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Un nuovo mondo sta crescendo

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

Stiamo vivendo anni folli. Pandemia, crisi economica, impoverimento delle popolazioni, milioni di posti di lavoro a rischio… eppure, nello stesso tempo, si intravedono le luci di una nuova alba che potrebbe inaugurare la stagione del più grande sviluppo economico e sociale nella storia dell’umanità.
A poco più di un anno dall’inizio della pandemia sono 111 milioni le persone che hanno contratto il virus; quasi 2 milioni e mezzo i deceduti.
I guariti sono 62 milioni e mezzo, mentre la curva mondiale dei positivi e dei pazienti costretti al ricovero sta scendendo rapidamente; anche se, almeno in Italia, continuano ad accendersi nuovi focolai in zone impreviste.
Dal punto di vista economico, è stata mobilitata una massa enorme di finanziamenti per sostenere il sistema sanitario e cercare di contenere i danni provocati dalle misure di lockdown.
Ma per evitare che si accumuli solo debito, bisognerà utilizzare il denaro a disposizione per fini produttivi, rilanciando l’economia reale ed il lavoro. Occorre una visione nuova e più avanzata della società, della giustizia, delle relazioni internazionali e dello sviluppo economico. Una visione che sia sostenuta da una più alta concezione dell’uomo e della sua dignità umana e spirituale.
Il mondo necessita di una rivoluzione culturale che non si accontenti di tornare alla situazione preesistente al Covid.
Dobbiamo osare il futuro per superare i gravi problemi provocati dal modello economico speculativo ed utilitarista, e per costruire un mondo più giusto e più umano.
Sono diversi i protagonisti che, a livello mondiale, si stanno distinguendo nella costruzione di un nuovo possibile rinascimento. Tra essi, spicca Papa Francesco.
Fin dall’inizio del suo pontificato il Papa si è impegnato per portare pace dove c’è conflitto, speranza dove c’è abbandono, giustizia dove c’è sopruso, condivisione e cultura del dono dove imperano l’avidità e l’egoismo.
In questo modo ha cercato di praticare il Vangelo in ogni ambito del pianeta, dialogando cristianamente e umanamente, invitando il mondo a cooperare per realizzare il sogno di una civiltà dell’amore.
Ed è proprio per alimentare, comunicare e realizzare il sogno e la rivoluzione indicati da Papa Francesco che è nata ed opera “Orbisphera”.
Il nostro primo compito è quello di scoprire e far conoscere quanto bene c’è al mondo, quanta luce si trova anche nei posti più bui, quanto calore si genera anche dove il gelo sembra prevalere…
Siamo “pellegrini del cyberspazio”, uomini e donne che investono in umanità, che alimentano la speranza, che cercano l’infinito e non gli basta, che diffondono coraggio e idee innovative, per realizzare la “cultura dell’incontro” e la civiltà dell’amore.
Sali con noi sull’astronave di “Orbisphera”, viaggerai con un equipaggio di fratelli e sorelle che cercano di raggiungere i confini della conoscenza e della fede dialogando con il linguaggio del cuore!
Aiutaci a diffondere “Orbisphera” su Internet e in ogni dove.
Sostieni e investi in “Orbisphera”. Ogni contributo, anche il più piccolo, alimenterà la buona comunicazione e i progetti di pace e sviluppo.

Ora si può fare. L’appello per una nuova alleanza riformista e liberal democratica.

Pubblichiamo volentieri questo documento, messo in rete da Linkiesta, che vede la firma di vari amici con i quali condividiamo idee e propositi generali. Teniamo in ogni caso a sottolineare che l’aggregazione di un’area di tipo liberal-democratico, seppure aperta al contributo dei cattolici democratici, costituisce senz’altro un’operazione interessante e lodevole, ma rischia di riproporre un approccio molto simile ad altri “patchwork politici” (vedi il caso della Margherita) da cui i Popolari sono usciti, all’epoca, con un senso di liberazione. Questo è un problema solo in apparenza secondario, quindi ininfluente per i più; invece, se trascurato o peggio ignorato, può compromettere quello sforzo necessario che mira all’obiettivo di una sana ricomposizione delle forze riformatrici e popolari, eredi di culture politiche ancora vive e produttive. Insomma, il dibattito comincia e vale la pena alimentarlo, con sincera  generosità.

Alternativi alle derive populiste, lontani dalla tendenza assistenzialista, la galassia dei soggetti autenticamente europeisti, liberali, popolari deve ritrovarsi in un progetto unico per sostenere la transizione dell’Italia. Le idee sono chiare, i leader emergeranno da soli, scrivono nella lettera aperta i primi firmatari

La positiva soluzione della crisi politica apertasi con la caduta del governo giallo rosso apre una nuova fase della vita politica italiana, nella quale il nuovo governo europeista e riformista presieduto da Draghi potrà consentire di superare le cause più profonde che hanno determinato la palude nella quale il paese è stato drammaticamente spinto negli ultimi anni.

A ben vedere molte di quelle cause affondano le loro radici nei nodi irrisolti della eterna transizione italiana, che il fallimento della riforma costituzionale del 2016 ha reso ancor più visibili e gravi nella misura in cui ha fatto franare gli sforzi, seppur deboli e contraddittori, che erano stati perseguiti dai governi di centrosinistra.

Ma l’ingovernabilità che ha paralizzato il Paese negli ultimi mesi nasce anche dalle contraddizioni interne ai principali partiti: al MoVimento 5 Stelle, la cui classe dirigente ha per lo più fallito la prova della propria istituzionalizzazione; al Centrodestra, rimasta impigliata per tutta la prima fase della crisi in un registro politico esclusivamente propagandistico; al Centrosinistra, avvitato in una discussione sempre più ideologica sulla presunta ineluttabilità di una nuova “unità della sinistra” basata su un rapporto organico con il M5S.

Per quel che riguarda in particolare il Pd, il nuovo gruppo dirigente che ha sostituito quello che si era formato attorno a Matteo Renzi, ha creduto di risalire la china di due sconfitte elettorali abbandonando la via tracciata al Lingotto di dare vita a un partito a vocazione maggioritaria, postideologico ed europeo, e ascoltando le sirene di chi descriveva il M5S come una casamatta nella quale si era rifugiato un non meglio specificato «popolo della sinistra», critico nei confronti di un partito che aveva a loro dire perduto le proprie radici di sinistra.

Per inseguire questa chimera il Pd ha tagliato i ponti con il riformismo liberal socialista sul quale fondava la sua identità originaria, per inseguire il populismo su una strada pericolosa e miope e ha tagliato i ponti con i mondi vitali del cattolicesimo democratico pensando di rappresentarli con i resti del centrismo più concentrato sul potere per il potere che sui valori.

Queste dinamiche dello spazio politico hanno avuto ripercussioni nel campo delle forze di ispirazione autenticamente europeista, riformista, liberale, socialista, popolare e democratica. Una crisi che riguarda soprattutto il lato dell’offerta politica, 

La domanda c’è, ma gli elettori che non si rifugiano spaesati nell’astensione sono al momento divisi tra diverse forze politiche: Azione, Italia Viva, Più Europa, e in parte il Partito democratico e Forza Italia; e tutte si candidano a rappresentare quelle istanze.

Fuori dai partiti molte sono le realtà che operano con questi medesimi obiettivi, raccogliendo chi non trova risposte nei partiti. Vogliamo ricordarne alcune, dimenticandone certamente tantissime: Base Italia, Voce Libera, Libertàeguale, Insieme, i Circoli dell’Avanti, Demos, Volt, Alleanza Civica, Ali, Liberioltre.

L’avvento del governo Draghi può favorire la ricomposizione di questo “fronte” perché dal lato della policy può favorire la realizzazione di quelle riforme strutturali senza le quali il Recovery plan italiano resta un elenco di buoni propositi, da quello delle politics ha ricomposto in un unico campo tutte le forze che si erano divise sul sostegno o meno al Conte II.

Può così prendere forma un progetto politico di ampio respiro nel quale collocare le risorse straordinarie dell’Unione europea e la struttura della governance preposta a gestire l’esecuzione dei piani previsti, ma soprattutto finalizzarle alla rinascita e alla ricostruzione del Paese dopo un cupo decennio di crisi economiche e pandemiche.

Un progetto politico che assuma la bussola del “debito buono” (quello fatto di investimenti e non di sussidi), lanciata un anno fa dallo stesso presidente del consiglio per investire su infrastrutture, istruzione, sanità, economia circolare, sostenibilità ambientale, transizione digitale, pubblica amministrazione, giustizia, giovani, cultura, lasciandosi alle spalle quei vetusti marchingegni statalisti e assistenzialisti nell’erogazione della spesa pubblica, che costituiscono la base materiale su cui edificare sia lo scivolamento della sinistra verso il massimalismo, che quello della destra verso il sovranismo.

Se questo è il quadro, non solo si apre uno spazio d’azione notevole per le forze che per brevità chiameremo riformiste, ma le chiama anche ad una responsabilità ancora maggiore verso il Paese: è dalla loro unità di intenti e riconoscibilità che dipende il successo di quella progettualità politica che è indispensabile per guidare il Paese verso la rinascita post pandemica, davvero analoga a quella del boom economico post bellico. Se falliranno, se falliremo, sarà sempre più concreta una prospettiva di decrescita e assistenzialismo.

Ma queste forze ora non sono un campo politico coeso e riconoscibile; sono uno spazio ma non ancora una proposta e un progetto.

Questa è la sfida che hanno di fronte i soggetti che rifiutano la deriva populista e/o sovranista dei campi dove attualmente si collocano. Molti, soprattutto nel Pd, ma anche nel centrodestra si intravede qualche distinguo, stanno resistendo. Lo abbiamo visto e apprezzato anche durante le prime fasi della crisi del secondo governo Conte. Resistere, distinguersi, però non basta più. Come non ha senso la pretesa di autosufficienza dei soggetti fuori dai partiti maggiori.

È necessario, anzi urgente, uno sforzo unitario. Compete ai veri leader, se sono veramente tali, l’onere di farsi promotori del salto di qualità necessario per riconoscere che poiché l’obbiettivo politico è comune, esso va perseguito agendo di comune intento.

Lanciamo quindi un appello perché si mettano in moto: il Paese ha bisogno di uno spazio politico alternativo ai due populismi. Alternativo sia a una destra sovranista e nordista che una sinistra massimalista, giustizialista e assistenzialista. Serve uno sforzo di sintesi per andare oltre i personalismi e integrare l’offerta politica.

È difficile, ma è questo il momento più opportuno per farlo e in questo modo raccogliere le migliori energie che sono lontane dall’impegno politico diretto, nel mondo del lavoro, del sociale, dell’ambientalismo riformista e dell’impresa.

E il leader? Una vera leadership quando c’è, emerge: senza predeterminazioni, dannose proprio al processo di costruire una squadra forte e coesa.

Tutte le leadership importanti si sono forgiate sul campo. In questo caso sarà colei o colui che riuscirà a tenere insieme realtà diverse e a condurre la propria gente da un ambiente che le è familiare ad un mondo che non ha mai conosciuto.

Firmatari

Alberto De Bernardi, Alessandro Maran, Marco Campione, Isabella Conti, Emma Fattorini, Isabella Conti, Alessandro Barbano, Ada Lucia De Cesaris, Pier Camillo Falasca, Luciano Floridi, Lucia Valente, Carmelo Palma, Oscar Giannino, Sofia Ventura, Emanuela Poli, Lorenzo Dellai, Costanza Hermanin, Sergio Scalpelli, Francesco Luccisano, Silvia Zanella, Emanuela Girardi, Massimo Adinolfi, Andrea Olivero, Alfonso Pascale, Sandro Trento, Rosanna Scopelliti, Claudia Medda, Federico Ronchetti, Massimo Pesenti, Mario Rodriguez, Claudia Mancina, Giovanni Cominelli.

Industria: Istat, “nel 2020 il fatturato registra il peggior risultato dal 2009, per l’emergenza sanitaria”

A dicembre si stima che il fatturato dell’industria, al netto dei fattori stagionali, aumenti dell’1,0%; nel quarto trimestre l’indice complessivo è cresciuto dello 0,8% rispetto a quello precedente.

Anche gli ordinativi registrano a dicembre un incremento congiunturale (+1,7%) e nell’ultimo trimestre del 2020 aumentano del 2,6% rispetto a quello precedente.

La dinamica congiunturale del fatturato è sintesi di una crescita del mercato interno (+2,0%) e di una contrazione di quello estero (-1,0%). Per gli ordinativi l’incremento congiunturale riflette un sostenuto aumento delle commesse provenienti dal mercato interno (+6,5%) e un significativo calo di quelle provenienti dall’estero (-4,9%).

Con riferimento ai raggruppamenti principali di industrie, a dicembre gli indici destagionalizzati del fatturato segnano aumenti congiunturali per l’energia (+10,6%), per i beni strumentali (+1,5%) e per i beni di consumo (+0,6%); per i beni intermedi si rileva, invece, una flessione dello 0,6%.

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 21 contro i 20 di dicembre 2019), il fatturato totale diminuisce in termini tendenziali dello 0,5%, con un incremento dell’1,7% sul mercato interno e un calo marcato su quello estero (-4,6%).

Con riferimento al comparto manufatturiero, il settore dei mezzi di trasporto registra la crescita tendenziale più rilevante (+38,9%), seguito dall’industria metallurgica (+7,1%), mentre il comparto tessile e dell’abbigliamento e le raffinerie segnano le performance peggiori (rispettivamente -19,4% e -30,7%).

In termini tendenziali l’indice grezzo degli ordinativi cresce del 7,0%, con aumenti su entrambi i mercati (+7,8% quello interno e +5,8% quello estero). I maggiori incrementi si registrano nella metallurgia (+15,0%) e nell’industria dei macchinari e delle attrezzature (+12,6%), mentre i peggiori risultati si rilevano per le farmaceutiche (-5,8%) e per l’industria tessile e dell’abbigliamento (-12,6%).

Le città e la sfide della neutralità climatica

Le città protagoniste della sfida alla neutralità carbonica. Si stima infatti che proprio le città siano responsabile dell’ 80%  delle emissioni di gas serra e nessun percorso di decarbonizzazione può quindi prescindere dal loro coinvolgimento.

La web conference  Le città e la sfida della neutralità climatica che si svolgerà il  25 febbraio prossimo, promossa dal Green City Network e da Italy for Climate in collaborazione con il GSE e l’Ambasciata Britannica a Roma,sarà l’occasione per comprendere meglio la sfida della neutralità carbonica delle città Italiane valutandone le criticità, le prospettive e le possibili azioni attuative e presentare agli Amministratori la campagna Race to Zero promossa dalle Nazioni Unite in vista della COP 26.

 Ne discuteranno Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile;  Francesco Vetrò, Presidente del GSE (Gestore dei Servizi Energetici); Giusy Lombardi, DG per il clima, l’energia e l’aria del Ministero dell’ambiente; Jill Morris, Ambasciatore Britannico in Italia insieme ad alcune città italiane che testimonieranno il loro impegno e la loro concreta esperienza.

Covid: “Italia avrebbe mentito a Oms”

L’Italia potrebbe aver fuorviato l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sulla sua preparazione ad affrontare una pandemia.

Secondo il Guardian l’Italia avrebbe stilato un rapporto di autovalutazione  il 4 febbraio 2020 aggiudicandosi il livello più alto nella lotta alle pandemie.

Nella sezione C8, dove i Paesi devono valutare la loro preparazione complessiva a rispondere a un’emergenza sanitaria pubblica, l’autore del documento segna l’Italia nel ‘livello 5’, il più alto.

Si tratta di un’autovalutazione che ogni anno i Paesi vincolati dal Regolamento sanitario internazionale (Ihr), trattato finalizzato a combattere la diffusione globale delle malattie, sono tenuti a presentare all’Oms per dichiarare lo stato della loro preparazione in caso di emergenza sanitaria.

Il livello 5, illustra il Guardian, equivale a dire che nel Paese che si colloca in questa categoria il “meccanismo di coordinamento della risposta alle emergenze del settore sanitario e il sistema di gestione degli incidenti collegato a un centro operativo nazionale di emergenza sono stati testati e aggiornati regolarmente”.

Tuttavia, fa notare l’autore del servizio, “lo scorso anno è emerso che l’Italia non aveva aggiornato il suo piano pandemico nazionale dal 2006, fattore che potrebbe aver contribuito ad almeno 10mila morti di Covid-19 durante la prima ondata e che è un elemento chiave nell’inchiesta della Procura di Bergamo sui presunti errori da parte delle autorità”.

 

Un rinnovato senso di comunità

La questione di un nuovo centro politico sta appassionando non poco, negli ultimi giorni, politici e pensatori che hanno sperimentato la pochezza politica degli ultimi decenni.

Soprattutto dopo il varo del Governo Draghi sembra riemergere all’orizzonte una speranza di centro politico, distinto e distante sia dall’antipolitica, sia dalle destre, ma soprattutto rispetto alle posizioni ormai sterili del Partito Democratico.

La questione è sicuramente aperta nel dibattito politico nazionale, ma penso non sia ancora matura se si constatano giudizi e prese di posizione che non fanno alcun riferimento alle motivazioni ideali autentiche dei popolari e dei cattolici democratici.

O meglio, la questione è matura ma mancano strategie politiche serie per ricominciare un percorso ideale interrotto bruscamente solo per quella manciata di potere fine a sé stesso.

Il popolarismo è diviso oggi in mille rivoli, per cui vi sono piccole formazioni politiche che ne usano il nome a destra e a manca: popolari nel PD, Popolari per l’Italia, UDC (tanto per citare le più appariscenti).

Ma se si va al fondo ideale di queste formazioni (ammesso che vi sia un fondamento ideale) si scopre come l’unica motivazione che le tiene in vita è la continua ricerca di potere, di poltrone, della candidatura al Parlamento o nei vari Consigli regionali.

Galleggiano sull’acqua stagnante ed ormai putrida della politica italiana.

Ecco che allora ridurre il dibattito politico all’idea della federazione o, meglio, ad individuare un federatore che possa garantire la ripresa di un cammino politico, sembra essere un tentativo anchilosato, sorpassato e privo non solo di stimoli ideali, ma anche di futuro.

Luigi Granelli direbbe ancora oggi che le idee non si assommano, che il cattolicesimo democratico affonda le sue radici nel pensiero di Sturzo, De Gasperi, Dossetti, La Pira, Lazzati, Vanoni, Moro, Donat Cattin e Zaccagnini.

Non sono questi ultimi dei semplici richiami ad un passato che non c’è più, ma una presa di coscienza coerente ed ineliminabile della vicenda politica dei cattolici impegnati in politica.

Perché se è vero che il cattolicesimo democratico non è mai tramontato sul piano ideale e dei valori (e, soprattutto, che non è stato sconfitto dalla storia), occorre anche riconoscere che a partire dagli anni Ottanta è venuta meno quell’etica pubblica che lo ha degradato a semplice strumento del potere, della ricerca del potere fine a sé stesso.

Già l’etica pubblica! Come si può essere credibili nella società se si rinnegano i valori della comunità, della solidarietà, dell’attenzione verso gli ultimi, del riscatto sociale delle posizioni più indifese e che meritano una rappresentanza politica seria ed onesta.

Allora, prima di parlare di federazioni (che hanno tutta l’aria di una propensione a nuovi posti di potere o a riconquistare posti di potere), occorrerebbe confrontarsi su queste tematiche che, non a caso, erano alla base delle riflessioni e delle idee politiche di Luigi Sturzo.

Non si costruisce una nuova posizione politica guardando a qualche parlamentare che siede a Monte Citorio o a Palazzo Madama (questi ultimi vegetano e non sono interessati ad un nuovo percorso politico, ma alla semplice ricandidatura), c’è bisogno di coraggio, di entusiasmo e di freschezza ideali.

Quando gli studenti piemontesi accesero le speranze dei liberali di tutta italia

Se la protesta parte dai giovani lascia il segno, specie quando mette a repentaglio la loro stessa vita e assesta uno scossone politico alle istituzioni e ai poteri affermati. Succedeva allora ed è successo, nel bene e nel male, anche in tempi più recenti, vedi gli anni ’60 e ’70 del Novecento. Duecento anni fa, sull’onda dei moti scoppiati nell’estate del 1820 a Napoli, in Spagna e in Portogallo – i quali indussero rispettivamente i sovrani Ferdinando I, Ferdinando VII e Giovanni VI a concedere la costituzione – anche in Piemonte si mobilitò parte dei cittadini, con in testa gli studenti. Rivendicavano riforme, maggiori libertà civili, ma in primo luogo auspicavano lo sgombro degli austriaci dal vicino Lombardo-Veneto.

Cominciò tutto durante una fredda giornata invernale. Torino, 11 gennaio 1821, Teatro di Angennes (oggi Gianduia), un casermone divenuto punto d’incontro abituale degli universitari della città e dintorni. Si rappresentava “La gazza ladra” di Rossini; fra il pubblico, variegato e sempre rumoroso, si distinsero quattro ragazzotti con un vistoso berretto rosso in testa, i quali richiamarono l’attenzione divertita e le risate degli spettatori. Ma gli agenti di servizio non risero affatto, perché quel cappello frigio aveva un suo significato e lanciava un messaggio preciso: simboleggiava infatti il giacobinismo francese affine alla Rivoluzione del 1789. Uno dei quattro fu arrestato, mentre gli altri, riusciti a fuggire, vennero denunciati. A quell’episodio seguirono giorni di perquisizioni, di sequestri di materiale ritenuto sovversivo (volantini e manifesti), di arresti, perpetrati soprattutto nelle fila degli ambienti universitari. Furono epurati addirittura una quindicina di insegnanti. 

A quel punto la mobilitazione si fece più insistente e, forte di una partecipazione maggiore, si estese progressivamente presso le altre università distribuite in tutta la regione (a Cuneo in primis). I giovani chiedevano a gran voce il rilascio dei colleghi arrestati – tra l’altro in modo illegittimo perché, come è noto, al tempo gli iscritti all’Università godevano del “diritto di foro” e avrebbero potuto essere posti in stato di fermo solo su richiesta di una magistratura non ordinaria – e un punto d’incontro con la corona in merito alla condizione politica dei territori italiani a nord-est.

L’Università del capoluogo sabaudo venne occupata da un centinaio di studenti, motivo che scatenò una durissima risposta da parte delle forze dell’ordine. E sebbene il governatore di Torino, Thaon de Revel, avesse intimato alle truppe regie «Souvenez vous que vous avez à faire à des enfants», ci furono ben 38 feriti (alcuni di loro riportarono l’amputazione delle dita e addirittura un naso mozzato) e 45 arresti. Racconta il Brofferio, nella sua Storia del Piemonte, che «[…] Non furono i soldati quelli che si macchiarono in più gran copia dello strazio di pochi e disarmati giovinetti; si recarono a gloria parecchi ufficiali di seguitare i passi del governatore, per far pompa sotto gli occhi suoi di devozione alla monarchia assoluta; e fu dalla mano di costoro che vibraronsi i colpi più micidiali». Dopo le violenze e gli scontri, la protesta si radicalizzò sino a coinvolgere le elités intellettuali democratiche e ampie fasce della cittadinanza piemontese. A prendere in mano il comando della sollevazione fu il Conte Santorre di Santarosa, che a suo dire, era riuscito a coinvolgere anche dei reparti dell’esercito dei Savoia, pronti – sostenne – all’ammutinamento; si erano altresì costituite delle società vicine alla carboneria, ma a struttura aperta e con obiettivi dichiaratamente costituzionali (nulla a che vedere con le lobbyes massoniche che di lì a pochi decenni avrebbero messo in discussione il sistema sociale a vantaggio di poche congreghe equivoche e caratterizzate dalla segretezza dei membri associati). A inizio marzo 1821 Santarosa stabilì una sinergia con Carlo Alberto, nipote di Vittorio Emanuele I ed erede designato al trono, attratto senza soluzione di continuità dalla causa liberal-unitaria. 

E se è vero che persona est rationalis naturae individua substantia, come affermò Boezio, il giovane principe fu colto dalla fortissima tentazione circa l’opportunità di guidare un’insurrezione generale contro l’Austria legittimato dall’appoggio dell’esercito (in fin dei conti, avrebbe potuto legare il suo nome a un’impresa memorabile). Ma a sconfessare il futuro re fu lo stesso Vittorio Emanuele I, che abdicò a favore del fratello Carlo Felice, di idee conservatrici e più affidabile in quanto a risolutezza.

La congiura piemontese fu facilmente sedata e repressa senza sforzo dalle truppe regie, ma lasciò ugualmente il segno, specie sotto l’aspetto morale e di una più ampia riflessione sulla consapevolezza di appartenenza alla nazione. Se non altro da parte di chi, come quei giovani, era sinceramente convinto della causa unitaria. 

Le chiese vuote e l’Umanesimo integrale

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Pier Giorgio Gawronski

La secolarizzazione in Europa sembra non conoscere soste. Nei Paesi del Nord la pratica religiosa è da tempo su livelli bassi (Scandinavia, Regno Unito, Olanda: minore del 10 per cento), e ciononostante continua lentamente a calare (Germania, Francia); non resiste neppure la tradizionale tendenza femminile alla religiosità.

La novità è che ora crolla anche il numero di coloro (non praticanti) che si definiscono “cristiani”. Le stesse tendenze, da livelli più alti, si registrano in Irlanda e nei Paesi mediterranei.

In Italia i “praticanti” sono scesi in dieci anni dal 33% al 27%; tra i giovani (18-29 anni) i praticanti sono solo il 14%, e continuano a calare di quasi il 3% l’anno. E i dati ufficiali sulla religiosità sono persino sovrastimati.

Nel cosiddetto Sud del mondo due tendenze demografiche frenano la secolarizzazione. In America latina (Messico), Africa (Sud Africa), Asia (Filippine), i dati disponibili non rilevano cali della religiosità. Succede così che la migrazione da quei Paesi attutisca il processo di secolarizzazione dei Paesi di destinazione. Inoltre, i migranti che arrivano in Italia (il 52% dei quali non è musulmano, ma cristiano) praticano più dei nativi; e gli italiani “praticanti” sono più prolifici degli atei. Ma questi fenomeni non sono sufficienti a invertire il trend: le chiese continuano a svuotarsi.

Nei Paesi nordici si chiudono i luoghi di culto, si accorpano le parrocchie, si sperimentano nuovi tipi di “comunità parrocchiali” nei luoghi di lavoro; le Confessioni protestanti minori si fondono fra loro o confluiscono in quelle maggiori; ciò non cambia le tendenze di lungo termine. Le Chiese devono dunque interrogarsi più profondamente sulle cause del loro declino.

L’analisi sociologica sembra mostrare che la secolarizzazione colpisce di più: i Paesi protestanti e ortodossi, che non quelli cattolici; e i Paesi più “avanzati” in base al reddito, mentre incerto è il ruolo dell’istruzione. Ma le correlazioni statistiche non spiegano cosa c’è dietro.

Nel corso degli anni c’è chi ha posto l’accento soprattutto sulla identità (cattolica), sbiadita e inquinata dal benessere e dal liberalismo. Semplificando: la tesi era che una linea di fermezza e rigore dottrinale avrebbe potuto restituire credibilità e appeal alla Chiesa cattolica.

