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È mancata l’alternativa alla destra. Dov’è il centro-sinistra? E dove sono i cattolici democratici?

Neanche il neo-federalismo che si protende sotto la formula della cosiddetta “autonomia differenziata” è riuscito ad innescare una risposta elettorale consistente, adeguata cioè alla esaltazione di questa ispida riforma della destra di governo. L’astensionismo ha toccato invece il suo massimo storico, con percentuali poco dissimili tra Lazio e Lombardia. Un dato generale, da far tremare i polsi. L’istituto regionale si conferma debole, e quindi poco attrattivo, agli occhi della pubblica opinione: non è il Comune, dove si specchia la dialettica del localismo, né lo Stato, con la forza delle grandi scelte di sistema.

Chi si è recato alle urne, lo ha fatto con lo spirito di fedeltà a un fatto politico – il partito o la coalizione – che conserva un principio di concreta appartenenza. È sparito il voto di opinione, segno eminente di sfiducia e disaffezione. In questo quadro, il risultato dimostra quanto pesi il cambiamento intervenuto nelle ultime elezioni del 25 settembre, con la netta affermazione dell’alleanza nazional-conservatrice e l’ingresso, di lì appresso, di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Egualmente netta è stata infatti la vittoria di Fontana e Rocca, candidati della maggioranza, nelle due regioni chiamate alle urne. Di riflesso, il messaggio che viene dall’elettorato suona come una conferma dello spostamento a destra del Paese. 

Il fronte dell’opposizione, incautamente disarticolato, non ha fornito una proposta alternativa. I numeri attestano, per altro, che neppure la somma teorica delle diverse percentuali ribalta gli equilibri: la destra passa dalla maggioranza relativa, conseguita alle politiche di qualche mese fa, alla odierna maggioranza assoluta in entrambe le regioni. Se il Pd regge, a fronte della evidente flessione di 5 Stelle e Terzo Polo, non significa che dalle parti del Nazareno si diradino le ombre della crisi. Il partito non è nato per resistere, ma per essere il motore di una strategia di riordino dell’assetto politico complessivo. Ed è proprio questa condizione ad apparire ben lontana dal rigenerarsi, in forme nuove, nel sentimento collettivo degli italiani.

Il successo della destra richiede un approfondimento serio, senza quella fretta che assomiglia al disbrigo di una pratica fastidiosa. Ebbene, indugiare sulla soglia di un esame necessariamente critico, quasi che l’ardore della polemica anti governativa supplisca al dovere di elucidazione di un progetto di lungo respiro, è un segnale di spaesamento della cultura progressista. L’eccentrico diventa il codice a barre dell’identità di sinistra e chiude all’angolo l’iniziativa democratica. Più questo “carrattere radicale” si accentua, più aumenta lo spazio di manovra della destra. L’alternativa non si costruisce inseguendo le impertinenze di Sanremo. Al centro-sinistra occorre dare un supplemento d’anima, altrimenti si resta a digiuno di speranza. In questa prospettiva, perciò, dovrebbe essere forte l’apporto creativo dei cattolici democratici, più forte di quanto possa concepirsi nel gioco stretto di partito. A che giova rimanere, chi più chi meno, assiepati a bordo campo? Lo si dice spesso, in varie sedi, ma con friabili suggestioni operative. Non è così che si riempie un vuoto.

Il declino della politica si rispecchia nel crollo della partecipazione elettorale

Recentemente due autorevoli e accreditati osservatori come Sabino Cassese e Giuseppe De Rita, in altrettante interviste, hanno avuto modo di puntualizzare alcune evidenze critiche della politica, intesa come arte del buon governo e vista nell’ottica delle relazioni tra istituzioni e società civile.

Il giudice emerito della Corte Costituzionale, ex Ministro e fondatore di IRPA (istituto Ricerche Pubblica Amministrazione) di cui dirige il Magazine, si è in particolare soffermato sulla pratica dello ‘spoils system’ evidenziandone gli abusi e le degenerazioni. Di derivazione anglosassone – letteralmente ‘sistema delle spoglie’ – esso consiste nella consuetudine ormai consolidata di avvicendare l’alta burocrazia e la dirigenza dello Stato e degli Enti pubblici in occasione del subentro di un nuovo Governo: se pensiamo che ce ne sono stati 68 in 76 anni di Repubblica possiamo avere un quadro approssimativo della abnorme quantità di nomine apicali e incarichi di vertice, in nome di una corrispondenza di intenti, di deleghe di funzioni e di rassicurante fedeltà dell’azione burocratica agli indirizzi di governo. Cassese valuta con severità questa prassi sotto diversi profili di considerazione. Partendo proprio dal principio di fedeltà che i nominati e chiamati a ricoprire incarichi di responsabilità (sempre ben remunerati) dovrebbero riservare alla politica di governo.

Sottolineando come – invece – dovrebbe prevalere in loro uno spirito di terzietà che li renda servitori dello Stato e non dei loro mentori politici verso cui saranno inevitabilmente debitori dell’alto incarico ricevuto, sovente declinabile in un atteggiamento di obbedienza, sudditanza e acritica benevolenza.

Si tratta di una pratica che ha costi enormi di esercizio e non garantisce la dovuta imparzialità nell’esercizio di una funzione resa a servigio della comunità e del bene comune.

Ne deriva che il rapporto di vassallaggio che si instaura tra chi attribuisce una funzione di alta responsabilità e chi ne è investito fa inevitabilmente precedere il criterio dell’appartenenza a quello della competenza. Questo genera inevitabilmente una sorta di ingiustizia sistemica, poichè non vengono scelti i migliori ma i più fidati, che nel posizionamento ai nastri partenza dei potenziali prescelti li identifica in base al colore politico o all’orientamento ideologico, a pregressi rapporti di conoscenza personale e di messa alla prova. Non è – ribadisce Cassese – la competenza specifica per il ruolo a cui si è chiamati e la funzione che si dovrà esercitare il discrimine della scelta: non ad esempio la formazione e il titolo di studio, non l’esperienza consolidata con profitto, non la garanzia di una necessaria neutralità basata su requisiti tecnici e professionali ma il rapporto fiduciario che si va ad instaurare. In teoria anche questo requisito avrebbe una valenza positiva se reciprocamente politica e burocrazia funzionassero in sintonia per un fine alto e superiore alle parti: difficile tuttavia resistere all’influenza che gli apparati subiscono inevitabilmente dai decisori politici. 

A sua volta il Presidente e fondatore del Censis Giuseppe De Rita, da sempre attento osservatore delle dinamiche istituzionali e politiche e delle loro ricadute, cultore dell’intermediazione che vede in progressivo declino e assertore di derive partecipative ed inclusive, lungimirante interprete degli orientamenti e dei posizionamenti sociali dal dopoguerra ad oggi, mette il dito sulla piaga della prevalenza degli slogan e delle promesse elettorali sulle effettive capacità di buon governo della cosa pubblica. Questo genera una sorta di appiattimento cieco e di omologazione coatta nelle decisioni che riguardano la guida del Paese, che smentisce i proclami e le illusioni della vigilia del voto. Con raro pragmatismo e capacità di penetrare, leggere e interpretare la stagnazione socioeconomica dell’eterno presente, De Rita spoglia la realtà dalle sue rappresentazioni utopistiche e simboliche e ci dimostra come ogni effettivo cambiamento necessiti di tempi e procedure che lo rendano metabolizzato nel tessuto sociale: oltre questo accreditamento tangibile restano il flatus vocis degli affabulatori autoreferenziali ed un corpo sociale refrattario e resiliente. 

Anche la politica gioca la sua carta della resilienza: difendere ad oltranza il perseguimento di finalità di autotutela del potere da un lato e indifferenza verso un possibile rapporto più diretto, aperto e di ascolto della società per la promozione del bene comune, dall’altro. Non è azzardato prevedere un ulteriore allargamento del gap tra Paese legale e Paese reale, il cui primo segnale è dato da tempo dalla progressiva “ritrazione silenziosa dei cittadini dimenticati dalla Repubblica” come la definisce il Direttore Generale del Censis Massimiliano Valerii, che si legge nel crescente astensionismo elettorale (per le regionali in Lazio e Lombardia non si sono recati alle urne quasi 6 cittadini su 10, il 39% alle politiche del 2022). Ci avviciniamo mica tanto lentamente alla soglia del 50% dei non votanti su scala nazionale, che sancirà l’unica vera Riforma implicita possibile: la fine della democrazia rappresentativa e il consolidamento della casta degli oligarchi che succedono a se stessi.

Lombardia, astensioni e Destra. Gli altri…non pervenuti.

Fonte Karplus
Fonte Karplus

Se anche in Lombardia va a votare solo poco più del 40% degli elettori potenziali la crisi delle istituzioni è molto seria. Significa che il dissenso popolare è enorme nei confronti di una qualità dell’offerta politica giudicata scadente, nei partiti e nei politici che li rappresentano.

Un astensionismo così alto nelle elezioni regionali di due delle tre principali regioni italiane illustra altresì la crisi di credibilità dell’istituto e questo dovrebbe far riflettere quanti vogliono introdurre l’autonomia differenziata, col rischio di creare nuovi danni allo Stato oltre a quelli prodotti in questi ultimi 20 anni dalla riforma del Titolo V°, colpevole di un contenzioso gigantesco fra Stato e Regioni assolutamente nefasto per la gestione della cosa pubblica e per il suo buon funzionamento.

Ciò premesso il risultato registrato era ampiamente prevedibile. E previsto. Ciò perché in Lombardia la struttura sociale ed economica è saldamente ancorata al centrodestra sin da quando – scomparsa la Dc – Berlusconi prima e la Lega poi ne ereditarono larga parte dell’elettorato. E poi perché le opposizioni di centrosinistra non hanno saputo far fronte comune (ma del resto mettere insieme Terzo Polo e 5 Stelle è impossibile).

In Lombardia il Pd ha optato per l’alleanza con i 5 Stelle, che però al Nord sono assai deboli. Si consola con un risultato di lista dignitoso, superiore al 20%, che però non offre alcuna prospettiva di vittoria futura, se non saprà costruire un fronte largo in grado di scalfire quel fronte sociale che vota il centrodestra da quando è nata la cosiddetta “Seconda Repubblica”. E che è il portato soprattutto del consenso ottenuto a Milano e in tre altre capoluoghi di provincia, a conferma di un radicamento cittadino che svanisce man mano che dai centri urbani ci si allontana. A caldo può essere sufficiente criticare il Terzo Polo per una scelta che palesemente non ha pagato, ma la riflessione che questo risultato impone dovrà  andare ben più in profondità.

Riflessione che nel caso di Azione e Italia Viva diventa essenziale, pena la precoce conclusione di un progetto sorto con ambizioni importanti ma destinate a rimanere tali se non saranno in grado di aprire un varco presso l’elettorato moderato: non esserci riusciti avendo una candidata della storia e dello spessore di Letizia Moratti è un segnale d’allarme rosso che non potrà essere eluso.

A destra i vincitori sono tre e il perdente uno. Nel senso che Fratelli d’Italia è diventato il primo partito in Regione grazie al traino indubitabile di Giorgia Meloni, ancora in luna di miele col Paese. Ma non ha cannibalizzato la Lega, che col 16% circa di consensi è riuscita a evitare quel tracollo che in molti anche al suo interno temevano. Del resto è qui che essa è nata, e le radici ormai trentennali sono solide. Ed infatti il terzo vincitore è il Presidente Fontana: vincitore due volte, perché la sua lista è andata oltre il 6%, un risultato assai dignitoso a conferma di una stima personale che egli ha saputo guadagnarsi per i suoi modi tranquilli e pacati che evidentemente sono stati apprezzati. Il partito perdente invece è Forza Italia, scesa intorno al 6% laddove una volta dominava il campo. Tutti qui in Lombardia pensano la stessa cosa, ovvero che quel partito è destinato a declinare e poi a scomparire. Solo questione di tempo.

Un’ultima osservazione, a margine: la difficile (diciamo così) gestione della pandemia, nel 2020, non ha inciso elettoralmente in termini negativi per il centrodestra come in molti immaginavano. Evidentemente, due anni sono stati sufficienti per dimenticare le gravi inadempienze delle Regione.

Il simpatico e spensierato pluralismo dei Popolari.

I Popolari, checché se ne dica, continuano a far notizia. In periferia e a Roma. E non solo per la gloriosa cultura di cui sono portatori ma anche, diciamocelo apertamente, per la qualità della classe dirigente.

Per non essere accusati di eccessiva riservatezza, proviamo a citarne alcuni. Si va dall’eterno Franceschini che appoggia la Schlein, artefice nel Pd – per dirla con Luca Ricolfi – della trasformazione di quel soggetto politico in un “partito radicale di massa” al raffinato Castagnetti che sostiene apertamente il post comunista e l’ex renziano Bonaccini; dalla sempre carismatica Bindi che patrocina lo scioglimento di un partito “inutile” come l’attuale Pd al movimentista Fioroni che ormai ha tolto il disturbo e si incammina nella nuova avventura di ricostruire la carovana dei Popolari al di fuori del Pd. In mezzo si agitano molti amici Popolari e cattolici sociali. Da “penna veloce” di Merlo, come lo chiamava simpaticamente il suo “capo” Franco Marini al sempre più riflessivo D’Ubaldo; dal nipote doc De Mita al nuovo doroteo Guerini. Per non parlare dello stuolo dei Popolari che nella ricca e profonda periferia italiana sono in trepidante attesa di chi “lancia il fischio” per primo per la ripartenza politica.

Insomma, la classe dirigente c’è. La cultura politica non manca. L’entusiasmo sta, finalmente, ridecollando. Per il momento, però, abbiamo una sola certezza. Nessuno potrà più parlare, d’ora in poi, a nome di tutti i Popolari. Ed è già un grande passo in avanti.

Francesco, il Vescovo di Roma: a proposito della riforma del Vicariato.

Lucio D’Ubaldo

Meno di quindici giorni fa, esattamente il 31 gennaio, entrava in vigore la Costituzione apostolica In Ecclesiarum communione che fissa il riordinamento del Vicariato di Roma. È presto per dire se la nuova organizzazione della Diocesi del Papa abbia mosso le acque, in senso favorevole e positivo, incontrando una volontà di ricezione da parte della comunità ecclesiale. Quando Francesco ne ha dato l’annuncio, nella giornata dell’Epifania, i più sono rimasti sorpresi: si parlava da tempo della riforma, ma nessuno aveva raccolto i segnali della sua imminente formalizzazione. Bergoglio, in fondo, ha manifestato in varie circostanze la predilezione per interventi a sorpresa, quasi a voler rafforzare con la repentinità del gesto la caratura del suo messaggio di cambiamento.

In realtà, il Vicariato per ben due volte è andato incontro a cambiamenti negli ultimi decenni, prima con Paolo VI (Vicariae Potestatis – 1977) e poi con Giovanni Paolo II(Ecclesia in Urbe -1988). Stavolta, seguendo le interpretazioni e i commenti sviluppati a caldo, si nota la preminenza di un disegno di maggiore accentramento, essendo tutto o quasi tutto riportato alla volontà del Pontefice. Il Cardinal Vicario, definito ufficialmente“ausiliare”, vede diminuito il suo ruolo, sia per l’enfasi riposta sul ruolo del Consiglio Episcopale che per le pregnanti funzioni attribuite al Vicegerente – vero dominus del Palazzo Lateranense – anch’esso nominato dal Papa. E sempre il Papa nomina i Vescovi di settore e gli organi di controllo interni al Vicariato, senza dimenticare i Parroci. La cura pastorale della Città contempla dunque una piena responsabilità del suo Vescovo. D’altronde, non bisogna dimenticare che appena eletto Papa Francesco si rivolse ai fedeli riuniti in Piazza San Pietro definendosi appunto “Vescovo della Chiesa di Roma”. 

Qualcuno ha pure osservato il legame esistente tra questa operazione di riforma e l’accennata prospettiva di un Papa ridotto, se dimissionario, a Vescovo emerito di Roma. Il problema è evitare che al Pontefice regnante si affianchi l’ingombrante figura del Papa emerito, come è avvenuto a seguito della clamorosa scelta di Benedetto XVI. La Chiesa ha faticato a trovare un punto di equilibrio e il permanente “stato di eccezione” ha consentito all’ala più conservatrice del Vaticano di lavorare in sordina per fare di Ratzinger il guardiano dell’ortodossia, in contrasto perciò con la linea di rinnovamento portata avanti da Francesco. Ora nella ipotesi di dimissioni, sempre respinta da Bergoglio, avremo comunque un esito diverso, più limpido nelle forme, anche a riguardo della residenza – aspetto non secondario –  visto che il Vescovo emerito di Roma potrebbe essere ospitato in Laterano. 

La Costituzione apostolica pone l’esigenza di un nuovo slancio pastorale. Lo sguardo del Papa non vuole essere concentrato sulle questioni di carattere meramente organizzativo: la Chiesa di Bergoglio è una Chiesa in uscita. C’è una costante, quando i Papi parlano di Roma; c’è la forza evocativa della sua funzione universale, per il retaggio di storia civile e religiosa; e c’è, in conclusione, l’appello all’opera di evangelizzazione di cui essa ha bisogno, oggi più che mai, per essere “esempio di carità” sulla scena del mondo. Quando si aprirono le porte del Concilio, Giovanni XXIII avvertì l’urgenza di trasmettere ai romani il senso profondo della novità che si profilava all’orizzonte della cristianità. Fece, a riguardo, un gesto che univa organizzazione e visione pastorale: nel 1962 spostava la sede del Vicariato da Piazza della Pigna a San Giovanni, nel Palazzo del Laterano, sede dei Pontefici per undici secoli, fino all’epoca avignonese, e perciò definito dal Papa “richiamo fulgido della unione spirituale di tutte le chiese della terra, dalle cattedrali insigni alle umili cappelle degli avamposti del cristianesimo”. Il pensiero di Papa Giovanni si volgeva a un compito che si rifrange nel presente, nella Chiesa di Francesco, per “incoraggiare, a Roma e dappertutto nel mondo, la risoluzione di molti problemi pastorali”.    

L’analisi di Bankitalia e Istat getta un fascio di luce sull’andameto della ricchezza in Italia

Redazione

Alla fine del 2021 la ricchezza netta delle famiglie italiane è stata pari a 10.422 miliardi di euro; rispetto all’anno precedente è cresciuta del 3% in termini nominali ma si è leggermente ridotta in rapporto al reddito lordo disponibile (da 8,71 a 8,66). Nonostante il lieve aumento del valore delle abitazioni, dopo la prolungata fase di calo dal 2012, il peso di tale componente sulla ricchezza lorda è diminuito nel 2021 più di un punto percentuale, dal 46,6 al 45,4%. Ha continuato a crescere il valore delle attività finanziarie (+6,6%), trascinato dai guadagni in conto capitale sulle azioni e sulle quote di fondi comuni. Anche l’aumento dei depositi è stato rilevante, seppure inferiore a quello osservato nel 2020. Le passività finanziarie sono cresciute del 3,7%, soprattutto per effetto della componente dei prestiti. Rispetto ad alcune economie avanzate, nel 2021 la ricchezza netta delle famiglie italiane è cresciuta a un tasso inferiore, risultando tra le più basse in termini pro capite.

La ricchezza netta delle società non finanziarie alla fine del 2021 è stata pari a 880 miliardi di euro. Tra le attività reali, che rappresentano il 60% circa della ricchezza lorda, ha ripreso a crescere il valore dello stock di impianti e macchinari insieme alle altre opere, controbilanciando la riduzione di quello degli immobili. Dal lato finanziario, sono aumentate in modo particolare le detenzioni di depositi, seguite da quelle di altri conti attivi, azioni e altre partecipazioni e derivati, portando la quota delle attività finanziarie sul totale della ricchezza lorda a un livello massimo dal 2005. Le passività sono cresciute più delle attività, principalmente per effetto dell’aumento del valore delle azioni e altre partecipazioni. Il livello di indebitamento delle imprese italiane si mantiene basso nel confronto internazionale, seppure in aumento nel 2021 in controtendenza rispetto agli altri principali paesi.

La ricchezza netta delle società finanziarie nel 2021 è stata pari a 686 miliardi di euro. La ricchezza lorda è cresciuta del 5,4%, soprattutto grazie alla componente dei depositi, che ha raggiunto il peso più elevato dal 2005 (22% del totale). Vi è stata, invece, una diminuzione dell’incidenza dei prestiti attivi, dal 28 al 27%.

Alla fine del 2021 la ricchezza netta delle amministrazioni pubbliche è risultata negativa per 1.467 miliardi di euro (oltre l’82% in rapporto al Pil). Il totale delle attività, sia finanziarie sia reali, è cresciuto del 3,6% rispetto all’anno precedente, trainato, dal lato non finanziario, dall’aumento delle opere del genio civile (+24 miliardi), il cui valore rappresenta più di un terzo della ricchezza lorda. Nel confronto internazionale, il miglioramento della ricchezza netta in rapporto al Pil tra il 2020 e il 2021 è stato sostanzialmente in linea con quello osservato negli altri paesi.

[Testo di presentazione 

Per saperne di più

https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/ricchezza-settori-istituzionali/2023-ricchezza-settori-istituzionali/index.html

O sì o no, restituiamo alla parola il suo valore.

Francesco Provinciali 

Dal gergo colorito del grande, indimenticabile Totò ci viene consegnato uno dei più genuini consigli sulla sincerità: non “badi come parla” ma “parli come badi!”. Forse sembra solo una intuitiva battuta ad effetto ma, ad una lettura postuma, anche un simpatico invito ad essere se stessi,senza le ridondanti sovrastrutture linguistiche che con parole roboanti ed espressioni ad effetto finiscono per limitare l’autenticità e l’immediatezza della comunicazione fra le persone. Quando sento da parte di politici e imbonitori, tribuni e moralisti certi fervorini retorici ed autoreferenziali mi viene in mente l’antico ricordo scolastico del poeta dell’orecchio e non del cuore.

La musicalità leziosa ed ostentata della parola non riesce a sostituire nell’immaginazione dei miei desideri la sacralità ispiratrice del silenzio. Pensare non è certo uno dei nostri passatempi preferiti e sovente ci manca il pudore del saper tacere: infatti prima di mettere in moto il cervello molti aprono subito il rubinetto dei discorsi senza fine. Siamo sommersi da un fiume di parole e ognuno non rinuncia a dire la sua. Non sempre ci si accorge però che l’uso sovrabbondante delle parole finisce per favorire l’incomunicabilità: un rumore assordante di voci che sovrasta la stessa comprensione del linguaggio.

Non siamo più capaci di esprimerci per concetti e persino i proverbi – veri concentrati di saggezza popolare – vengono di buon grado messi in soffitta. Anche la TV recita la sua parte a soggetto e le stesse trasmissioni intenzionalmente destinate a rendere più democratica l’informazione finiscono per diventare penosi e ridicoli siparietti per esibizionisti e sapientoni, dove si urla e si litiga sul nulla: una continua prova generale di mirabolanti esercizi linguistici che lasciano il tempo che trovano. La stessa comunicazione mediatica, come argutamente sottolineato da Kahled Fouad Allam, finisce per essere paradossalmente non il prolungamento della parola nel mondo ma la sua negazione. Come ebbe a scrivere un genio di autentica sapienza come Seneca “dum differtur vita transcurrit”: mentre si rinvia la vita passa e va.

A forza di descrivere, dettagliare, informare, convincere, argomentare si perde di vista il nucleo concettuale del discorso. Troppe frasi a effetto e poco convincenti. Il “maestro” Enzo Biagi – ricordato per la sua rude sincerità – ammise con coraggio che a volte dovremmo limitarci a dire dei sì e dei no. Forse il messaggio evangelico “sia il vostro parlar sì sì, no no, quel che vi è di più appartiene al male” conserva un suo grado di verità, al di là della suggestiva evocazione di un drammatico, apparente e ultimativo aut aut. Dire dei sì e dei no sarebbe molto più opportuno anche nelle cose della vita, per certi aspetti persino pedagogicamente più educativo. Con i giri di parole infatti si finisce per ribaltare il senso del messaggio originario, per dire e far dire cose che non corrispondono alle intenzioni di chi le ha pensate.

La sovrabbondanza della narrazione ci rende affabulatori ricchi di retorica e poveri di idee. Molte volte più che commentata la vita andrebbe soprattutto capita: in questo gli esempi servono più della parola. Sfrondare il superfluo per arrivare al cuore del messaggio, in modo asciutto: saper comunicare facendosi capire. Come si diceva un tempo: “l’analisi conosce, la sintesi crea”.


Marini, il Ppi e i Popolari.

Giorgio Merlo

Due anni fa ci lasciava per sempre Franco Marini, uno dei più grandi leader politici del cattolicesimo popolare e sociale nel nostro paese. E poco più di 20 anni fa chiudeva i battenti la breve esperienza politica del Partito Popolare Italiano dopo il tramonto della Democrazia Cristiana e in attesa del decollo della Margherita, il primo partito “plurale” nella storia democratica del nostro paese. E proprio il percorso politico, culturale ed organizzativo di Marini ha attraversato tutte queste fasi. E va pur detto, senza enfasi ma con sano realismo, che Franco Marini ha vissuto queste varie e diverse esperienze politiche ed organizzative sempre da protagonista. Con coraggio, coerenza e determinazione. Come, del resto, era il suo carattere da prima linea senza, però, rinunciare mai a valori e a principi che hanno scandito nel tempo e nelle diverse fasi storiche il cammino del cattolicesimo popolare e sociale nel nostro paese.

Ora, c’è un filo rosso che lega questi periodi, seppur diversi tra di loro, ma accomunati dalla medesima preoccupazione. Ovvero, salvaguardare la specificità e l’originalità della tradizione del cattolicesimo sociale e popolare che aveva, ed ha, sempre la stessa priorità: difendere, salvaguardare e promuovere i ceti popolari nel nostro paese. Detto in altre parole, difendere le loro istanze, le loro esigenze e, soprattutto, farsi carico a livello politico e legislativo delle loro domande. Ed è lungo questo solco che Marini ha proseguito, con autorevolezza e personalità, la storica esperienza della “sinistra sociale” di ispirazione cristiana di Carlo Donat-Cattin e di molti altri esponenti di questo filone ideale. E cioè, far sì “che l’istanza sociale doveva farsi Stato”. E quindi, e di conseguenza, che la “politica sociale” diventi un asset fondamentale dell’intera politica economica del paese e condizioni il progetto politico del partito di riferimento e dello schieramento politico e di governo. E così è stato nel suo lungo e fecondo impegno sindacale; così, soprattutto, nella corrente di Forze Nuove nella Dc con Donat-Cattin, Sandro Fontana, Toros, Faraguti, Vito Napoli, Foschi, Triglia, Vittorino Colombo e moltissimi altri uomini e donne; così nella stagione con Martinazzoli alla guida della Dc dopo l’uragano tangentopoli; così nella straordinaria esperienza del Partito Popolare Italiano e nella Margherita all’inizio degli anni duemila e poi con la prima fase del Partito democratico.

Insomma, nel grande partito interclassista della Dc come nel partito identitario, seppur laico e moderno, come il Ppi; nel soggetto “plurale” della Margherita come nel Pd, sin quando si è impegnato in prima persona, Marini non ha mai rinunciato a quella specificità politica e culturale. Ovvero, l’esperienza dei Popolari e dei cattolici sociali non poteva essere sacrificata sull’altare di nessuna novità politica e per nessuna ragione dettata dal conformismo dominante o dalla modernità del cosiddetto costume. Politico o culturale che fosse non faceva, al riguardo, alcuna differenza.

Ecco perchè, quando si ricorda il vissuto politico di Franco Marini, occorre avere l’onestà intellettuale di evidenziare che il tratto distintivo di Franco è sempre stato quello di accettare sì le sfide e le novità dettate dall’evoluzione della storia e degli accadimenti politici, ma con la consapevolezza, quasi religiosa, che alla propria identità non si poteva e non si può rinunciare. Pena la rinuncia alla propria storia e, soprattutto, ai propri valori di riferimento. E la “sospensione” – questo è il temine esatto – forse troppo frettolosa della esperienza del Ppi e la successiva confluenza nel primo partito “plurale”, cioè la Margherita, ha visto proprio in Marini il baluardo per eccellenza della difesa e della salvaguardia della “ragione Popolare” e cattolico sociale.

Per questi motivi il “magistero” politico e civile di Franco Marini non tramonta. Nel merito e anche nel “metodo”. Perchè Marini, certo, aveva un carattere “d’altri tempi” difficilmente replicabile nella cittadella politica contemporanea caratterizzata da una classe dirigente improvvisata, subalterna ai sondaggi sfornati quotidianamente e ancora, purtroppo, condizionata dai disvalori e dalla sub cultura del populismo grillino che individua nel passato un luogo da criminalizzare e da gettare alle ortiche, ma aveva anche la certezza che un politico è un interlocutore, credibile e rispettato, solo se è interprete di una chiara e netta identità politico e culturale. Senza paure e senza cedimenti di natura trasformistica ed opportunistica.

E proprio l’esempio e l’insegnamento concreti di Franco Marini possono essere, oggi, un riferimento per le nuove sfide che attendono i Popolari e i cattolici sociali. Senza subalternità a chicchessia e, soprattutto, senza presenze politiche al ribasso o nascosti all’ombra di grigi cartelli elettorali o di partiti personali o di soggetti politici che prescindono ormai da quella storia. Marini lo ricordiamo con amicizia, forza e convinzione perchè quelle strade non le ha mai condivise e, nello specifico, le ha sempre combattute a viso aperto. Con coerenza politica, coraggio umano e lungimiranza culturale.

In Europa si confrontano linee diverse su sistemi politici e modelli sociali

Guido Bodrato

Nell’autunno del 2002, se ricordo bene, ho commentato un confronto sull’Europa, allora alle soglie dell’allargamento dei suoi confini ad Est, tra Letta e Caracciolo: il primo ottimista sull’avvenire dell’Europa di Maastricht e dell’Euro, il secondo dubbioso, se non critico e pessimista, sul futuro dell’Europa politica. Letta attendeva la vittoria del sogno federalista, del primato delle istituzioni europee – Commissione e Parlamento di Strasburgo – sul potere del Consiglio dei governi. Caracciolo temeva che, con l’allargamento dell’Unione ad Est, si sarebbero allentati i vincoli comunitari.

Sono passati più di vent’anni. Il Parlamento di Strasburgo continua ad applaudire tutto ciò che evoca il sogno federalista; ma Letta – in ritorno a Parigi dopo il tramonto dell’avventura del Pd – sa che questo Parlamento europeo, e ciò che sopravvive alle tradizionali famiglie della Comunità dei padri fondatori, dovranno ormai lavorare per la costruzione di una Confederazione, cioè di una Europa che resista alle tentazioni sovraniste, e al fatto che l’Europa di Zalenscky è ormai un’area politica con confini sempre più incerti e con pilastri (economici e politici) sempre più affidati ad alcuni paesi (Germania e Francia). Questidebbono competere con l’egemonia economica e politica degli Stati Uniti, i quali a loro volta sono impegnati in una sfida senza regole con imperi continentali (Russia e Cina) che stanno vivendo una transizione da un secolo ad unaltro secolo. Niente dura sempre.

E Caracciolo quest’oggi [ieri per chi legge, ndr] si pone su “La Stampa” domande – non solo di politica internazionale – ancora senza risposte. Che però, se posso azzardare una riflessione, mettono a confronto la strategia di Macron, comunque post-gollista, con quella di Giorgia Meloni, che pensa invece ad un rilancio in Europa del modello gollista, di un regime autoritario su cui costruire “l’Europa dei conservatori”dopo quella del compromesso social-popolare (riformista) che ha retto per quasi settant’anni, ma ora è messo in discussione proprio dall’allargamento, vale a dire dal suo apparente successo.  

Questa sarebbe la causa “politica” del contrasto tra Meloni e Macron, secondo i Fratelli d’Italia. Il conflitto contro Putin per Macron sarebbe in qualche modo una battaglia per la libertà degli europei, contro un’autocrazia orientale, illiberale; quella che la Meloni sostiene (dall’alto delle autorevoli spalle di Biden?) appare invece la ricerca di una rivincita sulla storia del Novecento, in un conflitto tra armate che si era imposto come guerra di civiltà tra opposti regimi nell’inverno del ‘45…con la battaglia di Leningrado.

Una provocazione? Eppure, Macron e i “liberal” diffidano dell’autocrazia e dei regimi sovranisti, ovvero del fantasma dell’Europa dei conservatori. Perché? Anche dallo scioglimento di nodi dimenticati, dal modo di ripensarli, può dipendere il futuro dell’Europa.

