Home Blog Pagina 673

L’economia di Francesco, tra capitale spirituale, condivisione e fratellanza con tutti

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.
Si è svolta ieri, 27 ottobre, nella Sala Stampa della Santa Sede a Roma, la conferenza di presentazione dell’evento “Economy of Francesco – Papa Francesco e i giovani da tutto il mondo per l’economia di domani”, che si svolgerà online dal 19 al 21 novembre 2020.
Padre Enzo Fortunato, direttore della Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi e responsabile della struttura informativa di “The Economy of Francesco”, ha sostenuto che siamo di fronte ad un sistema chiamato a rigenerarsi secondo l’esempio del Santo di Assisi e di Papa Francesco.
Ha scritto San Francesco: «E io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare… Voglio che tutti lavorino». Un’espressione di grande attualità.
Padre Fortunato ha ricordato che i Francescani diedero vita, a partire dal 1200, ad un vasto sistema di microcredito fondato sui Monti Frumentari e sui Monti di Pietà, istituzioni senza scopo di lucro che erogavano prestiti di limitata entità a condizioni molto favorevoli rispetto a quelle di mercato.
La funzione dei Monti di Pietà era quella di finanziare persone povere e in difficoltà, fornendo loro la necessaria liquidità per iniziare un’attività economica.
I Monti di Pietà sono stati i primi finanziatori del credito al consumo ed anche banche dei poveri.
Padre Fortunato ha citato il libro “Funzionare o esistere?”, scritto dal filosofo e psicanalista argentino Miguel Benasayag, per proporre un nuovo sistema economico che accolga la sfida della inclusività e rinunci al veleno dello scartare.
In merito all’evento online, padre Fortunato ha spiegato che sono 2.000 gli iscritti e almeno 12 i collegamenti con 115 Nazioni: 4 ore al giorno più una maratona di 24 ore il secondo giorno, con il contributo di oltre 20 Paesi.
Il prof. Luigino Bruni, ordinario di Economia Politica presso la Libera Università Maria Santissima Assunta di Roma e responsabile scientifico di “The Economy of Francesco”, ha spiegato che quello che doveva essere un incontro con relatori e partecipanti è diventato, in realtà, un movimento.
Nei mesi che hanno preceduto l’incontro quasi 1.000 giovani hanno lavorato attivamente in 12 “villaggi tematici” e hanno dato vita ad un vero e proprio movimento diffuso in tutto il mondo.
«Il grido della terra e il grido dei poveri – ha detto Bruni – sono un identico grido, come ci ricordano le encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti. Una fraternità con la terra che non includa la fraternità con gli ultimi non è completa».
«La “Economy of Francesco” – ha aggiunto – è anche la costruzione di un capitale spirituale globale di cui l’economia ha estremo bisogno» perché «la coltivazione dell’interiorità è il cuore di una nuova economia» fondata sui beni invisibili, come i beni relazionali e i beni morali.
Suor Alessandra Smerilli, professore ordinario di Economia Politica presso la Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxilium” e componente del Comitato scientifico di “The Economy of Francesco”, ha spiegato che «Economia di Francesco significa innanzitutto dare ai giovani speranza e concretezza: non è invitare i giovani a diffondere un messaggio, ma è chiedere loro di contribuire a costruirlo».
«In un mondo malato di pensiero a breve termine e con poca visione di futuro – ha constatato suor Alessandra – dare voce ai giovani significa iniziare a costruire ponti verso il futuro».
A questo proposito ha rilevato che, in questi tempi di incertezza, «Papa Francesco invita a guardare oltre, a preparare il futuro, e a farlo in modo concreto, con lo sguardo sempre rivolto a chi è più in difficoltà».
Suor Smerilli ha poi spiegato che i giovani non presenteranno un documento, non faranno un trattato su cosa vuol dire “Economia di Francesco”, ma «prepareranno proposte, ci diranno come vogliono impegnarsi e di quale aiuto hanno bisogno».
Nei nove mesi di preparazione all’incontro, i giovani, divisi nei 12 “villaggi tematici”, hanno discusso e approfondito i seguenti temi: lavoro e cura; management e dono; finanza e umanità; agricoltura e giustizia; energia e povertà; profitto e vocazione; policies for happiness; CO2 della disuguaglianza; business e pace; economia è donna; imprese in transizione; vita e stili di vita.
Sono stati inoltre organizzati circa 300 eventi “Towards Economy of Francesco” e una serie di “on-life webinar” molto partecipati dal titolo “Moving towards a post-Covid better world”.
La fase preparatoria si è conclusa a ottobre con un totale di 27 seminari online mandati in streaming sul canale ufficiale Youtube dell’evento internazionale “The Economy of Francesco” e tradotti in 4 lingue grazie alla collaborazione di giovani interpreti. Sono stati coinvolti oltre 40 relatori senior e più di 100 giovani da tutto il mondo.
«Un tema trasversale a tanti “villaggi tematici” – ha sottolineato la Smerilli – è stato quello della rivalutazione della cura (“care”) all’interno della società e dell’economia, come chiave per modellare il futuro, insieme al bisogno di uno sguardo più femminile e di una maggiore partecipazione delle donne per una economia e una finanza più inclusive».
L’avvocato Francesca Di Maolo ha espresso il sogno dei giovani condiviso da tutti: «Un futuro senza guerre, senza abbandoni, in cui possa crescere un’economia che sappia accogliere e difendere la vita, che sia al servizio dell’uomo, inclusiva e che si prenda cura del creato».
A conclusione della conferenza stampa la dott.ssa Florencia Locascio, dello staff di “The Economy of Francesco”, intervenendo online dall’Argentina ha sostenuto che «i partecipanti latinoamericani si sentono parte di un movimento vivo, che va oltre un evento, e hanno il dedisderio di portare la riflessione di questi mesi all’azione collettiva e ad una reale incidenza sia nei territori che a livello globale, per fare un passo avanti nella trasformazione della quale abbiamo tanto bisogno».

Dopo tre mesi di lockdown a Melbourne riaprono negozi e ristoranti.

Lo stato australiano di Victoria esce dalla seconda tornata di restrizioni decise a causa della pandemia di coronavirus. Melbourne, con i suoi 4,9 milioni di abitanti, ha vissuto uno dei lockdown più lunghi al mondo.

Le prime misure risalgono a inizio luglio, quando si registravano circa 200 casi di contagio al giorno. Poi a inizio agosto, con quasi 700 casi al giorno, il premier Daniel Andrews  aveva optato per un lockdown duro.

Nelle ultime settimane alcune restrizioni erano state allentate e dalla mezzanotte Melbourne è tornata quasi alla normalità con ristoranti, bar, pub, negozi autorizzati a riaprire. Ma all’interno dei locali possono entrare ancora solo 20 persone. E per gli abitanti di Melbourne, almeno fino all’8 novembre, restano consentiti gli spostamenti solo entro i 25 km.

Resterà obbligatorio l’uso della mascherina.

Google, l’Antitrust apre istruttoria per abuso di posizione dominante

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un’istruttoria nei confronti di Google ipotizzando un abuso di posizione dominante. La società, controllata da Alphabet Inc, avrebbe violato l’articolo 102 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea per quanto riguarda la disponibilità e l’utilizzo dei dati per l’elaborazione delle campagne pubblicitarie di display advertising, lo spazio che editori e proprietari di siti web mettono a disposizione per l’esposizione di contenuti pubblicitari.

Nel cruciale mercato della pubblicità online, che Google controlla anche grazie alla sua posizione dominante su larga parte della filiera digitale, l’Autorità contesta alla società l’utilizzo discriminatorio dell’enorme mole di dati raccolti attraverso le proprie applicazioni, impedendo agli operatori concorrenti nei mercati della raccolta pubblicitaria online di poter competere in modo efficace. In particolare, Google sembrerebbe aver posto in essere una condotta di discriminazione interna-esterna, rifiutandosi di fornire le chiavi di decriptazione dell’ID Google ed escludendo i pixel di tracciamento di terze parti. Allo stesso tempo avrebbe utilizzato elementi traccianti che consentono di rendere i propri servizi di intermediazione pubblicitaria in grado di raggiungere una capacità di targhettizzazione che alcuni concorrenti altrettanto efficienti non sono in grado di replicare.

Occorre considerare che la raccolta pubblicitaria online nel 2019 ha registrato in Italia un valore di oltre 3,3 miliardi, che rappresenta attualmente il 22% delle risorse del settore dei media, e il solo display advertising un fatturato superiore a 1,2 miliardi. Per importanza, la raccolta pubblicitaria online costituisce, in termini di valore, la seconda fonte di ricavi del settore dei media.

Attraverso i cookie inseriti insieme a bannerpop-up o altre forme di messaggi pubblicitari visibili durante la consultazione di un sito web è possibile per inserzionisti, agenzie e intermediari pubblicitari acquisire dati rilevanti per la scelta di consumo dell’utente e personalizzare così le successive campagne, orientando il posizionamento dei messaggi sui contenuti di interesse del singolo utente.

Oltre a questi dati rilevanti, Google dispone di molteplici strumenti che consentono di ricostruire in maniera dettagliata il profilo dei soggetti cui indirizzare i messaggi pubblicitari. Si tratta del sistema operativo mobile Android, installato sulla gran parte degli smartphone utilizzati in Italia, del browser per dispositivi Chrome mobile, per la ricerca in mobilità, del browser per personal computer Chrome, dei servizi di cartografia e di navigazione Google Maps/Waze e di tutti gli altri servizi erogati attraverso Google ID (gmail, drive, docs, sheet, Youtube).

Le condotte che saranno investigate dall’Autorità sembrano avere un significativo impatto sulla concorrenza nei diversi mercati della filiera del digital advertising con ampie ricadute sui competitor e sui consumatori. L’assenza di concorrenza nell’intermediazione del digital advertising, infatti, potrebbe ridurre le risorse destinate ai produttori di siti web e agli editori, impoverendo così la qualità dei contenuti diretti ai clienti finali. Inoltre, l’assenza di una effettiva competizione basata sui meriti potrebbe scoraggiare l’innovazione tecnologica per lo sviluppo di tecnologie e tecniche pubblicitarie meno invasive per i consumatori.

Il 27 ottobre l’Autorità ha condotto accertamenti ispettivi nelle sedi di Google, avvalendosi della collaborazione dei militari della Guardia di Finanza.

 

Commercio estero: Istat, a settembre marcato aumento per l’export (+8,3%)

A settembre 2020 si stima, per l’interscambio commerciale con i paesi extra Ue27 un marcato aumento congiunturale per le esportazioni (+8,3%) e una lieve contrazione per le importazioni (-2,7%).

L’incremento su base mensile dell’export è esteso a tutti i raggruppamenti principali di industrie ed è dovuto in particolare all’aumento delle vendite di beni strumentali (+11,5%) e beni intermedi (+10,6%); minimo è invece il contributo (0,2 punti percentuali) delle maggiori vendite di energia (+12,6%). Dal lato dell’import, si rilevano cali congiunturali per quasi tutti i raggruppamenti, i più ampi per beni di consumo durevoli (-12,1%) e beni intermedi (-4,2%); in aumento solo gli acquisti di energia (+4,2%).

Nel trimestre luglio-settembre2020, rispetto al precedente, l’export segna un aumento del 34,0%, sintesi di forti incrementi diffusi a tutti i raggruppamenti principali di industrie, i più elevati per beni di consumo durevoli (+85,7%), beni strumentali (+47,6%) ed energia (+32,6%). Nello stesso periodo, l’aumento congiunturale dell’import (+17,5%) interessa quasi tutti i raggruppamenti ed è più ampio per beni di consumo durevoli (+66,7%) ed energia (+26,7%). In lieve calo gli acquisti di beni di consumo non durevoli (-2,0%).

A settembre 2020, l’export registra una crescita su base annua del 3,0%, cui contribuisce l’aumento delle vendite di beni strumentali (+11,1%) e beni intermedi (+6,3%). L’import, invece, segna ancora una flessione ampia sebbene in attenuazione (-12,4%, da -16,6% di agosto), spiegata soprattutto dal forte calo degli acquisti di energia (-46,7%). Aumentano su base annua gli acquisti di beni intermedi (+11,1%).

La stima del saldo commerciale a settembre 2020 è pari a +5.322 milioni (era +2.785 milioni a settembre 2019). Aumenta l’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici (da + 5.931 milioni per settembre 2019 a +7.002 milioni per settembre 2020).

A settembre 2020 l’export verso Cina (+33,0%), paesi MERCOSUR (+16,1%), Svizzera (+15,7%), Turchia (+13,8%) e Stati Uniti (+11,1%) è in forte aumento su base annua. In netto calo le vendite verso paesi OPEC (-14,8%) e paesi ASEAN (-13,3%).

Gli acquisti da Russia (-41,8%), India (-30,7%), Turchia (-16,1%), Stati Uniti (-15,8%) e Regno Unito (-15,4%) registrano flessioni tendenziali molto più ampie della media delle importazioni dai paesi extra Ue27. Aumentano gli acquisti dai paesi OPEC (+6,3%).

A settembre 2020, per l’area extra Ue, al netto del Regno Unito, si stima che l’export aumenti del 10,5% su base mensile e del 3,7% su base annua. L’import registra un lieve calo sul mese (-2,5%) e un’ampia flessione sull’anno (-12,2%). Il saldo commerciale è pari a +3.974 milioni (era +1.524 milioni a settembre 2019).

La carenza di vitamina D aumenta la gravità del Coronavirus

Uno studio pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism e condotto in Spagna, dal gruppo di José Hernández,.dell’Università della Cantabria a Santander conferma che oltre l’80% dei pazienti ricoverati per Covid ha una carenza di vitamina D.

Il dato, benché relativo a un solo ospedale spagnolo, è rilevante perché conferma precedenti studi epidemiologici secondo cui la carenza di vitamina D è più diffusa nei Paesi dove il coronavirus ha mostrato un’aggressività maggiore, provocando più decessi.

È emerso inoltre che, più marcata era la carenza vitaminica, maggiori erano i marcatori infiammatori legati a grave infezione nel sangue dei pazienti. Se il ruolo protettivo della vitamina D contro la sindrome Covid 19 fosse confermato (attualmente è in corso in Gran Bretagna un vasto trial clinico per rispondere a questa domanda) un approccio preventivo potrebbe essere curare la carenza di questa vitamina.

Mons. Pierbattista Pizzaballa: “Terra Santa e Medio Oriente. Attualità e possibili prospettive”

In una conferenza on line l’amministratore apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme, monsignor Pizzaballa, ha descritto l’attuale scenario del Medio Oriente ricordando le difficoltà attuali e indicando la strada per il futuro: “C’è bisogno di costruire la fiducia. Il muro è anche segno della mancanza di fiducia”

Per il rinascimento del Mezzogiorno è la strategia macroregionale che bisogna adottare

La proposta-appello, recentemente lanciata da Claudio Signorile dalle pagine del Corriere del Mezzogiorno, per riscattare la condizione del Mezzogiorno inchiodata ad uno sviluppo civile, sociale, culturale, economico ed anche politico in forte ritardo non solo nei confronti degli altri Territori del Paese ma anche di quasi tutte le Regioni d’Europa, cade in un momento particolarmente felice per raccoglierne l’invito e rilanciarne la sfida che essa implicitamente contiene. Le conseguenze socio-economiche della pandemia provocata dal Covid-19, infatti, avendo determinato prima la istituzione da parte dell’Unione Europea del Recovery fund e poi l’assegnazione all’Italia di un budget di 209 miliardi di euro tra somme a fondo perduto (82 mld) e somme concesse a prestito (127 mld) per la sua rinascita, hanno indotto tutti gli operatori politici e la stessa opinione publica a convincersi che qui ‘o si rifà l’Italia o si muore’.

n particolare, che il Mezzogiorno ha l’opportunità di cambiare la propria condizione se sarà capace di cogliere l’occasione di impiegare la massa di denaro che gli dovrà essere messa a disposizione, anche sulla base delle indicazioni cogenti della Commissione dell’UE, in modo innovativo. Non guardando, cioè, esclusivamente alle situazioni ed ai (presunti) interessi delle singole regioni che lo costituiscono ma avendo la capacità di elaborare un piano complessivo che faccia perno sulla sua centralità mediterranea e si ponga l’obbiettivo di trasformarla in una “grande piattaforma economica e logistica euro-mediterranea”. Non solo. Ma il Sud d’Italia con i suoi più di 20 milioni di cittadini ricchi di una cultura critica politica ed economica può benissimo aspirare ad essere protagonista del suo futuro ed attore non secondario dello sviluppo dell’Italia e dell’Europa in un contesto in cui il Mediterraneo è destinato a diventare sempre più il crocevia non solo dei traffici internazionali ma anche delle comunicazioni intercontinentali.

Dunque, mai come in questo tornante della storia esistono le condizioni per puntare al risanamento ed al rilancio del Mezzogiorno in un quadro non autarchico ma proiettato nel Mediterraneo, nuovo cuore pulsante dell’Europa. Solo che la condizione indispensabile non è, come scrive Signorile nel suo Appello, la federalizzazione delle regioni meridionali “nei poteri e nelle istituzioni” ma la costruzione di una strategia macroregionale, questa sì in grado di unificare “la programmazione e la gestione di almeno il 70% dei fondi comunitari e nazionali, in una progettualità interregionale finalizzata all’armatura infrastrutturale e telematica del territorio” e a tutti gli altri obbiettivi di sviluppo che si dovessero individuare.

La differenza tra queste due modalità può sembrare di poco conto ma non è né meramente terminologica né semplicemente istituzionale. Essa è radicalmente metodologica. Nel senso che se si dovesse perseguire, per realizzare l’unificazione delle regioni meridionali, un’organizzazione federale ciò significherebbe optare per un’operazione secondo un modello strutturale che impone a priori la definizione di nuove figure di potere, di nuovi ruoli operativi, di nuovi spazi di competenza  entro i quali agire. Si dovrebbe, cioè, prima di ogni altra cosa, stabilire chi come e fin dove comanda. Quali sono le nuove gerarchie. E, soprattutto, quali sono i criteri con i quali sono ‘pesati’ e distribuiti i nuovi poteri. Insomma, si creerebbero tutti i presupposti per scatenare, invece di un processo cooperativo e collaborativo tra le istituzioni regionali e soprattutto i loro dirigenti politici, una vera e propria ‘guerra’ istituzionale e personale per conquistare nuove posizioni di potere o per difendere quelle ricoperte che, come è noto, sono la causa che ha trascinato il Sud in fondo alla scala dello sviluppo e del benessere.

Tutt’affatto diverso sarebbe, invece, lo scenario se ci si proponesse di costruire, per definire una grande e nuova configurazione del Mezzogiorno, una strategia macroregionale che, come la stessa denominazione indica, manterrebbe su un piano paritario istituzioni regionali e loro responsabili e soprattutto non creerebbe improprie spinte alla competizione per la conquista di ruoli considerati come centri di potere e non come condizioni funzionali per esercitare le politiche al servizio dei comuni interessi di progresso e di sviluppo delle Comunità. Anzi, proprio questa dimensione funzionale sarebbe una grande novità per l’approccio operativo alle politiche comunitarie. Che così non troverebbero ostacoli strutturali impropri alla loro definizione ed implementazione, aggregando con riferimento a questa macro-area una proposta strategica in grado  di capovolgerne subito il  modo di operare ed in prospettiva il suo destino e di promuoverla a protagonista di una Europa che ritrovi le ragioni della sua unione e della sua missione nel mondo.

Con questo cambiamento di prospettiva, che naturalmente implica una indispensabile correzione di rotta, non c’è dubbio che la proposta di una “Costituente per il Sud” si presenti opportuna e tempestiva e pertanto da sostenere, soprattutto, da parte di chi, come le forze autonomiste, ha a cuore l’avvenire delle proprie Comunità.

Come cambia la chiesa cattolica, uno sguardo ai nuovi Cardinali

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

Quando domenica 25 ottobre Bergoglio ha annunciato la nomina di 13 nuovi cardinali, è stato chiaro a tutti che il Pontefice argentino sta cambiando la Chiesa cattolica come mai nella storia.
Il Collegio Cardinalizio è l’ufficio più importante della Chiesa cattolica. Definito anche “Sacro Collegio”, è composto dai porporati che sono chiamati ad eleggere il Papa.
Per secoli, fino all’elezione di Papa Francesco, il Sacro Collegio era stato composto dagli arcivescovi delle diocesi più ricche e con il maggior numero di fedeli, dai prefetti e capodicasteri della Curia romana, dai nunzi dei Paesi potenti, dai rappresentanti degli Ordini religiosi più rilevanti.
Fin dal primo Concistoro tenutosi il 22 febbraio 2014, papa Francesco ha cambiato radicalmente i criteri di scelta e la composizione geografica del Collegio Cardinalizio.
Prima che Bergoglio venisse eletto pontefice, nel Collegio Cardinalizio vi erano 48 Paesi con cardinali elettori.
Attualmente i cardinali elettori provengono da 56 Paesi, 16 dei quali non avevano mai avuto prima un cardinale.
In tutti i Conclavi la componente italiana, quella europea e i cardinali di Curia hanno sempre rappresentato il gruppo più potente in grado di orientare l’elezione del Pontefice.
I delegati degli altri continenti – America, Asia, Africa, Oceania –, oltre ad essere in numero inferiore, erano fortemente condizionati dalla predominanza culturale, spirituale ed economica dell’Europa.
In sette anni di pontificato papa Francesco ha cambiato significativamente i rapporti di forza all’interno del Sacro Collegio.
I cardinali elettori europei nel febbraio 2013 erano 61, oggi sono 54.
L’America del Nord (Stati Uniti e Canada) era presente con 14 cardinali, ora sono 15.
L’America Latina era presente con 19 cardinali, adesso sono 15.
L’Africa con 11 cardinali, adesso sono 17.
L’Asia con 11 cardinali, adesso sono 14
L’Oceania era, e rimane, con 1 cardinale.
Anche nel loro profilo e nella loro storia, i nuovi cardinali indicati domenica da papa Francesco rispondono esattamente al cambiamento in atto nella Chiesa cattolica.

Censis: il tracollo dei consumi natalizi è da evitare a ogni costo.

La metà degli italiani è disposta ad accettare i rigori della seconda ondata dell’epidemia solo perché è convinta che a breve arriverà una cura risolutiva o il vaccino. Lo dicono soprattutto i residenti del Sud (il 55,2% rispetto alla media nazionale del 49,7%) e gli anziani (il 53,5%). L’asticella è fissata a Natale: ecco esplicitato l’orizzonte massimo di tenuta psicologica degli italiani all’indomani delle nuove restrizioni. È quanto emerge dal Rapporto Censis-Confimprese «Il valore sociale dei consumi», realizzato con il contributo di Ceetrus, diffuso oggi.

Se crollano i consumi, crolla l’Italia. A fine anno, a causa della seconda ondata di restrizioni in aggiunta al primo lockdown, si stima un crollo dei consumi per un valore complessivo di 229 miliardi di euro (-19,5% in termini reali in un anno), a cui sarebbe associato un catastrofico taglio potenziale di posti di lavoro, fino a 5 milioni di unità. Il solo retail subirà una sforbiciata di 95 miliardi di euro di fatturato (-21,6%) e nel comparto si rischia la perdita di oltre 700.000 posti di lavoro. Nel periodo delle feste natalizie, restrizioni paragonabili al lockdown di primavera farebbero sfumare 25 miliardi di euro di spesa delle famiglie. Con il Natale come deadline di tenuta degli italiani, il tracollo dei consumi è da evitare a ogni costo.

