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Istat: “a gennaio 2021 in calo le vendite al dettaglio”

A gennaio 2021 si stima un calo congiunturale per le vendite al dettaglio del 3,0% in valore e del 3,9% in volume. Ad una lieve crescita delle vendite dei beni alimentari (+0,1% in valore e +0,3% in volume) si contrappone una forte riduzione per i beni non alimentari (-5,8% in valore e -7,2% in volume).

Nel trimestre novembre 2020-gennaio 2021, le vendite al dettaglio diminuiscono in termini congiunturali del 6,7% in valore e del 7,3% in volume. L’andamento negativo è determinato dai beni non alimentari che calano del 13,2% in valore e del 14,0% in volume, mentre le vendite dei beni alimentari sono in crescita (+1,9% sia in valore, sia in volume).

Su base tendenziale, a gennaio, le vendite al dettaglio diminuiscono del 6,8% in valore e dell’8,5% in volume. Anche in questo caso si registra un deciso calo per i beni non alimentari (-15,5% in valore e -17,1% in volume) e un aumento per i beni alimentari (+4,5% in valore e +3,8% in volume).

Per quanto riguarda i beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali negative per quasi tutti i gruppi di prodotti ad eccezione di elettrodomestici, radio, tv e registratori (+11,7%) e dotazioni per l’informatica, telecomunicazioni, telefonia (+9,9%). Le flessioni più marcate riguardano calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-36,4%) e abbigliamento e pellicceria (-33,0%).

Rispetto a gennaio 2020, si registra una diminuzione assai ampia delle vendite al di fuori dei negozi (-18,7%) e di quelle delle imprese operanti su piccole superfici (-14,3%); calano lievemente anche le vendite della grande distribuzione (-1,5%). L’unica forma distributiva che segna una decisa crescita è il commercio elettronico (+38,4%).

Al via l’Alta Commissione per la qualità dell’abitare

E’ nata l’Alta Commissione per la Qualità dell’Abitare, istituita presso il Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili (MIMS) per dare attuazione all’omonimo Programma innovativo nazionale, varato con il decreto interministeriale 395/2020. La Commissione, composta da professionisti ed esperti ha, tra l’altro, il compito di esaminare e finanziare progetti per la riqualificazione delle aree urbane disagiate dal punto di vista abitativo e socioeconomico.

Il prossimo 16 marzo scadrà la prima fase per la presentazione dei progetti, per i quali sono disponibili 854 milioni di euro (a cui si potranno aggiungere ulteriori risorse europee). Al bando si sono già registrati 170 enti locali e territoriali.

“Il Programma innovativo nazionale sulla qualità dell’abitare è destinato a incidere positivamente sulla qualità della vita delle persone e delle famiglie”, ha affermato il Ministro Giovannini intervenendo alla riunione di insediamento dell’Alta Commissione per la Qualità dell’Abitare. “La Commissione dovrà programmare in modo dettagliato e puntuale le proprie attività, stimolando una riflessione sul futuro delle politiche abitative, aprendo un dialogo con le organizzazioni della società civile e con le Università che sono chiamate a contribuire attivamente alla trasformazione dei territori nella direzione dello sviluppo sostenibile”.

L’8,5% dei pazienti oncologici sceglie un ospedale fuori della propria Regione

Giovane, con un livello di istruzione abbastanza alto e proveniente dal Centro e Sud Italia. È questo l’identikit del migrante sanitario, il paziente con tumore che cambia regione per farsi curare. A definirne le caratteristiche è un recente rapporto di Crea Sanità promosso dal gruppo “La salute un bene da difendere, un diritto da promuovere”, che ha analizzato la mobilità sanitaria oncologica nel 2018, stabilendo che l’8,5% delle persone che hanno un tumore sceglie di farsi curare al di fuori dei confini regionali.

Questa percentuale non considera la cosiddetta mobilità di prossimità, ovvero quegli spostamenti che, pur oltrepassando un confine regionale, non superano i 100 km.

Le regioni maggiormente penalizzate dalla migrazione sanitaria sono Calabria, Campania, Puglia, Sicilia e Lazio, mentre quelle più attrattive sono Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Veneto e lo stesso Lazio.

 

Dopo Zingaretti ci sarà ancora il Pd?

Appena qualche mese fa, con un altro assetto politico, le dimissioni di Zingaretti avrebbero generato un’immediata rifrazione sugli equilibri di potere. Ne sarebbe scaturita l’avvisaglia di una crisi ministeriale, con tutti i commentatori impegnati a valutare la tenuta della legislatura. Certamente l’opposizione avrebbe alzato la voce per chiedere lo scioglimento delle Camere. Il terremoto politico, benché riguardante una forza di governo, non avrebbe circoscritto i suoi effetti al solo perimetro di questa, come se l’onda sismica potesse nello specifico arrestarsi al Nazareno.

Niente di tutto ciò si palesa in queste ore. Il gesto di Zingaretti mette a dura prova il partito, ne fa intravedere le difficoltà e gli affanni, certifica la sua consunzione vitale; e tuttavia, invece di costituire un problema per la politica, esorbita da essa per disperdersi nell’universo di una sconnessa invettiva moralistica, senza conseguenze sulla conduzione del governo. Draghi non dà segni di preoccupazione: va avanti, in silenzio, con imperturbabile sicurezza. Sembra addirittura che si rafforzi, agli occhi della pubblica opinione, nel momento in cui implode in maniera spettacolare la leadership del cosiddetto campo riformista.

Ora nel Pd aumenta il rischio di un confronto senza sbocco. L’invito a respingere le dimissioni del segretario segnala in fondo l’imbarazzo del gruppo dirigente. A suo carico Zingaretti ha lanciato accuse pesanti e persino ingiuriose, che mai s’erano udite in simili frangenti. Lascia, così ha detto, perché si considera il bersaglio di ogni polemica e quindi il “problema” del Pd; ma nel medesimo tempo – e qui sta il vulnus di un pronunciamento inusitato – ha detto di vergognarsi per la condotta indecorosa del partito. È come fa un partito ad accettare che il suo segretario ne infanghi l’immagine in questo modo, usando un tono da Savonarola? Come minimo, invece di piegarsi alla intemerata moralistica, dovrebbe archiviarne le incongrue pretese di superiorità. Avvenne così nella primavera del 1959 quando Fanfani, con le sue dimissioni, sfidò il gruppo dirigente della Dc: in notturna la maggioranza si riunì nel convento delle suore di Santa Dorotea e convenne di procedere alla elezione di Moro.

Si tratta di capire, a questo punto, se nel Pd esiste una nuova maggioranza in grado di sormontare, a costo di qualche sacrificio, il fallimento della gestione zingarettiana. Non è un passaggio ordinario, quello che attende un partito offeso ed umiliato, inabile a fornire per altro una connessione tra le dinamiche che lo tormentano e il percorso di un governo che lavora al futuro del Paese.  Incombe un senso di inutilità, se non altro perché, anche sul terreno strettamente politico, la transumanza verso una sinistra in gentile versione eco-populista, trova piuttosto un ancoraggio nell’iniziativa di Conte. Non c’è bisogno di una mediazione che Zingaretti ha spogliato di potenza e dignità. Il Pd vuole sciogliersi nella melassa del grillismo, visto che la sua variante ultima si avvale di nuovo, ma sempre dubbio afflato progressista? Sarebbe il tradimento di un’ambizione e la definitiva pietra tombale sulla opzione riformista. Per molti elettori è una verità acquisita da tempo, tant’è che gli ultimi sondaggi registrano persino l’ipotesi di un crollo strutturale. Adesso è tempo di scelte eccezionali. Certo, Zingaretti ha rinnovato stamane la tessera del Pd, ma dopo quanto è avvenuto il Pd resisterà all’onda d’urto di una crisi tanto grave?

Asili nido, l’utile provocazione di Cottarelli.

La provocazione contenuta nell’ultimo libro di Carlo Cottarelli “All’inferno e ritorno” sulla necessità  di avere più asili nido nel nostro paese merita una riflessione non banale nè marginale. Cottarelli  dice, in sostanza, che per “una società più giusta bisogna dare a tutti le stesse possibilità di  partenza, ma va anche innestato un maggiore premio al merito”. Una tesi che purtroppo in questi  ultimi anni è stata semplicemente accantonata ed emarginata rispetto alle politiche attive che  sono state portate avanti. E Cottarelli, anche in una recente intervista che parla del suo nuovo  libro, dice espressamente, e curiosamente, che per rifare l’Italia ci vogliono tantissimi asili nido. E  cioè, “dovremmo portare il tasso di copertura ad almeno il 60% con una uguale distribuzione in  tutte le regioni” ricordando che, invece, ad oggi, il tasso di copertura è appena il 24,7% dei  bambini sotto i due anni. E quindi molto al di sotto non solo del suo obiettivo ma anche e  soprattutto del 33% che l’Unione Europea aveva raccomandato di raggiungere nell’ormai lontano  2010. 

Ecco, la tesi di Cottarelli è molto semplice e al contempo molto complessa. Si tratta, cioè, di  rafforzare la tesi dell’uguaglianza dei punti di partenza perchè sono i primi anni di vita in cui si  possono ridurre, grazie all’istruzione, le disuguaglianze che dipendono quasi esclusivamente dalla  condizioni economiche della famiglia di nascita. Una riflessione iniziale che poi si lega a molte  altre, e tutte conseguenti e lineari: dalla garanzia di costruire un vero ascensore sociale alla  centralità del merito, dalla possibilità di fornire pari opportunità a tutte le persone alla necessità di  avere un fisco progressivo e realmente redistributivo. Insomma, dice Cottarelli, servono riforme  che guardino alla crescita e facciano decollare la crescita. E, sotto questo aspetto, la necessità di  avere più asili nido significa guardare avanti e creare le condizioni, sin dall’inizio, di avere più  uguaglianze in partenza. 

Ecco perchè l’intelligente e provocatoria riflessione di Cottarelli investe direttamente anche il ruolo  degli enti locali e il problema delle finanze pubbliche da destinare a questi enti. A volte, anche  partendo dalla richiesta di avere più asili nido in tutto il paese, forse si potrebbe centrare  l’obiettivo di creare maggior uguaglianza sociale ed economica e creare le condizioni per poi, più  avanti, puntare esclusivamente sul merito. Su questi temi sarebbe oltremodo importante che  anche chi rappresenta i comuni, cioè l’Anci, battesse un colpo. Per i contenuti e per il futuro delle  nuove generazioni e non solo per il futuro degli organigrammi dell’Associazione. 

Lucio Dalla 50 anni fa a Sanremo segna l’Italia del post boom

Paola Pallottino (1939), grande storica dell’arte, illustratrice di opere di geografia, medicina, scienze naturali, testi di matematica e tant’altra roba, e paroliera di brani di successo, scrive “Gesùbambino”, che Dalla musica e canta per la prima volta al Teatro Duse di Bologna a Dicembre del 1970.

La Pallottino, che come ogni talentuoso ed eclettico vede orizzonti e pratica strade in-comprensibili/in-comprendibili ai più, spiega ad “Avvenire” (che non a caso fino al 1968 si chiamava “L’Avvenire d’Italia” ed era sito in Bologna) di essere rimasta colpita dall’orfanezza di Dalla a 7 anni per la perdita del padre.

La canzone doveva essere dunque sull’assenza del padre. Ma viene fuori un testo sulla madre. Perché scrivendo si pensa, e ci si trova poi altrove (com’è ogni vera ricerca e ogni vera scoperta: i visionari rigenerano il mondo, sono i veri realisti). E la Pallottino si trovò a raccontare di una madre che senza padre deve crescere un figliolo. Il soldato della ballata poi muore in guerra e non tornerà più da quella ragazzina.

Diviene quindi un testo sulla perdita, e su come la vita sia esposta ad una ‘fragilità costitutiva’ da cui non si scappa.
“4/3/1943”, data di nascita di Lucio Dalla, è quindi la dichiarazione di una BREVITÀ ESISTENZIALE (la storia di questa neomamma) per chi pensa invece di avere tempo e mezzi per controllare tutto e disporre di sé in-dipendentemente da tutto.

Ma la censura di allora ci mette del suo e così il Maestro Cini suggerisce di cambiare il titolo originario, “Gesù bambino” (che suonava irrispettoso; vuoi far nascere Nostro Signore in quella condizione equivoca? sarà anche stato al freddo e al gelo ma non esageriamo… dimenticando la vera storia di San Giuseppe e il suo quattro marzo…).

Viene perciò sostituito con la data di nascita di Lucio, 4 Marzo 1943. Vengono modificati anche altri punti del testo e finalmente è presentabile al 21° Festival della Canzone Italiana, a Sanremo, a Febbraio del 1971. 50 anni fa.
Il successo è enorme e il brano arriva terzo Dalla è in coppia con la Nuova Equipe 84 di Maurizio Vandelli, Di Cioccio, Sogliani e Dario Baldan Bembo. Sono preceduti da “Che sarà” della star internazionale José Feliciano (canzone scritta da Migliacci, che fa 90 anni quest’anno, a cui Morandi deve i suoi successi, e anche Patty Pravo con “La bambola”).

La Pallottino poi, per consolidare la nuova celebrità di Dalla, gli passa “Il gigante e la bambina”, ma Dalla la lascia ad un giovane diciottenne, Rosalino Cellamare, che la porta a “Un disco per l’Estate” di quell’anno: Ron.
Chico Buarque de Hollanda, l’intellettuale della canzone brasiliana (cover “La banda” di Mina del ’67), la sente cantata da Lucio Dalla in un ristorante di Campo de’ Fiori a Roma e si mette a piangere a dirotto; la porta in Brasile, in portoghese, con “Minha história”. Poi da lì il 4 Marzo va nel mondo.

Sulle orme di Abramo

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Emmanuel Levinas

Papa Francesco prende e parte. Dopo 15 mesi di pausa forzata si alza, esce dal Vaticano e si dirige in Iraq, il viaggio che forse in modo più potente rappresenta il suo pontificato giunto all’ottavo anniversario. Sono infatti quasi otto anni che il Papa invita il popolo dei cattolici a realizzare una Chiesa “in uscita”. E questo viaggio, “sulle orme di Abramo” è l’incarnazione di una Chiesa che esce. Abramo è l’uomo che riceve la chiamata e l’ascolta sul serio, prontamente, senza tentennamenti o discussioni, prende quello che ha e si mette in cammino da Ur del Caldei verso “il paese che ti indicherò”. Con questo gesto il testo biblico dona al mondo qualcosa che prima non aveva: il futuro. E quindi la speranza. Nel mondo antico, impregnato dalla saggezza greca, il futuro non era molto frequentato, perché coincideva con il ritorno del passato. Il fato in modo ineluttabile tornava ruotando ciclicamente su se stesso: l’eterno ritorno dell’identico. Già il mondo latino segna un distacco rispetto a questa visione così intrisa di nostalgia: da Ulisse, l’eroe greco, si passa ad Enea di cui Virgilio canta l’avventuroso viaggio non verso la vecchia casa ma alla ricerca di una nuova terra da scoprire per poter ripartire. Enea con il padre e il figlio “sulle spalle” e la compagnia dei Lari e i Penati, la religione. Da Abramo, passando per Enea, il tema della promessa entra nel mondo e con esso anche l’idea di avvenire, di progresso, se vogliamo anche di “millenarismo”.

Questo passaggio dal mondo greco al mondo biblico è ben illustrato dalla riflessione del filosofo ebreo Emanuel Levinas nel testo che pubblichiamo qui di seguito, dedicato alle figure di Abramo e Ulisse, una buona lettura per accompagnare il viaggio del Papa che sta per cominciare. (A.M)

Ulisse parte. Abramo parte. Un viaggio e un esilio. L’uno con la speranza di ritorno, l’altro verso un’altra terra, una terra straniera che diventerà sua. Uno ritorna, l’altro non cessa di camminare. Uno a casa sua, l’altro altrove. Uno verso l’ambiente famigliare dell’isola natale, l’altro verso l’incognita di un paese di cui non è originario. L’uno e l’altro certamente trasformati dalla strada, la polvere, le prove e gli incontri. Tuttavia, il loro cammino può essere identico? Il primo fa l’esperienza del ritorno alle stesse cose, e il secondo l’esperienza di un’alterità infinita che, alla fine, non è tanto quella della meta quanto quella di Dio. Due partenze. Poi, un ritorno e una chiamata.

Non si valuta allo stesso modo quello che si è lasciato, né il cambiamento avuto lungo il cammino, rispetto a un ritorno o rispetto a Dio. Perché Abramo, più di Ulisse, richiama la figura del pellegrino? Il viaggio di Ulisse è circolare; egli ritorna a quello che conosce, ed è appagato da questo ritorno. Abramo è libero riguardo ai luoghi: qui o là, quello che importa è Colui che guida. Il cammino di Abramo è desiderio; non ha mai finito di lasciarsi sorprendere dall’inaudito di Dio, e non vuole un luogo dove fissare Dio. Il cammino di Abramo ci insegna che Dio stesso è nomade, giacché non si lascia delimitare da nessuna nostra parola o rappresentazione: non si può dire “eccolo qui” o “eccolo là”. Dio chiama altrove. Abramo è condotto al di là di quello che pensava, di quello che avrebbe potuto prevedere ascoltando la promessa che l’ha messo in cammino. Poiché Dio stesso è sempre ancora al di là di quanto scopriremo su di lui in tal luogo o in tale passaggio: Dio è sempre più grande.

Sui passi di Abramo, il cammino ci trasforma veramente se ci lasciamo condurre al di là delle nostre attese — buone o giuste che siano —. Se non cerchiamo di tornare al già conosciuto, né di ripetere quello che fu bello in altre occasioni. Partire è perdere, perdere senza aspettare un contraccambio, senza sapere quello che si troverà o che sarà dato. Osare di essere sconfitto, rischiare di perdersi, per lasciarsi plasmare da Colui che sorprende, piuttosto che preferire la comodità delle certezze, delle tracce segnate dalle boe.

Perdere ciò che si era previsto, lasciare quello che si conosce senza la volontà di tornare indietro: è forse la condizione necessaria per “guadagnare il mondo intero”: guadagnarlo non per sé, ma lasciarsi offrire da Colui che invia. Lasciarsi inviare, per esplorare la terra intera, per cercarvi, in ogni cosa, in ogni incontro, Colui che ha promesso la sua presenza su tutta la terra. Facendo eco alla promessa che mette in cammino Abramo, il pellegrino, oggi, ascolta l’appello di Gesù “ad andare per il mondo intero” amando questo mondo come lo ama Dio.

(Dal racconto Con o senza biglietto di ritorno del filosofo ebreo Emmanuel Levinas)

Lamberto Giannini è il nuovo capo della Polizia

Il prefetto Lamberto Giannini è il nuovo capo della Polizia. Il via libera è arrivato dal Consiglio dei ministri. Giannini prende il posto di Franco Gabrielli, nominato sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Intelligence.

Nato a Roma il 29 gennaio del 1964, dopo la laurea in Giurisprudenza all’Università ‘La Sapienza’ di Roma, è entrato nei ruoli della polizia di Stato nel 1989 frequentando il 74° corso per vice-commissari presso l’Istituto Superiore di Polizia.

Per oltre 25 anni ha operato come investigatore nel mondo dell’antiterrorismo, guidando, in ordine di tempo, la Digos della Questura di Roma, il Servizio Centrale Antiterrorismo e la Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, della quale è stato direttore dal 1 ottobre 2016 al 23 dicembre 2020.

Dal 2 gennaio 2021 ricopriva l’incarico di capo della Segreteria del Dipartimento della Pubblica Sicurezza.

 

La spesa alimentare aumenta del 7,4%

L’emergenza Covid fa crescere la spesa alimentare delle famiglie al top del decennio con un balzo del +7,4% nel 2020 per effetto dei ripetuti lockdown che hanno spinto gli italiani tra le mura domestiche. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti su dati Ismea che evidenzia come i picchi più elevati si siano verificati a Pasqua e a Natale in corrispondenza delle stretta su uscite e spostamenti a causa della pandemia.

Le star del carrello nel tempo del Covid sono state le uova fresche che fanno registrare un balzo del 14,5% negli acquisti ma tendenze positive si registrano in tutti i comparti, con incrementi sopra la media per formaggi, carne e salumi, per i prodotti ortofrutticoli. Un andamento che non compensa tuttavia – sottolinea la Coldiretti – il crollo che si è verificato nella ristorazione dove la spesa delle famiglie si è ridotta del 42%.

Il trascorrere delle settimane in casa – precisa la Coldiretti – ha peraltro modificato progressivamente l’atteggiamento dei consumatori nei confronti del cibo a favore del paniere “cuochi fai da te” (uova, farina, lievito, burro, zucchero, olio) con un graduale ridimensionamento dell’interesse iniziale con la pandemia per i prodotti conservabili (surgelati e scatolame) e per i prodotti da “scorta dispensa” (latte Uht, pasta, passate di pomodoro).