Successivamente l’accento si è spostato e oggi sembra prevalere la visione opposta: se non si ascoltano “i segni dei tempi”, non si è capiti dalle “nuove generazioni”. Così, oltre ad “attualizzare il messaggio”, le Chiese cercano di “modernizzare la comunicazione”. Come si può pensare di intercettare i giovani quando questi comunicano sulle piattaforme digitali, se il messaggio religioso viaggia in modo tradizionale? Ma gli strumenti digitali non possono creare un interesse se questo non c’è. Altre questioni sul tappeto sono il “maschilismo” di alcune Chiese, la morale sessuale, il celibato dei preti, il rapporto con il potere economico e politico. Ma nessuna sembra spiegare davvero la questione. E statisticamente non ottengono risultati soddisfacenti né le Chiese più “moderne”, né quelle più “conservatrici”.

Nasce dunque spontanea la domanda: l’uomo moderno ha ancora bisogno di Dio e della religione? Dai dati riportati sembrerebbe di no.

L’invito di Gesù è sempre lo stesso: «Chi vuol venire dietro di me prenda la sua croce e mi segua» (Lc 9, 23). A ben vedere però, i giovani europei sono solo sopraffatti da mille cose — una fra tutte è l’abuso di audiovisivi —, in famiglie dove figure genitoriali deboli stentano a trasmettere concretamente i valori che hanno conosciuto e sperimentato: tra questi, l’esperienza religiosa. Spesso sono abbandonati alla noia, alla pigrizia, alle scorciatoie e al vuoto. Ma gli operatori giovanili riportano che i giovani hanno fame di infinito, di bellezza, e di Dio; si interrogano su chi sono, da dove vengono, dove vanno, che senso hanno l’impegno, il dolore, l’amore, chi li ama, e chi no. Quando emergono queste domande latenti, diventano più interessati alle relazioni con gli adulti, con il diverso, con il Mistero. Difatti, grande successo hanno i raduni internazionali delle Giornate mondiali della gioventù; e nelle Chiese sono ancora vitali molti gruppi giovanili, laddove si intrecciano relazioni concrete.

Quali dunque i possibili rimedi contro la secolarizzazione? La “fotografia” della prima Chiesa di Gerusalemme che emerge dalla lettura degli Atti degli Apostoli, può essere d’aiuto (2, 42-47). Schematizzando, la prima comunità cristiana perseverava in 4 cose: la trasmissione del messaggio di Cristo; l’unione fraterna, stare, mangiare insieme; condividere i beni materiali «secondo il bisogno di ciascuno»; l’Eucaristia, frequentare insieme il tempio.

La pratica religiosa delle Chiese moderne è incentrata sulla liturgia domenicale, che privilegia fortemente il primo punto. Ma già quando si passa al secondo si nota una profonda divaricazione: nella pratica religiosa moderna manca la relazione umana. I membri della prima Chiesa cristiana socializzavano, erano amici, o stavano dentro a un meccanismo che favoriva l’amicizia a priori. Si può immaginare uno che dice all’altro: “mio figlio è malato, sono preoccupato”, il confronto fra persone diverse per età, classe sociale, cultura e provenienza, «come in una famiglia accogliente in cui ciascuno può essere sé stesso, con i suoi dubbi e le sue domande, senza timore di essere giudicato» (Frère Alois, Taizé). Infatti all’epoca le confessioni — o lo status di penitente — erano pubbliche.

Riflettiamo un momento sul concetto di “amicizia a priori”. Per fare degli amici non basta assemblare gente come in un villaggio turistico: si diventa “amici” quando si condivide un’esperienza umana realmente — non solo potenzialmente — importante. Sia i cristiani del I secolo che quelli del XXI hanno in comune (“condividono” passivamente) la fede in Cristo. Ma i primi cristiani condividevano (attivamente) oltre alla dottrina anche l’esperienza quotidiana dell’incarnazione nella loro vita, della Salvezza che viene dallo Spirito. E questa era un’esperienza umana mai scontata: la città terrena «non è una società di genti installate in dimore definitive, ma di genti in cammino» (Maritain). La vita cristiana e la fede nel primo secolo, era anch’essa non lineare: fatta di dubbi, contraddizioni, timori, incertezze, fallimenti, oltreché di gioia e, speranza. La complessità di ogni cammino di fede individuale era condivisa, grazie a una disponibilità reciproca “a priori”. Perciò anche un forestiero appena arrivato poteva essere immediatamente inserito in questo processo di condivisione, da cui nascevano: il consiglio (la “correzione fraterna”), l’incoraggiamento, e la testimonianza reciproca sulla presenza dello Spirito Santo: nutrimenti essenziali di ogni cammino di fede.

Nelle odierne messe domenicali invece partecipano per la maggior parte sconosciuti che resteranno sempre tali. All’uscita dalla messa salutiamo talvolta i nostri conoscenti ed amici che abitano nel quartiere, è vero; ma lo facciamo spesso con un filo di imbarazzo, quasi scusandoci di confessare la fede, e ci affrettiamo a parlare d’altro: «Come stanno i figli, come va il lavoro, quando partite per le vacanze…». Questo perché tali amicizie, nate fuori dalla chiesa, anche quando coinvolgono i credenti, non si basano sulla fede comune, ma su altre situazioni comuni a credenti e non credenti: l’amore per le passeggiate in montagna, un interesse professionale ecc. Le condivisioni fondative dell’amicizia si realizzano oggi per la maggior parte in occasioni sociali dove — per un giusto rispetto del pluralismo ideologico — non è politically correct parlare della presenza viva di Gesù nella propria vita.

Anche la condivisione dei beni (terzo punto) oggigiorno appare improponibile, salvo che in forme tiepide e minimaliste. Innanzitutto per mancanza di informazioni: come determinare “il bisogno di ciascuno”, se non si conoscono gli altri? La risposta al “bisogno” sfugge alle regole semplici: come “l’uguaglianza” dei redditi, delle ricchezze, o dei consumi. Forse che un uomo privo di gambe non ha bisogno di supplementi di reddito — per pagarsi delle protesi o un taxi — per potersi recare al lavoro come tutti gli altri (A. Sen)? In secondo luogo, le relazioni umane e spirituali fra i primi cristiani rendevano più naturale la risposta al bisogno anche materiale dell’altro: la condivisione non era un obbligo ma un atto d’amore. E come dice san Paolo, puoi fare qualsiasi cosa, ma se non lo fai per amore non vale niente (e spesso fai bene a non farla). Al contrario, la carità oggi è diventata anch’essa una transazione anonima poco attraente.

Quanto al quarto punto, del “pregare insieme”, si ha spesso la sensazione che i fedeli domenicali preghino da soli; che pur partecipando insieme alla Messa, pur recitando le stesse preghiere nello stesso momento, si sentano fondamentalmente soli. Anche l’Eucaristia, pur chiamandosi “comunione”, è purtroppo spesso vissuta come un accesso individuale alla grazia, con la presenza più o meno casuale di altri che, simultaneamente ma per conto proprio, ricevono il medesimo sacramento.

I giovani, assetati di autentica comunione, sono sempre meno interessati a questo modo di stare insieme. E la secolarizzazione è la spia di una grave sofferenza anche dei fedeli che perseverano nella fede. Com’è possibile che la religione dell’Umanesimo integrale abbia disumanizzato le sue pratiche? Senza relazioni umane profonde, la comunità religiosa non è tale, e perde di senso. I cristiani hanno bisogno di condividere la fede e la preghiera: altrimenti la fede si inaridisce. Certo, la condivisione può avvenire e in parte avviene ancora in famiglia. Ma nell’Europa contemporanea anche le famiglie hanno smesso da tempo di essere un luogo privilegiato dove condividere la quotidianità della fede: le coppie sono spesso miste; e comunque una condivisione “a due” sarebbe limitata.

Perché allora la religiosità organizzata intorno alla funzione domenicale è stata vitale fino a 50 anni fa? Forse, il mondo era fatto di tanti “piccoli villaggi”, nei quali le comunità locali già erano costituite prima di entrare in chiesa, dove “si sapeva tutto di tutti”. A Roma, per esempio, in quartieri come Trastevere e Garbatella, molte case avevano all’ingresso due scalini; e ancora negli anni Cinquanta, fra il tardo pomeriggio e l’inizio della sera, gli abitanti uscivano per sedersi a conversare; la strada era un luogo pubblico. L’assenza di opportunità favoriva la socializzazione. La funzione religiosa domenicale era perciò il culmine di una vita in comune; e l’assemblea dei fedeli a buon diritto poteva dirsi “comunità”.

La rottura delle relazioni sociali locali determinata dall’interconnessione globale, dalla pervasività del mercato (e delle automobili), dall’elevata produttività del fattore umano, in Occidente può aver snaturato la liturgia domenicale, trasformandola suo malgrado in un rito anonimo di fedeli anonimi. In un mondo che cambia, la staticità della pratica religiosa ne determina la crisi.

Stando così le cose, la migliore risposta alla secolarizzazione non è né inseguire né respingere la modernità, bensì di reagire all’individualismo, all’atomizzazione, all’evanescenza delle relazioni nelle Chiese. La vita non può essere tenuta al margine della Chiesa, solo commentata, giudicata, o perdonata dal clero. I cristiani hanno bisogno di esplorare, riflettere, e parlare fra loro del loro essere cristiani.

Documento della Commissione diocesana Giustizia e Pace Diocesi di Civita Castellana. Riflessioni sulle prospettive economiche e sociali per il dopo pandemia.

Partendo dall’esperienza formativa del ciclo di incontri diocesani sulla dottrina sociale della Chiesa che hanno avuto luogo a inizio 2020 a Nepi, la Diocesi ha dato vita a un gruppo di riflessione su la città di Dio e la città dell’uomo. Sono state invitate a comporre il gruppo persone credenti, interessate alla “questione politica” nel senso ampio del termine, con esperienza diretta nel settore, non attualmente impegnate nelle Istituzioni locali o dello Stato.

Il gruppo, che è stato costituito come Commissione Diocesana “Giustizia e Pace”, si presenta alla Diocesi con un primo contributo di riflessione incentrato sul contesto epocale che stiamo vivendo come collettività e come Chiesa, in un’ottica di prospettiva per il “dopo pandemia”, nella quale il Popolo di Dio non può restare afono, bensì chiamato a essere portatore della speranza che nasce dal Vangelo.

 

La pandemia “può rappresentare un’opportunità reale per la conversione, la trasformazione, per ripensare il nostro stile di vita e i nostri sistemi economici e sociali”. (1).

La Chiesa, fin dalle prime settimane in cui si è manifestato il virus, attraverso l’azione della Caritas, ha subito offerto un concreto sostegno a tante famiglie trovatesi a vivere in maniera repentina in una situazione di estremo bisogno fino all’indigenza, per il calo e l’azzeramento dei redditi. Ma servire le mense non basta. Come laici, chiamati a “cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” (2), siamo sollecitati ad intervenire nel dibattito pubblico, formulando proposte concrete, “perché  non prevalga la paura e perché le preoccupazioni possano trasformarsi nell’energia necessaria per ricostruire” (3), come avvenne dopo la tragedia della seconda Guerra mondiale.

Allora l’Italia riuscì a ripartire, ponendo le basi del cosiddetto miracolo economico, frutto di concrete scelte lungimiranti compiute da una classe politica che seppe ben utilizzare le risorse economiche messe a disposizione dalla comunità internazionale e grazie a “genitori e nonni che con le loro virtù, la loro pietas e fede popolare hanno generato famiglie, imprese e democrazia”(4). Anche in questa occasione l’Italia potrà contare su una notevole quantità di contributi provenienti dall’Unione europea, che tuttavia non saranno soltanto a fondo perduto, ma andranno anche ad alimentare un debito pubblico cresciuto a dismisura nel corso degli anni e progressivamente nei mesi della pandemia, destinato a gravare sulle future generazioni.

“Questo debito sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca, se è cioè ‘debito buono’. La sua sostenibilità verrà meno se invece verrà utilizzato per fini improduttivi, se sarà considerato ‘debito cattivo’” (5). Perciò “le risorse dovranno essere messe a disposizione per investimenti e produttività, per la creazione di lavoro vero e non di lavoro assistito” (6).
Si tratta di considerazioni generali che naturalmente occorre declinare in funzione delle esigenze del territorio racchiuso nei confini della nostra diocesi. Dall’indagine Eurispes pubblicata nel 2017, emerge che il 53,2% della popolazione intervistata lamenta difficoltà economiche, il 43,6% la disoccupazione. Una situazione già di per sé problematica, rischia di risultare assai peggiore dopo i lunghi mesi della pandemia.

Tuttavia “c’è un territorio ricco di dignità, energie morali e materiali, creatività, che chiede risposte da parte di uno Stato che non sia invasivo, ma illuminato e regolatore, capace di esercitare con leggerezza una prossimità, giocata sulla valorizzazione dei talenti  e delle eccellenze locali. La Diocesi di Civita Castellana rappresenta il paradigma dell’’altra Italia’, quella vera, espressione della provincia più autentica che è il condensato di tradizioni etno-antropologiche e di specificità che hanno storicamente fatto del nostro, un Paese unico”. (7)
Occorre quindi prendere piena consapevolezza delle opportunità di cui si dispone, considerando che “la pandemia ci sta abituando a nuove modalità di lavoro e di produzione, che pongono in discussione il modello degli addensamenti urbani per come li abbiamo conosciuti. In discussione è l’alta concentrazione di risorse umane, intellettuali e finanziarie in spazi relativamente ristretti, per passare a una riorganizzazione residenziale su basi diverse che può interessare altri territori” (8).

Perché tutto questo non resti pura enunciazione teorica, la comunità ecclesiale di Civita Castellana vuole porsi come interlocutore delle realtà economiche, sociali e culturali presenti sul territorio, per avviare un dialogo in grado di costruire nuovi modelli di crescita e di sviluppo, con la consapevolezza di essere chiamati “come cristiani e cittadini, a una risposta di comunione e corresponsabilità”.(9)

L’obiettivo deve essere quello di ricostruire le reti che fanno vivere la nostra società, “per generare un ecosistema della crescita, su basi nuove, in cui il dato di fondo è rappresentato, oltre che dalla propensione allo scambio continuo di competenze e di saperi, dal generale passaggio da un capitalismo selvaggio a un modello di ‘capitalismo cognitivo’, in cui a predominare sarà un vocabolario fondato su valori quali: rispetto per l’individuo e per il contesto in cui si muove, capacità di innovare, dimensione partecipativa, ma soprattutto rilevanza dei territori, in un processo di coevoluzione che deve intrecciarsi con la catena della solidarietà” (10).

Una sorta di ‘rivoluzione copernicana’ cha sappia individuare percorsi inediti sul piano economico, imprenditoriale, culturale e sociale, come dimostra ad esempio il Protocollo d’intesa per la promozione e lo sviluppo di un sistema culturale e turistico integrato, stipulato tra i vari comuni ricadenti nell’asse Flaminia, Cassia, Tiberina, Valle del Tevere e altri soggetti pubblici e/o privati attivi sul territorio, in totale 63 soggetti.
La pandemia però non ha generato soltanto una crisi sanitaria ed economica, ma anche “istituzionale, democratica. Una crisi sociale che sta portando nuove diseguaglianze e nuove solitudini, una crisi esistenziale (11)”. Basti pensare alla condizione di malati, anziani, disabili, resa ancor più difficile  dalle restrizioni alla vita di relazione.
Nel corso del 2020 le separazioni sono aumentate del 60%, dato verosimilmente sottostimato visto che, osserva il presidente dell’Associazione nazionale avvocati divorzisti, Matteo Santini, “molti non hanno agito legalmente perché impossibilitati ad andare nei tribunali o perché non avevano i soldi per sostenere le spese dell’avvocato” (12).

Assai preoccupanti sono i dati relativi alla condizione giovanile. “Le ricerche internazionali, documentate nel Rapporto steso dal gruppo di esperti su ‘Demografia e Covid’ istituito presso il Dipartimento per le politiche della famiglia, mostrano, in vari Paesi in cui i dati sono disponibili, come circa un giovane su tre durante il primo lockdown abbia riportato condizioni moderate o severe di stress e ansia, umore negativo, fino a stati di depressione, senso di abbandono e i disturbi psicosomatici. Varie analisi registrano, inoltre, un aumento dei comportamenti aggressivi, oppositivi e trasgressivi. I fattori alla base della crescita del disagio sono molteplici. A livello individuale pesano le restrizioni sulla possibilità di interagire fisicamente con i coetanei, all’interno e fuori dalla scuola, di svolgere attività fisica, di fruizione di spazi di libertà, di esperienze in cui ci si misura con il mondo esterno” (13). Una condizione che espone maggiormente al rischio di dipendenze, una delle criticità presenti nel territorio diocesano, visto che in base alla citata indagine Eurispes, il 52,8% degli intervistati considera abbastanza diffuso l’abuso di alcolici, il 51,2 quello di droghe leggere e il 39,8 quello di droghe pesanti.

Se “la crisi ci obbliga a riprogettare il proprio cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno” (14) come abbiamo fin qui cercato di argomentare, da figli della Chiesa ci sembra necessario evidenziare che anche  la nuova situazione sociale creata dalla pandemia richiede di accompagnare gli insegnamenti delle scienze umane con la guida antropologica e spirituale dei nostri pastori, perchè “le cose del tempo non è possibile intenderle e valutarle a dovere, se l’animo non si eleva ad un’altra vita” (15).

(1)Messaggio Papa Francesco per il 75/mo anniversario delle Nazioni Unite
(2)Lumen gentium 31
(3) Messaggio 31 dicembre 2020 del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella
(4) Luigino Bruni www.avvenire.it 30 dicembre 2020
(5) Mario Draghi, ‘La sfida del Covid, i giovani e l’Europa che cambia’, Meeting per l’amicizia tra i popoli, 18 agosto 2020
(6) Monsignor Giampaolo Crepaldi, 16 giugno 2020, www.vanthuanobservatory.org
(7) Indagine Eurispes sul territorio diocesano, pagina 291
(8) Intervento introduttivo del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all’Assemblea dell’Anci 17/11/2020
(9) Introduzione del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, ai lavori della sessione invernale del Consiglio episcopale permanente,  26/01/  2021
(10) Indagine Eurispes sul territorio diocesano, pagina 293
(11) Marta Cartabia, Intervento in occasione della presentazione del Piano Strategico per il quadriennio 2021-2024 della Compagnia di San Paolo (29 gennaio 2021)
(12) Franco Giubilei, ‘La Stampa’ 16/01/2021, pag. 7
(13) Alessandro Rosina, ‘Avvenire’ 15/01/2021, pag 1
(14) Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 21
(15) Leone XIII, Rerum novarum, n.17

Chi è Giuliano Liuzzi, il ricercatore tarantino della Nasa

Marte è il quarto pianeta del sistema solare in ordine di distanza dal Sole; è visibile a occhio nudo ed è l’ultimo dei pianeti di tipo terrestre dopo Mercurio, Venere e la Terra. 

Il pianeta rosso Marte ha da sempre attirato l’attenzione dell’uomo perché è il pianeta a noi più vicino e perché assomiglia sia alla Terra sia alla Luna. 

Chiamato pianeta rosso per via del suo colore caratteristico causato dalla grande quantità di ossido di ferro che lo ricopre, Marte prende il nome dall’omonima divinità della mitologia romana. 

La sua superficie è rossa, per la presenza di minerali ferrosi, e un tempo, oltre quattro miliardi di anni fa, c’era acqua allo stato liquido. 

Pur presentando temperature medie superficiali piuttosto basse (tra −120 e −14 ° C) e un atmosfera molto rarefatta, è il pianeta più simile alla Terra tra quelli del sistema solare. Le sue dimensioni sono intermedie tra quelle del nostro pianeta e quelle della Luna e ha l’inclinazione dell’asse di rotazione e la durata del giorno simili a quelle terrestre .

Oggi le sonde inviate su Marte raccontano agli astronomi di una realtà ben diversa, inadatta a ospitare esseri viventi, come invece si credeva  un tempo.

“Perseverance è il rover più ambizioso fra i robot della Nasa, il cui obiettivo scientifico è scoprire se su Marte ci sia mai stata vita”, ha detto il capo del Direttorato delle Missioni scientifiche dell’agenzia spaziale americana Nasa, Thomas Zurbuchen. Il rover cercherà la risposta nel cratere Jazero, “al cratere Jezero, il sito marziano più impegnativo mai individuato per un atterraggio”. 

È di questi giorni infatti la felice notizia che è andata a buon fine la discesa sul suolo di Marte del rover Perseverance, e del suo piccolo compagno di viaggio, il drone-elicottero Ingenuity, compito della missione Mars 2020 della Nasa, 

Formato miliardi di anni fa, forse in conseguenza dell’impatto di un asteroide, il cratere Jezero si è poi riempito d’acqua ed è diventato un lago profondo circa 500 metri, per poi diventare arido quando il clima su Marte è cambiato.  Perseverance è il quinto rover della Nasa a muovere le sue ruote su Marte, dopo il Sojourner arrivato nel 1997 con la missione Mars Pathfinder e che funzionò meno di tre mesi, i rover gemelli Spirit e Opportunity, della missione Mars Exploration Rover arrivati nel gennaio 2014 e attivi rispettivamente per sei e quasi 15 anni, e Curiosity, arrivato con la missione Mars Science Laboratory il 6 agosto 2012 e ancora attivo. 

Per due anni il rover Perseverance setaccerà il suolo per raccogliere i primi campioni destinati a essere portati sulla Terra. La missione Mars 2020 segna infatti l’avvio del programma Mars Sample Return (Msr), di Nasa e Agenzia Spaziale Europea (Esa) e al quale l’industria italiana contribuisce con il gruppo Leonardo. I campioni raccolti verranno inseriti in contenitori e depositati in luoghi precisi. Il loro recupero sarà affidato alla missione prevista nel 2026 e nel 2031vi sarà un’altra missione per portarli a Terra. 

La curiosità e l’entusiasmo, per tutto questo, si fanno sentire anche in Italia. La Nasa si avvale anche della collaborazione di un italiano, Giuliano Liuzzi, ricercatore post-dottorato presso il NASA Goddard Space Flight Center.

Nato a Taranto nel 1988 da Angelo Liuzzi e Vera Colucci e cresciuto a San Giorgio Ionico (Ta), si è trasferito negli Stati Uniti nel 2017, dopo gli studi di dottorato. Molteplici sono i suoi interessi di ricerca. Studia la composizione dell’atmosfera di Marte. 

“Uso i dati acquisiti dallo spettrometro NOMAD a bordo del Trace Gas Orbiter (TGO) per ricavare la composizione dell’atmosfera di Marte in modo molto dettagliato. In particolare, indago la presenza e l’abbondanza di gas in tracce, aerosol e le loro proprietà ottiche / microfisiche. Inoltre, lavoro per una migliore comprensione dell’evoluzione presente e passata dell’atmosfera marziana, attraverso l’analisi della composizione dei principali costituenti gassosi della sua atmosfera” ha riferito.

E si interessa anche di elaborare il trasferimento radiativo e gli algoritmi di recupero, di nuovi algoritmi di machine learning e intelligenza artificiale per analizzare le osservazioni di esopianeti (pianeta non appartenente al sistema solare, orbitante cioè attorno a una stella diversa dal Sole), con l’obiettivo principale di migliorarne l’efficienza e l’accuratezza nel determinare la loro composizione atmosferica, e anche di analizzare la composizione dell’atmosfera terrestre.

Per quanto riguarda il suo coinvolgimento in progetti attuali, è collaboratore scientifico associato dello strumento NOMAD. Fa parte del team scientifico dello spettrometro Nadir and Occultation for MArs Discovery (NOMAD) a bordo dell’ExoMars Trace Gas Orbiter (TGO), una missione ESA/ROSCOSMOS. La sua attività nel progetto è focalizzata sul recupero dell’acqua e dei suoi isotopologhi, aerosol, proprietà delle nuvole mesosferiche e analisi di sensibilità dalle osservazioni di occultazione solare.

Inoltre è collaboratore del Planetary Spectrum Generator (PSG).  Ha guidato lo sviluppo del modulo di recupero del Planetary Spectrum Generator,  uno strumento online per la sintesi e l’analisi di spettri ad alta risoluzione di corpi planetari.

È autore di numerose pubblicazioni e ha partecipato a diverse conferenze del settore in Italia e all’Estero, risultando anche un eccelso divulgatore. Ricordiamo a tal proposito tra le sue tante partecipazioni solo quella al Festival della Divulgazione (http://www.festivaldelladivulgazione.it/il-festival/) di cui è stato tra gli organizzatori e nello staff  della 1° edizione, che attualmente si organizza ogni anno a Potenza, in Italia.

E nel suo profilo Facebook si legge: “E’ da quando son piccino che vivo scrutando l’immensità. Perché, se non miri lontano, magari laddove non potrai nemmeno mai sognare di arrivare, che vita è?”.

Bonus vacanze 2021. Come si richiede

E’ stato approvato il rinvio della scadenza del bonus vacanze (tax credit vacanze) dal 30 giugno al 31 dicembre 2021. Ma a chi spetta il bonus? Come si richiede? Dove si può spendere?

“Potranno ottenere il ‘Bonus vacanze’ i nuclei familiari con Isee fino a 40.000 euro” ha riportato il sito dell’Agenzia delle Entrate. “Per il calcolo dell’Isee è necessaria la Dichiarazione sostitutiva unica (DSU), che contiene i dati anagrafici, reddituali e patrimoniali di un nucleo familiare e ha validità dal momento della presentazione e fino al 31 dicembre successivo. L’importo del bonus sarà modulato secondo la numerosità del nucleo familiare: 500 euro per nucleo composto da tre o più persone 300 euro da due persone 150 euro da una persona”. “Per maggiori informazioni su come ottenere la Dichiarazione sostitutiva unica e calcolare l’Isee consulta il sito dell’Inps”.

Per ottenerlo è necessario che un componente del nucleo familiare sia in possesso di un’identità digitale SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale).

Il voucher si potrà spendere presso una struttura ricettiva italiana. Può essere utilizzato, inoltre, da un solo componente del nucleo familiare, anche diverso dalla persona che lo ha richiesto. Può essere speso in un’unica soluzione, presso un’unica struttura turistica ricettiva in Italia (albergo, campeggio, villaggio turistico, agriturismo e bed and breakfast).

Mibact, l’elenco unico dei restauratori di beni culturali nel portale dei professionisti

L’elenco unico dei restauratori di beni culturali è pubblicato sul portale dedicato ai Professionisti di beniculturali, realizzato dal MiBACT – Direzione, generale educazione ricerca e istituti culturali, all’interno della nuova sezione professioni regolamentate. L’elenco comprende i professionisti:

*presenti nell’elenco pubblicato all’esito del bando per l’acquisizione della qualifica di Restauratore di beni culturali previsto dalle disposizioni transitorie dell’art.182 del d.lgs 42/2004 (Codice dei beni culturali e del paesaggio);
*in possesso di diploma conseguito presso i corsi abilitanti all’esercizio della professione di Restauratore di beni culturali;
*in possesso di qualifica estera riconosciuta in Italia a seguito di apposito decreto della Direzione generale Educazione, ricerca e istituti culturali del MiBACT;
La nuova release del portale consente di effettuare ricerche all’interno dell’elenco dei restauratori per: Nome, Cognome, Codice fiscale, settori di competenza professionale (12 in tutto), Regione di attività. La registrazione alla piattaforma in qualità di restauratore offre inoltre una serie di funzionalità:

-esprimere il consenso alla pubblicazione del Codice fiscale;
-registrare e pubblicare il proprio indirizzo e-mail;
-indicare le Regioni in cui l’attività professionale viene svolta;
-scaricare un attestato di iscrizione all’elenco;
-richiedere la cancellazione dei propri dati ai sensi dell’art.17 del GDPR.
Gli strumenti a disposizione sul portale semplificano quindi la verifica del possesso della qualifica del professionista da parte dei soggetti interessati, le ricerche dei professionisti nell’ambito di specifici settori di competenza professionale e l’aggiornamento dei dati da parte dei professionisti. L’elenco è aggiornato progressivamente:

*con l’inserimento dei nuovi diplomati abilitati all’esercizio della professione di Restauratore di beni culturali, a seguito di comunicazione da parte degli istituti formativi accreditati;
*all’esito del riconoscimento di qualifica estera con apposito decreto.

