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Ai nostri figli non possiamo lasciare un deserto

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo un ampio stralcio dell’editoriale del direttore di Orbisphera. L’autore, citando l’invito del Papa a far sì che “la nostra madre Terra ritorni alla sua originale bellezza”, sviluppa alcune riflessioni sul “magistero ecologico” di Francesco.

 

“Rinnovo il mio appello: prendiamoci cura della nostra madre Terra, vinciamo la tentazione dell’egoismo che ci rende predatori delle risorse, coltiviamo il rispetto per i doni della Terra e della creazione, inauguriamo uno stile di vita e una società finalmente ecosostenibili: abbiamo l’opportunità di preparare un domani migliore per tutti. Dalle mani di Dio abbiamo ricevuto un giardino, ai nostri figli non possiamo lasciare un deserto”.

 

Lo ha detto Papa Francesco nel corso di un videomessaggio diffuso in occasione della presentazione della Piattaforma Laudato si’, avvenuta il 25 maggio alle 11:30 in diretta streaming

 

Il Pontefice ha ricordato che, con l’Enciclica Laudato si’ promulgata nel 2015, ha invitato “tutte le persone di buona volontà a prendersi cura della Terra, che è la nostra casa comune”.

 

Purtroppo – ha spiegato – “da tempo, ormai, questa casa che ci ospita soffre per ferite che noi provochiamo a causa di un atteggiamento predatorio, che ci fa sentire padroni del pianeta e delle sue risorse e ci autorizza a un uso irresponsabile dei beni che Dio ci ha dato”.

 

Per questo motivo – ha sottolineato Francesco – “abbiamo bisogno di un nuovo approccio ecologico che trasformi il nostro modo di abitare il mondo, i nostri stili di vita, la nostra relazione con le risorse della Terra e, in generale, il modo di guardare all’uomo e di vivere la vita”.

 

É necessaria “un’ecologia umana integrale che coinvolge non solo le questioni ambientali ma l’uomo nella sua totalità, diventa capace di ascoltare il grido dei poveri e di essere fermento per una nuova società”.

 

Per far capire quanto gravi siano i rischi della crisi ecologica e della cultura predatoria, il Pontefice ha detto: “Che mondo vogliamo lasciare ai nostri bambini e ai nostri giovani? Il nostro egoismo, la nostra indifferenza e i nostri stili irresponsabili stanno minacciando il futuro dei nostri ragazzi!”.

 

Ed è per dare soluzione a questi problemi che Francesco si è detto lieto di annunciare che l’Anno 2020 dedicato all’Enciclica Laudato si’ ha dato luogo ad una iniziativa concreta: la Laudato si’ Action Platform, “un cammino di sette anni che vedrà impegnate in diversi modi le nostre comunità perché diventino totalmente sostenibili, nello spirito dell’ecologia integrale”.

 

Il Papa ha spiegato che famiglie, diocesi e parrocchie, scuole e università, ospedali, imprese e aziende agricole, organizzazioni, istituti religiosi, gruppi e movimenti lavoreranno insieme per creare un mondo più inclusivo, fraterno, pacifico e sostenibile.

 

Si tratta di un cammino comune che durerà sette anni e punterà a realizzare sette obiettivi: la risposta al grido della Terra, la risposta al grido dei poveri, l’economia ecologica, l’adozione di uno stile di vita semplice, l’educazione ecologica, la spiritualità ecologica e l’impegno comunitario per realizzare l’ecologia integrale.

 

“C’è speranza”, ha concluso il Papa. “Tutti possiamo collaborare, ognuno con la propria cultura ed esperienza, ciascuno con le proprie iniziative e capacità, perché la nostra madre Terra ritorni alla sua originale bellezza e la creazione torni a risplendere secondo il progetto di Dio”.

 

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https://www.orbisphera.org/Pages/PrimoPiano/4092/Ai_nostri_figli_non_possiamo_lasciare_un_deserto

Il gioco si fa duro?

Il cammino del governo Draghi è costellato di buoni propositi e cattivi comportamenti. Nessuno vuole abbassare le sue bandierine nel timore di perdere appeal nella contesa elettorale del prossimo autunno.

 

Paolo Pombeni

 

Non che far funzionare a pieno ritmo la campagna vaccinale o mandare in tempo e in forme adeguate il PNRR a Bruxelles sia stata un’operazione facile. Però Draghi ha potuto contare, sia pure solo in parte, sul clima della cosiddetta “luna di miele” di chi inizia un’avventura politica. E poi c’era un po’ sempre la spada di Damocle di un possibile, per quanto difficile scioglimento della legislatura con rinvio di tutti alla prova delle urne: un esito di cui a parole nessuno ha paura, ma che in realtà tutti temono moltissimo.

 

Adesso però la luna di miele è finita e l’ipotesi di una conclusione anticipata della legislatura a due mesi dall’inizio del semestre bianco appare surreale. Invece si moltiplicano le decisioni che il governo deve prendere, mentre i partiti sono impegnati in una campagna elettorale per le amministrative che è densa di incognite. Tutto questo crea un clima poco favorevole alle intese che pure sarebbero necessarie.

 

Ci sono alcuni nodi da sciogliere che sono evidenti e ce ne sono altri che sono meno percepibili. Al primo genere appartengono i piani per le tre riforme che la UE ci impone per dare l’avvio ai finanziamenti del Next Generation UE: giustizia, fisco, pubblica amministrazione (a cominciare dalle semplificazioni). Su tutte e tre abbiamo già visto attivarsi la competizione fra partiti che sono vittime delle narrazioni che hanno sparso ai quattro venti negli anni passati. Perché è inutile nasconderselo: se sostieni per anni che senza una certa impostazione crollerà il palco, poi diventa difficile fare marcia indietro. Dovresti poter contare su leader con una credibilità personale così alta da far digerire agli elettorati qualsiasi cosa e contemporaneamente da tenere sotto controllo il proliferare di fazioni che c’è in ogni partito. Merce rarissima di questi tempi.

 

Sulla giustizia, l’abbiamo già scritto, c’è lo scoglio dei Cinque Stelle che Conte non è in grado di mettere in riga e che Letta continua a ritenere un alleato indispensabile per cui gli si deve concedere tutto. Sul fisco c’è la solita contrapposizione fra ideologie da fumetti: togliere ai ricchi per dare ai poveri contro diminuire drasticamente le tasse a tutti per realizzare il paese di bengodi. Sulla riforma della pubblica amministrazione sono a parole tutti d’accordo, salvo che quando scendi nel dettaglio ti accorgi che è tutto maledettamente complicato. Esemplare la storia degli appalti: un sistema barocco che serve solo ad intasare i TAR e a non far partire i lavori, ma che non si può riformare perché ogni abolizione di clausole preventive di sbarramento è vista come un favore verso la criminalità organizzata e il malaffare.

 

Eppure Draghi ha assoluta necessità di realizzare quelle riforme, altrimenti si mette a rischio tutta la macchina dei finanziamenti, ma nessuno vuole abbassare le sue bandierine nel timore che questo risulti pregiudiziale nella contesa elettorale d’autunno. Molti osservatori ritengono che il premier non abbia problemi a tirare dritto per la sua strada lasciando ai partiti lo spazio per dar sfogo a vuoto lle varie propagande. E’ sicuramente così da vari punti di vista, ma da altri la questione è differente.

 

Perché adesso Draghi deve mettere mano ad una lunga serie di nomine nelle aziende pubbliche e partecipate.

 

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https://www.mentepolitica.it/articolo/il-gioco-si-fa-duro/2074

Vaccino Covid, Sanofi e Gsk avviano fase 3: approvazione entro 2021

Sanofi e Gsk annunciano l’avvio dello studio clinico di fase 3 che valuterà la sicurezza, l’efficacia e l’immunogenicità del loro vaccino candidato Covid-19 adiuvato a base di proteine ricombinanti. Lo si legge in una nota che spiega: “Lo studio di fase 3 randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo includerà più di 35.000 volontari adulti (dai 18 anni in su) provenienti da diversi Paesi in Stati Uniti, Asia, Africa e America Latina”.

L’endpoint primario dello studio è la prevenzione della malattia Covid-19 sintomatica in adulti naïve al Sars-Cov-2, mentre gli endpoint secondari sono la prevenzione della malattia Covid-19 grave e la prevenzione dell’infezione asintomatica. In due fasi distinte, lo studio analizzerà inizialmente l’efficacia di una formulazione del vaccino mirata al virus originario D.614 (Wuhan), mentre una seconda fase valuterà una seconda formulazione mirata alla variante B.1.351 (variante sudafricana).

Recenti prove scientifiche mostrano che gli anticorpi creati contro la variante B.1.351 possono fornire un’ampia protezione crociata contro altre varianti a maggiore trasmissione. Il disegno della fase 3, condotto in diverse aree geografiche, permette anche di valutare l’efficacia del vaccino candidato contro una varietà di varianti circolanti. A seguito degli incoraggianti risultati intermedi del recente studio di fase 2, si legge ancora nella nota, nelle prossime settimane le aziende inizieranno anche uno studio clinico per valutare la capacità del vaccino candidato Covid-19 adiuvato a base di proteine ricombinanti di indurre una forte risposta come dose di richiamo, indipendentemente dalla tipologia di vaccino ricevuto in precedenza.

 

È tornato di moda. Considerazioni e appunti sul trasformismo.

Un fenomeno ridotto a formula di malcostume disvela nella sua genesi storica e nel suo pratico impatto politico una potenzialità che attinge a un elemento di saggezza e prudenza, forse anche di verità.

 

Nino Labate

 

Devo ringraziare mons. Ravasi che dalle pagine del Sole Ore mi ha fatto conoscere la poesia di Trilussa “Er carattere”. Scritta moltissimo tempo dopo che Agostino de Pretis aveva varato il suo governo “trasformista”, Trilussa scherza, al suo solito in romanesco, su un dialogo tra un camaleonte e un rospo: “…ognuno crede a le raggioni sue, disse er camaleonte, io cambio sempre e tu nun cambi mai”. “Credo che se sbajamo tutt’e due”, rispose il rospo. Ecco, Trilussa dopo che in un primo tempo aveva parlato male del trasformismo, avanza ora il sospetto, in questa poesia, che se uno crede rigidamente alle proprie opinioni  senza mai avere dei dubbi, può incorrere in  errori allo stesso modo di chi le cambia spesso.

 

Gli studiosi  possono spiegare meglio. Io in tempo di Covid ho solo passato un poco di tempo spulciando articoli e leggendo  qualche cosa  su Internet. E divagando.

 

Sul trasformismo sono stati pubblicati decine di libri. Ed è  stato approfondito in tutti i suoi aspetti. Quasi sempre demonizzato come paradigma dei voltagabbana senza spina dorsale,  dell’incoerenza e della mancanza di rispetto verso la propria identità. Come populismo antipolitico. Subentrato ai nostri giorni alla crisi dei partiti politici del  Novecento e della loro cultura ormai naufragata nel maremagnum del mondialismo. Sempre ricordato e citato nel suo lato negativo di interessi individuali o di lobby su cui si è soffermato con molta superficialità anche Galli della Loggia citandolo come “luogo paludoso di centro” dove ormai confluiscono destra e sinistra, oggi scomparsi e senza più significato  nell’offerta  politica (sic!).

 

Osservato infine come segno di una  etica volgare, liquida e ballerina: quella del proprio tornaconto. Mentre collocandolo sui profondi cambiamenti sociali e culturali che viviamo,  potrebbe anche suggerire una più convinta etica solida, storicamente determinata, in funzione della responsabilità e della propria consapevole coscienza del momento storico, al di là dei nostri pregiudizi.

 

Comunque stiano le cose e benché di fronte ad una  enorme mole di riflessioni, i paradossi della storia politica legati a questo sostantivo non si riesce a contarli. Uno fra i tanti, e credo il più significativo, è  le centinaia di volte che è stato citato a sproposito, dalla fine del governo Renzi in poi, transitando da Conte e sino al Draghi dei nostri giorni, che,  volendole contare, superano certamente tutte le volte che è stato citato da De Pretis ad oggi. Per molti commentatori il nostro è un tempo di trasformismo…a prescindere.

 

Ma vediamo meglio partendo da lontano. Dalla Calabria. Cosa centra la Calabria con il trasformismo? L’antropologia, la cultura e la storia dei calabresi ci suggeriscono una costante degna di rilievo. E questo nonostante il continuo fango gettato su questa infelice ma nobile e antica terra. La costante è quella greca (e grecanica) del ritorno ad Itaca. Dell’accoglienza. Della nostalgia della propria casa. Dell’amore verso le proprie radici. Del forte attaccamento al passato e alle tradizioni. Del “familismo”: anche di quello “amorale” purtroppo. Ma anche quella del rispetto della parola data e della coerenza dei comportamenti. Del giuramento sul proprio onore, nel bene e nel male, specie quando si trasferisce agli “uomini d’onore”. Quella insomma  che racconta di “donne e uomini …di parola” che, ahimé, non riescono mai a mettersi insieme.

 

Succede tuttavia che interrogando la storia risorgimentale, il primo incoerente e “voltagabbana camaleontico” italiano, sia stato proprio un calabrese: tale Giovanni Nicotera. Repubblicano convinto ed esponente del partito della sinistra liberale, nato a Sambiase (Catanzaro) da “famiglia di tradizioni illuministiche e giacobine”. Che possedendo alcuni valori, era però di vista acuta e aveva il dono di guardare lontano. Condivisibili o meno. Un massone ex mazziniano sin dalla Giovane Italia e un progressista, anticlericale, attivo e presente, assieme al suo amico Pisacane, nella spedizione di Sapri per liberare i prigionieri di Ponza. E dopo, vestito da combattente, nella presa di Porta Pia e in Aspromonte accanto ai garibaldini. Eh… insomma un carattere impulsivo, dicono gli studiosi.

 

Fu però proprio lui che da Ministro dell’Interno, senza  invocare i pieni poteri ed esibire nei comizi  la  croce di Gesù e il Vangelo, spinge successivamente il suo compagno di partito Agostino De Pretis a creare un governo trasversale assieme ad una modesta quota parte della destra italiana di quegli anni. Il motivo del calabrese era scontato. Ed era un motivo centrale per i suoi ideali: avviare le riforme per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia,  e mettere al primo posto dell’azione di governonla Questione Meridionale. Pensate un poco…eravamo nel 1876 e,  dopo la bellezza di 145 anni, è ancora  un tema prioritario nell’agenda di Mario Draghi.

 

Ma proseguiamo.

 

Perché Nicotera, con il preciso, solo e unico scopo di realizzare questo suo sogno, aveva iniziato a contattare diversi deputati della destra e si stava dando da fare per trovare accordi in Parlamento al di là del suo partito, delle appartenenze e degli schieramenti politici. Insomma è lui che pone le basi del cosiddetto trasformismo, che poi in quegli anni  conclude a piene mani  De Pretis. A Nicotera interessava solo risolvere i gravi problemi sociali e lavorativi  del Sud, e combattere il brigantaggio. Ed era completamente disinteressato del colore di chi aderiva a questo suo utopico progetto.

 

Fu a quel punto che De Pretis, avendo fiutato la mossa e capito dove voleva andare a parare Nicotera, per non farsi spiazzare dal suo collega di partito, trovatosi  nel paesino di Stradella per la sua campagna elettorale, dove aveva il suo collegio elettorale – paesino distante appena 16 chilometri da Bressana Bottirone, suo paese di nascita vicino Pavia –  pronunciò ufficialmente e ad alta voce il suo famoso discorso. Illustrando anche un intero programma di riforme e concludendo: “Se qualcheduno vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se vuole trasformarsi e diventare progressista come posso io respingerlo?’.

 

Grazie a queste parole, rimaste a futura memoria e interpretate sempre, ma sbagliando sempre, come metafora disonorevole della classe politica, De Pretis formò successivamente il suo governo con diversi deputati disponibili della destra storica. Disponibili perché convinti del programma annunciato. E disponibili a sedersi “formalmente” dalla parte opposta da dove si erano  sempre seduti in Parlamento dopo la loro elezione. Con qualche tornaconto personale non c’è dubbio: questione secondaria però rispetto al serio disegno riformista posto sul tappeto da De Pretis.

 

Per curiosità e per capire meglio il determinato momento storico e sociale di quel periodo, va ricordato che i  votanti italiani  di quell’anno – siamo, ripeto, nel 1876 –  erano solo uomini di età superiore ai 25 anni.Tutti alfabetizzati. E tutti  in grado di pagare le tasse: 530 mila circa. Il 2% della popolazione italiana formata, all’epoca, da 26 milioni di cittadini. Un misero 2% di italiani aristocratici cosi composto, che decideva  dunque le sorti dell’intero Paese, l’assetto di potere e il programma di governo, su cui il trasformismo aveva un impatto sicuramente scandaloso, anche per i concreti interessi terrieri che tutelava la elitaria classe politica di quel periodo.

 

Quali sono allora i rimproveri da muovere a Nicotera ?

 

Questo tenace, non lineare, discusso e discutibile uomo calabrese può solo rimproverarsi di non aver insistito molto sulla (sua) “Questione Meridionale”.  Perché  tale è  rimasta e tale la troviamo ancora ai nostri giorni. Tuttavia, il suo costante impegno, ambiguo quanto si voglia, e la sua  lungimiranza sono  serviti  almeno a far capire che quando si vuole risolvere una questione annosa e centrale per il futuro del Paese, gli schieramenti, i partiti e dove perciò si sta seduti nello spazio geometrico dell’emiciclo  parlamentare sono inutili  e  contano poco.

 

Credo allora sia giusto interrogarci se per caso nei  momenti in cui bisogna risolvere enormi e gravi problemi nazionali si debba andare alla sostanza delle cose e non fermarsi alla superficiale forma del partito, al suo spazio geometrico o agli interessi personali dei suoi deputati. La vicenda di Draghi potrebbe servire da lezione. Ma Michele Salvati sul Foglio del primo maggio di quest’anno guarda molto avanti e si spinge oltre interrogandosi se “siamo sicuri che un governo tra forze politiche ideologicamente opposte debba essere considerata come un’esperienza unica piuttosto che una nuova normalità?”. Se siamo “tutti sulla stessa barca” e bisogna remare tutti insieme per uscire fuori dalla tempesta, allora quando si cerca il bene comune, ovvero il bene di tutti, si può anche andare al di là della forma, dei propri convincimenti e delle proprie ideologie e  “trans-formarsi“, appunto. Senza scandalizzare e scandalizzarsi.

 

E quando la storia cambia velocemente e la societa avanza verso lidi globali sconosciuti, verso un ignoto futuro, si rimane  in pochi a pensare che i partiti, la loro cultura, i loro accordi, le loro ideologie, i programmi, lo stesso elettorato di riferimento, debbano invece rimanere fissi e ancorati alle idee del passato. Bello quanto si voglia, ma inutile anche solo per farci capire i segni dei tempi.

 

Circa duemila anni fa Paolo di Tarso, in una sua accorata e profonda lettera ai Corinzi, e senza cedere nulla al relativismo ontologico, ci avvertiva sui cambiamenti dei modi di pensare a cui siamo sottoposti nel corso della vita. Dopo averci raccomandato che corriamo il rischio di trasformarci in meri e inutili  “bronzi che rimbombano…” se ci facciamo mancare la Carità, ci ha ricordato in una  prospettiva di ricerca e attesa del Divino, l’inevitabilità dei cambiamenti dei  nostri modi di pensare e di valutare le cose: “Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino”.

Passi decisivi per liberare la Chiesa e l’Italia dalle influenze mafiose

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

 

Era il 9 maggio 1993 quando, nella Valle dei Templi di Agrigento, Giovanni Paolo II condannò in maniera esplicita la mafia, invitando i suoi membri a convertirsi e intimando loro: «Verrà il giudizio di Dio!».

I capi mafiosi non gradirono le parole del Papa e, poco dopo la mezzanotte del 27 luglio 1993, un’autobomba esplose davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano. Contemporaneamente un’altra auto imbottita di tritolo venne fatta esplodere davanti alla chiesa romana di San Giorgio al Velabro. In entrambi i casi vi furono gravissimi danni, con un totale di 22 feriti.

A conferma dell’arroganza e della protervia del crimine organizzato, nel settembre del 1993 la mafia a Palermo uccise don Pino Puglisi, e nel marzo del 1994 la camorra a Casal di Principe uccise don Peppe Diana.

Inoltre in alcune diocesi e parrocchie l’influenza dei boss mafiosi sul clero locale rimaneva forte.

Purtroppo la commistione tra mafia e religione è un problema serio e radicato.

A questo proposito, il 13 maggio, intervenendo alla presentazione del primo Rapporto del “Dipartimento per la legalità” della Pontificia Academia Mariana Internationalis (Pami), l’ex Procuratore capo di Roma e attuale Presidente del Tribunale dello Stato Vaticano, Giuseppe Pignatone, ha spiegato la commistione tra mafia e religione.

Il “Dipartimento per la legalità” è un organismo istituito nel settembre 2020 per lo studio e il monitoraggio dei fenomeni criminosi e mafiosi. Nella lettera inviata nel luglio 2020 a padre Stefano Cecchin, Presidente della Pontificia Academia Internationalis, Papa Francesco chiedeva di «liberare Maria e la figura della Madonna dall’influsso delle organizzazioni malavitose».

Pignatone ha ricordato che esponenti di gruppi mafiosi sono coinvolti e addirittura promotori di manifestazioni popolari e religiose, processioni e feste patronali.

Diffuso e frequente anche il linguaggio religioso utilizzato dai mafiosi. Per esempio – ha spiegato Pignatone – l’iniziazione degli affiliati alla ‘ndrangheta viene chiamata “battezzo”.

Quando Pignatone entrò nella casa del boss mafioso Bernardo Provenzano, contò circa 170 santini; la Bibbia era sottolineata e forse usata come cifrario.

I “pizzini” scritti da Provenzano si aprivano e chiudevano con frasi come: “sia fatta la volontà di Dio” o “in nome di Cristo”, e poi magari ordinavano assassinii.

Secondo il Presidente del Tribunale dello Stato Vaticano, si tratta di manifestazioni di apparente religiosità, sovrastrutture permanenti per camuffare la reale essenza della mafia.

I giovani mafiosi vengono fatti crescere con questa cultura religiosa che è profondamente anticristiana.

Ha detto Pignatone che si tratta di «una radicale opposizione al Vangelo che viene fatta passare come modo normale di vivere nella Chiesa; un condizionamento al quale sono soggetti anche coloro che diventeranno preti e religiosi».

Per sconfiggere la mafia – ha concluso l’ex Procuratore capo di Roma – c’è bisogno di «un cambio di mentalità nella Chiesa e nella società civile. Polizia e magistratura sono in prima linea, ma non devono essere i soli».

Un deciso cambio di passo nella lotta per liberare la Chiesa e il territorio dalle influenze mafiose lo ha fatto Papa Francesco, che fin dall’inizio del suo pontificato ha dato seguito all’azione coraggiosa di Giovanni Paolo II.

Il 21 giugno 2014, di fronte a 250mila persone nella piana di Sibari, in occasione della sua visita in Calabria, Papa Francesco ha detto: «Coloro che nella loro vita hanno questa strada di male, i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati».

Il 15 settembre 2018, a Palermo, Francesco si è rivolto ai mafiosi dicendo: «Convertitevi! O la vostra vita andrà persa». Ed ha aggiunto: «Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore. Oggi abbiamo bisogno di uomini d’amore, non di uomini d’onore; di servizio, non di sopraffazione; di camminare insieme, non di rincorrere il potere. Agli altri la vita si dà, non si toglie».

Per quanto riguarda l’organizzazione interna della Chiesa, è stato Papa Francesco a nominare Giuseppe Pignatone, uno dei magistrati più esperti e capaci nella lotta alla mafia, come Presidente del Tribunale della Città del Vaticano.

Francesco ha beatificato don Pino Puglisi, prima vittima di mafia riconosciuta come martire della Chiesa. Ed ha beatificato anche Rosario Livatino, il giovane magistrato siciliano ucciso dalla mafia nel 1990.

Domenica 9 maggio, durante l’Angelus, Papa Francesco ha posto l’accento sul significato della beatificazione di Rosario Livatino, indicando nel giovane giudice «un esempio e uno stimolo per tutti i magistrati a essere leali difensori della legalità e della libertà».

Eu-Bielorussia: Nessuno voli sul cielo di Lukashenko

<> on May 15, 2017 in Beijing, China.

La newsletter dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale fa il punto sulla vicenda dell’aereo dirottato e rileva la difficoltà per l’Italia di attirare, in questo momento di tensione internazionale, l’attenzione dell’Europa sulla questione degli immigrati clandestini.

ISPI

Il Consiglio europeo ha dato mandato ai ministri Ue di imporre nuove sanzioni sulla Bielorussia. La decisione arriva dopo il dirottamento di un volo Grecia-Lituania, fatto atterrare a Minsk da Lukashenko per arrestare il dissidente Roman Protasevich e la sua compagna. Le sanzioni europee dovrebbero vietare il sorvolo dello spazio aereo europeo da parte di compagnie bielorusse, ed essere accompagnate da misure economiche mirate.

La reazione dell’Ue è stata rapida, anche perché l’intercettazione di un aereo civile ha pochi precedenti persino durante la guerra fredda. Difficile, al momento, capire se sia stata incisiva: gli strumenti a disposizione dell’Europa sono comunque limitati.

E ora? Per l’Europa quella di Minsk resta una spina nel fianco, e ora la ferita si è riaperta. Le pressioni Ue su Lukashenko si sono rivelate inefficaci, l’opposizione appare demoralizzata e meno attiva, e le voci critiche al regime restano in carcere o in esilio. E la repressione continua: Lukashenko ha appena varato una legge che di fatto vieta le proteste e “silenzia” la stampa.

Ma c’è di più. Il ruolo di Mosca nel dirottamento sembra esser stato diretto: quattro dei sei agenti presenti sull’aereo su cui viaggiava Protasevich sarebbero russi. Anche per questo la reazione del Consiglio europeo non si è fatta attendere, con la condanna delle “attività illegali, provocatorie e destabilizzanti della Russia contro l’UE”. Tuttavia Mosca, già sotto sanzioni per il ruolo del Cremlino nell’avvelenamento e poi arresto di Navalny, non sembra temere ulteriori ritorsioni.

