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Le conseguenze del covid sul turismo italiano

Il Censis nel quarto rapporto Agi-Censis dedicato al turismo di fronte alla pandemia rivela che: “Nei primi 11 mesi del 2020 sono state circa 219 milioni le presenze in meno negli esercizi ricettivi rispetto al 2019: -52,2%, nonostante la parziale ripresa registrata nella scorsa estate”.

Per la componente straniera la contrazione è stata ancora più marcata: -68,9% tra gennaio e ottobre 2020. Lo scorso anno i passeggeri in transito nel sistema aeroportuale nazionale sono diminuiti complessivamente del 72,6%: -61,3% per i voli nazionali, -78,4% per gli internazionali.

Per quanto riguarda l’impatto sulla dimensione occupazionale, gli addetti del settore turistico inteso in senso ampio sono 1.647.000 (il 7,1% del totale). Si tratta di lavoratori che sono impiegati con contratti a termine o stagionali in percentuali superiori alla media, dunque meno protetti dal blocco dei licenziamenti. Nel comparto alloggio e ristorazione si stima una perdita del 12,2% delle ore lavorate nel primo trimestre 2020, del 77,8% nel secondo trimestre e del 30,3% nel terzo.

Per superare tutto ciò il censis vede la necessità di ripensare il turismo. Serve, secondo l’istituto, un piano nazionale di ripresa e resilienza che permetta di superare storiche criticità. I punti principali riguardano la qualità dell’offerta extralberghiera, la spiccata stagionalità, la prevalenza del turismo balneare e delle città d’arte, l’eccessiva prevalenza del segmento tedesco (il 47% dei turisti stranieri proviene dalla Germania), la ridotta durata media dei soggiorni, la polarizzazione sulle località più rinomate (il 58% dei flussi riguardano 5 sole regioni).

A tutto ciò si aggiungono i problemi della logistica, del sistema portuale e aeroportuale e dei collegamenti ferroviari. Fattori che contribuiscono a porre l’Italia al settimo posto nell’indicatore mondiale di competitività turistica.

Verso il #Dantedì del 25 marzo

Il 25 marzo, data che gli studiosi individuano come inizio del viaggio ultraterreno della Divina Commedia, si celebrerà per la prima volta il Dantedì, la giornata dedicata a Dante Alighieri recentemente istituita dal Governo. ‪Il sommo Poeta è il simbolo della cultura e della lingua italiana, ricordarlo insieme sarà un modo per unire ancora di più il Paese in questo momento difficile, condividendo versi dal fascino senza tempo.

‪L’appuntamento è per le 12 di mercoledì 25 marzo, orario in cui siamo tutti chiamati a leggere Dante e a riscoprire i versi della Commedia.

Il Mibact e il Ministero dell’Istruzione insieme a scuole, musei, parchi archeologici, biblioteche, archivi e luoghi della cultura proporranno inoltre sui propri account social immagini, video, opere d’arte, rare edizioni della Divina commedia per raccontare quanto la figura del Sommo Poeta nel corso dei secoli abbia segnato profondamente tutte le espressioni culturali e artistiche dell’identità italiana.

Al Dantedì parteciperà attivamente anche la Rai che con Rai Teche ha selezionato le lecturae Dantis interpretate dai maggiori artisti del nostro tempo che saranno programmate in pillole di 30” nelle tre reti generaliste della Rai e su Rai Play.

Al momento è già pronta  “La GraphiCommedia”, la rappresentazione di alcuni canti dell’Inferno realizzata da una classe dell’Istituto Tecnico G. Falcone di Gallarate (VA) e la D.A.8, ‘Dante Alighieri 8’, il droide che interpreta i versi del sommo poeta, creato, grazie al coding e alla robotica, dalle studentesse e dagli studenti dell’Istituto Tecnico G. Russo di Paternò, in provincia di Catania.

Sarà possibile partecipare al racconto, postando il proprio contributo con l’hashtag #Dantedì e taggando il profilo Instagram del Ministero dell’Istruzione, @ministeroistruzione fino al 25 marzo, Giornata nazionale dedicata a Dante.

Covid. Trovate tracce delle varianti inglese e brasiliana nelle acque di scarico.

Le varianti del virus Sars-Cov-2 inglese e brasiliana sono state individuate per la prima volta nelle acque di scarico italiane. La ricerca, prima in assoluto sulle varianti in reflui urbani in Italia e tra le prime al mondo, è stata condotta dal gruppo di lavoro coordinato da Giuseppina La Rosa del Dipartimento Ambiente e Salute e da Elisabetta Suffredini del Dipartimento di Sicurezza Alimentare, Nutrizione e Sanità pubblica Veterinaria dell’Iss, in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico della Puglia e della Basilicata. I risultati dello studio dimostrano che le acque di scarico posso essere un utile strumento per valutare la circolazione delle varianti di Sars-CoV-2 nei centri urbani.

Per consentire uno screening rapido, pratico e semplice delle varianti circolanti nella popolazione italiana è stato sviluppato, infatti, un metodo che prevede l’amplificazione e il sequenziamento di una parte del gene S contenente specifiche mutazioni in grado di caratterizzarle.

Il metodo, testato inizialmente su campioni clinici (tamponi naso-faringei), è stato successivamente applicato all’analisi delle acque di scarico raccolte in fognatura prima dei trattamenti di depurazione. L’esame di questa matrice ha individuato, per la prima volta in campioni ambientali, la presenza di mutazioni caratteristiche delle varianti UK e brasiliana in alcune aree del nostro paese dove la circolazione di tali varianti era stata accertata in campioni clinici di pazienti Covid-19.

No ai politici da bar

Alcuni politici non hanno ancora compreso che la fase della confusione è finita. Continuano ad assecondare la pancia dei cittadini nella speranza di aumentare la loro popolarità e di dare comunque la sensazione di essere protagonisti della giornata mediatica.

Si aggrappano al pretesto elementare che la gente è stanca di essere limitata nella propria libertà a causa della pandemia e quindi bisognerà apprestarsi a restituire a tutti più libertà, riaprendo le attività, mitigando le restrizioni, rientrando nella normalità non consci dei forti danni che possono svilupparsi nella psicologia di massa. Non mettono in guardia rispetto ai rischi che si correrebbero, si riferiscono solo al desiderio naturale di normalità come fossero al bar. Mi chiedo come si possa essere catturati da un vortice di astrazione così avvilente ed evidente? I contagi in Italia non scendono di numero, in moltissime regioni gli ospedali fanno fatica ad accogliere gli ammalati a causa di saturazioni impreviste, e intorno a noi altri paesi come Germania e Francia adottano misure più restrittive, e noi dovremmo addirittura indebolire le difese già precarie dovute all’incuria passata prodotta dalle stesse cicale? Persino capi di governo portati ad esempio all’inizio della pandemia dai negazionisti nostrani ed esteri come Johnson del Regno Unito, si sono convertiti al rigore; chissà poi perché dovremmo abbandonare la cautela.

Certamente le limitazioni per bar ristoranti palestre, teatri, cinema, e zone sciistiche comportano conseguenze economiche per gli imprenditori interessati e per l’economia nazionale, ma decisioni maldestre ci procurerebbero danni ancora più ingenti. Costerebbe molto meno per la comunità indennizzarli che attizzare altri focolai d’infezione. Con le vaccinazioni siamo giunti alla fase più delicata e conclusiva come tutti possono ben intendere; stringere i denti qualche mese ancora potrà farci finalmente uscire dal tunnel indenni. Ma allora perché con un governo così importante appena varato, i rappresentanti di questa nuova maggioranza annunciata come di salvezza nazionale, non riescono proprio a stare al posto loro?

Con Mario Draghi alla guida della politica italiana il livello della discussione e dei propositi alti è molto cresciuto, e questo ha spiazzato gran parte della dirigenza dei partiti impegnati ormai da troppo tempo a concepire solo una comunicazione di tipo elettoralistica. Il livello delle attività nazionali ed internazionali di Draghi, potenzialmente possono mettere in crisi le dirigenze politiche, abituati come non sono a stare ‘sul pezzo’, soprattutto in momenti delicati come quelli che stiamo vivendo. Dunque un po’ per abitudine, un po’ perché è diventato ancor più arduo stare nell’agone politico, taluni capi di partito o aspiranti tali, fanno la voce grossa per farsi notare o addirittura a intenzionalmente disturbare. Se le cose stanno così, le precauzioni del nuovo Presidente del Consiglio saranno ben presto prese dentro e fuori l’esecutivo.