Da notare che per i restauratori la registrazione al portale è consentita unicamente a coloro che siano già presenti in elenco. Il portale dei professionisti accoglierà nei prossimi mesi ulteriori implementazioni:
-gestione dell’elenco dei tecnici del restauro di beni culturali, ora disponibile all’indirizzo: https://web.beniculturali.it/?p=48, e relative domande di inserimento.
-gestione in modalità totalmente online delle domande di riconoscimento delle qualifiche estere di restauratore e tecnico del restauro di beni culturali.

Un robot asporta un tumore maligno al rene

Un robot chirurgico ha asportato un tumore maligno al rene su una paziente sveglia, che non poteva essere addormentata. L’eccezionale intervento, il primo al mondo di questo genere secondo i sanitari che lo hanno effettuato, presso l’Urologia universitaria dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino.

Grazie alla combinazione della tecnica robotica assistita con il sistema Da Vinci e di tecnologie innovative di ricostruzioni tridimensionali delle immagini che hanno guidato l’intervento, il tumore maligno è stato asportato completamente salvando il rene.

Amb. Luca Attanasio visita la Missione Amore e Libertà, Kinshasa, Rep. Dem. del Congo – dic 2017

Fare rete, l’impegno dei Popolari.

Questo articolo esce in contemporanea sul sito di “Politica Insieme” è de “Il Domani d’Italia”.

Insisto su ciò che mi pare di aver colto dal dibattito di questi mesi sul ruolo dei “popolari di ispirazione cattolico democratica”.

C’è innanzitutto la piena coscienza che serve ripartire “dal basso”.

Qualcuno forse pensava che bastasse il reclutamento di parlamentari disposti a votare un Conte Ter per costruire “ in vitro” il “partito che non c’è” attorno all’ex Premier.

Questione risolta, ormai.

Non sarà certo con alchimie parlamentari, col rimescolamento di spezzoni di attuale nomenclatura o con l’improbabile uso omeopatico del populismo, che si potrà aprire una stagione nuova.

Serve un vitale ritorno alla comunità. Solo così si potrà costruire la necessaria premessa di tutto: una nuova sintesi culturale.

Molte questioni vitali sono oggi affidate solamente alla dimensione “finanziaria ed amministrativa”; ma noi sappiamo che invece richiedono un salto di responsabilità da parte di tutti i cittadini e delle formazioni sociali.

Sono i temi della transizione digitale ed ecologica; della disuguaglianza crescente tra persone, generazioni, territori e generi; dei nuovi paradigmi attorno ai quali costruire credibili opportunità di benessere sostenibile, equo e duraturo, in chiave interna e globale.

Il Governo Draghi lavorerà in questa direzione, per nostra fortuna. Ma ha bisogno di un risveglio nazionale e di una coerente rigenerazione della politica. La competenza è tornata un valore – dopo la deriva dell’uno vale uno e la folle presunzione dell’orgoglio dell’ignoranza – ma senza il legame popolare e democratico della politica Draghi non può farcela.

C’è poi una sfida culturale ancor più decisiva: come conciliare la spinta al “primato dei diritti individuali” (che va assunto come segno del nostro tempo, in rottura con la stagione precedente, connotata dal primato dei diritti collettivi) con la necessità di un “comune sentire” e di una democrazia che non degradi nell’individualismo e non perda la sua cifra “comunitaria”.

È tempo di riscoprire Mounier: tempo di “nuovo umanesimo”, come esorta Francesco.

Ciò richiede non già sbandierate nostalgie, ma umili, coraggiose, nuove mediazioni.

E postula – per il nostro mondo – un impegno culturale, formativo e di elaborazione che non può avere l’orizzonte stretto del contingente.

È una società nuova che cerca di nascere (se ce la fa), mentre quella vecchia comunque non tornerà più. Dobbiamo esserne consapevoli. Servono tempo, pazienza, fiducia, costanza e generosità.

Esiste però anche la contingenza politica, che non può essere elusa, poiché – come ha detto Aldo Moro – occorre vivere il tempo che ci è stato dato, fino in fondo.

In questo senso mi pare che forse ci siano oggi le condizioni per lavorare a due obiettivi.

Il primo. Mettere in rete – senza nessuna pretesa di immediata “reductio ad unum” – le tante realtà nazionali e locali, civiche e politiche, che si riconoscono in un “nuovo Popolarismo di ispirazione cattolico democratica”.

Ognuna di queste esperienze è molto positiva. Nessuna da sola però può farcela.

Serve una Comunità di Intenti vera, che avvii un percorso di condivisione. Adottando, con reciproca generosità, chiarezza e apertura, la logica del “come se”: come se fossimo già un soggetto unitario. Non lo siamo e occorre prenderne atto. Ma lo dovremo diventare, se ne saremo capaci. Dipenderà solo da noi. Altrimenti sarà stato tempo perso ed avremo illuso tante persone.

Giuseppe De Mita e Mario Mauro, da ultimo, ne hanno scritto su Formiche.

Giorgio Merlo su Ildomaniditalia. Molti importanti contributi sono su PoliticaInsieme e su Associazione dei Popolari.

Penso che Insieme – alla quale ho aderito – Rete Bianca, Demos e tante altre realtà simili, locali e nazionali, dovrebbero sperimentare un percorso di questo genere. Con urgenza e senza primogeniture di sorta.

Solamente così il nostro mondo potrà essere riconoscibile e autorevole.

Il secondo obiettivo, che considero altrettanto essenziale.

Nello scenario che si sta aprendo, occorre saper distinguere tra “dimensione identitaria” (fondamentale per ridare alla politica una sua bussola valoriale) e dimensione dello “strumento politico-elettorale”.

La prima dimensione esige chiarezza di riferimenti ideali e culturali; la seconda esige condivisione plurale di un obiettivo politico di sistema.

Sono due dimensioni coessenziali, che devono convivere dentro una nuova “forma di rappresentanza politica” capace di andare oltre le forme partito del Novecento, nelle quali le due dimensioni, in larga parte, coincidevano.

Nello scenario attuale, si intravvede con abbastanza chiarezza il profilo (e l’urgenza) di tale obiettivo di sistema: ricostruire – totalmente ex novo – una area politica capace di reinterpretare le culture politiche popolari e liberal democratiche verso un riformismo che sia “trasformazione” della società italiana e non solo riproposizione di ricette che la storia degli ultimi vent’anni ha palesato come inadeguate.

La retorica del riformismo – lo spiega bene Stefano Zamagni – deve lasciare il passo alla cultura di una radicale trasformazione della società, delle Istituzioni e dell’economia nei nuovi scenari che incombono.

In conclusione. Facciamo Comunità vera tra i popolari veri. E subito dopo apriamo un “Cantiere” con tutti quelli che con noi vogliano costruire una area politica capace di interpretare il riformismo con le logiche ”trasformative” che la stessa scommessa del Governo Draghi comporta.

Né un PD grillinizzato, né la Lega (che, nonostante il positivo sostegno a Draghi, destra nazionalista rimane) potranno essere la soluzione del problema.

Nello stesso scenario politico europeo molte cose stanno cambiando e i tradizionali contenitori partitici rischiano di non essere più capaci – così come sono – di interpretare le nuove domande della società.

Esiste un filone di cultura politica peculiare in Italia: il Popolarismo di matrice cattolico democratica, che solo in parte, a livello europeo, è rappresento dal PPE.

Ed esiste una storica capacità di tale filone di essere cemento di un patto sociale e politico con le culture liberal-democratiche.

La DC ha rappresentato anche questo. La DC non rinasce, la storia va avanti e non indietro. Ma senza un “baricentro” culturale e politico un Paese come il nostro non può affrontare le sfide di questo tempo difficile.

Noi popolari veri siamo parte di questo baricentro. Dobbiamo però risvegliarci, fare rete ed essere coraggiosi nella novità di idee, linguaggi, classe dirigente.

E dobbiamo poi costruire sinergie politiche con chi – pur non essendo parte della nostra tradizione culturale – si colloca nel nostro stesso orizzonte.

Il tempo a disposizione è poco ed il campo rischia di essere mediaticamente occupato dalle leadership personali oggi in campo. Ma esse hanno i piedi di argilla e non dobbiamo avere paura di loro. Le leadership vere saranno il frutto di un percorso dal basso. A condizione che questo percorso inizi subito.

Smart Working: la nuova frontiera sindacale

E’ passato un anno dall’individuazione del primo caso di COVID 19; un periodo che ha segnato trasversalmente e globalmente la vita delle donne e degli uomini di tutto il mondo. Molti sono stati i cambiamenti imposti dalle restrizioni derivanti dai provvedimenti dei vari governi: dagli stili di vita alle accelerazioni dei processi di riassetto, tuttora in corso, sia sul piano dell’organizzazione sociale sia sul piano economico e del lavoro. 

Nel lessico del dibattito quotidiano sono stati utilizzati dei termini e sigle precedentemente non così frequenti: distanziamento, remoto, DAD, FAD, videoconferenza, piattaforme digitali, seminari web o webinar, etc…. Una serie di elementi che riportano a fattori comuni: la distanza, l’assenza di aggregazione, di contatto; il tutto inserito in un contesto di conseguente crescita dell’utilizzo delle tecnologie per comunicare.

Anche il lavoro ha subìto o accelerato la sua radicale metamorfosi organizzativa in pochi giorni. Nelle Pubbliche Amministrazioni, nella formazione, nel Terziario, nei cicli industriali e dei servizi, la distanza ha assunto una nuova centralità. Il lavoro da remoto è pertanto entrato a pieno titolo nell’organizzazione del lavoro dei vari settori merceologici. Quella che era una sperimentazione in via di consolidamento in alcune aree produttive, è divenuto un elemento organizzativo strutturale; quella che era una pratica quasi sconosciuta, come nella Funzione Pubblica o nei sistemi educativi, si è presentata come una rivoluzione dei modelli amministrativi e di insegnamento. Anche il contatto con il pubblico si è trasformato totalmente. La necessità di rimanere distanti per garantire il contrasto alla diffusione del virus, ha pertanto comportato nuovi modelli di comunicazione e di vita individuale e collettiva.

Tutto ciò è intervenuto con radicalità anche nei contenuti della contrattazione e delle relazioni sindacali.  Regolare con particolare attenzione, i rapporti negoziali a distanza, introduce un altro elemento di discontinuità strutturale rispetto a quanto sinora realizzato.

Anche in questo caso, quelle che pochi mesi fa potevano sembrare voci contrattuali non primarie o comunque non consolidate, stante la condizione attuale, sono divenute fattori baricentrici nel negoziato per una nuova organizzazione del lavoro diffusa trasversalmente nei vari comparti produttivi. Smart Working, telelavoro, partenza domiciliare della prestazione lavorativa, relazioni da remoto, processi gerarchici rarefatti, l’articolazione degli orari di lavoro e il diritto alla disconnessione, saranno le nuove frontiere per il confronto su una diversa dimensione dei rapporti di lavoro.

L’emergenza, pertanto, unita all’innovazione tecnologica, ha cambiato la prospettiva a breve termine sotto molti punti di vista e, guardando al domani, sarà compito dei decisori politici e delle Parti Sociali trovare le sintesi su alcuni aspetti nodali: l’impatto sulle nuove generazioni, il contenimento del “digital divide”, l’aggiornamento formativo, il ripensamento degli spazi architettonici ed urbanistici dedicati al lavoro e alla socialità, infrastrutture digitali adeguate ad un utilizzo capillare delle nuove tecnologie, un impianto normativo all’altezza del cambiamento delle condizioni di lavoro. 

 

Sul centro. Alla ricerca del “federatore”

Puntuale e rigorosa come al solito l’analisi politica dell’amico Giorgio Merlo su “ Il Domani d’Italia” con il suo articolo: Il centro e il “federatore”.

Condividendo l’idea che con il decollo del governo Draghi e col trasformismo che raggiunge il momento più alto della sua espressione parlamentare e, probabilmente anche la sua fine precipitosa, la geografia politica sia destinata a cambiare. Prova ne siano lo smottamento in atto nel M5S, le tensioni precongressuali  e mai sopite nel PD, la divisione intervenuta persino nel voto di fiducia nella sinistra di LEU, compresa la rottura dell’intesa tattica se non strategica della destra, anch’io ritengo sia giunto il tempo per una forza politica di centro, nella quale non potrà mancare l’apporto di una componente possibilmente unificata della nostra area politico culturale, quella, cioè, dei cattolici democratici e cristiano sociali.

Quanto al “federatore”, mi permetto di ricordare a Merlo l’insegnamento del nostro compianto amico e maestro, Carlo Donat Cattin: i capi non si scelgono a tavolino, ma si impongono nel dialogo e nel confronto anche duro della politica. Ecco perché, continuo a indicare in una Camaldoli 2021, ossia in un luogo di dibattito per definire un programma politico per l’Italia, l’occasione per un confronto franco e severo, anticipatore di un’assemblea costituente del soggetto politico nuovo di centro di cui Giorgio Merlo scrive.

Sino a oggi l’unica risposta positiva è giunta dalla Federazione Popolare DC, mentre INSIEME continua per la sua strada in autonomia e Rete Bianca  a me pare, sia ancora ferma sul che fare?

Non esistono, allo stato degli atti, figure di leadership né carismatiche, né popolari e neppure potenti, volendo utilizzare gli ideal typus weberiani, in grado di assumere quella figura di “federatore” cui Merlo fa riferimento. Solo dal dialogo e dal confronto programmatico e politico  sapremo individuare la personalità che, alla fine, si imporrà e che democraticamente eleggeremo in sede di Assemblea costituente. Si attendono risposte.

Immunizzare al più presto

Il primo tema che abbiano in assoluto in questo periodo è il vaccino. Se un tempo erano le mascherine, il distanziamento e il rigore, oggi, acquisito che la stragrande maggioranza delle persone si comporta correttamente, vale a dire esce sempre munita di mascherina, ha coscienza che la pandemia può mettere in ginocchio tanto l’economia quanto qualsiasi attività umana, in questa stagione il compito supremo è immunizzare al più presto la stragrande maggioranza dei nostri concittadini.

Si è capito che quest’arma è essenziale per venirne a capo. Il problema che si è affacciato con maggior pericolo, da qualche mese a questa parte, è il fenomeno delle varianti. Se non fermiamo il processo di contagio, quest’ultime potrebbero dare ulteriori e gravosi effetti non ancora del tutto visibili.

Ora, si è capito che la somministrazione all’Italia delle dosi a suo tempo definite, mostra il fianco; le diverse case farmaceutiche non mantengono le forniture sottoscritte. Tanto in Italia quanto in altre Paesi europei. Si aggiunga che l’organizzazione territoriale nelle diverse regioni italiane, sembra disarmonica e non sempre all’altezza delle attese. Per raggiungere un’adeguata immunità di gregge bisognerebbe, quanto meno, vaccinare 50/60% della popolazione. Ad oggi, per quello che si sa, è stato interessato il settore della sanità, si sta lavorando nella sfera degli ultra ottantenni e di qualche settore delle forze dell’ordine.

Ma il numero ad oggi risolto è particolarmente contenuto.  Adesso si tratterà di pretendere la fornitura di un numero sufficiente di dosi da qui, a settembre di quest’anno; di organizzare al meglio  le sedi e gli operatori per le iniezioni corrispondenti a un numero crescente numero di utenti e di mettere a punto un sistema organizzativo nazionale che coordini al meglio ogni realtà regionale. In sostanza, non è pensabile che in qualche territorio la cosa proceda con una certa accelerazione e in altri, capiti qualche ingiustificata vuotezza operativa.

Questo è il periodo più delicato, da qualche settimana c’è un’altalena che non sposta di molto i dati che giungono giornalmente; non è un segnale confortante. Pur sapendo che manca un mese perché chiuda la stagione sfavorevole, infatti l’inverno non aiuta le nostre intenzioni.

Vediamo se Mario Draghi, con la sua autorevolezza, riuscirà a far rispettare i patti stabiliti qualche mese fa. A nostro vantaggio ci dovrebbe però essere un’ulteriore quantità di vaccini prodotti da nuove case farmaceutiche. Forse, con questa aggiunta potremmo tagliare il traguardo per fine estate.

Auguriamoci, come abbiamo visto l’anno precedente, che da maggio a settembre, questo oscuro nemico, ritragga la sua imperiosa volontà di visitare chi non intenda in alcun modo ospitarlo.

Caldo: piante in fiore fuori stagione e natura in tilt

L’aumento improvviso delle temperature spinge gli italiani all’aperto e risveglia la natura con piante e prati fioriti fuori stagione che confermano i cambiamenti climatici in atto con il moltiplicarsi di eventi estremi, dal gelo al caldo improvviso. E’ quanto emerge da un monitoraggio della Coldiretti sugli effetti dell’anticipo di primavera con temperature molto più alte della norma da nord a sud della Penisola per l’arrivo dell’anticiclone di matrice sub-tropicale per tutta la prossima settimana.

Le piante da frutto come mandorli e peschi – sottolinea la Coldiretti – hanno iniziato a fiorire in molte aree del Paese ma nei campi e fiorito il rosmarino e sono comparse già le margherite ed in generale tutte le coltivazioni sono in tilt e si stanno predisponendo alla ripresa vegetativa. L’andamento climatico può avere infatti l’effetto – segnala la Coldiretti – di ingannare le coltivazioni favorendo un “risveglio” anticipato che le rende poi particolarmente vulnerabili all’eventuale prossimo arrivo del gelo con danni incalcolabili, a partire dagli alberi da frutto.

Se prima della fine dell’inverno – continua la Coldiretti – ci sarà un brusco abbassamento della colonnina di mercurio al sotto dello zero sarà inevitabile una moria di gemme con i raccolti compromessi. Siamo di fronte in Italia alle conseguenze dei cambiamenti climatici con una tendenza alla tropicalizzazione e il moltiplicarsi di eventi estremi con una più elevata frequenza di manifestazioni violente, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi e intense, siccità e alluvioni ed il rapido passaggio dal freddo al caldo che ha fatto perdere – conclude la Coldiretti – oltre 14 miliardi di euro in un decennio, tra cali della produzione agricola nazionale e danni alle strutture e alle infrastrutture nelle campagne.

Google Maps: i parcheggi si potranno pagare direttamente dalla App

Google Maps consentirà ora in alcune aree di pagare i biglietti del trasporto pubblico e il costo del parcheggio in strada direttamente dalla app, eliminando la necessità per gli utenti di utilizzare altri canali o altre applicazioni. Il programma, fa sapere Google, riguarda più di 80 agenzie di trasporto pubblico in tutto il mondo.

La funzione si rende particolarmente utile in tempo di pandemia, dato che molti viaggiatori nutrono preoccupazioni sui rischi legati al toccare superfici che potrebbero essere contaminate, come i parchimetri. Il pagamento del parcheggio sarà disponibile in più di 400 città negli Stati Uniti (tra cui Boston, Cincinnati, Houston, Los Angeles, New York e Washington DC).

Inizialmente, sia il pagamento per il parcheggio che quello dei mezzi di trasporto saranno disponibili solo su dispositivi Android, anche se Google afferma che presto implementerà l’opzione anche sui dispositivi iOS.

Vaccino covid, AstraZeneca: “4,2 milioni dosi entro fine marzo”

Sui nuovi tagli alle consegne dei vaccini anti Covid, riferiti dalle Regioni, “AstraZeneca afferma che sta lavorando per rispettare l’impegno di consegnare all’Italia 4,2 milioni di dosi nel primo trimestre, con l’obiettivo di superare i 5 milioni”. E’ quanto si legge in una nota dell’azienda.

“Con la terza consegna che è stata effettuata, siamo contenti di aver fatto arrivare già più di 1 milione di dosi. Per le prossime settimane sono pianificate altre tre consegne per 1 milione di dosi addizionali e successivamente altre consegne per raggiungere alla fine del mese di marzo il totale previsto per il primo trimestre”, fa sapere AstraZeneca.

“I processi di produzione dei prodotti biologici come questo vaccino -si legge ancora nella nota- sono complessi, e una moltitudine di fattori produttivi e di test di qualità che vengono minuziosamente fatti su ogni lotto possono avere un impatto sulla data, frequenza e numero di dosi di ogni consegna. Per questo motivo la consegna effettuata ieri è risultata inferiore di circa il 7% rispetto alle previsioni, ma allo stesso modo le consegne della settimana precedente erano leggermente superiori al previsto. Purtroppo lavoriamo senza nessuna riserva che ci possa dare margine per gestire la normale variabilità del processo produttivo dato che ogni dose prodotta viene immediatamente resa disponibile. Siamo in costante contatto con il Commissario Arcuri al fine di tenerlo aggiornato tempestivamente”.

“Vogliamo ribadire che AstraZeneca si è impegnata a fornire dosi esclusivamente a governi o organizzazioni governative -sottolinea- e non vi è alcuna fornitura, vendita o distribuzione del vaccino al settore privato. Se qualcuno offre vaccini attraverso il settore privato potrebbe trattarsi di vaccini contraffatti e come tali vanno segnalati alle autorità competenti. A questo proposito precisiamo di aver presentato un esposto al Nas (Nucleo Antisofisticazioni e Sanità) dei Carabinieri al fine di denunciare ogni tentativo di assicurare forniture al di fuori dei canali governativi ufficiali, e di aver prontamente informato di tale esposto tutte le Autorità competenti”.

Il centro e il “federatore”.

Diciamoci la verità. Con il decollo del Governo Draghi e dopo l’irruzione del trasformismo come  prassi politica e parlamentare prevalente nel nostro paese dopo il voto del marzo 2018, è del tutto  evidente che la geografia politica italiana è destinata a cambiare. E in profondità. Già in vista delle  prossime elezioni politiche. Certo, non tramonteranno del tutto i capi politici attuali ma è di tutta  evidenza che nasceranno altri partiti, altri contenitori e altre liste. In questa cornice, un progetto di  centro è nelle cose, ovvero una forza politica di centro che sia in grado di declinare soprattutto  “una politica di centro” non può non decollare. A tre condizioni, però. 

Innanzitutto che sia realmente in grado di declinare una “politica di centro”, senza perdersi solo  nei posizionamenti tattici e nella pura ricerca del potere. E quindi, capacità di fare sintesi, battere  alla radice ogni sorta di radicalizzazione del conflitto politico, cultura della mediazione, rispetto  delle istituzioni democratiche e senso dello Stato, impianto riformista, cultura di governo e, non  ultimo, una classe dirigente di qualità e non frutto della improvvisazione, del pressapochismo e  della casualità che sono stati il classico prodotto di un approccio populista e demagogico. Come  l’esperienza dei 5 stelle ha platealmente e pubblicamente confermato in questi anni. 

In secondo luogo non può che essere un partito/movimento/luogo politico plurale. Con tutto il  rispetto per i movimenti e i partiti identitari, frutto di un’altra stagione storica e politica, il futuro  partito di centro non potrà che essere sintesi di sensibilità, pulsioni e culture diverse che si  riconoscono in un progetto politico e di governo. E quindi stop ai tentativi, peraltro condotti pur  sempre in buonafede dai singoli protagonisti, che fanno della sola identità una ragione esclusiva  della propria presenza politica. Tentativi che, purtroppo, si sono sempre, e puntualmente, rivelati  politicamente irrilevanti ed elettoralmente fallimentari.  

In ultimo, ma non per ordine di importanza, una realtà politica federativa e plurale non può che  avere un “federatore” come punto di riferimento pubblico e politico. Un “federatore” che sia in  grado di rappresentare tutte le varie sensibilità politiche, sociali, culturali e anche territoriali che si  riconoscono nel progetto politico del nuovo centro.  

Ed è proprio in quest’ottica che la tradizione politica e culturale del cattolicesimo popolare e del  cattolicesimo sociale può e deve continuare ad avere un ruolo protagonistico e decisivo per la  costruzione di un orizzonte democratico e riformista nel nostro paese.  

Contro la deriva populista e trasformistica che ormai ha contagiato larghi settori della politica  italiana, tanto a destra quanto a sinistra.

Quando la politica viene meno

Dovevano cambiare l’Italia, l’Europa, il mondo. Ma l’Italia, l’Europa, il mondo hanno cambiato loro.

La storia politica, per la verità breve, del Movimento 5 Stelle può essere ben racchiusa in questa espressione.

Volevano abbattere il Parlamento (aprendolo come una scatola di tonno, dicevano), la democrazia rappresentativa attraverso la rete, internet, la piattaforma Rousseau (alla quale partecipano, se va bene, non più di centomila cittadini e tutti ben selezionati), ma alla fine si sono ben integrati nelle stanze del potere, hanno scoperto il fascino, il lusso e, soprattutto, l’agio di poter vivere comodamente nei palazzi del Parlamento e nei vari consigli regionali senza problemi di sorta.

Volevano distruggere l’Europa e l’euro, ma oggi sono a pieno titolo in un Governo che dell’Europa e dell’euro come moneta ne fanno un motivo imprescindibile di politica da seguire.

Che si siano convertiti sulla via di Damasco? Non è questa la lettura più autentica di un Movimento nato come lotta alla politica, di incontri pubblici il cui motivo ideale era costantemente il cosiddetto “vaffa day”.

Il problema è culturale, profondamente culturale! Ossia la mancanza di idee e valori che debbono sempre ispirare qualunque azione politica.

Diceva Luigi Granelli nel suo ultimo discorso del 1999: “Non si può agire politicamente se non si pensa politicamente”. E pensare politicamente significa avere dei riferimenti etici, morali ben solidi.

Il Movimento 5 Stelle in questi quasi tre anni di Governo del Paese ha tirato i remi in barca, ha disatteso i sentimenti di milioni di elettori che avevano votato chi per disperazione, chi per disgusto della politica (ma padre Sorge diceva che “non è sporca la politica, la politica è sporcata dagli uomini”), chi sognava una nuova classe dirigente in sintonia con gli interessi del popolo, dei poveri, dei disoccupati, di coloro che non arrivano a fine mese.

Oggi tutto sembra così lontano e resta la delusione per molti militanti che avevano creduto in una nuova forza del cambiamento. Il risultato è stato, per gran parte di loro a cominciare dal loro capo Beppe Grillo, pronunciare il termine garibaldino obbedisco a Mario Draghi, alla sua idea di Europa, di economia, di moneta unica.

Certo una piccola pattuglia è rimasta a sventolare la bandiera della prima ora: coloro che non votando, astenendosi o non presentandosi per la fiducia al Governo Draghi sono stati immediatamente defenestrati.

Questi ultimi, rimasti ormai senza Patria, pensano a come potersi rilegittimare politicamente attraverso la costituzione di un nuovo movimento e di nuovi gruppi a Palazzo Madama e a Monte Citorio.

Sembra che vogliano usare per questa nuova avventura politica il nome e il simbolo che furono dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Quanto ad originalità e a riferimenti etici non c’è che dire!

