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Pensieri sparsi all’indomani delle elezioni amministrative

Ai partiti gioverebbe un governo Draghi fino al 2026, per recuperare il senso stesso del loro essere, come indispensabile carburante della democrazia (Cost. art. 49).

Oltre 12 milioni di cittadini italiani hanno votato per le proprie amministrazioni locali. In questo periodo, anche tutti i cittadini tedeschi hanno votato per eleggere il loro Parlamento e il risultato è stato molto commentato sia in Italia che nel mondo, perché la fine dell’epoca Merkel influenzerà la politica europea e non solo.

Politica estera e politica interna recentemente hanno evidenziato sono intrecciate. È sempre stato così, ma i politici domestici, anche per scarsa cultura geopolitica, hanno sempre evitato di fare scelte in tale prospettiva.Dopo una campagna, che è stata strana per molti motivi, oltre a registrare i risultati del voto, vale la pena trarre anche qualche ‘lezione di politica’. Senza dover evocare la storica enfatica ideologia “tutto è politica “, non c’è dubbio che la politica condiziona la vita della comunità e viceversa. Ma solo 1 elettore su 2 è andato a votare e i partiti non diano la colpa agli elettori: se non hanno voluto scegliere è perché non è stata offerta loro una buona ragione per farlo.

Le analisi dovranno essere molto approfondite e severe. Innanzitutto studiare le modalità della campagna elettorale. Si è riscoperto il rapporto diretto coi cittadini: porta a porta, mercati, ‘santini’… Gli elettori, che sanno usare meglio i social, a quale fascia d’età e ceto appartengono e chi hanno votato? È vero che torna il bipolarismo? E allora sarebbe bene pensare ad una legge per le elezioni politiche che valga una volta per tutte, e non per ogni stagione elettorale. Sono andati a votare i volonterosi, i convinti e i tifosi, perchè la gran parte dei cittadini non legge i quotidiani (secondo l’Osce circa il 70% non ha competenza a comprendere i titoli dei giornali). Quindi è difficile imputare solo alle polemiche degli ultimi giorni, a carico del centrodestra, la smobilitazione dei loro elettori. Inoltre ci si dovrà interrogare per esempio, quanto e se Covid ha cambiato i pensieri e i comportamenti dei cittadini.

Il governo Draghi ha dimostrato come si governa, con forza tranquilla, con scelte che riguardano la concretezza dei bisogni dei cittadini. Ora ci sono quindici giorni per parlare ai cittadini in modo convincente, affinchè non disertino i ballottaggi. Tuttavia, in relazione agli eventuali abbinamenti, alcuni leader non hanno perso l’occasione di lanciare ambigui messaggi: alcuni alleati, che dovrebbero essere grati a chi ha consentito loro di non sparire dai radar della politica, non vogliono dare consigli perché “i loro elettori non sono mandrie”.

“Volubiles Quirites”: è evanescente un seguito elettorale non ancorato a idee programmatiche e ideali. Ad esempio le periferie romane hanno abbandonato raggi e 5S e hanno votato per la destra. Il centrosinistra invece ha vinto nei centri delle città e non nei territori in difficoltà, periferie e quartieri degradati. Ha perso la sua bussola? Un antico adagio – chi semina vento raccoglie tempesta – si è dimostrato vero anche nella attualità. Avvelenare una campagna elettorale con modalità di comunicazione e un linguaggio violento non invoglia di più i cittadini a partecipare. Inoltre si imbarbariscono le relazioni sociali, interpersonali. Espressioni volgari e violente migliorano la società?

Ancora una volta i leader si sono affrontati sui temi generali nazionali, anziché confrontarsi sui temi e i programmi degli enti locali, con i problemi urgenti dei cittadini: i rifiuti, la sicurezza, i servizi sociali, le scuole. Le scelte delle amministrazioni comunali dipendono molto dai trasferimenti di finanziamenti nazionali, devono applicare contratti nazionali, ecc. perciò i vertici dei partiti avrebbero avuto molto da dire, a partire dallo status dei sindaci, che sono sottoposti a continue censure da parte delle diverse magistrature, a causa di normative poco chiare sulle responsabilità personali.

Le città hanno bisogno del fiancheggiamento dello Stato; si ricordi come fu conquistato Expo per Milano, si persero le Olimpiadi a Roma e come invece la solidarietà fra istituzioni ha assegnato le Olimpiadi invernali alla Lombardia e a Cortina. Ci sono esempi virtuosi di gestione dell’energia come a Brescia, dove da decenni funzionano termovalorizzatori, che sono contrastati con irragionevole miopia da parte di alcune forze politiche. Roma come crede di risolvere l’enorme scandalo della sporcizia che imbratta la capitale, la Citta più bella del mondo?

Perché lo Stato non trova la strada per impedire che si esportino i nostri rifiuti a caro prezzo che, invece, sono reddito per i Paesi riceventi? Finite le polemiche inevitabili del post elezioni, rimangono sul tavolo le esigenze dei cittadini ed è bene che siano affrontate. Sono disponibili i grandi finanziamenti del PNRR che riguardano molte delle scelte di modernizzazione delle strutture territoriali e che esigono prontezza attuativa e sostegno dell’attuale governo. Non credano i partiti che, se Draghi non conclude la legislatura, saranno in grado di migliorare il loro consenso.

Ci sarà un tempo in cui dedicarsi ai colloqui per scegliere un (una) Presidente della Repubblica ma ci si prepara col dialogo e il confronto con tutte le carte che ora sono sul tavolo e sono quelle di Next generation eu. Bisogna spendere bene, con trasparenza, perché non si incappi in indagini che bloccano i ‘lavori in corso’ e ci facciano vergognare difronte all’Europa.

Mentre il governo lavora, i partiti facciano tutti un pit stop. Hanno da resettare tutti i discorsi piuttosto vani della recente campagna, perché per le elezioni politiche i cittadini vorranno capire dai loro referenti proposte chiare: tasse, ambiente, salute, formazione, modernizzazione del Paese, Europa. Non sarà difficile usare un italiano facile, come parlano i cittadini, come si esprime Draghi. Hanno ormai registrato tutti che si può far politica con schiettezza, umiltà, pazienza, competenza. Forse quando manca questa ci si affida ai bla bla.

Un nuovo progetto politico per l’Italia di domani. La “domanda” c’è.

Le ultime elezioni comunali hanno confermato, se ancora non fosse chiaro a qualcuno, che la “domanda politica” per un nuovo progetto centrale, esiste ed è sempre più forte.

 

È quanto mai opportuno osservare anzitutto il dato delle ultime amministrative relativo alle liste civiche, del raggruppamento liberale, dei popolari e dei moderati del centro destra nel seguente grafico di “BiDiMedia”:


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ò il segno + per sommare le percentuali delle liste citate, mi limito solo a sottolineare che il bacino elettorale del 20% esiste e solo chi non ha visione politica può non notarlo.

Questa percentuale è confermata anche nelle urne, basta guardare il risultato della lista centrale di Calenda, nella capitale d’Italia.

 

Nel voto per le liste civiche, è difficilissimo entrare nel merito per comprendere a quali famiglie politiche facciano riferimento, ma è fuori dubbio che si tratta di donne e uomini, che non si riconoscono nell’attuale sistema politico e che una buona parte, attenda un nuovo progetto fuori dal bi-populismo.

 

Stesso ragionamento vale per chi decide, da anni, di non votare. Penso che molti di loro (noi) non vadano a votare, perché nessuna coalizione rappresenti gli ideali e i valori degli astensionisti. I numeri dell’astensionismo hanno raggiunto un limite oltre il quale è davvero pericoloso addentrarsi, siamo in una fase di grave malattia per la nostra democrazia.

Se perfino alle comunali, elezioni nelle quali si scelgono i rappresentanti delle comunità, votano 1 su 2 cittadini, vuol dire che la politica ha perso ogni credibilità e ogni senso di appartenenza.

 

Affluenza nelle 5 grandi città al voto:

 

Roma 48,83%

Milano 47,69%

Bologna 51,87%

Torino 48,06%

Napoli 47,19%

Italia 54,70%

 

A questi dati vorrei aggiungere un sondaggio Ipsos, post elezioni europee del 2019:

Il 42% degli astenuti si dichiarava di centro, cioè la maggioranza di chi si astiene si autocolloca al centro dello scacchiere politico.

 

Altro dato da studiare, è la differenza tra le piccole percentuali che hanno ottenuto le liste di centro, apparentate a sinistra o destra, e l’ottimo risultato ottenuto da liste autonome come nella capitale o in altre città importanti.

 

Tre errori che non dobbiamo commettere, a mio modesto parere, sono:

 

-non dobbiamo partire da “chi sarà il capo”;

-non dobbiamo partire da “con chi ci alleeremo”;

-non dobbiamo partire con frettolose denominazioni “centro riformista”, “centro popolare”, “centro liberale”, “centro moderato”. Tali definizioni rischiano di escludere chi non si riconosce nella singola cultura politica. Almeno in questa fase embrionale, parlerei di “centro partecipato”, perché senza la partecipazione della base, rischierebbe di essere l’ennesima operazione di vertice.

 

Dopo tutti questi numeri, penso sia evidente che la domanda ci sia e che sia notevole, in politica però le semplici addizioni non fanno mai la somma sperata. Ci vuole coraggio, pazienza, determinazione e umiltà.

 

Da oggi e per i prossimi mesi, dobbiamo far crescere sempre più la voglia di guardare con fiducia al futuro della nostra area culturale e politica. Convinti che il centrismo (se “ismo” non piace o pensate che “centro” sia una brutta parola, ne troviamo un’altra insieme) non è opportunismo tattico, non è solo la “terza via” tra sinistra e destra, ma è soprattutto un’idea di futuro, che parte da valori e ideali, per arrivare ad un programma concreto e realizzabile per il nostro Paese, dobbiamo continuare a unire chi si riconosce nelle culture politiche del riformismo, del liberalismo e del popolarismo.

Senza etichette, senza barriere ideologiche, senza personalismi adolescenziali, ma mettendo insieme idee, progetti e proposte concrete per il nostro Paese.

***

Gualtieri batte Michetti. Meloni? Dorma serena. Parla D’Alimonte (formiche.net).

Intervista a Roberto D’Alimonte, professore alla Luiss e fondatore del Centro italiano di studi elettorali (Cise): il voto locale non scuote il governo, l’Italia dei piccoli comuni guarda ancora al centrodestra. Roma? Gualtieri batterà Michetti. Ma Giorgia Meloni può dormire sonni tranquilli.

Francesco Bechis

Ci sono due persone che possono dormire serene dopo l’ultima tornata di amministrative: Mario Draghi e Giorgia Meloni. Il voto non scuoterà il governo di unità nazionale, spiega a Formiche.net Roberto D’Alimonte, docente di Sistema politico alla Luiss e fondatore del Centro italiano di studi elettorali (Cise). Anche la leader di Fratelli d’Italia tira un sospiro di sollievo. Anche se a Roma potrebbe incassare una sconfitta capitale.

Professore, chi è il vero vincitore delle elezioni?

Dipende dal criterio che utilizziamo. Se il criterio è quello delle vittorie nelle città capoluogo di regione il vincitore è senza dubbio il Pd che ha già vinto a Milano, Bologna e Napoli, tra l’altro con ampi margini. Molto probabilmente vincerà a Roma ed è in ottima posizione a Torino. Se invece il criterio è quello dei voti alle liste il vincitore è FdI. In questo caso vanno presi in considerazione i voti complessivi in tutti e sei i comuni capoluogo e in tutti i 118 comuni con popolazione superiore ai 15.000 abitanti. Il partito di Meloni è l’unico che ha preso più voti in percentuale rispetto a tutte le competizioni più recenti, cioè comunali 2016, politiche 2018 e europee 2019.

E chi sono i perdenti?

M5S e Lega. Nell’insieme dei 118 comuni il partito di Conte ha preso complessivamente il 6,3%. Negli stessi comuni nel 2016 aveva preso il 17,8% e alle europee del 2019 il 17,2%. A Milano ha preso il 2,8% contro il 10,4 % del 2016. A Torino, Roma e Napoli è andato meglio ma non troppo. Quanto al partito di Salvini nei 118 comuni aveva preso il 6,1% nel 2016 e oggi ha ottenuto il 7,7%, ma alle europee era arrivato al 28,4%. L’analisi dei flussi elettorali ci dirà se queste perdite sono legate all’astensionismo che potrebbe aver colpito particolarmente il partito di Salvini. 

A parte le vittorie a Milano, Bologna e Napoli cosa si può dire del Pd più in generale?

Complessivamente sia nei sei comuni capoluogo di regione sia nei 118 comuni sopra i 15.000 abitanti il Pd è risultato il partito più votato. Nel primo insieme ha preso il 22,1% dei voti contro il 12,8 % di FdI che è arrivato secondo. Il 22,1 % è esattamente quello che aveva preso alle precedenti comunali nel 2016. Nei 118 comuni ha preso il 19% contro l ’11,1 di FdI e il 7,7% della Lega. In entrambi i gruppi di comuni ha preso meno voti in percentuale di quanti ne aveva presi alle europee del 2019, ma il risultato è comunque molto buono. Tra l’altro queste percentuali sono vicine a quelle stimate nei sondaggi attuali mentre questo non è vero per gli altri partiti.

L’affluenza è stata bassissima.

Una sorpresa relativa. Il calo dell’affluenza è ormai un dato strutturale. La ragione principale è la disaffezione nei confronti della politica e degli attuali partiti. In questa tornata elettorale si è aggiunto lo scarso appeal dei candidati. Occorre una nuova offerta politica, idee nuove e candidati più attraenti, per invertire il trend. Anche alle prossime politiche assisteremo a un calo della affluenza in assenza di novità significative.

Il centrodestra non ha più presa nelle metropoli. Perché?

Attenzione, bisogna evitare un abbaglio mediatico. Il centrosinistra va da sempre meglio nelle grandi città. È bene ricordare però che la maggioranza della popolazione italiana non vive nelle metropoli ma in migliaia di piccoli e medi comuni, dove va meglio il centrodestra. Detto questo bisogna però anche aggiungere che Lega e FdI fanno fatica, come si è visto in questa tornata elettorale, a selezionare nelle grandi città un personale politico di livello.

Come finirà a Roma?

Sono convinto che al ballottaggio Gualtieri batterà Michetti. Una buona parte degli elettori di Calenda voterà per lui. Tra i Cinque Stelle molti non andranno a votare ma c’è chi voterà Gualtieri.

Con l’uscita da Roma e Torino i Cinque Stelle abbandonano le grandi città. Come resiste un partito che non ha radici sul territorio?

Resiste male, questa è una delle grandi sfide di fronte a Conte. I Cinque Stelle sono sempre andati meglio alle politiche che alle amministrative. Aggiungo però che in questo caso, grazie al risultato di Raggi a Roma, il M5S ha preso nel complesso dei 6 comuni capoluogo una percentuale di voti, l’8,1%, superiore a quello della Lega 6,8% e di Forza Italia, 5,1%. Ma questa non è una consolazione. I problemi restano.

Quali?

Il Movimento deve darsi in fretta un profilo preciso e una linea politica chiara o si ridurrà ad essere un partito sempre più marginale e sempre più meridionale. Sono evidenti le sue difficoltà al Nord. Al Sud, grazie al credito che si è guadagnato con il reddito di cittadinanza, regge meglio ma anche qui sono lontani i tempi dove alle politiche aveva oltre il 40% dei voti.

Qual è la vera sorpresa nel centrodestra?

Il successo di FdI di cui ho detto non è una sorpresa ma una conferma di un trend in atto da tempo. Quando avremo i dati sui flussi si vedrà se la sua crescita continua ad essere a spese della Lega. Il paradosso sorprendente è rappresentato da Forza Italia. Infatti  è probabile che a Trieste Dipiazza che è un suo candidato vinca al ballottaggio. E la stessa cosa potrebbe accadere anche a Torino con Damilano, anche se questo evento è meno probabile. E poi c’è la Calabria con Occhiuto. Non male per il più piccolo partito del centrodestra.

Letta ha messo il coltello nella piaga: secondo il segretario dem il centrodestra perde perché non ha più Berlusconi come federatore.

Non lo scopriamo oggi: la storia del centrodestra è indissolubilmente legata alla figura di Berlusconi come leader e federatore della coalizione. Oggi è più difficile ricreare quelle condizioni. Il centrodestra non ha più un leader indiscusso. La decisione di affidare la leadership a chi prende un voto in più alle prossime elezioni alimenta la conflittualità interna e indebolisce la credibilità della alleanza. Per non parlare del fatto che dei due partiti più importanti che la compongono uno sostiene il governo e l’altro è all’opposizione. È solo il sistema elettorale che li tiene insieme. O meglio i sistemi elettorali, al plurale, non solo il Rosatellum ma anche quelli per i comuni e le regioni.

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https://formiche.net/2021/10/gueltieri-michetti-roma-meloni/

Gualtieri batte Michetti. Meloni? Dorma serena. Parla D’Alimonte (formiche.net).

Intervista a Roberto D’Alimonte, professore alla Luiss e fondatore del Centro italiano di studi elettorali (Cise): il voto locale non scuote il governo, l’Italia dei piccoli comuni guarda ancora al centrodestra. Roma? Gualtieri batterà Michetti. Ma Giorgia Meloni può dormire sonni tranquilli.

Ci sono due persone che possono dormire serene dopo l’ultima tornata di amministrative: Mario Draghi e Giorgia Meloni. Il voto non scuoterà il governo di unità nazionale, spiega a Formiche.net Roberto D’Alimonte, docente di Sistema politico alla Luiss e fondatore del Centro italiano di studi elettorali (Cise). Anche la leader di Fratelli d’Italia tira un sospiro di sollievo. Anche se a Roma potrebbe incassare una sconfitta capitale.

Professore, chi è il vero vincitore delle elezioni?

Dipende dal criterio che utilizziamo. Se il criterio è quello delle vittorie nelle città capoluogo di regione il vincitore è senza dubbio il Pd che ha già vinto a Milano, Bologna e Napoli, tra l’altro con ampi margini. Molto probabilmente vincerà a Roma ed è in ottima posizione a Torino. Se invece il criterio è quello dei voti alle liste il vincitore è FdI. In questo caso vanno presi in considerazione i voti complessivi in tutti e sei i comuni capoluogo e in tutti i 118 comuni con popolazione superiore ai 15.000 abitanti. Il partito di Meloni è l’unico che ha preso più voti in percentuale rispetto a tutte le competizioni più recenti, cioè comunali 2016, politiche 2018 e europee 2019.

E chi sono i perdenti?

M5S e Lega. Nell’insieme dei 118 comuni il partito di Conte ha preso complessivamente il 6,3%. Negli stessi comuni nel 2016 aveva preso il 17,8% e alle europee del 2019 il 17,2%. A Milano ha preso il 2,8% contro il 10,4 % del 2016. A Torino, Roma e Napoli è andato meglio ma non troppo. Quanto al partito di Salvini nei 118 comuni aveva preso il 6,1% nel 2016 e oggi ha ottenuto il 7,7%, ma alle europee era arrivato al 28,4%. L’analisi dei flussi elettorali ci dirà se queste perdite sono legate all’astensionismo che potrebbe aver colpito particolarmente il partito di Salvini. 

A parte le vittorie a Milano, Bologna e Napoli cosa si può dire del Pd più in generale?

Complessivamente sia nei sei comuni capoluogo di regione sia nei 118 comuni sopra i 15.000 abitanti il Pd è risultato il partito più votato. Nel primo insieme ha preso il 22,1% dei voti contro il 12,8 % di FdI che è arrivato secondo. Il 22,1 % è esattamente quello che aveva preso alle precedenti comunali nel 2016. Nei 118 comuni ha preso il 19% contro l ’11,1 di FdI e il 7,7% della Lega. In entrambi i gruppi di comuni ha preso meno voti in percentuale di quanti ne aveva presi alle europee del 2019, ma il risultato è comunque molto buono. Tra l’altro queste percentuali sono vicine a quelle stimate nei sondaggi attuali mentre questo non è vero per gli altri partiti.

L’affluenza è stata bassissima.

Una sorpresa relativa. Il calo dell’affluenza è ormai un dato strutturale. La ragione principale è la disaffezione nei confronti della politica e degli attuali partiti. In questa tornata elettorale si è aggiunto lo scarso appeal dei candidati. Occorre una nuova offerta politica, idee nuove e candidati più attraenti, per invertire il trend. Anche alle prossime politiche assisteremo a un calo della affluenza in assenza di novità significative.

Il centrodestra non ha più presa nelle metropoli. Perché?

Attenzione, bisogna evitare un abbaglio mediatico. Il centrosinistra va da sempre meglio nelle grandi città. È bene ricordare però che la maggioranza della popolazione italiana non vive nelle metropoli ma in migliaia di piccoli e medi comuni, dove va meglio il centrodestra. Detto questo bisogna però anche aggiungere che Lega e FdI fanno fatica, come si è visto in questa tornata elettorale, a selezionare nelle grandi città un personale politico di livello.

Come finirà a Roma?

Sono convinto che al ballottaggio Gualtieri batterà Michetti. Una buona parte degli elettori di Calenda voterà per lui. Tra i Cinque Stelle molti non andranno a votare ma c’è chi voterà Gualtieri.

Con l’uscita da Roma e Torino i Cinque Stelle abbandonano le grandi città. Come resiste un partito che non ha radici sul territorio?

Resiste male, questa è una delle grandi sfide di fronte a Conte. I Cinque Stelle sono sempre andati meglio alle politiche che alle amministrative. Aggiungo però che in questo caso, grazie al risultato di Raggi a Roma, il M5S ha preso nel complesso dei 6 comuni capoluogo una percentuale di voti, l’8,1%, superiore a quello della Lega 6,8% e di Forza Italia, 5,1%. Ma questa non è una consolazione. I problemi restano.

Quali?

Il Movimento deve darsi in fretta un profilo preciso e una linea politica chiara o si ridurrà ad essere un partito sempre più marginale e sempre più meridionale. Sono evidenti le sue difficoltà al Nord. Al Sud, grazie al credito che si è guadagnato con il reddito di cittadinanza, regge meglio ma anche qui sono lontani i tempi dove alle politiche aveva oltre il 40% dei voti.

Qual è la vera sorpresa nel centrodestra?

Il successo di FdI di cui ho detto non è una sorpresa ma una conferma di un trend in atto da tempo. Quando avremo i dati sui flussi si vedrà se la sua crescita continua ad essere a spese della Lega. Il paradosso sorprendente è rappresentato da Forza Italia. Infatti  è probabile che a Trieste Dipiazza che è un suo candidato vinca al ballottaggio. E la stessa cosa potrebbe accadere anche a Torino con Damilano, anche se questo evento è meno probabile. E poi c’è la Calabria con Occhiuto. Non male per il più piccolo partito del centrodestra.

Letta ha messo il coltello nella piaga: secondo il segretario dem il centrodestra perde perché non ha più Berlusconi come federatore.

Non lo scopriamo oggi: la storia del centrodestra è indissolubilmente legata alla figura di Berlusconi come leader e federatore della coalizione. Oggi è più difficile ricreare quelle condizioni. Il centrodestra non ha più un leader indiscusso. La decisione di affidare la leadership a chi prende un voto in più alle prossime elezioni alimenta la conflittualità interna e indebolisce la credibilità della alleanza. Per non parlare del fatto che dei due partiti più importanti che la compongono uno sostiene il governo e l’altro è all’opposizione. È solo il sistema elettorale che li tiene insieme. O meglio i sistemi elettorali, al plurale, non solo il Rosatellum ma anche quelli per i comuni e le regioni.

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Chiesa e politica. Intervista a Gennaro Acquaviva. (Mondoperaio)

Nel numero di settembre di Mondoperaio 9/2021 è pubblicata questa intervista ad Acquaviva dal titolo “Chiesa e politica”, con la quale interviene sulla ricerca “Il gregge smarrito: Chiesa e società nell’anno della pandemia”, EssereQui, Rubbettino, 2021.

Voi di Esserequi segnalate l’irrilevanza della Chiesa in occasione della crisi pandemica, la sua subalternità alla politica, alla scienza. È un giudizio che immagino tu condivida.

Naturalmente. Anche io infatti ritengo che la crisi della Chiesa italiana, in particolare quella connessa con l’azione positiva da essa espressa nel mondo in cui vive, opera e di cui è parte fondamentale, sia di gravi proporzioni: come è correttamente dimostrato nella ricerca. Forse posso aggiungere che io rispetto allo stato di crisi proposto dagli estensori del volume sono più pessimista: talché avevo proposto un titolo più netto, invece de “Il gregge smarrito” l’avrei intitolato “Pecore senza pastore”. Naturalmente sappiamo bene che questa crisi si inserisce in una condizione della spiritualità nell’Occidente mondiale, e in particolare nella nostra patria europea, che è in atto ed in evidenza da decenni con una progressione che appunto è solo più visibilmente emersa a seguito della crisi pandemica ed in questi ultimi due anni. Ma, ripeto, le caratteristiche proprie della crisi all’italiana che emergono da queste pagine sono connaturate nello specifico tessuto storico e culturale della società italiana da tempo e con modalità proprie.

Quali sarebbero queste specificità? Cosa avrebbe de- terminato questa afasia della Chiesa in una congiuntura tanto drammatica per il nostro Paese?

Non voglio farla troppo lunga e perciò vengo subito al punto che più mi interessa: quello del rapporto tra il cat- tolicesimo vissuto e soprattutto la sua realtà organizzativa, qui in Italia, e la politica. Questa formidabile presenza cattolica è stata, sappiamo, protagonista molto importante della vita politica italiana da sempre: ma fu decisiva so- prattutto dopo il 1944-45, almeno fino a Tangentopoli. Questo è avvenuto anche in virtù del permanere al suointerno – e per un lungo periodo anche dopo il Concilio – di una sua specifica condizione di unità rispetto alla politica, costantemente e tenacemente promossa e sostenuta direttamente dalla Gerarchia ecclesiastica.

Le sue caratteristiche e la sua finalizzazione può e deve essere naturalmente anche interpretata e storicamente criticata; ad esempio io avrei da proporre – come ho fatto frequentemente per decenni – molte critiche ed osservazioni, che ritengo ben fondate. Ciò non toglie che il permanere di una condizione di attiva e forte presenza cattolica nella politica abbia influenzato decisamente e direttamente sia la condizione della Chiesa italiana che, ovviamente, la vita politica dopo il 1945. Penso che non ci sia bisogno di spendere troppe parole per dimostrare questo dato di fatto. Mi permetterai almeno di sottolineare un punto per me decisivo. Lo faccio citando uno dei maggiori teorici e storici di questo rapporto vitale tra Chiesa e politica durato almeno cinquant’anni: Gianni Baget Bozzo.

Egli nel momento della sua crisi conclusiva ne scrisse approfonditamente in un libro stampato appunto nel 1994: “Cattolici e democristiani. Una esperienza politica italiana” (Rizzoli – 1994).

Nel volume si dimostra con grande lucidità e fondamento, come la costruzione della classe dirigente della Chiesa italiana, a partire dalle vicende del 1945-1948, sia stata strettamente e indissolubilmente legata alla crescita, allo sviluppo, all’affermazione della presenza politica della Democrazia cristiana. I vescovi italiani che si affermano e gestiscono splendidamente la vicenda ecclesiale per i quarant’anni successivi, un lungo percorso che è dominato e in qualche maniera concluso con il pontificato di papa Montini, sono la dimostrazione visibile e convincente di questa condizione, di questo dato di fatto. Quella realtà cattolica diffusa e vitalissima, altolocata e assai solida è stata protagonista importantissima della vita politica italiana almeno fino a Tangentopoli.

Il crollo improvviso che allora avvenne del sistema dei partiti (e naturalmente innanzitutto in quello della Democrazia cristiana), per di più ritenuto moralmente degradante per come si era costruito e soprattutto per come era avvenuto, ha condizionato a tal punto i vescovi italiani da modificare radicalmente il loro precedente orientamento, addirittura la loro stessa visione della politica. Tal che, pur se gradualmente, essi si sono di fatto ritirati dalla partecipazione dalla vita democratica del proprio Paese, limitandosi a contemplarne gli sviluppi a distanza di sicurezza, pur se continuando ad impegnarsi nella guida positiva di plurime attività sociali e dedicandosi prevalentemente a coltivare, nel rapporto Stato-Chiesa, questioni morali e problematiche culturali.

L’afasia, quindi, è di vecchia data, il pastore si è, per così dire, ritratto da tempo oltre Tevere lasciando il suo gregge in preda al risentimento e all’incertezza senza sostegno e senza consiglio.

È proprio così. Ma vorrei tornare a ricordare che questa rottura si è realizzata soprattutto perché anche la Chiesa, almeno sul fronte strettamente politico, usciva in qualche maniera sconfitta, e per di più impaurita, da questa vicenda anche in ragione delle potenziali corresponsabilità che gli potevano venire direttamente addebitate rispetto alle vicende di corruzione politica. È stato soprattutto per questa ragione che la Gerarchia ecclesiastica non ha voluto o non ha potuto cogliere la possibilità, che allora (1994-96) poteva forse essere colta, di diventare ancora una volta elemento forte di animazione etica ed umana di tutta la democrazia italiana, proprio utilizzando la lunga fase iniziale che caratterizzò la transizione del dopo Tangentopoli. Questo ha, tra l’altro, impedito o comunque fortemente ostacolato, ove mai fosse stato proposto, lo svolgimento di un ruolo attivo e partecipativo del laicato cattolico nella ricostruzione della politica, assecondando di fatto la naturale, pur se prudente, tendenza antipolitica che, da allora, prese concretamente a circolare in tante parti vitali del mondo cattolico, proprio in conseguenza di come era avvenuto il crollo del sistema dei partiti.

È facendo riferimento a questa condizione, insieme di estraneità e di compromissione, che possiamo farci ra- gione della condizione drammatica che caratterizza il presente della Chiesa in Italia: appunto, un popolo senza pastore. Quello che allora successe fu un grave errore: e va aggiunta per la verità che esso è prevalentemente da addebitare a chi allora guidava la CEI e cioè il Cardinale Ruini. Che un sistema politico mal congegnato, nato nel 1992-1994 con le tare incorporate dell’ingiustizia e della violenza, presidiato da una classe dirigente prevalentemente ed inevitabilmente raccogliticcia e molto spesso impreparata, soprattutto perché senza radici; che un sistema siffatto sia stato lasciato a se stesso, senza partecipazione, senza mediazioni, senza correzioni dalla forza spirituale e dalla rete umana e concretamente diffusa che rappresentava un grande passato e che è tuttora parte importantissima del futuro della Nazione italiana, è stato veramente un grande errore, di cui oggi purtroppo siamo tutti obbligati a pagare dazio. A partire naturalmente da chi ha la responsabilità di guidare i cattolici d’Italia.

Forse la Chiesa si è estraniata dalla società italiana, dalle sue tradizioni culturali e politiche, perché non ha più al suo interno chi sappia interpretarle.

L’una cosa lega l’altra. Prendiamo la nostra esperienza e convinzione di socialisti: di ieri e di oggi. Craxi non aveva certamente tendenze clericali. Egli fu l’unico leader politico di spicco, dopo le battaglie del 1948, che si alzò a controbattere duramente, nella solennità di un’Aula parlamentare, quella che considerava l’inammissibile ingerenza di un Papa, pur grande e carismatico, nell’attività legislativa di una libera nazione. Eppure questo socialista garibaldino era assolutamente convinto che il tessuto italiano, la rete complessa di relazioni e di persone che tutti i giorni costruiscono questo Paese, non poteva reggere senza il cristianesimo ed i suoi testimoni, non poteva andare avanti senza la sua storia, la sua carità, la sua cultura politica, il suo senso sociale. Per questo a chi cercava di proporgli dubbi sulle forme del finanziamento alla Chiesa che egli aveva deciso di realizzare gli intimò duramente: “Non affamate i preti!”.

Per Esserequi serve una “messa a terra”, una forza organizzata in grado di riammettere nella politica italiana i cattolici e quanti tra i laici fanno comunque riferimento ai valori cristiani, sei d’accordo?

Non so se sarebbe possibile parlare oggi di una forza or- ganizzata: probabilmente essa nel presente potrebbe essere fuori tempo e fuori storia. Né parlerei di strumenti concreti e forme operative da mettere in campo. La cosa più importante almeno per me, è capire, e convincere altri, che oggi i pastori della Chiesa che è in Italia debbono essere sollecitati a riflettere sull’alta responsabilità civile e politica che li interpella. In particolare debbono essere invitati a considerare criticamente i risultati a cui è giunta oggi la politica della Nazione che è affidata anche alle loro cure pastorali, sicuramente anche a seguito dei comportamenti che essi troppo spesso hanno adottato nei passati trent’anni. Per la cattolicità italiana è veramente giunto il momento di riflettere sul ruolo da essa svolto in questo lungo periodo per sostenere la realizzazione del bene comune. Ripeto: andando oltre il contributo pur positivo che essa ha comunque prodotto e senza dimenticare il numero infinito di particelle di bene che questo mondo garantisce ogni giorno al nostro popolo.

In sostanza. La Chiesa cattolica ha una responsabilità storica così vasta rispetto alla Nazione italiana che qualsiasi piccola o grande preoccupazione o ogni tradizionale prudenza dovrebbe oggi essere messa da parte. Questa responsabilità va assolta subito, prima che sia troppo tardi.

Per saperne di più

https://www.fondazionesocialismo.it/wp-content/uploads/2021/09/Un-gregge-smarrito.pdf

La consapevolezza della complessità non deve spingerci al nichilismo

John Morgan, in un brillante saggio, analizzala complessità e le contraddizioni del vivere oggi tra etica ed estetica, soggettività e bene comune, tradizione e progresso, apparenza e realtà, empirismo e utopia. (Articolo già sulla rivista ‘DIRITTO PENALE UOMO- DPU’ -(Fascicolo 9/2021 – Rivista internazionale di diritto e scienza)

In un saggio pubblicato dal “Corriere della Sera” con l’intrigante titolo Imparare a vivere- Un’epoca in bilico tra lumi e oscurantismo il Prof. William John Morgan, Emerito alle Università di Cardiff e di Nottingham, traccia una rapida e vigorosa sintesi delle contraddizioni e delle potenzialità del nostro tempo, sotto vari profili di considerazione: colpisce la sua capacità di inquadrare in un efficace fermo-immagine una serie di tematiche di incalzante attualità e lo fa occupando lo spazio di una mezza pagina di giornale, partendo  da una ‘colossale monografia’ di Michael Grant – I gladiatori – scritta 50 anni fa, grazie anche all’impeccabile traduzione a cura dello Studio Annita Brindani (Busseto-Parma).

