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La realtà della Brexit colpisce la Gran Bretagna

Lo realtà della Brexit ormai incombe sulla Gran Bretagna.

Nonostante tutto il clamore fatto quando il primo ministro Boris Johnson ha concluso l’accordo commerciale con Bruxelles la vigilia di Natale , l’inevitabile realtà di lasciare il territorio doganale e normativo dell’Unione europea ha già iniziato a farsi sentire.

Il fatto che l’accordo fosse stato concordato solo una settimana prima che entrasse in vigore significava che era inevitabile un’interruzione pericolosa per innumerevoli aziende che facevano affidamento su catene di fornitura senza soluzione di continuità.

Nonostante le ripetute affermazioni di Johnson secondo cui la Brexit è una grande opportunità per gli esportatori britannici la realtà è molto diversa.

Secondo quanto riferito, il pesce appena pescato viene lasciato a marcire poiché gli esportatori sono scettici sulla redditività nel lungo termine.

Nel giro di pochi giorni, si è passati dall’essere in grado di inviare cibo fresco a Madrid con un solo documento ad avere ben 26 passaggi burocratici per ogni transazione.

In un settore in cui i margini di profitto sono spesso ridotti, ogni ora trascorsa a lavorare intorno alla burocrazia è fondamentale sia per la freschezza del prodotto che per la produttività dell’azienda.

Settore che quindi potrebbe crollare nel giro di poche settimane, così come da avvertimenti delle società interessate.

Con questo fallimento e con la pandemia di coronavirus l’economia britannica si avvia verso una forte contrazione nel primo trimestre, portando il paese verso una doppia recessione.

Anche se dovrebbe, tutto ciò, essere fonte di imbarazzo per il Primo Ministro, le dichiarazioni pubbliche di Johnson in merito suggeriscono che è ignaro della realtà che molti stanno affrontando.

Quando è stato chiesto un commento sulle conseguenze immediate delle barriere commerciali implementate a seguito dell’accordo, un portavoce del governo britannico ha dichiarato a CNN Business:

“Fin dall’inizio eravamo chiari che avremmo lasciato l’unione doganale e il mercato unico, il che significava che ci sarebbero stati nuovi processi dopo la fine del periodo di transizione. Questi sono stati ampiamente comunicati attraverso la nostra campagna di informazione pubblica”.
Ma quello della pesca non è l’unico settore colpito.

Secondo un portavoce di Logistics UK, “a breve termine si tornerà ad un approccio più stagionale avendo a disposizione una gamma di prodotti più limitata tra cui scegliere”. Ciò potrebbe significare che dopo decenni di frutta e verdura fresca in ogni momento dell’anno, i britannici potrebbero dover iniziare a vedere le fragole come un regalo dell’estate.
La regione in cui la carenza di cibo potrebbe rapidamente diventare un vero problema è l’Irlanda del Nord, dove le immagini degli scaffali dei supermercati vuoti sono già circolate sui social media.
Inoltre non c’è molto ottimismo sul fatto che le cose miglioreranno nel prossimo futuro. Molti sono estremamente preoccupati che il graduale declino causato dalla Brexit alla fine porterà anche le più grandi banche del mondo verso l’Europa.

Presentato l’itinerario sinodale dell’Assemblea ecclesiale dell’America Latina

Il Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) ha presentato l’itinerario sinodale dell’Assemblea ecclesiale , con gli interventi, tra gli altri, del presidente dell’organismo, mons. Miguel Cabrejos, arcivescovo di Trujillo (Perù), del segretario generale, mons. Jorge Eduardo Lozano, vescovo di San Juan de Cuyo (Argentina), del card. Marc Ouellet, presidente della Pontificia commissione per l’America Latina, del card. Óscar Rodríguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa (Honduras), presidente del Comitato preparatorio, del presidente della Conferenza episcopale messicana, mons. Rogelio Cabrera López, arcivescovo di Monterrey.

“Tutti noi siamo discepoli missionari in uscita” è il titolo dell’assemblea che si svolgerà dal 21 al 28 novembre prossimi a Città del Messico.

Mons. Cabrejos, avvertendo che l’Assemblea sarà l’occasione per ringraziare, per contemplare, approfondire e ravvivare i frutti e il mandato che ci ha lasciato la quinta Conferenza generale di Aparecida ha chiarito che vuole accogliere il richiamo alla conversione, sotto vari punti di vista, che è giunto in questi anni dal magistero di Papa Francesco. La cultura dell’incontro sarà messa in atto per “dispiegare un’ecclesiologia del Popolo di Dio” attraverso un processo partecipativo di ascolto aperto a tutti, non solo di coloro che ricoprono incarichi di responsabilità formale nella Chiesa, nell’ottica di una “teologia della sinodalità, al quale apre nuovi cammini che i fedeli percorrono sulla via dell’evangelizzazione e dell’annuncio del Regno”.

Questa, inoltre, sarà un’assemblea mista. Cioè, alcune persone saranno presenti a Città del Messico e altre prenderanno parte da sedi alternative in ciascuno dei paesi che compongono il CELAM, l’America Latina e i Caraibi.

Digitalizzazione e innovazione: i risultati raggiunti nel 2020

L’emergenza dovuta al Covid-19 e le conseguenti restrizioni nei movimenti di persone con conseguenze su servizi e merci hanno reso necessario ricorrere alla via della decretazione di urgenza al fine di accelerare alcuni aspetti della digitalizzazione della Pubblica amministrazione.

Questo ha portato nel 2020 all’avanzamento della digitalizzazione nelle amministrazioni pubbliche con l’identità digitale Spid che ha superato i 16 milioni di utenti e l’app IO per accedere da smartphone ai servizi pubblici digitali che è stata scaricata da più di 9 milioni di cittadini; sostegno ai Comuni per avviare o completare la digitalizzazione dei servizi e alla banda ultra larga che ha raggiunto 1.715 Comuni delle aree bianche grazie all’intervento dello Stato.

Per chi volesse approfondire di tutti i risultati raggiunti nel 2020 grazie alle azioni messe in atto dal Ministero per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione, li potrà trovare  descritti dettagliatamente in un documento ad hoc disponibile in Rete.

Il fibroadenoma mammario

Il fibroadenoma mammario è un tumore benigno al seno che si sviluppa, soprattutto nelle donne giovani, di età compresa tra i 15 e i 30 anni.

In genere, è composto da un singolo nodulo (fibroadenoma semplice) ma esistono anche forme, seppur meno frequenti, costituite da più noduli che interessano uno o entrambi i seni (fibroadenomi multipli).

Di solito, il fibroadenoma non causa disturbi (asintomatico). Nella maggior parte dei casi è scoperto casualmente, in seguito ad un’ecografia mammaria o ad una mammografia. Se le sue dimensioni e la sua posizione nel seno lo consentono, può essere individuato dal medico durante una visita al seno o dalla donna stessa nel corso di un’autopalpazione.

Le cause dell’insorgenza di questo tumore benigno sono sconosciute. L’ipotesi è che nella sua formazione giochino un ruolo gli ormoni sessuali.

Non esistono comportamenti particolari per prevenire la formazione di un fibroadenoma. La diagnosi precoce può però essere favorita da controlli regolari e dall’autopalpazione del seno.

In caso di fibroadenoma, se l’ecografia o la eventuale biopsia hanno accertato la natura non maligna del nodulo e se lo stesso non aumenta velocemente di dimensioni, il trattamento può essere di tipo conservativo, verificando l’evoluzione del nodulo nel tempo mediante controlli clinici ed ecografici senza nessun particolare pericolo.
Tuttavia, nel caso in cui la presenza del fibroadenoma fosse associata a dolori o altri sintomi, se le sue dimensioni dovessero aumentare sopra i 3 centimetri o qualora fossero presenti un’anomala vascolarizzazione o bordi irregolari, il medico potrebbe consigliarne l’asportazione chirurgica.

Conte si dimetta, unico modo per ricucire la sua maggioranza.

L’unico dato inoppugnabile è che la crisi non è stata risolta dal voto della scorsa settimana. Come pure inoppugnabile è un certo incauto procedere, essendo chiaro che i messaggi ripetuti all’infinito, per i quali l’alternativa al governo Conte sarebbe solo il ricorso anticipato alle urne, non mordono la realtà della politica. Prima era evidente a pochi, adesso lo è a molti. Si cerca di recuperare un barlume di razionalità dopo giorni di polemiche incandescenti a cavallo della sfibrante e inutile verifica parlamentare.

D’altronde l’idea che una maggioranza si sfasci e dopo essersi sfasciata ambisca, nella sua versione rattrappita, a rivolgersi all’elettorato con speranza di successo, rientra nelle fantasticherie di leadership in affanno, senza un’adeguata percezione degli umori del Paese. Salvo miracoli, la scelta di far saltare il banco regalerebbe alle forze dell’opposizione lo spazio per una più che prevedibile affermazione elettorale. Poi, sulle conseguenze ci si può facilmente intendere, anche per i rischi di radicalizzazione. Dal Portogallo, chiamato ieri a scegliere il Capo dello Stato, viene un segnale inquietante: l’impennata dei consensi all’ultra destra.

Ecco, allora, che alle minacce deve subentrare la capacità di ascolto. In vista del confronto in Aula sulla relazione del Ministro Bonafede, con la vexata quaestio della prescrizione ancora aperta, parrebbe cosa logica la ripresa del dialogo con Renzi. Spetta a Conte decidere la modalità. A lui non sfugge che il tentativo di allestire un gruppo di transfughi e mettergli un cappello di autenticità, si è rivelata un’impresa avventurosa. E tale rimane in assenza di ragionamenti politici.

In effetti, Conte avrebbe dovuto dimettersi all’inizio della crisi – questa nostra testata lo aveva suggerito – invece di addentrarsi nel labirinto di sfide e controsfide. Tant’è che oggi, verificata la precarietà degli esiti, non manca una diffusa preoccupazione. In realtà, se non si materializza a breve giro il soccorso dei cosiddetti responsabili, s’impone al Presidente del Consiglio l’onere di rassegnare il mandato nelle mani di Mattarella. Lo stesso Di Maio ha messo un limite, quello delle prossime 48 ore, a tale ondeggiare tra baldanza e pessimismo che logora il quadro di governo. Non c’è dubbio che una nuova prova di forza in Parlamento si presenta a questo punto come la più arrischiata delle scelte a disposizione. 

Il tunnel delle dimissioni, anche se finora ostico agli occhi di Conte, può restituire dignità e nitore a una vicenda che nasconde pur sempre molte incognite, ma non per questo autorizza la rincorsa delle parti in conflitto alla posizione più appariscente e tuttavia più incongrua. Naturalmente il passaggio al Conte ter non è automatico, dipende in larga parte dalla robustezza di un disegno politico. È più ragionevole puntare a un “restauro creativo” della maggioranza pregressa piuttosto che inventare un’apposita anagrafe per alcuni parlamentari senza fissa dimora. Il centro europeista, saldo nei principi e forte nei programmi, richiede una complessa ritessitura nella società civile. Ogni combinazione opportunistica condotta all’interno del Palazzo ne svilirebbe la funzione potenzialmente rigenerativa del sistema politico italiano. Si tratta di un processo che esige rigore e pazienza, non la sbrigatività di un coagulo trasformistico. 

 

Quelle parole non dette

Ci sono momenti nella vita in cui basta una parola, una sensazione, un’immagine, un incontro per farci attraversare in un lampo tutto il tempo che ci appartiene e rivisitare il passato come se un raggio di luce inondasse improvvisamente la nostra esistenza, dandole quel senso che inutilmente andiamo cercando nella inconcludente abitudine dei discorsi complessi e delle spiegazioni razionali.

Il vero senso delle cose a volte si fa leggere con più spontaneità, emerge da solo, ci viene a cercare e ha radici lontane.

Aveva scritto Kant : ‘ci sono due cose che non cesseranno mai di stupirmi con rinnovata meraviglia, il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me’.

Un dentro e un fuori che ci accompagnano sempre e a cui spesso non sappiamo prestare la dovuta attenzione fermandoci un attimo per ascoltarne le voci.

Solitamente guardiamo altrove, sono più effimeri e accecanti i bagliori che ci affascinano e ci parlano di un presente che sfugge e di un futuro senza identità.

Non siamo più abituati al silenzio, al ricordo: quel vuoto ci spaventa o forse siamo semplicemente incapaci di conviverci, per questo gli opponiamo tutti i segni possibili e invadenti della nostra presenza.

Ma perderci nell’oblio, che è memoria e astrazione, aiuterebbe forse a ritrovarci con maggiore e più sincera intimità.

Credo che il rammarico più grande che possa impadronirsi di un uomo sia quello del bene non fatto.

Eppure la vita ci dispensa a piene mani le occasioni per essere buoni senza per questo essere eroi.

Raffaele Morelli mi aveva confidato in un’intervista di amare i quadri di Jan Vermeer, pittore olandese del ‘600,  dove fasci di luce inondano i piccoli gesti della quotidianità domestica.

Ciascuno potrebbe attingere da questa metafora il senso di un ravvedimento: guardarsi attorno per leggere con occhi nuovi e più benevolenza i segni delle presenze, a cominciare da quelle più vicine, che solitamente trascuriamo cercando l’alibi di verità lontane e irraggiungibili.

Non ho mai capito fino in fondo i silenzi di mio padre, ma li ricordo a uno a uno: se forse in quei momenti avessi saputo abbracciarlo ci saremmo aperti alla parola, spiegati, capiti.

Quelle parole non dette riecheggiano nella mia mente e le sento tutte come se fossero state pronunciate, perché bussano con insistenza alla porte del mio cuore e della mia coscienza.

Se c’è da far del bene, se si può tendere una mano, rischiarare un sorriso, pronunciare una parola di conforto, dare una carezza è meglio farlo subito, non rinviare nulla al domani.

Il bene intentato è un bene perduto.

Il ‘gusto’ di amare – mi aveva spiegato il Cardinale Tonini – è una sensazione ineguagliabile di pienezza della condizione umana, il modo più autentico dell’essere e dell’esserci.

La vera felicità è una felicità vuota, priva di tornaconti interessati: vivere la gioia del bene, non pentirsi mai di farne abbastanza, guardare agli altri come a un dono, un completamento, un fine.

Leggere nei sentimenti inespressi la potenzialità del presente, affinchè ogni gesto che ci attende si faccia carico del loro riscatto.

E fare tutto questo perchè dal bene germogli altro bene, donare per insegnare che l’esempio dimostra più di ogni dottrina, il gesto sa educare meglio di ogni convincente spiegazione.

Nel lungo cammino dell’umanità si ricompone il bene e il male di ciascuno di noi, tutto è importante affinchè di ogni singola esistenza nulla sia dimenticato e  la vita stessa si tramandi come grande speranza collettiva.

Chi viene dopo ha la possibilità di essere migliore.

Gabrielle Chanel. Manifesto di moda

Il Palais Galliéra, Museo della Moda di Parigi, che ha riaperto da poco dopo alcuni lavori di ampliamento, ospita fino al 14 marzo 2021 la prima retrospettiva francese di una “sarta” straordinaria, di cui si ricordano i cinquant’anni dalla scomparsa: Gabrielle Chanel (1883-1971). 

Coco Chanel, così si faceva chiamare, è stata la stilista più rivoluzionaria del Novecento. Ebbe un’infanzia turbolenta negli affetti e nella formazione (la prematura morte della madre e l’abbandono da parte del padre poi gli anni in affidamento alle suore del Sacro Cuore a Aubazine). Dopo i diciotto anni la ritroviamo commessa nella bottega Maison Grampayre a Moulins. Nello stesso periodo si esibisce anche come cantante in un caffè e, secondo racconti tramandati, nasce il soprannome Coco poiché intonava spesso la canzone “Qui qu’a vu Coco?”. Erano anni in cui Paul Poiret dominava la moda femminile. Gabrielle Chanel, nel 1912, andò a Deauville poi a Biarritz e Parigi per rivoluzionare il mondo della “couture” e generare un vero e proprio manifesto della moda. 

L’esposizione (più di 350 pezzi oltre a documentazioni varie), la cui direzione artistica è di Olivier Saillard, si sviluppa secondo uno schema cronologico. La prima parte rievoca i suoi inizi con alcuni pezzi emblematici, tra cui il famoso top da marinaio del 1916 in jersey (tessuto ritenuto ideale per morbidezza ed effetto estetico). L’itinerario espositivo prosegue con l’evoluzione dello stile: dai tubini neri e vari modelli sportivi dei ruggenti anni Venti per giungere agli abiti sofisticati degli anni Trenta. Un’intera stanza è dedicata al profumo N.5 creato nel 1921, la quintessenza dello spirito di Coco Chanel, una donna oltre il tempo come questa sua fragranza più nota.

“La moda passa, lo stile resta” ella era solita affermare, pensando alla fashion come necessità per ciascuno di distinguersi nel pieno rispetto della propria natura. In questa osservazione ritroviamo la sua personalità che con il gusto e l’alternanza del bianco e nero – allo scopo di rendere unica e speciale ogni figura femminile – cerca una sorta di “democratic style” (anche se, solitamente, le mode sono sempre di classe). Poi arriva la guerra e la chiusura della “maison”. Nel 1954, Coco ha 71 anni e si riappropria del “palcoscenico fashion” ancora per molto tempo, amata da prestigiose “clienti”, tra tutte Jackie Kennedy che, anche nel giorno dell’assassinio del marito, indossava proprio un tailleur Chanel.

La moda segue il trasformarsi della società e riflette il suo tempo. Chanel diceva che “essere plagiati è il più grande complimento che si possa ricevere: succede solo ai grandi”. Ed ecco che viene alla mente il mondo degli “influencers” d’oggi, persone che s’inseriscono fra le trame della comunicazione, che poco hanno a che fare con grandi protagonisti del passato come Gabrielle.

Conoscere alcuni artisti attraverso rassegne biografiche permette di comprendere la storia e, di conseguenza, ragionare su alcuni fenomeni del presente. 

Riguardo la moda, ciò che l’ha caratterizzata negli ultimi anni è la ricerca del vintage, la tendenza dello street style e l’attenzione rivolta a “hit girl” e star del mondo dello spettacolo, che divengono non solo testimonial, ma fonti di ispirazione e collaborazione anche per le case di moda. Gli accessori e le borse iconiche di tendenza diventano elementi indispensabili e rappresentano oggetto di desiderio per moltissime adolescenti, ragazze e donne. Una tendenza psicologica dell’imitazione diffusa nella quotidianità, scandita da repentini cambiamenti e bombardamenti visivi e sonori. Su questo tema si deve riflettere perché, come ha constatato il sociologo Georg Simmel, “L’imitazione corrisponde ad una delle tendenze fondamentali della nostra natura … quella che si appaga nel fondere il singolo con l’universale e accentua il permanente nel cambiamento. Ma quando, viceversa, si ricerca il cambiamento nel permanente, la differenziazione individuale, il distinguersi dalla generalità, allora l’imitazione è un principio negatore e ostacolante”. Insomma, il solito dilemma della moda: desiderio di cambiare e tendenza ad uniformarsi.

La moda è dunque testimonianza del presente, espressione collettiva del momento in forma più incisiva di altre creazioni visive. Essa riveste un ruolo sociale importante e vive fino a quando è in voga. In tal senso rappresenta la caducità dell’esistenza. Un elemento che sembra appagare e rendere felici, ma che in realtà rimane alla periferia della nostra personalità, giocando con emozioni che nascondono pulsioni ed esigenze della profondità umana. Coco Chanel diceva che “la felicità non è altro che il profumo del nostro animo” quindi non omologazione, ma unicità dell’individuo e la giusta distanza da un consumismo sfrenato.    

 

L’Esercito della Salvezza premia Antonio Casùla.

La gentilezza delle parole crea confidenza, quella nei pensieri crea profondità, mentre quella nelle azioni crea amore. L’amore di aiutare gli altri, anche quando siamo noi ad avere bisogno, non ha prezzo. Come insegnava la filosofa cristiana Edith Stain, nell’amore per l’altro riscopriamo quello per noi stessi; ci riconosciamo in quanto persone solo quando ci riconosciamo nell’alterità di un altro. Questo messaggio filosofico e religioso c’è chi lo incarna, tutti i giorni, nel servizio per gli altri.

Antonio Casùla, sardo trapiantato a Roma, ha ottenuto da parte dell’Esercito della Salvezza (Salvation Army), reparto mensa di Roma, la targa onorifica per la zelante collaborazione al reparto mensa per oltre dieci anni. Il sign. Casùla, ritirandosi dal servizio in maniera formale, è rimasto disponibile in maniera informale e gratuita per aiutare i poveri e gli indigenti della Capitale, attualmente facenti parte del progetto dell’Esercito della Salvezza. In un periodo così difficile come quello che stiamo vivendo rincuora sapere che esistono ancora persone che dedicano parte del loro tempo a sostenere, senza fini di lucro, pie istituzioni, in modo che sempre meno persone restino indietro. Ma non solo loro: anche la Caritas diocesana, la Mensa Caravita, il Circolo San Pietro, ed altre organizzazioni che si prendono cura dei poveri di Roma e non solo.

Come ha testimoniato il Tenente Gildas Ouakatoulou, ufficiale dell’Esercito della Salvezza a Roma, “anche quando si è in pensione, come nel caso del sign. Casùla, la vita non è finita e può sempre fiorire”. Donandosi si riceve qualcosa; ma dimenticando di sé stessi, a volte, ci si ritrova. 

I Paesi arabi e le obbligazioni del Tesoro statunitense

Gli investimenti dei Paesi arabi nelle obbligazioni del Tesoro statunitense hanno raggiunto, alla fine di novembre scorso, la cifra di 262,1 miliardi di dollari, il 3,7 per cento del totale mondiale, pari a circa 7.054 miliardi di dollari.

Sono 12 i Paesi arabi che investono nel debito sovrano di Washington: il primo fra questi è l’Arabia Saudita, la cui quota raggiunge il 52,5 per cento del totale e quasi il 2 per cento degli investimenti globali.

Gli investimenti sauditi nelle obbligazioni Usa sono cresciuti a novembre per il quarto mese di fila, fino a raggiungere i 137,6 miliardi di dollari, contro i 134,2 miliardi di dollari di fine ottobre 2020.

La seconda posizione fra gli investitori arabi è occupata dal Kuwait, con 46,1 miliardi di dollari (il 17,6 per cento regionale, lo 0,7 per cento globale), e la terza dagli Emirati Arabi Uniti, con investimenti pari a 36,8 miliardi di dollari, circa il 14 per cento della somma regionale e lo 0,5 per cento su scala globale.

Maya Weug diventa la prima donna pilota a guadagnarsi un posto nella Ferrari Driver Academy

Maya Weug ha fatto la storia diventando la prima donna pilota ad entrare a far parte della Ferrari Driver Academy.

Weug, 16 anni, è stata selezionata dalla fase finale dell’iniziativa Girls on Track – Rising Stars, un programma gestito congiuntamente dalla Ferrari e dall’ente di governo del motorsport, la FIA.