È evidente che in questi mesi gli italiani si giocano l’ultima chance per la propria condizione economica e sociale e per la loro reputazione internazionale. La posta in gioco è così alta che non può essere sacrificata sull’altare di giochi di palazzo che abbiamo già conosciuto anni fa, quelli messi in atto già con Monti, reo in quell’epoca di agire con politiche economiche di rigore, purtroppo ancora necessarie per curare i mal d’Italia. Ed allora le forze politiche più avvertite dovranno prendersi le loro responsabilità ed adottare posizioni forti per evitare questa deriva. Ma anche il sistema di informazione dovrà scegliere sentieri più virtuosi, dando risalto alle notizie più adatte alla battaglia in atto, anziché proporre discussioni fuorvianti.

Quando si affronta una nemico così dannoso per tutta la comunità come è il COVID, l’esigenza di sterilizzare ogni comportamento egoistico che può contrastare con gli interessi generali non può che essere la regola basica di comportamento per ciascuno. C’è lo hanno insegnato i nostri avi, così come lo pretende il buon senso. Proprio in queste circostanze, le classi dirigenti devono attenersi al silenzio laborioso.

Il potere nella società italiana è molto parcellizzato; non esiste una forza politica che non abbia un proprio aderente che non sia sindaco di una città, che non sia Presidente di una regione, e poi assessori ministri e sottosegretari. Se vogliono fare qualcosa di utile spronassero ad una gara per azioni virtuose e non a chi la spara più in alto per compiacere chi in quel momento è esasperato ed ha bisogno di aiuto non con le parole ma con i fatti.È il momento di cambiare, con il silenzio laborioso.

Ma cos’è diventato il Pd?

Che Matteo Renzi abbia quasi liquidato il Pd con la sua gestione personale e spregiudicata non  c’è alcun dubbio. L’aver trasformato un partito plurale in un partito sostanzialmente personale –  l’ormai famoso Pdr, anche se, è sempre bene non dimenticarlo mai, erano renziani tifosi ed incalliti  quasi il 70% del partito – è stato un elemento che ha fiaccato le potenzialità di quel partito. E  infatti Renzi si è congedato da quel partito dopo averlo riportato al 18%, isolato radicalmente  sotto il profilo politico e, quel che più conta, sempre più lontano dai cittadini e da settori crescenti  della pubblica opinione perchè rifletteva l’indole e il carattere del suo segretario. 

Ora, al di là di quella stagione – anche se la “corrente renziana” nel Pd continua ad essere forte e  forse sarà determinante per il ritorno, da capo, del loro beniamino – adesso, però, si tratta di  capire che cos’è diventato quel partito. Al di là dei cambiamenti continui della linea politica  dettata dall’ideologo Bettini al segretario – almeno così pare per chi si informa quotidianamente  dagli organi di informazione – in quest’ultimo anno, quello che più colpisce è la continua lotta tra  le varie tribù o correnti o gruppi interni che si contendono il potere. Una lotta, appunto, senza  esclusione di colpi dove però non è ben chiara quale sia la diversità politica all’interno di questa  maionese sempre più impazzita. Se Zingaretti a settimane alterne parla di “ripartenza” o di  “rigenerazione” – termini che ormai hanno la stessa efficacia dell’acqua che scorre sulla pietra – il  corpo concreto del partito è impegnato in una lotta spietata al suo interno su chi deve, di volta in  volta, esercitare la leadership. Una contrapposizione frontale che si estende dal centro alla  periferia senza eccezione alcuna.  

Ma, senza indugiare ulteriormente su ciò che capita realmente nelle sempre più innumerevoli  correnti e sottocorrenti che campeggiano nel partito, quello che semmai è urgente capire –  possibilmente senza mutare strategia e linea politica ogni mese – è la prospettiva politica concreta  che persegue il Partito democratico. Alleanza secca e strategica con il partito di Grillo e con i post  comunisti di Leu? Alleanze anche con forze centriste, moderate e liberali che si stanno  organizzando in vista dei prossimi appuntamenti elettorali? Ripresa della mai smentita “vocazione  maggioritaria del partito? O cambiamento delle alleanze a seconda delle convenienze del  momento e delle opportunità di potere che si presentano all’orizzonte come è capitato dal 2019 in  poi?  

Sono domande legittime, credo, a cui è necessario dare risposte politiche altrettanto chiare e  trasparenti. Non vorrei che adesso, con la scusa del dibattito congressuale – che sarà sempre più  lungo, tortuoso e complesso causa la pandemia – tutto viene sospeso in nome delle assise che  saranno celebrate chissà quando. Quello che si definisce il perno dell’alternativa al sovranismo  non può continuare ad essere un luogo dove prevalgono solo risse, scontri e l’eterno e ormai  strutturale duello tra le infinite correnti. E questo per il bene del riformismo di governo e non solo  per la sopravvivenza del Pd, come ovvio.

Al centro del centro

Sto seguendo con vivo, partecipe interesse il lungo dibattito sulla collocazione dei cattolici impegnati in politica, tra aneddoti, ricordi, rievocazioni, esperienze, visioni, progetti, speranze.

“Centro” è il  leit motiv, la parola magica ora occultata con malcelato distacco, ora rivendicata per definire un posizionamento. Ma è anche la storia, il passato, un presente più intenzionale che reale, un’idea di futuro: in ogni caso un luogo di transito obbligato per misurare e commisurarci.

I corsi e ricorsi storici consentono aspettative, lusinghe e ambizioni ma – mutatis mutandis – nulla sarà come prima: anche se i valori sommi restano, i principi ispiratori sono le molecole del nostro DNA,  è il contesto esterno che ce lo impone, l’evoluzione sociale, sono i codici espressivi e semantici che dettano regole diverse, i temi cambiano anche se le radici sono forti e solidamente piantate.

Ne ha preso atto la Chiesa a partire dal Concilio Vaticano secondo e fino a Francesco: “i tempi cambiano e anche noi dobbiamo cambiare con essi”. Mi domando se non sia doveroso per un cattolico prendere atto della realtà e assecondare questa deriva: “Adaequatio rei et intellectus” .

Si tratta della definizione della “verità come corrispondenza”, di cui ci parla San Tommaso ma che è condivisa da tutti coloro che muovono da una concezione realistica della conoscenza, sia partendo da Platone o da Aristotele o da una visione fenomenistica: non è una digressione filosofica, è il fondamento del nostro “essere, oggi”

Molto di quello che si dice e si scrive sul centro soffre di un condizionamento oggettivo: la dimensione del vivere – che lo si voglia o no – nel suo continuo divenire.

E il pathos che ci spinge ad occuparcene risente dei vissuti personali, esperienze, memoria del passato, prospettive di valutazione: tutto ciò forma un inconsapevole retropensiero soggettivo che è l’aspetto speculare di questo condizionamento. Un gioco di rimandi inconcludenti tra specchi che si fronteggiano.

Il lungo, interminabile dibattito che ne può derivare ha le sembianze di una impegnativa partita a scacchi, senza vinti né vincitori: disquisendo sull’essere, l’essere stati o il dover essere non portiamo luce per rischiarare i coni d’ombra delle valutazioni soggettive: immaginiamo di ampliare il campo delle opzioni, l’approfondimento dei teoremi e delle ipotesi, diventando ciascuno un isolato depositario di verità inconciliabili. Paradossalmente c’è più frammentazione al centro che nelle polarizzazione degli estremi.

Ho colto persino atteggiamenti di velato livore in certe disamine senza prova: si formano cenacoli per soli iniziati e si litiga sulle parole senza che la realtà ne tragga giovamento. Direi: basta esegesi.

Il centro politico è nelle idee ma soprattutto nei fatti: occorre una certa flessibilità di approccio per accettare questo assioma. 

E’ un valore che si forma e si riforma nel tempo, come traguardo empirico da perseguire.

La polarizzazione e la personalizzazione della politica generano sparigliamento, il centro è sfarinato un po’ di qua e un po’ di là, non regge alla prova dei fatti e non sempre mantiene una sua consistenza organica.

Paradossalmente si ricompone ma in modo indeterminato, non per appartenenze , quando il Paese ha urgente bisogno di stabilità e governabilità, dopo ondivaghe oscillazioni.

Passa più dalla testa di un uomo saggio, equilibrato, carismatico, lungimirante che da estenuanti tavoli di concertazione sui comuni denominatori simbolici e lessicali.

Il centro non è preambolo ma azione. Il centro oggi ha un nome e un cognome: si chiama Mario Draghi.

Ed è partendo proprio dall’indicazione del bagaglio culturale che il politico oggi deve possedere, riassunto nelle tre virtù politiche della conoscenza, del coraggio e dell’umiltà che Draghi compie un’operazione che ignora i piani per elevare le altezze.