Quando la politica viene meno, le scorciatoie per rimanere in vita son sempre buone, ma si tratta di piccoli espedienti che durano il breve spazio temporale che separa dalle elezioni, perché alle elezioni (e per fortuna) non si vota con la piattaforma Rousseau.

Lavoro a distanza, la sfida si vince con la contrattazione.

Pubblichiamo il testo di Luigi Sbarra, prossimo Segretario Generale della Cisl, che la Fondazione Ezio Tarantelli ha incluso nel suo ultimo paper “Il lavoro a distanza nell’era digitale”.

La crisi innescata dalla pandemia ha messo a nudo ritardi e debolezze di un intero modello di sviluppo e chiama a responsabilità storiche decisori pubblici e parti sociali. Per garantire riforme eque, stabili ci vuole condivisione. Dopo la determinante firma dei protocolli interconfederali su salute e sicurezza che hanno permesso la ripartenza produttiva, sindacato e imprese devono continuare su questa strada, esercitando le proprie prerogative vere per governare la transizione. 

Bisogna tenere insieme solidarietà e produttività, buona flessibilità e protezione sociale, sicurezza e sostenibilità avviando uno “scambio politico” – per usare le parole del compianto Professor Tarantelli – che assegna ruoli precisi ad ogni parte istituzionale  e sociale .  In questo contesto generale, la partita sul lavoro a distanza e lo smart working rappresenta un banco di prova determinante. 

La tecnologia, le intelligenze artificiali, la digitalizzazione permettono oggi di governare da remoto processi produttivi complessi, agendo a distanza su macchine e robot, ben oltre il perimetro del lavoro impiegatizio. 

Secondo recenti studi, sono più di 8 milioni le persone che potrebbero farvi ricorso. Se riuscissimo ad avvicinarci al traguardo, gli effetti economici, sociali e ambientali sarebbero formidabili. Lo smart working è infatti una soluzione “win-win”: offre grandi benefici al lavoratore, all’impresa e alla comunità. 

  • Aumenta la produttività: quasi 10mila euro/anno a lavoratore il risparmio medio per le aziende. 
  • A parità di trattamento eleva il salario reale del lavoratore.
  • Porta a una riduzione dei costi di trasporto e aumenta la sostenibilità ambientale. In Italia ci sono più di 13 milioni di lavoratori pendolari, almeno un terzo potrebbe lavorare in modalità agile.
  • Rilancia la conciliazione vita-lavoro e promuove l’inclusione della disabilità.

Le misure di contenimento hanno portato a una straordinaria accelerazione del lavoro da remoto: non solo lavoro agile ma anche co-working. Che condivide lo stesso spirito innovativo e la stessa ambizione di slegare la persona da un luogo “istituzionale” di lavoro senza per questo isolarla spezzando la condizione di solitudine, che è oggi il vero morbo che minaccia la rappresentanza, la qualità e le tutele del lavoro. 

Prima dei provvedimenti sul distanziamento sociale i lavoratori che operavano fuori dall’ufficio erano meno di 600 mila, pochi mesi dopo hanno toccato i 6 milioni, più di un quarto dell’intera forza lavoro.  I vantaggi riscontrati sono stati molteplici, dal risparmio di tempo e costi di spostamento, alla maggiore soddisfazione e produttività dei dipendenti, al miglioramento dell’equilibrio vita-lavoro. Due aziende su tre in Italia dichiarano che continueranno ad utilizzare modalità di lavoro agile anche nella “nuova normalità”. 

Ma come è stato detto tante volte, l’esperienza che abbiamo vissuto non è lavoro agile, quanto piuttosto “home working”, che implica tutti i vincoli del lavoro subordinato, con la sola deroga del luogo. In pratica è come aver spostato l’ufficio a casa propria. Lo smart working è altra cosa. È affidamento e responsabilizzazione del lavoratore, riconoscimento di libertà, autonomia e discrezionalità.  È ragionare per obiettivi, per traguardi successivi, per fasi. È ridefinire criteri di valutazione e misurazione delle performance. Tutte caratteristiche che devono adattarsi alle esigenze di ogni comunità lavorativa.

Questa adattività, sia nel pubblico che nel privato, non può realizzarsi con una legge indifferenziata e uguale per tutti. E non può neanche restare ostaggio delle deroghe introdotte in questi mesi, che permettono alle aziende di operare in modo unilaterale.

Ecco perché è determinante restituire tutta la materia all’esercizio della contrattazione, riportandola sul terreno dei contratti nazionali e – soprattutto – di secondo livello. Dobbiamo arrivare a un’intesa concertata tra Governo, Sindacato e Imprese per stabilire saldi affidamenti da attuare attraverso la contrattazione nazionale, aziendale e territoriale.  

Linee che riguardano, tra l’altro, la difesa del salario, chiari limiti sull’orario massimo di lavoro, il riconoscimento dei diritti sindacali e di quelli fondamentali alla privacy e alla disconnessione.  È indispensabile estendere allo smart working la disciplina su salute e sicurezza e tenere fermo il principio di adesione volontaria al lavoro agile da parte dei lavoratori. 

Nel mondo del lavoro italiano sono ancora presenti rigidità strutturali, normative e anche culturali che generano attriti nell’implementazione dello smart-working e che ci impediscono di trarre pieno vantaggio dai benefici che esso comporta. 

Il traguardo del lavoro agile su larga scala implica un processo di ammodernamento che coinvolge tecnologia, riallineamento delle infrastrutture, reti della conoscenza, cultura della partecipazione. C’è un “Patto a tre” che va siglato tra Stato, parti datoriali e mondo del lavoro.

Lo Stato deve garantire infrastrutture all’altezza, e il loro più ampio accesso, sbloccare gli investimenti sui network fisici e digitali, sulle connessioni ultraveloci che oggi raggiungono solo ¼ della popolazione e su cui siamo in ritardo specialmente al Sud. Va inoltre supportata l’intera popolazione aziendale con hardware, software e training in soft skill e innovate le infrastrutture materiali nelle città, con piani di trasporto pubblico, mobilità sostenibile e spazi di cogestione lavorativa. 

Le aziende e le amministrazioni pubbliche devono innovare, digitalizzare e ripensare gli ecosistemi lavorativi, ridefinendo non solo l’arredamento delle nostre case e degli uffici, ma tutto il contesto in cui i lavoratori operano e si spostano. Occorre iniziare a misurare le performance per obiettivi, darsi criteri attraverso la contrattazione, puntare sull’aggiornamento continuo dei lavoratori. E’ necessario sviluppare nuovi processi aziendali, innescare una rivoluzione della cultura aziendale sulla base di un nuovo sistema valoriale fondato su tre principi: auto-gestione, integrità, e proposito evolutivo. 

Il Lavoro deve essere riqualificato e ripensato lontano dagli schemi di una esecuzione meccanica di compiti. Va invece messo al centro di un nuovo sistema di diritti e doveri, autonomia e responsabilità che ne valorizzi l’apporto creativo.

Quello del lavoro a distanza, delle nuove flessibilità organizzative, del superamento dello spazio classico di produzione è un banco di prova determinante del nuovo corso post-Covid. Una fase che deve essere caratterizzata da una stretta collaborazione tra Impresa e Lavoro nel segno dell’autonomia. 

Far tornare protagoniste le relazioni industriali significa anche rifiutare, nel pubblico, limiti e percentuali imposti per legge. La contrattazione deve essere il motore fondamentale anche nel pubblico impiego.  D’altra parte non si capisce la ratio di soglie applicate in maniera indistinta, che trattano allo stesso modo funzioni, amministrazioni, uffici, strutture diverse… Un approccio completamente sbagliato, che inverte la logica adattiva e “sartoriale” del lavoro agile.

La fase attuale assegna un ruolo determinante a questo incontro. Penso al bisogno di rinnovare tutti i contratti pubblici e privati, che coinvolgono 13 milioni di persone. Ma penso anche alla necessità di spingere sull’acceleratore dell’innovazione, delle buone flessibilità, della partecipazione.  

Gli accordi vanno avvicinati alla persona, sviluppando il secondo livello senza disarticolare le tutele garantite dal primo, implementando gli affidamenti del Patto per la Fabbrica e scongiurando il salario minimo legale. Dobbiamo superare i toni muscolari, e cucire relazioni industriali responsabili, costruttive, partecipative. 

Il braccio di ferro tra mondo del lavoro e impresa, in questa fase, non serve a nessuno. Fornisce solo un alibi a chi vuole interventi legislativi invasivi e antistorici su organizzazione del lavoro, salari, rappresentanza, causali…  Materie che devono restare di pertinenza del libero e autonomo incontro tra parti sociali.  

Il Governo ha ben altri doveri: utilizzare fino all’ultimo centesimo le risorse europee per sbloccare gli investimenti su infrastrutture materiali e sociali, politiche industriali, digitalizzazione e transizione verde; qualificare le reti della conoscenza; ammodernare gli ammortizzatori sociali collegandoli con un sistema adeguato di politiche attive; rilanciare sanità e pubblica amministrazione; sostenere le marginalità e rilanciare pensioni, di supportare la non autosufficienza e realizzare un fisco che sgravi  le fasce medie e popolari per dare un impulso a consumi, occupazione e produttività.  E ancora, promuovere l’esercizio contrattuale defiscalizzando accordi di prossimità, welfare negoziato, adeguamenti salariali di primo e di secondo livello, aiutandoci a combattere i contratti pirata e le false rappresentanze di comodo. 

Dobbiamo trovare le ragioni di una convergenza su obiettivi comuni che si chiamano aumento dei salari e produttività, tutele e buona flessibilità, welfare e formazione, partecipazione e innovazione. Su politiche attive e riforma degli ammortizzatori serve un’intesa con le parti datoriali da presentare al Governo.  Pensiamo sia il momento di dare spazio a una grande svolta sulla partecipazione e la democrazia economica in Italia con modelli contrattuali e di sostegno legislativo che assegnino ai lavoratori un ruolo maggiore nelle decisioni d’impresa.

L’implementazione della democrazia economica e della partecipazione è una vera riforma istituzionale, forse la più importante che serva al Paese.  Si tratta di dare migliore e maggiore rappresentanza ai lavoratori e di realizzare fino in fondo quella che Dossetti ha chiamato “democrazia sostanziale”, e che consiste nel responsabilizzare e coinvolgere a livelli sempre più profondi la società nei processi economici di controllo e decisione.  

È su queste tematiche che si gioca il futuro del Paese. Su questo noi oggi chiamiamo il nuovo Governo e le Rappresentanze datoriali ad assumere impegni coerenti verso un nuovo Patto sociale e a convergere in un fronte riformatore che contribuisca a costruire il bene comune, raccordando i legittimi interessi di ogni parte in un disegno di rinascita e sviluppo per tutti. L’occasione per rinnovare il tessuto sociale e produttivo dell’Italia è per certi versi irripetibile, come ci ricorda la chance del Recovery Plan. Sta a tutti noi non farla svanire, aprendo un percorso concertato che dia profondità, stabilità e equità al processo riformatore.

Vittorio Bachelet: il ricordo del Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ha ricordato con commozione l’anniversario di nascita di Vittorio Bachelet, vicepresidente del CSM, docente universitario ed esponente di spicco della DC, amico di Aldo Moro, nato il 20 febbraio del 1926 e ucciso dalle Br nella facoltà di Scienze politiche della Sapienza il 12 febbraio 1980.

Gli anni ’70 e ’80 segnarono un’epoca di sangue e terrore nel nostro Paese, a causa della destabilizzazione politica alla quale miravano diversi gruppi eversivi.

Come le Brigate rosse, che avevano deciso di colpire lo Stato attraverso la figura molto amata e rispettata di Vittorio Bachelet.

“Questo di oggi è il più grave delitto che sia stato consumato in Italia perché il delitto Moro aveva un carattere politico, mentre quello di oggi è diretto contro le istituzioni; perché si è voluto colpire il vertice della magistratura, il vertice del pilastro fondamentale della democrazia.” S. Pertini, Messaggio riunione straordinaria Csm, 12 febbraio 1980)

In realtà considerando la statura del personaggio veramente illuminato e “progettuale come pochi” è da accogliere il punto di vista di chi ha voluto intendere dietro alla scomparsa del professore più mandanti oscuri, determinati a eliminare un elemento fondamentale per un’evoluzione innovativa in Italia.

“La mia convinzione, maturata nel corso dei decenni, è che queste vittime non sono state uccise solo dalle Br, ma da poteri occulti, preoccupati perché la generazione allora al governo stava attuando davvero lo spirito della Carta costituzionale.” (Rosy Bindi, Intervista al Corriere della Sera, 11/02/2020)

Bachelet affermava con lungimiranza e una capacità di analizzare le dinamiche sociali e politiche rarissima: “Non c’è democrazia, non c’è vitalità politica se le forze politiche non sanno farsi interpreti delle attese, delle speranze e delle angosce dei cittadini, se non sanno proporre linee capaci non di subire ma di guidare lo sviluppo del paese e le trasformazioni necessarie per rendere l’ordinamento della società adeguato ai mutamenti che hanno profondamente modificato la sua composizione, la sua cultura, il suo assetto territoriale e sociale, la sua mentalità, il suo costume” (Bachelet, 1976)

La visione che prospettava Bachelet è quantomai attuale: il pensiero dei grandi statisti insegna sempre la via da seguire; soprattutto ora che caos e difficoltà economiche stanno sprofondando l’Italia e l’Ue in una spirale di preoccupante recessione.

Bisogna invece trarre ispirazione dalla sua condotta integra e fiduciosa nell’avvenire e nei giovani, in cui credeva molto, ma ai quali riteneva dovessero essere prospettate il valore delle responsabilità e delle regole: “È necessario formare i giovani alla responsabilità, alla saggezza, al coraggio e, naturalmente, alla giustizia. In particolare dovrà coltivarsi nei giovani la virtù alla prudenza.” (Vittorio Bachelet)

In un momento di grave disorientamento e sconforto come quello attuale suonano quasi profetiche alcune sue considerazioni: “In tutti i tempi la vita vale la pena di essere vissuta: anche in questo nostro tempo faticoso che sembra troppo pieno di difficoltà per essere lieto e troppo poco grande per essere eroico… Io credo che se da una posizione negativa si vuol passare ad una posizione positiva, costruttiva cioè e concludente, è necessario superare questa forma di insofferenza che ha aspetti notevoli di pessimismo e di scetticismo per trovare intorno a noi i valori positivi, i vecchi che non abbiamo perduto e i nuovi che siamo andati acquistando quasi a nostra insaputa». (Vittorio Bachelet, 1947)

Partendo dalle frasi pronunciate dal figlio Giovanni Battista durante i funerali: “Vogliamo pregare oggi anche per quelli che hanno colpito il mio papà, perché senza togliere nulla alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e non la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri”, il CNDDU propone, in funzione dell’insegnamento dell’Educazione civica e anche del Diritto nelle scuole superiori, di riflettere sui contenuti dell’art. 27 Cost. incentrato in particolare al comma 3 e 4 sulla rieducazione del condannato e il rifiuto indiscutibile della pena di morte.

“Dovremmo dire alla fine della nostra esistenza: Io dormivo e sognavo che la vita non era che gioia; mi svegliai e ho visto che la vita non era che servizio. Io ho servito e ho visto che il servizio era gioia. E ho visto che la vita non era che servizio. Io ho servito e ho visto che il servizio era gioia” (Bachelet, Saluto conclusivo all’Assemblea dell’ACI del 1973)

Brexit: ora gli inglesi ci copiano il tartufo bianco

Con la Brexit gli inglesi hanno iniziato a copiare in laboratorio il pregiato Tartufo Bianco che potrebbe presto sostituire sulle tavole britanniche quello italiano, che al contrario cresce spontaneamente. E’ quanto afferma la Coldiretti nel commentare l’annuncio che il pregiato Tuber magnatum pico potrebbe essere prodotto in Gran Bretagna grazie alla scoperta degli scienziati dell’Istituto nazionale francese per la ricerca sull’agricoltura, l’alimentazione e l’ambiente (Inrae) che nei propri laboratori avrebbero affinato l’arte di coltivarlo. I funzionari hanno detto – spiega Coldiretti – che un lotto di alberelli di quercia di tartufo bianco è stato già portato nel Regno Unito nel tentativo di avviarne la produzione.

Una novità che desta preoccupazione – rileva la Coldiretti – poiché il tartufo bianco è quello che finora poteva essere solo trovato in natura, raccolto esclusivamente in ambiente boschivo in Italia ed in alcuni paesi dei Balcani. Anche se i terreni britannici, calcarei e umidi, sarebbero particolarmente adatti per consentirne la coltivazione secondo gli scienziati, è auspicabile che i tuberi “copiati” e prodotti negli impianti abbiano comunque una etichettatura apposita, per evitare di ingannare i consumatori e aumentare i rischi della vendita sul mercato di importazioni low cost spacciate per italiane, magari come pregiato tartufo bianco tricolore. Un fenomeno contro il quale non a caso la Coldiretti è impegnata a chiedere la tracciabilità delle transazioni e l’indicazione obbligatoria dell’origine. In gioco c’è un business – ricorda la Coldiretti – stimato in oltre mezzo miliardo di euro sull’intera Penisola, con prezzi per il tartufo bianco che quest ‘anno sono arrivate fino a 3mila euro al chilogrammo per le pezzature più piccole.

In attesa di capire se i tentativi inglesi di produrre il pregiato tubero andranno a buon fine, i problemi più immediati per la filiera del tartufo italiano restano però quelli legati all’emergenza Covid, con la chiusura del canale della ristorazione che rappresenta di fatto il principale sbocco di mercato, con la conseguente paralisi delle vendite. Ma a pesare sono state anche le limitazioni imposte dalle misure di prevenzione che hanno – continua Coldiretti – ostacolato l’organizzazione delle tradizionali mostre, sagre e manifestazioni dedicate al tartufo.

Un danno gravissimo, considerata anche la deperibilità del prodotto fresco, che colpisce i circa 100.000 raccoglitori ufficiali presenti sul territorio nazionale, dal Piemonte alle Marche, dalla Toscana all’Umbria, dall’Abruzzo al Molise, ma anche nel Lazio e in Calabria. Ma il tartufo svolge anche – spiega Coldiretti – una funzione economica a sostegno delle aree interne boschive dove rappresenta una importante integrazione di reddito per le comunità locali, con effetti positivi sugli afflussi turistici come dimostrano le numerose occasioni di festeggiamento organizzate in suo onore.

Il tartufo – riferisce la Coldiretti – è un fungo che vive sotto terra ed è costituito in alta percentuale da acqua e da sali minerali assorbiti dal terreno tramite le radici dell’albero con cui vive in simbiosi. Nascendo e sviluppandosi vicino alle radici di alberi come il pino, il leccio, la sughera e la quercia – spiega la Coldiretti – il tartufo, deve le sue caratteristiche (colorazione, sapore e profumo) proprio dal tipo di albero presso il quale si è sviluppato. La forma, invece dipende dal tipo di terreno: se soffice il tartufo si presenterà più liscio, se compatto, diventerà nodoso e bitorzoluto per la difficoltà di farsi spazio.

 

Il Lazio in pole position nella mobilità elettrica

Nel 2020 è stato installato il 40% in più di questi sistemi, numeri che continueranno a crescere nel 2021. Oltre la metà di questi punti di ricarica si trova nel Nord del Paese e il Lazio è una delle regioni più impegnate con 1.700 punti ricarica; solo dietro alla Lombardia che ne ha 3.300, Piemonte con 2000, Emilia-Romagna con oltre 1.800, Veneto e Toscana ne hanno 1700.

Tra i migliori posti per ricaricare i veicoli elettrici ci sono i parcheggi, quando si passeggia in città, si fa shopping, si va in centro per un appuntamento, ci si sposta per lavoro o per incontrare gli amici si parcheggia la macchina e si “ricarica”. Una volta ripresa l’auto, l’autonomia sarà di nuovo al massimo e secondo i dati forniti da https://parclick.it azienda leader in Europa per la prenotazione di parcheggi online, il 32% dei parcheggi italiani ha già dei sistemi di ricarica per auto elettriche. Le regioni con più punti sono Lazio, Lombardia, Campania, Toscana, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte e le singole città con più punti sono Roma, Milano, Firenze e Napoli.

Ci sono diversi tipi di veicoli elettrici: Ibridi che funzionano con due motori: uno a combustione principale (benzina o diesel) e uno elettrico, in questo caso la batteria si ricarica quando l’auto rallenta, quindi queste auto non hanno bisogno di stazioni di ricarica. Ibridi plug-in, questi veicoli hanno un motore a combustione e uno elettrico, la differenza con le ibride è che il motore elettrico ha la priorità. La batteria si ricarica quando l’auto rallenta ma può anche essere collegata a una fonte esterna di energia elettrica e questo rende più facile guidare il 100% del tempo con il motore elettrico rispetto a un’auto ibrida tradizionale,100% elettrico, veicoli che funzionano con l’elettricità, hanno uno o più motori elettrici, quindi batterie ricaricabili con più capacità. Per queste auto le stazioni di ricarica sono essenziali e indispensabili, anche se le batterie durano più a lungo visto che non c’è un motore a combustione per supplire nel caso in cui il motore elettrico si scarichi.

Le auto elettriche rappresentano un mercato in crescita, secondo i dati dell’Unione Nazionale Rappresentanti Autoveicoli Esteri (UNRAE), i veicoli elettrici rappresentano già lo 0,7% delle nuove immatricolazioni in Italia, una cifra che sembra piccola ma è superiore a quella del 2019. Inoltre, da gennaio a novembre 2020 gli acquisti di ibridi plug-in sono aumentati di 20 volte nonostante con la pandemia sia stato un anno difficile per i produttori di auto, infatti, gli ibridi (ibridi plug-in e non plug-in) sono stati gli unici veicoli che hanno registrato vendite maggiori nel 2020 rispetto all’anno precedente. A livello europeo, nell’ultimo anno, delle auto vendute una su cinque era ibrida o elettrica.

Niccolò Mariotti di Parclick Italia ha commentato:“La guida elettrica è un pilastro fondamentale per avere un mondo più pulito. L’Unione Europea si è posta l’obiettivo di ridurre le emissioni inquinanti del 55% entro il 2030 e per raggiungerlo sarà essenziale promuovere l’uso delle auto elettriche. In Italia stiamo assistendo ad una forte spinta in termini di installazione di punti di ricarica e vogliamo congratularci con la regione Lazio per il suo impegno per il futuro della mobilità elettrica, crediamo fermamente in questa guida green ed ovviamente nella comodità di prenotare il proprio posto auto dal sito web e app e ricaricare l’auto in un parcheggio, mentre si fanno altre attività di svago o di lavoro, risparmiando fino al 70%.”.

Una nuova protonterapia contro i tumori

Un team di ricercatori della Mayo Clinic ha sviluppato una nuova tecnica protonterapica, una delle ultime frontiere nella lotta contro i tumori, che promette di riuscire a colpire più specificamente le cellule cancerose che resistono ad altre forme di trattamento.

Nel corso dello studio, descritto nel dettaglio sulla rivista scientifica Cancer Research, il team di ricerca ha ideato un nuovo metodo per somministrare la terapia protonica contro specifici tumori che hanno difetti nel percorso di riparazione del Dna dei geni Atm-Brca1-Brca2.

Come precisato dagli ideatori della nuova tecnica sulle pagine della rivista specializzata, le caratteristiche fisiche distinte dei protoni permettono ai radioterapisti oncologi di risparmiare i tessuti normali vicini con una precisione superiore rispetto alla radioterapia convenzionale basata sui fotoni.

Dal 1° marzo spid per tutti: era questo il momento adatto?

Il decreto “Semplificazioni” n.° 76/2020 avanza come un caterpillar: dal 1° marzo per accedere ai siti della P.A. occorrerà essere in possesso di SPID, la nuova identità digitale che ci consentirà di interfacciarci con gli uffici pubblici.  Se esistono dei vantaggi in questa novità procedurale forse li si trova nei meandri più reconditi della pubblica amministrazione: qualcuno- se riesce- spieghi con poche, chiare parole in cosa consiste la semplificazione e quali vantaggi tangibili ne possa ricavare il cittadino.

Soprattutto una domanda prevale su tutte le altre: era questo il momento adatto per rendere esecutiva da un giorno all’altro questa nuova chiave di accesso ai servizi dei pubblici uffici?

Siamo in piena pandemia, non si è chiusa ancora la seconda ondata e la terza si è aperta con il ventaglio delle varianti del virus, ce n’è di ogni provenienza.

I vaccini attesi e accolti come la manna dal cielo hanno avuto problemi di approvvigionamento da parte delle case farmaceutiche, anche in questo caso molto è stato reso complicato dalla burocrazia: gli ultraottantenni che partono per primi nella campagna vaccinale graduata per età, devono registrarsi sui siti delle AST: non era più semplice usare gli elenchi dei pazienti in possesso dei medici di base?

E le varianti comportano aggiustamenti in corso di somministrazione, basterà un solo richiamo?

Ne veniamo da un anno scioccante sotto ogni profilo: scuole chiuse, attività produttive ferme, esercizi commerciali, palestre, ristoranti, bar, centri estetici in continua altalena apri/chiudi, la gente è esasperata, le tasse avanzano spietate, le bollette scadono, in molti scendono in piazza per esprimere la propria frustrazione ed è un fenomeno sociale planetario, non accade solo in Italia.

Una cosa è emersa chiara a tutti e lo aveva evidenziato David Quammen nel suo libro Spillover: l’umanità non era preparata, la politica non è stata pronta a fronteggiare l’ondata virale, poi si aggiungono la burocrazia, gli inceppamenti delle istituzioni e del sistema sanitario, le diaspore tra Governo centrale e Regioni.

Era dunque questo il momento adatto per introdurre una novità come lo Spid che produce complicazioni nel riaccreditamento delle proprie credenziali per accedere agli uffici e ai servizi della P.A.?

Senza contare che codici e numeri segreti sono un ghiotto boccone per le cybertruffe, in aumento vertiginoso, come rilevato in una recente indagine di Milena Gabanelli.

La malavita attacca i siti degli uffici giudiziari, figuriamoci cosa può accadere ad un semplice cittadino.

Penso soprattutto agli anziani: molti sono soli, non sanno a chi rivolgersi per avere informazioni: dovrebbero chiedere ad un call center? O recarsi direttamente agli sportelli? Nella scuola la DAD non ha funzionato perché si è scoperto in ritardo che un terzo delle famiglie , specie al Sud, era sprovvisto di mezzi di connessione con le scuole (a loro volta non sempre dotate di risorse adeguate).

Adesso si ripete lo stesso errore per leggere il cedolino della pensione? Quanti anziani posseggono e sanno usare un terminale, PC o tablet che sia?.

Forse bisogna ricalibrare il senso etimologico delle parole. A cominciare dalla osannata “semplificazione”.

E’ questa? Ed è questo il periodo adatto per cambiare abitudini faticosamente acquisite dalle persone di una certa età introducendo nuovi alfabeti digitali? Per un anziano è già complicato usare i PIN dei bancomat, non mi pare il caso di aggiungere lo SPID, in questo momento così problematico e ansiogeno per tutti. Siamo ancora persone, non robot: cerchiamo di rendere più facile e meno complicata la vita, per favore.

Draghi e la responsabilità della ricostruzione

La sera dei risultati elettorali del 2013, mi ero recata alla Casa della Architettura dove il Pd aveva deciso di attendere il responso degli Italiani. Fu una triste serata e non appariva nessun dirigente del Pd per i commenti di una debacle. Molto tardi si affacciò il vice segretario Enrico Letta che affermo’ con molto garbo che il Pd prendeva atto dei risultati e che nei giorni successivi sarebbero stati analizzati con l’intento di verificare le collaborazioni possibili, anche con 5S tenendo conto del loro successo.

