Home Blog Pagina 662

I supermercati potrebbero diventare vuoti. È lecito non pensarci?

È uno scenario da prendere in considerazione: dopo la pandemia potrebbe abbattersi su di noi il maglio della carestia mondiale. Allora bisognerà porre attenzione ai segnali che potranno metterci in allarme e correre ai ripari, nel caso in cui vorremmo evitare questa nuova (e ultima?) catastrofe.

 

Danilo Campanella

 

Subito dopo la parola “pandemia” quella che suscita più orrore è “carestia”. E in genere è proprio quell’evento che segue al primo. Nel corso della storia umana le carestie, la mancanza di generi di prima necessità, sono spesso seguite alle epidemie. Tuttavia, è difficile credere che nel mondo post-globale sia possibile una qualche forma di carestia diffusa. Abituati come siamo alla pianificazione, alla filiera programmata, all’autotrasporto, ben sapendo che i nostri magazzini possono contenere decine di tonnellate di scatolame, grano, legumi, pasta, insaccati, ma anche medicinali, carta igienica, detersivi, ed altro, siamo scettici sul fatto che, presto, i nostri supermercati possano soffrire di scaffali vuoti. Ne siamo proprio così sicuri?

 

Molti sono i Paesi che, come l’Italia, sono importatori “strutturali” (non possono farne a meno) di prodotti alimentari. Questo porta problemi di vario genere. Il primo riguarda il “made in…” di cui si pregiano determinate tradizioni gastronomico-culinarie nazionali; un prodotto la cui materia prima viene sì lavorata, ma non proviene dal medesimo territorio, ha lo stesso valore? Ad una questione di “marchio” legata alla qualità del prodotto ve n’è una più delicata legata alla sicurezza dello stesso. I controlli del Paese di provenienza sono adeguati a salvaguardare la genuinità della materia prima? Questioni legate ai concimi o alle medicine utilizzate per coltivare la frutta e la versura, oppure i vaccini e la qualità dei mangimi utilizzati per allevare gli animali sono gli elementi più evidenti di tale questione, su cui si ha uno scarso e non addirittura nessun controllo. Una cosa, ad esempio, per l’Italia, è vigilare sulla produzione delle arance italiane, un’altra, su quelle arance provenienti dal Marocco, riguardo i metodi utilizzati per concimare, coltivare e trasportare il prodotto oltremare.

 

Il rispetto o meno di questi due requisiti determina le scelte di consumo di tutti noi. Il terzo elemento importante, a mio avviso, è legato alla dipendenza di una comunità dalle materie prime prodotte al di fuori della stessa comunità. Se dovesse esserci un’annata cattiva per il grano, ad esempio, nei Paesi di maggior produzione, dovremmo puntare soltanto sulla produzione locale.

 

Grano: il grano (frumento) tenero italiano viene importato da: Francia (primo produttore europeo), Austria, Germania, Ungheria e Stati Uniti, per il 40 % del fabbisogno medio nazionale Il grano duro: Nord America, Australia, Francia, Spagna, Grecia, per il 55%. Secondo i calcoli degli esperti la produzione italiana di grano (coltivato prevalentemente nel Lazio, in Toscana e in Sardegna) sarebbe sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale per soli quattro mesi. È chiaro che il grado ed i prodotti a questo annessi sarebbe introvabile e i prezzi di pane, pasta e farina salirebbero notevolmente. In Italia negli ultimi anni si sono consumate mediamente 5 milioni di tonnellate di frumento (grano) tenero e se ne producono mediamente 2 milioni di tonnellate, in alcuni casi si sono sfiorati i 3 milioni: eppure, con il massimo sforzo possibile, non è stata mai vinta la “battaglia del grano” di mussoliniana memoria.

 

Ogni progetto autarchico è ormai tramontato in favore di un mercato mondiale in cui le merci vengono prodotte, imballate e spedite in tutto il mondo. La produzione delle materie prime alimentari dipende molto dall’annata, determinata da innumerevoli fattori: economici, politici, dalla presenza o no di conflitti armati e naturalmente dai cambiamenti climatici. Per quanto riguarda il grano prodotto nell’Unione Europea dal 1996 al 2009 sono state prodotte dalle 110 alle 130 milioni di tonnellate (M.t.), con un picco di 149 milioni di tonnellate nel 2004. Tra i maggiori produttori mondiali seguono Cina e India. Globalmente, la Cina, con circa 130 M.t. (dati raccolto 2017) si è sempre attestata come il principale produttore di grano al mondo, seguita dall’India e dalla Russia. Nel 2020 abbiamo sofferto – ma non ce ne siamo accorti – di un leggero calo per la produzione globale di grano: 758 milioni di tonnellate (circa) rispetto alle 762 milioni di tonnellate del 2019. Il mais è di gran lunga il cereale più prodotto, con un raccolto di quasi 1.100 milioni di tonnellate nel 2018/2019, seguito dal grano (734 milioni di tonnellate) e dal riso (495 milioni di tonnellate). Questi 3 cereali messi insieme rappresentano circa il 90% della produzione mondiale di cereali. La produzione rimane infatti saldamente concentrata in 4 paesi: Stati Uniti, Cina, Brasile e Argentina, che da soli coprono oltre i 2 terzi della produzione globale.

 

La classifica dei primi 10 paesi produttori è nettamente dominata da 2 continenti: l’America e l’Asia. La classifica cambia leggermente quando si parla dell’export del mais: i paesi che esportano di più sono Stati Uniti, Argentina, Brasile e Ucraina. I paesi che acquistano più mais in assoluto sono Giappone, Messico, Corea, Vietnam e Iran, seguiti da Spagna, Egitto, Olanda, Italia e Colombia, sempre secondo i dati del 2018. La classifica dei maggiori consumatori di mais è guidata dai 2 principali produttori: Stati Uniti e Cina sono infatti tra i paesi in cui il cereale viene utilizzato di più. Nel caso della Cina anzi il consumo interno arriva a superare la produzione nazionale. Riso. Secondo le ultime stime della FAO, la produzione mondiale nel 2019 è stata di 754,3 milioni di tonnellate (500,8 milioni di tonnellate su base fresata), in calo dell’1,1% rispetto al 2018. Nel 2020 le proiezioni indicano un recupero dell’1,7% a 766,9 milioni di tonnellate (509,2 milioni di tonnellate su base fresata). Si prevedeva un aumento della produzione cinese e indiana, grazie alla crescita delle superfici coltivate e alle migliori condizioni climatiche: purtroppo l’economica post-Covid ha prodotto un cambio di rotta.

 

Dunque, cosa accadrebbe, in caso di carestia? Intanto bisogna dire che la carenza di prodotti alimentari post-Covid-19 può essere causata principalmente da due fattori: dall’interruzione dell’autotrasporto su gomma e dalla mancanza di materie prime. Nel primo caso, scioperi a oltranza o l’aumento del carburante, sono due fattori che incideranno su possibili rallentamenti o cessazioni del servizio. In pochi giorni gli scaffali di centinaia, migliaia di supermercati, resteranno vuoti. Non per molto, diciamo per alcune settimane. Tanto basterà per creare grandi disagi, anche di natura psicologica e forse anche di ordine pubblico. Nel secondo caso, il più grave a mio avviso, la mancanza di manodopera sufficiente nel settore dell’agricoltura potrebbe portare all’interruzione dell’irrigazione e della semina, nelle aree più arretrate del pianeta. Senza il foraggio, non sarà possibile dare da mangiare ai grandi bovini e agli altri animali per il consumo di carne. Sarà impossibile tanto distribuire una quantità sufficiente di frutta e verdura, granaglie e legumi, per gli esseri umani, tanto macellare le migliaia di tonnellate di carne sufficienti al consumo umano.

 

Diventeremo tutti più magri? Forse; ma soprattutto diventeremo tutti un po’ più nevrotici. Bisognerà porre attenzione ai segnali che, nei prossimi anni, potranno metterci in allarme e correre ai ripari, nel caso in cui vorremmo evitare questa nuova, speriamo ultima, catastrofe: la grande carestia mondiale.

Il confronto continua, anche se pesa la “demodissea” della diaspora dc.

Pubblichiamo questa riflessione, degna di rispetto e attenzione, che l’autore ha proposto a un gruppo di amici di antica e nuova – nei limiti delle condizioni odierne – militanza democristiana. Nella sostanza, egli è convinto che i problemi sui quali si gioca la grande partita del lavoro e dell’equilibrio sociale del Paese non si potranno risolvere con le sole scelte del PNRR.

 

Ettore Bonalberti

 

Ho sollecitato l’apertura del confronto all’interno della DC e della Federazione Popolare DC partendo dalla convinzione che per superare l’attuale frammentazione, prima della scelta delle alleanze, sia necessario trovare la condivisione sui contenuti di un programma in grado di rispondere alle attese del “terzo stato produttivo” e della “povera gente”; di coloro cioè che sono i riferimenti naturali di un partito e/o di una federazione di partiti ispirati dai valori del popolarismo e della dottrina sociale cristiana.

 

Avevo già inviato agli interessati una bozza di programma articolato che, per la verità, non ha suscitato alcun riscontro. Ho replicato nei giorni scorsi ripresentando, come priorità, le scelte in materia di politica economica e finanziaria, indispensabili per contrastare il dominio dei poteri finanziari che, come gli hedge funds anglo caucasici/kazari, hanno la sede operativa nella City of London e quella legale nello stato USA del Delaware, a tassazione fiscale zero.

 

Va ricordato, infatti, che da documenti desecretati e da rilievi matematici confermati dal Ministero dell’Economia delle Finanze sull’assetto di controllo delle banche quotate italiane (risposta del Ministero all’interrogazione parlamentare dell’On Villarosa (M5S) nel Febbraio 2017) maggiori azioniste di Banca d’Italia con 265 voti su 529, da parte, attraverso le sub-deleghe conferite agli avvocati (avv. Cardarelli, ..) dello studio legale Trevisan di viale Maino – Milano, risultano una decina di fondi petroliferi nonché speculatori finanziari georgiani/arzebajani di antica origine tedesca.

 

Scorriamo l’elenco. Si tratta di Vanguard, State Street, Northern Trust, Fidelity, Jp Morgan Trust, Black Rock, Bnp Paribas Trust, Franklyn Templeton e il loro fondo immobiliare comune Black Stone, già proprietario di quasi tutti gli outlet village in Italia e di oltre 1 milione di mq di centri logistici sempre in Italia, cosiddetti ariani o Kazari o askenazita-kazari, indagati dal 15 Gennaio 2018 anche dalla Procura di New York e dallo Stato di New York per procurato disastro ambientale e per avere fermato lo sviluppo dell’energia solare, hedge fund e come tali, unici fondi al mondo autorizzati a compiere amorali, immorali, illegittime vendite allo scoperto. Questa pratica di borsa consiste nella presa in prestito di titoli di società terze a loro insaputa per venderli al fine di farne crollare la quotazione, per acquistarli a prezzi stracciati ad ogni programmato settennale avvenuto crollo della borsa di Milano, da quando dal 1992/93, abolita purtroppo in Italia la separazione bancaria tra banche di prestito e banche speculative a causa del decreto legislativo n. 481 del 14 Dicembre 1992 firmato da Amato e Barucci, essi imperano. I crolli della borsa di Milano, avvenuti ogni circa sette anni (1994, 2001, 2008, 2016, crolli che hanno impoverito circa 20 milioni di piccoli azionisti italiani che hanno perso tutti i loro risparmi) sono addebitabili a fondi definiti speculatori anche dal D.M. del Tesoro n. 98/1999.

 

Trattasi di decreti già emessi, non disegni di legge, decreti che comprovano l’avvento in Italia dal 1992/93 di questi fondi speculatori con sede legale nella City of London, proprietari della City of London, e sede fiscale nel paradiso fiscale del Delaware come dimostrato dalla Relazione della SEC (organo di vigilanza della borsa degli Stati Uniti , indipendente dal 2001).

 

Il sito governativo britannico beta.companieshouse.gov.uk ha dimostrato che le società da essi controllate appartengono a Trushelfco, Dikappa, più un numero delle sette famiglie kazare, georgiane/arzebajane di antica origine tedesca dei Rothshild, J.P. Morgan, Warburg, Walker Bush, Rockfeller, Jeferson Clinton, Johnson, convertiti all’ateismo nel 1820 per poter usufruire senza limiti e remore, con l’invenzione della trivella, ancora del business del petrolio che era terminato in superficie nel 1400 dopo Cristo in Georgia/Arzebajan, decretando la fine dell’impero Kazaro (600 avanti Cristo-1400 dopo Cristo), un impero inspiegabilmente cancellato dagli inventori kazari delle tipografie, dai libri di storia occidentali, ma ben presente nei libri di storia dell’Armenia, dell’Ucraina.

 

Senza questa premessa non si comprenderebbero le ventidue proposte in materia di scelte economico finanziarie sulle quali ho invitato a discutere gli amici del partito e della Federazione popolare DC. Sino ad oggi sono intervenuti alcuni amici che hanno condiviso le mie indicazioni, ma non sono mancate le critiche di altri, come gli amici Rapisarda e Palumbo, o le osservazioni più bonarie di Elisabetta Campus e Renzo Gubert. Le critiche riguardano o l’oggettiva incapacità di portare avanti questa sfida, considerando scarsa la nostra consistenza operativa sul piano politico organizzativo e nulla su quello istituzionale (Palumbo); o l’aver “volato troppo in alto” rispetto ai bisogni e alle attese concrete degli elettori (Rapisarda).

 

Quanto al primo rilievo non posso che condividerlo: così come siamo, ancora vittime della persistente “Demodissea della diaspora DC”, la mia proposta ha soprattutto la funzione di favorire il confronto nell’ampia e disarticolata area politica dei cattolici democratici e cristiano sociali, al fine di ricercare innanzi tutto un accordo sui contenuti, rinviando solo a dopo la scelta delle alleanze. Una scelta inevitabilmente condizionata dal tipo di legge elettorale che, alla fine, sarà indicata dal governo e votata dal Parlamento. Su tale punto ho chiarito più volte che, se restasse la legge maggioritaria, nessuna possibilità di riunificazione sarebbe possibile, dato che in una scelta bipolare i nostri potenziali elettori si dividerebbero in tre parti: una parte voterà a destra, un’altra parte a sinistra e molti altri finiranno con l’astenersi dal voto.

 

Se passasse invece la legge proporzionale con sbarramento al 3 o 4% sarebbe indispensabile unire tutte le forze per non fare la fine dei “polli di Renzo”. Forzare il confronto volendo anticipare la scelta preventiva delle alleanze, oltre che inefficace non essendo ancora certi della legge elettorale, favorirebbe solo la divisione.

 

Molto più intrigante la questione sollevata da Rapisarda secondo cui avrei volato troppo in alto, rischiando una sorta di “manifesto programmatico velleitario”…Su questo rilievo vorrei dire che ho ben presente che i problemi da risolvere con estrema urgenza oggi riguardano la ricostruzione della sanità pubblica, la digitalizzazione del Paese, l’edilizia scolastica, la conversione energetica, la sicurezza idrogeologica del territorio. Sono, tuttavia, convinto che questi stessi problemi, sui quali si gioca la grande partita del lavoro e dell’equilibrio sociale del Paese, non si potranno risolvere con le sole scelte del PNRR indicateci dall’UE, se non si affrontano i nodi strutturali economico finanziari come quelli evidenziati nelle mie proposte, le quali rientrano nella migliore tradizione culturale e politica della DC e delle scelte fatte dalla Banca d’Italia guidata da Guido Carli, sempre difese dalla DC.

Essere qui: Chiesa e società nell’anno della pandemia. La Voce Alessandrina intervista Renato Balduzzi

Essere qui: Chiesa e società nell’anno della pandemia. La Voce Alessandrina intervista Renato Balduzzi

L’Associazione si propone di contribuire al rafforzamento della coscienza sociale, alla diffusione di una cultura della promozione umana e ad una vitale partecipazione del mondo cattolico alla crescita sociale. La presiede Giuseppe De Rita, con vice presidente Liliana Cavani, e tra i fondatori vi è anche Renato Balduzzi. L’intervista è un ripresa per gentile concessione dell’autore.

 

Andrea Antonuccio

 

Si chiama “Essere qui” l’associazione culturale costituita alla fine del 2020, durante la pandemia, da personalità conosciute e stimate in Italia e all’estero: stiamo parlando di Giuseppe De Rita (che ne è il presidente), Liliana Cavani (vicepresidente), Gennaro Acquaviva, Renato Balduzzi, Carlo Borgomeo, Annamaria Del Prete, Ferruccio De Bortoli, Amalia Maione, Mario Marazziti, Mario Morcone, Alessandro Pajno, Romano Prodi, Massimo Naro, Andrea Riccardi. Ognuno di loro ha storie ed esperienze pluriennali, declinate in diversi “mondi”: culturale, sociale, politico ed ecclesiale. E ognuno di loro, con idee e sensibilità comple- mentari, ha deciso di mettersi a servizio per «contribuire al rafforzamento della coscienza sociale, alla diffusione di una cultura della promozione umana e ad una vitale partecipazione del mondo cattolico alla crescita sociale», come si legge sulla home page del sito Internet di “Essere qui” (www. associazioneeq.it).

 

Il professor Renato Balduzzi, ordinario di Diritto costituzionale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e socio fondatore dell’associazione, ci spiega che cosa significa per lui “essere qui”, in questo momento storico.

 

Professor Balduzzi, come nasce “Essere qui”?

 

«Nasce nel 2020 sulla base di una duplice riflessione. La prima riflessione è che di fronte a una tragedia universale come la pandemia il gruppo più titolato ad aiutare tutti nel dare una risposta dovrebbe essere la Chiesa cattolica, universale nel senso originario di “katà ólon”, secondo il tutto. Una realtà, dunque, capace per sua natura di met- tere insieme le ragioni della dimensione orizzontale con quelle della dimensione verticale, nell’unità teandrica, di uomo-Dio, del Cristo».

 

La seconda riflessione?

 

«È un’ipotesi di lavoro: che la Chiesa cattolica, nonostante la sua dimensione universale, non abbia avvertito l’esigenza di farsi ascoltare e dire qualcosa nell’interesse di tutti. A parte papa Francesco, straordinario in diverse occasioni, e alcune iniziative di singole chiese locali. Noi di “Essere qui” abbiamo voluto verificarla, questa ipotesi, e dalla nostra indagine è scaturito un libro, “Il gregge smarrito. Chiesa e società nell’anno della pandemia” (Rubbettino editore, 2021), in cui elaboriamo i dati di un sondaggio su un cam- pione rappresentativo di italiani e alcune riflessioni che “leggono” questi numeri. Numeri che hanno confermato la nostra impressione iniziale».

 

Ce la può sintetizzare?

 

«C’è stata, e c’è ancora, un’afasia all’interno della Chiesa. Una difficoltà di parola, che la pandemia ha messo dram- maticamente in evidenza».

 

E dunque?

 

«Noi siamo convinti che il pensiero cattolico sociale possa ancora esprimersi per una utilità comune. C’è una ricchezza

di sensibilità che non deve andare dispersa, a partire dalla ricerca sociale condotta da Giuseppe De Rita e dai suoi del Censis: un patrimonio che ha sempre avuto il senso di una proposta per tutti, a partire da una consapevolezza di fede. C’è una grande vitalità, anzi, tante vitalità che non riescono ancora a trasformarsi in una proposta, in una sfida. I cat- tolici sembrano stare sulla difensiva, ma questo non basta: occorre proporre, interrogare e intrigare i contemporanei, soprattutto nella nostra epoca in cui prevale “l’individuali- smo dello smartphone”. Ecco, il nostro è un piccolo tentativo per rimettere la proposta cristiana in onda con l’attualità».

 

Perché questa “afasia” nella Chiesa, secondo lei?

 

«Credo che arrivi da lontano. In passato, il collegamento tra idealità, proposta cristiana e ruolo pubblico è stato svolto per decenni dalla Democrazia Cristiana che, nelle sue varie articolazioni, anche a volte conflittuali, era lo snodo attraverso cui la presenza di tantissime realtà cattoliche tro- vava il suo sfondo e il suo sbocco. Venuto meno questo riferimento, c’è stato il tentativo di aggregare i cattolici intorno a un conglomerato di principi e di valori non negoziabili: una proposta, va ricordato, appoggiata e condivisa anche dall’episcopato. Si trattò, guardandola oggi, di una scelta non del tutto lungimirante, basata su un arroccamento, su una difesa a oltranza, non su una proposta coraggiosa e aperta a tutti. Oggi invece lo slancio rinnovato che Francesco ha impresso alla Chiesa universale è caratterizzato dall’espressione “Chiesa in uscita”, che vuol dire anche “in uscita da se stessa”, prendendo atto che è finita una stagione: quella per cui essere italiani e cattolici era in qualche modo una sovrapposizione, con una vita civile in qualche modo scandita dai tempi e dai ritmi della vita religiosa. Ora non è più così, si è aperta una fase nuova».

 

Ora viviamo tempi secolarizzati.

 

«La secolarizzazione in sé ha aspetti anche positivi, ma diventa negativa se si trasforma in secolarismo. E allora chiediamoci: come fanno i cristiani ad aiutare gli altri uomi- ni amati dal Signore ad uscire dalla banalizzazione, da una vita arroccata su se stessi? Questa è la grande questione, a cui certamente noi non pretendiamo di rispondere da soli… ma vorremmo aiutare tutti a porsi almeno la domanda!».

 

Tra coloro che secondo lei dovrebbero «porsi almeno la domanda», mi sembra ci sia un chiaro riferimento alle gerarchie ecclesiastiche.

 

«È così. La nostra è un’interlocuzione, rispettosa e garbata, che ha come destinatari anche i nostri vescovi. Sarebbe utile che le chiese locali si ponessero il problema, per andare a vedere come la loro realtà ha vissuto questo spartiacque della pandemia, e come essa viene percepita dalla società. Per rimettere in connessione la propria pastorale con le esigenze, così cambiate, dell’oggi. Noi di “Essere qui” siamo a disposizione proprio per questo».

Angela Merkel, una grande Cancelliera

L’Europa, tutta l’Europa, come muro insormontabile per i totalitarismi del XX° secolo. Questa è la visione merkeliana, il suo lascito più duraturo. Un lascito all’insegna di una prospettiva federale che l’Europa di questo secolo potrà concretizzare, ma senza mai dimenticare la sua storia: quella che nello scorso è stata segnata da guerre e, appunto, da regimi totalitari.

 

Enrico Farinone

 

Angela Merkel non appartiene a quella tipologia di politici che con i loro discorsi fanno sognare un mondo migliore, danno carica ed entusiasmo, magnificano la bellezza della Politica, quella migliore. Lei è un’interprete della “politica del fare”, delle scelte – errori inclusi – che seguono un itinerario ragionato, da percorrere poco per volta ma con continuità. Senza proclami, anzi nel grigiume della quotidianità. Ma alla fine l’obiettivo viene conseguito.

 

Ebbene, uno come me che è sempre rimasto affascinato dalle grandi personalità direi quasi epiche della politica, alla Bob Kennedy per intenderci, col tempo ha imparato ad apprezzare la Cancelliera innanzitutto per le sue doti di riservatezza, esaltate vieppiù avendo dovuto operare negli anni dell’esplosione della superficialità veicolata dai social, della politica-spettacolo ostentata nei vuoti talk-show televisivi, della facile popolarità acquisita a prezzi di saldo con qualche battuta populista. Al contrario, ha saputo mettere in campo la figura del politico che non eccede nei modi e nei toni e ciò nondimeno sa cogliere in profondità i sentimenti delle persone; che parla di ciò che conosce e ciò nondimeno dedica il tempo necessario all’approfondimento prima di prendere una decisione; che quando quest’ultima è adottata poi la persegue con determinazione e con tutta la forza politica necessaria. Un “understatement” che la grande maggioranza dei suoi connazionali ha apprezzato votandola e soprattutto volendole bene, come a una “mamma” (“Mutti” è stato il suo soprannome popolare) della Nazione. E che i politici tedeschi così come gli uomini di governo degli altri Paesi, europei e non, hanno dovuto accettare, comprendendo di trovarsi di fronte a una donna molto intelligente, molto capace, molto determinata.

 

Ha commesso i suoi errori, la Cancelliera. Certo. Ma è stata in queste ultime due decadi l’unico politico, almeno in Europa, ad aver mostrato almeno i contorni di quello che può essere definito uno statista. Sono già in libreria e altri ne arriveranno, i libri dedicati ad analizzare l’azione politica e ora anche l’eredità, quella che gli americani chiamano la legacy, di Angela Merkel. Qualcuno con toni più critici, qualcun altro con accenti apologetici, come sempre accade. Qui, in un semplice articolo, vorrei brevemente sottolineare tre aspetti che ritengo decisivi nel modo di operare della leader tedesca. Per poi percorrere uno dei suoi itinerari politici, quello europeo.

 

Il primo aspetto è la Competenza. Le deriva dalla mentalità scientifica, lei ricercatrice che ha lavorato nei laboratori sino a quando trentacinquenne si è lanciata nell’avventura politica. Una volta confessò di aver studiato Fisica perché “la Germania comunista poteva vietare tutto, ma non la forza di gravità e i fatti inconfutabili”. La conoscenza come forma di ribellione alla dittatura. La conoscenza come via alla libertà. La competenza aiuta il politico a ponderare le scelte, per poi definirle e concretizzarle.

 

Il secondo è la Mediazione politica. Per la verità lei parla, senza timore di utilizzare il vocabolo, di “compromessi”. Essenziali nella vita, e dunque anche nella politica. E’ l’aspetto pragmatico della sua personalità. Ma è pure una modalità dell’azione politica che contraddistingue la migliore tradizione democratico-cristiana, un pregio e una qualità alta e non un difetto come vorrebbe certa pubblicistica, peraltro ormai ridotta al rango di stanco veicolo ripetitivo di frasi fatte ormai consunte e prive di qualsivoglia valore.

 

Il terzo è la capacità, direi meglio la voglia di privilegiare i rapporti personali. Nel rapporto con i suoi colleghi degli altri Paesi ha sempre preferito il contatto discreto e informale, la telefonata diretta o l’incontro bilaterale nei quali potessero emergere empatia e volontà positiva, costruttiva, cosa che al contrario la luce dei riflettori spesso impedisce o annulla. Rendendo più difficile il raggiungimento di un risultato. Che invece, ecco il “fare”, è l’obiettivo della politica. Tradurre un ideale in azione.

 

In questi anni tutti noi abbiamo frequentemente puntato l’indice contro l’esasperante ordoliberalismo teutonico e contro i suoi cantori, dalla Bundesbank alla Corte di Karlsruhe. Giustamente. Ma forse non abbiamo sufficientemente riflettuto sui passi in avanti, e proprio sul terreno economico, che ciò nonostante la Germania guidata da Merkel ha fatto e ha fatto fare all’Unione Europea. La Germania di Merkel davvero è stata una “Germania europea”, annullando la permanente tentazione della “Europa tedesca” secondo le celebri espressioni coniate da Thomas Mann. In questo interpretando, di nuovo, al meglio la tradizione europeista democratico-cristiana, che è stata nei lunghi anni di costruzione, continua per quanto sofferta ed affaticata, del progetto europeo, la “forza portante” dell’Unione.

 

Ripercorriamone rapidamente i passaggi principali. Cancelliera dal 2005, ha dovuto affrontare gli effetti profondi dell’unificazione tedesca: quali le preoccupazioni sorte un po’ ovunque in Europa e che avevano pochi anni prima condotto francesi e olandesi a bocciare il progetto di Costituzione europea. Che venne sostituita dal Trattato di Lisbona, nel 2007. Un risultato che consentì, pur con tutti i suoi limiti, di non azzerare il percorso fatto nei 50 anni precedenti al cui conseguimento la Cancelliera lavorò intensamente.

 

Ma già alle porte era in agguato la Grande Crisi economico-finanziaria importata dagli Stati Uniti. Se consideriamo che il Cancellierato si chiuderà in mezzo ad una pandemia devastante non ancora conclusa, bisogna riconoscere che esso ha operato di fatto lungo oltre dieci anni in mezzo ad una crisi come mai vi era stata dal dopoguerra, dovendo quindi fare i, duri, conti con essa.

 

Ora, sulla gestione di questa fase non si può dimenticare come nei primi anni l’approccio merkeliano sia stato assai rigido, molto condizionato dal ferreo ministro delle Finanze Schauble e dalla Bundesbank, in linea con i principi sacri dell’ordoliberalismo. Furono gli anni dell’intransigentismo verso la Grecia, dell’errore di Deauville (quando con Sarkozy dichiarò che si sarebbe coinvolto il settore privato nella ristrutturazione del debito di Atene, causando forti preoccupazioni fra gli investitori) ove vi fu pure quell’unica caduta di stile (il sorrisetto ironico nei confronti di Berlusconi) assolutamente opposta al suo modo d’essere.

 

Dopo, però, il registro cambia: complice una acquisita maturità di governo, una maggior consapevolezza di sé in quanto leader politico e complice altresì l’altra grande personalità emersa in quegli anni. Mario Draghi indirizza la politica finanziaria europea col suo celeberrimo “whatever it takes”, era il luglio 2012, ma – qui bisogna essere precisi – mai, mai avrebbe potuto esprimersi così se non avesse avuto una copertura politica al massimo livello: e questa poteva dargliela solo una persona, il Cancelliere tedesco.

 

Merkel e Draghi salvano l’Euro. Da allora tutta l’azione di Mutti è all’insegna di un convinto europeismo. Tanto più in quanto propugnato e gestito stando alla guida del Paese più ricco, più forte, più determinato a non perdere né la forza né la ricchezza. Affronta le critiche interne al suo partito, il populismo montante, l’estrema destra che aumenta i consensi con il suo solito sistema: prudente, tranquillo, razionale. E riesce a mantenere consensi alti e a non perdere il potere. A dimostrazione della sua forza cito due scelte fondamentali e arrischiate (ma invece ben ponderate, con metodo scientifico, dalla Cancelliera). La prima: dopo l’incidente di Fukushima la decisione di abbandonare progressivamente la produzione di energia atomica. Non certo una scelta facile, nel primo Paese manifatturiero del continente.

 

La seconda: nel 2015 c’è la crisi umanitaria dei migranti, esplosa con la tragedia siriana. L’episodio con la ragazzina palestinese che in perfetto tedesco espone alla Cancelliera la sua paura di essere espulsa dalla Germania e la rigida risposta che solo un mese dopo si tramuta nella più grande operazione umanitaria di sempre (un milione di migranti accolti, contro l’opinione dei più, nella CDU e nel governo) entreranno nei libri di storia.

 

In realtà Merkel – avendo vissuto tutta la gioventù sotto una dittatura ha ben presente quali siano i demoni che possono insidiare anche le democrazie più consolidate – valuta che il rischio di una crescita in casa di una opposizione di Destra radicale (che infatti ci sarà) sia comunque meno grave (anche perché convinta di poterlo contenere in virtù delle sue posizioni moderate e centriste) del possibile pericolo da allarme rosso che si genererebbe nei Balcani, area geopolitica storicamente baricentro delle maggiori crisi europee, dalla Prima Guerra Mondiale alla Guerra Civile jugoslava, se l’ondata dei migranti provenienti via terra venisse respinta in toto e rigettata verso quei Paesi.

 

Il compromesso lo troverà, più avanti, con l’accordo oneroso preso con Erdogan. Non certo esaltante. Ma la priorità è stata salvaguardare l’Europa, della quale i paesi balcanici sono parte, anche se non tutti sono inglobati nell’Unione. L’Europa, tutta l’Europa, come muro insormontabile per i totalitarismi del XX° secolo. Questa è la visione merkeliana, che credo sarà il suo lascito più duraturo.