Il centro non ha una dimensione orizzontale ma verticale: è elevazione verso la moderazione, la saggezza., l’equilibrio, la temperanza non disgiunti da valori etici che gli sono a un certo punto fondativi: la rettitudine, la competenza come dovere, la responsabilità come missione, la giustizia sociale, il rispetto, la dignità della persona. L’esame di coscienza e “fare le cose per bene” come ha scritto Mario Rigoni Stern.

Mi chiedo quanto questa prospettiva – senza essere conclamata, connotata o denotata- sia distante dall’ispirazione fondativa del cattolicesimo sociale.

Napoleone e il mito di Roma

Fino al 10 maggio 2021 i Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali ospitano la nuova mostra “Napoleone e il mito di Roma” che celebra il bicentenario dalla morte di Bonaparte, ripercorrendo il rapporto tra l’imperatore francese, il mondo antico e Roma, annessa all’Impero tra il 1809 e il 1814, che Napoleone avrebbe voluto trasformare in una seconda Parigi.

Il percorso espositivo si snoda attraverso 3 macro-sezioni e comprende oltre 100 opere – tra cui sculture, dipinti, stampe, medaglie, gemme e oggetti di arte cosiddetta minore – provenienti dalle Collezioni Capitoline e da importanti musei italiani ed esteri.

La prima macro-sezione evidenzia il rapporto tra Napoleone e il mondo classico. In mostra, opere antiche e moderne di eccezionale valore storico, che illustrano il percorso biografico di Napoleone e i suoi modelli e riferimenti culturali. Tra queste, citiamo il gesso di Louis Rochet per la statua di Napoleone cadetto a Brienne dal Musée d’Yverdon et Région (Yverdon-les-Bains).

La seconda macro-sezione è dedicata al rapporto di Napoleone con l’Italia e Roma. Tre opere di particolare bellezza ne illustrano il ruolo come Re d’Italia: il gruppo scultoreo di Pacetti, “Napoleone ispira l’Italia e la fa risorgere a più grandi destini”, dal Castello di Fontainebleau, e due ritratti da Milano (Galleria d’Arte Moderna e Palazzo Moriggia-Museo del Risorgimento).

La terza macro-sezione approfondisce alcuni aspetti relativi alla ripresa di modelli antichi nell’arte e nell’epopea napoleonica, come quello dell’aquila romana, esemplificato in mostra dal vessillo del 7° Reggimento Ussari dal Musée de l’Armée di Parigi.

“Napoleone e il mito di Roma” si conclude con il famoso quadro Napoleone con gli abiti dell’incoronazione, dipinto da François Gérard nel 1805 e conservato ad Ajaccio, nel Palais Fesch-Musée des Beaux-Arts: il dipinto raffigura l’imperatore al suo apice e rappresenta la sintesi più evidente dello straordinario uso che seppe fare dei simboli.

COVID-19 e Qualità dell’Aria, disponibile il terzo rapporto LIFE PrepAIR sulla composizione chimica del particolato

E’ stato presentato, nel corso di un webinar a cui hanno partecipato oltre 200 addetti ai lavori, il terzo rapporto dello studio sugli effetti delle misure COVID-19 sulla qualità dell’aria nel bacino padano curato dai partner del progetto Life PrepAIR. Fin dall’avvio del lockdown della scorsa primavera, questo è uno dei temi a cui il progetto dedica maggiore attenzione: nei mesi scorsi sono stati pubblicati i primi due report, che si sono occupati di concentrazioni ed emissioni nel periodo febbraio-maggio 2020.

Il rapporto presentato questa mattina si concentra invece sull’analisi della composizione chimica del particolato, in questo caso il PM10.

È noto che il materiale particolato aerodisperso è un insieme eterogeneo di sostanze di diversa natura, particelle solide e liquide sospese in aria ambiente. Gli inquinanti emessi dalle diverse sorgenti possono essere definiti primari, quando una volta emessi non subiscono variazioni, mentre sono secondari quando si producono a seguito di una serie di reazioni chimico-fisiche che avvengono direttamente in atmosfera. Il composto secondario si forma quindi interagendo con la luce solare, l’ossigeno, l’acqua e gli altri inquinanti primari presenti in aria ambiente. L’analisi chimica permette di caratterizzare tale particolato e di tentare di distinguere la parte primaria da quella secondaria.

Lo studio di tale frazione granulometrica è avvenuto attraverso l’analisi dei dati rilevati in quattro stazioni speciali presenti nel bacino padano nell’ambito del progetto PrepAIR (Torino, Milano Pascal, Schivenoglia -MN- e Bologna) a cui si è aggiunta la stazione di Aosta. L’obiettivo era verificare e consolidare le conclusioni preliminari dei report precedenti e ottenere, quindi, ulteriori elementi di conoscenza necessari ad impostare la prossima fase di pianificazione in materia di qualità dell’aria.

 

I primi due rapporti del progetto PrepAIR sugli effetti del lockdown sulla qualità dell’aria hanno evidenziato che la drastica riduzione dei determinanti ha causato la riduzione emissiva sia di NOX (che è arrivato a un massimo decremento settimanale del 40%) che di PM10 primario (massimo decremento settimanale 20%). È stato inoltre analizzato da un lato il decremento considerevole delle concentrazioni in aria dei gas (sia primari che secondari), derivante delle riduzioni emissive, dall’altro il comportamento della massa totale di PM10, caratterizzato da variazioni negative e positive discontinue durante il periodo di lockdown totale, con un andamento legato più alle condizioni meteorologiche.

L’analisi della composizione chimica è stata condotta confrontando due periodi: uno di pre lockdown (2 gennaio – 9 marzo) e uno di lockdown (10 marzo – 18 maggio) principalmente per gli anni 2019 e 2020.

Analizzando il periodo lockdown 2020 rispetto al 2019 i dati mostrano:

  • nessuna evidente riduzione dei composti secondari in tutte le stazioni;
  • diminuzione di carbonio elementare e rame in tutte le stazioni, elementi legati in buona parte alle emissioni da traffico la cui diminuzione è coerente con i limiti imposti alla mobilità;
  • aumento del tracciante della biomassa legnosa (levoglucosano) nella maggioranza delle stazioni.

Nel complesso è evidente, sia nel 2019 che nel 2020, la variabilità di molte componenti legate al passaggio dalla stagione invernale a quella più calda.

L’analisi del particolato secondario inorganico (Secondary Inorganic Aerosol – SIA), una delle componenti maggioritarie nel bilancio di massa del PM10 nel bacino padano, evidenzia una omogeneità nell’area interessata, con l’unica differenza per la stazione di Aosta che mostra contributi più bassi. La maggior parte del SIA misurato in tale sito risulta però di origine remota e principalmente dal bacino padano. Il SIA non è altro che la somma dei tre principali ioni inorganici del particolato: ione ammonio (NH4+­), ione nitrato (NO3–) e ione solfato (SO42-), che a loro volta derivano dai loro precursori (ammoniaca – NH3 e ossidi di azoto – NOX e anidride solforosa – SO2) che sono risultati presenti durante il periodo di lockdown. L’ammoniaca non ha subito variazioni in quanto i provvedimenti legati alla pandemia non riguardavano l’ambito del settore agricolo-zootecnico, anzi, in diversi siti, la sua concentrazione ha mostrato valori più alti rispetto all’anno precedente; il biossido di azoto, nonostante il suo calo considerevole, è rimasto comunque disponibile.

Questi inquinanti sono quindi risultati presenti in quantità sufficiente a sostenere la formazione di particolato secondario. Inoltre il levoglucosano, tracciante principale della sorgente biomassa legnosa, in tre delle cinque stazioni analizzate, ha mostrato un aumento durante il periodo di lockdown totale (nel sito rurale di Schivenoglia ha mostrato valori quasi triplicati rispetto allo stesso periodo nel 2019), probabilmente a causa dei provvedimenti di limitazione della circolazione e del conseguente confinamento domestico delle persone, oltre che alla diminuzione delle temperature in alcune aree.

I risultati dello studio mostrano come lo “spegnimento” o la riduzione delle emissioni di una parte degli inquinanti non sia sufficiente a determinare una variazione apprezzabile nella formazione del particolato secondario e confermano che gli interventi che possono essere intrapresi per una riduzione del particolato non solo devono essere coordinati a livello di bacino, ma devono riguardare tutte le attività che concorrono alla produzione di precursori (principalmente l’agricoltura e tutte le combustioni, quali traffico, biomassa legnosa, comparto industriale e  servizi) agendo in maniera incisiva sulle emissioni.