Nel vasto mondo romano, questo è il contesto storico considerato nell’incipit, “milioni di persone si sentivano inette, ignorate, trascurate, smarrite e soprattutto annoiate”: la metafora del ‘panem et circenses’ di Giovenale era la risposta della classe dirigente a questa alienazione di massa. Morgan ritrova questa condizione – a un tempo – di alienazione e di insoddisfazione nelle efferatezze perpetrate dall’umanità nei secoli successivi, fino al nostro tempo. Evidenziando peraltro come si viva oggi in un mondo che offre straordinarie opportunità di conoscenze e dotazione di mezzi per cercare un sostenibile equilibrio esistenziale. Impossibile che sia sfuggito al Prof Morgan il coacervo di problematicità latenti, vissute ed emergenti, non è immaginabile che nel suo ragionamento non tenga conto ad esempio della crisi climatica e delle conseguenze che ne possono derivare, certamente conosce il recente Rapporto ONU COP/26 dalle previsioni catastrofiche, impossibile inoltre che non abbia cognizione del dramma planetario della pandemia, delle questioni demografiche e degli esodi biblici, della fame del terzo mondo, del dramma dell’Afghanistan, dei conflitti culturali e dei fondamentalismi. Egli è uomo del nostro tempo e non si sottrae ai suoi dilemmi, anzi li fa emergere allo scopo di evidenziarne le contraddizioni.

La più evidente consiste proprio nella sostanziale incapacità di governare il cambiamento: il riferimento non riguarda tanto l’impresa tecnica o le potenzialità del web in senso strumentale quanto piuttosto l’assenza di controllo e di dominio dei flussi informativi, comunicativi e relazionali. Il fatto che la nostra vita non possa più prescindere dall’universo semantico e simbolico di internet e del web crea una distonia tra reale e virtuale che ci disorienta: siamo immersi in pieno nell’opposto concettuale riassunto dalla descrizione del villaggio di Macondo da Gabriel Garcia Marquez, dove le cose erano così nuove che non avevano un nome e per definirle bisognava indicarle con il dito.

La pluralità e la sovrabbondanza di dati, notizie e informazioni di cui disponiamo dovrebbe impegnarci in una sorta di selezione per promuovere la condizione umana e la dimensione sociale delle sue relazioni: il tema sotteso è quello dell’etica della responsabilità che spesso soccombe ai sensazionalismi, ai casting improvvisati e alla circolazione delle fake news che finiscono per assecondare interessi commerciali e privati, piuttosto che la promozione del bene comune all’insegna del vero e del giusto.

Di questa condizione sono state date definizioni suggestive che la descrivono ma non la spiegano, dallo spaesamento, alla liquidità debordante, dal villaggio globale al grande fratello, definizioni cioè che afferiscono alle contraddizioni esistenziali di questo tempo, tra etica ed estetica, soggettività e bene comune, tradizione e progresso, apparenza e realtà, empirismo e utopia.

La destrutturazione e la polverizzazione delle dinamiche conoscitive e dei flussi informativi sono uno degli aspetti che la cultura del web sta introducendo nei meccanismi relazionali: ciò si riscontra osservando come le idee radicate nella storia e tramandate dalla tradizione siano state a poco a poco sostituite dalle opinioni soggettive. “Viviamo una situazione paradossale, bombardati da frasi a effetto in cui tutti urlano la propria verità mettendo a tacere anche le opinioni più autorevoli, abbandonando ogni discorso basato su evidenze ed argomentazioni motivate”. Uno stallo di relativismo che si fa assoluto, l’epifenomeno di una umanità a poco a poco deprivata degli archetipi per far posto ad improbabili verità soggettive, una democrazia-pozzanghera dell’impantanamento ossessivo  e compulsivo dell’uno vale uno, a prescindere dai vincoli oggettivi della sua strutturazione e dell’esercizio di un potere di gestione riconosciuto e legittimato.

Neppure Max Weber aveva accettato questa idea di democrazia acefala, deprivata dai concetti di responsabilità, competenza ad autorità, basti leggere le sue lezioni raccolte ne “Il lavoro intellettuale come professione”. Partecipazione democratica non è obbedienza ad un dogma di iniziazione calato dall’alto.

L’input del Prof. Morgan apre ad approfondimenti che si rivelano necessari per restituire un riorientamento ed una direzione di senso al lavoro intellettuale, al fine di sottrarre la realtà e l’ordine delle cose al limbo dell’indeterminato.

Il nichilismo del XXI secolo non assomiglia neanche un poco a quella filosofia di pensiero che lo aveva generato agli inizi del 900: oggi il nichilismo 4.0 è sostanzialmente assenza, destrutturazione, immobilismo, miscredenza, una miscela paralizzante e negazionista agìta anche sotto forma di violenza simbolica, come ribellione dell’io. Di quell’io che sta compiendo un lungo periodo di sgretolamento e di lisi verso la dissoluzione identitaria: la stessa umanità si fa debole e annichilita, il tempo si accorcia, per questo manca una visione credibile del futuro, annientata proprio dal proliferare di una micro progettualità autoreferenziale e di breve deriva. Un nichilismo – lo vediamo crescere – che si fa negazionismo senza alternative, ove non si considerino la preclusione alla scienza, la minusvalenza della vita o la coreografica rappresentazione plastica di quel terrapiattismo perennemente alla ricerca di evidenze dimostrabili tanto da far opera di proselitismo in ogni target sociale: un passatempo, dunque, inconcludente e surrettizio, un riempitivo evanescente del nulla.

Morgan descrive un’iconografia della realtà che oscilla tra oscurantismo e neo –umanesimo: di più, invoca il ritorno alla ragione e alla ragionevolezza, non senza ammettere che un neo illuminismo nella società irreversibilmente globale difficilmente riuscirebbe a trovare spazio.

Tuttavia la necessità irrinunciabile di trovare ipotesi condivise ed utili alla soluzione di problemi comuni spinge il Prof. Morgan a cercare alternative e capacità in altri ambiti: “se vogliamo rinnovare e rafforzare tali capacità occorreranno delle qualità non cognitive per poter valutare gli strumenti scientifici cognitivi attuali e futuri”, come il dialogo, il lavoro di squadra, la valutazione e – sostengo io- il controllo come valore aggiunto a valenza “promozionale”.

Spiega conclusivamente William John Morgan: “si tratta di una visione umanistica del concetto di educazione e sviluppo, fondato su principi quali il rispetto della vita in tutte le sue fasi, la dignità umana, la parità dei diritti, la giustizia sociale, la diversità culturale, la solidarietà internazionale e la responsabilità condivisa per un futuro sostenibile”.

“Vaste programme”, direbbe De Gaulle.

Ed è vero: il programma è vasto e impegnativo ma giunti a questo punto, in cui si discute dei destini del pianeta e dell’umanità, in cui il futuro si può fare improvvisamente breve e imperscrutabile, è necessario che ciascuno avverta e assuma il dovere di fare la propria parte. L’imperativo è morale, non retorico e va assolto a cominciare da una politica che deve trovare altre categorie connotative oltre il vincolo ideologico e il posizionamento parlamentare. La saturazione demografica del pianeta, le ciclicità pandemiche e l’emergenza climatica sono buone ragioni per cambiare marcia e registro, hic et nunc.

 

CV Accademico del Prof. W. John MORGAN

È professore onorario, School of Social Sciences e Leverhulme Emeritus Fellow, the Wales Institute of Social and Economic Research, Data, and Methods, Cardiff University. È anche Professore Emerito di Educazione Comparata, all’Università di Nottingham, dove è stato Cattedra UNESCO di Economia Politica dell’Educazione; Senior Fellow, China Policy Institute; e Acting-Direttore dell’Institute of Asian Pacific Studies. È stato anche tutor-organizzatore dell’Associazione Educativa dei Lavoratori e docente universitario; ed è un Distinguished Professor dell’International Institute of Adult and Lifelong Education. Fellow del Royal Anthropological Institute, della Learned Society of Wales e della Royal Historical Society; e D.Sc. (hc) Istituto di Sociologia, Accademia Russa delle Scienze, i suoi attuali interessi di ricerca riguardano l’economia politica comparata dell’istruzione: in particolare Russia e Cina; società civile e antropologia della conoscenza; ed educazione alla pace.

Il 2021 come il 1993? Sembrava allora che la sinistra, dopo le elezioni comunali, potesse trionfare alle politiche…

A leggere i commenti provenienti dal Nazareno, tutti improntati a un facile trionfalismo, già si assapora la quasi fisiologica vittoria della sinistra. È del tutto evidente però che in Italia, oggi più di ieri e come quasi sempre, si continua a vincere al “centro”.

A volte le dinamiche della politica italiana ritornano. Seppur sotto la veste di altri partiti, altri protagonisti politici e altri schieramenti. Ma le dinamiche, appunto, a volte sono quasi le stesse. Chi ricorda ancora la stagione, non lontanissima, del post tangentopoli del 1993, non può non venirgli in mente che la sinistra politica vinse in quell’anno in quasi tutte le principali città italiane – un “cappotto” fu definito all’epoca – ipotecando, profetizzavano i vari politologi, la schiacciante vittoria di quello schieramento alle elezioni politiche dell’anno seguente. Come andò a finire le lo ricordiamo tutti. Spuntò all’improvviso un imprenditore geniale del Nord e la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto e compagni andò a sbattere contro un muro e si perse per strada andando incontro ad una sconfitta epocale e storica.

Oggi, come ovvio, le cose sono diverse ma non più di tanto. La sinistra rivince in quasi tutta Italia – causa lo sbandamento dei vertici del centro destra, della scelta di candidati a SIndaco a dir poco con metodi alquanto improvvisati, e con una serie di scelte politiche che paradossalmente parevano studiati appositamente per cozzare contro ciò che pensava la stragrande maggioranza dei cittadini italiani in questo periodo di post pandemia – e già si intravede la vittoria alle prossime politiche ormai all’orizzonte.

Ora, leggendo i vari commenti, già si assapora la quasi fisiologica vittoria della sinistra. È del tutto evidente però che in Italia, oggi più di ieri e come quasi sempre, si continua a vincere al “centro”. Se lo stesso segretario nazionale del Pd arriva a sostenere che il centro destra non ha vinto perchè manca ormai un “federatore moderato” che aggreghi e guidi l’intera coalizione com’era il “leader di Forza Italia Silvio Berlusconi”, si sostiene che senza un “centro” riconoscibile quella coalizione non è più competitiva. Sul versante opposto, cioè la coalizione di sinistra, se dovesse consolidarsi l’alleanza “organica e strutturale” con il partito di Conte e di Grillo, anche da queste parti non potrebbe mancare un soggetto/partito/lista di centro per poter competere e potenzialmente vincere le elezioni contro il conglomerato conservatore.

Considerazioni, queste, semplici ma profondamente vere soprattutto nel sistema politico italiano. Perchè anche una coalizione di sinistra massimalista o populista o giustizialista che sia e un’alleanza di destra sovranista e populista, difficilmente competono e vincono se manca al suo interno una componente visibile e robusta di “centro” che sappia praticare e declinare una vera ed autentica “politica di centro”. Ed è proprio su questo versante che si giocherà la vera partita politica. Certo, se la destra dovesse rimanere la semplice somma del sovranismo e del populismo con una presenza moderata e di centro quasi inesistente non ci sarebbe sicuramente partita. Ma così, credo, non capiterà. Come sul versante della sinistra, sarà difficile che ci si limiti alla semplice sommatoria del Pd e ci ciò che resta del partito di Grillo e di Conte senza un soggetto/ partito/lista di “centro che guarda a sinistra”, per dirla con una celebre espressione dello statista Alcide De Gasperi.

È, quindi, su questo versante che si giocherà la vera sfida politica dei prossimi mesi. Chi, cioè, riuscirà a sapere costruire un “centro” democratico, riformista, plurale e di governo che sia in grado di “moderare” le rispettive coalizioni e di riproporre una vera cultura di governo nel sistema politico italiano. Perchè il 1993 è sempre bene non dimenticarlo soprattutto per le dinamiche che può innescare e che può far pensare ad una serie di vittorie inarrestabili ed irreversibili. Perchè, per ricordarlo ancora una volta, è bene tenere a mente che dopo il ‘93 è arrivato il 1994 che ha ribaltato radicalmente gli equilibri politici,malgrado la sinistra avesse conquistato appena 10 mesi prima quasi tutti i principali governi locali del nostro paese.

Ed è proprio su questo versante che il riformismo, in particolare quello del cattolici democratici, popolari e sociali, può e deve giocare un ruolo politico decisivo e determinante per la qualità della nostra democrazia e per l’efficacia della nostra azione di governo.

Riflessioni dal Nord Est. Ritorna in auge il disegno che fu del doroteo Bisaglia?

L’autore fa leva sulla considerazione che identifica nel successo del centrodestra nel Nord Est la persuasività di una proposta leghista in forte sintonia con l’antica tradizione “bianca”, da cui il leader doroteo veneto, Antonio Bisaglia, faceva discendere l’ipotesi di un partito autonomo federato con la Dc, sulla falsariga della bavarese Csu. Un’opinione che accogliamo nello spirito di dialogo che caratterizza la linea editoriale “Il Domani d’Italia”.

L’astensione è stata ovunque ampia e diffusa. Più forte nei centri città, a Milano e a Bologna, e assai più consistente nelle periferie, come a Roma. L’astensionismo lo paga soprattutto il M5S che, non solo perde i suoi sindaci, ma è decisivo solo in accoppiata col PD a sinistra. Dalle urne delle amministrative emergono due netti vincitori: il PD di Letta e Fratelli d’Italia della Meloni che si annunciano come i poli di riferimento essenziali a sinistra e a destra della politica italiana. Netta la sconfitta di Salvini e della sua idea del partito leghista che, invece, nel Nord Est fa il pieno di voti nei comuni delle regioni guidate da Zaia e da Fedriga.

Sarà importante analizzare la composizione sociale e culturale del quasi 50% dei renitenti al voto che, a una prima superficiale lettura, sembrerebbe attecchire nelle due fasce intermedie dei “diversamente tutelati” e del “terzo stato produttivo”, escludendo “casta” e “quarto Non stato”, sempre attenti a tutelare i loro interessi le loro condizioni di privilegio palesi e occulte.

 

È una battuta d’arresto oggettiva e clamorosa per il populismo, mentre appare evidente l’assenza di un centro politico democratico e popolare senza il quale la polarizzazione premia i due partiti di più antico insediamento territoriale e dalle strutture organizzative consolidate.

Servirà anche decifrare l’orientamento del voto giovanile; di quei giovani, cioè, che pochi giorni prima del voto avevano riempito le piazze e le strade italiane per le battaglie ambientaliste, assai più disponibili alle logiche dei movimenti che a quelle dei partiti. Eppure il problema di questa caduta della partecipazione elettorale in sede locale, là dove si costruisce il consenso sui temi e i bisogni specifici dei cittadini, dovrebbe far riflettere sulla crisi della nostra democrazia. Una crisi che, in larga parte, si accompagna a quella più generale e profonda dei partiti per i quali, oggi ancor più di ieri, s’impone l’applicazione non più rinviabile dell’art 49 della Costituzione.

 

Venendo alla nostra area di riferimento sociale, culturale e politico, dobbiamo onestamente riflettere sull’eterogeneità e improvvisazione della nostra partecipazione nei diversi ambienti territoriali, nei quali scontiamo gli effetti devastanti della persistente diaspora che continua a impedire quella ricomposizione politica di cui la politica italiana avrebbe necessità.

 

Tranne alcuni casi molto isolati nei quali, la DC o la Federazione Popolare dei DC, sono riusciti a presentare, per la verità senza molto successo, liste autonome, sono prevalse le scelte a destra dell’UDC che continua a sostenere una politica, forse opportuna e utile per la sopravvivenza dei soliti noti, ma che impedisce la formazione di un centro democratico e popolare, liberale e riformista, europeista e trans-nazionale, inserito a pieno titolo nel PPE, alternativo alla destra nazionalista e populista e alla sinistra senza identità.

 

Vedremo come saranno interpretati i risultati dai partiti presenti nel Parlamento italiano, in base alla valutazione dei quali dipenderà la decisione sulla legge elettorale da adottare alle prossime elezioni politiche. Credo che, sulla base del voto amministrativo, nonostante le spinte al voto di Giorgia Meloni, difficilmente si avranno elezioni anticipate e, dunque, il governo Draghi dovrebbe durare sino alla scadenza della legislatura.

 

Se a livello nazionale la linea ondivaga di lotta e di governo di Salvini è stata sconfitta, trionfante è invece stata, dove ha prevalso, come in Friuli e nel Veneto, quella dei governatori del Nord Est. Da Pordenone a Chioggia a Montebelluna, infatti, il centrodestra conquista tutti i principali comuni veneto friulani in cui si è votato. Qui domina la Lega di Zaia e Fedriga con una base sociale e culturale dalle antiche radici bianche. Il vecchio disegno bisagliano di una CSU del Nord potrebbe, dunque, essere ripreso. La crisi di una sinistra senza identità in queste realtà impone una seria analisi da parte di quanti come noi si riconoscono nella tradizione e nella cultura politica dei cattolici democratici e cristiano sociali, al fine di riprendere i ragionamenti nel punto in cui li abbiamo interrotti con Toni Bisaglia, alla vigilia della sua scomparsa e della fine politica della Democrazia Cristiana.

La nostra ricomposizione politica prima e, insieme, l’apertura con quanti intendono collegarsi all’esperienza più ampia del Partito Popolare Europeo, sono gli obiettivi da perseguire con forte determinazione.

Slavoj Žižek: da Hegel a Elon Musk. La recensione di “DoppioZero”.

L’entusiasmo con cui oggi crediamo che si possano presto unire le menti grazie ai dispositivi della Neuralink di Musk potrebbe essere mal riposto; potrebbe essere una forma di materialismo cartesiano o dualismo neurale. Unendo i cervelli, potremmo perdere ciò che dà significato alle loro secrezioni chimiche, ovvero il mondo esterno.

 

Un nuovo libro di Slavoj Žižek è un caleidoscopio di immagini e di nomi in cui è facile perdersi, disorientati dalla sua tipica bulimia argomentativa. Ma un filo conduttore c’è e ci tocca da vicino. Il libro, appena tradotto e pubblicato in italiano con un titolo che tradisce l’originale, Hegel e il cervello postumano (Ponte alle grazie, 2021), affronta il tema della attesa singolarità tecnologica in chiave hegeliano-lacaniana. Il titolo, dicevo, è fuorviante perché non ha senso parlare di cervello postumano e infatti mai ne parla Žižek che invece affronta il tema della singolarità in chiave dialettico-psicoanalitica. Correggiamo subito il tiro. Non si parla di cervello postumano, come erroneamente promesso dal titolo, ma di “wired brain”, ovvero il cervello connesso e cioè la possibilità che un domani, nemmeno tanto lontano, i nostri cervelli, con buona pace di John Donne, non saranno più essere isole di soggettività, ma un’unica realtà iper-connessa senza soluzione di continuità.

 

Per gli amanti degli anime dirò subito che il libro di Žižek è una specie di Evangelion tradotto in parole. Non a caso nell’ultima fatica di Hideaki Anno, il deus ex machina è lo Strumentality Project, ovvero la consapevolezza che l’umanità non solo non è il compimento della storia, ma nemmeno un fine in se stesso. Anzi, la nostra specie non sarebbe altro che un gradino lungo una scala forse infinita. Ogni passo è una ulteriore singolarità, ovvero un continuo passaggio a livelli incommensurabili con i precedenti. Noi pensavamo, guardando l’uomo vitruviano di Leonardo sulle monetine da 1 euro, di essere il centro dell’universo e invece non eravamo altro che un antipasto. Che sconfitta per il nostro narcisismo. Come sarebbe felice Freud!

 

Ma muoviamoci con ordine o, almeno, cerchiamo. La singolarità è quel punto nel nostro futuro dove il progresso tecnologico e la convergenza di varie tecnologie – intelligenza artificiale, interfacce digitale-neurale e ingegneria genetica – cambieranno l’essere umano creando le condizioni per una rielaborazione completa della realtà così come l’abbiamo conosciuta finora. 

Fin da subito, Žižek avverte dell’impossibilità di affrontare oggi il tema della singolarità perché se è vera singolarità è al di fuori della nostra possibilità di parlarne e, prima ancora, di concepirla. Sarebbe come chiedere a un Homo Erectus che cosa ne pensa della cultura e della storia degli Homo Sapiens. Non potrebbe neppure comprendere il senso delle nostre domande. Il sol dell’avvenire è una successione di momenti incommensurabili che non trovano una spiegazione nei loro antecedenti.

La singolarità cortocircuita conoscenza e realtà, epistemologia e ontologia, mentale e fisico, soggettività e oggettività. Se i cervelli si uniscono e viene meno la narrazione che crea l’illusione dell’esistenza individuale, diventeremo tutt’uno con la realtà? Per Žižek i passaggi fondamentali sono due. Il primo è il cervello connesso con il mondo, ovvero la capacità di agire direttamente sulla realtà invece che in forma mediata attraverso il corpo. Il secondo è il collegamento diretto tra cervelli, eliminando così quelle barriere che ci delimitano, ci definiscono e ci fanno essere quello che siamo. Nella singolarità universale non ci sarebbe più spazio per i singoli individui. Senza contorno le singole persone non avranno più forma e nemmeno identità.

 

Il tema fondamentale, e non potrebbe che essere così, di questo libro futurologgiante di Žižek è il carattere retroattivo del tempo e dei processi storici che creano il proprio passato e che, in questa creazione postuma, esercitano quell’autonomia creativa che sfugge alla declinazione meccanica delle premesse che tanto piace (e ancora più rassicura) i filosofi di corrente analitica. 

Quindi? Il tempo è una freccia lineare o è quella spirale retroattiva suggerita da Hegel? Žižek ha risposto in modo brillante traendo spunto dalle sue sue (dis)avventure coniugali: come si concilia il suo principio di amare una donna per sempre con il fatto che si è divorziato tre volte? E la risposta, recuperando la dialettica hegeliano-marxista, è che, se un amore finisce, non era mai stato vero amore (ma un calesse …). Ovvero, l’esito di un rapporto sentimentale ne stabilisce retroattivamente la natura. Il vero amore è quello che non finisce mai. Se è finito, vuol dire che non era mai stato vero amore. Quindi il presente definisce il passato e il passato è sempre oggetto di una reinterpretazione che è la condizione perché ci siano più futuri possibili.

L’esempio pop è quello del Joker nella versione di Todd Phillips (2019). Tante persone, nota Žižek, hanno vissuto situazioni disfunzionali come la vita di Arthur Fleck, ma solo una è diventata il Joker e, diventandolo, ha definito quelle situazioni come il percorso formativo del Joker. Ancora una volta quello che succede, qui e adesso, definisce la natura di quello che era successo prima. Per dirla con Beckett, “il silenzio, una volta rotto, non sarà mai più lo stesso”. Quest’idea, molto hegeliana, della revisione del passato è oggi ricomparsa in luoghi insospettabili: si tratta del principio eleatico secondo il quale la causa della causa è l’effetto. Estraendo il biglietto della lotteria oggi, cambiamo il passato e determiniamo, dal giorno in cui qualcuno lo ha staccato in un autogrill, quale era il biglietto vincente! Per cambiare il futuro, scrive Žižek, dobbiamo riscrivere il nostro passato.

La retroattività temporale va contro l’ontologia analitica, quella visione schematica del mondo costituito in una serie di proprietà e individui e definite a priori. È significativo che Žižek si muova contro la visione analitica della realtà proprio nell’analisi del nuovo avvento tecnologico tanto strombazzato. La singolarità, nata dal bordo steam e cyberpunk messo in moto dalle intuizioni matematiche di Alan Turing e Claude Shannon, viene riletta come occasione di riscrittura della nostra esistenza.

 Per rompere lo schema lineare del tempo, Žižek esercita gioiosamente la hybris dello spirito di finezza contrapposto allo spirito geometrico dei filosofi analitici, per i quali tutto è articolazione meccanica delle premesse. Con il Joker, con le mogli di Žižek e con la singolarità futura, invece tutto si costituisce mano a mano, anche nelle sue regole. Potremmo chiederci quanto una filosofia analitica degli Homo Erectus sarebbe stata in grado di anticipare, anche se li avessimo sterminati (o peggio mangiati) la nostra civiltà. E la risposta è: per nulla!

La forza del libro sta soprattutto nelle intuizioni, ancora più che nelle argomentazioni. Oggi purtroppo, molto spesso una buona intuizione, come nel gioco delle perle di vetro di Hesse, viene tenuta sotto silenzio perché non si dispone di quella giustificazione rituale che chiamiamo “ragionamento corretto”. Questo rischio, qui, non si corre! 

 

L’affresco di Žižek, con tutto il suo fascino, ha il suo tallone d’Achille nell’attendibilità delle premesse, in particolare nell’idea, oggi popolarissima, che la mente sia un flusso di dati dentro i cervelli e che sia sufficiente (per quanto tecnicamente difficile) collegare i sistemi nervosi tra di loro, circa come negli anni ’90 abbiamo creato Internet collegando tra loro i computer. L’idea di Žižek è che la singolarità sarà, per i cervelli umani, quello che internet è stata per i computer. Ma quest’idea non tiene conto del problema fondamentale alla radice di neuroscienze e teoria dell’informazione: di che cosa è fatta la mente? È solo informazione o richiede il mondo esterno? La logora metafora tra la fenomenologia dello spirito di Hegel e un romanzo di formazione cosmico torna attuale e sovverte la lettura monodimensionale del progresso tecnologico come realizzazione inevitabile di premesse vere a priori. Tutto è inevitabile, avrebbe detto Kant, ma solo dopo che è avvenuto. Cioè noi leggiamo le leggi che portano alla realizzazione del nostro mondo perché, guarda caso, quello è il mondo in cui viviamo: una specie di volontarismo naturalista. 

Una delle divagazioni più divertenti è quella sulla caduta dalla caduta, ovvero della contraddizione insita in ogni racconto escatologico, dalla genesi alla singolarità tecnologica. Adamo ed Eva non potevano essere colpevoli di avere mangiato il frutto dell’albero del bene e del male perché, non avendolo ancora mangiato, non potevano avere una coscienza etica per giudicare le proprie azioni.

 

Analogamente, noi non possiamo essere responsabili della singolarità perché siamo prima di essa e quindi non abbiamo gli strumenti per giudicarla. Siamo ancora immaturi. Per Žižek, il problema di Elon Musk non è essere radicale, ma non esserlo abbastanza e non poterlo nemmeno essere perché, se lo fosse, vorrebbe dire che la singolarità si è già compiuta. Eppure alle spalle abbiamo un’altra singolarità di cui noi siamo l’esito. La nascita della cultura (e quindi della storia) è stata un taglio dell’essere che ha lasciato tracce nella rivoluzione neolitica, nella comparsa del linguaggio, chissà, forse persino nel crollo della mente bicamerale e nell’introduzione della grammatica soggetto-oggetto. La caduta, la cacciata dal giardino dell’Eden, è il racconto mitico della singolarità da cui siamo stati generati. 

Žižek soffre della stessa mancanza che lui applica a molti dei suoi riferimenti: non è abbastanza radicale. Infatti fonda la sua analisi sull’idea che la mente, in fondo, sia dentro il corpo. Quando scrive che “se una macchina registrasse i nostri pensieri, allora il nostro corpo sarebbe fuori di noi e noi saremmo fuori di noi stessi”, Žižek accetta quella tradizione neuro-centrica e analitica che vorrebbe mettere in discussione. Perché essere fuori del corpo dovrebbe essere fuori di se stessi? A meno che uno non presupponga di essere tutt’uno con il proprio corpo, il ragionamento di Žižek è un non sequitur. Infatti, noi non possiamo mai essere fuori di ciò che siamo. 

 

Noi esseri umani siamo solo uno stadio intermedio e abbozzato tra gli animali e la post-umanità … Per Trotskij “Che cosa è l’uomo? Non è affatto una creatura finita o un essere armonioso. […] Produrre una nuova versione perfezionata dell’uomo è il compito del comunismo”. Questa responsabilità oggi è spostata sulle spalle della Intelligenza artificiale. Non a caso, la musa ispiratrice di Elon Musk, ovvero la cantante tecno-pop Grimes, si è fatta araldo di una specie di techno-comunismo ispirato all’intelligenza artificiale. Prendiamo questa incompletezza dell’umano in senso positivo – “Grandi speranze” per dirla con Dickens. D’altronde anche Pico della Mirandola, nei discorsi sulla Dignità dell’Uomo, identificava la grandezza dell’essere umano nella sua condizione intermedia indecisa tra bestiale e divino, tra angelica e demoniaca, tra il possibile e il necessario. Oggi, il divino è l’annunciata singolarità, l’avvento tecnologico. E noi? Noi siamo uno dei gradini di questa scala, non la meta finale. In fondo, è il prezzo da pagare: la natura del creatore è l’apoptosi escatologica. Per dare la vita bisogna sacrificare la propria.

Per Žižek l’accesso diretto al noumeno ci priverà della nostra spontaneità, riducendoci ad automi meccanici, come nelle tautologiche macchine di Turing. Per la tradizione lacaniana lo spazio personale si dà nella dialettica tra essere e non essere e quindi, se tutto è noumeno, non c’è più alcun soggetto. L’uomo è come il caffè senza latte in un bar dove hanno solo la crema (© Ninotckha, Lubitsch): una possibilità resa possibile dall’interpretazione che se ne dà.

Arriviamo così alla domanda fondamentale: la nozione di wired brain (o cervello postumano o connesso che sia) è corretta? Perché unire neuroni per creare un Uber-network di sinapsi come se fosse una foresta di mangrovie non importa a nessuno. A noi interessa unire le menti non i cervelli! Siamo proprio sicuri che il mentale sia il neurale? Con buona pace dei neurosceinziati, non lo siamo affatto. L’entusiasmo con cui oggi crediamo che si possano presto unire le menti grazie ai dispositivi della Neuralink di Musk potrebbe essere mal riposto; potrebbe essere una forma di materialismo cartesiano o dualismo neurale. Unendo i cervelli, potremmo perdere ciò che dà significato alle loro secrezioni chimiche, ovvero il mondo esterno. Se Žižek avesse rotto con questa tradizione, cosa che, conoscendolo, non dovrebbe dispiacergli, avrebbe potuto uscire dallo schema del cervello connesso. Avrebbe potuto considerare l’eventualità che noi, in realtà, non siamo un corpo, ma esistiamo grazie al corpo. Così si potrebbe evitare il cortocircuito tra cervello connesso e singolarità adottando una forma radicale di relativismo che ci proietterebbe in una cornice pirandelliana cosmica dove tutto, in una sorprendente rivisitazione hegeliana post-cibernetica, esiste solo in relazione agli effetti che produce o alle persone con cui si interagisce. 

 

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https://www.doppiozero.com/materiali/slavoj-zizek-da-hegel-elon-musk

Le università, fondamenta dell’idea di Europa, motori del suo futuro. La Lectio Doctoralis di Sergio Mattarella.

Riportiamo il testo integrale della Lectio Doctoralis del Presidente della Repubblica in occasione della cerimonia di conferimento della laurea honoris causa in “Relazioni internazionali ed europee” – Parma, 4 ottobre 2021.

Magnifico Rettore,

Chiarissimi professori, Care studentesse e cari studenti, Autorità, Signore e Signori,

Desidero ringraziare gli organi accademici dell’Università di Parma per l’onore che hanno voluto concedermi con il conferimento della laurea “honoris causa” che ho ricevuto in questa splendida cornice di San Francesco del Prato.

Ringrazio in particolare il Rettore Professor Andrei, il Professor Basini, il Professor D’Aloia per le parole così cortesi con cui mi hanno accolto e presentato; e per le riflessioni che hanno svolto che inducono a ulteriori approfondimenti sia sotto il profilo della vocazione “costituzionale” all’integrazione europea, sia sotto quello dei caratteri inediti delle sfide che si trova ad affrontare la nostra Unione.

Desidero, anzitutto, rendere un doveroso omaggio a questa Università, le cui radici sono antiche di secoli, collegate alle origini del fenomeno di nascita dell’Universitas, fenomeno che produsse una rete culturale unificante dei popoli europei.

A partire da questo vorrei sviluppare alcune riflessioni che riguardano l’università come fondamenta dell’idea di Europa e come motore del suo sviluppo.

Gli accadimenti storici segnano una identità, non soltanto sulle eredità materiali, ma sul vissuto, sull’esperienza, sul sapere di una comunità.

È accaduto nella reciproca interazione tra trasformazioni sociali e università. Nel Novecento, accanto ad altre, l’esperienza del Sessantotto che alcuni di noi hanno attraversato.

La storia delle università è parte rilevante della evoluzione delle nostre società.

Da quasi mille anni le università connotano l’Europa.

Ancor prima che si affermasse l’età moderna le università lavoravano su un terreno che si sarebbe rivelato propedeutico a una “coscienza europea”.

Contribuivano a comporre un corpo unitario. Sperimentavano nuove regole del costume civile, fondato sul diritto, sulle arti, sulla medicina, sulla filosofia.

Non è un caso che l’idea di università si sia sviluppata nel continente europeo e che tuttora questo abbia il numero più alto al mondo di università e di istituzioni per l’alta formazione.

Alla civiltà – e alla storia – europea non è estranea la vicenda delle sue università. Riflettere sull’Europa senza richiamarsi alla loro esperienza – sin dall’epoca della “peregrinatio” dei “clerici vagantes” – significherebbe privarsi di un riferimento essenziale. Così come lo sarebbe non tener conto dello jus commune, elaborato nelle Università, e che per molti secoli è stato il diritto condiviso dalla gran parte dell’Europa continentale, unificata nei principi fondamentali del diritto.

Da corporazioni di soli docenti, o di docenti e studenti, le università hanno, progressivamente, acquisito un ruolo pubblico. Si sono trasformate da corpi ristretti di diritto civile a soggetti aperti di diritto pubblico, portatori di valori destinati a diventare solidi riferimenti.

La loro storia mostra anche quanto siano radicate, nello spirito d’Europa, le questioni delle autonomie e della libertà.

Sorte per lo più per mano dei vescovi da antiche Scuole cattedrali, si sono presto emancipate dalle Chiese e dai Principi.

Sono state in molti casi l’enzima di profonde metamorfosi. Hanno fornito un contributo decisivo allo spirito borghese emerso dalla rinascita delle città dopo l’anno Mille.

Sono state all’incrocio di fenomeni migratori e delle principali trasformazioni economiche e sociali.

In molti casi, più che le alte mura, sono state le università, con i loro collegi e le loro facoltà, a proteggere le città.

Nell’età umanistica il ritorno degli Antichi, con i loro testi e i loro esempi, ha sfidato le facoltà ad abbandonare rigidi schemi argomentativi. L’emergere di prestigiose Accademie e Società scientifiche le ha costrette a riflettere sul rapporto tra scienza nuova e poteri tradizionali.

Nel Seicento e nel Settecento non vi è stata, in Europa, attività più fiorente di quella della trasmissione del sapere, con la costruzione di centinaia di collegi, biblioteche, cliniche, orti botanici, osservatori astronomici, aule.

