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COSA OCCORRE FARE E DA DOVE OCCORRE PARTIRE CON IL PROSSIMO PARLAMENTO E IL PROSSIMO GOVERNO SUI TEMI SOCIALI DELLE DISABILITÀ.

Ecco i primi 6 punti da mettere subito in agenda

Non ha importanza chi fosse al Governo ieri cosi come oggi o domani, quello che conta è che sui temi sociali delle disabilità e dell’assistenza alle persone con disabilità o non autosufficienti, cosi come agli anziani, ma anche delle tutele per i lavoratori fragili più esposti ai rischi di questa pandemia che non accenna a finire, occorre “fare”.

Non possono esservi veti della politica che nella maggior parte dei casi si verificano per una mancanza di conoscenza dei temi da parte del legislatore, per una scarsa propensione di alcuni di essi a porsi in concreto nei panni dei Cittadini più fragili, o per sterili contrapposizioni delle ideologie politiche che trovano il loro momento di rivalsa nel voto parlamentare tra maggioranza e opposizione magari proprio per affossare decisioni sui temi sopra citati o, peggio, divisioni volte ad assecondare interessi di parte, o ancora per brutali calcoli sulle risorse da individuare che se date alle disabilità, verrebbero sottratte al altre misure importanti solo per la parte politica che le propone.

Ma prima di proseguire vi racconto una storia che non ha ancora il suo lieto epilogo e che spinge e rafforza il mio impegno civile in favore del mondo delle disabilità, che non è un mondo a parte ma è parte integrante di questo nostro mondo e come tale non può essere ignorato.

Nel 2017 con la Legge n. 205, venne introdotto per la prima volta in Italia il riconoscimento della figura giuridica del Caregiver Familiare. Si dava quindi dignità a coloro che, in silenzio, a costo di immensi sacrifici personali, assistono costantemente il loro congiunto convivente con disabilità grave.

Non mi dilungo qui, su cosa fanno i Caregiver Familiari (da non confondere con Colf e Badanti) e sui rischi di isolamento sociale che comporta la loro insostituibile funzione di sussidiarietà allo Stato nell’assistenza domiciliare al congiunto con disabilità grave, o sui rischi e sugli effetti, derivanti una non realizzazione della loro legittima aspirazione di vita, occupazionale, economica e quindi previdenziale, che sebbene siano elementi noti anche alla politica, restano ancora nodi irrisolti.

Con la Legge 205, vennero anche stanziati dei soldi, ben 20 milioni per il 2018, da destinare proprio a loro: i Caregiver Familiari.

Tuttavia ad oggi sono molto pochi coloro che ne hanno beneficiato in misura praticamente irrisoria, anche se sembra che per allargare l’attuale platea dei beneficiari (forse in chiave elettorale) il contributo verrà ulteriormente ridotto a chi ha la fortuna di essere riuscito ad averlo, peraltro non direttamente come prevedeva la legge istitutiva ma attraverso un lungo passaggio burocratico che vede le sempre poche risorse economiche destinate prima alle Regioni, poi ai Comuni e da qui, con clausole stringenti e teoricamente non previste dalla legge, alla persona con disabilità “gravissima” (che per inciso è un termine che non esiste ai sensi dell’art. 3 comma 3 della L. 104/92 ma viene erroneamente mutuato da un DM del 2016 del Ministro del Lavoro, che andrebbe corretto) a titolo di assegno di cura, ma mai direttamente al Caregiver Familiare per le finalità della legge, trasformando così la sua insostituibile opera e presenza in quella di un fantasma senza diritti.

Si è quindi determinata, in mancanza di una norma applicativa chiara e capace di individuare la platea dei Caregiver Familiari ad essere beneficiari di misure di sostegno, una varietà applicativa della norma originale che, ove tradotta anche in norme regionali se emanate dalle Regioni, si concretizza nell’erogazione dei servizi fondamentali per la realizzazione del diritto del Caregiver Familiare. Questo tuttavia resta sempre in secondo piano, rispetto al congiunto con disabilità assistito, determinando così una inaccettabile sperequazione di trattamento tra cittadini in pari condizione di fragilità sociale ed economica e quindi di estremo bisogno.

La battaglia dell’emendamento sul Caregiver Familiare nel 2017 fu vinta non senza difficoltà, forti delle 165 firme che raccogliemmo e che rappresentavano per il Governo un palese rischio di finire in minoranza in Aula se non avesse mutato il proprio parere all’emendamento da “contrario” a “favorevole”, cosa che poi avvenne, determinando così il voto favorevole all’unanimità della Commissione Bilancio del Senato. Io c’ero e quella norma come molte altre per portare avanti quella battaglia di civiltà, è stata una vittoria non solo mia ma di tutti coloro che l’hanno sottoscritta con in testa la senatrice Laura Bignami che propose l’emendamento.

Ma veniamo all’oggi, purtroppo, nonostante le promesse elettorali del 2018, ancora non si è provveduto ad una regolamentazione anche amministrativa necessaria per individuare i Caregiver Familiari sulla base di una valutazione multidisciplinare e multidimensionale e dunque corrispondere loro, in forma diretta, il sostegno economico e i servizi cui avrebbero diritto secondo le intenzioni della norma del 2017.

Alla fine di questa legislatura, che si è chiusa anticipatamente, facciamo il punto su cosa occorre mettere nell’agenda politico-parlamentare e del Governo che uscirà dalle urne del prossimo 25 settembre, da realizzare nei i primi 100 giorni di attività.

Ci sono alcuni grandi temi abbandonati, o declinati non appropriatamente in norme complete ed efficaci, sui quali è necessario che il nuovo Parlamento si attivi sin da subito per realizzare nel concreto i diritti delle persone con disabilità, ovvero per migliorare la loro condizione di vita e quella dei loro nuclei familiari.

Ecco i primi sei punti in sintesi:

🔴 Revisionare la legge delega sulla disabilità, che appare incompleta, scritta frettolosamente perché vincolante per le risorse del PNRR e per assecondare l’Europa, ma “carica” di disposizioni “estranee” che rischiano di sovrapporsi ad istituti già esistenti e che rischiano di mettere in discussione i diritti già acquisiti delle persone con disabilità, senza migliorare in concreto e nell’immediato la loro condizione di vita. Sul tema sarebbe stato necessario usare meno parole, meno annunci, meno proclami e proporre norme di immediata concretezza e utilità per i cittadini.

🔴 Occorre completare urgentemente la regolamentazione del Caregiver Familiare di cui al comma 255 della legge 205/17 che, nonostante le promesse, anche nella 18^ Legislatura che si chiude non è stata fatta, lasciando così una differenziazione di tutele inaccettabile sotto il profilo dei diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione.

🔴 Definire norme strutturali che prevedano l’incremento delle pensioni di invalidità con percentuale inferiore al 100%, che non sono state aumentate in conseguenza della sentenza della Corte Costituzionale che ha imposto l’incremento delle pensioni agli invalidi civili totali. Anche qui, nonostante le indicazioni della Consulta le promesse non sono state mantenute. Per questo occorre farsi carico con responsabilità di porre in campo una riforma della previdenza e dell’assistenza, in particolare delle persone con disabilità o non autosufficienti, in modo sostenibile ma che dia certezza di dignità di vita.

🔴 Occorre con urgenza potenziare, anche sotto il profilo delle risorse da destinare a tale scopo mediante una revisione periodica delle norme sulla base dei mutamenti socio economici, la normativa in materia di diritto allo studio delle persone con disabilità e disturbi specifici dell’apprendimento come elemento imprescindibile per una Scuola ed una Università realmente inclusive che valorizzino il ruolo di giustizia sociale della terza missione con l’obiettivo costante di riequilibrare le differenze di partenza, anche nelle competenze, degli studenti e delle studentesse con disabilità o DSA. Ciò affinché la Scuola e le Università siano concretamente la porta di accesso per la realizzazione occupazionale. Questo senza dimenticare che nel processo di formazione e inclusione, o meglio di non esclusione degli studenti con disabilità o dsa, il ruolo fondamentale è proprio quello dei corpi docenti e amministrativi ai quali devono essere riservate specifiche azioni di formazione e professionalizzazione, tese alla creazione di una forte cultura in materia di disabilità, capace anche di rafforzare la loro azione di orientamento degli studenti cosi come di integrazione con le famiglie, primo luogo di formazione ed orientamento dello studente, anche avvalendosi dello sviluppo del partenariato pubblico-privato.

🔴 Occorre procedere con urgenza alla riforma del collocamento obbligatorio di cui alla legge 68/99, anche mediante un rinnovato patto sociale tra imprese pubbliche e private, affinché si realizzino in concreto le condizioni per la creazione di un mondo del lavoro effettivamente inclusivo e capace di essere, anche culturalmente, a misura delle persone con disabilità, valorizzando inoltre la creazione e l’azione di organi collegiali negli ambienti di lavoro per assicurare piena dignità e condizioni di parità nel lavoro alle persone con disabilità o disturbi specifici dell’apprendimento.

🔴 Alla luce delle esperienze sin qui vissute a seguito degli anni di pandemia, è necessario dare certezza e continuità alle forme di Tutela sanitaria e di prevenzione dai rischi pandemici per i lavoratori fragili pubblici e privati, ivi compresi quelli delle Forze Armate e di Polizia ad Ordinamento Militare in servizio effettivo, anche attraverso forme di automatismo per l’attivazione delle tutele. Questo per evitare, come più volte accaduto nel corso di questi ultimi due anni, di lasciare tali soggetti in balia della agognata “proroga dei termini di vigenza” delle misure di tutela previste dai commi 2 e 2 bis dell’articolo 26 del decreto legge 18/2020,  che, come noto, sono terminate senza alcun rinnovo il 30 giugno scorso.

Sono solo sei punti, i primi ma essenziali, che propongo anche se occorrerebbe veramente (e finalmente) una vera legge quadro per riformare l’intero settore delle disabilità, delle fragilità e delle non autosufficienze per dare certezza del diritto a tali persone e ai loro nuclei familiari, agli anziani non autosufficienti, alle persone con disturbi specifici dell’apprendimento e ai lavoratori in condizioni di fragilità.  Spero, e non solo io, che tali punti divengano il “must to do” dell’agenda dei primi 100 giorni del Governo che verrà.

E’ giunto il momento che la politica dimostri di non essere solo capace di “recitare” parole sulla disabilità, di fare annunci sul “faremo” a cui non segue mai nessuna azione concreta e dia seguito, con la necessaria volontà e competenza tecnica, ad ogni azione volta a delineare con concretezza e celerità, le soluzioni dei tanti temi ancora aperti che per molte persone e per le loro famiglie sono come delle ferite aperte.

 

*  Francesco Alberto Comellini ha iniziato la sua carriera professionale nella cooperazione internazionale allo sviluppo come direttore di progetti sociali finanziati dal Ministero degli Affari Esteri italiano in Sud America. Si è occupato delle relazioni bilaterali e della cooperazione allo sviluppo come membro della delegazione del CelS alla Conferenza delle Nazioni Unite per la lotta al narcotraffico. È stato componente del Comitato Televendite, istituito con decreto del Ministro delle Comunicazioni, Consigliere per i rapporti istituzionali di REA – Radiotelevisioni Europee Associate. È stato consulente parlamentare dei membri della Camera dei Deputati. Consulente del Formez PA per la comunicazione della Consigliera Nazionale di Parità (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali). Ha costituito e diretto l’Ufficio Relazioni Istituzionali e Comunicazione di Assopetroli Assoenergia. È stato relatore a convegni e seminari sui temi dell’energia e delle comunicazioni istituzionali, svolti presso diverse istituzioni tra cui la Fondazione Konrad Adenauer, il Centro Studi Avanzati per la Difesa, la Luiss Business School, l’Università Lumsa e presso il dipartimento di giurisprudenza dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Quest’ultimo per un seminario sul diritto derivante dal riconoscimento del caregiver familiare. E’ stato Coordinatore dell’Ufficio Legislativo di un Gruppo Parlamentare al Senato della Repubblica (COR). Da maggio 2017 a fine XVII legislatura ha collaborato con diversi parlamentari. È inoltre Consulente Politico e Comunicazione Pubblica esperto in politiche pubbliche e relazioni istituzionali. Da agosto 2018 all’agosto 2019 è stato chiamato dal Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega alla Famiglia e alla Disabilità e incaricato della segreteria tecnica e dei Rapporti istituzionali. In questo ruolo ha seguito direttamente con il Sottosegretario, l’attività parlamentare e i rapporti con i membri della Camera e del Senato. Dal 2019 è stato chiamato a far parte del gruppo di lavoro su Disabilità e Dsa presso l’Agenzia Nazionale per la Valutazione e la Ricerca Universitaria, che l’8 giugno del 2022 ha pubblicato il primo rapporto ANVUR  “Gli studenti con disabilità e DSA nelle università italiane – Una risorsa da valorizzare” . Nel 2019 ha collaborato con l’Associazione ANGLAT e nel 2020 con l’Associazione Nazionale Mutilati Invalidi Civili – ANMIC. Da novembre 2021 è membro del Dipartimento per il Benessere Integrale “Maria e il creato”, Gruppo di Lavoro – Servizi territoriali alla persona e alle famiglie della Pontificia Accademia Mariana Internazionalis (Ente dello Stato Vaticano) e da ultimo è stato chiamato a far parte del Comitato Scientifico dell’Osservatorio permanente sulle disabilità dell’Università UNITELMA Sapienza. Dal 2016 svolge con passione l’impegno civile di pressione e sensibilizzazione delle Istituzioni politico-parlamentari e di Governo e dell’opinione pubblica in favore della piena realizzazione dei diritti delle persone con disabilità o DSA e delle persone più fragili. Ha scritto numerosi articoli in materia di politiche per le disabilità

LA DESTRA NON SI FRONTEGGIA CON LE FORZE RIFORMISTE IN ORDINE SPARSO.

 

Le identità di cultura politica si rigenereranno, temprate da una crisi senza precedenti come quella che stiamo vivendo. Ma ora non è il tempo delle divisioni.

 

Lorenzo Dellai

 

A meno di auspicate novità delle prossime ore, saremo chiamati a votare difronte ad uno scenario assai strano. Dopo aver ucciso il Governo Draghi – con il determinante contributo degli utili idioti grillini – la Destra (ma quale “centro-destra”? Smettiamola con questa manipolazione semantica) si presenterà alle elezioni unita e compatta.

 

Chi invece ha votato a favore di Draghi pare orientato a presentarsi diviso. Ognuno rivendica centralità e responsabilità, ma ognuno vuole correre da solo, pensando di essere – da solo – la reincarnazione di Degasperi, Churchill, Kennedy e De Gaulle nella stessa persona. Agiscono “come se” ci fosse il proporzionale puro, ma la riforma elettorale non è stata fatta, purtroppo.

 

La Destra lo ha capito. Gli altri no.

 

Pensano di poter conquistare posizioni sul campo, da usare dopo il voto. Ma rischiano così invece di spartirsi solo le macerie di una sconfitta di proporzioni cosmiche. Quando la Destra avrà conquistato la maggioranza (magari dei due terzi) del Parlamento, forse, lo capiranno, ma sarà tardi.

 

Facciamo appello a Letta, Renzi, Calenda, Zamagni, Sala e agli altri personaggi che in questi mesi hanno interpretato – seppur con diverse sensibilità – l’Italia che non si rassegna. Ascoltiamo ciò che dicono persone come Marco Bentivogli. Leggiamo attentamente le analisi di Padre Francesco Occhetta su “Comunità di Connessioni”.

 

Interpretiamo bene ciò che bolle nelle pieghe delle nostre comunità locali. Le nuove forme della rappresentanza politica nasceranno nel prossimo futuro. Le identità di cultura politica si rigenereranno, temprate da una crisi senza precedenti come quella che stiamo vivendo. E magari lo faranno su spartiti inediti.

 

Ma ora il tempo non è quello della divisione, ma quello delle convergenze possibili e necessarie contro la deriva della Democrazia e dell’Europa. Come disse Aldo Moro, “questo è il tempo che ci è dato vivere”.

 

Tutto il resto sarà caduco ed effimero.

ADESSO È IL TEMPO DELLA VERITÀ. QUALE ALLEANZA DI CENTRO SINISTRA SI VUOLE COSTRUIRE?

Diceva Mino Martinazzoli chein Italia la politica è sempre stata sinonimo di politica delle alleanze”. Allora, che alleanza per il 25 settembre? Il tempo sta per scadere. Al di là delle promesse da marinaio o delle proposte goliardiche, è giunto veramente il momento per sapere se il Pd, innanzitutto, e i suoi principali alleati perseguono realmente lobiettivo di costruire e consolidare una coalizione di centro sinistra nel nostro Paese.

 

Giorgio Merlo

 

 

Ora siamo arrivati al dunque. Mi spiego subito e meglio. Il centro sinistra – o almeno alcuni dei suoi capi partito – non può continuare pubblicamente a recitare il rosario laico della necessità dell’alleanza vasta, di raccogliere sino all’ultimo voto contro i potenziali “fascisti” e contro un’alleanza “sovversiva, illiberale e pericolosa” per la qualità della nostra democrazia e poi, privatamente, stendere l’elenco dei veti e delle pregiudiziali politiche e personali contro tizio, caio e sempronio che pure appartengono a questo campo politico.

 

Insomma, per dirla con chiarezza e senza infingimenti ed ipocrisie di varia natura, o si lavora per costruire un’alleanza politica riformista, democratica, di governo e realmente e convintamente inclusiva oppure, al contrario, lo si dice in pubblico per lavarsi la coscienza e poi si punta in privato – esclusivamente ed organicamente – a fare il pieno di potenziali eletti per il proprio partito con tanti saluti ad una alleanza e ad una coalizione competitiva e capace di essere una vera alternativa al centro destra e alla destra. Questo, e non altro, è il cuore della scelta politica che deve fare innanzitutto il vertice del Partito democratico e, in secondo luogo, tutti i partiti e i movimenti cosiddetti alternativi al centro destra e alla destra. Perché, sino ad oggi, abbiamo assistito ad uno spettacolo francamente indecente che non può non far rabbrividire qualsiasi cittadino/elettore che vota un’alleanza di centro sinistra. E questo perché  prevalgono, paradossalmente e grottescamente, una serie di veti e di controveti che bloccano all’origine qualsiasi possibilità di dar vita ad una alleanza politica seria e competitiva.

 

Del resto, con questa strana e singolare concezione non sarebbe mai nato l’Ulivo – per non parlare dell’Unione – ma non sarebbero mai decollati neanche altre formule politiche del passato sempre ispirate a quella “cultura delle alleanze” che resta il punto nevralgico e decisivo per dare un governo al nostro Paese nel segno del pieno riconoscimento del pluralismo democratico e della negazione della prassi del “partito unico” e, di conseguenza, dell’uomo solo al comando. E questo non solo perché , come ci ricordava sempre l’indimenticabile Mino Martinazzoli, “in Italia la politica è sempre stata sinonimo di politica delle alleanze”. Ma per la semplice ragione che, soprattutto in un contesto politico ed istituzionale caratterizzato da un impianto sostanzialmente bipolare, se non si costruisce una alleanza competitiva, larga e plurale la sconfitta è già assicurata in partenza.

 

Ed è proprio questo il dubbio che comincia a circolare sempre di più nel campo del centro sinistra. Perché, per dirla con l’ultima notizia di giornata, quando Clemente Mastella ha posto il tema di costruire finalmente un’alleanza larga e plurale senza alcuna prevenzione o pregiudiziale di natura politica o personale nei confronti di chicchessia, la reazione dei vari capi partito del centro sinistra non è stata affatto entusiasmante e nè tantomeno positiva, nonchè scontata. E questo, purtroppo, resta il vero tallone d’Achille non solo per il futuro e la prospettiva del centro sinistra ma anche, e soprattutto, per il destino democratico e riformista del nostro Paese.

 

Ora, tutti sappiamo che il tempo sta per scadere. E, al di là delle promesse da marinaio o delle proposte goliardiche che vengono pubblicamente avanzate sapendo che poi saranno privatamente sabotate, è giunto veramente il momento per sapere se il Pd, innanzitutto, e i suoi principali alleati perseguono realmente l’obiettivo di costruire e consolidare una coalizione di centro sinistra nel nostro Paese o se, al contrario, danno per scontata la sconfitta al prossimo 25 settembre e si cerca, ognuno per sè, di ridurre i danni. Tertium non datur. Questo è il bivio di fronte al quale ci troviamo. Tutti sappiamo, ma proprio tutti, che in molti collegi del Sud senza un’alleanza politica vera e convinta con Mastella e il suo partito il risultato è compromesso in partenza. Senza sconti e senza ipocrisia. E lo stesso, forse, può valere per Renzi in altri territori del nostro Paese, e via discorrendo.

 

Ecco perché adesso deve avere il sopravvento “il linguaggio della verità” a scapito di quello ispirato alla furbizia se non addirittura a quello dell’ipocrisia. Saranno solo le scelte politiche concrete a dirci quale delle due linee prevarrà. E questo è utile oggi per sapere come il centro sinistra affronterà questa impegnativa e complessa campagna elettorale e domani per certificare che le responsabilità politiche di una eventuale sconfitta avranno nomi e cognomi ben definiti.

L’ETÀ DEI GHIACCIOLI. UN RACCONTO GIOCATO SUL FILO DELL’AMARCORD.

 

L’autore propone un’incursione nell’estate della sua infanzia,  immaginando di associare a questo ricordo una generazione che quel tempo l’ha vissuto, forse con analoghe esperienze. Il testo rappresenta un capitolo del libro ‘Ligure Lombardo’, scritto molti anni fa, ora fuori commercio. Provinciali ne aveva già pubblicato uno, ovveroLe piazze di paese dove siamo cresciuti” (ospitato anche “Il Domani d’Italia”), ricevendo un inatteso, grande successo (con i complimenti anche di diversi Colleghi o Scrittori, con la C e S maiuscole).

 

Francesco Provinciali

 

Quando ero piccolo ma in grado di capire le cose, dopo aver fatto i compiti uscivo da solo o con gli amici e mi fermavo a giocare nei paraggi di casa. Si andava in bicicletta nel corto rettilineo tra la fontanella ‘d’aegua bronzinna’ (di acqua del rubinetto) e la piazza della chiesa N.S. Assunta di Genova Prà Palmaro. Era un tragitto breve ma a noi sembrava una tappa del Giro d’Italia, era dritto e piatto ma noi ci vedevamo curve, salite e discese. Nei primi tempi usavo le bici degli amici fino a quando i miei genitori non me ne avevano comprato una tutta mia: costava diecimila lire ed era usata ma a me sembrava quella di Gimondi.

 

Quando, qualche anno dopo, era venuto Gino Bartali – che non correva più da tempo – a inaugurare la  sede di un supermercato COOP, io ero lì, in prima fila a cavalcioni della mia Bianchi. Mia nonna, una donna molto religiosa, mi aveva spiegato l’importanza di quella chiesa: era ‘plebana’, cioè nei tempi antichi aveva la giurisdizione ecclesiale più estesa del circondario e poi aveva conservato quel titolo nei secoli successivi. I miei compagni di sgambate in bici erano Seba (Sebastiano) e Davide. In casa del primo, che era anche mio compagno di classe alle elementari, ci andavo a fare lunghe partite a Monopoli ma perdevo sempre: lui ‘comprava’ terreni, case e alberghi e mi mandava puntualmente in rovina.

 

Giocavamo anche coi trenini elettrici, da lui e da me, ma il suo era un costoso Rivarossi e il mio un più modesto Lima.

Qualche volta lo invitavo io e si faceva una gran cagnara in casa mia, con lui e i miei fratelli, allora molto piccoli. Si saltava ripetutamente su un vecchio divano, facendo un gran baccano, fino a quando si affacciava mia mamma sulla porta della sala e ci diceva “fate i fetentoni?”, e quello era il segnale per piantarla lì. Quel divano, che noi bistrattavamo come una rete da circo equestre, era in realtà un pezzo di antiquariato lombardo, di cui i miei genitori si erano disfatti in cambio di un ‘trumeau’ da ingresso, di quelli fatti in serie, per ritrovarlo poi sontuosamente ristrutturato e rimesso a nuovo, in vendita  a una cifra astronomica nella vetrina del mobiliere.

 

Oltre alla bici si giocava pure a pallone, in piazza, ma a quell’occupazione ci avrei dedicato più tempo in seguito quando, crescendo, ero stato ammesso alla ristretta cerchia di iniziati che potevano godere di quel privilegio. Nel tempo libero si andava nella sede di azione cattolica: tutti i ragazzini della mia età erano iscritti ‘d’ufficio’ al gruppo degli ‘aspiranti’: c’erano il calcetto, il biliardo (ma quello era riservato a chi ci sapeva fare) e tante stanze a disposizione dove, alla domenica, si andava pure a catechismo. In giro non c’erano molti altri svaghi né occasioni di divertimento: la mia generazione è cresciuta così, in mezzo alla strada.  Bevevamo alla fontanella o alle canne dei contadini ma nessun genitore aveva mai mandato un esposto all’ASL per verificare la purezza dell’acqua: forse perché le ASL non esistevano ancora e forse perché loro, i nostri amati genitori, avevano visto di peggio durante la guerra.

 

Ricordo che a carnevale ci mascheravamo con quello che si trovava, al massimo ci compravamo una pistola e un cappello da sceriffo e ci divertivamo così, senza annoiarci e senza fare i bulli. Alla parata del ‘carossezzo’ (sfilata in maschera) si partecipava tutti e le bambine venivano premiate per i loro costumi: avevano addosso i vestiti dismessi delle nonne ma vincevano classificandosi con la più nobile livrea di  “damine dell’800”. Di quel punto, davanti alla sede del vecchio municipio locale che comprendeva anche i giardinetti pubblici, dove avvenivano quelle premiazioni, ho un ricordo particolare: di una volta che c’era stato un alto prelato, posizionato in cima alle scale esterne in pietra del palazzo che, rivolgendosi al folto pubblico di bambini presenti, non ho in mente per quale circostanza, aveva maliziosamente chiesto: “preferite la mamma che avete a casa o quella che avete in cielo?”. E tutti in coro, ero rimasto stupito da quello slancio, proprio incoraggiati dalla tante e tante mamme presenti, avevano urlato: “quella del cielo!”.

 

Avrei voluto alzare la mano per dire che no, in quel momento, io preferivo la mia di mamma, quella che avevo a casa ma non l’avevo fatto intuendo, come tante altre volte mi è poi capitato nella vita, che sarei stato guardato male, di traverso, come un disadattato. Ripensandoci oggi credo che se si riproponesse l’occasione questa volta parlerei, ma senza polemica: solo per dire che tra le due mamme, per un bambino di quella età non doveva esserci conflitto. Una la vedeva, ed era quella che gli scodellava la minestra e gli rimboccava le coperte e l’altra, di cui a quell’età aveva solo vagamente sentito parlare, non avrebbe trovato nulla da ridire ad una sua eventuale scelta più sincera. Se la situazione si ripetesse oggi uscirebbero fuori nell’ordine: la privacy, la pluralità dei credi e delle confessioni, l’ingerenza negli affari di stato e il complesso di Edipo. Non è trascorso un secolo ma anche questo è un segno dei tempi.

 

Dalle parti di casa mia, nelle strade interne, girava il camioncino del ghiaccio e noi gli davamo la caccia, specie d’estate. In tutte le case non c’erano ancora i frigoriferi, sarebbero arrivati di lì a poco insieme alle cucine americane in formica e ai lavelli inox: usavano le ghiacciaie, che non producevano il ghiaccio ma lo consumavano lentamente per conservare i cibi e sembrava già un lusso così. Questo camioncino si trascinava appresso una fila di petulanti mocciosi, tra i quali c’ero pure io: come si fermava si partiva all’assalto, come i pirati che abbordano una nave in rada. L’autista era un bonaccione, non si scocciava mai e ci spezzava col punzone delle piccole scaglie che noi leccavamo fino alla loro consunzione: mai mangiato dei ghiaccioli così buoni.

 

Era solo acqua, non avevano né gusto né colore, quei sorbetti, ma il refrigerio che concedevano era impagabile. Qualche tempo dopo venne cambiato l’autista e quello nuovo non era così comprensivo come il suo collega: ci prendeva a calci nel sedere come ci vedeva avvicinare al cassone. Nel frattempo nelle latterie e nei bar era iniziato il commercio dei ghiaccioli veri, quelli di marca e se ne vendevano in gran quantità: marca “Conti” e si poteva vincerne un altro se nello stecchino si trovava la scritta ‘hai vinto!’. I miei erano contrari ai ghiaccioli, dicevano che rovinavano la pancia, al massimo mi concedevano il camillino, il pinguino o la coppa dei piccoli. Allora io li mangiavo lontano da casa e poi mi sciacquavo bene le labbra per non lasciare tracce di colore.

 

Ricordo che una volta una buonanima di donna – che Dio l’abbia in gloria – mi aveva visto mentre me ne mangiavo uno e, chissà perché, era corsa a dirlo a mia mamma. A casa ero stato sottoposto a un interrogatorio di terzo grado e mi sentivo tremendamente in colpa: il ghiacciolo mi era piaciuto ma poi mi era andato di traverso. “Hai mangiato una coppa o un ghiacciolo?” incalzava lei e io confesso che quella volta avevo spudoratamente mentito: “una coppa – avevo risposto – di quelle con la ciliegia”. E questo era uno dei peccati possibili del tempo, magari neanche facilmente perdonabili.

LE ELEZIONI DEL 25 SETTEMBRE NON POSSONO PREFIGURARSI COME UNO SGORBIO DELL’ETERNO 8 SETTEMBRE ITALIANO.

Brevi considerazioni sul filo del realismo e del paradosso. Bisogna salvarsi dal pessimismo di Galli della Loggia, furioso con i centristi. Un vago concetto filosofico, aggrappato all’ironia benevola, ci restituisce invece un’idea di centro.

 

Ubaldo Alessi

 

Siamo entrati nell’eone della propaganda e non possiamo atteggiarci a sublimi commentatori senza passione. A destra e a manca la verità si costruisce con l’ansia di dragare il fiume dei consensi elettorali, scoprendo tuttavia che la meteorologia politica disvela un’analogo fenomeno di siccità nell’arido panorama di astensionismi rancorosi, difficili da riportare alle “chiare, fresche et dolci acque” della partecipazione e dell’impegno. Nessuna passione partigiana riesce a nascondere l’angustia e il disdoro di una politica disarcionata dal nobile destriero dell’io desiderante, ovvero del nostro attenderci con il cuore e con la mente un discorso razionale sul perché della lotta democratica, sulle motivazioni ad essa collegate, sui ragionamenti che l’accompagnano in generale o dovrebbero accompagnarla nelle vicissitudini correnti.

 

Non possiamo esimerci da uno sforzo di obiettività. Che le cose non siano chiare, esposte come si vede alla frammentarietà dei linguaggi, alla confusione dei programmi, non è contestabile. La divisione passa per un giudizio che si protende, anche al di là delle intenzioni più aggraziate, nel comodo e inevitabile pregiudizio. Chi non vuole la Meloni, volge lo sguardo a sinistra; chi assume la sinistra come un destino infausto, per quanto Letta non sia un estremista, accetta qualsiasi torsione dello schieramento di destra, anche la possibile leadership della Giovanna d’Arco uscita dai circoli giovanili di matrice fascista. Questo accenno di radicalizzazione ha fatto già tabula rasa dei sinceri o strumentali peana per Draghi. Basta osservare come sia prossimo allo spegnimento il discorso sull’Agenda che porta il nome del Presidente del Consiglio dimissionato. Solo Calenda e Bonino tengono botta. In realtà le trattative in corso, da un lato e dall’altro, vertono su problemi urgenti e spinosi che attengono, per fare l’esempio canonico, sull’allestimento delle coalizioni e il vaglio delle candidature, più ancora sulla regola da adottare per la scelta del candidato alla guida del futuro governo.

 

I programmi dovrebbero fissare uno spartiacque. Eppure non è così, non sempre si ottiene, infatti, la limpida alternativa che giustifichi la rivendicazione di un’appartenza orgogliosa. Siamo sicuri che il presidenzialismo – tanto per citare la riforma costituzionale che Fratelli d’Italia assume  a fondamento della sua battaglia elettorale – non serpeggi in maniera trasversale a dispetto del suo carattere storicamente divisivo? Si obietta che ormai non rappresenta un tabù, bensì l’innovazione che serve a garantire la stabilità di governo, da valutare pertanto con pragmatismo, senza paraocchi ideologici. E così declina la capacità di ricondurre la questione, di per sé delicata, nel giusto ambito ideale e quindi nel perimetro di un’autentica cultura politica.

 

Ieri Galli della Loggia ha messo il dito nella piaga: si gioca con le illusioni. L’editoriale pubblicato sul “Corriere della Sera” parte dalla critica, finanche spazientita, alle varie mosse che dovrebbero portare all’organizzazione di un nuovo centro. Ebbene, dopo approfondita disamina, la fredda conclusione stabilisce che questo centro tanto agognato è vuoto, esiste solo nelle ambizioni e nelle velleità di alcuni condottieri senza esercito, fiduciosi che al pari dell’intendenza l’esercito in qualche modo seguirà. A scorrere il testo ci si avvede, però, che il vuoto non appartiene solo al centro, ma si estende all’intera dimensione della politica italiana. Nulla si salva: vanitas vanitatis et omnia vanitas.