L’affaire bielorusso ha sconvolto l’agenda dei leader europei, ma soprattutto quella dell’Italia, che sperava di riportare sul tavolo il tema migranti. Con il fallimento degli accordi di Malta (meno di mille migranti ricollocati in altri paesi Ue su 45.000 sbarcati), Roma è alla ricerca di un rilancio della redistribuzione su base volontaria e di soluzioni alternative, come un nuovo accordo diretto con la Libia. Ma i 27 governi Ue restano divisi, e il dirottamento ha offerto un’ottima scusa per relegare le migrazioni ai tavoli bilaterali (come l’incontro Draghi-Macron).

Se ne riparla più seriamente, forse, a fine giugno, quando potrebbe essere già troppo tardi.

Fatti di Minsk gravissimi. Chiediamo una immediata inchiesta internazionale e la liberazione degli arrestati.

 

Discorso del Presidente del Parlamento europeo al Consiglio Ue del 24 maggio 2021. Testo integrale.

 

Signore e signori,

 

A più di un anno dall’inizio della pandemia di COVID-19 ci troviamo in un contesto che ci propone sfide senza precedenti. La campagna vaccinale avanza, i meccanismi di ripresa si sono messi in moto, ma nuove minacce alla nostra sicurezza impongono una forte voce europea. I fatti della Bielorussia, con l’ipotesi di un dirottamento di Stato di un aereo civile per arrestare oppositori del regime, ci impongono un salto di qualità e tempestività della nostra risposta.  Su questo torneremo dopo, ma vorrei cogliere l’occasione per un’osservazione preliminare sul funzionamento delle nostre istituzioni.

 

Cambiamento climatico

 

Oggi siete chiamati a discutere di misure importanti che riguardano gli impegni presi dall’Unione europea nel quadro dell’accordo di Parigi sul clima. I nostri cittadini si aspettano giustamente che vengano rispettate quelle promesse e il Parlamento lo sta facendo lavorando sulle proposte legislative.

 

Più precisamente, come sapete, stiamo negoziando insieme al Consiglio proprio la Legge sul Clima. La questione dell’obiettivo climatico per il 2030 e quella dell’applicazione del principio di neutralità climatica sono state oggetto di discussioni complesse.  Ora siamo pervenuti a un accordo, il che è di per sé una buona notizia anche se vi è ancora molto lavoro da fare.

 

Vorrei rispettosamente osservare che, secondo i Trattati, le conclusioni del Consiglio europeo sono accordi politici tra i capi di Stato e di governo. Il Parlamento non può essere chiamato solo ad apporre il suo timbro d’approvazione a fatti compiuti. Il ruolo di colegislatore del Parlamento europeo, negli ambiti ad esso attribuiti dai trattati, non deve essere compromesso. Invece assistiamo a tentativi in tal senso con riguardo a vari settori e materie, come appunto la Legge sul Clima.  Sono certo che anche in questo caso – come per il QFP – possiamo trovare il modo di lavorare insieme nel rispetto delle rispettive prerogative, per un risultato migliore per l’Unione Europea.

 

Per quanto ci riguarda, il Parlamento si impegna ad arrivare ad un ambizioso pacchetto sul clima e l’energia prima dell’estate, con un sistema rafforzato di scambio di quote di emissioni e target più ambiziosi sulle energie rinnovabili e l’efficienza energetica. Questo impegno è indissociabile dall’adozione di misure sociali di ampia portata: la transizione verde deve essere giusta e accompagnare i lavoratori e le lavoratrici in questo passaggio, con formazione, protezione e sostegno all’occupazione. A Porto abbiamo dato la nostra parola alle parti sociali e ai cittadini europei e dobbiamo agire per mantenerla.

 

Relazioni esterne / Russia

 

Sulla scena internazionale ora più che mai è necessaria una voce europea forte e comune. La democrazia non è incisa nella pietra. È fragile e se non la proteggiamo può sgretolarsi più velocemente di quanto osiamo immaginare. Assistiamo a un aumento della disinformazione, delle provocazioni dirette agli Stati membri e all’intera UE e alle strumentalizzazioni delle crisi da parte di regimi autoritari per mettere a tacere le voci critiche o limitare le libertà dei media. In questo contesto mutevole, l’UE deve ridefinire e rafforzare il suo ruolo sulla scena mondiale. Un attacco a uno Stato membro è un attacco a tutti. Infatti la sicurezza di uno è la sicurezza di tutti.

 

I fatti di ieri relativi all’atterraggio forzato a Minsk del volo Ryanair da Atene a Vilnius sono di una gravità inaudita. Il regime del presidente Lukashenko ha privato della libertà Roman Protasevich ed un’altra persona che lo accompagnava e ora si trovano detenuti a Minsk. Chiediamo l’immediato rilascio di entrambi senza condizioni e la possibilità per loro di lasciare il Paese. È senz’altro necessaria un’indagine internazionale per verificare se la sicurezza del trasporto aereo e dei passeggeri è stata messa a repentaglio da uno Stato sovrano e se siamo in presenza di una violazione della Convenzione di Chicago.

 

Ma la nostra risposta dev’essere forte, immediata e unitaria. L’Unione europea deve agire senza esitazioni e punire i responsabili. Stasera avete una grande responsabilità per dimostrare che l’Unione non è una tigre di carta. Per quanto riguarda le nostre relazioni con la Russia e la Cina, oppure l’allargamento o le politiche di vicinato, il Parlamento ha sempre affermato che i nostri interessi strategici vanno di pari passo con i nostri valori.

Risulta evidente che le ultime sanzioni della Russia non erano dirette soltanto contro la mia persona e quella della Vice Presidente Jourova ma anche contro le nostre rispettive istituzioni. Anziché intimidirci, questo ci incoraggia a non fermarci. La Russia rilasci Alexei Navalny.

 

NGEU / Risorse proprie

 

L’anno scorso ha dimostrato di cosa siamo capaci quando restiamo uniti. Abbiamo adottato un importante strumento per la ripresa.  Per la prima volta nella storia dell’Unione europea, cospicue risorse di bilancio finanziate da un prestito comune sono destinate agli Stati membri dell’UE. Vale la pena ricordare che stiamo parlando di un totale di 390 miliardi di euro in sovvenzioni per tre anni.

 

Adesso dobbiamo concentrarci sull’attuazione del dispositivo per la ripresa e la resilienza, che sarà decisivo nel sostenere la ripresa in Europa dopo il COVID-19. Esso offre opportunità uniche per migliorare il potenziale di crescita delle economie europee, promuovendo al contempo gli obiettivi dell’UE di migliorare l’equità economica e di ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici.

L’adozione della decisione sulle risorse proprie è necessaria per dare impulso alla nostra ripresa. Contiamo sui parlamenti e i governi nazionali per portare a termine quanto prima i processi di ratifica.

 

Certificato europeo COVID-19

 

Ci avviciniamo alla seconda estate dall’inizio della pandemia di COVID-19 e le persone desiderano una ben meritata pausa. Sfortunatamente il virus non va in vacanza. Per questo, i nostri cittadini guardano a noi per una soluzione che garantisca la protezione della loro salute ma anche la ripresa di una mobilità e di una vita normale.

 

Stiamo particolarmente soddisfatti per il lavoro svolto insieme al Consiglio sul Certificato Covid-19 per evitare un mosaico di soluzioni nazionali che avrebbe effetti dannosi per i cittadini, per il turismo e per la ripresa economica. Salutiamo il risultato del trilogo che ha portato ad un accordo provvisorio giovedì scorso.

 

Per il Parlamento, il certificato non può essere una condizione ostativa per la libera circolazione. Abbiamo inoltre indicato chiaramente che nessuno deve essere discriminato per le sue condizioni di salute o le scelte sanitarie e vogliamo che soltanto i dati necessari vi siano inclusi.

 

La vera svolta sarà rappresentata dalla rapidità della campagna vaccinale nell’Unione europea. Inoltre, data la situazione sanitaria attuale in molti paesi del mondo, è fondamentale pensare e agire al di là delle nostre frontiere. Per questo, come ho detto al Forum globale per la salute del G20, occorre che tutti seguano l’esempio dell’Unione europea esportando i vaccini e donando le dosi in sovrannumero ai Paesi a basso e medio reddito.

 

Ma non basta. Occorre impegnarsi per potenziare la produzione in questi Paesi e, nel medio periodo, consentire la condivisione obbligatoria delle licenze per questo fine – utilizzando le flessibilità già consentite all’interno degli accordi TRIPs in sede di OMC.

 

Saluto la proposta complessiva di azione della Commissione in seno all’OMC, una proposta coraggiosa che sosteniamo e che pone l’Unione insieme agli Stati Uniti all’ avanguardia dell’azione globale multilaterale in questa crisi.

 

Crediamo anche che sia giusto esplorare tutte le opzioni che possono consentire la vaccinazione della popolazione mondiale in breve tempo, incluse opzioni di sospensione dei brevetti, se contribuiscono a questo fine.

 

Immigrazione

 

Signore e signori,

 

so che oggi non parlerete di immigrazione, ma credo che l’anno che abbiamo alle spalle – in cui siamo stati insieme capaci di scelte coraggiose e inedite – ci ponga davanti alla responsabilità di fare scelte altrettanto coraggiose.

 

Una grande potenza come l’Unione Europea può presentarsi come attore globale solo se mostra di essere capace di gestire unita un fenomeno strutturale come quello della mobilità umana.

 

Anche in questi giorni assistiamo invece a naufragi di carrette del mare nel Mediterraneo, a persone disperate che arrivano a nuoto sulle coste spagnole, a tante tragedie umane che si consumano nel cammino attraverso i Balcani o sulle alpi italiane e francesi.

Siamo davvero sicuri che questa sia la nostra carta di identità? Che questa assenza di concertazione sia all’altezza della nostra storia?

 

Io credo di no e penso che sia necessario insieme agire su tre versanti.

 

Primo, salvare vite umane. Questo è un obbligo giuridico e morale e non possiamo lasciare questa responsabilità solo alle ONG che svolgono una funzione di supplenza nel Mediterraneo. Dobbiamo tornare a pensare a una grande operazione comune dell’Unione Europea nel Mediterraneo che salvi vite e tolga terreno ai trafficanti. Occorre un meccanismo europeo di ricerca e salvataggio in mare, che utilizzi le competenze di tutti gli attori coinvolti, dagli Stati membri alla società civile alle agenzie europee.

 

Secondo, le persone bisognose di protezione devono poter arrivare nell’Unione Europea in modo sicuro e non rischiando la vita. Abbiamo bisogno di canali umanitari da definire insieme all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati e di un sistema europeo di reinsediamento fondato sulla nostra responsabilità comune. Stiamo parlando di persone che possono dare un contributo importante anche alla ripresa delle nostre società colpite dalla pandemia e dal calo demografico, grazie al loro lavoro e alle loro competenze.

 

E infine, quindi, abbiamo bisogno di una politica europea di accoglienza degli immigrati. Il Parlamento europeo ha adottato proprio la scorsa settimana la sua risoluzione in materia. Definiamo insieme i criteri di un permesso unico di ingresso e di soggiorno e valutiamo a livello nazionale le necessità dei nostri mercati del lavoro, che sono grandi – lo abbiamo visto durante la pandemia quando interi settori economici si sono fermati per l’assenza di lavoratori immigrati. Saremo all’altezza della ripresa se sapremo aprire le porte a una immigrazione regolata e necessaria per il futuro delle nostre società e dei nostri sistemi di protezione sociale.

 

Signore e signori,

 

Non è sufficiente limitarsi a chiedere di essere più vicini ai cittadini negli interventi durante la Giornata dell’Europa. Tale principio deve guidare ogni nostra singola azione ed essere al centro di tutte le nostre discussioni, anche quelle che avranno luogo quest’oggi.

Il revenge porn: considerazioni socio pedagogiche

Secondo una ricerca condotta da ‘Women for Security’, la community fondata da Cinzia Ercolano (CEO di Astrea e membro dell’Advisory Board dell’associazione) che raggruppa le donne italiane che si occupano professionalmente della sicurezza informatica, pubblicata il 19 marzo 2021 dall’Agenzia ANSA – rubrica tecnologia – internet & social, il 90% degli italiani conosce il fenomeno del Revenge Porn, l’88% sa che si tratta di un reato penalmente rilevante, mente il 75% ritiene che lo strumento principale per contrastarlo sia la denuncia all’autorità giudiziaria.

Cos’è il Revenge Porn? Letteralmente significa “pornovendetta”, secondo la definizione dell’Accademia della Crusca, ma più estensivamente consiste in una locuzione che comprende comportamenti tendenti all’utilizzo diffusivo di immagini o video a contenuto pornografico in danno di una o più persone non consenzienti, carpite nell’intimità o estrapolate da rapporti sessuali consensuali, fino ad includere il sexting, ovvero l’invio a terzi di auto-riprese a contenuto intimo da parte della vittima stessa che le consegna spontaneamente o a cui vengono carpite o usate a sua insaputa. Inoltre, riguarda anche la messa in rete di momenti di intimità personale del danneggiato, realizzate ad es. nei bagni pubblici attraverso webcam o riprese occultate, intrusione nel cloud personale). Il fenomeno è stato solo recentemente codificato e integrato nel codice penale come reato, in relazione speculare alla crescita esponenziale e massiva delle nuove tecnologie specialmente tra gli adolescenti, esiste una vasta letteratura di considerazione e di approfondimento della materia,  che discende dalla molteplicità dei casi segnalati e di cui sempre più spesso la cronaca e la saggistica si sono occupate.

Una legislazione mirata è stata finora adottata da alcuni Paesi: Australia, Canada, Filippine, Giappone, Malta, Israele, Regno Unito, Spagna e in 45 Stati degli USA, nonostante il fenomeno abbia rilevanza mondiale, come inevitabilmente accade in una società interconnessa e globalizzata.

In Italia il Revenge Porn è stato studiato come fenomeno specifico, peculiare e stigmatizzato come azione penalmente rilevante a motivo della “diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti” e come tale incluso con un emendamento della deputata Federica Zanella – presidente del Corecom Lombardia – nella legge 19 luglio 2019, n. 69 (entrata in vigore il 9 agosto succ.vo) meglio conosciuta come “Codice rosso”, che introduce nuove disposizioni per la tutela contro la violenza domestica e di genere.

La norma inglobata nella legge citata prevede sanzioni nei cfr. di questo fenomeno, stabilendo all’art. 10 che “chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000. La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video di cui al primo comma, li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro danno.

La pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici. La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza. Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale”.

Vanno dunque considerati alcuni aspetti caratterizzanti il reato del Revenge Porn: l’uso deliberatamente strumentale di immagini o video a carattere sessuale nei confronti di una persona inconsapevole che diventa quindi vittima dell’azione diffusiva ma anche il dolo di chi riceve questo materiale pur conoscendone la provenienza illecita e quindi esprime la consapevolezza di recare un danno alla parte offesa. Il Garante per la protezione dei dati personali ha aperto una pagina web dedicata al Revenge Porn e alla pornografia non consensuale, con indicazioni, suggerimenti, riferimenti per la difesa personale.

Se la tutela giuridica interviene a livello sanzionatorio, a livello preventivo l’informazione mediante i canali istituzionali, la stampa, la TV, ma in primis attraverso il controllo genitoriale-parentale e l’azione educativa della scuola, è un efficace strumento per mettere in guardia dalla molteplicità delle situazioni che possono generare situazioni riconducibili a tale fattispecie.

Occorre peraltro considerare che i soggetti a rischio sono i più deboli: le donne e i minori in primis a motivo della vulnerabilità della loro privacy. Molto spesso la cronaca ci riferisce di azioni criminose che si esprimono sotto forma di violenza fisica. Il Revenge Porn può essere un’aggravante che integra la fattispecie di abuso, poiché lo utilizza in modo abietto e strumentale sotto forma di violenza simbolica che reca un danno incommensurabile alla vittima fino a distruggerne o annientarne l’identità personale nella sua unicità irripetibile sotto il profilo psichico, fisico, affettivo e di sentimento, per tutta la vita.

Lo studio dei casi e l’approfondimento antropologico, sociale e culturale consentono dunque di giungere ad una “tipizzazione” del reato per identificare e stigmatizzare i comportamenti illeciti che lo originano: tuttavia va rilevato come in un contesto dove l’uso delle tecnologie ha un’incidenza diffusiva, totalizzante e pervasiva, il Revenge Porn si inserisce in un ambito di comportamenti criminali che comprende altre azioni ad esso propedeutiche: il cyberbullismo, la violenza di genere, l’abuso sui minori, lo stupro, lo stalking, le minacce, il sexting, l’adescamento, la frequentazione di siti pedopornografici, la violazione dei dati e delle immagini private, fino ad esserne una conseguenza e fino al punto di indurre stati d’animo autodistruttivi nella vittima, esposta alla gogna mediatica del totale annullamento della privacy.

La stretta interconnessione con la sofisticata e intrusiva evoluzione tecnologica e i processi di digitalizzazione in atto dovrebbero indurre decisori politici, autorità, educatori e genitori a più di una riflessione: verso quale modello sociale ci stiamo (inconsapevolmente) dirigendo? Quali sono i valori che sottendono la formazione, l’educazione e i comportamenti dell’individuo? Quali limiti bisogna porre al dilagare incontrollato di programmi, filmati, video, immagini a cui gli strumenti informatici ormai alla portata di tutti ci consentono di accedere?

Viviamo una situazione di sovraesposizione al rischio poiché l’utilizzo strumentale e illecito delle tecnologie sfugge al controllo emotivo e razionale: nella vita domestica, nei gruppi dei pari, nel mondo degli adolescenti, nella prevalente concezione predatoria della donna considerata oggetto di cui liberamente disporre, il buco nero del web, l’accesso facile a tutto ciò che è liberamente disponibile creano un gap tra pensiero critico, coscienza e controllo emotivo da un lato e azioni irresponsabili dall’altro spesso sostenute da alcuna valutazione delle conseguenza, senso di impunità, azzardo impulsivo senza freni inibitori. Il fenomeno è particolarmente allarmante ma crescente e diffuso nel mondo degli adolescenti che caricano-scaricano immagini a sfondo sessuale e pornografico, anche personale o del proprio partner e le diffondono in rete sui profili social o utilizzando canali accessibili programmati.

Il danno di queste azioni è incalcolabile, le conseguenze spesso irreversibili, lo stile comportamentale e di vita esponenzialmente compromesso: l’adultizzazione precoce e la disponibilità di dotazioni strumentali sempre più sofisticate abbassano l’età di accesso e il livello di guardia.

La crisi della famiglia e della scuola passano anche attraverso i vissuti emotivi reconditi, come in una sorta di dualismo parallelo tra la legittimazione sociale dell’azione educativa e il mondo sommerso e imperscrutabile delle azioni nascoste.

Il fenomeno è palpabile e non va sottovalutato, altrimenti i processi formativi consapevoli e mirati alla crescita intellettiva e morale delle giovani generazioni rischiano di essere vanificati dal radicarsi di comportamenti devianti e sovraesposti ai limiti della stessa legalità.

Più volte, da più parti, si è sottolineata la necessità di una educazione sentimentale che origini da una solida consapevolezza dei ruoli genitoriali e formativi della scuola, recuperando i concetti di responsabilità, autorità e autorevolezza.

La pirateria informatica, la disinvoltura con cui gli hacker attaccano persino i siti della Giustizia e delle istituzioni, l’esistenza di una malavita che crea vere e proprie organizzazioni criminali finalizzate all’uso illecito dei dati personali, la sovraesposizione mediatica e l’intrusività dei singoli, affetti da patologie mentali o da scopi predatori ma spesso ammantati da un perbenismo di facciata che li rende insospettabili, creano un contesto estremamente problematico e pericoloso, capace di gestire il business dei reati a sfondo sessuale per via informatica, ivi compreso il Revenge Porn, tra tutti uno dei più odiosi perché spietato e vendicativo, un vero killer di vittime inconsapevoli.

Dietro la crisi del mestiere di Sindaco

A forza di mettere l’accento sull’investitura popolare dei Primi cittadini si è arrivati a deprimere la democrazia locale

 

L’osservazione di Stefano De Martis (v. “La Repubblica di tutti. Ridare rispetto e valore al mestiere di sindaco” – Avvenire, 23 maggio 2021) sul logoramento della figura del sindaco a elezione diretta punta il dito sull’effetto distorsivo dell’analoga elezione, disciplinata legislativamente dopo qualche anno, dei Presidenti di Regione.

 

La tesi ha un suo fondamento perché individua nel regionalismo, specie dopo l’onda lunga della cosiddetta devolution, una tendenza di antica radice a invadere e comprimere l’autonomia dei Comuni.

 

C’è tuttavia da riconoscere che la prassi, dal 1993 ad oggi, ha consolidato nei Comuni la spinta a trasformare l’investitura popolare in mandato senza contrappesi, conferendo ai Primi cittadini l’aureola di nuovi Podestà.

 

Anche se la legge prevede che i Consigli comunali conservino importanti competenze, il loro indebolimento è sotto gli occhi della pubblica opinione.

 

La democrazia locale ha perso in fretta il suo carattere di labotatorio dell’innovazione. Invece di rilanciare la partecipazione, il sistema elettorale incentrato sul ruolo del Sindaco l’ha depressa.

 

È difficile trovare persone, specie se professionalmente qualificate, che sentano lo stimolo di candidarsi a far parte delle assemblee elettive. Piuttosto che misurarsi con l’elettorato per entrare in Consiglio comunale, in tanti preferiscono attendere la vittoria del “proprio” Sindaco  per essere cooptati in Giunta.

 

In questo modo la politica di deteriora nel gioco di specchi di un confronto che appare più che mai rivolto alla nuda verifica dei rapporti di forza. Dopodiché il vincitore si sente autorizzato a brandire l’arma del consenso ricevuto, sicché finisce che il rapporto con le opposizioni si disarticoli nella episodica logica delle convenienze.

 

Da ciò deriva, in ultima istanza, il senso di immiserimento della vita democratica locale. Ora, quanto più si personalizza la lotta politica, passando per l’esaltazione del potere monocratico, tanto più si rende povera la comprensione del valore insostituibile del pluralismo, come dovrebbe pienamente esprimersi nelle Aule consiliari.

 

Se il mestiere di Sindaco non è più così attrattivo è anche perché qualcosa si è rotto nell’ingranaggio di un sistema che dovrebbe anzitutto “dare voce” alle diverse parti in gioco, sempre possibilmente con la premura di orientare il conflitto in direzione di un comune sentire per il bene della comunità locale.

Partiti tra propaganda e cultura di governo

 

La dialettica esasperata tra i partiti di maggioranza tende fatalmente a indebolire Draghi. Letta ne è consapevole?

Ormai è diventato quasi un classico. Quotidianamente Letta attacca Salvini e, come da copione, Salvini replica a Letta. Ovviamente la politica centra poco, se non nulla, in questa contesa finta e virtuale. È solo e soltanto una polemica tesa a risalire nei sondaggi da un lato – che, però, puniscono entrambi i contendenti, almeno sino ad oggi – e per atteggiarsi a leader alternativi dei rispettivi campi in vista delle prossime elezioni politiche generali. Che, malgrado il Pd non le voglia mai, prima o poi ci saranno.

Ora, però, si tratta di capire se queste forze coltivano realmente la volontà di aiutare, supportare e rafforzare l’azione del Governo Draghi nei prossimi mesi o se, al contrario, hanno come unico ed esclusivo obiettivo quello di continuare a piantare le rispettive bandierine identitarie. Al riguardo, il caso del Pd di Letta è persin tropp plateale. Di norma ogni settimana ne pianta una. A prescindere, come ovvio, dalla reale ricaduta politica di tale slogan.

È una strategia che rientra nella riaffermazione identitaria del proprio partito per far capire ai potenziali elettori che il Pd è autenticamente un “partito di sinistra”. Al contempo, è persin inutile ricordare che tutto ciò non centra assolutamente nulla con una possibile ricaduta politica e legislativa di tali slogan nell’attuale legislatura. Perchè l’obiettivo, come ormai tutti tutti sanno, non è affatto quello. L’obiettivo, semmai, è postumo. Guarda solo alle prossime elezioni. A cominciare da quelle amministrative di ottobre.

E allora, quindi, la domanda è una sola. Ovvero, tutto ciò aiuta il governo Draghi o lo ostacola? Ad occhio, come ormai quasi tutti i commentatori rilevano – tranne quelli che sono funzionali alle strategie di partito del Pd – si tratta di un progetto che deliberatamente finisce per creare guai all’esecutivo. Non a caso, Letta continua a sostenere che la Lega va cacciata dal Governo. Ma, al di là dei piani del Nazareno, è persin ovvio arrivare alla conclusione che l’obiettivo del Pd esula dalla salute del Governo Draghi e pensa esclusivamente alle fortune elettorali della maggioranza giallo/rossa che scenderà in campo alle prossime consultazioni.

Sull’altro versante persiste la strategia della Lega di Salvini che fa della propaganda e della esaltazione della propria identità la propria ragion d’essere nella politica italiana. Da sempre, però, e non solo con l’arrivo del Governo Draghi. Con alcune proposte anche interessanti e da non sottovalutare, però, come il referendum sulla giustizia. Un tema che, come credo tutti sanno, difficilmente può essere oggetto di una riforma complessiva con questo Governo per la troppa disomogeneità politica ed ideologica dei vari soggetti in campo.

Ecco perchè, infine, si tratta anche di capire – quando si parla della durata e dell’efficacia del Governo Draghi – se nelle prossime settimane e nei prossimi prevarrà la sola propaganda da parte di alcuni partiti con inevitabili ricadute negative per l’esecutivo o se, al contrario, trionferà il senso di responsabilità e l’invito ripetuto del Capo dello Stato a privilegiare gli interessi del paese a scapito di quelli di partito. Saranno solo i fatti a dircelo e non gli ormai noiosi e logori comunicati stampa vergati ogni sera dai rispettivi uffici stampa.

Deepfake, il lato oscuro dell’Intelligenza artificiale

L’alterazione dello spazio/tempo è stato il primo passo, ora è la volta dell’alterazione del criterio di verità e della manipolazione della realtà. Il testo, qui riportato in stralcio, è stato pubblicato in chronopolis.it.