Sappiamo come è stato il confronto in streaming fra la delegazione 5S e Bersani. Penso che la delegazione di allora potrebbe arrossire ora, dopo la esperienza governativa. Quella sera alla Casa della Architettura mi capitò di essere l’unica rappresentante Pd e fui quindi assediata dalle TV, molte erano estere, per commentare il risultato che i più commentavano come prodromo a ‘ribaltare’ la tradizione parlamentare: finalmente i grillini avrebbero realizzato l’attacco alla casta. Modestamente mi azzardai a spiegare che avevamo già assistito all’ingresso in Parlamento di forze nate sull’onda di un populismo che voleva espugnare ‘Roma ladrona’ ma che, come allora, si sarebbe verificato lo stesso fenomeno, perché le istituzioni piegano con le loro regole anche chi vuole sentirsi estraneo e diverso. “Innamoramento e amore, movimento e istituzione”, un famoso testo di Alberoni. I grillini hanno potuto mantenere una certa coerenza coi loro proclami anti casta e populisti fino a quando non hanno dovuto assumere l’onere di governare. Per governare hanno dovuto tutti pagare uno scotto alle loro ‘granitiche’ convinzioni ideologiche. E questa ‘volatilità‘ dei partiti ha causato una crisi quasi istituzionale cui il Presidente Mattarella ha cercato di porre un freno incaricando come capo del governo una personalità di assoluta credibilità anche a livello internazionale. Quasi un azzardo del Presidente lanciare l’uomo più noto a livello internazionale. Non c’è un’altra scelta dopo di lui, se non le elezioni. Una scelta di grave censura della politica politicante che non ha saputo volare alto, impegnata in una campagna elettorale continua. Inaccettabile inconcludenza dei partiti.

Mario Draghi,, con tutta la sua carriera e quindi con la sua vita personale, iincarna una lezione che imparai dal suo sponsor, Carlo Azeglio Ciampi, e cioè che la fiducia non è una parola generica e cerimoniosa ma un bene immenso in economia. All’inizio di ogni consiglio dei ministri ci indicava a che punto era l’asticella della credibilità italiana sui mercati. Qualche anno fa anche gli Italiani hanno dovuto imparare a conoscere il significato di una strana parola, lo spread. Si pensi che nel giorno in cui fu incaricato Draghi lo spread – a 93 punti – ci ha fatto risparmiare oltre 300 milioni di interessi del nostro debito. Lo spread tocca i soldi dei cittadini! L’attuale situazione non va vissuta come una parentesi: concluso il governo Draghi, eletto il Capo dello Stato e affrontate le elezioni politiche tutto tornerà come prima, perché nel frattempo anche tutti i ‘dilettanti’ avranno imparato a fare politica… Gli Italiani vorranno continuare a contare sui competenti, umili, coraggiosi, che parlano poco e solo quando serve, senza bulimia di social. Oso auspicare, scommettere anzi, che col governo Draghi si sia voltata pagina anche per recuperare l’apprezzamento della politica e la nobiltà della funzione di rappresentanza democratica. Anche se chiedere ai tecnici di supplire la politica suona come un commissariamento e una alterazione delle regole della rappresentanza, proprio Draghi, col discorso programmatico, ha voluto sottolineare il ruolo insostituibile della politica.

Il governo Draghi si è formato con un impeccabile percorso costituzionale; il presidente Mattarella ha rispettato pienamente l’art. 92 ed anche l’art. 95 è stato seguito alla lettera. Al rispetto della forma si è accompagnato uno stile ‘istituzionale’ di sobrietà, di comunicazione essenziale. Speriamo venga acquisito e mantenuto da tutti. Gli Italiani sono stanchi di sguaiatezze, di continuo chiacchiericcio via social e talk show. Ricchi più che di notizie di contraddizioni e smentite, senza pudore. La politica è ascolto. Altra nota di stile: Draghi ha seguito il dibattito senza avere nemmeno davanti, posato sul tavolo, il cellulare (anche alcuni ministri: controllare le foto). È stucchevole notare come i ministri seduti al tavolo del governo non smettono mai di ‘smanettare’. Mi pare di riconoscere lo stile, che fu anche di Ciampi, nel comunicare. Era affidato solo a Paolo Peluffo riferire dichiarazioni ufficiali. I consigli dei ministri erano puntuali e di giorno. (Mio papà mi rimproverava che i politici facessero notte: “figli delle tenebre. Non portano niente di buono le tenebre”. Solo per la finanziata 1994 facemmo notte ed ebbi la mia parte perché mi impuntai nel respingere un aumento di tassa per la sanità a carico degli autonomi (che cercano di evitare il più possibile di ammalarsi). È tempo di silenzio e dovere della unità. Esemplare un
comportamento come quello di Salvini e Zingaretti che si sono incontrati – avversari per vocazione!- per definire come mettere in sicurezza il Paese.

La ‘Grosse Koalition’ non impedisce di essere riconoscibili nei propri profili, al momento delle elezioni da parte dei loro elettori. Si studino i precedenti tedeschi. Altro che contratti o patti! Governare è potere di decidere e non si può confondere l’arte del governare con quella di guadagnare voti. Il popolo sceglie i suoi rappresentanti ma non decide chi deve decidere.

Uno non vale uno: si apprezzerà la competenza, la pazienza e il coraggio. È inaccettabile (e immorale) imparare a fare il ministro cammin facendo, sulla pelle degli Italiani (anche nel governo Letta). La selezione della classe dirigente rimane un tallone d’Achille per i partiti, i quali rinviano continuamente la legge attuattiva dell’art. 49 della Costituzione. Inoltre bisognerebbe sempre seguire la strada maestra imboccata questa volta, per causa di forza maggiore, che invece è indice di serietà, trasparenza e rispetto delle istituzioni e del voto dei cittadini, non inserendo nel governo i segretari nazionali dei partiti (verrebbe meno la dialettica fra governo ed elettori), non chiamando, da altre posizioni candidati che stanno svolgendo un mandato. Chi ha una carica, completi il mandato! Altrimenti è carriera personale e non servizio al bene comune. Le sfide che il governo ha di fronte sono molte ma c’è un contesto che può favorire le soluzioni. Draghi sul piano europeo e internazionale rappresenta una garanzia perché a Berlino, come a Parigi o a Washington sono noti i risultati ottenuti nella sua carriera nei diversi organismi. Mantenere l’Italia, Paese fondatore, significa rafforzare (riprendere) la naturale nativa alleanza con Francia e Germania, ora Macron e Merkel. L’Italia, ha bisogno di più Europa, come tutti i partner: la Federazione dei nostri Stati, piccole patrie che formano una grande patria. Alle generazioni future di figli e nipoti, dobbiamo la realizzazione compiuta del sogno dei fondatori, gli Stati Uniti d’Europa, perché sia per competere che per allearsi occorre essere grandi! I competitor sono Russia, Cina, USA. Con l’alleato di sempre e membro della NATO, dopo l’elezione di Biden, sarà produttiva la nostra politica multilaterale, dopo alcune recenti sbandate. Abbiamo dovuto perfino assistere al blocco di parlamentari italiani al confine con la Bosnia da parte della Croazia!

Per i governi dovrebbero essere banditi due modi verbali per indicare gli obiettivi, il condizionale e il futuro: si dovrebbe, faremo… Si indichino gli strumenti, i tempi, i finanziamenti. Si dovrebbe chiedere conto a chi non fa e perché. Sono solita ricordare gli 8  anni per costruire l’autostrada del sole da Milano a Napoli. L’opera costò quasi 300 miliardi di lire e fu consegnata, senza aumenti di prezzi, con tre mesi di anticipo. Oggi abbiamo anche il ‘modello Morandi’.

Le infrastrutture di interesse nazionale per lo sviluppo non possono essere soggette ai poteri locali. La celerità nelle realizzazioni non dipende solo dalle modalità di organizzazione del lavoro ma anche dai conflitti fra istituzioni (ricorsi ai TAR, ai Consiglio di Stato, blocco per accertamenti magistratura, liti fra concorrenti degli appalti, ecc.). Se ciascuna istituzione si dedicasse alle proprie competenze agevolerebbe molto i cittadini, richiedenti servizi e diritti. Oltre alle sfide, difficili in sé, l’attuale governo interseca delle scadenze un pò sfasate, e tali da creare fibrillazioni pericolose nell’interesse del Paese. Il Recovery fund, ricordato da Draghi come strumento e occasione straordinari per sostenere la speranza per le future generazioni – Next generation eu – ha bisogno di riforme che utilizzino i circa 210 miliardi di euro, che non possono essere a buon punto di implementazione fra sei mesi, quando ci saranno le elezioni amministrative; ne’ entro il semestre bianco, nel caso che i partiti, dopo i risultati delle amministrative, volessero chiedere le elezioni anticipate; come pure entro il febbraio 2022 quando si dovrà eleggere il Capo dello Stato. Serve completare almeno la legislatura. Questo governo si è costituito ‘per dovere’ verso il Paese, e i cittadini non premieranno le forze politiche che lo facessero cadere.

Draghi si è formato in una scuola che ha come motto “Cunctando resistunt”.
E’ un auspicio anche per questo governo e questo parlamento, che hanno “il dovere della unità” e “la responsabilità della ricostruzione”

Il governo Draghi: sette fatti sorprendenti sull’Italia

Testo degli economisti Philipp Heimberger e Nikolaus Kowall apparso sul sito del Vienna Institute for International Economic Studies (WIIW) tradotto e pubblicato dal sito formiche.net

È giunto il momento di dare uno sguardo sull’Italia basato sui fatti e smentire alcuni dei miti che continuano a essere diffusi.

  • L’Italia ha registrato surplus commerciali e rimane il secondo polo industriale dell’UE dopo la Germania
  • Il debito privato in Italia è relativamente basso rispetto ad altri paesi OCSE. Il debito pubblico è elevato a causa dell’eredità degli anni ’70 e ’80
  • Lo Stato italiano ha implementato i più grandi pacchetti di risanamento fiscale in assoluto tra tutti i Paesi industrializzati dall’inizio degli anni ’90
  • L’Italia ha problemi strutturali significativi (ad esempio settore bancario sovradimensionato, divario Nord-Sud), ma per affrontare questi problemi è necessario ripensare la politica economica
  • La ripresa dell’Italia deve essere considerata un compito centrale della politica economica europea. L’inizio dell’incarico di Mario Draghi come primo ministro dovrebbe essere visto come un’opportunità per una “Nuova Politica del Sud Europa”

Nelle ultime settimane sono stati scritti innumerevoli articoli sull’Italia che giocano su stereotipi di lunga data, diffusi in altre parti dell’UE, tra cui quello di un Paese pesantemente indebitato e non disposto a riforme. Di fatto, raramente abbiamo potuto leggere sui media qualcosa di positivo sull’Italia durante l’ultimo anno. Inizialmente, gli impatti negativi del coronavirus sulla salute hanno colpito il Paese in modo particolarmente duro durante la prima fase della pandemia. Poi è arrivata la grave crisi economica, portando discussioni sui pacchetti di risposta europei, durante le quali giornalisti e politici di spicco degli autoproclamati “frugal four” (Austria, Danimarca, Olanda e Svezia, ndr) hanno ripetutamente dubitato che l’Italia dovesse davvero ricevere sovvenzioni in misura considerevole per mitigare le conseguenze della crisi COVID19 . Infine il governo di Giuseppe Conte ha dovuto dimettersi dopo che l’ex premier Matteo Renzi ha ritirato i due ministri del suo partito dal governo, causando intense discussioni sulla crisi politica in Italia.

Ora c’è un nuovo governo italiano sotto il primo ministro Mario Draghi, ex presidente della Bce. Questo governo non dovrà solo affrontare la pandemia, ma anche pianificare l’utilizzo di circa 200 miliardi di euro del fondi di ripresa dell’UE per i prossimi anni. Alla luce di questi importanti progetti politici, è giunto il momento di sfatare alcuni miti che purtroppo continuano a essere regolarmente diffusi da giornalisti e media.

Dunque, ecco sette dati che sfidano gli stereotipi sull’Italia.

1. L’Italia ha vissuto al di sotto delle proprie possibilità

“L’Italia vive al di sopra dei suoi mezzi!” Questa affermazione è spesso giustificata sottolineando che il debito pubblico italiano è salito a circa il 160% della produzione economica, anche a causa degli effetti della pandemia. Eppure questo significa solo che il settore pubblico è fortemente indebitato; non dice nulla sull’economia italiana nel suo insieme. Perché un Paese vive veramente al di sopra delle proprie possibilità solo se importa più beni e servizi di quanti ne esporta, in un periodo di tempo più lungo, cosa che va di pari passo con l’aumento del debito estero. Se invece si esporta all’incirca lo stesso di quanto si importa, non ha molto senso parlare di “vivere oltre i propri mezzi”, perché produzione e consumo coincidono. E l’Italia dal 2012 ha addirittura registrato esportazioni di beni e servizi più elevate rispetto alle importazioni. Il Paese consuma meno di quanto produce ed è un esportatore netto di capitali. Quindi semmai gli italiani non vivono al di sopra dei propri mezzi, ma al di sotto dei propri mezzi.

Fonte: AMECO (autunno 2020), calcoli propri

2. Il debito privato è relativamente basso in Italia

Se l’economia italiana nel suo insieme non vive al di sopra dei propri mezzi, allora l’elevato livello di indebitamento deve essere confinato al settore pubblico. Ed è così, il debito privato in Italia è basso per gli standard OCSE. In altre parole, il debito complessivo non è certo un problema più grande in Italia rispetto ad altri Paesi europei.

Fonte: OCSE

3. Il debito pubblico è alto a causa degli errori commessi 40 anni fa

Lo Stato italiano ha implementato in assoluto i più grandi pacchetti di risanamento fiscale di tutti i Paesi industrializzati dall’inizio degli anni ’90. Se l’economia non è eccessivamente indebitata, perché lo Stato è così in difficoltà? Per quanto scarse si possano considerare le prestazioni dei politici italiani da Silvio Berlusconi a Matteo Salvini, l’elevato debito pubblico è principalmente un’eredità degli anni ’80. Inoltre, gli errori commessi 40 anni fa si sono verificati in un contesto internazionale di tassi di interesse in aumento. Da allora, lo stato italiano si è portato dietro un pesante bagaglio di tassi di interesse. Se escludiamo questa zavorra, tuttavia, lo Stato italiano ha costantemente registrato avanzi di bilancio dal 1992 (con le eccezioni dell’anno di crisi finanziaria 2009 e dell’anno di crisi COVID 2020).

Anche Germania, Austria e Paesi Bassi hanno registrato un surplus di bilancio “primario” positivo comparabile, ma meno frequentemente dell’Italia. Lo Stato italiano non è stato così “dissoluto” come spesso si sostiene: ha costantemente raccolto più tasse di quanto abbia speso. Ma l’onere degli interessi – elevato a causa dell’eredità del debito – ha ripetutamente spinto il saldo di bilancio complessivo dello Stato italiano in territorio negativo. Sì, l’Italia sta registrando deficit fiscali significativi nel 2020 e nel 2021, ma ciò è dovuto agli effetti della crisi COVID19, che sta avendo un forte impatto anche in altri paesi dell’UE.

Fonte: AMECO (primavera 2020), calcoli propri

 

4. L’economia italiana ha sofferto da quando è entrata nell’euro

Il debito pubblico italiano è marcato anche perché la sua crescita economica è stata molto debole negli ultimi 20 anni; essendo presentata come un rapporto con il PIL, se l’economia ristagna uno stato non può tirarsi fuori autonomamente da un pool di debito, che era già a 120% del PIL nel 1995. In questo contesto, le carenze politiche, comprese quelle relative alla corruzione e alla criminalità organizzata, non dovrebbero essere trascurate. Ma l’Italia non è mai stata un’oasi di stabilità politica. Il nuovo governo Draghi è il 67° dalla guerra, e mafia e corruzione sono state innervate nel sistema a lungo. Eppure questo non ha impedito all’economia italiana di svilupparsi in modo abbastanza dinamico, talvolta.

L’Italia ha superato il Regno Unito nel 1969 e la Francia nel 1979 in termini di potere d’acquisto pro capite. Nel 2000 lo standard di vita medio dell’Italia era praticamente uguale a quello della Germania (98,6 per cento del suo PIL pro capite). Ma dopo l’introduzione dell’euro nel 1999, il paese è tornato a inseguire il Regno Unito (nel 2002) e la Francia (nel 2005). Prima del 2020, il reddito pro capite italiano era inferiore a quello della Germania del 25% circa.

Nel caso dell’Italia, è molto sorprendente che l’impegno nei confronti dei criteri di Maastricht e il processo di introduzione dell’euro negli anni ’90 siano andati di pari passo con il calo della crescita economica e l’aumento dei problemi di produttività. Una spiegazione è che i vincoli delle regole di bilancio europee abbiano ridotto la domanda interna in Italia, contribuendo anche alla stagnazione dell’economia. Inoltre, il valore dell’euro riflette la forza media di tutte le economie dell’area euro. La moneta comune è troppo a buon mercato per la Germania (il che aumenta le esportazioni tedesche) e troppo costosa per l’Italia.

La possibilità dell’Italia di ritrovare lo slancio economico all’interno dell’area euro dipenderà non da ultimo dalla volontà della Germania e di altri Paesi europei di riformare l’architettura istituzionale dell’euro all’indomani della crisi COVID-19, soprattutto per quanto riguarda le regole di bilancio. In ogni caso, è chiaro che Paesi come la Germania, i Paesi Bassi o l’Austria, che hanno beneficiato molto della moneta comune “a buon mercato”, dovrebbero fare tutto il possibile per mantenere l’Italia nell’area euro. Ciò sarebbe nel loro interesse, perché il ritorno a una valuta “costosa” come il marco tedesco rappresenterebbe un notevole onere sui prezzi per l’industria dei Paesi che dipendono da un modello di crescita guidato dalle esportazioni.

Fonte: AMECO (autunno 2020); calcoli propri

5. L’Italia ha realizzato molte riforme liberali

Nel 2015 l’OCSE ha valutato gli “sforzi di riforma” dell’Italia come significativamente più forti di quelli di Germania e Francia. L’economista olandese Servaas Storm segue una linea simile: in uno studio approfondito, spiega come l’Italia abbia aderito molto più strettamente al regolamento politico dell’UE rispetto alla Germania o alla Francia. Abbiamo già stabilito che lo stato italiano ha registrato sforzi di risanamento fiscale maggiori rispetto a tutti gli altri partner europei prima della crisi del COVID19, pagando un prezzo elevato.

Ciò è dovuto al fatto che il consolidamento fiscale ha indebolito la domanda interna di beni e servizi e, di conseguenza, la crescita, a tal punto che il debito è rimasto elevato nonostante i grandi sforzi di risanamento. Anche la politica di austerità italiana ha avuto conseguenze molto concrete. Da un lato, ha portato a gravi tagli al sistema sanitario, che si sono rivelati fatali durante la crisi Covid19. Inoltre, un drastico calo degli investimenti pubblici ha ostacolato la crescita della produttività in Italia.

Ma non era solo nell’area delle finanze pubbliche che l’Italia era particolarmente desiderosa di conformarsi ai requisiti dell’UE. Una flessibilizzazione del mercato del lavoro altrettanto conforme alle normative europee ha comportato un forte aumento dei contratti a tempo determinato, una resistenza ai sindacati e un calo dei salari reali rispetto a Germania e Francia. Più recentemente, nel 2014, sotto Matteo Renzi, la tutela del lavoro è stata fortemente ridotta.

L’opera di riforma del mercato del lavoro non solo ha ridotto l’inflazione negli anni ’90, ma probabilmente anche la disoccupazione, che era inferiore a quella in Germania e Francia quando è scoppiata la crisi finanziaria nel 2008. Ma la manodopera a basso costo ha anche ridotto l’incentivo per gli investimenti da parte delle aziende. Questo investimento privato, tuttavia, è fondamentale per aumentare la produttività ed è particolarmente cruciale nei settori ad alta tecnologia. Lo sviluppo della produttività è a sua volta la base per la crescita e l’aumento dei redditi. Dunque sia i grandi sforzi di risanamento dei conti pubblici che le riforme strutturali pro-mercato hanno probabilmente apportato più danni che benefici alla crescita della produttività dell’Italia.

Fonte: AMECO (autunno 2020); calcoli propri

 

6. L’Italia rimane il secondo paese industriale più importante dell’UE

Può sembrare sorprendente per le orecchie nordeuropee, ma nonostante la debole crescita della produttività e i problemi con la competitività dei prezzi all’interno dell’area euro, l’Italia ha importanti punti di forza economici. I 60 milioni di italiani non vivono principalmente di turismo. L’Italia è ancora il secondo polo industriale più importante dell’UE (il che sarebbe vero anche se il Regno Unito fosse ancora parte dell’UE), principalmente a causa della struttura economica nel Nord del Paese.

L’Italia ha la produzione industriale più alta dopo la Germania ed esporta molti più beni industriali di quanto ne importi. Il settore di esportazione di gran lunga più importante è l’ingegneria meccanica, che da sola rappresenta quasi un quinto delle esportazioni di merci, seguita dalla costruzione di veicoli e dai prodotti farmaceutici. L’ordine è quasi identico alla struttura delle esportazioni tedesche e questi settori si collocano tra le industrie a “medio-alta tecnologia” e “alta tecnologia” nella classificazione dell’OCSE. La struttura industriale storicamente sviluppata del (Nord) Italia è solo un esempio del grande potenziale economico del Paese dell’UE che riveste il ruolo di partner meridionale dell’Austria. Se le politiche di austerità e le riforme liberali del mercato non sono riuscite a far progredire il Paese negli ultimi decenni, la cosa ovvia da fare è provare una strategia di investimento – per la quale l’uso del denaro del fondo di ripresa dell’UE potrebbe fornire un primo impulso – e dare una spinta all’industria italiana lanciando una strategia industriale europea moderna.

Fonte: Eurostat

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L’illusione del collettivismo. L’eredità di Emmanuel Mounier.

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano il giorno 18 febbraio 2021 a firma di Rocco Pezzimenti

Il ventesimo secolo aveva aggiunto, agli occhi di Mounier, un altro pericolo a quello di per sé non indifferente della “mistica dell’individuo”, quello della “mistica del collettivismo”. Da queste due aberrazioni l’uomo concreto, la persona, ne era uscito stritolato, sommerso da realtà mostruose. Presa coscienza di questa spersonalizzazione dell’uomo, occorreva riproporre un nuovo rinascimento che superasse non solo la crisi contemporanea, ma recepisse quei germi vitali che da quattrocento anni a questa parte ha prodotto il mondo occidentale.

Si può capire perché Mounier definisca, quella contemporanea, una “comunità scompaginata”, dalla quale scaturiscono le premesse che portano al fascismo. Con il termine fascismo Mounier non si riferisce solo al fascismo italiano, ma ai vari sistemi che da esso traggono origine o ispirazione.

«Chiunque abbia visitato senza partito preso i fascisti, preso contatti con le loro organizzazioni, con i loro giovani, è rimasto impressionato, in effetti, dall’autentico slancio spirituale che sorregge questi uomini violentemente strappati alla decadenza borghese, carichi di tutto l’entusiasmo che procura il fatto di avere trovato una fede e un senso della vita».

Una società appiattita come quella borghese, incapace ormai di entusiasmare la gioventù, non poteva fare altro che spingerla verso gli pseudovalori del fascismo che riproponevano il bisogno dell’autorità e quello dell’impegno personale. Il fascismo paradossalmente proponeva, riconoscendo anche la teoria del merito, una specie di personalismo sia pur costrittivo. A questo presunto umanesimo fascista si è opposto quello comunista con presupposti talvolta speculari e altre volte contrari.

Mounier vuole superare e arricchire questi umanesimi recuperando i contributi specifici che il cristianesimo ha portato al patrimonio spirituale dell’umanità. Questo discorso è da rivolgersi a ogni uomo. Non solo ai dotti come si faceva nell’antichità classica o ai capitalisti, ai camerati o ai proletari, ma a tutti indistintamente. Questo è quello che egli stesso chiama un “sistema politico personalista”.

Mounier dedica una notevole parte della sua riflessione all’economia destando in molti una serie di perplessità e di preoccupazioni perché, nella sua irremovibile critica contro il capitalismo, sembrò a molti appoggiare tacitamente un tipo di economia collettivista.

In realtà voleva soltanto creare un sistema economico che superasse le due realtà economiche in conflitto: capitalismo e comunismo. È comunque soprattutto verso la mentalità capitalista che Mounier riversa le sue critiche maggiori. Il capitalismo ha avuto infatti il torto di aver falsato la natura umana, conferendo alla sfera economica dimensioni esorbitanti e deformando così la visione naturale della vita. Tutto è ormai visto secondo un’ottica economica e tutto ciò che dovrebbe normalmente rientrare in un ordine esclusivamente umano è invece considerato e affrontato con la legge del profitto. Il capitalismo presenta al primo posto l’economia violando, in nome di vantaggi materiali, i più elementari diritti della persona. Per questo erano sorte varie alternative al capitalismo, frutto di un crescente clima di insoddisfazioni. Questo tuttavia non significava né schierarsi dalla parte dei comunisti, né tanto meno provare nostalgia per un passato ormai lontano per sempre e non più riproponibile. Le sue espressioni non lasciano dubbi: «La nostra opposizione al capitalismo deve distinguersi radicalmente da … critiche … falsate alla base. Essa (inoltre) non parte affatto da un rimpianto del passato ma da un desiderio di inventare l’avvenire con tutte le conquiste autentiche del presente».

Occorre perciò stabilire un primato del lavoro sul capitale, della responsabilità personale sull’apparato economico, del servizio sociale sul profitto e degli organismi sui meccanismi. L’attuazione di questi presupposti mira a creare una economia pluralista che costituisce una logica sintesi tra liberalismo e collettivismo. Sintesi che non distrugge i presupposti e i metodi dei due sistemi in lotta tra loro, ma ne valorizzava i meriti e li armonizza tra loro. «Il personalismo difende la collettivizzazione e salva la libertà, appoggiandola a una economia autonoma e agile invece di addossarla allo statalismo». Salvare soltanto la libertà economica era per Mounier un vero e proprio scandalo perché non salvaguardava la moltitudine dei lavoratori dall’incertezza e dalla miseria. Non bisogna solo pensare a tutelare l’esclusivo rischio del capitalista. «Come parlare ancora di rischio, dopo che le imprese capitaliste fallimentari, per il ricorso allo Stato, si sono abituate a una regola che si è felicemente formulata: individuazione dei profitti, collettivizzazione delle perdite?». Questo significava che il sistema capitalista divideva scarsamente i vantaggi, ma distribuiva con rapidità le perdite.

Per superare queste antinomie i cristiani non devono appiattirsi sulle ideologie di destra o di sinistra perché «il mezzo migliore per allontanare il pericolo (di una confusione) è di essere più totalmente cristiani». Vivendo in tale autenticità è possibile aiutare capitalisti e comunisti a dialogare con una maggiore chiarezza evitando quei conflitti che trascinano gli uomini sull’orlo della guerra.

