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Tra i diritti dei figli c’è anche quello di essere ascoltati

Quanto tempo riserviamo all’osservazione, all’ascolto, al dialogo con i nostri figli?
Possiamo dire di conoscerne i comportamenti, le categorie emotive, le ferite nascoste?
Sappiamo se ci sono più streghe o più fate nei pensieri dei nostri bambini?
E quei folletti, che solo loro sanno vedere, recano messaggi di sofferenza o di speranza?
Conosciamo a fondo le paure e i sentimenti dei nostri ragazzi, spesso isolati e afasici?
Guardandoci attorno con più attenzione possiamo accorgerci che l’infanzia non abita più nel paese dei balocchi, qualcuno ne ha buttato via le chiavi.

A volte la condizione minorile soffre dell’ansia anticipatoria degli adulti, altre volte ne subisce solo tristemente la violenza, altre ancora il disinteresse e l’abbandono.
Che lo si faccia per cattiveria o per bontà si finisce spesso per adultizzare l’infanzia, per farla crescere in fretta privandola dell’innocenza che le appartiene, comprimendola in una sorta di nicchia esistenziale sempre più ristretta e sovraesposta ai pericoli di un mondo “senza rete”.

Ma anche fare i genitori richiede una buona dose di coraggio e di fatica, a volte di fortuna.
Ci sono casi in cui servono degli aiuti, dei sostegni competenti, dei supporti di tipo sociale e psicologico e allora ci si deve affidare con fiducia a chi può dare una mano per leggere i segni del disagio, interpretarli con esperta competenza professionale, indicare i percorsi per uscire dalle situazioni critiche.
Ma sempre con l’avvertita consapevolezza che ci sono compiti che le leggi di natura e quelle del cuore assegnano a chi ha generato e che non si possono delegare.
Che richiedono amore, pazienza, dedizione, sacrificio.

Ci sono ostacoli che si possono rimuovere con interventi esterni, situazioni critiche che si possono correggere, consigli e consulenze che si possono ricevere ma anche il più onesto professionista dell’età evolutiva e il più tenace e intransigente genitore sanno o dovrebbero sapere che non esistono formule magiche che si possono appiccicare nella mente e nel cuore dei figli.

Nel momento in cui un bambino viene al mondo larga parte dei suoi destini dipende dalle persone che ne accompagnano la crescita, soprattutto dai suoi genitori.
Basta un evento, un fatto critico, una svolta negativa nella vita di coppia e si determinano zone d’ombra che richiedono di essere lette con sensibilità e competenza.
Non sempre sono presenti entrambi i genitori nella vita dei figli e non sempre sono all’altezza per comprenderne a fondo i bisogni e le criticità.

E’ importante che chi resta sappia assumersi delle responsabilità e rivolgersi a chi può dare un apporto di collaborazione e di sostegno.
E se invece non resta nessuno, che ci sia almeno chi può evitare che l’abbandono e la violenza si sostituiscano alla speranza.
Per questo tutte le istituzioni possono fare molto per il bene dei bambini e degli adolescenti e dobbiamo essere profondamente grati a chi accompagna questo impegno civile con una sensibilità morale solitamente onesta e consapevole.

La scuola, i servizi sociali, il mondo del volontariato, ad esempio.
Ci sono genitori che riconoscono l’importanza di queste “alleanze” con il sociale ma non perdono mai di vista i propri personali doveri, altri che delegano alle risorse esterne il compito di intervenire, rimuovere, correggere, sostituire, altri ancora che attribuiscono responsabilità e dispensano “colpe”, accusando il partner, le assistenti sociali, gli insegnanti.

Non sempre si possono risolvere i propri garbugli esistenziali e le difficoltà emotive dei figli cercando le risposte fuori di noi.
Anche per chi può permetterselo non basta dire “ lo porto dallo psicologo”, “lo faccio valutare” , bisogna forse interrogare più spesso la propria coscienza, assumersi personali responsabilità.

L’esperienza insegna che lo sguardo più eloquente, l’espressione più spontanea, il comportamento più sincero e significativo non sono quelli che si manifestano nel corso della narrazione indotta da un incontro su appuntamento, nello studio di uno “specialista”.
Viene allora a un bel punto il momento in cui bisogna prendere la mano dei nostri figli, sedersi accanto a loro e ascoltare, pazientemente ascoltare.

La popolazione di Italia e Spagna potrebbe dimezzarsi entro fine secolo

La popolazione della Spagna e dell’Italia si potrebbe ridurre del 50 per cento entro la fine di questo secolo. Secondo quanto riferisce “El Mundo”, la prestigiosa rivista scientifica “The Lancet” ha pubblicato uno studio condotto dall’Istituto di metrologia e valutazione della salute (Ihme) dell’Università di Washington che fornisce proiezioni globali, regionali e nazionali sull’economia, la popolazione, la mortalità, la fertilità e la migrazione in 195 paesi.

L’indagine prevede che la popolazione mondiale raggiungerà il picco di circa 9,7 miliardi nel 2064, ma scenderà a 8,8 miliardi entro la fine del secolo, un calo di oltre il 50 per cento in ben 23 paesi nei quali il tasso di fertilità totale (Tfr) sarà a livelli che non permetteranno di mantenere la dimensione delle loro popolazioni, a meno che non vengano applicate “politiche di immigrazione liberale”

Scuola, presentato il Portale “Superiamo i divari” territoriali

La Vice Ministra dell’Istruzione Anna Ascani ha presentato, insieme all’Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa (INDIRE) e all’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione (INVALSI) e con le Regioni coinvolte nel Piano di intervento per la riduzione dei divari territoriali in istruzione (Calabria, Campania, Puglia, Sardegna, Sicilia), il Portale “Superiamo i divari”, realizzato dal MI in collaborazione con l’Impresa sociale “Con i bambini”. Ha partecipato all’incontro anche il Ministro per il Sud e la Coesione Territoriale Giuseppe Provenzano.

Il Portale, che sarà accessibile a partire dal prossimo anno scolastico sul sito del Ministero dell’Istruzione, è uno strumento rivolto alle scuole dei territori in maggiore difficoltà e servirà a coordinare le attività e le proposte progettuali finalizzate al superamento dei divari territoriali nei processi di apprendimento.

“Intervenire sui divari territoriali esistenti nel nostro Paese – ha dichiarato la Vice Ministra dell’Istruzione Anna Ascani – è prioritario per il Ministero. Su questo siamo costantemente impegnati con la Ministra Azzolina. Durante le settimane più critiche di questa epidemia la scuola italiana ha fatto un lavoro straordinario, ma sono emerse con maggiore evidenza le fragilità del sistema. Non possiamo permetterci di lasciare indietro nessuno, perché l’Italia può tornare a crescere solo se ciascuno è messo nelle condizioni di fare la propria parte e dare il proprio contributo. Per questo ho ritenuto il Piano necessario e non abbiamo smesso di lavorarci nonostante il lockdown. Attraverso il Portale entriamo ora nel vivo del programma e creiamo un luogo di incontro privilegiato per tutti gli attori coinvolti, in cui mettere in condivisione le buone pratiche esistenti, dando strumenti concreti a scuole e territori per intervenire sulle criticità. Monitoreremo l’attuazione del Piano, per essere certi dell’efficacia delle azioni che verranno messe in atto. Occorre ricostruire la coesione territoriale proprio partendo dalla scuola per rilanciare il Paese”.

“C’è una coincidenza profonda – ha sottolineato il Ministro Provenzano – tra gli obiettivi di questo Programma e l’impianto generale del Piano per il Sud che stiamo seguendo e che è entrato a far parte del Piano Nazionale delle Riforme. Investire sul capitale umano è fondamentale per spezzare il nesso purtroppo esistente tra povertà e povertà educativa minorile, un vero e proprio scandalo moderno. Non possiamo continuare a lasciar correre l’idea che lo sviluppo di un individuo sia determinato dal contesto in cui nasce e cresce. È un’ingiustizia. E il Paese ha bisogno in questa fase dell’impegno di tutti per ripartire. Non faremo mancare il nostro supporto nell’attuazione del Piano: è importante dare presto concretezza agli interventi per invertire la rotta e ottenere risultati quanto prima”.

Attraverso il Portale, Uffici Scolastici Regionali, Assessorati, Enti e soggetti che partecipano all’iniziativa avranno a disposizione materiali informativi, cognitivi e finanziari utili alla realizzazione di iniziative territoriali di potenziamento delle competenze degli studenti e potranno confrontare le progettualità esistenti e da programmare, per intervenire con un approccio sistemico.

Il Portale sarà composto da una parte pubblica e da una parte riservata. Quest’ultima sarà a disposizione delle scuole che potranno condividere le buone pratiche e collaborare per migliorare le competenze degli studenti.

Coronavirus, sanitari riconosciuti “vittime del dovere”

Approvato all’interno del Dl Rilancio, passato al Senato, l’emendamento che riconoscere ai professionisti della sanità deceduti nella lotta contro il Covid, lo status di ‘vittime del dovere’. “Salutiamo positivamente l’approvazione della proposta, avanzata e sostenuta dal coordinamento nazionale delle professioni sanitarie della Cisl Fp”. Lo sottolinea, in una nota, il coordinatore nazionale delle professioni sanitarie della Cisl Fp, Michele Schinco, commentando l’inclusione, all’interno del dl Rilancio approvato al Senato, dell’emendamento che estende ai medici, operatori sanitari, farmacisti impegnati nell’emergenza Covid-19 e colpiti da patologie invalidanti o morte, di quanto indicato nella legge numero 407 del 1998.

“Un impegno concreto che, come sindacato, abbiamo portato avanti con grande forza per riconoscere un parziale risarcimento ai nostri colleghi che hanno subito patologie invalidanti e alle famiglie che hanno perso un proprio caro nella durissima battaglia contro il Covid – prosegue Schinco – Andiamo avanti come coordinamento per dare risposte concrete a tutti i professionisti sanitari del nostro Paese che hanno bisogno di un sindacato forte e vicino ai bisogni di riconoscimento e valorizzazione professionale”

Cattolici e politica, una proposta federativa

La nota qui pubblicata s’inscrive nella diffusa ricerca di un nuovo profilo dell’impegno pubblico dei cattolici democratici e popolari. Sangiorgi indica la strada di una federazione (Politica Insieme, Costruire Insieme, Rete Bianca) aperta a ulteriori sviluppi sul piano programmatico, secondo la logica degasperiana di un centro socialmente avanzato, a ulteriori sviluppi sul piano programmatico. A destra, invece, anche gli ex Udc hanno avviato e persino formalizzato un processo di analoga portata, con l’occhio rivolto, in particolare, al superamento della lunga esperienza berlusconiana. Restano due ipotesi distinte, finora sostanzialmente inconciliabili. All’appello manca la determinazione a fare sintesi da parte di un soggetto strutturato – Pd e Forza Italia, nel loro antagonismo, avevano questa originaria ambizione – nonostante la domanda espressa dalla pubblica opinione per una nuova articolazione del quadro politico. Purtroppo il Pd, ovvero l’unica forza in campo che possa ormai fregiarsi del titolo di “partito costituzionale”, stenta a cogliere o meglio a raccogliere l’istanza rigeneratrice del cattolicesimo politico italiano. Dunque, il valore specifico della proposta di Sangiorgi sta nella volontà di non più crogiolarsi nella disamina dell’esistente, visto che mira a stimolare, con intelligenza e passione, un di più di autentica responsabilità. A tutti i livelli. [L. D.]

Cari amici in questi ultimi mesi, diciamo dall’inizio del 2020, ho maturato una progressiva disaffezione verso i nostri tentativi di dare vita a un soggetto culturale politico di ispirazione cristiana. Disaffezione e pessimismo. Il livello delle polemiche interne, delle incomprensioni, delle ripicche personali, con il loro corredo di repliche e controrepliche stizzite, è divenuto insopportabile ed è sotto gli occhi di ciascuno, spettacolo deprimente e penoso del quale, a iniziare da me, tutti dobbiamo vergognarci. E mi sono detto: io abbandono. Lottare contro comportamenti altrui modellati su categorie ideologiche di appartenenza che non si pensa minimamente di discutere è  inutile. Dopo oltre dieci anni di impegno personale, forse i tempi di una nostra ricomposizione organizzativa restano ancora lontani. Meglio lasciare dunque.

Ieri l’altro è stato un lunedì 13 luglio particolarmente caldo, uno di quei giorni estivi che consigliano prudenza specie a chi è avanti con gli anni: meglio restare in casa, e poi ci sono anche i rischi del covid. Ma io avevo un appuntamento, e nel pomeriggio sono andato alla stazione Termini. Alle 17,25, puntuale, al binario sette è arrivato da Firenze il freccia rossa 9421, e dal treno è sceso monsignor Gastone Simoni. Quo Vadis Domine, gli ho chiesto, dopo tutte le sofferenze fisiche e morali che ha patito in questi mesi. Quale ragione aveva di muoversi e di venire da Firenze in un contesto simile. La risposta, espressa non a parole ma con il linguaggio del proprio comportamento, è stata: eo Romam iterum crucifigi.

Penso che non io, ma tutti noi dobbiamo sentirci come l’antico destinatario di quello straordinario messaggio, che oggi don Gastone rilancia con il suo personale dolore per i nostri contrasti, e giochi, e manovre, e supponenze, e rivalità, e polemiche,  e sospetti interni. E spreco di talenti, ha ragione il giovane amico Dante Monda a parlare di spreco di talenti, perché è questo che ci sarà rimproverato. A Roma, all’inizio della via Appia, nel luogo dove la tradizione vuole che il Quo Vadis sia avvenuto, è stata edificata una piccola chiesa, affianco alle catacombe di San Callisto. Non c’è una immagine più eloquente delle catacombe, per descrivere la nostra attuale situazione e la necessità di uscirne. Anche la lettura del Quo Vadis di Henrik Sienkiewicz sarebbe d’aiuto. 

All’apparenza sembra semplice. Basta combinare la motivazione dell’impegno civile dei cristiani di Dietrich Bonhoeffer – i cristiani che stanno con un solo piede sulla terra staranno con un solo piede in paradiso – con il popolarismo di Luigi Sturzo, che ne è la concreta  traduzione politica nella chiave dei liberi e forti. Sappiamo invece quanto tutto questo non sia semplice. Quanto sia complicato raggiungere l’impossibile della politica attraverso quell’altro impossibile, tutto speciale dei cristiani, che è la dimensione del divino. Ma i cattolici che vogliono fare una politica di ispirazione cristiana hanno un senso soltanto se si collocano qui, in questa mediazione fra cielo e terra, fra il destino ultimo dell’esistenza umana e la vita e i problemi quotidiani delle comunità.

Il messaggio di don Gastone Simoni che siamo chiamati a raccogliere è questo. E’ la sfida che poneva Luigi Sturzo: e se si vince, diceva Sturzo, la vittoria è dell’idea, non la nostra.  Se si perde la sconfitta è la nostra, non dell’idea. Il 7 maggio scorso ho ricordato, con un articolo sul Domani d’Italia, i nove anni trascorsi da quando un gruppo di noi, quel giorno del 2011, dette vita intorno a don Gastone, vescovo di Prato, alla Carta d’Intesa, un documento che è stato la madre di una lunga serie di elaborazioni e di passaggi ulteriori che il 30 novembre 2019 sono culminati a Roma nell’assemblea nella quale tre soggetti, Costruire insieme, Politica insieme e Rete bianca, immaginavano di fondersi in una nuova entità, il nome proposto era Partebianca, che insieme li rappresentasse e li superasse. 

Come sappiamo questo passaggio non è avvenuto. A otto mesi di distanza non mi interessa recriminare ancora sul perché il tentativo è fallito e chi lo ha fatto fallire. Una dose di responsabilità l’avremo tutti. Mi interessa invece che non si perseveri sulle conseguenze sciagurate di quel fallimento, comprese le inimicizie, se non addirittura le intolleranze personali che hanno accompagnato la frattura politica avvenuta. Siamo arrivati al punto di volere imporre, da parte di alcuni, le modalità di incontri con alcuni soggetti ma escludendone altri, arrogandosi la verifica delle compatibilità  fra i diversi soggetti.  

Don Gastone ieri al suo arrivo a Roma era provato da tutto ciò. Mentre gli andavo incontro nel caldo della stazione pensavo alla sua amarezza per questa situazione. E però appena abbiamo iniziato a parlare, ciò che colpiva era invece la dolce testardaggine con la quale continua a ricercare il dialogo, incontra e parla con tanti di noi, sale sui treni, non si risparmia, consuma le sue forze: eo Romam iterum crucifigi. Questo porta a due considerazioni. La prima è la dignità, la nobiltà d’animo, la passione politica che muove quest’uomo. La seconda è che eo Romam iterum crucifigi  spetta a noi, non a lui: è la nostra strada in salita, è la nostra parte di responsabilità e di impegno che deve escludere prosopopee personali e intime convinzioni di essere i migliori, i predestinati a chissà quale destino politico. Diceva Aldo Moro che è il nostro contributo di laici, se ne siamo capaci, a dire una parola politica degna dell’altra Parola. 

Faccio un appello a questi tre figli di Abramo che sono Costruire insieme, Politica insieme, Rete bianca, e gli altri soggetti individuali e collettivi che vogliano unirsi a una simile iniziativa. Nell’attesa della costituzione del soggetto unitario che resta il nostro obiettivo, diamo vita intanto un coordinamento di tipo federativo. Centriamolo su tre riferimenti certamente comuni, la Costituzione, l’Europa, la Dottrina Sociale della Chiesa. Dall’intreccio di questi tre riferimenti ricaviamo la nostra idea di una società inclusiva, di istituzioni partecipative, di uno sviluppo del Paese solidaristico. Scegliamo subito almeno tre primi temi che, per il loro valore emblematico,  siano esplicativi di un tale intreccio, gli altri verranno a seguire : 

– l’immigrazione come cartina di tornasole dei più generali problemi ai quali sta andando incontro la società italiana nel suo complesso; 

– il Parlamento e il sistema istituzionale nel suo insieme rispetto al referendum confermativo della riduzione dei parlamentari;

– la concreta attuazione della riforma del no profit e delle altre forme produttive collegate, dentro una visione di sviluppo  economico che sappia conciliare  profitto e solidarietà; 

I temi vanno affrontati seguendo un eguale schema narrativo, composto dalla 1) enunciazione del problema, 2) la sua collocazione nel contesto del Paese, 3) le criticità che ha, 4) le proposte per superarle, 5) una bibliografia di approfondimento. La definizione nel concreto del problema e delle proposte relative, sarà la migliore smentita di quanti possano sospettare che il coordinamento federativo nasconda aprioristicamente una collocazione di destra o di sinistra, sospetto al centro di molte nostre polemiche. La identità politica sarà definita dalla qualità delle proposte, da tramutare in petizioni parlamentari, per entrare nel gioco delle dinamiche e del confronto politico all’interno delle istituzioni rappresentative. 

Io le chiamo le “schede della democrazia”. Nel loro insieme costituiranno una ritrovata cultura di governo, che darà luogo  a una proposta di governo, che a sua volta renderà necessaria una organizzazione politica che la supporti. Questi sono i passaggi. Fare l’inverso non vuole dire bruciare i tempi, ma perderli. Nei mesi scorsi si è cercato da più parti, all’interno delle nostre associazioni,  di mettere a fuoco diversi problemi del Paese. Adesso è necessario un metodo di comunicazione delle proposte elaborate, secondo lo schema narrativo delineato, per evitare la babele dei linguaggi e delle proposizioni. Questo richiede un gruppo di coordinamento specifico.

Questo lavoro comune non pregiudica in nessun modo il fatto che uno dei tre figli di Abramo, o tutti e tre, o altri soggetti ancora, vogliano strutturarsi parallelamente al loro interno con assemblee costituenti, e altre modalità organizzative se avvertono una tale necessità. Però, contemporaneamente, aderendo alla federazione, partecipano a un processo aggregativo e propositivo più ampio e rappresentativo, maggiormente in grado di diventare un riferimento politico attrattivo e di confronto, nella straordinaria situazione attuale del Paese e dell’Europa. 

Proviamo. 

Leader del passato e aspiranti eredi.

Il tema dell’eredità dei grandi leader politici e statisti del passato è un argomento sempre complesso e ancora molto dibattuto. È stata sufficiente la chiara provocazione del capo della Lega Salvini sull’eredità politica ed elettorale del partito di Berlinguer per riaccendere i riflettori su un capitolo che è destinato a non spegnersi mai. 

Ora, nessuno crede, mi pare, alla tesi che spostando la sede della Lega in un palazzo di via delle Botteghe Oscure a Roma automaticamente si innesca il meccanismo della potenziale eredità politica di quel che fu il Pci da parte dei leghisti. Ma è indubbio che sulla presunta esclusiva della eredità politica, culturale e morale di singoli leader e statisti del passato nessuno riesce a fissare punti fermi. Anche se, almeno tre su aspetti, non ci dovrebbero essere svariate interpretazioni e molteplici letture. 

Innanzitutto non si può essere eredi, o candidarsi ad essere tali, quando si è sostanzialmente e storicamente estranei a quella cultura. Per fare due soli esempi – tra i tantissimi su cui ci potremmo cimentare – un esponente dell’attuale destra e centro destra italiano non può, se è accompagnato da un minimo di onestà intellettuale, candidarsi ad essere un potenziale erede della tradizione storica, culturale ed ideologica della sinistra italiana. Sia nella versione ex comunista sia di quella socialista, salvo esercitarsi in continue e ripetute capriole divertenti e simpatiche nel dichiarare la propria fedeltà al patrimonio storico di quel campo politico. Come, d’altronde e specularmente, sarebbe curioso se qualche esponente attuale della sinistra italiana volesse intestarsi il magistero politico e culturale di leader e statisti della Dc. Esponenti della sinistra interna di quel partito o, peggio ancora, delle componenti moderate e conservatrici della Democrazia Cristiana. Ci sono dei percorsi nella vita politica che non sono intercambiabili a piacimento, a seconda delle convenienze del momento e in ossequio alla prassi trasformistica che ormai è diventata la cifra quasi esclusiva dell’attuale geografia politica italiana. Un minimo di decoro, almeno in apparenza, va ancora mantenuto. 

In secondo luogo i sostenitori e i teorici dell’”anno zero”, della “rottamazione” o del “vaffa day” non potranno mai ergersi ad interpreti di qualche cultura politica e, nello specifico, di alcuni grandi leader e statisti del passato. E ciò per una ragione molto semplice se non addirittura banale. Ovvero, chi pensa che l’esperienza politica nuova e post ideologica parte con la propria esperienza o con la propria discesa in campo non è titolato anche per essere interprete di qualsiasi filone ideale o culturale del nostro paese. Se il filo rosso che accomuna i sostenitori dell’anno zero, cioè della tesi che va raso al suolo il passato seppur con modalità leggermente diverse ma comunque simili nella declinazione concreta dell’azione politica, è persin ovvio che per costoro le culture politiche, tutte le culture politiche, sono solo un intralcio e un ostacolo per il dispiegamento del proprio progetto politico. Che poi, detto tra di noi, non è nient’altro che uno spregiudicato disegno di potere che si manifesta con un partito personale guidato da un capo al quale viene appaltato praticamente tutto ciò che è riconducibile alla concreta attività politica di quel cartello elettorale. Altrochè eredi di statisti e leader del passato. 

In ultimo, il valore, la valenza e la qualità delle culture politiche. Se penso, tanto per fare un esempio della mia area culturale, alla tradizione del cattolicesimo politico e sociale italiano, non credo che questo filone ideale possa essere allegramente interpretato e richiamato da chicchessia perchè in un tale discorso o in un intervento fa un richiamo esplicito e diretto a quella tradizione. Se tutto fosse così semplice e scontato non avremmo che l’imbarazzo della scelta nell’elencare i molteplici eredi politici e culturali di 

quella tradizione ideale e storica. Penso a tutti coloro che comicamente continuano a rifarsi alla tradizione della Democrazia Cristiana per giustificare il proprio modo d’essere nella politica italiana. Esponenti e semi leader che della Dc ricordano a malapena l’esistenza concreta nell’altro secolo…. Ma, per tornare alle culture politiche, è indubbio che si può, seppur con molti limiti e saggia prudenza, continuare a rifarsi a quelle correnti di pensiero purchè ci sia una coerenza nel percorso quotidiano di chi lo dice pubblicamente. Ovvero che nella concreta azione politica da un lato e nella ricerca costante – con l’approfondimento e il dibattito – della sua attualità e contemporaneità dall’altro ci sia una coerenza di fondo. Anche nel comportamento. Solo così potremmo credibilmente sostenere che le culture politiche continuano a fecondare concretamente la politica nelle sue multiformi espressioni. 

Perchè limitarsi a richiamare il magistero di quel leader o di quella cultura politica senza neanche conoscerli, leggerli, approfondirli e discuterli, oltrechè un’azione di disonestà intellettuale si corre anche il rischio di alimentare ulteriormente il distacco dalla politica e, soprattutto, di ridicolizzare le stesse fondamenta ideali della nostra repubblica e della nostra Costituzione. 

San Bonaventura tra azione e contemplazione

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano

l 15 luglio si celebra la memoria liturgica di san Bonaventura da Bagnoregio, frate minore, cardinale e dottore della Chiesa. Vissuto nel XIII secolo, è stato ministro generale del suo ordine francescano ed è l’autore della «Legenda maior» (che divenne la biografia ufficiale di san Francesco d’Assisi) e della «Legenda minor». L’insegnamento del “dottore serafico” ha avuto una profonda influenza sulla formazione teologica di Joseph Ratzinger, che proprio su san Bonaventura ha incentrato il suo studio di abilitazione per l’insegnamento universitario, approfondendone poi gli aspetti più significativi in diversi scritti e interventi. Da Pontefice, tra l’altro, il 6 settembre 2009 si è recato in visita a Bagnoregio, paese natale di Bonaventura — rivolgendo un discorso alla cittadinanza riunita in piazza Sant’Agostino — e al santo ha dedicato tre catechesi durante le udienze generali del 3, 10 e 17 marzo 2010. Di questi quattro testi del Papa emerito pubblichiamo di seguito alcuni passi.