 

Ora, tra la partigianeria e l’asetticità sconsolata, l’una del militante cieco e l’altra dell’intellettuale illuminato, ci deve essere una qualche via di mezzo. Almeno, questa è la speranza. Altrimenti si finisce di ridurre il 25 settembre – evento democratico per eccellenza – a sgorbio involontario dell’eterno 8 settembre della dissoluzione patria. A Galli della Loggia bisogna pur resistere, altrimenti ci si abitua a pensare che il regno del pessimismo sia il destino dell’umanità; ci si abitua cioè a una politica che oscilla tra la faziosità e il disincanto, prigioniera dell’irrimediabile gioco degli estremi; insomma, ci si abitua al peggio. E dunque, se questo può rinfrancare l’animo dei centristi, un vago concetto filosofico riporta alla luce l’esigenza di un punto intermedio, ovvero di una necessaria istanza mediatrice che salvi la vita, e in particolare la vita politica, dal superiore vuoto della casualità ingestibile. Nella filigrana dell’ironia, spesso preziosa, abbiamo ancora modo di proclamare che il centro esiste. O potrebbe esistere.

ELEZIONI 25 SETTEMBRE: LETTA E LA MARCIA DEI PROGRESSISTI. PIU’ AL CENTRO O PIU’ A SINISTRA? L’INSIDIA CALENDA

Da qui al 25 settembre il messaggio deve essere chiaro. L’elettorato è in grado di capire se la formula di centro sinistra comporta lo spostamento dell’asse politico verso l’uno o verso l’altro dei suoi termini costitutivi. C’è un’Italia che all’ideologia preferisce la concretezza. Bisogna dare risposte alle questioni più stringenti e impegnative, senza giocare sugli equivoci. Calenda si propone come un’alternativa che suscita attrazione, specie nei quadri di partito che provengono dall’esperienza della Margherita. Il discorso di fondo riguarda il futuro del Paese: con o senza Draghi?

Un osservatore esterno guarderebbe all’Italia con sorpresa e stupore. Abbiamo mandato a casa Draghi, senza troppi riguardi, e ci siamo imbarcati in elezioni anticipate che s’annunciano muscolari, per usare un aggettivo educato. Si torna a un bipolarismo che non promette la ricucitura democratica del Paese, ma la radicalizzazione dei suoi bisogni e dei suoi linguaggi. La transizione affidata al governo di unità nazionale non è stata sfruttata, in positivo, per creare le condizioni di una dialettica più matura ed equilibrata tra le forze politiche. Insomma, rischiamo di tornare indietro.

L’azione di Letta ha molti aspetti lodevoli. Non c’è dubbio che la sua volontà di aprire porte e finestre del partito corrisponda a un disegno di rinnovamento, sia nei contenuti che nei metodi. Nulla da eccepire a questo riguardo. Avrei preferito comunque che la sua incoronazione a segretario – il voto in Assemblea nazionale è stato pressoché unanime – imprimesse una immediata correzione alla linea della cosiddetta “alleanza strategica” con i 5 Stelle. La correzione purtroppo non c’è stata. Questo però non incide sulle valutazioni attuali, le uniche in grado di lasciare traccia nel dibattito elettorale. Il problema è che oggi la rottura con il “cattolico democratico” (sic!) Conte vale a livello nazionale, non in alcune regioni importanti come la Sicilia e il Lazio. Ciò rende più debole la proposta del Pd.

Nel breve tempo che ci separa dal 25 settembre il messaggio deve essere chiaro. L’elettorato è in grado di capire se la formula di centro sinistra comporta lo spostamento dell’asse politico verso l’uno o verso l’altro dei suoi termini costitutivi. Le parole devono corrispondere ai fatti e al momento i fatti segnalano che dietro il centro sinistra di nuovo conio fa capolino la vecchia illusione della sinistra di espandersi per emulsione di temi occhieggianti a un certo radicalismo di massa. Del resto, la denominazione “Democratici e progressisti” che Letta propone per queste elezioni, evoca i “Progressisti” del 1994, con la sonora sconfitta del PDS di Occhetto. Non essere smemorati è già una virtù.

Queste sono contraddizioni che non può concedersi un partito desideroso di accreditarsi come forza di equilibrio, capace agli occhi della pubblica opinione di proseguire sulla strada di Draghi. Se il problema è aggregare o riaggregare quel 30 per cento che dal 1948 costituisce il patrimonio elettorale della sinistra, allora più di tanto non serve insistere su ritocchi semantici o iconografici, utili solo in presenza di una diversa filosofia e una diversa strategia politica. Per questo molti quadri intermedi del Pd, perlopiù provenienti dalla Margherita, subiscono l’attrazione di possibili alternative, ad esempio di Calenda e del suo “deutero-riformismo”. Vedono infatti come egli si muove in funzione di una politica meno ideologica e più concreta, con l’obiettivo di “far respirare” un organismo sociale che vive la costrizione di questo bipolarismo.

Mi auguro che il Pd sia pronto a reagire, alzando il tono del confronto, aprendo ai mondi vitali di un’Italia che non si arrende, coinvolgendo nelle sue liste figure realmente rappresentative, legate a comunità e storie di sentimenti politici, come un tempo erano i partiti di popolo. Tra i cattolici circola un desiderio di buona politica e c’è, più in generale, un Paese che vuole o pretende coerenza. Occorre essere seri. Farsi paladini di Draghi nei “giorni dell’ira” e poi, passata l’emozione, lasciar cadere l’idea del suo ritorno alla guida del governo in caso di vittoria, è sintomo di confusione. Altri questo errore non lo commettono: alzano la bandiera di Draghi e annunciano di volere Draghi anche dopo il 25 settembre. Ecco, a forza di volere tutto e il contrario di tutto, in un lungo monologo di autogratificazioni, si corre il rischio di perdere il contatto con la realtà. È tempo di concentrarsi sulle risposte più impegnative e, proprio per questo, più vere.

ALLA DESTRA BISOGNA OPPORRE UN’ALLEANZA DI PROGRAMMA. NEI COLLEGI SERVONO CANDIDATURE UNITARIE.

Le forze politiche che hanno convintamente e lealmente sostenuto il governo Draghi e non lo hanno fatto cadere devono mettere a parte, almeno un po’, i propri specifici interessi e fare qualche sacrificio nell’interesse superiore. L’alternativa è perdere e con essa perdere tutto. Una battaglia solo identitaria, di “centro” o di “sinistra” condurrebbe alla sconfitta. Non c’è neppure il proporzionale, e quindi a maggior ragione non avrebbe alcun senso se non quello di solleticare l’ego di qualche capo-sigla. Dopo, il buio.

 

Enrico Farinone

 

Berlusconi avvia la campagna elettorale promettendo pensioni più ricche, manco fossimo tornati alla vuota sloganistica di 25 anni fa, e tanti alberi da piantumare senza sapere che un programma di riforestazione del territorio è previsto dal PNRR. Salvini ritorna sui suoi cavalli di battaglia, gli stessi da 10 anni a questa parte, e riprende quindi a picchiar duro sui migranti e i loro “barconi”, senza minimamente porsi il problema di come si dovranno gestire a livello europeo le migrazioni future, che rischiano d’essere epocali se la desertificazione provocata dal cambiamento climatico – che iniziamo a sperimentare pure noi a queste latitudini – non verrà bloccata da un radicale mutamento del nostro rapporto con la natura. Meloni ci avverte d’essere una “patriota” e si pone in atteggiamento muscolare e minaccioso contro quella stessa UE che sta dandoci un mucchio di soldi, per noi fondamentali, e altri ancora dovrebbe versarcene. Questi qui secondo tutti i sondaggi vinceranno le elezioni.

 

Ora, qualsiasi persona dotata di senno e non accecata dall’ideologia della Destra e dal suo odio verso tutto ciò che sa di sinistra (incluso quel cattolicesimo sociale impegnato silenziosamente nel servizio al prossimo con opere concrete e senza esporre immaginette votive da mostrare quasi fossero santini elettorali) si rende perfettamente conto che in questa maniera si va a sbattere.

 

Bene, di queste persone fortunatamente in Italia ce ne sono ancora molte. Sono la maggioranza del Paese, altrimenti nonostante tutti i nostri guai e le nostre carenze non saremmo ancora una delle nazioni più ricche al mondo. Sono le persone che, al di là dei propri convincimenti politici, apprezzavano Draghi come capo del Governo vedendolo anche come il garante di fronte all’Europa degli impegni assunti dall’Italia per l’attuazione dei progetti previsti dal PNRR. Queste persone non hanno né gradito né compreso le ragioni per le quali lo stesso Draghi è stato sfiduciato (fra l’altro in modo meschino, senza neppure un voto) dal Parlamento. A queste persone – prive di alcun orpello ideologico o politicista – i partiti che hanno lealmente sostenuto il governo Draghi dovrebbero rivolgersi, mantenendo pure ciascuno di essi la propria originalità politica, ma al tempo stesso costituendo una sorta di rassemblement da presentar loro nei collegi uninominali.

 

So bene che si tratta di un lavoro improbo, e il tempo è scarso. Scarsissimo. Si tratta di raggiungere un accordo politico. E poi di suddividere i collegi su base nazionale ma al tempo stesso avendo l’accortezza di candidare in ognuno di essi personalità locali note e autorevoli e non politici professionisti calati dall’alto. Ma le forze politiche che hanno convintamente e lealmente sostenuto il governo Draghi e non lo hanno fatto cadere devono mettere a parte, almeno un po’, i propri specifici interessi e fare qualche sacrificio nell’interesse superiore. L’alternativa è perdere, e con essa perdere, ogni partito, tutto invece che solo un poco, devoluto all’interesse comune come detto.

 

Si tratta, certo, di superare anche antichi e recenti litigi, incomprensioni e quant’altro nonché gli egocentrismi di leader più o meno davvero tali. Ma questo è un prezzo che questi signori dovranno essere disposti a pagare se realmente credono in ciò che dicono, ovvero che l’interesse dell’Italia è proseguire sulla via delle riforme e della collaborazione europea. Tanto più che alla gente comune dei loro rapporti personali non importa nulla. Assolutamente nulla.

 

Del resto, l’operazione qui proposta non trae forza dalla sommatoria delle diverse sigle, dall’indice di gradimento dei vari capi partito e nemmeno dall’eventuale photo-opportunity che questi ultimi eventualmente faranno con tanto di sorrisi di circostanza. L’operazione qui proposta trae forza, molta potenziale forza, da quanto si diceva all’inizio: dalle persone, dai cittadini, dagli italiani che sono rimasti allibiti da quanto accaduto e che ora sono preoccupati, più di prima, per la propria attività imprenditoriale o professionale, per il proprio lavoro subordinato, per la propria pensione, per i propri risparmi, per la mancanza di impiego per i giovani, insomma per l’andamento della propria vita familiare e individuale. Molti di questi italiani hanno in passato votato anche centrodestra, alcuni si saranno pure astenuti, ma essendo il loro un approccio non ideologico sono ben disposti (ormai abbiamo imparato: l’elettorato degli anni Duemila è mobile) a dare il proprio consenso a chi promette di proseguire il lavoro avviato da Draghi. Garantendo solennemente di essere disponibili a dimostrare con i fatti (ovvero anche con qualche sacrificio in termini di seggi parlamentari) di credere davvero a questo impegno.

 

A qualcuno più smagato questa può apparire una proposta ingenua, ancorché onorevole, ma a costui dico che l’alternativa è la sconfitta. E con essa una torsione regressiva in senso populista e nuovamente ostile alla UE, che produrrà nefaste conseguenze al Paese tutto. Se si parte da una condizione di svantaggio (quella nello specifico che da diverso tempo ci propone ogni sondaggio) per vincere bisogna togliere voti potenziali agli avversari e portarli dalla propria parte. I soli propri voti di appartenenza non bastano. Una battaglia solo identitaria, di “centro” o di “sinistra” (fra l’altro pure essa suddivisa tra diverse sigle) condurrebbe alla sconfitta. Non c’è neppure il proporzionale, e quindi a maggior ragione non avrebbe alcun senso se non quello di solleticare l’ego di qualche capo-sigla per alcune settimane. Dopo, il buio. Ma non solo per questi ultimi, che sarebbe poca cosa. Buio per il Paese, che invece è cosa molto più seria. E grave.

CANCELLARE DALL’AGENDA DRAGHI IL “REGIONALISMO DIFFERENZIATO”.

 

Le regioni del Nord e del resto del Paese (con le rispettive forze politiche di riferimento) dovrebbero capire che, sulla base dellinequivocabile modello di regionalismo previsto dalla Costituzione, non possono pensare di ottenere e gestire ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” in materiedi competenza dello stato per incrementare ulteriormente i propri egoismi finanziari e di potere.

 

Andrea Piraino

 

Dopo che, ancora una volta, all’approssimarsi della scadenza della legislatura, il ‘combinato disposto’ delle tre ‘sorelle’ del Centro-Nord (Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna) -alle quali da ultimo si sono aggregate le regioni Liguria, Piemonte e Toscana- con il dipartimento per gli affari regionali della presidenza del consiglio dei ministri aveva tirato fuori, con modalità quanto meno poco trasparenti, il progetto di passare subito al regionalismo differenziato secondo quanto previsto dall’art. 116, terzo comma, della Costituzione, l’ormai ex presidente del consiglio Draghi -nelIa sua relazione introduttiva del dibattito politico svoltosi al senato per verificare se vi fossero le condizioni di ricomporre la maggioranza di “unità nazionale” che lo aveva sostenuto fino a quel momento- ha sottolineato di assumere l’impegno “per il riconoscimento di forme di autonomia differenziata”.

 

Sulla base anche della spinta di quello che ormai si configura come un vero e proprio coordinamento delle regioni le Nord, non è difficile credere che la ragione di una tale affermazione sia da ricercare nell’accentuarsi delle crisi che in questi ultimi tempi si sono registrate in settori strategici della vita sociale nazionale come la sanità e le energie dove la governance ha raggiunto punte di confusività e conflittualità tra regioni e stato veramente preoccupanti. Così come è facile pensare che con questa affermazione Draghi volesse smussare le acute spigolosità creatasi con Lega e Forza Italia nel tentativo di ricompattare la maggioranza. Soltanto che non ha riflettuto abbastanza che a causa di una tale idea di attuazione del regionalismo, come ha scritto Massimo Villone (in la Repubblica Napoli del 23 giugno 2022), si finisce per incamminarsi “verso un separatismo (del Paese) soft”.

 

Per le forze politiche ed i presidenti delle regioni che la perseguono, infatti, questa forma di autonomia rafforzata non è semplicemente un fatto di efficientamento dell’esercizio delle funzioni regionali ma anche e soprattutto il tentativo di ancorare all’attuale “spesa storica”, sostenuta dalle amministrazioni statali, le risorse finanziarie umane e strumentali necessarie all’esercizio da parte delle regioni di queste ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia ‘conquistate’. Naturalmente, per cristallizzarle nelle loro disparità rispetto alle regioni del Centro-sud (Per avere un’idea del divario che si sancirebbe, basta considerare che la città di Reggio Emilia con 171 mila abitanti attualmente spende per istruzione e cultura rispettivamente 28 e 21 milioni di euro mentre la città di Reggio Calabria con 180 mila ab. ne impiega appena 9 e 4.) almeno fino alla definizione dei fabbisogni e dei costi standard che, a regime, dovrebbero poi costituire il nuovo criterio di calcolo per l’assegnazione delle risorse. Solo che è del tutto utopistico pensare che in uno o anche due/tre anni si riesca a fare ciò che non si è fatto in ben 21 anni dall’introduzione in Costituzione della norma riguardante la “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”. Sicché, viene difficile non concludere che ancora una volta si era (e si è) di fronte al vecchio tentativo delle regioni più ricche del Paese di risolvere le loro crescenti difficoltà competitive rispetto alle regioni del centro Europa con l’abbandono della solidarietà verso quelle del Sud Italia e pazienza se questo mette a rischio la coesione e l’unità nazionale.

 

Del resto, sia a livello di opinione pubblica che di classi dirigenti regionali e nazionali fa ancora molta fatica ad affermarsi l’idea – recentemente sostenuta da Antonio D’Amato, ex presidente di Confindustria – che, “senza una ripresa del Sud, l’Italia non ce la farà a riprendere un cammino stabile di crescita” e quindi che il regionalismo competitivo sempre più sbandierato dalle regioni settentrionali è un errore clamoroso che penalizza non solo il nostro Paese ma l’intera Europa. La quale da tempo, invece, si è resa conto di ciò e per questo con il Next Generation EU ha riconosciuto all’Italia una tale massa di risorse che senza questa giustificazione risulterebbero incomprensibili. Risorse, però, che naturalmente se non saranno impiegate senza un apprezzabile tentativo di creare un nuovo spirito nazionale, nel dialogo tra Sud e Nord, e non metteranno in campo un altro tipo di connessione, di idee, di propositi, di serietà progettuale, di voglia di conquistare assieme il futuro, potranno essere con facilità revocate negandoci le ultime rate dei finanziamenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

 

Siamo di fronte insomma – come ricordava Adriano Giannola nel recente convegno di Maratea organizzato dalle Fondazioni Nitti e Merita – alla grande contraddizione che potrebbe drammaticamente esplodere tra gli obbiettivi del Piano e la pretesa di autonomia differenziata delle regioni del Nord. Altro, dunque, che vagheggiamenti di un “Mezzogiorno piattaforma europea del Mediterraneo!”.

 

Ma questa dell’autonomia differenziata e, soprattutto, del modo di declinarla delle regioni del Nord e delle forze politiche che ad essa fanno riferimento non è l’unica modalità di interpretare il regionalismo! Che dalle univoche indicazioni che derivano dagli artt. 2 e 3, dall’art. 5, dagli artt. 116 e 117 e dall’art. 119 della Costituzione riceve invece una fisionomia completamente diversa. E non come genericamente la si indica: collaborativa, cooperativa, di stampo solidale. Ma come più specificamente si deve precisare di tipo complementare, integrativa, comunitaria.

 

Cosa di cui dovremmo cercare tutti di capire il significato! Perché è qui il focus dell’intera quistione del regionalismo repubblicano. Che finora non è stato adeguatamente colto. E cioè che esso è il modo paritario di organizzare e strutturare i territori e le comunità per assicurarne una governance condivisa e pienamente funzionale:1) al perseguimento dell’eguaglianza nell’approntamento e fruizione dei servizi; 2) alla garanzia delle libertà individuali e collettive nell’esercizio delle attività sociali ed economiche; 3) al confronto ed alla partecipazione delle diverse soggettività nelle decisioni che si devono assumere solidalmente.

 

E tutto ciò non  a seguito di una generica scelta ideologica o politica ma secondo le modalità di attuazione di una precisa norma costituzionale quale l’art. 117, ottavo comma. Dove, addirittura senza alcun intervento né meno a posteriori dello stato, è previsto che più regioni “per il migliore esercizio delle loro funzioni” possano concludere delle intese fra loro “anche con la individuazione di organi comuni”. Queste intese, logicamente, poi devono essere ratificate dalle leggi delle suddette regioni ma non richiedono, come detto, alcun intervento confermativo da parte dello  stato che nell’ordinamento comunitario della Repubblica non può pretendere chiaramente di svolgere alcun ruolo di indirizzo rispetto al modo autonomo di esercitare le proprie funzioni da parte delle regioni . È, insomma, l’applicazione del regionalismo repubblicano che è veramente paritario (v. art. 114 Cost.) e non ha bisogno dello stato se non come ente funzionale al raggiungimento delle finalità e degli obbiettivi stabiliti dalla Costituzione.

 

Lo ha compreso perfettamente tutto ciò il movimento Mezzogiorno Federato (MF) che si batte per la federalizzazione del Sud attraverso un processo di intese tra le varie regioni che dovrebbe portare ad un vero e proprio cambio di sistema con la costruzione anche di una organizzazione comune al fine di programmare e gestire gli interventi che l’esercizio delle funzioni proprie delle regioni richiedono. E lo dovrebbero capire ancor meglio le regioni del Nord e del resto del Paese (con le rispettive forze politiche di riferimento) che, sulla base dell’inequivocabile modello di regionalismo previsto dalla Costituzione, non possono pensare di ottenere e gestire “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” in ‘materie’ di competenza dello stato per incrementare ulteriormente i propri egoismi finanziari e di potere. Ma semmai per ottenere maggiori autonomie in settori statali dove porre in essere una forma di governance comunitaria che ne rafforzi l’adeguatezza, l’organicità e la efficienza degli interventi e della loro attuazione. Del resto, questo è quanto alcune, se non tutte, queste regioni hanno cominciato a fare aderendo alle due macroregioni europee che si sono costituite nell’area geografica dell’Adriatico e dello Jonio ed in quella delle Alpi. Così ancorando il riconoscimento dell’autonomia differenziata ad una condizione effettivamente diversa e propria del territorio e delle comunità interessate, senza ledere l’interesse proprio delle altre regioni.

 

Insomma, il regionalismo comunitario non è un voler tagliare le ali alla potenzialità espansiva delle regioni del Nord ma il bloccare lo spazio ai loro egoismi regionali contrari al bene comune del Paese e protesi ad un sostanziale stravolgimento del modello costituzionale.

 

Per il resto si tratta, poi, non solo di fornire alle regioni del Mezzogiorno gli strumenti adeguati  per aiutarle a fermare lo scivolamento rovinoso del loro modo di essere verso enti di gestione ed a indirizzare la propria azione verso la formazione di progetti strategici di sviluppo comune e di regolazione normativa della società ma anche di aiutare tutte le altre regioni ad avviare un progressivo processo di decentramento del loro potere unitario verso comuni e città metropolitane certamente più prossimi alle varie realtà territoriali e delle comunità.

 

Questo della dimensione istituzionale locale, infatti, è l’altro fondamentale profilo che le regioni devono recuperare nella prospettiva di una multilevel governance ancorata ai territori ed alle comunità locali! Ciò implica, sulla base dell’art. 5 Cost., una indispensabile riforma dell’organizzazione degli enti locali nella direzione di un recupero di funzioni amministrative essenziali e, soprattutto, di un salto di qualità nella gestione della efficienza  amministrativa. Città metropolitane, province, liberi consorzi di comuni non possono costituire la zavorra del sistema istituzionale. Ne devono diventare i protagonisti ma non in contrapposizione alle regioni o, comunque, alle altre istituzioni ma in sinergia con tutto il sistema  che finalmente deve capire che non esiste in funzioni di interessi particolari propri di singole comunità, territori, classi, gruppi sociali, agglomerati di interessi, etc. ma per perseguire – tutte le istituzioni insieme, naturalmente per le rispettive sfere di responsabilità- il bene comune dei cittadini. In questo modo la trasformazione  dei municipi  e delle città con la riconquista di poteri reali e risorse adeguate capaci di incidere sulla governance effettiva delle regioni costituirebbe la vera condizione capace di far rinascere l’intero Paese. Obbiettivo non più procrastinabile che implica, come fondamentale e primaria azione di chiunque voglia fare politica in questa contingenza storica, la battaglia per la riforma dello stato e l’introduzione di un autonomismo e regionalismo comunitario.

 

Ma se tutto questo è vero, la immediata conseguenza sul piano politico è una ed una sola: la cancellazione dalla cd. Agenda Draghi dell’ impegno che riguardi il riconoscimento di forme di  regionalismo differenziato e la chiara ed inequivoca opzione, invece, per attuare il regionalismo comunitario che è il modello che indica la Costituzione.

CAMPIONI DEL MONDO DI FIORETTO, GLI ITALIANI  AFFRONTANO LE ELEZIONI A COLPI DI MAZZATE. SERVE UN GRANDE CENTRO?

 

Interessanti le argomentazioni di Lillo Mannino e Gerardo  Bianco. La traumatica sfiducia a Draghi ha cambiato il quadro politico. C’è più attenzione alle potenzialità del centro. Ora, la spinta del cattolicesimo democratico e popolare deve favorire la configurazione di una “grande alleanza” che corrisponda allidea di un “grande centro”, con levidente finalità di unire i democratici anti sovranisti e anti populisti.

 

Lucio D’Ubaldo

 

Sulla spinta dell’indignazione per il licenziamento di Draghi, cresce la consapevolezza di quanto sia importante la mobilitazione dei cattolici. Non siamo agli appelli alla ricostituzione della Dc, ma alla presa d’atto della consumazione di ogni ipotesi centrista corriva con il sovranismo e il populismo. Conte e Salvini sono espressione di una politica che non si concilia con la tradizione del cattolicesimo democratico e popolare.  Né la  Meloni, con il suo rafforzato identikit di destra, può riuscire meglio nel tentativo di appropriazione di una eredità culturale e politica come quella democristiana (alla quale, saltuariamente, invita a guardare Guido Crosetto). Anche le personalità più ostiche al dialogo con il Pd, al punto di “sopportare” finora la reazione berlusconiana in quanto propiziatrice di una difesa dall’egemonismo della sinistra, giungono a considerare inammissibile la svolta nazional-corporativa che travolge la posizione dei moderati di centrodestra.

 

Durante i colloqui a Villa Grande, nei giorni cruciali della crisi, non è stata minimamente avvertita la voce dell’Udc. È la fine di ogni illusione o, se vogliamo, di ogni equivoco. Non solo Casini, leader di quel partito per molti anni, ha deciso di schierarsi al fianco del Pd fin dalle elezioni del 2018, rompendo perciò con il centrismo subalterno alla destra; non solo lui, appunto, ma anche Lillo Mannino, finalmente riconosciuto innocente al culmine di una lunghissima trafila di processi per presunti legami con la mafia, abbandona remore e pregiudiziali, a lungo ostentati, per dire oggi che lo stesso Pd si configura, alla luce degli eventi, come un “partito della stabilità (…) che di fatto sta al centro” (salvo sbandamenti); non solo, dunque, una generica esaltazione delle potenzialità di un’area che pure manca di una struttura sufficientemente omogenea, eccetto per il rifiuto dell’attuale bipolarismo, ma anche e soprattutto la prefigurazione di un asse tra centro e sinistra per fare argine all’offensiva di una destra già pronta a festeggiare la vittoria all’esito delle votazioni del prossimo 25 settembre.

 

In questa cornice non poteva mancare l’intervento di Gerardo Bianco, il “Gerry White” dei Popolari intransigenti, quelli della rottura con Buttiglione e la sua politica di appeasement rispetto alle lusinghe dell’allora Polo della Libertà. Prima di fare appello ai cattolici affinchè partecipino attivamente alla battaglia elettorale, Bianco ha voluto dire la sua sulla questione del centro. “La mia impressione – ha detto all’Adnkronos – è che sia sbagliata l’impostazione concettuale. Il ‘centro’ non è un luogo geometrico né un luogo dove si collocano le forze politiche. Il ‘centro’ è la risultante conclusiva di una politica. Il centro è sostanzialmente un elemento dove convergono le forze che trovano un accordo su una linea, un indirizzo non solo di politica economica ma anche di pensiero, soprattutto di grandi indirizzi di civiltà”. A seguire, però, ha voluto aggiungere un auspicio e una preoccupazione: “È auspicabile che, in vista delle prossime elezioni, ci sia uno schieramento, una coalizione che possa rappresentare ciò che ho appena detto, ma non aiutano queste iniziative personali, fra l’altro di persone che in qualche modo sono anche state causa della crisi. I vari Renzi, Calenda, Bonino, insomma, possono giocare un ruolo, ma in un certo senso sono anche loro elementi della crisi, soprattutto perché si combattono da prime donne, non hanno capito che non bisogna partire dall’interesse personale né essere altezzosi. In questo momento viva l’umiltà. La politica dei partiti, purtroppo, si è personalizzata, e all’origine di tutto questo c’è il berlusconismo”.

 

Sembra di cogliere, dunque, la volontà di fare chiarezza. Mentre l’Italia in queste ore conquista il mondiale di fioretto, alle elezioni si dispone a vivere una partita giocata a colpi di mazzate. Il confronto si annuncia rabbioso, ben lontano dagli auspici che vorrebbero la dialettica tra i partiti e le coalizioni inguainata nelle forme di una contesa civile, con la giusta dose di far play. Ecco perché il centro esercita un certo fascino sull’elettorato più attento e sensibile al mantenimento di un clima politico di razionalità e compostezza, specie nella particolare congiuntura economica e sociale che segna la vita democratica del Paese. E tuttavia, se ha un senso il recupero di un’istanza di centro come espressione di una politica responsabile, parimenti ha senso la ricerca di una dimensione concettualmente più ampia di questa formula a rischio di logoramento. La spinta del cattolicesimo democratico e popolare, in linea con le argomentazioni di Mannino e Bianco, deve perciò favorire la configurazione di una “grande alleanza” che corrisponda all’idea di un “grande centro”, con l’evidente finalità di unire i democratici anti sovranisti e anti populisti. Certo, i tempi sono stretti e tutto congiura a rendere improbo il passaggio nella cruna dell’ago di questa nuova proposta. Solo un salto di fantasia e generosità può dare forma a una costruttiva strategia unitaria, con un programma politico chiaro, così da fronteggiare civilmente e coraggiosamente l’Invincibile Armata della destra.

CENTRO SINISTRA, ADESSO BASTA CON LE FATWE E I VETI.

 

Se passa la logica ostativa e pregiudiziale dei Calenda di turno, la prossima consultazione elettorale è già persa in partenza. Se, invece, si punta a competere e possibilmente a vincere, allora la deriva dei veti politici e personali e delle fatwe va semplicemente rispedita al mittente in modo definitivo ed irreversibile.

 

Giorgio Merlo

 

Ma adesso basta con i veti personali e politici e, soprattutto, basta con le “fatwe”. Perchè scorrendo tutti gli organi di informazione si apprendono notizie politicamente agghiaccianti per il campo del centro sinistra. Dunque, ricapitolando, Calenda – che si è trasformato in una sorta di ‘tribunale’ laico della santa inquisizione – distribuisce patenti di moralità, di competenza, di onestà e anche di capacità politica a tutti. E, di conseguenza, contribuisce in modo poderoso a spaccare il campo alternativo al centro destra. Semprechè non sia quello il suo vero obiettivo politico… Cosa di cui molti, ormai, cominciano a dubitare. Ma non basta, adesso insorgono anche veti e fatwe nei confronti di Renzi e del suo partito da parte di altri partiti del centro sinistra, per non parlare dello stesso Calenda che, oltre a Mastella e a Di Maio, adesso mette nel libro nero anche gli ambientalisti e gli esponenti della sinistra ex comunista.

 

Ora, però, al di là di questi atteggiamenti grotteschi se non addirittura ridicoli, c’è da porsi una domanda decisiva: ovvero, il campo del centro sinistra corre per vincere e competere oppure persegue l’obiettivo della testimonianza, della vendetta rancorosa contro questo o quell’esponente politico per motivazioni puramente personali o di bassa lega? Ma quando mai, al proposito, abbiamo assistito nella tanto biasimata prima repubblica ad atteggiamenti di questo genere? Certo anche nella lunga storia politica e di governo della Democrazia Cristiana, per fare un solo esempio, abbiamo assistito alla negazione di candidature a singoli esponenti – anche a grandi leader e statisti come Carlo Donat-Cattin o Ciriaco De Mita – ma non si è mai giunti a questo degrado nei confronti di un intero partito. Perchè, nello specifico, cosa significa porre un veto politico o una pregiudiziale personale? Cosa significa, in un sistema democratico e liberale, porre una sorta di “fatwa” laica nei confronti non di un singolo esponente politico ma addirittura di un partito? Ma lo sa Calenda – che è il principale fustigatore su questo versante – che quando si pone una strampalata “fatwa” su un partito si marchia una intera comunità politica a livello nazionale? Noi abbiamo conosciuto ed assistito in questi anni alla criminalizzazione politica e personale di esponenti politici e di molti partiti. È stato, questo, l’esercizio normale e fisiologico praticato dal partito populista per eccellenza, cioè del partito di Grillo e di Conte. Del resto, su questo versante è stato un comportamento coerente con la storia dei 5 stelle. Cioè di un partito che ha fatto dell’attacco spietato alle persone, all’esperienza, alla storia e alla cultura politica dei partiti democratici la sua ragion d’essere. Calenda, per caso, attraverso la prassi dei veti e delle fatwe laiche nei confronti di alcuni partiti e dei suoi leader, intende riproporre la deriva populista, qualunquista e demagogica cara al patrimonio dei 5 stelle? Vien da chiederselo per sapere se c’è una coincidenza tra queste due derive anti democratiche e populiste.

 

Ecco perché, alla vigilia della presentazione dei simboli di partito, delle coalizioni e delle candidature dei vari partiti nei collegi uninominali e nella quota proporzionale, questo nodo politico nel campo del centro sinistra va semplicemente sciolto. Se passa la logica dei veti e delle fatwe dei Calenda di turno, la prossima consultazione elettorale è già persa in partenza. Se, invece, si punta a competere e possibilmente a vincere, allora la deriva dei veti politici e personali e delle fatwe va semplicemente rispedita al mittente in modo definitivo ed irreversibile.

 

Il Pd, cioè il principale partito del campo del centro sinistra, scelga quale delle sue strade intraprendere. Da lì si capirà se si corre per vincere o se si partecipa solo per marcare, ognuno per sè, il proprio orticello.

ALLEATI PER CONTINUARE IL LAVORO DI DRAGHI: LA DC DI GRASSI APRE A SINISTRA. IMPORTANTE IL VOTO DEI CATTOLICI.

 

L’unica strada per assicurare al Paese stabilità politica, economica e finanziaria, e tranquillità sociale, è quella indicata di un’alleanza elettorale a sostegno dell’unità euro atlantica in politica estera e dell’agenda Draghi per il programma. A breve si saprà come s’intende organizzare quest’alleanza centrale, verso la quale la Dc guidata da Renato Grassi, ha espresso disponibilità. A tempo stesso, ai i cattolici compete riflettere seriamente sui rischi reali che corre l’Italia col voto settembrino. Un voto nel quale, come nel 1948, sono messe in gioco le scelte decisive compiute dalla Dc di De Gasperi nel 1948

 

Ettore Bonalberti

 

Nel clima che si sta creando di fortissimo scontro elettorale sulle scelte fondamentali della Repubblica, sarebbe stato utile poter disporre di un sistema elettorale proporzionale, unico misuratore autentico della complessa e articolata volontà popolare. Un sistema da molti di noi sempre auspicato: proporzionale con sbarramento e le preferenze con l’introduzione dell’istituto della sfiducia costruttiva, come in Germania, per cui nessun governo può essere fatto cadere in assenza di una maggioranza parlamentare alternativa. È il sistema al quale, in queste ore, si è convertito anche Beppe Grillo, ma, ahinoi, credo che non ci sia più né il tempo né la volontà di un parlamento di “nominati”, di por fine al disgraziato sistema maggioritario che, con modifiche ricorrenti, ci ha consegnato, alla fine, le due Camere del maggior trasformismo di tutta la storia e una lunga stagione di maggioranze inter scambiali di corto respiro.

