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La guerra del gas

L’inverno sta arrivando, così come la maggiore richiesta di gas per i riscaldamenti. La Russia offre una risposta concreta e immediata. Una tale generosità, tuttavia, ha il sapore di una “manipolazione di mercato”, quella di un Paese che potrebbe utilizzare le necessità altrui a suo favore. Il gas sarà una nuova arma strategica?

Ai tempi della guerra fredda c’erano trame, intrighi, misteri. C’erano agenti segreti, col volto coperto dal bavero dell’impermeabile; uomini loschi che si scambiavano informazioni negli angoli bui, in quei quartieri adatti solo alla vita dei ladri, degli assassini e dei cospiratori. Oggi non è più così. Con internet tutto è cambiato. Nel villaggio globale ogni account è una finestra nella vita dell’altro; ognuno di noi è una potenziale spia e le informazioni, vere o false, sono alla portata di tutti, senza bisogno di intermediari. Il KGB faceva spesso uso delle “trappole al miele”: a volte erano sesso, altre volte erano informazioni. 

Oggi si usa l’energia. “L’inverno sta arrivando” ripete allarmisticamente la narrazione nella celebre serie televisiva de Il trono di spade. E l’inverno giunge anche per noi, col suo vento freddo che stavolta sembra avere l’odore del gas. Il maggior produttore di questo combustibile sono gli Stati Uniti, seguiti dalla Russia e dall’Iran. La Russia, grazie alla sua vicinanza con i Paesi europei, svolge un ruolo importante nell’approvvigionamento di gas naturale. Alla vigilia dell’anno 2022, in un momento in cui il costo dell’energia sale, a causa della crisi economica post-Covid19, la Russia si offre come salvatrice dell’Europa. Putin aumenterà le forniture di gas, provvedimento che farà comodo a tutte la nazioni e in particolare alla Germania: grazie al progetto russo Nord Stream 2, il nuovo gasdotto che aggira il territorio ucraino, i tedeschi potranno godere in maniera diretta del prezioso gas russo. 

Nella nostra attuale economia, ancora così energivora, ossia dipendente da fonti quali gas naturale, petrolio, energia elettrica prodotta dalle centrali nucleari, persino dal sorpassato carbon fossile, un’economia verde, a zero emissioni, appare ancora un miraggio, giustificando il “bla bla bla” dei governi secondo le recriminazioni dell’attivista-bambina Greta Thunberg, governi che ancora non riuscirebbero ad aggirare la dipendenza delle nostre società dalle antiche ed inquinanti forme di energia. 

A ottobre 2021 in Italia la bolletta del gas è aumentata del 14,4% rispetto al prezzo di settembre. La richiesta di gas cresce e alcuni Paesi pur di non aumentarne il costo ai propri cittadini, già umiliati dalla recessione e dalla pandemia, preferiscono riaprire le centrali a carbone. Il solare e l’eolico, su cui tanti avevano riposto la loro fiducia, hanno tradito le aspettative di chi, come l’Inghilterra, vi aveva investito tanto. Gli Stati Uniti, dal canto loro, potrebbero esportare più gas in Europa ma, attualmente, non hanno i mezzi per aumentare la fornitura. 

L’inverno sta arrivando, così come la maggiore richiesta di gas per i riscaldamenti. La Russia offre una risposta concreta e immediata. Una tale generosità, tuttavia, ha il sapore di una “manipolazione di mercato”, quella di un Paese che potrebbe utilizzare le necessità altrui a suo favore. Il gas sarà una nuova arma strategica? E’ chiaro che, come la Russia oggi è disponibile ad aumentare la fornitura di energia, sotto forma di gas naturale, è altrettanto chiaro che un’eccessiva dipendenza dalla sua generosità causerà forti problemi all’Occidente, nel caso in cui Putin o il suo successore, per ragioni politiche, un giorno, decideranno, di colpo, di chiudere quei rubinetti con la stessa velocità con cui li avevano aperti.

Un problema largamente avvertito: l’assegno di invalidità civile solo in caso di inattività lavorativa.

La realtà porta ad osservare la “crudezza” della norma.  È necessario ricordare, insomma, che se si percepisce l’assegno di invalidità non si può svolgere alcuna attività lavorativa: eppure si sa che ci sono invalidi che con la migliore volontà non possono alzarsi dalla sedia a rotelle.

Si riporta, innanzi tutto, il testo del comunicato comparso sul sito dell’INPS in data 15 ottobre 2021.

“Con il messaggio 14 ottobre 2021, n. 3495 si forniscono chiarimenti in merito al requisito dell’inattività lavorativa per la liquidazione dell’assegno mensile di invalidità civile.

La Corte di Cassazione ha stabilito che il mancato svolgimento dell’attività lavorativa è, al pari del requisito sanitario, un elemento costitutivo del diritto alla prestazione assistenziale. Lo svolgimento dell’attività lavorativa, a prescindere dalla misura del reddito ricavato, preclude quindi il diritto al beneficio.

Di conseguenza, l’assegno mensile di assistenza sarà liquidato, fermi restando tutti i requisiti previsti dalla legge, solo nel caso in cui risulti l’inattività lavorativa del soggetto beneficiario”.

Il messaggio è decisamente conciso e laconico ma altrettanto perentorio ed eloquente: la cd. “pensione di invalidità” spetta solo nel caso in cui il beneficiario non espleti alcuna attività lavorativa (remunerata, pare il caso di aggiungere). Vale infatti la pena di  precisare che la condizione di inattività lavorativa per accedere all’assegno e alle prestazioni di cui gli invalidi civili possono usufruire, è considerata obbligatoria in ogni caso, a prescindere da quale sia l’ammontare o la misura legata al proprio reddito. 

Il pronunciamento della Corte di Cassazione mette dunque una pietra tombale sui requisiti di inattività che integrano la fattispecie della condizione sanitaria di chi può ricevere l’assegno di invalidità, come  previsto dalla legge numero 118 del 30 marzo 1971, successivamente modificata nella legge numero 247 del 24 dicembre 2007. Si tratta di due requisiti paritetici e prodromici all’accesso del beneficio. La logica del chiarimento è decisamente ineccepibile: se si espleta un’attività lavorativa si perdono i requisiti all’assegno. 

Nell’ambito dei processi di semplificazione per l’accesso ai servizi della Pubblica Amministrazione, peraltro, vengono contemporaneamente introdotte nuove procedure semplificate per consentire agli aventi diritto di essere sottoposti alla verifica dell’accertamento delle condizioni sanitarie necessarie al fine di ottenere l’assegno di invalidità civile (la prima delle quali è il riconoscimento dell’invalidità nella misura pari o superiore al 74%): l’istanza può essere inoltrata, infatti, esclusivamente per via telematica, avvalendosi dell’ausilio di associazioni ed istituti abilitati, quali sono i CAF, i patronati, i sindacati, le associazioni di categoria. il sistema informativo produrrà in maniera automatica una ricevuta con il protocollo assegnato alla domanda, che sarà quindi inviata anche alla Commissione dell’Azienda sanitaria territoriale (ATS) , per il necessario adempimento dell’accertamento medico collegiale. Al termine della visita di accertamento, poi, sarà redatto da parte della Commissione un verbale elettronico in cui sarà riportato l’esito della richiesta e il grado percentuale di invalidità eventualmente riconosciuta.

Fin qui il discorso è chiaro e – direi – anche altrettanto noto a chi percepisce la pensione di invalidità, restando nell’ambito tematico delle procedure e dei requisiti. Se entriamo invece nel merito del ‘quantum’ e consideriamo l’importo attuale dell’assegno di invalidità notiamo che esso ammonta ad oggi  a 287,09 euro mensili: una cifra che si commenta da sola, senza applicare diagrammi, algoritmi o logiche computazionali. Osservare che la giurisprudenza fino alla Cassazione (che ad onor del vero si occupa di aspetti formali e non di merito), gli istituti previdenziali, la burocrazia in generale, la sanità e gli uffici centrali e decentrati della P.A. si sono occupati con tanto zelo di mettere puntelli e paletti ad eventuali beneficiari dell’assegno, rende speculare il disinteresse della politica parlamentare e il silenzio delle OO.SS. rispetto all’ammontare dell’assegno.

Negli anni si sono fatte molte parole ma 287,09 euro per vivere, anzi sopravvivere sono una miseria francamente vergognosa per un Paese che vuole dirsi civile. Non ne aggiungiamo altre – di parole – ma ci immedesimiamo in coloro che devono campare con un vitalizio del genere. Molta preoccupazione per ricordare che se si percepisce l’assegno di invalidità non si può svolgere alcuna attività lavorativa: eppure si sa che ci sono invalidi che con la migliore volontà non possono alzarsi dalla sedia a rotelle. Nel frattempo il Governo proroga la copertura finanziaria per il reddito di cittadinanza che molti percepiscono rifiutando un lavoro: una misura prevalentemente assistenziale che ha già messo in luce abusi, truffe e clientelismi vari. Se le procedure per accertare la condizione di invalidità sono corrette – se quindi, non si può parlare di “falsi invalidi” (nelle statistiche purtroppo ci sono anche loro) – riconoscere un importo così miserevole significa escludere questa categoria di persone sfortunate dalla vita civile, relegando gli invalidi ad una situazione di sussistenza che francamente mette i brividi.         

Le componenti ematiche che si possono donare

In Italia è possibile donare:

  • sangue intero: una donazione dura circa 10 minuti. Oggi il sangue intero viene utilizzato quasi esclusivamente per la produzione degli emocomponenti (globuli rossi, plasma, buffy coat -contenuto ricco di piastrine e globuli bianchi) usati singolarmente per la terapia trasfusionale.
  • Plasma (plasmaferesi): una donazione dura circa 30-45 minuti. Vengono prelevati tra 600-700 mL di plasma ed il tempo di donazione dipende dal flusso di sangue del singolo individuo. Il recupero del volume ematico donato è molto rapido. I globuli rossi e i globuli bianchi vengono reinfusi al donatore.
  • Piastrine (piastrinoaferesi): una donazione dura all’incirca 60 minuti. Il procedimento è simile a quello della plasmaferesi: un’apparecchiatura separa la parte corpuscolata dal plasma ed estrae da questa le piastrine che vengono raccolte in un’apposita sacca. Il plasma, i globuli rossi e i globuli bianchi vengono reinfusi al donatore.
  • Donazioni multicomponente: in questo caso, nel processo di aferesi, si raccoglie più di un emocomponente, sempre entro volumi complessivi di assoluta sicurezza per la salute del donatore. Ne sono esempi: donazione di plasma e globuli rossi (eritro-plasmaferesi), donazione di globuli rossi e piastrine (eritro-piastrinoaferesi), donazione di piastrine raccolta in due sacche, donazione di plasma e piastrine (plasma-piastrinoaferesi).

Caritas, Rapporto 2021 su povertà ed esclusione sociale.

Allargando lo sguardo al 2021 – ha detto il Presidente della Caritas, Mons. Carlo Roberto Maria Radaelli – vediamo che diminuiscono i nuovi poveri, tornando quasi ai livelli prepandemia, ma aumentano le forme di povertà cronica e di povertà intermittente, cioè persone in balia degli eventi economici, occupazionali, familiari e sanitari, che cadono facilmente in situazioni di povertà e di bisogno.

Il Rapporto 2021 su povertà ed esclusione sociale dal titolo “Oltre l’ostacolo”, prende in esame: le statistiche ufficiali sulla povertà, i dati di fonte Caritas, il tema dell’usura e del sovra-indebitamento, la crisi del settore turistico, lo scenario economico-finanziario, le politiche di contrasto alla povertà. Come sottolinea il titolo, l’obiettivo è di cogliere e di evidenziare, a partire dalle situazioni e dalle storie incontrate sul territorio, elementi di prospettiva e di speranza. Esempi di risposta e resilienza, da parte di tanti attori, pubblici e private e in particolare delle comunità locali, capaci di farsi carico delle situazioni di marginalità e vulnerabilità affiorate nel corso della pandemia. Tale capacità spesso si è incrociata con le risposte istituzionali offerte a livello nazionale ed europeo, dando luogo ad una serie di triangolazioni positive, che hanno evidenziato l’importanza di lavorare in rete, assumendo responsabilità diverse ma condivise.

Caritas e pandemia

In linea con le statistiche ufficiali i dati rilevati dalle 218 Caritas diocesane sul territorio, espressione delle rispettive Chiese locali. In dodici mesi (nel 2020) la rete Caritas, potendo contare su 6.780 servizi a livello diocesano e parrocchiale, e oltre 93mila volontari a cui si aggiungono circa 1.300 volontari religiosi e 833 giovani in servizio civile,  ha sostenuto più di 1,9 milioni di persone. Di questi il 44% sono “nuovi poveri”, persone che si sono rivolte al circuito Caritas per la prima volta per effetto, diretto o indiretto, della pandemia. Disaggregando i dati per regione civile si scorgono alcune importanti differenze territoriali che svelano quote di povertà “inedite” molto più elevate; tra le regioni con più alta incidenza di “nuovi poveri” si distingue la Valle d’Aosta (61,1%,) la Campania (57,0), il Lazio (52,9), la Sardegna (51,5%) e il Trentino Alto Adige (50,8%). 

Ma la crisi socio-sanitaria ha acuito anche le povertà pre-esistenti: cresce anche la quota di poveri cronici, in carico al circuito delle Caritas da 5 anni e più (anche in modo intermittente) che dal 2019 al 2020 passa dal 25,6% al 27,5%; oltre la metà delle persone che si sono rivolte alla Caritas (il 57,1%) aveva al massimo la licenza di scuola media inferiore, percentuale che tra gli italiani sale al 65,3% e che nel Mezzogiorno arriva addirittura al 77,6%. Siamo quindi di fronte a delle situazioni in cui appare evidente una forte vulnerabilità culturale e sociale, che impedisce sul nascere la possibilità di fare il salto necessario per superare l’ostacolo.  Il 64,9% degli assistiti dichiara di avere figli; tra loro quasi un terzo vive con figli minori. Il dato non è affatto irrisorio se si immagina che dietro quei numeri si contano altrettante, o forse più, storie di povertà minorile che ci sollecitano e allarmano. Rispetto alle condizioni abitative, oltre il sessanta per cento delle persone incontrate (63%) vive in abitazioni in affitto, Il 5,8% dichiara di essere privo di un’abitazione, il 2,7% è ospitato in centri di accoglienza. Percentuali queste ultime che si legano chiaramente alla condizione degli “homeless”, i cui numeri anche per il 2020 risultano tutt’altro che trascurabili. Le persone senza dimora incontrate dalle Caritas sono state 22.527 (pari al 16,3% del totale), per lo più di genere maschile (69,4%), stranieri (64,3%), celibi (42,4%), con un’età media di 44 anni e incontrati soprattutto nelle strutture del Nord.

Delle persone sostenute dal circuito Caritas, oltre un terzo (il 37,8%) è supportato anche da alcuni servizi pubblici con i quali a volte le Caritas sui territori svolgono un lavoro sinergico e coordinato soprattutto in questo tempo di criticità. Una persona su cinque (19,9%) di quelle accompagnate nel 2020, dichiara di percepire il Reddito di Cittadinanza (RdC).

Usura e sovraindebitamento

Il capitolo su usura e sovra-indebitamento, curato dalla Consulta nazionale Antiusura “Giovanni Paolo II”, dimostra che già prima della pandemia almeno due milioni di famiglie sopportassero debiti non rifondibili a condizioni ordinarie. La vulnerabilità all’indebitamento patologico e all’usura si proietta sullo sfondo della recessione economica e della povertà assoluta, che hanno conosciuto un netto incremento a causa della pandemia. Basti pensare che nelle province dichiarate “zona rossa” per tempi più prolungati, il reddito si è ridotto di oltre il 50 per cento per un nucleo familiare ogni 20, mentre solo un piccolo gruppo di privilegiati (2,6%) ha visto aumentare il proprio reddito. 

Il settore turistico

Il Rapporto contiene anche uno studio sugli effetti della pandemia su 4 aree di interesse turistico: Assisi, Ischia, Riva del Garda e Venezia. Bastano alcuni dati per ognuna di queste realtà a far comprendere il quadro della situazione. Solo ad Assisi città e frazioni, tra giovani laici e religiosi, la Chiesa locale ha messo a disposizione da giugno 2020 a inizio 2021 circa 7200 ore di volontariato per servizi assistenziali, empori e attività di distribuzione. A Ischia il 70% degli operatori del turismo non lavora. Nel 2019 la Caritas sfamava 500 famiglie, oggi sono 2500 famiglie e sono in aumento perché su circa 15000 lavoratori stagionali almeno il 50% non ha ricevuto nessun tipo di supporto economico. A Riva del Garda la crisi del turismo ha prodotto una fuga della manodopera, in gran parte straniera, ripartita verso i paesi di origine e mai più ritornata. Viene confermato un trend di crescita delle persone incontrate e aiutate da Caritas, con 302 nuclei familiari seguiti e un migliaio di persone coinvolte nel 2020, su una comunità di riferimento di circa 20.000 abitanti (dati in linea anche per il primo trimestre 2021. A Venezia lo scoppio dell’emergenza ha prodotto un crollo dei flussi turistici con in un calo di entrate di 2miliardi di euro. Per sostenere le famiglie, la diocesi ha istituito il Fondo San Nicolò, distribuendo circa 250.000 euro.

Le Politiche di contrasto alla povertà

Il focus sulle politiche di contrasto alla povertà riguarda in particolare sul reddito di cittadinanza (RdC), che ha complessivamente supportato 3,7 milioni di persone nel corso del 2020 a livello nazionale, ha interessato uno su cinque fra coloro che si sono rivolti ai centri e servizi Caritas nel 2020 e più della metà (55%) dei beneficiari di una indagine longitudinale sui beneficiari Caritas monitorati dal 2019 (pre-pandemia) al 2021. 

Viene presentata l’”Agenda Caritas per il riordino del RdC” che prevede un pacchetto complessivo di interventi con un mix di ampliamento e riduzione dei criteri di accesso e che ponga attenzione al processo di miglioramento/rafforzamento di servizi e azioni per l’inserimento lavorativo e per l’inclusione sociale, al fine di intervcettare al meglio la povertà assoluta.

Oltre l’ostacolo

Allargando lo sguardo al 2021 la fotografia che emerge dai primi otto mesi dell’anno (gennaio-agosto) è la seguente:

– rispetto al 2020 crescono del 7,6% le persone assistite;

– le persone che per la prima volta nel 2020 si erano rivolte ai servizi Caritas e  si trovano ancora in uno stato di bisogno rappresentano il 16,1% del totale;

– rimane alta la quota di chi vive forme di povertà croniche (27,7%); più di una persona su quattro è accompagnata da lungo tempo e con regolarità dal circuito delle Caritas diocesane e parrocchiali;

  • preoccupa anche la situazione dei poveri “intermittenti” (che pesano per 19,2%), che oscillano tra il “dentro- fuori” la condizione di bisogno, collocandosi a volte appena al di sopra della soglia di povertà e che appaiono in qualche modo in balia degli eventi, economici/occupazionali (perdita del lavoro, precariato, lavoratori nell’economia informale) e/o familiari (separazioni, divorzi, isolamento relazionale, ecc.). 

 

Dati questi che – come ha sottolineato il Presidente della Conferenza episcopale Italiana, card. Gualtiero Bassetti, lo scorso 27 settembre aprendo i lavori del Consiglio Permanente –  si prestano a una lettura ambivalente. Da una parte, possono essere indice dei primi effetti positivi della ripresa; dall’altra, mostrano che ancora troppe persone continuano a “non farcela” e rischiano di vedere in qualche modo “cristallizzata” la propria condizione di bisogno. È dunque indispensabile che i benefici della crescita economica siano distribuiti in modo da ridurre quanto più possibile le disuguaglianze che si sono approfondite a causa della pandemia. Senza lasciare nessuno indietro.

Per saperne di più

https://www.caritas.it/pls/caritasitaliana/V3_S2EW_CONSULTAZIONE.mostra_pagina?id_pagina=9651&rifi=guest&rifp=guest

Per leggere il Rapporto

http://s2ew.caritasitaliana.it/materiali/Rapporto_Caritas_2021/Rapporto_Caritas_poverta_2021_oltre_ostacolo.pdf

Rete Bianca: serve un impegno attivo e non delegato. L’esperienza di Bologna.

Riportiamo il testo integrale della nota di Nicola Caprioli, che “Il Resto del Carlino” ha pubblicato ieri sulle pagine di Bologna. Il titolo scelto dal giornale è stato: ”Elezioni e astensione. Persa l’occasione di far sentire la propria voce”.

Come noto, le elezioni amministrative hanno mostrato una altissima percentuale di astensione perfino in una città come Bologna, storicamente contraddistinta da una alta partecipazione elettorale. Altrettanto noto è il fatto, rilevato analiticamente anche da vari istituti di ricerca, che tale fenomeno abbia contraddistinto in modo particolare non solo l’elettorato di centrodestra, ma anche quell’area di ispirazione cattolica, moderata e popolare che da molti anni non converge stabilmente su uno specifico approdo elettorale o, per l’appunto, si rifugia nell’astensione.

Anche in questa tornata elettorale la responsabilità, come ovvio, ricade non certo sull’elettorato, ma su coloro che non sono stati in grado di esprimere una proposta sufficientemente solida, credibile e, in un certo senso, inclusiva per raccogliere domande di rappresentanza sì eterogenee, ma accomunate da una visione del mondo, della storia e del futuro della società ispirata a valori ben precisi.

Nonostante, quindi, non si tratti di una novità, ha destato purtroppo stupore che sul territorio bolognese tra le numerose ed importanti realtà organizzate che per storia, cultura e valori cattolici e moderati si collocano nell’alveo sopraccitato, nessuna abbia non solo manifestato un posizionamento chiaro su una qualsiasi tra le (non molte, a dire il vero) opzioni elettorali cattolico moderate, ma nemmeno abbia partecipato (anche indirettamente) alla costruzione congiunta di una iniziativa politica locale concreta e visibile.

Ci pare evidente che questo atteggiamento di distacco e di estraniazione dalla politica attiva esercitata all’interno delle istituzioni locali, finisca inevitabilmente per colpire, penalizzare e sottorappresentare proprio quelle istanze che dovrebbero essere la priorità delle organizzazioni.

In questo senso è chiara la percezione di aver perduto l’ennesima occasione per far sentire nella sede amministrativa comunale e metropolitana, con la forza che meriterebbe, la voce di un mondo ricchissimo di valori morali, di attenzione alla persona umana e di proposte per il bene comune.

Rete Bianca – con una candidatura indipendente ospitata all’interno della lista del Partito Democratico – ha portato avanti con convinzione un tentativo di coinvolgimento di tali sensibilità sul territorio. Lo ha fatto pur essendo ben consapevole delle condizioni proibitive dettate da una campagna elettorale talmente ristretta nelle tempistiche da rendere inevitabilmente insufficiente la diffusione dei contenuti e della “novità” della propria proposta di rappresentanza politica.

Oggi, all’indomani degli esiti elettorali e delle analisi degli stessi, si presenta però un’opportunità, altrettanto importante, che il nostro mondo ha il compito di cogliere al meglio delle proprie possibilità: l’opportunità di “sfidare” costruttivamente il nuovo Sindaco Matteo Lepore e la nuova amministrazione sui piani e sulle istanze che ci contraddistinguono.

In questa sfida Rete Bianca è e sarà presente assieme a tutti i soggetti, singoli o plurali, che vorranno impegnarsi per il bene comune condividendo un percorso di individuazione degli strumenti operativi e di coordinamento delle azioni politiche che scaturiranno dalla medesima volontà di partecipazione alla comunità cittadina.

 

Nicola Caprioli è il Coordinatore regionale Rete Bianca Emilia-Romagna

5 domande a… Sergio Gatti: “Il pluralismo bancario per uno sviluppo inclusivo, partecipato, distribuito” (Comunità di connessioni).

Riproduciamo un’ampia parte dell’intervista di P. Francesco Occhetta al Direttore generale di Federcasse apparsa sul sito dell’associazione “Comunità di connessioni”. In fondo riportiamo il link per accedere al testo integrale della conversazione.

Sergio Gatti è sposato con tre figlie. Direttore generale di Federcasse, è consigliere ABI, vice presidente Fondosviluppo, vice presidente Comitato Scientifico-organizzatore Settimane Sociali Cattolici, co-fondatore Scuola Economia Civile e Docente a contratto Università Cattolica. È anche membro del CdA OPBG dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù.

Lei è Direttore generale di Federcasse, l’Associazione delle 250 banche di credito cooperativo. Dal suo punto di osservazione, quello delle banche di comunità e in generale dell’economia civile, che lettura fa dello scenario postpandemico?

Ci sono, direi, due elementi che chiedono attenzione. Come sappiamo, questa pandemia ha allargato le differenze, anche tra i continenti. È quindi fondamentale non dimenticare che la macro-leva per ridurre le diseguaglianze è il lavoro. Per essere creato, il lavoro – sia autonomo che dipendente – ha bisogno di investimenti e gli investimenti si fanno ancora oggi al 90% con il credito bancario. Esistono, certo, forme anche più innovative che speriamo possano prendere piede, ma il credito bancario resta fondamentale. Il primo elemento è che non bisogna dimenticarsi della centralità del dell’industria bancaria come infrastruttura fondamentale delle economie, e non solo nelle emergenze. Nei momenti più grigi della pandemia, durante le chiusure totali, la componente del sistema finanziario che si dà per scontato, quello dei pagamenti, è andata avanti. Senza denaro contante e, ancora di più, senza moneta elettronica, il sistema ospedaliero e quello della distribuzione, ad esempio, si sarebbero bloccati. È un fatto che non possiamo osservare restando in superficie. Non possiamo dare per scontate le regole che disciplinano questa infrastruttura complessa e molto ramificata né ignorare chi sono i proprietari, perché è a seconda delle regole e dei proprietari che possiamo capire il grado di libertà reale dei cittadini o di concentrazione del potere. Noi vediamo che tutto ciò che è big (big tech, big pharma, big oil, ecc.) tende a restringere la cerchia dei decisori: questo non deve avvenire nel settore del credito, proprio perché non si può “essere costretti” a delegare la gestione del proprio risparmio a qualcuno che ha sicuramente le carte in regola per gestirlo bene, ma che ha anche interessi variabili, che è lontano geograficamente, che non può avere a cuore il destino dei territori. Lo dimostra la chiusura di filiali e di sportelli bancari nelle aree interne – e ormai non solo – del nostro Paese, dove non è più ritenuto conveniente tenere una filiale.

L’altro elemento è l’attenzione al pluralismo. Non dimenticare, cioè, che per affrontare le transizioni energetica, digitale, demografica servono investimenti, che non sono solo quelli del PNRR. Che sia per acquistare un’auto elettrica o per affrontare la spesa di un cappotto termico, dovremo rivolgerci ad una banca, che nel decidere se concedere o meno un credito applicherà una serie di parametri. La banca mutualistica di comunità e la grande banca che deve remunerare il capitale dei propri azionisti potranno applicare – oltre a quello della meritevolezza del credito – ulteriori criteri. Ecco: poiché per dare pieno successo al PNRR servono anche investimenti dal basso, c’è bisogno di banche di varia natura giuridica e di diversa finalità imprenditoriale. Il pluralismo bancario è una delle condizioni della democrazia economica.

Secondo lei la pandemia ha portato nel mondo bancario una consapevolezza diversa o comunque un’azione di reindirizzamento verso un modello nuovo di sviluppo? Se sì, verso quale direzione?

L’idea di sviluppo come noi lo vediamo – inclusivo, partecipato, distribuito, con il protagonismo dei territori – non può che avere un pluralismo bancario che lo consente. È una consapevolezza ormai anche dei grandi economisti del mainstream. Due anni fa Raghuram Rajan, ex presidente della Banca Centrale Indiana, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, ha scritto qualcosa di sorprendente sulla “centralità delle comunità”, quella che lui chiama il “terzo pilastro”, accanto ai pilastri dello Stato e del mercato. Senza un fortissimo pilastro comunitario, lo Stato e il mercato non reggono. Raghuram intende le comunità in maniera dinamica, capaci di una vivacità imprenditoriale e sociale, una qualità della vita diffusa: non “piccolo è bello”, dunque, ma piccolo è bello se è vitale, se è generativo. La vitalità e la generatività (che è la combinazione di creatività e della capacità/volontà di incidere positivamente sulla vita altrui) la fanno le imprese. Che creano il lavoro, ovvero – come ci siamo detti – la macro-leva che muove quasi tutto: dignità, reddito, fiducia verso il futuro, voglia di progettare, di costruire una famiglia, di dedicare tempo ed energie ad altri. Una parte del pensiero economico classico sta quindi riconoscendo una centralità dell’homo reciprocans (homo homini natura amicus) a fronte dell’homo oeconomicus (homo homini lupus). Quest’ultimo, è noto, non esiste, ma gran parte dell’economia che oggi si insegna nelle università e nelle business school fa riferimento a quell’approccio: tutto è diretto freddamente al proprio tornaconto, tutti coloro che gli sono attorno gli sono indifferenti. L’approccio dell’economia civile (Antonio Genovesi, ‘700 italiano) punta invece sull’homo reciprocans, che è considerato al centro di relazioni, capace di emozioni, consapevole che “è legge dell’universo che non si può far la nostra felicità senza far quella degli altri”.  

In questa visione, il fatto che parte degli eredi della scuola neoclassica (Adam Smith, ‘700 scozzese) oggi rimettano in discussione quell’approccio no-values, è importante.

Veniamo all’oggi. L’Unione Europea, soprattutto in questo ultimo anno, ha fatto rilevanti passi avanti su alcuni temi – sospensione del patto di stabilità e crescita, emissione di debito comune – ma non “riesce” invece a innovare la propria filosofia regolamentare bancaria, preferendo restare ancorata all’approccio noto come “one size fits all”, ovvero regole identiche valide per tutte le tipologie di banche. Questo approccio annulla le diversità, indebolisce il pluralismo, spinge all’omologazione. Banche diverse non possono essere regolate da norme identiche: quelle speculative e quelle mutualistiche, quelle molto grandi, transnazionali e quotate in borsa e quelle di proprietà esclusivamente dei territori e delle comunità. Quella della UE è una scelta. La contestiamo con argomenti solidi, proponiamo un approccio diverso basato sulla proporzionalità e l’adeguatezza della normativa. E non siamo gli unici in Europa a invocare un diritto alla proporzionalità nell’interesse di cittadini che sono anche soci della propria banca. È come se si intendesse regolare allo stesso modo il pannello solare e la centrale nucleare per il semplice fatto che producono entrambi energia…

Il pragmatico legislatore statunitense, canadese, australiano o svizzero hanno fatto la scelta opposta a quella europea: hanno introdotto da tempo una legislazione tagliata su misura per diverse categorie di banche, dalle grandissime “sistemiche” globali fino alle community banks. In quei Paesi le norme sono studiate per favorire lo sviluppo corretto e sano di ciascuno di quei gruppi, che hanno finalità imprenditoriali, assetti proprietari, livelli di rischiosità molto differenti.

Questo pragmatismo ce lo aspetteremmo anche in Europa, che è il continente delle diversità, con storie profondissime dal Medioevo dei Comuni in poi, e invece oggi da noi è purtroppo totalmente assente. C’è quindi da fare una battaglia culturale e politica: non perché le piccole banche o le banche di prossimità siano più forti o meno regolate ma perché siano messe nelle condizioni di fare il loro lavoro e di svolgere la loro “funzione obiettivo”. Solo un dato: a fine estate il Financial Times rilevava che le community banks statunitensi, pur avendo il 15% del mercato del credito, nella pandemia hanno erogato alle imprese il 40% delle risorse pubbliche messe a disposizione. Se non ci fosse stata questa capillarità, l’America profonda – quella che sappiamo attraversata da tensioni anche molto forti e contraddittorie – sarebbe stata più sola. Naturalmente, in Europa le community banks non godono di un trattamento analogo. Non a caso, le Autorità britanniche, pochi mesi dopo la Brexit, hanno deciso di abbandonare per le proprie banche la logica one size fits all e di abbracciare quella statunitense, secondo la logica kiss (keep it safe and simple): fai delle regole che diano sicurezza ma anche semplicità.

Arriviamo così al grande nodo dei territori, in cui la pandemia ha messo ancora più in luce una grande esigenza di prossimità. E questo, dentro un processo più lungo in cui le aree interne si sono svuotate e anche le filiali dei grandi gruppi chiudono, come lei stesso ha ricordato. Facendo un focus sul nostro Paese e guardando alla ricchezza ma anche alle difficoltà dei territori, quali sono le strade possibili?

Io ne vedo due. Una è la necessità di dotare tutti i territori italiani abitati delle stesse opportunità, perché oltre alla disuguaglianza dei redditi, dovuta al lavoro precario o che non c’è o è di cattiva qualità, c’è la disuguaglianza di opportunità. Le strade, le ferrovie regionali e ad alta velocità, la rete digitale ad elevata efficienza dovrebbero andare incontro a questa prima grande esigenza. Abbiamo visto che con la nuova esperienza “forzata” del lavoro agile, che diventerà sicuramente strutturale con assetti diversi, c’è la possibilità di tornare a popolare e rivitalizzare qualche borgo interno. Purché vi siano le condizioni per arrivarci e connettersi facilmente. 

