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Salute, i pericoli triplicano sui cibi importati

Sugli alimenti importati è stata individuata una presenza irregolare di residui chimici più che tripla rispetto a quelli Made in Italy, con i pericoli che si moltiplicano per gli ortaggi stranieri venduti in Italia che sono oltre otto volte più pericolosi della media dei prodotti nazionali. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sull’ultimo report del ministero della Salute sul “Controllo ufficiale sui residui di prodotti fitosanitari negli alimenti” pubblicato a luglio 2020. Sui 10.737 campioni di alimenti (ortofrutta, cereali, olio, vino, baby food e altri prodotti) analizzati per verificare la presenza di residui di prodotti fitosanitari oltre il limite consentito appena lo 0,6% dei campioni di origine nazionale – sottolinea la Coldiretti – è risultato irregolare, ma la percentuale sale al 1,9% se si considerano solo gli alimenti di importazione e tra questi il record negativo è fatto segnare dagli ortaggi dall’estero con il 4,9%.

Una ragione in più per acquistare Made in Italy in una situazione in cui l’82% degli italiani, secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’, privilegia nel carrello i prodotti tricolori per sostenere l’occupazione e l’economia nazionale in un momento particolarmente difficile per il Paese a causa dell’emergenza coronavirus. Non a caso la Coldiretti è impegnata nella mobilitazione #MangiaItaliano per favorire il consumo di cibo 100% tricolore nei mercati, nei ristoranti, negli agriturismi con il coinvolgimento di numerosi volti noti della televisione, del cinema, dello spettacolo, della musica, del giornalismo, della ricerca e della cultura, ma anche di industrie alimentari e distribuzione commerciale rappresentate in Filiera Italia.

Se si evidenzia – continua la Coldiretti – il primato del Made in Italy nella sicurezza alimentare a livello internazionale ed europeo, a preoccupare è la presenza sul territorio nazionale di alimenti di importazione con elevati livelli di residui. In particolare nell’ortofrutta quasi un ortaggio straniero su 20 venduti in Italia è fuorilegge per il contenuto di residui chimici. Tra gli alimenti importati dall’estero – precisa la Coldiretti – che sono risultati irregolari ci sono fragole, arance, i melograni, frutta varia, pomodori, peperoni, carciofi, riso bianco, lenticchie, fagioli secchi ma una recente operazione dell’Agenzia Dogane e Monopoli ha portato al sequestro a Ravenna anche di 11 tonnellate di uva da tavola proveniente dall’Egitto e destinate a una impresa del Veneto che rifornisce i mercati ortofrutticoli del nord Italia.

L’obbligo di indicare il Paese di origine in etichetta grazie al pressing della Coldiretti è in vigore per la maggioranza degli alimenti in vendita, dalla frutta alla verdura fresca, dalla pasta al riso, dalle conserve di pomodoro ai prodotti lattiero caseari, dal miele alle uova, dalla carne bovina a quella di pollo fino ai salumi per i quali si attende a breve la pubblicazione del decreto.

“E’ pero’ necessario che tutti i prodotti che entrano nei confini nazionali ed europei rispettino gli stessi criteri, garantendo che dietro gli alimenti, italiani e stranieri, in vendita sugli scaffali ci sia un analogo percorso di qualità che riguarda l’ambiente, il lavoro e la salute” afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “va esteso a tutti gli alimenti l’obbligo di indicare in etichetta la provenienza e tolto in Italia il segreto sui flussi commerciali con l’indicazione delle aziende che importano materie prime dall’estero”.

In ballo c’è anche la difesa della concorrenza sleale dell’agricoltura italiana che – continua Coldiretti -, è la più green d’Europa con 5155 prodotti alimentari tradizionali censiti, 304 specialità ad indicazione geografica riconosciute a livello comunitario e 524 vini Dop/Igp, quasi 60mila aziende agricole biologiche.

Ma a causa di decenni di sottovalutazione sul Belpaese pesa anche la riduzione del grado medio di autoapprovvigionamento dei prodotti agricoli che secondo l’analisi della Coldiretti è sceso a circa il 75% con l’Italia che è dipendente dall’estero per quasi tutti i prodotti agricoli, dalla carne al latte fino ai cereali e fatta eccezione solo per vino, frutta e carni avicole. L’allarme globale provocato dal Coronavirus – conclude la Coldiretti – ha fatto emergere una maggior consapevolezza sul valore strategico della filiera del cibo e delle necessarie garanzie di qualità e sicurezza ma ne sta però mettendo a nudo tutte le fragilità sulle quali è necessario intervenire con un piano nazionale per difendere la sovranità alimentare e non dipendere dall’estero in un momento di grandi tensioni internazionali sugli scambi commerciali.

Ecobonus, al via i nuovi contributi per moto e scooter elettrici o ibridi

Con la conversione in legge del Decreto Rilancio sono diventate operative le nuove misure che ridefiniscono i contributi dell’ecobonus per l’acquisto di moto e scooter elettrici o ibridi.

Per veicoli nuovi di categoria L a due, tre o quattro ruote, ibridi o elettrici ( L1e, L2e, L3e, L4e, L5e, L6e e L7e.) è stato, infatti, introdotto sia il contributo al 30% del prezzo d’acquisto senza ricorrere alla rottamazione, sia aumentato al 40% il contributo già previsto con la rottamazione.

In particolare, le percentuali dell’ecobonus sono così ridefinite:

  • 30% del prezzo d’acquisto fino a massimo 3.000 euro senza rottamazione;
  • 40% del prezzo d’acquisto fino a massimo 4.000 euro con rottamazione.

A partire da oggi sarà quindi possibile prenotare, sulla piattaforma online ecobonus.mise.gov.it, il contributo per l’acquisto con la rottamazione, mentre a giorni potrà essere prenotato il contributo senza rottamazione.

Prossimamente diventeranno operative anche tutte le altre novità sull’ecobonus introdotte dal Decreto Rilancio.

Sono 5 i vaccini nell’ultima fase di ricerca contro il Covid

Sul vaccino si stanno facendo passi in avanti come non se ne erano fatti prima. Ci sono ben 166 vaccini in fase di sviluppo, 24 sono già in sperimentazione clinica e 5 nell’ultima fase di ricerca. Siamo ottimisti. L’importante è che ne arrivino almeno un paio e soprattutto si riesca poi a garantire la disponibilità per tutti”. A dirlo Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria, intervistato a 24 Mattino su Radio 24.

“La ricerca – ha sottolineato – ha i suoi tempi e soprattutto i risultati non sono mai certi fin dall’inizio per cui bisognerà attendere per capire se tutti i candidati vaccini che sono allo studio arriveranno fino in fondo. Noi stiamo facendo il massimo fin da subito”. La ricerca, ha aggiunto, “è partita subito a gennaio: c’è una collaborazione stretta con la comunità scientifica e con le autorità sanitarie, una collaborazione che ha fatto sì che si accelerassero il più possibile le procedure a garanzia di un prodotto che quando arriverà sarà di elevata qualità, tollerabile ed efficace”.

Conte: “Basta attenzione morbosa al Mes”.

“Smettetela con questa attenzione morbosa. Abbiamo un discorso di fabbisogno di necessità, valuteremo insieme la situazione, ma non mi chiedete ogni giorno del Mes. Basta con questa attrazione morbosa. Abbiamo il Recovery Fund”.

Esiti del Consiglio europeo, l’informativa del Presidente Conte alla Camera

Politica e cabina di regia

Ai tempi della famigerata Prima Repubblica quando le alleanze non reggevano più si faceva ricorso ai “governi ponte”, ai “governi balneari”, “di transizione” e a quelli per “il disbrigo degli affari correnti”. 

Correvano i tempi degli equilibri più avanzati, dei compromessi storici, delle convergenze parallele e della politica dei due forni: espressione coniata da Andreotti per spiegare la necessità di garantirsi il pane stando al centro, servendosi della farina ora a destra ora a sinistra. Metafora completata da Fanfani con un’altra mappa concettuale significativa: a chi gli chiedeva quale vino si dovesse mescere al tavolo di Palazzo Chigi rispondeva sornione “dipende dalla qualità del vino e degli invitati”.

In genere i politici erano riciclabili nei vari rimpasti, uno passava dall’Agricoltura alla Difesa, dalla Pubblica Istruzione agli Esteri: provenendo in genere dagli ambienti universitari, sapevano adattarsi con disinvoltura al cambiamento. A volte si occupavano come Ministri di tematiche che insegnavano a livello accademico. Nessuno si ispirava apertamente a Max Weber, infatti non si parlava di beruf o competenza, ma la scaltrezza delle argomentazioni era affinata nei congressi di partito, qualche calibro da 90 emergeva lo stesso per attitudine e vocazione, si formavano parvenze di idee e di pensiero.

La società non era liquida, complessa, trasparente e neppure mucillaginosa come la descrive oggi il mio “maestro” Giuseppe De Rita: i conflitti erano prevalentemente ideologici e le appartenenze alla base molto radicate, nessun cattolico o comunista o liberale si sarebbe mai sognato di riciclarsi cadendo sulla via di Damasco (e neppure su quella di Roma).

Il sistema elettorale era rigorosamente proporzionale e il partito di centro sceglieva quei tre o quattro satelliti che gli consentivano una continuità camuffata da discontinuità.

In genere – mi riferisco ai capipopolo – era gente che sapeva il fatto suo anche se più portata a gestire l’esistente che a programmare il futuro: ne è prova il debito pubblico spaventoso ereditato che tramanderemo – considerato il nuovo poi sopravvenuto e quello che avanza, “omnia saecula saeculorum”.

Infatti l’insegnamento prevalente messo in circolazione era quello dei diritti da conquistare e non quello dei doveri da imparare: di buoni esempi non ne abbiamo avuti molti, c’è stato un crescendo di rivendicazioni e l’etica prevalente è stata quella di far quattrini in qualunque modo, di superarsi a vicenda, mentre veniva meno l’onore della parola data e quanto alla gratitudine, anche in famiglia, alla fine ci è rimasta solo quella del giorno prima.

Ora che abbiamo cambiato secolo, millennio e classe politica mentre le ideologie sono state travolte insieme agli ideali, molti problemi sono rimasti, altri solo cambiati e ne sono arrivati dei nuovi in quantità incommensurabile.

Ci mancava pure il coronavirus con l’ecatombe mondiale di contagi e di vittime e una crisi economica spaventosa che si sta palesando in un quadro mondiale stravolto dal dualismo USA-Cina. 

Per quattro giorni e quattro notti – dura fatica- i 27 capi di Governo della U.E si sono riuniti a Bruxelles per concertare strategie di sopravvivenza, gestione del disastro e rilancio della ricostruzione.

All’appuntamento ci siamo presentati con un Presidente avvocato degli italiani, talmente bravo da aver guidato in successione gli ultimi due dei 5 o 6 governi non eletti dal popolo.

Il risultato che ha portato a casa è stato sorprendente e superiore alle aspettative: 209 miliardi di cui 127 a prestito e 82 a fondo perduto: la nostra ripartenza avrà dimensioni bibliche, se sarà realizzata.

Lo sfacelo nazionale è enorme, il lavoro in caduta libera, le imprese azzannate al collo dal fisco e dal lockdown, le scuole chiuse sei mesi e con riapertura da definire, l’ascensore sociale fermo, la povertà crescente.

A Bruxelles hanno vinto un po’ tutti: l’asse franco tedesco, i paesi frugali- rigorosi, quelli mediterranei con la bava alla bocca e la Merkel come ago della bilancia, con la supervisione istituzionale di Ursula von der Leyen  e di Charles Michel. L’Europa intera ha certo capito che questa era l’ultima chance per evitare di rimanere stritolati dal caterpillar della pandemia e dalla tenaglia commerciale USA-Cina.

Per quanto ci riguarda qualcuno ha precisato che degli 82 miliardi senza interessi ben 20 sono stati già spesi nel periodo dell’emergenza: cominciamo a fare i debiti distinguo, ne restano dunque 62. 

Gli altri 127 da restituire incrementano di un 7% il debito pubblico che navigherà presto oltre la soglia psicologica senza ritorno dei 2500 miliardi.

Siamo tuttavia contenti, non c’è dubbio che il risultato darà ossigeno ma bombole e boccagli andranno ben posizionati. Ci sono troppe distonie di sistema che ci rendono diversi dagli altri.

La diffidenza dei Paesi “frugali” è dovuta alla nostra fama che ci perseguita nelle assisi internazionali: siamo il Paese del reddito di cittadinanza, dei navigator che procurano un 2% di lavoro ai potenziali occupabili, il Paese dei bonus ‘una tantum’ che diventano a poco a poco ‘una semper’. 

Dagli 80 euro di Renzi ai bonus bebè, docenti, 18enni, vacanze, monopattini e biciclette.

Ci viene chiesta serietà e sobrietà e la perorazione non mi sembra esosa.

Basta una volta per tutte con la politica dei bonus, delle mance e dell’assistenzialismo a fondo perduto.

Serve, urge, una progettualità politica di lunga deriva, lungimirante e che favorisca la crescita, non il parassitismo. Servono investimenti in istruzione, green, energie alternative, turismo, settore manifatturiero.

Ora si dà il caso che la lunga stagione del lockdown sia stata contrassegnata da una serie di tavoli di concertazione composti da esperti, per ogni ambito del vivere comunitario, dalla sanità alla scuola, alle regole dei comportamenti sociali : come se la politica fosse stata incapace di gestire in prima persona queste operazioni, pur disponendo di un apparato burocratico corposo.

E’ veramente singolare – e in ciò sta la vera differenza con il passato – questa ammissione implicita di incompetenza della politica: qualcuno già ventila la costituzione di una task-force per gestire il malloppo.

Come se Ministri, Parlamento e alta burocrazia dovessero essere esonerati a priori dal compito della gestione diretta e responsabile dei finanziamenti che riceveremo. 

Delegando esperti nominati con il manuale Cencelli, teste d’uovo dietro le quinte dei partiti.

Sarebbe una debacle inaccettabile anche per i cittadini che sanno di mantenere una classe politica costosa e improduttiva. Arriveremo a sostituire il Governo con una cabina di regia esterna composta da tecnici?

Altrove non accade ed è grave che non ne parli nessuno: come se gestire a livello politico questi finanziamenti europei  fosse una sorta di fastidiosa e indebita intromissione e non un dovere, un preciso e non delegabile dovere ‘morale’ da assumere.

 

Da Bonalberti uno stimolo ad una riflessione decisiva: serve un nuovo partito?

Con la consueta onestà intellettuale e passionalità, l’amico Ettore Bonalberti ha riproposto il tema di una presenza politica, autonoma e laica, per un partito popolare e riformista riconducibile al patrimonio dell’umanesimo sociale cristiano e alla migliore tradizione del popolarismo di matrice sturziana. Certo, un tema nè nuovo nè originale ma che merita, tuttavia, di essere ripreso ed approfondito. Soprattutto quando proviene da una persona che non ha mai dispensato pagelle a destra e a manca, che non confonde la richiesta di “facce nuove” in politica facendole sempre e solo coincidere con la propria, che non ha mai avuto un approccio moralista all’impegno politico e civile e che, soprattutto, ha sempre dimostrato nel suo lungo percorso politico una rara coerenza e una altrettanto rara fedeltà al filone del cattolicesimo popolare, seppur declinato in vari modi nel corso degli anni dopo l’esaurimento e la fine della Democrazia Cristiana. 

Detto questo per la statura dell’amico in questione, mi permetto di ricordare tre soli titoli. 

Innanzitutto la necessità di un partito autonomo. Di grazia, ma chi non lo vorrebbe per chi proviene da una tradizione come la nostra e che ha vissuto, negli anni, la straordinaria esperienza politica del cattolicesimo politico e sociale e che poi, purtroppo, si è disperso in mille rivoli al punto di ridursi ad una presenza puramente testimoniale e poco altro? Ma qui sorge una domanda, la “solita” domanda. E cioè, com’è possibile che dal 2001 in poi, ossia dopo l’esperienza di Andreotti e D’Antoni con “Democrazia Europea”, tutti i tentativi – di vario genere e di varia caratura – funzionali a dar vita, appunto, ad una presenza autonoma dei cattolici democratici, popolari e sociali siano miseramente e puntualmente falliti? Ci sarà un perchè? Non voglio dare una risposta ultimativa e definitiva ma, come ovvio, la domanda merita una riflessione non banale o passeggera. 

In secondo luogo la classe dirigente che avrebbe dovuto incarnare quel progetto. Nel corso di questi 20 lunghi anni ne abbiamo viste e lette di ogni colore, di ogni risma. Grandi, prestigiosi e voluminosi documenti programmatici; autorevolissimi documenti e appelli; manifesti a gogò; svariate assemblee costituenti ed innumerevoli gruppi di lavoro; protagonisti della vita pubblica che di volta in volta si affacciavano alla ribalta per guidare questi processi sempre in nome della discontinuità, del rinnovamento e del profondo cambiamento rispetto al passato. Benissimo, dopodichè quella classe dirigente puntualmente evaporava nell’arco di poco tempo per poi di nuovo provarci e via discorrendo. Anche qui, non formulo una risposta definitiva. Mi limito a porre la domanda. Ma perchè tutto ciò non è riuscito ad approdare ad un esito convincente e, soprattutto, non è stato in grado di produrre un “fatto” politico strutturale e permanente? 

In ultimo, per fermarsi solo a questi tre titoli, ma se il progetto politico e culturale è credibile – e lo è sul serio, almeno secondo la mia modesta opinione – ma com’è possibile che codesto progetto non sia ancora riuscito ad attecchire nella mediocrità che caratterizza la vita politica italiana? Non è che, forse, abbia ragione proprio l’amico Ettore Bonalberti quando individua in una cronica e ormai consolidata contrapposizione tra le migliaia di eredi di “quel mondo passato” la ragione insuperabile per addivenire ad una seppur modesta e barcollante unità politica ed organizzativa? Forse, questa, è una delle ragioni che ha frenato in questi lunghi venti anni ogni processo di ricomposizione politica di quel mondo. Anche se, come tutti sappiamo, si tratta di un mondo molto frastagliato, composito e pluralistico. Che, come sempre è capitato e come capita tuttora, è fatto da ex dirigenti politici che si mettono a disposizione dei più giovani o di chi non ha mai ricoperto alcun incarico sino a quando la sua potenziale, e del tutto virtuale leadership, non viene messa in discussione. Per tradurre in termini più comprensibili. Come tutti sanno, ma proprio tutti, se l’operazione la guido io bene, altrimenti può anche fallire. 

Ora, non pretendo con questi tre titoli giornalistici di aver dato un fecondo contributo alla preziosa riflessione avanzata alcuni giorni fa da Ettore. Ma credo che, al di là del nostro ricco e fecondo dibattito, al di là della nostra stessa cultura di riferimento e del richiamo ad una esperienza che conserva, tuttavia, una straordinaria attualità culturale ed ideale, forse è anche arrivato il momento per chiederci se lo strumento partito che tutti, e giustamente, invochiamo, coglie ancora una domanda di reale, autentica e concreta rappresentanza politica di quel mondo specifico. Se così fosse, io sarei il primo – se fossi chiamato ad esprimermi – a spendermi per quel progetto politico, culturale, programmatico ed organizzativo. Ma, però, senza aggiungere il sessantunesimo tentativo ai sessanta già falliti precedentemente. Forse, una riflessione su questo versante si rende adesso necessaria ed inevitabile. Per evitare di trasformare il tutto in un simpatico ma sterile dopolavoro politico e culturale. Anche perchè Ettore ed io arriviamo da una esperienza e da una raffinata “scuola” politica che affidava alla testimonianza nella società un compito importante ma che restava pur sempre politicamente sterile ed improduttiva. 

Washington ordina la chiusura del consolato cinese a Houston

Gli Stati Uniti hanno chiesto la sospensione di tutte le attività del consolato generale cinese a Houston, in Texas.

L’ha comunicato il ministero degli Esteri di Pechino, che ha minacciato contromisure.

“La Cina condanna questo atto oltraggioso e ingiustificato che danneggerà le relazioni Cina-Usa”, ha detto il ministero degli Esteri cinese. “Invitiamo gli Usa – ha continuato – a ritirare immediatamente questa fallace decisione. Altrimenti la Cina metterà in campo le legittime e necessarie reazioni”.

Intanto a Houston presso il consolato sono dovuti intervenire – secondo quanto raccontano i media locali – i vigili del fuoco e la polizia perché i vicini hanno visto il fuoco sprigionarsi da diversi container dove, probabilmente, i dipendenti della sede stavano incendiando documenti.

I pompieri non sono stati ammessi della sede e il fuoco è stato estinto dall’interno, senza che ci fossero feriti.

L’appello delle famiglie Anffas: “I caregiver non possono più aspettare!”

Le 14.000 famiglie associate ad Anffas, che da sempre si battono per vedere riconosciuta ed adeguatamente sostenuta la figura del caregiver familiare, auspicano che il Parlamento approvi al più presto una apposita legge in merito.

A tal fine Anffas ha depositato presso la 11^ Commissione del Senato un proprio articolato testo emendativo (in linea con analoghe proposte di Fish e Forum del Terzo Settore), i cui punti ritenuti maggiormente qualificanti sono:

– il ribadire che il caregiver familiare non sostituisce gli interventi, le prestazioni ed i servizi di cui può essere beneficiaria la persona assistita, ma li integra e li valorizza nell’ottica di una proficua collaborazione tra i diversi soggetti, a vario titolo coinvolti;

– il contribuire a costruire un contesto inclusivo e solidale, dove al centro ci sia sempre la persona, perseguendone la migliore qualità di vita possibile nel rispetto del proprio progetto individuale di vita;

– il chiarire che il mettersi a disposizione per l’attività di cura da parte del caregiver deve rappresentare una scelta volontaria per concorrere, all’interno di una serie integrata di servizi, al percorso di vita della persona di cui si prende cura e carico e con l’assenso di quest’ultima;

– la necessità di intervenire verso quei caregiver, in genere donne, che hanno svolto, nella loro vita, attività di cura soprattutto in un percorso di lunga assistenza, ma senza alcun concreto riconoscimento e supporto;

– il riconoscere il lavoro di cura prestato, garantendo anche una specifica tutela pensionistica previdenziale;

– il prevedere la possibilità di optare, in alternativa, per la corresponsione di un’indennità economica;

– il prevedere la tutela della salute e dell’equilibrio psico-fisico del caregiver, garantendo la possibilità di avere propri spazi, proprie necessità ed una propria vita.
Si deve prendere atto che non si può più attendere ulteriormente per avere una legge sui caregiver familiari, visto che anche durante l’attuale pandemia le famiglie delle persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo e non autosufficienti sono state lasciate da sole ad affrontare un carico spesso molto al di là delle loro stesse forze. Ciò a causa della totale mancanza di una adeguata rete di servizi e sostegni.

Si tratta, in buona sostanza, di mettere in atto una serie diversificata di soluzioni che vada dall’accesso ai servizi di sollievo appositamente dedicati ai caregiver, al riconoscimento economico e previdenziale soprattutto delle mamme che hanno dovuto, loro malgrado, abbandonare il lavoro per dedicare la loro vita ai propri cari con gravi disabilità, alla previsione ancora di sistemi assicurativi volti a garantire sia il caregiver che la persona con disabilità ed alla costruzione e sostegno di risorse informali che i territori possono attivare e promuovere, anche grazie all’attivo coinvolgimento degli enti del terzo settore e delle reti di volontariato.

In questa direzione, con spirito collaborativo e propositivo, va la proposta di Anffas, la più grande associazione italiana di familiari delle persone con disabilità (caregiver da sempre), che non può, e speriamo non rimanga, restare inascoltata.

“Formare al Futuro” La formazione del personale scolastico riparte dal digitale

Percorsi formativi online, webinar, video sulle metodologie didattiche innovative e sull’utilizzo delle tecnologie nella didattica, ma anche nella gestione delle attività amministrative.
Con il Programma “Formare al Futuro”, la formazione del personale scolastico (docenti, ATA, dirigenti) riparte dal digitale, con l’obiettivo di capitalizzare e valorizzare le esperienze e le competenze maturate nei mesi di chiusura delle scuole, con la didattica e le attività lavorative a distanza. Ma anche di guardare al futuro e alla modernizzazione del sistema scolastico, anche sotto il profilo amministrativo.

I percorsi di formazione sono partiti in questi giorni e andranno avanti per tutto il prossimo anno scolastico e fino a dicembre 2021. Ampio il catalogo dei percorsi dedicati agli insegnanti: intelligenza artificiale, uso di app e piattaforme di e-learning nella didattica, cittadinanza digitale. Sono solo alcuni esempi dei corsi disponibili già in questi giorni.

Nella fase iniziale delle attività, a cominciare già da questo mese di luglio, avranno un ruolo fondamentale i Future Labs, i poli per l’innovazione realizzati in 28 scuole statali in tutta Italia, che, già durante i primi mesi dell’emergenza sanitaria, hanno avuto grande importanza nella formazione di oltre 37.000 docenti sul digitale e la didattica a distanza in soli 3 mesi.

Il piano di formazione dei Future Labs, sarà impostato su tre linee guida: messa a sistema delle competenze digitali dei docenti, con percorsi mirati e nell’ambito del quadro di riferimento europeo “DigCompEDU” (articolato in 6 aree di competenza e 6 livelli di padronanza); potenziamento delle competenze digitali di dirigenti scolastici e figure di staff; sostegno alla digitalizzazione delle amministrazioni scolastiche, con corsi per il personale Amministrativo, Tecnico e Ausiliario (ATA) e per i Direttori dei Servizi Generali e Amministrativi (DSGA). L’erogazione dei primi corsi si svolgerà tra luglio e settembre 2020.

Con il ritorno a scuola, conclusa la fase “pilota”, i percorsi andranno avanti a valere sia su fondi PON sia su fondi nazionali per la scuola digitale, da ottobre 2020 e fino a dicembre 2021, con un programma di formazione per oltre 240.000 docenti su competenze digitali e metodologie didattiche innovative. Mentre 90 mila tra dirigenti scolastici e ATA saranno formati  in materia di transizione digitale e digitalizzazione dei processi (DS e ATA) e per la formazione amministrativo-contabile (ATA). I percorsi per il personale abbracceranno un ampio spettro di temi connessi con i processi innovativi nelle scuole: la leadership per l’innovazione digitale, la tutela dei dati nella didattica digitale, la gestione delle riunioni collegiali in videoconferenza, la riorganizzazione del lavoro scolastico con l’utilizzo del digitale, il cloud sharing nelle segreterie scolastiche.

Per tutte le informazioni, le iscrizioni e i corsi disponibili:
https://www.futuraistruzione.it/formarealfuturo

Via libera alla produzione del Glutatione

Assorted pills

Il Glutatione è un supporto importante per le persone sottoposte a chemioterapia.

Così è arrivato il via libera alla variazione per la produzione del medicinale contenente il principio attivo in polvere e in soluzione iniettabile. Un semaforo verde che ha messo fine alla carenza del farmaco necessario per la profilassi della neuropatia conseguente a trattamento chemioterapico con cisplatino o analoghi.

L’allarme era scattato un anno fa con la richiesta all’Aifa, da parte della presidente della Commissione Affari Sociali della Camera, di chiarimenti sulla indisponibilità di diversi medicinali a base di Glutatione in seguito alle sollecitazioni ricevute dai cittadini siciliani sulle difficoltà di reperirli.

Da qui, la forte richiesta di dare una risposta alla carenza del farmaco. E ora a distanza di un anno il “caso” sembra finalmente essere stato risolto

Soddisfazione per l’accordo europeo

Con 750 miliardi di euro, il Recovery fund è il più importante intervento in Europa dopo il piano Marshall del 1947 (12,7 miliardi di dollari).

Non riconoscerlo come fa certa stampa di destra è da falsi profeti di sventure. Peccato che frau Merkel non si ricandidi alla cancelleria, perché se si è giunti all’accordo una gran parte del merito è tutto suo.

Ora, però, c’é da ricostruire l’Italia e l’Europa e qui si parrà la nobilitate del governo Conte e degli altri governi dell’Unione europea.

L’asse franco tedesco è stato decisivo, come il ruolo delle tre grandi donne: Angela Merkel, Ursula Von der Leyen e Christine Lagarde.

Un nuovo partito d’ispirazione cristiana? La proposta di “Politica Insieme”.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Anche da parte nostra il dialogo è aperto, come afferma Ettore Bonalberti ( CLICCA QUI ). Anzi, continua. Purché secondo una  linea politica puntuale e ferma. Sorretta non da accordi a tavolino, bensì da una condivisione che nasca – come sta avvenendo – dai territori e dalla maturazione di una consapevolezza nuova della nostra responsabilità nei confronti del Paese, nonché dell’attenzione crescente con cui molti non credenti guardano al mondo cattolico, ravvisandovi una riserva di valori e di senso della vita.

