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I Vescovi sul premierato e l’autonomia differenziata non fanno propaganda

Tra  i dickat ultimi della Meloni spicca quello alla Cei e implicitamente al Vaticano per il dissenso espresso sull’autonomia differenziata, già in atto tra nord e sud,  nonché sul premierato elettivo, il cui difetto consiste principalmente nell’assenza di contrappesi adeguati nell’ordinamento complessivo dei poteri. 

Ebbene, messa a nudo la pretesa della Premier di far allineare chiunque ai suoi obbiettivi, sconcerta il modo con il quale prova a zittire la Chiesa cattolica omologandola a quella ortodossa, schiacciata dal tallone oppressivo di Putin. “Senti chi parla di democrazia!”, sembrerebbe lo slogan che meglio sintetizza la sua spregiudicata posizione .

Può la Presidente del Consiglio ignorare che in un paese democratico come il nostro, grazie in particolare al Concordato felicemente rivisto nel 1984, sacerdoti e religiosi sono cittadini al pari di noi tutti, con eguali diritti e finanche qualche dovere in più? É l’abc di qualunque “politica ecclesiastica” il fatto che si rispetti la libertà di giudizio dei Pastori della Chiesa. Garantito questo, si può anche dissentire, come avvenne emblematicamente nel 1952 allorché il “partito romano”, coinvolgendo Pio XII, brigò per allestire una lista civica per il Campidoglio, con tutti dentro (inclusi i neo-fascisti). Finì come sappiamo, la cosiddetta Operazione Sturzo fu disinnescata per la fermezza di De Gasperi, a riprova di quanto i cattolici democratici abbiano difeso la loro autonomia di cattolici impegnati in politica.

Ebbene, tornando ai rapporti Meloni-Cei, l’imperizia e l’arroganza hanno prodotto un effetto che l’inquilina di Palazzo Chigi avrebbe volentieri evitato. Non solo la risposta della Cei ha confermato le critiche, ma lo stesso Zuppi, in prima persona, ha lanciato un messaggio molto forte: la Chiesa si sente più libera e i Vescovi, su questa vicenda, sono uniti. Specialmente sull’autonomia differenziata è stato lanciato un segnale inequivocabile proprio con la nomina di Monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano allo Ionio, a Vice Presidente della Conferenza episcopale per l’Italia meridionale. 

La Meloni ha sbagliato tutto, forse perché sente mancare il terreno sotto i piedi. Nel Sud i sondaggi registrano un calo di consensi della maggioranza di governo e di Fratelli d’Italia e Lega nello specifico. È probabile che anche lo scontro con la Chiesa contribuisca a questo stato di difficoltà. Dalle urne può venire il duro monito di un elettorato che nel Sud avverte l’insidia della manovra condotta dai leghisti e accettata, nello scambio con il Premierato, dalla destra. Manca poco alla verifica.

Si è inclusivi se non si delegittima l’avversario

Anche nella democrazia dell’alternanza si può e si deve essere inclusivi. E questo per la semplice ragione che l’inclusività è sinonimo di maturità democratica da un lato e di cultura di governo dall’altro. Ma c’è una contraddizione persin troppo palese tra chi sbandiera di essere inclusivo e,

al contempo, delegittima costantemente e perennemente il suo avversario/nemico attraverso un attacco sistematico se non addirittura violento a livello verbale. È il caso del ‘nuovo corso’ del Pd inaugurato da Elly Schlein. E cioè, si dichiara pubblicamente la propria natura inclusiva e autenticamente democratica e pluralista – accompagnata dai gazzettieri quotidiani del circo mediatico giornalistico e televisivo – e, contemporaneamente, si rovesciano quintali di odio e di insulti di ogni genere contro il nemico implacabile ed irriducibile. Che, di norma, è sempre quello che attraverso il voto popolare governa al posto tuo. 

Così è stato per quasi 50 anni con la Democrazia Cristiana, poi con Berlusconi, poi addirittura con Renzi e adesso, e a maggior ragione, con il governo guidato da Giorgia Meloni. Ma, al di là di questo aspetto talmente scontato che non merita neanche di essere commentato, è altrettanto indubbio che questo comportamento porta ad una sola conclusione. E cioè, quando si delegittima moralmente, politicamente e culturalmente l’avversario – che nel frattempo diventa un nemico irriducibile – è abbastanza evidente che si crea un clima politico all’insegna dello scontro frontale dove l’unico elemento che viene scartato a priori è proprio la natura inclusiva da parte di chi si fregia di quell’aggettivo. E, purtroppo, su questo versante emerge il peggio di una prassi politica che, al contrario, dovrebbe invece ispirarsi ad una cultura democratica, riformista e di governo. Certo, quando l’ostentata “superiorità morale” si lega alla radicale delegittimazione politica dell’avversario/nemico si crea un miscela esplosiva dove l’unico elemento che scompare dall’orizzonte è la cosiddetta qualità della democrazia. E questo perché si squalifica tutto ciò che proviene dall’avversario/nemico come espressione del sempreverde fascismo e la conseguente e scontata deriva dittatoriale, illiberale, antidemocratica, anti costituzionale, autoritaria e via scioccheggiando.

Per queste ragioni, semplici e al tempo stesso inquietanti, non si può rivendicare in tutte le piazze di essere culturalmente inclusivi e poi lanciare strali quotidiani contro l’avversario politico accusandolo di ogni nefandezza della vita pubblica. L’ultima notizia di cronaca arriva dal Piemonte dove si vota per il rinnovo del Consiglio Regionale. Ebbene, puntuale come l’arrivo di una stagione meteorologica, anche in Piemonte nell’ultima settimana di campagna elettorale parte l’accusa del Pd di fascismo contro il Presidente Cirio e, almeno pare di capire, contro l’intera coalizione alternativa alla sinistra. Ora, che il fascismo non centri nulla con le elezioni regionali piemontesi è a tutti noto. Ma, semmai, questa ridicola e grottesca polemica evidenzia il ritardo culturale e il settarismo politico di un campo che non riesce a liberarsi dei vecchi fantasmi e che, addirittura, li rispolvera e li usa come una clava da lanciare contro l’avversario. A prescindere, come direbbe Totò.

Si tratta, quindi, e senza alcuna polemica pregiudiziale, di far sì che venga sempre anteposta la qualità della democrazia e la salute del nostro sistema politico alla continua volontà di delegittimare sempre e comunque il proprio avversario/nemico. Ed è proprio per queste ragioni che, se si vuol essere realmente una forza riformista, democratica e di governo ci si deve allontanare da una deriva – squisitamente populista, anti politica, demagogica e quindi grillina – che fa dell’annientamento morale e politico del nemico politico la sua ragion d’essere. Una deriva che, alla fine, rischia di indebolire la stessa cultura della sinistra democratica e riformista.

Ripartire dal territorio per unire le forze di centro

Una previsione e una riflessione. Entrambe brevi ed essenziali. Come ormai avviene da quando la politica si è spettacolarizzata sui media, in genere i risultati delle elezioni corrispondono percentualmente a quello che è passato sugli schermi e sui titoli dei maggiori giornali (perché poi gli articoli li leggono in pochi). Vincerà la destra con una percentuale inferiore rispetto alle ultime politiche; il Pd guadagnerà un po’, come pure il Movimento 5 Stelle e, naturalmente, perderanno i partiti di centro scioccamente divisi tra i loro leader (ed è singolare che per Renzi sia più avversario Calenda che non la Bonino storicamente opposta a quella cultura democristiana che ha nutrito l’ex-premier fiorentino).

La riflessione è sul centro dello schieramento politico, oppresso da una egemonia mediatica fissata sul bipolarismo anche quando si vota col sistema proporzionale per i singoli partiti e non per gli schieramenti. La corsa separata di Azione e Italia Viva (nomi sbagliati che non alludono neppure lontanamente ad una collocazione politica) avrà probabilmente un esito insoddisfacente per entrambi che forse – ove vi riuscissero – si accontenteranno di uno o due eletti (o forse qualcuno di più) tra i 76 rappresentanti italiani nel Parlamento Europeo.

Certamente siamo di fronte ad una grande occasione sprecata. Era fin troppo ovvio – e lo scrissi su queste colonne – che l’unico modo per mettere in crisi l’imposizione bipolare era quello di raccogliere in una convenzione nazionale tutte le forze moderate (erodendo magari anche tra i sostenitori non del tutto convinti della destra e della sinistra) per la costituzione finalmente di una Unione di Centro. 

Certo, adesso è più difficile. Perché pur sconfitti Renzi e Calenda continueranno ad essere usati e logorati dai media come rappresentanti di una idea senza popolo. Per fare fronte a questo esito grave per la sostanza democratica, sarà necessaria una iniziativa dal basso e decisamente nuova che dia vita, a partire dai territori (con una modalità simile a quella inventata Berlusconi quando fondò Forza Italia) con convinzione logica e ideale all’Unione di Centro il cui progetto è già scritto nel nome. I contenuti sono quelli che agitano la politica italiana con la prospettiva, però, di soluzioni graduali e realistiche, ricercate nelle sensibilità che animano il centro sociale facendolo coincidere il più possibile con il centro politico del nostro Paese.

Ripartire da poco, ma sui nostri terreni, è meglio che essere usati dagli altri che getteranno sul piatto della bilancia le loro spade come fece Brenno con i romani che riscattavano con l’oro la loro libertà.

Sanità, una ricetta di stampo elettoralistico.

Se qualcuno qualche anno fa pensò di poter “abolire la povertà” attraverso una legge, il governo Meloni ha pensato oggi di eliminare le liste d’attesa per le prestazioni sanitarie pubbliche attraverso un decreto varato – non a caso – a tre giorni dall’appuntamento elettorale europeo. Di male in peggio! È infatti di tutta evidenza l’uso strumentale del decreto, ovvero di un provvedimento che i governi dovrebbero adottare in caso di urgenza per casi di grave e indifferibile urgenza; per tutto il resto c’è il Parlamento, o almeno ci dovrebbe essere il Parlamento.

La sanità in assenza di gravi crisi pandemiche non è materia da sottoporre a decretazione d’urgenza, ma un tema da trattare in Parlamento anche attraverso il lavoro delle commissioni competenti. È bene ricordare che un decreto deve essere convertito in legge entro sessanta giorni dalla sua emanazione e che per poterlo trasformare in legge è necessario reperire delle risorse che al momento mancano. Purtroppo il clima elettorale ha mal consigliato la premier Meloni che, pensando di gettare del fumo negli occhi degli italiani, ha fatto approvare dal Consiglio dei Ministri un decreto privo di copertura finanziaria con il quale si prevede di eliminare il blocco per l’assunzione di nuovo personale sanitario e la possibilità di effettuare prestazioni e visite anche nei giorni festivi e prefestivi. 

Non sappiamo se chi ha pensato e scritto questo “decretino” ad uso elettorale e propagandistico si sia reso conto che – nonostante le imminenti elezioni – è comunque necessario prevedere le necessarie risorse per poter assumere personale e per chiedere agli operatori sanitari di assicurare prestazioni ambulatoriali anche in giorni festivi e in orari serali, peraltro ad operatori di un settore che aspetta il rinnovo del contratto nazionale da circa due anni. 

È stato calcolato che la cifra necessaria sarebbe intorno ai due miliardi. Queste considerazioni sono state ovviamente rinviate a quando, nel risveglio post-elettorale, ci si renderà conto del bluff.mLa speranza è che gli italiani non caschino in questo come in altri tranelli governativi propagandistici, quanto meno per non avvalorare quello che già nell’800 diceva il filosofo francese De Maistre circa i popoli che “hanno i governi che si meritano”. Noi pensiamo di meritare qualcosa di meglio!

 

L’Europa può cambiare l’Italia: il voto peserà più del previsto.

In verità la campagna elettorale non ha regalato grandi emozioni, a meno che per esse non s’intenda la sorpresa e lo stupore per le spacconate di Salvini. Se fosse per lui l’europeismo dovrebbe essere censurato o meglio eroso da dentro e da fuori, dando agli elettori l’illusione di un felice inguainamento nella politica delle convenienze, per un gioco di transazioni variabili con Bruxelles, sempre all’insegna dell’Italia first. In questo arrembaggio sovranista l’attacco a Mattarella – l’on. Borghi confermava in serata il senso della sua polemica con il Presidente della Repubblica – è valso a confermare l’anomalia selvaggia di un partito che si distribuisce in campi opposti, stando al governo come si sta nella irrisolta Pontida dei rivoltosi. E gli alleati? Ricamano lezioni di galateo che non risolvono l’imbroglio.

Di questo si tratta, infatti, di un imbroglio che cerca di rivendicare una credibilità inesistente, con la pretesa di guadagnare credito nel consesso europeo mercé la libertà di atteggiamento e di manovra, ora per blandire una fiacca (ma anche furba) Ursula von der Leyen, mostrando perciò moderazione, ora per incentivare l’agognata svolta a destra, radicalizzando il discorso sulla “nuova Europa”. In realtà, l’idea di effondere nei Palazzi dell’Unione la flagranza del nazional-sovranisno si scontra con la determinazione degli attori principali – Scholz e  Macron in testa – a preservare l’equilibrio assicurato da Popolari, Socialisti e Liberali. Non si vede all’orizzonte una formula diversa, pertanto non si vede come possa “sfondare” a Bruxelles e Strasburgo la logica avanzata dalla destra italiana.

In questo scenario il punto debole è rappresentato dalla posizione di Forza Italia. Che avanzi o si consolidi, il partito orfano di Berlusconi è destinato a fare i conti con le sue contraddizioni, essendo altamente faticoso tenere in piedi a Roma l’alleanza con i sovranisti e i nazionalisti con la solidarietà europeistica dettata dall’appartenenza al Ppe. Quanto può durare un equilibrismo che nasconde ambiguità? E per quale ragione il “centrismo” di Tajani dovrebbe sorvolare senza danni il terreno del conflitto, mantenendo un doppio regime a seconda del contesto in cui gli è dato stabilmente di operare? A tali interrogativi, e forse ad altri ancora, bisognerà fornire risposte convincenti.

Ora, alla sostanza dei problemi politici fa da eccipiente l’attesa per il voto. Va crescendo la sensazione che dopo il 9 giugno si apra comunque una fase nuova, con un possibile riassetto nella maggioranza di governo. Sicuramente il passaggio elettorale avrà un impatto maggiore rispetto a quanto si poteva immaginare fino a qualche tempo fa. L’Europa può cambiare l’Italia.

India e Sudafrica, dalle elezioni la necessità di alleanze

Mentre in quello che potrebbe essere uno dei centri della politica mondiale, se rafforzerà la propria dimensione politica, l’Unione Europea, sta per iniziare il voto per rinnovo del parlamento europeo, in molti grandi Paesi nel mondo si svolgono elezioni nel corso di questo 2024. Tra gli stati che hanno già votato spiccano l’India e il Sudafrica. Vi è un aspetto che accomuna le elezioni in questi due stati, entrambi membri del Coordinamento Brics. Il fatto che in tutti e due i Paesi, il partito più grande ha perso la maggioranza assoluta, e dovrà quindi intessere una politica di alleanze.

In India, la più grande democrazia del mondo, gli aventi diritto al voto sono circa un miliardo (quasi tre volte quelli Ue). Le operazioni di voto, in sette fasi, sono durate dal 19 aprile a sabato scorso primo giugno, e si è registrata un’affluenza alle urne del 66%.

L’esito del voto ha penalizzato il cartello di forze dell’Alleanza Nazionale Democratica(Nda) nel quale il partito nazionalista indù, il Bjp, (Bharatiya Janata Party), il Partito del Popolo Indiano, del premier Narendra Modi, ha perso, per la prima volta dal 2014, la maggioranza assoluta dei seggi alla Lok Sabha, la camera bassa indiana. Ma la strada verso il terzo mandato, traguardo mai raggiunto da nessuno in India, per Modi appare aperta grazie al risultato ottenuto dalla sua coalizione, l’Nda. A vincere è stata nonostante tutto la continuità in un Paese in rapidissimo e tumultuoso sviluppo in cui come ha scritto una grande conoscitrice dell’India, la professoressa Elisabetta Basile, il sistema sociale “è caratterizzato da un disuguaglianza strutturale di genere, di casta e di religione. Ed è proprio questa disuguaglianza a rendere sempre difficile la lotta alla povertà”. L’India è da poco divenuta il Paese più popoloso del mondo e in prospettiva, appare lanciata a diventare anche la prima economia del mondo. Ciononostante non è ancora stata accolta come membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, a riprova della necessità di un adeguamento dei meccanismi di governance globale. Fra i Paesi Brics l’India è quello più “multiallineato”. Membro della Sco (‘Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai) l’alleanza per la sicurezza asiatica, insieme a Paesi come  Cina, Russia, Iran e nel contempo del Quad, l’alleanza strategica quadrilaterale di contenimento della Cina, insieme a Stati Uniti, Australia e Giappone. Nuova Delhi, inoltre, ha intensificato i rapporti con l’Iran, snodo fondamentale per le sue vie commerciali marittime, in particolare stipulando il mese scorso un accordo per lo sviluppo dello strategico porto di Chabahar, nonostante la minaccia delle sanzioni americane. A conferma del fatto che l’India si muove già da potenza mondiale, favorita, rispetto  alla Cina, anche dalla geopolitica, che ha posto il subcontinente indiano all’incrocio fra i due principali assi di sviluppo del XXI Secolo, quello dell’Estremo Oriente pacifico e quello afro-asiatico dell’oceano indiano.

Anche in Sudafrica si sono svolte da poco, lo scorso 29 maggio, le elezioni  legislative per il rinnovo dei 400 seggi dell’Assemblea Nazionale, con un sistema elettorale proporzionale puro, con collegi nazionale e provinciali. L’African National Congress (ANC), il partito che fu di Nelson Mandela, al potere ha ricevuto solo il 40,21% dei voti. Per la prima volta dalla fine dell’apartheid nel 1994, il partito centrale del sistema politico sudafricano dovrà stringere alleanze con altri partiti per formare un governo di coalizione. Il partito del presidente Cyril Ramaphosa dovrà scegliere se aprire all”Alleanza Democratica (DA), il principale partito d’opposizione, di orientamento liberale, oppure se esplorare altre vie con i due partiti radicali di sinistra, il nuovo partito uMkhonto we Sizwe (Mk), dell’ex presidente Jacob Zuma, arrivato terzo, oppure  l’Economic freedom fighters (Eff), fondato da Julius Malema. Da un lato il Sudafrica punta a mantenere una iniziativa diplomatica a livello continentale e globale, a incassare i risultati del lavoro svolto per la presidenza di turno dei Brics, detenuta lo scorso anno, dall’altro deve fronteggiare una situazione sociale molto difficile, caratterizzata da disuguaglianze ancora profonde, povertà, mancanza di lavoro, difficoltà nella stabilità della rete elettrica, nonostante le straordinarie risorse naturali del Paese.

India e Sudafrica con i loro problemi e con le loro grandi aspettative di futuro, hanno in ogni caso dato prove di democrazia concreta in contesti non occidentali. Anche questo costituisce un elemento che fa ben sperare.

Giappone in calo demografico per l’ottavo anno consecutivo

Il tasso di fertilità totale del Giappone – il numero medio di nascite per donna durante gli anni riproduttivi – è diminuito nel 2023 per l’ottavo anno consecutivo, raggiungendo un minimo storico. Lo dicono i dati diffusi oggi dal ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare di Tokyo.

Questo dato indica i figli nati da ciascuna donna se questa vivesse fino alla fine dei suoi anni fertili. Il ministero aggiunge il tasso di natalità per le donne di ogni età tra i 15 e i 49 anni per calcolare il tasso di fertilità totale.

La cifra nazionale è diminuita a 1,20 l’anno scorso, 0,06 punti in meno rispetto al 2022, ha dichiarato il ministero.

A livello nazionale, il numero totale di nascite di cittadini giapponesi residenti nel paese è stato di 727.277 nel 2023, in calo del 5,6% rispetto all’anno precedente. Il calo naturale della popolazione è aumentato del 6,3% a 848.659. Questo decremento continua da 17 anni.

La tendenza alla diminuzione della fertilità riflessa nel tasso di fertilità totale è stata evidente per cinque decenni. E sebbene la fertilità sia leggermente aumentata negli anni 2000, è diminuita continuamente dal 2016.

Si prevede che la popolazione del Giappone diminuirà drasticamente nei prossimi decenni, ponendo sfide inedite per l’economia e la società. Un tasso di fertilità di 2,1 è necessario affinché la popolazione di un paese rimanga stabile, in assenza di immigrazione.

Ambiente | La crisi della biodiversità secondo Maurizio Casiraghi.

Sabrina Del Fico

Siamo davvero a un passo dall’estinzione di massa, come preannunciano gli scienziati più radicali? Ne abbiamo parlato con Maurizio Casiraghi, biologo e docente di zoologia presso l’Università degli studi di Milano-Bicocca, autore del saggio “Sempre più soli. Il pianeta alle soglie della sesta estinzione”.

Cosa vuol dire “biodiversità”?

Sorprende che il termine “biodiversità” esista solo da poco più di trent’anni. Fu coniato da Edward Osborne Wilson, un biologo studioso di formiche, che a un certo punto in una conferenza parlò di “varietà di mondo biologico”, sintetizzando questo concetto con il termine biodiversità (letteralmente: “diversità della vita”). 

Il concetto alla base della biodiversità è molto semplice e possiamo sintetizzarlo con due definizioni: la diversità degli organismi che esistono sulla Terra, ovvero le specie, e la variabilità degli individui all’interno di una stessa specie.

Quindi, da una parte consideriamo le diverse specie che popolano il Pianeta (c’è chi dice siano circa due milioni, chi parla di otto o addirittura cento milioni di specie diverse), dall’altra la variabilità dei singoli all’interno del contenitore chiamato specie.

Ha senso parlare di “sesta estinzione di massa”? Perché?

Allora, l’estinzione delle specie animali e vegetali è un fenomeno normale, che fa parte della Natura e che non dovrebbe impressionarci più di tanto: la storia ci insegna che, tranne rare eccezioni, una specie vive sul Pianeta in media per quattro o cinque milioni di anni prima di estinguersi e lasciare spazio a nuove specie.

Ci sono stati dei momenti nella storia della Terra in cui il tasso di estinzione è stato anomalo e più del 75% delle specie viventi presenti in quel momento storico ha finito per estinguersi. Questi momenti – nella storia ne sono stati individuati cinque – sono stati definiti dagli scienziati come “estinzioni di massa”. L’ultima estinzione di massa è avvenuta circa 66 milioni di anni fa e ha portato all’estinzione dei dinosauri rettiliformi, mentre solo gli antenati degli attuali uccelli sono sopravvissuti.

Tutte le estinzioni di massa del passato sono avvenute per cause naturali e sono spalmate in un periodo di tempo molto lungo. Oggi invece, buona parte della responsabilità della crisi della biodiversità che stiamo vivendo è da imputarsi alla nostra specie, che in un giro di anni relativamente breve (250 anni, a partire dalla rivoluzione industriale) ha agito sull’ambiente alterandolo in maniera profonda.

C’è una cosa da sottolineare, però: attualmente stiamo assistendo a una crisi della biodiversità in generale, ma sono le specie attorno a noi, quelle che favoriscono la nostra sopravvivenza, a esserne maggiormente influenzate. Altri gruppi invece continuano a prosperare e nel futuro, fra migliaia di anni, scommetterei che la vita continuerà a proliferare per alcuni insetti, per i topi e i batteri [MC1].