Questa è la prima esigenza: reti grandi, che solo la mano pubblica può costruire. Abbiamo una straordinaria occasione nei prossimi cinque anni. Ma non basta portare la rete digitale se non si porta vivacità, che è data soprattutto dalle imprese e dalle famiglie che decidono di non abbandonare i luoghi interni e direi anche le periferie, ma anzi imboccano il percorso inverso. Serve quindi uno stimolo strutturale al protagonismo dei territori. Uno studio OCSE del febbraio dell’anno scorso, poco prima della pandemia, diceva che dei 17 Obiettivi dello sviluppo sostenibile delle Nazioni unite e dei suoi 127 sub-obiettivi, il 62% si può realizzare soltanto tramite il protagonismo dei territori. Per questo protagonismo devono esserci condizioni infrastrutturali e condizioni immateriali: scelte educative di lungo periodo, innovative capacità amministrative locali, promozione di una logica dell’intrapresa e non dell’attesa. Con un esempio: non posso solo aspettare l’alta velocità con l’idea che questa cambi miracolosamente la vita della mia comunità, serve anche che ci sia una mobilitazione. 

La strada da percorrere è l’insieme di queste due cose: un’educazione a prendere in mano la propria vita – e questo richiede un grande slancio, una grande “saldezza interiore”, se vogliamo – e l’intervento pubblico. Non a caso le imprese di comunità, le imprese cooperative, le nostre banche mutualistiche, sono nate in una fase di crisi epocale sulla spinta davvero straordinaria di un’Enciclica, che fu altrettanto feconda come la Laudato si’, la Rerum Novarum, la prima enciclica sociale promulgata da Leone XIII. È dai “preti leoniani” che furono fondate leghe, sindacati, cooperative, casse rurali, piccole banche di comunità. La maggior parte di queste sono ancora in vita, e parliamo di 130 anni fa. Oggi la Laudato si’, insieme alla straordinaria occasione del PNRR, ci offre un’altra possibilità che può riportare al centro il protagonismo delle persone e fa tornare a vivere la sussidiarietà, il municipalismo sturziano, il pensiero di La Pira, uno sguardo globale legato alla pace, che tu costruisci anche partendo dal piccolo centro. E allo stesso modo il benessere e la felicità, personale e degli altri, si costruiscono dal basso.

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/sergio-gatti-pluralismo-bancario/

Fragilità e responsabilità della Rete. Intervista a Luciano Floridi (L’Osservatore Romano)

Pubblichiamo per gentile concessione questa intervista al filosofo Floridi apparsa il 16 ottobre sulle pagine dell’organo ufficioso della Santa Sede.

Luca M. Possati

Intelligenza artificiale, ruolo dei social network, giustizia sociale e responsabilità individuale, equilibri geopolitici in mutamento. Tutti nodi cruciali, intrinsecamente connessi in un mondo sempre più complesso. Il digitale ha cambiato e cambierà il nostro modo di vivere e la nostra società come nessun’altra rivoluzione industriale nella storia dell’uomo aveva mai fatto prima. Ne abbiamo parlato con Luciano Floridi, professore di filosofia all’Università di Oxford, esperto internazionale di etica dell’informazione, recentemente intervenuto a Milano alle “Martini Lectures” organizzate dall’Università Bicocca sul tema “Intelligenza artificiale: l’uso delle nuove macchine”

Facebook è sempre più nell’occhio del ciclone dopo le accuse della ex-manager.

Mi sorprende la sorpresa. È risaputo che Facebook e altri operino in questo modo. Mi ricordo il dibattito con Facebook quando voleva convincere che la responsabilità che bambini sotto 13 anni non stessero su social network ricadesse sui genitori. Tanto che l’azienda affermava di volere dare maggiore potere ai genitori per controllare. Una posizione assurda: il negozio che vende alcol a dei bambini chiude. I genitori saranno responsabili, ma il negozio chiude perché è illegale.

Internet è un gigante con i piedi di argilla? È qualcosa che garantisce ancora una trasparenza, una libertà di parola?

Da sempre la rete soffre di una fragilità di contenuti: le cose spariscono, i link non si trovano più, i siti web vengono riscritti completamente. È un costante oggi, non c’è mai ieri. La riscrittura, l’obsolescenza della tecnologia e il disinteresse per i contenuti sono problemi che ci sono da sempre. Un altro problema che abbiamo sempre avuto, ed è in crescita, è quello della forbice tra contenuti prodotti e spazio di memoria dove metterli. Non c’è abbastanza spazio, e lo spazio che c’è costa. Di conseguenza molti dati vengono semplicemente cancellati; se non sono legalmente vincolati vengono buttati via. Tutto questo mondo di contenuti è fragilissimo e lo è sempre stato. La rete in sé invece, in quanto struttura di comunicazione, è stata fatta per resistere a un bombardamento atomico. È estremamente solida. Dobbiamo tenere ben presente questa distinzione tra contenuti e struttura. Facebook si è fermato come servizio, cioè come contenuti, non come struttura. Un altro capitolo invece sono gli attacchi, ovvero come la rete può essere usata per altri scopi. Proprio perché la struttura è forte e siamo tutti collegati, gli attacchi sono pericolosi e sempre più potenti. Chi entra in casa mia entra in casa di tutti.

Questo però non implica un altro problema, ancor maggiore, ovvero il rischio che i grandi gruppi come Google, Facebook e altri possano sfruttare la solidità della rete e l’intelligenza artificiale a loro vantaggio e arrivare fino a controllare anche le istituzioni, i governi e gli stati?

Questo è un rischio che abbiamo corso, ma adesso stiamo correndo di meno. Prima non c’erano difese, oggi sì. Negli Stati Uniti la nuova amministrazione Biden è molto attenta a questi problemi e ha messo nei posti chiave persone competenti e esperte di anti-trust. In Europa si stanno approntando strumenti efficaci per arginare i monopoli. Stiamo facendo una legislazione molto costruttiva in termini di protezione delle istituzioni e della loro sovranità digitale. Dunque, il problema fondamentale è il controllo degli operatori e la legislazione gioca in questo un ruolo di primo piano. La vera sfida, anche sul piano geopolitico, cioè nei rapporti tra gli Stati, è quella di creare difese all’altezza delle sfide e dei rischi. In particolare, con l’intelligenza artificiale non possiamo lasciare ad altri l’iniziativa. È in corso una nuova guerra fredda che si combatte col digitale, non col nucleare.

In questa nuova guerra fredda del digitale l’Europa è ancora indietro?

Sì, è ancora indietro. La causa principale è la mancanza di mentalità politica, perché poi il resto segue. Solo se hai la mentalità politica, puoi trovare soluzioni infrastrutturali e finanziarie. Si pensi soltanto alla vicinanza della Germania con la Russia per questioni energetiche. È stata una scelta miope perché per una soluzione di oggi si rischia di compromettere il futuro abbassando le difese. Tra le altre cose, la Russia è infatti un punto di partenza di attacchi digitali, oltre che di oppressive ingerenze nell’Europa dell’Est. È una guerra feroce, fatta di commercio, supremazia tecnologia, attacchi e contrattacchi. E non bisogna mai abbassare la guardia. In tal senso, ho visto di buon occhio il lancio del EU-US Trade and Technology Council. L’intelligenza artificiale è anche una questione di difesa nazionale. Occorre capire fino a che punto si spingerà questa nuova guerra fredda, che non è fatta col nucleare ma col digitale. In Europa, ad esempio, stiamo lavorando al cosiddetto AI Act, la proposta di legge sull’AI della Commissione. In essa, la persona o le persone – non la macchina – sono completamente responsabilizzate. Possiamo controllare e monitorare questi processi.

Non è un fatto legato anche all’istruzione, cioè al modo in cui l’intelligenza artificiale e il digitale vengono trattati nelle università e a scuola, cioè come cose ancora tutto sommato marginali? Non c’è un netto divario qui tra l’Europa e altri Paesi?

Certo, assolutamente. Il digitale è ancora visto troppo spesso come un qualcosa di marginale e un di più, cioè un qualcosa che si fa appoggiandosi a servizi già esistenti. Il caso dell’Italia è emblematico: le grandi aziende che operano nel digitale e nell’intelligenza artificiale sono straniere. Il Paese è completamente dipendente da queste aziende. Il problema nasce quando bisogna creare un polo tecnologico per la difesa nazionale e la cybersecurity. Avere un’azienda nazionale interamente dedicata a questo tipo di missione non sarebbe male. Non per un nazionalismo sciocco, ma solo per avere più equilibrio. Solo così un governo può permettersi scelte autonome.

 

Sbarra (CISL): “Democrazia, libertà, lavoro, i pilastri della democrazia che nessun estremismo riuscirà a scalfire”.

Pubblichiamo il discorso tenuto ieri a Piazza San Giovanni, nella manifestazione organizzata dai sindacati confederali per rispondere all’attacco portato sabato scorso dagli estremisti di destra alla sede della CGIL, dal Segretario generale della CISL Luigi Sbarra.

“La nostra storia ci dovrebbe insegnare – diceva Tina Anselmi – che la democrazia è un bene delicato, fragile, deperibile, una pianta che attecchisce solo in certi terreni, attraverso la responsabilità di tutto un popolo”.

È per questo che la guardia non l’abbassiamo e che abbiamo voluto chiamare in piazza il popolo del lavoro. Perché da qui oggi, e da domani nelle fabbriche, nei campi, in ogni luogo di lavoro, nelle scuole e nelle università, parte un messaggio che è l’esatto contrario, e molto più potente, di quello che prova a lanciare chi professa odio ed egoismo, discriminazione e violenza. La democrazia sarà sempre più forte dei sui nemici“.Tante volte le nostre bandiere, le bandiere di Cgil, Cisl e Uil, si sono ritrovate a sventolare insieme a Piazza San Giovanni. È successo in momenti difficili e drammatici della nostra storia. Come quel terribile 16 marzo del 1978, il giorno del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione della sua scorta da parte delle Brigate Rosse.  

Quando il Sindacato si pose immediatamente come insormontabile baluardo di fronte all’attacco del terrorismo al cuore delle istituzioni democratiche. Quel tempo buio, gli anni di piombo e quelli della tensione, sono lontani e per fortuna ogni paragone sarebbe improprio.  

Ma questo non vuol certo dire che la guardia possa essere abbassata. Quel che è accaduto sabato scorso, l’attacco di stampo squadristico alla sede della Cgil, il fatto che il ritorno pianificato e cercato della violenza abbia voluto colpire proprio il Sindacato e il mondo del lavoro, imponeva una sola scelta. Essere qui. Uniti. Contro tutti i fascismi. Qui. Insieme. Con le nostre idee e le nostre proposte.

Spiace per chi dissente, ce ne faremo una ragione. Perché il sindacato confederale è questo: valori e progetto. Perché difesa della democrazia, lavoro e crescita sono facce della stessa medaglia.  Siamo qui per questo. Per respingere con fermezza ogni tentativo di intimidazione e incalzare Governo e Imprese su proposte concrete. Per togliere qualsiasi illusione a chi ha in mente disegni di natura eversiva. Strumentalizzare e incendiare le paure. Questo stanno cercando di fare movimenti di chiaro stampo neofascista.  Che hanno come loro bersaglio ideologico e politico la democrazia. Né più né meno. La democrazia liberale, “occidentale” ed “europea”. Con i suoi valori di apertura e tolleranza, di solidarietà, inclusione, integrazione multiculturale.  Valori intollerabili per chi professa l’incultura dei totalitarismi, dell’autocrazia, della xenofobia. 

Solo ieri gli ultimi attacchi vergognosi a Liliana Segre. Oggi, qui, nel giorno in cui ricorre la ferita inguaribile del rastrellamento del ghetto di Roma, inviamo alla senatrice la più forte e profonda vicinanza e solidarietà. Sono forze eversive, che si pongono al di fuori del consesso democratico, della Costituzione e della legge.

Il segno è passato nel momento in cui, nel modo più eclatante e vergognoso, come è successo sabato scorso, la violenza è stata eretta a metodo politico. È per questo che noi ribadiamo la nostra richiesta: le Istituzioni, il Governo, intervengano. Si proceda al loro scioglimento. L’arco parlamentare e costituzionale sia unito in questo. Un passo doveroso, anche se sappiamo che potrà non essere definitivo. Altri continueranno e cercheranno di portare avanti idee e posizioni simili. E però sappiano, loro e tutti gli estremisti e i professionisti della destabilizzazione, che andranno a sbattere contro un muro.  Quello del Sindacato. Quello dei milioni di lavoratrici e di lavoratori, di pensionate e di pensionati, che il Sindacato rappresenta. È l’unico muro che ci piace. Perché serve ad unire e non a separare.  Perché è presidio di democrazia e di libertà. La libertà vera. Che non significa poter fare ciò che si vuole, senza curarsi degli altri. Che si accompagna invece al principio di responsabilità e permette di realizzarsi come persona all’interno della comunità in cui si vive e si lavora, attraverso la partecipazione e la solidarietà.

Questa è la libertà per cui ci siamo sempre battuti Sindacato e lavoratori. Questa è la libertà che ci hanno lasciato in eredita i nostri anziani. E oggi vaccinarsi è un atto di riconoscenza, per salvaguardare le vite soprattutto di chi è nato quando la libertà non c’era e ci ha consegnato un Paese in cui la libertà c’è, perfino quella di non vaccinarsi.

Questa è la libertà contro cui già gli ‘antenati’ degli squadristi di oggi, che all’inizio degli anni Venti del secolo scorso assaltavano sedi sindacali, circoli operai e leghe contadine, prima che il regime completasse l’opera, togliendo la libertà agli italiani. Allora sì, che tutto era deciso e imposto dall’alto, dalla dittatura: a quale partito aderire, quali sindacati potessero esistere, quali giornali e quali libri si potessero stampare e leggere.

Ma deve essere chiaro: i conti con il fascismo sono stati chiusi, una volta per tutte, il 25 aprile del 1945. La Resistenza e le tante anime dell’antifascismo sono un valore, un patrimonio irrinunciabile, etico ed “esistenziale” per la Repubblica. Sono il luogo e il momento in cui le nostre istituzioni, la nostra unità nazionale, affondano le loro radici.

La democrazia sarà sempre più forte dei suoi nemici. Ha pilastri formidabili che nessun estremismo riuscirà a scalfire. Libertà. Diritti. Pluralismo. Libera informazione. E lavoro, soprattutto lavoro. Perché il lavoro è partecipazione. Il lavoro è emancipazione, è coscienza di sé, è cittadinanza. Il lavoro, in questo lunghissimo e difficile anno e mezzo, per l’Italia ha rappresentato la cura, ha alleviato il male.  

Ora, e nell’immediato futuro, il lavoro può e deve significare la guarigione. L’Italia ripartirà solo così. Solo con il lavoro. Tornerà a crescere solo seguendo un modello di sviluppo nuovo, solo mettendo al centro la persona e creando lavoro di dignitoso e di qualità. È in questo modo che si potrà spezzare la pericolosa saldatura tra il disagio sociale e l’eversione che lo strumentalizza. Perché disagio e malessere ci sono, guai a dimenticarlo. E vanno ascoltati, non ignorati o strumentalizzati. Covano sotto la cenere del 6% di Pil atteso, del ‘rimbalzo’ e di una ripartenza che però, se tutto andrà bene, ci farà tornare alla situazione pre-crisi solo alla fine del 2022.

Non sarà una corrente impetuosa, a riportarci in acque più tranquille. Servirà invece un’azione tenace e determinata, serviranno riforme e investimenti concertati. Un campo largo di responsabilità che produca risultati concreti e prosciughi gli stagni in cui si abbeverano le “bestie” degli estremismi. Se minacciano i sindacalisti, e si attaccano i luoghi e le case del lavoro è perché sanno di colpire il motore fondamentale del dialogo sociale. È perché sanno che il Sindacato costruisce cultura della partecipazione. È perché hanno capito che la via d’uscita dalla crisi passa dal mondo del lavoro. Dalla la sua capacità di costruire ogni giorno coesione e pace sociale.  Non ci facciamo intimidire. Non indietreggeremo di un metro. Se lo pensano, sbagliano di grosso. Continueremo con decisione nel cammino che abbiamo percorso in questi mesi. Continueremo a cucire gli strappi, a rinsaldare il clima di cooperazione, a promuovere e praticare il ‘coraggio della responsabilità’.

Avanti, allora! Allargando in modo capillare la campagna di vaccinazione, che ci porterà fuori dal tunnel. Cosa si aspetta a mettere in campo un provvedimento che estenda a tutti il dovere di immunizzarsi? Grave che Governo e Parlamento non l’abbiano ancora fatto per mera convenienza politica. Per nascondere evidenti contraddizioni nella maggioranza. Grave che per non affrontare queste contraddizioni si siano scaricate per intero tensioni, conflitti, divisioni sul mondo del lavoro. Così si rischia di trasformare i luoghi di lavoro in trincee! Serve un sussulto di responsabilità da parte de potere pubblico. Quella responsabilità che il mondo del lavoro ha espresso ogni giorno. Lo abbiamo visto ancora ieri, nella prima giornata del Green pass esteso nei luoghi di lavoro. Più di qualcuno ha cercato di soffiare sul fuoco. Lavoratrici e lavoratori hanno risposto dando l’ennesima prova di senso civico. Il vaccino è un atto civile e morale.  È ora che diventi anche un dovere legale. Come è stato tante volte in passato. Come prevede la nostra Costituzione. 

La salute pubblica è la base da cui rilanceremo il benessere economico e sociale del Paese. Possiamo e dobbiamo farlo costruendo una governance partecipata del Pnrr, con l’avvio del confronto sulla prossima manovra.  Dando agli investimenti forti condizionalità sociali e occupazionali, per creare lavoro di qualità, ben formato, retribuito e contrattualizzato, specie giovanile e femminile. Definendo una rete di tutele che protegga tutti e quindi ammortizzatori universali, mutualistici, solidali e inclusivi. Contrastando delocalizzazioni selvagge e precariato, lavoro nero e ogni forma di illegalità e sfruttamento. Ponendo fine alla drammatica sequenza delle morti sul lavoro.  Più di 1.500 le morti nel 2020, il 30% in più rispetto all’anno prima, in mesi in cui si è lavorato pochissimo. Servono sanzioni più severe, più ispezioni, più coordinamento, applicazione piena dei contratti. Ieri con l’approvazione del Decreto Fiscale un primo passo.  Ma il cammino è ancora lungo.

E poi ancora dobbiamo combattere le disparità di genere, sociali e territoriali. Riscattare allo sviluppo il Mezzogiorno. Rilanciare le politiche sociali, quelle per la famiglia e per la non autosufficienza. Redistribuire il carico fiscale alleggerendo i più deboli,  non penalizzare  sempre i ‘soliti noti’, lavoratori dipendenti e pensionati. Combattendo lo scandalo di un evasione fiscale che ogni anno costa al Paese metà del Pnrr, ne impedisce la crescita, ne sacrifica i servizi  e diffonde sfiducia, scoramento, diffidenza. Più  di 100 miliardi ogni anno, non possiamo più consentirlo. 

Investire su sanità e scuola. Su formazione e riqualificazione, su un grande piano nazionale per le competenze. Sbloccare le risorse in innovazione e ricerca. Infrastrutture materiali, digitali e sociali. Transizione ecologica e green economy. Dare alla previdenza un volto più sostenibile, garantendo un’anzianità dignitosa e il turnover nei luoghi di lavoro. Tutto questo sapendo che ogni passo in avanti che faremo, ogni riforma che andrà in porto, anche a questo servirà: a ricacciare nella soffitta della Storia idee e metodi che non possono trovare spazio nel futuro di un Paese democratico.

Per uscire dalla crisi manca ancora un tratto di strada, il più difficile, il più importante, quello in cui non sono permessi errori. Riusciremo se lo percorreremo insieme. Caro Governo: insieme! Senza fasi alterne. Senza stop and go. Con un nuovo metodo, autenticamente partecipativo. Con un dialogo sociale strutturato, che non si limiti a incontri puramente informativi. Con investimenti e progetti qualificati da vera e responsabile concertazione sociale. Con una politica industriale forte, non solo difensiva, che rilanci i nostri settori strategici, risponda alle tante crisi aziendali, salvaguardi e rilanci produzioni e occupazione. Con nuove reti integrate di tutela che non lascino nessuno senza reddito e formazione.  Assicurando una prospettiva ai giovani e una terza età dignitosa a chi ha dato il proprio contributo al mondo del lavoro. Insieme! Lo diciamo con forza anche al mondo delle imprese.

Dobbiamo costruire nuovi e forti affidamenti sociali, rimettere al centro le relazioni industriali, rinnovare tutti i contratti pubblici e privati, innalzare i salari, costruire nuovi diritti e una nuova organizzazione del lavoro, spingere sul pedale della partecipazione. Quella partecipazione che è oggi la vera sfida del nostro tempo. È arrivato il momento di dare vita a una grande riforma che dia spessore e prospettiva alla democrazia economica nel nostro Paese.  È il tempo di una svolta che dia attuazione all’articolo 46 della costituzione e protagonismo alle lavoratrici e ai lavoratori nelle scelte delle aziende pubbliche e private. Un nuovo modello, sì, che faccia scorrere la linfa vitale della società e del lavoro nelle strategie economiche del Paese. 

Investimenti. Lavoro. Coesione. Partecipazione. Se non ora, quando? Questo è il momento. Qui sta il Patto che vogliamo. Un grande accordo tra Sindacato, Istituzioni e Impresa. Il ritrovarsi in un campo di concordia che sappia riallacciare i fili della coesione, portare avanti innovazioni, realizzare gli investimenti dando al processo di cambiamento equità e stabilità.  Proprio nel momento in cui la barbarie e l’estremismo mostrano in modo plateale il loro volto intollerante, dobbiamo lanciare un messaggio di fiducia nella forza e nella solidità della nostra società civile.  Governo e imprese raccolgano questa sfida. Senza tentennamenti e tatticismi. Diano una scossa positiva al domani e costruiscano con noi un orizzonte nuovo di crescita condivisa.  

E’ così che si coltiva il futuro.  Procediamo, dunque. Senza paura.  Avendo a cuore, su tutto, il bene comune del Paese. Verso un nuovo Patto sociale inclusivo e sostenibile che restituisca sguardo lungo alla speranza. Viva Cgil Cisl e Uil.  Viva il sindacato italiano!

XIII Settimana di studi sulle autonomie locali: “I controlli: partner o minaccia dell’autonomia?”.

Si svolgerà ad Alessandria, dal 18 al 22 ottobre, anche qquest’anno il corso di studi organizzato da una rete di istituzioni e associazioni con il sostegno del Centro di cultura dell’Università Cattolica e, in particolare, del prof. Renato Balduzzi quale referente scientifico.

Ricorre quest’anno il ventennale della revisione del Titolo V, parte seconda, della Costituzione operata con la legge cost. n. 3/2001, che viene di solito ricordata con esclusivo riferimento alle trasformazioni impresse al regionalismo italiano. La riforma del 2001, invero, era il frutto di un disegno più ampio che interessava nel suo complesso l’impianto autonomistico della Repubblica e introdusse innovazioni rilevanti anche nei confronti degli enti locali. Tra queste, figura la soppressione dei Comitati regionali di controllo previsti nell’abrogato art. 130 Cost., fulcro del sistema dei controlli fino ad allora vigente.

La novità fu allora incoraggiata come un passo in avanti storico per l’autonomia degli enti locali e, in particolare, dei Comuni, “liberati” da un sistema di controlli prevalentemente esterni all’ente e proiettati verso un esercizio più responsabile della propria autonomia in forza, soprattutto, dei controlli interni.

La legislazione e l’esperienza amministrativa degli ultimi vent’anni pongono di fronte ad un quadro più articolato, nel quale il sistema dei controlli è mutato profondamente, trovando altre forme e protagonisti, ed è stato progressivamente rafforzato.

Tanto che si ripropone oggi, in un contesto assai diverso, una domanda che animava già il dibattito di fine anni Novanta, quando ci si interrogava se i controlli rappresentassero specialmente un “partner” oppure una “minaccia” nei confronti dell’autonomia locale.

Sarà questo il tema della XIII Settimana di studi sulle autonomie locali (SAL), che si terrà ad Alessandria dal 18 al 22 ottobre 2021.

La promuove una rete di collaborazione ormai consolidata, che fa capo per il secondo anno consecutivo al Centro di cultura dell’Università Cattolica, associazione alessandrina che ha celebrato da poco il cinquantenario della propria attività in città, e che include numerosi altri soggetti: la Prefettura di Alessandria, ANCI-Ifel, la Società italiana di diritti sanitario, il Centro documentazione e studi dei Comuni italiani, la rivista “Il Piemonte delle Autonomie”, il Dipartimento di Giurisprudenza e Scienze politiche, economiche e sociali e il Dottorato di ricerca su “Ecologia dei sistemi culturali e istituzionali” dell’Università del Piemonte Orientale, con il sostegno della Fondazione CRAL e del Gruppo Guala.

Sotto la direzione scientifica del prof. Renato Balduzzi, la Settimana di studi prenderà avvio lunedì 18 ottobre, alle ore 15, in Prefettura, con i saluti introduttivi di Francesco Zito, prefetto di Alessandria, Gianfranco Cuttica di Revigliasco, sindaco di Alessandria, Alessandro Canelli, sindaco di Novara e presidente ANCI-Ifel, Gianfranco Baldi, presidente della Provincia di Alessandria, Lucio D’Ubaldo, direttore del Centro di documentazione e studi dei Comuni italiani, Serena Quattrocolo, direttrice del Dipartimento di Giurisprudenza e Scienze politiche, economiche e sociali del’UPO, Chiara Tripodina, coordinatrice del Dottorato di ricerca su “Ecologia dei sistemi culturali e istituzionali”, Gian Paolo Zanetta, presidente della Società italiana di Diritto sanitario, Luciano Mariano, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria. Ad aprire i lavori sarà la prolusione di Giuseppe Busia, presidente dell’Autorità nazionale anti corruzione.

La Settimana proseguirà attraverso un ricco programma, che prevede cinque convegni di studi, di cui uno italo-francese, un concerto presso il Conservatorio Vivaldi, un incontro conclusivo rivolto alla cittadinanza ospitato nel Museo civico di Casale Monferrato.

Ancor più che nelle edizioni precedenti, sarà dato spazio alla voce degli amministratori locali, che saranno i protagonisti del pomeriggio di mercoledì 20 ottobre (ore 15, Prefettura). Nei giorni scorsi, infatti, è stato distribuito a tutti e 187 sindaci dei Comuni della nostra provincia un questionario elaborato dagli organizzatori della SAL avente ad oggetto informazioni e valutazioni sul funzionamento dell’attuale sistema dei controlli interni ed esterni. L’adesione di numerosi Comuni della provincia consentirà di comporre un quadro completo e interessante circa il punto di vista degli amministratori sul tema, che sarà discusso dai diretti interessati.

Da segnalare altresì il ricordo del prof. Joerg Luther, fine studioso delle autonomie, prematuramente scomparso lo scorso anno (martedì 19 ottobre, ore 15, Palazzo Borsalino).

Una menzione particolare, oltre che il concerto che il Conservatorio Vivaldi terrà in onore della Settimana di studi nella serata di giovedì 21 ottobre, merita poi l’incontro conclusivo che si svolgerà a Casale Monferrato, nella bella cornice del Salone Vitoli del Museo Civico. Ad animare la serata di venerdì 22 ottobre sarà un dialogo tra Gianfranco Astori, consigliere per l’informazione della Presidenza della Repubblica, e Renato Balduzzi, costituzionalista dell’Università Cattolica e ideatore della Settimana di studi. Moderati da Sergio Favretto, storico e avvocato, i due relatori si confronteranno sul tema de “La buona amministrazione locale”, con un’attenzione speciale all’esperienza casalese del Novecento.

Gli incontri della Settimana di studi, fatta eccezione per quelli serali poc’anzi ricordati, saranno trasmessi in streaming sul canale YouTube del Centro di cultura.

 

Programma-XII-Settimana-autonomie-locali

Popolari, una presenza politica da ricostruire.

Tornare alla cultura del popolarismo sturziano costituisce un dovere per chi non vuol rinunciare all’essere cattolico-democratico;  per chi crede ancora che l’impegno politico costituisce “la forma più alta di carità”; per chi è consapevole che una politica cristianamente ispirata non rappresenti in questo terzo Millennio una idea vecchia e fuori da questa storia

Molti, soprattutto quelli che vengono ancora definiti come componente cattolica all’interno del PD, ritengono che ormai sia i risultati del Concilio Vaticano Secondo, sia la fine dei sistemi del socialismo reale costituiscano fatti giustificativi per non avere più un partito di ispirazione cristiana.

Ѐ una querelle che si trascina stancamente da diversi lustri, ossia da quando con una buone dose di superficialità e di approssimazione si è deciso di annientare il Partito Popolare Italiano nella Margherita.

Un’operazione, quest’ultima, che di fatto annullava la presenza politica autonoma dei cattolici democratici progressisti proseguendo, quindi, con l’indicazione prodiana di un unico partito che raccoglie l’eredità dei post marxisti e dei post democristiani.

Una sorta di “fusione a freddo” (come l’ha definita Gianfranco Pasquino) che nel mettere insieme due culture si proietta esclusivamente come partito di governo (di potere).

Al di là delle visioni politiche anche personali sul bipartitismo e sul maggioritario o proporzionale, il Partito Democratico così concepito, di fatto, ha prodotto solo guasti anche in termini di quadro democratico di riferimento, contribuendo a radicalizzare le posizioni e favorendo quella scalata delle destre che rappresentano una spina nel fianco per la tenuta dello stesso sistema democratico (gli ultimi eventi di Roma ne sono la testimonianza lampante).

Si tratta di una situazione politica abbastanza evidente,  quella che vede la mancanza e, nel contempo, la necessità di una posizione politica di centro che sappia incarnare non soltanto i valori più alti della mediazione politica (intesa nel senso moroteo), ma che possa restituire finalmente a milioni e milioni di cittadini italiani (oggi collocati nell’astensionismo) una rappresentanza politica e ideale.

Il termine popolare (politicamente inteso) è oggi inflazionato e lo ritroviamo addirittura nel centrodestra in diverse formazioni (anche a carattere regionale); ma si tratta di una sorta di azione politica trasformista a proprio uso e consumo elettorale.

Il Partito Popolare di don Luigi Sturzo nacque, non soltanto per legittimare i cattolici all’impegno politico attivo, ma anche come contrapposizione allo Stato liberale e poi al fascismo. In altri termini, i cattolici conservatori non facevano parte del PPI sturziano, difatti preferirono storicamente l’abbraccio politico con il fascismo.

Ripensare oggi al popolarismo sturziano costituisce un dovere per chi non vuol rinunciare all’essere cattolico-democratico;  per chi crede ancora che l’impegno politico costituisce “la forma più alta di carità”; per chi è consapevole che una politica cristianamente ispirata non rappresenti in questo terzo Millennio una idea vecchia e fuori da questa storia, ma la pietra miliare e l’abbrivio di un’azione civile morale e competente.

Padre Giuseppe Ciutti di Roma, nel farmi notare come “la Gaudium et Spes parlava liberamente di temi sociali, a livello di interesse nazionale, europeo ed internazionale”, ha fermato la mia attenzione sulla seconda parte di questa Costituzione pastorale, ossia laddove “parla di collaborazione con la politica e stabilisce, facendo appello alla libera coscienza degli operatori laici cristiani presenti sulla scena, di principi generali, dettati per orientare e agevolare il riferimento all’ispirazione cristiana, ritenendo così di poter evitare l’uso strumentale della religione a stretto di consenso politico.”

Partire (o ri-partire) da queste riflessioni non è più soltanto un dovere civile per ridare moralità a questa politica ormai vuota e fine a sé stessa, ma è anche un diritto di restituire ad una parte della società una rappresentanza politica degna di questo nome.

Fare Sinodo: il coraggio della fecondità. L’editoriale di “Aggiornamenti Sociali”.

Pubblichiamo la prima parte dell’editoriale del direttore della rivista mensile dei gesuiti di Milano (fascicolo di ottobre 2021). Il link in fondo alla pagina consente di accedere alla lettura del testo integrale.

Giacomo Costa

Nella Chiesa la parola del momento è “sinodo”: gli itinerari sinodali lanciati nel 2021 sono due, che ovviamente si intrecciano. Uno è il “Sinodo 2021-2023” della Chiesa universale, intitolato «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione», che si apre il 9-10 ottobre in Vaticano e il 17 ottobre in ogni diocesi del mondo (cfr <www.synod.va> per i documenti di riferimento e l’articolazione delle diverse tappe). L’altro è il cammino sinodale italiano, ufficialmente aperto dall’Assemblea della CEI dello scorso giugno, che si snoderà dal 2021 al 2025 nel solco delle indicazioni emerse dal Convegno ecclesiale di Firenze del 2015.