Di questo, a porte chiuse, Parigi e Berlino sembrano discutere; mentre anche l’America liberal sta ridiscutendo le debolezze della sua radice democratica, per archiviare e dimenticare l’incubo Trump e fare rivivere i principi di una rivoluzione liberale che la globalizzazione dell’economia e una rivoluzione post-industriale stanno mettendo alla prova, poiché con la competitività dei diversi sistemi economici crescono anche le diseguaglianze sociali e crescono i contrasti. Viviamo un tempo che rinnova  anche in Europa il confronto tra sistemi politici, tra modelli di società. Anche a questa transizione verso l’ignoto, dovremmo pensare poiché tutto si tiene, soprattutto in democrazia, dove contano il consenso e la trasparenza.

[Il testo è tratto dalla pagina Facebook dell’autore]

L’insofferenza manifesta di Giorgia Meloni

Marco Follini

Davvero non si comprende perché Giorgia Meloni sia così arrabbiata. E insieme, così poco risoluta. Ella non nasconde una certa insofferenza verso critici e avversari. Cosa che si spiegherebbe nel bel mezzo di una campagna elettorale o in un momento di risalita delle opposizioni. E si spiega assai meno all’indomani di una portentosa vittoria che gli ultimi sondaggi confermano e semmai amplificano. 

Dunque, dovrebbe essere il momento giusto per sorridere, distendere, pacificare. Governando con la leggerezza che si addice ai più forti e non più con la combattività degli “underdog”. Mentre gli ultimi messaggi in arrivo da Palazzo Chigi segnalano semmai una certa sindrome da accerchiamento che peraltro non sembra giovare neppure alle fortune del governo. 

A complicare tutto questo si sono aggiunti Donzelli e Delmastro (non propriamente due allievi di Gladstone eDisraeli). Ai quali non avrebbe fatto troppo male un richiamo all’ordine da parte della loro leader. La quale invece se n’è ben guardata. 

E qui però ella rischia di scivolare dalla parte opposta. E cioè di non riuscire ad onorare quell’immagine di leader tutta d’un pezzo, decisionista, priva di remore e di incertezze. Immagine che Meloni s’è costruita negli anni, studiando e migliorando. E che ora però dovrebbe tornarle utile per mettere in riga due fedelissimi che si ostinano a comportarsi come se sedessero ancora sui banchi dell’opposizione. Si dirà che Meloni non è certo l’unica a radicalizzare i conflitti. Vero, verissimo. Ma altrettanto vero è che lei più di tutti avrebbe interesse a fermare questa giostra.

Fonte: La Voce del Popolo – 9 febbraio 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della diocesi di Brescia]

C’è una terra che trema e un dramma che scuote: il sisma investe le nostre coscienze.

Giovanni Federico

C’è una terra che trema. Assistiamo alla sua sfaldatura, inermi sapendo che non è possibile opporsi. Si è aperta la sua bocca in Turchia ed in Siria facendo uno spezzatino di palazzi e di vite mischiate in un unico pasticcio. Poi le solite storie, sempre uguali in queste circostanze. Si contano il numero dei morti come dovesse battersi un primato su tragedie precedenti. SI contano le ore di resistenza in vita di un sopravvissuto salvato in extremis, prima che si possa dire che per gli altri ormai ogni speranza è perduta. Si dice del gesto eroico di una mamma che partorisce sotto le macerie come donasse due volte la vita al bimbo appena messo al mondo. Quindi l’elenco delle proteste per i tardivi e inadeguati soccorsi, per le costruzioni cadute giù come grissini, per l’abbandono delle popolazioni ribelli della Siria lasciate seppellite dal potere centrale, che finalmente può sbarazzarsi di loro e via ancora, per questa strada, i soliti commenti.

C’è una terra che trema forse per quanto accade al piano di sopra e proprio non ce la fa più ed esplode, per dire che così non si può andare avanti. O si sgranchisce infastidita da un brusio molesto che le giunge dagli uomini e che interferisce con un sogno dolce di terre sinuose. Gli Orientali sanno come aggiustarsi le storie per il meglio. Si raccontano che il terremoto è l’ansimare furioso dall’accoppiamento di un gigante sotterraneo con la sua amata.

C’è una terra che trema e ti fa venire i sudori freddi, altro che tremarella, quando decide di fare la voce grossa. 

C’è una terra che trema e sembra proprio che, da giustiziera, trami ai tuoi danni, mandando all’aria ogni cosa ti sia scaltramente predisposta, anche se lascia sangue da ogni parte.

C’è una terra che trema di fronte alle promesse di pronta ricostruzione, facendo di più e di meglio di ciò che era, come se i morti già appartenessero al passato. Fermarsi sulla morte non conviene a nessun governo. Qualche giorno di lutto nazionale e siamo già nel dopo. Anche le polemiche son benvenute perché ti distraggono dal fatto. Un fiume di parole più facilmente cancella il fiume di morti da mettere da qualche parte. Come sempre si muove la solidarietà internazionale inviando escavatori, tende, ospedali da campo ed ogni quant’altro occorre per far fronte alle necessità. Eppure si è in affanno, perché non è facile provvedere sia ai morti che ai vivi. In qualche modo si andrà avanti. Si parla, ad oggi, di oltre 20.000 vittime del terremoto. Per non farsi mancare nulla, nella eccitazione del tutto a cui provvedere, a vederla in positivo, pare proprio ci si stia scaldando i muscoli per evenienze più impegnative. Mai così spesso corrono minacce di guerre nucleari e il terremoto è una ottima palestra per allenarsi ai soccorsi.

C’è una terra che trema e che va punita. Le faranno vedere gli uomini di che sono sono capaci appena sul filo della sua crosta. Basterà pigiare qualche bottone nelle stanze segrete degli armamenti e un centinaio di città verranno rase al suolo e la conta di quelli che la scamperanno sarà semplice, inferiore al palmo di una mano. Se fosse, a titolo dimostrativo, il destino solo di una città, già farebbe cadere nel panico l’organizzazione mondiale di aiuti a sostegno del paese colpito.

C’è una terra che trema all’idea che l’uomo possa essere capace di tanto e se l’è fatta addosso, sbracando le sue viscere con un terremoto che ne segna l’apprensione.L’uomo ci vada con i piedi di piombo con i progetti che sta ruminando passandoli, trepidanti, dalla testa allo stomaco, per via della gola. Ci si sta gradualmente abituando ad una maledetta probabilità con i piedi di argilla. Eppure i morti di questi giorni ci danno schiaffi pesanti, gli ultimi per svegliarci da un sonno maledetto in cui siamo caduti.

C’è una terra che trema all’idea di tenerci, per come siamo, ancora in groppa. Nell’amaro film di Visconti, “La terra trema”, il protagonista perde la sua battaglia contro i potenti e dopo un periodo di possibile riscatto e costretto a tornare sotto il loro giogo. Nel caso si andasse avanti, accarezzando sogni di gloria nucleare, neanche i potenti potranno cantar vittoria. Il loro alfabeto resterà muto.


Fratelli di Giorgia, un’ampia ricerca sulle radici e le evoluzioni del partito più votato dagli italiani.

«Quello costruito da Giorgia Meloni insieme ai suoi coetanei della generazione Atreju è, a tutti gli effetti, non solo nel simbolo, il terzo partito della Fiamma e, al tempo stesso, l’espressione di una destra a-fascista, nazional-conservatrice che, diventata centrale nella politica italiana, tenterà di cambiare gli equilibri della politica europea»

Secondo Giorgia Meloni, Fdi è costituito da «uomini e donne che corrono da un’epoca all’altra, da una generazione all’altra, portando con sé una fiamma che non si è mai spenta completamente». Proprio da qui nascono gli interrogativi sul suo partito, sui legami con il fascismo di ieri e la «destra radicale» di oggi. Interrogativi alimentati dalle apparenti contraddizioni di un partito chiuso, gerarchico, old style, con a capo una donna, una leader pop, capace di usare tanti registri comunicativi e di rivolgersi con gli stessi termini a pubblici diversi, alternando rivendicazioni di coerenza e duttilità, teorie del complotto e amore materno, estremismo verbale e realismo. Alla luce di una analisi articolata, documentata, rigorosa, condotta senza pregiudizi e senza sconti, il libro propone una ricostruzione da cui emergono continuità e rotture con Msi e An, un resoconto su persone e circostanze che hanno segnato la costruzione di Fdi, di cui analizza la struttura organizzativa, il profilo ideologico, il network internazionale, la comunicazione, l’elettorato. Infine, riannoda questi vari elementi in una lettura compiuta sul percorso fatto e l’identità costruita nei primi dieci anni di vita, sulle fortune e le virtù che hanno portato gli eredi di una tradizione politica destinata ad estinguersi alla «guida della Nazione».

Chi sono gli autori

Salvatore Vassallo è direttore dell’Istituto Cattaneo, insegna Politica comparata e Analisi dell’opinione pubblica nell’Università di Bologna. Con il Mulino ha pubblicato «Liberiamo la politica» (2014), «Sistemi politici comparati» (a cura di, 2016), «Il bipolarismo asimmetrico» (curato insieme a Luca Verzichelli, 2023, di prossima pubblicazione). 

Rinaldo Vignati collabora con l’Istituto Cattaneo. Si occupa di politica e storia del cinema. È co-curatore de «Il vicolo cieco. Le elezioni del 4 marzo 2018» (Il Mulino, 2018) e autore di «Indro Montanelli e il cinema» (Mimesis, 2019).

Sanremo, Benigni, la costituzione, la guerra: non possiamo ignorare la continuità dell’imperialismo di Mosca.  

Paolo Frascatore

Le recenti affermazioni di Roberto Benigni al Festival di Sanremo in occasione dell’inizio del settantacinquesimo anno dell’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica Italiana, se da un lato rappresentano alcune profonde riflessioni sul senso, sull’attualità dei principi in essa sanciti, nonché sulla necessità di attuarla nel suo complesso, dall’altro hanno suscitato anche una sorta di delusione per non avere citato, il comico fiorentino, quattropersonalità di spicco che ne hanno forgiato principi e valori della prima parte: Giuseppe Dossetti, Aldo Moro, Amintore Fanfani e Giorgio La Pira.

Ma al di là di questa osservazione (che non vuole essere polemica), va rimarcata la capacità di Benigni di collegarealcuni articoli della nostra Costituzione ai problemi che ci troviamo ad affrontare in questo tempo, in modo particolare quell’articolo 11 nel quale è sancito: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Alla luce di quello che sta avvenendo oggi in Ucraina, fa intendere Benigni, se questo principio fosse presente nella Carta costituzionale della Russia, la guerra attuale sarebbe una ulteriore violazione non solo dell’aggressione illegittima di una Nazione su un’altra, ma anche dal punto di vista della suprema legge interna dello Stato.

Eppure, occorrerebbe riflettere sull’attuale situazione russa e fare un passo indietro: ossia tornare al periodo sovietico quando il potere era detenuto da coloro che si definivano e che venivano definiti anche all’esterno come comunisti.Qual è la differenza tra l’attuale politica dell’entourage russo egemonizzata da Vladimir Putin e l’oligarchia sovietica che dalla rivoluzione di ottobre del febbraio 1917 ha saldamente tenuto in mano le leve del potere, negando i fondamentali diritti di libertà del cittadino, nonché la libertà e l’autodeterminazione degli altri Stati satelliti dell’URSS?

Si tratta di due imperialismi che continuano (come dire) sotto falso nome, ma con motivazioni identiche: opprimere e asservire altri popoli ed altri Stati per quel desiderio di grandezza e di potenza finalizzate ad un profitto economico per una ristretta oligarchia di potere. Oggi Putin, figlio del comunismo sovietico, invade l’Ucraina non solo per ostacolare il diritto del popolo di questa Nazione a disegnare il proprio futuro all’interno dell’Unione Europea, ma anche per allargare i confini della Russia in territori strategici a livello economico e militare. Ieri il capo del Pcus, Leonid Breznev, invadeva Praga (1968) con i carri armati per stroncare sul nascere il processo di democratizzazione e di libertà di pensiero e di stampa avviato dal capo del Partito comunista cecoslovacco, Alexander Dubcek. Quella che allora venne definita come la “primavera di Praga”, a ben riflettere, ha molto da insegnare ancora oggi, anche a certi politici e politologi che con la caduta del muro di Berlino del 1989 dichiararono la fine del comunismo non accorgendosi, però, che quest’ultimo in Cecoslovacchia era altra cosa rispetto a quello russo.

In verità, anche in Russia vi fu all’inizio degli anni Novanta una chiara volontà ad opera di Michail Gorbacev di portare avanti una politica non solo di riforme in senso democratico ed antimperialista, ma anche di rivalutare proprio quei valori che Dubcek aveva chiaramente definito con il termine di socialismo dal volto umano. Sicuramente occorrerà ritornare su queste riflessioni per andare più a fondo, per riattualizzare e rivalutare la politica dei valori sociali, solidali, antimperialistici che dovrebbero, da Est ad Ovest,  pervadere tutto il mondo e rispetto ai quali gli attuali partiti, o meglio, l’attuale classe politica italiana è incapace ditradurre in programma, ma anche in comportamenti politici individuali e collettivi.

Roma: l’Acea difende l’AD Palermo, il Campidoglio vuole fare chiarezza: il caso delle hostess tiene ancora banco.

Nei giorni scorsi Repubblica aveva sollevato il caso dell’Amministratore Delegato di Acea, Fabrizio Palermo, accusato di comportamenti scorretti e vessatori ai danni di alcune hostess in servizio presso l’ex municipalizzata di Roma. Ieri il cda dell’azienda ha confermato piena fiducianei confronti del manager. Nella circostanza ha pure deliberato “di proseguire le verifiche avviate su alcuni contratti di appalto del Gruppo Acea con l’obiettivo di assicurare la piena tutela contrattuale delle lavoratrici, dei lavoratori e del personale intermediato. Infine, si legge nel comunicato stampa diffuso nel pomeriggio, “la società si riserva ogni iniziativa legale per la tutela reputazionale e degli interessi propri e dell’Amministratore Delegato”.

Sta di fatto che l’attenzione sui fatti raccontati da Repubblica  rimane alta. Le commissioni Pari opportunità e Lavori pubblici del Campidoglio hanno inviato una lettera all’azienda di via Ostiense chiedendo la trasmissione dei risultati del primo audit interno. “Vogliamo avere contezza di chi è stato ascoltato su questa vicenda e semmai convocare nelle commissioni i vertici di Acea”, riferisce all’Agenzia Italia  (AGI), il presidente della commissione Lavori pubblici, Antonio Stampete, che insieme alla presidente della commissione Pari opportunità, Michela Cicculli, ha firmato la lettera. Nel frattempo altri consiglieri del gruppo del Pdavevano chiesto di fare luce sulla vicenda. È stato tirato in ballo anche Roberto Gualtieri per non aver espresso solidarietà alle donne. “L’appello al sindaco – chiarisceMichela Cicculli – ha sicuramente molto effetto dal punto di vista della comunicazione, ma ci sono gli organi competenti […] come l’Aula Giulio Cesare e la Commissione Pari opportunità. Insomma, non esiste solo il sindaco”. D’altronde, ha concluso, “vanno prese le giuste misure” poiché “se i fatti raccontati troveranno riscontro […] siamo di fronte a violenze di genere. Dalla narrazione della stampa, qui a denunciare sono solo donne”. 

Nei giorni scorsi era intervenuto il diretto interessato, Fabrizio Palermo, con una lettera inviata a Repubblica in cui venivano rigettate tutte le accuse. “Siamo consapevoli – ha spiegato – che intervenendo su situazioni pregresse con l’intenzione di efficientare l’azienda e rivedere numerosi contratti di appalto al fine di migliorare il servizio e far risparmiare soldi ai contribuenti e ai cittadini romani, si creino sacche di insoddisfazione che possano generare operazioni di discredito e diffamazione”. Il cerchio, insomma, sembra chiudersi: la stampa accende i riflettori, l’azienda interviene, le istituzioni si allertano. In Campidoglio cresce comunque il nervosismo per una storia a dir poco antipatica. Non a caso, dopo aver gettato il sasso, lo stesso Stampete preferisce nascondere la mano: “Siamo molto prudenti. Leggiamo intanto i risultati dell’audit interno e tutte le carte, prima nessuno può esprimersi in merito”. Sì, è vero, ci vuole prudenza, ma non a scapito della chiarezza. E  forse, per l’agitazione che il caso ha prodotto, non tutto è ancora chiarito.

Elezioni Lazio 2023: dimenticare Zingaretti, la voglia di cambiamento punisce il Partito democratico. Domenica le votazioni.

La questione morale, nel mezzo dello scorso anno, ha volteggiato come un avvoltoio sul Partito democratico del Lazio. Il caso Ruberti poteva provocare anche più danni, sebbene uno strascico pesante, fatto di sospetti e congetture, abbia lasciato comunque un segno nella pubblica opinione. Poi, sul piano politico, un vero tsunami si è abbattuto sul centro-sinistra a seguito della vittoria della Destra e l’avvento del governo Meloni. Da quel momento si è proceduto a tentoni, senza una linea chiara, cercando inutilmente il riaggancio con i 5 Stelle a livello regionale. Tutto in salita.

E allora, che dire? Non è cominciata bene la campagna elettorale e forse, proprio sull’onda dei tormenti per la mancata intesa con i 5 Stelle, rischia di concludersi ancora meno bene. Luca Bergamo, capolista di Demos (il partito vicino alla Comunità di Sant’Egidio) e un tempo vice sindaco della Raggi, ha messo i piedi nel piatto: domani, in consiglio regionale, con il partito di Conte andrà recuperatauna linea di collaborazione. Pertanto, a pochi giorni dall’apertura delle urne si prefigura uno scenario che rende vacuo l’appello al voto disgiunto, pure risuonante nelle dichiarazioni, sempre povere di argomenti suggestivi, del segretario regionale dei Democratici, Bruno Astorre. A suo dire, fare ricorso all’espediente della scelta differenziata – per la lista di partito e per il presidente – è “indispensabile se non si vuole far tornare la destra al governo della Regione Lazio”. Gli elettori, quand’anche fossero orientati a favore dei 5 Stelle, non dovrebbero perciò disperdere i consensi a riguardo del candidato presidente. 

Ora, con la stessa logica di Astorre i 5 Stelle invitano a fare altrettanto, ma a vantaggio della loro candidata, la giornalista Rai Donatella Bianchi. I messaggi si annullano e il caos aumenta. Se c’è un effetto prevedibile, stando ai sondaggi, è che l’astensionismo cresca ancora: pur di non votare a destra, molti elettori di centro-sinistra si apprestano a disertare i seggi. Data la rassegnazione, manca addirittura il propellente della sfida, l’attesa del colpo d’ala, la voglia di lottare come che sia, spes contra spem, giusto per tentare l’impossibile. E l’intesa con Calenda, lungi dal rappresentare una limpida scommessa di rinnovamento, si è subito contratta nella modestia di una formula avventizia, ben lontana da un’opzione impegnativa e coraggiosa. Anche convincere i fedeli appare estremamente difficile in queste condizioni e D’Amato, privo di sostegni adeguati, fa la figura di chi è costretto a barcamenarsi.

Qualcuno gli rimprovera di aver impostato la campagna elettorale all’insegna della continuità con l’esperienza di Nicola Zingaretti. Quanto può valere, in effetti, un’eredità che lascia irrisolti tanti problemi e marca un deficit di sapienza e concretezza amministrativa? La sanità, dribblato il Covid, è rimasta al di sotto dei parametri di efficienza; gli impegni sul versante delle infrastrutture e della viabilità non sono stati rispettati, come certifica l’inconclusa vicenda della Roma-Latina; la risposta all’emergenza rifiuti ha sfiorato la farsa per il tasso di ambiguità e ipocrisia, di cui i cittadini romani hanno sopportato e continuano a sopportare le conseguenze; e infine, nemmeno la programmazione territoriale ha conosciuto quel salto di qualità che si realizza, di solito, quando scatta il coinvolgimento attorno a una visione alta della politica urbanistica. Si potrebbe continuare nell’elenco. Con Zingaretti ha trionfato il clientelismo e subito appresso, grazie alle pratiche clientelari, si è imposta una logica di accentramento, anche settaria, con la conseguente emarginazione delle forze non omologate, specie nelle realtà provinciali. Insomma, l’eredità che D’Amato ha raccolto passivamente, senza il necessario discernimento critico, rappresenta alla resa dei conti il maggiore ostacolo nel confronto con la pubblica opinione.

Bisogna capire, allora, quanto una parte dell’elettorato consideri ineluttabile e persino salutare che sulla Pisana si abbatta la tromba d’aria di un voto punitivo e al tempo stesso rigenerativo, con la “speranza canaglia” che da ciò derivi una severa ma benefica lezione per il futuro. Siamo a tanto, ma non per colpa degli elettori; la colpa semmai è di una classe dirigente abbarbicata al potere per troppo tempo, che ha mortificato la fiducia di un numero rilevante di persone, magari intentificabili nell’area centrale dell’elettorato, sinceramente animate da fede democratica e passione riformatrice. E ormai disincantata – guai a non capirlo – rispetto a un moralismo che piega fatalmente all’aggressività strumentale. Sulle macerie bisognerà ricostruire.

Terremoto, Crosetto indovina un giudizio equilibrato sugli aiuti a Turchia e Siria.

Giuseppe Davicino

Sugli aiuti a Turchia e Siria dal ministro della Difesa Guido Crosetto viene una importante presa di posizione in nome degli universali valori di civiltà. “L’umanità di fronte alle tragedie […] deve scavalcare tutto. Anche le sanzioni”, ha scritto ieri Crosetto su Twitter in relazione al sisma che ha colpito i due Paesi mediterranei. Duole constatare che una posizione così chiara  non sia condivisa da buona parte dell’opinione pubblica che conta, intenta a imbarazzanti esercizi di doppiopesismo. Si assiste da parte di politici influenti e da parte di alcune redazioni nelle quali si fa sentire talvolta la mano pesante dei neocons, ad un’opera di falsificazione di quella che è la situazione in Siria e delle tragiche vicende degli ultimi dodici anni.

Un Paese martire dalla storia millenaria che in questi anni ha rischiato di esser cancellato dalle orde dei cosiddetti terroristi “islamici” dell’Isis. Paese nel quale il pur dispotico potere della famiglia Assad aveva garantito una pacifica convivenza alle diverse confessioni religiose, musulmane, cristiane e alawita presenti nel Paese, prima che il vento delle “primavere arabe”, l’ennesimo progetto fallito di ridisegno degli equilibri nel Medio Oriente, lo gettasse nell’inferno della guerra civile e della guerra per procura, che, come in un altro Paese martoriato, l’Ucraina ha visto confrontarsi, a parti inverse, l’Ovest come invasore e l’Est (la Russia ma anche una poco visibile presenza cinese) a difesa della nazione invasa, in un primo tempo fomentando la ribellione, successivamente arruolando molti fra gli stessi rivoltosi nell’inquietante progetto di un Califfato “islamico” tra Iraq e Siria, che ha beneficiato di un incredibile quanto massiccio sostegno occidentale e che solo l’interessato intervento militare del Cremlino in Siria ha fatto tramontare.

Dodici anni di guerra hanno allontanato le parti: l’Occidente ha imposto sanzioni alla Siria che riguardano anche i medicinali di prima necessità e le attrezzature civili. Il regime di Damasco che ha resistito all’invasione camuffata da intervento umanitario, come avvenne in Libia, grazie al diretto sostegno militare della Russia, ma non ha più il controllo d alcune aree ai confini con la Turchia, proprio quelle maggiormente colpite dal terremoto, non si fida di nuove presenze straniere nel suo territorio senza un suo accurato controllo. La gravità del disastro provocato dal sisma impone ora di mettere da parte questa sanguinosa storia per prestare un immediato soccorso a chi è ancora sotto le macerie, ai feriti ai milioni di persone che hanno perso tutto in quei terribili sessanta secondi o nelle scosse successive. Il fatto che il ministro della difesa di un Paese strategico per l’Alleanza Atlantica quale è l’Italia abbia rivolto un appello così colmo di saggezza e di umanità rivela, oltre la caratura politica del suo autore, il prevalere di una linea più distensiva negli ambienti che contano del potere occidentale.

Se il governo si dimostrerà più in sintonia con queste sollecitazioni anziché dare retta ai tamburi di guerra e vendetta provenienti dalle paludi di certa stampa (e per carità di patria non parliamo di certa opposizione) potrà verosimilmente dare un contributo all’intero sistema di alleanze occidentali a recuperare una credibilità che trent’anni di errori e di guerre in Medio Oriente hanno fortemente scalfito. Se è vero che tocca agli Stati Uniti per primi dare dei credibili segnali di accettazione di un ordine mondiale multipolare, per disinnescare i conflitti tanto nell’area MENA che nell’Europa dell’Est, riconciliandosi così con la propria storia di nazione che nasce per affermare il diritto alla libertà delle nazioni, l’Italia può svolgere, come in parte sta già facendo, oltre al suo tradizionale ruolo di ponte fra culture e popoli,  nel Mediterraneo, verso l’Africa, verso l’Asia, un ruolo da apripista nelle relazioni tra l’Occidente a indiscussa guida americana e i Paesi Brics e il numero sempre più ampio di loro alleati strategici. Anche da una una così grande tragedia come quella del terremoto in Turchia e Siria possono derivare dei semi di speranza per una nuova era delle relazioni internazionali basata su una cooperazione/competizione in una logica win-win, di reciproco vantaggio anziché sull’uso della forza e su un continuo, insensato, spargimento di sangue.

Noi siamo comboniane. Le storie: tre donne, una scelta di vita.

Gabriella Bottani e Mariolina Cattaneo 

Missione è vita, è incontro che trasforma. Racconteremo la missione attraverso la vita di tre donne dedicate a Dio e impegnate in Paesi teatro di conflitti o in battaglie per i diritti della persona. In una chiesa spesso ferita e confusa queste donne condividono i loro sogni, il loro lavoro di ogni giorno, partendo dalla passione per Cristo che continuamente cambia la loro esistenza, la arricchisce di nuove prospettive, la apre a nuove possibilità. Sono suore comboniane e da sempre la vita missionaria comboniana è volta a testimoniare Cristo nel servizio alla vita, in particolare ai più poveri; un invito raccolto da molte giovani donne che mettono in campo la loro fede e loro stesse per costruire ponti tra culture, intessere relazioni di pace, sostenere il grido di giustizia e dignità che proviene da uomini, donne, interi popoli. E con uno sguardo attento all’oggi, intraprendente, aperto alla interculturalità, lavorando e confrontandosi con altri.

Dal Messico al Medio Oriente


Suor Lourdes Garcia è messicana e negli ultimi cinque anni è vissuta nel Medio Oriente. Attualmente è in Israele e lavora presso le comunità beduine Jahalin nel deserto della Giudea. Dall’ascolto dei loro bisogni nascono idee e programmi di formazione ed educazione che vengono sviluppati e realizzati attraverso una fitta rete di volontari e collaboratori di diverse fedi religiose, e di suore di diverse congregazioni.

Come lei stessa ci dice, «questo ci motiva a sentirci ponte tra due popoli, il nostro intento è infatti accompagnare questo popolo minoritario ma essere, contemporaneamente, ponti di pace». Così «si sta creando una piccola rete non solo intercongregazionale, se non addirittura interreligiosa, per uscire ad incontrare i nostri fratelli e sorelle più vulnerabili. Ho molta speranza che possiamo vivere e lavorare insieme per un bene comune, unendo le forze, vivendo ciascuno/a la propria fede, ebrei, musulmani, cristiani». Una fede che viene proclamata attraverso gesti e azioni quotidiane, dove i valori del Vangelo diventano realtà: l’accoglienza, il rispetto, l’incontro, la generosità. «Si sono creati legami di vicinanza, dialogo, fratellanza e affetto con i nostri fratelli e sorelle mussulmane. Vivendo insieme i momenti significativi della loro vita, ho potuto conoscere, oltre che la loro cultura e tradizioni, la realtà intima di queste comunità, le difficoltà, i problemi delle donne, ad esempio, che si sposano giovanissime e non proseguono gli studi nè acquisiscono qualche altra formazione».

L’impegno missionario continua anche con la piccola comunità cristiana di El-Azariyeh, la città di Lazzaro, la zona palestinese in cui vive. «Una piccola comunità cristiana di circa 10 famiglie. Ci riuniamo tutti i giorni per la recita del Rosario con le donne, organizziamo momenti di preghiera e visitiamo gli ammalati».

Dal Portogallo al Sud Sudan


Suor Joana Carneiro viene dal Portogallo e da cinque anni vive e lavora come medico al St Daniel Comboni Catholic Hospital, di Wau, la seconda città del Sud Sudan. Un bacino di circa 5.000 pazienti a settimana. Una realtà sanitaria importante in un Paese segnato dalla guerra.

L’ospedale ha 110 posti letto divisi per i quattro reparti: chirurgia, medicina generale, maternità e pediatria; in più c’è un servizio di radiologia che è il più avanzato di Wau. Joana attualmente è responsabile del reparto di chirurgia.

Lei racconta: «L’assistenza sanitaria in Sud Sudan è molto fragile, nel XXI secolo ci sono ancora molte persone che non hanno accesso alle cure sanitarie di base, e tra di loro molti bambini e donne. La nostra presenza, come suore missionarie comboniane, in un ospedale diocesano non è semplicemente una soluzione per la mancanza di assistenza sanitaria nel paese perché questo è un diritto di base al quale debbono provvedere dalle strutture sociali del paese. La nostra presenza è un richiamo e un segno sacramentale: la società del Sud Sudan, e del mondo intero, non può dimenticare e abbandonare i più vulnerabili tra loro. É la manifestazione che l’amore di Dio è presente, non importa quanto la situazione possa essere buia e difficoltosa».

Quando Joana arrivò in Sud Sudan «la mia prima impressione – ha raccontato- è stata di shock: non avevo mai visto così tanta povertà materiale. Un primo impatto molto forte, l’aeroporto era fatto di tende, non c’era una struttura. Quando sono scesa dall’aereo, ho camminato sulla pista, ho visto la mia valigia sotto una tenda, mi hanno messo un timbro e fine. Un popolo molto disorganizzato, tutto un paese senz’acqua e senza elettricità. Nemmeno nelle zone più povere dove ero stata in precedenza avevo trovato così tanta povertà materiale».

«Quindi – dice oggi – il mio sogno come suora missionaria comboniana non è solo di fornire un aiuto ai bisogni medici delle persone, fin dove è umanamente possibile, ma di seguire le orme di Gesù, che andava in giro “facendo il bene”. E come suora comboniana, seguo il nostro carisma nello sviluppare concretamente l’apostolato e il mio è essere tra i sud-sudanesi». Il metodo di Daniele Comboni è quello di salvare l’Africa con l’Africa.

Dal Ciad al Perù


C’è chi va in missione partendo da terre che sono da sempre luogo di missione. Suor Benjamine Kimala Nanga è una comboniana proveniente da Ciad che, dopo un periodo in Spagna dove ha studiato e lavorato nella pastorale dei migranti, dei giovani e di animazione missionaria, vive e lavora da sei anni in Perù. Qui si occupa della prevenzione contro la tratta di persone e da circa un anno vive in una zona, il distretto del Carmen (Chincha Alta), che è la culla degli afrodiscendenti peruviani.

Come ella stessa ci scrive: «vivo la missione come una chiamata di Dio, questo Dio che cammina con il suo popolo, in questo caso con il popolo peruviano nelle sue diverse realtà. La missione per me oggi è camminare con e al passo delle persone che ci accolgono dalla loro realtà. Il mio servizio missionario nella prevenzione della tratta di esseri umani mi ha portato a conoscere le situazioni socio-politiche, economiche ed ecclesiali del Paese. Questo apprendimento mi ha spinto a vivere la mia presenza missionaria con i piedi sulla terra peruviana e con il cuore pieno di speranza in Gesù Cristo. La dimensione del lavoro nelle commissioni permanenti della Conferenza dei Religiosi ( GPIC -Diritti Umani e Rete Kawsay) del Perù, con la Rete Talitha Kum (inter-congregazionale) sono stati per me spazi di dare e ricevere».

Kawsay, una parola quechua che significa vivere, è una rete composta da più di 38 congregazioni religiose e da alcuni sacerdoti diocesani.

Non ci sono cifre ufficiali ma secondo l’ufficio del difensore civico, lo scorso anno sono scomparse circa cinquemila persone. Di queste, 1.506 erano donne adulte e 3.510 ragazze. In media scompaiono 15 persone al giorno, una ogni due ore. Secondo la polizia, le sparizioni sono legate alla violenza di genere, al traffico di esseri umani, ai traumi familiari. E manca un sistema standard di rintracciamento rapido delle donne scomparse. Durante il lockdown, l’organizzazione per i diritti umani in Perù ha denunciato soprattutto la scomparsa di adolescenti in fuga da una vita di violenza che vengono rapiti o finiscono per essere trafficati.