Con lo scoppio della pandemia il rapporto con il cibo è cambiato con l’alimentazione che – continua la Coldiretti – è diventata una delle vie per cercare di mantenere la salute come dimostra il boom della domanda di arance nell’inverno 2020 che ha spinta la crescita annuale degli acquisti di frutta dell’8,9%.

Nella scelte dei luoghi di acquisto si assiste invece alla riscossa delle piccole botteghe di prossimità che si dimostrano essere le più dinamiche con un incremento del 18,4%. La pandemia ha accelerato quel processo di “deglobalizzazione” in atto da qualche tempo, alimentando interesse e voglia di “mangiare vicino”. Dal globale al locale inteso come il negozio di vicinato, come mercato rionale ma anche quello contadino o direttamente in fattoria. L’emergenza Covid-19 ha determinato un sensibile aumento del numero delle imprese agricole che praticano la vendita diretta e, di conseguenza, il fatturato di questo canale che, nel 2020, ha superato i 6,5 miliardi di euro secondo l’Ismea.

 

Smart Working, insediata la Commissione tecnica dell’Osservatorio lavoro agile

Si è insediata  su mandato del ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta, la Commissione tecnica dell’Osservatorio nazionale del lavoro agile, coordinata dal presidente dell’Aran, Antonio Naddeo, e composta da altri 12 esperti tra interni alla Pubblica amministrazione ed esterni.

Compito della Commissione sarà verificare l’avanzamento delle amministrazioni nella stesura dei Piani organizzativi del lavoro agile (Pola), pubblicati sinora da 54 amministrazioni statali sulle 162 monitorate attraverso il Portale della performance del Dipartimento della Funzione pubblica.

La Commissione è chiamata a ragionare sugli strumenti di organizzazione del lavoro agile in vista del superamento della fase legata all’emergenza sanitaria.

Gli esiti delle analisi e degli studi saranno riportati all’Osservatorio, cui spetterà fornire spunti e proposte di carattere normativo, organizzativo e tecnologico per migliorare lo smart working nella Pubblica amministrazione.

Vaccino covid AstraZeneca: “in over 70 previene malattia di ogni gravità”

Il vaccino covid AstraZeneca “è efficace nel prevenire in tutte le fasce di età, in particolare negli anziani, sia le ospedalizzazioni causate dall’infezione da Covid-19 che la malattia a tutti i livelli di gravità, integrando i risultati degli studi clinici registrativi”. A riferirlo è AstraZeneca che, in una nota, parla di “evidenze cliniche” derivate dall’utilizzo del vaccino n Scozia e Inghilterra “su milioni di cittadini” e cita l’arrivo di “nuovi dati positivi” sull’efficacia. Il Public Health England (Phe) ha infatti presentato i risultati preliminari di uno studio condotto in Inghilterra su dati di real world nella popolazione over 70.

Secondo quanto riportato, l’efficacia del vaccino nel prevenire la malattia sintomatica risulta al 73% dal 35esimo giorno in poi dopo la somministrazione della prima dose. Inoltre i dati suggeriscono che, negli over 80, una singola dose di vaccino abbia un’efficacia di almeno l’80% nel prevenire le ospedalizzazioni, circa 3-4 settimane dopo la vaccinazione, si legge nella nota.

“Questi dati – commenta AstraZeneca – uniti alle caratteristiche del vaccino che consente di poter essere utilizzato senza particolari vincoli logistici e organizzativi, sono importanti per garantire un accesso ampio e rapido alla vaccinazione e aiutare così a superare le sfide di questa pandemia il più rapidamente possibile”.

I nuovi risultati resi noti si aggiungono ai recenti dati preliminari del Servizio sanitario scozzese (Public Health Scotland), che ha mostrato una riduzione del 94% del tasso di ospedalizzazione per Covid nella popolazione che ha ricevuto la prima dose di vaccino AstraZeneca. Lo stesso studio ha inoltre dimostrato un’efficacia dell’81% contro i ricoveri correlati a Covid nella fascia di età più anziana (≥80 anni).

Pd: Zingaretti si dimette

Con una nota su facebook il Segretario del Partito Democratico lascia l’incarico.
“Lo stillicidio non finisce. Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c’è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza soprattutto per le nuove generazioni.

Sono stato eletto proprio due anni fa. Abbiamo salvato il Pd e ora ce l’ho messa tutta per spingere il gruppo dirigente verso una fase nuova. Ho chiesto franchezza, collaborazione e solidarietà per fare subito un congresso politico sull’Italia, le nostre idee, la nostra visione. Dovremmo discutere di come sostenere il Governo Draghi, una sfida positiva che la buona politica deve cogliere.

Non è bastato. Anzi, mi ha colpito invece il rilancio di attacchi anche di chi in questi due anni ha condiviso tutte le scelte fondamentali che abbiamo compiuto. Non ci si ascolta più e si fanno le caricature delle posizioni.
Ma il Pd non può rimanere fermo, impantanato per mesi a causa in una guerriglia quotidiana. Questo, sì, ucciderebbe il Pd.
Visto che il bersaglio sono io, per amore dell’Italia e del partito, non mi resta che fare l’ennesimo atto per sbloccare la situazione. Ora tutti dovranno assumersi le proprie responsabilità. Nelle prossime ore scriverò alla Presidente del partito per dimettermi formalmente. L’Assemblea Nazionale farà le scelte più opportune e utili.
Io ho fatto la mia parte, spero che ora il Pd torni a parlare dei problemi del Paese e a impegnarsi per risolverli. A tutte e tutti, militanti, iscritti ed elettori un immenso abbraccio e grazie.
Ciao a tutte e tutti, a presto. Nicola”.

Regione Lazio: dal Pd via libera all’alleanza con il M5s ma si creano dissapori con Base riformista.

L’apertura di Zingaretti al M5S, con l’ingresso in giunta regionale, ha trovato nella Direzione del Pd Lazio l’opposizione di Base Riformista. Ospitiamo, a riguardo, il parere di Gregori.

Partiamo dalla domanda… cos’è un partito? Un luogo dove più aree di pensiero si uniscono e riconoscono l’una all’altra il diritto ad esprimere il proprio punto di vista sulle “questioni” che, di volta in volta, si presentano.
Questo è quanto il Partito Democratico sin dalla sua origine ha fatto e deve continuare a fare.

Nella fase che stiamo attraversando tante sono le incognite e tanti i punti su cui poter discutere: così il contributo di ciascuna delle aree di pensiero diviene ancora più importante per definire scelte condivise e che prendano in considerazione ogni aspetto delle vicende.
Per quanto riguarda la decisione dell’ingresso del Movimento 5 stelle nella giunta regionale della Regione Lazio questo pare proprio non essere accaduto, dato che la notizia è stata prima appresa dai giornali e poi, a decisione già presa, è stato concesso un confronto “postumo” nella direzione regionale del Partito.

L’attuale guida del Partito Democratico – Presidente della Regione Lazio – si voleva caratterizzare per lo spirito di collaborazione che sin dalle primarie del 2019 proponeva a tutte le componenti del partito. La vicenda e soprattutto l’accelerazione che riguarda l’allargamento dell’area di governo regionale del Lazio al Movimento 5 stelle, anche se da tempo si collaborava in consiglio, non sembra andare in quel senso e ha creato sorpresa in quelli che stavano e stanno cercando di fare del confronto e della pluralità il giusto metodo per ogni decisione e percorso.

Il nostro partito ha certamente bisogno di guardare con favore ad una estensione del proprio campo politico – che deve essere ampio – nel rispetto della vocazione maggioritaria dalla quale è nata nel 2008 la nostra comune casa democratica, tuttavia ha il dovere di non dimenticare quel metodo plurale nel prendere le decisioni che ci ha sempre contraddistinto. Perché proporre, dibattere, voler dare un contributo, non vuol dire tornare indietro ma fare tutti – insieme – un passo in avanti.

La Cisl c’è e farà fino in fondo il suo dovere

Il nuovo Segretario generale della Cisl indica la strada della continuità, ma osserva che il tempo del coraggio è adesso. Riportiamo ampi stralci dell’intervento di Luigi Sbarra, svolto davanti alla platea dei delegati al termine delle votazioni che lo hanno insediato alla guida della confederazione di Via Po.

Grazie per la vostra fiducia. Per l’amicizia e l’affetto che mi state dimostrando. Grazie per l’immenso onore che mi fate. Mai avrei creduto, e nemmeno sognato, quando da giovane mi innamorai dell’attività sindacale, di poter essere eletto, un giorno. Questi ultimi giorni sono stati di grande emozione per me. Ma anche di tristezza. Una tristezza condivisa con tutti voi, per non avere qui, oggi, un grande uomo che ha fatto tanto per la Cisl, per il sindacalismo italiano, per il Paese: Franco Marini. La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile. Se ne è andato un amico, un padre nobile, un grande orgoglio per la nostra Organizzazione, e una vera Riserva dello Stato. Un uomo che ha reso più forte la democrazia italiana, dedicando l’intera vita alla difesa dei lavoratori, ai più deboli, alla costruzione del bene comune. Un mediatore infaticabile, di lui mancherà tutto. L’apparente bruschezza dei modi, che nascondeva un carattere dolce, umile, umano. La capacità di leggere le complessità e di assumere decisioni giuste, lontane dalle sirene del populismo e della demagogia. La concretezza e la propensione a disinnescare conflitti e a edificare concordia sono virtù che tanto servirebbero a chi abita i palazzi della politica di oggi. Valori e insegnamenti che, dopo la grande stagione della concertazione, si sono affievoliti a vantaggio di una deriva personalistica e di una disintermediazione che ha creato 20 anni di stallo delle riforme. Ci mancherà, Franco. Ma continueremo a farlo vivere ogni giorno, con il nostro lavoro, sperando di esserne all’altezza. 

Mai avrei immaginato di poter raccogliere il testimone di grandi “costruttori di futuro” come lui, come Giulio Pastore, Bruno Storti, Pierre Carniti, Sergio d’Antoni…come te, Annamaria [Furlan, Segretario generale uscente, ndr]. A te va il senso più profondo della mia gratitudine. Grazie soprattutto per aver permesso alla Cisl, con la tua guida, di arrivare dove è oggi. Un grande sindacato-associazione, con i piedi ben piantati nel terreno dell’autonomia e della contrattazione. Un sindacato ‘del fare’, riformatore, rinnovato, ma radicato fortemente nei valori che ne hanno ispirato la nascita e l’azione. Ci hai davvero portati dentro il nuovo secolo, Annamaria. Per di più sei riuscita a farlo in tempi eccezionali e drammatici. Sulle macerie di una crisi di sistema che nel 2011 aveva fatto tremare le fondamenta del Paese, rendendo visibili i punti deboli del nostro paradigma di crescita e dell’incompleto processo di unificazione comunitaria. 

Da convinta europeista hai promosso le ragioni di una Unione più democratica, coesa, vicina ai cittadini. Un’Europa dei popoli e del lavoro, una federazione che parlasse con voce unica, autorevole, solidale alle esigenze reali delle persone. Sei riuscita, siamo riusciti, a raggiungere approdi sicuri muovendoci tra le insidie di modelli culturali d’assalto, sventolanti l’insegna falsamente moderna di una illusoria disintermediazione. Non era facile e non era scontato smontare la logica assurda e sbagliata dell’uomo solo al comando, con corpi intermedi isolati, messi all’angolo, marginalizzati nel ruolo e nella legittima funzione di rappresentanza degli interessi dei lavoratori e dei pensionati in questo Paese, che parlasse con voce unica, autorevole, solidale alle esigenze reali delle persone. 

Ecco, se noi abbiamo superato tante insidie e siamo andati così avanti, in questi anni, è perché tu sei stata, per lo straordinario equipaggio di militanti, di delegati, di quadri e dirigenti che formano la comunità della Cisl, timone e vela ineguagliabili. Perché sei stata, e sei, uno speciale insieme di ragione e di passione. Di intelligenza e di cuore. Il cuore grande di una donna coerente, coraggiosa e lungimirante. Doti che ti hanno permesso di individuare la rotta giusta e di indicarla a tutti noi. Ti abbiamo seguito, tutta la Cisl ti ha seguito. Il solco è tracciato, sia nell’impostazione sindacale e politica, sia nella dimensione e nella progettualità organizzativa. A noi, ora, il compito di proseguire, con determinazione. Cercando di allargarlo e di renderlo ancora più fertile. Passo dopo passo. Sempre avanti, come in ogni momento della vita del nostro Paese ha saputo fare la Cisl.

È tempo di costruire un Patto Sociale che coniughi solidarietà e competitività, partecipazione e produttività. L’agenda di questo Accordo deve essere scritta insieme. Solo così potrà iniziare quella “stagione dei costruttori” indicata dal Presidente Mattarella. 

Quanto al Recovery Plan, esso rappresenta davvero un’occasione storica che sarebbe un delitto non cogliere. Quello che chiediamo al Governo è concretezza progettuale, con un vero cronoprogramma e reali valutazioni d’impatto sui riflessi occupazionali, sociali ed economici di ogni progetto. E poi la pandemia: la guerra al virus non è finita. Bisogna garantire l’approvvigionamento dei vaccini e piena copertura, moltiplicando le strutture abilitate. Al Governo chiediamo di lavorare insieme, aggiornando i protocolli sulla sicurezza per facilitare la somministrazione nei luoghi di lavoro. La nostra Prima Linea è diventata una trincea di solidarietà, presidiata da delegati, operatori, quadri, dirigenti, Rls e sindacalisti dei servizi, a partire da Inas e Caf, che hanno continuato a lavorare sfidando il pericolo. Ecco cosa vuol dire per noi esserci per cambiare. La pandemia ci conferma che ci sono radicali riforme e profonde innovazioni da fare. Intanto centinaia di migliaia di posti sono andati persi. Il rischio è che senza adeguate protezioni ed investimenti nel 2021 ne scompaiano il doppio. Non possiamo permetterlo.

  L’Italia sarà tanto migliore quanto più a costruirla saranno le donne, tenuto conto della necessità di colmare il divario occupazionale e salariale, per favorire ed inconraggiare il welfare contrattuale volto alla conciliazione tra vita e lavoro. Quanto ai giovani serve un “patto tra generazioni” che garantisca equità e faccia in modo che migliaia di cervelli non debbano più essere costretti ad emigrare, cosa che potrà avvenire se miglioreranno le possibilità di accesso al mondo del lavoro. Il futuro non può che fondarsi sui giovani. 

Serve una svolta sullo stato sociale, rispetto ambientale, sostegno alla terza età, cominciando con la rivalutazione dei trattamenti delle pensioni e da una riforma della flessibilità in uscita più sostenibile che parta dal presupposto che i lavori non sono tutti uguali.

La coesione deve essere consolidata con una riforma fiscale, sgravi sui redditi da lavoro e da pensione, una battaglia contro evasione ed elusione. Sulla non autosufficienza invochiamo una svolta e giusti riconoscimenti ai lavoratori del soccorso e della sicurezza. E poi la questione del Mezzogiorno: bisogna colmare lo storico divario tra aree forti e aree deboli. È interesse di tutti. L’Italia vive della propria unità. Crescerà davvero solo se crescerà il Sud.

Quanto alla Pubblica Amministrazione non ci può essere crescita senza il rilancio della sanità pubblica, assunzioni e stabilizzazioni, senza l’ammodernamento della P.A., con più servizi al cittadino e valorizzando i lavoratori che meritano il rinnovo dei contratti, senza tutele a postali, bancari, assicurativi.

Infine le politiche  industriali. Occorre difendere e rilanciare i nostri asset strategici, dalla manifattura, a partire dall’acciaio e dall’automotive, dalla chimica e dal tessile all’elettronica, dall’agroalimentare all’artigianato, al turismo, ai servizi, dai trasporti all’edilizia. E le politiche attive e gli  ammortizzatori universali, per il sostegno al reddito, per innovare il sistema formativo dalla scuola, all’università, alla ricerca, per atipici e somministrati, per i lavoratori delle telecomunicazioni e del settore energetico. 

In conclusione, proseguiamo il cammino iniziato settant’anni fa e che ci ha portato fin qui. Continuiamo a difendere la dignità, e ad affermare i diritti, delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati, dei giovani e di ogni persona, specie le più deboli e fragili, che siano nate qui o che abbiano scelto di vivere in questo nostro meraviglioso Paese. 

Cambiamo il Paese in quel che c’è da cambiare, per renderlo più giusto, aperto, inclusivo, ricco di opportunità, di lavoro e di vita. Per l’Italia il tempo del coraggio è adesso. La Cisl, come sempre, c’è. E farà fino in fondo la sua parte.

Il DPCM 2 marzo 2021 fa retromarcia sulle tutele dei lavoratori fragili.

Ha avuto solo una parziale soluzione la questione dei “lavoratori fragili”,  per i quali la legge di bilancio 2021 – n.° 178 del 30/12/2020 all’art. 481 prevedeva tutele sanitarie  estese fino al 28 febbraio 2021.  

Trattasi delle tutele a suo tempo stabilite dall’art 26 comma 2 e 2 bis del cd. “Decreto cura Italia”, per le quali i lavoratori fragili erano in attesa di una proroga,  motivata dall’incremento  esponenziale dei contagi in atto, anche a causa delle numerose varianti del virus in circolazione.

Tuttavia il DPCM del 2 marzo 2021 all’art. 6 ha solo parzialmente rinnovato tali tutele, limitandole all’area del cd. “lavoro agile”: con esclusione della previsione normativa più favorevole che equiparava la condizione dei cd. lavoratori fragili al ricovero ospedaliero. (codice INPS V07) al fine di sottrarli al  pericolo di contagio.

E’ evidente che un utilizzo lavorativo in un contesto ove siano continuativamente presenti altre persone può favorire promiscuità e contatti fisici.

Ed è altrettanto evidente che una persona fragile per costituzione fisica necessiti del ventaglio più ampio di protezioni e tutele: un contagio potrebbe essere addirittura fatale.

Occorre intanto che sia chiarito il concetto stesso di “lavoro agile”: infatti è stata usata nel DPCM questa dizione, anzichè la più restrittiva e protettiva collocazione in “smart working”.

“Lavoro agile” è una definizione che può prestarsi ad interpretazioni applicative disparate, potenzialmente persino creare situazioni di prassi organizzative diverse e conflittuali tra loro, in contesti attuativi differenti.

Perché fare retromarcia rispetto a quanto previsto dall’’art. 481 della Legge di Bilancio per tutto il 2021?

Un DPCM in retromarcia ha le sembianze di un post-scriptum di Ponzio Pilato.

Inutile sottolineare che si tratta del venir meno di una condizione di protezione  poichè non tutti i lavoratori fragili possono essere utilizzati secondo la fattispecie del cd. “lavoro agile” se tale fattispecie non viene circostanziata e definita. 

Forse è sfuggita ai decisori del DPCM la gravità della loro condizione, inquadrata in un contesto normativo fortemente restrittivo e caratterizzato da limitazioni, aree a rischio, divieti, obblighi e raccomandazioni.

Al punto che la riduzione delle tutele rispetto a quanto previsto dall’ultima legge che le regolamentava, appare una contraddizione logica rispetto all’aumentata pericolosità del virus, per le varianti e per l’abbassarsi dell’età media dei contagi.

Chiudere tutto e mandare a lavorare i malati di cancro non mi pare concettualmente coerente.

Ma chi sono i lavoratori fragili? Ne abbiamo scritto a lungo ma… repetita iuvant.

Sono i malati di tumore, i chemioterapici, gli affetti da artrite reumatoide, gli immunodepressi, coloro che sono sottoposti a terapie salvavita, i tutelati dalla legge 104/92,  La loro condizione di fragilità non viene certificata da un medico di famiglia compiacente ma dalle autorità sanitarie della AST o dal cd. “medico competente” nominato dal datore di lavoro al fine di verificare in modo rigoroso e attendibile la tipologia della condizione di inidoneità al servizio normalmente svolto.

Inoltre l’inidoneità è spesso legata al dichiarato periodo di emergenza: c’è un nesso logico fin troppo evidente che lega le due condizioni: la fragilità e l’emergenza (divieti di spostamenti, di uscite, chiusura di esercizi commerciali, di attività pubbliche e sociali ecc.) .

L’emergenza è determinata dunque dalla facilità incrementale del contagio.

Mentre l’art. 481 della legge di Bilancio 2021 n.° 178 del 30/12/2020 prevedeva entrambe le possibilità (lavoro agile e – a seconda della certificazione di inidoneità al servizio- il collocamento in congedo d’ufficio senza far ricorso al  periodo di malattia contrattuale (il cd. “periodo di comporto”) , il DPCM del 2 marzo u.s.  non solo limita l’utilizzo al “lavoro agile” dei lavoratori fragili certificati inidonei ma demanda la definizione della modalità di utilizzo e della pratica attuazione del concetto stesso di lavoro agile  ai singoli dirigenti degli uffici ove il dipendente presta servizio. Si corre il concreto rischio di decisioni diverse da ufficio a ufficio e quindi una possibile, anche se non voluta, oggettiva  disparità di trattamento.

Fa specie riscontrare che mentre una legge dello Stato  ipotizzava una tutela più ampia , un atto gerarchicamente inferiore qual è il DPCM, restringa le ipotesi normative di cui possono avvalersi i “fragili”.