Anche se è di grande attualità, “sinodo” resta un termine difficile da maneggiare, che rimanda al lessico tecnico dei teologi e dei canonisti. Non siamo ancora capaci di leggervi in trasparenza il suo significato etimologico di “camminare insieme”, come invece riesce a fare con grande naturalezza papa Francesco, che non a caso ha fatto di “sinodo” una parola chiave del suo pontificato. Camminare insieme trasmette immediatamente due caratteristiche fondamentali, tenendole unite. La prima è il dinamismo del movimento, di un processo che punta a un cambiamento. Chi vuole che tutto rimanga com’è, non si mette in cammino. La seconda è espressa dalla parola “insieme”: il processo sinodale si pone nella linea della costruzione di un “noi”. Anzi, per molti versi è la traduzione ecclesiale di quelli che papa Francesco, rivolgendosi anche a chi non fa parte della Chiesa, chiama «processi che possano costruire un popolo capace di raccogliere le differenze» (Fratelli tutti, n. 217). Un mondo frammentato come il nostro ha disperato bisogno di vedere che sono davvero possibili processi di reale incontro tra le differenze, senza che nessuna sia negata o schiacciata. Per questo una Chiesa sinodale è immediatamente anche un segno profetico «dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Lumen gentium, n. 1).

In questa luce, vale la pena cercare di mettere a fuoco qual è la posta in gioco dei processi che come Chiesa stiamo intraprendendo, in modo da vivere con consapevolezza gli appuntamenti a cui siamo tutti invitati a partecipare e da cogliere quella che per la comunità cristiana costituisce una grande opportunità di rimettersi in contatto con la propria identità e di interrogarsi sul modo con cui portare più efficacemente a termine oggi la missione di evangelizzazione, che è la sua ragion d’essere.

Il titolo del Sinodo 2021-2023 ci offre un buon punto di partenza, che è l’espressione “Chiesa sinodale”. Anche se può sembrare una sottigliezza lessicale, è fondamentale chiarire che non stiamo incominciando un sinodo sul sinodo, inteso come dispositivo organizzativo con le sue regole e i suoi ritmi. L’oggetto è invece la sinodalità, che la Commissione teologica internazionale ci ha ricordato essere «dimensione costitutiva della Chiesa, che attraverso di essa si manifesta e configura come Popolo di Dio in cammino e assemblea convocata dal Signore risorto» (Commissione Teologica Internazionale, La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa, 2018, n. 42, in <www.vatican.va>). Al n. 70 questo stesso documento sottolinea come questa dimensione costitutiva si articoli su tre piani: quello dello stile con cui la Chiesa vive e opera ordinariamente, quello delle strutture in cui la natura sinodale della Chiesa si esprime in modo istituzionale, quello dei processi ed eventi sinodali in cui la Chiesa è convocata. Anche il Documento preparatorio (DP, disponibile in <www.synod.va>) del Sinodo 2021-2023, presentato il 7 settembre scorso, propone questa articolazione, che riprendiamo qui per strutturare la nostra riflessione. Per quanto riguarda la Chiesa italiana, la scelta di parlare di cammino sinodale piuttosto che di sinodo ci sembra un modo per mettere in evidenza proprio la dimensione della sinodalità rispetto all’organizzazione di una serie di eventi.

Vita e missione della Chiesa: una questione di stile

Papa Francesco ne è consapevole: «Camminare insieme – Laici, Pastori, Vescovo di Roma – è un concetto facile da esprimere a parole, ma non così facile da mettere in pratica» (Discorso nella commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, 17 ottobre 2015). I cammini sinodali, universale e italiano, sono l’occasione propizia per affrontare questa difficoltà, ben sapendo che per la Chiesa la sinodalità implica la questione dell’identità. Ci mettono in questa prospettiva le tre parole scelte come sottotitolo del Sinodo 2021-2023: la Chiesa è comunione, che è espressa e al tempo stesso coltivata attraverso la partecipazione di tutti, ma non può rimanere rivolta all’interno, essendo a servizio alla missione. Perciò la sinodalità, che pure è un termine relativamente recente, ha radici profondissime nella tradizione. Ripercorrerle, come fa il cap. II del DP, consente di riattraversare l’intero percorso della riflessione teologica sul mistero della Chiesa. 

Ad esso rimandiamo, limitandoci qui a evidenziare come praticare la sinodalità sia il modo per dare attuazione alla ecclesiologia del Vaticano II, a partire dalla sottolineatura di ciò che tutti i cristiani hanno in comune, cioè il battesimo e la uguale dignità che ne deriva: «Se anche per volontà di Cristo alcuni sono costituiti dottori, dispensatori dei misteri e pastori a vantaggio degli altri, fra tutti però vige vera uguaglianza quanto alla dignità e all’azione nell’edificare il corpo di Cristo, che è comune a tutti i Fedeli» (Lumen gentium, n. 32). Così come comune è la responsabilità di portare a termine la missione di evangelizzazione, pur con modalità differenziate a seconda della vocazione di ciascuno. La ricchezza e la profondità di questa comunione radicata nella dignità battesimale diventa garanzia dell’autenticità della fede: «La totalità dei fedeli, avendo l’unzione che viene dal Santo, (cfr 1 Gv 2,20 e 27), non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando “dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici” mostra l’universale suo consenso in cose di fede e di morale» (Lumen gentium, n. 12). In una Chiesa sinodale, anche la fede è camminare insieme!

Questo linguaggio risulta significativo solo un per un numero relativamente ridotto di persone, con un certo grado di formazione teologica. Fatica quindi a diventare il motore del rinnovamento della vita e delle pratiche ecclesiali, specie ai livelli più di base. Così un lavoro da intraprendere, ad esempio nel cammino sinodale italiano, è raccogliere e rilanciare narrazioni ed esperienze, e cercare l’ispirazione di immagini capaci di veicolare in modo più immediato e intuitivo la dimensione della sinodalità. In circolazione ce ne sono varie, e di diversa origine – la piramide rovesciata, il poliedro, la Chiesa-famiglia, la canoa del n. 201 di Christus vivit, ecc. –, ma nessuna in fondo è pienamente soddisfacente né è riuscita finora a entrare nell’immaginario condiviso della comunità cristiana.

Infine, il pieno recupero della dignità battesimale di tutti i fedeli spinge «ad approfondire le relazioni con le altre Chiese e comunità cristiane» (DP, n. 15), cercando le modalità per attivare circuiti di sinodalità anche nei loro confronti. Anzi, il profondo legame tra sinodalità e missione ci chiede di andare ancora oltre: non è possibile promuovere il bene comune dell’umanità senza camminare insieme con gli uomini e le donne del nostro tempo, «di cui condividiamo «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce» (Gaudium et spes, n. 1), aprendoci al dialogo e alla possibilità di imparare da loro.

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https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/fare-sinodo-il-coraggio-della-fecondita/

 

Grave l’attacco al sindacato. Dov’è la radice della violenza? Forse nel distorto rapporto tra maggioranza e opposizione.

Da molti anni si nota spesso nell’agone politico un malinteso modo di intendere l’essere maggioranza od opposizione, e sicuramente questa costatazione è la questione delle questioni dei molti guasti economici, sociali e democratici del nostro paese, ed è ora di cambiare rifiutando ognuno questo male oscuro.

 

L’oscuro assalto alla sede centrale della Cgil ci ha riportato indietro nel tempo buio di un secolo. In quell’epoca i fascisti facevano terra bruciata dei Sindacati e dei Partiti che rappresentavano gli interessi dei lavoratori e delle classi popolari. Le loro infami incursioni dovevano platealmente essere la dimostrazione che alla loro violenza, nessun potere popolare poteva opporsi, che la loro azione era in grado di dominare tutto ciò che si riteneva un ostacolo per i propri obiettivi eversivi.

Sullo sfondo c’era l’obiettivo di attirare le simpatie di milioni di ex combattenti corrosi dalla guerra e di masse impoverite ed eccitate dal clima di cambiamento che percepivano nell’aria per instaurare la Dittatura. Dunque il movente è sempre lo stesso: azioni dimostrative per catalizzare l’attenzione di tutti gli scontenti, i facinorosi e gli avventurieri, per debilitare il potere costituito. In questi giorni nelle piazze delle grandi città si stanno unendo frazioni di ogni presenza politica che nella nostra storia anche contemporanea hanno fatto ricorso ad atti violenti come mezzi per segnare la propria esistenza.

Fascisti, anarchici, centri sociali, estremisti di sinistra, tutti insieme con opinioni diverse, ma con l’obiettivo comune di suscitare confusione, come accaduto in altri momenti caldi. Infatti chi ricorda gli assalti di qualche anno fa alla Cisl ed ai suoi leader; delle cosiddette avanguardie dei centri sociali intente a punirla platealmente per l’accordo siglato con la Fiat di Marchionne? Ora in circostanze diverse, usano il varco del green pass per l’evidente ragione che si è costituito attorno al problema la disapprovazione di un nucleo consistente di persone; ma un altro tema al pari sentito avrebbe fatto lo stesso.

Ora, la querelle sullo scioglimento di Forza Nuova come organizzazione che si proporrebbe con atti concreti l’obiettivo anticostituzionale della ricostruzione del partito fascista, lo lasciamo al giudizio della magistratura come previsto dalle leggi repubblicane. Ma nel frattempo si farebbe bene da parte delle formazioni politiche in campo a valutare meglio il loro approccio da avere su ogni tema sociale rovente, se vogliono evitare di essere gli utili idioti di facinorosi ed avventurieri. In passato una parte della sinistra ha commesso la leggerezza di alimentare oltre misura polemiche che contribuirono come conseguenza a gravi lutti, speriamo oggi indimenticati. Anche una parte della destra è esposta nell’alimentare polemiche strumentali sulle supposte libertà sequestrate nel corso della pandemia, che potenzialmente possono essere utilizzate per scopi violenti ed eversivi.

Con queste valutazioni non si pensa di limitare le opposizioni del loro compito, ma esse devono poterle esercitare nell’ambito della Costituzione, se intendono essere forze affidabili della Repubblica. Da molti anni si nota spesso nell’agone politico un malinteso modo di intendere l’essere maggioranza od opposizione, e sicuramente questa costatazione è la questione delle questioni dei molti guasti economici, sociali e democratici del nostro paese, ed è ora di cambiare rifiutando ognuno questo male oscuro.

Io voto tizio, ma a “titolo personale”.

Foto Filippo Attili/Palazzo Chigi/LaPresse 22-02-2020 Roma, Italia PoliticaCoronavirus, vertice alla Protezione Civile con il Presidente Giuseppe ConteIl Presidente dell Consiglio, Giuseppe Conte, presiede la riunione del Comitato operativo sul Coronavirus al Dipartimento della Protezione Civile. Al vertice partecipano il Capo del Dipartimento della Protezione Civile e Commissario straordinario, Angelo Borrelli, il Ministro della Salute, Roberto Speranza, il Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, Luigi Di Maio, e il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Paola De Micheli.DISTRIBUTION FREE OF CHARGE - NOT FOR SALE - Obbligatorio citare la fonte LaPresse/Palazzo Chigi/Filippo Attili

Ascoltare la dichiarazione di Conte sulla scelta per il ballottaggio del Comune di Roma, francamente, riesce ancora a stupire anche chi segue e partecipa al dibattito politico da molti anni.

 

Ho sentito l’ex Premier Conte l’altra sera pronunciare una frase. Dunque, se ho ben capito, il nuovo capo dei 5 stelle vota – come da copione – Gualtieri a Roma al ballottaggio ma a ”titolo personale”. Sempre se ho ben capito. E sin qui tutto normale, come ovvio. Ma la novità è un’altra. Semprechè sia vero quello che ha detto. E cioè, il nuovo capo del partito lascia libertà agli iscritti, elettori, simpatizzanti e uditori di quel partito di fare ciò che vogliono a Roma. Tutto legittimo, per carità.

Certo, pensando alla mia piccola esperienza politica, sarebbe come se Carlo Donat-Cattin ad un celebre congresso della Dc del febbraio del 1980 avesse detto suppergiù: io scrivo il “preambolo”, lo presento al congresso, chiedo di approvarlo a tutto il partito ma lo faccio a titolo personale. E quindi la mia corrente, la sinistra sociale dc di Forze Nuove, può fare ciò che vuole. Oppure, per essere più vicini all’attualità, si potrebbe anche verificare il caso che un segretario di partito del campo di centro sinistra dice, suppergiù: io voto il centro sinistra nel mio collegio uninominale ma lo faccio a titolo personale. Gli iscritti, i simpatizzanti e gli elettori del mio partito facciano quel che vogliono.

Ora, che la sbornia populista e qualunquista iniziata molti anni con l’irruzione del grillismo abbia prodotto il “nulla della politica”, per dirla con Martinazzoli, è fuor di dubbio. Che il populismo abbia alimentato e rilanciato in grande stile il trasformismo politico e l’opportunismo parlamentare non è una opinione personale o collettiva ma un dato di fatto. Ma ascoltare la dichiarazione di Conte sulla scelta per il ballottaggio del Comune di Roma, francamente, riesce ancora a stupire anche chi segue e partecipa al dibattito politico da molti anni.

Ma questi, di grazia, non erano quelli che i cantori del cambiamento e dell’eterno rinnovamento – e la lista dei nomi e cognomi sarebbe semplicemente sterminata….- individuavano come gli unici capaci di ci introdurre quelle categorie che la “vecchia politica” interpretata dalla vituperata “casta” aveva cancellato dall’orizzonte politico italiano? Ma questi non erano quelli che avrebbero ricreato un nuovo modo d’essere in politica, cancellato la vecchia classe dirigente, azzerato i vecchi e corrotti partiti, declinato un nuovo linguaggio e, soprattutto, interpretato in modo nuovo e trasparente i i bisogni e le istanze della masse popolari? Dov’è finito tutto ciò di fronte a questi arzigogolati ragionamenti?

Comunque sia, anche se la cosa non mi riguarda e non ci riguarda affatto, un consiglio lo potremmo dare: per evitare di continuare a rinnegare radicalmente e grottescamente tutto ciò che i 5 stelle hanno detto, scritto, urlato, teorizzato e predicato per oltre 15 anni proponendo una finta e un po’ goffa conversione improvvisa e collettiva del partito, ritorni al più presto Grillo, il vero “guru” nonchè fondatore di quel partito. O l’”elevato” per usare la celebre definizione. Se non altro faceva anche ridere. Almeno per chi ama quel tipo di comicità.

Cgil, partito “Insieme” a Lamorgese: “Sia severa l’opera di prevenzione e contenimento violenza” (Adnkronos).

Sostegno da parte di “Insieme” all’azione di fermo chiarimento in ordine ad atti che potrebbero configurare anche estremi richiamati dalla XII norma transitoria della Costituzione.

Roberta Lanzara

“Sig.ra Ministra, Insieme la invita a svolgere una severa opera di prevenzione e contenimento di ogni forma di violenza nelle manifestazioni pubbliche e la sostiene in un’azione di fermo chiarimento di quegli atti che potrebbero configurare anche gli estremi richiamati dalla XII norma transitoria della nostra Costituzione (divieto di ricostituzione in qualsiasi forma del disciolto partito fascista, ndr)”. E’ quanto si legge in una lettera visionata dall’Adnkronos inviata oggi, in vista della manifestazione di domani, dal Coordinamento nazionale di Insieme, nuovo partito politico laico e cattolico, alla ministra degli Interni, Luciana Lamorgese.

“Insieme, come tutti gli italiani, è rimasto vivamente colpito e preoccupato in occasione dei gravi incidenti verificatisi la scorsa settimana in alcune città e, in particolare, nel centro di Roma e culminati con l’assalto alla sede della Cgil. Siamo convinti che fatti tanto gravi, debbano trovare la risposta più ferma ed adeguata anche per evitare che, come è già purtroppo accaduto nel passato, la loro sottovalutazione possa essere interpretata come l’autorizzazione a proseguire ulteriormente. E’ opportuno quindi che le autorità intervengano – sottolinea il Direttivo – considerando che i gravi fatti cui ci riferiamo non possono essere considerati come un’ordinaria vicenda di ordine pubblico”.
“Quella che doveva essere una pacifica dimostrazione, sui contenuti non intendiamo intervenire, si è trasformata in un’occasione per ferire la democrazia e riproporre l’idea che la vita civile possa essere sovvertita sulla base di una ideologia e di un metodo di azione politica che mette al centro la violenza e le soverchierie di una minoranza a danni dei più, riproponendo un’esperienza che il nostro Paese ha nettamente rifiutato con la Costituzione che resta il nostro punto di riferimento. Sappiamo che la Magistratura svolge il prezioso compito d’indagine, ma pensiamo anche – sollecita il Partito – che sia necessario l’invio di un messaggio forte e chiaro da parte di chi ha il compito di assicurare l’ordine pubblico, e si pone come primo e diretto presidio dei diritti democratici e comunitari, verso chi pensa di poter impunemente riproporre un’ideologia e l’attitudine squadrista dei suoi seguaci, che invece la maggioranza degli italiani rifiuta”.

“È interesse di tutti i cittadini, delle istituzioni ed anche di tutte le forze politiche sinceramente democratiche, qualunque sia la loro collocazione in Parlamento, riaffermare i principi antifascisti su cui è nata la Repubblica. A quel forte riferimento – si legge in conclusione nella lettera – è necessario collegarsi anche per giungere alla valutazione di gravi forme di violenza che, stando alle notizie di stampa, potrebbero essere considerati, persino, la prima fase di un progetto eversivo e di attacco al quadro istituzionale del Paese”.

La svolta della politica estera britannica, opportunità per l’Italia.

L’autore sostiene una tesi controcorrente, meritevole comunque di attenzione. A suo giudizio, la relazione bilaterale con il Regno Unito, se per loro è strategica, per noi è fondamentale e addirittura fondativa del nostro essere, ed esserci mantenuti in 160 anni, come stato unitario.

 

Il Regno Unito sta intessendo accordi bilaterali a tutto spiano, soprattutto dopo il recente cambio di guardia al Foreign Office dove, significativamente, è approdata la ministra che stava al Commercio Internazionale, Liz Truss.

Tale linea si pone all’interno di un disegno più ampio che vede riaffermare l’autonomia, l’autodeterminazione e la leadership globale del mondo anglosassone sopra l’asse continentale euroasiatico. Un disegno dal quale è nata l’AUKUS, l’intesa trilaterale tra Australia, Regno Unito, Stati Uniti sulla sicurezza e che ha comportato l’estromissione della Francia dai progetti di costruzione di sottomarini nucleari. L’AUKUS appare non solo un’iniziativa in qualche modo speculare all’ampliamento dell’altra grande intesa di difesa globale, la SCO (Shanghai Cooperation Organization) ma quasi in concorrenza ad una Nato, logorata dall’esser stata troppo a lungo soggetta al Deep State americano e ultimamente ammaliata da velleità provenienti dal centro del Vecchio Continente.

In questo quadro s’innesta l’accelerazione, o addirittura la svolta, impressa dalla nuova ministra degli esteri britannica Truss alla strategia post Brexit della Global Britain. La quale prevede l’individuazione in tutto il mondo di alleati più stretti con cui rafforzare le relazioni. Per l’Europa questa strategia d’oltremanica ha individuato, secondo quanto riferito domenica scorsa dal “Financial Times”, quattro interlocutori privilegiati con cui intensificare le relazioni bilaterali: la Spagna, i Paesi baltici, i Paesi del centro-est (Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia e Ungheria) e l’Italia.

Un’opportunità enorme per il nostro Paese, da cogliere al volo. Questo nuovo accordo bilaterale con il Regno Unito (che sembrerebbe ormai non lontano dall’essere siglato) non riguarda solo la sicurezza, ma anche il commercio, le tecnologie e l’energia. Quest’ultimo aspetto appare decisivo nell’imprimere una svolta alla transizione ecologica. O si accetta una via fatta di decrescita e restrizioni climatiche, con pesantissime ripercussioni sulla classe media, che porteranno del resto a inevitabili forme di controllo sociale di tipo cinese (che forse si stanno già testando con motivazioni sanitarie attraverso l’estensione dell’obbligo del greenpass), oppure insieme alla Gran Bretagna è possibile indicare una strada diversa che riconosca la guida americana, anziché quella di sino-tedesca, nel passaggio cruciale e auspicabilmente incruento, dalle fonti fossili a alternative affidabili, stabili, pulite ed economiche, come la fusione nucleare, in cui mettere in gioco l’eccellenza della ricerca e della tecnologia italiana.

Per queste ragioni ritengo sia da considerarsi non propriamente conforme agli interessi del Paese la partecipazione dell’Italia alla delegazione di Paesi membri dell’Ue che, secondo quanto riferito di recente dal “Financial Times”, non ha escluso le ipotesi meno auspicabili nello sviluppo delle trattative fra Londra e Bruxelles sulla Brexit. La relazione bilaterale con il Regno Unito, se per loro è strategica, per noi è fondamentale e addirittura fondativa del nostro essere, ed esserci mantenuti in 160 anni, come stato unitario. Il primo e naturale (per interessi geopolitici in buona misura simili e compatibili) interlocutore europeo dell’Italia non può che essere ancora il Regno Unito, insieme al quale condividiamo una relazione speciale con il più grande alleato di entrambi i Paesi, gli Stati Uniti. Relazioni che rafforzano quello che è il nostro ruolo per rendere più coesa e forte l’Europa.

Fare sintesi tra “città del popolo” e “città del mondo”. Il racconto di Strauss, dice Gualtieri, ci invita a riflettere sul futuro di Roma.

Pubblichiamo il messaggio che Roberto Gualtieri ha inviato agli organizzatori dell’evento, svoltosi ieri all’Istituto Nazareno, in via Sant’Andrea delle Fratte 15, per la presentazione del libro di Simon Strauss “Nove settimane a Roma” (Accademia degli Incolti – Italo Svevo). All’incontro ha preso parte Cristina Maltese in qualità di rappresentante del Comitato elettorale del candidato sindaco del centro-sinistra.

Non sono un critico letterario, ma il libro di Strauss mi lascia la sensazione di un’opera stimolante, molto arguta, particolarmente ricca di suggestioni. Prendiamo la descrizione che fa della Chiesa degli Angeli a Piazza della Repubblica e leggiamo la conclusione:’“Così, oggi, antichità, cattolicesimo, stato-nazione e scienze naturali si ritrovano tutti insieme a condividere uno spazio ristretto, come all’interno di un ascensore affollato”. In effetti viviamo, consapevoli o meno, dentro questa peculiare condizione romana di affollamento: di storia, di problemi, di aspettative e contraddizioni.

Non possiamo scivolare nella malinconia di una città ai margini della sua stessa dimensione millenaria. Dobbiamo guardare avanti, con fiducia; guardare alle ragioni che spingono uno scrittore berlinese a ritornare sui passi di Goethe, riprendendo nei confini dell’Urbs il filo del “Grand Tour” di cui i rampolli dell’aristocrazia europea non potevano fare a meno nei secoli passati; dobbiamo farne oggetto, pertanto, di un caldo apprezzamento, perché ci spinge a rompere l’assedio della nostra riottosità a metterci di nuovo in gioco, da protagonisti.

Non dispiacerà a Strauss, come neppure potrà dispiacere ad altri meno attenti di lui alla “romanità”, che si ricordi in questa sede la speciale relazione – un gemellaggio esclusivo lungo l’asse transalpino, ma in chiave europeistica – che dal 1956 lega Roma alla città di Parigi. Ora, mentre i Presidenti della Repubblica Sergio Mattarella ed Emmanuel Macron si accingono a firmare il “Patto del Quirinale”, dando sicuramente spessore a una rinnovata intesa tra le nostre due nazioni latine, le rispettive capitali possano e debbano giocare un ruolo importante, fors’anche con l’invenzione di uno spazio di collaborazione più esteso. È la chiave di volta – ne sono convinto – per innervare un disegno di rilancio, per concepire la realtà del prossimo domani nello scenario di un’Europa bisognosa di uno scatto in avanti, e quindi per scoprire le opportunità di un dinamismo fecondo, sul piano culturale e politico, ma anche su quello strettamente economico,

Siamo pertanto obbligati a compiere una sintesi tra la “città del popolo”, con le sue attese di interventi risolutivi per la qualità del vivere urbano, e quella che vorrei chiamare la “città del mondo”, ovvero la Roma che il mondo pretende di rivedere all’opera, con slancio di passioni e generosità. Anche il prossimo Giubileo, da qui a pochi anni, c’invita a far tesoro di questa evocazione del fascino di Roma, per il quale le pagine del libro offrono materia di aggiornate riflessioni. Mi spenderò, allora, per un Campidoglio che sia centro di attenzione e promozione di un evento che esalta il rapporto di collaborazione, sancito dal nuovo Concordato, tra Italia e Vaticano.

Mi fermo qui e ringrazio, in conclusione, per l’opportunità di condividere alcuni pensieri alla luce di un libro che considero meritevole di giuste lodi, se non altro perché costringe noi romani a ritrovare il gusto di una discussione alta, non banalmente “amministrativistica”, in ordine alle prospettive che sapremo identificare e costruire per il futuro della Capitale.  

 

Di quale crisi parliamo? La secolarizzazione è un processo che viene da lontano, la fede deve superarne gli ostacoli.

L’autore risponde a un recente articolo di Pio Cerocchi, apparso sul nostro giornale online. Alla sottile accusa di un Papa responsabile di cedere alle insidie della secolarizzazione, viene qui esplicitata la natura profonda dei cambiamenti avvenuti e ancora in corso, tanto da far dire in conclusione: “Bergoglio non c’entra”.

Ho letto giorni fa su questo  giornale online un interessante articolo di Pio Cerocchi sulla crisi della Chiesa cattolica, dal titolo: “Una voce profetica forse. La Chiesa di Francesco a una svolta”. Ci ritorno in punta di piedi, e da laico, perché l’argomento merita ed è serio.

Cerocchi si sofferma su due aspetti importanti, tra loro  strettamenti legati. Da un lato vede il Papa che, facendo leva sui media, vuole ringiovanire e rinnovare la Chiesa, ma  non si accorge che il cristianesimo è in profonda crisi giacché si trova di fronte a una “…diffusa non credenza”. Dall’altro vede questa crisi aggravata dai vergognosi e incredibili fatti interni: la pedofilia in Francia,  come pure la faccenda  Becciu.  Alla fine non si scoraggia, e riempie di speranza le parole di Benedetto XVI quando denuncia  “…l’eccesso di mondanità”  della  Chiesa.

In linea di massima sono daccordo. La crisi della Chiesa su cui riflette Cerocchi, mi ha però fatto fare un tuffo nel passato. 

La secolarizzazione

Nei primi anni ’70, Franco Ferrarotti invitò Sabino Acquaviva nella facoltà di sociologia – appena inaugurata  a Roma – per tenere una conferenza-lezione sul suo famoso libro, frutto di un’ampia ricerca, edito nel lontano 1961: “L’eclissi del sacro nella civiltà industriale“. Un classico di ‘Sociologia della Religione’, pieno di dati statistici. Lo studio di Acquaviva era tutto concentrato sulla secolarizzazione annunciata se non galoppante. Comprai  in quella occasione dell’incontro il libro,  che  tengo (caro)  a casa con la firma  di Acquaviva, e non posso nascondere che i primi stimoli su questa crisi me li fornì proprio il suo studio.  

Ebbene, non mancarono le polemiche sulle tesi formulate nel volume. Infatti, uscì dopo qualche tempo un libro di due sociologi in aperto contrasto con Acquaviva, mentre alcuni anni dopo lui stesso avrebbe ammorbidito le conclusioni, eccessivamente pessimistiche, chi era pervenuto. Oggi, del resto, non mancano gli studiosi che affrontano criticamente la questione della post-secolarizzazione. Benedetto XVI, a distanza di circa mezzo secolo, riprende e rafforza l’allarme lanciato a suo tempo: la “Secolarizzazione“ è ormai un processo che non interessa soltanto la società, poiché “…si trova addirittura all’interno della stessa chiesa”.

Che Benedetto avesse capito molto –  se non tutto –  sulla realtà della Chiesa che ha incontrato, sulle sue distorsioni e i suoi stretti contatti con ‘l’immanenza’ affaristica, a scapito della ‘trascendenza’ religiosa, sono in molti a sostenerlo. Forse i loro pareri sono stati accompagnati – o lo sono tuttora? – da qualche precipitoso e maligno sospetto sulle sue dimissioni. Fatto sta che anche Benedetto ha dato spazio a qualche preoccupazione, soprattutto nell’estabishment ecclesiale conservatore, quello che ancora oggi stenta a capire come va il mondo e come si stanno ribaltano le cose del mondo; quello bloccato cioè sulle glorie passate, sui ruoli di potere e prestigio, su una pastorale rivolta ad una società del primo Novecento, anziché lavorare – Vangelo alla mano – per affrontare i traumi sociali e culturali emersi dalla storia che respiriamo. D’altronde, “Il Vangelo nella storia” e “Con Dio e con la Storia” sono due titoli di libri che il “cattocomunista” Giuseppe Dossetti – antifascista e membro attivo nella Commissione dei 75 dell’Assemblea Costituente per la  redazione della nostra “…Costituzione sovietica” – così definita da Giuliano Ferrara – ci ha lasciato in eredità. Due titoli e due libri dimenticati. Sia dal clero, sia dai laici.

La Pastorale 

Non ci dovrebbero essere allora molti dubbi sul fatto che il lavoro che la Chiesa è chiamata a compiere, come pure la sua Pastorale, devono partire dal Vangelo, quindi dalla trascendenza e dalla preghiera.

Ma è un paziente  lavoro rivolto alla comunità dei fedeli, che se teso a creare vincoli e rapporti umani all’insegna dell’amore, deve nello stesso tempo tenere gli occhi sempre ben aperti sui terremoti economici, sociali e culturali in corso, con cui si confrontano quotidianamente i credenti. Ad essi spetta misurarsi con le ricadute traumatiche della globalizzazione, pilotata da quell’1% di Paperoni straricchi e da quel capitalismo finanziario e consumistico svincolato da elementari regole liberali, consegnatoci negli anni ’80  dalla svolta neoliberista di Margareth Thatcher. Una svolta – ricordo – nemica giurata delle politiche di solidarietà keynesiane e tutta concentrata sul privato, sul libero mercato e sul Pil, sui bilanci in ordine e sul “laissez faire”, senza lo Stato di mezzo che disturbi.

Si sarà capito che la mia laica opinione è che questa pastorale, legata ai tempi storici che viviamo, in realtà non ci sia. La vedo lontana dallo sviluppo tecnologico in atto, con le sue ricadute sulla vita di relazione. Appare insomma distante da fenomeni irreversibili che pesano enormemente sul piano sociale, culturale e religioso. È facile stilare un rapido elenco: una classe operaia pressoché estinta, se poniamo mente a quanto ci raccontava già nel 1990 Edmondo Berselli; un ceto medio moderato salito da tempo sul ‘discensore’ e via via trasformato in ceto basso, dominato dalla preoccupazione per l’oggi e per il domani; una borghesia che non si sa più che fine abbia fatto, come hanno sottolineato anni fa De Rita, Cacciari e Bonomi; chiese vuote e chiuse, con seminari e sacerdoti assenti, e con matrimoni religiosi in discesa libera, come ricorda Franco Garelli;  figli in forte calo e quelli rimasti con le valigie in mano come dichiara l’Istat; famiglie di mogli e mariti ormai trasformate in sezioni del defunto partito comunista, con compagne e compagni. 

L’individuo

Dunque una società che si capovolge, con una etica  capitalistica che alla fine  scommette tutto sull’individuo solitario. Il quale, grazie alla scuola di economia neoliberista austriaca – non a caso di radici luterane – viene elevato a modello e metodo di analisi sociali a tutto campo. Sull’individuo, nuovo epicentro della società e della cultura, c’è solo da aggiungere che Benedetto XVI ne aveva visto l’avvento: “…La ‘morte di Dio’ annunciata da tanti intellettuali, cede il posto ad uno sterile culto dell’individuo”. Questo individuo appartato ha poi creato autonomie identitarie e  sovranismi devastanti. I quali, sulla spinta della Brexit, rompono il realistico desiderio di  regole europee comuni e condivise, e di una grande Europa unita politicamente, e non solo con la moneta. Una presa di distanza che ha visto ai nostri giorni accodarsi la  Polonia, l’Austria, la Danimarca, la Grecia, ecc. Un individuo che sta  chiedendo  referendum e leggi sul suicidio assistito, a tutela delle sue “sacre” e inattaccabili libertà, fatte proprie sulle piazze dalla preoccupante stupidità squadrista del fascismo No Vax. E che si è  trasferito in politica annullando il partito, e sostituendolo col leader, unico e solo rappresentante.

Un individuo insomma, non più persona in relazione, che prende in giro l’utopia di Bergoglio quando parla di “Fratelli Tutti”, e che si trasferisce tra i fedeli bloccandoli anche nella lettura della storia e nella testimonianza della storia: ” (…) Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi?…” (Mt.16,2-3);  “(…) Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non valutate da voi stessi ciò che è giusto?” (Lc. 12,56-57). Ci tengo solo ad aggiungere, che un tale don Luigi Sturzo, quando sin dal 1919 ha chiamato i cattolici a calarsi nei tempi, facendoli  addirittura scendere nell’agone politico, aveva forse intuito  tutto. 

Conclusioni: la Storia

Di fronte alla scomparsa dei fedeli e alle crescenti sette  religiose, forse  Papa  Bergoglio ha capito che un  Sinodo era a questo punto necessario e indispensabile. Sinodo che significa stare insieme per discernere, in quanto la fede non è mai una  questione privata.