La storia del pensiero e della filosofia, che ne è indubbiamente la più alta espressione, ruota da sempre intorno a una relazione fondamentale: il rapporto fra Soggetto e Oggetto. Il Soggetto è in grado di conoscere effettivamente l’Oggetto? A questa domanda cruciale, su cui si fonda la gnoseologia, hanno tentato di rispondere schiere di filosofi e di epistemologi. La risposta è incerta: Sì, No, Ni. Le scuole di pensiero si sono divise. Un aspetto, tuttavia, metteva d’accordo un po’ tutti: il principio di realtà. “Ciò che è reale è razionale”, proclamava Hegel. Questa affermazione, prima ancora di definire la razionalità, si porta appresso, però, un’altra domanda: cos’è reale? Difficile rispondere, soprattutto in questa epoca, segnata dall’avvento dell’ICT, della cibernetica e dell’Intelligenza artificiale. Tecnologie sempre più sofisticate che hanno alterato la dimensione spazio/temporale, creando il “tempo reale”, ossia la possibilità d’interagire anche a migliaia di chilometri di distanza come se si stesse nello stesso luogo, anzi a pochi centimetri di distanza. Poi, c’è stato un ulteriore salto di qualità nella manipolazione della realtà a opera, proprio, dell’intelligenza artificiale: l’invenzione del “deep fake”. Niente a che vedere con il “falsificazionismo” popperiano, che si propone di falsificare per verificare. Al contrario, l’obiettivo del deep fake è usare il verosimile per accreditare la falsità.

 

Fenomeno recentissimo quello del deepfake, così recente che prima di sapere cosa fosse, già ne siamo stati probabilmente colpiti. Vi è capitato di visionare video di attori, politici, personaggi famosi che fanno o dicono cose incredibili? Avete visto Obama dire le parolacce peggiori o rapper cantare Shakespeare? Il Papa parlare di sesso? Allora, siete caduti nella trappola del deep fake, una tecnologia che utilizza una forma d’intelligenza artificiale denominata deep learning per creare video di eventi falsi. La maggior parte di questi filmati ha carattere pornografico – recentemente il garante sulla Privacy è intervenuto su un app che spoglia nude minorenni –  ma c’è anche una grossa parte dedicata ai politici e alle loro dichiarazioni rigorosamente false.

I falsi, possono anche essere solamente audio. Il deep fake non è solo un  modo escogitato da truffatori o produttori di cinema porno, sta diventando invece una prassi diffusa e consolidata. Infatti, anche i Governi, tramite gli apparati d’intelligence, stanno iniziando a usarlo, ad esempio per far circolare falsi video di organizzazioni terroristiche, che reclutano in Rete, per screditarne vertici e messaggi. Ma il rischio più insidioso è un atro: la creazione di società  zero-trust, nelle quali le persone dubitino di tutto, persino di quello che vedono con i propri occhi e della propria facoltà cognitiva. La distinzione fra reale e irreale si scolora e si appanna, così. Di conseguenza, decade l’interesse a scoprire se una cosa sia vera o falsa per il solo fatto che possa essere manipolata e rappresentata come verosimile. Basti pensare agli effetti del deepfake sulle intercettazioni audio ambientali, che diventerebbero praticamente inutilizzabili. Si creerebbe un realtà plausibile, ma la cui veridicità rimarrebbe sempre dubbia. Vero e plausibile si confonderebbero del tutto, dunque, determinando disorientamento nelle persone e perdita di fiducia nelle istituzioni.

In altre parole, il Soggetto non sarebbe più in grado di distinguere le proprie percezioni/sensazioni dalle cose effettivamente reali, ossia dall’Oggetto esterno alla propria mente. Le funzioni cognitive, pertanto, ne risulterebbero compromesse. Che ne sarebbe, ad esempio, dell’opinione pubblica? Già interpolata e plasmata dal sistema dei media, diverrebbe totalmente schizofrenica. A cascata, quale destino toccherebbe alla volontà e alla sovranità popolari, ossia alla democrazia?

I computer ci hanno permesso di snellire il lavoro, migliorando il modo di produrre e sfruttando al meglio le nostre abilità. Il possibile scenario offerto oggi dall’intelligenza artificiale ci sembra più che mai tendenzialmente illimitato. Se da un lato persiste un profondo desiderio di progresso, non manca il timore che tutta questa tecnologia possa sfuggire dalle nostre mani. Potrebbe accadere con il fenomeno deepfake, ovvero la tecnica che combina un’immagine reale a un video preesistente con un effetto profondamente realistico capace anche di alterare la realtà a livello politico. Come costruire un futuro che abbia a che fare con l’intelligenza artificiale e che allo stesso tempo risulti sicuro? Come gestire l’intelligenza artificiale per progettare un domani migliore che non rappresenti una minaccia? Queste le nuove urgenti e indilazionabili domande che ci interrogano sul da farsi.

 

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http://www.chronopolis.it/deepfake-il-volto-oscuro-dellera-digitale/

Dal cattolicesimo democratico al nuovo popolarismo. Sui sentieri di Francesco.

L’introduzione al libro, recentemente edito da “Il Mulino”, consente di istituire una immediata correlazione tra le sorgenti del pensiero cristiano democratico, la forza propulsiva del messaggio di Papa Francesco e la prospettiva di un nuovo popolarismo. L’autore è fondatore e presidente dell’Associazione “Agire politicamente”.

 

 

«Viviamo in un’epoca di transizione»: l’affermazione, ripetuta già da alcuni decenni in diverse sedi e da più parti, può essere intesa in vari modi ma prevalentemente sta a indicare che, mentre si è chiusa una lunga e definita stagione, non ancora se ne è aperta un’altra. Sicché, saremmo in un momento di passaggio, di transitus, consapevoli della provenienza e incerti sulla destinazione.

 

Già negli anni Sessanta del secolo scorso, la letteratura sociologica prima, e filosofica poi, ha cercato di dare un nome a questa fase transitiva. Così, ad esempio, si è parlato di “società postindustriale” e di “condizione postmoderna”, termini nei quali il prefisso “post” indica, certo, una successione temporale ma anche una discontinuità e una distanza. Ma, soprattutto, rivela il disagio di definire autonomamente la nuova epoca che, perciò, viene nominata in relazione alla precedente. Inoltre, va rilevato che questa classificazione risponde al tentativo (o tentazione?) di dare alla storia una definita periodizzazione. Così, dovremmo ritenere che, finita la transizione, inizierà una nuova epoca. Ma, a parte il dibattito in corso anche in sede politica se questo passaggio sia finito o no, il rischio di una tale impostazione è di considerare questa fase transitiva come un periodo secondario, intermedio, riferito alla stagione passata o preludio di una stagione futura, mentre si tratta di assumerne i caratteri propri come opportunità storiche irripetibili, toccate in sorte alle nostre generazioni, come segni del nostro tempo. Perciò, è qui proposta la transizione come fattore formale del cambiamento, capace di evocare le figure mutevoli della vita e la scena passeggera del mondo.

 

La transizione indica la provvisorietà e la precaria condizione degli assetti sociali, l’incompiutezza della fatica umana, il non appagamento per i “detti” e i “fatti” ma, soprattutto, è memoria del limite nel quale nasce e si svolge la vicenda umana: «Oggi non viviamo soltanto un’epoca di cambiamenti ma un vero e proprio cambiamento d’epoca, segnalato da una complessiva crisi antropologica e “socio-ambientale”».

 

Pur indicando, prevalentemente, la dimensione diacronica dei fatti e consegnandoci una visione episodica e frammentaria del tempo, la transizione non è una categoria (solo) temporale ma (anche) culturale. Perciò, investe la tavola dei valori e i sistemi di significato, dei quali tende a scardinare la certezza ultimativa. Ma aggredisce anche le identità definite, le strutture stabilite, i progetti che promettono di durare. Accorcia le appartenenze e le memorie, mentre dilata le incertezze e le attese.

 

Pertanto, la transizione può costituire un paradigma culturale al quale ricondurre tutto l’agire umano, accogliendo la suggestione del transitivo. E la politica, che è la più fragile delle attività umane, può assumere la transizione come dispositivo abituale del proprio agire, riconoscendo la natura necessaria, eppure circoscritta, delle sue azioni, adottando il limite come misura del possibile e sofferenza per l’impossibile.

 

Mediare l’impossibile verso il possibile, la totalità dell’intenzione nella parzialità dell’azione, l’assoluto del desiderio nel relativo dei bisogni, costituisce la virtù politica del cattolicesimo democratico, movimento che, dalla verità cristiana dell’incarnazione, desume il modello di declinazione della fede nella storia, della verità divina nelle cose umane, dell’assoluto dei valori nel relativo dei fatti.

 

Così, la relatività, condizione finita píù che definita del pensare e dell’agire, rappresenta la dotazione potenziale di opportunità della politica. E la laicità non è che consapevolezza e responsabilità del relativo che segna la vicenda umana e l’apre a una più alta speranza.

 

Anche le pagine che seguono sono poste sotto il segno del relativo, proprio del sapere problematico, e del limite, come soglia di consapevole ulteríorità del pensiero. Nel 2014, con il titolo Democratici perché cattolici, ho pubblicato un libro sul cattolicesimo democratico come “cultura della mediazione”. Qui ho ripreso quei testi per rielaborarli nel confronto con le inedite parole della fede, germi di un mondo nuovo, che Jorge Mario Bergoglio, oggi papa Francesco, con assidua premura pastorale, eleva sull’attuale inquieta stagione dell’umanità, in continuità progressiva, di pensiero e di vita, dagli inizi della sua professione religiosa fino ad oggi.

 

L’intento è di stabilire una correlazione tra l’attitudine moderna del cattolicesimo democratico e l’antropologia teologica di papa Francesco, interprete critico ma cordiale della modernità; di rilevare la trama dottrinale sottesa al suo ministero sociale e proporne un’iniziale declinazione politica, verificando l’ipotesi che, come per il cattolicesimo democratico, la mediazione, così, per Bergoglio, la dialettica compositiva delle opposizioni polari, costituiscano la “ragione ermeneutica”, congiuntiva e risolutiva delle contraddizioni che abitano la realtà e alimentano la “tensione politica” del mondo.

 

Sono anche le categorie di elaborazione del “nuovo popolarismo”, che íl libro propone, come comprensione politica del cristianesimo popolare e tracciato di un nuovo umanesimo politico, ispirato alla Teologia del popolo, cara a papa Francesco.

Il maestro, il professore e il fedele allievo. La formazione di Luigi Sturzo.

Riportiamo un ampio stralcio dell’articolo che Giovanni Palladino ha scritto per la sua Newsletter (n. 556 – 22 maggio 2021). Il testo ha il merito di rinverdire l’immagine di un giovane Sturzo alla ricerca di soluzione nuove, specialmente nel campo dell’economia. Sembra tuttavia che l’autore individui nel pensiero del prete calatino la vocazione alla ricerca della pace sociale, a tutti i costi, quando viceversa l’apporto sturziano agli studi sociologici e al dibattito politico dei cattolici non ha mancato di valorizzare il significato e il valore del conflitto come mezzo, seppur armonizzato entro una cornice di solidarietà civile, per l’affermazione di una società più dinamica e tendenzialmente più giusta.

 

Don Sturzo ebbe la fortuna di avere un grande Maestro, Gesù, e un grande Professore, Giuseppe Toniolo. Gesù diede al sacerdote di Caltagirone una straordinaria forza morale e spirituale. Toniolo – durante le sue lezioni alla Università Gregoriana di Roma – gli diede le basi per acquisire una straordinaria lucidità economica e politica nell’affrontare i problemi della società. Pochi sanno che il vero padre della famosa Enciclica “Rerum novarum” fu il Prof. Toniolo, oggi Beato. Egli formò il suo pensiero in una delle regioni più povere d’Italia: il Veneto. Ed ebbe la fortuna di assistere allo sviluppo del nascente fenomeno cooperativo tra le vigne e le latterie nell’area di Treviso e di Castelfranco Veneto, la famosa “marca trevigiana”.

Come mai verso la metà del 19° secolo il Veneto – primo fra le regioni italiane – iniziò a utilizzare questo nuovo sistema produttivo? Aveva la fortuna di essere situato vicino all’Austria, dove i cattolici locali inventarono il sistema delle Casse Rurali e delle Imprese Cooperative, un sistema tipicamente cristiano, che favoriva la pace sociale e lo spirito di solidarietà. Molti cattolici veneti seguirono l’esempio dei cattolici austriaci. Toniolo, nel toccare con mano la validità di questa nuova cultura produttiva e solidale, ne rimase talmente affascinato che decise di parlarne con Leone XIII, essendo divenuto nel frattempo suo consulente economico. Il Papa capì che la soluzione migliore per opporsi al nascente marxismo e per eliminare l’ingiustizia sociale era la stretta alleanza tra capitale e lavoro, fornita appunto dalla formula delle cooperative.

 

Don Sturzo fu subito “infiammato” da questa soluzione e ne divenne il più convinto e concreto promotore, dapprima a Caltagirone e in Sicilia, poi a livello nazionale. Decenni dopo egli era solito dire: devo tutto al Vangelo e alla “Rerum novarum”. E nel famoso Appello ai liberi e forti del 1919 egli mise in risalto l’importanza dell’iniziativa privata in un clima di grande collaborazione tra le classi sociali. Bisognava incentivare e responsabilizzare gli uomini forti, capaci di iniziativa e “corazzati” dalle verità evangeliche, per rafforzare i deboli. Portare l’uomo da persona sfruttata a persona creativa e responsabile nella società.

Da sempre la società era divisa tra una minoranza di privilegiati che se la godevano e una maggioranza di uomini utili al sistema economico solo per sfruttare la forza del loro muscolo del braccio; una forza molto debole, purtroppo, incapace di produrre uno sviluppo economico-sociale diffuso.

 

Con la “Rerum novarum” la Chiesa si ribellò a questa realtà secolare, opponendosi alla falsa soluzione proposta da Marx. Tutte le Encicliche Sociali successive hanno sempre confermato l’impostazione originale data da Leone XIII e la sua validità, avendo le sue radici ben piantate nelle verità del Cristianesimo. Il Papa scrisse: “La concordia sociale fa la bellezza e l’ordine delle cose, mentre un perpetuo conflitto fra capitale e lavoro non può che creare confusione e barbarie. A pacificare il conflitto, anzi a svellerne le stesse radici, il Cristianesimo ha dovizia di forza meravigliosa”. Una forza di cui innanzitutto la Chiesa doveva essere orgogliosa, una forza mai usata nei secoli precedenti per l’evidente ambiente storico sfavorevole (guerre continue e necessità dell’uso quasi esclusivo del “braccio”).

 

 

 

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https://www.servirelitalia.it/flash/flash556.pdf

Quell’accorata Lettera di Dante ai cardinali

La ricostruzione storica e politica di quel gesto in un libro di Gian Luca Potestà. Il Poeta scrive ai Cardinali per invocare un cambiamento di rotta nella Chiesa dopo l’abbandono di Roma e la conseguente “cattività avignonese”. Il testo qui pubblicato rappresenta un ampio stralcio di quello che trova ospitalità oggi sull’Ossevatore Romano.

 

A proposito dei fedeli, il canone 212 del Codice di diritto canonico, che è ripreso anche dal Catechismo della Chiesa Cattolica, recita: «In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità della persona». Oltre sette secoli fa, a esercitare questo diritto-dovere in maniera particolarmente appassionata fu un fedele laico al quale non facevano certo difetto scienza, competenza e prestigio: il suo nome era Dante Alighieri. Ma andiamo con ordine.

 

Dopo la morte di Clemente V , avvenuta il 20 aprile del 1314, viene convocato il conclave che dovrà eleggere il suo successore. I cardinali, divisi in tre fazioni irriducibili — il gruppo guascone, quello francese e quello italiano, nessuno in grado, da solo, di raggiungere la maggioranza dei due terzi — si riuniscono nella cittadina provenzale di Carpentras. Non va dimenticato che Clemente V — il guascone Bertrand de Got, arcivescovo di Bordeaux — era stato eletto nel 1305 dal conclave di Perugia, protrattosi per undici mesi, e che proprio lui aveva deciso di rimanere in terra francese, dando così inizio a un periodo che agli occhi di Dante si sta rivelando oltremodo nefasto. Infatti, la scelta di restare in Francia aveva determinato una crisi drammatica per la Chiesa tutta e per il Papato, che aveva abbandonato Roma, sua sede naturale.

 

È questa la situazione che, tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate del 1314, spinge Dante a scrivere un’accorata lettera ai cardinali italiani. A tale famoso documento ha di recente dedicato un ottimo libro Gian Luca Potestà, docente di Storia del cristianesimo all’Università Cattolica di Milano (Dante in conclave. La Lettera ai cardinali, Milano, Vita e Pensiero, 2021, pagine 230, euro 23): in esso l’autore ricostruisce con grande precisione il contesto storico in cui si colloca lo scritto dantesco, propone un’attentissima analisi filologica della missiva e ne coglie il significato più autentico, inquadrandola all’interno della straordinaria vicenda religiosa e letteraria dell’Alighieri. Come sottolinea Potestà, «al centro della Lettera sta la Chiesa romana. Abbandonata da Clemente V , rimasta sola quasi fosse una vedova, si lamenta della propria sorte e implora soccorso».

 

Tutto ciò è veicolato dalla scrittura di Dante, un fedele profondamente preoccupato che la situazione non si evolva in modo positivo e che presagisce e teme che anche il prossimo pontefice non sarà intenzionato a lasciare la Francia per fare finalmente ritorno nella città eterna. Ora Clemente V è morto, ma il rischio che la situazione non migliori rimane altissimo e l’Alighieri non esita a considerare i cardinali riuniti per eleggere il nuovo pontefice i primi responsabili di ciò che accadrà.

 

Il conclave di Perugia si era concluso con un esito disastroso, quello di Carpentras avrebbe potuto non essere da meno: per questo motivo il sommo poeta avverte la necessità di rivolgersi ai porporati italiani, in particolare a Napoleone Orsini, affinché sia scongiurato il pericolo che la Chiesa debba subire un ulteriore affronto che non farebbe che aggravare la sua già triste condizione. Tuttavia, nonostante l’appassionata perorazione contenuta nella Lettera, il risultato non sarà quello sperato: all’unanimità i cardinali eleggeranno al soglio pontificio Jacques Duèse, che scelse il nome di Giovanni XXII e rese ben presto pubblica la scelta di stabilire la propria residenza ad Avignone e, dunque, di non tornare a Roma.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-05/quo-114/quell-accorata-lettera-br-di-dante-ai-cardinali.html

Natalità e famiglia come interesse generale.

Attorno alla demografia, come evidenzia il testo pubblicato da “Il Mulino” e qui riportato in ampio stralcio, si concentra finalmente l’attenzione di larga parte della pubblica opinione. In effetti, natalità e famiglia sono questioni d’interesse generale per il Paese e gli Stati generali della Natalità possono rappresentare un punto si svolta per prendere collettivamente coscienza del grave stato delle cose.

Il 14 maggio scorso sono stati convocati a Roma gli Stati generali della Natalità alla presenza del presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi, di tanti rappresentanti
delle istituzioni, della società civile e del mondo delle imprese, e persino di Papa Francesco ( qui il programma).
Nella Francia dell’ancien régime gli Stati generali venivano convocati molto raramente e solo quando incombeva un pericolo tanto grave per il Paese al punto da richiedere una
risposta corale di tutte le classi sociali. Il parallelo è evocativo: il nostro Paese ha certamente ignorato per troppo tempo il pericolo dell’inverno demografico e sta già
subendo pesantemente le conseguenze della denatalità. Ogni eventuale soluzione, se esiste, non potrà che venire da una risposta corale e unitaria del Paese.

La presenza del Papa, inoltre, sottolinea come, pur essendo l’Italia il malato grave, la malattia travalichi i confini del Paese e interessi sostanzialmente tutto l’Occidente (post)cristiano.
I dati della natalità in Italia sono certamente drammatici: nel 2020 sono nati 404.104 bambini, cioè 172.000 in meno rispetto al 2008 (un calo delle nascite del 30%). E questo
dato ancora non considera, se non in maniera del tutto marginale, l’impatto della pandemia sulle nascite che si preannunciano essere in ulteriore calo per il 2021. Le morti nel 2020 hanno invece avvicinato la quota di 750.000; con questi trend rischiamo di chiudere il 2021 con un rapporto di due morti per ogni nato.
Date queste premesse, gli scenari demografici che ci attendono dovrebbero far venire i brividi a tutte le persone minimamente interessate al futuro del Paese. Suggeriamo
l’esercizio (stentiamo a chiamarlo gioco) di prendere il simulatore di popolazione dell’Istituto demografico francese e vedere cosa succede alla popolazione italiana nei
prossimi 50-100 anni con questi dati. Naturalmente sono scenari che non tengono conto delle dinamiche migratorie e neppure di un eventuale ulteriore aumento dell’aspettativa di
vita, ma aiutano ad avere contezza dell’affermazione di Auguste Comte, secondo cui «la demografia è destino»! E il nostro destino assomiglia tanto a una malattia terminale.
Di fronte a questi dati ancora qualcuno – sempre più raramente a dire il vero – fa spallucce affermando che essi in fondo non siano affatto negativi, ma debbano essere visti
nella cornice più generale della demografia e dell’ecologia del pianeta. Rispondere adeguatamente a queste obiezioni ci porterebbe troppo lontano, ma ci basti solo elencare i
costi che già comporta l’inverno demografico per il Paese.

In linea teorica, una popolazione in contrazione implica una sfida finanziaria titanica per il sistema di Welfare di un Paese: ci sono spese di pensioni e di sanità sempre crescenti da caricare sulle spalle di una popolazione in età lavorativa che si va restringendo. E sulle stesse spalle vanno anche caricate le spese fisse che un Paese affronta per mantenere il territorio e tutte le sue infrastrutture: da quelle logistiche a quelle culturali. Anche la capacità di finanziare gli investimenti tramite il ricorso al debito pubblico diminuisce, perché i creditori anticipano che il rimborso del debito diventerà sempre più insostenibile se i futuri contribuenti saranno sempre di meno. La denatalità non colpisce solo l’economia pubblica ma impatta anche la dimensione privata della ricchezza. Si pensi ad esempio al
fatto che quando la maggior parte del risparmio di un Paese è investito negli immobili esso è fortemente esposto ai potenziali cali della domanda abitativa conseguenti a una
riduzione della popolazione. L’invecchiamento e la contrazione demografica comportano anche una riduzione della produttività del lavoro e del tasso di innovatività delle
imprese.

Insomma, un Paese con una popolazione che diminuisce rischia di avere un sistema di Welfare scricchiolante, un debito pubblico esplosivo e sempre a rischio default, una
mole di risparmio significativa che rischia di svanire come neve al sole (il valore quasi nullo degli immobili dei villaggi già interessati dallo spopolamento nelle zone interne del
Paese è l’anteprima di quello che ci aspetta su larga scala), una crescita economica stagnante e un basso tasso di innovazione. Un Paese vecchio e stanco, rancoroso e
senza alcuno sguardo sul futuro. Un Paese che arretra a vista d’occhio rispetto ai Paesi con i quali fino a pochi anni prima si poteva misurare da pari. A qualcuno suona familiare? Qualcuno ancora può contestare che il tema della natalità sia davvero un tema degno della convocazione degli Stati generali del Paese?

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https://www.rivistailmulino.it/a/natalit-e-famiglia-come-
interesse-generale-del-
paese?&amp;utm_source=newsletter&amp;utm_medium=email&amp;utm_
campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+17-
21+maggio+%5B7837%5D

I quattro limiti dei cattolici italiani

Nel centenario della nascita di Achille Ardigò (San Daniele del Friuli, 1° marzo 1921), tra le figure più brillanti del cattolicesimo intellettuale e politico del secondo Novecento, ripubblichiamo l’intervento che a meno di un anno dalla vittoria di Berlusconi – dunque nella fase di massima incertezza dei Popolari – apparve sul numero di gennaio 1995 della rivista “Il Margine”. L’analisi di Ardigò, densa di contenuti e suggestioni, fornisce ancora oggi motivi di approfondimento.

 

Io non chiedo alcuna auto-flagellazione ma affermo che non ci sarà speranza di uscire fuori dalla notte o dall’oscuro crepuscolo odierno se i cattolici più aperti avranno paura di fare un profondo esame di coscienza dei limiti culturali e delle insufficienze dimostrate nelle nostre prassi politiche recenti. Esame di coscienza che non esclude i meriti.

Quali limiti, quali insufficienze, da mettere a nudo per le opportune correzioni?

 

A mio avviso ve ne sono quattro:

 

  1. il riduzionismo dell’ingegneria costituzionale ed elettorale; la politica che si riduce alle riforme elettorali ed istituzionali. Credo che sia giunto il momento di fare un esame di coscienza delle troppe illusioni coltivate di ridurre la politica, di poter risolvere i maggiori problemi politici, soprattutto col riformismo dei referendum e delle riforme istituzionali;
  2. b) il moralismo come strumento di azione politica di prevalente denuncia. E’ un limite che può essere visto come l’altra faccia della meritoria politica contro Tangentopoli ma è limite in quanto non avverte le radici profonde, teologiche, del caos etico, del male, che hanno dimensioni non solo esterne, organizzatorie, ma interne a ciascuno;
  3. c) il politichese che scarta ogni attenzione diretta della politica agli interessi elementari della gente, specie di quella meno favorita, ma anche del ceto medio in declino economico, per ridurre tutta la politica al tema delle alleanze e della cucina parlamentare. La furbizia di Berlusconi con i suoi quasi quotidiani sondaggi di opinione è consistita ed è in ciò: nel contrapporre ai discorsi politici da addetti ai lavori la politica del superkaraoke. Dobbiamo collegare al crescente divario tra politichese e superkaraoke il fatto doloroso che moltitudini di giovani sono stati conquistati da Forza Italia, agli scenari del successo consumistico e mass mediale, non privo di razzismo, con il conseguente allontanamento della democrazia partecipata e dalle stesse battaglie ecologiche. Bisogna ripartire nella politica, dalla società civile che è anche la società degli interessi elementari diffusi (fiscalità, lavoro, istruzione e ricerca, pensioni, sanità, solidarietà, casa, famiglia, anche pensando che una politica per la famiglia e per la vita non può essere dissociata da un femminismo cattolico che oggi non ha chi lo coltivi);
  4. d) il limite dell’accontentarsi della testimonianza elitaria, della rassegnazione ad essere “eterni perdenti”, perchè non disponibili al rischio e alla sofferenza della seria imprenditorialità politica con personale ispirazione di fede, nel reale mondo degli interessi e dei valori. Gli amici relatori della bella tavola rotonda su “cristianesimo e democrazia” ci hanno messo in guardia, giovedì pomeriggio, specie rivisitando Bonhoeffer, nei confronti del vizio morale delle anime belle; e ciò fino al punto, per me arduo, di rivalutare il tema bonhoefferiano del “valore etico del successo”.