 

Un ultimo passaggio che merita evidenziare riguarda la gestione delle conseguenze economico-sociali della crisi pandemica. L’idea di un debito comune europeo come noto non è, ovviamente, nata in Germania. E non gode, da quelle parti, di un grande consenso. Eppure, dopo le iniziali e tradizionali perplessità, dopo l’inevitabile analisi approfondita dei pro e dei contro, dopo i cauti sondaggi interni e le usuali telefonate la decisione della quale si è assunta per intero la responsabilità è stata per il sì. Emissioni di debito comune con trasferimenti verso i Paesi più deboli rimborsate dal bilancio comunitario (del quale la Germania è il primo contributore).  E questo è invece il suo lascito politico-economico. All’insegna di una prospettiva federale che l’Europa di questo secolo potrà concretizzare, ma senza mai dimenticare la sua storia: quella che nello scorso è stata segnata da guerre e totalitarismi.

 

Ma c’è un ultimo elemento che vale la pena di segnalare, inerente la questione femminile in politica. Merkel è la dimostrazione che deve essere la qualità a prevalere, non il genere. Ma siccome è una donna, ben consapevole delle maggiori difficoltà che quasi sempre le donne hanno ad accedere a ruoli di potere, ha operato, alla sua maniera, non per ottenere “quote” (che rischiano di penalizzare qualità e competenze) bensì posizioni di comando. Così nel suo partito, favorendo l’arrivo alla segreteria dell’attuale Ministro della Difesa Annegret Kramp-Karrenbauer (che però non è riuscita a gestire la CDU con la fermezza necessaria, sino a dimettersi dalla carica). Così alla Commissione Europea, dove ha imposto la sua candidata, Ursula von der Leyen, la quale con toni suadenti ma anche con determinazione merkeliana sta guidando la Commissione su una linea federativa orientata al futuro. Un’ultima dimostrazione di attenzione e riguardo per la causa europeista.

Fico garante del M5S? Inaccettabile. Gli compete piuttosto, come Presidente della Camera, una funzione super partes.

 

I ruoli di garante di una istituzione e di garante di una parte attribuiti alla stessa persona sono inconciliabili. La seconda e terza carica dello Stato debbono essere poste al riparo di pericolosi cedimenti o strumentalizzazioni.

 

Mario Tassone

 

Il progetto coltivato da parte del M5S di svuotamento dell’istituzione parlamentare va avanti nel silenzio generale delle forze politiche, del nutrito drappello di costituzionalisti, Intellettuali a “vario titolo” e degli organi di informazione.

 

La designazione del Presidente della Camera a componente il collegio dei garanti del M5S è in contrasto con il ruolo di presidente di un ramo del Parlamento, che è di garanzia di tutte le espressioni parlamentari attraverso una rigorosa gestione del regolamento.

 

I ruoli di garante di una istituzione e di garante di una parte attribuiti alla stessa persona sono inconciliabili. La seconda e terza carica dello Stato debbono essere poste al riparo di pericolosi cedimenti o strumentalizzazioni.

 

Per questo i presidenti dei due rami del Parlamento per prassi non votano.

 

Nella prima fase della storia repubblicana chi era eletto presidente della Camera o del Senato si dimetteva contestualmente dal gruppo di appartenenza e transitava in quello misto.

 

Con il presidente del Senato Grasso era avvenuto lo strappo con le sue mancate dimissioni dal suo gruppo. Con Fico nella veste di garante della Camera e di una forza politica è uno sfregio intollerabile della credibilità delle istituzioni di democrazia rappresentativa. Il M5S prosegue, dicevamo, nel suo disegno: la democrazia diretta, il vincolo di mandato, il voto a distanza dei parlamentari, la riduzione del numero dei parlamentari approvato senza opportune modifiche, sono le tappe di un percorso di una eversione strisciante che oltraggia la Costituzione e le conquiste democratiche.

 

Si diceva tutto questo nel silenzio generale. Non ho letto nulla. Nessuno accenno su questo “scivolone” istituzionale. Questo in fondo è l’aspetto più grave.

Lo sport dei Re. Il “lancio della volpe”, praticato nei secoli passati, sotto i riflettori di “Nota Diplomatica”.

 

James Hansen

 

Uno degli aspetti della civiltà occidentale di oggi che sarebbe molto poco comprensibile agli occhi di un ipotetico visitatore “dal passato” – anche relativamente recente – è la stupefacente trasformazione del nostro atteggiamento verso gli animali. Da qualche tempo possederebbero perfino dei “diritti”, un concetto senza un senso compiuto in altre epoche storiche. Un’illustrazione alquanto eloquente del cambiamento è lo sport del “lancio della volpe”, conosciuto come “fox tossing” in inglese e come “Fuchsprellen” nei paesi di lingua tedesca, dov’era particolarmente radicato. Popolare sul Continente tra il Seicento e il Settecento, era un divertissement aristocratico che consisteva per l’appunto nel lancio in aria di animali selvatici – più spesso, ma non sempre, volpi – appositamente catturati per “partecipare” a gare che si svolgevano nei cortili o su terreni recintati. Il lancio veniva effettuato usando una sorta di “catapulta”, un largo nastro composto da corde tirato con forza alle due estremità dalle coppie in gara mentre l’animale ci correva sopra, come si vede nell’immagine qui accanto.

 

Vinceva la competizione chi lanciava l’animale più in alto. Secondo le cronache, i lanciatori più abili – spesso coppie “miste” di uomini e donne – riuscivano a proiettare le bestie fino a oltre sette metri d’altezza. L’esito era sovente fatale per gli animali, ma non era senza rischio nemmeno per i concorrenti in quanto le creature sopravvissute, terrorizzate e inferocite, non di rado aggredivano chi le tormentava. Per quanto questo “sport” sia oggi forse più incomprensibile che semplicemente improponibile, non era praticato da una piccola minoranza di sadici.

 

La storia tramanda notizie di grandi tornei di Fuchsprellen allestiti da aristocratici di altissimo rango. Augusto II, il Re di Polonia detto “Il Forte”, organizzò un famoso torneo a Dresda che risultò fatale per 647 volpi, 533 lepri, 34 tassi e 21 gatti selvatici. Si ricorda che i gatti erano particolarmente “sfidanti” perché: “Se non riuscivano a piantare artigli e zanne nelle facce o nelle gambe dei lanciatori, allora si aggrappavano con disperazione al tappeto di lancio ed era praticamente impossibile ottenere un risultato soddisfacente”.

 

Leopoldo I d’Asburgo, Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1658 fino alla morte nel 1705, fu criticato per la sua partecipazione a una gara di fox tossing nel 1672 – non per i suoi “lanci”, ma piuttosto per l’entusiasmo poco imperiale con cui, assieme ai suoi giullari e ai bambini presenti, prese parte personalmente all’abbattimento a bastonate degli animali sopravvissuti.

 

Tutto questo, visto con la sensibilità del 21° secolo – che riserva la propria brutalità ad altri aspetti della vita, come le armi atomiche, chimiche e biologiche – è quasi inspiegabile. Occorre tenere presente che in altre epoche gli animali di non immediata utilità – esclusi cioè quelli da cortile o da trasporto come cavalli e muli – erano comunemente considerati “infestanti”, dunque da eliminare in quanto consumatori di risorse che dovevano invece servire alla sopravvivenza umana. Fu anche il caso del “più elegante” caccia alla volpe della tradizione inglese. Pare ci andasse di mezzo sempre la volpe…

 

Per abbonarsi gratuitamente a “Nota Diplomatica”

https://dm-mailinglist.com/subscribe?f=39d3287d

Il moralismo populista

L’autore giunge a un’amara e tuttavia realistica conclusione. Se pensiamo il futuro della politica italiana debba continuare a ruotare attorno al populismo antipolitico e giustizialista e al bieco moralismo non lamentiamoci, poi, se la tenuta democratica del nostro paese correrà seri rischi.

 

(Giorgio Merlo)

 

Ci sono due categorie che, storicamente, hanno inquinato e che continuano a inquinare la politica. O meglio, la squalificano e che contribuiscono, oltretutto, a ridurre la qualità della nostra democrazia. Due categorie che possono essere riassunte con due parole: il populismo e il moralismo.

 

Ora, il moralismo è, da sempre, una categoria e un modo d’essere che alligna prevalentemente a sinistra e, nello specifico, in tutti coloro che pensano, o sperano, di possedere – o di avere – una superiorità morale nei confronti degli avversari politici. Che poi vengono definiti e percepiti come autentici nemici. Un vizio e una deriva che non scompaiono malgrado il tramonto dei partiti, il cambiamento dei sistemi elettorali, lo scorrere delle stagioni politiche e via discorrendo. C’è poco da fare, il moralismo non demorde e, al momento opportuno, risorge dalle ceneri. Così è stato per quasi 50 anni il giudizio della sinistra italiana, in particolare quella salottiera, aristocratica ed alto borghese nei confronti della Democrazia Cristiana, della sua classe dirigente e anche del suo elettorato. Un vizio e una deriva che una parte della sinistra ha conservato anche nella cosiddetta seconda repubblica e che stenta ad uscire dal vocabolario di questa corrente politica e culturale nel nostro paese. Una presunta e maldestra superiorità morale che, come ovvio, non ha alcuna ragione di esistere ma che, comunque sia, è ancora fresca e vivace nella dialettica politica italiana.

 

Il populismo, invece, è una sub cultura che è nata recentemente. Certo, il qualunquismo nella politica italiana è sempre esistito sin dai tempi dell’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini all’albore della democrazia dopo la tragedia fascista. Ma, fortunatamente, durò per un breve periodo. Il populismo, invece, ha radici più profonde e molto più pericolose. Un populismo creato ed alimentato ad arte a metà degli anni duemila da uno stuolo di giornalisti, commentatori ed editorialisti che hanno individuato nella “casta politica” da abbattere lo strumento concreto e decisivo per eliminare definitivamente il nemico numero uno. Senza accorgersi, com’è altrettanto ovvio e scontato, che esistono altre decine di caste – potenti e milionarie – che non sono state neanche scalfite da questo furore ideologico.

 

Che poi il populismo si è declinato anche come giustizialismo manettaro non è che una logica conseguenza. Perchè quando si criminalizza politicamente e culturalmente una categoria è del tutto ovvio che scatti quel giustizialismo da retata a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni contro quel nemico. Inutile aggiungere che l’interprete ufficiale ed esclusivo di questa deriva è rappresentata dal partito dei 5 stelle. Salvo il recentissimo, e un po’ comico e grottesco, ravvedimento che, come molti sanno, è legato solo ed esclusivamente a ragioni tattiche e contingenti.

 

Ecco perchè, se si vuole oggi rinobilitare la politica, rilanciare il ruolo dei partiti come strumenti politici e di elaborazione programmatica, ridare qualità alla nostra democrazia e, non ultimo, la credibilità delle nostre istituzioni, occorre lavorare affinchè questi disvalori e queste derive vengano affrontate di petto e, possibilmente, sconfitte ed emarginate. Se pensiamo, invece, che il futuro della politica italiana debba continuare a ruotare attorno al populismo antipolitico e giustizialista e al bieco moralismo non lamentiamoci, poi, se la tenuta democratica del nostro paese correrà seri rischi. È bene pensarci prima che sia troppo tardi.

Bassetti, guardare oltre: la categoria di Italici abbraccia quella di Italiani. Ne consegue la nuova narrazione del futuro.

Intervento/Lectio Magistralis di Piero Bassetti al Festival della Scienza e della Ricerca – Università degli Studi della Tuscia (Viterbo). In allegato lo stralcio della parte finale del discorso, con un appello al Ministro Franceschini per il completamento del restauro della chiesa di Santa Maria in Gradi, destinata secondo i programmi a far da Aula Magna/Sala convegni/Auditorium dell’Università.

 

(Redazione)

 

Nell’Auditorium del Complesso di Santa Maria in Gradi a Viterbo, con un intervento intitolato “Oltre lo specchio di Alice, governare l’innovazione del cambiamento d’epoca: il caso del movimento della Italica Global Community”, il presidente Piero Bassetti ha guidato l’uditorio attraverso un percorso innovativo, affascinante ed anche avventuroso – in quanto effettuato senza mappa, limiti o, peggio, preconcetti – alla ricerca dei rapporti intercorrenti tra scienza e potenza.

 

Con incrollabile curiosità e un invidiabile spirito giovanile, Bassetti si/ci pone dei quesiti e suggerisce delle possibili risposte coraggiose e mai banali grazie al continuo costante dialogo intrattenuto non solo con il mondo degli intellettuali, ma sempre in stretto contatto con la realtà. Una visione del futuro agevolata da un costruttivo rapporto con i canali non istituzionali, con i giovani e con i “diversi” in generale. Sono tutti interlocutori “responsabili della narrazione del divenire”.

 

In questa ininterrotta ricerca del vedere “oltre” e non accontentarsi dello stare a guardare (lo “specchio di Alice” dal titolo del suo ultimo libro), e dunque in questo costante movimento del pensiero, oltre ad una fucina di idee e proposte, Bassetti ha appena avviato una nuova e concreta iniziativa.

 

Mercoledì scorso (22 settembre 2021) nella sede della Stampa Estera di Roma è stata presentata la sua nuova “creatura”: la “Global Italica Community”. Un’associazione, un movimento che vuole rappresentare un primo tentativo di un’aggregazione di persone, di popoli sganciati dalla loro dimensione territoriale che si riconoscono in una civilizzazione “italica” comune, seppure con cittadinanze molteplici. La creazione di una rete di persone, di un popolo di “italici” (e non solo di “italiani”) che trascende dall’appartenenza meramente nazionale e che diventa funzionale, tramite una feconda ibridazione realizzata attraverso l’incorporazione o condivisione di valori e stili di vita, per facilitare un dialogo tra diverse civilizzazioni  nel quadro di una diversa visione del mondo.

 

Un mondo reso sempre più complesso ed interdipendente (vedi la globalizzazione piuttosto che il Covid) in cui l’innovazione ha incredibilmente contratto il concetto del tempo approssimandolo allo zero e modificato altresí la percezione dello spazio. In questo contesto Bassetti ci invita a prendere coscienza, a ribaltare certi schemi e contribuire a reinventare le istituzioni (a diversi livelli quali regionali, nazionali e sovranazionali). Il tutto guardando sempre “oltre” e senza perdere tempo, un messaggio per altro espresso da un ex componente della staffetta della 4×100 metri di atletica alle Olimpiadi di Londra del 1948…

 

Allegato – Parte finale del discorso di Bassetti, un omaggio a Viterbo ed alla sua Università.

 

[…] Prima dell’inizio di questo incontro ho potuto visitare lo stupendo complesso di Santa Maria in Gradi, che ospita l’Università della Tuscia e  che è stato la prima residenza dei Domenicani a Viterbo, fatta costruire dal cardinale Raniero Capocci e da lui direttamente offerta a Domenico di Guzman, presente a Viterbo nel 1219 con il papa Onorio III, che aveva da poco approvato l’istituzione dell’Ordine Domenicano.

 

Il complesso conventuale, dotato di due chiostri, che occupava una notevole estensione recintata e munita di torri, anche in passato è stata sede di una scuola molto apprezzata, dove furono istruiti nobili viterbesi, tra cui il famoso Annio da Viterbo, chiamato a Roma nel 1499 da papa Alessandro VI Borgia come magister Sacri Palatii Apostolici, che influenzerà la cultura artistica attraverso le sue interpretazioni e ‘invenzioni’ di fonti letterarie.

 

L’antica chiesa, a cui nel Quattrocento fu addossato alla facciata un portico che si è conservato, è stata luogo di sepoltura delle più importanti famiglie viterbesi che vi elessero le loro cappelle. Riconfigurata a partire dal 1738 dall’architetto Nicola Salvi, (autore della fontana di Trevi a Roma), con la soppressione del convento nel 1874 e la destinazione a Carcere del complesso, le opere d’arte in essa contenute sono state traslate a San Francesco (come il monumento sepolcrale di papa Clemente IV) e nel Museo Civico.

 

In occasione della nuova destinazione d’uso quale carcere, furono eseguiti interventi di adeguamento, utilizzando la chiesa come laboratorio di falegnameria dei detenuti. Danneggiata dai bombardamenti del 1944, per problemi di sicurezza il Genio civile nel 1950 ha demolito quanto era rimasto della grande copertura voltata.

 

Divenuto il convento sede dell’Università della Tuscia, negli anni 2004-2007 sono stati intrapresi interventi di consolidamento e di restauro della chiesa, destinata ad Aula Magna/Sala Convegni/Auditorium, rimasti interrotti per mancanza di fondi.

 

È quindi con profonda convinzione che rivolgo pubblicamente un appello all’amico Ministro della Cultura, On. Dario Franceschini, perché il Ministero si faccia rapidamente carico del restauro della chiesa di S. Maria in Gradi, che appartiene allo Stato, e specificamente al Ministero della Cultura, affinché essa possa assolvere alla sua nuova funzione di Aula Magna, come è già stato fatto per l’Università di Bologna nell’ex chiesa gesuitica di Santa Lucia.

Chi sarà il Sindaco di Roma? Analisi dei programmi dei candidati Gualtieri e Michetti. L’osservatorio di “orbisphera.org”.

 

Alcuni spunti per offrire, con questo articolo, un sintetico “osservatorio” sui programmi dei candidati Sindaco, così da confrontare le posizioni espresse in campagna elettorale e le priorità da adottare per costruire una “visione di futuro”.

 

Elisabetta Campus

 

È stato da poco pubblicato un libro – “Le Sette Rome” di Keti Lelo, Salvatore Monni e Federico Tomassi (Ed. Donzelli) – al quale i 21 candidati alla carica di Sindaco di Roma dovrebbero dare almeno uno sguardo ai fini della stesura dei loro programmi elettorali.

 

Nel libro viene raccontata la realtà stratificata e contradditoria della Capitale a forza di numeri impietosi, aggravati dagli effetti post pandemici. Roma è suddivisa in 7 mappe concentriche, ognuna delle quali rappresenta la geografia sociale ed economica del territorio comunale.

 

La descrizione che ne fanno gli autori è quella di una città “poco performante” per la pessima qualità dei servizi pubblici, poco attrattiva per le imprese e caratterizzata da un mercato del lavoro con disoccupazione in crescita. Una città “diseguale” a causa della marcata differenza tra i quartieri abitati dalle fasce sociali abbienti e i quartieri abitati dalle fasce sociali a basso reddito. Una città dove il “disagio” è palese e si rivela nella distribuzione nel territorio comunale delle misure per il Reddito di Cittadinanza e dei sussidi Inps basati sull’ISEE.

 

Occorre dunque un’idea di città che sia comune a tutti i suoi abitanti, sulla quale costruire una visione di futuro che non guardi solo al soddisfacimento dei bisogni materiali, ma anche alla cura del benessere della persona. Affinché vivere nella città non sia un obbligo imposto dall’attività lavorativa, ma una scelta di vita condivisa per sé e per la propria famiglia.

 

E occorre anche affrontare un problema di rilevanza morale, ma con significative ricadute sulla nostra immagine all’estero e quindi sui flussi turistici; risolvere, cioè, una contraddizione che Roma vive ormai da decenni: quella di essere la capitale mondiale della Cristianità e, al tempo stesso, una delle città europee dove la “spiritualità” è meno presente.

 

In tale prospettiva, proponiamo un sintetico “osservatorio” sui programmi dei candidati Sindaco, per confrontare le posizioni espresse in campagna elettorale e le priorità da adottare per costruire la suddetta visione di futuro.

 

Iniziamo dai due candidati Roberto Gualtieri ed Enrico Michetti.

 

 

Roberto Gualtieri

 

Il programma del candidato Sindaco punta sulla partecipazione condivisa dei cittadini alla visione della città. Strutturato in 5 grandi aree di intervento, non segue l’articolazione per argomenti ma per linee progettuali di adeguamento della città al benessere dei suoi abitanti, evidenziando l’ambizione di diventare un modello di sviluppo integrato per le grandi capitali internazionali.

 

Il programma per la città è orientato al coinvolgimento dei cittadini nell’attuazione di un progetto di vivibilità che ha il suo cardine nella visione di una città solidale ed inclusiva. Ogni singolo intervento dedicato alle criticità della città è visto come un miglioramento collettivo; così per il degrado ambientale e amministrativo delle istituzioni pubbliche e comunali, per il declino economico del tessuto produttivo, per le disuguaglianze sociali, territoriali e infrastrutturali tra i vari settori del territorio comunale.

 

Non mancano le proposte mirate all’occupazione giovanile e alla qualità del lavoro offerto ai giovani, nonché al problema rappresentato dalla fuga delle migliori risorse della città (ossia i laureati delle tre Università statali) verso i mercati internazionali concorrenziali.

 

Si delineano così le linee di intervento: la città dei 15 minuti per la viabilità, la città più verde d’Europa, la città per le donne, la città per i giovani e la Roma Europea, e per ciascun punto sono indicati i progetti e gli investimenti che verranno realizzati non soltanto dal Sindaco ma da tutto il gruppo della società civile che lo sostiene.

 

Per gli elettori la particolarità di questo programma comporta la necessità di leggere il complesso degli interventi in un’ottica continentale, connessa con gli altri punti e con i piani di investimento dell’Unione europea.

 

Il programma così presentato potrebbe essere percepito come poco attento ai ceti meno abbienti, anche se gran parte degli investimenti andranno proprio a sviluppare le periferie e ridurre le diseguaglianze.

Sostengono il programma di Gualtieri, oltre al Partito Democratico, altre 7 liste: Roma futura, Sinistra civica ed ecologista, Lista civica Gualtieri, Democrazia solidale Demos, Europa verde, Partito socialista. Per un numero complessivo di 384 candidati Consiglieri comunali.

 

 

Enrico Michetti

 

Il programma di Enrico Michetti, l’ultimo ad essere reso pubblico, si articola nel modo classico per punti di intervento: 20 punti che contengono, tra l’altro, alcune novità programmatiche specificatamente indicate e non ricomprese nelle generali politiche sociali ed ambientali: cibo e accoglienza, lotta alle dipendenze, tutela degli animali.

 

Questi tre punti intendono concentrare l’attenzione degli elettori sulla grave crisi economica e sociale della città, mettendo in evidenza, ad esempio, come la ricerca del cibo quotidiano (la capacità di spesa del singolo per la propria sussistenza) sia un argomento spesso trascurato e alla cui soluzione il candidato Sindaco Michetti intende dare priorità di intervento, unitamente alla lotta alle dipendenze dalle droghe, non dimenticando che Roma è una grande piazza di spaccio come molte capitali europee.

 

Gli altri punti sono finalizzati a risanare il tessuto urbano e sociale della città, in una visione che, prima che capitale europea, la vuole capitale del Paese: mobilità, sicurezza, cultura e bellezza, turismo e identità, rifiuti, decoro, ambiente, salute, sport e benessere, urbanistica, economia e finanza, pubblico impiego, attività produttive, bambini, famiglia e vita, solidarietà ed equità, diritto alla casa, sapere e talento.

 

La visione della città è quella di intercettare i trend della globalizzazione – qualità della vita, centralità del tempo libero, cultura della bellezza, innovazione al servizio di benessere e salute – ma anche quella di valorizzarne la posizione geopolitica nel governo dello scambio culturale nel Mediterraneo, per la sua incontestabile centralità nell’area.

 

Il limite del programma di Michetti sembra essere la mancanza di un piano preciso su come e dove trovare i finanziamenti per un programma così vasto e generico.

 

Stupisce anche vedere l’assenza di Michetti ai confronti pubblici con gli altri candidati.

 

Sostengono la candidatura Michetti 7 liste: Forza Italia Udc, Rinascimento di Sgarbi, Cambiamo di Toti, Cantiere Italia, Democrazia del popolo, Rivoluzione animalista, Lista civica Michetti sindaco. Per un totale di 384 candidati Consiglieri comunali.

 

Nel prossimo articolo saranno analizzati i programmi dei candidati Virginia Raggi e Carlo Calenda, e quindi degli altri 4 candidati Sindaco delle liste minori.

 

 

Per saperne di più

https://www.orbisphera.org/Pages/PrimoPiano/5525/Chi_sarà_il_Sindaco_di_Roma?_Analisi_dei_programmi_dei_candidati_Gualtieri_e_Michetti

Come tante barche controcorrente. Francis Scott Fitzgerald e il sogno americano. Il ricordo dell’Osservatore Romano.

Oggi ricorrono i 125 anni dalla nascita del grande scrittore americano. La sua vena pessimistica la possiamo cogliere laddove viene ad irridere le ambizioni, piccole e grandi che siano. «A volte è più difficile privarsi di un dolore che di un piacere». L’articolo è pubblicato per gentile concessione del quotidiano ufficioso della Santa Sede.

 

Gabriele Nicolò

 

È possibile rivivere il passato? A tale interrogativo Gatsby non ha dubbi. “Sì certo che si può!”. E s’impegna in una promessa solenne: «Io metterò tutte le cose come erano prima», esclama. Si tratta di una promessa che, in realtà, tradisce una grande paura: quella di non poter ricomporre i frammenti del sogno (infranto) inseguito da tanti, forse da troppi: quello del cosiddetto “sogno americano”, nutrito di un accorato anelito alla libertà che sembra dileguarsi più è intenso lo sforzo per ghermirla.

 

Nel capolavoro di Francis Scott Fitzgerald (il 24 settembre ricorrono i 125 anni dalla nascita) il sogno del “grande” Gatsby si spezza nell’atto di riconquistare l’amata Daisy. Ma la finzione narrativa si carica di una spiccata valenza fattuale: è una generazione intera che s’identifica nel tentativo, tanto accanito quanto disperato, di riportare a sé la propria Daisy, ma molto spesso la storia procede nella direzione opposta di chi, a ritmo frenetico, corre per inseguire il proprio obiettivo. Nella celebre chiusa del romanzo si legge: «Così continuiamo a remare, barche controcorrente, risospinti senza posa nel passato». Gatsby sembra sempre sul punto di raggiungere il suo sogno, «ma non sapeva che il sogno era già alle sue spalle».

 

Quella a cui apparteneva Fitzgerald era la cosiddetta Lost generation (che, tra gli altri, annovera Hemingway e Dos Passos): un gruppo di scrittori nati verso la fine dell’Ottocento, che si stabilì in Francia negli anni Venti del secolo successivo, anni passati alla storia come quelli dell’età del jazz quando si manifestarono le utopie più ottimistiche e le delusioni più spietate. Tale fase viene immortalata dallo scrittore nel libro Tale of the Jazz Age: le voci e i gesti di quel mondo popolato da belli e dannati appaiono, nell’opera, come i riflessi di uno specchio deformante che apre ad una dimensione surreale, quasi magica. Acuta e corrosiva è la critica dello scrittore nei riguardi della cultura contemporanea, da lui sentita come «stantia» e «parruccona».

 

In questa temperie Fitzgerald affila progressivamente la lama dell’ironia fino ad eleggerla a tratto distintivo della sua narrativa. Basti pensare all’incipit di The Side of Paradise, in cui il padre di uno dei protagonisti del romanzo, Amory Blaine, viene presentato mentre «sonnecchia» (era una sua abitudine) sopra l’Enciclopedia britannica. Non a caso l’erudizione libresca era uno dei principali obiettivi polemici dello scrittore, formatosi, avendone letto avidamente i testi, su Oscar Wilde e Bernard Shaw, maestri del fine e illuminante sarcasmo. All’ironia è legato il pessimismo, alimentato dalla dolorosa consapevolezza che non esiste un modo per coprire il frustrante divario tra immaginazione e realtà, tra fantasia e quotidianità.

 

E la vena pessimistica viene ad irridere le ambizioni, piccole e grandi che siano. «A volte è più difficile privarsi di un dolore che di un piacere» scrive Fitzgerald in Tender is the Night: un’espressione che riveste un valore programmatico (una sorta di testamento spirituale) perché sintetizza la sua vibrante tensione ad investire e ad abbracciare il versante oscuro ed ostile della vita. A farne le spese è il sereno abbandono al versante solare dell’esistenza, per quanto sia salda la presa di coscienza che tale abbandono risulterà fugace.

L’ambizione “costruttiva” della Comunità degli Italici

Nella sede romana della Stampa Estera è stata presentata ieri mattina la ITALICA GLOBAL COMMUNITY, gli oltre 250 milioni di persone che nel mondo abbracciano e condividono i valori, gli stili di vita e i modelli dell’Italian way of life diffuso e apprezzato nei cinque continenti. Nel pomeriggio il Presidente Piero Bassetti, ricevuto al Quirinale insieme a Umberto Laurenti, era stato insignito due anni fa della massima onorificenza della Repubblica (Cavaliere di Gran Croce).

 

(Redazione)

 

L’obiettivo illustrato nell’interessante incontro romano consiste nel costruire – è stato ricordato – un network di stabili relazioni con la grande e autorevole comunità degli Italici, non solo i discendenti degli italiani ma anche tutti coloro che, senza avere una goccia di sangue italiano, hanno l’Italia nel cuore e si riconoscono nello straordinario ed unico mix fatto non solo di grandi bellezze artistiche e naturali, ma anche di stile e tradizioni, creatività industriale, food, fashion e design italiani.

 

La Italica Global Community si estende oltre i confini del Bel Paese: dagli Usa all’Argentina e al Brasile, dall’Europa al Canada e all’Australia, dalla Cina all’India e al Giappone. L’appartenenza italica, questa favorevole predisposizione verso l’Italia, è una preziosa risorsa da valorizzare. Molti Italici sono presenti nelle istituzioni economiche, politiche e culturali dei Paesi in cui vivono, sono un grande patrimonio da connettere e costituiscono un soft power di fondamentale importanza nell’era dell’informazione globale.

L’incontro, condotto dai giornalisti Rai Marco Frittella e Monica Marangoni, è stato aperto dall’intervento di Piero Bassetti, Presidente dell’Associazione Svegliamoci Italici, che ha illustrato gli obiettivi e il percorso di costruzione della Italica Global Community, percorso apprezzato subito dopo, nell’intervento del direttore generale Italiani all’estero del Maeci Pier Luigi Vignali.

 

Sono seguiti i collegamenti con gli Italici all’estero, curati da Niccolò d’Aquino, corrispondente del quotidiano America Oggi: da New York hanno parlato Fabio Finotti direttore dell’Istituto Italiano di Cultura, Biancamaria Maglione del Centro per l’Arte Italiana Moderna e Contemporanea, la giornalista Maria Teresa Cometto e il fondatore/direttore del quotidiano “La Voce di New York” Stefano Vaccara. Da New Delhi è intervenuto Vincenzo De Luca, Ambasciatore d’Italia in India. Da San Paolo del Brasile si è collegato un gruppo di italici coordinato da Giacomo Guarnera fondatore e presidente dell’Associazione “Italicós do Brasil”. Da Lugano è intervenuto il gruppo di italici coordinato da Filippo Lombardi, già Presidente del Senato Svizzero. Stefano Clima ha presentato il progetto formativo Schola Italica, mentre PierLisa di Felice ed Ugo Canonici hanno annunciato un concorso studentesco sugli obiettivi della sostenibilità.

