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Kamala Harris: il primo vicepresidente donna nella storia degli Stati Uniti.

Kamala Devi Harris è entrata, ormai, nella storia di Washington come la prima donna a prestare giuramento come vice presidente degli Stati Uniti. È anche la prima persona di colore in quella posizione e la prima asiatica alla Casa Bianca.

Ma quello che più renderà la figura di Kamala importante nei prossimi anni è la sua generazione.

Infatti si il presidente uscente, Donald Trump, che il nuovo presidente, Joe Biden, erano figli degli anni ’50. Sebbene agli antipodi ideologici, entrambi portano con sé un particolare carico generazionale.

Il paese che ha cresciuto Trump e Biden era di proprietà esclusivamente di genitori bianchi. Con Harris, classe 1964, torna alla Casa Bianca la generazione di Barack Obama , che ha solo tre anni più di lei. Una generazione che ha iniziato a capire il mondo negli anni Settanta, guardando in televisione un Paese in sconvolgimento e profonda trasformazione culturale.

Basti pensare che sua madre, Shyamala Gopalan, era un’oncologa specializzata nel cancro al seno, emigrata da Tamil Nadu (India) nel 1960 per conseguire un dottorato in endocrinologia presso UC Berkeley. Suo padre, Donald Harris, è professore emerito di economia presso la Stanford University, anche lui emigrato dalla Colonia della Giamaica nel 1961 per laurearsi in economia alla U.C. Berkeley.

Fu proprio a Berkeley  che la Harris crebbe assieme alla sorella minore Maya Harris con cui frequentò sia una chiesa battista per neri sia un tempio induista.

In quella città la sua cultura è stata segnata da un luogo specifico. Il Rainbow Sign un centro culturale afroamericano a Berkeley, attivo dal 1971 al 1977.

“Era un luogo progettato per diffondere conoscenza, consapevolezza e potere”: è così che Harris lo definisce nelle sue memorie, e ricorda, che in quel luogo, poté partecipare ai discorsi di Shirley Chisholm, la prima parlamentare nera d’America, la scrittrice Alice Walker (Il colore viola ) o la poetessa Maya Angelou . Altri clienti abituali erano James Baldwin o Nina Simone.

Fu il luogo che portò alla creazione ha del Black Women Organized for Political Action (BWOPA). Un’organizzazione formata da dodici donne che incoraggiava le donne  afroamericane a essere maggiormente coinvolte nella politica in modo da poter agire per affrontare le loro oppressioni . Lì Kamala ha imparato cosa significava essere una donna di colore in America e quali possibilità aveva.

In seguito aver fatto carriera come procuratore, alla guida delle forze di polizia, ha creato un’immagine di Harris combattività di donna pragmatica.

Una donna che riuscì a farsi un nome nei circoli del Partito Democratico della Bay Area, che non è un partito democratico qualsiasi. È la sede politica di Nancy Pelosi, Dianne Feinstein, Barbara Boxer o Jerry Brown.

Qualcuno dice che nell’esercizio del potere è travolgente.

Dan Newman afferma che la capacità di Harris di superare le contraddizioni è stata una forza politica: “Era sempre a suo agio con gli attivisti di Berkeley, ma era anche in grado di entrare in contatto con la vecchia guardia di San Francisco, i donatori democratici e i funzionari eletti; nella sua carriera ha avuto  la capacità di connettersi senza sforzo con le varie sensibilità del partito. Ciò ha anche reso i repubblicani incerti su come attaccarla”.

Oggi nessuno dubita che Kamala Harris sarà un vicepresidente molto potente. Se la sua carriera ci dice qualcosa, è che non perderà l’occasione di mostrare agli americani, in questo caso al mondo, a cosa serve quel potere.

Commercio estero: Istat, a novembre l’export è aumentato del 4% su ottobre e del 1,1% su base annua

A novembre 2020 si stima una crescita congiunturale per entrambi i flussi commerciali con l’estero, più intensa per le esportazioni (+4,0%) che per le importazioni (+3,3%). L’aumento su base mensile dell’export è dovuto all’incremento delle vendite sia verso l’area Ue (+4,8%), di maggiore entità, sia verso i mercati extra Ue (+3,2%).

Nel trimestre settembre-novembre 2020, rispetto al precedente, l’export aumenta del 7,6%; a contribuire, per circa 6 punti percentuali, è il forte incremento delle vendite di beni strumentali e beni intermedi verso entrambi i principali mercati di sbocco, Ue ed extra Ue. Nello stesso periodo, l’import cresce del 6,3%.

A novembre 2020, l’export torna a registrare una crescita su base annua (+1,1%, da -8,4% a ottobre) dovuta, in particolare, all’incremento delle vendite verso i mercati extra Ue (+2,0%) mentre quello verso l’area Ue è contenuto (+0,3%). L’import segna una flessione in marcata attenuazione (-3,2%, era -8,2% a ottobre), sintesi del calo degli acquisti da entrambi i mercati, più ampio dall’area extra Ue (-5,9%) rispetto all’area Ue (-1,3%).

Tra i settori che contribuiscono maggiormente all’aumento tendenziale dell’export si segnalano metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (+15,3%), autoveicoli (+26,9%), prodotti alimentari, bevande e tabacco (+5,7%), sostanze e prodotti chimici (+6,2%), macchinari e apparecchi n.c.a. (+2,1%) e apparecchi elettrici (+6,5%). In calo su base annua prodotti petroliferi raffinati (-51,6%), articoli di abbigliamento, anche in pelle e pelliccia (-17,9%) e articoli in pelle, escluso abbigliamento, e simili (-12,3%).

Su base annua, i paesi che contribuiscono in misura più ampia all’incremento dell’export sono Germania (+8,6%), Cina (+34,9%), Svizzera (+12,8%), Stati Uniti (+4,7%) e Regno Unito (+7,5%). In diminuzione si segnalano le vendite verso paesi OPEC (-20,9%), Francia (-2,6%) e Giappone (-13,3%).

Nei primi undici mesi dell’anno, la flessione tendenziale dell’export (-10,8%) è dovuta in particolare alla contrazione delle vendite di macchinari e apparecchi n.c.a. (-13,8%), prodotti petroliferi raffinati (-42,7%) e articoli in pelle, escluso abbigliamento, e simili (-21,5%).

A novembre 2020 si stima che il saldo commerciale aumenti di 1.568 milioni di euro (da +5.198 milioni a novembre 2019 a +6.766 milioni a novembre 2020). Al netto dei prodotti energetici il saldo è pari a +8.401 milioni di euro (era +7.850 milioni a novembre 2019).

Nel mese di novembre 2020 i prezzi all’importazione aumentano dello 0,3% su base mensile e diminuiscono del 5,2% su base annua (era -5,0% a ottobre).

Bologna, per la prima volta “Metrobus” elettrici su strade extraurbane

Sono la Bologna-Granarolo-Baricella e la Bologna-Castenaso-Medicina le prime due linee di Metrobus elettrico che vedranno la luce. In questi mesi sono state infatti progettate dalla Città metropolitana e domani, venerdì 15 gennaio, sbarcheranno a Roma per avere 91 milioni di euro di finanziamento nell’ambito del “Fondo per le risorse destinate al Trasporto rapido di Massa ad Impianti fissi” (lo stesso a cui il Comune di Bologna ha chiesto il finanziamento della seconda linea verde del Tram).

Si tratta di una vera rivoluzione per il Trasporto extraurbano che per la prima volta vedrà un sistema di trasporto rapido con linee ad elevata capacità, confort e tempi certi: autobus elettrici snodati da 18 metri (in allegato una immagine esemplificativa) con una frequenza di 10 minuti nelle ore di punta e corsie riservate e sistemi semaforici a priorità per diminuire i tempi di percorrenza attuali e garantire puntualità ed affidabilità.

Il Piano Urbano della Mobilità Sostenibile della Città metropolitana adottato due anni fa individuava quale strategia principale per la diffusione della mobilità sostenibile ed il miglioramento della qualità dell’aria, lo sviluppo del Trasporto Pubblico Metropolitano (TPM) e in particolare una rete Metrobus composta da 7 corridoi extraurbani infrastrutturati (in allegato la mappa) in modo da garantire collegamenti bus veloci e frequenti.

A partire da queste due (San Donato/Bologna-Baricella e San Vitale/Bologna-Medicina) che dovrebbero entrare in esercizio da settembre 2024, l’obiettivo è di realizzare delle linee di trasporto pubblico frequenti e veloci, ad elevata capacità, con fermate facilmente accessibili in sicurezza, attrezzate per l’attesa e l’interscambio e dotate di tecnologie per la infomobilità e la comunicazione agli utenti, al fine di aumentare l’attrattività del TPL rendendolo un servizio affidabile, efficace, sicuro e confortevole e una reale alternativa all’utilizzo dell’auto. Inoltre, il servizio sarà garantito da mezzi elettrici, con punti di ricarica ai capolinea, che concorreranno a migliorarne le performance e a ridurre le emissioni climalteranti.

Gli interventi previsti per la velocizzazione e regolarizzazione del servizio e per il miglioramento dell’accessibilità sono di tipo infrastrutturale, tecnologici e di segnaletica: ad esempio la realizzazione di corsie riservate, con eventuale allargamento puntuale della carreggiata stradale e l’attivazione di un sistema di telecontrollo se necessari, la modifica della disciplina del traffico e della circolazione, la riorganizzazione delle corsie di accumulo e svolta alle intersezioni, l’introduzione di sistemi semaforici a priorità (asservimento semaforico), la protezione degli attraversamenti pedonali mediante semaforizzazione asservita, riqualificazione di tutte le banchine, installazione di pensiline con dotazioni che ne migliorino il comfort, la sicurezza e l’informazione all’utenza.

I Metrobus si integreranno con le reti Tranviaria e filoviaria del capoluogo ed avranno essi stessi caratteristiche di accessibilità, livello di servizio e riconoscibilità tipiche dei sistemi di Trasporto Rapido di Massa, divenendo assimilabili ai servizi cosiddetti Bus Rapid Transit già attivi o in corso di realizzazione nelle aree europee più avanzate.

Plasma iperimmune, dall’Ue 7 mln di euro per potenziare la raccolta

Via libera dalla Commissione Europea ad un finanziamento di oltre 7 milioni di euro destinato a supportare i servizi trasfusionali italiani che hanno raccolto, raccolgono o pianificano di raccogliere plasma da convalescente Covid-19. I fondi sono stati ottenuti nell’ambito del programma Esi (Emergency Support Instrument), nato per aiutare gli Stati membri ad affrontare la pandemia.

Lo scorso agosto la Struttura Regionale di Coordinamento Trasfusionale (Src) della Regione Lombardia si è candidata capofila (applicant) dei servizi trasfusionali (affiliated entities) che hanno espresso interesse di accesso al finanziamento e predisposto le proposte, come da bando europeo. In totale sono 14 le Regioni e province autonome che hanno fatto richiesta. L’approvazione dei progetti permetterà di accedere al 100% dei fondi richiesti, circa 7.100.000 euro, su 36 milioni di euro messi a disposizione dalla Commissione per il totale dei progetti.

“Libera nos Domine”: l’ultimo libro di Giulio Albanese.

Padre Giulio Albanese, nel suo ultimo libro “Libera nos DomineSulla globalizzazione dell’indifferenza e sull’ignoranza dell’idiota giulivo“, edizioni Messaggero Padova €12 si pone la domanda sul come fare per superare quegli atteggiamenti aggressivi che nella società  globalizzata alimentano un clima di diffidenza, rabbia e rifiuto.

Poco importa che si tratti della questione migratoria, del dialogo con il mondo islamico o del dibattito sulle vaccinazioni, il confronto è spesso segnato da riottosità e polemiche a non finire. Viene pertanto spontaneo interrogarsi sulle ragioni che hanno determinato questa deriva dell’anima.

Esse sono molteplici, di natura economica, politica, religiosa e sociale, comunque sempre riconducibili ad una matrice culturale. Il rischio, sempre in agguato, è quello d’essere contaminati dal virus della stupidità di cui l’idiota giulivo è l’archetipo. Il messaggio dell’autore è diretto ed esplicito: il vero deterrente contro l’affermazione del dilagante e pernicioso “pensiero debole” è il “discernimento” sulle questioni serie da affrontare.

Discernimento significa: tempo, studio, impegno, riflessione e preghiera. Un imperativo impellente, in tempi di crisi, se vogliamo segnare la svolta, quella dell’agognato cambiamento.

“In questi anni – scrive l’autore – il mercato, il business, il materialismo pratico e l’ideologia liberista hanno contaminato il nostro modo di pensare e di agire, senza peraltro che molti se ne rendessero conto. Questo in sostanza significa che oggi – duole doverne prendere atto – non ci sono più i cittadini, ma i consumatori; non più diritti dei popoli, ma bisogni da soddisfare a seconda delle circostanze e delle convenienze; non più partecipazione, ma offerta politica; non più prestazioni ospedaliere, ma consumi sanitari; non più poveri stranieri, ma migranti economici”.

Nell’esporre le sue tesi, inoltre, Padre Giulio attacca la Lega di Salvini senza citarla: “Certi signori che brandiscono con disinvoltura il santo Rosario dimenticano, ad esempio, che Gesù Cristo, Dio fatto uomo, era un mediorientale e che, probabilmente, se oggi gli apostoli, in quanto palestinesi, fossero venuti in Europa, sarebbero stati considerati migranti economici, avendo già in patria un mestiere dignitoso, quello di pescatori; e dunque irregolari per le normative comunitarie, costretti alla clandestinità”.(

Morto Emanuele Macaluso, storico dirigente del Pci. Aveva 96 anni

Ci ha lasciati all’età di 96 anni Emanuele Macaluso una delle ultime memorie viventi degli anni ruggenti del più grande partito comunista d’ Occidente.

Già iscritto nel PCI prima della caduta del regime fascista, fu membro della corrente riformista (o, come egli preferiva, migliorista) del partito, di cui faceva parte anche Giorgio Napolitano, nel 1960 entrò nella Direzione del partito. Nel 1962 lasciò la segreteria regionale del PCI a Pio La Torre, e nell’ottobre anche l’Ars, e fu chiamato a Roma, dove, nel 1963, entrò nella Segreteria politica con Togliatti prima, con Luigi Longo dopo, e successivamente con Enrico Berlinguer. Fece parte anche dell’Ufficio Politico. In quel periodo diresse la Sezione di organizzazione dei comunisti, la stampa e la propaganda e, in un secondo momento, la Sezione meridionale. Sono da considerare un fiore all’occhiello le querele per diffamazione ricevute da personaggi notoriamente mafiosi.

Quell’anno fu anche eletto per la prima volta deputato nazionale alla Camera dei deputati nel 1963, confermato in questa carica nel 1968 e nel 1972, fino al 1976, quando fu eletto nel Senato della Repubblica, e rieletto nel 1979, 1983 e 1987, dove fu vicepresidente della commissione vigilanza Rai. Nel 1989 condivise la Svolta della Bolognina e nel 1991 aderì al Partito Democratico della Sinistra. Concludendo la sua esperienza parlamentare nel 1992.

L’Aula del Senato, questa mattina, ha osservato un minuto di silenzio in memoria di Emanuele Macaluso. Il momento di raccoglimento, è stato seguito da un applauso unanime dell’Assemblea in piedi. “Credo che anche chi non ne ha condiviso le idee politiche possa convenire che è stato un grande protagonista della vita politica e culturale italiana”, ha detto il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, aprendo il suo intervento in Senato.

 

Comunicazioni del Presidente Conte al Senato

Il premier interviene a Palazzo Madama e dopo aver rivendicato quanto fatto dal governo e sottolineato la necessità di coesione nella “sfida epocale” della pandemia il premier, che ha sostanzialmente ricalcato l’intervento di ieri alla Camera è andato all’attacco.

Ora può decollare il ‘partito di centro’.

Come recita un vecchio proverbio, “non tutto il mal vien per nuocere”. L’azione destabilizzante ed  irresponsabile del partito personale di Renzi, com’è evidente a quasi tutti gli italiani, può essere la  scintilla decisiva che innesca la formazione di un nuovo soggetto politico. Una lista? Un partito?  Un movimento? Ad oggi non si sa. Saranno le condizioni politiche a dire come si potrà declinare  un rinnovato protagonismo di un’area che resta decisiva non solo per il sistema politico italiano  ma per la stessa qualità della nostra democrazia. Un’area politica, culturale e di governo che  dopo la fine della prima repubblica ha subito un’involuzione progressiva al punto che veniva  bistrattata prima ancora di poterne parlare in pubblico. Il dogma del bipolarismo prima e l’avvento  del populismo dopo hanno, di fatto, soppiantato non solo un eventuale partito di centro ma hanno  contribuito ad archiviare anche la stessa “politica di centro” che, come molti sanno, rappresenta  tuttora un elemento di garanzia, di stabilità e di buon governo. Come la concreta esperienza  storica ha ampiamente confermato.  

Ma un partito/lista/movimento di centro può decollare e deve decollare se ci sono due condizioni  preliminari e basilari. 

Innanzitutto va ripristinato un sistema elettorale proporzionale, seppur con qualche correzione  maggioritaria, che permetta a tutte le forze politiche di potere esprimere la propria ricetta  programmatica e il proprio progetto politico senza doverli ridurre a meri orpelli per non offuscare il  dogma del bipolarismo. Una sistema che, anche di fronte allo scenario politico emerso in questi  ultimi anni, si rende sempre più necessario. E questo anche per il progressivo superamento di  quel populismo di marca grillina che è stato determinante per radere al suolo le culture politiche  fondanti la nostra democrazia introducendo, al contempo, la prassi dell’”anno zero”, cioè  l’azzeramento di tutto ciò che ha preceduto l’avvento del populismo al potere. Un partito di centro  che sappia anche e soprattutto rideclinare una “politica di centro” che significa, in ultima analisi,  cultura di governo, cultura della mediazione, senso dello Stato, rispetto delle istituzioni,  composizione degli interessi contrapposti e rifiuto della radicalizzazione dello scontro e della  dialettica politica. Appunto, l’esatto opposto del populismo e delle sua versione italiana al potere.  

In secondo luogo dev’essere un “centro plurale”. Ovvero, non può essere il riflesso della sola  nostalgia democristiana ma neanche una formazione tecnocratica e sganciata da qualsiasi  riferimento culturale ed ideale. Certo, la tradizione e la storia del cattolicesimo politico, sociale e  popolare può e dovrà avere un ruolo decisivo in questa operazione almeno pari a quello di altre  culture e altre tradizioni ideali. Perchè quello che conta non è la identificazione di una sola cultura  politica con il partito/lista/movimento di centro. La vera sfida, semmai, è quella di costruire una  “politica di centro” con l’apporto di più culture politiche e di più tradizioni ideali, superando  definitivamente quella frammentazione e quella polverizzazione che sono stati il vero tallone  d’Achille per quella moltitudine di formazioni politiche che si sono richiamate genericamente al  centro in questi ultimi tempi e che si sono rivelate, come noto a tutti, veri e propri fallimenti politici  ed elettorali. 

Ecco perchè anche da questa crisi di governo, sperando che si risolva presto per il bene  dell’intero paese – soprattutto nel frangente drammatico che siamo vivendo – può decollare un  progetto politico capace anche di ridare prestigio, nobiltà e qualità alla stessa politica. Purchè  vengano rispedite al mittente alcuni disvalori e degenerazioni che hanno per troppo tempo  accompagnato il cammino della recente politica italiana: dal populismo al pressapochismo, dalla  rottamazione all’incompetenza, dalla superficialità all’improvvisazione, dall’aggressività alla voglia  di annientamento del nemico. Occorre ritornare alla “buona politica”. E la “politica di centro”, al  riguardo, ne è la condizione essenziale e qualificante. 

Ricordo di un incontro con Ettore Scola

Maestro, è un vero onore essere al cospetto di uno dei più grandi poeti della cinematografia mondiale del 900. Grazie ai Suoi film e agli attori che hanno lavorato con Lei ci resta il dono di capolavori che hanno accompagnato e descritto la crescita della società del secondo dopoguerra. Possiamo dire che la Sua straordinaria capacità narrativa e di valorizzazione dei talenti nasceva e si è conservata nel tempo come espressione di una forte, intima passione:  quella di un grande amore per il nostro popolo e per  il nostro Paese?

Credo che la passione per quello che si fa e l’amore per il posto in cui si vive, per il popolo con il quale si cresce siano condizioni indispensabili per la riuscita di qualunque lavoro destinato a entrare in comunicazione con gli altri.

Dopo l’esordio con ‘Il sorpasso’, per la regia di  Dino Risi, la Sua lunga carriera si è sviluppata nella duplice veste di sceneggiatore e di regista. Può spiegare con poche parole al grande pubblico questo rapporto intrinseco tra sceneggiatura e regia di un film?

In realtà il mio primo esordio fu con Tino Scotti in “Fermi tutti, arrivo io” di S. Grieco, poi seguito da “Due volti con Cleopatra” e “Totò nella luna”: prima di passare alla regia vera e propria firmai 70 sceneggiature di film. Ogni opera, di artista o di artigiano che sia, nasce da una ispirazione, dall’esigenza di rappresentare una determinata realtà o di individuarne le possibilità di cambiamento.  Questa idea e questo soggetto vanno studiati, ampliati, immaginati negli sviluppi narrativi di una storia, nella evoluzione dei personaggi e delle loro psicologie, nella invenzione di quello che essi fanno, dicono e pensano.  Questa scrittura o sceneggiatura sarà poi tradotta nelle immagini, nei movimenti e nelle atmosfere che saranno scelti dalla regia. Nel cinema d’autore sono fasi distinte tra loro ma non indipendenti,  poiché ognuna contribuisce alla progressiva definizione del significato del film.

Perché il nostro cinema – dal neorealismo alla commedia all’italiana – ha saputo conservare una sua specificità che l’ha reso diverso, forse più intimo e vicino ai sentimenti popolari di quanto sia accaduto altrove?

Dal neorealismo alla commedia all’italiana il nostro cinema si è distinto da quello degli altri paesi per la sua particolare attenzione alla realtà, tanto che tutta la nostra storia, dal secondo conflitto mondiale fino ad oggi è stata raccontata più dal cinema che dalla scuola. E il pubblico ha spesso riconosciuto in quei film anche la sua storia personale.

Mi consenta una rapida citazione degli attori che Lei ha diretto e che hanno fatto insieme a Lei la storia del cinema: Sordi, Tognazzi, Gassman, Manfredi, Mastroianni, Sophia Loren, Stefania Sandrelli, Fanny Ardant, Troisi, Depardieu, Castellitto…Mi scuso se mi fermo a questi nomi. Che cosa ha significato per Lei condividere l’espressività artistica di questi grandi personaggi. Com’erano, visti da vicino, da persone oltre che da attori?

La commedia italiana è stata un cinema d’autori: sceneggiatori, registi e attori e io ho avuto la fortuna di lavorare con i più grandi di loro fin dagli inizi della mia carriera, nei giornali satirici,alla radio e nel cinema (in qualità di anonimo sceneggiatore aggiunto, di gagman, di ‘negro’ dei colleghi già affermati). Quando mi guadagnai l’onore della firma come sceneggiatore conoscevo già tutti e di qualcuno ero diventato amico personale. Da regista fu per me naturale rivolgermi a loro per averli nei miei film: molti nel frattempo erano diventati attori di grande successo e avevano già interpretato decine e decine di ruoli, quindi sentii l’esigenza di riproporli in interpretazioni diverse da quelle che avevano già fornito, avvalendomi della conoscenza privata della loro indole, della loro natura, delle loro possibilità artistiche non ancora frequentate.

Dell’epoca contemporanea si dice che è complessa ed attraversata da una deriva di crisi e da una carenza di identità. Eppure la società del dopoguerra usciva da un periodo di tribolazioni, di miseria, di disperazione: dobbiamo alla sofferenza, al talento e alla genialità dei singoli, o alle speranze collettive, quella grande e forse irripetibile stagione del cinema.

La realtà del nostro Paese non è mai stata avara, con gli autori italiani, di spunti, suggestioni e ispirazioni drammatiche o comiche (o, talvolta, tragicomiche). E non lo è certo neppure oggi. La responsabilità di un ‘cinema flebile’ non è, non può essere, della realtà. Infatti abbiamo esempi anche recenti di film assai riusciti che riescono a interpretare i disagi e le speranze della collettività. Ma in un Paese economicamente, politicamente e culturalmente in crisi è comprensibile che anche il “suo”  cinema sia in crisi. Non è tempo di sterili piagnistei e di anime afflitte, ma di forti volontà di cambiamento. E non soltanto nel nostro cinema.

Dei Suoi film mi colpisce e mi intriga l’abile capacità di ambientazione, anche in contesti intimi, ristretti, quasi teatrali, dove emergono i profili psicologici dei personaggi.  Ognuno di noi ci ritrova infatti una parte di sé. Penso ad esempio a Sordi in “La più bella serata della mia vita”, a “La famiglia” e alla descrizione del lento, lungo inesorabile declino delle consuetudini e dei ruoli domestici… Si riconosce in queste cifre stilistiche?

I due aspetti che lei evidenzia li riconosco come miei interessi prevalenti e forse caratterizzanti. Sono tendenze istintive, personali. Ciascuno ha le sue. Lei dice che nei miei film “ognuno ritrova una parte di sé”.  Non so se sia vero ma so che è stata questa l’ambizione che ha – quasi sempre – animato le cose che ho fatto. Non avendo soverchia fiducia nella mia autobiografia – permessa soltanto ad autori di grande esperienza di vita, come quelle di Jack London, Hemingway, Primo Levi – ho tentato allora di interpretare qualche tratto del sentire collettivo in alcune autobiografie dello spettatore.

Mi pare che si assista ad un lento e graduale declino del cinema come fonte narrativa: è la Tv, sono i mass media che parlano direttamente alla gente e al Paese. Che cosa abbiamo perduto in questo lento transito? Resterà il cinema, forse ancor più del teatro, una nicchia ristretta di fruizione dello spettacolo? Ci sarà ancora bisogno del cinema per descrivere, spiegare, far  riflettere?

La tecnologia ha valenza eticamente neutra, è anzi un’opportunità e si caratterizza e qualifica per come viene utilizzata. In via generale non credo che le nuove tecnologie e le conquiste dell’informatica mettano in crisi l’ispirazione di processi creativi, poichè in esse possono anzi trovare alimento inedite opportunità espressive. Possono anche introdurre elementi positivi o negativi nei comportamenti individuali e collettivi, dipende dal fatto se prevale un atteggiamento dettato dall’uso dell’intelligenza personale o se si subiscono i condizionamenti negativi delle prevalenti derive sociali. Non vanno demonizzate né santificate: una scemenza in  3D resta una scemenza. Certo la Tv è oggi quantitativamente preponderante: ma non è un fatto tecnico bensì di consuetudini e stili di vita indotti. I giovani subiscono infatti messaggi e spettacoli diseducativi e non certo per loro scelta, non essendo gli artefici dei palinsesti televisivi.