Nell’Ottocento le università hanno fornito agli Stati moderni una competenza preziosa sui fattori portanti della società industriale. Hanno rafforzato la loro missione formatrice, costruendo l’ossatura delle burocrazie statali e la rete delle competenze industriali e tecnologiche di molte nazioni.

L’incontro delle università con il liberalismo moderno e poi con la democrazia è stato un capitolo di particolare importanza.

Le legislazioni pubbliche hanno messo a dura prova costumi consolidati, in molti Paesi hanno fornito tutela costituzionale alla libertà di pensiero e di ricerca e hanno fornito agli atenei mezzi economici e finanziari sempre più consistenti.

Per le università l’età contemporanea ha rappresentato un nuovo impegno.

La committenza degli Stati, i processi economici e l’evoluzione sociale hanno inciso profondamente nella loro vita, mettendo in crisi un assetto accademico per diversi aspetti vetusto.

Non pochi osservatori indicavano nell’università di massa l’inizio di una decadenza di questa istituzione. Era un giudizio errato: non è stato così. Si è trattato, piuttosto, di un indispensabile adeguamento alle istanze poste da princìpi, finalmente applicati, come quello della identica dignità di ogni essere umano e del riconoscimento del bene sociale rappresentato dall’istruzione.

Tutto questo ha avuto un grande significato per la nostra Repubblica e per l’intera Europa.

L’allargamento dei diritti all’istruzione post-secondaria e l’ampliamento degli accessi dei giovani hanno segnato il passaggio da un modello oligarchico a un modello democratico di società.

I processi di modernizzazione dei sistemi universitari, per qualche aspetto, hanno concorso a produrre asimmetrie tra le università delle diverse nazioni.

La rete delle università è riuscita tuttavia a rimanere fitta quasi ovunque, pur se si è fatta strada l’idea insidiosa che soltanto il perseguimento dell’eccellenza possa rappresentare il futuro dell’alta formazione; talvolta con la spinta a concentrare le risorse su pochi Atenei, rischiando di riprodurre implicitamente un modello di formazione destinata soltanto ad alcuni.

Per le università, come del resto per altre istituzioni, il metodo migliore resta, invece, la costante ricerca della connessione tra la selezione e la valorizzazione delle eccellenze da un lato, e l’impegno continuo per l’ampliamento e la diffusione delle conoscenze dall’altro. Anche per consentire che emergano possibili protagonisti della ricerca e del sapere, senza che venga loro precluso l’accesso agli studi superiori, privando la società di possibili contributi di alto valore.

La meritocrazia non può essere sinonimo di una formula che legittimi chi si trova già in posizione di privilegio, bensì quella di chi aspira a mettersi in gioco.

Un’autentica democrazia sa riconoscere che prima di ogni merito accademico esiste “un merito di vivere”, frutto dell’incontro con la realtà dei fatti e con la spinta a una emancipazione da essi.

Ciascuno affronta la propria esistenza all’interno di una comunità di origine, talora modesta e fragile, ma deve poter scegliere di aspirare a una comunità di intenti le cui porte sono aperte dal sapere.

Un elemento decisivo è sempre stato, e lo è ancor oggi, la cooperazione internazionale negli studi e nella ricerca.

Nei tempi in cui viviamo essa non sarebbe stata possibile in così ampia misura se l’Europa postbellica non avesse intrapreso con coraggio la strada del superamento dei nazionalismi e dello spirito belligerante. E se al posto di sistemi totalitari non fosse emerso un costituzionalismo aperto, capace di comprendere e interpretare le novità, rispettoso della persona umana e del valore della pace, definiti nella nostra Carta repubblicana.

La dimensione internazionale delle università non riguarda, naturalmente, soltanto l’interscambio scientifico o le politiche dirette a promuovere lo sviluppo dell’istruzione superiore e la mobilità internazionale di studenti e di docenti.

Tutto ciò rispondeva alle istanze dell’Atto unico del 1986, che ha istituito la libera circolazione dal 1993 dei cittadini, dei capitali e dei servizi all’interno dell’Unione, ma ha avuto una portata ancor più rilevante.

Avviatosi con la dichiarazione di Parigi del maggio del 1998 tra alcuni dei Paesi fondatori della Ue, il Processo di Bologna, orientato a proporre uno Spazio europeo dell’istruzione superiore, non è stata soltanto la risposta a una domanda di armonizzazione dell’architettura e di interoperabilità dei rispettivi sistemi universitari, ma il segno della volontà delle università di riconciliare la dimensione accademica con quella civile, uscendo da un cono d’ombra in cui rischiavano di trovarsi.

Vorrei aggiungere che questa interazione, questa mobilità tra Atenei è auspicabile che riceva impulso anche all’interno del nostro sistema universitario, rimuovendo meccanismi che ostacolano una migliore circolazione delle idee e delle esperienze.

Non si è eredi di una storia ricca e preziosa senza responsabilità.

Ambire a guidare l’Europa non è possibile se non si ha una chiara visione della complessità dell’umanesimo europeo di cui le università sono parte attiva.

L’umanesimo dell’università è essenzialmente racchiuso in un sentimento per il tempo e per lo spazio più largo degli interessi immediati e che supera vecchi e nuovi confini perché crede che la dignità della persona si misuri prima di tutto nel coraggio del dubbio, nel valore dell’attitudine critica.

Lo spirito umanistico non affonda le proprie radici in valori calati dall’alto, quanto piuttosto nella consapevolezza della necessità della ricerca.

Il metodo investigativo e sanamente polemico, che si praticava nelle prime facoltà, alimentava quelle virtù accademiche che sono tuttora indispensabili e fondamentali: la curiosità, lo spirito critico, l’amore per la competizione intellettuale, ma anche il rispetto e la responsabilità per l’uso del sapere.

L’universum, da cui le università traggono il nome, non è il mondo chiuso tolemaico, e nemmeno il mondo di un astratto infinito: al contrario, è in costante mutamento. Richiede sempre mediazione tra il possibile e l’impossibile. Le idee, si dice, camminano con le gambe degli uomini, ma quegli uomini siamo sempre noi, con i nostri bisogni, le nostre ambizioni e le nostre preoccupazioni.

Non c’è istituzione al mondo, non c’è mercato o impresa in cui, come nell’università, ciascuno possa mettersi alla prova a un livello così alto.

Le opportunità straordinarie che le reti ci mettono a disposizione permettono oggi di muoversi in spazi sempre più ampi dello scibile umano, ma rendono, al tempo stesso, sempre più decisiva la scelta di filoni di ricerca peculiari per poter davvero incidere sulla realtà.

La pandemia ci ha dimostrato, ad esempio, quanto importante sia la ricerca medica, ma anche quanto risolutiva sia la volontà politica di mettere i suoi risultati a disposizione di tutti.

È bene fare tesoro degli insegnamenti tratti in questi due anni difficili. Siamo stati costretti ad affrontare lutti, sofferenze, pesanti limitazioni, e la dura crisi che ne è scaturita condiziona ancora l’economia e gli equilibri sociali.

Ma abbiamo compreso, oltre ogni ragionevole dubbio, quale valore abbiano la conoscenza scientifica, la professionalità degli operatori, la coesione sociale, la risposta comune che viene dal senso civico e dalla coscienza di un destino condiviso.

Il modello sociale europeo è innervato di questi valori, che sono, al tempo stesso, culturali e sociali. Sono anche civili, indicati nella vita quotidiana. Le istituzioni europee e le politiche pubbliche dell’Unione ne dovranno sempre più tenere conto.

L’Europa ha compiuta una svolta in questi mesi, gravosamente maturata sin dalle prime fasi della diffusione pandemica e poi culminata con il Next Generation EU. Ha mutato alcuni dei paradigmi che avevano condizionato le politiche continentali nelle precedenti crisi degli anni Duemila, penalizzando fortemente i Paesi più deboli.

È stata per l’Unione Europea una lezione che ha sollecitato una visione lungimirante: far diventare questo Piano di ripartenza la spina dorsale di una nuova, più solida e più equa, integrazione del Continente.

Si tratta di un salto di qualità, capace di rafforzare ulteriormente i legami già esistenti tra i popoli e gli Stati dell’Unione.

Dobbiamo attenderci e contribuire a innovazioni profonde, sulle modalità del lavoro e della produzione, sull’uso delle tecnologie, facendo in modo che la distribuzione dei saperi non incida sull’effettivo esercizio dei diritti dei cittadini, col rischio di nuove disuguaglianze.

La coscienza di una causa comune contribuirà a definire ancora meglio quel concetto di “demos” europeo che già ha messo profonde e irreversibili radici.

Libertà e uguaglianza, democrazia e solidarietà rappresentano i pilastri di questa Europa, le cui “vocazioni fondatrici”, come scrive Edgar Morin, sono proprio quella culturale e quella politica, intesa nel senso di un continuo “progettare, rigenerare, rivitalizzare, sviluppare e reincarnare la democrazia”.

Il carattere di apertura dell’Europa, la ricchezza e le diversità insite nel suo humus, non sono – continua Morin – “una mancanza di rigore”, piuttosto rappresentano oggi “l’unico rigore possibile”.

Jurgen Habermas ha descritto con nettezza come lo stesso “riconoscimento delle differenze – il reciproco riconoscimento dell´altro nella sua alterità – può diventare il contrassegno di un´identità comune”.

Potremmo aggiungere: di quel che la storia ci ha posto in comune.

Per queste ragioni, all’Europa di domani, l’università europea può dare molto. Anche nel sostenere questo vitale processo.

Il professor D’Aloia, poc’anzi, ha citato la felice profezia di Jean Monnet, quella per cui l’Europa si costruirà nelle crisi. È stato così sovente, anche in questo periodo con il sorgere di una “Unione della salute”. Non possiamo comunque immaginare il futuro dei popoli dell’Unione Europea come un succedersi di crisi alle quali cercare di dare, di volta in volta, risposte frutto dell’emergenza.

Al nostro orizzonte possiamo scorgere un’Europa più integrata, nel governo delle sue istituzioni e nella solidarietà delle politiche pubbliche. Al tempo stesso – e non senza contraddizioni al suo interno – si profila un’Europa consapevole che il carattere di apertura culturale che va oltre le frontiere, costituisce l’ossatura del proprio “soft power”.

Una risorsa preziosa nel mondo globale che, diversamente, lascerebbe spazi assai più angusti a un continente europeo che fosse privo del senso del valore della propria civiltà.

In questi anni gli atenei e le istituzioni europee hanno lavorato in questa direzione. Con varie reti di università europee che hanno collaborazioni consolidate, corsi di laurea comuni, che svolgono insieme attività di ricerca. È avvenuto a partire dall’Erasmus, i cui programmi, potenziati per gli studenti, speriamo che presto riprendano a pieno regime, anzi che si integrino con scambi di ricerca e di esperienze lavorative.

I giovani Erasmus – le generazioni Erasmus come ormai vengono chiamate comunemente – hanno ripreso una antica e rilevante tradizione universitaria. Sono diventati protagonisti di esperienze di vita, oltre che di studio. Esperienze che hanno reso forte la loro consapevolezza di essere anche cittadini europei. Hanno avuto prova di un ethos condiviso e lo hanno incrementato nel dialogo, nell’amicizia, nello studio comune.

L’Europa può giovarsi dell’università anche sul piano politico e civile per sperimentare forme più sofisticate di cittadinanza nella libertà di studio e di ricerca.

Tutto ciò vale per l’Italia, dove esiste un grande paradosso: siamo la nazione che ha dato origine, forza e continuità all’idea di università – e l’Ateneo di Parma vanta questo titolo, insieme ad altri antichi atenei – ma il nostro Paese si trova in coda, purtroppo, per numero di laureati, anche per investimenti. La nostra università non risulta attrattiva come meriterebbe. Potremmo dire: non è amata come dovrebbe.

Sta a noi utilizzare anche le disponibilità del Piano di ripartenza per dare maggior forza alle università e renderle ancor più una risorsa essenziale per lo sviluppo del Paese.

È un impegno delle istituzioni, delle università nella loro autonomia, delle forze sociali e di quelle economiche, insomma di tutte le parti dinamiche di quelle articolazioni che rendono ricca la vita delle nostre comunità.

Non separare il destino della democrazia da quello dell’alta cultura è una chiave indispensabile per affrontare le trasformazioni della società globale.

Talvolta tende a prevalere il fascino di una visione che immagina il sistema universitario come un’impresa, secondo una logica di carattere economico. Ma il “profitto” che si può trarre dall’Università è la crescita del capitale umano, vera forza del Paese, nonché i frutti della ricerca da porre a disposizione dell’intera comunità.

Per immaginare l’Europa del domani può esserci di grande aiuto ritornare alle origini della convivenza europea.

L’università è uno degli elementi di fondo di queste origini, tra i più interessanti.

Forse è giunto il momento per chiedere che le istituzioni europee inseriscano nella loro agenda, accanto alle grandi questioni incompiute della sicurezza e della armonizzazione economica e fiscale, anche il tema della dimensione universitaria.

Appare maturo il tempo di un diritto universitario europeo, inserito se necessario nei Trattati, così da porre il nostro continente all’avanguardia nel fornire un supplemento di garanzie, se occorre anche speciali e temporanee, agli studenti e ai docenti delle università, nel loro percorso.

Si tratta di questione che deve essere proposta e può trovare posto nel percorso di riflessione della Conferenza sul futuro dell’Europa.

È la “sovranità condivisa” della cultura che unisce ogni persona ai suoi simili, rende coese le comunità, ne rafforza l’autonomia.

Un sentiero che va coraggiosamente percorso, avendo il coraggio – appunto – di trasformare le politiche adottate in comune in Europa, in regole di istituzioni democratiche.

Nel discorso pronunciato il 21 aprile del 1954 a Parigi, alla Conferenza Parlamentare Europea, Alcide De Gasperi, che aveva visto naufragare il tentativo di impostare una politica comune di sicurezza e di difesa, non attenuò la fiducia nell’orizzonte europeo e, pur riconoscendo le difficoltà, rilanciò la sfida del passaggio dalla “piccola Europa” dei sei Paesi che avevano inteso avviare il processo dell’integrazione a un’Europa “di più vasti orizzonti”.

Con riferimento alle grandi correnti di pensiero della nostra storia politica, ebbe a dire che “queste forze spirituali rimarrebbero inerti negli Archivi e nei Musei se l’idea cessasse di incarnarsi nella realtà viva di una libera democrazia che, ricorrendo alla ragione e all’esperienza, si dedichi alla ricerca della giustizia sociale”.

Ebbene, “ragione” ed “esperienza” sono ancora le parole chiave del nostro futuro, in quella che De Gasperi definì “nostra Patria Europa”.

Giuseppe Mazzini – del quale il prossimo anno celebreremo i 150 anni dalla morte – ci dice “che la patria è la casa dell’uomo, non dello schiavo”.

La Patria Europa, con le sue università, può essere l’approdo anche per chi, qui giunto o che giunge tra noi, vuole, attraverso lo studio e il confronto con i maestri, sfuggire alle schiavitù che ci circondano.

Democrazia e libertà hanno bisogno del sapere che le università alimentano, non possono rinunciare al confronto delle idee e delle conoscenze che dalle università trae origine e impulso.

Non possono fare a meno della ricerca e delle scienze – preziose e fondamentali – e nel contempo della cultura delle idee, necessaria per governare le tecniche, per coglierne l’impatto sull’organizzazione delle società e sui diritti umani; e per definirne i confini, per renderle sempre più al servizio della persona e della comunità.

Ogni tempo propone le sue sfide; e nuovi compiti scaturiscono, di conseguenza, per ciascuno di noi, anzitutto per la cultura.

Le università sono state, nei secoli, motori dell’Europa; che oggi è la nostra casa.

L’auspicio è che sappiano continuare ad esserlo anche nel futuro.

Grazie, Magnifico Rettore.

L’esultanza di Letta è comprensibile, ma da qui al 2023 il nodo delle alleanze va sciolto. Quale cambiamento s’impone?

Di certo il bipolarismo così com’è non regge: spinge allo scontro mentre nel Paese, con tutta evidenza, cresce la volontà di fare squadra.

Indubbiamente il Partito democratico esce rinfrancato da queste elezioni amministrative, specie per il voto nelle grandi città. Si comprende pertanto l’esultanza. Non è oro tutto quel che luccica, s’intende; in Calabria, ad esempio, la partita si è chiusa male, con tracce palesi di amarezza; come pure a Roma, dove il risultato di Gualtieri supera di poco quello conseguito da Giachetti nel 2016, finora considerato il punto più basso e incongruente dell’esperienza riformista. Per giunta, nella Capitale i Dem rimangono inchiodati a un modesto 16 per cento, sotto la percentuale che raccoglievano i Ds da soli, prima cioè della formazione del Pd. Tuttavia il segno generale è positivo, a conferma della scarsa attrattività di un centrodestra borioso e squilibrato, senza un progetto politico coerente. 

Da questo a dire che il messaggio uscito dalle urne rassicuri sulle prospettive future, ce ne corre. Letta, per primo, ne è consapevole. Non a caso ha voluto sottolineare come la vittoria a Siena sia dipesa, a suo dire, da uno sforzo di apertura a mondi diversi, che si è anche tradotto nel fare a meno del simbolo di partito. Ma evidentemente non basta. È solo un tonico, qualcosa che sfiora l’aspetto emotivo, non la certezza di una ripresa duratura. Certo, vuol dire che ci sono senz’altro i margini per organizzare una politica di consolidamento, a patto che si abbia una più lucida consapevolezza di cosa possa e debba significare il rilancio di una proposta di centrosinistra, avendo scrupolo di non cedere perciò alla riedizione pura e semplice del motivo (post ideologico) caratterizzante la sinistra tradizionale.

Sfugge, allora, a questa esigenza di chiarezza la battuta – si spera che tale sia e tale resti nel crogiolo delle dichiarazioni a caldo – che il leader del Nazareno ha dedicato alla negativa performance del centrodestra: avrebbe perso, nella sua analisi stringata, per la mancanza di un nuovo federatore, capace oggi di replicare ciò che Berlusconi seppe fare nel lungo ciclo inaugurato con l’avvento della cosiddetta seconda repubblica. Orbene, la critica non può limitarsi al “federatore” quanto estendersi più correttamente alla “federazione”, ovvero alla forma politica della coalizione, in sé e per sé, dato che in Italia essa unisce moderati e nazional-sovranisti a dispetto della logica di sistema operante in larga parte d’Europa. 

Letta sorvola sull’anomalia del centrodestra italiano perché interessato, evidentemente, alla salvaguardia di un bipolarismo purchessia, lasciando in ombra quella remora primordiale che sottostava alla visione di un centro alla De Gasperi e Moro, per il quale non era praticabile la legittimazione della destra nostalgica. Sta qui la differenza abissale con il berlusconismo e qui, al tempo stesso, la incontaminata valenza della cultura democratica dei cattolici. Martinazzoli ha resistito alla polarizzazione tra destra e sinistra perchè, in buona sostanza, essa comportava lo sdoganamento del Movimento Sociale. È una lezione abbandonata in fretta e furia per un travisamento della novità che doveva accompagnare la fuoriscita dal tempo della Guerra fredda: modificata la legge elettorale, emblema della rottura del sistema consociativo, sarebbe infine nata una superiore dialettica democratica all’insegna di alcuni valori unificanti. 

Gli sviluppi hanno dato altri esiti, con l’impennata negli ultimi anni dell’equivoco rappresentato dal Movimento 5 Stelle. Oggi però il pericolo si annida nel possibile connubio di moderatismo e sovranismo, un’ipotesi ovunque contrastata in Europa dalle forze autenticamente democratiche. Dunque, Letta avrebbe tutto l’aggio di polemizzare sulla distanza abissale tra Forza Italia e l’Unione cristiano-democratica tedesca, un’aggregazione centrista che non contempla l’ipotesi di alleanza con la destra estrema, né al centro né in periferia. Per non parlare della Francia e quindi di Macron, il Presidente della rinascita di un centro a base riformista, tanto ambizioso da risultare vittorioso rispetto a socialisti e gollisti, ma sempre valendo il richiamo, in ogni caso, al tradizionale “patto repubblicano” che all’establishment di Parigi vista qualsiasi apertura alla destra lepenista. Questo avviene in Europa.

Si tratta di capire, allora, se l’input derivante da queste elezioni amministrative, in attesa comunque dei ballottaggi più importanti, in primis quello di Roma, possa ridursi a una furba polemica che invece di “pretendere” l’enucleazione di una limpida scelta moderata, senza più connivenze con la destra nazional-sovranista, si accomodi tatticamente sulla messa a nudo di una carenza di leadership, ovvero di un sostituto “degno” di Berlusconi. Non è una prospettiva adeguata alla necessità di un cambio di passo dopo che l’efficace azione di governo assicurata da Draghi ha già mutato i connotati della lotta democratica. Il punto è che proprio questa novità, per la quale l’opinione pubblica reclama uno sforzo di coerenza, s’incarica di evidenziare la lentezza di riflessi delle forze riformiste, e dunque del Partito democratico. 

Letta, insomma, deve trarre conclusioni meno affrettate, anche perché la crescita dell’astensionismo – a Roma si è andati sotto la soglia critica del 50 per cento degli aventi diritto – è una implicita conferma dell’esistenza di un elettorato che vede ed apprezza l’impegno di Draghi, ma alla luce dei fatti non vede e non apprezza la latitanza di chi dovrebbe sostenere o innervare una posizione confacente alla forza persuasiva del “draghismo”. Chi avrebbe dovuto votare stavolta l’elettore interessato al dispiegamento di una politica che  sfrutti, in senso buono, la sapienza di governo dell’attuale Presidente del Consiglio? Di certo il bipolarismo così com’è non regge: spinge allo scontro mentre nel Paese, con tutta evidenza, cresce la volontà di fare squadra. In fin dei conti, con la ricostruzione economica che il Pnrr prefigura torna ad imporsi –  a monte –  la questione di una nuova alleanza tra il centro e la sinistra, con l’obbligo così, per l’uno e l’altra, di aprirsi al rinnovamento delle proprie piattaforme ideali e programmatiche.  

O l’alternativa è presentarsi nel 2023 con l’abbellita riformulazione delle vecchie alleanze?

Amministrative 2021: l’affluenza come responso di questo tempo avvelenato della politica.

Occorre ascoltare e poi interrogarsi sui perché di questo messaggio uscito delle urne: se non c’è un cambiamento reale, la disillusione e lo scetticismo sono destinati a prevalere nell’elettorato.  

Il primo turno delle elezioni amministrative ha già dato delle indicazioni chiare. La vittoria dei candidati del centrosinistra a Milano, Napoli e Bologna, il buon andamento del Pd, il previsto crollo del Movimento Cinque Stelle, la sconfitta del centrodestra, tranne che alla regione Calabria, lo “sgonfiamento” della Lega di Salvini. E anche il ritorno alla sfida tra centrodestra e centrosinistra ai ballottaggi del 17-18 ottobre prossimo, a partire dalle città di Roma e Torino nei quali ballottaggi nel 2016 andarono invece i Cinque Stelle.

Ciononostante il responso più importante proveniente da questa tornata elettorale appare un altro, quello della partecipazione al voto. L’affluenza alle urne è stata all’incirca del 54%, mai così bassa, varcando in alcuni casi la soglia della maggioranza assoluta del corpo elettorale.

In particolare nelle metropoli del Nord, dove di solito la partecipazione era più alta, il tasso di astensionismo lascia impietriti non solo nelle percentuali, ma anche per composizione sociale.

Da una prima analisi svolta da You Trend di Lorenzo Pregliasco sulle maggiori città, si è registrata una più alta percentuale di partecipazione al voto nei quartieri più ricchi rispetto a quelli periferici dove l’astensionismo è dilagato. Ovviamente ci sarà tempo e modo per analizzare questo fenomeno. A caldo si possono già formulare alcune tracce per l’analisi e la riflessione.

Quanto può aver influito su questo astensionismo record la qualità dei candidati? Curiosamente, su questo punto, si registra una assonanza di valutazioni da parte del centrosinistra che rivendica fra i motivi della vittoria la debolezza dei candidati del centrodestra, e molte voci di primo piano del centrodestra che nella loro autocritica individuano il medesimo limite.

Un’altra concausa della bassissima affluenza può esser stato il conclamato fallimento delle forze populiste che nel 2016 e nel 2018 riuscirono ancora a mobilitare una ampia fascia di elettorato che ora invece appare disillusa.

La mia impressione è che le cause di una cosi forte disaffezione al voto siano ancor più strutturali non legate (solo) al contingente, non riducibili alla dialettica fra schieramenti diversi poiché anche la coalizione progressista ha subito ben prima un’emorragia di consensi, soprattutto fra il suo elettorato tradizionale popolare.

In questa débâcle della partecipazione credo che possa aver giocato un ruolo non secondario anche la sensazione da parte di ampi strati sociali di esser stati dimenticati da un mondo politico che in gran parte sembra più propenso a ricevere la propria legittimazione dall’alto e dall’esterno piuttosto che dalle rispettive basi elettorali, che nei fatti fatica a dare segnali di autonomia, accettando quasi acriticamente, anche mettendo a repentaglio la propria credibilità, un’agenda che viene calata dall’alto, da gruppi di interesse troppo ristretti, avidi ed ottusi, senza più le necessarie mediazioni.

La politica ascolti e si interroghi sui perché di questo messaggio delle urne, nell’orizzonte che ha ben delineato l’amico Armando Dicone di fronte all’astensionismo record nelle nostre città: “Fare finta di niente o riformare la politica? Servono partiti veri, con democrazia interna, ideali, valori e programmi realizzabili”.

Senz’altro questo è il punto da cui ripartire per i cattolici democratici e popolari.

Hong Kong, si scioglie anche il sindacato pro-democrazia: terrorizzato dalla legge sulla sicurezza.

È il terzo gruppo filo-democratico che in meno di due settimane chiude i battenti. Spinti dalle pressioni politiche delle autorità. Dalla sua adozione il provvedimento sulla sicurezza ha portato all’arresto di 154 persone. Quelle rinviate a giudizio sono 96. Un 24enne già condannato a 9 anni di prigione. Eliminata l’opposizione organizzata della società civile democratica.

(AsiaNews)

La Confederation of Trade Unions ha deciso ieri di sciogliersi: è il terzo gruppo pro-democrazia che in meno di due settimane chiude i battenti di fronte al sistematico uso della legge sulla sicurezza nazionale contro il fronte democratico.

La Confederazione era la principale organizzazione sindacale d’opposizione a Hong Kong. Fondata nel 1990, contava 93 sindacati affiliati e 145mila iscritti: nel 2019 ha giocato un ruolo di rilievo nelle grandi proteste anti-governative che hanno portato alla cancellazione della controversa proposta di legge sull’estradizione. I suoi rappresentati hanno spiegato che lo scioglimento è dovuto alle pressioni politiche subite.

Diversi media pro-Pechino hanno accusato la Confederazione di aver violato il provvedimento sulla sicurezza ricevendo fondi da forze straniere e cospirando con loro, oltre a promuovere “attività anti-cinesi” nell’ex colonia britannica.

Rthk riporta che i leader del raggruppamento sindacale hanno ricevuto messaggi di avvertimento: avrebbero rischiato problemi personali se non avessero proceduto con la chiusura. Le minacce hanno terrorizzato il direttivo della Confederazione, spingendo il direttore esecutivo Mung Siu Tat a rassegnare le dimissioni e fuggire da Hong Kong. Dopo l’arresto a gennaio della presidente Carol Ng, l’organizzazione aveva promesso di “non arrendersi” alla persecuzione politica e di voler combattere “fino all’ultimo respiro”.

Nei fatti l’esecutivo cittadino e il governo centrale hanno eliminato l’opposizione organizzata della società civile democratica. Il 2 ottobre si è sciolto il gruppo Student Politicism: le autorità hanno accusato quattro suoi membri di complottare per incitare alla sovversione, reato punito dalla legge sulla sicurezza. Il 25 settembre è stato il turno della Hong Kong Alliance in Support of Patriotic Democratic Movements of China, che il 4 giugno di ogni anno organizza la tradizionale veglia in ricordo del massacro di Tiananmen del 1989.

In precedenza altre due organizzazioni storiche hanno cessato le attività: l’Unione degli insegnanti e il Civil Human Rights Front. La prima era il più grande sindacato cittadino di settore, la seconda la principale coalizione democratica. Ora a rischio è anche l’esistenza della Hong Kong Journalists Association. Presi di mira dalle autorità con arresti e congelamenti di fondi, tra giugno e inizio settembre hanno chiuso anche il quotidiano indipendente Apple Daily e la sua società editrice Next Digital.

Imposta da Pechino nel giugno 2020, dalla sua adozione la legge sulla sicurezza ha portato all’arresto di 154 persone, minori di 15 anni compresi. Quelle rinviate a giudizio sono 96, tra cui figure importanti del campo democratico come Jimmy Lai, Benny Tai e Lee Cheuk-yan.. In luglio è arrivata la prima condanna: nove anni al 24enne Tong Ying-kit, colpevole secondo i giudici di aver incitato alla secessione e al terrorismo.

Perché è così importante il 4 ottobre

Le riflessioni del Prefetto Francesco Tagliente sul “Giorno del dono”.

Oggi 4 ottobre oltre a San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia si celebra il “Giorno del dono” fortemente voluto dal Presidente Emerito Carlo Azeglio Ciampi primo firmatario, nella veste di Senatore di diritto e a vita, della proposta diventata legge 14 luglio 2015, n. 110.
Questa è l’ultima di una serie di iniziative di alta passione civile e di patriottismo repubblicano spontaneo del Presidente Ciampi del quale qui mi limito a ricordare la sua pionieristica campagna di comunicazione istituzionale incentrata sulla riscoperta e sulla riappropriazione del nostro patrimonio nazionale. Non faccio riferimento solo Canto degli Italiani e al Tricolore. Il progetto coinvolse anche i luoghi della Repubblica, a partire dal Palazzo del Quirinale e dalla Piazza di Montecavallo, teatro del Cambio solenne della Guardia, del concerto di Capodanno e del brindisi della coppia presidenziale con i cittadini.

Penso anche alla riapertura del Vittoriano, al ripristino della parata militare del 2 giugno, al rilancio delle ricorrenze del 25 aprile e del 4 novembre. Penso ancora al rinnovo delle insegne dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Ricordo la riattivazione delle concessioni dell’Ordine della Stella della Solidarietà italiana (oggi Ordine della Stella d’Italia), al rilancio delle medaglie di benemerenza. Progetti quelli del presidente Ciampi portati avanti con il presidente emerito Napolitano ed oggi al centro dell’attività del presidente Mattarella, guida autorevole del Paese a cui tutti guardiamo con ammirazione e affetto.

L’istituzione del “Giorno del dono” richiama alla mente anche il progetto del Presidente Ciampi per la cura della memoria che era stata costante durante il settennato. Penso alla istituzione del “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti»; penso alla istituzione del “Giorno del Ricordo” in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano dalmata, del confine orientale».

Con la legge del 2015 promulgata dal presidente Sergio Mattarella, la Repubblica italiana riconosce il 4  ottobre di ogni anno «Giorno del dono», al fine di “offrire ai cittadini l’opportunità di acquisire una maggiore consapevolezza del contributo che le scelte e le attività donative possono recare alla  crescita  della società italiana, ravvisando in esse una forma di impegno e di partecipazione nella quale i valori primari della libertà e della solidarietà affermati dalla Costituzione trovano un’espressione altamente  degna di essere riconosciuta e promossa”.

La scelta del 4 ottobre non è casuale perché coincide con la celebrazione di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia, giornata del dialogo e della pace, e richiama alla memoria un momento significativo della “Giornata di preghiera per la pace nel mondo” organizzata il 24 gennaio 2002 nel convento di Assisi presieduta da Papa Giovanni Paolo II
Il Presidente Ciampi sedeva in prima fila con al suo fianco la signora Franca. Dopo la preghiera del Papa come conclusione del rito, ognuna dei rappresentanti delle religioni della terra portava la sua lampada sull’altare.

Quasi al termine, un cerimoniere pontificio, chiamato poco prima dal Papa che gli aveva detto qualcosa, si avvicinò al Presidente Ciampi con una lampada in mano dicendogli “Sua Santità domanda se anche lei vuole portare la lampada”. Il Presidente prese la lampada, raggiunse il tripode e la posò. Un gesto simbolico e potente di alleanza fra religioni e democrazia costituzionale, che Ciampi ha promosso sino agli ultimi anni della sua esistenza.
Questa mia riflessione sul “Giorno del dono” risponde anche al dettato della legge istitutiva di questa solennità civile, la quale dispone anche che, per il 4 ottobre di ogni anno, possono essere organizzati momenti comuni di  riflessione, “affinché’ l’idea e la pratica del dono siano oggetto di attenzione in tutte le forme che possono assumere  e affinché’ la loro importanza riceva il  conforto  di  approfondimenti culturali e di testimonianze riguardanti le esperienze di impegno libero e gratuito che di fatto si realizzano nella società italiana”.
Lo scrive il prefetto Francesco Tagliente sulla pagina FB

La nostra idea del mondo. Non siamo prigionieri delle (dis)informazioni?

Dovremmo riflettere più spesso sul fatto che la nostra concezione del mondo non si fonda sulla conoscenza diretta delle cose, dei fatti e degli avvenimenti e nemmeno sull’esperienza ma è sempre una conoscenza mediata da fonti esterne.

Circolano milioni di notizie, repliche, opinioni, smentite. Nel mondo globale è normale che ciascuno dica la sua e lo faccia usando la molteplicità di mezzi di comunicazione di cui oggi disponiamo: molte parole finiscono subito dimenticate, altre ne alimentano di nuove in un crescendo ossessivo e assordante. 

Sembra che non ci si possa sottrarre da questa consuetudine che ha preso il sopravvento al punto che disponendo di moltissime opinioni finiamo per non averne una propria, meditata, convinta e decisa. Subiamo una sorta di condizionamento inconsapevole che ci rende incerti, possibilisti, insicuri e ondivaghi.

Praticamente la nostra vita si regge sulle informazioni: chi lo sa le usa per renderle il vero potere forte, capace di condizionare la politica, l’economia, la finanza, ma anche il nostro personale umore, i discorsi da bar e le chiacchere da pianerottolo.

Dovremmo riflettere più spesso sul fatto che la nostra concezione del mondo non si fonda sulla conoscenza diretta delle cose, dei fatti e degli avvenimenti e nemmeno sull’esperienza ma è sempre una conoscenza mediata da fonti esterne (di cui spesso ignoriamo l’attendibilità) che ci restituiscono un  prodotto – la notizia appunto – senza minimamente domandarci da chi siamo inconsapevolmente orientati. E così politica, sistema elettorale, ambiente, salute, stili di vita, comportamenti individuali e sociali sono permeati di relativismo e intercambiabilità, viviamo in un universo puntiforme, senza centro e senza periferia, dove tutto è provvisorio ed effimero perché la vita stessa diventa un’imprevedibile sequela di circostanze quasi mai fondate su un progetto, peraltro alla prova dei fatti insostenibile e spesso smentito. Partecipiamo, amiamo, odiamo, persino uccidiamo in nome di immaginifiche rappresentazioni mentali che ci conducono verso scelte sovente irrazionali e dissociate dalla realtà, in nome di presunti valori oppure in nome del nulla. Pensiamo al fondamentalismo religioso, pensiamo alle vite bruciate nell’autodistruzione dai giovani privi di affetti veri o di speranze realizzabili.