 

Chiudo con la speranza che il forum che ora inizia sia davvero l’inizio del necessario esame di coscienza per poi gettarsi verso un rinnovato impegno politico e sociale, lavorando in vista dell’alba.

Legislatura difficile ma che può diventare “costituente” per il futuro.

L’area di centro sarà quella più interessata ai processi di ristrutturazione del sistema politico italiano

 

Viviamo in una fase politica dove una cosa è certa: l’incertezza. Al di là dei giochi di parole, purtroppo è così. Del resto, abbiamo un Governo guidato dalla più prestigiosa personalità di cui oggi gode l’Italia, che deve però fare i conti con una maggioranza che non “ha una formula politica” per le motivazioni che tutti conosciamo. E un Governo con queste caratteristiche non può, comprensibilmente, sprigionare una maggioranza politica in vista delle prossime elezioni politiche generali. Ma è proprio in una fase come questa che le forze politiche, quelle che ci sono e quelle che nasceranno, hanno il dovere di pensare e costruire il futuro. E, sotto questo versante, le cose si stanno lentamente ma irreversibilmente muovendo.

 

Se nell’area della sinistra italiana l’alleanza tra il Partito democratico con il populismo e l’anti politica dei 5 stelle pare essere una prospettiva abbastanza consolidata – anche se l’alleanza con il partito di Grillo e quasi di Conte è saltata in quasi tutta Italia in vista delle amministrative di ottobre -, nel campo del centro destra l’equilibrio politico è ancora in fase di costruzione, al di là delle massiccia ascesa del partito della Meloni e della sostanziale tenuta della Lega. Ma è sul fronte del “centro” che il processo di costruzione politica è in piena evoluzione. Un luogo politico che richiede ancora di essere definito nella sua articolazione e soprattutto nella sua leadership.

 

Certo, non può essere, per fare un solo esempio, uno come Renzi a pensare di rappresentare quest’area decisiva per le sorti del sistema politico italiano. E questo per una gamma di motivi, a tutti noti, su cui non vale neanche di pena di soffermarsi. Ma se sulla leadership il nodo non è determinante, diventa decisivo invece il capitolo dell’offerta politica. E il futuro “centro” non potrà che essere plurale, cioè frutto e conseguenza di più apporti culturali e politici. E soprattutto un luogo politico che mette in discussione le tradizionali appartenenze – ovviamente riconducibili a questo campo – per dar vita ad un nuovo e rinnovato soggetto politico. O lista. E, non a caso, le avvisaglie già sono evidenti in alcune formazioni politiche riconducibili a questa cultura e a questo orizzonte programmatico. Centrista e riformista. Non un luogo identitario, quindi, nè puramente testimoniale che sarebbe la semplice negazione di qualsiasi ipotesi che punta ad una logica coalizionale.

 

Ecco perchè, nella fase finale di questa turbolenta e complicata legislatura, la riflessione non può che avvenire anche sul versante della definizione di un nuovo assetto che, soprattutto, dopo questa terribile e devastante pandemia, non può non avere anche una forte ricaduta sul terreno della politica e, di conseguenza, del governo. E, quasi sicuramente, sarà proprio l’area di centro quella che subirà la maggior ristrutturazione e il maggior cambiamento in vista delle elezioni. Perchè, per quanto risguarda il resto, il copione è già sin troppo noto per essere affrontato. Le novità principali non arriveranno da quelle parti ma da chi, dopo molto tempo, saprà recuperare un patrimonio culturale ed un progetto politico colpevolmente ed irresponsabilmente abbandonati per troppi anni.

Semestre Bianco. L’ex Dc legge il gran ballo del Quirinale

Riportiamo un ampio stralcio della conversazione con Gerardo Bianco apparsa ieri su formiche.net

 

Menomale che Sergio c’è. Un guizzo attraversa la voce di Gerardo Bianco al telefono. “È un grande Presidente, il migliore. Mattarella, intendo. Un bis al Quirinale sarebbe una buona notizia, per me e per il Paese”.

Novant’anni, avellinese doc, Dc dop, perché come lui ormai ne sono rimasti pochi. Allo scudo crociato e ai suoi posteri ha dedicato ben nove legislature. Poi la guida del Partito popolare negli anni ’90. Sempre, ostinatamente al centro. Di staccare la spina con la politica neanche a parlarne. L’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi ha riacceso la vecchia fiamma.

 

Sarebbe bello se ci restasse fino alla fine, confida Bianco a Formiche.net. “Io non credo lo vogliano far fuori. Se tutti gli chiedono di restare fino al 2023 è perché riconoscono che la sua presenza è di grande valore per l’Italia, non può interromperla per salire al Quirinale”.

Già, il Quirinale. La partita per il Colle è l’ultimo campo di gioco rimasto alle segreterie dei partiti, costrette a muoversi negli angusti spazi che Draghi gli ha lasciato, a forza di continui “niet” alle boutades dei capi, dalla tassa di successione by Enrico Letta alla flat tax di Matteo Salvini. “Questo tira e molla con Mattarella è una grave mancanza di rispetto istituzionale – sospira Bianco, che se la ride sui dolori del Pd, dove ogni corrente ha già un candidato pronto e c’è chi è andato a tirare la giacchetta, senza successo, a Romano Prodi, l’ex premier che proprio Bianco ha contribuito a spedire a Palazzo Chigi nel 1996.

 

“Come al solito il Pd è pieno di candidati, mancano i voti. Spero trovino una convergenza, Mattarella sarebbe ideale, ma non è questo il momento di tirarlo in mezzo”. “Se solo Letta capisse il vero problema del Pd”. Quale? “I nomi ce li ha, non ha un’anima. Invece che ingaggiare uno scontro continuo con Salvini, Letta dovrebbe pensarci su”.

 

Il Pd, dice “Jerry White”, nasce “da un’idea politologica sbagliata”. Non lo dice oggi, lo pensava già quando gli chiesero di entrarci dentro, tredici anni fa, e rispose “no grazie” con un discorso alla Camera che fu sommerso di applausi. “Hanno pensato di mettere insieme due tradizioni diverse, il popolarismo di Sturzo e De Gasperi con la tradizione socialista. Poi si sono ancorati al socialismo europeo, peggio ancora”.

 

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https://formiche.net/2021/05/quirinale-intervista-gerardo-bianco/

La cucina “infranciosata” del Settecento. Percorsi di cose e parole nella lingua del cibo.

Riportiamo questo “gustoso” articolo, pubblicato dalla Treccani (Lingua Italiana), sull’arte culinaria nel XVIII secolo.

 

«Questo piatto i francesi lo chiamano soufflet / e lo notano come entremet, / Io sgonfiotto, se date il permesso, / che servire potrà di tramesso».

 

Scriveva così Pellegrino Artusi nel suo notissimo ricettario La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene. Manuale pratico per le famiglie, uscito in prima edizione a Firenze, nel 1891 (per i tipi di Salvatore Landi), nel tentativo di contenere ed emendare il «gergo infranciosato» che invadeva ancora a fine Ottocento i trattati di cucina.

L’influenza del francese sul lessico italiano della gastronomia ha accompagnato gran parte della storia della lingua della cucina italiana, fin dalla sua fase antica. Lo dimostrano i ricettari medievali, come il ms. Riccardiano 1071, considerato il più antico ricettario in volgare che ci sia pervenuto (sembra possibile risalire al primo quarto del Trecento), che registra francesismi come burro, blasmangiere, adattamento molto conservativo di blanc manger ‘biancomangiare’ e cialdello (a cialdello) ‘preparazione per carne o pesce, probabilmente una zuppa calda’, brodetto ‘intingolo’ e morsello ‘boccone, pezzetto’ (vd. Cibo medievale, lingua attuale: il ricettario più antico di Simone Pregnolato).

 

Nuove abitudini alimentari dalla Francia

 

Ma è nel Settecento che l’impatto del francese sull’italiano culinario si fece più forte, parallelamente al diffondersi in Italia (e nel resto d’Europa) di nuove abitudini alimentari provenienti soprattutto dalla Francia. Il nuovo modello di cucina di importazione francese prevedeva ad esempio un minore consumo della carne, la riduzione considerevole dell’uso delle spezie (ad eccezione della cannella e di poche altre), alle quali si preferirono altri condimenti (per es. l’erba cipollina, lo scalogno, i capperi e le acciughe), la sostituzione delle salse grasse alle salse acide, la valorizzazione dei sapori naturali, degli alimenti freschi, la sempre più netta separazione dell’agro e del dolce (tradizionalmente mescolati assieme), anche attraverso un uso più contenuto dello zucchero, con cui ci si limitò a confezionare preparazioni di credenza da presentare a fine pasto. Di importazione francese furono anche alcune tendenze alimentari, tra le quali il mangiare ‘pitagorico’ (vegetariano) e il bere ‘in neve’, ossia gelato.

 

Cuochi e ricettari d’Oltralpe

 

L’adesione ai canoni gastronomici d’Oltralpe determinò l’arrivo in Italia di cuochi francesi, l’introduzione di nuovi cibi e di nuove pratiche da realizzare in cucina e, con essi, di una nuova nomenclatura culinaria francesizzante che invase i trattati di cucina pubblicati in quel periodo. Termini accolti integralmente o adattati alla lingua italiana che, mescolati a elementi italiani (e dialettali), produssero un miscuglio linguistico, spesso incomprensibile: la cifra espressiva della maggior parte dei ricettari stampati nel Settecento, fino alla svolta segnata dalla Scienza in cucina di Artusi. All’influsso settecentesco del francese in ambito gastronomico (così come in altri campi del sapere e della vita pratica) contribuirono senz’altro anche le traduzioni dei ricettari francesi, considerati in quel periodo veri e propri “classici” del genere. Un filone, quello delle traduzioni, avviato alla fine del Seicento, e che ebbe grandissimo successo nel secolo successivo.

 

 

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https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/scritto_e_parlato/cibo6.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

Covid, Vaia: “Allo Spallanzani ricoveri in calo, situazione confortante”

Ricoveri per Covid in calo allo Spallanzani di Roma. “A ottobre-novembre c’erano 260 persone ricoverate in regime ordinario e più di 70 in terapia intensiva, ieri erano 100 e 20”, ha detto Francesco Vaia, direttore dell’Inmi Spallanzani di Roma, ospite di ‘Agorà’ su Rai3, spiegando che “questo ci dà la misura del momento che viviamo ora. I dati sono confortanti e ci dicono che siamo sulla strada giusta. Mantenere le misure che abbiamo rispettato fino ad oggi non è un dato scientifico, ma è un atto di prudenza che accompagna questo passaggio cruciale che deve essere affrontato con saggezza.

Parlando della possibilità di vaccinare le persone in vacanza, Vaia si è detto d’accordo. “Dobbiamo venire incontro ai cittadini e questo significa permettergli di fare il richiamo per la seconda dose” di vaccino anti-Covid “anche ad agosto quando sono in vacanza al mare. Nel Lazio sarà garantito un hub vaccinale a Sabaudia, ad esempio. In questo modo chi ha prenotato le ferie avrà la possibilità di vaccinarsi in vacanza”.

Vaia infine, rispondendo a una domanda su cosa accadrà allo sviluppo del vaccino anti-Covid ‘made in Italy’ di ReiThera, dopo la decisione della Corte dei Conti di bloccare una parte del finanziamento, ha precisato che “la fase 3 della sperimentazione del vaccino dipende da ReiThera e dagli investimenti. Aspettiamo oggi le motivazioni della decisione della Corte dei Conti, ma siamo pronti a riprendere nostro lavoro. La ripresa della sperimentazione dovrà però essere valutata da chi finanzia lo studio. Come Spallanzani siamo pronti e disponibili”.

Il proporzionale: serve per coalizioni trasformatrici, non per la suggestione delle solitudini.

La fragilità del sistema politico italiano obbliga a riflettere sulle cause che ne hanno determinato l’innesco.

 

Non credo al “primato democratico” di un sistema elettorale rispetto ad un’altro.

E non credo che il maggioritario, adottato dopo la crisi di sistema degli anni 90, sia stato – come molti dicono – la causa di tutti i mali.

Le ragioni vere delle contraddizioni e della fragilità del sistema politico italiano sono ben più profonde.

Sono da ricercare piuttosto nella ferita inferta al processo di evoluzione democratica con l’assassinio di Aldo Moro; nella incerta e talvolta balbettante strategia delle riforme istituzionali; nella gracile ed opaca trama di connessione tra sfera politica e sfera degli interessi diffusi.

In altre parole, nella difficoltà con la quale il nostro Paese ha affrontato, dagli anni 70 in poi, il percorso verso una democrazia “adulta”, innervata dalla “religione civile” della responsabilità, ad ogni livello pubblico, privato e collettivo.

I sistemi elettorali sono strumenti che, nel rispetto dei principi costituzionali, hanno il compito di ricercare nelle varie condizioni storiche il miglior equilibrio possibile tra rappresentanza e governo della comunità.

Occorre dunque valutarli con una certa dose di laicità.

Detto questo, nella contingenza storica nella quale siamo, credo che i possibili vantaggi di un sistema di tipo proporzionale con soglia significativa di sbarramento sarebbero maggiori dei possibili rischi, che pur ci sono.

Non mi pare abbia però fondamento la tesi di chi auspica il proporzionale perché così si aprirebbero più spazi (tutti da dimostrare) per un eventuale “centro” equidistante dalla destra e dalla sinistra.

La crisi del “centro” in Italia non è stata conseguenza, ma semmai con-causa della stagione maggioritaria così come si è realizzata.

Sono propenso a ritenere che un efficiente sistema proporzionale, con soglia non inferiore al 5 per cento, in questa fase storica, sia preferibile – piuttosto – perché favorirebbe la trasparente riorganizzazione delle diverse aree politiche e renderebbe più realistica, dopo il voto, la ricerca di una maggioranza riformatrice/trasformatrice (con un linguaggio oggi fuori moda, che infatti non uso, si potrebbe definire di “centro”-“sinistra”, ma qualcuno potrebbe chiamarla “Ursula”).

E ciò potrebbe avvenire senza la presa in giro degli elettori: tutti gli ultimi governi sono stati composti da forze politiche che si erano presentate come reciprocamente alternative nella richiesta del consenso.

È una questione che interessa molto le forze politiche di ispirazione popolare e liberal democratica. O – meglio – le loro attuali start up, peraltro purtroppo ancora disperse, frammentate anche dentro i rispettivi perimetri identitari ed incapaci di vero dialogo tra loro.

Eppure (ove decidessero di passare ad una fase adulta e meno auto referenziale) potrebbero avere un ruolo fondamentale di riferimento.

La scommessa contenuta nel Piano di Ripresa e Resilienza varato dal Governo e approvato dal Parlamento va ben al di là della durata della attuale Legislatura o della scadenza del settennio di Sergio Mattarella (al quale occorrerà provare a chiedere, temo, di rivedere la sua comprensibile indisponibilità ad un secondo parziale mandato).

La “Stagione Draghi” non può durare lo spazio di un mattino, perché si fonda su impegni precisi di trasformazione del Paese, che comportano cambiamenti culturali oltre che economici, sociali e istituzionali di portata rilevante. E che richiedono continuità di rotta per un periodo non certo breve.

Oggi il Governo Draghi si fonda su una maggioranza “non politica”, ma emergenziale.

Soluzione utile e necessaria per la fase finale di questa Legislatura, ma non proponibile come soluzione “ordinaria”.

Il passaggio del voto democratico del popolo nel 2023 sarà dunque decisivo e metterà tutti difronte alle proprie responsabilità: considerare il sentiero virtuoso tracciato da Draghi come un artificio di furbizia per ottenere i fondi europei (col rischio di non ottenerli, peraltro) oppure come scelta di medio-lungo periodo per la definitiva affermazione di un Paese più maturo, moderno, efficiente e responsabile.

Se esiste oggi una “missione” prioritaria per chi si richiama alla cultura politica del Popolarismo, essa consiste nel dare il proprio contributo di continuità e di spessore a questo sforzo di radicale trasformazione del Paese, tutelando il rispetto e la valorizzazione di una visione comunitaria e solidale della democrazia ed il suo radicamento nella prospettiva europea.

Così poste le cose, non sarà difficile capire come conciliare il giusto “principio ontologico” della “autonomia” (un soggetto politico esiste perché ha una identità, una rappresentanza ed un progetto, non in quanto alleato o satellite di qualcuno) con il “principio politico” della coalizione tra diversi ma compatibili, a servizio del bene comune, che è stata una costante della cultura politica democratico cristiana da Degasperi in poi.

A Gaza si combatte ancora. Come tremila anni fa.

Le considerazioni dell’autore assumono un significato ancora più forte nel momento in cui le parti aderiscono alla tregua proposta dall’Egitto e sostenuta dagli USA.

Sono passati quasi tremilacinquecento anni, eppure, in quel territorio che ormai conosciamo tutti come la Striscia di Gaza, si combatte ancora. Non più con le frecce ma con i fucili e i razzi. Non più con i carri a cavallo ma con i carri armati. La città di Gaza è, ancora una volta, la protagonista di una contesa millenaria. Una lotta che la vedeva protagonista importante anche nella Bibbia.

 

Nel Grande libro il suo nome compare in 23 versetti. Le tribù semitiche, tutte nemiche e tutte tra loro imparentate, si contendevano quel territorio strategico già allora. Le Scritture ce ne danno una descrizione fondamentale per la nostra riflessione: i confini dei popoli cananei “andarono da Sidon, in direzione di Gherar, fino a Gaza e in direzione di Sodoma, Gomorra, Adma e Seboim fino a Lesa” è scritto nel libro della Genesi. Nel libro dei Giudici è scritto che i nemici di Israele: “si accampavano contro gl’Israeliti, distruggevano tutti i prodotti del paese fino a Gaza e non lasciavano in Israele né viveri, né pecore, né buoi, né asini” mentre questi ultimi cercavano di riprendersi quanto gli era stato tolto: “Giuda prese anche Gaza con il suo territorio, Ascalon con il suo territorio ed Ecron con il suo territorio” (Giud., 1:18).

 

Il nuovo conflitto, esploso questo maggio, non è una guerra di religione, come alcuni ritengono, piuttosto un conflitto etnico-politico che ha radici lontane e che si è ripresentato negli ultimi settant’anni. E temo che, per tutti questi motivi, non potrà mai esserci la resa né dell’uno, né dell’altro. Israeliani e Palestinesi si fronteggiano costantemente in quello stesso territorio che “si torcerà dal gran dolore (Zaccaria, 9:5)” come si disperano i bimbi, gli anziani, le famiglie senza più tranquillità, né casa. Negli Atti degli Apostoli (Atti 8:26) un angelo scese sulla Terra e disse a all’apostolo Filippo: “Àlzati e và verso mezzogiorno, sulla via che da Gerusalemme scende a Gaza. Essa è una strada deserta”. E’ l’ultimo versetto biblico in cui compare il nome della “Striscia”.

 

Predisse come sarebbe rimasta: deserta.

La politica mediterranea dell’Italia: dall’equanimità “centrista” alla subordinazione verso Israele

Dal dopoguerra a oggi, visto l’annoso conflitto israelo-palestinese, difficile ritrovare il Governo e la Farnesina così schiacciati sulle ragioni di Tel Aviv

 

In riferimento alla delicatissima condizione geopolitica mediorientale, dal punto di vista storiografico si fa fatica a ritrovare un esecutivo italiano così incline (per non dire prono) nel sostenere la posizione di Israele circa il deterioramento dei suoi rapporti con i paesi arabi, palestinesi in testa.

Di fronte a una crisi internazionale contrassegnata dal fiume di sangue che sta scorrendo in Terrasanta a seguito dell’ennesimo conflitto tra lo stato ebraico (ma si può ancora parlare di conflitto?) e le popolazioni islamiche, fa un certo effetto vedere centrodestra, centrosinistra e pentastellati prendere le distanze in modo netto da quella politica di continuità e di equidistanza che ispirò Palazzo Chigi durante il dopoguerra, gli anni del “boom” e l’alba del Duemila. Nell’inquadrare l’evoluzione, all’interno della maggioranza, della linea diplomatica italiana nei rapporti mediterranei, rispetto a cui risalta ancora la strategia caratterizzata dalla ricchezza delle posizioni, dalle diverse sensibilità e dai dibattiti (epocali) che ne seguirono, si può notare come suddetti valori stiano scemando sempre più per lasciar spazio a iniziative di bassissimo profilo, tra cui il tifo da stadio bipartisan pro-israeliano inscenato davanti Montecitorio (con Salvini e Letta capifila). Dal dopoguerra in avanti, infatti, era emerso il pensiero di personaggi come De Gasperi, Gronchi, Fanfani, Moro, Berlinguer e lo stesso Craxi, che evidenziò l’assoluta equanimità, per non dire uno sbilanciamento verso le ragioni dei più deboli, delle posizioni politiche assunte, del tutto ideali e inclini ad aprire null’altro che dialoghi costruttivi, i quali – volenti o nolenti – trasformarono l’Italia in un punto di riferimento indiscusso e costante per le diplomazie di tutta l’area mediorientale. Vero è senz’altro che il peso esercitato da uomini esterni alle maggioranze di allora (mi vengono in mente Giorgio La Pira ed Enrico Mattei) ebbe una forte influenza poiché debitamente motivo di “intercessione” tra le stesse e le rappresentanze estere interessate; ma non tutto ciò che è stato fatto di buono può essere cancellato con un colpo di spugna.

La negazione del regime di sanguinose restrizioni a cui sono sottoposte le popolazioni autoctone dell’area (alcune comunità da anni ricevono solo poche ore di elettricità giornaliere e hanno scarsissima acqua potabile) è un atto di deresponsabilizzazione politica in virtù di una condizione che ha assunto dimensioni globali e di fronte a cui l’Europa non deve defilarsi come ha fatto sinora. La cosiddetta autodifesa israeliana, che a tratti sembra essere di fatto più una pulizia etnica, fa emergere particolari inquietanti: le immagini dei coloni che “marchiano” le abitazioni degli arabi con effigi di riconoscimento (a proposito, a qualcuno ricorda qualcosa?) e che rastrellano i quartieri palestinesi non possono più essere eluse mediante politiche di asservimento o di convenienza. Si prenda da esempio Papa Francesco – uno dei primi a riconoscere la Palestina come stato sovrano – inorridito dalle perdite di vite umane (più di 200, di cui il 50% tra donne e bambini) che sta provocando la crisi, ma soprattutto lucidamente conscio della sproporzione militare evidenziata dallo scontro.

Da una ventina d’anni a questa parte, con l’affermazione del berlusconismo prima, della svolta neo-liberale della sinistra poi e della breve parentesi renziana dopo, ha preso il sopravvento il sostegno incondizionato allo stato ebraico senza per questo far acquisire all’Italia un ruolo di rilievo nell’ambito delle relazioni con i paesi dell’intera regione; un ruolo che in passato invece si contraddistingueva, forte delle sue ben delineate posizioni anti-colonialiste e sensibili alla salvaguardia dei luoghi santi, dei quali Gerusalemme è il simbolo. La stessa Dc, che ravvisò nella questione palestinese un problema da risolvere con una pace  “senza se e senza ma”, riflesse il convincimento delle diverse maggioranze di governo, secondo cui l’atteggiamento dei coloni sionisti ledeva di fatto il diritto all’autodeterminazione dei popoli e di conseguenza la sicurezza delle minoranze cristiane dell’area. Di certo, la decisione unilaterale presa da Trump nel riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, anziché stemperare la tensione, non ha fatto altro che gettare benzina sul fuoco. Una decisione che stanno pagando non solo le comunità arabe, ma anche lo stesso neo-presidente Biden, chiaramente in difficoltà di fronte alla inaudita violenza esercitata dai vecchi alleati di Tel Aviv nel reprimere l’instabilità della zona. Ne va della stessa credibilità statunitense.

Un nuovo impero in oriente: dal bosforo alla Cina. Ci sarà l’unione di tutti i popoli turchi?

Il saggio dell’autore, Padre gesuita, è apparso sul Quaderno 4098 de “La Civiltà Cattolica”.

 

Per la prima volta nei 100 anni di storia della Repubblica turca, la restaurazione della grandezza passata è diventata la politica del governo turco. Il fallimento dell’integrazione con l’Europa ha avuto come conseguenza che l’idea di un nuovo «impero» risultasse molto attraente. Accanto a un’idea neo-ottomana, che si concentra sui Paesi arabi del Mediterraneo e sui Balcani, è diventata una possibilità concreta un’unione dei popoli turchi, fondata sui legami etnici, che si estenda dal Bosforo alla Cina. La trasformazione dei rapporti tra la Turchia e le popolazioni turche affini nell’Asia centrale e nel Caucaso è diventata realtà concreta con l’ultimo conflitto in Nagorno-Karabakh. In questo caso non si tratta solo di soft power – esercitato sulla cultura o sulla religione – e di relazioni economiche: la Turchia ora è presente anche militarmente – il ministero della Difesa turco si propone di inviare unità turche in Azerbaigian – e mostra di essere senz’altro pronta a sostenere i suoi «fratelli» con ogni mezzo.

 

Link per il testo integrale

 

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“Centro necessario”. Con qualsiasi legge elettorale.

Il dibattito sulla nuova legge elettorale langue perchè in un’epoca in cui dettano l’agenda i
sondaggi si aspetta sino all’ultimo per verificare quale potrebbe essere il miglior sistema elettorale per il proprio partito. Il caso del Pd, al riguardo, è persin troppo emblematico. Dopo l’ubriacatura proporzionale con la segreteria Zingaretti si è ripassati misteriosamente al maggioritario con l’arrivo di Letta dalla Francia per poi nuovamente riprendere la tentazione del proporzionale appena è fallita clamorosamente l’alleanza in quasi tutti le principali città italiane con i 5 stelle.