Una fede amica dell’intelligenza

Fra’ Bonaventura, unisce il suo nome a quello di Bagnoregio nella nota presentazione che di se stesso fa nella Divina Commedia. Dicendo: «Io son la vita di Bonaventura da Bagnoregio, che nei grandi offici sempre posposi la sinistra cura» (Dante, Paradiso XII, 127-129), sottolinea come negli importanti compiti che ebbe a svolgere nella Chiesa, pospose sempre la cura delle realtà temporali (“la sinistra cura”) al bene spirituale delle anime (…).

Non è facile sintetizzare l’ampia dottrina filosofica, teologica e mistica lasciataci da san Bonaventura. In questo Anno Sacerdotale vorrei invitare specialmente i sacerdoti a mettersi alla scuola di questo grande Dottore della Chiesa per approfondirne l’insegnamento di sapienza radicata in Cristo. Alla sapienza, che fiorisce in santità, egli orienta ogni passo della sua speculazione e tensione mistica, passando per i gradi che vanno da quella che chiama “sapienza uniforme” concernente i principi fondamentali della conoscenza, alla “sapienza multiforme”, che consiste nel misterioso linguaggio della Bibbia, e poi alla “sapienza onniforme”, che riconosce in ogni realtà creata il riflesso del Creatore, sino alla “sapienza informe”, l’esperienza cioè dell’intimo contatto mistico con Dio, allorché l’intelletto dell’uomo sfiora in silenzio il Mistero infinito (…).

Nel ricordo di questo profondo ricercatore ed amante della sapienza, vorrei inoltre esprimere incoraggiamento e stima per il servizio che, nella Comunità ecclesiale, i teologi sono chiamati a rendere a quella fede che cerca l’intelletto, quella fede che è “amica dell’intelligenza” e che diventa vita nuova secondo il progetto di Dio.

(Visita a Bagnoregio, 6 settembre 2009)

Tra le grandi figure cristiane

Egli visse nel XIII secolo, un’epoca in cui la fede cristiana, penetrata profondamente nella cultura e nella società dell’Europa, ispirò imperiture opere nel campo della letteratura, delle arti visive, della filosofia e della teologia. Tra le grandi figure cristiane che contribuirono alla composizione di questa armonia tra fede e cultura si staglia appunto Bonaventura, uomo di azione e di contemplazione, di profonda pietà e di prudenza nel governo.

Si chiamava Giovanni da Fidanza. Un episodio che accadde quando era ancora ragazzo segnò profondamente la sua vita, come egli stesso racconta. Era stato colpito da una grave malattia e neppure suo padre, che era medico, sperava ormai di salvarlo dalla morte. Sua madre, allora, ricorse all’intercessione di san Francesco d’Assisi, da poco canonizzato. E Giovanni guarì.

Affascinato dalla testimonianza di fervore e radicalità evangelica dei frati minori, che erano giunti a Parigi nel 1219, Giovanni bussò alle porte del convento francescano di quella città, e chiese di essere accolto nella grande famiglia dei discepoli di san Francesco. Molti anni dopo, egli spiegò le ragioni della sua scelta: in san Francesco e nel movimento da lui iniziato ravvisava l’azione di Cristo (…). Pertanto, intorno all’anno 1243 Giovanni vestì il saio francescano e assunse il nome di Bonaventura (…).

Per rispondere a chi contestava gli Ordini mendicanti, compose uno scritto intitolato La perfezione evangelica. In questo scritto dimostra come gli Ordini mendicanti, in specie i frati minori, praticando i voti di povertà, di castità e di obbedienza, seguivano i consigli del Vangelo stesso (…).

Per intervento personale del Papa Alessandro iv, nel 1257, Bonaventura fu riconosciuto ufficialmente come dottore e maestro dell’Università parigina. Tuttavia egli dovette rinunciare a questo prestigioso incarico, perché in quello stesso anno il Capitolo generale dell’Ordine lo elesse ministro generale. Svolse questo incarico per diciassette anni con saggezza e dedizione, visitando le province, scrivendo ai fratelli, intervenendo talvolta con una certa severità per eliminare abusi (…). Bonaventura volle presentare l’autentico carisma di Francesco, la sua vita ed il suo insegnamento. Raccolse, perciò, con grande zelo documenti riguardanti il Poverello e ascoltò con attenzione i ricordi di coloro che avevano conosciuto direttamente Francesco. Ne nacque una biografia, storicamente ben fondata, del santo di Assisi, intitolata Legenda Maior, redatta anche in forma più succinta, e chiamata perciò Legenda minor (…). Il Capitolo generale dei frati minori del 1263, riunitosi a Pisa, riconobbe nella biografia di san Bonaventura il ritratto più fedele del Fondatore e questa divenne, così, la biografia ufficiale del Santo.

Qual è l’immagine di san Francesco che emerge dal cuore e dalla penna del suo figlio devoto e successore, san Bonaventura? Il punto essenziale: Francesco è un alter Christus, un uomo che ha cercato appassionatamente Cristo. Nell’amore che spinge all’imitazione, egli si è conformato interamente a Lui (…).

(Udienza generale, 3 marzo 2010)

Fedele interprete di san Francesco

San Bonaventura, tra i vari meriti, ha avuto quello di interpretare autenticamente e fedelmente la figura di san Francesco d’Assisi, da lui venerato e studiato con grande amore (…).

San Bonaventura respinge l’idea del ritmo trinitario della storia. Dio è uno per tutta la storia e non si divide in tre divinità. Di conseguenza, la storia è una, anche se è un cammino e — secondo san Bonaventura — un cammino di progresso. Gesù Cristo è l’ultima parola di Dio — in Lui Dio ha detto tutto, donando e dicendo se stesso. Più che se stesso, Dio non può dire, né dare. Lo Spirito Santo è Spirito del Padre e del Figlio. Cristo stesso dice dello Spirito Santo: «… vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14, 26), «prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà» (Gv 16, 15). Quindi non c’è un altro Vangelo più alto, non c’è un’altra Chiesa da aspettare. Perciò anche l’Ordine di san Francesco deve inserirsi in questa Chiesa, nella sua fede, nel suo ordinamento gerarchico (…).

(Udienza generale, 10 marzo 2010)

Accanto a Tommaso d’Aquino

Egli è un eminente teologo, che merita di essere messo accanto ad un altro grandissimo pensatore, suo contemporaneo, san Tommaso d’Aquino. Entrambi hanno scrutato i misteri della Rivelazione, valorizzando le risorse della ragione umana, in quel fecondo dialogo tra fede e ragione che caratterizza il Medioevo cristiano, facendone un’epoca di grande vivacità intellettuale, oltre che di fede e di rinnovamento ecclesiale, spesso non sufficientemente evidenziata. Altre analogie li accomunano: sia Bonaventura, francescano, sia Tommaso, domenicano, appartenevano agli Ordini mendicanti che, con la loro freschezza spirituale, come ho ricordato in precedenti catechesi, rinnovarono, nel secolo XIII, la Chiesa intera e attirarono tanti seguaci (…).

San Tommaso e san Bonaventura definiscono in modo diverso la destinazione ultima dell’uomo, la sua piena felicità: per san Tommaso il fine supremo, al quale si dirige il nostro desiderio è: vedere Dio. In questo semplice atto del vedere Dio trovano soluzione tutti i problemi: siamo felici, nient’altro è necessario. Per san Bonaventura il destino ultimo dell’uomo è invece: amare Dio, l’incontrarsi ed unirsi del suo e del nostro amore. Questa è per lui la definizione più adeguata della nostra felicità. In tale linea, potremmo anche dire che la categoria più alta per san Tommaso è il vero, mentre per san Bonaventura è il bene (…).

Tutta la nostra vita è quindi per san Bonaventura un “itinerario”, un pellegrinaggio — una salita verso Dio. Ma con le nostre sole forze non possiamo salire verso l’altezza di Dio. Dio stesso deve aiutarci, deve “tirarci” in alto. Perciò è necessaria la preghiera. La preghiera — così dice il Santo — è la madre e l’origine della elevazione — “sursum actio”, azione che ci porta in alto — dice Bonaventura.

(Udienza generale, 17 marzo 2010)

Il Forum dell’arte contemporanea italiana invia il documento conclusivo al Governo

È stato inviato al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al Ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini il documento conclusivo del Forum dell’arte contemporanea italiana, prodotto in oltre un mese di discussioni, dibattiti, confronti, e completato, dopo la plenaria del 30 maggio, dai coordinatori dei sei tavoli tematici che ne hanno costituito l’ossatura e dal board del Forum. Il documento sintetizza, inevitabilmente in modo parziale, l’enorme quantità di idee e strategie scaturite dalla partecipazione di centinaia di operatori ed esperti: artisti, direttori di istituzioni, curatrici e curatori, critici d’arte, galleristi, giornalisti, collezionisti, ma anche legali, politici, amministratori, ricercatori e attivisti che hanno dato luogo a questa “chiamata alle arti”, come è stata denominata l’edizione speciale del Forum svoltasi interamente online.

Nata con l’obiettivo di rispondere alla crisi economica e alla forte pressione a cui la pandemia di Covid-19 ha sottoposto il settore dell’arte contemporanea, dove la mancanza di interventi da parte del governo minaccia la sua stessa continuità di esistenza, il documento che ne consegue intende sollecitare il mondo politico a riconoscere l’importanza essenziale dell’arte contemporanea e dei suoi operatori. È un riconoscimento che non ha avuto bisogno di particolari sollecitazioni nelle nazioni più mature, come mostrano i pronti e massicci interventi voluti dai governanti di paesi come la Germania o gli Stati Uniti. Il documento cerca di avere uno sguardo lungimirante: punta a risolvere le problematiche contingenti, ma invita alla predisposizione di nuove regole e leggi che consentano di sopperire allo svantaggio strutturale del sistema dell’arte italiano rispetto a quello degli altri Paesi. Mira a rispondere all’urgenza, ma in un’ottica di riforma sostanziale del sistema di medio e lungo periodo.

Il documento (scaricabile online su forumartecontempornea.it/documenti), presenta tre tipologie di richieste al Governo:

  1. Interventi di sostegno urgente sia nei confronti delle istituzioni che degli operatori delle arti visive la cui attività è stata drammaticamente inficiata dalla crisi del Covid-19, superando le barriere burocratiche che rendono questi lavoratori – spesso temporanei, precari, freelance – poco circoscrivibili, così come la materia di cui si occupano. Con l’intenzione, che il Forum condivide con altri gruppi di interesse e associazioni, di lavorare nei prossimi mesi per definire i criteri di costituzione di un sistema professionale per i lavoratori delle arti visive e riconoscendo il sistema produttivo che l’arte contemporanea attiva, a cominciare dalle gallerie di ricerca.
  2. Avviare un New Deal culturale con l’intervento anche dei privati, argomento sul quale il documento presenta molti suggerimenti, ed in primis la necessità dell’estensione dell’Art Bonus a tutte le tipologie di attività e di organizzazioni di arte contemporanea. L’Art Bonus, introdotto nel 2014 dal Ministro Franceschini, che consente una detassazione pari al 65% per le erogazioni finalizzate ai beni culturali storici, è stato di recente esteso anche all’ambito dello spettacolo.
  3. Il Forum porta avanti anche una visione dell’arte come strumento di crescita sociale, legata a un’idea di welfare e di cura, vicina alle comunità, ai territori.  Per questo, per costruire un nuovo modello di Paese, richiede con forza che i rappresentanti del mondo dell’arte vengano chiamati a sedersi ai tavoli di discussione necessari per sviluppare le riforme strutturali di cui il Paese ha bisogno per pensare a un prossimo rilancio, anche in vista dell’ottenimento del Recovery Fund europeo.

Non mancano altre proposte, tra cui emerge la riforma dell’Italian Council, ovvero quello strumento di sostegno e produzione dell’arte italiana di cui il Ministero si è dotato nel 2016, anche grazie allo stimolo del primo Forum per l’arte contemporanea italiana svoltosi a Prato l’anno precedente, e che ora ha avviato un percorso di revisione, sotto lo stimolo del tavolo di lavoro ad esso specificamente dedicato, teso a semplificare le procedure e ad allargare la tipologia di progetti che può esserne supportata.

Urban Award: oggi la conferenza stampa di presentazione della quarta edizione

Si terrà mercoledì 15 luglio 2020 alle ore 15:00 la presentazione alla stampa della quarta edizione del premio Urban Award. Ideato da Ludovica Casellati, direttrice di Viagginbici.com e promosso da Anci con Openjobmetis e IntesaSanPaolo, Urban Award si rivolge a tutti i Comuni italiani per far emergere i progetti di utilizzo di biciclette e trasporti integrati.

L’evento si svolgerà online e per poter partecipare è necessario iscriversi compilando il form disponibile a questo link: ISCRIVITI. Saranno presenti: Antonio Decaro, presidente ANCI, Vittorio Brumotti, pioniere ciclismo sostenibile, Renato Di Rocco, presidente FCI(Federazione Ciclistica Italiana), Matteo Marzotto, imprenditore e ambassadorPremio Urban Award, Piero Nigrelli, direttore generale ANCMA(ass.ne nazionale ciclo, motociclo e accessori), Marco Vittorelli presidente Openjobmetis Spa, Rosario Rasizza, AD Openjobmetis spa.

Ludovica Casellati, ideatrice del Premio Urban Award, coordinerà gli interventi.

Il Covid-19 attraversa anche la placenta

Fino ad ora il contagio da Covid-19 nei neonati era documentato per lo più dopo la nascita. Adesso le prove della potenziale trasmissione di Sars-CoV-2 attraverso la placenta da una madre, positiva al virus, al neonato sono descritte in uno studio francese pubblicato su ‘Nature Communications’. Precedenti ricerche hanno suggerito che la trasmissione perinatale (il periodo immediatamente prima e dopo la nascita) può verificarsi, ma non è chiaro se ciò avvenga attraverso la placenta, la cervice o come conseguenza dell’esposizione ambientale.

Il team di Daniele De Luca dell’Antoine Béclère Hospital, Paris Saclay University Hospitals (Francia) descrive un caso che suggerisce la possibilità di una trasmissione transplacentare di Sars-CoV-2. Protagonista una donna incinta di vent’anni, ricoverata in ospedale con febbre e tosse violenta. Gli esami del sangue e i tamponi rinofaringei e vaginali hanno confermato la presenza del virus. I tamponi nasofaringei e rettali raccolti dal bambino un’ora dopo il parto con taglio cesareo, e poi di nuovo dopo 3 e 18 giorni, sono risultati positivi. Anche il sangue neonato e il lavaggio broncoalveolare sono risultati positivi. Gli autori hanno osservato che il bambino presentava sintomi neurologici associati all’infezione, simili a quelli riportati nei pazienti adulti.

Le analisi di neuroimaging hanno indicato una lesione della sostanza bianca, che gli autori ipotizzano possa essere causata dall’infiammazione vascolare indotta dall’infezione da Sars-CoV-2. Non sono state rilevate altre infezioni virali o batteriche e sono stati esclusi tutti gli altri disturbi neonatali potenzialmente responsabili di questi sintomi clinici. Sia la madre che il bambino si sono ripresi dall’infezione e sono stati successivamente dimessi dall’ospedale, fanno sapere i sanitari.

De Luca e colleghi hanno anche misurato cariche virali più elevate nella placenta rispetto al liquido amniotico e al sangue materno, il che suggerisce che Sars-CoV-2 possa replicarsi attivamente nelle cellule della placenta e causare viremia neonatale. Ciò sarebbe coerente con i livelli di infiammazione osservati in un esame istologico della placenta. Confermando la presenza di Sars-CoV-2 nel tessuto placentare e nel sangue materno e neonatale, gli autori concludono che molto probabilmente la trasmissione dalla madre al bambino è avvenuta attraverso la placenta. Ulteriori studi saranno necessari per confermare questi risultati.

Polonia, ha vinto la destra ma il cambiamento non può essere fermato.

In queste elezioni presidenziali, la differenza tra Andrzej Duda e Rafał Trzaskowski è stata di soli 400.000 voti. Gli aventi diritto raggiungevano i 30 milioni.  La differenza registrata, come è noto a vantaggio di Duda, corrisponde a un errore statistico del 2%. Per questo, alla vigilia del voto, l’esito prevedibile era così incerto.

Il candidato dell’opposizione era sostenuto solo dalla sinistra e non da altri ex candidati, dunque mancava dell’appoggio di quell’area di popolazione legata a piccole città e villaggi.  La mancanza di sostegno è dipesa purtroppo dagli interessi e dalle gelosie di partito.  A urne aperte, si è palesato un sostanziale pareggio, ma l’attuale Presidente ha annunciato la vittoria senza attendere il consolidamento dei risultati. 

Occorre dire che il Presidente ha anche vinto grazie all’ondata di odio, alimentata dai media statali, contro il candidato dell’opposizione.  Il quadro di queste elezioni appariva semplice è complicato al tempo stesso perché entrambi – Duda e   Trzaskowski – mettevano insieme 10 milioni di elettori, in pratica equivalenti, come somma, ai 2/3 del corpo elettorale.  

In ogni caso, circa 10 milioni di Polacchi non hanno votato.  Il problema ha riguardato anzitutto i Polacchi residenti all’estero, bloccati non solo a causa del coronavirus. In molte sedi diplomatiche polacche operano ambasciatori che sostengono la destra al potere e molto è stato fatto per rendere difficile il voto. Ciò nondimeno, il candidato dell’opposizione ha sicuramente vinto all’estero.  Quel che emerge, alla fine, è la profonda divisione politica del Paese. 

Ora, sulla base di questi rapporti politici, la situazione si presenta alquanto complicata. Sta di fatto che la destra al potere deve cambiare strategia.  I giovani vogliono una Polonia diversa, moderna, inserita a pieno titolo nell’Unione europea. Sicuramente dovranno contare e conteranno le tradizioni nazionali, culturali e cristiane. Di questo sono consapevoli anche i più giovani, a dimostrazione di come evolva la visione del cambiamento in Polonia.

Arnaldo Benini: “Il mondo si percepisce, il tempo si sente”.

Professor Benini, il suo libro in edizione aggiornata, “Neurobiologia del tempo” si propone di offrire – come si legge nell’ introduzione – un resoconto di ciò che si sa della natura del tempo. Una questione ostica persino a S. Agostino,  che non sapeva darne spiegazione. Perché il tempo è una materia così complessa?

Il tempo è una delle dimensioni essenziali della vita, anche se non si vede, non si tocca, non si annusa, non si sente come si sente un suono. Da qui la difficoltà, o l’impossibilità, durata due millenni, di capirne la natura. Il vuoto concettuale favorì la fantasia e la  varietà di ipotesi e supposizioni sulla natura del tempo prive di concretezza. Per secoli ne hanno parlato  filosofi e teologi, poi i fisici, senza mai chiedersi, nemmeno ora, che cosa il tempo sia e da dove venga. La famosa controversia fra Newton e Leibniz era di carattere religioso e non scientifico. Immanuel Kant ha individuato la natura del tempo considerandolo “una forma del nostro senso interno”, a priori rispetto all’esperienza e alla realtà. Per lui il tempo è una proprietà del corpo e non del mondo. Pochi decenni dopo, nel 1849, lo scienziato tedesco Hermann von Helmholtz, profondo studioso di Kant,  con un esperimento semplice e geniale, scoprì la natura nervosa del tempo con le caratteristiche che determinano il rapporto della coscienza col mondo e con l’interiorità. L’a priori, che non è un tempo psicologico ma rigorosamente fisiologico, fu localizzato da von Helmholtz in meccanismi del cervello. Essi si sono sviluppatisi con l’evoluzione e sono trasmessi da una generazione all’altra. Kant, che di cervello non parla, pose il fondamento concettuale sul quale si svilupperà la neuroscienza del tempo. Non a caso nell’800 Kant era considerato “l’uomo dei fisiologi”.

Albert Einstein  scrisse che  “la separazione tra passato, presente e futuro è una tenace illusione”.       Perché la fisica nega il tempo mentre le neuroscienze ne descrivono natura e meccanismi?

Einstein e i fisici, a partire dall’inizio del secolo scorso, parlano del tempo o per negarlo, in base a complesse equazioni di cui si loda la “bellezza” e non la congruenza con la realtà, o per attribuirgli caratteristiche impossibili da  verificare e quindi gratuite. Che il tempo rallenti con l’aumento della velocità, e alla velocità della luce si fermi è indimostrabile. Se uno di due gemelli rimane tranquillo a casa e l’altro gira attorno al mondo alla velocità della luce, quando torna sarebbe molto più giovane del fratello sedentario. In realtà si è visto che il tempo rallenta con la velocità, ma a rallentare non è il tempo, che è nel cervello, ma gli orologi che lo misurano e che risentono la gravità e la velocità. La caratteristica del tempo come quarta dimensione dello spazio, della quale lo stesso Einstein per tutta la vita non riuscì a convincersi, è priva di senso: non spiega né il tempo né lo spazio. Il filosofo della fisica Craig Callender sostiene che un mondo senza tempo è “una realtà che fa sbigottire”. Negli ultimi tempi alcuni fisici, fra i quali emerge il fisico quantistico Lee Smolin, sostengono che il tempo deve ritornare nella fisica, che altrimenti corre il rischio dell’irrilevanza, come già paventato dal fisico John Stewart Bell. La fi-sica Sabine Hossenfelder, in un recente libro, riferisce i colloqui con fisici eminenti, che parlano delle difficoltà della fisica per la sua distanza dal mondo. I fisici non si sono mai interessati alla neuroscienza del tempo. Tranne poche eccezioni, continuano ad ignorarla, nonostante i risultati e i dati d’enorme interesse che ha fornito e fornisce. Una situazione paradossale e senza precedenti nella cultura.

 In realtà abbiamo una percezione del tempo che trascorre e segna la scansione della nostra stessa vita: “tempora mutantur et nos mutamur in ilis” ma ci riesce difficile renderla un’idea spiegabile.

La neurobiologia del tempo, nonostante i molti aspetti ancora non chiariti, ha dimostrato oltre ogni dubbio che il senso del tempo è prodotto da meccanismi nervosi sparsi in tutto il cervello. Il cervello è la macchina del tempo. La biologia comparata, con ricerche molto sagaci, ha dimostrato che tutti gli esseri viventi con sistema nervoso, anche minuscolo come quello di api e formiche, hanno un senso del tempo che, pur non essendo numerico come quello umano, è molto preciso. Se api e formiche non l’avessero, non potrebbero condurre la loro meravigliosa e disciplinata vita sociale. Ciò vale anche per il senso dello spazio e della causalità, anch’essi a priori e non frutto dell’esperienza. Il senso del tempo è un complicatissimo traliccio nervoso, a priori come capì Kant, nel quale viene collocata sia l’esperienza del mondo, con i dati forniti dagli organi di senso, che quella dell’interiorità (pensieri, riflessioni, stati d’animo, ecc.) Il tempo non si percepisce, come percepiamo un suono o un colore, ma si sente. Il mondo si percepisce, il tempo si sente. Da Von Helmholtz in poi sappiamo che il senso del tempo è un prodotto del cervello, con diverse analogie fisiologiche con l’altro suo prodotto che è il linguaggio.

Le neuroscienze hanno dimostrato che il senso del tempo è reale ed è un evento della coscienza. Quanto è importante la coscienza per giungere ad una definizione del senso del tempo?

Il senso del tempo non si definisce, si descrive, ed è un evento della coscienza. Anche il fisico Richard Feynman diceva  che il tempo non si definisce ma si misura, senza considerare che ciò che si misura deve pur esistere. L’orologio segna il tempo, quello oggettivo, ma solo quando il dato dell’orologio diventa evento della coscienza di chi lo guarda acquista significato. I meccanismi nervosi del senso del tempo sono attivi anche durante l’incoscienza del sonno, per cui quando ci si sveglia si sa più o meno che ora sia. Agli interessanti e recenti studi sul senso del tempo durante il sonno è dedicato un capitolo.

Ogni domanda sul senso del tempo rischia di essere tautologica: tuttavia possiamo dire che è risolto il dubbio se esso sia una caratteristica dell’Universo  che noi percepiamo oppure un’impalcatura di meccanismi cerebrali, nei quali è inserita la realtà, anche quella della vita mentale. Già Galilei, ripreso esplicitamente ed ampiamente da Kant, aveva intuito il ruolo centrale dei meccanismi innati della conoscenza, anche se non disponeva dell’evidenza sperimentale.

Galileo, nel Saggiatore, non parla del tempo ma del suono, che se non c’è qualcuno che l’ascolti non esiste. Esso è un movimento d’aria, che diventa suono nelle aree cerebrali della percezione acustica. Kant cita ampiamente Galileo per spiegare gli a priori (tempo, spazio, causalità), che sono meccanismi della nostra interiorità attraverso i quali entriamo in contatto col mondo. La realtà che percepiamo è sempre e solo un’interpretazione cerebrale. La domanda sul senso del tempo non corre più il rischio d’essere tautologica, nel senso che il tempo è il tempo. Le neuroscienze cognitive dimostrano che il tempo è un prodotto del cervello. Il tempo oggettivo è quello dell’orologio, uguale per tutti, il tempo soggettivo, fenomenologico, è il tempo della vita, diverso a seconda delle circostanze. Entrambi sono prodotti dal cervello, il primo con i centri della razionalità, prevalentemente presenti nell’emisfero sinistro, l’altro con quelli dell’affettività, propri di quello destro.

Oltre al tempo oggettivo e a quello soggettivo, esiste un tempo lineare dove collochiamo gli eventi che si succedono e un tempo circolare e ciclico che segue gli eventi che si ripetono e le alternanze biologiche della vita. In che misura questi modelli di tempo sono prodotti dal cervello?

Il tempo lineare e quello ciclico non sono alternativi al tempo soggettivo ed oggettivo. Tutti i “modelli” del tempo sono creati da meccanismi nervosi, selezionati nel corso dell’evoluzione secondo le esigenze delle specie e il rapporto con l’ambiente. Solo nell’uomo, in età relativamente recente, il senso del tempo ha acquisito il valore numerico. La necessità dell’ordine sociale ha portato il cervello a sviluppare i marchingegni degli orologi, che misurano il tempo assoluto, senza il quale la società contemporanea crollerebbe o, meglio, non sarebbe mai nata. Da quando il tempo è misurato, ha acquisito un valore economico enorme.

La ripartizione fenomenologica di Ernst Pöppel distingue cinque esperienze coscienti del tempo:  durata, simultaneità e successione, sequenza degli eventi, senso del presente, anticipazione del futuro. Esse  conferiscono alla coscienza una facoltà ordinativa del tempo.  Risulta  interessante il paragrafo della simultaneità illusoria e quello della compressione del tempo secondo i diversi meccanismi: trattandosi di una funzione soggettiva è interessante notare come varia il senso del tempo rispetto all’età o con riguardo a quelli che Lei definisce “cervelli ammalati”.