Il tema della pace (e della guerra) non poteva essere trascurato da Mounier perché scaturiva da un problema preliminare: la giustizia. La pace, soprattutto quella cristiana, è frutto di un ordine interiore e di una giustizia visibile che opera efficacemente nella realtà. Mounier ci suggerisce a questo proposito uno dei temi fondamentali del pensiero politico moderno e cruciale nel pensiero politico cristiano: il concetto di ordine. L’ordine sembra essere divenuto, nella difficile vita politica del nostro secolo, una prerogativa degli Stati autoritari e totalitari. Ma così non è in quanto l’ordine socio-politico è il presupposto essenziale delle democrazie, poiché è da un ordine ricercato, voluto e difeso che può nascere la giustizia. Per questo c’è bisogno di recuperare la pace cristiana poiché, scaturendo essa dalla virtù di fortezza, è realmente capace di operare nel concreto superando le astrazioni di cui sono vittime le ideologie.

«La nostra condizione temporale anzitutto ci impone di agire come se la forza brutale fosse assente dal gioco degli uomini, mentre non ne sarà mai totalmente espulsa prima della riconciliazione finale». Solo dal confronto con questo realismo scaturiscono la giustizia e la pace. Per questo occorre la fortezza cristiana. Essa diviene un’utile garanzia contro il sopravvento delle forze brute, contro i falsi pacifismi e contro le debolezze di vario genere che permettono all’ingiustizia e al male di trionfare sul bene.

Pace che genera giustizia, quindi, ma giustizia che sopravvive grazie alla fortezza alimentata continuamente da una silenziosa e fattiva carità

Il 70% delle donne italiane non denuncia le molestie

Secondo un rapporto europeo la stragrande maggioranza delle giovani donne in Europa “teme di essere aggredita o molestata fisicamente o sessualmente (…). L’83% delle donne di età compresa tra 16 e 29 anni evita di essere solo in determinati luoghi, di andare in determinate strade o quartieri o di rimanere isolata”.

Questo perché troppo spesso le donne sono vittime.

Un dato allarmante se confrontato con le risposte fornite dall’altro sesso. Infatti, solo il 58% degli uomini della stessa fascia di età afferma di adottare lo stesso comportamento.

Inoltre, spesso, tali violenze non vengono denunciate.

Infatti, a livello europeo, soltanto il 30% degli attacchi che comportano violenza fisica e l’11% delle molestie vengono riportati alla polizia o altre organizzazioni.

In Italia  il 70% delle donne che hanno subìto molestie negli ultimi cinque anni non ha denunciato l’accaduto alla polizia o altre organizzazioni.

Dopo il nostro Paese ci sono Malta e Portogallo (entrambi al 3%). Maglia nera, invece, per Finlandia (16%), Estonia (16%) e Belgio (14%).

Perciò l’agenzia invita gli Stati membri a garantire l’accesso alla giustizia, offrire sostegno mirato, aiutare meglio le donne e facilitare la denuncia dei reati.

Prezzi al consumo: Istat, a gennaio 2021 l’inflazione torna a crescere dopo otto mesi

Nel mese di gennaio, si stima che l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registri un aumento dello 0,7% su base mensile e dello 0,4% su base annua (da -0,2% di dicembre); la stima preliminare era +0,2%.

L’inflazione torna positiva prevalentemente per l’attenuarsi della flessione dei prezzi dei Beni energetici (da -7,7% del mese precedente a -4,9%), sia nella componente regolamentata (da -7,0% a -2,1%) sia in quella non regolamentata (da -8,1% a -6,3%), e, in misura minore, per l’accelerazione di quelli dei Beni durevoli (da +0,6% a +1,2%) e per il calo meno ampio dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (da -0,7% a -0,1%).

L’“inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi e quella al netto dei soli beni energetici sono entrambe in crescita a +0,8%, da +0,6% di dicembre.

L’aumento congiunturale dell’indice generale è dovuto prevalentemente alla crescita dei prezzi dei Beni energetici sia regolamentati (+4,8%) sia non regolamentati (+2,3%), dei Beni durevoli (+1,0%) e dei Beni alimentari (+0,8%).

L’inflazione acquisita per il 2021 è pari a +0,6% per l’indice generale e a +0,3% per la componente di fondo.

I prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona decelerano da +0,6% a +0,4%, mentre quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto attenuano la loro flessione da -0,3% a -0,1%.

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) registra una diminuzione dello 0,9% su base mensile e un aumento dello 0,7% su base annua (da -0,3% di dicembre); la stima preliminare era +0,5%. La crescita tendenziale più marcata dell’IPCA rispetto a quella del NIC si deve ai prezzi di Abbigliamento e calzature che su base annua aumentano del 5,2% (invertendo la tendenza e accelerando da -0,2% di dicembre). L’avvio dei saldi invernali diversificato tra le regioni, a differenza dello scorso anno quando iniziarono tra il 4 e il 5 gennaio, produce infatti un calo congiunturale dei prezzi di Abbigliamento e calzature (-18,5%) meno ampio di quello di gennaio 2020 (-22,7%), che si riflette sulla dinamica tendenziale sia di questo raggruppamento merceologico sia dell’indice generale.

L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra un aumento dello 0,6% su base mensile e dello 0,2% su base annua.

Vaccinazione dei dipendenti: le FAQ del Garante privacy

Il datore di lavoro può chiedere ai propri dipendenti di vaccinarsi contro il Covid per accedere ai luoghi di lavoro e per svolgere determinate mansioni, ad esempio in ambito sanitario? Può chiedere al medico competente i nominativi dei dipendenti vaccinati? O chiedere conferma della vaccinazione direttamente ai lavoratori?

A queste domande ha risposto il Garante per la privacy con le Faq pubblicate sul sito www.gpdp.it. L’intento dell’Autorità è quello di fornire indicazioni utili ad imprese, enti e amministrazioni pubbliche affinché possano applicare correttamente la disciplina sulla protezione dei dati personali nel contesto  emergenziale, anche al fine di prevenire possibili trattamenti illeciti di dati personali e di evitare inutili costi di gestione o possibili effetti discriminatori.

Nelle Faq è spiegato che il datore di lavoro non può acquisire, neanche con il consenso del dipendente o tramite il medico compente, i nominativi del personale vaccinato o la copia delle certificazioni vaccinali. Ciò non è consentito dalla disciplina in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro né dalle disposizioni sull’emergenza sanitaria. Il consenso del dipendente non può costituire, in questi casi, una condizione di liceità del trattamento dei dati. Il datore di lavoro può, invece, acquisire, in base al quadro normativo vigente, i soli giudizi di idoneità alla mansione specifica redatti dal medico competente.

Il Garante ha chiarito inoltre che – in attesa di un intervento del legislatore nazionale che eventualmente imponga la vaccinazione anti Covid-19 quale condizione per lo svolgimento di determinate professioni, attività lavorative e mansioni – nei casi di esposizione diretta ad “agenti biologici” durante il lavoro, come nel contesto sanitario, si applicano le disposizioni vigenti sulle “misure speciali di protezione” previste per tali ambienti lavorativi (art. 279 del d.lgs. n. 81/2008).

Anche in questi casi, solo il medico competente, nella sua funzione di raccordo tra il sistema sanitario e il contesto lavorativo, può trattare i dati personali relativi alla vaccinazione dei dipendenti. Il datore di lavoro deve quindi limitarsi attuare, sul piano organizzativo, le misure indicate dal medico competente nei casi di giudizio di parziale o temporanea inidoneità.

Vaccino Pfizer. La prima dose protegge fino all’85%”

Protezione all’85 per cento già dopo la prima dose del vaccino Pfizer per chi manifesta sintomi e al 75% negli altri casi a due, quattro settimane dalla prima infusione. È quanto emerge da uno studio israeliano considerato “rivoluzionario” in quanto potrebbe guidare la politica internazionale per contrastare la pandemia. A condurre lo studio su persone sintomatiche e asintomatiche è stato lo Sheba Medical Center. Per chi manifesta sintomi, l’efficacia della prima dose sale all’85 per cento.

Viene così “ridotta in modo molto molto significativa” la possibilità di contagio, ha affermato Gili Regev-Yochay, direttrice dell’Unità di epidemiologia delle malattie infettive dello Sheba Medical Center, citato dal Times of Israel. In alcuni Paesi si sta prendendo in considerazione la possibilità di ritardare la somministrazione della seconda dose in modo da poter vaccinare un numero maggiore di persone. “Questa ricerca sostiene la decisione del governo britannico di iniziare a inoculare ai suoi cittadini una singola dose di vaccino”, ha affermato Arnon Afek, direttore generale dello Sheba Medical Center.

L’intergruppo del Pd e il centro.

C’è poco da fare. Il “nuovo corso” del Partito democratico stravede per i 5 stelle. Zingaretti, che  un po’ come tutti i capi partito contemporanei cambia radicalmente opinione e strategia a  seconda delle stagioni e delle convenienze momentanee, adesso individua nei 5 stelle – cioè il  miglior distillato politico di populismo, opportunismo e trasformismo nel nostro paese – l’alleato  formidabile e più affidabile per la nuova avventura politica del Pd. Che, al momento, pare di capire  sia quella di essere l’unica alternativa al sovranismo, alla destra illiberale, alla destra pericolosa e  autoritaria, al sempre risorgente fascismo e bla bla bla. E per preparare questa sfida epocale, pare  sempre di capire, l’intergruppo tra il Pd, i 5 stelle di Grillo e i post comunisti di Leu è il passaggio  obbligato e decisivo. 

Ora, è del tutto evidente che ogni partito fa ciò che vuole e desidera. Ma diventa francamente  difficile, nonchè curioso, pensare che da questa melassa possa decollare un progetto politico  all’insegna del riformismo e della qualità della democrazia e, soprattutto, capace di invertire la  rotta rispetto alla deriva trasformista ed opportunista che ha caratterizzato il sistema politico  italiano in questi ultimi 2 anni. Una deriva che ha accentuato il distacco tra la politica – per non  parlare dei partiti – e la pubblica opinione, la distanza tra le istituzioni democratiche e i cittadini  sino a certificare il fallimento della maggioranza di governo giallo/rossa per poi chiedere, in  ginocchio, l’arrivo di una grande personalità per evitare che il paese precipitasse irreversibilmente  in un vicolo cieco.  

Di fronte ad un quadro del genere e preso atto dell’ultima proposta del segretario del Pd sulla  costituzione dell’intergruppo con i 5 stelle, credo che si renda sempre più necessario il decollo di  un luogo/partito/movimento/lista di centro – lo dico in modo semplificato per rendere più  comprensibile l’obiettivo da perseguire – che sia in grado di intercettare e soprattutto di  rappresentare un mondo culturale, sociale, ideale, economico tuttora privo di una autorevole e  qualificata rappresentanza politica. Certo, non dev’essere nè una formazione grossolanamente  identitaria nè, tantomeno, un piccolo luogo testimoniale politicamente irrilevante ed elettoralmente  fallimentare. Come ne abbiamo sperimentati a decine in questi ultimi anni. Esperimenti dettati  sempre dalla buona fede dei singoli ma del tutto inutili perchè caratterizzati sempre dallo stesso  copione: e cioè, appena decollati erano già quasi giunti al capolinea… 

Adesso, forse, e dopo la formazione di un governo che, è inutile negarlo, segna la momentanea  sospensione della tradizionale e un po’ noiosa dialettica politica, ci sono anche le condizioni  ambientali, nonchè politiche come ovvio, per progettare una nuova e moderna iniziativa politica  capace di trasformarsi rapidamente in un partito e in una lista per le prossime elezioni. Un luogo  politico ovviamente plurale e federativo ma che sia in grado di elaborare un progetto di governo  esterno ed estraneo al richiamo populista, trasformista e meramente opportunistico. E la nostra  cultura – cattolico popolare e cattolico sociale – per questa sfida politica può e deve mettersi in  gioco contribuendo, con altri, a dispiegare un ruolo possibilmente protagonistico. 

A che serve l’incensazione di Conte?

Mercoledì, Draghi ha iniziato il percorso, in Parlamento, per ottenere la fiducia e legittimare ufficialmente il suo governo.
48 ore prima, si è aperto, in casa 8 e ½, il processo di beatificazione di Conte. Postulatore Rocco Casalino, scusa il suo libro, in uscita. Avvocato del diavolo, anzi il diavolo in persona, Renzi che, per interesse privato – a detta di Casslino – avrebbe affossato “il beato”. E giù lodi senza risparmio, anche imbarazzanti. E così si è chiusa la prima udienza.

Senza preavviso, e 24 ore dopo, in altra aula, a “Di martedì”, scusa il libro, ecco in onda, altra incensazione delle qualità “del beato subito”. Ascoltato anche un testimone di rango, l’on. Bersani che oltre al fiume di lodi, ha presentato anche il primo miracolo del “beato”. Ha detto, gettando alle ortiche ogni briciolo di dignità rimastagli, che il “beato” ha “trovato i 209 miliardi e gli altri se li spartiranno”.

Se non bastasse, ci ha fatto anche il racconto della lotta contro il “drago Europa” domato solo grazie alle indomite qualità superiori del “beato”. Hanno aggiunto che solo lui potrà salvare sicuramente il M5S e, udite udite, il PD e tutta la sinistra. Mi domando se il PD è così malridotto da non riuscire ad esprimere una visione politica e una classe dirigente all’altezza della storia di questo Paese. Ma anche la destra, una destra europea, è allo sbando, complicando ancor di più il quadro politico.

Del M5S non ci sono osservazioni, sono un mucchio di sbandati incompetenti che andranno a sparire. La speranza è che un “sussulto di cervelli” dia una scossa alla dignità della politica e nel rispetto dei cittadini e delle istituzioni ci liberi da questa palude e ci dia una politica che faccia della dignità e responsabilità la bandiera per il futuro.

Ma noi cittadini, anche noi responsabili del nostro destino, ci dobbiamo armare di ramazza e spazzare via il peggio che ci soffoca e capire che non si governa un paese con il “vaffa” e l’ “uno vale uno”. Questa è pantomima da pifferaio magico!

Verso un approccio sistemico nel rilancio organico del mezzogiorno

Pubblichiamo il documento elaborato da un qualificato gruppo di lavoro, coordinato dal prof. Luigi Paganetto, che intende affrontare in una nuova prospettiva di medio-lungo periodo la questione del Mezzogiorno.

Premessa

Per impostare una proposta di rilancio del Mezzogiorno, una proposta concepita in logica di “sistema”, è opportuno effettuare prima una sintetica analisi sul lungo periodo di stasi e di inimmaginabile atarassia che ha caratterizzato la gestione del Mezzogiorno da parte dello Stato. Inserire le proposte per il Sud in una strategia di ricomposizione di sistema, che trovi la sua collocazione nel quadro in cui oggi si muove l’Europa, in maniera non assistenziale   riducendo le diseguaglianze che impediscono livelli coerenti e omogenei basilari per qualità della vita; e di dotare il Paese del “secondo motore” – il Sud – sinergico col “primo motore” del Centro-Nord, indispensabile per il rilancio di entrambe le macro-aree e  funzionale a un riequilibrio del Paese e a ristabilire la sua posizione in Europa. Per farlo occorre partire dal quadro competitivo in cui la stessa Europa si colloca e le sfide che deve fronteggiare. Oggi siamo concentrati come è giusto che sia  sulla pandemia e la crisi devastante che stiamo vivendo. Molto è stato fatto L’abbandono delle regole di Maastricht, il cambio di rotta della politica monetaria della BCE e il programma d’intervento del Next Generation EU ci assicurano un contesto in cui è possibile la ripresa. Ma non bisogna dimenticare che la EU, nel momento in cui è impegnata a superare il quadro pandemico si trova a fare i conti con lo straordinario cambiamento globale che si è prodotto in questi anni a cui deve rispondere come già aveva cominciato a fare al momento dell’insediamento della nuova Commissione. Due sono gli aspetti chiave. Il primo, che ci riguarda da vicino, è il mancato aumento della produttività (per il quale occupiamo gli ultimi posti) a dispetto dei grandi progressi della tecnologia e dell’aumento degli investimenti in “intangibles”, quali software e intelligenza artificiale. Il secondo, è il raccorciamento delle catene del valore collegato ai rischi e alle incertezze di un mondo dominato dalla pandemia. Né bisogna dimenticare la sfida che nasce  dalle tendenze di lungo periodo dell’invecchiamento della popolazione europea e le sue conseguenze  rispetto a produttività welfare e crescita,  anche se essa  potrebbe essere in parte bilanciata dagli effetti positivi di  migrazioni ben regolate. C’è, infine, la questione della transizione energetica e quella dei conflitti commerciali in corso per la supremazia tecnologica, in particolare tra Cina e Usa. Questo quadro ci consegna un mondo in cui la EU si trova a confrontarsi con questioni veramente complesse in cui le aree più dinamiche del mondo sono oggi in una situazione di vantaggio relativo. L’integrazione tra le diverse aree del mondo tende a ridefinirsi. È  con le “nuove fabbriche del mondo” come quella già realizzata dai Paesi del sud-est asiatico dall’ASEAN che bisogna confrontarsi. Conta, in questo quadro, la capacità dell’Europa di puntare su quella leadership tecnologica e capacità d’innovazione, diminuita nel tempo e che, intanto, è diventata il terreno di scontro tra Usa e Cina. Dobbiamo prendere atto che non ci sono soltanto i grandi del mondo (a cominciare da Cina, Usa e Giappone) ma nuovi competitors globali, come i Paesi del sud est asiatico e le nuove aggregazioni di libero scambio, quale la recente (Rcep) tra Asean, Australia, Cina e Giappone. Gli effetti, per il nostro Paese cominciano a vedersi nella composizione dell’export, in particolare – nel nostro caso – con l’aumento del peso dei prodotti intermedi rispetto ai prodotti finiti. Ciò che sta accadendo dovrebbe spingere la EU a crearsi nuovi spazi economici, a cominciare da quello più immediatamente realizzabile, quello della sponda sud. Un’Europa che guardi al Mediterraneo non sarebbe solo un grande vantaggio per il nostro Mezzogiorno ma lo sarebbe anche per il Paese e per l’insieme della EU perché aprirebbe nuovi spazi commerciali con le nuove rotte del commercio e con l’adozione di tecnologie cui i Paesi della sponda sud  potrebbero partecipare, come è facile pensare per il caso delle grandi reti e dei collegamenti  di energia solare da realizzare nelle aree desertiche del Sahara. La nostra politica economica dovrebbe tenerne conto, sia nelle sue linee generali che in quelle previste dal PNRR, prendendo in considerazione  le opzioni d’investimento su infrastrutture e logistica coerenti con questa prospettiva.

Il Progetto di sistema si dovrebbe perciò articolare in Opzioni di Sistema essenziali per imboccare percorsi credibili utilizzando strumenti disponibili.

L’incapacità di attivare la spesa rappresenta il riferimento più critico e più dannoso; in proposito non possiamo dimenticare il limitato uso del Fondo Coesione e Sviluppo 2014 – 2020 o la mancata realizzazione della serie di opere della Legge Obiettivo, approvate sin dal 2014 come, solo a titolo di esempio: un lotto della strada statale 106 Jonica, l’asse viario Caianello – Benevento (Telesina),  l’Agrigento – Caltanisetta, la Palermo – Agrigento, l’asse AV/AC Palermo – Messina – Catania, il collegamento tra l’autostrada A1 ed il porto di Bari, il collegamento tra il porto di Napoli e la piastra logistica di Nola – Marcianise, l’asse viario Maglie – Santa Maria di Leuca. Ma tutte queste sono responsabilità meno gravi di ciò che, invece, è stata la completa assenza di una strategia concreta e misurabile per il rilancio organico del Mezzogiorno. Questa assenza, solo oggi, la misuriamo proprio esaminando le azioni annunciate e rimaste tali; ci riferiamo a:

  • un “Piano per il Sud e la coesione territoriale” presentato ufficialmente a Gioia Tauro un anno fa e rimasto solo un atto programmatico
  • le Zone Economiche Speciali (ZES) rimaste una interessante delimitazione spaziale e prive di ogni supporto tecnico – economico e di ogni strumento procedurale in grado di attrarre interessi imprenditoriali
  • le realtà portuali, sempre del Mezzogiorno, escluso il caso Gioia Tauro, che non hanno avuto dal Governo nessun supporto per essere in grado di diventare competitive nel teatro economico del Mediterraneo, consentendo, nel frattempo, la crescita di porti come Algeciras, Valencia e Pireo (15 milioni di TEU in soli tre porti mentre il nostro Paese è fermo a 10 milioni di TEU)

1.

Partendo, quindi, dal Piano del Sud, riteniamo opportuno ribadire che una pianificazione dedicata al Mezzogiorno o una lettura del Mezzogiorno come dimensione geografica a se stante è un comportamento antitetico a ciò che invece riteniamo approccio di “sistema”. E l’approccio di “sistema” impone una lettura organica e unica dell’intero assetto Paese: sarebbe bene produrre subito un documento organico del rilancio della offerta infrastrutturale e logistica del Paese; riguardo a ciò si ritiene utile ed indispensabile prendere come riferimento la ultima edizione delle Reti TEN – T in cui non sono presi come riferimento portante solo i Corridoi ma anche i nodi metropolitani e i nodi logistici (porti, interporti ed aeroporti).

Ebbene, tale documentazione, supportata da una corretta verifica da parte della Banca Europea degli Investimenti (BEI) rappresenta, senza dubbio, una base utilissima che annulla la storica ghettizzazione che ha caratterizzato il rapporto tra organo centrale e Mezzogiorno. Rileggendo, quindi, con la massima umiltà tale documentazione scopriremmo quanto sia essenziale nella realtà meridionale l’assetto funzionale dei nodi. La qualità e la incisività delle realtà urbane – grandi e medie – del Sud sono il riferimento portante della crescita e dello sviluppo e la organizzazione della offerta trasportistica di tali aree, sia quella interna sia quella fra le varie realtà, costituisce senza dubbio una forte penalizzazione per i bilanci familiari: il costo del trasporto pubblico locale per le famiglie residenti del Mezzogiorno supera i 12 miliardi di euro l’anno; basterebbe trasferire nelle realtà del Mezzogiorno il modello “Metrebus” per dare vita ad una prima proposta di “sistema”.

2.

In merito alle Zone Economiche Speciali (ZES) è necessario seguire un preciso codice comportamentale: in particolare, in tutto il Paese, il numero di tali Zone non può essere superiore a 5 o 6 siti e solo tre ubicati nel Sud. Ma quali sono le condizioni di convenienza di tali aree? senza dubbio le cinque condizioni, quali:

  • regime fiscale di vantaggio, che contempla l’abbattimento totale della tassazione su alcune tipologie di imprese;
  • procedure amministrative semplificate;
  • possibilità di rimpatrio agevolate di investimenti e profitti;
  • dazi ridotti su importazioni, esenzione su tasse per esportazione;
  • canoni di concessione agevolati.

 

Queste condizioni vanno reinventate e gestite con un’ottica manageriale e privatistica e non, come avvenuto finora, nelle realtà meridionali dove si sono rivelate veri fallimenti programmatici. Ma la cosa principale è un immediato confronto con gli Uffici della Unione Europea, per costruire e concordare insieme alcune condizioni ed alcuni vincoli che possono davvero cambiare le attrazioni del mondo imprenditoriale verso tali realtà. Occorre cioè evitare che si ripeta quanto successo ultimamente con la norma sulla decontribuzione per le attività imprenditoriali nel Sud; tale norma è stata inserita nella Legge di Stabilità 2021 ma non è operativa perché non ancora autorizzata dalla Unione Europea.

3.

Per comprendere il ruolo della portualità nel Mediterraneo è utile effettuare una attenta analisi degli interessi dei Paesi della Unione Europea nei confronti del Mediterraneo. In particolare, nei lavori che portarono alla definizione del Corridoio Rotterdam – Genova e del Corridoio Baltico – Adriatico appare in modo evidente l’interesse dei Paesi del Nord Europa (Olanda, Danimarca, Svezia e Germania) di interagire e di integrarsi sistematicamente con il bacino del Mediterraneo. Per l’Italia non è stato facile far capire la importanza del collegamento tra Genova ed i valichi del Sempione e del San Gottardo ed ora, finalmente, i lavori – dopo anni di blocco e di ripensamenti – stanno andando avanti. Non possiamo neppure sottovalutare quanto sia stato lungo l’iter autorizzativo del tunnel che attraverserà il Fehmarn Belt.  Entrambe le opere stanno ormai in fase realizzativa, come in fase realizzativa è il valico ferroviario del Brennero. In realtà il Nord Europa ha scoperto la importanza della osmosi tra la parte più settentrionale della Unione ed il teatro economico del Mediterraneo.

Un teatro dove coesistono la Regione più attiva e più ricca (almeno lo era prima della pandemia) dell’intero sistema comunitario, la Lombardia, parti delle Regioni Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e Veneto e  una vasta area, quella del Mezzogiorno, con due grandi isole, ricca di potenzialità ma povera di infrastrutture capaci di trasformare queste potenzialità in convenienze produttive. Ed allora forse solo in questi ultimi anni cominciamo a capire di aver regalato ai Paesi del Nord Europa questo accesso strategico e di non aver pensato che bisognava contestualmente rafforzare, nella sua interezza, il Corridoio Helsinki – La Valletta, quel Corridoio che trova anche nella continuità territoriale tra il continente Europa e la Sicilia le sue finalità strategiche, quel Corridoio che, a tutti gli effetti, è la vera spina dorsale della intera Unione, quel Corridoio che regala all’Italia le convenienze e le potenzialità nascoste dell’intero bacino del Mediterraneo. Molti diranno che in fondo la Unione Europea aveva approvato il collegamento stabile come progetto a se stante, sì con la stessa logica con cui aveva approvato e supportato segmenti chiave di Corridoi come il collegamento Copenaghen – Malmö o come il richiamato tunnel Fehmarn Belt e quindi la responsabilità è solo nostra, solo del Governo italiano; abbiamo scelto di non pensare alla grande; strano che, invece, per il tunnel Torino – Lione o per il Terzo valico dei Giovi tra Genova e Milano o, ancora, per il Brennero, avevamo pensato alla grande. In realtà abbiamo preferito non far partecipare ai vantaggi generati da questa osmosi strategica tra sistemi portuali del Nord Europa e quelli del settentrione del Paese l’intero sistema logistico del Mezzogiorno e abbiamo dimenticato che in tal modo rendevano la Sardegna e la Sicilia sempre più isole, sempre più aree estranee ad una possibile crescita.

I minori e l’uso delle armi

I giornali americani danno spesso enfasi a fatti che coinvolgono minori nell’uso delle armi come fossero giocattoli:  pare che l’azienda che fabbrica il fucile che ha colpito a morte una bambina produca circa 60.000 armi all’anno di quel tipo, pubblicizzate con lo slogan “Il mio primo fucile” in un sito che si chiama “L’angolo del bambino”, con numerose foto di ragazzini intenti a colpire bersagli di vario genere.  L’agghiacciante connubio “armi-minori” esiste anche fuori degli Stati Uniti pur non legato a una specifica normativa o a essa dedotto, quanto piuttosto connesso a una concezione proprietaria e schiavista dei bambini, della loro vita e della loro identità personale e sessuale. Basti pensare ai bambini-soldato e a quelli vittime delle mine, spesso usati come strumenti per sondare la pericolosità di un territorio e – per questo – orribilmente mutilati o uccisi; o ancora far mente locale alla soccombente e pregiudizialmente sacrificale condizione dei bambini di ogni età che vivono nei Paesi dove esistono da anni guerre devastanti o conflitti etnici, religiosi o civili tra opposte fazioni, anche di uno stesso popolo o nazione. 