“L’esperienza del lockdown – ha detto nella sua relazione di chiusura Marco Deserti di Regione Emilia-Romagna, coordinatore tematico nell’ambito del progetto dell’ambito Qualità dell’aria e valutazione delle emissioni – ha dimostrato che un fermo quasi totale dei trasporti e di moltissime attività commerciali ha determinato un crollo della concentrazione in aria di NOX, legato direttamente alle emissioni dei motori a combustione, mentre le PM10 son calate molto meno e vi sono stati addirittura superamenti del limite vigente. Questo fenomeno è attribuibile a due fattori: il riscaldamento domestico dovuto alla permanenza in casa di gran parte della popolazione ha portato ad un aumento delle emissioni in atmosfera di PM10 da combustione, soprattutto di biomasse; le attività agricole hanno continuato regolarmente immettendo in atmosfera ammoniaca in grado di produrre, assieme a ossidi di azoto e solfati, PM secondario che costituisce fino al 70% del PM presente in pianura padana.

Serve allora un piano che agisca a breve termine sulle misure emergenziali applicate durante i periodi di elevato inquinamento, e a lungo termine sulle misure strutturali applicate durante il periodo invernale.

Il programma deve agire nelle seguenti direzioni:

  • aumentare la copertura territoriale delle misure;
  • estendere la durata delle misure applicate;
  • rafforzare il sistema dei controlli;
  • adottare preventivamente i provvedimenti di limitazione, in modo da evitare l’occorrenza dei superamenti del VL giornaliero, ed aumentare la frequenza dei giorni di verifica”.

Di PrepAIR fanno parte, tra i 18 partner italiani e sloveni, tutte e cinque le Regioni del bacino padano e la Provincia Autonoma di Trento: è questo il principale palcoscenico su cui si attivano le iniziative previste, dalla raccolta dei dati fino alle azioni di sensibilizzazione. Il progetto mira ad implementare le misure previste dai piani regionali e dall’Accordo per la qualità dell’aria del Bacino padano, ed a rafforzarne la sostenibilità e la durabilità dei risultati.

Le azioni di progetto riguardano una pluralità di settori – agricoltura, combustione di biomasse per uso domestico, trasporto di merci e persone, consumi energetici – e lo sviluppo di strumenti comuni per il monitoraggio delle emissioni e per la valutazione della qualità dell’aria su tutta l’area di progetto.

 

Per consultare il Rapporto, http://bit.ly/Prepair_COVID19

Ciclabilità, le Associazioni chiedono una nuova politica nazionale

Sono una trentina le sigle del Coordinamento Associazioni e Movimenti Cicloattivisti e Ambientalisti firmatarie della lettera inviata oggi al Governo Draghi per chiedere interventi e politiche a favore della ciclabilità, a partire dalla destinazione di una quota importante del Recovery Fund e dalla riorganizzazione della governance per la ciclabilità in Italia con un attivo coordinamento tra i Ministeri coinvolti e con l’istituzione della figura del Bike Manager nazionale.

“La forza della bicicletta è enorme e muoversi sulle due ruote è un valore che fa bene alle persone, alle città, all’economia e all’ambiente, tanto che la transizione ecologica non può essere disgiunta dallo sviluppo di una mobilità sostenibile, di cui la bici è protagonista”, si legge nel testo della lettera.

Pur apprezzando le intenzioni positive manifestate dal Governo in tema di mobilità e ambiente, le associazioni sottolineano all’unanimità l’urgenza di una nuova politica nazionale a favore della ciclabilità, in cui lo Stato si assuma in pieno il compito di guidare il cambiamento, come indicato nella legge 2/2018 che prevedeva anche la definizione del Piano Generale della Mobilità Ciclistica a cura del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, ad oggi ancora non disponibile.

L’azione dello Stato è fondamentale, si legge ancora della lettera, per aiutare comuni e regioni nel cambiare la mobilità urbana e per sviluppare il turismo sostenibile a favore delle aree interne.

Sono cinque, in sintesi, le proposte avanzate dal Coordinamento Associazioni e Movimenti Cicloattivisti e Ambientalisti, affinché il Governo proceda attraverso l’individuazione delle migliori competenze a:

  1. Istituire una Direzione per la mobilità ciclistica all’interno del Dipartimento
  2. Attribuire a un Sottosegretario con competenze e sensibilità adeguate le deleghe per la ciclabilità, mobilità attiva e micromobilità elettrica in combinazione con quelle relative al Codice della Strada e alla sicurezza
  3. Confermare nella Segreteria tecnica del Ministro una persona dedicata alla ciclabilità e alla micromobilità elettrica con il compito di tenere il raccordo con le associazioni e tra queste e le varie direzioni del
  4. Individuare la nuova figura del “Bike Manager” all’interno della struttura tecnica di missione, con l’obiettivo di sovrintendere all’attuazione della legge 2/2018 e più in generale verificare l’attuazione degli obiettivi del Ministro in questo
  5. Recuperare e completare il lavoro, ora sospeso, sul regolamento del Codice della Strada per la moderazione del traffico.

Ecco il testo integrale della lettera

Il vaccino Johnson & Johnson verso l’approvazione dell’Ema

Il vaccino anti Covid di Janssen, azienda farmaceutica del gruppo Johnson & Johnson, “credo sia in dirittura d’arrivo. Nei primi 15 giorni di marzo potrebbe arrivare la decisione dell’Agenzia europea dei medicinali Ema” sull’approvazione. Ad annunciarlo è Armando Genazzani, rappresentante italiano nel comitato tecnico Chmp dell’Ema, ai microfoni di ’24Mattino’ su Radio24.

Quanto alle forniture che verranno messe a disposizione dopo l’ok europeo, “come per tutte le altre aziende che hanno i vaccini approvati la produzione aumenterà nel corso del tempo molto velocemente”, aggiunge Genazzani che è anche docente di Farmacologia all’università del Piemonte Orientale.

Alle persone che si sono ammalate di Covid-19 e sono guarite si potrà somministrare una sola dose di vaccino? “E’ possibile che si vada in questa direzione”, supportata da “un fortissimo razionale biologico”, risponde Genazzani.

E’ un “tema scientificamente molto interessante. Si può immaginare che chi ha avuto il Covid sintomatico, e quindi sa di averlo avuto perché in quel momento ha fatto il tampone, abbia già ‘visto’ il virus e abbia bisogno solamente di un ‘ricordo’, quindi di una singola dose di vaccino.

Ci sono dei dati che stanno in qualche maniera suggerendo che questa è una strategia possibile. Questi dati non sono completi”, ha precisato l’esperto, però “si può immaginare che le persone che non hanno mai visto il virus abbiano bisogno di due dosi di vaccino, mentre per quelle che hanno già avuto il Covid basti il richiamo”.

Le relazioni transatlantiche. Un’occasione straordinaria

La nuova America di Biden comincia a muoversi ed è bene che l’Europa inizi ad affrontare la nuova fase con cognizione di causa, considerando cioè con la necessaria rapidità le opportunità – ma anche gli obblighi – ad essa connessi.

“America is back” è diverso da “America first”. Almeno quanto Biden è diverso da Trump. Sarebbe però un errore imperdonabile immaginare che dietro quel “back” non ci sia anche un “first”. Perché il messaggio che il nuovo Presidente USA ha inviato ai partner occidentali è chiaro: gli Stati Uniti rilanciano il loro approccio multilaterale ma con esso la loro leadership mondiale, e dunque non intendono cedere ulteriore spazio al loro principale competitor, la Cina, né a stati autocratici, l’esempio è la Russia, che attraverso l’utilizzo improprio della tecnologia mirano a indebolire le democrazie occidentali. Chi aveva previsto che i Democratici non avrebbero fatto sconti in argomento, magari solo per marcare un visibile distacco dalla politica estera di Donald Trump, non si sbagliava.

Il ragionamento di Biden è semplice, abbastanza schematico come è tipico degli americani e quindi non si presta a troppe interpretazioni più o meno capziose. Innanzitutto c’è un dato valoriale: i sistemi democratici occidentali sono quelli che meglio di altri tutelano le libertà individuali e collettive; sono sotto attacco da parte di autocrazie che non si fanno scrupoli di utilizzare l’hackeraggio informatico per minarli alla base, nel loro rapporto con i propri cittadini, e quindi vanno difesi attivamente; le democrazie vanno infatti protette, rafforzate e rinnovate, ogni giorno (un concetto espresso con nettezza anche da Obama nella sua simpatica intervista a Fabio Fazio).