Il campo di valutazione si è svolto presso la sede della Ferrari a Maranello, in Italia, e ha visto Weug battere la concorrenza della 17enne Doriane Pin, della 14enne Antonella Bassani e della 15enne Julia Ayoub.
Maya ha debuttato con i kart in tenerissima età. Aveva sette anni e già sfidava i maschietti in pista. I suoi sogni si sono sempre più allargati, fino a questa chiamata da parte della Ferrari.
Finora sono stati quattro gli studenti a passare dall’Accademia alla Formula Uno, incluso l’attuale pilota Ferrari Charles Leclerc.
Inoltre dobbiamo ricordare che, al momento,  solo due donne, Maria Teresa de Filippis nel 1958 e Lella Lombardi nel 1975, hanno corso in un gran premio di F1 e solo sei hanno partecipato a un weekend di gara.

Slitta dal 1 all’8 febbraio l’invio dati del Sistema Tessera Sanitaria

I soggetti tenuti alla trasmissione delle spese sanitarie avranno più tempo per inviare i dati relativi al 2020. Gli operatori, infatti, rispetto alla scadenza prevista del 31 gennaio, avranno 8 giorni in più per l’invio al Sistema Tessera Sanitaria dei dati relativi alle spese sanitarie e ai rimborsi effettuati nel 2020. L’estensione del termine va incontro alle esigenze rappresentate dalle categorie, anche in considerazione delle criticità tecniche di trasmissione riscontrate nei giorni scorsi. La proroga del termine si intende riferita alla trasmissione di tutte le spese sanitarie sostenute nel 2020, da parte di tutti i soggetti tenuti a tale obbligo.

Cambiano i tempi per l’opposizione all’utilizzo dei dati – In osservanza del sistema di tutela della privacy approvato, è prorogato anche il termine entro il quale i contribuenti potranno comunicare il proprio rifiuto all’utilizzo delle spese mediche sostenute nell’anno 2020 per l’elaborazione del 730 precompilato. Coloro che vorranno esercitare la facoltà di opposizione potranno quindi trasmettere il modello direttamente all’Agenzia delle Entrate fino all’8 febbraio 2021 oppure accedere, dal 16 febbraio 2021 al 15 marzo 2021, direttamente all’area autenticata del sito web del Sistema Tessera Sanitaria (www.sistemats.it).

 

La nuova monoterapia per il trattamento di prima linea di pazienti affetti da neoplasia ematologica rara.

Assorted pills

La Commissione Europea ha approvato Elzonris (tagraxofusp) di Menarini come monoterapia per il trattamento di prima linea di pazienti adulti affetti da neoplasia a cellule dendritiche plasmacitoidi blastiche (BPDCN), una neoplasia ematologica rara e aggressiva con prognosi severa.

La decisione della CE fa seguito al parere positivo adottato dal Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell’Agenzia Europea per i Medicinali a novembre 2020 e si basa sul più ampio studio prospettico mai condotto in pazienti con BPDCN naïve al trattamento o precedentemente trattati.

Elzonris ha ricevuto la designazione di farmaco orfano in Europa, ed ora è il primo trattamento approvato per i pazienti con BPDCN e la prima terapia mirata contro il CD123 disponibile in Europa, in risposta ad un importante bisogno terapeutico.

Giovani e politica: è il momento giusto? Ratti: “Siamo a un punto di svolta”

Articolo pubblicato sulle pagine di Agensir a firma di Gianni Borsa

Si può domandare a un giovane di impegnarsi in politica? O quanto meno a interessarsene, tenuto conto che attraverso la politica (se ben intesa…) si regola la vita civile, si interviene sull’esistenza quotidiana delle persone, si può cercare di costruire il bene comune? Un nuovo volume – promosso dalla Fondazione Lazzati e dall’associazione Città dell’uomo di Milano, frutto di una lunga ricerca che ha coinvolto diversi giovani – rimette al centro la questione: si intitola “Aprire percorsi. Per un impegno da giovani credenti in politica” (In Dialogo 2020), a cura di don Walter Magnoni, Mario Picozzi e Alberto Ratti. Ne discuteranno lunedì 25 gennaio (ore 18.45-20.00) don Bruno Bignami, direttore Ufficio nazionale per i problemi sociali e lavoro della Cei, Giorgio Vecchio, storico dell’Università di Parma, e Isabella Stoppa, consigliera comunale di Corsico (Milano). L’incontro si terrà on-line (per partecipare è necessario iscriversi a questo link: https://forms.gle/XVQ29kpxvfGYRA4JA).
Ne parliamo con uno dei curatori, Alberto Ratti, 33 anni, milanese trapiantato a Monza, è impiegato nell’amministrazione e gestione del personale in una storica scuola paritaria della città. Impegnato da anni in Azione cattolica, dal 2010 al 2012 è stato presidente nazionale maschile della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana).

“Aprire percorsi” è il titolo del volume: ebbene, quali percorsi?
Il titolo del volume richiama indirettamente l’invito che Papa Francesco ha rivolto a tutti i fedeli dalle pagine della sua prima esortazione apostolica Evangelii gaudium, quello cioè di “iniziare processi più che possedere spazi”. Francesco affermava, poi, come “il tempo sia superiore allo spazio”, invitando a lavorare a lunga scadenza e senza l’ossessione dei risultati immediati, in contrasto con il pensiero comune e i modelli più in voga nella nostra società. Si tratta, quindi, di rimettersi in gioco e di provare a sperimentare nuove strade e nuove soluzioni per avvicinare le giovani generazioni all’impegno socio-politico, senza predeterminarne l’esito e senza l’ansia dei numeri e di quanti vi parteciperanno. Rispetto al passato – recente o non – è utile che le persone interessate non siano più soltanto dei meri fruitori o uditori, ma soggetti attivi e partecipi delle diverse iniziative. La proposta è quella di suggerire percorsi di discernimento che partano da casi concreti, dall’esperienza sociale in senso ampio, per far capire le ricadute politiche di determinate azioni e invogliare le persone a impegnarsi e spendere il proprio tempo per gli altri e per il bene delle comunità in cui vivono.

Il volume si apre con una prospettiva storica, insistendo sulle scuole di formazione politica realizzate in diocesi di Milano, dalla metà degli anni ’80, su sollecitazione del card. Martini: quali gli obiettivi di allora?
Erano principalmente tre: fare memoria, conoscere, partecipare per progettare. Il primo obiettivo (“fare memoria”) era quello di fornire strumenti e categorie di pensiero agli interessati a un impegno diretto, facendo loro comprendere i grandi processi storici e le modalità d’impegno dei cristiani nella società. L’obiettivo “conoscere” voleva contribuire a far avere sempre più chiari gli elementi principali della Dottrina sociale della Chiesa e le dinamiche mutevoli della realtà contemporanea. Il terzo obiettivo cercava di dare concretezza ai primi due, individuando possibili luoghi di impegno diretto. Lo stesso Martini, profeticamente, intendeva così offrire percorsi per far vivere la città con maggiore coscienza, in modo che ci si potesse inserire in maniera consapevole e creativa all’interno del tessuto sociale delle varie comunità sui territori.

A che punto siamo con la formazione all’impegno socio-politico? Diocesi e parrocchie mostrano una sensibilità diffusa in questo ambito? Nelle comunità si coltivano le vocazioni al servizio al bene comune?
Possiamo e dobbiamo essere a un punto di svolta; la situazione del Paese e dell’Europa ce lo chiede. Per noi cristiani è un imperativo morale irrinunciabile. Questi ultimi decenni, infatti, sono stati caratterizzati da una generale crisi di partecipazione, civile e non, come se quanto accade intorno a noi non dovesse importare tutti o interessarci. Ciascuno ha guardato al proprio tornaconto personale, dimenticando le situazioni di fragilità e di povertà. Le diocesi e le parrocchie, allora, vanno ridestate dal torpore e dall’inattività degli ultimi tempi; vanno responsabilizzate, affinché la formazione socio-politica non venga tralasciata, ma ripensata e riproposta in forme nuove, che sappiano educare al confronto e al dialogo, all’ascolto profondo delle situazioni, a un discernimento reale sulle decisioni importanti da prendere. Il pontificato di papa Francesco ha ridato energia e slancio da questo punto di vista, senza tarpare le ali, ma spronando i laici e le laiche ad assumersi le proprie responsabilità anche nello spazio pubblico, senza aspettare il permesso di chicchessia.

Dal Concilio alla Laudato si’ e alla Fratelli tutti, il magistero abbonda di indicazioni a una responsabilità laicale nella “città dell’uomo”. Ma a volte sembra che certe indicazioni rimangano sulla carta. Cosa ne pensa?
Credo innanzitutto che i testi di riferimento – magisteriali e non – debbano essere letti, approfonditi, conosciuti. Questo è il primo passo da compiere. La politica è una tecnica e come tale va trattata: servono allenamento, studio, riflessione, sacrificio, impegno e dedizione. Non può essere improvvisazione. Sono necessarie, poi, tanta preghiera e tanta ascesi: molti dei politici cattolici che hanno ricostruito l’Italia erano grandi uomini di fede, in dialogo continuo con la trascendenza, consapevoli che la Provvidenza agisce nelle pieghe del tempo attraverso le vite degli uomini e delle donne che essa incontra sulla sua strada. Il terzo passaggio, infine, per niente semplice, è quello di incarnare ogni giorno i valori a cui ci si ispira, affinché diventino esempio convincente per tutti. L’icona che deve accompagnare l’impegno di ciascuno è quella della lavanda dei piedi, il gesto politico più rivoluzionario di tutti i Vangeli: il vero potere è servire e chinarsi sugli altri.

In un tempo tanto complesso abbiamo bisogno di “luoghi per pensare”. Dalla vostra ricerca sembra emergere questa forte indicazione…
Questo è fondamentale ed è il messaggio più forte del volume: abbiamo bisogno di comprendere ancora una volta l’importanza e la centralità della politica, nonostante la sfiducia che circonda questa parola. La politica è lo strumento privilegiato per organizzare la convivenza pacifica sulla terra, per migliorare le condizioni di vita delle persone. Abbiamo bisogno di luoghi che ci aiutino a “pensare politicamente”, a riflettere e studiare le questioni in maniera approfondita e multidisciplinare, senza integralismi o soprannaturalismi di sorta.La laicità della politica, infatti, fonda e provoca radicalmente la responsabilità dei laici cristiani: essa ci chiama a un forte senso della storia e dei mutamenti, prospettando quegli interventi necessari a rendere più umana la realtà in cui viviamo.

Ricordo di una conversazione con Marcello Pera – ex Presidente del Senato

Tratto dal libro “Dove va la politica? Dialoghi con personaggi della politica italiana” – edizioni Selecta, 2011 (a cura del Centro Culturale Giorgio La Pira di Pavia)


Presidente Pera, nel Suo libro “Perché dobbiamo dirci cristiani – il liberalismo, l’Europa, l’etica” ed. Mondadori – dicembre 2008, Lei affronta tematiche essenziali alla comprensione delle derive culturali del nostro tempo e fondamentali per dare un senso e un orientamento alla nostra civiltà. Quali sono le ragioni di questa profonda e organica riflessione?

Parto da un dato, che è ormai molto riconosciuto. Stiamo attraversando una crisi che ha molti aspetti e cause, ma con una componente principale: quella morale e spirituale. In una parola, non sappiamo più bene chi siamo, quali sono i capisaldi della nostra cultura, quelli che dobbiamo conservare per evitare che essa degeneri o si affievolisca o scompaia. Le parole “dialogo”, “tolleranza”, ospitalità”, “multiculturalità” sono lì a dimostrare l’esatto contrario di ciò che vorrebbero denotare, cioè la forza dei nostri regimi liberaldemocratici. Invece sono il rivestimento verbale nobile della nostra debolezza. Non sapendo rispondere alle domande: chi siamo? In che cosa crediamo? preferiamo dire che siamo aperti a tutto e tutti. Questo è precisamente il segno della crisi.

Uno dei temi più affascinanti che Lei prende in considerazione sotto il profilo culturale è quello della correlazione tra dottrina liberale e religione cristiana come suo fondamento. Scrive infatti: “liberalismo e cristianesimo sono congeneri, togliete al primo la fede del secondo e anch’esso scomparirà”. Ci spiega il significato di questa affermazione?

Il liberalismo, basta guardare alla sua storia a partire almeno dal Seicento, è la dottrina dei diritti individuali inviolabili o, come si diceva un tempo, dei diritti naturali. Io sono diverso da te in tutto: forza, ricchezza, aspetto, status sociale, eccetera, ma io sono libero come te e uguale a te. Perché io sono persona, ho dignità in sé, sono meritevole di rispetto in quanto uomo. Si badi bene: in quanto uomo, prima ancora che in quanto cittadino. Ora la questione è: da dove deriva questa uguaglianza di diritti inviolabili? Da che cosa dipende questa intrinseca libertà e uguaglianza di tutti, ribadisco tutti, gli uomini? Deriva da una fede: che gli uomini sono stati creati a immagine e somiglianza del loro Creatore. Perciò esiste la famiglia umana, perciò siamo tutti fratelli, perciò abbiamo tutti gli stessi diritti. Chiaramente, questa è la fede giudaico-cristiana. Che i diritti naturali o fondamentali si siano poi “laicizzati”, che siano diventati norme di diritto positivo e costituzionale, non elimina questa genesi concettuale, non solo storica. Senza la fede nell’uomo immagine di Dio non ci sono le nostre libertà, o, se ci sono, sono sempre a rischio.

Il Suo argomentare non poggia tanto sulla folgorazione di una conversione ma sulla razionalità logica di una scelta fondante: senza l’etica cristiana si assisterà al declino del pensiero occidentale fino al suo tramonto. E’ così? E allora perché l’Europa – culla della civiltà occidentale –  ha finito con l’essere il continente più scristianizzato al mondo, al punto di negare una matrice culturale e quindi una identità cristiana nei suoi atti costitutivi?

Questa Europa è post-cristiana e anticristiana. È anche colpevolmente immemore: non si ricorda più quali tragedie visse quando divenne pagana e materialista. Antifascismo e anticomunismo (ma più il primo che il secondo) sono considerati valori, sono predicati e celebrati. E però si dimentica che fascismo e nazismo e comunismo e antisemitismo furono i frutti dell’Europa anticristiana. Oggi l’anticristianesimo esplicito di allora è sostituito dal laicismo, dal relativismo, dallo scientismo. Il cristianesimo, i valori cristiani, la tradizione cristiana sono considerati un freno al progresso morale, alla conoscenza scientifica, alla libertà civile. Si pensa di essere liberi senza fede, senza verità, senza responsabilità. C’è chi dice che questo dipende dall’illuminismo, ma è in gran parte un errore perché Locke, che dell’illuminismo pose le basi, e Kant, che ne fece sistema, pensavano esattamente l’opposto. Erano laici che tributavano omaggio al cristianesimo. A mio avviso la principale causa dell’apostasia del cristianesimo in Europa dipende dal fatto che l’Europa, ancora afflitta dai sensi di colpa, cerca di rifiutare qualunque pensiero sufficientemente forte da darle identità e cerca di evadere da qualunque posizione sufficientemente decisa che importi responsabilità. Quasi preferisce perdere se stessa pur di non dichiarare quello che è o vuole essere.

Leggendo il Suo libro ci si imbatte in un quesito culturale quanto mai vivo e attuale: quali sono le difficoltà intrinseche nel concetto e nella pratica della multiculturalità? Cioè a dire: fino a che punto è possibile realizzare un dialogo tra culture e religioni senza che ne vengano compromesse le reciproche identità? Dobbiamo temere un futuro di relativismo etico, una sorta di ‘notte in cui tutte le vacche sono nere’, per dirla con la filosofia? Fino a che punto dunque si po’ parlare di dialogo interculturale piuttosto che di dialogo interreligioso? 

Un dialogo interreligioso lo ritengo impossibile, per una ragione concettuale decisiva: ogni religione è un sistema vero costituito attorno ad un nucleo dogmatico creduto per fede. Il cristianesimo, in più, è costituito attorno ad un fatto: che Dio è entrato nella storia facendosi uomo in Gesù Cristo. Questi nuclei e questi fatti non possono essere messi in discussione: o li si ammette o, se li si rifiuta e corregge, si è fuori da quella religione. Ma un dialogo richiede esattamente il contrario: che non ci siamo dogmi né fatti indiscutibili, che le verità possono essere corrette. Per questo il dialogo fra le religioni, “in senso stretto”, come dice il Papa, non è possibile: nessun fedele può mettere tra parentesi la propria fede o sottoporla alle critiche. Con le culture il discorso è diverso. Le religioni non sono solo sistemi di fede, hanno delle conseguenze morali e culturali. Ad esempio, come ho detto prima, una conseguenza del cristianesimo è l’idea della fratellanza umana, della uguaglianza. Queste idee benché di origine religiosa non sono solo religiose, possono perciò essere condivise anche da credenti di religioni diverse. Perciò quando la discussione si sposta dal piano strettamente religioso a quello culturale, il dialogo, che prima era impossibile, diventa possibile, e anche fecondo. Si può discutere, ad esempio, se l’uguaglianza, la parità uomo-donna, il rispetto per i deboli, il valore della vita, la dignità della persona siano valori culturali migliori dei loro opposti. Naturalmente, la discussione non è facile, condizionata com’è dalla religione di sfondo, ma non ha ostacoli di principio. Con un po’ di sforzo di volontà ci si intende. È su questo terreno che possiamo e dobbiamo discutere con gli islamici.

Il “Velut si Christus daretur” ha prodotto i migliori risultati, infatti la scelta cristiana di darsi a Dio ha grandi vantaggi anche nell’etica pubblica: dare senso e dignità alle nostre azioni, operare secondo coscienza, agire per realizzare con onestà il bene comune. Sono questi i fondamenti etici cui possiamo ispirarci per  restituire una direzione di marcia a questa epoca così ibrida e attraversata da mille conflitti e contraddizioni morali? Senza un “faro” che illumina la via della verità e del bene potremmo orientarci da soli?

Per un laico, “velut si Christus daretur” vuol dire una cosa importante: che esiste un limite, che non tutto è concesso, che la nostra libertà non è arbitrio o licenza. Insomma, che non c’è libertà senza verità. La conseguenza di questa ammissione, specie per la nostra vita morale, è enorme: ammettere il senso del limite, che vuol dire il senso del proibito, del peccato, del non fattibile, aumenta la nostra responsabilità. Se hai un modello in un Uomo da seguire, se riconosci i suoi Comandamenti, se non pensi che tu sei arbitro assoluto del bene e del male, allora non ti lascerai andare a qualunque libertà ti convenga o a qualunque diritto ti torni utile o a qualunque conquista ti faccia felice. 

Quali spunti e motivi di riflessione possono offrire i quesiti etici e culturali da Lei posti ad un dibattito politico fondamentalmente orfano delle ideologie e del pensiero ‘alto’ ma prigioniero di temi asfittici e caratterizzato da conflittualità radicate?

Ho parlato di responsabilità, e questo credo che sia il punto vero. Le ideologie tramontate ci hanno lasciato il vuoto e il nichilismo. Oggi si crede che questo vuoto ciascuno possa riempirlo alla propria maniera. Ma questo è pernicioso, occorre una cornice di principi e valori fondanti. Questa cornice la politica non la dà, ridotta ormai com’è a amministrazione, quando va bene. E siccome non la danno più neppure le ideologie, io credo che una riflessione su se stessi, un recupero di interiorità e spiritualità, sarebbe cosa assai utile.

Il Suo dialogo con Papa Benedetto XVI – che ha scritto la prefazione al Suo testo– si era già concretizzato nel 2004, con la pubblicazione del precedente libro, “Senza radici” scritto con l’allora Cardinal Ratzinger. Del Santo Padre Lei ha scritto: “di Ratzinger posso dire che questo mio lavoro non ci sarebbe stato se lui non avesse scritto, parlato e non testimoniasse ciò di cui scrive e parla”. Scrive a Sua volta il Papa: “Il liberalismo per essere fedele a se stesso può collegarsi con una dottrina del ‘bene’ in particolare quella cristiana che gli è congenere offrendo un contributo al superamento della crisi”. Questa affinità di pensiero spiega anche il concetto stesso che sta alla base della Sua recente opera e cioè la correlazione possibile e utile tra liberalismo e cristianesimo?

Direi di sì. Il liberalismo, specialmente ora che siamo tutti liberali, a cominciare dagli ex-comunisti, gode tuttavia di vita grama e difficile. Anche fra i cattolici. Chi lo osteggia a causa dell’eredità anticlericale ottocentesca, chi ne diffida a causa della sua alleanza col capitalismo, chi lo sospetta di atteggiamenti antireligiosi, a causa della sua idea della piena libertà di coscienza. Io ho cercato di mostrare che il liberalismo è una dottrina impegnativa e esigente, non quella del ciascuno faccia come gli pare come oggi si crede. E per farlo mi sono richiamato alle sue radici concettuali cristiane. Credo che il Papa sia sta colpito da questo punto: se il liberalismo è autentico, non c’è ragione neanche da parte della Chiesa di dubitarne, come ha fatto più volte in passato. Qui dobbiamo superare il passato, quando i liberali erano anticlericali e i cattolici clericali, quando la Chiesa era una potenza terrena e il liberalismo una forza antagonista. In questo senso, del liberale che si riconosce nelle sue radici religiose, il mio libro può essere anche un contributo a superare una disputa storica fra laici e credenti. Quella storia è finita. O meglio: a quella storia dobbiamo porre fine se vogliamo salvarci.

Solo la speranza colma la frattura tra la condizione percepita dalla ragione come ‘necessaria’ e la realtà delle cose. Possiamo allora dire con Charles Peguy  “la fede che più amo è la speranza”. A chi si rivolge il laico e liberale Marcello Pera per coltivare le ragioni di una possibile speranza?

Mi piace la frase di Peguy. Ne condivido lo spirito. Perciò mi rivolgo in primo luogo a me stesso e a tutti quelli che hanno le mie stesse preoccupazioni. I tempi non sono facili. Occorre la speranza, che però è una virtù forte, non la semplice attesa di chi si lascia andare convinto che poi le cose si aggiusteranno da sé. Mi piacerebbe che i miei interlocutori discutessero e almeno prendessero in considerazione i problemi che ho sollevato. Purtroppo, specialmente con i cosiddetti “laici,” siamo ancora alla fase della denigrazione e della derisione o della supponenza. È in crisi anche il costume intellettuale.

Presidente, mi pare che il senso più compiuto della Sua riflessione vada oltre il celebre “perché non possiamo non dirci cristiani” di Benedetto Croce. Si tratta infatti di spiegare convintamente le ragioni per cui “dobbiamo” dirci cristiani. Essere fedeli fino in fondo ad una tradizione di cui siamo figli. E’ così?

Per me, è così. “Dobbiamo” indica un impegno morale, e lo sforzo intellettuale e pratico per realizzarlo.