E ciò affidando i criteri del loro utilizzo alla discrezionalità dei singoli dirigenti i quali sono loro stessi, in questa situazione, privati di una normativa unica, legislativa e a carattere nazionale che li tuteli ope legis. 

Ed esposti quindi a possibili contenziosi, nonostante la loro volontà di ben operare.

La situazione che si viene a creare introducendo una discontinuità con la normativa precedente, l’ultima temporalmente in vigore, fino al 28/02 u.s ,  che tutti si aspettavano fosse rinnovata nella sua interezza (ed esattamente il già citato art. 481 della legge 178/2020) merita un sollecito ripensamento in sede legislativa e intanto di decreto legge governativo.

“Fratelli tutti” e “Laudato si”, bussola dei programmi delle Nazioni Unite

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

«Insieme a Papa Francesco voglio che i governi ed i popoli del mondo lavorino in armonia tra loro come una famiglia di nazioni; questo è l’unico modo in cui saremo in grado di affrontare i problemi che abbiamo davanti e risolverli».
Così Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha risposto a una domanda di Paolo Mastrolilli, nel corso di una intervista pubblicata il 1° marzo dal quotidiano “La Stampa”.
«Nella sua ultima Enciclica Fratelli tutti – ha osservato Mastrolilli – Papa Francesco discute la riforma dell’Onu…».
Ha risposto Guterres: «Sono convinto che le Nazioni Unite siano l’unica organizzazione che può aiutare a riunire i Paesi del mondo per affrontare insieme le principali minacce che fronteggiamo: dal Covid-19 al cambiamento climatico al sostegno finanziario verso le nazioni che soffrono. Ma anche la nostra organizzazione ha bisogno di una riforma. Abbiamo bisogno di un multilateralismo in cui si sentano voci diverse. Un multilateralismo che produca risultati e una riforma delle strutture di “governance” basata sulla realtà del presente e orientata verso il futuro, non bloccata nel mondo di 75 anni fa. Gli Stati membri devono concentrarsi sulla riforma del Consiglio di sicurezza che va al cuore della credibilità dell’Onu. Ho avvertito che stiamo affrontando una crescente ondata di nazionalismo in un momento in cui dovremmo concentrarci sulle soluzioni multilaterali ai problemi che fronteggiamo».
Mastrolilli ha poi rivolto a Guterres una domanda in merito alla tempistica per la conversione verde e la riduzione delle emissioni che influenzano il cambiamento climatico.
«Quest’anno sarà decisivo per affrontare l’emergenza climatica generale», ha risposto il Segretario Generale delle Nazioni Unite. «Il nostro obiettivo centrale del 2021 è costruire una coalizione globale per la neutralità delle emissioni di carbonio entro il 2050. Ogni Paese, città, istituto finanziario ed azienda dovrà adottare piani credibili per ridurre le emissioni globali del 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2010».
«Devo rendere onore – ha sottolineato Guterres – alla leadership costante del Santo Padre, in particolare attraverso la sua fondamentale Enciclica Laudato si’, nella lotta al cambiamento climatico e alle ingiustizie che esso comporta…».
Come rivelano queste parole, mai nella storia moderna le Nazioni Unite hanno avuto un punto di vista così vicino a quello del Pontefice romano, e mai le Encicliche scritte dal Papa sono state prese in tale considerazione.
Un nuovo mondo sta nascendo e forse è la volta buona che anche il Consiglio di sicurezza dell’Onu superi le logiche del dopoguerra e si allarghi ad un arco più vasto di nazioni.

Dante e i Papi. Karol Wojtyła e la «Divina Commedia». Il dono di «trasumanare».

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Gabriella M. Di Paola Dollorenzo

La specola del dantismo permette di scoprire “percorsi paralleli” seguiti dai Pontefici che hanno operato sotto la stella dell’umanesimo cristiano e che, pertanto, hanno segnato profondamente la storia della Chiesa: «L’umanesimo cristiano (…) per la più grande felicità dell’uomo (…) scongiura le minacce contro la sua dignità di persona, soggetto di diritti e di doveri, e contro la sua stessa esistenza» (Messaggio al Pontificio Consiglio della cultura, 19 novembre 1999). L’essenza di codesto umanesimo è stata perfettamente delineata da Jacques Maritain (Humanisme integral. Problèmes temporels et spirituels d’une nouvelle chrétienté, 1936), complessa riflessione sul temporale e lo spirituale, secondo un punto di vista teologicamente “orizzontale”. Seguendolo, si può dire che gli eventi della vita e della storia avvicinano Giovanni Paolo II a Pio II , eletto Papa nel 1458, sia per l’importanza della formazione umanistica e letteraria sia per la partecipazione attiva al concilio di Basilea (1431-1445), da parte di Enea Silvio Piccolomini, e al concilio Vaticano II (1962-1965), da parte di Karol Wojtyła, sia perché entrambi, eletti Pontefici, hanno costituito l’ago della bilancia politica europea e non solo europea.

È il 1938 quando Karol Wojtyła si iscrive alla facoltà di Lettere dell’università Jagellonica di Cracovia: la sua personalità e la sua spiritualità vengono scolpite dagli orrori della seconda guerra mondiale, ma anche dalla vocazione religiosa che non cancella ma esalta la passione per le humanae litterae e per il teatro, grazie anche all’amicizia con Mieczyslaw Kotlarczyk fondatore del Teatro Rapsodico. Nel 1946, a Cracovia, Karol è ordinato presbitero, ma prosegue gli studi a Roma, presso l’Angelicum, dove discute la tesi di dottorato sulla dottrina della fede in san Giovanni della Croce.

Il ritorno in Polonia (1948) è caratterizzato dall’intreccio fortissimo tra missione pastorale e docenza universitaria presso l’università Jagellonica di Cracovia e l’università Cattolica di Lublino. Nel 1958 è nominato vescovo ausiliare di Cracovia e, da Paolo VI , il 13 gennaio 1964, arcivescovo della stessa città. A quello stesso anno risale il primo documento dantesco del futuro Papa, una lettera-recensione all’amico Kotlarczyk, per una messa in scena della Commedia: «Ecco che al posto di questi contorni obiettivistici, pieni di una realtà escatologica e nello stesso tempo storica, la Divina Commedia è emersa come un poema personale di Dante». Sono gli anni del concilio Vaticano II a cui Wojtyła partecipa, dando il suo contributo alla stesura della Dignitatis humanae. L’umanesimo cristiano si declina in lui in direzione cristologica, come i documenti del Vaticano II dimostrano: nel 1965 dà il suo contributo alla Gaudium et spes, pronunciando il 28 settembre un importante discorso in difesa dell’antropologia personalista. L’Imitatio Christi è il nuovo umanesimo e il nuovo stile di vita, che, all’inizio del pontificato, si tradurrà nell’accorato appello «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!» (omelia del 22 ottobre 1978). Nel rapporto antropocentrismo-cristocentrismo si inserisce la fonte dantesca e non è certo un caso che le citazioni dall’opera di Dante connotino, dal 1979 al 2003, tutti gli anni del pontificato.

Il suo dantismo ha una precisa matrice teologica e sboccia, come un fiore, dal dantismo dei predecessori Giovanni XXIII e, in particolare, Paolo VI , dei quali sceglie il nome papale. La funzione retorica di codesto dantismo è la climax, che è possibile articolare in tre momenti: citazione, sviluppo, preghiera: «Mi piace ricordare un’esortazione che Paolo VI , mio venerato predecessore, (…) rivolgeva a dodicimila giovani (…). Solo in Cristo è la soluzione dei vostri problemi; è Lui che libera l’uomo dalle catene del peccato e di ogni schiavitù: è lui la luce che risplende fra le tenebre; è lui la verità che tanto ci sublima (Paradiso, XXII , 42)» (1 marzo 1979, omelia per i rappresentanti dell’esercito italiano). Le parole pronunciate da san Benedetto nel cielo di Saturno, per ribadire che la Verità innalza i credenti fino a Dio, sembrano indicare un verso-chiave del pontificato di Giovanni Paolo II , non tanto perché è citato due mesi dopo, in occasione della visita all’abbazia di Montecassino (18 maggio 1979) e ancora dieci anni dopo (19 maggio 1989), sempre a Montecassino, ma soprattutto perché è possibile leggerlo in controluce nell’avvìo dell’enciclica Fides et ratio (14 settembre 1998): «La fede e la ragione sono come due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità». L’interazione tra teologia e filosofia consente l’evangelizzazione della cultura e quindi l’evangelizzazione tout court, realizzando gli auspici dei concili Vaticano I e Vaticano II . Solo la libertà interiore permetterà la vera conoscenza, «(l’uomo) solo in questo orizzonte veritativo comprenderà il pieno esplicitarsi della sua libertà e la sua chiamata all’amore e alla conoscenza di Dio come attuazione suprema di sé»; parole che sembrano riecheggiare «Lo maggior don che Dio per sua larghezza/ fesse creando e a la sua bontate / più conformato, e quel ch’ è più apprezza / fu de la volontà la libertate» (Paradiso, V , 19-22). La memoria dantesca permette il suo sviluppo nella direzione che le è più congeniale: la preghiera. Papa Wojtyła coglie il significato teologico del Padre nostro dantesco e interpreta la «cotidiana manna» come metafora della Eucaristia: «L’aveva intuito con lucida chiarezza Dante Alighieri, uomo di mondo e di fede, genio della poesia ed esperto nella teologia, quando nella parafrasi del Padre nostro (…) insegna che nell’aspro deserto della vita senza l’intima unione con Gesù, la “manna” del Nuovo Testamento, il “Pane disceso dal cielo”, l’uomo, che vuole andare avanti con le sue forze, in realtà va indietro. «“Da’ oggi a noi la cotidiana manna / senza la qual per questo aspro deserto / a retro va chi più di gir s’affanna”(Purgatorio, XI 13-15)» (19 agosto 1979, omelia per studenti e docenti dell’Opus Dei). Nella stessa direzione la preghiera in occasione del restauro della statua dell’arcangelo Michele (29 settembre 1986). «Rivolgo anch’io al Signore la preghiera che tutte le riassume: “Come del suo voler gli angeli tuoi / fan sacrificio a te cantando osanna / così facciano li uomini de’suoi” (Purgatorio, XI , 10-12)», una preghiera culminante, nell’anno 2000, nell’auspicio dell’avvento del Regno di Dio: «Vegna ver noi la pace del tuo regno, esclama Dante nella sua parafrasi del Padre nostro ( PG , XI , 7), un’invocazione che orienta lo sguardo al ritorno di Cristo e alimenta il desiderio della venuta finale del Regno di Dio» (Udienza generale del 6 dicembre 2000). È un procedimento che raggiunge il suo apice nella preghiera di san Bernardo alla Vergine Maria nel canto XXXIII del Paradiso, versi ampiamente citati dai predecessori di Giovanni Paolo II , ma che in lui assumono un particolare significato, alla luce del suo motto apostolico. Dalla lettura in seminario del Trattato della vera devozione alla Santa Vergine di san Luigi Maria Grignon de Monfort alle parole del Testamento spirituale, «Tutto, anche questo momento, depongo nelle mani della Madre del mio Maestro: Totus Tuus» (6 marzo 1979), nel pensiero teologico del Papa santo, ogni affermazione si può collegare al culto della Madre di Dio. Particolarmente illuminanti sono le parole dell’Angelus dell’8 dicembre 2001: «Tornano alla mente le parole che Dante nel canto trentaduesimo del Paradiso si sente rivolgere da san Bernardo, ultima guida nel suo pellegrinaggio ultraterreno: “Riguarda omai nella faccia ch’a Cristo / più si somiglia; ché la sua chiarezza / sola ti può disporre a veder Cristo” (vv.85-87)». Per san Giovanni Paolo II , canonizzato da Papa Francesco il 27 aprile 2014, cristologia e mariologia coincidono proprio come nella teologia dantesca. Codesta mirabile sintesi basterebbe da sola per definire il sacro dantismo, ma manca ancora un tassello, essenziale, che si incastona come la gemma nell’anello pontificale: la dimensione estetica del pensiero teologico, così come è delineata, in generale, nella Lettera agli Artisti (4 aprile 1999) e, in particolare, nel discorso all’inaugurazione della mostra Dante in Vaticano (30 maggio 1985). Nella Lettera, partendo dal presupposto che il Bene è la condizione metafisica della Bellezza, Giovanni Paolo II afferma la possibilità di un’alleanza feconda tra Vangelo e Arte, pur rimanendo distinti i due percorsi dell’itinerario verso Dio: «Di altra natura è la conoscenza di fede: essa suppone un incontro personale con Dio in Gesù Cristo. Anche questa conoscenza, tuttavia, può trarre giovamento dall’intuizione artistica» (par. 6). Si tratta della dimensione estetica dell’umanesimo, che nel medioevo cristiano aveva generato l’arte romanica e gotica, «mentre un mirabile poeta come Dante Alighieri poteva comporre “il poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra” (Paradiso, XXV , 1-2)» (par. 8), e che «non è affatto un pericolo per la fede cristiana, centrata sul mistero dell’Incarnazione e dunque sulla valorizzazione dell’uomo da parte di Dio» (par. 9).

Si tratta di una dimensione estetica che si esprime nelle innumerevoli rappresentazioni della Vergine Santa, che «il sommo Dante contempla negli splendori del Paradiso, come “bellezza, che letizia / era ne li occhi a tutti li altri santi”» (Paradiso, XXXI , 134-135)» (par. 16) e che implica un sforzo al limite dell’umano: «Trasumanare. Fu questo lo sforzo supremo di Dante: fare in modo che il peso dell’umano non distruggesse il divino che è in noi, né la grandezza del divino annullasse il valore dell’umano. Per questo il poeta lesse giustamente la propria vicenda personale e quella dell’intera umanità in chiave teologica, per questo spiritualizzò il sistema planetario, vide i cieli come narratori privilegiati della gloria di Dio, inondò di luce le balze del Purgatorio e i cieli del Paradiso» (Discorso per la mostra Dante in Vaticano, 30 maggio 1985).

Neera Tanden: la prima nomina di Biden che fa un passo indietro

Neera Tanden, direttrice del think tank progressista Center for American Progress nominata dal presidente Usa Joe Biden direttrice dell’Ufficio di gestione del bilancio, ha fatto un passo indietro e rinunciato alla nomina.

Lo ha confermato la Casa Bianca. Quella di Tanden è la prima nomina di Biden a non essere andata a buon fine.

Nelle scorse settimane diversi senatori avevano espresso riserve per una serie di commenti incendiari e insulti di Tanden rivolti a diversi parlamentari tramite Twitter. E’ stata la diretta interessata a inviare una lettera al presidente, affermando che “appare ormai chiaro che non esiste alcun percorso possibile per ottenere la conferma” della nomina.

Nella missiva, rilanciata dalla stampa Usa, Tanden afferma di non voler essere “una distrazione dalle altre priorità” della Casa Bianca.

Per gli esperti l’accanimento democratico contro questa nomina è dovuto a una vendetta postuma nei confronti di Hillary Clinton, di cui la Tanden è stata consigliera, collaboratrice, alleata, amica.

Ora per la successione le fonti del Congresso parlano  John Jones, Shalanda Young, Jared Bernstein – consigliere di lunga data di Biden- e Gene Sperling, che è stato uno dei massimi consiglieri economici degli ex presidenti Barack Obama e Bill Clinton.

Covid: il pass vaccini salverà il turismo estivo

Il green pass vaccinale che consente gli spostamenti tra Paesi dell’Unione Europea salva l’estate degli stranieri in vacanza in Italia che vale 11,2 miliardi per il sistema turistico nazionale in spese per alloggio, alimentazione, trasporti, divertimenti, shopping e souvenir. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti su dati Bankitalia in riferimento all’importanza della presentazione da parte della Commissione europea il prossimo 17 marzo della proposta legislativa per un Digital green pass con l’obiettivo di consentire gradualmente agli europei di muoversi in sicurezza all’interno o all’esterno dell’Ue, per lavoro o turismo.

L’Italia – sottolinea la Coldiretti – è fortemente dipendente dall’estero per il flusso turistico con ben 23,3 milioni di viaggiatori stranieri che la scorsa estate hanno dovuto rinunciare a venire in Italia per effetto delle limitazioni agli spostamenti e per le preoccupazioni sulla diffusione del contagio. Si tratta un vuoto pesante nel periodo da giugno a settembre che purtroppo non è stato compensato dalla svolta vacanziera patriottica degli italiani. L’assenza di stranieri in vacanza in Italia grava sull’ospitalità turistica nelle mete più gettonate che risentono notevolmente della loro mancanza anche perché – sottolinea la Coldiretti – i visitatori da paesi europei hanno tradizionalmente una elevata capacità di spesa.

Ad essere avvantaggiate saranno soprattutto le città d’arte, che sono le storiche mete del turismo dall’estero, ma anche gli oltre 24mila agriturismi nazionali dove gli stranieri in alcune regioni secondo Campagna Amica rappresentano tradizionalmente oltre la metà degli ospiti. E’ importante che con l’avanzare della campagna di vaccinazione e l’apertura delle frontiere si proceda anche alla ripartenza delle attività di ristorazione a pranzo e cena, nel rispetto di tutte le norme di sicurezza. Il cibo infatti – conclude la Coldiretti – è diventato la voce principale del budget delle famiglie in vacanza in Italia con circa un terzo della spesa di italiani e stranieri destinato alla tavola per consumare pasti in ristoranti, pizzerie, trattorie o agriturismi, ma anche per cibo di strada o specialità enogastronomiche.

Sicilia: integrazione più forte con IncluCities

Migliorare l’integrazione dei migranti nelle città di medie dimensioni con un processo di formazione. È lo scopo del progetto ‘IncluCities’, che unisce otto città europee tra cui Partinico in Sicilia (in coppia con la città belga di Mechelen). Finanziato dal Fondo Amif per l’asilo, il progetto è guidato dal Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa (Ccre) che lo ha proposto come esempio virtuoso in un incontro online sull’impatto locale del nuovo approccio europeo alla migrazione.

All’epoca dell’inaugurazione di ‘IncluCities’ nel 2020, il portavoce del Consiglio dei comuni e delle regioni europee (Cemr), Pietro Puccio, lo aveva definito “un’opportunità per creare un territorio di dialogo multiculturale, spostando il focus dall’accoglienza, intesa come gestione dell’emergenza, a una rigorosa strategia di inclusione”. Per riuscirci sarà fondamentale la cooperazione tra le otto città, che hanno tutte diversi gradi di esperienza in questo campo, e le varie associazioni nazionali di governo locale e regionale. Opinione condivisa dal vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas, che ha dichiarato: “I governi locali possono dimostrare come gestire la migrazione senza rimanere bloccati nei dibattiti”. Schinas ha inoltre sottolineato la necessità che i governi locali e regionali svolgano un ruolo cruciale nei negoziati sul nuovo patto Ue.

Vaccino: “Una sola dose per chi già ha avuto covid”

In una circolare del ministero della Salute con parere sia dell’Aifa e del Css, si prevede la somministrazione di “una sola dose per quanto riguarda i soggetti già infettati in passato, in quanto l’infezione sostanzialmente svolge il ruolo di ‘priming’ normalmente svolto dalla prima dose”.

Per quanto riguarda la validità dei vaccini sulle varianti Locatelli ha chiarito che: “Il virus tende a mutare” e “tendono a emergere alcune varianti, soprattutto quelle “connotate da maggiore capacità contagiante”, ma “da qui a dire che la variante possa sfuggire all’effetto indotto in termini di immunità protettiva dal vaccino andrei estremamente cauto. Credo che tutte queste valutazioni debbano essere improntate a sobrietà comunicativa e senso di responsabilità”.

Serve un centro… di sostanza

Dopo che l’ex presidente del consiglio Giuseppe Conte ha fatto una scelta diversa da quella che in tanti auspicavano, che invece era quella di chi lo avrebbe visto bene come federatore del centro, e non solo, ma anche di quelle tante realtà che si riconoscono nel centro-sinistra ma con cui l’attuale Pd fa fatica a interloquire, risulta a mio avviso importante seguire l’indicazione che ieri Giorgio Merlo ha dato su Il Domani d’Italia, ovvero quella che nello spazio politico del centro c’è ancora un campo aperto per tale progetto, anche per noi Popolari. A condizione che si sappia rappresentare un’agenda popolare, consapevole delle difficoltà attuali ed insieme capace di proporre una visione di futuro, a un governo che dispone di straordinarie competenze al suo interno, che vanno fatte interagire costantemente con le istanze della classe media.

Qualche punto di una tale agenda e delle urgenze socioeconomiche da cui scaturisce, è senz’altro rimbalzata nei colloqui dell’incontro bilaterale tra Italia e Santa Sede svoltosi ieri in occasione della ricorrenza dei Patti Lateranensi.