Il dissolvimento della memoria condivisa ci preclude alle riflessioni sulla Storia – maestra di vita – mentre l’assenza di guide politiche capaci ed autorevoli ci fa vivere e rivivere fino al nichilismo l’autoreferenzialità del presente, come in una pièce del teatro dell’assurdo, dove è l’attesa di qualcosa di indefinito o vagamente desiderabile il vero protagonista dell’esistenza. 

Siamo come assorbiti in un circolo vizioso di luoghi comuni, dicerie, abitudini, circondati da molte opinioni ma da pochi buoni esempi, postuliamo la democrazia diretta senza renderci conto che si riduce ad un cenacolo di frequentatori del web, a volte molto supponenti e pieni di sé.

Ci manca l’umiltà del dialogo, siamo orfani del pensiero critico, risolviamo ogni problema applicando  improbabili sillogismi privi di logica, riduciamo i valori sedimentati nella cultura tramandata a giochi di parole, giudizi affrettati, frasi fatte. Viviamo senza esserne pienamente consapevoli in un mondo fondamentalmente violento: quando i fatti di cronaca ci ricordano questa realtà chiediamo verità e giustizia ma poi dimentichiamo in fretta. Non bastano fiaccolate e palloncini liberati al cielo per rimuovere l’indifferenza e l’egoismo che sostanziano un’idea del mondo svuotata di valori.

Elezioni, tutto torna in gioco.

Con il voto amministrativo di ieri e di oggi la politica italiana cambierà. E cambierà profondamente. E la cultura, cattolico democratica, popolare e sociale non potrà che ritornare protagonista.

Dopo il risultato delle elezioni amministrative – che non riserverà poche novità – la geografia politica italiana è destinata ad essere rimessa in gioco. Tutti sanno, del resto, che si tratta di un turno elettorale decisivo in vista delle prossime elezioni politiche generali. E, al riguardo, saranno almeno tre le indicazioni concrete che inesorabilmente emergeranno, al di là dello stesso risultato nelle varie città italiane.

Innanzitutto la necessità, o meno, di dar vita ad un nuovo sistema elettorale. In ballo c’è il ritorno del sistema elettorale proporzionale. E questo, credo, si imporrà per la scarsa credibilità e la poca coesione politica delle attuali coalizioni. Sia sul versante del centro destra e sia, soprattutto, su quello della sinistra e dei 5 stelle dove l’unico cemento unificante è la convenienza e l’odio nei confronti dei nemici/avversari.

In secondo luogo il decollo di un progetto di “centro”. Ormai è a quasi tutti evidente che non si può riproporre all’infinito la contrapposizione frontale tra i due schieramenti come l’unico criterio per affrontare e risolvere i nodi politici del nostro paese. La radicalizzazione della lotta politica crea le condizioni per indebolire la democrazia e, soprattutto, non garantisce una vera e credibile “cultura di governo”. Senza un movimento/partito/lista di centro che sia in grado di declinare una altrettanto credibile ”politica di centro” difficilmente si garantirà una vera cultura di governo. Un “centro” che non sia, però, il frutto di operazioni trasformistiche o di mero posizionamento tattico. Ma un soggetto politico che non potrà che avere l’ambizione di rinnovare la politica italiana declinando, al contempo, quella cultura di governo e quella cultura della mediazione che sono stati i pilastri attorno ai quali il nostro paese ha conosciuto la miglior stagione politica. E di governo. 

La crisi del populismo da un lato e del giustizialismo manettaro dall’altro – entrambi rappresentati in modo quasi esclusivo dal partito di Grillo e di Conte – non potranno che rafforzare e auspicare il ritorno di una “politica di centro” e di un “partito di centro”. Nè testimoniale nè virtuale, però. Come è concretamente capitato in questi ultimi anni. Che poi si tratti di una federazione o di un nuovo soggetto politico poco importa. Quello che conta è riempire un vuoto politico che oggi è persin troppo macroscopico per essere descritto ed ulteriormente approfondito.

In ultimo queste elezioni, probabilmente, richiederanno anche la presenza di una classe dirigente un po’ diversa dal passato. Probabilmente non saranno coloro che hanno fallito con i rispettivi progetti politici i protagonisti esclusivi della nuova stagione che si apre dopo il voto amministrativo. Una classe dirigente che non sarà che il frutto e la conseguenza della fase che si è aperta con il Governo Draghi e il sostanziale commissariamento della cosiddetta “politica dei partiti”.

Ecco perchè con questo voto amministrativo la politica italiana cambierà. E cambierà profondamente. E la nostra cultura, quella cattolico democratica, popolare e sociale non potrà che ritornare protagonista. Dando un contributo di qualità e di contenuto per la nuova fase che si dischiude.

La coalizione “semaforo” per il dopo Merkel: il voto tedesco e il futuro dell’Europa. Il punto su “Comunità di connessioni”.

Il voto tedesco dimostra le Il voto tedesco dimostra le diverse fratture politiche che aleggiano in tutto il nostro continente, ma che nella Repubblica federale tedesca sono in grado di trovare composizione in un sistema partitico solido e in strumenti istituzionali certi come il contratto di governo in caso di coalizione e la sfiducia costruttiva in caso di incertezze nella maggioranza.

Si è chiusa l’era di Angela Merkel, cancelliere federale tedesco per 16 anni (2005-2021), apprezzata leader in Germania, in Europa e nel mondo, denominata dal Time nel 2015 “Chancellor of the free world” . “Das mӓdchen” (la ragazza), così la chiamavano all’inizio della sua attività politica: una  giovane studentessa, figlia di un pastore protestante nella DDR, militante nel partito cristiano-democratico a trazione cattolica e delfina di Helmut Kohl, primo cancelliere (cristiano-democratico) della Germania riunificata. A differenza del suo mentore, unico altro cancelliere tedesco in carica per 16 anni (1982-1998) e sconfitto nella sua ultima competizione elettorale, Merkel ha scelto di non ricandidarsi e così di lasciare la politica senza sconfitte entrando nella storia. In questi anni, la Germania di Merkel è cresciuta economicamente, aumentando il pil pro capite a velocità doppia rispetto a Francia, UK, Canada e Giappone, ma il risparmio individuale è cresciuto a scapito degli investimenti. Si è imposta come la più forte economia europea, ma non sempre in grado di trainare le altre; ha migliorato l’occupazione, favorendo però in alcuni casi il precariato. Merkel ha senz’altro governato l’immigrazione con l’integrazione, gestendo i flussi anche a costo di scendere a patti con il dittatore turco. Nel momento dell’accoglienza ha detto al suo popolo, lanciando un messaggio anche all’UE: «Wir schaffen das» (ce la possiamo fare!).

Merkel esprime una cultura “moderata” che non è sinonimo di conservatrice o di neutralità né, necessariamente, di mediazione. È piuttosto una prospettiva che ricerca il compromesso, molto caro e forse architrave della politica tedesca, e interviene in modo deciso solo dove necessario e possibile; che scommette sulle innovazioni, anche sociali come l’integrazione dei migranti, senza però snaturare la prospettiva nazionale. Uno stile sobrio e pacato accompagnato da parole d’ordine come “stabilità” e “rigore” che oggi, nel voto del 26 settembre 2021, risuona nella sconfitta di estremisti e populisti, rimasti senza argomenti; ma che, dopo 16 anni di governo e in un sistema parlamentare razionalizzato, non ha generato una vera successione. Il suo partito (la CDU-CSU) arriva secondo (24,1%), di poco dietro ai socialisti (SDP, che vincono con il 25,7%), ma per la prima volta nella storia sotto il 30%; un risultato di cui molti ritengono responsabile il candidato cancelliere e le sue gaffe.

Il partito di estrema destra (Alternative für Deutschland) ha ottenuto 83 seggi (il 10,3%), peggiorando di due punti percentuali rispetto alle elezioni precedenti. Sembra aver perso l’aggressività che preoccupava il continente e rimane fermo a proposte attrattive solo per il contesto dell’Est, più svantaggiato economicamente. Die Linke, il partito di estrema sinistra, crolla da circa il 9% al 4,9%, scendendo sotto la soglia di sbarramento del 5% e guadagnando il Bundestag solo grazie all’elezione di tre candidati diretti. Paga un programma estremamente populista, fortemente identitario con ricette antiche: una tassa patrimoniale, l’aumento dell’imposta sul reddito, l’uscita dalla NATO e l’apertura incondizionata delle frontiere. I quattro partiti sono figli di culture politiche più o meno antiche: cristiano-democratici, socialdemocratici e liberali derivano direttamente dal contesto otto-novecentesco, mentre i Verdi esprimono un’identità e una struttura che in Germania esiste dagli anni ’70 del XX secolo. Grazie alla loro storia tengono il sistema ben ancorato sulla concretezza nazionale ed europea, lasciando che pseudoculture o nuove formazioni con identità incerta scivolino nell’irrilevanza.

I Verdi conquistano il 14,8% (118 seggi), fermandosi ben al di sotto delle proprie aspettative: questo dimostra come l’ecologia non sia un tema di settore, ma un’esigenza trasversale da affrontare in modo sistemico e non da un unico punto di vista escludente. Il partito è stato forse vittima della propria retorica da “green economy, bla bla bla” (per citare la stessa Greta Thunberg): ha proposto di anticipare al 2030 la conversione dell’automotive e delle centrali a carbone, di implementare la tassa sulle emissioni con 5 anni di anticipo sull’UE, nonché di istituire un “superministero” con poteri di veto in materie ambientali. È comunque il terzo partito tedesco e, insieme ai Liberali (92 seggi, pari all’11,5%), sarà chiamato a sostenere un cancelliere socialista in una coalizione “semaforo” (rosso-socialista, giallo-liberale, verde-ambientalista).

Dalle prime analisi del voto emerge che la metà dei giovani dichiara di aver votato per i Verdi o per i Liberali. Questa preferenza può essere letta in due modi: come richiesta di pragmatismo, nel senso ambientalista o per l’occupazione e la crescita economica dei giovani; oppure come consolidamento ideologico di nuove idee di società basate, appunto, sull’ambientalismo o sul liberalismo-liberismo. In ogni caso si tratta di due forze che vanno, apparentemente, in senso opposto. Al contrario, la maggioranza dell’elettorato tedesco ha più di 50 anni e, tra questi, la maggioranza ha scelto lo SPD, il partito socialista. Il fattore chiave del successo socialdemocratico sta forse nella risposta alla domanda di sicurezza sociale che questo elettorato manifesta anche con i propri candidati. Il candidato cancelliere dei socialisti, è Olaf Scholz, ex ministro delle finanze con il governo Merkel.

Dal voto si riaffermano le principali famiglie europee (cristiano-democratici con il Partito popolare europeo; socialdemocratici con il Partito Socialista e Democratico europeo; Liberali con l’Alleanza dei Liberali e dei Democratici; i Verdi con l’omonimo gruppo europeo), ma il calo della CDU-CSU rischia di scuotere gli equilibri all’interno del PPE, le cui componenti nazionali risultano dal 26 settembre minoritarie in tutti i principali Stati membri dell’Unione. Un governo socialista-verde-liberale dovrà mediare molto su diversi fronti. Una possibile deroga alla politica di rigore in Patria e alla sospensione del Patto di stabilità e crescita in Europa (proposta dai socialdemocratici e dai verdi) sarebbe maldigerita dai liberali che nel programma puntavano sul tenere i conti in ordine. I Verdi non escludono di proporre di rendere permanente il Next Generation EU (meccanismo di indebitamento comune europeo), su cui i Liberali sono radicalmente contrari. Inoltre, Merkel ha progressivamente rafforzato le esportazioni con la Cina con conseguenze sul sistema produttivo tedesco e i Verdi sono ideologicamente duri con il regime cinese, anche sotto il profilo dei dazi da importazione di prodotti inquinanti.

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/la-coalizione-semaforo-per-il-dopo-merkel-il-voto-tedesco-e-il-futuro-delleuropa/

 

Amministrative. Chi ride (e chi piange) alla vigilia per Piepoli (intervistato da “formiche.net”).

Il sondaggista Piepoli sulle amministrative. “La vera incognita rimane Roma. Raggi può stupire. Appendino apprezzata”. E i 5 Stelle? “Potranno rivendicare una posizione di primo piano al governo”. Meloni sorride, ma Calenda può diventare regista post-voto

Federico Di Bisceglie

“Valutare le inclinazioni degli elettori? Beh, per Bologna e Milano è piuttosto banale azzardare una previsione: saranno riconfermate a guida centrosinistra”. Il sondaggista Nicola Piepoli, a poche ore di distanza dal voto per alcune fra i capoluoghi più strategici dello Stivale, sulla ‘Dotta’ e sulla città di Sant’Ambrogio è piuttosto sicuro. D’altra parte “per una città come Milano – aggiunge – che è stata amministrata bene, la storia non esiste. Così come a Bologna”. Ma, anche qualora dovessero vincere i candidati alternativi a Sala e Lepore “sarebbero costretti ad applicare ciò che i predecessori hanno avviato”. Si mettano il cuore in pace, dunque Luca Bernardo e Fabio Battistini.

Dunque l’incognita vera rimane la Capitale?

A questo punto, a mio giudizio, gli sfidanti sono tre: Michetti, Gualtieri e la sindaca uscente. Gli altri non hanno grosse chance da quanto abbiamo potuto appurare.

Neanche il lanciatissimo Carlo Calenda?

Diciamo che lui sarà, suo malgrado, fondamentale per colui che sarà il prossimo sindaco. Mi spiego: essendo l’unico candidato che ha stilato un programma elettorale degno di questo nome, in particolare in ordine al mai risolto problema dei trasporti pubblici romani. Pur essendo fuori dalla competizione, ha sancito un cambio di passo.

Virginia Raggi può farcela?

Dipende dalla configurazione finale. Se il testa a testa è con il candidato di centrodestra, Raggi può farcela e sbarazzare l’avversario. Al contrario, se si trovasse a sfidare il candidato del centrosinistra, potrebbe correre il concreto rischio di soccombere. Roma è davvero complessa sotto questo profilo. D’altra parte c’è da dire che Virgina Raggi pur avendo dalla sua ancora una discreta forza, è stata una sindaca molto divisiva.

Assomiglia alla collega di Torino, Chiara Appendino?

Sono profili diversi, ma anche sulla città della Mole ho qualche perplessità sull’esito finale delle urne. Appendino è stata una sindaca meno divisiva di Raggi. Tutto sommato, da quanto abbiamo potuto evincere, è una sindaca apprezzata dalla città.

Queste amministrative saranno il banco di prova per le politiche. Che quadro emergerà, ad esempio, per il centrodestra?

La coalizione è sfavorita nelle città, ma a livello nazionale è chiaramente vincente. Il quadro che emergerà sarà, secondo me, abbastanza in continuità con il trend dei sondaggi. Queste amministrative spianeranno la strada alla leadership di Giorgia Meloni nel centrodestra. La Lega, anche per via dei attriti, scandali e correnti interne, sta perdendo terreno. Quindi, è possibile che il prossimo governo a guida centrodestra possa incoronare Giorgia Meloni. Sono convinto però che, le alleanze che Fratelli d’Italia sarà costretto a fare, impediranno il loro monopolio sul potere. Il loro estremismo sarà bilanciato da altre componenti. Magari che, ora come ora, non esistono ancora.

 

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https://formiche.net/2021/10/voto-amministrative-piepoli/

Più risparmio gestito che non depositi bancari. Il “boom” non deve trasformarsi in “boomerang” (su “Servire l’Italia”).

L’esplosione dei fondi comuni può favorire la creazione di un moderno mercato dei capitali in Italia, facendo restare qui le risorse necessarie al rafforzamento delle nostre imprese. Bisogna però evitare che il nostro risparmio sia  investito di più all’estero che non in Italia.

Alla vigilia dell’approvazione della legge sui fondi comuni italiani (19 marzo 1983), i nostri risparmiatori possedevano quote di fondi comuni esteri per un valore di 1.945 miliardi di lire, pari a poco più di un miliardo di euro, e pari a soltanto lo 0,6% dei loro depositi bancari. Oggi il patrimonio del risparmio gestito professionalmente in Italia dai nostri risparmiatori è “esploso” a 2.561 miliardi di euro, pari al 151% dei loro depositi bancari.

È una buona notizia? Certamente per i risparmiatori, che possono contare su una migliore diversificazione delle loro attività finanziarie, finalmente affidate in gran parte a mani esperte (consulenti finanziari e gestori professionisti). Ma forse non lo sarà per le piccole e medie imprese, che temono di non vedere compensata la riduzione dei prestiti bancari con i finanziamenti diretti provenienti dai risparmiatori e dai gestori dei fondi comuni con l’acquisto di più azioni ed obbligazioni da loro emesse.

A chi imputare la colpa di questo dannoso “squilibrio”? Purtroppo alla politica economica dei governi italiani, sia di centro-sinistra che di centro-destra. È infatti dai lontani anni ’60 che i nostri governi non hanno motivato – con misure favorevoli a un sano sviluppo delle imprese private – la creazione di un moderno “ponte” che unisse il risparmio delle famiglie al finanziamento delle imprese. Anzi lo hanno impedito con il favorire la crescita delle imprese di proprietà pubblica o semi-pubblica, fra le quali anche le banche, creando così un pessimo conflitto di interessi a danno del settore privato dell’economia. D’altronde con la DC, il PSI e il PCI molto “pesanti” nel Paese non ci si poteva aspettare una politica diversa, favorevole alle regole di un capitalismo moderno e popolare. 

Regole che grandi imprenditori privati come Adriano Olivetti e Michele Ferrero avevano teorizzato e applicato nelle loro aziende, con l’obiettivo di arrivare a una stretta alleanza tra lavoro e capitale. Un duro conflitto tra questi due fattori produttivi è alla lunga contrario al benessere di entrambi. Il centro-sinistra non lo ha mai voluto capire e non ha saputo sfruttare i potenziali benefici delle leggi sui fondi comuni e sui fondi pensione, tuttora privi dei necessari benefici fiscali che meritano. Purtroppo il centro-destra non ha saputo sanare questo dannoso “gap” culturale dell’Italia.

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https://www.servirelitalia.it/flash/flash584.pdf

 

Papa Francesco: a “The Economy of Francesco”, “necessaria una nuova economia più solidale, sostenibile ed inclusiva” (AgenSir).

Pubblichiamo il messaggio del Papa nella sintesi proposta da Agensir. Francesco ripete ancora una volta che “la fraternità deve essere al centro dell’economia”.

 

“La qualità dello sviluppo dei popoli e della Terra dipende soprattutto dai beni comuni. Per questo dobbiamo cercare nuove vie per rigenerare l’economia nell’epoca post-Covid-19 in modo che questa sia più giusta, sostenibile e solidale, cioè più comune”. Lo ha detto Papa Francesco nel suo messaggio ai giovani che hanno partecipato al secondo evento mondiale di “The Economy of Francesco”, svoltosi oggi in diretta streaming dal Palazzo Monte Frumentario di Assisi. “Abbiamo bisogno di processi più circolari, di produrre e non sprecare le risorse della nostra Terra, modi più equi per vendere e distribuire i beni e comportamenti più responsabili quando consumiamo”.

 

Quello indicato dal Papa è “un nuovo paradigma integrale, capace di formare le nuove generazioni di economisti e di imprenditori, nel rispetto della nostra interconnessione con la Terra”. “Oggi la nostra madre Terra geme e ci avverte che ci stiamo avvicinando a soglie pericolose. Voi siete forse l’ultima generazione che ci può salvare, non esagero”, ha ammonito il Papa, chiedendo “una nuova economia più solidale, sostenibile ed inclusiva”.

 

Una missione dell’economia che, però, “comprende la rigenerazione di tutti i nostri sistemi sociali”: “Istillando i valori della fraternità, della solidarietà, della cura della nostra Terra e dei beni comuni in tutte le nostre strutture potremo affrontare le sfide più grandi del nostro tempo, dalla fame e malnutrizione alla distribuzione equa dei vaccini anti-Covid-19”. Il compito affidato dal Papa ai giovani è quello di “rimettere la fraternità al centro dell’economia”. “Il nostro tempo, per l’importanza e l’urgenza che ha l’economia, ha bisogno di una nuova generazione di economisti che vivano il Vangelo dentro le aziende, le scuole, le fabbriche, le banche, dentro i mercati”. Infine, l’invito ai giovani a “fare emergere le vostre idee, i vostri sogni e attraverso di essi portate al mondo, alla Chiesa e ad altri giovani la profezia e la bellezza di cui siete capaci”.

 

Draghi dialoga con le parti sociali. Non serve un “salario minimo” per legge, fa bene la Cisl a rilanciare la contrattazione.

In Italia è ben salda una contrattazione collettiva nazionale che dal dopoguerra ha garantito e garantisce i lavoratori di ogni territorio e settore, come non avviene in nessuna altra parte d’Europa. È il risultato dell’impegno delle confederazioni dei lavoratori e delle imprese, che così hanno consolidato tradizioni e sistemi di efficienti regolazioni.

Il nuovo clima inaugurato da Mario Draghi nel rapporto con le parti sociali è un segno positivo importante per il ripristino della cultura della collaborazione tra le istituzioni e le grandi associazioni. Sono stati tanti i fatti che negli anni hanno testimoniato ostilità verso la intermediazione sociale, e questo è accaduto almeno per due ragioni: la politica ha tentato a più riprese di surrogare compiti e spazi dei corpi intermedi per rimediare al proprio indebolimento a causa dei fattori internazionali e nazionali, mostrando perciò  verso le presenze vive del sociale un che di antagonistico. Inoltre, l’espandersi dei movimenti populisti, che per propria natura considerano i soggetti organizzati un ostacolo alla loro espansione, hanno reso ancora più cruda e cinica questa tendenza già presente nelle dinamiche sociali e politiche degli anni trascorsi. 

L’avvio di cambiamento, interpretato come dicevamo dal Presidente del Consiglio, non è nuovo nella esperienza storica dei decenni passati. Infatti, in ogni momento decisivo per le sorti del paese della nostra storia contemporanea, gli Esecutivi diretti da forti personalità hanno sempre ricercato dei “patti” tra governi e parti sociali. Tali obiettivi rientravano nella strategia volta a creare un clima di forte coesione sociale, un clima in grado di riassicurare, cioè, le preoccupazioni di ambienti interni ed internazionali, di scoraggiare azioni di disturbo delle opposizioni politiche o addirittura differenziazioni presenti nella stessa maggioranza politica: tutti elementi che come si sa possono fortemente indebolire l’azione di un governo chiamato a gravi prove da affrontare. 

È accaduto negli anni 80 con il Governo Craxi per fermare l’inflazione, nel 1993 con Azeglio Ciampi per la politica dei redditi, all’inizio del nuovo secolo con Giuliano Amato, con Berlusconi qualche anno dopo, ed ora comincia a prendere forma il patto di Mario Draghi. Il quinquennio che ci aspetta sarà determinante per l’Italia, ed è essenziale avere le forze sociali ed istituzionali unite in un unico sforzo per rilanciare lo sviluppo, disponendo finalmente di grandi risorse. C’è bisogno di rivisitare con energia i nostri gangli vitali della economia, delle amministrazioni pubbliche centrali e locali, puntando decisamente a ripristinare i fattori utili al rilancio del paese. In tal senso, bene ha fatto la Cisl ad insistere per ottenere luoghi di verifica per la buona gestione del PNRR, e per un patto che possa garantire sicurezza nel lavoro e stabilità dei posti di lavoro, garanzia del buon governo della spesa pubblica orientata produttivamente. 

Insomma, l’idea che un esteso e positivo clima nel paese possa guadagnare il rispetto delle realtà del lavoro, per farcela tutti insieme, si va affermando con convinzione. Per andare in tale direzione, non occorrono intralci al dialogo con inutili e dannose proposte unilaterali governative come quelle riferibili al “salario minimo” da stabilire per legge. Si è detto e ridetto che in Italia è ben salda una contrattazione collettiva nazionale che dal dopoguerra ha garantito e garantisce i lavoratori di ogni territorio e settore, come non avviene in nessuna altra parte d’Europa. È il risultato di un impegno continuo e rinnovato nei decenni delle confederazioni dei lavoratori e delle imprese, che così hanno ben consolidato tradizioni e sistemi di efficienti regolazioni, ben accettati e rafforzati da una giurisprudenza consolidata che non dà adito a confusione ed a inefficienze. 

Dunque è un bene che siano proprio le grandi confederazioni del lavoro e delle imprese ad eventualmente trovare soluzioni adeguate e condivise. È proprio il caso di ripristinare il clima virtuoso della divisione dei compiti tra tutti soggetti che animano e sorreggono la democrazia,  per un salto in avanti di responsabilità e coesione, intesi come importanti punti di forza per chi vuole fare del PNRR la leva di cambiamento del Paese. Ecco, il patto sociale è quello che ci vuole per un rinnovato coinvolgimento di ogni soggetto istituzionale e sociale per il bene del Paese, da tempo avvitato in una spirale di confusione e scoraggiamento.

 

Il Sindacato come luogo “teologico”. Morelli, Carniti e la straordinaria Scelta di Vita di una generazione.

Sintesi della relazione di Pierluigi Castagnetti a Casa Cervi in occasione del laboratorio Memoria di futuro del sindacato, organizzato dalla Cisl Emilia Centrale e dall’Istituto Alcide Cervi ().

Da dove sboccia la personalità straordinaria di Pippo Morelli? Bisogna considerare Pippo Morelli dentro la storia della sua famiglia (a partire dalla straordinaria figura del fratello, il partigiano Giorgio Morelli detto Il Solitario, ma non solo). Un luogo dove l’altruismo era la precondizione per dare senso alla propria esistenza.

Ma non possiamo fermarci qui, occorre osservare il contesto culturale, sociale, politico, spirituale. Pensiamo ad Ermanno Gorrieri e Luigi Paganelli: due resistenti modenesi, due laureati, due leader naturali che decidono entrambi di passare dalla Resistenza al Sindacato, alla Cisl. Dobbiamo focalizzare meglio questa genesi dell’impegno sindacale. Il sindacato non come interesse, esperienza transitoria in vista di altro, non solo come passione. 

Il Sindacato come Scelta di Vita. 

Una scelta rivolta a realizzare prioritariamente gli stessi obiettivi di una politica democratica con strumenti diversi e più efficaci di quelli dei partiti. Se la Resistenza ha valso l’intento di conquistare la libertà e di costruire la democrazia, il sindacato permette di perseguire un obiettivo che dà senso a entrambe: un di più di giustizia sociale.mC’è un momento e c’è un luogo in cui devi soprattutto: “Prendere parte”. Pippo Morelli dirà anche: “il dovere di dissentire”.  

Il sindacato è quindi un luogo privilegiato per tutto ciò: quasi un luogo teologico. 

Morelli e gli altri insieme a lui, a partire dalla straordinaria generazione della nuova Fim Cisl guidata da Carniti, hanno respirato un clima significativo, unico. Un clima che si è nutrito anche dell’influenza della grande figura di Giuseppe Dossetti, che pur si era già allontanato dalla politica quando lo stesso Morelli si laureerà nel 1955 all’Università Cattolica insieme al “dossettiano” Mario Romani.

(…) Carniti incontra Mazzolari nella sua città, Sandro Antoniazzi incontra Turoldo alla corsia dei Servi di Milano. 

Tutto ciò non è casuale, ma avviene senza esibire, senza in alcun modo clericalizzare. Il sindacato, la Cisl, rappresentava quindi un luogo plurale, ma dove era possibile, con un orizzonte largo, pienamente laico e aconfessionale, aperto al mondo, vivere coerentemente da cristiani. E lasciar respirare una laicità naturale praticata, però, senza negare la propria personalità e le proprie radici. (…)

Il convegno si è svolto il 9 settembre 2021, il testo appare nel blog “La strada di Pippo”. L’autore l’ha pubblicato sulla sua pagina fb.

Perdersi ad Arenberg. La foresta della Parigi-Roubaix (L’Osservatore Romano).

Per gentile concessione pubbblichiamo l’articolo apparso nell’ultima edizione del giornale ufficioso della Santa Sede. L’autore fa luce sulle caratteristiche di una competizione, in programma oggi, ancorata a un ciclismo pressoché leggendario. 

Filippo Simonelli

La Parigi-Roubaix non è una corsa ciclistica come le altre. Il suo nome evoca già qualcosa di leggendario anche alle orecchie di chi non mastica questo sport; le immagini dei ciclisti coperti di fango a pedalare nella pioggia che bagna quasi sempre le sue strade piacciono a tutti in fondo, tanto a chi è appassionato quanto a quelli che sono convinti che fosse bello solo il ciclismo eroico di una volta, di cui la Roubaix è un po’ l’epitome. Dopo lo stop dovuto al covid quest’anno gli atleti, e per la prima volta anche le atlete, correranno di nuovo sulle strade mitiche a cavallo tra Francia e Belgio e a competere per vincere uno dei mitici “sassi” che spettano al vincitore. Oltre ovviamente alla gloria eterna.

Nonostante lo sviluppo tecnologico e i ciclisti sempre più specializzati, la “Course” non ha mai perso alcuni tratti fondamentali della sua natura. È una corsa dura, crudele, e persino irrazionale: si chiama Parigi-Roubaix, ma sono un po’ di anni che oramai il peloton parte da Compiègne, una cittadina distante una cinquantina abbondante di chilometri da Parigi. La sede di partenza della corsa si è effettivamente spostata parecchie volte nei quasi centoventi anni di esistenza, ma il nome è rimasto quello originario. Non poteva essere altrimenti.

D’altronde, se si legge Parigi-Roubaix si pensa subito al suo diabolico soprannome, L’Enfer du Nord: quello che vivono i corridori nei numerosi settori di pavè, le fatidiche strade a ciottoli che sono sopravvissute al progresso e alle colate di cemento nelle campagne tra Francia e Belgio.

E a proposito di incoerenza, la Foresta di Arenberg, il tratto di pavè più noto e probabilmente anche uno dei più decisivi di tutta la corsa, è stato introdotto poco più di cinquant’anni fa e non ha battezzato neppure la metà delle edizioni. Due chilometri di strada dentro l’omonima foresta, circondate da una folta vegetazione, e il selciato è ancora più ristretto per via delle transenne che contengono il pubblico che si riversa adorante a bordo strada con qualsiasi condizione meteorologica. Da alcuni anni esistono dei comitati che hanno letteralmente adottato i vari tratti di pavè, custodendoli con una cura quasi genitoriale; le foto che stanno condividendo i canali della corsa sui social network sono commoventi, e non è un’iperbole.

L’inserimento di questo tratto nella corsa nasce poi da una necessità singolare e apparentemente controintuitiva: con la fine della Seconda guerra mondiale e la successiva ricostruzione, molte strade del nord della Francia e del Belgio erano state asfaltate, sacrificando numerosi tratti di quel selciato simbolo delle prime edizioni della corsa. Questa dunque rischiava di trasformarsi in una gara “normale” per velocisti: lunga e pianeggiante, vide addirittura degli arrivi in volata, senza che nulla potesse fare la dovuta selezione. Per far fronte a questa sciagurata assimilazione, l’organizzatore della corsa Jacques Goddet aveva iniziato una perlustrazione delle campagne locali alla ricerca di nuovi settori di pavè assieme a gente del luogo ed ex corridori. 

Fu l’intuizione di uno di questi, Jean Stablinski, a condurlo in un bosco nella zona di Wallers, appena sopra una miniera di carbone che dopo la chiusura sarebbe diventata anche set cinematografico per una resa filmica di Germinal di Zola. Stablinski quella miniera la conosceva bene: era lì che aveva lavorato in gioventù per potersi permettere l’acquisto della sua prima bici da corsa.

Lo spettacolo agli occhi di Goddet non deve essere stato il massimo: l’organizzatore era talmente spaventato dai possibili rischi che un passaggio della corsa lì che ci vollero generose quantità di vino per farlo acconsentire ad un primo passaggio di quell’edizione per il pavé, ma a condizione che se ci fossero stati incidenti, la si sarebbe abbandonata per sempre. Il fato volle diversamente, almeno per quella fatidica edizione, decretando così la nascita della leggenda della Foresta di Arenberg.

 

Il “terzo pilastro” e l’economia europea. Rafforziamo le comunità, sostiene l’ex governatore della Banca centrale indiana.

L’ex governatore Rajan indica come alternativa rigida all’opposizione tra Stato e mercato lo spostamento dell’enfasi verso il ruolo rafforzato del “civile”, ovvero del potere e della vitalità delle comunità locali.

Come ha ricordato Paolo Valentino sul “Corriere della Sera”, i natali del successore di Angela Merkel alla Cancelleria tedesca, il socialdemocratico Olaf Scholz, sono a Osnabruck, sede della storica pace di Westfalia (1648). Come si sa, il trattato venne firmato in due località separate a causa dei dissidi tra cattolici e protestanti. Dapprima si riunirono i cattolici a Munster e successivamente i protestanti a Osnabruck. Come mediatori furono invitati il nunzio pontificio (Fabio Chigi) e l’ambasciatore della Repubblica di Venezia (Alvise Contarini).

I due trattati, firmati con i cattolici e con i protestanti, sancirono la sconfitta delle ambizioni asburgiche di imporre il cattolicesimo come religione ufficiale, decretando invece la libertà degli Stati in materia di fede e, di fatto, una larga affermazione del protestantesimo nel territorio dell’attuale Germania e nei Paesi del nord Europa, secondo il noto principio cuius regio, eius religio. La pace di Westfalia è particolarmente importante perché definì gli assetti dell’Europa (almeno di una parte cospicua del continente) per i successivi tre secoli. Oggi la conclusione dell’era Merkel impone a Berlino di ripensare profondamente il proprio ruolo, dentro e fuori i confini nazionali. Molti commentatori hanno sottolineato le possibili conseguenze politiche di questo “regime change”.

In questa sede intendiamo evidenziare alcuni aspetti di natura economica. Con un governo a trazione Spd-Liberali-Verdi, è probabile un’accelerazione sul fronte della riconversione ecologica e della riduzione delle disuguaglianze sociali (ancora evidenti in alcuni Lander della Germania Est). Un passaggio ulteriore sarà il ripensamento della politica monetaria, anche alla luce dei mutamenti prodotti dalla pandemia. Il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, ha recentemente sottolineato come la Bce dovrebbe “smetterla di monetizzare il debito a breve termine”. In altre parole: Recovery Plan sì, ma con un attento monitoraggio da parte dei Paesi “frugali”. Dunque, si profila un quantitative Easing da terminare al più presto (entro il 2022). Infatti una parte dell’ortodossia economica tedesca, pur sottolineando la necessità di una progressiva riduzione degli stimoli monetari (il cosiddetto tapering), al contempo avverte l’urgenza di un recupero delle comunità locali, sfibrate da un anno e mezzo di crisi pandemica.