 

Dei “giovani italici” e di “formazione italica” hanno parlato da Parigi Maria Chiara Prodi membro del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero e presidente delle Acli di Francia, insieme ai docenti universitari Mario Savino-Unitus e Rinaldo Marinoni-Lumsa e da Mar del Plata Riccardo Giumelli, promotore della prima cattedra al mondo di Cultura Italica. Sono seguiti gli interventi di Tony Pagone presidente dell’Associazione Internazionale dei Giudici ed ex giudice della Federal Court of Australia e di Gianni Profita Rettore dell’Università Medica Internazionale UniCamillus di Roma, del giornalista-scrittore Giovanni Bocco. Monica Marangoni ha raccontato tre anni di collaborazione di “Svegliamoci Italici” con la trasmissione L’Italia con Voi di Rai Italia, commentando le immagini di alcune puntate.

 

L’incontro è stato concluso da Umberto Laurenti vice presidente dell’Associazione Svegliamoci Italici, il quale ha inviato un caloroso messaggio di pronta guarigione al presidente del Parlamento Europeo Davide Sassoli, ed ha passato in rassegna i prossimi passi per la costruzione della Italica Community, dalla formazione, alla creazione di una piattaforma di servizi, confermando la attenzione prioritaria per il conseguimento del salto di qualità per rafforzare le Istituzioni comunitarie Europee.

Bollette alle stelle. La nota dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

L’interrogativo è se dietro l’escalation dei prezzi del gas naturale ci possa essere lo zampino della Russia. Cresce in Europa l’inflazione.

 

(ISPI)

 

Continua la scalata dei prezzi del gas naturale, mai così alti durante i mesi non invernali degli ultimi dieci anni. I paesi europei sono quelli più colpiti dal rincaro, con un +280% rispetto a gennaio. Ma aumenti dei prezzi a due o tre cifre si registrano ovunque, dagli Stati Uniti alla Corea del Sud.

 

Proprio oggi i ministri dell’energia dei paesi UE avrebbero dovuto fare passi avanti sul pacchetto “Fit for 55”, gli impegni europei contro il cambiamento climatico al 2030, e invece si ritroveranno a discutere dell’impennata dei prezzi. Che spinge l’inflazione nell’eurozona al 3%, danneggiando i consumatori e minacciando la ripresa. E che, soprattutto, getta dubbi sulla sostenibilità della transizione energetica.

 

Lo zampino di Mosca?

 

Le cause della crisi sono tante: i bassi livelli di stoccaggio dovuti ai lockdown invernali, l’improvviso aumento della domanda mondiale e lo scarso contributo dell’eolico. Ma anche Mosca potrebbe avere la sua parte di responsabilità.

La Russia è il principale fornitore di gas dell’Ue (43% delle importazioni totali), e secondo alcuni avrebbe volontariamente ridotto le esportazioni di gas verso l’Europa e lasciato gli impianti di stoccaggio che gestisce sul continente a livelli molto bassi.

Di certo questa è la versione sostenuta da circa 40 europarlamentari, che accusano Mosca di voler spingere al rialzo i prezzi per fare pressione sui governi europei – compreso il futuro esecutivo tedesco – affinché approvino definitivamente l’avvio del Nord Stream 2.

 

Tra pragmatismo e sostenibilità

Al di là delle presunte responsabilità russe, la crisi odierna porta allo scoperto tutte le difficoltà della transizione verde. Per disincentivare i consumi delle fonti fossili, è inevitabile che i loro prezzi aumentino. Ma il rischio è che questi aumenti colpiscano soprattutto gli strati sociali più poveri: già oggi quasi il 10% dei cittadini europei è “energy poor” e non può permettersi di riscaldarsi adeguatamente d’inverno.

 

Per l’Ue la sfida è duplice. Da un lato, evitare che la propria dipendenza energetica dai grandi produttori di gas porti a scelte poco ponderate in politica estera. Dall’altro, non abdicare al ruolo di guida mondiale nella lotta al cambiamento climatico. Un imperativo ancora più forte, visto che la COP26 di Glasgow è già dietro l’angolo…

 

 

Per saperne di più

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ispitel-crisi-del-gas-inverno-europeo-31742

Germania, elezioni al Bundestag: le speranze dei Verdi limitate dal forte calo nei sondaggi (nova.news).

Il partito e la sua candidata cancelliera Annalena Baerbock, sono stati superati da SpD, Cdu e Csu. Nel frattempo l’ultimo sondaggio dell’Istituto Forsa rivela che il 67% degli elettori considera Olaf Scholz, il candidato socialdemocratico, il più accreditato alla successione di Angela Merkel.

 

(Redazione)

 

I Verdi arrivano alle elezioni del Bundestag, che si terranno il 26 settembre, seguendo una traiettoria in discesa che ne fa attualmente il terzo partito tedesco, dopo aver toccato la vetta dei sondaggi pochi mesi fa. Il partito e la sua candidata cancelliera Annalena Baerbock, che copresiede gli ecologisti con Robert Habeck, sono stati superati dal Partito socialdemocratico tedesco (SpD) e l’Unione, formata da Unione cristiano-democratica (Cdu) e Unione cristiano-sociale (Csu). Gli ultimi sondaggi danno i Verdi e Baerbock rispettivamente al 17 e 16 per cento. A maggio, i valori erano rispettivamente del 25 e 30 per cento. Se confermato, il risultato del partito sarebbe comunque un netto miglioramento rispetto all’8,9 per cento ottenuto alle elezioni del parlamento federale del 2017.

 

Fautori della “ristrutturazione socio-ecologica”, pronti a interpretare il desiderio di cambiamento della Germania dopo 16 anni di governo della cancelliera Angela Merkel, ora i Verdi sono tuttavia superati dai partiti tradizionali, socialdemocratici e popolari. Gli ambientalisti hanno mancato il loro obiettivo principale, condizione necessaria per vincere: divenire un partito di centro, in grado di raccogliere i voti di quei moderati e conservatori che compongono la maggioranza dell’elettorato tedesco. Per molti, i Verdi sono rimasti “il partito dei divieti”, nonostante la svolta impressa da Habeck e Baerbock, esponenti della corrente pragmatica. Le ragioni di questo fallimento possono essere individuate in un duplice ordine di fattori. Da un lato, un programma elettorale tanto ambizioso da non convincere, se non spaventare, l’opinione pubblica. Dall’altro, la nomina di Baerbock a cancelliera, nonostante la copresidente dei Verdi sia priva di ogni esperienza di governo.

 

La proposta degli ecologisti per le elezioni del Bundestag ha al centro un netto aumento degli investimenti pubblici, pari a 50 miliardi di euro all’anno per i prossimi dieci anni, a cui si unisce l’azione per la protezione del clima. L’obiettivo della Germania per la salvaguardia dell’ambiente deve essere aumentato a una riduzione delle emissioni di CO2 entro il 2030 dall’attuale 55 al 70 per cento dei livelli del 1990. Affinché la protezione del clima ripaghi economicamente, i Verdi intendono rendere le alternative rispettose dell’ambiente più competitive, con un mix di tariffe sulla CO2 più elevate, incentivi e regolamentazione.

 

Ciò include una riforma del sistema europeo del commercio delle quote di emissioni (Ets) o un prezzo minimo in Germania per i settori dell’industria e dell’elettricità. Inoltre, le tariffe per i comparti dei trasporto e del riscaldamento dovrebbero salire entro il 2023 dagli attuali 25 a 60 euro a tonnellata. Affinché la protezione del clima sia socialmente equa, il reddito derivante dai prezzi della CO2 deve essere restituito ai cittadini sotto forma di incentivi per l’energia. La conclusione del processo graduale di decarbonizzazione della Germania deve essere anticipata dal 2038 al 2030.

 

Per saperne di più

https://www.nova.news/germania-elezioni-al-bundestag-le-speranze-dei-verdi-limitate-dal-forte-calo-nei-sondaggi/

Le sfide della tecno-scienza. Un intervento sulle pagine dell’Osservatore Romano

Pubblichiamo per gentile concessione l’articolo apparso ieri sull’organo ufficioso della Santa Sede. Chi si abbona al giornale entro il 30 novembre può avvalersi di un prezzo molto vantaggioso: appena 20 euro.

 

(Laura Pallazzani)

 

Il concetto di persona è da sempre molto usato in bioetica per segnare il limite tra avanzamento della tecnoscienza e rispetto della dignità. La bioetica si è dedicata alla discussione sui “confini” della persona con riferimento all’inizio e fine vita, alla cura e alla sperimentazione.

Una recente sfida al concetto di persona emerge con le nuove tecnologie di potenziamento che intendono modificare i caratteri di individui umani “sani” (non malati). Ne sono esempi: il potenziamento genetico (con il genome-editing) per produrre “bambini geneticamente modificati”, il potenziamento biologico per estendere la vita giovane fino alla “immortalità terrena”, il potenziamento cognitivo per aumentare con le neurotecnologie le capacità intellettive, il potenziamento morale che agendo su ormoni, cervello o geni, intende renderci più empatici.

 

I tecnofili bio-ottimisti libertari che esaltano la autodeterminazione e utilitaristi che pongono al centro la qualità di vita, sono favorevoli ad ogni intervento come un “dovere evolutivo” verso una “umanità perfetta”, partendo dall’idea che una persona più forte, più longeva, più intelligente, più buona, sia anche “più degna”. Spingendo fino al “post-umano”: ad una sostituzione del corpo e della mente umane, con robot meccanici e intelligenze artificiali, per il radicale potenziamento tecnologico, annullando l’uomo.

 

Molte le perplessità di chi, sulla base della visione ontologica della dignità umana, ritiene che ogni uomo è degno a prescindere dalle abilità che manifesta, ma solo perché “uomo”. Peraltro, non vi è alcuna prova scientifica di sicurezza ed efficacia di tali interventi, che possono mettere a rischio integrità e salute, potendo provocare danni anche irreversibili e trasmissibili alle generazioni future. Inoltre possono sfidare la libertà, “obbligando” gli individui a potenziarsi in una società competitiva che spinge alla perfezione e sfidare la giustizia introducendo nuove discriminazione tra potenziati e non potenziati.

 

La bioetica è chiamata a fare sentire la sua voce, a riflettere sul significato filosofico di persona, per porre un argine etico e giuridico al forte sviluppo di queste tecniche nel mercato. Ciò non significa bloccare il progresso, ma orientarlo in una direzione rispettosa dell’umano e della natura umana, per sviluppare una tecnologia che sappia integrarsi “con” l’uomo, rispettandone la sua natura, e non superare l’uomo.

 

Per saperne di più

https://www.osservatoreromano.va/it.html

Il nostro centrismo. La rilettura di Sturzo come spunto per la discussione sull’attuale problematica di un nuovo “centro”.

Il titolo di un famoso articolo –  scritto nel lontano 1923 – di Luigi Sturzo, costituisce per l’associazione “Forum al Centro” l’occasione per approfondire la questione del “nuovo centro” nel quadro del sistema politico italiano, considerando le possibili e auspicabili evoluzioni. Il confronto online si svilupperà sulla base della relazione introduttiva del direttore de “Il Domani d’Italia”, Lucio D’Unaldo

 

(Redazione)

 

Comunicato stampa

 

Venerdì 24 settembre, dalle ore 18,30 su Zoom, si terrà il webinar, organizzato da “Forum al Centro”, dal titolo “il nostro centrismo”.

 

Discuteremo insieme al senatore Lucio D’Ubaldo dell’attualità del pensiero e del testamento politico di don Luigi Sturzo.

 

Dopo la relazione iniziale di D’Ubaldo ci sarà spazio per interventi e domande.

 

L’incontro è libero e gratuito e basterà inviare una email a forumalcentro@gmail.com per ricevere il link al webinar.

 

Di seguito il testo integrale dell’articolo di Sturzo.

 

Il nostro centrismo.

Luigi Sturzo

(Articolo pubblicato sul “Popolo nuovo” il 26 agosto del 1923).

 

L’ accusa che si ripete con insistenza da avversari e da ex-amici è che il partito popolare italiano vada a sinistra, e che non è più un partito di centro.

 

Questa topografia di destra, sinistra e centro deriva da un semplicismo politico, troppo banale; e poiché manca di contenuto specifico, crea confusioni equivoci ed errori, e forma pregiudizii deplorevoli.

 

Vediamo di portare un po’ di ordine in queste idee confuse, anzitutto per intenderci fra di noi, e poi per obbligare gli altri a non fraintenderci, almeno quelli in buona fede, e non sono pochi.

 

  1. Andiamo per eliminazione: il nostro centrismo non è una linea mediana fra i destri e i sinistri, come a dire un colpo alla botte ed uno al cerchio, ovvero una specie di giudizio di Salomone, un’altalena di teoria e di pratica politica, atta a scontentare tutti o a contentare un po’ per uno. Politica da equilibrista, che si ridurrebbe in fondo a non sapere che pesci pigliare ed essere a Dio spiacente ed ai nimici sui. Questa concezione è semplicemente esclusa; sia perché sarebbe un vero nullismo o un semplice opportunismo; sia perché mancherebbe della logica programmatica, che fa discendere, da alcuni principii ideali e da varii postulati fondamentali, le ragioni pratiche dell’azione e le posizioni politiche di lotta e di realizzazione.

 

  1. Altra eliminazione: destra e sinistra nell’interno di un partito, di qualsiasi partito, che abbia un’omogeneità sia pure elementare, cioè quella schematica del programma dello statuto e delle finalità, non possono significare due correnti irriducibili avverse, che ciascuna pretende avere ragione e sopraffare l’altra; poiché in questo caso si tratterebbe di due partiti o di due fazioni; non mai di tendenze nel seno dello stesso partito, sia che tali tendenze fossero stabilizzate attorno ai problemi generali, sia che fossero invece eventuali atteggiamenti su determinate soluzioni.

 

  1. Terza eliminazione: il centrismo dei popolari non è una pura posizione parlamentare, come elemento di equilibrio fra una destra reazionaria e una sinistra socialista, o come semplice integrazione di governi liberali-democratici; simile interpretazione o figurazione topografica è stata smentita dalle diverse combinazioni e dai vari orientamenti dei partiti in quasi cinque anni di esistenza del nostro partito; il quale alla Camera si è trovato per tre anni di seguito (novembre 1919 – ottobre 1922) nella necessità di partecipare a tutti i governi per formare la maggioranza governativa, ed ha cercato di inserire nei vari programmi di governo, alcuni dei postulati pratici propri, quali l’esame di Stato, le leggi agrarie, la libertà di commercio, il riconoscimento dei sindacati, la funzione del movimento cooperativo e simili.

 

Per questo il nostro gruppo parlamentare è stato avversato e tollerato dai vari partiti di governo, che avrebbero fatto a meno dell’esistenza di questo terzo incomodo nell’attività parlamentare; ma che per ragioni di numero erano costretti a cercarlo, a blandirlo, per poi spesso sopraffarlo. Questa posizione parlamentare può non ripetersi; ciononostante il nostro partito resterà anche in parlamento un vero partito di centro.

 

  1. Spieghiamo allora cosa intendiamo per centrismo. Per noi il centrismo è lo stesso che popolarismo, in quanto il nostro programma è un programma temperato e non estremo: – siamo democratici, ma escludiamo le esagerazioni dei demagoghi; – vogliamo la libertà, ma non cediamo alla tentazione di volere la licenza; – ammettiamo l’autorità statale, ma neghiamo la dittatura, anche in nome della nazione; – rispettiamo la proprietà privata, ma ne proclamiamo la funzione sociale; – vogliamo rispettati e sviluppati i fattori di vita nazionale, ma neghiamo l’imperialismo nazionalista; e così via, dal primo all’ultimo punto dei nostro programma ogni affermazione non è mai assoluta ma relativa, non è per sé stante ma condizionata, non arriva agli estremi ma tiene la via del centro.

 

Questa posizione non è tattica. E’ programmatica, cioè non deriva da una posizione pratica di adattamento o di opportunità: ma da una posizione teorica di programma e di idealità. E la ragione di questa posizione teorica ha la sua origine in un presupposto che caratterizza la ragione etica della vita quale la vediamo noi al lume del cristianesimo: – noi neghiamo che nella vita presente si possa arrivare ad uno stato perfetto, ad una conquista definitiva ad un assoluto di bene.

 

I socialisti dicono: il male viene dall’ordinamento borghese della società; bisogna abbatterlo, dopo verrà il novus ordo: essi sono estremisti, perché arrivano ad una concezione assoluta. I fascisti dicono: la nazione potrà prosperare solo quando sarà “fascistizzata” negli ordinamenti, nel pensiero, nella vita sociale; essi tendono ad un assoluto e quindi sono anch’essi “estremisti”. Chiamiamoli per pura comodità gli uni estremisti di sinistra, gli altri estremisti di destra, e ciò in riferimento alla società borghese; ma la tendenza “monopolista”, “assolutista”, “estremista” è nella natura del loro movimento.

 

Nel movimento popolare invece non c’è la futura età di Saturno, la città del Sole, il 2000, la repubblica di Platone e simili ottimismi; perché la nostra fede cristiana e il nostro senso storico ci portano a valutare la vita presente come un “relativo” di fronte ad un “assoluto”, e quindi diamo valore fondamentale, anche nella vita pubblica, all’etica, che è per noi norma insopprimibile, e superiore a quella che si chiama “ragion politica” o “ragione economica”; e questo ci dà il senso di relatività, che incentra i problemi, e non li fa come per sé stanti, come fini assoluti da dover raggiungere per un logico predominio e per una ferrea legge.

 

La mancanza di estremismo programmatico e finalistico, e il suo fondamento etico, che deriva dalla concezione cristiana del popolarismo, contribuiscono fortemente ad escludere nei popolari estremismo di metodo; cioè la realizzazione di mezzi rivoluzionari o violenti o antilegali. E mentre tutti i partiti, che non appoggiano la loro etica sul cristianesimo, possono divenire rivoluzionarii, nel senso di sovvertire gli ordinamenti legali con la violenza con l’illegalismo e con la dittatura, il nostro partito non può mai divenire rivoluzionario o violento, e se accede in casi concreti alle ragioni che muovono altri a far le rivoluzioni, esso rimane sempre quello che il consiglio del partito, nell’appello del 20 ottobre 1922 (alla vigilia della marcia su Roma), chiamò riserva morale della nazione! – Sempre!

Questa è la natura e la ragione sostanziale del nostro centrismo come partito politico.

 

  1. Ma se è così, perché mai ci dicono che il partito ora vada a destra, ora invece vada a sinistra? Lasciamo stare i motivi polemici; ce ne son tanti e servono sempre agli avversari. I socialisti diranno sempre che il partito popolare va a destra, a furia di dirlo, in cinque anni dovremmo essere già all’estrema destra; e lo stesso vale per i liberali conservatori e oggi anche per gli ex-amici; per tutti costoro il partito cominciò ad andare a sinistra appena sorto, e via via avremmo già superato i comunisti: infatti ci dissero un tempo che eravamo peggio dei bolscevichi.

 

La verità è un’altra: – mentre il programma la natura del partito creano una ragione centrista sia di sostanza che di metodo; la necessità di affermare il partito nella vita e di realizzarne i postulati crea quelle che si chiamano posizioni di battaglia; ed è naturale che ogni posizione di battaglia trovi coloro che resistono e che quindi fanno da antagonisti: altrimenti non vi sarebbe più lotta.

 

Infatti quando nel 1919 e nel 1920 ci opponemmo agli scioperi generali, i nostri antagonisti furono i socialisti; quando nel 1920 iniziammo la campagna per la colonizzazione del latifondo e la riforma dei patti agricoli, furono gli agrari ed i conservatori; quando nel 1921 iniziammo la lotta contro i provvedimenti finanziari, il nostro antagonista fu Giolitti; quando nel 1922 sostenemmo l’esame di Stato i nostri antagonisti furono i democratici sociali; quando nel presente anno abbiamo combattuto la riforma elettorale politica, i nostri antagonisti sono stati i fascisti.

 

Destra o sinistra? Ma che c’importa della topografia! Chiamatela come vi pare, per noi è battaglia oggettiva, concreta, logica, che risponde ai nostri principii, ai nostri postulati, alle esigenze politiche del nostro partito. Se nel caso concreto, una nostra posizione di battaglia giovi o nuoccia ad una delle frazioni politiche del paese, sia o non sia opportuna in un determinato momento, tutto ciò fa parte della valutazione politica, che spetta ai dirigenti, ma non sposta la posizione di un partito che segue la sua linea e tenta le sue realizzazioni; anzi manifesta una ragione di polarizzazione di altri partiti e gruppi che vengono così costretti a valutare e rivalutare le posizioni da noi assunte.

 

Solo così siamo noi e tendiamo a far sì che il nostro pensiero e il nostro programma vengano discussi dagli altri, e possano in parte o in tutto realizzarsi.

 

  1. Alcuno dirà che perché un modo di esprimersi entri nell’uso comune deve avere una ragione; non per nulla da parecchio tempo in Italia si parla di destra e di sinistra: ci deve essere una ragione.

 

L’osservazione è giusta, ma bisogna spiegare la portata di questa formula sintetica. Dopo la guerra, per sinistra fu caratterizzato il movimento socialista e quell’altro social-democratico che lo favoriva; per destra invece fu caratterizzato quello che vi si opponeva e che poi sboccò nel nazional-fascismo. Fra questi due poli si svolse la nostra politica; e il terzo elemento, il popolare, per potersi piazzare nell’opinione pubblica così orientata, avrebbe dovuto saltare il fosso e presentarsi o come sola destra o come sola sinistra; il fatto che invece volle restar centro, cioè quello che era, diede alle due ali avverse la spinta o a favorirlo o ad avversarlo.

 

Ora tutto il problema sta qui: c’è posto nella lotta politica per un terzo termine? Noi diciamo di sì, e perciò vogliamo mantenerlo puro; invece questo negano oggi i fascisti e ci voglio decomposti, e ridotti a massa di manovra clericale per comodo dei destri; questo negarono e negano i socialisti, che ci hanno sempre conteso la possibilità dell’organizzazione operaia; e questo negano in parte anche gli amici o ex-amici di dentro e di fuori, affetti dal morbo della filìa, che tenta creare nel partito la orientazione e la stabilizzazione delle tendenze, le quali come gruppi a sé sono stati sempre combattuti e riprovati.

 

La filìa è un morbo, che deriva dalla poca fiducia e dalla poca convinzione della nostra ragione politica di partito e dei suoi destini; perciò ci sono quelli che credono che è meglio dare al partito popolare un po’ più di tinta democratica e sociale e fanno i filo-socialisti; i quali un tempo eccedettero in cravatte nere e in canti di bandiere bianche e in filippiche anti-padronali. Altri invece che credono che il mondo può essere salvato dal manganello meglio che dalla croce, almeno il mondo della proprietà e della ricchezza; oppure che a metter l’ordine, anche senza giustizia e senza libertà, può esser tollerabile la dittatura, e perciò divengono filo-fascisti; fino a votare la legge di riforma elettorale che lede nel suo fondamento i principii costituzionali.

 

Ecco che gli uni e gli altri diranno che il centrismo del partito non è stato un bene; e che bisogna andare o a destra o a sinistra.

 

Superate le vostre filìe, abbiate fiducia nel partito popolare, come termine raggiungibile di attività politica e quindi anche di dominio delle nostre idee e delle nostre forze, e allora vi accorgerete che l’attività del partito segue la sua linea, la sua natura, la sua responsabilità puramente centrista, perché popolare.

 

La filìa è come gli occhiali colorati che fanno vedere negli oggetti i colori che non ci sono. Oggi è la volta del sinistrismo del partito; coloro che lo vedono sono proprio i popolari o gli ex-popolari filo-fascisti. Ieri quegli altri, i sinistri i filo-socialisti, vedevano invece che il mondo popolare andava troppo a destra.

 

Sono le due piccole ali del partito che fan rumore, perché hanno troppe cose da dire agli altri, e quasi mai delle cose serie e importanti da dire a noi. Questa è la storia, per noi ormai superata, della destra e della sinistra.

 

 

Parliamo invece del popolarismo che non piega né a destra e né a sinistra: questo è il nostro partito, il vero partito di centro; in questo partito abbiamo fiducia, e vogliamo che esso superi le difficoltà dell’oggi nella chiara visione del nostro programma e delle nostre finalità politiche e morali.

Che fine ha fatto la legge elettorale?

C’è molta confusione sul tema elettorale. Mancano le direttrice ideali, mancano le proposte coerenti. Nei partiti albergano contraddizioni evidenti. D’altronde, come diceva Carlo Donat Cattin, “se si vuol capire cosa pensa un partito delle istituzioni è appena sufficiente verificare come pratica quel partito la democrazia al proprio interno”.

 

Giorgio Merlo

 

La legge elettorale, come ci ricordava con la consueta saggezza ed intelligenza anni fa Sandro Fontana, “è la madre di tutte le leggi”. In effetti, con i sistemi elettorali nascono e tramontano partiti, si formano e si cambiano le coalizioni. Addirittura emergono e scompaiono nuovi leader. Anche se oggi è meglio definirli nuovi capi, non essendoci più i leader politici e gli statisti del passato. Ma le leggi elettorali, come sappiamo tutti, sono sempre il frutto e la conseguenza della politica del momento.

 

Ora, quando la politica è personalizzata, i partiti sono prevalentemente cartelli elettorali, la selezione della classe dirigente è espressione della fedeltà e dell’obbedienza al capo partito, è del tutto evidente che le leggi elettorali non possono prevedere la libera scelta del cittadino elettore se non quella di ratificare quello che hanno già deciso, appunto, i capi partito. E, non a caso, le ultime leggi elettorali – sempre costruite ad arte dalla maggioranza uscente per tentare di raggiungere più facilmente il potere – sono la diretta conseguenza delle costanti che caratterizzano la politica contemporanea da molti anni. È appena il caso di ricordare che tutti, dico proprio tutti i principali commentatori ed editorialisti della politica italiana, dicono tranquillamente – parlando dei grandi come dei piccoli partiti – che la preoccupazione principale, se non esclusiva, dei capi partito è quella di stendere la lista dei candidati fedeli ed obbedienti alle prossime elezioni.

 

Al contempo, con l’ipocrisia che li caratterizza, i capi dei partiti annunciano pubblicamente nel vari talk televisivi e nelle innumerevoli interviste che, d’ora in poi, saranno solo i cittadini/elettori a decidere chi andrà a sedersi a Montecitorio e a Palazzo Madama. Vabbè….E così, temo, sarà anche questa volta. E cioè, liste bloccate e candidati decisi dall’alto. A prescindere che si tratti di sistema proporzionale con liste bloccate o di sistema maggioritario con collegi blindati. Certo, il tutto poi viene addolcito con vari escamotage. Come, ad esempio, la pagliacciata delle “primarie” per scegliere i candidati o le “ampie consultazioni” della base per selezionare i candidati da mettere nelle liste dei singoli partiti.

 

Ora, al di là di queste scontatissime riflessioni, c’è una domanda che merita però di essere ancora indagata e approfondita. Ovvero, si parlerà ancora nella politica italiana nei prossimi mesi di cambiare, o meno, l’attuale legge elettorale? Se le riflessioni che ho avanzato poc’anzi rispondono al vero, e non c’è alcun motivo per dubitarne, è del tutto ovvio che qualunque sia la tecnica elettorale che sarà individuata, l’unico elemento certo è la scelta dei capi partito della propria rappresentanza parlamentare. Con tanti saluti alla cosiddetta scelta decisiva da parte del cittadino/elettore.

 

Del resto, e per chiudere – passando dalla legge elettorale alla concezione che si ha delle istituzioni e della democrazia – è appena sufficiente ricordare una bella e profonda osservazione di Carlo Donat-Cattin pronunciata ad un convegno settembrino di Saint-Vincent della sinistra Dc di Forze Nuove per rendersi conto che tutto si tiene. Diceva Donat in quell’occasione a metà degli anni ‘80, “se si vuol capire cosa pensa un partito delle istituzioni è appena sufficiente verificare come pratica quel partito la democrazia al proprio interno”. E quando si tratta di partiti personali sostanzialmente privi di democrazia interna, è difficile, pensando a ciò che diceva proprio Donat-Cattin, che ci siano parlamentari scelti dai cittadini e non già decisi dai capi dei partiti stessi. Chiaro, no?

No vax, pro vax, e il grafene perduto.

Una interpretazione originale e “scandalosa” del fenomeno connesso alla gestione della pandemia. Le persone mentalmente passionali captano – dice l’autore – soltanto alcune parole, rafforzando la loro percezione della realtà, come antichi chierici irregolari. In sostanza, essi viaggiano per le vie del web, cercando un uditorio che accetti una piccola o grande verità che possano rivendere.

 

Danilo Campanella

 

Una breve analisi fenomenologica della società contemporanea ci rivela alcune categorie che ci sembrano nuove, anche alla luce della recente pandemia di Coronavirus: i no-vax e i pro-vax. Ma saranno veramente una novità?

 

Il “no” ai vaccini è solo la causa di un fenomeno antico come l’umanità, composto da persone tendenti a diffidare di tutto ciò che provenga dal potere reggente, e da coloro che, invece, tendono ad abbracciare in toto ogni soluzione di quello che, a priori, considerano come potere legittimo santificante e santificatore. Senza andare troppo in là nel tempo, nel Medioevo i catechisti che non venivano eletti a chierici lasciavano la “Chiesa ufficiale” per diventare chierici irregolari o, come si usava dire allora, degli “eretici”. Erano quei predicatori laici o quei frati che, non venendo ammessi al sacerdozio, oppure alla facoltà di teologia, per varie ragioni, si “vendicavano” trovandosi da soli un uditorio tra i pezzenti, gli emarginati, gli ignoranti, i servi della gleba. Il potere legittimo riusciva a convincere della falsità del messaggio profuso da questi “ribelli” quando essi non erano scolarizzati; avevano però qualche problema quando questi erano dei “fuoriusciti”, magari con qualche titolo altisonante. Oggigiorno, allo stesso modo, è difficile convincere persone a digiuno di cultura che medici, psicologi, giuristi e premi Nobel possano essere in malafede. Un titolo è sempre uno scudo, una garanzia di affidabilità. Se, su trenta premi Nobel, ventisette sono contrari alla “mia” idea, io darò comunque ragione a quei tre che asseriscono quello che io vorrei sentirmi dire. E sono comunque dei premi Nobel. Se, nel Medioevo, il popolino aveva difficoltà nel diffidare di un teologo, di un frate, di un catechista, sebbene “ex”, oggi accade la stessa cosa con gli odierni professionisti.

 

La domanda sorge spontanea: se una persona non acculturata può “osare” inventarsi una narrazione per catturare l’attenzione dei suoi simili, cosa spinge un professionista accreditato a mettere esperienza e titoli da parte per fare l’arruffapopoli? Le risposte sono molteplici ma prima di elencarle occorre fare una premessa. La maggioranza delle persone a questo mondo non vive di promesse ma di certezze. Ergo, anelano a “guru” che possano rassicurarli e vendere loro una qualche verità. Esistono “guru” di Stato e “guru” di piazza, dei chierici irregolari che, desiderando il potere ma non potendo accedervi naturalmente, cercano la spinta della “base popolare”, sperando un giorno di passare dall’opposizione al governo e diventare loro stessi “maggioranza”. Questa maggioranza è formata, da un lato, da persone tendenti a essere come tutti gli altri, a mettere da parte la propria individualità per essere “normali”, laddove ciò che è normale lo decide il potere (la Chiesa, il partito, lo Stato, etc.) per dare sempre ragione al più forte (i normopatici, cfr., Bollas). Dall’altro lato, vediamo persone che diffidano di tutto, di tutti, sempre, come fossero eterni perseguitati. Essi sono i paranoici, (i maniaci, cfr., Kraeplin ) affetti, a vario titolo e in gradi diversi, a seconda della classificazione nel DSM, di manie di persecuzione, che sfociano in comportamenti diversissimi, di solito accomunati da una tendenza alla polemica, da sempiterna allerta, tendenti al biasimo. In entrambi i casi, sia i normopatici, la cui parola d’ordine è “ubbidienza”, sia i paranoici, la cui parola d’ordine è “ribellione”, sono personalità prettamente passionali, con un grado di cultura diverso, a seconda dei casi; ma con la comune difficoltà di rapportarsi col mondo che li circonda.