Luigi Bottazzi: Un’esperienza di formazione sociale e politica. I Gesuiti a Reggio Emilia.

Riportiamo la premessa al libro “Un’esperienza di formazione sociale e politica. I Gesuiti a Reggio Emilia” di Luigi Bottazzi edito da Bizzocchi editore € 20, con una prefazione a firma di padre Arturo Sosa S.J. Preposito Generale della Compagnia di Gesù.

PREMESSA 

L’idea di fondo del volume nasce dall’intento  di documentare una  singolare esperienza di formazione sociale e politica che i Padri Gesuiti milanesi  svolsero a Reggio Emilia negli anni’60 quando la società italiana manifestava  i primi vigorosi processi di cambiamento nel nuovo clima innescato dal Concilio Vaticano II.  

Nel volume si riportano gli atti del Convegno di studi  tenuto il 27 gennaio 2018 su “ Dalla formazione sociale all’etica. Una storia italiana, un’esperienza emiliana :la Scuola dei gesuiti al Centro S. Cuore di Baragalla “. E’ possibile vedere la registrazione utilizzando il QR codelink Video nell’ultima  pagina di questo volume.

La nostra è una ricerca storica, in larga misura inedita, sulla presenza, sulla attività e, più in generale, sulla “missione” a Reggio Emilia dei Padri Gesuiti che provenivano dal Centro San Fedele di Milano. La loro sede era nel nuovo Centro del Sacro Cuore, aperto nel 1958, a Baragalla di Reggio Emilia.

La Scuola Superiore di Scienze Sociali (1959-66) ,era preposta , “a preparare i giovani cattolici alla migliore assunzione delle responsabilità pubbliche” offrendo “un sicuro orientamento ideologico per una esatta comprensione della vita politica contemporanea da considerarsi indispensabile a chiunque voglia operare in senso cristiano per il bene della società”. 

La “Scuola “ fu la prima sistematica esperienza italiana di formazione socio-politica in campo cattolico. Essa ha precorso di diversi lustri le “scuole di formazione all’impegno sociale e politico” promosse sistematicamente dalla CEI solo negli anni ‘90. 

Dalla ricerca emerge infine che i “costruttori” della Scuola sono stati fra gli ideatori-fondatori della prima Facoltà di Sociologia in Italia. Nel 1961 nasce infatti a Trento l’Istituto Superiore di Scienze Sociali, con l’apporto scientifico di padre Luigi Rosa S.J., teologo e giurista, e di Giorgio Braga, uno dei primi accademici docente di sociologia.

Un  gruppo di contributi viene dedicato anche  ai “Convegni degli Ex-Allievi” della Scuola, ove sono raccolti scritti, testimonianze, relazioni, tutti inediti, che danno il senso di quanto sia stata rilevante e “unica” questa realtà formativa e di quanto sia stato ampio l’irradiamento spirituale e culturale portato in terra emiliana.

Sento l’obbligo di ringraziare , con particolare gratitudine, Padre Arturo Sosa S.J. ,Preposito Generale della Compagnia di Gesù, per la puntuale prefazione al mio lavoro , mentre un sentito grazie va a Padre Bartolomeo Sorge S.J. e a Padre Diego Brunello S.J. per i preziosi consigli ricevuti.

 

Covid: è fuga nelle campagne, solo lo 0,3% di contagi

Appena lo 0,3% dei contagi colpisce le campagne dove in molti sognano di trasferirsi per sfuggire ai pericolosi assembramenti delle grandi città senza limitare la possibilità di movimento, grazie ai grandi spazi disponibili. E’ quanto afferma la Coldiretti sulla base delle denunce complessive di infortunio da Covid 19 al 31 dicembre 2020 registrate dall’Inail che evidenzia come la percentuale più bassa di contagi tra le diverse attività si sia verificata proprio in agricoltura dove peraltro non si è mai smesso di lavorare durante l’anno per garantire le forniture alimentari degli italiani.

Il lavoro in campagna risulta essere iù sicuro perché garantisce il rispetto delle distanze che nelle aree rurali – sottolinea la Coldiretti – si misurano in ettari e non in metri ma ad essere meno pericolosa è anche la vita nei borghi rispetto alle metropoli segnate da una forte densità di popolazione. Nei 5500 piccoli comuni italiani con meno di 5mila abitanti il distanziamento è infatti garantito – precisa la Coldiretti – per i 10 milioni di abitanti che dispongono di oltre il 54% del territorio nazionale mentre i restanti 50 milioni devono dividersi il resto dello spazio.

Il risultato è che – continua la Coldiretti – si è verificato un aumento del 29% delle ricerche di case in campagna, nei borghi e nei piccoli comuni per la voglia di maggior sicurezza e ma anche di una migliore qualità della vita, secondo l’analisi dell’Ufficio Studi Idealista rispetto al periodo pre-Covid.

Un situazione di maggiore tranquillità riconosciuta dallo stesso ultimo DPCM che, come chiarito dalla FAQ del Governo, consente – precisa la Coldiretti – a chi vive in un Comune fino a 5.000 abitanti di spostarsi anche entro i 30 km dal confine del proprio Comune (quindi eventualmente anche in un’altra Regione o Provincia autonoma), con il divieto però di recarsi nei capoluoghi di Provincia. Inoltre anche a chi vive in città è offerta la possibilità di muoversi per lo svolgimento di attività lavorativa su superfici agricole, anche di limitate dimensioni, adibite alle produzioni per autoconsumo, non adiacenti a prima od altra abitazione anche al di fuori del Comune ovvero della Regione di residenza, sia per i residenti nelle zone rosse che arancioni.

Una precisazione importante che – precisa la Coldiretti – consente gli spostamenti per 1,2 milioni di italiani che fanno gli agricoltori solo per passione coltivando appezzamenti di terreno pubblici o privati per garantirsi cibo genuino e trascorrere un po’ di tempo all’aria aperta. Accanto a chi esprime la propria passione in orti e giardini ci sono anche molti che non si accontentano e coltivano almeno un ettaro di terreno a uso familiare. Si tratta – spiega la Coldiretti – in larga maggioranza di famiglie che hanno ereditato aziende o pezzi di terreno da genitori e parenti dei quali hanno voluto mantenere la proprietà per esercitarsi nel ruolo di coltivatori e allevatori, piuttosto che venderli come accadeva spesso nel passato. Ma ci sono anche tanti che – conclude la Coldiretti – hanno acquistato terreni o piccole aziende agricole anche in aree svantaggiate per ristrutturarle e avviare piccole attività produttive, dall’olio al vino, dall’allevamento delle galline a quello dei cavalli.

Voci X Patrick: Maratona musicale per chiedere la liberazione di Patrick Zaki

L’8 febbraio sarà il primo triste anniversario dell’arresto di Patrick Zaki. In quell’occasione Amnesty International Italia, MEI – Meeting delle Etichette Indipendenti e Voci per la Libertà organizzano “Voci X Patrick – Maratona musicale per chiedere la liberazione di Patrick Zaki”, un evento in streaming per chiedere l’immediato rilascio dello studente egiziano, che è detenuto in carcere come prigioniero di coscienza a causa del suo lavoro per i diritti umani e per le sue opinioni politiche espresse sui social media.

Fino al 31 gennaio 2021 è aperta la call per aderire all’evento, un invito a tutti i musicisti a sostenere con la propria musica la campagna per la liberazione di Patrick e più in generale di tutti i prigionieri di coscienza rapiti, torturati e reclusi ingiustamente.

Dicono i promotori: “l’8 febbraio sarà il momento di farci sentire compatti e più determinati che mai. Patrick Zaki deve tornare ai suoi studi a Bologna. Proprio per questo invitiamo alla mobilitazione il mondo della musica. Dedichiamo questa iniziativa a tutte quelle giovani donne e uomini che viaggiano per il mondo per studiare, ricercare, condividere e costruire una società migliore”.

Corte dei Conti: Italia quarto paese contributore dell’UE, ora può recuperare con Recovery e Fondi strutturali

Il differenziale che si riscontra tra versamenti da parte dell’Italia, a titolo di risorse proprie, al bilancio europeo per l’anno 2019 (16,8 miliardi di euro, -1,4 miliardi rispetto al 2018) e risorse assegnate all’Italia (11,2 miliardi, in aumento di circa 1 miliardo, +10,3%, rispetto al 2018), ancorché in diminuzione rispetto al dato del 2018, conferma che il livello totale dei flussi verso l’UE nel 2019 è uno dei più alti degli ultimi sette anni.

L’Italia rappresenta il quarto Paese per ammontare di risorse accreditate dall’UE, dopo Polonia, Francia e Germania (nel 2018 era il quinto Paese). La dinamica degli accrediti dipende, oltre che dalla preassegnazione dei fondi a ciascun Paese, anche dalla capacità progettuale e gestionale degli operatori nazionali, nonché dalla fase di attuazione del ciclo di programmazione.

E’ quanto emerge dalla “Relazione annuale sui rapporti finanziari tra l’Italia e l’Unione europea”, relativa al 2019, ma con attenzione per gli eventi più recenti, approvata dalla Sezione di controllo per gli Affari Comunitari e Internazionali della Corte dei conti, con delibera n. 1/2021.

La stessa posizione è rivestita dall’Italia quale “contributore netto” dopo Germania, Regno Unito e Francia, sia nel 2019 che nel medio periodo. In una logica di medio periodo, rappresentata dal settennio 2013-2019, il saldo netto cumulato è negativo per un ammontare di 36,38 miliardi. In tale periodo l’Italia ha, pertanto, contribuito alle finanze dell’Europa con un saldo medio annuo di 5,2 miliardi.

Tuttavia, aggiunge la Corte, non è possibile ignorare gli effetti dirompenti dell’emergenza da Covid-19 sul quadro economico europeo e l’ingente sostegno finanziario promesso dall’Unione per favorire la ripresa e mitigare l’impatto sociale della pandemia. I nuovi strumenti adottati dall’Unione sotto l’impulso della crisi sanitaria ed economica, nonché il nuovo bilancio pluriennale 2021-2027, di recentissima approvazione, invertiranno con ogni probabilità, anche sul piano finanziario, la tradizionale posizione di contributore netto dell’Italia, che sarà destinataria dal 2021 al 2026 della maggior parte dei fondi del Recovery plan e riceverà una quota importante delle risorse dei Fondi di investimento e strutturali europei (SIE).

Per quanto attiene all’utilizzazione dei fondi europei si conferma che, a causa della differente capacità di spesa tra le regioni più sviluppate e quelle meno sviluppate, si riscontra l’aumento del divario di sviluppo tra le prime e le seconde. Quanto alle “chiusure” della programmazione 2007-2013, la Corte rileva che alla data del 30 giugno 2020 risultavano perfezionate le procedure di chiusura con contestuale pagamento del saldo finale per 46 Programmi operativi su 58, di cui 20 cofinanziati dal Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), 19 cofinanziati dal fondo sociale europeo (FSE) e i 6 Programmi operativi dell’Obiettivo Cooperazione Territoriale europea con Autorità di gestione assegnata all’Italia.

L’analisi del livello di spesa dei Fondi UE (Programmazione 2014-20), raggiunto al 31 ottobre 2020, indica che gli impegni si attestano al 31 ottobre al 68,32% (34,6 md) sul piano nazionale (alcune regioni avevano già raggiunto il 100% nel 2019), mentre i pagamenti raggiungono il 38,36% (19,4 md). Si sottolinea che la regola “N+3” permette di continuare a procedere nei pagamenti nell’ulteriore triennio, ma, nell’ambito delle risorse impegnate al 31 dicembre 2020.

Determinante sarà quindi la capacità di utilizzare in pieno la possibilità recata dal primo pilastro del Next Generation EU (NGEU) che riguarda le politiche di coesione con l’iniziativa REACT-UE, che consente di riprogrammare i Fondi SIE con il recupero delle risorse (2014-2020) “non utilizzate”, per meglio dire non impegnate.

Con riferimento alle politiche di sviluppo nel campo dell’agricoltura, la magistratura contabile segnala che nel 2019, il 28% dei finanziamenti per la PAC ha contribuito agli obiettivi climatici e la quota della spesa climatica è in aumento anche in altri settori del bilancio, ma che si conferma la storica incapacità o insufficienza attuativa delle strutture nazionali e/o regionali per assorbimento tra quanto stanziato e quanto versato al Paese dal bilancio UE. Negativo l’uso dei fondi destinati a pesca e acquacoltura, che ha riscontrato criticità in tutte le fasi.

Passando ad analizzare irregolarità e frodi a danno del bilancio UE, la Sezione del controllo conferma, per il 2019, il trend positivo rilevato nell’esercizio finanziario precedente. Si è registrato, infatti, un ulteriore decremento complessivo delle irregolarità, con un totale di segnalazioni OLAF che passa da 779 a 588 casi. In termini numerici, si evidenzia la netta prevalenza delle segnalazioni sui Fondi agricoli (487), rispetto a quelle relative ai Fondi strutturali (101).

Per quel che riguarda l’attività svolta dalle Autorità di gestione, per il 2019 restano complessivamente da recuperare 16.503.670 euro di spesa irregolare sui Fondi strutturali e 35.271.265 euro di spesa irregolare sulla Politica agricola, mentre, per il primo semestre di comunicazione 2020, gli importi ancora da recuperare risultano rispettivamente di 24.579.386 euro per i Fondi strutturali e 30.789.080 euro per la Politica agricola.

Permangono ancora svariate criticità nell’efficacia delle azioni di recupero e, fra le aree permanentemente significative in termini di irregolarità e frodi, si segnala anche quest’anno il settore degli appalti, con prevalenza dei fenomeni di violazione della normativa.

Coronavirus: a Hong Kong scatta primo lockdown

Primo lockdown a Hong Kong dall’inizio della pandemia di coronavirus. Dopo le indiscrezioni filtrate sulla stampa nelle scorse ore, le autorità dell’ex colonia britannica sempre più nell’orbita di Pechino hanno imposto un lockdown per contenere i contagi da Covid-19 in uno dei distretti più poveri e popolosi, abitato anche da minoranze etniche: le misure riguardano 10.000 residenti di 150 unità abitative della zona di Jordan a Kowloon.

L’ “area limitata” resterà sigillata per 48 ore per fare in modo che tutti gli abitanti vengano sottoposti ai test per il coronavirus.

Ai residenti è vietato lasciare la zona fino alle 6 di lunedì, ma potranno spostarsi al suo interno. Tuttavia, dopo aver effettuato il test, dovranno restare a casa fino ai risultati dei controlli. Migliaia, secondo le autorità, gli agenti di polizia e di altre forze mobilitati per far rispettare il lockdown. Il distretto di Yau Tsim Mong, che comprende il quartiere di Jordan, è l’area più colpita dalla quarta ondata di coronavirus a Hong Kong.

La città ha segnalato 55 nuovi casi di trasmissione locale del Covid-19, 24 dei quali a Yau Tsim Mong. Nel distretto, tra il primo e il 20 gennaio, sono stati accertati 162 contagi. Dall’inizio della pandemia, secondo i dati dell’agenzia ufficiale cinese Xinhua, a Hong sono 9.928 i casi confermati di contagio con 168 decessi.

Lettera aperta al Premier Giuseppe Conte

Signor Presidente, 

non vorrei disturbarLa in un momento così cruciale per le sorti del nostro paese, ma leggendo le notizie diffuse dagli organi di stampa, che raccontano la creazione di un partito che farebbe capo a Lei, credo sia utile chiarire alcuni aspetti fondamentali per tutti quei gruppi che in questi anni hanno operato in funzione di un “nuovo centro” come fulcro della politica italiana.

La prima domanda che bisogna porsi è se esista una posizione più congeniale alla sensibilità e all’orientamento storico dei cattolici impegnati nella vita pubblica.

La risposta è sicuramente affermativa. La Costituzione come applicazione e aggiornamento contro il populismo; l’Europa con l’obiettivo strategico degli Stati Uniti d’Europa, quindi contro i vecchi e nuovi sovranismi; la Dottrina Sociale come attuazione nel campo civile dei principi del magistero attraverso chiare e riconoscibili proposte programmatiche per il governo del Paese: ecco, questi grandi indirizzi teorici e questi fecondi collegamenti pratici costituiscono a ben vedere le basi di una idea di centro.

Basi che oggi credo siano più che mai valide.

Lo strappo di Italia Viva, che renderà necessario un nuovo contenitore politico, così come affermato da illustri opinionisti, non deve renderLa protagonista della creazione di un contenitore vuoto, in sostanza privo di idee.

Nessun governo, infatti, potrebbe vincere la battaglia contro la più grave crisi dalla fine della seconda guerra mondiale senza avere un’adeguata piattaforma ideologica.

È perciò necessario che le forze politiche che innervano l’azione del governo abbiano una tensione ideale capace di animare un ambizioso progetto, destinato altrimenti a inaridirsi.

È necessario pertanto che i loro atti s’inquadrino in un percorso ontologicamente alternativo alla destra.

Solo grazie all’intreccio dei riferimenti appena esposti sarà generata un’idea di società italiana di tipo inclusivo, un’idea d’istituzioni partecipate, un’idea di sviluppo del Paese solidale e un’idea d’ispirazione per un partito che volesse collocarsi al centro della scena politica.

Ritengo inoltre necessario, se si vuole procedere in tal senso, che si gettino le fondamenta per poter dialogare con tutte le persone e le forze che negli scorsi anni si sono ispirate a tale concezione organica.

Con stima

David Tesoriere

Passaggio di consegne alla Casa Bianca

Con il formale passaggio di poteri – svoltosi in una atmosfera di irreale ordine e solennità in un Campidoglio protetto da contingenti della guardia nazionale, dell’esercito e della polizia in misura mai vista prima – Joe Biden ha finalmente varcato le soglie della Casa Bianca per esercitare il suo mandato, ponendo fine al travagliato periodo di transizione iniziato subito dopo lo spoglio delle schede elettorali con la assillante denuncia di brogli mossa dal Presidente uscente e già da lui preannunciata durante la campagna elettorale per incrinare anticipatamente la fiducia della popolazione circa la regolarità della consultazione (“just in case…”).

La contestazione di Trump ha avuto momenti di tale ininterrotto delirio da contagiare subito gran parte dei suoi elettori. L’ossessione di ribaltare l’esito della consultazione elettorale lo ha indotto a presentare una lunga serie di ricorsi alla magistratura finanziati da milioni di (anche modeste) donazioni elargite dai sostenitori (si parla, comunque, di oltre duecento milioni di dollari). Tutti puntualmente respinti per mancanza di prove. Peraltro, non pochi rappresentanti repubblicani del Congresso avevano sentito il dovere di far sapere, a più riprese, al Presidente di non sopportare più il suo irrazionale ed oltraggioso ostruzionismo, senza però riuscire a frenarne un’azione distruttiva svolta con zelante impegno fino all’ultimo e culminata il 6 gennaio scorso con l’ormai storico “comizio” ritenuto all’origine dell’invasione del Campidoglio da parte di migliaia di scalmanati facinorosi, alcuni dei quali armati.  

Le immagini del cruento temporaneo colpo di mano, conclusosi con cinque morti, un centinaio di feriti e numerosissimi fermi, hanno fatto il giro del mondo, portando una formidabile stoccata all’emblema, sempre esibito con orgoglio, della tanto decantata democrazia americana, destinata a restare per molto tempo nell’immaginario collettivo soprattutto in quei paesi i cui governanti sono soliti denigrarla. Dunque, un danno d’immagine che si ripercuoterà sul piano della contesa propagandistica a livello globale continuamente in atto tra Stati Uniti e loro tradizionali avversari, pronti in futuro a rivangarlo senza alcuna esitazione (lo si può giurare) ogni qualvolta utile.

La volontà da parte democratica (condivisa ufficialmente anche da un numero non trascurabile di repubblicani) di avviare nei confronti di Trump un procedimento di “impeachement” per abuso di potere ed istigazione all’insurrezione può mantenere acceso il confronto tra elettori repubblicani e democratici con la conseguenza di rendere più complicata l’opera di risanamento sociale della nazione che Biden ha manifestato subito di voler avviare. Non a caso, il neo Presidente ha affermato che la lotta contro il Covid-19 deve essere considerata prioritaria rispetto a qualsiasi altro “dossier”, facendo chiaramente intendere che la frattura politica apparsa dopo le elezioni (ed acuita dal comportamento di Trump) dovrebbe essere rapidamente assorbita. In altri termini, dovendo fronteggiare una pandemia, che ha già provocato la morte di 400.000 persone, e contenere la gravissima perdurante recrudescenza del confronto tra bianchi e neri, il Presidente preferirebbe non attizzare il perdurante desiderio di numerosi parlamentari (“in primis”, l’influente “Speaker” Nancy Pelosi) di “punire” Trump con l’“impeachement”, anche per evitare la sua ventilata discesa in campo nel 2024.

In campo repubblicano l’ex-vice presidente Pence gli ha già dato una mano, distanziandosi nettamente dall’ex-capo (con il quale ha interrotto ogni rapporto) e presenziando disciplinatamente, come da tradizione, la cerimonia di insediamento (disertata, invece, da Trump). Analogo sostegno politico Biden sembra attendere da un vecchio compagno-avversario, il carismatico senatore repubblicano Mitch McConnel. 

Ciò detto, sull’argomento sarà il Congresso ad avere l’ultima parola.

Molti qualificati osservatori predicono per il neo Presidente una navigazione difficile, essendo le questioni da affrontare sia in politica interna che nelle relazioni estere numerose e di per sé complicate, rese più problematiche dalle decisioni prese dal predecessore. 

Si è già detto sulla pandemia, per la cui lotta egli ha già stanziato un “budget” importante e nominato un team di virologi ed epidemiologi al fine di redigere al più presto una adeguata ed aggiornata strategia per contrastare il contagio, anche alla luce della campagna di vaccinazione in atto.

Sul fronte del razzismo, Biden, anche per la sua storia professionale, appare consapevole della necessità di rafforzare una politica in grado di soffocare risentimento ed intolleranza delle comunità bianche (soprattutto sudiste ed agricole) nei confronti dei neri, sentimenti sui quali Trump ha costruito gran parte delle proprie fortune elettorali. Al tempo stesso, egli dovrà necessariamente porre un freno all’incallito comportamento brutale delle forze dell’ordine nei confronti della comunità di colore per ridurne le violente contestazioni e creare un clima di rappacificazione.

In senso più ampio, Biden dovrà impegnarsi per diminuire le gravi disuguaglianze sociali – che la pandemia, negli Stati Uniti come altrove nel mondo, ha fortemente accentuato – mediante opportune politiche di redistribuzione dei redditi ed assistenza e previdenza sociale.