Un dialogo, dunque, con tutti coloro che, cattolici o meno, credenti oppure no, intendono con noi concorrere alla costruzione di un partito politico che, in modo chiaro ed esplicito, si rifaccia alla concezione cristiana dell’uomo, della vita, della storia. La chiarezza riguarda la piena accettazione del  criterio dell’ “autonomia” dall’ uno o dall’altro degli schieramenti  in campo, a destra come a sinistra.

Un partito orientato, dunque,  al “bene comune”, nel solco della Costituzione, della Dottrina Sociale della Chiesa, della forte consonanza che ravvisiamo, in tali documenti, in ordine ai valori morali e civili posti a fondamento della comunità nazionale. Un partito laico ed aconfessionale, che assuma, anzitutto, il compito di declinare i principi ed i valori che ai credenti  sono dati in dono in uno con la Fede, secondo un linguaggio che ne mostri l’intrinseco valore umano e civile e li renda, pertanto, accessibili anche a chi non è credente.

Un partito fondato sul rispetto integrale della vita, dalla nascita alla sua conclusione naturale, sulla difesa inderogabile della dignità della persona, sulla libertà, sulla giustizia sociale.

La vita, la libertà, la giustizia: tradotto in estrema sintesi, il nostro programma sta in queste tre parole e tutto quel che segue  – dalle politiche istituzionali a quelle economico-sociali; dalle politiche per la famiglia ed il lavoro, all’ educazione, alla sanità, alla giustizia, alle questioni ambientali; dalle relazioni internazionale alle politiche migratorie – altro non è se non la loro declinazione nella varietà dei contesti storici in cui la cultura politica del cattolicesimo democratico e popolare si rimette all’opera.

Il compito è quello della “trasformazione” del Paese, secondo il severo impegno che assumiamo con il nostro Manifesto ( CLICCA QUI ). Addirittura con l’ambizione – sicuramente superiore alle nostre forze – di accendere i primi fuochi della “terza fase” dell’impegno politico del movimento cattolico nel nostro Paese.

Un partito schiettamente europeista che si pone nel solco della grande famiglia democratico-cristiana del Vecchio Continente; consapevole della vocazione mediterranea dell’Europa e delle sue responsabilità nei confronti del continente africano. Francamente attestato nel mondo  occidentale e, nel contempo, criticamente orientato ad un compito di pace, soprattutto nei focolai di tensione del bacino mediterraneo e del Medio Oriente.

La vera novità – il punto dirimente del nostro progetto – che intendiamo introdurre nel complessivo sistema politico e’ rappresentato, come già detto, dall’ “autonomia” che rivendichiamo, dopo quasi trent’anni di sostanziale sudditanza dei cattolici. Lo è stato con la destra e con la sinistra. Ancora oggi, lo dimostreranno le prossime elezioni regionali di settembre è una condizione in cui finiranno per porsi altri cattolici  interessati alla politica che, così, allungheranno la durata della “diaspora” degli ultimi 25 anni.

Autonomia, competenza, nuova classe dirigente: anche quest’ultimo punto è essenziale e siamo lieti di vederlo condiviso anche da Bonalberti.

L’“autonomia” che rivendichiamo a fondamento delle nostre posizioni pensiamo costituisca una risorsa per l’intero sistema politico. Non siamo, infatti, mossi dall’ansia del potere, ma piuttosto da un bisogno di  verità.

Il che, ovviamente, non significa stupidamente ritenere  di avere in tasca una ricetta risolutiva per ogni problema. Piuttosto, che intendiamo favorire il ritorno di una dialettica politica finora slabbrata e degenerata in propaganda, in direzione delle necessarie  oggettività e franchezza, di reciproca legittimazione ed affidabilità tra le parti, del recupero di un linguaggio civile e pacato, della riscoperta dell’argomentazione piuttosto che dell’invettiva, così da favorire una reale partecipazione diffusa alla vita politica e civile del Paese. In questo si rivelerà importante  la valorizzazione del volontariato, della società civile e del Terzo Settore, delle enormi energie morali, ispirate a sentimenti di solidarietà di cui il popolo italiano ha dato prova anche in questi ultimi mesi.

Crediamo sia giunto il momento di concedere al popolo “sovrano” – nel senso costituzionalmente corretto del termine – una legge elettorale proporzionale che, senza trascurare le esigenze della governabilità, gli consenta di esprimere, senza il condizionamento preventivo di un bipolarismo imposto, il proprio effettivo orientamento politico e culturale.

“Politica Insieme” non rivendica nessuna primogenitura, bensì una reale coerenza con un percorso che dal Manifesto – sottoscritto da centinaia di amici, da numerose associazioni, presenze civiche o gruppi locali che spontaneamente hanno dichiarato di condividerlo, quelli che già oggi hanno maturato una scelta autonoma e pienamente libera – al Programma, elaborato da 13 gruppi tematici e di cui stiamo redigendo la sintesi progettuale, procede verso l’ Assemblea del prossimo autunno per il varo di un nuovo oggetto politico che respinge ogni concezione “leaderistica” ed, al contrario, investe su un criterio di una vasta collegialità.

Pensiamo che la nostra linea sia chiara e le porte aperte a chi intenda condividerla.

Milano, si cercano nuovi “angeli della spesa”

Prima di andare in ferie, o se in ferie quest’anno non ci vai, diventa un “angelo della spesa”. Ai tempi del Covid, Caritas Ambrosiana lancia una nuova proposta di volontariato estivo per il mese di agosto presso gli Empori della Solidarietà della Diocesi di Milano.

I mini market solidali aperti dalla Caritas si sono rivelati una fondamentale rete di sicurezza proprio per i cittadini che a causa delle misure di contenimento della pandemia hanno visto precipitare la propria condizione economica. Molte persone, che hanno perso il lavoro durante il lockdown, hanno potuto rifornirsi di generi di prima necessità proprio in questi negozi dove si acquista senza denaro ma con una tessera a punti offerta alle famiglie in base alle loro necessità. In questi mesi questo sistema di aiuti ha funzionato anche grazie al prezioso contributo dei volontari.

Nelle prossime settimane, gli “angeli della spesa” dovranno dare il cambio proprio a chi in questo periodo ha offerto tempo ed energie e ora è tornato alla propria attività o si è concesso un periodo di riposo. Gli “angeli” accoglieranno, dunque, le persone che accedono agli Empori e aiuteranno gli operatori a tenere in ordine gli spazi.

Ogni candidato potrà indicare allo Sportello volontariato di Caritas Ambrosiana, l’Emporio della Solidarietà dove preferisce svolgere il servizio e il numero di giorni e le ore che può offrire. Saranno poi gli operatori degli Empori a organizzare i turni in base alle disponibilità dichiarate.

Attualmente gli Empori e le Botteghe della Solidarietà sostengono 8.062 persone, il 35% in più rispetto al periodo precedente all’emergenza sanitaria: una percentuale che sale al 66%, considerando la sola città di Milano. Da quando è stata dichiarata l’emergenza sanitaria, nel mese di marzo, a oggi queste persone hanno ricevuto complessivamente 430 tonnellate di generi alimentari e beni di prima necessità, grazie all’impegno di 10 operatori sociali e 103 volontari.

«Il Coronavirus ha messo in luce le debolezze ma anche le risorse dei nostri territori – dichiara Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana -. Abbiamo visto a Milano e in provincia precipitare in poco tempo sotto la soglia della povertà tante persone, che non avevano mai avuto bisogno prima della nostra assistenza, al punto da dover scegliere di settimana in settimana se fare la spesa o pagare le bollette. Ma allo stesso tempo, tante altre persone che non conoscevamo hanno bussato alla nostra porta per offrire il loro aiuto: studenti e giovani lavoratori in smart working che si sono ritrovati con più tempo a disposizione. Queste energie ci hanno consentito di andare avanti e di far fronte a un aumento di richieste che non potevamo immaginare. Ad agosto purtroppo chi ha perso il lavoro non andrà in ferie e continuerà ad avere bisogno del nostro aiuto. Noi ci saremo, ma abbiamo bisogno di nuove energie. Sono fiducioso che arriveranno».

Per segnalare la propria disponibilità, inviare una mail a questo indirizzo: volontariato@caritasambrosiana.it entro lunedì 27 luglio.

 

Consulta, invalidi civili totali: l’incremento della pensione di inabilità scatta a 18 anni e non a 60

L’importo mensile della pensione di inabilità spettante agli invalidi civili totali, stabilito dall’articolo 12, primo comma, della legge n. 118 del 1971, oggi pari a 286,81 euro, “è innegabilmente, e manifestamente, insufficiente” ad assicurare agli interessati il “minimo vitale”, ma il suo adeguamento rientra nella discrezionalità del legislatore. Tuttavia, gli invalidi civili totalmente inabili al lavoro hanno diritto al cosiddetto “incremento al milione” della pensione di inabilità (oggi pari a 651,51 euro) fin dal compimento dei 18 anni, senza aspettare i 60.

Il requisito anagrafico finora previsto dalla legge è irragionevole in quanto “le minorazioni fisio-psichiche, tali da importare un’invalidità totale, non sono diverse nella fase anagrafica compresa tra i diciotto anni (ovvero quando sorge il diritto alla pensione di invalidità) e i cinquantanove, rispetto alla fase che consegue al raggiungimento del sessantesimo anno di età, poiché la limitazione discende, a monte, da una condizione patologica intrinseca e non dal fisiologico e sopravvenuto invecchiamento”.

È uno dei passaggi della motivazione della sentenza n. 152 depositata oggi (relatore il Vicepresidente Mario Rosario Morelli) con cui la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 38, comma 4, della legge n. 448 del 2001, là dove stabilisce che i benefici incrementativi spettanti agli invalidi civili totali sono concessi ai soggetti di età pari o superiore a 60 anni, anziché ai soggetti di età superiore a 18. Nel caso concreto da cui è nata la questione di legittimità costituzionale, si trattava di una persona affetta da tetraplegia spastica neonatale, incapace non solo di svolgere i più elementari atti quotidiani della vita (come lavarsi, vestirsi, alimentarsi), ma anche di comunicare con l’esterno, condizione dipendente dalla menomazione pregressa e non dal superamento di determinate soglie anagrafiche.

La sentenza rileva che la maggiore spesa a carico dello Stato, derivante dall’estensione della maggiorazione agli invalidi civili – nel rispetto delle soglie di reddito stabilite dalla legge 448 del 2001 – non viola l’articolo 81 Cost. poiché sono in gioco diritti incomprimibili della persona. I vincoli di bilancio, dunque, non possono prevalere. “Ciò comporta – ha affermato la Corte – che il legislatore deve provvedere tempestivamente alla copertura degni oneri derivanti dalla pronuncia, nel rispetto del vincolo costituzionale dell’equilibrio di bilancio in senso dinamico (sentenze n. 6 del 2019, n. 10 del 2015, n. 40 del 2014, n. 266 del 2013, n. 250 del 2013, n. 213 del 2008)”. Nella prospettiva del “contemperamento dei valori costituzionali”, la Corte ha peraltro ritenuto di graduare gli effetti temporali della sua sentenza, facendoli decorrere (solo) dal giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale.

Una strada già seguita in passato, a partire dalla sentenza n. 10 del 2015 (nello stesso senso anche sentenze n. 246 del 2019, n. 74 e n. 71 del 2018). Fu allora precisato che “sono proprio le esigenze dettate dal ragionevole bilanciamento tra i diritti e i principi coinvolti” a determinare la scelta di una tale tecnica decisoria. La quale “risulta, quindi, costituzionalmente necessaria allo scopo di contemperare tutti i principi e i diritti in gioco, […] garantendo il rispetto dei principi di uguaglianza e di solidarietà, che, per il loro carattere fondante, occupano una posizione privilegiata nel bilanciamento con gli altri valori costituzionali (sentenza n. 264 del 2012)”. La Corte ha concluso che resta, comunque, ferma la possibilità per il legislatore di rimodulare la disciplina delle misure assistenziali vigenti, purché sia garantita agli invalidi civili totali l’effettività dei diritti loro riconosciuti dalla Costituzione.

Analisi, studi e ricerche per il Green Deal italiano

Supportare le Istituzioni nazionali e le Amministrazioni regionali e locali nell’adozione di politiche e progetti che favoriscano lo sviluppo sostenibile del Paese, anche come chiave di ripartenza dopo l’emergenza sanitaria. Questo lo scopo principale della collaborazione avviata dal Gestore dei Servizi Energetici- GSE SpA, società pubblica che in Italia promuove lo sviluppo sostenibile attraverso l’incentivazione delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica e la Fondazione per lo Sviluppo sostenibile, ente senza fini di lucro che ha come scopo la promozione della green economy, dello sviluppo tecnologico e dell’alta formazione tecnologica, finalizzate ad una elevata qualità ecologica.

L’accordo, sottoscritto da Francesco Vetrò, Presidente del GSE, e da Edo Ronchi, Presidente dalla Fondazione, prevede la collaborazione nelle iniziative per il monitoraggio dei trend energetici e climatici del Paese, l’elaborazione di studi sulle ricadute economiche e sociali, nonché la redazione di appositi rapporti annuali. Attività i cui risultati saranno divulgati attraverso l’organizzazione di eventi istituzionali, e resi disponibili negli incontri con gli stakeholder di settore.

Nell’ottica di ripartenza dopo l’emergenza Covid-19, l’accordo tra il GSE e la Fondazione prevede inoltre il supporto alle Amministrazioni regionali nei settori particolarmente colpiti, contribuendo a individuare le misure più idonee a fronteggiare la crisi. Un’azione che sarà portata avanti anche attraverso la realizzazione di studi e analisi sull’impatto che l’emergenza epidemiologica ha avuto sui settori energetico e ambientale. Nell’ambito del progetto “Green City Network”promosso dalla Fondazione,saranno avviate iniziative per sostenere i principi di mitigazione e adattamento climatico nelle aree urbane. A tal fine, saranno elaboratistudi,analisi e dossier di approfondimento sulle tematiche della rigenerazione urbana, come la carbon neutrality delle città e la gestione del ciclo dei rifiuti, anche al fine di supportare le Amministrazioni locali nella definizione delle politiche a favore della sostenibilità ambientale e dell’economia circolare.

Il GSE, peraltro, è tra i 500 firmatari del Manifesto “Uscire dalla pandemia con un nuovo Green Deal per l’Italia”, promosso dalla Fondazione per garantire un sostegno al Paese e una ripartenza economica che faccia leva sulle fonti rinnovabili e sull’efficienza energetica, principali strumenti per il raggiungimento degli obiettivi stabiliti dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima varato dal Governo.

“Dopo la sottoscrizione del Manifesto, la collaborazione tra la Fondazione e il GSE concretizza una convergenza di intenti volti alla promozione dello sviluppo sostenibile del Paese e, quindi, a beneficio del Paese stesso,che conducono ad azioni particolarmente rilevanti, specie in una fase di emergenza economica e sociale  come quella che stiamo attraversando”, ha sottolineato il Presidente del GSE, Francesco Vetrò, ringraziando “Edo Ronchi per l’attività intrapresa dalla Fondazione, alla quale il GSE conferma il proprio  supporto, nel suo ruolo di Istituzione preposta a promuovere lo sviluppo sostenibile del Paese”.

“ Nella promozione di un nuovo Green Deal per l’Italia e della transizione energetica verso la neutralità carbonica  mi pare di grande importanza il coinvolgimento, il confronto e la collaborazione con i soggetti istituzionali interessati, da parte degli stakeholder, dei territori, delle città così come di soggetti competenti della società civile “- ha dichiarato il Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile  Edo Ronchi ringraziando il Presidente Francesco Vetrò per il  suo forte impegno a favore di una sviluppo sostenibile “ – La collaborazione fra il GSE , una delle realtà più qualificate e rilevanti  per le tematiche di nostro maggiore interesse,  e la Fondazione è per noi motivo di soddisfazione e di  impegno in  nuovi progetti  comuni “.

 

Al via la settima edizione di Biennale Gherdëina

A partire da agosto 2020 avrà luogo la settima edizione di Biennale Gherdëina, la mostra internazionale di arte contemporanea nello spazio pubblico di Ortisei in Val Gardena.
La Biennale inaugurerà l’8 agosto e si concluderà il 20 ottobre 2020.

Il team della Biennale e il curatore Adam Budak lavorano all‘edizione 2020 della Biennale già da un anno: l’inaugurazione era infatti originariamente prevista per il 26 giugno. Tuttavia, visto il momento di crisi e lo stop obbligato dovuto al Coronavirus, l‘intero progetto è stato messo in pausa in prossimità dell‘apertura e rinviato a data da destinarsi.
Ora l’associazione, l’intero team e il curatore hanno deciso che il progetto avrà luogo quest‘estate, a dispetto delle difficili condizioni e dei massicci cambiamenti sociali e tematici, adattandolo alle condizioni attuali.

Gli organizzatori sono convinti che, soprattutto in questo periodo di incertezza, aspettative e cambiamenti, l‘arte possa e debba dare un importante contributo sociale. Organizzando la settima edizione della Biennale Gherdëina si vuole mandare un segnale positivo e di speranza, ribadendo il ruolo chiave che l‘arte contemporanea svolge in una cultura in continua evoluzione.

Questa edizione della Biennale Gherdëina porta il titolo “– a breath? a name? – the ways of worldmaking” (“– un respiro? un nome? modi di fare il mondo”), e vede una significativa svolta poetica nei confronti delle esigenze vitali fondamentali dell’interazione umana, quali l’atto del respirare e la volontà di dare un nome agli oggetti.

Un giorno lieto

Se dovessimo utilizzare ogni foglio che scriviamo per commentare solo aspetti negativi, perderemmo in credibilità. Perché un critico, deve saper illustrare tanto il fragile, quanto il pieno. Se un aspetto va male, si scrive che va male; se va bene, lo si illumina rispettando la sua qualità.

Quante volte non mi sono perso tra le righe grigie del nostro Paese e della nostra Regione, direi, la stragrande maggioranza dei casi. Oggi, mi sento nella totale libertà di fare un plauso ai risultati conseguiti ieri a Bruxelles. Non nascondo il timore che tutto potesse andare male, solo nella tarda serata di ieri, si era insinuata una leggera speranza. Stamani, la notizia giuntaci è in tutta evidenza a noi favorevole.

Le imprese, i lavoratori, le famiglie, potranno vivere una pagina più tranquilla. La massa di denaro, 81 miliardi a fondo perduto e altri 136 miliardi in prestito agevolato, ci danno l’opportunità di utilizzarli nei prossimi anni a vantaggio di noi tutti.

Godiamo anche delle notizie favorevoli. E per una volta, almeno per una volta, estranei alle divisioni politiche. Pensiamo all’Italia della sua interezza e mettiamo a tacere ogni ingiustificata distinzione partitica.

Adesso, è nelle nostre mani. Tutto è nelle nostre mani. Il denaro non basta che giunga, bisogna saperlo utilizzare, impiegare e spendere. Troppe volte è capitato che fondi europei ritornassero alla fonte iniziale, questo peccato non possiamo permettercelo. Nemmeno si potrà giustificare un rallentamento di spesa a causa di problemi burocratici; il decreto legge semplificazione mette a tacere qualsiasi scusante. 

L’estate, per quanto ancora funestata dal corona virus, oggi appare più luminosa. Trascorriamola secondo leggerezze più adatte alla stagione. Alimentiamoci così di una salutare contentezza, perché ci sarà utile comunque ad affrontare i fastidi che giungeranno nella stagione autunnale.

No all’Europa dei masnadieri

Oramai è del tutto certo, gli olandesi nella Unione Europea svolgono il ruolo dei bastian contrari. Per i sudditi degli Orange Nassau, l’Europa deve essere e deve rimanere solo un mercato libero continentale, ma con una vita politica ed istituzionale che sostanzialmente non deve porre neanche le premesse per regolazioni che conducano gli Stati a condizioni omogenee, come ovviamente dovrebbe essere per qualsiasi entità politica ed istituzionale aggregata.

In definitiva, per costoro la UE deve essere solo un luogo di diritti ma non di doveri. Il suo premier Mark Rutte, si agita contro gli Stati meridionali da mesi e gli piace prendere le sembianze del leone con lingua di fuoco dello stemma olandese e sembra voler prendere proprio spunto con la sua offensiva anti solidale, dal motto imperativo che campeggia sotto lo stesso scudo: “Je maintiendrai”, che significa “Io manterrò”.

È accertato, tuttavia, che la ragione della sua offensiva è quella di evitare qualsiasi evoluzione della Unione verso un vero e proprio Stato, perché questa evenienza obbligherebbe ad avere un solo ordine fiscale per tutta Europa, tale da far cessare il dumping fiscale ai danni degli stessi europei, con la perdita di enormi vantaggi economici per il paese dei tulipani.

D’altronde gli stessi Inglesi, affermano gli analisti, sotto sotto hanno dichiarato guerra all’Europa e sarebbero usciti proprio per salvaguardare il collaudato sistema di paradisi fiscali collocati nelle loro isolette sparse nel mondo, retaggio del vecchio impero britannico. Questi luoghi sono riconosciuti dai masdanieri del mondo come i più efficienti paradisi fiscali per ‘pulire’ denari di dubbia provenienza e ottenere condizioni fiscali d’eccezione, per poi depositarli riciclati nelle attività finanziarie della ‘City’ a Londra.

Dai calcoli che si fanno rappresentano introiti enormi da capogiro che si producono per la classe dirigente inglese: insomma ricchi e coloro che comandano (molti politici sono generosamente remunerati da questo sistema collaudatissimo per consulenze). Insomma il ceto alto è passato dai grandi guadagni del vecchio impero, al nuovo impero di governo dei paradisi fiscali.

È facile comprendere del perché buona parte di quelli che contano in Inghilterra ha sostenuto la Brexit. Se il gioco è questo, per dirla terra terra, questi paesi è meglio perderli che guadagnarli alla causa europea. Ai Corsari alla Francis Drake preferiamo i Tommaso Moro. Ma l’Europa deve andare avanti, e soprattutto sulla omogeneizzazione fiscale per i paesi aderenti. Quanto ai paradisi fiscali, dovrà immediatamente procedere a: impedire che le amministrazioni pubbliche stipulino qualsiasi contratto con le imprese che depositano capitali nei paradisi fiscali; creare pubblici registri degli effettivi titolari di società, trust e fondazioni; istituire una totale trasparenza su transazioni e accordi fiscali segreti tra società e governi. Questo è il minimo indispensabile per ricreare un minimo di trasparenza in un settore, quello economico, che più è infetto e più la democrazia si intossica.

Il dialogo è aperto

Ringrazio l’amico Giancarlo Infante per l’attenzione prestata al mio articolo: “ Alla ricerca del centro perduto” e alla rivista “ Il domani d’Italia” che ci permette di sviluppare un dialogo tra le diverse componenti dell’area politica cattolico popolare.

E’ vero che non possiedo molte informazioni sugli sviluppi nei e tra i diversi gruppi che si ritrovano attorno alle linee indicate nel “manifesto Zamagni”, anche se del gruppo “Costruire Insieme” sono stato uno dei soci fondatori e con “ Rete bianca” mantengo ottimi rapporti consolidati da un’antica amicizia con Giorgio Merlo e una positiva interlocuzione con Lucio D’Ubaldo. Mi era sembrato che l’idea di ritrovarsi in un luogo comune di appartenenza identificato come “parte bianca” fosse uno degli obiettivi di questi amici.  Apprendo ora da Infante che si sta lavorando “all’organizzazione di un’Assemblea costituente cui parteciperà gente nuova” confortati dalla circostanza che, anche se “ ci manca un leader”, “ crediamo in una leadership allargata”.

Il punto di difficoltà nei rapporti con la Federazione Popolare dei DC , secondo Infante, sarebbe nell’impegno annunciato di andare  “ verso le elezioni regionali pensando a liste che finiranno per schierarsi in alcune regioni nel centrodestra”  o in altre a sinistra. Scottati dalle precedenti esperienze fallimentari delle politiche del 2018 e delle europee del 2019, per il prevalere dei particolarismi dei soliti noti, non nascondo che anche in questa tornata elettorale regionale non manchino le difficoltà, tanto sono complicate le traduzioni di accordi assunti nella Federazione al vaglio delle realtà concrete territoriali, condizionate non solo dalle diverse leggi elettorali regionali, ma dalle cristallizzate casematte delle diverse esperienze di appartenenza.

Ottimo l’augurio di Infante  secondo cui: “La vera “federazione” che abbiamo in mente di realizzare è quella della ricostruzione nella società del raccordo con e tra le tante espressioni vitali del tessuto civile, imprenditoriale, del mondo del lavoro, di chi lavora nel digitale e nel campo della formazione scolastica e universitaria. Realtà oggi comunque operanti, ma in completa disconnessione con le forze che compongono l’attuale quadro politico. Non ci si può presentare al loro cospetto con accordi precostituiti e con metodi definitivamente seppelliti nel corso del crepuscolo di precedenti esperienze vissute in politica dai cattolici.”

Ho appena terminato di scrivere il mio ultimo saggio: “ Sarò sempre democristiano- Il travaglio di “ Don Chisciotte” nella lunga stagione della diaspora DC ( 1993-2020)”, nel quale descrivo le tante iniziative assunte nei ventisette anni della diaspora suicida e, se gli amici del “manifesto Zamagni” compissero il miracolo annunciato da Infante non potrei che esserne soddisfatto. Mi si consenta, però, di essere un po’ più scettico visti i precedenti e, come lo sono per le prossime esperienze elettorali regionali, altrettanto lo sono per l’idea di un’assemblea costituente capace di superare miracolosamente quanto sin qui è disgregato e che un tempo costituiva il blocco sociale e culturale a sostegno della DC.

Credo che, come ho scritto nella mia “ Lettera agli amici del manifesto Zamagni” del Gennaio scorso, sarebbe opportuno facessimo nostro il messaggio inviato da Papa Francesco al cardinale Peter K.A. Turkson: “ Dialogare è difficile, bisogna essere pronti a dare e anche a ricevere, a non partire dal presupposto che l’altro sbaglia ma, a partire dalle nostre differenze, cercare, senza negoziare, il bene di tutti e, trovato infine un accordo, mantenerlo fermamente”- 

In quella lettera oltre a evidenziare le ragioni convergenti tra le due più importanti, se non esclusive, iniziative politiche in atto, ho cercato di offrire alcune indicazioni programmatiche dalle quali si potrebbe partire se vogliamo presentare una proposta al Paese, in un momento drammatico come quello che stiamo vivendo, ispirato ai valori della Dottrina sociale cristiana.

Credo, inoltre, che quella lettera (che mi permetto di rinviare agli amici di Politica Insieme), possa costituire un’opportunità di dialogo e di confronto positivo libero da condizionamenti ideologici basati su apriorismi socialmente e culturalmente condizionati.

Infine, a Infante, vorrei fraternamente suggerire che nessuno di noi intende porsi come i riciclati buoni per tutte le ore e comune è la volontà di consegnare il testimone della nostra migliore tradizione politica a una nuova classe dirigente. Un rischio da evitare è quello che corriamo quando abbiamo la presunzione di rappresentare “ l’usato sicuro di garanzia”, oppure quando, da consumati arnesi della prima repubblica, pretendiamo di porci come “ il nuovo che avanza”. Un po’ più di umiltà e di tolleranza sia sempre alla base dei nostri rapporti e, se “il Domani d’Italia” vorrà porsi come strumento per questo dialogo, mi auguro che altri, più autorevoli amici, intervengano accomunati tutti dall’obiettivo di concorrere insieme alla ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale di cui il Paese avrebbe grande necessità.

La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa

La Congregazione per il Clero rende nota oggi l’Istruzione “La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa”, promulgata lo scorso 29 giugno.

Il documento tratta il tema della cura pastorale delle comunità parrocchiali, dei diversi ministeri clericali e laicali, nel segno di una maggiore corresponsabilità di tutti i battezzati. Il testo, fondamentalmente, ricorda che “nella Chiesa c’è posto per tutti e tutti possono trovare il loro posto” nell’unica famiglia di Dio, nel rispetto della vocazione di ciascuno.

Il Dicastero per il Clero, sollecitato da diversi Vescovi, ha avvertito la necessità di elaborare uno strumento canonico-pastorale relativo ai diversi progetti di riforma delle comunità parrocchiali e alle ristrutturazioni diocesane, già in atto o in via di programmazione, con il connesso tema delle unità e delle zone pastorali. Il documento intende, quindi, porsi al servizio di alcune scelte pastorali, già da tempo avviate da parte dei Pastori e “sperimentate” dal Popolo di Dio, per contribuire alla valutazione di esse e commisurare il diritto particolare con quello universale.

In questa prospettiva, è sottolineato il ruolo del parroco come “pastore proprio” della comunità, ma viene anche valorizzato e posto in luce il servizio pastorale connesso con la presenza nelle comunità di diaconi, consacrati e laici, chiamati a partecipare attivamente, secondo la propria vocazione e il proprio ministero, all’unica missione evangelizzatrice della Chiesa.