 

Mai come stavolta la presenza di uno schieramento centrale, democratico, popolare, liberale, riformista, euro atlantico, avrebbe potuto ottenere il consenso maggioritario dagli italiani, come fu quello che la Dc di De Gasperi seppe raccogliere il 18 Aprile 1948. Come direbbe, Aldo Moro, però: “Si tratta di vivere il tempo che ci è dato vivere con tutte le sue difficoltà” e, con queste regole, l’unica strada per assicurare al Paese stabilità politica, economica e finanziaria, e tranquillità sociale, è quella indicata di un’alleanza elettorale a sostegno dell’unità euro atlantica in politica estera e dell’agenda Draghi per il programma. A breve si saprà come s’intende organizzare quest’alleanza centrale, verso la quale anche il nostro partito, la Dc guidata da Renato Grassi, ha espresso disponibilità. Si conosceranno le proposte programmatiche indispensabili per affrontare i grandi temi, già identificati nelle scelte del PNRR e le modalità di presentazione della lista: con quale simbolo e con quanti e quali partiti essa si formerà. Come sempre è accaduto nella storia politica italiana nei momenti in cui si decidono i destini della nazione, la sua posizione certa e non ondivaga a livello internazionale e la capacità di offrire risposte puntuali alle attese della povera gente e ai bisogni del terzo stato produttivo, composto dai piccoli e medi imprenditori, agricoltori, artigiani, commercianti, liberi professionisti, operatori delle partite IVA, sarebbe essenziale il contributo offerto dalla vasta e articolata realtà del mondo cattolico.

 

Mai come in questo momento sarebbe utile e opportuno che anche dal mondo cattolico  giungessero segnali forti a sostegno dell’alleanza elettorale euro atlantica e dell’agenda Draghi. Tutto questo sarebbe facilitato, ovviamente, dal sistema elettorale proporzionale con la presentazione autonoma della lista del centro come da noi condivisa. Col sistema maggioritario del rosatellum, però, vince chi elegge più parlamentari; la ragione per la quale è inevitabile la formazione dei due poli di destra e di sinistra. Andare separati vorrebbe dire consegnare il Paese, senza nemmeno combattere, alla destra del duo Meloni-Salvini, col “Cavaliere dimezzato” ancora una volta pronto a offrire agli italiani le sue promesse da marinaio. L’alleanza pertanto inevitabile con il Pd dovrebbe, però, convincere quel partito a tener conto dei valori non negoziabili dei cattolici italiani, onde evitare di consegnare gratuitamente voti alla destra nazionalista e sovranista per inseguire minoritarie derive radicali. Certo ai cattolici compete riflettere seriamente sui rischi reali che corre l’Italia col voto settembrino. Un voto nel quale, come nel 1948, sono messe in gioco le scelte decisive compiute dalla Dc di De Gasperi nel 1948, con l’adesione alla NATO e nel 1954, con quella all’UEO. Scelte oggi messe in discussione dal tentativo di Putin di rompere l’unità europea e atlantica con la condiscendenza attiva o passiva di amici italiani di lungo o più recente corso.

 

A sinistra, dunque, si comprendano le ragioni per cui è necessario ricevere il consenso dei cattolici, e noi dell’area culturale e politica cattolico democratica e cristiano sociale, abbiamo il dovere di restare coerenti alla nostra migliore tradizione e alla nostra storia. Anche nella scelta dei candidati nelle liste, non si commetta l’errore di imporre dall’alto dei nominati, accoliti dei soliti noti, ma si favorisca la scelta delle migliori personalità presenti e rappresentative dei diversi territori. Amici che, almeno per la nostra parte politica, si impegnino ad assumere il codice etico del decalogo sturziano, come stella polare dei loro comportamenti personali e politico amministrativi.

DRAGHI NON HA CEDUTO AL POPULISMO. SUI 5 STELLE IL PD HA SBAGLIATO. È TEMPO DI PARLARE AL PAESE REALE.

 

Bisogna concepire un incontro dei diversi”, per dare un senso di novità a una coalizione capace di misurarsi con successo sul terreno della competizione con Salvini, Berlusconi e la Meloni. Se si sbaglia questo passaggio, rinunciando all’appello dei tanti che hanno abbandonato il campo perché delusi dalla mancata osservanza di un vero spirito unitario, allora il Pd è destinato a insabbiarsi in una campagna elettorale senza vigore e dunque senza prospettive. L’Agenda Draghi costituisce un impegno politico, al punto di prevedere che dopo le elezioni sia ancora lui, Mario Draghi, a guidare un nuovo governo.

 

Giuseppe Fioroni

 

Prima di tuffarci nella battaglia degli slogan, abbiamo il dovere di valutare correttamente l’accaduto. Draghi si è mosso con piglio e tempra di politico, mentre attorno al governo si organizzavano operazioni di disturbo. Il pericolo era la caduta di tensione, il gioco delle astuzie, la tentazione del piede dentro e del piede fuori, senza più il minimo tessuto connettivo a salvaguardia della esperienza di unità nazionale. Andare avanti in questo modo significava l’abbandono dello spirito repubblicano a favore di una logica di egoismi e contrapposizioni, preludio di una campagna elettorale all’insegna della rimozione di qualsiasi vincolo di solidarietà, ciascuno sottraendosi a un dovere di coerenza per il lavoro svolto assieme.

 

Non so fino a che punto il Pd abbia tenuto a freno queste spinte irrazionali. Certo, lo ha fatto più di altri e con più convinzione; lo ha fatto per una sensibilità che attinge ai valori di grandi culture democratiche e riformatrici, presenti nella storia del nostro secondo Novecento; soprattutto lo ha fatto per un senso di responsabilità nei confronti del Paese e per un atto di riconoscenza verso l’italiano più stimato negli ambienti internazionali, pronto a servire le istituzioni in una fase tormentata della vita politica nazionale (e non solo nazionale). Tuttavia, nel passaggio da Zingaretti a Letta sarebbe stato logico attendersi un cambio strutturale di linea politica, riconoscendo per tempo quanto fosse problematica la cosiddetta alleanza strategica con i 5 Stelle. Questo è mancato, con grave danno per il centro sinistra, tanto da dover adesso registrare l’impossibilità di qualsiasi accordo con Conte dopo la rottura sulla mancata fiducia al governo.

 

Cosa possiamo fare a questo punto? Letta ha parlato di una cambio di percezione degli italiani: la caduta di Draghi e la “vittoria annunciata” della destra scatenano i timori di una larga parte di opinione pubblica. Si tratta, allora, di aprire porte e finestre della politica – uscire dal castello, ci direbbe Moro – per accogliere le sensibilità di un elettorato che muove da altri convincimenti rispetto a quelli della sinistra tradizionale, sebbene congiunta alle forze di matrice popolare e liberale. Bisogna concepire un “incontro dei diversi”, per dare un senso di novità a una coalizione capace di misurarsi con successo sul terreno della competizione con Salvini, Berlusconi e la Meloni. Mettere veti o subire pregiudiziali è quanto di più ostico si possa immaginare in questa impresa di cooperazione a maglie larghe. Il Pd non deve pertanto coltivare l’illusione del “fai da te”, per cui ci si dimentica di quelle culture di governo – in primis il popolarismo  – che recano in sé il giusto primato delle alleanze.

 

È sorprendente come si trascuri il lavorìo nascosto di altri partiti, genericamente dislocati al centro, volto a cucire rapporti di vicinanza con il mondo cattolico. E ancor più sorprendente, all’inverso, appare l’inclinazione del Pd a ritenere che le “luci spente” riferibili a quel mondo possano tornare comunque utili all’interno del partito, anche se non illuminano più, certamente non più come una volta. Basta forse esibire un certificato di nascita per dare contezza di una testimonianza attiva, conscia delle novità del tempo, ma pur sempre fedele a una visione politica? A me non sembra, onestamente.

 

Se si sbaglia questo passaggio, rinunciando a richiamare i tanti che hanno abbandonato il campo perché delusi dalla mancata osservanza di un vero spirito di apertura, allora il Pd è destinato a insabbiarsi in una campagna elettorale senza vigore e dunque senza prospettive. Il che sarebbe la definitiva sanzione dell’errore che riporta, su un piano più generale, al misconoscimento delle ragioni di un elettorato alla ricerca di nuovi sbocchi, spinto però negli ultimi tempi a rifugiarsi perlopiù nell’astensionismo. Oggi si profila l’occasione per essere protagonisti della difesa e del rilancio della cosiddetta Agenda Draghi, dando al “Paese reale” l’assicurazione che in caso di vittoria il primo impegno consisterà nel chiedere ancora a Draghi di guidare un governo nel pieno dei poteri, con la coesione e la chiarezza d’indirizzo mancanti negli ultimi, eccezionali 18 mesi di una legislatura segnata dal trasformismo più smaccato. Un trasformismo che ha finito per logorare tutti, in parte anche il Pd, mettendo sul piedistallo gli uomini per tutte le stagioni.

SCELTE ADEGUATE A ELEZIONI RAPIDE.

 

La coalizione per Draghi”, anziché inseguire i populismi sul loro terreno, deve puntare innanzitutto a caratterizzarsi per la concretezza e il buon senso. Per questo il Pd, partito della medio-alta borghesia, deve confermare la rottura col M5S e stringere unalleanza strategica con il centro popolare.  Lagenda sociale si esprime e si rafforza non con alleanze con soggetti inaffidabili, ma con la concretezza di atti di governo capaci di dare rappresentanza agli interessi diffusi della classe media. Sapendo che il vero bipolarismo in queste elezioni sarà purtroppo quello fra il voto e lastensione.

 

Giuseppe Davicino

 

Il treno delle “elezioni rapide” è partito così veloce in un pomeriggio in piena estate che mentre si fatica ancora a realizzare quanto successo, si è già in campagna elettorale. Eppure non è difficile cogliere il contrasto tra le ambiguità di quasi tutti i partiti e la determinazione politica, non solo istituzionale, commisurata alla delicatezza del momento, del presidente della Repubblica e del presidente del Consiglio. Entrambi sembrano aver imposto, alla luce del sole e senza alcuna forzatura costituzionale, un andamento a questa fase politica elettorale che altrimenti avrebbe potuto trascinarsi a lungo, regalandoci nuove fantasiose capriole.

 

Il governo degli affari correnti, dai faldoni spessi, è tornato al lavoro con il proposito ben chiaro di monitorare e affrontare qualunque priorità ed emergenza che si dovesse presentare oltre a quelle già note. Nessun vuoto, nessun rallentamento, Roma non si ferma per guardarsi l’ombelico ma è presente senza pause sulla scena europea e globale. In tal modo è stata costruita la cornice di stabilità nella quale le forze politiche potranno organizzare le loro proposte e il popolo sovrano potrà pronunciarsi il prossimo 25 settembre.

 

La legge elettorale nella sua parte maggioritaria incentiva a costituire ampie alleanze e ad alzare lo scontro tra gli schieramenti. L’Agenda Draghi è divenuta uno spartiacque trasversale tra coloro che intendono proseguirla e coloro che intendono superarla pur senza spiegare bene in quale modo. Appare molto concreto il rischio che le ragioni di opportunità elettorale superino quelle di natura politica. Credo anch’io come molti, che se il Partito Democratico, in positivo uno dei non protagonisti della fine di questa legislatura, facesse prevalere l’aritmetica dei collegi sulla razionalità politica, riaprendo ad una alleanza con il Movimento Cinque Stelle, commenterebbe un errore di prospettiva, così come se non sfruttasse tutte le opportunità di alleanza con l’area di centro. L’agenda sociale si esprime e si rafforza non con alleanze con soggetti inaffidabili ma con la concretezza di atti di governo capaci di dare rappresentanza agli interessi diffusi, a quella classe media senza la quale non vi può essere democrazia in senso pieno.

 

La coalizione “per Draghi”, anziché inseguire i populismi sul loro terreno, deve puntare innanzitutto a caratterizzarsi per la concretezza e il buon senso. Spiegando agli elettori che l’iperinflazione da caro energia non si doma con mancette o bonus, ma attraverso la prosecuzione della politica energetica “matteiana” rivolta verso l’Africa, che Draghi ha iniziato. Che il conflitto in Ucraina non è una guerricciola, ma uno scontro tra due visioni di governo del mondo, e che mentre si contrasta l’invasione russa bisogna pensare a quale tipo di mondo vuole l’Occidente, e a ciò che verrà dopo la guerra, al tipo di relazioni che vorremo riallacciare con la Russia, gli altri Brics e l’80% del mondo che occidentale non è. Che la transizione ecologica non si fa a scapito dei ceti popolari, con scelte punitive e traumatiche, talora con la cecità del furore ideologico, ma con gradualità, guardando alla sostenibilità sociale ed economica delle scelte, guadando con decisione e in stretto coordinamento con gli Stati Uniti, alle nuove e più promettenti fonti di energia pulita complementari alle rinnovabili.

 

Il tutto senza dimenticare, mentre inevitabilmente nelle prossime settimane i toni del confronto politico si faranno più accesi, che tale dibattito coinvolge, se va bene, non più della metà del corpo elettorale. Come anche ormai i sondaggisti cominciano a rilevare, il vero bipolarismo in questa campagna elettorale si giocherà, purtroppo, tra la fascia di cittadini a cui i partiti riescono ancora a dire qualcosa e la fascia di cittadini, probabilmente altrettanto consistente, per i quali in questa fase i partiti non sembrano dire più qualcosa. Sarebbe un errore rinunciare in partenza a tentate di parlare anche, e direi soprattutto ,con loro. Anche perché tra di essi una parte non trascurabile ha guardato con attenzione all’esperienza di governo di Draghi, e si aspetta certo misure di governo concrete ma anche un discorso chiaro e coinvolgente sugli obiettivi, su dove si sta portando il Paese. E non nuove cortine fumogene di stampo populista che, nel bene e nel male, non ammagliano più l’elettorato.

LA GRATITUDINE È IL SENTIMENTO DEL GIORNO PRIMA. LICENZIATO IN MALO MODO UN GRANDE CIVIL SERVANT.

 

“Limmagine dellItalia – scrive l’autore sull’onda della delusione per la fine del governo Draghi – ne esce destrutturata e compromessa, in un contesto internazionale caratterizzato dalla guerra e dalla crisi energetica, dalle mire espansionistiche di Russia e Cina che aspirano ad un nuovo ordine mondiale. In unEuropa debole che cerca di organizzare una strategia comune la clamorosa estromissione di Draghi alimenta più di un sospetto su ingerenze e regie esterne”.

 

 

Francesco Provinciali

 

La concitazione e l’accavallarsi di incontri, accordi, trame, conciliaboli, cose dette e poi smentite, scritte e poi aggiustate, che ha preceduto il giorno del voto in Senato, con tutti i suoi siparietti, gli espliciti e gli impliciti lascerà un ricordo eloquente di cosa sia diventata la politica partitica, anche nei suoi cascami istituzionali e parlamentari. Instabilità è un termine che può spiegare molte situazioni, un clima generale di incertezza che si vive interiormente, crea disagio, oltre gli ordini di scuderia, come stato emotivo e si riverbera sul Paese: si percepiscono sfiducia e sofferenza, incomunicabilità e nuove forme di solitudine.

 

Da anni descriviamo e analizziamo il gap che separa il paese legale da quello reale, possiamo dire che il D-Day del voto al Senato ha rappresentato una delle pagine più inquiete, scellerate e vergognose della storia repubblicana recente. Quando erano venute al pettine le incongruenze e le incertezze del Conte 1 e 2 Mattarella si era affidato alla persona che meglio di tutte, per esperienza, autorevolezza e consuetudine istituzionale a livello internazionale poteva offrire garanzie per un governo di medio periodo che ripristinasse stabilità e ordine delle cose, visione e lungimiranza anche in coincidenza con la delicata gestione del Pnrr. In questi ultimi anni il Parlamento ha dato molti segnali di debolezza: lungaggini legislative, passaggi di partito, pletora di gruppi, arroccamenti aventiniani. Come la definisce Antonio Polito una politica “declinante”, una lunga teoria di figure retoriche di stile che esprimevano gli aspetti più deteriori, coreografici, acefali ma anche miserevoli e penosi di una immobilità del fare giunta al capolinea.

 

La paralisi provocata dalla mancanza di una solida maggioranza di governo, non dimentichiamolo, ha evocato la rielezione prima di Napolitano e poi di Mattarella. Ma ciò che è successo in questa occasione supera la più negativa e distopica delle situazioni possibili: l’autorevolezza di Draghi è sempre stata fuori discussione, la sua competenza unita ad un carisma naturale lo hanno in breve tempo portato al centro del crocevia delle relazioni internazionali. Guerra, pandemia, crisi climatica, fisco, imprese, mondo del lavoro, transizione ecologica, digitalizzazione: tutto è stato messo in agenda con un cronoprogramma in progress nel Pnrr, lui stesso ha sempre favorito la più ampia condivisione all’interno della composita maggioranza su cui poteva contare. Errori e ritardi sarebbero ammessi anche nella “Città del sole” di Tommaso Campanella, l’importante è la sintonia di intenti, il clima di lealtà e collaborazione. Il benservito che gli è stato riservato in occasione del voto è una pagina nera della democrazia parlamentare: ai 5S capeggiati da Conte con spirito di crociata e toni rivendicativi inaccettabili in una normale interlocuzione di maggioranza, al punto da provocare la scissione di Di Maio che – portando fuori dal movimento una cinquantina di parlamentari- ha svelato retroscena di un complotto ordito da tempo, si sono uniti all’ultimo momento la Lega e FI che fino al giorno prima avevano detto di sostenere comunque il governo in carica, considerando anzi una sorta di benedizione la fuoriuscita dei grillini.

 

È stato il colpo di grazia decisivo, una cosa inaspettata: ricordiamo tutti i siparietti televisivi dei vari convenuti dei due partiti che hanno sempre avuto parole di elogio e di rispetto verso Draghi, tanto da ripetere “lo sosterremo fino all’ultimo”. Evidentemente la riconoscenza è il sentimento del giorno prima, come asseriva Andreotti, poiché all’apparir del vero l’abbandono dell’aula senza votare è stato uno schiaffo morale alla persona e l’abiuro di un governo in cui entrambi i partiti avevano peso e rappresentanza. Non è un caso che forzisti da sempre come M.Stella Gelmini e Renato Brunetta abbiano lasciato il partito. In questa oscura e torbida vicenda c’entra, come ho già scritto, la sirena del ribaltone politico attraverso il voto anticipato, l’irriverenza verso un leader che il mondo ci invidia, i sentimenti di primazia dei troppi ombelichi nel ventre molle parlamentare, una spudoratezza confermata dalle dichiarazioni successive che addossavano a Draghi la pre-condizione della medesima maggioranza ricompattata, andata in crisi nei giorni bui delle rivendicazioni e degli ultimatum. Abbandonando senza neanche un saluto, una parola di ringraziamento il premier alla salita al Colle, coloro che hanno deciso l’anticipo di chiusura di questa legislatura hanno manifestato modi spicci e irriverenti, anteponendo interessi di parte a quelli del Paese.

 

Ma in politica l’ostentazione tracotante della sicurezza e la fideistica adesione ai sondaggi hanno sovente restituzioni inaspettate e non gradite. La gente non va più a votare perché – dopo averle provate tutte – non si fida più delle promesse elettorali. Molti degli attuali parlamentari, specie quelli eletti con una manciata di voti, non saranno più rieletti, ma la crisi è stata pilotata in modo tale da garantire loro il diritto al vitalizio che dovrebbe scattare dal 23 settembre, a seconda della data del voto.

 

Molte voci si sono levate nel Paese per invocare la permanenza di Draghi fino alla scadenza naturale, ma l’ingordigia dei pieni poteri ha fagocitato le brame degli apriscatole di sardine, dei populisti, dei nazionalisti, dei finti liberali e dei “patrioti”.

 

L’immagine dell’Italia ne esce destrutturata e compromessa, in un contesto internazionale caratterizzato dalla guerra e dalla crisi energetica, dalle mire espansionistiche di Russia e Cina che aspirano ad un nuovo ordine mondiale. In un’Europa debole che cerca di organizzare una strategia comune la clamorosa estromissione di Draghi alimenta più di un sospetto su ingerenze e regie esterne. Il rafforzamento dell’alleanza atlantica e il ricompattamento del mondo occidentale a fronte di pericoloso reset geopolitico e geoeconomico erano due capisaldi della politica estera Draghi a cui auguriamo di realizzarli ad un livello di responsabilità internazionale.

 

Ci aveva visto giusto e questo ha dato evidentemente fastidio a quei partiti – sostenuti da giornalisti, opinionisti e pseudo intellettuali – che esprimono una visione ben diversa delle alleanze e postulano rapporti di apertura e collaborazione con quelle potenze mondiali che avversano, anzi “odiano” il mondo occidentale. Ciò che sembrava essersi chiuso con il 900 rischia di riaprire ora scenari inimmaginabili.

 

LETTA PARLA DI NUOVA PERCEZIONE DEGLI ITALIANI, DUNQUE L’AGENDA DRAGHI PESA SULLE ELEZIONI DEL 25 SETTEMBRE.

La polarizzazione della contesa politica vede a questo punto il fattore distintivo nella cosiddetta Agenda Draghi. Attorno ad essa saddensa in effetti un sistema di forze, con epicentro nel Pd, che può “farsi centro” nella società e tra gli elettori, puntando a rimobilitare, oltre tutto, molte energie a lungo compresse nellastensionismo.

Ancora è presto per identificare quale sarà la questione chiave che nella parte culminante della campagna elettorale determinerà l’esito della competizione. Tutto può cambiare da qui al 25 settembre. D’altronde, ragioniamo a tutt’oggi su sondaggi che pescano nel mare di opinioni largamente sedimentate, con un quadro politico sconvolto però dalla fine traumatica del governo Draghi. Intanto, ieri al Tg3, Enrico Letta ha dato l’addio a Conte nel contesto di una dichiarazione molto interessante: “Vogliamo candidati – ha spiegato – che vadano in giro per il Paese a raccontare cosa è successo e, soprattutto, un’altra idea di Italia. Vedremo chi ci starà e attorno a questa volontà costruiremo una coalizione che sono convinto sarà vincente per un motivo molto semplice: il voto di ieri (l’altro ieri per chi legge, ndr) ha cambiato completamente il panorama politico e modificato completamente la percezione degli italiani”.

Non c’è dubbio che la polarizzazione della contesa politica vede a questo punto il fattore distintivo nella cosiddetta Agenda Draghi, con l’impegno alla conferma o il desiderio di discontinuità a rimarcare il confine tra gli schieramenti contrapposti. Il tradizionale confine tra centro sinistra e centro destra, alterato negli ultimi anni dall’irruzione del fenomeno grillino, non è più così rigido. Una parte della pubblica opinione, pur non essendo di sinistra, ha reagito male di fronte allo spettacolo delle dimissioni del Presidente del Consiglio; spettacolo triste che ha messo in evidenza l’irresponsabilità del M5S e il cinismo di Salvini e Berlusconi,  incoraggiati nell’impresa dalla Meloni; un’impresa che in sostanza priva l’Italia, nell’attuale fase delicata, di un prestigioso servitore dello Stato. Da oggi, nonostante il mantello protettivo del Quirinale, la configurazione euro-atlantica del Paese entra potenzialmente nel cono d’ombra dell’incertezza per le compulsioni nascoste all’interno del centro destra, generando allarme da qui alla scadenza elettorale.

E dopo? Quali garanzie può dare una coalizione precipitosamente riunificata, più contraddittoria di quanto voglia apparire, con l’imprevedibilità e, perché no, l’estremismo istintivo di Salvini? L’accusa più pesante che Draghi al Senato ha rivolto al leader della Lega metteva in risalto il suo maldestro tentativo di recarsi a Mosca – per fare cosa? – senza mandato o copertura del governo. Non è stata un’accusa di poco conto. Ecco allora che l’eventuale successo del centro destra comporta il rischio che il protagonismo salviniano complichi la navigazione del futuro esecutivo ove mai fosse rispolverato, all’occorrenza, un atteggiamento ambiguo e disinvolto in politica internazionale. Non è una questione secondaria, come si può facilmente intuire.

Ora, con il suo accenno al cambio di “percezione degli italiani”, Letta getta un fascio di luce sullo scostamento possibile da vecchi paradigmi. Da ciò consegue che il discorso sulle alleanze s’involva nel mutamento appena intercettato. In questo modo si profilerebbe la struttura di una nuova coalizione, ancorata fortemente ai valori del riformismo democratico e dell’europeismo, in grado di erodere e conquistare lo spazio occupato finora dal centro destra. Insomma, la battaglia elettorale è appena agli inizi, ma già incombono le scelte, prima fra tutte quella di una reinvenzione della politica di centro, e cioè verso i tanti elettori delusi e preoccupati per l’avvitamento radical-nazionalista della destra.

Il Pd svolga allora la sua parte, certo non secondaria, riconoscendo tuttavia che l’alleanza con i 5 Stelle propagandata fino a ieri ha compromesso la proposta che andava intrecciandosi attorno all’esperienza di Draghi. È stata una partita giocata male, ora si tratta di cambiare registro seriamente.

ORA SUBITO L’UNITÀ DEI CENTRISTI. È QUELLO CHE CHIEDE UNA PARTE CONSIDEREVOLE DELL’ELETTORATO.

 

Adesso c’è la grande scommessa politica, culturale e programmatica di mettere in campo il progetto del Centro accompagnato da una altrettanto credibile politica di centro”. Siamo in una situazione dove in gioco ci sono il destino politico del nostro paese e la qualità della nostra democrazia. Nonchè, e soprattutto, lefficacia della nostra azione di governo. Su questo versante la riorganizzazione dellarea centrista sarà la vera e grande novità delle prossime elezioni politiche.

 

Giorgio Merlo

 

Dopo lo spettacolo inguardabile e incommentabile offerto dai 5 Stelle e dalla Lega in Parlamento, cambia rapidamente lo scenario politico nel nostro paese. E con questa legge elettorale non muta neanche il panorama delle centralità delle coalizioni in campo. E cioè, di fronte al tradizionale centro destra – che quando si avvicinano le elezioni, come da copione, si ricompatta in modo granitico di fronte al corpo elettorale – ci sarà una coalizione di centro sinistra. Ora, su questo versante credo sia necessario dire con chiarezza e trasparenza che una alleanza di centro sinistra oggi può essere credibile e fortemente competitiva solo se rompe definitivamente ed irreversibilmente con il populismo di ciò che resta dei 5 Stelle.

 

Certo, sarebbe curioso se qualcuno pensasse ancora di individuare in Conte e nel populismo demagogico, anti politico, qualunquista, giustizialista e manettaro dei 5 Stelle la realtà con cui costruire una strategia di governo e una prospettiva politica credibile per il nostro futuro. Su questo versante è quantomai necessario essere politicamente intransigenti. E senza alcun moralismo. Ovvero, basta con i populisti anche se con questa crisi di governo si sono presi una parziale rivincita mettendo, però, in ginocchio l’intero nostro paese e gettandolo in una situazione oscura a carico di incognite.

 

Detto questo – che non è, comunque sia, una variabile indipendente ai fini della qualità della nostra democrazia, della credibilità delle nostre istituzioni democratiche e della autorevolezza della nostra classe dirigente – adesso c’è la grande scommessa politica, culturale e programmatica di mettere in campo il progetto del Centro accompagnato da una altrettanto credibile “politica di centro”. E la scommessa, di conseguenza, è quella di rilanciare il progetto politico centrista in vista delle ormai prossime elezioni politiche.

 

Un progetto che coincide con una rinnovata esigenza di inserire il buon senso nella cittadella politica italiana, di essere elemento di garanzia e di stabilità del sistema politico italiano e, al contempo, di saper sprigionare e declinare una vera ed autentica cultura di governo. Riformista, democratica e innovativa. E cioè, un luogo politico che in questi ultimi anni è stato delegittimato se non addirittura politicamente criminalizzato dall’onda montante del populismo anti politico e qualunquista. C’è chi la definisce giornalisticamente “agenda Draghi”, chi la definisce come un’area politica necessaria ed indispensabile per garantire il buon governo e chi, infine, la individua come un modo decisivo per rialzare il prestigio e il ruolo della politica.

 

Certo, con l’indizione delle elezioni politiche costruire quest’area fatta di politici ma anche di tanta società civile, di mondo delle professioni, di associazionismo sociale e culturale e anche, e soprattutto, di interessi sociali, è semplicemente un fatto che si impone. E questo perchè quest’area sociale, culturale, economica, produttiva e politica richiede di essere oggi “rappresentata”. Manca, cioè, questa rappresentanza politica ed organizzativa nello scenario pubblico italiano da ormai molti anni. È di tutta evidenza, al riguardo, che le simpatiche tesi – nonchè strampalate – inerenti le pregiudiziali politiche o, peggio ancora, di natura personale che vengono accampate da alcuni esponenti di questo campo sulla composizione di quest’area politica, vadano adesso semplicemente accantonate e mandate in soffitta.

 

Siamo, cioè, in una situazione dove in gioco ci sono il destino politico del nostro paese e la qualità della nostra democrazia. Nonchè, e soprattutto, l’efficacia della nostra azione di governo. Su questo versante la riorganizzazione dell’area centrista sarà la vera e grande novità delle prossime elezioni politiche. Lo scenario tripolare – destra, sinistra e populisti 5 stelle – è ormai alle nostre spalle. Quello che adesso conta è riunire quest’area politica, culturale e sociale; darle una veste organizzativa funzionale alle prossime elezioni generali; scegliere la coalizione che non è condizionata dalle derive populiste e sovraniste e, in ultimo, presentare una squadra di candidati rappresentativi, radicati nel territorio e politicamente autorevoli. Tutto il resto è testimonianza impolitica e residuale. Cioè politicamente inutile e sterile.

CARO DRAGHI, A CONTI FATTI NON LA MERITAVAMO.

Parole dure e senza equivoci. L’autrice si rivolge all’ex Premier: “La maggior parte di noi, quella che silenziosamente lavora, che ama ancora lItalia, nonostante tutto, e si preoccupa per il futuro che la attende, avrebbe tanto voluto che Lei fosse rimasto, ma chiederLe tanto, dopo lo spettacolo indecoroso che è stato mandato in scena alle Aule, sarebbe stato davvero ingiusto”.

 

La verità è che forse non L       a meritavamo. Un uomo di buon senso, esemplare nel lavoro e nella vita, competente e garbato, opinion leader stimato dal resto del mondo, non può essere a capo del nostro Parlamento.

Perché il nostro, diciamolo, è un Parlamento popolato per la maggior parte da politicanti improvvisati, spesso ignoranti, arrivisti, interessati alla poltrona, senza arte ne’ parte, privi di talenti e di competenze, che spera di trovare a Montecitorio quel vitalizio che altrove, nella vita quotidiana, non ha saputo trovare. Onorevoli che di onorevole non hanno proprio niente.

Un dialogo costruttivo tra voi non era nemmeno ipotizzabile perchè il divario è incolmabile. Un po’ come chiudere in una stanza un militante talebano e un baronetto inglese e pretendere non solo che parlino lo stesso linguaggio, ma che pure vadano d’accordo.

Eppure parte degli italiani questa volta aveva provato a dire la sua. Mai era successo che si scendesse in piazza per chiedere a un Presidente del Consiglio di rimanere in carica. E i motivi sono evidenti: solo un economista che tutto il mondo ci invidia avrebbe avuto la capacità di traghettarci attraverso la peggior crisi economica dal dopoguerra ad oggi; siamo stanchi di gente che fa della politica un mestiere per campare di rendita sulle spalle dei cittadini, labile come bandiere al vento a seconda della convenienza per non perdere il posto in prima fila; ci piacciono, eccome se ci piacciono, le persone perbene e quell’impressione, mai provata prima, di qualcuno che sembri preoccuparsi più del bene del Paese che del proprio interesse: quando mai ricapiterà di trovare qualcuno che rinunci al suo compenso da Premier?

Con Lei ci si sentiva al sicuro, eravamo orgogliosi di essere guidati da un uomo autorevole che tutti stimano, una di quelle persone che, quando parlano, tutti, ma proprio tutti (nostri parlamentari a parte) si zittiscono e ascoltano ammirati quello che ha da dire. Ecco, ci dava la sensazione del buon padre di famiglia di una volta, quello che teneva i conti ancora sul foglio di carta, con le entrate e le uscite mensili, che tagliava le spese superflue e faceva sacrifici per poi concedersi con un sospiro di sollievo le meritate vacanze in estate con moglie e figli.

Solo che i bambini con cui aveva a che fare Lei si sono dimostrati meno spaventati dall’inflazione e dalla guerra che dal babau. E hanno continuato a bisticciare, indisciplinati e capricciosi, fino all’ultimo.

No, Presidente, no. Noi non La meritiamo. Possiamo solo ringraziarLa per quello che ha fatto per noi e per quello che, con un encomiabile senso di responsabilità, ha dimostrato sarebbe ancora stato disposto a fare; e dobbiamo scusarci per non essere stati capaci di volare alla Sua stessa altezza. La maggior parte di noi, quella che silenziosamente lavora, che ama ancora l’Italia, nonostante tutto, e si preoccupa per il futuro che la attende, avrebbe tanto voluto che Lei fosse rimasto, ma chiederLe tanto, dopo lo spettacolo indecoroso che è stato mandato in scena alle Aule, sarebbe stato davvero ingiusto.

