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Irlanda: Il rapporto choc sugli istituti per ragazze madri. Le reazioni della a conferenza episcopale irlandese.

Il leader della Chiesa cattolica in Irlanda ha in una lunga nota diffusa dalla Conferenza episcopale irlandese, chiesto scusa dopo la pubblicazione del rapporto choc sugli istituti per ragazze madri.

Nella nota si legge: “Accolgo con favore la pubblicazione del Rapporto ‘Mother & Baby Homes’. In qualità di leader della Chiesa oggi, prendo atto che la Chiesa fosse chiaramente parte di quella cultura in cui le persone venivano spesso stigmatizzate, giudicate e rifiutate. Per questo, e per il dolore di lunga durata e l’angoscia emotiva che ne sono derivati, chiedo scusa senza riserve ai sopravvissuti e a tutti coloro che sono personalmente coinvolti dalla realtà scoperta”.

“Sebbene possa essere angosciante, è importante che nei prossimi giorni tutti noi dedichiamo del tempo a riflettere su questo Rapporto che tocca la storia personale e l’esperienza di molte famiglie in Irlanda”, scrive il presidente dei vescovi cattolici. “Il Rapporto della Commissione aiuta a fare ulteriormente luce su quella che per molti anni è stata una parte nascosta della nostra storia comune e mette a nudo la cultura dell’isolamento, della segretezza e dell’ostracismo sociale che hanno dovuto affrontare le ‘madri non sposate’ e i loro figli in questo Paese”. “Dobbiamo chiederci: come è potuto succedere?”. “Dobbiamo identificare, accettare e rispondere alle più ampie questioni sollevate dal Rapporto sul nostro passato, presente e futuro”.

Istituite nel XIX e XX secolo, le istituzioni ospitavano donne e ragazze rimaste incinte al di fuori del matrimonio. Circa 9.000 bambini sono morti nelle 18 istituzioni sotto inchiesta, di cui due nel Donegal. Il primo ministro Mícheál Martin ha affermato che il rapporto, che può essere letto integralmente qui, descrive un “capitolo oscuro, difficile e vergognoso” della storia irlandese. “Come nazione dobbiamo affrontare la piena verità del nostro passato”, ha detto.

Economia: Istat, “le nuove misure di contenimento hanno frenato la ripresa”

Nelle ultime settimane del 2020, il riacutizzarsi dei contagi nella maggior parte dei paesi ha reso necessarie nuove misure di contenimento che hanno frenato la ripresa economica internazionale. Il lockdown in molti casi è stato parziale, determinando effetti eterogenei nei settori produttivi. Le prospettive economiche globali continuano a essere dominate dall’incertezza legata all’evoluzione difficilmente prevedibile della pandemia. Tuttavia, l’avvio delle campagne di vaccinazione e la persistenza di diversi segnali di recupero definiscono uno scenario moderatamente favorevole. A ottobre, il commercio mondiale di merci in volume ha continuato a crescere (+0,7% in termini congiunturali, fonte: Central planning bureau), sebbene in netta decelerazione rispetto al mese precedente (+2,7%). Le prospettive, tuttavia, sono in peggioramento come segnalato dal PMI globale sui nuovi ordinativi all’export che a dicembre, dopo tre mesi di espansione, è tornato sotto la soglia di 50.

Nell’area euro, il graduale allentamento delle misure di chiusura delle attività a partire da maggio aveva favorito la ripresa dei ritmi produttivi. Il Pil era aumentato del 12,5% (-11,7% nel secondo trimestre). Tuttavia, negli ultimi mesi dell’anno la ripresa delle misure di contenimento ha condizionato l’evoluzione dell’economia soprattutto per il settore dei servizi.  Così a novembre, le vendite al dettaglio sono diminuite del 6,1% in termini congiunturali (+1,4% a ottobre).

I settori più colpiti sono stati il carburante per autotrazione e i prodotti non alimentari mentre gli alimentari hanno mostrato una flessione meno accentuata. Solo il settore dell’e-commerce risulta in espansione, mentre il tessile, abbigliamento e calzature è stato il più colpito dai vincoli amministrativi all’operatività degli esercizi commerciali. Il tasso di disoccupazione dell’area nel mese di novembre è sceso marginalmente attestandosi all’8,3%.

In Italia, gli indicatori congiunturali hanno mostrato un’evoluzione in linea con quella dell’area euro. A novembre, la produzione industriale e le vendite al dettaglio hanno segnato una flessione.

Segnali positivi hanno caratterizzato, invece, l’andamento del mercato del lavoro, con una ripresa della tendenza all’aumento dell’occupazione a cui si è accompagnata una decisa riduzione della disoccupazione.

A fine anno, si è attenuata la fase deflativa dei prezzi al consumo, come effetto di una minore deflazione per i beni energetici e di una moderata ripresa della core inflation.
Le aspettative per i prossimi mesi mantengono un elevato grado di incertezza, anche se a dicembre la fiducia di famiglie e imprese ha registrato un miglioramento.

Milano, Food policy: nuova iniziativa per la distribuzione di cibo a oltre 12.000 persone

Continua l’azione di sostegno alimentare alle persone in difficoltà grazie alla collaborazione tra Fondazione AVSI, Comitato di Milano della Croce rossa italiana e Comune di Milano, nell’ambito di un’iniziativa che raggiungerà, entro la fine di gennaio, oltre 12.000 persone (4.500 famiglie) in difficoltà economiche a causa della pandemia da Covid-19.

L’Amministrazione ha infatti approvato la concessione di patrocinio al progetto “Building hope: emergency support for hospitals and vulnerable families in Italy affected by Covid-19”, promosso dalla Fondazione AVSI, organizzato in collaborazione con la Croce rossa italiana – Comitato di Milano e finanziato dall’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID) con un contributo di 225mila euro.

“Un altro tassello si aggiunge all’azione del Comune di Milano in favore delle persone che maggiormente stanno subendo le conseguenze economiche derivanti dal prolungarsi della pandemia – dichiara la vicesindaco con delega alla Food policy Anna Scavuzzo –. Questa azione ben si integra con il nuovo Dispositivo di aiuto alimentare, andando a rafforzare, grazie anche a nuovi partner, il quadro di interventi dedicati al contrasto della povertà alimentare e a garantire l’accesso al cibo sano a più persone possibile: una delle priorità anche in questa fase per l’attuazione della Food policy di Milano”.

L’iniziativa prevede l’acquisto e la distribuzione di un rifornimento straordinario di derrate alimentari a 42 enti del Terzo settore attivi a Milano nell’ambito degli aiuti alimentari; tale rifornimento andrà ad integrarsi con le normali fonti di approvvigionamento e permetterà un rapido incremento della disponibilità di risorse alimentari per le famiglie.

“Con questo progetto – sottolinea Giampaolo Silvestri, Segretario generale di Fondazione AVSI – attingendo alla sua esperienza di quasi cinquant’anni di interventi in situazioni di emergenza nel mondo, AVSI lavora per farsi vicina ai più vulnerabili, stremati da questa crisi dal punto di vista materiale e psicologico. In collaborazione con il Comune di Milano e altre realtà locali si è creata una rete che vuole rispondere ai bisogni più urgenti, ma in una prospettiva di ripartenza”.

Grazie alla partecipazione di Croce rossa italiana – Comitato di Milano, già partner del Comune nel primo Dispositivo di aiuto alimentare insieme a tante altre organizzazioni private e del Terzo settore, è stato possibile acquistare con questo finanziamento ulteriori 68 tonnellate di cibo, che verranno distribuite agli enti entro la fine di gennaio 2021.

“Gli effetti di questa pandemia dureranno anni, – commenta Luigi Maraghini Garrone, Presidente della Croce rossa di Milano – ma i prossimi mesi saranno forse i più difficili dal punto di vista sociale ed economico. Di fronte a questo scenario, Milano dimostra ancora una volta la sua capacità di reagire facendo squadra. Solo grazie alla stretta cooperazione tra istituzioni, organizzazioni del Terzo settore e privati sarà possibile infatti trovare soluzioni capaci di guardare al futuro senza lasciare indietro nessuno”.

Il reflusso gastroesofageo

La malattia da reflusso gastroesofageo, è una malattia di interesse gastroenterologico.

Si parla di reflusso quando esso causa sintomi (pirosi, rigurgito) o quando, con la gastroscopia, si evidenziano lesioni infiammatorie a carico dell’esofago (esofagite), o ulcere, o trasformazione metaplastica della mucosa (esofago di Barrett).

La diagnosi di reflusso gastroesofageo patologico si effettua con la ph-impedenziometria o ph-metria esofagea delle 24 ore che consente di differenziare i reflussi fisiologici da quelli patologici. In alcuni casi, anche reflussi “fisiologici” possono provocare sintomi (“esofago irritabile o ipersensibile”).

Per una diagnosi più coerente e certificabile soprattutto in casi di reflusso atipico, alcuni centri mettono a disposizione la Ph-metria con impedenziometria multicanale intraluminale, che permette di valutare se il refluito giunge fino in gola, in che entità ed in quale forma (liquido, gassoso o biliare).

Nel caso in cui si rilevino solo reflussi gastro-esofagei (solitamente si verificano entro i 120 minuti dal pasto), la manometria gastro-esofagea può definire la tonia del cardias.

Altri modi di indagine comprendono i test provocativi, il test di Bernstein, esami di radiologia, scintigrafia, istologia, endoscopia e manometria.

È utile inoltre ricercare la presenza dell’Helicobacter pylori a livello gastrico, per stabilire la condotta terapeutica più adeguata.

La terapia è solitamente basata su alcune norme igienico-dietetiche di base, e sull’assunzione (per periodi più o meno prolungati) di farmaci appartenenti alle classi degli inibitori di pompa protonica/IPP (che inibiscono notevolmente la produzione acida nello stomaco) e degli anti-H2 (in gran parte però soppiantati dai più moderni e potenti IPP); non è comprovata l’efficacia dei procinetici. Gli antiacidi e gli alginati sono usati al bisogno a fini di sollievo sintomatico.

Per quanto riguarda la terapia del reflusso in genere, si prescrive una modificazione della dieta e dello stile di vita (cessazione del fumo).

Lettera aperta ai partiti di maggioranza e opposizione. (È sottinteso che il Governo è di Conte)

Pubblichiamo il testo integrale della lettera che stamane Beppe Grillo, il garante M5s,ha inviato, tramite Facebook, a tutti i partiti 

Fra le conseguenze che il dramma della pandemia ci consegna c’è la sofferenza di milioni di persone che si sono ridotte in povertà assoluta o quasi, la solitudine di quanti si trovano a dovere affrontare una malattia sconosciuta e potenzialmente mortale, il dramma di una economia che nonostante tutto stenta a far funzionare il Paese. E poi ci sono gli 80.000 deceduti che pesano sulla coscienza di molti perché hanno fatto una fine orribile tra sofferenze indicibili ed abbandono.

Tutto ciò deve indurci a riflettere sull’opportunità di continuare sulla strada di polemiche sterili e strumentali che in questo momento servono solo a dividere le energie di tutti coloro che devono occuparsi di rappresentare il Paese intero.

Da più parti si sostiene che il Next Generation EU è una opportunità unica che consentirà all’Italia di ripartire quando la pandemia sarà alle spalle o comunque molto ridimensionata. Non è pensabile che il Paese possa essere ricostruito senza il contributo di tutti e soprattutto dopo avere ascoltato le proposte di tutto il Parlamento, delle Regioni, dei Comuni, dei Sindacati, degli Imprenditori e di coloro che fanno parte di quel mondo che ogni mattina si alza dal letto per portare il proprio contributo al funzionamento del sistema Paese.

Non può esistere in questo momento una distinzione tra maggioranza ed opposizione perché tutti i rappresentanti del popolo devono contribuire uniti a sostenere, in uno dei momenti più bui della sua storia, il Paese.

Nessuno cerchi scusi o pretesti per sottrarsi a questa grande responsabilità o ancor peggio faccia in questo momento biechi calcoli elettorali sul proprio futuro. Bisogna parlare un linguaggio concreto e di speranza agli Italiani perché sono i parlamentari a rappresentarli nei momenti propizi ma anche in quelli più difficili, come quello attuale.

L’Europa ha dimostrato di credere nelle potenzialità dell’Italia ed ha stanziato un fondo cospicuo per sostenere la nostra ripresa. Dimostriamo di essere degni del passato ed all’altezza del presente. Lavoriamo uniti per costruire il nuovo futuro.

Stiliamo insieme un patto tra tutti i partiti e lavoriamo per la ricerca di un obiettivo condiviso che altro non può essere che la ricerca del bene comune per il Paese e colmiamo quel vuoto e la disaffezione che la politica ha lasciato in questi anni nell’animo degli italiani. Allarghiamo questo patto al mondo dell’informazione affinché riesca a ritrovare se stessa in un ruolo non di partigianeria interessata ma esclusivamente di descrizione delle notizie e di indispensabile ruolo comunicativo.

E su questo patto convergano e lo sottoscrivano idealmente tutti i Cittadini Italiani nella certezza che le Istituzioni lavoreranno per loro e con loro ma che del loro singolo contributo avranno bisogno per far funzionare ogni più elementare meccanismo di quella macchina complessa che dovrà chiamarsi “ripresa”.

Lavoriamo uniti e dimostriamo che la politica può essere anche di qualità e che può aggregarsi su progetti condivisi, nel segno reale del prendersi cura delle sofferenze e delle difficoltà degli altri. Diventiamo un po’ più egoisti nel senso buon del termine, cercando le soluzioni migliori per soddisfare le esigenze delle categorie più fragili e migliorando lo stile di vita di tutti nel segno dell’innovazione e del miglioramento delle conoscenze.

Ricordiamo che nei giovani e nella loro capacità di imparare è fondato il futuro di ogni popolo e per questo motivo cerchiamo ogni modalità per consentire loro di formarsi in sicurezza e sotto il controllo e la tutela delle istituzioni.

Cambiamo la nostra prospettiva di ricerca di quello che può essere utile al singolo individuo e raccogliamo l’esortazione che ci indirizza il Presidente Mattarella di diventare costruttori mettendo al primo posto il bene comune dell’Italia.

La spirale della crisi non si sblocca

La nota che riportiamo di Barbara Tedaldi (AGI) appare equilibrata e persuasiva. Ieri abbiamo scritto che la crisi di governo è inevitabile, anzi è già in pieno svolgimento.

Intanto il Pd comincia timidamente ad uscire dal labirinto di varianti, persino aperte al soccorso di veri o presunti “responsabili”, che perlopiù ne ha mortificato la credibilità. Nell’opinione pubblica continua a far presa la posizione del Presidente del Consiglio, risultando in questa fase “parte lesa” nello scontro con Renzi.

Immaginare tuttavia che sia Conte a prevalere, sia scansando la crisi che attraversandola indenne, sembra davvero improbabile. Il suo logoramento è sotto gli occhi di tutti, anche a dispetto dei sondaggi. In conclusione,  la spirale della crisi non si blocca.

https://www.agi.it/politica/news/2021-01-12/governo-conte-crisi-mattarella-10998245/

Ricordo di una conversazione con Giulio Andreotti

Presidente, innanzitutto desidero ringraziarla per avermi concesso, attraverso questa intervista, la possibilità di raccogliere una testimonianza così autorevole e  prestigiosa.

Grazie a lei, ho aderito volentieri alla sua richiesta. Il mio unico merito è che sopravvivo da tempo. 

Presidente Andreotti, partiamo da dove ci troviamo: com’è cambiata Roma in questi ultimi cinquant’anni? Parliamo della Roma del dopoguerra e della ricostruzione, del boom economico e dei cantieri politici ma anche la Roma delle borgate, così bene descritta nel cinema degli anni 50/60? La sua storia, la sua identità la mantengono ancora originale e unica al mondo?

Le caratteristiche del romano che io dico sempre esser meglio definite come ‘romanesche’ più che romane, sono andate indubbiamente a mano a mano attenuandosi perché la crescita della città è stata enorme. Roma dello Stato Pontificio era un’urbe di trecentomila anime, mentre già trent’anni dopo, all’inizio del 900 era raddoppiata la popolazione, poi c’è stato un continuo incremento di abitanti. Oggi siamo forse sopra i tre milioni ma siamo anche probabilmente di parecchio sopra, censimenti recenti non ce ne sono stati. Comunque io credo che qualche cosa deve rimanere di Roma nel senso che la città ha questa doppia caratteristica che la mantiene unica: di essere la capitale dello Stato ma anche il centro mondiale della Chiesa Cattolica. Queste due realtà in parte si influenzano e, momenti più momenti meno, danno questa caratteristica tutta particolare alla città rispetto alle altre.

E’stato recentemente costituito il Comitato pro-Pio XII, di cui Lei è il primo aderente (e di cui anche io – ultimo della lista- faccio parte), con lo scopo di rivalutare la figura di questo Pontefice oltre le distorsioni di una memoria storica non sempre obbiettiva. Quali sono le finalità di questa iniziativa? 

Io credo che sia necessario correggere alcuni errori nella ricostruzione della personalità di Pio XII e integrarli con una visione precisa del momento storico nel quale lui ha vissuto. Se facciamo questo, se rivediamo con questi criteri l’epoca e il personaggio allora vediamo non solo la fermezza con cui per esempio si era opposto alla diffusione del partito comunista e all’idea comunista in generale ma osserviamo come il fondamento di tutta la sua azione era un fondamento pastorale. Non era lui che invadeva il campo politico era la politica che aveva invaso il campo spirituale e psicologico. Certamente Papa Pacelli è stato un grande Pontefice. Penso al risentimento che hanno avuto i comunisti quando si erano visti scomunicare  da lui: ma lui aveva fatto quello che il capo supremo della Chiesa deve fare, nessuno credo può lasciare che si confondano i campi per motivi politici che non c’entrano niente con i motivi religiosi.

Essendo io genovese ricordo un discorso che il Cardinale Giuseppe Siri, ricevendoci in udienza presso l’Arcivescovado fece a noi giovani impegnati in politica. Disse una cosa che mi stupì molto – nel mio fervore di quegli anni giovanili-  ma che poi ho ripensato con maggiore riflessione, trovandola vera: disse in sostanza che la Chiesa cattolica non potrà mai essere una istituzione del tutto analoga alle democrazie, perché si regge sul dogma e sulla verità rivelata, di cui le gerarchie ecclesiastiche sono garanti.

Penso che questo sia giusto e corrisponda al vero e d’altra parte lei cita il Cardinal Siri che io ho conosciuto perché seguivo le lezioni che teneva a Camaldoli, nel Casentino, in quel periodo di formazione culturale e spirituale che diede poi luogo alla elaborazione del cosiddetto ’Codice di Camaldoli’, una riflessione sul magistero sociale della Chiesa. Le sue lezioni erano di una chiarezza straordinaria. Lui aveva una grandissima capacità comunicativa dicendo nel modo assolutamente più accessibile a tutti le cose anche più complesse, sia di teologia che di altro. Io ne ho un ricordo anche molto affettuoso perché aveva spesso la bontà di dedicarci individualmente del tempo, ci riceveva anche presso le suore di Ravasco dove lui alloggiava qui a Roma e non dava mai l’idea di essere pressato da altre cose più importanti cosa che invece era, perché generalmente la visita che gli facevano noi  – lui era gentilissimo nel concederla – non poteva certamente arricchire niente in lui mentre per noi rappresentava un punto fermo di preparazione culturale spirituale.

Lei fu molto vicino ad Alcide De Gasperi: come ricorda questo grande statista, le sue scelte politiche sulle alleanze, la sua vocazione al dialogo, il duro confronto con la sinistra di Togliatti, la sua intuizione europeista?

Di De Gasperi quello che creava entusiasmo era la sua integrità. Cioè a dire: era ‘tutto uno’, come politico, come cattolico, come uomo di cultura, non era fatto a compartimenti come siamo fatti spesso molti di noi. Esprimeva il grandissimo fascino di saper testimoniare la sua assoluta coerenza con la sua vita anche quando questo gli era costato molto, compreso il carcere. Noi dobbiamo moltissimo a De Gasperi e al modo con cui ha interpretato quella che era stata una prima bozza di Democrazia Cristiana di Don Romolo Murri e gli altri. Tutte le sue scelte successive furono ispirate a quella sua costitutiva coerenza.

Recentemente Paolo Mieli ha affermato che della riforma elettorale del 1953 (ricordata come ‘legge truffa’) fallì il progetto plebiscitario ma che – ripensandola a distanza di anni – essa avrebbe probabilmente aperto all’Italia prospettive analoghe a quelle realizzate in altri Paesi e che il sistema maggioritario va ora cercando:  il superamento della democrazia bloccata e il sistema dell’alternanza. La storia non si fa con i ma e con i se però qualcosa sarebbe cambiato…. Adesso siamo passati da un bipartitismo imperfetto ad un bipolarismo altrettanto imperfetto? 