Simili considerazioni sono state espresse dall’ex governatore della Banca centrale indiana, l’economista Raghuram Rajan, in una recente conversazione su “Avvenire”. Rajan è autore di un importante volume dal titolo “Il terzo pilastro: la comunità dimenticata da Stato e mercati” (Bocconi University Press).

Il “terzo pilastro” traccia un quadro di ampio respiro che ci aiuta a comprendere come le tre colonne portanti della società (lo Stato, i mercati, la comunità in cui viviamo) interagiscano fra loro. Secondo Rajan, gli economisti limitano troppo spesso il loro campo di osservazione al rapporto fra Stato e mercati “delegando ad altri le sfuggenti questioni sociali”. Secondo l’economista indiano questo atteggiamento sarebbe “non solo miope ma anche pericoloso”.

Tutta l’economia è in realtà una “socioeconomia”. Nel senso che i mercati sono inseriti in una rete di rapporti umani, di norme e di valori, e nel corso della Storia il passaggio a una nuova fase tecnologica (quale quella che stiamo vivendo) ha sempre strappato il mercato dalle vecchie reti, suscitando quelle violente reazioni che oggi definiamo populismo. Ogni volta si arriva a un nuovo equilibrio, ma il processo può essere “caotico”, soprattutto se svolto in modo “disordinato”, come sta accadendo oggi. A mano a mano che i mercati crescono, infatti, crescono anche gli Stati, concentrando il potere economico e politico in hub centrali che prosperano condannando le periferie (geografiche ed esistenziali) a una progressiva marginalità.

Rajan offre un’alternativa credibile, un modo per ripensare il rapporto fra mercato e società civile, e si esprime a favore di uno spostamento dell’enfasi verso il rafforzamento del potere e della vitalità delle comunità locali, come antidoto alla disperazione e al malcontento crescenti.

Draghi e il Quirinale. Perché bisogna avere coraggio e non indulgere nella difesa d’interessi corporativi.

L’autore, amico de “Il Domani d’Italia”, esprime in questo articolo un parere che la redazione non condivide. La tesi è ben argomentata, ma non convince. Ciò rafforza comunque la fiducia a riguardo dell’opportunità di tenere aperti i canali del confronto, specie su una questione tanto dibattuta come quella qui affrontata. Il rischio resta pesante, come molti sanno: l’eventuale elezione di Draghi al Quirinale può far cadere di nuovo nell’ingovernabilità un Paese bisognoso, oggi più che mai, di una tregua operosa sul piano delle riforme strutturali. La stabilità del quadro politico non è un optional nell’Italia post pandemia.
 

Il Presidente del Consiglio ha presentato l’altro giorno la Nadef, premessa della legge finanziaria e della manovra di bilancio. È un documento, frutto della capacità di governo in una fase critica per le conseguenze della pandemia, che attesta anzitutto la volontà di mettere in campo precisescelte razionali per un consolidamento della crescita economica attraverso la leva degli investimenti.

È un significativo cambiamento di rotta dopo gli anni di assistenzialismo degenerativo, senza selezione degli interventi e con conseguente spreco di risorse pubbliche.

La fase politica che ci separa dalla elezione in febbraio del nuovo Presidente della Repubblica sarà agevolmente superata dal governo Draghi. Le fibrillazioni si apriranno inevitabilmente dopo quella importante e decisiva scadenza. È paradossale che la elezione di Mario Draghi al vertice delle Istituzioni repubblicane venga ostacolata da quanti temano per le elezioni politiche anticipate che metterebbero a rischio la rielezione di deputati e senatori in una rappresentanza parlamentare compressa dalla riduzione dei seggi parlamentari!

Il timore di perdere il seggio e i privilegi parlamentari soprattutto per i cinque stelle spingerà a cercare un compromesso al ribasso cercando di tenere Draghi a Palazzo Chigi non per realizzare una agenda per il Paese,ma per sopravvivere ai privilegi fintamente combattuti (indennità e pensione). Con le elezioni anticipate nel 2022 perderebbero tutto ciò.

Ma è un calcolo illusorio perché comunque vada l’appuntamento presidenziale le fibrillazioni nella larga maggioranza tenderanno a crescere per il riposizionamento delle forze politiche sui temi cruciali come il fisco e la casa.

È inaccettabile quanto si sta perpetuando tenendo un Parlamento sotto ricatto di quanti hanno fallito nelle riforme e nel governo del Paese. Tutto ciò accade perché sono stati cancellati i presidi di libertà del Parlamento e dei parlamentari, che consentivano di potere svolgere il mandato senza condizionamenti, come dimostrano le elezioni anticipate fino al 2008.

Poi è tutta un’altra storia. Si è assistito ad una progressiva erosione della democrazia parlamentare. Dall’altro lato v’è chi vede Draghi al Quirinale non per i suoi altissimi meriti come sarebbe giusto, ma come occasione per affermare un semipresidenzialismo materiale aggirando la Costituzione senza avere il coraggio di realizzare le adeguate riforme costituzionali.

L’impegno di Rete Bianca a Bologna. La nota di Caprioli, indipendente nella lista del Pd, a chiusura della campagna elettorale

Pubblichiamo volentieri questa breve riflessione del candidato di Rete Bianca sul contributo offerto nella competizione elettorale per il rinnovo del Sindaco e del Consiglio comunale di Bologna.


Si
chiude oggi (ieri per chi legge, ndr) una campagna elettorale tanto intensa nei tempi e nell’impegno quanto fonte di vera soddisfazione per chi, come il sottoscritto, l’ha affrontata con quell’entusiasmo che deve animare ogni sincera passione politica.

La proposta cattolico-democratica e popolare che come “Rete Bianca” dell’Emilia-Romagna, assieme agli amici del Partito Democratico bolognese, abbiamo diffusamente presentato durante questo mese sul territorio, ha riscosso grande interesse e riscontro attivo, tanto da arricchirsi man mano di preziosi contributi di idee e di spunti concreti sulle priorità da curare insieme.

Abbiamo avuto il privilegio di incontrare realtà del territorio incredibilmente ricche di passione civile, democratica e sociale che assolutamente meritano una rappresentanza forte e determinata in Consiglio comunale per far emergere tutto il valore sociale da loro generato per il bene comune.

A loro va il nostro sincero ringraziamento per l’ospitalità e l’attenzione dimostrataci, ma ancor di più per l’impegno quotidiano, spesso silenzioso, profuso da anni a favore di ogni tipo di fragilità sociale, economica, esistenziale.

È a tutte le persone che pensano e ragionano con il “noi” e non con l'”io” che avanziamo l’invito a considerare la nostra opzione come una vera e concreta assunzione di responsabilità nei loro confronti e nei confronti di tutte quelle realtà, singole o plurali, che quotidianamente, e a qualsiasi titolo, si impegnano per una sana ed equa crescita sociale e economica della nostra comunità bolognese.

Domenica e lunedì 3 e 4 Ottobre abbiamo l’opportunità di dare forza ad un’azione politica che mira a disegnare insieme il futuro della nostra comunità, cittadina e metropolitana, per uscire dalla pandemia più coesi, solidali e quindi più forti, competitivi e soprattutto più giusti.

Un’opportunità che abbiamo il dovere di cogliere per noi e soprattutto per il bene dei nostri figli e i nostri nipoti.

La società proiezione delle persone. Il direttore dell’Osservatore Romano intervista Flavio Felice sulla rivista «Prospettiva Persona».

Per gentile concessione del direttore Andrea Monda, pubblichiamo il colloquio ospitato dall’Osservatore Romano sul nuovo corso della Rivista della Pontificia Università Gregoriana.

 

Con il fascicolo 1/2021 la rivista «Prospettiva Persona», cambia abito, si presenta con una veste grafica diversa ed entra nel circuito delle riviste accademiche su piattaforma digitale. È questa l’occasione per un momento di riflessione su alcune questioni legate al personalismo che ha visto diversi studiosi coinvolti tra cui il direttore della rivista, Flavio Felice.

In che modo la rivista ha interpretato finora o intende declinare il personalismo?

La rivista «Prospettiva Persona» nasce nel 1992 da un’intuizione della professoressa Giulia Paola Di Nicola e del professore Attilio Danese, da sempre impegnati nell’attività accademica e nella divulgazione scientifica nel campo del personalismo. Danese è stato il primo direttore e Paul Ricoeur ha ricoperto la carica di presidente del comitato scientifico dalla fondazione della rivista fino al 2005, quando ci ha lasciati; dopo Ricoeur, hanno presieduto il comitato scientifico i professori Giorgio Campanini e Robert Royal e dal prossimo numero a presiederlo sarà il professor Dario Antiseri. Fino ad oggi la rivista ha interpretato il ricco filone del personalismo, cercando di raccogliere i migliori contributi, a livello nazionale e internazionale, provenienti da studiosi di diverse discipline che gravitano intorno alle scienze sociali e che fissano le loro ricerche sul perno della persona. Sebbene da questo numero, il primo del 2021, la rivista si presenti con una veste grafica differente e abbia dismesso il formato cartaceo, essendo presente su piattaforma digitale, abbiamo voluto conservare intatto lo spirito originario, tentando di svilupparlo anche nella direzione degli studi politologici, economici e giuridici; non che non fossero presenti in passato, ma si è pensato di dare loro un maggiore spazio. Alla base vi è il cosiddetto personalismo metodologico che, rispettando il personalismo originario, auspica l’incontro fecondo con tutte le prospettive capaci di mettere al centro dell’analisi sociale l’homo agens e la sua irriducibilità a qualsiasi aggregato. Un tale personalismo metodologico è declinato nella comprensione e nella descrizione della qualità inclusiva della democrazia, del mercato e dell’amministrazione, con una particolare cura alla genesi dello sviluppo delle istituzioni sociali, aventi come causa efficiente l’agire della persona.

Quale futuro ha il personalismo come teoria politica?

Lo stesso che ci auspichiamo possa avere in tutte le scienze umane. Con particolare riferimento alla teoria politica, mi consenta di recuperare la nozione di personalismo metodologico, appena accennata nella risposta alla domanda precedente. Il punto di partenza, secondo tale prospettiva è l’idea di società come «proiezione multipla, simultanea e continuativa degli individui», stando alla definizione del 1935 di Luigi Sturzo. L’uso del termine proiezione è particolarmente interessante, dal momento che indica un elemento di continuità e di relazione tra gli individui e le forme sociali, al punto da affermare che le suddette, in quanto proiezione della libera, responsabile e creativa azione umana, presentano le stesse caratteristiche dei soggetti che, con le loro azioni, contribuiscono alla loro costituzione. In particolare, il fatto che la proiezione sia multipla ci dice che è incompatibile con qualsiasi riduzione monistica. Il bene comune, ovvero il bene di tutti e di ciascuno, non si risolve nel monopolio di alcuna singola istituzione, ma è il risultato del concerto di una pluralità di istituzioni che contribuiscono (quota parte) a rendere accessibili le condizioni che consentono a ciascuna persona di perseguire il bene proprio e di tutti. Il fatto che sia simultanea ci dice che nessuno — persona o istituzione — è nelle condizioni di agire in forza di una conoscenza perfetta e, per questa ragione, nessuna persona o istituzione può vantare un’autorità che non le derivi dalle strette competenze che ne delimitano il mandato; viene meno qualsiasi assurda pretesa di universalismo politico e sociale. Infine, il fatto che sia continuativa ci dice che non esiste uno stadio perfetto, raggiunto il quale coloro che guidano le istituzioni possano riposare sonni tranquilli e perpetuare in maniera definitiva e arbitraria la propria autorità: la spinta riformatrice è insita nel principio antiperfettista che delinea la nozione di persona umana. Il tema della società come proiezione dell’azione individuale ci dice anche che, come non si danno esseri umani che non abbiano, accanto ai diritti, una serie di doveri, lo stesso si dovrebbe dire di tutte le forme sociali, compreso lo stato.

Quale contributo la rivista può dare al dibattito interno al mondo cattolico sulle trasformazioni sociali, sul ruolo dello Stato e del mercato?

Per rispondere a questa sua domanda prendo come spunto i contenuti presenti nell’ultimo fascicolo (1/2021), dedicato al tema: «L’ordine politico, economico e culturale. La persona, tra sfide e minacce», declinato in chiave filosofica, politologica, sociologica e giuridica. Al centro di tale tema abbiamo posto alcune istanze classiche della cosiddetta economia sociale di mercato. Si tratta di una prospettiva teorica che si fonda su tre principi fondamentali: 1) La dimensione poliarchica della società civile e della conseguente nozione di bene comune; 2) Il principio di sussidiarietà come principio di ordine nelle dimensioni orizzontale e verticale; 3) Il rifiuto della discrezionalità politica nell’organizzazione del mercato. È una tradizione europea: tedesca e italiana, che germoglia dal solco del pensiero sociale cristiano, almeno di quella parte di tale tradizione che è stata in grado di opporsi ai totalitarismi del nazismo, del fascismo e del comunismo, mentre molti altri cattolici si attardarono nell’impossibile tentativo di riesumare il corporativismo. Questi ultimi assunsero una simile posizione sulla base di un’idea del civile che coincide con la dimensione politica e che finisce per essere omogeneizzata da questa e dal soggetto che, per definizione, ne rivendica il ruolo di vertice sintetico: lo Stato, ciò comporterebbe la morte del civile.

Se la Lega cambia il leader…

Il cambiamento della guida politica della Lega è un elemento che non può non interpellare anche chi proviene da una tradizione popolare, cristiano sociale e democratica. Soprattutto al Nord e nelle realtà che sono sempre state caratterizzate dal buon governo delle realtà cittadine.

 

Anche la Lega, almeno così pare, potrebbe essere arrivata al giro di boa decisivo. Non stupisce affatto. I partiti che si identificano radicalmente con il “capo” e solo con il “capo” prima o poi rischiano di finire al capolinea. Gli esempi sono noti e molteplici ed è persin inutile elencarli. Certo, ci sono i modelli più recenti e quelli meno recenti. Da Di Pietro a Fini, da Renzi a…probabilmente Salvini. Certo, molto dipende da cosa capiterà concretamente domenica prossima con il rinnovo della guida delle principali città italiane. Ma un fatto è indubbio: la leadership politica di Salvini è in crisi. È inutile girarci attorno. Le ultime vicende lo hanno platealmente confermato. E questo al di là e al di fuori ancora del “caso Morisi”. Cito un solo fatto di cronaca, apparentemente secondario ma profondamente indicativo.

Tutti sappiamo che l’unica città politicamente contendibile, forse, è Torino per la qualità e la caratura del candidato a Sindaco di quell’area, Paolo Damilano. Ebbene, durante l’ultima visita di Salvini a Torino – mercoledì pomeriggio con un comizio nella periferia torinese di Barriera – Damilano ha fatto sapere che non sarebbe andato al comizio del “Capitano” perchè impegnato in una iniziativa elettorale con il Sindaco di Genova…. Campagna elettorale, quella di Damilano, che si concluderà invece in una piazza torinese con l’intervento del Ministro Giorgetti.

Ora, è evidente quasi a tutti – credo – che un eventuale, e per nulla irrealistico, cambio di guarda alla guida della Lega, una volta archiviata la stagione ruspante e popolana di Bossi e quella populista e sovranista di Salvini, non potrebbe che riconoscersi in un progetto oggi interpretato da personaggi come Zaia, Giorgetti e molti altri esponenti di quel nord produttivo, popolare, radicato nel territorio, ben governato e liberale. Un progetto politico – non è difficile capirlo – che si avvicinerebbe alquanto, al netto dei comprensibili e scontati cambiamenti, alla lunga stagione della Democrazia Cristiana e al buon governo che l’ha ispirata e caratterizzata per moltissimi anni in quelle zone. È un dato, questo, che emerge in modo palpabile discutendo e confrontandosi con molti amici, amministratori locali, dirigenti politici e animatori culturali di quei territori. Certo, il progetto politico di Salvini ha saputo intercettare – in piena epoca populista e anti politica – un consenso trasversale e massiccio.

Ma il populismo – anche nella sua versione originale e principale grillina – sta entrando progressivamente in crisi, soprattutto dopo l’azione e l’arrivo al Governo di Mario Draghi. E com’è capitato per il partito di Grillo e di Conte, così oggi succede al partito del “Capitano”. E, oltre alla crisi progressiva del populismo giustizialista e manettaro grillino – anche se, purtroppo, continua a caratterizzare il profilo di quel partito – nella Lega c’è anche la crisi di un progetto politico che si manifesta in modo persin troppo plateale per non essere rilevato. E le recenti interviste di un esponente autorevole e qualificato come il Ministro Giorgetti lo confermano senza fare ulteriori commenti.

Ecco perchè l’eventuale, ma non più impossibile, cambiamento della guida politica della Lega è un elemento che non può non riguardare ed interpellare anche chi proviene da una tradizione popolare, cristiano sociale e democratica. Soprattutto al Nord e nelle realtà che sono sempre state caratterizzate dal buon governo delle realtà cittadine. In modo pragmatico, concreto e trasparente. Insomma, il dibattito politico all’interno della Lega, adesso, non può non interessarci. Semprechè il populismo e il sovranismo cedano il passo e vengano sconfitti e archiviati definitivamente ed irreversibilmente.

Se la politica non riscopre la sua vocazione

La politica è diventata la ruota di scorta dell’economia; quando quest’ultima annaspa si ricorre alla politica come mezzo per una semplice ripartenza dell’economia. Ed è il momento in cui si affermano i “salvatori”.

In questo tempo buio ed incerto, una riflessione pacata ma sottile, non può non essere fatta sulla situazione politica italiana.

La drammaticità degli eventi che hanno segnato gli ultimi due anni porta ad alcune considerazioni politiche che abbracciano non soltanto il nostro Paese, ma l’intero sistema mondiale.

All’indomani del secondo dopoguerra, i sistemi politici occidentali, memori dell’autoritarismo nazifascista e del comunismo sovietico, si erano alleati con quella borghesia industriale e finanziaria che vedeva nel liberismo economico l’abbrivio per uno sviluppo complessivo dell’economia e, conseguentemente, per un miglioramento delle condizioni di vita generali.

Iniziava così quel famoso “boom economico” che in Italia avrebbe attecchito negli anni Sessanta con i primi Governi di centro-sinistra: espansione economica, industrializzazione, lavoro e condizioni di vita più agiate (soprattutto per gli operai), presagivano uno sviluppo complessivo della società.

In questa corsa al benessere complessivo, quasi come raggiungimento della felicità (ma solo materiale), venivano collocati in second’ordine (se non del tutto tralasciati) i problemi relativi all’ambiente, all’inquinamento del pianeta, ai rifiuti.

La protesta giovanile del 1968, al di là delle strumentalizzazioni politiche di parte, aveva al suo fondamento un dato principalmente esistenziale: la felicità non si conquista con il semplice benessere economico e con la libertà economica. Perché? Semplicemente per la ragione che questo modo di pensare e poi di vivere conduce irrimediabilmente ad un individualismo sfrenato e, quindi, a quella competizione tra persone basata sulla pura quantità di ricchezza personale.

Dossetti diceva che lo Stato moderno non ha un fine (non solo), ma soprattutto che ha disconosciuto quel principio del Medioevo per il quale il fine dello Stato (e allora dei sovrani) era quello della felicità dei suoi componenti.

Se l’essere felici significa anche essere liberi, il contrario non è proprio così (cioè l’essere liberi non significa sempre essere felici).

Cosa c’entra tutto questo con la situazione politica? A ben guardare, soprattutto in Italia, la politica si è ridotta ad una semplice amministrazione dell’esistente, a far quadrare i conti, ad iniziative tese ad espandere la produzione di beni e servizi per puri interessi economici privati ed individuali.

In sintesi, la politica è diventata ormai la ruota di scorta dell’economia; quando quest’ultima annaspa si ricorre alla politica come mezzo per una semplice ripartenza dell’economia.

Ecco che allora arrivano dal mondo economico i “salvatori” che entrano in politica per rimettere le cose a posto (soprattutto i conti).

Come professori in un laboratorio. La docuserie «McCartney 3,2,1» (L’Osservatore Romano).

L’artista inglese e il produttore americano Rick Rubin ripercorrono i gloriosi anni dei Beatles sulle note di memorabili melodie. Testo qui ripubblicato su gentile concessione de “L’Osservatore romano”

Hanno il volto rilassato, Paul McCartney e Rick Rubin mentre parlano di musica. Mentre ascoltano, con attenzione, le celebri Michelle, I want to hold your hand, Ehy Jude, Come together e diversi altri brani dei Beatles o di Paul solista. Vanno avanti per tre ore, quasi, l’artista inglese e il produttore americano, lasciandosi attraversare dai suoni originali e commentandoli con un piacere riposante, appassionato e scherzoso, costruendo un’analisi tecnica su cui s’innestano — argomentandola, completandola — i ricordi delle relazioni, delle influenze musicali (c’è anche Bach) alla base di questo o di quel pezzo tanto familiare al mondo, comodamente seduto in un’ideale playlist sul Novecento. La chiacchierata ha il sapore corposo dell’esperienza, il magnetismo dell’eccezionale competenza. L’ascolto reciproco, il sorriso, la riflessione asciutta, sicura, il corpo mosso a ritmo dai due interlocutori durante le canzoni, scandiscono i sei episodi di circa mezz’ora l’uno di questa docuserie snella, informale, con i dialoghi e le memorabili melodie coperte a volte con foto e spezzoni di repertorio audiovisivo dei Beatles, di Paul e di altri musicisti per loro importanti.

Si intitola McCartney 3,2,1 ed è disponibile, dal 25 agosto scorso, sulla piattaforma Disney+, nella sezione Star. Si muovono, McCartney e Rubin, in un bianco e nero costante, forse nostalgico ma anche moderno, in una sobrietà visiva tagliata da una luce tenue che staglia i dialoganti dall’ombra di uno studio di registrazione essenziale, minimale, ampio ma intimo, dove c’è quello che serve: una chitarra, un pianoforte, un mixer da cui partono i brani originali da canticchiare, da fermarsi a ragionare su questo o quello strumento: gli archi in Yesterday, il trombino in Penny Lane, il basso in Something. Elementi, aspetti della genesi creativa — melodica, strumentale o testuale — di questa o quella composizione, mentre le telecamere di Zachary Heinzerling osservano con eleganza i due che parlano. Rubin si siede addirittura a terra, in qualche momento, con la folta barba bianca posata sulla sua t-shirt ad ascoltare Paul che suona un vecchio brano, o che lascia, come reazione a una domanda del produttore/intervistatore, che riaffiorino i ricordi familiari di suo padre al pianoforte, degli incontri giovanili con George Harrison e John Lennon, a Liverpool, di come si conobbero, delle scoperte musicali condivise e poi inserite in brani memorabili nati con semplicità. E ancora Ringo Starr, Amburgo, l’India, l’America, la grande importanza dello storico produttore George Martin: «un uomo interessante», «disponibile a sperimentare», lo definisce il protagonista di McCartney 3,2,1.

Che è la fluente, informale e densa rievocazione di una straordinaria avventura artistica: dagli esordi del gruppo al successo arrivato «progressivamente», e fu «un bene», secondo Paul, con il talento in sintonia con lo spirito di ricerca. «Ci sentivamo professori in un laboratorio» aggiunge, e questa frase offre il titolo a uno degli episodi della serie, che fa rima, e trova approfondimento, con le parole dello stesso Rubin: «Voi mescolavate degli stili ma non vi limitavate a unire due generi, univate due sensibilità. Se i Beatles suonavano un brano con influenze reggae, non era reggae: era comunque un pezzo dei Beatles. Diventava una cosa nuova». Passa anche per la separazione dal gruppo, però, il lungo viaggio di parole di McCartney 3,2,1. Una separazione dolorosa: «Ero a pezzi», ammette Paul McCartney, ma per la necessità e la bellezza dell’«andare avanti costantemente: è questo che amo della vita e della musica, che c’è sempre una nuova canzone», ecco, tra le varie cose, Live and let die, incisa per il film omonimo, James Bond, Agente 007, Vivi e lascia morire, del 1973. Altro frammento di una magnifica discografia e di una vita sempre desiderosa di «scoprire qualcosa che suoni bene», in armonia con quella splendida frase che — si dice — avrebbe detto Mozart, una volta: «Metto insieme le note che si amano».

Una poetica manciata di parole che spiega il titolo di un altro capitolo di questa docuserie pochi fronzoli e tanta sostanza, appetitosa per appassionati di musica e tassello ulteriore dei buoni rapporti tra l’arte dei suoni e il documentario, ovviamente anche diviso per capitoli e raccolto in una serie. E a proposito, vi sarà presto ulteriore occasione di incontro tra i due con The Beatles Get Back: la docuserie di Peter Jackson, che nel prossimo autunno — sempre su Disney+ — racconterà in tre episodi da circa due ore l’uno (dal 25, 26 e 27 novembre) i Fab four, i quattro ragazzi di Liverpool.

«Dare un cuore a Roma». Intervista a Mons. Gianpiero Palmieri su “RomaSette” (Avvenire).

Alla vigilia delle elezioni amministrative del 3 e 4 ottobre intervista al vicegerente della diocesi Gianpiero Palmieri. Dall’arcivescovo, l’invito a «garantire una città vivibile per tutti» e ad «evitare che la ripresa sia segnata dallafrantumazione del “noi solidale”» ritrovato nella pandemia.

 

Dare un cuore a Roma, avendo ben presente i cinque compiti di un sindaco indicati da Giorgio La Pira: pane, casa, lavoro, scuola, sanità per tutti. Il vicegerente della diocesi, l’arcivescovo Gianpiero Palmieri, le indica come priorità per la futura amministrazione che guiderà la città per i prossimi anni, dopo le elezioni del 3 e 4 ottobre, e fa appello a tutti i cittadini perché venga conservata la solidarietà maturata durante la pandemia e la crisi economica e sociale che ne è seguita. L’appello è rivolto in particolare ai cristiani, impegnati in questi anni ad ascoltare il “grido della città” in cui c’è anche la rabbia per i tanti problemi irrisolti di Roma.

Eccellenza, con quale spirito i romani sono chiamati a vivere le prossime elezioni, di fronte alle quali c’è il rischio di una disillusione rispetto alla politica e ai partiti?

Ascoltare con il cuore il grido della città, farsi ancora più vicini agli abitanti dei nostri quartieri, era l’obiettivo dei due anni appena trascorsi. Questo “bagno di realtà” voleva aiutarci ad alzare lo sguardo oltre il recinto delle nostre comunità parrocchiali, superando una certa autoreferenzialità. Il nostro sguardo si incrocia così con quello del Signore, che non ha mai smesso di guardare con amore e farsi presente nella vita di tutti i suoi figli. La crisi pandemica non ha fatto altro che smascherare ed esasperare quei mali che nella nostra società romana erano diffusi da tempo.

Quali sono i problemi principali della città?

Roma è una città con profonde disuguaglianze non solo economiche, ma anche di opportunità educative, culturali, lavorative, di servizi alla persona e alla vita sociale. Vivere in un quartiere o in un altro non è la stessa cosa: significa passare da standard da Paesi del Nord Europa a livelli da città del Sud del mondo. Negli ultimi 20 anni la grande maggioranza delle famiglie numerose si è trasferita nelle periferie oltre il Raccordo, in quartieri dove sono carenti persino i servizi essenziali. La mancanza di lavoro regolare ha favorito il sommerso e il circuito legato alla criminalità organizzata. Dal punto di vista economico, diversamente dalle altre Capitali europee, Roma non cresce, nonostante non manchi l’iniziativa imprenditoriale “dal basso”. Questi e tanti altri sono i problemi che accomunano gli abitanti di questa città. Vorrei ricordare ora una frase famosa di don Milani: «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia». Ecco allora qualcosa che ci riguarda tutti e che chiede a noi cristiani di stare in prima linea: non perdere la memoria di ciò che abbiamo vissuto durante la pandemia, quello spirito di fraternità che ci ha spinto a cambiare le nostre abitudini più radicate per non contagiarci e contagiare (distanziarci, mettere la mascherina, igienizzarci continuamente) e continuare a lottare insieme per garantire una città vivibile per tutti. Questo è la politica, con la P maiuscola.

Qual è l’impegno per evitare di smarrire questo spirito?

Fino ad ora i romani hanno dato buona prova di sé: hanno accettato le regole anche se dure, hanno fatto crescere il circuito della solidarietà, si sono prodigati per proteggere gli anziani e le categorie più fragili. Ora dobbiamo evitare che la ripresa sia segnata dalla frantumazione di questo “noi solidale”: individualismi, particolarismi, lobby, speculazione, indifferenza verso i più poveri. Dobbiamo continuare a fare “Politica” e non farci prendere dall’avarizia. Non so se i candidati della competizione elettorale, e i partiti che li sostengono, sono del tutto consapevoli che la loro prima responsabilità è custodire la memoria e la pratica di questo “insieme”. Una “disillusione”, a questo livello, produrrebbe nel tessuto sociale romano dei danni enormi. C’è solo una cosa peggiore di questa crisi, ha detto Papa Francesco: sprecarla.

Quali sono le priorità che la Chiesa di Roma indica a chi si candida per guidare il futuro della città?

Ho già fatto riferimento a quello che credo sia il primo compito, curare la percezione e favorire la pratica di un “gioco di squadra” che coinvolga tutti, un gioco indispensabile “per sortirne insieme”. Dare un cuore a Roma, favorire l’identità collettiva, non è un’impresa impossibile: Roma è una città bellissima, con tanta storia, con immense potenzialità, con un respiro universale, con un Vescovo che ci ha consegnato un magistero sulla “città” ricco di fede (nella città la presenza di Dio va scoperta, non costruita da zero), di sinassi dove i temi ecologici, sociali ed economici sono ben connessi, di aperture e prospettive che non nascono da teorie di basso respiro (come quelle di una crescita economica che non ha bisogno di regole) ma dalla realtà di quello che abbiamo vissuto in questi anni. La Laudato si’ e la Fratelli tutti sono considerate “un faro” non solo dai credenti ma da tutti. Per il resto, ricordo i cinque compiti di un sindaco secondo Giorgio La Pira: assicurare a tutti pane, casa, lavoro, scuola, sanità. Queste sono le priorità per dare una base di vivibilità alla città e per garantire a tutti i diritti. Perché questo si realizzi e nessuno venga privato dell’indispensabile, bisogna che tutti facciamo politica e che i politici di professione credano al valore di questo “insieme”.

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https://www.romasette.it/dare-un-cuore-a-roma/

Piccoli e grandi gesti per superare la “cultura dello scarto”.

 

Prosegue il dibattito sulla pagine del sito web dell’Azione cattolica in vista della 49° Settimana Sociale dei cattolici. Di seguito l’intervento dell’Assistente ecclesiastico centrale dell’Ac per il Settore Giovani.

 

Gianluca Zurra

 

L’espressione “cultura dello scarto” ritorna spesso nell’attuale magistero pontificio, per indicare l’inevitabile risvolto negativo a cui porta uno stile di vita consumistico. Nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium si legge, al numero 53, uno dei passaggi più coraggiosi su questo tema: «Abbiamo dato inizio alla cultura dello scarto che, addirittura, viene promossa.

 

Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono sfruttati, ma rifiuti, avanzi». La forza simbolica dell’intervento sta esattamente nel richiamo ai “rifiuti”, con una chiara provocazione ecologica: le montagne di immondizie non nascono come funghi, in modo casuale, ma diventano l’emblema di un problema antropologico più profondo, vale a dire un modo discutibile di vivere la socialità tra gli umani. Non solo, ma udendo la parola “scarto” chiunque è portato a scandalizzarsi di fronte alla trasformazione delle persone in oggetti da buttare e delle relazioni in legami puramente commerciali.

 

Eppure, fino a quando non subentra il coraggio di un cambiamento radicale nel modo di muoversi, di pensare, di decidere, lo sdegno non è sufficiente. Anzi, a lungo andare rischia di diventare retorico, non più credibile. É dunque urgente passare da una “cultura dello scarto” ad una “cultura inclusiva e generativa”, tramite una diversa postura quotidiana dello stare insieme.

 

Se “prendo, consumo, butto” è l’imperativo consumistico, il cui risultato non può che essere l’accumulo di rifiuti e la mortificazione degli affetti, “accolgo, condivido, riciclo” può diventare la prospettiva esistenziale per una cultura inclusiva. Soffermiamoci su questi verbi, da cui si può provare a ripartire, iniziando da piccole attenzioni e gesti concreti.

 

Accogliere è il contrario di prendere per sé: l’altro, le cose, la realtà nel suo insieme, non sono mai riducibili ad un possesso egoistico, ma da riconoscere nel loro essere doni che ci precedono, irriducibili al puro soddisfacimento di bisogni immediati. Condividere è il contrario di consumare: gli affetti veri si nutrono di promesse, di durata, di un confronto che non è omologazione, ma rispetto e riconoscimento delle diversità, promozione e accompagnamento dei talenti di ciascuno. Riciclare è il contrario di buttare: non significa accumulare cose vecchie, ma trasformare in modo creativo e sostenibile ciò che ci è stato consegnato da chi è venuto prima di noi, perché la vita continui anche dopo di noi. A differenza dei verbi consumistici, che comprimono la vita nella fretta e nell’ansia, i verbi inclusivi dilatano il tempo, chiedono visioni lunghe, di ampio respiro.

 

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Piccoli e grandi gesti per superare la “cultura dello scarto”

Amministrative 2021. La storia e la mappa elettorale delle grandi città al voto. Napoli nell’analisi dell’Istituto Cattaneo.

Con questa quinta analisi si conclude la serie degli approfondimenti offerti dall’Istituto Cattaneo in vista delle elezioni amministrative del 2021. Si tratta di analisi che ripercorrono la storia elettorale delle cinque maggiori città chiamate al voto in ottobre e l’evoluzione della loro “geografia politica” interna grazie ad un nuovo articolato set di dati recentemente creato dai ricercatori dell’Istituto.

 

(Redazione)

 

Una città da sempre caratterizzata da un elettorato volatile. Dal 1993 al 2010, in epoca bipolare, centrodestra e centrosinistra registrano livelli di consenso mutevoli nel quadro di una competizione aperta, in occasione delle elezioni politiche nazionali e regionali.

 

Tuttavia, il centrodestra non ha mai espresso il sindaco mentre i candidati di sinistra o centrosinistra, da Bassolino a De Magistris, con la sola eccezione della prima elezione di Rosa Russo Iervolino, hanno sempre vinto con un margine superiore a dieci punti percentuali. Dal 2011, inoltre, l’offerta politica “terza” rispetto alla classica dinamica bipolare (De Magistris alle amministrative, i 5 Stelle nelle altre elezioni) ha attratto voti trasversali, ma con un effetto asimmetrico sui due poli.