Non La abbiamo saputa meritare, Presidente. Ed è giusto così, perché, allo stesso modo, Lei non meritava affatto la punizione di essere ancora alle prese con questo Parlamento.

FEDELI ALLA NOSTRA STORIA. GLI IDEALI DELLA DC NON SI COMBINANO CON LE PERICOLOSE AMBIGUITÀ DEI SOVRANISTI.

 

È evidente che il prossimo scontro elettorale avverrà tra una destra dominata dal duo Meloni-Salvini e – si spera – una coalizione elettorale di partiti uniti dalla comune scelta euro atlantica e pronti ad offrire una proposta politico programmatica in grado di rispondere alle attese del terzo stato produttivo e della povera gente. Ora spetterà a Draghi decidere, non di dar vita a un suo partito, ma di accettare la leadership di tale alleanza che lo proporrebbe capolista indicato come capo del governo dopo la verifica elettorale.

 

Ettore Bonalberti

 

 

Ieri ho partecipato in video conferenza alla riunione della direzione nazionale della DC, convocata dal segretario Renato Grassi, in una situazione assai diversa da quella che pensavamo solo alcune settimane prima. La crisi di governo aperta da Conte e dal M5S, cui hanno fatto sponda Salvini e Berlusconi, oltre alle elezioni anticipate di autunno, ha avviato un processo di scomposizione delle forze politiche destinato a non arrestarsi. Di Maio con diversi grillini prima, la Gelmini con Brunetta e Cangini –  pare anche la Carfagna – usciti da Forza Italia, sono antesignani di una deriva che porterà a una diversa ricomposizione delle forze politiche. Abbiamo assistito allo spettacolo “inusuale” di esponenti di centro destra di governo convocati nella casa privata da un signore, il quale, assistito da una gentile compagna, dettava ai suoi adepti la linea. Peccato che a quell’incontro della destra di governo partecipasse anche Lorenzo Cesa, come un cavalier servente, che, ancora una volta utilizza lo scudo crociato per un progetto politico estraneo alla nostra cultura, storia e tradizione politica.

 

È evidente, infatti, che il prossimo scontro elettorale avverrà, com’era prevedibile, tra una destra dominata dal duo Meloni e Salvini e, almeno mi auguro, una coalizione elettorale di partiti uniti dalla comune scelta euro atlantica e pronti ad offrire una proposta politico programmatica in grado di rispondere alle attese del terzo stato produttivo e della povera gente. Alla decomposizione progressiva del M5S e di Forza Italia, anche nella Lega, specie nel Veneto e Friuli, non mancheranno scosse di assestamento, con la pressione di amministratori locali e piccoli e medi imprenditori contrari alla crisi politico istituzionale, che si aggiunge a quella economico sociale derivante da pandemia, inflazione da costi, massimi quelli dell’energia, e timorosi delle conseguenze che tale crisi potrà avere a livello europeo e internazionale per il nostro Paese.

 

Nel mio intervento in direzione ho sostenuto la necessità che la DC non si estraniasse dal processo di scomposizione e ricomposizione in essere, riaffermando le ragioni storiche della nostra scelta euro atlantica. Una scelta che ci dà piena legittimità di concorrere, mantenendo la nostra autonomia, a un’alleanza elettorale euro atlantica insieme agli amici Tabacci, Casini, Renzi, Calenda, Toti, Gelmini, Carfagna. Ho molto apprezzato l’intervento di Casini e Renzi ieri al Senato, entrambi figli della nostra tradizione. Quella che, dopo Yalta, portò De Gasperi alla firma del Patto Atlantico il 4 Aprile 1949 e il 23 Dicembre 1954 al voto per l’adesione dell’Italia all’Unione Europea Occidentale (UEO). Un voto che portò all’espulsione immediata dal partito degli Onn. Mario Melloni (il futuro Fortebraccio dell’Unità) e Ugo Bartesaghi, già sindaco di Lecco dal 1948 al 1954, per aver votato contro quel trattato. Era segretario del partito Amintore Fanfani. Altri tempi e ben altri leader politici! Con la scelta determinante fatta da quattro leader DC europei per l’avvio della CEE: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman, riteniamo di avere tutte le  carte in  regola per concorrere insieme ad altri partiti a tale alleanza elettorale.

 

Ora spetterà a Draghi decidere, non di dar vita a un suo partito, ma di accettare la leadership di tale alleanza che lo proporrebbe capolista indicato come capo del governo dopo la verifica elettorale. È evidente che compito della DC sarà anche quello di offrire alcune idee di programma ispirate dai valori dell’umanesimo cristiano e della dottrina sociale della Chiesa, quali quelli della solidarietà e sussidiarietà. Insomma programma e alleanza elettorale di un centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, atlantista, alternativo alla destra nazionalista e sovranista. Una scelta con la quale intendiamo riaffermare la validità della nostra migliore tradizione e concorrere a sconfiggere la linea putiniana che gioca a dividere l’Europa euro-atlantica attraverso la guerra e il ricatto energetico. Una seria verifica andrà compiuta nelle nostre periferie per preparare al meglio le prossime elezioni politiche e indicare una classe dirigente credibile, che assuma il codice etico sturziano come riferimento morale per i propri comportamenti politici e amministrativi.

CRISI DI GOVERNO ED ELEZIONI ANTICIPATE: L’ITALIA SENZA DRAGHI SCIVOLA NELL’INSTABILITÀ. LA DESTRA ANNUSA LA VITTORIA.

Si va al voto con la prospettiva di un successo della coalizione di centro destra. Oggi questo dicono i sondaggi. È stata giusta la linea dell’intransigenza? De Gasperi agì diversamente, ma erano altri tempi. 

Dopo le dimissioni di Draghi si apre lo scenario elettorale più complicato degli ultimi trent’anni o forse più. Il centro destra non è unito, almeno non più di tanto, ma si presenterà unito per ragioni evidenti e molto concrete, fiutando una vittoria che molti danno per scontata; il centro sinistra si ridurrà a un Pd senza alleanze – questa fu la scelta di Veltroni nel 2008 – pronto a giocare la carta del suo rafforzamento in nome dell’alternativa al blocco Meloni-Salvini-Berlusconi e del voto utile; il centro, infine,  prenderà forma all’insegna di un agglomerato ad “alta fedeltà draghiana”, chiamando a raccolta l’elettorato che non si riconosce nel nuovo bipolarismo disegnato baldanzosamente sulla dialettica tra Letta e la Meloni. In ogni caso, i rapporti di forza che usciranno dalle urne potrebbero essere diversi – spes contra spem – da quelli che attualmente registrano i sondaggi.

D’altronde, fino a ieri i sondaggi ci dicevano che la stragrande maggioranza degli intervistati era contro le elezioni anticipate e giudicava positivamente, con una percentuale più bassa ma comunque rilevante, l’operato del governo Draghi. Ora, le tensioni innescate dalla formalizzazione della crisi possono solo rafforzare i timori per quello che appare agli occhi della pubblica opinione un pericoloso sbandamento, lesivo del ruolo e dell’immagine dell’Italia, con riflessi negativi proprio sul terreno della politica europea ed internazionale. Certamente l’uscita di scena di Draghi non è indolore, quale che sia l’opinione politica dei contendenti: le prime reazioni dei mercati suggeriscono di tenere alta la guardia. Un motivo in più, questo, per auspicare un raffreddamento della crisi, delineando un percorso ordinato che collochi le elezioni dentro un quadro di relativa sicurezza.

Sono tutti auspici che possono scontrarsi con la dura realtà. Avere un esecutivo debole – vedremo quale – non corrisponde in alcun modo al bisogno di stabilità del Paese. Si fa presto a lodare l’adamantina coerenza di un “tecnico” che lascia il palcoscenico della politica perché ravvede la gravosità del compromesso e il contraccolpo conseguente sulla sua credibilità personale. Nel discorso di Draghi al Senato è risuonato l’allarme per la disinvoltura di Salvini nei rapporti con Putin. Anche De Gasperi, nel lontano settembre del 1946, dovette misurarsi con l’iniziativa solitaria, non concordata, di Togliatti sulla questione di Trieste. Fu percepita come una rottura della solidarietà tra i partiti di governo. De Gasperi reagì con fermezza, ma gestì la crisi con la dovuta calma: solo dopo 8 mesi, nel maggio del 1947, si determinò alla rottura del tripartito e solo dopo un altro anno affrontò lo scontro decisivo, con le storiche elezioni  del 18 aprile del 1948.

Oggi non abbiamo De Gasperi.

 

L’AGENDA DRAGHI È IL VALORE AGGIUNTO DI UNA NUOVA COALIZIONE CHE SI FA CENTRO NELL’ELETTORATO. 

 

Il voto del Senato – spiega l’autore – segna un perimetro invalicabile nel campo delle forze politiche, ma apre ampi spazi di consenso nei cittadini.

 

Lorenzo Dellai

 

Il Presidente Draghi ha replicato al Senato in maniera telegrafica ed ineccepibile. Aveva chiesto: sono pronti i partiti della maggioranza a riprendere il percorso virtuoso per il Paese?

 

La risposta del M5S, della Lega e di Forza Italia (con l’imbarazzante corollario dei cosiddetti centristi di centro destra) è stata chiara: No.

 

Altrettanto sintetica ed opposta era la mozione presentata dal Presidente Casini: Si.

 

Non mi pare ci sia altro da dire.

 

Chi ha votato la Mozione Casini (assieme a quella larga parte di società civile che in questi giorni si è mobilitata per la stabilità del Governo) e chi si è dissociato pubblicamente dalla scelta fatta dal centro destra inizi subito a preparare la campagna elettorale.

 

Grillini e centrodestra sono responsabili “in solido” dello sfascio che si abbatterà sul Paese nei prossimi mesi. Il voto del Senato segna un perimetro invalicabile nel campo delle forze politiche, ma apre ampi spazi di consenso nei cittadini.

 

Che Draghi sia in campo (magari!) o meno, ciò che occorre ora è una coalizione che assuma la sua Agenda – e forse anche il suo stile – come progetto politico ed elettorale. Per il Paese, questo sarebbe il vero “Centro”, entro il quale i popolari veri non possono mancare.

A VOLTE RIESCE DIFFICILE CONSERVARE L’ORGOGLIO DI ESSERE ITALIANI.

 

Questa nota è stata scritta prima del voto finale al Senato, con la conseguente frantumazione della maggioranza di unità nazionale. L’autore, come si legge, ritiene che alcune considerazioni prescindano dall’esito del confronto parlamentare, tanto sono profonde e gravi. A suo giudizio, in particolare, la crisi italiana è un regalo imbarazzante alla Russia di Putin.

 

Francesco Provinciali

 

Ci sono almeno tre evidenze che si impongono al di sopra di ogni ragionevole dubbio nella bieca, crudele e spietata resa dei conti andata in scena al Senato. Senza contare le lunghe tribolazioni dei giorni scorsi, uno spettacolo veramente indegno e indecoroso orchestrato in modo maldestro ma distruttivo da chi ha voluto – costi quel che costi- questa crisi di governo rovente di una torrida mezza estate.

 

La prima riguarda il merito.

 

Innanzitutto la pervicacia e l’alterigia degli aut-aut, chi più chi meno i partiti hanno inscenato una indegna gazzarra su primazie, veti, preclusioni, anteponendo i propri interessi di una campagna elettorale iniziata con un colpo di mano, al bene del Paese. Fino a votare contro il Governo di cui facevano parte.

 

Da anni i partiti politici non sono il sale della democrazia ma gli esecutori di trame che farebbero impallidire Machiavelli e i Borgia, ponendosi senza remore etiche ai margini del rispetto delle istituzioni e del popolo italiano. Un tempo si poneva la questione morale, ora non fa più parte dell’agenda dei buoni comportamenti.  In questo senso si annidano come una cancrena nelle istituzioni veri e propri traditori della Storia e della Patria: i politici dovrebbero avere una visione diacronica dello Stato, dal Risorgimento alla Resistenza, alla Costituzione. Molti di loro non si capacitano neppure del significato di queste parole.

 

La seconda si riconduce al metodo: una riedizione 4.0 dei torbidi che hanno sempre inquinato la storia dell’uomo laddove hanno prevalso gli interessi personali, le ambizioni smodate, la presunzione di essere l’ombelico dell’universo politico, in ogni contesto, trattativa, persino nel formulare drammatici ultimatum.

 

Mario Draghi è uomo di esperienza internazionale, possiede un curriculum senza eguali, ha dimostrato di governare la politica monetaria europea in modo magistrale, ha espresso doti di competenza tecnica e politica di primordine, intuizioni vincenti, anche nella contingenza epocale della guerra in Ucraina ha saputo porsi come interlocutore non solo italiano ma del mondo libero e occidentale.

 

È paradossale che la dissoluzione per implosione del Movimento 5 Stelle lo abbia condizionato al punto da aprire una crisi deflagrante: ciò sta portando il “grillismo” alla dissoluzione ma il conto lo paga il Paese.

 

I toni ultimativi e minacciosi non si addicono a una compagine che ha nello stesso Governo che vuole affossare suoi rappresentanti. Che esprime anime sideralmente lontane tra loro. Che ci lascia errori e scelte sbagliate compiute proprio dai Governi a guida Conte, basti pensare al reddito di cittadinanza e al Memorandum della via della seta. Dovevano aprire il parlamento come una scatola di sardine, ne saranno espunti fino a lasciare un marginale ricordo del loro passaggio. In cauda venenum si aggiunge anche la Lega con le rivendicazioni dell’ultima ora.

 

La terza evidenza è intuitiva ma qualcuno – a cominciare dal Copasir – dovrebbe approfondirla. Si riferisce alle ingerenze e alla disinformazione pilotate dalla Russia in Europa e in Italia in particolare: siamo un Paese ad alto tasso di penetrazione, che subisce e metabolizza menzogne, distorsioni e pesanti giudizi indebiti.

 

Repubblica online – nella rendicontazione di una giornata caratterizzata dalla tensione altissima in Senato, dopo il discorso di Draghi che ha proposto un nuovo patto di lealtà alle forze politiche – ha tra l’altro riportato questo commento di Mosca rivolto all’Italia: “Cerchi la causa della crisi nei suoi errori”.

 

I politici europei dovrebbero cercare le cause delle crisi interne nei loro “errori” e nella “mancanza di professionalità”. Lo ha affermato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, in un commento – precisa l’agenzia di stampa Tass – riferito alle dichiarazioni del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. “Consigliamo ai politici europei di cercare le cause delle loro crisi interne nei loro errori e nella mancanza di professionalità, le cui conseguenze sociali ed economiche sono sempre più avvertite dai cittadini comuni dei Paesi dell’Ue”, ha sostenuto Zakharova. Secondo la portavoce, Di Maio continua a cercare le cause esterne dei problemi politici interni dell’Italia. “Noi stessi siamo sbalorditi dalla potenza della diplomazia russa, stando a quanto suggeriscono i media italiani. Si scopre che i nostri ambasciatori possono cambiare i governi con un paio di chiamate”, ha sottolineato”. Non è necessario consultare i manuali di psicanalisi per capire che il messaggio contiene un avvertimento esplicito niente affatto garbato.

 

Come mai Mosca segue così da vicino le crisi che stanno attraversando i governi europei? Perché non nasconde la speranza che si realizzi un ribaltamento nella guida dei Paesi, come auspicato dal portavoce Peskov: “La crisi è un affare interno all’Italia… ma si auspica un governo non asservito agli USA”.

 

Mentre chiudo questa riflessione si deve ancora votare in Senato: ma l’esito del voto qualunque esso sia non inficia la sussistenza delle tre evidenze che ho posto. Il mondo ci scruta con stupore, abbiamo il miglior leader possibile e lo mettiamo in croce. Mi viene in mente un giudizio di Charles De Gaulle, pesante e irriverente ma spesso avvalorato dai fatti e dai comportamenti umani: “l’Italia non è un Paese povero ma un povero Paese”. A volte mi riesce difficile conservare l’orgoglio di essere italiano.

DRAGHI DAY. AL SENATO CINCINNATO CHIEDE UN NUOVO PATTO. LEGA VICINA ALLA ROTTURA, CONTE GIOCA DI RIMESSA.

 

 

Non ha fatto sconti, né ha eluso i problemi che l’Italia deve affrontare. Il Presidente del Consiglio, nel corso dei 36 minuti del suo intervento a Palazzo Madama, ha rivendicato il valore della unità come unica e vera condizione per rispondere alle tante emergenze e puntare alla rinascita del Paese. Nei giorni scorsi Mattarella aveva fatto capire a tutti, anche all’inquilino di Chigi, che questa è l’ora della responsabilità. La Lega però lancia l’aut aut: nuovo governo senza i 5 Stelle o le elezioni. Conte cerca di rientrare in gioco. Sospesi i lavori, fonti di Palazzo Chigi fanno sapere che Draghi attenderà il voto sulle risoluzioni parlamentari prima di prendere decisioni.

 

 

Cristian Coriolano

 

La strada si è fatta impervia. Sospesi i lavori, fonti di Palazzo Chigi fanno sapere che Draghi attenderà il voto sulle risoluzioni parlamentari prima di prendere decisioni. Salvini gioca la carta della radicalizzazione, Conte cerca di sfruttare le contraddizioni per rientrare in gioco. Basta osservare, sul fronte 5 Stelle,  quanto sia stato dialogico il discorso di Licheri. Al contrario, l’intervento di Romeo (Lega) ha rappresentato un vero e proprio aut aut: governo senza i 5 Stelle o voto anticipato (magari anche a febbraio per mettere comunque in sicurezza la legge di bilancio). Sempre a nome della Lega, Calderoli ha presentato una risoluzione che traccia questo spartiacque. Non è piaciuto evidentemente ciò che il Presidente del Consiglio ha detto in mattinata.

 

Vale la pena ricapitolare. Il discorso è stato quello di un Cincinnato che torna sui suoi passi, con una punta di diffidenza e molto orgoglio. Draghi non è Moro, il suo linguaggio è scabro, la sua postura impolitica: anche quando si rivolge direttamente ai senatori pecca di ingiustificato paternalismo. Neppure il richiamo agli italiani, ai sindaci e al personale sanitario, alle categorie produttive, è risuonato con la dovuta eleganza. Un orecchio fine vi ha potuto ascoltare qualche nota di eccessivo autocompiacimento, nonché di predilezione per l’appello diretto al popolo in nome del supremo interesse della nazione. Il rischio è sempre quello di scivolare sul terreno della post-democrazia a motivo della pratica esclusione del ruolo dei partiti, oggi purtroppo indeboliti.

 

In ogni caso, la questione di un nuovo patto per andare avanti è stata posta correttamente. Draghi non ha fatto sconti. È stato pungente e severo verso quanti si sono prodigati a ricavare per sé uno scampolo di libertà pre-elettorale nel corso degli ultimi mesi. Non ha risparmiato critiche a Salvini per le sue disinvolture in politica interna e (soprattutto) estera, non ha concesso a Conte l’onore delle armi visto che anche sul bonus riguardante le ristrutturazioni edilizie cala l’impegno a un’accorta revisione. Nel complesso l’atteggiamento del premier esige una quota di rispetto che cresce ogni qualvolta ci si misura con un certo “manovrismo” delle forze più irresponsabili presenti nello scacchiere politico.

 

A tarda mattinata avevamo annotato quanto segue.

 

Le voci che si rincorrono dicono che Conte e Salvini, per motivi opposti, sarebbero tentati di votare contro. Dei due, però, il secondo ha minori margini di manovra, stretto com’è tra FdI e FI. Ora il dibattito parlamentare accerterà se esistono le condizioni per questo nuovo patto, così da proseguire nel lavoro che attende il governo in vista delle tante scadenze prossime (innanzi tutto quelle relative all’attuazione del Pnrr). Non sono esclusi colpi di coda, ma è difficile immaginare che possa saltare la fiducia verso Draghi e la sua impresa. Interessante sarà leggere l’apporto che il Pd – non ha torto considerato come la “safety car” a disposizione del sistema politico nazionale – saprà dare in questo passaggio delicato. Il sostegno a Draghi, infatti, dovrebbe essere accompagnato da qualche necessaria puntualizzazione, dal momento che si avverte l’urgenza di un riequilibrio nel concepire e praticare la positiva relazione tra governo, parlamento e partiti.

 

Ancora in prima mattina, invece, scrivevamo attorno a impressioni e previsioni che, proseguendo qui nella lettura, conservano il loro significato.

 

 

Si procede a ritmo lento. Discorso del Presidente del Consiglio, interruzione di un’ora, apertura e svolgimento del dibattito e infine votazione: l’andamento dei lavori al Senato, con l’esito della fiducia in serata, fa intendere la volontà di utilizzare appieno la dinamica parlamentare per consentire fino all’ultimo la definizione del compromesso – piccolo o grande si vedrà – necessario a rilanciare l’attività del governo. Il più è fatto, non per accumulo di impegni e decisioni, bensì per semplice consapevolezza del rischio troppo alto di una rottura irreparabile. Mattarella ha fatto capire a tutti, anche all’inquilino di Palazzo Chigi, che questa è l’ora della responsabilità.

 

Letta ha distribuito pillole di ottimismo. Allo sbocciare del “Draghi Day” egli vede l’annuncio di una bella giornata. Si tratta allora di attrarre nell’orbita di questa felice evoluzione il centro destra di governo, benché i suoi leader restino guardinghi in attesa di leggere le carte. Berlusconi e Salvini vogliono vederci chiaro, immaginando di poter ottenere un risultato di chiarezza con l’esclusione dei 5 Stelle o con la loro sostanziale emarginazione. Salvini non disdegna di arrivare al rimpasto di governo, per guadagnare spazi di potere. In ogni caso, Conte esce dalla vicenda con le ossa rotte. Non ha importanza che i sondaggi rassicurino sulla tenuta dei consensi dei pentastellati, quel che vale di più è l’inesorabile declino della proposta politica che il Movimento ha tentato, in modo convulso, di accreditare nel corso degli ultimi dieci anni. In queste ore, per giunta, si rincorrono le voci a riguardo di una nuova scissione.

 

E la Meloni? Sulla richiesta di elezioni anticipate è rimasta sola. Qualcuno ipotizza che l’intransigenza dimostrata possa  rafforzare la credibilità e il peso elettorale del suo partito. Anche questo è da verificare. Intanto Fratelli d’Italia sconta persino la diffidenza degli alleati, poco disposti a cedere alle pretese di un alleato troppo forte per essere accomodante e troppo debole per acquisire l’egemonia sul centro destra. Ora sarà interessante osservare il modo con il quale, da quelle parti, si cercherà di rilanciare la coalizione in vista dell’appuntamento elettorale. Dividersi sul governo e unirsi per il voto non è una rappresentazione esaltante agli occhi della pubblica opinione.

 

Resta da mettere a fuoco la figura di Draghi, l’attore principale. Secondo il prof. Pasquino (v. editoriale sul “Domani” in edicola oggi) egli “è perfettamente consapevole che è stato chiamato a risolvere con le sue competenze, la sua autorevolezza e il suo prestigio internazionale compiti che nessuno dei politici italiani era minimamente in grado di affrontare. All’ombra del governo Draghi quei politici avrebbero dovuto dedicarsi alla rivitalizzazione delle loro organizzazioni e al ripensamento delle loro culture politiche”. Qui s’intravede una connessione, allo stato rimasta incompiuta, la quale in effetti richiede un dinamismo accresciuto. Dunque, il ruolo di Draghi non è e non sarà più, d’ora in avanti, quello del bravo ex Presidente della Bce. L’auspicata conferma della sua leadership, oggi al Senato e domani alla Camera, rafforzerà l’elemento politico che opera sempre alla base di ogni esperienza di governo. Le implicazioni si vedranno a breve.

UNA SCUOLA APERTA A TUTTI.

 

Questa riflessione – maturata durante l’esperienza professionale, prima nella scuola e poi nella giustizia minorile – lavora sulle motivazioni pedagogiche che preludono allo ius scholae, ricordando la lezione di Don Milani e le più aggiornate ricerche di psicolinguistica sul “parlare bilingue” e sul “pensare bilingue”. Dice l’autore: “La scuola accoglie tutti e in questa apertura consiste il senso più importante e significativo del suo essere luogo di educazione”.

 

 

Francesco Provinciali

 

Quando in una classe ci sono bambini e bambine di ogni parte del mondo si avverte quanto grande e importante, forse decisivo, potrebbe essere il significato di quella presenza per il futuro dell’umanità.

 

Dopo la famiglia, la scuola è il luogo della prima socializzazione, cioè dell’apertura di credito alle relazioni interpersonali, ma anche della formazione dell’intelligenza e del carattere e della trasmissione di quei valori di civiltà che possono dare un senso alla nostra vita.

 

C’è una ricchezza straordinaria insita in quel potenziale umano: di menti e di cuori pronti a ricevere buoni insegnamenti, di creature che stanno crescendo e alle quali si può indicare – con l’autorevolezza istituzionale e morale che è implicita nel compito degli educatori – la via del bene affinchè possano trovare poi da sé quella della verità.

 

Sono bambini e bambine che non sanno ancora nulla delle cattiverie e delle malizie del mondo e che non attribuiscono certamente alle culture di provenienza, alle diverse etnie, alle confessioni religiose o al colore della pelle quei significati distintivi e selettivi, a volte di retaggio, che gli adulti solitamente usano quando si rapportano tra di loro.

Il compito più straordinario che attende ogni educatore è quello di formare menti aperte, critiche e libere e questo processo si realizza in modo naturale in un contesto multiculturale.

 

La scuola accoglie tutti e in questa apertura consiste il senso più importante e significativo del suo essere luogo di educazione.

 

Anche da un punto di vista strettamente didattico il melting pot linguistico accelera e favorisce la comprensione e la comunicazione tra persone.

 

E’ infatti risaputo che l’uso e l’arricchimento delle lingue non avviene solo attraverso l’acquisizione di regole sintattiche e grammaticali ma per ‘immersione’, per ‘osmosi’, addirittura per ‘promiscuità, entrando cioè in diretto contatto con l’ambiente culturale e di vita di cui si dovrebbero mutuare gli apprendimenti.

 

La metabolizzazione dei contenuti linguistici avviene quindi più facilmente in un contesto comunicativo aperto e fluente piuttosto che in uno chiuso e separato: nel primo caso gli apprendimenti si realizzano partecipando in forma ‘viva’ e diretta alla socializzazione verbale, nel secondo solo mandando a mente aride nozioni che richiedono di essere poi declinate nell’uso della parola.

 

Le relazioni interpersonali sono uno straordinario agente di facilitazione rispetto alle competenze linguistiche, più di quanto avvenga attraverso la mera trasmissione di nozioni e regole in contesti formativi separati: non esiste un luogo dove si apprende che sia distinto nettamente da quello dove si vive, perché entrambi coesistono nell’atto didattico, si insegna e si impara mentre si vive in mezzo agli altri.

 

Le più consolidate acquisizioni della ricerca pedagogia, hanno dimostrato che c’è una fase di competenza linguistica che precede l’apprendimento espressivo in senso stretto: si può infatti affermare ad esempio che nello studio di un idioma straniero, si ‘pensa bilingue’ prima ancora di ‘parlare bilingue’.

 

Credo pertanto di poter convintamente sostenere che un ritorno a classi “differenziate” , questa volta per matrice linguistica di provenienza, sarebbe un passo indietro rispetto alle evidenze culturali e didattiche che le scelte di integrazione e di inclusione hanno realizzato, sia sul piano dei valori educativi e di civiltà sia sotto il profilo della pragmatica utilità di possedere in tempi brevi e nel modo più facilitato e spontaneo le chiavi che aprono ai saperi e alle competenze espressive e che ci permettono di capire e di comunicare.

L’ITALIA CON DRAGHI CHIEDE STABILITÀ

 

L’epilogo che domani avrà la crisi di governo, costituisce con ogni probabilità uno snodo fondamentale del modo in cui il Paese potrà uscire dalla crisi attuale. I nodi principali sono due e compendiano l’insieme delle altre urgenze: l’energia e la guerra. Per avere credibilità e autorevolezza, in particolare fuori dall’Italia, serve un premier di specchiata appartenenza ai piani alti dell“establishment occidentale.

 

Giuseppe Davvicino

 

Non credo che l’ampia richiesta che sta giungendo da molti gagli vitali del Paese, insieme a istituzioni, categorie sociali e territori, e soprattutto dal sentire comune popolare, rivolta a Mario Draghi di proseguire la sua esperienza da presidente del Consiglio vada troppo enfatizzata e meno che mai personalizzata. Il dato politico risulta inequivocabile: il Paese chiede stabilità. E il diretto interessato non necessita di troppe ulteriori attestazioni di stima e fiducia, essendo con ogni probabilità lui il primo ad essere conscio di quale sia la mole del compito che gli si richiede. L’epilogo – che speriamo di buonsenso – che domani avrà la crisi di governo, costituisce con ogni probabilità uno snodo fondamentale del modo in cui il Paese potrà uscire dalla attuale crisi sistemica internazionale.

 

I nodi principali sono due e compendiano l’insieme delle altre urgenze: l’energia e la guerra. Infatti dal controllo del costo dell’energia dipende la possibilità di domare l’iperinflazione, e in ultima analisi dipendono la ripresa economica e la pace sociale. Ormai anche i media hanno sdoganato l’espressione, finora riservata ai cultori di Enrico Mattei, della “via africana” alle fonti di energia. Una via che, per scellerate ed egoistiche strategie di nostri stretti alleati soprattutto nello scorso decennio, era stata minata sia agli interessi italiani sia agli interessi dei Paesi produttori. Una via che non si è riaperta nell’ultimo anno e mezzo per magia o per caso. La sua riapertura è dovuta all’incisivo lavoro svolto nell’alveo della tradizionale politica italiana verso l’Africa e il Mediterraneo, che è culminato nei numerosi incontri di vertice delle autorità di Algeria, Egitto, Angola, Congo, Mozambico, e altri, con quelle italiane. In un tempo brevissimo per l’entità dei grandi progetti strategici in questione, sono state avviate collaborazioni con gli Stati africani ma anche con colossi energetici aziendali internazionali che hanno reso l’Italia protagonista in Africa, e che sarebbero state impossibili senza lo standing internazionale del premier che le ha gestite. Ma ce lo immaginiamo, un presidente del consiglio, dopo le elezioni anticipate, magari donna con amicizie internazionali imbarazzanti, magari erede dell’«Africa bel suol d’amore», girare le cancellerie del Continente Nero alla ricerca di relazioni privilegiate? Oppure, con un premier che ogni volta cambia opinione a seconda dell’interlocutore di turno?

 

Un discorso in qualche modo analogo credo valga per l’altro nodo da cui dipende tutto il resto: mettere la parola fine alla guerra in Ucraina prima che la situazione possa sfuggire di mano, provocando un conflitto ben più grave. È vero che l’Italia non è il Paese che può fare cessare direttamente il conflitto – lo sono a mio avviso la Russia e gli Stati Uniti, con le loro pur diverse responsabilità – ma può svolgere un ruolo chiave, con la Germania, l’Ue e a fianco della Santa Sede, per portare le parti verso il tavolo delle trattative, non essendo immaginabile guerreggiare indefinitamente sulla pelle delle popolazioni che costituiscono lo stato ucraino. Per avere credibilità e autorevolezza su questo livello serve un premier di specchiata appartenenza ai piani alti dell’establishment occidentale, di comprovata vicinanza e amicizia all’Ucraina, inattaccabile sotto il profilo della sua indipendenza dalla Russia e dalla Cina ma nel contempo desideroso di riallacciare al più presto i fili del dialogo in modo trasparente e fuori da ogni ambiguità. Who else?

 

Domani la maggior parte dei partiti sarà chiamata a fare un passo che certo non esalta il loro ruolo perché, anche se si poteva dire in modo più diplomatico di come lo ha detto Renzi, il senso del proseguimento del governo guidato da Draghi esprime la consapevolezza che in questa difficile fase serva la massima unità sulle cose essenziali da fare senza bizantinismi. I partiti devono rimanere consapevoli dell’insostituibilità del loro ruolo anche quando toccano con mano le loro debolezze. Forse è il momento più propizio per impostare la ripartenza per tornare ad avere, dopo avere fugato le ombre del presente, partiti in senso pieno, vale a dire dotati di ampio radicamento sociale e territoriale e portatori in piena autonomia di un’idea di società che si distingue da altri.

 

Ma i problemi incalzano. Ora è il momento di scelte concrete, decisive per il futuro del Paese.

PAOLA GAIOTTI DE BIASE: LA PASSIONE E IL REALISMO DI UNA DONNA POLITICA.

 

Non è stata una donna dagli orizzonti chiusi e precostituiti, come dimostrano le sue scelte e le sue collocazioni politiche. Possiamo definirla un’intellettuale originale segnata dall’autonomia e dal rigore critico, dal pragmatismo e dal realismo politico, dalla ricerca e dalla curiosità. La sua storia non è stata la “semina” di una carriera personale, ma un investimento sui tempi lunghi.

 

Maria Chiara Mattesini

 

Paola Gaiotti de Biase: Napoli, classe 1927. Difficile trovare parole per “contenere” e “inquadrare” la sua personalità. Ma, per fortuna, ci aiuta, in questo senso, la lettura di “Passare la mano. Memorie di una donna dal Novecento incompiuto”, l’ultimo libro che Paola ci ha lasciato: la sua autobiografia. Difficile, perchè ha rappresentato un pensiero critico che mal volentieri si è allineato alle prese di posizione ufficiali e che ha stentato, per questo, a trovare una sua collocazione. Non si può dire, ad esempio, che sia stata una donna di partito, caratteristica che, del resto, ha accomunato molte figure femminili della Democrazia cristiana, di cui ha fatto parte anche Paola, sino al 1984, anno in cui decide di fondare la Lega democratica assieme ad alcuni intellettuali cattolici, tra cui lo storico Pietro Scoppola, il sociologo Achille Ardigò, il giornalista e scrittore Paolo Giuntella.