Certo, io credo che un sistema perfetto non si troverà mai perché nelle cose di questo mondo risentiamo tutti di un certo pressapochismo o comunque di una certa parzialità di soluzioni. Però la cosa importante è che si mantenga vivo il diritto-dovere al dialogo, nella società, perché questo poi può rappresentare il modo con cui ci si organizza, accentuando in alcuni momenti di più e in altri momenti di meno l’aggregazione Insomma il superamento dell’individualismo a compartimenti stagni, questo è l’obiettivo. Trovo che questo sia l’insieme di tutto ciò che coloro che hanno avuto l’idea della prima Democrazia Cristiana avevano concepito molto bene.

Presidente Lei fu testimone e protagonista dei grandi processi di modernizzazione del Paese  sulla scia della Costituzione Repubblicana:  le riforme sociali, l’allargamento della base democratica, le nazionalizzazioni, il ‘decentramento assistito’ di uno Stato fondamentalmente centralista. Come valuta i temi del dibattito attuale: ‘seconda repubblica’, riforma della Costituzione e istituzionale, federalismo, sistema elettorale….

Probabilmente le parole prevalgono sul loro significato: io credo che quello che alla fine conta nell’indirizzare e nel cercare di correggere gli errori nella vita pubblica è di trovare sempre delle soluzioni che avvicinino le persone, gli ambienti, le idee. Abbandonare la vecchia idea dell’homo homini lupus, quella dell’essere ognuno in contrasto per forza con gli altri e assumere l’idea che tanto più uno è meritevole quanto più cerca di avvicinare le posizioni. Del resto tutta la dottrina sociale della Chiesa non è per l’essere ‘contro’ gli altri ma per realizzare consensi anche presso i non battezzati verso le idee di fondo della sociologia cristiana.

Negli anni cosiddetti della ‘solidarietà nazionale –  in cui Lei guidò il Paese – si  Propugnava il dialogo e la concertazione tra maggioranza e opposizione, si invocava il senso di responsabilità collettiva….

Certo, dobbiamo tener conto che vi era allora un condizionamento che è durato fino a che è durata la potenza del comunismo a Mosca. Quando si è poi dissolto quel vincolo si sono aperti allora orizzonti nei quali si può camminare e si cammina a ritmi differenti. Non c’è più un punto centrale a cui ci si deve ispirare per forza o dal quale ci si deve premunire per non subirne l’influenza. Io credo che a Mosca si è voltata pagina e gli effetti si ripercuotono su tutto.

L’elezione del Presidente Obama può configurare scenari mondiali nuovi e aperti alla speranza della pace?  Sullo sfondo restano però le ombre inquietanti del conflitto arabo-palestinese e dei fondamentalismi. E’ una deriva veramente irrisolvibile?

Certamente io credo che su questa terra la pace universale – politicamente parlando – forse non ci sarà mai, nel senso che i contrasti e le contrapposizioni, anche di interessi di varia natura, influiranno certamente. Però mi sembra che la linea di fondo a cui si ispira Obama sia una linea che può avvicinare le parti e quindi ridurre i contrasti, se ben interpretata. Sempre ripeto, tenendo conto che noi ci occupiamo di questa terra e non dell’altra.

Intervistando qualche giorno fa Vittorio Messori, mi ha detto che pensiamo troppo alle cose terrene e non abbiamo una prospettiva escatologica, quella dell’eternità. E’ così?

Sì, l’osservazione è giusta però non dobbiamo cadere nell’errore opposto, cioè di pensare solo all’eternità dimenticando che ci dobbiamo occupare anche delle nostre cose quotidiane o di questa terra, a periodi più brevi. D’altra parte la vita sociale è un punto d’incontro tra persone, tra ambienti e tra interessi differenti e quindi se uno pretende di voler ridurre tutto al proprio modo di vedere….beh insomma si crea – la si chiami o la si colori come si vuole – una dittatura. Mentre invece la vita deve essere democratica, cioè di rappresentatività. Devono prevalere sempre il dialogo e il confronto. Se ognuno presume che quello che pensa lui sia da estendere come dominio su tutti gli altri, realizza il difetto anche filosofico delle dittature.

Presidente Lei ha incontrato i più grandi statisti del 900, si può dire che ha dato la mano ai grandi del secolo scorso. Gliene cito due, per parità di genere una donna e un uomo, Margaret Thatcher e Michail Gorbaciov: come li ricorda, visti da vicino? 

La Signora Thatcher è una donna molto ferma, non esprime quella che uno pensa sia la dote femminile per eccellenza, la gentilezza. Non che sia scortese, tutt’altro, solo che usa più i sostantivi che gli aggettivi nel dialogo, è molto precisa, ecco. Bisogna essere attenti a come ci si esprime parlando con lei, altrettanto precisi. Gorbaciov per noi ha rappresentato una svolta perché ha superato non dico l’incomunicabilità ma le difficoltà di prima. Io in precedenza avevo avuto molti colloqui con i russi, specie con Gromiko, estremamente aperti. Ricordo ad esempio che una volta lui mi disse : “Voi siete degli aristocratici, non avete il contatto con il popolo, come noi”. E prosegui: “Se ad esempio le domando quanto costa il biglietto del tram lei non lo sa…”….”Sì, veramente non lo so” – gli risposi, però poi ci ripensai e dopo qualche secondo gli dissi: “Senta Presidente Gromiko ma quanto costa il biglietto del passaggio in metropolitana?” e non lo sapeva nemmeno lui. Gorbaciov è stato senza dubbio un personaggio epocale, di svolta anche nei rapporti con la Chiesa e il Vaticano….

Trovo però che non sia molto amato attualmente dalla sua patria

Beh, tutti coloro che ancora lì coltivano l’idea  – non dico solo del partito unico – ma del primato loro  su tutto il resto, non possono vedere con favore questa apertura che c’è stata nella politica che ha messo in campo Gorbaciov.

Presidente, dopo la fine della DC e  il superamento delle contrapposizioni ideologiche, quali sono le prospettive dei cattolici impegnati in politica? Viviamo in una fase di transizione o siamo orfani delle ideologie?

Io credo che sempre di più non dobbiamo farne un motivo organizzativo di questa coerenza con il modo di sentire la politica, come cattolici, ma di cercare di estendere al massimo possibile il senso di interesse per gli altri. Nella società, accanto alla giustizia ci deve essere anche la carità.

Il Cardinale Tonini mi ricordava recentemente che la carità integra e completa anche le altre due virtù….come ha spiegato San Paolo.

Sì, parliamo della carità non in senso elemosiniero ma proprio come capacità di rendersi conto che per avere una convivenza fertile e produttiva ognuno deve cercare di capire molto bene gli altri e rinunciare a quello che pensa che sia invece esclusivo. Ogni giorno si costruisce o comunque non si intacca la convivenza accettabile e auspicabile. Tenendo conto che apparteniamo a questo mondo:  nell’altro ci sarà poi perfezione, in questo no. Non a caso noi parliamo di ‘un mondo migliore’: vuol dire credere che va al di là dell’anagrafe.

Un’ultima domanda, politica ma anche personale. Quali sentimenti e quali emozioni prova ogni volta che passa davanti a Piazza del Gesù che fu, per oltre quarant’anni, il fulcro della politica italiana?

Io collego sempre ‘Piazza del Gesù 46’ con il resto di questa piazza dove ad esempio c’è la Chiesa del Gesù – che è forse la Chiesa meglio officiata di tutta Roma – e ci sono anche dei ricordi personali. Ci abitava un comunista meraviglioso, un amico: Giampaolo Bufalini.  E’ veramente una piazza che mi ricorda Roma vera, Roma centrale, compreso il Palazzo Altieri dove io stesso avevo studiato, ai tempi del ginnasio.

Presidente Lei ha incontrato molte persone nella Sua vita, ha ascoltato parole da tutti, è stato chiamato Lei stesso a fare importanti discorsi. Qual è l’importanza del  silenzio, della lettura, delle riflessioni nelle Sue scelte personali?

Vede, mi sono sempre più convinto- e ultimamente in modo totale – che non è tanto importante il dire quanto l’ascoltare. Tu formi la tua vita e i concetti a cui la devi ispirare ascoltando e meditando sugli altri. Qualche volta invece se hai la tentazione di essere sempre sul pulpito, beh….puoi avere delle soddisfazioni immediate ma non costruisci niente.

 Presidente mi tolga una curiosità sul famoso aneddoto: “Il potere logora chi non ce l’ha”. Lo disse Talleyrand o un Suo elettore ciociaro?

E’una delle cose che ho imparato dai contadini di Cassino, la zona più disastrata dai bombardamenti. Ho imparato tanto da loro, c’era da ricostruire tutto ma per prima cosa volevano ricostruire l’Abbazia come parte della loro storia., come fatto primario. C’era veramente un senso di comprensione tra le persone, che altrove non ho trovato: ecco, il contrario esatto dell’homo homini lupus. Aspirare a ricostruire, dopo tanta distruzione, sapeva mettere uno a fianco all’altro.

 

Potere, solo potere. Altrochè i contenuti…

Ma saranno mica gli organigrammi, le poltrone, il potere e le sfrenate ambizioni personali dei  singoli la soluzione definitiva a questa misteriosa crisi di governo? Il sospetto comincia a  serpeggiare pericolosamente. E questo non solo perchè il piccolo partitino personale di Renzi, la  cosiddetta Italia Viva, abbia come unico ed esclusivo obiettivo la ricerca e il consolidamento di  potere. Cioè di posti. Del resto, un partitino personale che è nato con una spregiudicata  operazione trasformistica e dettata unicamente dall’opportunismo e dalle continue giravolte del  suo capo, è del tutto naturale che sia e rappresenti una continua instabilità all’interno della  coalizione di cui fa momentaneamente parte. Sotto questo versante, è sufficiente scorrere l’ormai  lunga biografia del fondatore e capo di Italia Viva per rendersi conto che affidabilità politica e  coerenza politica e programmatica non appartengono al bagaglio di questo gruppo parlamentare. 

Ma, al di là di questa considerazione ormai sotto gli occhi di tutti, quello che sconcerta ormai  sempre di più larghi settori della pubblica opinione italiana, è la drammatica distanza della politica  e di questa interminabile guerra di potere dalle domande, dalle istanze e soprattutto dalle  preoccupazioni che attraversano i cittadini del nostro paese in questa precisa fase storica. Al  riguardo, cominciano a fioccare le richieste di ministeri, di sottosegretariati, di incarichi di  sottogoverno e i mille appetiti di singoli sempre più bramosi di potere.  

Ora, una sola domanda, visto che siamo uomini di mondo. Ma ci vuol molto a capire che di fronte  ad una dissociazione sempre più radicale tra il reale e il virtuale, tra il palazzo e i cittadini, tra la  politica e il paese, tra le istituzioni e la società civile nelle sue multiformi espressioni – soprattutto  in una fase drammatica come quella che stiamo vivendo – il rischio è quello, da un lato di  alimentare il disinteresse e l’apatia nei confronti del “pubblico” e, dall’altro, di creare le condizioni  per l’arrivo, prima o poi, di un “uomo forte” o di un “potere che decide”?. Ci vuol molto a capire  che una lunga ed estenuante discussione sul potere e sugli incarichi da distribuire ai singoli  affamati di prebende, in un contesto ancora dominato dalla pandemia, non produce altro che  disinteresse e distacco verso tutto ciò che è riconducibile alla politica e alle istituzioni? In ultima  analisi, a rischio è la qualità della nostra democrazia e la stessa credibilità del nostro sistema  democratico. Ci vuole veramente molto per capirlo? 

Brescia, Bergamo 2023. Due premesse per vincere la scommessa.

Pubblichiamo un capitolo del libro di Tino Bino, Lo spaesamento. I giorni del Coronavirus. Appunti per non dimenticare, La Quadra Editrice, €10. L’autore, amico di una vita di Mino Martinazzoli, è saggista e giornalista: un qualificato riferimento del cattolicesimo democratico bresciano.

Brescia, Bergamo 2023. Due premesse per vincere la scommessa.

Una buona idea. Nata dal cuore di due città sconfitte. Brescia e Bergamo saranno insieme capitali della cultura 2023. La decisione ha il senso di un riscatto. l’occasione di una rivincita e la volontà di una scommessa: ragionare all’unisono, far prevalere una unica visione dcl territorio, in due città che anche storicamente sono state concorrenziali. Adesso questo incontro che, per le complementari vocazioni, mette insieme il meglio della Lombardia in una originale partita di futuro post covid. Per questo servono premesse condivise.

Ne cito due: una di metodo, l’altra di conseguente contenuto.

La prima riguarda il linguaggio. Il virus ha cambiato anche il senso delle parole. Da molto tempo, ma soprattutto dopo il covid, la cultura non è più l’esclusiva allusione ai valori della storia. Alla monumentalità. Alla bellezza allo spettacolo. Il virus ha dato ideo alla cultura che guarda l’orizzonte estetico dentro la forma della città e dei suoi modelli di vita di visione del mondo e dello state insieme.

Seconda è una prima presa d’atto essenziale di come stanno le cose. Vuol dire riconoscere dia il prodotto economico, la ricchezza finanziaria, i primati industriali, la possente energia che ha sviluppato queste città dal dopoguerra ad oggi sono forti caratteri che avrebbero dovuto temprare in misura inossidabile il territorio e chi lo abita e che al contrario, la prova del corona-virus è stata esemplare, quei canneti li hanno resi, (città e individui), indifesi, soli di fronte al cielo, del tutto vulnerabili fino allo smarrimento, al naufragio.

E dunque serve una ambizione che disegni per le due città caratteri meno vulnerabili, capitali costruite su nuove fondamenta. Idee e prototipi di grande qualità. Dalle scuole, alla cura degli anziani e del territorio, alla nuova idea di sanità diffusa, Brescia e Bergamo devono presentare al mondo per il 2023 progetti e ove possibile, prototipi emblematici di un tempo nuovo. Dentro questa visione di ambiente e territorio va inserita la valorizzazione di ogni pietra monumentale, storica, artistica, dalle chiese ai paesaggi, e ogni reperto di identità ed ogni capacità di organizzazione dello spettacolo e della cultura che si fa. Per esempio, pure banale, ma significativo: più musica, più teatro, più poesia nelle scuole, negli ospedali, nelle residenze per anziani.

Con l’intento di acquisire nell’immaginario della coscienza collettiva la convinzione che musica e poesia sono, almeno quanto la medicina, strumenti di sopravvivenza nei giorni tristi e nelle stagioni confuse della vita. Si è capitali nella sfida ai tempi nuovi che avanzano dopo il flagello del virus.

Commercio al dettaglio: Istat, a novembre 2020 vendite in calo del 6,9% .

A novembre 2020 si stima, per le vendite al dettaglio, un calo rispetto a ottobre del 6,9% in valore e del 7,4% in volume. In crescita le vendite dei beni alimentari (+1,0% in valore e in volume) mentre le vendite dei beni non alimentari diminuiscono sia in valore sia in volume (rispettivamente del 13,2% e del 13,5%).

Nel trimestre settembre-novembre 2020, le vendite al dettaglio registrano un aumento congiunturale dello 0,5% in valore e dell’1,5% in volume. Crescono le vendite dei beni alimentari (+2,0% in valore e in volume) mentre quelle dei beni non alimentari calano in valore (-0,6%) e aumentano in volume (+1,1%).

Su base tendenziale, a novembre, le vendite al dettaglio diminuiscono dell’8,1% in valore e dell’8,4% in volume. A determinare il segno negativo sono le vendite dei beni non alimentari, in deciso calo (-15,1% in valore e in volume), mentre le vendite dei beni alimentari sono in aumento (+2,2% in valore e +0,7% in volume).

Per quanto riguarda i beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali negative per quasi tutti i gruppi di prodotti ad eccezione di Dotazioni per l’informatica, telecomunicazioni, telefonia (+28,7%) e Utensileria per la casa e ferramenta (+2,0%). Le flessioni più marcate si evidenziano, invece, per Calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-45,8%) e Abbigliamento e pellicceria (-37,7%).

Rispetto a novembre 2019, il valore delle vendite al dettaglio diminuisce sia per la grande distribuzione (-8,3%) sia per le imprese operanti su piccole superfici (-12,5%). Le vendite al di fuori dei negozi calano del 14,3% mentre il commercio elettronico è in forte aumento (+50,2%).

Bonus Mobilità: rimborsi riaperti dal 14 gennaio al 15 febbraio

Si riaprirà dal 14 gennaio fino al 15 febbraio una “finestra” per richiedere il rimborso degli acquisti previsti dal Programma Sperimentale Buono mobilità ed effettuati tra il 4 maggio 2020 e il 2 novembre 2020. Sono stati infatti contabilizzati i fondi necessari per poter soddisfare tutte le richieste in tal senso. Tutti coloro che non abbiano finora ottenuto il rimborso, anche chi non si sia pre-registrato, possono ora richiederlo. Bisognerà però essere in possesso della fattura o dello scontrino attestante la tipologia di bene o servizio acquistato e identificarsi tramite SPID sul portale “www.buonomobilita.it”.

A tutti coloro che invece si siano pre-registrati nelle scorse settimane, circa 119 mila, arriverà nei prossimi giorni una e-mail all’indirizzo indicato, per invitarli a caricare i dati e la documentazione attestante l’acquisto effettuato. Fino al 15 febbraio 2021 sarà, inoltre, possibile accedere alla propria area riservata per apportare eventuali modifiche ai dati e alla documentazione inseriti. I rimborsi saranno erogati successivamente al 15 febbraio 2021.

Covid: è caccia all’animale zero.

In principio fu il pipistrello, il primo animale nel mirino degli scienziati impegnati nella caccia all’ospite del virus progenitore del Sars-CoV-2 umano.

Dopo i pipistrelli è toccato ai pangolini salire sul banco degli imputati. Entrambi i primi due indiziati trasportavano coronavirus con genomi dal 90 al 96% simili al Sars-CoV-2 umano.

Poi è scoppiato il caso visoni. E adesso c’è chi si chiede: se fossero loro l”animale zero’? Il sospetto viene lanciato su ‘Science’ da due scienziati cinesi: Peng Zhou, dell’Istituto di virologia di Wuhan (Accademia cinese delle scienze), e Zheng-Li Shi dell’università di Fudan, Shanghai.

Un altro dibattito, non meno interessante, riguarda la fonte di Sars-CoV-2 che ha causato l’epidemia di Covid-19 alla fine del 2019. “I dati attuali mettono in dubbio l’origine animale di Sars-CoV-2 nel mercato dei frutti di mare dove sono stati identificati i primi casi a Wuhan, Cina” – dicono i due scienziati, mentre proprio in questi giorni è in corso una  missione Oms nel Paese per indagare sulle origini del virus partendo proprio da Wuhan.

 

La crisi di governo rivela la debolezza del PD

È molto improbabile che la crisi possa rientrare. Il Capo dello Stato, incompreso, ha raccomandato prudenza. La pandemia non accenna a piegarsi, dando perciò forza al partito della responsabilità. Gli analisti finanziari prevedono addirittura un rimbalzo eccezionale dell’economia nel 2021, eppure la solidità del quadro politico è messa in discussione. Anche Papa Francesco ha fatto appello all’unità, ma le sue parole testimoniano la distanza tra il cielo e la terra della politica italiana, ovviamente con la terra a farla da padrona.

Renzi senza essere La Malfa ha posto il suo partito, come più volte avveniva con il PRI al tempo della Prima Repubblica, al centro della scena pubblica. Ha detto cose sagge, di buon senso, difficilmente contestabili per la loro implicita ed esplicita consistenza. La sua offensiva non è stata priva di razionalità, anzi ha prodotto un sussulto di quella razionalità spesso carente tra i diversi interlocutori politici. L’agenda si è riempita di contenuti renziani, comprovando la debolezza di Conte, la fragilità dei Cinque Stelle e il torpore del Pd. Soprattutto il Pd si è ritrovato in balia degli eventi, depotenziato nelle sue ragioni o ambizioni, senza un criterio direttivo che fosse o che sia adeguato alla gestione di questo difficile passaggio politico.

Al Nazareno studiano da Cavour, ma operano alla Cencelli, ovvero con il manuale sulla distribuzione del potere. Mentre al pubblico si offre l’immagine di un partito in ansia per le sorti del Paese, tra i maggiorenti circola il virus dell’organigramma. Il problema è se Zingaretti può andare al governo senza abbandonare la carica di segretario. Tutto il resto appare condizionato – e come potrebbe essere altrimenti? – dalla soluzione che si dà al caso Zingaretti, ivi compreso il futuro della Regione Lazio e soprattutto del Comune di Roma.

Sta di fatto che il rimpasto non  è più sufficiente. In giornata Conte potrebbe rassegnare le dimissioni. O se non oggi, domani, sperando fino all’ultimo che venga in soccorso qualche mutamento favorevole. Tuttavia non si vede all’orizzonte come ciò sia possibile e perché, giunti a questo punto, dovrebbe ripiegare l’iniziativa renziana. In assenza di una strategia, a cagione della vacuità e confusione del Pd, tutto diventa molto difficile. Nel vuoto la crisi si dilata, così da presentarsi più ostica di quanto si potesse supporre a cavallo delle festività. Al Quirinale si annunciano giornate faticose.