Quali sono le cause di questa crisi?

Le cause della crisi della biodiversità sono numerose e diverse, ma hanno un comune denominatore: tutte sono fortemente connesse alla presenza dell’essere umano sul Pianeta.

Il primo fattore connesso alla crisi della biodiversità e certamente il riscaldamento globale, legato all’innalzamento delle temperature: può sembrare una sciocchezza, ma anche solo uno o due gradi fanno una enorme differenza, per esempio, per gli organismi marini. Noi stessi ci sentiamo male se la nostra temperatura corporea aumenta anche solo di un grado.

Vi è poi il drammatico fenomeno della frammentazione degli habitat: le attività antropiche depauperano le risorse ambientali, gli habitat riducono le loro dimensioni e si frammentano in parti più piccole sempre più difficilmente connesse. Queste zone separate non hanno lo stesso valore ecologico di un’area più grande. All’interno del mio libro faccio l’esempio di un tappeto persiano. Se prendiamo le forbici e tagliamo il tappeto in tanti pezzi, l’area complessiva dei frammenti non sarà molto diversa rispetto a quella del tappeto integro, ma la capacità di copertura è fortemente compromessa.

Un’altra delle cause della crisi della biodiversità è la presenza negli habitat di specie invasive: le migrazioni delle specie sono fenomeni naturali e sono sempre esistiti, ma le specie invasive creano una problematica perché alterano gli ambiente naturali e portano all’estinzione molte specie.

Infine, vi sono due problemi direttamente connessi alla presenza umana, ovvero lo sfruttamento estremo delle risorse e l’inquinamento: ci comportiamo come se le risorse naturali fossero infinite, e allo stesso tempo rilasciamo nell’ambiente emissioni inquinanti, gas tossici e rifiuti che alterano gli ecosistemi.

Ci tengo però a fare una precisazione che spesso viene dimenticata. L’essere umano non è innaturale, ma fa parte della Natura e della biodiversità. In altre parole, noi siamo una delle condizioni di naturalità del Pianeta ma, con le nostre azioni scellerate, stiamo accelerando in maniera notevole la distruzione dell’ambiente in cui viviamo. 

[…]

Per leggere l’intervista completa, è possibile richiedere una copia in digitale della rivista scrivendo all’editore: amministrazione@politalia.it

Finanza ed umanesimo, Francesco dice no al paradigma tecnocratico.

[…] Ho letto con interesse i risultati del lavoro che avete svolto in questi due anni, per avviare un dialogo tra finanza, umanesimo e religione: non è facile. Avete scelto di iniziare questi “Dialoghi” con esponenti del sistema finanziario italiano. Un’economista mi ha detto una volta: dialogo fra economia e filosofia, religione e umanesimo è possibile. Dialogo fra finanza, teologia e umanesimo, invece, molto difficile. È curioso questo! Un sistema, questo finanziario italiano, che ha alle spalle una storia antica, nella quale, ad esempio, i “Monti di Pietà” furono un grande sprone ad aiutare i più poveri senza cadere in logiche assistenzialistiche, e favorirono prestiti per permettere alle persone di poter lavorare e, attraverso la propria attività, ritrovare la giusta dignità. In effetti, «aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze. Il vero obiettivo dovrebbe essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro» (Lett. enc. Laudato si’, 128).

Mi ha colpito anche l’obiettivo primario che vi siete dati, ovvero quello di ragionare insieme agli alti vertici del mondo della finanza sulla possibilità che l’impegno di fare-bene e quello di fare-il-bene possano andare di pari passo. In altre parole, vi siete dati un compito nobile: coniugare l’efficacia e l’efficienza con la sostenibilità integrale, l’inclusione e l’etica. Voi dite giustamente che il vostro convincimento è che il magistero sociale della Chiesa possa rappresentare una bussola. Perché questo effettivamente accada, è necessario non fermarsi al momento esortativo, ma essere capaci di guardare al funzionamento della finanza, per denunciare i punti deboli e immaginare correttivi concreti.

Vorrei fare un esempio. Nel cosiddetto siglo de oro – il XVI secolo – in Spagna il commercio della lana era un mercato fiorente che muoveva grandi capitali economici. I teologi spagnoli di quel tempo si misero a dissertare su quel tipo di commercio e diedero valutazioni etiche che mutarono con il cambiamento del contesto storico. Infatti, la guerra nelle Fiandre fece sì che quanti lavoravano direttamente nell’allevamento e nella tosatura non ricevessero più un pagamento adeguato al loro lavoro, e allora costoro denunciarono quel sistema finanziario mostrandone i punti deboli e chiedendo maggiore equità. I teologi spagnoli poterono intervenire perché conoscevano quel processo di lavoro, e quindi non si limitarono a dire: “bisogna cercare il bene comune”, ma spiegarono cosa non andava e chiesero precise azioni di cambiamento per il bene comune, si capisce.

[…] Voi avete lavorato su tre piani: il pensiero, la concretezza e la valorizzazione del bene. Sono d’accordo che è necessario non perdere mai di vista la concretezza, perché in gioco vi è la sorte dei più poveri, delle persone che faticano a trovare i mezzi per una vita dignitosa.

Il lavoro che avete fatto a Milano è incoraggiante, e forse potrebbe essere buona cosa estenderlo anche ad altri centri finanziari, promuovendo un modello di Dialogo che si diffonde e genera un cambio di paradigma. Infatti il paradigma tecnocratico resta dominante; c’è bisogno di una nuova cultura, capace di dare spazio a un’etica adeguatamente solida, a una cultura e a una spiritualità (cfr Lett. enc. Laudato si’, 105). […]

 

Per leggere il discorso completo

https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2024/june/documents/20240603-finanza-sostenibile.html

AgenSIR | Il quadro delle attività portate avanti dalla Caritas italiana.

Patrizia Caiffa

Mense e ostelli per i poveri, centri d’ascolto, empori solidali, servizi e consulenze di vario tipo, raccolte fondi e progetti internazionali durante le crisi umanitarie, coinvolgimento dei giovani attraverso il servizio civile e il volontariato. È un caleidoscopio di migliaia di attività quello raccontato in sintesi nel Bilancio sociale 2023 di Caritas italiana, una pubblicazione che mette in evidenza gli aspetti qualitativi dell’animazione della carità nelle diocesi e parrocchie italiane durante tutto il 2023. Un impegno economico pari a 58 milioni di euro nel 2023, di cui il 76,6% impiegato in Italia e il 23,4 all’estero. Somme provenienti dall’8 per mille, da collette nazionali, grandi e piccoli donatori. In Italia sono presenti 6.780 servizi Caritas e 3.636 centri d’ascolto. In un anno sono state accompagnate 270.000 persone, con oltre 84 mila volontari. Il Bilancio sociale è stato presentato oggi a Roma. È disponibile in versione integrale su www.caritas.it.

(Mons. Carlo Maria Redaelli durante la presentazione del Bilancio sociale 2023 – Foto: Caiffa/SIR)

“La Caritas non ha copyright anzi è meglio che la carità sia copiata”, ha detto mons. Carlo Maria Redaelli, arcivescovo di Gorizia e presidente di Caritas italiana, durante la la presentazione nella sede della Cei. “L’impegno nel corso dell’anno passato si è sviluppato in Italia come all’estero, sempre nell’ottica dell’accompagnamento delle persone e delle comunità, della promozione della pace e della riconciliazione – ha affermato -. Viviamo in un mondo in cui tutto è in relazione. Il Bilancio sociale esprime il nostro sentirci responsabili e cercare di fare la nostra parte, con particolare attenzione a chi si trova in una situazione di vulnerabilità”.

Per l’economo della Cei, don Claudio Francesconi, il documento consente di “riflettere sulle motivazioni e gli scopi che vogliamo raggiungere”. “Come cristiani – ha osservato – siamo sempre presi tra due tensioni: da un lato l’insegnamento di Gesù a non ostentare il bene che facciamo, dall’altro l’esigenza di far crescere la sensibilità della comunità cristiana e del mondo su questi temi”. A questo proposito è importante “fare rete per far fronte ai problemi sociali”. L’economo della Cei ha anche annunciato un lavoro che si sta portando avanti con il Politecnico di Milano per misurare l’impatto dell’8 per mille nella società e i cambiamenti che produce. […]

 

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https://www.agensir.it/chiesa/2024/06/03/il-bilancio-sociale-di-caritas-italiana-al-servizio-degli-ultimi-con-iniziative-che-fanno-crescere-le-comunita/

Firenze, cosa accadrà al ballottaggio? Renzi è tentato dalla destra.

Si alzano i toni della campagna elettorale a Firenze, non soltanto, com’è fisiologico, tra il candidato del centrodestra, Eike Schmidt, e la candidata di Pd, Avs e altre forze di centrosinistra, Sara Funaro, ma anche tra la stessa Funaro e il leader di Italia Viva, ex sindaco di Firenze, Matteo Renzi.

“Funaro dice che io non ho mai fatto niente per Firenze da presidente del Consiglio. Dimentica che dopo la linea 1 della tramvia le altre sono state tutte finanziate dal Governo Renzi.

La Funaro – accusa Renzi dai microfoni di Toscana Tv – smentisce tutto ciò che ha sempre detto. Funaro ha cominciato con le liste Renzi, ha firmato tutti i documenti ufficiali del Comune di Firenze, il patto per Firenze del 2016. Sono tutte robe che dicono in campagna elettorale perché sono disperati. Le linee della tramvia in questa città le ha finanziate Renzi, ma i cantieri li ha allungati Nardella, che ha perso un sacco di tempo nonostante abbia avuto un sacco di soldi, una baulata di fiorini. L’amministrazione di Dario sui cantieri della tramvia ha dormito”.

E sempre da Toscana Tv la replica di Funaro, alla trasmissione Telegram: “Che da sindaco Renzi non abbia fatto partire le linee di tramvia mi sembra un dato di fatto. Questa amministrazione sta completando le linee della tramvia. Ma il mio avversario è Schmidt”, puntualizza Funaro, che ribadisce riferendosi a Renzi e Italia Viva: “sul ballottaggio si continua a strizzare l’occhio alla destra, ma questo chiarisce che c’è un centrosinistra e una destra e il centrosinistra siamo noi”. Renzi infatti, in precedenza aveva detto: “se al ballottaggio andranno Funaro e Schmidt, vedremo e ragioneremo sulla base di quello che è meglio per Firenze”.

4 giugno 1989, il massacro di Tienammen: molti ancora gli arrestati.

“Per 35 anni, tutti i massimi dirigenti cinesi, da Li Peng a Xi Jinping, si sono preoccupati di cancellare i ricordi del 4 giugno perseguitando coloro che pacificamente chiedono di assumersene la responsabilità. Tutti coloro che hanno a cuore la giustizia dovrebbero chiedere pubblicamente alle autorità cinesi di rilasciare immediatamente e senza condizioni questi e tutti gli altri prigionieri di coscienza in Cina”. È l’appello che Chinese Human Rights Defenders – una delle maggiori organizzazioni internazionali a sostegno delle battaglie dei dissidenti cinesi – ha lanciato in occasione del 35° anniversario del massacro di piazza Tiananmen. Un’iniziativa accompagnata da una lista di 27 nomi di persone che a vario titolo, si trovano ancora in carcere per quella stessa battaglia. Un elenco “lungi dall’essere completo – spiegano gli attivisti – ma che rappresenta una finestra sulla gravità, la portata e la persistenza delle rappresaglie da parte del governo cinese negli ultimi 35 anni”.

In questa lista figurano in particolare 14 nomi di persone che parteciparono direttamente agli eventi di 35 anni fa e si trovano attualmente in carcere, in gran parte perché riarrestati per le loro battaglie in favore della democrazia in Cina. Zhou Guoqiang (周国强) era finito in carcere per aver organizzato uno sciopero a sostegno delle proteste studentesche a Pechino nel 1989 e per questo aveva scontato anche 4 anni in un campo di rieducazione. È stato nuovamente arrestato per commenti online nell’ottobre 2023: la sua posizione e l’accusa a suo carico rimangono sconosciute.

L’attivista del Guangdong Guo Feixiong (郭飞雄) – che partecipò al movimento del 1989 come studente di Shanghai – sta scontando una condanna a sei anni dal 2015 per il suo attivismo per i diritti umani. Un altro studente universitario di allora, Chen Shuqing (陈树庆) di Hangzhou, sta scontando una pena di 10 anni e mezzo dal 2016 per il suo attivismo a favore della democrazia.  

Lü Gengsong (吕耿松), un insegnante licenziato nel 1993 per aver sostenuto il movimento democratico, sta scontando una condanna a 11 anni dal 2016 per la sua attività a favore della democrazia. L’avvocato Xia Lin (夏霖), con sede a Pechino, sta scontando una condanna a 11 anni dal 2016 per la sua attività professionale di avvocato: aveva partecipato al movimento del 1989 come studente del Southwest Institute of Political Science and Law di Chongqing.

L’attivista dello Xinjiang Zhao Haitong (赵海通) sta scontando una condanna a 14 anni dal 2014 per le sue attività di difensore dei diritti umani. Anche lui era già stato imprigionato all’indomani del massacro del 1989. Xu Na (许那), artista e poeta praticante del Falun Gong, aveva preso parte allo sciopero della fame, in piazza Tiananmen; è stata arrestata nel 2020 e condannata a 8 anni di carcere per “aver usato un culto malvagio per disturbare l’applicazione della legge”.

L’attivista del Sichuan Chen Yunfei (陈云飞) ha scontato una condanna a quattro anni dal 2015 al 2019, in parte per aver organizzato una commemorazione per le vittime del 4 giugno: aveva partecipato al movimento del 1989 come studente della China Agricultural University di Pechino. Un altro membro dei movimenti studenteschi di allora, Xu Guang (徐光), è stato arrestato nel 2022 e sta scontando una condanna a 4 anni con l’accusa di “aver provocato litigi e problemi” a Hangzhou, nella provincia di Zhejiang. Stessa sorte e stessa accusa anche per Huang Xiaomin (黄晓敏), arrestato nel 2021 e condannato a quattro anni nella provincia di Sichuan e Cao Peizhi (曹培植), arrestato nel 2022 e condannato una pena detentiva di 2,2 anni nella provincia dell’Henan.

Zhang Zhongshun (张忠顺), un altro studente che partecipò alle proteste del 1989, nel 2007 fu denunciato per aver parlato come ai suoi studenti dei fatti del 4 giungo. Successivamente è stato incarcerato per tre anni e ora è detenuto per aver continuato a sostenere l’attivismo e rischia un’accusa di sovversione, nella provincia dello Shandong. Wang Yifei (王一飞) è scomparso dalla custodia della polizia dopo la sua detenzione nel 2021: prima del suo arresto nel 2018, da diversi anni chiedeva giustizia per le vittime del 1989. Shi Tingfu (史庭福), già condannato aver organizzato nel 2017 a Nanchino una veglia pubblica e aver un discorso sul ricordo delle vittime di Tiananmen, è stato riarrestato nel gennaio 2024 ed è in attesa di giudizio per diverse accuse, tra cui diffusione di “false informazioni e incitamento al terrorismo e all’estremismo nella Regione autonoma uigura dello Xinjiang”. [,,,]

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/In-piazza-Tiananmen-35-anni-fa,-oggi-ancora-in-carcere-60873.html

Festa della Repubblica, una giornata particolare per il Presidente Mattarella

“Tenga duro presidente, lei è la nostra storia!”. Al suo ingresso nei giardini del Quirinale, Sergio Mattarella è stato accolto subito da un applauso. Il capo dello Stato, accompagnato dalla figlia Laura, ha risposto con cenni di saluto. Sono circa 1.800 i cittadini ospitati oggi [ieri per chi legge, ndr] per la festa della Repubblica.

“Benvenuti, auguri”, ha detto Mattarella. Le frasi più ripetute sono: “Viva presidente, grazie presidente”. Una signora gli dice:

“Forza e ci protegga per favore, ci protegga”. Lui sorride lungamente e le persone gli urlano: “Bravo, viva il presidente”.

Mattarella si è poi fermato per ascoltare l’inno di Mameli suonato dalla banda interforze. C’è anche la Croce Rossa che accompagna alcuni disabili in carrozzina, che Mattarella ha salutato calorosamente. Rappresentanti di un’associazione gli spiegano che l’inno è stato cantato anche dai ragazzi non udenti, “i ragazzi sordi”, sottolineano loro. Un’anziana particolarmente audace gli si avvicina più di tutti e dice con tono fermo e a voce alta: “Lei deve campare ancora 100 anni”. Mattarella è divertito dall’augurio e risponde: “Sarà impossibile ma grazie, davvero”.

“Evviva l’Italia, Forza presidente, bravo e buon lavoro”.

Mattarella ringrazia tutti rispondendo: “Benvenuti e buona festa”. Un bambino lo ha aspettato per consegnargli una lettera scritta per lui e gli ha chiesto un autografo in ricordo.

Mattarella gli ha scritto una intera dedica.

Da un gruppo di anziani si leva un coro di: “Noi l’adoriamo e siamo la memoria del Paese. Evviva il nostro presidente. Sarà stanchissimo dopo una giornata così”. E ancora: “Grazie per tutto quello che fa per noi. Grazie per essere il nostro presidente. Ci dia la forza, Viva la Repubblica, Viva l’Italia”. E ovviamente tutti, bimbi, ragazzi, ma anche adulti, hanno fatto a gara per chiedere un selfie.

Il momento più originale, indubbiamente fuori dal cerimoniale, è stato quello dei selfie, richiestissimi al presidente della Repubblica. Sergio Mattarella si è concesso divertito dalle richieste dei bambini in particolare: “Sù, di corsa”, ha detto, suscitando una risata generale.

Alcuni bambini hanno lasciato biglietti o pergamene con loro pensieri per il presidente. Mattarella li ha messi tutti da parte con cura consegnandoli allo staff. Alcuni mostrano cartelli: “La piazza di Masianiello ti aspetta”. Oppure: “Buona Festa della Repubblica Signor presidente”  con disegnato il Tricolore. Una bimba in carrozzina, circa 7-8 anni, ha abbracciato il presidente e gli ha detto: “Sono orgogliosa di essere italiana!”. Un signore ha regalato a Mattarella una moneta color oro presa a Lourdes:

“Affinché sia di benedizione per il nostro presidente”, racconta.

Dalla casa famiglia Oasi Celestina Donati di Roma un regalo molto speciale: la riproduzione di un grande libro che raffigura le case da cui provengono i bimbi di varie parti del mondo.

I bambini hanno spiegato a Mattarella: “Tutti noi viviamo nella grande casa che è la Terra”. Ci sono, tra le altre, le bandiere dell’Ucraina, dell’Ungheria, del Cile, del Brasile. I bambini della Casa famiglia sono infatti di varie nazionalità.

Il Centro non nasce con i partiti personali

Quando si parla oggi di Centro e di ‘politica di centro’ c’è una sola certezza, seppur all’interno di molte difficoltà e contraddizioni. E cioè, lo spazio politico di Centro non è compatibile né con i partiti personali e né, soprattutto, con la sola personalizzazione della politica. E questo per la semplice ragione che il Centro storicamente è un luogo autenticamente democratico, plurale, riformista e di governo. 

Nulla a che vedere, quindi, con partiti e movimenti che si basano esclusivamente sulle fortune e sulla simpatia del leader/capo. Perché un luogo politico che si caratterizza per il pluralismo culturale ed ideale non può essere rappresentato o sequestrato da un capo. Sarebbe la semplice negazione di ogni ‘politica di centro’ la quale, al contrario, si basa sull’apporto decisivo delle culture politiche, dei cosiddetti mondi vitali, dell’associazionismo sociale e del variegato e composito complesso della società civile. Lo confermano i veri partiti centristi che hanno scandito la storia democratica del nostro paese. A prescindere dallo stesso consenso elettorale. Lo dicono la storia e l’esperienza della Democrazia Cristiana. Ma anche quella del Ppi, della Margherita, del Ccd, dell’Udc e, forse, del nuovo corso politico ed organizzativo di Forza Italia. E questo perché il

Centro è sinonimo di costruzione politica, è confronto permanente sui contenuti e, in ultima analisi, è fatto di leadership plurali. 

Al riguardo, sono proprio il modello organizzativo della Dc nella prima repubblica e quello della Margherita nella cosiddetta seconda repubblica a spiegare al meglio e in modo plastico come si declina concretamente e politicamente il Centro. Perché

certamente si qualifica sul terreno della politica e dei contenuti programmatici ma è indubbio che anche il modello organizzativo è decisivo. Certo, tutti sappiamo che la personalizzazione è diventata quasi un dogma della politica contemporanea. Ovvero il valore e il ruolo decisivo del capo. Ma è anche evidente che nei luoghi dove la politica vuole ritornare protagonista lo strumento organizzativo non può essere un luogo alle dipendenze di un capo che si attornia del suo “cerchio magico” e tollera e considera il resto della compagnia come una curva sud dove l’unico compito è quello di applaudire il “capitano” di turno e null’altro. Come puntualmente sta capitando nei partiti personali, seppur con versioni e modalità organizzative diverse ma, comunque sia, accomunati dalla totale dipendenza del ‘verbo’ del capo.

Ecco perché il rilancio politico, culturale, programmatico ed organizzativo del Centro e di una ‘politica di centro’ non possono passare attraverso i partiti personali o del capo. E dopo il voto europeo, e il concreto responso delle urne, potrà decollare una iniziativa politica che sia anche in grado di rilanciare la qualità della democrazia, il prestigio della politica e, forse, la stessa credibilità delle istituzioni democratiche. Una stagione politica che non potrà vedere assenti, ne come ovvio ed evidente, i cattolici popolari e sociali dopo l’inconsistenza e la latitanza che purtroppo li hanno caratterizzati in quest’ultima stagione della vita pubblica del nostro paese.

Vita e Pensiero | Europa, cittadini e istituzioni insieme per il futuro.

A livello internazionale, il ruolo dell’Unione europea, soprattutto a partire dalla guerra in Ucraina, è potenzialmente cruciale, sia geograficamente che politicamente. Ma le incognite sono molte. Per quanto riguarda la composizione del prossimo parlamento, i sondaggi non preannunciano cambiamenti dirompenti ma, come ci indicano alcuni studi sul comportamento elettorale, non pochi cittadini potrebbero decidere per chi votare negli ultimissimi giorni, talvolta persino all’interno della cabina elettorale, e quindi una calcolata prudenza è necessaria. Rispetto alle strategie di lungo periodo, è possibile avanzare qualche auspicio più preciso: non sarebbe sbagliato se le istituzioni europee nel loro complesso (quindi non solo il parlamento) iniziassero a ragionare seriamente, senza retorica e con impegni concreti, sulla possibilità di cooperazioni rafforzate su alcuni temi, primo tra tutti la difesa comune. Proprio per lo scenario internazionale così complesso e delicato, uno scatto in avanti su questa materia sarebbe auspicabile, il che non significa inseguire improbabili progetti utopici, ma affrontare con coerenza le urgenze che impone la realtà.