 

Non è stata una donna dagli orizzonti chiusi e precostituiti, dunque, come dimostrano le sue scelte e le sue collocazioni politiche. Si può dire, piuttosto, che ha avuto una spiccata sensibilità per la costruzione dell’Europa, per cui si è impegnata e spesa attraverso la costituzione, anche, del Club del coccodrillo, creato nel 1980 con altri parlamentari europei, fra cui Altiero Spinelli, con l’obiettivo di riformare le istituzioni comunitarie. Si può dire, soprattutto, che è stata una pioniera, quando, nel 1963, per prima si è occupata di storia delle donne in ambito cattolico. Una pioniera coraggiosa, ché le donne cattoliche, come scriveva lei stessa, rappresentavano una storia che rischiava di essere il “sommerso del sommerso” e di rimanere, quindi, senza voce.

 

Nel movimento femminista, infatti, le donne cattoliche sono state un “tabù”: tiepide e insicure, ambigue e moderate, così sono state considerate, e non di rado a ragione, come ammetteva Paola, poiché si sarebbero limitate a chiedere cittadinanza nella Chiesa senza eccessive pretese. Mentre, dall’altra parte, le gerarchie ecclesiastiche rimproveravano loro troppa audacia. Un dispiacere, si può dire, che Paola ha espresso ripetutamente in più occasioni, come membro del Movimento femminile della Democrazia cristiana, anche rispetto ad alcune semplificazioni fuorvianti secondo cui le donne si dividono fra progressiste che vogliono l’uguaglianza e tradizionaliste che vedono nella famiglia il loro unico riferimento. Clima che ancora si respirava quando Paola sedeva al Parlamento europeo, di cui ha fatto parte dal ’79 all’84. Che la presa di coscienza femminile, legata alla nuova cultura del ’68, pur essendo stata preparata da una modernizzazione del paese avvenuta sotto la guida del partito democristiano, si fosse risolta contro di esso, pareva essere indubbio a molti cattolici e cattoliche. In questo senso andavano le riflessioni anche di Pietro Scoppola.

 

Ciò che interessava sottolineare, si lamentava Paola, è che nel dibattito sulla questione femminile aperto dalla nuova cultura «noi non solo siamo state assenti, ma siamo state considerate assenti o nemiche più di quanto fosse giusto». Membro della redazione di «Reti. Pratiche e saperi di donne», rivista femminista di area comunista pubblicata dall’87 al ’92, non mancherà, anche in questa sede, di far sentire la sua voce, i suoi dubbi, le sue perplessità sul pensiero della differenza sessuale, che rischiava, a suo avviso, di sfociare in narcisismo e di isolare dentro di sé l’essere donna dall’essere umano.

 

La cultura delle donne non può che pensare esplicitamente sé, la differenza di genere, ma per pensare l’umanità, per costruire l’intero umano, per ricostruirlo come relazione e differenza, non per riproporre un altro intero parziale, pur nella coscienza della sua parzialità: così la pensava Paola. E allora, si chiedeva, se la soggettività differenziale, specifica delle donne, stia non già nel partire da sé, ma dal rapporto con l’altro. E non è certo un caso che la ripresa del discorso sulla seconda fase del femminismo, sulla scia del volume di Betty Friedan, sia stata svolta da donne credenti. La decana del femminismo americano, che nel 1963 aveva denunciato la “mistica della femminilità”, nel 1982 denunciava la “mistica del femminismo”, accusata di aver liquidato, forse troppo frettolosamente ed erroneamente, i valori familiari. Questo recupero, adesso, poteva avvenire allo scoperto, essendo finiti i tempi in cui si parlava di famiglia «in forme quasi clandestine», come ironicamente affermava Paola, pur non nascondendosi l’equivoco che potenzialmente conteneva questo messaggio: il rischio, cioè, «di fughe emotive in cui maternità e casa possono essere assunti come luoghi di un piacere diverso, anziché come possibili luoghi del fare storia».

 

Un’intellettuale originale segnata dall’autonomia e dal rigore critico, dal pragmatismo e dal realismo politico, dalla ricerca e dalla curiosità. Quasi una necessità inconscia, la sua, quella, cioè, di cercare terreni che le dessero modo di esercitare il senso critico, l’analisi, secondo il principio del non appagamento e sempre alla ricerca della “pienezza” in senso evangelico, non solo nel senso contemplativo, ma anche concreto e fattivo. Non si è “accontentata” della Democrazia cristiana e non ha cercato “rifugi” sicuri e definitivi. La sua storia non è stata la “semina” di una carriera personale, ma un investimento sui tempi lunghi. Una donna che ha lasciato il segno, Paola Gaiotti de Biase, a prescindere dalla celebrità, caratteristica, questa, che accomuna, purtoppo, moltissime donne, al di là della loro appartenenza politica, la cui storia è da inserire in quella corrente di pensiero che va sotto il nome di cattolicesimo democratico.

MA QUANTO È BANALE PUTIN?

 

Un regime non può sopravvivere senza nemici. E l’occidente è il nemico ideale. Perché per decenni i leader sovietici/russi hanno sempre incentrato il loro livore contro gli americani. In realtà le decisioni dell’autocrate di Mosca dipendono da idee suicide per il Paese, per la società, per l’economia e per la reputazione stessa della Russia.

 

David Tesoriere

 

“La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza.” (George Orwell 1984). In questi pochi versi è concentrato tutto il pensiero del Grande Fratello. E allo stesso tempo anche quello di Putin. L’unico ad aver stabilito nella sua terra un regime tipico della metà del XX secolo e banale come tutte le dittature dell’epoca.

 

Tutti loro promuovevano il culto del leader, facevano affidamento sull’indifferenza e l’obbedienza delle masse, divinizzavano lo stato, mantenevano il culto della forza, del militarismo e della morte eroica, si confondevano con lo stato e costruivano un modello economico autarchico. Hanno fortemente rifiutato una rotazione del potere, hanno combattuto contro i “traditori nazionali”, hanno imprigionato i loro oppositori, imposto la censura e cercato di governare per sempre. Insomma, un quadro già visto, da cui le moderne democrazie fortunatamente si sono liberate.

 

Nell’età del movimento che non conosce confini per le persone, capitali e idee, Putin mette in scena un teatro della difesa di una sovranità che nessuno aveva mai tentato di distruggere.

 

Ha proposto l’idea, ormai banale, che le sanzioni non hanno minato l’economia russa, che i parametri macroeconomici sono stabili, che il mercato del lavoro è sostenuto dallo Stato, ecc. Naturalmente non ha detto una parola sul fatto che il paese si sta costantemente dirigendo verso un disavanzo di bilancio, che il reddito disponibile reale sta diminuendo, che l’economia sommersa sta diventando legale.

 

Altra teoria fortemente amata dall’autocrate è quella secondo cui l’Occidente stava trattenendo la Russia. Come e dove non è specificato. In realtà, Putin e i suoi compari avevano bisogno della Russia senza possibilità di sviluppo, dal momento che così è più facile controllare le masse. Un regime non può sopravvivere senza nemici. E l’occidente è il nemico ideale. Perché per decenni i leader sovietici/russi hanno sempre incentrato il loro livore contro gli americani. Il nemico di uno stato che per tutti loro ha schiacciato ogni essere vivente e ha azzerato la reputazione dei russi.

 

Ma tutti questi banali deliri, degni di un film di Chaplin, sarà difficile sostituirli con una più dignitosa idea di società. Oramai la Russia è un paese in cui non è possibile cambiare rotta. Non hanno più gli strumenti per cambiare l’autocrate. Hanno distrutto quegli stessi strumenti per inutilizzo negli ultimi due decenni, perché pensavano che la democrazia non valesse niente, che il modo per fare soldi fosse collegarsi con il Cremlino e l’FSB senza alcun tipo di elezioni competitive.

 

Certo, le élite capiscono che tutte le decisioni di Putin, inclusa quella più importante del 24 febbraio, sono idee suicide per il Paese, per la società, per l’economia e per la reputazione della Russia. Ma non riescono a svincolarsi perché, come si diceva sempre in 1984, “L’ortodossia imponeva la mancanza di autocoscienza”.

EMERGENZA RIFIUTI, CIACCHERI CONTRO GUALTIERI: “CI VUOLE L’ESERCITO”. IL PD RISPONDE A TONO E PARLA DEI ROGHI.

 

Tre anni fa, contro la Raggi, la mobilitazione sulla pulizia della città vide il Pd accanto al Presidente dell’VIII municipio. I tempi sono cambiati. Ora il Pd reagisce male e fa sua la teoria del complotto, dopo che aveva taciuto stranamente sull’incendio devastante di Malagrotta. Meglio tardi che mai. Manca tuttavia un’analisi rigorosa, possibilmente negli organi di partito, sulla dinamica dei fatti. Sul punto, ad esempio, qual è il pensiero dei candidati alla successione di Zingaretti?

 

Romano Contromano

 

Come un fulmine a ciel sereno, si è abbattuto ieri pomeriggio sul “campo largo” capitolino il duro comunicato stampa di Amedeo Ciaccheri, Presidente dell’VIII Municipio nonché recente fondatore, insieme all’europarlamentare Massimiliano Smeriglio (ex Rifondazione Comunista), di “Alternativa Comune”, nuova piattaforma rosso-verde. Ciaccheri ha denunciato il grave stato di degrado della città a causa della mancata rimozione dei rifiuti dalle strade: con il caldo record si profila l’allarme igienico-sanitario. Naturalmente parlava per i quartieri del suo Municipio, sebbene con lo sguardo rivolto a tutta la città, arrivando ad invocare infatti l’intervento dell’esercito qualora l’emergenza non trovasse rimedio nei prossimi giorni. Doveva essere un proclama firmato anche da altri Presidenti di Municipio, ma all’ultimo il mini-Sindaco della Garbatella è rimasto isolato perché nemmeno l’opposizione di destra gli ha dato sponda. |In pratica l’ala più movimentata della coalizione ha rotto gli argini, mettendo chiaramente sotto accusa la Giunta Gualtieri, di cui fa parte

 

La risposta non si è fatta attendere. In una nota firmata dalla capogruppo, Valeria Baglio, e dal Presidente della Commissione capitolina Ambiente, Giammarco Palmieri, il Pd ha voluto mettere i puntini sulla i, contestando la posizione di Ciaccheri. “Roma ha avviato – si legge appunto nella nota – un percorso trasparente e determinato verso la chiusura del ciclo dei rifiuti. L’incendio che ha colpito il Tmb di Malagrotta è un evento senza precedenti di dimensioni enormi. Sicuramente frutto della mano dell’uomo, come molti degli incendi di questi ultimi giorni. Sono ombre inquietanti che stanno creando allarme nella città e rallentando il lavoro avviato dalla Giunta per pulire la città, dopo anni di inefficienza. Non bisogna cadere nella trappola di chi tenta di creare divisione”.

 

Di qui l’affermazione più dura: “Per questo diciamo no alla richiesta di intervento dell’esercito. È una proposta irricevibile, perché Roma sta iniziando con le sue gambe e le sue forze ad imboccare il percorso della normalità nella gestione dei rifiuti che produce. Il ricorso a misure emergenziali e straordinarie rappresenterebbe nei fatti il riconoscimento che intralciare il lavoro dell’amministrazione ha i suoi effetti. Con l’apertura del Tmb di Guidonia, la possibilità di nuovi conferimenti ad Albano e con il potenziamento di personale e mezzi di Ama, Roma si avvia al superamento del momento emergenziale e alla normalizzazione con le sue forze”.

 

E in conclusione Baglio e Palmieri rilanciano la proposta dell’inceneritore, per il quale nel Decreto Aiuti, all’esame del Parlamento, sono previsti i necessari finanziamenti. Precisano i due: “…è soprattutto con la realizzazione dell’impiantistica che la Capitale farà un quel salto in avanti che in questi anni è mancato. L’attuale fragilità del sistema, ed il continuo susseguirsi di emergenze è il frutto delle mancate scelte degli ultimi anni. Quello che stiamo vivendo è colpa dello stallo che Roma vive da anni. Il nostro sostegno al Sindaco Gualtieri e all’assessora Alfonsi è pieno. Per la prima volta Roma ha un piano serio ed efficiente per garantire la chiusura del ciclo dei rifiuti. È necessario andare avanti con piena responsabilità in questa direzione”.

 

La polemica probabilmente scemerà e dell’uscita provocatoria di Ciaccheri non rimarrà traccia. Solo tre anni fa, per motivi analoghi, riuscì comunque a trascinare anche il Pd in una manifestazione all’Ostiense contro l’immobilismo della Raggi. I tempi sono cambiati. Ora il Pd reagisce male e fa sua la teoria del complotto, dopo che aveva taciuto stranamente sull’incendio devastante di Malagrotta. Meglio tardi che mai. Tuttavia, se è vero che non spetta a un partito accertare le responsabilità per atti di natura criminale, ad esso compete senza dubbio di valutare organicamente, sul piano politico, la dinamica di eventi disastrosi. A chi giova, in particolare, la messa fuori uso del Tmb di Malagrotta? Come si può o si deve interpretare, in altre parole, la grave lesione all’apparato industriale collegato alla gestione dei rifiuti urbani? Non basta esorcizzare l’intervento dell’esercito, che mai la sinistra in passato avrebbe concepito, se poi manca un’analisi appropriata di ciò che di torbido si agita attorno alla gestione dell’immondizia. E stride con la rilevanza di tale questione l’assenza di un dibattito serio e approfondito negli organi del partito. Non hanno nulla dire, a riguardo, i candidati (anche se ufficiosi) alla Presidenza della Regione al posto di Zingaretti?

FIORONI, “LA CRISI PUÒ METTERE IN GINOCCHIO L’ITALIA: CONCORDO CON I SINDACI, DRAGHI VADA AVANTI”.

 

 

(Intervista di) Gabriele Papini

 

Questa conversazione doveva svolgersi diversamente, stando l’uno di fronte all’altro, magari in un bar all’aperto in qualche piazza del centro di Roma. Invece l’afa di luglio ha consigliato di ripiegare sulla comunicazione a distanza, lui idealmente con i piedi a bagno nel mare della bassa Maremma, io nel “buon retiro” della campagna senese. Fioroni, già parlamentare di lungo corso ed ex ministro, oggi segue la politica con la stessa passione di sempre. Ci tiene a farlo, però, con un certo gusto di indipendenza, essendo per altro il Vice presidente dell’Istituto Toniolo. Sono giorni e ore di grande tensione per la crisi che ha investito il governo Draghi.

 

 

 

Una crisi incomprensibile, si dice. Ma è proprio così o c’è qualcosa, al fondo, che può spiegare l’improvvisa rottura provocata dai Cinque Stelle?

 

Al fondo c’è la difficoltà dei partiti a trovare un’identità e un progetto visibili, capaci di reggere di fronte agli elettori, fungendo perciò da calamita al momento del rinnovo del Parlamento, per attirare la fiducia degli italiani a seconda degli schieramenti. La crisi investe un po’ tutti, anche se gli effetti sono diversi. L’epicentro di questa difficoltà si scopre nella fibrillazione del M5S, tanto pericolosa da determinare a questo punto la brusca interruzione del lavoro portato avanti da Draghi. Ce lo possiamo permettere?

 

È una domanda, questa, che rimando senz’altro al mittente…

 

No, non credo proprio. Non possiamo affatto permettercelo. Mi ha colpito l’appello dei sindaci, forse perché vi rintraccio quel sentimento che ho vissuto anch’io da giovane, come primo cittadino di Viterbo. I sindaci avvertono, sicuramente più di altri, quali sono le urgenze, le sensibilità, le preoccupazioni delle nostre comunità. Mentre ci attendono scadenze importanti, il messaggio della politica – o meglio della parte irresponsabile di essa – appare quello del “rompete le righe”: alla fatica della mediazione, si preferisce la fuga in avanti e magari il voto anticipato, senza uno schema chiaro. L’appello, a mio giudizio, è soprattutto un invito a mettere al primo posto l’interesse della nazione.

 

Eppure, dicono gli assertori del voto subito, le elezioni sono il cardine della democrazia: non dovrebbero suscitare reazioni di contrarietà.

 

Non è questo il punto. Far credere che ci sia la volontà di anestetizzare la volontà popolare, con un rinvio sine die delle elezioni, è fuorviante. È la Meloni, più di altri, a insistere su questa rappresentazione non veritiera. Il problema è che sfasciare tutto a distanza di pochi mesi dal termine naturale della legislatura corrisponde al desiderio di acquisire un mandato a governare a prescindere dalla coerenza e solidità del disegno politico. Lo abbiamo visto a più riprese nel lungo ciclo della cosiddetta “seconda repubblica”: una coalizione vinceva e poi non governava. Ma perché accadeva? Evidentemente perché la combinazione di forze non stava entro coordinate sicure.

 

Ma oggi a destra si rivendica – lo fa con forza, appunto, la Meloni – una unità di visione politica che troverebbe riscontro nel consenso popolare. È ciò che indicano i sondaggi.

 

Non mi sorprende. È una forma di unità pre-politica, frutto dell’avversione istintiva per il campo opposto: conta la propaganda berlusconiana, benché oramai estenuata, sulla necessità di mettere all’angolo i “comunisti”. Destra e sinistra rimangono categorie del subcosciente collettivo, da una parte per il retaggio di antiche divisioni ideologiche, dall’altro per l’avvelenamento dei pozzi, se così possiamo dire, prodotto da una comunicazione semplificata e aggressiva. Oggi ne scontiamo i difetti e le incongruenze. Comunque, è unita davvero la destra? e in che termini? Forza Italia e Lega sono al governo, Fratelli d’Italia all’opposizione: agli uni spetterebbe il compito di difendere in campagna elettorale l’operato dell’esecutivo, avendone condiviso la sorte e sostenuto l’azione; alla Meloni invece di sbandierare l’alternativa come rottura con esso, per innescare un processo svincolato dall’Agenda Draghi. Con questa contraddizione profonda il successo durerebbe lo spazio di un mattino.

 

E a sinistra? Il Pd appare in affanno dopo la svolta di Conte. Come resiste la suggestione del “campo largo”?

 

Non resiste. I fatti smentiscono le illusioni. Sono tra quelli che si attendevano, nel passaggio da Zingaretti a Letta, una maggiore consapevolezza circa l’inagibilità dell’alleanza strategica tra il Pd e il M5S. Mi pare che ora i Democratici debbano reinventare il profilo della coalizione riformatrice. Si parla di “nuovo Ulivo”, ma mi permetto di segnalare che l’Ulivo aveva nella collaborazione dialettica tra PDS e PPI il suo principale punto di forza. Adesso manca proprio quella dialettica. E anche il confronto con Calenda e Renzi risente della perdita di significato del “Centro” giacché, alla luce della storia repubblicana, il “Centro” rimanda alla tradizione popolare e democristiana. Se questa resta fuori dal monitor della politica, diventa più complicato il tentativo di riordinare il quadro delle alleanze, a cominciare dal centro-sinistra. Dovrebbe essere il Pd a favorire, dentro e fuori il circuito di partito, la ripresa di questa incancellabile tradizione di pensiero politico, che attraverso la “memoria del moroteismo” gli appartiene abbondantemente.

 

Dunque, ci vorrebbe un Pd più…democristiano?

 

Capisco che può apparire forzato, ma il concetto ha una sua valenza oggettiva. D’altronde lo stesso Letta viene dal mondo cattolico democratico e ha conosciuto la vicenda dello Scudo crociato prima e del Gonfalone poi. Quando parla e quando agisce, si nota che la sua formazione non è improvvisata: lui stesso parla di “maestri” come Andreatta. Tuttavia se della DC resta solo la scorza, ovvero la consumata abilità di comporre e organizzare le cose della politica, allora ci limitiamo a un supporto che interviene nella mera gestione del potere. Non è ciò che serve: questo è un tempo di rinascita, ancorché incerta e faticosa, della politica come visione del futuro.

 

Intanto il futuro passa attraverso la crisi del governo Draghi. Torniamo dunque alle battute iniziali. Come se ne esce, se ancora esiste, ben inteso, un margine per uscirne? Mi pare un esercizio di predizione che mette a dura prova anche quella “sapientia cordis” democristiana allocata – si spera – in qualche cloud della politica italiana.

 

Nel Paese cresce la domanda di stabilità. Adesso il governo faccia la sua parte, puntando a mettere sotto controllo le tante emergenze. Non devo elencare i problemi, sono sotto gli occhi di tutti e tutti possono capire, in base alle evidenze, le ragioni ostative del ricorso anticipato alle urne. Moro parlerebbe di tregua. E oggi la Chiesa, in vario modo, consiglia di non far precipitare gli eventi. Nessuno deve forzare la mano, nemmeno chi immagina di organizzare, dopo la sciagurata dissociazione dei 5 Stelle, una sorta di “governo assoluto” impaniato di presunzione contro la legittima e indispensabile funzione dei partiti. A Draghi va garantita lealtà, in cambio deve essere lui, lo stesso Draghi, il primo a riconoscere che l’intransigenza sui principi non esclude la duttilità nelle forme e nei modi di agire, stando alla guida del Paese. Se vogliamo evitare il baratro, dobbiamo mettere da parte gli egoismi di parte e condividere la risorsa del buon senso, per il bene dell’Italia. Senza inseguire nessuno: chi vuole restare fuori, si accomodi. L’elettorato, a tempo debito, saprà giudicare.

DRAGHI NON HA CAMBIATO IDEA: CONOSCENZA, CORAGGIO E UMILTÀ.

 

Un uomo retto e competente – dice l’autore –  non può accettare il gioco delle tre tavolette, mi viene in mente una frase de ‘Il giorno della civetta di Sciascia’: “Non era Zecchinetta, giocavano a zecchinetta”.

 

Francesco Provinciali

 

Solo due anni fa in occasione del conferimento della laurea honoris causa alla Cattolica di Milano l’allora ex Presidente della BCE Mario Draghi  delineava i tratti connotativi del decisore politico, riassumendoli in queste tre doti: conoscenza, coraggio e umiltà. Non mi pare che sia venuta meno in lui e nella sua azione di Governo questa ispirazione fondativa: nel caravanserraglio della politica italiana, fatto di finzioni, tradimenti, alleanze traballanti, voltagabbana, programmi prima condivisi e poi disattesi, dove si aggirano torbide figure di demagoghi capaci di barattare la propria dignità fino a smentire se stessi, la sua coerenza brilla cristallina e intonsa. Un uomo retto e competente non può accettare il gioco delle tre tavolette, mi viene in mente una frase de ‘Il giorno della civetta di Sciascia’: “Non era Zecchinetta, giocavano a zecchinetta”. Come dire che le carte si erano troppo sparigliate in una coalizione di unità nazionale che avrebbe dovuto perseguire il bene del Paese e qualche baro serviva – laicamente ‘a Dio e a Mammona’. “Non abbiamo la libertà di decidere se dobbiamo fare ciò che è necessario fare per assolvere il nostro mandato. È nostro dovere farlo”: con queste parole Draghi aveva dettato un imperativo morale categorico che Conte non ha recepito, si capiva – come conferma lo stesso Di Maio – che tramava da tempo aspettando il momento più adatto per la giravolta del Movimento di cui è capo politico, fino ad  abbandonare l’aula del Senato per non votare ciò che aveva approvato alla Camera.

 

Da quando la politica si è fatta cronaca – come diceva Martinazzoli- è possibile tutto e il suo contrario. Poco importa se le cancellerie e i leader del mondo libero si sono interrogati su questo gesto scellerato: in qualunque Paese democratico un uomo della statura internazionale, della cultura e dell’esperienza di Mario Draghi , una laurea alla Sapienza e una al MIT – il tempio indiscusso della formazione economica – se lo sarebbero tenuti stretto. Viene da sorridere pensando che un quisque de populo possa contestare ad un leader come Draghi di aver agito senza la necessaria competenza. Abbiamo sentito pronunciare parole e affermazioni, avanzare rivendicazioni persino tautologiche e contradditorie  poiché Draghi- da persona lungimirante e vero galantuomo – non ha mai usato metri diversi nel rapportarsi con le forze della compagine governativa. Per questo, tradito il patto dai 5S , lui ha considerato il venir meno delle condizioni che l’avevano generato. Significativa l’analisi di Reputation Science, che ha colto presso gli utenti Twitter un 74% con ‘sentiment’ negativo nei cfr. di Conte, mentre secondo l’indagine di Izi Spa il 53% degli italiani sono contrari ad immediate elezioni  Così come sarebbe utile riflettere sulle parole di Peskov, portavoce di Putin: “la crisi è un affare interno all’Italia… ma si auspica un governo non asservito agli USA”.

 

Molti ominicchi hanno soffiato sul fuoco per stigmatizzare la fedeltà all’alleanza atlantica di Draghi, per colpevolizzarlo di aver intuito le mosse economiche utili per mettere in crisi la Russia, a cominciare dal crollo di Gazprom. In una brillante analisi Laura Aprati, su Rai news, muove più di un sospetto sul fatto che nella crisi di governo italiana ci sia lo zampino di Mosca, troppe coincidenza anche nel resto d’Europa: Johnson, Macron, Scholz, Rutte e ora Draghi. Certamente la mossa di Conte- che sta generando defezioni nel suo gruppo parlamentare e sarà forse vagliata dalla prassi demagogica del voto on line,  rischia di far deflagrare il Movimento, è stata pensata dal giorno stesso del passaggio di consegne al Governo Draghi. Una vendetta personale: siamo troppo abituati ad attribuire valenza oggettiva e credibilità alle ragioni ufficiali di certe scelte: c’è una dimensione soggettiva e personologica che resta sottesa ed è fatta di sentimenti, in questo caso di antipatia, rancore, desiderio di vendetta. Per questo motivo le valutazioni di un attento e fine osservatore politico come Marco Follini sembrano ingenerose.

 

Non si può avanzare l’ipotesi che Draghi non sia stato capace di gestire i rapporti con le forze della coalizione di governo. Sono stati piuttosto i partiti a trasformarsi in cordate e congreghe di “cani perduti senza collare”, ingestibili dall’interno, figuriamoci da Palazzo Chigi. Draghi è un premier, non una badante. La partitocrazia che si esprime attraverso i nomi dei capi nei simboli elettorali è la negazione del merito, mentre la gestione delle alleanze (anche di governo) è sempre in predicato e troppo legata agli umori e ai comportamenti del proprio capo. Non esiste leader di governo che possa rendersi garante della fedeltà alla coalizione in un rassemblement dove sprizzano scintille improvvise e schegge impazzite. Ritorniamo alle “virtù” indicate da Draghi: ciascuno deve fare i conti con la propria coscienza. Si pensa forse che un regime presidenziale possa dirimere i conflitti ma vediamo quanto sia arduo compattare le alleanze su programmi ampiamente concordati, votati e condivisi. Molti sperano che Draghi ci ripensi, per il bene del Paese: anche il pragmatismo è una virtù, se unita a coerenza e lungimiranza.

IL FASCINO INDISCRETO DEL POPULISMO: A PAROLE MOLTI L’OSTEGGIANO, NEI FATTI NON LO DISDEGNANO.

Si tratta di capire il segreto” della sub cultura populista che formalmente tutti respingono senza appello e poi un intero schieramento la corteggia pur di dar vita ad una coalizione potenzialmente vincente.

 

 

Giorgio Merlo

 

C’è un mistero che aleggia nella politica italiana. Riguarda principalmente, se non quasi esclusivamente, la sinistra ma lambisce anche alcuni settori della destra. E, al riguardo, la domanda è molto secca. Ovvero, ma come è possibile continuare ad allearsi con i populisti che praticano, deliberatamente, la demagogia, l’anti politica, il qualunquismo, il giustizialismo e l’anti parlamentarismo?

 

La domanda è legittima e credo fondata perchè, anche dopo l’ultima buffonata, – grave e persin incommentabile – non mancano gli appelli, dal campo della sinistra, di rinverdire l’alleanza con il partito di Grillo e di Conte ritenuto, comunque sia, indispensabile per costruire una seria alternativa politica al centro destra in vista delle prossime elezioni politiche. A prescindere da quando ci saranno. E se non fosse per alcuni esponenti centristi che hanno pubblicamente posto la questione – da Renzi a Mastella a Toti ad altri ancora – oltre a quasi tutto il centro destra, i populisti continuerebbero ad essere interlocutori politici indiscutibili e indispensabili. E questo malgrado il clamoroso fallimento dell’azione di governo declinata in questa squallida legislatura caratterizzata dal trasformismo politico e dall’opportunismo parlamentare. Una presenza che si è distinta unicamente, per i 5 Stelle, per il suo atavico attaccamento al potere, ai suoi privilegi, ai suoi benefit e a tutto ciò che è riconducibile alla cosiddetta “poltrona” sacrificando il resto di fronte a questo totem intoccabile. Diventa francamente complicato individuare e capire quali siano gli elementi distintivi che possono concretamente qualificare l’apporto politico del populismo grillino per una vera e credibile strategia di governo.

 

E, al riguardo, perchè la cosiddetta sinistra si intestardisce su questo versante? Perchè la sinistra, nello specifico, preferisce l’apporto qualunquista, populista e trasformista dei 5 Stelle a q u e l l o delle formazioni centriste, democratiche e riformiste? O meglio, perchè continuare ad inseguire questa deriva come priorità politica, e forse anche culturale, rispetto a qualsiasi altro apporto per poter costruire una vera coalizione politica e di governo?

 

Insomma, si tratta di capire l’entità, l’importanza e il “segreto” di questa sub cultura populista che formalmente tutti respingono senza appello e poi, misteriosamente, un intero schieramento la corteggia ancora pur di dar vita ad una coalizione potenzialmente vincente. Ora, dopo questa ennesima, e plateale, sceneggiata orchestrata da Conte e da ciò che resta dei 5 Stelle, e dopo la perdita massiccia e verticale di credibilità di quella pseudo comunità politica, non resta che una conclusione. Ovvero, se il populismo ancora adesso continua ad essere un interlocutore essenziale, nonchè decisivo, per la costruzione di una alleanza politica, la motivazione vera è che non si individua realmente nel populismo demagogico e anti politico il nemico per eccellenza da battere. Questa, purtroppo, resta l’unica spiegazione politica reale se dobbiamo registrare, per l’ennesima volta, che del populismo dei 5 Stelle non si può fare a meno neanche in questa occasione. Cioè quando ha giocato pubblicamente per demolire e azzerare gli interessi generali del paese a scapito dei propri piccoli tornaconti elettorali.

UN COMPLOTTO DEI POTERI FORTI DIETRO LE PRIVATIZZAZIONI DEGLI ANNI ‘90? NO, MA GUARINO PERSE LA PARTITA POLITICA.

La ricostruzione dei fatti “smentisce – a giudizio dell’autore, testimone autorevole di quei giorni – i tanti complottisti che da allora in poi hanno fatto discendere la stagione delle privatizzazioni da una volontà espressa dai “poteri forti” nel corso della crociera del 2 giugno 1992 sul panfilo Britannia. In realtà la scelta di privatizzare era già stata presa e codificata dal governo Andreotti nel 1991, per obiettive esigenze di debito pubblico e per impegni assunti a livello comunitario… La verità è che tutti arrivammo impreparati a quel drammatico incrocio di eventi che fu l’anno 1992… E non sarebbe male fare una seria riflessione su quel periodo”.

 

Umberto Laurenti

 

Tutti gli organi di informazione ci hanno fatto rivivere l’11 luglio 1982, con la vittoria ai Mondiali di calcio in Spagna. Quasi nessuno invece ci ha ricordato l’11 luglio 1992, data che indubbiamente ha  tutt’altro sapore, poiché mescola il ricordo amarognolo del prelievo forzoso del 6xmille dai depositi bancari con l’introduzione della tassa straordinaria sugli immobili (poi diventata ICI) e con l’avvio della privatizzazione delle grandi aziende pubbliche italiane, una  vicenda allora vissuta in maniera quasi segreta e  caotica e tuttora ancora controversa, che mi vide osservatore privilegiato e che  voglio velocemente ripercorrere a trenta anni di distanza.

 

Ma andiamo con ordine. Il primo governo Amato nacque il 28 giugno 1992 ed il professor Guarino assunse in quel governo, con grande autorevolezza, la titolarità sia del Ministero dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato (l’attuale Ministero per lo Sviluppo Economico) che del Ministero delle Partecipazioni Statali (record: l’unico ministro della Repubblica che ha abolito il proprio ministero). Guarino, che conoscevo bene anche per essere stati entrambi nella seconda metà degli anni ’80 dirigenti del Dipartimento Affari Esteri della DC nazionale, lui come responsabile per l’Europa ed io responsabile per la Cooperazione con i Paesi in Via di Sviluppo, mi chiese di lasciare ogni altra mia attività per seguirlo al Ministero come Capo della Segreteria Tecnica, offerta che accettai di buon grado come segno di stima personale, intuendo subito che non stava nascendo un governo qualsiasi. Ed in effetti c’erano tutte le premesse per una esperienza unica, dalla personalità carismatica e coinvolgente di Guarino, alle sue ben note doti di maestro in campo giuridico, ai tanti segnali anche drammatici che indicavano un profondo sommovimento in corso nella realtà politica, economica e sociale italiana. Il primo giorno al Ministero, coincidendo con la festività, totale a Roma, dei santi Pietro e Paolo, lo passai pressoché da solo. Ma dal secondo giorno fu un seguito travolgente, spesso anche drammatico, di novità e colpi di scena, dove gli arresti ed i suicidi di personaggi di primo piano, catturavano l’attenzione dell’opinione pubblica lasciando in secondo piano la radicale ed incontrollata trasformazione delle Istituzioni nazionali nel loro insieme.