Maestro, oltre a conservare il dovere della memoria e la nostalgia del ricordo, affinchè tutto sia utile e nulla vada perduto, ci è necessario – oggi più che mai –  guardare con fiducia al domani, andare oltre , immaginare, sognare, per capire a quali speranze possiamo legare il futuro dell’umanità. Le chiedo – alla luce della Sua straordinaria esperienza umana e culturale –  di suggerire ai giovani almeno tre cose per le quali vale la pena di vivere e di darsi da fare…

Tocca ai giovani – non fosse altro perché il loro futuro è più lungo – mandare avanti il mondo. Progetto ambizioso e oggi forse più che mai difficile per una generazione che non sembra avviata a godere di particolari vantaggi: l’eredità non è succulenta, i punti di riferimento e i modelli sono scarsi, la circolazione delle idee è caotica e non si capisce perché – visto che in realtà di idee ne circolano così poche…. Le ideologie hanno tutte superato la loro data di scadenza, quanto ai ‘fulgidi esempi’ neanche a parlarne… Ma chissà che proprio in questo deserto culturale i ragazzi non riescano a rintracciare qualche vantaggio? A scegliere per loro stessi alcune parole meno imbrattate da un uso sconsiderato? Vecchie parole che tornino nuove, parole semplici del tipo onestà, pulizia, fiducia, speranza. Parole che procurino pensiero, che portino ad agire, che diventino esse stesse programma.

RICORDO PERSONALE di ETTORE SCOLA      

Incontrando Ettore Scola avevo avuto l’impressione di essere al cospetto di un gigante che “aveva dato la mano” al 900: la stessa sensazione (con motivazioni e spiegazioni diverse) provata con altri testimoni del nostro tempo (Rita Levi Montalcini, Pupi Avati, il Card. Carlo M. Martini, Giulio Andreotti, Alda Merini ecc…) che in quel periodo avevo intervistato.  Persona dotata di una cultura profondissima e di una straordinaria conoscenza della tecnica cinematografica (sulla quale piacevolmente si era soffermato con esperte descrizioni) e della letteratura che la supporta e la sottende, sapeva unire a queste doti una spontanea, generosa umanità che mi aveva messo a mio agio quasi come se si trattasse di un argomentato dialogo con un interlocutore accreditato a colloquiare su temi di comune interesse. Un grande regista è come uno scrittore che aggiunge alla parte letteraria una trama di immagini che spiegano in senso più compiuto la storia che si vuole narrare: in questo Ettore Scola è stato maestro insuperabile perché (circondandosi di attori straordinari come Mastroianni, Sordi, Tognazzi, Sofia Loren, Monica Vitti, Manfredi, Trintignant, Giannini, Troisi ) ha saputo descrivere in modo quasi sovrapponibile alla realtà gli aspetti più caratterizzanti dell’Italia del secondo dopoguerra, penetrando la quotidianità, i sentimenti, gli amori, le passioni, il carattere della nostra gente, in quanto (uso le sue parole) ….. “dal neorealismo alla commedia all’italiana il nostro cinema si è distinto da quello degli altri paesi per la sua particolare attenzione alla realtà, tanto che tutta la nostra storia, dal secondo conflitto mondiale fino ad oggi è stata raccontata più dal cinema che dalla scuola. E il pubblico ha spesso riconosciuto in quei film anche la sua storia personale”.

Gli avevo confessato che mi colpiva e mi intrigava nei suoi film la sua abile capacità di ambientazione, anche in contesti intimi, ristretti, quasi teatrali, dove riusciva a far emergere i profili psicologici dei personaggi, e insieme a questo  lo sfondo, la cronaca che richiama la Storia e dal particolare riesce a descrivere i grandi avvenimenti valorizzando i gesti, le azioni e i vissuti di personaggi che ne sono il corollario: spiegare e far capire il tutto partendo dai dettagli. Avevo posto alla sua attenzione queste osservazioni con una certa titubanza, malcelando l’incompetenza dello sprovveduto dilettante ma con sicurezza che mi sorprese mi rispose: “I due aspetti che lei evidenzia li riconosco come miei interessi prevalenti e forse caratterizzanti. Sono tendenze istintive, personali. Ciascuno ha le sue. Lei dice che nei miei film “ognuno ritrova una parte di sé”.  Non so se sia vero ma so che è stata questa l’ambizione che ha – quasi sempre – animato le cose che ho fatto. Non avendo soverchia fiducia nella mia autobiografia ho tentato allora di interpretare qualche tratto del sentire collettivo in alcune autobiografie dello spettatore”.

Ci eravamo soffermati su alcune sue “pellicole” famose, come “Una giornata particolare”, di cui mi diede descrizioni e aneddoti legati ai personaggi interpretati da due primattori “unici” come Mastroianni e la Loren, ambientato il giorno della sfilata in onore di Hitler che – curiosamente puntualizzò Scola – non vi prese parte pur essendo a  Roma. Sbobinando la cassetta dell’intervista gli avevo restituito il testo scritto (prima di mandarlo in pubblicazione) che conteneva un breve passaggio elogiativo verso la sua persona. Mi telefonò chiedendomi di togliere quel “complimento”, facendomi intendere di non amare le sviolinate e le manfrine. Avevo ben capito che si trattava di un uomo retto, tutto d’un pezzo, rigoroso, intimamente onesto con se stesso e verso il mondo. Mi piace ricordare le sue parole conclusive, quasi una sorta di testamento spirituale.  

Tocca ai giovani – non fosse altro perché il loro futuro è più lungo – mandare avanti il mondo. Progetto ambizioso e oggi forse più che mai difficile per una generazione che non sembra avviata a godere di particolari vantaggi: l’eredità non è succulenta, i punti di riferimento e i modelli sono scarsi, la circolazione delle idee è caotica e non si capisce perché – visto che in realtà di idee ne circolano così poche…. Le ideologie hanno tutte superato la loro data di scadenza, quanto ai ‘fulgidi esempi’ neanche a parlarne…Ma chissà che proprio in questo deserto culturale i ragazzi non riescano a rintracciare qualche vantaggio?  scegliere per loro stessi alcune parole meno imbrattate da un uso sconsiderato? Vecchie parole che tornino nuove, parole semplici del tipo onestà, pulizia, fiducia, speranza. Parole che procurino pensiero, che portino ad agire, che diventino esse stesse programma”.

 

Biden: tre obiettivi prioritari. E decisivi

Finalmente il giorno è arrivato. Joe Biden è il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America. Tali e tanti sono i guasti provocati da Donald Trump (e i peggiori li ha provocati durante le ultime settimane!) che probabilmente per molti americani e non solo l’accento della giornata verrà posto più sulla conclusione della sua presidenza che non sull’avvio della nuova. Eppure è su quest’ultima che ormai occorre posare lo sguardo. Anche perché si preannuncia molto, ma davvero molto, impegnativa.

Joe Biden ha innanzi a sé un compito immane. Essendo una persona di grande buon senso ne è ben consapevole. Gioca a suo favore l’enorme esperienza accumulata nel corso della sua lunghissima carriera parlamentare. Meno invece l’età, che è elevata e anche se non è piacevole dirlo è un elemento che potrebbe avere il suo peso. Molti infatti predicono un grande ruolo per la vice presidente Kamala Harris. E’ possibile, ma tutt’altro che certo. Come proprio Biden sa bene, dopo otto anni trascorsi alla Casa Bianca con Barack Obama, negli Stati Uniti è il Presidente, e solo lui, a comandare davvero. Il vice è importante, guardando all’essenza del ruolo, in quanto immediatamente pronto ad assumere il posto del numero uno in caso di morte o di grave impedimento, o di impeachment, del Presidente in carica.

E’ sulle spalle di quest’uomo alla quale la vita molto ha dato ma anche molto ha tolto che è ora il peso delle grandi risposte che l’America del dopo Trump dovrà fornire al mondo. Per poterle fornire, però, prima dovrà affrontare e risolvere i tre gravissimi problemi che ha in casa. Ed è per questo, in aggiunta al fatto che molto probabilmente Biden rimarrà alla Casa Bianca solo quattro anni, che gli analisti internazionali non sono affatto certi che gli Stati Uniti in politica estera cambieranno molto rispetto all’approccio tenuto da Trump se non nella postura, elegante e dialogante quanto quella dell’immobiliarista era scomposta e arrogante.

A casa propria Biden deve innanzitutto sconfiggere la pandemia. Questo è un problema che hanno tutti i governi, si dirà. Vero. Ma negli USA il Covid-19 ha colpito più duro che altrove anche per la sconsiderata gestione dell’epidemia voluta da Trump. Dimostrare già durante i primi mesi che con la campagna vaccinale e comportamenti prudenti morti e ricoveri diminuiscono in misura sensibile sarebbe un buon viatico per il conseguimento del secondo obiettivo, quello più importante in prospettiva: la pacificazione del Paese.

A tal fine già durante i primi mesi, e non solo i primi classici cento giorni, il Presidente dovrà varare un piano di ristori gigantesco per impedire un crollo verticale dell’economia con le conseguenze sociali drammatiche che già si sono palesate nel 2020. La conquista della maggioranza parlamentare da parte del Partito Democratico lo avvantaggerà indubbiamente ma Biden sa che per essere realmente incisiva la manovra economica dovrà venire rifinanziata a breve, ovvero raddoppiata, e questo porrà ovviamente temi di finanza pubblica e di prelievo fiscale assai rilevanti e complicati. Del resto la gravità della situazione economica è il secondo dei gravi problemi interni da affrontare, subito.

Questo punto pone a Biden la necessità – per restare sul piano squisitamente politico – di riuscire a conseguire il consenso di una parte, quella moderata e responsabile, dei repubblicani e al tempo stesso di non inimicarsi la forte ala sinistra del Partito Democratico, al momento lasciata abbastanza ai margini nella distribuzione delle cariche ministeriali. Eppure proprio questa conciliazione a livello politico potrà essere il prodromo di quella grande azione di conciliazione nazionale che il Presidente dovrà perseguire ad ogni costo.
Perché ormai è chiaro, ed è chiaro prima di tutti a Biden, che il mandato ricevuto dall’incredibile corso degli ultimi eventi è esattamente la riconciliazione nazionale. Di questo è bene sia consapevole il Partito Democratico: una precoce lotta interna dopo la parentesi elettorale sarebbe un esempio di irresponsabilità dannosissimo e irrimediabile nel momento in cui, al contrario, è la pacificazione degli animi l’obiettivo numero uno. Biden ha l’esperienza, la posa, il carattere, per gestire con saggezza questa delicatissima fase. C’è da sperare che anche giovani e dinamiche parlamentari molto alla moda come Alexandria Ocasio-Cortez si rendano conto del compito fondamentale che ha il Presidente e, con esso, il suo partito.

Mai l’America dai tempi della Guerra Civile è stata al suo interno così profondamente divisa come ora. Trump ha inoculato nelle sue viscere il virus letale dell’odio nei confronti non solo degli “altri” ma anche verso i propri connazionali non disposti a subirne in silenzio le politiche, le posture, le bugie, le narrazioni volutamente travisanti la realtà. Riuscire a diminuire, sino a marginalizzare, il tasso di radicalità nelle relazioni interne fra le persone e i gruppi sociali è senz’altro il compito più decisivo, e per questo più difficile, che il Presidente Biden dovrà conseguire e rispetto al quale dovrà mettere a frutto le sue doti di moderazione unanimemente riconosciutegli. In una qualche misura egli è chiamato a ricostruire il “centro politico” dell’America. E’ nell’interesse di tutti, anche di chi americano non è, che vi riesca.

E, a tal proposito, la domanda successiva è quanto questo ineludibile e prioritario obiettivo inciderà sulla terza grande questione, assai più tradizionale, che la nuova presidenza dovrà affrontare, ovvero il ruolo USA nel mondo. Il confronto-scontro con la Cina, il rilancio della NATO, la rinnovata alleanza con l’Europa, la presenza o meno degli Stati Uniti sullo scacchiere del Levante…sono numerosi e tutti complessi i dossier sui quali Biden dovrà porre attenzione, che proveremo a esaminare in un prossimo articolo. Sul punto, fortunatamente, occorre dire che il nuovo Presidente ha grande competenza, maturata non solo durante gli anni trascorsi alla Casa Bianca con Obama ma forse ancor più per i molti anni durante i quali ha seguito, da parlamentare della Commissione Esteri, la politica internazionale statunitense. Dovrà senz’altro metterla in campo. Tutta.

Joe Biden, sessanta anni dopo Kennedy un presidente cattolico alla Casa Bianca

Una lunga carriera politica quella di Joe Biden, che ha vinto numerose elezioni come senatore a partire dal 1973, due volte le elezioni nazionali da vicepresidente (nel 2008 e nel 2012 con Obama), e che ora è il secondo Presidente cattolico degli Stati Uniti dopo John Fitzgerald Kennedy, sessant’anni fa. Lui stesso ha fatto riferimento alla fede durante il discorso di investitura alla Convention democratica di Milwaukee, spiegando quanto questa sia stata un importante sostegno per superare i gravi lutti subiti nel corso della vita: la morte –lui ventinovenne- della prima moglie e della figlia in un incidente stradale, quella del figlio maggiore, per un tumore durante la presidenza Obama.

Tra i materiali della recente campagna elettorale c’era anche il video di un breve incontro con papa Francesco a un’udienza generale, e nei suoi discorsi numerose citazioni hanno suggerito una radice cattolica non di facciata: dall’immagine evangelica della casa sulla roccia, alla  preghiera attribuita a san Francesco d’Assisi  (“dove c’è discordia, unione, dove c’è dubbio, la fede; dove c’è oscurità, la luce”), alla memoria del gesuita tedesco Alfred Delp, che prima di essere giustiziato dai nazisti a 37 anni nel 1945, incoraggiava a una stagione di speranza dopo essere stati scossi nel profondo. In chiusura del suo primo discorso da presidente eletto ha scelto una citazione del salmo 90 della Bibbia per evocare la speranza portata “sulle ali dell’aquila”.

Per lo storico Massimo Faggioli, se per Kennedy l’identità cattolica poteva essere un problema rispetto alla nazione, oggi il sospetto di una “doppia lealtà” dei cattolici è superato, il Paese non ha nessun problema rispetto alla fede cattolica, ma un problema col cattolicesimo di Biden ce l’ha “una parte non insignificante della Chiesa americana”, fatta di “vescovi, clero, intellettuali, e fedeli”. Se Biden non è il primo cattolico alla presidenza Usa, è dunque il primo presidente che dovrà cercare di superare le profonde divisioni interne alla Chiesa cattolica americana. Quando preparò la visita di Papa Francesco negli Stati Uniti, nel 2015, incontrò non solo i vescovi cattolici, ma tutti i leader religiosi, volendo fare di quell’evento un’occasione di dialogo. Ma come spesso capita quando ci sono posizioni diverse e polarizzate, il dialogo ad extra è più semplice di quello ad intra. I cattolici americani sono divisi più o meno a metà tra democratici e repubblicani, in linea più con il proprio partito politico che con gli insegnamenti della chiesa (basti pensare a temi molto “divisivi”, come l’aborto, le politiche migratorie e la gestione del muro lungo il confine con il Messico).

Tra i grandi temi dell’agenda Biden in sintonia con il magistero sociale di papa Francesco, ci sono, oltre alle migrazioni, il multilateralismo, l’Europa, la salute pubblica e le misure di contrasto al Covid, la salvaguardia della natura e dell’ambiente, le politiche contro il cambiamento climatico. Ma il tema che lo vede distante dalle posizioni della chiesa è l’aborto.  Nel 2012, in un dibattito con il repubblicano Paul Ryan dichiarò: “Accetto la posizione della mia chiesa sull’aborto. La accetto nella mia vita personale. Ma mi rifiuto di imporla a cristiani, musulmani ed ebrei altrettanto devoti”. Una posizione poi maturata nella direzione di una maggiore liberalizzazione, coerente con la linea dei democratici, tanto che nel 2019 un parroco, accusandolo di sostenere le istanze abortiste, arrivò a negargli la comunione.

A pronunciare la preghiera per la cerimonia di inaugurazione della sua presidenza, Biden ha voluto un gesuita, padre Leo O’Donovan, ex rettore della Georgetown University, amico di vecchia data. Porta la firma di Joe Biden l’introduzione al sui libro Blessed Are the Refugees: Beatitudes of Immigrant Children (Beati i rifugiati: Beatitudini per i bambini migranti). Intervenendo lo scorso novembre a una raccolta fondi del Servizio dei gesuiti per i rifugiati, di cui O’Donovan è direttore, Biden ha dichiarato l’intenzione di alzare i numeri sull’accoglienza degli immigrati, dai 15.000 previsti dall’amministrazione Trump a 125.000. Anche John Kennedy, nel 1960, fu accompagnato, nella sua corsa alla Presidenza, da un padre gesuita, John Courtney Murray, di cui proprio in questi giorni esce  in Italia una riedizione della raccolta degli scritti  (We Hold These Truths – Catholic Reflections on the American Proposition)  curata da Stefano Ceccanti. Ai tempi di Kennedy, mentre il presidente cattolico era visto con sospetto in molti ambienti protestanti, Murray era dell’idea, a partire dal diritto costituzionale americano, che la libertà religiosa andasse assunta pienamente come principio da valorizzare e non come male da tollerare. Oggi il clima è cambiato, e Biden assume la guida di un paese diviso, segnato dalla pandemia, non risparmiato dall’umiliazione di un  violento attacco alla sede del Congresso che nessuno avrebbe potuto immaginare.

Nel molto che avrà da fare si renderà visibile la risposta alla domanda se è possibile essere allo stesso tempo americani e cattolici. Intanto il 15 gennaio scorso, a pochi giorni dalla cerimonia di insediamento, l’Ambasciatrice degli Stati Uniti d’America presso la Santa Sede, Callista Gingrich, moglie dell’ex presidente della Camera dei rappresentanti e candidato presidenziale repubblicano del 2012, tra i più accaniti sostenitori di Trump, è stata ricevuta da papa Francesco in Vaticano per la visita di congedo.  Anche il nome del nuovo ambasciatore, che sarà reso noto a breve, dirà qualcosa sul nuovo corso che inizia tra oltretevere e oltreoceano.

I consumi culturali degli italiani nel 2020

Un quadro dalle tinte drammatiche quello mostrato dall’Osservatorio di Impresa Cultura Italia-Confcommercio, in collaborazione con Swg, sui consumi culturali degli italiani nel 2020. Una situazione difficilissima, in particolare per gli spettacoli dal vivo bloccati dal lockdown e dalle successive misure di contenimento della pandemia che hanno determinato un crollo degli spettatori di circa il 90% per cinema, concerti, teatro e forti riduzioni di spesa, con punte di oltre il 70%, da parte dei consumatori tra dicembre 2019 e settembre 2020.

La spesa media mensile delle famiglie per i consumi culturali

I fruitori dei beni e dei servizi culturali 

LA PERCEZIONE DELLA CULTURA AI TEMPI DEL COVID

Tiene la lettura sia dei libri, con una preferenza per il cartaceo sebbene oltre italiano su tre utilizzi anche il formato digitale, che dei quotidiani, consultati principalmente in versione gratuita online e con un rapporto di circa 1 a 2 tra lettori in digitale a pagamento e lettori in cartaceo; in calo tutte le forme di abbonamento a servizi culturali a pagamento ad eccezione della TV in streaming (+17 punti su dicembre 2019) e con un terzo di italiani che pensa di utilizzare prevalentemente piattaforme streaming a pagamento a testimonianza di un crescente interesse per questo tipo di offerta televisiva rispetto a quella generalista; la forma di fruizione tradizionale della cultura ha lasciato spazio al digitale, come già evidenziato da una precedente ricerca Confcommercio–Swg con la visione di spettacoli dal vivo, opere, balletti e musica classica soprattutto sul web o in TV. Una tendenza che, alla luce delle attuali restrizioni, sembra confermarsi anche per la prima parte del 2021.

I “numeri” della fruizione televisiva nel corso dell’ultimo anno

 

La percezione del valore della cultura

Misure di intervento necessarie

Per il presidente di Impresa Cultura Italia-Confcommercio, Carlo Fontana, “i dati della nostra indagine sono senza dubbio allarmanti con una riduzione dei consumi culturali del 47% e una spesa mensile per famiglia che è crollata a 60 euro nel 2020E sono dati che ci rappresentano tutta la drammaticità della situazione delle attività culturali nel nostro Paese. E’ stata fatta una politica di ristori, ma non è sufficiente. “Oggi – ha osservato Fontana – è necessaria una strategia con una serie di interventi che consentano una ripartenza delle nostre attività perché la popolazione non può essere ancora per lungo tempo privata di quello che è anche un nutrimento dello spirito”.

Ecobonus Automotive: oltre 700 mln per l’acquisto di nuovi veicoli

Dal 1° gennaio 2021 sono disponibili oltre 700 milioni di euro per i cittadini che acquistino veicoli a basse emissioni relativi sia alle categorie dei motocicli L1 e delle auto M1, sia alla nuova categoria dei veicoli commerciali N1. I concessionari potranno, a partire dalle ore 10 di lunedì 18 gennaio, accedere sulla piattaforma ecobonus.mise.gov.it per inserire le prenotazioni del contributo per veicoli M1, mentre è già possibile prenotare i contributi per la categoria L.

Ai contributi già previsti dalla Legge di Bilancio 2019 e dai successivi DL Rilancio 2020 e DL Agosto 2020, si aggiungono ulteriori risorse stanziate per il fondo automotive con la Legge di Bilancio 2021. In particolare, i contributi concessi per le fasce di emissioni 0-20 g/km e 21-60 g/km sono rifinanziati con ulteriori 120 milioni di euro per tutto il 2021, portando l’ammontare odierno a 390 milioni di euro, essendo 270 milioni già stanziati. A queste risorse potranno aggiungersi i residui degli anni precedenti. Questa la suddivisione degli incentivi:

-0-20 g/km: 6.000 euro con rottamazione e 4.000 senza rottamazione;
-21-60 g/km: 2.500 euro con rottamazione e 1.500 senza rottamazione.
Alle medesime due fasce potranno aggiungersi 2.000 euro con rottamazione e 1.000 senza rottamazione fino al 31 dicembre 2021, e in tal caso è anche previsto uno sconto praticato dal venditore pari ad almeno 2.000 euro o 1.000 euro a seconda che sia presente o meno la rottamazione.

Le due fasce di emissioni 61-90 g/km e 91-110 g/km sono state rimodulate in un’unica fascia 61-135 g/km (dal primo gennaio ci sarà infatti un nuovo ciclo di rilevazione delle emissioni), finanziata con 250 milioni di Euro. Il precedente finanziamento è andato esaurito. La durata dell’incentivo è di sei mesi e sarà possibile usufruirne solo con rottamazione:61-135 g/km: 1500 euro con rottamazione.
Anche in questo caso all’incentivo sopra indicato si aggiunge uno sconto praticato dal venditore pari ad almeno 2.000 euro. Infine, è stato introdotto un nuovo incentivo sui veicoli commerciali leggeri N1 e M1 speciali, proporzionale alle emissioni e finanziato con 50 milioni di euro.

Coronavirus: “Terza ondata? Molto dipende da noi”

“Più vacciniamo e più siamo veloci e meno possibilità avremo di far circolare le varianti” di Sars-CoV-2 “e dare terreno fertile al virus. Questo è indubbio”. Lo ha affermato a Sky Tg24 Armando Genazzani, rappresentante italiano al Chmp (Committee for medical products for humans use) dell’Agenzia europea del farmaco Ema.

In merito a una terza ondata di Covid-19, “credo che sfortunatamente non saremo in grado di vaccinare un numero sufficiente di persone per avere una vaccinazione di massa, o per avere un’immunità di gregge in questo periodo – ha sottolineato l’esperto – Dipenderà molto dalla nostra capacità di indossare mascherine, mantenere il distanziamento, dai nostri comportamenti, non tanto solo dal vaccino”.

“Credo – ha aggiunto – che in questa prima fase quello che riusciremo a fare è ridurre la quantità di casi gravi, poiché vacciniamo le persone più a rischio sia da un punto di vista di esposizione sia da un punto di vista di maturare la malattia in maniera grave. Strada facendo ridurremmo progressivamente le morti, gli accessi in rianimazione e quindi nei prossimi 2 mesi questo dovremmo cercare di fare”.

La replica del Presidente Conte

Grazie signor Presidente e ringrazio tutti i Deputati e le Deputate che sono intervenuti, che hanno fatto interventi anche molto articolati per alimentare il dibattito e ovviamente commentare le comunicazioni che ho riassunto questa mattina. Ho visto anche che da qualche intervento è emersa qualche notazione critica per quanto riguarda l’appello che io ho rivolto. Io devo dire che è un appello molto chiaro è un appello molto nitido.

C’è un progetto politico ben preciso, è un progetto politico ben articolato, è un progetto che mira a rendere il nostro Paese più moderno, è un progetto che mira a completare anche tante riforme, tanti interventi che abbiamo già messo in cantiere, abbiamo bisogno di offrire ai nostri cittadini di realizzare la transizione verde, abbiamo bisogno di perseguire la transizione digitale, abbiamo bisogno di affrontare, oggi più che mai, tutte quelle disuguaglianze vecchie e anche quelle nuove perché questa pandemia – lo stiamo sperimentando tutti insieme – sta creando nuove disuguaglianze, sta ridisegnando le vecchie, sta trasformando anche i rapporti tradizionali, sociali e sta creando nuove disuguaglianze. Quindi oggi abbiamo una società che rischia di uscire da questa pandemia con forti disuguaglianze di genere, ancora più accentuate; generazionali, ancora più accentuate; territoriali e così via.

Ecco che la nostra capacità, la forza di questo progetto, la prospettiva di questo progetto è lavorare in questa direzione. Non bisogna avere timori e nessuna timidezza quando si ragiona con sguardo chiaro, con prospettiva certa.

Ho rivolto un appello a tutte le forze politiche ma anche ai singoli parlamentari, ho invocato anche la coscienza dei singoli parlamentari: chi si riconosce in questo progetto può dar mano, può dare un contributo di idee, soprattutto di progetti, se soprattutto pensiamo al patrimonio di idee, di nobili culture, di prassi sperimentate anche che si racchiudono nelle famiglie tradizionali, quelle che però hanno una chiara vocazione europeista. Parlo della tradizione liberale, delle tradizioni comunque democratiche, popolari e anche socialista. E in particolare dalle scelte che ciascuno in questa ora grave deciderà di compiere dipende il futuro del Paese, è un futuro che siamo chiamati a costruire insieme alla luce del sole, chiamando all’impegno le forze, le energie migliori. Quindi è un appello trasparente, è un appello chiaro, che propongo qui nella sede più istituzionale e più rappresentativa che è quella del Parlamento, proprio per affrontare insieme le difficoltà del presente, per costruire insieme il futuro. E il fatto che dietro ci sia un progetto ben articolato e ben preciso rafforza assolutamente la nobiltà di questa iniziativa.

Questo progetto politico ho detto che ha una forte vocazione europeista perché l’Italia in questo momento può giovarsi di una forte consonanza, di una forte sintonia tra l’indirizzo politico della Commissione europea e quello che noi stiamo perseguendo. Il fatto che – non sarà sfuggito – quelli che sono gli obiettivi politici, economici, sociali posti alla base del nostro progetto di riforma siano anche pressoché specificamente indicati nel programma NextGenerationEU non è casuale, non è casuale perché la Commissione europea sin dall’inizio ha voluto imprimere questo forte indirizzo verso una transizione verde e digitale che ci pone – noi che abbiamo questo afflato, che abbiamo questo approccio e che perseguiamo questi obiettivi – in posizione di assoluta primazia anche nel contesto europeo, proprio in virtù di questa sintonia e di questa consonanza.