 

I paranoici manipolatori (paranoici leaders) inoltre sono persone che sanno usare le parole e il fascino per mentire e farsi credere dalle loro vittime. Studiano le vulnerabilità e rispondono ai bisogni degli altri paranoici-passivi, componenti della folla, creando un nemico e puntandogli il dito. Quando riescono ad avere successo, subentra un narcisismo latente che li fa passare, dall’essere persone misurate (qualità che gli permise un certo grado di carriera) a persone tendenti alle più astruse, fantasiose e inverosimili prodezze (come tentare di curare una malattia neurodegenerativa con dei concentrati alla frutta), vantando il loro curriculum di tutto rispetto che ne giustificherebbe le scelte, anche le più inverosimili. Quando non hanno successo, invece, tendono a mettere da parte i titoli acquisiti, per accreditarsi a un grande uditorio: immaginiamo medici radiati dall’albo, avvocati senza clienti e psicologi senza pazienti, alla ricerca di un bacino di utenza che, nonostante i loro titoli, non sono riusciti ad ottenere. Hanno una retorica al di sopra delle regole, sprezzanti, ribelli, alla ricerca di fama, controllo, potere, denaro e, talvolta, di sesso.

 

Non avendo nulla da perdere, quindi, divengono i guru delle piazze, guide illuminate dei loro colleghi di paranoia che, però, non avendo lo stesso carisma, cercano soltanto un punto di riferimento non-ufficiale, qualcuno che dia loro ragione, che ponga le certezze a quei “sospetti” che vorrebbero tramutarsi in realtà. Sia i normopatici sia i paranoici non vogliono capire (non ne hanno gli strumenti o l’equilibrio mentale), vogliono credere. Chi cerca trova e c’è sempre qualche dato che, abilmente manipolato, può fare al caso di chi vuol credere, appunto, che la Terra sia piatta. Luigi Pareyson nel suo saggio dal titolo “Verità e interpretazione” descrisse lo sfasamento fra il discorso esplicito e l’espressione profonda, della parola che dice una cosa, ma ne significa un’altra. E’ il caso odierno della fake news secondo cui nei vaccini si trovino, al pari dei cibi, metalli pesanti: piombo, alluminio, etc. Non riuscendo a trovare prove sperimentali di queste menzogne, alcuni quotidiani scandalistici, non avendo nulla da far “trollare” cercano in tutti i modi di correre ai ripari.

 

Quando apparve un articolo di una ricerca scientifica che ipotizzava l’utilizzo del grafene nella lotta contro i virus (in quanto questo metallo possiede delle qualità antisettiche) per costruire maschere, oggetti antisettici o altro, un giornale spagnolo ebbe l’idea per una notizia sensazionale: il grafene nei vaccini. Trovò un professore che potesse scrivere un articolo in merito e commissionò (pagandolo?) l’analisi di un campione di vaccino e di un campione di grafene: due fiale al microscopio e l’analisi dei dati sperimentali. Il docente, convinto, ma non troppo, paragonò i campioni di liquido ma non volle del tutto sbilanciarsi. Nel vaccino ci sono anche lipidi: assomigliano a particelle di grafene. Nonostante le analisi chimiche di precisione non lascino dubbi sull’attendibilità dei risultati, nel suo stesso documento scrisse che nel campione (di vaccino) sono presenti elementi riconducibili per forma e dimensioni all’ossido di grafene, ma non possono esserci certezze in merito. I lipidi spacciati per grafene.

 

Nel giugno 2021 le analisi del professore di chimica dell’Università di Almeria, in Spagna, si diffusero in rete. Non scrisse nulla di scientifico, eppure, la parola “grafene” in un documento firmato dal docente di una università fece il giro del mondo e ognuno ci lesse quello che voleva leggerci dentro. L’università naturalmente specificò che il professore di chimica aveva agito per suo conto, senza spiegare l’origine dei campioni (dove abbia preso una provetta di vaccino anti Covid-19) tutt’ora irreperibili. Tuttavia il danno era fatto. Come spiega Pareyson ci troviamo davanti a un fenomeno di “sfasamento fra il discorso esplicito e l’espressione profonda: la parola dice una cosa, ma ne significa un’altra” (Cfr., Pareyson), ed ha come conseguenza “l’identificazione del pensiero con la situazione (…) l’intervallo che s’apre fra il discorso esplicito e l’espressione profonda è quello del mascheramento, cioè di quell’inconscia ingenuità o malafede per cui il pensiero assolutizza una situazione storica, dandosi l’aria di raggiungere una universalità speculativa (…)”. Quindi: se un professore universitario di chimica ha scritto “sembra grafene, ma non possiamo esserne sicuri”, grafene ha da essere.

 

E il grafene è un metallo. Metallo uguale calamita. Seguirono notizie, racconti, foto di mitomani che si incollarono monete, cucchiai e pentole addosso. Ecce Graphene! Prima del 1854 pochissime persone, in un periodo di tempo molto lungo, dissero di aver visto la Madonna; ma dopo il dogma papale che diffuse in tutto il mondo il carisma mediatico mariano, fioccarono le apparizioni. Tutti la vedevano. Le persone mentalmente passionali captano soltanto alcune parole, rafforzando la loro percezione della realtà, corroborata dai ragionamenti vacui mossi in maniera passionale da piccoli e grandi guru che, come antichi chierici irregolari, viaggiano per le vie del web, cercando un uditorio che accetti una piccola o grande verità che possano rivendere. Mentre i normopatici odierni credono che il vaccino curerà tutti i loro mali, garantendo l’immunità dal virus (che è come credere che soldi garantiscano la felicità) e vedendo come satanassi gli “scettici”; gli oppositori del vaccino sono anche, spesso, oppositori dell’esistenza, alla ricerca di chi sembra loro che dica la cosa giusta.

 

Poi ci sono gli altri. Quelli che riconoscono sia l’utilità del vaccino, sia la sua pericolosità. Ha effetti indesiderati, anche gravi, per talune persone, ma che protegge da un virus potenzialmente letale, pur non garantendo nulla e obbligandoli a condurre le stesse abitudini dei non vaccinati. Insomma, alcuni muoiono per il virus, e nessuno potrà mai prevedere se toccherà a loro; altri hanno rari danni a causa delle controindicazioni infiammatorie del vaccino, e nessuno potrà mai prevedere se toccherà a loro. Chi ha le spalle tanto grandi dal sopportare l’insostenibile pesantezza dell’essere-nel mondo? Pochi, molto pochi. Per tutti gli altri ci sarà sempre una Chiesa reggente o nascente, pronta a vendere loro una verità, una rassicurazione, una soluzione: un paradiso.

Renzo Fanfani. Prete operaio. Con antologia degli scritti (1969-2011). Una nuova proposta di Gabrielli editore.

La storia del decano dei preti operai. L’autrice, grazie ai suoi rapporti con Fanfani, approfondisce l’esperienza del sacerdote e dell’amico lavorando sulle fonti dei suoi scritti.

 

 

(Redazione)

 

Il libro ripercorre in modo minuzioso le tappe della vita di don Renzo Fanfani (1935-2017), decano dei preti operai. Raggiunto il grado di capitano dei Granatieri, si dimette dall’esercito ed entra nel Seminario maggiore di Firenze. Diventa prete in età matura e sceglie il lavoro come ambito del suo intervento: diventare operaio per vivere l’esperienza del Vangelo con gli ultimi.

 

Il lavoro di ricerca, sostenuto dalla conoscenza e amicizia personale dell’autrice con il sacerdote, si è svolto sulle fonti costituite dai suoi scritti, dalle interviste a compagni di seminario, amici, ex commilitoni, parrocchiani, insegnanti, politici e dalle cronache delle comunità a cui appartenne. Il volume è suddiviso in due parti: la prima biografica, la seconda costituita da un’antologia degli scritti di don Fanfani; una scelta cospicua che ha innervato il lavoro di scrittura: testi prevalentemente inediti, dal 1969 al 2011.

 

La storia e il pensiero di don Renzo Fanfani sono meritoriamente trasmessi tramite questo prezioso libro “per la forza, la lucidità e l’originalità con cui egli ha esercitato il suo essere prete operaio, parroco, uomo impegnato nelle vicende sociali, politiche e culturali del suo tempo. In lui si intersecano il locale e l’universale, il radicamento in una realtà ben precisa e lo slancio verso un oltre che è sguardo al mondo e al futuro”.

 

Ci si può domandare quale sia stata in concreto l’efficacia dell’esperienza dei preti operai italiani. In che modo hanno incarnato il vangelo e sono riusciti a renderlo vivo? In quale modo hanno annunciato la resurrezione e insieme agli operai si sono riscattati? È Gesù che scende negli inferi e apre le porte, e così loro: sono scesi e hanno aperto porte. In ogni tempo, anche oggi, è doveroso domandarsi dov’è Gesù Cristo, ed essere lì.

 

 

 

Autrice: Paola Sani, nata a Empoli nel 1968, laureata in Filosofia all’Università degli studi di Pisa, è responsabile del ramo e-commerce di una importante azienda del settore elettrico. Ha ricoperto ruoli istituzionali nella sua città natale. L’impegno nella realtà sociale e culturale empolese le ha permesso di approfondire la sua sensibilità per le problematiche del territorio. Ha curato, insieme a Andrea Bigalli, il progetto e i testi del docufilm Preti Operai Borghi Politi Fanfani e l’esperienza toscana (2020).

 

Per saperne di più

Renzo Fanfani. Prete operaio

 

Giovani, adulti no vax e democrazia

Adesso che i vaccini sono disponibili i giovani si vaccinano senza problemi, invece una parte del mondo “adulto” si rifiuta di farlo. È sconcertante. Sorprattutto è sconcertante vedere questi adulti sfilare per le strade in nome della libertà, dando fiato alle fake news diffuse dai ciarlatani in rete. In realtà non c’è nessuna dittatura sanitaria.

 

Lorenzo Dellai

 

Tra le tante notizie angoscianti di questo nostro strano tempo, la spinta crescente e massiccia al vaccino anti Covid da parte delle ragazze e dei ragazzi più giovani è una boccata d’ossigeno, una scintilla di fiducia e di speranza nel futuro.

 

Riflettiamo un momento su un dato: le maggiori resistenze alla vaccinazione sono nella fascia di età dei cinquanta/sessantenni.

 

La generazione cioè che più di tutte le altre nella storia del nostro Paese ha conosciuto i benefici della democrazia, del progresso scientifico e della crescita economica e sociale. La stesa generazione, peraltro, che ha visto il proprio benessere e la propria sicurezza consolidarsi (oltre che sul proprio impegno) anche (in gran parte) grazie al gigantesco debito pubblico che oggi grava sulle spalle degli attuali giovani e di quelli che verranno. Non contenti di ciò, molti (troppi) cinquanta/sessantenni, quasi sempre “garantiti”nella loro condizione sociale – rifiutando di vaccinarsi – gettano sulle spalle dei loro figli e nipoti un ulteriore fardello: quello di una uscita più lenta, incerta e perigliosa dall’emergenza Covid e dalla sue conseguenze sanitarie, psicologiche ed economiche.

 

Abbiamo imposto ai giovani, dall’inizio della Pandemia, regole e stili di vita estremamente disagevoli (lockdown più o meno radicali, distanziamenti, chiusura di scuole e di luoghi di aggregazione) con la principale motivazione che – in assenza del vaccino – erano gli adulti e gli anziani i più a rischio di contagio e loro, i giovani, astenendosi dai propri comportamenti abituali, avevano la responsabilità di ridurre questo rischio.

 

Adesso che i vaccini sono disponibili, mentre i giovani si vaccinano sempre di più senza problemi e con convinzione, una parte non secondaria del mondo “adulto” si rifiuta di farlo. Ed ha anche la spudorata faccia tosta di sfilare per le vie delle nostre città invocando libertà (cioè arbitrio egoista), ripetendo come un mantra le fake news diffuse dai ciarlatani in rete e cianciando di dittature sanitarie e corbellerie varie.

 

Come possiamo definire questo atteggiamento se non come un cinico e diseducativo tradimento nei confronti delle nuove generazioni (che non a caso, per grazia di Dio, in questi patetici raduni non si vedono)?

 

  1. Leggo che si sta organizzando una raccolta di firme per proporre un Referendum abrogativo della norma sul Green Pass. Non credo che tale insana proposta troverebbe il consenso della maggioranza degli italiani. Tuttavia essa (assieme alle notizie sul boom di sottoscrizioni digitali per il referendum sulla liberalizzazione della cannabis) mi induce a interrogarmi ancor più sulla fondatezza del disegno (termine ironico) di democrazia che è venuto avanti confusamente e disorganicamente in questi anni. Sembra emergere una prospettiva paradossale.

La crisi di rappresentanza degli strumenti della democrazia rappresentativa pare venir colmata non già dalla ricostruzione di meccanismi nuovi, solidi e più efficaci per dare voce al popolo (penso in primis alle forme di partecipazione che la Costituzione definisce “partiti” e alle leggi elettorali) ma dalla rincorsa del sistema verso le pulsioni più radicali della “individualizzazione” e della “disintermediazione” della domanda politica.

Corriamo così il rischio che ad una larga maggioranza del popolo sempre più estranea ai meccanismi della rappresentanza si sostituisca una “minoranza” organizzata (sopratutto attraverso i social) e di volta in volta galvanizzata dalle suggestioni prodotte dai nuovi sciamani dei “diritti individuali” di turno.

Se allo sforzo straordinario dei “due Presidenti” Mattarella e Draghi non si aggiunge una iniziativa politica e culturale per la rigenerazione della “democrazia” e dei suoi strumenti fondamentali, non possiamo sperare che il Paese ritrovi il suo sentiero di coesione e neppure, a ben vedere, quello della crescita.

Sfida sul Pacifico

Come ben sappiamo, il baricentro dell’impegno e degli interessi americani in questa prima metà di secolo è diventato l’Oceano Pacifico. Ciò che succede in Estremo Oriente ha grandi ripercussioni sull’Europa e l’Occidente. Se Macron fa la voce grossa con gli Usa, dopo l’accordo sui sottomarini nucleari tra Washington e Camberra, ne consegue che la responsabilità di Parigi in materia di difesa comune europea si accresce notevolmente.

 

Enrico Farinone

 

“In un’era di rinnovata grande competizione, lo sforzo di modernizzazione militare cinese, incluso quella navale, è divenuto il focus principale della pianificazione e del budget della Difesa degli Stati Uniti. La Marina cinese, che Pechino sta costantemente modernizzando da più di 25 anni…è diventata una formidabile forza militare…e costituisce un elemento chiave della sfida cinese allo status di potenza militare leader nel Pacifico occidentale detenuto da molto tempo dagli Stati Uniti”. Queste parole, contenute nella recentissima informativa predisposta per i parlamentari dal Servizio Ricerche del Congresso (“China Naval Modernization: implications for US Navy capabilities”) testimoniano meglio di qualsiasi commento quanto reale e profonda sia la preoccupazione americana circa la crescente assertività, anche militare, della Cina di Xi Jinping. E ci dicono anche dove risiede il focus geografico delle preoccupazioni, e quindi dell’impegno ad esse correlato, di Washington: l’Oceano Pacifico.

 

Bisogna partire da qui per comprendere tutte le recenti mosse dell’Amministrazione Biden: dal ritiro delle truppe dall’Afghanistan, al recentissimo accordo (“AUKUS”) con Australia e Gran Bretagna per la produzione di sottomarini a propulsione nucleare armati con missili da crociera destinati al paese dei canguri, passando per il rinnovo dell’ultradecennale accordo militare e di mutua assistenza con le Filippine e per il rafforzamento (corroborato da una generosa fornitura vaccinale) dell’alleanza QUAD con la stessa Australia, il Giappone e l’India.

 

L’estate nella zona del Mar Cinese Meridionale ha visto un pullulare di esercitazioni navali, prima cinesi e poi congiunte USA-Singapore. Il comando della Settima Flotta giustifica la propria accresciuta attività denunciando le restrizioni illegittime spesso imposte dalla Marina cinese a passaggi di navi civili sulla base di una ormai annosa rivendicazione di sovranità quasi totale di quelle acque (delimitate arbitrariamente sin dal 1947 sulla base di un tracciamento cartografico delineato da Pechino, la Nine-dash line, mai riconosciuto dai Paesi dell’area, diversi dei quali storici alleati degli americani). Su queste acque i cinesi hanno negli ultimi anni costruito isole artificiali e postazioni militari che ovviamente hanno provocato proteste e generato preoccupazioni più che comprensibili. Cinque anni fa la Corte di Giustizia Internazionale dell’Aja ha giudicato non fondate le rivendicazioni cinesi ma il Dragone non ha riconosciuto la sentenza dopo aver persino rifiutato di partecipare al processo, istituito in seguito ad una denuncia di Singapore.

 

Queste notizie ci dicono diverse cose, ognuna delle quali meritevole di un adeguato approfondimento da parte dell’Unione Europea. Innanzitutto, come è evidente, la conferma che il baricentro dell’impegno e degli interessi americani in questa prima metà di secolo è l’Oceano Pacifico. Una svolta annunciata dalla fine dell’Unione Sovietica e poi imposta dalla crescita esponenziale della Cina in ogni settore economico durante gli ultimi venti anni e dalla sua parallela aggressività geopolitica e commerciale ben rappresentata dalle azioni poste a margine della Belt & Road Initiative, la “Via della Seta” terrestre e marittima che da est muove verso i mercati dell’Europa e anche verso l’Africa.

 

 

Questo nuovo baricentro geopolitico determinerà alcune variazioni nella concezione e nel ruolo dell’Alleanza Atlantica. Il tema lo pose un paio d’anni fa, con poca diplomaticità, il Presidente francese Emmanuel Macron, mentre ancora lo scorso giugno quello americano lo ha elegantemente glissato. A questo punto, però, non si può far finta di nulla, posto che – dopo il caso afghano – anche in questa occasione la NATO non è stata minimamente né interpellata né informata dai sottoscrittori del nuovo patto “AUKUS”. Un accordo anglosassone che, occorre riconoscerlo, sembra ravvivare la “special relationship” fra i Paesi di lingua inglese. Buone notizie per Downing Street, che su di essa ha puntato molto da quando ha deciso di uscire dalla UE. La speranza di tornare a giocare un ruolo internazionale nell’area più importante del globo rafforza la convinzione di aver fatto bene ad abbandonare Bruxelles. Alla quale ultima, nel momento in cui si comincia a riflettere sul serio e non in termini accademici sull’opportunità di una Difesa europea, l’addio di Londra dal punto di vista militare ha fatto male, e non poco, data la potenza della Royal Air Force e della Royal Navy.

 

In questi giorni si parlerà molto del forte disappunto espresso da Parigi con le modalità diplomatiche più dure a causa della perdita di una commessa militare invero assai rilevante (56 miliardi di euro). Il tema verrà discusso fra Macron e Biden e non è difficile immaginare che una qualche forma di compensazione verrà trovata. Ma questa vicenda rafforza la responsabilità della Francia rispetto al tema della Difesa europea, della quale evidentemente essa porterebbe la leadership.

 

Col rafforzamento della Royal Australian Navy, che sarà la settima al mondo dotata di sottomarini a propulsione nucleare (che offrono la possibilità di effettuare operazioni su più lunghe distanze in virtù della maggiore autonomia garantita) viene riconosciuto il ruolo strategico di Canberra nel contenimento di Pechino nel Pacifico. Del resto gli australiani hanno verificato sulla propria pelle cosa significhi criticare i cinesi su temi delicati (lo hanno fatto chiedendo chiarezza sulle origini del Covid-19 e ricevendo come risposta una raffica di sanzioni economiche che hanno colpito duro le finanze nazionali). E quindi la loro propensione a realizzare affari con la Cina è stata ridimensionata, riattivando la vena Commonwealth (il Capo dello Stato è pur sempre Sua Maestà britannica Elisabetta II^).

 

Conclusione provvisoria: il ritiro americano da Kabul ha un profilo strategico. Si abbandonano le aree del mondo di minor interesse e si aggiorna il profilo geopolitico delle alleanze: nel caso, l’India (che dalla vicenda afghana rischia di subire impatti negativi di una certa gravità) viene associata (tramite il QUAD) al quadro strategico principale imperniato sul Pacifico assicurandole in ogni caso protezione col considerare come prioritario anche l’Oceano Indiano. Ora, l’Alleanza Atlantica fra Stati Uniti ed Europa dovrà ragionare su quale strategicità debba essere assicurata al Mar Mediterraneo (e ai confini orientali della UE). E’ del tutto evidente che Bruxelles, nel confronto con Washington, dovrà avere una voce sola. E qui si apre un capitolo di un libro che finalmente bisognerà avere il coraggio di scrivere.

Aukus, visto dall’Europa. Il commento dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI).

Diplomazie al lavoro per ricucire lo strappo tra Parigi e Washington, ma se l’Europa è restia a seguire Macron nella sua rabbia anti-Usa, la luna di miele tra Biden e il Vecchio Continente sembra già finita.

 

(Stefano Stefanini)

 

L’affaire Aukus, la partnership tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia – con quest’ultima che ha cancellato una commessa da 36 miliardi di euro per l’acquisto di sommergibili francesi – continua ad agitare le acque tra le due sponde dell’Atlantico. Nel fine settimana Parigi, con un gesto senza precedenti, ha richiamato per consultazioni gli ambasciatori a Washington e Canberra mentre il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian ha continuato a sparare ad alzo zero contro quella che ha definito “una rottura della fiducia” e “una pugnalata alle spalle”.

 

Le Drian si è spinto oltre, paragonando i comportamenti di Joe Biden a quelli di “Donald Trump ma senza tweet” e accusando il Regno Unito di essere “l’ultima ruota del carro” della nuova alleanza anglosassone. Intanto, come già annunciato prima dell’accordo, il presidente francese Emmanuel Macron non andrà di persona all’Assemblea generale dell’Onu che inizia domani a New York, e il ministero della Difesa francese ha cancellato un summit con il suo omologo britannico. E mentre il premier australiano Scott Morrison cerca di giustificare la decisione, dichiarando che c’erano molti dubbi sulla fornitura di sommergibili provenienti dal paese transalpino, le cancellerie sono al lavoro per cercare di ricucire lo strappo: Joe Biden ed Emmanuel Macron avranno un colloquio telefonico nei prossimi giorni per discutere della cosa. Bruxelles – in discussione per un Trattato di libero scambio con l’Australia – prende tempo. “Non ci saranno effetti immediati” ha affermato una portavoce della Commissione.

 

La sottoscrizione dell’accordo Aukus, finalizzato al contenimento dell’espansionismo cinese, e le questioni strategiche ad essa connesse saranno al centro di una riunione informale dei ministri degli Esteri dell’Ue, che si terrà stasera a margine dell’Assemblea Onu a New York. A presiederla sarà l’Alto rappresentante dell’Ue, Josep Borrell, che avrà il compito – non semplice – di armonizzare le posizioni dei 27 sull’argomento. Se infatti Parigi ha più volte lasciato intendere che lo ‘schiaffo’ alla Francia da parte degli Stati Uniti equivale a uno schiaffo all’Unione, sull’Aukus le posizioni dei partner europei non sono proprio allineate.

 

Dalla Germania, concentrata sul voto di sabato prossimo, non sono arrivate reazioni di peso, e anche l’Italia non sembra aver interesse a seguire le crociate d’oltralpe contro gli Usa. La partita, fanno notare molti osservatori, riguarda Parigi e Washington, e quindi sarebbe sbagliato considerarla una questione europea. Fa discutere, però, il fatto che nel pieno dello ‘scandalo’ Aukus il premier olandese Mark Rutte fosse a cena col suo omologo britannico Boris Johnson, offrendosi tra l’altro di mediare tra UK e Ue sulla questione del protocollo Nord-irlandese.

 

Continua a leggere

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/aukus-visto-dalleuropa-31716

La sindacalizzazione attraverso servizi innovativi. Quale impatto? Uno studio della Fondazione Ezio Tarantelli.

Nel numero 2 di Breakback, la newsletter della Fondazione (CISL), si parla de “L’impatto della sindacalizzazione attraverso servizi innovativi sull’appartenenza sindacale e sulle relazioni industriali: i casi studio del Progetto”. A tal riguardo, se ne presentano cinque, ovvero quelli relativi ai contesti nazionali di Italia, Belgio, Danimarca, Lituania e Spagna.

 

(Redazione)

 

Il secondo numero della “Newsletter è dedicato alla descrizione dei casi di studio analizzati nel progetto. Essi, rappresentano buone pratiche in 5 Paesi (Italia, Belgio, Danimarca, Lituania e Spagna) caratterizzati da contesti molto diversi di relazioni industriali e modelli sindacali.

 

Per approfondimenti e confronti comparati, si rimanda ai report scientifici che saranno realizzati al termine delle attività di ricerca.

 

Ricordiamo le caratteristiche di fondo nella scelta dei casi: servizi individuali innovativi volti a sviluppare dimensioni associative collettive per categorie e soggetti al di fuori del tradizionale perimetro della sindacalizzazione e/o stru- menti e associazioni sindacali volte ad allargare il perimetro della membership delle organizzazione sindacale, attra- verso la promozione di nuove tutele e opportunità di sostegno individuale e di contrattazione collettiva.

 

La prassi analizzate operano prevalentemente in fasce del mercato del lavoro scarsamente sindacalizzate: lavoratori su piattaforma, quadri e alte professionalità, free lance, lavoratori autonomi, lavoratori “tradizionali” raggiunti attraverso servizi e strumenti innovativi, disoccupati in cerca di riqualificazione e “rigenerazione” professionale.

 

Frequentemente le organizzazioni sindacali e i servizi analizzati dal progetto BreakBack” attuano attività di “campaining” (spesso in forma “digitale”) ponendosi obiettivi di emancipazione individuale, ma anche di empowerment sociale. Quest’ultimo obiettivo è spesso ricercato allargando il campo di azione le alleanze consuete del sindacato confederale, ovviamente tenendo presente i diversi contesti nazionali di relazioni industriali.

 

Il fulcro di queste esperienze è quindi quello della costituzione di una soggettività e di un’azione collettiva, che parte da bisogni e servizi individuali per poi aprirsi a dimensioni contrattuali, rivendicative, solidali, realizzate con approcci che possiamo sintetizzare una sintesi positiva tra “servicing” e “organizing”.

 

Ricordandovi che ulteriori materiali di approfondimento sui casi di studio sono disponibili sul sito web del Progetto, vi auguriamo buona lettura!

 

Continua a leggere

https://www.breakback.cisl.it/images/Newsletter/It/_Newsletter_breakback2_Ita.pdf

Ma è ritornata la classe dirigente? Lo spettacolo che offre la politica non assicura che la risposta sia positiva. Anzi!

A guardare cosa accade, specialmente dal lato dei 5 stelle, viene facile purtroppo registrare come tutto deragli verso l’improvvisazione. Nei grandi comuni, dove è più esplicita la dissociazione tra parole e fatti, la suddetta improvvisazione si traduce in caos. È inaccettabile continuare in questo modo.

Che la qualità e la credibilità della classe dirigente politica sia un tema ricorrente nel dibattito pubblico nel nostro paese non è affatto una novità. Ormai siamo abituati, soprattutto dopo l’irruzione del partito populista per eccellenza, cioè i 5 stelle, ad una classe dirigente improvvisata, casuale e fantasiosa. Caratterizzata, com’è del tutto evidente, da un vigoroso e massiccio trasformismo politico ed opportunismo parlamentare. Non stupisce, al riguardo, il cambiamento radicale delle alleanze da parte del partito di Conte e di Grillo. Poi, una volta registrato ciò che è capitato all’interno di quel partito, tutto diventa possibile. 

Mi viene sempre in mente, di fronte al rinnegamento politico totale di ciò che hanno detto, scritto, urlato e sbraitato in tutta Italia per oltre 15 anni i 5 stelle, la battuta di Carlo Donat-Cattin pronunciata riservatamente molti anni fa durante un congresso della Dc – certo, quando esistevano ancora i partiti e la politica – contro alcuni avversari interni al suo partito. E cioè, diceva il vecchio Donat, “questi sono capaci, capacissimi, capaci di tutto”. Ricordo questa battuta parlando dei 5 stelle per dire che continuare a parlare, oggi, di qualità e di credibilità della classe dirigente è difficile se non addirittura quasi impossibile.

Ma, al di là dei 5 stelle e di ciò che rappresentano e che, purtroppo, continuano a rappresentare nella politica italiana, quello che amareggia – e che stupisce alquanto – è registrare la persistente debolezza della classe dirigente anche in visita dell’ormai prossimo voto amministrativo. Senza alcuna polemica di natura politica o, peggio ancora, personale, ciò che capita sotto i nostri occhi a Roma e a Milano – cioè nelle due città più importanti del nostro paese – è francamente stucchevole. Da restare “basiti”, per dirla con Verdone. 

Ma non solo a Roma e a Milano. Candidati a Sindaco che minacciano di ritirarsi, che rinunciano quasi a parlare in pubblico, che delegano ai capi partito l’eventuale e potenziale risultato positivo, che sono radicalmente privi di qualsivoglia curriculum politico, culturale ed amministrativo. Candidati che, insomma, continuano sulla scia della povertà e della sostanziale irrilevanza della qualità di una classe dirigente.

Ora, che questo turno amministrativo, seppur importante per il numero degli elettori e per l’importanza delle città che si recheranno al voto, sia funzionale quasi esclusivamente per pesare gli equilibri interni dei due schieramenti in vista delle prossime elezioni politiche è fuor di dubbio. Ma, e lo possiamo anche dire ad alta voce, è triste e penoso continuare ad assistere ad uno spettacolo indecente e al limite del grottesco sulla qualità e sulla caratura delle candidature a Sindaco da un lato e sulla incidenza concreta, politica ed amministrativa, che potranno avere in vista del concreto governo delle città dall’altro. 

D’altronde è perfettamente inutile continuare a discutere, accapigliarsi, polemizzare e sentenziare sulla pochezza della classe dirigente politica nel nostro paese e poi prendere atto, amaramente, che il comportamento dei capi partito va in tutt’altra direzione quando si tratta di scegliere le persone e i vari candidati. Una dissociazione radicale che fa male alla politica, alla democrazia e alle stesse istituzioni democratiche. A cominciare dalla guida politica dei grandi comuni italiani.

 

La santa follia di Giorgio La Pira. Il documentario di Monica Mondo in onda mercoledì 22 su TV2000.

Per gentile concessione pubblichiamo l’articolo, apparso sull’Osservatore Romano del 18 settembre u.s., che presenta il documentario sul Sindaco santo.