 

Il racconto della attività del governo Amato con Guarino superministro inizia con il Decreto Legge adottato dal Consiglio dei Ministri del venerdi 10 luglio 1992: “Misure urgenti per il risanamento della finanza pubblica”. Dentro c’era di tutto, e tutto era già in cottura dalla riunione riservata del C.d.M di venerdi 3 luglio, con un percorso carsico di scrittura del testo poi finito in Gazzetta Ufficiale, che rese quei 10 giorni tra i più incandescenti della storia repubblicana. La riunione di governo del 3 luglio si era conclusa senza comunicati e senza apparenti decisioni, ma Guarino era uscito da quella riunione molto soddisfatto e con in mano una cartellina “Palazzo Chigi” (v. foto in allegato) che  aveva  all’interno pochi fogli vergati dalla sua grafia lineare, contenenti ciò che aveva detto senza ricevere obiezioni di sorta, ai suoi colleghi di governo, copertina che risultava abbondantemente scarabocchiata all’esterno con lo schema di un articolato: avevo già sentito prima d’allora parlare di “provvedimento approvato in copertina”, modo di dire che quella sera mi apparve con pieno significato. Il Consiglio dei Ministri aveva approvato formalmente un decreto la cui stesura era demandata al ministro Guarino sulla base di alcune stringate note appuntate sulla copertina: era un pezzo importante e qualificante del Decreto Legge 333/92 approvato complessivamente nella riunione di governo del venerdi successivo.

 

Apparve a tutti noi chiaro come il problema non fosse scrivere il testo dell’articolato, ma garantire sul suo contenuto il necessario assoluto riserbo per la settimana a venire. Tutti gli ingressi del Ministero vennero sbarrati (solo il Governatore della Banca d’Italia era autorizzato ad entrare, cosa che puntualmente Ciampi fece per molte mattine di seguito, prima di andare nel suo ufficio), io stesso accompagnato da un colonnello dei Carabinieri dovetti fare un sopralluogo al tunnel sotterraneo che collegava il Ministero con l’allora sede centrale di via Veneto della BNL (oggi destinata a sede di un Hotel) per verificare che non ci fossero possibili vie di fuga o di ingresso. Le poche persone a conoscenza delle decisioni presa dai Ministri ricevettero il divieto assoluto di parlarne con chicchessia. Guarino partì per l’Argentario, facendo sosta nella casa estiva di Ciampi a Santa Severa, ed il week end passò apparentemente tranquillo. Dal primo mattino di lunedi 6 luglio fu però l’inferno, con tutti i maggiori esponenti politici ed i “boiardi” al vertice delle Partecipazioni Statali che cercavano notizie; inutilmente, trovando non solo i portoni ministeriali chiusi ma le comunicazioni telefoniche disattivate: il segreto doveva essere totale, non solo e non tanto circa il futuro delle Aziende pubbliche, comunque segnato, ma soprattutto per quel passaggio del Decreto in preparazione, dove si prevedeva il prelievo forzoso, non potendo il Governo correre il rischio di provocare una precipitosa fuga di capitali all’estero.

 

Il professor Guarino era soddisfatto del risultato raggiunto in Consiglio dei Ministri e sicuro del percorso da proseguire, ma per maggior tranquillità volle convocare nella sala del parlamentino del ministero di via Veneto, una riunione di vertici confindustriali; ad essi disse più o meno ciò che aveva detto in C.d.M. e che era appuntato su alcuni fogli manoscritti dentro la cartellina scarabocchiata, aggiungendo però una frase: “Signori, da oggi avete una opportunità in più, quella di potervi gradualmente impadronire e a cifre ragionevoli, dei gioielli industriali dello Stato italiano”. La platea degli imprenditori reagì a quel discorso con evidente incertezza, che l’avvocato Agnelli riassunse in una sintetica frase, parlando a nome di tutti: “Professore, grazie per la sua esposizione e per la sua offerta, ma dobbiamo dirle con franchezza che qui nessuno ha una lira da spendere per ciò che Lei vuol vendere”. In quel momento Guarino ebbe chiara la percezione della gravità e dell’ampiezza della crisi italiana, a dispetto delle statistiche ufficiali che nell’anno 1991 avevano fatto salire il nostro Paese tra le prime quattro potenze economiche mondiali.

 

Ma leggiamo qualche stralcio del testo guariniano: “Il Governo presieduto dal sen. Giulio Andreotti, sotto l’impulso dei Ministri del Bilancio e del Tesoro, on. Paolo Cirino Pomicino e sen. Guido Carli, ha dato avvio ad una coraggiosa azione di privatizzazione delle imprese pubbliche e di quelle del sistema delle partecipazioni statali in particolare. Nella messa a punto dello strumento legislativo (L. 29.1.1992 n.35). data la assoluta novità della materia, si sono incontrate non poche difficoltà che hanno fatto sì che nonostante i fermi propositi del Governo, altamente apprezzati anche in sede comunitaria, le procedure non abbiano potuto ancora perfezionarsi. Di conseguenza anche i previsti apporti, che avrebbero dovuto contribuire in una misura rilevante alla riduzione dell’indebitamento pubblico, non hanno potuto conseguirsi. Non è da sottacere che la mancata immediatezza dei risultati ha generato perplessità sulla idoneità delle procedure e, in qualche ambiente estero e comunitario, persino dubbi sulla serietà degli intenti perseguiti. (…) La manovra economica esige che i risultati in termini finanziari e patrimoniali per la Tesoreria dello Sato si producano in termini rapidi, con caratteristiche di certezza ed in misura possibilmente più ampia.(…) Va adottata pertanto una forma istituzionale che consenta di mobilitare in uno spazio di tempo non superiore ad un anno mezzi finanziari in favore delle imprese in una misura non inferiore ai 10 mila miliardi di lire (…) gli Enti costituiscono organismi complessi la cui configurazione di conseguenza va mantenuta per quanto possibile intatta, evitando interventi a carattere episodico che si rifletterebbero sulla efficienza. A questi vari e concorrenti obiettivi si provvede perseguendo la privatizzazione con l’operare verso l’alto, anziché verso il basso. Il meccanismo giuridico predisposto valorizza il netto patrimoniale degli Enti, che formano oggetto del provvedimento, il quale secondo una stima prudenziale può calcolarsi in un ordine di grandezza non inferiore ai sessanta mila miliardi di lire. La tecnica adottata è piuttosto semplice: gli Enti vengono direttamente trasformati dalla norma con forza di legge in Società, con trasferimento immediato al Tesoro delle azioni rappresentative del patrimonio degli Enti. Il Tesoro, a sua volta, raggruppa le partecipazioni che gli vengono trasferite, unitamente a quelle che sono già in suo possesso, in due società per azioni…etc etc…”.

 

Bastano le prime frasi del ragionamento fatto dal ministro Guarino ai suoi colleghi per smentire i tanti complottisti che da allora in poi hanno fatto discendere la stagione delle privatizzazioni da una volontà espressa dai “poteri forti” nel corso della crociera del 2 giugno 1992 sul panfilo Britannia. In realtà la scelta di privatizzare era già stata presa e codificata dal governo Andreotti nel 1991, per obiettive esigenze di debito pubblico e per impegni assunti a livello comunitario. Semmai l’agitare lo spettro del “complotto ordito sul panfilo Britannia” serviva a nascondere il vero obiettivo dei “poteri marci”: cedere a prezzi da fallimento i gioielli pubblici a gruppi imprenditoriali italiani non dotati di mezzi finanziari adeguati o più facilmente a gruppi stranieri, obiettivo che si poteva raggiungere con il metodo dello “spezzatino” anziché confrontandosi con due Super Holding governate dal Tesoro, con l’attivazione di un meccanismo pure previsto da Guarino, per il quale si doveva avviare una gigantesca operazione di trasformazione del debito pubblico italiano, in grandissima parte allora detenuto dai privati cittadini italiani, in azionariato diffuso. Poiché il problema non era che della vicenda si occupassero grandi Banche e grandi Società di consulenza internazionali, bensì la intervenuta volontà di svendere, forse anche per la pressione psicologica causata dai continui assalti finanziari alla lira, ed anche, occorre aggiungere con sincerità, la pressoché generale non consapevolezza, nelle sue componenti politica, imprenditoriale, finanziaria, sociale, del baratro in cui il Paese, stava per precipitare. E le varie ricostruzioni di parte che in questi trenta anni si sono succedute hanno badato ad evidenziare le resistenze dei ministri Barucci e Reviglio al piano Guarino, trascurando il danno procurato dal mancato ricorso al meccanismo finanziario inventato dallo stesso, quasi si rattasse di una battaglia navale giocata a tavolino.

 

Ci ha provato in parte Angelo Polimeno Bottai, a svelare qualche squarcio di verità, con un pamphlet intitolato Alto Tradimento – Le carte segrete di Giuseppe Guarino, Rubbettino Editore 2019, dove il valore del racconto dei fatti da parte del principale protagonista, peraltro non avvalorato da pubblicazione di carte o documenti, è pregiudicato dalle sbadataggini che non ci si aspetterebbero da un “giornalista esperto di politica italiana ed internazionale ed ex vice direttore del TG1”. Come si può dare piena credibilità a chi attesta che Guarino “fu eletto alla Camera come indipendente nelle file della DC alle consultazioni politiche del 5 e 6 aprile 1992”, quando invece Guarino fu eletto una sola volta deputato, ma nelle elezioni del 1987? Come si fa a credergli quando scrive che Guarino fu eurodeputato, cosa mai avvenuta? O quando scrive che sul Britannia c’era “il dirigente ENI Beniamino Andreatta”? E così via..

 

Sono passati appunto trent’anni, ma le ricostruzioni fantasiose o complottiste continuano, fino a farci credere (vedasi sul “Sole 24 Ore” pag. 6 del 10 luglio 2022: “La riunione segreta del governo Amato, così Eni ed Iri divennero Spa”) che la necessità di allontanare dai consigli di amministrazione i rappresentanti dei partiti fosse il primo obiettivo. “Scrive Amato in una dettagliata relazione: nel più assoluto segreto, io ed i ministri Barucci, Guarino e Reviglio decidemmo (…) tre soli componenti fra i quali un amministratore unico, tutti estranei ai partiti”. Mah! E Franco Nobili e Gabriele Cagliari nominati alla guida delle nuove Spa Iri ed Eni erano dei tecnici reperiti sul mercato? Le carte ci sono tutte, alcune ancora manoscritte, anche nel mio archivio, se qualcuno si vorrà prendere la briga di scrivere la storia di quel 1992: la storia però, non la cronaca di bottega. La verità è che tutti arrivammo impreparati a quel drammatico incrocio di eventi che fu l’anno 1992, ognuno cercò di fare la sua parte con maggiore o minore competenza, con maggiore o minore disinteresse di parte.

 

Ricordo ancora nitidamente l’espressione stralunata di autorevoli parlamentari che chiedevano a me, quasi che io potessi essere in grado di dare una risposta rassicurante: “Ma è vero che lo Stato italiano sta per fare default?”. Voglio raccontare uno solo degli episodi incredibili che in quelle settimane mi accadde di vivere. L’amministratore delegato di Italimpianti, società del gruppo IRI, chiedeva di essere ricevuto dal Ministro per parlargli di argomento urgente ed importante, ed essendo Guarino impossibilitato a riceverlo, fu portato da me. “Italimpianti ha vinto in ATI con la società di ingegneria Techint una gara per un lavoro di grande rilevanza a Bandar Abbas, ma Italimpianti non ha denaro sufficiente per pagare la cauzione da presentare, né ce l’ha l’Iri, quindi dovremo rinunciare a questa grande realizzazione”, disse l’ing. Tornich a me che lo ascoltavo incredulo e che per puro scrupolo chiesi al centralino di rintracciarmi l’ing. Rocca di Techint. Quando me lo passarono al telefono gli dissi senza troppi preamboli: “Scusami se approfitto della nostra conoscenza personale di lunga data, ma potresti pagare la fidejussione per conto di Italimpianti tua socia nella gara di Bandar Abbas?”. La risposta per fortuna fu positiva e la commessa non saltò, ma è di tutta evidenza che la soluzione all’italiana che in quel momento escogitai, non era replicabile e non poteva risolvere problemi giganteschi di debito, di mala gestio, di mancata programmazione, di inadeguatezza della classe dirigente, che in quei mesi divennero ingestibili perché sommati alla speculazione di Soros e compagnia contro la lira, alla caduta di credibilità di una classe politica corrotta e colpita da Tangentopoli, con l’opinione pubblica traumatizzata dagli attentati mafiosi.

 

Forse fu tutto questo insieme che convinse il governo dell’epoca e con esso la classe dirigente del Paese, ad optare per la soluzione più a portata di mano e meno impegnativa, cioè la svendita dello “spezzatino” di Stato, anziché intraprendere la via virtuosa ma impegnativa”immaginata dalla grande fantasia giuridica di Giuseppe Guarino. E non sarebbe male fare una seria riflessione su quel periodo e sulla vicenda privatizzazioni in particolare, proprio oggi quando eventi di grandissima e pericolosa rilevanza stanno mettendo a repentaglio convivenza pacifica, equilibrio sociale, crescita economica; e non a caso si guarda di nuovo alla mano pubblica, nazionale o europea, a sostegno dell’economia e spesso della sopravvivenza. Ma un Governo, autorevole e libero da conati populistici, accreditato sul piano internazionale e rispettato sui mercati mondiali, bisogna averlo.

 

 

 

LA CURA DRAGHI NON HA CURATO I PARTITI. L’ANALISI DI FOLLINI SU “LA VOCE DEL POPOLO”.

 

Il premier – scrive l’autore – ha molte doti e qualità, e di sicuro resta oggi l’italiano più credibile agli occhi del mondo (non solo di quello economico). Ma la sua capacità di domare il cavallo imbizzarrito della politica resta almeno dubbia.

Riproponiamo, per gentile concessione, l’articolo di Follini pubblicato in origine sull’ultimo numero (n. 28 – 14 luglio 2022) de “La voce del popolo”, settimanale della Diocesi di Brescia.

 

Marco Follini

 

C’è un modo sicuro per sbagliare le previsioni: inseguire giorno per giorno, ora per ora, cronache e vicissitudini politiche in corso d’opera. Al momento, nessuno sa se il governo durerà oppure no, se il M5S resterà in maggioranza o ne uscirà, se la legislatura avrà una fine canonica o con-vulsa. E via almanaccando.

 

Resta il fatto che, a dispetto di previsioni che ballano e considerazioni ancor più ballerine, alcune circostanze sembrano ripetersi. Primo. La trasformazione dei grillini da forza di protesta a forza di sistema non è riuscita più di tanto. Hanno governato un po’ con tutti e lasciato per terra una parte del loro armamentario. Ma si è acclarato ormai che la loro vocazione non è quella di governare, semmai quella di protestare governando. Che non è proprio la stessa cosa.

 

Secondo. I partiti nel frattempo non sono cambiati né migliorati più di tanto. La cura Draghi su di loro non ha sortito gli effetti che si speravano. Certo, governare (quasi) tutti insieme non era il massimo per nessuno di loro. E tuttavia c’era da spera-re che la crisi di sistema che stiamo attraversando li inducesse a ripensare almeno se stessi. Speranza vana, a quanto pare.

 

Terzo. Draghi non è una pozione magica. Certo, il premier ha molte doti e qualità, e di sicuro resta oggi l’italiano più credibile agli occhi del mondo (non solo di quello economico). Non è poco, e gliene dobbiamo essere grati. Per giunta ha azzeccato la posizione internazionale. Ed è moltissimo. Ma la sua capacità di domare il cavallo imbizzarrito della politica resta almeno dubbia.

Il pdf dell’ultimo numero de “La voce del popolo”

 

ADESSO UN NUOVO CENTRO SINISTRA? LA RESPONSABILITÀ PRINCIPALE RICADE SULLE SPALLE DEL PD.

 

In discussione c’è la possibilità, o meno, di ricostruire un progetto politico di centro sinistra. Credibilmente di governo e senza condizionamenti di natura populista, estremista o massimalista. Un progetto che richiede, al contempo, il recupero delle migliori culture riformiste e costituzionali di ispirazione centrista accompagnato da una classe dirigente che non sia improvvisata, casuale o del tutto virtuale.

 

Giorgio Merlo

 

La crisi, irresponsabile e persino grottesca, pianificata e innescata dal partito populista dei 5 Stelle contro il Governo Draghi, è indubbiamente grave e senza precedenti. Una scelta, quella di Conte e di ciò che rimane dei 5 Stelle, che stride con la più banale regola democratica della coerenza e della trasparenza della dialettica politica. Del resto, la deriva e la sub cultura populista, demagogica, anti politica e qualunquista non hanno regole e, soprattutto, non hanno alcuna coerenza politica. Non a caso, la “legislatura populista” passerà alla storia anche per l’alto tasso di trasformismo politico e di opportunismo parlamentare che l’hanno contrassegnata. Una degenerazione che è coincisa con la caduta libera della credibilità della politica, la crisi delle istituzioni democratiche e l’inefficacia dell’azione di governo. Una legislatura decollata con l’esplosione elettorale del populismo pentastellato e che si conclude, puntualmente e paradossalmente, con i disastri provocati ed innescati proprio dello stesso populismo.

 

Ora, in un contesto del genere – e al di là di come il Capo dello Stato risolverà questa strana, difficile, complessa e singolare crisi di governo – è indubbio che si pone una domanda politica di fondo: ovvero, chi pensa ancora di stringere una alleanza politica e di governo con i populisti dei 5 Stelle? Chi, detto in altre parole, può ancora fare affidamento sulla prassi e sulla sub cultura populista per cercare di governare il nostro paese? È di tutta evidenza che la domanda va posta quasi esclusivamente al Partito democratico e a chi lo guida temporaneamente. E questo per la semplice ragione che in questi ultimi anni la quasi totalità dei dirigenti di quel partito ha individuato nei 5 Stelle, e chi li dirige, l’alleato più coerente e più congeniale per costruire un’alleanza di governo alternativa al certerò destra. Una scelta che rischia, oggi più che mai, di essere politicamente devastante non solo per quella alleanza ma, soprattutto, per il tasso di affidabilità e di serietà che trasmette una coalizione che contempla al suo interno la presenza attiva e costante della sub cultura e della deriva populista.

 

Ecco perchè la responsabilità politica principale adesso passa al Partito democratico. Perchè in discussione c’è la possibilità, o meno, di ricostruire un progetto politico di centro sinistra. Credibilmente di governo e senza condizionamenti di natura populista, estremista o massimalista. Un progetto che richiede, al contempo, il recupero delle migliori culture riformiste e costituzionali di ispirazione centrista accompagnato da una classe dirigente che non sia improvvisata, casuale o del tutto virtuale. Ma per centrare questi obiettivi, è decisivo sciogliere il nodo prioritario, ovvero la necessità di bloccare definitivamente alleanze con i 5 Stelle archiviando irreversibilmente la deriva populista e demagogica. È del tutto superfluo aggiungere che le forze centriste, che saranno comunque presenti alla prossima competizione elettorale, non potrebbero rientrare in una coalizione che prevede anche la presenza decisiva e determinante delle forze populiste. Nello specifico, del partito di Grillo e di Conte.

 

Sotto questo versante può rinascere, o tramontare, una seria prospettiva politica di centro sinistra. Del resto, si può tranquillamente ricordare che è ormai da molto tempo che la nostra politica non prevede la presenza di un vero e credibile centro sinistra. È dai tempi dell’Ulivo a metà degli anni ‘90 che non c’è più, una coalizione di centro sinistra di governo. Forse è arrivato il momento di inaugurare una nuova stagione politica che recuperi sì le migliori culture riformiste ma che, al contempo, sappia anche pronunciare dei no verso quelle forze che per la loro indole e per il loro profilo sono del tutto estranei ed esterni alla benchè minima cultura di governo. E questa crisi di governo, paradossale e gravissima, può innescare questo soprassalto di dignità e di coraggio delle forze riformiste, democratiche e di governo presenti oggi nella geografia politica del nostro paese.

NON È TEMPO DI POLEMICHE, MA DI RICOMPOSIZIONE.

 

Nessuno di noi pensa di rifare la DC storica, semmai di concorrere a costruire un partito che si rifà a quella tradizione politica, nel contesto storico politico presente. Occorre metterci tutti veramente alla stanga, per costruire una formazione politica e una lista elettorale che, permanendo questo indecente sistema elettorale, possa competere in alternativa democratica al blocco conservatore sovranista e nazionalista.

 

 

Ettore Bonalberti

 

Stimolato dall’ultimo articolo di Giorgio Merlo su “ Il Domani d’Italia” (NO alla DC, si a una Democrazia di ispirazione cristiana) ho redatto questa mia riflessione. Appartengo a quegli indomabili “ultimi mohicani democristiani” che, dal 2011, perseguono l’obiettivo della ripresa politica della DC, dopo che la Corte di Cassazione, con sentenza definitiva n.25999 del 23.12.2010, ha stabilito che: “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”. Un progetto avviato da un’indicazione dell’amico Publio Fiori e dall’impegno assunto con il compianto Silvio Lega per l’autoconvocazione dell’ultimo consiglio nazionale del partito. Un’autoconvocazione che riuscimmo a realizzare nel 2012. Sono passati dieci anni e, tra vicende alterne, alcune delle quali dolorose, il 14 Ottobre 2018 si è celebrato il XIX Congresso nazionale della DC, nel  quale Renato Grassi è stato eletto segretario nazionale.

 

La recente sentenza n.10654 del 4.7.2022 del tribunale di Roma ha posto fine alla ridda dei sedicenti capi e capetti di fantomatiche Democrazie Cristiane, che tanta confusione ha creato in molti amici presenti nelle diverse realtà territoriali. Comprendo le difficoltà di amici ex DC, i quali, avendo vissuto l’esperienza del passaggio dal PPI di Martinazzoli, Marini e Castagnetti all’Ulivo di Prodi e, quindi, al PD, dopo un lungo travaglio, si ritrovano adesso nella situazione ambigua e difficile di ex democratici cristiani (magari confortati dal perentorio giudizio dell’On Bodrato sul “prezioso cristallo infranto”) senza un partito e con alle spalle una militanza infelice nel PD, nel quale, per dirla con Donat Cattin, alla fine hanno fatto esperienza di quell’aforisma  secondo cui: “ è sempre il cane che muove la coda”.

 

Condivido con Merlo l’idea della costruzione di “una democrazia di ispirazione cristiana”, ma, nel contesto politico concreto dell’Italia oggi, alla vigilia di un confronto elettorale che si annuncia durissimo e su alcuni valori fondanti della storia politica della nostra Repubblica, come quelli della scelta nella politica estera, penso che servirebbe un partito organizzato, cristianamente ispirato, anche se non si desidera chiamarlo Democrazia Cristiana. Nessuno di noi pensa di rifare la DC storica, semmai di concorrere a costruire un partito che si rifà a quella tradizione politica, nel contesto storico politico presente. Caro Giorgio, non basta richiamarsi a Sturzo e a De Gasperi, ai governi di Moro e Fanfani, alle grandi scuole della sinistra sociale di Donat Cattin e politico istituzionale di De Mita, se, alla fine, tutto ciò si riduce a una generica richiesta di “una democrazia di ispirazione cristiana”.

 

Come scrivo con monotonia anche su questo giornale, da molto tempo mi batto per la ricomposizione politica della nostra area cattolico democratica e cristiano sociale, per concorrere alla formazione di un blocco culturale,  sociale, economico e politico istituzionale, nettamente schierato per l’Unione europea e per la scelta atlantica in politica estera, coerentemente con la migliore tradizione politica della DC. Un blocco che, mi auguro, possa costruire alle prossime elezioni una lista unitaria progressista, alternativa alla destra nazionalista e populista, nella quale il ruolo della parte democratico cristiana e popolare sia ben garantito. Per quest’obiettivo serviranno tutte le diverse parti oggi frastagliate e divise dalla lunga stagione della diaspora e servirà, al contempo, superare anche quella situazione di stallo, di surplace, di amici come gli ex popolari già presenti nel PD, i quali hanno il dovere di riconoscere i limiti di un partito che ha permesso lo sviluppo e l’egemonia sempre più diffusa di una cultura radicale di massa,  contraria ai valori fondanti non negoziabili di noi cattolici in materia di persona, vita e famiglia.

 

Una cultura che allontana dal voto non solo i teocom, ma molti elettori ed elettrici del terzo stato produttivo ( artigiani, agricoltori, commercianti, piccoli e medi imprenditori, professionisti) che credono nei principi indicati dalla dottrina sociale della Chiesa. Essenziale sarà trovare un minimo comun denominatore che, nella situazione politica attuale, aggravata dalla crisi aperta da Giuseppe Conte e da ciò che resta del M5S, ritengo possa proprio trovarsi nella scelta unitaria euro atlantica e in un progetto di politica economica, finanziaria e sociale in grado di garantire l’equilibrio tra gli interessi dei ceti medi produttivi e quelli delle classi popolari. In questo contesto, non servono le polemiche superficiali  e gli astratti riferimenti a progetti ideali, ma, piuttosto, metterci tutti veramente alla stanga, per costruire una formazione politica e una lista elettorale che, permanendo questo indecente sistema elettorale, possa competere in alternativa democratica al blocco conservatore sovranista e nazionalista guidato da Fratelli d’Italia e dalla Lega salviniana.

BAROMETRO CISL, I DATI DEL PRIMO TRIMESTRE.

 

I dati rappresentano, secondo l’ancipazione di Gallo, Presidente della Fondazione Ezio Tarantelli, “una sorta di punto massimo per gli indicatori di benessere delle famiglie. La fase di miglioramento potrebbe, difatti, essere prossima a terminare”.

 

Giuseppe Gallo

 

 

il prossimo 18 luglio alle ore 15.30, si svolgerà sulla Piattorma Zoom della Fondazione Ezio Tarantelli il Webinar di presentazione del Barometro Cisl relativo all’aggiornamento del primo trimestre 2022. Nell’allegarvi il programma dell’incontro, l’articolo di presentazione  e il nuovo numero del Barometro con i dati aggiornati, di seguito, trasmettiamo una breve introduzione al dibattito che, per i risultati dell’analisi,  si presenta interessante,  auspicando la vostra partecipata presenza. L’evento viene trasmesso anche sul canale youtube della Fondazione.

 

Il Barometro Cisl, relativo al primo trimestre 2022, disegna un quadro di grande complessità entrando nell’anatomia delle sue determinanti, delle loro interazioni, convergenze cumulative, asimmetrie, contrasti.

 

A partire dall’indicatore sintetico ponderato di benessere/disagio sociale delle famiglie italiane che ha raggiunto il valore 93,4 (fatto 100 il primo trimestre 2007), recuperando quasi completamente la caduta registrata nel corso dello shock pandemico. Alla risalita hanno contribuito il dinamismo del ‘rimbalzo’ dell’attività economica e del mercato del lavoro, sostenuti dall’ampia batteria di politica economica a favore delle imprese e delle famiglie.

 

La diagnosi tendenziale non è, tuttavia, rassicurante poiché l’analisi del contesto globale depone a favore della probabilità “che i dati del primo trimestre 2022 rappresentino una sorta di punto massimo per gli indicatori di benessere delle famiglie. La fase di miglioramento potrebbe, difatti, essere prossima a terminare.”

 

La vigorosa ripresa del 2021, combinata con le code irrisolte della pandemia e con le strozzature delle catene di fornitura e della logistica, hanno, infatti determinato tassi di crescita esponenziale dell’inflazione energetica ed, in minor misura, alimentare che la guerra scatenata dall’invasione russa in Ucraina, il razionamento del gas ed il suo uso politico hanno estremizzato.

 

La ricomparsa sulla scena di un’inflazione europea intorno all’8%, ben oltre il 2% a lungo programmato dalle Banche Centrali, nel lungo periodo deflativo, combinata con una riglobalizzazione selettiva, già in atto, che tende a ricondurre all’interno di aree geopolitiche omogenee catene di fornitura, di consumo, di creazione di valore, prefigura uno scenario ad alto rischio di stagflazione.

 

Negli USA, un’inflazione da domanda oltre il 9% e la severa reazione restrittiva della politica monetaria della FED, inducono autorevoli osservatori a prevedere una recessione in tempi brevi.

 

Per affrontare l’obiettiva complessità del quadro economico, sociale e politico, descritto in questo numero del Barometro, il 12 luglio u.s. si è svolto a Palazzo Chigi l’incontro fra Governo e Cgil, Cisl, Uil.

 

Si è trattato di un confronto molto positivo, nel corso del quale le proposte che la Cisl sostiene da tempo hanno trovato ampio apprezzamento, a partire dal modello di governance, ovvero da un grande Patto fra Governo e Parti Sociali a sostegno dello sviluppo socialmente giusto e responsabile ed ambientalmente sostenibile, per gestire il quale il Premier Draghi ha proposto un percorso di incontri aventi per oggetto il PNRR, le politiche industriali, l’energia, la Legge di bilancio.

 

La strategia della Cisl viene, puntualmente, descritta nell’ultimo paragrafo.

 

La grande lezione degli Accordi di concertazione vincenti degli anni novanta del secolo scorso che, grazie allo straordinario lavoro della Cisl, il Governo Draghi ha assunto come opzione strategica(sperando fermamente che non sia il suo ultimo atto), rappresenta il viatico prezioso anche in questo tornante, non meno complesso e rischioso, della storia del nostro Paese e dell’Europa.

 

 

In allegato le credenziali di accesso al Webinar

 

Piattaforma Zoom della Fondazione Ezio Tarantelli Centro Studi Ricerca e Formazione

https://us02web.zoom.us/j/89584852199?pwd=dGljVzVRL2dZdmdHaGZpZj FZWVZEUT09

ID riunione: 895 8485 2199 Passcode: 451088

L’evento viene trasmesso in diretta sul canale YouTube della Fondazione Ezio Tarantelli:

https://www.youtube.com/channel/UCzOsAbDYtHpO_0NiIAzHACA/featured

DRAGHI TIRA DRITTO: LA SUA SFIDA RIGUARDA IL BUONGOVERNO. SE OGGI VINCE, DEVE PENSARE AL DOMANI.

Sarebbe paradossale che il Parlamento tornasse a dargli la fiducia e lui, forte della rinnovata investitura, dovesse nel giro di pochi mesi trincerarsi nella logica del Cincinnato, abbandonando il campo.

Nella storia delle crisi di governo è accaduto nel passato che alla base delle dimissioni del Presidente del Consiglio ci fosse la registrazione o di un logoramento politico, giunto a livelli insopportabili, o di uno scacco parlamentare, decifrabile in termini di rottura all’interno della maggioranza.  Stavolta il voto al Senato ha confermato la fiducia al governo, ma con la contestuale formalizzazione del dissenso del M5S. Draghi pertanto è salito al Quirinale per rassegnare le dimissioni, ma il Capo dello Stato non ha potuto constatare la mancanza di una base parlamentare sufficiente alla prosecuzione dell’attività di governo. Dunque, Mattarella ha ritenuto opportuno respingere le dimissioni, invitando il Presidente del Consiglio a verificare lo stato dei rapporti tra le forze politiche di maggioranza. Non poteva andare oltre, essendo estranea alla condotta del Custode della Costituzione una valutazione strettamente politica. A questo punto la verifica attorno alla coesione della maggioranza passa attraverso il ritorno di Draghi in Parlamento.

Questo è l’aspetto formale della crisi. Nella sostanza, invece, giova riflettere sulle implicazioni della crisi. Il Presidente del Consiglio è stato fermo, e certamente lo sarà anche nei prossimi giorni, nel respingere la pretesa di trasformare la fase conclusiva della legislatura in una fiera delle convenienze e persino delle stravaganze di partito. La crisi, sotto questo punto di vista, è il risultato più aderente alla orgogliosa postura di Draghi, indisponibile a mediare tra continue rivendicazioni finalizzate al proprio tornaconto elettorale. La sua è una sfida che mette a nudo le incongruenze di una politica aggrovigliata su stessa, con alleanze oramai impraticabili a sinistra (PD-M5S) e incomprensibili a destra, vista la separazione tra chi sta al governo (FI e Lega) e chi all’opposizione (FdI). Tutto ciò fa capire quanto sia azzardato, in mancanza di prospettive chiare, il ricorso anticipato alle urne.

Ad ogni buon conto, la difficoltà si ripropone anche nell’auspicata prospettiva del voto a scadenza naturale, ed anzi, in questo caso, con maggiore intensità visto che Draghi ha ribadito più volte di non volersi candidare. Ora, se supera la prova di questi giorni, egli dovrà mettere bene a fuoco il compito che l’attende nel prossimo futuro. Sarebbe paradossale che il Parlamento tornasse a dargli la fiducia e lui, forte della rinnovata investitura, dovesse nel giro di pochi mesi trincerarsi nella logica del Cincinnato, abbandonando il campo. L’Italia non può permetterselo. Certo, salvare la legislatura è importante, se serve a governare il Paese in una fase molto complicata; ma lo sforzo di oggi ha senso se commisurato alle scelte di fondo che gli elettori dovranno consacrare. L’appello alla responsabilità suona come incipit di una politica solida e coerente, proiettata verso nuovi scenari.

SCALFARI, LA PASSIONE E IL GIORNALISMO.

Non appena ieri mattina si è diffusa la notizia, il web ha cominciato a macinare commenti su commenti a riguardo della scomparsa del fondatore di Repubblica. Papini contribuisce, qui di seguito. alla riflessione sul ruolo svolto per decenni da questo maestro del giornalismo italiano. “Scalfari si accetta o si respinge: senza poterne negare tuttavia lo straordinario fiuto giornalistico, la capacità di creare talenti e di costruire una comunità coesa (che è ben più di un semplice pubblico di lettori), di orientare il dibattito pubblico, di fare la fortuna o segnare il destino di questo o quell’uomo politico”.