Sul piano dell’economia, sotto l’aspetto della spesa federale il cammino si preannuncia in salita dal momento che con Trump essa ha registrato un notevole aumento del debito. Come farà il Partito Democratico ad evitare un ulteriore sfondamento senza ripudiare la sua tradizionale politica, che dovrebbe favorire l’adozione di vasti programmi assistenziali a favore dei milioni di americani colpiti dal Covid-19 e dal crescente livello di disoccupazione? Questo, come gli altri nodi, sarà chiamata a sciogliere il neo-Segretario al Tesoro Janet Yeden, ex-Presidente della Federal Reserve (2014-18), più volte in disaccordo con Trump in materia di tagli fiscali, che – a suo dire – hanno aumentato il livello di spesa pubblica senza apportare benefici alle classi meno abbienti.

In politica estera, Biden, dopo avere affidato il dicastero ad Anthony Blinken, diplomatico di lungo corso, notoriamente internazionalista, si è affrettato a lanciare un significativo messaggio alla Comunità Internazionale, decidendo il pronto rientro nell’Organizzazione Mondiale della Sanità e negli Accordi di Parigi sul clima, volendo marcare pertanto una inequivocabile distanza dal predecessore, che quei tavoli aveva platealmente deciso di disertare. Al tempo stesso, egli ha lanciato segnali incoraggianti all’Iran (prossimo ritiro delle sanzioni?) ed al mondo arabo (abolizione della normativa che impedisce l’ingresso nel Paese dei cittadini di quell’area). 

Comunque, l’obiettivo prioritario di fondo appare essere quello di rafforzare le alleanze globali, indebolite dalla ideologia isolazionista di Trump, al fine di attuare anche una politica di sicurezza nazionale che non escluda il concorso di paesi alleati ed amici.

Per definire il difficile compito che attende il navigato Biden alcuni analisti hanno scomodato i nomi di Abraham Lincoln alla vigilia della guerra civile e Franklin Delano Roosevelt alle prese con la Grande Depressione. 

Tali raffronti, anche se più o meno esagerati, danno tuttavia la misura delle difficoltà che il 46mo Presidente degli Stati Uniti sarà chiamato ad affrontare. 

 

Amanda, Luca e Joy, tessitori di speranza contro il nichilismo

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda

Amanda Gorman, il suo nome è ormai noto. Luca Milanese invece ho la sensazione che non sia poi così famoso. Di Joy infine, al momento, conosco solo il nome. Amanda, Luca e Joy, che non si conoscono, hanno in comune l’età, molto giovane. E anche il fatto che in questi giorni alcune “istituzioni” molto più vecchie, anzi antiche, hanno deciso di scommettere su di loro, hanno voluto dargli molto spazio, mettendosi in ascolto di quello che avevano da dire. E loro hanno parlato. Amanda è stata ascoltata da mezzo mondo, lì con i suoi 22 anni e il cappottino giallo che risplendeva nel sole di Washington. Bisogna dare atto a chi ha organizzato l’evento dell’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti d’America: Amanda è stata la più giovane poetessa a cui è stato affidato “lo spazio della poesia” per il saluto al nuovo inquilino della Casa Bianca. La più giovane poetessa per il più anziano presidente della storia degli Usa. Biden con i suoi 78 anni potrebbe essere tranquillamente nonno della bella ed elegante Amanda. Sessant’anni fa per salutare Kennedy fu chiamato un poeta del calibro di Robert Frost, oggi la giovanissima afroamericana Amanda Gorman. La cosa deve far riflettere, sorridere, e sperare.

La stessa logica è quella che ha spinto Papa Francesco, una “istituzione” molto più antica del governo degli Stati Uniti, a “scommettere” su Luca Milanese, anche lui poeta, anni 28, sei in più di Amanda. Il Papa non ha “usato” una logica, il suo è un gesto che, come tanti altri, gli è venuto naturale, senza starci a pensare troppo, del resto sono quasi otto anni che predica, tra le altre cose, la necessità di riallacciare quel filo spezzato che esiste tra le generazioni, tra nonni e nipoti. E lui ieri ha fatto questo, ha fatto il nonno che si è messo in dialogo, cioè innanzitutto in ascolto, di due ragazzi che sono diventati come suoi due nipoti: Luca, giovane poeta che ha pubblicato una raccolta di liriche, intitolata Rime a sorpresa, alla quale il Papa, è il caso di dire veramente “a sorpresa”, ha voluto scrivere la prefazione, e Joy, una ragazza nigeriana che non ha scritto nulla ma è la protagonista del testo biografico scritto su di lei da Mariapia Bonanate Io sono Joy, che racconta le sue (dis)avventure. Di Luca e Joy abbiamo parlato ieri su queste pagine. La storia di Joy non è “lirica”, ma drammatica. Però tra le righe di quella vicenda, ricca di crepe e fratture filtra una luce, passa quell’ossigeno che diventa parola, racconto, e così arriva fino a noi, anche grazie all’aiuto di chi come Francesco si ferma ad ascoltare e si lascia com-muovere. Il nome Joy fa venire in mente il bel titolo dell’autobiografia dello scrittore inglese C.S. Lewis, Surprised by Joy, “Sorpreso dalla gioia”, e di fronte a questi tre piccoli episodi la sensazione è proprio quella: una lieta meraviglia per un Papa che non scrive una prefazione al libro di un poeta classico, Dante, Borges o il suo amato Virgilio, ma sceglie Luca Milanese, un poeta inevitabilmente “acerbo”, per meglio dire, un germoglio. È la conferma di quella visione che il Papa sin dall’inizio ha offerto all’attenzione di chi si mette in ascolto della sua parola: avviare i processi, non occupare spazi. Avviare e anche accompagnare, proprio come i nonni che con la forza dell’esperienza che è diventata memoria conducono per mano i nipoti dandogli respiro, orizzonte, fiducia.

Amanda, Luca e Joy hanno in comune non solo l’età ma anche la parola, poetica e narrativa. Questi tre giovani sono diventati storie, racconto e le loro storie “fanno testo”, nel senso di “tessuto”. Di questo oggi c’è estremo bisogno, di tessitori, capaci di ricucire gli strappi che lacerano le relazioni personali e quindi il “tessuto” sociale. Tanto si è detto negli ultimi decenni della nostra società contemporanea, definita spesso come “nichilista”, una parola che viene da nihil, “niente”, ma nihil a sua volta viene da “ne-hilum”, cioè “senza filo”. Abbiamo perso il filo e tutto è sfilacciato, sconnesso, ma nulla è perduto: se ci sforziamo a riallacciare i legami tra le generazioni la storia degli uomini, fatta di tante storie (tutte grandi) come quelle di Amanda, Luca e Joy, potrà ripartire, riprendere vita, espandersi. È un lavoro da tessitori, cioè da poeti, giovani e vecchi, insieme.

Storia di Mediobanca, ovvero l’internazionalizzazione dell’economia italiana

È stato presentato l’altro ieri il volume dello storico economico Giovanni Farese “Mediobanca e le relazioni internazionali dell’Italia” sulla internazionalizzazione dell’istituto di credito fra il 1944 e il 1971, dunque per tutto il periodo della ricostruzione e del miracolo economico.

Ne hanno discusso, dopo il saluto del Ministro dell’Universita Manfredi, Giorgio La Malfa, Sabino Cassese, Valerio Castronuovo, Sergio Romano.

Un parterre di grande qualità e competenze che a vario titolo ha vissuto quegli anni e ha consentito di arricchire il dibattito con ricordi ed esperienze personali. Con questo libro si prosegue l’azione di divulgazione di Mediobanca aprendo gli archivi alla conoscenza di fatti determinanti per le scelte economiche del Paese. Sono emerse le caratteristiche di un gruppo finanziario, coeso, con una forte rete diplomatica, proteso alla internazionalizzazione non solo come maggiore capitalizzazione, ma come arricchimento di esperienze manageriali, con un alto concetto dello Stato, con un interesse per il Mezzogiorno, l’attenzione al vincolo esterno, lo sguardo all’Africa e alle sue potenzialità di sviluppo, con scelte che favorivano tutto il sistema industriale, dal settore energetico a quello automobilismo, a quello della infrastrutturazione come la diga sullo Zambesi e le vie di comunicazioni verso il porto di Dar es Salaam nel contesto di raffinerie e attività portuali.

La linea guida era di “capire le imprese studiando i bilanci”.
Mediobanca è stato il luogo del sindacato di controllo dei grandi gruppi privati ma anche il collo di bottiglia delle grandi operazioni pubbliche e private.
Tutto ciò guardando ai principi di una economia di mercato piuttosto che ad una economia pianificata, all’interesse pubblico, allo Stato Regolatore e non alla deriva di uno Stato imprenditore che accentua i salvataggi e perde di vista l’economicità di gestione come purtroppo avverrà sul finire degli anni settanta e nel successivo decennio, con l’Iri come conglomerata che non poteva sopportare il peso delle perdite di alcuni comparti industriali.
Nel dibattito il grande assente è stato il ruolo della politica. Potrebbe essere un merito nascosto quello di avere avuto rispetto per l’Istituzione Mediobanca interloquendo prevalentemente in modo corretto con la Autorità di vigilanza, la Istituzione Banca d’Italia come dimostrano i rapporti De Gasperi, Einaudi e Menichella. È stato opportunamente sottolineato il rapporto distaccato del Gruppo con il regime fascista e soprattutto l’opportunismo mussoliniano nel concedere spazio senza interferire guardando ai vantaggi generali. Cuccia “avversó il regime senza farne postumo sfoggio” scrisse recentemente Vincenzo Maranghi.

Se c’è un rammarico in quanto ascoltato ieri è stato nel non vedere adeguatamente evidenziato il ruolo fondamentale dell’Iri attraverso le le Bin (Credit Comit è Banco di Roma) le tre banche di interesse nazionale presenti nel capitale, nel patto di sindacato, con quote maggioritarie e fondamentali nel fornire i mezzi finanziari nelle operazioni di raccolta del risparmio e di valorizzazione del risparmio a medio e lungo termine. Così come il fondamentale legame tra politica industriale e politica fiscale per determinare il successo di politiche di sviluppo. Come non ricordare il successo dei certificati di deposito di Mediobanca nella raccolta per favorire impieghi produttivi.
È sufficiente scorrere l’elenco degli amministratori di Mediobanca fino al 1982 nel volume dedicato a Cuccia con le sue relazioni al Bilancio per trovare Saraceno, Ventriglia, Stammati, Barone, Guidi, Alessandrini, Ferrari Aggradi. Per non parlare di Giordano dell’Amore o Massimo Spada ex Ior dal 1950 al 1975.

L’internazionalizzazione è stata possibile per le non facili scelte europeiste del dopoguerra che furono politiche e non erano scontate. Luigi Einaudi nel 1897 aveva scritto su La Stampa un articolo per gli Stati Uniti di Europa! Era un europeismo in chiave transatlantica anche per le remore postbelliche di Regno Unito e Francia verso il nostro paese stringendo la nostra azione.
Il progressivo spostamento di attenzione dalle grandi imprese alle medie imprese era in linea con la evoluzione del sistema economico che richiedeva risposte nuove così come trovavano anticipazione seppure limitata strumenti come il venture capital joint venture e l’attivitá di merchant banking.

Poi naturalmente, come è ovvio che fosse, lo sguardo è stato rivolto alla attualità, alla assenza di una politica industriale, la caduta delle grandi imprese nella struttura produttiva, alla perdita di posizioni nello scacchiere internazionale, dall’Africa al Medio Oriente dal Corno d’Africa fino a Mare Nostrum, ma soprattutto alle grandi capacità e conoscenze di uomini di valore che ponevano al primo punto l’interesse pubblico.

Don Fornasini, beato il prete partigiano e martire a Marzabotto

Sarà beato don Giovanni Fornasini, il sacerdote partigiano che fu ucciso dai nazisti per averli accusati apertamente della strage di Marzabotto, dove morirono quasi 2mila persone. Lo ha deciso Papa Francesco autorizzando la Congregazione delle cause dei santi a emanare il decreto sul martirio in odio alla fede del prete ucciso.

“Ringrazio Papa Francesco – afferma l’arcivescovo card. Matteo Zuppi –per questo nuovo dono alla Chiesa di Bologna e ringrazio quanti hanno lavorato in questi anni per mettere in luce la storia esemplare dei martiri di Monte Sole. La sua e la loro memoria ci aiuterà a testimoniare nella prova la forza dell’amore di Dio e la vicinanza alla gente”.

Giovanni Remo Fornasini nacque il 23 febbraio 1915 a Pianaccio (Lizzano in Belvedere), da Angelo detto Anselmo e Maria Guccini. Ordinato sacerdote il 28 giugno 1942 dal cardinale Giovanni Battista Nasalli Rocca di Corneliano, viene nominato vicario della parrocchia di Sperticano, il 21 agosto 1942 diviene parroco. Il 25 luglio 1943 fa suonare a festa le campane, quando viene a conoscenza della destituzione di Mussolini, si impegna attivamente nella resistenza ed è vicino alla brigata partigiana “Stella Rossa”, difende come può dalle angherie dei nazisti la popolazione, riuscendo a salvare diversi parrocchiani.

Viene ucciso a bruciapelo a Casaglia di Caprara da un ufficiale tedesco accusato apertamente da Don Giovanni dei delitti compiuti a Marzabotto: il suo corpo decapitato verrà ritrovato alla fine dell’inverno.

La massima decorazione al valor militare gli è stata concessa con questa motivazione: “Nella sua parrocchia di Sperticano, dove gli uomini validi tutti combattevano sui monti per la libertà della Patria, fu luminoso esempio di cristiana carità. Pastore di vecchi, di madri, di spose, di bambini innocenti, più volte fece loro scudo della propria persona contro efferati massacri condotti dalle SS. germaniche, molte vite sottraendo all’eccidio e tutti incoraggiando, combattenti e famiglie, ad eroica resistenza. Arrestato e miracolosamente sfuggito a morte, subito riprese arditamente il suo posto di pastore e di soldato, prima tra le rovine e le stragi della sua Sperticano distrutta, poi a San Martino di Caprara dove, pure, si era abbattuta la furia del nemico. Voce della Fede e della Patria, osava rinfacciare fieramente al tedesco l’inumana strage di tanti deboli ed innocenti, richiamando anche su di sé le barbarie dell’invasore e venendo a sua volta abbattuto, lui Pastore, sopra il gregge che, con estremo coraggio, sempre aveva protetto e guidato con la pietà e con l’esempio”.

Come cambiano i viaggi all’interno dell’Ue.

Le frontiere nella Ue restano aperte ma i viaggi non essenziali saranno scoraggiati. Le aree con la circolazione più alta del virus, in particolare delle nuove varianti, saranno classificate come “zone rosso scuro” e in queste gli Stati membri decideranno ulteriori restrizioni alla circolazione: dai test alla quarantena.

A complicare il quadro è l’incertezza della campagna vaccinale, nonostante gli obiettivi ambiziosi con cui la Commissione si è presentata al tavolo di capi di Stato e di Governo.

Nel frattempo sembra congelata la discussione – che aveva già portato alla formazione di almeno due correnti di pensiero – sul possibile passaporto vaccinale.

Mentre l’accordo sull’uso e il reciproco riconoscimento dei test rapidi, per favorire gli spostamenti e potenziare il tracciamento dei casi, piace alla commissione.

Microsoft lancia AI Hub

Presentata Microsoft AI Hub, un’iniziativa di ecosistema volta a mettere a fattor comune l’expertise di partner nazionali qualificati per aiutare le realtà italiane a cogliere i vantaggi dell’Intelligenza Artificiale e per accelerare lo sviluppo di progetti sperimentali in risposta alle esigenze di diversi settori industriali.

Parte di Ambizione Italia #DigitalRestart, il più ampio piano quinquennale di Microsoft da 1,5 miliardi di dollari di investimento in tecnologie e formazione a supporto della trasformazione digitale del Paese e della creazione della prima Region Datacenter, il nuovo centro virtuale di competenze ha l’obiettivo di fare sistema tra player della filiera ICT e aziende italiane, promuovendo uno stimolante scambio con startup, università, centri di ricerca e istituzioni sul fronte AI.

Due le vocazioni primarie: da un lato la rapida prototipazione di progetti di AI in grado di supportare la competitività delle aziende per la ripresa e dall’altro la formazione di professionisti per diffondere le competenze digitali necessarie all’innovazione in Italia. L’AI può infatti contribuire concretamente alla crescita del Paese nell’immediato e in un orizzonte di lungo periodo: l’aumento del fatturato delle aziende che adotteranno tecnologie di AI sarà di quasi 3 punti percentuali più alto rispetto alla media delle aziende del settore e l’impatto dell’AI sarà pari a 570 miliardi di euro di fatturato al 2030.

Quello dell’Intelligenza Artificiale è un comparto in crescita, che secondo IDC supererà i 300 miliardi di ricavi a livello globale nel 2024. L’Italia ha buone potenzialità, dal momento che l’indice i-Com sul grado di sviluppo dell’AI la vede in 13° posizione su 27 Stati UE, non lontano dalla Germania. Per cogliere questa opportunità, occorre fare di più aiutando le imprese ad avvicinarsi all’Artificial Intelligence e a sviluppare progetti d’impatto reale facilmente replicabili nei settori chiave dell’Economia Italiana, contribuendo a un circolo virtuoso di rilancio”, ha dichiarato Silvia Candiani, AD di Microsoft Italia. “Per questo anche l’AI è al centro del nostro impegno con il piano Ambizione Italia #DigitalRestart, che a soli otto mesi dal lancio ci ha già visto collaborare con aziende e istituzioni per dare avvio a molte iniziative volte a contribuire alla trasformazione digitale del Paese, dall’Alleanza per lo Smartworking all’Alleanza per la Sostenibilità, dal supporto alle PMI alla formazione digitale agli studenti.”.

Il Microsoft AI Hub si concretizzerà come segue:

  • Focus su 6 settori chiaveMade in Italy (retail, moda e design), manifatturieroservizi finanziarisanitàenergia e infrastrutture.
  • Microsoft agirà da abilitatore mettendo a disposizione la propria expertise e la propria piattaforma Cloud per sviluppare scenari applicativi di Data & AI e per identificare le realtà a più alto potenziale attraverso un Data & AI Maturity Check-Up.
  • In una logica di Open Innovation, le aziende stesse dei comparti strategici dell’economia italiana saranno infatti protagoniste condividendo la propria conoscenza del settore per realizzare use case avanguardistici e progetti pilota, grazie alla stretta collaborazione con gli esperti Microsoft e una task-force di partner in grado offrire consulenza e di mettere le proprie risorse al servizio dello sviluppo, dell’implementazione e dello scale-up di applicazioni di Intelligenza Artificiale.
  • I primi partner Microsoft a bordo dell’iniziativa sono già oltre venti, tra cui: Accenture, Alterna, Altitudo, beanTech, Capgemini, DataSkills, EY, Factory Software, Hevolus Innovation, Iconsulting, Integris, NTT DATA, Porini, Proge-Software, Reply, Sopra Steria, 4ward.
  • L’iniziativa è aperta ad accogliere altri player per contribuire sempre più alla diffusione dell’AI in Italia e nei prossimi mesi si svilupperà sia in virtuale sia in presenza, andando ad arricchire il Microsoft Technology Center, presso la Microsoft House a Milano, progettato per far vivere scenari d’innovazione ad aziende, startup e professionisti e per promuovere proprio l’Open Innovation.

La variante inglese del virus potrà diventare dominante

La variante inglese del coronavirus Sars-CoV-2, diffusa ormai in tutto il Regno Unito, “diventerà presente, se non dominante, anche sul continente europeo”. Lo ritiene probabile Marco Cavaleri, responsabile Vaccini dell’Agenzia europea del farmaco Ema, sentito dall’Adnkronos Salute.

E mentre da alcune ricerche di laboratorio arrivano rassicurazioni sul fatto che gli anticorpi sviluppati da persone vaccinate con il siero di Pfizer/BioNTech mantengono ‘in vitro’ il loro potere neutralizzante anche nei confronti del mutante Gb, Cavaleri spiega che “sono in corso nel Regno Unito studi che ci daranno un’informazione ancora più importante.

Ci forniranno il dato reale che ci interessa, ovvero se il vaccino è effettivamente in grado di proteggere chi l’ha ricevuto, anche contro questa variante. In Uk stanno cercando di ottenere questi dati il prima possibile”, conclude l’esperto Ema.

Italo Tanoni: “Se non si riaprono le scuole di formazione politica, non si costruisce nulla di solido”

Dott. Italo Tanoni, attualmente Lei  è Presidente della prestigiosa Fondazione Opere Laiche  (www.operelaiche.it) della città di Loreto, sede del Santuario mariano della Santa Casa, famoso in tutto il mondo. In passato è stato assessore comunale, consigliere all’USL, Presidente APT e ha ricoperto importantissimi incarichi politici e amministrativi non da ultimo quello di Garante dei diritti della Regione Marche. Nell’ottica di queste sue esperienze vissute, quali considerazioni si possono fare riguardo all’attuale stagione politica che stiamo attraversando?

Premetto che vengo da lontano….dalla scuola politica della Camilluccia che l’allora Partito della Democrazia Cristiana, a cui ho dato  sempre il massimo dell’ impegno, riservava ai futuri amministratori e politici del Paese. I miei insegnanti furono Fanfani, Moro, Rumor e l’ancor giovane Andreotti. Una scuola di vita e di principi sani, basati sui valori laici del cristianesimo come il rispetto per la persona, la solidarietà sociale, la libertà di pensiero e di critica, la tolleranza, la coerenza. Ne cito solo alcuni e mi chiedo come posso ritrovarli oggi nell’attuale classe politica. Sotto quest’aspetto la recentissima vicenda di Renzi e Italia Viva è emblematica e rivela in quale tourbillon siamo stati catapultati senza che in questi ultimi anni ce ne rendessimo pienamente conto.

Dopo la fine della DC e del Partito Popolare disperso in mille rivoli, com’è andata a finire la politica “vera”, quella dei “cavalli di razza” di fanfaniana memoria? 

Nella mia iniziale militanza politica ho fatto parte del gruppo dei cattolici democratici della sinistra sociale cristiana, coordinata da Carlo Donat Cattin, Ermanno Gorrieri e nelle Marche da Franco Foschi. Poi alla fine di quella stagione di grandi orizzonti ideali, molti di noi, tra cui il sottoscritto,  sono confluiti  prima nel Partito Popolare, poi  nella Margherita e in seguito nel Partito Democratico. L’Ulivo di Romano Prodi è stata una esperienza altrettanto significativa che aveva ravvivato interessi, passioni e rinnovato impegno di chi come me non aveva mai abbandonato il campo. Nel contempo tuttavia si manifestavano alcuni segnali preoccupanti che logoravano l’immagine di una classe politica screditata in seguito alla stagione di Tangentopoli. La politica con la P maiuscola, quella dell’impegno disinteressato e radicato nei principi da difendere strenuamente e governata dai gruppi organizzati nei partiti, cedeva il passo ai personalismi di turno dei singoli soggetti. In questo nuovo scenario di “passioni tristi” subentrava così un impegno prêt à porter che scivolava pericolosamente nel qualunquismo politico personalistico del “qui ed ora”.

Quali sono state allora le conseguenze più evidenti di questo scivolamento verso un periodo che potremmo definire “di basso impero”? 