I risultati delle prossime elezioni europee ci diranno in termini quantitativi se la distanza tra le istituzioni europee e i cittadini europei è aumentata o se si è ridotta. Potremo estrapolare qualche risposta innanzitutto dal tasso di partecipazione al voto e poi anche (seppur in maniera meno evidente) dal consenso che verrà dato alle forze politiche apertamente euroscettiche. Oltre ai numeri, però, non possiamo nascondere il fatto che – ormai da diversi anni – ad essere in crisi è il «progetto europeo»: questa formula indica la difficoltà nel riconoscere quale sia, oggi, il corpus ideale e valoriale che anima la vita di istituzioni importanti come quelle europee. Ce ne accorgiamo quando osserviamo le reazioni alle crisi che si verificano periodicamente: talvolta le risposte sono immediate e convincenti, altre volte titubanti, altre ancora totalmente inefficienti. Si dirà che tutto ciò fa parte del ciclo di vita delle istituzioni, ma ogni volta sembra mancare un sostrato comune. In altre parole, la soluzione che viene trovata è quasi sempre figlia di un compromesso, che è indispensabile per far vivere le istituzioni, ma che non può esserne la ragione costitutiva.

Chi dunque deve attivarsi per rinvigorire il progetto europeo? I passi avanti ci sono stati: le istituzioni hanno messo in moto iniziative per ridurre lo storico deficit democratico che le caratterizza (si pensi alla Conferenza sul futuro dell’Europa), i partiti politici, nonostante tutto, tentano di promuovere iniziative realmente europee (specialmente attraverso i think tank di riferimento), la società civile si impegna in iniziative di partecipazione dal basso, soprattutto rivolte alle giovani generazioni. Le iniziative funzionali sono tutte importantissime, ma è forse ancor più importante ritrovare l’anima del progetto europeo, cioè le motivazioni di fondo che spinsero i padri fondatori a creare le prime forme istituzionali di cooperazione: la promozione della pace, della democrazia e della solidarietà tra i popoli. Non è retorico ricordare, specie in questi mesi, che un progetto politico – per resistere nel tempo – deve fondarsi su valori e ideali e non solo su procedure e direttive.

 

Per leggere il testo completo

https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-unanima-per-leuropa-6507.html

L’iniquità fiscale è un macigno che pesa sulle spalle dell’Italia

Il tema dell’iniquità fiscale ha rappresentato uno dei motivi del mio interesse giovanile per la politica. A 16 anni volli approfondire la questione del come pagano le tasse gli italiani. Trovavo anacronistico che in quegli anni si continuasse un sistema di prelievo fiscale non molto diverso da quello in uso nel Regno dei Borboni. Al posto degli antichi gabellieri del Re si erano sostituiti i datori di lavoro, le ricevitorie dei monopoli di stato e, soprattutto, progressivamente sempre più incidenti, i gestori delle pompe di benzina. Erano e lo sono tuttora i nuovi gabellieri permanenti dello Stato sovrano.

Nel Dicembre 1991, in un articolo per la rivista della sinistra sociale dc di Forze Nuove (Terza Fase-n.12/91), scrivevo: “L’introduzione del welfare state alla fine degli anni’60, che è stato una delle grandi conquiste della Dc e del centro-sinistra, si è accompagnata alla riforma fiscale del 1974, voluta dall’allora ministro del PRI, Bruno Visentini. Questa determinò la scissione tra il momento dell’autonomia ed il momento della responsabilità, facendo venir meno uno dei capisaldi fondamentali di tutto l’insegnamento sturziano. Abbiamo visto con ciò l’instaurarsi di una pericolosissima prassi fondata su un unico sportello centralizzato delle entrate e oltre 30.000 sportelli incontrollati e incontrollabili della spesa, con le conseguenze ben note sul piano del deficit pubblico. Da un punto di vista strutturale, con la trattenuta fiscale alla fonte dei redditi di lavoro dipendente (e con i datori di lavoro pubblici e privati in funzione di esattori fiscali per conto dello Stato), si realizzava una condizione assurda e iniqua per cui il peso prevalente del welfare state veniva pressoché totalmente sostenuto dalle categorie a reddito di lavoro accertabile, mentre largo spazio all’accumulazione veniva lasciato ai detentori di capitali finanziari destinati a sostenere con l’acquisto dei titolo il debito pubblico”. 

Qualcosa rispetto allora è cambiato? In realtà assai poco, dato che ai maggiori controlli e alle autentiche vessazioni fiscali della costituita Agenzia delle entrate, non si è mai accompagnata la riduzione della spesa pubblica e con il calo della crescita, siamo giunti all’attuale valore del debito pubblico pari a circa 384 miliardi di dollari, il 137% del PIL

In Italia, la pressione tributaria è ai massimi livelli tra le nazioni civili. Si è concluso solo ieri il semestre del lavoro degli italiani a sostegno delle tasse. A tale situazione caratterizzata da una sostanziale ingiustizia sul piano dei prelievi, si accompagnano: l’incomprensibilità delle norme, l’incertezza giuridica, le arbitrarie presunzioni a favore del fisco, l’inversione generalizzata dell’onere della prova a carico del contribuente che pongono i cittadini alla mercé del fisco degradandoli al rango di sudditi. In Italia, a fronte di una tassazione spogliatrice, lo Stato non rende i servizi in nome dei quali sottrae al cittadino molto più della metà del suo reddito e confisca risparmi già tassati, per destinarli agli sperperi delle oligarchie parlamentari, burocratiche, giudiziarie, clientelari (la casta). 

Questione dirimente è analizzare chi veramente paga le tasse nel nostro Paese. Nel 2022 il Nord Italia ha versato quasi il 60% dell’IRPEF. Solo il 13,94 % degli italiani paga quasi due terzi delle tasse, mentre il 47% non dichiara redditi. Sono, infatti, 41,5 milioni gli italiani che fanno la dichiarazione fiscale IRPEF, ma oltre il 40% di questi dichiarano un reddito inferiore a 15000 euro. In definitiva l’IRPEF è a carico di pochi: il 44% dei contribuenti paga oltre il 92 % dell’imposta, con un gettito complessivo pari a 175,17 miliardi di euro nel 2021. Il restante 56% contribuisce al gettito fiscale per il 7,38%. I dati arrivano da Itinerari Previdenziali, nel settimo rapporto sulla regionalizzazione del sistema previdenziale italiano presentato il 7 novembre 2023 al CNEL. 

Nel dettaglio, su circa 41 milioni di contribuenti, 22 milioni sono lavoratori dipendenti e 14,5 milioni sono pensionati, un totale di 36 milioni e mezzo di persone, quasi il 90%. Esaminando gli scaglioni IRPEF per i lavoratori dipendenti e autonomi, sulla base della legge di Bilancio 2022, risultano così distribuiti: aliquota IRPEF del 23% per i redditi da 0 a 15.000 euro (no tax area fino a 8.174 euro); aliquota IRPEF del 25% per i redditi da 15.001 a 28.000 euro; aliquota IRPEF del 35% per i redditi da 28.001 a 50.000 euro; aliquota IRPEF del 43% per i redditi oltre i 50.000 euro.

È su questi scaglioni e con queste aliquote che si provvede al calcolo dell’IRPEF in busta paga. Per lavoratori dipendenti e pensionati con ritenuta alla fonte, per gli autonomi, con auto dichiarazione al fisco. Alla fine, l’evasione è assicurata per un totale di oltre 90 miliardi certamente non imputabili al solo lavoro autonomo (professionisti, artigiani, commercianti) dal momento che vanno considerate le imprese grandi e medie e il vasto campo del sommerso, compreso  quello che, nella mia teoria dei quattro stati, considero il “quarto non stato”, ossia le attività illegali sottratte a ogni controllo di legittimità e di merito. Una situazione di tale iniquità dovrebbe provocare non solo una civile e forte indignazione, ma sollecitare una rivolta sociale, mentre, purtroppo, continua il disvalore della sub cultura secondo cui gli evasori sono dei furbi, i contribuenti onesti dei fessi. 

A tutto ciò si accompagna il cattivo esempio di un governo che è giunto a definire le tasse, “pizzo di Stato” e si concede il lusso di favorire continui condoni, con l’obiettivo di corrispondere alle attese dei contribuenti renitenti al proprio dovere fiscale, pur di garantirsi il consenso. L’amico On. Bruno Tabacci da molti anni porta avanti la proposta dell’introduzione nel sistema fiscale italiano del contrasto di interessi tra fornitori di beni e servizi e clienti fruitori. Un tema ripreso nei giorni scorsi dal presidente di Itinerari Previdenziali, Michele Brambilla, diretto a consentire di detrarre dalle tasse 5000 euro di spese per auto e casa, una condizione che favorirebbe la fuga dal “nero”. Con Brambilla condividiamo le sue conclusioni: in un Paese ad alta infedeltà fiscale e dalla grave disuguaglianza, tra lavoratori dipendenti e autonomi, il contrasto di interessi è l’unica soluzione possibile. Si tratta di avere la volontà politica di sperimentarlo. Un tema che noi cattolici democratici, liberali e cristiano sociali dovremo inserire tra le priorità del nostro programma da sviluppare nell’auspicata Camaldoli 2024.

Le raccomandazioni di Papa Francesco alle Acli

[…] vorrei soffermarmi su cinque caratteristiche di questo stile vostro, che ritengo fondamentali per il vostro cammino.

La prima è lo stile popolare. Si tratta non solo di essere vicini alla gente, ma di essere e sentirsi parte del popolo. Significa vivere e condividere le gioie e le sfide quotidiane della comunità, imparando dai valori e dalla saggezza della gente semplice. Uno stile popolare implica riconoscere che i grandi progetti sociali e le trasformazioni durature nascono dal basso, dall’impegno condiviso e dai sogni collettivi. Ma la vera essenza del popolo risiede nella solidarietà e nel senso di appartenenza. Nel contesto di una società frammentata e di una cultura individualista, abbiamo un grande bisogno di luoghi in cui le persone possano sperimentare questo senso di appartenenza creativo e dinamico, che aiuta a passare dall’io al noi, a elaborare insieme progetti di bene comune e a trovare le vie e i modi per realizzarli. È questa la vocazione dei vostri “circoli”: aprire le porte, tenerle aperte, accogliere le persone, permettere loro di costruire legami di solidarietà e senso di appartenenza, per intraprendere insieme un cammino di integrazione che sviluppa «una cultura dell’incontro in una pluriforme armonia» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 220).

Seconda caratteristica: lo stile sinodale. Lavorare insieme, collaborare per il bene comune è fondamentale. Questo stile sinodale è testimoniato dalla presenza di persone che appartengono a diversi orizzonti culturali, sociali, politici e anche ecclesiali, e che oggi sono qui con voi. Ma è anche uno stile che vi appartiene strutturalmente perché, come ha scritto il vostro Presidente presentandovi, siete un insieme di associazioni “multiformi e inquiete”. È bello questo: voi siete pluriformi e inquieti, e questo è una cosa bella. È bello questo: la varietà e l’inquietudine – in senso positivo –, che vi aiuta a camminare insieme tra voi e anche a mescolarvi con le altre forze della società, facendo rete e promuovendo progetti condivisi. Vi chiedo di farlo sempre più e di avere attenzione verso quelli che nella società sono deboli, perché nessuno sia lasciato indietro.

La terza caratteristica: uno stile democratico. La fedeltà alla democrazia è da sempre un tratto distintivo delle ACLI. Oggi ne abbiamo tanto bisogno. Democratica è quella società in cui c’è davvero un posto per tutti, nella realtà dei fatti e non solo nelle dichiarazioni e sulla carta. Per questo è importante il molto lavoro che fate soprattutto per sostenere chi rischia l’emarginazione: i giovani, ai quali in particolare destinate le iniziative di formazione professionale; le donne, che spesso continuano a patire forme di discriminazione e disuguaglianza; i lavoratori più fragili e i migranti, che nelle ACLI trovano qualcuno capace di aiutarli a ottenere il rispetto dei propri diritti; e infine gli anziani e i pensionati, che troppo facilmente si ritrovano “scartati” dalla società, e questa è un’ingiustizia. A queste persone prestate un servizio importante, che non deve soltanto restare nell’ambito dell’assistenza, ma promuovere la dignità di ogni persona e la possibilità che ciascuno possa mettere in campo le proprie risorse e il proprio contributo.

Quarto: uno stile pacifico, cioè da operatori di pace. In un mondo insanguinato da tante guerre, so di condividere con voi l’impegno e la preghiera per la pace. Per questo vi dico: le ACLI siano voce di una cultura della pace, uno spazio in cui affermare che la guerra non è mai “inevitabile” mentre la pace è sempre possibile; e che questo vale sia nei rapporti tra gli Stati, sia nella vita delle famiglie, delle comunità e nei luoghi di lavoro. Il Cardinale Martini, durante una veglia di preghiera per la pace, pose l’accento sulla capacità di “intercedere”, cioè di situarsi tra i contendenti, mettendo una mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio che questo comporta (Un grido di intercessione, 29 gennaio 1991). Costruisce la pace chi sa prendere posizione con chiarezza, ma al tempo stesso si sforza di costruire ponti, di ascoltare e comprendere le diverse parti in causa, promuovendo il dialogo e la riconciliazione. Intercedere per la pace è qualcosa che va ben oltre il semplice compromesso politico, perché richiede di mettersi in gioco e assumere un rischio. Il nostro mondo, lo sappiamo, è segnato da conflitti e divisioni, e la vostra testimonianza di operatori di pace, di intercessori per la pace, è quanto mai necessaria e preziosa.

Infine, uno stile cristiano. Lo menziono per ultimo non come un’appendice, ma perché si tratta della sintesi e della radice degli altri aspetti di cui abbiamo parlato. A chi possiamo guardare per capire che cosa vuol dire essere operatori di pace fino in fondo, se non al Signore Gesù? Dove possiamo trovare ispirazione e forza per accogliere tutti, se non nella vita di Gesù? Assumere uno stile cristiano, allora, vuol dire non soltanto prevedere che nei nostri incontri ci sia un momento di preghiera: questo va bene, ma dobbiamo fare di più; assumere uno stile cristiano vuol dire crescere nella familiarità con il Signore e nello spirito del Vangelo, perché esso possa permeare tutto ciò che facciamo e la nostra azione abbia lo stile di Cristo e lo renda presente nel mondo. In particolare, a fronte di visioni culturali che rischiano di annullare la bellezza della dignità umana e di lacerare la società, vi invito a coltivare «un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole» (Lett. enc. Fratelli tutti, 6). È il sogno di San Francesco di Assisi e di tanti altri santi, di tanti cristiani, di tanti credenti di ogni fede. Fratelli e sorelle, sia anche il vostro sogno!

[…]

 

Per leggere il testo integrale

https://www.vatican.va/content

La politica oggi e la dubbia strategia del turpiloquio

Queste elezioni europee si stanno consumando senza ancora avere inciso nella coscienza degli elettori. I temi di cui si dibatte sono per la maggior parte in chiave interna. In modalità povertà, si criticano sistematicamente gli avversari ma poche scarse parole su ciò che sarebbe da fare in Europa. Comunque sia, Salvini si è sbracciato per un condono delle piccole irregolarità che sono nella maggior parte delle case degli italiani. Ci ha aggiunto anche l’assoluto divieto all’uso di armi in territorio russo ed il gioco è fatto, chiudendo infine con la proposta di una rispolverata al servizio militare da anni messo all’angolo. La Schlein parla di sanità e di libertà. Conte si dice contro la guerra, ma senza uno straccio di idea su come porvi fine. Infine la Meloni, a cui non mancano intuito e furbizia, ha trovato come suscitare l’attenzione del popolo elettorale. Deve essersi ricordata di una regola edificante, quella del “vuoto per pieno” in base alla quale si misura il volume di un solido circoscritto alla parte che si vuole stimare non curando il vuoto presente in esso. In questo modo, la carenza di idee perde di valore perché si ipotizza in ogni caso per acclarata una densità di progetti, pur non vedendosene l’ombra. 

La Meloni fa qualcosa di più ancora. Sa leggere la realtà e scatena la guerra del dileggio che è qualcosa di più della derisione, è piuttosto un andare, secondo alcuni, fuori dalla legge. Se mi insulti, ti rispondo per le rime e ti rimetto a posto. Se l’è presa con De Luca che ci sarebbe andato con la mano pesante contro di lei. La nostra Premier in occasione di un evento in quel di Caivano si sarebbe presentata dicendogli “Sono quella stronza della Meloni”. Ha omesso di premettere la parola “Piacere” forse perché sa che il galateo attribuisce ai cafoni un uso di tal genere. Il giorno seguente De Luca, forse preso in contropiede, ha preso atto che la Meloni ha “dichiarato la sua nuova e vera identità e che noi non possiamo che concordare”. 

Siamo ben oltre l’incidente diplomatico, siamo in presenza di un epiteto che è un porre sopra a qualcosa di già esistente e che qualifica in termini identitari una persona o una cosa. Siamo in un campo diverso dall’ingiuria perché nessuno dei personaggi crede di essere ingiusto ma nella perfetta ragione. Ciò che è certo che ancora una volta si è distratta l’opinione pubblica sviandola dalla sostanza a cui si dovrebbe invece badare. Per non sbagliare, nel comizio a Piazza del Popolo gli esperti della comunicazione della Giorgia nazionale hanno messo in amplificazione la replica delle parole rivolta l’indirizzo del Governatore della Campania. Avranno considerato qualche vantaggio in punti percentuali ma forse trascurato che astenersi dal voto sta diventando una tentazione irresistibile. 

In tempi di riforme istituzionali c’è bisogno di comunione tra maggioranza e opposizione e non di rimarcare fratture con tanto di lessico colorito. De Gasperi e Togliatti in Paradiso stanno scalciando per protesta per essere stati dimenticati fino all’impossibile. Loro non avevano da coprire mancanza di contenuti e di progetti per un Europa a dir poco in fiamme e su cui molto si sarebbe dovuto dire. La Meloni lo sa perfettamente ed ha tirato anche una ulteriore stoccata, prendendosela con il Presidente dei vescovi italiani, Matteo Zuppi perché avrebbe invitato sostanzialmente alla prudenza quando si mette mano al cambiamento delle regole istituzionali. Il Matteo del Vangelo prima di essere un discepolo era un esattore delle tasse, abituato alla precisione ed a fare i conti. Sarà per questo che è stato rintuzzato da Giorgia che ha fretta di andare alla meta senza troppe sottigliezze. Prevale strategicamente il desiderio di essere calamita di ogni pensiero della platea elettorale che dovrà concentrarsi su tutto ma non sul deficit politico di ogni partito. Sta facendo uno sforzo enorme per nascondere sotto il tappeto la pochezza delle forze in campo ed ha come unica via quella di toni aspri che catturino un elettorato fino al giorno del voto. Defungere è un portare a termine un qualcosa. La politica, non solo in Italia, ci è quasi riuscita.

Meloni e la lupa di Roma imperiale.

Quando venne a Roma la regina Meloni-Cleopatra non poté abitare dentro le mura della città imperiale, Cesare la fece accomodare nei suoi terreni fuori città detti Horti di Cesare, che quanto ad estensione erano più grandi della Roma di Servio Tullio, sesto re di Roma. La regina Meloni-Cleopatra vi si piazzò con tutta la corte sua, che non era poca gente, e aspettò come le disse Cesare l’occasione per entrare in città. E quell’occasione venne. 

Il popolo romano curioso di vedere la regina che abitava al di là delle mura, la chiamò a gran voce, e da regina, sul suo carro entrò città. Cesare le fece fare un giro come promesso. Molte statue e molti ampi spazi detti fori, dove il popolo si raduna e pure i nobili che lì vicino hanno la loro sede. Ma ecco, al Campidoglio vede una statua di bronzo ed esclama: “Ah, pure voi fate le statue al cane come famo noi con dio Anubi”. “Zitta, l’ammonì Cesare, nun te fa sentì, quella è una lupa, la lupa nostra che ci ricorda le origini nostre, allatta i nostri fondatori, che sono gemelli, ma uno solo divenne re”. 

“E quelli chi sono?”, disse lei indicando un gruppo di uomini vestiti di bianco. “Ah, so’ i nostri sacerdoti, il capo lo chiamiamo pontifex maximus, e per governare devo avere pure l’appoggio loro”. E aggiunse: “Nun te lo dimentica’ regina, votano pure loro e i voti qui ce servono tutti”. Lei nei mesi successivi se lo dimenticò. 

Comunque Cesare le riferì tutti i detti romani, e le favole pure, che avevano protagonista l’animale sacro di Roma, il lupo e la lupa. In bocca al lupo, crepi il lupo, attento al lupo, non gridare sempre al lupo al lupo, una fame da lupo, chi si fa pecora il lupo se la mangia, il lupo perde il pelo ma non il vizio, tempo da lupi, essere una lupa, ecc. Dei molti detti sarebbe bene che ricordasse per sé quello del pelo e del vizio.

Aveva cominciato modestamente quasi in imbarazzo per il voto plebiscitario che l’aveva portata all’attenzione di Cesare, ma alle fine del secondo anno di governo, la voce da imperial-comandante le è venuta fuori. E con essa pure il linguaggio delle popolane romane del porto di Ripetta Grande, che sta ai confini degli Horti di Cesare, frequentazione quasi obbligata tra vicine di casa. Sale sul palco preparato per darle lustro e arringa’ i suoi e li blandisce con la promessa che cambierà anche gli altri territori del vasto impero di Cesare, che non lo farà con la forza ma sarà il suo esempio a venir copiato: sta nel giusto, sta nella storia e di lei si parlerà negli anni. Lasciatela andare lì nel vasto impero di Cesare, qui ha fatto bene e lì i suoi non potranno che fare altrettanto seguendo i suoi insegnamenti. Così parla che sembra apparire il furore selvaggio della caccia alla preda che i lupi praticano, per fame però non per gloria di sé. 

Tuttavia la regina è abituata a carri trionfali, popolo osannante, sacerdoti servili, con tutto che gira a sua gloria, perché il faraone è l’Egitto stesso. 

Orbene, sotto un sorriso benevolo, gli occhi grandi, il pelo lustrato, compare il canino lungo della specie sua, non il lupo, ma il leopardo delle sabbie egizie, che corre veloce e caccia solitario. I romani per ora applaudono il ferino sguardo, Cesare però sente lontano, molto lontano, il barrito degli orsi che accompagnano gli helvetici di Schelly, e le genti vicine al di là delle Alpi. Non è affare per lupi questo che si paventa in città, e nel vasto impero. Cesare intanto consulta il pontifex maximus per sapere che sorte lo attende in città e se i druidi delle genti di oltre le Alpi portano buone nuove.

Infatti, ci vorrebbero buone nuove.

IA e Pensiero Umano: nuove frontiere esplorate al Festival delle Neuroscienze.

Nuove frontiere e nuove domande sono quelle aperte dagli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che, inevitabilmente, è tra i temi centrali del Festival delle Neuroscienze, sostenuto da Fondazione Gianfranco Salvini, Clinica di Riabilitazione Toscana Spa, Regione Toscana e Corriere Salute, in programma il primo e 2 giugno nel castello dei Conti Guidi di Poppi, in provincia di Arezzo.