Il grande fisico John Arcibald Wheeler sostiene che il senso del tempo impedisce che tutto succeda contemporaneamente. L’ordine temporale c’è anche nella successione degli eventi che si sognano, cioè nell’incoscienza del sonno. I centri del tempo lavorano anche senza che i centri della coscienza siano attivi. Circa la simultaneità: Hermann von Helmholtz scoprì l’illusione della simultaneità fra arrivo di uno stimolo e la sua percezione cosciente: i meccanismi cerebrali impiegano da un terzo ad un mezzo secondo prima di rendere cosciente ciò che gli organi di senso o i meccanismi dell’interiorità trasmettono alle aree cerebrali della coscienza. Di quel tempo, che von Helmholtz chiamò, decenni prima di Proust, con le parole francesi temps perdu non abbiamo coscienza, e quindi, diceva von Helholtz, i nostri pensieri sono più lenti di quel che crediamo. Se siamo toccati nello stesso istante in faccia e in un piede l’illusione della simultaneità rispetto ai meccanismi nervosi che ci rendono coscienti di quell’evento è doppia: il tempo impiegato dallo stimolo che parte dal piede arriva al cervello dopo aver percorso i nervi della gamba, il midollo spinale e il tronco encefalico, mentre dalla faccia al cervello il percorso è molto più breve; eppure la percezione è simultanea, e avviene circa mezzo secondo dopo l’evento. Tutto quel tempo viene, come oggi si dice, “compresso” ed è perdu per la coscienza e per la memoria. Il presente, ha scritto il grande neurofisiologo Gerald Edelman, è remembered, ricordato, perché lo avvertiamo dopo il tempo perdu, cioè quand’è già passato.  Il cervello può manipolare il senso del tempo perché lo crea. 

Quali sono, a suo parere, i prossimi passi della ricerca  della neurofisiologia del tempo?

Oggi si lavora per localizzare, all’interno del cervello, i vari meccanismi del tempo oggettivo e di quello fenomenologico e i rapporti con i centri della coscienza e del sistema limbico dell’affettività. Recenti studi hanno mostrato dove venga memorizzata la categoria del tempo di un evento, accanto all’area della memoria spaziale. Lo studio del senso del tempo negli animali, di cui nel libro si portano diversi esempi sorprendenti, comprende animali con sistemi nervosi minuscoli e cervelli sviluppati: entrambi sono straordinariamente esatti.

Istat: nuovo minimo storico di nascite dall’unità d’Italia

Il record negativo di nascite dall’Unità d’Italia registrato nel 2018 è di nuovo superato dai dati del 2019: gli iscritti in anagrafe per nascita sono appena 420.170, con una diminuzione di oltre 19 mila unità sul 2018 (-4,5%).

Il calo si registra in tutte le ripartizioni, ma è più accentuato al Centro (-6,5%). I fattori strutturali che negli ultimi anni hanno contribuito al calo delle nascite sono noti e si identificano nella progressiva riduzione della popolazione italiana in età feconda, costituita da generazioni sempre meno numerose alla nascita – a causa della denatalità osservata a partire dalla seconda metà degli anni Settanta – non più incrementate dall’ingresso di consistenti contingenti di giovani immigrati.

Negli ultimi anni si assiste anche a una progressiva diminuzione del numero di stranieri nati in Italia, così che il contributo all’incremento delle nascite fornito dalle donne straniere, registrato a partire dagli anni duemila, sta di anno in anno riducendosi. Nel 2019 il numero di stranieri nati in Italia è pari a 62.944 (il 15% del totale dei nati), con un calo di 2.500 unità rispetto al 2018 (-3,8%).

Il peso percentuale delle nascite di bambini stranieri sul totale dei nati è maggiore nelle regioni dove la presenza straniera è più diffusa e radicata: nel Nord-ovest (21,1%) e nel Nord-est (21,2%). Un quarto dei nati in Emilia-Romagna è straniero (25,0%), in Sardegna solo il 4,3%. Il tasso di natalità del complesso della popolazione residente è pari al 7,0 per mille. Il primato è detenuto dalla provincia autonoma di Bolzano (9,9 per mille) mentre i valori più bassi si rilevano in Liguria (5,7 per mille) e in Sardegna (5,4 per mille).

Coronavirus: le nuove norme in vigore da oggi

Resterà in vigore l’obbligo di indossare la mascherina negli spazi chiusi di accesso pubblico. Continueremo quindi a portare con noi il dispositivo di protezione individuale, per coprire naso e bocca in quei momenti in cui è impossibile garantire il distanziamento sociale. I guanti invece non saranno necessari

Proseguiranno i controlli nei luoghi della movida, e potrebbero quindi scattare anche le sanzioni.

Verifiche e accertamenti anche in uffici pubblici e ristoranti. Per chi non rispetterà le regole scattano le sanzioni che per i gestori potrebbero arrivare fino al ritiro della licenza con conseguente chiusura temporanea del locale. Proseguirà anche l’obbligo per i gestori di locali pubblici di raccogliere e conservare per 14 giorni le generalità dei clienti.

Inoltre  saranno internsificati anche i Controlli sulle spiagge, dove con l’apertura della stagione estiva sono spesso stati segnalati degli stabilimenti che non rispettano le regole per il distanziamento tra ombrelloni e lettini.

Digitale, smart class nel secondo ciclo: pubblicata la graduatoria, finanziate 2.198 scuole

È stata pubblicata il 10 luglio la graduatoria degli istituti destinatari dei finanziamenti dell’Avviso per la realizzazione di smart class nel secondo ciclo. Saranno 2.198 le scuole finanziate, per un totale di 21.964.751,74 euro di fondi PON assegnati.

I fondi consentiranno di acquistare, anche in vista della ripresa di settembre, strumenti e dispositivi digitali, accessori e periferiche hardware (come proiettori, webcam o scanner), software e licenze per piattaforme di e-learning, monitor touch screen e per creare spazi digitali nelle scuole, favorendo nuove metodologie di apprendimento.

In allegato la tabella con la ripartizione regionale.

Regione N. Candidature Importo Richiesto
ABRUZZO 69 689.838,63
BASILICATA 36 359.974,95
CALABRIA 115 1.149.790,95
CAMPANIA 291 2.908.756,52
EMILIA ROMAGNA 130 1.298.508,02
FRIULI VENEZIA GIULIA 51 509.778,61
LAZIO 193 1.928.234,37
LIGURIA 45 449.352,02
LOMBARDIA 222 2.217.522,71
MARCHE 69 689.602,25
MOLISE 19 189.999,94
PIEMONTE 126 1.259.077,37
PUGLIA 199 1.988.864,99
SARDEGNA 61 609.978,98
SICILIA 214 2.139.026,49
TOSCANA 132 1.319.140,94
TRENTINO-ALTO ADIGE 39 388.599,92
UMBRIA 48 479.927,29
VENETO 139 1.388.776,79
Totale 2198 21.964.751,74

28 Luglio: la Giornata mondiale dell’epatite

La Giornata mondiale dell’epatite viene commemorata ogni anno il 28 luglio per aumentare la consapevolezza dell’epatite virale, un’infiammazione del fegato che causa una serie di problemi di salute, incluso il cancro al fegato.

Esistono cinque principali ceppi del virus dell’epatite: A, B, C, D ed E. Insieme, l’epatite B e C sono la causa più comune di decessi, con 1,4 milioni di vite perse ogni anno. Tra la pandemia di COVID-19, l’epatite virale continua a reclamare migliaia di vite ogni giorno.

Il tema di quest’anno è ” Futuro senza epatite ” , con una forte attenzione alla prevenzione dell’epatite B (HBV) tra madri e neonati. Il 28 luglio l’OMS pubblicherà nuove raccomandazioni sulla prevenzione della trasmissione del virus da madre a figlio. L’HBV può essere prevenuto tra i neonati attraverso l’uso di un vaccino sicuro ed efficace.

Un proverbio al giorno….

Spesso la saggezza popolare ci è maestra di vita più di quanto lo siano gli insegnamenti formali e intenzionali.
I proverbi hanno radici lontane nelle alterne vicende della storia dell’uomo ma giungono fino ai nostri giorni conservando intatta e anzi arricchendo la loro immediatezza espressiva, sanno inquadrare e definire le situazioni più ricorrenti della nostra esistenza e possono darci spiegazioni esaurienti con poche, misurate parole.

Ognuno ci trova le risposte che attende agli interrogativi della propria quotidianità.
Si può dire che – essendo alla portata di tutti – realizzano la democrazia della parola e valorizzano l’aristocrazia del buon senso.
Ho sempre pensato che i proverbi debbano essere insegnati, studiati e tramandati anche a scuola, anzi soprattutto a scuola.

Prima di tutto per non disperdere un patrimonio di cultura locale che merita di essere conservato e trasmesso, per sopravvivere alla globalizzazione salvando le identità, il ”genius loci”, le nostre troppo colpevolizzate appartenenze.
E poi per lo straordinario potenziale educativo che sprigionano, per l’universalità del messaggio che racchiudono in sé, che è un po’ il contrario ma anche l’integrazione del concetto precedente: conservano la cultura radicata e nello stesso tempo ci fanno comunicare in modo planetario perché sulle cose della vita, gira che ti rigira, la “morale della favola” ci fa parlare lo stesso linguaggio, ci fa intendere sul bene e sul male.
E’ veramente ogni volta sorprendente e calzante la forza sintetica e la capacità descrittiva di ogni proverbio, è davvero incredibile come si possa – con immediatezza comunicativa e senza tanti valzer di parole – usare un’espressione così plasticamente adattabile a ciascuno di noi e così globalmente intellegibile.

I proverbi sono il sale della tradizione ma rivelano ogni volta una modernità che non ha eguali.
Sono più veloci di internet, più chiaro-scuri di un quadro di Caravaggio, più sintetici di una poesia ermetica, più efficaci di una ricetta: sono già dosati, misurati, plasmati, efficaci subito, pronti all’uso, solubili all’istante.
Si adattano a tutte le forme del comunicare: chiudono una lettera, aprono un discorso, troncano una retorica, facilitano un messaggio come Whatsapp con gli SMS.
E poi ti fanno “pensare”, oltre l’immediatezza della risposta, oltre la battuta ad effetto: una volta la spari tu per primo e un’altra volta la subisci come una fucilata che ti lascia secco tanto non te l’aspettavi.

Soprattutto trovo che i proverbi abbiano sempre ragione, mai una volta che uno possa dire “stavolta l’ho fregato!”.
No, loro sono lì, pronti a leggerti la vita e a dimostrarti che ce n’è sempre uno che se lo avessi messo in pratica prima avresti evitato di fare il contrario.

Anzi, forse non è vero neanche questo:”del senno di poi sono piene le fosse”.
Allora trovi che un proverbio ti può spiegare ma ti può anche aiutare, consolare, riconciliare con la vita, che è vero che ”chiodo schiaccia chiodo”.

Giuro che il prossimo libro che scrivo lo voglio intitolare così: “Un proverbio al giorno”.
Ci voglio mettere dentro 365 proverbi – più quello famoso dell’anno bisesto – per affrontare ogni giornata usando la saggezza già scritta e già vissuta da chi mi ha preceduto.
Come se fosse una pillola o uno sciroppo da deglutire con fiducia, per non lambiccarsi troppo il cervello nel cercare di capire tutte le cose della vita ma applicando con ironia e umiltà la morale di una favola certamente già raccontata.

Milano: Oggi la presentazione del “Rapporto sulla città – Ambrosianeum 2020”

Il “Rapporto sulla città – Ambrosianeum 2020”,  raggiunge la trentesima edizione, con il contributo di Fondazione Cariplo ed edito da Franco Angeli, per “fotografare – attraverso dati, storie, racconti di successi e di fragilità – la realtà delle donne milanesi e lombarde”.

L’appuntamento è per oggi, alle ore 11, all’Ambrosianeum, in via delle Ore 3 a Milano.

Intervengono: Antonio Calabrò, direttore Fondazione Pirelli, vicepresidente Assolombarda; Elena Cattaneo, senatrice a vita, professore di Farmacologia – Dipartimento di bioscienze – Università degli Studi di Milano, Istituto nazionale di Genetica molecolare. Presentano: Marco Garzonio, presidente di Ambrosianeum Fondazione culturale; Rosangela Lodigiani, curatrice del Rapporto Ambrosianeum.

Il Rapporto sulla città di questo 2020 da ricordare ha al centro le donne che portano vita, bellezza, amore e voglia di futuro. Se ne fanno carico anche per gli uomini, quando ce n’è bisogno. E lo fanno bene.

Altro tema fondamentale del rapporto sarà il Covid

Italia leader dell’agriturismo, è la vacanza cult del 2020

La vacanza “cult” dell’estate 2020 è in agriturismo dove è possibile trascorrere le giornate in sicurezza nelle campagne tra verde ed enogastronomia senza rischiare gli affollamenti. E’ quanto afferma la Coldiretti nel sottolineare che l’Italia è leader mondiale nel turismo rurale con 24mila strutture agrituristiche diffuse lungo tutta la Penisola. Gli agriturismi – sottolinea la Coldiretti – spesso situati in zone isolate della campagna in strutture familiari con un numero contenuto di posti letto e a tavola e con ampi spazi all’aperto, sono forse i luoghi dove è più facile garantire il rispetto delle misure di sicurezza per difendersi dal contagio fuori dalle mura domestiche.

Dal pranzo sul plaid con i piedi sull’erba, all’agri-aperitivo a bordo piscina o tra i filari, ma c’è anche chi si è attrezzato per ospitare i commensali nel granaio o sulle balle di fieno nell’aia o ha organizzato cene romantiche tra i vigneti tra  le diverse proposte  per l’estate 2020 segnata dall’emergenza coronavirus che – precisa Coldiretti – spinge verso il turismo di prossimità con la riscoperta dei piccoli borghi e dei centri minori nelle campagne italiane, in alternativa alle destinazioni turistiche più battute, mentre crollano le presenze nelle città.

Gli agriturismi in Italia con 253mila posti letto e quasi 442 mila posti a tavola possono dunque contribuire – sottolinea la Coldiretti – evitare il pericoloso rischio di affollamenti nelle località turistiche piu’ battute. A far scegliere l’agriturismo nell’estate del covid è certamente  l’opportunità di conciliare la buona tavola con la possibilità di stare all’aria aperta avvalendosi anche delle comodità e dei servizi offerti. Se la cucina è una delle ragioni principali per scegliere l’agriturismo, sono sempre più diffusi programmi ricreativi come l’equitazione, il tiro con l’arco, il trekking, ma non mancano attività culturali come la visita di percorsi archeologici o naturalistici.

Le proprietà dell’ananas

L’ananas (Ananas sativus) è il frutto della pianta di ananasso, appartenente alla famiglia delle Bromeliacee. Grazie alla presenza della bromelina ha un’azione decongestionante, oltre che essere ricca di sali minerali e in vitamine.

L’ananas ha un effetto diuretico: combatte la ritenzione dei liquidi ed è un buon digestivo e possiede un’azione antinfiammatoria sui tessuti molli. Viene usato nelle terapie contro la cellulite.

In cucina viene usato sia per la preparazione di secondi piatti, come il pollo in agrodolce, sia per la preparazione di dolci.

Nelle analisi diagnostiche il succo di ananas (assunto per via orale) è utilizzato in radiologia come mezzo di contrasto per gli esami di colangiografia in risonanza magnetica al posto di alcune costose sostanze di sintesi. Studi scientifici pubblicati a partire dal 2004, verificati nel 2007e 2012 hanno dimostrato l’efficacia del succo dal punto di vista tecnico medicale.

L’esperienza pratica del Policlinico Sant’Orsola di Bologna, dove il succo d’ananas è stato utilizzato continuativamente per due anni, ha altresì evidenziato ottimi risultati sia dal punto di vista dei pazienti che dal punto di vista della spesa.

Infatti il succo risulta molto più gradevole del farmaco che veniva utilizzato in precedenza e in tema di spending review è stato possibile rispamiare nel 2014 circa 14.000 euro, contenendo la spesa a poche centinaia di euro all’anno per l’acquisto del succo.

L’ananas potrebbe avere degli effetti collaterali e i suoi preparati potrebbero essere scarsamente tollerati da persone con ulcera peptica attiva e sono controindicati a chi è in trattamento con anticoagulanti, a causa della loro moderata attività antiaggregante piastrinica, perché potrebbe aumentare il rischio di emorragie in persone che assumono aspirina o fluidificanti del sangue.

 

Card. Bassetti: “Per rispondere alle sfide imposte dalla pandemia servono le sentinelle per la casa d’Israele”.

Il cardinale Gualtiero Bassetti

Carissimi fratelli e sorelle,

con animo grato al Signore, celebro oggi l’Eucaristia, in questa insigne basilica romana, per ricordare una figura centrale della storia cristiana: Benedetto da Norcia, padre del monachesimo occidentale e patrono d’Europa.

Saluto con viva cordialità il fratello vescovo S. E. Mons. Guerino Di Tora, ausiliare di Roma; il carissimo Mons. Marco Frisina, rettore di questa basilica e straordinario compositore e direttore di musica. Saluto con tanta cordialità e riconoscenza le Monache benedettine, che festeggiano san Benedetto e custodiscono gelosamente questo sacro luogo dedicato alla martire Cecilia e carico di tante memorie storiche. Saluto di cuore i sacerdoti concelebranti e i fedeli laici, impegnati nell’associazionismo cattolico, provenienti da varie parti d’Italia.

Carissimi, il libro dei Proverbi ci offre, oggi, un grande invito a cercare la conoscenza di Dio. Perché è dalla bocca del Signore che escono “scienza e prudenza”. Solo in questo modo si può comprendere veramente “l’equità e la giustizia, la rettitudine e tutte le vie del bene”. Queste parole sono di straordinaria attualità e ci interrogano profondamente. Mai come oggi, infatti, in questo drammatico e complesso cambiamento d’epoca, siamo tutti esortati a discernere i “segni dei tempi”. Oggi infatti è, senza dubbio, il tempo dei profeti. È tempo di coloro che sanno mettersi in ascolto, ogni giorno, della parola di Dio e sono in grado di leggere in profondità il mondo che ci circonda.

Per rispondere alle sfide imposte dalla pandemia nel mondo contemporaneo non abbiamo bisogno soltanto di grandi esperti o di tecnici, ma abbiamo bisogno soprattutto di uomini e donne che si fanno “ambasciatori di Cristo”. Uomini e donne che, come le sentinelle per la casa d’Israele, rispondono a una missione divina, esprimono con passione e generosità la loro vocazione e si mettono a disposizione della comunità.

Proprio oggi celebriamo san Benedetto: senza dubbio un profeta dei suoi tempi. Paolo VI quando lo proclama patrono dell’Europa lo definisce come “messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà, e soprattutto araldo della religione di Cristo e fondatore della vita monastica in occidente”. Pace, unità e cristianesimo: ovvero le basi della nostra civiltà. La fitta rete di monasteri benedettini che si sviluppa in tutto il continente europeo costituisce, ancora oggi, le fondamenta spirituali, culturali dell’Europa. Di un’Europa che “prega e lavora”: cioè che contempla la parola di Dio e si prende cura di tutti gli esseri umani, a partire dai più deboli; che testimonia l’amore di Cristo e, al tempo stesso, si fa costruttrice del mondo con le opere dell’ingegno.

Al centro dell’opera di Benedetto si pone, senza dubbio, la ricerca di Dio. È quello che viene definito il “cristocentrismo della regola”. “Niente anteporre all’amore di Cristo” (RB.4,21), si legge nella Regola. E ancora: “Nulla, assolutamente nulla, antepongano all’amore di Cristo” (RB.72,2). Parole ancora oggi rivoluzionarie e, in particolar modo, valide per tutti i cristiani. Essere cristiani nel mondo contemporaneo, infatti, significa essenzialmente prendere il vissuto di Cristo e farlo nostro. E quale è il vissuto di Cristo? Il vissuto di Cristo sono le Beatitudini. Certo le Beatitudini sono per noi anche un insegnamento morale, ma esprimono il cuore pulsante del Vangelo. Le Beatitudini sono la lieta novella, sono Gesù Cristo e rappresentano, per tutti noi una scuola di santità.

Le Beatitudini sono infatti il termine di confronto e di valutazione dei nostri comportamenti quotidiani e delle nostre scelte di vita. Le Beatitudini sono la nostra regola di vita, sono un dono della grazia, ma sono anche frutto di preghiera costante e di totale abbandono all’azione dello Spirito. Possiamo leggere per tutta la vita le Beatitudini, ma non si improvvisano dentro di noi. Non si traduce Cristo dentro di noi se non nella preghiera e in un totale abbandono all’azione dello Spirito. E infatti Don Primo Mazzolari, per rimarcare questo abbandono all’azione dello Spirito, diceva che le Beatitudini “non si possono predicare” ma si possono soltanto leggere. Perché è solo Cristo che parla “dal di dentro di ogni Beatitudine: lui povero, mite, pacifico, misericordioso, lui il percosso, il morente”. Non si possono predicare, diceva Mazzolari, ma se ne possono leggere con grande attenzione le parole: perché sono parole “che hanno la virtù di far piangere” e da cui può scaturire “gioia o vergogna”. E ancora oggi, quando noi leggiamo queste parole, sentiamo esplodere dentro di noi il nostro cuore: un’esplosione di gioia e vergogna. Vergogna per i nostri peccati, le nostre miserie, i nostri tradimenti; gioia per l’amore sconfinato di Cristo nella vita di ognuno di noi.

Papa Francesco ha addirittura consigliato di imparare a memoria le parole delle Beatitudini, perché quelle parole rappresentano “la carta d’identità del cristiano”, una vera e propria “mappa di vita” da cui non si può prescindere. Una carta d’identità da tenere sempre con noi. In ogni ambito dell’agire umano, nella famiglia e nella scuola, nel lavoro e nel tempo libero, ogni cristiano è chiamato a incarnare le Beatitudini con atti concreti e non solo a parole. Perfino nella vita politica e nell’esercizio del potere, il cristiano è chiamato a rendere testimonianza a questo passo del Vangelo.

Una grande figura del passato a me molta cara, come Giorgio La Pira, ha testimoniato nella sua opera quella che è stata definita la spiritualità delle Beatitudini. O meglio, come è stato scritto, “La Pira è riuscito a vivere la politica come la Beatitudine di colui che ha fame e sete di giustizia”. E questa fame e sete di giustizia è oggi più che mai necessaria. Ed è il requisito essenziale per tutti coloro che si accingono ad operare nella politica. Dopo questo terremoto mondiale provocato dalla pandemia ci troviamo di fronte a un bivio epocale: o noi ricostruiamo il mondo con questa fame di giustizia oppure assisteremo al declino della nostra civiltà come spettatori irrilevanti. Come uomini e donne, cioè, che non hanno più nulla da dire e da dare alla società contemporanea.

E invece abbiamo, come cristiani, molto da annunciare e da fare per il nostro tempo. Dobbiamo annunciare la “verità sull’uomo”, come amava dire Giovanni Paolo II, e dobbiamo impegnarci per l’unità della famiglia umana e l’unità della Chiesa. Di fronte al rischio di una crisi epocale dobbiamo comportarci come san Benedetto: pregare e lavorare per la rinascita del nostro Paese, del nostro continente e della nostra civiltà.

Democrazia e partiti

1) Dal militante obbediente al partecipante per conoscere, discutere e deliberare

Le questioni riguardanti la democrazia interna ed esterna ai partiti sono prioritariamente una questione di cittadinanza attiva, quindi di partecipazione attiva alla vita dei partiti e, nel contempo, una questione di legittimità democratica dell’agire politico. Sono questioni che si possono considerare sotto tre aspetti: 1) il diritto dei cittadini di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale (art. 49 della Costituzione); 2) il dovere per i partiti di comportarsi con “metodo democratico”, atteso che i medesimi partiti sono organizzazioni destinate a svolgere un ruolo di particolare rilevanza costituzionale; 3) l’ingerenza indebita dei partiti, che sono organizzazioni esponenziali di un interesse di parte, nelle Pubbliche Istituzioni che, a loro volta, sono preposte a tutelare gli interessi generali del Paese. I tre aspetti sono tra loro intrecciati e costituiscono i connotati identificativi della liberal-democrazia che, ai nostri tempi, è sotto attacco da forze determinate a cancellare le libertà garantite dalla giovanissima Costituzione italiana.

Il diritto in capo ai cittadini di associarsi in partiti è previsto dalla Costituzione, ma molti dei comportamenti effettivi dei partiti tengono i cittadini o lontani da una partecipazione attiva o in condizione di militanza obbediente al capo partito di turno. Ciò può accadere facilmente nei partiti personali nati a misura delle ambizioni personali dei loro capi.

L’elusione degli obblighi derivanti dall’art. 49 della Costituzione risulta visibile, tra l’altro, comparando i comportamenti effettivi dei partiti con normative come quelle di cui al decreto legge 149/2013, convertito con modificazioni dalla Legge 13/2014 recante la “Abolizione del finanziamento pubblico diretto, disposizioni per la trasparenza e la democraticità dei partiti e disciplina della contribuzione volontaria e della contribuzione indiretta in loro favore”.

Comunque la normativa citata è sostanzialmente “claudicante” perché, pur indicando alcuni paletti del metodo democratico nella compilazione degli statuti dei partiti, ha una rilevanza limitata ad una sola “gamba”, quella dell’accesso e del godimento dei finanziamenti, mentre è sostanzialmente inidonea a far “camminare” i partiti, con la seconda “gamba”, quella riguardante gli aspetti strutturali e funzionali del “metodo democratico”.

Pertanto sarebbe ora di introdurre norme pienamente efficaci e cogenti, in piena attuazione dell’art. 49 della Costituzione, per far rientrare l’agire politico dei partiti nell’alveo costituzionale che richiede l’esercizio effettivo del diritto dei cittadini alla partecipazione attiva. In sostanza occorre superare il sistema del “militante” del partito inteso come cieca obbedienza e cieca fede politica per pervenire al sistema del “partecipante” col “metodo democratico”, il metodo fatto di comportamenti, ovvero di procedimenti rivolti a conoscere, discutere e deliberare.