 

Dopo Brexit, le conseguenze politiche

La questione politico-istituzionale di primaria importanza che il governo di Sua Maestà Britannica dovrà affrontare sarà quella scozzese. Come è noto, ai tempi del referendum il nord del Regno si pronunziò a larga maggioranza contrario all’uscita dall’Unione Europea. Ora tutti i sondaggi dicono che quella maggioranza si è ulteriormente ampliata e che lo Scottish National Party guidato dalla combattiva premier di Edimburgo, Nicolas Sturgeon, vincerà a mani basse le imminenti elezioni locali. Il programma è ben definito: la Scozia vuole rimanere nella UE e quindi promuoverà un nuovo referendum per separarsi da Londra. Una bomba ad orologeria che non sarà facile per Boris Johnson disinnescare e che porrà in serio pericolo il Regno di Elisabetta, di fatto l’unica persona che unisce la (quasi) totalità dei britannici.

Come si era già visto nel precedente referendum, la base di consenso alla secessione è molto ampia e ora Brexit non potrà che averla allargata (soprattutto in campo laburista, la volta precedente con l’ex inquilino di Downing Street Gordon Brown invece attivamente impegnato nella campagna per il Remain). Certo, senza il consenso del Governo centrale il referendum non si potrà tenere: ma sarà difficile impedirlo se la vittoria del partito indipendentista alle elezioni scozzesi dovesse risultare travolgente. Questo possibile conflitto interno al Regno Unito che tale potrebbe non essere più porrebbe – sia detto per inciso – seri problemi relazionali anche alla UE, stretta fra la necessità di mantenere – come vedremo – un rapporto di cooperazione in alcuni campi con Londra, oltre agli evidenti interessi commerciali, e la simpatia verso un possibile nuovo membro che però se è importante sul piano simbolico lo è meno su quello degli affari (e militare).

L’attenzione che inevitabilmente la Scozia richiamerà su di sé non deve però far dimenticare la questione irlandese. Ora, l’accordo con la UE garantisce in un qualche modo il non ripristino di un confine fisico fra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda de Nord appartenente al Regno Unito. E tutti sanno quanto ciò sia decisivo ai fini del mantenimento della pace nell’isola verde. In verità Londra effettuerà alcuni controlli doganali nel Mare d’Irlanda e quindi una sia pur minima separazione di confine verrà introdotta, ma non essendo sul terreno si spera non dia rinnovato fiato a risentimenti sepolti, ma forse non del tutto.

Infine, il rapporto con gli Stati Uniti. La famosa “special relationship”. Brexit incorpora in sé la volontà di rafforzare le relazioni interne al Commonwealth, politiche e soprattutto commerciali. Australia, Canada come importanti partner di un mondo anglosassone ancora capace di affermare il rilievo economico di quella che Churchill definì “anglosfera”. E, quindi, naturalmente innanzitutto USA. Il punto però è che se Donald Trump era un forte sostenitore della strategia sottostante a Brexit e avrebbe dunque dovuto comportarsi di conseguenza (o, almeno, questi erano gli auspici britannici sin dai tempi di Theresa May) lo stesso non si può certamente dire di Joe Biden. Il quale vorrà senz’altro ristabilire un rapporto da alleato – ancorché competitivo – con la vecchia Europa e non intenderà certo sostituirla con una relazione univoca con gli inglesi, che saranno considerati sì “amici speciali” ma non “partner privilegiati”. Lo scenario dunque è cambiato, e non di poco. Non si sa quali contromosse Boris Johnson abbia in mente, né se le ha.

Sul fronte europeo si avverte come una sensazione di sollievo per l’accordo raggiunto e, più ancora, per la conclusione della vicenda. Al dunque l’Unione si è ritrovata unita dietro al suo negoziatore-capo e alla sua ferma determinazione a non cedere né sui principi né sugli interessi concreti. La potenza economica della UE ha indotto il governo britannico a trovare infine una intesa ragionevole. E ora, libera dai continui freni britannici e dai loro irritanti opting-out, l’Unione potrà più facilmente marciare verso una sua maggiore integrazione. La dimostrazione si è avuta sin da ora, con il varo di Next Generation UE, un intervento molto rilevante finanziato per la prima volta da debito comune che senz’altro avrebbe visto l’opposizione britannica con annesso ricorso al diritto di veto, e che quindi non avrebbe, assai probabilmente, potuto essere varato. 

Tutto vero. Non solo. Molti e importanti sono gli interessi comuni di UE e Gran Bretagna. E ciò proprio perché l’isola è sì fuori dall’Unione ma è – geograficamente e quindi anche geopoliticamente – posizionata in Europa. In primis l’indispensabile collaborazione ai fini della sicurezza anti-terroristica, un terreno dal quale sarebbe irresponsabile togliere lo sguardo comune. Quindi la cooperazione delle diverse intelligence nazionali rimane essenziale. Altri ambiti di impegno comune, per non citare che i principali, sono senz’altro quelli della tutela ambientale e della conseguente lotta al cambiamento climatico (ove gli obiettivi europei restano i più ambiziosi a livello planetario) e quelli scientifici di Ricerca & Sviluppo. 

C’è poi il piano militare, che andrà affrontato in sede NATO. Resta il fatto, e non va sottaciuto, che privata della forza britannica l’Unione è oggettivamente debole, al di là della sua divisione in ventisette Forze Armate diverse e non coordinate. Un tema che Bruxelles a questo punto dovrà affrontare sul serio, foss’anche solo per decidere che non c’è la volontà politica di gestirlo unitariamente (e rimanendo così, di fatto, vincolati alle scelte e alle richieste di un alleato americano che non ritiene più il nostro continente così vitale per i suoi interessi come lo fu nello scorso secolo). 

E questa riflessione già inizia a mostrarci l’altro lato della medaglia. Ve ne sono sempre due, non bisogna mai dimenticarlo.

E l’altro lato è soprattutto il messaggio che Brexit invia, ovvero che si può entrare e/o uscire dalla UE a proprio piacimento: basta un semplice referendum, strumento facilmente manipolabile se organizzato nel periodo giusto, in un clima di generale insoddisfazione per un qualche motivo e supportato da una campagna fitta di fake news.  Brexit è un precedente che potrebbe anche avere un seguito, se solo si pensa ai problemi già sorti con Polonia e Ungheria sul fronte dei principi liberali o, su quello economico-finanziario, con Olanda e Danimarca. O, ancora, con paesi in difficoltà, come la Grecia. O nella gestione di problemi complessi quali le migrazioni, come l’Italia.

Al di là di come le cose andranno a Londra, e non è affatto detto che andranno bene, sarà decisiva la capacità dell’Unione di far apprezzare ai propri cittadini i vantaggi dello stare insieme. La gestione del piano Next Generation UE è un’opportunità da non sprecare. Se non fallirà nei suoi obiettivi sarà un punto segnato a favore. Ma se per un qualsiasi motivo le cose non dovessero andare come devono la crisi generata dalla pandemia potrebbe innescare altre exit e quindi la fine dell’idea unitaria. Forse non è ancora ben chiaro, ma Brexit pone l’Unione di fronte a scelte decisive. Se davvero l’annunciata Conferenza sul futuro dell’Europa ci sarà dovrà prenderne atto e svilupparsi di conseguenza. 

Il mercato del lavoro americano punisce le donne

Un anno fa, è successa una cosa rara alle donne americane. Per tre mesi, hanno ricoperto più posti di lavoro degli uomini. Qualcosa che era accaduto solo tra il 2009 e l’inizio del 2010.

La pandemia però ha cambiato rapidamente questa storia. E ora secondo i nuovi dati  di dicembre i datori di lavoro che hanno tagliato ben 140.000 posti di lavoro a dicembre hanno preferito licenziare le donne.
Questo crea nella società americana uno scioccante divario di genere: le donne licenziate sono state 156.000 mentre gli uomini hanno guadagnati 16.000 lavori.
Nel frattempo, un’indagine separata sulle famiglie, che include i lavoratori autonomi, ha mostrato una disparità di genere ancora più ampia .

Neri e latini sono il gruppo maggiormente colpito, mentre le donne bianche hanno ottenuto guadagni significativi.

Tra le donne, le latine hanno attualmente il tasso di disoccupazione più alto al 9,1% , seguite dalle donne nere all’8,4% . Le donne bianche hanno il tasso di disoccupazione più basso al 5,7% .

Ovviamente anche molti uomini hanno perso il lavoro, ma se presi insieme come gruppo, sono usciti in vantaggio, mentre le donne sono rimaste indietro.

Gli economisti spesso mettono in guardia dal leggere i dati di un solo mese, ma la perdita di posti di lavoro di dicembre ha coronato un anno già terribile per le donne che lavorano, in particolare le donne di colore che, nell’economia americana,  lavorano in modo sproporzionato in alcuni dei settori più colpiti dalla pandemia, spesso in ruoli che non hanno congedo per malattia o la possibilità di attivare il telelavoro.

Questo divario, secondo gli esperti,  è in gran parte dovuto alla forte perdita di posti di lavoro in tre settori: istruzione – che rimane un settore dominato dalle donne – ospitalità e vendita al dettaglio.

Scuola: Uecoop, “una famiglia su 4 senza banda larga, per loro didattica a distanza più difficile”

Didattica a distanza sempre più difficile in una famiglia su 4 (25,3%) che in Italia non dispone di un accesso Internet a banda larga in grado di supportare senza problemi massicci flussi di dati e i collegamenti audio video necessari alle lezioni telematiche.

E’ quanto emerge da una analisi dell’Unione europea delle cooperative (Uecoop) su dati Istat in riferimento alla mancata riapertura delle scuole con le lezioni in presenza e gli alunni in classe a causa delle misure anti contagio per combattere la pandemia da Covid. La carente diffusione della banda larga colpisce di più le regioni del sud, dalla Sicilia alla Calabria, dalla Basilicata al Molise fino alla Puglia.

Uecoop, tra l’altro, ricorda che il diritto all’istruzione oltre a essere costituzionalmente tutelato è anche il presupposto per la costruzione del futuro delle nuove generazioni e del Paese, soprattutto in un momento delicato come quello attuale dove le conseguenze dell’emergenza coronavirus hanno già provocato una drammatica caduta del Pil.

I nuovi termini e condizioni di WhatsApp consentono la condivisione dei dati con Facebook

Il CEO di Facebook Mark Zuckerberg si è posto l’obiettivo di integrare più da vicino le piattaforme del suo gruppo. Lo fa in un momento in cui Facebook è sempre più preso di mira da politici e regolatori per la sua posizione di mercato e le pratiche commerciali. Poche settimane fa, l’autorità antitrust americana FTC ha intentato una causa antitrust contro Facebook. Tra le altre cose, vuole costringere l’azienda a separarsi dai servizi acquistati come Instagram e Whatsapp. Quindi un legame più forte tra i servizi, hanno pensato a facebook. renderebbe  tutto più difficile.

Così, da questa volontà sono nate le nuove linee guida, per gli utenti di Whatsapp, che hanno dovuto accettare che i loro dati possano essere condivisi con altre offerte di Facebook.

Finora non è stato così. Nelle precedenti linee guida di Whatsapp si diceva: “L’utente, può scegliere di non condividere le informazioni del suo account Whatsapp con Facebook”. Questa opzione ora  non è più disponibile. Gli utenti di Whatsapp hanno ricevuto una notifica con le nuove regole si applicheranno dall’8 febbraio. Chiunque voglia continuare a utilizzare il servizio in seguito deve accettare le linee guida.

Whatsapp ha specificato sul proprio sito Web quali informazioni devono saranno condivise. Tra le informazioni che l’app di messaggistica sta raccogliendo e che presto condividerà con Facebook ci sono i dati sulla posizione, indirizzi IP, modello di telefono, sistema operativo, livello della batteria, potenza del segnale, browser, rete mobile, lingua, fuso orario e persino l’IMEI, il codice numerico che identifica univocamente un terminale mobile.

L’influenza stagionale non colpisce

In Italia, del 2020, l’incidenza delle sindromi simil-influenzali continua ad essere stabilmente sotto la soglia basale con un valore pari a 1,5 casi per mille assistiti. Nella scorsa stagione in questo stesso periodo il livello di incidenza era pari a 3,9 casi per mille assistiti.

In tutte le Regioni italiane che hanno attivato la sorveglianza il livello di incidenza delle sindromi similinfluenzali è sotto la soglia basale tranne Valle d’Aosta.

La maggiore incidenza si registra nella fascia di età 0-4 anni con 3,03 casi per mille assistiti. Segue la fascia 15-64 anni con 1,46 casi ogni mille; poi la fascia con età uguale o superiore a 65 anni con 1,25 casi e infine bambini e adolescenti tra i 5 e i 14 anni con 1,12 casi ogni mille assistiti.

Il vero discrimine è la coscienza morale

Chiodo schiaccia chiodo, nel senso più doloroso dell’avvicendamento degli eventi: basta ripercorrere fatti ed avvenimenti dell’ultimo anno per cogliere una forte accelerazione nella disgregazione della realtà in termini ubiquitari. Come se la ruota della storia che ci aveva abituato ad una ciclicità persino annunciata fosse uscita dal perno che la sorreggeva per frantumarsi in una implosione scomposta e imprevedibile.

A livello geopolitico e geoeconomico si stanno configurando scenari imponderabili e dagli esiti indefiniti.

Guardando a ritroso e intorno a me mi è venuto in mente l’aforisma scolpito sull’architrave all’ingresso della baita di Martin Heidegger, nella Foresta Nera: “Il fulmine governa ogni cosa” . Ce ne riferisce Hans-Georg Gadamer nel suo “Eraclito”, ma l’intuizione che mi ha riportato al filosofo tedesco del 900 mi ha fatto pensare a lui come depositario di alcune profezie che riguardano il presente, a cominciare proprio da quell’insolubile unità e dualità di svelamento e nascondimento, di luce e oscurità, in cui il pensiero dell’uomo si trova avvolto. E’ come se la filosofia si riappropriasse di un codice semantico che le è lungamente appartenuto, per provare a spiegare una serie di cortocircuiti che stano scompaginando la nostra vita. Non posso dimenticare lo ‘spaesamento’ di cui da oltre trent’anni ci parla Gianni Vattimo (La società trasparente è del 1989), né dimenticare la geniale intuizione di Zygmunt Bauman e dalla sua società liquida, o trascurare da quanto tempo Umberto Galimberti si occupa della lunga parabola della metafisica che da Platone fino ad Heidegger, appunto, ha finito per far prevalere il pensiero calcolante e con esso la tecnica e l’economia, fino a preconizzare il tramonto dell’Occidente e a interrogarsi sul senso della vita.

L’uomo non è tuttavia solo razionalità, la dimensione del reale esistenziale non è solo oggettiva: ci sono la fantasia, l’immaginazione, l’ideazione, il desiderio, il sogno. Ciò che Heidegger appunto chiamava il “Dasein” , cioè l’esser-ci, l’hic et nunc che non è mai tuttavia a-storico.  Ma questa soggettività che vuole spazio e si ribella disvela anche tratti di negatività: l’ipertrofia dell’io, il subentro delle opinioni alle idee, il relativismo etico, mentre il discostamento del pensiero divergente dall’ordine delle cose finisce per scompaginare i processi stessi di consolidamento ed emancipazione della democrazia.

Se “il fulmine governa ogni cosa” Nerone incendia Roma e Trump incita all’assalto del Campidoglio, senza contare che anche in casa nostra molte vicende inspiegabili razionalmente andrebbero portate, come disse un giornalista in un talk show televisivo, sul lettino dello psicanalista.

Ecco allora che la grande intuizione profetica di Martin Heidegger, che deve l’appartenenza ad un esistenzialismo atipico connesso alla temporalità del ‘qui e adesso’ per la visione soggettiva e non oggettiva della realtà e proprio per la sua tessitura di opposti e di contrari che si attraggono e si respingono, può spiegare come ciò che accade o può accadere su questo dannatissimo pianeta sia legato a fattori talmente soggettivi da diventare impersonificati e sottesi a tratti caratteriologici o ad un inconscio da esplorare.

Trovo che questo sia il principale pericolo che una democrazia reca inevitabilmente con sé: gli eventi e gli equilibri che reggono l’ordine mondiale, le istituzioni, i trattati, le intese, gli assetti politici dei Paesi e il radicamento storicamente raggiunto delle Nazioni, possono essere messi in discussione, assumere una svolta, prendere un indirizzo per il narcisismo impenetrabile e teatrale di una sola persona.

Figuriamoci se tutto questo avviene in tempo di pandemia: trovo scioccante che la personalizzazione della politica e la sua astrazione dal contesto pulsante della platea immensa dei popoli, riesca persino a bypassare la vita e la morte, a subordinare la scienza, i suoi tempi, le sue conquiste, le sue scoperte e le possibili sue garanzie, ignorando i pericoli e le sofferenze di un big crash planetario.

Nella sua analisi razionale, frutto di una capacità interpretativa della realtà svincolata dal pensiero calcolante degli interessi personali, Mario Draghi ha dato una ricetta ai mali della politica, che vale per noi ma può essere esportata al mondo intero: conoscenza, coraggio e umiltà. Possiamo aggiungere sommessamente: responsabilità e competenza, ma quella sintesi è già efficace di per sé.

Ma se la politica, l’economia, la tecnica non poggiano su una solida base etica possiamo cadere in uno sterile specialismo non sorretto da alcun valore.

Ecco perché il primo discrimine tra il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, il tornaconto personale e l’interesse comune non può non passare necessariamente al vaglio della coscienza morale.

A condizione che tra oggettività del necessario e soggettività della scelta, ci sia una mente pensante capace di aver memoria del passato, consapevolezza del presente e lungimirante visione del futuro.

Leader del passato. Citarli o ricordarli?

Forse ha ragione Marco Follini quando dice che i leader del passato non vanno tirati per la  giacchetta. O meglio, essere consapevoli che le loro parole e le loro riflessioni sono anche e  soprattutto il frutto del tempo in cui erano collocati e appartengono a quella determinata fase  storica. E l’amico Marco ha oltremodo ragione quando dice che “il passato è oggetto di consumo  per politici incapaci di cose nuove”. E Marco parla, nello specifico, delle parole e delle riflessioni  di Aldo Moro. 

Ora, se è vero che non possiamo citare a sproposito i grandi leader e gli statisti del passato – che  non vanno mai confusi con i semplici “capi”, per dirla con l’indimenticabile Mino Martinazzoli – è  altresì vero che proprio il magistero di quei leader e di quegli statisti continua a conservare una  bruciante attualità e modernità. Certo, non quando le riflessioni sono riconducibili ad un quadro  politico oggi semplicemente non più riproponibile per la semplice ragione che il passato non si  ripete meccanicamente.

Mai. Ma proprio nel rigoroso rispetto dello scorrere delle diverse fasi  storiche, si può tranquillamente sostenere che da quel magistero politico, culturale, sociale, di  governo e forse anche spirituale è possibile e doveroso continuare ad attingere. Valori, principi,  stili di vita e cultura politica restano pietre angolari che caratterizzano non solo il magistero dei  grandi leader politici del passato ma anche e soprattutto il percorso e l’avventura di un filone  ideale. Penso, nello specifico, al cammino tormentato ma fecondo storicamente del cattolicesimo  sociale e del cattolicesimo democratico.

Certo, ha ragione Follini quando evidenzia che la stanca  e scolastica ripetizione di alcune parole d’ordine del magistero politico di quegli uomini da parte di  molti esponenti della classe politica contemporanea è semplicemente ridicolo, nonchè grottesco. 

Perchè i partiti personali, i cartelli elettorali e i capi della post politica che hanno teorizzato e  praticato la cultura dell’”anno zero” per anni, cioè la sostanziale cancellazione delle culture  politiche tradizionali, non sono particolarmente credibili quando citano i “giganti” politici del  passato. Ma ricordare, citare e forse anche inverare il loro magistero, almeno per coloro che  provengono da quella tradizione ideale e politica, forse più che un omaggio è anche e soprattutto  un dovere. Politico, culturale, e forse anche morale. 

Gli ultimi giorni di Trump

La presidenza di Donald Trump è ormai in una spirale finale caotica . Ma anche con la fine così vicina, ogni ora sembra portare una nuova minaccia alla fragile democrazia americana.

A meno di due settimane dall’insediamento del presidente eletto Joe Biden, la nazione è al limite – incerta se Trump inciterà un altro round di violenza o se continuerà, petulante, come al solito, a  lamentarsi della decisione di Twitter di bandirlo .

Il rapporto tra Trump e Pence (il suo vice)  è ormai esaurito: non si parlano da mercoledì scorso, dopo la presa d’assalto del Campidoglio, con il presidente che non si è mai preso la briga di controllare la sicurezza di Pence.

Presidente, che inoltre, non ha mai speso una parola per Brian Sicknick, che è morto, secondo i funzionari, “a causa delle ferite riportate durante il servizio” in Campidoglio.

E se l’insurrezione ha quindi messo il paese e i legislatori davanti ad un bivio. Impeachment o provvedimenti contro il presidente.