Qui il documento completo

 

Libia, una polveriera alle porte dell’Europa

Ormai sono molti i segnali che non lasciano ben sperare che il conflitto si possa risolvere velocemente.

Il 10 giugno, due fregate turche hanno mirato alla fregata francese Coubert , che stava cercando di impedire il contrabbando di armi nel Mediterraneo in Libia, come riferito da Parigi alla NATO, l’organizzazione alla quale appartengono i due paesi. Una nave da guerra dell’Alleanza atlantica non aveva mai puntato su un’altra nave alleata.

Sul terreno libico, la Turchia ha subito un attacco aereo il 5 marzo alla base militare di Al Watiya, situata ad est di Tripoli, a una trentina di chilometri dalla Tunisia. Non è noto chi lo abbia effettuato, anche se la Russia o gli Emirati Arabi Uniti sono sospettati. Il sistema di difesa aerea turco è stato distrutto e Ankara ha promesso vendetta.

Mentre Parigi ha ripetutamente denunciato il fallimento della Turchia nel controllo sulle armi. 

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha avvertito che l’interferenza straniera nel paese ha raggiunto “un livello senza precedenti”. In un paese di soli sei milioni di abitanti e che ha le maggiori riserve di petrolio in Africa, diverse importanti potenze militari stanno accumulando sempre più armi, più mercenari e più morti.

Solo due anni fa la presenza della Russia sul terreno esisteva a malapena. Ora, il Cremlino opera mimetizzato con i mercenari della compagnia Wagner, legata all’imprenditore russo Yevgeni Prigozhin, fedele alleato di Vladimir Putin. 

Gli schieramenti sono così composti.

Il governo di Tripoli riceve sostegno dal Qatar (finanziariamente), dall’Italia e soprattutto, dalla Turchia. Senza la Turchia, Tripoli sarebbe già stata costretta ad arrendersi. 

Ma Tripoli fa gola a molti non c’è solo la sede del governo, ma la sede della National Oil Company (NOC), l’unica autorizzata ad esportare petrolio, che genera il 95% delle entrate fiscali.

Dall’altra parte c’è l’Autoproclamato esercito di unità nazionale di Hafter. Il maresciallo riceve supporto da paesi molto diversi: da un lato, l’Egitto lo protegge, dall’altro l’Arabia Saudita e, soprattutto, gli Emirati Arabi Uniti; e la Russia, attraverso migliaia di mercenari appartenenti all’oscura compagnia Wagner . La Francia ha anche fornito ad Hafter supporto diplomatico e persino militare in occasioni specifiche.

Hafter controlla, oltre a est, il sud del paese. Domina anche i principali giacimenti e porti petroliferi da cui viene esportato il petrolio. Ma non può vendere petrolio all’estero, perché solo il NOC è autorizzato dalla comunità internazionale. 

Il ruolo dell’Unione europea, in quanto tale, sembra irrilevante. Ma almeno tre paesi hanno grandi interessi nel paese. Repsol è presente dagli anni ’70, partecipa allo sfruttamento del più grande giacimento petrolifero della Libia, Sarara, e ha prodotto 11 milioni di barili l’anno scorso. La società francese ne ha prodotto il doppio. E ben al di sopra di entrambi c’è l’italiana Eni, approdata in Libia nel 1959. La sua attività in questo paese rappresenta circa il 9% del volume dell’azienda. Eni produce 1,88 milioni di barili di petrolio al giorno, di cui 170.000 provenienti dalla Libia. La maggior parte dei suoi giacimenti non si trovano in zone di conflitto e solo uno dei suoi campi è stato chiuso in diverse occasioni.

L’UE ha risposto alla crescente instabilità con programmi di aiuti finanziari (finora oltre 360 ​​milioni di euro) e il sostegno alla gestione, ad esempio, dei flussi migratori. Ma la situazione è così delicata che la Commissione europea gestisce il piano dalla Tunisia. Anche la stragrande maggioranza degli ambasciatori occidentali assegnati in Libia lavora da lì, come nel caso della Spagna. L’ambasciatore italiano, tuttavia, così come l’ambasciatore turco, lavorano a Tripoli.

E mentre questa partita continua i leader sembrano inconsapevoli della realtà e dell’orrore che stavano per portare al mondo.

 

Ambiente, Difesa e Agenzia del Demanio siglano accordo per razionalizzazione immobili militari

Ministero della Difesa, Ministero dell’Ambiente e l’Agenzia del Demanio siglano protocollo d’intesa per la valorizzazione e la razionalizzazione di immobili militari presenti sull’intero territorio nazionale.
La firma è avvenuta a Palazzo Baracchini, e prevede un rapporto di collaborazione istituzionale finalizzato a creare le condizioni necessarie per assicurare rapidità ed efficacia nel perseguimento di obiettivi strategici condivisi, con particolare riferimento alle aree naturali protette, e la conseguente riqualificazione del tessuto urbano nel suo complesso.

In particolare, sarà istituito un Tavolo di lavoro interistituzionale, attorno al quale siederanno le tre Istituzioni firmatarie dell’accordo, che prevede lo studio e l’approfondimento dei percorsi di valorizzazione e ristrutturazione delle aree militari in uso alla Difesa, e non più utili ai fini Istituzionali, rese disponibili dalle rispettive Forze Armate su tutto il territorio nazionale, con risvolti di carattere ambientale.

Le attività saranno concretizzate con specifici Protocolli d’intesa attuativi che vedranno, laddove necessario, il coinvolgimento di Enti pubblici/locali e degli Enti di gestione di parchi e aree protette.

L’accordo è stato firmato, su delega del Ministro della Difesa Lorenzo Guerini, dal Direttore della Task Force per la valorizzazione e la dismissione degli immobili non residenziali della Difesa, Gen. Isp. Giancarlo Gambardella, dal Direttore della Direzione generale del patrimonio naturalistico del Ministero dell’Ambiente, Carlo Zaghi, su delega del Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, e dal Direttore dell’Agenzia del Demanio, Antonio Agostini.

Il Protocollo, elaborato e coordinato dalla Task force valorizzazioni e dismissioni immobili della Difesa, costituisce un ulteriore tassello nel percorso di sinergie Istituzionali che si vuole realizzare per mettere a sistema le energie, le risorse e, soprattutto, le conoscenze nello sviluppo e nell’implementazione dei processi di trasformazione e di riqualificazione del territorio. Ciò per favorire il miglioramento dello stesso territorio e della qualità della vita degli abitanti.

Nuova terapia a base di IgG anti-Covid

Kedrion Biopharma, azienda biofarmaceutica italiana attiva nel settore dei plasma-derivati, annuncia una partnership con il Columbia University Irving Medical Center americano per “un progetto di ricerca sullo sviluppo e sul test di una nuova terapia a base di IgG (Immunoglobuline G, ndr) contro Covid-19”, messa a punto dalla società con sede a Castelvecchio Pascoli, in provincia di Lucca, e da Kamada Ltd, azienda biofarmaceutica israeliana specializzata in prodotti plasma-derivati.

Secondo i termini dell’accordo, “Kedrion fornirà alla Columbia il plasma di pazienti convalescenti da Covid-19, destinato ad essere utilizzato per la produzione della terapia IgG. Questo plasma da convalescente sarà testato dalla Columbia University contro le proteine virali per verificare il potere neutralizzante delle Immunoglobuline iperimmuni”.

Sì alla memoria, no alla nostalgia.

La politica contemporanea, come quasi tutti sanno, non ha più memoria storica. Vive alla giornata, dominata dalla legge del consenso immediato, dalla radicale dipendenza dei sondaggi e che prescinde da qualsiasi progettualità di medio lungo/periodo. È l’epoca del trasformismo da un lato e della improvvisazione e della casualità dall’altro. Del resto, ormai, abbiamo quasi la matematica certezza che ciò che si dice al mattino può essere tranquillamente smentito alla sera. E viceversa. Da qui deriva anche la caduta verticale della credibilità dei politici e, soprattutto, dei partiti. Una stagione, l’attuale, che assomiglia – dicono i sondaggisti – a quelle che abbiamo vissuto ai tempi di “tangentopoli” nel lontano ‘92-‘93 e all’ormai celebre “vaffaday” di grillina memoria del 2007. Certo, non è facile, nè semplice, coltivare la memoria storica, politica e culturale in un contesto dominato dalla cosiddetta ideologia dell’anno zero. Ovvero da una concezione, tipico delle forze populiste e demagogiche contemporanee, che hanno nel loro nucleo originario la cifra di radere al suolo tutte le culture politiche che hanno preceduto la loro esperienza. Da qui, per coerenza, la definizione di un partito che non è nè di destra, nè di sinistra nè di centro ma è semplicemente “oltre”. Di cosa nessuno sa, ma la realtà è semplicemente così. Piaccia o non piaccia. 

Ora, se si vuole ridare nobiltà alla politica, rilanciare il ruolo dei partiti politici democratici e costituzionali, restituire credibilità agli stessi politici e recuperare la valenza e il significato delle grandi tradizionali ideali del nostro paese che hanno accompagnato e guidato, con i loro valori e i loro principi, la crescita e il consolidamento della nostra democrazia, è indubbio che non si può prescindere dalla memoria storica. O meglio, dal recupero della memoria storica, politica e culturale. Che è cosa ben diversa dalla regressione nostalgica e dal perenne sguardo rivolto all’indietro. Ma una cosa è abbastanza certa. E cioè, non è possibile sconfiggere il populismo demagogico e anti politico, che purtroppo continua a correre negli umori popolari e nelle viscere del paese anche se è meno foraggiato, rispetto ad un passato recente, dai grandi orgasmi di informazione, se non si recupera il valore della memoria storica. In discussione non c’è, come ovvio e scontato, il ritorno dei vecchi partiti o delle antiche organizzazioni politiche.

Semmai, e molto più semplicemente, si tratta di non disperdere un patrimonio di cultura, di idee, di valori e di umanità sacrificandoli sull’altare di una maldestra e sempre più effimera modernità. Non è più tollerabile assistere ad una continua e reiterata rimozione di tutto ciò che è semplicemente riconducibile al passato. Dalla tradizione dei grandi partiti popolari al magistero degli statisti e dei leader principali, dalle singole culture di riferimento al retroterra etico, ideale e programmatico delle grandi culture politiche, riformiste e costituzionali. Del resto, l’inaridimento e la mediocrità dell’attuale classe dirigente politica, salvo rare eccezioni, è riconducibile proprio a questo elemento. E cioè, al fatto di aver azzerato l’intero passato travolgendo la memoria e relegandola, appunto, ad un fatto nostalgico e quindi privo di appeal e di reale cittadinanza politica.

E fin quando questo processo di profonda inversione di rotta non si innesca, avranno buon gioco le forze populiste e demagogiche ad affermarsi facendo leva su luoghi comuni e su slogan che sono sempre più appassiti ma che, comunque sia, continuano a mietere consensi sulle ali del qualunquismo, della improvvisazione politica e del pressapochismo culturale. Per dirla con Mino Martinazzoli, del “nulla della politica”. Non c’è affatto da stupirsi, quindi, se in un contesto del genere prospera e si consolida la prassi del trasformismo. Perchè, quando tramontano i riferimenti ideali e la coerenza politica diventa un puro optional, è del tutto evidente che la stessa politica si riduce esclusivamente e radicalmente ad una logica di puro potere e, di conseguenza, al mantenimento dello stesso. Come, puntualmente, avviene con i partiti populisti nella vita pubblica italiana. 

Lungo questa sfida, quindi, si gioca – o meno – il ritorno ad una politica dignitosa, nobile e soprattutto credibile. Se, al contrario, si consolida la tesi dei populisti che il passato, la memoria e la tradizione sono puri orpelli da appendere definitivamente ed irreversibilmente al chiodo, non lamentiamoci se poi la credibilità della politica, dei politici e degli stessi partiti, nella considerazione dei cittadini, si riduce ad un misero 4%. Perchè ogni risultato, di norma, è sempre figlio di una precisa azione e di una altrettanto precisa pianificazione. 

Politiche e misure della poverta’: il reddito di cittadinanza

Nella breve sinossi  introduttiva al suo saggio Sgritta osserva come – a meno di un anno dall’entrata in vigore della legge 4/2019 – si possano evidenziare alcuni rilievi critici in ordine al perseguimento degli obiettivi prefissati: l’importo medio del reddito è relativamente basso (522 euro mensili), vengono penalizzate le famiglie più numerose, il numero dei beneficiari è inferiore a meno della metà di quelli previsti, la mancanza di lavoro in alcune aree del Paese, specie al Sud,  mette a rischio “l’obiettivo politico principale di questa misura, vale a dire promuovere l’inserimento lavorativo, con il rischio di ridurlo a un semplice strumento di assistenza sociale”.

Basterebbe questa valutazione d’insieme per far emergere come il reddito di cittadinanza abbia prodotto più criticità che vantaggi coerenti con lo scopo della sua introduzione.

Nell’incipit del saggio Sgritta si chiede senza indugi come mai – anziché imbarcarsi in una nuova previsione normativa densa di incognite per la politica, l’amministrazione e gli stessi aspiranti beneficiari- non sia stato dato seguito ad un ampliamento migliorativo del REI (il reddito di inclusione) già esistente: soluzione più semplice e consequenziale rispetto a questa nuova via intrapresa che evidenzia d’impatto lacune di stima e procedurali in ordine alla visione istituzionale e alla realtà sociale del Paese.

Definito per decreto il RdC una “misura fondamentale di politica attiva del lavoro e garanzia del diritto al lavoro, di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale, nonché diretta a favorire il diritto all’informazione, all’istruzione, alla formazione e alla cultura attraverso politiche volte al sostegno economico e all’inserimento sociale dei soggetti a rischio di emarginazione nella società e nel mondo del lavoro”, Sgritta rileva un bisticcio interpretativo tra il concetto di lavoro come antidoto alla povertà e la povertà come conseguenza della mancanza di lavoro: lettura non appropriata della povertà in quanto essa è legata non solo all’assenza ma anche all’insufficienza di reddito da lavoro, in un contesto in cui il rinnovamento dei centri per l’impiego è solo una vaga intenzione senza seguito pratico.

Una seconda osservazione concerne la “teatralità” del RdC che mette insieme tre condizioni – “il contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale» – che hanno spiegazioni e riferimenti diversi: pur interpretando la povertà nel suo significato estremo di ‘povertà assoluta’ (definizione assente nel decreto) il RdC non sembra in grado, per come è congegnato, di perseguire contemporaneamente i rispettivi risultati, attorcigliato nella stretta del politichese. “Vaste programme”, avrebbe commentato De Gaulle.

 Il benchmark  del provvedimento del ‘Governo Conte 1’ è quantificato nel “garantire un livello minimo di sussistenza”, in realtà assimilabile allo status di povertà assoluta: un ossimoro che stride anche con le stime EUROSTAT e ISTAT nel quantum di persone povere assolute, oltre che con il senso logico dell’ operazione, considerata l’equivalenza semantica e di status tra ‘povertà’ e ‘livello minimo di sussistenza’: come dire che per i poveri tutto resterebbe come prima. Ma c’è un altro ‘equivoco lessicale’, poiché non di reddito di cittadinanza si tratta, essendo rivolto alla famiglia  con ISEE inferiore ai 9360 euro annui e non agli individui, coniugando misure di lotta alla povertà e inserimento lavorativo, ed essendo fruibile a chi risiede in Italia da almeno 10 anni, di cui 2 continuativi, in possesso della cittadinanza italiana o di Paese dell’U.E, con latenti ambiguità in ordine ai costi complessivi dell’operazione, non disponendo il Governo di stime ufficiali sul fabbisogno complessivo e basandosi sui dati ISTAT (5 milioni di individui e 1,8 milioni di famiglie in condizione di povertà assoluta). Mentre la stima dei potenziali aventi diritto al RdC si è basata sulla “memoria INPS” sui dati catastali e reddituali e sulla microsimulazione INPS che arrivava a stimare una platea di 2,4 milioni di persone e 1,2 milioni di nuclei familiari, con un costo totale di 8,5 miliardi di euro.

In realtà secondo l’osservatorio statistico INPS a gennaio 2020 le domande di RdC accolte ammontavano a 915.600 per complessive 2.370.938 persone coinvolte (alle quali vanno aggiunti 142.987 percettori della pensione di cittadinanza – PdC) in una platea cosi articolata: nel 90% dei casi le prestazioni sono chieste da italiani, nel 3,5% da un cittadino di un Paese EU, e nel 5,6% da extracomunitari in possesso di permesso di soggiorno EU di lunga durata, con un importo medio di 532 eu (562 eu al sud, 496 al centro e 468 al nord).

Confrontando il take up con la povertà assoluta si nota come il RdC sia ancorato al reddito (come misura per la concessione) mentre la povertà assoluta è parametrata ai consumi, inoltre il RdC non tiene conto dei prezzi dei beni acquistabili e della variazione del costo della vita, ancora esso utilizza una scala di equivalenza disegnata per ridurre l’importo del beneficio, per cui la famiglia risulta essere paradossalmente un ‘moltiplicatore della povertà’, infine l’RdC prevede un contributo per l’affitto non rapportato ai componenti del nucleo. Considerando la molteplicità degli obiettivi esposti nel decreto istitutivo del RdC si rileva come esso agisca in funzione di una possibile riduzione degli indici di povertà, mentre ancora incerti e labili risultano i dati relativi allo scopo principale dell’introduzione del RdC, cioè l’inserimento lavorativo: le stime più recenti riferiscono che solo il 2% dei percipienti il reddito ha trovato un’occupazione lavorativa.

A parere di chi commenta, pur non essendo l’argomento inserito nel saggio di Sgritta, si impone a questo punto una verifica circa l’effettivo ‘risultato’ prodotto dei cd. “navigator” (6000 vincitori del ‘concorso’ di cui la metà in via di assunzione da ANPAL e gli altri 3000 idonei che rivendicano un posto. In realtà mancano dati certi sul numero degli effettivi in servizio) i quali percepiscono un reddito (27.338,76 lordi annui) indipendentemente dal lavoro procurato ai percettori del RdC, con contratto fino ad aprile 2021.

Considerando i dati INPS sui nuclei in povertà assoluta, dal saggio risulta che solo il 50, 2% dei nuclei e il 47% delle persone valutati come potenziali ‘aventi diritto’, hanno in realtà percepito il reddito: se ad essi si aggiungono i percettori della PdC si giunge en gros a quantificare nel 72% al nord e – con un calo vistoso- nel 30% al sud coloro che pur facendo parte della platea degli aventi diritto al RdC (e alla PdC)  , ne sono al momento esclusi. Questo gap tra nord e sud rispetto ai Rdc e alle Pdc è un valore di stima che va indagato al fine di chiarire le ragioni della sottostima dei requisiti dei richiedenti del nord rispetto agli analoghi del sud. Circa il dimezzamento dei percettori del RdC rispetto al numero dei poveri assoluti, una ragione potrebbe rinvenirsi, ma mancano dati certi, alla limitazione del beneficio agli stranieri non EU.

Sgritta osserva inoltre che una spiegazione al gap potrebbe venire dalla cd. ‘economia non osservata’ che comprende l’economia sommersa e l’evasione fiscale, quella informale per ambiti ristretti a relazioni familiari o amicali e –infine- le attività illegali. Nel complesso una quota rilevante di ‘economia non osservata’ riguarda i lavoratori irregolari che l’ISTAT stima (al 2015, ultima rilevazione) in 3.098.000.

Particolarmente interessante il passaggio dove Sgritta ragiona sulla valutazione dei potenziali aventi diritto  al reddito circa l’opportunità di inoltrare domanda di accesso al RdC rinunciando alla  “possibilità di continuare a svolgere attività di lavoro irregolari o illegali dalle quali traggono un’entrata presumibilmente più remunerativa e forse anche più stabile nel tempo dello stesso RdC”.

La ricerca a questo punto si sofferma sulla “ripercussioni del prevedibile scompenso tra aspettative e risultati; tra le previsioni di copertura della misura (tarate sulle stime della povertà assoluta) e l’effettivo take up del sussidio”. Ne consegue una crescente importanza dell’indagine statistica non solo come fonte di fornitura di dati ma come base di orientamento, utilizzabile dal decisore politico. Gli scarti tra provvedimenti legislativi assunti per compiacere i cittadini (e quindi gli elettori) , il fabbisogno effettivo e le previsioni di spesa assumono una valenza discriminante per un buon governo della cosa pubblica.

“L’introduzione del RdC, introducendo  una scala di equivalenza diversa da quella utilizzata da ogni altro organismo nazionale e internazionale, l’aver accantonato parametri di rilievo come l’indice dei prezzi e il costo della vita, la ripartizione e il comune di residenza, e soprattutto l’aver partorito così un risultato che dimezza di fatto la stima «ufficiale» di povertà; tutte queste scelte gettano un’ombra sulla valenza politica della statistica pubblica, specificamente ma non solo della stima della povertà assoluta”. Ciò che determina una duplice defaillance: della politica, che in questo caso ha palesato l’assenza di una cultura di governo della realtà sociale del Paese essendo stata incapace di introdurre un sistema efficace di contrasto alla povertà e della statistica stessa – ‘magistratura del dato’- che risulta delegittimata e ridimensionata al rimorchio di decisioni politiche non ponderate.

Il decreto che introduce il RdC prevede infine il “principio di condizionalità” cioè l’obbligo di accettare almeno una delle tre offerte di lavoro congruo proposto. Ciò si scontra con la realtà sociale del Paese, dove il lavoro è carente e non può essere inventato per giustificare l’erogazione del RdC, ciò che non scioglie i dubbi di identità su una politica attiva del lavoro e una misura assistenzialistica. In un sistema Paese in cui la ricerca di un lavoro segue per il 90% dei casi dei percorsi informali (conoscenze, famiglia, amicizie ecc), il RdC risulta una misura ambigua, peraltro supportata da Centri per l’impiego fatiscenti, da ricostruire poiché avulsi dal nesso che lega domanda e offerta. Ma non potrebbe esser scritta conclusione più eloquente e pertinente di quella usata da Sgritta, alla quale mi affido per ogni opportuna riflessione, sic stantibus rebus.

“Che il Rdc sia finanziariamente sostenibile prima e dopo il 2021, stante la situazione economica e l’instabilità del quadro politico, è al momento imprevedibile; che possa contribuire a semplificare la giungla delle indennità, degli assegni, dei sussidi nazionali e locali, anche questo è, allo stato, improbabile. Ciò che certamente non potrà fare è abolire la povertà”.

Roma verso le elezioni del 2021

Da settembre entrerà nel vivo la campagna che ci porterà nella prossima primavera al rinnovo dell’amministrazione capitolina. Al centro del dibattito ci sarà il futuro di Roma e la necessità di una guida che si distingua per una maggiore competenza rispetto a quella espressa dall’attuale amministrazione; considerate le condizioni in cui versa la Capitale, non dovrebbe essere un obiettivo difficile da raggiungere! 

Ma le elezioni comunali di Roma sono un appuntamento che di fatto non interessa in modo esclusivo i romani chiamati al voto, perché le vicende politiche della Capitale hanno sempre innescato processi politici di rilevanza nazionale. Il centrosinistra che vide la luce alla metà degli anni novanta prese le mosse proprio dall’aula di Giulio Cesare, in quella stessa aula divenuta poi la culla del Partito Democratico con la guida di Veltroni. Anche nella storia più recente Roma ha confermato questa sua vocazione di città in cui nascono esperienze politiche che vengono poi allargate ben oltre i confini capitolini; la stessa elezione della Raggi rappresentò (con tutte le negatività che abbiamo ben presenti) un tentativo di voltare pagina, iniziato a Roma e poi estesosi sul piano nazionale.

Il tema che si porrà nei prossimi mesi non è di facile soluzione. Dare vita ad un accordo organico con il M5S anche per le competizioni elettorali locali è infatti un’idea non priva di suggestioni e perfino di qualche ragione, perché in effetti la condivisione di obiettivi strategici legati al governo del Paese richiederebbe una parallela condivisione di responsabilità almeno nei livelli regionali e nell’amministrazione delle città più importanti e rappresentative. Del resto, in presenza di un’opposizione che utilizza ogni competizione elettorale per tentare di far saltare il governo, è più che legittimo che le forze di maggioranza si organizzino in modo adeguato.

Un’estensione a livello locale dell’accordo politico di governo (ferme restando le differenze e le specificità di ciascuna forza politica) è quindi una cosa possibile, ma non a Roma!

Potremmo dire “non a Roma” per come è stata amministrata la città, potremmo aggiungere “non a Roma” per come sono state disattese le roboanti promesse dei pentastellati che negavano l’esistenza di una complessità nella quale sono invece rimasti impantanati fin dai primi passi, potremmo dire “non a Roma” stigmatizzando le sgangherate parole con le quali Beppe Grillo ha recentemente apostrofato i romani come “gente de fogna”. Potremmo elencare diversi motivi che rendono difficile dare vita ad un accordo con i pentastellati a Roma, ma credo che la ragione più profonda risieda nel valore simbolico che ebbe per il M5S la vittoria elettorale del 2016 nella Capitale e quindi – conseguentemente – nel significato che assumerà la battaglia politica comunale del 2021 per  segnare un ritorno alla politica del confronto, della competenza e della ricucitura di un tessuto urbano che è sempre più diviso e lacerato.

La conquista del Campidoglio avviò per il M5S una fase di progressivo accreditamento presso l’opinione pubblica portando i “grillini”, di lì a due anni, al successo su scala nazionale nelle elezioni politiche del 2018. Oggi quella fase politica è chiaramente superata e le prossime elezioni comunali di Roma forniranno l’occasione per l’avvio di un nuovo dialogo con l’intero Paese. Da Roma può infatti partire un’iniziativa di stampo democratico, progressista e solidale da proporre come modello di governo nazionale per i prossimi anni.

Il centrosinistra deve preparare una proposta per l’amministrazione della Capitale ed offrirla con generosità alla città intera, avviando un confronto con tutte le parti sociali e le realtà rappresentative dei territori. Pochi punti, ma chiari e comprensibili;

  1. A venti anni dall’istituzione dei municipi sono maturi i tempi per passare dal decentramento all’autonomia; 2) riportare a Roma i grandi eventi di carattere culturale, scientifico e sportivo, per non tornare ad essere la città dei ministeri e dell’edilizia palazzinara; 3) favorire lo sviluppo di un’industria senza ciminiere da città del terzo millennio, attraendo più investimenti nei settori della comunicazione, della ricerca e dell’innovazione tecnologica; 4) valorizzare le potenzialità che la Capitale esprime come primo comune agricolo d’Europa e la sua capacità di coniugare il tessuto urbano con la tutela dell’ambiente e del verde; 5) fare di Roma un hub della solidarietà, della pace e dell’integrazione, raccogliendo il messaggio pastorale che Papa Francesco rivolge a donne e uomini di tutto il mondo prescindendo dalle differenze di tipo culturale, etnico e religioso.

Su questa tavolozza di principi ed indirizzi politici si apra un confronto per trovare una declinazione di dettaglio per ciascun obiettivo; ma il centrosinistra – ed il Partito Democratico in particolare – devono mettersi in campo con un atteggiamento di massima disponibilità ed apertura verso le forze vive della città, a partire dalla scelta del candidato sindaco.

Le prossime elezioni amministrative di Roma sono un’opportunità da non perdere, non solo per i romani, ma per l’intero Paese; un’occasione che non può essere sacrificata per interessi personali o convenienze di gruppi e gruppetti, più o meno numerosi, che in ogni caso non rappresentano l’interesse generale della collettività.

Ripartiamo da Roma, ricominciamo da Roma con la buona politica.

 

Trump: “Al via ai con i tele-comizi”

Alla fine anche Donald Trump si è arreso al coronavirus. Dopo essersi fatto vedere per la prima volta con la mascherina, il presidente americano ha annunciato la svolta dei “tele-comizi”: fino a quando ci sarà la pandemia la sua campagna non organizzerà più i mega raduni in stile ‘Make America Great Again’ ma degli eventi elettorali con i suoi sostenitori in teleconferenza.

“Voglio stare con voi, e questo sistema sostituirà i comizi che tanto amiamo”, ha detto il presidente parlando ai fan del Wisconsin nel suo primo comizio virtuale. “Li chiameremo ‘Trump Rallies’ – ha aggiunto – e avremo lo stesso un sacco di gente online a seguirci”.

 

Estate nei borghi per 2 italiani su 3

Due italiani su tre (66%) fanno pausa nei borghi durante l’estate 2020 alla scoperta di prodotti e tradizioni meno conosciuti ma anche per sfuggire al rischio del sovraffollamento nelle spiagge e nelle località turistiche più battute, di fronte all’emergenza coronavirus. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dell’indagine Notosondaggi che evidenzia un nuovo protagonismo dei centri minori spinto dagli effetti della pandemia che ha portato alla riscoperta del turismo di prossimità.