 

2) L’ingerenza indebita dei partiti nelle Istituzioni

“Il governo costituzionale, e più ancora il governo parlamentare, quale oggi prevale agli altri in molte parti d’Europa e dell’America con varie forme, è sempre un governo di partito. Esso come ogni cosa umana ha pregi e difetti che gli sono inerenti, e per l’indole sua stessa inevitabili, quand’anche il partito che governa si tenga strettamente nella cerchia dell’azione politica. Ma ogni partito tende naturalmente ad uscirne e ad esercitare un’ingerenza indebita nella giustizia e nell’amministrazione, e ciò al fine di conservare e di estendere la sua propria potenza. Gli effetti che da questa indebita ingerenza derivano sono gravissimi, e producono perturbazione e iattura ai diritti e agli interessi dei cittadini che le istituzioni libere sarebbero invece destinate a tutelare.”

Queste parole, scritte da Marco Minghetti nel suo celebre libro del 1881 (I partiti politici e la ingerenza loro nella giustizia e nell’amministrazione), rispecchiano una situazione che sembra simile alla situazione dei nostri giorni. 

I partiti di quell’epoca, nonostante i limiti e i difetti messi a fuoco dall’autorevole statista, avevano connotati riferibili ad una pluralità di scuole di pensiero politico. C’era un alto senso della disciplina e dell’onore dei singoli parlamentari, a qualunque parte politica appartenessero. Tutti gli esponenti dei partiti, compreso Minghetti, innanzi al trasformismo dimostrarono un grande impegno per la “riforma morale” dello Stato. In quel periodo storico, pur essendo presente un notabilato che non facilitava la partecipazione democratica peraltro penalizzata dall’assenza del suffragio universale, non esistevano partiti personali e padronali.

Nei nostri tempi stiamo attraversando una pericolosa fase storica che fa intravedere non solo l’invadenza dei partiti, ma l’assenza di ogni traccia dell’etica pubblica. È palese una “voglia” di appropriazione di tipo “feudale” delle pubbliche istituzioni. È una voglia che tende addirittura all’immedesimazione organica dei partiti nelle stesse istituzioni. Tra l’altro, c’è in sospeso il varo dell’ennesima legge elettorale dopo il decennio nero caratterizzato da tre leggi elettorali illiberali, il Porcellum l’Italicum e il Rosatellum. Sono leggi “congegnate” per permettere a quattro o a cinque capi partito di scegliere i componenti delle Camere. E c’è di più. Due delle tre leggi elettorali citate, il Porcellum e l’Italicum, sono state sottoposte al vaglio della Corte costituzionale e sono state dichiarate incostituzionali. Ciò, si noti bene, è avvenuto a seguito di ricorsi promossi da semplici cittadini che hanno agito non come esponenti di un partito o di una componente parlamentare.

Un sonoro schiaffo ai principi dell’etica pubblica è stato e continua ad essere lo spoil system all’italiana, introdotto sul finire del XX secolo per nominare ad libitum i vertici della pubblica amministrazione e per relegare l’alta burocrazia in un ruolo ancillare della politica. Sta di fatto che sono stati picconati i principi costituzionali riguardanti il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione e l’accesso mediante concorso agli impieghi nelle stesse pubbliche amministrazioni (art. 97). Altra picconata è stata inferta ai principi riguardanti lo specifico vincolo dei pubblici impiegati che “sono al servizio esclusivo della Nazione” (art. 98). 

Significativa è stata la vicenda relativa allo sciagurato abbandono della prassi virtuosa di tenere separati gli incarichi di governo dagli incarichi di direzione dei partiti. Cominciò il Presidente del Consiglio De Mita. In seguito ci fu il turno di Craxi. Ad onor del vero c’è da dire che all’epoca dei Governi di De Mita e di Craxi l’abbandono della prassi dell’incompatibilità dei due ruoli, di capo partito e di capo del Governo, non suscitò grande scandalo perché all’interno dei due partiti c’erano correnti di pensiero e personalità autorevolissime che rendevano visibili elementi di dibattito e di democrazia interni ai rispettivi partiti.

Però la confusione dei ruoli di capo partito, una organizzazione di parte, e di capo del potere Esecutivo, un potere da esercitare nell’interesse della generalità dei cittadini, diede la stura alla “scuola di pensiero” secondo cui ci sarebbe la necessità di una “democrazia decidente”. Questa ineffabile locuzione, “democrazia decidente”, è la maschera sulla “voglia” di mettere in primissimo piano l’uomo solo al comando dappertutto: Sindaco, Governatore, premierato assoluto e finanche presidenzialismo all’italiana. Ciò in spregio della primaria funzione (di indirizzo e di controllo) degli organi collegiali rappresentativi del diritto alla partecipazione (Consiglio comunale, Consiglio regionale. Parlamento) e in spregio dei principi liberal-democratici concernenti la divisione dei poteri insegnati da Montesquieu. Sta di fatto che sono state messe in atto politiche e comportamenti che hanno determinato sia la crisi della “rappresentanza” e, quindi, delle assemblee elettive, che la crisi dei partiti. Queste due situazioni di crisi hanno un cammino comune e favoriscono l’avvento di un nuovo feudalesimo fatto da un notabilato ai livelli comunali, regionali e nazionali.

Abbiamo visto e sentito sconcertanti attacchi alle istituzioni come quelli in spregio del Parlamento definito “il luogo dove si parla e non si decide”. Gli stessi consigli comunali sono visti con fastidio dalla tendenza, ancora in atto, del “partito dei sindaci”, che da troppo tempo rivendica sempre più potere per il Sindaco. Ormai molti sindaci nemmeno partecipano alle riunioni del consiglio comunale. Ed è certo che il sindaco dei nostri tempi ha più potere di quanto non avessero i podestà di epoca fascista. Lo stesso fenomeno si registra a livello dei governatori regionali, che pretendono sempre più potere da gestire. E queste pretese vengono favorite, purtroppo, dalla sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione, una riforma che, di fatto, porta acqua al mulino della secessione rivendicata dal più antico partito presente in Parlamento.

Basterebbe esaminare l’evoluzione, nell’ultimo quarto di secolo, della normativa riguardante il “sistema dei controlli” interni ed esterni sull’operato dei sindaci e dei “governatori”, quest’ultima è la qualifica impropria dei Presidenti delle Regioni, per comprendere il come e il perché la gestione della cosa pubblica sia diventata una continua ricerca di mettere le mani sui palazzi del potere in termini proprietari. Altro che le indebite ingerenze prese in esame da Marco Minghetti nel 1881. Senza scomodare gli esperti di diritto pubblico, tutti noi sappiamo quanto si siano affievoliti e quanto siano inefficaci i controlli di natura amministrativa, di natura contabile e di natura politica, questi ultimi di competenza delle Assemblee elettive. In spregio all’etica della responsabilità, la responsabilità erariale è stata via via normata in modo da renderla quasi inapplicabile. Molti degli Organi consultivi sono stati ritenuti superflui e, quindi, o soppressi o inascoltati. Invece abbiamo visto crescere il conferimento di onerosi incarichi di consulenze ad estranei alla Pubblica Amministrazione. In carenza di sistemi stabilmente preordinati al controllo interno di legittimità degli atti e dei provvedimenti, è stata introdotta l’ineffabile figura dell’assessore alla legalità di nomina discrezionale da parte del Sindaco e del Governatore. 

Quanto al controllo di natura politica, si enfatizza la possibilità di consentire tale controllo episodicamente una volta ogni 5 anni e per un solo giorno, il giorno delle elezioni, ovvero il giorno del plebiscito per eleggere direttamente il sindaco e il governatore. E lo stesso si vorrebbe fare a livello nazionale, magari col presidenzialismo all’italiana altrimenti detto “il sindaco d’Italia”.

Nel quadro degli assetti, delle forzature, delle ingerenze e dei desiderata accennati per sommi capi, rientra la vicenda relativa all’inserimento nella scheda elettorale del nome del candidato premier. Un inserimento che, com’è noto, è incompatibile con il conferimento dell’incarico di competenza del Presidente della Repubblica.

Tutto ciò accade con un ricorrente attacco alla Costituzione, che viene considerata di ostacolo alla ineffabile “democrazia decidente”.

 

3) ll diritto alla partecipazione attiva

Il diritto alla partecipazione che coinvolga i cittadini, è l’idea del premio Nobel Wole Soyinka che avvertiva, fin dall’inizio del terzo millennio, la necessità di porre la partecipazione all’articolo 1 della Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e in tutti i primi articoli delle Costituzioni di tutti i Paesi del Pianeta. Giova ricordare in proposito quanto aveva affermato John Stuart Mill: “La libertà come principio, non si può mai applicare ad una società fatta di uomini che non abbiano ancora imparato a migliorarsi attraverso una discussione libera e alla pari. Fino ad allora, per loro non può esserci altro che una cieca obbedienza ad un Akbar o a un Carlo Magno, se sono abbastanza fortunati a trovarne uno.”

Sarebbe ora di affrontare le questioni della partecipazione con la piena consapevolezza che abbiamo in Italia una Costituzione, quella entrata in vigore nel 1948, lungimirante e certamente idonea ad indicarci la strada maestra per rendere effettiva la partecipazione attiva dei cittadini e per impedire le ingerenze indebite dei partiti nelle pubbliche istituzioni.

Sia nei “principi fondamentali” che nei “diritti e doveri dei cittadini” della prima parte della Costituzione, tutti compresi negli articoli da 1 a 54, ci sono molte indicazioni che direttamente o indirettamente ci parlano della partecipazione.

In particolare, l’art. 1 ci dice che “la sovranità appartiene al popolo” e l’art. 54 prevede l’adempimento delle funzioni pubbliche con disciplina e onore. L’art. 2 ci parla dei diritti inviolabili dell’individuo “sia come singolo e sia nelle formazioni sociali”. L’art. 3, comma secondo, menziona espressamente “l’effettiva partecipazione” e i diritti e i doveri correlati alla necessità di “rimuovere gli ostacoli di ordine sociale” che limitano di fatto “la libertà e l’eguaglianza”. L’art. 49 chiarisce la natura e il contenuto del diritto dei cittadini di associarsi “liberamente” in partiti per partecipare, o meglio, “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Il verbo “concorrere” che ha significato analogo a quello di “partecipare” è previsto come diritto dei cittadini a proposito della presenza dei partiti nel nostro ordinamento costituzionale.

L’art. 49 è chiarissimo anche a proposito del pluralismo dei partiti e dell’impossibilità che un partito possa immedesimarsi nello Stato o possa diventare partito unico come avvenne durante il fascismo: “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti”. E la norma costituzionale ci dice che la questione dei partiti è fondata sul diritto soggettivo del cittadino di partecipazione attiva. 

L’avverbio “liberamente” posto a base della libera volontà di aderire ad una associazione, è il medesimo indicato nell’art. 18 sul diritto di associazione, un diritto che ha solamente tre divieti: contrasto alla legge penale, associazioni segrete, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare. Art. 18 e art. 49 prevedono entrambi due diritti fondamentali caratterizzanti la convivenza democratica in un regime di libertà individuale e di libertà delle associazioni. Sono diritti riguardanti sia l’individuo singolarmente considerato e sia, con pari dignità, l’associazione di cittadini. Una pari dignità che, in genere, viene cancellata nei regimi autoritari e che, infatti, fu cancellata dal fascismo. La nostra Costituzione la prevede nel sopra citato art. 2 declinando il “dovere” della Repubblica che “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento di doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Il diritto di associazione di cui all’art. 49 che fa menzione espressa dei partiti ha, ovviamente, oltre ai divieti di cui all’art. 18, il divieto di cui alle XII disposizioni transitorie e finali della Costituzione a proposito del divieto di “riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. La locuzione “sotto qualsiasi forma” dovrebbe avere molto rilievo in Italia dove la Costituzione, certamente democratica e liberale, è stata e continua ad essere continuamente sotto attacco soprattutto per scardinare il principio della divisione dei poteri e per introdurre forme di premierato assoluto, o dell’uomo solo al comando, o del “presidenzialismo all’italiana”, o del “sindaco d’Italia”.

Il diritto (di associarsi liberamente in partiti) di cui all’art. 49 della Costituzione fa parte del Titolo quarto sui “Rapporti politici” della Parte Prima della Costituzione dedicata ai “Diritti e doveri dei cittadini”.

Peraltro, tutti i 7 articoli del Titolo quarto, dall’art. 48 (diritto di voto, personale, libero, eguale e segreto) all’art 54 (doveri da adempiere con disciplina ed onore) sono diritti e doveri del cittadino che comportano speciali obblighi (e responsabilità) in capo alle entità (partiti, pubbliche istituzioni, etc.) nelle quali tali diritti (dei cittadini) vengano esercitati.

Gli altri soggetti coinvolti nei 7 articoli del Titolo quarto sono destinatari di vincoli e di obblighi che la Costituzione indica avendo comunque al centro e come presupposto il diritto (o il dovere) dell’individuo. Così, per fare qualche esempio, a fronte del dovere di tutti i cittadini di “concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, c’è il vincolo (per le istituzioni) secondo cui “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Altro esempio si può fare a proposito dell’art. 51 che prevede l’obbligo per la Repubblica a promuovere “con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”.

L’art. 49 della Costituzione, non pone direttamente in capo ai partiti il diritto di “partecipazione” alla determinazione della politica nazionale. Sono i cittadini i titolari del diritto. E i partiti sono previsti, in termini strumentali, per l’esercizio del diritto di partecipazione posto in capo ai cittadini. E c’è di più. C’è un vincolo preciso alle modalità della partecipazione nei suoi riflessi interni ed esterni dei partiti: il “metodo democratico” che è, quindi, elemento costitutivo e di legittimazione dell’associazione chiamata partito. L’esistenza di un partito unico è uno dei connotati dei regimi autoritari, mentre il pluralismo dei partiti attiene agli aspetti esterni del metodo democratico. Ma per quanto attiene agli aspetti interni al partito, il metodo democratico comporta regole che abbiano natura e contenuto di sicura democraticità. Pertanto non può certamente essere considerato conforme alla Costituzione, con tutto ciò che ne consegue, un partito personale o padronale oppure un partito organizzato come un Consiglio di Amministrazione di una società per azioni. Queste ultime, come si sa, sono regolate da norme di natura privatistica e i loro “metodi” decisionali sono subordinati a meri interessi della proprietà ricadenti nel regime del diritto privato. D’altronde, i cittadini che si associano in partiti hanno diritti di partecipazione attiva totalmente differenti dai soci di una società per azioni. Nelle società per azioni si partecipa alle perdite e ai profitti di natura economica della singola associazione e del singolo associato. È una partecipazione quasi totalmente passiva (salvo il diritto di partecipazione alle assemblee societarie) in attesa degli utili sul denaro investito. Nei partiti si partecipa di persona col proprio impegno e con la propria credibilità messi in gioco per la buona convivenza di tutti i cittadini nell’intero Paese e, per alcuni temi come l’ambiente o la pubblica sanità, per la buona convivenza nell’intero Pianeta.

Il “metodo democratico” pone paletti che consentono di riconoscere i confini nell’ambito dei quali possano agire legittimamente i partiti, che sono soggetti alle disposizioni costituzionali poste a presidio di diritti e doveri definiti nel Titolo IV (“Rapporti politici”).

Durante la prima Repubblica il “metodo democratico” interno ai partiti era di solare evidenza perché c’erano in vita organizzazioni politiche che erano diffuse sul territorio ed erano animate da pensiero politico che veniva posto a confronto in puntuali congressi. All’esterno del partito c’era un pluralismo di partiti ricchi di storia e di pensiero politico.

Del tutto differente è la situazione caratterizzata dalla presenza di partiti personali e padronali che sono, per loro natura, lontani dal “metodo democratico”. Infatti questi ultimi partiti sono visibilmente gestiti col metodo della cooptazione e del decisionismo del capo. Alcuni addirittura portano il cognome del capo del partito. Innanzi ad un partito che porti nel nome e nel simbolo il cognome del proprio capo viene immediatamente da pensare che si tratti di una formazione politica legata al culto della personalità e dei pieni poteri del capo carismatico. Non viene certamente in mente il culto e la cultura del metodo democratico. E il culto della personalità, eufemisticamente definito “leaderismo” nei nostri tempi, è sempre foriero di disastri come quelli che abbiamo visto durante il secolo scorso.

Quanto all’ingerenza indebita dei partiti, è da sottolineare che lo spoil system all’italiana, introdotto sul finire del XX secolo per nominare ad libitum i vertici della pubblica amministrazione, è stato e continua ad essere un vero disastro. Infatti sono stati picconati i principi costituzionali riguardanti il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione, nonché l’accesso mediante concorso agli impieghi nelle stesse pubbliche amministrazioni (art. 97). Altra picconata è stata inferta ai principi riguardanti lo specifico vincolo dei pubblici impiegati che “sono al servizio esclusivo della Nazione” (art. 98). Infatti, i vertici della pubblica amministrazione, reclutati per la loro fedeltà ai partiti, vengono relegati in un ruolo ancillare di chi abbia effettuato la loro nomina. Con ciò diventano, nel contempo, i parafulmini delle incapacità e delle inefficienze della politica a farsi carico delle proprie responsabilità.

4) Alcuni connotati del metodo democratico già presenti nel diritto positivo

Pur in assenza di una legge attuativa dell’art. 49 della Costituzione, il “bisogno” di giustificare per legge il finanziamento dei partiti ha indotto il legislatore a definire alcuni punti di riferimento del metodo democratico e, in particolare, alcuni “requisiti di trasparenza e democraticità” e alcuni connotati della democrazia interna e dei controlli.

Basta scorrere alcuni articoli della normativa vigente per rendersi conto che il contenuto e la natura di quei requisiti e di quei connotati sono scarsamente osservati da molti partiti, specialmente quelli personali e padronali. 

Purtroppo non ci sono conseguenze rilevanti in capo ai partiti per le loro “devianze” e per le loro “invadenze”. Ma è importante leggere alcune indicazioni che possono mettere a nudo alcuni comportamenti omissivi o commissivi di partiti poveri di pensiero politico, ma ricchissimi di immense risorse finanziarie finalizzate alla mera occupazione dei palazzi del potere.

I partiti politici che intendano avvalersi dei benefici previsti dalla legge sono tenuti a dotarsi di uno statuto, redatto nella forma dell’atto pubblico “nel rispetto della Costituzione e dell’ordinamento dell’Unione europea”. E nello statuto vanno previsti:

“a) il numero, la composizione e le attribuzioni degli organi deliberativi, esecutivi e di controllo, le modalità della loro elezione e la durata dei relativi incarichi, nonché l’organo o comunque il soggetto investito della rappresentanza legale;

  1. b) la cadenza delle assemblee congressuali nazionali o generali;
  2. c) le procedure richieste per l’approvazione degli atti che impegnano il partito;
  3. d) i diritti e i doveri degli iscritti e i relativi organi di garanzia; le modalità di partecipazione degli iscritti all’attività del partito; 
  4. e) i criteri con i quali è promossa la presenza delle minoranze, ove presenti, negli organi collegiali non esecutivi; 
  5. f) le modalità per promuovere, attraverso azioni positive, l’obiettivo della parità tra i sessi negli organismi collegiali e per le cariche elettive, in attuazione dell’art. 51 della Costituzione; 
  6. g) le procedure relative ai casi di scioglimento, chiusura, sospensione e commissariamento delle eventuali articolazioni territoriali del partito;
  7. h) i criteri con i quali sono assicurate le risorse alle eventuali articolazioni territoriali;
  8. i) le misure disciplinari che possono essere adottate nei confronti degli iscritti, gli organi competenti ad assumerle e le procedure di ricorso previste, assicurando il diritto alla difesa e il rispetto del principio del contraddittorio;
  9. l) le modalità di selezione delle candidature per le elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia, del Parlamento nazionale, dei consigli delle regioni e delle province autonome di Trento e di Bolzano e dei consigli comunali, nonché per le cariche di sindaco e di presidente di regione e di provincia autonoma; 
  10. m) le procedure per modificare lo statuto, il simbolo e la denominazione del partito; 
  11. n) l’organo responsabile della gestione economico-finanziaria e patrimoniale e della fissazione dei relativi criteri; 
  12. o) l’organo competente ad approvare il rendiconto di esercizio;

o bis) le regole che assicurano la trasparenza, con particolare riferimento alla gestione economico-finanziaria, nonché il rispetto della vita privata e la protezione dei dati personali. 

Si può fare a meno di riportare tutta la casistica concernente l’incasso, la rendicontazione e i controlli per del denaro destinato ai partiti. Ma è da porre in rilievo che le sanzioni pecuniarie previste in casi di inadempimenti da parte dei partiti sono fin troppo blande. D’altronde, la normativa resta claudicante perché cammina con la sola gamba dei finanziamenti e non sono previste garanzie specifiche e cogenti per le questioni attinenti al metodo democratico ovvero per gli aspetti relativi all’esercizio del diritto alla partecipazione attiva dei cittadini.

Questi piccoli passi per regolare i partiti al loro interno non sono, ovviamente, la vera e propria attuazione dell’art. 49. In Italia il metodo democratico viene sacrificato sull’altare dell’autoreferenzialità e del “qualunquismo di giornata” dei capi carismatici e delle oligarchie. L’autoreferenzialità è una malintesa idea della libertà, perché senza regole certe e affidabili si riducono gli spazi di libertà dei cittadini che hanno il diritto di liberamente e laicamente aderire ad una formazione politica non per mero atto di fede.

Una provocazione

Le  culture  politiche  convergenti e  da  ridefinire  

Alle blasfemie e alle sparate provocatorie, Matteo Salvini ci ha ormai abituati. Basta che abbia una telecamera davanti. E basti ricordare quel giuramento di Milano sul Vangelo , e quel comizio di Siracusa col Rosario in mano. Ora se ne esce dicendo che la Lega è l’erede dei valori di Berlinguer. Boh ! Diciamo pure, però, che se guarda solo ai voti e alle classi sociali che votano Lega, un poco di ragione c’è l’ha: il 50%  circa dei suoi elettori è composto  da operai e lavoratori autonomi. Un dato che conferma la vecchia  previsione di D’Alema sulla Lega come “costola del movimento operaio” . Questa sua paradossale uscita mi ha però sollecitato una riflessione e una convinzione. La riflessione è quasi scontata e riguarda  il rimescolamento delle identità dei partiti italiani, con la crisi delle differenze fra le culture politiche storiche provocata  dalle profonde trasformazioni in corso.  Si giustifica con un dato molto semplice legato ai cambiamenti strutturali, antropologici, sociali, economici e culturali, che viviamo.

E che, dopo,  tutti insieme si riversano inevitabilmente sul  politico. Partiti  che da solidi sono ormai diventati liquidi e mutevoli nell’offerta. Rivolti a pezzi di società variabili e una volta rigidamente schierati nelle appartenenze. La convinzione riguarda invece  le risposte da dare a una tale crisi delle identità, che non possono essere tanto  diverse l’una dall’altra. A  misura cioè di singolo partito politico,  di singolo elettorato , di singolo leader di partito.   Come è noto,  il dibattito su Sinistra, Centro e Destra, compresi i luoghi geometrici intermedi, non è nuovo. Ed è già pieno di una interessante bibliografia. E’ compito  dei filosofi della politica, discutere e individuare i grandi principi fondanti e i grandi valori  della democrazia  e del vivere civile  che ci attendono. Il fatto nuovo è, che di fronte ad una concentrata ed unica sfida globale –  il mercato, i profitti, la finanza , la crescita a prescindere dalla distribuzione, le migrazioni, ecc.  –  questi valori pur mantenendo le caratteristiche che si sono affermate da Pericle in poi, non possono essere molto diversificati.  Diventando necessario concentrare e unire le risposte ai mutamenti epocali, con   soluzioni il più possibile univoche e unitarie. Saranno però proprio questi valori che ci permetteranno di prendere le distanze dalle ultime ideologie, dalle scorciatoie, dalle illusioni, e dai populismi. E sarà il realismo politico che potrà accorciare le distanze tra i partiti,  avvicinando i loro  obiettivi sociali ed etici , i traguardi da raggiungere.                     

Le  tante  sfide  già sotto i nostri occchi.                                                                     

Le sfide del futuro appartengono in parte già al passato. E sono sotto i nostri occhi da un poco di tempo.  Sono tante  e diverse . Ma sono novità assolute nella storia dell’uomo. Proprio per questo è da ritenere che basti un poco di buon senso per dire che le risposte da dare non possono essere altrettanto tante e diverse.  Si pensi al clima e ai ghiacciai che spariscono. All’acqua dei mari che si  alza. All’equilibrio ecologico  del pianeta , e all’energia rinnovabile.  Alla biodiversità e al cambiamento climatico. Alle foreste amazzoniche. E soprattutto alle  povertà in drammatico aumento con 400 milioni circa di poveri concentrati nell’Africa Subsahariana, e pronti a scappare dalla fame e dalle guerre. Si pensi ai big data, agli algoritmi che dettano i ritmi alla nostra vita sociale. A cosa sarà il lavoro tra una decina di anni.  All’intelligenza artificiale e alla robotica che smantelleranno il mondo lavorativo che conosciamo.  Allo smart working che ci accompagnerà oltre la pandemia. Al mondo digitale delle poche aziende globali che lo gestiscono. Ai “Treni proiettile”  magnetici giapponesi che corrono a 600 Km l’ora.  A Marte che ci attende. E si pensi alla nuova economia globale in pieno sviluppo e nelle (poche) mani di un capitalismo finanziario e digitale che chiede uno Stato minimo. Se non assente. Eh.. insomma,ne abbiamo di sfide. Una serie di sfide incredibili che sono vere e proprie  rivoluzioni delle  nostre conoscenze, ma che  conducono a vere e proprie rivoluzioni  delle nostre strutture sociali, economiche,  culturali, e dunque politiche. Verso cui bisognerebbe concentrare e  far convergere  risposte e soluzioni univoche .