Il Festival, a carattere divulgativo, ideato per dare alle Neuroscienze una collocazione centrale nell’agenda della società contemporanea, e aggiornare l’opinione pubblica sui risultati ottenuti dalla ricerca scientifica, nasce da un’idea del professor Alessandro Rossi, docente di neurologia e fisiologia umana all’Università di Siena. Dal Festival, spiega Rossi, “riemerge forte l’intelligenza biologica, l’uomo, con la sua consapevolezza circa i rischi che comporta l’utilizzo indiscriminato e acritico di tecnologie che lui stesso ha costruito, una parte delle quali ci aiuteranno sicuramente nella nostra perenne evoluzione, ma un’altra parte rischiano di essere nemiche”.

Il Festival tocca e mette in dialogo intelligenza umana e intelligenza artificiale, memoria umana e memoria artificiale, fino a considerare le ripercussioni dell’intelligenza artificiale generativa e delle altre tecnologie di massa sul nostro stile e la profondità di pensiero.

Attenzione rivolta anche al tema della Cybersecurity e ai risultati di Cyber 4.0, il centro copromosso e cofinanziato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Osserva Matteo Lucchetti, che è il Direttore Operativo di Cyber 4.0: “c’è stata una risposta molto positiva. Noi abbiamo a disposizione una decina di milioni di euro e abbiamo iniziato ad erogarli a partire da gennaio di quest’anno e ne abbiamo già erogati circa sei. Sono fondi che dovrebbero durare per tutto il Pnrr ma li stiamo finendo prima e quindi chiederemo al Ministero di erogarne ancora perché è una misura particolarmente apprezzata ed utilizzata dalle imprese”.

Nel complesso, la grande sfida delle Neuroscienze rimane lo studio di come sia possibile che strutture materiali emergano fenomeni immateriali come il pensiero e le emozioni.

Verso un’architettura di sicurezza europea più solida e autonoma

Intravedere nelle parole di Marco Tarquinio sulla Nato qualcosa di più di una pur utile provocazione, come ha fatto Rosy Bindi nell’intervista a La Stampa di ieri, pur mossa da preoccupazioni che non si possono non condividere sulla necessità di trovare alternative alla tragedia della guerra per risolvere i conflitti in corso, credo esponga al rischio di distoglierci dalle priorità di questa fase storica.

L’Unione Europea ha la necessità di consolidare un proprio sistema di difesa comune, se vuole esercitare un ruolo da protagonista in un mondo divenuto multicentrico. Ma questo obiettivo appare realizzabile all’interno dell’Alleanza atlantica, come un rafforzamento del pilastro europeo della Nato che consenta un riequilibrio fra Stati Uniti e Ue, guardando al futuro più che al passato. Acquisendo nel contempo la consapevolezza che in un mondo multilaterale i diversi “centri” sono comunque in competizione fra loro, anche se in misura diversa, addirittura (ma non è certo il caso di Usa e Ue) con alleanze pragmatiche di scopo e a tempo, come già avviene nei Brics, dove, ad esempio, situazioni di quasi guerra in tratti di frontiera incerta non impediscono a Cina e India di cooperare insieme nel gioco globale.

Questo comporta che l’Ue, una volta conclusa la guerra ucraina, si mostri capace di definire in modo autonomo le proprie proposte su una nuova architettura di sicurezza in Europa, per non subire una pax russo-americana che la relegherebbe al ruolo di comparsa.

La sfida per l’Ue di saper affermare il proprio unico punto di vista implica da un lato l’onere di costruire una propria capacità di deterrenza, non presa più a prestito dagli Usa, nei confronti della postura neo-imperiale della Russia, senza peraltro disconoscere i punti, che pure esistono, di reciproco interesse fra Bruxelles e Mosca. Dall’altro lato implica anche una qualche forma di amichevole controbilanciamento alla tradizionale visione geopolitica, più anglo che americana, che tende a guardare all’Europa continentale principalmente in funzione delll’indebolimento, della Russia. Nel mondo attuale, in cui America Latina, Asia indopacifica e Africa stanno crescendo a ritmi mai visti prima, il pur sconfinato territorio della Federazione Russa ha perso molto del carattere  strategico che poteva avere all’inizio del Novecento agli occhi di un Mackinder. E sarebbe anche tutto da dimostrare che a trarre i maggiori benefici da una eventuale disgregazione della Federazione Russa in tanti piccoli stati, possa essere l’Occidente in declino demografico piuttosto che le potenze asiatiche.

Per queste ragioni credo che ci sia bisogno più che di una nuova Nato, di un ritorno alle motivazioni e allo spirito delle origini, ma anche solo di una conoscenza di cosa afferma il Trattato di Washington del 1949, come ha ben ricordato su queste colonne qualche giorno fa Enrico Borghi. Il Patto Atlantico sorse 75 anni fa come un’intesa regionale fra democrazie occidentali a supporto di un nuovo ordine globale che aveva, ed ha tutt’ora, il suo fondamento nella carta delle Nazioni Unite.

Nel corso della sua storia, soprattutto nel trentennio successivo alla fine della guerra fredda, la Nato talora ha subìto gli effetti deleteri della strategia di minoranze molto influenti le quali hanno, in vari passaggi cruciali, messo l’America, e di conseguenza la Nato, di fronte a fatti compiuti, portandole a fronteggiare situazioni nell’Est Europeo e in Medio Oriente che altrimenti si sarebbero potute affrontare con mezzi diversi dalla guerra e con esiti vincenti con il soft power invece di “regalare” l’Afghanistan alla Cina e al mondo musulmano e invece di “regalare” l’Iraq all’Iran sciita. 

Quando invece una strategia, giusta e lungimirante, la Nato nel dopo guerra fredda, l’aveva costruita, ed era quella dei partenariati a cerchi concentrici e a geometria variabile, con i Paesi dell’area transcaucasica e centrasiatica, con il Mediterraneo allargato, con i Paesi del Golfo. Progetti che sono stati rallentati, se non compromessi, dalla stagione del presunto scontro fra civiltà contro il terrorismo, poi dall’improvvida strategia delle “primavere” arabe, dagli eventi provocati in Libia e Siria, dal fenomeno  dalla genesi opaca dell’ “Isis” e nel contempo dall’azione sul fronte europeo orientale di forze e personalità che si sono preoccupate più di avvelenare i pozzi del dialogo che di pensare a un futuro in cui fare coesistere le diversità nelle zone di frontiera fra Est e Ovest.

Ma dobbiamo considerare tutto questo solo come incidenti di percorso, che non sono riusciti a scalfire la natura della Nato, che rimane quella – come affermano gli  articoli 1, 2 e il preambolo del Trattato di Washington – di una alleanza regionale per la sicurezza fra Stati democratici al servizio della pace e dell’attuazione degli obiettivi di cooperazione e di sviluppo sostenuti dall’Onu. Una Alleanza attrezzata a contribuire a costruire il nuovo multipolarismo di cui il mondo necessita, e perciò ancora attuale. La Nato, dunque, non va sciolta ma diretta bene nel realizzare i suoi obiettivi . E questo è compito degli Stati membri perché il cuore della Nato è il Consiglio del Nord Atlantico, che sancisce il primato e il controllo della componente politica su quella militare.

La commemorazione di Matteotti stride con la riforma del premierato

Siamo alla vigilia del 2 giugno, la giornata della nascita della Repubblica e della elezione dell’Assemblea Costituente che approvò la Costituzione, l’atto fondante dell’Italia che ritrovava, dopo una dittatura infame e una guerra distruttiva, la dignità nel solco della sua storia migliore. Venivano restituiti, dopo sacrifici e dolori enormi, le libertà e i diritti negati dalla sopraffazione e dalla violenza.

La Commissione dei ‘75 redasse un testo contenente gli strumenti per contrastare il pericolo di nuove avventure libericide. Il Parlamento è l’espressione alta della sovranità popolare: garante della democrazia. L’Uomo trova centralità nella rappresentanza istituzionale. Le ansie diffuse di giustizia trovano dall’Istituzione Parlamentare la sintesi e decisioni equilibrate. 

Nelle prossime ore il presidente del Consiglio celebrerà la Costituzione del 1948 pur avendo predisposto, con la sua maggioranza, un disegno di legge che non riforma la Costituzione, ma sostanzialmente la liquida. Parlare di riforma è un escamotage linguistico: il progetto contiene i tratti eversivi pericolosi nel mettere in discussione principi intoccabili. 

Nel disegno di legge governativo l’Italia non è più una repubblica parlamentare e gli equilibri dei poteri vengono meno con il prevalere dell’esecutivo. Un Parlamento, per come è stato diroccato con i parlamentari nominati e ridotti nel numero, si trasforma in un gran Consiglio del Principe, mentre il Presidente della Repubblica è privato di poteri e ridimensionato rispetto al premier, che trova legittimazione nella investitura popolare: una coabitazione perigliosa.

Il provvedimento del governo tocca i principi fondamentali della Costituzione, che potrebbero essere modificati soltanto da una Assemblea Costituente ad hoc.  L’art.138 , prevede semplicemente la revisione, quindi non può essere invocato per una modifica radicale che cambia gli assetti di potere degli Organi costituzionali. Pertanto, la legge che uscirà sarà anticostituzionale. Se è anticostituzionale, il ddl diventa un attentato alla Costituzione e il Capo dello Stato non può promulgare un atto contro la Costituzione. 

Il 30 maggio è stato ricordato l’intervento di Matteotti e il suo martirio. Si è esaltato un momento alto del Parlamento che successivamente veniva definitivamente svuotato dalla dittatura.  Al di là delle parole di circostanza della Meloni è possibile che si faccia finta di niente difronte all’ ipocrisia di chi tenta di spazzare la Costituzione e….la celebra. E un  Matteotti può essere commemorato per esigenze di copione ma non seguito. Gli esempi che riscaldano i cuori e …le carriere sono altri.

 

[Il testo si può leggere sul profilo Fb dell’autore]

A 50 anni dai decreti delegati la scuola affonda nella burocrazia

Il 31 maggio 1974 furono approvati sei decreti delegati in materia scolastica numerati dal 416 al 420, in attuazione della legge delega 30 luglio 1973 n.° 477 il cui iter legislativo era iniziato con il disegno di legge n.2728 del 1970. Successivamente gran parte delle disposizioni dei cd. “Decreti Delegati” (così, con questo abbreviativo, passarono alla storia e alla cronaca della Scuola italiana) furono raccolte e accorpate nel D. L.vo 16/4/1994 n.° 297. Si trattò della più organica e connotativa legiferazione sul sistema scolastico italiano dopo la cd. “Riforma Gentile” del 1923, peraltro già radicalmente modificata nello sviluppo ordinamentale dalla introduzione della scuola media unificata con legge 31/12/1962 n.° 1859 e la conseguente abolizione della scuola di avviamento professionale e inoltre con l’istituzione della scuola materna statale con legge 18/3/1968 n.° 444. 

Si può affermare che la “scuola dei decreti delegati” fu il risultato di un lungo percorso di modernizzazione del sistema scolastico nazionale, iniziato già a partire dai Programmi didattica della scuola elementare di cui al DPR 14/6/1955 n.° 503 e dall’introduzione del modello didattico del cd. “tempo pieno” con legge 24/9/1971 n° 820, che inglobavano le istanze della cd. “scuola attiva”, tendente a formare menti critiche e aperte, a definire le finalità formative dell’istruzione di base (il cd. “leggere, scrivere e far di conto) e nello stesso tempo aprendosi alle istanze di una società in rapida trasformazione economica e sociale, dilatando in senso verticale e curricolare il tempo di permanenza a scuola degli alunni, ampliando con ciò l’offerta formativa. I decreti delegati del 1974 scaturirono da un dibattito parlamentare attento alle istanze di democratizzazione e partecipazione partita “dal basso”, coinvolgendo le famiglie e il territorio nella gestione ordinamentale della scuola. 

Nello stesso tempo furono una sorta di consacrazione giuridica di una spinta sociale che il “68” aveva radicalizzato, mescolando legittime aspirazioni verso un sistema formativo democratico, inclusivo, aperto alle innovazioni provenienti da una cultura in rapida evoluzione, con una forte contestazione al sistema sociale in senso lato, chiuso e selettivo, verticistico e radicato a privilegi e storture. Chi visse i primi anni della Riforma scolastica dei Decreti Delegati non poteva non avvertirne il portato innovativo e al tempo stesso la volontà del legislatore di creare un impianto strutturale in grado di recepire le istanze di rinnovamento, di darle ordine e accoglienza, di costituire un modello di scuola aderente ai bisogni del presente ma anche in grado di durare nel tempo costituendo un assetto istituzionale solido e partecipato, definito in quanto a ruoli e funzioni, articolato all’interno degli istituti attraverso l’istituzione degli organi collegiali e aperto alle relazioni con il territorio. 

Da allora nulla è come prima nelle scuole anche se questo disegno ha impattato con la fagocitosi politica che vedeva una ghiotta occasione per introdursi nei meandri scolastici con la mentalità delle partizioni partitiche e delle competizioni ideologiche sottese, andando oltre il mandato del legislatore, fino a condizionare la stessa libertà di insegnamento o creando attriti con le autorità istituzionali del sistema, esercitando una malintesa e spesso invadente forma di affiancamento e di controllo. Gli organi collegiali erano intenzionalmente uno strumento di partecipazione, ascolto, dialogo, confronto tra le componenti scolastiche e quelle esterne ma spesso l’appartenenza politica finiva per assimilarli ad una sorta di ‘partecipate’, di consigli di amministrazione alla stregua delle emanazioni degli organismi politici del territorio. 

In complesso sono stati tuttavia un positivo passaggio verso una concezione democratica della gestione della scuola, altre volte purtroppo un appesantimento burocratico che aggravava le già numerose difficoltà di gestione: valga per tutti il paradosso dei tre preventivi per comprare una scatola di penne biro o la farraginosa procedura per autorizzare un’uscita scolastica o per organizzare la festa degli alberi. Il dettato normativo – specie del DPR 416 in materia di istituzione e funzionamento degli organi collegiali – era ed è tuttora chiaro nella elencazione delle attribuzioni e dei compiti. 

Tuttavia non mancavano e tuttora sono presenti negli organismi collegiali specie a livello di istituto, coloro che fraintendevano dilatando ambiti di competenza all’area didattica, di pertinenza del corpo docente e del capo d’istituto, creando diaspore e derive di lesa maestà. Nei primi anni di applicazione dei Decreti Delegati si viveva un’atmosfera sperimentale in cui lo svolgimento delle riunioni dipendeva sia dalla buona educazione dei singoli, sia dalla letterale (spesso fonte di diatribe quesiti e interpretazioni) applicazione delle norme. Il DPR 416 fu indubbiamente dei sei D.D. quello a maggior rilevanza e impatto sociale. 

Nel tempo anche gli atteggiamenti più velleitari dovettero fare i conti con le difficoltà oggettive specie in ambito burocratico, alcuni organi collegiali come i consigli scolastici distrettuali vennero soppressi perché all’atto pratico inutili o ininfluenti. Altri di livello superiore subirono aggiustamenti in itinere. Da cinquant’anni ad oggi hanno resistito i consigli di circolo o di istituto e i consigli di classe e interclasse, quelli sostanzialmente più vicini alle problematiche gestionali della scuola esercitandosi in tali sedi i rapporti più diretti tra le varie componenti. Considerando questo passaggio avverto l’esigenza di rilevare come la rappresentanza studentesca negli istituti superiori non abbia ricevuto la legittimazione formale e sostanziale che avrebbe meritato, ovvero di converso erano gli studenti stessi che ne restavano volontariamente ai margini. 

Se si fosse realizzata la consuetudine ad una valorizzazione più accorta della componente studentesca nei consigli di istituto forse oggi – al netto dei comportamenti singoli sempre sfuggenti e imprevedibili – si potrebbe parlare di una responsabilizzazione di ragazzi e ragazze nei cfr. dei loro diritti e doveri scolastici, consolidata nel tempo. Se si eccettua il breve articolato del DPR 418, in tema di lavoro straordinario, anche i restanti decreti delegati introdussero importanti novità normative. Il DPR 417 definiva ruoli e attribuzioni alla componente docente, a quella direttiva e a quella ispettiva: interessante notare che le ultime due erano “funzioni differenziate della funzione docente”: ciò significava che Direttori didattici, presidi e ispettori erano parte costitutiva del personale della scuola. Successivamente sia gli uni che gli altri acquisirono lo status della ‘dirigenza’, ciò che rafforzava una marcata differenziazione nelle carriere. Per quanto definito dal DPR 417 le attribuzioni dei compiti rispettivi erano molto chiare e costituivano un corpo organico compiuto e reciprocamente complementare. 

Negli anni sono emerse derive di differenziazione gerarchica e funzionale. In particolare presidi e direttori didattici assunsero lo status di “dirigenti scolastici” nel contesto della riforma dell’autonomia scolastica (legge 15/3/1997 n.° 59, DPR 8/3/1999 n.° 275, Legge 13/72015 n.° 107: ogni istituzione scolastica acquisiva personalità giuridica e autonomia organizzativa, didattica, amministrativa e finanziaria ed elaborava un PTOF (piano triennale dell’offerta formativa) che era una sorta di carta d’identità che la qualificava di fronte all’utenza scolastica. Gli ispettori scolastici, prima titolari di ‘circoscrizioni territoriali’, furono definiti ‘ispettori tecnici” (centrali e periferici) ed allocati presso gli Uffici scolastici Regionali, acquisendo anch’esso lo status dirigenziale di seconda fascia. Nel frattempo i vecchi Provveditorati agli Studi (ancora oggi nell’immaginario collettivo prevale questa dizione) furono ridimensionati a CSA (Centri servizi amministrativi, poi USP – uffici scolastici prov.li e infine UST – uffici scol.ci territoriali) frutto del potenziale creativo e della fantasia di parlamentari, Ministri e Direttori Generali. Il DPR 420, a sua volta istituiva il ruolo del personale ATA nelle scuole (amministrativo-tecnico-ausiliario) colmando una carenza, specie nelle segreterie, coperta da volonterosi docenti che si declinavano in ruoli amministrativi. 

Iniziò di fatto un lungo periodo in cui sigle e riorganizzazioni degli uffici determinarono una situazione dove prevalevano gli aspetti formali dell’innovazione su quelli sostanziali. All’atto pratico- avendo attraversato quella stagione di rimescolamenti e ridefinizione di nomi, ruoli e funzioni credo di poter affermare che il risultato portò ad un surplus di burocrazia autoreferenziale più che funzionale ai bisogni delle istituzioni e della gente. Gli Uffici scolastici regionali – assorbendo di fatto i compiti prima attribuiti ai Provveditorati agli studi (ridotti ad appendici ininfluenti e terminali dell’apparato amministrativo, perdendo la sovraordinazione gerarchica sulle scuole autonome) – sono diventati una sorta di “ministeri regionali”, a sua volta il Ministero è andato perdendo quel carisma e quella funzione di orientamento e controllo che sono essenziali a definire un “sistema nazionale di istruzione”. 

Si rifletta su questa deriva, a mio parere confusiva e improduttiva, mentre si lavora a disgregare l’apparato dello Stato con il Progetto di “Autonomia differenziata”. Da parte sua la cd. “buona scuola” ha prodotto una mole smisurata di burocrazia che è andata sommandosi a quella ministeriale, lasciandoci le icone dei “presidi sceriffi” e “capitani della nave”, in un contesto para-militare dove circolari e riunioni implementano in modo soffocante. La didattica in classe e la libertà di insegnamento sono stati ridotti a meri corollari di contorno. Il DPR 419 – infine – introdusse in modo organico i temi della sperimentazione, della ricerca e dell’aggiornamento, ora assorbiti nel PNRR e dall’armamentario della digitalizzazione, del Metaverso e dell’I.A. Ma nonostante le molte incognite occorre credere nello sviluppo scientifico – come indica il Censis – e prender atto dell’inarrestabile autopropulsione sociale. 

 

L’autore, tra i più assidui e autorevoli collaboratori della nostra testata, ha autorizzato la pubblicazione di questo articolo già apparso il 22 maggio sulla rivista Il Mulino. 

https://www.rivistailmulino.it/a/la-scuola-cinquant-anni-dopo-i-decreti-delegati

AgenSIR | Mons. Moraglia: “L’uomo non è solo un essere culturale”.

“L’Europa e la nostra cultura hanno un’anima da ritrovare così da recuperare ciò per cui vale realmente la pena di vivere”. Lo ha detto il patriarca di Venezia Francesco Moraglia, intervenuto ieri (l’altro ieri per chi legge, ndr) all’evento “Culturae, Piccoli laboratori di democrazia”, dedicato alle Consulte studentesche della Regione Veneto presso l’auditorium del complesso M9 Museum di Mestre (Venezia). Un appuntamento promosso dalla Fondazione Marcianum con il patrocinio di Regione del Veneto, Ufficio scolastico regionale per il Veneto e la compartecipazione della Camera di commercio Venezia Rovigo.
Nell’evento si è discusso di lavoro, intelligenza artificiale e di democrazia con Luca Grion, Leopoldo Destro e Benedetta Tobagi moderati da Micaela Faggiani, giornalista.
Il punto di partenza, secondo il patriarca che ha proposto una relazione sul rapporto tra Europa e democrazia, sta nel guardare in faccia l’identikit dell’uomo di oggi, in un’epoca che ha perso di vista i punti fermi su cui il mondo si è retto per secoli: “Oggi l’uomo viene considerato come un essere solo culturale, ossia plasmato totalmente dalla storia e nella storia; è risultato del divenuto, un super uomo, in totale autonomia, norma a sé”. 

Nell’attuale contesto è decisivo “ritrovare e ridarsi un’’anima’, ossia avere una ‘visione’ a partire da un’etica che sia fondata e condivisa. Qui filosofia e ragione sono determinanti”. Se questo è l’obiettivo, allora, sottolinea il patriarca, le religioni tornano ad avere un ruolo: “Qui le religioni, in dialogo fra loro e con le culture – in un contesto di vera laicità (non laicismo!) –, hanno un ruolo essenziale e possono dare un reale contributo. Esse aiutano la ragione a rimanere fedele a sé, ovvero essere una facoltà consapevole dei propri limiti e però anche delle proprie risorse. Come anche la ragione aiuta la religione a con cadere nel confessionalismo”.
Uno spazio specifico si apre a questo punto anche per il credente cristiano.

 

Continua a leggere

https://www.agensir.it/quotidiano/2024/5/31/fondazione-marcianum-mons-moraglia-venezia-leuropa-e-la-nostra-cultura-hanno-unanima-da-ritrovare/

La Voce del Popolo | O la va o la spacca: il linguaggio di oggi…

Quel perentorio “o la va o la spacca” non è precisamente il linguaggio più consono alle riforme istituzionali. Si può capire l’ansia della Meloni di mostrarsi una leader tutta d’un pezzo, capace di rischiare, convinta fino in fondo delle proprie ragioni. È il suo profilo, e nessuno può mettersi al suo posto. Ma è proprio quella perentorietà la ragione per cui ella non sembra più capace di allargare i propri consensi. Dunque, forse farebbe bene a tornare sull’argomento con parole più sfumate, politicamente più garbate. 

Si dirà che proprio quel tratto ruvido e genuino fin qui le ha portato fortuna. E che in fondo, a suo tempo, Renzi aveva imboccato lo stesso percorso: riforme a maggioranza, referendum, solenni promesse di ritirarsi se l’avesse perso. È lo spirito del tempo, insomma, che suggerisce pose gladiatorie, e non sarebbe corretto farne carico solo e soltanto a “Giorgia”. 