La missione vissuta da queste giovani donne che si sono messe in cammino partendo da varie parti del mondo, sono uscite verso altre terre, altri popoli e altre culture, è un percorso di trasformazione personale oltre che di evangelizzazione. Per questo Lourdes può dire: «vivere qui nel Medio Oriente ha arricchito il mio essere missionaria. Ho appreso tanto dalle diverse culture e religioni di questa terra, ne risente positivamente il modo di esprimere la mia fede».

È un cammino che trasforma il modo di sentirsi parte della Chiesa. Così ci dice Joana: «non posso essere una donna consacrata se non facendo parte della Chiesa, come comunità di credenti, come “cenacolo di apostole”. Essere qui, in Sud Sudan mi chiama a camminare insieme, a non cercare un passo diverso, più lento o più veloce, ma quello della chiesa concreta che vive, si incarna e celebra la vita stessa di Gesù Cristo».

Tutto questo richiede un nuovo modo di essere consacrate missionarie, una metodologia che, come afferma Benjamine: «vede il centro nel Vangelo come pienezza di vita, ecologia integrale nel linguaggio di oggi. È importante che continuiamo ad evangelizzare e a lasciarci evangelizzare dalle periferie esistenziali, dalle nuove vie di evangelizzazione, per combattere l’ingiustizia e lo sfruttamento delle persone alla radice, in particolare attraverso la prevenzione. È un lavoro trasversale a tutto ciò che facciamo e viviamo; è prendersi cura della vita nella sua totalità”. E conclude: «continuerò ad imparare e a condividere il mio essere missionaria comboniana africana anche qui in Perù con gli afro-discendenti, figli e figlie degli schiavi strappati all’Africa».

Gabriella Bottani e Mariolina Cattaneo
Suore missionarie comboniane

Fonte: Donne Chiesa Mondo – Mensile dell’Osservatore Romano

(Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del quotidiano edito nella Città del Vaticano)

Primarie PD: Bonaccini è in vantaggio tra i tesserati al partito, ma nei gazebo può vincere la Schlein.

Si comincia a delineare il quadro delle operazioni congressuali nei circoli del Pd. Alla data del 6 febbraio sono 20184 gli iscritti che hanno già espresso il loro voto. I risultati comunicati dalla Commissione nazionale risultano così articolati: Bonaccini 9808 voti, pari al 48,8%; Schlein 7424 voti, pari al 36,94%; Cuperlo 1690 voti, pari all’8,41%; De Micheli 1176 voti, pari al 5,85%. Il vantaggio di Bonaccini, il candidato più forte secondo le previsioni della vigilia, appare consistente ma non fino al punto di dare per scontato il successo alle primarie.

“Dai dati congressuali – si legge nella nota diffusa ieri dalla Commissione – si conferma ogni giorno che Il Partito Democratico è l’unico partito non personale. Con le Convenzioni dei circoli, centinaia di migliaia di iscritti e iscritte partecipano a una discussione democratica sulle piattaforme politico-programmatiche delle candidate e dei candidati e sui problemi reali del Paese. Successivamente, con le Primarie aperte, tutti saranno coinvolti nella scelta della leadership e degli organismi dirigenti”. E poi prosegue:

“Per questo ringraziamo i dirigenti del territorio e i militanti che in queste ore stanno lavorando con grande generosità e impegno per i congressi nei circoli e per organizzare la più ampia partecipazione degli elettori”. 

Non manca, per altro, una precisazione sulla regolarità del voto. “La Commissione Nazionale per il Congresso esaminerà le criticità ove si registrano. Ad oggi si è evidenziata in particolare la situazione della Provincia di Caserta nella quale la Commissione provinciale non ha approvato l’anagrafe degli iscritti e il tesseramento mostra numerose irregolarità. Per questo si è dato mandato ad un gruppo di lavoro di fare una verifica approfondita sulla situazione del tesseramento 2022 nella suddetta provincia. Più in generale la Commissione ha effettuato un controllo su tutte le tessere online, identificando 4681 tessere che sarebbero state fatte in modo difforme e per le quali abbiamo dato indicazioni puntuali perché siano verificate e annullate alle commissioni provinciali interessate”. 

Si evidenzia, in conclusione, la volontà di scongiurare polemiche laceranti su possibili irregolarità. “Il nostro lavoro – conclude infatti la Commissione – in questa fase è teso a garantire la più ampia e trasparente partecipazione degli iscritti ed iscritte e ad organizzare al meglio le Primarie aperte del 26 febbraio”. Dunque, lo sguardo si sposta già all’evento decisivo delle Primarie, quando la competizione si restringerà ai due principali contendenti: Bonaccini e Schlein. La partita è aperta, anzi apertissima, specie se dovesse verificarsi un’intesa a sinistra, con l’impegno di Cuòerlo a sostenere la Schlein. Anche lo scenario non improbabile di una sconfitta alle regionali in due regioni importanti come la Lombardia e il Lazio, potrebbe dare spazio da lunedì prossimo a una più marcata e finanche brutale richiesta di cambiamento, per la quale a pagare il prezzo maggiore sarebbe Bonaccini, più “istituzionale” rispetto alla “movimentista” Schelein.       

Per certi versi, il sensibile lasso di tempo che intercorre tra le operazioni nei circoli e la chiamata ai gazebo, con l’ingresso di elettori potenzialmente più radicalizzati in ragione della rabbia derivante dall’esito delle regionali, non giova alla serenità del confronto sul futuro del partito. L’idea di una spallata, fino al ripudio di un’intera classe dirigente, potrebbe risultare incontenibile. E incontenibile, di conseguenza, la rimonta della candidata che i media dipingono da mesi come espressione di una spinta dal basso, contro l’anchilosata dirigenza del Nazareno.


Quando il partito era una comunità…Può tornare quel tempo?

Giorgio Merlo

È inutile girarci attorno. I partiti del passato, e soprattutto alcune correnti della Democrazia Cristiana, non erano soltanto strumenti politici previsti dalla Costituzione, ma anche delle vere e proprie comunità. Comunità umane innanzitutto. Cioè vere e proprie scuole di formazione, momenti di autentica amicizia tra i vari leader, militanti e simpatizzanti, luoghi dove si cresceva politicamente e culturalmente. Certo, luoghi anche di sano confronto e di duro scontro ma sempre riconducibili alla politica e al rispetto tra le persone e delle persone. Qualcuno potrebbe dire, e forse anche giustamente, che si tratta di un periodo ormai consegnato alla storia e che non sarà mai più riproponibile. C’è però un aspetto che non può essere facilmente eluso. E cioè, in quella lunga stagione – che coincide con l’intera prima repubblica e con l’inizio della cosiddetta seconda repubblica – i partiti, e le rispettive correnti al loro interno, coincidevano non solo con la militanza delle persone, il radicamento territoriale, la rappresentanza sociale e culturale ma erano anche momenti di crescita personale e comunitaria. Insomma, a prescindere che si facesse, o meno, politica per tutta la vita, si continuava a mantenere un ricordo straordinario per una esperienza che ti aveva segnato profondamente. A livello politico ed umano.

Ora, cosa c’entri tutto ciò – come afferma qualche sofisticato politologo – con la nostalgia o con la testa rivolta al passato resta un mistero. Quello che va evidenziato, semmai, è che oggi il confronto politico è sostanzialmente disciplinato da criteri e da metodi che sono semplicemente estranei ed esterni a tutto ciò che ha caratterizzato quella lunga stagione. E quindi sono altri i metodi, e i disvalori, che ne segnano il comportamento quotidiano. Si potrebbero sintetizzare con alcune parole d’ordine: fedeltà incondizionata al “capo”; partiti personali; inutilità cronica del dibattito e del confronto; correnti di mero potere senza alcuna rappresentatività sociale e culturale; leadership che si affermano e che si sciolgono come neve al sole; sottovalutazione e rinnegamento delle culture politiche e, in ultimo, aridità ed indifferenza alla volontà di dare anche un valore ed un rilievo umano ai rapporti politici all’interno dei partiti e delle rispettive correnti.

Certo, molte di queste degenerazioni sono anche il frutto e la conseguenza dell’irruzione della sub cultura del populismo grillino e di tutto ciò che ha caratterizzato quella malapianta politica. Ma è indubbio che la politica, al di là dello scorrere delle stagioni e del susseguirsi delle varie novità che la caratterizzano, non può rinunciare a delle specificità che conservano una bruciante attualità e una altrettanto e straordinaria modernità. Del resto, che cosa potrà mai nascere dalla concreta esperienza dei partiti personali, dall’azzeramento delle culture politiche o dal sostanziale abbandono del confronto politico se non una politica arida, disumana e finalizzata solo ed esclusivamente ai rapporti di potere? Appunto, rapporti tribali come a quelli a cui abbiamo assistito in queste ultime settimane in Parlamento dove gli insulti, le delegittimazioni morali, personali e politiche hanno il sopravvento su qualsiasi altra considerazione e criterio. 

Verrebbe da dire, usando una celebre affermazione di Mino Martinazzoli, il trionfo “del nulla della politica”. Per questi semplici motivi, forse, è giunto il momento per iniziare ad invertire la rotta. Non per replicare il passato, come ovvio e scontato, ma per riscoprire quelle “fondamenta” che rappresentano gli elementi costitutivi dell’agire politico anche nella società contemporanea.

Signorello, l’affabulatore e il condottiero.

Per capire Nicola Signorello, sindaco di Roma per appena tre anni (1985-1988), è necessario inquadrare il suo modo d’intendere e praticare l’impegno politico. Era un grande mediatore, ma si rivelò un vero combattente. In fondo riuscì a cogliere l’anima della città.

Silvia Costa

Nicola Signorello era anzitutto una persona perbene. Incarnava la versione un po’ aristocratica e papalina del mondo andreottiano romano, dando testimonianza a sinceri e radicati valori democratici maturati fin da giovanissimo e poi coltivati tutta la vita. La sua attenzione al dialogo con le nuove generazioni si manifestava attraverso l’impegno de “Il Domani”, il suo Circolo politico, uno spazio di confronto e approfondimento aperto anche a chi non era di stretta appartenenza correntizia. Nel 1976 fu lui ad accogliere, da segretario della Dc romana, la mia candidatura al consiglio comunale. Avevo 25 anni e da poco mi ero laureata: il Movimento femminile, immaginando di contribuire al “rinnovamento” proposto da Zaccagnini, chiese di mettermi in lista. Mi accompagnava in quel lontano incontro a Piazza Nicosia (sede della Dc romana) Marco Ravaglioli, con cui avrei condiviso la mia esperienza giornalistica a “Il Popolo”, dove approdai nel 1978 (direttore Corrado Belci) dopo vari anni di collaborazione a “La Discussione” (e lì, con Ciccardini e un bel gruppo di giovani, realizzammo il supplemento “Noi giovani idee”). 

Ricordo bene il nostro passaggio all’opposizione dopo 30  anni di continuità amministrativa targata Dc. Iniziava con Argan, insigne figura di studioso, il ciclo delle giunte rosse. Il nostro era un gruppo di eletti molto numeroso (27 consiglieri sugli 80 previsti allora) e profondamente rinnovato. Sulla scia del convegno sui Mali di Roma, promosso nel 1974 dal Card. Ugo Poletti, ci lasciammo volentieri coinvolgere da don Luigi Di Liegro in un lavoro intenso e proficuo per affrontare i nodi del degrado della città. Furono gli anni terribili del terrorismo, che ogni giorno colpiva un magistrato, un politico, un militare, fino al culmine della tragedia di Via Fani; ma anche gli anni di una personale scoperta dell’altra Roma, che conoscevo poco: le periferie sterminate, le mie amate borgate, la marginalità dei giovani, e al tempo stesso la forza del volontariato, delle associazioni e dei militanti, la novità dell’impegno di stuoli di studenti e genitori negli organi collegiali…da quella partecipazione nacque una nuova realtà di impegno politico e sociale .

Giova rammentare la serietà del confronto con i sindaci comunisti che si alternarono nel periodo 1976-1985 : Argan, Petroselli, Vetere. Sarebbe un capitolo di storia politica cittadina da studiare fin nei dettagli. Comunque, dopo quasi un decennio, rovesciammo il quadro politico. Nicola Signorello, che avevo sempre visto un po’ compassato e ironico, abile mediatore e persino affabulatore, sfoderò all’improvviso la grinta del condottiero – tra i suoi collaboratori si faceva notare il prof. Alighiero Erba, ma tanti erano i professionisti romani coinvolti nella battaglia della Dc – che ci guidava alla “reconquista” del Campidoglio! Dimostrò in quella circostanza insospettabili qualità di stratega politico e insieme di “manager” dellacomunicazione e dell’organizzazione: prima il questionario distribuito capillarmente nella città e poi la campagna giocata sulle priorità programmatiche per Roma, furono i cardini di una operazione straordinariamente efficace, da cui scaturì la vittoria dello Scudo crociato! Ci galvanizzò tutti, coinvolgendoci e impegnandoci in una raffica diriunioni e incontri pubblici.

Un’ultima annotazione. Nel 1983 ero stata candidata alla Camera e a causa di brogli (che denunciai) non fui eletta. Entrai due anni dopo, nel mentre si insediava il nuovo Consiglio comunale e lui, a seguire, come nuovo sindaco. Restai poco in Campidoglio, ma potei comunque incrociarel’iniziativa che lui prese con autorevolezza: invitò tutti i capi nazionali dei partiti per chiedere loro l’impegno a presentare una legge che finalmente riconoscesse lo status di Roma Capitale. Anche in quel caso si dimostrò un politico innovatore, capace di un colpo d’ala al momento giusto.Per la Dc intervennero sia Clelia Darida che Giulio Andreotti. Ecco, mi sovviene ancora la battuta di Andreotti con cui si concluse quella seduta finanche austera. In risposta a chi enumerava, con aria mesta, i problemi pressoché insolubili di Roma, rispose alla maniera sua: “Caro collega, dobbiamo interrogarci sul perché di queste difficoltà (di cui parlava anche mia nonna dopo la presa di Porta Pia!) e cercare come classe dirigente politica di rimuovere le cause, trovando possibilmente le risposte adeguate”. E poi concluse: “Spesso diciamo che Roma è “invivibile”, ma non credo che lo sia per l’estensione fisica. Molte città in Europa e nel mondo sopravanzano Roma per dimensione, eppure sono ben governate e servite. Nécredo che il problema sia dato dal numero di abitanti:quando erano solo due, per Remo la città fu veramente invivibile!”.

In fondo Signorello partecipava di questa visione disincantata e forse proprio per questo sapeva cogliere le diverse facce di Roma, riuscendo a stabilire una ineffabile “connessione sentimentale” con l’anima popolare della città. 

Nicola Signorello sarà ricordato stamane in Campidoglio in una cerimonia pubblica voluta dal Sindaco Roberto Gualtieri in collaborazione con gli “Amici di Piazza Nicosia”.

Ucraina, la follia nucleare.

Putin con le spalle al muro potrebbe osare l’impensabile. Per questo che i timori dell’Occidente circa l’apocalisse nucleare non sono infondati. Tuttavia, un utilizzo anche solo di armi nucleari tattiche renderebbe la Russia un paese negletto agli occhi del mondo intero.

Enrico Farinone

Pessime notizie dall’Ucraina. Con l’approssimarsi della primavera si avvicina la nuova offensiva russa, che questa volta – un anno dopo la prima, rivelatasi fallimentare – promette di invadere il paese aggredito e di arrivare, forse, fino a Kiev. Cinquecentomila soldati sono stati reclutati e addestrati in questi ultimi mesi a questo scopo specifico. La disperata richiesta di carri armati e jet da parte di Zelensky muove esattamente da questa consapevolezza, dalla paura – questa volta – di non essere più nelle condizioni di resistere. Anche perché si presume che, dopo i troppi errori inanellati nella precedente campagna, i generali russi dovrebbero aver elaborato un piano tattico sufficientemente efficace e supportato da una preponderanza in uomini al combattimento.

Putin questa guerra deve vincerla, non può nemmeno pareggiarla. Ed è qui che sorge la domanda, e la preoccupazione occidentale, circa il possibile utilizzo da parte di Mosca dell’arma nucleare. Una minaccia velata, talvolta addirittura esplicita, che il Cremlino lancia da quasi un anno e che sinora tutti noi abbiamo lasciato sullo sfondo, increduli in quanto consapevoli che essa è troppo abnorme, anche per i russi. Eppure. Eppure essa oggi fa più paura, rende maggiormente inquieti. Perché lo zar con le spalle al muro – nel caso, ad esempio, di una difesa ucraina efficace grazie alle armi pesanti in arrivo (ma arriveranno in tempo utile?) da Stati Uniti ed Europa e magari addirittura di una controffensiva – potrebbe davvero, spinto a ciò dalla cerchia più oltranzista del regime e dei suoi affiliati, come i ceceni o i mercenari della Wagner, osare l’impensabile. 

A livello semantico, come detto, l’ipotesi è stata messa in campo ormai molte volte. Al punto che abbiamo tutti cominciato a temere che essa nelle stanze segrete del Cremlino non venga considerata meramente tale. Anche solo a pensarci pare tutto pazzesco. La teoria M.A.D. (mutual assured destruction, e in inglese “mad” significa “matto”, appunto) ha impedito l’esplosione della follia umana ai tempi della Guerra Fredda. Il segretario americano alla Difesa, Robert McNamara, che l’aveva ideata, si basava sulla considerazione che a un primo attacco nucleare sarebbe immediatamente seguita una risposta devastante. Nessuna delle due parti aveva dunque interesse a cominciare le ostilità nucleari. Ora, sul piano della logica e del raziocinio, nulla è cambiato. Ma dal punto di vista delle potenze in grado di decidere la follia dell’attacco invece sì. Il regime russo oggi non è più come quello sovietico, imperniato su una ideologia assoluta ma proprio per questo non manipolabile. E l’obiettivo era l’affermazione del comunismo e il suo consolidamento nelle aree del mondo ove esso si era affermato. Non la sua espansione oltre la cortina di ferro (almeno, così fu sino all’invasione dell’Afghanistan). Oggi invece si mira a rovesciare un governo democraticamente eletto e a conquistare militarmente un Paese che reclama la propria autonomia e indipendenza. Che l’occidente non può abbandonare a sé stesso perché sono in gioco i valori della democrazia, della libera determinazione dei popoli e della loro libertà. Lo scontro è dunque oggi possibile ed è per questo che i timori circa l’apocalisse nucleare non sono infondati.

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Questa è la preoccupazione di Papa Francesco, il primo in assoluto a comprendere cosa stava avvenendo nel mondo, già anni fa. Ed è oggi la preoccupazione di tutte le persone raziocinanti. Che a questo punto, credo, devono sperare soprattutto in due fattori, o forse tre. Il primo è quello psicologico. Un utilizzo anche solo di armi nucleari tattiche (“solo” si fa per dire: si tratta di bombe assai più devastanti di quelle lanciate su Hiroshima e Nagasaki) renderebbe la Russia un paese negletto agli occhi del mondo intero; neppure i cinesi giustificherebbero una tale insensatezza (forse solo il pazzo che sta a Pyongyang lo farebbe). Nessuno dei paesi con i quali Mosca sta allacciando rapporti più stretti in funzione anti-occidentale potrebbe tollerare una provocazione che mette a rischio l’intera umanità. Il secondo è d’ordine territoriale. Un attacco nucleare su territorio ucraino renderebbe inabitabili migliaia di chilometri quadrati per conquistare i quali Mosca ha intrapreso una guerra. Non solo. Sono territori confinanti con la Russia medesima, e il vento (che non è governabile) potrebbe portare proprio in Russia le radiazioni nucleari. Ve n’è infine un terzo, forse: la certezza – perché è immaginabile che di questo gli americani abbiano reso edotto il Cremlino – che la risposta della NATO per quanto non nucleare sarebbe devastante sui terreni e sulle acque contese: la Crimea, il Mar Nero tanto per cominciare. E questo potrebbe produrre conseguenze a oggi imprevedibili nelle stanze del potere a Mosca. Un altro dei motivi che dovrebbero consigliare prudenza a Putin. 

Speriamo. Ma in ogni caso non c’è da stare molto allegri. Il 2023 non sarà un anno facile.

Un orizzonte transumano con l’IA? ChatGPT lo nega.

Nelle ultime settimane si parla molto di ChatGPT, progetto sviluppato OpenAI e che vede la partecipazione di grandi guru della ricerca nell’ambito delle tecnologie, (Elon Musk fondatore di Tesla e SpaceX, Reid Hoffman co-fondatore di LinkedIn, Satya Nadella CEO di Microsoft). Ma c’è davvero da preoccuparsi? ChatGPT è un algoritmo di intelligenza artificiale sviluppato da OpenAI, un’organizzazione leader nel settore dell’IA. Si tratta di un modello di linguaggio di ultima generazione che utilizza la tecnologia di Generative Pre-trained Transformer (GPT) per generare testo in modo autoregolato e adattarsi a molteplici attività linguistiche. Ma quali sono le attività che ChatGPT può svolgere meglio? 

Ecco alcuni degli ambiti nei quali può essere utilizzata. ChatGPT è in grado di tradurre testo da una lingua all’altra, permettendo agli utenti di comunicare con persone che parlano lingue diverse. Il modello è in grado di tradurre testo in modo preciso e coerente, adattandosi a molteplici contesti linguistici. Questo modello di linguaggio di ultima generazione tramite la tecnologia di Generative Pre-trained Transformer per generare testo in modo autoregolato e adattarsi a molteplici attività linguistiche. Il sistema è stato addestrato su un vasto insieme di informazioni, compresi codici sorgenti, permettendogli di acquisire conoscenze e competenze in molte aree, tra cui l’informatica. Ciò gli consente di svolgere molteplici attività legate, come la scrittura di software in molti linguaggi e la risoluzione di problemi matematici. Uno dei punti di forza di ChatGPT è la sua capacità di scrivere software in molti linguaggi. Il modello è in grado di comprendere il contesto e formulare codici sorgenti coerenti e funzionali per molteplici linguaggi, tra cui Python, Java, C++ e molto altro. Ciò significa che gli sviluppatori possono utilizzare ChatGPT per accelerare il processo di sviluppo del software, risparmiando tempo e riducendo gli errori.

ChatGPT è in grado di risolvere problemi matematici complessi. Il modello è in grado di comprendere le equazioni matematiche e formulare soluzioni precise e informate. Ciò significa che gli ingegneri, i matematici e altri professionisti che utilizzano frequentemente equazioni matematiche possono utilizzare ChatGPT per accelerare il processo di risoluzione dei problemi, anche in questo caso, riducendo i tempi di produzione. ChatGPT è dotata di un modello di autoapprendimento, il che significa che continua a migliorare man mano che acquisisce nuove conoscenze e competenze. La sua versatilità continuerà a crescere nel tempo, aprendo nuove opportunità per il suo utilizzo nell’informatica e in molte altre industrie. L’utilizzo di ChatGPT nell’informatica è solo l’inizio. Questo modello di intelligenza artificiale potrebbe avere un impatto significativo anche in altre aree, come l’educazione, la finanza e molte altre. Ad esempio, ChatGPT potrebbe essere utilizzato per generare materiali didattici personalizzati per gli studenti, per analizzare i dati finanziari e per supportare la prevenzione delle frodi. In definitiva, ChatGPT rappresenta un passo importante verso il futuro delle tecnologie. Con la sua capacità di autoapprendimento e la sua versatilità, questo modello di intelligenza artificiale apre la strada a nuove opportunità e possibilità senza precedenti. È solo questione di tempo prima che ChatGPT diventi uno strumento essenziale per molte professioni e la sua versatilità continui a crescere. È sicuramente interessante osservare che laddove le risposte sono di carattere tecnico-matematico un computer (ma questo già lo sapevamo), è molto più veloce per la sua capacità di calcolo.

Abbiamo provato a chiedere di scrivere il linguaggio “C” un programma che, dopo aver verificato la correttezza formale di due date (tra il 1700 e il 2400), ci calcolasse i giorni che intercorrevano tra le due. In pochi secondi ci ha sviluppato il codice. Posso affermare che il codice sviluppato è risultato corretto in relazione alla richiesta fatta. Sicuramente un risultato strabiliante considerando che è stato scritto in una manciata di secondi. Lo stesso tempo non sarebbe bastato ad un umano per digitare il codice sulla tastiera! Gli investitori sono restii a fornire dati sul budget finora utilizzato e, anche se non è pubblicamente disponibile una cifra precisa sugli investimenti finanziari effettuati per realizzare ChatGPT possiamo pensare che siano stati investiti centinaia di milioni di dollari. OpenAI, l’azienda che ha sviluppato il modello, è stata finanziata da investitori tra cui il co-fondatore di Tesla e SpaceX Elon Musk, il co-fondatore di LinkedIn Reid Hoffman e il CEO di Microsoft Satya Nadella ed ha ricevuto finanziamenti da aziende come Microsoft e Infosys.

Tuttavia, è probabile che gli investimenti necessari per sviluppare un modello di intelligenza artificiale di tale portata saranno ancora molto più significativi. Sviluppare un modello di questa complessità richiede non solo investimenti finanziari, ma anche ingenti risorse tecniche, come server potenti, grandi quantità di dati e un team altamente qualificato di ingegneri e ricercatori. In ogni caso, gli investimenti effettuati in ChatGPT sono stati considerati strategici dai finanziatori di OpenAI, poiché ritengono che la tecnologia dell’intelligenza artificiale rappresenti un’opportunità enorme per il futuro e che modelli come ChatGPT avranno un impatto significativo in molte discipline. Infine, sperimentando ChatGPT e sottoponendo quesiti dai quali ci aspettavamo risposte più peculiari, abbiamo notato, invece, la ripetitività dei vocaboli utilizzati ed una limitata capacità di “sofisticazione” del linguaggio che appare poco più che nozionistico. Manca, quindi, quella capacità lessicale che è legata alla formazione, alla cultura ed allo stile di chi si appresta a scrivere su un argomento di cui ha profonda conoscenza e laddove i sinonimi e le sofisticazioni lessicali fanno la differenza.

Possiamo stare quindi tranquilli ed affermare che un computer (seppur diventato indispensabile, basta pensare alla funzione che tablet e smartphone hanno assunto nella nostra quotidianità), non è ancora possibile che possa sostituirsi alla fantasia ed al genio umano. Potranno svolgere mansioni al servizio della comunità così come lo fanno le varie App che oramai tutti utilizziamo, ma pur sempre frutto della fantasia e del genio degli uomini. Alla luce di quanto sopra, appare corretto affermare che chatGPT, come l’intelligenza artificiale in generale sia una grande opportunità, come per l’informatica lo sono state le e-mail negli anni ’90 ed i social dai primi anni di questo millennio, in medicina la chirurgia laparoscopica e con l’ausilio di robot, in ingegneria l’utilizzo di droni o aerei senza il pilota, etc etc. Ma la definizione di “Intelligenza” che offre il vocabolario Treccani recita così: “Complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono all’uomo di pensare, comprendere o spiegare i fatti o le azioni, elaborare modelli astratti della realtà, intendere e farsi intendere dagli altri, giudicare, e lo rendono insieme capace di adattarsi a situazioni nuove e di modificare la situazione stessa quando questa presenta ostacoli all’adattamento; propria dell’uomo, in cui si sviluppa gradualmente a partire dall’infanzia e in cui è accompagnata dalla consapevolezza e dall’autoconsapevolezza, è riconosciuta anche, entro certi limiti (memoria associativa, capacità di reagire a stimoli interni ed esterni, di comunicare in modo anche complesso, ecc.), agli animali, spec. mammiferi (per es., scimmie antropomorfe, cetacei, canidi)”. 

Dunque non si puo, come definizione, certamente applicare alla AI (Intelligenza Artificiale). Un computer è sicuramente in grado di effettuare calcoli con una velocità che per noi umani è impensabile, ma possiamo ancor più sicuramente affermare ciò che ancora resta ovvio: un computer non è capace di pensare! L’AI (Intelligenza Artificiale) è sicuramente da considerare un’enorme occasione che sicuramente offrirà utilità e vantaggi. L’espressione “intelligenza”, ad ora, secondo il parere di chi scrive, è utilizzata più per stupire che per determinare uno stato oggettivo.

Non è obbligatorio il registro elettronico di classe

Il classico registro cartaceo dovrebbe essere sostituito da quello elettronico. Quanto è valido? Molti ne segnalano l’inutilità, la compilazione faticosa, la farraginosità della modulistica, le difficoltà per le famiglie di accedervi. Non può essere imposto.

Francesco Provinciali

Non è vero che le azioni che si compiono, i comportamenti che si mettono in atto e ciò che si utilizza per mera abitudine consolidata e persino prevalente sia o possa diventare obbligatorio per prassi: come si dice in termini giuridici “la consuetudine non può mai operare contra legem”. In molti istituti scolastici i dirigenti scolastici hanno di fatto imposto ai docenti l’utilizzo del registro elettronico in sostituzione di quello cartaceo, in ogni ordine e grado, dalla scuola dell’infanzia alla scuola secondaria di secondo grado. La motivazione più accreditata è l’estensione – per una sorta di transfert applicato ad ogni contesto istituzionale e degli apparati della P.A. – della digitalizzazione come modo di svolgere operazioni d’ufficio, pratiche, annotazioni: insomma la sostituzione dei tradizionali mezzi – carta e penna – con le nuove tecnologie, per comunicare o archiviare. 

Una deriva che ha assunto toni e modalità attuative persino parossistiche, applicando un principio generale a fattispecie sulle quali occorrerebbe esercitare il prioritario uso del pensiero critico e del buon senso. Specie quando l’uso del digitale vale più come metodo a prescindere, senza chiedersi se ci sia una corrispondenza pratica in termini di efficienza, efficacia, praticità, riservatezza ovvero trasparenza degli atti: se la forma prevale sulla sostanza si rischia di compromettere la concretezza per favorire una prassi acritica, suscettibile di generare complicazioni anziché la tanto decantata semplificazione. Ma la manualità non si riduce alla sola digitazione, premere un tasto non potrà mai sostituire lo scrivere una parola., il passato non si cancella e vanno conservate tutte le modalità attraverso cui esprimersi e comunicare.

Le contestazioni al registro elettronico riguardano in prevalenza la sua effettiva utilità, il tempo necessario per compilarlo, il suo essere strumento di annotazione e certificazione consultabile. Un ispettore scolastico in visita ad una classe avrebbe difficoltà, ad esempio ad accedere ai dati: esercitando una funzione istituzionale di controllo nell’interesse del pubblico servizio dovrebbe poter disporre ‘ictu oculi’ cioè ‘de visu’ di tutti gli elementi di valutazione. L’archiviazione digitale dei dati richiede username e password (per non dire il resto) che la rendono criptica, differibile e persino potenzialmente alterabile (qui non vale l’antico detto ‘scripta manent’). Questo è un aspetto riduttivo di una malintesa autonomia scolastica perché gli atti di istituto devono essere consultabili: la qualità del servizio scolastico viene verificata attraverso il controllo tecnico, per le vie amministrative ma il registro di classe è un documento pubblico che afferisce ad un pubblico servizio. Su questo la giurisprudenza è pacifica. Esiste peraltro – e non è stato soppresso- un modello cartaceo di registro di classe validato dal Ministero e distribuito – con oneri di acquisto – a tutti gli istituti scolastici della Repubblica. Mandarlo al macero in attesa che venga ufficialmente sostituito da quello digitale (se e quando ci sarà) sembra francamente uno spreco di denaro pubblico.

Vero è che il D.L. n. 95 del 2012, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 135, aveva introdotto l’obbligo per le scuole di dotarsi di registro elettronico a decorrere dall’anno scolastico 2012-2013, prevedendo che il MIUR predisponesse entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto un piano per la dematerializzazione delle procedure amministrative in materia di istruzione, università e ricerca e dei rapporti con le comunità dei docenti, del personale, studenti e famiglie. Questo piano tuttavia non è mai stato predisposto, vanificando la norma e rendendo non obbligatorio l’utilizzo di registro e pagelle elettroniche. Come peraltro puntualizza in modo inequivocabile la sentenza della Cassazione Sez. V, Sent., (ud. 02-07-2019) 21-11-2019, n. 47241 ed è noto che le Sentenze di Cassazione fanno giurisprudenza fino a diversa legislazione.