Con una sola avvertenza a scanso di equivoci. E cioè che questo urgente lavoro unitario , deve far capo alla testa e non alle pancia. Accorciando distanze , sì.  Ma evitando nello stesso tempo di cadere nelle trappole – pericolose –  del pensiero unico e del partito unico,  dove si livella ogni dibattito, e si fa morire il sacrosanto diritto alla libertà di associarsi e di dissentire.  E’ stata la mistica Simon Weill ad avvertirci molti anni fa di questo pericolo. Quando ha ragionato sulla morte del partito politico quando si riduceva ad una sola dimensione. Per questo, pur di fronte a problemi epocali che chiedono risposte coraggiose non dissimili,  bisogna continuare ad aver fiducia nel pluralismo. Legittimando i corpi intermedi , specie quelli che partono dal basso . Riconfermando senza discussioni il  ruolo insostituibile del Parlamento : silenzioso durante il Corona virus !  Rispettando i municipi con i loro  problemi reali locali. Delegando poteri  e  sovranità a quella Europa unita indicataci dai padri fondatori.  Applicando quel benedetto principio di  sussidiarietà, ma evitando  per favore di evocare fascismi quando si necessita di utili e necessarie decisioni centrali nelle mani del Governo. Tutto questo a  patto che sia un  pluralismo vero. Non quello finto  venduto come vero.  Un pluralismo sostanziale, insomma. Non quello artefatto per accontentare i tanti partiti personali oggi a misura di solitari leader. O  quello favorito e incentivato soltanto dalle leggi proporzionali che conducono ad un pluralismo politico formale, che,  nella prospettiva dei cambiamenti spesso si riduce a ripetute fotocopie di partiti  e programmi, ad eccezione di qualche virgola.                                     

Il momento storico
Salvini con sua beata incoscienza mi ha però fatto pensare anche alla politica del  particolare  momento storico che viviamo. Con l’ importanza della presenza di uno Stato , pandemia o meno, che deve continuare a fare  la sua irrinunciabile parte reagendo a quel neoliberismo modello laissez faire .

Del  meno Stato e più  privato. E così spiazzando quei diversi studiosi e  editorialisti  innamorati del libero mercato  come  unica e sola possibilità di sopravvivenza civile, che hanno sempre snobbato Keynes. Un momento storico che deve essere però tolto dalle mani dei tanti che confondono il bene comune col bene particolare, il  bene di tutti col bene di una sola parte.   E tutto questo  mentre l’economia si incammina verso lidi sconosciuti e le società  necessitano di urgenti analisi sui cambiamenti strutturali e le sfide incredibili che essi  ci riservano.  Sotto questo aspetto, e sapendo delle difficoltà, ritengo che lo smussamento delle differenze e l’avvicinamento delle risposte politiche e partitiche sul futuro già presente, debba essere precipuo  compito della ragione più che della passione. Più della scienza politica che della scienza populista con i suoi canoni depositati nel mondo dei media, dei social e dei selfie. Un  compito nuovo ma arduo nello stesso tempo. Capisco. Che  ha poco da fare con la cattura del consenso politico-partitico.  Ma  capace di leggere un capitalismo ormai concentrato nelle mani della sola finanza e lontano dai controlli democratici,  che crea quelle diseguaglianze e povertà di portata mondiale, e  con un mercato azionario pilotato da solo da quell’1% di super ricchi  che detta le leggi alla democrazia, esercitando un potere extrapolitico  su cui sorvolano anche i liberisti.

Gli interrogativi
Ci sono risposte diverse da dare per questi problemi? E , per caso,  una  destra  sociale,  una volta che indirizza il suo sguardo verso la società anziché verso le sue idee,  riesce veramente a essere diversa da una sinistra sociale?
Esiste dunque qualche  possibilità per ridurre le differenze, soprattutto quelle tardo ideologiche, concentrandoci tutti, a destra, al centro e a sinistra, sulle sfide che ci attendono ? Esiste questa volontà ? O invece dobbiamo creare differenze fittizie per proseguire allegramente su quelle partitiche storiche, sulle cui distinzioni  occorre una totale ritaratura perché di destra e  sinistra, come le abbiamo sempre intese, non hanno più niente ?   Esiste la possibilità di conciliare il sacrosanto diritto costituzionale di concorrere alle elezioni politiche e di essere presenti, evitando però la proliferazione inutile dei partiti,  quando ormai se ne contano 54 registrati,  18  in Parlamento , e 9 fuori dal Parlamento  che arrivano a 26 se si tiene conto dei gruppi parlamentari, delle liste per l’Europa e di quelle nazionali locali ?
Ho cari amici che la pensano in modo diverso. Ma se la mia chiacchierata porta al bipolarismo e al bipartitismo, devo ammettere che  ciò non mi scandalizza per niente. E, guardando al futuro, è anzi un mio auspicio che trascura anche le
Terze Vie  fallimentari. Non concede però nulla ai populismi che guardano alle c.d. caste e alla classe politica, indispensabili ieri come oggi . Quelli cioè  del… né destra né sinistra ! Perché rimane sul tappeto e in bella evidenza l’eguaglianza. Quella tanto cara a Norberto Bobbio che ci deve fare luce. Accompagnandola con i  diritti dell’uomo, la giustizia e la carità, e possibilmente con l’utopia di Bergoglio sul Salario Universale. .
Il dibattito su Sinistra, Centro e Destra
Quando era già partito un processo spontaneo di ridefinizione, è  stato Marco Revelli  a interrogarsi, circa 30 anni, fa sull’ “Identità smarrita”  di Sinistra e Destra” . Facendo seguire questa sua riflessione da un lavoro provocatorio e ancora più chiaro sin dal suo titolo: Finale di partito. Nel quale  –  scontando la scomparsa del vecchio partito di massa trasformato in comitato elettorale nelle mani di un leader in diretto rapporto con gli elettori per dare così ragione a Bernard Manin e alla sua  “Democrazia del pubblico” ,   e  con gli occhi rivolti a quella  “Postdemocrazia”   denunciata da Colin Crouch  caratterizzata dall’enorme e incontrollabile potere delle lobby economiche e dei mass media  –  sono proprio le identità di  sinistra, destra e…centro,   ad essere messe sotto osservazione. Sono anche gli anni in cui Pietro Scoppola ragiona su quella Repubblica dei partiti  che ha  frenato l’avvento di una democrazia compiuta.  Soffermandosi sulle ragioni storiche del centrismo, e  lanciando velati avvertimenti sulle èlite interne ai partiti, premessa alla loro crisi di identità, ai  giorni nostri matura. Subito dopo arriva il lavoro di Norberto Bobbio su  Sinistra e Destra ,  indicata come alternativa tra i fautori dell’uguaglianza e i sostenitori della diseguaglianza. Una distinzione utile, feconda e lungimirante che ha avviato un dibattito ancora in corso.  Ripreso recentemente anche da  Civiltà Cattolica con l’articolo di Francesco Ochetta del Maggio 2018 : “Destra , Sinistra e le nuove appartenenze della politica”  che  si interrogava su cosa potesse sostituire queste ormai vecchie categorie politiche. Mentre nei riguardi del Centro, tutta la storia politica italiana si rivolge non solo a dove si stava seduti negli emicicli parlamentari, ma anche al centrismo storico della vecchia Dc. Spesso definito moderato e cattolico. Un centrismo in quegli anni  giustificato da una “Politica di centro…necessaria per l’Italia post-fascista,  portando al superamento dell’antifascismo e alla convinzione che il partito comunista di Togliatti sarebbe , prima o poi, diventato democratico” . Cosi la filosofa Lorella Cedroni, introduceva   un bel  libriccino di Reset edito nel 1995: “Centrismo vocazione o condanna ?”,   che è consigliabile leggere per le considerazioni ancora attuali  sul centrismo  e sul centro politico. Su quei ceti medi moderati e su quella borghesia,  oggi scomparsi dalla scena sociale e culturale, e sulla mediazione, in quei tempi indispensabile. Il tema riguarda il  dialogo  “…a distanza”  tra il cattolico Augusto Del Noce  e Norberto Bobbio, che si dichiarava ateo ma che sosteneva ad alta voce  di ignorare  la definizione di ateo. E le considerazioni sono forse utili per capire l’importanza del superamento del centrismo e del centro politico storici, tornati oggi d’attualità grazie alla legge proporzionale, pensando che da sola possa creare una domanda sociale  e definire una identità cultural-politica. Con qualche fuga in avanti sul popolo cattolico e moderato che in tempi di secolarizzazione dovrebbe rappresentarne la base sociale, e  che alcuni miei stimati amici assieme alle loro associazioni vedono con molto ottimismo.  Non sono più i tempi di Del Noce e  Bobbio. Con il  centrismo di quegli alle spalle di una Chiesa cattolica, spaventata e timorosa dell’ateismo marxista e della Cortina di ferro. Giustificato  e forse necessario  negli anni del secondo dopoguerra, a causa della   nota situazione internazionale, e se vogliamo anche nazionale, che ha caratterizzato le identità  partitiche di quel tempo storico, mentre Aldo Moro si scaldava i muscoli e osservava. Ma senza elaborare una qualche originale filosofia politica… di centro, inesistente allora come oggi, se non quella sorretta dalla Guerra fredda. Con una identità  “innervata solo in alcuni valori cristiani tradizionali da difendere”,  oggi a secolarizzazione avanzata impossibile. Non fa male alla chiacchierata  ricordare che la Dc , partito di Centro, se non di centrodestra, è stata sin d’allora protagonista di riforme economiche e sociali di netto sapore di sinistra .
Prime conclusioni.
Devo riconoscere  che  dietro queste mie divagazioni,  ci sono anche le allegre provocazioni  di  Giorgio Gaber. Ma che sicuramente non ci sono, lo ripeto,  le intenzioni populiste di Beppe Grillo del né… né. Nonché di tutti i populismi esistenti che alzano la  bandiera dell’anticasta e della post destra e della post sinistra senza chiarire.  Poiché  è alla razionalità politica che ci si deve rivolgere, e non alla passionalità. Alla testa e non alla pancia.  Alla fine capisco di trascinarmi l’ironia del mio vecchio parroco . Che pochi mesi  dopo il successo elettorale del M5s, mi ha frettolosamente avvertito che “…il centro elettorale della vecchia Dc, compreso quello della sua bella (sic!) sinistra interna, è stato occupato da Grillo … e che oggi non essendoci più il Pci,  è il Pd il  nuovo partito politico di centro, …perché la sinistra, la destra e lo stesso vecchio centro  sono morti” .
Mi tocca infine ricordare , a scanso di equivoci, che se abbiamo ancora bisogno delle distinzioni geometriche orizzontali , e se  abbiamo la voglia di mantenere una  Sinistra, un Centro e una Destra, ebbene dobbiamo  avere il coraggio di dire a chiare lettere che esse indicano, e devono indicare, altre , ma altre cose. Anche se, come ho cercato di chiarire, non  tanto  diverse rispetto alle sfide del  postmoderno. Il che significa che se  vogliamo mantenere queste distinzioni, ponendoci con auspicabili atteggiamenti razionali  di fronte alle incognite,  le  soluzioni vanno trovate rimanendo insieme il più possibile.
Poiché non è più il proprio elettorato che va difeso.
Ma la società e il mondo in cui viviamo nel loro insieme.   

‘Ndrangheta, dalla frutta ai bar affari da 24,5 mld

Dal controllo sui bar, ristoranti e negozi di frutta e verdura fino al furto dei raccolti come l’uva, il volume d’affari delle agromafie è salito a 24,5 miliardi di euro con attività che riguardano l’intera filiera del cibo, approfittando anche della crisi causata dall’emergenza coronavirus.

L’agroalimentare per Coldiretti è divenuto una delle aree prioritarie di investimento della malavita che ne comprende la strategicità in tempo di crisi economica perché  consente di infiltrarsi in modo capillare nella società civile e condizionare la via quotidiana della persone. Con i classici strumenti dell’estorsione e dell’intimidazione le agromafie impongono la vendita di determinati prodotti agli esercizi commerciali, che a volte, approfittando della mancanza di liquidità, arrivano a rilevare direttamente grazie  alle disponibilità di capitali ottenuti con il commercio della droga. Un fenomeno che minaccia di aggravarsi ulteriormente per gli effetti della pandemia che potrebbe spingere le imprese a rischio a ricorrere all’usura per trovare i finanziamenti necessari.

In questo modo la malavita si appropria di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta, ma anche compromettendo in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l’effetto indiretto di minare profondamente l’immagine dei prodotti italiani e il valore del marchio Made in Italy.

Ma è drammatico anche il moltiplicarsi delle razzie nei campi, per un bottino stimato in 300 milioni di euro all’anno che finisce sul mercato nero ed alimenta i canali dell’abusivismo e dell’illegalità, come nel caso della banda specializzata in furti d’uva sgominata da carabinieri della stazione di Licodia Eubea e del Nucleo radiomobile della compagnia di Caltagirone.

Non si tratta più solo di semplici “ladri di polli” quanto spesso di veri criminali, che mettono a segno raid capaci di mettere in ginocchio un’azienda, specie se di dimensioni medie o piccole. La paura dilaga nei campi dove ci si sta organizzando con ronde e servizi di vigilanza notturni  ma con il ripetersi di questi fenomeni molti imprenditori si stanno scoraggiando e addirittura non denunciano più le razzie.

Autotrasporto, ok del Parlamento europeo al pacchetto Mobilità

“L’approvazione da parte del Consiglio e del Parlamento europeo del pacchetto Mobilità rappresenta un successo per l’Unione europea e anche per l’Italia, che ha visto accolte le priorità rappresentate nel corso del negoziato durato tre anni: certezza delle norme, loro controllabilità, strumenti di controllo, tutela delle condizioni dei lavoratori, criteri certi per le condizioni di accesso al mercato e alla professione, regolamentazione delle attività di cabotaggio”. Questo il commento del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti De Micheli al via libera da parte del Pe alla riforma del settore del trasporto su strada.

“Si tratta di una vera e propria riforma del settore dell’autotrasporto in Europa, – soiega il Ministro – che stabilisce norme chiare sulle condizioni di accesso al mercato e alla professione nel settore dell’autotrasporto, sui tempi di guida e di riposo ed in generale sulle condizioni di lavoro degli addetti del settore e sull’uso dei dispositivi per il controllo delle prestazioni di lavoro. Norme che non si prestano ad interpretazioni che consentano la loro circonvenzione e che assicurano parità di condizioni alle imprese dell’autotrasporto.

Il Parlamento europeo ha adottato, dunque, un’importante riforma nel settore del trasporto su strada, grazie al via libera – senza modifica – da parte degli eurodeputati ai tre atti normativi adottati dai ministri Ue ad aprile. L’accordo politico con il Consiglio era stato raggiunto nel dicembre 2019. Per porre fine alle distorsioni della concorrenza nel settore del trasporto su strada e garantire migliori condizioni di riposo per i conducenti, sono state rivedute le norme sul distacco dei conducenti, i tempi di guida e i periodi di riposo dei conducenti ed è stata prevista un’applicazione più rigorosa delle norme sul cabotaggio (il trasporto di merci effettuato a titolo temporaneo da trasportatori non residenti in uno Stato membro ospitante). Inoltre sono previste una concorrenza più equa e la lotta alle pratiche illegali. I tachigrafi dei veicoli saranno utilizzati per registrare i passaggi di frontiera al fine di contrastare le frodi. Per evitare il cabotaggio sistematico, è previsto un periodo di incompatibilità di quattro giorni prima che si possano effettuare ulteriori operazioni di cabotaggio all’interno dello stesso paese con lo stesso veicolo.

Un video dai ricercatori dell’Iss per un’estate in sicurezza

Vivere pienamente l’estate senza trascurare le regole per non tornare indietro. È questo il messaggio con cui i ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità si rivolgono ai cittadini, e soprattutto ai giovani, ricordando in un video le precauzioni essenziali per contrastare il virus senza farci rinunciare alla convivialità dell’estate e che ci permettono di trascorrere le vacanze in sicurezza.

A ricordare le regole a nome di tutto l’ISS sono: Flavia Riccardo, epidemiologa del Dipartimento Malattie Infettive dell’ISS, Alberto Mateo Urdiales, ricercatore presso lo stesso Dipartimento, Maria Luisa Scattoni, responsabile dell’Osservatorio Nazionale Autismo dell’ISS.

Paolo Cabras: la sua Dc era quella di Moro e Zaccagnini.

.Pubblichiamo il testo della commemorazione tenuta dal figlio dello storico dirigente della Dc, Paolo Cabras, la mattina di sabato scorso 4 luglio nella circostanza delle esequie, svoltesi alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nella Basilica di Santa Maria in Trastevere.

 Papà era un uomo di parte, convinto delle sue idee, determinato e non disposto a facili compromessi.

Per lui la politica è stata, più che una scelta, la scoperta di una vocazione maturata all’università. Una passione alla quale non ha esitato a sacrificare una promettente carriera di medico tra le lacrime di mia nonna. Quando decise che il suo futuro sarebbe stato la politica, virò su medicina legale per guadagnarsi da vivere, ma i suoi orizzonti erano oramai altri. 

Era consapevole di come in politica fossero fondamentali il confronto e la mediazione, senza però mai rinunciare a porre al primo posto la coerenza con i suoi principi e la sua concezione dell’impegno politico. A questo si devono i suoi cambi di corrente nella democrazia cristiana, a volte dolorosi, e per i quali pagò inevitabilmente un prezzo. Rimase sempre fedele alla sua visione di un grande partito popolare, in grado di rappresentare anche i ceti deboli e di fare concorrenza, su quel terreno, alla sinistra socialista e comunista.

Nutriva stima e considerazione per molti suoi colleghi ma non nascondeva la negatività dei suoi giudizi nei confronti di altri. Sapeva riconoscere le ragioni e il valore di chi vantava una diversa appartenenza. 

La sua DC era quella di Moro e Zaccagnini che, come sappiamo, durò poco e finì tragicamente.

Divenne piuttosto noto come assessore del comune di Roma all’edilizia, quando erano ancora molte le famiglie costrette in alloggi fatiscenti. Alle elementari scrissi in un tema che mio padre era assessore alle baracche suscitando, comprensibilmente, l’ilarità dei miei compagni. 

Pur avendo avuto importanti incarichi di partito e avendo svolto un’intensa attività parlamentare, di potere ne ha sempre gestito poco.

Non ci ha mai chiesto di partecipare alla sua avventura politica ma fui io a chiedergli di poter assistere ad un congresso nazionale. Ero lì il giorno del suo intervento mentre un manipolo di compagni di partito, per farlo concludere, gli dava, con tono non propriamente gentile, del comunista e batteva vigorosamente le mani sul palco da dove stava parlando (senza riuscire a interromperlo). Aveva perso il congresso.  

È stato uomo di parte in politica ed è stato anche uomo di parte nella Chiesa. Rivendicava l’ispirazione cristiana in politica ma, fedele alla lezione di Luigi Sturzo, non ha mai preteso di fare politica in nome della Chiesa, né tantomeno in nome di Dio. Ha studiato all’istituto Massimo, dove mio nonno Mario insegnava, ed ha avuto sempre un solido legame con i gesuiti, personale e intellettuale. La sua Chiesa era quella di don Mazzolari, di don Milani, di Padre Balducci e di Padre Turoldo, la chiesa di papa Francesco, una Chiesa schierata con gli ultimi e che scorgeva nel Concilio Vaticano II i segni di una nuova primavera.

Non è un caso che a celebrare oggi sia un gesuita come padre Massimo Nevola, né il fatto che ci troviamo in questa bella basilica di Santa Maria in Trastevere. Qui infatti papà conobbe l’allora parroco, don Vincenzo Paglia, e con qualche fatica lo convinse a curare una rubrica su “Il popolo”, il quotidiano della democrazia cristiana di cui allora era direttore. Per superare le resistenze di don Vincenzo gli disse che non potevano solo criticare dall’esterno – si riferiva alla comunità di Sant’Egidio – ma che dovevano sporcarsi le mani se volevano cambiare davvero la democrazia cristiana. 

Per noi è stato sempre e soprattutto un padre con cui scherzare, giocare e godere di momenti di ineguagliabile felicità. Conosceva il dovere e la responsabilità, ma ricorderemo innanzitutto la sua gioia di stare, prima insieme a noi e alla mamma e poi anche con i nipoti, una gioia che non si è mai attenuata. Indimenticabili i suoi arrivi in montagna ad agosto inoltrato dove ci raggiungeva, noi bambini e la mamma, con regali per tutti: da quel momento cominciava la vacanza perfetta.

Non amava parlare di sé e per superare le distanze ricorreva spesso all’arma dell’ironia. Le vittime delle sue battute ed imitazioni erano soprattutto zii e cugini. A volte risultava troppo insistente e qualcuno dimostrava di non gradire. Io, col tempo, ho capito quanto fosse interessato all’umanità di chi incontrava di cui sapeva spesso cogliere ed evidenziare gli aspetti peculiari. In questo modo ci ha insegnato ad apprezzare e ad amare ancora di più – lui, appassionato di teatro e di cinema – la commedia umana della nostra grande famiglia.

Gli ultimi anni sono stati duri ma ci hanno anche regalato momenti di grande intimità. Fino a quando ha potuto ha mantenuto vivi i suoi interessi e le sue passioni. 

Ringrazio la mamma per quello che ha fatto e ringrazio tutti coloro che oggi hanno voluto rendergli l’estremo saluto.

 

Il reset pandemico

Ancora in questi giorni non sappiamo quanto potrà durare la pandemia e quali altre crisi, che speriamo non dovremo affrontare. Ma già ci siamo resi conto che queste difficoltà così intensamente vissute da tutte le persone, stanno generando una mentalità e coscienza più adatte a riordinare, nelle priorità, le necessità personali e comunitarie. Potrebbe definirsi un salutare reset, che però non abbiamo avuto nell’altra crisi, quella finanziaria di più di un decennio fa, che seppur gravida di interrogativi per la vita delle persone e per le prospettive della economia e della democrazia, non ha avuto quella capacita di coinvolgimento emotivo che costituisce quella energia capace di generare il motore per il cambiamento d’epoca.

Il lockdown già ha provocato un fulmineo cambio di passo già lo ha provocato nel costume, nelle relazioni tra persone e nel lavoro. Ma ci sono stati già segni molto profondi sopratutto per l’affermazione di nuovi paradigmi: il recupero da parte delle élites europee della consapevolezza della propria storia, della propria vocazione democratica, della importanza ruolo di continente unito per l’equilibrio del mondo. La reazione dell’EU nel far fronte alla emergenza sanitaria ed economica ne è una prima prova, ma ancora più forte, ha riguardato la progettazione ormai palese di livelli più intensi di motivazioni, per giungere finalmente ad un assetto più definito di Stato federale.

L’Europa è stata addormentata per tre quarti di secolo, avviluppata nei suoi nazionalismi ed opportunismi insensati, mentre altre aree regionali si sono affermate per la primazia nella economia, e nella guida dei processi politici e nella supremazia militare in ogni scacchiere internazionale. Nel tempo, contemporaneamente alla riduzione del protagonismo europeo, si sono man mano fatte avanti potenze asiatiche ed euro-asiatiche governate internamente da dittature o da democrazie ai primi passi, che fanno sorgere grandi dubbi per i destini futuri del mondo. Costoro negli ultimi anni sono diventati su più piani tanto aggressivi, da suscitare forti dubbi sulla probabilità di un loro interesse ad intorbidire le stesse acque europee sostenendo più o meno palesemente ‘l euroscetticismo’, per evitare lo sviluppo della UE, come grande concorrente economico e politico alla leadership del mondo.

Questo scenario, e la ritrovata consapevolezza di confermarsi eredi diretti dell’Umanesimo generatore del protagonismo delle persone per la determinazione del proprio destino nella vita comunitaria, sono state le spinte principali, a distanza della prima dichiarazione di Schuman per la comunità del carbone e dell’acciaio di 70 anni fa, di ripresa di disegni progettuali di grande portata.

Dunque un progetto che avrà conseguenze positive per i nostri popoli, ma anche per tanti altri, che sono molto lontani dai diritti democratici, civili e sociali, che proprio i filosofi del nostro continente indicarono come orizzonti fecondi di libertà e di benessere. Rifortificare quelle fondamenta, ha in senso di recuperare in Europa l’idea cardine che senza una filosofia di fondo quale bussola per organizzare la democrazia, si scivola facilmente nel populismo disgregatore; mentre per i popoli ancora senza libertà, una indicazione salda e sperimentata, che senza democrazia l’uomo degrada perdendo anche il senso della sua dignità e della sua storia.

Piero Bassetti: “Occorre portare il Paese unito e vitale sulla scena dell’Unione Europea”.

Sig. Presidente della Giunta, Sig. Presidente del Consiglio Regionale, signore e signori,

Devo dire che l’invito a concorrere a elaborare i primi 50 anni della nostra Regione mi ha fatto un grande piacere e onore. Quando 50 anni fa partimmo per attuare la Regione Lombardia, mai avrei immaginato che oggi sarei stato qui con voi a celebrarne, il primo mezzo secolo di attività. Mi sento quindi in dovere di ringraziare innanzitutto il Padre Eterno per avermi donato la lunga vita e la buona salute grazie a cui posso avere questa occasione. Ma soprattutto il Presidente e tutti voi, per il vostro invito. (Ringrazio anche i presidenti di Giunta o del vecchio Consiglio presenti).

Consentitemi in questa circostanza, indubbiamente una circostanza storica,  di potervi parlare non soltanto come testimone delle origini della nostra Regione, ma anche come qualcuno che vuole guardare ai Cinquant’anni trascorsi non solo per commemorarli ma anche per confrontarli con gli orizzonti che si aprono oggi alla Lombardia e perciò all’Italia. Non si riflette mai abbastanza sul fatto che le Regioni costituiscono forse la novità più radicale della Costituzione repubblicana del 1948, a parte ovviamente le statuizioni di principio e la proclamazione dei diritti e dei doveri dei cittadini.

Qui il discorso completo di Piero Bassetti per il 50esimo della Regione Lombardia

Anziana scippata mentre entra in Chiesa ai Gordiani

E’ accaduto tutto improvvisamente ieri pomeriggio alla Parrocchia di Santa Maria della Misericordia, al Prenestino, nel V° Municipio di Roma. Una signora, quasi ottantenne, aveva attraversato il cortile per entrare in Chiesa, e sulla porta d’ingresso è stata aggredita da due malviventi. Mentre uno l’ha strattonata e messo una mano sulla bocca intimandogli di non strillare, l’altro gli rubava l’orologio, il braccialetto e la collana. La signora si svincolava e i due si sono dati alla fuga, ma ha inseguito i due scippatori che si sono rifugiati nel Campo Nomadi di via dei Gordiani, che è confinante con la Parrocchia. Entrata con coraggio nel campo attrezzato del Comune di Roma, è stata soccorsa e assistita da una famiglia del campo, ma dei due ladri nessuna traccia. Dopo poco sono arrivati i Carabinieri, che hanno svolto i rilievi e gli accertamenti, ed è arrivata anche l’ambulanza che ha provveduto al primo soccorso della sfortunata parrocchiana. 