Biden invece, ha mostrato scarso entusiasmo per queste soluzioni, sapendo che un processo al Senato oscurerebbe i suoi primi giorni in carica e offrirebbe ai repubblicani una platea dalla quale sostenere che i suoi appelli all’unità e all’impegno per raffreddare le passioni partigiane erano solo parole .

Comunque in qualsiasi modo finirà sarà la fine ignominiosa del trumpismo.

 

La dieta dopo le feste in lockdown

Più di un italiano su tre (36%) ha deciso di mettersi a dieta dopo le feste trascorse per lungo tempo in casa a causa del lockdown per contrastare la pandemia da Covid. E’ quanto emerge dall’analisi Coldiretti/Ixe’ divulgata in occasione del primo fine settimana dopo l’’Epifania che “tutte le feste si porta via” lasciando però a molti uno sgradito ricordo che va ad aggiungersi alle preoccupazioni legate ai contagi e alla crisi economica.

Durante le feste dalle tavole delle case degli italiani sono spariti 67 milioni di chili tra pandori e panettoni, 63 milioni di bottiglie di spumante, 20mila tonnellate di pasta, 6 milioni di chili tra cotechini e zamponi e frutta secca, pane, carne, salumi, formaggi e dolci per un valore complessivo pari a 3,5 miliardi, solamente tra il pranzo di Natale e i cenoni della Vigilia e di Capodanno. L’effetto del maggior consumo di cibi calorici abbinato a bevande alcoliche è aggravato dal fatto che – sottolinea la Coldiretti – l’abbuffata per le festività è stata anche accompagnata spesso dalla sospensione delle attività sportive e da una maggiore sedentarietà che ha ridotto il movimento fisico e favorito l’accumulo di peso.

Con la chiusura di palestre e piscine, per aiutare le buone intenzioni la Coldiretti ha stilato una lista dei prodotti le cui proprietà terapeutiche e nutrizionali sono utili per disintossicare l’organismo e per accompagnare il rientro in salute alla normalità dopo gli stress dei viaggi e dei banchetti natalizi. In questa stagione – continua la Coldiretti – tra la frutta da non dimenticare ci sono arance, mele, pere e kiwi mentre per quanto riguarda le verdure quelle particolarmente indicate sono spinaci, cicoria, radicchio, zucche e zucchine, insalata, finocchi e carote. Tutte le insalate e le verdure vanno condite – sottolinea la Coldiretti – con olio d’oliva, ricco di tocoferolo, un antiossidante che combatte l’invecchiamento dell’organismo e favorisce l’eliminazione delle scorie metaboliche, e abbondante succo di limone che purifica l’organismo dalle tossine, fluidifica e pulisce il sangue, è un ottimo astringente e cura l’iperacidità gastrica.

Le arance – informa la Coldiretti – sono una notevole fonte di vitamina C che migliora il sistema immunitario, favorisce la circolazione, ossigena i tessuti e combatte i radicali liberi. Le mele per il loro modesto apporto calorico e per la prevalenza del potassio sul sodio sono capaci di svolgere un’azione antidiarroica e di regolare la colesterolemia. Ancora, le pere che oltre ad avere un buon potere saziante, contenendo zuccheri semplici come il fruttosio, fibra, molta acqua e poche calorie, sono adatte per chi soffre di intestino pigro.

L’Anno europeo delle ferrovie

Incentivando l’utilizzo delle ferrovie e incrementando la percentuale degli utilizzatori, sarà possibile ridurre le emissioni di gas a effetto serra e l’inquinamento dovuto ai trasporti dell’Unione, apportando un contributo importante agli sforzi dell’UE, nell’ambito del Green Deal europeo, di rendere l’Europa climaticamente neutra entro il 2050.  Adina Vălean, Commissaria per i Trasporti, ha dichiarato: “La nostra mobilità futura deve essere sostenibile, sicura, confortevole ed economicamente accessibile. Il trasporto ferroviario offre tutto questo e molto di più! L’Anno europeo delle ferrovie ci offre l’occasione di riscoprire questo modo di trasporto.

Nell’UE il trasporto ferroviario è responsabile di meno dello 0,5% delle emissioni di gas serra legate ai trasporti. Ciò lo rende una delle forme di trasporto passeggeri e merci più sostenibili. Il trasporto ferroviario è eccezionalmente sicuro e collega persone e imprese in tutta l’UE attraverso la rete transeuropea dei trasporti (TEN-T). Nonostante questi vantaggi, solo circa il 7% dei passeggeri e l’11% delle merci ne usufruiscono. L’Anno europeo delle ferrovie contribuirà ad incrementare queste percentuali”.

Vaccinazione Covid-19 gravidanza e allattamento, le indicazioni dell’Iss

Nonostante non siano disponibili dati per valutare gli effetti dei vaccini COVID-19 in gravidanza e allattamento, la vaccinazione non è controindicata. Le donne ad alto rischio di contrarre la malattia in forma grave dovrebbero discutere i potenziali benefici e rischi della vaccinazione con i professionisti sanitari che le assistono, mentre se una donna scopre di essere incinta dopo la prima o la seconda dose non c’è alcuna motivazione per interrompere la gravidanza. Sono queste le principali indicazioni del documento ad interim su “Vaccinazione contro il COVID19 in gravidanza e allattamento” elaborato dall’Italian Obstetric Surveillance System (ItOSS) dell’Istituto Superiore di Sanità, condiviso e sottoscritto dalle principali società scientifiche del settore (SIGO, AOGOI, AGUI, AGITE, FNOPO, SIMP, SIN, SIP, ACP e SIAARTI).

Il documento passa in rassegna le principali indicazioni adottate a livello internazionale e nazionale, oltre alle evidenze scientifiche emerse fino a questo momento sul tema. “In Italia – sottolinea – si offre alle donne in gravidanza e allattamento la possibilità di scegliere, con il supporto dei professionisti sanitari, se sottoporsi o meno alla vaccinazione dopo una valutazione individuale del profilo rischio/beneficio. La scelta di non escludere la vaccinazione in gravidanza riguarda le donne che presentano un alto rischio di esposizione al virus SARS-CoV-2 e/o hanno condizioni di salute che le espongono a un rischio di grave morbosità materna e/o feto/neonatale a seguito dell’infezione. In questi casi selezionati le donne sono invitate a discutere individualmente i potenziali benefici e rischi con i professionisti sanitari che le assistono, al fine di prendere una decisione informata e consapevole”.

Queste le principali indicazioni:

•         Le donne in gravidanza e allattamento non sono state incluse nei trial di valutazione dei vaccini Pfizer-BioNtech mRNA (Comirnaty) e Moderna per cui non disponiamo di dati di sicurezza ed efficacia relativi a queste persone

•         Gli studi condotti finora non hanno evidenziato né suggerito meccanismi biologici che possano associare i vaccini a mRNA ad effetti avversi in gravidanza e le evidenze di laboratorio su animali suggeriscono l’assenza di rischio da vaccinazione.

•         Al momento le donne in gravidanza e allattamento non sono un target prioritario dell’offerta di vaccinazione contro il COVID-19 che, ad oggi, non è raccomandata di routine per queste persone.

•         Dai dati dello studio ItOSS – relativi alla prima ondata pandemica in Italia – emerge che le donne in gravidanza non presentano un rischio aumentato di infezione rispetto alla popolazione generale. Le donne di cittadinanza africana, asiatica, centro e sud-americana ed est-europea e quelle affette da comorbidità pregresse (obesità, ipertensione) presentano un rischio significativamente maggiore di sviluppare una polmonite da COVID-19 che, complessivamente, riguardano una minoranza di madri e neonati.

•         La vaccinazione dovrebbe essere presa in considerazione per le donne in gravidanza che sono ad alto rischio di complicazioni gravi da COVID19. Le donne in queste condizioni devono valutare, con i sanitari che le assistono, i potenziali benefici e rischi e la scelta deve essere fatta caso per caso.

•         Se una donna vaccinata scopre di essere in gravidanza subito dopo la vaccinazione, non c’è evidenza in favore dell’interruzione della gravidanza.

•         Se una donna scopre di essere in gravidanza tra la prima e la seconda dose del vaccino può rimandare la seconda dose dopo la conclusione della gravidanza, eccezion fatta per i soggetti ad altro rischio.

•         Le donne che allattano possono essere incluse nell’offerta vaccinale senza necessità di interrompere l’allattamento.

Make Italy great again

Iniziato un nuovo anno, ecco che la politica italiana in questi giorni dovrà imprimere un andatura diversa e offrire agli italiani una maggiore chiarezza. Nell’ultimo mese siamo stati oggetto di martellamento continuo dai media sul rischio di una crisi di governo, che penso abbia diffusamente disgustato i cittadini, soprattutto perché ad originarlo ha riguardato come e chi dovrà gestire le risorse del recovery fund: un monte di miliardi di Euro da cui può dipendere il futuro d’Italia. Aldilà di quello che si dice, sicuramente la crisi non ci sarà.

Il Presidente del Consiglio Conte e Matteo Renzi si metteranno comunque d’accordo sulla vasta e su alcuni aspetti misteriosa questione del contendere. Stando a quello che ripetono i media riforniti di informazioni dagli stessi contendenti, l’accordo riguarderebbe la struttura nuova del governo, la natura degli investimenti, le modalità e le strutture per la spesa. Se le cose dovessero procedere in tal modo, tutto bene?

Sicuramente evitare la crisi in questi frangenti è un bene, ma non lo sarebbe qualora si intendesse procedere senza considerare come fondamentali gli unici requisiti da ricercare nell’uso dei denari del recovery fund: la rigida e coerente scelta dei settori di riforma e investimenti indicati dalla Unione Europea, come gli strumenti efficienti e trasparenti per sostenere la conduzione della spesa.

Infatti spendere bene i soldi per un auspicabile giovamento economico, dovrà essere l’obiettivo essenziale. Se dovessimo sprecare le risorse in mille rivoli senza una coerenza di fondo da raggiungere, sull’obiettivo della evoluzione della cultura e delle strutture digitali e sulla transizione energetica verde, non solo perderemmo l’occasione unica per recuperare il ritardo accumulato in questo ultimo decennio, ma subiremmo anche il tracollo economico, in quanto i soldi impiegati male, in luogo di riassorbire il debito pubblico, lo andranno ad inesorabilmente ad aumentare.

Insomma queste risorse dovranno servire per ottenere le principali riforme economiche che sinora si sono state trascurate, e che se sfruttate bene ci possono ridare competitività e dunque capacità di stare nel mercato. Ma nel caso italiano, occorre tenere conto che anche le strutture tecniche di gestione, hanno la loro importanza. Alcuni politici hanno tuonato sul fatto che debba essere il Parlamento il soggetto deputato a decidere come accade a Parigi, a Madrid o a Berlino, e su questo assunto nessuno potrà certamente dire il contrario.

Ma il nostro Governo e il Parlamento, se volessimo ben inquadrare la nostra situazione di incapacità endemica tecnica degli apparati pubblici, non potranno contarci come verifichiamo nella incapacità di spesa dei fondi europei e statali, al contrario di quello che come accade nei paesi paesi succitati del Continente.

In definitiva se registriamo forti lacune nella spesa ordinaria e di somme enormemente più piccole, si può già da ora immaginare cosa potrà accadere nella gestione delle somme ingentissime del Recovery Fund. In questo ultimo trentennio la incapacità di gestione progettuale e di gestione dei controlli è stata così grave, che in ogni occasione di progettazione e gestione di grandi e piccoli progetti, i tecnici privati sono diventati quasi l’esclusivo espediente per andare avanti, al prezzo di grandi guai . A tale proposito, per farla breve, penso che la prima proposta di Conte di costituire un nutrito staff di tecnici come task force sia giusto. Infatti se il Governo e Parlamento dovranno indicare la strada da intraprendere e i controlli sulle realizzazioni della spesa, la gestione deve essere altamente qualificata; fatta di altissime e indiscusse professionalità italiane ( e se sarà il caso anche estere ) proprio per assicurarsi il massimo risultato ed alta trasparenza.

Si sa, i professionisti di altissimo valore, oltre alla perizia, sapranno garantire anche autonomia. Tant’è così, che chi ha un alto prestigio professionale, difficilmente diventa disponibile a traffici di ogni sorta, come spesso apprendiamo dalla cronaca negativa. Confesso che quello che mi ha molto preoccupato dell’annuncio dato dell’allestimento della nutrita task force, risiede nella circostanza che non si è fatto alcun nome di professionisti e non si è data nessuna enfasi sulla necessità di requisiti altissimi da richiedere.

Da questa banale constatazione, ho tratto, ne sono sicuro, che nell’ambiente politico si è intensificata la pressione sul Governo, per imbarcare tecnici di propria fiducia. Credo che questo tema, al pari dell’auspicabile programma sul digitale e la transizione energetica, ha bisogno nello Stato centrale, nelle Regioni, nei Comuni, di un scompaginamento delle abitudini e schemi di lavoro, se vogliamo ottenere il risultato di una migliore Italia: semplicemente più moderna, più efficiente, più trasparente.

De Gasperi ha dato molto all’Italia

Il confronto Ortolina-Tarquinio, riproposto ieri da “Il Domani d’Italia”, sulle affermazioni di Gramellini a proposito di De Gasperi “uomo di destra liberale”, offre notevoli spunti di riflessione. Per De Gasperi parla la storia, anche quella “parlata”, nel senso di testimonianze orali e scritte.

Ne ho ritrovata una che Andreotti pronunciò a Milano, in occasione dei cinquant’anni dal decesso, per il ciclo delle iniziative della Fondazione De Gasperi. Andreotti metteva in evidenza lo stretto collegamento tra politica estera e politica interna nell’opera dello statista trentino. Fondamentale la concezione di un Patto Atlantico collegata alla costruzione dell’Unione Europea, superando le resistenze di ambienti cattolici contrari a patti militari grazie al colloquio dell’ambasciatore Tarchiani, azionista, non uno “della nostra parrocchia”, con Pio XII.

Poi il riformismo, con una socialità vera e concreta, con iniziative sociali come la riforma fondiaria, spezzando il latifondo, e la Cassa per il Mezzogiorno, per superare i divari nord-sud, tutte cose che toccavano grandi interessi. Se ne ebbe prova con il calo di voti nel 1953. Non va dimenticato, a tale proposito, il ruolo degli agrari nell’avvento del fascismo.
Inoltre aggiungiamo il metodo democratico, nel significato più proprio, ovvero come metodo incentrato sul criterio che le regole non possono essere aggirate. Il concetto di De Gasperi era quello presente nella Bibbia: “Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva”.

Va detto con chiarezza che De Gasperi respinse sempre le spinte della destra, non propriamente malagodiana, ma più ben più accentuata e aggressiva. Respinse anche le suggestioni antidemocratiche di alcune strutture dello Stato che temevano di non riuscire a fronteggiare i comunisti con mezzi ordinari. C’era il cruccio del 1922, quando si produsse inusitatamente la sconfitta del metodo democratico proprio perché in tanti si erano illusi di potere far cadere il governo in Parlamento dopo la Marcia su Roma.
De Gasperi, uomo delle coalizioni, fu abbandonato dai suoi alleati – da Saragat e dagli altri – nelle elezioni del 1953. E quando fece un estremo tentativo di ricomporre il quadripartito, chiedendo ai monarchici una non belligeranza sotto forma di astensione, la risposta fu No. Andreotti riporta un giudizio di Achille Lauro su De Gasperi: “È veramente ‘sta persona così importante? Ma è uno che ha più di 70 anni e non ha una lira?”. Un giudizio incongruo, senza dubbio, che a tutti sembrò il modo migliore di elogiare la personalità di De Gasperi.

Vorrei concludere con una bella frase di Giorgio Rumi, storico cattolico di affinato ingegno, sull’uomo della Ricostruzione: “De Gasperi era il presidente del Consiglio di tutti, compresi i liberali, gli azionisti, i socialisti, i comunisti, con un senso di uomo di tutti, di uomo che ha tale funzione, in cui il partito, la fazione, la corrente, il raggruppamento ecclesiale non vincono mai su questa signoria della coscienza, senza paraventi e difese se non la dignità”. È un grande insegnamento di cui possiamo e dobbiamo far tesoro ai giorni nostri.

Il populismo nemico del popolo

Gli avvenimenti drammatici avvenuti di recente negli USA impongono alcune riflessioni sul concetto di populismo usato ed abusato spesso anche nel nostro Paese.
Donald Trump, al pari di altri politici italiani, può essere definito politico populista.
Ma cosa vuol dire essere populista? Vi sono studi e pubblicazioni di vari autori a livello internazionale che hanno analizzato questo fenomeno così come si è manifestato nei vari Paesi.

Il primo sintomo del populismo è quando si riscontra come il delicato equilibrio tra democrazia e liberalismo si è eccessivamente spostato a favore del secondo.
Il populismo si identifica con la figura di un leader (leaderismo) ed ha bisogno di un elemento fondamentale: la demagogia, ossia un modo di agire politicamente che porta alla manipolazione interessata delle componenti sociali più ignoranti e meno fortunate.
Il demagogo usa un particolare espediente per attrarre l’uditorio: discorsi sempre inerenti a diritti reclamati dai più per accendere gli animi. Il segreto del suo successo sta nella capacità di dire ai cittadini quello che amano ascoltare.

Possiamo, dunque, definire la demagogia come arte di sedurre discorsivamente il popolo.
Ora, non è difficile immaginare come questo modo d’essere e di agire politicamente porti pian piano alla figura del condottiero (leader) a scapito della democrazia.
Il condottiero si preoccupa, più che di dimostrare, di affermare secondo le credenze e i convincimenti del proprio uditorio.

In Italia ne abbiamo visti a iosa, soprattutto tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta: Bossi, Di Pietro, Berlusconi, e via via, Salvini, Grillo.
Il tratto saliente che accomuna tutti questi populisti è quello di considerare il popolo come un tutt’uno. E questo tratto porta ad una conclusione nemica della democrazia: l’inutilità dei corpi intermedi tra la società civile e lo Stato (sindacati, associazioni, partiti politici).
Quante volte abbiamo sentito Beppe Grillo dire che i sindacati sono inutili e vanno aboliti?
Ma dietro queste affermazioni vi è un preciso disegno politico: eliminare tutto un sistema di pesi e contrappesi che caratterizza un’autentica democrazia per instaurare un regime tirannico.

Ecco perché padre Bartolomeo Sorge ha scritto un libro dal significativo titolo “Perché il populismo fa male al popolo”, e individua l’antidoto al populismo nel popolarismo di matrice sturziana.