E si spegne la volontà di resistere. Nella prima ondata, quasi 4 milioni di famiglie hanno già fatto ricorso a prestiti e aiuti da parte di familiari e amici, soprattutto quelle con redditi bassi (il 25%). Le reti di sostegno informale sono state spremute, ora per chi entra in sofferenza è alto il rischio di ritrovarsi soli. Così, paura e incertezza colpiscono maggiormente le persone con i redditi più bassi: il 60,3% di essi (contro il 37,2% medio) taglia i consumi per risparmiare soldi da utilizzare in caso di necessità. Ma per il 76,9% degli italiani sostenere i consumi è una priorità per il benessere delle persone e per dare un supporto concreto all’economia in questa fase difficile. Per il 15% il lockdown costa troppo, ci vogliono altre soluzioni. Per il 43,3% per garantire il giusto equilibrio tra la tutela della salute e la difesa dell’economia bisognerebbe distinguere il rischio di contagio nei diversi territori, blindando i territori ad alto rischio e allentando la presa sugli altri. Per il 30% la tutela della salute impone lacrime e sangue, quindi è inevitabile la sofferenza economica.

Dal crollo dei consumi un colpo al cuore al nostro modello di vita. Se i consumi colano a picco, la nostra vita cambia in peggio. Per il 57,1% degli italiani il benessere soggettivo dipende molto dalla libertà di acquistare i beni e i servizi che si desiderano. Per il 79,4% gli acquisti riflettono la propria identità e i propri valori. Per il 70,3% i consumi sono un pilastro della libertà personale, perché poter comprare le cose che si desiderano è una parte importante dell’autonomia individuale.

Salvaguardare il retail, motore decisivo per far ripartire l’Italia. Nell’emergenza si sono accelerati cambiamenti significativi nei comportamenti di consumo degli italiani. I consumatori sono diventati più sfuggenti e infedeli: 18 milioni hanno modificato i propri comportamenti di acquisto, cambiando negozi o brand di riferimento, gestendo diversamente la spesa, cambiando i criteri di scelta dei luoghi di acquisto. Dall’inizio della pandemia, 13 milioni hanno sostituito i negozi in cui di solito effettuano gli acquisti alimentari. Nel periodo dell’emergenza il 42,7% ha acquistato online prodotti che prima comprava nei negozi fisici, in particolare i giovani (52,2%) e i laureati (47,4%). In generale, dopo il Covid-19 il 38% degli italiani afferma che non tornerà alle vecchie abitudini di consumo. Il futuro si sta forgiando nel fuoco dell’emergenza. E il retail, motore economico e grande bacino occupazionale, sarà imprescindibile per la ripresa.

«La situazione della distribuzione e del commercio in generale», ha detto Mario Resca, presidente di Confimprese, «è già durissima oggi, con chiusure soltanto parziali, perché da quando ‒ appena una settimana fa ‒ si è cominciato a parlarne, la flessione è stata immediata, i clienti si sono diradati e la distribuzione, la ristorazione e il commercio hanno già intravisto i giorni bui di marzo e aprile. Senza contare che, in relazione al virus, la chiusura dei centri commerciali il sabato e la domenica in alcune regioni avrà risvolti incerti, in quanto concentra i già scarsi clienti durante gli altri cinque giorni della settimana, con disagi maggiori».

Corte dei conti, linee d’indirizzo sui controlli interni anti Covid

L’emergenza sanitaria indotta dalla pandemia da COVID-19, senza precedenti per imprevedibilità degli esiti, per gravità, durata e dimensioni, ha aperto scenari inediti per gli enti del settore pubblico, mettendo a dura prova la loro finanza a causa degli evidenti e immediati riflessi sulle entrate, sulle spese, sugli investimenti e, in definitiva, sugli equilibri di bilancio”.

Lo scrive la Sezione delle Autonomie della Corte dei conti nel presentare le “Linee di indirizzo per i controlli interni durante l’emergenza da Covid-19”, approvate con delibera n. 18/2020/INPR e dedicate “agli amministratori pubblici in quanto responsabili del proprio sistema di controllo interno, a tutti gli organi di controllo interno e, in particolare, a quelli di revisione economico-finanziario degli enti territoriali, nonché ai collegi sindacali degli enti del SSN”, nella convinzione che “Per affrontare la complessità, l’estensione e le criticità di tale situazione emergenziale, un contributo significativo può essere fornito dal sistema di controllo interno di ciascuna Amministrazione”.

In questo contesto, che ha finito per alterare tutti i processi di gestione del rischio esistenti, le varie componenti del sistema integrato di controllo interno sono chiamate a non affidarsi esclusivamente ai principi anteriormente vigenti e alle prassi, ma dovranno “modificare sostanzialmente l’approccio ai controlli sotto svariati profili, al fine di operare in modo efficace e rispondere tempestivamente alle emergenze attuali e future”, dotandosi anche di adeguati strumenti (organizzativi, informatici e metodologici).
Pur dovendo essere adattati dalle strutture di controllo interno allo specifico ambito dell’organizzazione presso cui operano, questi orientamenti mirano a fornire alcuni alert su aree o aspetti significativi, prendendo in considerazione tutte le tipologie di controllo interno: di regolarità amministrativa e contabile; di gestione; strategico; degli equilibri finanziari; sugli organismi gestionali esterni e sulle società partecipate non quotate; della qualità dei servizi.

Appello per il clima dal mondo delle imprese italiane

Il clima non può attendere: è il momento del fare. Cento esponenti di importanti imprese e associazioni di impresa italiane lanciano un appello per rendere gli investimenti europei più ambiziosi e adeguati alla sfida di una transizione ecologica e climatica che poggia su tre capisaldi: ambizione climatica per aumentare la quota di finanziamenti dedicati al clima del Recovery Fund, criteri climatici stringenti per indirizzare gli investimenti, una lista di esclusionedelle attività anti-clima da non finanziare.

L’ appello è rivolto ai parlamentari Italiani, ai rappresentanti italiani in Parlamento Europeo e ai membri del Governo italiano per sostenere che le proposte europee per il clima e l’ambiente siano rese più incisive, in vista della negoziazione relativa alla versione finale del pacchetto di ripresa europeo post Covid, prevista per il mese di novembre.
“La transizione verso un’economia ambientalmente sostenibile e climaticamente Neutrale – si legge nell’ appello- rappresenta una sfida epocale che cambierà il sistema energetico e i modelli di produzione e consumo in tutti i settori”.

Le tre direttrici indicate nell’ appello prevedono in particolare:

1. Ambizione climatica: per portare dal 37% al 50% la quota di investimenti del Recovery and Resilience Facility – il più importante strumento di finanziamento del pacchetto Next Generation EU – destinati a progetti favorevoli al clima, sia per realizzare il taglio delle emissioni del 55% entro il 2030 e puntare sulla neutralità climatica al 2050 che per contribuire a mobilitare i 350 miliardi di euro all’anno di investimenti per il clima e l’energia a livello europeo, stimati dalla Commissione Europea;

2. Criteri climatici per gli investimenti: adottare una metodologia chiara per riconoscere gli investimenti favorevoli al clima, come quella definita dal Regolamento europeo per la “Tassonomia per la finanza sostenibile”;

3. Una “lista di esclusione”: introdurre una lista di attività economiche che non possono accedere ai finanziamenti del Recovery and Resilience Fund perché incompatibili con il taglio delle emissioni al 2030 e con l’obiettivo della neutralità carbonica entro il 2050.
Questo appello italiano si sposa con numerose iniziative simili, attualmente in corso in Europa, promosse dalla comunità civile e dal mondo economico, e segue il solco tracciato dal Manifesto per un green deal, firmato nello scorso Giugno da 110 rappresentanti del mondo delle imprese.

“Puntiamo – ha detto Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile- ad avere un buon piano per la ripresa quindi ad evitare che, da una parte, si spenda per tutelare il clima e l’ambiente e, dall’altra, si finanzino, con le risorse europee, anche misure che danneggino il clima e l’ambiente. Gli investimenti nelle misure per il clima vanno aumentati perché hanno anche un grande potenziale di trascinamento economico e occupazionale in vari settori: della produzione di energia rinnovabile, del risparmio energetico negli edifici e nell’industria con l’economia circolare, nel cambiamento per una mobilità più sostenibile. Senza trascurare di finanziare anche misure di adattamento climatico che riducano la vulnerabilità delle città alle alluvioni e alle ondate di calore”.

Museo ebraico di Venezia: iniziano i lavori di restauro e nuova sede temporanea

La sede storica del museo, aperto negli anni ‘50, rimarrà chiusa per almeno sei mesi. In questo periodo verranno realizzati parte dei lavori di restauro, interamente finanziati da numerosi donatori stranieri. La Comunità ebraica di Venezia è riuscita a vincolare i fondi a un importante progetto di rilancio dell’area del Ghetto, insieme a un prestigioso progetto di restauro delle Sinagoghe e dell’area museale firmato dallo studio di architettura Apml di Venezia, con il supporto di Ronald Lauder, la Leon Levy Fondation, Save Venice, World Monuments Found, la famiglia Rothschild nei suoi rami inglese, francese e svizzero, Venice in Peril e altri.

Nella sede temporanea del museo, insieme al personale specializzato CoopCulture che da trent’anni si prende cura del museo del Ghetto di Venezia, ci sarà un ricco bookshop aperto al pubblico ed una offerta museale per raccontare da un lato gli aspetti salienti della religione ebraica; dall’altro la storia e la vita del ghetto di Venezia.

La chiusura temporanea del museo e delle sinagoghe così come fino ad ora conosciuti darà modo di scoprire altri luoghi all’interno del Ghetto. Sarà possibile, nel totale rispetto delle norme di prevenzione della pandemia da Covid19, prenotare visite guidate ai luoghi di culto, visite didattiche per le scuole da tenersi in alcuni casi anche nelle classi, visite guidate ai restauri, e, meteo permettendo, all’Antico Cimitero ebraico del Lido e al giardino segreto della scuola Spagnola.

Covid: l’anticorpo monoclonale non funziona nei malati gravi

La multinazionale americana Eli Lilly ha annunciato  che è improbabile” che l’anticorpo monoclonale bamlanivimab possa produrre “un valore clinico aggiunto” nei malati ricoverati per Covid-19 in “stadio avanzato” di patologia.

Questi i risultati negativi ottenuti dal farmaco sperimentale nello studio Activ-3 condotto dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niaid), parte dei National Institutes of Health (Nih) statunitensi e diretto dall’immunologo consulente della Casa Bianca Anthony Fauci.

In una nota la compagnia ha comunicato che, sulla base di un insieme di dati rivisti in data 26 ottobre, “nessun altro paziente Covid riceverà bamlanivimab nel contesto ospedaliero”. Si interrompe quindi il trial Activ-3, mentre proseguono gli altri studi in corso sul trattamento.

Nuova Costituzione per il Cile: passa il referendum sostenuto dalle forze riformatrici, con la Democrazia cristiana in prima fila.

Le forze impegnate a rinnovare le basi della democrazia cilena, e tra queste significativamente la Democrazia cristiana (PDC), hanno riportato domenica scorsa un largo successo nel referendum riguardante la proposta di una nuova costituzione al posto di quella imposta nel 1980 dal regime militare del generale Pinochet.

In primavera si svolgeranno le elezioni per dare vita a un’assemblea, cui non prenderanno parte gli attuali parlamentari, adibita alla redazione del nuovo testo costituzionale.

Nel documento guida adottato dal PDC (“Verso la Casa Comune”) si elencano le ragioni politiche e giuridiche di questo auspicato cambiamento, adesso fatto proprio dalla maggioranza del popolo cileno.

Riportiamo alcuni punti della Parte II (“Una nuova Casa Comune per il Cile”) rinviando nel caso alla lettura integrale del testo mediante il seguente link:

https://www.pdc.cl/wp-content/uploads/2020/02/Hacia-la-Casa-Común-Por-qué-una-nueva-Constitución.pdf

VERSO LA CASA COMUNE

[…]

  1. Es necesaria una Constitución acorde a los nuevos tiempos

La Constitución de 1980 fue impuesta en un contexto muy distinto al Chile actual: el mundo estaba polarizado y en medio de la Guerra Fría; Chile estaba mucho menos tecnologizado que en el presente; la sociedad era aún más patriarcal que la actual; existía poca conciencia sobre el medio ambiente y no se le daba importancia a reconocer a nuestros pueblos originarios dentro de la identidad nacional. La Nueva Constitución será una oportunidad para reflejar los cambios que ha experimentado nuestra sociedad los últimos 40 años, y reconocer nuevos derechos fundamentales para todos.

  1. È necessaria una Costituzione secondo i tempi nuovi

La Costituzione del 1980 è stata imposta in un contesto molto diverso dall’attuale Cile: il mondo era polarizzato e nel pieno della Guerra Fredda; il Cile era molto meno tecnologizzato di adesso; la società era ancora più patriarcale di oggi; c’era poca consapevolezza sull’ambiente e nessuna importanza veniva data al riconoscimento dei nostri popoli nativi nel quadro dell’identità nazionale. La Nuova Costituzione rappresenterà un’opportunità per accogliere i cambiamenti che la nostra società ha subito negli ultimi 40 anni e per riconoscere nuovi diritti fondamentali per tutti.

  1. El corazón de la Constitución de 1980 responde a la ideología de sus redactores, no a un acuerdo de una mayoría ciudadana.

Los objetivos de la dictadura cívico-militar para el orden transicional pueden resumirse en: 1) establecer en Chile una democracia protegida, donde no se consideran procesos de participación ciudadana que permitan a los chilenos tomar conocimiento de las normas y opinar adecuadamente; 2) una economía de mercado con mínima injerencia del Estado y; 3) una carta fundamental donde se respetaran los derechos fundamentales individuales, sin garantía de derechos sociales, en la medida que no afectaran los dos pilares anteriores. Todo esto está reflejado en diversas normas de la Constitución. La Nueva Constitución abre la posibilidad de tomar en libertad la decisión de cómo queremos organizar nuestra democracia, nuestra economía y el respeto a todos los derechos fundamentales

  1. Il cuore della Costituzione del 1980 risponde all’ideologia dei suoi redattori, non a un accordo della maggioranza dei cittadini.

Gli obiettivi della dittatura civico-militare, secondo un certo ordine conseguenziale, possono essere riassunti così: 1) stabilire una democrazia protetta in Cile, ignorando i processi di partecipazione dei cittadini che consentano ai cileni di prendere coscienza delle norme e di esprimere adeguatamente la loro opinione;  2) un’economia di mercato con minima interferenza da parte dello Stato e;  3) una carta fondamentale in cui vanno ad essere rispettati i diritti individuali fondamentali, senza però garanzia dei diritti sociali, nella misura in cui i due pilastri precedenti non abbiano incidenza. Tutto ciò si riflette in varie norme della Costituzione. La Nuova Costituzione apre la possibilità di decidere liberamente su come vogliamo organizzare la nostra democrazia e la nostra economia, ninché il rispetto di tutti i diritti fondamentali.

  1. Hasta ahora, los herederos de la dictadura han controlado las reformas a la Constitución

Si bien la Constitución de 1980 se ha reformado en numerosas ocasiones, no hay una sola letra de dichas reformas que no hayan sido controlada por los partidos políticos herederos de la dictadura. Los cambios logrados hasta el momento no han sido suficientes, y la ciudadanía exige hoy un texto en que realmente se pueda sentir interpretada. Las reformas han sido un avance, con la eliminación de la mayoría de los enclaves autoritarios que dejó como legado la dictadura, pero aún tiene como vicio de origen la poca participación de los chilenos. Nos merecemos la oportunidad de elaborar una Constitución que permita que en el proceso legislativo se puedan expresar efectivamente las mayorías.

  1. Fino ad ora, gli eredi della dittatura hanno controllato le riforme della Costituzione

Sebbene la Costituzione del 1980 sia stata modificata in numerose occasioni, non c’è una sola lettera di tali riforme che non sia stata controllata dai partiti politici conformi alla eredità della dittatura. I cambiamenti realizzati fino ad ora non sono bastati e oggi i cittadini chiedono un testo in cui possano sentirsi davvero interpretati. Le riforme sono state un passo avanti, con l’eliminazione della maggior parte delle enclave autoritarie lasciate in eredità dalla dittatura, ma il suo vizio originario è ancora la scarsa partecipazione dei cileni. Ci meritiamo l’opportunità di redigere una Costituzione che consenta alle maggioranze di esprimersi efficacemente nel processo legislativo.

  1. Esta es una oportunidad para corregir de forma sistemática y orgánica la institucionalidad que está en crisis

La crisis social que vivimos da cuenta de que debemos fortalecer nuestra democracia y corregir nuestras instituciones, para poder dar adecuadas respuestas a las necesidades ciudadanas. Una nueva Constitución permitirá revisar, con una perspectiva sistemática, el conjunto de los cambios necesarios para poder realizar este cometido. Esto es muy ventajoso respecto a las reformas parciales que se han hecho hasta ahora, que en ocasiones son incoherentes respecto de otras partes de la Constitución. Hay que revisar el todo, desde sus bases, y no sólo las partes.

  1. Questa è un’opportunità per correggere sistematicamente e organicamente il quadro istituzionale che è in crisi

La crisi sociale che stiamo vivendo mostra che dobbiamo rafforzare la nostra democrazia e correggere le nostre istituzioni, al fine di fornire risposte adeguate ai bisogni dei cittadini.  Una nuova Costituzione consentirà di rivedere, in un’ottica sistematica, tutte le modifiche necessarie per svolgere tale compito. Questo è di gran lunga preferibile alle riforme parziali fatte finora, che a volte sono incoerenti con altre parti della Costituzione. Bisogna rivedere il tutto, dalle sue basi, e non solo le singole parti.

Da negazionisti a guerriglieri

La protesta infuria da Nord a Sud. Ieri sera si sono registrati molti scontri nelle città alimentati da una crescente rabbia su cui soffia l’ombra del mondo dell’estrema destra.

Tutto si è svolto in poche ore.

A Milano  vi sono stati scontri tra manifestanti e forze dell’ordine durante un corteo non autorizzato contro il nuovo Dpcm anti-Covid. Un centinaio le persone scese in piazza per dire no alle nuove restrizioni introdotte dal governo. E’ stata persino lanciata una molotov verso un’auto della polizia locale, che fortunatamente non è stata centrata.

A Napoli in migliaia si sono radunati in piazza Plebiscito con cartelli del tipo “Reddito di salute per tutti la crisi la paghino i ricchi”; poi, autorizzati, si sono spostati davanti alla Regione urlando “dimettiti, dimettiti” all’indirizzo del governatore Vincenzo De Luca.

A Torino, invece, ci sono stati momenti di tensione quando alcune centinaia di manifestanti hanno lanciato prima dei fumogeni e poi alcuni petardi contro le forze dell’ordine, nella centrale piazza Castello, occupata in precedenza dai tassisti. Diverse vetrine sono state distrutte nel centro del capoluogo piemontese e, in alcuni casi, i negozi sono stati saccheggiati.

A Trieste. La manifestazione di piccoli imprenditori, commercianti ed esercenti ha avuto un epilogo violento quando, dopo un incontro tra gli organizzatori della manifestazione stessa e le autorità, alcuni presenti hanno lanciato fumogeni in direzione della Prefettura.

A Genova sotto la sede della Regione si sono trovate un centinaio di persone per una manifestazione non autorizzata.

Anche a Cremona i ristoratori hanno battuto le pentole davanti alla Prefettura e poi le hanno lasciate a terra come in un cimitero di stoviglie, a Catania hanno tirato bombe carta davanti alla prefettura, a Treviso in mille hanno sfilato in corteo, a Viareggio giovani hanno bloccato il traffico e lanciato fumogeni e petardi.

E se in origine questo gruppo era alimentato dai negazionisti dei gilet arancioni ora i nuovi disordini sono alimentati dall’estrema destra e dagli ultrà che vorrebbero imporre il loro pensiero con petardi, fumogeni, bombe carta, bottiglie molotov e pietre.

Renzi piccona il Dpcm. E Zingaretti chiama le opposizioni

Articolo pubblicato sul sito internet di AGI a firma di 

“Con i ministri in piazza non finisce bene”. Il precedente evocato da Andrea Orlando risale a 13 anni fa: era l’ottobre 2007 quando ministri e sottosegretari di Rifondazione scesero in piazza per reclamare un nuovo welfare. Il governo guidato da Romano Prodi cadde di lì a poco. Giuseppe Conte è, quindi, autorizzato a fare i dovuti scongiuri, anche se in questo caso non c’è una piazza – e ci mancherebbe, vista la crisi in corso e le restrizioni – ma il grado di tensione nella maggioranza è comunque altissimo.

A fare esplodere le polemiche, dopo una ridda di comunicati di parlamentari di Italia Viva – è stato l’ex premier Matteo Renzi che ha messo in rete una Enews particolarmente infuocata nella quale annuncia che chiederà al premier di cambiare il Dpcm appena varato. Nel suo post, Renzi sembra calarsi nei panni del conterraneo Gino Bartali, quando diceva “l’e’ tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”. Per Renzi, dalle misure sui ristoranti a quelle su cinema e teatri, dalla scuola ai trasporti, il decreto mostra lacune che farebbero pensare a un provvedimento “senza basi scientifiche”

“Mentre si chiedono (ancora) sacrifici, sarebbe molto utile, secondo me, che il Governo ci spiegasse quali sono i dati scientifici e le analisi sui quali si prendono le decisioni: i dati scientifici, non le emozioni di un singolo ministro”, scrive il leader di Iv. In particolare “la chiusura dei ristoranti alle 18” per Renzi “è tecnicamente inspiegabile, sembra un provvedimento preso senza alcuna base scientifica”.

L’attacco del leader di Italia viva è particolarmente duro sulla parte che riguarda la chiusura di cinema e teatri. Il mirino di Renzi inquadra Dario Franceschini, ministro della Cultura e capo delegazione del Partito Democratico al governo: “Mi ha colpito che proprio il Ministro della Cultura abbia giustificato la chiusura dicendo che dobbiamo salvare vite umane. Io dico che basta essere andati al cinema o al teatro, in queste settimane, per capire che non sono posti dove si rischia di morire”.

Parole, quelle di Renzi, che seguono alla presa di posizione del ministro: “Io ho l’impressione che non si sia percepita la gravità della crisi. Non si sia percepito quale sono i rischi dei contagi i questo momento“. A difendere Franceschini è anche il deputato Pd, Enrico Borghi: “Il giorno dopo, sembra che il Dpcm non abbia padri. L’unico che ha avuto la schiena dritta per difenderlo, in un video in cui è consapevole di attirarsi l’ira di un settore ad alta copertura mediatica, è stato il ministro della cultura Dario Franceschini”.