Ma sarebbe illusorio rifugiarsi passivamente sotto le ali di Draghi, sperando che dalla sua “magica” covata possa schiudersi l’uovo di un centro forte. Quest’ultimo sarà tale, credo, solo se saprà rappresentare un punto di vista distinto, propositivo e originale rispetto a quello di Draghi e dei suoi principali collaboratori. Non certo per logorarlo o indebolirlo bensì per il fine opposto, di rispondere con i fatti a quanti soprattutto nell’area dei Paesi “frugali” tendono a dare una lettura dell’attuale governo prevalentemente in termini di ultima spiaggia per l’Italia, o di anticamera della Troika, quando non addirittura di mera parentesi tra l’ondata populista del 2018 e una possibile in futuro.

Per scongiurare quest’ultimo rischio serve un centro di sostanza, capace di dare reale rappresentanza politica alla fascia di mezzo della società, erodendo la terra da sotto i piedi a nuovi populismi con una strategia concreta e convincente.

Perché come ha ben colto l’editoriale dell’ultimo numero della Civiltà Cattolica, se nelle ultime settimane il ceto politico ha mostrato di voler convergere verso il centro, con una svolta generalmente moderata, è lecito chiedersi se l’elettorato, abituato alle polarizzazioni, farà lo stesso movimento dei partiti. La risposta non è per nulla scontata. Su questo fronte in particolar modo credo si debba collocare l’impegno di quanti oggi cercano di allargare i confini del centro come base per un nuovo centro-sinistra.

Si potrebbe osservare che al medesimo fine, quello di evitare un riemergere del consenso a vecchie e nuove formazioni populiste, talora servirebbero anche atteggiamenti meno perentori da parte dell’establishment. Come certe fughe in avanti a cui ormai sembra abituata la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen che l’altro ieri ha ribadito al Financial Times una sua personale road map che sembra uscita dal Bill Gates-pensiero, che contempla un’”era di pandemie” e di conseguenti restrizioni e misure, come il passaporto sanitario, che oltre che a prestare il fianco ai concorrenti dell’Europa (il capo della diplomazia russa Sergey Lavrov ha subito messo il dito nella piaga della contraddizione fra la necessità del passaporto vaccinale e la non obbligatorietà dei vaccini) generano degli interrogativi su quanto sia reale la disponibilità dei cosiddetti “poteri forti” a concepirsi come una parte anziché come il tutto. Ma questo, a ben vedere, è la ragione sociale del centro “popolare”, rappresentare le ragioni, gli interessi dei tanti “piccoli” che insieme fanno una nazione e di porre e presidiare i giusti paletti affinché i pochi grandi non si ergano a misura di ogni cosa. Una tentazione mai così forte come nell’ora attuale ma che, come in passato, se non sarà temperata può produrre ancora effetti incontrollabili.

Il popolarismo non è stato un incidente di percorso

Dalle ultime riflessioni di Giorgio Merlo e di Lorenzo Dellai su queste colonne è emersa chiaramente la volontà di costruire qualcosa di nuovo per la politica italiana.

Ce n’è davvero bisogno ora più che mai, soprattutto in ragione di questa nuova alleanza a sinistra tra M5S, PD e LEU in funzione pro Conte.

Dellai ha messo efficacemente in risalto come il PD di Zingaretti, ormai, sia scivolato su posizioni populiste che non appartengono né alla vicenda politica della sinistra storica, né a quel residuo di presunto cattolicesimo democratico che ancora vi alberga in funzione della poltrona ministeriale.

Allora, se questa è la realtà politica italiana, l’invito di Merlo a far decollare un centro politico risulta essere non solo affascinante, ma anche necessario. 

Qualche osservazione, però, occorre pur farla; non tanto per il gusto di distinguersi, ma per aiutare un dibattito che si fa sempre più vivace e sempre più interessante.

L’obiettivo è senz’altro comune; non per appartenenza politica legata al passato, ma per la realtà che sta dinanzi al nostro Paese: un’area di centro è oggi necessaria e vitale per la politica italiana.

Con serenità e con altrettanta umiltà, però, non può essere archiviato il problema della questione identitaria.

Nessuno ha nostalgia per un passato che non c’è più e che non può più ritornare, ma il popolarismo non è stato un incidente di percorso e, dunque, proprio da lì occorre ripartire.

Gli avvenimenti consumatisi tra il 1994 e i primi anni 2000 dovrebbero sviluppare un’analisi sulle responsabilità politiche di una classe dirigente (non tutta) che ha preferito prima di tutto autoproclamarsi tale e poi che ha preferito il potere al dibattito e al confronto, le scorciatoie ad una organizzazione capillare sul territorio, l’ibrido politico alla riaffermazione di principi e valori ancora attuali.

Ecco perché la questione identitaria assume un rilievo fondamentale: riferimenti alti e validi per tutti (credenti e non credenti) sono alla base di un impegno politico laico, ma cristianamente ispirato.  Dalla questione del lavoro, che non può essere un semplice assistenzialismo a 5 Stelle, alla questione dell’ambiente, della vita, dell’agricoltura sostenibile, del primato delle comunità e degli enti intermedi tra società e Stato, dell’economia che non può essere più ispirata al puro e semplice profitto economico.

Sono questi i veri temi che oggi stanno di fronte ad un cattolicesimo democratico e popolare che vuol tornare protagonista sul piano ideale e non del puro e semplice potere.

Del resto, siamo anche avvantaggiati dal fatto che le encicliche dei papi indicano un cammino da intraprendere senza tentennamenti.  Dalla Populorum Progressio di Paolo VI alle ultime encicliche di Francesco vi è quel sottile ma profondo modo di essere del cristiano impegnato in politica.

Certo, il discorso è troppo lungo e non può essere sciorinato integralmente in un articolo, ma vale la pena riaffermare che un nuovo partito di centro non può che nascere da queste motivazioni, privilegiando la cultura dell’ascolto e poi del servizio verso una società, soprattutto giovanile, che va rispettata ma anche rieducata dopo il ventennio berlusconiano.

Si vocifera

I toni miti non sembrano appartenere alle consuetudini comunicative del nostro tempo.

Difficile trovare consensi parlando sottovoce: le ragioni si conquistano con modi sovrastanti, vince l’effetto domino, non ci si può sottrarre alla gratificante soddisfazione dell’essere i depositari dell’ultima battuta. 

Si parla, ci si scambiano idee e opinioni, si partecipa più o meno convintamene a questo straordinario palcoscenico planetario della recita a soggetto, dove ormai nessun contatto ci è precluso.

Si pensa, si parla, si dice:  ma si sa anche ascoltare?

C’è una selezione naturale nelle scelte di quello che si ascolta, operata dalla nostra mente, dai nostri interessi e dalla nostra attenzione ma non sempre ci riesce di escludere quello che vorremmo restasse fuori.

Viviamo infatti nel magma indistinto della comunicazione al punto che ci riesce difficile separare la realtà dalla sua rappresentazione.

In una società definita complessa, senza centro e senza periferie, finisce per essere vero il tutto ma anche il suo contrario, prevalgono sempre i punti di vista, la soggettività.

Siamo solisti che ambiscono di appartenere al coro ma abbiamo la velleità di pensare che il consenso è meglio acquisirlo partendo dalle nostre personali valutazioni.

Il vociare indistinto che ci circonda finisce col diventare un limbo di soggettività.

La complessità consiste infatti nella multicorde compresenza delle voci dove poco resta sottotraccia: tutti devono dire, esprimersi, aggiungere, puntualizzare.

Si alzano i toni senza preoccuparsi di elevare pure le altezze: quelle dei contenuti, dell’etica che li ispira e dei messaggi, del rispetto verso gli interlocutori.

Più che sussurrare ormai si vocifera convintamene, per abitudine o per scelta non ci si può escludere da questo presenzialismo della parola.

C’è una sorta di brusio diffuso che abbraccia l’umanità e la pervade ma non sempre si riesce a decifrarne il senso: vociferare infatti significa esprimersi comunque, senza riguardo ad un principio di identità, è sempre più importante partecipare. 

Più del messaggio in sé diventa significativa la presenza: esserci, dire.

A partire dai “si dice” tutto diventa ipotetico e possibile, non c’è miglior palestra per esercitare la nostra fantasia: fare congetture, diffondere notizie incerte, mormorare, insinuare. 

Si parla per dire o si parla per parlare?

C’è un autocompiacimento celebrativo nell’eloquio: ad esempio i politici migliori sono infatti quelli che usano la retorica per mascherare la carenza di senso pratico.

Trovo che oggi ci si pongano meno domande di un tempo, che l’umiltà del dubbio abbia ceduto il posto alla spavalderia, che tutti si affrettino ad accreditarsi come depositari di autorevoli risposte.

Questo mondo ci fa crescere in fretta, troppo in fretta e ci proietta sulla ribalta della vita con il solo paracadute dei luoghi comuni, facendoci credere che la rete della comunicazione possa sostenere l’onere della prova e delle scelte.

Ma questa rete ha maglie troppo larghe e sottili per reggere la trama della vita e a volte, quando si alza il sipario, siamo chiamati a qualche monologo senza partitura.

Trovo che il vociare collettivo produca ingolfamenti nell’anima, un surplus di stimoli che spesso genera azioni uguali e contrarie:  ci “resettiamo” solo nel silenzio, se ne siamo capaci.

Si dice, si vocifera: nel bene o – più sovente – nel male finiamo col vivere una condivisione inconsapevole, priva di autenticità.

Zingaretti/M5S – Base Riformista di Roma e Lazio: no ad accordi al buio che fanno male alla comunità del PD

  1. Dopo aver espresso la nostra contrarietà ieri durante la direzione regionale alla relazione del segretario Astorre sull’alleanza con il M5S, non partecipiamo oggi  al voto perché costretti dalla mancanza di dialogo e di confronto e da una scelta sbagliata nel tempo sbagliato, senza condivisione della base. Un partito con una vocazione maggioritaria ridotto a “stampella” del M5S. Dopo Conte o morte l’accordo fuori da un quadro organico per le elezioni amministrative di Roma e degli altri comuni del Lazio ci relega di fatto ad un ruolo ancillare del M5S.

Dopo l’incoronazione di Grillo alla Raggi, rispetto al malgoverno che incarna a Roma e a cui noi siamo alternativi e distinti, fa si che questa alleanza a freddo porti preoccupazione nella “base” disegnando uno scenario di grave rischio per le prossime elezioni comunali per i quali i sondaggi nazionali sono indicativi.

La completa disconnessione con i cittadini di Roma che si sono sempre riconosciuti nel profilo riformista e di centro sinistra del Partito Democratico rende questa scelta, portata avanti in questa maniera, totalmente sbagliata. Noi non restiamo silenti davanti a tutto questo. Per questo non partecipiamo al voto. Non vogliamo essere accostati a questa follia politica. Lo dobbiamo alla nostra Regione e alla nostra Città.

Lo dichiarano in una nota i rappresentanti di Roma e del Lazio di Base Riformista, la corrente dei cosiddetti ex renziani.

Il testo integrale del nuovo Dpcm in vigore dal 6 marzo

E’ stato pubblicato il nuovo DPCM con le ulteriori misure restrittive anti Covid del governo Draghi in vigore dal prossimo 6 marzo fino al 6 aprile.

Il provvedimento è stato approvato nella serata del 2 marzo dal premier e introduce diverse novità.

La principale novità riguarda la scuola: gli istituti di ogni ordine e grado saranno obbligati a passare alla didattica a distanza nelle zone rosse e nelle aree del Paese dove l’incidenza dei contagi supera quota 250 ogni 100mila abitanti.

Nelle zone rosse, inoltre, d’ora in poi dovranno chiudere i battenti parrucchieri, barbieri e centri estetici. Proprio come avvenuto nel lockdown nazionale della scorsa primavera.

Restano confermati il sistema a colori, il coprifuoco dalle 22 alle 5 del mattino e, fino al 27 marzo, lo stop agli spostamenti tra Regioni. A partire da quella data, scattano nuove riaperture: musei aperti anche il sabato e nei festivi e via libera a teatri e cinema nelle zone gialle (ma solo su prenotazione e con capienza del 25%).

Viene istituito un tavolo di confronto tra ministero, Iss, Comitato tecnico scientifico e Regioni “con il compito di procedere all’eventuale revisione o aggiornamento dei parametri per la valutazione del rischio epidemiologico, in considerazione anche delle nuove varianti“.

Qui di seguito il testo integrale

DPCM testo integrale

Gli Uffizi si diffondono in Toscana

Ci vorrà ancora molto tempo prima che si possa avere un turismo di massa. Per questo il direttore degli Uffizi vuole assicurarsi un modo per permettere ai visitatori di visitare il museo anche allontanandosi dalla stessa Firenze.

“Uffizi diffusi”, è una rivisitazione del concetto italiano di “hotel diffusi” , in cui le singole “stanze” si trovano in diverse case di un villaggio.

In questo progetto, le opere conservate nel deposito degli Uffizi saranno esposte in tutta l’area circostante la Toscana, trasformando la regione più famosa d’Italia in un grande museo “sparpagliato”.

Il primo nucleo comprende la Villa Medicea di Careggi, il Museo della Battaglia di Anghiari e il Museo Civico di Pescia in via di apertura, il Centro visite del parco Nazionale delle foreste casentinesi, Monte Falterona e Campiglia al Castagno di Andrea. Poi la villa dell’Ambrogiana a Montelupo.

Non è la prima volta che Schmidt presta opere d’arte alle città locali. Nel 2019, ha inviato un disegno di Leonardo da Vinci a Vinci, città natale dell’artista, nell’anno del 500 ° anniversario della sua morte.

Mentre la mostra del 2019 sulla Battaglia di Anghiari del XV secolo, nella Toscana orientale, tenutasi ad Anghiari stessa, ha fatto quadruplicare il numero di visitatori al museo locale.
Il presidente della Regione Toscana  Eugenio Giani è convinto che “Grazie a questo progetto la galleria potrebbe espandersi sull’intero territorio regionale e valorizzare il rapporto tra l’arte, la storia ed il territorio riservando a ciascuna area le opere ad essa più strettamente legate”.

Concorsi: in arrivo 4.536 posti nelle PA

Sono 4.536 i prossimi posti da destinare a concorso nel 2021 nelle amministrazioni centrali e negli enti pubblici non economici. In base ai più recenti fabbisogni comunicati, sono 4.000 le unità di personale diplomato di Area II che saranno destinate alle amministrazioni centrali con apposito concorso. Il Dipartimento della Funzione pubblica bandirà una selezione per 250 funzionari di area III per il ministero dei Beni culturali. Per Agid e ministero dell’Economia saranno banditi concorsi per 101 funzionari informatici e per 93 collaboratori amministrativi. Per il ministero delle Infrastrutture saranno reclutati invece 80 tecnici di alta specializzazione ed elevata professionalità (ingegneri, architetti e geologi). In deroga al concorso unico 2021 l’Inps bandirà una selezione per 189 posti di medici di prima fascia funzionale e l’Agenzia italiana del farmaco per 40 unità tra dirigenti e funzionari.

Nel primo semestre 2020, secondo la fotografia scattata dal Dipartimento in collaborazione con Formez, sono stati 6.343 i posti messi a bando su tutto il territorio nazionale, così suddivisi:

  • Servizio sanitario: 3.371
  • Comuni: 1.790
  • Università: 766
  • Enti pubblici non economici: 279
  • Enti di ricerca: 125
  • Avvocatura dello Stato: 12

 

Il protocollo anti-Covid adottato il 3 febbraio 2021 dal dipartimento, previa validazione del Comitato tecnico-scientifico, in applicazione del Dpcm del 14 gennaio, ha permesso la ripresa delle procedure concorsuali limitando per ragioni di sicurezza la presenza dei candidati a un massimo di 30 persone per sessione-sede. Un paletto che rallenta l’organizzazione di maxi-selezioni per oggettive difficoltà legate alla prevenzione del contagio. Secondo la mappatura del Dipartimento, sono in corso di svolgimento, o si sono conclusi di recente, concorsi per 13.478 unità tra funzionari e dirigenti.

Ammontano già a 400 i nuovi concorsi banditi o ripresi da parte di Comuni e altri enti sulla base del protocollo del 3 febbraio.

Il Dipartimento della Funzione pubblica sta inoltre definendo, d’intesa con il Garante della Privacy, le linee guida per l’organizzazione e lo svolgimento a distanza delle prove concorsuali (il cosiddetto “proctoring”), che in questi tempi di emergenza epidemiologica rappresenta una doverosa innovazione tecnologica per non bloccare la macchina delle assunzioni.

L’Ufficio per i concorsi e il reclutamento del Dipartimento è a disposizione delle amministrazioni per fornire supporto, consulenza e assistenza sull’attuazione del protocollo e, più in generale, sulle procedure concorsuali.

Mercato immobiliare: Istat, rilevante flessione nella prima metà del 2020.

Nel I e nel II trimestre 2020 si osserva una rilevante flessione delle convenzioni notarili di compravendita e delle altre convenzioni relative ad atti traslativi a titolo oneroso per unità immobiliari. Il totale delle compravendite ammonta a 157.126 nel I trimestre 2020 (-17,9% rispetto al IV trimestre 2019 e -17,7% su base annua) e a 149.764 nel II trimestre (-17,3% rispetto al trimestre precedente e -30,8% su base annua).

Nel II trimestre il settore abitativo segna variazioni congiunturali negative in tutte le aree geografiche del Paese (Centro -23,7%, Sud -20,7%, Isole -19,9%, Nord-ovest -14,1%, Nord-est -10,7%, totale Italia -16,9%) cosi come il settore economico (Centro -38,9%, Isole -27,3%, Sud -22,6%, Nord-ovest -20,6%, Nord-est -13,8%, totale Italia -24,4%).

Il 95,0% delle convenzioni stipulate riguarda trasferimenti di proprietà di immobili a uso abitativo (142.265), il 4,7% quelle a uso economico (7.002) e lo 0,3% le convenzioni a uso speciale e multiproprietà (497).

Rispetto al II trimestre 2019 le transazioni immobiliari diminuiscono del 30,8% (-30,4% l’abitativo, -37,9% l’economico), accelerando la flessione su base annua già evidenziata nel I trimestre (-17,7%).

La diminuzione tendenziale osservata nel II trimestre interessa tutto il Paese sia per l’abitativo (Isole -38,8%, Sud -34,9%, Centro -30,8%, Nord-ovest -30,5% e Nord-est -23,5%; piccoli e grandi centri: -31,6% e -29,0%) sia per l’economico (Isole -42,5%, Nord-ovest -39,9%, Centro -39,0%, Sud -38,0% e Nord-est -31,9%; grandi e piccole città: -38,3% e -37,6%).

Nel II trimestre le convenzioni notarili per mutui, finanziamenti e altre obbligazioni con costituzione di ipoteca immobiliare (84.284) scendono dell’11,5% rispetto al trimestre precedente e del 20,9% su base annua, accentuando il calo congiunturale e tendenziale del I trimestre (rispettivamente -9,9% e -14,0%). La flessione interessa tutto il territorio nazionale sia su base congiunturale (Centro -22,5% Sud -14,9% Isole -12,8% Nord-est -6,8% e Nord-ovest -5,3%) sia su base annua (Isole -30,2% Isole -26,6% Centro -22,0% Nord-ovest -20,3% Nord-est -14,7%; piccoli e grandi centri: rispettivamente -24,0% e -16,8%).

Leggere i segni della violenza

Lunedì 15 marzo alle 17.30, l’Associazione Amiche e Amici dell’Accademia di Medicina di Torino ed il Segretariato Italiano Studenti in Medicina di Torino (SISM) organizzano una conferenza on line dal titolo “Leggere i segni della violenza”. La violenza, in particolare la violenza domestica, è da molti anni un grave problema sociale, che la pandemia e i lockdown hanno ancora inasprito. L’Associazione ha scelto quindi di inaugurare le proprie attività collaborando con gli studenti di medicina ad un momento formativo di particolare significato clinico e sociale.

Dopo i saluti da parte del Presidente dell’Accademia di Medicina, prof. Giancarlo Isaia, e dell’incaricato locale del SISM Torino Giuseppe Cantelmo, interverrà la dr.ssa Paola Castagna, responsabile del Centro Soccorso Violenza Sessuale del S. Anna, sulle difficoltà a leggere e comprendere i segni della violenza. Seguiranno gli interventi del dott. Gianluigi D’Agostino, Presidente della Commissione Albo degli Odontoiatri di Torino e della dott.ssa Maria Teresa Sorrentino, Dirigente Medico Spec. Radiologia della Città della Salute di Torino. Infine, la dr.ssa Gabriella Tanturri, già Direttrice Struttura Semplice Day Surgery ORL (otorinolaringoiatria), Città della Salute di Torino, parlerà di “Lesioni ORL da violenza: strategie di riconoscimento” mentre la dr.ssa Cristina Biglia, che opera nei consultori come referente territoriale della rete antiviolenza, affronterà il tema “Risorse del territorio come risposta ai bisogni delle persone esposte a violenza e delle loro famiglie”. Sono previsti anche tre interventi da parte di rappresentanti del SISM per declinare l’incontro sulle domande degli studenti di medicina.