Allora, occorre ricercare le ragioni di un impegno politico democratico, onesto, solidale che sappia riconoscere nel popolo non un corpo unico indefinito, ma come l’insieme di associazioni libere aventi interessi diversi e il compito dell

Ora l’America torni ad essere faro di libertà e democrazia

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

Erano in molti ad essere preoccupati per la salute mentale e le reazioni alla sconfitta elettorale dell’ormai ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Pochi, però, pensavano che si potesse arrivare al punto di assaltare e occupare Capitol Hill, il simbolo della democrazia americana, il palazzo dove i rappresentanti del popolo al Congresso si riuniscono per discutere e legiferare per il bene della Nazione.
Durante la seduta in cui le Camere riunite stavano certificando la vittoria di Joe Biden, il presidente Trump ha arringato la folla di estremisti che si erano riuniti a Washington e li ha incitati ad assaltare Capitol Hill.
Così, con la complicità di alcuni poliziotti del servizio di sicurezza, gli esponenti dei gruppi più estremisti, alcuni dei quali armati, hanno superato le transenne, sfondato porte e finestre, e guidato l’assalto al palazzo.
I lavori delle Camere sono stati sospesi, mentre i presidenti di Camera e Senato e il vicepresidente degli Stati Uniti sono stati spostati in zone di sicurezza.
La situazione è andata fuori controllo. Ci sono stati scontri con armi da fuoco. Tragico il risultato: 5 morti, 13 feriti e 80 arresti.
Su richiesta del vicepresidente Mike Pence è intervenuta la Guardia Nazionale, e dopo le 18,00 è scattato il coprifuoco.
Nelle prime ore della mattina tra il 6 ed il 7 dicembre le Camere sono tornate a riunirsi e Joe Biden è stato proclamato ufficialmente nuovo presidente degli Stati Uniti d’America.
Ciò che è accaduto a Washington ha destato sconcerto in tutto il mondo.
Ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel: «Sono triste e arrabbiata. Deploro il presidente Trump. I dubbi sollevati sull’esito delle elezioni hanno preparato l’atmosfera per gli eventi della notte scorsa…».
«La mia condanna è senza riserve – ha detto il premier britannico Boris Johnson –, Trump ha incoraggiato le persone ad agire in un modo vergognoso».
E il presidente francese Macron: «Non cederemo mai alla violenza di pochi che vogliono rimettere in discussione la democrazia».
Ha scritto Massimo Giannini, direttore del quotidiano “La Stampa”: «L’impensabile è infine accaduto. La più grande democrazia del pianeta colpita al cuore da un manipolo di rivoltosi, sobillati da un presidente ancora in carica».
Tra i cattolici, il cardinale Wilton Gregory, arcivescovo di Washington, ha detto: «Il tono di divisione che ha recentemente dominato le nostre conversazioni deve cambiare». Ed ha invitato al rispetto e alla salvaguardia di Capitol Hill: «il terreno sacro in cui le leggi e le politiche della nazione americana vengono discusse e decise».
Dopo aver pregato per le vittime, il porporato ha richiamato tutti alla collaborazione, al rispetto dei valori democratici e al bene comune.
Il reverendo Ian Sauca, segretario ad interim del Consiglio mondiale delle Chiese (WCC), ha spiegato che «la politica populista divisiva degli ultimi anni ha scatenato forze che minacciano le basi della democrazia negli Stati Uniti e nel resto del mondo». Per questo motivo – ha aggiunto Sauca – «preghiamo affinché tutte le Chiese in America abbiano la saggezza e la forza per dare una guida al Paese in questa crisi e per riportarlo sulla strada della pace, della riconciliazione e della giustizia».
Il danno per l’America è enorme. Un Paese che, fin dalla nascita, ha cercato di costruire la sua unità, identità e credibilità sui valori della libertà, della democrazia e della ricerca della felicità, è ora vilipeso e sfregiato.
Dopo aver visto che cosa è stato capace di fare un presidente in carica, il quale ha sobillato i suoi per mettere a tacere i rappresentanti di Camera e Senato eletti dal popolo, con quale autorità gli Usa potranno presentarsi al mondo come il faro della libertà e della democrazia?
Chi ha fomentato l’assalto degli estremisti è espressione di quella ideologia razzista e violenta che ha portato all’assassinio di grandi personalità come Abramo Lincoln, Martin Luther King, Robert Kennedy e John Fitzgerald Kennedy.
A questo punto è ancora più urgente che la nuova amministrazione americana si muova velocemente nel realizzare un programma in grado di superare le ingiustizie sociali, la discriminazione razziale, la violenza armata, l’abuso di potere della polizia, la pena di morte.
Il “Green New Deal” non potrà essere solo un progetto di ripresa economica ed occupazionale. Avrà successo solo se affiancato da riforme come la sanità pubblica per tutti, l’istruzione universitaria gratuita, la reale parità di diritti per le donne, gli immigrati e le popolazioni indigene.
A Joe Biden spetta il grande compito di realizzare concordia dove c’è odio e far rinascere la migliore America, quella che ha combattuto per i diritti civili, per sconfiggere la fame e il sottosviluppo nel mondo.

INPS: esonero dal versamento dei contributi previdenziali

Con un Messaggio, l’INPS fornisce ulteriori indicazioni in materia di esonero dal versamento dei contributi previdenziali per le aziende con lavoratori iscritti alla Gestione pubblica, che non richiedono trattamenti di cassa integrazione, ai sensi dell’art. 3 del D.L. n 104/2020 (c.d. Decreto Agosto), convertito con modificazioni in Legge n. 126/2020. In particolare, nel ribadire che l’esonero contributivo è escluso per le Pubbliche Amministrazioni (art. 1, comma 2, D.Lgs. n. 165/2001), il provvedimento individua come destinatari del beneficio i seguenti enti:

*gli enti pubblici economici;
*gli Istituti Autonomi Case Popolari trasformati in base alle diverse leggi regionali in enti pubblici economici;
*gli enti che per effetto dei processi di privatizzazione si sono trasformati in società di capitali, ancorché a capitale interamente pubblico;
*le ex IPAB trasformate in associazioni o fondazioni di diritto privato, in quanto prive dei requisiti per trasformarsi in ASP e iscritte nel registro delle persone giuridiche;
*le aziende speciali costituite anche in consorzio, ai sensi degli artt. 31 e 114 del D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267;
*i consorzi di bonifica;
*i consorzi industriali;
*gli enti morali;
*gli enti ecclesiastici.
L’Istituto chiarisce, inoltre, che l’esonero può essere fruito per un massimo di 4 mesi, dal mese di competenza di settembre 2020 al mese di competenza di dicembre 2020, e che l’agevolazione riguarda esclusivamente la contribuzione dovuta ai fini pensionistici.

Covid: “Per alcuni mesi sarà ancora dura”.

“Per alcuni mesi sarà ancora dura”. Lo dice il ministro della Salute, Roberto Speranza, parlando dell’emergenza Covid in un’intervista al Corriere della Sera. “I vaccini sono la luce, la svolta che apre un’altra fase, ma la verità è semplice. Per avere un impatto il vaccino ha bisogno di mesi e dobbiamo resistere, la battaglia è ancora dura. Dopo sei settimane l’indice Rt è scattato sopra 1…”, sottolinea Speranza. E quando gli chiedono se la terza ondata stia arrivando, risponde: “La seconda ondata non è mai finita davvero. Adesso c’è una ripartenza e probabilmente sì, il terzo picco arriverà”.

Il contatore delle vaccinazioni ha superato quota mezzo milione: “Siamo in recupero”, commenta il ministro. “Abbiamo lavorato molto per organizzare la campagna, la macchina sta entrando a regime. Non è una gara, però dopo tante critiche prive di senso è bello vedere che siamo secondi in Europa in valore assoluto. Abbiamo 470 mila dosi a settimana e riusciamo a farle tutte”, evidenzia Speranza.

Ma quando ne usciremo? “Prima dell’estate, quando 10 o 15 milioni di italiani saranno stati vaccinati”, risponde. Insomma, bisogna resistere “alcuni mesi”. Nelle prossime settimane “la curva può facilmente risalire, come purtroppo vediamo in larga parte dei Paesi europei, dove i numeri sono significativamente peggiori dei nostri”. Ecco perché il nuovo Dpcm “manterrà l’attenzione al rigore, con misure di contenimento significative”.

Elogio a uno che supererà Napoleone

Si salta di giorno in giorno. Metodo quasi da guerriglia. Da stazione a stazione. Ogni stazione va bersagliata. Lotta senza quartiere. Il dispaccio è stato diramato con prontezza, e tutti gli accoliti sanno le mosse di Napoleone. È come fossimo a Austerlitz di Napoleone del 1805.

Giuseppe Conte e i suoi, crederanno di farcela. Hanno più truppe. Immaginano che Bonaparte si ritirerà e piegherà all’indietro. La carta topografica, sotto gli occhi del Corso, presenta alcuni cerchietti:

il ponte sullo stretto di Messina;

il Mes;

nuovi Ministri;

Recovery Plan.

Durante la notte ha lanciato i suoi missili, gli altri se la ridono; per ora se la ridono. Ma domani 2 dicembre 1805, per i più disattenti martedì prossimo al consiglio dei Ministri, le truppe d’assalto dell’Imperatore sgombreranno il corpo centrale degli Austriaci e dei Russi. Così, in un modo tragico, gli Ussari, i Cosacchi e gli Asburgo, vedranno il crollo delle loro speranze.

Matteo Renzi, porrà il suo vessillo vittorioso sulle macerie del Conte due. In tal modo il famoso condottiero di Rignano riporterà in auge la sua illustrissima capacità politica.

Questa ipotesi politica, ha un che di letterario, lo so. Gioca sul filo di un improbabile parallelismo storico-politico. Ma, voi mi capirete, non potrò sempre rincorrere minuscole, per quanto veritiere, mosse giornalistiche. Di tanto in tanto, infiocchettare con colori sgargianti, il greve e plumbeo periodo che stiamo vivendo, può rendere più divertente la lettura.

Si scommette circa la possibilità di sovrapporre la gigantesca mossa di Renzi, sulla minuscolo operazione Napoleonica.

Per Conte le ore sono…contate. L’Amerikano Renzi scuote l’albero della crisi, resa inevitabile dal funambolismo di Zingaretti.

Il Pd si scuote dalla sua infingarda terzietà, ora giocata a favore e ora contro i due litiganti, Conte e Renzi, arrivando infine a collocare la crisi di governo in uno scenario fatto di ombre minacciose, gravido di incognite, decisamente pericoloso. L’errore sedimentato in queste lunghe settimane a cavallo delle feste natalizie ha messo in evidenza la vuota sinuosità della politica del Nazareno. Imbalsamata la funzione direttiva, non è rimasto che l’ondeggiamento tipico dell’indecisione, anche se mascherata da sentimenti di buona volontà. In realtà, se un pensiero continua a frullare nella mente di Zingaretti, questo riguarda la convenienza personale a che la crisi degeneri a tal punto da rendere inevitabili le elezioni anticipate. L’appello alla responsabilità non appare convincente: dovrebbe, nel caso, accompagnarsi a gesti ben più chiari e risoluti.

Ieri in direzione nazionale il segretario ha ripetuto che sarebbe un errore imboccare la scorciatoia delle urne. Non c’è solo l’emergenza sanitaria, giacché l’Italia è alle prese con una crisi economica e sociale che può innescare una forte protesta popolare. Ora, si domanda Zingaretti, come reagirebbe la pubblica opinione di fronte a una crisi politica che scaturisce dalla litigiosità delle forze politiche di maggioranza? Il pericolo più serio, a suo giudizio, è che “il protrarsi di una situazione di incertezza allarghi in modo irrimediabile il distacco tra la politica, le istituzioni e i sentimenti e le aspettative delle famiglie. Nessuno commetta l’errore di sottovalutare la gravità di ciò che potrebbe accadere. Non sottovalutiamo la disperazione e la rabbia delle persone se a fronte di paure e incertezze la politica assumesse il volto dei giochi di palazzo. C’è un humus sociale ad alta infiammabilità, ci sono pensieri incendiari pronti a scatenarsi”.

A fronte di questa corretta rappresentazione del disagio serpeggiante nella società manca la forza di un giudizio politico sul progressivo sfarinamento della solidarietà di governo. Renzi non ha un consenso neppure lontanamente paragonabile alla forza di un protagonismo irrefrenabile. Ciò detto, le sue critiche al furbo manovrismo di Conte sono incontrovertibili. Le ambiguità accumulate forniscono pretesti giganteschi alla dissociazione di Italia Viva. Solo un miracolo può impedire l’apertura formale della crisi, quale che sia, in Parlamento o fuori, la procedura che a breve ne segnerà lo svolgimento. E poi? Ecco, non sono le elezioni anticipate lo sbocco naturale, senza alternative, a cui si lega la malcelata aspettativa di un leader, Nicola Zingaretti, vittima del suo funambolismo. L’unica cosa certa è che per Conte le ore sono…contate: non c’è all’orizzonte un salvatore di ultima istanza che ne legittimi il ruolo. Ormai, vista la potenza di fuoco dell’Amerikano Renzi, “Giuseppi” è visibilmente senza copertura.

La scelta di campo di De Gasperi e la sua visione del tutto popolare

Riproponiamo lo scambio epistolare tra Vincenzo Ortolina e il direttore Marco Tarquinio (“Avvenire” – 8 gennaio 2020) a proposito della qualificazione di un De Gasperi “di destra liberale” che nei giorni scorsi, a sorpresa, era stata proposta da Massimo Gramellini.

Marco Tarquinio venerdì 8 gennaio 2021

Caro direttore,
un giornalista che pure apprezzo, Gramellini, qualche giorno fa, sul “Corriere” ha proposto Alcide De Gasperi quale antidoto alla volgarità e meschinità del tempo presente, ma l’ha definito, sorprendentemente, «esponente di una destra liberale ed antifascista». A me viene allora da segnalare che lo statista trentino antifascista lo fu di certo, ma che non era uomo «di destra», tanto più se pensiamo che cosa significhi “destra”, politicamente parlando, oggi, in Italia. De Gasperi dovrebbe essere definito invece, al minimo, un “centrista”. Un centrista, poi, che guardava a sinistra. E non era neppure, semplicemente, un “liberale”: egli era in realtà un “cattolico popolare”, con forti radici sociali, disponibile a collaborare con liberali e socialisti, ma avendo piena consapevolezza di essere altra cosa rispetto a loro. Possibile che anche firme apprezzate non abbiano presente tutto ciò?

Vincenzo Ortolina

Domanda legittima, caro amico. E rimostranza assennata, mi verrebbe da dire centrata, anzi centratissima, al cospetto di certi schematismi nel leggere, definire e classificare il contribuito dei cattolici e, più in generale, dei cristiani alla politica italiana e non solo (penso anche e soprattutto alla Germania). Ci sono stati, ci sono e ci saranno anche cattolici liberali e cattolici illiberali di ogni colore. Ma il «centro che guarda a sinistra » di Alcide De Gasperi è stato progetto politico e ha fatto la storia in altro modo, con altra ispirazione e altro fine. E l’adesione di De Gasperi e dei suoi amici e compagni di strada ai princìpi cardine della liberaldemocrazia non ne fa un “liberale”, ma un cattolico popolare che con i liberali e i socialdemocratici seppe e volle essere alleato, anche quando poteva farne a meno, per ricostruire l’Italia nella libertà e secondo una salda idea di giustizia. De Gasperi è stato e resta un democratico cristiano che con la destra illiberale mai volle fare patti, anche quando sembrava questi fossero (e non erano) l’unica soluzione per fronteggiare una sinistra altrettanto illiberale. Una lezione da tenere cara, se si vuole far vivere l’dea di una politica popolare e non populista.

Avvenire  8/I/2021

Il potere di veto

Che i piccoli partiti, anche nella prima repubblica quando la politica e i partiti stessi – quelli veri,  però, e non quelli finti contemporanei – erano protagonisti, esisteva il cosiddetto “potere di veto”,  o di “ricatto” o di “interdizione” come dir si voglia. Cioè, la possibilità che piccole formazioni  politiche, in virtù del principio di coalizione, potevano mettere in discussione la solidità e l’unità  dell’alleanza di governo di cui facevano parte per le motivazioni più disparate. Era la normale  dialettica politica che ha sempre costellato le dinamiche della democrazia italiana sin dal secondo  dopoguerra. Pertanto, oggi c’è addirittura qualcuno che traccia dei confronti tra ciò che capitava  ieri e quello che è sotto ai nostri occhi in queste settimane. 

Ora, per evitare di essere ipocriti o maldestri, chi oggi esercita concretamente il potere di veto, o  di ricatto o di interdizione coltiva altri obiettivi e persegue altre mete politiche con modalità che fa  restare basiti anche coloro che hanno una lunga esperienza politica e parlamentare. È appena  sufficiente osservare e registrare i comportamenti concreti, le dichiarazioni e le prese di posizione  del piccolo partito personale di Renzi per rendersi conto di come la politica sia scaduta e sia  sempre più decadente. Come progetto politico e, soprattutto, come comportamenti individuali. E  quindi, si tratta di una doppia crisi. Politica, sicuramente e anche etica, se vogliamo citare una  parola che ormai è passata di moda. Del resto, nell’epoca dominata dal trasformismo e dal più  spregiudicato opportunismo, tutto diventa lecito e possibile e non c’è più alcun argine alla deriva  e al malcostume della politica. Il cosiddetto “bene comune” è diventato un optional e il “patto di  coalizione” – elemento decisivo per esercitare un’azione di governo – un elemento del tutto  astratto e virtuale.  

È del tutto evidente, quindi, che di fronte ad una situazione del genere non c’è alcuna coerenza,  alcun limite e soprattutto alcuna possibilità di garantire una efficace e feconda azione di governo.  L’obiettivo centrale resta quello di far ciò che uno vuole a prescindere. Per motivazioni di puro  potere da un lato e per ragioni riconducibili a pregiudiziali personali dall’altro e che rispondono,  com’è ovvio a tutti, ad obiettivi di posizionamento tattico e di organigrammi di potere personale e  di gruppo nel futuro.  

Il tutto, è bene richiamarlo ancora una volta, si rende possibile perché i partiti personali hanno  soppiantato i partiti politici, i leader sono scomparsi a vantaggio dei capi, il trasformismo è  diventato la religione laica che ispira e disciplina i comportamenti dei singoli padroni dei rispettivi  cartelli elettorali e, in ultimo, la coerenza è stata definitivamente sacrificata sull’altare della  convenienza momentanea e contingente.  

Ecco perché il potere di veto è diventato la regola, e non l’eccezione, della politica  contemporanea. Soprattutto di quei partiti personali, frutto e conseguenza di operazioni  trasformistiche ed opportunistiche, che ormai condizionano e dettano l’agenda dello stesso  governo nazionale. Un pessimo segnale per il recupero di credibilità della politica, dei partiti e dei  politici. In ultima analisi, per la credibilità della nostra democrazia.  

Sulla scissione comunista di Livorno. Ma è questo il centenario?

Mi ha inevitabilmente provocato un sorriso un trafiletto apparso su «Bandiera Rossa», organo dei comunisti anconetani, contro Girardengo e il Giro d’Italia. Siamo ai primi di giugno del 1921. Non sono passati neppure cinque mesi dalla scissione di Livorno e la nostra stampa “bolscevica” in genere inneggia alla Russia dei Soviet ed è feroce contro i socialisti. 

Eppure trovare un particolare così apparentemente irrilevante come l’attacco a un mito del ciclismo, osannato in anni recenti da Francesco De Gregori, ci dice tanto sulla mentalità dei “rivoluzionari” di allora”. Chi poi, come il sottoscritto, ha vissuto la stagione del ‘68, sa bene che tutti i movimenti sovversivi, almeno nella fase originaria e propulsiva, intendono andare al cuore del potere da abbattere.

Così lo sport viene percepito come strumento del consenso del potere “borghese” (anche allora si chiamava così), essenziale per distrarre le masse dai loro naturali obiettivi rivoluzionari. Come si fa a non riportare alla mente la vittoria di Bartali al Tour de France 28 anni dopo! Anche allora non era così essenziale per fermare una rivolta senza speranze, ma l’immaginario collettivo ha avuto piacere ritenerlo plausibile.

Insomma questi fondatori erano coloro che dovevano sovvertire l’ordine costituito e che invece nel giro di poco più di un anno furono spazzati via dalle camicie nere e dal “potere borghese”, con soddisfazione delle masse che amavano il ciclismo, il calcio e così via. 

Se non ci fossero state menti lucide che avrebbero riflettuto a fondo su cotante disastrosa sconfitta, quel partitino sarebbe davvero scomparso. Allo stesso tempo se l’elemento utopico non avesse mantenuto in vita la speranza (a costo di persecuzioni, galera, confino, ecc..), quel partitino sarebbe davvero scomparso. Se l’attesa della parusia, dell’avvento del regno della giustizia in terra, non fosse rimasta viva tra qualche giovane, che oggi definiremmo fanatico, quel partitino sarebbe davvero scomparso.

Ma, ecco il punto, se è rinato ed è diventato il più forte partito comunista al mondo in regime di libertà, ciò è accaduto grazie all’abbandono totale dei presupposti da cui era nato.

Davvero un altro partito quello sorto con la “svolta di Salerno”, quello che sente la democrazia non come una eredità del potere borghese, ma come conquista del proprio popolo; che percepisce la politica non come strumento di eversione, ma come espressione della intelligenza umana, come voce dell’”intellettuale collettivo”; che svolge una funzione pedagogica tra le masse, e così via. 

Si ricordi che la prima cosa che Togliatti chiedeva il lunedì mattina ai suoi collaboratori era: cosa ha fatto la Juventus? Certo poi ha faticato a capire le novità della cultura e della musica leggera in particolare. Se non ci fosse stato Umberto Eco molti comunisti avrebbero ritenuto Mina un frutto della distrazione di massa. Ma guai a perseverare nell’errore. Ben presto i gruppi rock più all’avanguardia avrebbero trovato il loro trampolino di lancio nelle Feste dell’Unità.

Insomma, il partito di massa, che collabora alla stesura della Costituzione, che crede fortemente nella democrazia, che diffida di gesti sovversivi, come, ad esempio, l’occupazione della Prefettura di Milano, che, certo, mantiene in vita alcune ambiguità e non è esente da errori, svolge comunque un ruolo nazionale che i rivoluzionari del 1921 avrebbero ritenuto politica da rinnegati.

Ma allora davvero i comunisti sono poi diventati socialdemocratici pur senza saperlo o senza volerlo riconoscere? Ecco un punto dolente troppo spesso risolto con superficialità. Intanto perché in genere non si riflette abbastanza sul socialismo in Italia, sul perché sia fallita la possibile alleanza con i Popolari, perché sia fallito il centro sinistra, perché quel partito sia sempre rimasto radicalmente anticlericale e in fondo massimalista oltre che diviso al proprio interno. 

Negli anni trenta erano diventati delle mummie, fermi nella loro ideologia ormai sclerotica. Mi ha sempre molto colpito l’ostracismo e l’espulsione di Giuseppe Donati (ex direttore del Popolo) dalla Concentrazione antifascista, perché non aveva dato un giudizio negativo, bensì articolato, sui Patti Lateranensi!

Togliatti voterà l’articolo 7 della Costituzione, ma non solo o non tanto in modo tattico, ma perché ne era convinto. Non a caso era contrario al Fronte popolare nel ‘48 e vi fu  trascinato da Nenni. Pare addirittura che tirò un sospiro di sollievo quando conobbe i risultati del voto.