Appunto, la legge elettorale – che ormai cambia ad ogni legislatura – è il frutto e la conseguenza dei sondaggi e degli ultimi risultati elettorali, amministrativi, che pervengono alle sedi centrali dei partiti. Certo, ogni confronto con il passato, più o meno recente, è semplicemente impossibile nonchè impraticabile. E questo per un motivo molto semplice. La politica ha perso la visione del futuro e qualsiasi ragione sistemica di lungo respiro. Tutto è strettamente legato al contingente e all’indomani. Del resto, in un contesto politico dominato dal trasformismo, dal populismo e dall’opportunismo di marca grillina non può che essere così. È una costante che dal 2018 caratterizza il confronto politico nel nostro paese e l’alleanza con il partito di Grillo e di Conte – ieri con la Lega per convenienza e oggi con il Pd per motivi sempre più indecifrabili – non può che rafforzare questa deriva impolitica e nociva per la stessa salute della nostra democrazia.

Comunque sia, qualunque sistema elettorale sarà individuato prima della prossima consultazione nazionale, un dato è certo. E cioè, le forze che non si riconoscono in questo bipolarismo muscolare e sempre più innaturale, hanno il dovere di unirsi e di contribuire, insieme, a costruire una lista/soggetto politico capace di condizionare e di orientare la stessa dialettica politica. Parlo, come ovvio, di quel “centro” da molto tempo decanato, auspicato, desiderato e richiesto che può essere il vero elemento di stabilizzazione e di moderazione del sistema politico italiano. E questo a prescindere dal profilo del sistema elettorale. Un “centro” che poi, inesorabilmente, sarà destinato ad allearsi con una delle due coalizioni in campo. Ad una sola condizione, però. Che non stringa alleanze con coalizioni dominate da quel populismo, che poi si intreccia fatalmente con il
giustizialismo, che sono e restano i veri detonatori per una democrazia autenticamente
costituzionale, repubblicana e socialmente avanzata. Ma quel luogo politico non può non
decollare.

Certo, il cantiere è aperto da tempo e non mancano le munizioni politiche, culturali e anche
programmatiche capaci di farlo diventare un luogo politico organizzato e strutturato. Il tutto, però, è subordinato ad una sola condizione metodologica. Ovvero, lavorare per costruirlo con la massima unità possibile. Ogni ridicola e grottesca primogenitura va bandita alla radice e qualsiasi tentativo di rappresentare in modo esclusivo un’area culturale va rispedito al mittente, pena la compromissione dello stesso progetto.

Ecco perchè, sia proporzionale o sia maggioritario – a seconda delle convenienze momentanee dei partiti, come abbiamo detto – il “centro” deve scendere in campo. Senza preclusioni ideologiche e senza pregiudiziali preconcette, se non quella del veto a qualsiasi deriva populista e giustizialista di origine grillina. Verrebbe da dire, “se non ora quando”?

Tutti gli scritti di Aldo Moro in edizione digitale. Il 24 maggio una giornata di studi per illustrare il primo volume.

Con Gli anni giovanili (1932-1946), primo volume dell’opera, inizia la pubblicazione dell’intera raccolta di studi, discorsi ed articoli dello statista pugliese, anche con alcuni inediti.

Riportiamo di seguito il comunicato del Portale della Rete degli archivi per non dimenticare.

 

http://memoria.san.beniculturali.it/web/memoria/news/dettaglio-news?p_p_state=normal&viewMode=normal&p_p_lifecycle=1&p_p_id=56_INSTANCE_nK42&groupId=11601&articleId=1139565

 

L’Osservatore: 35 anni di storia della Chiesa

Mario Agnes (fratello di Biagio, ex direttore generale della Rai) era un cattolico impegnato che aveva però ben chiaro quale doveva essere il ruolo del laicato nella Chiesa alla luce dei rinnovamenti del Concilio Vaticano II. Un suo ritratto inedito emerge nel libro “L’Osservatore. Trentacinque anni di storia della Chiesa nelle carte private di Mario Agnes”, pubblicato da Ignazio Ingrao per i tipi della San Paolo. L’autore, giornalista e autore televisivo, vaticanista del Tg1, ricostruisce, attraverso lo studio meticoloso degli archivi privati di Mario Agnes, la figura di un testimone privilegiato delle vicende della Chiesa, in Italia e non solo.

Chiamato da Giovanni Paolo II (insieme a Joaquin Navarro-Valls) a dirigere la comunicazione vaticana, Mario Agnes si dimostra un giornalista capace di interpretare il suo ruolo con scrupolo, riservatezza, ma al contempo grande passione e competenza.

Già presidente dell’Azione Cattolica, di cui aveva raccolto la difficile eredità di Vittorio Bachelet (1973-1980) si impegna, dopo l’approvazione del nuovo statuto, a ridefinire l’identità e lo stile operativo dell’associazione alla luce dei “nuovi fermenti” post-conciliari. In particolare punta a valorizzare la dimensione “religiosa” dell’Azione Cattolica senza trascurare la sua vocazione civile e sociale.

Sono anche gli anni del suo impegno in politica in qualità di consigliere comunale a Roma come indipendente nelle file della Dc e poi con la direzione del quotidiano della Santa Sede, l’Osservatore Romano (1984-2007). Durante la sua direzione dà vita a un profondo rinnovamento del giornale, accompagnato dall’introduzione di sostanziali cambiamenti nello stile e dall’apertura crescente alle nuove tecnologie.

Tornando al libro, Ingrao ha avuto un accesso privilegiato all’archivio privato di Mario Agnes. Si tratta di un patrimonio ricco e prezioso, fatto di lettere, appunti, documenti. Dimostra una conoscenza significativa e un rapporto assiduo con numerose figure del giornalismo, della politica e della storia della Chiesa.

Nel volume, l’autore ricostruisce molti aspetti della personalità del direttore dell’Osservatore Romano. «Un protagonista discreto di oltre quarant’anni di storia della Chiesa. Un periodo cruciale che va dalla fine del Concilio Vaticano II, passa per il referendum sul divorzio e sull’aborto, il rapimento Moro, il pontificato di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, la caduta del muro di Berlino, i conflitti in Iraq, fino all’elezione di Benedetto XVI».  Mario Agnes – scrive l’autore – lo attraversa con passo discreto: «Non il muoversi felpato degli uomini di palazzo, dei tessitori di relazioni nei corridoi della Curia romana. Piuttosto un procedere umile ma sicuro. Un passo dietro al Pontefice. L’uomo del Papa, fedele, senza ostentazioni».

Come ricorda lo storico Andrea Riccardi nella bella prefazione al volume, Agnes è «uomo di mille battaglie, capace anche di opposizione, aduso alle problematiche del governo della Chiesa e della politica, aveva però qualcosa di fanciullesco, che si legava alla sua fede spontanea di cattolico del popolo, improntata sui valori familiari e sulla semplicità della sua terra».

Dalle pagine del volume emergono anche rapporti significativi con molte figure del giornalismo, della politica e della Chiesa. E infatti sono raccolte le loro voci e le loro testimonianze: da Walter Veltroni ad Angelo Scelzo, da padre Gianfranco Grieco al cardinale Leonardo Sandri, da Ciriaco De Mita a Fausto Bertinotti. Un mosaico di voci che arricchiscono la ricostruzione di un protagonista scomparso appena tre anni fa e oggi quasi del tutto dimenticato.

 

Passi decisivi per liberare la chiesa e l’Italia dalle influenze mafiose

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

 

Era il 9 maggio 1993 quando, nella Valle dei Templi di Agrigento, Giovanni Paolo II condannò in maniera esplicita la mafia, invitando i suoi membri a convertirsi e intimando loro: «Verrà il giudizio di Dio!».
I capi mafiosi non gradirono le parole del Papa e, poco dopo la mezzanotte del 27 luglio 1993, un’autobomba esplose davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano. Contemporaneamente un’altra auto imbottita di tritolo venne fatta esplodere davanti alla chiesa romana di San Giorgio al Velabro. In entrambi i casi vi furono gravissimi danni, con un totale di 22 feriti.
A conferma dell’arroganza e della protervia del crimine organizzato, nel settembre del 1993 la mafia a Palermo uccise don Pino Puglisi, e nel marzo del 1994 la camorra a Casal di Principe uccise don Peppe Diana.
Inoltre in alcune diocesi e parrocchie l’influenza dei boss mafiosi sul clero locale rimaneva forte.
Purtroppo la commistione tra mafia e religione è un problema serio e radicato.
A questo proposito, il 13 maggio, intervenendo alla presentazione del primo Rapporto del “Dipartimento per la legalità” della Pontificia Academia Mariana Internationalis (Pami), l’ex Procuratore capo di Roma e attuale Presidente del Tribunale dello Stato Vaticano, Giuseppe Pignatone, ha spiegato la commistione tra mafia e religione.
Il “Dipartimento per la legalità” è un organismo istituito nel settembre 2020 per lo studio e il monitoraggio dei fenomeni criminosi e mafiosi. Nella lettera inviata nel luglio 2020 a padre Stefano Cecchin, Presidente della Pontificia Academia Internationalis, Papa Francesco chiedeva di «liberare Maria e la figura della Madonna dall’influsso delle organizzazioni malavitose».
Pignatone ha ricordato che esponenti di gruppi mafiosi sono coinvolti e addirittura promotori di manifestazioni popolari e religiose, processioni e feste patronali.
Diffuso e frequente anche il linguaggio religioso utilizzato dai mafiosi. Per esempio – ha spiegato Pignatone – l’iniziazione degli affiliati alla ‘ndrangheta viene chiamata “battezzo”.
Quando Pignatone entrò nella casa del boss mafioso Bernardo Provenzano, contò circa 170 santini; la Bibbia era sottolineata e forse usata come cifrario.
I “pizzini” scritti da Provenzano si aprivano e chiudevano con frasi come: “sia fatta la volontà di Dio” o “in nome di Cristo”, e poi magari ordinavano assassinii.
Secondo il Presidente del Tribunale dello Stato Vaticano, si tratta di manifestazioni di apparente religiosità, sovrastrutture permanenti per camuffare la reale essenza della mafia.
I giovani mafiosi vengono fatti crescere con questa cultura religiosa che è profondamente anticristiana.
Ha detto Pignatone che si tratta di «una radicale opposizione al Vangelo che viene fatta passare come modo normale di vivere nella Chiesa; un condizionamento al quale sono soggetti anche coloro che diventeranno preti e religiosi».
Per sconfiggere la mafia – ha concluso l’ex Procuratore capo di Roma – c’è bisogno di «un cambio di mentalità nella Chiesa e nella società civile. Polizia e magistratura sono in prima linea, ma non devono essere i soli».
Un deciso cambio di passo nella lotta per liberare la Chiesa e il territorio dalle influenze mafiose lo ha fatto Papa Francesco, che fin dall’inizio del suo pontificato ha dato seguito all’azione coraggiosa di Giovanni Paolo II.
Il 21 giugno 2014, di fronte a 250mila persone nella piana di Sibari, in occasione della sua visita in Calabria, Papa Francesco ha detto: «Coloro che nella loro vita hanno questa strada di male, i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati».
Il 15 settembre 2018, a Palermo, Francesco si è rivolto ai mafiosi dicendo: «Convertitevi! O la vostra vita andrà persa». Ed ha aggiunto: «Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore. Oggi abbiamo bisogno di uomini d’amore, non di uomini d’onore; di servizio, non di sopraffazione; di camminare insieme, non di rincorrere il potere. Agli altri la vita si dà, non si toglie».
Per quanto riguarda l’organizzazione interna della Chiesa, è stato Papa Francesco a nominare Giuseppe Pignatone, uno dei magistrati più esperti e capaci nella lotta alla mafia, come Presidente del Tribunale della Città del Vaticano.
Francesco ha beatificato don Pino Puglisi, prima vittima di mafia riconosciuta come martire della Chiesa. Ed ha beatificato anche Rosario Livatino, il giovane magistrato siciliano ucciso dalla mafia nel 1990.
Domenica 9 maggio, durante l’Angelus, Papa Francesco ha posto l’accento sul significato della beatificazione di Rosario Livatino, indicando nel giovane giudice «un esempio e uno stimolo per tutti i magistrati a essere leali difensori della legalità e della libertà».

L’alleanza con i 5 Stelle non aiuta il Pd

Non basta rilevare le difficoltà che si riscontrano nell’area della sinistra. Il centro, se esiste, deve mostrare di avere un progetto politico.

L’aria che si respira in Italia, almeno stando ai sondaggi, è un’aria di Destra. L’avanzata imperiosa della popolarità di Giorgia Meloni (che ora, secondo le modalità di politica effimera in voga da tempo, guadagnerà altri consensi col suo libro autobiografico) è solo l’aspetto oggi più caratterizzante (come fu il 2019 per Salvini) di un trend già percepibile prima della pandemia e ora rafforzato grazie, probabilmente, al suo aver officiato una linea aperturista assolutamente irresponsabile epperò accattivante per molti operatori economici penalizzati dai lockdown che il Governo (quello di Conte, e ora sia pure per un tempo limitato quello di Draghi) ha necessariamente dovuto attuare.

Punto più punto meno la Destra incarnata da Lega e Fratelli d’Italia veleggia intorno al 40%. Con il sostegno di Forza Italia il (centro)destra è intorno al 47%. Questa è la realtà, oggi. Una realtà ancora virtuale, per correttezza bisogna dirlo, anche perché pochi lo notano ma c’è sempre un 40% circa di cittadini che non si esprimono, in qualsiasi sondaggio elettorale. Una percentuale, anche considerandone solo la metà, in grado di sovvertire ogni pronostico. E purtuttavia quella realtà virtuale dà l’idea di potersi concretizzare, e dunque giocare le proprie carte solo sul possibile cambio di scenario indotto da quel 40% non parrebbe – anche solo per un principio statistico – una buona idea.

Il Pd sembrerebbe voler privilegiare un’alleanza con la sinistra a suo tempo fuoriuscita da esso e con il Movimento 5 Stelle. Immaginando poi, probabilmente, di riuscire a intercettare gran parte dello scarno elettorato “centrista”, incluso quello che per anni ha votato il partito di Berlusconi. A me pare che questo schema di gioco non consideri alcuni dati assai rilevanti. Accenno solo ai due/tre principali.

Il M5S veleggia ancora intorno a percentuali interessanti (fra il 16 e il 18%) ma è al suo interno frantumato, al punto che Giuseppe Conte a quasi due mesi dalla sua teorica ascesa al vertice non è tuttora in grado di guidarlo, né effettivamente né formalmente. Quando tutta la diaspora (guidata magari da Casaleggio e Di Battista) si sarà concretamente organizzata, e lo farà sparando alzo zero contro i “governisti” (perché è questo il clima che producono le scissioni) come reagirà l’elettorato? Un elettorato in buona misura composto da cittadini arrabbiati che vedranno in questa implosione, persino in un Movimento che era nato contro la casta dei politici e dei partiti, la definitiva conferma che il sistema è irriformabile. Non è francamente immaginabile che tutti costoro voteranno tranquillamente in favore di un’alleanza col Pd, da essi ritenuto partito-cerniera del sistema e così definito (e peggio) per anni da Beppe Grillo. Molti, non so quanti ma certamente tanti, incanaleranno la loro rabbia in modo ben diverso da quello.

Per contro – ed è il secondo punto – l’alleanza con i pentastellati tiene lontani molti cittadini che potrebbero anche essere interessati o intrigati dal profilo lettiano del Pd attuale, come lo erano stati da quello renziano a suo tempo, ma che non tollerano il radicalismo giustizialista e la sostanziale incompetenza dei Cinque Stelle, visti alla prova in questi anni. Eppure, è proprio questa quota di elettorato che potrebbe rivelarsi decisiva, in quanto di confine, con una utilità marginale – direbbe un economista – assai elevata. Forse se Conte, con Di Maio e qualcuno dei pentastellati maggiormente qualificatisi in questi anni, come ad esempio il ministro Patuanelli o anche il Presidente della Camera Roberto Fico, avessero l’ardire di fondare una loro formazione politica le cose potrebbero anche cambiare e il pregiudizio antigrillino di molti venir meno.

L’inconsistenza di un centro politico organizzato, invece che diviso e frantumato com’è, rimane un problema in questo Paese, dove esiste una fascia di elettorato che in mancanza di un’opzione credibile di questo tipo si rivolge con ben poca convinzione verso destra o verso sinistra. Il problema è però che la più gran parte di essa opterà più facilmente per la prima soluzione a fronte di un Pd alleato organicamente con i 5 Stelle (paradossalmente la sinistra di Bersani e Speranza viene considerata più favorevolmente, anche perché debole numericamente).

Qualcuno penserà che si tratta di ragionamenti teorici. Politologia astrusa. Nel caso, però, vada a intervistare i dirigenti locali del Pd e domandi loro perché l’alleanza ipotizzata al Nazareno, la sede nazionale dei dem, non si concretizza nelle città e nei paesi. Riceverà risposte interessanti, piene di vita vissuta e di buon senso.

Caritas, in un anno di pandemia 453.731 “nuovi poveri”. Uno su 4 da settembre a marzo.

Il monitoraggio sugli effetti economici-sociali determinati dalla pandemia ha  coinvolto 190 Caritas diocesane.

Articolo di Patrizia Caiffa.

Che la pandemia avesse creato “nuovi poveri”, ossia persone che si sono avvicinate per la prima volta ai centri di ascolto o ai servizi delle Caritas diocesane in Italia era purtroppo già noto da tempo. Stavolta, con l’ultima rilevazione di Caritas italiana da settembre 2020 a marzo 2021, il dato assume contorni ancora più netti. Una persona su 4 (il 24,4%) che si è rivolta alle Caritas diocesane per chiedere aiuto in questo periodo è stato infatti classificata tra i “nuovi poveri”, pari ad un totale di 132.717 persone. Complessivamente, dal maggio 2020 ad oggi, in oltre un anno di pandemia, si sono rivolti alle Caritas 453.731 “nuovi poveri”. Nel periodo settembre/marzo le Caritas hanno invece accompagnato 544.775 persone. Le donne sono la maggioranza: 53,7%, così come sono la maggioranza gli italiani (57,8%). L’incidenza degli italiani tra i “nuovi poveri” è ancora maggiore: il 60,4%. Uomini e donne sono in numero pari.

Il monitoraggio di Caritas italiana per indagare sugli effetti socio-economici della pandemia ha coinvolto 190 Caritas diocesane, pari all’87,1% del totale. I bisogni evidenziati, riguardanti soprattutto le donne e i giovani, sono: difficoltà legate al precariato lavorativo/occupazione femminile (93,2% delle Caritas); difficoltà legate al precariato lavorativo/occupazione giovanile (92,1%); persone/famiglie con difficoltà abitative (84,2%); povertà educativa – abbandono, ritardo scolastico, difficoltà a seguire le lezioni, ecc. – (80,5%); disagio psico-sociale dei giovani (80,5%). Anche altri fenomeni sono segnalati

in aumento: il disagio psico-sociale degli anziani e delle donne (entrambi indicati dal 77,4% delle Caritas), la povertà minorile (66,3%), la rinuncia/rinvio dell’assistenza sanitaria ordinaria, non legata al Covid (66,8%), le violenze domestiche (51,1%).

Le persone più frequentemente aiutate dalla Caritas sono state soprattutto: persone con impiego irregolare fermo a causa del Covid-19 (61,1%); lavoratori precari/intermittenti che non hanno potuto godere di ammortizzatori sociali (50%); lavoratori autonomi/stagionali, in attesa delle misure di sostegno (40,5%); lavoratori dipendenti in attesa della cassa integrazione ordinaria/cassa integrazione in deroga (35,8%).

I settori economici che hanno risentito maggiormente della crisieconomica correlata al Covid sono stati soprattutto quelli della ristorazione, segnalati dal 94% delle Caritas, seguiti dal settore turistico-alberghiero (77,4%). La maggioranza assoluta segnala anche la difficoltà degli esercizi commerciali (64,2%) e delle attività culturali, artistiche e dello spettacolo (53,2%).

Le iniziative delle Caritas. Fondi speciali per il sostegno economico alle famiglie e alle piccole imprese in difficoltà, attività di orientamento e informazioni sulle misure assistenziali pubbliche, borse lavoro, percorsi formativi, distribuzione di pc e tablet e sostegno educativo a distanza, progetti e attività innovative. Sono queste le principali risposte messe in atto dalle Caritas diocesane che hanno risposto al monitoraggio. Nel dettaglio: 149 diocesi (78,4%) hanno attivato dei Fondi specifici di sostegno economico alle famiglie in difficoltà; 140 diocesi (73,7%) hanno svolto attività di orientamento e informazione sulle misure assistenziali promosse dalle amministrazioni; 116 diocesi (61,1%) hanno attivato interventi specifici sul fronte del lavoro;  116 diocesi (61,1%) hanno attivato interventi nell’ambito educativo come la distribuzione di tablet/pc/connessioni/device a famiglie meno abbienti o scuole; acquisto libri e materiale scolastico; pagamento rette scolastiche/asili; pagamento mensa scolastica; sostegno educativo a distanza; aiuto per i compiti o la didattica a distanza, anche online; borse di studio per l’iscrizione all’università o per sostenere la frequenza delle scuole superiori; abbonamenti ai mezzi pubblici per gli studenti; progetti contro l’abbandono scolastico; sportelli di supporto psicologico, ecc. 61 diocesi (32,1%) hanno attivato dei Fondi diocesani di sostegno economico alle piccole imprese.

Tra le attività innovative vi sono il sostegno ai giostrai, ai circensi, ai venditori ambulanti, le attività di recupero dei beni alimentari, nuove modalità di approccio alle persone senza dimora, ascolto a distanza, ambulatori e servizi di tipo sanitario.

Una fitta rete di solidarietà. Nel 2020 sono stati oltre 93 mila i volontari operanti nei 6.780 servizi della rete Caritas, insieme a 407 giovani del servizio civile.  Buona la collaborazione intra-ecclesiale: il 96,8% delle Caritas diocesane ha avuto rapporti stabili con le parrocchie, il 60% con il Volontariato Vincenziano, il 51,1% con gli scout dell’Agesci, il 42,1% con i Centri di aiuto alla vita, il 36,8% con le Acli.

 

L’Europa da cui veniamo e l’Europa verso cui andiamo. Istruzione e cittadinanza attiva tra passato, presente e futuro.

Una riflessione sulla festa dell’Unione europea celebrata il 9 maggio. Il contributo dell’autore s’inserisce naturalmente nel dibattito aperto da Umberto Laurenti (Associazione Svegliamoci Italici)

 

Qualsiasi celebrazione ha del rituale e rischia di risultare una rassegna di memoria storica con scarsa capacità di svelare il perché e il percome siano in atto le dinamiche politiche del presente. Cercherò di ricordare fatti consegnati alla storia provando, conseguentemente, a porre a fuoco alcuni aspetti riconducibili all’attualità degli impegni presenti e futuri sulla scena politica. Nel dialogo con i giovani e con coloro che spesso sono stati tenuti, o si siano tenuti, lontano dai fatti significativi della storia è sempre necessario risalire alla fonte del pensiero di Persone che la storia l’hanno fatta per davvero con il loro pensiero, con la loro azione e, soprattutto, con la loro “visione” politica.

Schuman e Monnet

La data della festa dell’Europa è stata scelta con riferimento alla famosa dichiarazione di Schuman del nove maggio 1950. Una delle frasi più importanti di quella dichiarazione è da citare subito: “L’Europa non potrà farsi in una volta sola, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto un solidarietà di fatto.”

Mi sembra opportuno ricordare anche che Jean Monnet, uno dei padri fondatori dell’Europa, citava spesso il filosofo svizzero Amiel: «L’esperienza di ogni uomo ricomincia daccapo. Soltanto le istituzioni diventano più sagge: esse accumulano l’esperienza collettiva e, da tale esperienza, da tale saggezza, gli uomini soggetti alle stesse norme non cambieranno certo la loro natura ma trasformeranno gradualmente il loro comportamento».”

Queste due citazioni dovrebbero essere indicative del cammino che l’Europa ha cominciato a fare nel secondo dopoguerra del secolo scorso fino ai nostri giorni

Pensiero ed azione politica sono sempre alla base delle buone e delle cattive pratiche. Tra bene e male c’è sempre una scelta da fare. Ma qual è il bene? Qual è il male? Nella scelta del bene e del male, in genere i liberali amano mettere al centro il “dubbio” seguito da atti adottati secondo l’etica della responsabilità. L’etica che sa guardare alla tutela della libertà all’interno di regole rispettose del bene comune.

Luigi Einaudi

Il 2021 è l’anno in cui si ricorda Einaudi a 60 anni dalla sua morte. In proposito c’è un’apposita decisione del Senato della Repubblica italiana riguardante la celebrazione dell’anno Einaudiano  Diversi sono i soggetti impegnati nella celebrazione.

Einaudi nutriva la “visione” di un’Europa unita con la serietà che caratterizzava il suo pensiero politico. Sapeva spiegare le motivazioni delle sue scelte che rispondevano al suo famoso metodo del “conoscere, discutere e poi deliberare”. Un metodo necessario soprattutto perché consente di attraversare e superare il “dubbio” e perché rende credibile e responsabile qualsiasi scelta. La scuola di pensiero, che si riconosce fra gli altri in Einstein, pone molti interrogativi su quanto possano avere giovato all’umanità gli uomini politici e religiosi. Alla luce dei fatti, possiamo affermare che le buone pratiche e il pensiero di Einaudi appartengano alla costruzione dell’edificio della civiltà.

Il discorso di Einaudi all’Assemblea Costituente del 29 luglio 1947 per la ratifica del trattato di pace, è da leggere tutto, per guadare al prima e al dopo dei primi passi per costruire l’Europa. “Quell’Europa una, che era stata, in varia maniera, l’ideale di poeti e pensatori da Dante Alighieri ad Emanuele Kant e da Giuseppe Mazzini.” L’analisi di Einaudi sulle motivazioni profonde che portano alla guerra dà spiegazioni chiare sui disastri del secolo breve e sulle due guerre mondiali che lo hanno caratterizzato. Fa comprendere bene l’essenza e le finalità delle idee del nazi-fascismo risalenti “all’Attila moderno” e al “nostro dittatore di cartapesta”. E ci avverte che “non è vero che le due grandi guerre mondiali siano state determinate da cause economiche” …” vero è invece che le due grandi guerre recenti furono guerre civili, anzi guerre di religione e così sarà la terza”… “diciamo alto che noi riusciremo a salvarci dalla terza guerra mondiale solo se noi ”  saremo capaci di operare “per la salvezza e l’unificazione dell’Europa.”