Si aggiungano le due Sentenze del Giudice del Lavoro del Tribunale di Catania dell’8/9/2020 secondo cui le disposizioni del citato D.L 95/2012 sul registro elettronico assumevano una valenza meramente programmatica, non essendoci stata una successiva regolamentazione attuativa. Infine il Presidente della stessa Sezione Lavoro del Tribunale di Catania in data 2/12/2020 annullava la sanzione disciplinare inflitta da una Dirigente Scolastica ad alcune insegnanti si erano rifiutate di utilizzare il registro elettronico. Da quando grazie alle intuizioni di una politica che predilige gli effetti speciali sono state accreditate metafore come quelle del ‘preside sceriffo’ o ‘capitano della nave’, sta passando una declinazione para-militare dell’organizzazione scolastica. Fino a quando non sarà reso obbligatorio, il registro digitale di classe è solo sperimentale e non è sufficiente una delibera del collegio dei docenti per imporlo né tanto meno che qualcuno possa dire… “si usa perché lo dico io”. Sic stantibus rebus, dunque, il tipo di registro da usare deve rispondere ai criteri di utilità, praticità, certezza delle modalità di compilazione e resta – fino a prova contraria – uno strumento d’uso del docente che rientra nel più ampio contenitore della libertà d’insegnamento: che è indefettibilmente e per giurisprudenza libertà di metodo.

Francesco Provinciali, è stato dirigente ispettivo del MIUR.

Il saluto dei “carristi” al loro amico e maestro Enzo Carra 

Sabato si sono svolti i funerali alla presenza di numerosi amici. Giornalista e politico, Carra è stato vittima dell’odio anti Dc. Alla fine del rito funebre, sono intervenuti Francesco Giorgino, Paolo Franchi, David Riondino: del primo riportiamo il testo del discorso.

Francesco Giorgino

Prendo la parola con enorme commozione e con una grande tristezza nel cuore, che dall’alba di giovedì 2 febbraio non mi ha abbandonato nemmeno un istante. È lo stesso stato d’animo che pervade gli amici e i colleghi, in rappresentanza dei quali, intervengo in questa Chiesa avvolgente, a due passi dalla sede della più alta istituzione repubblicana. Li cito in ordine alfabetico: Bruno, Cristiano, Davide, Emanuela, Fabio, Fabrizio, Giuliano, Laura, Pierluca. (Con noi anche Andrea, Ernesto, Vittorio). 

Agli inizi degli anni 90 ci chiamavano i “carristi”, espressione che non ci ha mai dispiaciuto, nemmeno quando veniva pronunciata con una certa dose di malizia. Anzi, un’espressione che ci ha sempre inorgogliti, consapevoli come siamo sempre stati -e come sempre saremo- di aver ricevuto da Enzo, quando lavoravamo tutti insieme a Palazzo Cenci Bolognetti, a Piazza del Gesù, con il coordinamento di Maurizio, non solo lezioni di giornalismo, ma anche lezioni di vita, di sensibilità, di stile e signorilità, di ironia, di capacità di sdrammatizzazione e di rinuncia alla pratica (pur istintiva) del rancore e del risentimento, anche quando la vita ti pone di fronte a situazioni dolorose. Lezioni di etica e di “rispetto” nel senso rosminiano del termine, frutto cioè della considerazione costante della persona come fine e mai come mezzo. 

Caro Enzo, sei stato per tutti noi la spalla su cui poggiarci nei momenti di difficoltà e lo sprone ad andare avanti, il nostro motivatore. Se mi è concesso l’uso di una metafora sportiva, sei stato il nostro coach: ci hai dato la cassetta degli attrezzi, ci hai allenato alle troppe insidie della sfera pubblica mediata, ci hai ricordato che i valori sono più importanti di qualsiasi altra cosa. Ci hai abituato ad interpretare la realtà senza fermarsi al livello di superficie, immergendoci al contrario nel livello più profondo, in linea del resto con la complessità dell’era tardo-moderna. E da buon coach hai sempre voluto seguire le nostre vicende professionali e personali, individualmente o in una dinamica di gruppo (dinamica resa costante grazie allo straordinario spirito d’iniziativa di Fabio).  

Quanto ci mancheranno le cene a casa tua, con la regia impareggiabile di Olga, sempre affettuosa e premurosa nei nostri confronti. Cene nelle quali parlavamo di attualità, di politica, di presente e di scenari futuri. Noi discettavamo (a volte facendo a gara a chi era più sul pezzo degli altri) e tu ci osservavi con quello sguardo tenero, dolce, sereno, pieno di felicità e di orgoglio, fino a pronunciare la tua parola saggia e illuminante, che per noi rappresentava un dono prezioso. 

Sei stato un grande giornalista. Sei stato un grande comunicatore politico e anche un grande politico. Sempre al servizio del primato della verità, della moderazione e sempre attento alla valorizzazione della logica istituzionale e del buon senso. Un aspetto quest’ultimo resoti più agevole non solo dalla tua indole, ma anche dalla tua vasta cultura. Una cultura in grado di muoversi sui terreni più disparati della conoscenza, compresi la letteratura, il cinema, il teatro, la musica. Soprattutto, caro Enzo, sei stato un grande uomo. 

Hai rappresentato per molti italiani un esempio di dignità quando sei stato vittima della sbornia giustizialista della prima metà degli anni Novanta, quella sbornia che ti espose senza alcun motivo alla pubblica mortificazione. E che tu avessi avuto gli strumenti e la forza d’animo per rimettere a posto l’ordine delle cose, i tasselli del puzzle delle enormi contraddizioni del nostro Paese, non solo lo hai dimostrato nel passato remoto (addirittura ci rassicurasti la sera prima della tua improvvisa partenza per Milano, pur sapendo che quella giornata ti avrebbe cambiato la vita e che all’imbrunire non saresti tornato a Roma), ma lo hai certificato anche nel passato più recente. 

Ci avevi comunicato, infatti, con entusiasmo la notizia della realizzazione del tuo ultimo libro, che contiene nell’introduzione un dialogo con Gherardo Colombo. Libro, “L’Ultima Repubblica”, già disponibile ai lettori in versione online. Un modo per rileggere la storia della fine della cosiddetta Prima Repubblica con uno sguardo più obiettivo e con una postura ripulita dalle incrostazioni dell’emotività tipiche delle contingenze dei cicli storici. Ieri nella chat che da anni abbiamo noi “carristi”, abbiamo condiviso un proverbio cinese che recita così: “La calunnia non distrugge l’uomo onesto, poiché passata l’inondazione, la roccia riaffiora”. E’ quello che è accaduto dopo quei giorni bui, anche se sappiamo quanto sia stata profonda quella ferita. E quanto ti abbia segnato. 

Tutti noi, caro Enzo, Ti promettiamo che staremo vicini ad Olga e a Giorgio, al quale spetta ora il compito di continuare almeno una parte dell’azione da te intrapresa. Olga e Giorgio…che aiuteremo nell’intento di non far spegnere i riflettori sulla tua figura, che noi abbiamo avuto il privilegio di vivere come allievi e come amici veri. Se lo vorranno, daremo loro una mano per tenere sempre vivo il tuo ricordo. 

Grazie Maestro! Fai buon viaggio. E da lassù, per favore, continua a sorriderci!

Questioni aperte nel passato e nel presente dei Popolari 

Il 29 dicembre 2022, Guido Bodrato scriveva questo lungo post su Fb per rivendicare l’attualità di un suo vecchio articolo. A distanza di oltre 20 anni, la “questione dei Popolari” propone analoghi pensieri: arrendersi al “pensiero unico” era ed è sbagliato.

Guido Bodrato 

Nel dicembre del 200, il Consiglio nazionale convocava, per il marzo del 2002, l’ultimo Congresso dal PPI. In quell’occasione ho scritto, come facevo quasi ogni settimana, un articolo sul settimanale “Il nostro tempo”. In realtà, un solo articolo, in due successive settimane, poi unificato in cinque cartelle. Ho ritrovato questa riflessione dopo ventidue anni. Chi lo rileggerà, noterà che molte cose sono radicalmente cambiate. Allora, la destra che stava vincendo era guidata da Berlusconi; il centro sinistra era “in mezzo al guado”, tra il tramonto dell’Ulivo di Prodi e la nascita del Partito democratico di Veltroni. L’impianto della coalizione dei conservatori aveva un’impronta qualunquista, ma per apparire amica dell’Unione europea (cosa necessaria per ragione del bilancio) Forza Italia aveva aderito al PPE, mentre i popolari si opponevano ancora all’idea di “morire socialisti”. 

Tuttavia, molte mie riflessioni già suggerivano una strategia che i “nuovisti”, gli ulivisti, consideravano “rivolta al passato”, poiché temevo che la strada imboccata, quella del bipolarismo e del doppio turno, avrebbe finito col radicalizzare le posizioni politiche a vantaggio delle tendenze populiste che già si stavo delineando, e del finale successo dell’autoritarismo. Queste questioni sono ancora aperte, e  ne discuteremo. 

Vorrei, per ora, invitarvi a leggere la conclusione di quello scritto, che a mio parere conserva una straordinaria attualità. Evidentemente, notando che allora i popolari si apprestavano ad essere La Margherita, ed oggi sono in maggioranza nel Pd. Ho scritto: “La Margherita deve caratterizzare il suo programma. Deve essere il partito della Costituzione, cioè il partito della distinzione dei poteri, dell’indipendenza della magistratura, della democrazia parlamentare, del pluralismo sociale, della libertà dell’informazione; deve modernizzare il sistema economico per assicurare la competitività del paese, senza tuttavia ridurre i “diritti di cittadinanza” del mondo del lavoro che rappresentano una conquista della democrazia, e senza dimenticare i valori della solidarietà ed il ruolo che ha la concertazione anche per la competitività del sistema industriale”. Ed ho aggiunto, riferendomi alla politica europea, che era necessario rinnovare l’europeismo e la strategia federalista per evitare che, con l’allargamento dell’Unione all’Est ed a nazioni di piccola dimensione, finisse per prevalere la tendenza a ridurre l’Europa alla difesa dei confini e al mercato comune, con la deriva ad una confederazione (ognuno comanda a casa propria) con sempre più marcate tentazioni corporative: questa sarebbe l’Europa delle nazioni, pronta a scivolare nel nazionalismo…

Ed ecco la conclusione. “Queste scelte delineano una moderna strategia democratica, ripropongono i valori del popolarismo ed un profondo contrasto con una destra che pensa di cavalcare spregiudicatamente la mondializzazione dei mercati al fine di restaurare il potere di una oligarchia senza patria, interessata a fare comunque i suoi affari…Chi guadagna in Italia dalla rottamazione del welfare?…dalla privatizzazione della sanità? Non sono questioni che chiudono il discorso sull’avvenire della nostra comunità, del mercato e della democrazia, ma sono questioni che dimostrano a quante domande debba ancora rispondere quel “pensiero unico” liberista che pretende di essere senza alternative. E quanto è lo spazio a disposizione del popolarismo, se avremo il coraggio e la passione necessaria per fare politica, per riconoscere il primato della politica e il valore della solidarietà, e per difendere la democrazia dai suoi nemici”

Il mare e la culla

La notizia è stata data, per dovere di cronaca, al telegiornale in una manciata di secondi. A seguire, assai più tempo dedicato al lavoro di un’ultima novità musicale presto sul mercato. Non tutti i giornali nazionali ne hanno fatto cenno, comunque non certo in prima pagina. Solo Avvenire ha dato risalto al fatto ma, si sa, “un giornale cattolico, non poteva farne a meno”, potrebbe essere il commento di qualche ben pensante. In un album di Mina, c’è un brano dal titolo evocativo, “È la solita storia”. Ha parole eloquenti, che sembrano adattarsi alla nostra circostanza: “C’è nel sonno l’oblio / Come l’invidio / Anch’io vorrei dormir così / Nel sonno almeno l’oblio trovar/ La pace sot cercando io vò / Vorrei poter tutto scordar”. 

Sfax è la seconda città della Tunisia che prenderebbe il nome dal re Siface o meno nobilmente da un ortaggio, il faksus equivalente del nostro cetriolo, che dalle nostre parti indica nella vulgata corrente un problema che incombe ai nostri danni. Da lì è partita una imbarcazione con circa una cinquantina di persone a bordo, che prima ancora erano state richiuse in una così detta safehouse a Mhadia. Quest’ultima città, al tempo dei Romani con il suggestivo nome di Aphrodisium, è nota agli archeologi per un suo relitto, una ricca galea affondata nel I secolo a.C. zeppa di oggetti d’arte attici. Oggi non parliamo di una barca di prestigio ma un po’ di chiasso si sta facendo lo stesso. Ad essere meticolosi a 42 miglia dalla costa di Lampedusa l’imbarcazione è stata recuperata da unità di Marina. A bordo anche 8 morti di fame e di freddo. Tra questi una donna in avanzato stato di gravidanza, un avanzo di umanità che non ha più nulla da dire. Il gelo, giocando a ruba bandiera con il mare, ha vinto il confronto, afferrando per primo il drappo della morte. Il mare, intirizzito dall’avversario, ha avuto uno scatto impacciato ed ha ceduto il passo. 

Le cronache si dividono. C’è chi dice che sulla imbarcazione una mamma disperata abbia gettato in acqua il suo infante di pochi mesi. Forse per liberarlo dal gelo che opprimeva; le onde sarebbero state clementi, regalare una fine migliore, una sorte di liquido amniotico di nuovo alla ribalta. Altri dicono che la donna, poi morta, sia svenuta ed il piccolo gli sia scivolato dalle braccia, cadendo in mare. “C’è nel sonno l’oblio…”  sarà stato il maligno richiamo di qualche sirena. L’oblio per certo è quello che quotidianamente ci attraversa alle notizie del genere. Come tutti i veri eroi, un uomo che resterà ignoto, si è tuffato per salvare la creatura ed è invece, a sua volta, annegato. Sembra appena un dettaglio mentre meriterebbe una storia a parte. La vicenda ricorda un fatto simile accaduto a settembre che torna utile ricordare.

Il Libano è una gran bel paese con il vizio di fondo degli opposti. Ha due catene montuose. Il Libano e l’Antilibano, un conflitto in casa fin dalla sua nascita. È una terra inquieta, come stanca del benessere di un tempo, affezionata alle turbolenze della sua nuova stagione. C’è chi ne scappa prima di annoiarsi della solita storia. Per quanto di successo, un film, dopo qualche replica, tende a stancare. Una mamma sogna per un figlio una felicità all’infinito. Non si lascia ingannare dall’iniziale incasso del botteghino. Prevedendo la fiacca della fila, dopo i giorni di primo entusiasmo, passa subito ad altri copioni. “Légami” è il titolo di un film che racconta di un amore caparbio e indomito. Si chiama sapientia cordis la sapienza del cuore di una mamma verso il figlio. Libano è anche una corda di fibre intrecciata usata in marina. Se la terra di quel paese si era avvinghiata fino a non saper più sciogliere i nodi del suo male, la sua corda non avrebbe però mancato il mestiere, almeno ora che, su un barcone, una mamma ne stava prendendo il largo. 

I barconi, soprattutto quando sono stracarichi di passeggeri e di speranze, tendono ad affondare, per liberarsi del peso più delle seconde, che dei primi. Stavano precipitando sul fondo insieme ad altri; ma a lei del prossimo non interessava. In alcuni momenti è stupefacente stringere a sé la libertà di essere egoisti e sguazzarci dentro senza alcun impaccio e vergogna! Mentre l’acqua era quasi alla gola, un oblò ha dato il suo obolo di salvezza, offrendosi alla mamma ed a suo figlio per indicare una via di uscita, malgrado stava lestamente facendosi buio sulla scena. Un oblò è un berretto che una barca porta sempre all’altezza del suo fianco, salutando per rispetto ogni onda del mare. Ha spazio solo per uno alla volta. La mamma avrebbe dovuto intanto lasciare suo figlio correre per il mare aperto, nella speranza di raggiungerlo immediatamente dopo, seguendolo subito da presso, congiunta alla cima tenace dell’amore. Suo figlio sarebbe passato per primo. La decisione era presa. Poi un ripensamento, un dubbio, che rovina il piano presto congegnato. Se lei non ce l’avesse fatta a leggerne le flebili tracce nell’acqua, come abbandonarlo al largo del destino? 

Neanche a parlarne di far lei da apri strada, nella speranza che poi il figlio, districandosi, sul fondo della barca, nel panico dei futuri morti, potesse riagguantarla. Ha deciso per un abbraccio forte, facendo scoppiare di invidia la corda che presuntuosamente andava in giro a dire che solo lei poteva tenere insieme le parti. Delle volte delle semplici consonanti fanno la differenza. Brachium è il braccio in latino, mentre le branchie sono quelle che sarebbero servite per sopravvivere. Hanno provato a passare attraverso l’oblò, insieme abbracciati, madre e figlio, stretti stretti per non far scoppiare il portellino, troppo innamorato delle sue guarnizioni per poterle sacrificare. Li hanno trovati così, incastrati nell’oblò, con mezzo corpo fedele alla nave e mezzo corpo già tra le onde pronte ad accoglierli.

La Global Dream, la nave più grande del mondo, ha imparato dalla storia degli altri, non prende rischi e non affonderà. Non ha preso il largo e non lo prenderà. Lunga 342 metri, avrebbe potuto imbarcare oltre 9000 passeggeri, forte dei suoi 20 ponti e chissà quante centinaia di oblò. 

Difficoltà finanziarie sopravvenute la stanno facendo smantellare prima ancora di bagnarsi anche solo di una spruzzata di mare raccolta dentro un secchiello di un bimbo. Come si direbbe oggi, tutto ormai è questione di barche. 

La Global Dream è un sogno fallito. Come le mamme e i loro bambini inghiottiti nel Mediterraneo, che poco medita sulle costanti tragedie. “Ma” come mare, “ma” come l’obiezione che il solito cretino potrebbe sollevare, “ma” come martiri della speranza. Sul nostro calendario, tra tutti i santi, non dovrebbe mai mancare la loro ricorrenza.

Meloni e Menelao

A rileggere il dialogo tra Menelao e Proteo, così come ci è stato consegnato letterariamente da Luciano di Samosata, si scopre che il mito si attualizza: le potenze marine diventano fuoco. La Destra non ha remore a vivere nella contraddizione di se stessa.

Giuseppe Aloise

Nel corso della conferenza stampa tenuta di recente a Berlino alla  Premier  Giorgia Meloni, da alcuni giornalisti  è stata ricordata la sua “allergia“ nei confronti della Germania. La Meloni, sorridendo e con grande disinvoltura ha testualmente replicato: “non so quando avrei detto questa cosa…francamente non ne ho memoria”. Con questa affermazione ha smentito se stessa. Diceva, infatti, Giorgia Meloni in un’intervista a Libero: “Sono allergica alla Germania anche sui libri”.

Nel corso dell’informativa alla Camera sul caso dell’anarchico Alfredo Cospito, il Ministro  Carlo Nordio ha affermato con fermezza e chiarezza sul carcere duro: “Mai messo in discussione l’istituto del 41 bis. La possibilità di mutare questa normativa è inesistente”. Cosa invece scriveva l’ex Procuratore della Repubblica Nordio in un editoriale apparso sul Messaggero del 28 marzo 2019? “Il nostro ordinamento ha introdotto quella figura di isolamento mortuario che è il 41 bis e che per certi aspetti è più incivile della  mutilazione farmacologica”.

Le incredibili metamorfosi della Meloni e di Nordio richiamano il mito di Proteo nella versione di Luciano di Samosata (Dialoghi marini / 4). Luciano, infatti, ha il merito di contemporaneizzare il mito  annullando ogni distanza tra il mito stesso e la realtà.

Com’è noto Proteo, dio marino, riusciva a cambiare forma in ogni momento mutando il proprio aspetto. Menelao, sorpreso da questi mutamenti,  nel dialogo si rivolge così a Proteo: “Che tu diventi acqua, o Proteo, non è incredibile perché sei marino; che diventi albero, può passare; che ti tramuti in leone, ti si può credere; ma che tu possa diventare fuoco stando tu nel mare, questa è meraviglia e non la credo”.

Nel panorama politico del nostro Paese, anzi della nostra Nazione, il mito si attualizza: le divinità marine diventano “fuoco”.


In Parlamento continua a mancare il Centro

Il “caso Cospito” ha confermato l’assenza di una politica e di una cultura di centro nel nostro paese. Destra e sinistra finiscono per riscoprire una brutta e triste stagione: quella degli “opposti estremismi”. Il nuovo ruolo dei Popolari per bloccare questa deriva.

Giorgio Merlo

Il Centro, purtroppo, non c’è ancora. Nè in Parlamento nè, soprattutto, nella cittadella politica italiana. E lo si è potuto verificare concretamente anche in questi ultimi giorni dopo un surreale e lunare dibattito sul “caso Cospito”. Perchè, al di là delle cosiddette ‘sgrammaticature istituzionali” e regolamentari di singoli parlamentari della destra, continua a prevalere una logica politica ed una prassi che un tempo venivano comunemente definite come la cultura degli “opposti estremismi”. E cioè, la voglia di una delegittimazione permanente e costante degli avversari politici che, nel caso specifico, sono e restano veri ed autentici “nemici”. Come sia possibile in un clima del genere consolidare quella che viene comunemente definita come una normale e fisiologica democrazia dell’alternanza resta un mistero. E proprio il “caso Cospito” è stato, forse inconsapevolmente, la miccia che ha contribuito a riaccendere il fuoco della contrapposizione muscolare, se non addirittura violenta, tra la destra e la sinistra nel nostro paese. E questo perchè continua a mancare quella “politica di centro”, o meglio, quella “cultura di centro” che è sempre più indispensabile se si vuole ridare qualità alla nostra democrazia e civiltà allo stesso confronto politico.

Ora, al di là delle indubbie ed oggettive capacità della Premier Meloni, è risaputo che la destra italiana, per motivazioni storiche e culturali, è sempre stata abbastanza allergica ad un confronto politico ispirato ad un marcato rispetto degli avversari. Per non parlare della cosiddetta “cultura di governo” di questo schieramento politico. E i risultati concreti che sono emersi in questi ultimi giorni lo confermano in modo persin plateale. Sul comportamento della sinistra italiana è persin inutile perdere tempo. La cosiddetta “superiorità morale” da un lato – rivendicata pubblicamente per svariati lustri nella storia della democrazia italiana e adesso semplicemente interpretata come un fatto politicamente acquisito – e la sostanziale delegittimazione di tutti coloro che vanno, seppur legittimamente, al potere dall’altro, confermano come da quelle parti la democrazia dell’alternanza è riconosciuta ad una sola condizione: che governi, appunto, la sinistra. E questo perché la demonizzazione dell’avversario e la sua demolizione politica, culturale ed etica sono e restano i due capisaldi costitutivi dell’ormai ormai lunga storia della sinistra – ex e post comunista – italiana. Le dichiarazioni di rito e protocollari sulla bontà della democrazia dell’alternanza restano, appunto, solo indicazioni burocratiche e senza alcuna conseguenza di natura politica. E gli avvenimenti di questi giorni sono, anche qui, la conferma che le stagioni politiche scorrono velocemente ma i vizi e i tic restano immutati e, purtroppo, anche condivisi.

Ecco perché nel nostro paese si impone sempre di più una politica e una cultura di Centro. Un Centro che non sia, come ovvio e scontato, un luogo geometrico e consociativo ma, al contrario, uno spazio politico innovativo e dinamico dove convivono cultura di governo e cultura della mediazione, valorizzazione del pluralismo e ruolo dei corpi intermedi, senso dello Stato e delle istituzioni e, soprattutto, rispetto rigoroso degli avversari politici. Sembrano, queste banalità e ovvietà ma, invece, rappresentano tasselli quasi rivoluzionari in un contesto politico così lacerato e profondamente diviso. È anche lo stile, che poi in politica si trasforma in sostanza, che caratterizza il ritorno del Centro o meno. Ed è proprio su questo versante che un rinnovato protagonismo dei Popolari può essere decisivo ed essenziale. E questo non solo perchè in Italia quando si parla di Centro il pensiero corre immediatamente all’impegno politico dei cattolici, ma per la semplice ragione che proprio quella tradizione culturale è la più congeniale ed idonea per declinare concretamente la politica di centro nel nostro paese.

L’Azione cattolica di Pio XI: il focus della rivista Segno.

Sul primo numero dell’anno, la rivista “Segno” mette a fuoco la riforma, voluta nel 1923 da Pio XI, dello statuto dell’Azione cattolica. Gli studiosi sono concordi nel ritenere che si trattò di una riforma che aprì le porte alla “moderna” Azione cattolica. 

Paolo Trionfini 

Ricorre quest’anno il centenario di un’importante riforma che interessò l’Azione cattolica italiana nel 1923. Praticamente appena eletto papa nel febbraio del 1922, Achille Ratti, il quale assunse il nome di Pio XI, pensò diriformare l’associazione, dopo che il precedente riassetto di Benedetto XV, approvato nel 1915 ed entrato in vigore l’anno successivo, non si era rivelato del tutto funzionale, anche se aveva permesso una maggiore unitarietà, con l’accentuazione del suo carattere religioso attorno all’Unione popolare.

Il contesto associativo dopo la Grande Guerra. 

La Grande Guerra probabilmente incise sull’applicazione puntuale della riforma, anche perché la Giunta centrale, per quanto totalmente obbediente alle posizioni della Santa Sede, assunse posizioni non perfettamente collimanti con il magistero pacifista di Benedetto XV. Dopo il conflitto, il mondo cattolico si definì attraverso nuovi ambiti di azione, con il varo della Confederazione italiana dei lavoratori, un moderno sindacato che, superando le diffidenze precedenti nei confronti del conflitto sociale, raggruppava tutte le federazioni di categoria esistenti in un’unica centrale, la quale si articolava sul territorio a livello provinciale, e con la nascita del Partito popolare italiano di don Luigi Sturzo, che finiva per superare il non expedit, che aveva escluso la partecipazione attiva alla vita politica. 

Sulla base di questa spinta, poi, di cui tenne conto nel pesare pregi e difetti, Pio XI, per l’appunto, incaricò il segretario di Stato, il cardinal Pietro Gasparri, di redigere la bozza dei nuovi Statuti dell’Azione cattolica italiana, che fu mandata ai vescovi per un parere, con l’esigenza di rimettere ordine, per distinguere più chiaramente i motivi specificamente religiosi dagli impegni di carattere economico, sociale e politico. L’ampio sondaggio, sperimentato per la prima volta, divenne un punto fermo anche per le successive riforme statutarie di Pio XII, e poi fu ampliato alle presidenze diocesane dell’associazione nella gestazione della nuova carta del 1969, che recepì lo spirito del Vaticano II. Ad ogni modo, la risposta dell’episcopato italiano tra il 1922 e il 1923 risultò sostanzialmente positiva. La dipendenza dell’Azione cattolica dall’autorità ecclesiastica – anticipata da una circolare del card. Gasparri – fu ribadita dagli ordinari, che ne apprezzavano, come conseguenza della natura religiosa dell’Ac, l’incorporazione all’istituzione, con la relativa subordinazione ai suoi legittimi pastori, che in passato avevano lamentato le tendenze, per così dire, centrifughe.

Un debito di gratitudine per lo statuto di cento anni fa

Dopo l’accoglienza dei suggerimenti fatti arrivare, il nuovo assetto dell’associazione era pronto per entrare in vigore. Lo Statuto, infatti, riconosceva quattro associazioni: la Federazione italiana uomini cattolici (Fiuc), appena istituita; la Società della gioventù cattolica ita-liana, che nel 1931, dopo lo scontro con il re- gime fascista, avrebbe assunto la denominazione di Gioventù italiana di Azione cattolica; la Federazione universitaria cattolica italiana (Fuci); l’Unione femminile cattolica italiana, a sua volta suddivisa – per le diffidenze nei confronti delle più giovani – nelle tre realtà dell’Unione fra le donne cattoliche d’Italia, la Gioventù femminile cattolica italiana, fondata nel 1918 da Armida Barelli, e le Universitarie cattoliche italiane, che erano pertanto separate dalla componente maschile. Di fatto, seppur con la complicazione della ripartizione dell’associazionismo femminile, l’Azione cattolica italiana si articolava in quattro rami per età e sesso. La peculiare organizzazione del movimento che riguardava l’“altra metà del cielo”, alla prova dei fatti, si rivelò farraginosa, inducendo a scorporare la componente studentesca e a distinguere chiaramente tra il ramo adulto e quello giovanile. Conseguentemente l’impalcatura centrale veniva replicata a livello diocesano, mantenendo il legame preesistente con le Chiese locali sotto la responsabilità dei vescovi, per quanto anche in questo passaggio veniva confermato il principio democratico dell’elezione dei dirigenti, che non veniva, invece, applicato a livello nazionale. Il criterio poi fu sospeso dopo lo scontro con il fascismo del 1931, che venne ricucito con nuovi accordi, i quali, tra le altre modifiche, rendevano di nomina episcopale i dirigenti diocesani.

Si deve anche sottolineare che la riforma strutturale si appoggiava all’ecclesiologia vigente, arricchita da papa Ratti con la teologia del «mandato» nell’apostolato dei laici. Al riguardo, Pio XI, che elaborò un fitto magistero su questo punto, variando i termini da «partecipazione» a «collaborazione», ma senza modificare l’intenzionalità di fondo, promosse, come «pupilla dei miei occhi», il modello dell’Azione cattolica italiana, per renderlo universale, che quindi divenne il calco delle associazioni nazionali di tutto il mondo. Forse questo non è l’ultimo dei meriti della riforma del 1923 ma è sicuramente un riferimento imprescindibile per l’intero laicato associato, che ne beneficiò – la stessa Apostolicam actuositatem fu approvata tenendo conto di questo retroterra – fino al Concilio Vaticano II. Anche per questo motivo, insomma, bisognerebbe conservare una memoria grata alla Carta “costituzionale” di cento anni fa dell’associazione, che aprì la strada alla “moderna” Azione cattolica, come è stato riconosciuto da molti studiosi.

Fonte: Segno 1/23 (gennaio-febbraio-marzo)

Una bella pagina di Enzo Carra: il suo ricordo di Ruffilli.

Si svolgeranno oggi alle ore 11.00, nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale, i funerali di Enzo Carra. Amico a noi molto caro, lo vogliamo qui salutare riproponendo questo suo articolo, scritto per “Il Domani d’Italia” il 18 aprile del 2019, nel quale tratteggiava un delicato e intenso ricordo di Roberto Ruffilli.

Redazione

Primo pomeriggio di un giorno di metà aprile, è il 1988. Squilla il telefono sulla mia scrivania, accanto all’Olivetti 32. È la voce di un mio amico di Forlì. Hanno ammazzato Ruffilli, detta d’un fiato. È un giornalista e cura i dettagli. Questa non è una telefonata ma una notizia d’agenzia. Sento un campanello e vedo il padrone di casa che apre la porta. È l’ora di pranzo, quell’uomo mite e pacificamente pingue, con gli eterni Ray-Ban che a lui non riescono a fornire l’aria da duro, è rientrato da poco e vorrebbe mangiare un boccone in santa pace. Scapolo, è solo in casa. Ha passato una mattinata trascorsa a uno dei soliti convegni ai quali un parlamentare, e lui è senatore da cinque anni, non può facilmente sottrarsi. Quel giorno di primavera poi, alla Camera di Commercio di Forlì, si celebra il centenario dell’oratorio salesiano nel quale si è mosso da ragazzo Ruffilli e viene presentato “Liberi per la fede e per l’amore” di don Franco Zaghini. Come fai a non andarci, si è chiesto il giorno prima Roberto.

Che sabato ragazzi. La sua è stata una grande settimana. Mercoledì scorso De Mita, del quale lui è uno dei consiglieri più ascoltati, ha giurato con il suo governo. Qualcuno ha pensato che lì ci sarebbe stato posto anche per Ruffilli, ma niente…e lui notoriamente non ha fame di potere. La fame piuttosto ce l’ha ora. Vuole riprendere fiato e si mette comodo, in maniche di camicia. Non aspetta nessuno. Buon sabato pomeriggio, professor Ruffilli.

Suonano alla porta. Chi può essere? È il postino, anzi sono due postini che devono consegnargli un pacco. Appena dentro, questi lo spingono verso lo studio: “inginocchiati”, gli urlano Franco Grilli e Stefano Mingozzi, autori dell’ultimo delitto delle “vecchie Brigate Rosse”. Infine, compare l’arma, la mitica Skorpion Vz.61 di acciaio color morte, che scarica tre colpi alla nuca di Roberto. Il pacco dei finti postini verrà ritrovato tempo dopo, macchiato dal sangue di Ruffilli. Presto arrivano gli uomini della Questura e spuntano le prime ipotesi. Tra queste non c’è la pista che porta alle Brigate Rosse. La rivendicazione lascia perplessi, come si usa dire in questi casi. Possibile che siano ancora loro? Invece è così.