Un attacco frontale al governo e a Conte che, in ogni caso, Renzi sottolinea di continuare a sostenere. Un attacco che arriva, forse non a caso, a pochi minuti dall’intervento di Nicola Zingaretti alla direzione nazionale. Il leader dem capisce che il momento non consente tentennamenti o diplomazie e risponde con decisione: “Avere i piedi in due staffe in questo momento è eticamente intollerabile”.

Un giudizio, dunque, che va oltre quello politico e investe la sfera etica. Perché, spiega ancora Zingaretti, “siamo in un tornante drammatico della storia d’Italia. Vedo molti distinguo da parte di esponenti di governo o di forze di maggioranza, addirittura iniziative politiche che reputo incomprensibili: penso non siano mai stati seri quei partiti che, la sera, siedono ai tavoli del governo e la mattina organizzano le opposizioni alle decisioni prese“. Poi, il segretario rivolge all’alleato parole di solito riservate ai leader di opposizione: “Alla rabbia e alle paure vanno date risposte, non cavalcarle”.

Paure come quelle manifestate dal ristoratore di Treviso la cui fotografia, che lo ritrae accasciato su una sedia all’esterno del suo locale, è divenuta ormai il simbolo della sofferenza di molti imprenditori. “Dobbiamo raccogliere la preoccupazione e la disperazione di quell’imprenditore e dire che siamo noi che vogliamo tornare a vivere. Dobbiamo accompagnare fuori dalla solitudine l’imprenditore di Treviso, ma anche quello di Palermo, di Roma o Napoli. Fino a che la scienza non avrà vinto dobbiamo resistere e aiutare”.

“Tre dpcm in 11 giorni sono tanti. Mi auguro di no a livello nazionale ma non escludo che a livello regionale possano essere necessarie delle chiusure in aree o settori precisi”, ha detto il ministro Spadafora facendo autocritica. Ma il confronto nel governo resta aperto

Di fronte al ‘fuoco amico’ proveniente dalle fila di Italia Viva, Zingaretti gioca la carta della condivisione, chiamando al tavolo anche le forze sociali e le opposizioni. La posta in gioco, d’altra parte, è fin troppo alta perché sia solo la maggioranza – o parte di essa – ad assumersi l’onore e l’onere delle scelte da prendere. “Serve un nuovo clima per salvare il bene comune”.

“Noi dobbiamo in fretta verificare se si può trovare un punto di convergenza più alto per salvare la situazione. Per questo è importante coinvolgere davvero le forze sociali, con i corpi intermedi. E anche le opposizioni politiche: dobbiamo trovare le forme per far compiere un passo in avanti al rapporto fra maggioranza e opposizioni”. Certo, “non si può chiedere alla maggioranza di dichiararsi sconfitta, perché non è vero”, sottolinea Zingaretti: “Ma non si può chiedere all’opposizione solo di condividere o sottoscrivere le decisioni prese dalla maggioranza. Serve un punto di equilibrio”.

Una soluzione che tornerebbe utile anche a disinnescare i renziani in una fase in cui le scelte che la otta al coronavirus impone promettono di non bissare l’effetto ‘tonico’ sul governo visto con la prima ondata, come sembra sottolineare anche Maurizio Martina: “Tutte le forze politiche hanno l’imperativo categorico di lavorare insieme ora, ciascuno dalle proprie posizioni di maggioranza o minoranza. Nessuno può pensare di lucrare elettoralmente da una situazione senza precedenti come questa”.

Aumentano le speranze per un accordo post-Brexit

Aumentano le speranze il Regno Unito e l’Unione europea possano raggiungere un accordo commerciale post-Brexit, in seguito alla notizia che Michel Barnier, capo negoziatore europeo per la Brexit, rimarrà a Londra sino a mercoledì per continuare quelle che vengono definite “intense trattative”. Il ministro britannico per l’Irlanda del Nord, Brandon Lewis, si è esposto a nome del governo, giudicando la decisione come un “segnale molto buono”, e altrettanto ha fatto il vice primo ministro irlandese, Leo Varadkar, il quale ha mostrato “cauto ottimismo” sulla possibilità si possa ottenere un accordo che non preveda quote o dazi per quanto concerne il commercio con il Regno Unito.

Il nodo relativo all’Irlanda del Nord nei negoziati tra Ue e Regno Unito sui rapporti dopo la Brexit non è di semplice soluzione. Da una parte vi è la prospettiva di ripristinare il confine fisico, con i relativi controlli doganali, tra Irlanda ed Irlanda del Nord modificando in maniera netta quella che era la situazione prima della Brexit.

Dall’altra parte vi è la prospettiva del mantenimento dei controlli doganali tra Irlanda del Nord e Regno Unito, senza cancellare gli Accordi del Venerdì Santo del 1998 ma di fatto limitando la piena sovranità britannica.

Niente scuola a distanza e didattica on line per 1 famiglia su 4

Niente scuola a distanza e didattica on line per 1 famiglia su 4 (25,3%) che in Italia non dispone di un accesso Internet a banda larga in grado di supportare senza problemi massicci flussi di dati e i collegamenti audio video necessari alle lezioni telematiche. E’ quanto emerge da una analisi dell’Unione europea delle cooperative (Uecoop) su dati Istat in riferimento al nuovo DPCM del Governo che dispone che almeno il 75% dei corsi alla superiori sia svolto on line con gli studenti collegati da casa per alleggerire gli assembramenti sui mezzi di trasporto, davanti alle scuole, bar e paninoteche per ridurre i rischi di contagio con un ripensamento globale della scuola fra turni di ingresso, rimodulazione degli spazi e lezioni a distanza.

Ma la didattica on line si scontra però con il divario digitale che caratterizza l’Italia dove ¼ delle famiglie addirittura non dispone di un accesso a Internet a banda larga secondo gli ultimi dati Istat. Una situazione che colpisce di più le regioni del sud, dalla Sicilia alla Calabria, dalla Basilicata al Molise fino alla Puglia dove in media 1 casa su 3 non dispone di un collegamento on line in grado di supportare grandi flussi di dati.

L’emergenza coronavirus che impone l’allargamento della didattica on line mette in difficoltà sia le scuole sia una parte degli oltre 2,8 milioni di ragazze e ragazzi che in Italia hanno fra i 14 e i 18 anni secondo un’analisi di Uecoop su dati Istat. Il diritto all’istruzione oltre a essere costituzionalmente riconosciuto è anche il presupposto per la costruzione del futuro delle nuove generazioni e del Paese, soprattutto in un momento delicato come quello attuale dove le conseguenze dell’emergenza coronavirus hanno già provocato una drammatica caduta del Pil.

Diminuiscono i permessi di soggiorno

Nel 2019 i permessi rilasciati sono 177.254 (-26,8% sul 2018), in calo soprattutto quelli relativi a richieste di asilo (da circa 51.500 a 27.029). Continua a diminuire la presenza non comunitaria: -3% al 1° gennaio 2020 su anno.
Lo rende noto oggi l’Istat diffondendo il report “Cittadini non comunitari in Italia” per gli anni 2019-2020.

Aumentano le acquisizioni di cittadinanza, sono 127.001 nel 2019. Quasi nove su dieci riguardano cittadini precedentemente non comunitari. Nel 46,7% dei casi i cittadini non Ue vivono in zone densamente popolate.

Nei primi 6 mesi del 2020 sono stati concessi a cittadini non comunitari circa 43mila nuovi permessi di soggiorno (meno della metà del primo semestre 2019).

La distribuzione all’interno delle Regioni – rileva l’Istat – evidenzia una netta prevalenza delle acquisizioni per residenza in Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige e Liguria, dove rappresentano più della metà dei procedimenti. In Molise, Basilicata e Calabria, invece, vi è una preponderanza dei nuovi italiani per discendenza, con quote che oscillano dal 53% al 49% circa del totale delle acquisizioni verificatesi in quelle regioni

Austria, possibile nuovo lockdown

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz ha prospettato ieri la possibilità di ricorrere ad un secondo lockdown nel paese se il numero di casi da Coronavirus non diminuisce.

A determinare la necessità di una nuova chiusura sarà la situazione negli ospedali, ha aggiunto: “Nessun paese al mondo accetterebbe di veder sopraffatto il settore della terapia intensiva”.

In Austria è stato registrato un numero record di infezioni quotidiane negli ultimi giorni.

Sabato il ministero dell’Interno e della Sanità di Vienna ha riferito di 3.614 nuovi contagi, oltre mille in più rispetto al giorno precedente, quando i casi erano stati 2.571.

Un collegio cardinalizio sempre più rinnovato

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.
Alcuni avevano ipotizzato che la spinta al rinnovamento della Chiesa da parte di papa Francesco si fosse affievolita.
In realtà il Pontefice sta avanzando velocemente in tutti i settori che facevano parte del suo programma di Pontificato: rinnovamento della pastorale, dialogo interreligioso, riforma della Curia, attenzione ai poveri, ai migranti e ai discriminati, conversione del sistema economico, ricambio delle strutture.
A questo proposito, in maniera del tutto inaspettata, ha annunciato la nomina di tredici nuovi cardinali.
Tra questi, sei italiani, tre dei quali votanti in un eventuale conclave. Tutti i nuovi cardinali sono inaspettati, vale a dire che nessuno aveva minimamente pensato che potessero essere nominati all’alta carica cardinalizia.
Una novità assoluta la nomina dell’arcivescovo di Washington Wilton D. Gregory, il primo afroamericano che diventa cardinale.
Monsignor Gregory è stato citato recentemente dalla stampa mondiale perché ha criticato Donald Trump in visita al santuario di San Giovanni Paolo II.
L’arcivescovo ha detto che «la volontà di ospitare il presidente presso il Santuario di San Giovanni Paolo II, dopo che l’amministrazione Trump ha ordinato una repressione delle folle che protestavano per la morte di George Floyd, è stata dolorosa e inappropriata».
Insieme a Gregory, i nuovi cardinali sono: Mario Grech, già vescovo di Gozo, segretario generale del Sinodo dei Vescovi; Marcello Semeraro, appena nominato prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi; Antoine Kambanda, arcivescovo di Kigali, Ruanda (durante la guerra del 1994, Kambanda ha visto uccisa tutta la sua famiglia); Jose Fuerte Advincula, arcivescovo di Capiz, Filippine, membro della Commissione per la Dottrina della Fede e della Commissione per le Popolazioni indigene; Celestino Aós Braco, arcivescovo di Santiago; Cornelius Sim, vicario apostolico di Brunei; Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena-Colle Val d’Elsa-Montalcino; il francescano Mauro Gambetti, custode del Sacro Convento di Assisi.
Nominati cardinali anche gli ultraottantenni Felipe Arizmendi Esquivel, vescovo emerito di San Cristobal de las Casas (Messico); Silvano M. Tomasi, nunzio apostolico; Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia; Enrico Feroci, parroco a Santa Maria del Divino Amore a Castel di Leva.
Durante il suo pontificato, Francesco ha creato 88 nuovi cardinali (70 elettori e 18 non elettori) provenienti da 56 nazioni, 16 delle quali non avevano mai avuto in precedenza un cardinale.
Mai nella storia il Collegio cardinalizio aveva avuto porporati provenienti da così tanti Paesi. Mai tanti cardinali provenienti da Paesi poveri.

Pandemia: emergenza sanitaria e disagio sociale

E’ stato scritto che si sta facendo “terrorismo mediatico” pubblicando i dati degli accessi agli ospedali registrati in questi giorni. E’ stata proposta la lezioncina “chi è positivo non è malato”, come se gli operatori del settore ne avessero bisogno. E’ stato detto che “è facile parlare e stare in guerra quando si ha lo stipendio garantito”.

Partiamo dal principio. Da quel principio sacrosanto della Costituzione per cui la nostra Repubblica è fondata sul lavoro, il quale dovrebbe essere garantito da uno Stato che avrebbe il dovere di non abbandonare alcuno dei suoi cittadini. Ribadiamo anche che, in un Paese democratico quale siamo, il diritto di esprimere il proprio pensiero, anche quando questo è in dissenso rispetto alle Leggi imposte, è legittimo e come tale deve essere conservato. Con qualche precisazione. Si può manifestare in maniera pacifica, si possono organizzare sit-in, campagne mediatiche di sensibilizzazione di massa, class action a firma congiunta dei vari rappresentati delle classi lavorative. Nessuno può permettersi di controbattere sul fatto che chi esprime le proprie ragioni abbia il diritto di farlo o fondi la propria protesta su motivi validi e fondati. Nessuno può arrogarsi questo diritto e nessuno lo ha fatto. La violenza, invece, quella deve essere SEMPRE condannata.

A maggior ragione, sia consentito, in questo preciso momento, creare assembramenti e sfogarsi con atti di vandalismo e violenza, rischiano di andare a procurare un ulteriore intasamento dei Pronto Soccorso, già in estremo affanno.

Il terrorismo mediatico, le opinioni comuni, gli sfoghi social, le teorie del complotto, il negazionismo, l’allarmismo, il sentito dire, l’onniscienza. In questi mesi sono state date informazioni troppo varie e spesso purtroppo discordanti, che hanno creato confusione e si sono rivelate un’arma a doppio taglio nella prevenzione della diffusione del virus. E’ vero che essere positivi non significhi per forza essere malati, dal momento che, come si è visto, spesso l’infezione decorre in maniera asintomatica. Ma essere positivi significa essere infetti, dunque contagiosi, e determina pertanto l’elevata possibilità di trasmettere il virus ad altre persone che potrebbero avere la sfortuna di sviluppare una malattia in forma conclamata, con bisogno di cure di diversa entità, fino all’ospedalizzazione e addirittura alla necessità di terapia intensiva.

La consapevolezza che sia necessario seguire alcune norme comportamentali (distanziamento, disinfezione di mani e superfici, uso della mascherina, divieto di assembramento, ricorso al Pronto Soccorso solo quando strettamente necessario) è dovere degli operatori sanitari e dei rappresentanti dello Stato in primis, ma anche di tutti i cittadini, a cui deve essere chiaro che rispetto a queste poche regole non può essere tollerata disobbedienza alcuna.

Il personale sanitario è assolutamente consapevole che il famoso “stipendio fisso” sia un privilegio, di questi tempi. E’ altrettanto consapevole che questo vantaggio non sia un regalo o una fortuna piovuta al cielo, ma sia al contrario frutto innanzitutto di una scelta, e poi di un percorso di studio, del superamento di un concorso pubblico, di una esperienza spesso dolorosa maturata sul campo. Si crede forse che non ci sia precariato anche nel settore della sanità? Si pensa che a questi lavoratori a contratto sia stato detto di rimanere pure a casa in corso di pandemia, dal momento che non facevano parte del personale assunto? Si ritiene che le infinite ore di straordinario maturate in corso dell’emergenza sanitaria siano state adeguatamente retribuite? Quanto è stimato il prezzo dell’esser costretti a star lontani dai propri cari per non essere portatori del virus nelle proprie case o del senso di colpa per averlo trasmesso alle persone che si amano? Si immagina che il contagio avvenuto prestando servizio in ospedale, ad inizio pandemia senza adeguati dispositivi di protezione, sia stato considerato infortunio sul lavoro? E’ monetizzabile la morte di un medico o infermiere che è pure un genitore, figlio, fratello o sorella caduto sul campo lavorando in un reparto Covid? Ad alcune Aziende Sanitarie Locali è stato chiesto di vietare ferie e permessi agli operatori sanitari: non avrebbero anche loro ragione di protestare? Ci sono dunque diritti dei lavoratori di serie A e di serie B?

Ciò che è drammaticamente vero, è che questa pandemia che nella scorsa primavera sembrava aver alimentato uno spirito di solidarietà e comunanza di fronte al male comune, adesso sta facendo emergere le profonde divisioni sociali di questo Paese, fomentando una sorta di caccia al colpevole e risentimento collettivo del “tutti contro tutti”. La paura è il sentimento dominante, l’incertezza genera un clima del sospetto che porta a puntare il dito verso il prossimo, chiunque esso sia. E’ davvero onesto, però, che sia sempre colpa di qualcun altro? Quanto siamo disposti a fare un esame di coscienza ed ammettere che, nel nostro piccolo, ben pochi di noi sono disposti a piccole rinunce e sacrifici nel proprio quotidiano per la salvaguardia del bene collettivo? Forse è più vero che questa sia la società del “finchè si può”, dove ognuno conduce la propria vita fino allo stremo delle proprie possibilità, senza conoscere la capacità di autolimitarsi: finchè ci sono i soldi si spende senza risparmiare per i tempi duri; finchè non si è in lockdown ci si sposta a destra e a manca anche senza necessità effettive; finchè non si finisce intubati non importa se si indossa o no la mascherina.

E lo stesso vale per il Sistema: finchè gli ospedali reggono, seppur in affanno, non si pensa a potenziare la Sanità supplendo alle carenze più volte evidenziate; finchè la situazione non esplode, non si elabora un metodo organizzato che possa garantire chi è più penalizzato dalla crisi economica. Siamo quel Paese in cui, tanto i cittadini quanto i loro rappresentanti, aspettano a chiudere la stalla quando i buoi sono scappati per poi alzare il lamento del “se si fosse fatto prima”. Siamo quel Paese del senno di poi dove ognuno, a modo suo, conduce la sua guerra e non c’è mai niente di nuovo sul fronte.

Bettini e i suoi socialcristiani. Ritornano le correnti? Basta però che non siano correnti di potere!

Dunque, anche Goffredo Bettini, eminenza grigia del nuovo corso del Pd zingarettiano, ha deciso di dar vita ad una corrente. O meglio un’area, o una tendenza, o un luogo di riflessione e di elaborazione culturale e politica. Che, detto fra di noi, si tratta sempre e solo di una corrente.

Ora, è un fatto abbastanza noto che il Pd è un partito rigorosamente e militarmente organizzato per correnti. Lo è a livello nazionale. E lo è a livello locale. Lo era ai tempi, per non partire dall’inizio della sua bella avventura nel lontano 2007 con Veltroni, del dominio renziano – anche se in quegli anni oltre l’80% del partito era strumentalmente e formalmente adoratore del verbo del “senatore semplice” di Scandicci – e lo è tuttora. Anche se, per le note e tristi motivazioni, oggi la politica si organizza e si disciplina rigorosamente da remoto. Ma, comunque sia, il dato politico di fondo, parlando nello specifico di questo argomento, è che il Pd resta un partito organizzato rigidamente per correnti. Un elemento, questo, che io giudico fortemente positivo per la qualità democratica di quel partito e, soprattutto, per la stessa qualità della democrazia italiana dove, purtroppo, abbondano a dismisura partiti personali, o del capo o del guru di turno. Ecco, sotto questo versante, il Pd resta un grande e vero partito democratico e anche plurale.

Ma, al di là di questo riconoscimento e di questo dato oggettivo, quello che mi preme sottolineare è che se anche Bettini arriva alla conclusione che le correnti, anche se non vengono apertamente pronunciate per non cadere in tentazione, sono il sale e lievito per ogni sana democrazia interna ad un partito, allora andrebbero valorizzate tutte quelle esperienze che, nel passato più o meno recente, hanno individuato proprio nella pluralità organizzata la cartina di tornasole per misurare la democraticità e la libertà politica di un partito o di un soggetto politico nazionale. Purché, e qui sta la differenza nella prima come nella seconda o nella terza repubblica, si tratti di “correnti di pensiero” e non di “correnti di potere”, per citare una celebre espressione di Carlo Donat-Cattin. Ecco un elemento che lega in modo persin plastico il passato con il presente. E cioè, ci sono correnti, o aree o componenti organizzate che vivono ed esistono in virtù della loro elaborazione culturale, del loro progetto politico e della rappresentatività sociale e territoriale che esprimono e, al contempo, correnti che si basano esclusivamente sui pacchetti di tessere, sul grumo di voti clientelari in particolari porzioni di territorio e sul potere di interdizione di qualche dominus locale all’interno del partito stesso.

Elementi presenti ieri come oggi e che distinguono e caratterizzano i partiti autenticamente democratici da un lato da quelli che vengono comunemente definiti come cartelli elettorali dall’altro. Certo, in una stagione dove la politica è, di fatto, scomparsa dai radar e i partiti sono stati sostituiti da vuoti cartelli elettorali in balia degli umori e delle volontà del capo e del padrone di turno, è indubbio che si moltiplicano le difficoltà per costruire partiti autenticamente democratici e plurali al proprio interno. E l’iniziativa di Bettini di dar vita ad una corrente o ad un’area “socialcristiana – anche senza la presenza di esponenti provenienti dal cattolicesimo democratico e popolare, ma questo è un altro paio di manche… – anche se smentita a parole e quindi confermata nei fatti come l’esperienza storica conferma, è la dimostrazione che i partiti senza pluralismo al proprio interno semplicemente non sono partiti ma strumenti alla mercè del proprio azionista.

Ben vengano, dunque, le “correnti di pensiero” organizzate. Un bel regalo che l’esperienza storica della Democrazia Cristiana consegna alla politica contemporanea. Almeno per quella politica che non vive solo di demagogia, di improvvisazione, di casualità, di incompetenza, di propaganda e di antipolitica. Cioè di quella politica che continua a nutrirsi dei dogmi costitutivi dei 5 Stelle.

La Morgia, la DC romana e i suoi immemori nipoti

Soltanto l’altro giorno, leggendo “Il Domani d’Italia”, ho appreso la notizia della scomparsa di Giorgio La Morgia. Il direttore ha fatto bene a ricordarne la figura politica ed umana. Gli ero particolarmente affezionato in virtù di una lunga frequentazione, essendo io, tra l’altro, il dirigente dell’ufficio Formazione nel quadro della sua segreteria politica, che ebbe inizio appunto, secondo l’accurata ricostruzione dall’articolo, poche settimane prima delle elezioni legislative del 1968. Non bisogna soccombere alla dimenticanza, specie se l’odierna fragilità dei partiti ci spinge a severe valutazioni sulle cause più remote della crisi, anche nei rapporti che attengono alla vita democratica della città di Roma. In effetti, D’Ubaldo è l’unico che ancora parla di una storia politica, quella appartenente a noi dc romani, di cui non dobbiamo vergognarci affatto. Ritengo, anzi, che ne possiamo rivendicare con orgoglio i tratti essenziali e decisivi. È giunta l’ora di rimuovere la polvere di una propaganda avversa.

La Morgia ha avuto un grande ruolo nella organizzazione del partito negli anni ‘60. È stato il segretario di una Dc che diventava partito strutturato, con dinamiche autonome, secondo il criterio fondamentale,  fino ad allora enunciato in teoria e però mal digerito in pratica, della laicità dell’impegno dei cristiani nel mondo. Vivevamo la primissima fase del post Concilio, mentre la contestazione giovanile e le lotte sindacali mettevano a dura prova l’alleanza di centro-sinistra. La classe dirigente democristiana, raccolta attorno ad Amerigo Petrucci, riusciva nell’operazione di sganciamento dalla stretta tutela dei Comitati civici. Solo allora prese forma una giusta autonomia dal vecchio blocco aristocratico-papalino e quindi, nella realtà dei fatti, dall’ambiente che per molto tempo, attraverso il Vicariato, aveva orientato le scelte amministrative e politiche del Campidoglio. Di ciò parlava con intelligenza Salvatore La Rocca, leader tra i più influenti della Dc romana, che tra mille difficoltà cercava comunque di inserire in questo processo di rinnovameto le ragioni della sinistra interna. Nel voto sulla segreteria La Morgia ci fu l’astensione di questa componente, ma si trattò di un segnale di attenzione più che di distacco polemico.