Partiamo proprio dal basso, dalle amministrazioni comunali. Al tempo dei Partiti, fino agli anni 80 ogni problema veniva trattato, discusso e condiviso collegialmente prima in sede politica, poi in quella amministrativa che rappresentava il braccio operativo di ogni organizzazione partitica. Oggi anche i pochi Partiti rimasti sullo scenario, sia di destra che di sinistra, rappresentano solo una sbiadita immagine di facciata e nulla più. In pratica a partire dai comuni, alle province, regioni e su  fino al Parlamento, ognuno risponde, a se stesso a quello che gli passa per la testa nel momento contingente. Si parla di crisi, di trasformismo, di eccessivi cambi di casacca a tutti i livelli. È una situazione che attraversa trasversalmente tutte le varie realtà politiche dai 5S a Forza Italia, al PD e alla Lega. Le vie di fuga “dell’uomo forte” alla Trump o alla Bolsonaro con le drammatiche conseguenze che abbiamo vissuto a livello mondiale, sono a tutti note. Non ci possiamo certo meravigliare se una democrazia solida come quella degli Stati Uniti, in questo ultimo frangente, è apparsa come un “gigante dai piedi d’argilla”. Altro esempio significativo di come si comportano oggi i Partiti tradizionali è quello della mia regione: le Marche. Un tempo considerata per antonomasia territorio “della settimana rossa” che per quasi cinquant’anni è stata governata da coalizioni di centro-sinistra ed è passata  nel 2020 a guida centro-destra per colpa di un Partito Democratico che è stato capace solo di guardarsi l’ombelico, chiudendo, durante il periodo elettorale, a qualsiasi rapporto con la cosiddetta società civile con candidature che potevano essere scelte attraverso la mobilitazione delle “primarie” e che al contrario sono state cooptate attraverso le “camarille” autoreferenziali dei vari comitati provinciali e regionale. Risultato: una disfatta “senza se e senza ma” con un Partito Democratico che non ha saputo fare nemmeno una doverosa autocritica, azzerando tutte le cariche dei responsabili diventate ormai posticce. Una situazione che si è ripetuta anche in altre realtà del Paese che oggi vede la maggioranza delle regioni governate da coalizioni di centro destra. In definitiva quello che manca attualmente all’Italia sono “veri” Partiti politici. Lo ribadisce Carlo Galli in un articolo di Repubblica di domenica 17 gennaio p.29 intitolato Cosa paghiamo all’assenza dei partiti che sottoscrivo in piena sintonia. 

Non è un quadro troppo pessimista quello che lei ha tratteggiato? Intravvede una via d’uscita?

Al pressapochismo a cui assistiamo tutti i giorni nelle scelte che vengono fatte dai politici e amministratori a vari livelli, la risposta è l’antipolitica che porta a non votare il 41,8% degli elettori italiani: un vero e proprio Partito di maggioranza relativa. La mia risposta alla domanda sul “che fare” allora è: educazione, istruzione e formazione. Se non si condividono le regole della convivenza civile (Educazione Civica introdotta solo di recente) assieme ai fondamenti della nostra Carta Costituzionale, non si può pensare di superare la crisi d’identità che sta attraversando il Bel Paese. Se non si riaprono le scuole di formazione politica a tutti quelli che vogliono impegnarsi nell’agorà pubblico, non si costruisce nulla di solido e si continuerà a dare sempre più spazio ai carrieristi di turno. E sul versante della scuola, anche in questo frangente di pandemia diffusa, l’Italia è stata tra le prime nazioni europee a chiudere ogni realtà scolastica, comprese le università rispetto ad altri ambienti soprattutto economici, non a caso il nostro Paese rimane uno degli ultimi della UE a investire nella scuola e nella formazione dei giovani. Su questo punto di forte criticità diede le dimissioni l’allora Ministro MPI Fioramonti dei 5S, lanciando con estrema coerenza un durissimo j’accuse alla politica della coalizione giallo-rossa del governo Conte.  Oggi tuttavia si cerca di rilanciare “l’istruzione” con l’investimento di 28,49 miliardi del recovery plan. Tuttavia -dice il proverbio- “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”.

Biden: quale politica internazionale?

Joe Biden nel corso della sua lunga carriera politica ha accumulato una solida esperienza in politica internazionale, sia in qualità di parlamentare sia durate gli otto anni vissuti da vicepresidente. Le linee guida che seguirà in questo campo, dunque, saranno il frutto anche delle sue personali convinzioni e valutazioni, ancorché confrontate ovviamente con i suoi collaboratori a cominciare dal nuovo Segretario di Stato Anthony Blinken.

In virtù di questa considerazione si è già tracciato il profilo della politica estera americana per i prossimi quattro anni: ripresa del multilateralismo, del dialogo e della cooperazione internazionale sui temi inerenti il clima e più in generale l’ambiente, rilancio della NATO e dell’alleanza con l’UE, confronto assertivo con Russia e Cina, prudenza nella gestione dell’insieme dei dossier medio-orientali, da quello iraniano a quello mediterraneo.

Questo indice riassuntivo implica però una scelta a monte in parziale contrapposizione con gli anni di Obama, ovvero la convinzione che gli Stati Uniti debbano tornare ad assumere il ruolo loro proprio di attori globali nel mondo, anche a tutela dei principi democratici, sempre più marginali in varie aree del pianeta e soprattutto calpestati da potenze autoritarie, la Cina in primo luogo, sempre più minacciose.

Naturalmente ciò non significherà una ripresa delle attività militari, per ragioni d’ordine sia morali sia economiche considerando che la scala delle priorità è dominata dai problemi interni. Ma si orienterà verso una sorta di ripresa energica del sostegno a un’idea delle democrazie viste e intese come non solo baluardo opposto alle spinte illiberali emerse in varie parti del globo (e anche all’interno degli States, come si è visto) ma ancor più come avanguardia di una visione sociale e umanista delle modalità con le quali affrontare tematiche decisive per il futuro dell’umanità, dalla necessaria regolamentazione della rivoluzione digitale o, meglio, dei suoi derivati, quali ad esempio l’intelligenza artificiale, al riscaldamento globale, al nuovo proliferare di barriere daziali e tariffe doganali destinate inevitabilmente, se non controllate, ad accentuare la divisione del mondo in ricchi (pochi) e poveri (molti) favorendo l’attenzione di questi ultimi verso le sirene delle autocrazie promettenti sviluppo e crescita economica a poco (apparente) costo.

Sirene ammalianti che provengono, soprattutto, dalla Cina. Il tema strategico dei prossimi dieci anni e probabilmente assai di più sarà, come chiunque riconosce, il confronto USA-Cina per la primazia mondiale. Questo è ormai assodato. Il punto ora è vedere con quali modalità differenti rispetto al precedente Presidente Joe Biden lo affronterà. Probabilmente cercherà di utilizzare l’arma pacifica del confronto e non quella delle minacce. E’ assai improbabile, al tempo stesso, che egli abbassi la guardia, in ciò senz’altro supportato da un Partito Democratico molto critico nei confronti della potenza asiatica e della dittatura ivi dominante. Il confronto si avvierà là dove lo scontro fra Xi e Trump è stato al calor bianco, ovvero sul terreno degli scambi commerciali. 

Ed infatti nelle more di una transizione troppo lunga a Washington il leader cinese ha messo a segno due colpi niente male. Dapprima l’accordo RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership) con i dieci paesi dell’ASEAN (Association of Southeast Asian Nations) oltre a Giappone, Sud Corea, Australia e Nuova Zelanda: un pacchetto che vale quasi un terzo della popolazione mondiale e che, assai importante è il notarlo, include tradizionali alleati proprio degli Stati Uniti. E poi siglando un accordo sugli investimenti di un certo rilievo addirittura con la UE. Accordo sul quale si è innestata una discreta polemica nei confronti della Cancelliera tedesca, che avrebbe utilizzato il suo semestre di presidenza dell’Unione per favorire la Germania, molto legata commercialmente alla Cina, senza attendere l’avvio della nuova presidenza americana e ponendo così un ostacolo alla ripresa dei rapporti amicali e collaborativi fra UE e USA. Considerazione condivisibile, anche se non si può dimenticare quanto la Cina sia già in Europa, e non per responsabilità della signora Merkel: col Gruppo dei 17+1 (Paesi dell’Europa orientale, Paesi balcanici e Grecia), vera testa di ponte nel continente che si aggiunge allo sbarco in diversi porti mediterranei e non solo che verranno utilizzati quali terminali della famosa Belt & Road Initiative o Via della Seta che dir si voglia.

Insomma, dove l’America è stata se non assente certo meno presente durante gli ultimi anni lì la Cina si è introdotta. Ora la nuova Amministrazione dovrà rispondere, con un inevitabile protagonismo che a oggi però non è dato sapere come si manifesterà. 

Un altro grande terreno, sul quale per la verità Trump ha operato con molta attenzione – al di là del giudizio di merito su quanto fatto – è il Medio Oriente e il mondo arabo più in generale. Si dice che Biden sia propenso a riallacciare il dialogo con Teheran per poi riattivare l’accordo sul nucleare ma non potrà al tempo stesso non tener conto dell’eredità lasciatagli: solide relazioni commerciali, ma anche politiche, con la monarchia saudita e soprattutto una rete di collegamento sunnita che ha condotto al riconoscimento di Israele da parte di Bahrein, Emirati Arabi, Marocco e Sudan, che vanno ad aggiungersi a Egitto e Giordania. Gli “Accordi di Abramo”, come sono stati definiti, hanno lasciato decisamente ai margini la questione palestinese, che una volta, al contrario, dettava l’agenda di quel quadrante geopolitico. 

Terreno minato, al solito, quello mediorientale. Che a Biden non potrà non ricordare le incertezze, e dunque gli errori, di Obama nella vicenda siriana e pure in quella libica. E che hanno determinato, nel tempo, il riaffacciarsi della Russia nell’agone della geopolitica internazionale col suo insediarsi in un Mediterraneo molto caldo lasciato al suo destino inspiegabilmente e colpevolmente da un’Europa assente e assillata unicamente dal problema migratorio senza comprendere che quest’ultimo deve essere affrontato anche politicamente, relazionandosi con le nazioni africane e mediterranee in esso coinvolte. Un terreno di confronto che potrebbe rivelarsi aspro esiste dunque anche con Mosca. E’ invero difficile, oggi, prevedere come esso si svilupperà. Le avvisaglie, con l’esplosione del caso Navalny, non depongono in favore di una dialettica franca ma cordiale, come usa dire il paludato linguaggio della diplomazia. Più probabilmente sarà un confronto duro e non facile.

Resta l’Europa. I problemi aperti sono molti, e non tutti sono stati determinati dall’improvvida presidenza Trump. Che certo ha fatto di tutto per amplificarli (si pensi ai dazi sull’acciaio e sul vino) ma che non è responsabile, ad esempio, delle questioni molto rilevanti relative alla tassazione dei giganti californiani del web. Il rientro degli USA negli accordi di Parigi sul clima è senz’altro un buon punto di rinnovato contatto con una Commissione Europea che sulla lotta al cambiamento climatico ha impostato una quota importante del proprio programma. Dei problemi che potranno sorgere dal recente accordo con la Cina si è detto. Vi saranno nuove discussioni non tanto e non solo sul contributo finanziario alla NATO (il famoso 2% del PIL) quanto su aspetti più specificatamente militari e strategici, sottovalutati dall’Amministrazione Trump ma non adeguatamente considerati neppure da quella Obama.

La questione però più rilevante sarà un’altra, e proprio l’intesa raggiunta dalla UE con Pechino lo testimonia: i rapporti col mondo asiatico, ovvero con tutta quell’area bagnata dall’Oceano Pacifico che già oggi è (e ancor più sarà nel prossimo futuro) la più avanzata e in più forte crescita nell’intero pianeta. Con l’implicita ammissione che è quella la nuova frontiera della politica americana. E lo è inevitabilmente perché gli Stati Uniti dovranno contrastare la evidente volontà cinese di avvicinare a sé gli altri Paesi dell’area, sino ad oggi buoni alleati di Washington. 

La partita strategica è quella. L’Europa dovrà decidere se e come parteciparvi. Restarvi fuori sarebbe un errore imperdonabile. Presenziarvi in qualità di terza forza intermedia fra i contendenti potrebbe rivelarsi un’ambizione esagerata. Collaborare con la Casa Bianca sarà la via più naturale, e aver a che fare con Biden e non con Trump favorirà questa scelta non così fantasiosa. Saranno però le modalità della collaborazione a fare la differenza. E’ su queste che la UE dovrà ragionare, a partire dal giorno seguente il primo cordiale augurio di buon lavoro al neo Presidente degli Stati Uniti. Ovvero da ieri.

La ricomposizione politica dell’area cattolico democratica

Nella situazione politica, istituzionale, economica e sociale del Paese, aggravata da una pandemia che non dà tregua, Matteo Renzi ha scelto la strada di una crisi  che,  dopo il voto delle Camere, è solo ferma in un pericoloso surplace. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, nel suo intervento alle Camere, ha offerto la legge elettorale proporzionale, ossia  la precondizione indispensabile per la rinascita di un centro politico ampio e plurale che è l’obiettivo che, anche come Federazione Popolare dei DC, ci proponiamo. Il nostro progetto ha molte affinità con quello  degli amici raccolti attorno al “Manifesto Zamagni”: Insieme, Rete Bianca e altri movimenti e associazioni, ossia la ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale italiana. 

L’esigenza di ricostruire un centro politico ampio e plurale, democratico, popolare, riformista ed europeista, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano, alternativo alla sinistra e alla destra sovranista e populista, impegnato nella difesa e integrale attuazione della Costituzione e a inverare nella città dell’uomo gli orientamenti della dottrina sociale della Chiesa, è presente in entrambi i due raggruppamenti di cui sopra. Anche Gianfranco Rotondi, con l’iniziativa assunta a St Vincent nel Novembre scorso, ha evidenziato l’opportunità di avviare un progetto di ricomposizione dell’area cattolica, popolare, liberale e riformista, sui valori e i principi  dell’enciclica “Laudato SI” di Papa Francesco.

I tre senatori dell’UDC, Binetti, Saccone e De Poli, su cui avevamo puntato per l’avvio di un gruppo parlamentare di centro autonomo al Senato,  hanno scelto, alla fine,  invece, la strada del NO alla fiducia riconfermando la loro collocazione all’area di centro destra. La grave situazione intervenuta in queste ore con le dimissioni del segretario Lorenzo Cesa, a seguito delle pesanti accuse giudiziarie, complica l’intera vicenda. L’avvio di un gruppo parlamentare di un centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, tanto al Senato che alla Camera, è la condizione sine qua non per garantire l’azione del governo e anche per favorire la ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.

L’amico Hermann Teusch, della CSU bavarese, membro della Federazione Popolare DC, aveva anche lui sollecitato un voto di fiducia a Conte, sottolineando che era ed è anche questa l’aspettativa degli amici CDU e CSU tedeschi che, con la Merkel e la Von der Leyen hanno favorito l’apertura di credito all’Italia con i fondi della next generation EU e non comprendono la rottura irresponsabile provocata dal senatore di Scandicci. 

Seguiamo con attenzione anche quanto sta portando avanti alla Camera, l’On Bruno Tabacci, intervenuto nel dibattito sulla fiducia, con un discorso nel quale, molto opportunamente, ha ricordato la ricorrenza del 18 Gennaio, data di nascita del Partito Popolare Italiano. Sarà importante vedere se il progetto di un gruppo parlamentare di centro ampio e plurale nascerà in Parlamento, ma ancor più importante sarà avviare un immediato percorso di ricomposizione della nostra area politico culturale tra la Federazione Popolare dei DC e gli amici di Rete Bianca e  Insieme e con tutti coloro che sono interessati a riportare in campo il cattolicesimo politico. Dovremmo evitare di anteporre questioni pregiudiziali di schieramento, inevitabilmente divisive, consapevoli che un centro democratico ampio e plurale, come quello indicato, potrà nascere solo se autonomo e indipendente. Certo la precondizione sarà l’adozione di una legge elettorale proporzionale alla tedesca, con sbarramento e sfiducia costruttiva.

Di qui la necessità di favorire l’adozione di questa legge come indicato e promesso da Conte. Rimanesse “il rosatellum”, il nostro progetto non potrebbe decollare, poiché, in una scelta obbligata bipolare, la nostra area sarebbe immediatamente lacerata tra l’opzione di destra e quella di sinistra, con ampi margini di astensione come è avvenuto dopo la suicida scelta del maggioritario al tempo del referendum Segni…. Prima è indispensabile organizzare insieme una Camaldoli 2021 per condividere con le migliori espressioni dell’intellighenzia cattolica italiana, il programma dei DC e Popolari per l’Italia.

Un programma per la piena attuazione della carta costituzionale e con politiche economiche in grado di corrispondere agli interessi dei ceti medi produttivi e delle classi popolari. A seguire, una grande assemblea costituente nazionale del soggetto politico nuovo,  dalla quale emergerà una classe dirigente di giovani competenti, dotati di grande passione civile e impegnati ad assumere il codice etico del decalogo sturziano alla base dei loro comportamenti politici e amministrativi. Avanti, dunque, da “Liberi e Forti” con quanti sono disponibili per questo formidabile impegno. 

Una politica per il cambiamento con un nuovo soggetto politico

Siamo attraversando un periodo molto difficile per il nostro Paese, ma, data la gravità del momento, non si vedono, da parte dei soggetti politici presenti in parlamento, proposte risolutive per rilanciare una ripresa economica seria per lo sviluppo e il lavoro.

Il Paese ha un forte debito pubblico, una economia pressoché ferma, con una disoccupazione altissima, aggravata dal fatto che è in atto una pandemia che blocca tutte le iniziative.

La politica ha l’obbligo di provvedere ad intraprendere iniziative per cercare le soluzioni, ma vediamo che i partiti sono tutti impegnati nella discussione che pone in evidenza solo un tatticismo finalizzato ad occupare posti e strumentalizzare le questioni con lunghi ed inefficaci dibattiti, che creano solo una maggiore confusione nei cittadini, che poi non ne capiscono le vere motivazioni.

Assistiamo ad una crisi del Governo e notiamo che si va alla ricerca di una maggioranza invitando parlamentari di altri schieramenti  per raggiungere la maggioranza. Questo modo di fare politica è sicuramente inverosimile, per potere governare. L’esito della votazione al Senato, pone il Governo in evidente debolezza, poiché non ha raggiunto la maggioranza assoluta.

E sorprendente, poi,  la posizione di alcuni parlamentari, che non hanno storia nel cattolicesimo politico, di aderire ad una posizione politica del centro.

E’ stato evidenziato in altri momenti, che il centro non è il luogo geometrico, ma scaturisce dalla collocazione del cattolicesimo democratico e della nuova Dottrina della  Chiesa, che nacque dopo la pubblicazione della Enciclica Rerum Novarum, del 1891 di Papa Leone XIII.

Le altre posizioni di soggetti che si dichiarano moderati e centristi è perfettamente strumentale, dunque, da non tenere in considerazione nella storia del Movimento Cattolico.

Le forze che condividono il popolarismo di Sturzo e le idee di De Gasperi, oggi sono prive di una casa comune per cui, non è condivisibile l’assunto che i cattolici sono in tutte le formazioni politiche, perché questo genera diversità di vedute nell’affrontare la soluzione dei problemi reali.

La scelta di alcuni amici di entrare all’interno del PD, si è rilevata erronea, perché la divisione tra il mondo cattolico laico e i portatori del marxismo non è convergente. Lo vediamo oggi che gli stessi democristiani  dentro il PD, parlano ancora di uomini e cose come se fossero dentro la Democrazia Cristiana. 

Questa posizione non è condivisibile perché chi è entrato nel Partito democratico ha tralasciato la cultura cattolica per riconoscere la cultura socialista. Sono due mondi diversi e non sono compatibili tra loro, altra cosa è invece la collaborazione politica delle due culture.

Diamo uno sguardo alle forze politiche in parlamento:

Il PD dopo la morte di Berlinguer e la caduta del muro ha tradito il suo passato di difensore dei diritti dei lavoratori ergendosi a difensore di qualsivoglia diritto civile finendo ad essere un grande partito radicale di massa come del resto predetto e previsto da Augusto del Noce oltre 40 anni fa. Naturale dunque la sua alleanza con il partito populista per eccellenza, il partito dei 5 stelle, quello del no a tutto, ( Tav, Tap, olimpiadi ecc..) del giustizialismo becero, dell’assistenzialismo elevato a sistema e della decrescita felice. Ed è il dramma di questi giorni.

il PD, è la continuità storica e politica dell’ex PCI, che si è amalgamato con quelli della Margherita ex Democristiani. Da questo dopo è nato LEU, da una scissione del PD, dove sono confluiti i sostenitori riformisti, ovvero quelli di sinistra radicale.

La mancanza di un partito di centro di Cattolici Democratici, ha generato la formazione del M5S, che nasce come contestazione alla Casta, ma oggi sono dentro la sfera di Governo, e dall’altra parte si rafforzano la Lega e Fratelli d’Italia, con un calo di Forza Italia.

In questa breve descrizione, si vede chiaramente che la mancanza di un soggetto politico di cattolici democratici, anche in presenza del fatto di una legge elettorale maggioritaria, ha prodotto una serie di vicende che sono controverse per la sana politica del Paese.

Per questo  M.P.F.E., vuole contribuire alla nascita di un nuovo soggetto politico, che sia realmente l’espressione del Cattolicesimo Democratico, posto come continuazione della storia del Movimento Cattolico, con delle indicazioni che possono essere risolutive al bene comune.

Diamo alcune indicazioni che secondo noi sono importanti per il Paese.

Innanzi tutto è necessaria una pace fiscale con una nuova definizione agevolata delle cartelle esattoriali, con abbattimento al dieci per cento, per dare la possibilità a tutti di  pagare.

Sulle autonomie locali è necessario una rigenerazione degli Enti, Comune, Provincia, Regione, dove si dovranno ripristinare la Provincie perché assolvono un importante funzione nel paese.

Sulle riforme Costituzionali, a nostro avviso si dovranno proporre il vecchio numero dei parlamentari, con la riproposizione degli stessi collegi elettorali, perché la riforma del taglio dei parlamentari è contro la Democrazia e la rappresentanza dei territori, si è rilevata una inutile riforma.

Si dovrà riformare il Titolo V della Costituzione, in particolare la finanza pubblica e il fondo di perequazione, che produce forti disparità tra i Comuni e le Regioni, proprio per effetto della legge sul Federalismo fiscale.

Le riforme Costituzionali devono essere condivise non si possono fare a colpi di maggioranza, questo succede solo nei Paesi in cui la Democrazia risulta essere giovane e di tipo tribale.

Il nuovo soggetto politico sarà aperto a tutti coloro che vorranno condividere  le idee e i programmi, al fine di migliorare le condizioni sociali e politiche dei cittadini di questo Paese, ma soprattutto siamo convinti difensori e sostenitori del popolarismo di Don Luigi Sturzo e della Dottrina sociale della Chiesa.