L’iniziativa è nata in seguito ad un’osservazione di una studentessa di medicina, lamentava come i suoi colleghi ritenessero che la violenza fosse essenzialmente sessuale, quindi competenza ginecologica. In realtà, quasi tutte le specialità, per non parlare dei medici di famiglia, entrano in contatto con patologie o lesioni causate dalla violenza di genere. E’ importante che i giovani medici e gli studenti di medicina acquisiscano strumenti per saper “leggere” e interpretare i segni clinici o radiologici di violenza.

In ottemperanza alle disposizioni del DPCM relative alle misure di contenimento della pandemia, si potrà seguire l’incontro collegandosi alla pagina Facebook dell’Associazione Amiche e Amici dell’Accademia di Medicina di Torino (https://www.facebook.com/AAAMedicinaTorino).

Centro, adesso c’è il campo aperto.

La scelta di Giuseppe Conte di guidare il partito dei 5 stelle – ovviamente si tratta di una guida  politica a sovranità limitata perchè, come tutti sanno, da quelle parti conta solo e soltanto una  persona: il fondatore comico del movimento – semplifica e chiarisce il quadro politico nel campo  della sinistra. A questo punto l’alleanza tra Pd, 5 stelle e i post comunasti di Leu può salpare  definitivamente. Una alleanza, è facile capirlo, che difficilmente può competere con il campo  politico del centro destra e di ciò che ruota attorno a quella alleanza perchè i numeri, al di là dei  sondaggi compiacenti, difficilmente possono essere sufficienti per una eventuale vittoria  elettorale. 

Ma, al di là di ciò che capita nell’area della sinistra, quello che adesso diventa sempre più urgente  è di far decollare, seriamente e senza la vocazione testimoniale e fallimentare del passato recente  e meno recente, un’area di centro riformista e plurale che, oltre a coprire un’area politica oggi di  fatto non rappresentata, può diventare un elemento di stabilità per il futuro governo del paese.  

Certo, si tratta di contribuire a superare definitivamente quella deriva trasformista, opportunista e  populista che ha caratterizzato profondamente la stagione politica che ha preceduto l’arrivo del  Governo Draghi. Ma è indubbio che adesso quest’area deve essere strutturata e consolidata. Non  può essere, com’è del tutto evidente, un’area vagamente identitaria ma dev’essere  necessariamente plurale e capace, al contempo, di inserire alcuni ingredienti che in questi ultimi  anni sono stati sacrificati sull’altare di una presunta e maldestra modernità: e cioè, cultura della  mediazione, cultura di governo, rispetto delle istituzioni e senso dello Stato, rifiuto della  radicalizzazione dello scontro politico, cultura della sintesi, qualità della democrazia e spiccata e  profonda cultura riformista e democratica. Elementi che, in un clima dominato appunto dal  trasformismo e dal populismo, non potevano in alcun modo fare breccia nella cittadella politica  italiana. Ma con l’avvento del Governo Draghi anche quella triste e decadente stagione è arrivata  al capolinea e si può, pertanto, inaugurare una nuova fase della politica italiana. E’ proprio in  questa cornice che può decollare una nuova scommessa politica. Un progetto politico che,  inesorabilmente, avrà una genesi extraparlamentare come è stato giustamente evidenziato ma  che dovrà essere caricato di contenuti politici e di classe dirigente autorevole e qualificata. Che  resta l’altro decisivo tassello per invertire una rotta che in questi ultimi anni dominati dal  populismo grillino ha spadroneggiato in modo incontrastato e con il favore di molti settori  giornalistici e politici. 

Ecco perchè, adesso, occorre attivarsi con una proposta unitaria, qualificata e specifica.  Dopodichè arriverà il leader. Ma senza limitarsi solo a individuare nel leader la soluzione di tutti i  problemi capace di sciogliere i nodi politici, programmatici e di classe dirigente diffusa e  articolata. Ma la precondizione realtà sempre e solo una: va perseguita sino in fondo l’unità di  tutte le componenti culturali, politiche e sociali che rifiutano che la politica sia soltanto una lotta  muscolare e quotidiana tra la destra e la sinistra.  

Un progetto di centro accompagnato da una “politica di centro”. Questa era e resta la vera  scommessa in vista delle prossime elezioni politiche. 

Conte indica al M5S la via del populismo ragionevole. Che vuol dire? Il PD non reagisce, i Popolari non si riorganizzano: troppe ombre sullo scenario politico.

A quanto pare, il “caminetto” del M5S (strano ambito decisionale per un Movimento che si è affermato col mantra della democrazia diretta a trecentosessanta gradi) ha ratificato la disponibilità di Giuseppe Conte ad avere un ruolo di primo piano nel percorso di rigenerazione del partito di Beppe Grillo.
La cosa non mi sorprende affatto.

Dovrebbe sorprendere invece quanti, anche in ambienti a noi vicini, avevano immaginato – con sconsiderata spudoratezza – di incoronarlo nell’improbabile ruolo di “nuovo Degasperi”.
“Populisti ma nel centro sinistra” sembra abbia sentenziato Conte, mentre accettava di “rifondare” il M5S su spinta del comico bardato da astronauta.

Un centro sinistra siffatto non sarebbe più la mia casa, questo è certo.
Stupisce che il PD prosegua imperterrito su questa deriva.

E preoccupa che la politica italiana si acconci così ad archiviare la stagione di Draghi (che essa ha subito e accettato con grande faccia tosta, senza nessuna autocritica e nessuna riflessione sulle fragilità del sistema) riproponendo lo scenario di una competizione tra populismo di sinistra e populismo (pur apparentemente attenuato) di destra.
Dove sta l’innovazione politica che servirebbe per aprire una nuova stagione di rappresentanza e di crescita di un Paese allo sbando?

Archiviata di fatto (temo) la riforma elettorale in senso proporzionale (sbandierata come ragionevole scelta di equilibrio dopo la dissennata riduzione dei parlamentari e come strumento di rigenerazione del sistema della rappresentanza) pare che il destino sia quello del “già visto”: aggregazioni pensate solo per provare a vincere (aspirazione peraltro piuttosto temeraria da parte di una siffatta sinistra) ma totalmente inadatte per governare.
Se così fosse, Draghi sarà veramente solo una parentesi, una foglia di fico momentanea, buona per generare un surplus di credibilità europea ai fini dei soldi del Recovery Fund, ma non capace, nonostante il suo personale prestigio, di imprimere al Paese una svolta di maturità e di serietà di lungo periodo.

In un quadro di questo genere, esiste un dovere civile e politico di chi non è d’accordo (e sono in realtà più di quanti si ritenga). Occorrerebbe costruire subito una proposta alternativa e nuova.
Ma, purtroppo, le possibili forze di una area di questo tipo sono, in parte, prigioniere delle sigle attuali e, in parte, frammentate e balcanizzate in una miriade di soggetti a carattere più che altro personale. Molte anche apprezzabili, ma da sole incapaci di determinare un “fatto politico” sufficientemente forte e autorevole da poter sperare di essere punto di riferimento di una larga parte degli elettori.

Lo stesso nostro mondo popolare non è immune, purtroppo, da questo cancro, come abbiamo cercato di dire in questi mesi.
E ciò conferma che il problema italiano sta nell’offerta, prima che nella domanda politica.
Urge qualche generoso tentativo, fin che siamo ancora in tempo. Altrimenti il destino è segnato.

Meglio non stare con i piedi per terra. Intervista a Roberto Vecchioni.

Proponiamo uno stralcio dell’articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Fabio Canessa

Intanto, l’insegnante è più un mestiere o una vocazione?

In un mondo ideale dovrebbe essere una missione per traghettare anime da un nulla a un qualcosa. Quello della vocazione è un concetto romantico molto bello, ma inevitabilmente l’insegnante sta diventando sempre più un mestiere, perché i precari hanno bisogno di uno stipendio.

Per definire l’insegnamento, perché lei ha intitolato il suo libro «Lezioni di volo e di atterraggio»?

Il mito di Icaro dimostra che l’uomo ha di per sé un’aspirazione all’alto. Ma nella nostra costituzione psichica abbiamo una tendenza verso il sublime e una tendenza al terreno, come dei due cavalli di Platone, uno tira verso l’alto e uno verso il basso. Pensi a Petrarca, dimidiato. Abbiamo una parte di angeli e una di fango, perché tutti quanti siamo stati creati con l’argilla da uno sputo di Dio e quindi queste due cose ogni tanto si prendono a pugni. La tendenza al volo fortunatamente ce l’abbiamo e, quando scatta la scintilla, ci diciamo che non siamo fatti per stare coi piedi per terra a ripetere ossessivamente e quotidianamente azioni incomprensibili. Dobbiamo fare qualcosa che rallegri, dia vita, forza e vigore al desiderio che abbiamo dentro di noi di uscire dal guscio e vedere il mondo con occhi che non sono solo utilitaristici. Quello che conta di più al mondo è partecipare dell’essere, dell’esistenza, tentando di coglierne il segreto, andando dietro alla luce, mai al buio. Questo è volare: porsi continuamente domande e, quando si può, appropriate risposte. L’atterraggio non è camminare a terra, ma è l’arte di tornare dal sublime alle cose quotidiane, con molta dolcezza, perché la vita può essere interpretata in due modi: o sei uno che vive sulla terra e ogni tanto fa dei voli oppure sei uno che in genere vola e ogni tanto fa qualche atterraggio.

Lei di quale gruppo fa parte?

Del secondo. Cerco di insegnare ai miei studenti che bisogna sempre tornare alla vita comune, ma non deve essere la nostra costante: la libertà di pensiero e di emozione deve essere l’acme e il senso dell’esistenza. Non si trovano nell’atterraggio, che è materia; io preferisco annusare il celeste, anziché riempirmi le narici di terra.

Qual è il maggiore ostacolo che l’insegnante di oggi deve superare?

Viviamo tutte le cose come se non esistesse una teleologia. Non sappiamo quale sia il fine vero di costruire un palazzo o di tirar fuori il latte da una mucca o di produrre auto: tutte queste cose hanno il fine limitato di soccorrere un bisogno del momento, al di là del quale non c’è altro. Tutto il produrre umano, tutta l’economia umana è senza scopo, è difficile trovare un finale perfino per cose bellissime come salvare una foresta o insegnare cos’è la democrazia. Ma perché, da dove viene l’idea, giustissima, che bisogna essere tutti uguali? Questo fine ultimo va ricostruito nella società, prima di tutto negli studenti, da professori che sappiano adeguatamente suggerire conforti filosofici o religiosi all’esistenza. Che altrimenti, presa così com’è, diventa solo mangiare e vivere. La missione dell’insegnante è quella di uscire dal bisogno consumato (aver mangiato, accoppiarsi, vedere il cielo, abitare in una casa) andare al di là dei bisogni primari. Non è la prima soluzione quella che conta, ma la successiva.

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Smart working, nel 33,3% delle PA arrivano i Pola

Sono 54 su 162, pari al 33,3%, le amministrazioni statali monitorate attraverso il Portale della performance del Dipartimento della Funzione pubblica che alla scadenza del 31 gennaio 2021 fissata dal “Decreto Rilancio” hanno pubblicato i POLA, Piani organizzativi del lavoro agile. Il Ministro per la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, ha dato mandato al coordinatore, Antonio Naddeo, d’insediare e avviare mercoledì 3 marzo, alle ore 11, la Commissione tecnica dell’Osservatorio nazionale del lavoro agile, istituito presso la Presidenza del Consiglio e previsto dal “Decreto Rilancio”.

“Lo smart working è stato certamente fondamentale durante la fase acuta della pandemia e ha segnato un cambiamento culturale da cui bisogna trarre tutte le conseguenti analisi”, afferma il ministro Brunetta. Ora occorre ricondurlo a essere uno degli strumenti di organizzazione del lavoro delle singole amministrazioni, strettamente connesso al livello di qualità dei servizi da fornire a cittadini e imprese. Sarà un punto all’ordine del giorno della nuova contrattazione, per quanto riguarda la regolazione. Un tema su cui le parti sociali pubbliche e private sono chiamate a riflettere. Il fenomeno va studiato a fondo e servono grandissimi investimenti dal punto di vista progettuale, di relazioni sindacali, regolativi, infrastrutturali e di intelligenza sociale anche alla luce della sfida della transizione digitale che l’Europa ci chiama a raccogliere”.

Istat: nel 2020 il Pil crolla dell’8,9%. Rapporto debito/Pil salito al 155,6%

Nel 2020 il Pil ai prezzi di mercato è stato pari a 1.651.595 milioni di euro correnti, con una caduta del 7,8% rispetto all’anno precedente. In volume il Pil è diminuito dell’8,9%.

Dal lato della domanda interna nel 2020 si registra, in termini di volume, un calo del 9,1% degli investimenti fissi lordi e del 7,8% dei consumi finali nazionali. Per quel che riguarda i flussi con l’estero, le esportazioni di beni e servizi sono scese del 13,8% e le importazioni del 12,6%.

La domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito negativamente alla dinamica del Pil per 7,8 punti percentuali. L’apporto della domanda estera netta è stato negativo per 0,8 punti e quello della variazione delle scorte per 0,3 punti.

Il valore aggiunto ha registrato cali in volume in tutti i settori: -6,0% nell’agricoltura, silvicoltura e pesca, -11,1% nell’industria in senso stretto, -6,3% nelle costruzioni e -8,1% nelle attività dei servizi.

Il saldo primario (indebitamento netto meno la spesa per interessi) misurato in rapporto al Pil, è stato pari a -6,0% (+1,8% nel 2019).

Birmania: stop Ue alle agevolazioni dopo la repressione

La Ue sospenda le agevolazioni tariffarie al riso dei Militari golpisti. E’ quanto chiede la Coldiretti nell’apprezzare l’annuncio dell’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri Josep Borrell che l’Unione prenderà a breve misure in risposta alla repressione brutale delle proteste pacifiche nel Paese. La Birmania (Myanmar) gode ancora di un sistema di preferenze generalizzato con l’Ue che si concretizza nell’applicazione dell’accordo Eba (tutto tranne le armi) che consente al Paese asiatico – denuncia la Coldiretti – di esportare in Europa tutto senza dazi, tranne appunto le armi. Un regime di aiuti concesso dall’Unione Europea che ha comportato – precisa la Coldiretti – ingenti aumenti delle esportazioni soprattutto nel campo del tessile e alimentare.

Gli arrivi in Italia di riso birmano fanno registrare un balzo del 70% in quantità nei primi undici mesi del 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, secondo l’analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat. L’aumento delle importazioni dalla Birmania – denuncia Coldiretti – è destinato inevitabilmente a sostenere i golpisti in divisa al centro dell’accusa di violazione dei diritti umani ma anche di “genocidio intenzionale” per i crimini commessi contro la minoranza musulmana dei Rohingya alla quale sono stati sottratti i terreni coltivati.

Alla luce del colpo di Stato e della repressione di regime è quindi necessario – conclude la Coldiretti – attivare al più presto la sospensione totale del regime agevolato Eba (tutto tranne le armi), concesso dall’Unione Europea.  Il paese asiatico infatti continua a godere delle esenzioni tariffarie sulle produzioni di riso della varietà Japonica che sono sospese, invece, per la varietà Indica per la decisione Ue di applicare la cosiddetta clausola di salvaguardia.

 

 

Von der Leyen: “Serve un piano europeo di biodifesa”.

Ursula Von der Leyen in un’intervista concessa al “Financial Times” ha chiarito che in Europa bisogna allestire strutture mediche con l’obiettivo di gestire “un’era delle pandemie”, anche quando il Covid-19 sarà stato sconfitto.

Secondo Von der Leyen, l’Unione Europea non si può permettere soste e ha la necessità di possedere un piano per una risposta rapida alle minacce sanitarie che coinvolgono il continente. “L’Europa è determinata a rafforzare la propria capacità di produrre vaccini. Stiamo entrando in un’era delle pandemie. Se si guarda a quanto è accaduto negli ultimi anni, con l’Hiv, Ebola, Mers e Sars, quelle erano epidemie che potevano essere contenute, ma non possiamo pensare che sia tutto finito una volta superato il Covid-19.

Tra le proposte per un piano contro le minacce sanitarie, La presidente ha ricordato anche che lo scorso mese ha presentato un piano per la biodifesa, chiamato “Hera Incubator”, progetto che unirà ricercatori, aziende biotech, produttori e autorità pubbliche con l’obiettivo di monitorare emergenze sanitarie e lavorare anche in tempi quanto più brevi possibili sui vaccini.

C’è il rischio di una nuova ondata pesante di infezioni

“Ci troviamo a dover fare i conti con queste nuove varianti” di Sars-CoV-2 “che avevamo già presenti nel nostro territorio e nostri ospedali, e che ci fanno prevedere che malati ne avremo molti di più e rischiamo di dover di nuovo fronteggiare un’ondata pesante di infezioni”. E’ lo scenario prospettato da Massimo Galli, infettivologo dell’ospedale Sacco e dell’università degli Studi di Milano, intervenuto ad ‘Agorà’ su Rai3.

“Un 37 o 40% in più di capacità di trasmissione”, dato indicato dall’Istituto superiore della sanità per la variante inglese di Sars-CoV-2, “vuol dire che” il virus “va anche più lontano del solito metro e mezzo” raccomandato come distanza minima da mantenere fra una persona e l’altra per evitare il contagio, sottolinea.

“Sono ipotesi che hanno una loro logica e che ci spaventano in modo particolare”, spiega l’esperto, soprattutto perché la variante Gb è destinata a diventare presto prevalente in Italia “se non lo è già – precisa Galli – come mi era già capitato di dire qualche giorno fa, essendo abbastanza curiosamente smentito anche sulla realtà materiale che invece si è confermata nei giorni immediatamente successivi”. La maggiore trasmissibilità del mutante Uk significa che “probabilmente una concentrazione magari anche inferiore delle goccioline che vengono emesse” respirando “riesce ad arrivare ugualmente qualche centimetro più in là e a infettare – chiarisce l’infettivologo – semplicemente perché la maggiore affinità di questa variante per i nostri recettori cellulari fa sì che probabilmente cariche inferiori siano ugualmente in grado di infettare”.

Risultato: anche se “per fortuna non sembra che sia più capace di ammazzare”, ricorda Galli, la ‘versione’ inglese del nuovo coronavirus contagia di più ed “è in grado di infettare più efficacemente anche i bambini e i giovani”. Infatti, conferma, “la media dell’età dei pazienti che abbiamo è un po’ più bassa rispetto al solito”. Non cambia però il bersaglio finale, perché “come sempre si infettano di regola prima i giovani e i bambini”, poi il virus arriva “a quelli di mezza età” e infine “anche agli anziani. Ed ecco che di nuovo avremo un quantitativo importante di fragili a rischio. Lo avremo – puntualizza lo specialista – se non riusciremo a completare in tempi brevi e realmente con efficacia la campagna vaccinale”.

“E’ evidente che le cose non stanno andando per niente bene e che certi comportamenti sono sciagurati”, ha detto ancora Galli commentando gli assembramenti che – a dispetto di ogni raccomandazione anti-Covid – si sono visti nel weekend a Milano e in altre città italiane. “C’è l’illusione di avere alle spalle qualcosa che abbiamo ancora davanti, questo è l’elemento più tragico”, sottolinea. “Sono stato bersagliato da critiche per aver detto prima degli altri quella che è un’evidenza”, spiega. Descrivere una situazione che evolve negativamente “non diverte nessuno – precisa l’esperto – ma sta negli elementi banali di previsione che qualsiasi tecnico della materia, che abbia un approccio serio e scientifico, può fare”.

Parlando poi del lockdown dice: “Non piace a nessuno” ma “ha un pregio e un limite. Il pregio è quello di far crollare le infezioni, il limite è che quando riapri, se le situazioni non vengono contenute, sei punto a capo. Però ora abbiamo il vaccino”.

Alcide e Francesca: intervista a Paola De Gasperi e Marco Odorizzi.

Gentile Signora Paola De Gasperi, questo libro – definito in copertina “una storia familiare”- pur essendo la Sua terza opera sulla vita di Suo Padre, esprime un’originalità precipua  in quanto racconta,  fin dalle origini della loro conoscenza e dell’iniziale frequentazione, la vita sentimentale dei Suoi genitori. Una storia con due protagonisti posti sullo stesso piano in quanto persone legate da un afflato di stima, rispetto e simpatia che diventa affetto e poi amore, per durare l’intera loro esistenza. Lei è la quarta figlia di questa coppia di sposi: quali ricordi conserva dei Suoi genitori? Quanto è importante il carteggio tra suo padre e sua madre (con molte lettere inedite, specie di Lei) per narrare la trama, i caratteri, le affinità dei due protagonisti di una bella storia d’amore?