Da un rapporto di Save the Children risulta che più della metà dei settantadue milioni di bambini che non hanno accesso all’istruzione, cioè oltre trentasette milioni, vivono nei Paesi colpiti dalle guerre (denominati CAFS) e sono spesso i destinatari finali del commercio di armi leggere mentre sei tra i Paesi del G8 (tra cui l’Italia) sono tra i primi dieci esportatori di armi nel mondo, l’84% delle quali sono le cosiddette “armi leggere”, largamente diffuse e utilizzate, con conseguenze devastanti, da minori. Indonesia, Costa d’Avorio, Sud-Sudan, Uganda, Iraq, Siria, Afghanistan, Burundi, Chad, Colombia, Nepal, Sri Lanka, Angola, Eritrea: sono Paesi che destinano alle spese belliche mediamente oltre il 4% del Pil e nei quali – secondo un Rapporto del Segretariato Generale dell’ONU – vengono addestrati e usati in azioni belliche bambini e bambine-soldato, queste ultime in alcuni casi esposte all’obbligo di prestazioni sessuali.

Quali strategie sono necessarie per arrestare questo coinvolgimento dei minori nell’uso delle armi e nella violenza? Dalla più ricca democrazia occidentale ai Paesi delle guerre la risposta è una sola: investire nella scuola, nell’istruzione, nell’educazione. Insegnare l’amore per gli altri esseri umani, per gli animali, per il creato. Perseguire le vie della pace, della tolleranza, della legalità. Questo implica una radicale e profonda riflessione sulle spese destinate alla crescita e modernizzazione dei sistemi scolastici, agli investimenti sulla ricerca educativa, alle risorse umane e alle dotazioni organiche e strumentali di cui fornire gli istituti scolastici. Sono ben note le resistenze a una decrescita degli investimenti bellici e militari, sia da parte delle forze politiche che nella stessa opinione pubblica, suggestionata dai pericoli derivanti dai rischi dei fondamentalismi, dell’odio razziale, della carenza di tutele in materia di sicurezza pubblica. E le giustificazioni-motivazioni di ordine tecnico per le enormi spese dell’apparato militare che riguardano il nostro Paese non sempre risultano esplicative e convincenti, specie in una fase di crisi globale e di depressione sociale: basti pensare alla ben nota, annosa vicenda degli aerei F35 e ai costi derivanti dal loro acquisto e manutenzione mentre una percentuale elevata di edifici scolastici non garantisce requisiti di sicurezza e standard di agibilità-abitabilità rassicuranti.

Se, per ora, l’uso delle armi leggere non sembra essere una consuetudine diffusa tra i giovani del nostro Paese, ci sono tuttavia altri indicatori che confermano una deriva di sovraesposizione verso il pericolo di comportamenti individuali, ma orientanti anche nel gruppo, indirizzati alla violenza o da essa condizionati. Ne indico alcuni.

  1. Pistole giocattolo, giochi militari, abbigliamenti bellici, oggetti di uso offensivo costituiscono materia per regali e aspirazioni prevalenti, fin dalla più tenera età.
  2. L’influenza dei programmi televisivi improntati alla violenza come prassi abituale e trama di comportamenti ricorrenti è pressante, pervasiva, pedagogicamente negativa: l’utenza di questi programmi – dai cartoni animati ai talk-show ai film d’azione, di guerra, di narrazione di profili criminali – spazia per età e genere, dai bambini e le bambine della scuola dell’infanzia agli adolescenti delle scuole secondarie di secondo grado. L’introduzione delle fasce protette non è deterrente sufficientemente dissuasivo poiché il leit-motiv è sempre quello della violenza come prevalente modello antropologico-comportamentale: un modello idealizzato e reso vincente, nell’ostentazione della forza come strumento di emergenza sociale, di successo tra i pari, di perseguimento del ‘lieto fine’.
  3. Si diffonde una cultura mass-mediologica negativa che genera solitudini siderali anche tra le giovani generazioni. Essa spiega che si fa e si ottiene giustizia solo attraverso l’uso della forza, mentre vengono ridicolizzate e valutate pregiudizialmente perdenti tutte le altre strade che passano dalle relazioni pacifiche e positive, dall’interlocuzione, dal dialogo. Non è difficile immaginare l’influenza degli interessi commerciali e industriali che sottende e ispira questi filoni e queste trame narrative, dove il prossimo è sempre antagonista, nemico da battere, fino alla sua eliminazione fisica, con una reiterazione e una disinvoltura veramente raccapriccianti. Per non parlare delle insidie del web e di tutta quella cultura virtuale, libera e disinvolta (nei temi e nei linguaggi) che vi circola.
  4. Anche la famiglia può essere scuola di violenza. Come sappiamo dall’esperienza giudiziaria dei casi, gran parte dei bambini che esplicitano comportamenti aggressivi hanno genitori che sono violenti con loro o assistono direttamente alle violenze in famiglia ove non ricevano addirittura agli stessi genitori l’insegnamento esplicito della violenza (“se ti picchia, picchialo”… “fai valere le tue ragioni”… “dimostrati uomo”). 
  5. Alla cultura della violenza va ricondotta anche l’esplosione delle slot-machines del gioco d’azzardo, frutti di massicci investimenti, che coinvolgono con una crescita esponenziale e drammatica i nostri ragazzi generando fenomeni di ‘ludopatia’, da non intendersi come nativa predisposizione genetica bensì come conseguenza patologica, malattia provocata da forti sollecitazioni esterne, non causa ma effetto. Per non parlare del fiume carsico di istigazioni alle violenze di ogni tipo che circolano nel web (giochi  pericolosi, violenze estreme, tik-tok, cyberbullismo ecc) con una agghiacciante facilità di accesso. Queste attrazioni da paese dei balocchi sono il peggiore maestro di vita, distruggono ogni scala di valori a fronte dell’illusione del facile guadagno, del successo e della ricchezza a portata di mano. I ragazzi risultano perdenti in partenza, schiavizzati al gioco come fonte di possibile, facile arricchimento e riscatto sociale. Occorre una forte reazione che costringa i legislatori, che finora hanno reso leciti e favoriti i giochi di azzardo, a produrre normative interdittrici, restrittive e dissuasive. 

Per contrastare queste forme che generano la violenza bisogna scoprire e intercettare la violenza alle origini e intervenire con tempestività con azioni positive. Ciò vale anche per l’Italia, pur in un contesto sociale caratterizzato da consuetudini e modelli di vita diversi da quelli di altre contingenze geografiche. Questo compito deve passare attraverso la scuola come principale “agenzia” di educazione alla pace, a cominciare dai rapporti ‘con’ e ‘tra’ gli alunni e dalle relazioni con le famiglie. 

La scuola deve sapere risolutamente indicare modelli educativi che portano al bene comune, al rispetto delle persone, alla tolleranza, alla legalità, alla conservazione attenta dei beni collettivi, e per questo dovrebbe impostare – accanto alla finalità della trasmissione dei saperi e alla sollecitazione verso la cultura come fattore generativo di crescita intellettiva, cognitiva e comportamentale – una solida educazione sentimentale. È necessario far leva sul controllo e sul corretto indirizzo dell’emotività, sull’uso del pensiero critico, sull’abitudine alla riflessione come premessa di ogni azione o comportamento, specie in ambito relazionale. Occorre per questo una stretta collaborazione e una solidale condivisione d’intenti tra famiglia e scuola. I “buoni sentimenti” infatti sono le chiavi che usiamo perché i valori abbiano accesso nella nostra mente e dimorino nel nostro animo, per darci un’identità rispettosa dell’identità altrui.

Dunque: istruzione e poi ancora istruzione, educazione, scuola pubblica come investimento dello Stato a favore delle giovani generazioni, garanzia del diritto allo studio, uguaglianza delle opportunità di partenza e compensazione delle difficoltà in itinere, percorsi formativi individualizzati per favorire la massimizzazione delle potenzialità di ciascuno, affinché vengano rimosse le cause di rischio educativo e di disagio scolastico. Questo implica investimenti sempre più elevati per adeguare i sistemi scolastici agli standard di competitività spesso imposti da agenzie formative esterne, per rendere sicuri gli edifici scolastici e aggiornati e per motivare gli insegnanti. Crescere in cultura per un Paese significa sviluppare la potenzialità insite in ciascun individuo, non lasciare che nessuno si perda per strada o ne imbocchi una sbagliata, mettere la persona al centro dei propri interessi, emancipare i valori del confronto, della condivisione e della solidarietà. Queste sono le armi pacifiche con cui combattere e auspicabilmente sconfiggere i mali dell’emarginazione, della solitudine, della povertà materiale e spirituale, delle violenze, che affliggono i bambini e i ragazzi del nostro tempo.

Non c’è più tempo da perdere: occorre un forte recupero di senso di responsabilità collettiva, bisogna che qualcuno abbia il coraggio di spezzare le troppe spirali perverse, ricominciando a parlare di senso del dovere, di identità, di cultura come strumenti di emancipazione sociale e di crescita e formazione individuale

Davanti al mistero della piccola Françoise

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Massimo Borghese

A settant’anni dalla morte di Emmanuel Mounier, la rivista «Studium», nel numero 4 di luglio-agosto 2020 (anno 116) ha ricordato il filosofo di Grenoble con un dossier, curato da Massimo Borghesi. Pubblichiamo integralmente qui di seguito il saggio Emmanuel Mounier. Rivoluzione personalista e fine della cristianità di Massimo Borghesi. Il testo introduttivo, Emmanuel Mounier. La vita, l’opera e la personalità, invece, è costituito dal primo capitolo del volume Il contributo filosofico di Emmanuel Mounier di Armando Rigobello (Roma, Fratelli Bocca Editori). Il testo, del 1955, è stato il primo volume uscito in Italia sulla figura di Mounier di cui Rigobello era uno specialista. Gli altri contributi del dossier sono a cura di Luigi Alici (Tra fede e storia: l’“ottimismo tragico” di Emmanuel Mounier) e di Calogero Caltagirone (“Essere e diventare persone”. Per un’etica del compimento in Emmanuel Mounier).

«Sono un intellettuale. Ciò comporta un certo numero di atrofie e di tic. Mi guarderò bene dal ritenermene esente. Ma spesso mi rivolgo con riconoscenza verso i miei quattro nonni contadini, davvero contadini tutti e quattro, con la terra sotto le scarpe, la levata alle tre del mattino e la fetta di salame tra le dita. Quando mi sento nell’intimo così estraneo alla mia gente, in quanto gente, quando mi sento fremere dinanzi alle false grazie, alle parole gonfiate, alle piroette o, all’altro versante (l’Università), allo spaventoso spirito di serietà, sento un nonno reagire in me, la sua salute mi scorre nelle vene, l’aria dei suoi campi mi purifica i polmoni, e allora ringrazio come tanti altri».

Questo il profilo che in una lettera a Xavier de Virieu del 1° marzo 1950, a meno di un mese dalla propria morte, dava di sé Emmanuel Mounier. Era nato il primo aprile 1905 a Grenoble; qui aveva compiuto gli studi liceali iscrivendosi poi, per desiderio della famiglia, alla Faculté des Sciences con la prospettiva di divenire medico. Lo studio e la formazione scientifica lo deludono però sino al punto da indurlo in uno stato di profonda depressione: «Sprofondo nella fisica, chimica, storia naturale. Disperazione fino al desiderio del suicidio. Per dimenticare sgobbo come un matto». Nel 1924 partecipa a un ritiro spirituale, l’esperienza che ne trae è decisiva: «Il ritiro è rivelatore. Vi leggo a lettere di fuoco la necessità di cambiare rotta». La conversione è verso un cristianesimo vivo, appassionato, eroico. Si orienta, come conseguenza, verso la filosofia. Per tre anni (1924-1927) segue i corsi di Jacques Chevalier all’università di Grenoble. Tra maestro e discepolo si stabilirà un rapporto intenso e fecondo destinato a incrinarsi solo a distanza di tempo, con la fondazione di «Esprit» e del suo itinerario intellettuale e politico. Chevalier lo introduce allo studio di Pascal, Blondel, Bergson, al filone quindi dello spiritualismo francese la cui traccia sarà ben presente nella formazione del personalismo mounieriano. Il 23 giugno 1927 Mounier consegue il diploma di Studi Superiori di filosofia con una dissertazione su «Il conflitto tra antropocentrismo e teocentrismo nella filosofia di Cartesio».

Alla fine di ottobre è a Parigi, alla Sorbona, per completare gli studi. L’impatto con l’università però lo delude, vi trova un accademismo e un formalismo insopportabile. Ottenuta l’agrégation sceglie una tesi sulla mistica svolgendo a tale scopo anche un viaggio in Spagna nel 1930. L’interesse al tema viene però meno. Nel 1929 aveva letto Charles Péguy. L’impressione tratta era di quelle decisive. In Péguy trovava conferma la sua idea di un cristianesimo autentico, incarnato nella storia, non disposto a venire a compromesso con il mondo del denaro e dell’ottusità. In collaborazione con George Izard e Marcel Péguy scrive La pensée de Charles Péguy, edito nel 1931 nella collana «Le roseau d’or», promossa da Jacques Maritain. Chevalier, Péguy, Maritain: tre incontri determinanti per la vita di Mounier. I rapporti con Maritain, sorti nel contesto del libro su Péguy, hanno il loro punto di riferimento nelle riunioni mensili di cattolici, ortodossi, protestanti, che si svolgono a Meudon a casa di Maritain. Qui Mounier conosce, tra gli altri, Berdiaev, Gabriel Marcel, Jean Daniélou. È proprio dal colloquio tra quest’ultimo e Maritain che nasce l’idea di una rivista, idea che si precisa nelle conversazioni tra Mounier, George Izard e André Déléage. Come scriverà poi Maritain: «Mounier e Izard, ai quali s’aggiunge Déléage, non intendevano lasciare il libro su Péguy senza un domani. Essi volevano formare un cenacolo, un focolaio attivo e aperto, un centro d’irradiazione attraverso il quale proseguire, nelle congiunture del 1930, l’opera di Péguy, in quello che aveva di sempre efficace, particolarmente per svincolare il mondo cristiano dalla corresponsabilità con le potenze del denaro e con il “disordine costituito”». La crisi economica del ’29 non è senza influsso in questa decisione, essa appariva soprattutto come «crisi di civiltà» a cui occorreva contrapporre soluzioni radicali. «Esprit» esce nell’ottobre del 1932. L’articolo di fondo Refaire la Renaissance, indica il programma della rivista nei seguenti punti: 1. dissociare lo spirituale dal politico, 2. anticapitalismo, 3. appello a una “rivoluzione” che instauri una democrazia sostanziale contro quella liberale, considerata formale e borghese. La prospettiva non era esente da ambiguità. Già all’uscita del secondo numero, Maritain sollevava perplessità sull’uso acritico della categoria di rivoluzione nonché sul fatto che quest’idea sembrava diventare il valore primario tra i collaboratori tradendo l’intenzione originaria della rivista. I dubbi si accentueranno l’anno successivo allorché la Troisième Force, il movimento guidato da Izard e fiancheggiatore di «Esprit», affermerà la priorità cronologica della rivoluzione collettivista con i comunisti su quella, da effettuarsi in un secondo momento, personalista. Come dirà Maritain, senza mezzi termini, questa era un’«imbecillità kerenskysta». Mounier, sia pure a malincuore, consentirà con l’amico. Al dialogo privilegiato con la sinistra, e nel dopoguerra quasi univocamente col P.C.F., egli era tuttavia portato dal suo giudizio sulla storia contemporanea e dall’interpretazione del marxismo come «verità impazzita», come «ultima eresia cristiana», interpretazione che doveva proprio alla riflessione di Maritain. Riguardo al giudizio storico l’equazione, data per ovvia, tra modernità e borghesia costituisce il termine di riferimento polemico. «Non c’è più nulla da attendersi dalla borghesia, presa nel suo insieme. La durezza, l’egoismo, l’imbecillità, o la molle mediocrità: ecco […], quanto possiamo aspettarci da essa. E nel popolo che ritroveremo ancora una volta la carità e il fervore della storia», così scrive nel ’36, al tempo del «Fronte popolare». La borghesia appare a Mounier come il vero anti-Cristo. Rispetto a essa il comunismo, nonostante i suoi limiti, rappresenta un momento essenziale per il suo superamento. Di qui la sua indiretta valutazione in positivo. Nella sua opposizione al disordine capitalistico «il comunismo porta degli elementi anti-cristici, come lo stesso mondo cristiano, ma porta anche, ed è la sua carica misteriosa, una parte del regno di Dio». Al limite, il comunismo «ha il ruolo di far avanzare il regno», aiutando i cristiani a separarsi dalla società borghese, da quel connubio in cui consiste la “cristianità” stabilita che sarebbe all’origine della reazione marxista. Con questa interpretazione Mounier mostrava di sottovalutare l’ateismo in Marx, o quantomeno, sulla scia di Berdiaev e di Maritain, di intenderlo come semplice reazione — alla sua origine di carattere morale — contro l’ingiustizia esistente e non già come potenziamento dell’immanentismo e razionalismo propri della filosofia hegeliana. Ne viene, a partire dal presupposto che il cristianesimo moderno è irrimediabilmente compromesso con la borghesia, il giudizio obbligato per cui la fede cristiana può rinnovarsi solo mediante la fine della cristianità. E in particolare durante il periodo bellico che Mounier riflette su questo declino.

Nel ’41 scrive: «Più approfondisco la realtà iniziale del cristianesimo, confrontandola con quella presente nel cristianesimo moderno, più mi persuado che noi tutti ritroveremo la vera fede solo dopo un crollo così totale della cristianità moderna che molti penseranno di essere giunti alla fine del cristianesimo».

A questo evento sono dedicati L’affrontement cbrétien (1945) e Feu la Chrétienté (1950). In essi i sintomi della crisi sono colti con acutezza e lucidità: «Il cristianesimo oggi non è minacciato di eresia: esso non appassiona più a sufficienza perché questo possa accadere; è minacciato da una specie di silenziosa apostasia provocata dall’indifferenza che lo circonda e dalla sua propria distrazione. Questi segni non ingannano: la morte s’avvicina».

Il declino gli appariva inevitabile; la cristianità non sembrava capace di rispondere alla sfida di Marx e poi di Nietzsche sulla fede come depotenziamento della vita. «Questi esseri curvi che camminano nella vita di sbieco e con gli occhi bassi, queste anime sgangherate, questi calcolatori di virtù, queste vittime domenicali, questi timidi devoti, questi eroi linfatici, questi teneri bebé, queste vergini sbiadite, questi vasi di noia, questi sacchi di sillogismi, queste ombre di ombre, possono forse essere l’avanguardia di Daniele in marcia contro la Bestia?». L’analisi del negativo era acuta e vibrante. Dietro v’era il desiderio di un cristianesimo autentico, positivo. Come scriveva ne L’affrontement cbrétien, «Per cancellare di colpo tante immagini deprimenti bastano dieci visi di monaci perduti in fondo a un monastero, o quella contadina spagnola che intravidi un giorno nel più fitto segreto di una chiesetta di Toledo, con le braccia allargate in un gesto sovrano, eretta come una regina, mentre pregava in ginocchio. Ma bisogna dunque frugare nei monasteri e nelle cappelle castigliane per raccogliere i riflessi morenti di un fuoco che deve incendiare il mondo?».

Per Mounier «in molte nazioni d’Occidente si arriva a chiedersi se il cristianesimo, che ancora vi sembra potente, sia ormai in esse altro che un’illusione collettiva. Sulla persistenza delle cerimonie e l’ondata sonnolenta delle folle, già si scorgono, minuti ma sempre più numerosi come le prime gocce di un uragano, i segni furtivi della più grande tempesta, forse, che debba sommergere gli edifici della cristianità». Per il grande ammiratore di Péguy non si trattava di una profezia. «Intravedo un’ipotesi che non è un gioco dello spirito. In quel giorno, che può non venire, ma può anche essere vicino, potremo chiederci se sarà rimasto un solo cristiano nel mondo civile. Bisognerà cercare nelle catacombe e alla macchia il cristianesimo eroico in cui si rifarà, in una vita coraggiosa, una visione nuova della tradizione eterna». Per lui quella tradizione era viva. Agli inizi del 1940 alla figlia, la piccola Françoise, era stata diagnosticata una encefalite acuta, una malattia invalidante, senza rimedio. Mounier, ferito e percosso nell’animo, scoprirà, di fronte al «povero volto offuscato», una realtà fatta di mistero.

«Ho avuto la sensazione, avvicinandomi al suo piccolo letto senza voce, di avvicinarmi ad un altare, a qualche luogo sacro dove Dio parlava attraverso un segno. Ho avvertito una tristezza che mi toccava profondamente, ma leggera e come trasfigurata. E intorno ad essa mi sono posto, non ho altra parola, in adorazione. Certamente non ho mai conosciuto così intensamente lo stato di preghiera come quando la mia mano parlava a quella fronte che non rispondeva, come quando i miei occhi hanno osato rivolgersi a quello sguardo assente, che volgeva lontano, lontano dietro di me, una specie di cenno simile allo sguardo, che vedeva meglio di uno sguardo. Se è vero che ogni autentica preghiera si fonda sulla morte delle potenze, sensibili, intellettuali, volontarie, se la sottile punta dell’anima di un bambino battezzato, come ha scritto non so più quale grande autore spirituale, è messa immediatamente in contatto diretto con la vita divina, quali splendori si nascondono allora in questo piccolo essere che non sa dire nulla agli uomini? Per molti mesi, avevamo augurato a Françoise di morire, se doveva rimanere così com’era. Non è sentimentalismo borghese? Che significa per lei essere disgraziata? Chi può dire che essa lo sia? Chi sa se non ci è domandato di custodire e di adorare un’ostia in mezzo a noi, senza dimenticare la presenza divina sotto una povera materia cieca? Mia piccola Françoise, tu sei per me l’immagine della fede. Quaggiù, la conosceremo in enigma e come in uno specchio».

Era quanto scriveva a Paulette, l’amata consorte, «Che senso avrebbe tutto questo se la nostra bambina fosse soltanto una carne malata, un po’ di vita dolorante, e non invece una bianca piccola ostia che ci supera tutti, un’immensità di mistero e di amore che ci abbaglierebbe se lo vedessimo faccia a faccia; se ogni colpo più duro non fosse una nuova elevazione che ogni volta, allorché il nostro cuore comincia ad abituarsi al colpo precedente, si rivela come una nuova richiesta di amore (…) Se a noi non resta che soffrire (subire, patire, sopportare) forse non ce la faremo a dare quello che ci è stato chiesto. Non dobbiamo pensare al dolore come a qualcosa che ci viene strappato, ma come qualcosa che noi doniamo, per non demeritare del piccolo Cristo che si trova in mezzo a noi, per non lasciarlo solo ad agire con Cristo. Non voglio che si perdano questi giorni, dobbiamo accettarli per quello che sono: giorni pieni d’una grazia sconosciuta».

Eurostat: un adulto su quattro con disabilità “vive in famiglie che faticano a sbarcare il lunario”.

Nel 2019, il 26,1% degli adulti nell’UE con una disabilità ( limitazione delle attività ) viveva in famiglie che riferivano di avere difficoltà a sbarcare il lunario (cioè le cui risorse finanziarie non coprivano le spese abituali necessarie), rispetto al 16,0% tra la popolazione adulta senza disabilità.

Tra gli Stati membri dell’UE, circa due terzi delle persone con disabilità hanno incontrato difficoltà finanziarie in Grecia (76,5%) e Bulgaria (65,7%). Poco meno della metà della popolazione si trovava in questa situazione in Croazia (49,2%), Cipro (43,2%) e Romania (40,9%).

All’altro estremo della scala, meno del 20% delle persone con disabilità ha avuto difficoltà a sbarcare il lunario in Finlandia (9,9%), Germania (10,4%), Svezia (13,1%), Lussemburgo (14,0%), Danimarca (15,8 %), Austria (16,2%), Paesi Bassi (18,2%) ed Estonia (19,6%).

 

Come sfruttare al meglio le detrazioni fiscali previste sui lavori per la riqualificazione energetica

Come muoversi nel mare magnum del superbonus al 110%? Come sfruttare al meglio le detrazioni fiscali previste sui lavori per la riqualificazione energetica? Come realizzare gli interventi in chiave ecosostenibile? A queste domande rispondono Legambiente e AzzeroCO2 che lanciano oggi la campagna “Classe A, Super bonus alla massima efficienza” pensata non solo per offrire un supporto ad imprese, professionisti e amministratori di condominio ma anche soluzioni concrete per la realizzazione degli interventi di efficientamento energetico di immobili che rispondono ai requisiti del Superbonus al 110%, applicando lo sconto in fattura, fino al 100% delle spese previste. Ed offrire così l’accesso a questo strumento anche alle famiglie con meno capacità di investimento. La priorità è quella di massimizzare l’efficienza energetica dell’edificio, utilizzando tecnologie in grado di garantire la massima resa in termini prestazionali e dando preferenza a materiali innovativi, naturali e/o con alto contenuto di riciclato e riciclabile, garantendo così la massima sostenibilità complessiva degli interventi. Nello specifico Legambiente e AzzeroCO2   offrono: sconto in fattura senza alcun costo per il condominio e immobili uni e plurifamiliari, coinvolgimento di professionisti  ed imprese con lunga esperienza, garanzie sui lavori massima efficienza.

Per l’associazione ambientalista e per AzzeroCO2 il super bonus al 110% rappresenta un’opportunità unica per rilanciare, da un lato, i cantieri, dall’altro per consentire alle famiglie di ridurre la spesa energetica e rendere più salubri, sicuri e accoglienti gli spazi in cui vivono, contribuendo a mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Per questo motivo non bisogna perdere questa importante occasione anche perché da qui ai prossimi anni sarà indispensabile riqualificare almeno 30 mila condomini entro il 2025 per ridurre in modo significativo i consumi energetici a vantaggio delle famiglie e dell’ambiente.

“La riqualificazione del patrimonio edilizio italiano – spiega Katiuscia Eroe, responsabile Energia Legambiente – è tornata in primo piano negli ultimi mesi grazie al superbonus del 110%. Con questa campagna che realizziamo insieme ad AzzeroCO2 vogliamo fornire una bussola a chi decide di fare interventi di efficientamento energetico e allo stesso tempo fare in modo che questo strumento possa contribuire alla lotta contro l’emergenza climatica, non accontentandosi, per quanto possibile, di superare le due classi energetiche minime stabilite dal sistema incentivante. Non solo ma intervenire in questo settore rappresenta una delle politiche di welfare più importanti e di sostegno concreto per le famiglie che vedranno non solo ridursi le bollette, ma beneficeranno anche di un maggiore comfort abitativo. E attraverso lo sconto in fattura garantire un accesso anche a quei nuclei familiari che non potrebbero permettersi questi investimenti. A tale scopo, però, auspichiamo che si possa prevedere un prolungamento del superbonus al 2025, ma anche commisurare l’incentivo più generoso al mondo a migliori parametri ambientali: non è possibile vedere incentivate le caldaie a fonti fossili allo stesso modo delle pompe di calore o accontentarsi del salto di due classi energetiche”.