Cinque anni prima. Elezioni politiche del 1983. Roberto Ruffilli viene candidato da Ciriaco De Mita per il Senato, a Roma. Mi telefona una sera. “Senti, sai dov’è Fidene?”. “Sì”, gli dico. “Ecco, questi della Dc organizzano un dibattito giovedì sera. Vieni con me a discutere? Lo dico anche a Paolo Giuntella”. “Certo”, rispondo. Giovedì pomeriggio lo vado a prendere alla sede dell’Arel, in piazza Sant’Andrea della Valle. Suono alla porta e mi apre lui. “Prendo la borsa e andiamo”, garantisce. Entro. Nel salone, seduti dietro due enormi tavoli vedo Nino Andreatta e Romano Prodi. Il tempo di salutarci e riappare Roberto. “Dove andate?”, fa Andreatta. E Ruffilli, divertito, usando un lei fortemente accademico: “Sa, professore, io sto in campagna elettorale e bisogna pur farsi conoscere dagli elettori”. Andreatta scuote la testa: “Già, bisogna pure farsi conoscere!”.

A Fidene, sulla Via Salaria, il dibattito organizzato dalla sezione democristiana è affollatissimo. Giuntella è in gran forma ed espone con la sua voce soave e cavernosa argomenti definitivi e apocalittici. Io interpreto la parte del dubbioso e dell’incerto. Roberto si diverte e non chiede voti, tanto che alla fine è il segretario della sezione ad imporsi: “Mi raccomando a voi, questo è il nostro nuovo senatore!”.

Torniamo verso il centro e quando siamo in macchina Roberto mi chiede come sta mia madre. Sa che mio padre è morto il primo marzo di quel 1983. “Che vuoi fare”, dico, “gli sto dietro, ma puoi immaginare”. “Sì, immagino”. “Dopo le elezioni facciamo qualcosa per lei”, promette in una nuvola di fumo. Così è. Una volta eletto, a luglio, Roberto mi dice che deve andare a Venezia, per un convegno sull’isola di San Giorgio. Io in quei giorni ho in programma un’intervista sulla Biennale. “Andiamo assieme, ma porta con te mamma”, dice. E partiamo. Noi due davanti, mia madre dietro. Lui e lei grandi fumatori che si stanno simpatici. Scherzano tutto il tempo e sarebbe bello che il viaggio fosse ancor più lungo. Ci vediamo spesso dopo.

Fino a quel giorno d’aprile, che è ”il più crudele dei mesi, genera lillà dalla terra morta, confondendo memoria e desiderio, risvegliando le radici sopite con la pioggia della primavera”.

N.B. I versi finali fanno parte del famoso incipit de La terra desolata di T. S. Eliot.

Appendice

Il messaggio dell’Istituto Maritain

La scomparsa di Enzo Carra ha suscitato vasta eco e commozione. Tra i vari messaggi di cordoglio, questo dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain, riveste un significato particolare. All’attività dell’Istituto, fin dagli anni 80, Carra aveva infatti dedicato molta cura, sempre con garbo e intelligenza. Di seguito il testo del messaggio.

Il Presidente e il Segretario Generale dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain comunicano con profondo dolore che è venuto a mancare all’affetto dei suoi cari e di tutto l’Istituto il suo Vice Presidente Enzo Carra. Enzo lascia a tutti noi che lo abbiamo conosciuto attraverso la sua dedizione all’Istituto il ricordo di una persona gentile, dal sorriso appena accennato ma sempre rassicurante, dall’intelligenza tanto profonda e acuta da saper condividere con tutti – soprattutto con i giovani – la sua rarità ed eccezionalità. Prima che Vice Presidente del nostro Istituto, prima del politico, del giornalista e dello scrittore, Enzo è stata una persona bella capace di affrontare pienamente la vita anche nella sofferenza.

Equipaggio Meloni: un radioso avvenire di governo?

La regina Cleopatra e i giorni che scorrono lenti sulla triremi del governo. A terra intanto crescono i malumori. E tra poco bisognerà mettere mano al portafoglio. Noi, ogni caso, Cleopatra l’aspettiamo ai prossimi 100 giorni.

Elisabetta Campus

Centouno, centodue, centotre,…i giorni del governo di Cleopatra/Meloni scorrono lenti nel mare aperto della navigazione dei governi dell’Impero. Sono ormai lontani i giorni festosi della partenza con la gente gioiosa che salutava l’inizio del primo Governo a guida femminile e di destra dopo 10 anni di sinistra. E sulla tolda della nave, il capitano (la capitana) e gli ufficiali, l’equipaggio tutto e financo i mozzi tutti sorridenti per la felice partenza. Ricco il cuore di speranza per un radioso avvenire.

Ma non tutti da terra avevano salutato la partenza. Qualcuno, molti in verità, avevano visto la novità della nave in rada armata dalla destra pronta a salpare e non avevano mostrato alcun interesse, anzi se ne erano disinteressati proprio avendo preferito restare ad occuparsi dei casi loro non rinvenendo né promesse né vantaggi immediati degni di attrattiva. Tra questi, alcuni attendisti aveva considerato utile tornaconto vedere se nelle prime settimane di navigazione di potesse palesare una possibilità di imbarco futuro o di un più semplice scambio merci ad un futuro porto di attracco lungo la rotta. Nell’uno e nell’altro caso, la regina Cleopatra e i suoi ufficiali avevano già ben calcolato che cosa avrebbero potuto concedere e che cosa avrebbero negato. Perché tutto si può dire di questo equipaggio in navigazione tranne che siano sprovveduti, inesperti di certo sì perché non hanno avuto l’accortezza e la scaltrezza di allenarsi per tempo in acque di bacino più piccolo, ma quanto a scuola di navigazione teorica, se la sono fatta tutta, ripetendola più volte per insicurezza sulla scienza, laddove gli avversari invece molto hanno praticato l’esercizio dell’allenamento nel bacino piccolo e in mare dimenticando la teoria. E ora mentre questi della regina Cleopatra corrono soli in mare aperto gli altri tirata la barca in secca, guardano il fasciame, che con navigazione forte ed incauta, hanno contribuito a rovinare.

Superate le noiose prime secche vicino alla costa, ben presto la nave romana di Cleopatra, che si sa non proprio atta a navigazioni in mare aperto, aveva cominciato a sentire la forza delle onde. La rotta tracciata e le mappe di navigazione studiate da tempo, tenere il sole sulla destra e navigare con lo scafo leggermente piegato a tribordo; per chi si intende di nautica significa che il fianco sinistro sta un po’ più fuori dall’acqua e i rematori faticano di più e quelli che stanno a destra si trovano più acqua e faticano anch’essi, sarebbe meglio navigare con la barca ben equilibrata al centro ma il peso del carico nella stiva la fa pendere naturalmente un po’ di più a tribordo.

Sarebbe stato opportuno imbarcare anche un secondo ufficiale greco esperto di navigazione in mare, se non proprio mare aperto almeno tempestoso, perché la nave romana naviga bene in acque profonde ma ferme, poiché a muoverla necessita di una compagine di rematori ben forgiata e stimolata nello stare insieme da un comune sentire e non solo dal fatto di stare legati al remo che mette in acqua. E qui non c’è ritmo di tamburo che regga se i rematori battono la fiacca o sono demotivati. Se poi hai imbarcato anche i riottosi (quelli del “non ci voglio venire ma se proprio devo”), la navigazione indubbiamente rallenta.

Notizie da terra ogni tanto arrivano. Buone o cattive come è d’uopo, e anche colorate come dal lontano villaggio gallico di Asterix e dell’estroverso bardo Panoramix con suo vertex tertium. E Cleopatra è ben grata che i galli siano cugini alla lontanissima degli agguerriti navigatori vichinghi, sennò la sua barca avrebbe avuto ben altra sorte. Assicurate le poche risorse finanziarie dell’impero per la gestione di tutti i giorni, la regina, su suggerimento di Cesare, si è avviata ad un giro perlustrativo nelle acque del mare tempestoso del sud dell’Impero, alla ricerca di buoni alleati. Il che fa della regina Cleopatra l’immagine tipo dell’impero da spendere per ottenere il meglio per tutti. Senonché i tempi non sono felici poiché di questo metodo sono in molti ad avvalersene e non tutti/e operano con successo e dignità; poi, a ciò si aggiunga che venire dopo altri/e non è certo degno di una regina e nemmeno dell’impero che si tiene per il momento. Epperò vuoi la novità, vuoi la convenienza, i risultati si portano a casa. Ma è proprio a casa, che iniziano a vedersi più evidenti i malumori.

Quelli che non sono saliti sulla barca e che secondo loro stanno a terra a fare il lavoro più duro, (dimenticando che il lavoro in mare da che mondo è mondo è quello duro), lamentano che c’è poco da fare e quel poco è già deciso. E sono in gran parte quelli della Curia, factionorum, e diariorum/quotidianiorum. Quasi che in ognuno di essi albergasse un improbabile animo di rivoluzionario-organizzatore stacanovista che non trovandosi nulla fare per sé avesse puntato niente di meglio che organizzare la vita degli altri. E sono tra i più pericolosi in ogni compagine. Ed eccoli lì sul come aggiustiamo noi l’Impero, e il qui non va, e il qui nemmeno, e il qui ci vorrebbe. Sono coloro i quali non potremmo definire “ben-pensanti” per il solo fatto che le critiche sono pur giuste (Cleopatra ha fatto poco) ma neanche definire “mal-pensanti” per il solo fatto che le critiche sono malevole (Draghi le ha la lasciato la cassa quasi tutta già impegnata), ma certamente sono nella loro funzione complessivamente inutili e la percezione inconscia della loro inutilità determina il loro livore. Ma trovano ascolto quanto meno tra i loro e ne fanno grancassa come se fossero vaticini. Il guaio è che a Roma se vuoi farti davvero un’opinione su che cosa sta accadendo per paradosso non dovresti ascoltare nessuno, iniziando da te stesso.

Da sempre, si sa, quando una coalizione politica sale al potere e governa il paese, quanto più è composita tanto più i malumori sono difficili da contenere e tendono a manifestarsi con sempre più frequenza. L’aumentare delle frequenze non giova ai singoli partiti e alla coalizione.  Prima i ministri e i sottosegretari che faticano da sempre a trovare un equilibrio tra l’esercizio collegiale nel governo e l’azione singola per la materia che hanno assegnata per delega. Quindi nel gioco la singola materia vale più del lavoro collegiale.  E nel contempo i segretari di partito politico che sono al governo, se poi sono anche ministri la questione è come elevare un numero a potenza n². La materia singola si raddoppia. Il progetto costa il doppio. Se poi il capo del governo è anche capo politico il numero è elevato alla terza n³. La materia singola si triplica e in questo caso significa che le spese correnti si triplicano. Delle spese di investimento per ora non abbiamo traccia evidente. E questo è un serio problema perché la Regina Cleopatra o immagina per sé un regno breve o non ci ha detto dov’è il porto dove si fermerà a fare quel rifornimento che ci servirà per arrivare al 2025. Tra poco, infatti, bisognerà mettere mano al portafoglio. Navigare costa e necessita fermarsi in un porto per rifornire l’equipaggio di viveri e merci: qualcuno scenderà per il mal di mare, qualcun altro salirà non vedendo l’ora di un passaggio, qualche scaltro avrà pagato il passaggio per il prossimo porto. Non sappiamo se ci sarà gente festante o saranno aumentati i perplessi a guardare; ma sarà marzo, più o meno, e saranno le Idii di Cleopatra, se si ferma; o Scilla e Cariddi, se le supera e trova anche qualche altro armatore. In ogni caso noi l’aspettiamo ai prossimi 100 giorni. Appuntamento fisso. E buona navigazione, ci mancherebbe.


L’ecumenismo al servizio della dignità dei popoli africani

In un continente come l’Africa, ricchissimo di risorse umane e materiali, ma oggetto di continua predazione, l’ecumenismo e il dialogo interreligioso possono rappresentare, se giustamente interpretati, una straordinaria occasione di riscatto.

Giulio Albanese

Le Chiese cristiane e tra queste quella cattolica hanno svolto in questi anni un ruolo importante nelle aree di conflitto disseminate nel continente africano. Anche se lontano dai riflettori, esse hanno impresso un rinnovato impulso al dialogo ecumenico: la ricerca della pace. Non è un caso se Papa Francesco ha deciso di visitare il Sud Sudan assieme all’arcivescovo di Canterbury e primate anglicano Justin Welby e al moderatore dell’Assemblea generale della Chiesa di Scozia Iain Greenshields. Ciò è stato reso possibile anche per l’impegno pregresso durante la seconda guerra civile tra Nord e Sud Sudan (1983-2005) del New Sudan Council of Churches, un organismo communionale che, a seguito dell’indipendenza del Sud Sudan è divenuto South Sudan Council of Churches. La sua attuale missione copre l’educazione civica, la pace e la riconciliazione, oltre a programmi di sviluppo. Un modo davvero profetico per testimoniare il Vangelo della pace all’insegna dell’ecumenismo.

È bene notare che questo dinamismo ha rappresentato una costante in molti Paesi africani dove in questi anni è stato versato sangue innocente a seguito di cruenti e persistenti stati di belligeranza. Ecco che allora la comunione tra le Chiese cristiane ha trovato la sua piena convergenza sui valori del Regno di Dio: pace, giustizia, solidarietà, bene comune, rispetto del creato e soprattutto il rispetto nei confronti della sacralità della vita umana. Emblematico è quanto sta avvenendo nel settore orientale della Repubblica Democratica del Congo e in particolare nella provincia del Nord Kivu, dove la guerra va avanti da oltre vent’anni. La deflagrazione di una bomba artigianale, il 15 gennaio scorso, nella chiesa pentecostale di Kasindi, ha causato la morte e il ferimento di numerosi civili. L’attentato è stato perpetrato da uno dei principali gruppi eversivi presenti nella zona, le Allied Democratic Forces (Adf), d’origine ugandese e di matrice jihadista. Le ragioni che rendono infuocato questo territorio sono legate alla presenza di numerose formazioni armate che seminano quotidianamente morte e distruzione. Si stima che nella regione siano attive circa 160 formazioni ribelli, con un totale di 20.000 combattenti. A parte l’Adf, sono presenti sul campo le Forces Democratiques de Liberation du Rwanda (Fdlr), di origine rwandese (antagoniste nei confronti del governo di Kigali), il Mouvement du 23 mars (M23) e la galassia delle milizie autoctone Mai-Mai.

Da rilevare che gli abitanti del Nord Kivu potrebbero essere a dir poco benestanti se potessero gestire le immense risorse minerarie del proprio sottosuolo: oro, cobalto, petrolio, manganite, cassiterite e coltan. Sta di fatto che il controllo delle terre e il sistematico sfruttamento delle risorse naturali, unitamente ai continui approvvigionamenti di armi e munizioni, consentono a miliziani, trafficanti e mercenari di perseguire una massiccia e devastante appropriazione e (s)vendita di un bene comune mai condiviso. Ecco che allora anche i jihadisti dell’Adf, strumentalizzando la religione islamica per fini eversivi, sono tra quelli che hanno il loro tornaconto. Peraltro, colpendo una comunità religiosa come la chiesa pentecostale, hanno inferto un grave colpo alla società civile locale — al cui interno opera anche quella cattolica — molto attiva nel promuovere la pace e difendere i diritti umani.

È importante sottolineare che in questo caso l’ecumenismo rivela il suo pragmatismo testimoniale proprio in quanto rende intelligibile la fraternità, facendosi interprete del messaggio evangelico e del conseguente magistero di Papa Francesco. Non v’è dubbio che queste Chiese di frontiera si collocano come avamposti nelle periferie, geografiche ed esistenziali, dove risiede il locus della missione. Dalla parte dei poveri. Si tratta dell’ecumenismo del sangue di cui ha parlato Papa Francesco; un indirizzo che trova la sua ricapitolazione in questa frase incisiva: «Se il nemico ci unisce nella morte, chi siamo noi per dividerci nella vita?» (Discorso al Movimento del Rinnovamento nello Spirito, il 3 luglio 2015). In questa prospettiva, essendo la sofferenza di così tanti cristiani nel mondo odierno un’esperienza comune, l’ecumenismo del sangue rappresenta per Papa Francesco addirittura il «segno più evidente» dell’ecumenismo oggi. (Messaggio in occasione del Global Christian Forum, 2 novembre 2015).

Ma proprio perché la missione dell’annuncio e della testimonianza del Vangelo della pace è senza confini, la fraternità tra le Chiese cristiane dispiegate sul campo, in alcuni casi, si è spinta ben oltre il perimetro ecumenico, assumendo addirittura una connotazione interreligiosa. È il caso, ad esempio, dell’Interreligious Council in Sierrra Leone dove nell’ultimo decennio del secolo scorso si è combattuta una delle più sanguinose guerre nella storia dell’Africa post-coloniale. L’intento di questo organismo fondato sull’alleanza tra diverse confessioni religiose — componenti cattoliche e protestanti, islamiche e tradizionali — fu quello di promuovere un tavolo negoziale tra le forze filogovernative e quelle ribelli facendo leva sull’autorità etico-religiosa delle rispettive confessioni. Particolarmente significativo fu il contributo offerto dal mondo missionario cattolico nella figura di monsignor Giorgio Biguzzi, saveriano, allora vescovo della diocesi di Makeni, che tanto si prodigò nell’avviare un processo di riconciliazione nazionale. E cosa dire della testimonianza di monsignor John Baptist Odama, arcivescovo di Gulu, nel Nord Uganda? Anch’egli, soprattutto a cavallo degli anni ‘90 e 2000, si distinse, assieme ai leader cattolici, anglicani, ortodossi e musulmani del Nord Uganda — riuniti nell’organizzazione interreligiosa denominata Arpli (Acholi Religious Leaders’ Peace Initiative) — nel perseguire l’obiettivo di promuovere e sostenere una piattaforma negoziale con gli olum (in lingua Acholi «erba»), vale a dire i famigerati ribelli dello Lra (Lord’s Resistance Army) di Joseph Kony. Chi scrive, ebbe modo di apprezzarne lo zelo e la parresia in un contesto sociale segnato da violenze indicibili perpetrate nei confronti dell’allora stremata popolazione civile.

Da rilevare che la stessa sensibilità emerse palesemente attraverso l’impegno e la dedizione delle donne — cristiane, musulmane e animiste — in vasti settori della macroregione subsahariana. Proprio come avvenne nel corso della guerra civile sudanese tra le forze governative di Khartoum e gli allora ribelli dello Spla (Sudan People’s Liberation Army), in particolare a cavallo tra il 1995 e il 2005. Stiamo parlando delle donne della Sudan Women’s Alliance, della Sudan Women’s Association insediate nella diaspora di Nairobi (Kenya), della New Sudan Women’s Federation e della Sudan Women’s Voice for Peace, tutte organizzazioni femminili che diedero il loro contributo fattivo al processo di pace (in patria, ma anche in esilio), mostrando sicuramente più interesse dei loro mariti per le condizioni di miseria della popolazione civile sudanese stremata dalle violenze. Un impegno che molte di loro hanno proseguito recentemente nei due Sudan, divisi a seguito del referendum del 2011.

È importante sottolineare che l’impegno condiviso e profuso per la pace, prescindendo dall’appartenenza a questa o a quella Chiesa, a questa o a quella religione, rende intelligibile la fraternità universale tra i popoli tanto cara a Papa Francesco. È evidente che, nello specifico, per la Cristianità la posta in gioco è alta. Infatti le diverse Chiese e i singoli cristiani sono tralci originati dalla vite che è Cristo, tralci che tutti insieme costituiscono un’unica pianta, ma che hanno ciascuno la capacità di portare frutti propri e specifici. È l’architrave dell’ecumenismo: non si tratta di irenismo o relativismo religioso, ma di piena consapevolezza di poter imparare dagli altri dialogando, condividendo e insieme interpretando i segni dei tempi. In un continente come l’Africa, ricchissimo di risorse umane e materiali, ma oggetto di continua predazione, l’ecumenismo e il dialogo interreligioso possono rappresentare, se giustamente interpretati, una straordinaria occasione di riscatto per tutelare la dignità di popoli oppressi dalle guerre e da quegli interessi egemonici su cui si regge il colonialismo moderno, versione riveduta e «scorretta» di quello che in passato legittimò la tratta dei popoli africani.

Fonte – L’Osservatore Romano – 3 febbraio 2023. (Titolo originale: La nuova frontiera del dialogo per la pace). L’articolo è qui riproposto per gentile concessione del direttore del quotidiano stampato nella Città del Vaticano.

La propaganda del governo mette in scena l’autonomia differenziata.

Riparte la grande illusione del federalismo, sebbene sotto altre forme. Malgrado le rassicurazioni di Palazzo Chigi, non si vede all’orizzonte quale possa essere il meccanismo virtuoso in grado di garantire, al tempo stesso, l’estensione dell’autonomia regionale e la coesione nazionale. Siamo alla propaganda.

Cristian Coriolano

La versione più insidiosa del federalismo, essendo formalmente nel perimetro delle norme costituzionali, suscita non poche perplessità. Continua a dividere l’opinione pubblica e a provocare reazioni contrastanti. Nella maggioranza solo la Lega tiene alta la bandiera, mentre il partito di riferimento, Fratelli d’Italia, preferisce contenere e ammorbidire il progetto di riforma. Malgrado le abbondanti rassicurazioni, non si vede all’orizzonte quale possa essere il meccanismo virtuoso in grado di garantire, al tempo stesso, l’estensione dell’autonomia regionale e la coesione nazionale. Nella legislatura 2008-2013 si dette vita alla legge di delega n. 42 sul cosiddetto federalismo fiscale nella quale tutto gli equilibrismi tecnici attualmente riproposti erano fissati con puntigliosità. Ciò non produsse l’attuazione della riforma, visto il garbuglio di principi e procedure che il legislatore aveva immaginato. Adesso si tenta di ripercorrere la strada che nel recente passato è risultata impraticabile.

Comunque, il Consiglio dei ministri ieri ha approvato all’unanimità, in via preliminare, il disegno di legge preparato da Roberto Calderoli. Il ddl delinea la cornice entro la quale le Regioni potranno, in futuro, chiedere allo Stato il trasferimento delle funzioni e competenze definite dagli articoli 116 e 117 della Costituzione. Ora il testo dovrà passare all’esame della Conferenza unificata e poi del Parlamento. Nel frattempo la cabina di regia istituita in manovra avrà un anno di tempo per definire i livelli essenziali delle prestazioni e dei servizi (Lep), “nucleo invalicabile” per calcolare le risorse da destinare a ogni Regione per coprire le spese sostenute per il trasferimento dei servizi. 

“Puntiamo a costruire un’Italia più unita, più forte e più coesa”, ha precisato Giorgia Meloni, in una nota diffusa in serata. “Il governo avvia un percorso per superare i divari che oggi esistono tra i territori e garantire a tutti i cittadini, e in ogni parte d’Italia, gli stessi diritti e lo stesso livello di servizi. La fissazione dei livelli essenziali delle prestazioni, in questi anni mai determinati, è una garanzia di coesione e unità. Un provvedimento che declina il principio di sussidiarietà e dà alle Regioni che lo chiederanno una duplice opportunità: gestire direttamente materie e risorse e dare ai cittadini servizi piu’ efficienti e meno costosi”.

In conferenza stampa la presentazione del ddl è stata affidata a Calderoli, insieme ai ministri Elisabetta Casellati e Raffaele Fitto. Il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, ha parlato di “giornata storica”, mentre il segretario leghista Matteo Salvini ha voluto rivendicare “l’ennesima promessa mantenuta”. Al contrario, Silvio Berlusconi è stato più cauto. “Questo è l’avvio di un percorso – ha puntualizzato il Cavaliere –  che dovrà essere condiviso in Parlamento, dove il testo potrà essere ulteriormente migliorato, e che potrà ritenersi concluso soltanto dopo la definizione dei Lep e del loro effettivo finanziamento”.  

Già, l’effettivo finanziamento…Non è un dettaglio, bensì la sostanza del problema. Si prova a cambiare sistema, annuendo al discorso sulla razionalità del riordino dei rapporti tra Stato e Regioni, ma ci si dimentica di rilevare che nel presente e nel futuro, almeno a medio termine, non esistono spazi di bilancio per la politica di perequazione finanziaria, unica premessa credibile per l’innesco dell’autonomia differenziata. È un gioco di prestigio, quello che la destra utilizza per apparire coerente con le sue avventate promesse elettorali; un gioco, tuttavia, che genera tensioni di cui il Paese non avverte la benché minima plausibilità. Il governo, in sostanza, vuole fare propaganda.

Appunti sulla pace e sulle guerra, fuori dall’ipocrisia.

Un certo pacifismo semplificatorio e autarchico non si sa per che pace sia impegnato. Il tormentone dei carri armati pro Ucraina ne è, appunto, un bell’esempio. In questo senso il pacifismo ha i suoi totem immarcescibili: le guerre non ci sarebbero se non ci fossero le armi.

Antonio Payar

Hai voglia ad operazioni chirurgiche ed interventi di precisione: nessuna devastazione missilistica dal Febbraio 2022 in qua ha suscitatato più almanaccamenti della colletta d’una quarantina di carri armati da inviare a combattere in Ucraina. Sembra che allora la guerra ci sia davvero, e che cominci ora. Dopo manca solo la fanteria. Mentre il razzo è il simbolo della guerra dei bottoni, a distanza, il carro armato è l’emblema del corpo a corpo, delle corazze, degli elmi, dei soldati e non dei tecnici. Anche perché mentre a lanciar missili nell’aere può giocare anche Mr. Razzo da casa sua (Kim Jong-un), carri armati come i Leopard 2 devono farsi sotto perché al massimo possono raggiungere un bersaglio – ammesso di centrarlo – entro quattro chilometri. Insomma per combattere devono muoversi, essere guidati, manovrati, avvicinarsi. Peraltro in Europa il Paese che possiede più carri armati è proprio l’Ucraina, seguita dalla Germania e dalla Grecia. In tutta Europa sono disponibili poco più di 3.300 carri armati, e non è che ci siano industrie al lavoro per sfornarne in continuazione tutti i giorni.

Il carro armato, l’immaginario di ogni conflitto, dalla difesa della democrazia ai golpe.

Il fatto è che il carro armato richiama tutto un immaginario bellico molto più potente di qualsiasi altra arma, un drone in confronto fa parte degli aereoplani di carta dei ragazzini. “Il Domani d’Italia” del 26 gennaio riporta un brano di una intervista dell’AGI – di cui è direttore Mario Sechi (sull’Ucraina sempre critico circa le posizioni occidentali) – ad Andrea Gaiani, direttore del magazine online “Analisi Difesa” che si occupa di letture di tematiche militari e nessi e connessi, tecnici e meno tecnici. Da febbraio 2022, invasione dell’Ucraina, Gaiani è spesso consultato da Rete 4 ed altre reti Mediaset, sporadicamente anche Rai. Questo tecnico dell’arte militare nell’agosto del 2018 – e fino a settembre 2019 – entrò nello staff del Ministro dell’Interno Matteo Salvini con l’incarico di consigliere per le politiche della Sicurezza: stipendio 65 mila euro l’anno. Putiniano da sempre ed anti accoglienza immigrati da sempre (si veda “Immigrazione, la grande farsa umanitaria””- Aracne 2017 – con Giuseppe Valditara).

Nell’intervista Gaiani solleva dubbi riguardo gli effetti attesi (o a cui forse si è già rinunciato) sulla strategicità del contributo pro-Ucraina dei carri armati, un’operazione che avrebbe più un valore politico che di peso militare. Direi invece che nell’immaginario collettivo il valore non è né politico (troppo contorto per essere capito) né militare, ma simbolico. Lo disse già il Gen. Graziano a fine febbraio scorso, quando spiegò che nessuno si sarebbe più aspettato oggi una guerra con i carri armati, i cannoni, la fanteria ecc, cioè con un armamentario che più classico non si può. La guerra ha poi preso una piega più attuale, ovvero missilistica. Adesso sembra d’improvviso tornare a certe sue canoniche basi ovvero l’avanzata a suon di truppe corazzate. Senza l’aviazione e la missilistica balistica l’avanzata via terra non è decisiva. In ogni caso il deterrente di numerose, attrezzate e preparate truppe corazzate non sarebbe affatto cosa da poco per contenere l’invasore, ma questo significherebbe una messa in moto di una nuova industria bellica in grado di fornire abbondanza continuativa di armamenti e non le cessioni a singhiozzo di quaranta o sessanta carri.

Ma c’è un’altra cosa da considerare. Chi oggi ancora dice preferibili i pur imperfetti sistemi democratici occidentali forse dimentica che il 6 Giugno del 1944 senza 150mila soldati americani, britannici, canadesi, polacchi e francesi che parteciparono al D-Day, con 3.100 mezzi di sbarco provenienti da 1200 navi da guerra e 7.500 aerei, non sarebbe stato possibile avere ragione dei tedeschi dislocati lungo tutta la costa atlantica, dalla Norvegia al sud della Francia, in un sistema di bunker e fortificazioni blindatissimi e riforniti chiamato il Vallo Atlantico. Lo sbarco avvenne su cinque spiagge a est di Cherbourg e ci vollero poi sei giorni per riunire tutte le truppe disperse lungo un fronte di cento chilometri.

Arrivano i nostri

C’è stato un tempo in cui vedere affacciarsi un M-26 Pershing o un M4 Sherman americano o un IS-2 (Iosif Stalin 2) sovietico voleva dire liberazione ed esultanza generale. (Naturalmente vale anche il contrario, vedi Praga ’68 o Piazza Tienamnen ’89.) Quando esaminò l’IS-2 Stalin disse: “Con questo carro armato porremo fine alla guerra”.  Entrato in forze nell’Ottobre del 1943, fu il carro con cui i Sovietici – la 70ª Brigata di Carri armati dell’Armata Rossa – arrivarono ad Auschwitz. Che non fu il primo dei Campi di concentramento nazisti liberati: i Sovietici avevano già raggiunto quello di Majdanek, vicino a Lublino (Polonia), nel Luglio del 1944. Nell’Estate di quell’anno i russi conquistarono anche le zone in cui si trovavano i Campi di sterminio di Belzec, Sobibor e Treblinka, tutti Campi però che i Tedeschi avevano smantellato nel 1943, dopo l’eliminazione della maggior parte degli Ebrei polacchi. Sul fronte occidentale, il 4 aprile del 1945 la 4ª Divisione Corazzata e l’89ª Divisione di Fanteria della Terza Armata statunitense liberano Ohrdurf, un Campo secondario di Buchenwald. Una settimana più tardi, dopo aver visitato Ohrdurf, il Generale Eisenhower, esterrefatto, ordinò una minuziosa documentazione delle atrocità perpetrate dai nazisti nei Campi di concentramento, affinché nessuno in futuro avesse potuto negare che fossero avvenute.

La pace e il pacifismo da operetta

“La pace è la sintesi di tutte le cose buone che possiamo desiderare” (Papa Francesco agli artisti del Concerto in Vaticano, 17 dicembre 2022). Se questo è vero, se la pace è la derivata di una composizione, che si capisce complessa, allora non basta che non si spari. Un certo pacifismo semplificatorio e autarchico non si sa per che pace sia impegnato. Il tormentone dei carri armati pro Ucraina ne è,  appunto, un bell’esempio: un caccia, un’arma aerea, una tecnologia missilistica è ben più guerresca, ma c’è da scommettere che se venissero paracadutati quattro soldati si griderebbe alla guerra mondiale più che un attacco di diecimila droni. In questo senso il pacifismo ha suoi totem immarcescibili: le guerre non ci sarebbero se non ci fossero le armi (come dire che i ladri diserterebbero se la polizia li lasciasse perdere); le armi ci sono perché chi le fabbrica alimenta e non sopisce i conflitti; i militari, chi veste una divisa, in tutto questo è uno stupido, riprovevole e ridicolo sub-umano che gioca a soldatini.

Due parole sugli Abrams

Ancora ferma ai films della Seconda Guerra Mondiale la gente pensa che potenze come Stati Uniti o Russia abbiano riserve infinite di armi convenzionali, e quindi carriarmati e autoblindo come noccioline. Naturalmente questo ragionamento non tiene conto che se anche ciò corrispondesse a verità equivarrebbe, ad esempio, all’avere conservato in deposito dal ‘700 un milione di sciabole di cavalleria. L’ingegneria militare scade più delle bottiglie del latte. Gli USA hanno oltre 6000 carri armati e la Russia oltre 4000. Ma di quelli un po’ più moderni ed efficaci – gli M1A1 Abrams (in attesa dell’Abrams-X) – l’America ne ha poco più di 200 (e ne ha promessi 31 all’Ucraina); il contro-Abrams, e contro Leopard 2 A7 Plus della Bundeswehr, dei russi è oggi il T14, ma Putin ne ha al momento, sembra, poco più di 100. Questi sono i dati.
Appendice
Chi era Creighton W. Abrams

Aveva meno di trent’anni quando da Tenente Colonnello al comando del 37° Battaglione corazzato scese sul fronte della Normandia, partecipò alla battaglia delle Ardenne, arrivò al Reno, entrò in Germania ed in Cecoslovacchia e fu tra i protagonisti del crollo delle esigue truppe tedesche rimaste. Nel 1963 Kennedy lo promosse a Tenente Generale, grado con cui prese il comando del V Corpo d’Armata in Europa. Nel 1964 ottenne la quarta stella e quindi il grado di Generale d’Armata, assumendo subito dopo l’incarico di Vice-Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Americano (si parlò di lui anche come serio candidato alla carica di Capo di Stato Maggiore generale). Il momento culminante, più complesso e difficile della carriera di Creighton Abrams giunse nella Primavera del 1967, quando venne inviato in Vietnam come Vice-Comandante a fianco del Generale William C. Westmoreland (l’ammirato generale della Carolina del Sud molto simpatico ai johnsoniani e poco ai kennediani). La situazione sul campo era difficilissima, al di là dell’ottimismo di facciata sbandierato dai politici e dallo Stato maggiore.