[Risponde Paola] Il ricordo dei miei genitori, fin da quando ero piccola, era di una coppia assolutamente unita. Papà lodava sempre mamma e , quando la sentiva scherzare con le figlie, diceva: “Beate voi che avete una mamma così allegra”. Ricordo che quando Papà lavorava al mattino alla Biblioteca Vaticana, il pomeriggio dettava i testi che traduceva dal tedesco alla mamma che li batteva a macchina senza mai lamentarsi di essere stanca. A volte prima di sera, lasciando noi bambine alla zia, si prendevano sottobraccio per fare una passeggiata che li portava in un negozio dove compravano al massimo un po’ di formaggio. In quel periodo, malgrado papà non guadagnasse molto, noi non avevamo nessuna idea che ci fosse qualche problema per mantenere una famiglia con quattro figlie e una sorella: in effetti nessuno si lamentava e noi trovavamo perciò normale che nostra madre, con l’aiuto di una sartina, ci cucisse i vestiti e anche quelli delle bambole, che trovavamo come nuove la sera di Natale. La loro storia d’amore era qualcosa che vivevano ogni giorno e che per noi era un esempio di come doveva essere un rapporto famigliare. Non ci avevano mai detto che papà era stato in prigione perché non volevano che crescessimo nell’odio. Solo nel 1953, quando papà pensava di pubblicarle, essi decisero di fare leggere a me e a Lia le lettera dal carcere che ci colpirono molto e ci fecero conoscere fino in fondo il coraggio e la fede dei nostri genitori. Le lettere vennero poi pubblicate due anni dopo la morta di papà,  nel 1955 da nostra madre, ma non contenevano le lettere della mamma, che credevamo eliminate da lei perché non le riteneva all’altezza. Così passarono gli anni e solo poco tempo fa abbiamo ritrovato un pacco che conservava le lettere della mamma, che ci hanno permesso di conoscere meglio la loro storia d’amore.

Dott. Odorizzi, non è consuetudine esordire in una intervista facendo i complimenti agli interlocutori ma questa volta è un dovere che diventa un piacere: per la delicatezza del racconto, la sua ambientazione, la misura che inizialmente ha il garbo di circoscrivere nell’introduzione: “questa non è la Storia ma una storia”…. Eppure, come disse un predicatore francese del 600 , Jacques Benigne Bossuet,  “io appartengo al tempo: ma esso appartiene a Dio prima che a me, è originato da Lui, resta sotto il suo sguardo e fa parte del suo dominio. Ciò che avrò seminato raccoglierò, ciò che faccio nel tempo migra nell’eternità”. Ecco allora che, come Lei ci ricorda, sono sempre gli uomini a fare la Storia:  anche Alcide e Francesca sono stati chiamati a lasciare il proprio segno nella Storia e, a loro modo, nell’eternità. Li avete chiamati per nome (Alcide stesso diceva “non ci sono uomini straordinari”) per evidenziare i tratti umani della loro unione terrena: che cosa può insegnarci questa narrazione, non romanzata ma che a suo modo è un romanzo d’amore,  che mette al centro la vita di una famiglia, dove vicende politiche e faccende domestiche non entrano mai in bisticcio tra loro? 

[Risponde Marco] Credo che questa storia ci insegni essenzialmente una cosa: che si può essere liberi anche vivendo tra mille vincoli e limitazioni esterne. Se vogliamo, la straordinarietà di Alcide e Francesca sta prima di tutto qui: nel loro essere stati testimoni di libertà. Può sembrare paradossale parlando di persone che, come raccontiamo nel libro, sperimentano a più tratti l’emarginazione, la violenza e perfino il carcere. Ma la loro libertà non viene dalle cose, ce l’hanno dentro: per loro le limitazioni del corpo non sono mai limitazioni dello spirito. Come ognuno di noi, anche loro conoscono lo smarrimento, la paura e il pianto… ma poi, nonostante tutto, non smettono mai di cercare e trovare un senso nelle cose. E alla fine accettano la vita per quello che è, consapevoli che non tutto è nelle loro mani. Così, pur adattandosi a tante situazioni e contesti differenti, non si lasciano cambiare dalle pressioni che vengono da fuori e restano se stessi. Anche quando gli viene tolto tutto, non ci appaiono mai sconfitti. Questa dimensione d’umanità rende la loro esperienza allo stesso tempo straordinaria e molto vicina a quella di ognuno di noi: non ci appaiono straordinari per quello che fanno, ma per quello che sono. In altre parole, se di De Gasperi, statista e padre d’Europa, ce n’è solo uno, Alcide potrebbe essere ognuno di noi, a modo suo. Quanto alla coerenza tra vita pubblica e privata, c’è da dire che Alcide e Francesca non li vediamo quasi mai recitare un ruolo e tantomeno improvvisare una parte: le loro vite si muovono sullo sfondo di valori solidi e concreti, che guidano le loro azioni e li aiutano a non perdere mai la strada. Sia come individui che come coppia, sono interpreti di un progetto, maturato con serietà anche attraverso esperienza dure e drammatiche. Ecco perché i rovesci inattesi della vita li colpiscono ma non li abbattono: perché il loro orizzonte è largo e loro sanno guardare lontano.  

Sig.ra Paola, tra Suo padre e Sua madre c’erano 13 anni di differenza e, per Lui,  un’esperienza politica iniziata da giovanissimo che lo aveva portato prima al Parlamento di Vienna come deputato del sud Tirolo, poi alla ‘Dieta regionale di Innsbruck, più tardi a Montecitorio e ai vertici nazionali del partito fino alla Presidente del Consiglio dei Ministri, a rapporti con i capi di Stato di tutto il mondo. Certamente riconosciamo in Lui il più grande statista italiano del 900. Eppure Alcide consapevole che la carriera nelle istituzioni (che era una scelta e un dono, un carisma e una vocazione)  lo avrebbe tenuto spesso lontano da casa e anche delle diverse esperienze umane tra loro,  già nel dicembre del 1921, pochi mesi prima delle nozze,  scriveva a Francesca: «Ti voglio libera compagna, amica di pari iniziativa e indipendenza, e nulla mi ripugna di più che il farti da maestro e frugare nella tua coscienza». Fu questa l’ispirazione ad una vita domestica intima e normale, desiderata e voluta per tutta la loro vita matrimoniale?

[Risponde Paola] Riguardo alla frase di mio padre a mia madre che lei mi fa notare (p.32) io le ricordo che Alcide aveva creato il loro particolare rapporto in alcuni anni di lettere e incontri che lo avevano reso sicuro della capacità di Francesca di affrontare con lui la vita che stava per aprirsi. Può darsi però che egli avesse sentito in lei qualche timore di essere troppo inferiore a lui per l’età e la differenza di esperienza e perciò le vuole garantire che “la vuole libera compagna, amici di pari iniziativa e indipendenza e nulla mi ripugna di più che il farti da maestro e frugare nella tua coscienza”. Io che sono nata molti anni dopo le posso garantire che mio padre non ebbe mai un atteggiamento di superiorità verso mamma, ma anzi la lodava sempre come una madre straordinaria. Guardi la lettera di Lucia dell’ultimo giorno di vita di papà (p.138): “Per te deve essere un gran conforto il pensiero di avere condiviso tanta parte della sua vita, di non averlo abbandonato nelle ore più buie, di averlo aiutato a essere quello che era, deciso, coraggioso, senza mai indietreggiare alle responsabilità. Tua è la gioia di avergli creato intorno un’atmosfera di serenità coadiuvata dal suo così cristiano e umano altruismo”.

Dott. Odorizzi, la vita politica di De Gasperi resta sempre sullo sfondo di quella domestica e “i ritmi familiari si adeguano al respiro affannoso del Paese”. Eppure Alcide continua da Roma in via epistolare il carteggio con Francesca. Persino Don Sturzo gli rimprovera di lasciarla tra le montagne del Trentino, di non portarla con sé. E Lui le scrive chiamandola “mia vedovella” ma non manca di esprimerle il desiderio di averla accanto: “Mio eterno amore… ho un grande desiderio: quello di finire presto e riabbracciarti……E’ tanto tempo che non sento il profumo dei tuoi baci, che mi sembrerà una cosa nuova”. Ma sempre con un rispetto profondo: “Ti ringrazio di avermi raccomandato al Signore, sento la sua mano che veglia su di me”. Quanto cementò questo amore la comune fede, il rivolgersi a Dio chiedendo protezione reciproca, il fondamento cristiano di quella unione? Immedesimandosi nei tempi e nell’assenza delle tecnologie attuali, quale peso e quale valore ebbe l’incessante rapporto epistolare per entrambi?

[Risponde Marco] Sicuramente la dimensione della fede è un elemento che colpisce chi legga i carteggi tra Alcide e Francesca. In una certa misura, la pervasiva presenza del sacro è uno degli aspetti che marcano maggiormente la distanza rispetto al nostro tempo, ma sarebbe limitante e sbagliato archiviare il discorso ricordando che i nostri protagonisti sono entrambi nati nel XIX secolo e partecipano dunque di una cultura religiosa in parte diversa da quella di oggi. Il fatto, a mio avviso, è un altro: la fede per loro non si limita mai all’atto devozionale, non è una dimensione vincolata a precisi momenti e che si esplica attraverso determinate liturgie, comunitarie o individuali che siano. La fede è per loro come l’aria che respirano: non c’è alcun diaframma a dividere nelle loro giornate il tempo della vita e il tempo del sacro, perché la vita è essa stessa comunione col sacro. Ecco allora che anche una lettera tra coniugi assume l’intensità di una preghiera e Dio entra nelle loro vite con la forza di una presenza, non solo come un richiamo convenzionale o come un mero tratto d’eleganza formale. La fede inoltre è per entrambi uno spazio dinamico, aperto alla contemplazione, al conforto, alla disperazione, anche alla rabbia a volte. E naturalmente alla speranza e all’accettazione. Questa dimensione profonda sostiene sin dagli esordi il dialogo tra Alcide e Francesca: un dialogo sincero, senza stanze segrete, in cui si mescola il bisogno di raccontare fatti e avvenimenti e quello di interpretarli e di dare sfogo alla propria interiorità. Non c’è da stupirsi che essi trovino un alleato nei tempi lenti della scrittura, che anche quando appare stesa di getto, lascia comunque sempre al pensiero lo spazio per dilatarsi e ripulirsi. Senza dubbio il loro scriversi è dovuto molto spesso all’impossibilità di stare insieme e di avere un rapporto più diretto, ma non credo che possa dirsi solamente un ripiego. Nella vita ci sono alcune cose che vanno dette, altre che vanno semplicemente vissute e altre che hanno bisogno di fissarsi su un supporto concreto, attraverso la scrittura. Nemmeno la rivoluzione digitale ha cambiato del tutto questa cosa, anche se senza dubbio le tecnologie attuali e il ritmo frenetico della nostra quotidianità hanno reso la scrittura epistolare un po’ fuori moda. 

Erano i primi anni della loro vita coniugale che coincisero con un periodo drammatico per il Paese, di cui cito solo alcuni eventi che ormai appartengono alla Storia: la marcia su Roma di Mussolini, le elezioni truffa che ribaltarono gli equilibri parlamentari, l’omicidio Matteotti, l’inizio della lunga persecuzione personale nei confronti di De Gasperi: lui preoccupatissimo e addolorato – mentre Don Sturzo aveva preso la via dell’esilio a Londra – non mancava di cercare conforto nelle lettere che Francesca gli scriveva, e nei suoi rientri a casa. In quegli anni nacquero le prime figlie, Maria Romana e Lucia: la famiglia restava al centro del suo cuore mentre si occupava  dei destini del Paese, fronteggiando apertamente il fascismo. Possiamo pensare ad una Francesca lontana ma non triste, allietata dalla presenza delle bambine e rinsaldata ad Alcide in un rapporto affettivo che cresceva in intensità. Solo una grande donna, una Penelope legata per sempre al suo amato, poteva resistere ad aspettarne i ritorni? Quando la situazione politica precipitò, lo fu per entrambi. L’arresto da parte dei fascisti nella casa di Borgo Valsugana, la traduzione di lui a Vicenza, il ritorno a Roma, dove Francesca lo raggiunse, mentre le piccole Maria Romana e Lucia erano rimaste a casa di parenti in Trentino, fino all’arresto sul treno alla stazione di Firenze: lei finì alle Mantellate, per lui si aprirono le porte di Regina Coeli. E dal carcere inizia un nuovo carteggio con Francesca, di cui finora mancavano, e sono un inedito, le lettere di lei a lui. Quali sentimenti, quale intensità emotiva, quali angosce vissero l’uomo in carcere e la moglie dapprima alle Mantellate e poi lontana?

[Risponde Paola] L’intensità emotiva che accompagna la vicenda emerge in maniera emblematica dal carteggio tra Alcide e Francesca, con una ricchezza di sfumature che solo le loro stesse parole possono restituire in maniera compiuta. Le “lettere dalla prigione” di Alcide sono note da tempo: sono state pubblicate ormai molti anni fa e l’ultima riedizione si deve all’editrice Mariotti nel 2003. Una novità invece è il ritrovamento delle lettere di Francesca, avvenuto in questi ultimi anni, perché ci consente di capire il loro reciproco sentimento d’amore. Francesca decise di scrivere tutti i giorni una lettera in modo da confortare e incoraggiare il marito in ogni modo. Così poté anche superare le difficoltà che il controllo della censura metteva, ritardando l’arrivo delle lettere e scompaginando l’ordine cronologico del carteggio.

[Risponde Marco] A Francesca non mancò certo la pazienza, ma questo essenzialmente perché non le mancò la fiducia. Alcide dovette sopportare l’umiliazione di essere punito per colpe non commesse, non per qualcosa che aveva fatto, ma per qualcosa che pensava e rappresentava. Ma sopportò tutto questo, sia facendo appello alle radici più profonde della sua ispirazione civile e religiosa, sia ricordando, ogni giorno, che fuori da quella cella c’era chi ne attendeva il ritorno e che aveva bisogno della sua forza, proprio come lui aveva bisogno della forza di Francesca. In una delle lettere più commuoventi che Alcide le indirizza, una vera e propria confessione, egli scrive: “Io t’ho sempre letto negli occhi che, se fossi stato vile, mi avresti disprezzato”. Con queste parole egli non vuole certo dire che  quando si trovò a resistere al fascismo lo fece per non sfigurare con la moglie! Al contrario vuole dire che egli mai si sentì chiamato o peggio ancora costretto dalla moglie a rinunciare alle sue idee e al suo ruolo di rappresentanza popolare per proteggere la loro dimensione familiare. Francesca riconosceva il valore della missione pubblica a cui Alcide era stato chiamato e non gli chiese mai di rinnegare se stesso per portare vantaggio alla loro famiglia. Non è cosa scontata. Alcide ne trasse un coraggio e una determinazione che forse da solo non avrebbe trovato. Le difficoltà, le angosce e le paure non mancarono, ma il tratto che più emerge è che nella prova non li vediamo mai allontanarsi, mai incolparsi l’un l’altro di qualcosa, mai rimproverarsi. Al contrario, li vediamo stringersi e sostenersi, compensando l’una alle fragilità dell’altro e viceversa. 

Francesca si preoccupò, una volta uscita dalle Mantellate, che ad Alcide non mancassero libri, vitto (da una trattoria vicina al carcere) ed effetti personali e iniziò un carteggio epistolare che si incrociava tra loro (alcune lettere arrivarono prima delle risposte a quelle precedenti) ed è questo l’elemento di novità che mancava nei loro scritti, poiché per lungo tempo le lettere di Francesca rimasero nascoste, poi trovate come  per fortuna e costituiscono oggi un inedito sentimentale con un valore anche storiografico che merita studio e attenzione. Personalmente sono rimasto colpito dalla fede (intesa come “affidamento”)  di Francesca, il suo rivolgersi continuamente alla Madonna affinché intercedesse per la buona sorte di Alcide, e poi dalla sua forza, dal suo incoraggiare lui, condividendo i suoi tormenti e infondendogli speranza. “Ti bacio mio caro, nella speranza ardente di abbracciarti costì, domani (Si sarebbero in effetti incontrati il giorno dopo)  Che il Signore ci aiuti a superare tanti dolori e ci conforti Tua per sempre, Francesca”. Quanto influì la religiosità di Francesca (“faccio tutte le mattine la comunione per te”) nel cementare quella unione nelle alterne vicende della vita? Dal carteggio risulta che da quell’incontro in carcere Francesca non faceva passare giorno senza scrivere ad Alcide, specie dopo il ritorno di lei in Trentino…

[Risponde Marco] Come è stato accennato in precedenza, fede e vita nell’esperienza di Francesca sono esperienze indistricabili e pertanto è inevitabile che la sua dimensione spirituale giochi un ruolo nel modo in cui rilegge e interpreta ciò che capita a lei e al marito. Su questo piano si costruisce anche la loro relazione, che affianca ad un innamoramento istintivo una condivisione profonda di orizzonti anche spirituali e dunque un progetto di vita comune ben definito e ispirato dalla fede. Detto questo, è difficile dare delle letture troppo nette, perché l’interiorità di una persona è troppo vasta per poterla raccontare e, in ogni caso, mi mancherebbero gli strumenti ermeneutici per farlo. Mi posso solo limitare a leggere le lettere di Francesca e a restituirne qualche spunto. Ecco, ad esempio, che queste testimonianze tendono a restituire oltre alle similitudini tra Francesca e Alcide anche alcune differenze, che sono evidenti. Tra queste c’è proprio il dato dell’affidarsi, che è presente anche in Alcide, ma è in lui più sofferto: Francesca invece sembra incrollabile nel riporre la sua fiducia nella Provvidenza e nel disegno divino. La forza che trae da questa dimensione è impressionante: è vero che in quegli stessi anni molti antifascisti andavano incontro a sorti anche peggiori di quella di Alcide, ma nondimeno quella in cui si trova Francesca è senza dubbio una di quelle situazioni in cui sarebbe facile perdersi d’animo. Se è vero che Francesca è una donna abituata al sacrificio e a rimboccarsi le maniche, nel all’inizio del 1927 di colpo si ritrova sola, con due figlie piccole da accudire e un marito incarcerato a 500 chilometri di distanza da casa. Non ha un lavoro, deve dividersi continuamente tra Trento e Roma per tenere unita la sua famiglia e ha di fronte un avversario inaffrontabile, il regime fascista, contro giustizia e verità cessano di essere argomenti validi. Le sue speranze iniziali di un giusto processo vengono a più riprese vanificate, finché non pare evidente che non ci sia altra via d’uscita che subire e “portare la croce” in silenzio. Eppure non si scompone, regge il colpo. Non impreca, non si arrende, non cede all’odio. Semplicemente attende, si affida al Signore chiedendo la forza di sopportare il dolore. C’è una lettera molto bella in cui scrive ad Alcide: “Non protestare. Quando l’uomo, maltrattato ingiustamente da altri uomini, riesce a vincere quel senso di vendetta, sia anche di pensiero, e non solo a perdonare ma anche a ringraziare il Signore per le tribolazioni che gliene vengono, allora mi pare che sia raggiunto il massimo sforzo umano” e poi prosegue “io mi voglio unire a te nel tentativo di questo sforzo perché non voglio essere indegna di te e prego Iddio che mi dia il coraggio”. Così facendo, Francesca sta già guardando oltre, preparando la strada al domani con fiducia. 

Francesca esprimeva nel suo scrivere all’amato una fede incrollabile e una bontà d’animo straordinaria: … “io sarò sempre accanto a te, compagna fedele e le nostre bambine saranno la nostra gioia. Il Signore ci ricompenserà così: tanto è grande ora il dolore e tanto maggiore sarà poi la consolazione. Confidiamo e preghiamo… anche per chi ci perseguita e perdoniamo loro cristianamente. Nessun rammarico, nessuna vendetta verso loro; perdonare è più bello e generoso”. Eppure il nemico non fu clemente ed arrivarono giorni tremendi. De Gasperi sperava nell’assoluzione al processo e invece fu condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione e 20 mila lire di multa per il tentato espatrio clandestino. Fermiamoci un momento a riflettere: lui in carcere per presunti reati ideologici, politici, lei a casa tra Trento e Borgo Valsugana. Quanto siamo debitori, oggi, a chi come loro subì l’oppressione della minaccia e le angherie e i soprusi del regime? Questa storia d’amore non andrebbe forse raccontata ai giovani di oggi, ai loro genitori che per egoismo o incomprensioni  soffrono vicende di disgregazioni familiari ? Rileggendo la Storia che si intreccia con questa famiglia possiamo dire che conoscevamo la grandezza e la statura morale di De Gasperi ma che questo racconto ci restituisce una figura altrettanto coraggiosa, fedele, forte, nobile d’animo come fu Francesca?