Edoardo Zaccagnini

Ogni parola del documentario La santa follia — in onda su Tv2000 mercoledí 22 settembre alle 21:40 — non è utile soltanto alla ricostruzione della personalità, del carisma e della bellezza di Giorgio La Pira: che siano le parole contenute nei testi enunciati da Monica Mondo — ideatrice e narratrice di questo progetto — oppure quelle incastonate nelle riflessioni dei tanti intervistati, tutte insieme formano una lezione da cogliere, un insegnamento da appuntare nel cuore, una guida per nulla invecchiata. Sono parole importanti, come gioia, essenzialità, donazione di sé. Come umiltà, libertà, coraggio e testimonianza. Come visionarietà ma anche concretezza, come modernità, innovazione, giustizia e umanità. Se ne potrebbero estrapolare molte altre, man mano che scorre questo denso omaggio a un «cristiano con la schiena dritta», come lo definisce Mario Primicerio, amico di La Pira e Presidente della Fondazione che porta il suo nome. 

Ma già queste sono sufficienti a delineare l’enorme ricchezza contenuta in quest’uomo che è stato docente universitario (istituzioni di diritto romano) e politico di prezioso aiuto al lavoro della Costituente (ne parla il costituzionalista Ugo De Siervo); «uomo chiave nella ricostruzione», precisa Monica Mondo, e poi sottosegretario, deputato, due volte sindaco di Firenze, anche se era siciliano di nascita. Una persona, però, che prima di tutto, sempre, qualsiasi cosa facesse, partiva dal Vangelo. «Gli premeva comunicare la presenza di Dio agli altri — ricorda il giornalista Luigi Bardelli — e non perché si mettesse a fare lezioni, ma perché era forgiato su quello». «Quella del battesimo è la mia sola tessera», ripeteva spesso La Pira, e in modo esemplare, deciso, coraggioso, libero, lo portava nel mondo, nella vita e nella politica, con quel sorriso che attraversa le tante foto di lui presenti La santa follia: quasi sempre in mezzo alla gente. Perché «Il mondo era il luogo della sua santità», sintetizza efficacemente l’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, anch’egli testimone di questo ritratto articolato in cui altre parole fondamentali sono comunità, missione, e uno slancio continuo, sostenuto dalla fiducia e nell’impegno per una pace senza confini, da cercare con il dialogo e l’incontro, con i viaggi come quello in Unione Sovietica, nel 1959, o in Vietnam, del 1965: per parlare con Ho Chi Minh. 

Era un cristiano vero, La Pira, che non aveva paura di denunciare le ingiustizie che vedeva, che sapeva operare in modo diretto, «dirompente», da «anima libera», «fuori dalle correnti della DC», spiega Eugenio Giani, presidente della regione Toscana, sempre per il sostegno, l’emancipazione della popolazione, dei poveri, dei fragili, per i quali si è battuto da quando comprese, spiega ancora l’arcivescovo Betori, «che la fede ha necessità di entrare nei gangli viventi della società, che occorre cambiare la società, fare della società e della città terrena un’immagine quanto più vicina alla città celeste». La Pira diceva che «se si vuole bene alle persone non si può fare a meno di fare politica», e a queste parole tanto semplici quanto fondamentali e nobili, si accompagnano quelle del sindaco di Firenze Diego Nardella: «Per lui la politica era una forma di carità, era il modo di entrare in piena sintonia con le persone, soprattutto con le più bisognose». «Era il massimo dell’esperienza umana — aggiunge il cardinale Gualtiero Bassetti — voleva dire mettere la propria intelligenza e tutte le proprie energie, tutti i propri mezzi anche materiali a servizio della Polis». Che nel caso di La Pira è stata Firenze, ponte verso il mondo, ed è qui, più precisamente nel convento domenicano di San Marco — dove egli ha vissuto — che Monica Mondo si muove. 

Da qui, tra le colonne del chiostro e le pitture del Beato Angelico, la giornalista inizia a parlarci di lui, di questo «piccolo santo uomo capace di smuovere le montagne», del profondo legame in lui tra fede e lavoro, delle sue idee, delle sue battaglie per la casa e contro l’aborto: «Frontiera non transitabile, non solo per i cristiani ma per gli uomini in quanto tali. Il concepito è già un essere umano». Dei suoi amori: «Gli operai e gli ordini contemplativi terziario domenicano e francescano, per unire le due anime della chiesa». Mentre gli scorci della città, le vedute nel loro splendore, accompagnano, accarezzano, insieme a qualche immersivo filmato dell’Istituto Luce, il racconto di quest’uomo che Giovanni Paolo II definì «esemplare laico cristiano» e Papa Francesco — che lo ha dichiarato venerabile — «un entusiasta testimone del Vangelo e un profeta dei tempi moderni». È necessario custodire la memoria di Giorgio La Pira, perché il suo messaggio limpido, il suo vitale modo di attraversare la storia, la sua “santa”, e anche lucida, edificante, “follia” sono attuali, atemporali e donano energia e nutrimento all’essere umano, ancora di più «in un periodo — dice ancora il cardinale Betori — in cui dobbiamo rigenerare la nostra società». Ci ricorda anche, la lezione di quest’uomo straordinario, che «i cristiani non possono separarsi dal mondo, da questo mondo pur con tutte le sue criticità».

E allora, il bel documentario La santa follia, curato da Cecilia Pronti per la regia di Maurizio Carta, è un lavoro davvero prezioso.

 

Continua a leggere

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-09/quo-212/la-santa-follia-di-giorgio-la-pira.html

A proposito di “Icaro, il volo su Roma”, l’ultimo libro di Grasso. La recensione su “succedeoggi.it”.

Giovanni Grasso ricostruisce in forma di romanzo la vita avventurosa di Lauro de Bosis, il poeta che il 3 ottobre del 1931, beffando il regime, gettò su Roma da un aeroplano dei volantini contro il fascismo. La storia di un eroe romantico nell’Italia dei “disfattisti”.

La sera del 3 ottobre 1931 Lauro de Bosis, figlio di Adolfo de Bosis, creatore del Convito, celebre rivista dell’estetismo italiano su cui scrissero D’Annunzio, Carducci, Pascoli e Scarfoglio, precipitava col suo monoplano biposto Messerschmitt, sulla cui fusoliera spiccava il nome Pegasus, nel mar Tirreno, forse nei pressi della Corsica, dopo essersi beffato della regia aeronautica di Italo Balbo e aver fatto piovere su Roma quarantamila volantini inneggianti alla libertà. Su uno di quei volantini si leggeva: «Il disfattismo degli italiani è la vera base del regime fascista».

Giovanni Grasso cui si devono biografie e carteggi importanti come quelli tra Sturzo e Rosselli e tra Sturzo e Salvemini, torna, con Icaro, il volo su Roma (Rizzoli 2021) dopo Il caso Kaufmann, al romanzo storico, miscelando con abilità e partecipazione, dati storicamente accertati e fantasia narrativa e costruisce una avvincente storia d’amore e di libertà di cui sono protagonisti Lauro de Bosis, giovane poeta di declinazione romantica e risorgimentale e Ruth Draper, grande attrice americana.

La vicenda si svolge negli anni in cui il dittatore fascista tentava di offrire al mondo occidentale una rassicurante immagine di ordine e di civiltà di un  regime, fatto di violenza e di sangue (Gobetti, Matteotti, il carcere duro per Gramsci e tanti altri antifascisti di ogni orientamento politico e morale), prima di precipitare nel vortice di una guerra che avrebbe distrutto l’Italia, trascinandola, a fianco del nazismo tedesco, fino all’umiliante promulgazione di leggi razziali che ci avrebbero resi complici dell’Olocausto.

Grasso segue appassionatamente tutta la parabola del rapporto d’amore tra Lauro e Ruth, un rapporto inestricabilmente legato al comune rifiuto del fascismo, portandoci dall’Italia narcotizzata dal “disfattismo” e percorsa dall’occhiuta presenza degli squadristi manganellatori diventati polizia segreta all’America, in cui era stato costretto a fuggire Gaetano Salvemini, un’America ancora indecisa sul giudizio da dare al regime mussoliniano, alla Londra in cui si era rifugiato don Luigi Sturzo, alla Parigi in cui gli esuli antifascisti di matrice liberal-democratica vivevano con molte difficoltà, costantemente alle prese con l’OVRA.

Decisamente affascinante l’inizio del romanzo, col salotto mondano-artistico di  Muriel Sanders Draper e la presenza di personaggi come Pauline Sabin, promotrice dell’abolizione del protagonismo e un variegato mondo di artisti tra cui registi che avevano capito che stava aprendosi, col cinema sonoro, nella sfida gettata al teatro, un’altra epoca per lo spettacolo, circostanza che vedrà in campo anche il nostro Luigi Pirandello. Più avanti, nel romanzo, l’autore ci porterà in una cena parigina che vedrà riuniti, accanto a Lauro e Ruth, artisti come Jean Cocteau, Georges Simenon, Darius Milhaud, Josephine Baker e simpatici avventurieri siciliani come il sedicente conte di Calatafimi.

 

Continua a leggere

http://www.succedeoggi.it/2021/09/il-volo-di-lauro/

20 settembre, addio alle armi. Paolo VI a 100 anni da Porta Pia scioglieva i Corpi armati pontifici. Lettera a Saragat.

Pochi giorni prima del centenario della presa di Roma (20 settembre 1870), Paolo VI annunciava la decisione di sciogliere i Corpi armati pontifici, eccettuata l'”antichissima” Guardia svizzera. Domenica 20, proprio mentre Paolo VI ricordava l’evento storico prima della preghiera dell’Angelus, davanti a Porta Pia il cardinale Angelo Dell’Acqua, vicario di Roma, presiedeva una celebrazione in suffragio dei caduti alla presenza, tra gli altri, di moltissimi artiglieri e bersaglieri italiani in servizio e in congedo, una cui rappresentanza veniva infine ricevuta in udienza dal Papa il giorno seguente, lunedì 21. Di seguito ripubblichiamo la lettera del Pontefice al Presidente della Repubblica in occasione della ricorrenza.

A Sua Eccellenza Giuseppe Saragat
Presidente della Repubblica Italiana

Signor Presidente!

La ricorrenza centenaria che l’Italia si appresta a celebrare, non ci trova, com’è ovvio pensare, né immemori, né indifferenti, ma essa riempie il Nostro animo di ricordi, di esperienze e di presagi. La eccezionale importanza di quell’avvenimento non può certo sfuggire alla Nostra riflessione specialmente per i suoi due aspetti storici principali: la fine del potere temporale dei Papi su gli «Stati Pontifici», e l’annessione di Roma all’Italia, che consolida in essa la sua unità e vi fissa la sua Capitale. 

Ci consenta, Signor Presidente, di aprirle il Nostro cuore con sincera semplicità. Il triste dissidio fra Chiesa e Stato, prodottosi allora per quell’avvenimento, la famosa «questione romana» cioè, che tenne divisi tanto aspramente e lungamente gli animi degli Italiani, è stato con libero e mutuo accordo concluso. 

Ci asteniamo perciò di proposito da ogni retrospettiva valutazione storica, giuridica, politica e sentimentale, Fermiamo al presente la Nostra attenzione, e consideriamo con limpida e pastorale benevolenza il secondo aspetto di quello stesso avvenimento nelle sue felici risultanze per l’Italia, per questo Paese, che non possiamo non amare con particolare ed intensa dilezione. 

Noi vogliamo pertanto esprimere a Lei, Signor Presidente, e a tutto il Popolo Italiano, i Nostri voti migliori per le sue presenti e future civili fortune. Quali mai voti può avere il Papa per una Nazione, che commemora il fatto culminante del suo risorgimento? I Nostri voti sono di stabilità, di concordia, di prosperità, di progresso sociale e morale, di pace per tutto il Popolo Italiano. I Nostri voti sono tanto più vivi quanto più complesse e più gravi furono le vicende del primo secolo di codesta unificata vita nazionale, e quanto pari all’onore è l’impegno dell’Italia d’aver fatto proprio il nome augusto di Roma: onore grande, impegno grande.

Molti e diversi giudizi potranno essere fatti sul Papato nei riguardi di questa singolare e secolare Città; ma nessuno, Noi pensiamo, vorrà disconoscere la stima e l’amore che i Papi portarono all’Urbe e al suo retaggio culturale. Noi siamo sicuri che l’Italia, sovrana a Roma ed erede del suo incomparabile patrimonio di civiltà umana e cristiana, documentato, ad esempio, nei monumenti, nella lingua latina, nel Diritto Romano, ne sarà sempre premurosa e geniale custode, non solo nella conservazione dei suoi altissimi valori, ma nella sua propria capacità di trarne per se stessa e per il mondo l’inesauribile fecondità. La passione stessa, con la quale l’Italia subentrava alla gestione pontificia nel possesso di Roma e dei suoi territori, fa garanzia a tale riguardo d’una nobile, insonne ed operosa coscienza. Di ciò Noi siamo sinceramente lieti, e formiamo per ciò auspici felicissimi e cordialissimi, quali Noi, osiamo dire, non meno d’alcun altro possiamo esprimere. 

Perché, Signor Presidente, Noi ancora siamo Romani, e tali restiamo per inestinguibile titolo, quello a Noi proprio di Vescovo di questa dilettissima Urbe, e per ciò stesso Capo della Chiesa cattolica. Siamo dunque tuttora profondamente legati a questa eterna Città e, per quanto ci riguarda, solo solleciti di quella libertà e di quella indipendenza, che consentano alle Nostre spirituali funzioni, nell’Urbe e nel mondo, il loro normale esercizio, sempre convinti, anzi curanti, che questa Nostra dimora romana per nulla contrasti alla sovranità e alla libera espansione della vita civile italiana; Noi vogliamo anzi credere che la Nostra presenza sulla sponda del Tevere non poco conferisca all’amore e all’onore del nome di Roma in tutta la terra.

Esiste oggi una onorata e pacifica condizione di rapporti fra l’Italia e la Sede Apostolica; un delicato e prezioso equilibrio fra Stato e Chiesa è stato raggiunto, com’è ben noto, mediante quei Patti Lateranensi, dei quali la Costituzione Italiana, con sagace e lungimirante visione, ha voluto, mediante particolare, solenne garanzia, assicurare la validità. A Noi pare che questi Patti, il Trattato, cioè, così come il Concordato – del quale ultimo la Santa Sede si è dichiarata pronta a riconsiderare di comune intesa quelle clausole che richiedessero eventuale revisione -, possano essere ricordati con gratitudine a Dio e ad onore del Popolo Italiano nella menzionata ricorrenza centenaria di quel contrastato avvenimento come suo provvido coronamento giuridico e come suo felice epilogo morale e spirituale, non solo locale e temporaneo, ma generale e perpetuo. Ed è con questa congiunta rievocazione, Signor Presidente della Repubblica Italiana, che Noi la preghiamo di gradire il Nostro deferente omaggio, il Nostro augurale saluto, la Nostra Apostolica Benedizione.

Dal Vaticano, 18 Settembre 1970.

Guardiamo lo spettacolo della politica odierna. Dov’è il senso della responsabilità e lo spirito di collaborazione?

1967-03-26 Paolo VI celebra la Messa di Pasqua in Piazza San Pietro

Da ragazzo l’autore si chiedeva cosa volesse dire Paolo VI quando affermò che la politica era la forma più alta di carità. In realtà, quando occorrono soluzioni dolorose ma indispensabili per risanare un guasto, si generano grandi contrapposizioni. Il Papa sapeva bene quanto fosse difficile pagare personalmente un prezzo, per dare sollievo alla propria comunità, anche a costo della impopolarità. E oggi, qual è l’impatto di quell’insegnamento?

Le persone più attente ai comportamenti della politica, hanno dimenticato da tempo la presenza nell’agone istituzionale la presenza di leader intenzionati a farsi carico dell’inevitabile peso da portare sul proprio groppone, di scelte difficili ed impopolari ma necessarie da intraprendere, molto prima che i frutti positivi nel tempo possano premiarli per il coraggio avuto. È buffo e drammatico che ormai si valutino inadatti alle attività politiche coloro che vanno controcorrente, ed ancor più coloro che scelgono la strada molto più complicata di dire la verità e di proporsi di sfidare questo modo di essere. 

Con un clima siffatto si spiegano così le centinaia di situazioni vitali ma bisognevoli di cure per la vita comunitaria, abbandonate a se stesse per la sola ragione che trova contraria qualche porzione di opinione pubblica, o per interesse o per ignoranza o perché la proposta proviene da chi rappresenta una posizione avversa al proprio schieramento partitico. Dunque un tema importante per la vita delle persone, che può per questi motivi essere abbandonata a se stesso. Magari potrebbe pure diventare emergenza riconosciuta da tutti, ma solo quando gli effetti della mancanza di custodia del problema avranno procurato guai gravi e disastri visibili. In questo caso, lo si sa, i rimedi che si troveranno con il disastro già procurato saranno spinti da scelte esagerate, tipiche di chi ha la coda di paglia. 

Quando ero un ragazzo mi sono chiesto più volte cosa volesse dire Paolo VI quando affermò che la politica fosse la forma più alta di carità. Mi sono convinto nel tempo che quel grande Papa volle dare così alto valore all’impegno in politica responsabile senza risparmio, per valorizzare i gravi pesi da sopportare come conseguenza di avversità e malintesi a cui sono sottoposti politici di buona volontà. Sapeva che in tali circostanze, quando occorrono soluzioni dolorose ma indispensabili per risanare un guasto, si generano grandi contrapposizioni: sapeva bene quanto fosse difficile pagare personalmente un prezzo, per dare sollievo alla propria comunità. Infatti chi sfida  l’impopolarità potrebbe minare un proprio potere nell’immediato, come potrebbe procurarsi dolorose contestazioni e fraintendimenti, oltre che inimicizie pericolose. Ecco, nonostante questi rischi, chi fa prevalere la responsabilità sull’interesse immediato, esprime una politica di grande carità verso il prossimo.  

Paolo VI arrivò persino a collocare la “carità politica”  per importanza e valore subito dopo la preghiera, come forma alta di carità verso la Comunità e come sacrificio da offrire al Signore Dio nostro. Proprio ieri, a Bologna, Mario Draghi nel commemorare un Cristiano di qualche decennio fa in politica come Beniamino Andreatta, ha ricordato sue preziose e significative ammonizioni: “Occorre prendere decisioni necessarie anche quando sono impopolari; le cose vanno fatte quando si devono fare anche se sappiamo che il risultato lo avremo molto più in là del tempo. Occorre coniugare autonomia ed immediatezza, nel dire i si è i no, per evitare che tutto sia travolto dalla irresponsabilità”. 

Parole sante per l’Italia odierna che necessità di uscire dall’opportunismo cieco che indebolisce ogni sforzo necessario per portarci nel futuro. Lo sa bene Mario Draghi che mentre trascina il fardello che incombe sull’Italia, intorno a lui spesso si inscenano cosiddette azioni politiche, non per aiutare nello sforzo, ma per il contrario travisando le regole della convivenza democratica e del buon senso.

Di padre in figlia: Suor Lucia De Gasperi. Un approfondimento messo in rete dall’istituto Emmanuel Mounier.

L’intenso rapporto umano e spirituale tra lo statista e la figlia religiosa delle Suore dell’Assunzione. Lucia raggiungerà suo padre in Paradiso il 5 dicembre 1966, a soli quarantun’anni, lasciando la madre e le sorelle in un dolore immenso per la prematura dipartita. Riposa nel cimitero del Verano. 

Luciano Cardinali

Da qualche giorno Lucia chiedeva al padre di dedicarle un tempo tutto per lei e finalmente De Gasperi la accontentò. Un sabato mattina del marzo 1947: le gemme turgide dei platani del Gianicolo non lasciavano dubbi sull’arrivo della primavera. Lucìola, come vezzeggiativamente veniva chiamata in famiglia, non la prese alla larga e disse con chiarezza a suo papà che, dopo lunga meditazione, aveva deciso di consacrarsi al Signore entrando in convento. Turbato, egli le domandò – parafrasando Montalembert – chi mai fosse quel «ladro divino» che ruba le figlie ai padri, ma subito dopo si mostrò dolcissimo ed ebbe parole piene di comprensione. Gli ultimi mesi prima del distacco furono difficili: molti addii, tante spiegazioni, un impegnativo esercizio di umiltà e di pazienza per chi invece, al colmo della gioia e dell’energia, vorrebbe solo volare libero verso i sentieri della volontà di Dio. 

Talvolta De Gasperi, di fronte alle piccole tenerezze di Lucia che gli porgeva il caffè o gli recava i giornali, le chiedeva di non farlo più, di iniziare a disabituarlo alle sue cure, ma in realtà ne aveva compresa la decisione. Le scrisse: «So bene che tu hai scelto il meglio, che il Signore ha maggior diritti su di te per una paternità più alta e priore, so che saremo uniti nello spirito e vivremo ancora nel Suo comune servizio; ma perderò la tua familiarità, la tua vicinanza, il tuo soccorso. A questo pensiero do talvolta un’impressione di impazienza. Lascia andare, non badarci: è l’egoismo che rigurgita. Poi viene il sereno della comprensione, della fiducia in Dio e anche della gratitudine verso di Lui, che ti ha eletto nonostante l’indegnità mia». Il 27 novembre 1947 Lucia si laureò a pieni voti in Lettere antiche, discutendo una tesi su La concezione morale di Esiodo, e il pomeriggio del 7 dicembre successivo, vigilia dell’Immacolata, fece il suo ingresso tra le suore dell’Assunzione. Prima di lasciare l’abitazione di via Bonifacio VIII, che per tanti anni era stata la sua casa, entrò nello studio del padre per congedarsi da lui e chiederne la benedizione. «Oh no, non debbono portarti via, verrò io stesso ad accompagnarti nella casa del Signore!», le rispose. Il portone di un Istituto religioso di viale Romania si chiudeva alle spalle della secondogenita, ma il legame affettivo e spirituale tra padre e figlia non si spezzerà; anzi, modulato in forme nuove, si intonerà a una comunione di pensieri e di intenti profonda e calorosa. 

Si realizzava quanto don Luigi Moresco, suo direttore spirituale, aveva detto a Lucia quindicenne che gli chiedeva di passare al vaglio la vocazione che sentiva di aver ricevuto: «Conserva questa scintilla nel cuore, che poi diventerà fiamma e sarà la benedizione della tua famiglia». La vita religiosa di suor Lucia non sarà lunga, ma di certo fu luminosa. Fu insegnante amatissima dalle sue scolare, sulla cui formazione incise in profondità, ma soprattutto fu una suora felice, convinta della sua scelta, assidua alla preghiera e allo studio mai abbandonato, dalla vita spirituale coltivata e custodita con cura. Dalla lettura dei suoi scritti, il dato costante che emerge è una grande libertà interiore: anche a fronte di una certa facilità di contatto e della capacità di stringere relazioni autentiche, ella sapeva riservare un margine di distacco perché tutto fosse schietto e limpido, perché il tratto dell’umanità, anche nelle sue forme più nobili ed elevate, non snervasse la sua missione di consacrata: indicare Dio e sparire. Scrive: «Dio vuole per me una grande solitudine. Io gli chiedo di coltivare in me un grande amore per gli altri, ma un amore puro, che non richieda nulla, né un appoggio, né una consolazione, né uno sguardo». In un appunto del 7 giugno 1953 annota: «Quando si hanno in qualche modo delle pecorelle da fare pascere, siano pure delle alunne del liceo, c’è sempre il pericolo di dimenticare che sono del Cristo». Il suo desiderio giovanile, cantato in una poesia in cui esprimeva l’anelito a «tendere all’alto come fiore alpino, e bere luce e illuminare il mondo», si compiva in maniera libera e fruttuosa nella strada che il Signore le aveva indicato e che ella decisamente percorreva. 

Dal silenzio del chiostro, mai dimenticò la sua famiglia di origine. Ogni compleanno, onomastico, anniversario, ogni occasione di vita domestica erano impreziositi da un verso, da un biglietto, da un fiore. Non lasciava mai cadere il ricordo di nessuno. Specialmente, come si diceva, non si interruppe mai il dialogo con il padre, il quale di carattere era animato da un inestinguibile bisogno di calore che alimentasse la sua fede testarda nell’umanità. Sapendolo assorbito in un’attività politica svolta a ritmi serrati e confidando che la sua preghiera potesse guidarne l’opera secondo giustizia e rettitudine, suor Lucia prese a inviargli biglietti contenenti riflessioni di natura spirituale per sostenerlo nella sua vita di fede, animata in questo da una convinzione condivisa, che cioè entrambi, in modo sensibilmente diverso ma contiguo, offrissero la loro opera a Dio svolgendo una comune missione a vantaggio degli uomini; e a chi stava in convento spettava di pregare per chi invece lavorava nel mondo: «Che il mio silenzio dia a te la parola efficace che porta frutto». 

 

Continua a leggere

https://www.istitutomounier.it/di-padre-in-figlia-suor-lucia-de-gasperi/

Ricordi di scuola

Indossavamo i grembiulini, le bidelle si chiamavano bidelle, nessuno immaginava di rivolgersi a Telefono Azzuro.  I tempi sono certamente cambiati, ma davvero pensiamo di affogare la “nuova scuola” nella palude del cambiamento a colpi di diritti, spesso destinati a trasformarsi…in veri e propri rovesci?

Forse mi sbaglio ma una volta le cose si chiamavano con il loro nome. Oggetti, azioni, funzioni: tutto si spiegava prima e con poche parole, mi pare che la realtà fosse più a portata di mano, tangibile. Poi sono arrivate le folate di vento del post-moderno: globalizzazione, complessità, trasparenza, sinergie, condivisione, background, retroterra, mappe, diagrammi di flusso, check-up. Ho dimenticato qualcosa? Mi scusino i lettori amanti degli scandagli introspettivi e delle inconcludenti affabulazioni: anche se sono nato in riva al mare so al massimo distinguere le acciughe dalle sardine. Però ricordo con nostalgia quella scuola dov’ero entrato per la prima volta come recalcitrante scolaro: mi ero poi affezionato alla maestra e alla fine non sarei mai venuto via.

Ripensandoci adesso mi accorgo che lei e i miei genitori mi insegnavano le stesse cose: studiare, impegnarmi, rispettare le persone più grandi di me, voler bene ai miei compagni. Forse i risultati non sono arrivati, per mio demerito: lo scolaro era attento ma successivamente l’uomo è stato poco diligente. Crescendo ho poi incontrato molti illustri sapientoni ma di tutto ciò che ho sentito nella mia vita mi sono rimasti impressi quei tre o quattro valori che la famiglia e la scuola mi hanno inculcato. Non mi parlavano di intercultura ma mi invogliavano a leggere tanti libri, non si usavano i computer ma si sapeva scrivere una lettera a un amico, se mia mamma mi mandava a far la spesa e non aveva i soldi contati, per responsabilizzarmi mi insegnava a stare attento sul resto, mi piaceva guardarmi intorno e saper distinguere le stagioni.

Quando entravo in classe per prima cosa si pregava e di questo poi non mi sono mai vergognato, non c’erano bambini stranieri ma guai a tradire un amico e se tornando a casa dicevo di essere stato sgridato dall’insegnante mio padre non correva subito alla redazione di un giornale e neanche spediva un esposto in Procura, se mai rincarava la dose: mi mandava a letto senza cena e non mi faceva vedere Carosello. Per i richiami subìti e le rampogne ricevute giuro di non essermi mai rivolto al Telefono Azzurro. Il direttore era un mito: se ne sentiva parlare ma si vedeva poco, quasi una leggenda. Se entrava nell’aula ci alzavamo in piedi per rispetto ma nessuno si sognava di andare nel suo ufficio a fare rimostranze, sarebbe stata una cosa inaudita.

Le bidelle si chiamavano proprio così: “bidelle”, non ausiliarie o collaboratrici ma nonostante questo la scuola era davvero pulita. Ricordo che una volta il direttore, trovando la scala sporca, le aveva chiamate tutte e si era inginocchiato a pulire i gradini, proprio lui, con lo straccio e il detersivo e alla fine a loro – che lo guardavano a bocca aperta – aveva detto “si fa così”. Non era però girata voce che per questo fatto qualcuno si fosse rivolto al sindacato. Indossavamo i grembiulini perché cambiare vestiti tutti i giorni era un lusso – anche se le magliette non erano firmate – ma si trattava solo di camici, non di camicie nere.

Si apprendeva l’abc e si studiavano le poesie a memoria, poi gli psicologi hanno stabilito che si trattava di insostenibili vessazioni: “alleggerire, troppa fatica”. Ho sentito l’altra sera, a un TG, quel che diceva un apostolo della pedagogia del nuovo: “Basta insegnare a leggere, scrivere e far di conto! Ora la scuola deve aprirsi alle nuove realtà”.

Può darsi che abbia ragione, resta da intendersi appunto sul significato delle parole. Personalmente ho dei dubbi, più per pratica che per grammatica. Da quando nella scuola è entrato di tutto, senza filtri, senza controlli, senza pudori mi pare che le cose si siano a poco a poco rovesciate: il direttore – suo malgrado- non dirige, “coordina”, gli insegnanti sono sempre in riunione e i bidelli fanno venire i sindacati per controllare i loro carichi di lavoro: questo mi tocca, questo non mi tocca. Anche per gli studenti dev’essere cambiato qualcosa, ma non del tutto per colpa loro. Più che aprir bocca basta che aprano le loro cartelle: merende, giornalini, telefonini, mp3, videogiochi e pochi libri, di solito troppo pesanti. Trovo invece che una parola continui a circolare con insistenza, nelle scuole e nella vita, con crescente interesse, una parola di cui tutti si impossessano per scelta e convinta adesione: “diritti”.

Troppi diritti che portano spesso a molti rovesci.

 

I cattolici democratici fuori dalla bufera. Uno scritto profetico di Giovanni Galloni.

In un opuscolo del 1989, colui che la stampa aveva definito la “testa più lucida della DC” prendeva spunto da una riflessione di Franco Rodano per affrontare il grande tema del superamento del marxismo, ma con l’obiettivo di conservarne la,profonda istanza di liberazione. Allora, diceva Galloni, laddove aveva fallito Marx tornava a splendere il messaggio della “rivoluzione cristiana”.

Ricordare una figura come Giovanni Galloni a pochi anni dalla morte (23 aprile 2018) non vuol essere un esercizio di agiografia o nostalgia, semmai una riflessione al contempo distaccata ed appassionata sulla esperienza di un esponente politico sempre schierato su posizioni di sinistra all’interno della DC. Anzi, occorre rilevare come Galloni sia uno dei pochi esponenti politici democristiani ad aver vissuto in prima persona tutte le esperienze di sinistra politica all’interno della Democrazia Cristiana: dalle “Cronache Sociali” di Giuseppe Dossetti, passando poi per “Iniziativa Democratica”, “La Base”, sino all’”Area Zac”.

Ma più che soffermarsi su questi dati storico-politici pur importanti e significativi, quello che più conta è tratteggiare una parte del suo pensiero politico che, per molti versi, ha il sapore della profezia, se si considera il contesto temporale nel quale la “testa più lucida della Dc” – questo è l’epiteto attribuitogli dalla stampa dell’epoca – sviluppa la sua iniziativa.

Esaminiamo dunque una piccola pubblicazione, sconosciuta ai più, che Galloni dà alle stampe nell’agosto del 1989 dal titolo “I cattolici democratici fuori dalla bufera”. Nel mettere in evidenza la rivoluzione tecnologica in atto, con i conseguenti cambiamenti del modo di produrre, di vivere e di consumare, egli ferma già allora la sua analisi su un dato significativo e conseguente. Scrive infatti nell’opuscolo di un fenomeno che va a «intensificare a dismisura il processo di concentrazione finanziaria nelle mani di gruppi sempre più ristretti, capaci di controllare la totalità delle risorse e degli strumenti di informazione e di condizionare così anche le menti degli uomini e la loro libertà, ma incapace a frenare, sotto la spinta del consumismo, un processo di industrializzazione che porta all’inquinamento e alla invivibilità del pianeta o di dare una soluzione equilibrata ai problemi del rapporto nord-sud del mondo».