La Morgia non era in senso stretto un “amico di Petrucci”, dal momento che esisteva e aveva peso il suo gruppo politico – il gruppo lamorgiano – nel variegato panorama delle correnti democristiane di Roma. A proposito di Petrucci non nego le luci e le ombre – tra queste l’adozione del giovane Vittorio Sbardella – di una leadership meritevole di essere correttamente inquadrata sul piano storico, per apprezzare l’incisività che la sua azione ebbe nel contesto della vita pubblica romana. Devo esprimere, a riguardo, il disappunto nell’assistere al processo freudiano della sua rimozione dal nostro Pantheon. Nel giudizio dei nostri maldestri “nipoti”, Il Sindaco del Nuovo Piano Regolatore viene sostituito da Luigi Petroselli. Alla domanda su quale sia stato il miglior Sindaco di Roma, il figlio (Paolo) di Fabio Ciani indica infatti Petroselli, imitato in questo dal figlio (Antonio) di Nicola Stampete. Sto parlando, insomma, di persone che – devo presumere – hanno ricevuto dai rispettivi genitori una concreta testimonianza della lunga e complessa stagione democristiana. Dovrebbero perciò avere memoria di cosa ha rappresentato la straordinaria esperienza di Petrucci.

Per quanto mi riguarda, desidero comunque rammentare che dopo aver definito Petroselli un “trinariciuto” per l’ostracismo riservato al nostro partito, all’opposizione in Campidoglio, andai tra la sorpresa dei militanti comunisti al suo funerale. Gli resi doverosamente omaggio: aveva fatto anche delle buone cose per la città. Appena eletto, però, si era preoccupato di ammonire le forze sociali, a partire dai sindacati, affinché con la Dc fosse interrotto ogni rapporto politico. Era quindi divisivo, a dispetto di certa apologetica ancora vigente. Petroselli non è mai stato il Sindaco di tutti i romani, bensì, nel vero immaginario collettivo, il Sindaco dei comunisti.

Dunque, il ricordo di La Morgia ci spinge a rivedere alcune logore rappresentazioni. Sono dispiaciuto di vedere offuscate le ragioni del mondo democristiano romano. Ci fu uno stile, insieme a una sostanza, che gli altri non ebbero. Mi domando perché ai nostri “nipoti” nessuno abbia spiegato che Petrucci, giunto alla guida del Campidoglio, ebbe subito coscienza della necessità di mettere intorno al tavolo tutti gli “stakeholder” interessati allo sviluppo della città, senza alcuna discriminazione politica. Perché non suggerire ai nostri “nipoti” che aver prodotto un disegno di sviluppo della città con largo e qualificato consenso, condizione necessaria ai fini della costruzione di un futuro ordinato e degno alla Capitale d’Italia, sia stato l’epicentro di una visione forte e concreta, per la quale valga la pena soffermarsi oggi nel giudicare l’operato di questo grande Sindaco dimenticato?

È questa una riflessione un po’ intristita che il pessimismo della ragione consegna all’oblio della politica. Di Amerigo Petrucci rimarrà solo l’indicazione toponomastica di un largo – neanche una piazza –  all’intersezione tra il Tevere e il Circo Massimo, proprio in fondo alla magniloquente via Petroselli. Ma rimarrà altresì il mio ringraziamento sincero che una certa emozione suggerisce ogniqualvolta metto piede nella meravigliosa Villa Pamphili, da lui espropriata e aperta al pubblico. Camminando tra le vie del parco, tutte contrassegnate coi nomi degli “eroi” della sinistra marxista, mi accorgo in coscienza di non poter nascondere la piega di un amaro sorriso sulla bocca.

 

E’ corsa alla pasta Made in Italy

E’ corsa alla pasta Made in Italy che utilizza solo grano nazionale con gli acquisti che sono cresciuti in valore del 29% nel 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, trainata dalla tendenza dei consumatori a cercare prodotti di origine nazionale per sostenere l’economia ed il lavoro del territorio. E’ quanto emerge da un’analisi Coldiretti su dati Ismea relativi ai primi sei mesi dell’anno diffusa in occasione della Giornata Mondiale della Pasta che si è celebrata ieri in tutto il mondo ed in Italia con la preparazione dalle ore 10 dei diversi tipi di pasta regionale fatta in casa nei mercati degli agricoltori.

Gli acquisti di pasta con 100% grano italiano – sottolinea la Coldiretti – sono cresciuti ad un ritmo di quasi 2 volte e mezzo superiore a quello medio della pasta secca (+12,5%) anch’essa in forte aumento anche dall’effetto dello smart working e del lockdown per combattere l’emergenza covid che ha costretto gli italiani in casa nel periodo considerato. Il risultato è che già oggi un pacco di pasta su 5 venduto al supermercato – precisa Coldiretti – utilizza esclusivamente grano duro coltivato in Italia.

Una vera e propria svolta patriottica favorita dall’obbligo dell’etichettatura di origine del grano impiegato fortemente voluta dalla Coldiretti che ha spinto le principali industrie agroalimentari a promuovere delle linee produttive con l’utilizzo di cereale interamente prodotto sul territorio nazionale. Un fenomeno che ha coinvolto tutti i principali marchi del Belpaese, tranne un paio di eccezioni.

Ma la ricerca del Made in Italy – continua la Coldiretti – ha condotto anche alla riscoperta di grani antichi, riportando nel piatto il Senatore Cappelli, laTimilia, il Saragolla e altre varietà che hanno fatto la storia del Paese a tavola. Per acquistare la vera pasta Made in Italy 100% – precisa la Coldiretti – basta scegliere le confezioni che riportano le indicazioni “Paese di coltivazione del grano: Italia” e “Paese di molitura: Italia”.

Ci sono quindi finalmente le condizioni per rispondere alla domanda di italianità di quell’84% di consumatori che, secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’, vogliono sostenere l’economia nazionale in un momento difficile per effetto della pandemia da coronavirus. Un obiettivo da raggiungere con rapporti di filiera virtuosi e accordi che assicurino la sostenibilità della produzione attraverso impegni pluriennali e il riconoscimento di un prezzo di acquisto “equo” del grano italiano.

L’Italia peraltro – conclude la Coldiretti – è prima in Europa e seconda nel mondo nella produzione di grano duro destinato alla pasta con una stima dell’Istat di 1,23 milioni di ettari seminati nel 2020 con una produzione attorno ai 3,76 miliardi di chili, con la dipendenza dall’estero che si è ridotta al 25%.

Il 27 ottobre la presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo

Martedì 27 ottobre alle ore 10.00 sarà presentato il Rapporto Italiani nel Mondo 2020 della Fondazione Migrantes.

Questo progetto editoriale e culturale della Chiesa italiana si presenta, quest’anno, nell’edizione speciale 15 anni. Coinvolgendo circa 60 autori dall’Italia e dall’estero, il Rapporto Italiani nel Mondo 2020 si misura con il dettaglio territoriale provinciale unendo l’analisi dei dati più recenti a quella degli ultimi quindici anni.

All’evento partecipano

Gualtiero BASSETTI
Presidente Conferenza Episcopale Italiana
Giuseppe CONTE
Presidente del Consiglio dei Ministri
Pasquale TRIDICO
Presidente Istituto Nazionale Previdenza Sociale
Guerino DI TORA
Presidente Fondazione Migrantes
Delfina LICATA
Curatrice Rapporto Italiani nel Mondo
Presentazione video TV2000
Vincenzo MORGANTE

Sarà possibile seguire la conferenza in diretta streaming, sul canale YouTube e sulla pagina Facebook della Conferenza Episcopale Italiana.

Si apre a Washington la mostra “Seguso Vetri d’Arte”

Si apre a Washington la mostra “Seguso Vetri d’Arte” dedicata alla tradizione artistica e artigianale della famosa azienda a guida familiare di Murano che dal 1397 crea alcune tra le più esclusive e apprezzate opere d’arte in vetro.

Presentata a Villa Firenze, nell’ambito del ciclo “Artists in Residence”, il progetto mostra 14 vasi ed un candelabro donati da Seguso all’ambasciata d’Italia a Washington.

”L’esperienza artistica di Seguso ​ha saputo evolversi ed adattarsi ad un mondo in continuo cambiamento, rafforzando continuamente i propri profondi legami con una tradizione artigianale unica che affonda le proprie radici nei secoli”, ha spiegato presentando la collezione l’ambasciatore Varricchio, secondo quanto riferisce una nota della Farnesina.

A sua volta, Pierpaolo Seguso ha sottolineato come per la sua famiglia, che da secoli tramanda la tradizione della lavorazione del vetro, sia fondamentale “mettere al primo posto la bellezza, una costante attenzione ai dettagli e trasmettere al meglio la nostra passione alle nuove generazioni, sapendo che siamo custodi temporanei di questa magica tradizione”. Le opere d’arte Seguso è oggi presente nelle collezioni permanenti di oltre 75 musei al mondo.

Semi-lockdown: le nuove norme

Le norme resteranno in vigore fino ad almeno il 24 novembre. Di seguito una sintesi:

🍽 Bar e ristoranti
«Le attività dei servizi di ristorazione (tra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie) sono consentite dalle ore 5 fino alle 18; il consumo al tavolo è consentito per un massimo di quattro persone per tavolo, salvo che siano tutti conviventi; dopo le ore 18 è vietato il consumo di cibi e bevande nei luoghi pubblici e aperti al pubblico; resta consentita senza limiti di orario la ristorazione negli alberghi e in altre strutture ricettive limitatamente ai propri clienti, che siano ivi alloggiati; resta sempre consentita la ristorazione con consegna a domicilio nel rispetto delle norme igienico-sanitarie sia per l’attività di confezionamento che di trasporto, nonché fino alle ore 24 la ristorazione con asporto, con divieto di consumazione sul posto o nelle adiacenze».

🎓 La scuola
«L’attività didattica ed educativa per il primo ciclo di istruzione e per i servizi educativi per l’infanzia continua a svolgersi in presenza. Per contrastare la diffusione del contagio, le istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado adottano forme flessibili nell’organizzazione dell’attività didattica incrementando il ricorso alla didattica digitale integrata, per una quota pari almeno al 75 per cento delle attività, modulando ulteriormente la gestione degli orari di ingresso e di uscita degli alunni, anche attraverso l’eventuale utilizzo di turni pomeridiani e disponendo che l’ingresso non avvenga in ogni caso prima delle 9».

🚌 Bus e metropolitane
«È fortemente raccomandato a tutte le persone fisiche di non spostarsi, con mezzi di trasporto pubblici o privati, salvo che per esigenze lavorative, di studio, per motivi di salute, per situazioni di necessità o per svolgere attività o usufruire di servizi non sospesi».

🚗 Spostamenti liberi tra le Regioni
La raccomandazione sugli spostamenti rimane generica, è stato eliminato il riferimento ai movimenti fuori dal Comune e dunque è sempre consentito anche lo spostamento tra Regioni. Nel Dpcm è scritto: «È fortemente raccomandato a tutte le persone fisiche di non spostarsi, con mezzi di trasporto pubblici o privati, salvo che per esigenze lavorative, di studio, per motivi di salute, per situazioni di necessità o per svolgere attività o usufruire di servizi non sospesi».

🏊🏻‍♂️ Piscine e palestre
«Sono sospese le attività di palestre, piscine, centri natatori, centri benessere, centri termali, fatta eccezione per quelli con presidio sanitario obbligatorio o che effettuino l’erogazione delle prestazioni rientranti nei livelli essenziali di assistenza, nonché centri culturali, centri sociali e centri ricreativi; ferma restando la sospensione delle attività di piscine e palestre, l’attività sportiva di base e l’attività motoria in genere svolte all’aperto presso centri e circoli sportivi, pubblici e privati, sono consentite nel rispetto delle norme di distanziamento sociale e senza alcun assembramento».

🎭 Giochi, cinema, teatri
«Sono sospese le attività di sale giochi, sale scommesse, sale bingo e casinò; Sono sospesi gli spettacoli aperti al pubblico in sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche e in altri spazi anche all’aperto».

🛍 I negozi
«Le attività commerciali al dettaglio si svolgono a condizione che sia assicurato, oltre alla distanza interpersonale di almeno un metro, che gli ingressi avvengano in modo dilazionato e che venga impedito di sostare all’interno dei locali più del tempo necessario all’acquisto dei beni; le suddette attività devono svolgersi nel rispetto dei contenuti di protocolli o linee guida idonei a prevenire o ridurre il rischio di contagio».

Paese “legale” e Paese reale

La guerriglia urbana nella notte a Napoli è un segno che si sta allargando il divario tra Paese legale e Paese reale. Sul “Corriere della Sera” di qualche giorno fa, Walter Veltroni ricordava il film Todo Modo di Elio Petri, in una stagione (1976) in cui il cinema italiano cercava ancora di interrogarsi sul futuro del Paese. La vicenda narrata è nota. Durante una misteriosa epidemia (un Covid ante litteram), in un albergo post-moderno chiamato Zafer arrivano numerosi capi politici, grandi industriali, banchieri e dirigenti d’azienda. Si ritrovano per il consueto ritiro quaresimale, ispirato agli esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola. Il rito è officiato da don Gaetano, un sacerdote molto influente, la cui statura domina tutti i presenti.

All’interno di questo luogo, in realtà, dovrebbe avvenire anche una sorta di “esame di coscienza” del partito di governo, della propria struttura, dei propri vertici, delle vere priorità per il Paese.

Oggi ci troviamo, più o meno, nella stessa condizione. Il serbatoio di pazienza, tenacia e resilienza accumulato a marzo, si è in buona parte esaurito. Nessuno crede più davvero che “andrà tutto bene”. Lo Stato moderno, il Welfare State, è in affanno un po’ ovunque in Europa, perfino in Germania. Eppure non si sente mai discutere di questo. I ministri del Governo, lungi dal raggiungere una “concordia istituzionale” che in questo periodo sarebbe auspicabile, litigano su tutto. Di fronte all’emergenza che stiamo affrontando, continuiamo ad assistere a un confuso e persistente conflitto  istituzionale e a uno scarico di responsabilità politiche. Eppure ci sono contingenze, nella storia di un Paese, in cui le ragioni di parte dovrebbero essere ampiamente superate dagli interessi generali. 

Right or wrong, is my country.

Nel “rumore di fondo” prodotto dalla seconda ondata del contagio, ha un ruolo non trascurabile anche l’opposizione. Divisa tra il desiderio di difendere le attività produttive (minacciate da un nuovo lockdown generale, che ormai non esclude più nessuno) e la voglia di criticare il Governo, se adotta una linea “soft” per non deprimere ulteriormente i cittadini. Pronta a festeggiare la rinuncia (definitiva?) al MES mentre protesta per la mancanza di organico e di risorse qualificate negli ospedali. Determinata al coprifuoco (parola ormai entrata nel “lessico familiare” della pandemia) nelle regioni del Nord Italia ma ostile alle misure più rigorose, nelle regioni governate dal centrosinistra (con l’eccezione della Campania). Chiudere tutto, mantenendo i livelli occupazionali.

In questo scenario, è iniziata in sordina la campagna elettorale nelle grandi città chiamate a rinnovare il proprio Sindaco nella primavera 2021, in particolare Roma, Milano, Torino. E’ evidente la miopia politica presente in una parte non trascurabile del cosiddetto “mondo cattolico”. Più in generale sarebbe auspicabile, da parte dei candidati (veri o presunti) una minore autoreferenzialità e una maggiore attenzione al profondo scollamento sociale tra “elettori ZTL” e “mondo di mezzo” delle periferie, situazione che il voto amministrativo dello scorso settembre ha fotografato in modo drammatico e che è destinato ad aggravarsi nei prossimi mesi.

Credo, in conclusione, che si debba ripartire dalle parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “Non bisogna attestarsi a difesa della propria sfera di competenza ma, al contrario, cercare collaborazione, coordinamento, raccordo positivo. Perché soltanto il coro sintonico delle nostre istituzioni nella loro attività può condurci a superare queste difficoltà. E’ necessario che ogni ambiente, produttivo e professionale di ogni genere, eviti – come certamente avverrà – di trincerarsi nella difesa della propria nicchia”.

Esiste o è un’illusione il partito di Zamagni? Dopo Moriconi, botta e risposta tra Ignesti e Scapicchio.

3d people - human character , person and empty speech bubble . 3d render illustration

Leggo e rileggo con la dovuta attenzione quel che Pierluigi Moriconi ha scritto ieri sul Domani d’Italia a proposito della nascita del nostro partito politico “Insieme”. E ancora una volta resto preoccupato  perché sul tema fondamentale dello spirito che ci muove nel porre in essere la nostra iniziativa anche in quest’ultimo intervento permane un’incomprensione di fondo. È così difficile comprendere che, come ci insegnava padre Lyonnet, il grande maestro del Biblico, “più uomo uguale a più cristiano” come quest’ultimo eguale a più uomo? Cioè che la pienezza dell’essere cristiano significa realizzare nella vita la vera e profonda umanità di ogni creatura figlia del Padre?

Ancora non abbiamo afferrato il significato della aconfessionalità sturziana, cioè della sua laicità? Non abbiamo ancora compreso l’indissolubilità nella persona della sua divinità e della sua umanità? Non si tratta dunque per noi di aver dato vita a “un partito dei cattolici” ma a un partito che si ispira al messaggio del cristianesimo quale è da noi vissuto nella nostra epoca e nella nostra cultura. È ben noto a tutti ormai, “lippis et tonsoribus”, che la libertà e la democrazia quali intese e vissute oggidì nella nostra società moderna sono frutto della seminagione del cristianesimo nella nostra storia. E l’impegno della nostra presenza quale partito ad esso ispirato, partito che vuole essere al centro quale moderatore della nostra vita politica risponde proprio all’esigenza di introdurre elementi di attenuazione dei forti contrasti che l’attuale bipolarismo conflittuale non solo non riesce a sopire ma alimenta nella nostra vita politica?

E quale contributo migliore di questo possiamo e dobbiamo recare alla nostra assurda e bloccata vita politica, che appare fondata sull’idea schmittiana del contrasto “amico-nemico”? Non quindi un partito “divisivo”, ma un partito che non perde di vista il bene comune, ma che punta a regolare i  contrasti ispirandosi alla fraternité. Non è questo di una radicalizzazione dei contrasti sociali il pericolo maggiore che corre oggi la nostra comunità a causa della grave crisi sociale ed economica alimentata dalla Pandemia? A questo primario scopo noi abbiamo dato vita a “Insieme”, come le carte fondative testimoniano. Questo è il nostro “seme” cioè, come lei ci ricorda con le parole di papa Francesco, è questo in politica “il martirio quotidiano di cercare il bene comune senza lasciarci corrompere”. Mentre questo meraviglioso Pietro che la divina Provvidenza del Padre ci ha oggi donato compie coraggiose vie per rinnovare la vita della Chiesa, noi nel nostro piccolo cerchiamo di dare risposte nello stesso senso alla vita politica italiana ed europea, secondo l’imperativo che come credenti laici alla nostra coscienza richiede. Tra l’attuale compito di Pietro e il nostro v’è certo distinzione, ma piena assonanza. Dov’è il contrasto?

CARO GIUSEPPE, NON ESISTONO “VALORI ETERNI” IN POLITICA

Pierluigi Scapicchio

Giuseppe come si fa a non volerti bene? Se le tue belle ed ispirate parole fossero un manifesto politico otterrebbero, ahimè, un pugno di voti. Siamo a zero, come suppone l’amico Alessandro Comola, perché non capiremo mai (innamorati dell’idea platonica “cattolicità”, con tutti i suoi rimandi storici che fra poco arriveranno ai Guelfi e ai Ghibellini) che l’Italia non cattolica e gran parte di quella cattolica è cambiata in modo radicale sui temi sociali e politici.

Ad esempio. Noi discettiamo santamente (?) di famiglia e il Papa ci travolge con un’idea dirompente di famiglia della quale nessuno di noi vuol tener conto (orrore! Libera nos Domine! ) ma l’elettorato si. Da Partito dei vescovi rischiamo di diventare il partito dei “vescovi Lefebvre”.

Tutto ciò che odora del vecchio incenso è finito. Non può rinascere dalle sue ceneri come un animale mitologico. I “valori eterni” non possono far nascere nel 2020 e seguenti, nessun movimento politico o partito che sia con propositi elettorali. Che malattia infame, quando è una malattia, la nostalgia! La Rete Bianca ha un patrimonio di pensiero politico che vogliamo a tutti i costi attribuire a un fondamento storico specifico o a un’ispirazione religiosa. Legittimissimo, continuiamo pure così. Ma finiamola di aspirare, con questa convinzione, ad un reingresso trionfale nella politica italiana del terzo decennio del XXI secolo.

NON HO MAI PARLATO DI REINGRESSO TRIONFALE NELLO SCENARIO POLITICO ATTUALE

Giuseppe Ignesti

Evidentemente non mi sono spiegato bene. O, meglio, perdona la mia presunzione. Scusami, Pierluigi, ti prego. Nella risposta che in queste pagine l’altro giorno ho scritto a Marco Follini ho scritto chiaramente che non credo in un nostro “reingresso trionfale nella politica italiana del terzo decennio del XXI secolo”. Cioè ho scritto chiaramente che personalmente miro solo a poter godere di un “piccolo spazio”, per un partito politico che svolga un’azione di centro moderatrice contro il cosiddetto attuale sistema dell’alternanza, alternanza che tale non è e che oggi svolge solo una confusa azione dannosa a quel poco di vita democratica ancora praticato in Italia. E, concordando con le riflessioni svolte da Follini, anch’io ho espresso il parere che occorra soprattutto concentrare i nostri sforzi nell’attività di formazione politica di quei giovani nostri amici che ci è dato di avvicinare e in quella di una rilettura storica della vita politica degli ultimi decenni per meglio comprendere il momento storico che stiamo vivendo e la prospettiva verso la quale desideriamo che si possa indirizzare la vita della nostra comunità.

Questi due obiettivi fondamentali debbono, a mio parere, accompagnare la vita del nostro partito se vogliamo che metta radici. Radici di nuove e giovani volontà e radici di cultura storica sulla vicenda che ci ha preceduto. Come, quando, quale spazio, quali frutti? Tutto è nelle mani della nostra volontà e in quelle del Padre che è nei cieli. Non mi pongo onestamente altri problemi. È già tanto nelle attuali condizioni porsi un tale programma di lavoro. La posta in gioco è alta. È doveroso tentare, comunque per lasciare un segno del nostro passaggio.

Cosa ha detto veramente Papa Francesco a riguardo delle persone omosessuali

Gentile Direttore,

Ho letto con interesse, ma anche un poco di stupore, l’articolo di Pierluigi Moriconi su il Domani d’Italia del 24 Ottobre (https://ildomaniditalia.eu/di-fronte-alla-rivoluzione-di-papa-francesco-lipotesi-di-zamagni-non-regge/) in merito alle implicazioni politiche dei recenti interventi di Papa Francesco, in particolare l’encliclica “Fratelli tutti” e il documentario “Francesco” del regista russo Evgeny Afineevsky uscito il 21 Ottobre. Moriconi deriva da questi interventi una critica a chi, come Zamagni ma non solo, sta lavorando per creare “partitini dei cattolici dello ‘zero virgola’” con “copertura ideologica” e “strapuntino identitario che perde di vista il bene comune, perché divisivo.”