Peraltro quella sua nettezza, una certa genuinità, un modo fin troppo diretto di dire la sua sono tutte cose che, almeno fin qui, le hanno portato fortuna. Non fosse altro perché rispecchiano il suo carattere senza mai sovrapporvi gli artifici a cui molti dei suoi colleghi si piegano spesso e volentieri. 

Resta il fatto però che la politica italiana, per sua natura, rifugge dagli ultimatum e punisce assai severamente chi li lancia con troppa disinvoltura. Essa reclama piuttosto la sottigliezza delle mediazioni, la combinazione degli opposti, il parlare suadente. Tutte cose che vengono contestate quando vanno per la maggiore e però poi amaramente rimpiante non appena lasciano posto agli eccessi altrui.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 30 maggio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La Nuova Bussola Quotidiana | Il coraggio di Donati sul caso Matteotti

[…] Donati fu uno degli avversari più tenaci del fascismo e lo combatté con l’arma a lui più consona: il giornalismo d’inchiesta.

Fu lui, infatti, il primo a scrivere su un quotidiano delle responsabilità dei dirigenti del PNF nel caso Matteotti e a raccogliere tutte le informazioni in un memoriale che gli venne rubato negli uffici della redazione. Per nulla intenzionato a desistere, il direttore de Il Popolo a quel punto decise che il dado era tratto e il 6 dicembre 1924 si recò in Senato per denunciare Emilio De Bono, uno dei quattro quadrumviri della marcia su Roma e all’epoca capo della Polizia, con l’accusa di aver depistato le indagini sul rapimento e l’uccisione del deputato socialista. È ad un giornalista cattolico, quindi, direttore dell’organo ufficiale del Partito Popolare di don Luigi Sturzo, che dobbiamo l’inchiesta – ed anche la denuncia – più coraggiosa della storia del giornalismo italiano. Senza Donati, l’opinione pubblica non avrebbe saputo del coinvolgimento dei vertici fascisti nel delitto Matteotti e gli storici, probabilmente, lo avrebbero scoperto soltanto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Scettico sulla linea attendista dell’Aventino, il giornalista faentino era convinto che in quel preciso momento storico, forte dello sdegno popolare per la vicenda Matteotti, fosse possibile rovesciare Mussolini con un tentativo insurrezionale guidato dagli eredi di Garibaldi e a cui sarebbe dovuta seguire una collaborazione al governo tra popolari e socialisti riformisti dopo libere elezioni. In quei giorni di grande debolezza per la sopravvivenza del fascismo, Il Popolo divenne il laboratorio di quest’operazione politica prospettata al ‘dopo’: protagonista, ancora una volta, lo stesso Donati che intervistò sul suo giornale – con lo pseudonimo di Carlo Silvestri – il grande vecchio del socialismo italiano, Filippo Turati. L’obiettivo era quello di ammorbidire la posizione vaticana a proposito di un eventuale governo tra popolari e riformisti nella convinzione – precedentemente condivisa anche da Matteotti – che così facendo si sarebbero fatti tornare i massimalisti su posizioni moderate e si sarebbero isolati i comunisti.

Il piano insurrezionale che avrebbe dovuto precedere questo scenario nei desideri di Donati e di Tito Zaniboni, leader del Partito Socialista Unitario, naufragò definitivamente nel giugno del 1925: il Senato assolse De Bono per insufficienza di prove, costringendo il direttore de Il Popolo ad abbandonare l’Italia sotto la minaccia delle ritorsioni fasciste. Pochi mesi dopo la partenza per Londra del suo maestro don Luigi Sturzo, pressato dalle continue visite della polizia, Donati salì su un treno – seguito da due uomini della pubblica sicurezza – in compagnia dell’amico e sodale Guido Armando Grimaldi e si trasferì in esilio a Parigi. La sua assenza indebolì notevolmente il progetto iniziale di Zaniboni che sfociò, poi, nell’attentato contro Mussolini sventato dall’Ovra il 4 novembre 1925. Proprio a seguito del fallito tentativo di Zaniboni, scattò una stretta nel Paese che portò alla chiusura in quello stesso mese de Il Popolo. […]

 

Per leggere il testo completo

https://lanuovabq.it/it/giuseppe-donati-il-cattolico-che-smaschero-mussolini

Se la Nato entra in campagna elettorale

Non deve stupire il fatto che il tema della Nato sia entrato nel dibattito politico mentre è in corso la campagna elettorale. Non solo per l’attualità, per i conflitti in corso, ma soprattutto perché la democrazia, e dunque anche il periodico e inderogabile ricorso a libere elezioni, costituisce un requisito indispensabile degli Stati che aderiscono al Patto Atlantico. Il fatto che vi sia un dibattito su questo tema già di per sé depone a favore della attualità di una alleanza politica e militare che in 75 anni di storia ha attraversato epoche diverse – dal mondo bipolare e della guerra fredda, al “momento unipolare” americano –  e che ora deve affrontare la sfida di un mondo caratterizzato da un nuovo multilateralismo, che necessita di adeguate riforme della governance globale come alternativa a un multipolarismo muscolare e carente di regole comuni.

Negli ultimi giorni in particolare hanno tenuto banco due dichiarazioni. Quella del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg all’Economist e quella dell’ex direttore dell’Avvenire Marco Tarquinio alla tv La 7.

Stoltenberg, ormai prossimo al termine del suo mandato, aveva adombrato la possibilità di una revoca delle restrizioni sulle armi che l’Ucraina riceve dall’estero in modo da consentire di usarle contro obiettivi militari sul territorio russo da cui partono gli attacchi. Una proposta che ha visto prevalere la contrarietà di buona parte dei Paesi membri Nato (ciascuno dei quali regola con accordi bilaterali l’invio di armi all’Ucraina) a causa dei rischi di escalation del conflitto a cui esporrebbe l’Europa. E tuttavia in Italia le parole dell’ex premier norvegese hanno alimentato il confronto, non senza qualche eccesso di semplificazione per febbre da consenso, tra i diversi punti di vista. Un dibattito che sembra però avvitarsi intorno alla sola questione delle armi proprio nel momento in cui inizia a emergere in Occidente anche la consapevolezza di dover avanzare una proposta pragmatica di negoziato, rilanciata autorevolmente ieri dall’amb. Stefano Stefanini sulle colonne, al di sopra di ogni sospetto, de La Stampa, per “mettere fine alla guerra senza darla vinta alla Russia”, che contempli in sostanza un cessate il fuoco sulla linea attuale del fronte in cambio dell’entrata in UE e Nato dell’Ucraina e della rinuncia della Russia a ogni ulteriore mira. Una proposta che scontenta entrambi i belligeranti e che per questo potrebbe avere qualche chance.

Le affermazioni di Tarquinio, ora candidato  indipendente nelle liste del Partito Democratico alle Europee, hanno ulteriormente infiammato il dibattito perché hanno toccato due questioni cruciali: l’attualità della Nato e un rapporto più equilibrato fra Stati Uniti e Unione Europea. Tarquinio ha evocato la possibilità dello scioglimento della Nato per raggiungere “un’alleanza nuova e tra pari, tra Europa e America”. Una chiara provocazione, una wild card elettorale, come l’ha definita Il Foglio, ma che offre l’occasione per riflettere sulla necessità di rafforzare il pilastro europeo del Patto Atlantico attraverso un maggiore coordinamento degli eserciti dei Paesi membri dell’Ue, secondo il principio di sussidiarietà in funzione di una difesa comune europea.

Un processo che per dare i frutti sperati non potrà però vedere le due sponde dell’Atlantico arroccate di fronte al cambio d’epoca in corso ma capaci di interpretare il cambiamento. Perché, come ha affermato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, alla conferenza  internazionale della Sioi pei i 75 anni della Nato, davanti ai 32 ambasciatori rappresentanti permanenti presso la Nato, il 16 aprile scorso, la sfida della Nato è quella fra chi pensa che il mondo ha bisogno di regole e chi pensa che il mondo si può gestire con la legge del più forte. Si avverte “la necessità che la Nato diventi sempre di più soggetto politico – ha detto Crosetto – capace di aggregare anche al di fuori della Nato. A guardare nei Brics quelli che sono gli interlocutori perché possono parlare la nostra stessa lingua e la nostra stessa visione del mondo, per non accettare la suddivisione del mondo, fatta da altri, in cui chi è fuori dalla Nato è nemico della Nato, o chi non è Occidente è nemico dell’Occidente”.

Il dibattito in corso sul ruolo della Nato, pur con i toni e le forzature tipici da campagna elettorale, potrà esser comunque proficuo se saprà misurarsi con il nuovo scenario che si sta delineando in Europa e nel mondo, in continuità con i valori per i quali è sorta e si è sviluppata nel tempo l’Alleanza atlantica.

Lo spirito delle origini del Patto Atlantico appare quanto mai attuale in un mondo alla ricerca di un nuovo equilibrio da costruire insieme attraverso la comune “fede negli scopi e nei principi dello Statuto delle Nazioni Unite”, come proclama il preambolo del Trattato di Washington del 1949. Uno spirito da recuperare e far valere in sede Onu anche al prossimo Vertice per il Futuro di settembre per costruire quel Patto per il Futuro che faccia riscoprire alle nazioni del mondo la comunanza di valori e di destino che li lega oltre i conflitti in corso.

Italpress | USA, bassa crescita dell’economia e nervosismo sui mercati.

JhyryNino Sunseri

 

L’economia Usa sembra aver finito benzina. La crescita del Pil Usa nel primo trimestre è rallentata più di quanto inizialmente previsto, attestandosi all’1,3% invece dell’1,6% stimato. “L’aggiornamento riflette principalmente una revisione al ribasso della spesa per i consumi, in particolare per le automobili”, ha spiegato il Dipartimento del Commercio. Questa revisione èmleggermente inferiore alle attese, poiché gli analisti prevedevano una crescita dell’1,2%, secondo il consensus di Market Watch. Nel IV trimestre del 2023 il prodotto interno lordo è stato pari al 3,4%. La crescita del Pil ha toccato il livello più basso da quasi due anni, dopo che nel 2023 aveva superato tutte le aspettative e sventato le previsioni di recessione. Inoltre, sempre negli i prezzi Pce sono aumentati al 3,30% nel I trimestre 2024 dall’1,80% del quarto trimestre del 2023. Il dato ‘core’, depurato dai prezzi energetici e dei prodotti alimentari, è aumentato del 3,60% dal 2% del quarto trimestre, contro attese per una conferma del 3,7% in prima lettura. Ed ancora, il deficit della bilancia commerciale è salito a 91,83 miliardi di dollari nel marzo 2024, il dato maggiore negli ultimi 11 mesi. Le importazioni sono diminuite dell’1,7%, gravate dagli acquisti di veicoli automobilistici (-10,8%), alimenti, mangimi e bevande (-3,6%), forniture industriali (-3,2%) e altri beni (-2,9%). Al contrario, gli arrivi sono aumentati per i beni di consumo (4,7%).

Nel frattempo, le esportazioni sono diminuite più rapidamente del 3,5% a causa della riduzione delle vendite di alimenti, mangimi e bevande (-9,4%), beni strumentali (-3,7%) e forniture industriali (-3,9%).

I dati pongono alla Fed più di un problema. Se abbassa i tassi per stimolare il Pil rischia di far ripartire la dinamica dei prezzi. Tanto più che l’andamento più vivace riguarda l’inflazione Pce che riguarda le spese personali al netto di cibo e alimentari.

Oggi [ieri per chi legge, ndr] era atteso anche il dato sulle richieste iniziali di sussidi di disoccupazione nella settimana terminata al 25 maggio, risultate 219 mila, superiori alle 218 mila attese e alle 215 mila del dato precedente.

“Nel complesso, non ci sono state grandi sorprese e, una nota positiva, gli aspetti inflazionistici dei dati sono stati generalmente inferiori alle aspettative”, scrivono da Bespoke Investment Group.

Dopo una mattinata (italiana) passata in calo di circa l’1%, gli indici di Wall Street sono in ribasso. La diffusione di questi dati fa salire l’euro a 1,0827, e fa calare i rendimenti dei titoli di Stato USA dopo la crescita delle sedute precedenti: il decennale cala (-1%) al 4,573% e il biennale si riduce (-0,30%) al 4,966%.

Domani [oggi per chi legge, ndr], intanto, è previsto l’indice dei prezzi al consumo (PCE) di aprile, atteso in lieve calo. L’incertezza sulla politica monetaria, unita alla forte emissione di nuovi Treasury, ha spinto i rendimenti dei titoli di stato verso l’alto e messo sotto pressione i titoli azionari. L’aumento dei rendimenti dei titoli di stato riflette tipicamente l’aspettativa di un aumento dei tassi di interesse, che a sua volta si traduce in finanziamenti costosi e margini di profitto più ridotti per le aziende.

Secondo lo strumento FedWatch di CME Group, i mercati si aspettano il primo taglio dei tassi della Fed di 25 punti base solo a novembre o dicembre. “La Fed non può ancora ritenersi soddisfatta di questo livello di inflazione, data la solidità dell’economia, mentre non c’è fretta di tagliare i tassi di interesse”, secondo gli analisti di Berenberg, i quali restano “quindi fedeli alla previsione che la Fed non inizierà il ciclo di taglio dei tassi prima di dicembre”.

Il premierato avanza, Prodi e Calenda sparano a zero.

Via libera dell’aula del Senato all’articolo 4 del ddl di riforma costituzionale sul premierato. La norma, introdotta nel corso dell’esame in Commissione su proposta del senatore di maggioranza Marcello Pera, sostituisce interamente il primo comma dell’articolo 89 della Costituzione, in materia di controfirma degli atti del Capo dello Stato.

Si stabilisce, infatti, che in linea generale, gli atti del presidente della Repubblica sono controfirmati dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità. Si prevede inoltre che non necessitino di controfirma una serie di atti, ossia la nomina del presidente del Consiglio dei ministri, la nomina dei giudici della Corte costituzionale, la concessione della grazia, la commutazione delle pene, il decreto di indizione delle elezioni e dei referendum, i messaggi alle Camere, il rinvio delle leggi alle Camere.

Intanto la riforma continua a sollevare profonde obiezioni. Alcune le ha riproste ieri Romano Prodi dialogando con la direttrice di QN, Agnese Pini, nel corso di un “Dialogo su diritti, politica e processi di integrazione” alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano.

“Le democrazie raramente muoiono di colpo” – ha detto il Professore – semmai “patiscono eccezioni. Il problema è vedere quali sono queste eccezioni: il nostro governo ha fatto una scelta che l’ha messa straordinariamente in sicurezza, quella di aver scelto una politica estera assolutamente ‘amerikana’. Poi però c’è il problema dell’aumento dell’autorità nell’informazione, nelle nomine, ecc. ecc.. La proposta del premeriato non è una rischio diretto della democrazia ma è una trasformazione della democrazia perché è un cambiamento dell’equilibrio dei poteri”.

“L’idea che in Italia possa arrivare un regime autoritario nella situazione europea di adesso è impensabile, ma ci sono delle dosature che sono molto delicate e su queste si deve concentrare l’attenzione. Io sono fortemente legato ad una democrazia con l’equilibrio dei poteri: io ho chiesto due volte il voto di fiducia perché nella mia testa il Parlamento è il punto di riferimento del mio concetto di democrazia. Quando lo vedo sempre meno importante e c’è un progetto che dice che sarà assai meno importante, personalmente mi preoccupo”. 

Anche Calenda, intervenendo a Otto e mezzo su La7, è stato drastico. “Il governo usa il premierato per nascondere che non ha fatto niente a riguardo di ciò che conta per i cittadini. È una riforma stupida, se nessun Paese ce l’ha dovremmo riflettere. Ci opporremo strenuamente”.

Guardiamo al futuro dell’Europa difendendone i valori fondamentali

La storia dell’Europa è una sequela infinita di guerre. Il lungo cammino verso il consolidamento democratico è stato tortuoso ma solido, assicurando condizioni di pace e democrazia.

Possiamo apprezzare i benefici di un mercato unico finalizzato alla libera circolazione delle merci e all’integrazione delle diverse economie; gli  elevati standard di sviluppo tecnologico, come pure di istruzione e formazione; la robusta tutela dei diritti di cittadinanza; in parole povere abbiamo come orizzonte lo Stato di diritto come valore sottostante al patto tra le nostre 27 nazioni. Tutto questo ha trasformato l’Europa in uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia. 

Abbiamo vissuto pensando e immaginando un mondo largo, globalizzato, persino armonico, ma ora qualcosa è cambiato. Ci ritroviamo a gestire uno spazio più piccolo e complicato. Questo tempo – il nostro tempo! – si mostra compresso da turbolenze e difficoltà inaspettate, con le quali anche i più ferventi sostenitori del progetto europeista sono chiamati a confrontarsi.

In sostanza, viviamo in un mondo multipolare in cui il richiamo al valore della laicità non può ridursi a uno sterile esercizio mnemonico, costituendo bensì un impegno vero, sempre più dettato dalla necessità di rispondere all’esigenza di inverare antichi principi, oggi potenzialmente a rischio, e a rilanciare il sogno caro a Maritain – ma non solo a lui – di un’Europa che immaginava unita, democratica e solidale.

Questa spinta a ripensare l’agire politico ci sollecita anche ad accogliere una nuova forma di responsabilità. Di fronte a noi si presenta un’Europa segnata da una crescente disomogeneità religiosa e culturale, esposta come non mai ai rischi di un’interminabile flusso di immigrati e a quelli, non meno rilevanti, della polarizzazione del dibattito politico. Ora, la complessità dei problemi c’impone di recuperare il valore della mediazione, ovvero quello spazio libero che utilmente generiamo, capace di portare il conflitto a risoluzione in virtù di un sentimento di “amicizia civile”.  

Invece siamo di fronte al deterioramento dei rapporti tra opposti schieramenti politici. Ciò provoca una situazione di stallo e quindi un inevitabile calo di fiducia dei cittadini verso le istituzioni. Certo, solo i regimi autoritari sono perfetti, a modo loro; invece la democrazia no, richiede pazienza e tolleranza. Questo spiega perché molti Stati sono democratici solo formalmente in quanto più simili a Stati monocratici, votati cioè a radicarsi in un potere accentrato. 

Cerchiamo di guardare nella giusta direzione. Sorprende vedere come oggi i valori della democrazia liberale risultino più difesi in Ucraina e in Georgia che non altrove in Europa. Siamo vittime dell’indifferenza. Se il dialogo, la mediazione e il compromesso si tramutano in disvalori, a soffrirne è l’ordinamento istituzionale nel suo complesso. A lungo andare un certo clima divisivo toglie l’ossigeno alla buona pianta della democrazia e della libertà. È questo il futuro che dobbiamo attenderci? 

La Ragione | Ucraina, la Russia assolda mercenari provenienti dall’Africa.

[…] Al di là di quei volontari che compongono la Legione internazionale di difesa territoriale dell’Ucraina (che fu istituita il 27 febbraio 2022 proprio su richiesta del presidente Zelenskyj per contrastare l’invasione russa del Paese), l’ipotesi che i partner di Kyiv intervengano boots on the ground non è affatto urgente. Quella d’eventuali istruttori recentemente avanzata da Macron è invece molto saggia ed eviterebbe parecchi problemi logistici dati dal trasferimento del personale ucraino per il periodo di training, oltre a ridurne i costi e abbreviarne i tempi.

Chi sta reclutando apertamente soldati stranieri schierandoli sul campo di battaglia è semmai la Federazione Russa. Per far fronte a perdite considerevoli e sanguinose […] Mosca ha infatti recentemente schierato sul fronte di Vochansk i cosiddetti “Afrika Korps”. Si tratta principalmente di persone reclutate da Mosca in Burundi, Congo, Ruanda e Uganda dietro la promessa di 2.200 dollari pagati in rubli all’iscrizione e altri 2mila corrisposti mensilmente e allo stesso modo per un periodo minimo d’almeno sei mesi, usate come carne da macello assieme alle cosiddette “Storm Z”. A ciascuno di essi il Ministero della Difesa russo s’impegna a fornire assicurazione sanitaria, passaporto russo per sé e familiari e il miglior addestramento ed equipaggiamento per combattere «per la libertà e la giustizia» insieme all’armata russa.

Eredi di fatto e nella denominazione (le prime Afrika Korps furono truppe naziste al servizio del feldmaresciallo Erwin Rommel) dell’ex Pmc Wagner (designata in quanto tale per via dell’alias del suo fondatore e comandante, il neonazista Dmitrij Utkin), queste milizie vengono oggi largamente impiegate dai russi nell’offensiva all’oblast di Kharkiv. L’atteggiamento brutale dei comandanti moscoviti sul campo di battaglia (vessazioni e intimidazioni, ma anche esecuzioni sommarie ed extragiudiziali in seguito al rifiuto d’eseguire gli ordini, sono frequenti per non dire la norma) induce tuttavia spesso molti di loro a disertare. Basti pensare alla grande fuga organizzata dai mercenari nepalesi dell’unità militare russa 29328, che abbandonarono in massa le proprie posizioni nell’oblast di Luhansk adducendo scuse legate a un terremoto.

 

[Questo è uno stralcio dell’articolo che oggi, con il titolo “Mandati al macello”, appare sul quotidiano La Ragione. Si ringrazia l’autore e il direttore della testata per aver concesso l’autorizzazione a riprodurre il testo]

Meloni triviale? Purtroppo alla vita pubblica manca una buona regola.

La straordinaria battuta, al di là delle interpretazioni dei finti ed ipocriti sacerdoti del “politicamente corretti”, di Giorgia Meloni rivolta al simpatico Presidente della Regione Campania De Luca ha indubbiamente lasciato il segno nella opinione pubblica. E lo ha lasciato in modo inequivocabile perché, oltre ad essere stata una battuta diretta e “ad personam” e quindi non estensibile ad altre realtà, denota che la Meloni sa cogliere – al di là di tutte le varie ed articolate letture – la profondità dell’umore popolare. Del resto, sarebbe francamente curioso accusare la Presidente del Consiglio di trivialità o di banale populismo a fronte delle tonnellate di insulti che le piovono addosso ogni giorno. Compresi, soprattutto, quelli che gli vengono lanciati dalle istituzioni. Nel caso specifico, dal Presidente della Regione Campania. Certo, è singolare che chi non ha solidarizzato con la Meloni dopo gli insulti che le ha rivolto De Luca adesso finga di stracciarsi le vesti per la reazione, peraltro simpatica e diretta, della Premier al suo insultatore istituzionale.

Ma, al di là di questo siparietto, è indubbio che esiste un tema aperto nella politica italiana. E che va oltre agli insulti e alle delegittimazioni politiche e personali che nella storia della democrazia italiana sono sempre esistiti. Basti pensare, per fare un solo esempio, alla valanga di contumelie e di aggressioni verbali, e a volte anche fisiche, che la sinistra ex e post comunista ha scaraventato per quasi 50 anni addosso alla Democrazia Cristiana e ai suoi principali leader e statisti. Esempi che si potrebbero moltiplicare perchè il tassello dell’aggressione verbale, dell’insulto sistematico e della diffamazione scientifica sono ormai entrati a pieno titolo titolo nella dialettica politica italiana.

E che coinvolgono, come tutti sanno e come tutti possono quotidianamente sperimentare concretamente, il mondo giornalistico, editoriale, culturale e religioso.