 

Ad oggi, sembrano aver allontanato dall’astensione o dalla destra sia elettori benestanti ed altamente istruiti residenti in quartieri come il Vomero, sia categorie disagiate di quartieri periferici come Scampia o Ponticelli. Tanto che se la confluenza su un candidato unitario di centrosinistra dovesse funzionare, anche solo in parte, Napoli diventerebbe non contendibile per il centrodestra e la città più “rossa”.

 

Per vedere e scaricare il rapporto clicca qui

29 settembre…e oltre. Il giorno più memorabile per gli Italiani (dopo l‘8 settembre).

 

L’unica canzone, volutamente stravolgente il genere, che racconta una storia mentre si svolge in tempo reale su due giorni (29 e 30 Settembre).

 

Antonio Payar

 

Fra le molte persone, anche celebri, che il primo Covid falcidiò senza che neanche si abbia avuto il tempo di rendercene conto ci fu il Maestro marchigiano Detto Mariano, il 25 Marzo del 2020. Da “Sei rimasta sola”, non si poteva sentire una canzone di Adriano Celentano, e del Clan, senza vederci dentro l’opera di Mariano Detto, di cui Detto Mariano era lo pseudonimo. Lui e Adriano si erano conosciuti durante il servizio militare, e poi non si erano più fermati.

 

Detto Mariano, grande insuperabile arrangiatore – una vera e propria arte – viene chiamato da Battisti e Mogol al capezzale di un brano di cui Battisti aveva iniziato la tormentosa composizione nell’autunno del 1966, e ancora senza titolo dopo Sanremo del 1967. Battisti lo completa e Detto Mariano gli dà il tono che avrebbe dovuto avere la prima canzone del rock psichedelico italiano (“…il mondo che girava intorno a me…”). L’immagine della copertina del 45 giri è esplicita.

 

 

Dall’inserimento della voce dello speaker del giornale radio il brano prende il titolo di “29 Settembre”. Quando la canzone entra nel 30 Settembre (“Mi son svegliato e,/ e sto pensando a te”) non si capisce se il 29 è stato un sogno oppure qualcosa che è successo davvero. E questo ‘qualcosa’, sogno o realtà che sia, anticipa la rivoluzione sessuale del ’68: un adulterio? Suvvia, un’avventura sessuale acida.

 

Mediaticamente: tabù totale. Erano i tempi in cui, come recentemente ha annotato Bianca Pitzorno (chi si ricorda “Chissà chi lo sa?”?), se dicevi ‘membro di…’ in trasmissione, la sera ricevevi una telefonata a casa di un funzionario Rai che, chiedendoti perentoriamente spiegazioni ti ingiungeva per una prossima volta di dire ‘facente parte di…’. Per non parlare dei consigli ad evitare parole come ‘magnifica’ ecc.: perché se fosse andata via la corrente sul ‘magni-‘, c’era da immaginarsi da dove sarebbe ripreso l’audio appena il televisore si fosse riacceso.

 

Ma su queste cose Dalla sarà più esplicito con “4/3/1943”, del 1971. Non a caso fu ripresa dalla Nuova Equipe 84, che la portò a dominare la hit parade. Sempre quell’astuto fiutatore di Maurizio Vandelli, in contrasto proprio con Detto Mariano, che insisteva a cercare di farla cantare come suo esordio a Battisti, convinse Lucio a cedergliela, a lui, all’Equipe 84 e al loro produttore Pier Farri. Fu così che dal Marzo del 1967 Vandelli domina per cinque settimane la hit parade, e a noi lascia una data indelebile nella musica leggera (ma mica tanto…), nel costume e nella società italiana.

Il Giappone ha scelto il suo nuovo Premier. La nota dell’ISPI.

Fumio Kishida è stato eletto a sorpresa nuovo leader del partito di maggioranza: si appresta a diventare il nuovo premier del Giappone.

 

(Axel Berkofsky)

 

Sarà Fumio Kishida, ex ministro degli Esteri giapponese, il prossimo premier giapponese. Kishida è stato eletto presidente del partito conservatore (Ldp) di maggioranza, battendo a sorpresa Taro Kono, il popolare ministro responsabile della campagna vaccinale. Sarà quindi sempre Kishida a guidare il partito alle elezioni del prossimo novembre, diventando con ogni probabilità il prossimo premier nipponico, il terzo in poco più di un anno. Succederà infatti a Yoshihide Suga, subentrato a Shinzo Abe nel settembre 2020, e dimessosi dopo che le sue fortune politiche sono state rovesciate dalla gestione della pandemia di Covid-19 e la decisione – portata avanti nonostante le perplessità dei sanitari e la contrarietà di buona parte dell’opinione pubblica giapponese – di tenere le Olimpiadi di Tokyo2020 nel paese. Tra le priorità che il governo di Kishida si troverà ad affrontare, quella di rilanciare un’economia colpita dalla pandemia, cercando di far fronte ad una Cina sempre più assertiva nella regione ma al tempo stesso importante vicino e partner commerciale. Prima del voto Kishida ha sottolineato la necessità di un dialogo con Pechino ribadendo, al contempo, il mantenimento di “stretti legami” con Taiwan, l’isola indipendente che la Cina rivendica come parte integrante del proprio territorio.

 

Un partito decisionista?

 

Dopo un sostanziale pareggio al primo turno, Kishida ha ottenuto una vittoria piena al ballottaggio, conquistando 257 voti contro i 170 in favore di Kono. Al secondo turno di votazioni partecipavano i parlamentari dell’Ldp e i rappresentanti delle 47 prefetture del Giappone. Come sottolinea Guido Alberto Casanova, “per la vittoria di Kishida è stato fondamentale il sostegno dei vertici del partito” molti dei quali vedevano in Kono “un candidato troppo anticonformista, ad esempio su nucleare e sistema pensionistico” e hanno quindi preferito sostenere l’ex ministro degli Esteri. Kishida sarà nominato nuovo primo ministro del Giappone da una sessione speciale della Dieta nazionale (Parlamento) il prossimo 4 ottobre, e poi nominato formalmente dall’imperatore Naruhito. Quindi annuncerà la composizione del suo gabinetto in cui, sono molti a scommettere, i pesi massimi del partito rimarranno al loro posto. Kishida guiderà quindi il partito alle elezioni nazionali, che devono tenersi entro il 28 novembre. L’attuale legislatura scade infatti il 21 ottobre e le elezioni devono svolgersi entro 40 giorni dallo scioglimento della camera bassa. Supponendo che – come ampiamente previsto dagli osservatori – l’Ldp mantenga la maggioranza, Kishida sarà quindi nominato premier. Dovrà raccogliere la sfida di completare il controverso programma di vaccinazione nazionale e guidare la ripresa post-pandemica della terza economia del mondo.

 

Chi è Fumio Kishida

 

Considerato un politico affidabile ma di scarso carisma, Fumio Kishida aveva già provato a farsi strada verso la leadership del partito conservatore che guida il Giappone praticamente dagli anni ’50, salvo brevi parentesi, e che tuttora detiene la maggioranza nelle due Camere. Da molti considerato il potenziale successore di Shinzo Abe, Kishida si era infatti candidato alla sua successione già un anno fa, ma non era riuscito a superare le resistenze della ‘vecchia guardia’ del partito, che gli aveva preferito Yoshihide Suga. Nel presentare la sua candidatura, Kishida ha annunciato politiche volte a ridurre le disparità economiche e sociali che l’emergenza sanitaria nell’ultimo anno e mezzo ha aggravato. A questo riguardo l’ex dirigente del partito ha dichiarato che un piano di stimolo economico sarà varato entro la fine dell’anno per mitigare gli effetti della pandemia sull’economia nipponica. Nel discorso pronunciato subito dopo l’annuncio della vittoria, Kishida ha fatto riferimento all’unità del partito in vista delle consultazioni politiche nel breve e medio termine. “Sarò il presidente di tutto il partito”, ha annunciato, e “comincerò a lavorare a tutta velocità per un futuro luminoso per il Giappone”.

 

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Dopo-Merkel complicato. E se alla fine si tornasse alla Grosse Koalition?

 

Le elezioni hanno scosso gli equilibri consolidati, ma il dopo-Merkel non vede soluzioni scontate all’orizzonte. Si cerca di accelerare i tempi delle trattative, sapendo che è tutto molto complicato In effetti, la “coalizione semaforo” fra SPD, Grunen e Liberali, alla cui realizzazione Scholz si dedicherà nelle prossime settimane, non dovesse concretizzarsi la vecchia alleanza potrebbe tornare in auge.

 

 

Enrico Farinone

 

Le dichiarazioni dell’immediato dopo-voto sono inequivoche. L’obiettivo dichiarato del vincitore, Olaf Scholz, è la formazione di un governo a tre SPD-Grunen-Liberali, confinando la CDU all’opposizione. Risultato da conseguire entro Natale. E infatti già ieri si sono avviate le prime, informali, consultazioni fra i partiti. Ma non sarà facile centrare l’obiettivo.

 

I Verdi da soli non bastano. Con essi i problemi sono minori, semmai c’è una concorrenza sul piano elettorale, soprattutto con riguardo al mondo giovanile, che i socialdemocratici non dovrebbero sottovalutare. Le difficoltà sorgeranno con i Liberali, e non solo perché mediare fra le loro richieste e quelle degli ambientalisti non sarà impresa semplicissima.

 

La politica europeista di Scholz richiede un’alleanza di governo credibile. Christian Lindner, il leader liberale, non apprezza Next Generation UE e ancor meno qualsiasi ipotesi di riforma del Patto di Stabilità (un tema che si porrà fin dal prossimo anno), essendo un rigido ordoliberale che vede come il fumo negli occhi qualsiasi ipotesi di condivisione del debito, anche parziale, con gli altri partner continentali. Egli punta, lo ha già sostanzialmente reclamato, al Ministero delle Finanze, non per caso. Pessimo viatico per l’Unione e per l’Italia, sia detto per inciso.

 

Quattro anni fa la Merkel ruppe con i Liberali e optò per un rinnovato accordo con la SPD proprio sulla politica finanziaria e sui rapporti con la UE. Questa volta la volontà di un’intesa di governo e di potere fra SPD e gli stessi Liberali è maggiore, ma non sarà facile raggiungere una equilibrata mediazione.

 

Ecco perché, mi sbaglierò, ma alla fine non escluderei che a Berlino si riformasse una Grosse Koalition fra socialdemocratici e cristianodemocratici, anche se è stata esclusa da entrambi i partiti. Di fatto in continuità col governo uscente, ovviamente con la promozione al cancellierato del vice Merkel, Olaf Scholz, l’ottimo Ministro delle Finanze che ha vinto le elezioni, però col solo 25,7% dei consensi. E non escluderei nemmeno un discreto ma tenace impegno della Cancelliera in questo senso. Perché questa sarebbe una soluzione che consentirebbe, sul piano interno, alla CDU di darsi il tempo per riorganizzarsi, risintonizzarsi col Paese e individuare una nuova leadership. E su quello esterno, in sede europea, non indebolirebbe la Presidente von der Leyen e soprattutto confermerebbe le scelte adottate, quali il Next Generation UE, anche grazie al lavoro di Angela Merkel e del suo vice.

 

Se si analizza il voto di domenica si comprende infatti che i tedeschi hanno votato per un moderato cambiamento nel segno della continuità. Posto che la Kanzerlin non si ripresentava, con scelta saggia (bisogna capire da soli quando è il momento di smettere), e posto che il partito di maggioranza non era riuscito a trovare al suo interno una nuova leadership sufficientemente autorevole, gli elettori hanno premiato il vice di Merkel col vantaggio che costui era il candidato dello junior partner di governo: si è così potuto ottenere anche un cambio di guida, o almeno questo è quanto dovrebbe accadere. In altri tempi lo si sarebbe definito un rinnovamento nella continuità.

 

Scholz ha molti tratti caratteriali comuni con Merkel, che sono stati giustamente apprezzati e premiati. Uomo del nord, di poche parole, privo di accenti retorici o populisti, preciso e scrupoloso, discreto e certo non carismatico ha maturato una esperienza intrisa di affidabilità dapprima come Ministro del Lavoro durante gli anni della crisi finanziaria e poi, nell’ultimo quadriennio, come autorevole e competente Ministro delle Finanze. Già borgomastro di una grande città, Amburgo, è membro del Bundestag dal 1998. Il profilo di un politico di qualità e sostanza. Come quello di Merkel.

 

Certo, la cultura politica è diversa. Ma come la seconda ha saputo nel tempo circoscrivere e contenere le pressioni dell’ala più conservatrice del suo partito e di quello bavarese ad esso associato così il primo ha tenuto, sino ad oggi, sotto controllo quella più radicale della SPD, dimostratasi negli anni incapace di elaborare proposte allettanti per l’elettorato. Scholz ha condotto una campagna elettorale perfetta quanto disastrosa è stata quella del suo competitor Laschet. Con una linea politica attenta alle ragioni tradizionali della socialdemocrazia ma pure a quella del centro moderato riuscendo così a convincere elettori della Merkel, che hanno virato su di lui nella convinzione che le linee di fondo dell’azione governativa non cambieranno.

 

Certo, fra gli sconfitti CDU-CSU la componente più conservatrice già invoca la scelta dell’opposizione onde poter mettere le mani sul partito e condurlo ad una linea massimalista di forte contrasto ai socialdemocratici. Giocando al tanto peggio tanto meglio. Ma questo non è l’interesse della Germania, ed ecco perché – se la “coalizione semaforo” fra SPD, Grunen e Liberali alla cui realizzazione Scholz si dedicherà nelle prossime settimane – non dovesse concretizzarsi, come è possibile, la vecchia alleanza potrebbe tornare in auge.

Evviva la callipigia. Nota a margine del caso della Spigolatrice di Sapri.

Danilo Campanella

Se parlare del sedere della Spigolatrice servirà a riportare l’attenzione sulla nostra storia, non se ne vede il dramma. E se da domani i ragazzi, passando per Sapri, si faranno un selfie davanti (anzi, dietro) la Spigolatrice, in tutto il mondo si chiederanno chi fosse e perché è lì. E se la nostra storia venisse conosciuta anche attraverso un paio di natiche, non sarebbe certo la prima volta.

Le recenti polemiche riguardo alla statua callipigia della Spigolatrice a Sapri hanno avuto il merito di averci distratto per qualche giorno dal terrorismo psicologico post vaccinale. La spigolatrice, personaggio immaginario, nella narrazione ottocentesca di Luigi Mercantini rappresenta una umile operaia addetta alla spigolatura del grano, che si trovava per caso ad assistere allo sbarco dei trecento ragazzi guidati dal rivoluzionario Carlo Pisacane, con l’intento di rovesciare il regno borbonico. Una volta sbarcati non solo vennero ostacolati dalla popolazione (cosa che la dice lunga sulla popolarità del re) ma vennero catturati e processati.

 

Nonostante la bella poesia che ci facevano recitare alle scuole elementari (… erano giovani e forti e sono morti…) e a parte Pisacane che si suicidò per paura di essere condannato a morte, gli altri vennero tutti graziati dal re, sotto la pressione dell’Inghilterra, che avrebbe fatto apparire re Ferdinando come un despota sanguinario.

 

Il re, invece, non volle essere complice del lavaggio del cervello mazziniano che quei ragazzi avevano subito, facendone inutili martiri. Con la spedizione di Sapri appare sempre più evidente la presenza dell’Inghilterra nel progetto di invasione e unificazione dello Stivale: due erano i marinai inglesi presenti nella spedizione di Pisacane, inglesi furono le domande di grazia per i rivoluzionari (accettare da re Ferdinando II), inglesi erano i soldi usati per finanziare la spedizione (fatti passare dalla banca di Livorno grazie alla mediazione di Adriano Lemmi, gran maestro della massoneria qualche anno dopo) e inglese, in seguito, la nave da guerra che difenderà l’avanzata dei Mille di Garibaldi.

 

Se parlare del sedere della Spigolatrice, che tanti giudicano pornografico, servirà a riportare l’attenzione sulla nostra storia, non ne vedo un dramma. E se da domani i ragazzi, passando per Sapri, si faranno un selfie davanti (anzi, dietro) la Spigolatrice, magari taggandola su Instagram, in tutto il mondo si chiederanno chi sia, chi fosse e perché è lì. E se la nostra storia venisse conosciuta anche attraverso un paio di natiche, non sarebbe certo la prima volta.

Una amicizia impensata e vera. Mario Capanna ricorda Vittorio Sora

In nulla mi considero felice se non nel ricordarmi dei miei buoni amici.
(W.Shakespeare)

Per gentile concessione dei curatori pubblichiamo il testo che l’autore, uno dei leader più carismatici del movimento studentesco del ’68, ha voluto inserire nel volume di ricordi e testimonianze (Vittoria Sora. – Le radici di una passione civile, a cura di Ennio Pasinetti e Franco Franzoni, Scholè Morcelliana, 2021) nel venticinquesimo anniversario della scomparsa di Vittorio Sora.

(Mario Capanna)

Non avrei mai ritenuto, in quei tempi, di avere per amico un democristiano… E invece accadde, in circostanze particolari.

Fui eletto nel 1975 consigliere lombardo per Democrazia Proletaria (DP), insieme a Franco Petenzi. Era il mio primo impegno diretto nelle istituzioni rappresentative.

Si dispiegava, in piena realizzazione, il “compromesso storico”, con l’ingresso, nella maggioranza di governo, del PCI insieme alla DC.

Noi di DP sostenevamo che, così, il PCI portava il movimento operaio “a mangiare becchime nelle mani della DC”, pagando il prezzo assurdo del portatore d’acqua al mulino dell’avversario-alleato.

Cosa che puntualmente avvenne, e quando Berlinguer se ne accorse (con la contro-svolta di Salerno del 1979 e il ritorno all’opposizione), era ormai troppo tardi. Data da allora la crisi inarrestabile del maggior partito comunista d’Occidente.

La nostra opposizione alla giunta regionale, guidata da Cesare Golfari, era a tutto campo. La nostra, anzi, era l’unica opposizione reale. Appena due consiglieri, in pratica, contro 78. E, tra i 78, i consiglieri del PCI erano più realisti del re.

Ricordo che lavoravamo giorno e notte, cercando di avanzare sempre soluzioni alternative a quelle proposte (e spesso imposte) da quella pletorica maggioranza.

Intervenivamo su tutti i maggiori temi: dal disastro della diossina a Seveso alla battaglia per la trasparenza – costringendo per esempio alle dimissioni il potente assessore all’Urbanistica Sonzogni – alla lotta contro le centrali elettronucleari e per le energie alternative e rinnovabili.

Insomma: riuscivamo ad incidere in modo efficace, nonostante la disparità di forze.

Fu in quell’aggrovigliato contesto che nacque, e si sviluppò, l’amicizia fra Vittorio Sora e me.

Avevo notato quel democristiano atipico: fedele ovviamente al partito, ma non omologato, dotato di acuto e, spesso, ironico spirito critico, animato da vasta cultura, sensibile alle ragioni per cui mi battevo, ammirato per la tigna del mio impegno (si vedeva che ci credevo, mi diceva spesso), per la coerenza dei comportamenti, retaggio, sosteneva lui,  della mia giovanile educazione cattolica.

Sicché cominciammo a dialogare. Nelle more dei lavori consiliari, dentro ma anche fuori del Palazzo.

Durante i viaggi all’estero (in Svezia, Germania, Stati Uniti) della commissione energetica regionale, per studiare da vicino il funzionamento delle centrali elettronucleari.

Da cui traevamo conclusioni ufficialmente diverse, se non opposte,  ufficiosamente, invece, alquanto simili.

(Per inciso: sulle centrali atomiche vinsi pienamente la battaglia, anche grazie ai dubbi che Sora disseminava tra le file dei consiglieri favorevoli.

La maggioranza di compromesso storico – il PCI in testa con il suo acefalo sviluppismo – ne voleva costruire ben due in Lombardia, nella zona di Viadana lungo il Po.

Prima diedi vita alla Lega lombarda – Umberto Bossi non mi ha mai pagato i diritti d’autore…- contro le centrali elettronucleari, con un manifesto firmato da centinaia di prestigiosi esponenti della società civile, e poi con DP raccolsi le firme necessarie per indire un referendum regionale sulla materia.

Referendum che ci fu impedito di svolgere, ma sta di fatto che, a seguito del clamore suscitato dalle nostre iniziative, in Lombardia non c’è, per fortuna, energia nucleare, come poi non ci sarà in nessuna parte d’Italia, dopo il referendum nazionale del 1987).

E’ in questa temperie tumultuosa che una corrente di simpatia umana reciproca prese a correre tra Vittorio e me.

A mano a mano che l’amicizia si approfondiva, ci scoprivamo sempre più simili, ben oltre le diversità di schieramento politico.

Simili per gli entusiasmi giovanili, che non ci avevano abbandonato, per la predisposizione ad aiutare gli altri, per la capacità di ascolto reciproco, per l’amore verso la terra e la natura, per gli interessi filosofici sulle questioni di fondo, per la politica intesa come arte nobile ed elevata, entrambi disgustati per la sua riduzione a bassa manovra, per la voglia di sapere che va molto al di là dell’erudizione, per le idee guizzanti (rimase ammirato, insieme a sua moglie, per il mio discorso in latino svolto nel Parlamento europeo).

E poi: eravamo due… di sinistra. Io a tutto tondo, lui della “sinistra democristiana, la corrente cosiddetta di base e popolare, meno predatoria rispetto al resto del partito.

Sicché cominciammo anche a frequentarci con una certa assiduità. Al termine di una visita ispettiva a Viadana, Vittorio volle a tutti i costi che andassi a pranzo, insieme a lui, da una numerosa famiglia di allevatori-coltivatori della zona, suoi amici e, ovviamente, tutti democristiani.

Mi disse che così avrei potuto conoscere da vicino quella Bassa, di cui ogni tanto parlavo, secondo lui con una cognizione non del tutto adeguata.

Il pranzo fu luculliano, il cibo e le bevute superlativi, la conversazione piacevolissima.

Un’altra volta, saputo che avrei passato le vacanze estive in Sardegna, insieme alla mia fidanzata, ci invitò nella sua casa a Santa Teresa di Gallura.

Passammo ore liete insieme. E lì scopersi la sua profonda passione per il mare. Possedeva un gozzo (simile, sebbene più piccolo,  a quello che Garibaldi usava per spostarsi da Caprera) e, dopo la sua partenza, volle che lo usassimo come se fosse nostro. Generoso come sempre.

Un giorno volle portarmi in gommone sul Po, di cui mi tessé le lodi con amore sincero, e approfondimmo il discorso sulla civiltà fluviale e contadina, su cui aveva una competenza vera.

Gli sono stato sempre grato per quella magnifica escursione:  perché fu lì che mi venne in mente l’idea di realizzare una regata velica sul Po – iniziativa che si svolse nell’estate 1978 – ovviamente contro le centrali elettronucleari e per difendere gli equilibri ecologici del grande fiume.

Ciao, Vittorio. Come vedi mi è impossibile dimenticarti. Il fatto è che noi due ci siamo voluti bene, al di là degli opposti schieramenti di appartenenza.

La nostra è stata la “magia” dell’autenticità umana e culturale, in te vitale e prorompente.

Non ti raccapezzeresti, se vedessi come e quanto i rapporti umani si sono oggi per lo più rattrappiti, imprigionati entro un micromaterialismo volgare, sostanzialmente nichilista, che rende isolato l’uomo tecnologico, proprio nel momento in cui crede di essere interconnesso al massimo grado.

Va da sé che questa è una ragione in più per continuare a lottare, e io cerco di farlo anche nel ricordo di te.

Lavoratori fragili, un’altra battaglia vinta.

 

Per chi questa battaglia? Chi ne dovrebbe beneficiare? Provinciali risponde che i cosiddetti lavoratori fragili, cui s’indirizza la normativa appena varata, sono gli immunodepressi, i chemioterapici, gli affetti da malattie degenerative – ad esempio l’artrite reumatoide – gli invalidi, i titolari di legge 104/1992. Ora bisogna guardare avanti.

 

Francesco Provinciali

 

Il Senato in data 23 settembre 2021 ha approvato in via definitiva l’ennesimo provvedimento legislativo (conversione del DL 111 del 6.8.2021, il cd. ‘Decreto Green pass’) che  ancora una volta “mette una pezza “ alla lunga vicenda dei lavoratori fragili, troppo spesso ignorati dalla politica al punto che abbiamo dovuto rincorrerla, fare pressing anche a costo di esporci o di essere giudicati insistenti: ma ci sono principi e valori nella vita che non si possono eludere. La difesa ad oltranza dei più deboli è uno di questi ed è stata una battaglia che ha caratterizzato la nostra presenza attenta, vigile e sollecita nei confronti del Governo e delle forze politiche e sindacali.

 

Era già accaduto con l’art 481 della legge di bilancio 2021 n°178 del 30/12/2020, poi con il ‘Decreto Sostegni’ del 19 marzo 2021 eravamo riusciti a far introdurre nei testi legislativi degli emendamenti che postulavano due principi per noi essenziali e fondamentali: la possibilità di accesso allo smart working e l’equiparazione dell’assenza dal servizio al ricovero ospedaliero, al di fuori del periodo di comporto contrattuale, per i soggetti dichiarati dal medico competente o dalle autorità sanitarie temporaneamente non idonei in situazione di perdurante pandemia, entrambi accompagnando in parallelo la proroga dello stato di emergenza.

 

Per chi ci siamo battuti? Chi abbiamo voluto tutelare? I cosiddetti lavoratori fragili: gli immunodepressi, i chemioterapici, gli affetti da malattie degenerative come l’artrite reumatoide, gli invalidi, i titolari di legge 104/1992. E lo abbiamo fatto scrivendo articoli su articoli, sempre inviati con nota di accompagnamento firmata (per assumerci le nostre responsabilità) al Presidente del Consiglio, all’Ufficio Disabili di Palazzo Chigi, ai Ministri della Salute, del Lavoro e della Pubblica istruzione, attraverso le vie istituzionali (segreterie, capi di gabinetto, uffici tecnici, ecc…).

 

Lo rifaremmo ancora e lo rifaremo ogni qualvolta ce ne sarà bisogno. Ecco i tre articoli che avevamo pubblicato e spedito alle Istituzioni dello Stato sopra citate:

https://ildomaniditalia.eu/lavoratori-fragili-e-smart-working-si-riparte-da-capo/

 

https://ildomaniditalia.eu/lavoratori-fragili-normativa-rinnovata-ma-incompleta/

 

https://ildomaniditalia.eu/i-soldi-per-i-redditi-di-cittadinanza-ci-sono-per-i-lavoratori-fragili-no/

 

Adesso che tutti insieme siamo riusciti ancora una volta ad ottenere i due risultati sopra richiamati invitiamo tutti coloro che si trovano in condizione di “fragilità accertata e certificata” a far valere i propri diritti. Nella speranza che in futuro, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la politica agisca con tempestività e immediatezza: ora la prassi dovrebbe essere un fatto consolidato, senza bisogno di solleciti. E soprattutto che fornisca informazioni chiare e tempestive: basta con le norme retroattive, quando le persone sono state costrette a compiere scelte al buio. Una persona che non sta bene, che ha problemi di salute gravi (non “inventati”) avrebbe bisogno anche di ricevere quella umana comprensione che ci rende persone civili.

 

Grazie a tutti coloro che hanno condiviso questa lunga, ‘giusta’ battaglia.

 

Le pinze del potere. Il dopo-voto nell’analisi di “Die Zeit”.

Armin Laschet afferma che l’Unione [CDU-CSU] non può rivendicare, in base al risultato elettorale, il mandato a formare il governo. In ogni caso, vuole continuare a governare. In effetti, la paura dell’opposizione è troppo grande. L’articolo è apparso sul sito del quotidiano tedesco, alla sua traduzione ha provveduto la redazione de “Il Domani d’Italia”.

 

Ferdinand Otto

 

La CDU ha perso le elezioni. Quasi nove punti percentuali in meno rispetto alle ultime elezioni federali, nettamente al secondo posto dietro la SPD. Ha subito una sconfitta e però vuole ancora governare. La sera delle elezioni, il segretario generale Paul Ziemiak ha indicato l’obiettivo: “Una coalizione di CDU, FDP e Verdi sarebbe una vera coalizione per il futuro”. In realtà, con questo risultato l’antica vis di potere dell’Unione piega verso una sorta di hybris.

 

Questo ormai, in modo credibile e adeguato, nemmeno può essere spiegato alla propria gente. Alcuni leader cristiano-democratici, infatti, non se la sono sentita di allinearsi all’analisi di Ziemiak. Il primo ministro della Sassonia, Michael Kretschmer, ha detto di non capire perché mai l’Unione parlasse di un mandato di governo a livello federale. Nel suo Land, l’Unione è passata al terzo posto, dietro AfD e SPD. Anche Norbert Röttgen, membro della presidenza del partito, ha dichiarato al Morgenmagazin della ARD: “Io non parlerei di leadership”. Ci sono voci analoghe che provengono dal partito gemello [CSU]: “Il secondo posto – lamenta un dirigente – non ti dà diritto alla formazione di un governo”.

 

Ecco perché il capo della CDU a mezzogiorno, dopo le elezioni, appare molto più conciliante. “Nessun partito può ottenere un mandato di governo in base a un risultato così chiaro, nemmeno noi”, afferma proprio lui, il candidato cancelliere dell’Unione, Armin Laschet. Insomma, non s’è mai espresso in modo da generare equivoci, anzi la sera delle elezioni “è stato molto chiaro”. Da un punto di vista semantico potrebbe anche essere vero, dato che non ha mai usato in senso stretto le parole: “Il mandato di governo ci appartiene”. Tuttavia non ha mai detto neppure il contrario, ossia andiamo all’opposizione.

 

Lunedì, intanto, torna a ripetere quello che aveva dichiarato domenica: l’Unione vuole governare. Dice infatti Laschet: “Siamo convinti che un governo guidato dall’Unione sarebbe la cosa migliore per il Paese”. Il cancelliere in Germania sarà quello che nel Bundestag tedesco otterrà la maggioranza. Solo chi riesce a comporre gli antagonismi può ambire a diventare cancelliere. E quindi sottolinea: “Chi ha il 25 per cento non detiene automaticamente la maggioranza”. Sta di fatto che le coalizioni non sono unicamente il prodotto dell’aritmetica, ma anche il frutto di accordi su questioni sostanziali. Tant’è che neanche scarta una Grosse Koalition, sebbene chiarisca subito che probabilmente non sarebbe la preferita, oggi come oggi, né dell’una né dell’altra parte.

 

Quindi, nessun mandato a priori e tuttavia pronti a partecipare al governo. È da capire bene, questo. Già la sera della sconfitta elettorale, Laschet era al telefono con  FDP e Verdi. Continuerà a farlo e il Consiglio federale [dell’Unione] lo asseconderà. La maggioranza vuole restare al potere. Dicono al partito che voci critiche sulla questione non sono emerse, neanche contro il leader del partito. Ciò attiene al senso di responsabilità istituzionale, afferma un membro della presidenza. Indubbiamente c’è del vero in questa affermazione. È probabile però che la paura dell’opposizione svolga un ruolo ancora maggiore. L’FDP potrebbe assumere il ruolo dell’Unione in un “governo-semaforo”, tanto che a lungo andare, secondo questa analisi, sarebbe per essa un grave fattore di indebolimento.

 

Se questa fosse l’unica preoccupazione, l’Unione potrebbe essere persino tranquilla. Invece il quartier generale della CDU sa anche che l’Unione dovrà pagare a caro prezzo la partecipazione al governo dei due partner minori.  Limite di velocità, protezione del clima, finanze pubbliche, sicurezza interna: se Laschet sacrificasse troppo gli orientamenti conservatori, incontrerebbe la resistenza del suo stesso partito. Avverte un cristiano-democratico quanto sia essenziale non rinunciare alla propria immagine, fino a renderla irriconoscibile, solo per governare. E aggiunge che ora non dovrebbe esserci nessuno spostamento a destra.

 

Per leggere il testo completo in lingua originale

https://www.zeit.de/politik/deutschland/2021-09/union-cdu-csu-bundestagswahl-niederlage-jamaika-sondierungen

Alleanze trasparenti o trasformismo?

È importante, anche alla luce delle elezioni tedesche, lo sbarramento a declinazioni trasformistiche ed opportunistiche delle alleanze di governo. Quello che è accaduto in Italia nel 2018, con l’incontro di populisti e sovranisti (M5S e Lega) all’indomani del voto, non dove più ripetersi. Dunque è necessario costruire le condizioni affinchè le coalizioni di governo siano il frutto di una visione politica definita e chiara.

 

(Giorgio Merlo)

 

Lo stesso voto che emerge della Germania conferma che il nodo delle alleanze politiche per la formazione dei governi diventa un esercizio sempre più complesso. È così nei vari paesi europei. Perchè il dopo pandemia – anche se purtroppo non è ancora arrivata al capolinea – conferma che la geografia politica è cambiata. E profondamente. Basti pensare che all’indomani del voto in Germania, che non ha legittimato nessuno a governare con coalizioni chiare e politicamente alternative, già si riparla di riproporre la cosiddetta “grande coalizione”.

 

Ora, al di là del voto tedesco e delle singole specificità politiche che caratterizzano i vari paesi europei, è indubbio che anche per il nostro paese – soprattutto per l’effetto Draghi, ma non solo – il rischio di trovarsi di fronte ad un bivio su come costruire le singole maggioranze di governo si porrà. Perchè da un lato c’è sempre l’auspicio, o la speranza, che si formino alleanze omogenee e chiare nella loro declinazione programmatica e, dall’altro, dietro alla motivazione emergenziale soprattutto dopo la pandemia, persiste la tentazione di formare governi di unità nazionale, o di vasta maggioranza coinvolgendo partiti, movimenti e gruppi alternativi l’un l’altro.

 

Però, proprio in virtù della specificità politica dei singoli paesi, dietro il progetto o l’iniziativa di dar vita a governi di unità nazionale o di “grande coalizione” si nasconde sempre il rischio concreto della deriva e della tentazione trasformistica. Un elemento, questo che ha sempre accompagnato la storia politica e democratica del nostro paese ma che, con l’avvento al potere del populismo giustizialista del partito dei 5 stelle nel 2018 ha trovato la sua compiutezza organica e quasi scientifica. Cioè un partito che prima rifiuta, perchè disprezza tutti i partiti, l’alleanza politica con chicchessia. Poi che fa l’alleanza con la destra sovranista perchè detesta e insulta la sinistra. Poi che stringe l’accordo con la sinistra massimalista perchè disprezza e detesta la destra sovranista. E poi, dulcis in fundo, aderisce alla grande coalizione con tutti quelli che avevano insultato e denigrato per svariati lustri per un solo obiettivo, come ovvio: non andare al voto anticipato e non perdere posti e prebende varie. Nel frattempo, procedono con una conversione politica improvvisa e collettiva rinnegando e archiviando tutto ciò che hanno predicato, scritto e urlato in tutte le piazze italiane per almeno 15 anni. Un mistero politico che, almeno sino ad oggi, non era ancora mai capitato nello scenario pubblico italiano, almeno a partire dal secondo dopoguerra.