“Con Legambiente oggi lanciamo la Campagna dedicata ai condomìni che vogliano puntare sull’efficienza energetica. Con “Classe A” diamo loro l’opportunità di accedere al Superbonus 110%, affidandosi all’esperienza quasi ventennale di AzzeroCO2 che dal 2004 ad oggi ha portato avanti ben 1.000 interventi nel campo della riqualificazione energetica – dichiara Sandro Scollato, Amministratore Delegato di AzzeroCO2. “Abbiamo messo in campo tutti gli strumenti necessari per rendere operativa la misura dello sconto in fattura, un’opportunità straordinaria da cogliere. Un lavoro sinergico, quello che ci apprestiamo ad intraprendere, attraverso il quale puntiamo a dare un ulteriore contributo nel riqualificare e rendere maggiormente sostenibili i nostri centri urbani. Ricordiamo infatti che il taglio delle emissioni climalteranti all’interno dell’Europa passa necessariamente dagli interventi di efficientamento energetico del patrimonio edilizio preesistente”.

Come ha sottolineato Legambiente nel suo ultimo report Civico 5.0 sull’efficienza energetica dei condomini, In Italia il 27% delle emissioni climalteranti e il 28% dei consumi arriva proprio dal settore civile con 47 Mtep di energia, in crescita, per una spesa di 40,8 miliardi di euro per le famiglie. Come racconta Istat, la voce più rilevante dei consumi energetici (il 70%) è quella dei consumi termici, ossia riscaldamento e raffreddamento; mentre la bolletta elettrica pesa per il 34% sulla spesa complessiva media a famiglia, per un importo pari a 47,31 euro al mese. Sul fronte sicurezza, si stima che nella Penisola siano oltre 400 mila gli edifici costruiti abusivamente, mentre il 60% degli immobili a uso residenziale presenti ha più di 45 anni ed è stato realizzato prima della legge sul risparmio energetico e di quella sulla sicurezza statica. Numeri che confermano l’urgenza di un intervento di riqualificazione del patrimonio edilizio.

Con la variante inglese più infezioni e possibile aumento dei ricoveri e dei morti.

È in sintesi quanto si legge sul sito dell’Istituto superiore di sanità dedicate proprio alle varianti del coronavirus Sars-CoV-2.

“Nuove evidenze, basate su analisi preliminari nel Regno Unito, portano a ipotizzare – si legge nella risposta a una delle Faq – un aumento della gravità di malattia, con maggiore rischio di ospedalizzazione e di decesso per i casi” di Covid-19 “con variante inglese. Inoltre la maggiore trasmissibilità della variante inglese si traduce in un maggior numero assoluto di infezioni, determinando così un aumento del numero di casi gravi”.

L’Iss, rispondendo alla domanda se “le varianti provocano forme cliniche più gravi o più letali”, precisa però che “tale aumento di gravità o di letalità non è stato ipotizzato, al momento, per le varianti brasiliana e sudafricana”. Come fonte del contenuto pubblicato online, l’Istituto cita il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie

Un nuovo umanesimo

La vita politica italiana è certamente in una fase di transizione, anche se il presidente del Consiglio dei ministri, Mario Draghi, ritiene che non è questa la crisi della politica. 

Ma all’interno del discorso tenuto a Palazzo Madama, probabilmente quest’ultima affermazione è l’unica nota dolente di una relazione equilibrata, competente, che mette a fuoco i veri problemi reali di questo Paese in tale fase emergenziale.

Certo, la maggioranza anomala ed ampia che sostiene il neo presidente non può non portare quest’ultimo ad elargire sentimenti politici di entusiasmo, ma evidentemente di circostanza.

Non ci vuole molto per capire che proprio l’attuale situazione di emergenza mette a nudo l’incapacità della politica e, conseguentemente, dei partiti politici nel saper affrontare non solo questa pandemia, ma soprattutto nel saper costruire un progetto ed un programma di ampio respiro.

Padre Bartolomeo Sorge soltanto qualche anno fa, guardando la realtà politica italiana, sosteneva che “i partiti sono morti che camminano”.

Del resto, basta aver ascoltato gli interventi che si sono susseguiti nel dibattito al Senato per rendersi conto della pochezza ideale e qualitativa di una classe politica improvvisata e nominata.

Non a caso l’unico intervento degno di nota per serietà culturale, ideale e programmatica è stato quello della senatrice a vita Elena Cattaneo.

Proprio da questo dibattito parlamentare occorrerebbe partire per una riflessione seria e pacata su come la politica può essere rifondata su basi nuove.

Il primo punto da affrontare con coraggio è quello riguardante il fallimento della politica bipolare: una sorta di forzatura avvenuta all’indomani di mani pulite come risposta, nel contempo, etica e stabilizzatrice di un quadro politico variegato in nome della governabilità.

Questo fallimento è sotto gli occhi di tutti, non bisogna essere politologi per coglierne i tratti salienti. Si è scomposto e ricomposto, sommato meccanicamente culture politiche diverse in un solo partito; sono nati movimenti in funzione dell’antipolitica; costruito programmi antieuropei e sovranisti; partiti personali.

Tutto però è caduto nel vuoto della nullità politica, nella ingovernabilità permanente, nella corruzione e nei nuovi scandali.

Forse non si è capito, o non si è riflettuto abbastanza, ad eccezione proprio di padre Sorge, che la caduta del muro di Berlino e la conseguente fine delle ideologie del Novecento, ponevano problemi di radicale rinnovamento culturale dei partiti politici. L’illusione è stata quella del semplice cambio dei nomi e dei simboli dei partiti per rimanere poi inerti di fronte alle nuove sfide e ai cambiamenti sempre più veloci della società.

Ne è venuto fuori proprio tutto quello a cui assistiamo in questo tempo, con una classe politica impreparata sia a cultura quanto ad etica della politica.

Una politica senza etica è la morte della società: tutto si riduce a riforme tecniche, aride e prive di un vero sentimento di giustizia sociale e di rigore morale.

Ed allora, non per essere monologhi e ripetitivi, ma per dare una propsettiva seria alla politica italiana, occorrerebbe un nuovo umanesimo (come diceva padre Sorge); un nuovo umanesimo che in questa società globalizzata sia capace di camminare insieme con il diverso, perché ciascuno da solo è inerme di fronte alle sfide e ai problemi quotidiani della vita.

Occorre, però, anche tornare alle fonti ideali, non per essere nostalgici o per riproporre meccanicamente modelli partitici del passato, ma per riscoprire e riaffermare in modo nuovo gli ideali etici che hanno caratterizzato i partiti del secolo breve: etica, moralità, giustizia sociale, solidarietà e valore della persona umana.

Su queste basi non è più peregrino pensare ad un nuovo impegno politico dei cattolici democratici nella vita pubblica.

Chiaroscuri del governo Draghi. Le sue luci e le sue ombre. Governo tecnico o governo politico.

Il dado è  tratto !

Il governo italiano è  cosa fatta: bene. E il trasformismo ci ha sempre fatto pensare male: esatto. Il programma è stato presentato, e intanto la fiducia del Senato è arrivata: ottimo. Il doppio dei politici sui tecnici “esterni”: giusto. Poche donne e molti uomini : peccato…ma non  è una tragedia!  Preoccupazioni per molti settentrionali e pochi meridionali: una grande sciocchezza ! Ci sono grillini dissidenti e malpancisti, anche di F.I,  con  un pezzettino di  Sinistra Italiana social-ecologista che si separano e formano un Intergruppo: non tutti i mali vengono per nuocere. E c’è una destra sovranista e urlatrice nazional-populista con i voti, sembra,  ma senza costrutto: pazienza!

Ma c’è dell’altro.

Perché se ricordiamo bene , nel corso della crisi  è stato spesso evocato il ‘Governo dei migliori’.  Aggiungo : evocato e auspicato con molta superficialità e tanta precipitazione . Ed è stato invocato ed atteso, un comandante capo  granitico muscoloso e capace.

Con un suo personale governo di ferro ben piantato  a palazzo Chigi. Per rispondere  così al sentimento diffuso fra gli Italiani, di  questi tempi paurosi e alla ricerca di un uomo forte che li tranquillizzi : caratteristica  di un regime autoritario come ha rilevato tempo fa  il Censis.

Quest’insieme di notizie messe in un unico calderone e date in pasto senza discernimento, grazie al caos del mondo dei media vecchi e nuovi, ad una opinione pubblica spaventata, distratta e incerta sul proprio futuro e su quello dei figli, preoccupa.

E anche molto.

Preoccupa il disinvolto atteggiamento, da parte della stampa quotidiana, della pletora di giornalisti che rincorrono ,la notizia breve e il parlato veloce, delle  televisioni e dei social, dove   si  è sempre taciuto sui pericoli nascosti  per la nostra democrazia rappresentativa,  quando si vara un governo di esperti i quali in quanto tali, difficilmente ammettono il dissenso , la discussione e la mediazione, e che snobbano il Parlamento e gli inesperti.

Tanto sanno tutto loro !

Il  modello : “…ragazzino lasciami lavorare”  faceva forse felice solo  il vecchio Platone, che , come ci insegnano gli studiosi, amava solo  i governi delle  aristocrazie e dei migliori, ma non amava per niente, anzi odiava , la democrazia del popolo e il  voto popolare.

Ma andiamo a noi.

I governi del Presidente

I  governi del Presidente non sono nuovi in Italia.

Quando tuttavia essi si contestualizzano e si calano nella storia politica e sociale che si vive,  come amava raccomandare il sociologo Luigi Sturzo , possono avere significati e aspettative diversi.

Che poi nel nostro caso, proprio il governo  Draghi possa (forse) rappresentare l’inizio di un tempo postideologico tutto ancora da costruire, è il solo aspetto positivo  nascosto dietro le righe di tutta la  vicenda,  ed è  solo da augurarselo con quel pizzico di ottimismo che non guasta mai.

Di un tempo cioè che una volta presa coscienza che “siamo tutti sulla stessa barca” , per dirla col ‘compagno’ Bergoglio, e che in prospettiva dobbiamo remare tutti insieme collaborando ed evitando i conflitti,  ci ritrovi più uniti e ci faccia necessariamente superare, non solo per l’emergenza che  viviamo, le vecchie categorie politiche orizzontali ideologiche che abbiamo ereditate dalla storia : destra, sinistra, centro, con annessi e spesso insignificanti fotocopie personali di mezzo. Caso mai,  e alle soglie del Terzo millennio cristiano, ce le faccia almeno ridefinire. Con la speranza che sappiano mantenere rigidamente  fisso il timone verso un europeismo politico. E che,  sorretti da Norberto Bobbio , ci mettano nelle condizioni di distinguere sempre fra eguaglianza e diseguaglianza. Uno studioso, Bobbio  che tra le altre cose raccomandava proprio agli intellettuali e ai “migliori”,  che  : «Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze.».

Gli esperti al governo

Sono  da giorni  convinto – e  non sono solo, grazie  a Dio –  che con l’incarico a Draghi stiamo tutti  guardando il dito e non la luna.

Mattarella ha fatto più del  suo dovere.

E Draghi è bravo.

Non ci sono dubbi !

Draghi ha un ottimo profilo etico e professionale. È un uomo responsabile e serio. Parla poco e non ama i social.  Ed è nel suo campo economico-finanziario, super competente. Bene, anche  perché raccoglie ampi consensi:

da un recentissimo sondaggio Winpoll per Il  Sole 24 ore, risulta che ben 2/3 di italiani hanno fiducia nelle misure di Draghi , ma che tuttavia mettono nello stesso tempo  al primo posto  le politiche per favorire l’occupazione e la formazione. Già ! La disoccupazione e la formazione. Draghi, se crede ai sondaggi , è avvertito.

Detto tutto ciò,  abbiamo completamente rimosso e  stiamo tuttavia dimenticando, che quelli che ne escono con le ossa rotte – forse da guarire in lunghi  anni se non è già tardi – sono la politica italiana, i partiti italiani, assieme alla  qualità della classe politica italiana e delle élite culturali  italiane. Citando alcuni dati Censis,  il 76%;degli italiani non ha oggi fiducia nei partiti, tenendi conto che la sfiducia sale all’81%  tra gli operai, e va all’89%  tra i disoccupati.

A mio avviso partiti e classe politica sfiduciati e

delegittimati già  da un poco di tempo,  non solo per aver preso ultimamente in prestito da uno studio legale l’avvocato Conte consacrando  cosi un  antiparlamentarismo già in fase avanzata, ma anche per aver dimostrato al mondo intero la loro incapacità di sapere (e potere) gestire una crisi che tutta Europa  sta dimostrando di sapere (e potere) gestire – bene o male e  con più o meno  errori – nel rispetto delle più semplici ed elementari  regole democratiche e parlamentari di routine.  

Senza l’aiuto di Governi del Presidente.

E soprattutto  senza aver bisogno di  ” tecnici esterni” nel Governo.

Se è tutta colpa del Recovery plan, e della sua amministrazione,  allora la delegittimazione preoccupa  di più, perché  è  molto  più subdola. Sino a fare pensare male sul modo scorretto  di gestire i soldi  da parte dei politici e dei burocrati  italiani.

Anche di fronte a una classe politica che ormai ama il  protagonismo , la politica spettacolo e i cinguettii,   e con partiti, partitini e gruppi personali,   i governi di un Paese non dovrebbero mai essere governi tecnici perché, augurarsi tali governi con dei tecnici unici e insindacabili possessori delle verità, significa augurarsi governi forti ma non  democratici.

Remiamo insieme …ricordando Bergoglio

Auguriamo  a questo punto al nostro Paese , che proprio grazie a Draghi e al rimescolamento delle carte ideologiche che la sua presenza potrebbe promuovere e ha iniziato a promuovere,  si esca fuori al più presto dal “momentaccio”, sanitario e non,  che attraversiamo.  E soprattutto  possiamo  uscire  fuori da quello che ci aspetta nel post- covid, quando occorrerà essere più uniti e coesi per affrontare il signor Futuro pieno di incognite.

Perché il vero nodo è proprio quest’ultimo. Un Paese cioè  in grado di uscire  fuori  dalla rivoluzionaria e duratura crisi epocale  che viviamo e vivremo,  provocata  da radicali cambiamenti sociali e culturali  ( lavorativi, tecnologici e climatici ) e dunque necessariamente  politici,  con cui dovremo fare i conti nel Futuro iniziato da tempo.

Non bisogna essere per forza cattolici per ripetere assieme al ‘marxista’ Bergoglio, come dicevo,   che questo futuro ci trova tutti “sulla stessa barca”. 

Dobbiamo solo sperare che  questo futuro  non abbia ogni volta e sempre bisogno – in particolare  nei momenti critici e di emergenza – di grandi e pur rispettabili  nomi esterni alla dialettica politica e ai partiti politici.   Non abbia bisogno di governi tecnici lontani dal Parlamento, e sappia e possa risolvere le crisi al suo interno con una sua  classe politica selezionata agli inizi e formata per bene, senza la tombola delle primarie e senza ricorrere agli studi legali  e alle Università, o a bravi banchieri .

Draghi è autorevole.

Il suo governo è autorevole.

E “…tranquillizza l’Unione Europea”, come ha detto  Prodi

Auguri a Draghi e ai suoi ministri di un  Buon lavoro. 

 

I finti amanti del clima

Sono molte le nazioni che si dichiarano sempre più verdi ma che in realtà, sottobanco, commerciano contro il clima.

L’obiettivo dell’Accordo sul clima di Parigi è limitare il riscaldamento al di sotto di 2 gradi Celsius e il più vicino possibile a 1,5 gradi sopra i livelli preindustriali. Per raggiungere questo obiettivo, il mondo deve ridurre la produzione di combustibili fossili di circa il 6% all’anno tra il 2020 e il 2030. Eppure le proiezioni attuali mostrano un aumento annuo del 2%.

Canada, Regno Unito e Norvegia hanno tutti fissato obiettivi ambiziosi. Il Regno Unito e il Canada si sono impegnati a ridurre le loro emissioni territoriali a zero entro il 2050. La Norvegia vuole essere a impatto zero entro il 2030. 

Ma i buoni propositi di queste nazioni non sempre sono reali, o quantomeno, non sempre riescono a convivere con il vile bisogno di guadagno.

Pensiamo a Oslo. I lampioni sono alimentati da fonti rinnovabili. Per risparmiare energia, le luci intelligenti si attenuano quando non c’è nessuno in giro. Anche il suo sistema di trasporto pubblico è alimentato interamente da energia rinnovabile. Due terzi delle auto nuove vendute in città sono elettriche. C’è solo un problema. Gran parte dell’innovazione ambientale di cui la Norvegia è così orgogliosa è finanziata dai soldi del petrolio. Perché la Norvegia è una delle più importanti esportatrici di combustibili fossili .

Il Regno Unito che ospiterà un importante vertice sul clima entro la fine dell’anno, sta valutando l’apertura di una nuova miniera di carbone.

Il Canada, un 
autoproclamato leader del clima , sta riversando dollari su un progetto di oleodotto. Secondo il Canada Energy Regulator, la produzione di greggio del paese dovrebbe continuare ad aumentare fino al 2039. Secondo i dati del governo, le riserve di petrolio del Canada si attestano a circa 168 miliardi di barili. Se tutto ciò fosse estratto e bruciato, si aggiungerebbero circa 72 gigatonnellate di CO2 nell’atmosfera, sulla base di un calcolo che utilizza le cifre dell’IPCC per i contenuti di carbonio predefiniti. Questo è quasi un terzo del budget di carbonio rimanente del mondo.

Se anche la Norvegia continua a perforare come previsto, le emissioni totali dalle sue riserve conosciute di petrolio e gas ammonteranno a circa 15 gigatonnellate di CO2, secondo CICERO, un istituto di ricerca sul clima norvegese. Ciò consumerebbe il 6,5% del budget di carbonio rimanente per il mondo intero.
Nel frattempo, l’Autorità britannica per il petrolio e il gas stima che alla fine del 2019 le riserve di petrolio del Regno Unito ammontavano a 5,2 miliardi di barili, sufficienti per continuare la produzione per altri due decenni. Se ciò accadesse, la successiva combustione di questi combustibili estratti aggiungerebbe altri 2,2 gigatonnellate di CO2 nell’atmosfera.

Insomma, sembra che il vecchio adagio, sia sempre attuale. Predicare bene e razzolare male.

La pandemia e l’elemosina di san Cipriano

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Roberta Cutaia

Nella seconda metà del III secolo, mentre infuria un’epidemia, l’antico vescovo di Cartagine scrive un’autentica teologia delle opere di carità, un testo di grande attualità che ben ci introduce in questo tempo di penitenza segnato dall’emergenza sanitaria

«È vero, carissimi fratelli, che qualcuno di noi, per tirarsi indietro dall’elemosina, cerca la scusa di avere famiglia e figli»; forse «ti rimane il dubbio di restare senza soldi, se farai molte opere buone?». È un breve stralcio tratto da De opere et eleemosynis, scritto fra il 252 e il 254, durante un’epidemia, da san Cipriano, vescovo di Cartagine, il primo che in Africa conseguì la corona del martirio. Un testo questo — di autentica teologia dell’elemosina — dai contenuti di disarmante attualità, che introduce il nostro tempo di Quaresima, condizionato proprio da una pandemia. Fin dai primi tempi, il cristianesimo sull’esempio di Gesù Cristo si mostrò “anticonformista” nel garantire a ogni persona da mangiare e da bere, chiedendo a tutti di dare un contributo e non soltanto a pochi. «Tu sei preoccupato e hai paura che, se inizierai a donare la maggior parte del tuo patrimonio, forse ti potresti ridurre in miseria, una volta che i tuoi beni siano stati spesi tutti per una generosa beneficenza: su questo sii impavido, sii tranquillo. Non può finire ciò che si spende a vantaggio di Cristo». L’invito del vescovo Cipriano non è un mero sentimentalismo ma una scelta di vita supportata dalle sacre Scritture. «Lo Spirito Santo parla per mezzo di Salomone e dice: “Chi dà ai poveri, non avrà mai bisogno, ma chi distoglie il suo sguardo sarà in grande miseria”[…]. Di conseguenza mentre i poveri nelle loro preghiere innalzano il rendimento di grazie a Dio e pregano per noi, in virtù delle nostre elemosine e delle nostre opere di carità compiute a loro favore, la ricchezza di colui che compie il bene è accresciuta dalla ricompensa di Dio» (Cipriano, Trattati, Città Nuova, 2004, pagine 108-130).

Delle opere caritative Cipriano non fu soltanto promotore; lui stesso praticò fino al martirio (14 settembre 258) questo esercizio di carità. Tant’è che nelle comunità della Chiesa africana esistevano — equivalente delle Caritas dei nostri giorni — delle specie di casse dove si raccoglievano donazioni, ognuno secondo le proprie possibilità, solitamente una volta al mese o quando si poteva a favore dei poveri per provvedere a qualsiasi necessità e non solo per il nutrimento. «Tu conservi il denaro, che non ti salva anche se conservato a dovere, accumuli un patrimonio che ti opprime con il suo peso, e non ti ricordi che cosa rispose Dio al ricco che si vantava con sciocca vanagloria dell’abbondanza dei suoi beni. Disse: “Sciocco, in questa notte ti è richiesta la tua vita. Allora di chi saranno le cose che hai preparato? Dividi i tuoi guadagni con il tuo Dio”» (capitolo 13). Cioè i poveri e i bisognosi del mondo! E Cipriano, che comprendeva molto bene i timori e le paure delle persone di rinunciare a taluni propri beni, rassicurava la comunità con episodi ricavati dalla Bibbia. Tra gli altri esempi quello della vedova della città di Giaffa, Tabitha, famosa per le opere di carità che faceva a qualsiasi persona bisognosa. «Poiché Tabitha, che si era dedicata moltissimo a compiere opere di carità ed elemosine, si era ammalata ed era morta, fu mandato a chiamare Pietro presso il capezzale della defunta. Quando egli giunse sollecitamente seguendo l’istinto caritatevole proprio del suo apostolato, fu circondato dalle vedove che piangevano e supplicavano, mostrando i mantelli, le tuniche e tutti gli abiti, che erano stati donati dalla buona vedova; imploravano la grazia per la defunta non con le loro parole, ma per le opere da lei compiute»; mentre «tutti entravano nella stanza e si meravigliavano, il corpo si rianima, risorto di nuovo a questa luce del mondo. I meriti della misericordia ebbero tanta efficacia, ebbero tanto valore le opere di carità! Colei che aveva donato i mezzi per vivere alle vedove in difficoltà meritò di essere richiamata alla vita grazie alla preghiera di quelle stesse vedove» (capitolo 6).

«Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia!», scrive Alessandro Manzoni ne I promessi sposi (Meridiani, Mondadori, 2002, tomo I , pagina 422). Fare l’elemosina è imitare l’amore di Dio, che per primo si è preso cura dell’uomo. Il termine deriva dal greco eleemosyne, dal verbo eleêin: avere compassione, pietà. Un altro esempio calzante ripreso da Cipriano è la storia della vedova di Zarepta. «Si parla di una vedova: dopo che si era esaurito ogni cibo a causa della carestia e della fame, quella vedova aveva fatto un pane di cenere con il poco farro e olio che era rimasto; dopo averlo mangiato, sapeva che sarebbe morta insieme ai suoi figli. Sopraggiunse Elia e le chiese che fosse dato da mangiare prima a lui. Quella donna non esitò a obbedire, né come madre preferì i suoi figli a Elia, pur essendo nella fame e nel bisogno. Anzi al cospetto di Dio compie ciò che è gradito a Lui: senza indugio e con generosità offre ciò che era richiesto e dona non una piccola parte dal molto, ma tutto quel poco che possiede; pur essendo affamati i suoi figli, si nutre prima un forestiero e nella miseria e nella fame si pensa prima al dovere della carità che al cibo, perché si salva in modo spirituale l’anima compiendo opere di carità» (capitolo 17). Ora la Quaresima, col suo ricorrente invito alla penitenza e all’emendazione, potrebbe o, meglio, dovrebbe, essere il tempo propizio per intraprendere un nuovo cammino di vita sotto l’egida e l’auspicio del cartaginese Cipriano. «Gareggiamo volentieri e gioiosamente per raggiungere questa vittoria che otteniamo grazie alle opere di carità» (capitolo 26). «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre» (Matteo, 6, 26).

‘Ndrangheta: da frutta a market affari da 24,5 mld

Dal controllo dei trasporti dell’ortofrutta fino all’estorsione dei supermercati il volume d’affari delle agromafie ha superato i 24,5 miliardi di euro con attività che riguardano l’intera filiera del cibo, anche approfittando anche della crisi causata dall’emergenza covid. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento alle ultime operazioni delle forze dell’ordine che hanno smascherato pericolosi sodalizi criminali che imponevano le proprie ditte di autotrasporto e di prodotti ortofrutticoli con estorsioni, intimidazioni e attività di intestazione fittizia di beni a soggetti compiacenti.

L’agroalimentare è divenuto una delle aree prioritarie di investimento della malavita che ne comprende la strategicità in tempo di crisi economica perché – sottolinea la Coldiretti – consente di infiltrarsi in modo capillare nella società civile e condizionare la via quotidiana della persone. Con i classici strumenti dell’estorsione e dell’intimidazione le agromafie impongono l’utilizzo di specifiche ditte di trasporti, o la vendita di determinati prodotti agli esercizi commerciali, che a volte, approfittando della mancanza di liquidità, arrivano a rilevare direttamente grazie – continua la Coldiretti – alle disponibilità di capitali ottenuti con il commercio della droga.

Un fenomeno che minaccia di aggravarsi ulteriormente per gli effetti della pandemia che potrebbe spingere le imprese a rischio a ricorrere all’usura per trovare i finanziamenti necessari. In questo modo la malavita si appropria – sottolinea la Coldiretti – di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta, ma anche compromettendo in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l’effetto indiretto di minare profondamente l’immagine dei prodotti italiani e il valore del marchio Made in Italy.

“Gli ottimi risultati dell’attività di contrasto confermano la necessità di tenere alta la guardia e di stringere le maglie ancora larghe della legislazione con la riforma dei reati in materia agroalimentare” afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “l’innovazione tecnologica e i nuovi sistemi di produzione e distribuzione globali rendono ancora più pericolose le frodi agroalimentari che per questo vanno perseguite con un sistema punitivo più adeguato con l’approvazione delle proposte di riforma dei reati alimentari presentate da Giancarlo Caselli, presidente del comitato scientifico dell’Osservatorio Agromafie”.

Startup e PMI innovative, nuovo incentivo per gli investimenti

E’ stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del Ministero dello Sviluppo economico che, di concerto con il Ministero dell’Economia, definisce le modalità di attuazione del nuovo incentivo per le persone fisiche che investono in startup e PMI innovative.

L’agevolazione fiscale, introdotta dal decreto Rilancio, è pari al 50% dell’investimento effettuato nelle startup innovative (investimento agevolabile fino ad un massimo di 100 mila euro, per ciascun periodo di imposta) e nelle PMI innovative (fino ad un massimo di 300 mila euro, oltre tale limite, sulla parte eccedente l’investitore può detrarre il 30% in ciascun periodo d’imposta), nei limiti delle soglie fissate dal regime “de minimis”.

L’investimento, che può essere effettuato direttamente o anche indirettamente attraverso fondi comuni (Oicr), deve essere mantenuto per almeno 3 anni.

La presentazione della domanda, la registrazione e la verifica dell’aiuto “de minimis” sarà effettuata esclusivamente tramite la piattaforma informatica in corso di predisposizione dal MiSE.

Sono ammessi tutti gli investimenti già effettuati nel corso dell’anno 2020 e fino all’operatività della piattaforma: l’impresa beneficiaria può presentare domanda nel periodo compreso tra il primo marzo e il 30 aprile 2021.

A regime gli investimenti dovranno essere effettuati solo dopo la presentazione della domanda.

 

Per maggiori informazioni

Decreto (gazzettaufficiale.it)