Ora, però, c’è un aspetto che per onestà intellettuale non possiamo dimenticare e fingere che non esiste. Certo, l’attacco alle persone e la demolizione stessa delle persone appartengono, in modo quasi ontologico, alla cultura e alla prassi della sinistra per come si è manifestata storicamente nel cammino della democrazia italiana. Ma è indubbio che c’è stata una concreta e violenta escalation di questa deriva che ha avuto nel populismo grillino il suo culmine e la sua perfezione scientifica. Ovvero, la politica intesa come aggressione sistematica alle persone, demolizione della loro credibilità morale e politica, criminalizzazione delle rispettive culture politiche e, infine, delegittimazione di tutto ciò che non appartiene alla propria storia. E il “vaffa” di Grillo, che resta il cemento ideologico unificatore dell’attuale partito di Conte, è riuscito a contagiare ampi settori della politica italiana. Certamente ha avuto vita facile nella sinistra già predisposta storicamente a questa prassi ma ha coinvolto, purtroppo, anche altri settori facendo proprio dell’insulto e della demolizione delle persone la regola aurea del confronto politico. 

È appena sufficiente scorrere i giornali e ascoltare le trasmissioni televisive per rendersene conto. Ecco perché chi si stupisce e lancia strali contro la simpatica battuta della Meloni finisce, come recita un vecchio proverbio, di incappare nel rischio che “quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”.

Mattarella a Brescia: contro gli opposti estremismi ha prevalso lo Stato.

[… ] Di fronte alla guerra violenta di opposti estremismi – nero e rosso – che – in quella stagione di sangue e di aspri conflitti internazionali – provarono a rovesciare la Repubblica e la sua democrazia, possiamo dire oggi, con certezza, che ha prevalso lo Stato, la Repubblica, il suo popolo, con i suoi autentici, leali servitori.

Una vittoria che è stata di tutti i cittadini italiani, che si sono sempre raccolti, nei momenti più bui, attorno alle istituzioni e che non si sono mai lasciati sedurre dalle insidie della violenza, della lotta armata, dell’eversione. E che mai hanno reclamato l’instaurazione di misure autoritarie per sconfiggere la minaccia terrorista.

Anche oggi, per via di un quadro internazionale caratterizzato da guerra e violenza, respiriamo un’atmosfera di tensione.

Pur nei suoi contorni incerti e frammentari si intravede, nel mondo, il disegno di minare i valori di libertà e democrazia che rappresentano l’unica base salda e concreta della pace e della convivenza internazionale, alimentando tensioni, esasperando conflitti, cercando di alimentare, attraverso notizie false e allarmanti, la sfiducia dei cittadini nelle democratiche istituzioni.

È un tentativo che, oggi, come allora, va respinto. Con fermezza, con coraggio, con fiducia nella forza della democrazia e del diritto.

La nostra Repubblica è stata difesa e rafforzata, negli anni, dai sacrifici di tanti servitori dello Stato, di tanti cittadini onesti e coraggiosi.

Tra questi vi sono le donne e gli uomini che oggi ricordiamo qui, con commozione e riconoscenza: uccise e uccisi da persone miserabili, perché sostenevano e difendevano la democrazia, la libertà, i diritti per tutti.

Al di là delle doverose rievocazioni, il modo per ricordarli degnamente è quello di respingere e isolare i predicatori di odio, gli operatori di mistificazione, i seminatori di discordia. È quello di rivendicare e vivere i principi e i valori su cui si basa la nostra Costituzione. Quello di operare costantemente per l’unità del popolo italiano, per la diffusione della libertà e dei diritti, per un quadro internazionale che assicuri la pace nella giustizia.

L’Italia, oggi, abbraccia Brescia nel comune ricordo dei suoi martiri. Non saranno dimenticati perché il loro ricordo continua a suscitare impegno per la libertà, per la pace, per la democrazia.

 

Per leggere il testo completo del discorso 

https://www.quirinale.it/elementi/112685

Sciogliere la Nato? Improvvida dichiarazione di Tarquinio, candidato del Pd.

L’alfiere del nuovo corso del Pd, Marco Tarquinio, arriva all’inosabile: propone di sciogliere la NATO. Nel pieno di una guerra nel cuore dell’Europa, aperta dalla Russia, nel pieno degli attacchi cyber e di guerra ibrida contro tutti i paesi occidentali da parte di Stati autocratici, si pensa di abolire lo scudo che ci assicura sicurezza, pace e stabilità.

Vorrei ricordare a Tarquinio i fondamenti della Carta Atlantica: no a ingrandimenti territoriali a spese di altri; no a mutamenti territoriali che non rispettino voti liberamente espressi dai popoli interessati; diritto di tutti i popoli di scegliersi la forma di governo e restaurazione dei diritti sovrani e dell’autonomia di coloro che ne sono stati privati con la forza; accesso in condizioni di parità al commercio e alle materie prime del mondo; cooperazione economica fra tutti gli Stati per assicurare a tutti migliori condizioni di lavoro, progresso economico, sicurezza sociale; distruzione della tirannia nazista e garanzia di pace a tutti i popoli per vivere sicuri nei confini e liberi dalla paura e dal bisogno; libera circolazione nei mari e negli oceani; rinuncia all’impiego della forza. 

Questi valori secondo lui non sono più attuali?

La guerra di aggressione lanciata dalla Federazione Russa contro l’Ucraina, la condizione di instabilità nel Mediterraneo allargato, pongono al contrario l’esigenza di un rafforzamento dell`azione di difesa e di tutela della NATO sul fianco sud. Altro che uscire. Pensavamo che questa logica fosse propria delle dinamiche sovraniste e nazionaliste, che anche in queste ore riaffiorano, oltre che degli approcci gruppettari e tardosessantottini. Berlinguer ci era arrivato nel 1976 a dire che si sentiva più sicuro con la NATO piuttosto che col Patto di Varsavia. Tarquinio riporta la sinistra italiana al 1949. E buonanotte alla sua cultura di governo.

Enrico Borghi, capogruppo al Senato di Italia Viva.

Da dove vengono e dove vanno le “farfalle dell’anima”?

Non c’è nulla di più intenso di una vocazione e nulla di più gratificante di poterla realizzare, vederla                                                                                                                           materializzarsi nelle occasioni che la vita offre quando ci mette a confronto con noi stessi, tra ambizioni, vittorie, sconfitte, riflessioni, decisioni. Questo libro, che è insieme radici, albero e frutti di cui far dono, è la storia di una vita che si esprime con una precoce vocazione: quella del suo autore, il Professor Giulio Maira eminente chirurgo del cervello di fama internazionale. L’eccellente, intensa prefazione di Luigi Gubitosi parte da lontano, da un bambino siciliano che seguendo in clinica nonno e papà medici ha tenacemente voluto continuare la tradizione familiare – “la medicina già fortemente stampata nel suo DNA” – avvertendo con intensità emotiva, curiosità e passione una sola strada da percorrere con motivazione e tenacia. 

Da queste prime “tracce” introduttive l’autore parte per raccontare sé stesso e il seguito della propria vicenda esistenziale e professionale. Emergono fin dall’incipit della narrazione due tratti distintivi di questa inarrestabile ascesa: il carattere e la determinazione. Della passione ho fatto cenno: essa è il filo conduttore della trama che ha portato Giulio Maira dal ragazzino immerso nel contesto nativo, familiare e ambientale della sua Sicilia (come l’interprete di Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore) alla ribalta nazionale e alle esperienze professionali all’estero, con un crescendo di intensità emotiva e di immedesimazione travolgenti. Giustamente Gubitosi innerva questo evolversi di successi, esperienze e notorietà nella trama sottesa della passione. 

Ciò mi ricorda quanto mi disse Pupi Avati: “Non basta la passione, occorre possedere il talento” perché riesce a far coincidere la vocazione con la professione. È questa la chiave che dischiude la potenzialità e l’originalità di ciascuno, ciò che distingue e rende unici. E il talento il nostro Professore ha dimostrato di possederlo in tutta la sua straordinaria carriera, dagli studi universitari, ai primi interventi, alla scelta tenace della microneurochirurgia come via innovativa per affrontare la complessità, affascinante nella sua unicità, del cervello, alle esperienze di studio e apprendimento all’estero – in primis Canada, Stati Uniti e Svizzera – dimostrando una straordinaria volontà di imparare dai grandi Maestri della neurochirurgia, prima di diventarlo egli stesso, al ritorno in Italia e all’amore per Roma dove ha trascorso più di tre quarti della sua vita, dalla Cattolica al Policlinico Gemelli, ai contesti umani, ambientali, trasudanti di storia millenaria, di quotidiane amicizie coltivate, e coronata con l’amore per la donna che diventò sua moglie.

Colpisce allora in Maira, che si racconta uomo, studioso, chirurgo, scienziato, una dote che merita una pausa per un inciso riscontrato in tutti i grandi personaggi che ho avuto la fortuna di conoscere: la presenza della ‘natura’ che sta sullo sfondo di ogni storia come manifestazione di rispetto per il creato, origine e radicamento dei ricordi e dei sentimenti più profondi e, insieme, l’amore per la scienza che secondo il compianto Giulio Giorello è “espressione di umanità”. Non dobbiamo dimenticare, sotto questo profilo, che la scienza è “comprensione del mondo” ma è anche “intervento sul mondo”, attraverso la tecnologia, in quanto tecnica pianificata alla luce delle migliori teorie scientifiche di cui noi disponiamo. 

Il Maira chirurgo e scienziato è a un tempo legato alle radici delle origini e dei ricordi, dei contesti umani e dei sentimenti come pure testimone del valore della ‘ricerca’ che della scienza è l’aspetto più nobile perché – me lo disse Rita Levi Montalcini – importante è il risultato ma, ancora più stimolante per guardare oltre è l’immaginazione, il rapporto tra il silenzio e la parola (quando è opportuna) laddove la conoscenza diventa un incessante processo di razionalizzazione della realtà, e l’intuizione – atto unico e creativo, intenso, immedesimato – diventa la declinazione pratica del talento. Maira non sarebbe diventato un grande scienziato se non avesse saputo coniugare la precisione microscopica in sala operatoria con l’intuizione che dischiude le porte all’innovazione creativa. Così come è diventato una grande persona perché ha saputo coniugare il bene per il prossimo con quello per la propria anima; talché si capisce quanto sia stata incommensurabilmente presente nel suo “fare” la vita degli altri e quanto radicato nella sua mente e nel suo cuore il perseguimento del bene come “etica della vita”. 

Quando Giulio Maira si sofferma a raccontare episodi che riguardano alcuni dei pazienti di cui nella sua lunga carriera si è occupato, si capisce subito quanto per lui sia stato importante non fermarsi agli aspetti rituali o superficiali della sua professione e quanto invece i ricordi siano legati ai sentimenti, alle emozioni, alla considerazione benevola dei casi, in una gamma infinita e sempre arricchente di incontri e relazioni umane. In questa galleria di persone di ogni età e condizione sociale che il neurochirurgo ha avuto modo di conoscere non mancano citazioni illustri, come i politici Oscar Luigi Scalfaro, Giulio Andreotti e Francesco Cossiga, il musicista Gian Carlo Menotti, il Premio Nobel Rita Levi Montalcini, il fondatore della Neuropsichiatria infantile Giovanni Bollea, Monsignor Hilary Franco con cui aveva instaurato un intenso legame spirituale che lo aveva spinto ad una sorta di pellegrinaggio a Calcutta, per conoscere il contesto umano, religioso e di fattivo aiuto per il prossimo che Madre Teresa aveva saputo creare attraverso la sua straordinaria esperienza terrena, tracciando il percorso che le Suore missionarie della carità avrebbero seguito fino ai giorni nostri. 

L’autore del libro confida la sua profonda fede. “Nella mia vita – scrive – ho sempre avuto un forte sentimento religioso. La scelta di studiare Medicina all’Università Cattolica rispecchiava un attaccamento ai principi della religione cattolica che era molto presente nella mia famiglia. Decidere di restare in quell’università, dopo la laurea, rispondeva a uno spirito di coerenza di vita e di pensiero che ho sempre cercato di mantenere negli anni successivi”. Per questo non possono mancare nel libro pagine dedicate a tre grandi Papi che hanno avuto un’influenza morale straordinaria nella sua vocazione professionale: Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Sensazioni ed emozioni che integrano una vicinanza spirituale e una contiguità professionale, meritata per la fama di illustre uomo di medicina, di chirurgia e di scienza.

Sono pagine ricche di cronaca e di emozioni, quelle che Giulio Maira dedica agli incontri della sua vita, dai più famosi ai meno conosciuti; incontri che denotano un atteggiamento di grande apertura verso le relazioni umane e la vita del prossimo. I veri ‘grandi’ sono in fondo anche persone semplici e da queste occasioni di incontro e conoscenza scaturisce sempre un arricchimento di umanità e apertura alla considerazione benevola della vita in tutti i suoi contesti esistenziali. Anche la scienza – lo abbiamo ricordato – è espressione di umanità: essa è “la più grande avventura dei nostri tempi” (Richard P. Feynman) e Maira ne ricorda la fascinazione, il coinvolgimento emotivo, la motivazione della curiosità, ma anche l’utilità pratica nei cambiamenti tendenzialmente migliorativi degli stili di vita. 

Sarebbe certamente lieto Blaise Pascal di leggere queste pagine dove “esprit de géométrie” ed “esprit de finesse” si fanno sintesi nella mente e nel cuore di un uomo che in fondo vuole valorizzare la bellezza della conoscenza e il meraviglioso dono della vita (“L’ultimo passo della ragione è riconoscere che ci sono infinite cose che la sorpassano” – B. Pascal). La consapevolezza dei limiti e la motivazione a superarli non sono solo un puntello scientifico ma un atto etico di umiltà: basta alzare lo sguardo verso l’Universo in una notte stellata per comprendere quanto siano infinite le aspirazioni della conoscenza e quanto incommensurabilmente lontani e affascinanti siano i tempi e gli spazi dei traguardi a cui aspiriamo. 

La dimensione umana non va trascurata nella cura del paziente e la coscienza morale può supportare le risposte che la bioetica ci pone, tra rassegnazione e accanimento terapeutico.  L’espressione ‘farfalle dell’anima’ che dà il titolo a questo libro è una definizione con cui il neuroanatomista spagnolo Ramón y Cajal (1852-1934) studiò l’organizzazione cellulare del cervello e descrisse la capacità dei suoi neuroni di espandersi continuamente, mettendo le basi della conoscenza di una delle caratteristiche cerebrali più straordinarie, ovvero la neuroplasticità. ‘Farfalle dell’anima e della mente’ sono anche i miliardi di sinapsi, i mattoni per la costruzione della nostra intelligenza, in cui la liberazione di un neurotrasmettitore trasferisce un’informazione da un neurone all’altro. Per un neurochirurgo il fascino che esercita il cervello è sintesi tra applicazione nello studio, motivazione scientifica, tensione alla ricerca, curiosità per l’incessante ‘lavorio dello spirito’ – secondo una brillante definizione di Massimo Cacciari – perché le “farfalle dell’anima” che nascono dalla mente sono la sintesi tra curiosità, intelligenza, razionalità e fantasia creativa con cui ogni uomo esprime le azioni e le scelte della propria vita. 

Giulio Maira raccontandoci magistralmente la sua esperienza umana e professionale è allora il neurochirurgo che si applica con precisione all’uso del microscopio, ma sa alzare gli occhi al cielo per scrutare, commuovendosi, l’infinità della volta celeste. “Il cervello è più grande del cielo” è il titolo di un suo libro e di una intervista che realizzai nel 2020: nella coerenza della sua lunga esperienza professionale rappresenta un punto centrale del suo pensiero, un mix tra scienza e umanesimo che ritroviamo in questo libro sulle “farfalle dell’anima”, ma certamente ancora in quelli che verranno e che con curiosità aspettiamo di leggere. 

 

Per saperne di più 

Le farfalle dell’anima. Ricordi di un neurochirurgo 

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L’Ostpolitik e gli Accordi di Helsinki: il ruolo del card. Silvestrini.

“La pace si costruisce non su interessi effimeri. Ma su beni reali e stabili, i quali hanno sorgente nei valori dello spirito”. È la citazione che campeggia in quarta di copertina sul volume Lev “il cardinale Silvestrini – dialogo e pace nello spirito di Helsinki”, che esce oggi, 20 ottobre, in libreria a 48 anni dalla firma degli Accordi siglati nella capitale finlandese, quando i leader europei ridisegnarono idealmente i valori del vecchio continente in chiave pacifica. E il volume dà spazio a uno dei protagonisti di quella stagione, il cardinale Achille Silvestrini, di cui si ricordano i 100 anni dalla nascita e che fu uno dei fautori assieme al cardinale Agostino Casaroli della “Ostpolitik” vaticana negli anni Settanta e Ottanta.

 

Silvestrini, “architetto” di pace

Curatori del volume Carlo Felice Casula professore emerito di storia contemporanea nell’Università degli Studi Roma Tre, e Pietro Sebastiani, ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede dal 2017 al 2022, i quali hanno costruito un ritratto del porporato scomparso nel 2019 attraverso cinque contributi firmati, oltre che dai due curatori, dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, e due politici italiani, Gennaro Acquaviva e Giuseppe Conte. Si tratta in particolare delle relazioni della conferenza tenutasi a Roma nel 2020 per celebrare il 45.mo degli Accordi di Helsinki.

Dalle riflessioni emerge la figura e l’impegno del cardinale Silvestrini, testimone e attore della diplomazia vaticana per numerosi anni e protagonista dell’Atto finale di Helsinki, un evento storico definito da papa Francesco come fonte di uno “spirito” di pace da ritrovare. Il testo propone anche, in una seconda parte, dieci documenti, tra i quali l’intervento del cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, e l’intervento che l’allora monsignor Silvestrini tenne nel corso della riunione di Madrid, il 13 novembre 1980. Fra i suoi diversi incarichi, il cardinale Silvestrini, architetto dell’Ostpolitik vaticana, è stato uno stretto collaboratore dei Segretari di Stato Domenico Tardini e Amleto Cicognani. Negli anni ’70, come sottosegretario e successivamente segretario del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa, si è impegnato sul tema della pace, dei diritti umani e dei problemi del disarmo ed è stato prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali fino all’anno 2000.

 

Per leggere il testo completo

https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2023-10/libro-lev-cardinale-silvestrini-spirito-helsinki-casula-parolin.html

“Il centro? Con Calenda”. Intervista a Tarolli, coordinatore di Piattaforma Popolare.

La campagna elettorale è in pieno svolgimento. Come si dice in gergo, rullano i tamburi: tutti meno quelli dell’area cattolica, ancora troppo divisa. Dopo tante attese e tanti appelli, la lista unitaria dei “popolari” non ha preso forma. Ciò nondimeno Piattaforma Popolare, che la vede da anni protagonista, ha deciso di stare in campo inserendosi nel cartello organizzato da Calenda. Qual è stata la ragione?

Trovo singolare che alle parole non abbia fatto seguito tra i nostri amici e interlocutori una coerente determinazione pratica. Il seme va gettato a terra, non si può rinviare in eterno l’appuntamento con le urne. Né si può invocare la  formazione di un “nuovo centro” e poi scartare, all’occorrenza, ogni ipotesi ricostruttiva. Per questo Piattaforma Popolare ha rotto gli indugi e ha scelto, dopo ampio confronto con Calenda, di collaborare alla formazione di una lista di orientamento liberal-popolare. Una lista, aggiungo, fortemente europeista.

Cosa intende per liberal-popolare? È una dizione alquanto originale, di solito si preferisce usare quella di cattolici democratici o, appunto, di cattolici popolari.

È stato P. Bartolomeo Sorge, interessato all’apice della sua fatica di studioso e testimone alla rivitalizzazione del popolarismo sturziano, a proporre questa congiunzione che nel suo pensiero esaltava la radice antica di una proposta riformatrice aggiornata, specie alla luce del fallimento storico del marxismo inteso come ideologia e come prassi. A me pare un riassunto felice e un’implicita sollecitazione per chi voglia lavorare nel solco del cattolicesimo politico, scommettendo sulla rinascita di una collaborazione, su basi di pari dignità, tra le culture riformatrici del Novecento più affini per sensibilità ed esperienza. L’Italia di De Gasperi, oggi fatta segno di lusinghiere analisi storiografiche, è anche l’Italia di Einaudi. 

Non è un richiamo troppo ambizioso? Mentre parliamo di Einaudi e De Gasperi, al governo abbiamo Meloni e Salvini (e all’opposizione Elly Schlein). Gli elettori sembrano ancora attratti dalle opzioni che si nutrono di radicalità. Lo spazio “al centro” non è poi così ampio…

Ma è uno spazio decisivo, sicuramente destinato a crescere, se non altro per l’esaurimento delle illusioni veicolate dal bipolarismo. In effetti, il perenne braccio di ferro tra destra e sinistra ha logorato il tessuto civile del Paese. E allora, non è giunto il momento di prenderne atto?  Del resto, malgrado le promesse o le minacce della destra, in Europa non ci saranno alternative all’accordo tra popolari socialisti e liberali. E questo rappresenta la figura del “grande centro” che fatalmente si riproietta sullo schermo della politica italiana. Noi siamo pronti a fare la nostra parte. Dopo anni di navigazione a vista, possiamo prendere il largo con la fiducia nella bontà di una strategia fondata sul dialogo e la collaborazione tra cristiano-popolari e laico-democratici.    

È una prospettiva, dunque, che obbliga a considerare stabile l’accordo con Azione? O dopo il voto, alla stregua di quanto annunciato dalla Bonino per il futuro della sua “lista di scopo”, ognuno riprenderà a muoversi liberamente e in solitudine? 

Uno dei motivi per i quali la lista di Bonino e Renzi (Stati Uniti d’Europa) non ci ha convinto sta proprio in questa provvisorietà – l’immediato al posto della lenteur elogiata da Milan Kundera – che pervade lo stadio finale del radicalismo. Noi crediamo viceversa in un disegno per tappe e vogliamo andare avanti, ben sapendo che l’iniziativa elettorale esige un “motore politico” in piena efficienza, se così possiamo dire. Ecco, mi piace ripeterlo: con Calenda abbiamo un’intesa stimolante e suggestiva che poggia sulla necessaria rivisitazione del riformismo democratico. Se il responso delle urne darà fiato a questa operazione, ci dovremo sobbarcare la fatica di andare ben al di là della semplice e pur significativa impresa elettorale. Senza idee e senza passione non si edifica un avvenire migliore. E nemmeno lo si edifica a prescindere da uno sforzo di memoria, perché tutto, dalla pace alla giustizia, nonché all’autentico progresso, esige virtualmente un metabolismo di pensieri lunghi. 

In conclusione, è ottimista sulle elezioni europee?

Abbastanza. Naturalmente non si raggiunge la meta con un passo solo. Il 9 giugno sarà uno spartiacque, ma dopo, in ogni caso, avremo il compito di affrontare la sfida che ci attende a prescindere dall’umore individuale o collettivo. Una sfida capace di rimettere in funzione un vero, grande baricentro della politica italiana.