Ecco io mi limito a dire al mio amico Pio che Francesco sta spingendo  la sua Chiesa, e quel numero sempre più ridotto di fedeli, verso una consapevolezza sinora trascurata, e cioè a vivere nella storia e a leggere la storia; a vivere le novità  sociali e culturali e a interpretarle con gli occhi del Vangelo; a non isolarsi dai cambiamenti in corso d’opera già fuggiti di mano col clima, col lavoro e la società 5.0, e con quei 600 milioni (milioni !) di africani subsahariani che muoiono di fame e non vedono l’ora di emigrare. Il tutto alla luce degli Insegnamenti biblici ed evangelici, perché il cristiano non deve solo coltivare la (sua) spiritualità standosene a pregare chiuso in casa, e così  mettere  la (sua) anima in pace, ma deve vivere il mondo e nel mondo. Assieme agli altri e con gli altri.  

E Francesco questo lo ha capito perché non ha  nessuna intenzione di rinchiudere la sua Chiesa  in un monastero sull’Himalaya, ma pensa di farla misurare con i cambiamenti in atto, che lui definisce addirittura “metamorfosi“. Se poi viene accusato di trascurare la spiritualità e di leggere molto la società, lo si interpreta spesso in maniera superficiale. La spiritualità cristiana non è mai una pratica yoga per rilassarsi e distendersi. È un bisogno degli ‘affamati e assetati’ rivolto alla giustizia sociale immersa nella storia: “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.”

Al mio amico Pio, vorrei sommessamente dire che sulla crisi del sacro, sulla secolarizzazione e sulla “diffusa non credenza”, Bergoglio non c’entra. Sono processi culturali e sociali frutto della storia che viviamo e respiriamo, comparsi da tempo sulla scena della modernità. E non c’entra neanche la crisi della spiritualità e della stessa fede, figuriamoci quella interna alla Chiesa. Condivido invece pienamente il suo augurio conclusivo o meglio la sua speranza in ordine alla rinascita e ripartenza della fede cristiana, in una Europa che auspicherei fondamentalmente più unita.

Gigi Meroni, un mito granata e un anticipatore sociale.

L’ala destra del Toro, a 54 anni dalla sua scomparsa, resta non solo un “mito” granata come lo sono rimasti i “ragazzi di Superga”, ma anche un’icona del calcio italiano ed europeo.

15 ottobre 1967, muore a Torino Gigi Meroni. Il George Best italiano; il talento che scompare a 24 anni in un tragico incidente attraversando una strada del capoluogo subalpino in una uggiosa domenica d’autunno, l’ormai famoso Corso Re Umberto; il calciatore che infiammava le folle con i suoi dribbling, le sue follie creative, la sua capacità di ridicolizzare l’avversario senza mai infierire come capitava ad un altro mito del calcio argentino e juventino, Omar Sivori. No, Gigi Meroni si limitava a giocare al calcio. Ma, soprattutto, è stato un inventore del calcio. Un anticipatore del calcio moderno. E un anticipatore dei tempi. Meroni che gioca pochissimo in Nazionale per i capelli lunghi e la barba lunga; Meroni che convive con una donna già sposata; Meroni che rinuncia al trasferimento alla Juventus – richiesto fortemente dall’Avvocato Gianni Agnelli che, non a caso, ha sempre visto lontano, anche nel calcio – e rimane il leader indiscusso della compagine granata; Meroni che, con il suo stile di vita e la sua visione del calcio, resta un anticipatore dei tempi che si apriranno ufficialmente solo l’anno successivo la sua scomparsa, nel 1968.

Certo, Meroni a 54 anni dalla sua scomparsa resta non solo un “mito” granata come lo sono rimasti i “ragazzi di Superga”, ma anche un’icona del calcio italiano ed europeo. La sua tragica e paradossale scomparsa in una sera dopo una bella vittoria contro la Sampdoria al Comunale per 4-2 e in attesa del derby poi vinto 4-0 con tre gol del suo grande amico Nestor Combin la domenica dopo la sua scomparsa. E la conferma della sua unicità e singolarità di personaggio arriva dalla vasta e copiosa pubblicistica su Gigi Meroni, sul suo estro e sul suo innato anticonformismo. Nel calcio come nella vita di tutti i giorni. Viveva in quella famosa mansarda di Piazza Vittorio a Torino, guidava una Balilla nera e attrezzata in modo artistico e inconsueto, dipingeva ritratti ed è stato giudicato un raffinato pittore. E, in ultimo, tratteggiava i suoi abiti che poi li faceva costruire su misura dal suo amico sarto personale.

Insomma, la “farfalla granata” è stato un figlio dei suoi tempi, indubbiamente. Ma Gigi Meroni è destinato a rimanere nella memoria collettiva dell’universo granata e del calcio italiano anche perché, a cominciare proprio dal calcio, ha anticipato tutti i tempi. A livello sportivo, culturale, politico, sociale e calcistico. Certo, Meroni è stato fortemente contestato dal “politicamente corretto” dell’epoca e da quasi tutto il circo mediatico degli anni che l’ha visto protagonista: i famosi anni ‘60. E la conferma arriva anche dalla sua presenza saltuaria e precaria nella Nazionale – per la lunghezza dei capelli certamente ma non solo, come ovvio – e dalla considerazione concreta di molte altre società blasonate dell’epoca. Ma Meroni era ormai diventato un punto di riferimento nel calcio italiano e quando saliva i gradini degli spogliatoi per entrare in campo la sua presenza, e il suo estro, erano al centro delle opposte tifoserie. Per la gioia dei granata e per la sofferenza degli avversari.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, nel mosaico triste, tragico ma anche entusiasmante e vivace del mondo granata, Gigi Meroni continua a rivestire un ruolo del tutto particolare. Sì, un campione a volte incompreso e, purtroppo, calcisticamente non pienamente realizzato per la tragica scomparsa ma anche, e soprattutto, una persona che ha segnato profondamente la sua epoca anticipando quella rivolta sociale e quella rivoluzione dei costumi che avrebbe caratterizzato il nostro paese di lì a poco. Per questo Gigi Meroni resta nei cuori granata e nella leggenda del calcio italiano.

Estrema destra. Neofascismo: la fine delle illusioni. Il punto su “Il Mulino”.

Le tensioni che ci eravamo illusi di aver definitivamente consegnato al passato riemergono con forza. In un contesto in cui la nuova-vecchia destra, che non ha mai sciolto del tutto il suo ambiguo legame col fascismo, trova un ambiente fertile e prospera.

Mario Ricciardi

Seguire il dibattito pubblico in Italia può essere un’esperienza penosa. Un po’ come accade quando si assiste ai tentativi di non cadere di una persona che ha messo un piede in fallo: sbanda, cerca qualcosa cui aggrapparsi, ma il punto di appoggio si rivela a sua volta instabile, fino a quando viene inesorabilmente trascinato a terra rendendo il tonfo finale ancora più fragoroso. A qualche giorno dall’attacco alla sede storica della Cgil a Roma la sensazione è la medesima, solo che la caduta avviene in slow motion, un fotogramma alla volta. Non entro nel merito della questione dello scioglimento di Forza Nuova sotto il profilo giuridico. Diversi autorevoli costituzionalisti hanno spiegato in modo chiaro che gli strumenti ci sono. Non voglio neppure contestare il carattere neofascista di un movimento che da anni inquina la vita politica del nostro Paese, propagandando una visione della società incompatibile con i principi democratici e con la legge fondamentale del nostro ordinamento. Quello che vorrei fare è un ragionamento politico. Cominciando dalla storia.

La XII disposizione transitoria della Costituzione repubblicana rispondeva a un’elementare esigenza di difesa del nuovo regime che stava nascendo dalle macerie di una guerra voluta dal fascismo, che nella sua parte finale era diventata anche una sanguinosa guerra civile, che aveva ulteriormente diviso il Paese, lasciando una scia di violenze impunite e di risentimenti che non avevano trovato composizione nel dopoguerra. Dotarsi di uno strumento repressivo dei tentativi revanscisti era una cautela indispensabile per l’agibilità della democrazia, e come tale la XII disposizione fu adottata.

Sul piano sociale, tuttavia, la situazione era meno netta di quel che la sola lettura del testo costituzionale farebbe pensare. Nonostante i crimini di cui si era macchiato, il fascismo aveva avuto fino alla fine una base di consenso che era fatta non solo di fanatici, ma anche di una «zona grigia» difficile da quantificare, fatta di persone che erano disposte a riconoscere qualche merito sia al regime sia alla classe dirigente che lo aveva guidato per un ventennio. Distinguo, tentativi di minimizzare e di scusare, anche se confutati dalla ricerca storiografica, emergono sin dai primi anni di vita della Repubblica, in parte alimentati anche dal nuovo clima della Guerra fredda. Esemplare, sotto questo profilo, l’atteggiamento di giornalisti e intellettuali che avevano un grande seguito come Leo Longanesi, Indro Montanelli e persino Ennio Flaiano. La Repubblica insomma nasce dall’antifascismo, ma sin dall’inizio tollera un anti-antifascismo che è tutt’altro che marginale nella cultura italiana, anche se è in qualche misura tenuto sotto controllo dalle forze politiche principali. In un contesto del genere, non è sorprendente che la disposizione XII sia convissuta, non sempre senza tensioni, con la presenza di forze politiche che si richiamavano in qualche modo all’eredità del fascismo. La più numerosa delle quali, il Movimento sociale italiano, aveva una significativa presenza in Parlamento.

Questa situazione crea inevitabilmente un’ambiguità sul piano della prassi, che si alimenta di dissimulazioni più o meno oneste. Fa una certa impressione ascoltare oggi gli esponenti politici democratici che chiedono a Giorgia Meloni di prendere una posizione chiara sul fascismo, ignorando – o dimenticando – che la leader di Fratelli d’Italia si è formata politicamente in un mondo che aveva fatto degli ammiccamenti, delle allusioni, del «qui lo dico e qui lo nego», una strategia di sopravvivenza di un certo successo. La consapevolezza di questa intrinseca debolezza dell’antifascismo come cultura repubblicana era ben presente alla classe dirigente della Prima repubblica. Anche perché essa aveva assistito a diverse crisi che in qualche modo si riallacciavano a questo nodo non sciolto, dai fatti di Genova alle diverse trame eversive, o agli episodi di violenza, che in vario modo vedevano coinvolte persone vicine, anche se non sempre direttamente riconducibili, al Movimento sociale. La pietosa finzione giuridica dell’arco costituzionale fu elaborata proprio per dare una qualche composizione simbolica a un dissidio che nella società rimaneva aperto.

Col passare del tempo, e in modo più marcato dopo la fine della Guerra fredda, le tensioni che avevano accompagnato questa ambiguità di fondo della democrazia italiana si attenuano, anche per via dell’uscita di scena delle generazioni che del fascismo, della guerra e della ricostruzione avevano memoria diretta. Di questa nuova situazione approfitta Silvio Berlusconi, nel crepuscolo della prima repubblica, per tendere la mano al leader del Msi Gianfranco Fini, nel momento della sua candidatura a sindaco di Roma. Ciò avviene, come era nello stile del personaggio, non attraverso un discorso articolato di chiusura del lungo dopoguerra, ma attraverso gesti e parole di studiata ambiguità, e che proprio per questo ciascuno può leggere come preferisce. Questo in fondo non stupisce, anche in considerazione della vicinanza di Berlusconi a quella parte del ceto medio di questo Paese che, dopo il 1945, si era riconosciuto nell’anti-antifascismo di Montanelli (di cui l’imprenditore milanese era diventato l’editore). 

L’unico che sembra prendere sul serio la questione di principio della chiusura del lungo dopoguerra è proprio Gianfranco Fini (anche per comprensibili ambizioni personali), che intraprende un percorso di revisione del passato e di abiura del fascismo del tutto inedito per il suo ambiente di provenienza, che gli procura non pochi problemi coi suoi. La parabola politica di Fini si conclude però quando egli si illude di poter diventare il punto di riferimento di una nuova destra, conservatrice ma non più post-fascista, contro gli interessi privati di Berlusconi. In men che non si dica lo sventurato che aveva risposto alle esigenze di una nuova stagione politica viene messo alla porta, e di fatto esce dalla vita politica. Nel vuoto lasciato dal leader «licenziato» da Berlusconi si fa avanti una nuova generazione, di cui Giorgia Meloni risulta essere l’esponente di punta, accompagnata però da pezzi della vecchia classe dirigente missina, che rappresentano la continuità con il passato e con l’ambiguità che lo aveva caratterizzato. Dopo la caduta di Fini la questione del fascismo non scompare del tutto, ma nessuno chiede più alla destra di scioglierla in modo definitivo. Al contrario, anche una parte della sinistra, o sedicente tale, fa a gara a blandire la giovane leader e alcuni esponenti del suo partito. Gli elogi si sprecano: «bravi», «competenti», «affidabili». Tutti hanno una gran voglia di novità, e chi esprime qualche dubbio, o semplicemente chiede di sciogliere le ambiguità viene trattato come un molestatore.

Così arriviamo a oggi. Più di dieci anni di crisi ci consegnano un Paese diviso, scontento, in cui tensioni e conflitti sociali che ci eravamo illusi di aver definitivamente consegnato al passato riemergono con forza sempre più preoccupante. In questo contesto la nuova-vecchia destra, che non ha mai sciolto del tutto il suo ambiguo legame col passato, trova un ambiente fertile, e prospera. Questioni identitarie, paura per il futuro, richiesta di protezione trovano espressione nel linguaggio del nazionalismo (che era stato culturalmente uno dei formanti del fascismo). Gli estremisti, che si sono organizzati in formazioni come Forza Nuova o Casa Pound – senza trovare resistenza efficace da parte delle istituzioni politiche e delle forze dell’ordine, quando ciò sarebbe stato opportuno e legalmente possibile – diventano sempre più arroganti. Si compiacciono di una nuova popolarità e della benevola tolleranza di chi non vuol sentir parlare del passato, e cercano visibilità.

 

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Smart working, un vantaggio per tutti.

Se bene organizzato, il  lavoro agile va anche  a favore delle imprese e delle P.A., perché consente di adottare nuovi modelli che riducono le spese e aumentano la produttività, rafforzando i sistemi di misurazione e valutazione delle performance.

Lo scorso anno, il lockdown della popolazione ha causato un calo generale dei livelli di gas serra e ha ridotto l’inquinamento. Questo è stato possibile grazie al telelavoro, un modello di lavoro poco presente, sino ad allora, in Italia, rispetto ad altri Paesi europei. In quei mesi i benefici ambientali grazie allo smartworking, senza possibilità di smentita, sono stati molti. Si sono evitati gli spostamenti, che impattano sull’ambiente e sulla salute; si è ridotto il consumo di carburante, le emissioni di gas serra e il rumore del traffico; e soprattutto gli ingorghi che, in questi giorni, stanno riempiendo le nostre aree metropolitane. 

Enea, in uno studio che coinvolge 29 pubbliche amministrazioni e 5.500 lavoratori, ha calcolato, per esempio, che lo smart working è in grado di ridurre la mobilità quotidiana di circa un’ora e mezza in media a persona, per un totale di 46 milioni di chilometri evitati, pari a un risparmio di 8000 tonnellate di co2, 1,75 tonnellate di pm10 e 17,9 tonnellate di ossidi di azoto. Ma bastano pochi mesi per cambiare una cultura aziendale e pubblica basata sul lavoro faccia a faccia? Come dimostrato dagli ultimi avvenimenti, sembra che non sia così. Se il settore privato si è ben adattato al nuovo corso, la pubblica amministrazione, con il Ministro della funzione pubblica, si muove in tutt’altra direzione. 

Una provvedimento che impatterà notevolmente sull’ambiente, frutto di una visione del lavoro miope e retrograda che, inoltre, non favorisce la responsabilizzazione degli enti sulla quantità e sulle modalità di smart working. Infatti, se, fino a pochi anni fa, la produttività era – anche – frutto del costante monitoraggio dei propri dipendenti, pubblici o provati che fossero, oggi, invece, il mondo del lavoro mette al centro le persone. Si è finalmente compreso che, la soddisfazione del dipendente viaggia di pari passo con la crescita aziendale ed il miglioramento della performance.

L’era postindustriale richiede, infatti, un nuovo modo di intendere il ruolo dei dipendenti: non sono più subordinati, ma collaboratori, cioè persone che utilizzano i tratti caratteristici del proprio modo di essere per raggiungere gli obiettivi fissati, indipendentemente da quanto la gerarchia aziendale possa pianificare o controllare, utilizzando tecniche di gestione classiche. Il compito del leader, in questo nuovo ambiente, non è più quello di essere il migliore della squadra, bensì quello di individuare e saper comunicare l’obiettivo da raggiungere e incoraggiare gli altri in questo senso. Il compito del team, invece, è raggiungerlo, scegliendo autonomamente gli strumenti migliori affinché ciò avvenga.

Il management moderno deve creare un contesto in cui tutti i dipendenti siano autonomi – il che, di contro, non significa assenza di vincoli e limitazioni. L’obiettivo è coinvolgere i lavoratori in dinamiche orizzontali che ne favoriscano l’autonomia e la creatività. In altre parole, scommettere sullo smart working, significa offrire alle persone flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, dei tempi e degli strumenti da utilizzare, elementi che ne accrescono la responsabilità nel raggiungimento dei risultati, e quindi valorizzano le capacità imprenditoriali di ogni dipendente.  Lavorando in questo modo, il lavoro agile diventa un vantaggio anche per le imprese e per le P.A., perché consente di adottare nuovi modelli che riducono le spese e aumentano la produttività, rafforzano i sistemi di misurazione e valutazione delle performance, basate sui risultati e sui livelli di servizio, diventano attrattive di talenti e portano ad una sensibile riduzione del fenomeno dell’assenteismo.

A Berlino la casa è un problema. L’analisi su “lavoce.info”.

A Berlino il sì ha prevalso in un referendum sulla nazionalizzazione di una parte del patrimonio residenziale di proprietà privata. Probabilmente l’operazione non avrà seguito, ma l’esproprio non sarebbe comunque la soluzione al problema della casa.

Le elezioni per il rinnovo del Bundestag del 26 settembre hanno avuto un’appendice berlinese. Gli elettori della capitale tedesca sono stati chiamati a eleggere il nuovo borgomastro e a rispondere a un quesito referendario sulla nazionalizzazione di una quota del patrimonio residenziale cittadino di proprietà privata. Lo spoglio dei voti ha restituito un esito favorevole alla proposta. La sua attuazione non è però certa. Ma se lo fosse, sarebbe la soluzione migliore del problema degli alti canoni?

Per comprendere l’iniziativa referendaria è utile richiamare alcuni tratti della condizione abitativa della città. La stragrande maggioranza dei suoi oltre 4,5 milioni di abitanti vive in case per le quali paga un affitto. La grande diffusione della locazione caratterizza non solo la Germania ma anche gli altri paesi del nord europeo.

In Germania quasi la metà della popolazione non è proprietaria della casa in cui abita: più di quaranta persone su cento vivono in alloggi per i quali pagano un canone di mercato e otto su cento un affitto ridotto; per quasi un quinto degli inquilini, l’affitto assorbe almeno il 40 per cento del loro reddito e la metà di essi è a rischio di povertà. Una quota non trascurabile di tedeschi è economicamente in difficoltà a sostenere i canoni di mercato.

La difficoltà sembra molto più accentuata nella capitale, dove il mercato è dominato dalla netta prevalenza degli alloggi in locazione. La società immobiliare Guthmann ha redatto un rapporto sullo stato del mercato della casa a Berlino nel 2021, che quantifica in circa due milioni gli appartamenti che compongono il patrimonio di edilizia residenziale della città. Di questi, 1,64 milioni sono dati in affitto e solo la restante parte è abitata dai proprietari.

Il problema principale della città è il livello degli affitti e il loro ritmo di crescita. Secondo le analisi riportate nel rapporto, il canone medio mensile di locazione di un appartamento nuovo di cento metri quadri supera i 2 mila euro e quello di uno esistente si avvicina a 1.250 euro. Non sono importi trascurabili, ma soprattutto fanno registrare aumenti percentuali annui a due cifre, o quasi, che hanno portato a una crescita degli affitti negli ultimi cinque anni di oltre il 60 per gli appartamenti nuovi e di quasi il 40 per cento per quelli esistenti. Sono incrementi enormemente superiori rispetto all’inflazione nello stesso periodo e anche all’aumento medio del reddito degli inquilini.

La via del referendum

La ragione del referendum berlinese è tutta nell’individuazione dell’origine di questa situazione. Le cause della veloce lievitazione dei canoni, ovviamente, sono diverse. I promotori del referendum individuano la principale nella particolare struttura proprietaria degli immobili residenziali destinati all’affitto. Poco meno del 40 per cento è di proprietà di compagnie private, con una forte concentrazione in poche grandi società immobiliari.

Una di queste società è la Deutsche Wohnen, con un portafoglio di 155 mila appartamenti, dei quali oltre 100 mila a Berlino. Essendo il più grande proprietario privato di appartamenti in città, la società è entrata nel mirino delle associazioni organizzatrici del referendum, tant’è che lo slogan della campagna elettorale è stato “Espropriare Deutsche Wohnen & C”. La proposta che gli elettori hanno approvato prevede proprio l’esproprio e la pubblicizzazione – azioni consentite dalla Costituzione tedesca – di tutti i patrimoni privati formati da almeno 3 mila appartamenti; in totale si tratterebbe di oltre 200mila appartamenti. L’ultima parola, però, spetta al governo della città-stato di Berlino che dovrebbe approvare una legge per dare corso all’esito della consultazione. Difficilmente lo farà, dato che i partiti, eccetto quello di estrema sinistra (Die Linke), non erano favorevoli all’ipotesi. Naturalmente, l’operazione incontrerebbe l’opposizione delle società espropriate, che ricorrerebbero a tutte le vie legali per evitarla. E potrebbe risultare anche proibitiva per le casse della città, il cui governo stima in 36 miliardi di euro il risarcimento da riconoscere ai proprietari. La stima di 8 miliardi degli organizzatori del referendum dà infatti un valore medio degli appartamenti di 40 mila euro: un po’ poco per un alloggio abitabile per dimensione o condizioni di conservazione.

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https://www.lavoce.info/archives/90121/a-berlino-la-casa-e-un-problema/

Pillole di teologia. È possibile una religione senza fede?

Pubblichiamo per gentile concessione l’articolo che appare nell’edizione odierna dell’«Osservatore Romano». L’autore c’invita a riflettere su una una religione che potrebbe essere scomparsa anche nelle nostre chiese, essendo vuota e lontana dalla fede come amore unico di Dio. 

Antonio Staglianò

E cosa è una religione senza fede? Applicando l’interrogativo all’esperienza cristiana del cattolicesimo, “cosa sarebbe il cattolicesimo senza cristianesimo”? Concordo con il lettore: sto annoiando con quello che ormai denominiamo “cattolicesimo convenzionale”, una religione senza fede (una sorta di paradossale ateismo religioso) concretamente possibile addirittura nelle nostre comunità cristiane, nelle nostre parrocchie. In Luca, 18, 8 la provocazione di Gesù fu sorprendente: «Il Figlio dell’uomo, quando verrà troverà la fede sulla terra?». La fede è quella nel Dio di Gesù: Dio-agape, solo e sempre amore. Si tratta di un Dio che non uccide e non comanda a nessun fedele di uccidere nel suo nome: not in my name (mai nel mio nome).

Snaturare questa fede in Dio amore, nella credenza proiettata su una “maschera di Dio”, che — per giustizia — applicherebbe la legge del taglione e, comunque, punirebbe anche con la morte o la malattia o il dolore come castigo per la malvagità umana, significherebbe non credere cristianamente. Anche se si entra nelle chiese cattoliche a pregare “quel Dio”, non si dovrebbe trovare alcun ascolto, per il semplice fatto che “quel Dio” non esiste: parola di Gesù di Nazareth. Potremmo allora comprendere l’aiuto che proviene dalla “bestemmia” di chi proclama la necessità della morte di Dio affinché l’uomo viva, perché magari ha fatto di Dio l’esperienza di un legame “asfissiante”, mortificante, o addirittura schiavizzante.

È l’incoraggiamento alla “riflessione critica” (a un’interrogazione non negligente) che tutto il popolo cattolico doverosamente si farà: non è che Dio sta sparendo anche dalle nostre chiese, essendo già sparito da un pezzo, per il processo di secolarizzazione, dalle nostre case e dal nostro costume, dal nostro ethos quotidiano? È questione che coglie il senso stesso della fede cristiana, troppo spesso ridotta (intellettualisticamente) alla “conoscenza di cose misteriose o strane dottrine”, piuttosto che alla pratica obbediente del comandamento dell’amore unico (e singolare) di Gesù: «Come io ho amato voi, voi amerete»; «Alla mia sequela voi sarete uno, come il Padre è in me e io sono nel Padre». La fede cristiana è fides quae per caritatem operatur, la fede che opera attraverso l’amore (Galati, 5, 6): e l’amore è quello stesso di Dio, innestato nel cuore del credente, cioè lo Spirito santo.

Protagonisti del Novecento. Yourcenar, l’eterno in un istante. Lettura su “Conquiste del Lavoro”.

L’articolo presenta la figura della grande scrittrice di lingua francese mettendo in rilievo aspetti biografici e contenuti letterari.

Lello Gurrado 

La prima curiosità è legata al suo cognome. Marguerite Yourcenar non si chiamava Yourcenar ma Crayencour. Yourcenar è uno pseudonimo nato quando, a soli diciassette anni, avendo scritto il suo primo libro di poesie, “Il giardino delle chimere”, pensò che fosse meglio firmarlo con uno pseudonimo. Aiutata dal padre Michel, fece l’anagramma del cognome. Commise, complice il padre, un piccolo errore veniale (nove lettere invece di dieci con una “c” lasciata per strada) ma arricchì il mondo letterario con quella firma destinata alla gloria: Yourcenar.

Nata a Bruxelles nel 1903, persa subito la madre, una giovane belga di nobili origini, morta di setticemia dieci giorni dopo averla messa al mondo, la piccola Marguerite venne allevata in Francia in un piccolo paese del Nord, Saint Jans Cappel, dalla nonna paterna. Il suo straordinario talento emerse prestissimo. A otto anni Marguerite si appassionò alla lettura dei classici, chinando la testa su libri molto impegnativi, a dieci anni imparò il latino, a dodici il greco, a diciassette, come abbiamo già detto, pubblicò il suo primo libro, a ventuno incominciò a scrivere quello che sarebbe diventato il suo capolavoro: “Le memorie di Adriano”.

Parliamo subito di questo grande libro. È il racconto fatto in prima persona dall’imperatore che regnò su Roma nel primo secolo dopo Cristo “quando gli Dei non c’erano già più, ma Cristo non era ancora apparso”. Secondo la ricostruzione della Yourcenar, all’età di sessant’anni, consapevole di essere molto malato e quindi vicino alla morte, l’imperatore Adriano decise di raccontare la sua vita. Le campagne belliche, gli amori difficili (un matrimonio finito male e l’innamoramento per un giovincello), la costruzione di grandi strutture, come il Vallo di Adriano, issato in Gran Bretagna, per difendere i territori appena conquistati e, soprattutto, la meravigliosa Villa Adriana costruita a Tivoli dove l’imperatore trascorse gli ultimi mesi dei vita.

Dal 1999 Villa Adriana è stata nominata patrimonio dell’umanità dall’Unesco e molto merito per questo riconoscimento va indubbiamente, oltre che ovviamente all’imperatore che l’ha voluta, a Marguerite Yourcenar che la visitò per la prima volta negli anni venti del Novecento, se ne innamorò, incantata dalla bellezza architettonica e dagli arredi, e in seguito la fece conoscere in tutto il mondo, ambientando qui le memorie di Adriano.

Ma lasciamo l’imperatore e torniamo a lei. Nel 1937 troviamo Marguerite Yourcenar a Parigi, dove conosce Grace Frick, un’insegnante di inglese che sarà la sua compagna per tutta la vita. Nel 1939, allo scoppio della guerra, la Yourcenar andrà alla scoperta dell’America. Resterà negli Stati Uniti oltre vent’anni, prenderà la cittadinanza americana e si manterrà insegnando letteratura francese e storia dell’arte. Un periodo duro e faticoso che Marguerite Yourcenar ricorderà come il più difficile della sua esistenza. Un periodo però aureo, lo diciamo a posteriori, perché si concluse con la pubblicazione delle già citate “Memorie di Adriano”.

Ma se questo è stato il libro che l’ha resa famosa non è certo il solo della Yourcenar che meriti di essere letto. C’è “Alexis”, il suo primo libro uscito nel 1929; c’è “L’opera in nero”, un romanzo storico ambientato nel tardo Rinascimento; c’è “Moneta del sogno” ambientato nell’Italia fascista; c’è “Come l’acqua che scorre”, una mini raccolta di racconti storici di ambiente seicentesco, e poi “Il colpo di grazia”, “Fuochi”, “Novelle orientali” e il bellissimo, intenso “Giro della prigione”, in Italia uscito postumo, nel 1991, quando Marguerite Yourcenar era scomparsa già da quattro anni.

Prima donna entrata a far parte dell’Académie francaise, la grande scrittrice affronta in tutte le sue opere temi importanti, di grande spessore. Parla di omosessualità, di solitudine, di esistenzialismo, di dolore e, immancabilmente, di morte. Sono letture toste, impegnative, impossibili da affrontare con superficialità. Un esempio. Nell’“Opera in nero” il protagonista Zenone, scienziato e alchimista, a un certo punto si chiede. “Chi sarebbe così insensato da morire senza aver fatto almeno il giro della propria prigione?”.

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http://www.conquistedellavoro.it/cultura/yourcenar-l-eterno-in-un-istante-1.2711866

 

Lucio Caracciolo: “Gli USA considerano centrale il palcoscenico cinese dove i paesi della NATO non hanno un ruolo”.

Intervista al direttore di “Limes-Rivista italiana di geopolitica”.

Direttore Prof. Caracciolo,  in un editoriale per il settimanale londinese “The Economist” Henry Kissinger ha scritto che gli USA hanno fallito la lunga missione in Afghanistan perché “gli obiettivi militari sono stati troppo assoluti e irraggiungibili e quelli politici troppo astratti e sfuggevoli”. E’ una valutazione sintetica ma sostanzialmente esplicativa ed attendibile?

Credo di si, la condivido in linea di massima. Il punto sta nel fatto che gli americani sono andati in Afghanistan senza un progetto che non fosse quello di dare all’opinione pubblica americana il senso della reazione all’attacco dell’11 settembre. Tutto questo è stato deciso, tra l’altro, in una atmosfera di paura e di rabbia che certamente non ha favorito una lettura strategica dell’operazione. Risultato: gli americani sono rimasti incastrati venti anni in un Paese dove non avevano nulla da fare e lo hanno lasciato in malo modo, con un grave danno di reputazione che sicuramente dovranno scontare anche in futuro.

Indubbiamente il ritiro dei militari americani dopo venti anni di presenza logorante e – alla fin fine – inconcludente ha fatto cadere come un castello di carte un equilibrio precario che ha coinvolto la politica estera USA (ripetendogli errori commessi in Vietnam) e quella del mondo occidentale. In particolare USA ed Europa escono con le ossa rotte, molte vittime militari e una sconfitta bruciante. Quali scenari si aprono per le prossime mosse nell’ambito dei paesi aderenti alla Nato e per la stessa ONU?

Certamente la NATO ne esce divisa, incerta sul proprio futuro e senza un chiaro orientamento. Questa organizzazione (la Nato)  aveva una missione precisa ai tempi della “guerra fredda”, cioè impedire la conquista dell’Europa occidentale da parte sovietica: ora non ne ha più, per la semplice ragione che l’Unione Sovietica non c’è più. Il punto è che le grandi organizzazioni – compresa la NATO – tendono a durare più del loro senso. Possono durare anche decenni o secoli come il Sacro Romano Impero semplicemente dal punto di vista nominale ma senza rappresentare una realtà effettuale.

Quindi aveva ragione Federico Rampini quando in occasione del 70° anniversario di fondazione della NATO aveva parlato di un evento che assomigliava più ad un funerale che ad una ricorrenza da festeggiare?

Sì, per quanto riguarda il senso originario. Questo giudizio è tra l’altro ampiamente condiviso da buona parte dell’establishment americano e ancor di più dall’opinione pubblica statunitense. Non vedo tra l’altro particolari differenze nell’approccio al mondo e in particolare alla NATO tra Trump e Biden, se non nello stile personale e nel modo di esprimersi. La sostanza è che gli Stati Uniti  considerano centrale il palcoscenico cinese, dove evidentemente i paesi della NATO non hanno un ruolo, se si eccettua forse l’Inghilterra, ma la NATO in sé certamente no e questo apre scenari di incertezza per il futuro di questa alleanza.    

Da un punto di vista militare, strategico e diplomatico quali sono stati gli errori più evidenti e catastrofici? Certamente il lungo logoramento e una presenza in Afghanistan mai risolutiva hanno portato alla dèbacle.  Lei ha detto “gli USA se la sono squagliata”: è stata dunque la scelta di Biden  l’ammissione di una sconfitta oppure una presa d’atto circa la necessità di uscire dal paese sapendo che i talebani erano ormai alle porte di Kabul?

L’idea di  andarsene dall’Afghanistan circola in America da quando i primi soldati ci sono arrivati. Sono passati venti anni. Biden stesso nel 2009 aveva inutilmente cercato di convincere Obama sul ritiro mentre Obama aveva invece poi rafforzato la presenza americana. Certamente il modo in cui è avvenuto questo ritiro ci dice anche dello stato di disorientamento e di disorganizzazione degli apparati americani.