Oggi i Carabinieri sono tornati al Campo Nomadi per proseguire le indagini su questo triste episodio di malavita di periferia. Va ricordato che quest’anno la Parrocchia ha subito tre furti di notevole gravità, con danni valutati in molte decine di migliaia di euro. Sono stati rubati, tra l’altro, strumenti audio per il teatro, oltre 100 pannelli fotovoltaici dai tetti, panche e compressori. Tutti regolarmente denunciati. Questa ultima vicenda inqualificabile e incomprensibile, ha scosso profondamente la Comunità parrocchiale e i sacerdoti della Chiesa, perché il clima nel quartiere è diventato “molto pesante”, di fronte ai continui episodi di criminalità nel territorio.

Prepariamoci

Di una cosa possiamo essere certi, non ci sorprenderà più. Almeno questo è un vantaggio. Un vantaggio non da poco, soprattutto se ci si attiene alle regole e alle leggi stabilite. Come abbiamo visto, il virus si batte anche, se non soprattutto, con la cultura. La cultura del diritto, la cultura del buon ordine.

Chi ha invece inteso trascurare questo aspetto, si è trovato in gravi difficoltà. Cito solo un Paese tra tanti: gli Stati Uniti d’America. Ora, tra gli estremi dei comportamenti cinesi e il lassismo degli americani, meglio tenere un atteggiamento responsabile, che non sia né da regime poliziesco né da Paese lasciato in balia dei comportamenti individuali.

Siamo all’11 luglio e da due tre giorni, anche da noi, il virus ha leggermente rialzato la testa. Ancora tutto sotto controllo, però testimonia quanto sia ancora insidiosa la sua maligna presenza. Non è da escludere che a temperature autunnali possa nuovamente riprendersi una cattiva scena.

Fermo restando che proprio ieri il Presidente del Consiglio dei Ministri ha dichiarato che lo Stato di Emergenza sarà prolungato fino al 31 gennaio 2021. Altri sei mesi. La scienza è sempre in allarme. Dovremmo credere che la farmacologia tiri fuori il coniglio dal cappello e che un vaccino si possa applicare all’inizio del prossimo anno. Ma vaghiamo nel campo delle speranze.

L’economia e la sfera sociale saranno messe ancora sotto torchio. Anzi, nell’ambito della prima le ripercussioni negative busseranno alla porta a fine estate. Sul piano prettamente sociale dovremmo aver già abbondantemente acquisito le norme sostanziali del comportamento: MASSIMA ATTENZIONE, DISTANZE RISPETTATE, MASCHERINE DA INDOSSARE IN LUOGHI CHIUSI, IGIENE DELLE MANI E PRONTO INTERVENTO ALL’APPARIRE DEI PRIMI SINTOMI INFLUENZALI.

Questa, sarà la cassetta degli attrezzi comportamentali. Gli italiani hanno dimostrato, tranne qualche sporadico caso, di meritarsi un giudizio corposamente positivo. C’è da mettere sul piatto, però, anche una stanchezza spirituale. Abbiamo accumulato da inizio marzo, uno stress non da poco. Dobbiamo saper fronteggiare eventuali restrizioni che metteranno a dura prova ancora il nostro stile di vita.

La parte produttiva, in tutti i suoi settori, si è già equipaggiata per non essere più esclusa dalla propria funzione. Il corpo di un Paese importante come l’Italia, non potrebbe più tollerare chiusure improvvise di settori vitali per la ricchezza del Paese. Purtroppo, ci sarà da registrare anche una miriade di realtà non solo in affanno, ma pure in obbligo di chiusura. E tutto questo già ci fa allarmare, perché vi saranno grigie ripercussioni sul tessuto sociale, che richiederà sicuramente un ulteriore intervento di pratiche da welfare, al fine di attenuare le gravi difficoltà che purtroppo, per molti si stanno ormai, tristemente, profilando.

Per quello che si può, godiamoci il sole dell’estate, a chi è concesso, pure il mare o la montagna. Comunque sia, facciamoci una scorpacciata di luminosità. Ne avremo un gran bisogno quando il sole tenderà a piegarsi verso il basso nella sfera terreste.

Commercio, 82% degli italiani sceglie il Made in Italy

Più di 8 italiani su 10 (82%) con l’emergenza coronavirus sugli scaffali cerca prodotti Made in Italy per sostenere l’economia ed il lavoro del territorio. E’ quanto emerge dall’indagine Coldiretti/Ixe’. L’andamento degli acquisti – sottolinea la Coldiretti – è accompagnato da una svolta patriottica degli italiani con una maggiore attenzione all’origine dei prodotti che mettono nel carrello determinato dalla consapevolezza delle difficoltà che sta affrontando il Paese. L’italianità – precisa la Coldiretti – è diventata dunque un fattore importante di richiamo nelle vendite dei prodotti.

Una attenzione particolarmente evidente nei prodotti alimentari anche per i primati conquistati dal Made in Italy nel mondo per qualità e sicurezza. L’agroalimentare nazionale è il più green d’Europa con 303 indicazioni geografiche riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con oltre 60mila aziende agricole bio, e il primato della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari. Primati da valorizzare – evidenzia la Coldiretti – con l’indicazione di origine su tutti i prodotti per garantire trasparenza e libertà di informazione ai consumatori.

“In un momento difficile per l’economia dobbiamo portare sul mercato il valore aggiunto della trasparenza con l’obbligo di indicare in etichetta l’origine di tutti gli alimenti per combattere la concorrenza sleale al Made in Italy” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “l’Italia ha la responsabilità di svolgere un ruolo di apripista in Europa, anche sfruttando le opportunità offerte dalla storica apertura dell’Ue all’obbligo dell’origine con l’indicazione dello Stato membro con la nuova Strategia Farm to Fork nell’ambito del Green New Deal”.

Grazie al pressing della Coldiretti è in vigore in Italia l’obbligo di indicare in etichetta l’origine per pelati, polpe, concentrato e degli altri derivati del pomodoro con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del 26 febbraio 2018 del decreto interministeriale per l’origine obbligatoria su conserve e salse, oltre al concentrato e ai sughi, che siano composti almeno per il 50% da derivati del pomodoro. Il 13 febbraio 2018 era entrato in vigore l’obbligo di indicare in etichetta l’origine del grano per la pasta e del riso. Ma prima erano stati raggiunti già diversi traguardi: il 19 aprile 2017 è scattato l’obbligo di indicare il Paese di mungitura per latte e derivati dopo che il 7 giugno 2005 era entrato già in vigore per il latte fresco e il 17 ottobre 2005 l’obbligo di etichetta per il pollo Made in Italy mentre, a partire dal 1° gennaio 2008, vigeva l’obbligo di etichettatura di origine per la passata di pomodoro.

A livello comunitario – continua la Coldiretti – il percorso di trasparenza è iniziato dalla carne bovina dopo l’emergenza mucca pazza nel 2002, mentre dal 2003 è d’obbligo indicare varietà, qualità e provenienza nell’ortofrutta fresca. Dal primo gennaio 2004 c’è il codice di identificazione per le uova e, a partire dal primo agosto 2004, l’obbligo di indicare in etichetta il Paese di origine in cui il miele è stato raccolto, mentre – conclude la Coldiretti – la Commissione Europea ha recentemente specificato che l’indicazione dell’origine è obbligatoria anche su funghi e tartufi spontanei.

L’Oms ha creato un comitato indipendente per valutare la risposta alla pandemia

Lo ha annunciato il direttore generale dell’Agenzia dell’Onu, Tedros Adhanom Ghebreyesus, nel briefing settimanale con gli stati membri.

Il primo rapporto del comitato, che sarà presieduto dall’ex premier neozelandese Helen Clark e dall’ex presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf, sarà presentato in un’assemblea generale a novembre.

“Tutti noi dobbiamo guardarci allo specchio: l’Oms, gli stati membri, tutti coloro che sono stati coinvolti nella risposta” al Covid-19. Stiamo combattendo la battaglia della nostra vita e dobbiamo fare di meglio. Non solo adesso ma anche in futuro. Questo genere di minacce non cesseranno e con tutta probabilità diventeranno più aggressive”.

L’unico modo per combattere il coronavirus è “restare uniti” ha aggiunto a due giorni dalla conferma che gli Stati Uniti lasceranno l’agenzia dell’Onu.

“L’unica via da seguire è quella dell’unità”, ha insistito sottolineando che il “virus prospera nelle divisioni ma viene ostacolato quando siamo uniti”.

Po: A Torino 63 chili di rifiuti raccolti nel fiume in 4 mesi.

Nel corso dei 4 mesi di sperimentazione del Po d’Amare a Torino sono stati raccolti 63 chili di rifiuti, dei quali circa il 60% sono imballaggi in plastica di varia tipologia. Il riciclo di tale materiale ha permesso di realizzare 10 portapenne in plastica mista che ogni partner del progetto potrà conservare a ricordo dell’iniziativa.

La sperimentazione, che si è svolta tra settembre 2019 e gennaio 2020, era finalizzata a prevenire il river litter, cioè a intercettare i rifiuti nel Fiume Po tramite barriere galleggianti affinché non arrivassero al mare salvaguardando così risorse naturali importantissime per il Paese quali fiumi, mari e spiagge. La stessa tecnica era già stata impiegata lungo il Po una prima volta in provincia di Ferrara, ma mai in un contesto urbano qual è quello di Torino.

Una raccolta di rifiuti così esigua nell’arco dei mesi di realizzazione del progetto dimostra che, laddove il ciclo dei rifiuti viene gestito rispettando la normativa in materia e secondo criteri di sostenibilità ambientale ed economia circolare, i risultati in termini di tutela delle risorse comuni sono evidenti.

La sperimentazione è anche la prova che, per garantire la salvaguardia delle risorse naturali e pubbliche, è importante fare rete tra diversi enti: un connubio positivo tra istituzioni, aziende e consorzi che hanno messo a fattor comune il proprio know how ha garantito il buon esito dell’iniziativa.

Le barriere sono state posizionate nel mese di settembre 2019 per poi essere rimosse a gennaio 2020, con un leggero ritardo rispetto alla pianificazione iniziale dovuto alla piena che ha interessato il fiume Po nel mese di novembre 2019 che ha richiesto una temporanea rimozione delle barriere. Tramite un’imbarcazione “Sea hunter” e operatori da terra, i rifiuti sono stati raccolti in appositi cassoni gestiti da Amiat che li ha accumulati per poi sottoporli alla analisi merceologica a cura di Corepla.

Quanto raccolto è composto per circa il 60% da imballaggi in plastica di vario tipo: bottiglie in PET (polietilene tereftalato), flaconi in PE (polietilene), polistirolo espanso, pellicole e vaschette.

Il restante 40% invece è materiale di vario genere tra cui tessuti, materiale organico (sfalci, …), alluminio, acciaio e vetro, oggetti vari.

“Per una città che punta a diventare sempre più ‘green’, i risultati della sperimentazione di ‘Un Po d’Amare’ a Torino ci consegnano quella che è una buona notizia per l’ambiente, soprattutto alla luce del quotidiano allarme sulla presenza di rifiuti plastici nei mari, nei corsi d’acqua e nei laghi” ha commentato la Sindaca di Torino, Chiara Appendino. “La quantità esigua di materiale rinvenuto è il frutto dell’impegno di un ‘sistema’ fatto di istituzioni, aziende e consorzi che consente di intercettare e riciclare i rifiuti prima che arrivino ai fiumi. Nonché di tutti i cittadini che, con il loro comportamento virtuoso, possono essere davvero protagonisti nella difesa del nostro ambiente. Cosa che è e rimane una priorità, per noi e per le prossime generazioni”.

“Grazie a questi progetti, virtuosi e soprattutto necessari, che abbiamo avviato in questi ultimi anni in diverse sezioni dell’asta del fiume Po abbiamo ottenuto dati straordinariamente rilevanti al fine di individuare le linee strategiche future della pianificazione degli interventi utili da programmare per migliorare la qualità del Fiume e dei territori sottesi. L’azione svolta a Torino è assolutamente illuminante in tal senso e ci sarà di grande aiuto“ ha proseguito Meuccio Berselli Segretario Generale Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po.

“L’iniziativa Po d’AMare non si limita a denunciare una problematica ma costituisce una risposta concreta alle conseguenze ambientali causate dal marine litter” ha dichiarato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile “La sperimentazione ha avuto inoltre nella città di Torino  sia un’importante funzione pratica, contribuendo a ridurre gli impatti ambientali causati dall’inquinamento da plastiche, sia una rilevante funzione educativa e di sensibilizzazione, rafforzata dal contesto urbano, per le autorità locali e per l’opinione pubblica che hanno potuto osservare da vicino come affrontare e risolvere i problemi ambientali.”

“Riteniamo i risultati del progetto Po d’Amare molto soddisfacenti, non solo per le evidenze confortanti sulla gestione dei rifiuti del territorio, ma anche sulla funzionalità stessa del nostro sistema per ridurre il quantitativo di rifiuti che raggiungono il mare. Ringraziamo tutti i soggetti che hanno sposato questa iniziativa, seconda tappa dopo Ferrara sul fiume Po, con un alto valore di sensibilizzazione” ha sottolineato Lorenzo Barone Direttore Generale di Castalia Operations.

“Questo progetto si inserisce nel programma di attività sperimentali e innovative che Corepla porta avanti per proteggere l’ambiente – ha dichiarato Antonello Ciotti, Presidente di Corepla – Siamo estremamente soddisfatti del risultato e di aver dato il nostro contributo per renderlo possibile, insieme a tutti i soggetti coinvolti nell’iniziativa. Quello che cerchiamo di fare, attraverso le nostre attività, è contribuire alla crescita di una cultura fondata sui valori dell’ambiente e del corretto riciclo delle risorse, ma per raggiungere risultati positivi è fondamentale il coinvolgimento dei cittadini nell’adozione di un comportamento corretto”

“Il Po d’Amare ha restituito risultati decisamente confortanti perché dimostra che laddove la gestione dei rifiuti è condotta secondo criteri rigorosi di sostenibilità ambientale tutto il sistema ne beneficia. Desidero inoltre evidenziare la valenza comunicativa di questa iniziativa che sensibilizza l’opinione pubblica sull’importanza di salvaguardare l’ecosistema fiume a beneficio di tutti i territori che esso attraversa” ha concluso Christian Aimaro, Presidente di Iren Ambiente e Amiat Gruppo Iren.

Tumore al seno: lo screening riduce i decessi

Uno screening con una risonanza magnetica (MRI) a cadenza annuale, a partire dall’età di 25-30 anni, potrebbe ridurre i decessi per tumore al seno di almeno il 50% nelle donne sopravvissute a un cancro in età pediatrica. È quanto emerge da uno studio condotto dal Boston Children’s Hospital.

“Le sopravvissute a un cancro in età pediatrica, trattate con radiazioni al torace, sono ad alto rischio di decesso per cancro al seno”, dice Jenninfer Yeh, autrice principale dello studio.

Per creare una coorte di sopravvissute a un tumore infantile sottoposte in passato a radioterapia toracica, Yeh e colleghi hanno sviluppato due modelli di simulazione usando lo studio Childhood Cancer Survivor e altri dati pubblicati.

I modelli hanno valutato tre strategie: nessuno screening; mammografia digitale con screening tramite MRI a partire dai 25 (le attuali raccomandazioni del Children’s Oncology Group), 30 o 35 anni d’età e continuando fino a 74 anni, solo MRI a partire dai 25, 30 o 35 anni d’età, continuando fino ai 74 anni.

Conte pensa di estendere lo stato di emergenza fino alla fine dell’anno

Il premier Conte sta valutando di estendere lo stato emergenziale causato dal coronavirus fino alla fine dell’anno.

Dati alla mano, la fine della pandemia da COVID-19 sembra ancora lontana. Per questo la proroga dello stato di emergenza è un’ipotesi plausibile, anche se manca ancora la conferma ufficiale del Presidente del Consiglio.

La proroga farà sì che Palazzo Chigi potrà far ricorso a nuovi Dpcm (strumenti legislativi che non hanno bisogno di passare dal varo delle Camere, al contrario dei decreti). Mentre con lo stato d’emergenza la Protezione civile manterrà un ruolo centrale, soprattutto in vista della riapertura delle scuole.

È evidente che la prosecuzione fino al termine dell’anno risenta delle previsioni del Comitato tecnico scientifico. E dunque della probabilità  che in autunno possa svilupparsi la tanto temuta seconda ondata.

Riprese alla moviola: dove va la politica italiana?

Dopo la nottata a palazzo Chigi (con riserva) tour dell’intrepido Conte per le capitali d’Europa. Caos dopo la sentenza della Corte costituzionale riguardo al ponte Morandi, con i Benetton sconfitti.

Il nostro Presidente del Consiglio ama sempre le apparizioni in tv. Non pago dell’ennesima lunghissima conferenza-stampa all’indomani della lunga notte per tentare di mettere insieme i pezzi della sua complicata maggioranza, vola in Europa per incontrare leader che peraltro si sapeva benissimo che erano d’accordo con le posizioni italiane. Sempre dinnanzi alle telecamere con la ben nota eleganza del suo abbigliamento e il sicuro fascino della sua immagine, Conte ha ripetuto desideri e punti di vista più volte espressi, che per molti versi non modificano il quadro delle difficili trattative in vista del prossimo appuntamento europeo. Meno male però che sono ben ferme e favorevoli le impostazioni delle due signore tedesche: Cancelliera e Presidente della Commissione che insieme al Presidente del Parlamento Sassoli esprimono e sostengono una forte linea europeista per interventi efficaci e soprattutto rapidi collegati ad una  una nuova  prospettiva di riforme e di avanzamento per tutte le istituzioni europee.

Noi italiani come al solito rischiamo di fare la parte dei parenti poveri, velleitari e anche un po’ irresponsabili e sempre col cappello in mano. E anche con una qualche prosopopea ed impegnati a dare in qualche modo lezioni di storia, di cultura e di civiltà. In modo irresponsabile continuiamo a fare gli schizzinosi sul Mes, quasi non riuscissimo a capire che si tratta di finanziamenti utili e vantaggiosissimi per la nostra ripresa che non riesco minimamente a comprendere in che modo e con che faccia si potrebbe spiegarne il rifiuto al popolo italiano. Spagna e Portogallo hanno da subito espresso con chiarezza la loro posizione, mentre il nostro governo è impantanato amleticamente, e forse soprattutto furbescamente, a rinviare ancora una volta una scelta che a noi apparirebbe fin dall’inizio doverosa e scontata. Ma Conte con rinvii e tatticismi usura la sua immagine e anche quella di tutto il governo, perché la distanza tra sproloqui televisivi ed egocentriche rappresentazioni, nonché tatticismi inevitabilmente sempre più inconcludenti, rischia di aggravare una situazione di per sé tremendamente difficile. Ma forse il portavoce di palazzo Chigi non ha saputo illustrare per tempo i dati spaventosi dell’Istat e della Banca d’Italia specie riguardo al mondo del lavoro, delle famiglie e delle imprese, e perfino della catastrofe del nostro Pil, che ci pongono  all’ultimo posto in Europa.

Ne emerge  inadeguatezza ed una impreparazione da sgomento mentre il giovane Casaleggio è intrattenuto per più di tre ore a colloquio a palazzo Chigi. Non abbiamo alcuna simpatia per il centro destra ed i suoi leader, ma certo invitarli per lettera la sera prima dell’incontro con il Presidente del Consiglio, appare non solo una mancanza di stile e in qualche modo una forma di arroganza,  ma un pretesto per poter mistificare che la partecipazione delle minoranze è stata respinta pregiudizialmente sin dai giorni delle formidabili giornate di villa Madama e che è dunque colpa di Salvini e della Meloni se l’esito risulterà negativo e inconcludente. Solo infatti un politico navigato e attento come Berlusconi si era detto sin dal primo momento disponibile alla riunione governo-opposizioni,  aggiungendo alla disponibilità alla riunione la sempre ribadita scelta di voto a favore del Mes.

Al rientro a Roma, Conte  troverà tra l’altro l’enorme  grana politica legata alle vicende del ponte Morandi resa ancor più incandescente dalla sentenza della Corte costituzionale. Inevitabile la burrascosa reazione dei 5stelle, finalmente uniti nel loro stile protestatario e vendicativo, ossessivamente espresso fin dall’inizio dall’allora ministro Toninelli, con l’evidente condivisione dello stesso Conte prima versione ai tempi del governo con Salvini. Si tratta di materia tragica e dolorosa che richiederebbe innanzitutto rispetto e partecipazione per le vittime, il lutto e il dolore indimenticabili per le loro famiglie. Sentimenti tragici che non saranno certo superati da ulteriori reazioni emotive né da spirito di vendetta verso i responsabili e le gravissime scorrettezze e colpevoli omissioni da parte delle autostrade della famiglia Benetton.

Purtroppo è sopraggiunta con straordinario tempismo una dichiarazione televisiva da parte del nostro Presidente del Consiglio già sulla via del ritorno da Madrid. Complessi e complicati problemi giuridici restano sul tappeto insieme all’urgenza imposta dalla imminente inaugurazione del nuovo ponte ultimato a tempo di record sotto la guida impareggiabile dell’architetto Renzo Piano; mentre si fa sempre più caotica ed esplosiva la situazione della viabilità intorno a Genova e a tutta la Liguria e verso le regioni limitrofe e la Francia. Situazione che certo non migliorerà un clima politico già così turbato ed incandescente per affrontare il quale oltre a tempestività, concretezza e comprensibilità per i cittadini non basteranno rinvii, tatticismi strumentali e mistificazioni sulle responsabilità e la tragica realtà del crollo di un ponte straordinario colpevolmente lasciato in stato di trascuratezza e abbandono fino alla inevitabile catastrofe.

 

I capi e i leader.

Diceva Mino Martinazzoli, uno dei più raffinati esponenti della sinistra Dc, che “nella prima repubblica c’erano i leader, nella seconda ci sono soltanto più i capi”. Lo diceva all’inizio degli anni duemila e non ha avuto il tempo di conoscere la classe dirigente approdata a Roma nel 2013 per non parlare – ahimè – di quella andata al governo nel 2018. Come sempre una riflessione secca ma profondamente ed intrinsecamente vera. Perchè, in effetti, la tanto biasimata, contestata e delegittimata classe dirigente della lunga e tortuosa prima repubblica, almeno quella della Democrazia Cristiana, era diffusa, radicata e plurale. Certo che c’erano i leader.

Di più, c’erano gli statisti. Categoria che oggi si guarda solo più con il binocolo. Ma era una classe dirigente che non amava appaltare tutto al capo, che non legava il suo destino al salvatore della patria. E quando c’era qualche tentativo cesarista e autoritario all’orizzonte, scattavano i contrappesi non solo dell’organizzazione democratica che presiedeva quel grande partito ma anche, e soprattutto, le regole statutarie e normative che impedivano quella deriva e quella degenerazione.

Il tutto perchè si credeva nel modello democratico del partito e nella leadership cosiddetta diffusa. Tanti tasselli che costituivano un mosaico credibile e persin armonico. Poi sono arrivati, per dirla con Mino, i “capi”. E quando arrivano i capi semplicemente non si discute più. Comanda lui. Punto. Il partito si identica con la persona – l’ormai celebre partito personale – e tutto ciò che il partito trasmette alla pubblica opinione deve coincidere perfettamente con l’indole e la personalità del capo.

Il dissenso interno è bandito alla radice e quando c’è viene letto ed interpretato come un intralcio ed un ostacolo per lo stesso progetto del partito. La democrazia dell’applauso sostituisce il seppur faticoso, ma necessario, confronto interno. E le classi dirigenti del partito non sono nient’altro che il prolungamento dei voleri e dei desideri del capo. E la battuta di Martinazzoli precedeva ancora l’irruzione dei populisti – al governo o alla opposizione poco importa – non essendo più tra noi dal lontano settembre 2011. Ma la situazione non è migliorata. Anzi, è peggiorata. E di gran lunga.

Ho voluto ricordare quella battuta perchè sono e resto profondamente convinto che il capitolo della classe dirigente, della organizzazione democratica del partito e la necessità di non alimentare in modo sempre più spregiudicato il profilo personale del partito stesso, sono temi che non possono più essere semplicisticamente e banalmente elusi o aggirati. Soprattutto da parte di coloro che arrivano da una tradizione democratica e non populista, partecipativa e non verticale, collegiale e non oligarchica. Insomma, dalle culture democratiche e costituzionali.

A cominciare dalla tradizione cattolico democratica e popolare. E questo perchè il monito di Martinazzoli non può cadere nel vuoto. Soprattutto in una stagione politica che, almeno così pare, è destinata a ridisegnare le coordinate del suo futuro dopo la terribile emergenza sanitaria che ci ha colpiti. E che non è ancora affatto alle nostre spalle. E se il buongiorno si vede dal mattino, non può non partire dalla organizzazione concreta dei suoi attori principali, cioè i partiti – oggi per lo più semplici cartelli elettorali o partiti del capo – e dalle sue regole interne, dalla credibilità ed autorevolezza della sua classe dirigente e da come si costruisce e si definisce un progetto politico. Per questo il monito di Martinazzoli continua ad essere di una bruciante attualità. 

Google investe 900 milioni di dollari per Italia Digitale

Sundar Pichai, Ceo di Google su Twitter scrive: “Google è orgogliosa di essere partner della ripresa economica dell’Italia. Per aiutare a trasformare le aziende italiane grandi e piccole, investiremo oltre 900 milioni di dollari in 5 anni, che includono l’apertura delle due Google Cloud Region in partnership con Tim”.

L’annuncio riguarda “Italia in Digitale”, un nuovo piano per accelerare la ripresa economica del Paese attraverso progetti di formazione, strumenti e partnership per supportare le aziende e le persone in cerca di opportunità lavorative.

Questo nuovo progetto “nasce dall’esperienza e dal successo di precedenti iniziative come Crescere in Digitale e Google Digital Training, che negli ultimi cinque anni hanno aiutato 500.000 persone a ottenere le competenze digitali necessarie per rilanciare un’attività o migliorare la propria carriera lavorativa” si legge in una nota. “Con questo nuovo impegno, Google intende ora aiutare altre 700.000 persone e piccole e medie imprese a digitalizzarsi, con l’obiettivo di portare il numero complessivo a oltre 1 milione per la fine del 2021”.