E ancora c’è un altro elemento che rafforza questo nostro progetto e lo rende ancora più solido, gli dà più lunga prospettiva, più profondità politica. E cioè che guardiamo con grande speranza alla presidenza Biden. Io ho avuto già con lui una lunga e calorosa telefonata e siam rimasti che ci aggiorneremo presto anche in vista del nostro G20. L’agenda della nuova amministrazione è la nostra agenda. Condividiamo assolutamente – e l’ho ripetuto a più riprese – il multilateralismo, un approccio multilaterale perché il bilateralismo non ha risolto i problemi e non può risolvere i problemi.

E ancora, l’importante è lavorare anche per rinnovare le istituzioni internazionali. Oggi ad esempio, il WTO, siamo consapevoli che ha bisogno di essere riformato. Dobbiamo lavorare insieme proprio perché l’approccio multilaterale possa servirsi di strumenti e di iniziative che siano realmente efficaci. E poi c’è una grandissima consonanza sul tema dei cambiamenti climatici, per lo sviluppo sostenibile, e su questo, chiaramente, in tutti questi fori multilaterali, a partire dal G20, dalla Cop26, di cui siamo copresidenti col Regno Unito, ci gioveremo assolutamente di questa grande sintonia.

Dopo i fatti terribili del 6 gennaio abbiamo avuto una conferma: che le nostre democrazie vanno difese coi fatti e con le parole. E che a noi leader incombe una responsabilità speciale, perché non ci possiamo permettere, come è successo negli Stati uniti, di alimentare la tensione.

Ne approfitto per parlare del terremoto, sul terremoto vorrei dire che c’è stata una svolta nelle zone terremotate del centro-Sud. Perché abbiamo superato le lentezze del passato nonostante l’emergenza sanitaria. Nel 2020 la ricostruzione ha avuto una forte accelerazione. Le domande presentate e approvate sono cresciute del 60% rispetto al 2019, i contributi già approvati sono pari a 1,5 mld di euro.

Quattromila famiglie hanno potuto fare rientro nelle abitazioni ricostruite o riparate dopo il sisma. Abbiamo 3.250 cantieri aperti e la prospettiva di aprirne altre migliaia. La semplificazione normativa che abbiamo approvato, con il contributo di questo Parlamento, si sta rivelando molto efficace. E devo ringraziare, tra l’altro, il Commissario straordinario per la sinergia con le autorità locali per questa forte accelerazione. E ancora gli Enti locali: i Comuni, le Province. A favore loro predisporremo – come da richiesta del Parlamento peraltro – la Legge delega per la revisione organica del TUEL, nel segno della semplificazione e responsabilità e efficienza degli Enti locali in una nuova carta delle Autonomie.

Quando si parla di digitalizzazione, mi permetto di dire, è un processo complesso, ma non sono vuote parole. La digitalizzazione la stiamo già realizzando. Avremo una grande accelerazione con le risorse del Recovery Fund, ma teniamo conto, per comprendere lo sforzo che stiamo facendo, che nel settembre 2019, quando il governo si è insediato, Spid – l’identità digitale è la base per la società digitale – aveva l’adesione di 4 milioni di cittadini. Ebbene adesso sono quasi 16 milioni e 100 mila, quattro volte più di allora. Ancora. L’app Io, che è così fondamentale perché rende accessibili, disponibili i servizi digitali della PA, nel settembre 2019 non esisteva: oggi è in uso da parte di 9,3 milioni di cittadini. Sarà questa la chiave, tra le altre per accedere ai servizi, in modo facile, ai servizi quindi semplificati, della Pubblica Amministrazione. E così via. La banda ultralarga nel fine 2019, i comuni nei quali era stata completata erano, pensate, 79. Oggi sono 1731. E con il progetto della rete unica noi confidiamo di accelerare ancora di più questo percorso.

Una parola sui ristori, perché da quanto da qualche intervento capisco che le mie parole sono state fraintese. Io ho parlato di ristori proporzionali alle perdite subite. Proporzionali non significa che hanno compensato tutte le perdite subite. Il governo è ben consapevole che occorrerebbero risorse molto più cospicue. Proporzionale significa correlate alle perdite subite. Continueremo a lavorare in questa direzione, a fare ancora di più, ma voglio dire che l’Agenzia delle Entrate ha erogato dall’approvazione del decreto Rilancio ad oggi 3 milioni di bonifici presso altrettanti cittadini operatori economici e sono stati anche pagati i bonifici automatici previsti dal decreto legge sulle misure per il Natale. Adesso ci aspetta un nuovo compito. Il governo predisporrà ovviamente le nuove misure di sostegno a famiglie, lavoratori, imprese, ma poi sarà il Parlamento, come già avete fatto, con il coinvolgimento anche delle opposizioni, a migliorare la nuova disciplina dei ristori e il vostro contributo, ancora una volta, ne sono sicuro, sarà prezioso.

Ancora. Per il sud, qualcuno ha detto che non ho citato il sud. Attenzione, chiaramente questo è un governo che spesso viene accusato di essere addirittura troppo meridionalista. Il sud è in cima alle priorità dell’agenda di governo, ma non solo per una scelta ideologica, ma perché il divario è tale che se l’Italia non è riuscita ad esprimere l’adeguato potenziale di crescita economica che è nelle proprie corde, questo è dovuto proprio al fatto che il sud non riesce a correre. Dobbiamo far correre il sud, perché in un’economia così integrata, solo così potrà correre il nord e tutta l’Italia. La fiscalità di vantaggio che ho citato, è un provvedimento storico. Anzi io ho detto che prevede la decontribuzione al 30% per tre anni, mi devo correggere: per 5 anni. Rappresenta solo un tassello di una strategia più articolata, molto più complessiva.

La strategia l’abbiamo già dipanata e specificamente indicata nel Piano Sud 2030 che abbiamo presentato a febbraio scorso. Troverete lì un concentrato di misure come mai erano state elaborate prima e pensate. Se guardiamo anche il Recovery Plan di cui parlerò tra un attimo, che adesso nella sua versione aggiornata è arrivato in Parlamento, ebbene noi stiamo concentrando investimenti al Sud secondo una prima stima per circa il 50% ,se consideriamo tutti i progetti che si dispiegano anche in modo trasversale.

Voi stessi avete contribuito all’approvazione di alcune misure dell’ultima legge di bilancio orientate alle imprese e al lavoro al Sud, il credito d’imposta per gli investimenti finanziato per oltre 1 miliardo, il rafforzamento al Sud del fondo per la ricerca e lo sviluppo, il progetto degli ecosistemi dell’innovazione del Mezzogiorno sul modello del polo tecnologico di San Giovanni a Teduccio, un quartiere molto difficile, molto complicato, ricordiamo anche la vertenza annosa, terribile di Whirlpool. E voglio ricordare anche l’allargamento della no tax area per le iscrizioni all’Università: ha avuto una forte incidenza proprio al Sud per l’anno accademico 2020/21. Pensate che nel Sud per la prima volta – è un dato importante che deve rendere felici tutti – abbiamo invertito i segni negativi: le immatricolazioni nel 2020 e nel 2021 per la prima volta hanno avuto un segno positivo negli atenei del Sud e sono aumentate del 7,5%. È un dato incoraggiante.

Nel Recovery Fund troverete tante infrastrutture per il Sud, ferroviarie, per oltre 15 miliardi. C’era un intervento che lamentava scarsa attenzione per la Calabria, ma ci sono 2,3 miliardi solo per le infrastrutture in Calabria.

Nel PNRR troverete molte di queste indicazioni. Come ho già detto arriva qui al Parlamento per consentire a voi di elaborare delle preziose indicazioni, lo avete già fatto con la risoluzione che avete votato approvando le linee guida. Adesso c’è la possibilità di dare un altro prezioso contributo e di dare tutti i suggerimenti, di apportare tutte le migliorie che riterrete nel confronto che proseguirà. Per essere ancor più chiaro avremo ancora la possibilità di interloquire – quindi un’interlocuzione costante – perché quando raccoglieremo le vostre indicazioni insieme a quelle delle parti sociali, noi poi elaboreremo la versione finale del Recovery Plan e ritorneremo qui in Parlamento per accogliere ancora una volta la vostra deliberazione finale.

Ho finito e ovviamente chiedo, da questo punto di vista, signor Presidente e signore e signori deputati, chiedo a nome del Governo di porre la questione di fiducia sull’approvazione della risoluzione di maggioranza.

Grazie ancora.

Servirebbe un sussulto di dignità del Pd

Quando si scompiglia il tavolo da gioco parte la caccia a chi ha fatto saltare il piatto con i pochi spicci che conteneva. Eh sì, un piatto che piangeva dall’inizio del gioco. Un gioco vuoto, privo di contenuti, il niente. Ah no, un balzo c’è stato, il family act, della Bonetti, di Italia Viva. E poi la landa desolata delle parole vuote, delle roboanti promesse del green, della digitalizzazione, delle infrastrutture meno per accontentare i 5 Stelle che vogliono la decrescita felice.

E poi i disastri come il buco nero di Alitalia, quota 100, il reddito per non fare nulla. Con tutto ciò la grancassa della propaganda continua ad enunciare la massima “in una situazione di pandemia così grave è da irresponsabili provocare una crisi”. Invece è da responsabili mandare a fondo un Paese che già galleggiava di suo per la dabbenaggine di governi, uno uguale all’altro, inconcludenti? E, poi ci sono più di 200 miliardi. E basta con la favola che ce li siamo guadagnati per la “bella faccia” o bravura di Conte! Ce li hanno dati per evitare un rovinoso fallimento che avrebbe travolto anche l’Europa

Abbiamo, o no, memoria di tutti i miliardi che la BCE ha comprato del debito italiano? Ecco il nodo, può un governo affrontare questa estrema fiducia che l’Europa ci offre con una banda di incompetenti quale abbiamo? Lo scudo della pandemia per coprire l’inefficienza del governo è patetica, anche perché le scelte non hanno brillato. Si può anche ironizzare, ma certo l’ironia non servirà a risollevare questo Paese. Siamo arrivati, nel discorso di Conte alla Camera, a chiedere voti ai “voltagabbana”, così chiamati dai 5 Stelle con la sicumera dei principianti, legittimando il mercato sporco della politica di basso livello. Nella speranza che tutto possa finire, si chiede anche al PD un sussulto di dignità.

Conte alla Camera: “Una crisi incomprensibile”.

Gentile Presidente, gentili Deputate, gentili Deputati,

all’inizio di questa esperienza di governo, il 9 settembre 2019, prefigurai in quest’Aula un chiaro progetto politico per il Paese.

Precisai subito che il programma sul quale mi accingevo a chiedere la fiducia al Parlamento non si risolveva, non poteva risolversi,  in una mera elencazione di proposte eterogenee né tantomeno in una sterile sommatoria delle posizioni assunte da ciascuna delle forze politiche di maggioranza.

Già allora ero consapevole che un’alleanza tra formazioni politiche provenienti da storie, esperienze, culture di differente estrazione, che per giunta in passato si erano anche contrapposte delle volte anche in maniera aspra, poteva nascere solo sulla base di due discriminanti fondamentali:
a) il convinto ancoraggio ai valori costituzionali (cito solo il primato della persona, lavoro, uguaglianza formale e sostanziale, tutela dell’ambiente);
b) e poi la seconda discriminante fondamentale, la solida vocazione europeista del nostro Paese, in modo da consentire all’Italia di tornare protagonista nello scenario europeo e contribuire a fare recuperare alla medesima all’Unione europea il ruolo di la leadership che le spetta nel contesto geo-politico internazionale.

Sin dal momento dell’elaborazione del programma di governo, mi sono adoperato, insieme alle delegazioni delle forze politiche di maggioranza – lo ricorderanno i delegati – perché si delineasse la prospettiva di un disegno riformatore ampio e coraggioso.

Affermai allora che quel progetto politico avrebbe segnato l’inizio di una nuova – che speravamo e confidiamo ancora –  risolutiva stagione riformatrice, orientata all’edificazione di una società più equa e più inclusiva, capace di coniugare l’obiettivo primario della crescita economica, del rilancio e della modernizzazione con le esigenze imprescindibili della sostenibilità, della coesione sociale e territoriale, sempre nell’orizzonte del pieno sviluppo della persona umana.

Ancora oggi, dopo più di un anno, a riguardare quei ventinove punti programmatici, ravviso che nel progetto di Paese che abbiamo condiviso e delineato insieme, seppure in circostanze e condizioni complesse, c’era visione.

C’era una forte spinta ideale.

C’era un chiaro investimento di fiducia.

Agli inizi del 2020 le condizioni per l’attuazione di quel progetto si sono complicate, si sono dovute misurare con l’uragano della pandemia, che ha sconvolto in profondità la nostra società, le nostre abitudini di vita, il nostro destino collettivo.

La pandemia ci ha costretto a ridefinire le priorità, a ripensare il nostro modello di sviluppo, la dinamica delle nostre relazioni.

Stiamo affrontando una sfida di portata epocale. Ci stiamo misurando con l’esigenza di definire le linee ricostruttive di una società segnata – di nuovo – da paure addirittura primordiali, più spesso conosciute da generazioni del passato, paure legate al rischio di perdere beni essenziali, come la vita e la salute, e di tornare a sentirci profondamente fragili.
Alcune nostre pur radicate certezze sono state improvvisamente poste in discussione.

La “politica” è stata costretta a misurarsi pressochè quotidianamente – forse come mai prima aveva fatto – con la scienza e con la tecnica, nella difficoltà di offrire risposte efficaci e rapide nel corso di una travolgente emergenza sanitaria e di una severa recessione economica.

Anche le nostre – e lo dico da giurista – più consolidate cognizioni giuridiche sono state severamente interrogate. In virtù dello stato di emergenza siamo stati costretti a introdurre –  lo ricordo per primi in Occidente, poi seguiti da tutti gli altri Paesi – misure restrittive dei diritti della persona, operando delicatissimi bilanciamenti dei princìpi e dei diritti costituzionali.

In questi mesi così drammatici, pur a fronte di una complessità senza precedenti, questa maggioranza ha dimostrato grande responsabilità, raggiungendo – certamente anche con fatica – convergenza di vedute e risolutezza di azione, anche nei passaggi più critici.

Abbiamo coltivato un costante e serrato dialogo con tutti i livelli istituzionali, a partire dalle Autorità regionali sino a quelle comunali, nella consapevolezza che solo praticando indefessamente il principio di “leale collaborazione” sarebbe stato possibile perseguire strategie di intervento efficaci, considerato – a tacer d’altro – che le competenze in materia di gestione sanitaria sono rimesse primariamente alle Regioni.

Non solo.

L’esperienza della pandemia ha rafforzato, nelle forze politiche che con lealtà hanno sostenuto il Governo, la consapevolezza del valore del dialogo e del confronto dialettico tra posizioni anche distanti, presupposto ineludibile per compiere le scelte più giuste e per assumere le decisioni fondamentali, alle quali – per la gravità dell’ora – non potevamo certo sottrarci.

Abbiamo operato sempre le scelte migliori? Abbiamo assunto sempre le decisioni più giuste?

Ciascuno esprimerà le proprie valutazioni. Per parte mia posso dire che il Governo ha operato i delicati bilanciamenti degli interessi costituzionali di volta in volta coinvolti, con il massimo scrupolo e con la massima attenzione, nella consapevolezza delle conseguenze di immane portata che si sarebbero prodotte nella vita dei singoli e per il futuro della nostra comunità.

Vedete, se oggi, a Voi che siete in quest’aula e ai cittadini che ci seguono da casa, posso parlare a nome di tutto il governo a testa alta non è per l’arroganza di chi ritiene di non avere mai sbagliato, ma per la consapevolezza di chi, insieme a tutta la squadra di governo, ha impegnato tutte le proprie energie fisiche e intellettive per offrire la migliore protezione possibile alla comunità nazionale.

Nel dibattito pubblico che si è levato in questi mesi, vi è anche un altro elemento da chiarire.

Alcuni ritengono che la pandemia abbia oscurato la “politica”.

Ho già rilevato poco fa che il dialogo tra la politica e la scienza si è infittito particolarmente.

In realtà, mai come in questo periodo la “politica” è stata chiamata ad assolvere alla sua più nobile missione, di operare scelte per il bene comune, alcune delle quali di portata oserei dire “tragica”.

È stata “politica” la scelta di tutelare in via prioritaria la salute, non solo in quanto diritto fondamentale della persona e interesse primario della collettività, ma anche nella consapevolezza che solo – e questa è stata una intuizione che poi è diventata radicata convinzione – tutelando quel bene primario si potesse preservare il tessuto produttivo del Paese.

Tutta “politica” è stata la scelta di destinare – anche ricorrendo a ripetuti e progressivi scostamenti di bilancio – ingenti risorse (più di 100 miliardi di euro in termini di indebitamento netto) al sostegno di lavoratori, imprese, famiglie e categorie fragili, con ristori proporzionati alle perdite subite.

Questi interventi – attenzione – ci hanno permesso di erigere una cintura di protezione sociale ed economica che è stata apprezzata anche da illustri economisti, come il  premio Nobel Paul Krugman.

Fortemente “politica” è stata la determinazione con la quale il Governo, primo fra tutti i governi europei, ha chiesto all’Unione di rispondere alla crisi in modo radicalmente diverso rispetto al passato e di farsi promotrice di politiche espansive, finanziate da strumenti di debito comune, orientate al raggiungimento di strategie condivise.

Lo storico accordo sul programma Next generation EU, per il raggiungimento del quale l’Italia ha avuto un ruolo propulsivo e decisivo, spendendosi in ogni sede, a ogni livello formale e informale, non solo ci consente di disporre di 209 miliardi di euro, ma ha impresso alla politica europea una svolta irreversibile, inaugurando un nuovo corso, suscettibile di mutare profondamente i paradigmi delle politiche economiche e il volto stesso dell’Unione europea.

Non è questo l’esito, anch’esso eminentemente politico, della scelta europeista che ha rappresentato una delle ragioni fondative dell’alleanza di Governo?

Ancora “politica” è stata la scelta di accompagnare le misure emergenziali con interventi strutturali, suscettibili – nel medio e lungo periodo – di generare effetti virtuosi.

Anche nei momenti più complessi dell’emergenza sanitaria ed economica non abbiamo mai rinunciato – pur scontando le note debolezze strutturali accumulate nell’ultimo ventennio – a porre le basi per il rilancio del Paese. Ricordo ad esempio che già con la legge di bilancio per il 2020, il Governo:

– ha introdotto il taglio del cuneo fiscale a beneficio dei lavoratori (reso poi strutturale), il taglio del superticket sanitario e i bonus per gli asili nido, in particolare per i redditi medio-bassi;

– a sostegno degli investimenti privati, abbiamo confermato i principali bonus edilizi, per dare respiro al settore delle costruzioni, in forte crisi da anni, e restituire un volto nuovo alle nostre città;

– abbiamo stanziato importanti risorse per la sostenibilità ambientale e la rigenerazione urbana e trascuro tutti gli altri interventi.

Abbiamo da subito raccolto la sfida di trasformare le difficoltà in opportunità.

Consapevoli delle deficienze strutturali del nostro Paese abbiamo posto le basi per un deciso rilancio della crescita realizzando un ambiente più favorevole agli investimenti privati, più propenso alla ricerca e all’innovazione, più attento alla costruzione e al rafforzamento delle competenze.

La risposta del Governo a queste sfide è visibile sin dai decreti-legge emanati durante le prime fasi dell’emergenza sanitaria e giunge fino alle misure adottate con la legge di bilancio per il 2021, anch’esse di natura strutturale.

Mi riferisco, agli oltre 21 miliardi, ad esempio, da spalmare fra il 2020 e il 2026, di risorse disponibili, al fine di potenziare la rete di assistenza ospedaliera e territoriale, valorizzare il personale medico-infermieristico, assumere personale sanitario e investire nella formazione di medici e infermieri.

 

Per la scuola e l’università, abbiamo ulteriormente rafforzato gli interventi sugli organici e sulla digitalizzazione, gli investimenti nell’edilizia scolastica e universitaria e nella ricerca, oltre ad aver ampliato la no-tax area per gli studenti universitari e per il personale scolastico.

A partire dal prossimo luglio partirà una grande riforma: l’assegno unico mensile per ciascun figlio a carico fino a 21 anni di età, che coinvolgerà circa 12,5 milioni di bambini e ragazzi. Non è un intervento isolato, perché si colloca in una cornice più ampia di interventi, volta ad alleggerire la pressione economica sulle famiglie e a ridurre il carico di cura che grava in particolare sulle donne, stimolando – in prospettiva – anche l’occupazione femminile.

Abbiamo promosso l’introduzione di robusti incentivi agli investimenti privati, privilegiando alcune direttrici fondamentali, quindi esprimendo una chiara visione strategica: la transizione verde e digitale, l’occupazione femminile e giovanile.

Ecco perché abbiamo ulteriormente potenziato il pacchetto “Transizione 4.0”, con una particolare attenzione al supporto agli investimenti in nuove tecnologie digitali, e abbiamo introdotto – a partire dal decreto “Rilancio” e poi con varie migliorie – il superbonus al 110% per l’efficientamento energetico e l’adeguamento antisismico degli edifici.

Abbiamo azzerato per 3 anni i contributi per le assunzioni dei giovani sotto i 35 anni in tutta Italia e abbiamo introdotto una decontribuzione totale per l’assunzione di lavoratrici donne.

Abbiamo introdotto e portato a regime, fino al 2029, per la prima volta, la fiscalità di vantaggio per tutte le imprese che operano nel Mezzogiorno, con un taglio dei contributi previdenziali del 30% per i primi 3 anni e poi a calare.

Vorrei inoltre ricordare due misure molto significative che anche qui hanno espresso ed esprimono una chiara visione strategica per quanto riguarda il rilancio del nostro tessuto produttivo e la maggiore efficacia, produttività, competitività delle nostre imprese.

Mi riferisco al Fondo Patrimonio PMI, gestito da Invitalia, che favorisce la capitalizzazione delle piccole e medie imprese che investono sul proprio rilancio, e al Patrimonio Destinato, gestito da Cassa Depositi e Prestiti, che potrà contribuire non soltanto al sostegno, ma anche alla crescita delle imprese con fatturato superiore a 50 milioni di euro.

Anche in vista della grande sfida rappresentata dal Recovery Plan, abbiamo voluto ridefinire con chiarezza il quadro normativo a supporto degli investimenti pubblici, in particolare quelli infrastrutturali.

Abbiamo preparato il terreno con il decreto-legge “semplificazioni”, abbiamo definito un percorso accelerato per realizzare le varie opere pubbliche e siamo intervenuti a ridefinire il regime di responsabilità della pubblica amministrazione. Sono due traguardi importanti, sia quello che riguarda la ridefinizione della responsabilità erariale, sia quello che riguarda una più puntuale delimitazione del reato di abuso d’ufficio.

Abbiamo creato le premesse, quindi, affinché i funzionari e gli incaricati di pubblici servizi possano operare in un quadro di maggiore certezza giuridica, secondo logiche di maggiore efficienza.

Non avremmo potuto realizzare tutto questo se non ci fosse stata condivisione, collaborazione e responsabilità in ciascuna, ciascuna forza politica.

Pur nella sua tragicità, l’esperienza della pandemia ci ha restituito un forte senso di unità, ha elevato il tenore della nostra alleanza e ha rafforzato le ragioni del nostro stare insieme.

In questa prospettiva, è stato fondamentale il senso di responsabilità manifestato anche dalle forze di opposizione, che – pur nella chiara differenziazione, nella dialettica politica delle differenti posizioni che hanno assunto – hanno contribuito, avete contribuito, ad affrontare alcuni passaggi critici. Bisogna darvene pubblicamente atto. In più occasioni avete votato lo scostamento di bilancio, avete avanzato proposte concrete e qualificanti, alcune delle quali sono state convintamente accolte dalle forze di maggioranza.

Anche grazie a questo dialogo con le opposizioni, con voi forze di opposizione, abbiamo potenziato, in occasione dell’ultima legge di bilancio, le misure di sostegno ad esempio per i lavoratori autonomi e le partite Iva.

Proprio nei momenti più critici della storia di un Paese dobbiamo ritrovare le ragioni nobili e alte della politica, quelle che ispirano le scelte più autentiche, le ragioni che muovono l’impegno di chi crede che la politica sia essenzialmente servizio per la comunità nazionale: non la politica come esercizio del potere, né la politica come mera gestione del contingente, ma la politica come pensiero e azione orientati all’uomo, ai suoi bisogni, alle sue aspettative.

Alla società che sta uscendo dal dramma collettivo della pandemia non possiamo offrire risposte mediocri, come se nulla fosse accaduto.

Dopo aver attraversato questo tornante della storia umana che alla nostra generazione è capitato di vivere, nulla sarà come prima.

Il Governo deve essere all’altezza di questo elevato compito.

Purtroppo al culmine di alcune settimane di attacchi anche mediatici molto aspri, devo dirlo a volte anche scomposti, alcuni esponenti di Italia Viva hanno anticipato e poi confermato di volersi smarcare da questo percorso comune.

Ne è seguita un’astensione delle ministre di Italia Viva al momento dell’approvazione, in Consiglio dei Ministri, del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, nonostante ci sia stato un chiaro contributo, apprezzato contributo al miglioramento della bozza che era stata originariamente presentata, vi è stata questa astensione motivata sostanzialmente o comunque principalmente per il fatto che questa nuova bozza non contempla le risorse del Mes, che però come sapete è uno strumento di finanziamento che nulla ha a che vedere con il Recovery Fund.

Da ultimo, lo scorso 13 gennaio è stata indetta una conferenza stampa nel corso della quale sono state poi confermate le dimissioni delle ministre.

Si è aperta così una crisi che oggi deve trovare qui, in questa sede, il proprio chiarimento, secondo i princìpi di trasparenza del confronto e se mi permettete di linearità di azione che hanno sin qui caratterizzato il mio mandato e che peraltro sono canoni essenziali di una democrazia parlamentare.

E’ una crisi che avviene in una fase cruciale del nostro Paese, quando ancora la pandemia è in pieno corso e tante famiglie che ci stanno guardando in questo momento stanno soffrendo per la perdita dei propri cari.

Confesso, lo devo dire, di avvertire un certo disagio. Sono qui oggi non per annunciare nuove misure di sostegno per i cittadini e le imprese, non per illustrare la bozza ultima, migliorata del Recovery Plan, ma per provare a spiegare una crisi di cui immagino i cittadini, ma, devo confessarlo, io stesso, non ravviso alcun plausibile fondamento.

Le nostre energie dovrebbero essere tutte e sempre concentrate sulle risposte urgenti alla crisi che attanaglia il Paese, mentre invece così, agli occhi di chi ci guarda, dei cittadini in particolare, appaiono dissipate in contrappunti polemici e spesso sterili, del tutto incomprensibili rispetto a chi ogni giorno si misura con la paura della malattia, con lo spettro dell’impoverimento, con il disagio sociale, con l’angoscia del futuro.

Rischiamo così tutti di perdere il contatto con la realtà.

C’era davvero bisogno di aprire una crisi politica in questa fase?

No. E, infatti, i ministri e gli alleati di governo che hanno potuto seguire da vicino, e in dettaglio, le vicende di queste ultime settimane sono testimoni del fatto che abbiamo compiuto ogni sforzo, con la massima disponibilità, per evitare che questa crisi, ormai latente, potesse esplodere.