L’aeroporto della capitale Afghana è stato l’epicentro di un dramma umanitario: molta parte della popolazione afghana sarà costretta a restare nel Paese e ad accettare lo stato di fatto del cambio di governo, sottomettendosi al ritorno dei talebani. Con tutti gli impliciti, ad esempio la considerazione delle donne: su questo aspetto l’islamismo esprime una violenza di genere che origina dalla shaaria e si esprime attraverso la fatwa. Come si potrà gestire l’emergenza dei profughi? Come potranno essere protette le donne? L’Europa, in particolare, è pronta ad accogliere?

I paesi europei potranno fare qualcosa per quanto riguarda l’accoglienza di chi arriva dall’Afghanistan , ma non molto visto il clima generale verso i migranti che impera in gran parte del nostro continente. Su tutto il resto, una volta che noi occidentali ce la siamo squagliata in massa dall’Afghanistan, non possiamo fare niente. Dobbiamo però considerare che gli stessi talebani sono afghani ed hanno una base di consenso anche non trascurabile nello stesso paese. Soprattutto non possiamo confondere Kabul con il resto dell’Afghanistan, perché sono due realtà molto diverse. 

Gli attentati dell’ISIS stanno minando il tentativo dei talebani di farsi accettare dalle diplomazie internazionali e dal Paese stesso come Governo legittimo. Come valuta la reazione degli USA e la promessa di Biden di “farla pagare” agli jihadisti? Gli attacchi con i droni? E’ un tentativo di rimediare anche ad una perdita verticale di credibilità del Presidente USA presso l’elettorato americano e la società civile?

L’Isis e al’Qa’ida sono considerati di fatto ‘nemici’ da gran parte delle fazioni talebane, anche perché i talebani sono abbastanza divisi al loro interno. L’unico modo in cui – in questa fase – gli americani possono dare un qualche segno della loro presenza dal punto di vista militare è quello dei droni o comunque delle operazioni da lontano e per definizione si sa che queste operazioni sono molto limitate.

Le vicende afghane hanno scompaginato gli equilibri geopolitici preesistenti. Di fatto, ad esempio, negli USA è riemerso lo spettro dell’11 settembre, forse mai del tutto rimosso, l’Europa rivela la propria inconsistenza evanescente, l’alleanza della Nato è messa in crisi nei rapporti interni e nella capacità di esercitare una sorta di controllo sullo scacchiere mondiale. Come escono da questa vicenda gli USA e l’Europa? Quali prospettive immediate e future ci attendono? L’impressione è che se dovessero rientrare in gioco con un altro intervento militare, USA ed Europa rischierebbero la disfatta. Resta solo la via della mediazione diplomatica? 

Penso che in questo momento nessuno – cioè nessuna delle potenze, a cominciare dall’America  – consideri l’Afghanistan un punto importante nella propria agenda. Questo lascia uno spazio enorme di manovra alle varie fazioni afghane che quindi si disputeranno il territorio senza troppi disturbi esterni. Certamente il segno più profondo del ventennio di guerra inutile in Afghanistan sarà la diffidenza reciproca tra i Paesi NATO  in particolare quelli europei , specialmente  la Germania e la Francia, soprattutto dal punto di vista delle strutture militari e dell’opinione pubblica, nei confronti dell’America.

La legittimazione, pur con diverse accentuazioni, di Cina, Russia e Turchia della presa di potere dei talebani contiene impliciti che riguardano i futuri assetti geopolitici del pianeta. Ridimensionamento vistoso degli USA, incertezze dell’Europa, prepotente e dilagante espansione cinese sul piano geopolitico e geoeconomico. A questo punto , nel nostro piccolo, ci teniamo ancora il Memorandum della via della seta siglato con la Cina nel marzo 2019? Oppure i misteri di Wuhan e ora la vicenda afghana dovrebbero indurci ad un ripensamento? Bisogna davvero “Fermare Pechino” come scrive nel suo libro recentissimo Federico Rampini?

Penso che bisogna fare i conti con l’aggressività espansiva cinese ma anche con una incertezza americana di fondo su come fronteggiarla: tra questi due soggetti, che in realtà non si capiscono molto, il rischio è che possa accendersi un ‘incendio’  magari anche per mero accidente e quindi si arrivi ad un conflitto di dimensioni incontrollabili. Il Memorandum del 2019 è stato un tentativo italiano di considerare i rapporti con la Cina esclusivamente sotto l’aspetto  economico e commerciale, trascurando il fatto che qualsiasi grande potenza e la Cina forse più di altre non fanno solo accordi economico-commerciali ma li inseriscono in una strategia omnicomprensiva, quindi anche con un profilo culturale, militare ecc. L’Italia non è stata in grado di capire questo ragionamento strategico complessivo e quindi si è in qualche modo legata le mani con un Memorandum che sarà comunque da rivedere tra qualche anno ma che ha al suo interno un meccanismo di rinnovo automatico nel caso nessuna delle due parti voglia recedere. Se si palesassero dei problemi seri io credo che non lo rinnoveremmo. Il timore è che invece possa restare un accordo irreversibile.

 

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Bio-bibliografia Prof. LUCIO CARACCIOLO

“Dirige la rivista italiana di geopolitica Limes che ha fondato nel 1993 e la Eurasian Review of Geopolitics Heartland nata nel 2000. È considerato uno dei massimi esperti mondiali di geopolitica. Ha partecipato numerose volte alle riunioni del Gruppo Bilderberg. È membro del comitato scientifico della Fondazione Italia-USA. Ha Insegnato Geografia politica ed economica all’Università degli Studi di Roma Tre, inoltre presso l’Università Vita-Salute S. Raffaele di Milano e l’Università LUISS Guido Carli di Roma. Svolge seminari di geopolitica in varie istituzioni e presiede i master in geopolitica organizzati dalla SIOI. Vanta numerose pubblicazioni”

Capacità di ascolto e difesa delle regole: senza un equilibrio tra queste due esigenze le Democrazia si suicida.

Guai se la debolezza della Democrazia lasciasse campo aperto a minoranze prigioniere della paura, del pregiudizio e dell’egoismo sfrenato.

Sabato scorso diversi manipoli di neofascisti hanno assaltato la sede della CGIL di Roma e hanno guidato una sorta di assedio alle sedi delle Istituzioni democratiche. Il paragone con Capitol Hills forse è esagerato, ma non troppo. Attorno e dietro a loro, circa diecimila persone. La maggior parte pacifica, certo. E tuttavia le immagini di alcuni neofascisti, poi arrestati, che arringano la stessa folla plaudente in Piazza del Popolo hanno reso una idea inquietante.

E in questi giorni, per l’ennesima volta, varie manifestazione di “No Vax” e “No Green Pass” hanno attraversato le vie di molte città, mentre erano indetti scioperi dai sindacati “di base” (mi chiedo: i lavoratori iscritti ai sindacati confederali cosa sono, “vertici”? Forse un chiarimento sul principio della rappresentanza si impone) hanno creato problemi nella erogazione ai cittadini di alcuni servizi pubblici. Sono dunque due le questioni che si intrecciano in queste settimane cruciali per la nostra democrazia e per la stessa ripresa economica e sociale del Paese.

La prima è rappresentata dalla crescita dei gruppi neo fascisti, lasciati per troppo tempo liberamente scorrazzare per i ocial e per le nostre comunità – Roma in primis – in palese violazione di quanto prevede la Costituzione e con atteggiamenti talora accondiscendenti da parte di alcune formazioni politiche della destra. La seconda è rappresentata da una minoranza di persone “normali”, che però rifiutano ogni e qualsiasi vincolo di solidarietà e di responsabilità collettiva.

Girano gridando “libertà, libertà”. Ma “libertà” di cosa e da cosa? Libertà dal rispetto di regole decise democraticamente dalle istituzioni elette dai cittadini? Libertà da obblighi di comportamento fissati per garantire il bene comune? Libertà dalla competenza e dalla conoscenza scientifica? Dai propri doveri di cittadini membri di una comunità? Libertà dai vaccini che la realtà – non la propaganda della presunta “dittatura sanitaria” – dimostrano essere l’unica via per sconfiggere una Pandemia che solo nel nostro Paese ha provocato, ad oggi, 131.000 morti ed un danno incalcolabile per la società e per l’economia? In realtà, ciò che si richiede è la libertà da ogni “vincolo di comunità”: la forma più perniciosa di individualismo. 

La seconda questione non è meno grave della prima. I manipoli neofascisti sono capaci di “infiltrazioni” tipiche della guerriglia urbana: ma c’è anche una sottile infiltrazione culturale e morale che sta corrodendo il tessuto civile del Paese e che trova riscontro in una tendenza globale – questa si veramente esistente, altro che il “Grande Reset” di cui molti vanno sproloquiando – volta a minare alla radice il fondamento delle democrazie liberali.

Le troppe ambiguità di alcuni settori politici e le velate accondiscendenze diffuse verso questa minoranza che protesta contro l’obbligo del Green Pass non sono nulla di buono per la nostra D

emocrazia. La stragrande maggioranza degli italiani, che si sono vaccinati, rischia di sentirsi presa in giro e non tutelata nella sua scelta di superare egoismi e paure e di accettare invece il dovere del “buon cittadino”. Che implica anche una fiducia adulta e matura, non fideistica ma verificabile, nelle Istituzioni e nella conoscenza scientifica. Se prevalesse l’idea (sostenuta da Grillo, Salvini ed altri) di garantire tamponi gratuiti ai lavoratori non vaccinati, si aggiungerebbe anche la beffa: chi rispetta le regole pagherebbe, con le proprie tasse, i tamponi a chi non le rispetta.

Su cosa pensiamo di costruire il futuro del Paese e dei nostri figli e nipoti? Sulla sudditanza alle paure? Sui ciarlatani che imperversano nei social? Sulla scienza “fai da te”, perché, tanto, “uno vale uno”? Oppure invece sulla scommessa di un comportamento razionale e responsabile delle persone? Quest’ultimo, grazie a Dio, è in grandissima prevalenza, soprattutto tra le nuove generazioni. Ammiccamenti, astrusi distinguo, lisciatine di pelo e circospette ambiguità verso No Vax e No Green Pass vari sono un cinico e colpevole tradimento nei confronti di questa larga maggioranza di persone responsabili. Cioè, un tradimento del “bene comune”. Ed una pugnalata al futuro dei giovani.

Spetta alle Pubbliche Amministrazioni e alle imprese coltivare un nuovo dialogo sociale con il sindacato confederale più maturo e coraggioso, per trovare soluzioni – anche di tipo straordinario – in vista di un passaggio (quello del 15 ottobre, data di entrata in vigore della Legge sul Green Pass approvata dal Parlamento) che non può essere in nessun modo eluso, pena una irrecuperabile perdita di credibilità delle Istituzioni. Esse hanno il dovere di essere forti ed autorevoli; di pensare “alle nuove generazioni, non alle prossime elezioni”, come disse Alcide Degasperi.

Guai se la debolezza della Democrazia lasciasse campo aperto a minoranze prigioniere della paura, del pregiudizio e dell’egoismo sfrenato. Capacità di ascolto e di paziente convincimento da un lato (che esige però dalla politica parole di verità e non mezze bugie di comodo) e autorevolezza nel far rispettare le regole del bene comune, dall’altro, sono le due facce, non scindibili, di una società democratica. Al di fuori di questo equilibrio la Democrazia si suicida.

 

Il sindacato divelto

I sindacati sono stati i primi a scontare l’evoluzione dei tempi. Si spera che diventino sindacati di programma a respiro internazionale, costituendo laboratori, centri studio, commissioni a cui accedano anche giovani laureati in economia e finanza, in modo tale da essere competitivi in un mondo che cambia con la globalizzazione.

A fronte (anche) dell’assalto alla sede nazionale della Cgil sabato scorso, durante le proteste, anche violente, da parte di alcuni, contro il Green Pass imposto dal governo, sorgono perplessità da ambo le parti. Sopratutto a fronte dei prossimi ballottaggi politici al comune e nei municipi romani. Sorgono da parte di chi, orientato a destra, si chiedere quanto un tale caos abbia svantaggiato il centro destra romano; sorgono da parte di chi, orientato da ambo le parti, si chiede quanto sia giustificabile il lancio dei sampietrini e l’invasione all’interno di un immobile, e non di uno qualsiasi. Considerando che il sindacato in questione è il primo, in Italia, in fatto di storia, e in fattore di numero degli iscritti, viene da pensare che si sia trattato di un’azione dimostrativa. 

Ma per dimostrare cosa? Indugiare su alcune questioni, prima fra tutte: ma il sindacato non si chiede perché la gente sia esasperata? Il sindacato ha fatto tutto il possibile per tutelare i lavoratori? Si è reso connivente della una macelleria sociale negli ultimi decenni? Ecco, tali perplessità, che in altri momenti sarebbero lecite, ora potrebbero essere qualificate come un ammiccamento alla violenza. D’altro canto sono domande alle quali si deve pur rispondere, anche senza pretesa di esaustività. Il sindacato negli ultimi decenni non ha dimostrato la competitività che ci aspettavamo, semplicemente perché non poteva farlo: sono cambiati i paradigmi del mondo del lavoro. Nei primi vent’anni post seconda guerra mondiale i sindacati si sono rapportati con la politica e con un’economia ancora nazionale. Con l’avvento della finanza internazionale, delle delocalizzazioni, dei mercati trasnazionali, quelle logiche sono saltate. 

Cambia il modo di intendere e di vivere il lavoro, ma non è cambiata la mentalità dei lavoratori. I sindacati hanno indugiato su quelle pretese, cercando di accontentare i propri iscritti in quelle rivendicazioni ormai impossibili. Intanto la scala mobile si rompeva, e l’epilogo finale fu la riforma delle pensioni nel 2011. La finanza detta le leggi, persino alla politica. Il sindacato, in parte, ha tenuto salda la sua forza nella “protesta”, ma il programma è mancato. Associazioni di lotta e di governo si sono trovate a subire l’agenda internazionale, dicendo che non fosse giusta, ma senza riuscire a dettare alcune righe di tale agenda. 

Il progetto di un unico sindacato internazionale sembra essere più utopia che possibilità. Dire che i sindacati non sono stati al passo coi tempi non è sbagliato; ma dire che sono stati volutamente conniventi credo sia malafede. Noi chiamiamo “ingiustizie” quel salario minimo che non c’è, quella pensione retributiva che non può più esserci e, a costo di sembrare impopolare, tutti quei diritti che non incontrano più il favore storico. Utilizzare i casi di cronaca in cui il malaffare sindacale, per colpa di alcuni individui, è emerso, è ancora peggio: significa voler trovare davvero il diavolo dove non esiste. Significa indicare un albero che cade, ignorando la foresta che cresce.

I sindacati sono stati i primi a scontare l’evoluzione dei tempi. Si spera che i sindacati di forza, di struttura, diventino sindacati di programma a respiro internazionale, costituendo laboratori, centri studio, commissioni a cui accedano anche giovani laureati in economia e finanza, in modo tale da essere competitivi in un mondo che cambia con la globalizzazione. Giustificare i disordini con la frustrazione sociale, però, significa mettere la testa sotto la sabbia. Chiunque lavora è protagonista delle logiche di diritto e rivendicazione: sindacato siano tutti. Temo che la rabbia ci tolga quella lucidità necessaria per essere protagonisti in questo delicato momento di cambiamento, in cui abbiamo bisogno di sentirci parte di un’unica comunità senza partiti ideologici, anziché lasciate che tutto vada in malora nell’odio. 

La Caritas di Roma ha ricordato don Luigi Di Liegro

A 14 anni dalla morte, il direttore Trincia torna a dargli la parola, riproponendo un suo scritto: «Non chiediamo pietà e offerte ma un intervento politico». 

Ventiquattro anni fa, ovvero ieri 12 ottobre 1997, moriva don Luigi Di Liegro, fondatore e primo direttore della Caritas diocesana di Roma. «Nell’allontanarci dalla sua esperienza terrena, dove per molti resta il suo ricordo indelebile, possiamo però avvicinarci maggiormente alla portata profetica del suo ministero, del suo messaggio, intriso del “volto” di Gesù e della sua capacità di riconoscerlo in quello di tanti poveri», afferma l’attuale direttore di Caritas Roma Giustino Trincia, che sceglie di ricordarlo «ridandogli la parola». Don Luigi, prosegue, «è un patrimonio non solo nostro, in realtà, come minimo lo è della Città che lo ha vissuto come testimone infaticabile del dare voce ai senza voce e di promuoverne piena dignità e piena cittadinanza e dunque capacità di esercitare diritti inalienabili di ogni essere umano di questa terra».

Il sito dell’organismo pastorale diocesano pubblica quindi uno scritto di don Di Liegro dedicato proprio al tema delle disuguaglianze. «Noi – scriveva il sacerdote – parliamo di disuguaglianze e non di povertà perché non chiediamo pietà e offerte ma un intervento politico. Nessuno qui parla di disobbedienza civile. Occorre obbedienza alle leggi che non vengono rispettate. È troppo facile dire che lo Stato ha fallito la propria missione. Allo sfascio delle istituzioni si pone rimedio prima di tutto credendo ad esse», la tesi del fondatore di Caritas Roma. Quindi, alcune indicazioni di indirizzo: «Noi spingiamo all’impegno, al dialogo, alla ricerca. È fondamentale da una parte promuovere la dimensione della gratuità del volontariato, in una fase in cui pare ormai residuale rispetto ai processi di mercantilizzazione crescenti nella nostra società; una solidarietà gratuita che è libera scelta di persone, non soggette a nessun obbligo. La nostra azione però – prosegue – è caratterizzata anche dalla pressione nei confronti della politica, che diventa se necessario denuncia dei ritardi e delle inadempienze: solidarietà concreta, quindi, intesa come giustizia, lavoro per il bene comune».

Alla gratuità, dunque, «occorre aggiungere la promozione del “diritto” – ancora le parole di Di Liegro -. Quando si tratta di debellare le profonde ingiustizie e disuguaglianze non basta l’elemosina. Occorre un nuovo senso di giustizia, occorrono puntuali strategie politiche ed economiche. Ma soprattutto un generale processo di sensibilizzazione. Il vero banco di prova nella politica non sono né le ipotesi né gli scenari né le invenzioni verbali o le ricette facili di qualche lucido stila rapporti. Quando si tratta di persone viventi e di responsabilità amministrative – prosegue -, le parole si misurano sulle scelte prese veramente e sui passi veramente intrapresi per ottenere quello che si è stabilito nei tempi e nei modi previsti. Ma si è poi stabilito veramente? Non sarebbe un buon segno dei tempi, anzi sarebbe il segno di tempi molto bui – conclude -, che si dovesse ricorrere sempre alla supplenza del volontariato per far fronte a situazioni complesse e per realizzare una crescita nella qualità della vita che l’azione volontaria non ha né le forze né il compito di garantire».

Per leggere l’articolo di don Luigi Di Liegro

http://www.caritasroma.it/2021/10/non-chiediamo-pieta-e-offerte-ma-un-intervento-politico/

 

Il marcio su Roma

All’indomani dei disordini di Roma ci si chiede quanto la zona grigia degli anti-vaccino faccia, suo malgrado, da nascondiglio per gli squadristi. La marea nera ultranazionalista non aspettava altro per colpire se non il malcontento popolare, dettando – così spera –  la sua linea politica. Si staglia evidente, e con pesantezza, il vuoto politico offerto dalle destre, senza programmi e senza identità. L’autore accenna anche alla debolezza delle istituzioni: su questo punto “Il Domani d’Italia” preferisce vedere nel volto dei sui rappresentanti – Draghi e Mattarella in primo luogo – l’immagine di una Repubblica che non cede alla violenza e non abdica alle responsabilità. 

Volevano riproporre la “marcia su Roma” di storica memoria. Si è tramutato in un nulla di fatto, se non tanta paura per i turisti e per i commercianti, increduli. Sabato 9 ottobre Roma si aspettava un migliaio di manifestanti contro la “dittatura sanitaria”. Ne sono arrivati diecimila, o poco meno. Il corteo contro l’obbligo della tessera verde si è mosso da Piazza del Popolo. Al suo interno, però, squadre di militanti di estrema destra ne hanno approfittato per dilagare, tentando, secondo le ultime fonti investigative, di ripetere quello che, mesi fa, negli Stati Uniti, alcuni estremisti repubblicani sono riusciti a fare durante l’ormai storico raid di Capitol Hill, il 6 gennaio scorso. 

Roma come Washington? Pare di no. Gli italici facinorosi, tuttavia, non sono riusciti a violare Palazzo Chigi, ripiegando in un gesto dimostrativo nella sede nazionale della Cgil, e un raid contro un pronto soccorso “reo” di trattenere un loro “camerata” bisognoso di cure, ma sprovvisto di green pass e contro il tampone per l’accertamento del coronavirus. Quegli attacchi, che pare siano stati pianificati dai gruppi neofascisti, costeranno alle associazioni-partito nazionaliste e ai loro membri la contestazione di gravi reati, fra cui quelli di devastazione e saccheggio. 

Quelle turme che, oltreoceano, sfondarono le porte del Congresso degli Stati Uniti, a Roma non sono riuscite a fare breccia. Non sono passati. Il quesito ora riguarda la distinzione, se possibile, tra le frange di protesta legittima contro le misure governative a tutela della salute pubblica, ritenute da molti eccessivamente pressanti, e l’accordo implicito con la destra eversiva. Ci si chiede, quindi, come e quanto si possa fare una distinzione tra no-Vax, no-Green Pass, e coloro che usano la protesta per cavalcare una propria “rivoluzione”, ripetendo, da decenni, i medesimi schemi, in un eterno tentativo di ripercorrere quella Marcia su Roma che, nei tempi che sono, e con i soggetti in campo, assume toni grotteschi. Ma grottesca non è la violenza che, in tutto il mondo, la crisi economica, unita a quella sanitaria, hanno sdoganato negli ultimi vent’anni. Sacche di rabbia, di frustrazione individuale, di risentimento, di tensione sociale, di sociopatia, più o meno velata, si sono progressivamente raccolte in movimenti spontanei, captati da questo o da quel movimento reazionario che ha usato quelle masse di rabbiosi per i propri scopi politici. 

Come la caccia alle streghe non sarebbe stata possibile, in epoca medievale, senza le folle ignoranti e arrabbiate contro i saccheggi dei soldati e contro la natura che, matrigna, scagliava sull’uomo carestie e pestilenze, così il fascismo nei primi del Novecento non avrebbe potuto trarre la sua forza senza quelle Camice Nere che avevano accumulato un’insofferenza crescente, per quella vittoria mutilata di dannunziana memoria che li aveva resi inutili come militi, soggiogati come sudditi, disoccupati come uomini. Oggi, quello stesso rancore si fa massa, coordinato grazie ai social media. In voga ora è Telegram, il canale di messaggistica che è diventato, pare, il ricettacolo preferito dei no-tutto. 

All’indomani dei disordini di Roma ci si chiede quanto la zona grigia degli anti-vaccino faccia, suo malgrado, da nascondiglio per gli squadristi, facinorosi di quella marea nera ultranazionalista che non aspettava altro per colpire se non il malcontento popolare, dettando – così spera –  la sua linea politica, sul vuoto politico offerto dalle destre strutturali, senza programmi e senza identità, e dalla debolezza delle istituzioni democratiche.

Inaccettabili ambiguità sull’assalto alla Cgil

Non si può condannare la violenza, ma “far finta” d’ignorare al tempo stesso le cause e le motivazioni che ne rendono odiosa – oltre che pericolosa per la convivenza democratica – l’espressione scomposta e ruvida sulle piazze. La destra si ripara dietro formule che danno il senso di quanto sia ancora imbarazzante il rapporto con alcune frange estremiste. 

Il silenzio o le mezze frasi, il ma, insomma la mancanza di limpidità del panorama politico, fino a giungere alla sconcertante frase della Meloni “non conosco la matrice di ciò che è accaduto” e ai distinguo di Salvini, rende tutto difficile e pericoloso per la nostra democrazia. Per fortuna c’è il nostro grande presidente Mattarella, pronto a dire chiaro e tondo che è ora della fermezza e della severità.

Cosa vogliamo aspettare oltre ciò che è accaduto? Un altro “Matteotti”? Vogliamo imitare la pavidità dell’allora re che svendette la nazione a quattro scalmanati, quando sarebbe stato sufficiente un manipolo di soldati per rispedirli nelle loro tane, risparmiando distruzione e morte al Paese? 

È il momento del coraggio e della fermezza, subito sciogliere tutte le formazioni che si richiamano al fascismo e alla violenza e usare il pugno duro verso chi pensa che la connivenza sia la furbizia per ottenere consensi. E qui si deve accendere – con rispetto, ma in spirito di verità – un focus sulla magistratura che ha avuto “il coraggio” di affibbiare 13 anni a Mimmo Lucano: ora che farà con i delinquenti (direi terroristi) che assaltano le istituzioni? 

Mai come oggi la nostra democrazia ha bisogno di tutto il Paese per essere protetta e rafforzata, ogni limite è stato superato. La politica e il Parlamento hanno l’occasione di riscatto, di mostrare l’alto mandato di cui sono soggetti attivi. Tutti intorno alla bandiera e al nostro presidente Mattarella. 

Forza!

La Conferenza sul futuro dell’Europa. Già un’occasione perduta?

Il rischio è che alla fine la Conferenza si riveli una passerella alquanto indisponente, utilizzata da qualche politico e non uno strumento di reale approfondimento dei temi, di reale partecipazione popolare e di reale proposta agli esecutivi. Serve un impegno più marcato delle forze politiche europeiste.

La provocazione polacca sulla primazia nazionale rispetto a quella comunitaria, così come la richiesta di molti Paesi membri di erigere muri a chiusura di ogni possibile accesso via terra in Europa di migranti provenienti dall’est, hanno ricordato alla UE quanto precario sia tuttora il suo assetto nonostante i recenti successi in tema di contrasto alla pandemia e ai suoi devastanti effetti economici (piano vaccinale e piano Next Generation EU).

La cosa accade però nel mezzo di una “Conferenza sul futuro dell’Europa” che dovrebbe esattamente affrontare alcune questioni di fondo giungendo a “fornire orientamenti” che poi Parlamento, Consiglio e Commissione si sono impegnati a considerare concretamente, dando ad essi un seguito istituzionale. La Conferenza attraverso una piattaforma online dovrebbe ascoltare i cittadini europei, i loro suggerimenti, le loro opinioni.

Al di là della grande fiducia nell’utilizzo di questo strumento da parte di una massa di europei che in realtà non sono minimamente informati né dell’esistenza della Conferenza, né tanto meno di quella della piattaforma informatica (ed infatti i numeri della partecipazione ad oggi sono molto bassi, se non ridicoli), il punto vero è se le forze politiche e i Governi hanno realmente intenzione di ragionare sul “futuro dell’Europa”. Se è così, allora la Conferenza può essere un’opportunità, ma il tempo stringe poiché ha avuto inizio lo scorso 9 maggio (e dunque sono trascorsi già cinque mesi) e dovrà terminare i suoi lavori non oltre la prossima primavera, quando la Presidenza di turno sarà francese. 

Il dubbio però (già esposto su queste colonne a suo tempo) è che sotto l’idea generale non ci sia molto, se non addirittura nulla. Altrimenti avremmo assistito ad un forte impegno non solo comunicativo e informativo da parte dei governi (che invece non c’è stato) ma pure contenutistico (parimenti debole, ad oggi) in quanto è evidente che gli eventi accaduti intorno a noi (dalla pandemia alla evidenziazione in chiaro della nuova strategia geopolitica americana) pongono ormai all’Unione questioni vitali che non possono più essere accantonate e non valutate, né discusse.

Si pensi solo al tema dell’esercito europeo, del quale si è parlato molto in queste settimane. Che reca con sé – e questo invece lo si è detto molto poco – quello, ancora più rilevante della politica estera comune: sarebbe certo interessante conoscere l’opinione dei cittadini, almeno in linea generale. Tanto più che secondo una recente rilevazione (Eurobarometro) la fiducia nella UE quest’anno è cresciuta sensibilmente e quindi sarebbe interessante sapere se questa si traduce in una possibile spinta verso iniziative politiche di tal portata.

Ma come può aversi tale informazione, utilissima, se di fatto i cittadini europei non sono, nella loro stragrande maggioranza, realmente informati circa l’esistenza e gli obiettivi della Conferenza? Dunque il rischio che alla fine la Conferenza stessa si riveli una passerella alquanto indisponente utilizzata da qualche politico e non uno strumento di reale approfondimento dei temi, di reale partecipazione popolare, di reale proposta agli esecutivi, è reale. Bisognerebbe aspettarsi, allora, che almeno i partiti politici si facciano promotori di questa necessaria opera di comunicazione presso i cittadini. Ma al momento non vi è traccia in tal senso. L’ennesima occasione perduta?

Roma può farcela? Strauss, giovane scrittore berlinese, racconta il fascino della capitale. La parola a Gualtieri e Michetti.

Giovedì 14 ottobre 2021 alle ore 18.30 presso l’Accademia degli Incolti, via Sant’Andrea delle Fratte 15, si terrà la presentazione in esclusiva di “9 settimane a Roma”. Il libro, già best seller in Germania, è la testimonianza autentica, il resoconto originale di uno dei giovani scrittori più interessanti della narrativa tedesca contemporanea: Simon Strauss. Il suo è certamente un profilo, come indica la critica, di interesse internazionale. 

Appartenente a una delle più importanti famiglie di intellettuali della Germania, l’autore ripercorre le tracce di Goethe e del suo “Viaggio in Italia”, arrivando a Roma, dove vi resta nell’estate del 2018 per quasi due mesi. Anche lui va ad abitare in via del Corso, di fronte alla casa che ospitò Goethe, e per nove settimane (titolo del libro) la città diventa la sua amante. 

Appunta ogni cosa su un taccuino nero mentre le strade, le piazze, i monumenti prendono vita davanti ai suoi occhi, tra spazzatura, credenti, turisti, mendicanti e quel bruciore al petto che i dottori non vogliono prendere sul serio. Entusiasta e malinconico, leggero e appassionato, Strauss racconta le pieghe di una città dai forti contrasti: una vecchia signora che continua a risplendere di luce propria, una nobildonna che non cela mai il suo lato ctonio e violento.

Dunque, in un libro che parla di Roma con le sue debolezze e il suo intramontabile fascino, senza che ciò lasci spazio tuttavia a pregiudizi vecchi e nuovi, ma con la verità degli occhi di chi arriva qui per imparare, si coglie l’opportunità di domandarsi quale sia il ruolo della Capitale d’Italia nel panorama Europeo. 

Ecco allora che in vista del ballottaggio del 17-18 ottobre la presentazione del libro del giovane scrittore berlinese può far lievitare il confronto sul presente e sul futuro della città. I due candidati a sindaco, Gualtieri e Michetti, sono pertanto invitati a misurarsi sulla questione di quale sia il ruolo di Roma nel panorama europeo ed internazionale. È una città che ancora gode di una vibrante identità e di un potere storico-culturale, al pari (o più) delle altre capitali europee? La sua storia, perciò, la pone al riparo da difficoltà pur gravi, avendo in sé la forza di un immancabile riscatto? O forse occorre, per gli anni a venire, ragionare sulla necessità di un percorso di ripresa, per riportare la città al livello che merita? 

Strauss ci racconta la poesia di Roma, la politica deve affrontare l’implacabile prosa.

 

L’autorevolezza di Draghi frena le pregiudiziali ideologiche

Qualche raglio d’asino sale al cielo, qualche velleitaria rivendicazione viene posta: il contributo dei partiti che fanno parte di questo governo sui generis non si rivela sempre all’altezza del compito. Draghi sa bene che le pregiudiziali ideologiche spingono al voto. Per questo tira dritto per la sua strada, osservando la partita del ‘Quirinale’.

Sta dimostrando di possedere le buone doti del decisore politico che lui stesso aveva enunciato nella lectio magistralis alla Cattolica per il conferimento della laurea ad honorem, Mario Draghi, nella sua attuale veste di Presidente del Consiglio.

Al punto che ancora da Palazzo Chigi o dal Quirinale, la sua presenza si rivelerebbe salutare per la buona politica e rassicurante per il popolo italiano. Se quelle doti sono ancora la conoscenza-competenza, il coraggio e l’umiltà, il premier dimostra una accurata conoscenza dei meccanismi istituzionali e si muove a suo agio nei meandri del politically correct ma con un occhio di riguardo alle dinamiche internazionali, puntando su un più saldo accreditamento dell’Italia nell’Unione europea e nella geopolitica mondiale, esprime il coraggio necessario ad affrontare i problemi reali a livello economico e sociale nel perdurare dell’allerta pandemico e sa essere umile al punto giusto – come gli potrebbe raccomandare William Shakespeare (“presta a molti il tuo orecchio e a pochi la tua voce”) – nel considerare con par condicio le forze politiche del rassemblement atipico che sta sostenendo l’azione di Governo.