A ben guardare, si tratta di quello a cui assistiamo oggi: non solo la concentrazione della ricchezza mondiale in pochissime mani, con la conseguente manipolazione dell’informazione libera ed obbiettiva, ma anche (se si riflette con oculatezza) del lascito della propagazione mondiale di questa pandemia che sta riducendo sempre più i cittadini a schiavi di un sistema economico. La politica arranca, anzi è inesistente. Pertanto le riflessioni di Giovanni Galloni ci aiutano a capire molte cose, tenendo presente che quando svolge queste riflessioni il muro di Berlino non è ancora caduto (cadrà di lì a qualche mese il 9 novembre 1989). Riesce perciò a cogliere la nacotà radicale del tempo, non mancando di far riferimento, senza citare espressamente la fonte, a Franco Rodano, ovvero all’intellettuale cattolico e comunista che aveva ricavato dal dualismo signore-servo gli elementi decisivi per arrivare (Galloni) a conclusioni originali e rivoluzionarie.

Il Terzo millennio si sta caratterizzando sempre più per quella che può essere definita la lunga transizione politica: partiti e movimenti politici hanno dismesso i panni novecenteschi di raccordo diretto con la propria base elettorale per divenire sempre più comitati elettorali, lobby, strutture attrezzate per la semplice gestione del potere. Galloni riflette su quell’utopia marxiana che disegna per l’uomo la fine dell’alienazione dal lavoro attraverso la libertà assoluta. In parte tale utopia si sta realizzando – sostiene Galloni – ma secondo un modello completamente diverso da quello immaginato da Marx sulla scorta della presunta missione salvifica del proletariato. Infatti, se analizziamo i passaggi storici prefigurati da Marx come modello di società, non è difficile verificare come sia il sistema signorile che quello borghese, ma infine anche quello proletario parzialmente realizzato nell’ex Unione Sovietica, non sono stati in grado di superare quel dualismo signore-servo. «Quel dualismo – ecco le conclusioni di Galloni – è stato nella storia superato, ma solo in chiave teologica, dal messaggio cristiano».

 

70 anni di Nato in Italia. Mattarella e Guerini rilanciano l’Alleanza. La nota di “formiche.net”.

In occasione del 70esimo anniversario dall’istituzione del comando Nato a Napoli, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è recato (ieri per chi legge, ndr) alla base di Lago Patria per celebrare la ricorrenza e sottolineare il profondo legame che unisce l’Italia e l’Alleanza Atlantica. Con lui il ministro Lorenzo Guerini, il vice segretario Mircea Geoana e l’ammiraglio Robert Burke

Marco Battaglia

“L’Alleanza Atlantica rappresenta per l’Italia una pietra angolare della politica di sicurezza”. Così il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha salutato oggi i primi 70 anni di presenza della Nato nel nostro Paese. Il capo dello Stato è intervenuto all’anniversario dell’istituzione dell’Allied joint force command Naples (Jfcnp). Ad accogliere il presidente il comandante del Jfcnp, ammiraglio statunitense Robert Burke, che ricopre contestualmente il ruolo di comandante delle Forze navali Usa in Europa e Africa incentrate sulla Sesta flotta Usa (entrambe basate a Napoli). Insieme a loro c’erano il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, il vice segretario generale della Nato, Mircea Geoana e il rappresentante permanente dell’Italia alla Nato, ambasciatore Francesco Talò.

PER UN’ALLEANZA PIÙ FORTE

Per il Presidente Mattarella: “È sempre più evidente l’importanza dei principi dell’Alleanza, libertà, rispetto e comprensione reciproca tra popoli e rispetto per le differenti culture: i risultati sono evidenti e straordinari, primo fra tutti i 70 anni di pace nel continente europeo”. Secondo il capo dello Stato quanto avvenuto in Afghanistan fa comprendere quanto sia importante la riflessione in atto in ambito Nato e che deve portare al nuovo concetto strategico “per un’Alleanza militarmente forte e al contempo politicamente sempre più efficace nel perseguimento di una politica di pace e di affermazione dei diritti dell’uomo”. Nel suo intervento, inoltre, il Capo dello Stato ha anche voluto esprimere il proprio convincimento che un rafforzamento dell’Ue nel campo della difesa “basato sulla complementarietà con la Nato e la condivisione delle risorse militari, fornirà un contributo prezioso e qualificato al processo di rafforzamento dell’Alleanza e alla solidità dell’indispensabile rapporto transatlantico”. D’altra parte, ha rimarcato, “l’Alleanza Atlantica rappresenta per l’Italia una pietra angolare della politica di sicurezza e questo comando ha accompagnato l’Italia nella sua presenza nell’Alleanza, è un cardine della difesa collettiva nel fianco sud dell’Alleanza e una conferma della capacità della Nato di evolversi e rivolgere uno sguardo nuovo alle nuove sfide”.

UNA NATO PRONTA ALLE SFIDE

“Da oltre 70 anni la Nato rappresenta l’ombrello della deterrenza e della dissuasione che protegge l’Europa; oggi celebriamo il rapporto transatlantico che, prima ancora che economico, commerciale e militare, è basato sulla comunanza dei valori delle democrazie liberali”, ha detto Guerini, sottolineando come, per il futuro, sarà ancora più importante lavorare per una Nato che, pur nella sua dimensione regionale, sia pronta ad affrontare le sfide globali. “Una Nato che tenga conto di ogni tipo di minaccia, in ogni dominio, e di tutte le direzioni strategiche, con particolare riferimento a quel fianco sud che coincide, in larga parte, con il Mediterraneo Allargato, l’area di interesse strategico nazionale”.

Nel suo intervento il vice segretario Geoana ha ringraziato il presidente Mattarella e il ministro Guerini per la loro leadership sempre vicina all’Alleanza Atlantica. “L’Italia – ha ribadito Geoana – è un importante alleato della Nato e ha un ruolo fondamentale nel preservare la sicurezza internazionale”. Anche l’ammiraglio Burke ha voluto rimarcare quanto: “l’Italia sia un forte alleato, estremamente capace nei settori operativi e che ringrazio per l’incrollabile sostegno a tutti i livelli”. Burke ha anche ricordato come il Jfcnp abbia tenuto sotto controllo l’instabilità nel sud Europa e vigili sulla pace nel Mediterraneo, allargando l’approccio a una cooperazione che mira ad estendere i rapporti nei Balcani e nel nord Africa.

Continua a leggere

https://formiche.net/2021/09/mattarella-comando-nato-napoli/

Vittorio Sora, uomo d’impegno e di speranza. Bresciano, ha lasciato un’impronta indelebile nel suo Comune e in Regione Lombardia.

Pubblichiamo il contributo dell’autore al libro, curato da Ennio Pasinetti e Franco Franzoni per Scholé/Morcelliana, Vittorio Sora. Le radici di una passione civile. Stamane a Quinzano d’Oglio, Comune di cui Sora fu Sindaco, il bel volume di ricordi e testimonianze a 25 anni dalla scomparsa verrà presentato ufficialmente. Dopo i saluti del Sindaco Lorenzo Olivari, prenderanno la parola Mauro Guerra, Giuseppe Guzzetti e Bruno Tabacci. A coordinare i lavori sarà Tino Bino, esponente storico della intellettualità cattolico democratica bresciana.  

 

Come si fa a scrivere il ricordo di qualcuno così vivo? Come si fa a fissare con le parole un’attitudine così aperta nei confronti della vita? Aperta al vivere, e soprattutto al vivere degli altri. Di Vittorio Sora si dice che fosse un uomo di dialogo, ma anche questa definizione è riduttiva. A Vittorio gli altri, semplicemente, piacevano. Allo stesso modo, gli piaceva avviare discorsi su ciò che si poteva fare e ottenere per i suoi – che fossero quelli della Bassa, i lombardi o i cittadini del suo paese natale di cui divenne sindaco a cinquantacinque anni – e gli piaceva frequentarli. 

Ci invitava nella sua casa di Quinzano d’Oglio, la stessa in cui non mancava mai di sottolineare che era nato, e ci ospitava in questi lunghi pranzi in cui sedevamo tutti vicini a mangiare salsicce. Noi, che arrivavamo da Milano accompagnati dalle mogli, e gli agricoltori e gli uomini e le donne della Bassa con cui era cresciuto. Ricordo ancora la naturale simpatia che aveva suscitato in Carla, mia moglie: anche lei, come me, aveva trovato irresistibile quel suo mondo di impegno, di speranza, di futuro. E proprio parlando con lui, frequentandolo – una frequentazione che era in breve tempo diventata amicizia nel senso più pieno del termine – ero arrivato a scoprire la ricchezza del mondo di cui faceva parte. Prima di entrare in casa sua e mettermi a tavola con lui e la sua famiglia, il suo mondo non lo conoscevo. Era assolutamente nuovo e pure assolutamente vero. Un mondo che peraltro non finirò mai di rimpiangere. La sua conoscenza mi aiutò a capire non solo Vittorio, bensì quasi tutto di quello che gli girava attorno e girandogli attorno incarnava la cultura cattolico-democratica tra le altre culture, il popolo dei nostri paesi e delle nostre campagne tra le nostre città, e il popolo bresciano. Così diverso da quello milanese e così unico tra quelli lombardi, di cui Vittorio era la personificazione. Ma il suo impegno non interessò solo i bresciani e i lombardi e giunse fino in Somalia, dove l’associazione che presiedeva fornì i mezzi per dare assistenza sanitaria alla popolazione.

Nelle pagine di questo libro leggerete tante testimonianze, di politici, amici, intellettuali, amministratori locali che hanno conosciuto Vittorio Sora. Ciascuno di noi ha i propri motivi per avere accettato di scrivere un suo ricordo, e io l’ho fatto per una precisa ragione. Vittorio Sora, a cui ho voluto molto bene, non è stato solo un politico e una persona amabile ma, nel corso della sua esperienza politica, è stato anche un punto di riferimento per alcuni processi che allora, nel momento in cui erano in atto, non è sempre stato possibile identificare, eppure di cui oggi si comprendono a pieno la portata e il rilievo. Contrariamente ad altri di cui leggerete la testimonianza, non lo conoscevo da una vita, non eravamo andati a scuola assieme. Avevo già quasi quarant’anni quando l’ho incontrato e lui solo qualcuno di meno. Eravamo entrambi basisti e mi era capitato di ascoltarlo parlare durante le riunioni che come corrente tenevamo in via Mercato. 

Vittorio conosceva i suoi della Bassa, li rappresentava come il più fiero dei suoi componenti – e li avrebbe rappresentanti in Regione per vent’anni – ma sapeva anche in quale direzione si stava muovendo lo sviluppo sociale e, per quanto nelle sue parole si respirasse la terra delle campagne e l’aria del fiume a cui tornava ogni sera, era consapevole che il mondo che avevano conosciuto i suoi avi non era quello in cui viveva lui e soprattutto non era quello in cui avrebbero potuto vivere i suoi amici agricoltori. Prendendo a prestito l’espressione ricordata da Mario Mauri, “bisognava cambiare il carro, non solo i cavalli”. Per questo lo avevo chiamato a fare parte della mia Giunta come assessore all’Industria e al Commercio: in lui avevo visto quell’entusiasmo verso il futuro, quel desiderio di farsi carico di processi che avrebbero stravolto la politica sul territorio così come la conoscevamo allora.

Facendo politica, e io me ne sono occupato attivamente per parecchio tempo, almeno fino a quando ho capito che non era più quello il fulcro di ciò che accade, capita di incontrare tanta gente, donne, uomini, esperti, maestri, ma non succede spesso di incontrare un personaggio. Vittorio lo era. Con la sua corporatura importante, la voce alta e la risata fragorosa che si annunciava già dal fondo dei corridoi del Pirellone, che qui ben descrive la sua compagna di ufficio Patrizia Toia. Il magnetismo carismatico di Vittorio era parte della sua azione politica e trascinava colleghi, compagni di partito, amici, e le forze che caratterizzavano Brescia e le sue campagne. Le campagne, appunto. Per Vittorio, si trattava naturalmente di non affidare solo alla dimensione etica della solidarietà e a quella morale di uno sforzo di volontà la missione del cambiamento, ma di radicarla in riforme di struttura. Vero e proprio fulcro di una passione politica, la campagna – bresciana sì, ma anche lombarda e padana – era prima di tutto un reticolo di cose, rapporti e persone. In questo senso era costante il piacere che Vittorio coltivava nel sottrarre questa realtà sociale e culturale a visioni stereotipate o astratte per riconsegnarla alla verità del vissuto, come ricorda in questo libro anche Mario Capanna.

E non deve stupire il fatto che a commemorare un autorevole rappresentante della sinistra democristiana lombarda, tra i tanti amici – amici di fatto e amici del partito tra i quali il Sora ha sempre cercato di far sentire chiara la propria voce, anche quando suscitava avversione – compaia anche il leader del movimento studentesco poi divenuto consigliere regionale di Democrazia Proletaria. Come ho scritto in precedenza, a Vittorio gli altri piacevano. Perché già era un basista, ma di un basismo aperto, pronto ad ascoltare e capire anche le idee degli altri, avversari compresi. Anzi, direi soprattutto quelle di sinistra. Quando poi si trattava di decidere, e ci si sedeva vicino per affrontare insieme un problema e capire cosa fare, anche lì era sempre lui. Voleva dentro tutto. Tutto quello che poteva starci per ottenere di più, per più gente, anche per gli altri. Come si faceva a non volergli bene!

Maternità surrogata: il nome e il senso di una scelta.

Accogliamo questo contributo con l’avvertenza di precisare che l’interesse a mantenere vivo il dibattito su “Il Domani d’Italia”, specialmente a riguardo di questioni delicate e controverse, non oscura la linearità della nostra posizione editoriale, identificabile in questo caso nell’articolo di Francesco Provinciali, da cui in effetti prende spunto la dott.ssa Mazzola.

Nell’articolo intitolato Una scelta sui generis, ovvero il distacco ideologico dall’identità sessuale del 4 agosto 2021, Francesco Provinciali affronta il tema dei provvedimenti legislativi legati all’identità di genere e alla “maternità surrogata”, con tutte le implicazioni riguardo alle donne e ai minori. Tenendo conto della presa di posizione del gruppo femminista “RadFem!Italia-Solo con donne”, Provinciali sostiene che “…il tema dell’utero in affitto come passaggio strumentale per dar vita a una creatura…è un abominevole preambolo alla mercificazione del corpo femminile”.

Come è noto, con l’appellativo “madre surrogata” si indica una donna che ha deciso di portare a termine una gravidanza per conto di persone che non sono in grado di concepire o avere figli. Si parla in questo caso anche di “utero in affitto”. La tipologia delle richieste e la modalità degli  interventi è diversificata; in ogni caso, in Italia la legge vieta tale pratica, mentre in altri Stati è consentita, sia a coppie eterosessuali che omosessuali. Esistono agenzie apposite, che lavorano per mettere in contatto la coppia richiedente con le donne disponibili.

Risulta opportuna una  riflessione  riguardo ai  presupposti che danno senso e significato a tale orientamento, anche alla luce  dei contributi della ricerca e degli insegnamenti della storia. Gli studi psicologici e psicoanalitici hanno messo in luce il ruolo fondamentale della madre nello sviluppo infantile, come pure il valore simbolico del “materno”. Si tratta di argomenti universalmente condivisi, diventati ormai patrimonio  comune.

Per quanto riguarda la storia, vale la pena seguire l’indicazione di Marc Bloch circa l’opportunità di porre agli antichi le domande che riguardano l’attualità. Ed ecco la domanda: grazie a moderne metodiche, si ripropone forse per la donna un ruolo antico, basato su di un pregiudizio che ha attraversato secoli della nostra cultura? Si tratta di evocare la vicenda della funzione femminile nella procreazione o meglio della concezione che se ne è avuta dalle origini sino all’epoca moderna.  

Come è noto, gli antichi ignoravano il meccanismo della fecondazione. Fu il medico Nicola Stenone, nel ‘600, a iniziare a fare chiarezza sulla riproduzione umana, che è stata pienamente spiegata solo nel XX secolo. Quali erano le loro teorie al riguardo ? Possiamo scoprirlo grazie alle testimonianze dei classici, in particolare dei tragici greci, di Aristotele. Questi scritti infatti, oltre che apprezzati nel loro valore letterario, vengono considerati documento storico di civiltà, ossia testimonianze di cultura, fonti attendibili per quel che riguarda i costumi, la vita politica, le norme etiche e sociali, le regole del potere, la mentalità, i valori, la psicologia.

Di particolare interesse per l’argomento in questione è Eumenidi, terza parte della trilogia di Eschilo, alla quale viene riconosciuto un valore spiccatamente politico. Allude infatti all’istituzione del primo tribunale della storia, l’Areopago. I riferimenti all’opera sono stati anche di recente numerosi e autorevoli, come  quello della ministra Cartabia, nella sua  lectio magistralis del gennaio 2020.

La prima teatrale di Clitemnestra è andata in scena nel luglio 2021 nell’ambito del festival “Cantieri dell’Immaginario”. Il personaggio della protagonista è stato rivisitato alla luce della problematica contemporanea, e questo spiega la domanda inquietante che sembra rivolgere agli spettatori, ovvero: Oreste, suo figlio e assassino, è stato assolto perché la madre non conta nulla?

Nel dibattito che si svolge fra il protagonista della tragedia di Eschilo, Oreste – reo di avere assassinato sua madre Clitemnestra – e le Erinni, divinità della vendetta e del rimorso, viene esplicitato l’argomento fondamentale della difesa. Da qui si intende la prospettiva degli antichi sulla riproduzione umana: l’uomo procrea perché fornisce il seme che conferisce il carattere ai discendenti; la donna si limita a fornire il luogo dello sviluppo e del nutrimento.

Oreste:

Di due crimini era macchiata…Uccise mio padre, e insieme il suo sposo.

Corifea  

Non era consanguinea dell’ucciso.

Oreste :

E io sono consanguineo di mia madre ?

Corifea :
Non ti nutrì nel grembo, o matricida? Ripudi forse il sangue di tua madre?

È Apollo a venire in soccorso di  Oreste, con la seguente dichiarazione: “Quella che tu chiami madre non è la genitrice, è solo la nutrice d’un germe seminato di fresco. Il maschio fecondante semina, mentre ella – ospite ad ospite – preserva la pianticella…”. Alcuni anni dopo, sarà Euripide a ribadire il medesimo concetto: “E’ stato il padre a generarmi, tua figlia non ha fatto che partorirmi. Lei è stata come il campo arato che raccoglie il seme sparso da altri”. Ulteriore conferma viene da Aristotele: “C’è somiglianza anche nelle forme tra un ragazzo in età puberale e una donna. La donna è come un uomo sterile. Essa è infatti caratterizzata da un’impotenza”.  

L’uomo è il seme, la donna è il campo: è ricettacolo passivo. Si tratta di una credenza comune nell’antichità, diffusa ovunque, dalla Grecia all’Egitto, all’India, specchio della cultura patriarcale, anche se  sostanzialmente basata sull’ignoranza del meccanismo della fecondazione. Ha attraversato i secoli, ha avuto importanti ripercussioni sul piano sociale e persino giuridico. Ha fornito il fondamento al diritto romano: diritto basato sul legame di sangue, trasmesso dal padre ai figli. 

La questione, nella prospettiva del minore, sembra non ricevere la debita attenzione nelle varie sedi del dibattito. Scarseggiano anche documentazioni attendibili riguardo ai percorsi evolutivi di figli allevati da coppie eterologhe. Cogliendo possibili analogie, faccio riferimento alla mia esperienza clinica con giovani ventenni che erano stati adottati nel corso della prima infanzia. Essi avevano ottenuto di conoscere l’identità e di incontrare la loro madre biologica. La richiesta del trattamento psicologico era stata motivata dal bisogno di comprendere le ragioni profonde della loro scelta, oltre che di essere supportati in un momento di forte  ansietà.

I genitori adottivi si erano mostrati all’altezza del compito educativo sotto tutti gli aspetti. Nondimeno, giunti al compimento dell’adolescenza, una domanda si era imposta con insistenza: da dove vengo? chi è quella che mi ha generato, come viveva, in che modo pensava e agiva?

Psicologi e psicoanalisti, a partire da Stanley Hall, considerato il pioniere degli studi scientifici sull’adolescenza,  hanno descritto la complessità di questa fase della vita, caratterizzata da conflitti, brusche oscillazioni, instabilità. Un periodo  di ricerca di se stessi e di sperimentazione, prima di entrare a pieno titolo nella vita adulta, con un’adeguata consapevolezza di sé, delle proprie risorse e dei propri limiti.

In tale prospettiva lo psicologo Erik Erikson ha configurato la ricerca dell’identità quale meta psicologica dell’adolescenza, ossia come l’obiettivo prioritario cui tende la vita psichica. Interrogarsi sulla matrice originaria, e fare i conti con questa, è parte integrante di tale complesso processo evolutivo.

Due considerazioni si impongono a questo punto, in rapporto alle responsabilità dell’adulto. La prima riguarda l’atteggiamento da tenere  nei confronti della mutevolezza e dell’instabilità adolescenziale. Si tratta di una condizione che va intesa come percorso di sperimentazione e di ricerca della propria identità. Deve quindi essere seguita e supportata, non certo ipostatizzata quale categoria assoluta dell’esistere e dell’essere, come sembra stia avvenendo in taluni contesti. 

È necessaria inoltre la consapevolezza dei bisogni della crescita, dei fattori affettivi, relazionali e sociali che possono favorirla o renderla particolarmente complessa. Fare i conti con  le proprie origini è uno di questi bisogni. Le risposte degli adulti dovrebbero allora risultare esaurienti dal punto di vista dei destinatari, piuttosto che corrispondenti all’interesse di coloro che le forniscono. 

 

  • Grazia Mazzola – Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista C.I.P.A, già Dirigente Psicologa presso il Dipartimento di Salute Mentale e Professore a Contratto – Università di Pavia.

Chi ha scelto l’Euro e chi no: la fotografia di “Nota Diplomatica”

La moneta unica non è stata adottata da tutti i Paesi dell’Unione Europea. Del resto, la Gran Bretagna con la Brexit ha reciso ogni legame organico con il Vecchio Continente, dopo aver garantito comunque, fin dall’inizio, l’indipendenza della sterlina. Di contro alcuni altri Paesi, sebbene non appartenenti all’Unione, hanno scelto la moneta europea come loro mezzo di pagamento.

James Hansen

Quando l’Unione Europea comunica per “informare, non influenzare”, tende comprensibilmente ad accentuare ciò che è positivo nell’andamento del “progetto europeo” e a trascurare i momenti meno felici, come il voto del 1982 con cui la (minuscola) popolazione della Groenlandia — avendo ottenuto l’autonomia rispetto alla Danimarca — decise di uscire dall’Ue.

La cosa è ovviamente di scarsa importanza — visto che i groenlandesi sono meno di 60mila — anche se l’Ue, curiosamente, insiste ancora nel conteggiarli tra i propri “cittadini” nelle sue statistiche. Di maggiore impatto è la minoranza di paesi dell’Unione che preferisce restare fuori dall’euro. Dopo Brexit, sono 8 su 27: Svezia, Danimarca, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Romania.

Con la sola eccezione del Regno di Danimarca, che respinse il Trattato di Maastricht con un referendum nazionale nel 1992, tutti gli altri sarebbero obbligati a entrare nel sistema euro “prima o poi”, al raggiungimento di certi criteri economici e legali riguardanti la stabilità economica, l’inflazione, l’integrazione dei mercati e i bilanci di pagamento nazionali. Ipoteticamente, l’andamento dei “criteri di convergenza” dovrebbe essere misurato ogni due anni, ma — e non è un “ma” da poco — solo su richiesta del paese interessato. I singoli stati possono allora rimandare l’effettiva entrata nell’euro sine die: ed è esattamente ciò che hanno fatto finora, né ci sono indicazioni che intenderebbero entrarci prossimamente.

Le motivazioni dei paesi “riluttanti” sono perlopiù economiche. Riguardano la percepita necessità di mantenere l’indipendenza nello stabilire le politiche monetarie rispetto a temi come l’indebitamento nazionale e la gestione dell’inflazione, nonché la possibilità di svalutare la propria moneta all’occorrenza. I dubbi sulla gestione centralizzata europea sono cresciuti dopo il crac del 2008. Gli inglesi — mai entrati nell’euro — reagirono quasi istantaneamente, nel 2009, con un programma di quantitative easing, iniettando 375 miliardi di sterline “nuove” nell’economia, mentre la Banca Centrale Europea attese fino al 2015 prima di ricorrere agli stimoli economici. 

La “gara” economica di quegli anni è stata vinta nettamente dagli inglesi… Da allora, la politica della BCE di creare nuovi soldi “à go-go” in risposta allo sconvolgimento economico provocato dal Covid non ha fatto che aumentare i dubbi dei paesi Ue fuori dall’euro, afflitti come sono dalle stesse incertezze coltivate da buona parte dell’Establishment tedesco. Qualche consolazione c’è però. 

Esistono alcuni paesi non-Ue che utilizzano la valuta europea. Non sono forse economie primarie, ma comprendono Kosovo, Montenegro, Andorra, San Marino, Monaco e la Città del Vaticano, come anche alcuni piccoli territori francesi “d’oltremare”: Saint Pierre e Miquelon (al largo della costa canadese), alcune isole nel Oceano Indiano e Saint-Barthélemy, nel Mare dei Caraibi. Altri utilizzano l’euro senza aderire al sistema. La Croazia, per esempio, dalla creazione nel 1994 della propria valuta, la kuna, segue una politica di “pegging” che lega strettamente il valore della moneta domestica a quella europea — seppure non necessariamente in via permanente…

Per abbonarsi gratuitamente a “Nota Diplomatica”

https://dm-mailinglist.com/subscribe?f=39d3287d

La politica, i sindacati e l’obbligatorietà del green pass

Il Consiglio dei Ministri ha varato le nuove norme. Dalla metà di ottobre per entrare negli uffici pubblici e privati bisognerà essere vaccinati, aver fatto un tampone o essere guariti dal Covid. Per chi si presenta al lavoro senza green pass ci saranno sanzioni (pecuniarie e disciplinari)

Con l’obbligo del green pass dal 15 ottobre nei luoghi di lavoro (pubblici e privati) si riaccende il movimento di protesta contro l’imposizione di tale strumento. All’inizio si trattava solo di una corrente di pensiero a cui avevano dato voce personalità del mondo intellettuale: Giorgio Agamben, Massimo Cacciari, successivamente seguiti da altri tra cui Gianni Vattimo, Carlo Freccero, Franco Cardini. Ognuno di loro ha messo subito in chiaro di essersi fatto iniettare a tempo debito le due dosi del vaccino. Ma poi hanno sostenuto che molte (troppe) insidie si nascondono dietro l’obbligo di esibire il certificato di avvenuta immunizzazione. 

Alcuni hanno sollevato un problema di efficacia in relazione allo scarso tempo di sperimentazione dedicato ai vaccini. Il professor Cacciari, in particolare, ne ha fatto una questione di limitazione delle libertà costituzionali (con il protrarsi dello stato di emergenza). Ragion per cui hanno esortato – con motivazioni diverse – a diffidare di tale imposizione. Sulla scia di questi intellettuali, i leader delle principali forze sindacali del Paese hanno concesso una serie di interviste nelle quali hanno chiesto che i lavoratori siano esentati dal dover esibire la certificazione verde — come impone la legge dal 15 ottobre — per accedere ai luoghi di lavoro. E che, nel caso siano sprovvisti di green pass, non abbiano a subire sanzioni o punizioni ritenute “inaccettabili”. Secondo costoro, infatti, i protocolli finora utilizzati nei luoghi di lavoro “bastano e avanzano” per garantire la sicurezza.

A questo punto, i leader di alcune forze politiche (facile individuare quali) hanno fatto sapere che sarebbe necessario “tornare al più presto a un tavolo con le parti sociali”. Il che vorrebbe dire rimettere in discussione le decisioni in materia prese dal Governo (con il consenso delle stesse parti sociali). 

Altro tema di scontro sull’utilizzo del green pass ha riguardato il personale scolastico e universitario. A onor del vero, va detto che durante l’estate gli studenti hanno risposto in massa all’appello lanciato dal Generale Figliuolo (il quale, con l’attenuarsi dell’emergenza, forse si mostrerà in abiti civili). Ragazzi e ragazze hanno fatto la fila per immunizzarsi, anche nei luoghi di villeggiatura. Il problema è sembrato riguardare soprattutto i docenti e il personale del mondo della scuola. Qualcuno, addirittura, ha minacciato di “procedere per le vie legali” senza un passo indietro da parte del Governo (che naturalmente non ci sarà).

È trascorso appena un anno e mezzo da quando, a inizio pandemia, i rapporti tra Governo e mondo del lavoro sul tema della sicurezza furono piuttosto collaborativi. Nel marzo 2020 nessuno faceva mistero di nutrire una grandissima stima, quasi un’ammirazione nei confronti dell’allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. E fu forse anche per questo motivo che non ci furono proteste significative nelle fabbriche contro l’introduzione delle mascherine, la rilevazione della temperatura, gli screening con i test sierologici e molecolari.

Adesso invece si sostiene che i protocolli vigenti sono sufficienti a garantire la sicurezza nelle aziende e che, perciò, il green pass non dovrebbe essere reso obbligatorio. Ma i protocolli sono stati sottoscritti anche per bar, ristoranti, cinema, teatri, treni, aerei. Ambienti pubblici in cui da tempo si sanifica, così da offrire garanzie di sicurezza agli utenti (per quanto è possibile). Anche lì, anche in quegli “ambienti di lavoro” non andrebbe sanzionato chi è sprovvisto della certificazione verde?

Viene allora da chiedersi da dove venga fuori questa grande sensibilità a vantaggio di chi obietta alla obbligatorietà della certificazione verde. E perché i leader politici e sindacali non siano altrettanto sensibili nei confronti di coloro che (regolarmente in possesso di green pass) dovrebbero esporsi a rischi vivendo la propria vita lavorativa a stretto contatto con persone non vaccinate, che potrebbero contagiarli. Sullo sfondo resta il nodo dei tamponi: la richiesta di Cgil, Cisl e Uil è renderli gratuiti per tutti, ma la linea del Governo (ad oggi) resta contraria, perché il rischio è quello di disincentivare i vaccini. In definitiva non c’è tempo da sprecare nella lotta al virus. L’obiettivo dell’80% di immunizzati per fine settembre è ancora raggiungibile, nonostante perplessità e resistenze. Ognuno è chiamato a fare la propria parte, con responsabilità.

Un patto sociale per il rilancio e la ricostruzione del Paese. Intervento su “Avvenire” a seguito dell’intervista a Sbarra (Cisl).

L’autore riprende il discorso del Segretario generale della Cisl in merito alla partecipazione dei lavoratori alla vita delle aziende. D’altronde, egli sostiene, la presenza del lavoro nel capitale e negli organismi sociali si inserisce, a pieno titolo, nella prospettiva dell’economia sociale di mercato.

