda logica (coalizionale) funziona in realtà solo dove esiste l’elezione diretta del vertice di governo accompagnata dal sistema proporzionale per l’elezione delle Assemblee (Comuni e Regioni).

Rispetto a questi ragionamenti, cosa ci dice la realtà attuale del Paese?
Due cose.

Primo: la competizione non è più “al centro” nel senso tradizionale del termine. La domanda sociale (o quanto meno quella che si esprime nelle urne) si è radicalizzata e molti elettori rifiutano di comporre le proprie singole aspettative in un disegno comune e mediato.

L’impoverimento del ceto medio, la crisi di carisma del sistema democratico rappresentativo e la predominanza dei nuovi strumenti di comunicazione producono una oggettiva rendita di posizione a favore delle proposte più eclatanti, demagogiche e populiste. Prevale una politica basata su offerte “a là carte” (illusorie, come si dimostra, ma efficaci nella conquista del consenso).

Secondo: in tutti i campi, conseguentemente, sono le posizioni radicali ed estreme che “si tirano dietro” quelle più equilibrate e responsabili, non il contrario.

Dobbiamo perciò prendere atto che la realtà esige un sistema elettorale più adatto per custodire i valori democratici, favorire quadri di governo stabili, dare forza alle posizioni più responsabili.

Del resto, i sistemi elettorali non sono “ideologie”, ma strumenti di regolazione della democrazia, rapportati alle condizioni date.

Nel secondo dopoguerra, il sistema proporzionale ha assicurato efficienza democratica e sviluppo, in forza delle contingenze storiche e della presenza di un sistema dei partiti strutturato, solido, inclusivo e di una compagine sociale aggregata attorno a forti interessi collettivi.

La politica suppliva ai potenziali limiti del sistema elettorale.

Nel periodo storico successivo, il proporzionale ha provocato instabilità e deficit di governo: la politica aveva cambiato consistenza e perduto una parte del suo ruolo.
Poi, dopo Tangentopoli, col maggioritario si è cercato di supplire alla crisi della politica e dei partiti. Con luci ed ombre, per un po’ ha funzionato.

Oggi siamo in una sorta di limbo indefinito.

La domanda politica è sempre più “individualizzata”; la risposta politica sempre più semplificata sul paradigma dei populismi; i riferimenti ideali e culturali sempre più flebili, se non confinati in una romantica nostalgia.

Chi dice che oggi “destra, sinistra, centro non contano più”, ha insieme ragione e torto.
Torto, perché le grandi discriminati ideali non possono non avere ancora un senso e non è vero che tutto è uguale.

Ragione, perché l’articolazione delle proposte è ormai molto più plurale di qualche anno fa e le vecchie culture politiche sono in gran parte spiazzate difronte ai nuovi scenari antropologici, culturali, tecnologici e sociali.

Una via di uscita da questo limbo è quella della “post democrazia”: meno libertà in cambio della promessa – da parte dell’uomo solo al comando – di ordine, sviluppo, sicurezza, rapidità delle decisioni ed efficienza.

Se si vuole contrastare questa deriva autoritaria, occorre lavorare per soluzioni alternative: lo stallo non aiuta.

Dobbiamo dunque considerare in primo luogo che, oggi, un sistema “proporzionale” per l’elezione del Parlamento sarebbe quello più consono, se vogliamo rigenerare la politica, la democrazia, la ricomposizione virtuosa del circuito “popolo-potere”.
Ogni cultura politica, veccia e nuova, ha bisogno di un “bagno salutare” che possa far ritrovare la bussola, stimolare nuove idee, riallacciare nuovi rapporti con la comunità delle persone e delle formazioni sociali.

Naturalmente ciò non basta.

Servono meccanismi adeguati per aiutare la stabilità dei governi e la trasparenza delle alleanze politiche in Parlamento, ad esempio con l’istituto della sfiducia costruttiva.
E, soprattutto, occorre che le aree culturali e politiche (vecchie e nuove) si rigenerino e si riorganizzino in base ai nuovi scenari anche con “forme partito” innovative e sperimentali.