La sua esperienza ai vertici della Banca d’Italia e della BCE ha affinato le doti personali e il talento innato e si sta rivelando decisiva per affrontare tutti i problemi irrisolti che si sono accumulati negli ultimi decenni perchè la politica partitica non è mai stata in grado di elaborare un piano strategico a breve medio termine. Il prestigio che gli viene riconosciuto è il miglior viatico per il prosieguo dell’esperienza di gestione dell’esecutivo, che rende quasi un ossimoro i potenziali distinguo degli schieramenti parlamentari. Nessuno – contrariamente a quanto qualcuno adombra sotto mentite spoglie – ha interesse ad interrompere la legislatura dopo l’elezione del Capo dello Stato, tenuto conto che un terzo dei deputati e dei senatori attualmente in carica non farà ritorno a Palazzo Madama o a Montecitorio.

Con l’attuale sistema elettorale i vari leader di partito sono ben consapevoli di detenere un potere quasi oligarchico nella scelta dei candidati da posizionare in cima alle liste o nei collegi uninominali. Per questo tutti vivono l’attuale fase di stand-by come una necessaria transizione verso il ‘liberi tutti’ del dopo Quirinale, d’altra parte ognuno sa che deve mettere il suo mattone alla casa comune di cui Draghi possiede per ora saldamente il possesso della chiavi d’entrata (e di uscita, salvo colpi di testa altrui).

Le pregiudiziali ideologiche restano e possono creare qualche scricchiolio ma le velate minacce, i veti malcelati e le rispettive priorità correlate ad un elettorato di riferimento potenziale ma in realtà fluttuante al punto di non andare neppure a votare, vengono sommessamente adombrate ma sono rintuzzate ‘all’apparir del vero’ quando il Presidente Draghi, in totale sintonia con il Capo dello Stato, mette i puntini sulle “ i “ , richiamando senso del dovere e interessi generali del Paese: due argomenti sempre efficaci specie se il talento è supportato da un senso pratico non comune e da una paziente capacità di ascolto.

Qualche raglio d’asino sale al cielo, qualche velleitaria rivendicazione viene posta, ognuno deve pur dimostrare una certa coerenza con la propria storia – breve o più lunga che sia – ma si tratta di un gioco delle parti, una sorta di teoria dell’attore sociale applicata alla politica. D’altra parte il contributo dei partiti che fanno parte di questo governo sui generis non si rivela sempre all’altezza del compito: eccetto la condivisione in Consiglio dei Ministri o il voto di sostegno parlamentare, se si eccettua appunto la figura del premier e degli uomini che si è scelto, il resto della truppa ha pochi graduati e molti soldati semplici. Avremmo desiderato un ricambio più sostanziale nella compagine governativa ma tutto non si può avere.

Manuale Cencelli e ipoteche sui vari dicasteri, una comprensibile continuità con alcuni nomi dei due governi Conte va considerata come una sorta di pegno da pagare per tenere insieme il rassemblement inevitabilmente rattoppato ma necessario. Draghi sa bene che le pregiudiziali ideologiche spingono al voto. Per questo tira dritto per la sua strada: i partiti sono fermi al pit-stop e scaldano i motori in attesa che scenda in pista la safety car chiamata ‘Quirinale’.

La DC non c’è più, ma i democristiani sì.

Per vari motivi, ormai evidenti anche agli innumerevoli ex teorici del populismo anti politico, il “metodo” democristiano si imporrà nell’agenda politica italiana. È l’unica vera risorsa per risollevare le sorti di un paese dopo la devastante stagione del populismo, del sovranismo e del “nulla della politica”, per dirla con l’indimenticabile Mino Martinazzoli.

Ormai è un fatto largamente acquisito e storicamente accertato. La Democrazia Cristiana non c’è più e non rinascerà più – perchè, come disse giustamente Guido Bodrato, la DC è stata soprattutto un “fatto storico”, cioè una esperienza politica che poteva nascere e decollare in un particolare contesto storico – ma i democratici cristiani esistono ancora. Eccome se esistono. Non solo come persone fisiche che provengono da quella esperienza politica, culturale ed organizzativa, ma anche, e soprattutto, come modo d’essere in politica e come ricostruire una cultura di governo in una società complessa ed articolata come quella contemporanea.

Certo, senza fare paragoni comici e persin grotteschi come quello di individuare nel partito di Grillo e di Conte un sorta di continuità con l’esperienza democristiana. Su questo versante simpatico e divertente, una sola considerazione: il populismo politico, il trasformismo politico e l’opportunismo parlamentare non sono mai rientrati nel dna della DC. E questo lo dico facendo una osservazione politica nobile perchè se dovessimo fare un confronto sulla classe dirigente o sulla cultura di riferimento dei due partiti sarebbe consigliabile chiudersi in un triste e melanconico silenzio…

Ma, al di là del partito populista dei 5 stelle, quello che vale la pena evidenziare è che nella ricostruzione di un “centro politico” in vista delle ormai prossime elezioni nazionali e dopo il sostanziale fallimento del populismo – anche se continua pericolosamente a circolare nelle viscere culturali e sociali del nostro paese – il comportamento, lo stile, la cultura e il modo d’essere dei democratici cristiani continuerà ad essere straordinariamente attuale nel declinare il nuovo progetto di governo. Perchè la vera scommessa non è riconducibile solo alla provenienza personale dei protagonisti del futuro soggetto politico, ma nel come si tradurrà concretamente il progetto di cui il paese ha bisogno in questo particolare momento storico. Perchè di fronte alla persistente radicalizzazione del conflitto politico che domina attualmente la geografia politica italiana, è del tutto naturale che si impone, quasi per necessità, la formazione di uno spazio politico che metta definitivamente in discussione quella radicalizzazione che resta la base della crisi del nostro sistema.

Un modello che vede, soprattutto dopo l’irruzione del populismo anti politico con le elezioni del 2018 e l’affermazione dei 5 stelle, la sostanziale delegittimazione morale e politica del nemico. Da annientare e non con cui confrontarsi, come avviene nelle normali democrazie europee. E il sovranismo nazionalista da un lato e il populismo qualunquista, giustizialista e manettaro dall’altro non possono essere i modelli attorno ai quali si ricostruisce la credibilità della politica italiana e la solidità delle nostre istituzioni democratiche. Nel confronto quotidiano e, soprattutto, nella normale cultura di governo.

Per questi semplici motivi, ormai evidenti anche agli innumerevoli ex teorici del populismo anti politico, il “metodo” democristiano si imporrà nell’agenda politica italiana. Anche in assenza, come ovvio, di una presenza politica ed organizzativa lontanamente paragonabile a quella della Democrazia Cristiana. Perchè il patrimonio culturale, l’esperienza politica, lo stile – lo ripeto ancora una volta -, e il modo d’essere dei cosiddetti “democristiani” continuerà ad essere forse l’unica vera risorsa per risollevare le sorti di un paese dopo la devastante stagione del populismo, del sovranismo e del “nulla della politica”, per dirla con l’indimenticabile Mino Martinazzoli.

5 Domande alla ministra Bonetti: “Serve il coraggio della politica per «fare nuove le cose»”. A colloquio con P. Occhetta.

Riportiamo l’ampia intervista a Elena Bonetti che il noto gesuita, già scrittore di “Civiltà Cattolica”, ha pubblicato a sua firma sul sito di “Comunità di Connessioni”.

Grazie per avermi ricevuto. Le vorrei subito chiedere, pensandola anche nelle vesti di professoressa universitaria, se ci sono parole e progetti nuovi che possano coinvolgere le giovani generazioni e come possiamo aiutarle in concreto a prendersi responsabilità politica, ricostruire le loro città, dare speranza al loro domani, ripensarsi in un noi sociale che va oltre l’individualismo in cui rischiamo di farle crescere.

La parola che credo possa animare e liberare di più le energie delle nuove generazioni è “coraggio”, perché direziona lo spirito e l’intelligenza in una prospettiva di futuro, in uno sguardo in avanti. È una parola che necessita di un processo di piena consapevolezza e adesione, perché chiede di avere una passione grande di cui prendersi cura, in cui mettere il cuore. Credo sia questo l’elemento chiave per rianimare la speranza collettiva che è interpretata dalle nuove generazioni. In una società, i giovani sono quelli che hanno la percezione dell’avvenire, di quello che deve ancora arrivare. Sono come le rondini, lo diceva La Pira. In questa percezione, lo scatto da fare è riconoscere che quel tempo del futuro vale la pena dell’investimento di un progetto di vita: questo è l’atto del coraggio. Credo che in particolare per questa generazione la frase chiave sia «fare nuove le cose», che è qualcosa di più – e di più profondo – del cambiamento e non è semplicemente uno svoltare: è la realizzazione di un percorso di trasformazione storica, un percorso di concretezza che sa interpretare la novità del tempo che prosegue. È riconoscere un’identità, una comunità, un percorso che dobbiamo saper far proseguire e farlo nel tempo della novità che è il domani.

Aristotele dice che c’è bisogno, per vivere il coraggio, di atti coraggiosi.

Le azioni di coraggio per le nuove generazioni penso debbano essere molto incarnate nella loro dimensione di vita e di territorialità. I giovani hanno bisogno di tornare a sentirsi cittadini di una dimensione di prossimità, a partire dal loro territorio, e per me territorio vuol dire il loro spazio e tempo di vita: della scuola, dell’università, dell’esperienza associativa, dello sport, in tutti quei luoghi in cui i giovani hanno uno spazio di agibilità. Questo ha anche una valenza di impegno prepolitico e politico al livello delle amministrazioni. Nelle nostre comunità c’è già ma, per renderlo reale ed effettivo, i giovani devono poter individuare una direzione di agire politico, di presa in carico del bene comune. Si tratta di saper connettere l’ambizione a rendere il mondo più giusto, più equo, con il concreto riconoscere che nella costruzione della tua città c’è uno spazio di diseguaglianza sul quale puoi agire. E, allo stesso tempo, sapere che quell’azione puntuale che fai è un pezzo di un racconto più grande, di un’ambizione che osa di più.

 

Il Ministero per le pari opportunità e la famiglia che Lei guida è apparentemente minore, ma accompagna la vita di milioni di persone. L’esperienza di famiglia oggi rischia di essere la somma di solitudini, mentre per la Costituzione è la prima forma di comunità e cellula della società. Al di là delle posizioni ideologiche sulla definizione di famiglia, cosa significa oggi in Italia e in Europa parlare di politiche per la famiglia? Quali categorie nuove e approcci culturali occorre avere sul tema della famiglia? E c’è spazio per la vita della famiglia, così come la Costituente l’ha pensata?

Per troppo tempo la politica si è fermata a definire un oggetto anziché riconoscere una realtà che la nostra Costituzione ha previsto e riconosciuto. Le famiglie sono, nel nostro Paese, le comunità in cui l’individuo diventa persona. E diventa persona sia per le relazioni costitutive dell’elemento della comunità ma anche perché nelle famiglie la vita di ciascuno è inserita in un processo, in un tempo, che è quello del divenire di queste relazioni. Vivere un’esperienza familiare significa vivere un’esperienza relazionale orizzontale, e quindi di progetti di vita che si intersecano, ma anche un processo di sviluppo, di dinamica del futuro. Per questo oggi le politiche familiari possono rappresentare anche un elemento di novità nella politica. Sono politiche che non possono limitarsi a riconoscere individui per categorie, ma necessariamente collocano la persona nel suo contesto di relazioni e di responsabilità. Ad esempio, le politiche attive per il lavoro colgono una lavoratrice o un lavoratore rispetto al suo stato attuale, alla tipologia di lavoro o alle competenze che ha, ma ad oggi non intercettano le sue responsabilità sociali, che però sono fortemente connesse al tema del lavoro. La cassa integrazione è uno strumento per aiutare il lavoratore ma se non riconosce la responsabilità sociale che il lavoratore esercita, di fatto non risponde ai suoi bisogni reali. Il Covid-19, questo lo ha messo molto in evidenza. Le politiche familiari connettono le vite personali e devono essere quindi sempre politiche che costruiscono connessioni, non di risposta individuale ma di integrazione. Nel Family act, per esempio, lavoriamo con il tema della responsabilità educativa, del rapporto tra i generi e le generazioni. L’altro elemento è che le politiche familiari sono politiche di stabilità e aprono ad una politica di processi e di divenire. Questo perché intrinsecamente la famiglia porta con sé una dimensione temporale, e quindi le politiche che devono rispondervi necessitano di una direzione temporale: l’assegno unico e universale è strutturale e continuativo nel tempo per essere accompagnamento di un progetto di vita familiare. Rispetto alla sua domanda sulla solitudine: il sistema che è stato per anni anche promosso e sostenuto con scelte di organizzazione urbana, di scelte di vita, di servizi, di regole del mercato del lavoro, corrisponde a un modello di società che ha confuso la libertà della persona con la sua solitudine. Credo che l’esperienza drammatica che abbiamo vissuto abbia dimostrato che un sistema di solitudini ci rende strutturalmente fragili, perché non ha lavorato sulle coesioni. Questo lo dice anche la fisica: se hai un materiale che non ha legami di coesione, l’urto lo spezza. Per lavorare sulla resilienza e la resistenza all’urto, e anche a una maggiore elasticità come adattabilità al processo storico, serve lavorare sui processi di connessione. Per le famiglie c’è spazio e c’è un processo che va preceduto e favorito, e questo penso sia il compito delle politiche pubbliche oggi.

 

Il Paese ha bisogno di riforme. Esiste un minimo denominatore, comune a tutti partiti, per riformare la casa delle istituzioni, semplificare le regole, superare la tecnica e rifondare un “progetto Italia” per l’Europa? Cosa blocca questo processo che in questi ultimi 20 anni viene proposto come la priorità dalla classe politica? C’è una formula – matematica, se vuole – per sbloccare il sistema? In altre parole, cosa significa essere riformisti oggi?

Se c’è una formula matematica per sbloccare il sistema è la regola del parallelogramma, la somma dei vettori delle forze. Penso che quello che ci ha bloccato è stato un modello di Paese nel quale abbiamo diviso e posto in antitesi i diritti degli uni contro quelli degli altri. In un modello sociale in cui ci sono parti opposte, che si riconoscono come tali, l’equilibrio sociale non può che essere statico. In un modello sociale nel quale, invece, si individua una direzione comune e di condivisione, le diverse forze partecipano a un processo dinamico e di movimento. Il riformismo è movimento, non è un equilibrio statico tra le parti. Un processo di riforma è un processo che deve saper riconoscere che ci sono delle possibili ricomposizioni dei diritti e degli obiettivi delle parti sociali. Penso anche che la vocazione maggioritaria che ha avuto il riformismo in Italia, e che si rispecchia nelle scelte di alcuni partiti, non si sia realizzata perché si è confusa questa vocazione con la maggioranza del consenso. Una vocazione maggioritaria vuol dire avere una vocazione universale. Vuol dire, ad esempio, saper riconoscere che il diritto delle nuove generazioni e quello delle generazioni più anziane non vanno contrapposti in un equilibrio di “punto intermedio”, i due diritti vanno ricomposti in una somma di forze che permette al Paese di andare avanti, nell’ambito del welfare come nel rapporto tra imprenditoria e lavoro dipendente. Il riformismo deve interpretare questa novità della politica. Questo Governo ha scelto la composizione in avanti come metodo, considerandola elemento urgente nello sviluppo del Paese. Penso anche che abbiamo ideologicamente trasformato il riformismo in qualcosa di astratto, si è lavorato di più sull’“-ismo” e meno sulle riforme. Oggi invece la nostra democrazia chiede una riforma del sistema istituzionale. Durante il periodo del Covid-19 mi è sembrato – e questo è uno degli elementi che ho vissuto con più fatica – ci sia stata la tentazione di pensare che la nostra forma democratica non fosse adeguata a rispondere all’emergenza storica che stavamo vivendo, e di poter quindi dire: “nel momento di emergenza, sospendiamo il processo democratico che abbiamo scelto”. Questo per me è grave e storicamente irresponsabile, perché significa consegnare alle generazioni future il giudizio che la democrazia non è la miglior forma storica per la salvezza di un popolo. Noi siamo profondamente convinti del contrario: la Costituzione è stata l’atto di salvezza di un popolo consapevole del momento più drammatico che aveva vissuto. Oggi, 75 anni dopo, abbiamo bisogno di riscegliere e reincarnare quella forma democratica in un nuovo processo storico, abbiamo bisogno di scegliere una nuova forma delle istituzioni che ci aiuti a rendere più concreta e efficiente una democrazia matura. Solo un esempio: il tema della rappresentanza deve essere affiancato ad un tema di responsabilità dei livelli istituzionali. La forma del titolo quinto è inadeguata perché è pensata in un gioco di pesi e contrappesi dei livelli istituzionali. Invece, tornando alla regola del parallelogramma, serve un riassetto istituzionale che faccia cooperare nelle responsabilità reciproche questi livelli. E, in questa ottica di partecipazione indirizzata, il bilanciamento tra le due camere realizzato da un bicameralismo perfetto va riformato.

 

Come vede il nostro Paese assestarsi nei nuovi equilibri geopolitici? Quale visione umanista possiamo portare nel contesto internazionale? Qual è stato il contributo del Governo italiano nel recente G20 e in particolare quello che lei ha portato al tavolo G20 sulle donne?

L’Italia ha riacquistato nel contesto internazionale una agibilità e una leadership evidenti come paese che si pone in difesa dei diritti delle persone e che ha in sé energia, creatività, visione, responsabilità, e un senso della bellezza integrale che le viene dalla scelta antropologica, fondativa, del reciproco riconoscimento della dignità delle persone. Grazie all’intuizione del Presidente Mattarella, il governo italiano oggi non è semplicemente un equilibrio tra la maggioranza dei partiti, è la scelta della ricomposizione di un Paese, scelta che il Presidente Draghi interpreta e incarna in modo straordinario, con tutta la sua personale, indiscussa autorevolezza nello scenario mondiale. In questa ricomposizione abbiamo riacquistato un ruolo di orientamento delle dinamiche internazionali. Lo si è visto in modo molto netto in tutta la Presidenza italiana del G20: gli input che abbiamo dato sul clima, sulle finanze, su una nuova visione dell’economia per una crescita strutturale, alla quale però o tutti partecipano o crescita non è, hanno tutti avuto riscontro. Siamo il paese che per la prima volta ha portato al G20 una conferenza sull’empowerment femminile, e su questo tema in particolare ci è stata riconosciuta una leadership perché da paese che, dati alla mano, era all’ultimo posto per numero di donne che lavorano, abbiamo avuto il coraggio di definire e adottare una strategia che pone la parità di genere come un elemento chiave non solo di riconoscimento del diritto delle donne ma di sviluppo di tutta la collettività. Questo è il cambio di paradigma che ha sbloccato il dibattito, l’idea che l’empowerment delle donne è liberare le energie di un’intera dimensione sociale.

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/5-domande-a-elena-bonetti-serve-il-coraggio-della-politica-per-fare-nuove-le-cose/

Cosa distingue guerra fredda (con l’Urss) e pace fredda (con la Cina). L’analisi di Carlo Jean per “formiche.net”.

Pace fredda” è un’espressione usata per indicare il confronto strategico fra gli Usa e la Cina. Strutturalmente molto diversa della “guerra fredda” con l’Urss, è molto più complessa. Le strategie per affrontarla devono essere globali: non solo militari, ma in primo luogo tecnologiche, economiche, finanziarie, politiche e anche infrastrutturali.

L’espressione “pace fredda” per indicare il confronto strategico fra gli Usa e la Cina è stata suggerita da Fareed Zakaria. Essa è strutturalmente molto diversa della “guerra fredda” con l’Urss. È molto più complessa. Le strategie per affrontarla devono essere globali: non solo militari, ma in primo luogo tecnologiche, economiche, finanziarie, politiche e anche infrastrutturali. La Bri sta modificando la geopolitica dell’intera Eurasia, influendo anche sul Mediterraneo allargato e sull’intera Africa.

La globalizzazione dell’economia e le nuove tecnologie dell’informazione hanno unificato il pianeta. La crescita economica ha trasformato la Cina in uno Stato fondamentale dell’economia. Il confronto militare è almeno per ora regionale, limitato all’Indo-Pacifico, specie nelle periferie immediate della Cina, dai Mari Cinesi meridionale e orientale, a Taiwan e alla frontiera himalayana. Sta comunque estendendosi all’intero Oceano Indiano e, dopo il ritiro Nato dall’Afghanistan, all’Asia Centrale.

La strategia Usa, per affrontare la minaccia cinese, è solo in fase di prima definizione. La differenza d’interessi incide sui rapporti fra gli Usa e lUe. L’accordo Quad, quello Aukus e le intese bilaterali fra Washington e vari Paesi dell’area, anche quelli ufficiosi con Taiwan – contrastanti in parte con la politica dell’“Una Cina” adottata da Nixon e Kissinger prima della loro visita a Pechino nel 1972 – nonché il riarmo del Giappone e dell’India, lo testimoniano.

La strategia Usa deve tener conto dell’erosione della superiorità americana, sia economica che militare, e dell’instabilità della dissuasione nucleare, pilastro della guerra fredda, nonché della marginalizzazione dei tradizionali alleati europei degli Usa. Essi non sono più in prima linea e sono divisi sia fra di loro sia nei riguardi del confronto sino-americano. Non vogliono esserne coinvolti, dato anche i loro crescenti interessi commerciali con Pechino. La strategia Usa è poi sfidata dall’apparente maggiore efficienza del sistema cinese, più corrispondente agli autoritarismi dominanti in gran parte del mondo. Gli interessi economici immediati contrastano con quelli della sicurezza, meno immediati e più discutibili, anche per l’astuta “politica del sorriso” seguita quasi ovunque dalla Cina.

Con l’Urss, le cose erano molto più semplici. La competizione era soprattutto militare. Il teatro principale del confronto era l’Europa. La linea di separazione fra i due blocchi era stabile, ben definita dalla “cortina di ferro”. La strategia globale di Washington e gli esiti del confronto erano stati previsti già nel 1946 nel “lungo telegramma” di George Kennan da Mosca, recepito due anni dopo dalla “Dottrina Truman”, base della Nato e della sua strategia. L’Occidente doveva contenere militarmente l’Urss e attendere che l’inefficienza del capitalismo di Stato rendesse impraticabile a Mosca il finanziamento della sua potenza militare e dell’impero sovietico.

Allora, l’Occidente avrebbe vinto. Non esisteva contrapposizione fra la sicurezza e l’economia (sarebbero sorte parzialmente solo alla fine degli anni settanta. con la costruzione dei grandi gasdotti che rendevano dipendente l’Europa dal gas russo). Gli Usa dominavano economicamente e tecnologicamente l’Europa. Con il controllo delle tecnologie strategiche, realizzato formalmente con il CoCom (Coordinating Committee), e con sanzioni extraterritoriali a carico non tanto dei governi, ma direttamente delle industrie che ne violassero le regole, gli Usa erano in condizioni di evitare che venissero fornite al blocco sovietico le tecnologie duali avanzate di cui non disponeva. Per procurarsele, doveva ricorrere allo spionaggio o ad accordi commerciali illegali. Le tecnologie che poteva procurarsi in tale modo erano però limitate e costavano mediamente 10 volte il loro valore commerciale.

La stabilità dei due blocchi era garantita non solo dai meccanismi della dissuasione nucleare reciproca, ma anche dal comune interesse di Washington e Mosca di mantenere divisa l’Europa. Beninteso, si verificarono momenti di tensione, specie durante la “crisi di Cuba”, ma i due blocchi cercarono di evitare confronti diretti, come nel caso delle insurrezioni di Budapest e di Praga. Seppure a fasi alterne, dissuasione e distensione continuarono a coesistere, permettendo anche accordi come i Trattati di Limitazione degli esperimenti nucleari, di Non-Proliferazione e il SALT-1 che stabilizzava la MAD (Mutual Assured Destruction).

Beninteso, lo scontro era anche ideologico, svolto con la propaganda, la disinformazione e la public diplomacy. Esso coinvolgeva la politica interna di molti Stati anche europei, come dimostra l’episodio dei “Magnacucchi” in Italia, che oggi è politicamente corretto ignorare.

La “pace fredda” è strutturalmente molto diversa, non solo perché la Cina ha una potente economia ancora in crescita e sta recuperando la sua inferiorità militare e tecnologica, ma anche per il suo ruolo centrale nell’economia globale. Si potrà correggere solo in parte con le revisioni in corso delle supply chains e con l’embargo delle tecnologie più sensibili. Esiste per i Paesi asiatici, ma anche per l’Ue, una contrapposizione fra esigenze della sicurezza e gli interessi economici.

La Nato resta necessaria, ma ha vista erosa la sua ragione sociale di difesa collettiva. Con l’Afghanistan è venuto meno anche il suo tentativo di giustificarsi con la ricerca di nazioni da costruire o di terroristi da uccidere. Rimane necessaria non solo per la dissuasione nucleare, ma anche per la stessa tenuta dell’Ue, di cui gli Usa rimangono il federatore, nonché per consentire alla frammentata Europa di giocare un ruolo mondiale in un mondo sempre più dominato dagli “Stati-continente”.

Per mantenere la presenza e il sostegno Usa, gli europei devono essere solidali con gli Usa anche nel loro pivot dell’Indo-Pacifico, seppure i loro interessi commerciali con Pechino, stiano aumentando mentre l’affidabilità della Nato e quella dell’Europa per gli Usa starebbero diminuendo (il condizionale è d’obbligo). Come possono gli europei concorrere con gli Usa alla sicurezza in tale area per gli Stati Uniti sempre più vitale? Lasciamo perdere le fantasie della “Global Europe” o quelle che sia sufficiente proclamare solidarietà con gli Usa e i loro alleati asiatici, mandando qualche nave nell’Oceano Indiano. Più che d’aiuto saremmo d’impaccio. Lo si è visto con le petulanti e per molti versi ridicole proteste per l’Afghanistan e con l’esclusione della Francia dall’Aukus.

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https://formiche.net/2021/10/guerra-e-pace-fredda-carlo-jean/

Roma, attacco alla CGIL: scene da Capitol Hill. Lo sdegno dell’Anpci (Partigiani cristiani).

Scegliamo di riportare questa dichiarazione della Presidente dell’Associazione Nazionale dei Partigiani Cristiani per esprimere in modo sintetico e chiaro – d’altronde sui quotidiani in edicola sono molte e qualificate le analisi sugli avvenimenti di Roma – la condanna de “Il Domani d’Italia” a riguardo della violenza scatenata dai fanatici di Forza Nuova. Due sono le leggi approvate dal 1945 ad oggi contro il fascismo: una l’ha firmata Mario Scelba, l’altra Nicola Mancino. Due democristiani. Per questo riteniamo che la nostra bandiera debba essere alzata con onore e convinzione per ribadire una visione della libertà e della democrazia posta saldamente agli antipodi del visionarismo selvaggio e provocatorio delle nuove “camice nere”.  

Un manipolo di canaglie crede di tenere in scacco le istituzioni democratiche.

Non possono essere che fascisti perché non riconoscono nè rispettano le scelte della maggioranza degli Italiani.

Tutte le forze politiche che siedono nel Parlamento repubblicano e democratico devono condannare ogni attività di squadristi e sostenere le iniziative che garantiscono il democratico confronto.

Solidarietà alle forze dell’ordine e alla CGIL. 

Il dibattito sul centro. Ignesti e Davicino indicano la via: il “ritorno” al partito di Sturzo, De Gasperi e Moro.

A seguito dell’intervento di Giorgio Merlo, ieri su queste pagine, si è sviluppato sulla chat di Rete Bianca un interessante confronto sulla questione del rilancio della politica di centro e di un partito in grado di esprimerne le ragioni. Di seguito riportiamo gli interventi di Ignesti e Davicino

Giuseppe Ignesti

Ottimo l’articolo di Giorgio Merlo, pubblicato ieri su “Il Domani d’Italia”, a proposito del centro. Da qualche anno sono anch’io su questa linea politica. Ecco perché ho scelto di impegnarmi nel partito “Insieme”. Un partito fondato sul programma e contrario a una visione politica bipolare radicale del tipo amico/nemico. Per un partito sturziano, degasperiano, moroteo.

Purtroppo molti di noi, me compreso, abbiamo a suo tempo favorito la nascita di questo bipolarismo, sbagliando, nella illusione di favorire l’idea di una democrazia detta dell’alternanza, fondata sul cittadino come arbitro. Abbiamo invece aiutato la nascita di una oligarchia antidemocratica, attenta solo a mantenersi al potere. Era l’illusione di un bipolarismo di progressisti contro conservatori, dimentichi che il solo bipolarismo è  quello che spontaneamente nasce e vive nella società senza preconcetti ideologici, ma dinamicamente si esprime sui problemi e muta di volta in volta in relazione alla vita sociale.

Leggere Sturzo, De Gasperi e Moro aiuta molto a recuperare il vero percorso del cattolicesimo democratico, rivivendolo sui problemi attuali. Questa è la vera politica di centro. Non una lettura geometrica di eguale distanza fra due fantomatiche destra e sinistra, che è una lettura ideologica astratta, antistorica e statica della realtà  sociale, ma un centro che opera sulle polarizzazioni reali attraverso proposte programmatiche che accolgono il significato positivo di ogni polarizzazione, contribuendo così allo sviluppo progressivo della società, favorendo insieme ad attenuarne le asperità conflittuali.

Questo è il vero senso di una politica di centro. Con l’aiuto delle componenti moderate della società, con quelle componenti borghesi che a mano a mano si formano dinamicamente dalla vita sociale. Una lettura storica ci serve, non una lettura che si fondi su una visione ideologica, parto di una astrazione mentale che fissi i concetti e li utilizzi come strumenti operativi sempre validi. Merlo, con noi di “Insieme” ci aiuterà in questo cammino.

Giuseppe Davicino

L’idea di centro perfettamente definita da Giuseppe Ignesti, a me appare, nelle condizioni date indeclinabile, senza una fortissima determinazione ad andare controcorrente. Se, come egli scrive,“il solo bipolarismo è quello che spontaneamente nasce e vive nella società senza preconcetti ideologici”, allora non dovremmo avere difficoltà a coglierlo questo bipolarismo reale. In questo secolo si assiste alla declinazione di un’agenda costruita sugli interessi di un ristrettissimo club di super-ricchi, foraggiato all’infinito dalle banche centrali, e dunque che non ha più bisogno del mercato, meno che mai del lavoro, rimpiazzato dai robot e dalla digitalizzazione della 4ª rivoluzione industriale.

L’altro polo di questo bipolarismo reale è la classe media, ormai ritenuta da lorsignori “superflua”, inutile e inquinante, che è la vittima designata delle “emergenze” senza fine decretate da questo 1% più ricco dell’umanità. Il greenpass scivolerà rapidamente nel sistema dei crediti sociali, un tipo di dittatura durissima, invasiva molto più di quanto potessero esserlo stati i grandi totalitarismi del Novecento. Tutto dovrà  esser posseduto da pochissime concentrazioni globali in mano a pochissimi privati e l’individuo comune non dovrà più possedere nulla: il socialismo dei miliardari. Vi pare che vi siano ancora le condizioni, senza un notevolissimo pelo sullo stomaco per affrontare una battaglia campale per impedire la cancellazione della classe media, per offrire una rappresentanza agli interessi popolari, data la crescente criminalizzazione di ogni proposta non ossequiente agli obiettivi prefissati da chi ha in manole redini del potere economico-finanziario globale?

Ecco perché credo che la semplice costruzione di un “centrino” all’interno di un sistema politico ormai non rapprentativo della metà della popolazione, del tutto funzionale all’avanzamento di un’agenda che ha per obiettivo lo smantellamento della classe media e delle libertà, dei diritti e delle garanzie delle democrazie occidentali non corrisponda affatto alle necessità del nostro tempo e meno che mai alla necessità ben indicata da Ignesti di un partito sturziano, degasperiano, moroteo nell’ispirazione. Serve un salto di qualità.

Per rileggere l’articolo di Merlo

https://ildomaniditalia.eu/centro-adesso-o-mai-piu/

Dalle urne novità e interrogativi. Tutte le forze politiche devono compiere scelte coraggiose, per il bene del Paese.

La questione più seria si annida nel silenzio critico dell’astensionismo. Il messaggio degli elettori rafforza la domanda di una politica responsabile, per evitare che l’Italia sprechi la grande occasione storica rappresentata della Pnrr.

Le elezioni comunali di questi giorni e le ricadute relative ai ballottaggi che si avranno nelle due prossime settimane, contribuiranno notevolmente a prefigurare gli assetti delle alleanze future ed assetti politici, e conseguentemente la conservazione dell’attuale sistema elettorale o il ritorno al sistema proporzionale per le prossime elezioni per rinnovare le assemblee del Senato della Repubblica e la Camera dei deputati.

Ha fatto scalpore il dato disastroso dell’affluenza degli elettori alle urne, davvero molto scarsa; i dati elettorali che ne sono conseguiti, segnalano ancora una volta la volatilità dei consensi dichiarati da sondaggi sempre meno in grado di registrare gli umori più profondi dei cittadini al lordo delle astensioni, e a non risentire del tutto della potenza delle piattaforme digitali dei grandi partiti, permanentemente in pressing per influenzare la estesa galassia dei “social” nostrani. Il risultato elettorale e l’astensionismo, va letto scrutando il più possibile ogni faccia del prisma, giacché gli elementi che vi hanno concorso sono molteplici.