Einaudi parla di “salvezza” e di “unificazione” dell’Europa in un contesto in cui si cerca di mettere insieme i cocci della distruzione della sciagurata guerra. Dice parole chiare e impegnative quando afferma che “L’Europa che l’Italia auspica, per la cui attuazione essa deve lottare, non è un’Europa chiusa contro nessuno, è un’Europa aperta a tutti, un’Europa nella quale gli uomini possano liberamente far valere i loro contrastanti ideali e nella quale le maggioranze rispettino le minoranze e ne promuovano esse medesime i fini fino all’estremo limite in cui essi sono compatibili con la persistenza dell’intera comunità. Alla creazione di questa Europa, l’Italia deve essere pronta a fare sacrificio di una parte della sua sovranità.” Questa “visione” non è una idea di subalternità, ma la consapevolezza di un vero statista. Infatti chiarisce che “scrivevo trent’anni fa e seguitai a ripetere invano e ripeto oggi, spero, dopo le terribili esperienze sofferte, non più invano, che il nemico numero uno della civiltà, della prosperità, ed oggi si deve aggiungere della vita medesima dei popoli, è il mito della sovranità assoluta degli stati. Questo mito funesto è il vero generatore delle guerre; desso arma gli Stati per la conquista dello spazio vitale; desso pronuncia la scomunica contro gli emigranti dei paesi poveri; desso crea le barriere doganali e, impoverendo i popoli, li spinge ad immaginare che, ritornando all’ economia predatoria dei selvaggi, essi possano conquistare ricchezza e potenza. In un’Europa in cui ogni dove si osservano rabbiosi ritorni a pestiferi miti nazionalistici, in cui improvvisamente si scoprono passionali correnti patriottiche” … “urge compiere un opera di unificazione.”

In questo discorso, più volte applaudito dall’Assemblea costituente, Einaudi cita il Mahatma Gandhi. Mi preme, al riguardo, ricordare una frase famosa di Gandhi: “La mia vita è il mio messaggio”. Anche di Luigi Einaudi possiamo dire che la sua vita è il suo messaggio. Dopo pochi mesi di questo discorso di pace per la pace e per l‘unità dell’Europa come vera e concreta “visione” politica, Einaudi verrà eletto Presidente della Repubblica.

Nel suo discorso di insediamento (12 maggio 1948) come “custode della Costituzione” chiarisce che la nostra Carta “afferma due principi solenni: conservare … ciò che è garanzia della libertà della persona umana contro l’onnipotenza dello Stato e la prepotenza privata; e garantire a tutti, qualunque siano i casi fortuiti della nascita, la maggiore uguaglianza possibile nei punti di partenza”. Quest’ultimo principio è alla base del pensiero di Einaudi, e dei liberali, sull’importanza della pubblica istruzione.

La Conferenza sul futuro dell’Europa del 9 maggio 2021

Il lancio ufficiale della Conferenza sul futuro dell’Europa è stato diffuso da diversi siti istituzionali. Ho preso a riferimento quello elaborato dal Servizio Studi del Senato che ha il pregio di mettere a fuoco anche gli aspetti problematici di natura politico-organizzativa da risolvere.

Per la definizione delle future politiche dell’Ue si vuole far partire un virtuoso processo dal basso verso l’alto (botton up), ovvero dai livelli territoriali in su, sui temi chiave che i cittadini potranno discutere, integrare e sviluppare attraverso un’area “aperta” indicata come “altre idee” in una “piattaforma digitale multilingue”.

La piattaforma è divisa in 9 aree tematiche: clima e ambiente; salute; economia, giustizia sociale e occupazione; il ruolo della Ue nel mondo; valori, diritti, Stato di diritto e sicurezza; trasformazione digitale; democrazia europea; migrazione; istruzione, cultura, giovani e sport.

Molto interessante è il fatto che, in un periodo in cui, a causa della pandemia da Covid 19, si è diffuso un uso senza regole di conferenze a distanza, è stata elaborata una Carta che impegna gli organizzatori di eventi in modo da garantire un dibattito rispettoso di valori e di metodi di stampo democratico. I metodi elaborati dall’Ue sono esemplari e prevedono espressamente precisi impegni da parte dei partecipanti e da parte degli organizzatori di eventi.

I partecipati devono:

· rispettare i valori europei, sanciti dall’articolo 2 del trattato sull’Unione europea: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, Stato di diritto e rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze;

· contribuire alla Conferenza con proposte costruttive e concrete nel rispetto delle opinioni altrui;

· astenersi dall’esprimere diffondere o condividere contenuti illegali, che incitano all’odio, deliberatamente falsi o fuorvianti;

· partecipare su base volontaria, senza perseguire interesse privati o commerciali.

Gli organizzatori di eventi devono:

· porre i cittadini al centro di ogni evento e consentire loro di esprimersi liberamente, purché ciò avvenga nel rispetto della legalità e non preveda incitamenti all’odio;

· promuovere eventi che siano inclusivi e accessibili;

· rispettare la diversità nei dibattiti, sostenendo attivamente la partecipazione di cittadini di ogni estrazione sociale, indipendentemente dal genere, dall’orientamento sessuale, dall’età, dal contesto socioeconomico, dalla religione e/o dal livello di istruzione.

· garantire la piena trasparenza, riferendo apertamente, a seguito degli eventi, sui dibattiti e sulle raccomandazioni formulate dai cittadini e impegnandosi, se possibile, a trasmettere e/o diffondere gli eventi;

· garantire il rispetto delle norme dell’UE in materia di protezione dei dati e privacy;

· utilizzare solo l’identità visiva della Conferenza autorizzata per comunicare l’evento.

“La Carta conferisce inoltre alle istituzioni europee il diritto di rimuovere dalla piattaforma i contenuti che deroghino ai suddetti impegni volontari, nonché il diritto di impedire o revocare il diritto di utilizzare l’identità visiva della Conferenza a individui e organizzazioni che ne violino i principi.” … “I panel dei cittadini dei cittadini comprenderanno 200 persone, un terzo delle quali saranno giovani sotto i 25 anni. Saranno composti dal almeno un cittadino maschio e una femmina per Stato membro. I partecipanti saranno scelti a caso, ma in modo tale da costituire panel rappresentativi della “diversità dell’UE, in termini di origine geografica, sesso, età, background socioeconomico e livello di istruzione”.

Le questioni da risolvere per la sessione plenaria della Conferenza

Ci sono tre questioni irrisolte a proposito della sessione plenaria della Conferenza: 1) C’è la proposta del liberale Guy Verhofstadt, copresidente del Comitato Esecutivo, a favore della presenza rafforzata della rappresentanza parlamentare: 108 deputati europei e 108 di provenienza dei Parlamenti nazionali. Una composizione diversa viene, invece, sostenuta dal Consiglio e dalla Commissione. In pratica si vorrebbe una rappresentanza più snella con la presenza paritaria di Consiglio e Commissione. Principio di parità delle tre istituzioni (Parlamento, Consiglio, Commissione); 2) qual è il potere decisionale della sessione plenaria? Il Parlamento rivendica il potere di adottare le raccomandazioni da rivolgere al Consiglio europeo al termine dei lavori della Conferenza nella primavera del 2022. Il Consiglio dell’UE vorrebbe invece che tale compito spettasse al Comitato esecutivo, che agisce sulla base del consenso; 3) il Comitato esecutivo dovrebbe decidere su come debba essere garantita la partecipazione dei cittadini nella fase decisionale.

Al riguardo di queste questioni, che ho voluto riassumere e porre in particolare evidenza, mi preme chiarire che i liberal-democratici dovrebbero, a mio parere, condividere gli argomenti sostenuti da Guy Verhofstadt. Non per un atto di fede nei confronti del liberale, che ben conosciamo, Verhofstadt. Ma perché quando ci sono tesi e antitesi tra il potere di un Parlamento e il Potere degli Esecutivi, i liberali si trovano sempre schierati dalla parte del Parlamento. Il primo connotato del liberalismo è la limitazione del potere dei governi. E da sempre i Governi sono affetti, per la loro natura, di bulimia di potere. Montesquieu su questo tema ha teorizzato e ci ha spiegato l’importanza del principio della divisione dei poteri. Il principio che è alla base del liberalismo. In Europa, diciamolo francamente, il vero potere è nelle mani del Consiglio. E tutto ciò che riguardi il mal funzionamento dell’Europa è da far risalire quasi sempre alla camicia di forza nella quale è tenuto il Parlamento. Il Consiglio è, purtroppo, a sua volta ingabbiato dalla necessità di dover deliberare all’unanimità.

È appena il caso di ricordare Einaudi che, prima ancora che ci fosse il primo trattato per l’Ue, in occasione della ratifica del trattato di pace, auspicava l’unificazione europea e, nel contempo, avvertiva la necessità che il livello nazionale dovesse cedere parti di sovranità alle istituzioni europee. Personalmente faccio fatica a considerare il Consiglio come fattore di sviluppo del processo unitario.

In proposito, voglio ricordare un particolare significativo. Quando Einaudi fu eletto Presidente della Repubblica, nel suo discorso di insediamento spiegò in modo mirabile il ruolo e l’importanza del Parlamento. Sono parole che dovrebbero essere rilette spesso, specialmente in presenza di chi voglia rafforzare gli esecutivi in danno dei Parlamenti. Questi ultimi sono i veri depositari della democrazia partecipativa e della vera rappresentanza della sovranità popolare. Ecco le parole di Einaudi:

“ …nelle vostre discussioni, signori del Parlamento, è la vita vera, la vita medesima delle istituzioni che noi ci siamo liberamente date; e se v’ha una ragione di rimpianto nel separarmi, per vostra volontà, da voi è questa: di non poter partecipare più ai dibattiti, dai quali soltanto nasce la volontà comune; e di non potere più sentire la gioia, una delle più pure che cuore umano possa provare, la gioia di essere costretti a poco a poco dalle argomentazioni altrui a confessare a se stessi di avere, in tutto o in parte, torto ed accedere, facendola propria, alla opinione di uomini più saggi di noi.”

Vorrei sottolineare che Einaudi usa la parola “gioia”. La gioia è un sentimento che si può provare “insieme” ad altri. Usare il termine gioia per spiegare il sentimento che si prova in un confronto che dia luogo alla formazione di una volontà comune è la spiegazione della vera essenza della centralità e della nobiltà della politica svolta nell’ambito parlamentare. Ed è illuminante l’enfatizzazione della funzione del luogo dove “si parla”, il luogo delle decisioni collegiali in questo terzo millennio in cui abbiamo visto un affievolimento della memoria sui gravissimi disastri per l’umanità che si verificano quando prendano il sopravvento le idee a favore del “decisionismo” dell’uomo solo al comando chiamato e invocato, a seconda del lessico, leader, capo, capitano, duce, fürher, caudillo, zar, imperatore o, per dirla con Orwell in ambito letterario, Grande Fratello.

Ogni qual volta, e accade in modo ricorrente, che il Parlamento sia minacciato di diventare, o diventi, il bivacco dei manipoli di un “duce”, che fortissimamente vuole i pieni poteri, si consuma puntualmente un delitto perfetto in danno della democrazia.

Le politiche europee in materia di istruzione e di formazione

In Europa vige il principio di sussidiarietà. Pertanto la responsabilità primaria dei sistemi di istruzione e formazione è degli Stati membri. L’Ue ha solo un ruolo di sostegno.

L’istruzione è riconosciuta come area di competenza dell’UE nel trattato di Maastricht del 1992, che prevede: «(la Comunità) contribuisce allo sviluppo di un’istruzione di qualità incentivando la cooperazione tra Stati membri e, se necessario, sostenendo ed integrando la loro azione nel pieno rispetto della responsabilità degli Stati membri per quanto riguarda il contenuto dell’insegnamento e l’organizzazione del sistema di istruzione, nonché delle loro diversità culturali e linguistiche».

In pratica il ruolo dell’Ue è quello di incoraggiare la collaborazione tra gli Stati membri agevolando i processi di condivisione e di miglioramento dei sistemi di istruzione e formazione e scambiando buone pratiche strategiche.

Elemento chiave è l’apprendimento permanente, che cerca di fornire ai cittadini le conoscenze, abilità e competenze richieste in particolari occupazioni e sul mercato del lavoro.

L’Agenda europea per le competenze

La Commissione Ue ha presentato a luglio 2020 un’agenda incentrata sulle competenze e sull’IFP. È da precisare, preliminarmente, che nell’accezione europea il sistema IFP comprende sia istruzione che formazione professionale.

Si vuol realizzare l’obiettivo di consentire alle persone lo sviluppo di competenze nel corso di tutta la vita e di assicurare il diritto alla formazione e all’apprendimento permanente all’interno dell’esercizio dei diritti sociali. Si fa riferimento, in particolare, alla necessità di “competenze per l’occupazione “, e all’analisi dei fabbisogni del mercato del lavoro.

L’Agenda indica 12 azioni: 1) Un patto per le competenze; 2) Miglioramento dell’analisi del fabbisogno di competenze; 3) Sostegno dell’UE agli interventi strategici nazionali in materia di sviluppo delle competenze; 4) Proposta di raccomandazione del Consiglio relativa all’istruzione e formazione professionale per la competitività sostenibile, l’equità sociale e la resilienza; 5) Attuazione dell’iniziativa delle università europee e sviluppo delle competenze degli scienziati; 6) Competenze a sostegno delle transizioni verde e digitale; 7) Aumento dei laureati in discipline STEM e promozione delle competenze imprenditoriali e trasversali; 8) Competenze per la vita; 9) Iniziativa per i conti individuali di apprendimento; 10) Un approccio europeo alle microcredenziali; 11) La piattaforma Europass; 12) Miglioramento del quadro di sostegno per sbloccare gli investimenti privati e degli Stati membri nelle competenze.

Si parla di un “Patto per le competenze” e di un’azione congiunta che coinvolga lavoratori, imprese, autorità nazionali, regionali e locali, parti sociali, organizzazioni intersettoriali e settoriali, “fornitori di istruzione e formazione”, camere di commercio e servizi. Il tutto per sostenere la ripresa e le transizioni verdi e digitali.

Si parla anche di iniziative rivolte alla creazione di uno spazio europeo dell’istruzione (entro il 2025) che consenta ai giovani di accedere alla migliore istruzione e formazione e di trovare un’occupazione in tutta Europa. È un obiettivo strategico che presenta le seguenti caratteristiche:

· trascorrere un periodo all’estero per studiare e apprendere sia la norma;

· le qualifiche dell’istruzione scolastica e superiore vengano riconosciute in tutta l’UE;

· conoscere due lingue oltre alla propria lingua madre diventi la norma;

· tutti abbiano accesso a un’istruzione di qualità indipendentemente dal loro contesto socioeconomico;

· le persone abbiano un forte senso della loro identità europea, del patrimonio culturale europeo e della sua diversità.

Il documento di riferimento è quello relativo alla specifica raccomandazione adottata il 24 Novembre 2020 dal Consiglio dell’Ue sull’istruzione e formazione professionale per la competitività sostenibile, l’equità sociale e la resilienza.

La Raccomandazione definisce i principi chiave per garantire che l’istruzione e la formazione professionale siano agili per adattarsi rapidamente alle esigenze del mercato del lavoro e offrano opportunità di apprendimento di qualità sia per i giovani che per gli adulti.

Pone un forte accento sulla maggiore flessibilità dell’istruzione e della formazione professionale, sul rafforzamento delle opportunità per l’apprendimento e l’apprendistato basati sul lavoro e sul miglioramento della garanzia della qualità.

È da tenere presente la definizione di «istruzione e formazione professionale» secondo la Raccomandazione del Consiglio del 24 novembre 2020: “…per istruzione e formazione professionale si intende l’istruzione e formazione che mira a trasmettere ai giovani e agli adulti le conoscenze, le abilità e le competenze necessarie per svolgere determinate professioni o, più in generale, soddisfare le richieste sul mercato del lavoro. Può essere fornita in contesti formali e non formali, a tutti i livelli del quadro europeo delle qualifiche (EQF)”

Il libro bianco sulla gioventù del 2001

Nel leggere i documenti europei di questi mesi, in piena pandemia, sorgono parecchi interrogativi di varia natura anche perché il pensiero va ai tagli alla scuola italiana dell’ultimo ventennio e al libro bianco di 20 anni fa. Pur evitando di discettare sui guasti provocati dai tagli alla scuola italiana, è interessante scorrere brevemente alcuni passi significativi a commento di quel libro bianco:. “ i giovani europei, per quanto emerge dal Libro bianco sulla gioventù del 2001 che è stato preceduto da un’ampia consultazione nella loro fascia d’età tra i 15 e 25 anni, «intravedono l’Europa come uno spazio allargato senza frontiere, volto a facilitare gli studi, i viaggi, il lavoro e la vita quotidiana». I giovani invocano una Europa «baluardo di valori democratici», espressi in un orizzonte che va oltre i confini dei singoli Paesi e della stessa Europa e che si allarga in una dimensione mondiale. Nel Libro bianco i problemi che attraversano i sistemi dell’istruzione e della formazione sono stati affrontati ed evidenziati dai giovani con significativa consapevolezza: l’accesso facile e continuo all’istruzione lungo tutto l’arco della vita; l’organizzazione di processi formativi come “chiave” per incrementare la motivazione all’apprendimento; il riconoscimento delle qualifiche e delle competenze acquisite in contesti formali, informali e non formali; la qualità e l’efficacia dell’istruzione scolastica per garantire i diritti di cittadinanza attiva; la transizione dalla scuola al lavoro e l’occupazione come presupposto per l’inclusione sociale.”

Dopo 20 anni il lessico usato e che ancora si usa consente, di per se stesso e a prescindere dai programmi attuati o non attuati, di dare contezza delle attese dei giovani europei.

La questione della cittadinanza attiva e dell’educazione civica

La Conferenza sul futuro dell’Europa prevista per il 9 maggio 2021 ha il pregio di favorire buone pratiche rivolte a colmare il gravissimo deficit di cittadinanza attiva.

Le iniziative che partono dai territori sono importanti. Sottolineo che trovo molto interessante l’idea di fare di molte delle città o luoghi simbolo occasione di esperienze che siano moltiplicatrici della conoscenza delle radici culturali riguardanti la “visione” e i “visionari” della costruzione dell’Europa unita.

Giusto per fare un solo esempio, merita almeno un cenno il “Focus sull’esperienza di Ventotene e il progetto di Santo Stefano” nel quale sono coinvolti molti soggetti e associazioni, tra i quali il sindaco di Ventotene e l’ex Commissaria europea per la Cultura Silvia Costa. In effetti Ventotene, come luogo simbolo dell’Europa e Santo Stefano, come luogo simbolo dei diritti umani per il suo famoso carcere, favoriscono la realizzazione di iniziative esemplari.

In Italia il deficit di educazione civica è endemico se si pensa che è stato tradito l’ordine del giorno Moro dell’11 dicembre 1947 approvato all’unanimità dall’Assemblea Costituente. L’odg stabilì “che la nuova Carta costituzionale trovi senza indugio adeguato posto nel quadro didattico delle scuole di ogni ordine e grado al fine di rendere consapevole le giovani generazioni della raggiunta conquiste morali e sociali che costituiscono ormai sacro retaggio del popolo italiano”.

D’altronde in Italia sarebbe del tutto urgente dare attuazione all’art. 49 della Costituzione “per far rientrare l’agire politico dei partiti nell’alveo costituzionale che richiede l’esercizio effettivo del diritto dei cittadini alla partecipazione attiva”. Infatti la crisi che investe i partiti politici italiani rischia di travolgere le istituzioni democratiche.

Le riforme di cui si parla in materia di istruzione

Sono recentissime le notizie di riforme in materia di istruzione. Dalla stampa apprendiamo che “Il ministero così come è oggi, non è più in grado di organizzare la specificità e la complessità dei compiti. Stiamo ampliando l’età dell’educazione dai 0 anni fino alla formazione continua: serve un dipartimento che si occupi di formazione tecnica superiore, dobbiamo mettere mano all’organizzazione del ministero e degli organi decentrati”. Sono le parole del Ministro dell’istruzione Fabrizio Bianchi in una audizione nelle Commissioni riunite di Cultura Camera e Senato.

Il Ministro è entrato nel merito di diversi temi che riguardano, tra l’altro, “la povertà educativa”, il calo demografico, la questione delle “carriere” dei docenti e di tutto il personale della scuola, “L’aumento del tempo scuola”, “la formazione dei docenti”, le risorse finanziare da impegnare, etc. etc.

Nel contempo abbiamo sentito voci molto critiche nei confronti delle idee e dei progetti del Ministro. La stagione di riforme che si sta avviando sembra un cantiere aperto. Le linee di tendenza che hanno caratterizzato le politiche scolastiche italiane dall’unità d’Italia in poi hanno fatto registrare scelte caratterizzate, quasi sempre, dallo sviluppo dell’istruzione. È appena il caso di ricordare che la Legge Casati del 1859, che ha disegnato l’architettura del sistema di istruzione in Italia, è stata sostanzialmente in vigore fino a 20 anni fa, cioè fino all’inizio della politica dei criticati, e certamente criticabili, tagli.

Per concludere questo intervento, mi pare opportuno sottolineare, in vista di una ennesima riforma, l’importanza di garantire la libertà d’insegnamento e la necessità di superare l’annosa contrapposizione tra cultura scientifica e cultura umanistica.

In dialogo costante con il Mistero. Un ricordo di Franco Battiato

Pubblichiamo un ampio stralcio dell’articolo di Massimo Granieri, pubblicato sull’Osservatore Romano in edicola ieri pomeriggio.

 

«È la medesima realtà il vivo e il morto, il desto e il dormiente, il giovane e il vecchio: questi infatti mutando son quelli, e quelli di nuovo mutando son questi». Un passo di Eraclito di Efeso introduce un disco di Franco Battiato ascoltato dopo aver letto la notizia della sua morte. L’album è L’imboscata, nella traccia Di Passaggio la vita muta in nuove dimensioni. Nella stessa canzone c’è un’altra citazione in greco antico, un estratto degli Epigrammi di Callimaco riguardo il suicidio di Cleombroto d’Ambracia, seguace di Platone. Un tema molto caro a Battiato quello dell’immortalità dell’anima e della reincarnazione che lo spinsero nel recinto del cristianesimo. Interpretò la risurrezione dei corpi dopo la morte annunciata nei Vangeli, come in Testamento in cui impasta la verità del Risorto (confusa con la reincarnazione) con versi del ventiseiesimo canto dell’Inferno di Dante. Nella canzone la distanza dal mistero dell’Incarnazione diventa siderale: «Peccato che io non sappia volare / Ma le oscure cadute nel buio mi hanno insegnato a risalire / Noi non siamo mai morti, e non siamo mai nati».

Il maestro Battiato, morto il 18 maggio, aveva la percezione del divino e della sua eterna assenza. Il testo de L’esistenza di Dio si chiude con dei versi chiarissimi: «La teologia vi invita / Anzi vi impone d’immaginare / Una pietra infinita». Un Dio pietrificato nel suo silenzio lo affascinava, alcune canzoni ricordano la notte oscura descritta da san Giovanni della Croce. Se l’aridità spirituale, il senso dell’abbandono toccarono la vita del mistico, Battiato pensava al passaggio fugace di Dio nel nostro mondo. Fu capace di farci sperimentare quel senso di aridità e di vuoto che rimane addosso quando siamo visitati e in apparenza abbandonati dal Signore: «Sia Lode, Lode all’Inviolato / Arido è l’inferno / Sterile la sua via / Quanti miracoli, disegni e ispirazioni / E poi la sofferenza che ti rende cieco / Nelle cadute c’è il perché della Sua Assenza» (Lode all’Inviolato). Il 24 ottobre 1993 eseguì la sua Messa Arcaica nella basilica superiore di San Francesco d’Assisi, incisa su commissione in occasione della Giornata della pace indetta dalle Nazioni Unite. Musicò le parti della santa messa, l’atto penitenziale, il Gloria, la professione di fede e la liturgia eucaristica. Ne approfittò per soddisfare il bisogno di utilizzare ogni tipo di linguaggio e comunicare “le opzioni del cuore” alimentate dal desiderio e la fatica di conoscere la Verità cantato in Torneremo ancora: «Molte sono le vie / Ma una sola / Quella che conduce alla verità / Finché non saremo liberi / Torneremo ancora». In un’intervista riguardo l’uscita discografica della Messa Arcaica, dichiarò: «Al di là delle differenze formali, ciò che trovo invariabilmente presente in tutti i miei lavori, da quelli avanguardistici degli anni Settanta fino alla mia Messa Arcaica è una ricerca costante della bellezza, dell’armonia, della fluidità delle soluzioni che si muovono all’interno di ogni linguaggio prescelto».

Per leggere il testo completo digitare il link qui sotto

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-05/quo-110/in-dialogo-costante-br-con-il-mistero.html

Unica soluzione il ritorno al proporzionale

Enrico Letta, confidando sull’intesa con il M5S, ha rilanciato il maggioritario. Ora è costretto a cambiare nuovamente schema. È interesse dei gruppi politici di centro, obbligati a trovare spunti di unità, attestarsi sulla linea della legge proporzionale.

Con l’avvento di Enrico Letta alla guida del PD, e con i suoi primi passi nell’intricato e mutevole teatro politico, sembrava che tutto potesse cambiare a suo vantaggio e che anzi il bipolarismo sostenuto dalla legge maggioritaria potesse nuovamente regolare la vita politica italiana. Peraltro questa tendenza sembrava resa praticabile dalla candidatura dell’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte a capo dei Cinque Stelle con la dichiarata possibilità di un Movimento in progressivo abbandono di vesti populiste.

Ma in questi giorni i segnali che vengono da questa area politica sono di tutt’altro segno. Infatti i contatti frenetici tra le due forze per costruire alleanze per le competizioni elettorali amministrative programmate per il prossimo inizio d’autunno, non hanno dato i frutti sperati da Letta, che si è trovato davanti muri insormontabili, sopratutto a Roma e Torino.

Insomma a Roma l’attuale Sindaco Virginia Raggi è decisa a tutto ed ha annunciato la sua ricandidatura con consistenti incoraggiamenti dal suo mondo politico e Carlo Calenda ha posto la sua candidatura autonoma dopo essere stato rifiutato dai Democratici quale concorrente per il centrosinistra; a Torino Chiara Appendino, anch’essa Sindaco uscente, pur avendo sostenuto nel recente passato di non voler proseguire la corsa al Comune, sicuramente incoraggiata dalla situazione romana, ha cambiato idea e si ricandida, sottolineando che qualora nel ballottaggio risultasse terza, sicuramente non inviterà i suoi elettori ad appoggiare il candidato PD.