Google.org, inoltre, fornirà un grant di 1 milione di euro a Unioncamere, per supportare nella trasformazione digitale le piccole e medie imprese italiane in difficoltà. Grazie a questo supporto, le Camere di Commercio offriranno formazione specifica e assistenza da parte di esperti a imprese e lavoratori, con particolare attenzione a quei settori maggiormente colpiti da Covid-19, per aiutare le persone a mantenere il proprio lavoro o a trovarne uno nuovo.

Casa: speranze per ora disattese

Non vorrei essere nei panni del Presidente del Consiglio dei Ministri. Da qualche mese, non so come dorma, né che sogni faccia. Suppongo che sia tutto in uno stato d’infinita fibrillazione. Ma è lui che siede su quel posto. E compete a lui sbrogliare ogni genere di matassa. Nel caso, potrebbe sempre allontanarsi dal ruolo.

Oggi, brevemente, prendo in esame uno di quei provvedimenti che hanno largamente ottenuto il consenso dei più. Si tratta dell’eco-bonus. Decisione saggia. Permettere a chi ha una abitazione di intervenire per migliorarne le condizioni energetiche, è un’idea massimamente condivisibile. Del resto, così come è stato pensato, particolarmente invitante per ciascun cittadino. Vale a dire, i benefici che ne trarrebbe l’interessato sono tanto suoi, quanto della comunità. Risparmio energetico, miglioramento ambientale, impulso all’edilizia. Settore, ricordo, in affanno da diversi anni.

Tutto questo lo abbiamo sentito all’incirca due mesi fa. I giornali ne hanno portato articolate spiegazioni; sul come, sul chi, sul quando.

Doveva partire il primo luglio, oggi siamo al 10. Non abbiamo visto alcunché. Le disposizioni attuative, sembrano ancora nei tasti dei computer. Il ritardo è del tutto evidente. Clamoroso!

Non è che io mi indigni per il ritardo. Ho esperienza, per sapere come vanno le cose. So quanto sia faticoso tradurre in norme le volontà e poi, attuarle. Sono invece particolarmente arrabbiato per il modo in cui il primo Ministro Conte, informi il Paese, come se dalla sua parola fluisse un’assicurata concretizzazione della stessa. Non si piò assolutamente sbagliare i tempi. Non è tollerabile. Se avesse detto, due mesi fa, che l’intenzione del Governo è di portare all’attenzione dell’Italia una proposta di quel tipo e avesse aggiunto, non sarà agevole costituirne i presupposti per una immediata realizzazione della stessa, e poi avesse concluso affermando: “a settembre vi saprò dire com’è lo stato delle cose”, lo avrei seriamente apprezzato. Non così oggi.

Tutti a muoversi il mese scorso, tutti ad accaparrarsi le poche imprese che operano ormai nei territori, a fare in fretta e in furia per non restare indietro, e il 9 luglio scopriamo che quelle non erano che parole. In aggiunta, al di là di altri fenomeni connessi, che non cito per brevità, siamo vinti ancora da totale incertezza.

Mettiamoci pertanto a lato le speranze coltivate durante la primavera, quietiamo i nostri desideri e mettiamo il cuore in pace, perché non ci vorrà molto a capire che scivoleremo oltre l’estate, per intravvedere, al mostrarsi dell’autunno, qualcosa di reale.

Digitale: al via l’Atlante i4.0 per le imprese

Sono quasi 600 le strutture italiane che offrono servizi e tecnologie per l’innovazione e la digitalizzazione delle imprese. La mappa di questi soggetti è da ieri online su www.atlantei40.it, il primo portale nazionale nato dalla collaborazione tra Unioncamere e Ministero dello sviluppo economico per aiutare gli imprenditori ad orientarsi tra le principali strutture esistenti che supportano i processi di trasferimento tecnologico 4.0. Ma non solo. Per facilitare l’incontro tra domanda e offerta di figure altamente specializzate nelle tecnologie avanzate, l’Atlante digitale presenta anche la mappatura di tutti i 104 Istituti Tecnici Superiori (ITS) presenti in Italia.

La metà delle strutture censite si trova al Nord. Una su tre fornisce servizi per la stampa 3D. Ma ancora appena l’1% è in grado di sostenere le imprese nelle tecnologie di “frontiera” come la Blockchain e l’intelligenza artificiale.

Più in dettaglio l’Atlante fornisce informazioni su: 8 Competence Center (CC) – i Centri di Competenza ad alta specializzazione -, 263 Digital Innovation Hub (DIH) e Ecosistema Digitale per l’Innovazione (EDI) delle Associazioni di categoria, 88 Punti Impresa Digitale (PID) delle Camere di commercio, 27 Centri di Trasferimento Tecnologico (CTT) certificati da Unioncamere; 161 FabLAB per la manifattura additiva; 38 Incubatori Certificati per le startup innovative; 104 Istituti Tecnici Superiori (ITS).

“Oggi è arrivato il momento di lavorare affinché la tanta ricerca che nel nostro Paese viene effettuata nei centri specializzati, nelle università e al di fuori del mondo dell’impresa, possa trovare maggiore sbocco sul mercato. Domanda e offerta di sapere da un lato e tecnologia dall’altro devono incontrarsi in un percorso fondamentale di efficienza e di innovazione del nostro Paese”. Lo dichiara il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, che spiega “l’Atlante da questo punto di vista è uno strumento molto utile per le imprese. Andiamo a mappare su tutto il territorio nazionale i soggetti per l’innovazione, per dare alle imprese un supporto importantissimo nel momento in cui vogliono fare trasferimento tecnologico e utilizzare la ricerca per azioni di mercato”.

“Dopo la fase emergenziale ora è vitale pianificare il rilancio del nostro Paese. In questo scenario giocano un ruolo centrale le nuove tecnologie e le competenze digitali. Le imprese più piccole sono quelle che mostrano maggiori difficoltà di fronte al cambiamento. E’ soprattutto a loro che si rivolge l’Atlante, una bussola 4.0 per orientare gli imprenditori nella scelta dei compagni di viaggio più qualificati ed adatti per affrontare la sfida della digital transformation”. E’ quanto sottolinea il presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli, che aggiunge “i PID realizzati dalle Camere di commercio in modo capillare su tutto il territorio, sono tra gli attori che possono accompagnare le imprese verso questo delicato passaggio. Hanno già aiutato oltre 100mila imprenditori nell’adozione delle tecnologie avanzate anche nei momenti più difficili. Nel periodo del lockdown hanno realizzato tutorial e webinar seguiti da più di 80mila imprese per assisterle, in particolare, materia di smartworking e ecommerce”.

Il Nord fa il pieno delle “Università” per le imprese che puntano sul digitale 4.0

Più del 50% delle oltre 680 strutture censite si trova al Nord, seguito dal Sud (28%) e dal Centro (21%). Ed è ancora il Settentrione a polarizzare oltre il 60% dei Competence Center e degli Incubatori di impresa e quasi l’80% dei Centri di trasferimento tecnologico. Si tratta di strutture che costituiscono una sorta di “Università” per gli imprenditori che puntano a una digitalizzazione avanzata 4.0 della propria impresa. E forse è anche per questo che proprio al Nord risulta più elevata la presenza di attività di supporto ai progetti di ricerca e sviluppo sperimentale.

Più equamente distribuita su tutto il territorio italiano appare, invece, la rete dei Punti impresa digitale realizzata dalle Camere di commercio che rappresenta un riferimento per gli imprenditori che desiderano iniziare un percorso di digitalizzazione e che fa parte  del Network Impresa 4.0 insieme ai Competence Center, ai Digital Innovation Hub e all’Ecosistema Digitale per l’Innovazione (EDI).

Sostanzialmente allineata alla media la ripartizione geografica dei DIH, che offrono formazione avanzata su tecnologie e soluzioni specifiche per i settori di competenza, e dei FabLAB, una sorta di “istituti” professionali per la fabbricazione digitale del Made in Italy.

Piuttosto diffusi su tutto il territorio sono anche gli Istituti Tecnici Superiori (ITS), che costituiscono un importante punto di riferimento per le imprese in cerca di figure altamente specializzate a livello tecnologico, e che, anche per questo, sono stati censiti all’interno del portale con il duplice scopo di fornire competenze  qualificate e  avvicinare la domanda e l’offerta di lavoro 4.0 .

Più  stampa 3D meno blockchain e intelligenza artificiale a supporto delle PMI

Quasi una struttura su tre fornisce servizi di supporto per la stampa 3D, la cosiddetta manifattura additiva. Ma non mancano centri in grado di affiancare le imprese nella gestione dei dati: 68 strutture si occupano di Cloud, 68 di big data e analitycs.

Ancora ampi sono invece i margini di miglioramento per supportare le imprese nelle tecnologie di “frontiera”: solo 9 strutture forniscono assistenza su Blockchain e 16 sull’intelligenza artificiale. E proprio per questo il Mise ha già definito due tavoli di lavoro.

 

Per maggiori informazioni

La disfagia

La disfagia è il termine medico per definire la difficoltà di passaggio dei cibi e delle bevande dalla bocca fino allo stomaco. Il fenomeno della disfagia è più frequente negli anziani, ma le cause che possono provocare difficoltà di deglutizione sono molteplici e possono insorgere in persone di tutte le età.

I disturbi della deglutizione si stima riguardino circa l’8% della popolazione mondiale e la percentuale sale all’11-16% negli anziani.

Esistono principalmente due tipologie di disfagia:

disfagia orofaringea:difficoltà ad iniziare la deglutizione e far passare il cibo dalla bocca all’esofago.
disfagia esofagea:difficoltà nel passaggio del cibo nell’esofago

In campo medico si è discusso se la disfagia possieda sintomi propri, o se i sintomi siano sempre correlati all’eziologia; rimangono comunque accertate le sue caratteristiche semeiotiche.

A seconda della localizzazione la disfagia si può presentare con una clinica differente:

le manifestazioni cliniche della disfagia orofaringea sono rappresentate da difficoltà nel controllo del bolo nella cavità orale con perdita di saliva o cibo dalla bocca, tosse, sensazione di soffocamento per aspirazione nelle vie aeree, rigurgito nasale, ma anche affaticamento durante il pasto, deglutizioni multiple per uno stesso bolo e assunzione di determinate posture durante la deglutizione;

la disfagia esofagea, invece, si può manifestare con sensazione di cibo che si blocca a livello della parte bassa della gola o nel torace, pirosi, odinofagia.

Il trattamento è eziologico, vale a dire volto a trattare la causa della sintomatologia. In caso di restringimenti dell’esofago per anomalie della muscolatura intrinseca (acalasia), il trattamento farmacologico sarà volto a favorire il rilassamento della muscolatura tramite farmaci miorilassanti come i calcio-antagonisti, il trattamento chirurgico sarà volto alla dilatazione dell’area coinvolta (generalmente lo sfintere esofageo inferiore) tramite dilatazione pneumatica o miotomia. In caso di tumori comprimenti o infiltranti l’esofago il trattamento si avvarrà di rimozione chirurgica del tumore con eventualmente chemioterapia adiuvante.

Edgar Morin: “Il nuovo mondo dovrà nascere dalla cultura europea”.

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano 

Nella costruzione di un mondo nuovo, l’Europa deve affermare la sua leadership. Lo deve fare a partire dal suo patrimonio di umanesimo, dalla sua tradizione politica e culturale, dalla sua vocazione originaria. È in fondo la stessa Europa che nasce senza confini, che guarda naturalmente al Mediterraneo, che ha cura dell’ambiente in quanto azione imprescindibile di un’ecologia integrale radicata nel suo cristianesimo. È l’Europa che molti vorrebbero tornare a sognare. Sul tema del futuro all’indomani del virus il Parlamento europeo ha avviato una serie di incontri pubblici via internet. Al primo, che si è tenuto ieri, hanno preso parte il filosofo Edgar Morin, lo scrittore Roberto Saviano e lo stesso presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. «Ho la sensazione — ha detto quest’ultimo — che l’emergenza ci abbia fatto intravedere gli elementi di un mondo nuovo. Ma se la politica non si libera dei condizionamenti del passato la spinta all’indietro sarà molto forte. Noi usciamo da questa crisi grazie al modello sociale europeo. Nessuno in Europa è rimasto escluso dalle cure. Altrove non è così. A parte lo sbandamento iniziale, l’Europa ha fornito una risposta unitaria. Certo, bisogna riconciliare le parole con la vita. A partire dalla definizione di crescita e di solidarietà. Dopo la guerra la ricostruzione europea l’abbiamo fatta con i soldi degli altri ma la classe dirigente allora era preoccupata di arrivare alla piena occupazione. Ora noi ci presentiamo con una grande massa di precari. Abbiamo bisogno di una regia, in questa fase, e questa regia è la dimensione pubblica, l’idea che interesse privato e collettivo possano stare insieme. È questa la nostra vocazione. L’abbiamo un po’ persa». Secondo Saviano «le imprese dei paesi totalitari stanno vincendo in questa crisi. L’idea che sta passando è che la democrazia sia un po’ un’idea da privilegiati, mentre quello che conta davvero è la sicurezza. L’Europa in questo può fare la differenza, per cultura, tradizione, identità… L’Europa sin dall’inizio non nasce confinata. Ma non può esistere democrazia se non si parla di diritti. E parlare di diritti significa anche parlare di come una azienda produce e di come paga i suoi lavoratori. La politica europea va rifondata in nome dei suoi principi e non secondo il principio del denaro e la logica degli offshore. L’Europa è diversa: era diversa nel pensiero dei suoi padri fondatori, poneva una via alternativa tanto al capitalismo quanto al socialismo reale. È una strada è ancora possibile». Nel corso dell’incontro Morin ha tenuto due lunghi interventi, che riassumiamo qui di seguito. (ma.be.)

La crisi di un’umanità che non riesce a essere umana

«Effettivamente abbiamo vissuto una crisi totale e pluridimensionale. Questo ci ha mostrato che c’è un destino comune e che la globalizzazione e l’interdipendenza non portavano con sé anche la solidarietà. Ci siamo resi conto che ciò ha effetto anche sulla nostra salute e sul nostro sistema sanitario: i nostri paesi europei si sono trovati ad essere completamente dipendenti per esempio da paesi come Cina e India per la fornitura delle mascherine, dei camici. Questo significa che dobbiamo alimentare la cooperazione all’interno della globalizzazione. Ci troviamo in un’epoca estremamente pericolosa. La coscienza del destino comune è, direi, la missione europea, lo è sempre stata, a partire da Montaigne, il quale diceva che ogni uomo era suo concittadino e difendeva gli indigeni per come venivano trattati. Questo umanesimo deve essere recuperato, deve rigenerarsi, per così dire, nella sua “terra patria”.

Abbiamo parlato di crescita. Ovviamente oggi si finge di essere in una crescita infinita: per crederci bisogna essere o matti o economisti… Naturalmente deve decrescere tutto ciò che è illusorio, come l’agricoltura industrializzata, l’economia di guerra… quello che deve crescere invece è l’economia sociale, che elimina l’uguaglianza e la disparità. È certo che, come sempre nella storia, bisogna passare alla resistenza, alla lotta fra il potere e quelle forze che in passato hanno saputo creare il welfare. Oggi l’equilibrio fra queste due forze è frantumato. È importante che si levi un nuova voce politica, a partire dalla questione ecologica. Qui c’è lo spazio per giganteschi investimenti. Ciò darà da mangiare agli uomini e potrà far bene alla loro salute, perché non dimentichiamo che molte persone muoiono a causa di un ambiente intossicato. In America latina si parla di “buen vivir”… si tratta di questo. Era un fermento già esistente prima della crisi. È chiaro che si sta cercando una nuova via. Quello che c’era prima non andava, per colpa di molti, anche delle istituzioni europee. Anche grazie alle direttive europee si sono ridotti i posti letto, si sono commercializzati gli ospedali. Prima della pandemia c’era una recessione generale; il pensiero politico si era degradato e c’era corruzione diffusa, soprattutto nei sistemi che noi chiamiamo un po’ stupidamente populisti ma che andrebbero chiamati totalitari. Gli stati totalitari hanno utilizzato le nuove tecnologie per il controllo. È accaduto anche in Europa. Eravamo già in un mondo in crisi, crisi del pianeta, della biodiversità. Noi siamo oramai dipendenti dai pericoli che noi stessi abbiamo creato. Ma penso che possa nascere una nuova politica in grado di unire ecologia ed economia, una politica verso la quale già i nostri giovano provano grande entusiasmo. Fino ad ora la globalizzazione è stata spinta da scienza, tecnologia ed economia, forze che ci hanno spinto verso il baratro. Ora c’è lo slancio per un nuovo pensiero, perché quello nato nel Novecento ha mostrato tutte le sue lacune, dal capitalismo al marxismo. Marx non ha visto le contraddizioni dell’umano, le sue emozioni, le sue aspirazioni, non ha considerato che accanto all’homo sapiens esiste anche l’homo demens

Ovviamente in tutto questo l’istruzione, l’educazione, giocano un ruolo fondamentale. Nella crisi abbiamo visto che non possiamo vivere senza le cassiere dei supermercati, i camionisti che trasportano i prodotti, gli infermieri, mentre si è sentito che si può vivere benissimo senza gli azionisti delle grandi società…

Bisogna aprirsi alle diversità; siamo tutti popoli multiculturali, in Francia, in Germania, in Italia. Ciononostante abbiamo la nostra unità repubblicana. Abbiamo un compito gigantesco: evitiamo che la fecondità ribollente di questo periodo vada perduta. Serve un pensiero che contemperi ecologia, economia e una democrazia partecipativa che si sostituisca a quella parlamentare rappresentativa. Naturalmente le cose sono complesse. E la complessità nasce dalla necessità di una contestualizzazione storica. Oggi siamo di fronte a una crisi della modernità. Non voglio parlare di post modernità. Si tratta di come uscire da questa crisi, che è la crisi di una umanità che non riesce a farsi umana. Poi ci sono anche gli antagonismi interni. Negli Stati Uniti ci sono polarità agli estremi. Ma ci sono anche in Francia, in Italia. Noi dobbiamo abbracciare la polarità dell’apertura, dell’eros contro tanatos. Si è parlato di solidarietà: l’abbiamo vista degradata nel piccolo, nelle divisioni famigliari, sino al grande, all’indifferenza per la gente che moriva per strada. Bisogna mettere insieme responsabilità e solidarietà, le quali non sono solo la fonte dell’etica personale ma anche della comunità sociale. In caso contrario la coesione può solo fondarsi sulla forza e sull’autoritarismo. In questo il patriottismo è diverso dal nazionalismo. Un fondamento che noi abbiamo perso».

Conoscenza, coraggio e umilta’: la ricetta dimenticata di Mario Draghi

Rileggendo il discorso tenuto da Mario Draghi in occasione del conferimento della laurea honoris causa presso l’Università Cattolica di Milano, prima di lasciare la Presidenza della BCE, si ha come l’impressione di avere tra le mani una ricetta preziosa per fronteggiare le malattie che affliggono l’Europa e l’Italia in questa fase densa di problematiche da risolvere, per imprimere una svolta risoluta in vista di un superamento delle indecisioni che stanno paralizzando gli Stati membri dell’Unione. Non siamo ancora del tutto usciti dalle conseguenze devastanti della pandemia sul piano sanitario, economico, finanziario, delle relazioni e degli scambi di beni e persone e ciò non è dovuto solo a macro-problemi oggettivi ma anche alle diatribe e alle incertezze da un lato, ai veti e alle rivendicate primazie dall’altro che rendono estremamente parcellizzato e fragile il contesto che regola il passaggio dalle discussioni alle azioni.

Gettando uno sguardo d’insieme sul vecchio continente si coglie l’immagine di uno scacchiere dove le pedine sono paralizzate dal timore delle mosse dei giocatori: si avverte l’assenza di un play maker in grado di agire sulla base di una conoscenza esperta, di una silente ma efficace presenza al di fuori e al di sopra dei “particulari” impedienti, in possesso di una visione non solo tattica ma strategica di lunga deriva, una mente capace di contemperare le divergenze unificandole e portandole a sintesi necessaria nel perseguimento di risultati rassicuranti e ispirati al bene comune.

Geopolitica e geoeconomia a livello planetario esprimono situazioni differenti ma quasi ovunque dense di criticità: ciò non aiuta a far valere le alleanze, se mai espone al rischio di politiche espansive che possono egemonizzare i mercati partendo da punti di forza consolidati.

L’inazione ed il rinvio, anche da parte italiana, anzi soprattutto da parte nostra, non sono buone scelte specie se si gioca la partita da una situazione debole e debitoria, con un PIL crollato di almeno 8 punti, l’ascensore sociale fermo, la crescente chiusura di aziende, il sistema formativo bloccato e in attesa di una difficile ripartenza, il lavoro che non c’è, la fuga dei giovani all’estero.

L’azione di governo manca di compattezza e uniformità di vedute all’interno della duale alleanza che la sostiene in modo tremabondo e incerto: di conseguenza è orfana di una visione d’insieme e di modelli espansivi da proporre, valga per tutti l’esempio della vicenda del MES, sul quale ci sono nella compagine governativa divergenze polarizzate di opinioni che riverberano in Europa una condizione di incertezza e di attendismo che rischia di procrastinarsi fino all’autunno.

Mentre il Paese langue e attende decisioni e immissione di liquidità nel sistema produttivo ci si affida ancora una volta al metodo dei bonus ‘una tantum’ che rischiano di diventare, nel Paese dei diritti acquisiti, elargizioni a perdere “una semper”: l’abbiamo già scritto, l’Italia è il Paese delle mance e dei bonus senza controllo. Lo vediamo anche nella vicenda dei navigator e del reddito di cittadinanza.

Ciò dimostra una gestione acefala e priva di una prospettiva di uscita dalla crisi.

Mancano esattamente le idee e la visione che Mario Draghi ha saputo esprimere nella lunga e provvidenziale per noi, guida della BCE.

Difettano doti anche personali,  che Draghi ha riassunto in tre requisiti imprescindibili e complementari: la conoscenza, il coraggio e l’umiltà. La conoscenza implica approfondimento, possesso dei caratteri costitutivi della realtà, capacità ‘esperta’ nella gestione dei contesti di competenza: particolarmente significativo il riferimento di Draghi alle derive recenti e in atto e che si riporta in tutta la sua eloquenza: “Sta scemando la fiducia nei fatti oggettivi, risultato della ricerca, riportati da fonti imparziali; aumenta invece il peso delle opinioni soggettive che paiono moltiplicarsi senza limiti, rimbalzando attraverso il globo come in una gigantesca eco”.

Ne consegue che ad ogni livello la conoscenza stessa è la base e il supporto della competenza la quale a sua volta è requisito prodromico all’esercizio della responsabilità. Una lezione non detta ma intuibile, rivolta alla politica e al suo impoverimento culturale. Quanto al coraggio esso è dote precipua quando si potrebbe indugiare nella tentazione di prender tempo e non decidere. “L’inazione trova la sua radice nella convinzione che l’esistente non abbia bisogno di modifiche, anche quando tutta l’evidenza e l’analisi indicano la necessità di agire”. Di converso “Il punto importante, in questa sede non è che certe decisioni si siano rivelate appropriate ex post; conta invece che, quando la necessità di agire è stata documentata e motivata è stato trovato il coraggio di decidere, senza esitazioni, per il bene dell’Unione economica e monetaria”.

L’umiltà infine si rivela dote complementare e necessaria: …  per questo “Non abbiamo la libertà di decidere se dobbiamo fare ciò che è necessario fare per assolvere il nostro mandato. È nostro dovere farlo”. La sua conclusione, che guardava con fiducia all’eurozona e al futuro dell’Unione Europea, era la conferma della bontà delle scelte fino ad allora perseguite e l’invito – rivolto a chi in futuro si occuperà di economia e politica monetaria – a lavorare adoperando le tre chiavi di lettura e di azione utilizzate e ancora valide come via da percorrere e metodo da applicare. “Spero che vi possa essere di conforto il fatto che nella storia le decisioni fondate sulla conoscenza, sul coraggio e sull’umiltà hanno sempre dimostrato la loro qualità”. Il sospetto è invece che, di rinvio in rinvio, finisca per prevalere la logica del differimento senza via d’uscita: “dum differtur vita transcurrit”, come aveva detto Seneca.

Mentre rinviamo, la vita trascorre senza decisioni.

A meno che non arrivi proprio Mario Draghi ad impugnare il timone di questa barca in balìa delle onde.

Le relazione UE-Cina trovano nuova forza nella visione tedesca

La Germania scopre la necessità di riaccendere la sua partnership con la Cina, il principale partner commerciale del paese.

Mentre la Cina è stata criticata in gran parte del mondo occidentale, in particolare negli Stati Uniti e nel Regno Unito, per non essere trasparente sulle origini dell’epidemia di coronavirus e, più recentemente, per la sua sospensione delle norme democratiche a Hong Kong, il governo tedesco è stato più cauto nella sua risposta.

“I legami con la Cina sono importanti”, ha sottolineato la Merkel, aggiungendo “sono di importanza strategica”.

Effettivamente, è difficile sottovalutare l’importanza della Cina come mercato di esportazione per le merci tedesche, in particolare automobili e macchinari. Da quando la Merkel ha assunto la carica di cancelliere nel 2005, le esportazioni tedesche in Cina sono aumentate di cinque volte, fino ad arrivare a 100 miliardi di euro l’anno scorso.

Dopo la crisi finanziaria del 2008 e del 2009, gli USA erano diventati un mercato su cui non poter far più affidamento.

E’ stato allora che la Germania ha fatto affidamento sulla Cina, che è stata in gran parte indenne dalle turbolenze.

Un’espansione che è continuata praticamente ininterrotta fino alla pandemia.

E non c’è dubbio che la Merkel abbia in mente quella storia mentre cerca di proteggere l’economia tedesca ed europea nell’attuale crisi.

E anche se Ursula von der Leyen non ha evitato di criticare la Cina da quando è diventata presidente della Commissione, è stata attenta a non allontanarsi troppo dalla linea di Berlino.

“Non è possibile plasmare il mondo di domani senza una forte relazione UE-Cina”, ha detto il mese scorso dopo una videoconferenza con i leader cinesi.

Anche l’Italia sembra, dopo il picco pandemico, aver conservato un buon rapporto con la potenza asiatica.