[Risponde Paola] Lei mi domanda se questa storia d’amore non andrebbe raccontata ai giovani d’oggi. Beh, coglie nel segno le nostre intenzioni: per quale altra ragione pensa che io e il dott. Odorizzi avremmo scelto di pubblicare questo libro? Di certo non solo per celebrarne i protagonisti, che non hanno bisogno di piedistalli. La loro è una storia che vorremmo consegnare al presente e al futuro, unendo la nostra voce a quella dei molti che già lo hanno fatto, perché crediamo possa essere d’ispirazione per molte persone. Le dirò di più: il libro è solo un veicolo per far circolare una storia che volevamo raccontare e, non appena  la pandemia che ancora è diffusa nel nostro paese ci darà tregua, faremo il possibile per far conoscere questa coppia straordinaria anche attraverso incontri e presentazioni. Speriamo che il vaccino e una maggiore responsabilità della popolazione possa farci arrivare a una estate migliore… 

Furono tempi di disperazione…”L’altra sera dopo la triste sentenza… mi pareva di perdere la fede… avevo pregato tanto ed ero stata abbandonata. Non dobbiamo perdere la fiducia, Alcide mio, il Signore è buono e non permetterà l’ingiustizia”…”Scrivimi sempre a lungo, mettici i tuoi pensieri più belli, che non andranno perduti poi un giorno li rileggeremo assieme, perché quel giorno se Dio vuole verrà. Questo avveniva cinque anni dopo il loro matrimonio: ”Ti amo Alcide mio come t’amai il primo istante, sia da vicino che da lontano e ti porto sempre nella mente e nel cuore”. Nel frattempo le condizioni di salute di Alcide peggioravano a causa di disturbi gastroenterici e ad un rene, gli fu ridotta la pena e dal Carcere fu trasferito alla clinica Ciancarelli. L’epistolario continuò più fitto e con fermo-immagini di icone che descrivevano i reciproci ambienti di vita. Il 16 luglio 1928 De Gasperi fu rimesso in libertà. Ci volle ancora del tempo prima che lei lo raggiungesse a Roma e che la famiglia si ricomponesse a Borgo Valsugana. Nel 1930 nacque la terzogenita Cecilia e tre anni dopo venne alla luce Lei, Signora Paola, la piccola di casa. Che cosa ricorda della sua infanzia in famiglia?

[Risponde Paola)  Non potrei aggiungere altre parole a quelle che ho espresso rispondendo alla prima domanda. Le confermo tutte.

La salute di Alcide lo indusse a scrivere una sorta di testamento spirituale che Francesca lesse alle figlie venti anni dopo, nella circostanza della morte dello statista avvenuta il 19 agosto 1954. Giustamente Voi autori evidenziate come in quei venti anni che separano la lettera-testamento e la scomparsa di De Gasperi nulla cambiò nelle loro ispirazioni, nella fede incrollabile, negli affetti familiari e negli orientamenti politici e che “la vita di Alcide come quella di Francesca si sia mossa sempre in un solco di coerenza ideale e valoriale profonda” Il “restare se stessi” che De Gasperi raccomandava ai giovani mi ricorda la descrizione forse più calzante che su di Lui io abbia sentito: quanto Andreotti mi disse “era un tutto uno”. Ma mi fa venire in mente anche l’insegnamento che De Gasperi stesso aveva ricevuto nel 1928 da Mons Celestino Endrici: “Avere carattere vuol dire seguire i dettami della retta coscienza nell’adempiere a qualunque costo il proprio dovere”. Possiamo affermare che questi insegnamenti erano la parte morale del cemento che unì per tutta la vita Alcide e Francesca?

[Rispondono Marco e Paola] Come in parte è stato detto, Alcide e Francesca attraversano un percorso umano intenso, aperto al cambiamento ma ancorato ad un progetto di vita solido e ben determinato nei suoi capisaldi valoriali imprescindibili. Avere dei riferimenti chiari non li rende rigidi, ma al contrario più elastici nel reagire al mutare dei contesti senza scoraggiarsi e senza farsene travolgere. Per così dire, non è il ruolo che essi si trovano a rivestire che dà loro identità e senso. Ecco perché il testamento spirituale che abbiamo citato non fa che dare una sistemazione a una visione che traspare da altre testimonianze e dall’esperienza vissuta. Alcide lo scrisse nel 1935 e lo consegnò al cognato Pietro perché lo desse a Francesca in caso di sua morte. Non sappiamo a dire il vero se fosse l’espressione di un timore eccessivo per un piccolo intervento chirurgico che dovette affrontare allora o se la ragione di questo scritto fosse un’altra: in ogni caso fortunatamente resta come una summa dei suoi sentimenti di fede e di amore verso Dio e verso Francesca. Quello che mi colpisce di quel testo [è Paola a dirlo] è che la fede in Dio e l’amore per Francesca per Alcide sono una cosa sola: “La fede nella paternità di Dio aiuterà Francesca a fare crescere le bambine”; “Cara Francesca io ti sarò sempre vicino in ispirito e ti aiuterò presso il Signore”; “Gesù mia suprema e ultima speranza sarà anche il tuo conforto quotidiano”; “Addio Francesca, supera il dolore del distacco e vivi per le nostre bambine sulle quali veglierò dal cielo”… A me sembra poi molto interessante notare che egli non vuole solo che le sue figlie crescano buone, ma che apprendano per quale ideale di umana bontà e di cristiana democrazia il loro padre combatté e sofferse e imparino ad apprezzare la giustizia, la fratellanza cristiana e la libertà.

Venne la guerra, la caduta del regime, il periodo di clandestinità e poi l’ascesa politica di De Gasperi: padre della Patria e ispiratore con Adenauer, Schumann, Monnet di una Comunità Europea. La famiglia rimase sempre unita, le figlie cresciute e fatte donne (Lucia, si fece Suora) , l’unione sentimentale di Alcide e Francesca più forte che mai. L’epistolario era finito verso l’inizio degli anni 40, Francesca seguì Alcide nei suoi viaggi all’estero, anche negli USA nel 1951 e in Canada. Fu Lei a scrivere alle figlie, mentre si trovava con Lui a Strasburgo: ”Papà ieri ha avuto un successone: la nomina per acclamazione a Presidente della CECA”. Fu uno degli ultimi atti politici del Presidente: l’aggravarsi delle sue condizioni di salute non gli evitarono lo sconforto di veder naufragare l’idea della nascita della CED (Comunità europea di difesa),  esprimendo la sua desolazione in una lettera ad Amintore Fanfani, neo segretario della DC. Venne chiamato alla casa del Padre il 19 agosto 1954. La storiografia della vita di De Gasperi ci ha consegnato una figura straordinaria per coerenza, rettitudine, dignità. E accanto a Lui, specie con questo Vostro libro, ora ci ha fatto conoscere meglio la figura della moglie Francesca Romani, che gli fu sempre accanto in modo esemplare, come donna, moglie madre. Penso che siate orgogliosi di questo lavoro: è un dono per tutti. E’ stato un dono anche per Voi, raccontare qui “una storia” esemplare di vita familiare?

[Risponde Marco] La devo ringraziare innanzitutto per le sue parole generose. Il primo dono per me è arrivato quando la Signora Paola mi ha proposto di associarmi a lei in questo lavoro, perché di fatto mi ha aperto la porta di un vissuto familiare che conoscevo solo in parte e che ha potuto arricchirsi della sua testimonianza diretta. Lo considero un privilegio e una responsabilità che si è espressa nel libro, ma che investe anche la mia attività professionale e si salda all’impegno assunto da anni dalla Fondazione Trentina Alcide De Gasperi di farsi spazio di memoria e di stimolo per il presente. 

 

Paola De Gasperi , la figlia minore di Alcide e Francesca Romani. è testimone della figura dei suoi genitori, in incontri e conferenze. Ha scritto “L’accordo De Gasperi-Gruber nell’opera e nel pensiero di mio padre” (2011) e con la sorella Romana ha curato il volume “De Gasperi scrive” (ediz.San Paolo , 2018) 
Marco Odorizzi, Laureato in Storia, dal 2016 è Direttore della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi che gestisce il Museo della casa natale dello Statista. E’ autore di saggi e articoli su riviste.

L’iperbole del “centro extraparlamentare” cosa ci suggerisce?

Lo sviluppo del dibattito politico intorno alla prospettiva di un nuovo soggetto politico di centro assume, giorno per giorno, nuovo spessore e contributi rilevanti dal punto di vista ideale, ma anche decise deformazioni politico-culturali.

Agli occhi degli osservatori politici più attenti non sarà sfuggita la strategia messa in piedi da alcuni sulla federazione, sull’individuazione di un federatore e sulla necessità di operare un’iniziativa parlamentare per costituire gruppi parlamentari che si richiamino al Partito Popolare Europeo.

Quest’ultima riflessione appare bizzarra non solo per le motivazioni ideali fragili che la sostengono, ma soprattutto allorquando si fa riferimento a Rotondi, Tabacci e addirittura a Berlusconi. Perché non estendere l’invito anche a Buttiglione, Casini, Cesa, Tassone, Mastella e via dicendo?

Dunque, appare obbligata una riflessione seria e chiarificatrice che sgombri il campo da equivoci arcaici e preistorici, anche perché il perno essenziale di un’operazione politica importante non può che partire da un punto centrale: l’etica e il rigore morale della politica.

In questo contesto torna alla mente l’ultimo discorso politico di Luigi Granelli, al Congresso del Partito Popolare a Rimini del 1999 qualche mese prima di morire, perché è di una straordinaria attualità se riferito a questa situazione dei cattolici democratici.

Ma lungi dall’essere una riflessione nostalgica, essa si lega al convincimento che la memoria storica è fondamentale per chi voglia fare politica seriamente e disinteressatamente.

Granelli metteva in guardia i popolari di allora nel raccogliere l’invito di Francesco Cossiga di abbandonare lo schema e gli ideali del popolarismo per operare in funzione di una federazione di centro giscardiana ove ci fosse tutto e il contrario di tutto. E ammoniva: “il punto di riferimento dei popolari restano Sturzo, Dossetti, Moro, Vanoni”; ma si può aggiungere De Gasperi, La Pira, Lazzati, Zaccagnini, Donat Cattin, Granelli, Martinazzoli e Galloni.

Non si tratta di un semplice ritorno al passato, ma certo di una riconsiderazione delle fonti originarie dell’impegno politico popolare e cattolico democratico e di come reinverarle nella società attuale.

Certamente quando si vuol costruire una casa non si inizia mai dal tetto, ma dalle fondamenta. Ed allora, a cosa servono gruppi parlamentari o qualche sottosegretario se si è assenti nella società? Le fondamenta sono il patrimonio ideale del popolarismo e da qui occorre ripartire per una azione non di palazzo, ma all’interno della società italiana.

Una iniziativa, come ama dire Lucio D’Ubaldo, per un centro extraparlamentare, fuori dalle stanze del potere, con una nuova classe dirigente che sappia agire ed influire all’interno della società con le idee e non con il potere.

Prima di parlare di liste, di organigrammi, di statuti e di regolamenti, occorre essere presenti nella società. L’iniziativa non può che partire dal basso, dalle motivazioni ideali di un rinnovato impegno politico.

L’amicizia sociale per guardare lontano

Proponiamo uno stralcio dell’articolo pubblicato sulle pagine di Comunità di connessioni a firma di Padre Francesco Occhetta

L’amicizia è spesso considerata una forma limitata di amore, un sentimento molto più debole e non impegnativo. È certamente meno celebrata e cantata rispetto all’amore, ma nella vita di ogni persona si rivela come una dimensione indispensabile, soprattutto nei momenti di crisi in cui ci si chiede: quale senso avrebbe la mia vita senza i miei amici?

I veri amici, in senso aristotelico, si offrono reciproci benefici; per dirlo con le parole del filosofo di Stagira: «É proprio dell’amico piuttosto fare il bene che riceverlo, […] è proprio dell’uomo buono e della virtù il beneficare». Secondo Aristotele una delle ragioni per cui vale la pena coltivare amicizie sarebbe avere persone a cui fare del bene. È per questa ragione che persino gli uomini perfettamente felici hanno bisogno di amici, poiché senza di loro sono incompleti. Per questo definisce l’amicizia come «cosa necessarissima per la vita. Infatti nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, anche se avesse tutti gli altri beni» (Etica Nicomachea, Libro VIII, cap. I).

L’amicizia si mostra dalle piccole cose, senza bisogno di essere spiegata. È stato scritto che l’amico «è colui che ci rende giustizia», senza essere però tribunale e giudice delle nostre azioni. Due amici possono avere cammini molto diversi, fino ad evolvere in direzioni religiose o politiche diverse, ma la forza sta nell’«accogliere tali cambiamenti come un’occasione […]. L’amico non è soltanto colui che mi arricchisce, può essere anche colui che mi interroga, mi critica, mi rende più povero. Potrà essere che viene a ricordarmi che il mio itinerario non è l’unico possibile e che, proprio a partire da ciò che ci unisce, sono possibili altre scelte spirituali, intellettuali o esistenziali» (Aa.vv, L’avventura dell’amicizia, Magnano (Bi), Qiqajon, 2007, cit., p. 17).

Questa «avventura esistenziale» è anche la luce e il sapore delle relazioni sociali e politiche. Ne ribalta le logiche perché nello spazio pubblico, tra politici o colleghi, ci si allea con altri per far fronte a nemici comuni, rischiando di vivere sempre “contro” e mai in “favore” di qualcosa e qualcuno. Ciò che trasforma profondamente una società sono esattamente le caratteristiche intrinseche dell’amicizia: la fedeltà, l’accoglienza, la parità, la benevolenza e la gratuità. Ma esiste anche un’altra peculiarità dell’amicizia: la presenza, un gesto capace di andare al di là di qualsiasi parola.

La banalità del male, invece, inizia quando si nega l’amicizia sociale: omissioni e gesti, parole e alleanze perverse, anche se in apparenza innocue, possono essere come la fiamma di un fiammifero che, una volta innescata la miccia, è capace di devastare intere foreste.

Quando la costruzione dell’amicizia sociale si eclissa ritornano i genocidi, come quello del Rwanda, in cui nel 1994 in soli 100 giorni vennero massacrate tra le 800 mila e 1 milione di persone; gli stermini, come quelli dell’11 luglio 1995 a Srebrenica, in cui in 72 ore vennero ammazzati 8.000 bosniaci; i campi profughi del Medio Oriente, gli orrori nei campi della Libia, le guerre senza fine in molti Stati dell’Africa e tante altre violazioni in molte parti del mondo.

Oppure quando un Paese è costretto a piangere la barbara uccisione dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista Moustaphà Milambo che stavano donando la loro vita per gli altri costruendo la pace in un luogo che ne ha perso la memoria della pace e pensa possibile solo la guerra. In questo senso sono paradigmatiche le parole del Cardinale De Donatis nell’omelia delle esequie: «In questo giorno sentiamo come nostra l’angoscia di tre famiglie, di due Nazioni e dell’intera famiglia delle Nazioni. […] Angoscia perché manca la pace tanto desiderata; angoscia perché vi sono ancora troppi cuori di uomini che, invaghiti dal denaro e dal potere, tramano la morte del fratello. Angoscia perché le promesse di giustizia sono disattese».

Sembra una provocazione, ma l’alternativa alla notte è la luce dell’alba: guerra o pace, armonia o conflitto, tertium non datur. Questa luce è rappresentata dal bene insito nella relazione dell’“amicizia sociale” che il mercato non può vendere ma che, nell’ultima enciclica sociale della Chiesa, Francesco utilizza 14 volte, definendola anzitutto come il modo per risolvere i conflitti. «Più volte ho proposto “un principio che è indispensabile per costruire l’amicizia sociale: l’unità è superiore al conflitto. […] Non significa puntare al sincretismo, né all’assorbimento di uno nell’altro, ma alla risoluzione su di un piano superiore che conserva in sé le preziose potenzialità delle polarità in contrasto” […] in un ambito dove i conflitti, le tensioni e anche quelli che si sarebbero potuti considerare opposti in passato, possono raggiungere un’unità multiforme che genera nuova vita» (Fratelli tutti, n. 245).

C’è anche chi sostiene che bisogna stare con i piedi per terra, perché nemmeno il Nuovo Testamento dà spazio a storie di amicizie. Invece nel Vangelo di Giovanni troviamo le parole con cui Gesù definisce, in termini di amicizia, il suo rapporto con i discepoli. Quell’amicizia comunitaria è la prima forma di amicizia sociale, quei dodici uomini hanno cambiato il mondo: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto quello ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere anche a voi» (Gv 15, 15). Dio chiama l’uomo: amico. Secondo il testo, questa è un’amicizia offerta come dono al discepolo, che, nella sua libertà, è chiamato ad accettarla e a viverla. Ci sarebbe di più, ed è proprio la continuazione del Vangelo di Giovanni a svelarci il valore assoluto: «Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici».

Qui l’articolo completo

Lo stadio della Roma è pane per i denti di Calenda

Cade il progetto di Tor di Valle. È un bene per la città, anche se attesta come sia complicato nella capitale eludere la “prassi inibitoria” di Caltagirone. L’imprenditore del cemento e dell’editoria quello stadio dalle parti dell’ex ippodromo, in un’ansa del Tevere subito dopo l’Eur, non lo voleva. Questioni ambientalistiche? Anche. È noto tuttavia che lo vorrebbe a casa sua, ovvero nell’area di proprietà dell’ateneo di Tor Vergata, dove vige un protocollo che permette senza di assegnare al gruppo Vianini (controllato da Caltagirone) le opere di natura edilizia. Nel quadrante ci sarebbe modo di sistemare con razionalità il (finalmente rilanciato) prolungamento della metro A e la migliore riutilizzazione della città dello sport (Vela di Calatrava) e quindi accelerare e rafforzare la straordinaria operazione dell’Orto botanico (voluto dal direttore scientifico dell’omonimo dipartimento universitario, professoressa Antonella Canini, già candidata alla carica di rettore).

A Tor Vergata lo stadio della Roma avrebbe una destinazione logica, in ossequio alle previsioni di sviluppo ad est che contempla il Piano regolatore ultimo, proprio sulla scia di quello approvato nel 1962-65. In sostanza, il Campidoglio dovrebbe aprire un confronto alla luce del sole, all’occorrenza chiedendo significative contropartite a beneficio della città, per una scelta che in effetti andrebbe a favore del vero e controverso dominus della politica urbanistica romana. Invece, in questi lunghi anni, si è seguito un percorso diverso, prima con Marino (Pd) e poi con la Raggi (M5S), coprendo gli interessi di Unicredit e Parnasi (finito male, strada facendo, per la solerte azione della Procura di Roma). L’intervento, calato su un’area che in teoria avrebbe dovuto o dovrebbe accogliere un Parco a tema, è andato avanti a fisarmonica, con un poco decoroso tiremmolla con i privati su cubature e servizi.

Dunque, si volta pagina. E allora sarebbe giusto mettere a fuoco il disegno urbanistico che s’intende realizzare. Andrebbe chiarito il futuro dell’Olimpico e affrontato l’altro corno del problema, ovvero lo stadio della Lazio. Sarebbe poi necessario stabilire cosa fare del Flaminio, destinato a un degrado inarrestabile a causa di vincoli ambientali e architettonici, con gli eredi del grande progettista, l’ingegner Pier Luigi Nervi, a difesa della preservazione strutturale e funzionale dell’impianto. Infine occorrerebbe valutare in che modo e in che misura questa operazione urbanistico-sportiva s’inserisca in una nuova visione dello sviluppo economico di Roma. Per adesso, nel dettaglio e in generale, non si veda nulla.

Chi può lanciare un discorso nuovo, non avendo il carico di responsabilità pregresse, deve rompere l’assedio del vaniloquio e dell’inconcludenza. Anche se si votasse a settembre, ormai s’annuncia l’imminenza dei primi fuochi di una campagna elettorale a cui si annette, nel giudizio unanime degli osservatori, grande importanza per la possibile rinascita di Roma. In questo scenario, l’ex ministro Calenda appare in effetti come homo novus nella sfida per il Campidoglio. Calenda ha deciso di andare avanti e non accetta di ritirarsi dalla competizione, neppure se il Pd optasse per la candidatura di Gualtieri o Zingaretti. Da lui i romani si attendono un colpo d’ala. Perché non cominciare con un esame rigoroso della “questione stadio”, finora gestita o meglio maneggiata tanto poco rigorosamente?

 

Twitter pensa a Super Follows

Un servizio in abbonamento in cui gli utenti paghino contenuti speciali postati da account di alto profilo. È l’idea a cui sta lavorando Twitter, il social network fondato da Jack Dorsey.

Secondo il sito specializzato The Verge, Twitter ha mostrato agli investitori un esempio di abbonamento di 4,99 dollari al mese che l’utente pagherebbe per ricevere contenuti da account speciali. L’avvio di questa funzionalità di contenuti in abbonamento – di cui però non è stata resa nota nessuna tempistica – sarebbe il secondo grande cambiamento della piattaforma da quando il primo tweet è stato lanciato 15 anni fa, il 21 marzo 2006 (poi la piattaforma si aprì al pubblico il 15 luglio dello stesso anno). Il primo grande cambiamento è stato l’estensione dei caratteri, dai celebri 140 degli inizi ai 280 caratteri del 2017.

In arrivo anche nuova funzione per creare gruppi legati da interessi specifici.

Clima: sui banchi fave e asparagi con 1 mese di anticipo

I cambiamenti climatici sconvolgono i cicli stagionali della natura e la spesa degli italiani con l’arrivo sui banchi le primizie con un mese di anticipo per effetto di un inverno anomalo che ha mandato in tilt le colture, con la raccolta di zucchine e fragole nel Lazio già avviata, ma anche l’arrivo degli asparagi in Campania e delle fave in Sicilia molto prima del tradizionale appuntamento del primo maggio. E’ quanto emerge dal monitoraggio della Coldiretti nei mercati degli agricoltori di Campagna Amica sugli effetti concreti dei cambiamenti climatici con un lungo anticipo di primavera.