Nonostante continue pretese, critiche sempre più incalzanti, continui rilanci concentrati peraltro non casualmente sui temi palesemente divisivi rispetto alle varie sensibilità delle forze di maggioranza.

Questa crisi ha aperto una ferita profonda all’interno della compagine di governo e tra le forze di maggioranza, ma ha provocato – e questo è ancora più grave – anche profondo sgomento nel Paese.

Questa crisi rischia di produrre danni notevoli e non solo perché ha già fatto salire lo spread, ma ancor più perché ha attirato l’attenzione dei media internazionali e delle cancellerie straniere.

Arrivati a questo punto, diciamolo con franchezza, non si può cancellare quel che è accaduto, non si può pensare di recuperare quel clima di fiducia e quel senso di affidamento che sono condizioni imprescindibili per poter lavorare, tutti insieme, nell’interesse del Paese.

Adesso si volta pagina. Questo Paese merita un governo coeso, dedito a tempo pieno a lavorare esclusivamente per il benessere dei cittadini e per favorire una pronta ripartenza della nostra vita sociale e una incisiva ripresa della nostra economia.

I compiti sono molteplici e sono tutti urgenti.

A) Innanzitutto dobbiamo continuare a lavorare tutti insieme per mettere in sicurezza il Paese e portarlo fuori da questa pandemia.
Il piano di distribuzione dei vaccini sta procedendo spedito. Siamo i primi nell’Unione europea, ma dobbiamo continuare a lavorare con la massima determinazione, in attesa che si rendano disponibili i nuovi vaccini e di potere sperimentare le nuove terapie monoclonali.

B) Dobbiamo completare il Recovery Plan.
Abbiamo inviato in Parlamento il documento aggiornato e restiamo in attesa di ricevere le vostre preziose indicazioni contenute nelle risoluzioni.
Contemporaneamente avvieremo il confronto con tutte le parti sociali per acquisire tutti i suggerimenti utili a migliorare il Piano.
Voglio approfittare di questa occasione pubblica per rivolgere un pensiero di ringraziamento, a nome del governo, a tutte le associazioni che rappresentano le categorie produttive: con loro il dialogo è sempre continuo e serrato e sarà ancora più intenso adesso con questa nuova bozza migliorata del Recovery Plan. Ma voglio ringraziare anche il sindacato italiano per il grande  sforzo che sta facendo: tutte le associazioni stanno offrendo un contributo indispensabile a rendere i nostri interventi più efficaci. Mi rivolgo direttamente a voi: state contribuendo a rafforzare la tenuta sociale del Paese. Con i protocolli di sicurezza, insieme al CTS e, da ultimo, con la disponibilità a collaborare per velocizzare la somministrazione dei vaccini, avete posto tutte le premesse perché tutela della salute, sicurezza sui luoghi di lavoro e ripresa economica possano marciare all’unisono.
Quanto al cammino del Recovery Plan ricordo che, quando riceveremo le osservazioni del Parlamento e delle parti sociali saremo in condizione di procedere alla stesura finale, che peraltro restituiremo al Parlamento in vista dell’approvazione definitiva.
Rilevo che siamo l’unico Paese che ha coinvolto il Parlamento così intensamente e costantemente. L’avevo anticipato sin dall’inizio: il nostro Piano di ripresa e resilienza sarà un programma ampiamente condiviso, sarà uno sforzo collettivo di cui dovremo andare fieri.
Per ritrovarci nella condizione di essere fieri di questo sforzo dovremo però accompagnare il piano con un provvedimento normativo contenente percorsi procedurali in grado di superare ostacoli burocratici e di assicurare tempi celeri alla realizzazione degli investimenti e del piano di riforme. Insomma dovremo rinforzare quei presidi che ci consentono di rispettare i tempi e di monitorare attentamente l’esecuzione dei lavori.

C) Dobbiamo lavorare con la massima urgenza per varare il nuovo decreto ristori. Il Parlamento sarà chiamato a pronunciarsi sulla nuova richiesta di scostamento, che si è resa necessaria in ragione dell’attuale evoluzione della curva epidemiologica che comporta purtroppo nuove restrizioni per le attività economiche. La somma è molto consistente: pari a 32 miliardi di euro di indebitamento netto. Sono risorse che dovremo programmare con la massima oculatezza per offrire una ulteriore cintura di protezione sociale ed economica e per accantonare le riserve necessarie ad attivare gli ammortizzatori sociali per tutto il 2021.

D) L’Italia ha bisogno di una serie di interventi e di riforme in campo economico-sociale che prevedono un rinnovato impegno del Governo, da qui alla fine naturale della legislatura, sulla base di vari ambiti di intervento, che provo a riassumere:
a) quanto al lavoro, occorre introdurre una riforma che valga a razionalizzare il sistema degli ammortizzatori sociali e solide proposte di politiche attive del lavoro;
b) quanto alla salute: bisogna rafforzare la medicina territoriale e l’assistenza domiciliare;
c) istruzione e ricerca: dobbiamo rafforzare gli investimenti in ricerca, promuovere la connessione tra ricerca e mondo produttivo, come prerequisito per l’innovazione e il trasferimento tecnologico;
d) rivoluzione verde, sostenibilità ambientale e tutela del territorio:  occorre accelerare la decarbonizzazione della produzione di energia elettrica; favorire gli incentivi all’ampia adozione di pratiche eco-compatibili da parte dell’industria; promuovere il rinnovo del parco rotabile pubblico e dei mezzi di trasporto privati e commerciali; potenziare gli interventi di tutela della rete idrica e di messa in sicurezza del territorio; il miglior coordinamento degli interventi di rigenerazione urbana; gli incentivi allo sviluppo di modelli di agricoltura e pesca sostenibili; introdurre appropriate condizionalità ambientali nella ripartizione dei fondi agli enti locali;
e) politica industriale: dobbiamo proseguire nel proteggere e tutelare gli investimenti più strategici del Paese, soprattutto in questo periodo recessivo, e favorire una strategia industriale volta a rilanciare la competitività del sistema produttivo, finalizzata a generare un cambiamento strutturale verso attività economiche ad alto valore aggiunto; per evitare di concentrare gli interventi secondo una logica, certo molto alla portata degli incentivi, che rischiano però di essere distribuiti in modo indiscriminato, apportando scarso valore aggiunto; dobbiamo rafforzare politiche di intervento sulla base delle nostre filiere più salde e produttive: penso a quelle più strategiche per il nostro Paese come il turismo, l’automotive, l’agro-industriale e altro ancora;
dovremo favorire senz’altro meccanismi più innovativi di partenariato pubblico-privato;
f) welfare e Terzo settore: gli investimenti nel welfare, calibrati su bisogni sociali che restano ancora non pienamente soddisfatti – come i servizi abitativi, i servizi per l’infanzia e per la famiglia, i servizi di cura e a beneficio delle vulnerabilità e degli anziani – sono fondamentali per generare un elevato ritorno economico e occupazionale, con vantaggi diffusi per tutto il Paese; e ovviamente sempre centrale dovrà rimanere l’attenzione ai bisogni delle persone con disabilità, alle persone fragili, alle loro famiglie  che soprattutto in questo periodo avvertono più acuta la sofferenza. Ci siamo molto impegnati per loro per favorire le politiche di vita autosufficiente, dobbiamo lavorare ancor di più e guardate che qui in Parlamento avete migliorato tanti di questi interventi. Adesso tutti insieme dobbiamo lavorare per tutelare la figura del caregiver e potenziare gli strumenti, le iniziative utili a rafforzare l’inclusione sociale;
g) politiche di genere ed empowerment femminile: per contrastare i divari di genere è necessario promuovere azioni volte a incrementare l’occupazione femminile e a livellare i gap salariali, a liberare le donne dagli squilibri nei carichi di cura, a rafforzare il sostegno alle donne vittima di violenza, a imprimere un cambiamento culturale ed educativo nella questione di genere e a favorire, in generale, una più trasversale e integrata partecipazione delle donne all’interno della società anche nei posti più apicali;
h) riforma fiscale: è stata già avviata una discussione, che deve quanto prima tradursi in un concreto progetto di riforma non più rinviabile, al fine di razionalizzare e semplificare il quadro normativo esistente, essenziale per ricostruire la fiducia dei cittadini e delle imprese, nonché per conseguire una migliore distribuzione della ricchezza;
i) digitalizzazione: pilastro dell’azione del Governo, la necessità di digitalizzare il Paese, sia per quanto riguarda il sistema produttivo, sia per quanto attiene alla pubblica amministrazione, è quanto mai prioritaria, soprattutto in un momento storico nel quale è emerso con chiarezza che il digital divide è fonte di incremento delle diseguaglianze sociali, territoriali ed economiche;
l) cultura e turismo: allo scopo di rilanciare la cultura e il turismo sono stati individuati i pilastri di una strategia nazionale, sono i settori in assoluto più colpiti da questa pandemia, dobbiamo valorizzazione dei principali asset culturali del Paese, la formazione del personale e il rafforzamento dell’offerta turistica, anche attraverso l’attrazione di nuovi investimenti.

Oggi salutiamo una bella notizia che è stata appena diffusa. Prepariamoci a visitare Procida. E’ la capitale italiana della cultura nel 2022.

Su questi temi è possibile ritrovare – tra le forze parlamentari – una convergenza di prospettive riformatrici e di proposte concrete, sulle quali orientare, per il rilancio del Paese, l’azione futura di governo.

Occorre poi dedicare un particolare impegno per proseguire convintamente il percorso delle riforme istituzionali, precondizione essenziale per la modernizzazione e la maggiore funzionalità delle sue istituzioni.

Tanto più poi, a seguito della storica riforma costituzionale che ha determinato una riduzione consistente del numero dei parlamentari approvata nel referendum confermativo dalla decisa maggioranza dei cittadini.

A tal fine, in materia di legge elettorale il Governo, nel rispetto delle determinazioni delle forze parlamentari, si impegnerà a promuovere una riforma di impianto proporzionale, quanto più possibile condivisa, trattandosi di una riforma di sistema, che possa coniugare efficacemente le ragioni del pluralismo della rappresentanza con l’esigenza, pur ineludibile, di assicurare una complessiva stabilità al sistema politico.

Alla modifica del sistema elettorale devono essere affiancate alcune innovazioni del sistema istituzionale, tanto più necessarie alla luce dell’avvenuta riduzione del numero dei parlamentari, in coerenza con gli indirizzi già condivisi dai gruppi parlamentari di maggioranza, nell’accordo raggiunto nell’ottobre 2019.

Occorre introdurre alcuni correttivi alla forma di Governo, ispirati al modello di un parlamentarismo razionalizzato, che garantisca una più sicura stabilità all’esecutivo e che, al contempo, restituisca al Parlamento un ruolo centrale nella definizione dell’indirizzo politico nazionale.

Per quanto attiene invece al procedimento legislativo, potranno essere introdotte alcune previsioni volte a razionalizzare l’iter di approvazione delle leggi e anche allo scopo di ridurre il ricorso a decretazione d’urgenza che ancor più nell’ultimo anno di questa pandemia ha sensibilmente condizionato l’attività parlamentare.

L’esperienza della pandemia impone anche un’attenta riflessione sulla revisione del Titolo V della Parte II della Costituzione, con particolare riguardo all’assetto delle competenze legislative di Stato e Regioni, come pure alla individuazione di meccanismi e istituti che consentano di coordinare più efficacemente il rapporto tra i diversi livelli di governo.

In questo contesto, occorre garantire e tutelare, con la massima intensità, le autonomie speciali e le minoranze linguistiche. L’interesse nazionale è più che mai connesso, nel solco della nostra migliore tradizione storica e costituzionale, a un sistema che valorizzi, nel quadro dell’unità della Repubblica, le specifiche esigenze economiche e sociali delle diverse realtà territoriali, alcune delle quali – per ragioni geografiche, specificità linguistiche e culturali – indubbiamente meritano attenzione e cura.

Sul piano internazionale, l’Italia si è mossa in piena coerenza con i tradizionali pilastri della propria politica estera, a partire dall’appartenenza all’Unione Europea e all’Alleanza Atlantica, in seno alle quali abbiamo svolto un’azione di impulso e di mediazione all’altezza del nostro ruolo di Paese fondatore.

Quale autorevole membro dell’Unione Europea – funzione pienamente recuperata in questo tratto di legislatura – abbiamo la possibilità di offrire anche un importante contributo a un’utile azione di raccordo fra i principali attori internazionali, a partire naturalmente dagli Stati Uniti – nostro principale alleato e fondamentale partner strategico – e dalla Cina, il cui innegabile rilievo sul piano globale ed economico va associato a rapporti coerenti con un chiaro ancoraggio al nostro sistema di valori e principi.

È appena iniziata la Presidenza italiana del G20: avremo la possibilità di indirizzare l’agenda globale sulle priorità che abbiamo già anticipato e che ruotano sulla triade Persona, Pianeta, Prosperità. Come ho già ricordato in diverse occasioni, porremo al centro dell’attenzione dei leader del mondo, tra gli altri, i temi dell’empowerment femminile, dell’Africa e del digital divide.

Quest’anno avremo anche la responsabilità di condividere con il Regno Unito l’organizzazione della COP26. In Italia si svolgeranno due eventi di grande rilievo: la PreCop e la Youth4Climate. Arriveranno a  Milano centinaia e centinaia di giovani. Sarà un evento importante e una svolta nell’ambito di questo formato.

Ugualmente forte e coerente è stata poi la nostra azione sul piano regionale, anch’essa in linea con il nostro interesse consolidato alla stabilizzazione e allo sviluppo del Mediterraneo – con particolare attenzione per una soluzione politica alla crisi della Libia, nel pieno rispetto della sua sovranità – e al processo di integrazione dei Balcani occidentali, nella convinzione di un destino legato alla loro appartenenza alla famiglia europea.

Specifico rilievo abbiamo infine riservato ad un’intensa azione di sostegno all’internazionalizzazione delle imprese e del nostro sistema economico generale, attraverso un impegno collettivo del governo ed in particolare della Farnesina.

Abbiamo inoltre il privilegio di ospitare quest’anno, il 21 maggio, il Global Health Summit, che ci consentirà di rimarcare, solennemente, la rilevanza di un coordinamento globale degli sforzi per affrontare malattie e pandemie e per garantire la più efficace tutela della salute.

E’ un calendario, lo vedete, che si caratterizza per la densità di eventi e per il rilievo anche politico degli appuntamenti.

Non possiamo farci trovare impreparati o distratti. Siamo tutti chiamati a compiere, ciascuno per il proprio ruolo, uno sforzo collettivo per essere all’altezza di queste sfide.  Per questo, il Governo ha bisogno della massima coesione possibile e del più ampio consenso in Parlamento.

Per fare tutto questo servono un Governo, infatti, e forze parlamentari volenterose, consapevoli delle difficoltà che stiamo attraversando e della delicatezza dei compiti, servono donne e uomini capaci di rifuggire gli egoismi e di scacciare via la tentazione di guardare all’utile personale.

Servono persone disponibili a mantenere elevata la dignità della politica, la più nobile delle arti e dei saperi, se declinata nel giusto spirito che mira sempre ed esclusivamente al benessere dei cittadini e al miglioramento della loro qualità di vita.

Questo Governo intende perseguire un progetto politico ben preciso, che mira a modernizzare il Paese, migliorando le sue infrastrutture materiali e immateriali, compiendo la transizione energetica e digitale, potenziando l’inclusione sociale, il tutto nel segno dello sviluppo sostenibile.

Chi ha idee, progetti, volontà di farsi costruttore insieme a noi di questa alleanza votata a perseguire lo “sviluppo sostenibile”, sappia che questo è il momento giusto per contribuire a questa prospettiva.

Questa alleanza sarà chiamata a esprimere una imprescindibile vocazione europeista. Forze politiche, quindi, che sono chiamate a operare una chiara scelta di campo contro le derive nazionaliste e le logiche sovraniste.

Questa alleanza può già contare su una solida base di dialogo alimentata dal Movimento5stelle, da Pd e da Leu, che sta dimostrando la saldezza del suo ancoraggio e l’ampiezza del suo respiro proprio in occasione della temperie generata da questa crisi.

Sarebbe un arricchimento per questa alleanza, lo voglio affermare molto chiaramente, poter acquisire anche il contributo politico di formazioni che si collocano nel solco delle migliori e più nobili tradizioni europeiste: liberale, popolare, socialista.

Ma chiedo un appoggio limpido, un appoggio trasparente, che si fondi sulla convinta adesione a un progetto politico, che si basi sulla forza e la nitidezza della proposta.

A tutti coloro che hanno a cuore il destino dell’Italia, chiedo oggi: aiutateci. Aiutateci a ripartire con la massima celerità. Aiutateci a rimarginare al più presto la ferita che la crisi in atto ha prodotto nel “patto di fiducia” instaurato con i cittadini.

Cari cittadini avete pienamente ragione. La fiducia tra le istituzioni e voi cittadini deve essere reciproca. Deve essere un moto perpetuo che si alimenta in direzione biunivoca.

Vi abbiamo chiesto e vi stiamo chiedendo tanti sacrifici, grandi e anche piccoli, perché – vi abbiamo detto – sono necessari a superare la pandemia.

Avete offerto una risposta di grande responsabilità, che ha dimostrato la grandezza della nostra Nazione. Rispettando le regole, accettando di fare i sacrifici richiesti state dimostrando di riporre grande fiducia anche nelle istituzioni.

Ecco con il voto di oggi confido che anche le istituzioni sappiano ripagare la vostra fiducia, in modo da porci alle spalle il più rapidamente possibile il grave gesto di irresponsabilità che ci ha precipitato in questa condizione di incertezza.

Alle forze di maggioranza che sostengono questo Governo voglio preannunciare che nei prossimi giorni vi chiederò di completare il confronto già avviato per definire un patto di fine legislatura e concordare insieme, in un clima di piena lealtà e fiducia, le condizioni e le forme più utili anche a rafforzare la squadra di governo.

Per parte mia preannuncio che, viste le nuove sfide che mi attendono, anche gli impegni internazionali, quest’anno, lo avete visto, saranno particolarmente pesanti, non intendo mantenere la delega all’agricoltura se non lo stretto necessario e mi avvarrò anche della facoltà, che la legge mi accorda, di designare un’autorità delegata per l’intelligence di mia fiducia, come prescrive la legge, che possa seguire l’operato quotidiano delle donne e degli uomini del comparto di intelligence.

Vi faccio un invito collettivo a tutti. Vedete, sono stati giorni difficili e le polemiche politiche hanno coinvolto anche, purtroppo, il comparto di intelligence. Siete tutti parlamentari, se avete delle proposte di modifica della legge, seguite i tradizionali canali istituzionali. Se avete delle richieste di verifica e controllo, ci sono i vostri colleghi del Copasir, deputati a questa funzione, ma teniamo fuori il comparto di intelligence dalle polemiche.

Da parte mia, assicuro la massima disponibilità e l’impegno a guidare, con il contributo di tutti, questa fase così decisiva per il rinnovamento del Paese.
Come ha affermato il Presidente della Repubblica nel suo messaggio di fine anno, “la fiducia di cui abbiamo bisogno si costruisce così: tenendo connesse le responsabilità delle Istituzioni con i sentimenti delle persone”.

Se il Parlamento vorrà accordare al Governo la fiducia, garantisco a tutti i cittadini che non solo continueremo a impiegare tutte le nostre energie, fisiche e intellettive, per assolvere al nostro compito. Ma ci aggiungeremo anche, come sempre, il nostro cuore, perché la politica senza la “sympatheia”, quel sentimento di reale condivisione, è una disciplina senz’anima.

Costruiamo questo nuovo vincolo politico, rivolto alle forze parlamentari che hanno sostenuto con lealtà il Governo e aperto a tutti coloro che hanno a cuore il destino dell’Italia. Io sono disposto a fare la mia parte.

Viva l’Italia.

Grazie.

Crisi di governo, aspetti positivi e aspetti nefasti.

Tra le cose più divertenti e simpatiche di questa surreale e grave crisi di governo c’è il confronto  tra i renziani – o i dipendenti, a seconda dei punti di vista – di Italia Viva e i gli ex turbo renziani,  almeno così dicono, presenti tuttora nel Pd. Da Marcucci a Guerini, da Fassino a Del Rio. Il filo  rosso che li accomuna è la continua ed ostentata – malgrado ciò che sta capitando sotto gli occhi  di tutti gli italiani lasciandoci semplicemente basiti per i comportanti irresponsabili e  destabilizzanti del rottamatore fiorentino – stima nei confronti del loro ”capo” o ex “capo”. Passato  o presente poco cambia.

Del resto, lo si deve ammettere, anche se spiace ammetterlo. Quando in  politica ci si riconosce in un capo e non in un leader, si hanno di norma atteggiamenti o servili, o  di grande apprezzamento o di mera subalternità. E, sempre di norma, non emerge quasi mai la  forza di contestare apertamente quel capo quando non si condivide ciò che dice e ciò che  predica. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti proprio in questi giorni. Malgrado aver provocato  questa paradossale crisi di governo gettando l’intero paese in un caos politico ed istituzionale  devastante per tutti i cittadini, non mancano affatto gli apprezzamenti del “capo” di ieri o di oggi  e, addirittura, la eventuale necessità di riallacciare un rapporto e un confronto politico con il loro  prediletto di riferimento. Pare una barzelletta, invece è proprio così. È appena sufficiente leggere  le varie interviste dei renziani in servizio effettivo in Italia Viva e degli ex renziani, per il momento  ancora pentiti nel Pd, per rendersene conto. 

Ma, accanto a questa curiosità, che non stupisce affatto gli addetti ai lavori, c’è un altro elemento  che, invece, può emergere definitivamente e finalmente da questa surreale di governo. Per la  verità se ne parla da tempo ma adesso può decollare. Mi riferisco ad una definizione e ad un  consolidamento politico ed organizzativo del cosiddetto “partito di centro”. O meglio, di “una  politica di centro”. Superando, finalmente, quella polverizzazione e quella frammentazione politica  e di sigle che ancora sino a qualche mese fa imperava in quest’area politica. Una frammentazione  che ha generato, e che genererebbe, solo e soltanto fallimenti politici ed elettorali, come  l’esperienza politica ha ampiamente confermato in questi ultimi anni. Uno spazio che adesso si  intravede, al di là degli escamotage e degli equilibrismi della politica italiana. Del resto, di una  “politica di centro” il sistema politico italiano ne ha estremamente bisogno. Uno spazio e un’area  politica, culturale, sociale e di governo, ovviamente plurale, che sappia essere punto di riferimento  per una politica sinceramente riformista, democratica e che sappia dispiegare una vera cultura di  governo. E questo al di là di come sarà risolta questa paradossale crisi di governo provocata da  un atteggiamento irresponsabile del capo di Italia Viva.  

Ecco, due elementi, tra i tanti, che emergono da questa incredibile e surreale crisi di governo.  L’uno, quello dei renziani autentici e pentiti, divertente e simpatico anche se politicamente  miserevole. L’altro, quello del decollo di un’area di centro e di una politica di centro, politicamente  rilevante e di qualità. A volte, anche dai momenti più spericolati e dagli snodi più impensabili della  vicenda politica, possono partire processi destinati a cambiare in profondità gli stessi equilibri  politici nazionali e locali. 

Una la lettura dei fenomeni politici attraverso gli strumenti digitali. Oggi parliamo di “Crisi di governo”.

Innanzi tutto andiamo a vedere la situazione dei due protagonisti della crisi politica, negli ultimi 12 mesi, e vediamo come la visibilità di Giuseppe Conte rispetto a Matteo Renzi è stata incommensurabile nel periodo marzo/maggio 2020 ma anche negli ultimi mesi, a partire da ottobre 2020. Matteo Renzi invece è sostanzialmente inconsistente, si incrementano le ricerche su di lui solo dopo le prime minacce sulla crisi di governo.

 

Anche la capacità di Renzi di collocarsi come leader nazionale è molto modesta (la sua roccaforte si conferma infatti essere la Toscana con qualche strascico in Liguria). Giuseppe Conte che invece riceve alto interesse da tutto lo stivale.

Analizzando i dati delle forze politiche che sostenevano il governo, è evidente che l’interesse degli italiani per Italia Viva è minimo. Solo lo scatenarsi della crisi di governo ha fatto scatenare l’interesse per il partito di Renzi.

Infatti il tema “Crisi di governo” si è sempre più imposto all’attenzione degli italiani. Possiamo anche notare che questo tema cresce parallelamente ad un altro, quello del “Recovery Fund”.

Se andiamo ad analizzare l’interesse degli italiani per i singoli ministri, il quadro che si delinea conferma la sostanziale invisibilità del Ministro Bellanova di Italia Viva (in ultima posizione rispetto alla Azzolina, Speranza, Di Maio e Lamorgese).

Se togliamo la ministra Azzolina, che negli ultimi 12 mesi che è stata il ministro più cercato su Google in tutta Italia, e ci concentriamo sugli altri 4 ministri, anche a livello regionale la ministra Bellanova non emerge per interesse in nessuna regione, nemmeno quelle in cui c’è una forte propensione verso l’agricoltura e le imprese di trasformazione dell’agroalimentare.

 

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Allora c’è da chiedersi, e qualcuno probabilmente se lo sarà chiesto, quale tema trova interesse negli italiani? Quale tema può dare visibilità oggi ad un partito politico?
La risposta è nel grafico sottostante, dove è evidente che “crisi di governo” è l’unico tema che ha la forze di sovrastare la maggior parte delle issue d’attualità, eccezion fatta per “covid 19” dove però Giuseppe Conte risulta essere un testimonial d’eccezione.

 

 

 

 

 

L’esempio dai veri ricostruttori del dopoguerra

Il punto ancora scoperto del Recovery Plan è la governance!
Cancellata quella iniziale che cristallizzava tutto il potere a Palazzo Chigi esautorando il
ministro dell’Economia, ancora non sappiamo quale direzione si vorrà prendere.
Potrebbe essere quella della delega alla Ricostruzione come nel Governo Parri con Enesto Rossi sottosegretario da luglio a dicembre del 1945 e nel Primo De Gasperi con il Ministero che fu affidato a Ugo La Malfa, da dicembre del 1945 a luglio 1946, non proprio un dilettante come dimostrerà la sua storia personale e politica.

De Gasperi seguiva da vicino i dossier economi e finanziari anche per superare le valutazioni non concordanti tra Pella e Vanoni. Per coordinare la politica economica e finanziaria aveva rilanciato il CIR comitato interministeriale per la Ricostruzione nominandone segretario generale Mario Ferrari Aggradi! De Gasperi aveva l’umiltà di farsi dare lezioni di economia da Mario Ferrari Aggradi come ha ricordato Giorgio Tupini nelle sue testimonianze.

Oppure c’è la strada del Cipe comitato interministeriale della Programmazione economica ora diventato anche per lo sviluppo Sostenibile oppure del Cipi comitato interministeriale programmazione industriale che fu istituito con la legge 675 del 1977 per la riconversione industriale, soppressò nel 1993 con la legge 537.
I modelli non mancano.

Importante è fare una scelta in cui sono chiare e trasparenti le responsabilitá verso il Parlamento evitando la proliferazione di Authority che sfuggono a qualsiasi controllo.
I cosiddetti costruttori dovrebbero prendere esempio dai veri ricostruttori del dopoguerra.