Da questi primi e significativi accadimenti, i propositi di Letta subiscono un serio colpo riguardo ad una facile alleanza con i grillini e soprattutto di  riguadagnare la rendita di posizione del sistema elettorale maggioritario fortemente logorato in questi anni con l’irruzione nella scena politica del Movimento 5 Stelle, della sensibile crescita della Lega in palese e ruvida concorrenza con gli inseguitori di fratelli d’Italia, con Forza Italia sempre più imbarazzata, anche all’interno del centrodestra, a causa delle connotazioni populistiche dei propri alleati.

Enrico Letta sicuramente è stato precipitoso ed ha sopravvalutato le capacità di leadership di Conte riguardo il poter controllare la propria area alle prese di effetti da montagne russe, rapidi come sono risultate fortune e sfortune elettorali che li vedono fortemente ridimensionati nelle aspettative future e divisi tra loro. Ma mi chiedo, come si poteva pensare ad una alleanza strutturale giallorossa quando fino a poco tempo fa il loro mantra era di non cooperare giammai con il PD. Si dirà che in politica il mai  si può tramutare nel contrario, ma evidentemente i grillini preferiscono una alleanza di scopo e restare in competizione, anziché rischiare una sorta di camicia di Nesso che alla lunga li neutralizzi assoggettandoli al PD.

Dunque, se questa è la situazione, la via del ritorno al proporzionale che aveva visto lo stesso Zingaretti d’accordo, non potrà essere evitato, pena un quadro politico reso ancora più fosco dal procedere fermo e sicuro della compagine di centrodestra sia per le amministrative come per le elezioni politiche prossime. Ora il cambiamento della legge elettorale in proporzionale, non potrà che essere positivo per convincere più elettori a recarsi alle urne, a rinnovare i partiti e provocare una maggiore responsabilizzazione delle posizioni popolari, liberali e riformatrici. Infatti finora, per comodità o per costrizioni, costoro si sono accodate agli schieramenti di destra o di sinistra rendendo la politica italiana tra le più confuse d’Europa.

Quale Europa per il futuro che ci attende

Il movimento che si sta sviluppando con riferimento ideale al volume di Piero Bassetti “Svegliamoci Italici!” non può e non deve restare come idea-visione autoreferenziale di un gruppo di sognatori a lungo termine, ma deve invece radicarsi nel confronto ideale dell’oggi, contribuendo da subito alla costruzione del futuro con l’apporto della Comunità dei NUOVI ITALICI. Ciò vale, a mio parere, soprattutto su un tema tornato fortemente di attualità, quale è la costruzione dell’Europa Unita, anche grazie all’apporto significativo della civiltà italica. Già dieci giorni fa, Lucio d’Ubaldo ci ha lanciato attraverso “Il Domani d’Italia” uno stimolo, analizzando in chiave italica l’inatteso episodio da guerra fredda creato dalla dichiarazione di Putin contro David Sassoli in quanto presidente del Parlamento Europeo, articolo cui hanno fatto seguito alcuni importanti commenti, ma senza quella corale partecipazione, seppur variegata nelle opinioni, che avrebbe dovuto scaturirne.

Ma ben più negativamente significativo è il silenzio pressoché totale che abbiamo dovuto registrare sui media di varia natura, rispetto all’impegnativo ed innovativo discorso pronunciato dallo stesso Presidente Sassoli il 9 maggio scorso, in apertura della Conferenza sul futuro dell’Europa: spero mi sia sfuggito qualche articolo, poiché non possono certo bastare per una sufficiente informazione dell’opinione pubblica italiana i due pur efficaci articoli pubblicati su “Italia Oggi” ed “Il Foglio”. Fortunatamente chi è interessato all’argomento, dopo averne avuto notizia, può trovare sul web non solo il testo del discorso pronunciato da Sassoli ed una intervista rilasciata dallo stesso a “Le Grand Continent”. E in effetti c’era bisogno che qualcuno, autorevolmente, squarciasse la cortina di ipocrisia sullo stato di salute dell’Europa.

La gigantesca crisi economica e sociale innescata dalla pandemia, il venir meno dei tradizionali equilibri e sistemi di potere e degli assetti istituzionali, la necessità innegabile di un generale accordo per la salvezza dell’ambiente, il profilarsi sempre più ravvicinato di un radicale cambio della vita del Pianeta in tutti i suoi aspetti, la perdita di significato reale, al di là delle risposte di stampo sovranista/nazionalista, dei confini territoriali degli Stati, confini già messi in crisi dall’economia globalizzata ed ora dal virus che non conosce barriere, le guerre fredde e calde che minacciano o già colpiscono diverse aree ed in particolare il Mediterraneo, tutto ciò avrebbe dovuto suggerire riflessioni e proposte per un futuro tutto da immaginare e costruire, anziché la semplice riproposizione di obiettivi non conseguiti in 50 anni ed ormai comunque insufficienti, o ancora peggio, ipotesi di dissoluzione dell’Unione Europea.

Ma cosa ha detto di rilevante ed innovativo il presidente Sassoli? E’ partito dalla presa d’atto della svolta epocale innescata dalla pandemia 2020/2021 per la vita ed i comportamenti futuri di tutto il genere umano e quindi anche per i cittadini europei: “L’Unione Europea ha bisogno di essere modernizzata, dobbiamo adattare le nostre risorse ed i nostri strumenti per poter affrontare le sfide finanziarie, economiche, sociali, ambientali e migratorie. Sfide pari alle aspettative che i nostri cittadini hanno nei confronti dell’Europa”. Le soluzioni che Sassoli propone all’Europa per fronteggiare la crisi ed offrire una positiva transizione al futuro, sono: solidarietà fra gli Stati, adozione di una politica sanitaria comune, la ricerca di coesione sociale; insieme ad incisive novità istituzionali quali: riconoscere al cittadino europeo nel momento in cui viene chiamato ad eleggere il Parlamento Europeo rafforzato nei suoi poteri, anche la possibilità di poter esprimere la propria preferenza per chi dovrà presiedere la Commissione Europea, l’abbandono negli Organi di governo dell’Unione dell’obbligo dell’unanimità, e più in generale l’aggiornamento dei Trattati comunitari. Proposte chiare per cambiamenti incisivi, espresse solennemente pochi giorni dopo aver pronunciato nell’Assemblea del Consiglio d’Europa un altrettanto significativo discorso, di cui almeno un passaggio va richiamato per la sua chiarezza: “Per prevenire crisi future e migliorare le nostre risposte, il mondo di domani dovrà più che mai essere strutturato intorno alla cooperazione, al multilateralismo ed alla solidarietà.”

Come non definire sconcertante il silenzio degli organi di informazione, degli onnipresenti e logorroici commentatori, degli esponenti delle forze politiche italiane di varia collocazione? Eppure di Europa, a causa del bisogno di sostegno finanziario che soprattutto il nostro Paese sente, se ne parla e molto, di questi tempi. E per la verità, a prescindere dal mancato commento sull’apertura della “Conferenza sul futuro dell’Europa”, qualche tentativo di affrontare tale tema, lo si è notato. Ad esempio Sergio Romano sul Corriere della Sera del 16 maggio scorso chiede di prendere atto della inutilità di questa Unione Europea e tornare alla Comunità Europea originaria, formata nel 1957 dai 6 Paesi firmatari dei Trattati di Roma. Ed un pamphlet di Emanuele e Francesco Stolfi appena apparso in libreria con il titolo “E se invece di una Europa ne avessimo due?”, propone la separazione consensuale tra i 9 Paesi della vecchia Europa Carolingia da una parte (Francia, Belgio, Italia, Spagna, Portogallo, Slovenia, Croazia, Grecia, Lussemburgo) ed i restanti 18, identificati per semplicità come Europa Prussiana, dall’altra parte. Due soluzioni accomunate dallo stesso difetto: eliminare l’unico legame che tiene insieme i 27 Paesi dell’attuale Unione Europea, cioè il vincolo della politica economica e monetaria comune, quello strumento cioè, certo imperfetto, che ci consente di guardare con fiducia alla ripresa post pandemia.

Non sono certo mancate in questo periodo, poi, prese di posizione più umorali che meditate, a reclamare la presa d’atto del fallimento o inadeguatezza delle risposte europee per combattere la pandemia, in particolare in tema vaccini, per contrastare e governare i fenomeni migratori, per eliminare i rischi che la crisi libica può provocare nell’area mediterranea, per mitigare le mire espansionistiche della Turchia di Erdogan.

Criticità anche gravi, innegabili, ma le cui ragioni vanno ricercate anche e soprattutto nei  difetti originari e mai risolti dell’Unione Europea: inesistenza di politiche europee in campo sanitario e sociale, per la politica estera e per la difesa, gelosamente  rimaste prerogative dei singoli Stati. Quindi proteste viziate da una visione miope, che addebita frettolosamente alla Unione quelle che sono le conseguenze del mancato rafforzamento in senso federale dell’Europa. Certo è innegabile la percezione spesso eccessivamente minuziosa dei Regolamenti Europei, ma forse sarebbe stato provvidenziale, di questi tempi, mi si consenta la provocazione, una norma europea che in carenza di decisioni governative, regionali, municipali, imponesse l’apertura deli finestrini degli autobus, onde favorire l’areazione, frenando le occasioni di contagio.

Non mi illudo certo che le proposte di David Sassoli possano avere un percorso facile, anzi sarà sicuramente molto impervio se lasceremo la decisione esclusivamente nelle mani dei Capi di Governo Europei: occorre una forte e convinta partecipazione dell’opinione pubblica a sostegno del salto di qualità da fare per giungere alla rivisitazione dei Trattati Comunitari. Ed anche gli italici sparsi nel mondo, proprio perché legati da un comune vincolo comunitario di “civiltà-cultura” indipendente dal luogo di residenza, potrebbero partecipare grazie alle tecnologie che consentono l’interconnessione a distanza, all’impegno collettivo per la costruzione di un nuovo modello federativo europeo, che veda condivisi non solo politiche economiche e monetarie, politica estera e difesa, ma anche governance e diritto, politiche per l’occupazione, welfare, salute, scuola, ricerca.

Mi auguro di aver avviato con questo mio intervento, un dibattito utile ed ampio, sulle pagine del “Domani d’Italia” ed altrove. Ed aggiungo come proposito operativo quello di avviare un’azione di sensibilizzazione affinché il voto per l’elezione diretta del Parlamento Europeo sia garantita a tutti i cittadini. Attualmente infatti “gli elettori italiani che risiedono negli altri Stati membri dell’Unione, possono votare per l’elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia nelle sezioni elettorali costituite nei consolati d’Italia, negli istituti di cultura, nelle scuole italiane etc. Anche gli italiani che si trovino temporaneamente all’estero, sempre in uno dei Paesi membri dell’Unione, possono votare. In questo caso devono aver fatto domanda, tramite il Consolato, al Sindaco del Comune nelle cui liste elettorali sono iscritti, per il successivo inoltro al Ministero dell’Interno.” Apparirà a tutti chiaro come queste previsioni normative siano burocraticamente restrittive, non rivelatrici di reale integrazione comunitaria dei cittadini europei, e non in linea con le possibilità alternative di partecipazione al voto, offerte dall’utilizzo delle moderne tecnologie. Ma la tematica assume connotazioni ancora più negative, se andiamo ad esaminare la posizione dei cittadini italiani residenti in Paesi non membri dell’UE: “I cittadini italiani residenti nei Paesi non membri dell’Unione Europea possono votare per i rappresentanti italiani al Parlamento europeo presso il Comune di iscrizione elettorale, devono cioè rientrare in Italia”. Una previsione normativa palesemente assurda e discriminatoria, anche alla luce della possibilità di voto invece concessa agli stessi cittadini, per l’elezione del Parlamento italiano.

Faccio notare, en passant, che non mi risulta che sia stata manifestata finora la necessità o l’opportunità di modificare le disposizioni sopra richiamate, né da parte delle forze politiche italiane, né da parte dei pur attenti movimenti europeisti, né da parte delle rappresentanze degli italiani all’estero. Sollevare questo tema e contribuire a risolverlo potrebbe essere un concreto esempio della attenzione alla Comunità italica nel mondo ed al contempo del riconoscimento dell’Europa come soggetto istituzionale sempre più centrale per gli equilibri mondiali, purché rappresentativo delle varie culture/civiltà in essa presenti. E per noi Associazione Svegliamoci Italici sarebbe un modo per ribadire che la civiltà italica, al pari delle altre, non si esaurisce e non si fa imprigionare dai vecchi confini territoriali.

 

Umberto Laurenti,

vice Presidente dell’Associazione “Svegliamoci Italici”.

Come cambiano i servizi segreti

Le nuove frontiere dell’intelligence vestono donna. Aise e Aisi, le due agenzie di intelligence italiana, (servizi segreti) sono coordinate dal Dis, struttura in cui per la prima volta c’è una donna, la dott.ssa Elisabetta Belloni: “una persona preparatissima, una diplomatica, già capo dell’Unità di crisi e Segretario generale della Farnesina”. A ricordarlo è un’esperta, Antonella Colonna Vilasi. Responsabile del Centro Studi sull’Intelligence – UNI – Ente di ricerca legalmente riconosciuto dal MIUR, MISE e dalla Commissione Europea, collabora in numerose riviste scientifiche, con articoli su Intelligence e Sicurezza. Insegna Intelligence in numerose agenzie ed Università. Il suo ultimo libro, dal titolo “I Servizi Segreti mondiali. Nuove sfide e prospettive future” (Youcanprint 2020) verte su una visione complessiva dell’intelligence internazionale, facendo una carrellata delle maggiori strutture di intelligence mondiale.

Con la nomina di Elisabetta Belloni, posta a capo del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza italiano, dal governo Draghi, ci si auspica un cambio di paradigma all’interno dei servizi segreti del nostro Paese. In particolare, le nuove sfide riguardano la cyber sicurezza, in un mondo sempre più globalizzato in cui parlare di servizi “segreti” sembra un paradosso. Non è così per la prof.ssa Colonna Vilasi che, da esperta, dichiara “i servizi segreti ancora necessari, in quanto non tutte le informazioni vengono (e possono venire) veicolate attraverso internet, in particolare, proprio quelle di natura segreta, filtrate all’interno delle agenzie, in cui il fattore umano è ancora preponderante. Anzi, nell’epoca di internet, si è visto che non possiamo soggiacere solo ed unicamente sulla completa validità della struttura telematica. Dunque il fattore umano, va rivalutato proprio per ciò che concerne il lavoro dei servizi di spionaggio e di controspionaggio”. L’Italia, uno dei Paesi in cui l’intelligence è storicamente protagonista, è chiamata oggi ad un aggiornamento, per meglio rispondere alle nuove emergenze, in particolare, quelle riguardanti le Fake News e la propaganda terroristica telematica.

Marchesi, il comunista. Ma non solo: l’ultimo saggio di Canfora implica una lettura a più strati.

Luciano Canfora indaga da oltre trent’anni la figura di Concetto Marchesi: il volume Perché sono comunista si può leggere come summa della sua «fede» comunista e come riflessione sul ruolo dell’intellettuale. Qui si riproduce uno stralcio dell’articolo pubblicato sul sito della rivista “Il Mulino”.

 «Parlare di sé è impresa ambiziosa e fastidiosa e mortificante spesso»: così esordisce Concetto Marchesi il 5 febbraio 1956 al Teatro Nuovo di Milano, dinanzi agli Amici della rivista «Rinascita». È questo un topos al quale Marchesi, studioso degli antichi uomini della parola e «uomo della parola» egli stesso, non si sottrae. Dieci anni prima, il suo compagno di partito e collega costituente Emilio Sereni, nel licenziare uno scritto autobiografico destinato alla collana Dirigenti comunisti aveva scritto: «Ma accidenti a quando bisogna dir bene di sé: è quasi più piacevole, ancora, farsi l’autocritica».

In realtà, l’autobiografia dei comunisti – dai dirigenti ai quadri ai militanti – fu un vero e proprio genere letterario: non per caso, ma per la verità che da ogni autobiografia può scaturire. Nel prologo a L’età forte, Simone de Beauvoir osservava: «Mediocre o eccezionale che sia, se un individuo si descrive con sincerità, la cosa tocca più o meno tutti. Impossibile far luce sulla propria vita senza illuminare in qualche punto quella degli altri». Le autobiografie dei comunisti non furono prive di tagli, omissioni, aggiustamenti e adulterazioni; tuttavia, per molti aspetti, esse parlano al lettore di oggi, come al coevo al quale erano destinate.

L’autobiografia dei comunisti – dai dirigenti ai quadri ai militanti – fu un vero e proprio genere letterario: non per caso, ma per la verità che da ogni autobiografia può scaturire.

La pratica autobiografica fu diffusa nel Partito comunista a tutti i livelli dell’appartenenza e della militanza. Nel libro Fabbrica del passato (ripubblicato da Quodlibet, 2021, con una prefazione di Carlo Ginzburg e una nuova introduzione), Mauro Boarelli ha raccolto le autobiografie dei militanti comunisti emiliani del secondo Dopoguerra, ricostruendone genesi, modelli e contesti. Mai studiate nel loro insieme, invece, sono le autobiografie dei dirigenti, come Sereni, e dei militanti più illustri, quale fu Marchesi. Boarelli ricorda, nella sua prefazione, che «la fine del Partito comunista italiano ha comportato l’abbandono della politica del ricordo», in una combinazione pericolosa di subalternità culturale e rimozione storica.

A cura di Luciano Canfora, Sellerio ha pubblicato un testo autobiografico di Concetto Marchesi, Perché sono comunista: e sotto questo titolo sono raccolti due ulteriori brevi testi che con il primo si incastrano e si illuminano vicendevolmente. I tre scritti costituiscono, in realtà, delle trascrizioni di discorsi che Marchesi tenne, rispettivamente, nel 1956 a Milano, come si è detto (Perché sono comunista, pp. 40-64); nel 1945, il 16 aprile, a Palazzo Capizucchi a Roma (La persona umana nel Comunismo, pp. 65-84); e ancora nel 1956, il 9 dicembre, all’VIII congresso del Pci (Testamento politico, pp. 85-102).

I tre discorsi erano stati pubblicati sparsamente, pertanto è utile ricordare qui le sedi delle prime edizioni per la praticità del lettore: gli Scritti politici di Marchesi (Editori Riuniti, 1958); la rivista «Rinascita» (vol. 2, 4, aprile 1945); gli Atti e risoluzioni dell’VIII Congresso (Editori Riuniti, 1957).

Canfora riflette da oltre trent’anni intorno alla figura di Marchesi, a partire da La sentenza (Sellerio, 1985), dove indagava il ruolo di Marchesi nell’assassinio di Giovanni Gentile, fino al recente e monumentale Il sovversivo (Laterza, 2019). Il volume Perché sono comunista si può leggere isolatamente come summa della «fede» comunista di Marchesi; tuttavia, il commento più ampio ai tre scritti si trova nelle pagine del libro di Laterza, al quale il lettore curioso potrà ricorrere.

 

 

Per leggere l’articolo completo digitare sotto:

 

https://www.rivistailmulino.it/a/perch-sono-comunista?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+Libri+da+leggere+e+da+discutere+%5B7804%5D

Papa Francesco: sugli scontri tra Gaza e Israele, “cessare il frastuono delle armi e percorrere le vie della pace”.

“Seguo con grandissima preoccupazione quello che sta avvenendo in Terra Santa. In questi giorni, violenti scontri armati tra la Striscia di Gaza e Israele hanno preso il sopravvento, e rischiano di degenerare in una spirale di morte e distruzione. Numerose persone sono rimaste ferite, e tanti innocenti sono morti. Tra di loro ci sono anche i bambini, e questo è terribile e inaccettabile. La loro morte è segno che non si vuole costruire il futuro, ma lo si vuole distruggere”. Lo ha detto il Papa dopo la recita del Regina Caeli: “Il crescendo di odio e di violenza che sta coinvolgendo varie città in Israele è una ferita grave alla fraternità e alla convivenza pacifica tra i cittadini, che sarà difficile da rimarginare se non ci si apre subito al dialogo. Mi chiedo: l’odio e la vendetta dove porteranno? Davvero pensiamo di costruire la pace distruggendo l’altro?”. Quindi Francesco ha rivolto un “appello alla calma e, a chi ne ha responsabilità, di far cessare il frastuono delle armi e di percorrere le vie della pace, anche con l’aiuto della Comunità Internazionale”. “Preghiamo incessantemente affinché israeliani e palestinesi possano trovare la strada del dialogo e del perdono, per essere pazienti costruttori di pace e di giustizia, aprendosi, passo dopo passo, ad una speranza comune, ad una convivenza tra fratelli. Preghiamo per le vittime, in particolare per i bambini”, ha concluso il Papa.

Gualtieri a centocelle parte con il piede sbagliato. “Io amo la mia città” non è una proposta politica.

La prima uscita di Gualtieri a Centocelle ha deluso le attese.  Il candidato del Pd, incoronato da Letta come sicuro Sindaco di Roma mentre si allestiscono in pompa magna le primarie per decidere a questo punto non si sa bene cosa, avrebbe dovuto lanciare un messaggio di ampio respiro. Invece sì è prodigato in generiche affermazioni, soprattutto facendo leva sulle opportunità collegate ai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), perché “Roma abbia la parte che ad essa spetta di queste risorse per farne una città più bella, più verde, più unita e più giusta”.

È un impegno generoso ma non concreto, senza un’anima politica e una intelaiatura programmatica. Nessuno pretende in questa fase che sia sciorinato l’elenco delle mille iniziative future, né che si definisca a spron battuto il discorso sulle necessarie compatibilità economiche. E tuttavia, se si affronta il lungo percorso elettorale con la convinzione di essere il vincitore predestinato, una maggiore nitidezza di approccio si rivela obiettivamente necessaria.

Centocelle è un quartiere che non è più la periferia dei romanzi di Pasolini. Aveva in passato un valore strategico.
Nel 1970, in occasione del centenario di Roma Capitale, doveva trasformarsi in un moderno e razionale agglomerato urbano. Era il progetto, voluto dalla Dc, di “Roma ‘70”: la prima grande operazione urbanistica per innervare l’ambiziosa strategia dell’Asse attrezzato, sul quale insisteva il Sistema Direzionale Orientale (SDO), così come previsto dal Piano regolatore del 1962-1965. Da sempre, sul punto, l’opposizione comunista aveva manifestato la sua sostanziale contrarietà.

È stata la Giunta Rutelli, all’inizio del primo mandato, a decretare la fine dello SDO. Galeotto fu il ritrovamento di alcuni reperti archeologici nell’area del vecchio aeroporto militare, sicché Centocelle ha perso di colpo la sua centralità nel ridisegno complessivo della Capitale. Adesso, pertanto, è un quartiere non privo d’identità, orgogliosamente aggrappato alla sua struttura di “città nella città”, ma nondimeno sospeso tra speranza e frustrazione. Senza la proiezione immaginata con lo SDO, Centocelle sopravvive alle proprie aspettative di un tempo, accettando in qualche modo la logica della rassegnazione.

Certo, se Gualtieri fosse andato a Centocelle con lo spirito dello studioso di storia, quale egli è per molti in forma eminente, avrebbe potuto affondare le mani nel grande pozzo delle battaglie sbagliate del Pci e da riformatore onesto, pensando agli errori passati del partito cui si lega la sua formazione politica, avrebbe avuto finanche la possibilità di “fare autocritica”, come suol dirsi, accennando magari alla ripresa di un disegno importante per la città, se non identico almeno simile, per qualità e significato, a quello dello SDO. Non lo ha fatto perché forse, di farlo, non gli è passato nemmeno lontanamente per la testa. Ha fatto solo un’uscita qualunque, in un quartiere qualunque, con un discorso qualunque, tanto per annunciare che la sua aspirazione è rendere felice, dopo la Raggi, i cittadini romani.

Guardare ai prossimi 20 anni, come ottimamente propone Gualtieri, non vuol dire organizzare il surf degli ammiccamenti per esaltarsi al canto di “Io amo Roma”. È troppo e troppo poco, al tempo stesso, specie se la divisione che segna questa candidatura, fuori da un accordo con Calenda, rende l’amore per la città un sentimento a rischio per la divisione dell’elettorato riformista.

Una “politica di centro”.

Dunque, come era prevedibile, ci troviamo di fronte a due derive politiche di fondo. Nel campo  della sinistra c’è una evidente ed oggettiva deriva populista e giustizialista sempre più marcata. Al  di là del fallimento dell’alleanza a livello amministrativo – da Torino a Roma, da Milano a Bologna e  in quasi tutti i comuni che andranno al voto ad ottobre – persiste la tenace volontà dell’attuale  capo del Pd e di ciò che resta del partito di Grillo e forse di Conte di stringere un’alleanza politica  “organica, strutturale e storica” in vista delle prossime elezioni politiche generali. Appunto,  un’alleanza sancita dalla riaffermazione di una visione populista, giustizialista e sostanzialmente  grillina della politica e delle istituzioni. Oserei dire un’alleanza quasi naturale per non dire  politicamente coerente con l’orientamento attuale di questi due partiti. 

Sull’altro fronte, la crisi politica e di consensi progressiva e forse irreversibile di Forza Italia – al di  là degli strali ad intermittenza degli odiatori professionali della sinistra politica, giornalistica,  intellettuale e giustizialista italiana praticata in questi lunghi ed interminabili 25 anni – cioè  dell’unica forza politica moderata, liberale ed europeista del vecchio centro destra, impone quasi  per necessità il decollo di una futura lista/soggetto politico di centro che sia in grado di  condizionare e orientare il corso della politica italiana. Un luogo politico alternativo alla deriva  trasformistica ed opportunistica che ha caratterizzato pesantemente l’ultima fase della politica  italiana, a partire dalla vittoria delle forze populiste nel marzo del 2018. E non un soggetto politico  riconducibile solo ad un vago ed incolore posizionamento geografico. E, inoltre, una scommessa  politica che non può scegliere frettolosamente ed irreversibilmente un campo politico ma che  coltiva l’ambizione, questo sì, di condizionare profondamente l’evoluzione degli attuali blocchi.  Poi, certo, ci sarà il momento della scelta concreta dell’alleanza con cui fare un pezzo di strada.  Quella, però, che sarà meno esposta al vento del populismo, del giustizialismo e dell’antipolitica  che ha finito solo per produrre guai infiniti alla stessa democrazia italiana che non può,  oggettivamente, convivere a lungo con queste derive che ne minimano la credibilità alla radice. 