Nelle campagne laziali si trovano così – sottolinea la Coldiretti – anche gli agretti oltre agli asparagi, arrivati almeno quindici giorni prima del normale, mentre nel Napoletano e in Sicilia i piselli hanno accelerato di due settimane e sono pronti al consumo. In Calabria ci sono già – continua Coldiretti – cipollotti, carciofi e fragole come in Sardegna dove si raccolgono anche gli spinaci. Il caldo fuori stagione – sottolinea la Coldiretti – ha stravolto completamente i normali cicli colturali e di conseguenza anche le offerte stagionali presenti su scaffali e bancarelle in questo periodo dell’anno.

Con il carrello degli italiani che al tempo del Covid è diventato sempre più green, come dimostra l’incremento dell’11% degli acquisti di frutta e dell’8,4% di quelli di verdura, secondo un’analisi Coldiretti su dati Ismea relativi ai primi 9 mesi del 2020, è allora importante fare attenzione a ciò che si compra e non cadere nell’inganno dei prodotti importati spacciati per Made in Italy. Coldiretti consiglia dunque di verificare sempre l’origine nazionale in etichetta che è obbligatoria per la frutta e verdura e privilegiare gli acquisti direttamente dagli agricoltori nelle aziende o nei mercati di campagna Amica dove i prodotti sono anche più freschi e durano di più.

Se nei banchi del mercato di Campagna Amica di Roma gli agricoltori offrono anche asparagi e fragole – rileva la Coldiretti -, al mercato contadino di Napoli ci sono anche i fiori di zucca assieme alle zucchine, mentre al mercato di Campagna Amica di Catania è possibile acquistare fave e piselli e in quelli sardi di Sassari, Monserrato, Oristano e Nuoro le favette. Cipollotti carciofi e zucchine arricchiscono inoltre l’offerta dei mercati di campagna Amica calabresi, da Catanzaro a Cosenza, fino a Reggio Calabria ma i carciofi si trovano anche in quello di Campobasso, in Molise.

La natura è dunque in tilt e a macchia di leopardo lungo la Penisola dove – riferisce la Coldiretti – si sono verificate anche fioriture anticipate di mandorli e peschi ma nei campi è fiorito pure il rosmarino e sono comparse già le margherite. Un clima pazzo che non aiuta certamente la programmazione colturale in campagna ma espone le piante anche al rischio di gelate nel caso di brusco abbassamento delle temperature con conseguente perdita delle produzioni e del lavoro di un intero anno.

L’andamento anomalo di questo inverno conferma dunque – continua la Coldiretti – i cambiamenti climatici in atto che si manifestano con la più elevata frequenza di eventi estremi e sfasamenti stagionali che sconvolgono i normali cicli colturali ed impattano sul calendario di raccolta e sulle disponibilità dei prodotti che i consumatori mettono nel carrello della spesa. L’agricoltura – conclude la Coldiretti – è l’attività economica che più di tutte le altre vive quotidianamente le conseguenze dei cambiamenti climatici con sfasamenti stagionali ed eventi estremi che hanno causato una perdita in Italia di oltre 14 miliardi di euro nel corso del decennio tra produzione agricola nazionale, strutture e infrastrutture rurali.

Il nuovo virtual tour del Museo Egizio

Un museo Egizio sempre più vicino, come non lo abbiamo mai visto, quello svelato dal nuovo virtual tour lanciato dall’istituzione torinese. Un’esperienza che consente di entrare, da remoto, tra le sale che rappresentano il fiore all’occhiello della collezione torinese.

Grazie a una serie di foto panoramiche a 360 gradi in alta definizione, il tour virtuale ricostruisce gli ambienti dedicati ai reperti provenienti dalla tomba dell’architetto Kha e di sua moglie Merit, con l’unico corredo intatto del Nuovo Regno che si è preservato fuori dall’Egitto, e dal villaggio degli artigiani e degli operai di Deir el-Medina.

In questo spazio che raccoglie 245 reperti, testimonianza delle professioni artigianali e operaie nell’ Egitto dal XVI al XI a.C., ascoltiamo il curatore Cédric Gobeil svelarci segreti e misteri.

Nel corso della camminata virtuale è possibile zoomare, ma anche intrattenersi davanti ai tesori del museo – bellissimo il cosiddetto “Papiro dello sciopero”, un documento amministrativo scritto in ieratico che riporta la notizia di uno sciopero durante il regno di Ramesse III – o saperne di più sul “Papiro delle Miniere di Torino”, una delle più antiche mappe geografiche conosciute.

Vaccino AstraZeneca: “Seconda dose anche dopo 3 mesi”

“Con il vaccino” anti coronavirus “AstraZeneca è possibile andare avanti con una sola dose inizialmente e aspettare a dare la seconda anche dopo 3 mesi. Anzi i dati che abbiamo – perché abbiamo dati clinici al riguardo – dimostrano che questa strategia può essere anche vincente”. Lo ha spiegato Marco Cavaleri, responsabile Vaccini e Prodotti terapeutici per Covid-19 dell’Agenzia europea del farmaco Ema, intervenuto a ‘Caffè Europa’ su Rai Radio1.

Su questo fronte, diverso è il discorso per i vaccini a mRna, ha evidenziato l’esperto. Per questi “invece non ci sono dati a sufficienza per avere una strategia simile, ma anche lì si può comunque ritardare la seconda dose fino a 6 settimane e non dovrebbero esserci problemi, ma andare oltre le 6 settimane comporta qualche rischio che gli inglesi si stanno prendendo. E’ bene aspettare di avere qualche evidenza al riguardo prima di andare in quella direzione”.

Mentre in alcune aree d’Europa i contagi mostrano nuovamente una tendenza all’aumento, Cavaleri ha sottolineato come bisogna “cercare di vaccinare, con tutto quel che abbiamo a disposizione di approvato, soprattutto i più fragili. Deve essere la priorità numero uno. Perché sono loro che poi vanno in ospedale e rischiano la vita”.

Lo stesso Cavaleri racconta di non essere ancora stato vaccinato. “Sto aspettando pazientemente il mio turno”. In Olanda, dove ha sede l’Ema, “non stanno andando in modo particolarmente veloce e ho fatto presente anche al nostro direttore che sarebbe bene che venissimo considerati quanto prima. Io – ribadisce – aspetterò il mio turno e prenderò il vaccino che sarà disponibile”.

Donne, politica e pari opportunità

La polemica è stata inevitabile. Nella direziona nazionale del Pd il segretario Zingaretti aveva annunciato un new deal femminile e poi al governo ha mantenuto ministri solo uomini, annunciando il contentino di una squadra di sottosegretari tutta femminile. Effettivamente il numero è stato quasi rispettato ma la logica no: perché congedare Sandra Zampa dal Ministero della Salute, per lasciare tre uomini, nessuno del Pd, e il sostituto è un geometra? La competenza non è il titolo di studio ma conoscenza della materia, studiando dossier e interessandosi degli ambienti di contesto.

Il Ministro non deve essere un professionista della materia (non un medico alla sanità, perché non si tratta di gestire solo la medicina), perché è vertice della Amministrazione, si avvale dei tecnici e guida la burocrazia. Convinta come sono che partecipare al governo del Paese è sempre un grande onore e che una volta nominati se si vuole, e si è capaci, si riesce a lavorare in modo ‘visibile’ (perché di questo si tratta). Considero anche i ministeri senza portafoglio importanti. A me, per esempio, mi fosse offerta la possibilità di scegliere, avrei gradito il Ministero dei rapporti col Parlamento. È un ponte che favorisce il rapporto fra parlamentari e governo e può agevolare la messa all’ordine del giorno e quindi il dibattito di argomenti di interesse comune, senza mortificare l’iniziativa legislativa e di sindacato del parlamento.

Purtroppo nonostante le ‘quote’ (brutta parola quasi quanto rottamazione) hanno garantito percentuali ma non parità sia numerica che di posti qualitativi. Al governo, nelle aziende e negli enti le donne sono nominate, nelle liste sono cooptate: emergono poi le loro qualità ma comunque non avanzano autonomamente.

La percentuale delle donne nel mondo supera il 50% e anche in Italia le elettrici sono oltre il 51% ma in parlamento sono circa il 35% (rispettato di poco il 30% chiesto dalla legge). Senza una legge elettorale con preferenze le donne non possono emergere.
Per simboleggiare il nemico da abbattere si è ricorso ad una metafora affascinante, il tetto di cristallo. È stato certamente scalfito, anzi ci sono molte pericolanti crepe, ma non è ancora crollato.

Molti esempi fanno sognare e rafforzano impegno e speranze. Guardiamoci attorno. Gli esempi più recenti ci fanno vedere il mondo da un altro punto di vista. Kamala Harris è la prima donna vicepresidente degli USA, il Paese più potente e di antica democrazia eppure anche là è stato eletto prima un presidente nero piuttosto che una donna. Yellen e Lagarde vertici mondiali finanziari, Von der Leien e Merkel vertici politici europei, la nigeriana Ngozi Okonjo-Iweala è la prima donna ai vertici del WTO e poi, leader dei paesi del nord Europa, sono donne. È stato registrato che dove governano le donne la pandemia è stata affrontata con maggior efficacia. Nei CdA delle Società per Azioni, secondo le più importanti agenzie di rating, dove le donne sono presidenti o consigliere in numero significativo, i risultati economici sono più performanti.

In realtà l’efficienza, la operosità e i risultati anche domestici, da sempre, confermano essere de donne ‘multitasking’ ma è tempo di una maggiore consapevolezza per tutti. Se metà della società è esclusa dalla formazione più alta e dalle diverse occasioni di lavoro, lo sviluppo del Paese è menomato e ridotto. Oggi sembra che tutto, anche il superamento del gap di genere, sia affidato ai finanziamenti del Recovery fund. La questione viene da lontano ed è cronica.

Nei primi due mesi di quest’anno ci siamo addolorati e indignati per ben 13 femminicidi. Tocca agli uomini ribellarsi, reagiscano. Si indeboliscono anche loro se non diventa una ‘vertenza’ culturale generalizzata la condanna della violenza. Incomincia dalla educazione familiare e scolare.

Con la Legge Balestracci del 1981, la riforma della Polizia di Stato, si stabilì il principio di parità, ma la prefetta Maria Luisa Pellizzari è stata nominata Vice Capo della Polizia dopo 39 anni da quella norma! (a quando Capo?)

L’acceso al lavoro e allo sviluppo delle carriere delle donne hanno bisogno del sostegno con strutture sociali. Con la legge Mosca si è introdotto nei CdA delle Società per Azioni il 30% di donne. Nella società tuttavia mancano servizi di integrazione al lavoro femminile: solo il 12% dei bambini possono usufruire dei nidi e non godono del tempo pieno l’80% dei ragazzi. E al sud le differenze di genere sono più accentuate. Le donne non sono una categoria ma soggetto svantaggiato per oltre il 50% della popolazione mondiale. Per loro si tratta del riconoscimento di diritti e non concessioni, per cui si evidenzia quanto la politica non faccia seguire ai proclami le scelte conseguenti.

In Italia, considerando il presente, sembra che una donna primo ministro, e ancor più presidente della repubblica, è al di là da venire.
In Parlamento non emergono figure leader femminili e si registra una certa impreparazione culturale. Purtroppo la rottamazione ha annullato competenze acquisite con un lungo tirocinio e donne dal curriculum di lungo corso sono in pensione e con vitalizi tagliati… è un bel traguardo per le donne impegnate in politica. Che esempio possono offrire alle giovani, nuove e vitali generazioni di donne esperte di conoscenze anche internazionali?
Non basta Draghi a rifare la faccia ai partiti che trascinano nel disonore la politica. In squadra sono state indicate e quindi nominate persone che si sono denigrate a vicenda e che addirittura espressero disprezzo per Draghi (nobiltà dell’uomo). Una grande conversione per un posto; chiedano scusa in pubblico dimostrando ravvedimento e così dando un buon esempio per ciò che non si fa, ne’ si dice. In politica come nella vita la ruota gira e non è bello doversi contraddirsi o vergognarsi (a meno che manchi anche la capacità di vergognarsi).

Un bel tacere non fu mai scritto, motto non di Dante ma di mia nonna!

Il Partito di Conte? No, grazie.

Mi dispiace, ma io resto dell’opinione che con il tentativo politico del partito di Conte noi, e per noi intendo quanti ci richiamiamo alla tradizione del popolarismo sturziano, abbiamo corso il pericolo, ancora non del tutto tramontato, di veder rinascere in Italia il vecchio trasformismo cattolico moderato di stampo giolittiano, per intendersi: lo storico trasformismo del modello “patto Gentiloni”.

Possibile che non ci dica nulla il tentato “mercato delle vacche”, alla ricerca dei costruttori, salvatori della Patria, attraverso la più indecente compravendita pubblica, fortunatamente fallita? Il tentativo di fondare un partito sul nulla culturale e programmatico?

Ma non riusciamo a capire in quale baratro sta sprofondando la vita pubblica italiana quando i discorsi dei massimi leaders politici sono del tutto vuoti di contenuti, di idee e sono fondati solo su appelli a vivere insieme, a stare insieme, a colloquiare, a dibattere, senza un oggetto, una finalità, un’analisi storico-politica del recente passato e una proposta di proiezione sul futuro?

Se la politica perde l’anima

Dalla situazione attuale di crisi in cui sono sprofondati l’Italia, l’Europa, il Mondo ad una analisi seria delle cause e dei germi che hanno determinato questo malessere generale.

La crisi attuale affonda le sue radici su tre ordini, distinti ma non separati, di fattori: crisi politica, crisi economica, crisi culturale.

Non vi è dubbio che la crisi politica a livello mondiale risente di una assenza di modelli ai quali faceva riferimento nel corso del secolo scorso.

La caduta delle ideologie e l’inizio del nuovo Millennio hanno sancito di fatto la fine di quei partiti politici del Novecento così come si erano strutturati ed organizzati. Sono caduti miti e paradigmi che avevano accompagnato la politica degli Stati, lo sviluppo internazionale, il dibattito ed il confronto tra posizioni diverse.

La politica è stata incapace di autorigenerarsi come scienza più alta per il governo della società: personalismi, sigle elettorali, appiattimento su modelli economici superati, miopia nel saper interpretare il corso dei nuovi eventi hanno determinato un progressivo scivolamento verso l’incompetenza e l’improvvisazione della classe dirigente.

Quello a cui si assiste oggi è la progressiva perdita di valori di una società che marcia sempre più verso un individualismo sfrenato, senza regole morali. Eppure, dovrebbe essere proprio l’etica della politica a guidare le sorti di una società verso il bene comune.

Non è certo un caso se in una situazione tale l’economia abbia preso il sopravvento, forte della caduta delle ideologie, e soprattutto del mito comunista, per infondere nei partiti, nei cittadini, nella società il modello unico neo-liberista.

Tutto si risolve oggi secondo quest’ottica: quello che resta dei partititi politici (se ancora possono essere definiti tali) si coglie nel momento in cui si analizzano le proposte di natura economica che offrono alla società. Non vi è più nessun partito che non si dichiari essere neo-liberista.

Ma nessuno ha riflettuto sul fatto che anche il capitalismo, il neo-liberismo sono ormai in crisi profonda. Basta guardare la situazione degli Stati Uniti d’America per rendersene conto.

Le migrazioni di popoli, l’esplodere del terrorismo religioso e, da ultimo, questa pandemia globale sono i segni della crisi anche del capitalismo.

Occorre allora prendere coscienza di questo e cominciare ad immaginare un nuovo modello di società che metta insieme popoli diversi, culture diverse, abitudini diverse; perché la diversità non è il male da abbattere, ma il nuovo che avanza e sul quale si giocherà il futuro del genere umano.

La storia ci insegna che in ogni passaggio da un’epoca all’altra la crisi è stata anche motivo di rinascita per un mondo nuovo, diverso, più giusto. Ma c’è bisogno, appunto, di cultura storica; senza cultura storica non si fa politica e si degrada a semplice amministrazione dell’esistente.

Allora se la politica perde l’anima, il risultato sarà solo quello di una continua perdita di capacità nel rappresentare gli interessi di tutti i cittadini, di rinuncia alle sue motivazioni etiche, di abbandono del principio del bene comune, ossia il rincorrere costantemente quel populismo che in Italia ha dimostrato chiaramente essere uno specchietto per le allodole in funzione di una nuova élite dominante.

Cambiamo il passo. Ipotesi di ricomposizione dell’area popolare.

Il M5S in forte scomposizione e il PD in fibrillazione precongressuale; la destra divisa tra governisti e opposizione meloniana: è quanto sta verificandosi dopo l’avvenuta formazione del governo Draghi. Uno tsunami delle e tra le forze politiche della cosiddetta “terza Repubblica”. L’alleanza PD-M5S del governo Conte 2, fallita dopo la mancata operazione dei “responsabili” e con le fratture aperte nei due partiti, sembra naufragare e la chiamata in campo del possibile federatore, il prof. Giuseppe Conte, al massimo potrà funzionare come collante della disastrata formazione grillina. Anche la speranza di un Conte ascrivibile alla tradizione politica cattolico democratica e popolare coltivata da alcuni amici dopo l’incontro novembrino a Saint Vincent, sembra svanire, e solo l’incarico affidato all’On. Bruno Tabacci, erede della migliore tradizione marcoriana della DC lombarda, costituisce la sicura presenza governativa della nostra cultura popolare.

Il progetto da qualche tempo avviato della ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, ossia della cultura politica che ha attraversato l’intera storia repubblicana nazionale, di cui il Paese avrebbe una grande necessità, assume adesso l’esigenza di una forte accelerazione. Qualche amico propone di ripartire dai territori dove esistono realtà associative disponibili all’impegno politico amministrativo sin dai prossimi rinnovi dei consigli comunali. Trattasi di un’ipotesi ragionevole, ancor più efficace se accompagnata dal riavvicinamento delle esperienze maturate a livello nazionale. Realtà associative come quelle della Federazione Popolare dei DC, di Insieme e Rete Bianca, le quali hanno facilitato la ricomposizione di partiti, movimenti, associazioni e gruppi dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, potrebbero costituire, se unite, il catalizzatore indispensabile per ricomporre anche a livello territoriale la più ampia unità dei cattolici democratici e cristiano sociali.

Un’unità ampia e plurale, aperta alla partecipazione di altre realtà politico culturali di ispirazione democratico liberale e riformista, che condividendo i valori dell’umanesimo cristiano, sono interessate alla difesa e all’integrale attuazione della Costituzione repubblicana e alla costruzione del nuovo centro della politica italiana. Anche a livello parlamentare gli amici Rotondi e Tabacci potrebbero/dovrebbero facilitare la nascita di un gruppo ispirato ai valori del popolarismo, nel quale potrebbero confluire diversi parlamentari che lo tsunami in atto ha reso orfani delle loro appartenenze e/o che stanno riscoprendo gli antichi valori democratici e popolari. Un gruppo largo di parlamentari moderati provenienti dal centro-destra e dal centro-sinistra. L’appello dell’amico Rotondi a Berlusconi per dar vita al Partito Popolare in Italia, si inserisce in tale prospettiva.

Tali iniziative, avviate tanto a livello centrale che territoriale, favorirebbero quella ricomposizione politica dell’area di ispirazione popolare da sperimentare sia nelle elezioni amministrative locali che in quella politico nazionale, che si terrà, in ogni caso, dopo l’elezione del prossimo presidente della Repubblica. L’annunciato impegno della Federazione popolare DC per l’incontro di programma che si potrebbe denominare: “ La nuova “visione” del centro politico. Una nuova …”Camaldoli”, potrebbe rappresentare l’occasione per facilitare l’unità di quanti condividono i sei pilastri della cultura per ricostruire la polis e ridare un amalgama al popolo italiano. Sono i sei pilastri assunti come punti di riferimento e di studio dal comitato tecnico scientifico della Fondazione DC coordinato dall’amico prof. Giannone:

– Umanesimo integrale: al centro, Persona e Dignità;
– Dottrina Sociale della Chiesa, con le Encicliche dei Pontefici, dalla Rerum Novarum di Leone XIII, alla Populorum Progressio di Paolo VI, alla Laborem Exercens di Giovanni Paolo II, alla Caritas in Veritate di Benedetto XVI, alla Evangelii Gaudium e alle Laudato Si’ e Fratelli tutti di Papa Francesco;
– Popolarismo e Personalismo. I Testimoni che hanno fatto diventare nel 1987 l’Italia la VI^ Potenza industriale nel mondo;
– Ecologia integrale ed Etica ecologica, con il riferimento ai contenuti della Enciclica Laudato Sì;
– Costituzione della Repubblica Italiana;
– CEDU (Carta Europea dei Diritti Umani)

Credo che su tali premesse da sviluppare e tradurre politicamente nella realtà italiana, si possa e debba finalmente ricomporre la nostra unità. Servirà però, un deciso cambiamento di passo dopo la lunga surplace di questi mesi.