Un fenomeno favorito anche – sottolinea Coldiretti – dalla diffusione capillare dei piccoli comuni che incrementa la capacità di offrire un patrimonio naturale, paesaggistico, culturale e artistico senza eguali. In Italia i centri sotto i 5mila abitanti sono, infatti, 5.498, quasi il 70% del totale, secondo un’analisi Coldiretti su dati Istat, ma vi risiede solo il 16% degli italiani, pari a 9,8 milioni di abitanti, pur rappresentando il 54% dell’intera superficie nazionale. Ma in molte regioni il territorio coperto dai borghi arriva anche al 70%.

Un paesaggio fortemente segnato – spiega la Coldiretti – dalle produzioni agricole, dalle dolci colline pettinate dai vigneti agli ulivi secolari, dai casali in pianura alle malghe di montagna, dai verdi pascoli ai terrazzamenti fioriti, che contrastano il degrado ed il dissesto idrogeologico. Si tratta di un valore aggiunto non solo ambientale ma anche di armonia e bellezza per l’Italia che rappresenta anche un elemento di attrazione turistica che identifica il Belpaese all’estero, di cui l’agroalimentare Made in Italy è senza dubbio il fiore all’occhiello.

Non a caso il 92% delle produzioni tipiche nazionali secondo l’indagine Coldiretti/Symbola nasce proprio nei piccoli borghi italiani con meno di cinquemila abitanti, un patrimonio conservato nel tempo dalle imprese agricole con un impegno quotidiano per assicurare la salvaguardia delle colture agricole storiche, la tutela del territorio dal dissesto idrogeologico e il mantenimento delle tradizioni alimentari.

A garantire l’ospitalità nei piccoli centri è soprattutto – rileva Coldiretti – una rete composta da 24mila strutture agrituristiche con 253mila posti letto e quasi 442 mila posti a tavola. Gli agriturismi – sottolinea la Coldiretti – spesso situati in zone isolate della campagna in strutture familiari con un numero contenuto di posti letto e a tavola e con ampi spazi all’aperto, sono forse i luoghi dove è più facile, nell’estate del covid, garantire il rispetto delle misure di sicurezza per difendersi dal contagio fuori dalle mura domestiche.

Proprio per questo il 56% degli italiani – continua la Coldiretti – ritiene che l’agriturismo rappresenti una risorsa importante per il rilancio della vacanza Made in Italy duramente colpita dal calo di presenze determinato dall’emergenza cororavirus.

Lesioni cerebrali: esame del sangue può rivelarne la gravità

Nel liquido spinale c’è un biomarcatore che consente di diagnosticare con precisione le commozioni cerebrali e la loro gravità.
Secondo gli autori dello studio, pubblicato da Neurology, i livelli ematici di neurofilamento leggero (NfL), una proteina rilasciata dalla mielina delle cellule nervose lesionate, sono elevati tra gli atleti che hanno ricevuto molti colpi alla testa, moderati in coloro che hanno subito una singola commozione cerebrale e bassi nei controlli sani.

“Anche una lesione cerebrale traumatica lieve (mTBI) senza alcun segno visibile alla MRI può causare danni a lungo termine”, dice l’autore principale dello studio, Pashtun Shahim, del National Institutes of Health di Bethesda.

“Ciò che abbiamo osservato nel nostro studio è che il quantitativo di proteina del neurofilamento a catena leggera è molto più elevato vicino alla lesione e si riduce nel tempo”, continua Shahim. “Tuttavia, anche a cinque anni dalla lesione iniziale, i livelli nel sangue erano comunque aumentati rispetto a quelli nei controlli sani”.

Paolo Borsellino: una morte annunciata già davanti alla Commissione Antimafia

Domenica 19 luglio 1992 mentre si accingeva a far visita alla madre, al civico 21 di Via Mariano D’Amelio a Palermo, il magistrato Paolo Borsellino saltò in aria con la sua scorta, per un’autobomba fatta esplodere proprio come era accaduto, con le stesse modalità, nove anni prima per il collega Rocco Chinnici, capo dell’ufficio istruzione del Tribunale di Palermo: una Fiat 126 carica di 75 kg di tritolo, un anno dopo l’assassinio del Generale Dalla Chiesa.

Ma il presentimento della fine ormai prossima a cui andava incontro, il giudice Borsellino lo aveva radicato con precisione come un destino che stava scritto nella sequenza delle cose, il 23 maggio di quello stesso anno, giorno della strage di Capaci dove perse la vita il fedele collega ed amico Giovanni Falcone con la moglie Francesca Morvillo, cioè circa cinquanta giorni prima dell’eccidio di Via D’Amelio.

Sono passati 28 anni da quel duplice omicidio per opera della mafia ma ancora molte verità sono occultate, molte taciute, molti veleni non hanno smesso di circolare nei palazzi dei Tribunali e nelle più alte sedi delle istituzioni dello Stato.

Ogni anno ricordiamo con una partecipazione emotiva che non ha pari, quei tragici eventi.

Ma proprio in questi giorni, a distanza da quel 19 luglio 1992, emergono nuovi inquietanti risvolti e particolari agghiaccianti.

Come se quella lunga scia di sangue e terrore che macchiò per sempre la splendida terra della Sicilia avesse da dirci ancora qualcosa.

A cominciare dalle connivenze, dai sospetti, dalle complicità che avevano ammorbato e reso difficile quel periodo di lotta senza quartiere dei magistrati siciliani contro l’onnipotenza della mafia, che aveva portato al maxiprocesso del 1986/87 e di cui gli attentati fatali a Falcone e Borsellino furono l’epilogo della rivalsa crudele della mafia colpita al cuore.

Ogni anno ricordiamo ed esaltiamo queste figure straordinarie di uomini e servitori dello Stato: forse non abbiamo ancora approfondito a sufficienza i risvolti umani di quel terribile ‘uno-due’ che la mafia assestò allo Stato e alla Giustizia con l’eccidio di Capaci e la strage di Via D’Amelio.

Ci aiuta a ricostruire questa parte non ancora del tutto esplorata la decisione della Commissione Parlamentare antimafia di desecretare tutti gli atti raccolti dalla sua istituzione nel lontano 1962, e in particolare, proprio in prossimità del ricordo di quel tragico fatto di sangue che spense la vita di Borsellino, le audizioni rese dal Magistrato nelle sei occasioni in cui fu sentito dalla Commissione tra il 1984 e il 1991.

Dalla libertà di movimento di cui avevano goduto Bernardo Provenzano e Totò Riina, ai latitanti illustri del trapanese, alle connivenze politiche e alle fonti di finanziamento, fino ad aspetti finora non noti della vita quotidiana stessa – privata e professionale – del giudice Borsellino, della carenza di mezzi e dotazioni persino d’ufficio che lo avevano costretto a scrivere i verbali a mano e a rinunciare all’auto blindata per muoversi con la sua macchina privata: “La libertà la riacquisto – dice tra l’altro Borsellino rispondendo ad un esponente della Commissione – ma non vedo che senso ha perdere la libertà la mattina per essere libero di essere ucciso la sera”. Tutto questo si ascolta dai nastri e suscita emozioni agghiaccianti.

Se è doveroso apprezzare il gesto del Presidente della Commissione antimafia di togliere il segreto a quelle audizioni dell’alto magistrato non ci si può non domandare perché – in nome della verità e della giustizia – ciò non sia stato fatto prima. Non ci si può non immedesimare nello stato d’animo di quel giudice e servitore dello Stato, investito di responsabilità gravissime che rivolgendosi alla Commissione parlamentare antimafia mette a nudo tutte le sue difficoltà di uomo di legge e di persona non adeguatamente tutelata.

Un uomo solo, come solo era stato Falcone, magari osteggiato, vittima del disinteresse delle istituzioni, baluardo estremo della legalità di fronte alla più potente organizzazione criminale della Storia di questo Paese: un uomo, con i suoi inevitabili timori, con i suoi affetti, con i sentimenti di consapevolezza della situazione che lo ‘avvertiva’ di una sovraesposizione di se stesso, di una lotta impari, di un destino già scritto. Per questo l’ammirazione e la commozione ogni volta che si rievocano quei fatti ci assalgono non senza la rabbia che proviamo pensando che non fu fatto tutto il possibile per salvare quelle vite.

Dove è finita la famosa agenda rossa dove Borsellino custodiva i suoi segreti professionali e che portava sempre con sè? Se lo domanda a distanza di 27 anni il fratello Salvatore, adombrando che in molti sappiano ma tacciano.

Per non rendere vano il sacrificio di Paolo Borsellino, consapevole che la morte lo attendeva al varco come era successo due mesi prima a Giovanni Falcone ma fiero e coraggioso nel vivere ogni giorno in modo indomito, tutti gli aspetti oscuri di quelle vicende umane ed istituzionali, in tutti i meandri più reconditi ove alberga la verità non del tutto rivelata, devono essere chiariti e resi pubblici.

L’Italia non deve essere più il Paese delle morti eccellenti, dello stragismo senza colpevoli, dei misteri di Stato. Altrimenti le rievocazioni hanno il sapore amaro e beffardo della retorica.

Ai cattolici democratici serve un’assemblea costituente a cui parteciperà gente nuova

Riceviamo e volentieri pubblichiamo 

Il Domani d’Italia ha recentemente pubblicato un intervento dell’amico Ettore Bonalberti di cui è necessario cogliere le posizioni costruttive. Al tempo stesso, merita delle precisazione, oltre che delle correzioni. Ettore, infatti, non è stato adeguatamente informato sul percorso da noi avviato con il lancio del Manifesto e sui suoi ulteriori sviluppi. Questa non è però una mancanza a lui addebitabile, bensì una carenza da parte di chi non gli ha prospettato nel modo adeguato ciò che ci riguarda. Chiarisco subito: i partecipanti al Manifesto non hanno mai deciso di chiamarsi Parte Bianca!

Bonalberti e tutti gli amici che hanno dato vita alla Federazione dc aspirano alla ricostruzione di un’area in cui possano confluire  “forze moderate e centriste “. Per questo fa un appello anche a noi di Politica Insieme e a quanti hanno contribuito al lancio del Manifesto, oramai pubblicamente collegato al nome di Stefano Zamagni.

E’ importante chiarire che, così come la cosa è presentata da Ettore, emerge lampante la diversità d’impostazione data a due progetti che hanno sicuramente dei punti in comune, ma anche profonde differenze nella costruzione logica, negli accenti  e, soprattutto, nel metodo. 

La Federazione dei democristiani parte dall’assunto di creare un “centro” come se questo fosse di per sé unica questione assorbente e dirimente. 

Pure noi crediamo che sia necessario dare vita a una “centralità” di posizioni, cui concorrano credenti e non credenti, con l’obiettivo di partecipare a un’evoluzione del sistema politico italiano. Esso è costretto in una camicia di forze che porta, in realtà, a far svolgere un ruolo determinante alle posizioni più estreme che, poi, opportunisticamente, di volta in volta si presentano come centrosinistra o centrodestra. I risultati dei 25 anni appena trascorsi è  che il Paese si è progressivamente ritrovato in uno stato semi comatoso, le istituzioni e la struttura di gestione delle diverse articolazioni dello Stato vivono una drammatica crisi di funzionalità e di rappresentatività, l’Italia si rintraccia abbastanza ignorata sul grande scenario internazionale e non riesce a giocare in Europa il ruolo che dovrebbe esercitare. Poi, c’è tutto il resto: giustizia, scuola, economia, ritardo nel campo scientifico e dell’innovazione, marginalizzazione delle autonomie amministrative e delle organizzazioni rappresentanti i corpi vitali della società. Insieme ad altro, sono cose di cui parliamo da tempo e, quindi, diamole per elencate.

Per questo abbiamo lanciato il Manifesto. Vogliamo dare vita a un “nuovo” soggetto politico per avviare un progetto di trasformazione di cui gli italiani hanno bisogno e che, a partire dall’ampio e silente mondo cattolico, costituisca un motivo d’impegno pubblico condiviso e porti sempre più larghe parti dell’elettorato a fuoriuscire dall’astensionismo.

Facciamo tutto questo pensando agli atti notarili che danno vita ad un qualcosa di originale e innovativo? Davvero dopo l’esperienza di Todi, crediamo ancora nel mettere verticisticamente insieme dei gruppi, spesso limitati a “leader” senza truppe? Oppure, che solamente facendo una sommatoria apicale, pensando magari a una “federazione” di associazioni e di gruppi consolidati, ma ai più sconosciuti, andremo oltre quei recenti fallimentari tentativi che hanno visto alcuni amici impegnati alle europee e nelle suppletive del primo collegio di Roma? Questa non è fare politica. Può apparire invece velleitarismo. Soprattutto, se sono perpetuati i vizi chiaramente emersi nel corso di quella che chiamiamo la stagione della cosiddetta “diaspora”.

Diciamoci con franchezza le cose come stanno. La Federazione degli amici dc va verso le elezioni regionali pensando a liste che finiranno per schierarsi in alcune regioni nel centrodestra. Così come altri personaggi, anche autorevoli, hanno già raggiunto accordi con il centrosinistra in altre. Ci viene spiegato che questo è necessario perché nel Veneto vince sicuramente il leghista Zaia e in Campania finirà per trionfare il Governatore De Luca. Ma è questo un modo serio e credibile per presentarsi dinanzi agli italiani e dire loro che si vuole dare vita a “un partito di ispirazione cristiana impegnato a tradurre nella “città dell’uomo” le indicazioni delle ultime encicliche sociali della Chiesa cattolica, che rappresentano la risposta più approfondita e avanzata ai grandi problemi della globalizzazione”, come giustamente indica Bonalberti?

Può una valutazione d’opportunità, facilmente giudicabile opportunismo, costituire il punto di partenza per un qualcosa di veramente nuovo? Noi di Politica Insieme crediamo di no. E’ per questo che riteniamo indispensabile sottolineare la nostra decisa scelta per l’autonomia e indicare i contenuti di proposta politica programmatica destinate a qualificare ciò che sostanzia l’essere alternativi sia al centrodestra, che oggi è soprattutto destra, sia al centrosinistra, che è in realtà radicalismo di massa e del tutto indifferente alle questioni etiche che i cattolici al suo interno non riescono a far prendere in considerazione.

Ecco perché stiamo lavorando all’organizzazione di un’Assemblea costituente cui parteciperà gente nuova, intenzionata a definire la presenza dei cattolici democratici nella dinamica pubblica con una loro specifica caratura attorno cui, siamo certi, è possibile creare l’adeguata convergenza e partecipazione anche da parte di tanti laici.

E’ importante per noi seguire un metodo che assicuri non tanto la partecipazione dei soli vertici dei gruppi e delle associazioni concorrenti al comune percorso, bensì quella del patrimonio umano e di competenze espresso localmente, i singoli ( tra l’altro andiamo a dare vita a un partito che dovrà essere composto sulla base di coinvolgimento personale e non su quello di organizzazioni esistenti dalla fisionomia talora persino indefinita). E’ importante ricordare che crediamo nel metodo della collegialità, estranei come sia ad ogni idea che una forza politica debba avere a tutti i costi “l’uomo solo al comando”. Non ci manca il leader, perché crediamo in una leadership allargata.

A partire dal nome del “nuovo” soggetto, tutte le decisioni dovranno essere assunte attraverso un voto che l’Assemblea esprimerà sancendo così la nascita di un’entità politica pienamente responsabile di se stessa, e solo di se stessa. Quindi, ciò che è in procinto di nascere è un qualcosa di davvero democratico, radicato nei territori e che non scopre l’autonomia all’indomani di insuccessi elettorali leggibili come un ripiego necessitato perché si sono sempre più ridotti il ruolo e l’importanza riconosciute in accampamenti altrui. Ecco perché l’Assemblea costituente vedrà riuniti soprattutto coloro che credono e praticano già oggi l’autonomia.

Starà poi al nuovo partito riallacciare rapporti, verificare la serietà e la coerenza delle intenzioni, valutare il reale contributo di chiede di aggiungersi, evitando ogni riciclo e ambiguità da parte di vecchio personale politico.

La vera “federazione” che abbiamo in mente di realizzare è quella della ricostruzione nella società del raccordo con e tra le tante espressioni vitali del tessuto civile, imprenditoriale, del mondo del lavoro, di chi lavora nel digitale e nel campo della formazione scolastica e universitaria. Realtà oggi comunque operanti, ma in completa disconnessione con le forze che compongono l’attuale quadro politico. Non ci si può presentare al loro cospetto con accordi precostituiti e con metodi definitivamente seppelliti nel corso del crepuscolo di precedenti esperienze vissute in politica dai cattolici.

Cadevan le bombe come neve

Articolo pubblicato dall’Osservatore Romano a firma di Roberto Cetera

Cadono piccoli batuffoli di polline sul giardino , lì dove «Cadevan le bombe come neve». Fa molto caldo, come quella mattina di luglio. Quella dannata mattina. Qualche bambino calcia svogliato la palla verso la porta del campetto dell’oratorio, e indugia sotto lo schizzo dell’impianto di irrigazione. Poco più in là un gruppetto vociante di anziani prende il fresco sotto un albero di canfora. In una buffa inversione di ruoli appaiono più vivaci e “caciaroni” dei ragazzini lì accanto. Li accumuna tutti un bel parlare romanesco di altri tempi, che nulla azzecca con il romanaccio imbastardito dei giorni nostri. Giuseppe, ben più giovane, cerca di tenere a bada questa dolce esuberanza e ci viene incontro ad accoglierci sorridente al cancello di San Tommaso Moro, una delle due parrocchie del quartiere San Lorenzo. Giuseppe Romiti, 64 anni, è il responsabile del gruppo parrocchiale degli adulti. E ci spiega subito il perché di tanta euforia. Con il parroco, don Andrea, ha avuto la brillante idea di produrre un video, che proprio stasera 19 luglio verrà proiettato nell’ampio giardino di fronte alla chiesa.

San Lorenzo è oggi un quartiere abitato soprattutto da giovani universitari, e spesso risalta alle cronache per una movida turbolenta. Negli anni ’70 era soprattutto il fortino della sinistra giovanile estrema. Ma prima ancora era un pezzo importante della Roma più genuina e popolare. Un quartiere nato a fine ’800 come edilizia popolare destinata soprattutto ai ferrovieri: a metà strada tra la stazione passeggeri di Termini e lo scalo delle merci e la dogana. Per questa sua composizione sociale è sempre stato riconosciuto come un quartiere “rosso”: i “sanlorenzini” furono gli unici nel 1922 a tentare di sbarrare la via alla marcia su Roma, e per questo furono ferocemente colpiti dalla rappresaglia guidata da Italo Balbo. Ma fu soprattutto la contiguità ai due scali ferroviari a segnare per sempre la storia del quartiere. Nel pieno della seconda guerra mondiale, nel 1943, infatti, gli americani ritennero che la distruzione dello scalo merci avrebbe bloccato i rifornimenti di materiale bellico proveniente dalle industrie del nord Italia e dalla Germania verso le truppe che cercavano di resistere alla risalita della penisola dei militari alleati. Fu così che un sabato mattina, il 19 luglio, oltre 600 aerei, le “ fortezze volanti” attaccarono la capitale, scaricando oltre 4.000 bombe. Fu una carneficina per gli abitanti dei quartieri vicini allo scalo, San Lorenzo appunto, ma anche Prenestino, Casilino, Labicano e Tuscolano. Circa 3.000 romani rimasero sotto le macerie, e undicimila furono i feriti. Anche una buona parte del cimitero del Verano, accanto alla basilica di San Lorenzo, venne distrutta. Una ferita nel cuore della città, che non si è mai completamente cicatrizzata. Così come nel cuore dei romani è sempre viva l’immagine iconica e tragica di Papa Pio XII uscito dal Vaticano e accorso sul piazzale di San Lorenzo a benedire le vittime, e confortare i sopravvissuti. La tragedia, come è noto, ebbe due immediate e importanti conseguenze: la dichiarazione di Roma “città aperta “ da parte del Pontefice e, solo sei giorni più tardi, la caduta e l’arresto di Benito Mussolini , decretata dal Gran Consiglio del fascismo nella notte del 25 luglio.

A tener viva la memoria della profonda ferita è il parco di fronte alla parrocchia, dedicato ai caduti del 19 luglio, con i nomi iscritti di tutte le vittime, e anche la scelta di non riedificare alcuni dei palazzi bombardati: muri ciechi e buche che sembrano fantasmi architettonici. Ma ormai 77 anni dopo, tanti testimoni di quel tragico sabato mattina ci hanno lasciato, e da qui la buona idea di Giuseppe e del parroco Lonardo, di registrare in un video i ricordi degli ultimi sopravvissuti.

Pierina Toccaceli ha superato da un po’ il traguardo dei 90 anni, ma la sua memoria è ancora molto vivida. Era una giovane ragazza in quel terribile 1943. «Noi ragazze eravamo proprio qui dove ora c’è la parrocchia. Allora era la cappella di un convento di suore, a Villa Mercede, dove fermava un trenino sulla via Tiburtina che arrivava da Tivoli. Le suore “francesi” le chiamavamo. Erano molto brave nell’educare alle buone maniere le giovani signorine come noi. Noi non capivamo bene ancora cosa stesse succedendo alla fine degli anni ’30, eravamo ancora piccole e infarcite della propaganda fascista. Mi ricordo quando nel maggio del 1938, ci “impacchettarono”, in divisa e festanti, per andare ad applaudire Hitler ai Fori imperiali in visita a Roma. Io nel 1943 lavoravo già. In Vaticano, in un ufficio, voluto dal Papa, che si occupava di ricercare i soldati dispersi sul fronte russo e di aiutare le famiglie. Quella mattina sentimmo le sirene e vedemmo in lontananza il cielo pieno di aerei. Poi il rumore delle esplosioni e colonne di fumo che si alzavano. A occhio si capiva che si trattava della zona est della città. Mi venne un groppo in gola, la mia famiglia era lì a San Lorenzo. Scappai di corsa dall’ufficio e riuscii a salire su un tram che ancora circolava e poi di corsa a piedi col cuore a mille. La gente intorno a me: sentivo che gridava “San Lorenzo. San Lorenzo” per indicare dove erano cadute le bombe. Noi abitavamo a via dei Sabelli, nel cuore del quartiere. Raggiunsi finalmente casa che era per fortuna ancora in piedi e i miei erano tutti salvi. Ma tutto intorno era solo morte e distruzione. Un’immagine che mi porto dietro ancora oggi e non scorderò mai. La notte dormimmo in un rifugio e il giorno dopo scappammo via da Roma, in Abruzzo».

Nel bar di fronte alla parrocchia, prima di entrare, avevamo incontrato un vecchietto arzillo, Edmondo, anche per lui la memoria ha continuato a vivere su quelle immagini «Lavoravo a piazza Vittorio, oltre la ferrovia. Appena finito il bombardamento corsi verso casa, ero in ansia per i miei fratelli più piccoli. Vidi qualcosa che non posso dimenticare: da piazzale Tiburtino lungo la Tiburtina fino al piazzale del Verano erano messi in fila i cadaveri degli estratti dalle macerie, perché i parenti potessero riconoscerli».

Augusta Tubotti era invece proprio piccolina «ma alcune immagini mi sono rimaste impresse. Quella innanzitutto di papà che mi prende in braccio e mi tiene stretta mentre scappiamo. E poi il trambusto, le urla. Non potevo capire che stesse succedendo ma vedevo paura e avevo paura. Mio papà era il responsabile della sicurezza del nostro palazzo, come si usava attribuire a quei tempi. E mi ricordo che in quelle ore tragiche oltre che a noi, dovette dare aiuto alle persone fragili, i ciechi, i disabili che vivevano nel condominio per portarli nel rifugio antiaereo».

«Abbiamo voluto registrare queste voci — riprende Giuseppe — perché anche domani e dopodomani si continui a ricordare. Soprattutto i giovani. Qui ci sono oggi tanti studenti fuori sede che neanche conoscono questa storia, oppure solo per sentito dire o per aver ascoltato la canzone di De Gregori “San Lorenzo (19 luglio 1943)”. Noi vogliamo che invece “passi” tutto l’orrore della guerra, perché chi non l’ha vissuta non può capire appieno».

«Il video che proietteremo stasera a tutto il quartiere non ha commenti — conclude don Andrea — ma solo le parole di questi nostri parrocchiani superstiti. Io credo fermamente che una comunità non si costruisca solo sulla condivisione di un credo religioso ma anche nella comunione di vita e di memoria».

Senza perdere il legame con le tragedie di oggi: il video si conclude con due immagini in sovrapposizione. Quella di Papa Pio XII a braccia aperte verso il cielo a San Lorenzo il 19 luglio del 1943, e quella di Papa Francesco in preghiera da solo sotto la pioggia a San Pietro la sera del 27 marzo del 2020.

Il Pentagono vieta la bandiera confederata su tutte le basi militari statunitensi

Il Segretario della Difesa, Mark Esper, ha emesso un memoradum che impone il divieto di esporre la bandiera confederata nelle installazioni militari degli Stati Uniti in tutto il mondo.

Saranno permesse solo alcune bandiere con il logo dell’unità.

Tale decisione sicuramente aumenterà la tensione tra Esper e il presidente Donald Trump, che, alcuni giorni fa, aveva dichiarato che gli americani che vogliono mostrare la bandiera confederata lo devono poter fare in piena libertà.

Mentre al contrario Eper chiarisce che: “Le bandiere che sventoliamo devono essere conformi agli imperativi militari di buon ordine e disciplina, trattare tutto il nostro popolo con dignità e rispetto e rifiutare i simboli di divisione”.

Maltempo, addio a 1 frutto su 3

E’ SOS grandine nelle campagne che è la più temuta in questa fase stagionale per i danni irreversibili che provoca in piena estate alle coltivazioni nelle campagne dove è andato perso quest’anno 1 frutto su 3 per effetto del clima impazzito, con il moltiplicarsi di eventi estremi. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento all’allerta gialla della protezione civile su 9 regioni lungo tutta la Penisola per i maltempo con rovesci di forte intensità, frequente attività elettrica, locali grandinate e forti raffiche di vento. Nelle zone interessate dalla nuova perturbazione – sottolinea la Coldiretti – sono particolarmente concentrate le coltivazioni di frutta in piena raccolta ma anche gli ortaggi, i cereali per l’alimentazione del bestiame ed i vigneti dove sta per iniziare nelle prossime settimane la vendemmia.

Gli eventi eccezionali – precisa la Coldiretti – sono diventati la norma in Italia con bombe d’acqua che esplodono su territori circoscritti come a Palermo, grandinati killer dai chicchi grossi come noci che offrono scenari suggestivi da nevicata alla vigilia dell’estate ma anche improvvise trombe d’aria e violente raffiche di vento che hanno effetti drammatici sulle città e sulle campagne. Siamo di fronte alle evidenti conseguenze dei cambiamenti climatici anche in Italia con una tendenza alla tropicalizzazione che – continua la Coldiretti – si manifesta con una più elevata frequenza di manifestazioni violente, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi ed intense ed il rapido passaggio dal sole al maltempo, con sbalzi termici significativi che compromettono le coltivazioni nei campi con costi per oltre 14 miliardi di euro in un decennio, tra perdite della produzione agricola nazionale e danni alle strutture e alle infrastrutture nelle campagne.

Il risultato è che quest’anno si stima in Italia – riferisce la Coldiretti – una produzione di pesche e nettarine ridotta del 28% per un raccolto di quasi 820mila tonnellate mentre il quantitativo di albicocche con 136mila tonnellate è più che dimezzato rispetto allo scorso anno (-56%) ma in calo anche le ciliegie con il maltempo che ha falcidiato il raccolto in Puglia. Una tempesta anche nel carrello della spesa con un aumento dei prezzi al consumo dell’11,5% per la frutta e del 4,6% per gli ortaggi che in alcuni casi vengono pagati agli agricoltori al disotto dei costi di produzione. Di fronte al pericolo dell’inganno la Coldiretti consiglia di verificare su cartellini ed etichette obbligatori per legge l’origine nazionale, di preferire le produzioni locali che non essendo soggette a lunghi tempi di trasporto garantiscono maggiore freschezza, privilegiare gli acquisti diretti dagli agricoltori, nei mercati di campagna amica e nei punti vendita specializzati anche della grande distribuzione dove è più facile individuare l’origine e la genuinità dei prodotti.

Gli italiani in viaggio scelgono la montagna

L’Italia della ripartenza punta alla ripresa grazie alle vacanze prolungate fino ad ottobre. Il 47,5% degli italiani che farà almeno una vacanza questa estate preferirà soggiorni di fine estate: nei villaggi turistici il 46,2% delle vacanze degli italiani si svolge tra luglio e agosto come negli alberghi di categoria medio bassa il 44,5%.