Il mio interesse per l’articolo è relativo al fatto che convidivo pienamente il giudizio sulla portata storico-politica – in Italia, come all’estero – del pontificato di Papa Francesco che “‘supera’ a destra, a sinistra, al centro, tutti.” E non potrebbe essere altrimenti, Deo Gratias, in quanto non penso a Gesù Cristo avesse potuto – né possa ancora – interessare molto delle categorizzazioni politiche di 2000 anni dopo.

Il mio stupore deriva invece dalla superficialità con cui Moriconi – in ricca compagnia con buona parte del giornalismo italiano e internazionale, incluso testate di stampo cattolico – sceglie, tra tutti i densissimi passaggi degli interventi del Pontefice, l’unica citazione incorretta (manipolata, oserei dire) per supportare la sua critica e considerazione politica. La citazione è:

“Gli omosessuali hanno diritto a essere parte della famiglia. Sono figli di Dio e hanno il diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere respinto, o emarginato a causa di questo. Quello che dobbiamo fare è una legge per le unioni civili. Hanno il diritto di essere coperti legalmente. Mi sono battuto per questo.”

Questa citazione, è sotto gli occhi di tutti, ha generato una certa tempesta mediatica un pò ovunque sui social media e testate giornalistiche. Moriconi parla addirittura di come “la forza dirompente di queste parole [sia] facilmente comprensibile.” In aggiunta, offre un giudizio abbastanza netto sulla spiegazione offerta da Mons. Bruno Forte, Vescovo di Chieti-Vasto – teologo e importante figura a fianco del Papa nei lavori sul Sinodo della Famiglia, – liquidandola come tentato “innacquamento alleggeritore.” https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2020/10/21/mons.forte-il-papa-distingue-diritti-e-famiglia_0e25521e-46a9-44fa-a7be-20abdff77a0a.html

Caro Direttore, ci si fosse fermati ad una tempesta mediatica, non mi sarei peritato di mandarle questo commentario perché penso che il giornalismo da clickbait non meriti di perdere tempo. Non c’è gran che di valore da trattenere, solo rumore. E non mi riferisco certamente all’articolo di Moriconi. Purtroppo, questa citazione ha generato e continua a generare grande confusione tra i cattolici in relazione ad alcuni passaggi sui diritti civili per le persone omosessuali. Confusione a cui, invece, l’articolo di Moriconi rischia di contribuire di rimbalzo. E, da cattolico, penso sia importante vagliare tali parole con attenzione per alimentare “la fiamma del dibattito” su basi di verità, quanto meno informativa.

Questa verità richiede tre cose: il richiamo alle fonti originali degli interventi del Santo Padre, correttezza nel riportare quanto detto, e contestualizzazione storico-dottrinale.

  1. Le fonti degli interventi del Santo Padre

Il documentario di Afineevsky prende a prestito la citazione riportata da Moriconi da un’intervista concessa da Papa Francesco alla giornalista messicana Valentina Alazraki nel Maggio 2019. La data basterebbe da sola a classificare come ‘non-notizia’ l’intervento di Papa Francesco. Questo intervento, peraltro, riprendeva posizioni già espresse (e rilanciate dai media) negli anni passati. L’intervista video quasi completa è disponibile qui: https://www.youtube.com/watch?v=VOcLWcW6Elw&ab_channel=NoticierosTelevisa. Il minutaggio di interesse è tra 55.50-1.00.05. La versione trascritta è disponibile qui: https://www.vaticannews.va/es/papa/news/2019-05/papa-francisco-entrevista-televisa-mexico-migrantes-feminicidio.html. Sottolineo l’espressione quasi completa in quanto sia nella versione video che nella trascrizione la frase “Quello che dobbiamo fare è una legge per le unioni civili. Hanno il diritto di essere coperti legalmente. Mi sono battuto per questo” è stata tagliata, come chiunque può ben notare, al minuto 1.00.01. Il Fatto Quotidiano ipotizza che questo taglio sia stato effettuato come censura vaticana di “frasi rivoluzionarie tagliate ad hoc” (https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/10/22/papa-francesco-e-lapertura-sulle-unioni-civili-la-censura-operata-dal-vaticano-e-le-frasi-rivoluzionarie-di-bergoglio-tagliate-ad-hoc/5976100/ ), ma una spiegazione plausibile alternativa potrebbe essere l’aver voluto evitare, da parte dei responsabili stampa vaticani, di generare confusione con una frase estrapolata dal contesto. Tornerò su questo aspetto nel terzo punto.

  1. Correttezza nel riportare quanto detto.

Si possono fare almeno due rilievi su questo. Innanzitutto, il video rilanciato sui media in questi giorni (https://video.corriere.it/cronaca/papa-francesco-parole-gay-unioni-civili-ecco-cosa-ha-detto-video/a0e631a6-1436-11eb-945d-f4469a203703) riporta la citazione come se fosse un unico passaggio della stessa risposta. In realtà, si tratta di un abile (professionalmente parlando) montaggio, in cui la prima affermazione sul ‘diritto ad una famiglia’ viene attaccato alla seconda sulle ‘unioni civili’ tramite spezzoni visuali di religiosi in preghiera non presenti nell’intervista originale. In realtà, le due affermazioni sono estratte da due risposte a domande diverse. In secondo luogo, le traduzioni dall’originale spagnolo sono incorrette, vien da pensare intenzionalmente, in quanto spesso basta una parola o virgola per cambiare il senso di un discorso. Il mix di montaggio ad arte e traduzione incorretta porta a pretendere che Papa Francesco abbia collegato esplicitamente il tema della famiglia con quello delle ‘unioni civili’, stravolgendo il senso del suo discorso.

Il testo originale della prima affermazione è il seguente (minutaggio 55.50):

“Si nos convenciéramos que son hijos de Dios la cosa cambiaría bastante. Mi hicieron una pregunta en un vuelo – después me dio rabia, me dio rabia por cómo la transmitió un medio – sobre la integración familiar de las personas con orientación homosexual, y yo dije: las personas homosexuales tienen derecho a estar en la familia, las personas con una orientación homosexual tienen derecho a estar en la familia y los padres tienen derecho a reconocer ese hijo como homosexual, esa hija como homosexual. No se puede echar de la familia a nadie ni hacer la vida imposible por esa…”

Traduzione ed enfasi personale: “Se ci convincessimo che sono figli di Dio la cosa cambierebbe decisamente. Mi hanno fatto una domanda su un volo – poi mi ha fatto arrabbiare come è stata riportata nei media – sull’integrazione familiare delle persone con orientamento omosessuale. E io ho detto: le persone con orientamento omosessuale hanno diritto a stare in famiglia, le persone con orientamento omosessuale hanno diritto a stare in famiglia e i padri hanno diritto a riconoscere i figli come omosessuali, le figlie come omosessuali. Nessuno deve essere rigettato in famiglia né gli si può rendere la vita impossibile per questo…”

Questa risposta segue un flusso di conversazione in cui il Papa esprime il suo pensiero sui poveri, immigrati, e divorziati a partire dall’enciclica Amoris Laetizia con passaggi – mia traduzione, si veda l’originale in spagnolo – in cui afferma “Però sono tutti figli di Dio, siamo tutti figli di Dio. Tutti. Io non posso scartare niente […] È un cammino, apro un cammino […] È un processo di integrazione nella Chiesa.” Al riguardo, ritengo che il pensiero del Santo Padre sia condivisibile senza alcuna necessità di polemica. Si noti, però, la traduzione incorretta sui media italiani in cui il “diritto a stare in famiglia” (“derecho a estar en la familia”) è stato spesso e volentieri riportato come “diritto alla/ad una famiglia.” I due concetti sono solo apparentemente simili, ma hanno risvolti completamente diversi tanto più se uniti all’affermazione sulle ‘unioni civili.’

Peraltro, nella seconda parte della risposta alla stessa domanda, Papa Franscesco prosegue lamentandosi dei media che avrebbero riportato il suo suggerimento ai genitori di mandare i figli adolescenti da un professionista come un invito a mandarli dallo “psichiatra” e concludendo che la sua affermazione sul “diritto ad una famiglia” (con il senso di cui sopra) non vuol dire approvare gli atti omosessuali. Qui l’estratto originale:

“Otra cosa es – dije – cuando se ven algunos signos en los chicos que están creciendo y ahí mandarlos… tendría que haber dicho ‘profesional’, me salió ‘psiquiatra’. Quise decir un profesional porque a veces hay signos en la adolescencia o pre adolescencia que no saben si son de una tendencia homosexual o es que la glándula timo no se atrofió a tiempo, vaya a saber, mil cosas ¿no? Entonces un profesional. Título de ese diario: “El Papa manda a los homosexuales al psiquiatra”. ¡No es verdad! Me hicieron esa misma pregunta otra vez y yo la repetí: ‘Son hijos de Dios, tienen derecho a una familia, y tal”. Otra cosa es… Y expliqué: me equivoqué en aquella palabra, pero quise decir esto. ‘cuando notan algo ra….’ “Ah es raro…”. No, no es raro. Algo que es fuera de lo común. O sea, no tomar una palabrita para anular el contexto. Ahí, lo que dice es ‘tiene derecho a una familia’. Y eso no quiere decir aprobar los actos homosexuales, ni mucho menos.”

Il testo della seconda affermazione sulle ‘unioni civili’ è invece parte di uno scambio con la giornalista relativo alla sua opposizione all’introduzione del matrimonio omosessuale da parte del Presidente Kirchner in Argentina nel 2010 (mia traduzione e enfasi):

“Domanda: Papa Francisco, hay algo que me llama la atención un poco. Conocidos suyos de cuando usted vivía en la Argentina, dicen que usted era conservador para usar siempre categorías, digamos así, en la doctrina.

Risposta: Soy conservador.

Domanda: Usted hizo toda una batalla sobre los matrimonios igualitarios, de parejas del mismo sexo en Argentina. Y luego como que dijo que dicen que llegó aquí, lo eligieron Papa y parecía como mucho más liberal de los que era en Argentina. Usted se reconoce en esta descripción que hace algunas personas que lo conocieron antes, o fue la gracia del Espiritu Santo que le dió más…

Risposta (ride): La gracia del Espíritu Santo existe ciertamente. Yo siempre defendí la doctrina. Y es curioso, en la ley de matrimonio homosexual……… es una incongruencia hablar de matrimonio homosexual. [PASSAGGIO TAGLIATO Lo que tenemos que hacer es una ley de convivencia civil. Tienen derecho a estar cubiertos legalmente. Yo defendí eso]”

Il Papa, cioè, dopo aver affermato di essere “un conservatore,” spiega che “ho sempre difeso la dottrina. È strano, la legge sul matrimonio omosessuale… è assurdo parlare di matrimonio omosessuale. Quello che dovremmo fare è una legge di convivenza civile. Hanno il diritto ad essere coperti legalmente. Ho difeso questo.”

Come forse qualche politico cattolico ricorderà, l’espressione legge o diritto di ‘convivenza civile’ piuttosto che richiamare le ‘unioni civili’ introdotte con la legge a firma Cirinnà, risuona molto più vicina alle posizioni espresse più volte in passato da Lei, Direttore, o anche al disegno di legge proposto dal centrodestra a firma Giovanardi sul “contratto di convivenza e solidarietà” nel 2013. Le date non sono, penso, casuali. Di nuovo, la traduzione ‘unioni civili’ – con significato ben preciso nell’ordinamento italiano – collegata con montaggio alla traduzione ‘diritto alla/ad una famiglia’ è non solo incorretta, ma anche fonte di confusione, presumibilmente intenzionale.

  1. Contestualizzazione storico-dottrinale.

Lungi da me ripercorrere l’intero pensiero del Pontefice o della Dottrina della Chiesa in questa sede. Ritengo però utile contestualizzare quanto detto all’interno della visione politica (in senso ampio) dell’Arcivescovo Bergoglio nel 2010 in Argentina. Questa contestualizzazione può infatti offrire un quadro più chiaro del perché il Papa abbia affermato enfaticamente nell’intervista “ho difeso questo” in riferimento alla ‘ley de convivencia civile’.

Le fonti sono plurime, ma forse il resoconto più completo ed esplicito della posizione dell’Arcivescovo Bergoglio è quella riportata dal suo biografo Austin Ivereigh nel libro “The Great Reformer: Francis and the making of a radical Pope,” tradotto in italiano come “Tempo di misericordia: Vita di Jorge Mario Bergoglio” (Mondadori, 2014).

In questo libro, il biografo britannico ricostruisce in maniera meticolosa il pensiero bergogliano nel 2010. Le pagine originali di Ivereigh sono disponibili tramite lui stesso (tweet: https://twitter.com/austeni/status/1318947347074875398; dropbox: https://www.dropbox.com/s/n39ub4d9xan0dfy/Card%20Bergoglio%20%26%202010%20same%20sex%20marriage%20bill.pdf?dl=0 ). I virgolettati seguenti sono una mia traduzione dall’originale inglese. Questi i punti salienti dal testo:

  • Il biografo spiega come nel 2010, di fronte alla battaglia politica – tatticamente polarizzante – per introdurre il matrimonio omosessuale da parte della Presidente Kirchner e del suo vice (il marito), Bergoglio si oppose in maniera dura contro qualunque tentativo di modificare la definizione legale del matrimonio. Nel 2003, invece, il futuro Papa non aveva avuto grosse obiezioni sull’introduzione di una legge sulla convivenza civile (‘civil union law’ nell’originale inglese, ma ‘ley de convivencia civile’ in spagnolo) limitata a Buenos Aires e indipendente dal genere e orientamento sessuale. Nel 2009, aveva invece scritto una lettera aperta con critiche e toni forti al sindaco di Buenos Aires Mauricio Macri in merito alla sua mancata opposizione al tentativo di un giudice locale di riconoscere il matrimonio di coppie dello stesso sesso.
  • All’incontro dei vescovi argentini nella primavera 2010, l’arcivescovo e presidente Bergoglio suggerì – secondo Ivereigh – di spingere la ley de convivencia civile sia da un punto di vista di “diritto che in maniera strategicamente intelligente, avvertendoli che se si fossero semplicemente opposti alla legge (senza proporre un’alternativa adeguata sui diritti civili per gli omosessuali) avrebbero fatto il gioco dei Kirchner e reso la legge sul matrimonio omosessuale più probabile.” In pratica, i vescovi approvarono un documento in cui questa proposta di Bergoglio non fu accolta né menzionata. Il 5 maggio la legge sui matrimoni omosessuali fu approvata dalla Camera, con incluso il diritto all’adozione e una ridefinizione del termine ‘matrimonio.’
  • Durante i successivi passaggi parlamentari, Ivereigh ricorda come Bergoglio mobilizzò la diocesi chiedendo a tutti i parroci di leggere nelle chiese il documento dei vescovi l’8 luglio. Il giorno dopo, però, una lettera privata di Bergoglio ad alcune suore carmelitane sue amiche in un convento locale fu pubblicata, riportando espressioni forti sul tema quali “un forte attacco alla legge di Dio”, “un tentativo del padre dell’inganno di confondere e raggirare i figli di Dio.” In questa lettera, l’arcivescovo chiedeva alle suore costante preghiera per “proteggerci dall’incantesimo di così tanto sofismo da parte di coloro che supportano la legge che ha confuso e raggirato anche quelli di buona volontà.” Secondo alcuni commentatori – anche italiani, come Sandro Magister (https://cronicasdepapafrancisco.com/2016/01/20/argentina-2010-come-bergoglio-capitano-e-perse-la-battaglia-sul-matrimonio-gay/) – la pubblicazione della lettera ottenne il risultato opposto e polarizzò ulteriormente la battaglia al Senato. Il Presidente Kirchner dichiarò che era ora per l’Argentina “di lasciarsi alle spalle una volta per tutte prospettive oscurantiste e discriminatorie.”
  • Il 15 luglio al Senato – continua il biografo – si scontrarono tre gruppi: uno in favore della ridefinizione del matrimonio, uno in opposizione alla legge, e uno in favore di una soluzione simile ai pacte civil francesi con l’aggiunta del diritto all’adozione. La leader del fronte di opposizione, la Senatrice Liliana Negre de Alonso, appartenente all’Opus Dei, concordò con il favore di Bergoglio un compromesso con il terzo gruppo in favore di una ley de convivencia civile, senza il diritto all’adozione. Ma Kirchner e il suo gruppo usarono la lettera privata alle suore come attacco per esacerbare la discussione e per portare ad un voto secco sulla proposta del governo. Tale proposta passò per sei voti, al grido di “Abbiamo sconfitto Bergoglio!” da parte dei gruppo vincitore.

Direttore, spero che questa disanima possa essere utile e di interesse a riportare una (non-)notizia in maniera corretta e veritiera. Il Santo Padre ha certamente una sensibilità personale influenzata – come tutti noi – dalla sua personale esperienza in Argentina e mostra anche certi angoli e aspetti caratteriali che possono essere di maggiore o minore attrattività per questo o quel (gruppo) cattolico. Certamente non parla ex cathedra quando si esprime in interviste televisive. Si potrebbe pure osservare, come forse in Vaticano rimanga ancora troppo fumo – nonostante i problemi durante il pontificato di Benedetto XVI – e sia deprecabile l’ennesimo inciampo dovuto ad una comunicazione complessivamente poco precisa che neppure sembra essersi accorta del taglio effettuato all’interno del documentario.

Penso, però, che vi possano essere pochi dubbi, sul fatto che Papa Francesco continui ad indicare – come la gran parte dei suoi precedessori e certamente i più recenti, – “in modo sufficientemente chiaro la direzione” e l’importanza per i politici cattolici di lavorare fraternamente fra di loro e insieme a tutti coloro che hanno buona volontà per “lievitare e insaporire la pasta della politica che ne ha profondo e urgente bisogno.” Passaggi su cui sono d’accordo cordialmente con Moriconi.

Un caro saluto

I macchiaioli: rivalutazione del passato e riflessione sul presente.

Al Palazzo Zabarella di Padova fino al 18 aprile 2021 si potrà visitare la mostra “I MACCHIAIOLI. Capolavori dell’Italia che risorge”.

L’esposizione, curata con rigore e punti di vista inediti da Giuliano Matteucci e Fernando Mazzocca, propone oltre cento opere di maestri come Silvestro Lega, Giovanni Fattori, Giovanni Boldini, Telemaco Signorini, e altri meno noti, ma non meno significativi, come Adriano Cecioni, Odoardo Borrani, Raffaello Sernesi, Vincenzo Cabianca. 

Il movimento dei “macchiaioli” si sviluppa tra il 1844 ed il 1870 e, come spesso accade tra Ottocento e Novecento, il loro punto di incontro fu un caffè (il Caffè Michelangelo in via Larga a Firenze) dove esso maturò dopo i moti politici del 1848. Periodo in cui giovani e validi artisti, mossi da un entusiasmo risorgimentale, diffondono nuove idee e intuizioni artistiche, che superano i lasciti neoclassici e i veti accademici per rappresentare, con coraggio e determinazione, la realtà da loro vista, con acutezza e sensibilità, raccontando la vita soggettiva e collettiva del momento. Il termine era stato coniato in un articolo, piuttosto critico, che uscì sulla Gazzetta del Popolo il 3 novembre 1862: “… son giovani artisti che si son messi in testa di riformare l’arte, partendosi dal principio che l’effetto è tutto…”. Certamente la “macchia” è fondamentale e deve essere intesa secondo le indicazioni di Fattori: “… vedere sul vero una figura, o umana o animale stagliata su un fondo, fosse un muro bianco e aria limpida o altri soggetti…”, che indirizza la sua ricerca in un personale realismo. Alla base della loro tematica si poneva l’affermazione: “tutto è bello in natura dal punto di vista dell’arte” e di conseguenza “l’opera d’arte non è che lo sviluppo di un’impressione ricevuta, quando sia convenuto e stabilito che il punto di partenza debba essere un motivo del vero”.

Un mondo, quello di questi artisti, ricco di valori e di coraggio, in cui l’uomo, a tratti di stile romantico alla Byron, ha anche un intenso rapporto con la natura che lo circonda. Essi colgono spunti di pulsioni e visioni alla Friedrich, riportando alla memoria la maestria di Turner e rivalutando un paesaggio in simbiosi con la vita nel concetto, ma non nell’estetica puramente visiva. Ed in un’ottica di rivisitazione romantica il Lega, ad esempio, guarda con attenzione alla lezione di Delacroix sull’importanza pittorica dell’istinto e dell’improvvisazione, “… quegli slanci particolari che rapiscono l’ascoltatore e insieme l’oratore…”.

Inoltre, nello studiare le opere dei macchiaioli non si possono dimenticare pitture come quelle di Filippo Palizzi o influenze, più o meno accreditate, di paesisti francesi come Corot, Daubigny e Rousseau.

Firenze, città nella quale il Rinascimento (chiarezza, verità, logicità) non ha mai smesso di vibrare nell’aria artistica che l’avvolge, riunisce questi artisti-patrioti che intendono andare oltre alle indicazioni accademiche e politiche: unione, libertà, personalizzazione, società e vita quotidiana. L’Esposizione Universale di Parigi del 1855 fu un momento importante per la “consacrazione” del gruppo. In realtà, il movimento non ebbe mai quel respiro e notorietà internazionale che ci si poteva aspettare soprattutto per la situazione italiana sia politica (lotte per l’unità nazionale) che artistica ovvero suddivisione in regionalismi con scarso impatto sull’estero. 

Tra i momenti più significativi del gruppo spicca l’Esposizione fiorentina del 1861, vinta dal napoletano Morelli che affermò. “…il mio quadro mi pareva di una pittura brutale e non finita…” insomma “… è una meraviglia: è tutto italiano proprio italiano…”. Ed è proprio questo artista che assieme ad altri, tra cui Telemaco Signorini, sapiente realizzatore, innovatore del naturalismo e teorico chiave del movimento, ed il riformista Fattori, rimpostano la tavolozza. 

I macchiaioli osservano il reale, trasformano cromatismi, propongono quotidianità eroiche del popolo con diverse tendenze e molteplici messaggi nonché con focalizzazioni personalizzate su ombra, luce e colore. Riguardo Giovanni Fattori, gli storici spesso si chiedono se fu veramente un macchiaiolo per il suo stato d’animo non transitorio ma eterno, per l’amore verso artisti come Giotto e per la curiosa attenzione verso riflessioni prospettiche alla Paolo Uccello. Certo è che egli è uno dei maggiori esponenti del gruppo, al quale aderì con profonda partecipazione e massimo sentore. Egli, infatti, fu in costante interazione con la sua produzione che, soprattutto nel paesaggio, ci preannuncia un dileguarsi atmosferico tipico dell’Impressionismo.  