Raggi, Atac: la mozione del secondo municipio di Roma

Alcuni consiglieri del secondo Municipio di Roma capitale tra cui la Consigliera Isabella Montagna, hanno presentato una mozione al Presidente per chiedergli di compiere ogni atto volto a sollecitare una pronta azione del Sindaco di Roma Capitale per il ripristino della legalità sulla proclamazione della vittoria del “SI” alle consultazioni referendarie.

Inoltre si chiede al Presidente del Municipio Roma II, anche dia farsi garante di una altrettanto tempestiva convocazione del Consiglìo del Municipio per un legittimo, compiuto e adeguato dibattito sulla dichiarazione dei risultati del referendum del novembre 2018 sulla messa a gara del trasporto pubblico locale di Roma.

Già una sentenza il Tar del Lazio nei giorni scorsi aveva intimato alla Sindaca di proclamare con un’ordinanza la vittoria del “sì’” al referendum consultivo su Atac.

Qui di seguito potrete leggere l’intero testo della Mozione

Atac la mozione del secondo municipio di Roma

Progetto Arca: pasti caldi e monitoraggio in strada.

“Un piatto caldo, sano e buono, donato come gesto di cura e attenzione è il modo più diretto, sincero e accogliente per entrare in contatto con una persona, per suggerirle fiducia e cominciare a instaurare un dialogo. E questo è il primo passo verso una presa in carico più strutturata della persona fragile, avviandola poi a un recupero della sua vita”.

Alberto Sinigallia, presidente di Fondazione Progetto Arca, racconta così il grande impegno degli operatori e dei volontari della Onlus che lungo tutto l’anno di pandemia, e in particolare nei mesi più freddi, si sono messi a disposizione delle persone vulnerabili e senza dimora portando un aiuto concreto: un pasto completo e caldo in strada per far fronte alla fame e alla disperazione, aumentate in questi mesi di emergenza.

Le Unità di strada di Progetto Arca sono presenti e attive a Milano, Roma e Napoli per consegnare cibo alle persone senza dimora. A Milano, dove si registra il numero maggiore di senzatetto (2.000 persone, di cui 500 che dormono in strada), è inoltre in funzione il nuovo servizio di Cucina Mobile: un foodtruck dotato di fornelli, forno e bollitori che accompagna le Unità di strada 5 sere a settimana per distribuire ogni sera 120 pasti caldi in diverse zone della città.

Insieme al pasto caldo serale – sempre offerto con proposte diversificate per un apporto nutrizionale adeguato in termini di quantità e qualità – i volontari di Progetto Arca organizzati nelle Unità di strada consegnano un sacchetto contenente cibi confezionati per gli altri due pasti (colazione e pranzo) del giorno dopo, e anche kit igienico-sanitari, indumenti caldi e coperte. Un primo aiuto concreto prima di mettersi in ascolto e fornire informazioni utili per dormire al riparo a chiunque incontrino in difficoltà: un soccorso importante anche per tenere costantemente monitorata la situazione in strada.

Inoltre a Milano, una volta a settimana, le Unità di strada sono affiancate anche da un team sanitario di Progetto Arca che monitora chi non dorme in una casa e quindi è più esposto al contagio. Gli infermieri in strada sono attrezzati per eseguire tamponi rapidi, misurare la saturazione di ossigeno nel sangue e la temperatura corporea, adottando dove necessario le opportune procedure di ricovero in ospedale o, per chi è asintomatico o ha pochi sintomi, di isolamento nelle strutture preposte del Comune.

Brescia prima in Europa per mortalità da smog

Uno studio sull’impatto dello smog sulla salute ha stimato per la prima volta il carico di mortalità attribuibile all’inquinamento atmosferico in più di 1.000 città europee. Lo studio , pubblicato su The Lancet Planetary Health , include una classifica delle città europee con i più alti tassi di mortalità attribuibili a ciascuno dei due inquinanti atmosferici studiati: particolato fine (PM 2.5 ) e biossido di azoto (NO 2 ) . Il progetto di ricerca è stato condotto dal Barcelona Institute for Global Health (ISGlobal), in collaborazione con ricercatori dello Swiss Tropical and Public Health Institute (Swiss TPH) e dell’Università di Utrecht .

I risultati mostrano che 51.000 e 900 morti premature potrebbero essere prevenute ogni anno , rispettivamente, se tutte le città analizzate raggiungessero i livelli di PM 2.5 e NO 2 raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Tuttavia, se tutte le città dovessero corrispondere ai livelli di qualità dell’aria della città meno inquinata nell’elenco, si potrebbero prevenire ancora più morti. In particolare, il numero di morti premature che potrebbero essere prevenute ogni anno riducendo le concentrazioni di PM 2,5 e NO 2 ai livelli più bassi misurati è rispettivamente di 125.000 e 79.000 .

Questa la classifica

Le dieci città con il maggior carico di mortalità attribuibile al PM 2.5 :

  1. Brescia (Italia)
  2. Bergamo (Italia)
  3. Karviná (Repubblica Ceca)
  4. Vicenza (Italia)
  5. Slesia Metropolis (Polonia)
  6. Ostrava (Repubblica Ceca)
  7. Jastrzębie-Zdrój (Polonia)
  8. Saronno (Italia)
  9. Rybnik (Polonia)
  10. Havířov (Repubblica Ceca)

Le dieci città con il maggior carico di mortalità attribuibile a NO 2 :

  1. Madrid (area metropolitana) (Spagna)
  2. Anversa (Belgio)
  3. Torino (Italia)
  4. Parigi (area metropolitana) (Francia)
  5. Milano (area metropolitana) (Italia)
  6. Barcellona (area metropolitana) (Spagna)
  7. Mollet del Vallès (Spagna)
  8. Bruxelles, Belgio)
  9. Herne (Germania)
  10. Argenteuil-Bezons (Francia)

Le dieci città con il minor carico di mortalità attribuibile al PM 2.5 :

  1. Reykjavík (Islanda)
  2. Tromsø (Norvegia)
  3. Umeå (Svezia)
  4. Oulu (Finlandia)
  5. Jyväskylä (Finlandia)
  6. Uppsala (Svezia)
  7. Trondheim (Norvegia)
  8. Lahti (Finlandia)
  9. Örebro (Svezia)
  10. Tampere (Finlandia)

Le dieci città con il minor carico di mortalità attribuibile a NO 2 :

  1. Tromso (Norvegia)
  2. Umeå (Svezia)
  3. Oulu (Finlandia)
  4. Kristiansand (Norvegia)
  5. Pula (Croazia)
  6. Linköping (Svezia)
  7. Galway (Irlanda)
  8. Jönköping (Svezia)
  9. Alytus (Lituania)
  10. Trondheim (Norvegia)

Nell’area metropolitana di Milano inoltre si stimano quasi 4000 decessi annui (esattamente 3967) che potrebbero essere evitati se fossero rispettati gli standard fissati dall’Oms.

Nella classifica inoltre troviamo:  Verona  undicesima, Treviso 14ma, Padova 15ma, Como 17ma, Cremona 18ma, Busto Arsizio (Varese) 19ma.

Google Maps potenzia i dettagli delle strade nelle maggiori città

Su Google Maps, come annunciato, arriva il potenziamento delle mappe cittadini con un dettaglio stradale precedentemente impensabile: dagli angoli arrotondati della strada alle strisce e isole pedonali.

Questi particolari potranno essere di aiuto a tutti coloro che frequentano le città, in particolare modo i pedoni, che siano abitanti o turisti con particolare attenzione per le persone affette da disabilità che possono così programmare anticipatamente i propri percorsi evitando eventuali barriere architettoniche: basti pensare che i parchi evidenzieranno la larghezza reale dei percorsi e le scale in contrasto.

Le prime città a beneficiare di questa rivoluzione sono San Francisco, Tokyo, New York e Londra.

La distribuzione del nuovo servizio è in fase di consegna su tutti i dispositivi: per verificare la nuova funzionalità è sufficiente accedere all’applicazione e visitare virtualmente una delle città menzionate sul dispositivo.

Google ha in programma di aggiungere anche altre città nei prossimi mesi.

Il vaccino Pfizer-BionTech funziona anche contro la variante inglese

Il vaccino Pfizer-BionTech funziona anche contro la variante inglese di Covid-19. A questa conclusione arrivano due diversi studi, di cui uno condotto dai ricercatori della stessa BionTech, disponibili in preprint su ‘bioRxiv’, cioè non ancora sottoposti alla revisione della comunità scientifica.

L’equipe dell’azienda biotech ha studiato sia il ceppo di riferimento di Wuhan sia la variante B117, e le annesse mutazioni della proteina Spike, con i sieri di 16 partecipanti a un precedente trial sul vaccino a mRna contro Covid-19 (Bnt162b2). I sieri presentavano anticorpi neutralizzanti in risposta a entrambe le varianti. Questi dati, “insieme all’immunità combinata indotta dal vaccino, rendono improbabile che la variante inglese sfugga alla protezione vaccinale”, sottolineano i ricercatori.

A valutare l’efficacia della risposta immunitaria anche contro le altre varianti di Covid, quella sudafricana e quella brasiliana, è l’altro studio condotto da ricercatori inglesi e olandesi. Gli anticorpi nella maggioranza dei campioni di siero utilizzati per lo studio, prelevato da pazienti contagiati a inizio 2020, sono risultati in grado di neutralizzare anche la variante inglese, ma l’efficacia è risultata inferiore in un piccolo numero di campioni. Questo sottolinea “la necessità di un monitoraggio efficace in tempo reale delle mutazioni emergenti e del loro impatto sull’efficacia del vaccino”.

Il Governo, la crisi e il “centro”.

La soluzione di questa surreale e sempre più misteriosa crisi di governo di matrice renziana, espone ancora la politica italiana a qualsiasi scenario. Dall’allargamento della attuale maggioranza  – ipotesi più che probabile per motivazioni persin troppo comprensibili per essere ulteriormente  approfondite…- con l’innesto di alcuni settori dell’opposizione a possibili ulteriori scricchiolii. Tutto  è aperto, anche perchè viviamo in una stagione ancora dominata dall’ipoteca trasformistica  politica e parlamentare che non prevede, com’è a tutti ovvio, alcuna coerenza, lungimiranza e  prospettiva politica se non la salvaguardia e la conservazione del proprio seggio parlamentare,  cioè in ultima analisi l’esaltazione del proprio “particulare”. Una stagione trasformistica frutto della  vittoria delle forze populiste, demagogiche e anti politiche alle elezioni del 2018.  

Di fronte ad un quadro del genere, tuttavia, è possibile la ripresa di iniziativa della politica. Non  nella sua versione trasformistica, demagogica e anti politica ma nella sua versione più nobile.  Cioè quella basata sulle idee, sui progetti politici, sulla visione della società, sul recupero delle  culture politiche e, in ultima analisi, sul ritorno dei partiti come strumenti di elaborazione e di  crescita politica e non solo come banali e semplici cartelli elettorali alle dirette dipendenze del  “capo” di turno. 

In questo contesto è possibile, e auspicabile, il ritorno di una “politica di centro” che proprio da  questa assurda e surreale crisi di governo emerge come esigenza prioritaria per ridare qualità alla  democrazia e credibilità alla stessa politica. Soprattutto a quella di governo, cioè a quella cultura  di governo che resta centrale e sempre più indispensabile in tempi di antipolitica e di strisciante  trasformismo. Un’area di centro, un partito/movimento di centro, una politica di centro che siano  in grado di cancellare definitivamente quella triste e decadente concezione che ha relegato le  innumerevoli formazioni di centro nate in questi ultimi tempi come mera testimonianza.  Politicamente irrilevante ed elettoralmente fallimentare.  

Adesso, al contrario, si può invertire la tendenza. C’è un vuoto nella politica Italiana e a questo  vuoto va data una risposta politica, culturale, sociale e programmatica. E chi arriva dalla  tradizione cattolico popolare, democratica e sociale, ha il dovere – ovviamente con altre culture e  altri movimenti politici sensibili alla politica di centro – di contribuire a costruire e a consolidare  questo nuovo e fecondo progetto politico. 

Andante ma non troppo

Nella giornata in cui si ricordavano i 5 anni della scomparsa di Ettore Scola è andata in scena l’ennesima commedia all’italiana. E ancora una volta la location è stato il Parlamento, segnatamente il Senato della Repubblica. Aveva ragione il politologo Paolo Pombeni, direttore di Mente Politica a dire che era sbagliato sostenere che la crisi era inspiegabile, mentre un esiliato illustre come Enrico Letta, vittima di “uno stai sereno” aveva invece evidenziato che lo “strappo è la follia di una persona sola”.

Al netto della vicenda –  commenta un fine osservatore come Massimo Franco-  “Il saldo della crisi aperta inopinatamente da Matteo Renzi è un indebolimento vistoso sia della maggioranza, sia dello stesso Conte, sia, ed è l’aspetto più inquietante, del Paese”.

Così – anche facendo ricorso alla coreografica suspense del VAR, per contare i voti dei minuti di recupero – il 66° governo della repubblica Italiana è rimasto in sella, ma il cavallo appare bolso anche se il fantino – che  ha contato su due transfughi dal Cavaliere – vede ancora ‘interessanti prospettive per il futuro’, per usare una frase di Renato Pozzetto.

Sarà Lui l’artefice della ricostituzione del Centro politico? Di personaggi in cerca d’autore ce ne sono molti ma i contenuti sono evanescenti. Un nuovo partito politico che abbia l’ambizione di guidare la crescita del Paese non si conta “sull’accorruomo “ ma sulle idee. De Gasperi era un gigante che valeva per quel che era e che sapeva gestire, guardando anche al futuro: qualcuno dice che l’Europa riderà anche stavolta di noi ma dovrebbe ricordare che il primo a pensarla come entità politica era stato il nostro grande statista.

Gira che ti rigira, ora il gap tra paese legale e paese reale si divarica sempre più. Tra le istituzioni e il popolo non ci sono più corpi di intermediazione sociale e monta l’esasperazione che è un sentimento misto di rabbia e impotenza. L’Italia non è Paese di rivoluzioni ma di ricatti, cambi di casacca o di minacce: la storia e il buon senso ci insegnano che dopo i giacobini arriva sempre il Bonaparte di turno. Ci possono essere buone o cattive ragioni per aprire una crisi ma farvi ricorso troppe volte trasforma la crisi in lisi, una sorta di lenta erosione, una estinzione della democrazia, un consumo delle risorse umane e materiali.

Dopo il tramonto delle ideologie sono subentrate molte opinioni: tutti parlano troppo, puntualizzano, promettono, l’eloquio inconcludente sgretola le istituzioni e le speranze della gente.

Con oltre 80 mila morti (ma oggi il Punto del Corriere adombra l’ipotesi che ne manchino al conto altri 30 mila) condividiamo a livello planetario il dramma della pandemia.

Errori ne hanno commesso anche altri Paesi ma questa indifferenza , questo cinismo verso la tragedia umana ed economica che stiamo vivendo tutti ricorda più i Borgia che il Rinascimento fiorentino.

I nostri sbagli sono stati enormi: a livello geopolitico e geoeconomico, strizzando l’occhio alla Cina e disdegnando la Nato: confidiamo adesso che Biden ci metta una pezza e recuperi alleanze perdute sulla via della seta. In tema di salute (senza un piano pandemico aggiornato, con gli ospedali al tracollo, di imprese (oberate dalla burocrazia impietosa e paralizzate dai veti e dalle tasse), di provvidenze sociali (chi lamenta la politica dei bonus come regalie senza controllo forse dimentica chi ha introdotto  il primo) di scuola, è mancata una visione strategica, nonostante gli esperti, le task force, le cabine di regia e gli Stati generali.

Sulla scuola il default è imminente: averla attrezzata come un ambulatorio medico coi banchi a rotelle senza pensare al trasporto degli alunni, confidando nella DAD quando il 30 % delle famiglie del Sud non ha PC o tablet, configura uno scenario da catastrofe educativa. Un vulnus di apprendimenti che si riverbererà sul futuro, insieme al debito pubblico, per questa generazione culturalmente deprivata.

E poi restano i problemi di sempre, ciascuno dei quali meriterebbe una monografia: la personalizzazione della politica e dei partiti, la selezione per cooptazione e fedeltà della classe dirigente, la sua madornale impreparazione culturale, un sistema elettorale che dia certezze e stabilità, il distacco dai problemi della gente. Chi voleva aprire il Parlamento come una scatola di sardine è riuscito nel compitino: ora ci si è accomodato e pare si trovi a proprio agio: nessuno parla più di vincolo di mandato, di limite alla doppia rielezione, di impeachment del Capo dello Stato, di no-vax e no tav. Mentre il MES resta fuori dalla porta,il Recovery plan è una diceria romanzata tutta da inventare e monta come la panna il conflitto Stato-Regioni.

Siamo arrivati a un punto in cui ci si interroga sul senso stesso della democrazia: è questa? Non vi vedo molti vantaggi. Resta il timore che qualcuno possa convincerci che la migliore dittatura (che ha molte maschere da indossare) sia da preferire a questa peggior democrazia.

Migrazioni: Istat, ancora in aumento gli italiani che si trasferiscono all’estero.

Nel 2019 il volume complessivo delle cancellazioni anagrafiche per l’estero è di 180mila unità, in aumento del 14,4% rispetto all’anno precedente. Le emigrazioni dei cittadini italiani sono il 68% del totale (122.020). Se si considera il numero dei rimpatri (iscrizioni anagrafiche dall’estero di cittadini italiani), pari a 68.207, il calcolo del saldo migratorio con l’estero degli italiani (iscrizioni meno cancellazioni anagrafiche) restituisce un valore negativo di 53.813 unità. Il tasso di emigratorietà dei cittadini italiani è pari a 2,2 per mille.

È il Nord la ripartizione di residenza da cui partono i flussi più consistenti di trasferimenti all’estero di cittadini italiani, in termini sia assoluti (59mila, pari al 49% degli espatri) sia relativi rispetto alla popolazione residente (2,4 italiani per mille residenti). Dal Mezzogiorno si sono trasferiti all’estero oltre 43mila italiani (2,2 per mille) mentre dal Centro sono espatriati circa 19mila connazionali, con un tasso di emigratorietà (1,8 per mille) sotto la media nazionale.

La distribuzione degli espatri per regione di partenza mette in evidenza una situazione più eterogenea: la regione da cui emigrano più italiani, in valore assoluto, è la Lombardia con un numero di cancellazioni anagrafiche per l’estero pari a 23mila; seguono Sicilia e Veneto (entrambe 12mila), Campania (11mila) e Lazio (9mila). In termini relativi, rispetto alla popolazione italiana residente nelle regioni, il tasso di emigratorietà più elevato si ha in Trentino-Alto Adige (4 italiani per mille residenti). In Calabria, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Veneto, Sicilia, Molise, Lombardia e Abruzzo la propensione a emigrare è di circa 3 italiani per mille residenti. Le regioni con il tasso di emigratorietà per l’estero più basso sono invece Toscana, Liguria e Lazio, che presentano valori pari a circa 1,7 per mille.

La riedizione del volume del gesuita John Courtney Murray. Noi crediamo in queste verità

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano

Nel 1960, accompagnando l’ascesa alla Presidenza del primo cattolico, John Kennedy, sospetto in vasti settori dell’opinione pubblica protestante perché la Chiesa cattolica sembrava limitarne l’autonomia, il padre gesuita John Courtney Murray pubblicò We Hold These Truths – Catholic Reflections on the American Proposition, la raccolta dei propri scritti. In essa, a partire dal diritto costituzionale americano, proponeva di assumere pienamente la libertà religiosa come principio da valorizzare e non come male da tollerare. Kennedy si ispirò a Murray anche in un celebre discorso a Houston di quello stesso anno che ebbe particolare risonanza politica ed ecclesiale, anche ad anni di distanza. La prima apparizione italiana del testo (Morcelliana, 1965) intendeva accompagnare i lavori del concilio Vaticano II  ed in effetti ebbe un’influenza decisiva sulla Dichiarazione conciliare Dignitatis humanae  anche grazie ai rapporti di lunga data dell’autore con Paolo VI . Oggi, in concomitanza con l’ascesa alla Presidenza di Joe Biden, secondo cattolico dopo Kennedy, vede la luce una nuova edizione (Brescia, Morcelliana 2021, pagine 324, euro 28), con una premessa e una nota biografica e bibliografica di Stefano Ceccanti, nella convinzione che alcune intuizioni di fondo del testo e della Dichiarazione  possano avere ancora un significato. Nella prima parte della premessa, Ceccanti analizza lo svolgimento del pensiero del gesuita, sempre ancorato a solide radici teologiche. Quindi, nella seconda parte, di cui qui pubblichiamo uno stralcio, illustra quali sono stati gli influssi del diritto costituzionale degli Stati Uniti sulla Dignitatis humanae.

Il proemio della Dignitatis humanae, pur con linguaggio ecclesiale, tematizza in chiave costituzionalistica il tema dell’immunità dalla coercizione, il ruolo limitato dello Stato e l’ampiezza del libero esercizio della libertà religiosa con un lessico evidentemente mutuato dal Primo emendamento della Costituzione americana e ammette esplicitamente in modo non consueto un certo grado di discontinuità rispetto alla dottrina precedente, «dalle quali trae nuovi elementi in costante armonia con quelli già posseduti». Queste affermazioni nel rapporto con lo Stato vengono bilanciate sul piano del rapporto tra la persona, la verità e la Chiesa «col dovere morale dei singoli e delle società verso la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo».

Anche il tema dei limiti che i pubblici poteri possono porre all’esercizio della libertà religiosa è impostato dal punto 7 in modo sintonico con l’impostazione americana: lo Stato non ha il monopolio del bene comune, i limiti che può porre sono fondati solo sull’“ordine pubblico”, nozione ben più limitativa, secondo canoni di necessità e di proporzionalità. Del resto né la politica né tanto meno lo Stato sono visti dallo specifico documento sui rapporti Chiesa-mondo, la Costituzione pastorale Gaudium et spes, nello specifico nei capitoli finali della Prima Parte e, quindi, nei paragrafi 74 e 75, come aventi un monopolio del bene comune. È però il numero 6 che ottiene puntualmente il capovolgimento della tesi leoniana.

Mentre il citato passaggio della Immortale Dei recitava: «Se la Chiesa giudica che non sia lecito concedere ai vari culti religiosi la stessa condizione giuridica che compete alla vera religione, pure non condanna quei governi che, per qualche grave situazione, mirando o ad ottenere un bene, o ad impedire un male, tollerino di fatto diversi culti nel loro Stato», ora il n. 6 della Dignitatis humanae afferma: «Se, considerate le circostanze peculiari dei popoli nell’ordinamento giuridico di una società viene attribuita ad un determinato gruppo religioso una speciale posizione civile, è necessario che nello stesso tempo a tutti i cittadini e a tutti i gruppi religiosi venga riconosciuto e sia rispettato il diritto alla libertà in materia religiosa».