Negli alberghi (oltre le tre stelle) le vacanze degli italiani si svolgeranno – nel 71,2% dei casi – a fine estate. Il top delle vacanze di fine estate saranno le country house, i campeggi e le vacanze dai parenti.
Tiene il sogno straniero di una vacanza in Italia: dal web segnali positivi con 231milioni di interazioni e oltre 658mila reazioni di gradimento, 89mila di affetto, 340mila di empatia e 64mila di stupore per il Belpaese. Inoltre il tema turismo è finalmente tra i primi 10 temi web dominanti a livello internazionale e produce 370,7 milioni di visualizzazioni.

Quindi nell’immaginario dei turisti stranieri potenziali, l’Italia torna ad essere la grande destinazione turistica che è sempre stata, in uno scenario sempre meno legato al Covid.
Le proiezioni di Enit per tutto il 2020 vedono la montagna meno colpita dal trend negativo del turismo (-39% sul 2019), rispetto alle destinazioni costiere (-51%) e alle città d’arte (-49%) maggiormente dipendenti dai turisti provenienti da oltreoceano.

Il turismo montano va bene ed intercetterà il 60% dei visitatori dal mercato interno, consolidando un trend positivo e confermandosi la destinazione adatta in questo periodo post pandemico. In confronto, le destinazioni costiere e le città d’arte in particolare risentono in maniera più pronunciata della chiusura dei voli e della quarantena prevista per gli arrivi extra-Shengen, essendo mete a maggiore incidenza dei visitatori internazionali. Migliorano le prenotazioni straniere dal 13 luglio al 23 agosto, con un calo del -90,1% (era -91,7% 15 giorni fa).

Da alcuni mercati c’è una frenata alle disdette: in particolare, la Germania passa da -83,7% a -75,7%, e la Francia da -79,1% a -64,9, il Regno Unito da -90,6% a -86,5%. Scontato il calo dagli Usa, in considerazione della fase acuta della diffusione del virus che sta vivendo quel Paese (-94,3%) e per analoghi motivi la Russia (-93%).

Per l’intero trimestre estivo da luglio a settembre l’Italia realizza un calo degli arrivi aeroportuali internazionali in linea con quello degli altri Paesi concorrenti (Italia -86,9%), Francia (-83,9%) e Spagna (-83,4%). Una contrazione più profonda a luglio (-90,4%) rispetto ad agosto (-85,3%) e a settembre (-83,3%). Il totale degli arrivi aeroportuali internazionali dal 1° gennaio al 12 luglio registra perdite un -81% rispetto allo stesso periodo del 2019.

In ragione di quanto appena detto per gli Usa (-87,5%) ma anche per la Cina (-88,8%). Diminuzione contenuta è quello dalla Francia, che si assesta su un -72,5%.
Gli arrivi internazionali in tutto il 2020 calano del -55% rispetto al 2019 (pari a 35 milioni di visitatori) e l’Italia perde 119 milioni di pernottamenti nel 2020 (165 milioni compresi gli italiani). Come proiezione per tutto il 2020 in termini di arrivi internazionali l’Italia è linea con la Francia e la media dell’Europa Occidentale (-52%). Ha più appeal di Croazia (-68%) e Grecia (-58%), mentre è in linea con la Turchia che è ha ugualmente arrivi internazionali in calo del -55%. Perde 5 punti in più della Spagna (-50%).

Sul sito Enit alla sezione bollettino è disponibile il report aggiornato sulla situazione dei provvedimenti legati al Covid di tutti i Paesi.

Il 10% dei casi Covid-19 a livello globale sono operatori sanitari

“Il 10% dei casi Covid-19 a livello globale sono operatori sanitari “. Lo ha evidenziato il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, oggi in conferenza stampa a Ginevra. “Dopo mesi di lavoro in situazioni estremamente stressanti – aggiunge il direttore generale – molti operatori sanitari soffrono anche di stanchezza fisica e psicologica”.

“Tutti noi abbiamo un debito enorme nei confronti degli operatori sanitari, non solo perché si sono presi cura dei malati, ma perché hanno rischiato la vita in prima linea”, facendo “il proprio dovere”, ha detto il Dg, continuando: “Non c’è salute senza operatori sanitari”. Ricordando le recenti cerimonie a Parigi e in Spagna, e il ruolo di medici e infermieri nella lotta a Covid-19, il Dg Oms ha sottolineato l’impegno di questi ‘guerrieri’ che hanno “rischiato la vita in prima linea per fare il loro dovere”. Come evidenzia anche il fatto che “il 10% di tutti i casi nel mondo ha colpito operatori sanitari”.

La pandemia ha messo in luce il ruolo di questi professionisti, “e ci ha insegnato che la salute è il fondamento della stabilità”, economica e politica, ha aggiunto il capo dell’Oms, ricordando che 132 mln di persone soffriranno la fame anche in conseguenza degli effetti della pandemia.

Mattarella: “Abbiamo capito dalla crisi che possiamo uscirne solo con la  solidarietà”.

Siamo in un momento di decisioni importanti, direi storiche, per il futuro dell’Unione europea e voglio innanzitutto rivolgervi un ringraziamento. Non è stato facile per nessuno affrontare l’emergenza, adottare misure che fino a poco tempo fa erano impensabili, abbandonare cliché del passato e  proiettarci in una nuova comune prospettiva di rilancio. Possiamo essere orgogliosi di ciò che l’Unione europea ha realizzato e delle iniziative intraprese dagli Stati membri. Questa esperienza va coltivata, incoraggiata, per consentire ai nostri paesi e alla stessa Unione di essere capaci di rispondere meglio alle sfide globali. Dobbiamo essere fieri delle nostre Istituzioni, perché hanno reagito con tempestività. Anche la reazione del Parlamento europeo è stata responsabile e il proseguimento delle sue attività, con modalità inedite, ha consentito il funzionamento dell’Unione europea.

Mesi difficili, ma adesso si apre una fase nuova.

Le discussioni e le decisioni che saremo chiamati a prendere saranno determinanti per riconfigurare l’Unione dei prossimi decenni.

Ciò che tutti desideriamo ottenere è chiaro. L’ idea della crescita infinita si è esaurita per sempre. È arrivato il tempo di scegliere come e dove crescere nell’interesse dei cittadini e del pianeta. La pandemia ci consegna nuove responsabilità e doveri: la responsabilità di scegliere e il dovere di farlo nell’interesse di tutti e non di pochi. Se questo è  il quadro le scelte su dove investire sono chiare: economia verde,  salute,  formazione, diritti digitali, diritti democratici e diritti sociali. Inclusione invece che esclusione. E devo dire che questa era la nostra visione quando il Parlamento europeo ha accordato la sua fiducia alla Commissione presieduta  da Ursula von der Leyen. Le nostre priorità erano già quelle giuste, e la crisi adesso non ha fatto altro che confermarci in questa convinzione.

Dinanzi alla crisi attuale, abbiamo tutto da perdere o tutto da guadagnare. Come ha giustamente detto a più riprese la Cancelliera Merkel, la posta in gioco è la sopravvivenza dell’Unione e del suo mercato interno. Sono fiducioso che tutti insieme, con responsabilità, sapremo rispondere a questa immensa sfida.

Ma in che modo la raccoglieremo? Disponiamo di una soluzione la cui architettura riscuote consenso. Ringrazio la Presidente della Commissione per averla elaborata.

Il piano di ripresa deve essere all’altezza delle nostre ambizioni. Deve contribuire a trasformare l’economia e lottare contro le disparità che si stanno aggravando. Della crisi dobbiamo aver paura perché gli effetti sociali e la perdita di posti di lavoro non risparmiano nessuno.

Il pacchetto di misure annunciato dalla Commissione europea il 27 maggio è un passo decisivo nella lunga storia dell’integrazione europea. La Commissione ha  proposto, per la prima volta, di prendere in prestito fino a 750 miliardi di euro sui mercati finanziari nel quadro di un nuovo strumento di ripresa. È questo il dispositivo essenziale di cui dotare l’Europa in questa fase.  Il Parlamento sostiene questa impostazione, il suo importo e la ripartizione indicata  tra sovvenzioni e prestiti.

Il “Next Generation EU”, tuttavia, non dovrà pesare sulle generazioni future. Non potremo lasciare in eredità  disavanzo  e indebitamento nazionale accresciuti, o politiche europee ridimensionate. Per questo  le nuove risorse proprie serviranno innanzitutto a ripagare i prestiti e poi a dotare l’Unione di entrate stabili e autosufficienti. Ci aspettiamo l’introduzione di un pacchetto di risorse proprie con un impegno alla loro entrata in vigore il prima possibile e comunque entro il 2023. Così pure riteniamo che sia giunto il momento di eliminare tutti gli sconti nella contribuzione degli Stati membri, che sono iniqui e difficili da giustificare. Per il Parlamento queste sono priorità. Così come un meccanismo di governance che fissi in modo adeguato il principio del controllo democratico sull’allocazione delle risorse e l’approvazione dei piani nazionali di ripresa. A soldi presi in prestito insieme deve corrispondere una gestione rispettosa del metodo comunitario.

Sarebbe inimmaginabile che un’Europa che ha deciso una risposta comune alla crisi escluda il Parlamento.

L’autorità di bilancio deve avere voce in capitolo nella corretta attribuzione delle risorse rispetto alle priorità politiche. Inoltre, per garantire un’appropriata canalizzazione di queste ingenti risorse finanziarie nei programmi del QFP, il Parlamento in qualità  di co-legislatore deve esercitare le proprie prerogative.

Sarebbe un grave errore compiere un passo indietro rispetto a tutte le riforme della governance economica attuate in Europa dopo l’ultima crisi finanziaria.

Dobbiamo dirci le cose con chiarezza. Il Parlamento è deluso dalla proposta di QFP presentata a questo tavolo. Abbiamo da tempo richiesto che esso garantisca un adeguato livello di finanziamento delle politiche di convergenza e al tempo stesso metta in campo i fondi necessari per quelle priorità che tutti salutano come decisive: green deal, digitalizzazione e resilienza.  Una sana  programmazione di medio periodo, ovvero i prossimi 7 anni, deve essere credibile e compatibile. Se fissiamo tetti di spesa troppo modesti chi ci prenderà sul serio? Vedete, cari amici del Consiglio europeo, non è possibile dissociare il piano della ripresa dal QFP. Non è realistico. Serve un bilanciamento ponderato fra uno strumento che è straordinario e temporaneo e un altro che è permanente e ordinario. Occorre sincronizzare meglio i due strumenti nella durata e nell’efficacia.

Perché vi sia ripresa non è possibile agire senza garanzie di finanziamento costanti e a lungo termine. Questa è una condizione fondamentale per il Parlamento.

Abbiamo capito dalla crisi che possiamo uscirne solo con la  solidarietà. E quella che stiamo mettendo in campo è la forma più visibile di un’Europa unita. Solidarietà esige responsabilità e coerenza. Siamo cresciuti insieme attorno a valori comuni. Non riduciamo l’Unione europea ad un distributore automatico di soldi. Il Parlamento dà una grande importanza alla buona gestione delle risorse comuni e al tempo stesso al rispetto dei principi dello stato di diritto. Non è una opzione: solidarietà e benefici del mercato comune vanno di pari passo con il rispetto dei nostri valori. I cittadini esigono che le istituzioni siano garanti di questa coerenza. Si  tratta di una condizionalità in grado di preservare la natura e l’autorevolezza delle nostre Istituzioni.

Come avete capito bene il Parlamento darà il suo consenso al QFP solo al soddisfacimento delle priorità che oggi ho richiamato. Lo dico con tutto il rispetto dovuto al vostro ruolo, ma anche con la fermezza che deriva dal mandato che ho ricevuto dal Parlamento a grandissima maggioranza con la risoluzione votata nel maggio scorso.

Signore e signori del Consiglio europeo, negli anni passati ci hanno  detto che quello che andava bene ai ricchi sarebbe andato bene anche ai poveri. Lo sappiamo tutti che non è andata così. Da troppi decenni chi nasce povero, resta povero. Da troppi decenni la mobilità sociale,  così importante per la mia generazione, non funziona più. È per questo che il Parlamento chiede un progetto più ambizioso. Noi rappresentiamo tutti i cittadini europei e la grande maggioranza è composta da quelli che non  ce la fanno. Se noi non saremo all’altezza e non risponderemo con coraggio e senso della giustizia a questa moltitudine, che ha il diritto ad un futuro sereno, per sé e per i propri figli,  non avremo soltanto un grande problema di costruzione europea, ma di vera e propria tenuta delle istituzioni democratiche.

Siamo sotto i riflettori di tutto il mondo. Alcuni ci guardano con speranza, perché credono nella potenza dell’Europa, nei suoi valori e nella sua affidabilità in qualità di partner. Talvolta, aspirano a esserne parte. Altri ci guardano nell’attesa di vedere la nostra Unione europea disgregarsi, per prenderne il posto sulla scena internazionale. Questi ultimi non vogliono vedere un’Europa forte, democratica, sviluppata economicamente e socialmente, egualitaria e rispettosa dei diritti di tutti, al suo interno e al di fuori dei suoi confini. Per essi, l’Unione rappresenta un affronto al loro modello di società. Non diamo ragione a queste voci e dimostriamoci degni della fiducia che i nostri cittadini e i nostri partner internazionali nutrono in noi.

La Dc e il potere di oggi. Nessuna parentela.

Ci risiamo. Non passa settimana dove non si traccia il confronto tra quel leader o statista democristiano e qualche esponente dell’attuale nomenclatura politica e di governo. Una operazione alquanto ardita, nonchè originale, non solo per la distanza siderale tra quella classe dirigente e quella contemporanea ma anche, e soprattutto, per la differenza quasi antropologica tra il profilo e la natura politica della leadership diffusa democratico cristiana e quella dei partiti dominanti. È di qualche giorno fa il paragone tra il comportamento del Ministro Di Maio e gli statisti Dc. Una riflessione che non solo suona grottesca ma forse anche offensiva nei confronti della lunga e travagliata esperienza della Democrazia Cristiana. 

Ora, per non inoltrarsi nel citare i singoli, e forse anche un po’ comici, paragoni tra questi e quelli, mi limito a richiamare tre soli titoli per evidenziare, ancora una volta, l’immensa diversità tra le due classi dirigenti. 

Innanzitutto c’era un “metodo” che caratterizzava il personale di governo della Dc. Un metodo che rispondeva anche ad una precisa e definita cultura di governo. E cioè, cultura della mediazione, alto senso dello Stato e delle rispettive istituzioni democratiche, disponibilità permanente al dialogo e al confronto, evitare ogni radicalizzazione dello scontro politico e, soprattutto, una chiara prospettiva che accompagnava e condizionava le singole e quotidiane scelte politiche e di governo. 

In secondo luogo la cultura politica. Ma come è possibile continuare a confondere le classi dirigenti come se i giudizi politici fossero banalmente e qualunquisticamente intercambiabili? Ogni classe dirigente è frutto non solo di una particolare stagione storica e politica ma è anche il riflesso di una altrettanto definita cultura politica. Come si può confondere il magistero dei “cavalli di razza” della Dc e di molti statisti che hanno contribuito, attraverso la loro attività, a scrivere le pagine migliori dell’Italia democratica e repubblicana con quello di partiti e di esponenti politici che hanno rinnegato sistematicamente quella pagina storica? Non si tratta di santificare o nobilitare anzitempo una intera classe dirigente che, come ovvio, è stata attraversata da luci e ombre. Ma, molto semplicemente, non si può ridurre tutta l’erba ad un fascio confondendo chi teorizza l’”anno zero” nella politica italiana – cioè esultare per aver tentato di radere al suolo le culture politiche del passato, nonchè costituzionali, che hanno contribuito a far crescere e maturare la qualità della nostra democrazia – con chi, al contrario, è stato portavoce ed interprete di una solida, storica e radicata cultura politica, quella del cattolicesimo politico, sociale e democratico. Lo dico per rispetto della Dc e della sua composita e variegata classe dirigente ma anche per i teorici e i figli del “vaffa day” di grillina memoria. 

In ultimo, e senza più ripetertelo ulteriormente, ma che cosa c’entra la storia della Dc con quella dei partiti attuali? In particolare con quei partiti usciti vincitori dalle elezioni politiche del marzo 2018? Se è vero, com’è vero, che la Dc, per citare un autorevole e qualificato esponente di quel partito, Guido Bodrato, è stata un “fatto storico” e pertanto irripetibile perchè contestualizzato, è del tutto arbitrario continuare a balbettare parallelismi e similitudini con ciò che accade oggi nella cittadella politica italiana. E ciò vale sia per coloro che hanno militato in quel partito e sia, a maggior ragione, per chi ha contribuito negli anni a demolirlo politicamente, culturalmente e storiograficamente. Anche se oggi cresce una strana e singolare nostalgia di quella esperienza politica e soprattutto della valenza e della qualità di quella specifica e particolare classe dirigente. 

Ecco perchè i confronti sono del tutto fuori luogo e fuori tempo. Non c’è alcuna cultura politica comune; non c’è una cultura di governo comune; non c’è una prospettiva politica comune e, in ultimo luogo, ma non meno importante, non c’è neanche uno stile comune. In sostanza non c’è nulla di politicamente rilevante in comune se non occupare, pro tempore, i medesimi ruoli. Un po’ poco per trovare misteriose affinità politiche, culturali e di governo. 

I Monsignori di Voltaire

Dopo la fine del partito unico dei cattolici è finita anche la loro presenza politica o rimane qualcosa di quei principi, di quei programmi, di quei valori che avevano ispirato tanta parte della storia recente di questo Paese?

E dopo il tramonto del collateralismo con le associazioni, con i cenacoli culturali, con il mondo del volontariato, con lo stesso sindacato, dove può trovare spazio e collocazione – se mai esiste ancora – una dottrina sociale ispirata ai principi della giustizia e della carità, dell’equità e dell’etica dei comportamenti? Non disponiamo oggi di un Codice di Camaldoli in versione 2.0, mancano menti illuminate, penne raffinate e visioni lungimiranti.

Ma non per questo si deve giocare al ribasso.

Dal cattolicesimo popolare possono emergere idee e luci per rischiarare i troppi coni d’ombra del presente.  A guardarsi in giro è difficoltoso distinguere, anche stropicciandosi gli occhi: retaggi, rimpianti, ricordi danno sostanza ad uno sparigliamento che assomiglia più al limbo dell’indeterminato di quanto non rendano  l’idea di una compattezza nobilitata da connotazioni qualificanti.

E serve ancora a questa Italia del terzo millennio che i cattolici si rimbocchino le maniche e si diano da fare per partecipare con fattivo e concreto contributo a definire e magari guidare ancora un modello di società, a traghettare il salvabile di una stagione finita e lontana – ma che non merita di essere demonizzata – oltre le secche di una palude, come quella attuale, affidata più alle cronache spicciole di giornata, agli aneddoti pruriginosi, alle squallide diatribe di palazzo e agli inciuci tipici del peggiore trasformismo nazional-popolare?

Destra e sinistra – a un tempo alibi e miti di un bipolarismo sui generis, più preoccupato di rivendicare il principio di alternanza che di sostanziarne le idee – hanno diviso e separato i cattolici in nome di ragioni diverse, che gli apparentamenti politici con gli alleati di coalizione hanno poi reso sovente inconciliabili con le origini. La polarizzazione è sovente una forzatura del buon senso e dei sentimenti popolari, piuttosto che una presumibile strategia vincente.

Possiamo dire che molta parte dei cattolici oggi impegnati in politica hanno svenduto a buon mercato le loro idee? A conti fatti sì, possiamo dirlo.

Se n’è accorta da tempo anche la Chiesa, suo malgrado accomodante verso certi adattamenti al nuovo che avanza e attenta a non mischiare fede e ragion di stato in nome di una laicità che è patrimonio culturale condiviso.
Ma non è venuta meno la Chiesa: hanno mancato, arrabattandosi di qua e di là con disinvolte capriole, coloro che – dopo lo sconquasso degli anni novanta, si sono arrogati il compito di traghettare principi e valori, mostrandone spesso il lato peggiore.

Eppure questioni aperte ce ne sono e il contributo del cattolicesimo sociale potrebbe essere determinante: l’etica in politica, innanzitutto, la famosa e ormai retorica ‘questione morale’, la tutela della famiglia, la vivibilità dei contesti urbani, i flussi migratori, le difficoltà del vivere sociale con le nuove forme di povertà, il problema del lavoro e della casa, i sani principi educativi, la nobilitazione del merito, la dignità della giustizia, il dovere della carità, la difesa della vita..

Spiace, turba, confligge pensare e vedere che molti sedicenti cattolici si impegnano con più fervore su altri campi, se n’è accorta anche la CEI che ha posto il problema di una nuova classe politica dove l’impegno civile e sociale dei cristianesimo trovi una concreta collocazione.

I tempi si fanno bui, troppo di quello che ci compete risulta disinvoltamente possibile, aggiustabile, riciclabile: una concezione machiavellica del potere dove la preoccupazione principale è di trovare spazio per succedere a se stessi.

Anche alla politica si potrebbe dunque chieder conto di ciò che qualifica una presenza personale ispirata ai valori del cattolicesimo: vedo molte genuflessioni ma poca coerenza di vita. 

A chi fa politica e professione di fede va chiesto se – oltre il presenzialismo datato, agli assetti di potere, alle alleanze a quadratura variabile – sussista un problema di unità di principi e di valori che prescinda dagli schieramenti, se non sia quella la discriminante che conta, più dello stare da una parte o dall’altra, più dello schierarsi a tutti i costi.

Magari ponendo anche qualche interrogativo sui tempi utili per passare ad altri il testimone della rappresentanza. Ci sono molti buoni esempi da imitare, in genere silenti e nascosti: sono le persone rette che conquistano la convinta adesione dei cittadini, poiché esprimono coerenza tra idee e azioni. Ma ci sono anche molti “dottor sottile”, depositari autoreferenziali di una eredità culturale, che cercano cavilli, puntualizzano, si compiacciono di elaborazioni semantiche sempre più ardite. Costoro mi ricordano i monsignori presi di mira da Voltaire: persone molto più impegnate a gareggiare nel distinguersi tra di loro che nell’assomigliare a Cristo.

E questa metafora valga anche in senso laico, per chi si atteggia ad essere l’ultimo defensor fidei.

Lotta agli abusi: vademecum della Congregazione per la dottrina della fede

NOTA BENE:

a. oltre che per i delitti previsti dall’art. 6 delle Normae promulgate dal motu proprio “Sacramentorum sanctitatis tutela”, quanto segue è da osservarsi — con gli eventuali adattamenti — in tutti i casi di delitti riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede;

b. nel seguito verranno adottate le seguenti abbreviazioni: CIC: Codex Iuris CanoniciCCEO: Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium; SST: motu proprio “Sacramentorum sanctitatis tutela” – Norme emendate 2010VELM: motu proprio Vos estis lux mundi – 2019; CDF: Congregatio pro Doctrina Fidei.

* * *

0.  Introduzione

Per rispondere alle numerose domande sui passi da seguire nelle cause penali di propria competenza, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha predisposto questo Vademecum destinato, in primo luogo, agli Ordinari e agli Operatori del diritto che si trovano nella necessità di dover tradurre in azioni concrete la normativa canonica circa i casi di abuso sessuale di minori compiuti da chierici.

Si tratta di una sorta di “manuale”, che dalla notitia criminis alla definitiva conclusione della causa intende prendere per mano e condurre passo passo chiunque si trovi nella necessità di procedere all’accertamento della verità nell’ambito dei delitti sopra menzionati.

Non è un testo normativo, non innova la legislazione in materia, ma si propone di rendere più chiaro un percorso. Nonostante ciò se ne raccomanda l’osservanza, nella consapevolezza che una prassi omogenea contribuisce a rendere più chiara l’amministrazione della giustizia.

I riferimenti principali sono i due Codici vigenti (CIC e CCEO); le Norme sui delitti riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede, nella versione emendata del 2010, emanate con il motu proprio Sacramentorum Sanctitatis Tutela, tenuto conto delle innovazioni apportate dai Rescripta ex Audientia del 3 e 6 dicembre 2019; il motu proprio Vos estis lux mundi; e, non da ultimo, la prassi della Congregazione per la Dottrina della Fede, che negli ultimi anni si è sempre più precisata e consolidata.

Trattandosi di uno strumento duttile, si prevede che esso possa essere aggiornato periodicamente, ogni qual volta si dovesse modificare la normativa di riferimento o la prassi della Congregazione rendesse necessarie precisazioni ed emendamenti.

Non sono state volutamente contemplate nel Vademecum le indicazioni sullo svolgimento del processo penale giudiziale nel primo grado di giudizio, nella convinzione che la procedura illustrata nei Codici vigenti sia sufficientemente chiara e dettagliata.

Il desiderio è che questo strumento possa aiutare le Diocesi, gli Istituti di Vita consacrata e le Società di vita apostolica, le Conferenze episcopali e le diverse circoscrizioni ecclesiastiche a meglio comprendere e attuare le esigenze della giustizia su un delictum gravius che costituisce, per tutta la Chiesa, una ferita profonda e dolorosa che domanda di essere guarita.

I.  Che cosa configura il delitto?

1. Il delitto di cui si sta trattando comprende ogni peccato esterno contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore (cf can. 1395 § 2 CIC; art. 6 § 1, 1° SST).

2. La tipologia del delitto è molto ampia e può comprendere, ad esempio, rapporti sessuali (consenzienti e non consenzienti), contatto fisico a sfondo sessuale, esibizionismo, masturbazione, produzione di pornografia, induzione alla prostituzione, conversazioni e/o proposte di carattere sessuale anche mediante mezzi di comunicazione.

3. Il concetto di “minore” per quanto riguarda i casi in questione è variato nel tempo: fino al 30 aprile 2001 si intendeva la persona con meno di 16 anni di età (anche se in alcune legislazioni particolari — per esempio USA [dal 1994] e Irlanda [dal 1996] — l’età era già stata innalzata ai 18 anni). Dal 30 aprile 2001, quando fu promulgato il motu proprio “Sacramentorum Sanctitatis Tutela, l’età è stata universalmente innalzata ai 18 anni, ed è l’età tuttora vigente. Di queste variazioni bisogna tenere conto quando si deve definire se il “minore” era effettivamente tale, secondo la definizione di Legge in vigore al tempo dei fatti.

4. Il fatto che si parli di “minore” non incide sulla distinzione, che si desume talora dalle scienze psicologiche, fra atti di “pedofilia” e atti di “efebofilia”, ossia con adolescenti già usciti dalla pubertà. La loro maturità sessuale non influisce sulla definizione canonica del delitto.

5. La revisione del motu proprio SST, promulgata il 21 maggio 2010, ha sancito che al minore vanno equiparate le persone che hanno abitualmente un uso imperfetto della ragione (cf art. 6 § 1, 1° SST). Circa l’uso dell’espressione “adulto vulnerabile”, altrove descritto come «ogni persona in stato d’infermità, di deficienza fisica o psichica, o di privazione della libertà personale che di fatto, anche occasionalmente, ne limiti la capacità di intendere o di volere o comunque di resistere all’offesa» (cf art. 1 § 2, b VELM), va ricordato che tale definizione integra fattispecie più ampie rispetto alla competenza della CDF, la quale resta limitata, oltre ai minori di diciotto anni, a chi “ha abitualmente un uso imperfetto di ragione”. Altre fattispecie al di fuori di questi casi vengono trattate dai Dicasteri competenti (cf art. 7 § 1 VELM).

6. SST ha inoltre introdotto (cf art. 6 § 1, 2° SST) tre nuovi delitti che riguardano una tipologia particolare di minori, ossia acquisire, detenere (anche temporaneamente) e divulgare immagini pornografiche di minori di 14 anni (dal 1 gennaio 2020: di 18 anni) da parte di un chierico a scopo di libidine in qualunque modo e con qualunque strumento. Dal 1 giugno al 31 dicembre 2019 l’acquisizione, la detenzione, e la divulgazione di materiale pornografico che coinvolga minori fra i 14 e i 18 anni di età commessi da chierici o da membri di Istituti di Vita consacrata o di Società di vita apostolica sono delitti di competenza di altri Dicasteri (cf artt. 1 e 7 VELM). Dal 1 gennaio 2020 la competenza è della Congregazione per la Dottrina della Fede.

7. Si sottolinea che questi tre delitti sono canonicamente perseguibili solo a partire dall’entrata in vigore di SST, cioè dal 21 maggio 2010. La produzione di pornografia con minori, invece, rientra nella tipologia di delitto indicata nei nn. 1-4 del presente Vademecum e, quindi, va perseguita anche prima di tale data.