Penso al rapporto tra “politica” e “società civile”: fino a quando potrà andare avanti una sorta di sostanziale separazione – anche, per esempio, nel mondo cattolico e popolare – tra chi si occupa di “comunità” e chi di “politica”?

Penso poi alla rappresentanza dei territori così diversi che compongono il nostro Paese. Vogliamo ancora riproporre un idea di partito nella quale il giusto “respiro” nazionale (ed europeo, auspico) tradisca in realtà una concezione omologante, verticistica e “romano centrica”?

Mi riferisco al territorio che conosco di più: il Nord. Volgiamo lasciare che dopo il fallimento della “via sovranista nazionalista” la Lega torni impunemente a diventare il “Partito del Nord”?

Oppure pensiamo che – per stare al nostro campo – le radici autonomistiche di matrice cattolico democratica e popolare possano ridiventare punto di riferimento per le aspirazioni di quel Nord operoso, solidale ed europeo che ancora, sotto sotto, resiste ma che richiede soluzioni nuove e coraggiose, magari rilanciando il concetto (molto nostro) di “Repubblica delle Autonomie” e di una Autonomia concepita come responsabilità?

Non è forse il caso di immaginare una nuova “forma partito” fortemente federativa, che ricomponga dal basso, tra l’altro, l’istanza “civica” con la necessità di una visione politica generale?

Lavoriamoci, almeno per quanto sta in noi, visto che siamo oggi fuori dalle stanze del Potere (anche se non rinunciamo al dovere della responsabilità) e, forse, possiamo parlare ed agire con maggiore libertà e sincerità.

Intervista a Paolo Pombeni: “Più contenuti, meno slogan”

Articolo già apparso il 31 Agosto sulle pagine di Città Nuova a firma di Carlo Cefaloni

Sulla crisi del governo Conte e la formazione di una nuova maggioranza tra M5S e PD, abbiamo chiesto il parere di alcuni esperti portatori di visione culturali diverse. Questa l’opinione del professor Paolo Pombeni, tra i maggiori politologi italiani
Cosa significa, a suo giudizio, il riferimento al nuovo umanesimo fatto da Conte nei suoi recenti interventi?
Il riferimento di Conte al “nuovo umanesimo” fa parte del suo tentativo di accreditare la sua figura come diversa da quella del politico di professione. Così recupera uno slogan che ha trovato autorevoli interpreti (papa Francesco, per esempio) per sottolineare che vorrebbe affrancarsi da una cultura che mescola contrapposizioni violente (per non dire odio) e scarso interesse per interventi che accrescano il patrimonio di umanità che una società deve avere.
Esiste una possibile visione comune tra Pd e M5S, oltre una convergenza di interessi, per un programma di legislatura?
La convergenza di M5S e PD su una visione comune è possibile solo se saranno capaci di riempire di contenuti condivisi quelli che sono per ora slogan generici su cui tutti in astratto possono concordare (tipico esempio: le politiche in difesa dell’ambiente). Il problema è che in politica le convergenze tra forze diverse non nascono dal convergere delle posizioni dei partiti, che per natura loro sono “settari”, ma dalla spinta che deve venire dalla società civile perché si vada in una certa direzione. Quella spinta è ovviamente un compito prevalentemente dei ceti dirigenti delle formazioni sociali e di chi promuove un autentico rinascimento culturale. Oggi queste sono risorse limitate e poco disponibili, così siamo nelle mani dei produttori di propaganda politica, per non dire di demagogia, che lavorano per i partiti.
Vede anche lei necessaria una riforma della legge elettorale per evitare meccanismi maggioritari in grado di consegnare troppo potere ad una forza politica?
L’approdo di una nuova ragionevole legge elettorale è prioritario, ma bisogna che non sia pensata come fu per le ultime nell’ottica di favorire un po’ di interessi dei partiti. Se può anche essere ragionevole rivedere il numero dei nostri parlamentari (ma sarebbe meglio essere in grado di differenziare composizione e compiti fra Camera e Senato), è altrettanto importante evitare per il momento sia meccanismi decisamente maggioritari che meccanismi sbracatamente proporzionalisti. Il maggioritario funziona se c’è una almeno discreta omogeneità di intendere l’interesse comune, altrimenti il rischio di favorire tirannie delle minoranze organizzate è troppo forte. Un proporzionalismo esasperato ci riporterebbe alla frammentazione politica senza limiti con la tentazione alla proliferazione di piccoli partiti che poi renderebbero difficile qualsiasi sintesi politica.