Il cittadino Donald Trump e i suoi processi

Donald Trump non ha perso solo le elezioni del 3 novembre. Ha anche perso l’immunità. Così all’improvviso il cittadino Trump si troverà di fronte a innumerevoli processi
Ma quali sono i casi principali e le indagini aperte?

Frode fiscale nello Stato di New York. La nuvola principale sull’orizzonte giudiziario di Donald Trump è posta da Cyrus Vance, il procuratore distrettuale di Manhattan. Le indagini che svolge da due anni costituiscono l’unica indagine penale aperta oggi su Donald Trump. Attualmente l’inchiesta è in fase di stallo. Questo perché il Presidente ha chiesto di bloccare l’obbligo di consegnare le sue dichiarazioni dei redditi e altri documenti, controversia su cui la Corte suprema dovrà pronunciarsi a breve. Poco si sa delle indagini della Procura, in quanto protette dal segreto della procedura del gran giurì. Ma, nel documentare la battaglia per ottenere le dichiarazioni dei redditi di Trump, il team di Vance ha parlato di “condotta criminale estesa e prolungata presso la Trump Organization”.

Incitamento all’insurrezione. Dopo che orde di suoi seguaci hanno preso d’assalto il Campidoglio degli Stati Uniti il ​​6 gennaio, la Camera dei Rappresentanti la scorsa settimana ha approvato il secondo impeachment di Donald Trump.

Ostruzione di giustizia. Il procuratore speciale Robert Mueller, dopo due anni di indagini sul complotto russo conclusosi nel marzo 2019, non ha trovato prove di una cospirazione di Donald Trump con la Russia, ma ha evitato di scagionarlo dal reato di ostruzione alla giustizia. Ha dettagliato numerosi episodi che, secondo il procuratore  costituiscono “prove sufficienti” che Trump abbia ostacolato la giustizia.

Finanziamento illegale. Durante la prima campagna presidenziale, sembra  siano verificate irregolarità.  Lo stesso Presidente aveva a tal proposito ammesso i finanziamenti illegali del suo storico avvocato Micheal Cohen. Dichiarando però che ciò non rappresentava un crimine. Tuttavia, i procuratori e Cohen non sono dello stesso avviso.

Frode fiscale federale. Il 27 settembre il New York Times ha scatenato un’autentica bomba informativa sulla campagna: Donald Trump ha pagato solo 750 dollari di imposta sul reddito nel 2016,anno in cui è stato eletto Presidente, e non ha pagato nulla in 10 degli ultimi 15 anni. Tra il torrente di informazioni rivelato dal giornale, dopo aver accesso a due decenni di documenti fiscali, ci sono detrazioni sorprendenti, come $ 70.000 per le proprie spese di parrucchiere nel suo programma televisivo o milionari e pagamenti loschi di consulenza, alcuni dei quali sono andati a sua figlia Ivanka. Se i pubblici ministeri ritengono che abbia deliberatamente cercato di frodare lo stato, potrebbero sporgere denuncia contro Trump, e l’autorità fiscale potrebbe anche rivendicare importi che ritiene avrebbe dovuto pagare e non ha pagato.

Frode immobiliare. C’è un’altra indagine aperta, presso l’ufficio del procuratore generale dello Stato di New York guidato da Letitia James, sul fatto che la società di famiglia di Trump abbia mentito sulla valutazione dei suoi beni immobili per ottenere prestiti o benefici fiscali. L’indagine, al momento, è di natura civile, ma James potrebbe cambiarla in criminale in qualsiasi momento se rileva prove di condotta criminale.

Violazione della clausola sugli emolumenti. Sono tre le cause intentate contro Trump, due da membri del Congresso e procuratori generali democratici e una da un gruppo indipendente, per presunta violazione della cosiddetta clausola degli emolumenti della Costituzione. Ciò vieta al Presidente di ricevere regali da governi stranieri, cosa che ritengono abbia fatto il Presidente accettando il denaro che le autorità dell’Arabia Saudita e di altri paesi hanno speso per le prenotazioni presso l’hotel Trump a Washington, che è diventato un centro di potere. Ma si tratta di cause legali che miravano principalmente alla rimozione del Presidente dalle sue attività private e, una volta cessato l’incarico, rischiano di essere archiviate.

Querela per frode intentata da sua nipote. La psicologa Mary Trump, figlia del defunto fratello maggiore del Presidente, è stata una feroce critica nei confronti di suo zio, che definisce “l’uomo più pericoloso del mondo”. L’autrice ha fatto causa a suo zio a settembre per aver cospirato con i suoi fratelli per truffarla, usando documenti falsi e altri trucchi per nascondere milioni di dollari dalla proprietà del padre. Trump per difendersi sostiene che Mary Trump ha violato una clausola di riservatezza che ha firmato quando ha accettato l’accordo sul testamento.

Querela per diffamazione contro Jean Carroll. Scrittrice e popolare editorialista, Carroll ha raccontato in un libro pubblicato sulla rivista di New York nel giugno 2019 come l’attuale Presidente l’ha violentata in un grande magazzino di Manhattan a metà degli anni ’90. Trump ha risposto che Carroll mentiva.

Summer Zervos querela per diffamazione. Una concorrente del programma televisivo di Trump The Apprentice, Zervos ha affermato poco prima delle elezioni del 2016 che il Presidente uscente l’ha baciata e palpata quando è andata a chiedergli consigli sulla sua carriera nel 2007. Trump ha negato l’accusa e ha definito la Zervos una bugiarda, denunciandola per diffamazione nel 2017.

Agricoltura, approvata la legge sul biologico in commissione Senato

La commissione Agricoltura del Senato ha approvato il disegno di legge “Disposizioni per la tutela, lo sviluppo e la competitività della produzione agricola, agroalimentare e dell’acquacoltura con metodo biologico”.

Il biologico in Italia

l’Italia del bio è leader in Europa con 80mila operatori e 2 milioni di ettari coltivati, pari al 15,8 % della superficie agricola utilizzabile nazionale. La Penisola si posiziona molto al di sopra della media Ue, che nel 2018 si attestava all’8%, e a quella dei principali Paesi produttori come Spagna (10,1%), Germania (9,07%) e Francia (8,06%). Negli ultimi dieci anni, i terreni coltivati con questo metodo sono aumentati di oltre il 75% e i consumi sono più che triplicati. Con questa legge tutto il settore biologico, che riduce fortemente gli impatti negativi dell’agricoltura sugli ecosistemi ed i carichi emissivi, può divenire apripista e modello strategico per attuare la transizione ecologica di tutto il sistema agroalimentare del nostro paese, favorendo a pieno titolo ed in modo attivo e determinante il green deal europeo.

Le novità la legge sull’agricoltura biologica

Tra le novità normative introdotte dalla legge sull’agricoltura biologica, vi è l’introduzione di un marchio per il bio italiano così da distinguere tutti i prodotti biologici realizzati con materie prime coltivate o allevate nel nostro Paese, un modo per garantire la massima trasparenza sull’origine e la filiera dei prodotti e per rendere maggiormente consapevoli i consumatori. Viene istituito, inoltre, un Tavolo tecnico presso il ministero delle Politiche Agricole che coinvolgerà esperti, ricercatori e rappresentanti del settore della produzione biologica al fine di individuare le criticità del settore e offrire le relative soluzioni. Viene rafforzata, poi, la filiera biologica attraverso la promozione dell’aggregazione tra produttori.

Legambiente: “Legge sul bio è un traguardo che aspettiamo da tempo”

“Esprimiamo grande soddisfazione – afferma Stefano Ciafani Presidente Nazionale di Legambiente – per l’approvazione all’unanimità arrivata ieri, da parte della Commissione agricoltura del Senato, del disegno di legge sull’agricoltura biologica. Si tratta di un importantissimo traguardo che aspettavamo da molto tempo e che finalmente è stato raggiunto al quale auspichiamo possa seguire in tempi rapidi l’approvazione del testo in Aula. È senza alcun dubbio di fondamentale importanza che il nostro Paese possa avere finalmente una legge che favorisce, incentiva e promuove l’agricoltura biologica. Coltivare e produrre alimenti contrassegnati dal marchio bio, rappresenta una grande opportunità per la nostra Penisola alla luce degli obiettivi del green deal europeo e delle strategie Farm to fork e Biodiversità che mirano a triplicare entro il 2020 le superfici bio e a ridurre del 50% l’uso dei pesticidi. L’adozione di questo dispositivo è quindi cruciale e determinante sia per la tutela della salute dei cittadini, sia per la salvaguardia degli ecosistemi che per la competitività dell’economia del Paese”.

“Il testo approvato – dichiara Angelo Gentili responsabile Agricoltura di Legambiente – introduce un marchio per ‘biologico italiano’ che può contribuire a consolidare le produzioni, dando più forza ai produttori agricoli nazionali e che rappresenta un obbiettivo di grande portata per rafforzare la filiera sostenibile dell’intero sistema agroalimentare, abbinando al made in Italy il rispetto dell’ambiente e della salute dei consumatori. La legge prevede, inoltre, un tavolo tecnico, un piano di azione nazionale, un fondo per lo sviluppo dell’agricoltura biologica, specifici percorsi formativi e di ricerca, la nascita dei distretti biologici per coinvolgere in modo capillare e determinante i territori. Sono stati infine approvati degli emendamenti che integrano positivamente il testo già approvato alla Camera rafforzando alcuni temi come le sementi biologiche ed il sistema dei controlli all’interno della filiera”.

Voci per la libertà – Una canzone per Amnesty

L’anno di “Voci per la libertà – Una canzone per Amnesty” si apre con molte importanti novità, a partire dalla media partnership con Rai Radio1, una delle più seguite radio italiane, che affiancherà il festival nella nuova edizione, la 24a, prevista dal 23 al 25 luglio a Rosolina Mare (Rovigo), e nei vari altri appuntamenti precedenti e successivi.

Grande soddisfazione del direttore artistico Michele Lionello che dichiara: “siamo davvero orgogliosi per questa significativa partnership che accompagnerà il festival 2021, Rai Radio1 seguirà la manifestazione con un’importante copertura mediatica che darà ancora più prestigio al lavoro di promozione della musica e dei diritti umani”.

È una nuova media partnership – dice Simona Sala, direttrice di Radio 1 e dei GR – che accende un riflettore importante sul festival musicale di Amnesty International. Un tema, quello dei diritti umani, che Radio 1 considera sempre più centrale nella sua programmazione. Risulta dunque naturale instaurare un legame con una manifestazione che da 24 anni se ne occupa attraverso la cultura musicale di qualità e l’aggregazione giovanile”.

Mentre si avviano i lavori per le prime fasi del Premio Amnesty International Italia 2021 nelle sezioni emergenti e big (riservate a canzoni che trattino di diritti umani), il 5 febbraio uscirà la versione in vinile ad edizione limitata e numerata della raccolta della 23a edizione, che raccoglie i brani dei protagonisti del festival 2020, dai vincitori Niccolò Fabi e H.E.R. ai nomi affermati come Marina Rei, Margherita Vicario e Meganoidi, fino alle finaliste del contest per emergenti, Agnese Valle, Adriana, Assia Fiorillo, Micaela Tempesta e agli ospiti Grace N Kaos e The Boylers. Il lavoro, pubblicato da Ala Bianca, è già disponibile nella versione in digitale (questo il multilink: vocixlaliberta.lnk.to/2020 ).

Numerose poi le iniziative online che vedranno il festival come protagonista. Voci per la Liberà è tra i promotori del Rainbow FreeDay (www.rainbowfreeday.com), un’iniziativa nata da una cordata di operatori della cultura e dello spettacolo per mettere al centro dell’attenzione la creatività più creativa che c’è, quella dei lavoratori indipendenti. Dal 15 al 30 gennaio si alterneranno musica, cinema, arte letteratura e molto altro. Voci per la Libertà sarà presente il 17 alle 15 con i finalisti dell’ultima edizione, il 23 alle 18 con Michele Lionello che assieme alla Rete dei festival farà un focus sui contest per emergenti e il 26 alle 21 con H.E.R., che sarà ospite di Red Ronnie TV.

Il 5 febbraio invece, sui canali social del festival, alle 21 ci sarà la presentazione ufficiale dell’album in vinile, “Voci x la Libertà – Una canzone per Amnesty 23a edizione”, con molti dei protagonisti della raccolta e la conduzione di Savino Zaba.

Per quanto riguarda i Premi Amnesty International Italia 2021, nella sezione dedicata ad un big della musica italiana tutti possono segnalare all’indirizzo info@vociperlaliberta.it, entro il 28 febbraio, brani che siano stati pubblicati tra il 1 gennaio 2020 e il 31 dicembre 2020, che siano interpretati da un artista italiano noto e che trattino appunto temi legati alla Dichiarazione universale dei diritti umani.

Uno staff composto da esponenti di Amnesty International Italia e di Voci per la Libertà ne selezionerà dieci. Le nomination verranno quindi sottoposte a una giuria di importanti addetti ai lavori (giornalisti, conduttori radiofonici e televisivi, docenti universitari, studiosi, intellettuali, referenti di Amnesty International Italia e di Voci per la Libertà), che eleggerà tra le canzoni candidate il Premio Amnesty International Italia, sezione Big, 2021.

Negli anni hanno vinto questo premio: Daniele Silvestri, Ivano Fossati, Modena City Ramblers, Paola Turci, Samuele Bersani, Subsonica, Vinicio Capossela, Carmen Consoli, Simone Cristicchi, Fiorella Mannoia e Frankie Hi-Nrg, Enzo Avitabile e Francesco Guccini, Max e Francesco Gazzè, Mannarino, Edoardo Bennato, Nada Malanima, Brunori Sas, Roy Paci e Niccolò Fabi.

Nel frattempo è partito anche il concorso per il premio riservato agli artisti emergenti con il nuovo bando, a cui possono partecipare cantautori e band con un brano sui diritti umani, in qualsiasi lingua o dialetto e di qualsiasi genere musicale. La scadenza del bando è fissata per lunedì 3 maggio, ma gli artisti che si iscriveranno entro il 15 marzo avranno inoltre la possibilità di partecipare al Premio WEB. Il bando e ulteriori informazioni sono disponibili su: www.vociperlaliberta.it/festival/premio-amnesty-emergenti

Covid: “Ogni variante di Sars-CoV-2 inquieta”

“Ogni variante di Sars-CoV-2 che si affaccia in qualche area del mondo e mostra un impatto significativo inquieta e per questo bisogna velocizzare la vaccinazione e prendere provvedimenti per monitorare e fermare la diffusione di queste varianti”. A sottolinearlo all’Adnkronos Salute è il virologo dell’università degli Studi di Milano, Fabrizio Pregliasco, analizzando la situazione alla luce delle diverse segnalazioni di varianti che si susseguono in queste settimane e su cui si è concentrata la preoccupazione a livello internazionale.

Prima la variante inglese, caratterizzata secondo quanto evidenziato dal Regno Unito da una maggiore trasmissibilità, poi la variante sudafricana e ora quella del Brasile su cui c’è abbastanza allarme anche per i casi di reinfezione segnalati dal ministero della salute locale. “Vedremo se i vaccini attuali funzionano anche su quest’ultima variante identificata, come sembra succeda per la variante inglese, secondo i primi dati. Ma teniamo presente che la piattaforma di vaccini a Rna permette un aggiornamento rapido dei prodotti scudo”, assicura l’esperto.

L’importante, ribadisce Pregliasco, è però che la vaccinazione proceda nella maniera più spedita possibile. “C’è grande richiesta di vaccini, ma si registrano anche casi di vendita al migliore offerente nel mondo e invece si dovrebbe lavorare sull’equità di accesso” alle iniezioni scudo. Per superare lo scoglio delle forniture limitate di dosi, visto che al momento sono poche le aziende che hanno il via libera di enti regolatori e la richiesta è tanta, “penso che l’unica possibilità sia proprio un’alleanza tra case farmaceutiche”, ragiona il virologo in riferimento per esempio all’annuncio della Francia sulla possibilità che Sanofi aiuti a produrre vaccini della concorrenza (Pfizer o Janssen) in attesa del lancio del suo prodotto scudo.

“E’ l’unica via che mi sembra percorribile in tempi veloci. L’Europa, se queste alleanze si concretizzano, potrà accaparrarsi più dosi. E a livello internazionale si dovrà anche fare in modo che i Paesi con redditi più bassi non restino in ‘braghe di tela’ – conclude Pregliasco – Non è solo una questione che riguarda queste realtà, ma è anche nostro interesse che si realizzi una vaccinazione globale senza disuguaglianze. Perché se non c’è una copertura omogenea nel mondo, rimangono sacche pericolose che potrebbero permettere al virus di rialzare la testa”.

A Conte non conviene traccheggiare, né portare la crisi sul terreno della sfida. Dopo Montecitorio, salga al Quirinale e si dimetta.

È normale che una crisi nata male, e cioè per intemperanza e presunzione sparse a piene mani dal leader di un partito della maggioranza, incontri sulla strada insidie quotidiane. È normale persino che si registrino i soliti colpi di scena: le contraddizioni sono forti, in effetti, e servirebbe una spiccata capacità di tenere ferma la barra del timone. Ma ciò che non è normale è proprio la sensazione di vuoto che avvolge la strategia – se tale possiamo definirla – del cerchio magico di Conte.

Non si esce dal marasma senza una limpida iniziativa, ora necessaria più che mai vista l’impossibilità di sanare la defezione di Italia Viva con la cattura di consensi improvvisati. Men che meno se ne esce con la configurazione a tavolino di raggruppamenti che appaiono ben lontani da una minima piattaforma di credibilità politica. Per questo, nelle ultime ore, la manovra di Palazzo Chigi è rallentata. Aggiungere confusione a confusione non aiuta il Presidente del Consiglio. Chissà se non rifletta egli stesso sulla debolezza di una scelta, quella della verifica in Parlamento senza ragionevoli garanzie, allorché un di più di coraggio e determinazione, con la formalizzazione della crisi, avrebbe potuto rafforzare il suo profilo di uomo delle istituzioni. A forza di trattare con ironia i riti della Prima Repubblica, si finisce per ignorarne il contenuto di saggezza e verità.

Si è capito che andare avanti alla cieca mina qualsiasi prospettiva di rilancio della leadership di Conte. Una leadership, per altro, che registra l’apprezzamento di parte cospicua della pubblica opinione, tanto che il “partito di Conte” guadagna spazio e consensi nei sondaggi. Anche questo però rientra nel giudizio negativo sull’attacco sferrato da Renzi in un momento così difficile della vita politica nazionale, scegliendo a bersaglio una figura che appare fuori dalla mischia; quanto durerebbe se di colpo fosse stravolta la pittura, sicché a lui, raffigurato finora come Presidente sotto assedio, venisse imputato all’improvviso il disdoro di una oscura ed arruffata conduzione della crisi?

Siamo al punto di svolta. Non è una politica il “chi entra e chi esce”, la retromarcia possibile di Italia Viva o l’impossibile disponibilità dell’Udc, la pazienza e insieme il disagio del Pd, vale a dire il suo sottile desiderio di elezioni anticipate, né infine la vociante sicumera dei grillini, tornati a far festa nei Palazzi; non è con una politica siffatta, cioè, che si sbroglia la matassa di una verifica più complicata del previsto, nonostante abbia risuonato l’appello di Mattarella e Papa Francesco, ciascuno secondo il proprio ufficio, a preservare le ragioni di fondo della coesione civile e morale del Paese. 

Gli ultimi segnali di Palazzo Chigi indicano la volontà di procedere a passo spedito, senza tentennamenti. È giusta questa linea? Certo, è giusta se vale come attestato di rinuncia a ogni tentazione trasformistica, ma non lo è o lo è molto meno se contempla l’esaltazione della sfida per la sfida. Non è detto però che la pubblica opinione ne sia così entusiasta. Conte invece potrebbe decidere di riferire alla Camera e poi tornare al Quirinale per le dimissioni, senza attendere un voto che pure, a Montecitorio, è dato per scontato. Se esiste un margine per ricomporre un quadro, anche con l’auspicio che possa essere arricchito di nuove istanze e nuove energie, è più probabile che esista e si manifesti nel contesto di una crisi formalmente consacrata. A Conte conviene prendere il toro per le corna e compiere adesso un atto di rigore e trasparenza, dopo averne esclusa l’opportunità all’indomani della rottura con Italia Viva.

Crisi di Governo: a due passi dalla soluzione.

Immagino siano ore frenetiche. Anche perché, come indicato perentoriamente dal Presidente della Repubblica, il premier Conte, alla Camera, si presenterà lunedì. Quindi non si è perso un giorno.

Gli indicatori danno comunque una soluzione: nessuno intende andare alle elezioni, anche i possibili vincitori, perché lascerebbero a casa, una buona quantità di parlamentari attualmente presenti alla Camera e al Senato.

La vera forza di questa maggioranza, sono i 345, tra senatori e deputati che lascerebbero le penne nel prossimo Parlamento. Quest’ultimo motivo è, sopra ogni altra cosa, l’irriducibile verità che garantisce ai due rami, la loro permanenza fino al 2023.

In cuor loro, così io penso, credo che una soluzione sia trovata. Certo, alcuni urleranno, altri grideranno allo scandalo, altri ancora sorrideranno, ma è indubbio che, sotto sotto, tutti saranno felici. Il solito gioco delle parti. Importante è non perdere il ruolo che essi coprono.

In un modo o nell’altro, martedì prossimo, Giuseppe Conte resterà in sella. Troppo pericoloso mandarlo a gambe all’aria. Probabilmente, non trovassero i numeri sufficienti per raggiungere il fatidico numero di 161, troveranno un marchingegno, al fine di superare l’ostacolo, almeno in questo frangente. Poi si vedrà.

In un regime parlamentare è legittimo, in virtù della libertà concessa al parlamentare, di cambiare casacca e di passare da un gruppo all’altro. È sempre successo. È successo nel primo governo Conte, come nel secondo governo Conte. E se andiamo indietro nel tempo, troveremmo esempi sia a destra sia a sinistra a non finire.

Le regole sono queste e i giochi si fanno secondo quei codici. Se si vuole rigidità, se si pretende rigidità, si devono cambiare quelle.

In ogni caso, è del tutto evidente che questo bubbone politico non ci voleva proprio, vista la pessima condizione in cui ci troviamo. Ciechi sono coloro i quali portano oggi ad esempio il caso olandese, scordandosi di precisare che l’Olanda va ad elezioni naturali tra tre mesi.

Una cosa è sicura, comunque vada, il soggetto che più di ogni altro ha pagato per le sue intemperanze, è Matteo Renzi, il quale potrebbe in un colpo solo perdere i suoi Ministri, sciogliere il gruppo e trovarsi ai margini della realtà politica.

Con la sua mossa, difficilmente troverà più collocazione nella compagine di centro sinistra e non potrà essere nemmeno ospitato nel campo del centro destra.

Stati Uniti – Europa. L’alleanza distrutta

Very large 3D render of blended US and EU flags.

La scorsa settimana, il Segretario di Stato Mike Pompeo ha annullato l’ultimo viaggio con i leader europei e della NATO. Ufficialmente perché potesse lavorare sulla transizione di Biden. Anche se da più parti si sospetta che il massimo diplomatico americano si sia reso conto che aveva organizzato una festa di uscita a cui nessuno voleva partecipare.

Per tutto il mandato di Trump, ha tartassato gli europei basti ricordare i dazi di Donald Trump contro il made in Europe.

Era improbabile che Pompeo venisse accolto, a questo punto, calorosamente durante il suo tour di addio.

Ma l’aspetto economico non è il solo motivo. Secondo molti osservatori l’era Trump ha, con la sua politica, minato le stesse basi dell’amicizia atlantica.

“Gli europei hanno considerato gli ultimi quattro anni estremamente ripugnanti. Sono rimasti perplessi dagli inviati di Trump, come Richard Grenell in Germania, che si sono presentati e hanno iniziato a comportarsi come i conduttori di Fox News e ad insultare il paese con cui avrebbero dovuto costruire relazioni, ” ha detto Tyson Barker, un anziano Analista europeo ed ex funzionario del Dipartimento di Stato di Barack Obama.

Trump, purtroppo, vedeva l’Europa come un nemico e si è fatto in quattro per annullare gradualmente molto di ciò per cui l’UE stava lavorando sulla scena mondiale, come l’accordo nucleare iraniano e l’accordo sul clima di Parigi.

Sebbene l’ipotesi sia che le relazioni transatlantiche miglioreranno sotto Biden, quattro anni di carneficina hanno spaventato la scena politica europea, che difficilmente riuscirà a tornare al punto iniziale.

“Le relazioni europee sono cambiate e ora saranno avvolte dallo scetticismo”, ha affermato Cathryn Cluver Ashbrook, direttore esecutivo del Progetto sull’Europa e le relazioni transatlantiche presso la Harvard Kennedy School.

Turismo: l’emergenza Covid è costata complessivamente 23 miliardi.

L’emergenza Covid è costata complessivamente 23 miliardi di mancati introiti al turismo solo per la mancanza di viaggiatori stranieri nel 2020 ma il conto è destinato a salire con lo stop alle vacanze invernali sulla neve. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti sulla base dei dati di Bankitalia sul turismo internazionale nel periodo da gennaio ad ottobre 2020.

Si è verificato – sottolinea la Coldiretti – un calo del 58% della spesa dei viaggiatori stranieri in Italia che è risultata pari ad appena 16,6 miliardi di euro per un totale di 36,1 milioni di turisti nel periodo considerato. Si tratta di un vuoto pesante che grava sul sistema turistico nazionale per le mancate spese nell’alloggio, nell’alimentazione, nei trasporti, divertimenti, shopping e souvenir secondo l’analisi della Coldiretti. Il cibo – precisa la Coldiretti – diventato la voce principale del budget delle famiglie in vacanza in Italia con circa un terzo della spesa di italiani e stranieri destinato alla tavola per consumare pasti in ristoranti, pizzerie, trattorie o agriturismi, ma anche per cibo di strada o specialità enogastronomiche. Ad essere colpite sono state soprattutto le città d’arte che sono le storiche mete del turismo dall’estero con trattorie, ristoranti e bar praticamente vuoti ma in difficoltà anche gli agriturismi dove gli stranieri in alcune regioni rappresentavano tradizionalmente oltre la metà degli ospiti nelle campagne

A preoccupare ora sono gli effetti dello stop al turismo invernale destinato ad avere effetti non solo sulle piste da sci ma – precisa la Coldiretti – sull’intero indotto delle vacanze in montagna, dall’attività dei rifugi alle malghe con la produzione dei pregiati formaggi. Proprio dal lavoro di fine anno dipende buona parte della sopravvivenza delle strutture agricole che con le attività di allevamento e coltivazione – conclude la Coldiretti – svolgono un ruolo fondamentale per il presidio del territorio contro il dissesto idrogeologico, l’abbandono e lo spopolamento.

Legambiente, Italia ancora in ritardo sui bus elettrici

L’Italia è in forte ritardo sugli investimenti in mobilità elettrica. A rivelarlo, un nuovo studio di Transport & Environment, ONG ambientalista e promotrice della campagna Clean Cities, a cui collabora anche Legambiente. L’analisi prende in esame 17 Paesi europei ed evidenzia la percentuale di immatricolazione di nuovi autobus a zero emissioni. L’Italia è in fondo alla classifica, con solo il 5,4% di nuovi bus entrati in servizio nel 2019 a idrogeno o elettrici, seguita solo da Grecia, Svizzera, Irlanda e Austria.