8. Secondo il diritto dei religiosi appartenenti alla Chiesa latina (cf cann. 695 ss. CIC), il delitto di cui al n. 1 può comportare anche la dimissione dall’Istituto religioso. Si nota fin d’ora quanto segue: a/ tale dimissione non è una pena, ma è un atto amministrativo del Moderatore supremo; b/ per decretarla, deve essere scrupolosamente osservata la procedura relativa, descritta nei cann. 695 § 2, 699, 700 CIC; c/ la conferma ex can. 700 CIC del decreto di dimissione va richiesta alla CDF; d/ la dimissione dall’Istituto comporta la perdita dell’incorporazione nell’Istituto e la cessazione dei voti e degli obblighi derivanti dalla professione (cf can. 701 CIC), e il divieto di esercitare l’Ordine ricevuto finché non siano verificate le condizioni di cui al can. 701 CIC. Si applicano le medesime regole, con gli opportuni adattamenti, anche per i membri definitivamente incorporati nelle Società di Vita apostolica (cf can. 746 CIC).

II.  Che cosa fare quando si riceve un’informazione su un possibile delitto (notitia de delicto)?

a/ Che cosa s’intende per notitia de delicto?

9. La notitia de delicto (cf can. 1717 § 1 CIC; can. 1468 § 1 CCEO; art. 16 SST; art. 3 VELM), che viene talora chiamata notitia criminis, è qualunque informazione su un possibile delitto che giunga in qualunque modo all’Ordinario o al Gerarca. Non è necessario che si tratti di una denuncia formale.

10. Questa notitia può dunque avere varie fonti: essere presentata formalmente all’Ordinario o al Gerarca, in modo orale o scritto, dalla presunta vittima, dai suoi tutori, da altre persone che asseriscono di essere informate dei fatti; giungere all’Ordinario o al Gerarca durante l’esercizio dei suoi doveri di vigilanza; essere presentata all’Ordinario o al Gerarca dalle autorità civili secondo le modalità previste dalle legislazioni locali; essere diffusa dai mezzi di comunicazione di massa (ivi compresi i social media); giungere a sua conoscenza tramite le voci raccolte, e in ogni altro modo adeguato.

11. Talvolta, la notitia de delicto può giungere da fonte anonima, ossia da persone non identificate o non identificabili. L’anonimato del denunciante non deve far ritenere falsa in modo automatico tale notitia; tuttavia, per ragioni facilmente comprensibili, è opportuno usare molta cautela nel prendere in considerazione tale tipo di notitia, che non va assolutamente incoraggiato.

12. Allo stesso modo, non è consigliabile scartare aprioristicamente la notitia de delicto che perviene da fonti la cui credibilità può sembrare, ad una prima impressione, dubbia.

13. Talora, la notitia de delicto non fornisce dettagli circostanziati (nominativi, luoghi, tempi…). Anche se vaga e indeterminata, essa deve essere adeguatamente valutata e, nei limiti del possibile, approfondita con la debita attenzione.

14. Bisogna ricordare che una notizia di delictum gravius appresa in confessione è posta sotto lo strettissimo vincolo del sigillo sacramentale (cf can. 983 § 1 CIC; can. 733 § 1 CCEO; art. 4 § 1, 5° SST). Occorrerà pertanto che il confessore che, durante la celebrazione del Sacramento, viene informato di un delictum gravius, cerchi di convincere il penitente a rendere note le sue informazioni per altre vie, al fine di mettere in condizione di operare chi di dovere.

15. L’esercizio dei doveri di vigilanza in capo all’Ordinario e al Gerarca non prevede che egli debba esercitare continui controlli investigativi a carico dei chierici a lui soggetti, ma non consente neppure che egli si esima dal tenersi informato circa le loro condotte in tale ambito, soprattutto se sia giunto a conoscenza di sospetti, comportamenti scandalosi, condotte che turbano gravemente l’ordine.

b/ Quali azioni si devono intraprendere quando si è ricevuta una notitia de delicto?

16. L’art. 16 SST (cf anche cann. 1717 CIC e 1468 CCEO) dispone che, ricevuta una notitia de delicto, si svolga un’indagine previa, qualora la notitia de delicto sia “saltem verisimilis”. Se tale verisimiglianza risultasse non fondata, si può non dare seguito alla notitia de delicto, avendo cura tuttavia di conservare la documentazione insieme a una nota nella quale illustrare le ragioni della decisione.

17. Anche in assenza di un esplicito obbligo normativo, l’autorità ecclesiastica presenti denuncia alle autorità civili competenti ogni qualvolta ritenga che ciò sia indispensabile per tutelare la persona offesa o altri minori dal pericolo di ulteriori atti delittuosi.

18. Considerata la delicatezza della materia (data per esempio dal fatto che i peccati contro il sesto comandamento del Decalogo sono raramente avvenuti in presenza di testimoni), il giudizio circa l’assenza di verisimiglianza (che può portare all’omissione dell’indagine previa) sarà emesso solo in caso di manifesta impossibilità di procedere a norma del Diritto Canonico: per esempio, se risulta che, al tempo del delitto di cui è accusata, la persona non era ancora chierico; se risulta evidente che la presunta vittima non era minorenne (su questo punto, cf n. 3); se è un fatto notorio che la persona segnalata non poteva essere presente sul luogo del delitto nel momento in cui sarebbero avvenuti gli addebiti.

19. Anche in questi casi, comunque, è consigliabile che l’Ordinario o il Gerarca dia alla CDF comunicazione della notitia de delicto e della decisione di soprassedere all’indagine previa per manifesta assenza di verisimiglianza.

20. In tal caso si ricordi che, pur mancando il delitto con minori, ma comunque in presenza di condotte improprie e imprudenti, se la cosa è necessaria per proteggere il bene comune e per evitare scandali, rientra nei poteri dell’Ordinario e del Gerarca prendere altri provvedimenti di tipo amministrativo nei confronti della persona segnalata (per esempio, limitazioni ministeriali), o imporle i rimedi penali di cui al can. 1339 CIC, al fine di prevenire i delitti (cf can. 1312 § 3 CIC), oppure la riprensione pubblica di cui al can. 1427 CCEO. Se poi ci sono stati delitti non graviora, l’Ordinario o il Gerarca deve intraprendere le vie giuridiche adatte alle circostanze.

21. Secondo il can. 1717 CIC e il can. 1468 CCEO, il compito dell’indagine previa spetta all’Ordinario o al Gerarca che ha ricevuto la notitia de delicto, o a persona idonea che egli avrà individuato. L’eventuale omissione di questo dovere potrebbe costituire un delitto perseguibile ai sensi del CIC, del CCEO e del motu proprio Come una madre amorevole, nonché dell’art. 1 § 1, b VELM.

22. L’Ordinario o il Gerarca cui spetta tale compito può essere quello del chierico segnalato o, se differente, l’Ordinario o il Gerarca del luogo dove sono avvenuti i presunti delitti. In questo caso, si comprende facilmente che è bene che si attivi la comunicazione e la collaborazione fra i diversi Ordinari interessati, onde evitare conflitti di competenza o duplicati nel lavoro, soprattutto se il chierico è un religioso.

23. Se un Ordinario o un Gerarca riscontra problemi per avviare o svolgere l’indagine previa, si rivolga senza indugio alla CDF, per consiglio o per dirimere eventuali questioni.

24. Può succedere che la notitia de delicto sia giunta direttamente alla CDF, senza il tramite dell’Ordinario o del Gerarca. In tal caso, la CDF può chiedergli di svolgere l’indagine, o, secondo l’art. 17 SST, svolgerla essa stessa.

25. La CDF, per proprio giudizio, per esplicita richiesta o per necessità, può anche chiedere ad un Ordinario o a un Gerarca terzo di svolgere l’indagine previa.

26. L’indagine previa canonica deve essere svolta indipendentemente dall’esistenza di una corrispondente indagine da parte delle autorità civili. Qualora però la legislazione statale imponga il divieto di indagini parallele alle proprie, l’autorità ecclesiastica competente si astenga dall’avviare l’indagine previa e dia comunicazione alla CDF di quanto è stato segnalato, allegando eventuale materiale utile. Qualora sembri opportuno attendere la fine delle indagini civili per acquisirne eventualmente le risultanze o per altri tipi di motivazione, è bene che l’Ordinario o il Gerarca si consigli in proposito con la CDF.

27. L’attività di indagine deve essere svolta nel rispetto delle leggi civili di ogni Stato (cf art. 19 VELM).

28. È noto che, anche per i delitti di cui si sta trattando, esistono termini di prescrizione dell’azione criminale che sono notevolmente variati nel tempo. I termini attualmente vigenti sono definiti dall’art. 7 SST[1]. Poiché però il medesimo art. 7 § 1 SST consente alla CDF di derogare in singoli casi alla prescrizione, l’Ordinario o il Gerarca che abbia constatato che i tempi per la prescrizione sono trascorsi dovrà ugualmente dare seguito alla notitia de delicto e all’eventuale indagine previa, comunicandone gli esiti alla CDF, cui unicamente spetta il giudizio sul mantenimento della prescrizione o sulla deroga ad essa. Nella trasmissione degli atti l’Ordinario o il Gerarca potranno utilmente esprimere un proprio parere circa l’eventuale deroga, motivandolo in ragione delle circostanze attuali (es.: stato di salute o età del chierico, possibilità del medesimo di esercitare il suo diritto di difesa, danno provocato dalla presunta azione criminale, scandalo suscitato).

29. In questi delicati atti preliminari, l’Ordinario o il Gerarca può ricorrere al consiglio della CDF (cosa che può avvenire in ogni momento del trattamento di un caso), come anche liberamente consultarsi con esperti in materia canonica penale. In quest’ultima evenienza, però, si badi di evitare ogni inopportuna o illecita diffusione di informazioni al pubblico che potrebbe pregiudicare la possibile, successiva indagine previa o dare l’impressione di aver già definito con certezza i fatti o la colpevolezza del chierico in questione.

30. Si deve notare che già in questa fase si è tenuti all’osservanza del segreto di ufficio. Va ricordato tuttavia che a chi effettua la segnalazione, alla persona che afferma di essere stata offesa e ai testimoni non può essere imposto alcun vincolo di silenzio riguardo ai fatti.

31. A norma dell’art. 2 § 3 VELM, l’Ordinario che abbia ricevuto la notitia de delicto deve trasmetterla senza indugio all’Ordinario o al Gerarca del luogo dove sarebbero avvenuti i fatti, nonché all’Ordinario o al Gerarca proprio della persona segnalata, vale a dire, nel caso di un religioso, al suo Superiore maggiore se è l’Ordinario proprio, e nel caso di un diocesano, all’Ordinario della diocesi o al Vescovo eparchiale di incardinazione. Qualora l’Ordinario o il Gerarca del luogo e l’Ordinario o il Gerarca proprio non siano la stessa persona, è auspicabile che essi prendano contatto per concordare chi svolgerà l’indagine. Nel caso che la segnalazione riguardi un membro di un Istituto di vita consacrata o di una Società di vita apostolica, il Superiore maggiore informerà anche il Moderatore Supremo e, nel caso di Istituti e Società di diritto diocesano, anche il Vescovo di riferimento.

III. Come avviene l’indagine previa?

32. L’indagine previa si svolge secondo i criteri e le modalità indicati nel can. 1717 CIC o 1468 CCEO e richiamati qui di seguito.

a/ Che cos’è l’indagine previa?

33. Si deve sempre tenere presente che l’indagine previa non è un processo, e il suo scopo non è raggiungere la certezza morale in merito allo svolgimento dei fatti oggetto dell’accusa. Essa serve: a/ alla raccolta di dati utili ad approfondire la notitia de delicto; e b/ ad accreditarne la verisimiglianza, ossia a definire quello che si chiama fumus delicti, cioè il fondamento sufficiente in diritto e in fatto per ritenere verisimile l’accusa.

34. Per questo, come indicano i canoni citati nel n. 32, l’indagine previa deve raccogliere informazioni più dettagliate rispetto alla notitia de delicto circa i fatti, le circostanze e l’imputabilità di essi. Non è necessario realizzare già in questa fase una raccolta minuziosa di elementi di prova (testimonianze, perizie), compito che spetterà poi all’eventuale procedura penale successiva. L’importante è ricostruire, per quanto possibile, i fatti su cui si fonda l’accusa, il numero e il tempo delle condotte delittuose, le loro circostanze, le generalità delle presunte vittime, aggiungendo una prima valutazione dell’eventuale danno fisico, psichico e morale procurato. Si dovrà avere cura di indicare possibili relazioni con il foro interno sacramentale (in merito a ciò, tuttavia, si tenga conto di quanto richiede l’art. 24 SST[2]). Si aggiungeranno anche eventuali altri delitti attribuiti all’accusato (cf art. 8 § 2 SST[3]) e si indicheranno fatti problematici emergenti dal suo profilo biografico. Può essere opportuno raccogliere testimonianze e documenti, di qualunque genere e provenienza (comprese le risultanze delle indagini o di un processo svolte da parte delle autorità civili), che possano risultare veramente utili a circostanziare e accreditare la verisimiglianza dell’accusa. È già possibile indicare eventuali circostanze esimenti, attenuanti o aggravanti, come previste dalla Legge. Può anche essere utile raccogliere fin d’ora testimoniali di credibilità circa i denuncianti e le presunte vittime. In Appendice al presente Vademecum si include uno schema riassuntivo dei dati utili, che chi svolge l’indagine previa vorrà tenere presente e compilare (cf n. 69).

35. Qualora, durante l’indagine previa, si venga a conoscenza di altre notitiae de delicto, esse vengano approfondite nella medesima indagine.

36. Come accennato, l’acquisizione delle risultanze delle indagini civili (o dell’intero processo di fronte al Tribunale statale) potrebbe rendere superflua l’indagine previa canonica. Si deve comunque prestare la dovuta attenzione alla valutazione delle indagini civili da parte di chi deve svolgere l’indagine previa, perché i criteri di esse (per esempio in merito ai tempi di prescrizione, alla tipologia del delitto, all’età della vittima…) possono sensibilmente variare rispetto al prescritto della Legge canonica. Anche in questo caso, può essere consigliabile, in caso di dubbio, ricorrere al confronto con la CDF.

37. L’indagine previa potrebbe essere superflua anche in caso di delitto notorio e non dubbio (per esempio l’acquisizione degli atti processuali civili o la confessione da parte del chierico).

b/ Quali atti giuridici bisogna compiere per avviare l’indagine previa?

38. Se l’Ordinario o il Gerarca competente ritiene opportuno avvalersi di altra persona idonea per svolgere l’indagine (cf n. 21), lo scelga con i criteri indicati dal can. 1428 §§ 1-2 CIC o 1093 CCEO[4].

39. Nella nomina di chi svolge l’indagine, tenendo conto della cooperazione che può essere offerta dai laici ai sensi dei cann. 228 CIC e 408 CCEO (cf art. 13 VELM), l’Ordinario o il Gerarca tenga presente che, secondo il can. 1717 § 3 CIC e 1468 § 3 CCEO, se in seguito si svolgerà un processo penale giudiziale, la stessa persona non potrà in esso svolgere la funzione di giudice. La prassi suggerisce che lo stesso criterio si usi per la nomina del Delegato e degli Assessori nel caso di processo extragiudiziale.

40. Secondo i cann. 1719 CIC e 1470 CCEO, l’Ordinario o il Gerarca deve emettere un decreto di apertura dell’indagine previa, in cui nomina colui che conduce l’indagine, indicando nel testo che egli ha i poteri di cui al can. 1717 § 3 CIC o 1468 § 3 CCEO.

41. Benché la Legge non lo preveda espressamente, è consigliabile che sia nominato un Notaio sacerdote (cf cann. 483 § 2 CIC e can. 253 § 2 CCEO, dove vengono indicati altri criteri per la scelta), che assiste chi svolge l’indagine previa, ai fini di garantire la fede pubblica degli atti da lui redatti (cf can. 1437 § 2 CIC e 1101 § 2 CCEO).

42. Si noti tuttavia che, non trattandosi di atti processuali, la presenza del Notaio non è necessaria ad validitatem dei medesimi.

43. In fase di indagine previa non è prevista la nomina di un Promotore di giustizia.

c/ Quali atti complementari si possono o si debbono compiere durante l’indagine previa?

44. I cann. 1717 § 2 CIC e 1468 § 2 CCEO, e gli artt. 4 § 2 e 5 § 2 VELM fanno riferimento alla tutela della buona fama delle persone coinvolte (accusato, presunte vittime, testimoni), così che la denuncia non possa generare pregiudizi, ritorsioni, discriminazioni. Chi svolge l’indagine previa deve dunque avere questa specifica attenzione, mettendo in atto ogni precauzione a tal fine, dato che quello alla buona fama è un diritto dei fedeli garantito dai cann. 220 CIC e 23 CCEO. Si noti tuttavia che questi canoni garantiscono dalle lesioni illegittime di tale diritto: qualora quindi sia in pericolo il bene comune, la diffusione di notizie circa l’esistenza di un’accusa non costituisce necessariamente una violazione della buona fama. Inoltre le persone coinvolte siano informate che qualora intervenisse un sequestro giudiziario o un ordine di consegna degli atti di indagine da parte delle autorità civili, non sarà più possibile per la Chiesa garantire la confidenzialità delle deposizioni e della documentazione acquisita in sede canonica.

45. Ad ogni modo, soprattutto quando si debbano diffondere pubblici comunicati in merito, bisogna adoperare ogni cautela nel dare informazioni sui fatti, per esempio usando una forma essenziale e stringata, evitando clamorosi annunci, astenendosi del tutto da ogni giudizio anticipato circa la colpevolezza o innocenza della persona segnalata (che sarà stabilita solo dal corrispondente, eventuale processo penale, mirante a verificare il fondamento dell’accusa), attenendosi all’eventuale volontà di rispetto della riservatezza manifestata dalle presunte vittime.

46. Poiché, come detto, in questa fase non si può ancora definire l’eventuale colpevolezza della persona segnalata, andrà evitato con ogni cura — nei pubblici comunicati o nelle comunicazioni private — qualsiasi affermazione a nome della Chiesa, dell’Istituto o Società, o a titolo personale, in quanto ciò potrebbe costituire un’anticipazione del giudizio sul merito dei fatti.

47. Si ricordi poi che le denunce, i processi e le decisioni relative ai delitti di cui all’art. 6 SST sono soggette al segreto di ufficio. Questo non toglie che il denunciante – soprattutto se intende rivolgersi anche alle autorità civili – possa rendere pubbliche le proprie azioni. Inoltre, poiché non tutte le forme di notitiae de delicto sono denunce, si può eventualmente valutare quando ritenersi obbligati al segreto, sempre tenuto presente il rispetto della buona fama di cui al n. 44.

48. Sempre a tale proposito, bisogna accennare alla sussistenza o meno, a carico dell’Ordinario o del Gerarca, dell’obbligo di dare comunicazione alle autorità civili della notitia de delicto ricevuta e dell’indagine previa aperta. I principi applicabili sono due: a/ si devono rispettare le leggi dello Stato (cf art. 19 VELM); b/ si deve rispettare la volontà della presunta vittima, sempre che essa non sia in contrasto con la legislazione civile e — come si dirà (n. 56) — incoraggiando l’esercizio dei suoi doveri e diritti di fronte alle autorità statali, avendo cura di conservare traccia documentale di tale suggerimento, evitando ogni forma dissuasiva nei confronti della presunta vittima. Si osservino sempre e comunque a tal proposito le eventuali convenzioni (concordati, accordi, intese) stipulate dalla Sede Apostolica con le nazioni.

49. Quando le leggi statali impongano all’Ordinario o al Gerarca l’informativa circa una notitia de delicto, si è tenuti ad essa anche se si prevede che, in base alle leggi dello Stato, non vi sarà l’apertura di una procedura (per esempio per intervenuta prescrizione o per differenti previsioni circa la tipologia delittuosa).

50. Qualora le Autorità giudiziarie civili emanino un ordine esecutivo e legittimo richiedendo la consegna di documenti riguardanti le cause, o dispongano il sequestro giudiziario degli stessi documenti, l’Ordinario o il Gerarca dovrà cooperare con le Autorità civili. Qualora vi siano dubbi sulla legittimità di tale richiesta o sequestro, l’Ordinario o il Gerarca potrà consultare esperti legali circa i rimedi disponibili nell’ordinamento locale. In ogni caso è opportuno informare immediatamente il Rappresentante Pontificio.

51 Qualora si renda necessario ascoltare un minore o persona ad esso equiparata, si adottino le norme civili del Paese e modalità adeguate alla età e allo stato, permettendo, ad esempio, che il minore sia accompagnato da un maggiorenne di sua fiducia ed evitando che abbia contatto diretto con l’accusato.

52. Nella fase dell’indagine previa, un compito di particolare delicatezza che spetta all’Ordinario o al Gerarca è di decidere se e quando informare di essa l’accusato.

53. Per questo compito, non esiste un criterio uniforme, né vi sono esplicite disposizioni di Legge. Bisogna valutare l’insieme dei beni che sono in gioco: oltre alla protezione della buona fama delle persone interessate, c’è anche da tenere in conto per esempio il rischio di inquinamento dell’indagine previa, lo scandalo dei fedeli, l’opportunità di raccogliere prima tutti gli elementi indiziali che potrebbero essere utili o necessari.

54. Qualora si decidesse di ascoltare la persona segnalata, trattandosi di una fase precedente al giudizio non è obbligatorio provvedere a nominarle un avvocato d’ufficio. Se essa lo ritiene opportuno potrà tuttavia avvalersi dell’assistenza di un patrono da lei scelto. Alla persona segnalata non può essere imposto il giuramento (cf ex analogia cann. 1728 § 2 CIC e 1471 § 2 CCEO).

55. Le autorità ecclesiastiche devono impegnarsi affinché la presunta vittima e la sua famiglia siano trattati con dignità e rispetto, e devono offrire loro accoglienza, ascolto e accompagnamento, anche tramite specifici servizi, nonché assistenza spirituale, medica e psicologica, a seconda del caso specifico (cf art. 5 VELM). Altrettanto può essere fatto nei confronti dell’accusato. Si eviti però di dare l’impressione di voler anticipare le risultanze processuali.

56. È assolutamente necessario che, in questa fase, si eviti ogni atto che possa essere interpretato dalle presunte vittime come un ostacolo all’esercizio dei loro diritti civili di fronte alle autorità statali.

57. Là dove esistano strutture statali o ecclesiastiche di informazione e appoggio alle presunte vittime, o di consulenza per le autorità ecclesiali, è bene fare riferimento anche ad esse. Queste strutture hanno uno scopo di puro consiglio, di orientamento e di assistenza, e le loro analisi non costituiscono in alcun modo decisioni processuali canoniche.

58. Ai fini della tutela della buona fama delle persone coinvolte e della tutela del bene pubblico, così come per evitare altri fatti (per esempio, il diffondersi dello scandalo, il rischio di occultamento delle future prove, l’attivazione di minacce o altre condotte volte a distogliere la presunta vittima dall’esercizio dei suoi diritti, la tutela di altre possibili vittime), secondo l’art. 19 SST l’Ordinario o il Gerarca hanno il diritto, fin dall’inizio dell’indagine previa, di imporre le misure cautelari elencate nei cann. 1722 CIC e 1473 CCEO[5].

59. Le misure cautelari elencate in questi canoni costituiscono un elenco tassativo, ossia si potrà scegliere unicamente una o più di esse.

60. Ciò non toglie che l’Ordinario o il Gerarca possa imporre altre misure disciplinari, secondo i suoi poteri, che però, a stretto rigore di termini, non potranno essere definite “misure cautelari”.

d/ Come si impongono le misure cautelari?

61. Sia detto anzitutto che una misura cautelare non è una pena (le pene si impongono solo al termine di un processo penale), ma un atto amministrativo i cui fini sono descritti dai citati cann. 1722 CIC e 1473 CCEO. L’aspetto non penale della misura deve essere ben chiarito all’interessato, per evitare che egli pensi di essere già stato giudicato o punito prima del tempo. Va inoltre sottolineato che le misure cautelari si devono revocare se viene meno la causa che le ha suggerite e cessano quando l’eventuale processo penale avrà termine. Inoltre, esse possono essere modificate (aggravandole o alleggerendole) se le circostanze lo richiedessero. Si raccomanda comunque particolare prudenza e discernimento nel giudicare il venir meno della causa che ha suggerito le misure; non si esclude, inoltre, che esse – una volta revocate – possano essere imposte di nuovo.

62. Si rileva frequentemente che è ancora in uso l’antica terminologia di sospensione a divinis per indicare il divieto di esercizio del ministero imposto come misura cautelare a un chierico. È bene evitare questa denominazione, come anche quella di sospensione ad cautelam, perché nella vigente legislazione la sospensione è una pena e in questa fase non può ancora essere imposta. Correttamente la disposizione sarà denominata, per esempio, divieto o proibizione di esercizio del ministero.

63. È da evitare la scelta di operare semplicemente un trasferimento d’ufficio, di circoscrizione, di casa religiosa del chierico coinvolto, ritenendo che il suo allontanamento dal luogo del presunto delitto o dalle presunte vittime costituisca soddisfacente soluzione del caso.

64. Le misure cautelari di cui al n. 58 si impongono mediante un precetto singolare legittimamente notificato (cf cann. 49 ss. e 1319 CIC e 1406 e 1510 ss. CCEO).

65. Si ricordi che, quando si decidesse di modificare o revocare le misure cautelari, bisognerà farlo con apposito decreto legittimamente notificato. Non sarà necessario farlo, invece, alla fine dell’eventuale processo, dato che in quel momento esse cessano in forza del diritto.

e/ Che cosa fare per concludere l’indagine previa?

66. Si raccomanda, ai fini dell’equità e dell’esercizio ragionevole della giustizia, che la durata dell’indagine previa sia adeguata alle finalità dell’indagine stessa, ossia il raggiungimento della fondata verisimiglianza della notitia de delicto e della corrispettiva esistenza del fumus delicti. Il protrarsi ingiustificato della durata dell’indagine previa può costituire una negligenza da parte dell’autorità ecclesiastica.

67. Se l’indagine è stata svolta da persona idonea nominata dall’Ordinario o dal Gerarca, essa gli consegni tutti gli atti dell’indagine insieme a una propria valutazione delle risultanze dell’indagine.

68. Secondo i cann. 1719 CIC e 1470 CCEO, l’Ordinario o il Gerarca deve decretare la chiusura dell’indagine previa.

69. Secondo l’art. 16 SST, una volta che l’indagine previa sia conclusa, e qualunque ne sia l’esito, l’Ordinario o il Gerarca ha il dovere di inviare copia autentica dei relativi atti alla CDF, nei tempi più rapidi. Alla copia degli atti e alla tabella riassuntiva di cui all’Allegato, egli unisca la propria valutazione delle risultanze dell’indagine (votum), offrendo anche eventuali suoi suggerimenti circa la maniera di procedere (per esempio, se ritiene opportuno attivare una procedura penale, e di quale tipo; se possa ritenersi sufficiente la pena imposta dalle autorità civili; se sia preferibile l’applicazione di misure amministrative da parte dell’Ordinario o del Gerarca; se si debba invocare la prescrizione del delitto o concederne la deroga).

70. Nel caso in cui l’Ordinario o il Gerarca che ha svolto l’indagine previa sia un Superiore maggiore, è bene che trasmetta copia del fascicolo dell’indagine anche al Moderatore supremo (o al Vescovo di riferimento, nel caso di Istituti o Società di diritto diocesano), in quanto sono le figure con cui ordinariamente la CDF interloquirà nel seguito. A sua volta, il Moderatore supremo invierà alla CDF il proprio votum, come al n. 69.

71 Qualora l’Ordinario che ha svolto l’indagine previa non sia l’Ordinario del luogo dove è stato commesso il presunto delitto, il primo comunichi al secondo le risultanze dell’indagine.

72. Gli atti vengano inviati in un unico esemplare; è utile che essi siano autenticati da un Notaio, che sarà uno della Curia, se non ne è stato nominato uno apposito per l’indagine previa.

73. I cann. 1719 CIC e 1470 CCEO dispongono che l’originale di tutti gli atti venga conservato nell’archivio segreto della Curia.

74. Sempre secondo l’art. 16 SST, una volta inviati gli atti dell’indagine previa alla CDF, l’Ordinario o il Gerarca dovranno attendere comunicazioni o istruzioni in proposito da parte della CDF.

75. Chiaramente, qualora nel frattempo emergessero altri elementi relativi all’indagine previa o a nuove accuse, essi vengano trasmessi il più presto possibile alla CDF, a integrazione di quanto già in suo possesso. Se poi sembrasse utile riaprire l’indagine previa a motivo di tali elementi, se ne dia immediata comunicazione alla CDF.

IV. Che cosa può fare la CDF a questo punto?

76. Ricevuti gli atti dell’indagine previa, ordinariamente la CDF ne dà immediato riscontro all’Ordinario, al Gerarca, al Moderatore supremo (nel caso dei religiosi, anche alla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica; se poi il chierico è di una Chiesa orientale, alla Congregazione per le Chiese orientali; infine, alla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli se il chierico appartiene a un territorio soggetto a quel Dicastero), comunicando – se già non lo si era fatto in precedenza – il numero di Protocollo corrispondente al caso. A questo numero bisognerà fare riferimento per ogni successiva comunicazione con la CDF.