Considerazioni e propositi sulla scorta dell’Assemblea dei vescovi italiani

L’assemblea generale della CEI, tenutasi a Roma dal 20 al 23 Maggio, segna una tappa importante non solo per la vita della Chiesa italiana, ma anche per i cattolici impegnati nella vita politica del Paese. I vescovi hanno affrontato le grandi questioni che interessano le nostre comunità a partire dalla difficile situazione di una realtà nella quale un italiano su sette vive sotto la soglia di povertà e il ceto medio, secondo l’indagine di  Cida & Censis, vive la paura di una progressiva regressione sociale. Quando si verifica questa condizione di crisi e di rottura tra i ceti medi produttivi e le classi popolari, aggravata da un sistema di ingiustizia fiscale basato sul prelievo Irpef prevalentemente dai lavoratori dipendenti e dai pensionati, non solo si entra in una grave condizione di anomia sociale, ma si rischia la crisi dello stesso sistema politico istituzionale. 

La persistente fuga dal voto dei cittadini è uno dei segnali più evidenti di questa crisi, espressione palese della rottura sociale e della incapacità di rappresentanza politica dei partiti, ridotti a meri strumenti di propaganda e di selezione drogata della classe dirigente.

Tale condizione è stata ampiamente descritta dal card. Zuppi nel suo intervento. “Lo stato di salute del Paese – ha detto in particolare – desta particolare preoccupazione. È sempre più difficile uscire dall’abisso dell’indigenza. Si rafforzano le povertà croniche e quelle intermittenti, relative ai nuclei familiari che oscillano tra il ‘dentro’ e il ‘fuori’ dalla condizione di bisogno”. Se poi a tutto ciò si aggiungono l’autonomia differenziata e il premierato, prioritari nell’agenda del governo Meloni, è evidente come saranno proprio questi problemi che potranno creare le maggiori difficoltà al governo della destra meloniana.

E non basterà la propaganda di “Tele Meloni” e dei media aficionados a coprire le deficienze strutturali e i conflitti sociali e politico-istituzionali, assai ben analizzati nel dibattito dei vescovi italiani. Le conclusioni cui è pervenuta la CEI sono evidenziate nel documento finale in cui si affrontano i temi della nuova fase del cammino sinodale: dal periodo narrativo (2021-2023) a quello nel tempo sapienziale (2023-2024), con una ricchezza di riflessioni che sfoceranno nella fase profetica (2024-25) segnata da grande impegno per tutta la Chiesa italiana.

Per altro, nel documento si sottolinea quanto segue: “In sintonia con le parole espresse dal cardinale presidente nella sua Introduzione, i Vescovi si sono (…) soffermati sulla povertà e sulle questioni sociali ad essa connesse, evidenziando l’aumento delle disuguaglianze e dell’emarginazione. In questo senso, alcuni progetti legislativi – è stato ribadito – rischiano di accrescere il gap tra territori oltre che contraddire i principi costituzionali. È in gioco il bene comune che può e deve essere promosso sostenendo la partecipazione e la democrazia, valori al centro della 50ª Settimana Sociale dei Cattolici, in programma a Trieste dal 3 al 7 luglio”. 

Dalla lettura integrale del documento finale della CEI discendono molte indicazioni per quanti, come molti di noi, sono impegnati nell’azione politica. Credo che dovremo utilizzare quanto già emerso dall’Assemblea e quanto emergerà dalla prossima Settimana sociale dei cattolici, favorendo tutte le iniziative che favoriscono la triste situazione di divisione e frammentazione politica della nostra area culturale e sociale. Buon punto di partenza è l’unità che si è trovata sul tema della pace come bene primario, da difendere e perseguire, da parte di tutte le più importanti organizzazioni sociali e culturali (Sant’Egidio-ACI-ACLI-CL). Così come importanti si rivelano gli sviluppi del tavolo di incontro tra gli amici di Iniziativa Popolare, Federazione dei dc e popolari, la nuova Dc, Insieme, Tempi Nuovi, impegnati nella difesa della Costituzione repubblicana e schierati conseguentemente per il NO al premierato (con possibile convergenza, in alternativa, sul cancellierato modello tedesco, affiancato da legge elettorale proporzionale. 

Dopo la prossima Settimana sociale dei cattolici, andrebbe favorito un momento di seria riflessione politico culturale in una Camaldoli 2024 nella quale, preparata da incontri territoriali regionali, concordare un programma per il Paese ispirato ai valori della dottrina sociale cristiana. I valori, cioè, che sostengono e dirigono l’azione politica dei Liberi e Forti.

La 7 non è imparziale. E dov’è la novità?

Verrebbe da dire, c’è da stupirsi dello stupore. Fuor di metafora, quale sarebbe la novità nel sottolineare che l’informazione de La 7 è politicamente militante, schierata e faziosa? E, al contempo, dov’è la notizia se si evidenzia che La Stampa e La Repubblica sono diventati, di fatto, due quotidiani di partito nel sostenere la sinistra e nel demolire il centro destra?

Dico questo perché, a volte, si creano notizie che di fatto non esistono. Mi riferisco, nello specifico, alla notizia che il Presidente del Consiglio si è rivolta, seppur ironicamente, agli spettatori de La 7 sapendo che si tratta di una emittente politicamente schieratissima. Una sorta di megafono alla Emilio Fede dei tempi d’oro, ma a rovescio, per intenderci. Come, credo, non è un gran notizia sottolineare che, ad esempio, La verità, Libero e Il Giornale simpatizzano per il centro destra e il Governo Meloni.

La differenza di fondo, però, è un’altra. Mentre i quotidiani di centro destra non si lamentano affatto se qualcuno lo ricorda, i protagonisti mediatici de La 7 si rivoltano, e anche duramente, se si ricorda che sono politicamente schierati e con atteggiamenti faziosi, tanto che a volte diventano anche imbarazzanti, se si vuole esprimere un giudizio o un commento disinteressati. Chi segue la rubrica quotidiana della Gruber, “Otto e mezzo”, per non parlare dei Floris, Formigli, Bianchi e via discorrendo, si trova di fronte a bollettini di propaganda politica, del tutto legittimi se non addirittura scontati, che vengono percepiti come tali dagli stessi spettatori. Pochi o tanti che siano non fa differenza alcuna.

Ecco perché, di conseguenza, ci si stupisce dello stupore. Ovvero, e lo ripeto, dov’è la notizia se qualcuno lo ricorda? È una notizia, per fare un altro esempio concreto, se alcuni organi di informazione della carta stampata sono politicamente schierati e qualcuno talvolta lo evidenzia?

Semmai, la vera notizia è un’altra. Ovvero, la singolare reazione di alcuni conduttori e giornalisti di quella emittente televisiva, cioè de La 7, se viene periodicamente ricordato – anche da esponenti politici – che si tratta di una informazione politicamente di parte e militante. Ma veramente c’è qualcuno in Italia che segue quelle trasmissioni, peraltro tecnicamente e professionalmente efficaci, che pensano si tratti di una informazione plurale, imparziale ed oggettiva? Ma davvero c’è qualcuno disposto a credere che quelle trasmissioni raccontino i fatti come  capitano – quelli con una valenza politica, come ovvio – con la lente della non faziosità e del rispetto rigoroso di tutte le opinioni politiche, senza cioè esprimere giudizi partigiani da parte di chi conduce le singole trasmissioni?

Francamente si farebbe anche torto a questi professionisti se qualcuno attribuisse loro il “merito” di una informazione plurale e politicamente neutrale. Un torto anche grossolano perché, e molto semplicemente, tutti sanno che si è di fronte a una informazione e a una lettura quotidiana di fatti sostanzialmente condizionati ed interpretati con criteri politici di parte. E accompagnati da un bombardamento politico chiaro, preciso, netto ed inequivocabile.

Per questi semplici motivi è ancora necessario, anche se l’operazione è molto, molto difficile, avere un barlume di pluralismo politico, culturale e sociale nel nostro che è riconducibile al servizio pubblico radiotelevisivo, cioè alla Rai. Operazione molto difficile, lo ripeto, per il semplice motivo che anche da quelle parti la faziosità politica attecchisce da sempre ed è arduo correggerla in corso d’opera. Anche perché la volontà di accondiscendere il potere di turno – o, specularmente, di attaccarlo a prescindere – accompagnano da sempre il percorso e la storia dell’informazione del servizio pubblico radiotelevisivo.

Comunque sia, e se si può parlare di una regola, quello che conta è sapere come stanno le cose senza lamentarsi di fatti e posizioni che sono talmente evidenti e plateali che, appunto, non fanno neanche notizia quando vengono richiamati e sottolineati alla pubblica opinione.

Affinati, Bellocchio e altre stelle nell’edizione 2024 del Premio De Sanctis

Sono lo scrittore Eraldo Affinati per Delfini, Vessilli e cannonate. Autobiografia letteraria, per Harper Collins Italia e il regista e sceneggiatore Marco Bellocchio per la pluridecennale carriera, i premiati del Premio De Sanctis per Letteratura, organizzato in collaborazione con la presidenza del Consiglio e la cui cerimonia si è svolta oggi (ieri per chi legge, ndr) pomeriggio a Villa Doria Pamphili, a Roma.

Tra gli altri premiati dalla giuria, presieduta da Giorgio Ficara: per il saggio breve Sara De Simone per La vita della vita. Diari (1903 – 1923) di Katherine Mansfield, Donzelli; premio speciale giuria a Massimo Bacigalupo per Ezra Pound. Un mondo di poesia di Massimo Bacigalupo, Edizioni Ares; premio per il giornalismo a Giovanna Botteri, corrispondente RAI da Parigi.

Patrocinato dalla Rai, l`incontro è stato condotto da Nathania Zevi, giornalista del TG1.

Giunto alla sua tredicesima edizione, il Premio De Sanctis Letteratura è rivolto alle eccellenze della letteratura italiana: i vincitori di questa edizione lavorano nel mondo che produce e diffonde sogni, in parole e in “immagini”. La Giuria del Premio era composta da Giorgio Ficara (Presidente), Nadia Fusini, Raffaele Manica, Giacomo Marramao, Massimo Onofri, Raffaello Palumbo Mosca e Elisabetta Rasi. “Il voto per l’edizione 2024 – ha spiegato il presidente della Giuria, Giorgio Ficara – è stato unanime e ha inteso premiare artisti che si sono distinti nel loro campo, in un frangente storico particolarmente doloroso. Eraldo Affinati è un grande scrittore che ha sempre considerato la letteratura uno strumento privilegiato di resistenza etica e ha saputo coniugare il sentimento di pietà e attenzione per gli ultimi facendone tutt’uno con l’insegnamento dell’italiano nella scuola”.

“Di particolare rilievo – ha aggiunto il presidente della Giuria – anche il premio alla carriera attribuito a una grande personalità italiana come quella rappresentata da Marco Bellocchio, regista di straordinaria coerenza poetica e impegno politico”. Premio speciale della giuria allo studioso Massimo Bacigalupo, per 2il suo bellissimo libro-pastiche su Ezra Pound, ricco di preziosi rilievi critici sulla poesia e di aneddoti sulla vita, soprattutto italiana, tra Rapallo e Venezia”.

Festival dell’Economia, il Quo vadis di Orsini per l’industria Italiana.

Quattro giorno intensi di lavoro, di confronto, di dialogo, affrontando interrogativi complessi. Questo è stato il Festival dell’Economia quest’anno a Trento, dedicato al tema “Quo Vadis-i dilemmi del nostro tempo”.

L’evento si è chiuso con l’intervista del direttore del Sole 24 Ore Tamburini al presidente di Confindustria. In apertura, Tamburini ha ringraziato la città di Trento, le istituzioni e tutte le realtà che hanno contribuito al buon esito di questo grande evento.

Unità, dialogo e identità sono, secondo Tamburini, le tre caratteristiche della Confindustria “a guida Orsini”. “Per noi – ha commentato l’ospite – il dialogo è fondamentale. Rappresentiamo il 94% delle imprese, grazie alla nostra capacità di mettere assieme attori diversi, quelli che producono energia e quelli che l’utilizzano, chi gestisce i trasporti e chi ne beneficia e cos’ via. La capacità di dialogo e un’identità consolidata ci consentono di fare sintesi”.

Uno dei temi centrali del Festival è stato l’Europa. “Per noi – ha detto Orsini – è importante avere un’Europa nuova. Le nostre imprese sono estremamente sensibili al tema ambientale. Ma temiamo un’opposizione ideologica al mondo industriale. Alcune decisioni, come quelle sul packaging, sono difficili da gestire. Lo stop del motore endotermico al 2035 non può esistere. Dietro a quel motore c’è una filiera importantissima. La fase della transizione è fondamentale. Oggi la nostra industria produce il 9% dell’inquinamento. Significa che tutti devono ‘fare i compiti’ e assumersi le loro responsabilità. Eliminare l’industria causerebbe un problema sociale ed economico. E la transizione che ci viene chiesta oggi, e che ha un costo di 1100 miliardi, ci mette in grande difficoltà”.

Sull’energia il presidente di Confindustria si è detto favorevole al nucleare e a un forte impegno pubblico nel settore. in quanto al dopo-Covid, il sistema economico ha manifestato una grande capacità di ripresa. Anche l’occupazione oggi va bene, meno invece la competitività. “Purtroppo gli ultimi dati segnalano un’industria in frenata – ha puntualizzato Orsini – soprattutto per effetto delle difficoltà della Germania e del Nord Europa. 

Beneficiamo invece degli investimenti fatti nel 4.0. Sul 5.0 servono i decreti ora. i nostri imprenditori li stanno attendendo per fare nuovi investimenti. Parliamo di una misura che scade nel 2026, legata al Pnrr. Ma noi abbiamo bisogno di una visione almeno a 5 anni. Dobbiamo accelerare”.

E il Superbonus? Forse inizialmente è servita a fare una scossa al sistema, messo a dura prova dal Covid. Poi forse è scappata di mano. “Io inizialmente lo avevo appoggiato – ha detto Orsini – ma la misura è poi cambiata molte volte dalla sua adozione iniziale.

Però non possiamo far sì che misure retroattive mettano in discussione le nostre imprese. oggi non si può chiudere la misura prima che le imprese abbiano finito i lavori. Le imprese devono potersi fidare delle istituzioni. Attenzione perché anche il 5.0 sarà tutto basato sul credito d’imposta”.

L’industria dell’auto: non può esistere sotto un numero-soglia, un milione di auto prodotte in Italia all’anno. Invece oggi se ne produce meno della metà. Come fare? “Mi auguro che l’accordo fra Stellantis e l’Italia rimanga – ha detto Orsini -. Bene anche se un secondo produttore verrà a produrre in Italia, ma utilizzando le nostre filiere. Non possiamo utilizzare incentivi governativi per finanziare auto non prodotte in Europa. Dobbiamo anche fare un ragionamento sul ricambio del parco auto”.

L’Intelligenza artificiale è stata fra le protagoniste del Festival. Su questo terreno la grande impresa se la cava. Ma la media e piccola impresa, può farcela? “Anche qui, non si può parlare solo dei rischi e della negatività. Sarà una rivoluzione industriale. Non possiamo pensare di respingerla. Dobbiamo fare in modo che l’evoluzione tecnologica sia di aiuto al sistema delle imprese”. Su questo passaggio il direttore del Sole 24 Ore ha colto l’occasione per annunciare che il suo giornale aprirà un osservatorio sull’Intelligenza Artificiale.

Fra gli altri temi affrontati, il salario minimo (“per Confindustria non è un problema”), il calo demografico, la mancanza di capitale umano (“manca il 50% del capitale umano”), l’immigrazione (“abbiamo bisogno di un’immigrazione gestita, va integrata con misure di welfare, che valgano per tutti, anche per gli italiani, a partire da un piano-casa), la scuola (“vorremmo una scuola legata all’industria e al mondo produttivo).

Un appello finale al Governo e all’opposizione, sollecitato da Tamburini. “Pronti a dialogare con tutti. – ha detto Orsini – ma fondamentale per noi è lottare contro la cultura antindustriale, salvaguardare il cuneo fiscale, ragionare sul nucleare”.

Il Gigante buono e Jo Condor: una metafora per la Meloni.

Non tutti ricordano, magari per ragioni anagrafiche, una tra le più famose e divertenti pubblicità degli anni Settanta all’interno della vetrina di Carosello, in onda su Rai Uno prima del telegiornale: la pubblicità del Gigante buono a cui si chiedeva in coro (“Pensaci tu”) di provvedere ai disastri di Jo Condor. Sta di fatto che l’attuale presidente del Consiglio vorrebbe vestire proprio quei panni da eroina di bontà.

Battute a parte, sembra che la Giorgia nazionale sia impegnata a conquistare l’Europa per cambiarla, per renderla più adatta a quella cultura (?) della destra europea che, certo, non fa mistero delle proprie radici ultra nazionalistiche e xenofobe; origini in effetti poco inclini a quel solidarismo che dovrebbe essere, invece, alla base di una azione politica comune alla destra come alla sinistra.

Ormai, però, tutto si gioca sugli slogan, sui personalismi, sulle autocelebrazioni, su una concezione non soltanto della politica ma, cosa ancor più grave, sulla concezione dell’uso del potere a livello familistico, come si trattasse di una qualsiasi azienda interessata al profitto.

In questi quasi due anni di governo della destra (perché di destra si tratta, non certo di centrodestra), ne abbiamo viste e sentite davvero di cotte e di crude. Ora, costituisce un preciso dovere civico ricordare che la storia del secolo scorso non è stata plasmata da una volontà popolare votata alla ricerca del condottiero.

La storia non si dimentica, né si cancella, ma anzi va posta come paradigma per evitare di nuovo gli errori del passato. Allo stesso tempo va fatta chiarezza rispetto a presunzioni di moralità, di buongoverno, di programmi avanzati, visto che i fatti e gli avvenimenti di questi ultimi diciannove mesi parlano un’altra lingua.

È indubitabile che gli avvenimenti politici che si stanno susseguendo dimostrano che, forse, per questa maggioranza sempre più incollata alla sedia (al di là delle battute poco ironiche della Giorgia che vuol cambiare l’Europa), il problema è quello di sempre; quello cioè di ogni schieramento politico che si è cimentato, dopo la fine della prima Repubblica, nel compito di governare questo Paese. Ma come, governarlo? Ecco, mantenendo il potere a tutti i costi e mirando in prospetttiva a comprimere gli spazi di democrazia attraverso leggi elettorali capestro e riforme istituzionali che trascinano appresso una politica centrata sul culto della personalità.

Nel secondo dopoguerra gli uomini più illuminati di quella che fu la Democrazia Cristiana seppero contrapporsi al modello politico dell’uomo solo al comando, e quindi alla riduzione della volontà popolare ai desideri del capo che pensa e decide per tutti. E lo fecero non soltanto con rigore morale, ma soprattutto con una visione politica lungimirante, che guardava agli interessi del Paese, e quindi al fatto che non si poteva essere sudditi di altri Stati occidentali solo perché l’Italia aveva conosciuto (ma è meglio dire aveva subìto) la violenza del fascismo.

Un esempio di questa visione politica fu proprio quell’Enrico Mattei oggi rispolverato dalla Gigante Buona Giorgia come simbolo di una nuova politica energetica, per portare l’Italia a sganciarsi dalla dipendenza di altre Nazioni.

Un solo appunto però va fatto in conclusione: Enrico Mattei fu partigiano antifascista e in prima linea nel combattere il potere mussoliniano. Ce ne possiamo dimenticare?

Asianews | La Russia incarta i sondaggi nella menzogna di Stato.

Una delle dimensioni più sconvolgenti della grande guerra della Russia contro il mondo intero è il sostegno della popolazione agli istinti imperiali della casta del Cremlino, difficile da comprendere e decisamente impossibile da accettare: possibile che ad opporsi alla violenza di Stato siano soltanto alcuni sparuti dissidenti, sottoposti a durissime repressioni fino alla morte in lager, nella totale indifferenza della maggioranza dei russi?

Su questo si è soffermata la rubrica Signal di Meduza, cercando di andare oltre alcuni stereotipi sull’apatia e la passività degli abitanti della Russia di oggi e di sempre. Se si dà retta ai sondaggi ufficiali, il 70% dei russi sostiene con entusiasmo la necessità delle parate militari sulla piazza Rossa, il 56% è contrario a qualsiasi cambiamento sociale ed economico, e a questa mitologica “maggioranza” si attribuisce ogni sorta di sentimento negativo o assurdo, dall’allergia alle analisi mediche fino all’approvazione della pena di morte. La maggioranza professa la fede ortodossa, anche se si reca in chiesa solo per far benedire i dolci pasquali.

Ovviamente i sociologi di Stato affermano che la stragrande maggioranza dei russi approva la “operazione militare speciale” in Ucraina, ma la litania dei sondaggi ufficiali sul pensiero della popolazione lascia piuttosto interdetti. Quanto più si cristallizzano opinioni ampiamente condivise, tanto più queste contraddicono quelle che si sentono esprimere nella vita quotidiana da parenti e amici sulle strade e nelle case, suscitando il sospetto che, al di là della propaganda dei vertici e della repressione dei marginali, ci sia un’ampia manipolazione di quella che viene definita “la maggioranza” della gente russa.

Come affermano gli autori di Signal, “quando si parla della maggioranza dei russi bisogna intendere la maggioranza degli intervistati nei sondaggi, e c’è una grande differenza tra gli uni e gli altri”. Perfino la maggioranza plebiscitaria del voto alle elezioni presidenziali per la consacrazione di Vladimir Putin è in realtà piuttosto dubbia, sia sul numero reale dell’affluenza, sia su quello dei voti espressi. Quando si dice che i russi sono contrari alle bevande energetiche per i ragazzi, ci si riferisce solo agli utenti del sito SuperJob, e i panettoni pasquali da benedire in chiesa non li fanno tutti i russi, ma soprattutto i clienti della catena “Cucina locale” presente in molte città. I giornalisti che commentano i sondaggi estrapolano dati e risposte in modo molto arbitrario, come succede anche negli altri Paesi.

È una regola inflessibile di ogni forma di propaganda: se non si riporta “l’opinione della maggioranza” nessuno leggerà l’articolo o il servizio relativo all’argomento che interessa. I sondaggi sono sempre meno credibili, nonostante siano supportati da algoritmi e criteri d’analisi sempre più sofisticati: i rispondenti non dicono quello che pensano, ma quello che ritengono necessario dire pubblicamente, e questa auto-censura è spesso più efficace di qualsiasi repressione. 

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Guerra-e-propaganda:-il-pensiero-della-maggioranza-dei-russi-al-servizio-di-Putin-60810.html

Visioni contemporanee del rock: con la musica, oltre la musica.

Gli anni musicali passati del panorama rock ci hanno offerto le pagine più belle che siano mai state lette, scritte e “ascoltate”. Never mind the bollocks dei Sex Pistols oppure London Calling dei The Clash hanno segnato diverse generazioni sotto il profilo musicale e culturale. Ma non solo. Spesso studiamo i fenomeni Jim Morrison e Jimmy Hendrix come artisti che con le loro vocalità o arrangiamenti di chitarra hanno accompagnato le band a venire. E come non citare gli U2 di Bono Vox e la sua eclettica October, dove abitano melodie post new age che cambieranno il percorso storico del rock europeo e statunitense?