Un dato che diventa ancora più preoccupante se si pensa che il nostro Paese è uno tra i principali acquirenti di autobus in Europa: Italia, Polonia, Germania, Regno Unito, Spagna e Francia acquistano circa il 70% dei bus urbani europei, e la loro mancata conversione a una mobilità più sostenibile rallenta in modo significativo la diffusione di bus a emissioni zero del continente, con un impatto altissimo per l’ambiente.

E mentre l’80% degli investimenti tedeschi del 2020 sono destinati ad autobus elettrici, e la Polonia annuncia che nelle città con una popolazione di 100.000 o più persone tutto il trasporto pubblico sarà elettrico entro il 2030, stanziando oltre 290 milioni di euro per sostenere questo obiettivo, l’Italia resta indietro. Secondo i dati ANFIA, nel 2019 sono stati immatricolati in Italia solo 63 bus elettrici e a idrogeno: 16 in Sicilia, 15 in Lombardia, 13 in Piemonte, 10 in Liguria.

“Nel primo semestre del 2020 l’Italia ha messo in strada solo 170 nuovi bus, contro i 363 del primo semestre 2019, registrando un calo del 53% e diminuendo gli acquisti sulla mobilità pubblica in un momento in cui avere più mezzi era necessario per garantire distanziamento”, ha dichiarato Andrea Poggio, responsabile mobilità sostenibile di Legambiente. “Inoltre, in seguito all’emergenza Covid sono stati estesi i contributi pubblici per l’acquisto di nuovi autobus, anche di quelli a metano o diesel, con il risultato che compriamo meno autobus dei grandi paesi europei e gran parte dei quali ancora fortemente inquinanti. Non possiamo condannare le nostre città a usare mezzi pubblici vecchi, inquinanti ed alimentati a gasolio o gas fossile, con l’unica eccezione dell’olio di palma, ancora più nocivo del petrolio a livello ambientale”.

A guidare la classifica europea di bus a emissioni zero sono Danimarca, Lussemburgo e Paesi Bassi. Il 78% degli autobus danesi immatricolati nel 2019 è elettrico o a idrogeno, come il 67% di quelli lussemburghesi e il 66% degli olandesi. Anche Svezia, Norvegia e Finlandia sono tra i primi, i cui autobus elettrici rappresentano rispettivamente il 26%, 24% e 23% degli immatricolati.

Transport & Environment pubblica, inoltre, un report che identifica cinque passaggi chiave per implementare la percentuale di autobus elettrici su strada, a partire dalla leadership politica e dal sostegno finanziario. Il dossier, che prende in esame 13 casi studio, vuole fornire una guida ai Comuni e agli operatori che intendono investire sugli e-bus. I casi studio italiani riguardano alcune città piemontesi (Asti, Cuneo, Alessandria e Torino) e la città di Milano. Sia Torino che Milano, infatti, sono due delle quattro città italiane (insieme a Cagliari e Bergamo) che prevedono un trasporto pubblico locale a emissioni zero entro il 2030.

L’acquisto dei farmaci durante la pandemia

Assorted pills

Dal monitoraggio dell’acquisto dei farmaci durante la pandemia COVID-19 è possibile analizzare l’andamento dei consumi dei medicinali.

Il monitoraggio, che sarà aggiornato con cadenza mensile, rivela che:

– Il consumo eparina e glucocortisonici – farmaci di prima linea per la terapia anti COVID-19 – è aumentato, come atteso, nel 2020 rispetto al 2019, sia tra gli acquisti ospedalieri sia tra quelli presso le farmacie territoriali;

– a partire da aprile 2020 si è ridotto il consumo di antivirali risultati meno efficaci contro il COVID-19, e quindi non più raccomandati dall’AIFA per quest’uso (Lopinavir/ ritonavir, Darunavir/ cobicistat, colchicina e idrosicolorochina);

– nel corso del 2020 si registra una crescita negli acquisti di azitromicina sebbene AIFA non ne abbia approvato l’uso per COVID-19;

– tra i farmaci non specifici per il COVID-19, si evidenzia in ambito ospedaliero rispetto al 2019 un aumento di anestetici generali e stimolanti cardiaci iniettivi (entrambi utilizzati nelle terapie intensive e subintensive);

– gli acquisti ospedalieri di farmaci oncologici endovena nel 2019 si sono ridotti e sono stati in parte compensati dalla crescita dei farmaci sottocutanei e orali;

– tra i farmaci acquistati nelle farmacie territoriali, è aumentato rispetto al 2019 il consumo di ansiolitici, mentre si è ridotto quello dei FANS;

– i farmaci per la disfunzione erettile e i contraccettivi di emergenza hanno mostrato una riduzione significativa d’uso nel periodo del lockdown (marzo/maggio 2020).

La crisi impone di guardare avanti. Il bisogno di unità, forte nel paese, rimette in gioco la funzione del popolarismo

Con grande rapidità è cambiato lo scenario. Dopo il messaggio di Mattarella a fine d’anno, con quell’accenno fugace ma potente alla responsabilità dei costruttori, a sorpresa Papa Francesco interveniva per esaltare il dovere della politica a tenere unito il Paese. A parole si sono mostrati tutti un po’ d’accordo, assai meno nella pratica. Però nelle pieghe della società questo bisogno di maggiore coesione esiste, andando a modificare, passaggio dopo passaggio, il dna della vecchia dialettica politica. È un fenomeno che esige una interpretazione corretta, fuori dal tramestio di polemiche datate. In verità emerge una disposizione al contenimento del conflitto, in particolare come arma di difesa dinanzi alla ostinata condizione emergenziale. Pertanto, ampliare e non diminuire lo spettro delle convergenze politiche, questo dovrebbe essere il programma di un nuovo “partito della nazione”.  Per adesso lo si scorge, come altre volte rilevato, nell’ondeggiare di un sentimento che progredisce sulla lenta scia di una galassia extraparlamentare.

In agenda sta dunque la ricerca di un motivo costruttivo, evocativamente unitario nei limiti del possibile, da mettere in opera con generosità nell’interesse del Paese. Le ragioni degli uni e degli altri dovrebbero coesistere nel quadro di una rinnovata tensione solidaristica, senza con ciò pretendere di uniformare i diversi punti di vista. Certo, non è quello che vediamo profilarsi all’orizzonte dopo l’uscita dal governo dei ministri di Italia Viva. Lo strappo poteva essere evitato, in ultimo è trasceso nell’errore. Da mesi però le critiche di Renzi ponevano l’accento sulla insufficienza dell’azione dell’esecutivo; da mesi cresceva altresì la spinta a far chiarezza sulle scelte da compiere nell’ambito del Recovery Plan di Bruxelles. Dietro le quinte hanno prevalso i tatticismi, tanto da determinare un qualche logoramento della stessa immagine dell’Italia. Chi aveva più responsabilità ha preferito lucrare sulle contraddizioni, lasciando che impazzissero le cause del conflitto.  

Conte cerca di rivoltare il guanto della sfida mirando al disinnesco dell’offensiva scomposta del renzismo. Si può comprendere l’ardimento, ma non si tratta di un’impresa facile. Pur con l’ingresso in maggioranza di alcuni senatori al posto del drappello di Italia Viva, il governo continuerebbe a fare i conti con il fantasma della instabilità. Bisogna essere consapevoli che un gruppo di volenterosi non si trasforma in quattro e quattr’otto in un vero soggetto politico. Al momento, senza nulla togliere alla bontà delle intenzioni, sembra la scalata a una parete di sapone.  Manca un baricentro. Molto dipende dal felpato manovrismo del Nazareno, con l’appannemento del gruppo dirigente di un partito che i suoi costituenti avevano conformato attorno alla conquista di una futura sintesi riformatrice, fuori dalle gabbie ideologiche del Novecento. 

In realtà, da quelle parti, nel mondo che affonda le radici nella scissione di Livorno del 1921, circola sempre il virus politico dell’egemonismo. Zingaretti, svincolato da un obbligo di diplomazia, opterebbe volentieri per le elezioni anticipate, se non altro nella speranza di portare a casa una stabilizzazione purchessia dell’area di sinistra. Invece, data la premessa qui considerata, il problema più importante è la virtuosa o, meglio ancora, creativa stabilizzazione del Paese. Ora, fermo restando il richiamo del Papa, viene da chiedersi se l’iniziativa dei cattolici non debba misurarsi con questa esigenza di unità. Il salto della politica, per usare una formula che Benigno Zaccagnini aveva fatto sua, suggerisce al cristiano l’assunzione di un compito profilato sul binomio di autonomia e laicità, aperto alla coscienza del tempo da vivere ed amare, informato perciò a valori di condivisione. Il ritorno al popolarismo si carica di questa sollecitazione impregnata di concretezza e attualità.

Un segnale di cambiamento lo si attende, a giusta ragione, da più parti e con più energia. Perché Calenda, ad esempio, dovrebbe restare all’opposizione? Il suo discorso sulla “maggioranza von der Leyen”, anche se precoce in questa Italia tardo-bipolare, contribuisce a uno spirito di novità. La crisi di governo può essere chiusa guardando indietro o marciando in avanti: nel primo caso, basta semplicemente confidare nella magia dei numeri, in stretto ossequio alle regole della democrazia parlamentare; nel secondo, si tratta d’investire nella trasformazione del grigio consenso del tabellone parlamentare nella quadricromia di una nuova proposta politica. Solo questo può svincolare la vicenda politica di Conte, immersa nel lavacro della verifica e soggetta a necessarie aperture, dal rischio di una consunzione a fuoco lento. Ci vogliono idee e passioni per innervare il piano di rilancio, per essere al centro di uno sviluppo tutto nuovo, come fosse una pacifica rivoluzione, per giustapporre al sovranismo l’alternativa a più voci del solidarismo.

Andreotti, l’archivio “apostolico” e il cinema italiano

Nel 2008 l’editore Arnoldo Mondadori dava alle stampe un bel libro sulla figura di Andreotti. Chi scrive ricorda bene la presentazione del volume nella sala conferenze al primo piano dell’Istituto Sturzo (gremita fino all’inverosimile) alla presenza dell’autore Massimo Franco, del diplomatico Riccardo Sessa e di Francesco Cossiga. Il Presidente emerito deliziò il pubblico raccontando una serie di aneddoti sul Divo Giulio, tra cui una passione giovanile per Mary Gassman, la sorella di Vittorio. Forse non era un retroscena inedito, ma al giovane cronista sembrò essere tale. Oggi quel libro viene ripubblicato (passando da Mondadori a Solferino) con l’aggiunta di un paio di nuovi capitoli. Sono la logica conseguenza dell’apertura dell’archivio “apostolico” vaticano (non più “segreto” per espressa volontà di Papa Francesco) agli anni del pontificato di Pio XII (1939-1958). 

Probabilmente Andreotti avrebbe approvato la “metamorfosi verbale” di Papa Francesco, da archivio “segreto” al più neutrale “apostolico”. Almeno lo avrebbe detto ufficialmente, tranne poi forse esprimere segretamente (senza confessarlo neppure a se stesso) una sua radicata convinzione. E cioè che le riforme, anche quelle fatte con le migliori intenzioni, di solito peggiorano le cose. Eppure sarebbe stato ben gratificato nel vedere quante volte è presente nel periodo in questione. 

Dalle carte messe a disposizione dall’archivio, emerge un giovane Sottosegretario di De Gasperi che compie i primi passi felpati nelle stanze del potere, sebbene già ben adagiato negli angoli più strategici, al crocevia di molte questioni di un Paese che si doveva risollevare dalle macerie di un conflitto disastroso. Le prime citazioni che affiorano dagli archivi riguardano il suo ruolo di mediatore dei giovani catto-comunisti di Franco Rodano, messi all’indice da Pio XII e dalla “penna” fedele del giovane Andreotti. Il suo nome compare per la prima volta negli archivi vaticani nel 1943 (in qualità di Presidente della Fuci) e di fatto non scompare più. 

Nel fascicolo degli archivi emerge anche il suo rapporto con il cinema italiano. Dalle polemiche sul neorealismo passando per le prime leggi sul diritto d’autore nel settore audiovisivo. La lunga parabola pubblica di Andreotti è strettamente legata alla storia del cinema italiano. Ed è una vicenda ricca di episodi, prese di posizione, controversie, amicizie con attori e registi.

Perfino leggende: la famosa frase «i panni sporchi si lavano in famiglia», che nel 1948 il futuro senatore a vita avrebbe riferito al capolavoro di Vittorio De Sica (Ladri di biciclette), a leggere le carte del diretto interessato non sarebbe stata mai pronunciata.

«Io il censore del cinema italiano? Ma se ho riaperto Cinecittà e rilanciato i nostri film nel mondo», annota nei suoi Diari quando gli viene rinfacciata la sua posizione anti-neorealista. Una corrente cinematografica, come sappiamo, in realtà avversata. L’Italia, scrive Andreotti, «non è popolata soltanto da pensionati in miseria e ladri di biciclette, è anche la terra di Don Bosco e di Forlanini».

Così un altro film di Vittorio De Sica (Umberto D) viene bollato come «disfattista». In realtà Andreotti si fa interprete pure delle preoccupazioni della Santa Sede. Il Sostituto alla Segreteria di Stato, mons. Giovanni Battista Montini (il futuro Paolo VI) si rammarica che “la maggior parte dei registi italiani non nutrisse sentimenti cattolici”. E nell’Italia bacchettona degli anni ’50, annota le “vibrate proteste” di Pio XII per alcune “scene femminili” non proprio apprezzate. 

In realtà, al Divo Giulio è stato riconosciuto un ruolo decisivo nella rinascita dell’industria cinematografica italiana nel dopoguerra. Dall’archivio apostolico, spuntano anche alcune lettere in difesa di Roberto Rossellini, attaccato dalla Legion of Decency americana per la sua relazione con Ingrid Bergman (che era sposata) e una trattativa con il Dipartimento di Stato Usa per una maggiore libertà nell’esportare i film italiani negli Stati Uniti.

Sottosegretario allo Spettacolo tra il 1948 e il 1954, Andreotti libera Cinecittà dagli sfollati del dopoguerra e firma la prima legge sul cinema. Impone una sorta di “dazio” sui film stranieri, istituisce il primo “fondo per lo spettacolo” e i premi alle opere di maggior valore artistico. Rilancia sia la Mostra internazionale d’arte cinematografica (il festival di Venezia) sia le sale parrocchiali. E annota ironico nei suoi Diari: «Noi cattolici siamo stati un po’ ingenui a lasciare il cinema nelle mani delle sinistre…».

Ricordo di una conversazione con l’ex Presidente della Camera dei deputati. On.le Fausto Bertinotti

Presidente Bertinotti, a giudizio di molti stiamo vivendo una lunga fase di transizione: nella cultura, nella società, nei valori propri della convivenza civile, nelle relazioni personali, a scuola, in famiglia, nelle istituzioni.  Come orientare il timone per uscirne fuori? Da dove possiamo cominciare? E che messaggio di incoraggiamento e di speranza possiamo dare ai giovani che vogliono impegnarsi nella società civile per progettare e costruire un mondo migliore? Mi interessa in concetto di ‘bene comune’: è un fine effettivamente perseguibile?

Il bene comune è un fine perseguibile in ogni tempo e in ogni parte del mondo: occorre distinguere il tentativo di perseguirlo dalla possibilità di raggiungerlo. In ogni caso è già abbastanza significativo che questa definizione abbia subito una modificazione che gli fa preferire il plurale “beni comuni”, che sono una cosa importante: si pensi alla grande questione dell’acqua che impone una modificazione profonda al modo di pensare all’utilizzo delle risorse o – nei processi di privatizzazione – alla riscoperta del bene della comunità. La pluralizzazione è anche indicativa di una sorta di preoccupazione sull’incapacità, in questa fase storica di perseguire l’obiettivo ambizioso “del bene comune”. Il mio punto di vista è molto pratico: io penso che negli ultimi venticinque anni sia avvenuta una grande “controriforma”, sul piano mondiale, su scala europea e nazionale. I trent’anni ‘gloriosi e virtuosi’ della Repubblica italiana, pur in mezzo a drammi e conflitti anche gravi, successivi alla vittoria sul nazifascismo e all’approdo alla Carta Costituzione sono stati seguiti – nell’ultimo quarto di secolo – da un’insieme di pratiche, comportamenti, leggi, accordi che sono andati contro l’ispirazione e lo spirito originario della nostra Costituzione che era invece profondamente segnata dall’idea di bene comune. La prima condizione per ripartire è prendere atto di questa durissima verità: che siamo all’interno di un ciclo controriformatore nel quale la dignità della persona, il valore della natura, la condizione delle lavoratrici e dei lavoratori sono stati schiacciati dal predominio del ‘mercato’. In questa condizione la politica è entrata in una crisi drammatica e dunque il problema che oggi si pone in Europa è quello della ricostruzione, della reinvenzione della democrazia e di un diverso modello sociale. Ma la condizione per ricominciare è di avere il coraggio di guardare in faccia la realtà.

Ciò che sta dicendo – Presidente – mi fa ricordare le parole del filosofo Galimberti e del sociologo Acquaviva: la sudditanza della politica all’economia e al pensiero-che-fa-di calcolo e la deriva minimalista di una politica che si preoccupa solo “dell’ovvio”…..

Ciò che ha pesato è stata la sconfitta del ‘900. Il ‘900 ha visto configurarsi una ‘scalata al cielo’, la rovina di questa ascesa, il suo fallimento e la restaurazione capitalistica.

Il Suo impegno politico continua con la direzione della Rivista “Alternative per il socialismo” che esprimendo il significato di un ”laboratorio di idee e iniziative” – facendo tesoro della storia e delle esperienze – intende rilanciare un progetto di tipo ideologico- culturale. Che cosa resta del passato, della militanza, degli schieramenti, delle alleanze e dei distinguo e quali reali alternative sembrano praticabili? Personalmente non credo alla teoria del cominciamento, all’anno zero, dal quale si riparte per cambiare tutto. Eppure avverto la consapevolezza di vivere in un’epoca che pone l’esigenza di rilanciare un nuovo umanesimo, che esprime l’emergenza di ridisegnare i contenuti  antropologici dei concetti di libertà e dignità. Condivide?

Condivido in larga misura ma penso che la nozione da cui partire sia la crisi della politica e – all’interno di questo processo, contemporaneamente – alla crisi della sinistra politica in Europa. In ciò distinguo questa nostra esperienza dalla condizione della politica e delle sinistre nell’America Latina. Secondo me oggi l’Europa vive una crisi drammatica della politica della sinistra e della democrazia. Questa considerazione impone – per progettare il futuro – una rivisitazione del passato: non c’è futuro senza passato. Tuttavia su questo punto occorre fare chiarezza. Noi abbiamo assistito a due fenomeni opposti ma entrambi disastrosi: uno è stato l’abbandono totale del terreno su cui si era costruita l’esperienza politica della sinistra e del movimento operaio nel ‘900 e cioè l’idea di “uguaglianza”. Dopo il crollo dei regimi dell’Est e l’avvento della globalizzazione questa idea è stata – anche a sinistra – abbandonata come fosse un ferrovecchio, di cui prima ci si liberava … prima si poteva correre sui nuovi lidi della modernizzazione. L’altro errore – opposto- è quello della testarda ripetizione dello schema del ‘900, come se il movimento operaio fosse rimasto lo stesso, integro nella sua storia e nella sua riproposizione, cosa che ha fatto perdere la nozione del cambiamento culturale che stava invece intervenendo. Il problema che la sinistra ha di fronte è lo stesso che il cambiamento del ciclo ci aveva consegnato, il crollo dei regimi dell’Est e l’avvento della restaurazione conservatrice che si è chiamata globalizzazione. Entrambe le strade imboccate sono fallite clamorosamente: occorre allora ripensare a quanto affermava uno dei più grandi, intriganti, critici e originali filosofi del ‘900 – Walter Benjamin- il quale ricordava ai rivoluzionari che per poter precettare il futuro bisognava realizzare ciò che lui definiva “il balzo di tigre” e cioè la riappropriazione, per usare un suo termine ..”la rammemorazione” della cultura dei vinti-giusti, allo scopo di poter riaggiornare una rielaborazione complessiva capace di mettere i “nuovi ultimi”  in condizione di riprendere il cammino.

Consideriamo alcune derive a forte caratterizzazione negativa che contraddistinguono da tempo il quadro politico: la personalizzazione, a cominciare dalla egemonizzazione dei partiti stessi, lo scontro tra i poteri dello Stato, la mancanza di progetti condivisibili, l’assenza di un atteggiamento pacato di confronto e di dialogo, come spesso richiamato dal nostro Presidente della Repubblica. Che cosa rende rancoroso e inconcludente questo dibattito centrato sulla sistematica demonizzazione degli avversari, dai toni alti e conflittuali, lontano dai bisogni reali del popolo?

Indubbiamente la crisi della democrazia, come fattore scatenante.  E la progressiva trasformazione della nostra società da “società democratica” a “società oligarchica”, ciò che ha prodotto una spoliazione delle istituzioni e della politica che sono progressivamente occupate da un linguaggio, da modalità, da  strutture che sono quelle tipiche del mercato. Il mercato – espandendosi – occupa, nella sua capacità diffusiva, gli spazi vuoti lasciati dalla politica. C’è poi l’aspetto critico della democrazia rappresentativa: le assemblee elettive, il Parlamento sono mere casse di risonanza dei Governi. La politica è stata progressivamente espropriata e sostituita dal problema del “governo” e della “governamentalità”: da un lato c’è una strisciante, oligarchica tecnocratizzazione del potere e dall’altro una superfetazione della personalizzazione, della spettacolarizzazione che l’ha coperta e nascosta. Costruendo una sostanziale impermeabilizzazione dei luoghi di formazione delle decisioni e delle azioni rispetto ai movimenti della società civile: qui siamo già oltre il gap tra “paese legale” e “paese reale”. Penso che la rivincita mercatista e della logica d’impresa legate al come il capitalismo europeo ha affrontato prima la globalizzazione e poi la sua crisi, ha sostanzialmente teso a rendere ‘ineluttabili’ le scelte di politica economica e di politica sociale, le ha presentate come necessarie, mistificandole. Questa presunta ineluttabilità ha portato alla morte della democrazia. Ecco perché i Governi – a loro volta plasmati da organismi sovranazionali (la BCE, il FMI, l’OMC e sostanzialmente la finanziarizzazione) – hanno plasmato le forze politiche. Guardare la crisi della politica dal buco della serratura della sua – peraltro esistente –  corruzione interna è prendere lucciole per lanterne: in questo modo non si vede che “l’assassino” della politica non è questo o quel politico pur deplorevole ma è invece l’affermazione schiacciante del mercato sulla politica.

Ci sono alcune emergenze – peraltro  rinnovate dalle scelte di inclusione dei Paesi che hanno recentemente aderito all’Unione – che ci riguardano come cittadini della Comunità Europea: la sicurezza sociale, i focolai di fondamentalismo, il terrorismo internazionale, i processi di globalizzazione economica, la ventata di recessione che sta attraversando l’intero pianeta, la concorrenza dei Paesi dell’Est, la cooperazione internazionale, i flussi migratori extracomunitari, il mercato del lavoro, le risorse energetiche, il cambiamento climatico, la formazione delle giovani generazioni e della futura classe dirigente. Si ha tuttavia la percezione che queste problematiche restino marginali rispetto ad una elaborazione progettuale della politica del nostro Paese e siano avvertite nel senso civico collettivo solo come pericoli, emergenze, salti nel buio. Ci sarà uno spazio per superare questa assenza, in termini di dibattito, di responsabilità e di proposte?

Intanto occorre selezionare i temi, il tutto equivale a niente: per essere efficaci, occorre individuare un ‘bandolo della matassa’, capace di restituire un punto di vista critico sull’esistente, una chiave di volta per leggere e interpretare bisogni e progetti. E’ questo il lavoro che manca: siamo tutti molto descrittivi ma incapaci di elaborare delle sintesi. Io credo allora che oltre gli assemblaggi bisogna riagguantare come bandolo della matassa, come snodo centrale il grande tema del lavoro, che è il prisma entro il quale si può vedere la crisi di civiltà e di cittadinanza che ha investito l’Europa. La disoccupazione, la precarietà, la flessibilità come richiesta di puro adattamento della condizione umana al mercato e al nuovo ‘macchinismo’, sono il banco di prova entro il quale si possono vedere le altre mille facce del prisma. Operazione necessaria che, invece, proprio non accade perché sul tema del ‘lavoro’ è in atto un’offensiva (si veda l’esempio di Marchionne) attraverso  la proposta di nuove relazioni sociali fondate su un’organizzazione della produzione intrinsecamente autoritarie e perciò negatrici dei diritti dei lavoratori, del sindacato, del valore del ‘contratto sociale’. Questa sfida – per poter essere affrontata – deve essere connessa  ai molti altri piani su cui avviene  oggi questa offensiva per ridurre l’uomo ad una pura appendice del ciclo economico. Una appendice della assolutizzazione della competitività. Si possono indagare allora le nuove figure di lavoratori nell’economia della conoscenza, per ciò che di promettente hanno e per ciò che di alienante mettono in luce e si possono vedere le espropriazioni costanti che la logica del capitalismo produce, come furto della natura, come furto del futuro, come spersonalizzazione. Penso allora che se si vuole ricostruire, si vuole dare una nuova idea di società, occorre disporre di una leva che si identifica nel tema dell’uguaglianza, che trova a sua volta nella questione del lavoro uno degli elementi cruciali. I movimenti  che attraversano l’Europa  si interfacciano su questi temi ma sono orfani della politica e risultano incapaci di interconnettersi tra loro. Trovo che questo sia oggi il compito della politica:  ricostruire una coalizione sui temi del diritto del lavoro.

Nella società del sospetto e dell’indifferenza, dove la corruzione è quasi considerata una consuetudine irreversibile abbiamo bisogno di politici onesti ed esemplari nei loro comportamenti pubblici. E in un mondo dove tutto si aggiusta, si occulta, si dimentica, occorre che il rispetto delle regole e il principio di legalità  maturino un nuovo senso civico in tutti i cittadini. Puntare il dito su pochi può essere un demagogico spot elettorale ma alla lunga non paga: davvero la gente è sempre migliore dei suoi rappresentanti?

Capisco il senso di questa critica in nome della ragione etica, che è figlia della migliore cultura liberale – presente oggi anche a sinistra – ma debbo confessarle che a me convince poco. C’è indubbiamente nella storia del Paese una deriva di trasformismo politico, di propensione alla corruzione delle classi dirigenti, alla degenerazione della democrazia. Però io debbo opporre a questo ragionamento la storia:  l’Italia della Resistenza, dell’antifascismo, dei grandi partiti di massa, del  conflitto sociale, delle grandi costruzioni ideologiche, ha dato luogo per un lungo periodo ad un rapporto tra il paese reale e il paese ufficiale “denso”, anche drammaticamente denso, ad una classe dirigente di tutto rispetto, prima che cominciasse la degenerazione che poi ha portato a tangentopoli, con una severità anche nei costumi, come si può constatare nell’avvio del secondo dopoguerra ed anche ad un processo di realizzazione di cose importanti, basti pensare a cosa è stato l’intervento pubblico in economia, la riqualificazione dell’IRI, il percorso straordinario di esperienze sindacali che ci ha portato fino allo “Statuto dei diritti dei lavoratori” e alla stagione di partecipazione sociale. L’Italia non è sempre stata il paese del trasformismo né delle classi politiche degenerate: è stata cosa diversa a seconda delle fasi e dei cicli e a seconda di quali fossero le egemonie che si alternavano alla guida del Paese. Naturalmente io non nego che il berlusconismo sia un fenomeno specifico che ha fatto lievitare le derive degenerative nel campo della politica., però bisogna chiedersi perché il sistema maggioritario ha prodotto più guai di quanto fosse lecito immaginarsi, bisognerà chiedersi pure perché il sistema dell’alternanza si è in realtà configurato come il generatore di un sistema politico portato alla marcescenza, e come mai in questo periodo denominato della “Seconda Repubblica” i partiti siano diventati un’ombra squalificata di ciò che invece erano stati punti nevralgici della crescita del Paese. La crescita della democrazia in Italia ha una curvatura particolare ma non dobbiamo dimenticare che siamo parte di un fenomeno europeo.