In secondo luogo c’è l’indicazione precisa dei principali pericoli, con due preminenti accusati: il regime dittatoriale cinese, che sarà un “duro rivale di medio termine” e quello autocratico russo, il cui evidente obiettivo è “indebolire il progetto europeo e la NATO”.

La conseguenza diretta è, in primo luogo rivolta agli europei, da un lato – come detto – il rilancio dell’iniziativa multilaterale da parte di Washington e dall’altro l’auspicata rinnovata solidarietà atlantica che comporterà, senza dubbio alcuno, il rilancio della NATO (che solo un anno fa il presidente francese Macron aveva definito come sostanzialmente moribonda).

Biden riconosce però, e agli europei lo dice a chiare lettere, che gli anni recenti sono stati non molto buoni nelle relazioni fra le due sponde dell’Atlantico: il riferimento ovvio è a Trump, ma sarebbe interessante sapere se dietro queste parole non vi sia anche un po’ di autocritica per come la politica estera di Obama, e quindi pure di Biden, non abbia trascurato l’Europa e i suoi problemi durante gli anni di una crisi finanziaria generatasi proprio negli USA. In ogni caso, oggi gli Stati Uniti “sono determinati” a rinnovare il loro impegno con l’Europa.

Ma l’Europa o, meglio, l’UE quale tipo di interesse intende manifestare? Qualche giorno fa in una trasmissione televisiva il direttore dell’ISPI Paolo Magri ha usato un’efficace metafora per spiegare quale sia oggi la situazione: è come in un rapporto matrimoniale dopo un tradimento ammesso e perdonato. L’unione fra i coniugi viene confermata…ma non tutto è esattamente uguale a prima. Ovvero: quanto è accaduto durante il quadriennio trumpiano (ma aggiungerei anche, un po’, l’indebolimento delle relazioni nel nuovo secolo, con le presidenze di Bush jr e di Obama) non può essere dimenticato in poche settimane. Non tutto è come prima. 

E’ difficile per Bruxelles dimenticare, ad esempio, le rilevazioni circa le attività spionistiche condotte dagli americani nei confronti dei leader delle nazioni europee; o i danni causati dall’abbandono dell’accordo sul nucleare iraniano; o le minacce di un disimpegno della NATO se gli europei non avessero adeguato il loro contributo economico alle spese ad essa relative; o la fuoriuscita  dagli accordi di Parigi sul clima (non a caso una delle prime e positive iniziative di Biden: il rientro degli USA nei medesimi).

Ora però l’Amministrazione americana sta proponendo un riavvicinamento atlantico ideale (la difesa della democrazia), militare (il rilancio della NATO), economico (un comune e conseguente approccio multilaterale al mondo globalizzato). A fronte delle immani sfide che il dopo-pandemia presenterà a tutte le nazioni il rinsaldamento dell’asse transatlantico dovrebbe costituire un imperativo per i paesi dell’occidente: da questo punto di vista non appare allora casuale l’accento posto dal nuovo primo ministro italiano nel suo discorso di insediamento sull’atlantismo, oltre che sull’europeismo. Una dichiarazione d’intenti – senza alcuna ambiguità e nella massima trasparenza – che risulta tanto più gradita a Washington in considerazione del fatto che sarà proprio l’Italia quest’anno a presiedere il G20. Le relazioni dirette ai massimi livelli mondiali che il Presidente Draghi detiene da oltre un decennio ne potrebbero fare, nell’anno in cui Angela Merkel lascerà la Cancelleria, il leader europeo più influente, in grado di progettare il futuro prossimo delle relazioni transatlantiche. Un’occasione, a ben guardare, straordinaria per l’Italia tutta.

David Sassoli: “Non possiamo tornare al mondo di prima”

“Signore e signori, 

Da un anno a questa parte, la pandemia di Covid ha invaso e sconvolto le nostre vite. La  pandemia non ha risparmiato le nostre economie, le nostre scuole, i luoghi di lavoro e i nostri  cittadini. Abbiamo dovuto trovare soluzioni molto creative per far sì che la democrazia non  smettesse di funzionare. Affrontare questa emergenza non è stato facile per nessuno, ma sono  lieto di dire che siamo uniti nella solidarietà, nella trasparenza e nella democrazia e che questo  ci sta guidando verso un’Europa più efficace nella lotta contro la pandemia e contro la crisi.  

Sono convinto che siamo sulla strada giusta per uscire insieme da questa tragedia. Come ora la  strategia Covid chiede di agire. La pandemia ci ha dato nuove responsabilità e doveri: la  responsabilità di fare delle scelte e il dovere di farlo nell’interesse generale e non di pochi. I  vaccini saranno una parte fondamentale della nostra ripresa a lungo termine e nessuno dovrà  essere lasciato solo. Abbiamo bisogno di un’azione che porti una risposta trasversale all’Europa  con benefici tangibili per i nostri cittadini. 

Oggi, per la prima volta da quando ci siamo visti a dicembre, possiamo dire finalmente che si  intravede una luce in fondo al tunnel. Tre vaccini sono stati autorizzati dall’Agenzia europea  per i medicinali e altri sono in arrivo, mentre il ritmo dei programmi di vaccinazione è  aumentato: oltre 27 milioni di europei hanno ricevuto una prima dose, e di questi 9 milioni  hanno ricevuto le 2 dosi che sono necessarie. Il portafoglio europeo di vaccini continua a  crescere e l’UE ha acquistato 600 milioni di dosi supplementari, portando il portafoglio a 2,6  miliardi di dosi, una quantità più che sufficiente per vaccinare l’intera popolazione dell’Unione.  È stato un gesto di lungimiranza dei nostri governi incaricare la commissione europea di  acquisire vaccini da distribuire a tutti e 27 gli stati membri. 

La via europea, ci ha permesso di evitare la concorrenza tra i paesi europei e impedire che paesi  ricchi si accaparrassero la maggior parte dei vaccini. Sono fortemente contrario a qualsiasi  accordo bilaterale e vi chiedo di essere chiari nel rifuggire ogni tentazione di nazionalismo sui  vaccini. Un approccio comune consente anche di monitorare, indagare e sanzionare ogni  tentativo di frode ai danni degli stati membri. Solo una politica comune può permettere di  regolare anche la mobilità. Il certificato vaccinale può essere lo strumento adatto a consentire  a tutti, in modo uguale e non discriminatorio, di tornare alla normalità. Non possiamo aspettare  e questo è il momento giusto per decidere. 

La nostra è una corsa contro il tempo. Le mutazioni virali emerse ultimamente sono  preoccupanti e per questo motivo accolgo con favore l’iniziativa relativa all’incubatore HERA.  I nostri sforzi devono essere orientati all’individuazione e al contrasto delle nuove varianti, con  test PCR specializzati, a un aumento del sequenziamento del genoma, e alla garanzia che i  vaccini siano efficaci contro di esse. 

Le campagne di vaccinazione hanno successo se i cittadini hanno fiducia. Dovremmo, inoltre,  prevedere ulteriori accordi preliminari di acquisto qualora siano necessarie dosi di vaccini  adattati alle nuove varianti. La fiducia è basata sull’informazione e sulla trasparenza.  La risposta alla crisi deve prevedere più democrazia. Anche per questo è importante che venga  instituito il gruppo di contatto tra la Commissione e il PE. Il nostro lavoro comune aumenterà  la trasparenza e il controllo della strategia vaccinale, anche per quanto riguarda l’utilizzo dei  fondi dell’UE. Tutti gli sforzi ora devono concentrarsi sull’aumento della produzione di vaccini,  esistenti e futuri, basata nell’UE. Non abbiamo altra scelta – è la sola chiave per realizzare il  nostro obiettivo di vaccinare il 70 % della nostra popolazione adulta entro la fine dell’estate.  

Ovviamente le case farmaceutiche dovrebbero onorare i loro obblighi contrattuali, ma  dovremmo anche continuare ad agevolare tutte le soluzioni pratiche di concessione di licenze  che permettano di accelerare la vaccinazione su grande scala dei nostri cittadini. Per aumentare  in tempi rapidi la produzione è essenziale affrontare le carenze e le strozzature nella catena di  approvvigionamento. La nostra ripresa economica sarà più forte se la diffusione dei vaccini  sarà maggiore. 

Più in prospettiva, questa pandemia dovrebbe portarci a una riflessione sul rapporto tra  protezione della proprietà intellettuale e il massiccio finanziamento pubblico erogato per la  ricerca a livello europeo. 