In mostra, tra gli altri, si possono ammirare anche immagini di signore al sole osservate da Cabianca, che ama “giocare” con chiaroscuri diventati, nell’ultimo periodo della sua produzione, quasi violenti, arricchiti poi da colori densi. E poi le bambine, che il Lega (verista definito all’epoca “intransigente ed accanito” e virtuoso del disegno) dipinge con rimando stilistico a Degas. Ancora: la gente al mercato e madri piene di vita immortalati da Banti; bambini colti nel sonno e donne che leggono rappresentati da Adriano Cecioni.

Quest’ultimo, anche scultore e fondatore della “Scuola di Resina” a Napoli, dichiarava: “Il vero è buono solamente per coloro che vi sanno leggere dentro … l’individuo riproduce se stesso nell’opera sua”. Troviamo anche Odardo Borrani con le sue montagne, dove le mietiture diventano oro di un sole terreno che relaziona ampi spazi di una natura incontaminata, e Serafino de Tivoli e le sue pescaie, autentico omaggio all’evoluzione ed alla coesistenza armonica tra genere umano, animale e natura. Infine, Giovanni Boldini, buon ultimo ad aderire al movimento essendo arrivato a Firenze quando il movimento era già al suo apice ed anche l’eroismo iniziale stava, lentamente, tramontando.

 

Rai Storia: “Viaggio nella Chiesa di Francesco”

Dalle parole chiave dell’enciclica “Fratelli tutti” all’impegno dei media vaticani per diffondere nel mondo, al tempo della pandemia, il magistero del Papa potenziando strutture e adeguando linguaggi. Ed ancora, il ruolo e le trasformazioni, in Italia, dei giornali e dell’editoria cattolici alle prese con la sfida digitale e il racconto di una Chiesa, più che mai, impegnata nelle opere di carità e di prossimità.

Sono questi i temi al centro della puntata di “Viaggio nella Chiesa di Francesco”, il programma di Massimo Milone e Nicola Vicenti, in onda su Rai Storia domenica 1° novembre alle 12.25, che propone, tra l’altro, l’intervista al filosofo Mauro Ceruti, autore del libro “Sulla stessa barca”, un invito “a leggere l’enciclica di Papa Francesco Laudato si’ e, oggi, l’enciclica Fratelli tutti, nell’orizzonte di un umanesimo planetario”, come scrive nella prefazione Edgar Morin, il padre della filosofia della complessità.

“Il messaggio del Papa è universale”, dice Andrea Tornielli, direttore editoriale dei media vaticani: “Lo raccontiamo in 40 lingue alla radio e in 35 lingue sul web. Con un motto ‘Leggi, ascolta, naviga’”. Dedicato all’approfondimento, in particolare, il nuovo “Osservatore Romano”, di nuovo in edicola, diretto da Andrea Monda. Per l’Italia parlano i direttori del giornale Avvenire, Marco Tarquinio, della Agenzia Sir, Amerigo Vecchiarelli, e del settimanale Famiglia Cristiana, don Antonio Rizzolo.

Il ruolo chiave delle Città nello spreco alimentare

Un nuovo studio realizzato con la collaborazione della Fondazione CMCC mette in luce il ruolo decisivo delle città nella lotta agli sprechi alimentari e nel contribuire a raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu per lo sviluppo sostenibile. Un metodo per valutare le politiche e le iniziative sullo spreco alimentare urbano e le loro connessioni con gli obiettivi di sviluppo sostenibile, potenzialmente applicabile a qualsiasi altra città.

Se si considerano gli impatti sull’ambiente, lo spreco alimentare rappresenta fino al 10% delle emissioni globali di gas serra, mentre l’impronta idrica annuale della fase agricola dello spreco alimentare è di 250 Km3, pari a cinque volte il volume del lago di Garda e più alta di qualsiasi impronta idrica nazionale legata ai consumi alimentari. In Europa, con 88 milioni di tonnellate di cibo sprecato ogni anno, 173 kg a testa, si stima che il 15% degli impatti totali sull’ambiente della catena di produzione del cibo siano attribuibili proprio agli sprechi alimentari.

Le città si stanno affermando come attori chiave nella lotta allo spreco alimentare dove si concentra oltre la metà della popolazione mondiale, e dove viene consumato tra il 70% e l’80% delle risorse alimentari prodotte, ed è qui che si stanno sperimentando una serie di azioni per rendere più sostenibile il sistema alimentare.
Prendendo in esame 40 città europee in 16 diversi Paesi, uno studio pubblicato di recente sulla rivista Resources – Special issue Food Loss and Waste: The Challenge of a Sustainable Management through a Circular Economy Perspective presenta una metodologia per valutare le politiche e le iniziative delle città per la lotta allo spreco.
“Il problema dello spreco alimentare è riconosciuto come una delle più gravi distorsioni dell’attuale sistema di produzione del cibo”, spiega Marta Antonelli, senior scientist presso la Fondazione CMCC e Direttore Ricerca di Fondazione Barilla. “Parliamo di distorsione perché, a fronte di una perfetta edibilità del cibo, si osservano spesso perdite nelle prime fasi della filiera alimentare, nel tragitto tra il campo e la vendita al dettaglio, oppure sprechi, nelle ultime, a livello di vendita al dettaglio e di consumo, con significativi impatti a livello economico, sociale e ambientale. Anche senza considerare l’emergenza COVID-19, che ha aggravato la situazione, ogni anno il 14% circa dei prodotti alimentari va perso prima di raggiungere il mercato; i motivi sono molteplici e spaziano dai problemi alle infrastrutture, vizi di manipolazione, inadeguatezza delle modalità di trasporto, condizioni meteorologiche estreme, fino a problemi nello stoccaggio e conservazione dei prodotti, che colpiscono soprattutto i cibi più deperibili, come frutta e verdura. Per quanto riguarda invece lo spreco ‘a valle’, imputabile ai consumatori o agli addetti al servizio della ristorazione, le ragioni sono di tipo comportamentale e hanno a che fare con la particolare relazione che abbiamo col cibo.”

“Le città possono andare a incidere direttamente su tanti settori o elementi del sistema alimentare urbano, che poi determinano le dimensioni della sicurezza alimentare per i cittadini, spiega M. Antonelli, Come? Attraverso l’azione sui mercati rionali, le mense scolastiche e caritatevoli, gli incentivi per ridurre gli sprechi. Milano, ad esempio, ha ridotto la tassa sui rifiuti a chi dimezzava i propri livelli di spreco alimentare, e si è impegnata con tutta una serie di azioni a dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030.”
Attraverso un’analisi della letteratura del settore, gli autori dello studio hanno cercato di delineare una mappa di quelle che sono le iniziative a livello urbano per la lotta allo spreco alimentare. L’analisi mette in luce anche come molte città (Bari, Bologna, Milano, Torino, Genova, Venezia e Cremona) stiano utilizzando la lotta allo spreco per andare ad alleviare la povertà alimentare e l’esclusione sociale delle fasce più vulnerabili della popolazione, attraverso sistemi di donazione delle eccedenze di cibo, o la creazione di nuove opportunità di lavoro nell’economia circolare.
“Se andassimo a vedere le azioni che i diversi comuni italiani hanno intrapreso sul sistema alimentare, sottolinea M. Antonelli, vedremmo che le azioni sono molteplici; quello che è ancora raro, è una gestione integrata del cibo, dal campo alla tavola, fino alla gestione del rifiuto. In molte città si assiste alla nascita di nuovi organismi di supporto, i cosiddetti “Food Policy Council”, esperienze partecipative, bottom up e multi-attoriali, che hanno avuto un ruolo importante anche nel creare quelle reti di advocacy che hanno richiesto al sistema istituzionale locale un approccio al cibo diverso, più sostenibile e integrato.”
“È essenziale infine”, conclude M. Antonelli, “che le politiche messe in campo dalle città per la lotta allo spreco alimentare siano in linea con gli obiettivi definiti dall’Agenda 2030, in quanto i legami con gli obiettivi di sviluppo sostenibile sono molteplici, ma solo in pochissimi casi (Cremona, Liège, Milano e Montpellier) il riferimento è esplicito e diretto.

Le città sono attive in ambiti diversi del sistema alimentare, ma manca una visione integrata, che metta in luce il fatto che se agisco sullo spreco alimentare posso anche indirizzare e intercettare altri obiettivi, come quelli di produzione agricola, attraverso una gestione circolare, o lavorare sull’esclusione socio-economica e sulla povertà alimentare. In questo senso la strategia ‘Farm to Fork’ rappresenta il primo passo a livello europeo e internazionale per mettere sullo stesso piano aspetti del sistema alimentare che finora erano sempre stati trattati separatamente, partendo dal mettere sullo stesso piano salute umana e sostenibilità.”

Rome Art Week: Al via la settimana dell’arte contemporanea a Roma

Dal 26 al 31 ottobre l’arte contemporanea invaderà l’intera capitale: Rome Art Week aprirà le porte di questa quinta edizione con oltre 300 eventi organizzati da 120 gallerie e istituzioni, 348 artisti e 46 curatori raggiungendo oltre 500 partecipazioni. Prestigiose realtà quali Società Dante AlighieriFondazione Pastificio Cerere, note e autorevoli gallerie come GagosianMucciaccia ContemporaryTibaldi Arte Contemporanea e MAC Maja Arte Contemporanea non si lasciano scappare l’occasione di essere presenti sulla mappa della manifestazione insieme ad Albumartez2o Sara Zanin Gallery, Spazio in situ e altre numerose realtà che arricchiscono un calendario fitto di mostre, opening, performance, open studio e visite guidate.

La Rome Art Week rappresenta un viaggio a 360° gradi nelle fucine dell’arte contemporanea: il pubblico potrà infatti immergersi da vicino nel lavoro degli artisti partecipando agli oltre 100 open studio presenti nel programma.

La stimolante esperienza della visita negli open studio sarà un’occasione per i visitatori e gli addetti ai lavori di conoscere le novità del mercato dell’arte romana e gli ultimi lavori di numerosi artisti che Rome Art Week ha accolto volentieri nel suo network: dall’opera di Sara Santarelli che si presenta di piccole dimensioni ma con la forza di una grande installazione, fino al poliedrico Tancredi Fornasetti con un uso particolare del colore in ottica quasi post-futurista, per arrivare a Daniela Monaci che proporrà una serie di opere sulla fragilità dei nostri corpi. In questo senso la manifestazione permette anche agli artisti under 30, per la maggior parte formati all’Accademia di Belle Arti di Roma, di emergere e di esprimere il proprio lavoro, mostrando al grande pubblico i propri linguaggi che spesso e volentieri si rivelano forti e personali.

Un ulteriore strumento per scoprire le eccellenze della manifestazione e i giovani talenti viene fornito dai “Punti di Vista”, evidenziati nel sito di RAW, di noti critici, curatori e operatori del settore che guidano il pubblico nella moltitudine di eventi di RAW. I Punti di vista della V edizione sono: Giovanni Albanese che partecipa anche come artista con un open studio virtuale, Nicola Angerame, Paolo Balmas, Lorenzo Canova, Valentino Catricalà, Alberto Dambruoso, Micol Di Veroli, Raffaele Gavarro, Roberto Gramiccia, Helia Hamedani, Maria Giovanna Musso, Massimo Scaringella, Claudio Strinati, Saverio Verini, Claudio Zambianchi.

Anche quest’anno la manifestazione offre la preziosa occasione di partecipare alle visite guidate gratuite che valorizzeranno l’esperienza dei visitatori della settimana dell’arte romana e che si svolgeranno in ottemperanza delle normative vigenti  con obbligo di prenotazione al seguente link: https://romeartweek.com/it/visite-guidate

Per questa edizione 2020 il classico appuntamento annuale organizzato da RAW – Kou Associazione no-profit per la promozione delle arti visive si incentra sui 17 obiettivi ONU dell’Agenda 2030 ed in particolare sull’obiettivo 15 “La vita sulla terra”: We as Nature, progetto ideato e curato da Roberta Melasecca insieme a Fabio Milani e Sabrina Consolini, presenta ben 47 artisti che si confrontano sul tema della natura. La mostra inaugurerà il 28 ottobre negli spazi del Ripa Place all’interno dell’Hotel Ripa Roma.

Inoltre dal 29 ottobre presso Kou Gallery saranno proiettati i video, selezionati per il RAW Videoart Contest, di: Raha Tavallali, Manuel De Marco, Andrea Leoni, Alex Caminiti, Methas Chantawongs, Edoardo Ruzzi, Anahi Mariotti, Emanuele Marsigliotti, Angelo De Grande, David Anthony Sant, Matteo Martignoni, Jerusa Simone, Marta Ciolkowska. Tra questi, il corto di Edoardo Ruzzi sorprenderà il pubblico avvalendosi di un linguaggio forte che esplora i possibili parallelismi tra pugilato e arte, raccontando la storia di un ex pugile che si dedica all’arte contemporanea.

I numerosi eventi organizzati e le variegate attività di Rome Art Week animeranno ogni rione e zona di Roma, mostrando quanto l’arte contemporanea sia radicata nello spirito della Città Eterna; ma oltre ai numerosi eventi fruibili durante la settimana in presenza, quest’anno sono attivi il progetto RAW 360°, che permette di visitare le mostre attraverso un tour virtuale, e il progetto RAW Live attraverso il quale il pubblico potrà entrare in videoconferenza all’interno delle strutture e partecipare virtualmente all’evento connettendosi direttamente dal sito di Rome Art Week.

Da sempre il sito www.romeartweek.com è un vero e proprio portale di networking attivo 365 giorni su 365 in cui ogni addetto ai lavori (artisti, curatori e strutture) può inserire la propria biografia, i propri lavori e i propri eventi; la piattaforma è inoltre uno strumento a disposizione del pubblico per trovare tutte le informazioni riguardanti la manifestazione e i percorsi suggeriti ma anche per rimanere aggiornato tutto l’anno sul lavoro delle strutture e degli artisti di proprio interesse.

Rome Art Week vuole essere un regalo per Roma, per la sua capacità di fondere passato e contemporaneo, per il pubblico che ha la possibilità di esplorare la città attraverso un’altra prospettiva ma anche e soprattutto per gli artisti, per i curatori e per le strutture partecipanti che hanno l’opportunità di promuoversi e creare rete. Ormai alla V edizione RAW è una realtà consolidata, un circuito virtuoso e democratico dove tutti possono partecipare, dando largo spazio ai giovani, sviluppando e sostenendo la conoscenza e la diffusione dell’arte contemporanea.

Rome Art Week è promossa da KOU Associazione culturale per la promozione delle arti visive e si avvale del patrocinio di: MIBACT Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Regione Lazio, Roma Capitale Assessorato alla Crescita Culturale, Sapienza Università di Roma, Confederazione Italiana Unione delle Professioni Intellettuali. Sostenitori: Poste Italiane, Edilizia Greco. Partner: Menexa, Conference Center Ecomap Roma_Sala da Feltre. Media Partner: Dimensione Suono Soft, PPN, Culturalia.

Coronavirus: le Regioni più a rischio

Tutte le regioni si trovano sotto la soglia massima del 30% per l’occupazione dei posti letto, ma sono già in affanno.

La Valle D’Aosta registra il valore più vicino al limite soglia (27,78%).
Mentre sette regioni hanno già esaurito questa capacità: Piemonte, Marche, Emilia Romagna, Abruzzo, Toscana, Lombardia e Calabria”.

Risultano quasi al limite Campania (92%) e Sardegna (88%). Inoltre, è da attenzionare anche la situazione di Lazio, Sicilia e Puglia che hanno occupato più di due terzi della capacità aggiuntiva: rispettivamente 73%, 69% e 68%”,

Sono sette le regioni che stanno utilizzando i posti letto di terapia intensiva in dotazione strutturale per rispondere alle esigenze dei malati Covid-19: Umbria (29%), Piemonte (10%), Marche (6%), Emilia Romagna (4%), Abruzzo (3%),

Con pazienza e senso di responsabilità vinceremo il Covid-19

Ci sono proteste per le restrizioni imposte dalla recrudescenza del Covid-19. Avviene in Italia come in altre parti d’Europa e del mondo, secondo un principio che fa della libertà personale un fattore discriminante e prioritario rispetto alle obiettive esigenze di tutela della collettività. La pandemia è tornata a colpire, sicché appare incongruo, nel ribellismo dei libertari e delle categorie a rischio, il tentativo di ammantare la contestazione di una ripulsa contro la congiura di circoli, come sempre occulti, della finanza internazionale o giù di lì.

Può darsi che nei mesi estivi abbiamo perso del tempo prezioso. Sta di fatto che voci autorevoli di scienziati e medici clinici avevano preconizzato l’estinzione del virus. Che il governo si sia mosso con prudenza, è tanto vero quanto assolutamente comprensibile. Anche adesso, con l’emergenza sul collo, il governo mantiene una posizione di cautela. Si tratta di evitare conseguenze troppo pesanti qualora si procedesse a un lockdown generalizzato, senza margini di flessibilità. Per questo, vuoi o non vuoi, il ruolo dei sindaci risulta importante: senza il loro responsabile impegno la gestione dell’emergenza si farebbe più complicata.

Di qui alla scoperta di un vaccino efficace, nonché della sua produzione e distribuzione su larga scala, dobbiamo abituarci a convivere con l’infezione. Antony Fauci, personalità d’indubbio prestigio nel campo della medicina, abbozza l’idea che solo nella secondà metà del 2021 potremmo ricominciare a viaggiare senza preoccupazioni. La convivenza esige, in definitiva, che si maneggino strumenti e regole atte a coinvolgere correttamente la pubblica opinione. Se ognuno davvero si attenesse a precauzioni finanche elementari, potremmo nelle prossime settimane abbassare la curva del contagio. 

Il buon senso e la prudenza debbono prevalere. Malgrado la stanchezza, siamo in grado di  mettere sotto controllo l’impennata dell’epidemia. Il sacrificio di oggi aiuterà ad accorciare i tempi della ripresa. 

 

 

Di fronte alla rivoluzione di Papa Francesco l’ipotesi di Zamagni non regge

La “questione cattolica” si accende dopo che la cenere del variegato mondo dell’associazionismo l’ha tenuta viva, alimentando la fiamma del dibattito sul partito dei cattolici. Ne abbiamo già scritto esprimendo un giudizio negativo con il supporto delle parole di Papa Francesco. Se ho ben capito, è nata comunque questa nuova formazione politica che vede il manifesto di Zamagni dare una copertura “ideologica” con l’elenco dei punti programmatici. Rispetto profondo per la tenacia e l’impegno.

All’indomani di questo avvenimento, per la verità passato abbastanza silenziosamente, papa Francesco “supera” a destra, a sinistra, al centro, tutti. Fa due cose che dovrebbero indicare in modo sufficientemente chiaro la direzione. Firma sulla tomba di san Francesco l’enciclica “Fratelli tutti” e qualche giorno dopo nel documentario, realizzato dal regista russo Evgeny Afineevsky, parla degli omosessuali e dice: “Gli omosessuali hanno diritto a essere parte della famiglia. Sono figli di Dio e hanno il diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere respinto, o emarginato a causa di questo. Quello che dobbiamo fare è una legge per le unioni civili. Hanno il diritto di essere coperti legalmente. Mi sono battuto per questo”.

E, nonostante mons. Forte, intervistato su questo, ha tentato un innacquamento alleggeritore, la forza dirompente di queste parole è facilmente comprensibile. Questi due fatti, l’enciclica e le parole sugli omosessuali, uniti al pugno di ferro nel governo degli affari economici e del pericolo di corruzione nella Chiesa, fanno di questo pontefice un vero rivoluzionario che traccia il solco per il “seme” che in politica è “il martirio – secondo le parole dello stesso Pontefice – quotidiano di cercare il bene comune senza lasciarti corrompere”.

Altro che fondare partitini dei cattolici dello “zero virgola” per uno strapuntino identitario che perde di vista il bene comune, perché divisivo, mentre il programma dovrebbe tendere a realizzare un mondo di “fratelli”. Fratelli tutti e giù a lievitare e insaporire la pasta della politica che ne ha profondo e urgente bisogno.

Una sfida per il riscatto del continente

Articolo pubblicato dall’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

L’Africa rappresenta il fanalino di coda della ricerca scientifica mondiale. Eppure forse mai come oggi, in pieno tempo di coronavirus, sarebbe auspicabile promuovere una sana riflessione su questo tema. A pensarla così sono due personaggi di spicco dell’African Academy of Sciences (Aas), organizzazione panafricana indipendente, senza scopo di lucro, con sede a Nairobi (Kenya), vero e proprio think tank africano con lo scopo di plasmare le strategie e le politiche di scienza, tecnologia e innovazione nel continente, implementando programmi specifici.

In un articolo, apparso recentemente sulla piattaforma online di «ACS Publications» (https://pubs.acs.org/doi/10.1021/acsomega.0c04327), firmato dalla professoressa Elizabeth Marincola — responsabile di Aas Open Research, la piattaforma editoriale dell’accademia africana — e dal professor Thomas Kariuki — direttore dei programmi dell’altra piattaforma dell’Aas, la Alliance for Accelerating Excellence in Science in Africa’s (Aesa) — i due studiosi hanno argomentato la loro tesi a favore di una promozione della ricerca in Africa, declinandola in vari modi.

Anzitutto, hanno evidenziato che l’Africa ha la «popolazione più giovane del pianeta» (oltre il 60% degli abitanti è sotto la soglia dei 25 anni) e registra il più alto tasso di crescita demografica al mondo. Ciò rende gli «investimenti intellettuali» un imperativo per valorizzare i talenti disseminati nei vari Paesi africani.

Inoltre, il genoma delle popolazioni afro è il più antico e diversificato del mondo e la moderna ricerca genetica è potenzialmente in grado di determinare ciò che rende l’Africa più suscettibile o resistente a determinate malattie. I risultati delle ricerche, secondo i due studiosi, possono influenzare gli esiti delle malattie e la risposta al trattamento in Africa e nel resto del mondo. In aggiunta, il continente africano sopporta circa il 25 per cento del «carico globale di malattie», parametro con cui l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) monitora lo stato di salute dei popoli nel mondo. E se da una parte ci si è resi conto che è possibile contrastare le malattie trasmissibili attraverso campagne di vaccinazioni e investendo sulla prevenzione; dall’altra si assiste ad un rapido aumento dell’incidenza delle patologie non trasmissibili che per lungo tempo hanno imperversato in Europa. Ad esempio, le malattie vascolari, il cancro e il diabete nei paesi africani sono spesso causati dagli stessi eccessi tipici delle società avanzate: obesità, fumo e mancanza di esercizio. Dei 20 Paesi con i maggiori tassi di mortalità materna nel mondo, 19 si trovano in Africa; questo continente detiene anche il triste primato mondiale di mortalità neonatale. Investendo nella scienza africana per affrontare le malattie che affliggono l’Africa, si investe nella prevenzione e nel trattamento delle stesse malattie ovunque nel mondo.