La seconda parte della Dichiarazione si muove poi su un profilo più squisitamente teologico, anche ricorrendo al già richiamato argomento della zizzania, sia ripreso come citazione biblica sia in relazione all’Allocuzione di Pio XII del 1953.

Il tema costituzionale riemerge nella Conclusione elogiando genericamente alcuni testi costituzionali e facendo riferimento alla Dichiarazione Onu del 1948 attraverso una citazione della Pacem in terris di Giovanni XXIII del 1963 (paragrafo 75). Del resto quell’enciclica aveva già segnato varie aperture nella direzione poi percorsa compiutamente dalla Dignitatis humanae. Non solo per il tono più aperto sul tema specifico della libertà religiosa, ma perché, più in generale, com’è noto, essa tra i princìpi della dottrina sociale cristiana colloca non solo i classici verità, giustizia e amore, ma anche la libertà (si veda in particolare il par. 18).

Ovviamente tra le due parti del documento c’è un nesso logico: quale visione ecclesiologica consente di muoversi in un modo così aperto sul piano giuridico, dando rilevanza in modo induttivo ad un’esperienza storica, quella americana, in cui i cattolici erano minoranza? Perché è possibile trarre da un’esperienza di quel tipo, di dialogo tra varie minoranze religiose “nuovi elementi”, come recita il proemio, in grado di arricchire la dottrina? Lo stesso proemio non casualmente ripropone qui la formula già presente nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium (par. 8), ossia che la «vera religione… sussista nella Chiesa cattolica e apostolica». Notevoli dibattiti si sono svolti sull’uso del termine “sussiste” in luogo di altri più immediati sulla coincidenza della verità con quella proposta dalla Chiesa cattolica, ora accentuando ora riducendo l’impatto della novità della formula. Al netto di tali diversità interpretative, resta il fatto che il verbo sussistere intende esprimere una visione non esclusivista della verità. Si può quindi discutere se le formule della prima parte della Dichiarazione, più spostata sul concetto costituzionale di immunità dalla coercizione si coniughino più o meno felicemente con quelle teologiche della seconda, però il proemio invita a leggere insieme la valorizzazione della libertà nello Stato con una certa valorizzazione del pluralismo religioso e civile.

La possibile tensione tra le due parti esiste perché obiettivamente era più semplice costruire un ampio consenso sull’idea costituzionale dell’immunità dalla coercizione che non su un’impostazione teologica relativa alla positività della libertà religiosa in sé, visto che al di là della libertà la Chiesa cattolica ha comunque la convinzione di essere portatrice della verità, di avere comunque la percezione più adeguata della verità rispetto alle altre esperienze religiose.

Com’è noto, il consenso sulla prima parte, superando la tesi dello Stato cattolico, fu relativamente semplice perché all’impostazione costituzionale americana di Murray e Maritain, che consentiva di raccordarsi anche alla prima esperienza di un presidente americano cattolico, si accompagnava l’esperienza storica delle democrazie cristiane nei principali Paesi europei, che avevano dimostrato la fecondità concreta dell’incontro tra cristianesimo e democrazia e quella dei padri dell’Europa dell’Est, a cominciare dalla Polonia, per i quali era vitale difendere la forza sociale della Chiesa dall’invadenza degli Stati socialisti.

Era invece più difficile trovare formule chiare e condivise sulla seconda parte, perché il rifiuto dell’esclusivismo nel possesso della verità andava comunque conciliato con l’affermazione di un ruolo significativo della Chiesa. Lo dimostrano appunto le note tensioni nel dibattito interpretativo successivo sul verbo “sussistere” per comparazione all’accettazione pacifica dell’immunità dalla coercizione. Nessuno, se non piccole frange tradizionaliste, ha più riproposto modalità confessionaliste nel rapporto tra Stato e Chiese, ma tuttavia in nome del libero esercizio della libertà religiosa da parte della Chiesa cattolica si è spesso proposta una retorica antirelativista in nome di astratti principi non negoziabili a cui conformare la legislazione civile, retorica che più che anti-relativista era in realtà anti-pluralista. Rare sono, infatti, le posizioni relativiste nel dibattito pubblico, quelle per le quali le posizioni nella sostanza si equivalgono e l’ordinamento deve pertanto assumere la più netta e olimpica neutralità. La gran parte dei conflitti sono invece legati al pluralismo, alla presenza di varie linee di frattura rispetto alle quali i decisori politici possono e debbono trovare forme di sintesi.

Quali sono state pertanto in estrema sintesi le conseguenze pratiche di questa impostazione sul piano dell’evoluzione costituzionale comparata nelle democrazie consolidate ed in quelle affermatesi dopo il 1989?

Si è realizzata una doppia e reciproca apertura.

Per un verso, la spinta diretta della Dichiarazione ha condotto a smantellare le normative ispirate a residui confessionalisti (Concordato italiano del 1929 e spagnolo del 1953 in primis); per altro verso, l’effetto indiretto è stato quello di intaccare, a cominciare dalla Conferenza di Helsinki del 1975, le normative dei Paesi allora socialisti ispirate alla logica di una separazione ostile.

Persiste, invece, una sostanziale logica confessionalista nel mondo islamico, dove continua ad essere concepibile al massimo solo una limitata tolleranza religiosa.

Al di là di questa persistenza, alcune impostazioni interne alla Chiesa cattolica hanno cercato di neutralizzare la portata innovativa della Dichiarazione ritenendola sostanzialmente datata perché essa sarebbe servita sì sul momento a limitare le pretese antireligiose dei Paesi socialisti e a liquidare vecchi confessionalismi, ma si sarebbe poi rivelata debole rispetto alle nuove forme di liberalismo e di relativismo nei Paesi occidentali rispetto alle quali si sarebbe invece trattato ora di contrapporre l’oggettività della verità secondo la comprensione della Chiesa cattolica, come proposto ad esempio da Bruno Dufour in un importante saggio sull’autorevole rivista «Communio» del novembre-dicembre 1995, rileggendo in questa chiave il pontificato di Giovanni Paolo II .

Ora, ciascun documento è anche figlio del suo tempo ed è ovvio che una Dichiarazione del genere, se fosse riscritta oggi, potrebbe probabilmente avere su alcuni punti diverse ed ulteriori sollecitazioni ed è peraltro evidente che la Chiesa cattolica non possa accettare passivamente qualsiasi evoluzione culturale. Tuttavia c’è da chiedersi: la valorizzazione del pluralismo che portava Murray ad intitolare il suo libro usando la parola verità al plurale, sulla scia della Dichiarazione di Indipendenza e l’ottimismo teologico che pervade l’inizio della Dignitatis humanae hanno un valore storicamente contingente o invece mantengono fermo il loro valore di stella fissa per la società e per la Chiesa? Rileggere Murray aiuta a convincersi di questa seconda opzione.

Senza Murray sarebbe stato impossibile superare il doppio standard a cui conduceva la tesi dello Stato cristiano (confessionalismo dove si era maggioritari e richiesta di libertà dove minoritari), rivendicata esplicitamente dal cardinale Ottaviani nel già citato discorso del 1953 («Ci si obietta: voi sostenete due criteri o norme d’azione diverse, secondo che vi fa comodo… Ebbene, appunto due pesi e due misure sono da usarsi: l’uno per la verità, l’altro per l’errore») e che esponeva Kennedy all’accusa di volere un’egemonia cattolica nel caso di vittoria e, quindi, sarebbe stato impossibile scrivere limpidamente nell’enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco: «Come cristiani chiediamo che, nei Paesi in cui siamo minoranza, ci sia garantita la libertà, così come noi la favoriamo per quanti non sono cristiani là dove sono minoranza» (n. 279).

Chissà che le idee di Murray, nel momento in cui il cattolico Joe Biden si insedia alla Presidenza della più importante democrazia consolidata del mondo, non siano anche stavolta di ispirazione per accompagnare le evoluzioni della Chiesa cattolica, della società e della politica, negli Usa e altrove, dopo tante incomprensioni e rigidità del periodo precedente.

Una discriminazione alla ASL RM 2 : 5 persone senza lavoro!

Nelle vicende della sanità romana oltre alla pandemia, esistono anche questioni più modeste, come ad esempio, la perdita del posto di lavoro di  operatori del Cup della Asl Rm 2. Questa la storia: a seguito della gara di appalto,  per la gestione delle prenotazioni sanitarie del Poliambulatorio di via Bresadola, nel gennaio 2019, alla società NTA srl, subentrava la società SDS srl. A molti lavoratori non fu rinnovato il contratto, perché chiedevano notizie sulla proposta contrattuale che decurtava la loro retribuzione a parità di lavoro.

 Dopo tante sollecitazioni e comunicati ai responsabili  della Asl e della Regione Lazio nel corso di questi due anni alcuni ex-operatori sono tornati a lavorare, nuovi lavoratori che non avevano avuto rapporti con la Asl sono stati assunti,  ma 5 lavoratori (3 donne e 2 uomini) malgrado avessero offerto la loro disponibilità, non sono stati reintegrati dalla società che gestisce l’appalto. Persone con esperienza di lavoro che va dai 10 ai 20 anni, che hanno svolto con passione e professionalità il  servizio al presidio sanitario, e soprattutto persone con famiglia che non hanno più nessun ammortizzatore sociale, e speravano in un confronto per trovare una soluzione.

Domandano coloro che sono rimasti senza lavoro da due anni, con quali criteri sono stati fatti i reintegri, e a  chi si debbono rivolgere questi ex-operatori per tornare al lavoro? Forse un attenzione particolare, da parte della Regione Lazio, Assessorato Sanità e della Asl Rm 2, sul rispetto e l’applicazione dei bandi di gara, avrebbe evitato questa incomprensibile  discriminazione. Con un minimo di volontà politica si può restituire serenità a cinque famiglie in grande difficoltà.

Usa: con Biden stop a dazi su 1/2 mld di Made in Italy

“Ci sono le condizioni per superare i dazi aggiuntivi Usa che colpiscono le esportazioni agroalimentari Made in Italy per un valore di circa mezzo miliardo di euro su prodotti come Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello”. E’ quanto afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini in riferimento all’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti Joe Biden.

L’ elezione del nuovo presidente Usa – sottolinea la Coldiretti – arriva a poco più di un anno dall’entrata in vigore il 18 ottobre 2019 in Usa di una tariffa aggiuntiva del 25% su una lunga lista di prodotti importati dall’Italia e dall’unione Europea, per iniziativa di Donald Trump nell’ambito della disputa nel settore aereonautico che coinvolge l’americana Boeing e l’europea Airbus sulla quale è intervenuto anche in Wto autorizzando prima gli Usa e poi l’Ue ad applicare dazi.

Da allora si è verificata una escalation che ha portato  all’entrata in vigore il 10 novembre scorso di tariffe aggiuntive della Ue sui prodotti Usa pari al 15% per gli aerei che salgono al 25% su ketchup, formaggio cheddar, noccioline, cotone e patate insieme a trattori, consolle e video giochi alla quale gli Stati Uniti hanno replicato colpendo l’importazione di parti di produzione di aeromobili provenienti da Francia e Germania, i vini, il cognac e brandy francesi e tedeschi, che sono inseriti nell’elenco dei prodotti tassati a partire dal 12 gennaio 2021.

“Occorre ora avviare un dialogo costruttivo ed evitare uno scontro dagli scenari inediti e preoccupanti che rischia di determinare un pericoloso effetto valanga sull’economia e sulle relazioni tra Paesi alleati in un momento drammatico per gli effetti della pandemia” afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “gli Stati Uniti sono il primo mercato extraeuropeo per i prodotti agroalimentari tricolori per un valore che nel 2019 è risultato pari a 4,7 miliardi, con un ulteriore aumento del 5,2% nei primi undici mesi del 2020”

Referendum Atac: la Raggi ha dieci giorni per proclamare il risultato

La sindaca di Roma, Virginia Raggi, dovrà proclamare con un’ordinanza la vittoria del “sì’” al referendum consultivo su Atac, quello per la messa a gara del trasporto pubblico romano.

L’ha deciso con una sentenza il Tar del Lazio, nell’ambito di un ricorso proposto da Riccardo Magi, Alessandro Capriccioli e Francesco Mingiardi, personalmente e nella qualità di rappresentanti del comitato “Si Mobilitiamo Roma”.

In caso di “perdurante inottemperanza”, i giudici hanno nominato sin d’ora quale Commissario ad acta il Prefetto di Roma.

Con il ricorso in questione – spiegano i giudici in sentenza – si censurava l’inottemperanza di Roma Capitale e della sindaca Raggi “all’adozione di un provvedimento dichiarativo degli esiti referendari, conclusisi con la vittoria dei ‘SI’, come accertato nel verbale delle operazioni predisposto dall’ufficio centrale per il referendum, con relativa pubblicazione all’albo pretorio e sul sito istituzionale dell’ente, al quale avrebbe dovuto fare seguito la trattazione in seno all’Assemblea Capitolina per l’adozione delle relative determinazioni entro trenta giorni dalla proclamazione degli esiti referendari”.

Una volta proclamati i risultati della consultazione popolare, entro sessanta giorni il presidente dell’Aula, Marcello De Vito, dovrà convocare una seduta dell’Assemblea  Capitolina per la discussione politica sull’esito del referendum. Roma Capitale, che dovrà saldare “l’onere del compenso al commissario ad acta” che sarà stabilito con un provvedimento diverso, è stata condannata anche al pagamento delle spese giudiziali, ammontanti a 2.500 euro, e rischia anche un procedimento della Corte dei Conti.

 

Scuola, concorso straordinario, pubblicate le nuove date delle prove

Sul sito del Ministero dell’Istruzione sono pubblicate le nuove date delle prove ancora da espletare del concorso straordinario per la scuola secondaria di primo e secondo grado. Le prove si svolgeranno fra il 15 e il 19 di febbraio, con una media di 10 candidati per aula, dunque nei limiti previsti dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dello scorso 14 gennaio 2021.

L’elenco delle sedi d’esame, con la loro esatta ubicazione e l’indicazione della destinazione dei singoli candidati, sarà comunicato dagli Uffici Scolastici Regionali responsabili della procedura almeno quindici giorni prima della data di svolgimento delle prove stesse nei rispettivi Albi e sui siti Internet.

Ogni ulteriore informazione e documentazione relativa alla procedura concorsuale è disponibile all’indirizzo https://www.miur.gov.it/web/guest/procedura-straordinaria-per-immissione-in-ruolo-scuola-secondaria.

Che cos’è la vitamina C

La vitamina C, nota anche come acido ascorbico, è una vitamina idrosolubile, vale a dire che si scioglie in acqua, con proprietà antiossidanti: aiuta a mantenere sane le cellule proteggendole dagli effetti dei radicali liberi prodotti durante la normale attività cellulare.

E’ contenuta soprattutto negli alimenti freschi: in alcuni tipi di frutta e verdura come le arance, le fragole, i mandarini, i kiwi, i limoni, gli spinaci, i broccoli, i pomodori e i peperoni. Per godere appieno dei benefici della vitamina C, questi alimenti devono essere conservati non più di 3-4 giorni e consumati crudi o comunque poco cotti.

Quando si ha l’influenza, da sempre si ritiene che assumere vitamina C in buone dosi sia utile per eliminare il raffreddore. In realtà la vitamina C non possiede alcuna proprietà terapeutica e perciò non sembra essere in grado né di prevenire, né di curare il raffreddore.

Alla vitamina C, o acido ascorbico, si riconosce piuttosto la capacità di accorciare dal punto di vista temporale l’episodio influenzale, sempre però sottolineando che non bisogna abusare nella sua assunzione, per non creare problemi ai reni.

La Società Italiana di Nutrizione (SINU) raccomanda la seguente quantità giornaliera di vitamina C che aumenta con l’età, in corso di gravidanza e allattamento e varia in base al sesso:

  • 1-3 anni: 35 milligrammi (mg)
  • 4-6 anni: 45 mg
  • 7-10 anni: 60 mg
  • 11-14 anni: maschi 90 mg; femmine 80 mg
  • 15 e più: maschi 105 mg; femmine 85 mg
  • gravidanza: 100 mg
  • allattamento: 130 mg

Joe Biden: “Dobbiamo arrivare a sera tutti insieme, e svegliarci di nuovo tutti insieme”.

Cari tutti, questo è il giorno dell’America, della democrazia. Riguarda tutti noi: la storia, la speranza, il rinnovamento, l’essere decisi per andare avanti. Abbiamo raccolto la sfida. Oggi siamo qui non per festeggiare, ma per parlare di una causa: quella della democrazia, che riguarda tutti noi.

Abbiamo appreso che la democrazia è veramente preziosa. Capiamo anche come possa essere fragile. Avete visto la violenza di qualche giorno fa, che ha scosso le fondamenta della nostra nazione. In questo momento mi sto occupando di un trasferimento di potere che deve essere pacifico. Devo ringraziare i miei predecessori, lo faccio dal profondo del cuore. Faccio riferimento alla resilienza della nostra Costituzione, la forza di questa nazione. Ho appena giurato. Ho fatto un giuramento come altri patrioti, come il primo presidente, George Washington. La storia americana non dipende dai singoli, ma dal popolo. Questa è una grande nazione. Siamo brave persone. Secolo dopo secolo siamo arrivati a questo momento. Affronteremo il futuro con senso di urgenza perché davanti a noi abbiamo significative possibilità.

C’è molto da ricostruire. Sono poche le persone che nella nostra storia hanno avuto davanti una sfida simile, così difficile. Il virus ha mietuto così tante vittime, più della guerra. Adesso ci serve giustizia, velocità, il sogno della giustizia non può essere rimandato. Dobbiamo combattere contro il virus per la nostra sopravvivenza. Combattiamo la supremazia bianca, il terrorismo domestico. Dobbiamo essere forti.

Riusciremo a garantire un futuro migliore per l’America. Bisogna avere fede nella nostra democrazia, serve unità. Nel 1863 Lincoln volle essere ricordato per la creazione dello stato, la nostra anima è ancora quella di una volta, per unire tutti noi. Unitevi a me. Evitiamo di rimanere senza speranza. Possiamo restituire il lavoro a chi l’ha perso, educare i nostri figli, garantire una più equa copertura sanitaria. La nostra storia è sempre stata una lotta. Ci sono realtà che nessuno vuole vedere: timore, razzismo, che ci hanno strappato l’animo. La guerra civile, la Seconda guerra mondiale, l’11 settembre. Ma molti di noi si sono dati la mano e hanno combattuto. I nostri avi ci fanno vedere come raggiungere l’unità. Diamoci una mano, smettiamo di combattere l’unità, altrimenti non può esserci pace. Questo è un momento storico, il momento di raccogliere le sfide, e l’unità può salvarci. Facciamolo come Stati Uniti d’America.

Mostriamo il rispetto nei confronti dell’altro. Non ci servono guerre, armi, dobbiamo solo rispettare gli altri. Il disaccordo non deve trasformarsi in guerra, dobbiamo abbracciare le altre culture, non le manipolazioni. Creiamo noi la cultura che vogliamo. L’America è migliore di quella che vedo in questo momento. Il Campidoglio l’abbiamo completato nella guerra civile, ci siamo riusciti, guardate questi luoghi, dove King ha parlato del suo sogno, ricordatevi 180 anni fa cos’è successo, le donne che lottavano per i loro diritti, oggi abbiamo una vicepresidente donna di origine giamaicana e indiana. Non ditemi che non è un cambiamento. Siamo qui, dopo aver visto le violenze dei giorni scorsi, a cercare di rispettare un terreno sacro. Cose simili non succederanno più. Io sarò il presidente di tutti gli americani. Opportunità, sicurezza, dignità, rispetto, onore, verità saranno le parole chiave. C’è chi non riesce a pagare il mutuo, l’assicurazione: arriveranno cambiamenti. Non dobbiamo trincerarci in due campi di battaglia. Cercheremo di capire come risolvere i problemi di ognuno di noi. Dobbiamo aiutarci l’uno con l’altro, dobbiamo vedere questo paese come un’unica nazione.

Dobbiamo arrivare a sera tutti insieme, e svegliarci di nuovo tutti insieme. Seguitemi in un momento di preghiera, da dedicare ai 400mila americani che abbiamo perso per la pandemia. Madri, padri, figli, amici, vicini di casa. Onore a loro.

Che io possa diventare il nuovo rappresentante di questa nazione. Abbiamo l’obbligo nei confronti dei nostri figli di dare loro un mondo migliore. Siamo noi in questo momento a scrivere un nuovo capitolo della storia americana e del mondo. Io ti darò il meglio che ho, America. Una storia fatta di speranza, non timore; di luce, non buio; una storia di cura, guarigione. Lo faremo per la democrazia, la verità, la giustizia. Dio protegga l’America e la benedica, e benedica anche le nostre truppe. Grazie America”.

Meglio tirare a campare………

Giuseppe Conte resta dunque al suo posto, anche se indebolito dal responso di Palazzo Madama, sembra aver vinto la prima battaglia contro Matteo Renzi.
Ora si propinano nuovi scenari e nuovi inquilini per la maggioranza giallorossa: il mercato è aperto e il presidente del Consiglio ha già in serbo di sfidare nuovamente Renzi per assottigliare ancor di più la pattuglia di Italia Viva.

Nei palazzi romani si parla già di una scesa in campo di Conte attraverso la costituzione di un suo partito politico che dovrebbe raccogliere gli scontenti di entrambi gli schieramenti politici.

Conte ha due assi in mano adesso: la distribuzione di alcuni Ministeri vacanti o da sdoppiare e la nomina di altri sottosegretari.

Certo, il dibattito in entrambi i rami del Parlamento non è stato edificante, sia per contenuti che per toni usati. Ma il pensiero della maggior parte dei parlamentari era tutto rivolto ad una possibile crisi di governo difficilmente risolvibile.

Lo hanno pensato sicuramente i renziani insieme al loro leader, ma anche la maggior parte degli eletti a Monte Citorio e Palazzo Madama. Per molti affrontare una nuova campagna elettorale significa sicura débacle. Nel transatlantico e nelle stanze di Palazzo Madama, ministri, sottosegretari e parlamentari hanno rispolverato in questi giorni il vecchio motto andreottiano “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.

Ma, appunto, si tratta pur sempre di un tirare a campare: il Paese ha bisogno di risposte rapide ed esaustive, ha bisogno di uscire da questa pandemia, ha bisogno di un rilancio vero dell’economia, ha bisogno di nuove idee e nuovi programmi.
Un governo che si rispetti e che vuole agire in profondità non può vivere alla mercé di un gruppetto di parlamentari che aspirano a più alti incarichi in funzione della propria rielezione.

Lo spettacolo a cui abbiamo assistito sia alla Camera che al Senato, dall’opposizione come dalla maggioranza, ha messo in luce tutta la superficialità della classe parlamentare, la mancanza di senso delle istituzioni, dei principi basilari di una democrazia rappresentativa.
Ma ha messo in luce anche che semplici cartelli elettorali sono inadeguati nel prendere a cuore i problemi reali della società.