E nel ‘49 dopo la scomunica, rassicurò don De Luca che se l’aspettava e che non intendeva rispondere con la contrapposizione frontale. In questo caso fu De Luca a tirare un sospiro di sollievo…

Togliatti, nel suo intimo, stimava De Gasperi, molto meno Nenni e non intendeva in alcun modo favorire la fusione con i socialisti, come chiedeva la destra del partito (Amendola in testa).  Anche per questo il Pci non diventò socialdemocratico. Paradossalmente restare comunisti voleva dire mantenere l’originalità e, al contempo, un filo rosso sotterraneo con i valori religiosi e nutrire quindi la comune avversione verso il “radicalismo borghese”. Il discorso di Bergamo, la scambio di lettere tra Berlinguer e mons. Bettazzi, sono non solo un superamento oggettivo della scolastica marxista, ma anche e soprattutto la testimonianza di una “diversità” che in qualche modo ha reso il Pci uno strano animale, né comunista col kappa né socialista (alla Turati o alla Nenni, o alla Craxi, sempre rimasti “tribuni del popolo” e, al contempo, con la fissa della “stanza dei bottoni”). 

Forse andrebbero riletti i discorsi del Brancaccio del luglio 1944, quello di Togliatti e quello successivo di De Gasperi, come fondativi di culture diverse ma non inconciliabili. Per poi magari trovare spunti interessanti per la mia tesi.

Per questo non celebro il 21 gennaio, mentre aspetto il 2044 per ricordare il centenario del Pci. Ovviamente non ci sarò, ma i nostri nipoti lo celebreranno assieme a quello…della Democrazia Cristiana.

Istat, effetto Covid: il deficit della pubblica amministrazione nel terzo trimestre 2020 è al 9,4%, ma nelle famiglie aumenta il reddito disponibile lordo.

Nel terzo trimestre 2020 il rapporto deficit-Pil è balzato al 9,4% dal 2,2% nello stesso trimestre del 2019. Lo rende noto l’Istat, spiegando che “in termini assoluti, il peggioramento dei saldi è dovuto sia alla riduzione delle entrate sia al consistente aumento delle uscite, legato alle misure di sostegno introdotte per contrastare gli effetti dell’emergenza economica e sanitaria su famiglie e imprese”.

Nello specifico le uscite totali nel terzo trimestre 2020 sono aumentate del 10,3% rispetto al corrispondente periodo del 2019 e la loro incidenza sul Pil (pari al 53,1%) è aumentata in termini tendenziali di 7,1 punti percentuali. Nei primi nove mesi del 2020 la relativa incidenza è stata pari al 55,2%, in aumento di 8,3 punti percentuali rispetto al
corrispondente periodo del 2019.

Le uscite correnti hanno registrato, nel terzo trimestre 2020, un aumento tendenziale del 5,3% dovuto principalmente all’incremento delle prestazioni sociali in denaro (+10,9%), mentre le uscite in conto capitale sono cresciute in termini tendenziali del 77,4%  per effetto delle misure straordinarie a favore delle imprese messe in atto dalle AP per contrastare gli effetti dell’emergenza sanitaria.

Le entrate totali nel terzo trimestre 2020 si sono ridotte in termini tendenziali del 4,8% e la loro incidenza sul Pil è stata del 43,7%, in calo di 0,2 punti percentuali rispetto al corrispondente periodo del 2019 .
Nei primi tre trimestri dell’anno, l’incidenza delle entrate totali sul Pil è stata del 45,1%, in diminuzione di 1 punto percentuale rispetto al corrispondente periodo del 2019.
Le entrate correnti nel terzo trimestre 2020 hanno segnato, in termini tendenziali, una riduzione del 4,9% a fronte di un aumento delle entrate in conto capitale dell’8,5% . La pressione fiscale si è ridotta di 0,4 punti percentuali passando dal 39,7% del Pil nel terzo trimestre 2019 al 39,3% nel terzo trimestre del 2020.

Quindi complessivamente, nei primi tre trimestri del 2020 le AP hanno registrato un indebitamento netto pari al 10,1% del Pil, in deciso aumento rispetto al 2,8% del corrispondente periodo del 2019. In termini di incidenza sul Pil, il saldo primario e il saldo corrente sono risultati negativi, pari rispettivamente al -6,5% (+0,5% nello stesso
periodo del 2019) e al -5,7% (+0,3% nel corrispondente periodo del 2019). Nei primi nove mesi dell’anno la pressione fiscale si attesta al 39,9% del Pil, in aumento di 0,5 punti percentuali rispetto al 39,4 del 2019, per la minore flessione delle entrate fiscali e contributive (-7,5%) rispetto a quella del Pil a prezzi correnti (-8,7%).

Mentre per quanto riguarda le famiglie nel terzo trimestre 2020 il reddito disponibile lordo è aumentato del 6,3% in termini nominali e del 6,6% in termini reali (potere d’acquisto). Rispetto al terzo trimestre del 2019 il reddito lordo disponibile è invece diminuito dello 0,6% .

Nello stesso periodo, la spesa per consumi finali delle famiglie è aumentata in termini nominali del 12,1%, determinando una flessione della propensione al risparmio di 4,4 punti percentuali (14,6%, da 19,0% nel trimestre precedente).

Il tasso di investimento delle famiglie consumatrici nel terzo trimestre del 2020 è stato pari al 6,0%, 1,5 punti percentuali più alto rispetto al trimestre precedente, a fronte di un aumento degli investimenti fissi lordi del 43,2% e del già segnalato aumento del 6,3% del reddito lordo disponibile .

Cyber security: si rafforza il sistema PEC

A distanza di quasi un anno dall’avvio di un piano d’iniziative coordinato da AgID per rafforzare la sicurezza del sistema PEC, al quale hanno aderito tutti i gestori, si sono significativamente ridotte le campagne di diffusione di malware via PEC.

Nel piano sono state definite iniziative a breve, medio e lungo termine relative, tra l’altro, al  contrasto  delle campagne mailspam veicolate tramite PEC e alla prevenzione di utilizzi impropri o a scopo fraudolento del sistema PEC.

I risultati conseguiti evidenziano una situazione di gran lunga differente da quella di partenza: le campagne malspam veicolate tramite PEC sono diminuite del 90% rispetto a dicembre 2019. L’unica campagna rilevata dal CERT-AgID negli ultimi 4 mesi, mirata alla diffusione del malware sLoad, è stata prontamente intercettata e bloccata grazie alla collaborazione e alla pronta reazione dei gestori impattati, che hanno impedito il propagarsi incontrollato dell’evento malevolo.

Vaccino Covid: le differenze tra Pfizer e Moderna

Profili di sicurezza ed efficacia “sostanzialmente sovrapponibili”, ma anche alcune differenze fra i due vaccini ad oggi disponibili in Italia: Moderna, autorizzato oggi dall’Agenzia italiana del farmaco, e Pfizer con il quale sono già partite le immunizzazioni nel Paese.

Quelle più salienti sono sulle temperature di conservazione e il tempo dopo il quale scatta l’immunità, che per Moderna “si considera pienamente acquisita a partire da 2 settimane” dopo la seconda somministrazione, anziché una settimana che è la tempistica che riguarda il vaccino Pfizer.

A tracciare un breve quadro è l’Aifa che ricorda innanzitutto che il vaccino Moderna è indicato a partire dai 18 anni di età, anziché dai 16. Diversa anche la distanza fra le due dosi: la schedula vaccinale prevede due somministrazioni a distanza di 28 giorni per Moderna, invece che di almeno 21.

Il vaccino Moderna viene conservato a temperature comprese tra i -15° e -25°, ma è stabile tra +2° e +8° per 30 giorni se in confezione integra. Altro dettaglio è che “il flaconcino multidose contiene 6,3 ml e non richiede diluizione, è quindi già pronto all’uso”.

Può il “controcanto” di Berlusconi al sovranismo portare a una fase nuova?

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Politica Insieme

Silvio Berlusconi sta mostrando una grande vitalità. Sta svariando su temi importanti e con il chiaro intento di cogliere tutte le possibilità offerte da un quadro politico in movimento.

In effetti, questo in cui siamo immersi può costituire l’ultimo passaggio per uscire da quella gabbia del bipolarismo e delle contrapposizioni  tra due soli fronti che tanto hanno segnato la nostra politica, ma anche la vita civile degli ultimi due decenni e mezzo. E’ come se l’uomo che è stato tra i principali interpreti, e sicuramente quello che meglio ha saputo trarne i frutti, sin dai primi anni degli anni ‘90, del cambiamento dei paradigmi della politica italiana  si trova tre decenni dopo a constatare la necessità di un nuovo passaggio. Ricorre nei suoi ragionamenti sempre più frequentemente il tema della comune responsabilità nazionale ed europea.

Sopravvissuto a tutti i suoi avversari politici, unica personalità eminente ancora alla guida di un partito, tra quanti hanno caratterizzato la Seconda repubblica, sta valutando  le novità presenti nella politica  italiana rese possibili da tante “asimmetricità”, alcune evidenti, altre potenziali, che riguardano le relazioni tra le forze oggi presenti in Parlamento.

Così, Silvio Berlusconi, come appare evidente dal suo intervento del 26 dicembre scorso sul Corriere della Sera ( CLICCA QUI ),  deve evidentemente  pagare il prezzo dovuto alla sua collocazione ufficiale nel centrodestra, ma lo fa con accenti e contenuti del tutto diversi rispetto a quelli di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni.  Berlusconi però è prudente perché le “asimmetricità” di cui sopra sono ancora tutte da verificare. Anche il tira e molla di Renzi e Conte non aiuta a dare per certo il prossimo futuro, reso peraltro ancora abbastanza sospeso per le tante variabili che devono essere risolte: la legge elettorale, il coinvolgimento di Mario Draghi, il prossimo settennato al Quirinale. Intanto, Berlusconi ha detto chiaro e tondo, per primi a coloro che ancora devono essere definiti i suoi alleati, che l’unico eventuale governo di centrodestra possibile sarebbe quello animato da una visione liberale.

Silvio Berlusconi prese le distanze in maniera indiretta dalla  destra estrema già nel maggio dell’anno scorso ( CLICCA QUI ) quando, rivolgendosi ad un “tessuto collettivo qualificato” , invitò il mondo dell’imprenditoria  a coinvolgersi nel superamento della crisi già allora aggravata dal diffondersi del Coronavirus.

Adesso, Berlusconi con gli interventi su alcuni importanti giornali d’opinione sembra delineare una sua propria strategia. Mentre lascia che i suoi o le sue porta voci si coinvolgano nelle polemiche quotidiane, il capo di Forza Italia torna dal Corriere della sera parlare ad un altro livello e, così, ricorda che l’Italia ha assunto la Presidenza del G 20 e che “La politica estera per un grande Paese è un tema che dovrebbe riguardare tutti, al di là delle divergenze di schieramento, in nome dell’interesse nazionale e di una comune visione valoriale” ( CLICCA QUI ).

L’Italia, dice Berlusconi ha l’occasione “per concorrere a determinare le prospettive del mondo in una fase di grandi cambiamenti” e addirittura porsi nelle condizioni di innalzare e migliorare “il livello di reciproca comprensione e collaborazione tra Europa e Stati Uniti”. Berlusconi cita direttamente la nuova amministrazione Biden quasi a voler sottolineare un’ulteriore presa di distanza dai suoi alleati che sono sempre stati accaniti sostenitori dello sconfitto Trump. Il ragionamento di Berlusconi è sideralmente lontano dalle suggestioni antieuropee di Salvini e della Meloni e punta alla ricucitura, non all’allargamento, della frattura tra le due sponde dell’Atlantico.

Berlusconi auspica la “creazione di una concreta ed articolata forza di difesa europea, integrata e non alternativa rispetto a quella dell’Alleanza atlantica” ribadendo ancora una volta una scelta per un processo di collaborazione e d’integrazione che presuppone più e non meno Europa.

Qui l’articolo completo 

Marco Frittella indaga il lato verde del belpaese

Italia Green, libro scritto da Marco Frittella – storico conduttore  del TG1, da poco passato a Uno Mattina – è un saggio del 2020 edito dalla RAI che descrive la situazione del mondo green italiano e lancia alcuni importanti spunti per il futuro. Qui di seguito riportiamo una sintesi di quanto è contenuto nell’opera.

Oramai siamo in un’economia lineare, ovvero estraiamo i materiali, produciamo prodotti e infine li consumiamo. Ecco perché ultimamente si sta facendo strada l’idea dell’economia circolare: un prodotto viene progettato e realizzato per durare a lungo ed essere poi riciclato per dar vita a qualcos’altro. La capitale e il Mezzogiorno non si comportano a tal proposito bene come il Nord, va notato, però molti passi in avanti ci sono. I capisaldi italiani sono: le rinnovabili (come la produzione di biogas), il risparmio d’acqua, l’utilizzo di biopolimeri, utilizzabili per produrre plastica.

I “lavori verdi” in Italia occupano il 13% delle persone, ovvero circa 3 milioni di individui. Molte sono le aziende che spingono sulle rinnovabili, ma sono importanti soprattutto quelle che convertono gli oli industriali per convertirli e fare dei nuovi carburanti.

Per quanto riguarda la plastica, essa è un’invenzione di Giulio Natta, Nobel per la chimica del 1953. Molta plastica purtroppo finisce negli oceani e nei mari, tanto che si è stimato che ognuno di noi ogni anno ingoia circa 10 carte di credito. Il governo italiano ha dichiarato inoltre di voler essere il primo a recepire nei tempi più brevi possibili la direttiva Ue del 21 maggio 2019 che vieta dal 2021 buona parte delle plastiche usa-e-getta. Invece venticinque anni fa, a Novara, un gruppo di pionieri della chimica verde ebbe l’idea per la prima volta al mondo di produrre una plastica coi vegetali, una plastica che si elimina come un qualsiasi avanzo di cucina: stiamo parlando della bioplastica, oggi molto usata nell’economia circolare.

Le auto elettriche sono il futuro, e un esempio di mobilità la offre Milano, per tante ragioni capofila del Paese. Per quanto riguarda l’elettrificazione, infatti la città mette a disposizione oltre alle quattro linee della metropolitana, anche 3000 auto condivise di cui un terzo elettriche, 4650 biciclette a pedalata assistita e 12 mila in forma free floating. Milano si è impegnata a far sì che le Olimpiadi del 2026 siano ad impatto zero e completamente carbon free. Ma non c’è solo Milano: anche Lucca sta portando avanti con la sua ENEL X delle stazioni di ricarica elettrica. Purtroppo, il sud zoppica, come ben si può comprendere, e anche Roma.

Si stima che nel 2040 sarà elettrica metà delle auto elettriche vendute. L’innovazione elettrica dei trasporti sta per rivoluzionare la nostra stessa idea di mobilità: l’auto sarà sempre meno una proprietà esclusiva e sempre più un servizio in sharing come già sta accadendo nelle aree metropolitane più importanti.

In futuro ci saranno meno automobili, il 20-30% di quelle circolanti oggi, e saranno elettriche: in compenso ci sarà molta più ‘micro-mobilità’, ovvero quella mobilità assicurata dalle bici, dagli scooter e dai monopattini elettrici. Nelle smart city le auto sapranno grazie ai sensori dell’intelligenza artificiale quando sarà il loro turno per passare in sicurezza. Vi saranno anche auto condivise, cosicché un’auto sola sostituirà cinque vetture private. Gli algoritmi dell’intelligenza artificiale saranno in grado di garantire maggiore sicurezza per chi è a bordo e per i pedoni e i ciclisti.

L’agricoltura italiana è la più green d’Europa, da tempo in cammino verso la transizione energetica. Da noi quasi due milioni di ettari sono coltivati a biologico, e la percentuale è in costante aumento, fruttando quasi 6 miliardi l’anno. L’Italia è l’unico Paese ad avere oltre ad una diversità di qualità di vini invidiabile, anche una grande biodiversità sia vegetale che animale. In Italia i residui chimici riscontrati sono tre volte al di sotto della media Europea, mentre l’uso dei fitosanitari è diminuito del 26%. Siamo anche il Paese con più imprese guidate da under 35.A due passi da Ferrara l’insediamento storico di Jolanda di Savoia pratica il precision farming, un sistema di fare le cose appunto con precisione, sintetizzando per esempio le sostanze che servono oppure irrigare quando è giusto farlo.

L’oro blu del futuro diventerà invece l’acqua. Nell’azienda vinicola trentina di Giuliano Preghenella si è sperimentato l’utilizzo di sensori di umidità e stazioni meteo i cui dati vengono raccolti tramite una rete a basso consumo energetico e ad ampia copertura e immagazzinati in sicurezza su una piattaforma IOT attraverso la quale vengono poi processati, interpretati e preparati alla visualizzazione tramite pagina web sul cellulare.

Il Bosco Verticale di Milano progettato da Stefano Boeri: due torri di circa ottanta e centododici metri, letteralmente coperte da 8000 alberi e migliaia di arbusti e piante perenni, divenuto simbolo della Milano Expo. Boeri sta esportando il suo progetto in tutto il mondo, tanto che al Cairo vuole piantare una foresta orbitale con dei corridoi verdi che penetrino fin dentro la città. A Bolzano nel 2002 fu fondata la prima agenzia indipendente per la certificazione ecosostenibile degli edifici. Norbert Lantschner diede vita a “Casa Clima”, una casa di nuova generazione: risparmio energetico, impatto sulla salute, benessere delle persone.

Diamo conto, di seguito, delle tracce relative ad alcune interviste che completano il libro di Frittella.

Intervista a Stefano Ciafani

Qual è stata negli ultimi anni la maturazione dell’ambientalismo italiano?

  • Il movimetnto ambientalista è sorto in Italia negli anni Sessanta e Settanta, e quando nel 1980 nacque Legambiente essa cercò di riposizionare i temi ambientali mettendo al centro l’essere umano e dando vita ad una diversa modalità di fare ambientalismo fondata su solidi basi scientifiche. Nell’ambientalismo italiano c’è ancora una forte idea conservazionista, mentre l’idea di un ambientalismo scientifico e pragmatico è diventata maggioritaria nel sentire comune dei cittadini come l’unica modalità con cui l’ambientalismo può avere un futuro. In Italia però purtroppo c’è sempre quell’ambientalista che dice sempre no, che poi è quello che fa parte dell’antipolitica e del populismo.

La Fater stava per andare all’estero perché non riusciva a superare il contenzioso con la regione Veneto sulla commercializzazione della “materia prima seconda” derivante dal riciclo dei pannolini.

  • Per commercializzare il derivato del riciclo serve un provvedimento end of waste, ma mentre negli altri Paesi si contano decine di decreti del genere ogni anno, noi ne abbiamo visto approvare uno solo dopo cinque anni.

Perché?

  • Perché i processi burocratici sono eccessivi.

Ettore Prandini

Colpisce questo processo dopo decenni in cui in Italia l’agricoltura è stata considerata un settore economico residuale

  • La biodiversità della Val Padana è un bene da tutelare, e quindi bisogna continuare a investire nel Made in Italy e puntare sulla distintività, senza copiare ciò che è peggio. C’è però una speranza: molti giovani tornano alla terra, e infatti ci sono oltre 56mila aziende condotte da under 35. Occorre quindi puntare su di loro, che a loro volta sono spinti verso l’internazionalizzazione.

Come si combatte la contraffazione del prodotto Made in Italy così diffusa nel mondo?

  • La lotta alla contraffazione è doverosa perché ogni anno si sottrae al nostro Paese un valore di oltre 100 miliardi di euro, più del doppio dell’export del vero agroalimentare Made in Italy. Quando c’è contraffazione la qualità del prodotto è bassa o scadente o addirittura presenta problemi di carattere sanitario. Si è documentato che il giro delle agromafie vale 25 miliardi di euro.

Ermete Realacci

Parliamo del Manifesto di Assisi promosso dalla fondazione Symbola e da altri soggetti significativa della società italiana si intitola: “Un’economia a misura d’uomo contro la crisi climatica”. Si può definire un obiettivo di ambientalismo umanistico. È così?

  • La prospettiva del “Green New Deal” imboccata dalla Commissione Europea può mettere in moto le migliori energie per progettare un’economia e una società più a misura d’uomo. Il messaggio del Manifesto vuol essere popolare come lo è il francescanesimo, ma la percezione del pericolo climatico deve accompagnarsi a una speranza concreta, a un obiettivo ambizioso ma raggiungibile.

Tuttavia, bisogna considerare che la transizione verso un’economia sostenibile non sarà affatto una passeggiata: si pagheranno dei prezzi sociali…

  • È importante, per dirla con la Laudato Si’ di Papa Francesco, combattere la cultura dello scarto, creare gruppo e non far calare dall’alto la rivoluzione ecologica, altrimenti il popolo si ribella. Se si ha un’identità forte ci si apre, mentre quando l’identità è indebolita o impaurita costruisci muri.