Inoltre, la drammatica crisi attuale ha di fatto istituito competenze in capo all’Unione europea  in materia di salute pubblica che dovremmo forse nel tempo codificare. La pandemia ci ha  mostrato infatti che decisioni importanti sulla sicurezza, la salute, l’approvvigionamento di  materiale medico e di vaccini, la ricerca e la produzione, la regolazione della circolazione e  della apertura e chiusura delle nostre frontiere possono essere pienamente governate solo nella  dimensione europea.  

Lo sforzo della Commissione Europea ha dimostrato coraggio e capacità di risposta. L’Unione  europea si è assunta – rispettando i trattati esistenti – compiti complessi e carichi di implicazioni  perché era necessario, ma nell’assenza di una vera competenza europea in materia di salute. La  lezione che ci offre la pandemia non potrà farci tornare al punto di partenza. Sarebbe un errore,  uno spreco di energie e non avremmo la possibilità di affrontare le sfide future. Siamo chiamati  a costruire una politica europea della salute, radicando competenze precise in materia nelle  istituzioni dell’Unione Europea. 

Alcune contraddizioni e limiti delle nostre risposte alla crisi sanitaria sono dovute in gran parte  al fatto che stiamo creando, giorno dopo giorno, tali competenze in uno sforzo che dimostra  una grande responsabilità politica e morale che sconta l’assenza di reali poteri.  Converrete con me che non potrà essere più un tabù emendare i trattati per arricchirli e rendere  efficace la risposta europea.  

Questo mese lo strumento COVAX inizierà a consegnare i vaccini. So che tutti gli Stati membri  hanno la possibilità di donare le dosi in eccesso a paesi che ne hanno bisogno. Incoraggio un  approccio unificato con gli Stati membri che donano le loro dosi attraverso il COVAX, al fine di garantire una ridistribuzione giusta ed equa. È mia profonda convinzione che il  multilateralismo e il coordinamento degli sforzi sono gli strumenti di cui abbiamo bisogno per  uscire da questa crisi, aumentare la resilienza dei nostri sistemi sanitari e migliorare la capacità  di preparazione e di risposta alle pandemie.

La pandemia COVID-19 è stata un campanello d’allarme che ci ha fatto capire che abbiamo  bisogno di una politica estera e di sicurezza più forte, unita e decisa, e che dobbiamo rafforzare la leadership dell’Unione sulla scena internazionale e approfondire i partenariati con i paesi che  la pensano allo stesso modo e che sono impegnati per la democrazia, lo stato di diritto e i diritti  umani.  

So che questa discussione è già in corso da molto tempo, ma ora è il momento di agire perché  c’è ancora un grande potenziale non sfruttato di tutte le componenti dell’hard power e del soft  power dell’azione esterna dell’UE. Vorrei anche sottolineare in questo contesto, il valore della  dimensione parlamentare, anche noi del PE siamo parte del “Team Europa”. 

Accogliamo con favore al Parlamento l’avanzare di una politica di difesa comune verso un  sistema di difesa a piena titolo, così come accogliamo con favore l’iniziativa di adottare uno  Strategic Compass nel 2022. Tuttavia, dovremmo finalmente andare oltre le dichiarazioni e  passare all’azione. Il che significa attuare le decisioni esistenti per fornire capacità di difesa e  personale per le missioni, nonché fare pieno uso delle nuove iniziative di difesa dell’UE per  rafforzare la base industriale di difesa europea attraverso il fondo europeo di difesa, e per  garantire un’attuazione più rapida e coerente della cooperazione strutturata permanente che  lavora. 

Il Parlamento europeo ritiene che l’UE dovrebbe migliorare la consapevolezza delle nuove  minacce e costruire una capacità di resilienza comune per ottenere l’autonomia strategica  dell’UE.  

L’Unione europea deve inoltre svolgere un ruolo attivo nel Dialogo Mediterraneo, nel contesto  della sua politica di vicinato. Pertanto, accogliamo con favore la Nuova Agenda per il  Mediterraneo, che invia un messaggio fondamentale sull’importanza che l’UE attribuisce al suo  vicinato meridionale.  

Il Parlamento europeo è pronto a fare la sua parte, attingendo alle proprie strutture e  all’esperienza. Siate certi che durante la nostra presidenza dell’Assemblea dell’Unione per il  Mediterraneo, saremmo impegnati a promuovere il ruolo del dialogo interparlamentare per  affrontare le grandi sfide regionali. La lotta al cambiamento climatico nella regione attraverso  lo sviluppo sostenibile, così come la lotta contro le crescenti disuguaglianze socio-economiche  rappresenteranno il fondamento della nostra presidenza.  

Cari capi di Stato e di governo,  

Lotta la pandemia, risposta alla crisi economica e politica estera comune corrono  parallelamente con l’ambizione di definire meglio l’Europa di questo secolo. Non possiamo  fermarci, non possiamo permettercelo.  

Buon lavoro!”

Quel che resta delle parole

La metafora del viaggio, anche nella suggestione della rivisitazione intimista, ben si presta a concedere pause di stacco dalle assorbenti consuetudini ed è occasione di riflessione sulle cose della vita.

Qualcuno rammenterà come fosse ben descritta nel romanzo “Quel che resta del giorno” di Kazuo Ishiguro,dal quale prese spunto il regista James Ivory per un omonimo film che ci fece dono della magistrale interpretazione di Antony  Hopkins.

Ciascuno, a un bel punto della propria esistenza, ha modo di ripercorrere il senso delle cose fatte, delle occasioni mancate e delle opportunità realizzate.

E’ un cammino a ritroso nel labirinto dei ricordi, un percorso introspettivo che rinnova memorie, rimpianti, soddisfazioni, fatti, parole e che traccia sempre provvisori bilanci.

L’allegoria del ricordo riaffiora nei chiaroscuri dei dubbi e delle improbabili identità del signor Onoff (un grandioso Gerard Depardieu) in un’altra celebre pellicola – “Una pura formalità” di Giuseppe Tornatore – e nel leit motiv della sua colonna sonora : “ricordare, ricordare è un po’ come morire….perchè tutto ritorna anche se non vuoi. E scordare, scordare è più difficile….se vuoi ricominciare. Ricordare, ricordare quel che c’è da cancellare”.

Quello che resta della nostra esistenza ha i nomi, le situazioni, i suoni, gli odori, i colori e le voci del nostro passato e il viaggio a ritroso non sempre è indolore: come ha scritto Rainer Maria Rilke a volte è importante ricordare ma altre volte è ancora più importante dimenticare.

Aggiungerei : “saper” dimenticare, infatti sovente il ricordo è legato alla sofferenza e al dolore e non sempre questa censura ci è facilitata, riaffiora il rammarico e a volte anche l’angoscia che si accompagna  ai sensi di colpa.

La sola memoria evoca i fatti, ripuliti dai loro sedimenti, dai depositi, dalle scorie ma le parole si materializzano nel ricordo e lasciano traccia nell’anima, specialmente quelle legate a contesti esistenziali per noi significativi.

A volte ci sembra di udire le voci che accompagnano quei ricordi, come se fossero vive accanto a noi e invece sono solo ombre nella nostra mente.

Più delle movenze e dei gesti le stesse parole, le cose dette e ascoltate, ci rinnovano la loro presenza, ora rassicurante ora inquieta, ora furtiva, ora preponderante.

Anche i silenzi riempiono la memoria, il riemergere di quegli spazi apparentemente vuoti tra le parole e tra i gesti, gli intervalli tra le presenze: pure il silenzio ha una sua dignità, c’era allora e si rinnova oggi se lo facciamo galleggiare nei chiaroscuri del nostro passato.

E’ come se il silenzio fosse silenzio due volte: per come era e per come lo ripensiamo rinnovandolo alla nostra mente.

Di tutte le cose dette, sentite, fatte, vissute ci resta quello che la nostra memoria riesce a selezionare, a volte per difetto di volontà altre per esplicita rimozione, spesso in modo piacevole oppure con rimpianti o rinnovato dolore.

Le voci restano dentro, come sopite e latenti e sono parole, domande, risposte in tutte le loro sfumature espressive.

Dovremmo reciprocamente ricordarci che le parole rimangono retaggio della nostra memoria e che quelle cattive, fuori luogo, che umiliano, che offendono sono come fotografie che il tempo può sbiadire ma non cancellare, foto ingiallite che escono dal cassetto e che ti possono far male, ti feriscono l’anima ogni volta che le riprendi in mano.

Quando parliamo, narriamo, raccontiamo, scriviamo e ogni volta che ci rivolgiamo al prossimo dobbiamo avere ben presente che molta parte delle parole che usiamo – e non si tratta sempre di quelle che vorremmo fossero dette a noi – può, nel bene e nel male, lasciare un segno indelebile nell’animo umano, più di un’impronta sulla sabbia, più di un segno sulla pelle – sia esso una carezza, un bacio o una ferita-  che invece il tempo rimuove e cancella.