Innanzitutto sono risultati tanti gli ex elettori del M5S che,delusi, in buona parte non si sono convinti di affidare per adesso il loro consenso ad altri soggetti partitici, aggiungendosi a quella parte già cospicua che da tempo diserta le urne. L’altra faccia ha riguardato sostanzialmente il disagio degli elettori di centro destra, disorientati dalla corsa forsennata dei due leader di FdI e Lega per la conquista della leadership, impegnati ossessivamente nelle contese più lontane dagli interessi e convinzioni di buona parte dei loro elettori, in assenza della rassicurante passata primazia del “Cavaliere” esercitata sui temi dell’Europa e della politica estera, sulla economia e sociale.

Certamente Berlusconi ai suoi migliori tempi, è stato fautore di linee lontanissime da sovranismi e populismi che invece animano i due principali pilastri del centro destra, come abbiamo potuto constatare durante ogni fase dello sviluppo della pandemia. I risultati delle urne, si sa, per Meloni e Salvini sono stati negativi, ma non per questo il PD può esultare. Infatti il PD ha goduto di grandi errori degli avversari, come quelli di mostrarsi riottosi verso le politiche di Mario Draghi, ed avvantaggiandosi della diserzione dalle urne, e grazie scelta dei propri candidati, ha dimostrato oculatezza e pragmatismo. Tuttavia il PD dovrà meglio valutare alcuni aspetti simbolici emersi dal voto: il proprio segretario Enrico Letta a Siena (storica roccaforte del centrosinistra) nelle suppletive per il parlamento, vince bene sull’avversario, ma la vittoria la ottiene con lo striminzito 35% di elettori andati alle urne, dato che segna il dato più basso registrato dalla nascita della Repubblica; inoltre a Roma il PD viene superato e diventa secondo partito dopo Azione, nuovo partito per la prima volta presente nella contesa elettorale.

Ed allora si può dire che le amministrative segnalano grandi modificazioni alle forze politiche: dunque, il centrodestra dovrà rivedere con sincerità i contenuti della propria proposta, cessando gli eccessi sovranisti e populistici, e dandosi leadership rassicuranti; il centrosinistra per ora minoritario sulla carta, non potrà certamente convincere nuovi possibili alleati, qualora volesse mantenere l’alleanza strategica con ciò che è rimasto del M5S. Queste considerazioni, naturalmente diventano ancora più pressanti considerando che i prossimi mesi ed anni impegniamo le ultime ed esclusive carte da giocare come italiani per il nostro futuro: i 200 miliardi e più di Euro e la leadership in Italia di Mario Draghi, una personalità di prim’ordine europeo e mondiale. 

Se cade la partecipazione elettorale, l’allarme deve scattare. Andiamo verso una democrazia plutocratica?

Nelle grandi città il calo è stato sensibile. Per la prima volta si è scesi in media sotto la maggioranza. Non si può far finta di nulla. Letta ha vinto a Siena, ma solo un elettore su tre si è recato alle urne. Un fenomeno tanto grave indebolisce la democrazia.

 

Soltanto un paio di mesi fa da queste colonne titolavo un editoriale “La democrazia malata”, argomentando una serie di riflessioni, riferite soprattutto a politologi illustri (da Norberto Bobbio a Giovanni Sartori), riattualizzandole nel quadro inerente i “nuovi” partiti e movimenti politici.

A distanza di una settimana dal primo turno delle elezioni amministrative, una valutazione serena va fatta, non solo per quanto concerne i risultati dei protagonisti in campo, ma soprattutto per quanto riguarda l’affluenza alle urne.

Balza subito agli occhi il netto ridimensionamento di Lega e Movimento Cinque Stelle, ossia dei sovranisti e dei populisti, a significare che una politica fatta solo di slogan e di strumentalizzazioni della protesta popolare, a medio termine, non paga più in termini di consenso. Fratelli d’Italia avanza, ma certo non fa quell’exploit di cui tutti erano convinti alla vigilia. Forza Italia annaspa e arranca, segno tangibile di una lenta uscita di scena (se si eccettuano i risultati elettorali regionali della Calabria).

Ride il PD che torna ad essere il primo partito. Ma “se Atene piange, Sparta non ride”, o meglio non si comprende questa sorta di entusiasmo piddino di Letta e i suoi mici se è vero, come è vero, che a Milano è andato alle urne solo il 47 per cento degli elettori; a Napoli il 47,19 per cento; a Roma il 48,8 per cento; a Torino il 48,06 per cento; sicché, infine, solo Bologna registra un dato che supera la maggioranza assoluta degli elettori, con appena il 51,18 per cento.

Dunque, nelle grandi città si registra un dato negativo rispetto alla media nazionale del 54,69 per cento degli elettori, preoccupante anch’essa in assoluto (in pratica un elettore su due non si è recato alle urne).

Quello su cui bisogna riflettere è anche l’ulteriore dato che non solo il cittadino delle grandi città si allontana sempre di più dalla politica rispetto a quello dei centri urbani minori, ma soprattutto che, stando ad un sondaggio di “You Trend”, nelle grandi città, in particolare del Nord, l’astensionismo riguarda in maniera specifica i quartieri popolari e non quelli ricchi: ci avviamo verso una plutocrazia?

Ma per il neo segretario PD la valutazione principale è quella che il suo partito “è tornato in sintonia con il Paese”. Ma con quale Paese? E soprattutto quali sono i dati elettorali che lo riguardano in prima persona?

Letta era candidato alla Camera dei deputati alle elezioni suppletive nel collegio di Siena con un simbolo civico e non con quello del suo partito. Ma al di là di questo, il dato su cui bisogna riflettere riguarda i mass media che all’indomani della elezione di Letta alla Camera titolano (ad esempio “Il Sole 24 Ore”): “Batte il centrodestra e sfiora il 50% dei consensi”.

Il comune lettore pensa subito ad una grande vittoria del centrosinistra e di Letta in particolare; ma occorre guardare anche al dato relativo all’affluenza alle urne. Infatti se a livello delle elezioni amministrative il dato è superiore al 50 per cento, nel collegio di Siena della Camera dei deputati si è recato a votare soltanto il 35,93 per cento degli aventi diritto; ossia i due terzi non hanno votato, due elettori su tre.

Allora più che inneggiare a vittorie pirriche, occorre riflettere sulla necessità di un nuovo soggetto politico che sappia reincarnare gli umori, le attese, il futuro di un popolo (quello italiano) da troppi lustri costretto a sopportare una classe dirigente d’élite che appare in deficit di vera cultura politica.

Una voce profetica forse. La Chiesa di Francesco a una svolta.

E chi sa se la voce profetica – dice l’autore in conclusione – non sia quella appena avvertibile del Papa emerito che davanti al dramma degli abusi ha evocato un eccesso di “mondanità” e, quindi, una “crisi di fede”.

 

La maggioranza degli italiani, gente umile, intellettuali, impiegati, operai e contadini tutti dicono di sostenere questo Papa che vuole svecchiare la Chiesa, fare pulizia, cambiare comunque. Bene. Ma la maggioranza degli italiani ha progressivamente lasciato la pratica religiosa, tant’è che la chiese sono ordinariamente vuote (quando non chiuse) e non si riempiono più neppure nelle feste di precetto (una espressione che non credo venga più capita). Insomma tra le due realtà c’è un contrasto stridente, dal quale risulterebbe, infatti, che il Papa non c’entri niente o poco con la vita di fede dei credenti. La vecchia Europa, si dice ormai, non è più cristiana. Lo è stata, ma adesso non più. Insomma c’è una diffusa non credenza che però mette adesso più di prima il Papa sopra i propri scudi.

Ma ci si potrebbe domandare: è un sentimento profondo, oppure è l’onda irriflessa di una tendenza culturale? Una moda di una stagione nella quale le diverse ragioni in campo si tengono una accanto all’altra senza più avvertire le esigenze della coerenza, ma si impongono ciascuna in modo apodittico senza più curarsi di quelle relazioni di causa ed effetto che fino a poco fa si ritenevano logicamente necessarie?

E in generale si potrebbe dire che questa diffusa ammirazione per il Papa argentino sia per sé stessa sufficiente ad acquietare le coscienze e a liberarle da ogni altro obbligo non solo di coerenza religiosa, ma anche di razionalità. Effetto della nuova comunicazione globale? Probabilmente sì. Il che complica terribilmente le cose perché ci troviamo davanti ad un fenomeno nuovo di diffrazione che illusoriamente sposta la visuale della sorgente dell’autorità dal soggetto che la detiene al mezzo che la trasmette e diffonde trasformandola in opinione. Con una certa “furbizia” (una virtù che il Papa parlando con i giornalisti ha riconosciuto come sua caratteristica), Francesco ha detto più volte che a lui interessa avviare i processi senza prefigurare per quelli una soluzione precostituita (anche se nel doppio Sinodo sulla famiglia non fu proprio così), atteggiamento che gli consente sia un apparente distacco dalle cose, sia di rilanciarle quando per i fini che egli persegue, ne ravvisa l’opportunità.

Insomma i credenti e quanti hanno qualche interesse per la fede e per la vita della Chiesa, vivono (e forse ne sono soggiogati) questa diffrazione alla quale consegue inevitabilmente un continuo spostamento dei piani che tende a nascondere quale sia effettivamente la fonte dell’autorità: quella del Papa, ovvero quella dei tempi e delle mode che diversamente li attraversano. Tutto questo nel grande cerchio delle tante questioni che, appunto, rientrano nell’ordinarietà. Ma quando si esce da questo cerchio, tutto cambia e alle differenti opinioni che siamo abituati a registrare attorno alla Chiesa, subentra qualcosa di inedito ed imprevisto che apre il campo allo sgomento. “Ormai – ha scritto bene su Face Book Patrizia Nardini – l’inverosimile ci travolge”.

Ed è quanto è avvenuto questa settimana con due fatti: il Rapporto sugli abusi commessi dal clero e dai religiosi in Francia dal 1950 al 2020 e il processo in corso in Vaticano a carico di Angelo Becciu e altri nove. Due fatti diversissimi tra loro che però hanno entrambi una fortissima carica di deflagrazione nell’opinione pubblica mostrando tutti e due accuse e colpe gravissime imputate a carico di ecclesiastici. Il Papa e il Presidente dei vescovi francesi (recentemente in ‘visita ad limina’ a Roma), monsignor Eric de Moulins-Beaufort, hanno parlato di “vergogna”. Ma basta? Non la parola che è durissima e senza appello, ma si avverte il bisogno di qualcosa d’altro, una parola profetica forse che, pur in tanto abominio, si potrà pur dire.

Il silenzio giustamente è figura indicibile del rispetto per le vittime; ma è anche l’immagine dell’abisso dal quale chi vi cade non può risalire, e non può essere questo il messaggio della Chiesa. Forse a parole ci eravamo illusi che la sua santità e la sua buona fama quasi ci esimessero dal percepirci nella condizione di peccatori. Tutti – e bisogna riconoscere che il Papa spessissimo lo dice di sé – la salvezza e il futuro della nostra fede (con buona pace di Giuliano Ferrara che non dà credito all’inchiesta francese) ci obbligano a ripartire dal fango che le slavine della storia hanno trascinato sugli arredi delle nostre malriposte certezze. E vale qui il richiamo al famosissimo salmo De profùndis clamàvi ad te, Dòmine che si conclude con la promessa che “Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe”. E, per analogia, anche tutti noi.

Da zero sì, ma ripartire. Anche dalla fredda aula che ospita il tribunale dove un cardinale accusato e già umiliato con la spoliazione delle sue prerogative, oltre a sé stesso difende qualcosa di più grande alla quale tutti noi semplici fedeli vogliamo ancora credere: la dignità altissima di chi è vestito di porpora. Io vedo la sua come una grande battaglia che, se non intervengono novità o ripensamenti, inevitabilmente scuoterà l’intero sistema di un potere che pur essendo soprattutto spirituale, conserva molte (o troppe?) incrostazioni temporali che lo hanno appannato e che da quelle deve essere liberato. E chi sa se questo processo (il cui peccato originale – scrive Il Foglio – è quello di essere ex-post, cioè celebrato dopo la “condanna preventiva” da parte del Papa al principale imputato. “Cosa che il tribunale che amministra la giustizia ‘in nome di Sua Santità’ non potrà smentire”) pur cominciato molto male, non finirà per fare ripartire con la grazia che le appartiene, la missione della Chiesa nel mondo? In gioco, infatti, non ci sono i soldi, troppi per un palazzo e per i compensi dell’intermediazione, ma l’intangibilità di un sistema di cura spirituale e forse meglio di una speranza che nonostante le brutte immagini di una diffusa non credenza certamente anima ancora il profondo del cuore dell’umanità.

Il Sinodo che il Papa aprirà domenica è troppo a ridosso di questi eventi che più di documenti da discutere e approvare, mi pare abbiano bisogno di un coinvolgimento personale di conversione. Direi di un atto di fede recuperato dal fondo della coscienza di ciascun membro della Chiesa. E chi sa se la voce profetica non sia quella appena avvertibile del Papa emerito che davanti al dramma degli abusi ha evocato un eccesso di “mondanità” e, quindi, una “crisi di fede”?

Centro, adesso o mai più.

Attorno al “centro” crescerà il dibattito nelle prossime settimane. Un dibattito che non potrà più vedere il filone del cattolicesimo popolare e sociale solo come un osservatore. Adesso serve mettere in campo una iniziativa politica, accompagnata da una regia politica, che contribuisca in modo convincente a ricercare le condizioni per una vera “politica di centro” nel nostro paese.

Dopo il voto amministrativo – di cui ormai sappiamo già quasi tutto – c’è un solo elemento che manca all’appello. E che quasi sicuramente dominerà il dibattito politico in vista delle prossime elezioni politiche generali. Si tratta di quello che comunemente viene chiamato “centro”. Ovvero un “partito di centro” che declina una autentica e vera “politica di centro”. Del resto, è ormai evidente a quasi tutti che dopo la stagione populista, giustizialista, manettara e anti politica – che purtroppo è ancora ben presente nelle viscere del nostro paese – interpretata in modo quasi esclusivo dal partito dei 5 stelle, si è aperta una nuova fase nella politica italiana.

Un cantiere, che è appena all’’inizio, che non può non prevedere la costruzione di un’offerta politica che spezzi quella radicalizzazione del conflitto che caratterizza attualmente i due poli in competizione. Una radicalizzazione che è figlia della stagione populista e che, purtroppo, ha come unico obiettivo quello di demolire l’avversario/nemico da un lato e di delegittimarlo moralmente e politicamente dall’altro. È persin ovvio ricordare che in un contesto del genere qualsiasi cultura della mediazione, ricerca della convergenza, senso di responsabilità istituzionale e disponibilità al dialogo e al confronto sono destinati a saltare come birilli. Non a caso, le migliori stagioni di governo che si ricordano nel nostro paese sono e restano quelle caratterizzate da una “politica di centro” che sapeva dispiegare un progetto in cui molti si potevano riconoscere al di là delle legittime e scontate differenze politiche e culturali.

Certo, un “centro” che non può decollare se viene guidato e diretto da capi politici divisivi, inaffidabili ed egocentrici. Tutte le schermaglie a cui assistiamo in questi giorni sono ancora il frutto della vecchia stagione. Ma è indubbio he la domanda di “centro” cresce nel nostro paese e, con essa, la volontà di ridare prestigio alla politica, avere una classe dirigente competente e qualificata e garantire e praticare concretamente una vera cultura di governo.

Sotto questo versante i due poli in competizione sono ancora destinati a scomporsi e a ricomporsi in vista delle prossime elezioni politiche. Perchè è del tutto evidente che non possono essere, da un lato, la destra sovranista e/o populista di Meloni e Salvini a garantire una vera cultura di governo come, del resto, non è il populismo giustizialista dei 5 stelle o le frange massimaliste della sinistra a dettare le condizioni per una nuova stagione all’insegna del buon governo e della stabilità democratica. In entrambi gli schieramenti è necessaria, semprechè non decolli un sistema elettorale proporzionale che faciliterebbe ovviamente l’intero disegno, una presenza “centrista” che avrebbe il compito di moderare il profilo politico dei rispettivi schieramenti e obbligare i compagni di viaggio a ricercare le ragioni dell’unità e della ricerca delle convergenza rispetto a quello della radicalizzazione e dello scontro permanente e strutturale.

Ecco perchè attorno al “centro” il dibattito si moltiplicherà nelle prossime settimane. Un dibattito che, lo ripeto, adesso non potrà più vedere il filone del cattolicesimo popolare e sociale solo come un osservatore disinteressato o, peggio ancora, come una somma di esperienze testimoniali e divertenti ma del tutto inutili ed impotenti. Adesso serve mettere in campo una iniziativa politica, accompagnata da una regia politica, che contribuisca in modo convincente a ricercare le condizioni per una vera “politica di centro” nel nostro paese. Serve all’intero paese, alla politica italiana, alle nostre istituzioni democratiche e al governo stesso della nostra comunità. Il tempo della contrapposizione frontale e del populismo volgono al termine . Adesso ci dobbiamo semplicemente essere.

L’Italia di Moro. La presentazione di “SuccedeOggi”.

Al Teatro Storchi di Modena e poi in tournée. Fabrizio Gifuni porta in scena le lettere e il terribile memoriale di Aldo Moro. Un monologo intenso grazie al quale il lettore scopre l’intreccio di interessi e falsità che portò – di fatto – alla condanna del grande statista ucciso dalle Brigate Rosse.

Con il vostro irridente silenzio, l’intenso, travolgente monologo di Fabrizio Gifuni, che ha appena debuttato in prima nazionale con grande successo al Teatro Storchi di Modena, si fonda sulla sua capacità di mettere in dubbio concetti comuni che il mainstream cercasempre di inculcarci come quello che: «la memoria è divisiva». Fin dal prologo allo spettacolo basato sullo studio delle lettere dalla prigionia e sul memoriale di Aldo Moro, Gifuni ci racconta che lui ha una grandissima fiducia nei testi.

E affrontando la lettura delle ultime lettere di Aldo Moro, assieme ai suoi fondamentali memoriali (che solo negli anni Novanta vennero ritrovati in un’intercapedine dai nuovi proprietari del covo dove Moro venne rinchiuso) Gifuni ci immerge in una lingua chiara, cristallina, profonda, in contrasto con l’opinione comune in quegli anni che Moro fosse fumoso, e poco chiaro.

«Ci sono alcuni fantasmi che chiedono di essere ascoltati»ci ricordava giustamente Pirandello.

E il suo monologo – recitato in uno scarno palcoscenico nudo, con solo disseminati a terra alcuni fogli bianchi e con un fondale azzurro sempre più intenso – alterna le lettere alla moglie e ai figli a quelle ai politici come Cossiga, Zaccagnini, Taviani, Andreotti, Fanfani, durante i suoi terribili 55 giorni di prigionia, dal 16 marzo al 9 maggio 1978. Tutto un insieme di ipocrite ragioni di stato in cui Moro rende palese come la strategia di quei giorni fosse nell’inculcare nell’opinione pubblica, come unica soluzione, «il sacrificio dell’innocente».

Nel memoriale Moro smaschera i suoi amici-colleghi democristiani dell’epoca tutti intenti a smentire le sue lettere. Ad affermare che non era lui a scriverle.

Solo Saragat e alcuni socialisti ebbero un minimo di attenzione nei suoi confronti. Persino i comunisti dell’epoca furono durissimi nei suoi confronti. Tutta la stampa fu ferrea nel raccontare Moro come agnello sacrificale da non poter salvare. Una compatta regia mediatica tesa ad arginare, silenziare, mistificare, irridere, questo fiume di parole inarrestabili, troppo scomode per essere, secondo loro, di Aldo Moro.

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https://www.succedeoggi.it/2021/10/litalia-di-moro/

Polonia: sfida all’Unione europea. La nota dell’ISPI.

La corte suprema della Polonia non riconosce la superiorità del diritto europeo sulle leggi nazionali. È il primo passo verso una “Polexit”?

Si allarga il solco tra Varsavia e l’Unione europea: la corte suprema polacca ha infatti respinto il primato del diritto comunitario sulla legislazione nazionale, affermando che alcuni articoli del trattato UE sono incompatibili con la Costituzione polacca. I giudici polacchi, ha affermato la Corte, non dovrebbero utilizzare il diritto dell’UE per “mettere in discussione l’indipendenza dei loro pari”. Un vero e proprio guanto di sfida a Bruxelles e alla Commissione europea per cui la sentenza solleva “serie preoccupazioni”. In un comunicato stampa, la presidente Ursula von der Leyen ribadisce che “tutte le sentenze della Corte di giustizia europea sono vincolanti per le autorità di tutti gli stati membri, compresi i tribunali nazionali” avvertendo che “non esiterà a fare uso dei suoi poteri ai sensi dei trattati per salvaguardare l’applicazione uniforme e l’integrità del diritto dell’Unione”. L’Unione Europea, si legge ancora nella dichiarazione, “è una comunità di valori e di diritto, che deve essere sostenuto in tutti gli stati membri. I diritti degli europei sanciti dai trattati devono essere tutelati, indipendentemente dal paese in cui vivono”. La contestazione legale era stata proposta dal primo ministro polacco Mateusz Morawiecki e non ha precedenti nella storia comunitaria. È infatti la prima volta che il leader di uno stato membro del blocco a 27 mette in discussione i trattati e la supremazia delle leggi europee su quelle nazionali, un principio fondativo dell’Unione.

La disputa tra governo di Varsavia, guidato dal partito conservatore di destra Diritto e Giustizia (PiS), e Bruxelles riguarda principalmente tre ambiti: i diritti Lgbt, la libertà di informazione e la riforma del sistema giudiziario polacco. Quest’ultimo in particolare – osservano esperti di diritto – avrebbe visto ridursi la propria autonomia, in seguito ad una serie di nomine ad hoc decise dal governo, che avrebbero compromesso l’indipendenza dei tribunali e della magistratura. Bruxelles aveva chiesto a Varsavia di conformarsi, entro il 16 agosto, a una decisione della Corte di giustizia dell’UE che dispone l’abolizione del sistema delle sanzioni disciplinari nei confronti dei giudici definendole “incompatibili” con il diritto europeo. Morawiecki aveva presentato ricorso a marzo, sostenendo che Bruxelles non ha il diritto di interferire con i sistemi giudiziari degli stati membri e che le riforme approvate da Varsavia erano “necessarie” per rimuovere le influenze dell’era comunista. La sentenza di ieri però va oltre la questione in sé, e attacca frontalmente gli articoli 1 e 19 del Trattato sull’Unione, che stabilisce il principio di integrazione rafforzata dei paesi membri e la supremazia del diritto comunitario su quelli nazionali.

La portata della sentenza non è solo giuridica, ma investe in pieno le relazioni tra Varsavia e l’Unione. Nonostante il primo ministro Morawiecki assicuri che “il posto della Polonia è e sarà nella famiglia delle nazioni europee”, e che l’adesione al blocco è stata “uno dei momenti salienti degli ultimi decenni” per il paese, sono in molti a leggere nel pronunciamento un deciso passo avanti in direzione di un’uscita del paese dall’Unione. “La Polonia ha fatto un passo verso l’abisso della ‘Polexit legale – afferma Jakub Jaraczewski, coordinatore della ricerca presso Democracy Reporting International – a cui probabilmente seguirà una forte reazione da parte della Corte di Giustizia allo scopo di proteggere l’ordinamento giuridico europeo, contro uno stato membro ‘canaglia’, ad esempio dichiarando la Polonia esente da meccanismi di cooperazione giudiziaria come il mandato di arresto europeo”. La sfida di Varsavia, però, preoccupa qualcuno anche all’interno della Polonia. Fuori dalla sede del Tribunale decine di manifestanti hanno protestato contro la sentenza: secondo i sondaggi circa l′80% dei polacchi si ritiene soddisfatto dell’ingresso della Polonia nell’Unione che, dal 2004, ha erogato miliardi di euro in sussidi al paese dell’ex cortina di ferro.

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https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/polonia-sfida-allunione-europea-31932

A 40 anni dalla morte di Luigi Petroselli

Piccoli appunti a seguito della relazione di Walter Tocci. Quanto vale la riproposizione, in questa cornice commemorativa, del progetto di smantellamento di Via dei Fori Imperiali?

 


Il ricordo di Luigi Petroselli a 40 anni dalla morte ha trovato ieri nella relazione di Walter Tocci una tessitura di grande pregio ed equilibrio. Il primo sindaco comunista –
due anni prima Giulio Argan, insigne studioso, arrivava da indipendente alla guida del Campidoglio – rimane indubbiamente una figura centrale nel cuore della sinistra romana. Questo legame profondo merita rispetto e considerazione, anche se non autorizza, come sempre nelle ricostruzioni storiche, lo scivolamento nella retorica più o meno esplicita.

Si dice che Petroselli fosse un uomo del dialogo, ma in tempi ancora ruvidi, con il quadro della solidarietà nazionale in fase di rapido esaurimento dopo l’eliminazione di Moro, la sua politica non contemplava (a sufficienza) quell’afflato di civile apertura al mondo democristiano. Bisogna essere chiari su questo punto, per non inciampare in rappresentazioni schematiche. Quando infatti Giuseppe Pullara, proprio in apertura di cerimonia, rammentava come nell’Aula Giulio Cesare fosse riscontrabile all’epoca uno stile composto, mai corroso dalla esasperazione di toni e giudizi, ha dato la spiegazione più brillante e al tempo stesso più riduttiva: la stima che circondava Petroselli si traduceva in una certa gravitas nei lavori dell’Assemblea. Ora, questo è vero, ma Pullara non ha messo in luce l’impegno che qualificò, sia in termini di forma che di sostanza politica, il gruppo dirigente democristiano. Ci fu in quegli anni un’opposizione diversa, fuori dagli stereotipi della demagogia e – diremmo con linguaggio attuale – del populismo.

La storia andrebbe letta e proposta con più serenità, aggiungendo ricchezza di analisi, per vedere con occhio più attento la complessità di alcuni fenomeni. Tra questi, per giusta memoria, rientra la svolta della finanza locale che assicurò risorse abbondanti ai comuni nella seconda metà degli anni ‘70. Senza quell’operazione coraggiosa – e molto costosa per l’erario – Argan e Petroselli non avrebbero potuto attivare la politica di sviluppo dei servizi sociali (asili nido, centri anziani, assistenza) che cambiò il volto di Roma. Neanche la mitica Estate Romana avrebbe conosciuto quella straordinaria fioritura che le cronache attribuiscono sic et sempliciter al genio di Nicolini, l’assessore alla cultura di quel periodo.

Tocci, in ogni caso, ha colto la palla al balzo per andare oltre la pura commemorazione. Si è riallacciato a Petroselli per parlare dei Fori, ovvero per rilanciare l’ipotesi di smantellamento della grande via che li attraversa, si dice inutilmente. Sì, per Tocci è inutile ormai conservare un monumento del Novecento che non assolve più ad alcuna “funzione vitale” (con il completamento della metro c non servirà neppure alla circolazione dei mezzi pubblici). Il ritorno al progetto di unificazione dei Fori, insieme allo sviluppo del Parco dell’Appia Antica, appare dunque – oggi come ieri – un grande disegno per l’avvenire,

È chiaro che questo discorso, svolto per giunta alla presenza del candidato sindaco Roberto Gualtieri, è destinato a rianimare la disputa sul significato e il valore di Via dei Fori Imperiali, realizzata (questo si sa) dal fascismo ma ideata (questo invece non si sa) negli anni ‘50 dell’Ottocento, ancora sotto lo Stato Pontificio. Tocci invita a riconsiderare un progetto che non può e non deve essere incasellato, a suo dire, nello schema delle antiche dispute ideologiche tra destra e sinistra. Ha ragione, certamente, sebbene egli stesso un po’ accarezzi senza volerlo il formulario di quelle dispute quando sorvola con troppa disinvoltura sulle obiezioni che molti uomini di cultura hanno espresso, non per nostalgia del passato o auto seduzione di fronte a un’opera del Regime, bensì per la rigorosa verifica di ciò che rappresentava e ancora rappresenta il percorso stradale nel quadro della stessa fruibilità visiva di uno spettacolare paesaggio archeologico, unico al mondo.

In fondo, anche Petroselli nutrì qualche dubbio sulla opportunità di cancellare la strada, tant’è che finora è rimasta integra nell’attesa di possibili evoluzioni. È bene allora che di quei dubbi si faccia tesoro noi tutti – e in primo luogo spetta a Roberto Gualtieri, presente alla commemorazione, farlo con intelligenza –  non per bloccare il confronto, bensì per renderlo ancora più autentico e incisivo. Nell’interesse di Roma.

 

Registrazione dibattito (Radio Radicale)

https://www.radioradicale.it/scheda/649354/petroselli-il-pci-e-roma

Milano senza opposizione

Riprendiamo il commento che all’indomani del voto ha proposto “ArcipelagoMilano”. Colpisce il grido d’allarme. Se sparisce l’opposizione, la vita amministrativa non può che risentirne negativamente.

Le lezioni amministrative di Milano si sono risolte in un grande successo del PD e della candidatura di Beppe Sala che sarà sindaco per altri cinque anni. Ma il fatto per me preoccupante è che è sparisca dal Consiglio comunale qualunque opposizione di sinistra e, conseguentemente, il confronto di idee e di dibattito politico sulle scelte della giunta.

Infatti i trascorsi della consigliatura di Sala dimostrano che, a parte i voti contrari dei quattro consiglieri del M5s e di Basilio Rizzo, sulle scelte di carattere urbanistico, dei grandi interventi, del recupero degli scali e delle aree dismesse, non si è avuta alcuna discrepanza di posizione tra la maggioranza di centro sinistra e la coalizione di centro destra.

Sala, che in queste elezioni ha stravinto al primo turno, avrà le mani libere per portare avanti quelle iniziative in ambito urbanistico ed edilizio lasciate in sospeso in attesa delle amministrative e tra queste, innanzi tutto, la distruzione dello stadio di San Siro e la realizzazione di un nuovo stadio, con il corredo di enormi volumetrie che ad esso si accompagnano. Né sarà possibile cercare di instaurare quella regìa pubblica sui futuri interventi, già in gran parte programmati, che determineranno i destini urbanistici, ma anche sociali ed economici, di Milano e della Città metropolitana per i prossimi decenni.

In assenza di un’opposizione che si possa esprimere in Consiglio comunale sarà quindi inevitabile che si manifesti nel sociale, dando luogo a forme di protesta delle minoranze e di tutti quei comitati di cittadini che in passato hanno agito separatamente in un’ottica localistica, e che hanno sostenuto unitariamente la candidatura di Mariani con il proposito di avere una rappresentanza in Consiglio.

In questa situazione non potranno che generarsi tensioni sociali causate innanzi tutto dalle disuguaglianze a Milano già molto accentuate e che, ulteriormente acuite dalla pandemia, si stanno ancor più aggravando per la grave crisi occupazionale. Sala dovrà far fronte a una probabile conflittualità e per farlo nel modo più appropriato dovrà offrire spazi reali per la partecipazione e il confronto che non siano le fittizie consultazioni popolari organizzate da Lipparini.

Il fatto che Sala sia passato al primo turno con un’ampia maggioranza non fa che aggravare la situazione perché sarà assai poco indotto a patteggiare anche con la componente più a sinistra della propria coalizione perché Milano unita non ha ottenuto neppure un seggio in Consiglio né nei municipi. Sembrano molto deboli anche le altre liste sostanzialmente al traino di Sala, con l’eccezione dei Verdi che con l’oltre 5 % si sono più avvantaggiati dalle manifestazioni sul clima del Pre-COP26 e dall’apparentamento con lui ottenendo ben tre consiglieri. Vedremo quali possibilità avranno di porre condizioni alla linea “manageriale” di Sala.

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https://www.arcipelagomilano.org/archives/58979?utm_source=Newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=20210710

Intelligenza artificiale, lavoro, democrazia. La CISL ragiona sulle implicazioni delle nuove tecnologie.

“L’intelligenza artificiale è il punto di sviluppo storicamente più alto della mediazione fra uomo e mondo, naturale ed umano, e non si sottrae al rischio di incorporare potenziale distruttivo”. Pubblichiamo la parte conclusiva della relazione del Presidente della Fondazione Ezio Tarantelli in occasione del Webinar che si è svolto, su iniziativa del Coordinamento internazionale della CISL, il 23 Settembre u.s. dal titolo “Trasformazione digitale e intelligenza artificiale: quale futuro per il lavoro?”.

Il controllo, la classificazione, l’interpretazione statistica sofisticata di una quantità colossale di dati (la cui compravendita è già il business del futuro) tende a ridurre il cittadino elettore alla stregua del consumatore manipolato ed orientato su scala globale, in assenza di regole e con estrema difficoltà a farle valere, quando si prova a definirne qualcuna, di fronte a multinazionali globali (Big Five) ed a stati autoritari (Cina, Russia, Turchia ed altri ancora).

La vicenda di Cambridge Analitica e dell’ingerenza russa nelle elezioni degli Stati Uniti del 2016, che sancirono la vittoria di Trump, è, certamente, la dimostrazione paradigmatica più inquietante.

La World Wide Web, la ragnatela informativa e conoscitiva intorno al mondo, da potenzialità siderale per la democrazia rischia di capovolgersi nel suo opposto: la manipolazione programmata delle pubbliche opinioni globali. In Cina, il Governo ha adottato un rating di credito sociale, sulla base delle condizioni economiche e sociali di tutti i cinesi, assegnando un punteggio ed una, conseguente, classifica (ranking) reputazionale a tutta la popolazione.

È il ritorno alla discriminante censitaria (preambolo probabile alla differenziazione dei diritti di cittadinanza); contrappasso infernale della proclamata società comunista dell’eguaglianza!!!