 

Ecco, ho voluto solo ricordare un aspetto, tra i tanti che si potrebbero citare – ma questo è il più macroscopico, com’è evidente a tutti – per arrivare ad una semplice conclusione. Anche e soprattutto dopo l’importante voto tedesco. Per evitare che si ripropongano le condizioni per una declinazione trasformistica ed opportunistica della politica italiana nella costruzione dei governi – com’è concretamente capitato dopo il voto del 2018 che ha consegnato la vittoria ai populisti e ai giustizialisti – è altresì necessario costruire le condizioni affinchè le coalizioni di governo siano il frutto di una visione politica definita e chiara. Indicando in anticipo le forze con le quali si intende realizzare quel progetto. Certo, poi la tentazione trasformistica è sempre presente, soprattutto quando è insita nel DNA di alcuni partiti. Ma è indubbio che si tratta, appunto, di una tentazione. E questa la si può sconfiggere, o almeno attenuare nella sua portata devastante e squallida, solo attraverso la politica, intesa come costruzione di un progetto di governo trasparente e chiaro. E questo per riaffermare la nobiltà della politica, la qualità della democrazia, la serietà dei partiti e la credibilità delle stesse istituzioni democratiche.

Il governo Draghi, la democrazia, il compromesso. Sul “Mulino” una lettura critica dell’attuale situazione politica.

Questa stagione politica sta mettendo in luce molte cose non buone per la nostra democrazia. L’attuale esecutivo ci sta permettendo di uscire dall’emergenza, in un modo o nell’altro. Ma il dopo dovrà necessariamente essere diverso. Pubblichiamo di seguito la seconda parte dell’articolo di Mastropaolo per la rivista bolognese.

 

(Alfio Mastropaolo)

 

La politica è un fatto relazionale e i fatti lo dimostrano. Se cambiano il contesto, gli alleati e gli avversari, le forze politiche si adattano. La Lega, alla prova del governo, si è divisa. Manca, per contro, all’appello la fondamentale forza di centrosinistra, consegnata a una leadership ectoplasmatica, che anziché dedicarsi alla questione chiave per qualsiasi sinistra che si rispetti, cioè l’occupazione, e magari guardare avanti sui temi dell’ambiente dell’energia e del Mezzogiorno, si limita a esibire i suoi meriti di partito responsabile, il più draghiano di tutti. In compenso, la riflessione sul partito langue, la Calabria è abbandonata alle destre e a Torino delle primarie a dir poco esangui hanno partorito un candidato sindaco manchevole d’idee per una città in crisi e di un minimo di appeal. L’alleanza coi 5 Stelle, plausibile anzitutto per ragioni di forza, non è la panacea per tutti i mali. È innegabile, il Pd proviene da un periodo difficile. Probabilmente, era sbagliato il progetto, sempre che un progetto ci fosse, su cui è stato costruito. Ma la sua persistente inconsistenza è un problema gravissimo.

 

Questa complicata vicenda mostra però qualcos’altro. La democrazia non è il regno delle fate. Vive in un mondo contraddittorio e non può coltivare l’illusione che basti incoronare qualcuno perché governi.

 

Questa complicata vicenda mostra però qualcos’altro. La democrazia non è il regno delle fate. Vive in un mondo contraddittorio e non può coltivare l’illusione che basti incoronare qualcuno perché governi. Quella che è definita la democrazia maggioritaria (oggi fondata sul principio per cui the winner take all) si è dimostrata un’invenzione che sta dividendo le società democratiche e il loro governo. In passato, la democrazia maggioritaria induceva le maggioranze a rispettare le opposizioni e il loro elettorato. L’interpretazione estrema che ne viene data ultimamente è tutt’altra. L’unico grande paese in Europa che se la passi un po’ meglio è la Germania, dove si è sedimentata da più di mezzo secolo una robusta cultura dell’accordo, della continuità, della stabilità. Nessuno si scandalizza per i governi di grande coalizione. Ma la Gran Bretagna, la Francia, la Spagna conoscono tutte gravi incertezze. Ora, presto o tardi, il governo Draghi finirà. È ingiusto, e persino offensivo, chiedere a un presidente esemplare come Mattarella di accettare una riconferma per metterci una toppa: sarebbe solo un’altra prova dell’inadeguatezza del nostro regime democratico. È ora piuttosto che le forze politiche accettino l’idea che è ora di finirla coi personalismi e le guerre per bande e che s’inventino forme di collaborazione permanenti, pur nel rispetto della loro diversità. Saranno governi di compromesso, molto imperfetti, ma proprio alla prova delle misure da prendere è possibile che i partiti imparino a ragionare con più realismo e meno pregiudizi.

 

La politica democratica vive nei tempi brevi delle scadenze elettorali. Li ha drammaticamente raccorciati la smaterializzazione dei partiti e la labilità degli elettorati, nonché l’assedio dei media alle dirigenze elettive: contare sulla loro autodisciplina è un’illusione.

 

La democrazia rappresentativa è stata inventata per smussare i conflitti, non per acuirli. La lezione del passato è che i partiti intrattenevano tra loro rapporti più civili. L’opposizione di Sua Maestà era leale perché era leale verso di essa la maggioranza. La politica democratica vive nei tempi brevi delle scadenze elettorali. Li ha drammaticamente raccorciati la smaterializzazione dei partiti e la labilità degli elettorati, nonché l’assedio dei media alle dirigenze elettive: contare sulla loro autodisciplina è un’illusione. Lo Stato liberale ottocentesco si era difeso dall’elettoralismo professionalizzando gli apparati burocratici. Per Weber, ossessionato dalla razionalità burocratica, la politica elettiva era un antidoto contro questi ultimi. Non si accorse che i due principi si potevano utilmente bilanciare: se ne accorse invece Schumpeter. È alfine sopraggiunto il New public management con la promessa di sostituire alla razionalità burocratica la più efficiente e meno costosa razionalità del mercato. O la sua simulazione. Non sarà stato un terribile errore? Il gioco delle interdipendenze e dei bilanciamenti è delicato: lo Stato democratico, fatto di burocrazie razionali e di dirigenze elettive che si bilanciavano tra loro, bilanciava a sua volta il mercato. Era un motivo di bilanciamento anche il mondo del lavoro organizzato. Tutti questi bilanciamenti si sono ora dissolti squassando un equilibrio senza ricostituirne un altro. È ora di ricostituirlo in qualche modo.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.rivistailmulino.it/a/il-governo-draghi-la-democrazia-il-compromesso?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+24-27+settembre+%5B8032%5D

Resilienza e speranza. Il discorso del card. Pietro Parolin alla 76ª Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Pubblichiamo nella traduzione proposta dall’Osservatore Romano l’intervento — intitolato: «Building resilience through hope: to recover from covid – 19, rebuild sustainably, respond to the needs of the planet, respect the rights of people, and revitalize the United Nations» — che il cardinale segretario di Stato, capo della delegazione della Santa Sede, ha pronunciato nel corso della settantaseiesima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

 

(Redazione)

 

Signor Presidente,

 

Sono lieto di trasmettere a lei e a tutti i rappresentanti delle nazioni i cordiali saluti di Papa Francesco.

 

Nella sua Lettera enciclica Fratelli tutti sulla fraternità e l’amicizia sociale, Papa Francesco ha esaminato le numerose sfide che la comunità internazionale deve affrontare, come la guerra e il conflitto, il maltrattamento e la violenza, la fame e la povertà, l’inuguaglianza e l’emarginazione, l’individualismo e la diffidenza, l’estremismo e la polarizzazione, gli attacchi alla dignità umana, la pandemia del covid-19 e le minacce all’ambiente, tra le altre “ombre”. Per rispondere in modo efficace a queste difficoltà, dobbiamo affrontarle con una rinnovata “speranza” basata sugli abbondanti “semi di bene” nella nostra famiglia umana, come quelli eroicamente seminati in risposta alle dimensioni medica, sociale, economica e spirituale della pandemia. Tali azioni rivelano, ha detto il Papa, che la medicina di cui ha bisogno il mondo non è «l’isolamento e la chiusura in se stessi o nei propri interessi», ma piuttosto la vicinanza fraterna e la speranza radicata «nelle riserve di bene che ci sono nel cuore della gente» (Papa Francesco, Lettera enciclica Fratelli tutti, nn. 30, 54, 55, 196).

 

Il tema del presente Dibattito Generale, «Costruire la resilienza attraverso la speranza», focalizza la nostra attenzione sulla fondamentale importanza della speranza nelle cose umane. La speranza è diversa dall’ottimismo, che è un’attesa che le cose si risolvano bene, o l’idea che in qualche modo la storia inevitabilmente evolverà seguendo una traiettoria ascendente. Sappiamo invece che le nostre conquiste non sono inattaccabili: il mantenimento della pace, la protezione e promozione dei diritti umani, il progresso dello sviluppo umano integrale, la cura per la nostra casa comune non devono mai essere dati per scontati, bensì cercati e protetti da ogni generazione.

 

Mentre sorgono nuove crisi e altre persistono, abbiamo bisogno di speranza per perseverare nel farvi fronte. La speranza ci mantiene motivati quando problemi e disaccordi appaiono irrisolvibili, facilita il perdono, nella consapevolezza che attraverso la riconciliazione vi può essere un futuro migliore. Incoraggia la resilienza e ci ispira a lavorare duramente anche quando potremmo non riuscire a vedere i risultati nel corso della nostra vita.

 

Per noi cristiani la speranza è il dono più divino che possa esistere nel cuore degli uomini (cfr. Udienza generale, 27 settembre 2017). Vede e ama quel che sarà, nel futuro del tempo e dell’eternità (cfr. Charles Peguy, Il portico del mistero della seconda virtù): la speranza «è attesa, attesa fervente, appassionata del compimento ultimo e definitivo di un mistero, il mistero dell’amore di Dio» (Udienza generale, 15 ottobre 2014).

 

Riprendersi dal covid-19

 

Signor Presidente,

 

Lo scorso anno, nel suo discorso all’Assemblea Generale Papa Francesco ha dichiarato che «da una crisi non si esce uguali: o ne usciamo migliori o peggiori» (Papa Francesco, Videomessaggio in occasione della 75ª Sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 25 settembre 2020). Per uscire migliori dalla pandemia del covid-19 dobbiamo costruire su un rinnovato senso di solidarietà fraterna. La pandemia ci ha insegnato quanto è interconnesso il nostro mondo, come ogni Stato ha le sue vulnerabilità e che nessuno Stato è in grado di risolvere la crisi da solo.

 

La resilienza esige che la comunità internazionale traduca in azione gli impegni espressi durante la Sessione Speciale dell’Assemblea Generale sul covid-19 lo scorso dicembre. Dobbiamo lavorare insieme per porre rimedio alla situazione di quanti sono nella “marginalità farmaceutica” (Papa Francesco, Discorso ai membri della Fondazione “Banco Farmaceutico”, 19 settembre 2020) e per alleviare le inutili sofferenze e la morte che loro e tantissimi altri sono costretti e continuano a sopportare. Ciò vale in modo particolare per quanto riguarda i vaccini, che devono essere disponibili per tutti, specialmente nelle zone di conflitto e negli scenari umanitari (cfr. Risoluzione del Consiglio di Sicurezza 2565 [2021]).

 

La resilienza esige una rinnovata analisi di come i sistemi di assistenza sanitaria sono stati largamente sopraffatti dalla pandemia e hanno lasciato tante persone con un’assistenza insufficiente o del tutto assente. Ancora oggi molti non hanno accesso ai test, alle cure di base o ai vaccini, o perfino all’infrastruttura energetica che renderebbe possibile tale assistenza. La resilienza esige una analisi della fragilità e delle mancanze dei nostri sistemi economici, che hanno lasciato indietro molti come effetto della grave crisi economica, e reso i poveri ancora più vulnerabili.

 

Infine, la resilienza richiede perseveranza nella lotta contro la corruzione, poiché il male della corruzione è emerso in modo particolare tra i fallimenti politici e nella distribuzione durante la pandemia.

 

Ricostruire in modo sostenibile

 

Signor Presidente,

 

La pandemia ha avuto un impatto negativo sui programmi e le attività di sviluppo, come anche sull’implementazione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Cinque anni di progressi sui 17 obiettivi di sviluppo sostenibile hanno subito un arresto e, in alcuni casi addirittura una inversione, a causa del virus e le sue conseguenze. Rendere lo sviluppo sostenibile una realtà entro il 2030, cosa che due anni fa sembrava una lotta in salita senza alcuna certezza di successo, è ora diventato una sfida talmente spaventosa da richiedere sforzi immensi.

Per ricostruire in modo sostenibile, dobbiamo ripensare il rapporto tra gli individui e l’economia e assicurare che sia i modelli economici sia i programmi di sviluppo rimangano al servizio degli uomini e delle donne, specialmente di quelli ai margini della società, invece di sfruttare sia le persone sia le risorse naturali (cfr. Papa Francesco, Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 8 febbraio 2021). Lo sviluppo sostenibile, se è davvero al servizio della persona umana, deve includere i poveri con i loro doni e la loro creatività quali agenti del loro proprio sviluppo integrale. Dobbiamo liberare la promessa e la speranza che incarnano, per il bene loro e per il bene dell’intera comunità umana (cfr. Papa Francesco, Fratelli tutti, n. 228).

 

Rispondere ai bisogni del pianeta

 

Signor Presidente,

 

L’imminente Cop26 (26ª Sessione delle Parti alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici [U NFCCC ]) a Glasgow è un’importante opportunità di resilienza, poiché la comunità internazionale ha l’occasione di impegnarsi nuovamente nella protezione della nostra casa comune. Siamo costretti a rafforzare la nostra ambizione, poiché attualmente stiamo sperimentando gli effetti di decenni di inattività in termini di inondazioni estreme, siccità, incendi boschivi, scioglimento dei ghiacciai, riduzione delle coste, malnutrizione e malattie respiratorie che l’aumento delle temperature sta facendo precipitare. Siamo già ben oltre il tempo di agire. I tragici disastri naturali che hanno colpito i nostri fratelli e le nostre sorelle ad Haiti, un popolo che già soffre a causa di sfide politiche e umanitarie, è una chiara esortazione alla comunità internazionale a lavorare insieme in solidarietà per uno sviluppo duraturo e sostenibile del quale la gente di Haiti può essere la principale protagonista.

 

La recente attenzione per l’ambiente ha generato grandi progressi nella tecnologia, permettendoci di provvedere ai nostri bisogni in modo sostenibile. La creatività umana e l’innovazione nel migliorare l’efficienza e ridurre i costi dell’energia pulita stanno rendendo più facile le scelte attente all’ambiente da parte dei governi e degli individui. Tali innovazioni, oltre a spronare una analoga creatività imprenditoriale, ispirano anche speranza.

 

Rispettare i diritti delle persone

 

Signor Presidente,

La speranza troppo spesso viene negata e resta sfuggente per tanti uomini e donne, ragazzi e ragazze, a causa di un’altra minaccia creata dall’uomo alla nostra comune esistenza, ovvero la guerra, il conflitto e il possesso e l’uso di armi di distruzione di massa. Il flagello della guerra porta morte e distruzione, danneggia l’ambiente, devasta comunità e quindi spesso intrappola regioni e Paesi in spirali discendenti. Purtroppo, continuiamo ad assistere al terribile impatto delle crisi e dei conflitti in tutto il mondo. La recente aggravata situazione umanitaria in Afghanistan e le persistenti tensioni politiche in Siria e in Libano, come anche altrove, sono un duro promemoria dell’impatto che i conflitti hanno sui popoli e le nazioni. La Santa Sede esorta gli Stati ad ascoltare l’appello del Segretario Generale e di Papa Francesco per un cessate il fuoco globale e una responsabilità umanitaria condivisa.

 

Il danno alle persone e al nostro pianeta è particolare motivo di preoccupazione per quanto riguarda le armi nucleari e quelle biologiche e chimiche. La minaccia delle armi nucleari, detenute a guisa di deterrenza nucleare, crea un ethos di paura basata sull’annientamento reciproco e avvelena i rapporti tra popoli, intralcia il dialogo e mina la speranza. Le questioni umanitarie e di sicurezza esigono che poniamo fine alla corsa alle armi nucleari e intraprendiamo misure efficaci verso il disarmo nucleare, la non proliferazione e la proibizione. L’entrata in vigore, lo scorso gennaio, del Trattato per la proibizione delle armi nucleari (T PNW ) è un importante passo avanti. È ferma speranza della Santa Sede che ciò favorisca anche un progresso nell’implementazione del Trattato di non proliferazione nucleare (N PT ), la cui Conferenza di revisione è prevista il prossimo gennaio.

 

Signor Presidente,

Papa Francesco considera uno dei più grandi motivi di preoccupazione nel mondo attuale la “crisi dei rapporti umani” che scaturisce da uno stile di vita dominato dall’egoismo e dalla cultura dello scarto, dove i valori umani e la correlata dignità trascendente della persona spesso vengono calpestati (Papa Francesco, Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 8 febbraio 2021). Questa “crisi antropologica” non è una disputa filosofica o accademica, bensì una crisi con conseguenze concrete enormi per i diritti umani.

 

Le nostre società sono oggi teatro di molte ingiustizie, dove esseri umani vengono maltrattati, sfruttati, ignorati, uccisi o lasciati a languire in emergenze umanitarie. Donne e ragazze, persone di origini indigene, razziali, etniche e linguistiche differenti, sperimentano violenza e oppressione o sono ridotte a cittadini di second’ordine. Fin troppo spesso il diritto umanitario viene inteso come una raccomandazione piuttosto che un obbligo da attori sia statali sia non statali. Rifugiati, migranti e persone internamente dislocate vengono sempre più lasciate nel limbo o perfino lasciate ad affogare, sgradite e incapaci di trovare una nuova casa per far crescere la loro famiglia in dignità, pace e sicurezza. I credenti religiosi subiscono molestie, persecuzione, morte e perfino genocidio per la loro fede. Gli anziani e le persone con disabilità vengono accantonate, specialmente quando sono fragili o ritenute un peso. Bambini innocenti vengono considerati un problema, scartati dalla società ancor prima di essere nati o di avere l’opportunità di dare il loro contributo unico al mondo. La famiglia, che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani riconosce come «il nucleo naturale e fondamentale della società» (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, art. 16.3) viene distorta.

 

Ciò appare evidente anche nelle interpretazioni innovative di diritti umani esistenti, scissi dai valori universali che sono alla loro base. Spesso, “nuovi diritti” non solo contraddicono i valori che dovrebbero supportare, ma vengono imposti malgrado l’assenza di qualsiasi fondamento oggettivo o consenso internazionale (cfr. arcivescovo Paul Richard Gallagher, Dichiarazione durante la 46ª Sessione del Consiglio per i Diritti Umani, 23 febbraio 2021). La Santa Sede ritiene che, mentre privano i diritti umani della loro originale dimensione universale, queste nuove interpretazioni parziali purtroppo diventano il riferimento ideologico di un falso “progresso” e un ulteriore terreno di polarizzazione e divisione. Purtroppo, ci confrontiamo con questo nella costante ricerca di introdurre nuove agende controverse che spingono i processi delle Nazioni Unite in senso contrario ai mandati specifici degli organismi.

 

In un tempo in cui molti diritti umani universali continuano a essere violati impunemente, questi tentativi di fatto confondono, distraggono dall’implementazione delle convenzioni sui diritti umani e ostacolano l’attenzione e l’energia che la promozione e la protezione dei diritti umani fondamentali e della dignità meritano. Dobbiamo costruire la resilienza attraverso la speranza e il consenso in questa nobile istituzione, mentre difendiamo i diritti umani e le libertà fondamentali, tra cui anche il diritto alla vita, alla libertà di pensiero, coscienza e religione e alla libertà di opinione e di espressione, e non minarli (cfr. Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, artt. 3, 18 e 19).

 

Rinvigorire le Nazioni Unite

 

Signor Presidente,

 

Per favorire la resilienza necessaria ad aiutare il mondo a emergere migliore dalle diverse crisi che affrontiamo, le Nazioni Unite devono essere costantemente rinnovate attraverso il ritorno con maggiore fedeltà e risolutezza ai principi e agli obiettivi centrali racchiusi nella loro Carta. Un rinvigorimento autentico non significa solo rendere più efficienti le strutture e i meccanismi, ma anche assicurare che l’istituzione sia all’altezza dei suoi fini veri e comunemente decisi invece di diventare uno strumento dei potenti. Alle carenze strutturali esistenti non si può porre rimedio con soluzioni fiacche o con veloci correzioni; esse esigono invece un impegno in quella che Papa Francesco definisce una “sana politica” (Papa Francesco, Fratelli tutti, nn. 177, 179).

 

L’esigenza di una sana politica, basata sulla ricerca del bene comune e della verità universale, è particolarmente importante nel Consiglio di Sicurezza, i cui membri sono chiamati a essere i primi artigiani di pace nel mondo, rinnovando costantemente il loro impegno a porre la pace internazionale e lo stato di diritto al di sopra degli interessi nazionali e delle ideologie di parte (cfr. Papa Francesco, Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 7 gennaio 2019). Fin troppo spesso questi ultimi portano inevitabilmente allo stallo, mentre i più poveri e vulnerabili, che guardano al Consiglio per ricevere segni di speranza, continuano a soffrire, spinti in una disperazione più profonda. Per rinvigorire le Nazioni Unite occorre anche valutare se la struttura concepita nel 1945 continua ad essere adeguata per il 2021, nonché riconoscere che da quegli Stati a cui è stato dato di più ci si aspetta di più, specialmente per quanto riguarda la responsabilità per il bene comune.

 

Oltre agli aspetti strutturali del rinvigorimento, occorre prestare una maggiore attenzione alla promozione e alla salvaguardia dei mandati degli organismi e dei fori delle Nazioni Unite. La Santa Sede guarda con preoccupazione alla spinta di alcuni per eliminare l’utile divisione del lavoro tra Comitati, commissioni, incontri e processi, trasformandoli tutti in organismi che si concentrano su un numero limitato di questioni controverse. Inoltre, va salvaguardato il principio del consenso. Un passo comune nella giusta direzione è preferibile a tanti passi in direzioni diverse.

 

Per aiutare a costruire la resilienza attraverso la speranza, le Nazioni Unite devono guidare con il loro esempio, e gli Stati, gli organismi e il personale che costituiscono l’Organizzazione hanno tutti un ruolo fondamentale nel contribuire a dare questo esempio. La Santa Sede è fortemente impegnata a fare la sua parte.

 

Conclusione

 

In conclusione, Signor Presidente, recuperare, ricostruire, rispondere, rispettare e rinvigorire implica una riscoperta della resilienza attraverso una speranza saldamente radicata.

Sono molti i segni di speranza, anche nelle nostre società stanche. Essere costruttori di pace nelle nostre società significa trovare questi semi e germogli di fraternità. «Il Dio dell’alleanza ci chiede di non cedere alle logiche dell’isolamento e degli interessi di parte. Non desidera alleanze con qualcuno a discapito di altri, ma persone e comunità che siano ponti di comunione con tutti» (Papa Francesco, Incontro con i rappresentanti del Consiglio Ecumenico delle Chiese e alcune Comunità ebraiche dell’Ungheria, 12 settembre 2021). Guardiamo gli occhi dei migranti e dei rifugiati: sono pieni di sofferenza e di speranza. Lavoriamo insieme per dare loro un futuro per crescere in pace.

 

A marzo, mentre gli effetti della pandemia erano ancora molto sentiti, Papa Francesco si è recato in Iraq per incoraggiare il popolo iracheno nel cercare di offrire al mondo un esempio di resilienza attraverso la speranza.

 

Visitando il luogo in cui è nato Abramo, al quale ebrei, cristiani e musulmani guardano tutti come loro padre nella fede, il Papa ha ricordato l’immagine di un mare agitato dalla tempesta per descrivere che cosa implica la costruzione di una cultura di pace.

«Essa chiede — ha detto —, soprattutto nella tempesta, di remare insieme» e che nessuno «pensi avidamente ai propri affari». Ha poi proseguito: «Non ci sarà pace finché gli altri saranno un loro e non un noi. Non ci sarà pace finché le alleanze saranno contro qualcuno, perché le alleanze degli uni contro gli altri aumentano solo le divisioni. La pace non chiede vincitori né vinti, ma fratelli e sorelle che, nonostante le incomprensioni e le ferite del passato, camminino dal conflitto all’unità» (Papa Francesco, Incontro interreligioso presso la Piana di Ur, 6 marzo 2021).

 

È questa la via della speranza, che tutti noi dovremmo percorrere in questa Organizzazione.

 

Grazie, Signor Presidente.

La Germania cambia ma incrocia il rischio della instabilità politica. E se tornasse la Grosse Koalition?

Non è facile prevedere quale governo s’insedierà a Berlino. Le ipotesi che si fanno a caldo rivelano un che di fantasioso. Non è detto che alla fine, come avvenne cinque anni fa, non si riproponga l’intesa, stavolta a parti rovesciate, tra socialdemocratici e cristiano-democratici.

Le previsioni della vigilia non sono state smentite. Poteva essere più netto il distacco dei socialdemocratici sui più diretti concorrenti, i cristiano-democratici di Armin Laschet, giunti impreparati e storditi alla prova del dopo-Merkel. Tuttavia Olaf Scholz è riuscito nell’impresa di restituire la palma del primato al suo partito, fino a qualche mese addietro in caduta libera nei sondaggi. C’è riuscito spostandosi al centro e rivendicando l’eredità del sano pragmatismo della Cancelliera. In questo modo ha intercettato quella fascia di elettori che nell’ultimo anno i Verdi avevano sottratto all’anchilosato blocco centrista, indebolito anche dalla concorrenza dei liberali. Da questo a proclamare un netto spostamento a sinistra dell’elettorato ce ne passa, considerando ad esempio il drastico ridimensionamento della Linke. Il problema è che la CDU-CSU ha retto solo in minima parte al turbinio di sentimenti e interessi di una Germania bisognosa di certezze, una volta archiviata la lunga stagione di governo (16 anni) della Merkel.  

Il commento a caldo dell’autorevole Die Welt ha smontato la pretesa di Lachet di proclamarsi quasi vincitore, nonostante il verdetto delle urne. “Armin Laschet (CDU) – si leggeva ieri notte sul sito del quotidiano – si dimostra un maestro dell’autosuggestione. “Abbiamo ricevuto un mandato chiaro dai nostri elettori”, ha detto nella serata elettorale il candidato dell’Unione alla Cancelleria, ricevendo gli applausi scroscianti dei sostenitori riuniti nell’Adenauerhaus di Berlino. Appare estremamente soddisfatto, anche se il partito ottiene con questo risultato elettorale per il Bundestag un dato negativo mai visto. Ciò sarebbe, in circostanze normali, un motivo per le dimissioni della dirigenza del partito, per un passaggio senza onore all’opposizione, per un riesame dell’indirizzo programmatico, e quindi per un completo rinnovamento. Ma stavolta le conclusioni sono storicamente diverse, come lo erano queste elezioni generali”.

Adesso subentra però la fase del realismo e della concretezza, per definire quanto prima un nuovo assetto di potere. Non è detto che le percentuali restino quelle degli exit poll, magari qualche loro correzione inciderà sull’attribuzione finale dei seggi. In ogni caso, l’alternativa che vede opposte la “coalizione Giamaica” (cristiano-democratici, verdi e liberali) e la “coalizione semaforo” (socialdemocratici, verdi e liberali) conserva in sé qualcosa di aleatorio e fantasioso. Non si vede all’orizzonte una effettiva capacità aggregante di Laschet, data la resistenza già manifestata dai verdi, né un’analoga forza di attrazione di Scholz, data la presumibile volontà dei liberali di alzare il prezzo di fronte a un’ipotesi di accordo.  Scholz, per altro, avrebbe qualche seria difficoltà a proporsi come degno successore della Merkel ponendosi a capo di un’alleanza governativa fatalmente ostica verso un partito, spinto all’opposizione, che comunque della Merkel rimane proiezione legittima e immediata, a prescindere dall’esito di queste elezioni. Tutto sembra magmatico, per non dire incerto. Basti dire che verdi e liberali, nelle prime esternazioni notturne, hanno persino alluso a una concertazione che segnerebbe una loro immaginifica centralità in vista delle trattative.

Come andrà a finire? Nessuno può dirlo. Ad ogni buon conto, non è da escludersi nemmeno che la “Grosse Koalition”, finita in campagna elettorale nell’angolo più buio, come l’Araba Fenice possa risorgere dalle sue ceneri. D’altronde è la coalizione, anche soltanto ristretta ai due principali partiti, che nel Bundestag ha i numeri per governare. Laschet deve compiere il sacrificio di cedere il passo a Scholz per la Cancelleria, questi ha l’onere di frenare la “spinta alternativistica” del suo partito. Anche cinque anni fa sembrava impossibile, poi la Merkel rimise in piedi l’intesa tra socialdemocratici e cristiano-democratici, riuscendo a dare alla Germania un altro ciclo di stabilità politica. Certo, era…la Merkel.  

I cattolici, Achille Grandi, il lavoro e i diritti individuali

Per gentile concessione dell’autore, riproponiamo ai nostri lettori l’articolo apparso ieri sull’Huffington Post in occasione dell’anniversario della morte di Achille Grandi (27 settembre 1946), il leader dei “sindacalisti bianchi” nella organizzazione unitaria dei lavoratori (Cgil), costituitasi all’indomani della seconda guerra mondiale. Anche questo ricordo s’inserisce nel dibattito sulla questione “cattolici e politica”, meritevole di sempre nuovi aggiornamenti.  “Non dimentichiamoci – scrive Rossini nella presentazione sulla sua pagina Fb  – di continuare a pensare (e a fare). A partire dal lavoro: perché senza dei forti, generosi e organizzati diritti sociali, anche i diritti  individuali sono più deboli”.

 

Roberto Rossini

 

Il 27 settembre sarà (è per chi legge, ndr) il 75mo della morte di Achille Grandi, cattolico, vicepresidente dell’Assemblea costituente. Cosa direbbe, oggi, Achille sulla presenza dei cattolici in politica? Intanto osserverebbe che nei ruoli apicali e strategici della Repubblica ci sono dei cattolici; che molti sindaci di importanti città sono cattolici o si dichiarano cattolici; che abbiamo una serie di soggetti sociali che sono cattolici. Ma – e vedo alzarsi il sopracciglio – forse vorrebbe farci capire che manca ancora qualcosa, che manca “qualcosa di cattolico” nella vicenda attuale di questo Paese.

 

Siamo abbastanza sicuri che non vedrebbe bene la nascita di un partito confessionale cattolico. Però si interrogherebbe sulle forme moderne attraverso le quali i cattolici possono oggi partecipare al dibattito pubblico, essere presenti nello spazio pubblico. E forse giungerebbe anzitutto a dirci che per saperlo occorre studiare – lui, un autodidatta -, che occorre maturare un punto di vista per saper vedere, giudicare e agire – lui, che fece l’Aventino perché aveva già capito la pericolosità dei fascisti: forse ci direbbe che per i cattolici impegnati in politica oggi si deve riprendere a studiare, per svelare le dinamiche economiche e sociali che comprimono la persona e le comunità, che riducono il bene comune a qualche forma di benessere individuale o collettivo. Forse ci direbbe che dobbiamo riprendere la nostra azione civile e politica a partire dal lavoro e dai lavoratori: perché i diritti individuali sono più fragili se non sono sostenuti dalla forza vigorosa, generosa e organizzata dei diritti sociali. A partire dal diritto al lavoro: sì, siamo un po’ laburisti, tra il sindacale, il politico e il sociale.

 

Forse ci direbbe che proprio per questo, più che una nuova edizione di Todi (la suggestione di rifare il partito cattolico), servirebbe una nuova edizione di Camaldoli (lo sforzo di definire una piattaforma programmatica): studiare per elaborare un codice che riconsideri tutta la tradizione del pensiero cristiano alla luce dei mutamenti che stiamo attraversando, a partire dalla transizione digitale. La transizione digitale, la povertà, la sofferenza, la guerra e l’economia della guerra, le donne, la vita e la morte: qual è la nostra parola? Qual è la nostra azione?

 

È solo dall’esperienza e dal pensiero che poi possono nascere le organizzazioni. E lui di organizzazioni se ne intendeva: ha fondato due sindacati (la Cil e la Cgil unitaria), un partito (il Partito Popolare, con Sturzo), una grande associazione (le Acli). Grandi sapeva che qualunque pensiero va infrastrutturato: alla fin fine, la politica non è che l’organizzazione delle speranze. Grandi era una persona concreta: un punto di caduta, prima o poi, occorre averlo. Ma senza un obiettivo, senza un grande desiderio, senza un grande compito le persone non si mettono insieme. Dunque prima di rispondere alla domanda “che partito fare” bisogna rispondere al “che fare”. Il resto – a volte – si fa da sé.

Dal Pd niente barricate verso i cattolici. A Bologna si sperimenta l’apertura a “Rete Bianca” del partito di Matteo Lepore.

A seguito di una lettura giornalistica incompleta della situazione politica bolognese, questa nota, apparsa sabato 25 settembre su “Il Resto del Carlino”, ha messo in chiaro  come i cattolici democratici si muovano in occasione del rinnovo del sindaco e del consiglio comunale, trovando sponda e solidarietà nel Pd locale.

 

Nicola Caprioli

 

Da candidato indipendente al Consiglio Comunale nella lista del PD, mi sento in dovere di rispondere a quanto è stato recentemente affermato su alcune testate da qualche voce locale dell’associazionismo cattolico – legittimamente ma, mi si consenta, in modo inesatto – riguardo al rapporto in essere tra Partito Democratico bolognese e i “cattolici” del territorio.

 

In particolare, trovo ingiusto, oltre che non rispondente al vero, affermare che nel PD una “ostilità più o meno dichiarata ai cattolici è quasi la norma” e che Matteo Lepore abbia “impostato la sua candidatura su una svolta a sinistra del PD locale”.

 

Non è mia intenzione entrare nel merito delle dinamiche che hanno portato il PD locale a non candidare alcuni propri specifici esponenti: se ne è già parlato abbondantemente sui media locali e nazionali e trovo quanto meno inopportuno esprimere un giudizio su una questione prettamente interna ad un partito a cui non sono iscritto.

 

A tale riguardo, ma in via assolutamente generale, posso dire solo che quando una persona aderisce liberamente ad un progetto politico (ed un partito, ancor più di una coalizione, sicuramente lo è) si presume che sia convinto della bontà dello stesso e che, quindi, sia disponibile a svolgere il ruolo che le circostanze individuano per lui/lei all’interno del progetto stesso, senza condizionare il proprio impegno ad una candidatura.