77. In un secondo tempo, dopo aver studiato attentamente gli atti, alla CDF si aprono varie possibilità di azione: archiviare il caso; chiedere un approfondimento dell’indagine previa; imporre misure disciplinari non penali, ordinariamente mediante un precetto penale; imporre rimedi penali o penitenze, oppure ammonizioni o riprensioni; aprire un processo penale; individuare altre vie di sollecitudine pastorale. La decisione presa viene comunicata all’Ordinario, con le adeguate istruzioni per portarla ad effetto.

a/ Che cosa sono le misure disciplinari non penali?

78. Le misure disciplinari non penali sono atti amministrativi singolari (ossia, atti dell’Ordinario o del Gerarca, oppure anche della CDF) con cui all’accusato viene imposto di fare o di non fare qualcosa. In questi casi, ordinariamente si impongono limitazioni nell’esercizio del ministero, più o meno estese in considerazione del caso, come anche talvolta l’obbligo di risiedere in un determinato luogo. Si sottolinea che non si tratta di pene, ma di atti di governo destinati a garantire e proteggere il bene comune e la disciplina ecclesiale, e ad evitare lo scandalo dei fedeli.

b/ Che cosa è un precetto penale?

79. La forma ordinaria con cui si impongono queste misure è il precetto penale ai sensi del can. 1319 § 1 CIC e 1406 § 1 CCEO. Il can. 1406 § 2 CCEO equipara ad esso l’ammonizione con minaccia di pena.

80. Le formalità richieste per un precetto sono quelle già ricordate (cann. 49 ss. CIC e 1510 ss. CCEO). Tuttavia, perché si tratti di un precetto penale, nel testo deve essere chiaramente indicata la pena comminata nel caso in cui il destinatario del precetto trasgredisca le misure che gli sono state imposte.

81. Si ricordi che, secondo il can. 1319 § 1 CIC, in un precetto penale non si possono comminare pene espiatorie perpetue; inoltre, la pena deve essere chiaramente determinata. Altre esclusioni di pene sono previste dal can. 1406 § 1 CCEO per i fedeli di rito orientale.

82. Tale atto amministrativo ammette ricorso nei termini di Legge.

c/ Che cosa sono i rimedi penali, le penitenze e le riprensioni pubbliche?

83. Per la definizione dei rimedi penali, delle penitenze e delle riprensioni pubbliche, si rimanda rispettivamente ai cann. 1339 e 1340 § 1 CIC, e 1427 CCEO[6].

V. Quali sono le decisioni possibili in una procedura penale?

84. Le decisioni al termine del processo penale, sia esso giudiziale o extragiudiziale potranno avere un esito di tre tipi:

– condannatorio (“constat”), se con certezza morale consti la colpevolezza dell’accusato in ordine al delitto ascrittogli. In tal caso si dovrà indicare specificatamente il tipo di sanzione canonica inflitta o dichiarata;

– assolutorio (“constat de non”), se con certezza morale consti la non colpevolezza dell’imputato, in quanto il fatto non sussiste, l’imputato non lo ha commesso, il fatto non è previsto dalla legge come delitto o è stato commesso da persona non imputabile;

 dimissorio (“non constat”), qualora non sia stato possibile raggiungere la certezza morale in ordine alla colpevolezza dell’imputato, in quanto manca o è insufficiente o è contraddittoria la prova che il fatto sussiste, che l’imputato ha commesso il fatto o che il delitto è stato commesso da persona imputabile.

Vi è la possibilità di provvedere al bene pubblico o al bene dell’accusato con opportune ammonizioni, rimedi penali e altre vie dettate dalla sollecitudine pastorale (cf can. 1348 CIC).

La decisione (per sentenza o per decreto) dovrà indicare a quale di questi tre generi fa riferimento, perché sia chiaro se “consta”, o “consta che non”, o “non consta”.

VI. Quali sono le procedure penali possibili?

85. Secondo la Legge, le procedure penali possibili sono tre: il processo penale giudiziale; il processo penale extragiudiziale; la procedura introdotta dall’art. 21 § 2, 2° SST.

86. La procedura prevista nell’art. 21 § 2, 2° SST[7] è riservata ai casi gravissimi, si conclude con una decisione diretta del Sommo Pontefice e prevede comunque che, anche se il compimento del delitto è manifesto, all’accusato sia garantito l’esercizio del diritto di difesa.

87. Per quanto riguarda il processo penale giudiziale, si rimanda alle apposite disposizioni di Legge, sia dei rispettivi Codici, sia degli artt. 8-15, 18-19, 21 § 1, 22-31 SST.

88. Il processo penale giudiziale non richiede la doppia sentenza conforme, pertanto la decisione assunta dalla eventuale seconda istanza tramite sentenza determina la res iudicata (cf anche art. 28 SST). Contro una sentenza che sia passata in giudicato è possibile solo la restitutio in integrum, purché si producano elementi che rendano palese la sua ingiustizia (cf cann. 1645 CIC, 1326 CCEO) o la querela di nullità (cf cann. 1619 ss. CIC, 1302 ss. CCEO). Il Tribunale costituito per questo tipo di processo è sempre collegiale, ed è formato da un minimo di tre giudici. Gode del diritto di appello alla sentenza di primo grado non solo la parte accusata che si ritiene ingiustamente gravata dalla sentenza, ma anche il Promotore di Giustizia della CDF (cf art. 26 § 2 SST).

89. Secondo gli artt. 16 e 17 SST, il processo penale giudiziale si può svolgere in CDF o essere affidato a un Tribunale inferiore. Circa la decisione in proposito, viene inviata apposita lettera esecutiva a quanti sono interessati.

90. Anche durante lo svolgimento di un processo penale, giudiziale o extragiudiziale, si possono imporre all’accusato le misure cautelari di cui ai nn. 58-65.

a/ Che cos’è il processo penale extragiudiziale?

91. Il processo penale extragiudiziale, talora chiamato “processo amministrativo”, è una forma di processo penale che riduce le formalità previste nel processo giudiziale, al fine di accelerare il corso della giustizia, senza per questo eliminare le garanzie processuali che sono previste dal giusto processo (cf can. 221 CIC e 24 CCEO).

92. Per i delitti riservati alla CDF, l’art. 21 § 2, 1° SST, derogando ai cann. 1720 CIC e 1486 CCEO, dispone che sia solo la CDF, in singoli casi, ex officio o su richiesta dell’Ordinario o del Gerarca, a decidere se procedere per questa via.

93. Come il processo giudiziale, anche il processo penale extragiudiziale si può svolgere in CDF o essere affidato a un’istanza inferiore, ossia all’Ordinario o al Gerarca dell’accusato, oppure a terzi incaricati a ciò dalla CDF, su eventuale richiesta dell’Ordinario o del Gerarca. Circa la decisione in proposito, viene inviata apposita lettera esecutiva a quanti sono interessati.

94. Il processo penale extragiudiziale si svolge con formalità leggermente differenti secondo i due Codici. Se vi fossero ambiguità circa il Codice a cui fare riferimento (per esempio nel caso di chierici di rito latino che operano in Chiese orientali, o chierici di rito orientale attivi in circoscrizioni latine), bisognerà chiarire con la CDF quale Codice seguire e, in seguito, attenersi scrupolosamente a tale decisione.

b/ Come si svolge un processo penale extragiudiziale secondo il CIC?

95. Quando un Ordinario riceve dalla CDF l’incarico di svolgere un processo penale extragiudiziale, deve anzitutto decidere se presiedere personalmente il processo o nominare un proprio Delegato. Deve inoltre nominare due Assessori, che assisteranno lui o il suo Delegato nella fase di valutazione. Per la loro scelta, può essere opportuno attenersi ai criteri elencati nei cann. 1424 e 1448 § 1 CIC. È necessario nominare anche un Notaio, secondo i criteri richiamati al n. 41. Non è prevista la nomina del Promotore di giustizia.

96. Le suddette nomine avvengano tramite apposito decreto. Agli officiali sia richiesto il giuramento di compiere fedelmente l’incarico ricevuto, osservando il segreto. L’avvenuto giuramento deve constare agli atti.

97. Successivamente, l’Ordinario (o il suo Delegato) deve avviare il processo, con un decreto di convocazione dell’accusato. Tale decreto deve contenere: l’indicazione chiara della persona convocata, del luogo e del momento in cui dovrà comparire, dello scopo per cui viene convocato, cioè prendere atto dell’accusa (che il testo del decreto richiamerà per sommi capi) e delle corrispondenti prove (che non è necessario elencare già nel decreto), ed esercitare il suo diritto alla difesa.

98. Benché non esplicitamente previsto dalla Legge per il caso di un processo extragiudiziale, tuttavia, trattandosi di materia penale, è quanto mai opportuno che l’accusato, secondo il disposto dei cann. 1723 e 1481 §§ 1-2 CIC, abbia un procuratore e/o avvocato che lo assiste, da lui scelto o – se egli non lo fa – nominato d’ufficio. Il nominativo dell’avvocato deve essere fornito all’Ordinario (o al suo Delegato) prima della sessione di notifica delle accuse e delle prove, con apposito mandato procuratorio autentico secondo il can. 1484 § 1 CIC, per le necessarie verifiche sui requisiti richiesti dal can. 1483 CIC[8].

99. Se l’accusato rifiuta o trascura di comparire, l’Ordinario (o il suo Delegato) valuti se effettuare una seconda convocazione.

100. L’accusato che rifiuta o trascura di comparire in prima o in seconda convocazione venga avvertito che il processo andrà avanti nonostante la sua assenza. Questa notizia può essere data già al momento della prima convocazione. Se l’accusato ha trascurato o rifiutato di comparire, la cosa venga verbalizzata e si proceda ad ulteriora.

101. Giunti il giorno e l’ora della sessione di notifica delle accuse e delle prove, all’accusato e all’eventuale avvocato che lo accompagna viene esibito il fascicolo degli atti dell’indagine previa. Si renda noto l’obbligo di rispettare il segreto di ufficio.

102. Si presti particolare attenzione al fatto che, se il caso coinvolge il sacramento della Penitenza, venga rispettato l’art. 24 SST, che prevede che all’accusato non venga riferito il nome della presunta vittima, a meno che essa non abbia espressamente acconsentito a rivelarlo.

103. Non è obbligatorio che alla sessione di notifica prendano parte gli Assessori.

104. La notifica di accusa e prove avviene allo scopo di dare all’accusato la possibilità di difendersi (cf can. 1720, 1° CIC).

105. Con “accusa” si intende il delitto che la presunta vittima o altra persona sostiene essere accaduto, secondo quanto risultato durante l’indagine previa. Presentare l’accusa significa dunque rendere noto all’accusato il delitto che gli si attribuisce, secondo quanto lo configura (per esempio, luogo di accadimento, numero ed eventualmente nominativo delle presunte vittime, circostanze).

106. Con “prove” si intende l’insieme di tutto il materiale raccolto durante l’indagine previa e altro materiale eventualmente acquisito: anzitutto la verbalizzazione delle accuse rilasciate dalle presunte vittime; poi i documenti pertinenti (per esempio cartelle cliniche, scambi epistolari anche per via elettronica, fotografie, prove d’acquisto, estratti conto bancari); i verbali delle dichiarazioni di eventuali testimoni; e, infine, eventuali perizie (mediche — tra cui quelle psichiatriche —, psicologiche, grafologiche) che chi ha condotto l’indagine abbia ritenuto di accogliere o far eseguire. Si osservino le regole di riservatezza eventualmente imposte dalla legge civile.

107. L’insieme di quanto sopra viene chiamato “prove” perché, pur essendo stato raccolto in fase antecedente il processo, nel momento in cui viene aperto il processo extragiudiziale diventa automaticamente un insieme di prove.

108. In qualunque fase del processo, è lecito che l’Ordinario o il suo Delegato dispongano la raccolta di ulteriori prove, se sembra loro opportuno in base alle risultanze dell’indagine previa. Ciò può accadere anche in base alle istanze dell’accusato in fase di difesa. I risultati andranno ovviamente presentati all’accusato durante lo svolgimento di essa. Gli venga presentato quanto raccolto a seguito delle istanze difensive, indicendo una nuova sessione di contestazione di accuse e prove, qualora si siano riscontrati nuovi elementi di accusa o di prova; altrimenti, questo materiale si può considerare semplicemente come elemento integrante della difesa.

109. La difesa può avvenire secondo due modalità: a/ raccogliendola seduta stante con apposito verbale sottoscritto da tutti i presenti (ma, in particolare, da: Ordinario o suo Delegato; accusato ed eventuale avvocato; Notaio); b/ fissando un ragionevole termine entro il quale detta difesa venga presentata all’Ordinario o al suo Delegato, in forma scritta.

110. Si ricordi attentamente che, secondo il can. 1728 § 2 CIC, l’accusato non è tenuto a confessare il delitto, né può essergli imposto il giuramento de veritate dicenda.

111. La difesa dell’accusato può chiaramente servirsi di tutti i mezzi leciti, come per esempio la richiesta di udire testimoni di parte, o esibire documenti e perizie.

112. Per quanto riguarda l’ammissione di queste prove (e, in particolare, la raccolta di dichiarazioni di eventuali testimoni), valgono i criteri discrezionali permessi al giudice dalla Legge generale sul giudizio contenzioso[9].

113. Qualora il caso concreto lo richieda, l’Ordinario o il suo Delegato valuti la credibilità circa gli intervenuti nel processo[10]. Però, secondo l’art. 24 § 2 SST, è obbligato a farlo a proposito del denunciante qualora sia coinvolto il sacramento della Penitenza.

114. Trattandosi di processo penale, non è previsto l’obbligo di un intervento del denunciante in fase processuale. Di fatto, egli ha esercitato il suo diritto contribuendo alla formazione dell’accusa e alla raccolta delle prove. Da quel momento, l’accusa viene portata avanti dall’Ordinario o dal suo Delegato.

c/ Come si conclude un processo penale extragiudiziale secondo il CIC?

115. Egli invita i due Assessori a fornire entro un certo ragionevole termine la loro valutazione delle prove e degli argomenti di difesa, di cui al can. 1720, 2° CIC. Nel decreto può anche invitarli a una sessione comune, in cui svolgere tale valutazione. Il fine di tale sessione è evidentemente di facilitare l’analisi, la discussione e il confronto. Per tale sessione, facoltativa ma raccomandabile, non sono previste particolari formalità giuridiche.

116. Si fornisca previamente agli Assessori tutto il fascicolo processuale, concedendo loro un tempo congruo per lo studio e la valutazione personale. È bene ricordare loro l’obbligo di osservare il segreto di ufficio.

117. Benché non sia previsto dalla Legge, è bene che il parere degli Assessori venga redatto in forma scritta, per facilitare la stesura del successivo decreto conclusivo da parte di chi di dovere.

118. Allo stesso fine, se la valutazione delle prove e degli argomenti di difesa avviene durante una sessione comune, è consigliabile prendere una serie di appunti sugli interventi e sulla discussione, anche in forma di verbale sottoscritto dagli intervenuti. Questi scritti ricadono sotto segreto di ufficio e non devono essere diffusi.

119. Qualora consti del delitto con certezza, l’Ordinario o il suo Delegato (cf can. 1720, 3° CIC) dovrà emanare un decreto con cui chiudere il processo, imponendo la pena, il rimedio penale o la penitenza che egli riterrà più adeguata alla riparazione dello scandalo, al ristabilimento della giustizia e all’emendamento del reo.

120. L’Ordinario ricordi sempre che, se intende imporre una pena espiatoria perpetua, secondo l’art. 21 § 2, 1° SST dovrà avere il mandato previo della CDF. Viene in tal modo derogato, limitatamente a questi casi, il divieto di infliggere pene perpetue per decreto, di cui al can. 1342 § 2 CIC.

121. L’elenco delle pene perpetue è unicamente quello previsto dal can. 1336 § 1 CIC[11], con le avvertenze di cui ai cann. 1337 e 1338 CIC[12].

122. Poiché si tratta di un processo extragiudiziale, si abbia cura di ricordare che il decreto penale non è una sentenza, che si emette solo alla fine di un processo giudiziale, anche se – come una sentenza – esso impone una pena.

123. Il decreto in questione è un atto personale dell’Ordinario o del suo Delegato, pertanto non deve essere firmato dagli Assessori, ma solo autenticato dal Notaio.

124. Oltre alle formalità generali previste per ogni decreto (cf cann. 48-56 CIC), il decreto penale dovrà citare per sommi capi i principali elementi dell’accusa e dello svolgimento del processo, ma soprattutto esporre almeno brevemente le ragioni su cui si fonda la decisione, in diritto (elencando cioè i canoni su cui la decisione si fonda – per esempio, quelli che definiscono il delitto, quelli che definiscono eventuali attenuanti, esimenti o aggravanti – e, almeno in modo essenziale, la logica giuridica che ha portato a decidere di applicarli) e in fatto.

125. La motivazione in fatto è chiaramente la più delicata, perché l’autore del decreto deve esporre le ragioni in base alle quali, confrontando il materiale dell’accusa e quanto affermato nella difesa, di cui dovrà rendere conto sinteticamente nell’esposizione, è giunto a ritenersi certo del compimento o del non compimento del delitto, o della non sufficiente certezza morale.

126. Ben comprendendo che non tutti possiedono articolate conoscenze del diritto canonico e del suo linguaggio formale, per un decreto penale si richiede che venga principalmente messo in evidenza il ragionamento svolto, più che curare nel dettaglio la precisione terminologica. Eventualmente si ricorra all’aiuto di persone competenti.

127. La notifica del decreto nella sua integrità (quindi, non solo della parte dispositiva) avverrà tramite i mezzi legittimi previsti (cf cann. 54-56 CIC[13]) e deve constare in debita forma.

128. In qualunque caso, comunque, si deve inviare alla CDF copia autenticata degli atti processuali (se già non erano stati trasmessi) e del decreto notificato.

129. Se la CDF decide di avocare a sé il processo penale extragiudiziale, tutti gli adempimenti previsti a partire dal n. 91 saranno chiaramente a proprio carico, fatto salvo il diritto di chiedere la collaborazione delle istanze inferiori, se necessario.

d/ Come si svolge un processo penale extragiudiziale secondo il CCEO?

130. Come si è detto nel n. 94, il processo penale extragiudiziale secondo il CCEO si svolge con alcune peculiarità proprie di quel diritto. Ai fini di una maggiore scorrevolezza espositiva, per evitare ripetizioni, si indicheranno solo tali peculiarità: pertanto, alla prassi fin qui descritta e in comune con il CIC, bisognerà fare gli adattamenti che seguono.

131. Anzitutto va ricordato che il dettato del can. 1486 CCEO va scrupolosamente seguito, pena la mancanza di validità del decreto penale.

132. Nel processo penale extragiudiziale secondo il CCEO non c’è la presenza degli Assessori, ma è invece obbligatoria quella del Promotore di giustizia.

133. La sessione di notifica dell’accusa e delle prove si deve svolgere con la presenza obbligatoria del Promotore di giustizia e del Notaio.

134. Secondo il can. 1486 § 1, 2° CCEO, la sessione di notifica e conseguentemente la raccolta della difesa va svolta unicamente in discussione orale. Ciò non esclude tuttavia che, per tale discussione, la difesa possa essere consegnata in forma scritta.

135. Si invita a ponderare con particolare attenzione, in base alla gravità del delitto, se le pene di cui al can. 1426 § 1 CCEO siano veramente adeguate per raggiungere quanto previsto dal can. 1401 CCEO. Nella decisione circa la pena da imporre si osservino i cann. 1429[14] e 1430[15] CCEO.

136. Il Gerarca o il suo Delegato ricordi sempre che, secondo l’art. 21 § 2, 1° SST, sono abrogati i divieti di cui al can. 1402 § 2 CCEO. Pertanto, egli potrà imporre per decreto una pena espiatoria perpetua, avuto tuttavia il mandato previo della CDF richiesto dal medesimo art. 21 § 2, 1° SST.

137. Per stendere il decreto penale valgono i medesimi criteri indicati ai nn. 119-126.

138. La notifica, poi, avverrà nei termini del can. 1520 CCEO e deve constare in debita forma.

139. Per tutto quanto non si è detto nei numeri precedenti, si faccia riferimento a quanto scritto per il processo extragiudiziale secondo il CIC, anche nell’eventuale svolgimento del processo in CDF.

e/ Il decreto penale ricade sotto il segreto pontificio?

140. Come già richiamato (cf n. 47), gli atti processuali e la decisione si trovano sotto il segreto di ufficio. Bisogna costantemente richiamare a questo tutti gli intervenuti nel processo, a qualunque titolo.

141. Il decreto va notificato integralmente all’accusato. La notifica va fatta al suo procuratore, se egli se ne è avvalso.

VII. Che cosa può succedere quando finisce una procedura penale?

142. Secondo il tipo di procedura attivata, vi sono differenti possibilità che spettano a chi è intervenuto come parte nella procedura stessa.

143. Se vi è stata la procedura secondo l’art. 21 § 2, 2° SST, trattandosi di un atto del Romano Pontefice esso è inappellabile (cf cann. 333 § 3 CIC e 45 § 3 CCEO).

144. Se vi è stato un processo penale giudiziale, si aprono le possibilità di impugnazione previste dalla Legge, ossia la querela di nullità, la restitutio in integrum e l’appello.

145. Secondo l’art. 20, 1° SST, l’unico Tribunale di seconda istanza che si può adire è quello della CDF.

146. Per presentare appello, si segue il disposto di Legge, notando accuratamente che l’art. 28, 2° SST modifica i termini di presentazione dell’appello, imponendo il termine perentorio di un mese, da contarsi secondo quanto disposto dai cann. 202 § 1 CIC e 1545 § 1 CCEO.

147. Se vi è stato un processo penale extragiudiziale, è data la possibilità di presentare ricorso contro il decreto che lo conclude secondo i termini previsti dalla Legge, ossia dai cann. 1734 ss. CIC e 1487 CCEO (cf punto VIII).

148. Appelli e ricorsi, secondo i cann. 1353 CIC, e 1319 e 1487 § 2 CCEO, hanno effetto sospensivo della pena.

149. Poiché la pena è sospesa e si è ritornati in una fase analoga a quella preprocessuale, restano in vigore le misure cautelari con le stesse avvertenze e modalità di cui ai nn. 58-65.

VIII. Che cosa fare in caso di ricorso contro un decreto penale?

150. La Legge prevede modalità differenti, secondo i Codici.

a/ Che cosa prevede il CIC in caso di ricorso contro un decreto penale?

151. Chi intende presentare un ricorso contro un decreto penale, secondo il can. 1734 CIC deve chiederne prima la riforma all’autore (Ordinario o suo Delegato) entro il termine perentorio di dieci giorni utili dalla legittima notifica.

152. L’autore, secondo il can. 1735 CIC, entro trenta giorni da quando ha ricevuto la domanda può rispondere correggendo il proprio decreto (ma, prima di procedere in tal caso, è bene consultarsi immediatamente con la CDF), o respingendo la domanda. Ha anche facoltà di non rispondere in alcun modo.

153. Contro il decreto corretto, il respingimento della domanda o il silenzio dell’autore, il ricorrente può rivolgersi alla CDF direttamente o tramite l’autore del decreto (cf can. 1737 § 1 CIC) o tramite procuratore, nei termini perentori di 15 giorni utili previsti dal can. 1737 § 2 CIC[16].

154. Se il ricorso gerarchico è stato presentato all’autore del decreto, questi lo deve immediatamente trasmettere alla CDF (cf can. 1737 § 1 CIC). Dopo di che (come pure se il ricorso è stato presentato direttamente in CDF), l’autore del decreto deve unicamente attendere eventuali istruzioni o richieste della CDF, che comunque lo informerà circa l’esito dell’esame del ricorso.

b/ Che cosa prevede il CCEO in caso di ricorso contro un decreto penale?

155. Il CCEO prevede una procedura più semplice rispetto al CIC. Infatti, il can. 1487 § 1 CCEO prevede unicamente che il ricorso venga inviato alla CDF entro dieci giorni utili dalla notifica.

156. L’autore del decreto, in tal caso, non deve fare nulla, se non attendere eventuali istruzioni o richieste della CDF, che comunque lo informerà circa l’esito dell’esame del ricorso. Tuttavia, se si tratta dell’Ordinario, dovrà prendere atto degli effetti sospensivi del ricorso, di cui al n. 148.

IX. C’è qualcosa che bisogna tenere sempre presente?

157. Fin da quando si ha la notitia de delicto, l’accusato ha diritto di presentare domanda di essere dispensato da tutti gli oneri connessi con il suo stato di chierico, compreso il celibato, e, contestualmente, dagli eventuali voti religiosi. L’Ordinario o il Gerarca deve chiaramente informarlo di questo suo diritto. Qualora il chierico decidesse di avvalersi di questa possibilità, dovrà scrivere apposita domanda, rivolta al Santo Padre, presentandosi e indicando in breve le motivazioni per cui la chiede. La domanda deve essere chiaramente datata e firmata dall’Oratore. Essa andrà consegnata alla CDF, accompagnata dal votum dell’Ordinario o Gerarca. La CDF, a sua volta, provvederà all’inoltro e – se il Santo Padre accetterà l’istanza – trasmetterà all’Ordinario o Gerarca il rescritto di dispensa, chiedendogli di provvedere alla legittima notifica all’Oratore.

158. Per tutti gli atti amministrativi singolari emanati o approvati dalla CDF è data facoltà di ricorso ex art. 27 SST[17]. Il ricorso, ai fini della sua ammissibilità, deve determinare con chiarezza il petitum e contenere le motivazioni in iure in facto sulle quali si basa. Il ricorrente deve sempre avvalersi di un avvocato, munito di apposito mandato.

159. Se una Conferenza episcopale ha già provveduto a scrivere le proprie linee guida in merito al trattamento dei casi di abuso sessuale di minori, rispondendo all’invito fatto dalla CDF nel 2011, questo testo dovrà essere tenuto presente.

160. Capita talvolta che la notitia de delicto riguardi un chierico già deceduto. In tal caso, non può essere attivato alcun tipo di procedura penale.

161. Se un chierico segnalato muore durante l’indagine previa, non sarà possibile aprire una successiva procedura penale. Si raccomanda comunque all’Ordinario o al Gerarca di darne ugualmente informazione alla CDF.

162. Se un chierico accusato muore durante il processo penale, il fatto venga comunicato alla CDF.

163. Se, in fase di indagine previa, un chierico accusato ha perso tale stato canonico in seguito a concessione di dispensa o a pena imposta in altra procedura, l’Ordinario o il Gerarca valuti se sia opportuno condurre a termine l’indagine previa, a fini di carità pastorale e per esigenze di giustizia nei confronti delle presunte vittime. Se ciò poi avviene a processo penale già avviato, essa potrà comunque essere condotta a termine, se non altro ai fini di definire la responsabilità nell’eventuale delitto e di imporre eventuali pene. Va infatti ricordato che, nella definizione di delictum gravius, conta che l’accusato fosse chierico al tempo dell’eventuale delitto, non al tempo della procedura.

164. Fatto salvo quanto previsto dall’Istruzione sulla riservatezza delle cause del 6 dicembre 2019, l’autorità ecclesiastica competente (Ordinario o Gerarca) informi nei dovuti modi la presunta vittima e l’accusato, qualora ne facciano richiesta, circa le singole fasi del procedimento, avendo cura di non rivelare notizie coperte da segreto pontificio o segreto di ufficio la cui divulgazione potrebbe portare detrimento a terzi.

* * *

Questo Vademecum non pretende di sostituirsi alla formazione degli operatori del diritto canonico, in particolare per quanto riguarda la materia penale e processuale. Soltanto una conoscenza approfondita della Legge e dei suoi intendimenti potrà rendere il debito servizio alla verità e alla giustizia, da ricercarsi con peculiare attenzione in materia di delicta graviora in ragione delle profonde ferite che infliggono alla comunione ecclesiale.


[1] Art. 7 SST – § 1. Fatto salvo il diritto della Congregazione per la Dottrina della Fede di derogare alla prescrizione per i singoli casi, l’azione criminale relativa ai delitti riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede si estingue per prescrizione in vent’anni. § 2. La prescrizione decorre a norma del can. 1362 § 2 del Codice di Diritto Canonico e del can. 1152 § 3 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali. Ma nel delitto di cui all’art. 6 § 1, 1°, la prescrizione inizia a decorrere dal giorno in cui il minore ha compiuto diciotto anni.[2] Art. 24 SST – § 1. Nelle cause per i delitti di cui all’art. 4 § 1, il Tribunale non può rendere noto il nome del denunciante, né all’accusato, e neppure al suo Patrono, se il denunciante non ha dato espresso consenso. § 2. Lo stesso Tribunale deve valutare con particolare attenzione la credibilità del denunciante. § 3. Tuttavia, bisogna provvedere a che si eviti assolutamente qualunque pericolo di violazione del sigillo sacramentale.