Che giudizio sente di dare sui 10 punti esposti dai 5 stelle? Quali scelte considera necessarie per affrontare la nuova crisi da molti annunciata?

I 10 punti, poi divenuti 20 annunciati dai 5 Stelle sono mantra pseudo-ideologici su cui è difficile costruire: alcuni sono vuota retorica (no agli inceneritori, ritorno delle autostrade allo Stato, ecc.), altri sono generici buoni propositi che non si dice come verranno declinati (lotta alla corruzione, tempi limitati per svolgere i processi, ecc.). E’ comprensibile che per raggiungere un accordo di coalizione che è necessario per evitare al Paese lo choc di elezioni combattute a suon di demagogia, alla fine si prendano per buone delle declinazione condivise di alcuni “titoli”, ma il lavoro da fare sarà dopo, quando si dovranno riempire di contenuti. Per questo molto più del programma conterà la squadra di governo che si riuscirà a formare: senza persone di competenza e di autorevolezza non si combinerà nulla di buono.

Come valuta i punti programmatici presentati dal PD?
I punti che ha presentato il PD sono anch’essi abbastanza generici. Sono espressi con più stile di quelli di M5S e alcuni toccano problemi importanti, ma non riescono ad andare oltre una ampia affermazione di principio. Prendiamo quello in difesa della democrazia rappresentativa e del rilancio della centralità parlamentare.Va benissimo in astratto, ma in concreto cosa si vuol dire? Democrazia rappresentativa e parlamentarismo sono in crisi in tutti i sistemi politici occidentali e non si dice come in concreto sia possibile rilanciarli e cosa faccia il PD per contribuire a raggiungere quell’obiettivo. Temo che non sia con queste “petizioni di principio” che si riattiva un contatto con la gente.

 

Bankitalia: partono i controlli sull’uso dei contanti

Partono, da oggi, i controlli sull’uso anomalo di contanti da parte della Uif, l’unità di informazione finanziaria incardinata presso la Banca d’Italia. La misura, prevista dalla riforma del 2017, prevede l’invio delle comunicazioni su prelievi e versamenti presso banche, Poste, istituti di pagamento. Si potrà sapere il nome di chi ritira o versa banconote per oltre 10mila euro complessivi in un mese. Non sarà una segnalazione automatica di operazione sospetta ma accenderà un faro da parte delle autorità.

La comunicazione dovrà essere inviata, ha chiarito la stessa Uif, anche se si supera il tetto dei 10mila euro attraverso più operazioni singolarmente pari o superiori a 1.000 euro. Il primo invio dovrà essere effettuato entro il 15 settembre 2019 e riguarderà i dati riferiti ai mesi di aprile, maggio, giugno e luglio.

La procedura è stata necessaria perché, i contanti in Italia restano ancora molto usati, rispetto agli altri paesi europei.

E come rilevava di recente uno studio della stessa Uif, sono usati maggiormente al Sud per una questione di arretratezza finanziaria e tecnologica ma gli usi anomali sono concentrati al Centro Nord, laddove guarda caso l’economia muove risorse maggiori.