Sui problemi della tutela ambientale ho sentito i rappresentanti di Legambiente e di Green Peace:  emerge l’urgenza di scelte sulle fonti energetiche, l’inquinamento, l’acqua per evitare un lento e irreversibile consumo del pianeta. Ma vengono evidenziati anche comportamenti virtuosi, c’è un forte recupero di questo tema nelle coscienze singole e nei comportamenti collettivi. La questione si pone in termini di responsabilità della politica, dell’economia, di scelte strategiche planetarie oppure vale anche – nel suo significato simbolico –  la metafora di Ermanno Olmi: ripartire dalla cura dell’orto, dal particolare, da ciò che ci circonda, abituarci a stili di vita più semplici e salutari? 

Indubbiamente la critica dei comportamenti, anche per i deficit della politica, è diventata molto rilevante, anche per certe scelte di stili di vita orientati alla logica della società dei consumi. E poi ci sono delle imputazioni culturali di fondo: basti pensare a come la questione del cibo è stata riposizionata nella vita delle persone, alle esperienze di ‘Terra madre’ e Slow Food,  alle scelte ecologiste che sono emerse in mezzo a mille difficoltà, al successo della raccolta delle firme il referendum sull’acqua pubblica come – appunto- “bene comune”. Sono affine dunque alla suggestione culturale proposta da Olmi, non avrei alcun aristocraticismo politico per oppormi a questa idea. Detto questo se non si vuole tracciare una riga di fuga che salvi se stesso ma condanni gli altri, si pone il problema centrale e ineludibile di quale modello economico e sociale l’Europa voglia darsi per il futuro. Già Paul Valery  si chiedeva se l’Europa voglia essere un’appendice dell’Oriente o avere una sua autonoma collocazione nel mondo . Questa può essere una prima, grande sfida. Oggi ad esempio la questione del Mediterraneo è rinnovata in modo acuto dalle straordinarie rivolte del Nord Africa, dal dialogo tra le democrazie e le civiltà: ciò ripropone il Mediterraneo stesso come grande culla di una possibile innovazione. L’altra sfida è posta proprio dal tipo di modello economico e sociale che l’Europa può avere. Oggi il tipo di sviluppo scelto dalle classi politiche dirigenti e dalle forze economiche dominanti è proprio quello della prosecuzione della linea fallimentare adottata durante l’ascesa della globalizzazione e prodotta – malgrado tutti gli smacchi – nella fase critica della globalizzazione stessa. Questa scelta è assolutamente incompatibile con la democrazia. Infatti ciò che resta del modello sociale europeo viene messo in discussione dalle risposte che vengono date alla crisi. Per tornare a far vivere la democrazia e mettere a frutto comportamenti virtuosi, quello del cambiamento del modello economico e sociale, della riconversione ecologica, del rapporto con il nuovo Mediterraneo, con una nuova gerarchia di  produzioni, di servizi e di consumi è il grande tema che la politica ha di fronte. Ma la difficoltà consiste proprio nell’aver considerato “ferri vecchi” le grandi ideologie del ‘900, ciò che rende la politica stessa disarmata rispetto alle emergenze attuali.

Presidente, chiedo anche a Lei di spendere qualche parola per i giovani, in questa epoca di precarizzazione esistenziale e di difficoltà nel mondo della produzione  e del lavoro. Quali sono le ragioni per cui vale la pena di rimboccarsi le maniche, di darsi da fare e di sperare?

Credo che ogni generazione le proprie ragioni se le debba trovare da sé. Ciò che direi ai giovani è : “contate sulle vostre forze, non delegate niente a nessuno”. Ciò che sta accadendo oggi nel Nord Africa dimostra che niente è impossibile. Se solo sei mesi fa qualcuno avesse chiesto quale sarebbe stato il destino di Mubarak e Ben Alì, chiunque avrebbe risposto …”la continuità”…dei loro regimi. Invece una rivolta nata su basi drammaticamente economiche, diventata una rivolta di civiltà, il rimettersi in piedi di una nuova generazione affamata di diritti, di lavoro, di uguaglianza, di giustizia…ha abbattuto regimi che sembravano inamovibili e ha rimesso in moto la storia. Io credo che questo contagio possa essere assunto come motivo di una buona speranza.

 

Kaja Kallas è stata incaricata di formare il nuovo governo estone

La presidente estone Kersti Kaljulaid ha investito la leader del Partito riformatore, Kaja Kallas, dell’incarico di formare un nuovo governo nel Paese del Baltico.  Kaja Kallas è la segretaria del Partito Riformatore Estone. Avvocato specializzato in antitrust, eurodeputata liberale, grande esperta di temi digitali ma soprattutto figlia di Siim Kallas.

Suo padre Siim  ha avuto lunghi trascorsi nel partito comunista ai tempi dell’Urss (fece parte del Comitato centrale del Pcus dal 1972 al 1990) e all’indomani della caduta del Muro di Berlino diventò governatore della Banca centrale estone diventando così il padre della
corona estone

Kallas ha ora 14 giorni di tempo per presentare la propria coalizione e chiedere la fiducia presso il Parlamento estone.

Per riuscire nell’intento la Kallas ha aperto al Partito di centro, la formazione del premier dimissionario Juri Ratas, per formare la nuova maggioranza.

“Le dimissioni del governo non significano la fine della coalizione”, ha detto la Premier in pectore chiarendo anche che non pensa minimamente di formare un governo con il Partito popolare conservatore (EKRE) slegato completamente dai valori importanti per il suo partito.

Mobilità città sicura e sostenibile, 23 miliardi: ecco la proposta delle associazioni

23 i miliardi, di cui 8 per rifinanziare il piano nazionale per la sicurezza stradale.

4 gli obiettivi per un cambio di paradigma: riqualificare le città, potenziare il trasporto ferroviario regionale, il tpl e la sharing mobility, affidare la delega a un sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri, predisporre un piano per la comunicazione e formazione.

Con il programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione europea nell’ambito del Next Generation EU, si può e si deve cominciare una trasformazione della mobilità urbana. Pianificando azioni e risorse certe sul trasporto pubblico locale, su quello condiviso a basso impatto ambientale, su isole pedonali e ciclabilità diffusa, oltre a una politica di moderazione della velocità e della riduzione dell’uso dello spazio pubblico da parte dei veicoli privati, anche in sosta. Un fronte su cui l’Italia è in grave ritardo. E  che l’ultima bozza del PNRR sembra dimenticare mettendo ingenti risorse sui trasporti ma sbilanciando gli investimenti sulle grandi opere extra urbane e sull’alta velocità mentre serve un deciso impulso verso le reti di mobilità urbana e verso la sicurezza stradale in città.

È necessario prevedere i giusti investimenti per mettere al primo posto, nei sistemi di trasporto, le persone e una visione di città che ne ridisegni l’assetto in maniera più sostenibile, dal punto di vista economico, sanitario, sociale. Per questo Legambiente, insieme a Fondazione Guccione, Vivinstrada e Kyoto Club hanno presentato oggi una proposta di utilizzo dei fondi per la mobilità in città, che investa 23 miliardi su sicurezza stradale e mobilità sostenibile, trasposto ferroviario regionale, trasporto pubblico locale e sharing, di cui 8 miliardi sul fondo nazionale per la sicurezza stradale da spendere per riqualificare le strade urbane e le città e predisporre un piano di formazione e comunicazione per una “Vision Zero”, che cambi la cultura della mobilità oggi incentrata sull’egemonia dell’auto privata, azzerando morti e feriti su strada.

Quattro gli assi prioritari del piano presentato oggi: riqualificare le città, potenziare il trasporto ferroviario regionale, il trasporto pubblico locale e la sharing mobility, affidare la delega a un sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri, predisporre un piano per la comunicazione e la formazione.

Alla diretta Facebook hanno partecipato tra gli altri: Alessandra Bonfanti, responsabile mobilità attiva Legambiente, Alfredo Giordani, presidente Vivinstrada, Matteo Dondè, urbanista esperto ciclabilità, Giuseppe Guccione, presidente Fondazione Luigi Guccione, Anna Donati, responsabile mobilità Kyoto Club, Roberta Frisoni, assessore Mobilità di Rimini e delegata ANCI, Rossella Muroni, vicepresidente Commissione Ambiente Camera dei Deputati, Diego De Lorenzis, vicepresidente Commissione Trasporti Camera dei Deputati, Andrea Ferrazzi, Commissione Ambiente Senato, Edoardo Zanchini, vice presidente Legambiente, Tullio Berlenghi, segreteria tecnica ministro Ambiente.

“Vision Zero vuol dire nuova mobilità, sicurezza stradale, ambiente, democrazia rappresentativa e diretta, rigenerazione urbana, decarbonizzazione – hanno dichiarato le associazioni proponenti -.  Tra collisioni stradali e inquinamento urbano nel 2019 sono morte più di 83.000 persone: il costo sociale, sempre secondo i dati ISTAT di quell’anno, risulta pari a 16,9 miliardi di euro, l’1% del pil nazionale.  Questo sanguinoso tributo, che ha un costo sociale ed economico enorme, vede la velocità come causa principale delle collisioni stradali ed elemento che ne determina la gravità, ma non è inevitabile. Si può cambiare, semplicemente attivando il dispositivo ISA (Intelligent Speed Adaptation), moderando la velocità con maggiori controlli e la riduzione delle sezioni stradali e della velocità, aumentando il modale share e dissuadendo dall’uso del mezzo privato, rimettendo al centro delle città e della viabilità le persone e non le automobili, al centro della mobilità gli utenti e non i mezzi di trasporto. In una sigla: Città Vision Zero, che vanno realizzate non perdendo l’opportunità dei prossimi fondi in arrivo e in discussione”.

Le collisioni stradali uccidono ogni anno nel mondo 1,35 milioni di persone; sono la principale causa di morte per bambini e giovani di età compresa tra 5 e 29 anni, con una previsione mondiale al 2030 di 500 milioni di morti e feriti. Numeri spaventosi che non colpiscono solo le utenze vulnerabili (pedoni, ciclisti, disabili, bambini anziani) ma anche gli stessi automobilisti e motociclisti. Nel nostro paese nel 2019, gli incidenti stradali, oltre alla morte di 35 bambini, 534 pedoni e 253 ciclisti, hanno provocato quella di 1411 automobilisti e 698 motociclisti.

Proposta per la governance della mobilità dolce e sostenibile e per un programma “radicale” con al centro le persone e non la motorizzazione privata:

  1. Riqualificare le città (5 mld di euro). Rifinanziare il Piano Nazionale per la Sicurezza Stradale (L. 144/1999) per progetti di mobilità dolce cofinanziati dagli Enti Locali (vincolati all’ottenimento del finanziamento statale) con impegni dello Stato al 50% e per alcune priorità a fondo perduto o al 70%.
  2. Potenziare il trasporto ferroviario regionale (5 mld di euro) e il trasporto pubblico locale e sharing mobility (10 mld di euro); finanziamenti che dovrebbero attivare cofinanziamenti (già predisposti nei Piani di Comuni e aziende); divieto assoluto di entrata nelle città per auto di grossa cilindrata.
  3. Affidare a un sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri l’organo di governance per coordinare, e armonizzare le loro azioni aiutando tutti i ministeri che hanno competenze su politiche mobilità, inquinamento e clima, sicurezza stradale (Infrastrutture e Trasporti, Ambiente, Salute, Politiche sociali, Istruzione). L’organo di indirizzo e controllo su obiettivi di vision zero, di spesa del fondo multe e di attivazione del dispositivo ISA Intelligent Speed Adaptation, accompagnando la ricezione della Direttiva europea approvata dal Parlamento Europeo del dispositivo per la limitazione automatica della velocità sui veicoli a motore, conviene a tutti. Organo di controllo della manutenzione programmata delle strade.
  4. Predisporre un Piano per la formazione e la comunicazione per la Vision Zero. La formazione e l’educazione sono strumenti formidabili per fermare la violenza stradale e per costruire una nuova mobilità e un nuovo sviluppo, sostenibili, sicuri, resilienti. Occorre dotarsi di una Centro di alta formazione come “palestra” di una nuova cultura di governo delle politiche di mobilità, della sicurezza stradale, dei cambiamenti climatici per tecnici, professionisti, operatori dei vari settori, amministratori e dipendenti, scuole, mobility manager aziendali e scolastici, fondi di accompagnamento alla strutturazione di piani di mobilità aziendale e scolastica e sostegno a realtà come i bicibus e i pedibus. Esistono in Francia, Inghilterra, Germania, Olanda, Polonia da molti anni. Coordinamento Sottosegretario Presidenza Consiglio. (3 mld di euro).

Il documento integrale con le proposte

Tumore del colon: scoperto il punto debole

I ricercatori del Dipartimento di discipline chirurgiche, oncologiche e stomatologiche del Policlinico di Palermo che hanno individuato il tallone d’Achille delle cellule staminali che alimentano la crescita di questo tumore, ovvero un particolare tipo di recettore, chiamato “Her2”.

Si tratta di cellule che possiedono un’elevata capacità di rigenerare il tumore stesso e di adattarsi a modificazioni dell’ambiente circostante, come la presenza di farmaci o la scarsità di risorse vitali.

Gli autori della scoperta sono riusciti a comprendere come, disattivando questo recettore e le molecole che lo stesso attiva, sia possibile frenare la capacità del tumore di dare origine alle metastasi. Questo perché il recettore “Her2” agisce da interruttore per la migrazione cellulare e per la formazione delle metastasi stesse.

Una scoperta che permetterà di trovare nuove strategie per distruggere queste cellule e impedire in tal modo che il tumore si diffonda.

Il Pd, come tutti i partiti, è chiamato a rigenerare la sua cultura politica

Sono d’accordo con l’invito di fondo che oggi, sul nostro foglio online, Giorgio Merlo rivolge al Pd.

In effetti, con la non politica di Conte sostanzialmente vince la cosiddetta cultura di Grillo. Troverà il Pd una linea culturale e non solo tattica o politologica per rifondare quell’ircocervo che oggi è e che in tanti negli ultimi trent’anni abbiamo contribuito a far nascere?

Grande operazione, questa, di lungo periodo. Ma è l’unica strada che la democrazia in Italia oggi ha davanti a sé. È la strada che debbono percorrere tutti i partiti politici.

Oggi, temporaneamente, sta vincendo la democrazia fondata sul nulla. Grande danno per il nostro povero Paese.

Siamo al mercato dei bovini

Dopo le parole del Presidente Mattarella, l’elettroencefalogramma piatto della politica italiana ha avuto un sussulto e ha registrato un picco di attività. Ed ha prodotto una elaborazione dell’intervento del Presidente, ma al ribasso, il picco di attività d’altronde era solo una piccola gobba.

E così gli “scilipoti” i “de gregorio” del momento, hanno assunto una caratura patriottica, coloro che hanno a cuore il Paese. Ieri sera, a otto e mezzo, hanno fatto impressione le acrobazie discorsive di Boccia per non dire che il governo stava legittimando il “mercato dei bovini”. E chissà quanto dovranno concedere a questi “patrioti”, d’altronde 2 anni di stipendio e poltrone valgono pur qualcosa. La politica sta compiendo forse l’ultima acrobazia etica e morale, è assoggettata agli artigli del potere. Lo stesso D’Alema, con la sua uscita del più popolare e meno popolare, ha esaurito la vena politica dei suoi ragionamenti anche sarcastici che erano la sua cifra.

Poi c’è il PD. Dice bene Merlo, è il partito che sembrava avesse più classe dirigente preparata dell’intero consesso parlamentare. Ma ormai la “massa grigia” sembra tremolante gelatina priva di connessioni neuronali. Sembra non avere cognizione di cosa è e di cosa ci sta a fare in quell’ emiciclo, che non è un’arena per esercizi di presenza, ma il Parlamento, luogo da cui il popolo si aspetta di essere aiutato a vivere risolvendo difficoltà che la vita ti presenta.

Si dice che la speranza è l’ultima a morire, speriamo non sia già in coma e non ce ne siamo accorti.

Franceschini il cacciatore

Nonostante la pandemia non arretri, siamo ancora in piena stagione di caccia. La politica nazionale non fa eccezione in questi giorni di crisi determinati dall’avventata iniziativa di Matteo Renzi nel far naufragare il secondo governo Conte.

Ma tant’è, occorre abituarsi a questa “nuova” classe politica che ormai si considera, come canta Jovanotti, l’ombelico del mondo.

Intanto, Conte ha deciso: andrà lunedì prossimo 18 gennaio a Monte Citorio e il giorno successivo a Palazzo Madama.

Una scelta quest’ultima che aggrava ancor di più la crisi aperta da Renzi e che denota, ancora una volta, improvvisazione e mancanza di senso della realtà e dello Stato. Perché si va in Parlamento quando si è certi di avere almeno un barlume di maggioranza, altrimenti è meglio rassegnare le dimissioni ed avviare nuove consultazioni.

Ma, come per il passato, ecco spuntare dal suo quartier generale l’inossidabile Dario Franceschini, stavolta nel ruolo di cacciatore. Eh sì! Cacciatore di parlamentari, senza patria e senza lode.

Il politico ferrarese, per la verità, non è nuovo a questi giochini. Già ai tempi dell’Area Zac scomponeva e ricomponeva il gruppo giovanile della sinistra democristiana a suo piacimento,  in perfetto stile doroteo, secondo i propri interessi politici personali. Lo stesso dicasi all’interno del Partito Democratico: egli è sempre l’uomo di maggioranza. Fiuta in anticipo chi è in odore di segreteria per saltare da un carro all’altro. E’ salito sul carro di Renzi dopo aver fatto i conti, per poi abbandonare immediatamente l’incolpevole Enrico Letta. La sceneggiata si è ripetuta con l’attuale segretario Zingaretti.

Ma se prima il fine ultimo era quello della poltrona ministeriale, oggi l’uomo politico di Ferrara pensa ed agisce ancora più in grande: sa bene che per salire le scale di Palazzo Chigi deve liberarsi di Giuseppe Conte (una figura ingombrante per carattere e per moderazione), per cui meglio non arrivare ad uno scontro personale, ma persuaderlo che in Parlamento è possibile trovare parlamentari a destra e a manca disposti ad appoggiare l’attuale governo in funzione della semplice contrarietà alle elezioni anticipate. 

Chi non ricorda il clamore che destò in tutto il Paese quando due parlamentari, Scilipoti e Razzi, abbandonarono il Partito, l’Italia dei Valori di Di Pietro, dove erano stati eletti per appoggiare il governo Berlusconi?

Per Franceschini, però, quest’ultimo episodio non può essere paragonato con l’attuale situazione in quanto il quadro politico odierno è completamente diverso, a suo dire: non abbiamo più un sistema bipolare e si va verso il proporzionale.

Sarebbe a dire che oggi saltare da una coalizione all’altra è moralmente legittimo e non deve più destare scandalo. E’ questo il puro e semplice riconoscimento della politica del potere per il potere, senza regole morali con a capo l’intramontabile Franceschini e lo spregiudicato Renzi.

Un tandem d’attacco che si ricompatterà non appena Conte dovrà verificare di non avere una maggioranza in Parlamento.

L’abbraccio mortale di Franceschini a Conte ha come attore non protagonista proprio l’ex sindaco di Firenze, che ha già dato il suo appoggio ad un nuovo governo con a capo l’attuale ministro dei Beni Culturali.

Ora il Pd parli chiaro.

“Mai senza Conte”, “a Conte non c’è alternativa”, “il Governo prosegue con Conte Premier”. Sono  svariate le dichiarazioni di questo tenore in queste ultime ore di esponenti di primo piano del Pd, il  partito che rappresenta il perno più autorevole dell’attuale coalizione di governo. C’è una sola  domanda che non si può non avanzare a fronte di queste solenni dichiarazioni. E cioè, sino a  quando durano queste affermazioni? 2 ore, 6 ore, mezza giornata, un giorno? La domanda si  rende legittima perchè se uno dovesse registrare ciò che ha detto in questi ultimi due mesi la  figura più autorevole e più influente dell’attuale corso del Pd, cioè Goffredo Bettini, attorno alla  figura di Conte c’è tutto e il contrario di tutto. Dal “punto di riferimento di tutti i progressisti  italiani” all’unico esponente capace di unire tutta la sinistra; dalla necessità che faccia una sua  lista per le prossime elezioni politiche all’insostituibilità come capo di governo. 

Ora, di fronte all’ennesima piroetta irresponsabile e devastante di Renzi – a proposito, quanti sono  ancora i renziani “in servizio effettivo” nell’attuale Pd? -, soprattutto in un contesto drammatico  come quello che sta concretamente vivendo il popolo italiano, è doveroso che il partito che  conserva tuttora una maggior credibilità politica e una classe dirigente di tutto rispetto, elabori  una sola linea politica e la porti avanti con tenacia, coerenza e determinazione. Ben sapendo che  un alleato come Renzi – lo dovrebbe conoscere bene anche l’80% del Pd che sino a qualche anno  era strutturalmente e organicamente renziano, a cominciare dagli attuali capigruppo di Camera e  Senato – rappresenta una destabilizzazione continua in qualsiasi coalizione, fuorchè non la guidi  lui. E anche in quel caso, come ha dimostrato la concreta esperienza della politica italiana negli  ultimi anni, la destabilizzazione era un elemento centrale della sua azione.  

Ecco perchè, conoscendo i tasselli che compongono lo strano e singolare mosaico politico che  attualmente governa il nostro paese, è veramente arrivato il momento affinchè il partito più  responsabile, che esprime una antica cultura di governo e che conserva, pur tra molti limiti, una  discreta classe dirigente, dica una parola chiara e netta su ciò che sta capitando in questa  sempre più confusa fase della politica italiana. Un partito, per dirla con Cacciari, che non può più  limitarsi ad “assistere” ciò che capita nella cittadella politica. E questo non solo per il bene del  Governo o del centro sinistra ma per il bene comune e per la stabilità del nostro paese. 

Gli insegnamenti appresi in famiglia servono per la vita

Gli insegnamenti appresi in famiglia sono sempre, nel bene e purtroppo anche nel male, insegnamenti per la vita.

Ce ne accorgiamo ogni volta che dobbiamo dare un senso alla nostra esistenza, quando ci interroghiamo sulla meta del nostro cammino, quando contiamo i passi della strada che stiamo percorrendo.

Viene un momento in cui ciascuno di noi è chiamato a fare i conti con se stesso e non sempre ci capita di poterlo fare presentando un’apposita domanda scritta.

Non parlo, s’intende, del traguardo finale perché alla meta il giudice d’arrivo potrebbe essere persino  più indulgente dei nostri interessati calcoli soggettivi.

Non è necessario cadere ogni giorno folgorati sulla strada della conversione per capacitarsi del senso della vita: a volte i misteri sono imperscrutabili, sovrastano le nostre capacità di comprensione e non sempre le conclusioni raggiunte sono scevre da accomodanti valutazioni personali.

Ci possono anche bastare gli esamini di coscienza che – dismessi gli abiti di scena indossati durante la giornata e tolte le varie maschere dietro cui siamo soliti nasconderci – ci accompagnano nel sonno quando la sera posiamo la testa sul cuscino.

San Tommaso diceva che il mondo va avanti se gli uomini si dicono reciprocamente la verità ma mi pare che questa affermazione, che rende merito più alla nobiltà d’animo di chi l’ha pensata che alla coerenza di chi avrebbe dovuto applicarla, sia stata molte volte disattesa.

Infatti non si riesce neppure facilmente ad essere sinceri con se stessi.

Quel poco che resta della famiglia nella società contemporanea può essere una preziosa risorsa per riappropriarci dell’identità dei nostri vissuti: mettere un nome e un cognome sotto ai nostri pensieri e alle nostre azioni, dare valore all’educazione ricevuta, far parlare i nostri sentimenti e i nostri affetti più cari.

Come mi disse Enzo Biagi – quando gli chiesi che cosa di importante gli fosse rimasto delle molte conoscenze di una vita da cronista – “le verità che contano, i grandi principi, alla fine restano due o tre. Sono quelli che ti ha insegnato tua madre da bambino”. 

E il Cardinale Tonini mi raccontò l’insegnamento ricevuto da suo padre, contadino: “Un tozzo di pane, volersi bene e la coscienza netta”. Aggiungendo che non trovava verità migliore nei molti libri archiviati nel suo studio.

Per come si sono ribaltati certi valori penso tuttavia che se oggi qualcuno propugnasse questa “ricetta di vita” rischierebbe di essere additato come un povero mentecatto.

La famiglia è un punto di partenza e anche un punto di arrivo e di approdo, la metafora dell’eterno ritorno, dovrebbe essere una cosa quasi naturale, un buen retiro alla fatica del vivere.

Diventa invece sempre più spesso il contenitore di violenze simboliche e fisiche che si nascondono dietro la porta di casa. 

Oltre ogni retorica sul disinteresse è il luogo della gratuità dei sentimenti: quando i legami si sciolgono quello che resta non ci appaga mai abbastanza.

Ma il ricordo di chi ci ha preceduti può vivificare la nostra speranza, dare un senso e una pace alla nostra vita.

C’è chi eredita ricchezze e chi eredita valori: davanti allo specchio magico che ci legge dentro, quello di cui solo noi conosciamo i segreti, questi ultimi ci possono aiutare dove le prime non riescono ad arrivare.  

Ci sono delle nicchie nell’anima che nessuno mai perlustrerà e in questo tabernacolo dell’intimità custodiamo il senso della nostra vita.

 

Credo che il valore più grande che possiamo praticare sia quello della pace perché ci dona l’appagamento che nulla ci rende ostile.

La pace ci rende sereni, distaccati dalle cose, miti, ci fa vivere la “quietudine”, quella che i latini chiamavano “sapientia cordis”, cioè bontà dell’animo.

La quiete è un’apparente stato di riposo che può preludere a nuove tempeste.

La quietudine è la pace interiore che non ci rende nemico il mondo, il rifugio di cui solo noi abbiamo le chiavi, la scelta consapevole del sapersi accontentare, la mitezza dei sentimenti, la rettitudine come esempio da ricevere e da donare.

Se questo dono fosse reciprocamente scambiato in ogni famiglia molti comportamenti sociali sbagliati sarebbero emendabili.

Ciò può essere applicato alla vita di ciascuno: oggi più che mai ci sarebbe veramente utile per raddrizzare la curva del relativismo etico che sta cambiando i sentimenti prevalenti.