[3] Art. 8 SST – § 2. Questo Supremo Tribunale giudica anche gli altri delitti […] in ragione della connessione della persona e della complicità.

[4] Can. 1428 CIC – § 1. Il giudice o il presidente del tribunale collegiale possono designare un uditore per svolgere l’istruttoria della causa, scegliendolo tra i giudici del tribunale o tra le persone approvate dal Vescovo a tale incarico. § 2. Il Vescovo può approvare all’incarico di uditore chierici o laici, che rifulgano per buoni costumi, prudenza e dottrina. Can. 1093 CCEO – § 1. Il giudice o il presidente del tribunale collegiale possono designare un uditore per svolgere l’istruttoria della causa, scegliendolo o tra i giudici del tribunale o tra i fedeli cristiani ammessi dal Vescovo eparchiale a questo ufficio. § 2. Il Vescovo eparchiale può ammettere all’ufficio di uditore dei fedeli cristiani, che si distinguano per buoni costumi, per prudenza e dottrina.

[5] Can. 1722 CIC – L’Ordinario per prevenire gli scandali, tutelare la libertà dei testimoni e garantire il corso della giustizia, può […] allontanare l’imputato dal ministero sacro o da un ufficio o compito ecclesiastico, imporgli o proibirgli la dimora in qualche luogo o territorio, o anche vietargli di partecipare pubblicamente alla santissima Eucaristia […]. Can. 1473 CCEO – Al fine di prevenire gli scandali, di proteggere la libertà dei testimoni e di tutelare il corso della giustizia, il Gerarca può […] impedire all’imputato l’esercizio dell’Ordine sacro, dell’ufficio, del ministero o di altro incarico, imporgli o proibirgli il soggiorno in qualche luogo o territorio, o anche proibirgli di ricevere pubblicamente la divina Eucaristia […].

[6] Can. 1339 CIC – § 1. L’Ordinario può ammonire, personalmente o tramite un altro, colui che si trovi nell’occasione prossima di delinquere, o sul quale dall’indagine fatta cada il sospetto grave d’aver commesso il delitto. § 2. Può anche riprendere, in modo appropriato alle condizioni della persona e del fatto, chi con il proprio comportamento faccia sorgere scandalo o turbi gravemente l’ordine. § 3. Dell’ammonizione e della riprensione deve sempre constare almeno da un qualche documento, che si conservi nell’archivio segreto della curia. Can. 1340 § 1 CIC: La penitenza che può essere imposta in foro esterno, consiste in una qualche opera di religione, di pietà o di carità da farsi. Can. 1427 CCEO – § 1: Salvo restando il diritto particolare, la riprensione pubblica ha luogo o davanti al notaio o a due testimoni oppure a mezzo di lettera in modo però che consti da qualche documento della ricezione e del contenuto della lettera. § 2. Bisogna guardarsi affinché nella riprensione pubblica non si dia uno spazio maggiore di quanto è necessario, all’infamia del reo.

[7] Art. 21 § 2, 2° SST – Alla Congregazione per la Dottrina della Fede è lecito: […] 2° deferire direttamente alla decisione del Sommo Pontefice in merito alla dimissione dallo stato clericale o alla deposizione, insieme alla dispensa dalla legge del celibato, i casi più gravi, quando consta manifestamente il compimento del delitto, dopo che sia stata data al reo la facoltà di difendersi.

[8] Can. 1483 CIC – Procuratore ed avvocato devono essere maggiorenni e di buona fama; l’avvocato deve inoltre essere cattolico, a meno che il Vescovo diocesano non permetta altrimenti, e dottore in diritto canonico, o in caso contrario veramente esperto, ed approvato dal Vescovo stesso.

[9] Ex analogia can. 1527 CIC – § 1. Possono essere addotte prove di qualunque genere, che sembrino utili per esaminare la causa e siano lecite.

[10] Ex analogia can. 1572 CIC – Nella valutazione delle testimonianze, il giudice, dopo aver richiesto, se necessario, lettere testimoniali, prenda in considerazione: 1) quale sia la condizione e l’onestà della persona; 2) se la testimonianza è fatta per conoscenza propria, soprattutto per aver veduto o udito personalmente, oppure in base alla propria opinione, per fama o per averlo udito da altri; 3) se il teste sia costante e fermamente coerente con se stesso, oppure sia variabile, insicuro o dubbioso; 4) se abbia contestimoni su quanto ha deposto, e sia confermato o no da altri elementi di prova.

[11] Can. 1336 CIC – § 1. Le pene espiatorie, che possono essere applicate a un delinquente in perpetuo oppure per un tempo prestabilito o indeterminato, oltre alle altre che la legge può eventualmente aver stabilito, sono queste: 1) la proibizione o l’ingiunzione di dimorare in un determinato luogo o territorio; 2) la privazione della potestà, dell’ufficio, dell’incarico, di un diritto, di un privilegio, di una facoltà, di una grazia, di un titolo, di un’insegna, anche se semplicemente onorifica; 3) la proibizione di esercitare quanto si dice al n. 2, o di farlo in un determinato luogo o fuori di esso; queste proibizioni non sono mai sotto pena di nullità; 4) il trasferimento penale ad altro ufficio; 5) la dimissione dallo stato clericale.

[12] Can. 1337 CIC – § 1. La proibizione di dimorare in un determinato luogo o territorio può essere applicata sia ai chierici sia ai religiosi; l’ingiunzione di dimorarvi può essere applicata ai chierici secolari e, nei limiti delle costituzioni, ai religiosi. § 2. Per infliggere l’ingiunzione di dimorare in un determinato luogo o territorio, è necessario che vi sia il consenso dell’Ordinario di quel luogo, salvo non si tratti di una casa destinata alla penitenza ed alla correzione dei chierici anche extradiocesani. Can. 1338 CIC – § 1. Le privazioni e le proibizioni recensite nel can. 1336 § 1, 2° e 3°, non si applicano mai a potestà, uffici, incarichi, diritti, privilegi, facoltà, grazie, titoli, insegne che non siano sotto la potestà del superiore che costituisce la pena. § 2. Non si può privare alcuno della potestà di ordine, ma soltanto proibire di esercitarla o di esercitarne alcuni atti; parimenti non si può privare dei gradi accademici. § 3. Per le proibizioni indicate nel can. 1336 § 1, 3°, si deve osservare la norma data per le censure al can. 1335.

[13] Can. 54 CIC – § 1. Il decreto singolare, la cui applicazione viene affidata all’esecutore, ha effetto dal momento dell’esecuzione; in caso contrario dal momento in cui viene intimato alla persona per autorità di colui che emette il decreto. § 2. Il decreto singolare, per poterne urgere l’osservanza, deve essere intimato con un legittimo documento a norma del diritto. Can. 55 CIC – Fermo restando il disposto dei cann. 37 e 51, quando una gravissima ragione si frapponga alla consegna del testo scritto del decreto, il decreto si ritiene intimato se viene letto alla persona cui è destinato di fronte a un notaio o a due testimoni, con la redazione degli atti, da sottoscriversi da tutti i presenti. Can. 56 CIC – Il decreto si ritiene intimato, se colui al quale è destinato, chiamato nel dovuto modo a ricevere o ad udire il decreto, senza giusta causa non comparve o ricusò di sottoscrivere.

[14] Can. 1429 CCEO – § 1. La proibizione di dimorare in un determinato luogo o territorio può colpire solo i chierici o i religiosi o i membri di una società di vita comune a guisa dei religiosi; la prescrizione invece di dimorare in un determinato luogo o territorio non può colpire se non i chierici ascritti a un’eparchia, salvo il diritto degli istituti di vita consacrata. § 2. Per infliggere la prescrizione di dimorare in un determinato luogo o territorio, si richiede il consenso del Gerarca del luogo, a meno che non si tratti o della casa di un istituto di vita consacrata di diritto pontificio o patriarcale, nel qual caso si richiede il consenso del Superiore competente, oppure di una casa destinata alla penitenza e all’emendamento di chierici di più eparchie.

[15] Can. 1430 CCEO – § 1. Le privazioni penali possono colpire soltanto le potestà, gli uffici, i ministeri, gli incarichi, i diritti, i privilegi, le facoltà, le grazie, i titoli, le insegne che sono sotto la potestà dell’autorità che costituisce la pena o del Gerarca che ha promosso il giudizio penale o che la infligge con decreto; lo stesso vale per il trasferimento penale ad altro ufficio. § 2. Non può esserci la privazione della potestà di ordine sacro, ma solo la proibizione di esercitare tutti o alcuni dei suoi atti a norma del diritto comune; così pure non può esserci la privazione dei gradi accademici.

[16] Can. 1737 § 2 CIC – Il ricorso deve essere presentato entro il termine perentorio di quindici giorni utili, che […] decorrono a norma del can. 1735.

[17] Art. 27 SST – Contro gli atti amministrativi singolari emessi o approvati dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nei casi dei delitti riservati, si ammette il ricorso, presentato entro il termine perentorio di sessanta giorni utili, alla Congregazione Ordinaria (ossia, Feria IV) del medesimo Dicastero, la quale giudica il merito e la legittimità, eliminato qualsiasi ulteriore ricorso di cui all’art. 123 della Costituzione Apostolica “Pastor bonus”.

Delitti nel Deep Web: uno scrittore l’aveva previsto.

Sembra il titolo di un film, eppure, purtroppo, la vicenda è reale. Perché alcuni ragazzi, per altro minori, hanno sentito il desiderio malato di pagare qualcuno dall’altra parte del mondo per far del male ad altri ragazzini? E’ la domanda che ci poniamo noi, e che deve essere balenata probabilmente anche agli inquirenti dell’’ “Operazione Delirio”. Rimbalza su tutti i giornali in queste ore che in Italia è stata scoperta una chat in cui ragazzi tra i 13 e i 17 anni si scambiavano foto e video di ragazzini torturati, pare nel sud est asiatico. Ed erano gli stessi italiani a pagare, con denaro digitale, gli aguzzini nel deep-web, la parte illegale di internet, in cui si trova davvero di tutto: sesso, droga, violenza.

E’ molto difficile indagare nel Deep, a causa di codici protetti e meandri della rete oscura. Tempo fa un libro-inchiesta della Tau Editrice dal titolo “Occultismo. L’attualità di un mito. La presenza dell’ignoto”, aveva affrontato per mano del saggista Danilo Campanella anche il problema dell’occulto 2.0. Nel libro un capitolo è dedicato proprio alla parte oscura di Internet. L’autore è stato un’altra voce inascoltata? Spesso noi prendiamo sotto gamba certe tematiche, ritenendole fantapolitica. La domanda che ci si pone è, ancora una volta, cosa si può fare per comprendere il perché alcuni ragazzi si prestano a certi orrori che, normalmente, si vedono soltanto nella finzione cinematografica?

Detassazione premi di produttività: pubblicato il Report al 14 luglio 2020

È consultabile online il Report sull’andamento dei premi di produttività, ricavato dalla procedura per il deposito telematico dei contratti aziendali e territoriali che il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha attivato a seguito del Decreto Interministeriale 25 marzo 2016, relativo alla detassazione dei premi di produttività.

Il Report, aggiornato alla data del 14 luglio 2020, si compone di due parti: nella prima è fornita un’indicazione del trend della misura e della sua diffusione territoriale; la seconda è dedicata al monitoraggio dei soli contratti “attivi”.

Alla data di chiusura del Report, le dichiarazioni di conformità compilate, redatte secondo l’articolo 5 del Decreto, sono state 56.131. Nello specifico, 11.998 dichiarazioni di conformità si riferiscono a contratti tuttora attivi; di queste, 9.144 sono riferite a contratti aziendali 2.854 a contratti territoriali.

Dei 11.998 contratti attivi, 9.433 si propongono di raggiungere obiettivi di produttività, 7.074 di redditività, 5.524 di qualità, mentre 1.436 prevedono un piano di partecipazione e 6.918 prevedono misure di welfare aziendale.

Prendendo in considerazione la distribuzione geografica, per sede legale, delle aziende che hanno depositato le 56.131 dichiarazioni ritroviamo che il 77% è concentrato al Nord, il 16% al Centro il 7% al Sud.

Una analisi per settore di attività economica evidenzia come il 58% delle dichiarazioni si riferisca ai Servizi, il 41% all’Industria e il 1% all’Agricoltura.

 

Per la consultazione integrale dei dati, vai al Report

Allarme su Nature: nei prossimi mesi boom di fratture tra over 65

Nei prossimi mesi ci sarà una drammatica impennata di fratture e loro complicanze negli over 65. Gli anziani sono i più colpiti non solo da Covid-19, ma anche da numerose altre patologie correlate, come l’osteoporosi. E le statistiche parlano chiaro: già oggi l’80% delle persone trattate per una frattura non riceve una terapia anti-osteoporosi, accrescendo così il rischio di patologie correlate e nuove fratture.

Così lo stop dei mesi scorsi delle attività sanitarie sulle malattie croniche, come osteoporosi e riabilitazione, fa prevedere agli esperti una nuova impennata delle fratture. Ad affermarlo, in un articolo pubblicato su ‘Nature Reviews Endocrinology’, è Nicola Napoli, medico dell’unità di Endocrinologia del Policlinico universitario Campus Bio-Medico.

La pandemia in corso in tutto il mondo e la cura dei pazienti con fragilità ossea sono quindi strettamente connesse. I dati a disposizione indicano che la maggior parte dei pazienti ospedalizzati con Covid-19 ha una età media superiore ai 60 anni: sono soggetti fragili e con almeno un’altra patologia in corso che, insieme all’immobilizzazione e a trattamenti di lungo periodo, aumentano il rischio di fragilità ossea e di fratture.

Secondo gli ultimi dati disponibili, inoltre, in Italia sono circa 3,5 milioni le donne e 1 milione gli uomini affetti da osteoporosi. Nei prossimi 20 anni, con il progressivo invecchiamento della popolazione, si prevede un aumento del 25% degli over 65, e la Società italiana dell’osteoporosi stima un proporzionale incremento dell’incidenza di osteoporosi nella popolazione.

Alla ricerca del centro perduto

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Aveva iniziato Berlusconi nel Novembre scorso, quando annunciò l’avvio dell’esperimento di “ Altra Italia”, una federazione di forze moderate e centriste. Il progetto era ed è strettamente collegato al tipo di legge elettorale con cui, alla fine, si andrà a votare alle prossime elezioni politiche. La scelta compiuta in quei mesi dell’azzeramento dei coordinatori di Forza Italia, provocò la scissione di Giovanni Toti e le ire di Mara Carfagna, e la fibrillazione costante e progressiva dei gruppi parlamentari e in periferia di quel partito.

Si era così avviato un processo di ricomposizione dell’area centrale al quale anche noi “ DC non pentiti” siamo da molto tempo interessati, tanto da esserci battuti per ricomporre i diversi partiti, associazioni, movimenti e gruppi nella Federazione Popolare dei DC, costituita con atto notarile nello stesso mese di Novembre 2019. Nella recente assemblea della Federazione tenutasi il 2 Luglio, si è unanimemente concordato sia il nome e il simbolo della Federazione, sia di presentarci con liste unitarie alle elezioni regionali e comunali di Settembre, con lo scudo crociato e il nome di “Unione Democratici Cristiani”.

In parallelo i gruppi de la “ Rete bianca”, “Costruire Insieme” e “Politica Insieme”, che avevano condiviso “il manifesto Zamagni”, sono interessati a dar vita a la “Parte bianca” . Trattasi di due progetti, il nostro e il loro, che contengono molti elementi in comune, non solo per il riferimento alle medesime radici politico culturali di ispirazione popolare e democratico cristiana e alla netta alternatività alla deriva nazionalista sovranista e antieuropea del duo Salvini-Meloni, ma dalla volontà di attuare integralmente la Costituzione repubblicana e di adottare politiche economico e sociali ispirate dalla dottrina sociale cristiana. Un tema quest’ultimo divenuto tanto più decisivo dopo che il governo giallo-rosso sta portando all’approvazione finale il progetto di legge Zan-Scalfarotto sul contrasto all’”omotransfobia”, contro cui l’opposizione del mondo cattolico è intransigente e totale.

Il gap, tuttavia, tra le aspirazioni etico culturali e politiche dell’area cattolica, unita nella difesa dei “valori non negoziabili”, e la concreta realtà organizzativa della stessa, tuttora in preda alle conseguenze della suicida diaspora democratico cristiana( 1994-2020), rende palese la condizione di assoluta minoranza dei cattolici in un Paese dominato dalla cultura ispirata dai principi del relativismo etico, e di irrilevanza sul piano politico istituzionale. Una condizione che, non vigesse la “maledizione di Moro”, pronunciata dal leader pugliese dal carcere delle BR sui suoi successori, accompagnata, ahimè, dalle molte stupidità di noi indegni suoi eredi, dovrebbe immediatamente impegnarci nella ricomposizione politica di un’area di centro laica, democratica, popolare, liberale, riformista, europeista, inserita a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori, unita nell’attuazione piena della Carta costituzionale.

Non sarà, infatti, Di Maio con la sua annunciata volontà di “fare il partito dei moderati” , ossia il progetto di una svolta politica netta rispetto all’anno scorso, quando volava in Francia per incontrare i leader dei gilet gialli in compagnia di Alessandro Di Battista. Un’esperienza politica, quella di Di Maio e del M5S, sorta dalla cultura grillina del “vaffa…”, che non può essere quella su cui può nascere un centro politico credibile a livello nazionale ed europeo. Una sede quest’ultima dove sono ben presenti le grandi culture: popolare, socialista e liberale, che furono alla base della fondazione dell’Unione Europea.

L’Italia ha bisogno di ritrovare un partito di ispirazione cristiana impegnato a tradurre nella “città dell’uomo” le indicazioni delle ultime encicliche sociali della Chiesa cattolica, che rappresentano la risposta più approfondita e avanzata ai grandi problemi della globalizzazione. Ecco perché rivolgo un nuovo pressante appello agli amici della “parte bianca” affinché si compia un passo importante nella direzione dell’unità con la Federazione Popolare dei DC, premessa indispensabile per dar vita, prima delle prossime elezioni politiche, al soggetto politico nuovo con cui presentarci INSIEME alla scadenza elettorale.

I profitti della Bank of America crollano

La Bank of America fa sapere che i profitti sono crollati del 52 per cento nel secondo trimestre del 2020.

In totale l’istituto ha guadagnato 3,53 miliardi di dollari contro i 7,35 miliardi di un anno fa. Dati che, scrive il “Wall Street Journal”, riflettono la preoccupazione dell’industria bancaria rispetto a una possibile ondata di default legata alla pandemia di coronavirus.

Bank of America ha stanziato 5,12 miliardi di dollari nel periodo in esame per coprire future perdite legati a prestiti a rischio, nonostante le autorità federali abbiano varato nelle scorse settimane pacchetti di aiuti da oltre 3 mila miliardi di dollari per aiutare famiglie e aziende a superare la crisi.

In totale, le maggiori banche statunitensi hanno stanziato 28 miliardi di dollari nel secondo trimestre dell’anno per coprire le perdite legate a prestiti.

Save the children: riscriviamo il futuro insieme

Per molti bambini questa estate non sarà ricca di opportunità educative e all’insegna della socialità come molti speravano. Soprattutto a seguito di questi mesi passati in lockdown la speranza nella riapertura era accompagnata da quella di poter accedere a numerose attività estive per i bambini e i ragazzi.

Purtroppo però, come emerge dal rapporto di monitoraggio Riscriviamo il Futuro, le disparità in Italia nell’offerta dei centri estivi sono molte e minano alla socialità e alla ripresa educativa dei bambini: sembra che l’isolamento sociale, ricreativo e formativo per molti di loro sia destinato a continuare.

20 comuni capoluogo di regione sono stati presi in considerazione per questa ricerca. Abbiamo analizzato: il periodo di avvio delle attività, le fasce di età dei bambini accolti, le tariffe e le agevolazioni e le esenzioni.
Dall’analisi dei dati, emerge chiaramente un panorama frammentato in tutta Italia, con regole differenti in base ai comuni, che spesso crea confusione e marca le differenze tra nord e sud del paese.

Appena è stata resa possibile la riapertura, dalle linee guida ministeriali, ciò che ci si aspettava fosse una ripartenza all’unisono, tuttavia non è stato così e non tutti i comuni sono stati pronti da subito a riaprire le attività dedicate ai più piccoli e ai giovani.

Alcuni hanno centralizzato l’offerta mentre altri l’hanno delegata al privato e al non profit. In linea generale poi la situazione si è resa ancor più difficile a causa di informazioni frammentate e a un’offerta non uniforme per tutte le fasce d’età. Infine i costi, anch’essi diversi da territorio a territorio anche laddove il reddito famigliare presentato è lo stesso.

In questo periodo 6 genitori su 10 hanno fatto i conti con la riduzione temporanea dello stipendio, e quasi 1 genitore su 7 tra quelli di nuclei familiari più fragili, ha perso il lavoro a causa dell’emergenza.

Paradossalmente, se uno dei due genitori ha perso il lavoro, con esso ha anche perso il diritto alle forme di sostegno in base al reddito che consentirebbero ai bambini di svolgere attività formative e ricreative importanti in questo momento, cosa non da poco se si considerano le profonde differenze in termini di costi che è possibile verificare sul territorio nazionale.

Eppure proprio quest’anno l’offerta estiva è di particolare importanza, dopo il lungo periodo di isolamento, le scuole chiuse e tantissime famiglie che non trascorreranno nemmeno un giorno di vacanza mentre fronteggiano un grave impoverimento.

“Il diritto all’educazione dei bambini non può essere lasciato sempre in fondo alla lista. Questa estate deve essere l’occasione per restituire ai bambini più colpiti dall’isolamento educativo le occasioni di socialità, di gioco e di apprendimento che sono loro mancate, per prepararli ad un rientro a scuola sereno, afferma Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children commentando i dati sul monitoraggio dei centri estivi. “Chiediamo un impegno straordinario alle amministrazioni, alle scuole, alle istituzioni ad ogni livello per aprire nel mese di agosto spazi di gioco, educazione e di socialità per tutti i bambini, a partire da quelli che vivono nei quartieri più svantaggiati, utilizzando tutti i fondi stanziati, semplificandone se necessario le procedure di impiego. L’estate dei bambini non deve essere un tempo vuoto, ma un tempo ricco di opportunità”.

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Reddito di emergenza: già erogata a 209mila nuclei familiari la prima mensilità

Al 30 di giugno 2020, sono stati 455mila i nuclei familiari che hanno richiesto il Reddito di emergenza e a 209mila di essi (dunque, il 46%) è già stato erogato il beneficio.
È questo il dato principale, fornito dall’INPS, che fotografa la situazione della nuova misura di sostegno introdotta su impulso decisivo del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Nunzia Catalfo.

Come ha posto in rilievo la titolare del Dicastero, i 209mila nuclei percettori “si traducono in oltre 500mila persone che hanno ricevuto un sostegno concreto grazie a questa misura introdotta con il Decreto Rilancio“.

Le regioni con il maggior numero di nuclei percettori sono state la Campania (18,4%), la Sicilia (16,1%) e il Lazio (11%). Peraltro, la distribuzione geografica delle domande pervenute rispecchia in gran parte quanto già osservato per le richieste del Reddito di cittadinanza: una concentrazione maggiore nelle regioni del Sud e nelle isole, pari al 48% del totale; segue il Nord con il 33% e, infine, il centro Italia con il 19%.

Numeri di rilievo, dunque, a quindici giorni dalla scadenza per richiedere il beneficio: ci sarà tempo, infatti, fino a venerdì 31 luglio per presentare le domande. Il riconoscimento del Rem può essere chiesto all’INPS, esclusivamente online presentando la domanda sul sito web dell’Istituto (utilizzando PIN, SPID, Carta Nazionale dei Servizi e Carta di Identità Elettronica) oppure attraverso i Caf e i Patronati.

La domanda dovrà essere presentata da uno dei componenti del nucleo familiare, seguendo le indicazioni fornite nella Circolare n. 69 dell’INPS.

A margine del commento sui dati diffusi dall’INPS, il Ministro Catalfo ha annunciato l’intenzione di proseguire l’attuale azione di sostegno andando “avanti con la riforma degli ammortizzatori sociali“.

Suor Maria Laura Mainetti sarà beatificata il 6 giugno 2021

CHIAVENNA OMICIDIO SUORA SUOR MAINETTI MARIA LAURA 70

Decima figlia di Stefano Mainetti e Marcellina Gusmeroli, originari della Valtellina, rimase orfana della madre pochi giorni dopo essere nata. Venne quindi accudita prima dalla sorella Romilda e poi dalla seconda moglie del padre. Inoltre anche suor Maria Amelia, amica della defunta madre, si preoccupò della sua istruzione, facendole proseguire gli studi a Parma presso le suore della sua congregazione, le Figlie della Croce. Dopo le scuole medie frequentò l’Istituto magistrale, terminato in seguito a Roma nel 1960.

La ragazza interpretò le parole “devi fare qualcosa di bello per gli altri”, dette a lei da un sacerdote durante una confessione, come il progetto che Dio aveva per lei e nel 1957 disse alla propria famiglia di voler diventare suora. Il 22 agosto iniziò presso le Figlie della Croce di Roma il postulato, il 15 agosto 1959 emise i primi voti cambiando il proprio nome in Maria Laura e nel 1960 professò i voti perpetui a La Puye.

Iniziò quindi l’opera di educatrice in diverse scuole elementari delle Figlie della Croce a Vasto (1960-1962), Roma (1962-1963 e 1969-1973), Parma (1979-1984) e infine Chiavenna (1963-1969 e dal 1984). Nel 1987 divenne responsabile della sua comunità.

La sera del 6 giugno 2000, verso le 22, uscì dal convento per aiutare una ragazza che le aveva telefonato dicendole di essere rimasta incinta dopo aver subito uno stupro. Tuttavia era solo una scusa inventata dalla ragazza, Ambra Gianasso, diciassettenne, per poter incontrare la religiosa in un luogo isolato, il parco delle Marmitte dei Giganti, raramente frequentato la sera, e poterla così offrire, insieme alle amiche Veronica Pietrobelli e Milena De Giambattista (rispettivamente 17 e 16 anni), come sacrificio a Satana. Secondo quanto confessarono le ragazze, la vittima inizialmente designata sarebbe stato il parroco del paese, successivamente scartato per la sua corporatura robusta che avrebbe reso difficile l’omicidio, per cui la scelta venne spostata sulla Mainetti, dal fisico esile e giudicata quindi più facilmente assassinabile.

Le tre ragazze accompagnarono la religiosa lungo un viottolo poco illuminato, la colpirono inizialmente con una mattonella e finirono per ucciderla con 19 coltellate; le giovani confessarono, durante gli interrogatori nel corso delle indagini, che, mentre veniva colpita ormai inginocchiata al suolo, suor Maria Laura chiese a Dio di perdonare le ragazze. Le indagini sull’omicidio esclusero la partecipazione diretta o indiretta di una persona adulta, che avrebbe potuto suggestionare le ragazze, mentre vennero rinvenuti quaderni delle ragazze con scritte sataniche e risultò che, nei mesi precedenti, queste avevano compiuto un giuramento di sangue che le avrebbe legate fra loro indissolubilmente.

Il 25 ottobre 2005 l’allora vescovo della diocesi di Como Alessandro Maggiolini aprì il Processo Diocesano per la beatificazione di suor Maria Laura, conclusosi il 30 maggio 2006. Successivamente nel 2008 la Santa Sede approvò la richiesta per l’inizio del processo di beatificazione.

Ora a fine del processo di beatificazione, suor Maria Laura Mainetti sarà proclamata Santa  il prossimo 6 giugno 2021, a Chiavenna, alla presenza del card. Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione per la Causa dei Santi.

 

Covid: tracce immunità in chi non si è ammalato

Antonio Bertoletti, scienziato italiano in forze all’università di Singapore, professore di Emerging Infectious Diseases alla Duke-Nus Medical School, in un’intervista al ‘Foglio’ spiega che: “Il mio lavoro mostra è che nei soggetti che non si sono mai ammalati di coronavirus, in realtà, ci sono tracce (anche abbastanza consistenti) di immunità cellulare (le solite T cells) contro sezioni di SarsCoV-2 che potrebbero essere state stimolate da altri virus che circolano normalmente nella popolazione”.

L’esperto parla del suo studio e, in un rapporto preliminare per la rivista ‘Nature’ al riguardo, spiega che: “E’ importante diffondere il messaggio che le cellule T e non solo gli anticorpi sono una parte essenziale dell’immunità antivirale. C’è invece l’idea di una totale assenza d’immunità contro i coronavirus nella popolazione generale. Il che è chiaramente scorretto. Diversi tipi di coronavirus hanno sempre circolato tra gli umani. E’ possibile che un’immunità a virus strettamente correlati possa ridurre la vulnerabilità o alterare la gravità della malattia”.