Non dimentichiamo la giornata della memoria

Articolo pubblicato sulle pagine dell’ Isitituto Mounier

Il prossimo 27 gennaio come ogni anno da quando il Presidente della repubblica italiana Carlo Azeglio Ciampi la istituì, si ricorda la giornata della memoria perchè quel giorno nel 1945 venne aperto il lager di Auschwitz dalle truppe sovietiche. Quest’anno sarà sicuramente un anniversario particolare, altri morti affliggono la nostra memoria recente in tempo di pandemia ,ma non dobbiamo dimenticare l’orrore che quel 27 gennaio di tanti anni fa apparve all’apertura dei cancelli del lager più tristemente famoso.. Quel giorno come tutti dovrebbero sapere, è stato fissato per ricordare la Shoah, ovvero lo sterminio nazista del popolo ebraico e di tutti quanti soffrirono e morirono nei campi di concentramento, nelle prigioni naziste e fasciste di tutta Europa. O che furono perseguitati, vilipesi violentati, perdendo lavoro, scuola, diritti civili e poi torturati selvaggiamente, impiccati o fucilati soltanto perchè di religione ebraica.

Ma quel giorno ha anche un altro significato che i giovani di oggi che camminano avvolti in una pluralità di linguaggi che non sanno spesso decodificare, dovrebbero invece sapere e in ciò dovrebbe esserci un impegno soprattutto della scuola: vuol dire ricordare l’infamia delle leggi razziali fasciste, la persecuzione terribile di tanti ebrei italiani deportati nei campi di sterminio in Germania o in Polonia. Molti di essi non varcarono i confini e finirono nella tristemente nota Risiera di S.Saba per essere massacrati. Altri,moltissimi, vennero prelevati dal Ghetto di Roma, oltre mille di cui 207 bambini a volte neonati e dei quali tornarono soltanto in 16.Altri morirono, una cinquantina, alle Fosse Ardeatine, sempre per la colpa di essere ebrei. Le autorità fasciste furono fortemente colpevoli perchè legate e obbedienti alle truppe tedesche che occuparono Roma dal settembre 1943 al giugno 1944,fornendo nomi ed elenchi dei figli giudei da deportare e uccidere, spesso i fascisti parteciparono ai rastrellamenti direttamente insieme alle S.S., come ci ricorda quello splendido romanzo di Giorgio Bassani “Il giardino dei Finzi Contini”, ambientato a Ferrara in cui sono i fascisti collaborazionisti a prelevare e deportare anche lì gli ebrei. Tuttavia non va dimenticato che ci furono questori e poliziotti coraggiosi che anteposero la dignità di persone vilipese alla propria incolumità carabinieri e anche autorità militari che a rischio della vita, che a volte persero come il col. Cordero di Montezemolo, salvarono tanti innocenti. E poi il ruolo della Chiesa, dei parroci, suore,ma anche vescovi e monsignori e persino da papa Pio XII che aprì le clausure di tutti i conventi per accogliere tutti quelli che erano in pericolo, come fece mons. Roberto Ronca Rettore del Pontificio Seminario Romano al Laterano che accolse personalità e cittadini comuni che rischiavano deportazione e fucilazione. diventando anche loro protagonisti della Resistenza antifascista.

Le colpe del regime di Mussolini furono gravissime, anche se spesso vi è la tendenza ad addossare tutte le colpe alla furia nazista; le tesi revisioniste in questi anni si sono moltiplicate, diffondendo giustificazioni improbabili ad atti vergognosi e inumani: Il fascismo fu razzista nella sua essenza e questo fu anche il motivo del fallimento del nostro colonialismo. Non è vero che le leggi razziali furono leggere e che tutto rimase nell’ambito di provvedimenti amministrativi: le leggi razziali fasciste volute fortemente dal Mussolini in persona furono una vergogna e un infamia che mai si potrà perdonare, che portarono alla morte migliaia di ebrei provocando dolore e sofferenze impensabili, torture perverse, paura, terrore e morte. Le leggi razziali furono emanate nel 1938,precedute dal Manifesto della Razza, poi Re Vittorio Emanuele III di Savoia, pronipote di quel Re Carlo Alberto che 90 anni prima nel 1848 aveva promulgato lo Statuto Albertino riconoscendo libertà di culto agli ebrei, firmò il 15 novembre 1938 l’atto più vile e ripugnante che un capo di stato possa sottoscrivere: la legislazione razziale antiebraica!. Il 25 luglio 1938 il ministro della cultura popolare Dino Alfier e il segretario del Partito Nazionale Fascista Achille Starace si erano premurati di ricevere un gruppo di studiosi fascisti, docenti delle università italiane che avevano sotto l’egida dello stesso ministero della cultura, redatto il Manifesto della Razza, che voleva fornire le basi pseudoscientifiche al razzismo fascista. Con le successive leggi agli ebrei veniva proibito tra l’altro di andare a scuola di avere una attività pubblica o privata, di prestare servizio militare e cosa incredibile persino di possedere piccioni viaggiatori! Gli ebrei venivano licenziati anche dalle amministrazioni militari e civili, dagli enti provinciali e comunali, parastatali,da banche, assicurazioni e dall’insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado. Fu una tragedia per migliaia di poveri innocenti che avevano spesso alle spalle anni di carriera e onorato lavoro per l’Italia e subito dopo l’emanazione delle leggi razziali era stato pubblicato sui giornali un elenco di 180 scienziati e 140 politici che aderivano alla campagna razziale fascista, fu un elenco redatto dal ministero a volte senza neanche chiedere l’adesione il permesso di chi vi era compreso, il quale sovente non disse poi nulla per timore di essere a sua volta perseguito, all’insegna del “tengo famiglia!”.

Il 5 agosto 1938 apparve nelle edicole e nelle librerie il primo numero del giornale “La difesa della Razza”, diretto da Telesio Interlandi, un giornalista fanatico allora sulla resta dell’onda e che in quel periodo dirigeva su richesta espressamente rivoltagli da Mussolini il quotidiano “Il Tevere” Egli scriveva articoli di un razzismo ripugnante che subirono attacchi e critiche persino da Italo Balbo governatore fascista della Libia, quadrunviro della Marcia su Roma e proprietario del “Corriere Padano”.

Con “La difesa della Razza” la politica del regime fascista nei confronti degli ebrei divenne martellante e metodica, pianificata e scientifica;prodotto di un giornalismo servile e vergognoso, con assurdi titoli che inneggiavano alla romanità ignorando che l’Impero Romano non fu mai razzista ma inclusivo e che i Romani stessi non solo avevano “inventato” lo jus, il diritto ma lo avevano declinato nello “jus Hospitii” e avevano creato lo Jus Soli non certo lo Jus Sanguinis!. Nel primo numero di “Difesa della Razza” faceva bella figura anche il giovane Giorgio Almirante,poi chiamato a divenire redattore capo della rivista e segretario di redazione, oltte a mai rinnegare il suo passato razzista nel secondo dopoguerra quando divenne segretario e fondatore del partito neofascista Movimento Sociale Italiano (MSI)

Ricordare non è solo un utile servizio alla memoria ma anche un fondamento di quella teoria del carattere che la democrazia deve sempre provvedere a cementare nelle giovani generazioni, perchè chi non ha memoria non ha futuro e non ha la certezza della libertà, giacchè l’uomo è “persona” ovvero quel luogo dove l’essere, come ammoniva Emmanuel Mounier,” si fa parola”, viatico per la difesa ieri, oggi e domani della libertà e dei diritti

La democrazia americana fatta a pezzi

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Raffaella Baritono

Quattro morti, oltre a più di 50 arresti, è il bilancio provvisorio di una giornata che avrebbe dovuto certificare la decisiva vittoria democratica alle elezioni per il Senato in Georgia, l’elezione di Biden e Harris e l’avvio del nuovo Congresso. Una giornata che invece ha rappresentato un salto di qualità nello scontro politico, dimostrando, una volta di più, quanto la democrazia americana possa essere fragile e a rischio.

La presidenza Trump si inaugurò, quattro anni fa, con un discorso sullo American carnage, sulla carneficina di una classe media bianca a opera di forze economiche più o meno oscure con la complicità dei democratici. Rischia di terminare con la carneficina di istituzioni che sembrano non reggere più di fronte a un «re folle», come ormai molti commentatori definiscono Trump. Persino il suo sodale, Rudolph Murdoch, attraverso il «New York Post», lo ha invitato ad abbandonare l’interpretazione di un re Lear farsesco più che tragico se non fosse che riesce, come si è visto anche ieri, a trascinare il consenso di minoranze, certo, ma che hanno dietro i quasi 73 milioni di voti presi nelle elezioni dello scorso novembre.

Ancora una volta Trump si è assunto la responsabilità di alimentare il caos, le convinzioni cospirazioniste di chi, più che vivere una realtà alternativa, tenta di piegarla verso ciò che ritiene «verità di per sé evidenti». Al direttore di «The Atlantic», Jeffrey Goldberg, uno dei manifestanti radunatasi davanti al Congresso, ha gridato: «Arrenditi se credi in Gesù, arrenditi se credi in Donald Trump».

Sarebbe sbagliato liquidare questa frase, così come i cartelli con la scritta «Pelosi satana» come espressioni freak di estremisti cospirazionisti ed esponenti della destra armata. Ovvio: fra coloro che sono penetrati nelle aule e negli uffici del Congresso ci sono anche quelli. Hanno peraltro l’appoggio di esponenti repubblicani appena eletti, come nel caso di un deputato della West Virginia, entrato assieme agli altri manifestanti per filmare e postare quello che stava accadendo. Ma per molti di loro era la dimostrazione del vero spirito americano, di un «popolo» che si sente defraudato da elezioni considerate corrotte e rubate, come d’altronde Trump ha ribadito anche quando ha invitato i suoi sostenitori a «tornare a casa». In fondo, non è la Dichiarazione di indipendenza il documento che legittima il diritto a resistere a un potere tirannico? Non è questo il messaggio che i manifestanti vestiti con abiti settecenteschi volevano trasmettere? Le immagini dei «patrioti» che si fanno immortalare seduti sullo scranno del presidente del Senato o della Camera verranno percepite, dall’America profonda che crede in Trump, come la riappropriazione delle istituzioni da parte del popolo sovrano, come l’espressione autentica di quello spirito di libertà che affonda nelle radici della lotta rivoluzionaria. Perché stupirsi, ha detto una manifestante bardata con la bandiera americana, non è così che questo Paese è stato fondato, non è così che i nostri Padri fondatori hanno travolto l’impero britannico?

La certificazione dell’elezione di Joe Biden e di Kamala Harris può e deve essere letta come la capacità del sistema di superare la crisi, ma rimane il vulnus rappresentato da un presidente uscente che ha dimostrato fino a che punto si possono mettere in tensione le istituzioni americane e quanto forti siano le aporie del sistema.

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E’ grave lo stop della Cina alla carne italiana

“E’ grave il blocco delle esportazioni di carne suina italiana attuato dalla Cina con il pretesto dei rischi per il contagio da Covid a pochi giorni dalla firma dell’accordo sugli investimenti tra Cina e Unione Europea giustificato dall’obiettivo di favorire un maggiore accesso al mercato secondo lo stesso presidente cinese Xi Jinping”. E’ quanto afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini in riferimento all’allarme lanciato da Opas (Organizzazione prodotto allevatori suini) dopo che le autorità cinesi lo scorso 3 gennaio, hanno fatto rilievi in dogana su due container di carne congelata e cartonata perché ritenuta rischiosa per la diffusione del Covid.

Si tratta – sostiene la Coldiretti – di una accusa paradossale e palesemente infondata che viene da un Paese sul quale pesa peraltro l’ombra dell’omertà sulla pandemia come dimostra la partenza per la Cina dell’equipe di scienziati dell’Oms per investigare sulle origini del Covid, ma senza aver ottenuto ancora il via libera di Pechino.

Le autorità cinesi minacciano ora – riferisce la Coldiretti – di impedire a Opas e ad altre società europee di esportare la carne italiana nel gigante asiatico e di distruggere tutta la merce congelata arrivata in container presso il porto di Yantian e ora bloccata presso la dogana interna di Dong Guan. I container sono stati venduti a Cofco, la più importante società cinese di importazione di carne a partecipazione statale (6 miliardi di fatturato) che, tra l’altro, sembra coinvolta anche nel rilancio del porto di Taranto.

“Un grave danno per l’agroalimentare Made in Italy che ha investito sulle prospettive di crescita delle esportazioni sul mercato asiatico” afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel chiedere “l’intervento delle autorità nazionali e comunitarie per fermare una pretestuosa guerra commerciale dagli esiti preoccupanti”.

Si teme infatti che dietro la decisione cinese ci sia in realtà – precisa la Coldiretti – la volontà di creare ostacoli per sostenere la produzione locale di carne suina come dimostrano gli ingenti acquisti di alimenti effettuati sul mercato internazionale dal gigante asiatico per l’alimentazione del bestiame allevato. Lo scambio commerciale dell’Italia con la Cina è peraltro profondamente sbilanciato a favore del paese asiatico che ha esportato nelle Penisola il 24% in piu in valore di quanto ha importato, secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Istat relative ai primi 9 mesi del 2020 dalle quali emerge che il blocco rischia di fermare il necessario riequilibrio.

Bce: rischi gravi per l’economia

La pandemia di coronavirus, nonostante le prospettive “incoraggianti” date dall’avvio delle vaccinazioni, “continua a ingenerare gravi rischi per la salute pubblica e per le economie dell’area dell’euro e del resto del mondo”. E’ l’allarme lanciato dalla Banca centrale europea nel suo Bollettino economico. Secondo Francoforte la pandemia “continua a offuscare le prospettive economiche mondiali”. In particolare, nell’area euro, la seconda ondata e l’intensificarsi delle misure di contenimento a partire da metà ottobre “dovrebbero determinare un nuovo calo significativo dell’attività nel quarto trimestre, sebbene in misura molto inferiore rispetto a quanto osservato nel secondo trimestre di quest’anno”.

Dalla Banca centrale europea arriva anche un alert sulla situazione nel nostro Paese.  L’Italia, assieme a Spagna, Francia e Slovacchia, registrerà nel 2021 i disavanzi “più elevati” nell’Eurozona con percentuali superiori al 7,5% del Pil. Tuttavia, “in ragione della brusca contrazione dell’economia dell’area dell’euro, un orientamento di bilancio ambizioso e coordinato rimarrà essenziale fino a quando non si registrerà una ripresa duratura”. Il bollettino cita la Commissione europea, che per Belgio, Grecia, Spagna, Francia, Italia e Portogallo, ha chiesto attenzione alla sostenibilità di bilancio a medio termine. La Bce nota che “il sostegno di bilancio dovrebbe tuttavia continuare a rimanere su livelli elevati” e “finché l’emergenza sanitaria persiste e la ripresa non è in grado di autoalimentarsi, sarà importante prorogare le misure temporanee al fine di scongiurare la possibilità di variazioni brusche e significative”.

Intanto la buona notizia è che nel 2020 l’Italia è riuscita a spendere in tempo tutte le risorse del Fondo sociale (Fse) e del Fondo di sviluppo regionale (Fesr) e ad andare ben al di là dell’obiettivo fissato per evitare la clausola del disimpegno automatico che comporta la perdita dei finanziamenti europei.

Mattarella: “Il Tricolore ha saputo rappresentare la nostra identità, il sentimento di coesione di un popolo che vuole guardare avanti”.

Ricorre oggi (per chi legge ieri) il 224° anniversario della Giornata nazionale della Bandiera, il simbolo patrio più caro agli italiani.

Durante questi lunghi mesi, così difficili per l’Italia e per il mondo intero, abbiamo provato una grande emozione nel vedere tanti tricolori esposti alle finestre, sulle terrazze e sulle case lungo tutta la Penisola. Una emozione rinnovata quando la Pattuglia acrobatica nazionale ha disegnato la nostra bandiera nei cieli delle nostre città, così come quando abbiamo visto il Tricolore illuminare gli edifici e i monumenti della Repubblica. Il Tricolore, come forse mai accaduto di recente in maniera così intensa, ha saputo rappresentare la nostra identità, il sentimento di coesione di un popolo che vuole guardare avanti, senza dimenticare le sofferenze provocate dalla pandemia, ma con la volontà di ripartire.

La Bandiera, espressione della nostra storia, incarna oggi gli alti valori indicati dalla Carta costituzionale: unità, libertà, democrazia, solidarietà.

Dal Risorgimento ai momenti più tragici e a quelli più entusiasmanti del nostro percorso nazionale, il Tricolore ha sempre ispirato speranza e fiducia e spinto gli italiani a trovare la forza necessaria a risollevarsi, insieme ai popoli che hanno scelto di dar vita all’Unione Europea e alla comunità internazionale a cui apparteniamo, perché solo uniti riusciremo a superare le avversità.

Viva il Tricolore, viva la Repubblica

Oms: “In Europa 26 di mln casi e 580mila morti nel 2020

“Nel 2020 nella Regione europea dell’Oms “sono stati registrati oltre 26 milioni di casi Covid-19 e oltre 580mila decessi. Un dato che segna un aumento dei morti di 3 volte rispetto al 2018 e quasi 5 volte rispetto al 2019”. Lo ha affermato Hans Kluge, direttore regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l’Europa nella prima conferenza stampa del 2021.

“Eravamo preparati per un inizio impegnativo per il 2021 ed è stato proprio così. Rimaniamo nella morsa del Covid-19 poiché i casi aumentano in tutta Europa e affrontiamo le nuove sfide portate dalle mutazioni del virus. Questo momento rappresenta un punto di svolta nel corso della pandemia: dove scienza, politica, tecnologia e i valori devono formare un fronte unico per respingere questo virus persistente e sfuggente”, ha detto ancora Kluge aggiungendo: “Ad oggi, oltre 230 milioni di persone nella regione europea vivono in paesi sotto il completo lockdown nazionale e ci sono diversi paesi pronti ad annunciare misure di blocco nella prossima settimana”.

L’America dimentichi Trump

La risposta del Congresso alla insurrezione dei trumpiani è stata ferma, tanto da portare a notte fonda, ora di Washington, alla proclamazione di Joe Biden. La democrazia americana non si piega, anche se il colpo inferto da un Presidente forsennato, pieno di soldi e di debiti, ne ha sfregiato il volto con questa ultima dimostrazione di protervia e irresponsabilità. Dopo una lunga e angosciosa interruzione, a seguito degli incidenti provocati dagli squadristi debitamente incitati dal loro beniamino della Casa Bianca, i lavori parlamentari sono stati ripresi in un clima di compostezza e determinazione, nel mentre la Guardia nazionale e i nuclei speciali dell’antiterrorismo assumevano il controllo della Capitale. Il bilancio degli scontri è grave, con quattro morti e diversi feriti, nonché numerosi arresti, dentro e fuori le mura del Palazzo.

Perché si è giunti a questo? Si dice che sia il frutto avvelenato del populismo. Eppure nella storia americana il populismo ha rappresentato un fenomeno ricorrente di stimolo e contestazione, anche dura, senza mai produrre tuttavia un attacco materiale alle istituzioni. In realtà, il fenomeno rappresentato da Trump non si riduce a una variante del classico populismo a stelle e strisce, solo con qualche esasperazione. È molto di più, anzi è qualcosa di diverso, sebbene del populismo riprenda toni e contenuti, con la nota dominante dell’avversione per le élite. Grazie a Trump il risentimento del “forgotten man” si è intrecciato con l’odio degli estremisti, nutriti di ideologia violenta, fino ad una allucinata proclamazione di alterità dal potere. Il trumpismo ha sancito la saldatura della protesta di ceti e gruppi sociali anti-globalisti con l’insorgenza di una cultura eversiva, pervicacemente identitaria e antagonista, fuori dai  tradizionali parametri di tolleranza. Questa novità si riassume nella scomparsa di quella barriera protettiva che storicamente ha tenuto separato il conservatorismo dalle posizioni più radicali e oltranziste, indubbiamente letali per il regime di convivenza ideato dal liberalismo.

Il drammatico scenario americano, ora con un Presidente isolato e sotto accusa, incita al riesame di questo algoritmo impazzito di una grande democrazia che annovera nei suoi pochi secoli di esistenza i Lincoln e i Roosevelt, campioni della libertà e del progresso agli occhi dei popoli di tutto il mondo. Oggi lo sguardo è rivolto ai Repubblicani, perché ad essi spetta il compito di rigenerare la politica della vera destra costituzionale. I maggiorenti del partito, a cominciare dall’ex Presidente George W. Bush, hanno finalmente preso le distanze dall’usurpatore della bandiera repubblicana. Il loro disgusto per la condotta di Trump deve perciò tradursi nel ripudio della vergognosa esperienza di questo quadriennio presidenziale. Se possibile, la rimozione di Trump andrebbe eseguita nell’interesse generale. Anche da questa parte dell’Atlantico l’attesa fervida e sincera è per il riordino della visione democratica della nazione guida dell’Occidente.