Qualche tempo fa la televisione pubblica ha mandato in onda un documentario dal titolo “Scalfari: a sentimental journey”. Non è questa la sede per riflettere sulla moda dell’anglicismo imperante. Il prodotto è stato realizzato dalle figlie Donata ed Enrica Scalfari (in collaborazione con la Rai) e voleva essere – almeno nelle intenzioni – un’occasione di dialogo e di confronto con un genitore così importante e ingombrante, scomparso oggi (ieri per chi legge) alla veneranda età di 98 anni.

Nel film vengono rievocati i tratti fondamentali della biografia (quasi centenaria) di Scalfari: per cominciare, il liceo classico a Sanremo con Italo Calvino come compagno di banco, insieme al quale costruisce una grammatica del pensiero e delle emozioni. Dopo l’ipnosi del fascismo, Scalfari resta legato – e lo sarà per tutta la vita – al 14 luglio francese: “Il laicismo di Voltaire e Diderot, il socialismo riformista di Babeuf e le barricate in strada dei Miserabili”. 

Nel dopoguerra, l’esperienza irripetibile del “Mondo” di Mario Pannunzio (sul quale scrivono personaggi come Benedetto Croce e Gaetano Salvemini), raccontata nel bellissimo libro La sera andavamo in via Veneto recentemente ristampato da Einaudi. Ambiente perlopiù liberaldemocratico, con venature azioniste. Negli anni ’60 la direzione del settimanale “L’Espresso” e nel decennio successivo l’avventura (umana, politica e giornalistica) del quotidiano “La Repubblica”. L’utopia – rivendicata dal fondatore nel 1976 – di essere “con la sinistra, oltre la sinistra”. Il successo editoriale (a cui contribuì – come è noto – il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro) che lo porta a essere, nei favolosi anni Ottanta, direttore del primo giornale italiano (con 800 mila copie vendute, sorpassando il “Corriere della Sera”) e, sul finire del decennio, uno degli uomini più ricchi d’Italia (dopo aver venduto le quote di sua proprietà del giornale all’Ingegner Carlo De Benedetti). 

Come Montanelli, il grande antagonista espressione della cultura liberal-conservatrice, Scalfari si accetta o si respinge: senza poterne negare tuttavia lo straordinario fiuto giornalistico, la capacità di creare talenti e di costruire una comunità coesa (che è ben più di un semplice pubblico di lettori), di orientare il dibattito pubblico, di fare la fortuna o segnare il destino di questo o quell’uomo politico. Una posizione così esposta naturalmente non metteva Scalfari al riparo dalle critiche, dettate dalla sua ambizione (mai nascosta) di fare dell’informazione un potente strumento di formazione dell’opinione pubblica. Le sue ultime riflessioni, per lo più di carattere filosofico, si rifanno alle ascendenze razionalistiche alle quali Scalfari, con risultati discutibili ma con indubbia passione e intelligenza, ha cercato di restare fedele per tutta la vita.

La parte forse meno nota del docufilm – di cui si diceva all’inizio – è quella dell’uomo privato Eugenio, della sua pedagogia martellante (e a tratti umiliante) e della sua ricerca laica sul senso della vita. La sorprendente intesa con Papa Francesco, una conversione “sentimentale” che fu sempre per Scalfari il grande dubbio al centro delle loro conversazioni a Casa Santa Marta. Un’amicizia senile tra due persone che accettano le loro differenze intellettuali, unendosi nella sintonia umana. “Non ti commuove tutto questo?” domanda Enrica al padre, ricevendo come risposta soltanto un orgoglioso “Beh, mi tocca”. Fino a 98 anni Scalfari scriveva ancora i suoi editoriali (più spesso li dettava a braccio) sorretto da lampi di memoria accecanti. Anzi lui creava, come precisa alle figlie, con modi degni di Picasso (“Io non cerco, trovo”). 

La memoria delle figlie ha invece conti più prosaici da regolare, qualcosa ancora da capire: “Ti abbiamo vissuto come un padre diviso”. Quando lo cercano, spesso non lo trovano. Stava in due famiglie, diviso tra due donne, la moglie Simonetta e Serena, sposata dopo la morte della madre di Enrica e Donata. Alla fine le sorelle si sono arrese: “Abbiamo condiviso questa dualità”. Eugenio, candidamente, riteneva – fino alla fine – di aver fatto la scelta migliore: un accordo. Simonetta e Serena erano a conoscenza l’una dell’altra e lui si impegnava a dare a entrambe “lo stesso affetto e le medesime attenzioni”. Proteggere e ricomporre il “lessico familiare” è stata la sua missione per tutta la vita, un fuoco da seguire la cui torcia rimaneva saldamente nelle sue mani. Le figlie rivelano che gli è sempre piaciuto paragonarsi a Noè dentro l’arca, felice del ruolo che gli attribuiva da fuori quella “tempesta necessaria”. Passano rapidamente in rassegna nel docufilm la prima abitazione sulla via Nomentana, il “buen retiro” di Velletri, che ha rappresentato a lungo il rifugio delle vacanze estive. Infine, l’ultima casa al Pantheon, dalla quale il quasi centenario Eugenio contemplava i tetti di Roma e il bilancio di una lunga e tormentata esistenza, forse irripetibile.

«Papà hai paura della morte?», gli chiedono le figlie. Lo sguardo arriva sereno, quasi non ci fosse bisogno del suo no. “Si muore desiderando”, diceva. Desiderando di scrivere. Desiderando di amare. Desiderando di essere sempre nelle contraddizioni del mondo.

NO ALLA DC, SÌ AD UNA DEMOCRAZIA DI ISPIRAZIONE CRISTIANA.

“Al di là di uno strumento politico ed organizzativo _ scrive l’autore -, e quindi anche di un progetto politico concreto ma storicizzato, quello su cui vale la pena richiamare l’attenzione è che la DC come partito è consegnato agli archivi storici ma una democrazia di ispirazione cristiana continua ad essere, invece, utile, attuale e contemporanea anche nel contesto politico e culturale odierno”.

Il partito della Democrazia Cristiana è politicamente e storicamente archiviato. E questo per una ragione persin troppo semplice da spiegare. Ovvero, la DC è stata un “fatto storico”, cioè una esperienza politica concreta collocata in una precisa stagione storica del nostro paese. Dopodichè, quando sono venute meno le ragioni politiche, culturali e anche storiche che hanno giustificato la presenza di quel partito, la Democrazia Cristiana si è sciolta come neve al sole. E, accanto alle motivazioni di ordine politico, lo tsunami innescato dalla magistratura ha fatto il resto. E, per citare una celebre definizione di un autorevole leader di quel partito, Guido Bodrato, “la DC era come un vetro infrangibile. Quando è andata in frantumi si è dissolta in mille pezzi che non sono più ricomponibili”. Una frase secca, perentoria ma senza attenuanti.

Ora, al di là di uno strumento politico ed organizzativo, e quindi anche di un progetto politico concreto ma storicizzato, quello su cui vale la pena richiamare l’attenzione è che la DC come partito è consegnato agli archivi storici ma una democrazia di ispirazione cristiana continua ad essere, invece, utile, attuale e contemporanea anche nel contesto politico e culturale odierno. E questo perchè i valori, l’esperienza democratica nutrita di una ispirazione cristiana laicamente declinata nella società contemporanea, non è affatto una evocazione astratta o, peggio ancora, nostalgica. Per una semplice ragione: in un clima ancora caratterizzato da una pesante desertificazione culturale e da una radicale assenza di riferimenti etici – per non parlare della visione della società coltivata dai singoli partiti – recuperare il patrimonio ideale e una cultura politica che non sono mai fallite alla prova della storia, può e deve essere una strada ancora da ripercorrere e da assecondare. 

Certo, non si tratta di riproporre un modello organizzativo che, del resto, è sistematicamente fallito ogniqualvolta qualche anima generosa cercava di riportarlo all’onore della cronaca politica. Né, d’altro canto, è immaginabile, nella fase storica contemporanea, pensare ad un partito fortemente identitario ed espressione di una sola cultura politica. Esperienze che hanno contrassegnato, invece, la lunga stagione della prima repubblica e che si è progressivamente dispersa dopo l’avvento dei partiti personali/cartelli elettorali da un lato e, in modo più credibile, dei cosiddetti “partiti plurali” dall’altro. Partiti plurali che, nella migliore delle ipotesi, sono caratterizzati dall’apporto di più culture politiche anche se, purtroppo, con i partiti personali o del “capo” la stessa identità politica e culturale è quasi sempre sacrificata sull’altare della fedeltà al verbo o al dogma dello stesso “capo”.

Ma la tradizione storica e l’esperienza politica e culturale del cattolicesimo politico italiano non possono essere passivamente associati alla sola storia della Democrazia Cristiana. Perchè lo strumento politico del partito è una cosa ma la cultura politica di una tradizione ideale è tutt’altra cosa. A cominciare anche e soprattutto dalla lezione e dal “magistero” concreti di molti leader e statisti di quel partito disseminato in 50 anni di governo, seppur tra alti e bassi. Come si può, per fare due soli esempi concreti, non recuperare l’eredità politica di Carlo Donat-Cattin sulla importanza e sulla centralità della “questione sociale” nell’ orientare e nel disegnare una visione di società e un programma politico di governo che non sia solo dettato dalle emergenze e dalla contingenza? Al contempo, il magistero di Ciriaco de Mita – ripeto, per citare due soli leader della lunga e ricca tradizione del cattolicesimo politico e sociale italiano – sul terreno istituzionale e di riordino e rilancio delle nostre regole continua ad essere di straordinaria attualità. Per non parlare della tensione riformista di Tina Anselmi o della caratura politica e di governi di uomini come Andreotti o Fanfani.

Insomma, la vera sfida in vista della ricostruzione e della rifondazione della politica dopo il fallimento del populismo demagogico e anti politico e della esperienza penosa di governo dei 5 stelle, non può non ripartire dalle “fondamenta”. Se non vogliamo ripiombare in un’altra moda altrettanto dannosa e nefasta per la qualità della nostra democrazia, per la credibilità delle istituzioni e per l’efficacia dell’azione di governo. E una democrazia di ispirazione cristiana può, al riguardo, essere ancora utile e necessaria. Soprattutto per quel Centro e quella “politica di centro” che saranno presenti alle prossime elezioni politiche generali

SULL’ORLO DELLA CRISI DI GOVERNO: DRAGHI NON VUOLE TIRARE A CAMPARE. E BERLUSCONI E LETTA PARLANO DI “VERIFICA”.

Viene da pensare che tanta prudenza, lungo l’insolito asse tra Pd e Forza Italia, rispecchi il timore del Quirinale per le incognite di una crisi particolarmente subdola, con il rischio di lacerazioni ulteriori. Bisogna evitare il ricorso anticipato alle urne.

Le ragioni di una forza politica non possono prevaricare le ragioni di un Paese. L’Italia piomba nel buio dell’incertezza poltica che può rappresentare, a giudizio di alcuni, l’anticamera dello scioglimento anticipato delle Camere. 

Emergenze fuori dall’ordinario – Putin ancora ieri ha rilanciato la minaccia di un conflitto nucleare – non consentono di maneggiare ciecamente l’arma del proprio tornaconto. Conte sceglie però di riportare i 5 Stelle nella caverna dell’identitarismo corsaro, certo più evoluto e garbato rispetto ai gloriosi esordi, ma forse persino più corrosivo di quel tempo non troppo lontano. Dunque, si fa l’esatto contrario di quanto auspicabile nelle condizioni attuali. È la prima volta, infatti, che si sfoglia la margherita della crisi ponendo tra i fattori dirimenti l’avversità alla prevista realizzazione di un inceneritore, a Roma, ovvero nella città penalizzata nel merito dall’inerzia colpevole della Raggi. 

Si è giunti al punto più basso della dialettica democratica. A questo punto, cosa può accadere dopo l’annunciata volontà del M5S di non votare, sia pure per motivi tecnici, la fiducia al Senato? Berlusconi si è pronunciato con chiarezza: il governo ha i numeri per andare avanti, salvo una verifica tra le forze che ne sostengono l’attività. Solo che la parola “verifica” riporta ai vecchi riti della Prima Repubblica e questo, a Berlusconi, è stato subito rimproverato. Ciò nondimeno, durante la Festa dell’Unità a Melzo, Enrico Letta ha fatto ricorso al medesimo vocabolo incriminato. “È evidente – si legge nel comunicato diffuso attorno alle 23 – che la scelta annunciata da Conte e M5S rimette in discussione molte cose, e in una maggioranza così eterogenea ci sono dei distinguo. Ma io non mi preoccupo, esiste il voto di fiducia che è fondamentale. Chiederemo di fare una verifica (nostro corsivo, ndr) per capire se questa maggioranza c’è ancora o no”.

Viene da pensare che tanta prudenza, lungo l’insolito asse tra Pd e Forza Italia, rispecchi il timore del Quirinale per le incognite di una crisi particolarmente subdola, con il rischio di lacerazioni ulteriori. Non è un mistero che Mattarella faccia trapelare i dubbi, volendo usare un eufemismo, sulla plausibilità di un anticipo elettorale in autunno mentre il Parlamento avrà di fronte scadenze impegnative, a partire dalla legge di bilancio. Il filo del dialogo, dunque, non va spezzato. È tutto molto difficile, ma anche tutto così necessario, perché lo scenario peggiore consiste nella inarrestabile divaricazione tra le forze che pur a fatica hanno dato vita al governo Draghi.

Da oggi si apre un altro capitolo. Servirà capire, in particolare, quale struttura e quale profilo dovrà avere il centro-sinistra. Qualora la crisi rientrasse, l’auspicata evoluzione dei 5 Stelle dal velleitarismo alla responsabilità, similare al passaggio dallo stato adolescenziale all’età adulta, sarebbe schiacciata ai margini delle previsioni di medio-lungo termine a cui legare un autentico progetto politico. Aver confidato sul nuovo amalgama del progressismo, con PD e M5S alleati strategici, è stato l’errore che l’ormai lontana sostituzione di Zingaretti non ha sanato. Letta, seppur con altro stile, ha proseguito sulla stessa linea facendo credere che l’alleanza in qualche comune fosse l’alba di questa stagione di rinnovamento a sinistra. La realtà s’incarica, come si vede, di smentire le fantasie dei vari agrimensori del campo largo.

LA DERIVA DEI 5 STELLE. L’ITALIA PAGA L’INCOERENZA E LA FRAGILITÀ DEL LORO PROGETTO POLITICO. 

Sappiamo che sono stati i teorici e i sostenitori concreti della tesi goliardica e ridicola “dell’uno vale uno”. Sappiamo anche, però, che sono un partito trasformista ed opportunista. L’ultima mossa, a tarda serata, innesca un processo di estrema fibrillazione, foriero di gravi rischi. Ora, si vuole realmente chiudere la brutta e decadente stagione del populismo nel nostro paese, è indispensabile attivare una iniziativa politica che sia in grado di isolare prima e di sconfiggere poi quella deriva e quella sub cultura politica.

Certo che diventa sempre più difficile decifrare e scrutare chi sono realmente i 5 Stelle. Oggi. Dunque, quello che sappiamo è che sono il partito populista per eccellenza nel panorama politico italiano. Sappiamo che il “vaffa Day” è stato, da sempre, il vero ed autentico collante ideologico, culturale, etico e politico del loro programma di governo. Sappiamo che hanno sostenuto tesi strampalate, grossolane, squisitamente antidemocratiche e anti liberali. Sappiamo che sono stati un partito giustizialista, manettaro, demagogico e profondamente anti politico. Per loro stessa ammissione. Sappiamo che sono stati i teorici e i sostenitori concreti della tesi goliardica e ridicola “dell’uno vale uno”. Sappiamo anche, però, che sono un partito trasformista ed opportunista. L’ultima mossa, a tarda serata, innesca un processo di estrema fibrillazione, foriero di gravi rischi. 

Occorre ricordare che nel tempo hanno stretto alleanze di governo, pur di restare al potere, con chicchessia senza la benchè minima difficoltà politica. Cioè con tutto e il contrario di tutto. E, al riguardo, senza alcun dibattito politico, culturale e di natura programmatica. Sappiamo, infine, che hanno rinnegato tutto ciò – ma proprio tutto e non vale neanche la pena di soffermarsi su questo versante – che hanno predicato, urlato, giurato e promesso in tutte le piazze italiane per svariati lustri. Ora, per non limitarsi a fare un elenco di cose stranote e straconosciute dalla pubblica opinione italiana, restano aperte due domande di fondo che ci permettiamo di avanzare da queste colonne.

Innanzitutto qual è il partito o la forza politica democratica, riformista, di governo e popolare che vuole intraprendere un percorso di alleanza con un partito populista nel suo dna e trasformista nella sua pratica quotidiana? Qual è il partito o la forza politica che pensa di elaborare un programma di governo con una formazione del genere guidata da un leader – si fa per dire – che nell’arco di questi 2/3 anni si è definito un populista, poi un cattolico democratico, poi un cattolico di sinistra, poi un avvocato del popolo, poi un anti sistema, poi un garante delle istituzioni e infine anche un difensore dei ceti popolari? È persin ovvio che sorge una banale domanda: ma chi sono oggi questi 5 Stelle? Per chi ha le idee chiare nel centro destra o nel campo della sinistra forse è giunto il momento di dirlo con chiarezza. Anche perchè è difficile saperlo da un partito trasformista ed opportunista.

In secondo luogo se si vuole realmente chiudere la brutta e decadente stagione del populismo nel nostro paese, è indispensabile attivare una iniziativa politica che sia in grado di isolare prima e di sconfiggere poi quella deriva e quella sub cultura politica. Non esiste un’alternativa concreta a questo percorso. Fuorché non si voglia contribuire ad individuare nella prassi populista, demagogica, giustizialista e manettara una prospettiva politica con cui è possibile costruire concretamente un programma di governo credibile e realmente percorribile.

Ecco perché, quando si parla del populismo da sconfiggere e da archiviare – cioè del partito di Grillo e di Conte – si parla di come rapportarsi con i 5 Stelle. E questo ancora al di là di ciò che stanno mostrando in questi giorni – e soprattutto nelle ultime ore – nei confronti del Governo Draghi. Gli equivoci, le doppiezze e gli atteggiamenti balbettanti non sono più tollerabili. Serve, adesso, chiarezza e, soprattutto, è necessaria la coerenza del proprio progetto politico. Soprattutto per quelle forze e quei partiti che vantano di appartenere rigorosamente all’area democratica, riformista, di governo e ancorati ai principi e ai valori costituzionali.

CALO DELLE IMPORTAZIONI: LA RUSSIA CORRE AI RIPARI CONFERENDO ALLA FIGLIA DI PUTIN UN INCARICO SPECIALE.

Secondo quanto si legge nelle statistiche della Banca centrale russa, rispetto ai primi tre mesi dell’anno il valore delle esportazioni è diminuito da 166 a 153 miliardi. L’intero settore industriale sta vivendo un momento di blocco totale. Dietro la facciata di sicurezza esibita da Putin, a Mosca incombe la crisi.

La figlia più giovane del presidente Vladimir Putin, Katerina Tikhonova, è stata nominata supervisore del programma delle importazioni in difficoltà della Russia. Un gruppo formato da varie lobby d’affari. La creazione di queste nuove figure è stata resa necessaria in seguito agli effetti prodotti dalle sanzioni occidentali; le importazioni russe, infatti, sono crollate al minimo nei mesi successivi all’invasione dell’Ucraina e da allora hanno mostrato pochi segni di ripresa.  

La Banca centrale ha affermato, lo scorso anno, che quasi due terzi delle imprese russe dipendono dalle importazioni e, dall’inizio dell’attacco all’Ucraina, ci sono state segnalazioni regolari di scarsità di forniture e di beni chiave. E non sono pochi i beni che la Russia importa. I proventi del proprio export (gas e petrolio) servono per acquistare soprattutto prodotti lavorati, spesso ad alta tecnologia. Computer (3,3 miliardi), parti di macchinari da ufficio (2,4 miliardi), macchine pesanti (2 miliardi), auto per 11 miliardi e prodotti farmaceutici per 8, 10 miliardi di dollari.

Secondo quanto si legge nelle statistiche della Banca centrale russa (prima che smettessero di pubblicarle), rispetto ai primi tre mesi dell’anno il valore delle esportazioni è diminuito da 166 a 153 miliardi ma le importazioni sono scese ancora di più passando da 88,7 a 72,3 miliardi. Questo rende forte il rublo. La moneta è forte, di fatto perché la Russia non riesce a spendere in importazioni. E uno stato che non importa diventa uno stato debole.

Proprio per questo, il nuovo gruppo delle importazioni è in difficoltà e, secondo quanto riferito dal capo dell’RSPP Alexander Shokin, dovrà redigere proposte legislative, creare servizi digitali ed evidenziare le migliori pratiche nei tentativi di ridurre la dipendenza della Russia dai beni di fabbricazione estera.

Sarà una dura lotta per tutti loro rimpiazzare la tecnologia occidentale. L’automobile, uno dei settori dell’economia più importante per la Russia, dopo l’uscita dei gruppi stranieri, si sta pian piano avvicinando a una vera e propria paralisi.  Lada, il brand più importante, ha subito un crollo delle vendite pari all’84% e un aumento dei prezzi di listino pari al 30%. Ma non è tutto: l’intero settore industriale sta vivendo un momento di blocco totale, con il 40% dei camion prodotti in meno, e anche locomotive ed elettrodomestici come lavatrici e frigoriferi in calo del 60%.

Non ci resta che augurare buona fortuna, come a tutte le economie in via di sviluppo e sperare che anche loro possano prima o poi voltare pagina e dirigersi verso la scelta di un sistema finalmente libero e democratico.

IL PROFILO DELLA NUOVA EUROPA POLITICA 

Tramite il “Laboratorio Europa” dell’Eurispes Davicino ha sottoscritto un documento sulla riforma dell’Europa, il cui testo si può leggere integralmente grazie al link posto a fine pagina. Di seguito riportiamo l’introduzione al documento preparata dall’autore a beneficio dei lettori de “Il Domani d’Italia””. 

 

Benché le maggiori sfide alla stabilità dell’Ue ultimamente sembrino dovute più a decisioni di natura politica, in questa fase di crisi si fa ancora più sentire l’incompletezza della costruzione europea dal punto di vista istituzionale. Per questo anche sotto questo secondo profilo occorre un’accelerazione dei tempi del cambiamento. Lo chiedono in un documento un gruppo di soggetti impegnati a studiare e a promuovere l’integrazione politica europea, tra cui Laboratorio Europa/Eurispes, CesUE”/Università di Pisa, Istituto Diplomatico Internazionale, Rete “Università per l’Europa Politica”.

 

“Serve una soluzione politica – affermano i promotori – un progetto politico forte in grado di segnare una svolta, un cambiamento profondo del funzionamento attuale dell’Unione che rimuova le principali cause che ne frenano il ruolo”. L’architettura istituzionale che viene proposta, si struttura per cerchi concentrici e a geometrie variabili. Un primo nucleo di Paesi potrebbe procedere verso la realizzazione di una Unione Politica, a struttura federale, composta da un’avanguardia di Paesi che hanno adottato o che adottano l’Euro, che funga da forza di attrazione, come avvenuto con la CEE del ’57. “Una Unione che – si legge nel documento – con un corretto bilanciamento dei poteri, possa agire come soggetto politico democratico e autonomo, nel contesto interno ed internazionale, rappresentata da un interlocutore riconoscibile. Un soggetto politico europeo, ben connotato nel contesto internazionale e capace di univoca interlocuzione rispetto agli attori presenti sulla scena globale, dotato di potere legislativo, di governo e di controllo, con una responsabilità politica comune, condivisa e trasparente”.

 

Un secondo livello di intervento individuato nella suddetta proposta di riforma, riguarda l’Unione Europea attuale, a 27 che avrebbe comunque bisogno di uno snellimento della procedura decisionale: “trasformare il Consiglio in Camera degli Stati, ripartire meglio le competenze tra Unione e Stati”.

 

Infine, si contempla la creazione di una Comunità Politica Europea, intesa come una “piattaforma di coordinamento politico per i Paesi europei di tutto il continente”, al fine di promuovere il dialogo e la cooperazione sulle questioni di interesse comune, senza sostituire le politiche e l’autonomia decisionale dell’Unione Europea. L’aspetto decisivo di tale riforma, sarà, secondo i suoi proponenti, quello di cambiare l’approccio politico rispetto a quanto avvenuto sinora. “I Paesi che decideranno di partecipare al cambiamento devono essere convinti che le politiche e le regole introdotte – (come l’UEM) – o da introdurre, non si possono considerate giuste di per sé e difese a prescindere dagli effetti che avranno sui due aspetti fondamentali della creazione e della distribuzione di valore”. Su tutto deve sempre prevalere la logica della solidarietà.​

 

Per leggere il documento

http://www.agendadomani.it/?p=15103

IL CORTO CIRCUITO DELLA CRISI: QUALE AGENDA DRAGHI PUÒ ESISTERE SENZA DRAGHI?

Il Presidente del Consiglio dà prova di autocontrollo e guida questa fase difficile con mano ferma. Come si andrà alle elezioni del prossimo anno? L’idea di resuscitare la vecchia dialettica tra centrodestra e centrosinistra non è aderente alla pressione di nuove urgenze e prospettive. Intanto bisogna evitare la crisi di governo, poi servirà una mappa per orientarsi nella navigazione verso l’approdo elettorale.

In mezzo al frastuono le parole di Draghi risuonano nitide. Di questi tempi è già molto, più di quello che la sfibrata condizione politica mediamente può offrire. Ed è un pregio la chiarezza che si ricava ascoltandole, mentre l’accumulo delle altrui verbosità indica la stratificazione di discorsi ultimativi, residua frontiera del populismo. 

Stile e sostanza, dunque, polarizzano l’attenzione di chi accoglie questo eloquio di responsabilità, ma insieme di concretezza e speranza. Sicché le emergenze, gravide di minacce, sono affrontate con una dose elevata di consapevolezza e moderato ottimismo circa la tenuta del nostro Paese, di solito bistrattato. Il Presidente del Consiglio ne ha dato prova ieri sera alla cena organizzata dalla stampa estera: “Attraversiamo – ha detto – diverse crisi, dall’invasione dell’Ucraina, ai costi dell’energia, all’inflazione. Ma in un momento così difficile l’Italia resta un Paese forte. Forse è una novità, ma è forte. La nostra economia è in crescita anche se come dicono a Roma non bisogna allargarsi troppo, perchè i rischi restano. I dati sul fabbisogno e i conti pubblici vanno molto bene”. 

Ora, l’iniziativa di Conte ha messo a nudo la fragilità delle alternative che, a partire dalle mosse di questi giorni, sembrano proiettare le loro ombre sullo schermo delle elezioni del prossimo anno. Non si materializza alcuna proposta convincente, dato che l’esercizio di riabilitazione fisica delle vecchie coalizioni assomiglia a uno spettacolo di prestigiatori alle prese con il futuro. Il campo largo, vagheggiato a sinistra, fa pensare a misure catastali di una politica immaginifica. Eppure, in questa evocazione, un senso è possibile pure trovarlo: la formula di unità nazionale dovrebbe lasciare il posto a una nuova maggioranza, disegnata attorno al Pd, che metterebbe insieme i progressisti (e i moderati) coinvolti nel governo Draghi. Il punto è che l’instabilità dei Cinque Stelle, sotto la direzione di un Conte politicamente smarrito, rende tutto più complicato.

Altro è invece il discorso di Berlusconi. Tornato al centro della scena politica, come ama ripetere con insistenza, il vecchio leader di Forza Italia prospetta la resuscitazione del centrodestra e la sua vittoria elettorale, per guidare l’Italia attraverso un insieme di forze che oggi sono divise, stando FdI all’opposizione, ma che domani sarebbero unite proprio nell’attuazione della cosiddetta Agenda Draghi: continuità di programmi, si potrebbe insomma dire, ma discontinuità di assetto e guida politica. Può essere, questa, una proposta credibile? Se lo fosse, verrebbe allo scoperto l’amara trasformazione della politica in veicolo di mero impossessamento del potere, facendo sempre ricorso all’armamentario di slogan ad implicito connotato populistico. Dell’esperienza di Draghi, entro questa cornice di ambiguità, non rimarrebbe nulla.

L’auspico è che intanto giovedì al Senato non si consumi lo strappo e il governo venga messo al sicuro. I segnali, a riguardo, sono positivi. Anche i Cinque Stelle avvertono il rischio di una crisi senza sbocchi, con un lento e faticoso trascinamento, come che sia, verso la scadenza elettorale del 2023. Superato questo scoglio, bisognerà tuttavia capire come affrontare la navigazione in mare aperto guardando a un possibile approdo sicuro.   

 

IL CARDINALE MARTINI PRECURSORE DI PAPA FRANCESCO 

Per gentile concessione degli autori riproponiamo questo saggio che in origine è stato pubblicato da Adista, settimanale di informazione indipendente su mondo cattolico e realtà religiosa.

 

L’intervista rilasciata l’8 agosto 2012 dal cardinal Martini  – rivista e approvata dall’autore, che sarebbe morto di lì a qualche giorno, il 30 agosto 2012 – a Georg Sporschill, il confratello gesuita che lo aveva intervistato per le  Conversazioni notturne a Gerusalemme, e a Federica Radice, costituisce il testamento spirituale di questo grande intellettuale ed uomo di Chiesa. Rileggerla oggi è un’esperienza istruttiva, e anche emozionante. Martini si rende perfettamente conto del baratro in cui rischia di cadere la Chiesa cattolica, la sua Chiesa. E le sue affermazioni sono estremamente lucide, franche,  scabre ed essenziali. Nel momento finale, non è più tempo di perifrasi, di attenuazioni: rimane solo  la nuda verità. Cerchiamo  di mettere in risalto le caratteristiche fondamentali della sintesi finale del cardinal Martini, e poi cercheremo di vederne le analogie con il pensiero e la pratica di Papa Francesco.  

Il punto fondamentale, a nostro avviso, viene enunciato alla fine: “La Chiesa è rimasta indietro di duecento anni. Come mai non si scuote? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio”. Il cardinal Martini era un uomo che pesava le parole che diceva. Cerchiamo allora di capire bene il significato della sua dichiarazione. Cominciamo dal negativo:  perché, in che senso  la Chiesa è rimasta indietro di duecento anni? La risposta crediamo sia questa: perché, traumatizzata dagli effetti della rivoluzione francese, all’inizio dell’Ottocento pensò di contrapporsi frontalmente alla modernità in tutti i suoi aspetti – la scienza moderna, la libertà di coscienza, di opinione, di stampa, il pluralismo religioso,  la democrazia – e ritenne, a questo fine, di poter ritornare ai privilegi dell’ancien régime, idolatrato come presunto regime cristiano. Basta leggere il Sillabo, emanato dal Pio IX nel 1864, per capire a quali abissi di incomprensione potesse portare questo atteggiamento  culturalmente ottuso e politicamente reazionario. Esso continuò ben oltre Pio IX: basti ricordare la triste vicenda della condanna del cosiddetto modernismo, con l’Enciclica Pascendi dominici gregis firmata da Pio X nel 1907, che diede l’avvio a una vera e propria caccia al modernista che si trascinò per anni e anni nella Chiesa cattolica, con episodi particolarmente squallidi. 

Questo atteggiamento di chiusura continuò negli anni: basti ricordare  le persecuzioni contro i teologi aperti alla sfida della modernità – i Teilhard de Chardin, De Lubac, Chenu, Congar … Queste condanne furono rovesciate solo al tempo del Concilio, con il riconoscimento dell’apporto decisivo dato da questi teologi all’‘aggiornamento’ (Papa Giovanni XXIII) della dottrina della Chiesa. Insomma, per capire il ritardo plurisecolare della Chiesa di cui parla Martini siamo costretti a ricorrere all’evento capitale nella storia della Chiesa cattolica degli ultimi secoli, cioè al Concilio Vaticano II, che in linea di principio chiuse un’epoca  e aprì le porte della Chiesa al confronto con il mondo moderno – e ora postmoderno (il cardinal Martini, raffinato biblista, si rendeva ben conto di quanto provvidenziale fosse stata l’apertura alle scienze moderne anche nel campo della ricerca biblica). Dunque, nell’affermazione sui duecento anni di ritardo deve essere letta anche una istanza polemica nei confronti dei sostenitori della cosiddetta ‘ermeneutica della continuità’ che, contrastando i risultati  della più accreditata ricerca storiografica – pensiamo alla Storia del Concilio Vaticano II, curata da Giuseppe Alberigo – intendevano   appiattire il Concilio Vaticano II sul Concilio Vaticano I e, prima, sul Concilio di Trento, rimuovendo così la novità del Concilio in nome del richiamo al tradizionalismo, confuso con la tradizione. (Il tradizionalismo è cosa diversa dalla tradizione vivente: come diceva Mahler – ripreso da Karl Rahner – “tradizione è conservare il fuoco, non adorare le ceneri”). 

Si trattava di ‘normalizzare’ il Concilio Vaticano II sul modello del I, di contenerne,  ‘sopire e troncare’, le manifestazioni più rigorose ed autentiche, come purtroppo la Chiesa scelse di fare negli anni Settanta (si pensi, per fare un solo esempio, alla repressione dell’intelligenza di uno dei più brillanti teologi morali del secondo Novecento, Ambrogio Valsecchi). Invece – questo ci sembra il cuore del messaggio del cardinal Martini – occorreva e occorre dare pieno corso, in modo coraggioso e aperto, agli sviluppi che nascono dall’assunzione del paradigma del Concilio Vaticano II, cioè dal confronto obbligato con le scienze e le filosofie della modernità (e oggi della postmodernità). Ma ciò comporta la diversa risoluzione di un problema fondamentale: in che modo pensare l’inculturazione del cristianesimo? Come è noto, il primo cristianesimo venne pensato attraverso le categorie della filosofia greca, che costituiscono una meravigliosa espressione dell’intelligenza  umana e che anche noi amiamo. E tuttavia, il pensiero umano in Occidente non si  fermò ad essa. In campo scientifico e filosofico,  passando attraverso il Rinascimento, la nascita delle scienze naturali e sociali,  l’illuminismo, è sopravvenuto un altro modello di ragione, rispetto a quella greca classica: in esso la valenza teologico-metafisica non è per nulla data come un corollario indiscutibile delle proposizioni scientifiche ma viene problematizzata, se non messa tra parentesi o addirittura negata. Questa è l’aria del nostro tempo, questo  è il senso comune dell’Occidente, questa è la sfida che dobbiamo affrontare: e non possiamo farlo invocando il ritorno a un passato, anche se glorioso nei suoi momenti migliori (e orribile in quelli peggiori). 