Lorenzo Caselli

Un patto sociale per il rilancio e la ricostruzione del Paese costituisce e non da oggi un’idea forte della Cisl, ribadita dal suo segretario generale Luigi Sbarra in una sua intervista ad «Avvenire». Un patto sociale che per la sua efficacia presuppone la partecipazione dei lavoratori alla gestione di impresa così come avviene in Germania. Credo che questa tematica, nell’ambito di un discorso più generale di democrazia economica, vada messa all’ordine del giorno e affrontata senza troppe pregiudiziali ideologiche. Le prospettive che possono aprirsi appaiono di grande importanza, specie in un contesto caratterizzato da alcune condizioni al contorno: aspettative di crescita, quadro normativo, istituzionale e contrattuale sostanzialmente omogeneo a livello europeo, misure giuridiche e fiscali incentivanti, investimenti formativi e informativi onde garantire affidabilità e trasparenza nei comportamenti dei diversi attori.

La partecipazione del lavoro al capitale d’impresa e la sua presenza negli organi sociali conferiscono, in qualche misura, stabilità e soprattutto radicamento all’impresa stessa evitando le degenerazioni di un capitalismo invisibile e imprendibile, totalmente svincolato dalle esigenze ma anche dagli apporti in termini di cultura, valori, professionalità, relazionalità che possono provenire dalle comunità territoriali di riferimento, produttrici di quel «capitale fisso sociale» che si rivela sempre più fattore di competitività e di successo. I lavoratori direttamente coinvolti nello sviluppo dell’impresa, attenti alla qualità e quantità dell’occupazione, possono rappresentare un antidoto salutare contro la divaricazione tra dinamica reale e dinamica finanziaria, ponendo quest’ultima al servizio di un disegno di crescita che, nel mentre crea benessere per tutti gli interlocutori (gli stakeholder, come di dice oggi) dell’impresa, concorre altresì alla valorizzazione del suo stesso capitale.

Il destino delle aziende, come istituzioni produttrici di ricchezza e di benessere non possono essere abbandonate agli esiti di giochi meramente speculativi espropriando i luoghi dell’intelligenza e della progettualità reale. La partecipazione dei lavoratori concorre a creare un clima di consenso e di fiducia che, nel mentre può contribuire ad accrescere (nel medio periodo) la redditività dell’impresa, crea risorse addizionali, spendibili anche – secondo una circolarità virtuosa – nella tradizionale attività negoziale e contrattuale. La presenza del lavoro nel capitale e negli organismi sociali si inserisce, a pieno titolo, nella prospettiva dell’economia sociale di mercato.

Da un lato, tale presenza può essere garanzia di stabilità contro il rischio di pressioni speculative di breve termine che nulla hanno a che vedere con lo stato di salute dell’impresa; dall’altro lato non si esclude la contendibilità dell’impresa medesima nel senso che il management, non potendo contare più di tanto sul diaframma di incroci azionari, partecipazioni a cascata, ecc., deve pur sempre confrontarsi con la capacità di iniziativa dei rappresentanti dei lavoratori negli organi societari, specie se i lavoratori sono anche azionisti. In definitiva, per quanto riguarda il nostro Paese, un ruolo attivo dei dipendenti nella governance e anche nel capitale dell’impresa può concorrere alla riforma e al consolidamento del capitalismo italiano in una prospettiva europea.

 

Il grande patto sociale di cui parla la Cisl si colloca in questa ottica e potrebbe realizzarsi attraverso un processo articolato e progressivo da calare nella concretezza delle situazioni collegando aspetti macro e aspetti micro, le grandi politiche economico sociali e le scelte delle imprese, del sindacato, delle istituzioni; mettendo in comunicazione pubblico, privato e Terzo settore superando separatezze e contrapposizioni; tutelando coloro che sopportano i costi delle trasformazioni (o ne sono esclusi) e valorizzando nel contempo le competenze, le professionalità, la creatività di coloro che promuovono il cambiamento, riducendo le distanze mediante impostazioni solidaristiche attive.

 

*Lorenzo Caselli, professore emerito Università di Genova, è stato presidente nazionale del Meic dal 1996 al 2002 ed è vicepresidente dell’Istituto per lo studio dei problemi sociali e politici «V. Bachelet». Il contributo proposto è stato pubblicato su Avvenire del 16/9/2021 e riproposto sul sito dell’Azione Cattolica (da cui è tratto il testo integrale).

 

Le ferite possono essere aperture che fanno passare la misericordia di Dio. “Orbisphera” annota il discorso del Papa a Bratislava.

Un discorso strepitoso, così lo definisce il direttore di “Orbisphera”. Nella capitale della Slovacchia, Papa Francesco ha chiesto di accettare l’invito di Gesù a spezzare il circolo vizioso e distruttivo della violenza, porgendo l’altra guancia a chi ci percuote, per vincere il male con il bene.

«Le ferite possono essere varchi, aperture che, imitando le piaghe del Signore, fanno passare la misericordia di Dio, la sua grazia che cambia la vita e ci trasforma in operatori di pace e di riconciliazione…». 

Lo ha detto papa Francesco il 13 settembre nella Cattedrale di San Martino (Bratislava) nel corso dell’incontro con vescovi, sacerdoti, seminaristi, catechisti, religiose e religiosi. 

Un discorso, quello del Pontefice, strepitoso per chiarezza, profondità, coraggio ed entusiasmo per il futuro della Chiesa e del mondo.

La Slovacchia «è una poesia» ha detto Francesco alla Presidente Zuzana Caputova. «Ed ha una Chiesa – ha aggiunto – che cammina insieme, che percorre le strade della vita con la fiaccola del Vangelo accesa».

Il Papa ha precisato che la Chiesa «non è una fortezza, non è un potentato, un castello situato in alto che guarda il mondo con distanza e sufficienza». Al contrario, la Chiesa «è la comunità che desidera attirare a Cristo con la gioia del Vangelo, è il lievito che fa fermentare il Regno dell’amore e della pace dentro la pasta del mondo».

Rivolgendosi al clero presente, Francesco ha esortato: «Per favore, non cediamo alla tentazione della magnificenza, della grandezza mondana! La Chiesa deve essere umile come era Gesù, che si è svuotato di tutto, che si è fatto povero per arricchirci: così è venuto ad abitare in mezzo a noi e a guarire la nostra umanità ferita».

Il Papa ha invitato a costruire una Chiesa umile, che non si separa dal mondo e non guarda con distacco la vita, ma la abita dentro. Condividendo, camminando insieme, accogliendo le domande e le attese della gente.

«Bisogna uscire dall’autoreferenzialità, perché il centro della Chiesa non è se stessa. Nella vita spirituale ed ecclesiale c’è la tentazione di cercare una falsa pace che ci lascia tranquilli, invece del fuoco del Vangelo che ci inquieta, che ci trasforma…».

«Una Chiesa che non lascia spazio all’avventura della libertà, anche nella vita spirituale – ha avvertito il Papa –, rischia di diventare un luogo rigido e chiuso». Per questo motivo, soprattutto le nuove generazioni «non sono attratte da una proposta di fede che non lascia loro libertà interiore, non sono attratte da una Chiesa in cui bisogna pensare tutti allo stesso modo e obbedire ciecamente».

Ha ribadito Francesco che «la Chiesa di Cristo non vuole dominare le coscienze e occupare gli spazi, vuole essere una “fontana” di speranza nella vita delle persone». Per questo motivo il Papa ha invitato i presenti a far crescere le persone libere da una religiosità rigida.

«L’annuncio del Vangelo – ha detto – sia liberante, mai opprimente. E la Chiesa sia segno di libertà e di accoglienza!».

Per spiegare la creatività del messaggio evangelico, il Papa ha fatto riferimento ai Santi Cirillo e Metodio, patroni dei popoli slavi, che, ardenti di passione per l’annuncio del Vangelo, arrivarono a inventare un nuovo alfabeto per la traduzione della Bibbia, dei testi liturgici e della dottrina cristiana. Furono inventori di nuovi linguaggi per trasmettere il Vangelo, furono creativi nel tradurre il messaggio cristiano, furono così vicini alla storia dei popoli che incontravano da parlarne la lingua e assimilarne la cultura.

Ha domandato Francesco: «Non è forse questo il compito più urgente della Chiesa presso i popoli dell’Europa: trovare nuovi “alfabeti” per annunciare la fede?».

«Dinanzi allo smarrimento del senso di Dio e della gioia della fede – ha continuato il Papa – non giova lamentarsi, trincerarsi in un cattolicesimo difensivo, giudicare e accusare il mondo cattivo, no, serve la creatività del Vangelo».

Per questo serve una Chiesa che forma alla libertà interiore e responsabile, che sa essere creativa immergendosi nella storia e nella cultura, una Chiesa che sa dialogare con il mondo.

 

Continua a leggere

https://www.orbisphera.org/Pages/PrimoPiano/5497/Le_ferite_possono_essere_aperture_che_fanno_passare_la_misericordia_di_Dio

Un Parlamento ”dimezzato” o ”rampante”? Sulle riforme conseguenti alla riduzione del numero dei parlamentari.

Questo contributo, pubblicato su “federalismi.it e qui riprodotto nella parte conclusiva, intende analizzare le proposte di riforma dei regolamenti parlamentari giunte all’indomani dell’approvazione della l. cost. 1/2020 che ha ridotto il numero dei parlamentari. In particolare, si intende conoscere se tali proposte vadano nella direzione di una riforma organica dei regolamenti o se, al contrario, si tratti di un mero adeguamento numerico. Inoltre, si vuole comprendere quali riforme costituzionali si rendano necessarie in seguito al ridimensionamento delle Camere.

Domenico Scopelliti

Già dai lavori preparatori emergeva che il successo della riduzione del numero dei parlamentari si sarebbe 

potuto misurare solo in seguito all’approvazione di quelle riforme che ne sarebbero state, in modo più o meno diretto, una conseguenza. Sulle tempistiche, non può che aver pesato l’emergenza sanitaria e, a meno di due anni dalla fine della legislatura ci si trova, ancora, senza aver prodotto una riforma organica dei regolamenti. Il ticchettio dell’orologio che segna la fine della legislatura si fa più incombente e gli impegni cui far fronte si affastellano: la pausa estiva, l’inizio del semestre bianco, poi la sessione di bilancio e, a gennaio 2022, l’elezione del Presidente della Repubblica, in seguito alla quale uno scioglimento delle Camere è un esito tutt’altro che improbabile.

Seppur la congiuntura storica non sia la più favorevole, l’esistenza di una larghissima maggioranza attorno al Presidente Draghi, sembra invece la congiuntura politica migliore per approvare una riforma che sia il più possibile condivisa da tutte le forze politiche.

Tuttavia, lo stato dell’arte è un altro: i comitati ristretti non hanno ancora prodotto un testo da sottoporre alle Giunta. In questo senso, sembra concretizzarsi l’idea di una riforma ad res che interviene in modo chirurgico sui soli quorum, espressi in termini assoluti, per non paralizzare il funzionamento delle Camere, rimandando all’inizio della prossima legislatura le modifiche più rilevanti; con il rischio, però, che l’auspicata riforma organica venga poi rinviata sine die.

Secondo dottrina maggioritaria, la riduzione dei parlamentari, in sé, veniva estrapolata dal contesto di un disegno di riforme istituzionali che avevano l’obiettivo, malcelato, di contribuire all’isolamento della principale istituzione della democrazia rappresentativa. Ora, invece, viene rivitalizzata nella prospettiva di un nuovo centralismo delle assemblee elettive.

In  conclusione,  se  questo  Parlamento  sarà  in  grado  di  produrre  delle  riforme  che  ne  rivitalizzino  i procedimenti, che arginino il ricorso alla decretazione d’urgenza, che lo rendano più efficiente e quindi più vicino al cittadino, ma anche più rispettoso del pluralismo delle opposizioni, avremo un Parlamento «rampante», dotato  di  una  serie  di  strumenti,  caldeggiati  da  tempo  dalla  dottrina,  che  lo  renderanno  in grado  di  governare  i  fenomeni  e  non  anche  di  subirli,  come  la  recente  esperienza  della  pandemia ha mostrato. Se, al contrario, nessuna riforma dovesse provenire da questa legislatura, avremmo un Parlamento solo «dimezzato», che rischia di autocondannarsi ad una progressiva emarginazione dai processi decisionali.

In ultima analisi, l’assenza di riforme che siano in grado di valorizzare il taglio dei parlamentari ci condurrebbe, in un futuro non molto lontano, ad un Parlamento «inesistente», simulacro del passato, ma ora condannato alla totale irrilevanza.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.federalismi.it/ApplOpenFilePDF.cfm?artid=45902&dpath=document&dfile=08092021195832.pdf&content=Un%2BParlamento%2B%27%27dimezzato%27%27%2Bo%2B%27%27rampante%27%27%3F%2BSulle%2Briforme%2Bconseguenti%2Balla%2Briduzione%2Bdel%2Bnumero%2Bdei%2Bparlamentari%2B%2D%2Bstato%2B%2D%2Bdottrina%2B%2D%2B

 

Mattanza di delfini alle Fæ Øer

Dalle tranquille isole Fær Øer, un protettorato danese del nord Europa, arriva una notizia allarmante: il Grindadráp, una caccia ai cetacei che avviene ogni anno, si è trasformata in una ‘mattanza’ senza precedenti nella storia di quel Paese. Forse la pandemia in atto non ha insegnato abbastanza e dunque aveva ragione Gramsci: “La storia insegna ma non ha scolari”.

Nonostante i continui richiami dell’ONU (che ha usato nel recente Rapporto COP/26 il termine “codice rosso per l’umanità”), le manifestazioni degli ambientalisti e il grido di allarme che si diffonde nel pianeta per l’azione di consumo e degrado della natura operata dall’uomo, al punto che si prevede la scomparsa di numerose specie animali e l’estinzione della vita stessa, la deriva distruttiva pare inarrestabile.

Disboscamenti, inquinamento delle falde acquifere e dell’aria, cementificazione selvaggia, consumo delle risorse ambientali, scioglimento dei ghiacciai e innalzamento dei mari per l’aumento delle temperature dovute ai gas serra, alle emissioni antropiche e di CO2: sono solo alcuni fattori che determinano una situazione di allarme senza precedenti. Di fronte a questo declino inarrestabile i governi, le autorità, la scienza e ogni abitante della Terra dovrebbero intraprendere una decisa inversione di rotta, per preservare la sostenibilità di quell’insieme ecosistemico di cui siamo parte. Giunge invece una notizia agghiacciante dalle tranquille isole Fær Øer, un protettorato danese del nord Europa: il Grindadráp, una caccia ai cetacei che avviene ogni anno, si è trasformata in una ‘mattanza’ senza precedenti nella storia di quel Paese. 

Ben 1500 delfini sono stati incanalati nella insenatura davanti alla spiaggia di Skálabotnur sull’isola di Eysturoy e poi uccisi con coltelli, arpioni, persino con strumenti a trapano particolarmente dolorosi. 

Non tutte le tradizioni recano con se’ esempi di civiltà da tramandare: in questo caso la crudeltà umana perpetrata con un rito che ha del tribale, ha superato ogni limite, anche rispetto alle analoghe Grindadràp del passato, mai era stato raggiunto un numero così alto di cetacei trucidati. Ancora una volta l’uomo si è reso protagonista di un’azione esecrabile: oltretutto la carne dei delfini uccisi senza pietà supera di gran lunga la possibilità di essere consumata dai 50 mila abitanti delle isole Fær Øer.

Come sempre, si è levata postuma la protesta di una parte della popolazione e delle associazioni naturaliste, anche se ci sono state prese di posizione a favore di questa barbara tradizione: come sempre (e come vediamo) c’è sempre chi si distingue in dabbenaggine, ottusità, insensibilità, indifferenza, crudeltà.

Secondo l’associazione Sea Shepherd, quella andata in scena è “la più grande uccisione di delfini o globicefali nella storia delle isole”, con più animali morti che in un’intera stagione. Ci si chiede quali livelli inauditi la bassezza morale e l’infamia dell’uomo possa raggiungere, peraltro in nome di una tradizione secolare che dovrebbe qualificare la civiltà di un Paese. Un fatto del genere dovrebbe essere stigmatizzato come primo titolo di ogni quotidiano del mondo. Invece sarà presto dimenticato, forse riesumato ‘dopo’ la prossima mattanza.

Ma questo è solo un esempio degradante e inqualificabile di come anche nei posti più belli e tranquilli del pianeta gli uomini possano realizzare comportamenti scellerati contro la vita e la natura. Forse la pandemia in atto non ha insegnato abbastanza: eppure l’eziopatogenesi del virus origina dalla violenta alterazione ambientale operata dall’uomo, sconvolgendo un equilibrio ecologico che dovrebbe preservare la sostenibilità della vita sulla Terra. Evidentemente, come ebbe a scrivere Antonio Gramsci,  “la storia insegna ma non ha scolari”.

Merlo: Città metropolitana, appello a Damilano e Lorusso. Adesso o si governa o si abbandona.

In questo comunicato di Merlo si evidenzia, parlando nello specifico di Torino, della distorsione provocata della legge Delrio: il sindaco della città capoluogo diventa infatti automaticamente il sindaco Città metropolitana. Immancabilmente, questo fa sì che si abbandoni al ‘non governo’ il territorio della ex provincia. Il danno è tutto per le aree interne e le zone di montagna. È un problema serio su cui vale la pena interrogarsi.  

Il tema non è né semplice e né si presta alla facile e sterile propaganda. Ma il nodo politico va comunque adesso sciolto. Ovvero, se il territorio della ex provincia di Torino vuole contare politicamente di più dipende anche, e soprattutto, se il futuro Sindaco di Torino pensa di fare anche il ‘sindaco metropolitano’. Quello che un tempo, prima della sciagurata e nociva riforma Del Rio, svolgeva il Presidente della Provincia di Torino. Certo, è un lavoro duro e faticoso. 

Ma noi arriviamo da una duplice esperienza – quella di Fassino prima e di Appendino dopo – che sono state esclusivamente torinocentriche e che, di conseguenza, hanno sostanzialmente rinunciato a governare il territorio metropolitano.

Ora, si tratta di decidere e di scegliere, al di là delle solite promesse elettorali. E cioè, o il futuro Sindaco di Torino – e quindi mi rivolgo innanzitutto a Stefano Lorusso e a Paolo Damilano – pensa di governare oltre alla città capoluogo anche il territorio circostante, oppure quote crescenti e significative di quei territori giocheranno un ruolo inesorabilmente marginale e periferico rispetto allo sviluppo complessivo. Penso, in particolare, alla seconda cintura torinese e, nello specifico, a tutti quei territori montani, a cominciare dal comparto turistico e sportivo della Via Lattea, che senza un reale governo sovra comunale difficilmente reggono la sfida. Politica, territoriale, competitivo e della stessa ordinaria amministrazione.

Ecco perchè le risposte dei candidati a Sindaco di Torino in questa fase, a cominciare dai protagonisti dei due schieramenti politici maggiori Damilano e Lorusso, è importante e quasi decisiva anche per capire quale sarà il futuro di questi territori. Sino ad oggi abbiamo sperimentato, pur senza fare alcuna polemica, come non si è governata un’area metropolitana. Adesso si tratta di capire se si vuole proseguire su quel binario o se si vuole invertire la rotta. Lo diranno i fatti più che gli annunci”.

 

P.S. Giorgio Merlo ha diramato questo comunicato stampa in qualità di Sindaco di Pragelato e Assessore alla Comunicazione della Unione Montana dei Comuni Olimpici – Via Lattea.

Libero, sobrio, responsabile: lo stile Merkel. L’anteprima di Aggiornamenti Sociali.

Dopo sedici anni di Cancellierato, resta arduo classificare la politica della Merkel. Disorienta i conservatori per la sua modernità. Femminile senza essere femminista. A Harvard elogia la democrazia e la libertà, a Pechino o a Mosca ne parla in modo più discreto, senza rinunciarvi del tutto. Per i sostenitori della Realpolitik è troppo aperta sui temi migratori, per altri è invece cinica, concentrata sulla difesa degli interessi tedeschi. Per molti tedeschi è stata troppo generosa e conciliante verso l’Europa.

Sylvie Goulard

Dopo sedici anni ininterrotti di cancellierato, dal 2005 al 2021, Angela Merkel si appresta a lasciare la guida della Germania. Si tratta di una longevità politica eccezionale – pari solo a quella del cancelliere Kohl, protagonista della riunificazione – per questa donna dal carattere riservato, che pochi possono affermare di conoscere.

Uno dei pochi aspetti personali su cui non ha mai fatto mistero è il suo impegno cristiano, alimentato dalla tradizione familiare: il padre, pastore protestante, decise di trasferirsi in Germania orientale durante il comunismo. La prima volta in cui ci incontrammo fu in occasione di un dibattito sull’Europa al convegno biennale della Chiesa evangelica tedesca, nel 2005, dove aveva appena fatto un intervento sul libro dei Maccabei davanti a più di mille persone. I valori protestanti e la sua infanzia in un Paese totalitario hanno accresciuto il suo amore per la libertà. Al suo insediamento, nel 2005, chiese di «osare più libertà». Parlando agli studenti di Harvard nel 2019, ha ricordato quando da giovane a Berlino ogni giorno camminava lungo il muro che la teneva prigioniera. In occasione delle celebrazioni per i 500 anni della Riforma luterana, nel 2017, ha insistito sui legami tra responsabilità individuale e libertà. Questo profondo senso di responsabilità traspare nella maggioranza delle sue azioni: responsabilità nei confronti del Bundestag (Parlamento), di cui mostra l’edificio ai visitatori dal suo ufficio, ricordando che la legittimità del potere viene dai rappresentanti del popolo; responsabilità morale individuale nelle scelte che vanno soppesate e nella cui complessità è talora difficile districarsi.

I tedeschi ne apprezzano la conoscenza dei vari temi e il linguaggio sobrio, come dimostrato ancora una volta durante la pandemia, quando ha trovato il tono giusto per parlare alle persone, invitando a un comportamento disciplinato con calma, rigore scientifico ed empatia. Per questo, malgrado alcuni momenti difficili, soprattutto durante la crisi dei migranti, continua a godere di una fiducia superiore al 70% nei sondaggi. Il soprannome affettuoso di Mutti (mamma) esprime bene il rapporto di Angela Merkel con il popolo tedesco: leader incontestata, amata dai cittadini, temuta negli ambienti politici, soprattutto dai potenziali rivali del suo partito, l’Unione cristiano-democratica di Germania (CDU, Christlich Demokratische Union Deutschlands).

Priva di un’impostazione ideologica, criticata per qualche posizione vaga, la Merkel ha guidato la Germania, e l’Unione Europea (UE), attraverso crisi conclamate e trasformazioni meno visibili. In generale, ha fatto leva sul gioco di squadra, una sua caratteristica, quanto mai preziosa quando si è alla testa di “grandi coalizioni” come nel suo caso: a più riprese con i socialdemocratici del SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands) o con i liberali del FDP (Freie Demokratische Partei). In alcuni casi, però, ha preso decisioni importanti da sola, senza consultare né i partner europei né gli alleati tedeschi, e scontrandosi con i suoi concittadini che non apprezzano le scelte “calate dall’alto”. [Continua]

 

Ti interessa continuare a leggere questo articolo? Se sei abbonato inserisci le tue credenziali oppure  abbonati per sostenere Aggiornamenti Sociali.

Elezioni a Palazzo Marino. Cent’anni di numeri (a cura di ArcipelagoMilano).

In questo articolo ben documentato si evidenzia, a un certo punto, come il nuovo sistema elettorale introdotto nel 1993 (elezione diretta del primo cittadino) ebbe come effetto il moltiplicarsi a dismisura di candidati a sindaco e a consigliere. Nel 1993 i candidati a sindaco furono 12 e 20 le liste, 15 candidati nel 1997 con 26 liste, 10 nel 2001 con 19 liste, 33 liste con 21 che non superarono lo 0,6% nel 2006 per 10 candidati, 30 liste nel 2011 con 15 che non superarono lo 0,5% per 9 candidati, 9 candidati nel 2016 con 16 liste.

Walter Marossi

Le elezioni sono sempre un fatto di numeri.

34.253 i voti di preferenza che consentirono la domenica 14 giugno del 1914 a Benito Mussolini di essere eletto in consiglio comunale, cinquantottesimo su 64 della vincente lista socialista, quando gli aventi diritto al voto erano 141.943 e i votanti furono 77.584, il 54%, curiosamente la stessa percentuale del 2016. Erano le prime elezioni a suffragio quasi universale (erano esclusi dal voto gli analfabeti, le donne, i nullatenenti, i disoccupati, i carcerati). Non che il futuro duce manifestasse grande interesse per l’amministrazione comunale: a Palazzo Marino intervenne una sola volta e si dimise dopo pochissimo tempo, per essere nominato in Cariplo ma anche qui rimase pochissimo: “il rinunciante prof. Benito Mussolini” recita il verbale, fu sostituito da un altro socialista Giuseppe Croce.

4.657 voti e ancor meno furono le preferenze per il futuro duce 2.427 nel 1919 alle elezioni politiche, le prime con una legge elettorale proporzionale, quando i fascisti presentarono la lista solo nel collegio milanese considerando Milano la capitale del fascismo mentre il PSI con segretario Bombacci (che peraltro finirà anche lui a Piazzale Loreto) prendeva il 53% dei voti cittadini.

73,7% la partecipazione al voto alle elezioni municipali del 7 novembre 1920, quando il diritto di voto fu esteso a tutti gli ex combattenti compresi i minorenni. Rivinsero i socialisti per poco più di 2.000 voti sulle destre; chi vinceva eleggeva 64 consiglieri su 80, ma la continuità era relativa perché alla tradizionale maggioranza riformista si sostituì tra i socialisti una maggioranza massimalista-comunista. Allora come oggi era ricorrente la polemica sul significato di riformista: “Riformismo è l’uovo che si accetta oggi rinunciando alla gallina domani” diceva Filippo Turati che in consiglio comunale era entrato nel 1906 e vi restò vent’anni, che proseguiva: “nulla di simile è mai allignato nel socialismo positivo. Il quale nell’azione sua fa bensì conquista di successive riforme; ma queste stanno coordinate al fine ultimo di emancipazione che informa tutto il movimento”. Insomma riformista è un aggettivo non un sostantivo.

Il nuovo sindaco Filippetti (ottavo per preferenze), già presidente dell’Ordine dei medici ma anche presidente degli esperantisti, leader ella frazione rivoluzionaria intransigente, è stato il sindaco più a sinistra nella storia della città. La composizione sociale dei consiglieri di maggioranza era nettamente più popolare e variegata di oggi: accanto a 5 avvocati e 2 medici (l’asse portante del riformismo milanese fino a 40 anni fa) vi erano 5 meccanici, 5 tipografi/incisori, 1 parrucchiere, 1 cameriere, 4 muratori/decoratori, 1 cappellaio, 2 magazzinieri, 2 fattorini, 2 piazzisti, 1 pianista; buoni ultimi nel voto di preferenze gli organizzatori di partito quelli che diverranno negli anni i “funzionari della federazione”.

Nel discorso di insediamento Filippetti non fece sconti: “il comune non è tanto e non è solo un organo amministrativo…nei nostri convincimenti è un organismo politico che fiancheggiando la classe lavoratrice guidata dal socialismo…muove in lotta contro lo stato borghese …”.

Il 3 agosto 1922 i fascisti occupano Palazzo Marino e Filippetti viene cacciato con il contributo fondamentale del prefetto, asse portante della reazione in città. Il comune viene commissariato e si va a nuove elezioni che diedero questi risultati: “Blocco cittadino di azione e di difesa sociale”(costituito da liberali, popolari, democratici moderati e fascisti) 57,4% dei voti, socialisti riformisti 30% dei voti, socialisti massimalisti 11%, comunisti l’1,5% (non entrò in consiglio).

Il 30 dicembre 1922 si insediò sindaco Luigi Mangiagalli altro ex presidente dell’ordine dei medici, nemico giurato di Filippetti, i due si narra non si salutavano. Con Mangiagalli fa la sua comparsa nel lessico politico amministrativo il termine “grande Milano”, che ritroveremo per tutto il secolo. Nonostante la solerzia con cui cercò di ingraziarsi Mussolini esemplificata dalle dichiarazioni sul delitto Matteotti: “il delitto colpisce il Governo attuale, per cercare di arrestare la vita di un grande paese e di una grande città. Quella lama che ha colto Matteotti ha colpito ancor più profondamente l’anima e il cuore di Mussolini: l’uccisione di Matteotti deve essere scontata dai colpevoli, non dal Paese e dalla nostra città”, Mangiagalli non fu mai amato dal fascismo milanese che lo accusava di essere un continuista con la politica del braccino corto dei vecchi liberali e di tutelare i proprietari di case a discapito degli inquilini, insomma il fascismo milanese era nettamente più “movimentista” del paludato e…… sindaco, che si era già fatto fare un busto alla memoria…in vita.

L’11 agosto 1925 nonostante Mangiagalli avesse sbarcato dalla giunta moderati e conservatori e governasse la città con un monocolore fascista i consiglieri comunali fascisti si dimettono e così il comune viene commissariato ancor prima dell’arrivo dei podestà; il primo dei quali fu Ernesto Belloni già capogruppo fascista in consiglio comunale, che triplicò il debito del Comune avviando una politica di grandeur che peraltro non gli portò fortuna: fu destituito, processato per corruzione e successivamente mandato al confino, gli andò comunque meglio che all’assessore Ferrario che proprio per aver visto bocciata una sua delibera sui conti comunali, trent’anni prima si era suicidato.

Bisognerà attendere il 7 aprile 1946 perché si tornasse a votare e i risultati premiarono la sinistra: 36,2% i socialisti, 24,9% i comunisti, 26,9% i democristiani, 7% ai liberali, 3% ai repubblicani e 1,6% alla prima delle liste civiche che fioriranno durante tutto il dopoguerra. Sindaco Antonio Greppi il socialista riformista cattolico che dovrà, mentre ricostruiva la città destreggiarsi tra vari cambi di maggioranza, scissioni di partito, crisi istituzionali etc.

 

Continua a leggere

https://www.arcipelagomilano.org/archives/58673?utm_source=Newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=20211509

Senza “centro” non c’è bipolarismo

Cresce la consapevolezza che negli opposti schieramenti ci siano formazioni politiche e partiti “di centro” capaci di spezzare la logica artatamente conflittuale. Se così non fosse, l’alternativa sarebbe lo scontro tra due coalizioni, una (a destra) condizionata dall’estremismo, l’altra (a sinistra) dal massimalismo, con in più l’influsso del populismo grillino.

Enrico Letta, chiudendo la festa dell’Unità a Bologna, ha svolto un intervento importante e degno di nota perchè ha scrutato il futuro senza perdersi in considerazioni nostalgiche o rivolte al passato. E lo ha fatto su più fronti. Ora, al di là delle questioni di partito – le beghe infinite tra le correnti di quel partito, le priorità programmatiche su cui concentrare l’attenzione a cominciare dallo Ius soli, il voto ai sedicenni e il solito DDL Zan – quello su cui vale la pena soffermarsi è quando Letta pone il tema politico di fondo in vista delle prossime elezioni generali nazionali. E cioè, il tripolarismo, dopo il più che dimezzamento elettorale del partito di Grillo e di Conte, è finito e si ritorna al bipolarismo che ha caratterizzato la seconda repubblica sin dal suo inizio. Con una differenza di fondo, però, ammessa – almeno così emerge da alcuni organi di informazione – dallo stesso segretario nazionale del Partito democratico. Ovvero, si tratta di “bipolarismo estremo”. Un bipolarismo, cioè, che non prevede “forze intermedie” perchè, per dirla ancora con Letta, “o si sta di qua o si sta di là”. 