Non conta, adesso, enucleare ciò che di buono si può rintracciare nella vicenda di Trump: vi è sempre una parte di verità nelle cose, se vogliamo anche nelle cose peggiori e anche nelle loro dinamiche più errate. È però necessario aggredire l’origine del male, ovvero questa presunzione di rifare l’America secondo un modello, persino esportabile, di prepotenza anarchica ed egoistica, sdegnosamente fondato sulla forza. Ha ragione Biden. Per rifare grande l’America, sul serio e non come voleva Trump, bisogna che l’esempio della forza sia sostituito dalla forza dell’esempio. Non è un gioco di parole. L’America deve dare a se stessa e alle altre nazioni l’ennesima prova della sua capacità di costruire un nuovo immaginario democratico, per dimenticare il miserevole retaggio del trumpismo e rinnovare la fiducia nell’autentica tradizione della libertà, come avevano sperato e creduto i Padri fondatori.

Usa: il Congresso certifica l’elezione di Biden.

Il Congresso ha proclamato Joe Biden e Kamala Harris presidente e vicepresidente degli Stati Uniti al termine della seduta del Congresso a camere riunite per certificare i voti del collegio elettorale, vinto dal ticket dem con 306 voti contro i 232 di quello repubblicano.

Il presidente uscente degli Stati Uniti Donald Trump ha assicurato in una dichiarazione che il trasferimento di poteri sara’ “ordinato”. “Anche se sono completamente in disaccordo con il risultato delle elezioni, e i fatti lo confermano, ci sara’ una transizione ordinata il 20 gennaio”.

Aprendo la seduta per certificare la vittoria di Joe Biden, Mike Pence aveva condannato l’assalto dei sostenitori di Donald Trump. “Non avete vinto, la violenza non vince mai”, ha detto.

Patrizia Prestipino: “La qualità del sistema scolastico si misura soprattutto nel modo in cui si prende cura degli ultimi”.

On.le Prestipino, il suo background professionale deriva dalla Sua esperienza di docente nelle Scuole Superiori: possiamo considerarlo un valore aggiunto alle Sue motivazioni e scelte politiche, nel contesto della Commissione Istruzione della Camera? Non sempre la politica può avvalersi di una pregressa competenza specifica da parte dei suoi parlamentari. In tema di scuola e istruzione trovo che sia un atout fondamentale.

Sicuramente l’esperienza di docente aiuta a intercettare quali sono le reali esigenze della scuola, sia quelle degli studenti che personalmente amo tantissimo e che sono il motivo che mi hanno tenuta attaccata a questo mondo per tanti anni, sia quelle dell’intera categoria scolastica che comprende docenti, dirigenti scolastici, personale scolastico. La politica deve osservare dall’interno la scuola per meglio comprenderne le problematiche. Ecco perché esser stata docente è senza dubbio un valore aggiunto nella VII commissione dove porto sempre il mio contributo personale dato da un’esperienza di 25 anni di insegnamento.

Dal Suo Osservatorio Istituzionale come valuta il sistema scolastico italiano? In un’ottica di pedagogia comparativa la nostra Scuola può vantare una tradizione consolidata nella qualità dell’insegnamento e nei programmi: tuttavia da alcuni decenni si parla di scuola in crisi, non al passo con i tempi, carente in dotazioni strumentali e negli organici, non adeguata alle scelte di alcuni Paesi che hanno fatto investimenti massicci nella ricerca educativa, nell’aggiornamento del personale, nell’adeguamento strutturale non esclusa la via del rinnovamento attraverso l’uso delle nuove tecnologie. Quali sono i punti di forza e quelli deboli del sistema formativo italiano? Ci sono contraddittorie valutazioni da parte degli organismi internazionali, in primis l’OCSE.

Quando penso agli investimenti sulla scuola mi viene sempre in mente la famosa frase di blairiana memoria: “education, education, education!”. Per dirla in inglese: school first perché la scuola è il presente ma deve essere soprattutto il futuro, la formazione delle future classi dirigenti e dei futuri cittadini. È fondamentale investire sulla scuola e forse non si è ancora fatto abbastanza. La scuola italiana ha sicuramente un livello di didattica molto alto, soprattutto nei programmi umanistici e classici, e una classe docente molto preparata che però risente di problemi logistici. Migliaia di edifici soffrono di carenze strutturali, non sono tutti in sicurezza, le palestre scolastiche sono in uno stato poco dignitoso e gli spazi non sono sempre adeguati ai nostri studenti. Però si è fatto un grosso investimento in materia di edilizia dopo l’epidemia, i comuni e le province sono intervenuti snellendo la burocrazia e permettendo la messa in sicurezza di molti edifici. Tuttavia, non va dimenticato che L’OCSE ci giudica a metà classifica sulla preparazione dei nostri docenti nelle materie scientifiche e su questo bisogna lavorare così come sulla povertà educativa, sulle diseguaglianze che la dad ha sicuramente fatto emergere nei mesi di lockdown e soprattutto sulla formazione dei docenti. Ma su questo i nuovi concorsi richiederanno standard ben precisi per i futuri docenti e quelli già di ruolo saranno costretti a corsi di formazione e di aggiornamento perché sull’innovazione digitale e sulle tecniche innovative la scuola ha bisogno di fare un salto in avanti. 

Da alcuni decenni – per una spinta proveniente dalla base e legittimata da provvedimenti normativi, a cominciare dalla legge 59/1997 fino al DPR 275/1999 – è stata introdotta la cd. “autonomia scolastica”. Prima di questa sostanzialmente i riferimenti normativi fondativi erano i decreti delegati del 1974 e la legge 517/1977. Quali passi in avanti si sono compiuti e quali problemi restano aperti?

Diciamo che l’autonomia scolastica ha fatto passi da gigante rispetto all’anno duemila, anno in cui è entrata in vigore. Sicuramente ha rafforzato l’indipendenza dei singoli istituti, la gestione delle materie curricolari ed extracurricolari ma ha messo anche in evidenza tanti problemi. Ad esempio, non tutte le scuole, in base all’autonomia, hanno raggiungo gli obiettivi scientifici, sociali, occupazionali che si erano preposti. Su questo bisogna ancora lavorare molto.

Non sempre l’autonomia scolastica produce un miglioramento della qualità delle condizioni in cui operano i docenti e i dirigenti scolastici: gestire alcune scelte sul piano organizzativo, didattico, metodologico  in modo autonomo implica un affinamento di competenze che sono richieste dalla necessità di adeguare le prestazioni e i risultati alle esigenze dell’utenza e del territorio. Inoltre si assiste ad un fenomeno che la sociologia ha definito “l’autogenesi degli uffici”: decentrando i livelli decisionali si produce un surplus di norme e di burocrazia “dal basso”, al punto che alcuni insegnanti rimpiangono la scuola governata da indicazioni provenienti dal centro dell’apparato amministrativo. Ci sono Istituti dove vengono emanate fino a 4/5 circolari al giorno. Si assiste inoltre ad una proliferazione di riunioni e di impegni a latere, che sarebbero un corollario della principale funzione del docente – l’insegnamento- per enfatizzare le fasi propedeutiche e preparatorie a quelle attuative della didattica in classe.
Giungono alla Commissione Istruzione e al Ministero P.I. quesiti segnali distonici? La scuola sta diventando – come direbbe Bernhard – il luogo in cui “si passa più tempo a preparare (attraverso mille adempimenti aggiuntivi) che a fare”?Programmare il piano didattico non implica anche un percorso di semplificazione delle procedure?

Questo è il doppio volto dell’autonomia scolastica. Aumenta il peso delle scartoffie sul singolo insegnante che dovrebbe invece essere un educatore, un formatore, un dispensatore di cultura per i nostri studenti, soprattutto nell’ambito della lezione frontale. L’insegnante, quindi, diventa un burocrate di fatto per le tante formalità a cui deve adempiere. D’altro canto, l’autonomia scolastica è sempre stata molto allettante perché viene incontro ai desideri degli alunni di svolgere attività alternative sia curricolari sia extracurricolari più vicine ai loro interessi. Non mi riferisco solo alle lingue straniere ma penso all’educazione civica, allo sport, al diritto economico. Penso alle famiglie che tramite l’autonomia riescono ad avere una scuola più vicina alle proprie abitudini e più omogena alle caratteristiche sociali del territorio. Penso ai docenti che possono dare vita a una metodologia di insegnamento in ambiti diversi con materie diverse e ai dirigenti scolastici che hanno potuto avere un’autonomia gestionale e una libera iniziativa pedagogica molto simile a quella dei dirigenti dei dipartimenti universitari. Tutto questo è bello e affascinante, però l’autonomia porta con sé anche un bagaglio di responsabilità molto forti che possono anche sfociare nel penale. Un esempio è la responsabilità che i presidi hanno oggi in tempo di pandemia in caso di contagio acclarato sul luogo di lavoro. Ripeto, tanti begli aspetti ma anche tante responsabilità sulle spalle del dirigente scolastico che viene caricato di troppe mansioni.

Specialmente dopo la legge 517/1977 il tema del diritto allo studio è diventato centrale: uguaglianza delle opportunità di partenza e di riuscita, didattica differenziata, insegnamento individualizzato, inserimento, integrazione ed inclusione dei soggetti fragili e portatori di disabilità. Eppure il tema del “sostegno al rischio educativo e al disagio scolastico” e – soprattutto il tema delle azioni compensative e di supporto e sostegno alle disabilità sembra restare una “grande incompiuta”. Qual è la Sua valutazione al riguardo?

La qualità del sistema scolastico si misura soprattutto nel modo in cui si prende cura degli ultimi, di tutti coloro che vivono in condizioni di disagio. La scuola, a maggior ragione in questi contesti, deve essere presente e fare la differenza perché rappresenta sia le istituzioni sia la possibilità di avere un futuro diverso. Dispersione scolastica, carenza di servizi, situazioni di degrado sono questioni di cui mi occupo da sempre. La dad non è uguale per tutti, mi viene in mente un dato pubblicato nel report dell’ISTAT sull’inclusione scolastica degli alunni con disabilità: il 23% degli studenti disabili tra aprile e giugno non ha potuto partecipare alle lezioni online. Sono dati drammatici che servono ad evidenziare come questa pandemia abbia contribuito ad accentuare un divario sociale già preesistente. Eppure, inclusione deve essere la parola chiave del nostro sistema scolastico. Durante la pandemia, la scuola ha cercato di reinventarsi, di raggiungere tutti con dispositivi informatici dati in comodato e con fondi appositamente previsti e incrementati con il decreto Ristori ma resta il fatto che quasi un alunno su quattro con disabilità è rimasto escluso e questo rappresenta una sconfitta per tutti noi.

La logica dello spoil system ha introdotto nella dirigenza amministrativa del Ministero, degli Uffici Scol.ci Regionali e delle stesse istituzioni scolastiche (secondo una consuetudine consolidata in tutta la P.A.) persone scelte dalla politica piuttosto che selezionate dal vaglio rigoroso di procedure concorsuali. Nonostante la Costituzione preveda il contrario questa logica di privatizzazione dei servizi pubblici ha cooptato soggetti molto spesso non provvisti di competenze certificate. E’ dunque questa la via per non premiare i capaci e i meritevoli? In Parlamento e nella Commissione di cui fa parte emerge l’eco di queste logiche cooptative che subentrano  al vaglio certificato del requisiti di accesso, ai titoli, all’esperienza? Perché si parla a volte di merito mascherandolo con mere operazioni di nomine discrezionali? Mi riferisco soprattutto alla cd. “alta dirigenza” ovviamente.

Per quanto l’attività della pubblica amministrazione deve essere orientata dai principi del buon andamento e dell’imparzialità, dobbiamo sempre tenere a mente che è la politica a stabilirne gli obiettivi. Incarichi fiduciari sono oggi necessari per ricoprire alcuni ruoli dirigenziali dove la connessione tra politica e p.a. è stretta e l’una è funzionale all’altra, a maggior ragione con la crescita di enti, aziende e organismi controllati o partecipati. Certo, lo spoil system deve valutare anche merito ed efficienza, rispettare la trasparenza nel processo di nomina e non deve costituire un rimedio per dare una poltrona all’amico di turno.

Il tema del precariato resta sempre un argomento da risolvere: qual’ è il Suo punto di vista? Devono passare le cd. sanatorie ‘ope legis’ oppure si consente a tutti di partecipare ad una selezione che accerti le competenze e il merito, prescindendo dall’anzianità maturata nel fuori ruolo? E’ possibile che all’inizio di ogni anno scolastico si presenti sempre, puntuale,  questo problema irrisolto?

Il precariato è da sempre uno dei più grandi problemi della scuola e ha due principali risvolti: il primo riguarda l’incertezza e l’instabilità dell’insegnante mentre il secondo si riflette sulla discontinuità didattica per gli studenti. Il tutto a discapito della qualità dell’insegnamento. Sono stati proprio questi gli obiettivi dei due concorsi, straordinario e ordinario, ossia porre rimedio a questo enorme deficit e stabilizzare la classe docente valorizzando il ruolo e il lavoro degli insegnanti stessi. Ancora molto c’è da fare, me ne rendo conto, ma è stato un primo passo perché un paese che vive di lavoratori precari non ha futuro. 

La crisi pandemica ha prodotto ripercussioni negative nel funzionamento delle scuole durante il precedente anno scolastico. La chiusura degli istituti ha costituito un segnale allarmante e ha prodotto enormi disagi nell’utenza, tra gli insegnanti e nelle famiglia. Non sempre la DAD ha sopperito alla didattica in presenza. Inoltre – al Sud – circa il 30% delle famiglie non possiede un pc o un tablet e questo ha generato diseguaglianze. Ci sono ragioni strettamente didattiche per preferire il rapporto educativo diretto, è d’accordo? Come valuta l’introduzione delle nuove tecnologie in ambito educativo? Ad esempio in Finlandia da alcuni anni è stato abolito il corsivo per l’apprendimento della letto-scrittura (viene “tollerato” lo stampatello) : gli alunni imparano a leggere e a scrivere con il tablet  e poi lo usano nel curricolo successivo. Cosa pensa di questa scelta didattica? In Italia prevale una scelta più graduale, un mix tra didattica tradizionale e digitale. Non è rimasta favorevolmente impressionata dalla richiesta pressante degli alunni delle superiori che scendono in strada manifestando per un ritorno in classe? In fondo siamo abituati ad adolescenti che prediligono i social….

Circoscrivere la dimensione scolastica ad una dimensione intellettuale è sbagliato in partenza. La scuola forma l’alunno e lo vede crescere in primis come persona con una componente affettiva, emotiva, sociale e morale. Con questi presupposti, la didattica a distanza può essere considerata come uno strumento sussidiario ma non può sostituire del tutto la didattica in presenza. La didattica digitale però non va demonizzata, da questa pandemia dobbiamo anche trarne degli insegnamenti e tra questi rientra lo svecchiamento del sistema scolastico. La tecnologia fa parte della nostra vita quotidiana, quindi perché non farla interagire con la scuola? Un giusto rapporto tra le due modalità di insegnamento è l’obiettivo da perseguire. Se in un contesto emergenziale la didattica digitale ha assicurato la continuità dell’insegnamento, il distanziamento in aula e anche un alleggerimento del trasporto pubblico, in un contesto di normalità, soprattutto negli istituti superiori e universitari, se ne deve fare un uso complementare. Come lo smart working sta cambiando il mondo del lavoro, mi auguro che anche la scuola riesca a potenziare l’indispensabile didattica in presenza con quella digitale, magari anche prendendo spunto da esperienze positive di altri sistemi scolastici. 

Come valuta la figura istituzionale del Garante per l’infanzia  e l’adolescenza? Le sembra che le sue attribuzioni siano adeguate ai bisogni dell’utenza o che prevalgano ancora aspetti formali, non suffragati da una valenza decisoria e sostanziale?

I diritti dei più piccoli meritano un occhio di riguardo, ancora di più in questo delicato periodo storico. È così che inquadrerei il ruolo del Garante il cui lavoro e le posizioni espresse devono costituire un punto di riferimento autorevole per le forze politiche. Ne approfitto per augurare un buon lavoro alla nuova presidente Carla Garlatti, nominata lo scorso 13 novembre.

L’introduzione dell’educazione civica nei programmi (pur se con un orario ridotto a 33 ore annuali) potrà davvero costituire un valore aggiunto per consentire alla scuola di svolgere una funzione compensativa delle diseguaglianze sociali, della crescita del senso civico per tornare a parlare di doveri, oltre che di diritti?

L’introduzione dell’educazione civica nei programmi scolastici è senza dubbio fondamentale per creare nuove generazioni che siano cittadini del mondo. Far parte di una comunità non significa solo pretendere ma anche avere una responsabilità sociale che si accresce con un’educazione giuridico-economica, con una corretta informazione, avendo a cuore il concetto di “cosa pubblica” e avendo fatto propri i valori costituzionali ed europei. Ecco, l’educazione civica è ciò mancava alla scuola intesa come crescita e sviluppo personale, come formazione delle giovani coscienze in relazione al contesto storico sociale del nostro paese dove si sente sempre di più parlare di bullismo, cyberbullismo e discriminazioni. 

Dopo la Brexit

Ora che finalmente la lunga telenovela si è conclusa gli spettatori (che si erano ormai stufati da tempo) si sono per un po’ risintonizzati sul canale che l’ha trasmessa per oltre quattro lunghi anni con la curiosità di chi vuol sapere come è finita la storia (intrigante ai suoi inizi, ma poi dilatatasi stancamente per un numero eccessivo di puntate). Gli sceneggiatori hanno alla fine optato per un tranquillizzante happy end dopo esser rimasti a lungo suggestionati da quella hard Brexit che avrebbe dato al tutto un senso di drammaticità che il dilatamento temporale aveva via via stemperato. Già, ma è stato un vero happy ending?

Come sempre, sarà lo scorrere del tempo a fornire la risposta. Nel corso delle prossime settimane il simbolo di Brexit diverranno le scontate e previste lunghe code di TIR in entrata/uscita dal tunnel della Manica o nei porti di Dover e Calais provocate dal ripristino dei controlli doganali: uno dei regali, appunto, di Brexit. Ma più in là nel tempo al simbolismo buono per i reportages televisivi si sovrapporranno le conseguenze sulla vita reale dei cittadini britannici nel suo scorrimento quotidiano. E queste potrebbero essere non così buone come invece i brexiters, a cominciare dal premier Johnson, hanno ossessivamente promesso e assicurato. Sarebbero certamente state disastrose in caso di no deal, ed infatti alla fine della partita di poker con la UE Boris Johnson ha sottoscritto un accordo di sostanziale compromesso: un accordo di libero scambio esente da dazi e tetti quantitativi ma non da controlli doganali per le merci (ma non per i servizi, inclusi quelli finanziari) in grado così di salvaguardare uno scambio commerciale con l’Unione Europea che vale il 43% delle sue esportazioni e di garantire l’afflusso (ancorché rallentato dagli stop alle frontiere) dei prodotti made in EU. 

Ciò dovrebbe consentire, nei piani del governo conservatore, di limitare i problemi pratici della gente comune per così poter continuare ad enfatizzare i risultati raggiunti come nazione: sostanzialmente, la fine della sottomissione ad una regolamentazione europea mai davvero ben tollerata e ad una Corte di Giustizia, quella di Lussemburgo, sempre avvertita come ostile ed invadente, ora sostituita con un meccanismo di “arbitrato” studiato per affrontare e risolvere contestazioni future da parte dei contraenti in merito a diverse interpretazioni del medesimo (soprattutto, è lecito prevedere, in tema di concorrenza leale). Il c.d. level playing field dovrebbe garantire a Londra la possibilità di adottare normative distinte da quelle derivanti dalla regolamentazione europea (ad esempio meno impegnative e onerose in questo o quel settore) ma non tali da comportare un danno rilevante alle aziende continentali sul fronte della libera e leale concorrenza. Cosa ciò significherà in pratica lo si comprenderà meglio quando si vedrà se il meccanismo di arbitrato verrà utilizzato e con quale frequenza. A ciò si aggiunga un ulteriore elemento che la leadership conservatrice inglese non mancherà di rimarcare, ovvero il riacquisito pieno controllo degli accessi delle persone fisiche nel Regno Unito. Senza un visto, regolato da un sistema a punteggio particolarmente rigoroso, non si entra.

In definitiva, come è stato detto, l’accordo ha consentito alla Gran Bretagna di “uscire dall’UE ma non dall’Europa”; mentre Bruxelles ha senza rimpianti lasciato Londra al suo autoisolamento ma non rinunciando all’export nei suoi confronti e soprattutto ai principi che regolamentano il suo mercato unico. Da questo punto di vista occorre riconoscere al capo-negoziatore, Michel Barnier, l’eccellenza del lavoro svolto, con determinazione, grinta e competenza invero notevoli. E all’Unione, per una volta, la capacità di rimanere compatta durante tutte le fasi della lunga ed estenuante trattativa.

Tutto è bene quel che finisce bene, dunque? Le cose non sono così semplici, naturalmente. Quello che ancora non si è ancora valutato appieno sono le conseguenze politiche di Brexit. Nel Regno Unito, e in Europa. Ne parleremo in un prossimo articolo.