Nei primi mesi del suo incarico, Abrams supportò pienamente la strategia offensiva condotta da due anni dal Generale Westmoreland, mentre la sua prima importante assunzione di responsabilità sul campo venne solo nel Gennaio 1968 quando, durante l’assedio di Khe Sanh, il Comandante in capo americano, preoccupato dalla situazione e continuamente sollecitato dal Presidente Johnson, costituì un Comando avanzato del MACV nelle regioni settentrionali del Vietnam del Sud per coordinare con più efficacia le operazioni. Abrams assunse, il 9 Febbraio 1968, la guida  del MACV e nel Giugno sostituì Westmoreland come Comandante in capo di tutte le forze USA nel Vietnam. Il 20 Gennaio del 1969 Richard Nixon divenne Presidente degli Stati Uniti al posto di Johnson. Abrams passò subito alcuni suggerimenti al nuovo Presidente: l’operarazione “search and destroy”, la colonna portante dell’aiuto statunitense al Vietnam del Sud (individuare le cellule comuniste infiltrate nel Sud e distruggerle) era un fallimento e i 543.000 americani lì in azione non avevano ottenuto “il progressivo logoramento e il crollo politico morale del nemico” come assicurato da Westmoreland. Al contrario, come preconizzato da Robert McNamara che nel Febbraio del 1968, in pieno contrasto con Johnson, si era dimesso da Segretario di Stato alla Difesa, vincere la guerra combattendo al posto dei sud-vietnamiti poteva essere al massimo ormai “una chiacchiera da salotti di Washington”, e come considerò Abrams con Nixon il problema era ormai “uscire dalla guerra il prima possibile senza sembrare di averla persa”.

Con casistiche poi in parte ripetutesi recentemente nello scenario afgano, gli Stati Uniti cercarono una de-escalation attraverso una vietnamizzazione del conflitto, a cominciare dal rafforzamento dell’apparato istituzionale, governativo e militare del Vietnam del Sud. Ma la credibilità dell’ammininistrazione di Saigon era meno di zero, e le alleanze locali, le strategie politiche per popoli di tutt’altra cultura non si possono esportare. Così, con Abrams che aveva portato da 500mila a meno di 50mila uomini gli effettivi americani in tutto il Vietnam, le scompaginate e deboli classi dirigenti locali si sciolsero come neve al sole allorché gli indottrinati ed addestrati, coriacei Vietcong di Võ Nguyên Giáp si presentarono a Saigon ad aprile del 1975. Ma prima, a cominciare dall’Aprile 1970, gli Stati Uniti, pur in ritirata, avevano continuato (Abrams pure d’accordo) a sommare errori, invadendo la Cambogia dove pensavano che l’obliquo principe Sihanouk a ospitasse basi nord-vietnamite. Poi da questo errore gli orrori dei Khmer rossi.

La frase di Nixon “non voglio essere il primo Presidente degli Stati Uniti a perdere una guerra”, segnò anche il declino di Abrams. Cedette il comando del MACV nel Giugno del 1972 al Generale Frederick Weyand. Per lui il Vietnam era faccenda chiusa. Fece ritorno in Patria con il suo prestigio ancora intatto ma amareggiato dai contrasti politici tra le varie autorità, e anche dalle polemiche nell’opinione pubblica. Affetto da un tumore al polmone, Creighton Abrams morì prematuramente a neanche 60 anni, il 4 Settembre del 1974. Ancora oggi egli mantiene un grande prestigio all’interno delle forze armate americane: dotato di dimostrate capacità morali ed intellettuali, riconosciuto dalle truppe come uno di loro (suo padre era un operaio, la famiglia rurale), modesto, schivo, semplice, alieno da atteggiamenti roboanti eppur tuttavia tenace e preparato, resta uno dei migliori comandanti che un insieme di uomini in divisa, se ragionevoli e realisti, possa auspicare di avere.

Un’idea di crescita e sviluppo degna del popolarismo.

Fatto salvo il valore dell’economia circolare, del riciclo e della riduzione dello spreco, non si può indulgere su una “decrescita felice” valida solo per i ricchi. Qui si gioca la reputazione delle forze politiche agli occhi dei ceti lavoratori e popolari. Il centro non può non tenerne conto.

Giuseppe Davicino

L’intervista al prof. Flavio Felice, riproposta ieri da “Il Domani d’Italia”, costituisce un importante contributo che ci aiuta a pensare politicamente e a meglio definire una strategia tra quanti ritengono insoddisfacenti o addirittura preoccupanti i luoghi comuni che, solo in Occidente peraltro, sono elevati ormai ad assiomi intoccabili nei media e nel dibattito politico. Uno di questi è l’idea malsana e socialmente devastante che occorra procedere a una riduzione ulteriore della domanda interna e del consumo di energia, anziché puntare sullo sviluppo integrale della persona e sulla ricerca e l’introduzione di nuove fonti di energia pulite, meno inquinanti e nel contempo capaci di soddisfare una domanda di energia che per una transizione energetica socialmente equa, non potrà che crescere.

Sembra una discussione solo teorica (un livello peraltro fondamentale senza il quale l’azione politica risulterebbe menomata), in realtà definire una posizione chiara di alternativa alla retorica classista della decrescita cosiddetta “felice”, è uno di quei temi da cui passano le scelte elettorali della classe media. Per l’elettorato che rischia di subire la distopia generata dall’ubriacatura dell’ideologia della decrescita costituisce una delle principali questioni di cui tener conto per la propria scelta di voto.

Così pure credo che vadano meditate le parole del prof. Felice a proposito della pianificazione alimentata dal furore ideologico, dietro al quale si celano precisi ed enormi interessi di pochi. Una descrizione che a me pare purtroppo calzante anche per certe politiche definite a livello internazionale, che vanno oltre l’inimmaginabile, relative alla transizione ecologica, che a volte danno l’impressione addirittura di riuscire a  danneggiare l’esistente, creando nuove forti disuguaglianze, più che a costruire un ragionevole percorso di progresso capace di tenere insieme coesione sociale e rispetto, non fanatismo, per l’ambiente.

Se si vuole dare forza a una proposta di centro, occorre, a mio avviso, anche stare attenti a costruirsi una buona reputazione di fronte agli elettori a proposito della crescita economica.

Si tratta di una fascia di elettorato che teme il fenomeno di una pianificazione “sovietica”, che il prof. Felice ha così bene descritto e di cui purtroppo si può trovare più di un esempio. «Solo una visione perfettista – ha affermato Flavio Felice – e, di conseguenza, totalitaria può immaginare di sostituire il mercato e la democrazia con un apparato centrale pianificatore, mosso dalla presunzione fatale di imporre, magari anche con lacrime e sangue, a persone chiamate ad essere libere e responsabili, una sedicente “infallibile” direzione di marcia, spacciandola per il “senso della storia”». Un rischio tutt’altro che remoto, che viene avvertito in concreto sulla loro pelle, da ampi strati sociali e sul quale chi aspira a dare a quei ceti la rappresentanza che meritano, deve avere, e dimostrare di avere, le idee chiare.

Progressista e di sinistra, a che serve il nuovo Pd?

Il “nuovo” Pd sarà oggettivamente diverso da quello che abbiamo conosciuto sino ad oggi. E cioè, sarà un partito che persegue, legittimamente, un progetto e una prospettiva di sinistra. Con tanti saluti alla sbandierata “pluralità” politica e culturale.

Giorgio Merlo

Il “nuovo” e futuro Pd, come lo definiscono i suoi molteplici capi corrente, sarà inesorabilmente diverso da quello del passato. Perchè altrimenti, come ovvio e persin scontato, non sarebbe nè “nuovo” e nè “diverso” rispetto a quello che è stato sino ad oggi. Ma, comunque lo si giudichi, non tutto vien per nuocere. Il “nuovo Pd” sarà, e giustamente, il partito della sinistra italiana. O meglio, il partito che si candida ad essere l’interprete esclusivo del tradizionale e storico filone della sinistra italiana che si riconosce nella esperienza del Pci/Pds/Ds. Certo, esiste la concorrenza della “sinistra per caso”, interpretata egregiamente dalla versione populista e trasformista dei 5 stelle. Una minaccia insidiosa perchè non avendo una cultura politica definita alle spalle e un progetto politico altrettanto chiaro, costoro possono cavalcare qualunque spinta della società per marcare la propria natura “progressista” e di “sinistra”. Per cui possono essere contemporaneamente ecologisti, poi pacifisti, poi assistenzialisti, poi pauperisti e poi di nuovo il contrario di tutto a seconda di ciò che si decide di cavalcare di volta in volta. Una minaccia, comunque sia, indubbiamente pericolosa ai fini della rappresentanza di alcuni segmenti della società, come hanno confermato le elezioni dello scorso 25 settembre e come confermano anche i vari sondaggi sul peso reale dei rispettivi partiti.

Ma, per fermarsi alla storia della sinistra italiana, è abbastanza evidente che si è chiusa definitivamente una fase politica nella esperienza concreta del Partito democratico. Riflessione che, del resto, viene ripetuta con insistenza da parte della stessa maggioranza dei dirigenti dell’attuale Pd nel dibattito congressuale. Salvo, comprensibilmente, alcuni storici capi corrente che hanno giocato tutte le parti in commedia in questi anni e che sono legati solo ed esclusivamente dal collante del potere.

L’elemento politico che, però, merita di essere richiamato ed approfondito è che il Partito democratico chiude definitivamente, al di là della propaganda e delle dichiarazioni burocratiche e di rito, la stagione del “partito plurale” che era stato disegnato e costruito con il “Manifesto dei valori” stilato nel 2007 con il contributo fondamentale e determinante di autorevoli personalità della politica e della cultura del nostro paese. È di tutta evidenza che l’obiettivo politico, condiviso questo sì da tutto il partito, di ricostruire e ridefinire l’identità, il ruolo, la funzione e la “mission” della sinistra italiana nel nostro paese, fa del Pd ‘un’ partito – o ‘il’ partito – della sinistra italiana al di là e al di fuori di qualsiasi altra finalità politica. E la ricostruzione della sinistra, seguendo la filiera della cultura ex e post comunista del nostro paese, può dare un contributo decisivo anche per la stessa correttezza e trasparenza della dialettica democratica contemporanea. Certo, poi ci sono – del tutto legittimamente – delle sfumature all’interno del campo della sinistra italiana. Da una interpretazione di “partito radicale di massa” interpretato con coerenza e determinazione dalla candidata alla segreteria del partito Elly Schlein, per dira con Luca Ricolfi, ad una interpretazione altrettanto coerente e trasparente della concezione di partito post comunista interpretata da Bonaccini.

Comunque sia, e al di là delle mille “sfumature di rosso” presenti all’interno del pianeta della sinistra italiana, è evidente a tutti – tranne a chi continua a beneficiare di ruoli di potere e di incarichi prestigiosi – che altre culture, come ad esempio quella popolare e cattolico sociale, sono del tutto fuori luogo e fuori tempo in quel campo politico. E la conferma arriva proprio dalla volontà di protagonismo che sale dalla base della tradizione e della cultura del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese in questa fase storica. Un protagonismo che non può più essere inglobato all’intero di partiti o movimenti politici che hanno un’altra ragione sociale, che perseguono un altro progetto politico e che, soprattutto, sono espressione di un’altra cultura politica. Per questi semplici motivi, il ritorno della sinistra italiana – semprechè si avveri nella coerenza del suo progetto politico e di governo – può finalmente innescare un meccanismo virtuoso anche per altre culture politiche che, come ovvio, sono “radicalmente altro” rispetto alla tradizione del post comunismo nella storia politica italiana. Per chiarezza e non per polemica.

Andreoli indaga la vecchiaia, il tratto della vita che ci avvicina a Dio.

La vecchiaia, metamorfosi sulla linea retta della vita. Vittorino Andreoli si spinge, nel suo ultimo libro, a definire “favolosa” questa stagione esistenziale di cui dobbiamo cogliere opportunità prima inesistenti, mantenendo vitale quella che lui definisce ‘humani corporis fabrica’.

Francesco Provinciali

La lettera che lo psichiatra Vittorino Andreoli imbuca nella metaforica cassetta postale della vita ci spiega molte cose che riguardano il destinatario e forse ancor di più il mittente. Da costui viene spedita come un dono che ci racconta quelle che siamo soliti definire le tappe dell’esistenza, per spiegarne più compiutamente l’ultima: ciò che emerge dalla scorrevole lettura è la pacatezza esplicativa dei toni che rendono fluida e colloquiale la narrazione. Non vi si colgono forzature o maldestri tentativi di ammiccante persuasione, come potrebbe accadere ad un imbonitore che voglia dimostrare una magnificenza inesistente, trovo persino generoso il modo in cui – quasi senza farlo notare – l’estensore di questa lettera si rivolge al suo immaginario interlocutore raccontando di se stesso.

Qui si coglie come in tutta la sua immensa produzione scientifica e letteraria una trasparente consapevolezza, talmente spontanea da sovrapporsi all’io narrante, così convincente da farci accogliere con benevola disponibilità ogni spiegazione, oltre il nostro stato d’animo del momento.

La condizione paritetica che il prof. Andreoli evoca negli impliciti di questa missiva riguarda la situazione anagrafica di chi scrive e di chi leggerà: vecchio l’uno e vecchio l’altro, sgombrando subito il campo dalle scorie concettuali e culturali che questo aggettivo sostantivato denotativo dell’età potrebbe evocare (lo preferisce ai termini “anziano” o “terza età”)  e introduce fin da subito ad una dimensione confidenziale dell’esposizione, insieme alla qualità empatica del messaggio, alla presentazione mite e convincente della teoria che implicitamente la sottende: la vita è un dono che va vissuto nella sua interezza multidimensionale, in ogni passaggio che la caratterizza per condizione dell’essere e specificità delle funzioni proprie dell’età. Ciò riguarda ciascuno e la società poiché entrambi questi poli di considerazione hanno bisogno che venga messa in circolazione la vera ricchezza della specie umana: l’affettività, che ci permette di vivere nella consapevolezza di esser-ci e di sopravvivere nel buio delle più laceranti debolezze.

Fondamentale è accettare la vecchiaia come condizione fisiologica dell’esistere, non mascherarla con creme, postiches, trapianti e siliconi, questo giovanilismo di maniera rende ancor più espliciti i camuffamenti che la rendono paradossalmente più riconoscibile, sotto mentite spoglie. La vita è metamorfosi, lento transito che si muove su di una linea retta, non lo convince l’idea della parabola, delle iperbole apicali e delle cadute nell’arco temporale che la contiene: ci sono processi di trasformazioni biologiche che incedono per mutazione degli stili di vita, dalla crescita all’età adulta fino alla vecchiaia il cui inizio è una sorta di convenzione sociale peraltro storicamente in evoluzione: un tempo si viveva meno e con segni più evidenti di decadimento fisico e psichico, per questo Andreoli si spinge a definire “favolosa” questa stagione esistenziale che si protrae nel tempo e di cui dobbiamo cogliere opportunità prima inesistenti: curando il corpo, l’alimentazione, il movimento per mantenere vitale quella che lui definisce ‘humani corporis fabrica’. Con garbo e delicatezza l’autore della lettera ricorda ai coetanei che anche la dimensione della sessualità ha una sua peculiarità che si esprime come bisogno di incontro e legame dei corpi, l’eros è energia vitale che perde vigore ma non passione. Il legame d’amore si rafforza con la considerazione dell’altro.

E la stessa fragilità che rende vulnerabile il corpo e la mente con lo scorrere del tempo va letta non solo come segno di debolezza perché merita tenerezza: ‘senectus caritas est’, la vecchiaia è l’ultima sintesi dell’amore. Vivere questa stagione non si traduce in una nostalgica ricerca del tempo passato e perduto: è vero che viene un’età della vita in cui si vive più di ricordi che di speranze ma lo sguardo a ritroso anche se melanconico ha una possente valenza rievocativa. Vi si coglie ad esempio un tipo di memoria focalizzata su eventi, persone, incontri, sentimenti, vissuti, una rievocazione mirata, persino iconica, fotografica, intima, quasi non esprimibile compiutamente: per chi sa che il tempo che resta può essere breve, i richiami del passato, anche quelli più lontani hanno una straordinaria potenzialità di immedesimazione nel “qui e adesso”. Anche il colonnello Aureliano Buendia nel celebre incipit di Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez, di fronte al plotone di esecuzione cioè negli ultimi istanti della sua vita si era ricordato di “quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio” e quella folgorazione di un attimo lo aveva riportato a rivivere la sua infanzia. Ci sono ricordi che attraversano tutta la vita e a volte spiegano il presente.

Così come esiste una memoria più estesa, ampia, omnicomprensiva che abbraccia verso la fine dell’esistenza l’idea che ci siamo fatti di noi stessi, degli altri, del mondo: la filosofia la chiamerebbe Weltanschauung, San Paolo la definirebbe “ricapitolazione di tutte le cose”, Emanuele Severino ce l’avrebbe presentata come riflessione sullo stato attuale del mondo, fatta per passi a ritroso. Questa per Andreoli è la saggezza, una forma particolare di memoria che ingloba l’esperienza dei vissuti – ciò di cui Oscar Wilde direbbe …”così chiamiamo i nostri errori”…- ma anche quello che nella dimensione sociale e degli affetti, nelle relazioni umane, riusciamo a tramandare di positivo, l’essenziale riassuntivo ed esplicativo del senso vero dell’aver vissuto.  Certo nella vecchiaia la memoria si offusca, i ricordi diventano sbiaditi, subentra una certa ritrosia nel comunicare: i linguaggi sono diversi, la vita viene considerata più per ciò che si ha davanti piuttosto che per quello che resta del passato: la soggettività dell’intera esistenza finisce per confondersi nell’oblio dell’indifferenza, per essere zittita dal chiassoso presente. La solitudine – cercata o subìta – è una conseguenza di questa sorta di disallineamento generazionale dei vissuti e dei valori fino a mettere in discussione la loro reciproca sostenibilità.

Le tecnologie, l’uso smodato di internet e dei computer non riescono – e Andreoli ce lo ricorda – a compensare la soggettività del pensiero e i drammi esistenziali delle molte facce della solitudine. Se poi subentra la malattia si pensa che la fine si avvicini, che sia l’inizio di un declino. Per non parlare dell’indebolimento cognitivo, della perdita della memoria, del disorientamento spazio-temporale, dell’appiattimento degli affetti, della depressione, dell’imbarazzo nel compiere azioni comuni fino alla demenza e alla diagnosi della sindrome di Alzheimer, che esplicita sintomi e segni da cause diverse, che provocano una lenta e progressiva degenerazione del tessuto cerebrale, come descrive il Prof. Arnaldo Benini, neurochirurgo Emerito a Zurigo, nel suo libro La mente fragile. Nonostante tutto questo Andreoli resta convinto che sulla linea retta della vita, l’ultimo tratto – che ci avvicina a Dio anche se attraverso la fine del transito terreno – meriti di essere valorizzato, difeso e accolto come un dono, segno di una pienezza esistenziale che si esprime tra l’affettività e la fede. Perché come scrisse Erich Fromm “morire è un’esperienza dolorosa per tutti ma morire senza aver vissuto è una cosa assolutamente insopportabile”.

Il libro

V. Andreoli, Lettera a un vecchio (da parte di un vecchio), Edizioni Solferino, 15.50 €.

Francesca Leoncini, “Giuliano Ferrara per D’Amato: un grande endorsement” | Intervista

In lista per la Pisana con il Terzo Polo, la consigliera comunale di Italia Viva, Francesca Leoncini, plaude all’endorsement del fondatore del Foglio a favore di Alessio D’Amato, candidato di una coalizione di centro-sinistra che nel Lazio fa a meno dei 5 Stelle.

David Tesoriere

Ebbene, Giuliano Ferrara è entrato in scena da par suo in questa campagna elettorale per la Regione Lazio. Sul Foglio di ieri ha scritto senza mezzi termini quale sia il suo pensiero: “Non votare per D’Amato presidente a Roma mi pare una stranezza, una bizzarria, un azzardo”.  Che ne pensi tu che sei candidata per il Terzo Polo (Azione-Italia Viva)?

Non è difficile intuire dietro queste parole – un grande endorsement – una certa preoccupazione per le sorti della nostra regione. Ferrara dà voce a un mondo che tradizionalmente non vota a sinistra, ma rifugge da possibili involuzioni a destra. È un sentimento diffuso nella pubblica opinione, non ancora ben organizzato sul piano politico.

Nello specifico cosa vedi? È un messaggio ideologico, vale a dire politicamente pregiudiziale, quello del fondatore del Foglio?

No, Ferrara invita a un sano pragmatismo. Sostiene infatti che “nella gara l’assessore alla Salute del Lazio (D’Amato, ndr) porta, tra l’altro, una campagna di vaccinazione pressoché perfetta”. In questo modo riporta il confronto elettorale sul terreno della concretezza. Il suo è un contributo intelligente e prezioso: non dobbiamo accettare, in questo senso, che la competizione tra i candidati presidenti sia appesantita da un clima di provocazioni e sciatterie.

Eppure non si avverte il pathos che accompagna di regola una campagna elettorale. Sembra che prevalgano stanchezza e disillusione, almeno in questa fase. Non c’è il rischio che l’astensionismo si gonfi ulteriormente?

Anch’io noto che l’apatia, espressione di un disagio nascosto, rende più opaco il dialogo con gli elettori. Il momento politico non è dei più sereni. Non giova, poi, la crisi che attraversa il Partito democratico. Nel Lazio abbiamo costruito un’alleanza che mette al centro la cultura del riformismo. A sinistra, però, si vive con affanno la rottura con i 5 Stelle. Invece di mettere a valore lo sforzo che ha portato qui nel Lazio alla convergenza tra Pd e Terzo Polo, si esprime ancora sotto traccia un motivo di sofferenza per la rottura con Conte. 

D’altronde il voto si avvicina e questa fragilità della coalizione a sostegno di D’Amato frena la mobilitazione elettorale. La destra, già data per vincente, può solo guadagnare dalle incertezze del centro-sinistra.

Per questo l’appello di Ferrara – e torno al cuore della nostra conversazione – sprona tutti a “stringere” sulle cose che contano in campagna elettorale. Abbiamo un candidato presidente che può esibire grandi qualità di amministratore. Agli elettori, pertanto, deve arrivare una forte sollecitazone a non disperdere l’esperienza di governo da lui accumulata in questi cinque anni. Alessio D’Amato, se confortato da una coalizione motivata, è in grado di sottrarre spazio alla destra. Può vincere. Nulla è scontato quando a decidere sono le urne.

Il nuovo Pd con due Manifesti? Così sarà un Giano bifronte.

Il Manifesto del 2023 abroga quello del 2008 o si limita ad integrarlo? Non si sa. Aumentano perciò i dubbi su quale sia la reale anima del Pd. Al momento sembra un partito che dal non avere una chiara identità è arrivato ad averne persino due. Ma quanto può durare questa ambiguità?

Luca Castelli

La conclusione della prima fase del cosiddetto percorso costituente, con l’approvazione da parte dell’Assemblea nazionale del “Manifesto per il nuovo Pd – Italia 2030”, fornisce l’occasione per svolgere qualche considerazione sul merito di questo documento, specie alla luce del confronto con il precedente Manifesto del 2008, nonché sul rapporto che si è venuto a creare tra le due Carte. Sul piano formale si tratta di un testo di 13 pagine, divise in 5 capitoli, rispetto alle 11 pagine e ai 7 capitoli del Manifesto originario. In continuità con il passato, dunque, si conferma la scelta per una Carta dei valori “lunga” e non “breve”, com’è invece il Party Credo dei Democratici americani, che consta di appena 34 righe ed è incorporato nello statuto del partito.

Il che naturalmente non fa altro che accentuare i margini di indeterminatezza già di per sé propri di ogni carta di principi. Ed infatti il Manifesto del 2023 contiene concetti talmente vaghi e generici che riesce davvero difficile, a prima lettura, non condividerli. Come dissentire, ad esempio, quando si dice che «non può esistere una crescita duratura senza la lotta alle diseguaglianze»; che «lavoro, istruzione e sanità pubblica sono i pilastri di un modello sociale che mette al centro la persona e i suoi diritti fondamentali»; che «pretendere che chi è stato lasciato ai margini debba cavarsela da solo significa tradire e umiliare chi avrebbe più bisogno d’aiuto»; che «democrazia e umiliazione non stanno insieme». Così come senz’altro condivisibile è il richiamo al lavoro dignitoso, all’inscindibilità tra diritti civili e diritti sociali, alla valorizzazione degli strumenti di giustizia riparativa, all’esigenza di prendersi cura delle persone garantendo che la loro dignità sia rispettata.

Anche la parte più istituzionale merita un generale apprezzamento. Si rifiuta la scorciatoia del presidenzialismo; si afferma la necessità di regolamentare i partiti dando finalmente attuazione all’art. 49 Cost.; si valorizza il carattere cooperativo e solidale del nostro regionalismo, il principio di sussidiarietà orizzontale, il ruolo fondamentale dei sindaci e degli amministratori locali quali soggetti che “operano in corsia” e sono il primo punto di riferimento per i cittadini. Ma soprattutto, si insiste sulla capacità delle nostre istituzioni di prendere decisioni in grado di cambiare la vita delle persone. Dunque, una democrazia decidente come antidoto contro i rischi del democratic backsliding, dell’involuzione dello Stato di diritto. Ad un più attento esame, tuttavia, gli elementi di discontinuità con il Manifesto del 2008 sono evidenti. A cominciare dalle parole che prima c’erano ed oggi non ci sono più. Come la parola merito, da riferire ai talenti che tutti devono avere la possibilità di sviluppare, nonostante le diverse condizioni di partenza, all’interno di una scuola che educa e non discrimina. Una lacuna, questa, che nel centenario di Don Milani fa un certo effetto.

Non c’è più il riferimento all’affermazione di un nuovo umanesimo né sul piano dell’accesso al sapere, né sul terreno dell’integrazione europea. L’esigenza di anteporre l’essere umano concepito nella sua totalità sembra invece soppiantata dal riferimento preponderante alla sola dimensione dell’uomo lavoratore. Il termine doveri, declinato accanto a quello di diritti, compare solo una volta e solo con riguardo agli italiani che vivono all’estero rispetto ai connazionali residenti in Italia. E questa scissione tra la dottrina dei diritti e quella dei doveri fa il paio con il rilievo accordato all’autodeterminazione delle persone, che è concepita come «la bussola di ogni nostra azione» ed affermata in termini assoluti, senza alcun senso del limite. Scompare poi ogni richiamo alle culture fondative del PD. Nella Carta del 2008 si parlava, per quanto genericamente, di un partito che raccoglie «le tradizioni culturali e politiche riformatrici del Paese». L’obiettivo non era mettere insieme pezzi del passato, ma elaborare una visione condivisa del mondo attraverso la reciproca contaminazione di quelle storie per costruire una nuova idea di Paese.

Di queste radici e quindi della natura intrinsecamente plurale del partito, come casa comune di tutti i riformisti, nel nuovo Manifesto non c’è traccia. Non stupisce, pertanto, che neppure le parole riformismo o riformista vengano mai adoperate. Non solo. «Bisogna fare un’Italia nuova» esordiva il Manifesto originario e rispetto a questo obiettivo sviluppava poi i suoi intendimenti, in una prospettiva chiaramente rivolta al Paese. Il Manifesto odierno, invece, esibisce un orizzonte di più corto respiro, perché sembra parlare più al partito che al Paese. Frasi come «il cuore della nostra identità è la lotta contro tutte le forme di diseguaglianza»; «siamo e saremo un partito femminista»; dobbiamo «agire con ben più coraggio e determinazione di quanto abbiamo fatto finora»; vogliamo che «chi fa vivere ogni giorno il partito sul territorio pesi di più nelle scelte che saremo chiamati a fare» tradiscono un’impostazione di fondo rivolta prevalentemente a correggere errori o omissioni dei quindici anni passati. Insomma una visione più introversa, fortemente condizionata dalla contingenza, che non riesce a sprigionare quella spinta propulsiva e quella proiezione al futuro che animavano invece il precedente Manifesto. Da questo punto di vista, in effetti, il richiamo all’Italia 2030 appare puramente formalistico, oltre che collegato alla sola emergenza climatica.

Ma ciò che più distingue i due Manifesti è, ovviamente, il diverso contesto politico, economico e sociale che ha fatto loro da sfondo. Il documento del 2008 nasce in un momento storico segnato, sul piano economico, dalle magnifiche sorti e progressive della globalizzazione; su quello politico dall’assetto bipolare del sistema dei partiti.  Di qui, da una parte, la missione del Pd di «ricollocare l’Italia negli inediti scenari aperti dalla globalizzazione» e di «rispondere alle nuove sfide della mondializzazione»; dall’altra, la vocazione maggioritaria, cioè «il suo proporsi come partito del Paese», che pensa la propria identità «non già in termini di rappresentanza parziale di segmenti più o meno grandi della società, ma come proiezione della sua profonda aderenza alle articolazioni e alle autonomie civili, sociali e istituzionali proprie del pluralismo della storia italiana e della complessità della società contemporanea». Dal 2008 ad oggi è cambiato il mondo. E il nuovo Manifesto ne prende atto, sottolineando che «le crisi finanziarie, la pandemia, il ritorno delle tensioni internazionali e la crisi energetica ci hanno drammaticamente mostrato i limiti del modello di interdipendenza globale che ha caratterizzato l’inizio di questo secolo».

Ecco allora l’enfasi sul «cambio di paradigma», locuzione ribadita ben quattro volte; sull’art. 3, citato quattro volte; sulla lotta alle diseguaglianze, richiamata tre volte. Ecco l’esigenza dell’«azione complementare strategica di uno Stato regolatore e innovatore […] in grado di orientare la dinamica dei mercati, inclusi quelli finanziari, verso gli obiettivi di uno sviluppo sostenibile che metta al centro la persona, difendendone i diritti, la libertà e la dignità, indipendentemente dal luogo di nascita o di provenienza». Ecco, infine, il ridimensionamento della vocazione maggioritaria, che viene appena accennata e riferita, anzitutto, «agli interessi dell’intero sistema democratico» oltre che «ai soli interessi di rappresentanza della propria parte». Rispetto al testo del 2008 c’è una completa inversione a U. Lì si leggeva, infatti, che «compito dello Stato non è interferire nelle attività economiche, ma fissare le regole per il buon funzionamento del mercato, per mantenere la concorrenza anche con politiche di liberalizzazione e per creare le condizioni di contesto e di convenienza utili a promuovere innovazione e qualità».

Certo, a guardarlo con gli occhi del presente neppure quel Manifesto era esente da limiti. Ad esempio, l’idea che lo Stato debba limitarsi al ruolo di regolatore, oltre che di erogatore dei servizi pubblici essenziali, è ormai superata. Al giorno d’oggi lo Stato è tante cose insieme: promotore, garante, gestore, investitore, ecc…Ma il problema, ieri come oggi, è quello di evitare, da una parte, un’illimitata espansione dell’intervento pubblico che finisca per comprimere le opportunità offerte dai mercati; dall’altra, l’attuazione di politiche che frenino il cambiamento anziché indirizzarlo per il verso giusto. Su questi temi, che chiamano in causa l’approccio di allora, un vero dibattito dentro il Pd in tutti questi anni non c’è mai stato. Ed allora concentrarlo in soli tre mesi restituisce inevitabilmente l’impressione di un’operazione più finalizzata ad un obiettivo politico immediato – il rientro di Articolo 1 –, che non volta ad un ripensamento funditus delle basi teoriche su cui poggia la piattaforma politico-programmatica.