La testimonianza cristiana deve sapersi confrontare con i livelli più alti raggiunti dal sapere contemporaneo.  Facciamo un esempio che un fine conoscitore di musica come Ratzinger potrebbe capire bene: tutte le persone con una cultura musicale ammirano la splendida polifonia di Palestrina. Ma forse ciò  impedisce  di apprezzare la Missa solemnis di Beethoven o le musiche sacre di Messiaen o di Pärt? La risposta che i tradizionalisti danno al problema dell’inculturazione della fede cristiana  – Papa Benedetto XVI nel Discorso di Ratisbona lo ha fatto in modo raffinato, i  seguaci lo fanno spesso in modo intellettualmente grossolano  – è in sostanza questa: l’inculturazione della fede cristiana  nella grecità è un evento provvidenziale, dunque noi dobbiamo assumerne gli esiti non soltanto come un dato storico, che come tale va sempre ripensato, ma come un dato metastorico, cioè un insieme di verità metafisico-teologiche che vanno custodite e tramandate come verità eterne, nella loro sostanza come nella loro forma. 

Dunque la fede cristiana equivale alla dottrina tradizionale cristiana. Stando così le cose, è evidente che risultano incomprensibili una serie di acquisizione della ricerca scientifica moderna, tanto nel campo delle scienze umane (per esempio l’ebraicità di Gesù, “un ebreo marginale”, per riferirci al titolo della grande ricerca in più volumi di padre Meier) quanto nell’ambito delle scienze naturali (p.es. la teoria dell’evoluzione, le ricerche intorno alla genesi e alla dinamica dell’universo ecc.). Senza il tomismo non c’è la fede cristiana? In generale:  la fede cristiana equivale alla sua inculturazione originaria? Secondo Ratzinger sì, secondo Martini no.  

Per Martini era ora di riprendere con lena e con coraggio il confronto con la (post)modernità, iniziato, ma non certo terminato, con il Concilio Vaticano II. Ma questo richiedeva due presupposti, uno intellettuale e uno morale. Sul piano intellettuale, occorreva uscire dalla ‘sindrome di onniscienza’ che aveva accompagnato la Chiesa cattolica nella sua battaglia contro la cultura scientifica e filosofica moderna. In questo senso egli assunse  alcune iniziative, che sicuramente suscitarono sconcerto, se non scandalo, nei settori più chiusi della Chiesa. Prendiamo per esempio la ‘cattedra dei non credenti’: di per sé costituiva uno schiaffo al tradizionalismo, perché ipotizzava che i non credenti, lungi dall’essere pecore smarrite da evangelizzare, potessero andare in cattedra e insegnare qualcosa, e talvolta molto, ai credenti!

A questo fine era necessario un supplemento di fede (il cardinal Martini era uomo di intensa, profonda fede: proprio questa gli consentiva l’apertura ai diversi e ai lontani). E l’apertura del cuore. Per questo Martini raccomandava tre rimedi alla  crisi della Chiesa. “Il primo è la conversione: la Chiesa deve riconoscere i propri errori e deve percorrere un cammino radicale di cambiamento, cominciando dal Papa e dai vescovi. Gli scandali della pedofilia ci spingono a compiere un cammino di conversione. La domanda sulla sessualità e su tutti i temi che riguardano il corpo ne sono un esempio […] Dobbiamo chiederci se la gente ascolta ancora i consigli della Chiesa in materia sessuale. La Chiesa è ancora in questo campo un’autorità di riferimento o solo una caricatura nei media?”. “Il secondo è la Parola di Dio. Il Concilio Vaticano II ha restituito la Bibbia ai cattolici (…) [Si pensi alla gravità di questa affermazione! E si consideri se, anche solo per questo, il Concilio Vaticano non debba essere considerato un evento rivoluzionario – nel senso della parola latina revolutio, ritorno al punto di partenza, alle origini]. Sulla Parola di Dio, il biblista Martini dice cose fondamentali: “Solo chi percepisce nel suo cuore questa Parola può far parte di coloro che aiuteranno il rinnovamento della Chiesa e sapranno rispondere alle domande personali con una giusta scelta. La Parola di Dio è semplice e cerca come compagno un cuore che ascolti (…). Né il clero né il Diritto ecclesiale possono sostituirsi all’interiorità dell’uomo. [Quanto il clero ha capito, quanto pratica questa massima?]. Tutte le regole esterne, le leggi,  i dogmi ci sono dati per chiarire la voce interna e per il discernimento degli spiriti”. Terzo  rimedio, i sacramenti. È degno di nota il modo in cui Martini ne parla. “Per chi sono i sacramenti? Questi sono il terzo strumento di guarigione. I sacramenti non sono uno strumento per la disciplina, ma un aiuto agli uomini nei momenti del cammino e nelle debolezze della vita. Portiamo i sacramenti agli uomini che necessitano di una  nuova forza?” E dal seguito del ragionamento si desume che la risposta è chiara: no, non li portiamo. “Io penso a tutti i divorziati e alle coppie risposate, alle famiglie allargate. Queste hanno bisogno di una protezione speciale. La Chiesa sostiene l’indissolubilità del matrimonio. È una grazia quando un matrimonio e famiglia riescono (…) L’atteggiamento che teniamo verso le famiglie allargate determinerà l’avvicinamento alla Chiesa della generazione dei figli. Una donna è stata abbandonata dal marito e trova un nuovo compagno che si occupa di lei e dei suoi tre figli. Se i genitori si sentono esterni alla Chiesa o non ne sentono il sostegno, la Chiesa perderà la generazione futura. Prima della comunione noi preghiamo: “Signore non sono degno” … Noi sappiamo di non essere degni (…) L’amore è grazia. L’amore è un dono. La domanda se i divorziati possano fare la Comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?”.

Nascono da questo atteggiamento fondamentale una serie di posizioni di Martini – dall’atteggiamento rispettoso nei confronti dell’omosessualità (che invece il Catechismo, redatto sotto la direzione di Ratzinger, continua a considerare  ‘intrinsecamente disordinata, contraria alla legge naturale’, § 2537) alla critica nei confronti della Humanae vitae di Paolo VI, un Papa  che peraltro Martini stimava molto. Infine non possiamo dimenticare che la stessa apertura della mente e del cuore si manifestò nell’appoggio convinto di Martini all’ecumenismo e al dialogo interreligioso: una dimensione dell’esperienza religiosa che, nella crisi attuale dell’umanità al tempo della globalizzazione, è di importanza decisiva. Il fondamento teologico del dialogo interreligioso è una teologia apofatica [negativa] che non  toglie nulla alla peculiarità dell’essere cattolico, ma apre fino in fondo alle istanze positive presentate dalle altre religioni mondiali. In Conversazioni notturne a Gerusalemme Martini ne dà una formulazione particolarmente incisiva: “Dobbiamo imparare a vivere la vastità dell’«essere cattolici». E dobbiamo imparare a conoscere gli altri. Per esempio i musulmani …  Non puoi rendere Dio cattolico. Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che noi stabiliamo. Nella vita ne abbiamo bisogno, è ovvio, ma non dobbiamo confonderli con Dio, il cui cuore è sempre più vasto. Egli non si lascia dominare o addomesticare. Per proteggere questa immensità non conosco modo migliore che continuare a leggere la Bibbia. Così facendo possiamo trasmettere ad altri il nostro entusiasmo e condividere con loro i tesori che vi troviamo”. La più netta antitesi a questa presa di posizione era stata costituita dalla «Dichiarazione ‘Dominus Iesus’ circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa», emanata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 2000, a firma dell’allora prefetto della Congregazione, il cardinale Ratzinger. Seguendo la icastica espressione di Martini, si potrebbe dire che per Ratzinger “Dio è cattolico”.  Deriva logicamente da questo atteggiamento originario  il  sostanziale disinteresse di Ratzinger per il dialogo interreligioso, mostrato per esempio dal celebre Discorso di Ratisbona.  

Nella sua presentazione di Conversazioni notturne a Gerusalemme, intitolata significativamente Per una Chiesa coraggiosa, padre Sporschill osservava: “Per anni il cardinale Martini è stato da molti considerato papabilis, candidato alla successione del papa. Il fatto che soffra di Parkinson può avere rappresentato un impedimento. In Italia i mezzi di comunicazione tentano spesso di servirsi di questo coraggioso alto prelato come di un antiPapa a causa della sua mentalità aperta. Il cardinale si limita a sorridere e a dire: «Sono, semmai, un ante-papa, un precursore e preparatore per il Santo Padre»”. L’elezione al soglio pontificio di Papa Francesco, a nostro parere, conferma la veracità di questa previsione  – di questa profezia, verrebbe quasi voglia di dire: effettivamente, il cardinale Martini è stato “un precursore e preparatore” di Papa Francesco. 

Ciò non vuol dire che i due siano uguali. La loro storia è diversa – Martini era un raffinato intellettuale europeo, Bergoglio è un pastore sudamericano, popolare ma non populista, colto ma non specialista (anche se le sue radici culturali sono molto più profonde e ramificate di quanto normalmente si creda). È vero che sono   entrambi gesuiti, e questo fatto ha esercitato una grande e comune influenza sulla loro spiritualità. Ma non sono identici: per esempio, Papa Francesco dà una valutazione molto più positiva della Humanae vitae rispetto al cardinal Martini. E probabilmente Martini aveva un’attenzione più spiccata alla formazione intellettuale del clero rispetto a Papa Francesco, che forse è più interessato ai risvolti sociali, pratici dell’azione della Chiesa.  E poi, ci sono le particolarità individuali e i condizionamenti storici di questi  due grandi  uomini, che  vanno ammirati ma non idolatrati, come osserva Vittorio Bellavite (“Ora tocca a noi sopravvissuti ‘martiniani’ non fare errori, non farci trascinare dall’enfasi nei confronti  del personaggio fino a metterlo in pista per una carriera ecclesiastica postmortem”). Detto tutto questo, ci sembra che la grandezza del cardinal Martini emerga  in piena luce proprio considerando il complesso delle questioni storico-teologiche, filosofiche ed ermeneutiche a cui abbiamo fatto riferimento nel nostro intervento. Esse risaltano ancor di più considerando l’opera di rinnovamento della Chiesa, intrapresa da Papa Francesco alla luce del Concilio Vaticano II e certo non conclusa. Ricordiamo solo una questione fondamentale: il ruolo delle donne nella Chiesa, un tema assolutamente centrale su cui è veramente  indispensabile un cambio di paradigma – o, se si preferisce, una  rivoluzione culturale – la cui necessità è  avvertita anche da Papa Francesco, ma che è ben lungi dall’essere realizzata.

 

Note:

1 Carlo Maria Martini-Georg Sporschill, Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede, tr. it.  Mondadori, Milano  2008.

2 Conversazioni notturne a Gerusalemme cit., pp. 20-21.

 Cfr. Massimo Borghesi, Jorge Maria Bergoglio. Una biografia intellettuale, Jaca Book, 2017 Milano. In un nostro saggio di prossima pubblicazione sul pensiero di papa Bergoglio ci soffermiamo sulla caratteristica complessità strutturale della sua formazione culturale, tra America latina ed Europa. Del resto, basta ascoltare una delle omelie di papa Francesco per capire come questa apparente semplicità sia in realtà una straordinaria capacità di andare al nocciolo delle questioni, e dunque presupponga una complessa e nascosta attività di elaborazione, secondo  lo stile dell’anatra di cui parlava Raffaele La Capria – facile apparentemente, ma sorretto da un vorticoso movimento delle zampe sotto il pelo dell’acqua. 

4 Questa è l’opinione di Marinella Perroni: “Purtroppo sento la mancanza di un’esigenza di diventare cristiani adulti, critici, pensanti, non accademici. Anche Papa Francesco su questo punto non ci sente … per lui esiste solo il sociale, mentre l’aspetto intellettuale non lo vede proprio” (La Lettura, domenica 3 luglio 2022, p. 7).

5 Vittorio Bellavite,  Martini: una memoria non apologetica in Adista 23, 25 giugno 2022, pp. 1-3. 

 

Monsignor Gianfranco Poma, teologo. E’ stato assistente spirituale dell’Azione cattolica della diocesi di Pavia (1988-1995), docente in Seminario (1966-2000), direttore dell’Istituto Superiore di Studi Religiosi (1997-2005), delegato vescovile per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso (2005 – 2016).

Prof. Walter Minella: saggista e filosofo. Ha tradotto il breve saggio di  Varlam Tichonovič Šalamov,Tavola di moltiplicazione per giovani poeti (Como – Pavia 2012). Ha curato la pubblicazione del libro postumo di Pietro Prini,  Ventisei secoli nel mondo dei filosofi (Caltanissetta – Roma 2015); sullo stesso autore ha scritto la monografia Pietro Prini (Città del Vaticano, 2016). Ha curato con altri studiosi il volume Credere oggi in Dio, ancora e nonostante: Pietro Prini filosofo del dialogo tra fede e scienza (Roma 2018).

 

SVILUPPO E ACCESSO ALLA TECNOLOGIA DIGITALE: UN TERZO DELL’UMANITÀ NON HA CONNESSIONE WEB. 

Mentre nei Paesi sviluppati ormai oltre il 91 per cento della popolazione è on line, nei Paesi a basso reddito la percentuale scende al 22 per cento. La quota di utenti di Internet è doppia nelle aree urbane rispetto alle aree rurali, così come permane un serio divario di genere: a livello globale, il 62 per cento degli uomini utilizza il web rispetto al 57 per cento delle donne. Il testo, gentilmente concesso, in profonde è stato pubblicato sull’Osservatore Romano (Sviluppo e accesso alla tecnologia digitale: un legame imprescindibile – 12 luglio 2022).

 

Anna Lisa Antonucci

La disuguaglianza economica e sociale e la mancanza di sviluppo passano anche attraverso il mancato accesso a Internet. Mentre il numero di “navigatori” è cresciuto, da pochi milioni all’inizio degli anni ‘90 a quasi cinque miliardi di oggi, 2,9 miliardi di persone, invece, ovvero circa un terzo dell’umanità, rimangono ancora non connesse e molte altre centinaia di milioni lottano con servizi costosi e un accesso di scarsa qualità che impedisce materialmente di migliorare le loro vite, fuori dal mondo digitale. È quanto rileva il nuovo rapporto dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Itu), l’agenzia delle Nazioni Unite per l’informazione e la comunicazione, pubblicato in occasione della Itu World Telecommunication Development Conference che si è aperta a Kigali, in Rwanda.

Il Global Connectivity Report 2022 evidenzia come, mentre un accesso facile e conveniente alla banda larga veloce è quasi onnipresente nella maggior parte dei Paesi ricchi, ampie fasce di umanità rimangono escluse dalle possibilità offerte dal web, e ciò ostacola lo sviluppo economico e amplia enormemente le disuguaglianze globali. In particolare, il rapporto punta il dito sui costi degli abbonamenti a banda larga e dei dispositivi digitali che rimane, nei Paesi in via di sviluppo, il più grave ostacolo alla connettività.

Infatti, mentre l’accesso a Internet è diventato sempre più economico nelle nazioni più ricche, il suo costo in molti Paesi a reddito basso e medio-basso, rimane proibitivo.

E dunque, mentre l’impennata della domanda di accesso a Internet legata al covid-19 ha portato on line, secondo il rapporto, circa 800 milioni di persone in più, ha anche aumentato notevolmente il costo dell’esclusione digitale, con un enorme numero di persone che, non riuscendo a connettersi, vengono improvvisamente private del lavoro, dell’istruzione, dell’accesso alla consulenza sanitaria, ai servizi finanziari e a molto altro.

I numeri forniti dal rapporto parlano chiaro e danno la misura del grave divario che persiste nell’utilizzo di Internet. Mentre nei Paesi sviluppati ormai oltre il 91 per cento della popolazione è on line, nei Paesi a basso reddito la percentuale scende al 22 per cento. La quota di utenti di Internet è doppia nelle aree urbane rispetto alle aree rurali, così come permane un serio divario di genere: a livello globale, il 62 per cento degli uomini utilizza il web rispetto al 57 per cento delle donne. È dimostrato, inoltre, sempre secondo il rapporto, che i giovani sono gli utenti più accaniti rispetto alla popolazione adulta e che più cresce il livello di istruzione più si “naviga”.

Ma con appena il 5 per cento della popolazione mondiale ancora fisicamente fuori dalla portata di un segnale mobile a banda larga, sempre off line a causa di costi proibitivi, mancanza di accesso a un dispositivo o carenza di consapevolezza, abilità o capacità di reperire contenuti utili, l’obiettivo di Internet per tutti potrebbe comunque essere a portata di mano. È necessario, sostengono gli esperti, «creare le condizioni giuste, anche promuovendo ambienti favorevoli agli investimenti, per interrompere i cicli di esclusione e portare la trasformazione digitale a tutti».

«L’accesso equo alle tecnologie digitali non è solo una responsabilità morale, è essenziale per la prosperità e la sostenibilità globali», ha affermato il segretario generale dell’Itu, Houlin Zhao, secondo il quale al centro dello sviluppo globale non può non esserci «la connettività universale, definita come la possibilità di un’esperienza on line sicura, soddisfacente, gratificante, produttiva e conveniente per tutti».

CONTE, ORGOGLIO E PREGIUDIZIO … INSENSATO

Di fatto si è aperta una mezza CRISI DI GOVERNO che agli occhi della pubblica opinione non doveva aprirsi. Sono troppe le emergenze che segnano l’orizzonte politico nazionale e internazionale. Mattarella, in ogni caso, non fa intravedere il minimo assenso a una prospettiva di elezioni anticipata. Conte ha sbagliato? In effetti, potrebbe essere lui a pagare il prezzo di una squinternata opera di destabilizzazione.

A guardare da vicino l’azione destabilizzante di Conte, fino all’innesco di una potenziale sfiducia al governo, si ha la sensazione che il gran ballo sul Titanic sia cominciato. Troppe tensioni accumulate hanno minato la solidità di una maggioranza priva di collante politico. Anche l’inceneritore di Roma diventa argomento di scontro in ambito parlamentare, dimenticando che i poteri locali esistono nella Repubblica delle autonomie, così come egregiamente disegnata dalla nostra Costituzione, per trattenere a sé l’oggetto di simili decisioni amministrative. Invece, una questione che dovrebbe animare il confronto nell’Aula Giulio Cesare del Campidoglio, una volta trasferita al Parlamento diventa il casus belli che obbliga il Presidente del Consiglio a una difficile presa d’atto. 

Berlusconi ha chiesto subito la verifica, una parola scomparsa da tempo dal vocabolario della politica perché  ritenuta intrinseca al vecchio ritualismo della Prima Rebubblica. Ieri è tornata dunque di moda. Letta è stato preso in contropiede, Salvini ha dato mostra di entusiasmo, non si sa quanto sincero, Renzi ha evocato le elezioni anticipate (come se non bastasse che a farlo, dall’opposizione, fosse la Meloni). I veterani del grillismo, artefici di tanto subbuglio, un po’ esultano e un po’ trattengono il fiato: la musica suona ma il Titanic imbarca acqua. E ora, come finisce questa prova di forza? E quale forza reale incarna oggi il Movimento?

Può anche finire con i 5 Stelle alle porte o con un nulla di fatto, senza crisi di governo. In ogni caso, dall’incontro serale al Quirinale tra Mattarella e Draghi non è emerso alcun indizio che possa adombrare l’ipotesi di ultimatum a riguardo dello scioglimento anticipato delle Camere. Nervi saldi? Senza dubbio. S’intravede infatti la volontà del Presidente della Repubblica di tenere sotto controllo la situazione, lasciando intendere che al Draghi 1 potrebbe subentrare il Draghi 2, forse con un impianto ancora più tecnico o comunque, ove tutto rimanesse fermo, con un patto che impegni i partiti a mitigare le loro richieste in vista della campagna elettorale del prossimo anno. Andiamo incontro a un autunno difficile e non possiamo permetterci di abbassare la guardia: guerra in Ucraina, emergenza energetica e inflazione, non dimenticando affatto la minaccia del Covid, sono alcuni fattori critici che rendono ancora necessario lo sforzo di unità nazionale.

Conte rischia di pagare un prezzo salato per questa impennata di orgoglio e pregiudizio – dove l’orgoglio riguarda se stesso e il pregiudizio investe il suo successore a Palazzo Chigi – perché agli occhi della pubblica opinione costituisce un’espressione di egocentrismo non proprio adeguata alle necessità del momento. Indebolito dalla scissione di Di Maio, guardato a vista dal “garante” Beppe Grillo, poco apprezzato persino dagli interlocutori più aperti e dialoganti, egli potrebbe rappresentare il classico capro espiatorio di questa crisi dagli esiti imprevedibili. In effetti, non riesce a interpretare un ruolo costruttivo, malgrado la postura di eleganza e cortesia che dovrebbe sostenerne l’agognata immagine rassicurante di leader politico. Nei prossimi giorni si vedrà quanto possa reggere il suo esercizio pressoché abituale di provocazioni e accomodamenti, con poca chiarezza strategica. 

BODRATO E LA CLASSE DIRIGENTE

La politica non può vivere a lungo senza leader e senza autorevoli punti di riferimento. Una comunità politica è legata infatti da una cultura politica, da una storia ideale e, soprattutto, da una classe dirigente riconosciuta e visibile. Dobbiamo recuperare forma e sostanza di una storia di successo, quella dei partiti radicati nella società civile.  

La recente intervista di Maurizio Eufemi all’amico Guido Bodrato sulle colonne del “Domani d’Italia” sulla esperienza storica, politica e culturale della Democrazia Cristiana ci induce ad alcune, seppur rapide, riflessioni. E questo non solo perchè l’intervista ha registrato un numero massiccio di visualizzazioni ma anche, e soprattutto, perchè emerge in modo plastico una caratteristica di “quella” classe dirigente. Ovvero, erano sì politici di serie A e quindi leader e statisti ma, al contempo, erano anche “educatori” e punti di riferimento insostituibili delle rispettive comunità politiche. 

È appena sufficiente registrare come, ormai da tempo, vengono considerati e metabolizzati le interviste, le riflessioni e gli articoli che periodicamente scrivono i leader politici del passato. Li si legge con rara attenzione e con grande interesse perchè non ci sono slogan, fatue polemiche, riflessioni scontate o banali. Ma ci sono sempre e solo indicazioni concrete culturali, politiche e storiche che ci fanno riflettere. Ovvero, una capacità di analisi e una visione della società che si intrecciano di continuo e che fanno della politica un luogo decisivo ed essenziale per affrontare e risolvere i problemi della società in cui siamo chiamati a vivere. Appunto, leader politici ed educatori, nonchè persone interpreti di una cultura politica da cui non deflettevano mai.

Ora, il fatto che viviamo in una stagione dominata da una profonda crisi politica è un dato abbastanza oggettivo da non richiedere ulteriori approfondimenti. Ma l’elemento che va richiamato con forza è che la politica non può vivere a lungo senza leader e senza autorevoli punti di riferimento. Perchè una comunità politica è legata da una cultura politica, da una storia ideale e, soprattutto, da una classe dirigente riconosciuta e visibile. E il progetto politico del partito di riferimento è sempre la stella polare che orienta il comportamento concreto e tangibile dello stesso partito. Quando questi elementi sono carenti o mancano del tutto, è evidente che la politica precipita in una crisi irreversibile e senza sbocchi concreti e realisticamente percorribili.

Come si evince, quindi, una distanza siderale e una differenza quasi antropologica rispetto allo squallore e alla decadenza etica, politica, culturale e programmatica della classe dirigente contemporanea. Altrochè l’ideologia “dell’uno vale uno”, l’esaltazione della casualità, della improvvisazione e della incompetenza ed inesperienza della cosiddetta classe dirigente….

Interviste come quelle a Guido Bodrato o a Rino Formica, tanto per fare solo un esempio, confermano che la politica può tornare ad avere un ruolo se cancella definitivamente ed irreversibilmente la parentesi populista, demagogica, anti politica, giustizialista e manettara che la caratterizza ormai da troppo tempo. Certo, il populismo continua a correre come un fiume carsico nei meandri della società italiana e può riaffiorare quanto meno te l’aspetti. Come hanno confermato, tra l’altro, le recenti elezioni francesi. 

Ma il dovere di chi è cresciuto politicamente a “quella scuola” di formazione e di preparazione alla politica è oggi quello – dopo la sbornia e la successiva crisi della sub cultura populista di matrice grillina – di recuperare quelle “fondamenta” ideali che sono necessarie e fondamentali per riqualificare la politica, la credibilità delle istituzioni e l’autorevolezza della classe dirigente. Nonchè, in ultima analisi, per rafforzare la qualità della nostra democrazia.

QUALE SCUOLA A SETTEMBRE CON LE VARIANTI OMICRON?

“A meno di due mesi dall’inizio del nuovo anno scolastico – ha detto Marcello Pacifico (ANIEF) -, non c’è ancora uno straccio di programmazione e intervento in chiave prevenzione pandemia: si tratta di una mancanza particolarmente grave, perché significa che le esperienze fallimentari degli ultimi due anni, con le scuole impreparate e immutate rispetto al pre-Covid19, non ci hanno insegnato nulla”.

La scuola 4.0 avanza solo nei documenti del Pnnr, quella militante attende di fare i conti con la riapertura di settembre. Il gap che separa la teoria dalla pratica è un problema ricorrente in Italia ma spesso irrisolto. 

Verrà istituita la “Scuola di alta formazione per il personale docente e ATA” con ambiziosi progetti di aggiornamento in servizio che si affiancherà alla già ridondante burocrazia che pervade il Ministero e le scuole. Il timore è tuttavia di ritrovare i problemi di sempre: organici carenti, classi pollaio, disabili senza sostegno e – per il terzo anno consecutivo – il Covid alle porte e la DaD dietro le quinte.

Mentre il consulente del Ministro della Salute Prof. Walter Ricciardi preannuncia un autunno ad alto tasso di contagi e gli esperti raccomandano la quarta dose, arrivano le varianti Omicron BA.5 e BA.2.75 e  i presidi denunciano il ritardo del piano di aerazione delle aule: il Ministro dell’istruzione doveva presentarlo in primavera ma non è ancora pronto. In quali condizioni riapriranno gli istituti scolastici  non è dato sapere: intanto si prenda nota che i lavoratori fragili della scuola – a cui non sono state rinnovate le tutele scadute il 30 giugno – dovranno ripresentarsi al suono della campanella senza protezione normativa della loro condizione patologica, ma con in mano un certificato di inidoneità al lavoro in presenza.

Una nota informale della Funzione Pubblica demanda ai dirigenti le decisioni da assumere ma in una situazione di legge non rinnovata essi dovranno ricorrere al cilindro del prestigiatore o alla sfera di cristallo.

Nonostante un odg approvato dal Parlamento il Governo non ha ancora deciso nulla. Chiaramente la sovraesposizione al contagio dei lavoratori fragili si sommerà a quella della popolazione scolastica al rientro dalle vacanze: mandati al macero i banchi a rotelle gli scienziati hanno insistito sulla ventilazione nelle aule ma in mancanza di un piano del Ministro Bianchi resta solo l’ipotesi di tenere aperte le finestre, compresa la stagione invernale. Quasi certamente ritorneranno in uso le mascherine, con i soliti distinguo senza alcuna base scientifica. Da decenni le figure del medico scolastico e dell’assistente sanitaria sono scomparse dai radar: almeno sul piano della profilassi e del controllo avrebbero svolto un ruolo di supporto alle difficoltà organizzative. Ma né Bianchi (P.I.) né Speranza ne hanno mai parlato. 

Recentemente anche Marcello Pacifico, presidente dell’Anief, ha reso noto che “a meno di due mesi dall’inizio del nuovo anno scolastico, non c’è ancora uno straccio di programmazione e intervento in chiave prevenzione pandemia: si tratta di una mancanza particolarmente grave, perché significa che le esperienze fallimentari degli ultimi due anni, con le scuole impreparate e immutate rispetto al pre-Covid19, non ci hanno insegnato nulla”. Le incognite sono enormi e mentre la politica si prepara alla campagna elettorale, dirigenti scolastici, docenti, genitori e alunni ritroveranno i problemi di sempre, a cominciare dai contagi dilaganti.

DAL ROGO DEI LIBRI A QUELLO DELLE LIBRERIE

Una bravata o cos’altro? Sta di fatto che la libreria di Alberto Maccaroni è stata distrutta. Ora la si vuole rimettere in piedi.

10 luglio, Roma. Un tempo si bruciavano i libri, ora, complice il caldo torrido della Capitale, si approfitta, andando oltre. Chi pensava che l’ignoranza fosse fine a se stessa si sbagliava. 

Dal disinteresse può nascere qualcosa: quel vuoto di senso che, nell’inerzia, crea e alimenta sentimenti antisociali e potenzialmente violenti. Sarebbe la bravata di alcuni “annoiati”, senza un vero e proprio movente, ad aver causato l’incendio e la distruzione della libreria di Alberto Maccaroni, storico ritrovo di intellettuali e appassionati, anche di libri antichi, a Piazzale Flaminio. 

Gli ignoti (o l’ignoto) piromani hanno dato alle fiamme circa seimila libri del Maccaroni, detto amabilmente “il professore” da chi lo conosce da tempo. Comitati spontanei, amici, intellettuali, si stanno dando da fare per ripristinare, sotto il tumulo di libri carbonizzati, un rinnovato avamposto della cultura di strada. 

Il pittore “Hypnos”, al secolo Gilberto Di Benedetto, psicologo di professione, artista per vocazione, affezionato cliente del chiosco da quarant’anni, si starebbe adoperando per aiutare il celebre libraio romano, assieme a tutti coloro che vorranno partecipare.

ROMA, PRIME DAY DEL SINDACO GUALTIERI. Offerta “speciale rifiuti” dopo i roghi: nuovi impianti, ma forse non l’inceneritore.

Dopo un silenzio assordante, malgrado la micidiale distruzione dei due Tmb di Malagrotta, si parla di un disegno criminale ai danni della Capitale. Ma l’incendio di Centocelle che c’entra con la questione dei rifiuti?

Adesso Gualtieri scopre la matrice criminale dietro gli incendi a ripetizione che hanno colpito la Capitale. Non l’aveva fatto prima, neppure dopo l’episodio di Malagrotta, con due Tmb mandati fuori uso (uno poi, quello minore, recuperato), sebbene dovesse scattare proprio allora l’allarme massimo per un gesto senza precedenti, diretto a squinternare l’apparato industriale che sostiene, ancorché malamente, il sistema di smaltimento dei rifiuti a Roma. A seguire, una coltre di silenzio ha circonfuso il Pd, la sua dirigenza distratta, l’insieme dei quadri e militanti perlopiù interessati alla cruciale questione “primarie sì, primarie no” per la scelta del candidato alla presidenza della Regione. L’opposizione ha balbettato qualcosa, ma nessuno ha capito bene cosa.

“Sta indagando la magistratura, è presto per fare ipotesi”, ha dichiarato ieri sera al Tg1 il sindaco – ma “è certo che c’è la mano dell’uomo, poi si vedrà se sono episodi colposi o dolosi”. E ha poi aggiunto: “È una situazione molto grave, molto difficile, stiamo lavorando con grande intensità sul fronte della prevenzione e degli interventi”. Di analogo tenore le affermazioni che stamane trovano ospitalità nell’intervista resa a Maria Teresa Meli al “Corriere della Sera”. 

Il concetto è semplice, la catena dei roghi si presenta come un disegno unitario di aggressione alle scelte dell’amministrazione capitolina in materia di nuova organizzazione di raccolta e smaltimento dei rifiuti, soprattutto con la realizzazione di un termovalorizzatore. Sul punto, comunque, Gualtieri aggiusta il tiro perché nell’intervista fa presente di aver rassicurato Conte circa l’impegno a trovare la soluzione migliore sul piano tecnologico. Il che significa indietreggiare rispetto alla già decisa – almeno così appariva – soluzione del classico e per molti obsoleto imceneritore. “Abbiamo l’ambizione – questo il messaggio di Gualtieri – di realizzare l’impiantistica più avanzata sul piano della sostenibilità e dell’economia circolare”.

Ora, se l’ultimo incendio a Centocelle, un tempo quartiere cardine del cosiddetto Sistema Direzionale Orientale (SDO) e poi lasciato in abbandono dopo l’improvvido stralcio di tale avveniristico progetto urbanistico da parte di Rutelli all’inizio del suo primo mandato, ha dato la spinta a una generale presa di coscienza di quanto Roma abbia bisogno di una guida stabile e lungimirante, non può che essere considerato un fatto importante e positivo, benché prodotto dalle fiamme evidentemente propiziate da qualche mano interessata. Ma ecco, interessata a cosa? A bloccare l’azione di Gualtieri per risolvere il problema del ciclo dei rifiuti? Non sembra molto convincente. L’incendio, semmai, ha liberato dall’ingombro degli sfasciacarrozze e gettato le basi – involontariamente? – per la sistemazione di un’area collegata a Torre Spaccata dove sorgeranno, con i fondi del Pnrr, i nuovi Studio’s di Cinecittà. 

Dunque, che c’entra la “monnezza”?