Bollo auto: tutte le scadenze e le possibili esenzioni

Secondo la guida diffusa da Aci, per quanto riguarda le vetture in circolazione, il bollo va rinnovato entro il primo febbraio per quelle di potenza superiore ai 35 KW se immatricolate dal 1/1/1998, o superiori a 9HP se immatricolate fino al 31/12/1997, la cui tassa di possesso sia scaduta a dicembre 2020.

Entro il primo marzo deve essere versato il bollo auto per le vetture di potenza fino ai 35 KW se immatricolate dal 1/1/1998, o di potenza fiscale fino a 9HP se immatricolate fino al 31/12/1997, per i motoveicoli, gli autocarri, i rimorchi trasporto merci, gli autoveicoli speciali, i trattori stradali e gli autobus la cui tassa di possesso sia scaduta nel mese di gennaio 2021. Entro il 31 maggio, invece deve essere rinnovato il bollo per le vetture di potenza superiore ai 35 KW se immatricolate dal 1/1/1998, o superiori a 9HP se immatricolate fino al 31/12/1997, la cui tassa di possesso sia scaduta ad aprile 2021.

Le altre scadenze da segnare sono quelle del 30 giugno per gli autocarri, i rimorchi trasporto merci, gli autoveicoli speciali, i trattori stradali e gli autobus la cui tassa di possesso sia scaduta nel mese di maggio 2021; il 31 agosto per le vetture di potenza fino ai 35 KW se immatricolate dal 1/1/1998, o di potenza fiscale fino a 9HP se immatricolate fino al 31/12/1997, nonché per i motoveicoli la cui tassa di possesso sia scaduta nel mese di luglio 2021.

Entro il 30 settembre il rinnovo vale per le vetture con potenza superiore ai 35 KW se immatricolate dal 1/1/1998, o superiori a 9HP se immatricolate fino al 31/12/1997, la cui tassa di possesso sia scaduta a agosto 2021.

Entro il 2 novembre, invece, il versamento dovrà essere effettuato per i possessori di autocarri, i rimorchi trasporto merci, gli autoveicoli speciali, i trattori stradali e gli autobus la cui tassa di possesso sia scaduta nel mese di settembre 2021. E infine, entro il 31 gennaio del prossimo anno, il rinnovo riguarderà le vetture di potenza superiore ai 35 KW se immatricolate dal 1/1/1998, o superiori a 9HP se immatricolate fino al 31/12/1997, la cui tassa di possesso sia scaduta a dicembre 2021.

Per i veicoli di prima immatricolazione, il bollo va versato entro il mese di immatricolazione dell’auto. Se l’acquisto avviene negli ultimi 10 giorni del mese, però, si può pagare il bollo auto entro il mese successivo a quello di immatricolazione, ferma restando la decorrenza dal mese di immatricolazione. I termini di pagamenti sono differenti per i residenti dei comuni colpiti dagli eventi sismici del 24 agosto 2016 (centro Italia) e del dicembre 2018 (Sicilia).

Nel corso dell’anno 2020 le Regioni/Province Autonome hanno previsto sospensioni dei termini di pagamento della tassa automobilistica a causa dell’Emergenza epidemiologica da Covid-19 che dipende dalle decisioni delle singole Amministrazioni in merito alla disposizione della sospensione, indicando il termine per il versamento della tassa senza applicazione di sanzioni e interessi.

Il calcolo avviene in maniera semplice, attraverso il portale Aci.

Il Covid spinge il consumo degli alimenti bio

Con il Covid che spinge i consumi domestici di alimenti bio al record di 3,3 miliardi di euro grazie alla svolta green degli italiani costretti in casa dalla pandemia, il via libera al ddl sul biologico rappresenta un passo importante verso la tutela dei consumatori e delle vere produzioni Made in Italy. E’ quanto afferma la Coldiretti, sulla base dei dati Ismea relativi all’anno 2020, nel commentare positivamente l’approvazione da parte della Commissione Agricoltura del Senato della la proposta di legge che prevede, tra le altre misure, l’introduzione di un marchio per il bio italiano, richiesto dalla Coldiretti per contrassegnare tutti i prodotti biologici ottenuti da materia prima italiana che potranno essere valorizzati sul mercato con l’indicazione “biologico italiano” e come tali protetti contro tutte le usurpazioni, imitazioni e  evocazioni.

Previsto anche l’impiego di piattaforme digitali – aggiunge Coldiretti – per garantire una piena informazione circa la provenienza, la qualità e la tracciabilità dei prodotti. Il ddl rivede inoltre anche il sistema delle sanzioni per renderle finalmente efficaci contro le frodi del settore e quello dei controlli per garantire la terzietà dei soggetti incaricati. Si va infine ad equiparare tutte le previsioni di agevolazione e sostegno al metodo dell’agricoltura biodinamica che contraddistingue imprese e prodotti in base a caratteristiche differenziate di sostenibilità.

La possibilità di riconoscere i prodotti di origine nazionale – sottolinea la Coldiretti – rafforza la leadership dell’Italia che è il primo Paese europeo per numero di aziende agricole impegnate nel biologico dove sono saliti a ben a 80643 gli operatori coinvolti (+2%) mentre anche le superfici coltivate a biologico sono arrivate a sfiorare i 2 milioni di ettari (+2%) con percentuali a due cifre per la Provincia di Trento (+31,3%) e il Veneto (+25,4%). Ma è il Mezzogiorno – spiega la Coldiretti – a guidare la classifica delle superfici con il record della Sicilia su oltre 370mila ettari, a seguire la Puglia con 266mila ettari e la Calabria che sfiora i 208mila ettari. Al centro le prime tre regioni per superfici a bio sono il Lazio con 144mila ettari, la Toscana con oltre 143mila e le Marche con più di 104mila. Mentre al nord la classifica è guidata dall’Emilia Romagna con 166mila ettari, dalla Lombardia con 56mila ettari e dal Piemonte con quasi 51mila.

L’incidenza della superficie biologica nel nostro Paese ha raggiunto nel 2019 il 15,8% della Superficie Agricola Utilizzata (SAU) a livello nazionale, e questo posiziona l’Italia di gran lunga al di sopra della media UE, che nel 2018 si attestava all’8%, e a quella dei principali Paesi produttori come Spagna (10,1%), Germania (9,07%) e Francia (8,06%). A livello regionale – evidenzia la Coldiretti – in Calabria più 1 campo su 3 è bio (36,4%) mentre in Sicilia si sfiora il 26% del totale, ma percentuali a due cifre al Sud si registrano anche in Puglia (20,7%), Basilicata (21%), Campania (13,1%), Abruzzo (11,4%) e Sardegna (10,2%). Valori alti anche nelle regioni del centro Italia con il Lazio (23,2%), le Marche (22,2%), la Toscana (21,7%) e l’Umbria (13,9%). Al Nord la maggior incidenza del bio si rileva in Emilia Romagna con il 15,4% e in Liguria con il 11,2% mentre Friuli, Trentino Alto Adige e Piemonte sono ampiamente sopra il 5%, la Lombardia sfiora il 6% e Valle d’Aosta e Veneto sono al 6,2%.

Una crescita alla quale fa però da contraltare l’invasione di prodotti biologici da Paesi extracomunitari, con un incremento complessivo del 13,1% delle quantità totali nel 2019 rispetto all’anno precedente, per un totale di ben 210 milioni di chili di cui quasi 1/3 dall’ Asia. I cereali, le colture industriali e la frutta fresca e secca sono le categorie di prodotto biologico più importate, con un’incidenza rispettivamente del 30,2%, 19,5% e 17,0%. I tassi di crescita delle importazioni bio piu’ rilevanti si sono avuti per la categoria di colture industriali (+35,2%), di cereali (16,9%) e per la categoria che raggruppa caffè, cacao, zuccheri, tè e spezie (+22,8%).

Una vera e propria invasione che rende ancora più urgente dare la possibilità di distinguere sullo scaffale i veri prodotti biologici Made in Italy ma anche rafforzare i controlli sui cibi bio importati che non rispettano gli stessi standard di sicurezza di quelli Europei, fornendo una spinta al raggiungimento degli obiettivi della strategia Farm to Fork del New Green Deal che punta ad avere in futuro almeno 1 campo su 4 (25%) coltivato a bio in Italia.

Le tendenze della mobilità durante il Covid

La diffusione globale del COVID-19 a inizio 2020 ha generato nuovi fattori di profonda criticità e incertezza nel settore dei trasporti e della logistica. per il nostro Paese, l’Europa e il mondo intero, modificando radicalmente i possibili scenari produttivi, economici e sociali nazionali e internazionali sia di breve che di lungo periodo.

Per meglio comprendere e quindi anticipare le conseguenze di tale crisi pandemica sul settore dei trasporti, il presente report riporta i risultati dell’Osservatorio sulle tendenze di mobilità predisposto dalla Struttura Tecnica di Missione per l’indirizzo strategico, lo sviluppo delle infrastrutture e l’Alta sorveglianza del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, al fine di monitorare l’evoluzione, le tendenze e le esigenze del settore dei trasporti e della logistica italiana, anche per meglio pianificare, programmare e gestire gli investimenti nelle infrastrutture e nei servizi di trasporto.

Vaccino Covid: nel secondo trimestre in Ue almeno 125 mln dosi

Nel corso del secondo trimestre del 2020 Pfizer e BionTech si sono impegnate a consegnare 125 mln di dosi del vaccino anti-Covid, aggiuntive rispetto a quelle contrattate in un primo tempo. Lo spiega il Ceo di Pfizer Albert Bourla, collegato con un seminario online organizzato dal gruppo del Ppe nel Parlamento Europeo, a Bruxelles.

“All’inizio – ha detto Bourla, che non ha fornito il quadro completo della tempistica concordata per le consegne delle dosi, ma alcuni elementi – gli europei avevano 200 mln di dosi, che erano spalmate sull’anno. Poi hanno contrattato ulteriori 100 mln di dosi: hanno insistito, e sono riusciti ad ottenerlo, che 50 mln di questi 100 mln siano nel secondo trimestre”.

“Poi – prosegue Bourla – abbiamo negoziato per ulteriori 200 mln: hanno insistito, e noi abbiamo concordato, di consegnare 75 mln nel secondo trimestre. Ora, da questi tre contratti (quello iniziale per 200 mln di dosi, quello che ha esercitato l’opzione per ulteriori 100 mln e quello che ne ha contrattate altre 200 mln, ndr), nel secondo trimestre ci saranno un numero significativo di dosi. E naturalmente ci saranno le dosi pattuite per il primo trimestre”.

Bourla ha ribadito che la compagnia Usa e BionTech stanno aumentando la capacità produttiva e che contano al momento di consegnare 2 mld di dosi nel 2020, obiettivo che era già emerso nei giorni scorsi da documenti depositati da BionTech alla Sec.

Dagli esperimenti condotti “in vitro”, ci sono “chiari indizi” di un’efficacia “molto elevata” del vaccino anti-Covid sviluppato da BionTech con Pfizer nei confronti di “entrambe” le nuove varianti del coronavirus Sars-CoV-2, “quella britannica e quella sudafricana”. Prima di poterlo affermare con certezza, occorrerà aspettare “i risultati clinici”, ma “se mi chiede la mia opinione, penso che i risultati saranno molto positivi”, ha poi sottolineato Bourla.

Conte si dimetta. Non sarà una crisi lampo.

Ora si attendono le dimissioni di Giuseppe Conte. Non ci sono passaggi intermedi, dialoghi ancora possibili in virtù di aggiustamenti esteriori, con qualche pacca sulle spalle ai contendenti, infine pregati di soprassedere alle idiosincrasie reciproche. Renzi chiede la testa di Conte e non si vede all’orizzonte una volontà di difesa totale, dal Pd ai Cinque Stelle, anche a rischio di elezioni anticipate.

È sorprendente la blanda reazione all’accusa che il leader di Italia Viva rivolge al Presidente del Consiglio sulla maniera di pensare e dirigere la cosa pubblica. Renzi, in effetti, fa una denuncia molto dura. In queste settimane la democrazia avrebbe corso seri pericoli a causa di manovre e operazioni (cabina di regia per il Recovery Plan e Fondazione per la sicurezza nazionale) miranti a fare di Palazzo Chigi un centro di potere sovraordinato, fuori perciò dagli equilibri fissati dalla Costituzione.

Se Renzi ha torto, dovrebbe essere il Pd a contrastare in modo netto tali affermazioni, fino al punto di rendere evidente la necessita di un chiarimento, se necessario anche attraverso il ritorno alle urne. Rino Formica, un vecchio della politica in grado come pochi di leggere la politica, ha parlato di Conte come di un nuovo Tambroni. Il Pd non ha battuto ciglio, né accenna, nel pieno della crisi, a fare di questo rilievo eccezionale il punto di discrimine della verifica tra i partiti.

Tutto scivola nel bailamme delle furbizie, costringendo il Quirinale a prendere posizione sulla inammissibilità di scorribande parlamentari per salvare con truppe alla Scilipoti un precario equilibrio di governo. Sul punto Conte e Bettini hanno dovuto correggere il tiro riconoscendo la necessità di una verifica tra alleati, non a scavalco, tortuosamente, di uno di essi. Mattarella assolve a un compito pedagogico essenziale – un richiamo cioè all’abc della lotta democratica – che mette in mostra tutta la fragilità dell’attuale classe dirigente. Sembra di assistere a un epilogo triste e deludente di tante ambizioni politiche.

Dunque, le dimissioni sono un atto di correttezza e responsabilità, che ormai, allo stato degli atti, Conte non può rinviare oltre la giornata odierna. È vero, se si dimette rischia di non rimettere più piede a Palazzo Chigi. Ciò non giustifica però un ennesimo giro di valzer, con poco decoro per le istituzioni. Una partita si è chiusa, in via definitiva, per colpa di un vaneggiamento di potere intollerabile, cui un’opinione pubblica frastornata ha dovuto assistere nel bel mezzo di una grave emergenza sanitaria ed economica. Dopo le dimissioni, ci vorrà tempo per riordinare le fila e per capire come andare avanti in questa legislatura. Non sarà una crisi lampo.

Crisi di Governo: freddo, virus e Renzi.

Il gioco non ha sortito l’effetto desiderato. L’arbitro non ha fischiato la fine della partita. Pensavamo che ci fossero tutti i presupposti per chiudere una santa volta una diatriba di questo tipo. Proprio perché giunge in un periodo infausto e con sofferenze a non finire.

Matteo Renzi ha giocato. Ha lanciato la palla e non ha così tirato la somma di tutti i presupposti che andava in queste ultime settimane vociando. In sostanza, ha mantenuto aperto il quadro di riferimento politico, ha dichiarato che la maggioranza è quella attuale; poi, in un passaggio successivo, ha detto che andrebbe bene pure un Governo istituzionale; precisando ulteriormente, che mai farebbe un Governo con la Lega e Fratelli d’Italia. Non ha specificato se la crisi debba risolversi all’interno del Parlamento, anche se sembra l’unica via possibile, visto che formalmente ha ritirato i rappresentanti di Italia Viva dal Governo Conte.

Ha fatto capire che il problema non è l’eventuale nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri, ma si capisce, e non ci vuole molto, che vorrebbe la testa dell’attuale capo dell’esecutivo. Resta, e questo è sacrosanto, che il tema non è chiuso. Va da se che lasciare aperta una ferita così grande, in un momento così delicato, è francamente irresponsabile e inqualificabile.

Non ci si può, in alcun modo, permettere il lusso di correre sul crinale, con l’incertezza se l’equilibrio si manterrà o se il piede scivolerà lungo un infausto dirupo.

L’Italia, per fronteggiare al meglio la pandemia, ha bisogno di conduzioni sagge e di stabilità garantite.

Adesso, attendiamo la mossa del Governo. Cosa risponderà Conte rispetto alle dimissioni formali delle due Ministre e del Sottosegretario. Attendiamo pure la presa di posizioni degli altri partner di maggioranza.

Il centro destra guarderà soddisfatto la mossa del cavallo del toscano. Sa che questa non potrà che produrre ulteriori indebolimenti nel quadro dell’attuale compagine governativa.

Saranno giorni frenetici. Fuori dalla divisa politica, questi aspetti non sono sicuramente accettabili e, sicuramente, feriscono anche il senso comune di gran parte della nostra realtà italiana.

Freddo, virus e Renzi sono i tristi colori che caratterizzano questa e anche purtroppo, le giornate che seguiranno.

Perché le élite liberali e i conservatori curiali non sopportano Papa Francesco

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’articolo di Paolo Sorbi 

Da un po’ di tempo in qua nelle pubblicazioni della grande stampa “liberal” europea si può notare una sorta di presa di distanza dai contenuti pastorali – e più chiaramente sociali – del pontificato di papa Francesco.
Ma se all’inizio del suo pontificato il Pontefice argentino fu, in parte, accettato e sostenuto da queste stesse realtà liberali, come si spiega l’attuale sordo “mormorar dissidenze” di tutti i tipi?
Molto semplicemente perché la posizione di papa Francesco NON è riducibile ad un generico progressismo basato sulla cultura dei diritti individuali. Anzi tutt’altro. Il nocciolo duro della proposta pastorale e culturale dell’attuale pontificato si basa sul pensiero personalista e comunitario che trova i suoi fondamenti nella “Teologia del popolo”, una corrente teologica nata in Argentina dopo il Concilio Vaticano II.
Nella versione di papa Francesco “l’opzione preferenziale per i poveri si espande fino a diventare opzione preferenziale per gli esclusi”, e si radicalizza recuperando l’animo movimentista nelle posizioni economiche.
La “Teologia del popolo” differisce dalla teologia di liberazione superando la concezione della lotta di classe verso una partecipazione pluralista e democratica, dove ogni cultura apporta un contributo all’umanità e dove le differenze sono rispettate.
Papa Francesco avversa la concezione speculativa e utilitaristica del denaro, critica il concetto “sacrale” della proprietà privata, rigetta le vecchie e nuove schiavitù e il vecchio e nuovo colonialismo.
E come se non bastasse, il Pontefice attacca apertamente l’industria delle armi, le lobby che gestiscono i combustibili fossili e quelle che speculano sui farmaci.
Tutto questo TRAVALICA nella sostanza le posizioni “liberal” sopra accennate, che mal sopportano la rivendicazione popolare e impolitica di papa Francesco.
Per questi ambienti fino a che si parla dei diritti individuali o di presenza delle donne nella gestione dei Dicasteri romani, la cosa è accettabile. Ma appena si toccano questioni di fondo ECONOMICHE, ecco che scatta lo stop “super-liberale”.
C’è poi un’altra serie di problemi che riguardano l’emergenza antropologica e che i liberisti non vogliono sentire.
Si tratta di questioni gravissime, come lo sfruttamento delle donne tramite l’utero in affitto (ormai business su scala internazionale), la cancellazione e neutralità delle relazioni di genere, la ricostruzione scientifica sulle questioni embrionali, la rieducazione anti droghe (dalla cannabis agli impasti terribili di eroina con altre sostanze chimiche), il rispetto educativo verso qualsiasi minoranza etnico-culturale, e così via.
A questo proposito, sostengo da oltre trent’anni che UNO DEI PASSAGGI CENTRALI per la ricostruzione della sinistra democratica su scala internazionale è una nuova riflessione umanistica per tentare di superare l’egemonia dell’attuale “nichilismo dolce” sostenuto da questi stessi gruppi “liberal”.
Ciò che più stupisce è che certi ambienti “liberal” vorrebbero un Papa ricostruttore del “barocco teologico-politico romano”.
Questo è anche il motivo per cui non riescono ad accettare l’Enciclica “Fratelli tutti”.
Soprattutto nella seconda parte, l’ultima Enciclica di Papa Francesco propone un forte appello in difesa dell’impegno politico e della militanza sociale.
Le realtà borghesi a cui sopra accennavo non hanno compreso il nocciolo duro della proposta evangelica, né le grandi linee dei “segni dei tempi” emerse dal Concilio Vaticano II e che da sessant’anni “lavorano” nel profondo delle coscienze cristiane.
Cercano irreali e fasulle contrapposizioni con le elaborazioni ratzingeriane o del Pontefice polacco, che al contrario sono in profonda sintonia con Papa Francesco (anche se ognuno con la sua peculiare personalità).
Da tutto ciò, l’ipocrita nostalgia di una “cristianità che fu” e che oggi non ci appartiene.
Non appartiene alla sostanza di questo pontificato. Non può appartenervi, perché esso è tutto proiettato verso un Cristianesimo libero da “barocchismi” di passate esperienze di cristianità colluse con i potenti.
Oggi siamo per venti nuovi e luoghi nuovi. Verso dove? Se il senso autentico di questo pontificato è “suscitare processi” piuttosto che governarli – come spesso dice papa Francesco – allora una Chiesa non priva di strutture, ma con STRUTTURE POVERE E SEMPLICI, funzionali ai disegni missionari globali, potrà indicare la via per DISTACCARCI dalla visione neocolonialista occidentale e operare nei NUOVI punti strategici delle ingiustizie mondiali.
Come viene descritto negli “Atti degli Apostoli” e nella decisiva “Lettera a Diogneto”, vera “carta costituzionale” della vita di testimonianza povera dei cristiani: dall’antico Impero alle odierne reti metropolitane “digitalizzate”.
Questa è la strada che ci indica papa Francesco, le cui radici si trovano abbondantemente nel Concilio Vaticano II.
Lì nelle realtà della globalizzazione stravolta, si misurerà chi ha più filo da tessere verso la QUANTITÀ delle moltitudini proletarie e scartate, verso le intelligenze migliori, come diceva il mio carissimo don Milani, “disposte ad abbassarsi verso i ‘Gianni’ della storia contro i ‘Pierini’ di tutti i tipi”. Vincenti “perché sanno parlare meglio”.
È ora di saperne una parola in più dei padroni dei giornali e delle economie dello sfruttamento.

2021: in che modo (ci) investiamo per il nostro Paese?

Articolo pubblicato sulle pagine della Rivista Aggiornamenti Sociali 

Così è verosimile che il 2021 possa essere davvero l’anno in cui come Paese avremo la possibilità di ripartire, una possibilità che siamo chiamati a cogliere e sfruttare appieno. In che direzione muoverci, visto che la speranza non elimina l’incertezza?

Per contribuire a questa riflessione ci sembra utile metterci in ascolto dei responsabili di tre Fondazioni, che, pur con le loro diversità, hanno la finalità di investire sul sociale, cioè di sostenere iniziative che producano un ritorno per la collettività invece di un dividendo per chi fornisce il capitale. Per svolgere bene il loro compito, queste istituzioni devono dotarsi di sensori capaci di cogliere che cosa si muove nella realtà sociale e quali sono i problemi più urgenti, ma anche di riconoscere i soggetti portatori di una autentica capacità innovativa. Viste in un’altra prospettiva, le loro priorità operative rappresentano una lettura aggiornata della società italiana che può servire da ispirazione per una molteplicità di soggetti, dal Terzo settore alla Pubblica amministrazione e alla politica locale e nazionale, anche in vista di stimolare nuovi dialoghi. Così ai rappresentanti delle tre Fondazioni abbiamo chiesto suggerimenti su che cosa scommettere oggi per avere un “ritorno sociale”, su quali siano le novità più promettenti da accompagnare, e anche su come spendere bene le ingenti risorse in arrivo dall’Europa.

Dalle loro risposte emergono segnali incoraggianti: nel tessuto della nostra società le risorse ci sono. Il problema, oggi più cruciale che mai, è non disperdere le potenzialità, delle persone ma soprattutto delle comunità, superando ad esempio il vizio ormai incancrenito della frammentazione: che cosa può aiutare a tenere insieme pezzi diversi? Come attivare e valorizzare le risorse di persone e comunità che spesso sono pensate come beneficiarie più che protagoniste degli interventi sociali?

La riflessione si salda qui con quella sul rinnovamento, radicale e non più procrastinabile, del sistema di welfare, ancora più cruciale in un momento in cui registriamo un ulteriore aumento della povertà e delle disuguaglianze. L’esigenza che nessuno sia lasciato indietro e i valori che hanno ispirato la costruzione del nostro sistema di welfare rimangono un patrimonio fondamentale, anche perché sono radicati nella Costituzione repubblicana. Tuttavia l’accelerazione dei processi prodotta dalla pandemia rende ancora più evidente che il sistema, così come è configurato adesso, non regge più: basta pensare al riparto delle competenze tra amministrazioni centrali e locali (dalla gestione della sanità a quella dei ristori e della lotta alla povertà), o a una effettiva integrazione delle capacità e delle risorse delle comunità e del Terzo settore. Ci sono esperienze positive già consolidate e molte sperimentazioni in corso, a cui cerchiamo di dare spazio sulle pagine di Aggiornamenti Sociali. Le idee non mancano, ma è arrivato il momento di procedere con maggior decisione.

In radice, emerge un nodo da affrontare innanzi tutto a livello culturale, rivisitando precomprensioni e innovando modelli e paradigmi: il rapporto tra il pubblico e il privato, entrambi sempre meno monolitici e più variegati che in passato, o forse meglio la definizione stessa di pubblico, da intendersi sempre meno come sinonimo di statale o riferito all’insieme delle Pubbliche amministrazioni. Da un lato aumentano le forme ibride, dall’altro emerge il protagonismo crescente di soggetti radicati nel tessuto sociale e operanti sulla base di modalità di regolazione che non passano dall’autorità (cioè dallo Stato) o dal prezzo (cioè dal mercato). Come si collocano rispetto alla tradizionale dicotomia pubblico-privato? Non sono piuttosto la spia del fatto che è ormai inadeguata? Certo, lo Stato non è estraneo alla loro azione, ma è chiamato a ricoprire, nella chiave della sussidiarietà, un ruolo di garante delle condizioni istituzionali perché i processi sociali possano svilupparsi in autonomia, ma garantendo la partecipazione degli utenti e la tutela dei beni in questione. Magari utilizzando anche le potenzialità di nuove tecnologie che permettono l’emergere di soggetti collettivi, persino a scala globale, così come di rinnovare le forme della mutualità.

Forse non è più un lusso pensare che, accanto agli interessi di parte (il “privato”) – che nessuno nega, sarebbe ingenuo – e al loro bisogno di un’autorità di regolazione (lo Stato, in uno schema che resta di matrice hobbesiana), vi sia anche lo spazio per provare a costruire una qualche forma di progetto comune, “pubblica” nel senso che muove dal riconoscimento di nessi e vincoli già esistenti all’interno della società e per questo può convocare e interrogare gli attori privati così come quelli statali. Probabilmente è questa la vera scommessa del 2021: l’esito della ripartenza dipenderà certo dalle risorse disponibili, ma anche dai paradigmi sulla cui base saremo capaci di progettare il modo di utilizzarle.

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La Città di New York taglia tutte le sue relazioni economiche con l’Organizzazione Trump

La Città di New York taglia tutte le sue relazioni economiche con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Lo ha annunciato ieri mattina il sindaco Bill de Blasio, spiegando che la decisione è stata assunta in risposta all’assalto dei sostenitori di Trump al Campidoglio di Washington, avvenuto lo scorso 6 gennaio e a seguito del quale hanno perso la vita sei persone.

“La Città di New York ha interrotto tutti i contratti con l’Organizzazione Trump a causa di questa attività criminale”, ha annunciato de Blasio. Attualmente, la Trump Organization è titolare di contratti per la gestione di una giostra, di due piste ghiacciate e di un campo da golf nei parchi cittadini.

Tali accordi portano 17 milioni di dollari l’anno al gruppo che fa riferimento all’inquilino della Casa Bianca.