L’Agenzia italiana per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese (Ice) ha infatti presentato un nuovo progetto di collaborazione con Jd.com, il secondo più grande e-tailer B2C cinese per creare un Padiglione nazionale Italia e incrementare la presenza a condizioni vantaggiose di aziende e brand italiani sia sul canale cross-border che sul canale general trade.

La presentazione del progetto via webinar avrà luogo venerdì 10 luglio ore 10:30. Attiva dal 2004, JD.com è la piattaforma di e-commerce one-stop leader in Cina, che offre ad oltre 387 milioni di clienti attivi, accesso diretto a una gamma senza eguali di prodotti autentici e di alta qualità dei più importanti brand nazionali ed internazionali, che sfruttano con successo il canale e-commerce in Cina

Certo, questa visione europea, dovrà prima o poi fare i conti con l’oramai dichiarata Cold War II fra Usa e Cina sul 5G.

Molti, tra cui l’Italia hanno seguito l’esempio Merkel che si è fermata, sostenendo che dovrebbero esserci standard di sicurezza più elevati per le aziende coinvolte nel 5G.

Una pausa solo apparente, infatti è previsto un vertice UE-Cina a settembre sotto la presidenza tedesca, anche se i partner europei, non attendendo i risultati,  continuano il dialogo con la Cina su tutti i fronti.

Ennio Morricone e una certa idea della libertà

Quando scompare un genio, tutti si affrettano a dire che lascia un grande vuoto. Che non lo dimenticheremo mai. Che ha dato un contributo indelebile alla cultura italiana e mondiale. E altre frasi del genere. Fatte apposta (al di là della circostanza) per non pensare perché di geni non ne nascono più. O forse ne nascono ancora, ma spesso non ce ne accorgiamo. Mancano infatti l’habitat e l’humus per farli emergere, manca chi li nota, li alleva, li incoraggia, ci investe. Oltre alla sua grande abilità di compositore, Ennio Morricone ha avuto la fortuna di nascere in un’epoca che sapeva riconoscere e valorizzare il talento, senza pretendere di livellarlo e “formattarlo” nei confini del conformismo dominante. Infatti, di lui ricordiamo e ricorderemo tutte le colonne sonore, mentre dei suoi aspiranti eredi di oggi forse non ricorderemo granché.

Ennio Morricone era un finto burbero, capace di grande generosità. Si divertiva a sorprendere l’interlocutore, diceva di non avere avuto una vera vocazione per la composizione musicale. Come ricorda nel bel libro intervista scritto con Giuseppe Tornatore, «è stato un processo graduale, prima volevo diventare medico, poi scacchista». Romano trasteverino, il papà suonava la tromba al Teatro dell’Opera. Siccome lo stipendio non bastava, scelse la libera professione. C’era la seconda guerra mondiale, erano tempi difficili per tutti. La prima cosa che gli veniva in mente parlandone era un prete partigiano che gli disse «tra poco ne sentirete delle belle». Era la bomba di via Rasella (1944). 

Sempre nel libro-intervista, Morricone ricorda un pranzo con Pasolini e Fellini (interessante anche solo da immaginare) in cui lui racconta ai suoi commensali un’idea per un film. «L’incipit si svolgeva in un’epoca indefinita, in una città popolata da gente onesta, buona, che crede negli ideali e che non ha un capo, vive in una specie di anarchia costruita sulla bontà e la correttezza di ciascuno verso gli altri. Un giorno un uomo, forse più intelligente degli altri, sostiene che questa falsa pace è alimentata dalla musica, che entra dentro i sentimenti delle persone e sviluppa reazioni imprevedibili, drammatiche, gioiose, positive e negative, reazioni a causa delle quali la città sta perdendo la sua tranquillità. La soluzione è proibire la musica. Tutti sono d’accordo, l’idea è sua, gli altri la accettano, perciò diventa un capo, quasi senza volerlo. Dopodiché si comincia a non modulare la voce, si parla senza l’alto e il basso delle nostre corde vocali. Pian piano le costrizioni aumentano e il capo intanto sta diventando un dittatore…».

Per l’autore, che immaginava questa storia, la musica era anzitutto una manifestazione di libertà. Quella che gli ha arrovellato i pensieri (sotto forma di note) fino all’ultimo giorno della sua vita. Quella libertà che è costante ricerca dell’equilibrio e dell’armonia. A proposito della fatica della “pagina bianca” diceva che bisogna «andare avanti alla ricerca di tutto, tutto ciò che è possibile e a volte impossibile. Quel pensiero e quel desiderio di osare non devono morire». E infatti non sono morti, con la conclusione della sua vita terrena. Una vita della quale tutti, ovunque nel mondo, lo hanno ringraziato, proprio con un pensiero. Il pensiero e il desiderio non muoiono, restano nell’aria. Liberi e eterni, come le colonne sonore di Morricone.

Insieme. Per rilanciare l’Europa. Obiettivi e sfide durante il semestre di presidenza tedesca del Consiglio dell’Ue

“Insieme. Per rilanciare l’Europa. Obiettivi e sfide durante il semestre di presidenza tedesca del Consiglio dell’Ue” è il titolo del dibattito on line, per “approfondire le priorità del semestre”, che si terrà questa mattina su iniziativa dell’Ufficio del Parlamento europeo in Italia, Rappresentanza della Commissione europea in Italia e Ambasciata tedesca a Roma.

I nodi da sciogliere in questi mesi sono innanzitutto il piano di rilancio post-Covid e il Quadro finanziario pluriennale 2021-2027, spiegano gli organizzatori, ma sul tavolo ci sono anche la questione dei rapporti Ue-Regno Unito, il Green Deal e la lotta al cambiamento climatico, la transizione digitale, la riforma delle politiche migratorie e il ruolo dell’Ue nel mondo, che attendono di essere risolti “dalla presidenza tedesca, in stretta interlocuzione e collaborazione con il Parlamento europeo”.

A dialogare su questi temi saranno l’ambasciatore Viktor Elbling, il ministro per gli affari europei Vincenzo Amendola, i capi delegazione al Parlamento europeo Antonio Tajani (Forza Italia), Brando Benifei (Partito democratico), Carlo Fidanza (FdI), Marco Campomenosi (Lega), Tiziana Beghin (M5S) e Nicola Danti (Italia Viva). La moderazione è stata affidata a Maria Latella (SkyTG24 e Radio24). L’evento sarà trasmesso live, a partire dalle 11, sulla pagina Facebook del Parlamento europeo in Italia.

Le misure sull’innovazione digitale nel Decreto Semplificazioni

Favorire la diffusione di servizi pubblici in rete, agevolarne e semplificarne l’accesso da parte di cittadini e imprese. I servizi delle pubbliche amministrazioni dovranno diventare fruibili attraverso lo smartphone, lo strumento più usato dagli italiani per comunicare a distanza, e senza necessariamente obbligare a mettersi in fila davanti agli sportelli oppure a ricorrere a un computer fisso o portatile.
Per la Pubblica Amministrazione il processo di digitalizzazione deve portare a semplificazioni delle procedure, miglioramento dell’efficienza e abbattimento di numerosi costi.
Agevolare le procedure amministrative per le imprese che vogliano sperimentare progetti innovativi.

La Pubblica Amministrazione dovrà “pensare in digitale”. Le norme intendono dare una spinta forte, attraverso regole chiare e scadenze da rispettare, alla trasformazione digitale del Paese. E’ un processo, ma deve cominciare subito. Entro il 28 febbraio 2021 è previsto che l’accesso a tutti i servizi digitali delle Pubblica Amministrazione avvenga esclusivamente tramite l’identità digitale SPID o la Carta d’identità elettronica. Entro la stessa data gli uffici pubblici devono avviare il processo per consentire che i servizi digitali siano fruibili dal telefono attraverso l’applicazione “IO”, il canale unico di accesso a tutti i servizi della Pubblica Amministrazione.
I cittadini non dovranno più ricercare i servizi in digitale nei vari siti delle amministrazioni, ma li troveranno tutti a disposizione all’interno di un’unica app.

Sintesi delle principali misure

  • Solo SPID o Carte d’identità elettronica per accedere a tutti i servizi pubblici online
    Entro il 28 febbraio 2021 tutti gli Enti pubblici e la Pubblica Amministrazione dovranno dismettere i propri sistemi di identificazione online e adottare esclusivamente l’identità digitale SPID e CIE (la Carta di identità elettronica) per consentire ai cittadini di accedere ai loro servizi digitali.
    Questo semplificherà la vita agli italiani, i quali non dovranno più confrontarsi con credenziali diverse a seconda del servizio che vogliano usare, e consentirà a Enti pubblici e amministrazioni di conseguire risparmi perché non dovranno più farsi carico di gestire i propri sistemi di rilascio e gestione delle identità dei rispettivi utenti.
  • L’app IO sarà l’unico canale per accedere dallo smartphone ai servizi pubblici resi in digitale
    Tutti i servizi pubblici digitali devono diventare accessibili dal telefono attraverso l’App “IO”, la quale diventa quindi l’unico strumento di accesso da usare per i cittadini che intendano utilizzare il telefono per sbrigare pratiche amministrative. Entro il 28 febbraio 2021 la Pubblica Amministrazione deve avviare i progetti di trasformazione. Le amministrazioni potranno non inserire i loro servizi nell’App “IO” in caso di impedimenti tecnologici accertati dalla società pubblica PagoPA.
  • SPID e Carta di identità elettronica (CIE) equivalgono all’esibizione di un documento di identità
    Ovunque, per usufruire di un servizio, la legge richieda l’esibizione di un documento di identità, il cittadino può farsi identificare da remoto attraverso l’identità digitale di SPID o la CIE. In questo modo si velocizzano le procedure e si migliora la sicurezza, evitando di mettere in circolazione copie di documenti di identità.
  • IO come strumento di autocertificazione e presentazione istanze
    L’applicazione “IO”, attraverso un apposito servizio, dovrà consentire ai cittadini di effettuare autocertificazioni, o presentare istanze e dichiarazioni attraverso il proprio telefono.
  • Semplificazione per il rilascio della Carta d’identità elettronica
    E’ possibile chiedere il rilascio della CIE prima della scadenza della carta d’identità cartacea. In questo modo sarà agevolato e accelerato l’accesso dei cittadini ai servizi in rete.
  • Lavoro agile nella Pubblica Amministrazione
    Per i vari rami della Pubblica Amministrazione è previsto l’obbligo di sviluppare i propri sistemi con modalità idonee a consentire l’accesso da remoto ai propri dipendenti, naturalmente nel rispetto delle disposizioni di sicurezza, e favorire così il lavoro agile a distanza.
  • Interventi per favorire l’accesso delle persone disabili agli strumenti informatici
    Tra le principali misure del processo di digitalizzazione inserite nel decreto-legge vi sono anche disposizioni volte a favorire l’accesso ai servizi online da parte delle persone diversamente abili.
  • La Pubblica Amministrazione e i cittadini comunicano online
    Quella digitale diventa la modalità “normale” con cui gli uffici pubblici interloquiscono con i cittadini. Il decreto supera l’attuale impostazione secondo cui le amministrazioni dovrebbero “incentivare” l’utilizzo del digitale nella gestione dei procedimenti. La nuova impostazione prevede che l’amministrazione deve, normalmente, utilizzare il digitale nella gestione dei procedimenti amministrativi.
  • Semplificazione per la piattaforma digitale nazionale dati
    Il decreto introduce misure di semplificazione per la gestione, lo sviluppo e il funzionamento della piattaforma digitale nazionale dati. Attraverso questa piattaforma vengono resi immediatamente interrogabili, disponibili e fruibili alla Pubblica Amministrazione i dati pubblici e conoscibili. Così si rende più veloce e fluida l’erogazione dei servizi. Ai cittadini non dovranno essere chieste informazioni che la Pubblica Amministrazione già possiede. Le norme non ampliano le informazioni a cui la Pubblica Amministrazione può accedere, ma semplificano la modalità di condivisione dei dati tra i diversi uffici pubblici.
    La piattaforma consentirà inoltre di valorizzare la parte del proprio patrimonio informativo che non è soggetto a vincoli di riservatezza personale mettendolo a disposizione delle autorità ai fini dell’assunzione delle decisioni politiche.
  • Verso il cloud nazionale
    Il decreto prevede disposizioni volte a favorire la realizzazione di un polo strategico nazionale (cloud) per tutelare l’autonomia tecnologica del Paese, mettere in sicurezza le infrastrutture digitali della Pubblica Amministrazione, garantire la qualità e la sicurezza dei dati e dei servizi digitali. Sfruttando economie di scala in termini di concentrazione della domanda di risorse e di infrastrutture, è possibile disporre di infrastrutture affidabili e sicure.
    Viene introdotto l’obbligo per le pubbliche amministrazioni centrali di migrare i loro Centri elaborazione dati (Ced), che non hanno i requisiti di sicurezza fissati dall’Agenzia per l’Italia digitale (Agid), verso un’infrastruttura ad alta affidabilità, localizzata in Italia, il cui sviluppo è promosso dalla Presidenza del Consiglio. In alternativa le amministrazioni centrali possono far migrare i loro servizi verso soluzioni cloud per la Pubblica Amministrazione che rispettano i principi stabiliti dall’Agid). Lo stesso obbligo viene previsto per le amministrazioni locali che sono tenute a trasferire i propri servizi nella infrastruttura promossa dalla Presidenza del Consiglio o in altra infrastruttura presente sul territorio e in possesso dei requisiti di sicurezza. In alternativa le amministrazioni locali possono trasferire i propri servizi digitali verso soluzioni cloud per la Pubblica Amministrazione, nel rispetto dei requisiti fissati dall’Agid.
  • I dati dei concessionari pubblici alla PA
    I concessionari dei servizi pubblici producono nella loro attività dati che possono risultare utili per la gestione della cosa pubblica. Tali dati, di cui il concessionario è entrato in possesso in esecuzione di un contratto con un’amministrazione pubblica, fino ad ora sono rimasti appannaggio esclusivo del concessionario. Una norma del decreto obbliga a prevedere negli accordi negoziali tra amministrazioni e concessionari di servizi il dovere di fornire allo Stato (corretto dire così? Non credo infatti che vadano forniti “in pubblico” nel senso di “a tutti”), in formato aperto, i dati prodotti nell’ambito dell’erogazione del servizio pubblico.
  • Diritto a innovare
    La misura ha l’obiettivo di consentire alle imprese, alle università, ai centri di ricerca, alle start-up universitarie che vogliano avviare la sperimentazione di un loro progetto innovativo, di farlo, per un periodo limitato di tempo, chiedendo una semplice autorizzazione in sostituzione di tutti gli ordinari regimi amministrativi, anche in deroga a norme di legge che, eventualmente, lo impediscano. Al termine della sperimentazione, in caso di esito positivo, il Dipartimento per l’Innovazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri rappresenta al Presidente del Consiglio dei Ministri l’opportunità di un intervento normativo volto a regolamentare l’attività che è stata sperimentata e promuove i necessari interventi regolamentari e/o normativi.

Che cos’è la fascite plantare?

Per fasciosi o fascite plantare si intende un insieme di sintomi a prevalenza dolorosa che coinvolge la fascia plantare. Fra le cause che comportano dolore alla base del calcagno è la più diffusa.

I sintomi e i segni clinici che presentano dolore tipico si manifestano nell’episodio che occorre alla mattina quando la persona si alza dal letto e mettendo i piedi a terra sente dolore ai talloni, ma la manifestazione ritorna anche durante il susseguirsi del giorno. Il dolore aumenta se viene sollecitato con attività fisica o altra stimolazione. Solitamente ha una durata di almeno 6 mesi, raramente si arriva ad un anno.

Per una completa guarigione dai sintomi dolorifici sono necessari diversi mesi (dai 6 ai 12). La terapia procede per gradi, dipendentemente dalla gravità:

fase acuta

– farmaci antinfiammatori per OS, tipicamente FANS, come il Diclofenac
– riposo: si consiglia di sospendere gli allenamenti (se di corsa) e passare ad attività complementari che non stressino la fascia (nuoto, cyclette..)
– stretching: intesi ad allungare i muscoli facenti capo al tendine d’Achille, come il gastrocnemio, il soleo, anche e soprattutto la mattina prima di scendere dal letto
– massaggi: tipicamente facendo rotolare una bottiglietta d’acqua gelata sotto il piede al massimo per 10 minuti a piede (ripetendo più volte)

trattamento conservativo:

pur rimanendo importante lo stretching, il riposo ed i massaggi, superata la fase acuta bisogna cercare la guarigione completa:
– tutore notturno: mantiene la fascia estesa durante le ore del sonno, facilitando la guarigione e riducendo i sintomi al mattino
– plantari: prescritti dal medico ortopedico e confezionati su misura da un biomeccanico consentono di riprendere spesso le attività
– ultrasuoni in acqua: fa parte delle terapie fisiche, di dubbia utilità
– terapia ad onde d’urto: nuovo trattamento (prima della chirurgia) ad alto indice di efficienza, in grado di facilitare la guarigione di casi cronici, prima di dover accedere all’operazione
– iniezioni di cortisone: sono indicate in caso di mancato miglioramento sintomatologico, ma tendono ad indebolire la fascia plantare risultando in un aumentato rischio di rottura

trattamento chirurgico:

riservato a casi di solito > 12 mesi
– rimuovere spine calcaneali
– detensionare la fascia tramite incisione chirurgica: attualmente eseguibile anche endoscopicamente

evitare le ricadute

– gradualità: a questo scopo è importante evitare di riprendere le attività sportive all’improvviso, ma sempre per gradi
– biomeccanica: consente di analizzare eventuali difetti di postura alla base del sovraccarico tendineo alla base in prima istanza della patologia stessa
– stretching: va sempre continuato

Nuova economia post globalismo

1) Per cogliere i cambiamenti strutturali di una società bisogna avere lo sguardo lungo verso il passato ed, ad un tempo, verso il futuro. 

Non volendo esagerare ai fini della nostra odierna riflessione possiamo fissare un punto di partenza alla fine del secondo conflitto mondiale e chiederci: in questi 75 anni cosa è successo, cosa è cambiato? 

Dunque quale è stata la cifra distintiva del dopoguerra? 

Volendo sintetizzare 2 appaiono le parole chiavi: crescita e distribuzione; crescita economica indotta da una diffusa imprenditorialità ( il Paese dei cento campanili, la stessa riforma agraria al Sud) e distribuzione sociale della ricchezza, una mirabile sintesi tra economica classica (il liberismo) ed economia keynesiana, ispirata o interpretata alla luce della rinnovata dottrina sociale cristiana di Giovanni XXIII e Paolo VI. 

Questa sintesi virtuosa, realizzando il più avanzato Stato sociale della storia, ha innescato una violenta reazione di natura ideologica ( guidata dalla Scuola Economica di Chicago ispirata da M. Fridman) e, ad un tempo, economica, sostenuta dai grandi ricompattati interessi capitalisti, che al “grido” “meno Stato più Mercato” hanno teorizzato e realizzato lo smantellamento dello stato sociale keynesiano, a partire dalla politiche neoliberiste del tandem Regan/Thatcher negli anni 80. 

2) Si è così passati, giorno dopo giorno, impercettibilmente ma decisamente da un “motore” crescita/distribuzione ad un nuovo motore consumo/concentrazione. 

Sì è demonizzato il ruolo dello stato nell’economia e la sua funzione redistributiva; di contro si è esasperata la legge Keynesiana della domanda (consumi) che crea l’offerta, di fatto snaturandola. 

Parallelamente si è innescato un violento processo di concentrazione produttiva, urbanistica e finanziaria, con effetti devastanti sugli equilibri ecologici e i livelli di vita economici e sociali. 

Infatti se il reddito si concentra anche la ricchezza si concentra e viceversa, a maggior ragione se lo Stato è costretto ad abdicare, come è successo, alla sua azione distributiva ed attiva. Ma se il reddito si concentra – per mantenere in equilibrio macroeconomico il sistema – occorre finanziare con il credito i consumi e sviluppare parossisticamente le esportazioni. 

Senonché la finanziarizzazione dei consumi e le politiche “mercantiliste” hanno dei limiti perché i primi devono essere “pagati”, così come i secondi da parte dei Paesi importatori! 

La crisi del 2008/2011 e il trumpismo non sono altro che il momento di rottura dell’equilibrio impossibile! 

Concentrato (finanziariamente, produttivamente e demograficamente), ingiusto e distruttore della natura Questo è il mondo prima del Covid 19. 

3) Un mondo nel quale l’Italia, per la sproporzione tra la forza delle “istituzioni pubbliche” e il valore del suo territorio in uno con quello del suo sistema produttivo e logistico ha un ruolo implicito: quello di “preda agognata”! 

Punto di incontro delle scorrerie del capitale finanziario americano nel sistema bancario, nel risparmio gestito, nel mondo delle “sofferenze” e del capitalismo mercantilista franco-tedesco nel sistema industriale e distributivo. 

Questa era dunque l’Italia prima del Covid19: un campo di battaglia dei processi di concentrazione e privatizzazione estera in un contesto di forte degrado ambientale. 

Un campo di battaglia nel quale “le truppe grilline”, dopo lo spericolato e nefasto tentativo di “rompere” il sistema con l’azzardata alleanza giallo/verde, stavano ripiegando sotto le bandiere giallo/rosse. 

4)In questo scenario la risposta “politica” alla bufera Covid19 in linea di principio è stata adeguata laddove con il lockdown si sono fatte prevalere le ragioni della salute a quelle della produzione, nonostante le pressioni del mondo industriale, in particolare lombardo/veneto ed emiliano. 

Anche l’approccio macroeconomico emergenziale ( decreti Cura Italia, Liquidità e Rilancio), una volta assicurata la copertura della BCE per 190 miliardi di acquisti in quota quantitative easing, è stato ragionevole, caratterizzandosi per il più classico degli approcci keynesiani/distributivi: un segnale a tutti per dimostrare che lo Stato c’è, sostenere la domanda, contenere il potenziale conflitto sociale. 

E ciò, anche e soprattutto, per “nascondere”, ad un tempo, il significato ideologico implicito nella manovra complessiva, laddove con il ricorso massiccio (almeno sulla carta) alla liquidità garantita tout court dallo Stato abbiamo di fatto affermato che lo Stato può dichiarare default le banche no! 

Infatti in un mondo a guida politica non finanziaria, lo Stato avrebbe fatto la sua “manovra”, le banche avrebbero fatto le loro scelte per salvare i clienti e con loro se stesse e alla fine lo Stato avrebbe assunto il ruolo di prestatore di ultima istanza o nazionalizzatore. Ed invece no! Lo Stato si sta assumendo un rischio enorme ( fino a 600 miliardi) a fronte di un rischio zero del Sistema Bancario, a conferma di chi veramente comanda. 

5) E siamo ad oggi. 

Senza ulteriori margini di manovra se non il MES e/o i recovery fund; senza avere la più che ben minima idea di cosa succederà ad ottobre/novembre in termini sanitari. 

Costretti ad essere ottimisti nella consapevolezza che il Paese non è in grado di reggere un secondo lockdown generalizzato. 

Di fatto rimuovendo ogni seria riflessione sul rapporto economia/virus, anzi rilanciando approcci neoliberisti di vecchio stampo come il rapporto Colao, che lo stesso Conte ha cercato di seppellire sotto la passerella degli “stati generali”. Ed invece Covid19 c’è e ci interroga sul nostro futuro perché con i suoi modi delicati ( oltre 30 mila morti) ci ha detto ciò che non va e che noi sappiamo! 

Infatti chi e cosa ha colpito Covid19 se non le grandi concentrazioni produttive, le grandi conurbazioni urbanistiche, le grandi povertà del mondo, gli ambienti sociali innaturali come le “case di riposo e cura”. 

Dunque siamo al cuore del problema: sono gli attuali assetti produttivi/ distributivi iperconcentrati che generano ricchezza ingiustificata, urbanizzazioni non umane, degrado e povertà diffusa. 

Ma non esiste nessuna legge naturale dell’economia che spinga verso le attuali spaventose concentrazioni che sono il frutto di specifici rapporti di forza che violentano la dinamica delle relazioni economiche. 

6) Due esempi: l’agricoltura e l’energia. 

Cosa c’è di più naturale del cibo di prossimità! Eppure siamo dominati da una macchina infernale che trasferisce cibo industriale ma anche fresco da un continente ad un altro; una macchina che ci fa accettare 

l’idea che possano esistere allevamenti di milioni di capi di bestiame che non vedono il sole, non ti vanno la terra, non conosco il movimento! Vogliamo entrare in questi inferni, vogliamo aprire gli occhi e le coscienze? 

Cosa c’è di più diffusivo, democratico, delle energie rinnovabili, eppure il “sistema” ha fatto passare la logica delle grandi concentrazioni, che negano l’iniziativa imprenditoriale diffusa, tanto che i “privati” possono produrre solo quanto consumano. 

Basterebbe riconnettere gli allevamenti e la produzione di energia rinnovabile alla terra, creando distretti produttivi integrati orizzontali, per avviare un cambiamento radicale del sistema, che non potrebbe non passare dalla ristrutturazione del sistema bancario e turistico, oggi iperconcentrati anche al fine di invertire i processi di inurbazione che non vanno dati per scontati e contrastati con originalità, come ad esempio introducendo una relazione tra reddito di cittadinanza e piccoli comuni. 

7) Dunque l’Italia del dopo Covid19 non ha bisogno di privatizzazioni e astratte razionalizzazioni ma di destrutturazioni produttive e finanziarie per tornare ad una vera economia sociale di mercato. 

Questo è l’orizzonte che deve assumere il Paese, la Sicilia. 

8) In questa prospettiva vanno realizzate velocemente 2 grandi riforme. 

La prima. L’introduzione del PIL ETICO ( cioè il PIL al netto di tutto ciò che non è intrinsecamente buono, ovviamente in termini squisitamente “laici”) perché emerga la drammatica divaricazione dei due valori. 

La seconda. Il reddito universale di garanzia che assorba tutte le forme di salvaguardia e sostegno dei redditi ( dal reddito di cittadinanza alla disoccupazione, dalla cassa integrazione alle pensioni di invalidità) nella consapevolezza che il processo di destrutturazione e ripensamento economico connesso al Covid19 apre una fase di “distruzione creativa” di schumpeteriana memoria che non va ostacolata ma governata soprattutto nella prospettiva dei più deboli.