Detto questo, è bene rammentare che la ricerca scientifica costituisce un incentivo per l’economia di qualsivoglia paese. Attualmente, secondo l’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura), la produzione scientifica del continente africano rappresenta meno del 2,6 per cento della quota mondiale. Eppure, nonostante tutto, in questi anni sono stati registrati dei progressi. Infatti, sono stati realizzati importanti investimenti nelle infrastrutture scientifiche, nella formazione delle risorse umane, in gran parte attraverso l’Alliance for Accelerating Excellence in Science in Africa (Aesa). Nel 2015 l’Accademia Africana delle Scienze ha dato vita a questa alleanza in partenariato con l’Agenzia per lo Sviluppo dell’Unione Africana (African Union Development Agency – Nepad). Al presente i programmi di ricerca e formazione dell’Accademia operano nell’ambito dell’Alleanza. La sua missione è fare dell’Africa il centro di gravità della scienza africana, evitando la fuga senza ritorno dei cervelli nei Paesi industrializzati (brain drain) attraverso la definizione di programmi, la mobilitazione di investimenti per la ricerca e lo sviluppo e la gestione di programmi scientifici. Da rilevare che l’Aesa ha finanziato direttamente 186 beneficiari. Alcuni di loro offrono a loro volta borse di studio per master, dottorati di ricerca e post-dottorati. Questo indirizzo ha contribuito a formare una comunità scientifica africana che conta oltre 2mila scienziati in circa 40 Paesi. Tra i programmi in cantiere figurano Deltas Africa e Grand challenges Africa che portano avanti la ricerca sulle principali malattie infettive, le malattie tropicali neglette e altre patologie.

Naturalmente gli sforzi fin qui profusi, grazie anche ad aiuti internazionali, sono apprezzabili, ma la situazione economica e sociale in cui versa oggi il continente africano a causa della pandemia di covid-19 sono preoccupanti. La chiusura delle frontiere, la forte limitazione degli scambi commerciali, unitamente alla sospensione delle attività didattiche in molti Paesi e alla sofferenza del sistema sanitario a livello continentale, sono tutti fattori che stanno acuendo l’esclusione sociale. Sta di fatto che le diseguaglianze si traducono nella perdita di molti talenti potenziali per la scienza tra le giovani generazioni. A ciò si aggiunga lo sfruttamento, da parte di imprese straniere, delle immense ricchezze naturali di cui dispone il continente; una fuga di capitali che indebolisce fortemente il welfare degli Stati. In questo contesto la ricerca rischia di rimanere una sorta di appendice nell’agenda dei governi. «Fino a quando la scienza africana non sarà svolta prevalentemente in Africa, da africani e per gli africani, il pieno potenziale di questo lavoro non sarà mai realizzato» stigmatizzano Marincola e Kariuki.

I Paesi dell’Unione africana (Ua) si sono tutti impegnati a stanziare l’1 per cento del rispettivo Prodotto interno lordo alla ricerca e allo sviluppo, ma spendono in media lo 0,45 per cento. È evidente che l’attuale congiuntura economica non aiuta, ma è importante non gettare la spugna. I finanziatori stranieri tendono a concentrarsi sulla salute e sulla ricerca medica. Questo è lodevole, ma non basta.

Vi sono numerosi campi in cui la ricerca africana deve essere messa nelle condizioni di poter manifestare il proprio genio. E di testimonianze significative a questo riguardo ve ne sono già state numerose in Africa. Basti pensare alla figura del compianto senegalese Cheickh Anta Diop (1923 –1986), professore universitario di fisica nucleare, presidente dei ricercatori e scienziati del Terzo Mondo, vicepresidente del comitato scientifico per la Storia generale dell’Africa dell’Unesco. Figura poliedrica, Diop portò avanti con passione studi e ricerche di storia africana, egittologia, linguistica, antropologia, economia e sociologia. Nel 1974 pubblicò The African Origin of Civilization: Myth or Reality.

In questo saggio, attraverso analisi e riscontri antropologici e archeologici, sostenne la teoria dell’origine nera dei faraoni. Le sue tesi furono contestate da chi vi vide delle forzature per promuovere un’africanità militante (anche se le scoperte più recenti dell’archeologo Charles Bonnet nel sito di Kerma avvalorano alcune ipotesi di Diop), ma servirono a mettere in evidenza come in passato la maggior parte degli studiosi europei avesse quasi del tutto ignorato la possibilità dell’esistenza di civiltà precedenti al colonialismo. La sua fu la ricerca di un’identità afro che per certi versi è modello e paradigma della sete di conoscenza di un intero continente.

La Ue vuole fermare la deforestazione globale

Attualmente non esiste una legislazione dell’UE che vieti l’immissione sul mercato di prodotti che contribuiscono alla distruzione delle foreste al di fuori dei suoi confini. Così, i consumatori europei non sanno se i prodotti che acquistano contribuiscono alla deforestazione, comprese le foreste tropicali insostituibili che sono fondamentali per combattere il cambiamento climatico o proteggere la biodiversità.

Pertanto, il Parlamento europeo ha adottato una relazione con 377 voti favorevoli in cui si chiede alla Commissione di presentare un quadro giuridico dell’UE per arrestare e invertire la deforestazione globale.

Misure obbligatorie necessarie per fermare la deforestazione

I deputati affermano che le iniziative volontarie, le certificazioni di terze parti e le etichette non sono riuscite a fermare la deforestazione globale pertanto chiedono alla Commissione di presentare una legislazione specifica con misure vincolanti per fermare e invertire il fenomeno.

Chiedono un nuovo quadro giuridico basato sulle diligence europee obbligatorie per le aziende estere.

Il che significa che le aziende devono eseguire una valutazione del rischio dei loro prodotti per identificare, prevenire, mitigare e spiegare come affrontano il problema della deforestazione lungo tutta la catena di approvvigionamento.

Tutti gli operatori sul mercato dell’UE devono garantire che i loro prodotti possano essere rintracciati per poter identificare la loro origine e garantire l’applicazione delle regole.

Le aziende che non rispettano tali principi dovrebbero essere penalizzate.

L’iniziativa legislativa fa riferimento a diversi studi che dimostrano che il divieto di ingresso nell’UE di prodotti legati alla deforestazione non avrà alcun impatto su volume e prezzo e che eventuali costi aggiuntivi sostenuti dagli operatori sarebbero minimi. Ne trarrebbe vantaggio anche le imprese, in quanto equivarrebbe a parità di condizioni mantenendo i concorrenti agli stessi standard.

Dopo il voto, la relatrice Delara Burkhardt (S&D, DE) ha dichiarato: “Tutti concordano sul fatto che le misure volontarie per fermare e invertire la deforestazione globale hanno fallito. L’adozione di questa relazione ci offre la possibilità di creare un quadro equo e funzionante, basato sulla due diligence obbligatorie. È un altro passo importante per fermare e invertire la deforestazione globale”.

 

Turismo: l’Italia resiste nonostante il Covid ed è un esempio in Europa

Dal monitoraggio di Enit emerge un nuovo dinamismo del comparto turismo con tentativi di riattivazione dei collegamenti internazionali con l’Italia. Ad esempio i francesi stando al sondaggio Interface Tourisme, manifestano la voglia di Italia che risulta al terzo posto tra le mete privilegiate delle intenzioni di viaggio (75%) dopo Grecia (83%) e Portogallo (81%).

Da Uk tutte le compagnie stanno volando verso Italia ma con meno frequenza, così come anche la Svizzera che ha ripristinato tutti i collegamenti aerei da Ginevra e Zurigo.

L’Italia inoltre risulta ai primi posti tra le destinazioni più desiderate dai canadesi secondo un sondaggio condotto da Travelzoo, portale di offerte online. Nello studio l’Italia è la prima meta che intendono visitare non appena si potrà tornare a viaggiare. Sono state attivate rotte domestiche nuove com Bari/Palermo da Ryanair, segnale di nuovi investimenti per il turismo domestico. La prossima stagione invernale sarà all’insegna della garanzia delle misure di sicurezza per tutti i cittadini europei e dell’assistenza in caso di necessità.

Molte località mostrano di essere già pronte come alcune destinazioni neve che si stanno organizzando con rimborsi garantiti in caso di lockdown.

Inoltre è emerso che anche che London Heathrow ha lanciato un lamp test a pagamento per chi parte e che, in questa direzione, la Iata ha proposto alla Commissione Europea di muoversi verso un sistema di test in partenza dagli aeroporti, riconosciuti a livello europeo, per garantire il movimento tra stati senza quarantene, attraverso corridoi sanitari da prevedere a partire dal 2021.

Anche se ancora gli intervistati da Enit suggeriscono di favorire un turismo di prossimità riducendo gli impatti legati agli spostamenti. Aspetto importante è anche quello della valorizzazione del Made in Italy e dei prodotti locali e di una maggiore cooperazione tra gli operatori turistici e le istituzioni. Centrali al rimodellamento dell’offerta anche la flessibilità nelle prenotazioni, le misure sanitarie adottate dagli operatori e le iniziative messe in atto per gestire i flussi turistici per garantire sempre più tutele.

Sarà premiante una rassicurante gestione dell’emergenza virtuosa da parte dei territorio che potrebbero essere così privilegiati per il senso di sicurezza ed esclusività che trasmettono come isole resort, luoghi poco affollati che offrono esperienze autentiche e naturalistiche.

I viaggi a lungo raggio saranno più vulnerabili soprattutto per le città d’arte fortemente legate al turismo long haul e conta più che mai creare un’offerta che valorizzi la stagionalità e ogni tipologia di destinazione, anche parallele con una forte connotazione peculiare rispetto a quelle già note.

“Il settore sta modificando il proprio assetto e il supporto economico darà respiro al comparto e consentirà di assecondare le connotazioni sempre più sostenibili nonché il riposizionamento dell’offerta, accelerando cambiamenti strutturali presenti anche nel piano triennale dell’Agenzia” dichiara Enit. “La ripartenza è una sfida da affrontare uniti per trasformare la contingenza in opportunità e accelerare i cambiamenti di sviluppo turistico, puntando anche ad una decongestione delle località più affollate e cercando di limitare il turismo massivo per favorire una maggior qualità dell’offerta, con attenzione ad esperienze di viaggio personalizzabili. L’opportunità è quella di valorizzare destinazioni secondarie, ridistribuendo i flussi all’interno del territorio e creando maggiori connessioni” conclude Enit.

Smart city, quali sono i centri più “intelligenti” d’Italia

Cos’è una smart city?

La città intelligente (dall’inglese smart city) in urbanistica e architettura è un insieme di strategie di pianificazione urbanistica tese all’ottimizzazione e all’innovazione dei servizi pubblici così da mettere in relazione le infrastrutture materiali delle città «con il capitale umano, intellettuale e sociale di chi le abita» grazie all’impiego diffuso delle nuove tecnologie della comunicazione, della mobilità, dell’ambiente e dell’efficienza energetica, al fine di migliorare la qualità della vita e soddisfare le esigenze di cittadini, imprese e istituzioni.[

Le prestazioni urbane dipendono, però, non solo dalla dotazione di infrastrutture materiali della città (capitale fisico), ma anche, e sempre di più, dalla disponibilità e qualità della comunicazione, della conoscenza e delle infrastrutture sociali (capitale intellettuale e capitale sociale). Quest’ultima forma di capitale in particolare è determinante per la competitività urbana.

Una città può essere definita intelligente, o smart, quando gli investimenti effettuati in infrastrutture di comunicazione, tradizionali (trasporti) e moderne (TIC), riferite al capitale umano e sociale, assicurano uno sviluppo economico sostenibile e un’alta qualità della vita, una gestione sapiente delle risorse naturali attraverso l’impegno e l’azione partecipativa. Per l’economista spagnolo Gildo Seisdedos Domínguez, il concetto di città intelligente è basato essenzialmente sull’efficienza, che a sua volta è basata sulla gestione manageriale, sull’integrazione delle TIC e sulla partecipazione attiva dei cittadini. Ciò implica un nuovo tipo di governance con il coinvolgimento autentico del cittadino nella politica pubblica.

Le città intelligenti possono essere identificate (e classificate) secondo sei assi o principali:

economia intelligente
mobilità intelligente
ambiente intelligente
persone intelligenti
vita intelligente
governance intelligente

Detto questo possiamo stabile una graduatoria delle città italiane e vedere quale comune si sta adattando prima.

Stando all’ultimo rapporto nazionale italiano sulle smart city, realizzato da ForumPA Milano primeggia sui temi di solidità economica e mobilità sostenibile, qualità sociale e trasformazione digitale. Firenze per capacità di governo, tutela ambientale e mobilità sostenibile. Mentre Bologna si è posizionata tra le migliori città per indici di trasformazione digitale, solidità economica, tutela ambientale e qualità sociale. Bergamo, Torino, Trento, Venezia, Parma, Modena e Reggio Emilia completano la classifica.

Cortisone ed eparina i cardini nella terapia Covid

Il direttore generale dell’Aifa, Magrini facendo il punto sulle cure disponibili contro il Covid-19 ha spiegato che: “il cortisone rappresenta oggi uno dei cardini della terapia: uno studio inglese ha mostrato che riduce la mortalità. E l’eparina è diventato altro pilastro del trattamento”.

Per quanto riguarda la terapia con plasma il direttore ha spiegato che: “Oggi ancora il plasma non è uno standard di cura”. “Gli Stati Uniti hanno pubblicato la scorsa settimana dei dati relativi a 4.000 pazienti trattati col plasma e hanno detto che ancora non sappiamo se funziona e in chi. Se funziona è probabile che funzioni poco e solo in alcune categorie”.

“Abbiamo farmaci specifici, gli anticorpi monoclonali, che sono stati clonati da diverse industrie, tra cui anche un gruppo italiano di alto livello, e sono in fase avanzata di sviluppo Potrebbero diventare presto un’opzione. E per presto intendo i primi mesi dell’anno prossimo o il primo semestre. C’è ottimismo, ma serve anche cautela”.

Non parliamo di partito dei cattolici: a noi interessa la scelta del nuovo popolarismo.

Il dibattito sul “partito dei cattolici” ha anche qualcosa di surreale.
Forse per qualche uscita imprecisa o forse per altri motivi, si sta discutendo spesso attorno ad un presupposto che in realtà non c’è. Non esiste infatti nessun progetto che punti alla nascita di un “partito dei cattolici”.
Non ha senso dunque evocare questa inesistente suggestione (Follini sul Domani non lo fa, molti altri si) per irridere o censurare i tentativi e i percorsi orientati invece a rigenerare una “cultura politica” che non può essere confinata nelle citazioni (chi non cita ormai Sturzo, Degasperi o Moro?) o imbalsamata in polverosi Pantheon, ma deve essere riconiugata con la sostanza viva della vita pubblica del Paese e delle sue drammatiche sfide.

I cattolici (in quanto comunità di fedeli) votano (o non votano) ormai da decenni come meglio credono. Del resto, risale ai primi anni del secolo secolo scorso la famosa frase di don Luigi Sturzo: “la religione unisce, la politica divide”. Non si scopre certo oggi l’acqua calda.
La questione non è dunque riorganizzare “i cattolici” nella politica – men che meno come una falange unita – ma ricostruire una proposta politica capace di dare speranza ad un Paese in declino e alimentazione nuova ad una democrazia sempre meno partecipata e comunitaria.

Nell’ambito di questa necessità – resa ancora più impellente dagli effetti sociali, psicologici ed economici di una Pandemia destinata a segnare un drammatico passaggio di ciclo storico – chi si richiama alla cultura politica del Popolarismo di ispirazione cristiana (non, dunque, “i cattolici”) ha un dovere nuovo di pensiero, parola, testimonianza e iniziativa.
Ed è un dovere “collettivo”, non solo personale, che comporta tra le altre cose la ricerca di un “ubi consistam”.

Questo significa pensare sic et simpliciter ad un “partito” di modello tradizionale?
Non credo. Per la semplice ragione che in questo nostro tempo strano (ma è “il tempo che ci è dato di vivere”….) ciò che in passato si definiva “partito” esige una sorta di “sdoppiamento”.
Un tempo, un “partito” era, assieme, “identità e proposta”. Oggi questo è reso difficile se non impossibile dai mutamenti radicali della società e dalla complessità della dinamica pubblica e delle sue relazioni con i cittadini.
L’avvento dei “partiti personali” e dei “partiti digitali” altro non è che la risposta sbagliata e sbrigativa a questa difficoltà.

Il Partito Democratico era nato per tentare una diversa strada: quella di un contenitore politico che aveva l’ambizione di rappresentare alcune identità culturali del novecento, unite in un unico progetto politico. In parte ci è riuscito dal punto di vista del coinvolgimento iniziale dei diversi elettorati e delle diverse classi dirigenti appartenenti a molte anime della sinistra storica e della Democrazia Cristiana. Ma oggi – con tutto il rispetto e l’amicizia che si deve a questa esperienza comunque importante per il Paese – bisogna riconoscere che non ci è invece riuscito né dal punto di vista della valorizzazione di queste culture (che si sono mescolate ma anche spente), né da quello di una nuova loro sintesi post novecentesca.

Contino a pensare che avesse ragione Beniamino Andreatta, quando immaginava una sorta di CDU italiana, frutto dell’incontro tra la tradizione popolare e quella liberal-democratica.
La storia andò diversamente, come sappiamo. La Margherita – che di tale incontro sarebbe poi stato frutto ed assieme potenziale germoglio – non credette a se stessa e decise di sciogliersi nel PD.
Così, ciò che era nato come una alleanza tra diversi (l’Ulivo) finí per diventare “partito” unico.

Ed eccoci qui, ancora, a prendere atto che questo schema fatica non poco a rappresentare la maggioranza degli italiani. E a considerare, da un lato, la non autosufficienza del PD (nonostante la mitizzazione reiterata della sua vocazione maggioritaria) e, dall’altro, la “coriandolizzazione” (rubo il termine da Giorgio Merlo) delle presenze politiche che stanno tra il PD ed i populismi del M5S e della destra.
Nel frattempo, la crisi della democrazia rappresentativa galoppa e le conseguenze del Covid la accelerano. Cresce la domanda dell’uomo forte al comando, speculare alla individualizzazione estrema dei bisogni sociali di fronte alla crisi dei modelli di welfare e di sviluppo. In Italia e nel mondo, come magistralmente rileva Papa Francesco nella nuova enciclica “Fratelli tutti”, rischia di scomparire il principio della “Comunità” e, di conseguenza, quello della “Politica”.

Se questo scenario ha almeno qualche elemento di verità – come ritengo – occorre lavorare su due dimensioni correlate ma distinte. Ecco perché parlavo prima di “sdoppiamento” del concetto tradizionale di “partito”.
Una prima dimensione è quella delle “culture politiche” e della loro identità.
Servono organizzazioni che le rigenerino in un rapporto nuovo e fecondo con la comunità (le persone e le formazioni sociali, civili, territoriali ed economiche che la compongono).
Non si può ambire a “rappresentare” una comunità se prima non si concorre a ricomporla.

Chi si occupa oggi di ricostruire una rete di comunità e di territorio? Chi “educa” (uso volutamente questo termine desueto) alla “democrazia comunitaria” i cittadini? Chi li accompagna nella loro solitudine difronte ai radicali cambiamenti del nostro tempo? Chi condivide con essi paure e speranze? Chi si occupa di “formare” una nuova classe dirigente? Chi si impegna nella elaborazione partecipata di nuove idee e di nuove e condivise chiavi di lettura a fronte del crollo delle vecchie certezze della seconda metà del novecento?

Questo dovrebbe essere il compito delle culture politiche organizzate nella comunità.
Un tempo questo ruolo era svolto dai “partiti”. Oggi non più.
Occorre che i “popolari di ispirazione cristiana” ricostruiscano innanzitutto un loro ruolo su questa prima dimensione. E, su questo piano, occorre che agiscano con tutta la potenzialità – anche profetica, se ci riescono – della loro ispirazione e dei loro valori costitutivi. Serve una presenza capillare, di base, pre-partitica ma altamente politica, nel senso di una vocazione a ricostruire la nuova trama di comunità. La quale è, appunto, il presupposto della vera rappresentanza politica.
Questa è la prima dimensione che personalmente vedo fondamentale per quanti intendono, come gli amici di Insieme, dare gambe politiche non effimere al Manifesto proposto da Stefano Zamagni.

Così facendo, eserciterebbero meritoriamente la prima delle due funzioni che convivevano in passato nei “partiti” di massa del novecento. Del resto, si può essere “popolari” senza una riconciliazione – di presenza e di simbiosi – con il popolo, con le sue paure e contraddizioni e col suo difficile percorso nella storia che cambia paradigmi?
Quanto alla seconda funzione (quella della organizzazione del consenso e della rappresentanza nelle istituzioni), penso personalmente che la crisi profonda della nostra società – che ci accompagnerà per molti anni – richieda schemi più robusti e maturi della semplice riproposizione di tante bandierine identitarie. Servono contenitori politico-elettorali forti, autorevoli, percepibili dai cittadini come stabili e credibili difronte alle sfide del governo di processi che stanno cambiando i connotati della nostra società e della nostra economia.

Torno a quanto auspicava Beniamino Andreatta ai suoi tempi. Serve uno strumento politico-elettorale che abbia l’ambizione di essere un potenziale “bari-centro” per il Paese e per il suo cammino di necessaria trasformazione in questa svolta epocale. Capacità di trasformazione che è ben di più del classico riformismo, come sostengono Zamagni e con lui molti osservatori dei fenomeni demografici, tecnologici, economici, antropologici ed ecologici. E come suggerisce lo stesso Francesco, quando esorta ad un “nuovo umanesimo”.

Tra il “partitino” e il “partitone” di cui al recente articolo di Marco Follini, la terza via si può forse ricercare su questa prospettiva. Culture politiche che si riorganizzano sul piano autenticamente identitario nella comunità e “nuovi partiti plurali” che le rappresentano – rispettandole e non archiviandole – in aree politiche sufficientemente omogenee.
Una di queste – che manca in Italia da qualche decennio – è quella delle culture popolari di ispirazione cristiana e liberal-democratica. Se abbandoniamo la nostalgia e accantoniamo la presunzione che ogni tassello sia il mosaico, forse riusciamo a fare qualcosa di buono ed utile per il Paese. I tasselli incominciano ad esserci: il variegato mondo popolare, da Insieme ad altre realtà come Rete Bianca e Demos; Azione; Base Italia di Marco Bentivogli; la rete dei partiti territoriali e delle liste civiche (parlo di quelle vere e non di quelle “di copertura”); movimenti e associazioni nate attorno alla nuova sensibilità ecologista “alla tedesca”.

Il mosaico ancora manca. E non è solo questione di leadership, ma principalmente di lettura politica e di coraggio culturale. “Le” leadership ne conseguiranno sul campo, posto che – nonostante la mitologia prevalente – non è più il tempo delle “discese” da un “alto” che, del resto, si stenta ad intravvedere come tale, sia nelle Istituzioni, sia nelle nomenclature dei vari poteri costituiti, quasi tutte a corto di idee e di carisma.

Francesco Augusto Razetto: “L’Italia paga oggi il prezzo di quelle scelte non fatte negli anni passati”.

In questo periodo la Repubblica Ceca è il Paese dell’Europa centro-orientale con il maggiore aumento settimanale di infezioni, secondo i dati pubblicati sull’ultimo bollettino epidemiologico settimanale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

Il governo ceco ha annunciato che bloccherà il movimento delle persone e chiuderà negozi e servizi in un parziale lockdown per combattere il picco di casi di coronavirus. Saranno consentiti spostamenti solo per lavoro, fare la spesa e andare dal medico, ha detto ai giornalisti il Ministro della Salute Roman Prymula. Resteranno aperti solo i negozi di alimentari e le farmacie. Le misure saranno in vigore fino al 3 novembre.