Allora, in conclusione, non è più azzardato riflettere e meditare seriamente sul ruolo dei partiti politici come strumento di raccordo tra la società e lo Stato.
Ne abbiamo proprio bisogno!

L’Italia sembra simpatizzare per gli equilibrismi

L’Italia sembra simpatizzare per gli equilibrismi. Non cede mai al gusto della stabilità. Desidera camminare sul filo, sul crinale, come se avesse un’arcana inclinazione all’incertezza.

156 i voti a vantaggio di Conte lo mantengono in sella, ma non assicurano la corsa. Quindi, un po’ si e un po’ no.

Del resto, chi faceva i pronostici alla vigilia della seduta incandescente del Senato, attestava i suoi calcoli su quelle cifre. Difficile che potesse, nella stessa seduta, raggiungere la comoda cifra di 161, come potesse scivolare sopraffatto da una improbabile negatività del voto.

Strana vicenda che la differenza tra il si e il no, corrisponda al numero degli astenuti, 16 sono infatti i voti espressi dei renziani. Traballante?

Da una parte si e dall’altra no. Traballante per i numeri che non consentono un lavoro garantito nei momenti salienti della produzione parlamentare, vedasi la gestione delle commissioni, rassicurato, invece, per il fine comune di non mandare all’aria l’esperienza dei Senatori, due anni prima la scadenza naturale del mandato. Quest’ultima caratteristica è la garanzia più elevata che il premier Conte ha tra le dita.

Infatti, non stento a credere che da qui a una decina di giorni, si possa costituire una costola significativa per ossigenare il governo attualmente in carica. Ricordiamoci che si debbono attribuire almeno tre ruoli capitali: due ministeri; un sottosegretario. Un assegno, quest’ultimo, che il Presidente del Consiglio potrà elargire a chi, più di altri, sarà lesto a mettere il proprio contrafforte sul lato più fragile dell’attuale maggioranza governativa.

Oggi, a differenza di un tempo, i recinti dei partiti sembrano sempre meno visibili; anzi, a dirla tutta, sembra che i partiti siano quasi liquefatti. Da qui, la maggior facilità di passaggi da una barricata all’altra. Era molto più complicato trent’anni fa, inimmaginabile nella prima repubblica, in questo periodo, invece, non ha più senso il concetto di “volta gabbana”. Questo fatto, rende il compito di chi intenda fortificare la squadra di governo, più agevole di quanto si creda.

A margine, va sottolineata la pallida figura, per non dire magra, prodotta da chi ha piccato la miccia. Alla fine, non ha ottenuto gran che se non quella di aver mantenuta l’attenzione dell’intero Paese a fare il tifo per l’una o per l’altra sponda.

Vedremo stamattina se Conte riferirà a Mattarella i suoi intenti e se il Presidente darà delle indicazioni di comportamento da tenersi a partire dal risultato conseguito ieri sera al Senato.

La fiducia all’esecutivo non basta, c’è bisogno di restituire la fiducia ai cittadini

Articolo pubblicato sulle pagine di Agensir a firma di Stefano De Martis

Anche il Senato ha rinnovato la fiducia al governo. I Sì sono stati 156, i No 140, 16 le astensioni, con finale tumultuoso e strascichi polemici per due voti favorevoli arrivati proprio mentre la presidente Casellati stava per chiudere le operazioni. Com’era nelle previsioni l’esecutivo non ha raggiunto la maggioranza assoluta (161 voti) com’era invece accaduto alla Camera. Ma nel voto di fiducia è sufficiente che i voti favorevoli siano più di quelli contrari e nella storia della Repubblica ci sono ben tredici precedenti di governi, di ogni colore, senza la maggioranza assoluta.

Il problema formale quindi non si pone. Il governo ha ricevuto la fiducia dal Parlamento e non ha senso tirare in ballo il Quirinale. La questione è tutta politica.

Sullo scostamento di bilancio, necessario per finanziare i nuovi ristori economici, non dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) esserci problemi perché sia Renzi sia l’opposizione di centro-destra avevano già dichiarato l’intenzione di votare a favore. Nei passaggi successivi l’esecutivo si troverà nella difficile condizione di doversi muovere con equilibri parlamentari precari, problematici soprattutto a livello dei lavori in commissione, snodo cruciale del procedimento legislativo. Di qui la necessità di allargare l’area dei consensi e di irrobustire la maggioranza anche intervenendo sulla compagine ministeriale, come lo stesso premier Conte ha annunciato in Aula.

L’intervento del presidente del Consiglio in Senato ha ripreso sostanzialmente quello tenuto ieri alla Camera. Poche le correzioni. Da segnalare, in particolare, una maggiore attenzione alla politica internazionale, con lo sguardo agli Stati Uniti alla vigilia dell’insediamento di Biden. “Se non interveniamo adesso rischiamo di compromettere il futuro dei nostri figli – ha detto Conte in sede di replica – occorrono investimenti economici strutturati, dobbiamo investire sul futuro e non possiamo farlo creando una crisi di governo o cercando di far cadere un governo”. Nel dibattito e nelle dichiarazioni di voto hanno preso la parola tra gli altri anche Renzi e Salvini. Il leader di Italia Viva, che si è astenuta come a voler tenere aperta una possibilità di recupero, ha parlato di “un mercato indecoroso di poltrone” e ha criticato Conte per non essersi dimesso praticando quello che ha definito un “arrocco istituzionale”, mentre ora ci sarebbe bisogno di “un governo più forte”. Anche il leader della Lega ha puntato il dito contro i “poltronari” e ha affermato che “mettere in discussione un governo che ha fallito su tutto non è un diritto ma un dovere di ogni cittadino”.

Nella lunga giornata parlamentare – tempi dilatati non solo per il finale caotico ma anche per le misure di sanificazione – hanno trovato posto l’omaggio allo scomparso senatore Emanuele Macaluso, storico dirigente del Pci, e, a margine dei lavori, un vertice del centro-destra per concordare un atteggiamento comune. Da segnalare il lungo applauso dai banchi del centro-sinistra all’ingresso nell’emiciclo della senatrice a vita Liliana Segre e, forse unico momento unitario, quello di tutti i gruppi quanto il premier ha fatto cenno a Paolo Borsellino che oggi avrebbe compiuto 81anni.

Superato questo doppio passaggio parlamentare c’è da registrare, innanzitutto, che si è evitato di interrompere l’azione del governo in un momento delicato e grave della vita del Paese. Ma le sfide da affrontare restano quelle che tutti ben conoscono, sia sul piano sanitario che su quello economico-sociale. La fiducia all’esecutivo non basta, c’è bisogno di restituire la fiducia ai cittadini e questo impegno, pur nella diversità dei ruoli, riguarda tutte le forze politiche.

Da via Fani ai giorni nostri. Intervista ad Emanuele Macaluso

All’epoca dell’assassinio di Moro e della sua scorta. Emanuele Macaluso era membro della direzione del Pci di Enrico Berlinguer. Per “enne effe”, ricordò politicamente quello che può definirsi forse il periodo più buio e difficile della storia repubblicana del nostro Paese.

Durante le settimane drammatiche in cui Aldo Moro era tenuto prigioniero dalle Br, l’atteggiamento delle forze politiche fu spesso altalenante, incerto. Il Pci si distinse invece per la fermezza e la decisa assunzione di una linea di forte intransigenza nei confronti del fenomeno terroristico ed in particolare del sequestro dello statista democristiano. Quali furono le  ragioni di quell’intransigenza così determinata?

Le ragioni dell’intransigenza del Pci in quel periodo sul caso Moro, furono diverse e tutte concorsero al fatto che il partito assumesse quella posizione. La ragione però io ritengo fondamentale è che, in quei giorni, i media costruirono una sorta di “album di famiglia” per dimostrare le contaminazioni tra gli ambienti terroristici e la sinistra. La stessa Rossana Rossanda aveva scritto un articolo in cui aveva usato l’espressione “album di famiglia” al fine di dimostrare sostanzialmente che la provenienza di quelle frange terroristiche era quella e che dunque esisteva fondamentalmente una matrice comune. Nel partito per questi motivi andava aumentando la forte preoccupazione di non dimostrare alcuna indulgenza verso quel fenomeno, per il forte timore che una eventuale indulgenza potesse produrre una qualche identificazione. Quando iniziarono a manifestarsi i fenomeni eversivi, soprattutto nelle fabbriche si era registrata una certa indulgenza verso le prime manifestazioni. Giorgio Amendola si preoccupò molto e scrisse un articolo molto duro coniando la formula di “fascismo rosso” riferito ad un certo tipo di squadrismo. Nel Pci c’era dunque la ferma volontà di avere una posizione netta contro le Brigate Rosse. Oltre a questo, il Pci sentiva però anche il bisogno di una forte identificazione con lo Stato democratico.

Ma questa necessità politica esisteva realmente in quegli anni?

Non vi era in realtà una necessità di legittimazione con lo Stato, sebbene il lungo rapporto internazionale con l’Unione Sovietica avesse caratterizzato fortemente l’identità del Pci. Ripeto esisteva la volontà politica di una identificazione con i poteri democratici delle istituzioni. Il Partito Comunista di quegli anni aveva già fatto diversi e significativi passi in avanti. In particolare, nel 1976 la svolta sul Patto Atlantico con Enrico Berlinguer, con la dichiarazione che le condizioni politiche per affermare le ragioni del socialismo si sarebbero concretizzate meglio al “riparo” del Patto Atlantico che non del Patto di Varsavia. Un partito che aveva una grande voglia di accreditarsi come una forza di governo, non poteva non intraprendere la linea dell’intransigenza e della fermezza nei confronti del terrorismo eversivo.

Lei però ha detto che le ragioni dell’intransigenza erano molteplici…

Sì, a mio parere ci fu anche una ragione ulteriore. Una motivazione di cui era intrisa tutta la storia del gruppo dirigente comunista: di fronte al nemico non si cede, non si tratta. Mi riferisco alla storia degli Amendola, dei Pajetta, di tutti quelli che avevano una storia dura di lotta, a quelli che avevano fatto il carcere. Una storia peraltro comune a quella dei Pertini e dei La Malfa che, come è noto, assunsero, come il Pci, una posizione di forte intransigenza.

Ci furono distinzioni all’interno del partito?

Non ci furono distinzioni all’interno del Pci su questa linea. L’idea di un cedimento era distante da tutti. La linea dominante era che con il nemico non dovevano esserci contatti, non erano pensabili scambi. Solo Paolo Bufalini fu sensibile alle sollecitazioni di Leone su possibili scambi, nell’ordine tuttavia di soluzioni umanitarie: si trattava di liberare eventualmente la brigatista Besucchio.

Ritiene che quello che viene comunemente indicato come il compromesso storico potesse essere attuabile con un governo di solidarietà nazionale?

Non ci fu una vera volontà di distinzione tra la linea del compromesso storico, che era una strategia di lungo periodo, con il governo di solidarietà nazionale. Il governo di unità nazionale non era in contraddizione con la strategia del compromesso storico, non era lo sbocco del compromesso storico. La linea della solidarietà nazionale fu determinata dalle condizioni storiche, sociali ed economiche in cui versava il Paese in quegli anni. La forte inflazione, la situazione economica, il terrorismo e fu determinata anche dal fatto che si chiudeva una fase politica. Cioè dopo la fine del governo Moro-La Malfa, lo statista democristiano considerò finita la fase del centro sinistra e della collaborazione Dc-Psi. E lo stesso De Martino la considerava finita. Del resto Il Psi non entrò nel governo Moro-La Malfa. In quel periodo, dunque, Aldo Moro cominciò a porsi il problema di costruire il domani, di guardare al futuro. E lo fece attraverso quelli che lui stesso definì “cauti esperimenti” per un rapporto con il Pci. Lo statista democristiano aveva la consapevolezza che il sistema politico si era ormai logorato fino ad arrivare ad una sorta di blocco. Non credo che Moro avesse, fin dall’inizio, un disegno strategico preciso, con obiettivi predefiniti. Aveva senza dubbio la consapevolezza che il lavoro da fare era quello di sbloccare il sistema politico di quegli anni, attraverso – perdonatemi il termine – lo sdoganamento del Partito Comunista. Moro dunque avvia “l’esperimento” fortemente avversato da alcune forze all’interno della Dc. Fu combattuto poi dalle forze di destra e dagli americani che fecero un comunicato pubblico. Anche l’Unione Sovietica dimostrò la sua contrarietà poiché, con la trasformazione del Pci in forza di governo, la distanza della sinistra italiana dal blocco sovietico era destinata ad aumentare. Si creò oggettivamente uno schieramento composito, contrario a questo esperimento, al quale si aggiunse il Partito Socialista di Bettino Craxi che, in quei mesi, cominciò a cercare un nuovo protagonismo. L’obiettivo di Craxi non poteva essere che quello di ostacolare il nuovo rapporto Dc-Pci. In quegli anni, il Psi celebrò il suo Congresso a Torino e lo slogan di quella assise fu particolarmente eloquente: “L’alternativa di sinistra”. Si candidava ad essere la forza anti Dc, ma pronto comunque a fare l’accordo con la Dc in funzione anticomunista.

Sembra, a distanza di tempo, che l’iniziativa del Partito Socialista fosse in grado di aprire una breccia a sinistra, mettendo in difficoltà il Pci e provocando la rottura  dello schema in cui era cresciuto il “confronto” con Moro. È così?

Dopo la morte di Moro, la crisi del sistema non ha più argini. Berlinguer in quegli anni accentuò la sua critica alla Dc per come aveva gestito politicamente il dopo Moro. Siamo nel 1979 e le elezioni politiche confermarono il Pci al 30%. Nel Congresso del Pci, che si tenne appunto nel 1979, Enrico Berlinguer confermò la linea del “compromesso storico” con il sostegno di tutto il gruppo dirigente del partito. Negli anni Ottanta, si inasprì poi la polemica tra il Partito Comunista e il Psi di Craxi. In quegli anni, in un mio intervento su Il Mondo volli prefigurare la prosecuzione di quella linea di governo con la possibilità di offrire la guida del governo ai socialisti anziché ai democristiani. Berlinguer reagì duramente e fece un comunicato con il quale bocciò con grande nettezza questa proposta. In realtà, in quei tempi Berlinguer stava maturando una nuova linea politica. Ricordo che dovevo un giorno accompagnarlo in una visita in Irpinia appena colpita dal terremoto. Nella mattinata di quel giorno, Berlinguer convocò la Direzione del partito e all’insaputa di molti si presentò con un documento con il quale accantonava la politica della solidarietà nazionale, e metteva in campo la proposta “dell’alternativa democratica” che facesse perno sul Pci. Subito si aprirono forti polemiche e contrasti. Fu accusato di fare solo propaganda e così sotto la pressione di alcuni dirigenti del partito, Berlinguer ammorbidì la formula, togliendo però solo la parola “perno”. Lasciò  dunque la sostanza della proposta, intraprendendo con decisione una strada ormai ben definita nella sua mente.

Quale fu la reazione della Democrazia Cristiana rispetto alla nuova opzione politica che stava avviando il Pci di Enrico Berlinguer?

La Dc celebrò il suo Congresso dove si intraprese quella che fu definita la politica del “preambolo”. E io credo che quella fosse una conseguenza di quella nuova linea del Partito Comunista e dell’atteggiamento di forte conflittualità che aveva ormai inaugurato il Psi di Bettino Craxi. Si arrivò dunque, e rapidamente al governo sostenuto dal pentapartito. Gli anni Ottanta erano arrivati, ma questi eventi politici non aprirono una fase storico-politica nuova. Credo cioè che la crisi sistemica non si risolse negli anni Ottanta. Infatti nell’89 ci fu poi una vera e propria accelerazione della crisi sistemica che mise in discussione quello che, in quegli anni, veniva chiamato il bipolarismo imperfetto.

Lei, dunque, sta sostenendo che la classe dirigente di quei tempi non ebbe la vera percezione che il processo involutivo del sistema politico era arrivato al suo culmine. Ciò avvenne per una sorta di “miopia” politica. Determinata da cosa?

Furono fatti molti errori da tutti i partiti che in quel periodo non avevano forti teste pensanti. E i dirigenti di quei partiti accompagnarono inconsapevoli il “sistema” al disfacimento politico del 1992. La crisi era dunque molto più profonda e le formule di quel tempo non la risolsero. Tangentopoli fu solo la fase terminale di una crisi che era in incubazione da anni. Aldo Moro, forse l’unico o uno dei pochi che in quel periodo avevano responsabilità importanti, aveva capito che quella fase era finita e che il sistema aveva bisogno di nutrirsi di altro, di rigenerarsi.

La forte personalità di Moro e la lucidità del suo disegno politico fecero scudo alle tendenze che, già all’epoca, facevano o pensavano di fare perno sulla questione morale al fine della messa in crisi della Dc. Moro nel 1977 disse la storica frase: “Non ci faremo processare nelle piazze”. In quella occasione il Pci non subì l’attrazione della via giustizialista per abbreviare la sua ascesa al potere. Invece il Pds, benché erede diretto di quella storia, nel 1993 spinse in modo prepotente verso quella strada.  Secondo Lei, quali furono le ragioni di quella scelta?

Il Pci-Pds nel 1993 volle subito prendere le distanze poiché era diffusa l’idea che la crisi degli altri partiti, non solo avrebbe risparmiato il Pci-Pds, ma gli avrebbe anche fatto avere più forza e maggior rilievo.  Questo, che io considero un vero e proprio abbaglio fu subito rafforzato dalle elezioni amministrative del 1993. Quella tornata elettorale si svolse, per così dire in un quadro un po’ allucinato.  La scelta delle candidature nelle grandi città segnò una incredibile novità politica per quegli anni: a Roma l’alternativa fu tra Rutelli e Fini del Msi; a Milano tra Dalla Chiesa e Formentini della Lega; a Napoli tra Bassolino e la Mussolini; a Torino tra Novelli e Castellani, addirittura due esponenti della sinistra. Non ci furono cioè candidature di forze di centro. Ci fu una forte illusione.  Si pensò che era definitivamente tramontato il ruolo delle forze politiche moderate, di centro. Si ritenne che la base sociale e culturale attorno alla quale era ruotata la politica degli ultimi 50 anni, si fosse dissolta. Occhetto pensò che il turno del Pci, come forza di governo, fosse arrivato. In quel periodo entrò invece in campo Berlusconi che trovò il terreno aperto. E a causa dell’ennesimo errore di valutazione politica, la sinistra considerò quell’evento addirittura un vantaggio: il Cavaliere sembrò un elemento estraneo alla politica, un personaggio virtuale che, non avendo alcuna esperienza politica, non poteva essere individuato dall’elettorato in modo definito.

E questi errori di valutazione a cosa portarono?

Furono fatti due errori gravissimi determinati da due forti illusioni: uno dalla sinistra che pensò di essere autosufficiente inaugurando l’alleanza progressista; l’altro dal Ppi di Mino Martinazzoli che ritenne di poter essere ancora l’ago della bilancia, la cerniera tra i due blocchi che, si pensò, non avrebbero raggiunto la maggioranza. Ma il Cavaliere vinse facendo l’accordo con la Lega.

Il fenomeno berlusconiano non merita, dunque, una ferma opposizione da parte del centro sinistra?

Al contrario. Bisogna lottare contro la degenerazione del berlusconismo, ma non possiamo cedere ad una linea di pura avversione moralistica. Con la semplice riprovazione non si fa politica. Credo che in quel periodo fu fortissima l’influenza dei giovani che provenivano dall’esperienza del ‘68. Erano un gruppo di dirigenti meno sensibili alla cultura delle istituzioni, alla cultura del rapporto con le altre forze politiche. Ora questa cultura mi sembra più presente di allora. Oggi quel filone storico del Pci, depurato da tutti i condizionamenti ideologici ed internazionali appare ormai molto indebolito. I Democratici di Sinistra oggi sono sballottati, fortemente condizionati dai movimenti, dai cosiddetti girotondini. E ciò è senza dubbio dovuto ad una sorta di debolezza politica. Credo che per affrontare il berlusconismo non basti una distinzione sul piano della moralità con Berlusconi e la Lega. Il punto è organizzare una azione politica alternativa. Faccio un esempio: la questione giustizia. Berlusconi ha fatto senza ombra di dubbio alcune leggi per sè e per i suoi amici. Ma è anche vero che l’Ulivo non ha avuto una linea unica, netta e chiara su questo tema se non quella della conservazione dello stato attuale: la Magistratura va bene così, la separazione delle carriere non è praticabile, e così via. Tutto questo ha rappresentato e rappresenta un forte limite politico.

Cambiamo argomento. È indubbio che nella Casa delle Libertà siano confluite culture politiche che provengono dal centro sinistra. Come si può dialogare con queste forze.

È vero, ma se si punta solo ad una ribellione morale di questi nei confronto di Berlusconi non si arriva da nessuna parte. In realtà sembra si sia rinunciato ad esprimere posizioni politiche e culturali che possono ricostruire condizioni nuove e diverse tanto da metterli in difficoltà. Il Pci ebbe sempre come preoccupazione l’estremismo, e tuttavia lo seppe contrastare. Ora, e mi riferisco al fenomeno del girotondismo, i Ds sembrano esserne invece incerti. Questa “tara” impedisce di definire una linea propria.

Da più parti si sostiene che l’Ulivo può competere e aspirare a vincere se diventa un soggetto il più omogeneo possibile. Altri pensano invece che le culture che hanno fondato la coalizione debbano avere il loro spazio perchè ancora attuali e vive. In che direzione deve andare l’Ulivo secondo Lei?

Credo che il guaio vero sta nel fatto che ancora non sia stata scelta una delle due strade in modo netto. Se si fosse fatta una scelta netta, nonostante il fortissimo prezzo da pagare, ora saremmo potuti approdare da qualche parte. Capisco quelli che si interrogano sul senso di tornare alle vecchie appartenenze. Però ritengo fondata anche l’obiezione di quelli che sostengono che la storia non si cancella e che le “vecchie culture politiche” possono ancora svolgere un forte ruolo. Bisognerebbe scegliere una delle due strade anche se io non ho una forte propensione per l’una o per l’altra. Segnalo solo un problema che ritengo debba essere superato il più in fretta possibile: mi riferisco all’eccessivo frazionamento dato dalla presenza nella coalizione di partiti dell’1%. Questa situazione è assolutamente devastante. Meglio un accorpamento con al massimo due gambe. Poi sussiste il problema delle regole. Risulta quanto mai indispensabile dare il via libera ad un sistema di regole interne e trovare il modo di indicare un leader vero e forte. Oggi l’Ulivo non ha un leader. O meglio ce ne è uno “in pectore” che però vive a Bruxelles. E uno a Roma che però, da qualche tempo si definisce “coordinatore”. Non esiste un organismo, a nessun livello, che non abbia regole per funzionare. Ognuno parla per sé. Tutto questo, purtroppo, configura un’immagine devastante e perdente.