Made in Italy: lo “scippo” dell’aceto balsamico costa 1 mld

L’inaccettabile scippo del nome di aceto balsamico da parte della Slovenia mette a rischio un miliardo di euro di valore al consumo e rappresenta un attacco all’intero sistema del Made in Italy di qualità. E’ quanto denuncia la Coldiretti nel commentare la decisione del Governo sloveno di varare una norma con la quale qualsiasi miscela di aceto di vino con mosto concentrato si potrà chiamare, e vendere, come “aceto balsamico”.

Una scelta, peraltro già notificata alla Commissione Europea, che va contro – rileva Coldiretti – le attuali norme comunitarie che tutelano Dop e Igp e disciplinano il sistema di etichettatura e informazione del consumatore. Assieme all’aceto balsamico è dunque sotto attacco l’intero sistema del Made in Italy di qualità e lo stesso primato dell’Italia che conta 312 specialità Dop/Igp/Stg riconosciute a livello comunitario, oltre a 526 vini Doc/Docg e Igt.

Ma l’iniziativa slovena rischia anche di andare a ingrossare il mercato internazionale del falso che fattura già oltre 100 miliardi di euro miliardi di euro utilizzando impropriamente parole, colori, località, immagini, denominazioni e ricette che, secondo un’analisi Coldiretti e Filiera Italia, si richiamano all’Italia per prodotti taroccati che non hanno nulla a che fare con la realtà nazionale.

Un’industria del falso sempre più fiorente che – denuncia Coldiretti – ha paradossalmente i suoi centri principali nei paesi avanzati, a partire dall’Australia al Sudamerica, dal Canada agli Stati Uniti dove una spinta importante e venuta dai dazi punitivi nei confronti dei formaggi e dei salumi italiani che hanno favorito le “brutte copie” locali.

La manovra slovena sull’aceto balsamico rischia dunque di diventare un precedente pericoloso contro il quale occorre – sottolinea Coldiretti – attivarsi immediatamente a livello comunitario per garantire la difesa di uno dei prodotti simbolo del Made in Italy.

Sono riconosciuti e tutelati dall’Unione Europea l’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena Dop, l’Aceto Balsamico di Modena Igp (Indicazione Geografica Protetta) e l’Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Dop.

Si tratta – conclude la Coldiretti – di prodotti ottenuti nel rispetto di specifici disciplinari di produzione trasmessi nel tempo da generazioni che devono essere protetti nei confronti delle imitazioni low cost che non hanno nulla a che vedere con i prodotti originali.

Carlo Acutis: Lev, “Dall’informatica al cielo” la nuova edizione aggiornata della biografia del giovane beato

Una nuova edizione ampliata e aggiornata del volume biografico dedicato a Carlo Acutis, il ragazzo quindicenne “patito” di internet, Beato dal 10 ottobre 2020. Il volume di Nicola Gori (€ 12)  – inserito all’interno della collana Testimoni di Hoepli – presenta una nuova prefazione di monsignor Dario Edoardo Viganò e una nuova introduzione – aggiornata alla situazione attuale del processo in vista della Canonizzazione.

Il giovane Carlo morì nel 2006, dopo un’infanzia e una adolescenza trasformata dalla grazia di Dio.

Sin da piccolo aveva il dono di entrare in relazione con tante persone e veniva percepito come un esempio dai coetanei. Vedeva nel web un “veicolo di evangelizzazione e di catechesi” e lui stesso ha messo le sue capacità informatiche al servizio del Vangelo e della Chiesa portando Gesù, attraverso Internet e i social network, tra i suoi coetanei e tra quanti vivevano a contatto con lui. Tra i cardini della sua vita: la preghiera, il senso di missione, l’amore per la Vergine Maria e l’Eucaristia quotidiana.

Grazie alla collaborazione tra LEV e VatiVision in quarta di copertina è presente un QRcode che rinvia ad una pagina web da cui è possibile scaricare il film sulla vita di Carlo Acutis “La Mia Autostrada per il Cielo” ed altri contenuti a lui dedicati.

“Sport di tutti – Quartieri” e “Sport di tutti – Inclusione”, due avvisi pubblici online

Sport e Salute ha pubblicato due Avvisi Pubblici: “Sport di tutti – Quartieri” e “Sport di tutti – Inclusione” rivolti alle ASD/SSD che potranno presentare la propria candidatura dalle ore 12.00 del 15 marzo alle ore 12.00 del 30 giugno 2021 accedendo alla piattaforma di adesione al link: https://area.sportditutti.it/

SPORT DI TUTTI – Quartieri
E’ un Avviso Pubblico finalizzato a promuovere e sostenere la creazione di presìdi sportivi ed educativi in periferie e quartieri disagiati, realizzati e gestiti da Associazioni sportive di base, che fungano da centri aggregativi aperti tutto l’anno, destinati alla comunità e a tutte le fasce di età. L’intervento mira a sostenere l’associazionismo sportivo di base che opera in contesti territoriali difficili, in collaborazione con altri soggetti operanti sul territorio, utilizzando lo sport e i suoi valori educativi come strumento di sviluppo e inclusione sociale. Le risorse destinate al Progetto sono pari a € 1.947.358,00. Il finanziamento previsto per ciascun presìdio è fino ad un massimo di € 100.000,00 per un anno di attività. Nell’Avviso è prevista la possibilità per i Comuni di manifestare interesse a cofinanziare uno o più presìdi situati nel proprio territorio compilando l’apposito form di contatto dedicato accedendo al seguente link: www.sportesalute.eu/sportditutti/quartieri
2. SPORT DI TUTTI – Inclusione
E’ un Avviso Pubblico per sostenere lo sport sociale e incentivare l’eccellenza dell’associazionismo sportivo di base attraverso il finanziamento di progetti rivolti a categorie vulnerabili e soggetti fragili che utilizzano lo sport e i suoi valori come strumento di inclusione sociale, promuovendo sinergie con gli attori del territorio. L’intervento mira a valorizzare progettualità sportive su temi sociali come ad esempio la prevenzione e lotta alle dipendenze giovanili, il contrasto alla povertà educativa e alla criminalità, la lotta agli stereotipi e alla violenza di genere e lo sport in carcere. Le risorse destinate al Progetto sono pari a € 2.000.000,00. L’importo massimo che sarà finanziato per ciascun progetto approvato è di € 15.000,00.

Vaccino Covid, Vella: “Come in guerra, occorre frazionare “

Oggi, in Italia, “non ce la facciamo a fare 60 milioni di vaccini anti covid, non abbiamo la quantità di vaccini per immunizzare tutti gli italiani quindi, come avviene in guerra, occorre frazionare e dobbiamo essere veloci nel vaccinare ora i pazienti fragili e gli oncologici. Vanno protette le categorie a rischio”. Così l’infettivologo Stefano Vella, docente di Salute Globale all’università Cattolica di Roma, intervenuto ad ‘Agorà’ su Rai 3.

“Dobbiamo dire chi è che deve essere vaccinato per primo. Poi dobbiamo prendere tutte quelle persone che non sono anziane ma sono fragili, per esempio gli oncologici”, ha aggiunto Vella.

Per Vella “le capacità di produrre vaccini di questa raffinatezza anche in Italia possiamo metterla su, ne siamo capaci, ma ci vuole tempo”, ha precisato l’infettivologo, aggiungendo: “Parliamo non di farmaci chimici ma biologici per produrli servono macchinari molto complessi. Non è nemmeno un problema di brevetti, quelli si possono ‘passare’ come avvenne per l’Aids: la strada per adesso è quella degli accordi come quello stretto tra la Pfizer e altre grandi industrie, in grado di provvedere alla produzione”.

Marini, secondo Renzi, ha combattuto per andare oltre la crisi del cattolicesimo democratico. I limiti di questa analisi.

Nel suo intervento al Senato, che “Il Domani d’Italia” pubblica integralmente, Renzi si è inserito da par suo nella commemorazione pubblica di Franco Marini con un ricordo personale molto sentito e al tempo stesso stimolante.

Vediamo di coglierne il nucleo essenziale, con sano spirito critico. Non convince appieno il profilo che ne deriva per sintesi estrema. Secondo Renzi, Marini si è trovato a vivere da dirigente politico la crisi del cattolicesimo democratico e popolare, sforzandosi fino in fondo di pensarne un’evoluzione e uno sbocco.