Il rock e l’hard rock nelle diverse “eteropiche dimensioni” hanno subito il fascino della contemporaneità, ma anche della sperimentazione “progressista”. Il rock italiano è sicuramente passato per Amandoti dei CCCP, per Amsterdam dei Diaframma, per Paname dei Litfiba, per Senza Vento dei Timoria, ma anche per un genere “garage-underground” che ha plasmato spartiti “digital alternative” contaminando suoni, colori, scenografia e direi “spettacolo”. Vedi i Ritmo Tribale, i Marlene Kuntz, gli Afterhouse di Manuel Agnelli. 

A tal proposito ricordiamo Enjoy the silence dei Depeche Mode che ha rafforzato la natura “electro” dei Lacuna Coil. A livello europeo e mondiale, l’ultimo periodo è stato caratterizzato da una fenomenologia “rockers” completamente connessa al “mondo digitale”, alla “transizione green” e alla ricerca di un “nuovo umanesimo”. Impossibile non rievocare New Divide o Ultimate Masquerade dei Linkin Park, Digital World della band svedese degli Amaranthe oppure Human dei tedeschi Beyond the Black nell’inconfondibile voce di Jenny Haben, autentica enfant prodige dello scenario epico nei concerti in tour a livello internazionale. Le visioni “gotiche” che hanno attraversato l’Italia con i The Cure, nell’insostituibile album “tecnopsichedelico” di Disintegration, oppure le sonorità “poetiche” di Ian Curtis dei Joy Division, rimangono nella nostra cognizione patrimonio culturale di come già il rock e la musica in generale fosse già in cammino verso il nuovo, verso il tempo che verrà. 

Il sound dei Maneskin è un rock direi “diverso da loro” ma anche una nota letteraria di riflessione sulla “mutatio temporum”, ovvero sulla società che cambia e sulle sfide che la attendono. La pandemia ha influenzato la visione del rock nelle sue diverse “anime” nascenti. Anche il disc jockey Alan Walkers con i brani Faded e Unity ha ridisegnato territori urbani nel quale il brocardo latino riportato da Papa Francesco “pars pro toto” fa la sua comparizione. Lo stesso Walkers dice We are Unity (Noi siamo l’unità). 

Infine i Maneskin. Prima di approdare sul “terrazzo” della musica della canzone mondiale hanno raccontato momenti “oggettivi” della società come Torna a Casa, Vent’anni o Parole Lontane. “Ma se trovi il senso del tempo risalirai dal tuo oblio. E non c’è vento che fermi la naturale potenza dal punto giusto di vista, del vento senti l’ebrezza” (Maneskin). Testi e parole che lasciano andare a riflessioni circa il fatto che nuovi visioni sono possibili, talché musica e rock lo hanno spesso anticipato. Così è, tanto che la Premiata Forneria Marconi (PFM) è lì implacabile a ricordacelo: “Ma intanto il sole tra la nebbia filtra già. Il giorno come sempre sarà” (da Impressioni di Settembre).

Zuppi non arretra, ai Vescovi non piace l’autonomia differenziata.

Con il governo “c’è un’ottima interlocuzione” mentre sulla questione immigrazione il rapporto è “dialettico”. Sull’Autonomia differenziata “c’è preoccupazione dei Vescovi”, che nella loro nota hanno espresso “la posizione di tutta la Chiesa”. Questi in sintesi i concetti espressi dal presidente della Conferenza episcopale italiana Matteo Zuppi, intervistato al Festival dell’Economia di Trento.

Riguardo l’accusa di una parte del mondo politico nei confronti della Cei, che avendo assunto una posizione critica nei confronti della Riforma sull’autonomia differenziata farebbe “politica”, Zuppi ha replicato: “Le istituzioni sono una cosa seria. Vanno difese e vanno amate perché sono i pezzi che reggono la casa comune”. E ha aggiunto: “La Chiesa nel nostro Paese rappresenta tanto, sentiamo anche tante responsabilità e siamo molto più liberi proprio perché non abbiamo nessun altro interesse che non sia il bene comune. Abbiamo con l’attuale governo un’ottima interlocuzione – ha ripetuto – abbiamo risolto problemi che ereditavamo da tanti anni”. Mentre sull’immigrazione il rapporto con l’esecutivo, ha aggiunto Zuppi, “è dialettico”.

Riguardo l’Autonomia differenziata Zuppi ha invitato a stare “attenti, perché c’è una grande sensibilità in particolare dei Vescovi del Sud Italia, c’è un po’ un campanello d’allarme” che suona “da mesi”. “Ci sono state per lo meno tre o quattro conferenze episcopali regionali che hanno prodotto dei documenti, sono mesi che si è trasmesso la preoccupazione che non si cresca insieme” e in maniera solidale.

Che si interpreti questa posizione come contingente, ha aggiunto il capo dei Vescovi, “a mio parere è misero”. “Mi auguro – ha concluso – che si capisca il punto della preoccupazione dei Vescovi e se uno va avanti nella cosa si prenderà questa responsabilità”. Zuppi ha spiegato che la posizione espressa nella Nota del Consiglio Episcopale permanente non è personale del presidente “ma di tutta la Chiesa italiana”.

La litania della Schlein

Elly Schlein sta guidando il principale partito della sinistra italiana da ormai molti mesi e, del tutto legittimamente, ha dato una sterzata politica decisiva allo stesso partito. Da storico partito di centro sinistra che univa, seppur con molte difficoltà e contraddizioni, l’esperienza del Pci con quella della sinistra democristiana, è diventato con il nuovo corso un “partito radicale di massa”.

O meglio, un partito espressione di una sinistra massimalista, radicale e libertaria. Un partito che ha riscoperto anche alcuni tasselli fondamentali della vecchia ed antica esperienza del Pci. Dal rapporto con il sindacato di riferimento, la Cgil, riproponendo la storica “cinghia di trasmissione” con il partito al cavalcare qualsiasi istinto di opposizione che sale dalla società civile; dalla ripetuta denuncia della “svolta illiberale” alla riproposizione della “superiorità morale” di comunista memoria. Con la naturale conseguenza che l’avversario/nemico non può che essere

politicamente e moralmente criminalizzato.

Ora, è proprio su questo versante che non possiamo non registrare un ritardo culturale ed un deficit politico che riporta il principale partito della sinistra italiana ad una stagione che, francamente, pensavamo fosse ormai alle nostre spalle. E cioè, un partito di sola opposizione, anche violenta, dove l’unico cemento ideologico unificante della comunità politica è una sorta di odio implacabile nei confronti del nemico irriducibile. Ascoltare le dichiarazioni quotidiane della segretaria del Pd è ormai quasi diventato un disco rotto. Non c’è argomento, non c’è tema, non c’è approfondimento, non c’è un solo aspetto politico che non contenga un attacco violento e oltremisura nei confronti di Giorgia Meloni e della destra. Ora, intendiamoci. È del tutto naturale che in un’epoca caratterizzata da una profonda e consolidata radicalizzazione della politica l’avversario – che nel frattempo è diventato un nemico dichiarato – va bersagliato massicciamente e senza alcun ritegno morale o limite culturale. Ma anche su questo versante ci dev’essere un limite, pena la trasformazione del proprio progetto politico in una litania sempre più noiosa e quindi insopportabile nonchè controproducente. E questo perché non si può tutti i giorni, ripeto tutti i gironi, denunciare “la svolta illiberale”, “il restringimento delle libertà”, “la negazione della libertà di espressione”, “il ritorno di un regime dispotico”, il potenziale “ritorno di una dittatura”, “la violazione palese dei principi costituzionali”, “il trionfo della censura”, “la sospensione della democrazia” e, dulcis in fundo, il solito ed ormai noiosissimo “rischio del fascismo”.

Il tutto, come ovvio, con attacchi personali ripetuti, insistenti, ossessivi e francamente sempre più stucchevoli e anche noiosi contro la Presidente del Consiglio rea di riportare le lancette politiche del nostro paese indietro di circa 80 anni. Ora, che tutto ciò venga ripetuto quotidianamente dalla Gruber nel suo talk e settimanalmente dai Formigli, Floris e Bianchi di turno rientra nella normalità quasi fisiologica di un circo mediatico a sostegno di questa sinistra. Ma il leader politico di un partito, e quindi di un campo politico più vasto, non può limitarsi a ripetere questo rosario laico tutti i giorni e tutte le ore della settimana. Anche perché, così facendo, si indebolisce lo stesso profilo, e anche la credibilità, del progetto politico e di governo alternativo al centro destra. Perché, in larghissimo anticipo, è già sempre scontata la diagnosi e la denuncia. Ovvero, tutto ciò che capita è figlio e conseguenza della “svolta illiberale”, della “negazione delle libertà”, del “rischio fascismo”, dalla “sospensione della democrazia” e via scioccheggiando.

Ecco perché, per la qualità della democrazia e la credibilità della politica, forse è anche giunto il momento affinché la leader del principale partito della sinistra italiana cambi registro. Anche perché, e sempre senza essere scortesi o maleducati, il rischio della dittatura e della svolta illiberale esistono solo nella testa della Schlein e del circo mediatico, nonchè milionario e alto borghese, che la sostiene e la appoggia in modo quasi militare. Ma la concreta realtà, come forse sanno anche i dirigenti ex e post comunisti, è tutt’altra. E per un politico non c’è cosa peggiore di continuare a confondere i propri desideri con ciò che capita quotidianamente nella società che ci circonda.

La montagna ha bisogno di una nuova legge

A cura di Uncem

Ma una legge, “ci salverà”? Un finanziamento in più genererà vere opportunità di crescita? Sono due domande che Uncem spesso in questi anni si è sentita rivolgere da Sindaci, Amministratori locali, esperti, docenti universitari, cittadini. L’ultima legge sulla montagna risale al 1994. La 97. Trent’anni fa. Da allora, i provvedimenti di quell’articolato non sono in gran parte stati applicati. E oggi, sono in molti a dire che serve un nuovo testo, che aggiorni i temi, che colga i segni dei tempi. Peraltro visti i molti percorsi importanti per i territori entrati nella legge sulla green economy del 2015, nella legge sui piccoli Comuni del 2017, nel testo unico forestale del 2018. E siccome non è vero che “nulla è successo” per le zone montane del Paese negli ultimi due decenni, occorre ricordare il finanziamento di 135 milioni di euro di PNRR per la Strategia delle Green Communities [fortemente voluta da Uncem nel 2008], le risorse stanziate sulla Strategia nazionale per le Aree interne dal 2014 al 2021, il fondo montagna portato per volontà del Parlamento a 200 milioni di euro annui a partire dal 2023.

Ora una nuova legge serve? È importante? Garantisce efficaci strumenti per affrontare le crisi climatica, demografica, energetica, ambientale, economica dei territori montani? Nasce da un confronto ampio con paesi, comunità, geografie, Amministrazioni locali? Agisce finalmente su perequazione fiscale, riduce disuguaglianze, consegna al dibattito pubblico il grande tema delle sperequazioni e delle geografie? Interviene, un nuovo articolato, senza demagogia e ideologia, sull’organizzazione istituzionale dei Comuni montani, sempre più deboli e fragili, dove “si muore di più e si nasce di meno”, facendoli lavorare insieme come nella grande tradizione – imitata in Europa – dei Consigli di Valle e delle Comunità montane?

Tante domande. Tante questioni Politiche, alle quali dobbiamo, possiamo dare risposta.

Chi ha certezze [e sono troppi, ahinoi] non dialoga. Uncem parte dalle domande e nella composita situazione politico-istituzionale del Paese prova a dare qualche risposta, verso (si farà?) una nuova legge nazionale sulla montagna.

Il documento che segue riprende quello che Uncem ha trasmesso al Ministro per gli Affari regionali e le Autonomie (e al Dipartimento omonimo) a fine gennaio 2024, a commento del testo del disegno di legge elaborato proprio dal Governo nelle setimane precedenti. È molto lungo e articolato. C’è chi ci ha riso su. “Ma come, sono questi i vostri emendamenti? Uncem scrive tutta sta roba per dire che cosa?”. Già. Perché sarebbe bello e semplice dire cosa piace e cosa no in poche righe, semplificando, e poi buttare tutto nell’agone, nella contrapposizione del beneficio per alcuni e dell’interesse parziale. 

Uncem, a chi dice che il lavoro che hai davanti è “troppo”, inadeguato, inopportuno, risponde con un sorriso. Perché forse – a proposito di dialogo – chi dice così ha troppe certezze, forse qualche ideologica posizione da difendere, voglia di non ragionare. Noi proviamo invece a esercitare dubbio e analisi a partire dal ddl montagna del Governo. E non solo. Precisando appunto che in Parlamento vi sono depositati molti altri articolati di altre forze politiche, con molte analogie e molte differenze. Sottolineando che abbiamo fatto negli ultimi mesi un sondaggio pubblico, per capire cosa si pensa fuori dal palazzo sia necessario da mettere nel 2024 in una legge sulla montagna, in un Paese che dovrebbe intanto agire sull’adeguatezza dei livelli istituzionali, su cosa fanno e come, prima di definire nuove norme o aumentare spesa pubblica, anche per investimeni e sgravi. È un tema che affrontiamo da tempo e che vede finora troppa disattenzione. Uncem si augura che si possa agire serenamente ed efficacemente.

 

Il documento integrale

InTerris| Il generale Cadorna e Padre Pio.

Gualtiero Sabatini

[…]  Ad oltre cinquant’anni dal termine della sua vita terrena, P. Pio è vivo nella mente e nel cuore di milioni di persone, forse più di quanto era in vita; un fenomeno umanamente inspiegabile. Ciò è dimostrato ogni giorno, dai continui pellegrinaggi di fedeli che si recano al santuario di San Giovanni Rotondo sul Gargano, in quel convento dove il frate visse dal 1918 al 1968, per andare a pregare e a chiedere una grazia davanti la sua tomba.

[…] il generale Luigi Cadorna (1850-1928), Capo di Stato Maggiore dell’esercito, dopo la grave sconfitta di Caporetto del 1917 nella quale diecimila soldati persero la vita in battaglia […] ritenuto responsabile di quanto avvenuto a Caporetto, un comune della Slovenia, viene destituito dal suo incarico. Al suo posto è nominato il generale Armando Diaz (1861-1928) e la sera dell’8 novembre del 1917 avviene come di consuetudine lo scambio di consegne tra i due generali. Luigi Cadorna, successivamente si ritira nel suo studio dando ordine di non essere disturbato per nessun motivo, stava pensando seriamente di suicidarsi, ormai era tutto pronto: la pistola era carica, il generale l’afferra, l’avvicina alla tempia, la mano è sul grilletto, quando all’improvviso il militare vede entrare nel suo studio un frate che gli va incontro, lo abbraccia, lo consola, lo convince a desistere da quel gesto insano e se ne va. Dei soldati di guardia nessuno aveva visto passare quel frate…

Qualche anno più tardi, nel 1920, Luigi Cadorna sul giornale riconosce la foto di P. Pio ed esclama: “Ma questo è il frate che mi ha salvato la vita!”. Ma, come poteva essere vero se P. Pio in quei giorni, si trovava in una caserma di Napoli, come soldato?

Qualche tempo dopo il generale Cadorna, volle recarsi in pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo per conoscere di persona il frate cappuccino. Quando tra la folla P. Pio, gli passò davanti, si voltò nella sua direzione, gli sorrise e gli sussurrò: “Generale, l’abbiamo passata brutta quella notte!”. Concludiamo con un pensiero dello scrittore e giornalista inglese Gilbert Keith Chesterton (1874-1936): “Chi crede ai miracoli, lo fa perché ha delle prove a loro favore. Chi li nega lo fa perché ha una teoria contraria ad essi”.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.interris.it/rubriche/opinione/padre-pio-santo-presente-cuore-gente/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=giornaliera

Forma di governo, no ad una concentrazione eccessiva di potere.

Sul premierato la lezione di un maestro. Siamo lieti di ripubblicare questo articolo scritto per l’edizione de “Il Popolo” del 20 gennaio 1996. Titolo: Perché il cancelliere.

Per capire laicamente, e cioè senza paraocchi dogmatici, la discussione sulle riforme costituzionali in corso nell’Ulivo e nel confronto con il Polo (che non ha ancora chiarito una precisa posizione, quantomeno di partenza) occorre fare alcune distinzioni spesso dimenticate nella polemica di questi giorni.

In primo luogo (e stando alla lettera dei testi costituzionali) nessuna delle forme di governo ricomprese dalla dottrina nella forma di stato democratico può essere qualificata di per sé una dittatura o un potere “autoritario”. Ciò vale per il presidenzialismo statunitense, per il semipresidenzialismo francese, per il neo parlamentarismo (inglese, tedesco, spagnolo), per il parlamentarismo assoluto (assem-blearismo partitocratico). Si tranquillizzi dunque l’on. Veltroni: non abbiamo mai confuso l’esperienza della quinta repubblica, dopo la fine della guerra di Algeria, con quella di un potere dittatoriale.

Il problema riguarda i pericoli che una forma di governo, per i suoi criteri ordinativi e per il contesto italiano di questa fine secolo, potrebbe, con forti probabilità, provocare. Ad esempio la soluzione israeliana, che sta fuori dalle quattro forme classiche prima indicate, è la più esposta alla prospettiva di una iperconcentrazione di potere, appena tollerabile nel governo dei comuni italiani sopra i 15.000 abitanti: un premier eletto direttamente dal popolo insieme ad un parlamento che può sfiduciarlo solo a condizione di essere automaticamente sciolto.

Anche l’inamovibilità del presidente francese può provocare qualche deriva o tentazione di tipo monarchico: per limitarci alla dimensione meno compromettente, l’urbanistica di Parigi è stata guidata da Mitterand con effetti non troppo diversi da quelli memorabili realizzati a suo tempo da Sisto V per Roma. Ma la questione più delicata riguarda il contesto: quello italiano, con le note distorsioni oligopolistiche nel sistema radiotelevisivo ed in quello della grande finanza e della grande industria, con un numero di soggetti a questo livello assai ridotto rispetto a quello francese (e con una stampa in proprietà dei gruppi maggiori) accentuerebbe o no le virtualità monocratiche del semipresidenzialismo ?

Questi sono i termini veri della dialettica seria che si è sviluppata entro l’Ulivo; la nostra non è una semplice preferenza per il cancellierato o governo del primo ministro ma è una scelta per una forma di governo in cui la “leadership” sia rappresentativa di un partito o di una coalizione vincente; mentre rifiutiamo fughe in avanti che portano ad un leader messo in grado di “conformarsi” e “crearsi” una maggioranza a sua immagine e somiglianza. In questa ipotesi si rischia una concentrazione eccessiva di potere nel vertice dell’esecutivo quando la conformazione riesce (pensiamo allo scioglimento dell’Assemblea nazionale nel 1981 per decisione di Mitterand), mentre si incorre nel pericolo opposto (lunghi periodi di stallo tra esecutivo e legislativi) se si toglie al Presidente francese il potere di scioglimento libero dell’Assemblea, come suggerisce Sartori. 

E per questi motivi che non siamo favorevoli alla subordinata del semipresidenzialismo, tenuta in riserva dell’Ulivo: le subordinate non fanno cadere la principale solo se sono “interne” a questa, se riguardano scelte ed opzioni in qualche misura ricomprese nella scelta di fondo (ad esempio poteri maggiori o minori del governo in Parlamento); ma non è così quando la subordinata risulta sostanzialmente alternativa alla scelta preferenziale. Del resto proprio Martinazzoli ci invitava ad essere coerenti su questo punto, senza cedere alle sirene nuoviste dell’improvvisazione. 

Ciò non significa però che i popolari siano immobilisti e privi di fantasia istituzionale. Alla riunione dell’Ulivo gli esponenti del Ppi si sono recati con un trittico di riforme, tali da qualificare in senso originale il trapianto del cancellierato nell’ordinamento italiano. Nell’insieme delle proposte segnaliamo le più significative:

  1. a) si richiede durata minima di operatività per il governo (due anni) per corrispondere ad una esigenza di stabilità nella nostra vicenda politica contrassegnata da troppecrisi. La durata non garantisce in assoluto l’efficienza, ma ne è di regola una precondizione. Non sarà facile produrre una parziale stabilizzazione di tipo svizzero, ma la proposta, sia pure in via transitoria, andrebbe seriamente considerata (in pratica la mozione di sfiducia costruttiva non potrebbe essere presentata se non dopo due anni la elezione del Premier successivamente alle consultazioni elettorali politiche).

b) si domanda un ruolo forte per il governo nei procedimenti legislativi perché l’Esecutivo possa assumersi la piena responsabilità per l’attuazione del programma presentato agli elettori dalla coalizione vincente; inoltre il governo può impedire, e non solo a tutela degli equilibri tutelati dall’art. 81 Cost., deliberazioni parlamentari di maggiori spese o di minori entrate.

c) Si impone infine un drastico ridimensionamento della patologia dei decreti-legge, ammessi soltanto in materie costituzionalmente delimitate, con i requisiti di necessità e urgenza riconosciuti da una amplissima maggioranza parlamentare.

Perugia, il centro di Monni regola la partita per il comune.

Il sondaggio, commissionato dal giornale Umbria Journal in collaborazione con l’agenzia TGC Eventi, è stato condotto dall’Istituto demoscopico LAB21.01 sotto la direzione del Professor Baldassarri. Il campione è stato vagliato nei giorni 20-23 maggio. Di seguito il comunicato stampa diffuso ieri e in allegato, a fondo pagina, i risultati completi.

A poche ore dal buio dei sondaggi elettorali presentiamo in esclusiva l’ultima rilevazione in vista delle prossime elezioni comunali di Perugia.

L’istituto demoscopico LAB21.01 ha effettuato in questi giorni l’ultima rilevazione per testare la propensione al voto dei cittadini di Perugia.

Nell’indagine demoscopica realizzata dal Professor Baldassari, direttore generale di LAB21.01, la prima parte della ricerca è dedicata ad analizzare le principali criticità del comune di Perugia. In prima posizione il tema della sicurezza (39,6%), seguita dal degrado urbano (32,6%) e dall’inquinamento (30,8%).

La parte centrale della ricerca però, come prevedibile, è dedicata alle prossime elezioni comunali.

Il primo dato analizzato è quello dell’affluenza che a meno di 20 giorni dal voto tocca quota 67% in linea con le precedenti elezioni comunali del 2019. Emerge però un dato significativo: il 30% di coloro che dichiarano che andranno a votare il prossimo 8 e 9 giugno è ancora indeciso e si riserva di scegliere il suo candidato sindaco negli ultimi giorni dopo essersi confrontato con parenti, famigliare e amici. “Questa tendenza viene registrata anche a livello nazionale – spiega il Professor Baldassari – e dimostra come siano determinanti gli ultimi giorni di campagna elettorale”.

Il sondaggio pre-elettorale si concentra poi sulla propensione al voto che, spiega il Professor Baldassari “appare quanto mai incerta, le due candidate Margherita Scoccia e Vittoria Ferdinandi sono distanziate di 1 punto percentuale con un lieve vantaggio a favore della candidata del Centro Destra. Come direbbero gli Americani, un risultato too close to call che fa diventare determinante il ruolo degli altri candidati sindaco”. Infatti dall’indagine demoscopica appare evidente come da un lato sia marginale il ruolo di Leonardo Caponi e Davide Baiocco mentre dall’altro sembra determinante quello di Massimo Monni (Lista Perugia Merita) che, raccogliendo preferenze tra il 5% e il 7% sembra avere sempre più il ruolo di vero ago della bilancia a cui dipende l’esito della tornata elettorale.

 

I risultati del sondaggio