Abbiamo intervistato Francesco Augusto Razetto, Presidente della Fondazione culturale Eleutheria e Membro del Consiglio Direttivo della Camera di Commercio e dell’Industria italo-ceca, per sentire un parere su alcune questioni sul tema.

Nell’attuale congiuntura politica, economica e sanitaria caratterizzata dalla pandemia, come si presenta la situazione in Repubblica Ceca e, in particolare, a Praga?

La Repubblica Ceca in questi ultimi mesi sta attraversando, come tantissime altre nazioni, momenti difficili che verranno inevitabilmente ricordati per tanti anni ancora. In un quadro certamente non positivo, bisogna però non dimenticare che proprio la Repubblica Ceca, di fronte ad un numero di infetti che aumenta sempre più con tassi di crescita tra i più alti in Europa, ha un basso numero di ricoveri in terapia intensive e di decessi. Del resto, le stesse restrizioni che sono state adottate in tantissimi Paesi e che sono state particolarmente rigide in Italia, qui hanno trovato un’applicazione più leggera. 

A causa delle restrizioni imposte dal governo, l’Italia ha visto deteriorarsi notevolmente la propria economia, in particolare il settore terziario, con riferimento al turismo ed alle attività culturali. In tal senso come si presenta Praga città culturale e turistica per eccellenza?

L’Italia paga oggi il prezzo di quelle scelte non fatte negli anni passati. Scelte non popolari che la politica ha preferito procrastinare per non doverne pagare un prezzo elettorale. Altri Stati, come la Germania o la Repubblica Ceca, quelle stesse scelte hanno avuto il coraggio di farle ed oggi sono più pronti ad affrontare la crisi che la pandemia di COVID porta inesorabilmente con se. Anche se voglio essere ottimista in merito al nostro Paese. È del tutto evidente che l’Italia sia una grande nazione e che quindi probabilmente la capacità di reazione della sua classe imprenditoriale, anche questa volta, saprà sopperire alla mancanza e ai limiti di una classe politica non adeguata. Un discorso a parte credo meriti la situazione a Praga, città turistica per eccellenza, che in questa fase, come per esempio in altre importanti città d’arte come Venezia o Firenze, sente particolarmente il peso di questa chiusura. Sono quasi 9 milioni il numero di turisti che ogni anno si recavano a Praga (quarta città in Europa per presenza turistica dopo solo Londra, Parigi e Roma con un rapporto, numero di visitatori/cittadini residenti, estremamente superiore alle altre tre città). È innegabile che l’incertezza sulle regole da adottarsi in caso di viaggio, la scarsità dei collegamenti aerei e il senso di generale paura abbia influenzato negativamente il flusso turistico soprattutto per una città come Praga, che contava innanzitutto sulla presenza straniera.

La Fondazione Eleutheria, da Lei presieduta, aveva progettato per l’anno in corso la mostra “Parma, Atene d’Italia” in occasione del titolo “Parma città della cultura 2020”. A causa della pandemia l’iniziativa è stata rinviata al 2021. Quali problemi ha comportato il rinvio e come state cercando di risolverli? 

I problemi sono stati evidentemente non piccoli. Il problema più grande è sicuramente derivante dal fatto che la macchina organizzativa di una mostra del genere parte almeno due anni prima e in tutto questo tempo si sono sostenute delle spese ingenti. Ma al di là dell’aspetto più propriamente pratico ed economico quello che verrà a mancare è lo spirito, oserei dire la spontaneità dell’evento. Sicuramente i grandi numeri che ci sarebbero stati nel 2020, difficilmente si potranno avere nel 2021. Il sospetto è che una delle eredità più pesanti che questa pandemia ci lascerà è la paura. La paura di socializzare, la paura di viaggiare, la paura di frequentare posti molto popolati. Questo influenzerà molto anche il modo di approcciarsi delle persone agli eventi culturali in genere. Ed è qualcosa che, purtroppo, finirà per gravare anche su questo nostro appuntamento. Rimane invece immutato, come sempre, il nostro impegno e spirito di dedizione e passione che accompagnano ogni nostra iniziativa e che certamente non verranno meno anche in questo importante appuntamento.

Infine, quali sono le previsioni che sente di poter fare riguardo all’economia della Repubblica Ceca con particolare riferimento al settore immobiliare?

Presto dovremo fare i conti con una crisi economica che si ripercuoterá su tutto. È difficile adesso ipotizzare, da qui a due o tre anni, quali saranno i settori economici maggiormente colpiti ma credo che quello immobiliare rimarrà un settore rifugio. In questi ultimi mesi tutti gli Stati hanno stampato molta moneta e questo comporterà inevitabilmente un’impennata dell’inflazione. Storicamente all’innalzamento dell’inflazione corrisponde, da parte del risparmiatori, la ricerca di investire nel “mattone”; da sempre bene rifugio per antonomasia. Questo discorso è ancor più valido per gli immobili di qualità e in quei contesti urbani caratterizzati da un alto livello architettonico come Praga che, vorrei ricordarlo, è Patrimonio Unesco dal 1992.

 

Proroga dell’Accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese

Articolo pubblicato dall’Osservatore Romano

Il comunicato

Alla scadenza della validità dell’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese sulla nomina dei Vescovi, stipulato a Pechino il 22 settembre 2018 ed entrato in vigore un mese dopo, le due Parti hanno concordato di prorogare la fase attuativa sperimentale dell’Accordo Provvisorio per altri due anni.

La Santa Sede, ritenendo che l’avvio dell’applicazione del suddetto Accordo — di fondamentale valore ecclesiale e pastorale — è stato positivo, grazie alla buona comunicazione e collaborazione tra le Parti nella materia pattuita, è intenzionata a proseguire il dialogo aperto e costruttivo per favorire la vita della Chiesa cattolica e il bene del Popolo cinese.

Lo scopo e i motivi

L’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese, riguardante la nomina dei Vescovi, è stato firmato a Pechino il 22 settembre 2018. Entrato in vigore un mese dopo, con la durata di due anni ad experimentum, l’Accordo, dunque, scade oggi. In prossimità di tale data, le due Parti, hanno valutato vari aspetti della sua applicazione, e hanno concordato, tramite lo scambio ufficiale di Note Verbali, di prolungarne la validità per altri due anni, fino al 22 ottobre 2022. Il rinnovo, quindi, dell’Accordo Provvisorio sembra essere un’occasione propizia per approfondirne lo scopo e i motivi.

Lo scopo principale dell’Accordo Provvisorio sulla nomina dei Vescovi in Cina è quello di sostenere e promuovere l’annuncio del Vangelo in quelle terre, ricostituendo la piena e visibile unità della Chiesa. I motivi principali, infatti, che hanno guidato la Santa Sede in questo processo, in dialogo con le Autorità del Paese, sono fondamentalmente di natura ecclesiologica e pastorale. La questione della nomina dei Vescovi riveste vitale importanza per la vita della Chiesa, sia a livello locale che a livello universale. Al riguardo, il Concilio Vaticano ii, nella Costituzione Dogmatica sulla Chiesa, afferma che «Gesù Cristo, pastore eterno, ha edificato la santa Chiesa e ha mandato gli apostoli, come egli stesso era stato mandato dal Padre (cfr. Gv 20, 21), e ha voluto che i loro successori, cioè i vescovi, fossero nella sua Chiesa pastori fino alla fine dei secoli. Affinché poi lo stesso episcopato fosse uno e indiviso, prepose agli altri apostoli il beato Pietro e in lui stabilì il principio e il fondamento perpetuo e visibile dell’unità di fede e di comunione.» (Lumen Gentium, 18).

Questo insegnamento fondamentale, che riguarda il ruolo peculiare del Sommo Pontefice all’interno del Collegio Episcopale e nella stessa nomina dei Vescovi, ha ispirato le trattative ed è stato di riferimento nella stesura del testo dell’Accordo. Ciò assicurerà, poco a poco, cammino facendo, sia l’unità di fede e di comunione tra i Vescovi sia il pieno servizio a favore della comunità cattolica in Cina. Già oggi, per la prima volta dopo tanti decenni, tutti i Vescovi in Cina sono in comunione con il Vescovo di Roma e, grazie all’implementazione dell’Accordo, non ci saranno più ordinazioni illegittime.

Bisogna tuttavia rilevare che con l’Accordo non sono state affrontate tutte le questioni aperte o le situazioni che suscitano ancora preoccupazione per la Chiesa, ma esclusivamente l’argomento delle nomine episcopali, decisivo e imprescindibile per garantire la vita ordinaria della Chiesa, in Cina come in tutte le parti del mondo. Recentemente, l’Em.mo Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, intervenendo su «La Chiesa cattolica in Cina tra passato e presente» al Convegno svoltosi a Milano il 3 ottobre, in occasione del 150° anniversario dell’arrivo dei missionari del Pime in Henan, ha fatto presente che sull’Accordo Provvisorio sono sorti alcuni malintesi. Molti di questi sono nati dall’attribuzione all’Accordo di obiettivi che esso non ha, o dalla riconduzione all’Accordo di eventi riguardanti la vita della Chiesa cattolica in Cina che sono ad esso estranei, oppure a collegamenti con questioni politiche che nulla hanno a che vedere con l’Accordo stesso. Ricordando che l’Accordo concerne esclusivamente la nomina dei Vescovi, il Cardinale Parolin si è detto consapevole dell’esistenza di diversi problemi riguardanti la vita della Chiesa cattolica in Cina, ma anche dell’impossibilità di affrontarli tutti insieme.

La stipulazione dell’Accordo, dunque, costituisce il punto di arrivo di un lungo cammino intrapreso dalla Santa Sede e dalla Repubblica Popolare Cinese, ma è anche e soprattutto il punto di partenza per più ampie e lungimiranti intese. L’Accordo Provvisorio, il cui testo, data la sua natura sperimentale, è stato consensualmente mantenuto riservato, è frutto di un dialogo aperto e costruttivo. Tale atteggiamento dialogante, nutrito di rispetto e amicizia, è fortemente voluto e promosso dal Santo Padre. Papa Francesco è ben cosciente delle ferite recate alla comunione della Chiesa nel passato, e dopo anni di lunghi negoziati, iniziati e portati avanti dai suoi Predecessori e in una indubbia continuità di pensiero con loro, ha ristabilito la piena comunione con i Vescovi cinesi ordinati senza mandato pontificio e ha autorizzato la firma dell’Accordo sulla nomina dei Vescovi, la cui bozza peraltro era stata già approvata da Papa Benedetto xvi.
Il Cardinale Parolin ha sottolineato che l’attuale dialogo tra Santa Sede e Cina ha radici antiche ed è la continuazione di un cammino iniziato molto tempo fa. Gli ultimi Pontefici, infatti, hanno cercato ciò che Papa Benedetto xvi ha indicato come il superamento di una «pesante situazione di malintesi e di incomprensione», che «non giova né alle Autorità cinesi né alla Chiesa cattolica in Cina». Citando il suo predecessore Giovanni Paolo ii, scriveva nel 2007: «Non è un mistero per nessuno che la Santa Sede, a nome dell’intera Chiesa cattolica e — credo — a vantaggio di tutta l’umanità, auspica l’apertura di uno spazio di dialogo con le Autorità della Repubblica Popolare Cinese, in cui, superate le incomprensioni del passato, si possa lavorare insieme per il bene del Popolo cinese e per la pace nel mondo» (Lettera del Santo Padre Benedetto xvi ai Vescovi, ai Presbiteri, alle Persone Consacrate e ai Fedeli laici della Chiesa Cattolica nella Repubblica Popolare Cinese, N. 4).

Da parte di alcuni settori della politica internazionale si è cercato di analizzare l’operato della Santa Sede prevalentemente secondo un’ermeneutica geopolitica. Nel caso della stipula dell’Accordo Provvisorio, invece, per la Santa Sede si tratta di una questione profondamente ecclesiologica, in conformità a due principi così esplicitati: «Ubi Petrus, ibi Ecclesia» (Sant’Ambrogio) e «Ubi episcopus, ibi Ecclesia» (Sant’Ignazio di Antiochia). Inoltre, c’è la piena consapevolezza che il dialogo tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese favorisce una più proficua ricerca del bene comune a vantaggio dell’intera comunità internazionale.

Proprio con questi intendimenti, l’Arcivescovo Paul R. Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati, ha incontrato il Sig. Wang Yi, Consigliere di Stato e Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, nel pomeriggio del 14 febbraio 2020, a Monaco di Baviera, a margine della 56a edizione della Conferenza sulla Sicurezza, anche se di fatto, il loro primo incontro personale, benché non ufficiale, era avvenuto in occasione di una Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite a New York.  Occorre notare che ambedue gli incontri hanno avuto luogo nel contesto della diplomazia multilaterale che agisce in favore della pace e della sicurezza globale, cercando di cogliere ogni segnale, anche minimo, che permetta di sostenere la cultura dell’incontro e del dialogo.

Come reso pubblico dalla Santa Sede, nel corso del colloquio svoltosi in Germania sono stati evocati i contatti fra le due Parti, sviluppatisi positivamente nel tempo. In tale occasione, poi, si è rinnovata la volontà di proseguire il dialogo istituzionale a livello bilaterale per favorire la vita della Chiesa cattolica e il bene del Popolo cinese. Si è auspicata, inoltre, maggiore cooperazione internazionale al fine di promuovere la convivenza civile e la pace nel mondo e si sono scambiate considerazioni sul dialogo interculturale e i diritti umani. In particolare, è stata evidenziata l’importanza dell’Accordo Provvisorio sulla nomina dei Vescovi, ora prorogato, con l’auspicio che i suoi frutti siano sempre maggiori, in base all’esperienza maturata nei primi due anni della sua applicazione.

Per quanto riguarda i risultati finora raggiunti, sulla base del quadro normativo stabilito dall’Accordo, sono stati nominati due Vescovi (S.E. Mons. Antonio Yao Shun, di Jining, Regione autonoma della Mongolia Interna, e S.E. Mons. Stefano Xu Hongwei, a Hanzhong, Provincia di Shaanxi), mentre diversi altri processi per le nuove nomine episcopali sono in corso, alcuni in fase iniziale altri in fase avanzata. Anche se, statisticamente, questo può non sembrare un grande risultato, esso rappresenta, tuttavia, un buon inizio, nella speranza di poter raggiungere progressivamente altre mete positive. Non è possibile trascurare il fatto che negli ultimi mesi il mondo intero è stato quasi paralizzato dall’emergenza sanitaria, che ha influenzato la vita e l’attività, in quasi tutti i settori della vita pubblica e privata. Il medesimo fenomeno ha influito, ovviamente, anche sui contatti regolari tra la Santa Sede e il Governo cinese e sulla stessa attuazione dell’Accordo Provvisorio.

L’applicazione dell’Accordo, con l’effettiva e sempre più attiva partecipazione dell’Episcopato cinese, dunque, sta avendo una grande importanza per la vita della Chiesa cattolica in Cina e, di riflesso, per la Chiesa universale. In tale contesto, si colloca anche l’obiettivo pastorale della Santa Sede, di aiutare i cattolici cinesi, a lungo divisi, a dare segnali di riconciliazione, di collaborazione e di unità per un rinnovato e più efficace annuncio del Vangelo in Cina. Alla comunità cattolica in Cina — ai Vescovi, ai sacerdoti, ai religiosi, alle religiose e ai fedeli — il Papa ha affidato in modo particolare l’impegno di vivere un autentico spirito di amore fraterno, ponendo dei gesti concreti che aiutino a superare le incomprensioni, testimoniando la propria fede e un genuino amore. È doveroso riconoscere che permangono non poche situazioni di grande sofferenza. La Santa Sede ne è profondamente consapevole, ne tiene ben conto e non manca di attirare l’attenzione del Governo cinese per favorire un più fruttuoso esercizio della libertà religiosa. Il cammino è ancora lungo e non privo di difficoltà.

La Santa Sede, con piena fiducia nel Signore della storia, che guida indefettibilmente la sua Chiesa, e nella materna intercessione della Ss.ma Vergine Maria, Madonna di Sheshan, affida al sostegno cordiale e, soprattutto, alla preghiera di tutti i cattolici questo passaggio delicato e importante, auspicando che i contatti e il dialogo con la Repubblica Popolare Cinese, che hanno maturato un primo frutto nella firma dell’Accordo Provvisorio sulla nomina dei Vescovi e la proroga di oggi, contribuiscano alla soluzione delle questioni di comune interesse ancora aperte, con particolare riferimento alla vita delle comunità cattoliche in Cina, nonché alla promozione di un orizzonte internazionale di pace, in un momento in cui stiamo sperimentando numerose tensioni a livello mondiale.

Robot e umani condivideranno equamente i lavori nel 2025

Che l’arrivo della pandemia di coronavirus abbia capovolto le economie mondiali, strangolando il loro tessuto imprenditoriale e con esso lasciando milioni di lavoratori in gravi difficoltà, è un fatto evidente.

Questo ha reso necessario un implementazione di nuove formule per adattarsi a questa nuova situazione.

La robotizzazione, paradigma dello sviluppo tecnologico e risultato del progresso industriale, sarà d’ora in poi molto più presente nelle aziende, determinando una perequazione della forza lavoro tra uomini e macchine.

È quanto sottolinea l’ultimo studio del World Economic Forum, che avverte che a seguito del repentino scoppio del covid-19 e della conseguente recessione generale dei paesi, entro il 2025 ―in soli cinque anni― la distribuzione dei compiti sarà pari tra esseri umani e robot.

Nel rapporto intitolato “The Future of Jobs 2020”, il WEF prende come riferimento, per trarre le sue conclusioni, le indagini condotte con i dirigenti aziendali senior – principalmente direttori delle risorse umane e direttori strategici -, che rappresentano quasi 300 aziende globali e insieme impiegano otto milioni di lavoratori.

Secondo il rapporto del WEF, uno spostamento nella divisione del lavoro tra uomo e macchina potrebbe spostare circa 85 milioni di posti di lavoro entro il 2025, dando origine, però, a 97 milioni di nuovi ruoli.
I posti di lavoro destinati a essere sempre più ridondanti includono assistenti amministrativi, contabili e impiegati, mentre le posizioni in crescita includono quelle nell’economia verde, ruoli in prima linea nei dati e nell’intelligenza artificiale, nonché nuovi lavori in ingegneria, cloud computing e sviluppo di prodotti.
E’ anche previsto aumento dei posti di lavoro nel marketing, nelle vendite e nella produzione di contenuti, così come i ruoli che richiedono un’attitudine a lavorare con persone di diversa estrazione.
Alcuni lavoratori i cui posti di lavoro sono vulnerabili potrebbero, secondo il rapporto, essere in grado di intraprendere nuove carriere.

Un’analisi del team di data science di LinkedIn condotta per il WEF ha mostrato che molti professionisti sono passati negli ultimi cinque anni a “ruoli emergenti” nella new economy pur provenendo da occupazioni completamente diverse.

Un’altra delle formule di lavoro che il presente documento ha analizzato è il telelavoro. Secondo il rapporto, l’84% dei datori di lavoro è pronto a digitalizzare i processi di lavoro e afferma che “esiste la possibilità che il 44% della loro forza lavoro effettui il telelavoro”.

Perugia: Il “Servizio Buongiorno” per prevenire l’isolamento degli over-70

Franca Gasparri predidente di Auser spiega che: “Nel corso del lockdown  sono state centinaia le persone anziane che ci hanno contattati anche solo per avere un po’ di compagnia al telefono, o perché avevano bisogno di un aiuto. Ora, con il nuovo progetto vogliamo strutturare questo rapporto, mettendo i nostri volontari a disposizione delle persone che ne hanno bisogno”.

Soli, con pensioni all’osso e servizi insufficienti: è la condizione che spesso vivono gli anziani di Perugia. Per questo è stato ideato il progetto.

«Il progetto “Servizio Buongiorno” intende prevenire l’isolamento sociale degli over 70 del centro storico strutturando e sperimentando un servizio innovativo di assistenza ed erogazione di attività, anche domiciliare, di sostegno psicologico ed inclusione finalizzato alla individuazione preventiva dei bisogni specifici che le persone anziane esprimono».

Il servizio è totalmente gratuito e per accedervi basta contattare Auser Perugia al numero 0755005666.

Clima , le città coprono il 3% della superficie, ma producono il 72% delle emissioni di gas serra

Si stima che in Europa, entro il 2050, l’85% degli abitanti vivrà in città, e quindi bisogna partire dalle città e dai cittadini per fronteggiare l’emergenza climatica. Questo l’obiettivo della missione ‘100 città europee neutrali climaticamente entro il 2030’, proposto dal Mission Board for climate-neutral and smart cities alla Commissione Europea e presentato oggi in Italia in una conferenza online. Durante l’evento, organizzato dal Miur e dall’Agenzia per la promozione della ricerca europea (Apre), A. Boni, membro del comitato, ha spiegato come “sia molto più di un programma di ricerca e sviluppo, è una sfida di trasformazione delle città”. Per far parte delle 100 città climaticamente neutrali, cioè senza impatto sul clima, dovrà “esserci la loro volontà, impegno e capacità di coinvolgere i cittadini e il 27 ottobre i Commissari   europei dovranno decidere se lanciare questa missione e il relativo processo di implementazione a inizio 2021”.

Uno dei principali ostacoli alla transizione climatica non è la mancanza di tecnologie amiche dell’ambiente o intelligenti, ma la capacità di implementarle. Serve un sistema diverso dall’attuale, più integrato e con una continua collaborazione e un maggiore coinvolgimento degli attori in causa, dove i cittadini assumano un ruolo importante. Le 100 città che sigleranno i cosiddetti Contratti delle città del clima dovranno sviluppare un sistema innovativo di governo, trasporti, energia, costruzione e riciclo con l’uso delle tecnologie digitali, e faranno da hub dell’innovazione per altre città. Durante il suo intervento il rettore del Politecnico di Milano, F. Resta ha ribadito che “i territori hanno un grande valore, perchè hanno nel Dna l’innovazione, l’internazionalizzazione e la sostenibilità e rappresentano una grande possibilità per lo sviluppo della neutralità climatica delle nostre città”.

Cannabis terapeutica per bambini affetti da sindromi di Lennox Gastaut e Dravet.

Il Ministero della Salute si è attivato per assicurare la dispensazione di un farmaco per bambini affetti dalle sindromi di Lennox Gastaut e di Dravet. La sindrome della Lennox Gastaut è una rara e grave encefalopatia epilettica, mentre la sindrome di Dravet è una forma di epilessia resistente ai farmaci anticomiziali.

Entrambe queste patologie hanno, solitamente, insorgenza in età pediatrica e si connotano per limitate risorse terapeutiche.

Alla luce di queste considerazioni, il Ministero sostiene “l’importanza di identificare nuove soluzioni di cura. Il farmaco in questione riduce del 30-40% la frequenza delle crisi epilettiche”.

Un provvedimento in continuità con le norme attualmente vigenti in Italia che classificano tutti i medicinali di origine vegetale a base di Cannabis (sostanze e preparazioni vegetali, inclusi estratti e tinture), nella “Tabella dei medicinali, sezione B, del decreto del Presidente della Repubblica 309/1990”.