Certo, una lista/soggetto politico che non può, altresì, essere confusa con una presenza  vagamente e fanciullescamente testimoniale. Esprimenti nati a decine in questi ultimi anni e che  continuano a germogliare come funghi in autunno e che sono accomunati, purtroppo quasi tutti,  da due esiti: e cioè, politicamente irrilevanti ed elettoralmente fallimentari. Come la concreta  esperienza ci ha platealmente confermato.  

Un cantiere che, comunque sia e finalmente, si è messo in movimento e che richiede adesso, da  parte dei vari protagonisti e di tutti coloro che non si rassegnano a questo bipolarismo muscolare,  vendicativo e radicaleggiante, di saper praticare quella unità che resta la vera precondizione – o il  vero preambolo – per far decollare un progetto politico che ormai è nei fatti, come si suol dire. E la  vera sfida non può che coincidere con le prossime elezioni politiche generali. Non si tratta che  proseguire il percorso e l’impegno. Politico, culturale, programmatico ed organizzativo. 

Secolarismo cattolico?

A volte è difficile fare informazione in un quadro politicamente e culturalmente scadenti.
Politica e informazione dovrebbero rispondere a criteri di libertà di opinione, di rispetto delle idee altrui, di costruzione di una società libera, di effettiva partecipazione di ogni cittadino libero dal potere oggi predominante dell’economia.
Le idee non si comprano, sia sul piano dell’informazione che su quello politico. Esse nascono da una coscienza valoriale, sia cristiana che laica, da una concezione del senso della vita che rifiuta il danaro come fine, la popolarità come semplice carriera personale e, dunque, si proietta verso la promozione della persona umana.

Certo, le ultime cronache non aiutano la costruzione di questo scenario e, dunque, non si può rimanere insensibili a fatti e situazioni che denotano soltanto uno scadimento di costume, di stile e che rasentano la rozzezza del tasso culturale e politico.
In questo quadro, c’è ancora chi farnetica, chi vorrebbe scavare nel nostro passato remoto politico per trovare argomenti da usare come arma e come sfida.
Eppure, di fronte allo squallore di una politica e di una informazione autoreferenziali uno scatto di orgoglio appare necessario per ristabilire i giusti binari di un confronto ideale e di coscienza.

Ma per non essere vaghi, è giusto esplicitare atteggiamenti, idee e prese di posizioni borghesi di certo mondo cattolico e laico che guardano all’attuale pontefice come ad una sorta di deus ex machina dell’attuale situazione globalizzante economica mondiale.
Non vogliamo essere forti nei giudizi, ma un riferimento ad un passato recente da parte di certa oligarchia vaticana appare illuminante per mettere in evidenza una situazione che di spirituale aveva ben poco; che conduceva uno stile di vita non consono con gli insegnamenti del Cristo; che usava la religione, o meglio le cariche religiose, alla stessa guisa del potere politico; che occupava appartamenti ed attici di lusso nel cuore della città eterna.
Una sorta di secolarismo cattolico che Francesco ha iniziato a sradicare da un costume di vita troppo legato alla lussuria e al denaro.

Don Andrea Gallo, un prete spesso bistrattato anche e soprattutto dalla gerarchia, diceva che “la Chiesa non è per i poveri, ma è tra i poveri”.
Il fulcro, invece, nell’attuale situazione che si è determinata a livello mondiale si inserisce in questo nuovo corso della Chiesa che sta portando avanti, non senza difficoltà, Papa Francesco; ossia nel solco degli insegnamenti del frate di Assisi per mettere in pratica la massima: “se mi vuoi seguire, vai, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri”.

Scuola: i presidi a Draghi, stabilizzare i docenti e i dirigenti

“Disponibilità e stabilità degli organici dei docenti fin dai primi giorni di scuola, anche e con particolare riferimento a quelli relativi al sostegno; eliminazione di tutte le situazioni relative a classi sovraffollate; incremento e riqualificazione del personale ATA, compresa la revisione dei criteri di assegnazione ai vari ordini di scuola, per far fronte alle aumentate incombenze di carattere amministrativo e relative all’assistenza e alla vigilanza; assegnazione di dirigenti scolastici alle istituzioni scolastiche interessate dalla L. 178/2020; avvio di un piano di formazione organico per tutto il personale”. Sono queste le principali proposte avanzate al Governo dal consiglio nazionale di Andis, Associazione Nazionale dei Dirigenti Scolastici.

“Il “Piano scuola estate 2021” – si legge in una nota dell’associazione – è un progetto ambizioso e inedito, da condividere nelle sue finalità, certamente non facile da implementare perché sfida istituzioni scolastiche, Enti Locali, associazioni e imprese del Terzo Settore a definire precise responsabilità ed azioni all’interno di “patti educativi di comunità”. Tuttavia la fondamentale funzione del recupero non può concentrarsi in pochi mesi estivi ma riteniamo che l’attività di recupero debba avere le caratteristiche della gradualità, della costanza e della durata”.

Atterra su Marte la prima sonda spaziale di Pechino

La Cina ha fatto atterrate con successo la sua prima sonda spaziale su Marte. Lo riferisce oggi l’agenzia di stampa ufficiale “Xinhua”. La sonda Tianwen-1 è stata lanciata dal sito di lancio di Wenchang, sulla costa della provincia insulare di Hainan, nel sud della Cina, lo scorso 23 luglio, con l’obiettivo di completare in una missione orbitaggio, atterraggio ed esplorazione del pianeta rosso. La sonda è entrata nell’orbita di Marte nel mese di febbraio.

Il presidente Xi Jinping si è congratulato per il successo dell’operazione. La Cina è il secondo paese ad atterrare su Marte dopo gli Stati Uniti.

Un’impresa spaziale che consente alla Cina di riscattarsi dopo il caso del razzo cinese Lunga Marcia 5B, che nei giorni scorsi ha tenuto in allarme mezzo mondo, Italia compresa.

Covid: i primi vaccinati sul lavoro sono mille agricoltori

Con la somministrazione di mille dosi a dipendenti e agricoltori sono iniziate in due cantine del sud Italia le prime vaccinazioni nei luoghi di lavoro grazie ai punti attrezzati idonei alla vaccinazione disponibili indicati dalla Coldiretti alla struttura di supporto al Commissario Straordinario all’Emergenza Generale Francesco Paolo Figliuolo. Lo ha annunciato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che si tratta di una ripartenza dall’alto valore simbolico con il vino che rappresenta la principale voce dell’export agroalimentare Made in Italy ma anche il settore più duramente colpito dalla pandemia Covid per la chiusura della ristorazione in Italia e all’estero.

Un segnale importante per il lavoro e l’economia che è partito dalla cooperativa Cantina di Solopaca e dalla cooperativa La Guardiense di Guardia Sanframondi in provincia di Benevento, la principale realtà del settore dell’intero mezzogiorno. Una opportunità resa possibile dalla estensione del piano vaccinale alle categorie produttive che ha visto la Coldiretti protagonista a tutela della salute dei dipendenti, degli agricoltori e loro familiari su tutto il territorio nazionale.

La procedura di prenotazione ha previsto l’individuazione degli elenchi su liste raccolte dalle cooperative vitivinicole e dagli uffici territoriali di Coldiretti Benevento, a partire dagli over 50, in attuazione alle linee guida del Governo, della Regione Campania e dell’ASL Benevento. Ad oggi sono stati “approvati” come punti vaccinali già in possesso di tutti i requisiti richiesti ben 141 sedi Coldiretti e 27 sedi aziendali con molte Regioni che hanno già avviato incontri operativi con le strutture territoriali della Coldiretti per l’attività di vaccinazione con l’obiettivo di coinvolgere 1,5 milioni di dipendenti, agricoltori e addetti alla filiera agroalimentare Made in Italy.

La Coldiretti è la più grande organizzazione agricola nazionale ed Europa con una diffusione è capillare su tutto il territorio nazionale con una presenza in quasi ogni comune del Paese ed ha promosso la Fondazione Campagna amica con la rete dei mercati contadini e Filiera Italia per la prima rappresentanza dell’intera filiera agroalimentare. L’obiettivo del piano di vaccinazioni della Coldiretti è quello di garantire la sicurezza delle forniture alimentari alla popolazione sull’intera rete di oltre un milione di realtà divise tra 740mila aziende agricole, 70mila industrie alimentari e 230mila punti vendita e 360mila bar, ristoranti e agriturismi per un totale di 3,6 milioni di posti di lavoro.

Si tratta di difendere la prima ricchezza del Paese con la filiera agroalimentare nazionale che – continua Coldiretti – vale 538 miliardi pari al 25% del Pil nazionale ma è anche una realtà da primato per qualità, sicurezza e varietà a livello internazionale. “Un popolo di eroi del cibo che non ha mai smesso di lavorare nonostante i rischi del contagio per non far mai mancare i prodotti alimentari sugli scaffali dei negozi e nelle dispense degli italiani, anche attraverso servizi innovativi come la vendita on line e la consegna a domicilio ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini.. L’accelerazione sulle vaccinazioni vale 350 milioni al giorno per la ripresa anticipata nei consumi con un effetto positivo a valanga sull’economia e sull’occupazione, secondo l’analisi della Coldiretti.

Un cambio di passo sulle vaccinazioni è strategico per salvare l’economia e le attività collegate a partire dai alberghi ed i ristoranti che sono i più colpiti con un calo dei fatturati del 40,2% nel 2020 seguiti dai trasporti che si riducono del 26,5% e dalle spese per ricreazione e cultura che scendono del 22,8%, ma in media i consumi diminuiscono dell’11,8%, sulla base dell’analisi Coldiretti su dati Istat relativi al 2020.

Vaccini: in arrivo 20 milioni di dosi

“Per la prima volta gli arrivi di vaccini in un mese supereranno i 20 milioni di dosi e si potrà dare ancora più velocità ad una campagna che ha già superato i 26 milioni di somministrazioni, quando a marzo prima del piano in corso eravamo ben al di sotto dei 5 milioni”, afferma il commissario Francesco Paolo Figliuolo in un’intervista al Messaggero.

“La questione degli approvvigionamenti è cruciale, ma abbiamo lavorato molto anche per aumentare la potenzialità della macchina, che ha dimostrato di poter fare 500 mila iniezioni al giorno – sottolinea – A giugno, con più vaccini, questa potenzialità potrà essere espressa con maggiore regolarità ed anche incrementata, grazie a nuovi punti vaccinali già oggi ne abbiamo più di 2500 cioè mille in più rispetto a marzo – e anche al contributo più esteso dei medici di medicina generale, delle farmacie e delle aziende che hanno messo a disposizione delle Regioni i loro spazi e strutture”.

“Giugno sarà anche il mese in cui mi aspetto di vedere protetta la stragrande maggioranza delle persone più vulnerabili ed esposte al Covid. Oggi più dell’88% degli over 80 ha ricevuto almeno una dose di vaccino, quasi tutti gli ospiti delle Rsa sono stati raggiunti e oltre il 96% del personale sanitario ha avuto una somministrazione. Ma occorre continuare lo sforzo sulle fasce over 60, per poi agire in parallelo sui più giovani”, sottolinea Figliuolo.

Mattarella: “La famiglia è nucleo vitale della società”.

“La famiglia è nucleo vitale della società. L’art. 29 della Costituzione ne riconosce espressamente il carattere di società naturale preesistente allo Stato e ne afferma i diritti. Luogo di condivisione e trasmissione dei valori, segna il rapporto tra le generazioni ed è al centro dello sviluppo dei sentimenti della comunità, oltre a rappresentare elemento centrale della sua continuità.

La Giornata internazionale della Famiglia, proclamata dall’Onu, richiama alla necessità di riflettere, in modo approfondito, sui problemi concreti delle famiglie, sulle misure necessarie per ridurre il divario che conduce tante persone alla povertà e all’esclusione. Primo e più efficace elemento di equilibrio sul piano sociale, la famiglia merita politiche di sostegno, nella consapevolezza del ruolo che svolge anche al fondamentale fine della ripresa della natalità.

Grande attenzione va dedicata ai giovani, i quali hanno diritto di attuare i loro progetti di vita, assicurando così anche l’avvenire del Paese.

Veniamo da una stagione drammaticamente segnata dalla pandemia. Le famiglie – che sono state una delle frontiere più avanzate della resilienza – sono state colpite da lutti, sofferenze e dalle pesanti conseguenze sociali causate dalle inevitabili misure di contenimento: questo aspetto accresce la necessità di attenzione nei loro confronti per realizzare una efficace ripartenza”.

Gaza parla al mondo

È davvero impressionante vedere il palazzo dell’informazione di Gaza crollare all’istante, dove c’erano una ventina di testate tra cui la prestigiosa AP, fonte primaria di buona parte dell’informazione globale.

Più o meno come facemmo noi su Belgrado, (peraltro senza neanche l’attenuante di una diretta minaccia alla nostra sicurezza). Nel dibattito nazionale sta passando una tesi, avvalorata principalmente dall’Ispi, senz’altro interessante, secondo cui si assisterebbe al rischio di una guerra civile, se non a Gaza, nelle città miste dei territori occupati.

A me sembra per taluni aspetti una chiave di lettura da approfondire meglio in rapporto alla situazione, perché per una parte in causa si tratta di guerra fra stati, di liberazione dall’occupante, per l’altra parte di difesa della Patria.

Le guerre civili insorgono tra appartenenti alla stessa nazione, come purtroppo rischia di poter avvenire in Francia. Questo è un tipo di conflitto dove i belligeranti perseguono obiettivi diversi per natura da quelli di una guerra civile.

E rischia di essere – se non disinnescato per tempo con il ripristino di un credibile piano di pace, come quello americano – un altro tassello, forse quello fatale, a comporre il pericoloso puzzle di un contestuale acutizzarsi di crisi di natura diversa, passibile di ogni tipo di evoluzione. Per questo richiede più che mai anche un approccio e un impegno per la pace di tipo olistico, al fine di abbassare il livello di surriscaldamento del quadro globale a partire dalla gestione di questioni che apparentemente sembrano non avere alcuna diretta relazione con la crisi in corso tra Israele e Palestina.

La Terra Santa brucia! Vi prego, fermate questo inferno

La lettera, diffusa due giorni fa, firmata da Fr. Ibrahim Faltas ofm conserva integra la sua attualità.

Da quando sono iniziati gli scontri a Gerusalemme, alla porta di Damasco e alla spianata delle moschee, la protesta  e  la violenza si e’ scatenata, tra  la popolazione, sino ad avere piu’ di 200 focolai di rivolta  tra citta’ e villaggi in tutto il Paese.  Stiamo assistendo inermi, ad una violenza uomo contro uomo inaudita, una violenza che sta esplodendo con tutta la rabbia da entrambi le parti, giovani  israeliani e giovani arabi,  forse ereditata dal  grande fallimento delle risoluzioni applicate nel 1967, e dall’indifferenza della comunita’ internazionale di trovare una soluzione per il conflitto tra Israele e Palestina, che sembra ormai  arrivato ad un  tragico bivio: siamo sull’orlo di una guerra civile.

In  questi giorni  sono stato contattato per alcune  interviste, e dalle notizie che  ascolto dai telegiornali, tante volte trapela,  una poco conoscenza del territorio, e della popolazione che ci vive. È scoppiato l’ennesimo conflitto in Medio Oriente con tutta la sua inaudita violenza dei bombordamenti tra Gaza e Israele, dove assistiamo inermi alla distruzione  di case, di famiglie costrette ad abbandonare tutto,  di tanti feriti e morti  da entrambi le parti, e in contemporanea  scoppia una  guerra  fatta di  parole e notizie, che impatta in maniera altrettanto grave sulla vita delle persone che stanno vivendo questa tragedia.

Per capire il Medio Oriente, e cosa sta accadendo,  occorre avere una conoscenza della storia locale, ad esempio in Israele, insieme ai cittadini  israeliani, e ai coloni, che possono essere ebrei o laici, vivono gli arabi israeliani del 48, che  possono essere cristiani o musulmani, ma tutti sono cittadini israeliani con passaporto israeliano.  In Cisgiordania vivono i palestinesi, possono essere cristiani o musulmani, e hanno un passaporto palestinese. A Gerusalemme, oltre ai cittadini israeliani, vivono i palestinesi, che non hanno nessun passaporto: possono avere una carta d’identita’ di Gerusalemme, se sono arabi del “67, oppure un lasse’-passe’.  Questo e’ il   mosaico di una popolazione che vive nello stesso territorio, ma che non ha gli stessi diretti.

Cosa sta accadendo ad Haifa, Nazareth, Ramle, Lod, Cana, Askelon Tel Aviv  in Israele, e a Nablus, Bethlemme, Jenin, Betania, Hebron  in Palestina, e in tante altre citta’ e’ scoppiata una vera  guerriglia, un Inferno!  Auto bruciate, linciaggi, incendi alle abitazioni, alle sinagoghe, ai luoghi di culto, il lancio di sassi sulle auto di passaggio, causando molti morti e feriti gravi. Una vera guerra  di violenza tra coloni ebrei e arabi israeliani, nelle citta’ israeliane, e lo stesso avviene nelle zone occupate della Cisgiordania.

La strada, e’ diventata il teatro di una guerra a colpi di bastoni e di sassi, mentre veniamo informati dettagliatamente delle strategie di guerra tra Hamas e Israele, che hanno gia’ fatto molte vittime, non ci si sta rendendo conto del pericolo che il Paese sta correndo. La gente ha paura a uscire di casa, per timore di subire violenze, perche’se  sei arabo, o se  sei ebreo, rischi anche di morire!

Non e’ una guerra solo tra Israele e Hamas, come e’ stato nelle precedenti Intifada tra Israele e Cisgiordania,  dove le parti possono decidere di cessare il fuoco e trovare un accordo.

Qui siamo di fronte a una popolazione inferocita, da entrambi le parti, che sta cercando di farsi giustizia da soli, e dove non c’e’ nessun interlocutore.

Faccio un appello a tutti i capi di stato, di  invitare a far cessare il fuoco tra Hamas e Israele,  e di intervenire con rapidita’ a riportare  l’ordine nelle strade e nella popolazione ormai sfiduciata da lunghi anni di conflitto.

La violenza genera violenza, tutti dobbiamo fermarla!

Oltre la pagina. Il futuro del libro è nella lettura “aumentata”

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Treccani a firma di Angelo Piero Cappello

La funzione essenziale del libro, dopo il drammatico tornante del 2020, è cambiata o, meglio, sono cambiati – e non credo si tratti di cambiamenti provvisori – i metodi e le modalità di fruizione della lettura: con l’avvento del web, tecniche, modalità e abitudini di lettura e perfino la circolazione del prodotto culturale – sia esso rivista, libro o qualunque altro prodotto legato alla lettura o alle pratiche del consumo culturale – hanno cambiato confini, traiettorie, percorsi di diffusione e modalità di consumo e fruizione.

Il digitale ha rivoluzionato non solo tempi e luoghi delle pratiche interazionali, ma anche le modalità di ascolto e di lettura, alle prese con linguaggi che si adattano rapidamente alle necessità rappresentative della rete. Oggi il libro e la sua fruizione, come spazio di conservazione e trasmissione del sapere e della memoria, tendono sempre più ad essere digitali o digitalizzati, e comunque, al limite, digitalizzabili. Il web ha di fatto messo in crisi la vecchia ripartizione di compiti e ruoli e modalità dei consumi di cultura: in uno stesso spazio libero, oggi giocano ruoli assai più complementari che in passato libri, giornali, riviste, blog, e-book, siti web, instant books, profili e web magazine: questo agone comune che è il web, dove sono saltati i confini tra l’una e l’altra abitudine di lettura, dove paradossalmente è possibile perfino stamparsi le pagine che si desidera leggere “on demand”, costringe tutti gli operatori della filiera a ripensare funzioni e modalità di servizio al pubblico.

Verrebbe pertanto da chiedersi non solo quanto si legge al tempo della riproducibilità digitale di contenuti, testi, immagini, ma anche quale posto rivestano il libro cartaceo e l’e-book in un’era scandita dalle relazioni interconnesse.

I nuovi dati – che emergono inattesi dalla recente indagine condotta dal Centro per il libro e la lettura in collaborazione con AIE– consegnano la fotografia di un mondo che sta mutando. Le novità, determinate dalla brusca accelerazione che la pandemia ha imposto, saranno oggetto di ulteriore analisi: ma è intanto fondamentale utilizzare al meglio i dati raccolti dall’indagine per ideare e realizzare progetti e soluzioni sempre più in linea con le esigenze dei lettori e le tendenze di un mercato in continua evoluzione.

Cosa è successo, dunque, alla lettura in Italia quando all’emergenza del basso numero di lettori, se ne è aggiunta un’altra, sanitaria e globale? E dopo la prima fase, si torna in tutto o in parte alla situazione precedente? A queste e altre domande hanno provato a rispondere le due rilevazioni «La lettura nei mesi dell’emergenza sanitaria», parte del progetto di ricerca confluito nel Libro bianco sulla lettura 2021. Una prima rilevazione, condotta a maggio 2020 all’indomani del termine del primo lockdown, ha potuto monitorare cosa è avvenuto durante i mesi della chiusura. Una seconda, svoltasi in ottobre, relativa ai mesi successivi, ha verificato gli umori dei lettori italiani prima della fase più virulenta della seconda ondata della pandemia. La possibilità di comparare queste due rilevazioni consente di disporre di una prima serie di fotografie con cui seguire i comportamenti relativi alla lettura, prima, durante e dopo il ritorno alla (relativa) normalità. Con la necessità di indagare ulteriormente, in futuro, gli effetti della seconda ondata. L’obiettivo è capire se, e in quale misura, i comportamenti osservati si protrarranno oltre il 2020, con tutto ciò che ne consegue nella definizione delle politiche di sostegno alla lettura e della filiera libraia. La domanda cui si voleva rispondere con queste indagini era essenzialmente se i comportamenti già presenti tra i lettori – il crescente uso dell’e-commerce, la lettura di e-book e l’ascolto di audiolibri, lo spostamento dai media giornalistici tradizionali a quelli digitali – che hanno conosciuto una grande accelerazione legata alla situazione in corso, torneranno a riallinearsi ai trend precedenti il lockdown oppure no. L’indagine di maggio mostrava dei lettori italiani «distratti» dalla pandemia, con poco tempo da dedicare alla lettura di libri in giornate passate a seguire le mille notizie che ossessivamente TV, siti Internet di informazione e social media riversavano su cittadini comprensibilmente attoniti. Quella di ottobre mostra dati diversi, in cui tutte le dimensioni della lettura crescono. Si conferma, in primo luogo, ciò che gli intervistati di maggio avevano indicato nel rispondere a una delle domande del questionario. La differenza tra la quota di persone che prevedevano di incrementare in futuro la lettura e la quota di chi prevedeva di lasciarla immutata (o diminuirla) era positiva di 4,7 punti. Un dato che contraddistingueva la lettura da tutti gli altri consumi culturali, che registravano valori negativi. Il dato è ancor più importante perché la richiesta di previsione di comportamento (con tutte le cautele che le indagini previsionali hanno) avveniva poco dopo il 4 maggio – data spartiacque tra Fase 1 e Fase 2 – quando le restrizioni erano state solo parzialmente rimosse. In questo contesto, gli intervistati individuavano proprio nella lettura di libri l’attività che avrebbero incrementato diversamente dagli altri consumi culturali. Quel che sembra modificato è il senso della parola “lettura”: non solo e non più su supporto cartaceo, ma libro e web (e viceversa) in un alternarsi indifferente e complementare.

Qui l’articolo completo

Italia in giallo ma metà dei ristoranti è chiusa

Con l’Italia in giallo resta chiusa per il servizio al tavolo circa la metà delle attività di ristorazione lungo la Penisola, per un totale di circa 180mila realtà che non dispongono di spazi all’aperto. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti sugli effetti della possibilità di una estensione della zona gialla a tutto il Paese, con l’incognita della sola Valle d’Aosta. Con l’avanzare della campagna di vaccinazione e la riduzione dei contagi, la riapertura all’interno di bar, ristoranti, pizzerie e agriturismi e lo spostamento del coprifuoco sono importanti per le imprese agroalimentari stremate da lunghi periodi di chiusura che hanno determinato un effetto a valanga sulla filiera con 1,1 milioni di tonnellate di cibi e di vini invenduti dall’inizio della pandemia, secondo la Coldiretti.

Una necessità rafforzata – continua la Coldiretti – dall’annunciata apertura al turismo nazionale e straniero a partire da metà maggio, con 1/3 del budget delle vacanze che in Italia viene destinato all’alimentazione, soprattutto dopo la revoca dello stato di emergenza in Spagna, il principale concorrente del Belpaese tra le destinazioni turistiche. Complessivamente nell’attività di ristorazione – rileva la Coldiretti – sono coinvolte 70mila industrie alimentari e 740mila aziende agricole lungo la filiera impegnate a garantire le forniture per un totale di 3,6 milioni di posti di lavoro. Si tratta di difendere la prima ricchezza del Paese con la filiera agroalimentare nazionale che – conclude Coldiretti – vale 538 miliardi pari al 25% del Pil nazionale ma è anche una realtà da primato per qualità, sicurezza e varietà a livello internazionale.

La Regione Piemonte coinvolge 10 Comuni nel plastic free delle sponde del Po

L’iniziativa straordinaria che vede coinvolti 10 comuni: Torino, Alpignano, Moncalieri, Cafasse, Ivrea, Vercelli, Alessandria, Asti, Galliate e Verduno e’ stato presentata alla presenza dell’ Assessore regionale all’Ambiente Matteo Marnati che ha sottolineato come grazie alle risorse del Next Generation Eu, insieme a quelle dei fondi strutturali che saranno a disposizione nel Programma Operativo del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale 2021-2027, si creerà l’opportunita’ di affrontare le sfide della transizione ecologica.

“Stiamo programmando e cercando di incanalare le risorse sulla rete idrica e sul recupero dei rifiuti, oggi il 50% della plastica che viene recuperata non viene riutilizzata e quindi stiamo lavorando sulla circolarita’ dei rifiuti, da questo punto di vista un ruolo importante sara’ svolto dalla ricerca e dall’innovazione per il recupero della plastica il cui trend di produzione attualmente si assesta sui 19 kg pro capite all’anno. Altro fronte sul quale lavorare sara’ quello della contrazione della produzione dei rifiuti, uno degli obiettivi principali che ci siamo prefissati”.