 

Quella che segnalo come inesatta, in quanto smentita dai fatti, è l’interpretazione che ne viene data ovvero che l’aver escluso alcuni ben specificati esponenti PD sia una mancanza di attenzione, se non un vero e proprio atto ostile, verso tutto il mondo cattolico.

 

Questo non è vero, a meno di non considerare tali esponenti come unici cattolici esistenti nella coalizione a supporto della candidatura di Matteo Lepore.

 

C’è una evidenza che curiosamente, o forse strumentalmente, sembra sfuggire ad alcuni: ovvero che nella lista del Partito Democratico sono ben presenti anche candidature marcatamente provenienti dalla cultura e tradizione politica cattolico-democratica e popolare.

5 Domande a Francesco Occhetta. “La politica oggi: far germogliare persone e processi”. Dialogo su “Comunità di Connessioni”.

Il Padre gesuita, già membro del collegio degli scrittori di “Civiltà Cattolica”, interviene sui temi riguardanti da vicino l’impegno dei cattolici nella vita democratica. Nessuna nostalgia per la Dc, ma viva coscienza di quanto sia vitale il rapporto con una storia ricca di stimoli e suggestioni, ancora oggi. Per questo, dunque, la vera unità dei cattolici consiste nell’agire concordemente affinché la politica conosca il suo continuo germoglio, grazie a idee e iniziative coraggiose, perciò capaci di spingere in avanti la società.

 

Tommaso Galeotto

 

Iniziamo con una domanda che riguarda gli elettori dei 1.154 Comuni in cui si voterà il 3 e 4 ottobre. Quale senso hanno le elezioni amministrative in uno scenario sempre più globale? Riescono ancora a tenere insieme la dimensione locale di prossimità e quella globale di appartenenza al Paese e all’Europa?

 

Le amministrative sono le elezioni più vicine alla gente, gli elettori conoscono i candidati, le loro capacità e intenzioni. Votare un candidato nei territori significa simbolicamente essere disposti a consegnargli le chiavi della propria casa. Per questo occorre votare i più “convincenti” e non i più “potenti”. Le amministrative sono “una palestra” di democrazia, selezionano e preparano alcuni candidati a giocare grandi partite per il Paese. Non si limitano al candidato da votare, ma alla costruzione di comunità che nascono intorno all’esperienze delle elezioni. Quando le liste sono la somma di interessi di gruppi locali, sono destinate a implodere. Se esprimono la visione dello sviluppo di un territorio, allora sono destinate a durare. Oggi le buone amministrazioni sono quelle che puntano sul coinvolgimento attivo dei propri abitanti, a partire dalle scuole. Ci sono anche alcune ombre da diradare. La gente comune ai candidati dice: “siete tutti uguali”, per dire “non mi voglio interessare”. Ma senza collaborazione tra amministratori ed elettori il futuro dei territori si converte in passato e la fecondità di nuovi progetti in sterilità politica. L’ho ribadito in una intervista pubblicata da Famiglia cristiana nel numero di questa settimana: amministrare non significa solamente pensare alla tèchne (al saper fare) ma al futuro della polis (il saper progettare politicamente), per garantire un’idea di sviluppo di città e non solamente città pulite, sicure e risolvere bene i problemi aperti, come il traffico e i servizi legati alle cure dei più deboli. Le molte liste civiche che spesso «localizzano» il voto hanno il compito di aprirsi per essere meno «civiche» e più «politiche», ossia legate a un nuovo processo politico che può nascere dai vari territori e dalla cultura dell’amministrazione locale che manca agli attuali deputati. Le elezioni amministrative comunque rimangono un modello su cui è possibile portare la politica nazionale anche se è contro l’interesse dei partiti. La legge elettorale esclude gli estremi e porta a scegliere sindaci moderati e rappresentativi di aree culturali diverse. Se la politica nazionale scegliesse questo modello si rafforzerebbe la governabilità e l’alternanza tra gli schieramenti.

 

In Italia, negli ultimi dieci anni si sono susseguiti, compreso il governo Draghi, ben sette governi. Se è vero che la democrazia non può fare a meno del principio di governabilità, la situazione italiana preoccupa. Che cosa non sta funzionando e che cosa occorre fare?

 

È vero, ma negli anni Settanta e Ottanta era ancora peggio. Allora, però, funzionavano i partiti che trasformavano le dure tensioni sociali, fatte di scontri e a volte di violenza, in proposte politiche, leggi o accordi… oggi manca anzitutto questo. Sono saltate le mediazioni sociali e politiche. Le istituzioni che si servono non sono più riconosciute come un luogo di identità. Ha ragione Marco Damilano quando scrive sulle righe de L’Espresso che “non c’è futuro senza passato”, senza radici questa politica è destinata a non dare più frutto. Poco male, se però si progetta un’alternativa tra i mondi vitali del Paese. Altrimenti assistiamo a una burrasca che non si placa. Non mancano infatti bravi e onesti amministratori e buoni politici ma quando stanno insieme invece di sommarsi e moltiplicarsi sembra che si sottraggano ed elimino a vicenda. I partiti, loro malgrado, non riescono più a rappresentare aree enormi di popolazione, hanno però occupato le istituzioni e si sono trasformati in comitati elettorali chiusi ad oligopolio e investono poco sulla formazione della propria classe dirigente, nonché sul riconoscimento delle buone pratiche e delle proprie sedi operative. Infine, utilizzano una comunicazione ossessiva fatta di “colpi bassi sotto la cintura”. Anche Sabino Cassese è di recente intervenuto in merito alle riforme dei partiti sul Corriere della Sera: «Bisogna rimediare alla povertà della selezione della classe politica e della sua cultura, stabilendo nuovi rapporti con la società civile». L’ultima carta da giocare allora è quella di una riforma dei partiti da basare su bilanci trasparenti, regole democratiche interne, legittimità alle minoranze e così via. Ne parlava già Leopoldo Elia alla fine degli anni Settanta ed aveva ragione. La vita democratica costa e i partiti devo essere aiutati da risorse pubbliche ma solo se diventano per il Paese un bene comune e un vero cuscinetto tra la società e le istituzioni.

 

Un grande rischio è che l’esperienza dell’esecutivo Draghi rimanga una semplice parentesi di competenza e sobrietà politica, oltre che di credibilità a livello europeo e internazionale. Il Presidente Mattarella l’ha ricordato, questo deve essere “il tempo dei costruttori”. Come favorire l’avvio di una fase nuova anche oltre l’attuale governo e su quale leadership occorre puntare?

 

In questo scenario il presidente del Consiglio Mario Draghi è come la kryptonite per i “superman” della politica che perdono forza davanti a lui per la sua competente e coerenza. Sembra di rivedere in lui molti suoi ex-professori gesuiti che, quando salivano in cattedra, non volava una mosca. Venivano apprezzati per la loro preparazione, rispettatati per il loro rigore, stimati per la loro libertà. Certo per il Presidente Draghi vale il detto, “una rondine però non fa primavera”, ma la scuola Draghi può anticipare la stagione della primavera almeno per le generazioni che si stanno avvicinando alla politica. Gli economisti distinguono un manager da un leader. Il primo fonda la sua forza sul “dover” essere per adempiere alle mansioni a lui affidate, il carisma del leader si fonda invece sull’essere capace di far germogliare persone e processi. Se poi si vuole ricostruire allora occorre approvare le riforme di cui si parla da più di 25 anni. Anzitutto riforme costituzionali, della pubblica amministrazione e di un nuovo modello di sviluppo che sostituisca quello basato sul consumismo che aliena anche chi si arricchisce e ne approfitta. Dalle riforme dipende il senso del lavoro, della famiglia e del welfare. Ma per queste il Presidente Draghi non basta.

 

L’unità dei cattolici in politica rischia di diventare un tormentone che distrae dal vero punto nodale, ossia che i credenti non devono per forza collocarsi dalla stessa parte ma devono essere lievito nella massa, enzimi di processi politici. Come pensare all’unità dei cattolici al di là del partito unico?

 

L’unità politica dei cattolici è stata una esperienza che si è generata in un momento storico in cui c’era un avversario forte da contrastare, era il partito comunista del 1948. Contro la Chiesa erano pronti piani sovversivi che fonti d’archivio documentano. La Dc è diventata un partito laico, non confessionale, europeista, interclassista, con una visione inclusiva della società. A quella generazione di politici il Paese è debitore. Pensare di ripetere quella stagione è solo un esercizio di nostalgia in un contesto storico cambiato. ll credente impegnato è lievito di processi su cui basa programmi umani e solidali. È dai frutti che si riconoscono i cattolici, non dalle intenzioni o dalle dichiarazioni. Riunire invece gli amministratori cattolici virtuosi e soli creerebbe un movimento di pensiero e di consenso parallelo a quello dei partiti che potrebbe aiutare il sistema. Del resto, la rilevanza dei cattolici è quasi inesistente a livello di appartenenza, mentre è strategica a livello di sistema quando esercitano l’arte della mediazione, mettono al servizio di tutti le loro competenze e l’esperienza nel campo sociale. Bravi amministratori cattolici – e tra questi occorre investire anche su molti giovani – possono essere la condizione per una rigenerazione politica. Va ribadito. Essere cattolici non basta per essere bravi politici, occorre essere anche onesti e capaci. Mino Martinazzoli, con rara efficacia, diceva: «Gli interessi in politica non sono mai moderati, ma sempre radicali. Semmai è la politica che li modera. E il ruolo dei cattolici in politica è proprio quello». Per sceglierli occorre capire quali parole si usano e quali programmi si promuovono, questi non sono neutri rispetto ai valori. Occorre poi andare oltre lo storytelling e verificare lo storydoing (ciò che si fa), contano infatti l’esperienza amministrativa, la capacità di visione politica, le esperienze fatte, la trasparenza, la buona fama riconosciuta da una comunità, l’onestà, la sincerità, il desiderio di vivere la politica come un servizio. È utile appoggiare candidati che pensino la città nello spazio globale e promuovano una ritessitura della cultura democratica, oggi visibilmente lacerata. Che vuol dire essere enzimi per aiutare tutti ad ascoltare, discernere, realizzare e tenere insieme. Le parole in politica possono lacerare e dividere, le intenzioni profonde e i fatti invece servono per unirci.

 

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5 domande a… Francesco Occhetta – “La politica oggi: far germogliare persone e processi”

Lo strappo in Oceania pone l’Europa di fronte alla questione dell’autonomia e della responsabilità in campo militare

Very large 3D render of blended US and EU flags.

Non si tratta di cambiare alleanze, ma di renderle efficaci e soprattutto dignitose e convenienti anche per noi. Piuttosto si apre il discorso di un’Europa capace di assumersi le sue responsabilità, diventando l’altro pilastro dell’atlantismo insieme agli USA.

 

Raffaele Bonanni

 

Il tema della costituzione di un esercito europeo ha tenuto vivo il dibattito nell’estate ed in questi primissimi giorni di inizio d’autunno. Anche in altri momenti, ogni tanto, se n’è manifestata l’esigenza, ma ha riguardato prevalentemente solo analisti del problema. La vicenda drammatica afgana, che ha messo a nudo il cambiamento di strategia degli Stati Uniti riguardo alla loro visione nuova geopolitica, ha suscitato negli europei il forte timore che qualcosa di profondo sia successo e che i rischi della totale irrilevanza nelle decisioni mondiali, e soprattutto i timori per la propria futura sicurezza ed indipendenza, stanno progressivamente mostrandosi come una prospettiva sconvolgente e reale per l’Europa.

 

Altri segni del disimpegno americano erano già stati notati come in Medio Oriente ed in altri scacchieri più o meno prossimi all’Europa, senza che le proprie cancellerie si fossero preoccupate che quegli eventi riguardavano loro. Donald Trump qualche tempo fa definì gli europei senza tanti giri di parole “scrocconi”, in quanto continuavano a non farsi carico dei costi rilevantissimi della NATO, pur godendo della sua garanzia di sicurezza, e dichiarò finita la lunga epoca degli USA unici finanziatori di tutto l’apparato militare. Ora Joe Biden, pur avendo nei primi giorni del suo mandato presidenziale incoraggiato gli alleati a rilanciare l’atlantismo e a riconsolidare il rapporto con l’Europa dopo la brusca parentesi del “tycoon”, non ha mutato sostanzialmente linea: le sue, sostanzialmente, sono solo parole di circostanza. Evidentemente le élites economico-militari hanno da tempo già decise nuove strategie che ora vanno compiute, adattandole rispetto ai tanti fattori nuovi intervenuti nel complesso equilibrio di poteri e convenienze sul piano planetario.

 

L’affaire dei sottomarini nucleari ne è la più eloquente prova: prima commissionati dagli australiani alla Francia, e poi con inusitata rapidità d’intenti affidati agli USA, in accordo con il Regno Unito, per fare della Oceania il baluardo più significativo di difesa nei confronti della crescente potenza cinese. Ciò è stato letto senza troppi fronzoli come il tradimento” rivelatore di una svolta radicale di interessi ed alleanze. Ora con realismo e responsabilità, gli europei dovranno velocemente concludere definitivamente la lunga parentesi iniziata dopo gli orrori della seconda guerra mondiale è caratterizzata dal rifiuto ad organizzarsi militarmente.

 

La sicurezza del vecchio continente diventa una esigenza pressante in un nuovo mondo già davanti a noi, che può evolvere o involvere senza o contro l’Europa. Insomma una comunità di mezzo miliardo persone, tra le più ricche ed evolute del mondo, non può certo delegare, come sinora è accaduto, ad altri la propria sicurezza. La indipendenza, l’autonomia, la libertà, hanno un costo; non possono che pagarlo coloro che ne beneficiano. Dunque un unico esercito di uno unico Stato federale che affida l’esecuzione delle proprie decisioni ad un unico governo al quale ogni Stato membro della Unione dovrà  devolvere i propri poteri per organizzare la difesa, come evidentemente per la politica estera, che ormai è stupido condurre ciascuno per conto proprio nella relazione con gli Stati potentissimi del mondo. Questo dunque il tema; e a questo tema occorre trovare rapidamente una soluzione.

 

Non si tratta di cambiare alleanze, ma di renderle efficaci e soprattuto dignitose e convenienti anche per noi. Cosicché l’Europa diventerebbe davvero l’altro pilastro dell’atlantismo insieme agli USA, condividendone costi e opportunità, e rappresentando per il mondo democratico-liberale una realtà di sicuro riferimento.

Dove sono nascosti i cattolici democratici?

Prima o poi la “politica dei partiti” è destinata a ritornare dopo una stagione contrassegnata dalla sola “politica del governo”. Con essa si attende la rinascita delle culture e delle tradizioni politiche. È un segnale da non trascurare per gli eredi – quali saranno in virtù di nuove elaborazioni fuori da mimesi grottesche – che avranno la responsabilità di rinverdire il patrimonio democratico di matrice cristiana.

 

Giorgio Merlo

 

Il quadro politico italiano, ormai è evidente a quasi tutti, subirà una profonda scomposizione e ricomposizione dopo l’esito delle elezioni amministrative. Certo, l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica non sarà, al riguardo, una variabile indipendente rispetto alla naturale evoluzione che ci sarà a partire dall’indomani del risultato nelle varie città italiane. E questo per svariati motivi.

 

Innanzitutto i due schieramenti attuali saranno arricchiti da nuovi soggetti/partiti/liste di “centro”. È del tutto chiaro che il nuovo bipolarismo non potrà reggersi solo sulle “estreme”. E cioè, sul massimalismo della sinistra e il populismo dei 5 stelle da un lato e sul sovranismo spinto della destra dall’altro. È inevitabile che saranno di nuovo presenti anche forze riformiste, di centro, con una spiccata cultura di governo e che fanno della cultura della mediazione il faro della loro azione politica quotidiana. Cioè forze che respingono alla radice quella radicalizzazione della lotta politica a cui puntano invece, ormai in modo persin troppo plateale, Letta da un lato e Salvini dall’altro. Una radicalizzazione che se non viene fermata rischia di indebolire la stessa qualità della democrazia e la credibilità delle nostre istituzioni democratiche.

 

In secondo luogo la cultura delle alleanze – indispensabile in un sistema che continua ad essere largamente maggioritario – non potrà non avere al suo interno soggetti politici caratterizzati. Certo, non è un’operazione facile in una stagione politica post ideologica e con partiti prevalentemente personali e modellati come semplici e banali cartelli elettorali, avere partiti con una identità e un profilo politico riconoscibili. Ma anche in contesti attraversati da una profonda crisi della politica e dei partiti non si potrà rinunciare a questa caratteristica.

 

In terzo luogo, in questo processo di scomposizione e di riaggregazione nasceranno nuovi leader e nuovi punti di riferimento. Anche su questo versante ci saranno novità. Perchè è del tutto naturale che quando il quadro politico muta e si arricchisce di nuovi soggetti – soprattutto sul versante del “centro” – emergono anche nuove leadership.

 

Ecco perchè, in un quadro del genere, la politica ritornerà ad essere vivace, e si spera anche protagonista, dopo il voto amministrativo. In vista, come ovvio, delle prossime consultazioni politiche generali. Ed è proprio all’interno di questo quadro che una cultura, una presenza, una classe dirigente e una tradizione come quella cattolico democratica, popolare e sociale non potrà più essere sostanzialmente assente come, invece, oggi è. Ma questo non significa, com’è altrettanto ovvio e scontato, dar vita a soggetti politici fortemente identitari o che, grottescamente, vogliono scimmiottare la riproposizione di formule organizzative e di modelli politici ormai consegnati alla storia e agli archivi.

 

No, la scommessa vera e la stessa ambizione restano quelle che, nel profondo cambiamento che ci sarà in vista delle ormai prossime elezioni politiche, ritorni ad essere protagonista anche quella cultura o attraverso la presenza di liste/movimenti di centro oppure con una rinnovata presenza all’interno degli attuali contenitori elettorali sempre meno caratterizzati sotto il profilo politico e culturale. Perchè se è vero, com’è vero, che la cultura e i leader del cattolicesimo politico italiano sono sempre stati determinanti e decisivi con la loro azione e il loro progetto politico ogniqualvolta il nostro paese si trovava di fronte ad una svolta o ad un crocevia – in compagnia di altre culture e leader politici di altre formazioni politiche – non c’è motivo per non credere che anche in vista dei prossimi appuntamenti elettorali non ci sia questa presenza.

 

E questo anche per un altro motivo. Accanto alla necessità, come ricordavo poc’anzi, di una rinnovata presenza di partiti/liste/movimenti di “centro” nell’agone politico contemporaneo, non possiamo non ricordare che di fronte alla latitanza di questa cultura nella dialettica politica italiana da ormai molti anni, esiste una presenza capillare di classe dirigente e di concreta elaborazione ideale e politica disseminata in tutto il paese che non aspetta altro che un segnale concreto e tangibile di presenza politica ed organizzativa.

 

Dunque, ho voluto ricordare solo un aspetto che contribuirà a cambiare e a rinnovare lo scenario politico italiano dei prossimi mesi dopo l’esito delle elezioni amministrative. E questo anche perchè, prima o poi, la “politica dei partiti” è destinata a ritornare dopo una stagione contrassegnata dalla sola “politica del governo”. Il commissariamento di fatto dei partiti, semprechè esistano ancora, è destinato ad arrivare presto al capolinea. E, di conseguenza, con il ritorno dei partiti anche delle rispettive culture politiche. E, tra queste, anche e soprattutto quella cattolico democratica, popolare e sociale.

I supermercati potrebbero diventare vuoti. È lecito non pensarci?

È uno scenario da prendere in considerazione: dopo la pandemia potrebbe abbattersi su di noi il maglio della carestia mondiale. Allora bisognerà porre attenzione ai segnali che potranno metterci in allarme e correre ai ripari, nel caso in cui vorremmo evitare questa nuova (e ultima?) catastrofe.

 

Danilo Campanella

 

Subito dopo la parola “pandemia” quella che suscita più orrore è “carestia”. E in genere è proprio quell’evento che segue al primo. Nel corso della storia umana le carestie, la mancanza di generi di prima necessità, sono spesso seguite alle epidemie. Tuttavia, è difficile credere che nel mondo post-globale sia possibile una qualche forma di carestia diffusa. Abituati come siamo alla pianificazione, alla filiera programmata, all’autotrasporto, ben sapendo che i nostri magazzini possono contenere decine di tonnellate di scatolame, grano, legumi, pasta, insaccati, ma anche medicinali, carta igienica, detersivi, ed altro, siamo scettici sul fatto che, presto, i nostri supermercati possano soffrire di scaffali vuoti. Ne siamo proprio così sicuri?

 

Molti sono i Paesi che, come l’Italia, sono importatori “strutturali” (non possono farne a meno) di prodotti alimentari. Questo porta problemi di vario genere. Il primo riguarda il “made in…” di cui si pregiano determinate tradizioni gastronomico-culinarie nazionali; un prodotto la cui materia prima viene sì lavorata, ma non proviene dal medesimo territorio, ha lo stesso valore? Ad una questione di “marchio” legata alla qualità del prodotto ve n’è una più delicata legata alla sicurezza dello stesso. I controlli del Paese di provenienza sono adeguati a salvaguardare la genuinità della materia prima? Questioni legate ai concimi o alle medicine utilizzate per coltivare la frutta e la versura, oppure i vaccini e la qualità dei mangimi utilizzati per allevare gli animali sono gli elementi più evidenti di tale questione, su cui si ha uno scarso e non addirittura nessun controllo. Una cosa, ad esempio, per l’Italia, è vigilare sulla produzione delle arance italiane, un’altra, su quelle arance provenienti dal Marocco, riguardo i metodi utilizzati per concimare, coltivare e trasportare il prodotto oltremare.

 

Il rispetto o meno di questi due requisiti determina le scelte di consumo di tutti noi. Il terzo elemento importante, a mio avviso, è legato alla dipendenza di una comunità dalle materie prime prodotte al di fuori della stessa comunità. Se dovesse esserci un’annata cattiva per il grano, ad esempio, nei Paesi di maggior produzione, dovremmo puntare soltanto sulla produzione locale.

 

Grano: il grano (frumento) tenero italiano viene importato da: Francia (primo produttore europeo), Austria, Germania, Ungheria e Stati Uniti, per il 40 % del fabbisogno medio nazionale Il grano duro: Nord America, Australia, Francia, Spagna, Grecia, per il 55%. Secondo i calcoli degli esperti la produzione italiana di grano (coltivato prevalentemente nel Lazio, in Toscana e in Sardegna) sarebbe sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale per soli quattro mesi. È chiaro che il grado ed i prodotti a questo annessi sarebbe introvabile e i prezzi di pane, pasta e farina salirebbero notevolmente. In Italia negli ultimi anni si sono consumate mediamente 5 milioni di tonnellate di frumento (grano) tenero e se ne producono mediamente 2 milioni di tonnellate, in alcuni casi si sono sfiorati i 3 milioni: eppure, con il massimo sforzo possibile, non è stata mai vinta la “battaglia del grano” di mussoliniana memoria.

 

Ogni progetto autarchico è ormai tramontato in favore di un mercato mondiale in cui le merci vengono prodotte, imballate e spedite in tutto il mondo. La produzione delle materie prime alimentari dipende molto dall’annata, determinata da innumerevoli fattori: economici, politici, dalla presenza o no di conflitti armati e naturalmente dai cambiamenti climatici. Per quanto riguarda il grano prodotto nell’Unione Europea dal 1996 al 2009 sono state prodotte dalle 110 alle 130 milioni di tonnellate (M.t.), con un picco di 149 milioni di tonnellate nel 2004. Tra i maggiori produttori mondiali seguono Cina e India. Globalmente, la Cina, con circa 130 M.t. (dati raccolto 2017) si è sempre attestata come il principale produttore di grano al mondo, seguita dall’India e dalla Russia. Nel 2020 abbiamo sofferto – ma non ce ne siamo accorti – di un leggero calo per la produzione globale di grano: 758 milioni di tonnellate (circa) rispetto alle 762 milioni di tonnellate del 2019. Il mais è di gran lunga il cereale più prodotto, con un raccolto di quasi 1.100 milioni di tonnellate nel 2018/2019, seguito dal grano (734 milioni di tonnellate) e dal riso (495 milioni di tonnellate). Questi 3 cereali messi insieme rappresentano circa il 90% della produzione mondiale di cereali. La produzione rimane infatti saldamente concentrata in 4 paesi: Stati Uniti, Cina, Brasile e Argentina, che da soli coprono oltre i 2 terzi della produzione globale.

 

La classifica dei primi 10 paesi produttori è nettamente dominata da 2 continenti: l’America e l’Asia. La classifica cambia leggermente quando si parla dell’export del mais: i paesi che esportano di più sono Stati Uniti, Argentina, Brasile e Ucraina. I paesi che acquistano più mais in assoluto sono Giappone, Messico, Corea, Vietnam e Iran, seguiti da Spagna, Egitto, Olanda, Italia e Colombia, sempre secondo i dati del 2018. La classifica dei maggiori consumatori di mais è guidata dai 2 principali produttori: Stati Uniti e Cina sono infatti tra i paesi in cui il cereale viene utilizzato di più. Nel caso della Cina anzi il consumo interno arriva a superare la produzione nazionale. Riso. Secondo le ultime stime della FAO, la produzione mondiale nel 2019 è stata di 754,3 milioni di tonnellate (500,8 milioni di tonnellate su base fresata), in calo dell’1,1% rispetto al 2018. Nel 2020 le proiezioni indicano un recupero dell’1,7% a 766,9 milioni di tonnellate (509,2 milioni di tonnellate su base fresata). Si prevedeva un aumento della produzione cinese e indiana, grazie alla crescita delle superfici coltivate e alle migliori condizioni climatiche: purtroppo l’economica post-Covid ha prodotto un cambio di rotta.

 

Dunque, cosa accadrebbe, in caso di carestia? Intanto bisogna dire che la carenza di prodotti alimentari post-Covid-19 può essere causata principalmente da due fattori: dall’interruzione dell’autotrasporto su gomma e dalla mancanza di materie prime. Nel primo caso, scioperi a oltranza o l’aumento del carburante, sono due fattori che incideranno su possibili rallentamenti o cessazioni del servizio. In pochi giorni gli scaffali di centinaia, migliaia di supermercati, resteranno vuoti. Non per molto, diciamo per alcune settimane. Tanto basterà per creare grandi disagi, anche di natura psicologica e forse anche di ordine pubblico. Nel secondo caso, il più grave a mio avviso, la mancanza di manodopera sufficiente nel settore dell’agricoltura potrebbe portare all’interruzione dell’irrigazione e della semina, nelle aree più arretrate del pianeta. Senza il foraggio, non sarà possibile dare da mangiare ai grandi bovini e agli altri animali per il consumo di carne. Sarà impossibile tanto distribuire una quantità sufficiente di frutta e verdura, granaglie e legumi, per gli esseri umani, tanto macellare le migliaia di tonnellate di carne sufficienti al consumo umano.

 

Diventeremo tutti più magri? Forse; ma soprattutto diventeremo tutti un po’ più nevrotici. Bisognerà porre attenzione ai segnali che, nei prossimi anni, potranno metterci in allarme e correre ai ripari, nel caso in cui vorremmo evitare questa nuova, speriamo ultima, catastrofe: la grande carestia mondiale.

Il confronto continua, anche se pesa la “demodissea” della diaspora dc.

Pubblichiamo questa riflessione, degna di rispetto e attenzione, che l’autore ha proposto a un gruppo di amici di antica e nuova – nei limiti delle condizioni odierne – militanza democristiana. Nella sostanza, egli è convinto che i problemi sui quali si gioca la grande partita del lavoro e dell’equilibrio sociale del Paese non si potranno risolvere con le sole scelte del PNRR.

 

Ettore Bonalberti

 

Ho sollecitato l’apertura del confronto all’interno della DC e della Federazione Popolare DC partendo dalla convinzione che per superare l’attuale frammentazione, prima della scelta delle alleanze, sia necessario trovare la condivisione sui contenuti di un programma in grado di rispondere alle attese del “terzo stato produttivo” e della “povera gente”; di coloro cioè che sono i riferimenti naturali di un partito e/o di una federazione di partiti ispirati dai valori del popolarismo e della dottrina sociale cristiana.

 

Avevo già inviato agli interessati una bozza di programma articolato che, per la verità, non ha suscitato alcun riscontro. Ho replicato nei giorni scorsi ripresentando, come priorità, le scelte in materia di politica economica e finanziaria, indispensabili per contrastare il dominio dei poteri finanziari che, come gli hedge funds anglo caucasici/kazari, hanno la sede operativa nella City of London e quella legale nello stato USA del Delaware, a tassazione fiscale zero.

 

Va ricordato, infatti, che da documenti desecretati e da rilievi matematici confermati dal Ministero dell’Economia delle Finanze sull’assetto di controllo delle banche quotate italiane (risposta del Ministero all’interrogazione parlamentare dell’On Villarosa (M5S) nel Febbraio 2017) maggiori azioniste di Banca d’Italia con 265 voti su 529, da parte, attraverso le sub-deleghe conferite agli avvocati (avv. Cardarelli, ..) dello studio legale Trevisan di viale Maino – Milano, risultano una decina di fondi petroliferi nonché speculatori finanziari georgiani/arzebajani di antica origine tedesca.

 

Scorriamo l’elenco. Si tratta di Vanguard, State Street, Northern Trust, Fidelity, Jp Morgan Trust, Black Rock, Bnp Paribas Trust, Franklyn Templeton e il loro fondo immobiliare comune Black Stone, già proprietario di quasi tutti gli outlet village in Italia e di oltre 1 milione di mq di centri logistici sempre in Italia, cosiddetti ariani o Kazari o askenazita-kazari, indagati dal 15 Gennaio 2018 anche dalla Procura di New York e dallo Stato di New York per procurato disastro ambientale e per avere fermato lo sviluppo dell’energia solare, hedge fund e come tali, unici fondi al mondo autorizzati a compiere amorali, immorali, illegittime vendite allo scoperto. Questa pratica di borsa consiste nella presa in prestito di titoli di società terze a loro insaputa per venderli al fine di farne crollare la quotazione, per acquistarli a prezzi stracciati ad ogni programmato settennale avvenuto crollo della borsa di Milano, da quando dal 1992/93, abolita purtroppo in Italia la separazione bancaria tra banche di prestito e banche speculative a causa del decreto legislativo n. 481 del 14 Dicembre 1992 firmato da Amato e Barucci, essi imperano. I crolli della borsa di Milano, avvenuti ogni circa sette anni (1994, 2001, 2008, 2016, crolli che hanno impoverito circa 20 milioni di piccoli azionisti italiani che hanno perso tutti i loro risparmi) sono addebitabili a fondi definiti speculatori anche dal D.M. del Tesoro n. 98/1999.

 

Trattasi di decreti già emessi, non disegni di legge, decreti che comprovano l’avvento in Italia dal 1992/93 di questi fondi speculatori con sede legale nella City of London, proprietari della City of London, e sede fiscale nel paradiso fiscale del Delaware come dimostrato dalla Relazione della SEC (organo di vigilanza della borsa degli Stati Uniti , indipendente dal 2001).

 

Il sito governativo britannico beta.companieshouse.gov.uk ha dimostrato che le società da essi controllate appartengono a Trushelfco, Dikappa, più un numero delle sette famiglie kazare, georgiane/arzebajane di antica origine tedesca dei Rothshild, J.P. Morgan, Warburg, Walker Bush, Rockfeller, Jeferson Clinton, Johnson, convertiti all’ateismo nel 1820 per poter usufruire senza limiti e remore, con l’invenzione della trivella, ancora del business del petrolio che era terminato in superficie nel 1400 dopo Cristo in Georgia/Arzebajan, decretando la fine dell’impero Kazaro (600 avanti Cristo-1400 dopo Cristo), un impero inspiegabilmente cancellato dagli inventori kazari delle tipografie, dai libri di storia occidentali, ma ben presente nei libri di storia dell’Armenia, dell’Ucraina.

 

Senza questa premessa non si comprenderebbero le ventidue proposte in materia di scelte economico finanziarie sulle quali ho invitato a discutere gli amici del partito e della Federazione popolare DC. Sino ad oggi sono intervenuti alcuni amici che hanno condiviso le mie indicazioni, ma non sono mancate le critiche di altri, come gli amici Rapisarda e Palumbo, o le osservazioni più bonarie di Elisabetta Campus e Renzo Gubert. Le critiche riguardano o l’oggettiva incapacità di portare avanti questa sfida, considerando scarsa la nostra consistenza operativa sul piano politico organizzativo e nulla su quello istituzionale (Palumbo); o l’aver “volato troppo in alto” rispetto ai bisogni e alle attese concrete degli elettori (Rapisarda).

 

Quanto al primo rilievo non posso che condividerlo: così come siamo, ancora vittime della persistente “Demodissea della diaspora DC”, la mia proposta ha soprattutto la funzione di favorire il confronto nell’ampia e disarticolata area politica dei cattolici democratici e cristiano sociali, al fine di ricercare innanzi tutto un accordo sui contenuti, rinviando solo a dopo la scelta delle alleanze. Una scelta inevitabilmente condizionata dal tipo di legge elettorale che, alla fine, sarà indicata dal governo e votata dal Parlamento. Su tale punto ho chiarito più volte che, se restasse la legge maggioritaria, nessuna possibilità di riunificazione sarebbe possibile, dato che in una scelta bipolare i nostri potenziali elettori si dividerebbero in tre parti: una parte voterà a destra, un’altra parte a sinistra e molti altri finiranno con l’astenersi dal voto.

 

Se passasse invece la legge proporzionale con sbarramento al 3 o 4% sarebbe indispensabile unire tutte le forze per non fare la fine dei “polli di Renzo”. Forzare il confronto volendo anticipare la scelta preventiva delle alleanze, oltre che inefficace non essendo ancora certi della legge elettorale, favorirebbe solo la divisione.

 

Molto più intrigante la questione sollevata da Rapisarda secondo cui avrei volato troppo in alto, rischiando una sorta di “manifesto programmatico velleitario”…Su questo rilievo vorrei dire che ho ben presente che i problemi da risolvere con estrema urgenza oggi riguardano la ricostruzione della sanità pubblica, la digitalizzazione del Paese, l’edilizia scolastica, la conversione energetica, la sicurezza idrogeologica del territorio. Sono, tuttavia, convinto che questi stessi problemi, sui quali si gioca la grande partita del lavoro e dell’equilibrio sociale del Paese, non si potranno risolvere con le sole scelte del PNRR indicateci dall’UE, se non si affrontano i nodi strutturali economico finanziari come quelli evidenziati nelle mie proposte, le quali rientrano nella migliore tradizione culturale e politica della DC e delle scelte fatte dalla Banca d’Italia guidata da Guido Carli, sempre difese dalla DC.