Non c’è spazio, detto in altri termini, per forze di centro o moderate o di cerniera. Cioè di quelle forze che storicamente hanno declinato concretamente nel nostro sistema quella “politica di centro” utile ed indispensabile, nonchè decisiva, per evitare la radicalizzazione della lotta politica italiana che porta solo danni e che danneggia la stessa qualità della nostra democrazia. Certo, adesso c’è una sorta di sospensione della politica e di commissariamento sostanziale nell’azione di governo, e per fortuna che è finita così, per i noti motivi che tutti ben conosciamo. Al punto che c’è una distinzione, come ci ricordava giustamente alcuni giorni fa Antonio Polito, tra “l’azione politica dei partiti” e la “concreta azione politica di governo”. Una distinzione, va pur detto, che ha depotenziato il ruolo e la funzione dei partiti e le rispettive classi dirigenti.

Ma, al di là della situazione del Governo, è del tutto evidente che questa situazione non può durare a lungo perchè, prima o poi, la politica ritorna. O meglio, per essere più precisi, ritorna la “politica dei partiti”. Ed è proprio su questo versante che un “bipolarismo estremo” non può essere la carta vincente, semprechè si voglia rafforzare la nostra democrazia e la stessa azione di governo. Perchè se la radicalizzazione della politica diventa la cifra distintiva del sistema politico italiano, inevitabilmente ci troveremmo di fronte ad un permanente conflitto sociale, politico, culturale e forse anche addirittura etico. Senza contare ciò che si trascina dietro la stessa radicalizzazione del conflitto politico. E cioè, la delegittimazione morale, personale e politica dell’avversario, cioè del nemico. Quello, del resto, che hanno fatto i 5 stelle sin dalla loro nascita con la politica del “vaffa day” e la criminalizzazione politica di tutto ciò che non era riconducibile al loro universo politico e valoriale.

Ecco perchè si rende sempre più necessario ed indispensabile che, all’interno dei due schieramenti, – perchè saranno solo più due e non tre come giustamente dice Letta – ci siano formazioni politiche e partiti “di centro” che siano in grado, più attraverso la loro azione politica che non il loro specifico peso elettorale, di contribuire a ridurre se non addirittura a spezzare quella logica conflittuale che mina alla radice il nostro impianto democratico e costituzionale. Perchè altrimenti l’alternativa non potrebbe che essere uno schieramento dominato e condizionato dall’estremismo della destra da un lato e, sul versante opposto, dal massimalismo della sinistra e, soprattutto, dal populismo e dal giustizialismo manettaro dei 5 stelle.

Per questi semplici motivi quella “politica di centro”, adesso, deve “scendere in campo”, per dirla con una celebre espressione del passato. E, con essa, i rispettivi partiti che sappiano incarnarla concretamente nei due campi che si confronteranno in vista delle elezioni politiche. Non per il bene di quei partiti ma, al contrario, per la qualità della nostra democrazia, l’efficacia del nostro governo, la stabilità del nostro sistema politico e la credibilità delle nostre istituzioni democratiche.

Il costo esistenziale del progresso

Viene da chiedersi, scrive l’autore, in quale direzione di marcia l’umanità sia posizionata nel mondo. Osserva, in definitiva, che bisogna consumare, cambiare e innovare. Incessantemente. Ma quanta parte di tutto questo è indispensabile, quanto è inutile o superfluo?

La domanda non è retorica né solo post-moderna, da sempre anche scrutando le stelle o osservando la natura e il progressivo espandersi della presenza antropocentrica sul pianeta, l’uomo si è posto alcune domande: come si vive, come si cambia, in che modo si progredisce, che cosa ci si lascia alle spalle di irrecuperabile, dagli stili di vita, alle abitudini in perenne alternanza o viceversa quale sia stato in qualunque momento della storia il valore aggiunto, quel “più uno” che è la molla del progresso.

Il concetto di tempo si è evoluto, si sono aperti nuovi orizzonti, la globalizzazione ha imposto la presenza simultanea della totalità della realtà nella sua tessitura di opposti e di contrari: eppure l’interrogativo di fondo non ha ne’ potrebbe avere una risposta, poiché il futuro è imprevedibile e sovente non governabile.

C’è chi ha il sofisma di una visione olistica, totale di una sostenibile esistenza, che prevede solo condizioni migliori anche superando gli inciampi di percorso, chi invece si accontenta dell’hortus conclusus e finisce per parametrare il bene e il male circoscrivendolo alla propria condizione che tuttavia nasconde una dimensione di inevitabile precarietà. Ci sono gli scettici e i negazionisti che esprimono un nichilismo di maniera, si oppongono a tutto e rinnegano le evidenze in nome di un preconcetto rifiuto, siano essi i no-vax o i terrapiattisti. Eppure la democrazia dell’uno vale uno anche comparando un mentecatto ad uno scienziato consente a costoro di avvalersi di ogni pretesto per costruire teoremi insostenibili: sfido un terrapiattista a portarmi sul bordo della fine del mondo piatto per scrutare cosa c’è sotto. Poi ci sono gli studi della scienza, le previsioni degli esperti, i Rapporti degli organismi internazionali che ci mettono di fronte a prospettive inquietanti, come è stato per il sesto Rapporto ONU 2021/COP26 che ha palesato una situazione da codice rosso per l’umanità a motivo dell’emergenza climatica e dell’inesorabile consumo delle risorse del pianeta. 

Un monito espresso a questo livello dovrebbe restare in prima pagina per lungo tempo poiché è la precondizione di tutto il resto: finisce invece nel dimenticatoio dopo gli allarmi del momento, per essere oscurato da questioni di piccolo cabotaggio, persino miserie umane che fanno parte di quel presentismo asfissiante e cieco a cui da almeno dieci anni a questa parte ci hanno richiamato gli annuali Rapporti del CENSIS sulle nostre tendenze di vita: e qui il territorio è davvero sconfinato e sconsolante, persino per le solitudini subite o per quelle cercate, che sono gli estremi che si toccano nella fuga dalla realtà. Ci sono notizie che creano una incomprensibile confusione: l’etica della responsabilità si annulla nel chiacchiericcio, cose dette e poi smentite, post, twitter, apparenze insignificanti che ci mandano in fibrillazione per una idiozia del momento, anche se resta sottotraccia in ciascuno di noi una sensazione di impotenza che ci porta a sentirci soccombenti di fronte al gigantesco Moloch della vita.

Il presente ferma l’attimo ma non è un carpe diem quanto piuttosto una inesprimibile attesa del peggio.

Arriva il terzo vaccino, la scienza ha seguito gli sviluppi della pandemia e lo sapeva da tempo: meno male che c’è, peccato che la politica ce lo dica solo ora. Il green pass sarà come un secondo documento d’identità e ce lo porteremo dietro dalla pubertà fino alla tomba. Siamo bombardati dagli input sugli stili di vita: auto elettriche, domotica, digitalizzazione pervasiva quotidiana fino ad annullare il pensiero pensante: è già tutto scritto nelle sequenze dei codici alfanumerici e degli algoritmi. Tutto pensato e deciso, altrove.

Ma in questi giorni il Ministro della transizione ecologica ci annuncia un salasso da capogiro: aumento del 40% di luce e forse anche gas. Colpa delle materie prime. Nessuno poteva prevedere, per evitare? Strano che ciò si sappia dopo le ‘magnifiche sorti e progressive’ del Recovery fund: sembrava la soluzione di tanti mali ma ora sappiamo che quei fondi non serviranno per i nostri consumi energetici. Torneremo dunque alle candele o abbracceremo la teoria Amish che espunge  la tecnologia dagli stili di vita o il credo anabattista che ci induce alla sobrietà? C’è chi dice che il PIL a fine anno arriverà ad un più 6% ma se il lavoro non si inventa come si farà a consumare senza produrre? Adesso che abbiamo lo SPID sappiamo che molta parte dei nostri problemi esistenziali sarà risolta: forse non per gli anziani che sono arcistufi di novità digitali spacciate per conquiste.

Per non parlare delle televisioni da sostituire: quando costruivano quelle che abbiamo adesso esisteva già il know how per produrre quelle richieste in futuro ma sono andati avanti per avere due cicli di mercato a distanza. Così come le ditte produttrici e i grandi network della comunicazione sanno che tra cinque o sei anni saremo costretti a cambiare di  nuovo apparecchio. Di tutte le notizie che circolano trovo che questa sia la più odiosa: prima perché costringe le famiglie ad una spesa onerosa e inutile, basta fanfaluche, gli schermi attuali ci danno immagini nitide e l’eventuale miglioria dei pixel sarà impercettibile.

Però bisogna consumare, cambiare, innovare: quanta parte di tutto questo è indispensabile, quanto è inutile o superfluo? Qualcuno ha pensato a come e dove saranno smaltiti i vecchi apparecchi televisivi? In qualunque modo ciò sarà fatto costituirà un vulnus ambientale gravissimo, un inquinamento della natura: allora ci si chiede a cosa servono i moniti ultimativi dell’ONU e degli scienziati se il consumismo obbligato e imposto – oltre a generare oneri economici spesso gravosi- va avanti per la sua strada, con la benedizione dei governi e dei potentati economici, in perenne espansione per la conquista dei mercati.

15 settembre 1864: Firenze è la nuova capitale d’Italia.

A Fauntainbleu Italia e Francia stipulano la cosiddetta Convenzione di Settembre. Da ciò deriva la scelta di avvicinarsi a Roma, ultima e decisiva meta per completare l’unificazione nazionale. Firenze diventa la capitale del Regno e a Torino scoppia la rivolta.

Lo scontro in Aspromonte del 29 agosto 1862 tra camicie rosse ed esercito regolare italiano, motivato dalla manifesta volontà di Garibaldi di puntare su Roma per occuparla, non fece altro che irrigidire Napoleone III, il quale minacciò un intervento militare nel caso si verificasse un attacco contro Papa Pio IX. Quell’episodio, che provocò il ferimento e l’arresto dello stesso eroe nizzardo, destò vivissima preoccupazione in tutta Italia. L’esecutivo di governo dovette necessariamente e immediatamente ricucire i rapporti con Parigi.

In realtà, non erano solo le relazioni italo-francesi a rimanere condizionate dallo scacchiere geopolitico determinatosi nell’estate del ’62, ma poteva prospettarsi, visti gli eventi, un accordo tra Napoleone III e l’Austria allo scopo di rafforzare la protezione del pontefice da possibili tentativi di occupazione. Le trattative tra Italia e Francia, lunghe e complicate, si conclusero solo nel settembre del 1864 e si impegnarono a stabilire la garanzia dell’incolumità dello Stato Pontificio in cambio del ritiro progressivo delle truppe francesi dal Lazio. In aggiunta, per dare un segno tangibile del rispetto degli accordi, il governo italiano, allora presieduto da Marco Minghetti, decise di spostare la capitale da Torino a Firenze come prova dell’impegno italiano di rinunciare a occupare Roma. La firma del trattato, avvenuta il 15 settembre 1864 a Fountainebleu, Parigi, passò alla storia come Convenzione di Settembre. 

Quell’accordo, oltre a confermare l’ingerenza della Francia nelle questioni italiane e la subordinazione reiterata dei Savoia verso Napoleone III, provocò gravissimi problemi di ordine pubblico e dunque anche in politica interna. La volontà di stabilire a Firenze la nuova capitale del Regno (l’ipotesi Napoli fu scartata subito), infatti, provocò due giorni di sanguinosi scontri nel capoluogo sabaudo, i quali causarono ben 62 vittime tra manifestanti e militari. Quanto successe a Piazza Castello e a Piazza San Carlo il 21 e 22 settembre 1864 produsse inchieste e interrogazioni alla Camera dei Deputati; a seguito dell’istituzione di una commissione monocamerale ante litteram, una delle prime in assoluto, Minghetti dovette dimettersi il 28 settembre. 

«Lo stato attuale di cose, non potendo durare perché troppo triste; Lei e i suoi colleghi siete invitati a dare le dimissioni».

Questo il comunicato diramato da Re Vittorio Emanuele II all’indirizzo del governo dopo i drammatici fatti di Torino. Suddetti avvenimenti suscitarono feroci polemiche, soprattutto riferite al fatto che Roma non fosse diventata, come paventato più volte dopo la prima fase dell’Unità, la nuova capitale di un’Italia finalmente unita. La scelta cadde su Firenze per due motivi principali: in primo luogo per la sua storia culturale di madre della lingua italiana, e in secondo luogo per la sua posizione geografica centrale e considerata strategica. Ma i malumori – e le conseguenti agitazioni, proseguite per settimane – derivavano anche dalla possibilità che una città importante come Torino, culla della patria e polo commerciale dell’Italia Settentrionale, perdesse la sua centralità politica ed economica. Il 23 settembre Alfonso La Marmora venne incaricato di formare un nuovo esecutivo e presiedere le inchieste in corso, che dopo intercessione di Bettino Ricasoli, vennero archiviate nel gennaio del 1865. Firenze rimase capitale del Regno d’Italia per circa sei anni, dal 3 febbraio 1865 al 30 giugno 1871.

 

Amministrative 2021. Storia e mappa elettorale delle grandi città. La quarta analisi dell’Istituto Cattaneo: Roma.

Dove la destra post-missina è stata sdoganata ed è nato il bipolarismo, dove il centrosinistra ha vinto in cinque elezioni su sette, consolidando il suo consenso nelle zone agiate del centro, ma ha perso il consenso della periferia Est, sua storica base popolare.

Come è noto, le comunali di Roma del 1993, tra le prime nelle quali veniva applicata la legge sull’elezione diretta dei sindaci, furono segnate dal sostegno (per niente scontato) di Silvio Berlusconi alla candidatura dell’allora leader del Movimento Sociale Italiano, Gianfranco Fini, espressione di una destra fino ad allora isolata, anti-sistema, storicamente forte a Roma, soprattutto in quartieri “ricchi” come Parioli, Flaminio, Eur, che pareva a molti destinata a rima- nere minoritaria. Segnarono quindi l’avvio della legittimazione politica e della conversione moderata degli eredi di Giorgio Almirante. 

Furono la prima tappa per la costruzione, intorno a Berlusconi, della coalizione di centrodestra e l’inizio della dinamica bipolare. D’altro canto, quelle elezioni rappresentarono, a Roma, l’avvio di una fase abbastanza lunga di governo del centrosinistra, iniziata con la vittoria di Francesco Rutelli che sconfisse al ballottaggio Fini con il 53% dei voti, poi proseguita con il suo secondo mandato e con le due elezioni di Walter Veltroni. Grazie a strategie di sviluppo concepite nel rapporto con una molteplicità di interlocutori del mondo economico e sociale della città, e alla buona immagine dei sindaci, in questa fase si registrò un significativo allargamento dei consensi per il centrosinistra, in occasione delle amministrative, soprattutto nel voto per il secondo mandato sia di Rutelli che di Veltroni, come si può vedere dai grafici che seguono. Forse da qui l’ipotesi che quella stagione potesse continuare con gli stessi protagonisti. 

Rutelli nuovamente candidato nel 2008 viene battuto però al ballottaggio da Gianni Alemanno (altro esponente della destra missina, dal 1995 confluita in Alleanza Nazionale) con il 54% dei voti, al termine di una campagna nella quale quest’ultimo aveva calcato i toni sulla sicurezza e il degrado delle periferie. Nello stesso giorno, del resto, nello stesso comune di Roma, al ballottaggio per l’elezione del presidente della Provincia, il candidato del centrosinistra (Nicola Zingaretti) sopravanzò, seppure di un solo punto percen- tuale, il suo antagonista di centrodestra. Nel 2013 fu Ignazio Marino, candidato PD, l’interprete più efficace delle attese di cambiamento e del disagio. I 5 Stelle, che avevano già ottenuto un notevole successo alle politiche di febbraio, alle amministrative di maggio videro i loro consensi dimezzati e Marino travolse Alemanno al secondo turno con il 64% dei voti. La sua immagine risultò poi presto appannata dai conflitti interni al Pd e da alcuni passi falsi, fu indotto a dimettersi, ritirò le dimissioni, infine i componenti della (sua) maggioranza si dimisero dal consiglio provocando il commissariamento del comune ed elezioni anticipate, nel mezzo dalla tempesta giudiziaria di Mafia capitale. Si creò così il più favorevole dei contesti per l’ascesa al Campidoglio di un esponente del M5S. Virginia Raggi vinse nel 2016 con il 67% dei consensi contro Roberto Giachetti (PD) al ballottaggio.

La storia elettorale romana post-1993 si contraddistingue dunque, innanzitutto, per il notevole radicamento della destra post-missina, che pur avendo progressivamente perso peso dopo l’ex- ploit del 1993, quando il solo Movimento Sociale ottenne il 31% dei voti, ha espresso stabil- mente la prima forza politica del centrodestra, fino a quando Alleanza Nazionale confluì nel Popolo delle Libertà (2009). Uno dei principali quesiti a cui risponderanno le elezioni di ottobre non è “se” ma “in che misura” il partito di Giorgia Meloni rispristinerà tale primato. La storia elettorale romana post-1993 si contraddistingue, in secondo luogo, per una tendenziale prevalenza del centrosinistra, fino ad ora interrotta solo in due elezioni su sette. In terzo luogo, per una notevole volatilità, con passaggi consistenti di elettori tra voto e astensione, oltre che tra candidati di aree politiche diverse. In tre casi (1997, 2006, 2013) a vantaggio del centrosinistra, in due (2008, 2016) a vantaggio degli avversari. 

È importante notare che sia nelle ele- zioni del 2013 che in quelle del 2016 lo spostamento ha riguardato elettori fluttuanti tra il centrosinistra e il M5S, che nel 2013 confluirono su Ignazio Marino, nel 2016 su Virginia Raggi. Il secondo quesito, quindi, non è “se” ma “in che misura” questo fenomeno si ripeterà al ballottaggio del 17-18 ottobre se – come ad oggi appare più probabile, sia sulla base dei sondaggi che della storia elettorale – la sfida finale sarà tra il candidato del PD, Roberto Gualtieri, e quello del centrodestra, Enrico Michetti.

Per vedere e scaricare il rapporto clicca qui

https://www.cattaneo.org/roma-la-mappa-e-la-storia-elettorale/

II trimestre 2021. Il mercato del lavoro nell’analisi dell’Istat: l’Italia va.

Ancora una positiva rilevazione sul fronte dell’economia e del lavoro. L’Istituto di statistica fornisce i dati che inducono a un cauto ottimismo. Infatti nel secondo trimestre 2021 l’input di lavoro, misurato dalle ore lavorate, registra un aumento del 3,9% rispetto al trimestre precedente e del 20,8% rispetto al secondo trimestre 2020; anche il Pil è aumentato, del 2,7% in termini congiunturali e del 17,3% in termini tendenziali.

Dal lato dell’offerta di lavoro, nel secondo trimestre 2021 si registra un aumento di 338 mila occupati (+1,5%) rispetto al trimestre precedente, dovuto alla crescita dei dipendenti a tempo indeterminato (80 mila, +0,5%), degli indipendenti (33 mila, +0,7%) e, soprattutto, dei dipendenti a termine (226 mila, +8,3% in tre mesi). Contestualmente, si osserva un calo sia del numero di disoccupati (-55 mila, -2,2%) sia di quello degli inattivi di 15-64 anni (-337 mila, -2,4%). I dati mensili provvisori di luglio 2021 mostrano un arresto del trend in crescita registrato tra febbraio e giugno 2021, con un lieve calo dell’occupazione rispetto a giugno (-23 mila, -0,1%) che si associa a quello dei disoccupati (-29 mila, -1,2%) e all’aumento degli inattivi di 15-64 anni (+28 mila, +0,2%).

Rispetto al secondo trimestre 2020, l’aumento dell’occupazione (+523 mila unità, +2,3%) coinvolge soltanto i dipendenti a termine (+573 mila, +23,6%); continua infatti, seppur con minore intensità, il calo dei dipendenti a tempo indeterminato (-29 mila, -0,2%) e degli indipendenti (-21 mila, -0,4%). Crescono sia gli occupati a tempo pieno sia quelli a tempo parziale (+1,8% e +4,8%, rispettivamente). In aumento il numero di disoccupati (+514 mila in un anno), mentre si riducono marcatamente gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-1 milione 253 mila, -8,5% in un anno), dopo cinque trimestri di crescita progressiva. Il tasso di occupazione 15-64 anni, pari al 58,0%, mostra un aumento in termini congiunturali (+1,0%) che si associa alla diminuzione del tasso di disoccupazione e di quello di inattività 15-64 anni; i dati provvisori del mese di luglio evidenziano la stabilità congiunturale del tasso di occupazione, con lievi variazioni dei tassi di disoccupazione (-0,1 punti) e di inattività (+0,1 punti). Il confronto tendenziale conferma la crescita del tasso di occupazione (+1,7 punti rispetto al secondo trimestre 2020) e la diminuzione di quello di inattività, accompagnati da un aumento di quello di disoccupazione.

Dal lato delle imprese, nel secondo trimestre 2021 prosegue la crescita delle posizioni lavorative dipendenti che, in termini congiunturali, segnano un aumento dello 0,7% nel totale. Il segnale positivo caratterizza sia la componente a tempo pieno (+0,6%) sia quella a tempo parziale (+0,9%), con una maggiore accelerazione di quest’ultima che, nel trimestre precedente, aveva segnato un calo coincidente con la reintroduzione delle misure di contenimento dell’emergenza sanitaria. Su base annua, la tendenza dell’occupazione registra una crescita particolarmente sostenuta (nel totale pari a 3,6% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente, +3,5% a tempo pieno e +3,6% a tempo parziale) quale effetto di riflesso della fase interessata dalle misure più restrittive di limitazione della pandemia, particolarmente concentrate nel secondo trimestre 2020. 

Rispetto al trimestre precedente, le ore lavorate per dipendente crescono del 3,4%; su base tendenziale, anche per questo indicatore, si osserva un incremento eccezionalmente marcato (+29,2% rispetto al secondo trimestre 2020), associato a una riduzione altrettanto straordinaria del ricorso alla cassa integrazione, che si abbassa a 78,7 ore ogni mille ore lavorate. Il tasso dei posti vacanti aumenta di 0,6 punti percentuali su base congiunturale e di 1,0 su base annua. Il costo del lavoro, per unità di lavoro, cresce dello 0,6% in termini congiunturali, con un aumento più sostenuto delle retribuzioni (+0,7%) e di minor intensità degli oneri sociali (+0,3%), quale effetto del persistere delle misure di sostegno all’occupazione attuate attraverso gli sgravi contributivi. Su base annua si rileva, invece, un calo del costo del lavoro pari a -3,1%. 

A diminuire sono entrambe le componenti: le retribuzioni scendono del 2,3% rispetto al secondo trimestre 2020, quale effetto di riflesso della crescita straordinaria registrata nello stesso trimestre dell’anno precedente, quando la ricomposizione dell’occupazione provocata dai provvedimenti di sospensione delle attività economiche aveva privilegiato la presenza delle componenti a profilo retributivo più alto; parallelamente, la riduzione più intensa degli oneri sociali (-5,4%) è conseguenza, da un lato, della riduzione della componente retributiva e, dall’altro, del persistere degli effetti delle misure di decontribuzione.

Le indagini statistiche dirette e l’acquisizione delle fonti di natura amministrativa per finalità statistiche risentono ancora degli effetti dell’emergenza sanitaria sulla raccolta dei dati di base e sulla continuità di altre fonti; permane dunque il carattere provvisorio delle stime che potranno subire revisioni.

Per leggere il testo integrale

https://www.istat.it/it/files//2021/09/Mercato-del-lavoro-II-trim_2021.pdf

Se non ci fosse Michetti bisognerebbe inventarlo. La nota politica di “The Post Internazionale” (Tpi).

Le cose non si mettono bene per il centrodestra. E se fosse un problema circoscritto alla Capitale, potrebbe anche non dare troppa noia. Invece può accadere – e di questo è consapevole Berlusconi – che una sconfitta nelle principali città metterebbe a forte repentaglio le speranze di successo alle politiche. 

Marco Antonellis

Se non ci fosse Michetti bisognerebbe inventarlo. Nella storia delle campagne elettorali non si è mai sentito un candidato non presentarsi ad un convegno organizzato da uno dei big della sua coalizione, oltretutto da colei che lo ha voluto nella politica che conta.

“Non sono andato da Meloni? Avevo un’agenda fitta, ho ritardato su Roma. Figuriamoci se non vado da Giorgia che l’aveva organizzata proprio per me”. Questa la “giustificazione di Enrico Michetti, candidato sindaco di Roma per il centrodestra. “Abbiamo fatto tanti confronti – ha aggiunto Michetti – In un’occasione sono andato via perché è finita in rissa e nell’altra perché mi aspettavano 250 tranviari da una mezzora e al convegno erano in ritardo e non mi davano la parola. Ho un’agenda serrata e devo ancora girare buona parte di Roma”.

Il problema però è che dalle parti del vertice di Fratelli d’Italia non hanno affatto preso bene il forfait del “loro” candidato sindaco. Nel frattempo, tutti si stanno finalmente accorgendo quello che noi andiamo scrivendo da tempo e cioè che il candidato sindaco di Roma Michetti è segnalato dai sondaggi (quelli seri, sono rari ma ci sono) molto al di sotto delle liste che lo sostengono; in sostanza fa perdere voti.

Tant’è che (sempre sperando in un improbabile miracolo) i partiti del centrodestra si stanno già ritagliando un vero e proprio Piano B in caso di sconfitta. Piano che prevederebbe per FdI di puntare comunque ad essere il primo partito della capitale, per la Lega di dare la colpa della sconfitta alla Meloni “incapace di scelte di governo” e per Forza Italia galleggiare in un ‘aurea di mediocrità’ (del loro candidato di punta, la Matone si sono perse del tutto le tracce).

Continua a leggere

https://www.tpi.it/politica/se-non-ci-fosse-michetti-bisognerebbe-inventarlo-20210913825649/

Gli 89 splendidi nomi di Dio. Il nuovo libro di Mattiew Fox, sostenitore di una nuova spiritualità del creato.

Il teologo americano, autore di “In principio era la gioia”, giovedì 23 settembre, alle ore 18, presenterà via zoom il volume di Gabrielli Editore. “Noi diciamo Dio – scrive Fox – e non possiamo dire Dio… il paradosso colpisce al cuore il nostro desiderio compulsivo di controllo”. Pubblichiamo di seguito la sinossi curata dalla casa editrice.

Cosa intendiamo per “Dio” oggi? Quanti sono i nomi di Dio che gli esseri umani hanno inventato? Quali di essi possono esserci più utili e quali nuovi nomi possono aiutarci, come individui e come specie, nell’affrontare un’epoca critica di svolta, come l’attuale, per la storia umana e planetaria? La tradizione islamica si fregia di una pratica religiosa molto potente, la recitazione dei “99 splendidi nomi di Dio”. 

Questa ha ispirato l’Autore nella scrittura del libro nel quale presenta 89 nomi oggi usati per dire Dio e che ritiene siano i più belli e i più utili per il nostro tempo. Così facendo, offre alla nostra immaginazione una gamma colorata di nomi divini raccolti da scienziati, poeti e mistici del passato e del presente, invitandoci a iniziare sempre da dove inizia la vera spiritualità: dall’esperienza.

In definitiva, nessun nome per Dio è sufficiente. Siamo sfidati a continuare a sondare la ricca ecologia della spiritualità umana per porre domande, abbracciare il paradosso e ascoltare in silenzio i misteri più profondi della vita.

Qual è il metodo e la struttura del libro “Gli 89 splendidi nomi di Dio” di Matthew Fox? Il metodo utilizzato “è quello di presentare, pagina per pagina, uno dei nomi per il Divino, facendolo seguire da una modesta meditazione su di esso. Il nome stesso può derivare dalla scienza, dalla mistica o dalle Scritture, o semplicemente dalla mia esperienza e dalla mia immaginazione. La prova non viene tanto dalla sua origine quanto dall’uso che ne facciamo, ovvero da ciò che esso suscita nella nostra coscienza e nella nostra anima”.

Il libro di Fox è pensato in tre parti: per la prima parte del volume, l’Autore ha scelto 80 nomi di Dio tra i miliardi di nomi possibili. Questa è detta tradizione catafatica, la tradizione del Divino come luce. Per la seconda parte del volume ha individuato 9 nomi della Divinità apofatica, la Divinità che non può essere nominata. La parola “apofatico” significa “attratto verso l’oscurità”. Nella terza parte, Fox presenta alcuni esercizi che possono favorire l’approfondimento dell’esperienza della lettura e della meditazione, tenendo conto che, come egli sostiene, “nessuna persona e nessuna ideologia possiedono il marchio “Dio”.

Per partecipare iscriversi al seguente link

https://bit.ly/MatthewFox2021

Post-Incendi tra organizzazione, prevenzione, gestione forestale. L’Uncem chiede al governo un piano triennale.

Le drammatiche settimane vissute nell’estate 2021 sono un ennesimo campanello d’allarme sulle quotidiane sfide dei cambiamenti climatici che toccano Appennini e Alpi, sulla natura che ha un corso incontrollato e che ci vede poco attenti, ma anche su temi sociali, antropologici e istituzionali sui quali aprire gli occhi. Pubblichiamo le conclusioni del documento elaborato dall’Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani (Uncem). Attraverso il link, a fondo pagina, si può accedere al documento integrale.

L’Uncem chiede al Governo e al Parlamento 1 miliardo di euro per le foreste italiane.

Quelle risorse che erano previste nelle prime versioni del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (dicembre 2020) e che poi sono state eliminate (marzo 2021) nelle edizioni successive del PNRR. Investire bene. Scegliere di credere che siamo un “Paese forestale” e fare una azione decisiva. Ben lontana da quella degli ultimi anni per le foreste, con le leggi di bilancio che hanno stanziato solo – solo! – 5 milioni di euro l’anno. Pochissime risorse che Alessandra Stefani, Direttore della Direzione foreste del MIPAAF, alla quale va il nostro enorme grazie, ha usato per formazione e progettualità efficaci, d’intesa sempre con Regioni ed Enti locali.

Ma ora servono risorse importanti – 1 miliardo di euro – che però devono unicamente essere impegnate nella prevenzione da realizzare mettendo in atto azioni di gestione e selvicoltura preventiva, in attuazione dei Piani antincendio boschivo che tutte le regioni hanno (!) e che non trovano però piena attuazione.

Sono poche le Regioni che investono in prevenzione e quelle che lo fanno, lo fanno finora con le risorse dello sviluppo rurale (misura 8.3 e 8.4).

Cosa dobbiamo fare oggi:

  1. Dare alla Strategia forestale nazionale una dotazione finanziaria efficace, visto che tra le sue azioni prevede una scheda puntuale sulla prevenzione antincendio, che aveva già previsto (8 mesi) tutto quello che oggi molti ribadiamo come necessario, anche in questo dossier. Tutto è, era, già stato scritto. Per attuarlo servono risorse. 1 miliardo di euro.
  2. Occorre prevedere per la prossima fase di programmazione 2023-2027 che sia bloccata

una riserva finanziaria nel Programma nazionale di sviluppo rurale (non ci saranno più i PSR regionali) per la realizzazione di interventi di “prevenzione antincendi e adattamento ai cam- biamenti climatici”, che obblighi le Regioni a dare piena attuazione alla politica nazionale prevista dalla Strategia forestale e porti a compimento quanto scrivono sui loro Piani AIB.

Due azioni. Due Azioni. Semplici ed efficaci. Per le quali, un “Paese forestale” come è appunto l’Italia, può efficacemente spendere 1 miliardo di euro nei prossimi tre anni.

 

Per leggere il documento integrale

https://uncem.it/wp-content/uploads/2021/08/UNCEM-incendi-e-post-emergenza-pianificazione-forestale-ago2021.pdf