Come che sia, alla luce della comparazione svolta, la conseguenza è oggettivamente quella di uno spostamento a sinistra del baricentro del partito. Il punto di equilibrio su cui si basava il patto fondativo del 2008 è rimesso in discussione. La cesura è netta. A questo punto viene da chiedersi: ma se il Manifesto rappresenta la “Costituzione” del partito sul piano dei valori, è necessario cambiare la Costituzione ogni volta che cambia il contesto di riferimento? Se fra quindici anni lo scenario muterà di nuovo bisognerà scrivere un altro Manifesto? In realtà la Costituzione è per sua natura destinata a durare nel tempo, va aggiornata alla luce dei mutamenti che nel frattempo intervengono, ma non certo riscritta ogni volta da capo a piedi. Allora sarebbe stato più opportuno distinguere il piano dei valori fondativi da quello delle linee programmatiche dell’azione politica e agire prevalentemente su quest’ultime, modificando cioè le policies da mettere in campo per rispondere alla crisi e non i principi, che come tali sono suscettibili di essere variamente interpretati e modulati a seconda delle diverse condizioni di contesto.

Invece si è scelto di redigere un nuovo Manifesto, anziché intervenire in modo mirato emendando singole parti di quello originario. Il che pone l’ulteriore problema della convivenza tra il vecchio e il nuovo testo.  Quello del 2008 non viene soppiantato, ma resta accanto al nuovo, che tuttavia è da subito valido e cogente. Ma allora che rapporto c’è tra le due Carte? Il Manifesto del 2023 abroga quello del 2008 o si limita ad integrarlo? E quale prevale in caso di conflitto? Come si vede un bel dilemma, la cui soluzione è affidata agli esiti del congresso. Il che non fa altro che aumentare i dubbi su quale sia la reale anima del Pd. Il Pd è quello del 2008 o quello del 2023? Al momento sembra un partito Giano bifronte, che dal non avere una chiara identità è arrivato ad averne persino due.  Ma quanto può durare questa ambiguità? Sembra difficile accontentarsi della mancata archiviazione del Manifesto fondativo, finché non si chiarisce se il mutamento che è avvenuto nel codice genetico del Pd – che in quel Manifesto era iscritto – è definitivo oppure no.

Luca Castelli, professore associato presso l’Università di Perugia, è stato relatore al convegno promosso recentemente da Pierluigi Castagnetti all’Istituto Sturzo (19 dicembre 2022).

Il Pd, il congresso e il grillo saggio.

Giarrusso uno e Giarrusso due: storie intrecciate che raccontano lo smarrimento della politica. Il pasticcio più grande lo si è visto quando uno dei due, e cioè Dino, ha pensato bene di annunciare il suo ingresso nel Pd. S’è alzato un coro che ricordava Iannacci: “Vengo anch’io, no tu no”.

Giovanni Federico

Il Movimento 5 Stelle sa per tempo interpretare i propri astri e agire di conseguenza con la giusta preveggenza. Sarà per questo che hanno eletto al Parlamento italiano ed a quello europeo due Giarrusso, uno Mario, l’altro Dino. Il primo eletto nella circoscrizione Sicilia, il secondo eletto nella circoscrizione Italia insulare della Sicilia e Sardegna. Entrambi amanti delle isole. Se uno dovesse, per infedeltà, passare in altro campo, un altro resterebbe. Se mai mollassero entrambi le cime, per muovere verso altri porti, allora non ci sarebbe che arrendersi. Contro l’irriconoscenza umana anche le stelle devono alzare bandiera bianca. È finita che sia Mario che Dino hanno tolto le tende. È una questione che sta suscitando polemiche, non essendoci cose più serie su cui impegnarsi. C’è qualcosa di animale nella storia che commentiamo, c’è un’affascinazione rivolta al passato.

Dino è una ex Iena, di quel gruppo che ficca il naso dappertutto, denunciando in televisione qua e là i misfatti del paese. La iena, il cui nome in greco designa in verità il maiale, può essere striata o ridens. Nel nostro caso c’è poco effettivamente da sollazzarsi ma si deve comunque andare avanti. Quindi ha abbandonato le Iene, perennemente fameliche di ribalta, per spendersi in politica. Nei 5 Stelle è richiesto piglio e martello per farsi un nome. In coerenza alla regola, ha morso con denti da iena il povero Pd, accusandolo di ogni nefandezza politica. Ma la nostalgia di essere ancora un “ex” deve averlo stuzzicato senza che ne potesse resistere. A maggio dello scorso anno ha abbandonato i 5 Stelle, accusandoli di essere il centro di ogni ipocrisia e di una direzione verticistica da parte di pochi eletti. Gli è stato replicato di essere un poltronista ma non ci ha fatto troppo caso. Ha poi lasciato intendere di voler fondare un ennesimo partito, raccogliendo intanto tutti gli ex 5 Stelle che tutti insieme c’è chi dice facciano meno del voto di un condominio. Ormai determinato, non si è fatto mancare un passaggio brillante. Il 27 giugno nelle elezioni regionali siciliane l’inquieto Dino fonda il partito “Sud chiama Nord”. Neanche una manciata di giorni dopo però rompe l’accordo con il cofondatore Cateno De Luca e presenta un suo simbolo autonomo, poi non ammesso all’esame ministeriale.

Al termine di questa dannata peregrinazione il nostro Dino ha pensato bene, giorni fa, di annunciare più opportunamente la sua adesione al Pd, subito esternando un pensiero forte, risolutivo e sopra ogni cosa originale. Il PD deve tornare ad avere una identità di Sinistra.  Questo il suo prepotente biglietto da visita, che fa la “differenza” tra lui e il resto del mondo. Giarrusso porta in dote una traditio di battaglie e movimentismo, una tradizione di cui è depositario, a cui far seguire una reditio, una consegna anche ad altri che possano continuare il suo lavoro. Tra gli attuali pentastellati corre, a dirla tutta, un giudizio più di tradimento che di traditio. Un grillo saggio sa bene come orientare un PD in affanno nell’incertezza se andare un po’ più a destra o un po’ più a sinistra, per arrivare al tesoro segnato su una mappa che solo pochi eletti sanno decifrare. Tutto si spiega e tutto ha una ragion d’essere. Di nuovo soccorre il fascino di partiti con il logo di animali. Forse l’elefantino repubblicano e l’asinello democratico degli USA hanno mosso suggestione.

Di Maio, più leggero, aveva scelto l’ape operosa. Ancor prima Prodi scelse, ispirandosi ad oltre oceano, l’asinello. Senza dimenticare che nella Prima repubblica la Democrazia Cristiana era solita essere bollata come la Balena Bianca. Di recente è stato il turno dei “grillini”, la coscienza buona del paese, forse con troppi grilli per la testa con tante idee di fantasia, spesso frantumante contro la realtà dei fatti da fronteggiare. Giarrusso, che nel frattempo è diventato un tipo pratico, si è voluto togliere un grillo dalla testa e chiodi dalla scarpa e passare ad altro. Avrà considerato la monotonia di una dieta a base di grilli, sia pure oggi molto di voga e assai nutriente, dei quali sembra, peraltro, non si butti vantaggiosamente via nulla. Avrà pensato che la vita di un grillo non si prolunga oltre i due mesi e mezzo. Per questo è acconcio cambiare aria per continuare a dispiegare il proprio messaggio politico. I grilli non friniscono con le corde vocali, ma singolarmente con le elitre che sono delle creste presenti sulle ali. Da qui l’importanza di Giarrusso di svolazzare forse di fiore in fiore, volendo cantare in ogni stagione e non solo d’estate nel tempo degli amori. Giarrusso legittimamente ha bussato alle porte del PD durante una assemblea promossa da Bonaccini che, proprio a voler mettere timbri addosso, è più un riformista che un massimalista.

L’ex Iena ed ex grillino forse ha guardato a quel candidato alla Segreteria perché ha intuito essere preferibile l’aria di bonaccia a fronte della tempesta che si sta comunque sollevando per la sua dichiarazione d’intenti. Sanremo è vicino, tante canzoni della storia italiana vengono in questo periodo in mente. “Aggiungi un posto a tavola che c’è un amico in più, se sposti un po’ la seggiola stai comodo anche tu” è un ritornello che non ti si leva dalla testa dopo averlo ascoltato anche solo una volta. Torna il tema delle poltrone su cui sedersi. Potrebbe alzarsi un Enzo Iannacci indispettito e gridare il suo celebre “Vengo anch’io, no tu no!”. Giarrusso di nuovo, indomito, potrebbe replicare: “Non sarà un’avventura, non può essere soltanto una primavera”. Piuttosto che ricorrere a leggi sempre minacciate e mai efficacemente adottate, ad argine del trasformismo imperante basterebbe un semplicissimo “no”, chiudere la porta a chi chiede di far parte di una cordata. Tanto semplice da non essere mai fatto. Questa volta potrebbe aiutare quel monito che, richiamando terre cimiteriali, suggerisce di non “andare a sentire cantare i grilli”. Da quelle parti c’è infatti aria di morte e il PD attuale non ne ha proprio bisogno.

La decrescita nuoce ai poveri. | Intervista a Flavio Felice.

L’intervista a Flavio Felice, curata da Paolo M. Alfieri per  “Avvenire” del 19 gennaio 2023 – https://www.avvenire.it/economiacivile/pagine/prospettivenon-solo-crescita-ma-sviluppo-altro -, nella versione integrale è stata pubblicata ieri sul sito del Centro Studi e ricerche “Tocqueville-Acton”.

Per gentile concessione dell’autore, e d’accordo con il Centro, la stessa versione integrale è di seguito riproposta.

Paolo M. Alfieri

D. La decrescita è una scelta economicamente conveniente per la nostra società? E se sì, perché?

R. Non vedo come la “decrescita” possa essere considerata “una scelta economicamente conveniente”. Se una persona decresce è perché non sta bene, così come se cresce in maniera eccessiva o disarmonica. La crescita economica è la fisiologia del sistema economico, la decrescita è una delle forme patologiche che può assumere il sistema. Senza crescita si cristallizzano le posizioni di potere, chi è bene posizionato avrà la forza per poterle consolidare e chi è mal posizionato può solo rassegnarsi e sperare nella benevolenza di coloro che stanno meglio di lui. La decrescita produce sfruttamento nei confronti dei più disagiati da parte delle élite e, occasionalmente, qualche rivolta che mira a sovvertire l’ordine gerarchico: i servi mireranno a diventare padroni e i padroni vivranno la loro condizione come quella di coloro che devono difendersi ogni giorno da chi vorrebbe spodestarli. La decrescita è una sciagura per i poveri e una garanzia per coloro che occupano posizioni di potere.

D. È davvero possibile abbandonare l’idea della crescita economica esclusivamente come crescita del Pil? Quali strumenti utilizzare? A quali parametri fare riferimento per una crescita che sia vero sviluppo integrale?

R. Ragionare in termini di sviluppo integrale, come d’altronde fa la Dottrina sociale della Chiesa almeno da Paolo VI con la sua Popolurum progressio, non significa rinunciare alla crescita. La crescita economica è tanto necessaria allo sviluppo quanto lo è la crescita dell’apparato scheletrico – e non solo – nello sviluppo di un essere umano. Il fatto che sia necessario non dice tuttavia che sia sufficiente. Un adolescente può crescere fisicamente, ma rimanere un bambino nei comportamenti. La crescita economica è necessaria, ma non ancora sufficiente per consentirci di parlare di sviluppo integrale. Oltre l’elemento quantitativo della crescita economica è necessario che si consideri anche l’elemento qualitativo che comprende il rispetto che ciascuno deve all’altro in quanto immagine visibile del Dio invisibile. In questo quadro qualitativo si inserisce il tema dello sviluppo integrale che coinvolge la questione ambientale, la difesa e la promozione del creato, la questione istituzionale, attraverso la difesa e la promozione della qualità inclusiva dei processi democratici e infine la questione culturale, favorendo la dimensione plurale della conoscenza e la sua funzione di esaltare la dignità di ciascuna persona, dal concepimento alla morte naturale. A tal proposito non mancano indici che misurano altre forme di crescita, oltre allo strumento del PIL, che non andrebbe abbandonato quanto integrato. Resta il fatto che lo sviluppo umano integrale non è riducibile ad alcun indicatore quantitativo, mentre si risolve nel giudizio che ciascuno di noi è tenuto a dare alla qualità della vita sociale, sulla base della propria prospettiva culturale e antropologica: la società, ci insegna Luigi Sturzo, è sempre la proiezione multipla, simultanea e continuativa dell’azione umana. Una società nella quale l’aborto – tanto per fare un esempio – è considerato un normale mezzo contraccettivo è conforme alla nostra idea di persona e, dunque, di sviluppo umano integrale?

D. Il mercato non sembra favorire in maniera naturale l’inclusione sociale o promuovere sic et simpliciter la sostenibilità. Quali “aggiustamenti” dovrebbero essere promossi dalle istituzioni?

R. Il mercato è lo strumento mediante il quale ciascuno tenta di soddisfare le proprie aspettative, incontrando le aspettative altrui. Da questo punto di vista, il mercato – che è appunto uno strumento – presenta le caratteristiche di coloro che ne animano i processi. Affermare che il mercato “non sembra favorire in maniera naturale l’inclusione” significa presumere che nel mercato possano operare solo personaggi loschi e criminali. Il mercato, al contrario, se ben regolato e sottoposto a costante controllo, è lo strumento che meglio di altri favorisce l’inclusione. Esso è uno strumento umile, dato che non conta il ceto di appartenenza dell’operatore, e incredibilmente efficace, consentendo una tale distribuzione della conoscenza, da rappresentare il più potente strumento di problem solving che mente umana possa immaginare. L’alternativa al mercato è la pianificazione, in tal caso però è necessario che si individui una persona o una cerchia di persone che ne sappiamo più della miriade di consumatori e produttori che quotidianamente riempiono le piazze reali e virtuali e che, con le loro scelte, indirizzano gli investitori; oltretutto, chi controllerebbe il pianificatore? Saremmo di fronte ad un potere totalitario. Altro discorso è quello che riguarda il ruolo delle istituzioni. Il mercato non esiste al di fuori delle regole del gioco che disciplinano gli operatori, di conseguenza, il compito della politica è di garantire che il mercato resti competitivo e che nessuno possa avanzare pretese monopolistiche e, qualora dovesse accadere, è compito della politica espellere simili giocatori. La concorrenza è un bene pubblico e come tale andrebbe difeso dai percettori di rendite.

D. Secondo l’Ipcc, le politiche di decrescita possono avere un ruolo anche nella lotta al cambiamento climatico. Quali politiche andrebbero messe in atto per una strategia di questo tipo?

R. Non comprendo come la decrescita possa aiutare a fronteggiare il cambiamento climatico se non in negativo; i paesi più poveri non sono certo un esempio di cura ambientale, non che lo siano i paesi più ricchi, ma certamente dove assistiamo ad un’importante crescita economica è più probabile che si sviluppino tecnologie che affrontino creativamente il problema del cambiamento climatico, ed è ciò che sta accadendo. Nessun trionfalismo, perché la strada è lunga e piena di insidie, ma pensare che la decrescita possa essere la soluzione mi sembra che sia un’autentica sciocchezza.

D. Riduzione dell’orario lavorativo e più servizi pubblici universali: la società e l’economia di mercato di oggi sono pronti per cambiamenti di questo tipo?

R. L’economia di mercato non tollera la pianificazione, se dal basso emerge una simile esigenza, le istituzioni che presiedono e fondano una economia di mercato assumeranno la forma affinché tale esigenza sia soddisfatta. Negli ultimi 200 anni la vita delle persone che vivono nelle aree nelle quali è presente l’economia di mercato è migliorata in maniera impensabile. Solo qualche decennio fa, i nostri nonni temevano di morire per una (oggi) banale infezione, i re e le regine non godevano delle più elementari condizioni igieniche di cui oggi godono persone normalissime. Questo non significa che possiamo ritenerci soddisfatti, significa semplicemente che la strada che abbiamo intrapreso non è poi così sbagliata, si tratta di intervenire ogniqualvolta ci accorgiamo di aver perso la rotta. Le istituzioni del mercato sono imperfette come imperfette sono le persone che in esse operano. Solo una visione perfettista e, di conseguenza, totalitaria può immaginare di sostituire il mercato e la democrazia con un apparato centrale pianificatore, mosso dalla presunzione fatale di imporre, magari anche con lacrime e sangue, a persone chiamate ad essere libere e responsabili, una sedicente “infallibile” direzione di marcia, spacciandola per il “senso della storia”.

La profezia di Moro | Vide la crisi della società e parlò di tempi nuovi.

Quando si enunciano alcune parole, o citazioni, scatta d’incanto un preciso richiamo storico, culturale e politico. È il caso, nello specifico, delle parole “tempi nuovi”. Un incipit, questo, di uno storico intervento di Aldo Moro pronunciato in occasione di un Consiglio nazionale della Dc il 21 novembre del 1968. “Tempi nuovi si annunciano – diceva il leader della Dc in quel discorso – ed avanzano in fretta come non mai. Il vorticoso succedersi delle rivendicazioni, la sensazione che storture, ingiustizie, zone d’ombra, condizioni d’insufficiente dignità e insufficiente potere non siano oltre tollerabili, l’ampliarsi del quadro delle attese e delle speranze all’intera umanità, la visione del diritto degli altri, anche dei più lontani, da tutelare non meno del proprio, il fatto che i giovani, sentendosi ad un punto nodale della storia, non si riconoscano nella società in cui sono e la mettano in crisi, sono tutti segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità. Nel profondo, è di una nuova umanità che vuole farsi, è il moto irresistibile della storia”.

Sì, ho voluto citare un passo, forse il più significativo, di uno degli maggiori interventi dello statista pugliese barbaramente ucciso dai terroristi delle Brigate Rosse senza alcuna convivenza con alcuni settori democristiani, come una recente vulgata informativa vuol far incredibilmente e grottescamente credere. Certo, eravamo a fine degli anni ‘60 e, soprattutto, si parla del linguaggio ‘moroteo’, quasi antropologicamente alternativo rispetto a quello che caratterizza il dibattito politico italiano dopo la fine ingloriosa della prima repubblica. Eppure, se riletto con attenzione e con la dovuta pazienza, è proprio il linguaggio ‘moroteo’ che spinge continuamente la politica a riflettere su se stessa, sui suoi limiti e sulla sua capacità di saper anticipare i “tempi nuovi che si annunciano”. E, al di là dello scorrere delle fasi storiche e dei profondi cambiamenti che caratterizzano la politica italiana in continuo divenire, è indubbio che l’unico elemento che qualifica una classe dirigente politica è quello di saper leggere ciò che capita nella società dando, al contempo, una risposta politica, culturale e anche istituzionale. Cioè, di natura legislativa e strutturale.

Questa è stata, del resto, la grande originalità della classe dirigente democratico cristiana per quasi cinquant’anni nella vita democratica nel nostro paese e questa, d’altro canto, resta la grande sfida attorno alla quale si gioca la capacità, oggi, di chi continua a riconoscersi in quel filone ideale per dare un contributo significativo al cambiamento e al rinnovamento della politica italiana. Altrochè limitarsi a giocare un ruolo marginale, ornamentale e del tutto ininfluente in alcuni partiti cosiddetti “plurali”. Come, ad esempio, gli amici Popolari che pensano ancora di declinare una presenza significativa in un partito come il Pd che persegue, invece, un disegno politico e un progetto politico del tutto estranei ed esterni alle ragioni e alle attese della cultura e della tradizione del cattolicesimo politico e sociale italiano. Ma, al di là del futuro e della prospettiva del Pd, quello che semmai va evidenziato è che, quando si evocano e si annunciano “tempi nuovi” per la politica del nostro paese, occorre riempire di contenuti e di scelte concrete quell’orizzonte ideale che si delinea. 

Un’esperienza come quella dei Popolari, frutto della cultura e della tradizione del cattolicesimo politico e sociale, ha il dovere di continuare ad ispirarsi a quel richiamo per segnare la sua presenza nella cittadella politica italiana contemnporanea. Respingendo la tentazione di limitarsi a declinare un ruolo testimoniale o puramente dadaista. L’orizzonte dei Popolari, oggi, è quello di saper recuperare la capacità di anticipare i problemi che attraversano la nostra società per poter guidare un processo politico di avanzamento sociale, di consolidamento democratico e di crescita della dignità della persona. Per questo, credo, il nostro compito, oggi, è anche quello di affrontare e, possibilmente, di contribuire a governare i “tempi nuovi che si annunciano” nel nostro paese. Senza arroganza e senza alcuna presunzione di “superiorità morale” ma solo e soltanto con le armi della politica, della cultura politica e dell’autorevolezza della classe dirigente.

Il mondo cambia e cambia anche il lavoro | Il boom delle dimissioni volontarie. 

I dati forniti dalle comunicazioni obbligatorie trimestrali del Ministero del Lavoro offrono uno spaccato interessante e suscettibile di approfondimenti: nei primi 9 mesi del 2022 si sono registrate oltre 1,6 milioni di dimissioni dal posto di lavoro, con un più 22% rispetto allo stesso periodo del 2021 quando ne erano state computate oltre 1.3 milioni. Non si tratta peraltro di un fenomeno solo italiano, negli USA la deriva sta assumendo una dimensione tanto consistente da essere definita ‘Great resignation’, ‘le grandi dimissioni’. Per decenni politica, sindacato e associazionismo hanno posto il problema della carenza dei posti di lavoro come motore che innesca il volano dell’impoverimento e il blocco dell’ascensore sociale: analisi radicata negli anni e che permane, confermata ad esempio dal recente 56° Rapporto del Censis sullo stato di salute del Paese. Viene da chiedersi allora se esista un’analogia tra questa tendenza a sciogliere i legami con un’attività lavorativa e il più generale scollamento tra società e istituzioni, agevolato dal venir meno dei corpi intermedi, che il Direttore Generale dell’Istituto di analisi sociale, Massimiliano Valerii ha stigmatizzato come “ritrazione silenziosa dei cittadini”. Così come considerando questo disallineamento tra stili di vita prevalenti e fonti di produzione del reddito sarebbe utile rileggere La società signorile di massa di Luca Ricolfi, un libro che esamina  le contraddizioni tra Neet generation, vita di rendita, risparmio accumulato dai padri in un contesto in cui il numero dei cittadini che non lavorano ha superato ampiamente quello dei cittadini che lavorano, l’accesso ai consumi opulenti si è generalizzato raggiungendo larga parte della popolazione e la stagnazione economica è causa-effetto del declino della produzione. 

Last but not least, cioè ultimo riferimento ma non per importanza, l’insieme del mismatch socio-economico andrebbe parametrato con i dati emergenti dal 21° Rapporto Caritas che censisce 1.960.00 famiglie e un totale di 5.571.000 soggetti che vivono in condizioni di povertà. I dati statistici assumono un rilievo fondamentale a supporto delle analisi dei micro e macro fenomeni sociali e si pongono come zoccolo su cui dovrebbero innervarsi le politiche in tema di welfare e di lavoro. In questa fascia di target sociali ereditati o nuovi a motivo dell’emergente precarietà dell’esistenza il lavoro diventa un miraggio o un ripiego mentre – ad esempio – il reddito di cittadinanza è una misura compensativa ma indubbiamente da rivedere, ad evitare l’accomodamento e l’inazione.

Tra le cause di cessazione dei rapporti di lavoro le dimissioni volontarie costituiscono, dopo la scadenza dei contratti a termine, la quota più alta. Ma i dati indicano come risalga anche il numero dei licenziamenti, dopo la fine del blocco deciso con la crisi pandemica: nei primi nove mesi del 2022 sono stati infatti 557mila i rapporti interrotti su decisione del datore di lavoro, contro i 379mila nello stesso periodo del 2021, con un incremento del 47% rispetto al periodo di vigenza del blocco. Nel terzo trimestre del 2022 le dimissioni sono state 562mila, con un aumento del 6,6% rispetto agli stessi mesi del 2021, mentre i licenziamenti– rapportati ai predetti periodi dei due anni- sono stati 181mila nel terzo trimestre 2022 con un più 10,6% rispetto al 2021. Il primato delle dimissioni volontarie sui motivi di chiusura di rapporto di lavoro suggerisce molte riflessioni di natura culturale, economica, di mera opportunità ovvero di necessità: a cominciare dal cercare un lavoro meglio retribuito, più gratificante dal punto di vista della soddisfazione personale o professionale, come pure dal dover conciliare i tempi lavorativi con le esigenze familiari. Si tratta di un fenomeno che si amplia e si diversifica nelle motivazioni soggettive (che inglobano certamente la ricerca di stili di vita sostenibili e gratificanti oltre che la realizzazione di aspettative elettivamente inespresse) e di fattori legati a dati oggettivi (tempo, distanza, disagi, trasporto, stress psicologici, spese, vincoli burocratici, gerarchie, competizioni, carenza di tutele). Dopo la fase emergenziale della pandemia si sono riaperti spazi di flessibilità e mobilità, a cominciare dallo smart working, ma è maturata la consapevolezza di un equilibrio tra vita privata e lavorativa che si ascrive alla più ampia deriva di un ritorno dell’individualismo come freno alle invadenze sociali, ne è prova il tema emergente dei cosiddetti ‘diritti soggettivi’ e delle libertà personali. 

In certi contesti territoriali e in taluni settori emerge anche la volontà di mettersi in proprio, il desiderio di provarci. In via generale la motivazione più ricorrente che spinge a lasciare un lavoro per cercarne un altro è legata al tentativo di far coincidere la qualità della vita con il benessere personale. In un mondo caratterizzato da una forte conflittualità di interessi e pulsioni si alza il livello di competitività che accorcia i tempi e la durata delle esperienze esistenziali, a fronte di una maggior durata media della vita: cambiare, provarci, tentare è segno di insoddisfazione ma anche ricerca di una sostenibilità messa a dura prova dall’usura delle esperienze e dalla stessa fatica di vivere. Ecco che il lavoro non è più solo un fattore strettamente economico poiché nei macro fenomeni sociali riemerge la necessità di un equilibrio psicologico come prevalente agente regolativo nelle alterne vicende della vita.

1458, Il trattato di Cotrugli sul perfetto mercante | Regole e virtù del commercio.

Considerato da alcuni il fondatore delle discipline economico-aziendali, il mercante e umanista rinascimentale Benedetto Cotrugli è autore di un libro tanto importante quanto ingiustamente caduto per secoli nell’oblio e solo recentemente riscoperto. Un vero gioiello nascosto nella nostra storia culturale, economica e sociale, da valorizzare e fare conoscere al mondo. Questo trattato, scritto nel 1458 e pubblicato un secolo dopo, viene proposto ora per la prima volta in una ricca edizione integrale contenente sia il testo originale in volgare sia la versione in italiano contemporaneo.

Diviso in quattro sezioni, che spaziano tra un ampio repertorio di regole mercantili, contabili e suggerimenti pratici ancora attuali per lo svolgimento dell’attività commerciale, fino ad arrivare alle virtù morali, culturali, professionali, etiche, politiche e allo stile di vita del «mercante perfetto», il libro di Cotrugli è una testimonianza vivace delle dinamiche che ruotavano attorno al commercio nel Mediterraneo agli inizi del Rinascimento.

Questo testo rappresenta un fondamentale contributo alla comprensione delle origini del management e delle pratiche commerciali moderne, anticipando di oltre cinquecento anni molti dei principi del cosiddetto umanesimo imprenditoriale e della responsabilità sociale, di cui oggi si parla molto. Dimostrando in modo inequivocabile come è proprio in Italia e nel Mediterraneo che affondano, profonde, le più antiche radici dell’attività commerciale e dello spirito imprenditoriale.

[Sinossi proposta dall’editore]

LANCISI, «DON MILANI…LA PIETRA SCARTATA» / Intervista a RaiNews

A cento anni dalla nascita del priore di Barbiana, esce una bella biografia scritta dal giornalista e scrittore Mario Lancisi. In questo saggio esce un profilo di un prete e di un maestro fuori dal comune, forse di un grande santo. Sicuramente di un profeta religioso e civile. E disobbediente. Uno che per rovesciare il mondo antico, gli egoismi individuali e sociali, le logiche del potere disobbedì mosso da una radicale obbedienza al Vangelo.

Lancisi, la sua biografia su don Lorenzo Milani, uscita nel centenario della nascita del priore di Barbiana, ci offre un ritratto chiaro e profondo del sacerdote fiorentino. Le chiedo come nasce il suo interesse su Don Milani?

“Mi sono imbattuto in don Milani per una bocciatura. Da figlio di mezzadri mi ero ritrovato a frequentare il liceo classico e l’impatto è stato duro. Finché sei povero tra i poveri non provi infatti il senso odioso della discriminazione di classe, ma quando i tuoi compagni di banco sono figli di avvocati, notai, medici, allora provi sulla tua pelle il classismo, l’emarginazione. Fui così respinto. Qualcuno mi suggerì di leggere Lettera a una professoressa. Questa esprimeva tutto quello che io sentivo dentro ma non sapevo tirare fuori. La grande lezione di don Milani: se un povero possiede la parola è come se possedesse la fionda usata da Davide contro Golia”.

Entriamo un po’ in profondità. Sappiamo che Don Lorenzo ha avuto una giovinezza borghese. Cosa è stato decisivo per la sua conversione a Cristo?

“La ricerca di senso. Che senso ha la vita? Una domanda che molti non si fanno, oppure se la pongono in maniera superficiale. Lorenzo la mise al centro della sua gioventù inquieta. Comprese che il senso, la sua pienezza e felicità di vita non risiedevano nella ricchezza e nella grande cultura della famiglia. È l’inquietudine del giovane ricco del Vangelo. Ma al contrario di questi Lorenzo a vent’anni rispose sì alla chiamata di Gesù: divenne cristiano e prete”.

L’assillo di Don Lorenzo è sempre stato quello di essere vicino ai lontani e agli ultimi . Come avviene questa maturazione evangelica? 

“Avviene gradualmente. Come per Francesco d’Assisi, la conversione di Lorenzo fu in realtà una spogliazione. Si spogliò di tutti i privilegi del suo mondo”.

Quanto ha influito in questa maturazione la sua prima esperienza pastorale nella zona di San Donato di Calenzano? Una zona particolare…. 

“San Donato rafforza la maturazione spirituale di Lorenzo e la sua scelta dei poveri”.

La sua vicinanza agli ultimi lo ha portato ad una esigente testimonianza di povertà. Cosa significava per lui essere povero?

“Vivere sulla propria pelle le Beatitudini. Beati i poveri, i miti, i misericordiosi…è questo l’orizzonte spirituale ed evangelico di don Milani”.

Don Lorenzo è vissuto in un tempo dove la contrapposizione politica e ideologica era molto forte e la Curia fiorentina molto schierata. E questo creava conflitto con il suo radicalismo evangelico. Come si è sviluppato il suo rapporto con la politica? 

“Credo che cruciale sia l’idea di politica che viene affermata in “Lettera a una professoressa dove si afferma: “Ho  imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. Il rapporto di don Milani con la politica viene esemplificato anche nella lettera al giovane comunista Pipetta:  “Il giorno che avremo sfondato insieme la cancellata di qualche parco, installato la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordati Pipetta, quel giorno ti tradirò, quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno di un sacerdote di Cristo: Beati i poveri perché il regno dei cieli è loro. Quel giorno io non resterò con te, io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso”.

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https://www.rainews.it/articoli/2023/01/don-milani–un-esempio-per-la-chiesa-del-futuro-efa9939b-33b6-4251-ab6a-b8a44712ef60.html

[Titolo originale dell’articolo: Don Milani è un esempio per la Chiesa del futuro]
Mario Lancisi. Giornalista e scrittore, a lungo inviato del Tirreno e collaboratore dell’Espresso, scrive per il Corriere Fiorentino. Tra i massimi esperti del priore di Barbiana, gli ha dedicato diversi libri, tra cui: I Folli di Dio. La Pira, Milani, Balducci e gli anni dell’Isolotto (2020), Processo all’obbedienza. La vera storia di don Milani (2016), Il segreto di don Milani (2002). È autore di inchieste, biografie e testi dedicati a Gino Strada, Adriano Sofri, padre Alex Zanotelli. Nel 2015, insieme al magistrato Gian Carlo Caselli, ha pubblicato Nient’altro che la verità. Per TS Edizioni ha curato il libro-intervista a padre Guidalberto Bormolini Questo tempo ci parla. La rivoluzione spirituale e il sogno di una nuova umanità (2022) e l’inchiesta Preti verdi. L’Italia dei veleni e i sacerdoti simbolo della battaglia ambientalista.

TRONTI, “IL PD DEVE SCEGLIERE, IL CENTRO-SINISTRA NON ESISTE PIÙ” / Intervista a formiche.net

Giulia Gigante

Comunista, schmittiano per compensazione e occhio critico puntato sul mondo. Sono sufficienti poche parole per descrivere Mario Tronti perché la sua voce è chiara. Secondo Tronti, chi invece non sa più come parlare è il Partito Democratico, che dovrebbe porsi delle priorità: partire da una classe dirigente all’altezza dei tempi, rappresentare una parte della società, troncare con i Cinque Stelle, conoscere il proprio nemico e farsi trovare intellettualmente pronto difronte alle sorprese che riserva “il mondo grande e terribile”.