L’uso reazionario della potenza globale dell’informazione digitale è una componente, non secondaria, dell’indebolimento delle democrazie, perentoriamente segnalato dall’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 e dall’ascesa dei partiti e dei movimenti nazional-sovranisti e delle “democrazie illiberali” in Europa, nel secondo decennio del nostro secolo.

Ne consegue la necessità di una riflessione strategica sulla democrazia partecipativa come ‘tertium datur’ ed uscita di sicurezza vincente dall’alternativa tra il formalismo della democrazia rappresentativa e l’autoritarismo della democrazia illiberale, nonché forma di governo geneticamente adeguata a un modello di economia e di società ambientalmente e socialmente sostenibili.

   

La riflessione del Coordinamento internazionale Cisl, difronte a dinamiche, quali l’intelligenza artificiale, che marcano discontinuità epocali, peraltro cumulativamente interconnesse con il Green New Deal e con il grave declino demografico in molte economie avanzate, propone alcune idee strategiche preziose per le Organizzazioni sindacali e per le Rappresentanze sociali:

o mecatronica, robotica, robotica collaborativa, internet of things, big data, cloud computing, sicurezza informatica, stampa 3d, simulazione, nano tecnologie, materiali intelligenti);

• ai robot quadrupedi (equipaggiati con telecamere speciali ed algoritmi di computer vision attraverso i quali individuano le fitopatologie in corso nelle piante, nelle viti, nelle coltivazioni consentendo l’intervento terapeutico tempestivo);

• ai programmi di gestione del rischio di credito e del rischio assicurativo; ai co-robot nei contact center che rispondono alla prima fascia di richieste della clientela, ad Alexa, al Deep mind, a Netflix.

a. Evitare due atteggiamenti simmetrici e perdenti, ovvero sia l’opposizione di principio all’innovazione tecnologica, sia una linea di interventi ex post, a cose fatte, residuale e subalterna;

b. Rivendicare i principi della democrazia partecipativa diffusa che, in riferimento al nostro oggetto, assume la forma della titolarità delle Organizzazioni sindacali e delle Rappresentanze della società civile ad intervenire ex ante nelle fasi di progettazione e programmazione; in itinere nelle fasi della gestione; ex post nelle fasi di monitoraggio e di verifica; a tutti i livelli decisionali, centrali, periferici, nazionali, internazionali;

c. Ripensare la rappresentanza (informazione, tutela, assistenza, servizi, piattaforme, vertenze, contratti, mobilitazione, iscrizione) come mix di rappresentanza fisica, operante nei luoghi di lavoro, e di rappresentanza digitale per quelle aree crescenti di lavoratrici e di lavoratori che non hanno un luogo fisico di riferimento e di concentrazione (atopici), né un tempo fisso di lavoro (atemporali), né un’organizzazione rigida del lavoro (amodali);

d. Ridisegnare l’architettura del sistema di istruzione e di formazione, dall’alfabetizzazione digitale di massa, alla formazione professionale, agli istituti tecnici specializzati, all’università, sotto l’egida pedagogica onnipervasiva dell’imparare ad imparare e del conseguente apprendimento, riconversione culturale, riqualificazione professionale permanenti per tutta la vita;

e. Puntare alla sovranità tecnologica europea, condizione necessaria per l’indipendenza economica e l’autonomia strategica; ad una politica industriale europea ed ai conseguenti investimenti pubblici (vettori di investimenti privati) opportunamente integrati con le strategie di rafforzamento della sovranità e della cooperazione tecnologica, con le politiche industriali e con gli investimenti nazionali dei Paesi membri.

Una sorprendente modernità. A trent’anni dalla morte di Natalia Ginzburg (L’Osservatore Romano)

Per gentile concessione pubblichiamo l’articolo che appare oggi sull’Osservatore Romano in occasione del trentennale della scomparsa della scrittrice italiana.

Sono passati trent’anni da che Natalia Ginzburg ci ha lasciato e i suoi scritti restano di una sorprendente modernità. Ben venga dunque, nel caso di Vita immaginaria (Torino, Einaudi, 2021, pagine 232, euro 12), una felice ristampa dopo l’unica edizione del 1974. Una personalità, quella di Ginzburg, oggetto di costante attenzione critica da parte di Domenico Scarpa che cura con sapienza amorevole la riedizione di quei brevi e intensi saggi, così come di altre raccolte che si spera verranno rieditate.

Nei lontani anni Trenta del secolo scorso Natalia Ginzburg fu autrice di uno scritto molto breve dal titolo Dire la verità. È un manifesto etico ed estetico che è poi valso per tutta la sua produzione ed è straordinariamente interessante rileggerlo oggi, in tempi molto mutati, affollati da un profluvio di libri soprattutto di narrativa. Quasi gli editori e gli autori avessero una “vis a tergo” che li spinge a immettere libri a getto continuo sul mercato. Comunque. Spesso opere esangui.

Natalia Ginzburg scrisse: «Dire la verità. L’artista che scrive deve sempre sentirsi capace di questo (…). L’artista non scrive una frase perché è bella, ma perché è vera». Vita immaginaria prende il titolo dall’ultimo scritto e raccoglie interventi sulle terze pagine di giornali italiani, «Corriere della Sera» e «Stampa» tra il 1969 e 1974.

In un primo blocco ci sono medaglioni di poeti, amici, letterati che vanno da Biagio Marin a Goffredo Parise, da Moravia a Bassani. Si tratta perlopiù di persone che l’autrice ha conosciuto, a volte frequentato, di cui ha seguito con interesse le opere. La sua voce è sempre colloquiale, carica di accenti di coinvolgimento emotivo, spesso severa, «paratattica» come la definì Cesare Garboli, un critico molto amico di Natalia.

Nel panorama del giornalismo italiano la voce di Ginzburg rompeva gli schemi, andava subito e talvolta impulsiva al cuore del giudizio critico. Né perifrasi, né encomi formali. Solo quel che le dettava la sua intelligenza di lettrice o, nel caso del cinema, di spettatrice. Una intelligenza mai disgiunta dall’emozione, mai fredda e bizantina.

Le sue parole erano sempre di una precisione luminosa, Garboli parlò di una «innocenza» che non era certo «ingenuità». Così come l’aggettivo «semplice» non è sinonimo di «elementare».

Dirette, incisive come un bisturi, ad esempio, le sue parole su una silloge di Bassani. «Siccome voglio molto bene a Giorgio Bassani, ed è un mio amico da molto tempo, mi dispiace dire che le sue poesie Epitaffio, non mi piacciono affatto, ma lo dico lo stesso, perché mi sembra che in questa nostra vita italiana, tutti passiamo il tempo a farci dei sorrisi, delle cerimonie, dei convenevoli, e non diciamo mai il nostro vero pensiero».

Naturalmente ogni giudizio, soprattutto se scabro e privo di ogni piaggeria — sarà così anche quello su Moravia di Io e lui — è articolato in maniera appassionata, profonda, conseguenziale. E, sempre, torna a quel che diceva a proposito della necessità per l’artista di dire la verità. Non la convince nella silloge di Bassani il fatto che predomini il sentimento della “soddisfazione” per i suoi versi. E «la soddisfazione è un sentimento di natura tiepida», «è vanitosa… è snob, … è opaca, fa contento solo chi la prova, e non manda agli altri né ombra, né luce». La vera poesia invece nasce da sentimenti verticali, luminosi o bui, come la felicità o la disperazione, «nasce dal dolore o dalla collera, da sentimenti non tiepidi».

Vita immaginaria, così come altri scritti non narrativi (Le piccole virtù, Mai devi domandarmi) ha il pregio di contenere anch’essa delle “storie”, intendo dire che in Ginzburg non c’è separatezza tra la voce dei romanzi, dell’opera teatrale e del giornalismo. Nelle pagine per la stampa, si tratti di un artista, di uno sguardo su Roma, di un film, ci sono sempre luoghi, momenti, ricordi che hanno il ritmo e la consistenza di un racconto. Così scrivendo di Biagio Marin vengono a galla la Torino della adolescenza di Natalia, le sale di lettura della “Pro cultura” dove veniva attraversata dalla sonorità della lingua gradese; e scrivendo di Antonio Delfini resta un fotogramma dello scrittore seduto a un tavolino del caffè Hungaria a Roma.

Ginzburg, quasi un vezzo, declina spesso, in apertura di pagina, di non essere un critico cinematografico, o teatrale, di capire poco di molte cose ma, pure, non rinuncia a dire la sua, con schiettezza, a volte con ruvida grazia ma sempre circostanzia ciò che dice con logica stringente. E al fondo delle sue opinioni resta sempre un rigore morale, un amore per la verità, forse frutto di un connubio tra cultura ebraica e valdese.

Insieme a certe sicurezze apodittiche c’è anche la declinazione di suoi pensieri contraddittori, oscuri e coesistenti. È il caso di come vive e vede Roma. Una città che è difficile amare, sempre più brutta, ma al contempo «meravigliosa». Più accese le contraddizioni dei suoi «pensieri sparpagliati» dopo l’attentato di Monaco agli atleti israeliani in Gli ebrei. A dominarla è l’orrore per quanto accaduto, la disumanità degli attentatori palestinesi. Lei, Natalia Levi, è per parte di padre ebrea e istintivamente è portata ad una «segreta complicità» con chi è ebreo ma, al tempo stesso, non le piace questo istinto perché contrasta con i valori in cui crede. La strage di Monaco la induce a riflettere sul rapporto tra Israele e palestinesi. Hanno ammazzato la “sua” gente ma, sentendo subito «disprezzo» per se stessa e questa reazione, scrive «Non voglio stare dalla parte di chi usa armi e cultura per opprimere contadini e pastori… La sola scelta che a noi è possibile è di essere dalla parte di quelli che muoiono o patiscono ingiustamente». E srotola davanti a noi questi suoi pensieri come un tappeto intessuto sempre di umana pietà, quasi una preghiera.

Pensieri sparsi all’indomani delle elezioni amministrative

Ai partiti gioverebbe un governo Draghi fino al 2026, per recuperare il senso stesso del loro essere, come indispensabile carburante della democrazia (Cost. art. 49).

Oltre 12 milioni di cittadini italiani hanno votato per le proprie amministrazioni locali. In questo periodo, anche tutti i cittadini tedeschi hanno votato per eleggere il loro Parlamento e il risultato è stato molto commentato sia in Italia che nel mondo, perché la fine dell’epoca Merkel influenzerà la politica europea e non solo.

Politica estera e politica interna recentemente hanno evidenziato sono intrecciate. È sempre stato così, ma i politici domestici, anche per scarsa cultura geopolitica, hanno sempre evitato di fare scelte in tale prospettiva.Dopo una campagna, che è stata strana per molti motivi, oltre a registrare i risultati del voto, vale la pena trarre anche qualche ‘lezione di politica’. Senza dover evocare la storica enfatica ideologia “tutto è politica “, non c’è dubbio che la politica condiziona la vita della comunità e viceversa. Ma solo 1 elettore su 2 è andato a votare e i partiti non diano la colpa agli elettori: se non hanno voluto scegliere è perché non è stata offerta loro una buona ragione per farlo.

Le analisi dovranno essere molto approfondite e severe. Innanzitutto studiare le modalità della campagna elettorale. Si è riscoperto il rapporto diretto coi cittadini: porta a porta, mercati, ‘santini’… Gli elettori, che sanno usare meglio i social, a quale fascia d’età e ceto appartengono e chi hanno votato? È vero che torna il bipolarismo? E allora sarebbe bene pensare ad una legge per le elezioni politiche che valga una volta per tutte, e non per ogni stagione elettorale. Sono andati a votare i volonterosi, i convinti e i tifosi, perchè la gran parte dei cittadini non legge i quotidiani (secondo l’Osce circa il 70% non ha competenza a comprendere i titoli dei giornali). Quindi è difficile imputare solo alle polemiche degli ultimi giorni, a carico del centrodestra, la smobilitazione dei loro elettori. Inoltre ci si dovrà interrogare per esempio, quanto e se Covid ha cambiato i pensieri e i comportamenti dei cittadini.

Il governo Draghi ha dimostrato come si governa, con forza tranquilla, con scelte che riguardano la concretezza dei bisogni dei cittadini. Ora ci sono quindici giorni per parlare ai cittadini in modo convincente, affinchè non disertino i ballottaggi. Tuttavia, in relazione agli eventuali abbinamenti, alcuni leader non hanno perso l’occasione di lanciare ambigui messaggi: alcuni alleati, che dovrebbero essere grati a chi ha consentito loro di non sparire dai radar della politica, non vogliono dare consigli perché “i loro elettori non sono mandrie”.

“Volubiles Quirites”: è evanescente un seguito elettorale non ancorato a idee programmatiche e ideali. Ad esempio le periferie romane hanno abbandonato raggi e 5S e hanno votato per la destra. Il centrosinistra invece ha vinto nei centri delle città e non nei territori in difficoltà, periferie e quartieri degradati. Ha perso la sua bussola? Un antico adagio – chi semina vento raccoglie tempesta – si è dimostrato vero anche nella attualità. Avvelenare una campagna elettorale con modalità di comunicazione e un linguaggio violento non invoglia di più i cittadini a partecipare. Inoltre si imbarbariscono le relazioni sociali, interpersonali. Espressioni volgari e violente migliorano la società?

Ancora una volta i leader si sono affrontati sui temi generali nazionali, anziché confrontarsi sui temi e i programmi degli enti locali, con i problemi urgenti dei cittadini: i rifiuti, la sicurezza, i servizi sociali, le scuole. Le scelte delle amministrazioni comunali dipendono molto dai trasferimenti di finanziamenti nazionali, devono applicare contratti nazionali, ecc. perciò i vertici dei partiti avrebbero avuto molto da dire, a partire dallo status dei sindaci, che sono sottoposti a continue censure da parte delle diverse magistrature, a causa di normative poco chiare sulle responsabilità personali.

Le città hanno bisogno del fiancheggiamento dello Stato; si ricordi come fu conquistato Expo per Milano, si persero le Olimpiadi a Roma e come invece la solidarietà fra istituzioni ha assegnato le Olimpiadi invernali alla Lombardia e a Cortina. Ci sono esempi virtuosi di gestione dell’energia come a Brescia, dove da decenni funzionano termovalorizzatori, che sono contrastati con irragionevole miopia da parte di alcune forze politiche. Roma come crede di risolvere l’enorme scandalo della sporcizia che imbratta la capitale, la Citta più bella del mondo?

Perché lo Stato non trova la strada per impedire che si esportino i nostri rifiuti a caro prezzo che, invece, sono reddito per i Paesi riceventi? Finite le polemiche inevitabili del post elezioni, rimangono sul tavolo le esigenze dei cittadini ed è bene che siano affrontate. Sono disponibili i grandi finanziamenti del PNRR che riguardano molte delle scelte di modernizzazione delle strutture territoriali e che esigono prontezza attuativa e sostegno dell’attuale governo. Non credano i partiti che, se Draghi non conclude la legislatura, saranno in grado di migliorare il loro consenso.

Ci sarà un tempo in cui dedicarsi ai colloqui per scegliere un (una) Presidente della Repubblica ma ci si prepara col dialogo e il confronto con tutte le carte che ora sono sul tavolo e sono quelle di Next generation eu. Bisogna spendere bene, con trasparenza, perché non si incappi in indagini che bloccano i ‘lavori in corso’ e ci facciano vergognare difronte all’Europa.

Mentre il governo lavora, i partiti facciano tutti un pit stop. Hanno da resettare tutti i discorsi piuttosto vani della recente campagna, perché per le elezioni politiche i cittadini vorranno capire dai loro referenti proposte chiare: tasse, ambiente, salute, formazione, modernizzazione del Paese, Europa. Non sarà difficile usare un italiano facile, come parlano i cittadini, come si esprime Draghi. Hanno ormai registrato tutti che si può far politica con schiettezza, umiltà, pazienza, competenza. Forse quando manca questa ci si affida ai bla bla.

Un nuovo progetto politico per l’Italia di domani. La “domanda” c’è.

Le ultime elezioni comunali hanno confermato, se ancora non fosse chiaro a qualcuno, che la “domanda politica” per un nuovo progetto centrale, esiste ed è sempre più forte.

 

È quanto mai opportuno osservare anzitutto il dato delle ultime amministrative relativo alle liste civiche, del raggruppamento liberale, dei popolari e dei moderati del centro destra nel seguente grafico di “BiDiMedia”:


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ò il segno + per sommare le percentuali delle liste citate, mi limito solo a sottolineare che il bacino elettorale del 20% esiste e solo chi non ha visione politica può non notarlo.

Questa percentuale è confermata anche nelle urne, basta guardare il risultato della lista centrale di Calenda, nella capitale d’Italia.

 

Nel voto per le liste civiche, è difficilissimo entrare nel merito per comprendere a quali famiglie politiche facciano riferimento, ma è fuori dubbio che si tratta di donne e uomini, che non si riconoscono nell’attuale sistema politico e che una buona parte, attenda un nuovo progetto fuori dal bi-populismo.

 

Stesso ragionamento vale per chi decide, da anni, di non votare. Penso che molti di loro (noi) non vadano a votare, perché nessuna coalizione rappresenti gli ideali e i valori degli astensionisti. I numeri dell’astensionismo hanno raggiunto un limite oltre il quale è davvero pericoloso addentrarsi, siamo in una fase di grave malattia per la nostra democrazia.

Se perfino alle comunali, elezioni nelle quali si scelgono i rappresentanti delle comunità, votano 1 su 2 cittadini, vuol dire che la politica ha perso ogni credibilità e ogni senso di appartenenza.

 

Affluenza nelle 5 grandi città al voto:

 

Roma 48,83%

Milano 47,69%

Bologna 51,87%

Torino 48,06%

Napoli 47,19%

Italia 54,70%

 

A questi dati vorrei aggiungere un sondaggio Ipsos, post elezioni europee del 2019:

Il 42% degli astenuti si dichiarava di centro, cioè la maggioranza di chi si astiene si autocolloca al centro dello scacchiere politico.

 

Altro dato da studiare, è la differenza tra le piccole percentuali che hanno ottenuto le liste di centro, apparentate a sinistra o destra, e l’ottimo risultato ottenuto da liste autonome come nella capitale o in altre città importanti.

 

Tre errori che non dobbiamo commettere, a mio modesto parere, sono:

 

-non dobbiamo partire da “chi sarà il capo”;

-non dobbiamo partire da “con chi ci alleeremo”;

-non dobbiamo partire con frettolose denominazioni “centro riformista”, “centro popolare”, “centro liberale”, “centro moderato”. Tali definizioni rischiano di escludere chi non si riconosce nella singola cultura politica. Almeno in questa fase embrionale, parlerei di “centro partecipato”, perché senza la partecipazione della base, rischierebbe di essere l’ennesima operazione di vertice.

 

Dopo tutti questi numeri, penso sia evidente che la domanda ci sia e che sia notevole, in politica però le semplici addizioni non fanno mai la somma sperata. Ci vuole coraggio, pazienza, determinazione e umiltà.

 

Da oggi e per i prossimi mesi, dobbiamo far crescere sempre più la voglia di guardare con fiducia al futuro della nostra area culturale e politica. Convinti che il centrismo (se “ismo” non piace o pensate che “centro” sia una brutta parola, ne troviamo un’altra insieme) non è opportunismo tattico, non è solo la “terza via” tra sinistra e destra, ma è soprattutto un’idea di futuro, che parte da valori e ideali, per arrivare ad un programma concreto e realizzabile per il nostro Paese, dobbiamo continuare a unire chi si riconosce nelle culture politiche del riformismo, del liberalismo e del popolarismo.

Senza etichette, senza barriere ideologiche, senza personalismi adolescenziali, ma mettendo insieme idee, progetti e proposte concrete per il nostro Paese.

***

Gualtieri batte Michetti. Meloni? Dorma serena. Parla D’Alimonte (formiche.net).

Intervista a Roberto D’Alimonte, professore alla Luiss e fondatore del Centro italiano di studi elettorali (Cise): il voto locale non scuote il governo, l’Italia dei piccoli comuni guarda ancora al centrodestra. Roma? Gualtieri batterà Michetti. Ma Giorgia Meloni può dormire sonni tranquilli.

Francesco Bechis

Ci sono due persone che possono dormire serene dopo l’ultima tornata di amministrative: Mario Draghi e Giorgia Meloni. Il voto non scuoterà il governo di unità nazionale, spiega a Formiche.net Roberto D’Alimonte, docente di Sistema politico alla Luiss e fondatore del Centro italiano di studi elettorali (Cise). Anche la leader di Fratelli d’Italia tira un sospiro di sollievo. Anche se a Roma potrebbe incassare una sconfitta capitale.

Professore, chi è il vero vincitore delle elezioni?

Dipende dal criterio che utilizziamo. Se il criterio è quello delle vittorie nelle città capoluogo di regione il vincitore è senza dubbio il Pd che ha già vinto a Milano, Bologna e Napoli, tra l’altro con ampi margini. Molto probabilmente vincerà a Roma ed è in ottima posizione a Torino. Se invece il criterio è quello dei voti alle liste il vincitore è FdI. In questo caso vanno presi in considerazione i voti complessivi in tutti e sei i comuni capoluogo e in tutti i 118 comuni con popolazione superiore ai 15.000 abitanti. Il partito di Meloni è l’unico che ha preso più voti in percentuale rispetto a tutte le competizioni più recenti, cioè comunali 2016, politiche 2018 e europee 2019.

E chi sono i perdenti?

M5S e Lega. Nell’insieme dei 118 comuni il partito di Conte ha preso complessivamente il 6,3%. Negli stessi comuni nel 2016 aveva preso il 17,8% e alle europee del 2019 il 17,2%. A Milano ha preso il 2,8% contro il 10,4 % del 2016. A Torino, Roma e Napoli è andato meglio ma non troppo. Quanto al partito di Salvini nei 118 comuni aveva preso il 6,1% nel 2016 e oggi ha ottenuto il 7,7%, ma alle europee era arrivato al 28,4%. L’analisi dei flussi elettorali ci dirà se queste perdite sono legate all’astensionismo che potrebbe aver colpito particolarmente il partito di Salvini. 

A parte le vittorie a Milano, Bologna e Napoli cosa si può dire del Pd più in generale?

Complessivamente sia nei sei comuni capoluogo di regione sia nei 118 comuni sopra i 15.000 abitanti il Pd è risultato il partito più votato. Nel primo insieme ha preso il 22,1% dei voti contro il 12,8 % di FdI che è arrivato secondo. Il 22,1 % è esattamente quello che aveva preso alle precedenti comunali nel 2016. Nei 118 comuni ha preso il 19% contro l ’11,1 di FdI e il 7,7% della Lega. In entrambi i gruppi di comuni ha preso meno voti in percentuale di quanti ne aveva presi alle europee del 2019, ma il risultato è comunque molto buono. Tra l’altro queste percentuali sono vicine a quelle stimate nei sondaggi attuali mentre questo non è vero per gli altri partiti.

L’affluenza è stata bassissima.

Una sorpresa relativa. Il calo dell’affluenza è ormai un dato strutturale. La ragione principale è la disaffezione nei confronti della politica e degli attuali partiti. In questa tornata elettorale si è aggiunto lo scarso appeal dei candidati. Occorre una nuova offerta politica, idee nuove e candidati più attraenti, per invertire il trend. Anche alle prossime politiche assisteremo a un calo della affluenza in assenza di novità significative.

Il centrodestra non ha più presa nelle metropoli. Perché?

Attenzione, bisogna evitare un abbaglio mediatico. Il centrosinistra va da sempre meglio nelle grandi città. È bene ricordare però che la maggioranza della popolazione italiana non vive nelle metropoli ma in migliaia di piccoli e medi comuni, dove va meglio il centrodestra. Detto questo bisogna però anche aggiungere che Lega e FdI fanno fatica, come si è visto in questa tornata elettorale, a selezionare nelle grandi città un personale politico di livello.

Come finirà a Roma?

Sono convinto che al ballottaggio Gualtieri batterà Michetti. Una buona parte degli elettori di Calenda voterà per lui. Tra i Cinque Stelle molti non andranno a votare ma c’è chi voterà Gualtieri.

Con l’uscita da Roma e Torino i Cinque Stelle abbandonano le grandi città. Come resiste un partito che non ha radici sul territorio?

Resiste male, questa è una delle grandi sfide di fronte a Conte. I Cinque Stelle sono sempre andati meglio alle politiche che alle amministrative. Aggiungo però che in questo caso, grazie al risultato di Raggi a Roma, il M5S ha preso nel complesso dei 6 comuni capoluogo una percentuale di voti, l’8,1%, superiore a quello della Lega 6,8% e di Forza Italia, 5,1%. Ma questa non è una consolazione. I problemi restano.

Quali?

Il Movimento deve darsi in fretta un profilo preciso e una linea politica chiara o si ridurrà ad essere un partito sempre più marginale e sempre più meridionale. Sono evidenti le sue difficoltà al Nord. Al Sud, grazie al credito che si è guadagnato con il reddito di cittadinanza, regge meglio ma anche qui sono lontani i tempi dove alle politiche aveva oltre il 40% dei voti.

Qual è la vera sorpresa nel centrodestra?

Il successo di FdI di cui ho detto non è una sorpresa ma una conferma di un trend in atto da tempo. Quando avremo i dati sui flussi si vedrà se la sua crescita continua ad essere a spese della Lega. Il paradosso sorprendente è rappresentato da Forza Italia. Infatti  è probabile che a Trieste Dipiazza che è un suo candidato vinca al ballottaggio. E la stessa cosa potrebbe accadere anche a Torino con Damilano, anche se questo evento è meno probabile. E poi c’è la Calabria con Occhiuto. Non male per il più piccolo partito del centrodestra.

Letta ha messo il coltello nella piaga: secondo il segretario dem il centrodestra perde perché non ha più Berlusconi come federatore.

Non lo scopriamo oggi: la storia del centrodestra è indissolubilmente legata alla figura di Berlusconi come leader e federatore della coalizione. Oggi è più difficile ricreare quelle condizioni. Il centrodestra non ha più un leader indiscusso. La decisione di affidare la leadership a chi prende un voto in più alle prossime elezioni alimenta la conflittualità interna e indebolisce la credibilità della alleanza. Per non parlare del fatto che dei due partiti più importanti che la compongono uno sostiene il governo e l’altro è all’opposizione. È solo il sistema elettorale che li tiene insieme. O meglio i sistemi elettorali, al plurale, non solo il Rosatellum ma anche quelli per i comuni e le regioni.

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https://formiche.net/2021/10/gueltieri-michetti-roma-meloni/

Gualtieri batte Michetti. Meloni? Dorma serena. Parla D’Alimonte (formiche.net).

Intervista a Roberto D’Alimonte, professore alla Luiss e fondatore del Centro italiano di studi elettorali (Cise): il voto locale non scuote il governo, l’Italia dei piccoli comuni guarda ancora al centrodestra. Roma? Gualtieri batterà Michetti. Ma Giorgia Meloni può dormire sonni tranquilli.

Ci sono due persone che possono dormire serene dopo l’ultima tornata di amministrative: Mario Draghi e Giorgia Meloni. Il voto non scuoterà il governo di unità nazionale, spiega a Formiche.net Roberto D’Alimonte, docente di Sistema politico alla Luiss e fondatore del Centro italiano di studi elettorali (Cise). Anche la leader di Fratelli d’Italia tira un sospiro di sollievo. Anche se a Roma potrebbe incassare una sconfitta capitale.

Professore, chi è il vero vincitore delle elezioni?

Dipende dal criterio che utilizziamo. Se il criterio è quello delle vittorie nelle città capoluogo di regione il vincitore è senza dubbio il Pd che ha già vinto a Milano, Bologna e Napoli, tra l’altro con ampi margini. Molto probabilmente vincerà a Roma ed è in ottima posizione a Torino. Se invece il criterio è quello dei voti alle liste il vincitore è FdI. In questo caso vanno presi in considerazione i voti complessivi in tutti e sei i comuni capoluogo e in tutti i 118 comuni con popolazione superiore ai 15.000 abitanti. Il partito di Meloni è l’unico che ha preso più voti in percentuale rispetto a tutte le competizioni più recenti, cioè comunali 2016, politiche 2018 e europee 2019.

E chi sono i perdenti?

M5S e Lega. Nell’insieme dei 118 comuni il partito di Conte ha preso complessivamente il 6,3%. Negli stessi comuni nel 2016 aveva preso il 17,8% e alle europee del 2019 il 17,2%. A Milano ha preso il 2,8% contro il 10,4 % del 2016. A Torino, Roma e Napoli è andato meglio ma non troppo. Quanto al partito di Salvini nei 118 comuni aveva preso il 6,1% nel 2016 e oggi ha ottenuto il 7,7%, ma alle europee era arrivato al 28,4%. L’analisi dei flussi elettorali ci dirà se queste perdite sono legate all’astensionismo che potrebbe aver colpito particolarmente il partito di Salvini. 

A parte le vittorie a Milano, Bologna e Napoli cosa si può dire del Pd più in generale?

Complessivamente sia nei sei comuni capoluogo di regione sia nei 118 comuni sopra i 15.000 abitanti il Pd è risultato il partito più votato. Nel primo insieme ha preso il 22,1% dei voti contro il 12,8 % di FdI che è arrivato secondo. Il 22,1 % è esattamente quello che aveva preso alle precedenti comunali nel 2016. Nei 118 comuni ha preso il 19% contro l ’11,1 di FdI e il 7,7% della Lega. In entrambi i gruppi di comuni ha preso meno voti in percentuale di quanti ne aveva presi alle europee del 2019, ma il risultato è comunque molto buono. Tra l’altro queste percentuali sono vicine a quelle stimate nei sondaggi attuali mentre questo non è vero per gli altri partiti.

L’affluenza è stata bassissima.

Una sorpresa relativa. Il calo dell’affluenza è ormai un dato strutturale. La ragione principale è la disaffezione nei confronti della politica e degli attuali partiti. In questa tornata elettorale si è aggiunto lo scarso appeal dei candidati. Occorre una nuova offerta politica, idee nuove e candidati più attraenti, per invertire il trend. Anche alle prossime politiche assisteremo a un calo della affluenza in assenza di novità significative.

Il centrodestra non ha più presa nelle metropoli. Perché?

Attenzione, bisogna evitare un abbaglio mediatico. Il centrosinistra va da sempre meglio nelle grandi città. È bene ricordare però che la maggioranza della popolazione italiana non vive nelle metropoli ma in migliaia di piccoli e medi comuni, dove va meglio il centrodestra. Detto questo bisogna però anche aggiungere che Lega e FdI fanno fatica, come si è visto in questa tornata elettorale, a selezionare nelle grandi città un personale politico di livello.

Come finirà a Roma?

Sono convinto che al ballottaggio Gualtieri batterà Michetti. Una buona parte degli elettori di Calenda voterà per lui. Tra i Cinque Stelle molti non andranno a votare ma c’è chi voterà Gualtieri.

Con l’uscita da Roma e Torino i Cinque Stelle abbandonano le grandi città. Come resiste un partito che non ha radici sul territorio?

Resiste male, questa è una delle grandi sfide di fronte a Conte. I Cinque Stelle sono sempre andati meglio alle politiche che alle amministrative. Aggiungo però che in questo caso, grazie al risultato di Raggi a Roma, il M5S ha preso nel complesso dei 6 comuni capoluogo una percentuale di voti, l’8,1%, superiore a quello della Lega 6,8% e di Forza Italia, 5,1%. Ma questa non è una consolazione. I problemi restano.

Quali?

Il Movimento deve darsi in fretta un profilo preciso e una linea politica chiara o si ridurrà ad essere un partito sempre più marginale e sempre più meridionale. Sono evidenti le sue difficoltà al Nord. Al Sud, grazie al credito che si è guadagnato con il reddito di cittadinanza, regge meglio ma anche qui sono lontani i tempi dove alle politiche aveva oltre il 40% dei voti.

Qual è la vera sorpresa nel centrodestra?

Il successo di FdI di cui ho detto non è una sorpresa ma una conferma di un trend in atto da tempo. Quando avremo i dati sui flussi si vedrà se la sua crescita continua ad essere a spese della Lega. Il paradosso sorprendente è rappresentato da Forza Italia. Infatti  è probabile che a Trieste Dipiazza che è un suo candidato vinca al ballottaggio. E la stessa cosa potrebbe accadere anche a Torino con Damilano, anche se questo evento è meno probabile. E poi c’è la Calabria con Occhiuto. Non male per il più piccolo partito del centrodestra.

Letta ha messo il coltello nella piaga: secondo il segretario dem il centrodestra perde perché non ha più Berlusconi come federatore.

Non lo scopriamo oggi: la storia del centrodestra è indissolubilmente legata alla figura di Berlusconi come leader e federatore della coalizione. Oggi è più difficile ricreare quelle condizioni. Il centrodestra non ha più un leader indiscusso. La decisione di affidare la leadership a chi prende un voto in più alle prossime elezioni alimenta la conflittualità interna e indebolisce la credibilità della alleanza. Per non parlare del fatto che dei due partiti più importanti che la compongono uno sostiene il governo e l’altro è all’opposizione. È solo il sistema elettorale che li tiene insieme. O meglio i sistemi elettorali, al plurale, non solo il Rosatellum ma anche quelli per i comuni e le regioni.

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