Partiamo da una parola: sinistra. Cosa indica, oggi, e quali interessi dovrebbe rappresentare questa parte per poter essere definita tale?

Da com’è messa la sinistra, non solo in Italia ma in Europa e nel mondo occidentale, credo che si tratti di una parola politicamente debole, deteriorata e neutralizzata. Difatti, molti affermano: “non c’è più la sinistra, non c’è più la destra”.  In realtà, le due postazioni contrapposte esistono ancora. Però, nella concezione generale questo termine non evoca qualcosa di preciso, tant’è vero che coloro che si reputano di sinistra preferiscono dirsi “progressisti”. Bisognerebbe fare uno sforzo creativo per inventare un’altra parola forte come quelle di una volta: socialismo, comunismo. Parole forti, appunto, e riconoscibili, capaci di trasmettere un’identità.

Mentre, oggi, quando parliamo di “sinistra” è necessario spiegare che cos’è, che cosa vuoi, da che parte stai. Penso che vivere in una società capitalistica significhi vivere in una società divisa. E un tempo, la divisione si esplicitava attraverso le grandi classi sociali. Per esempio, il Partito Comunista era il partito della classe operaia, almeno fino a Berlinguer perché successivamente questa posizione si diluirà. Oggi, la classe operaia non è certo scomparsa, ma il punto è che gli operai non fanno più classe, non fanno più parte di un’organizzazione.  E anche la classe contrapposta si è molto frantumata. Insomma, con la fine del capitalismo industriale la differenza radicale, la contrapposizione di classe si è molto indebolita…

Il Pd si accinge a celebrare il suo congresso. Ci aspettavamo un cambio radicale. Cosa serve per avviare una vera fase costituente della sinistra e cosa serve per ottenere una rottura?

Ultimamente, mi sono convinto di una cosa: c’è una doppia crisi a sinistra, dell’alto e del basso. In primis, una crisi di classi dirigenti. Il ceto politico della sinistra ha subito un’involuzione lenta, graduale, quasi definitiva. Parliamo di dirigenti che non possono più vantare un riferimento reale, sociale, di classe, un punto di vista di parte. Inoltre, il vero difetto del Pd è di non essere un partito, ma piuttosto un movimento di opinione. Perché un partito è un’organizzazione di parte, non un’organizzazione che fa l’interesse generale…quello fingono di farlo i capitalisti. Poi, c’è anche una crisi di popolo. Abbiamo un mondo del lavoro frantumato e preda di un disorientamento politico di massa, visibile a occhio nudo ad ogni elezione.

Ormai gli elettori, vittime di una comunicazione sfacciatamente demagogica, votano inseguendo le ultime novità; prima si è andati dietro a Berlusconi, poi  a Grillo, poi a Salvini, adesso è il turno di Giorgia Meloni. Io non sono mai stato uno spontaneista. Sai, nel movimento operaio vigeva una distinzione tra i luxemburghiani che preferivano partire dalla spontaneità delle lotte e i leninisti, i quali ritenevano che bisognasse prima creare un soggetto politico (un partito) in grado di guidare le lotte e dopo, quando possibile, una frattura rivoluzionaria. E allora, penso che ripartire dal basso, come molti generosamente vogliono fare, dalla partecipazione, dal civismo, dalle primarie, dall’opinione pubblica, sia insufficiente.

Oggi, il popolo è stato spodestato dalla “gente”, unificata virtualmente attraverso i social, e la funzione di questi non è quella di orientare ma di disorientare. Quindi, sono convinto che bisogna partire dall’alto. Risulta vitale costruire una classe dirigente forte, decisa, che riscopre la propria parzialità dentro questa società divisa, e la rivendica e su questa base riorganizza il fronte mediante il conflitto sui temi caldi dell’agenda sociale. Tuttavia, qui, vediamo riemergere il problema grande e insolubile: dove sono questi uomini e queste donne capaci di fornire un orientamento alle masse?

Tutti i candidati al congresso democratico intendono mettere al centro della propria agenda politica il lavoro. Eppure, il Partito Democratico è il quarto partito fra i lavoratori. Quando e perché è crollato questo legame e, soprattutto, come ricostruire una connessione con la classe lavoratrice e con il blocco sociale storico della sinistra?

Dunque, la domanda è impegnativa perché il mondo del lavoro è profondamente cambiato. Questo non da oggi, ma da molti decenni. Dobbiamo fare sempre riferimento e ritornare a quella svolta di capitalismo moderno avvenuta dagli anni Ottanta in poi. A metà degli anni Settanta, si fece corrispondere la famosa riunione della cosiddetta Trilaterale (Stati Uniti, Europa, Giappone) alla fine del grande Novecento politico. Irruppe l’idea dell’andare oltre e questo comportò il deperimento del capitalismo connotato dalla centralità della grande industria e la nascita di un capitalismo a centralità tecno-finanziaria, e quindi la fine, con neoliberismo, dell’intervento statale in economia e del welfare.

La reazione ai trent’anni gloriosi, dal ’45 al ’75, si materializzò in una forte contestazione delle conquiste dei lavoratori fin lì raggiunte. La Trilaterale cominciò a parlare di un eccesso di domande che bisognava arginare, poiché si trattava di rivendicazioni troppo avanzate, troppo pericolose. Da quel momento, il tramonto del capitalismo industriale segnò la fine della centralità operaia e, di conseguenza, il mondo del lavoro si frantumò in tanti rivoli. Non più il lavoratore salariato al centro di un blocco sociale. È cresciuto il lavoro nei servizi, è cresciuta la figura del lavoratore autonomo che ha avute tante generazioni (di prima, di seconda, di terza); è riemerso l’esercito di riserva che è stato ed è tutt’ora fondamentalmente rappresentato dal precariato, dai contratti a tempo determinato.

Cioè il mondo del lavoro è molto difficile da riunificare e il sindacato lo sa bene. Si pensi alle grandi fabbriche, oggi mutate in luoghi post-industriali. Pensiamo ai grandi capannoni della Fiat dove oggi si organizzano la fiera del libro, convegni intellettuali, mostre d’arte. Dell’antica concentrazione operaia non vi è più traccia. Tra l’altro, in Italia è emersa la rete di piccole e medie industrie, ossia di un lavoro orizzontalmente stratificato che risulta arduo unificare.  Ripeto il sindacato fa grande fatica, e non a caso, ormai, anche la stessa CGIL (senz’altro il sindacato più vicino a un’idea di sinistra) è più un sindacato dei pensionati che dei lavoratori.

E se fatica il sindacato a rappresentare il mondo del lavoro figuriamoci il partito politico…

Già, eppure questa riunificazione non è impossibile. Appare impossibile perché né il sindacato né il partito si impegnano in un’azione che miri a riunificare questo mondo del lavoro, bensì lo rappresentano così com’è: stratificato e disperso, a volte in modo corporativo. Ma questo non basta, perché così il lavoro non conta, così il lavoro non ha forza. Oggi si dice: non esiste il lavoro, esistono i lavori. Una pluralizzazione che implica una operazione di neutralizzazione. Prendiamo questo Pd in gran tempesta. Qualcuno propone di inserire la parola “lavoro” nel nome del partito.

Una decisione che reputo di buon senso, forse utile, anche se non risolutiva. Ma ecco che  subito si è scatenato il putiferio: queste sono categorie novecentesche, così facendo torniamo indietro, ecc..! Io, al contrario, sostengo che tra le persone normali il lavoro è ancora centrale nelle loro vite. Voglio dire, le famiglie di cosa parlano a casa? Del lavoro che c’è e del lavoro che non c’è, della condizione di precarietà che attanaglia i loro figli, del lavoro femminile che è del tutto minoritario, del salario che non è sufficiente per arrivare alla fine del mese. Di questo parla, di questo vive una famiglia! Piuttosto, mi piacerebbe sapere dove vivono coloro che classificano il lavoro come un qualcosa di vecchio e superato.

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https://formiche.net/2023/01/centro-sinistra-pd-tronti/
[Titolo originale dell’articolo/intervista: O centro o sinistra. Per Tronti il Pd deve scegliere da che parte stare]

IL CONFRONTO TRA RATZINGER E HABERMAS SULLO STATO LIBERALE / Intervento su Appunti

Forse non sono ancora maturi i tempi per una valutazione pacata e meno “calda” dell’apporto che Joseph Ratzinger-Benedetto XVI ha fornito non soltanto all’istituzione che lo ha annoverato tra i suoi figli più eminenti, ma al dibattito culturale e scientifico, anche quello non strettamente teologico.

Sembra tuttavia possibile già avanzare alcune ipotesi ricostruttive di una linea intellettuale che è stata capace di fare i conti con le trasformazioni che hanno condotto alla società post-secolare, e lo è stata in quanto sin dall’inizio attenta alle correlazioni tra fede e ragione, religione e scienza: correlazioni che l’enciclica postuma Lumen fidei esprime con speciale nettezza, come si trae da uno dei suoi passaggi  più conosciuti (n. 34), non casualmente ripreso, due anni dopo, da papa Francesco nella Laudato si (n. 199, nt. 16): «La luce della fede, in quanto unita alla verità dell’amore, non è aliena al mondo materiale, perché l’amore si vive sempre in corpo e anima; la luce della fede è luce incarnata, che procede dalla vita luminosa di Gesù (…) Lo sguardo della scienza riceve così un beneficio dalla fede: questa invita lo scienziato a rimanere aperto alla realtà, in tutta la sua ricchezza inesauribile. La fede risveglia il senso critico, in quanto impedisce alla ricerca di essere soddisfatta nelle sue formule e la aiuta a capire che la natura è sempre più grande. Invitando alla meraviglia davanti al mistero del creato, la fede allarga gli orizzonti della ragione per illuminare meglio il mondo che si schiude agli occhi della scienza».

Se questo è il punto di partenza, qual è il punto di arrivo? Proprio nel modo con cui Joseph Ratzinger ha risposto a questa domanda risiede, a parere di chi scrive, uno dei nuclei di maggiore interesse della sua riflessione. L’economia di questo mio intervento suggerisce, al fine di dimostrare l’assunto, di ricorrere a un’esempio. Traggo l’esempio da un avvenimento che ha avuto una risonanza mediatica anche al di fuori della cerchia ristretta degli studiosi, tanto da essere oggetto di pubblicazioni in diverse lingue e da continuare a essere ricordato come emblematico: alludo al dialogo, svolto a Monaco di Baviera il 19 gennaio 2004, tra il cardinale Joseph Ratzinger e il filosofo Jürgen Habermas sul tema I fondamenti morali e prepolitici dello Stato liberale.

Il dialogo prendeva espressamente spunto da un celebre dictum, o teorema, proposto a metà degli anni Sessanta del secolo scorso dal costituzionalista assiano Ernst-Wolfgang Böckenförde: «Lo Stato liberale, secolarizzato, vive di presupposti che esso di per sé [ndr: cioè senza venire meno ai suoi caratteri intrinseci] non può garantire». Il suo autore chiarì il punto attraverso la seguente domanda: «Di cosa vive lo Stato, dove trova la forza che lo sostiene e garantisce l’omogeneità e le intrinseche virtù regolative della libertà, delle quali ha bisogno da quando la forza vincolante tratta dalla religione non è né può più essere essenziale per esso?». Su queste basi, il dialogo si incentrò sulle fonti di legittimazione degli attuali ordinamenti costituzionali e sul ruolo pubblico delle religioni in contesti sociali secolarizzati. L’intervento di Ratzinger viene generalmente e correttamente ricordato soprattutto sotto tre profili.

In primo luogo, per il modo con cui viene sintetizzato lo stato della questione, a partire dalla perspicua delineazione dei caratteri e del compito della politica («sottoporre il potere al controllo della legge, in modo da garantirne un uso assennato») e dalla conseguente importanza che venga superata la diffidenza nei confronti della legge e dei suoi ordinamenti («solo così, infatti, si esclude l’arbitrio e la libertà può essere vissuta come libertà condivisa dalla comunità«), cui si aggiunge la consapevolezza che il principio di maggioranza, il quale, insieme a quello di rappresentanza, struttura «la forma di ordinamento politico più adeguata», cioè la democrazia, non può escludere che una maggioranza opprima con norme persecutorie una minoranza e che esso pertanto «lascia sempre aperta la questione dei fondamenti etici della legge» Ciò ha indotto l’età moderna a formulare un insieme di «elementi normativi nelle differenti dichiarazioni dei diritti», sottraendoli al gioco delle maggioranze, ma la discussione verte proprio sull’evidenza interna di tali valori e sul loro fondamento.

In secondo luogo, per la lucidità con cui viene analizzata la questione del diritto naturale, cioè della figura argomentativa con cui la chiesa cattolica «richiama alla ragione comune nel dialogo con le società laiche e con le altre comunità di fede e con cui ricerca i fondamenti di una comprensione attraverso i principi etici del diritto in una società laica e pluralista». Per Joseph Ratzinger tale strumento è («purtroppo»…) diventato inefficace, in quanto la vittoria della teoria evoluzionista ha comportato il superamento di una «idea di natura in cui natura e ragione si compenetrano, la natura stessa è razionale»: oggi prevale nettamente l’idea che «la natura come tale non sarebbe razionale, anche se in essa v’è un atteggiamento razionale: questa è la diagnosi che per noi ne deriva e che oggi appare per lo più inoppugnabile». Circa l’ultimo elemento del diritto naturale che sembra essere sopravvissuto alla crisi della nozione di natura, cioè i diritti umani, egli sottolinea che «essi non sono comprensibili senza presupporre che l’uomo in quanto tale, semplicemente per la sua appartenenza alla specie umana, sia soggetto di diritti, che il suo essere stesso comporti valori e norme che devono essere individuati, ma non inventati». E in proposito il cardinale prospetta che la teoria dei diritti umani oggi dovrebbe forse «essere integrata da una dottrina dei doveri umani e dei limiti umani, e ciò potrebbe però aiutare a rinnovare la questione, se non ci possa essere una ragione naturale, e dunque un diritto razionale, per l’uomo e la sua esistenza nel mondo. Un simile discorso dovrebbe oggi essere interpretato e applicato interculturalmente. Per i cristiani ciò avrebbe a che fare con la creazione e con il Creatore. Nel mondo indiano corrisponderebbe al concetto di “Dharma”, la legge interna all’essere, nella tradizione cinese all’idea degli ordinamenti celesti».

In terzo luogo, per la constatazione circa l’importanza cruciale dell’interculturalità come dimensione inevitabile della discussione sulle questioni fondamentali dell’essere umano, con la connessa non universalità di fatto di entrambe le principali culture dell’occidente, quella della fede cristiana e quella della razionalità laica (ancorché «entrambe esercitino – ciascuna a suo modo – un influsso su tutto il mondo e su tutte le culture», resta «un dato di fatto che la nostra razionalità secolare, per quanto illumini la nostra ragione di formazione occidentale, non è comprensiva di ogni ragione che, in quanto razionalità, nella sua ricerca di rendersi evidente urta contro dei limiti»). Se dunque «la cosiddetta etica globale resta un’astrazione» (e il riferimento, garbato ma fermo, è evidentemente al suo antico condiscepolo Hans Küng), l’unica strada sotto il profilo pratico è quella – e sul punto Ratzinger manifesta un ampio accordo su quanto aveva esposto Habermas – della disponibilità ad apprendere e della autolimitazione da entrambe le parti, per cui abbiamo «necessità di un rapporto correlativo tra ragione e fede, ragione e religione, che sono chiamate alla reciproca chiarificazione e devono far uso l’una dell’altra e riconoscersi reciprocamente», all’interno di un processo universale e interculturale di chiarificazione, «in cui infine le norme e i valori essenziali in qualche modo conosciuti o intuiti da tutti gli esseri umani possano acquistare nuovo potere di illuminare, cosicché ciò che tiene unito il mondo possa nuovamente conseguire un potere efficace nell’umanità». Come si vede, al termine del ragionamento si torna idealmente al punto di partenza della Lumen fidei.

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https://appuntidiculturaepolitica.it/2023/01/25/joseph-ratzinger-benedetto-xvi-dal-dialogo-con-habermas-alla-lumen-fidei/
[Titolo originale dell’articolo: Joseph Ratzinger-Benedetto XVI: dal dialogo con Habermas alla «Lumen fidei»]

POPULISMO, L’AVVERSARIO DA BATTERE.

C’è un grande ostacolo da rimuovere se si vuol perseguire sino in fondo il triplice obiettivo di rilanciare la politica, ridare un ruolo ai partiti popolari e democratici e riscoprire le culture politiche tradizionali che sono in grado di archiviare la mediocrità del dibattito pubblico di questi ultimi anni. E questo ostacolo da rimuovere lo si definisce con un semplice sostantivo: populismo. Perchè il populismo è il tarlo che corrode la nostra democrazia, è il metodo che criminalizza tutto ciò che è riconducibile al passato e, in ultimo, introduce nella dialettica politica reale la deriva trasformistica ed opportunistica. E questo per la semplice ragione che il populismo non ha una cultura politica, non ha una storia politica nè, tantomeno, un progetto politico di medio/lungo periodo. Per non parlare della classe dirigente… E, di conseguenza, chi cavalca la deriva populista è disposto a tutto pur di restare al potere o di conquistare nuovi consensi trasversali.

Ora, senza disperdersi in lunghe analisi, è appena sufficiente fotografare il comportamento concreto del partito populista per eccellenza, cioè il partito di Grillo e di Conte, in questi ultimi anni per avere la precisa consapevolezza di come si declina il populismo nella concreta dialettica politica italiana. E se questo partito ha avuto un brusco rallentamento elettorale alle ultime elezioni politiche, non si può non ricordare che i consensi ai populisti pentastellati continua ad essere significativo. Certo, uno degli elementi decisivi di questo consenso massiccio è dovuto al fatto che essendo un partito senza linea e senza alcun progetto politico, può coprire tutte le parti in commedia, come si suol dire. E cioè, ad esempio, dopo essere stati fortemente europeisti ed atlantisti durante la prima fase del conflitto russo/ucraino, nell’arco di pochi giorni diventare scientificamente pacifisti se non addirittura equidistanti. E, ancora, nell’arco di poche settimane si diventa sostenitori per eccellenza della sub cultura assistenzialista e pauperista del nostro paese senza battere ciglio. Per non parlare dell’ultima vocazione ecologista ed ambientalista. Insomma, come si suol dire, ci troviamo di fronte ad un approccio politico che contempla “il tutto e il contrario di tutto”.

Ecco perchè il populismo è pericoloso e soprattutto insidioso per chi crede nel recupero di credibilità ed autorevolezza della politica e dei suoi strumenti principali, cioè i partiti e le culture politiche. E può rappresentare, purtroppo, un vulnus che blocca lo stesso rinnovamento della politica dopo una stagione all’insegna della improvvisazione, del decadimento etico e del “nulla della politica”, per dirla con Mino Martinazzoli. Stupisce, al riguardo, che il partito erede della storica filiera della sinistra italiana del Pci/Pds/Ds, cioè il Partito democratico, pensi ancora di stringere alleanze organiche con il partito populista per eccellenza, declinandola come alleanza “dei progressisti”.

Ma, al di là di questo ‘mistero’ politico, è indubbio che il populismo era, è e resta il pericolo politico, culturale ed etico maggiore se vogliamo realmente invertire la rotta della politica italiana rispetto a ciò che è concretamente capitato in questi ultimi tempi. E questo al di là della costruzione delle rispettive coalizioni politiche e della stessa dialettica politica contemporanea.

OCCIDENTE-BRICS, UN DIALOGO POSSIBILE ANCHE GRAZIE ALL’ITALIA.

La guerra è sempre un inutile e intollerabile spreco di vite umane (e rivela pure con spietatezza quali siano le classi sociali e gli stati “spendibili” e quelli no). Non fa eccezione la guerra in Ucraina, deliberatamente “seminata” negli anni dal 2014 in avanti da una parte, la “nostra”, e colpevolmente non evitata dall’altra, la Russia, nonostante le gravi provocazioni ricevute e nonostante possa contare su innumerevoli strumenti di pressione e su una invidiabile reti di relazioni e di alleanze internazionali, con cui avrebbe potuto cercare comunque una soluzione diplomatica al conflitto nel Donbass.

Ma tant’è. A questo punto siamo giunti. Quando il sistema di alleanze di cui fa parte l’Italia si schiera, le nostre istituzioni si schierano. Tocca piuttosto alla opinione pubblica, e alle forze politiche nelle modalità più appropriate e responsabili, dibattere le opzioni per giungere alla pace, avanzare domande, prospettare una strategia per il dopoguerra. Partendo dal considerare tutti gli scenari possibili (almeno quelli immaginabili) tra i quali anche quelli più sfavorevoli per ciascuna parte. Come, ad esempio, ha provato a fare il sociologo Mauro Magatti, nel suo editoriale di ieri su Avvenire. In particolare quali potrebbero essere le conseguenze per l’Europa di una non vittoria in Ucraina? E per la Nato? Come si comporterebbe la Turchia nel caso? Uno sguardo sullo scenario peggiore aiuta a guardare con più realismo a quelle che sono le reali posizioni delle parti anziché a quelle che si vorrebbe che fossero.

La linea della Russia verso l’Occidente appare chiara, sintetizzabile nel seguente modo: “smettetela di pestarci i piedi, in passato non avete voluto riconoscere la neutralità dell’Ucraina, anzi ve la siete presa, comprata, l’avete militarizzata; ora dovrete accettare la sua divisione”. Stop, nessuna ulteriore minaccia. Invece la linea dell’Occidente verso la Russia rischia di risultare più ambigua. Nessuno sano di mente in Europa (ad eccezione della setta neocon, che, anche in Italia, detta la linea nelle redazioni) si sognerebbe di cimentarsi in una guerra che abbia come obiettivo ultimo lo smembramento della Russia, passando dalla “liberazione” di tutti i territori dell’Ucraina (cosa che nella situazione data viene interpretata da Mosca come una dichiarazione di guerra totale). Anche una parte dell’establishment americano sembra essere di questo avviso.

Ma c’è un’altra parte di élite occidentale, espressione del “magico” mondo della speculazione finanziaria, di alcuni fra i giganti del digitale, che controlla pressoché integralmente la catena dell’informazione occidentale, che coltiva il sogno, la distopia, di un “proprio” governo mondiale e che vede nel multipolarismo che nei fatti si sta affermando, una alternativa (per loro una minaccia) a questo loro progetto di potere, e quindi appare determinata ad andare fino in fondo nel regolare i conti con la Russia. Questo, e non altro, a giudizio di molti osservatori a livello internazionale, costituisce il principale ostacolo al dialogo e alla pace. Un ostacolo che solo l’Occidente, cominciando dal suo centro, gli Stati Uniti, può cercare di rimuovere dal proprio interno, prima che possa scoccare l’ora di una concatenazione di eventi inarrestabili.

Se invece dovesse perdurare l’attuale situazione di stallo nel potere americano, con i neocons che spingono per l’escalation del conflitto in Europa, e l’ala “realista” non sufficientemente forte per imporre una definitiva via d’uscita ma ancora in controllo della situazione, su impulso di quest’ultima gli Stati Uniti potrebbero finire per puntare proprio ancora sull’Italia per superare il loro attuale arroccamento su un unilateralismo d’altri tempi, puntando sul fatto che il nostro Paese possa fungere in qualche modo da ponte se non addirittura da apripista, verso il mondo dei Brics. E così magari la strettissima collaborazione che si registra tra Algeri e Roma in campo energetico (frutto, per parte italiana di una totale intesa bilaterale con gli Usa)  potrebbe finire per rivelarsi ancor più preziosa in futuro nell’avvicinare l’Occidente, attraverso l’Italia, al formato Brics Plus (i Brics allargati) del quale l’Algeria va a costituire un perno fondamentale. Non a caso il prossimo vertice Brics che la presidenza di turno sudafricana sta organizzando per il prossimo agosto, avrà per tema proprio “BRICS e Africa”. 

Forse un giorno si giungerà a un accordo di pace sui territori contesi in Ucraina. Ma ciò che potrà renderlo stabile e duraturo, dipenderà innanzitutto da un riconoscimento reciproco tra Occidente, Russia e le altre nuove potenza di questo secolo, come attori con pari dignità nella definizione della politica mondiale. Una cosa appare sin d’ora abbastanza chiara: opporsi al multipolarismo solo con la guerra, impedisce all’Occidente di concorrere a guidarlo e ci espone al rischio di doverlo poi in qualche modo subire.

LAZIO, PADOVANO (LISTA D’AMATO): “LA DESTRA DIVIDE, VA FERMATA” | INTERVISTA

Negli ultimi anni il territorio è andato acquisendo un’importanza crescente nelle politiche di sviluppo in Italia, mentre si è riacceso il dibattito sul suo significato e sulle trasformazioni che segnano il nostro tempo. Come “ripensare” il territorio regionale alla luce del nuovo scenario sociale?

In questa fase molto particolare della storia del nostro Paese, della sua modernizzazione e della sua trasformazione, in un momento marcato da una lunga crisi economica, ma anche di valori che segnano la conclusione di un ciclo di sviluppo, sembra importante confrontarsi con un periodo di transizione altrettanto complesso nel quale affondano le radici di molti dei processi che oggi mostrano i loro controversi esiti.

Nell’ultimo quinquennio, ovvero il periodo della crisi che ha travolto molti Paesi del mondo e in particolare l’Europa, le trasformazioni politiche, economiche e sociali intervenute hanno generato un disorientamento diffuso a partire dal nesso tra politiche urbane e luoghi (città, metropoli, regioni urbane, territori, paesaggi) e dunque anche la città di Roma di cui sono evidenti le rovine e le ferite lasciate nel sistema sociale e ambientale. Le ultime e ravvicinate crisi hanno colpito le persone e le comunità in modo profondo, nella ricchezza materiale e in quella interiore.

Una strategia di uscita dalla crisi globale non può essere che una strategia articolata, aperta, in grado di agire sulla molteplicità dei fattori che ne sono all’origine. Dobbiamo vedere il territorio, nella sua concezione più ampia e considerarlo una fondamentale possibilità e opportunità per l’uscita positiva dalla crisi: il territorio come chance plurale, complessa, come opificio di futuro durevole. Dobbiamo perseguire l’idea di uno sviluppo che sia a misura del territorio. Questo è l’elemento culturale su cui edificare il futuro. La riscoperta e la reinvenzione del territorio può essere il fondamento di un processo di trasformazione e di riconversione dell’economia e dello sviluppo. Un tema su cui anche Papa Francesco in questi anni ci ha invitato a riflettere. Non si tratta di un obiettivo semplice e riposante. La condizione attuale è infatti il risultato di un lungo processo di crescita basato sullo sfruttamento senza limiti del territorio e dell’ambiente. 

La “nuova economia” passa attraverso un modo nuovo di intendere il territorio. Favorire l’innovazione e investire sulla qualità e sulle tecnologie consentendo alle imprese e alle persone servizi sempre migliori innovando spazi e i luoghi d’incontro sociale e di identità lavorativa incentivando la creazione di nuova occupazione con il coinvolgimento dei giovani, in modo da non disperdere saperi, identità e conoscenze. L’idea della comunità al centro del sistema economico e non il contrario.

D: Nella Lista Civica D’Amato in ogni provincia del Lazio c’è una donna capolista: Marta Bonafoni a Roma, Valeria Campagna a Latina, Silena D’Angeli a Rieti, Pina Barattelli a Viterbo, Jole Falese a Frosinone. Una scelta politica forte e una dimostrazione di sensibilità da parte del candidato presidente…

Certamente sì, una scelta importante e impegnativa per le candidate che dimostra una sensibilità verso le donne.

D: Nel programma della Lista Civica D’Amato spicca il reddito di formazione: 800 euro al mese per i giovani in cerca di occupazione. Come si può contrastare con efficacia la sotto-occupazione giovanile, anche in un’ottica di superamento del Reddito di cittadinanza?

Direi che è uno strumento diverso per natura. Il “Reddito di formazione” è un’indennità mensile di 800 euro a chi partecipa a corsi di formazione: con l’ambizione di avere una formazione ‘utile’. Le nostre imprese spesso lamentano di non trovare personale adeguato alle loro esigenze. Questo strumento, la cui applicazione va condivisa con il mondo dell’impresa, necessita di una fase iniziale di sperimentazione che consentirà di valutarne l‘efficacia, per poi diventare strumento ordinario. Il reddito di formazione è una tessera di una proposta più complessiva. Nei prossimi anni dobbiamo intervenire sulle politiche del lavoro perché questa è una fase di transizione e il futuro non è confortante. Il lavoro debole, che è parte di questa realtà, si contrasta con la formazione e incrociando domanda e offerta. Occorre anche intervenire sulle politiche industriali a partire dall’accesso al credito. E tra le urgenze c’è la realizzazione di un piano che sostenga le PMI: dalla formazione alla sostenibilità, dal passaggio generazionale alle indicazioni europee ispirate al principio “Pensare prima in piccolo” per adeguare il sistema normativo alle esigenze delle PMI. 

D: Analoga attenzione viene dedicata al tema della sanità territoriale. Le parole del candidato presidente della coalizione di centrodestra, Francesco Rocca, sulle “sinergie tra pubblico e privato” (nell’ottica di ridurre le liste d’attesa) lasciano intendere, in realtà, una graduale privatizzazione del sistema sanitario regionale. Il ‘modello Lombardia’ è auspicabile per la regione Lazio?

Il nostro sistema regionale e nazionale è già integrato pubblico – privato e semmai occorre rilanciare il pubblico se vogliamo risolvere problemi come quello delle liste d’attesa. Le quali sono dovute a carenze infrastrutturali, di personale e fondi, nonché alle “difficoltà” della medicina del territorio, assistenza e cure primarie. Tutto ciò sovraccarica i PS ed i reparti ordinari con conseguenze devastanti sulle liste di attesa che si allungano e si “sfaldano” a favore di privato e privato convenzionato, creando ulteriore caos e disorganizzazione. Bisogna intervenire per eliminare le difficoltà esistenti. Occorre rifondare il sistema investendo nella medicina del territorio e di prossimità, nella medicina generale, possibilmente non libero professionale ma con impegno orario subordinato facendosi carico delle necessità assistenziali dei pazienti creando percorsi definiti e coordinandosi con un adeguato sistema di cure ed assistenza domiciliare. E’ parte di questo quadro garantire una stabilità e giusta remunerazione per rendere il SSN attraente per giovani medici e professionisti di alto profilo ad oggi concentrati su un pubblico e/o privato accreditato più competitivo ed efficiente. Inoltre occorre creare un sistema di prevenzione con osservatori continui onde evitare future criticità nel caso di eventuali pandemie, nonché carenza di assistenza e cura nelle patologie da affrontare in urgenza, come quelle cardiologiche, neurologiche, pneumologiche, chirurgiche, traumatologiche, infettivologiche e nelle patologie oncologiche vera grande sfida per un’incidenza che cresce ed una popolazione che invecchia.

Mi sembra che il modello di sanità lombarda, e non solo per quello, ha mostrato tutte le sue difficoltà durante la pandemia.

D: Parliamo di Roma Capitale: all’orizzonte ci sono traguardi importanti, di cui potrà beneficiare tutta la Regione (Giubileo 2025, candidatura a Expo 2030). Quanto è importante una rinnovata partnership istituzionale tra la Pisana e il Campidoglio?

Ci dobbiamo credere. La partnership è fondamentale perché questa regione vive una complessità in più rispetto alle altre: quella di avere all’interno la Città Capitale la quale impone il suo ruolo nell’articolato sistema delle autonomie territoriali che caratterizza il nostro Paese. Questo tema antico si ripropone anche oggi alla “vigilia” del Giubileo 2025 e candidatura a Expo 2030. Il tema delle relazioni centro-periferia da tempo è diventato, in tutti i Paesi, oggetto di forti tensioni istituzionali, che in qualche caso sfiorano le forme di aperto conflitto.

Qual è il senso della battaglia elettorale, perché scegliere D’Amato? La destra punta a vincere e sembra avere il vento in poppa. 

Nel Lazio si è formata una coalizione che corrisponde al modello più genuino di centro-sinistra, di cui conoscemmo in passato, con la formazione dell’Ulivo, la prima importante sperimentazione. Votare D’Amato significa investire, quindi, sulla difesa e sul rilancio di una coalizione autenticamente riformatrice. Dobbiamo fermare la destra, il suo consenso non è stabilizzato. In effetti, l’opinione pubblica oscilla nel giudizio sul Governo Meloni. Passa da Palazzo Chigi un messaggio di divisione, quando invece nel Paese c’è voglia di coesione e solidarietà. Allora, se vinciamo nel Lazio l’ambizione della destra può essere fortemente ridimensionata. Responsabilmente, noi vogliamo unire e non dividere.