È un’affermazione impegnativa, certamente non banale, ma bisognosa perlomeno di approfondimento. Si rischia di scivolare su un terreno insidioso. A riguardo, l’idea che l’ex Segretario del PPI abbia confidato nel “pensiero” come leva di cambiamento del popolarismo è vera fino a un certo punto, non essendo egli insensibile – per carità! – agli stimoli della cultura; tuttavia, anche contro le sue stesse aperture, si attenne pressoché integralmente a una fredda constatazione del blocco non solo politico-organizzativo, ma per l’appunto “ideologico”, a cui era giunto il movimento da lui sempre identificato come frutto maturo dell’enciclica Rerum novarum del 1891.

Per questo, in coincidenza con un tratto fondamentale della sua formazione, prima di tutto sindacale, Marini dette mostra di affidarsi todo corde alle virtù dell’organizzazione, immaginando che in quella dimensione fosse possibile preservare il nucleo vitale di una tradizione, anche a dispetto del suo deperimento ideale. In sostanza, si è trattato – proprio nel caso di Marini – di uno sforzo di contenimento e quindi di conservazione, in attesa di un riscatto comunque presagito lontano e difficile. Uno sforzo ammirevole, anche se condizionato dalla rassegnazione.

L’afflato organizzativo superava l’elemento per così dire sentimentale della politica mariniana, quell’elemento originario di militanza o meglio di lotta, secondo il parametro dell’autentico impegno sindacale. Era appunto un di più che scaturiva dalla sfiducia nella risorsa del lavoro intellettuale non per un “pregiudizio barbarico”, bensì per un calcolo onesto, ma forse precipitoso, della inanità delle forze impegnate sul campo. Alla fine, il suo pragmatismo finanche ammirevole mostrava questa incancellabile ritrosia a maneggiare le armi spuntate di un pensiero che giudicava, in fin dei conti, ricco di storia e povero di attualità. Nemmeno a Renzi doveva sfuggire questa “inquietudine” che domina il tragitto umano e politico di un interprete generoso del popolarismo.

Piccoli comuni e la fuga dei Sindaci. Dov’è l’Anci?

La situazione reale, e non virtuale, dei piccoli comuni sta per esplodere. Mi riferiscono, nello  specifico, ai comuni montani al di sotto dei 1.000 abitanti che nel nostro paese rappresentano la  stragrande maggioranza in quei territori. Sono molti i temi e i problemi che attraversano e  caratterizzano queste piccole comunità che poi sono l’architrave del governo di queste zone.  Territori che sono nient’altro che il perno centrale del turismo nel nostro paese e che, tra l’altro,  senza gli introiti di questo comparto produttivo, sono destinati ad entrare in una crisi irreversibile e  senza sblocchi.  

Ora, è persin inutile elencare i punti salienti di questa ormai cronica difficoltà: dalla mancanza dei  servizi essenziali alle risorse sempre più insignificanti per poter gestire e governare seriamente il  territorio; dalla mancanza di attenzione del legislatore sul versante finanziario alla difficoltà su  quello del personale nei comuni alla sordità del legislatore nel continuare ad equiparare questi  territori a quelli della pianura o delle grandi città.  

Ma, al di là delle sempre maggiori difficoltà, c’è un elemento che rischia di scoraggiare  definitivamente gli amministratori locali, soprattutto di quelli che ricoprono incarichi in questi  territori. E cioè, il tema della responsabilità civile e sopratutto penale dei sindaci e degli  amministratori locali di fronte ad accadimenti che avvengono nei singoli territori e dove il ruolo,  l’azione e la responsabilità dei medesimi amministratori è ignota e del tutto avulsa da ciò che  realmente capita. Le cronache locali che riportano questi accadimenti, questi incidenti e queste  disgrazie sono, purtroppo, quotidiane. Un tema che è stato recentemente sollevato dopo il caso  della condanna della sindaca di Torino Appendino per la partita della Juventus trasmessa nella  storica piazza San Carlo alcuni anni fa. 

Ora, al di là della banale considerazione che, se non intervengono correttivi da parte del  legislatore questi comuni saranno destinati ad essere amministrati da un personale – sempre che  ci sia ancora qualcuno disposto a sacrificarsi – del tutto avulso dalle realtà locali, resta una  domanda centrale a cui è difficile dare una risposta credibile e convincente. E cioè, ma di fronte a  questi problemi che sono decisivi per la stessa sopravvivenza di migliaia di piccoli comuni italiani,  dov’è l’Associazione che dovrebbe tutelarli e rappresentarli? Certo, c’è un grande fermento  quando si tratta di compilare gli organigrammi, creare commissioni e stabilire i singoli  emolumenti. Ma quando si tratta di avviare e pianificare una grande iniziativa politica che sia in  grado di affrontare seriamente, e senza propaganda e trionfalismo, la “questione montagna” nelle  sue varie sfaccettature, cala il silenzio se non addirittura il sipario. 

Verrebbe veramente da dire, “se non ora quando”? 

L’intervento di Matteo Renzi in Senato, in memoria di Franco Marini

Signor Ministro, onorevoli colleghi,
ci associamo naturalmente con spirito commosso alle parole che la signora Presidente ha rivolto in memoria di Franco Marini poco prima del primo discorso del presidente Draghi in quest’Aula qualche giorno fa e personalmente ho molto apprezzato l’intervento del senatore Zanda.

È molto difficile parlare di una personalità con la quale hai percorso un tratto di strada e hai discusso, anche litigato a proposito di rottamazione, e contemporaneamente ne avverti il fascino e la rilevanza che ella ha avuto nella storia di questo Senato. Lo vorrei ricordare, infatti, innanzitutto come Presidente del Senato, uomo di parte, uomo di sindacato, uomo di partito, ma capace di servire le istituzioni in un biennio tutt’altro che semplice quale quello del 2006-2008, e poi come leader politico. È dunque un tentativo che mi accingo a fare partendo da tre memorie di Franco Marini, che vorrei personalmente tenere nel cuore e che sono contemporaneamente tre grandi argomenti che la politica dovrà continuare ad affrontare, perché piace pensare a Franco Marini come a una persona la cui eredita è forte, non il ricordo.

Il primo tema: Franco Marini era un uomo che sapeva e amava una parola che oggi non va più di moda nei partiti politici e nelle comunità e la parola è «organizzazione». Quando c’era da discutere di un ruolo, Franco Marini puntava a fare, prima del segretario politico, il segretario organizzativo: per chi viene dalla sua esperienza è diventato un fatto ormai comune, ma per chi ha conosciuto questo nuovo modo di fare politica, che non è solo quello della rottamazione, ma è quello del populismo, del sondaggismo e del consenso che va e che viene, sembra impossibile l’organizzazione. Si aggiunga che l’organizzazione della CISL degli anni Settanta e Ottanta (lo sa meglio di me la senatrice Parente) o l’organizzazione della Democrazia Cristiana, poi delle correnti interne e poi del Partito Popolare, era tutt’altra cosa dell’organizzazione di oggi.

C’è una data, signor Presidente, che secondo me segna la vita politica di Franco Marini ed è il 1999, non già per la sua mancata elezione al Quirinale, su cui tornerò nel finale, ma perché in quell’anno il suo partito, che è anche il primo al quale mi sono iscritto, il Partito Popolare Italiano (Franco Marini è stato il primo segretario di un partito al quale mi sono iscritto), subisce una sconfitta clamorosa alle elezioni europee e la subisce soprattutto per responsabilità di un partito neonato che erano allora I Democratici (l’asinello) che per Marini è incomprensibile.

In quell’elemento c’è un grande tema che vorrei affidare alla nostra riflessione, se vogliamo considerare Marini vivo e il suo pensiero come foriero di riflessioni ulteriori: come si organizza la politica e anche – aggiungo io – il sindacato nel nostro tempo? Come si riesce a tenere insieme la comunità politica con il consenso in un contesto così difficile? Marini su questo è stato un assoluto maestro, capace di prendere atto che il mondo intorno a lui stava cambiando, cosa che anche molti dei suoi non avevano capito. Marini aveva capito che quel modello organizzativo non funzionava; cercava di presidiarlo e di trovare delle giuste soluzioni a un tema complicatissimo: l’organizzazione.

Il secondo tema è la storia del cattolicesimo democratico. L’Italia è un Paese nel quale il cattolicesimo democratico ha scritto le pagine più importanti della storia repubblicana e lo ha fatto anche quando è diventato minoranza. A Franco Marini è toccato prendere atto di questa nuova stagione dell’esperienza cattolica democratica, perché è diventato segretario del PPI nel momento di una divisione profonda, della quale è stato anche in qualche misura responsabile.

Sono anni passati, ma poiché il Senato dedica a un momento di commemorazione penso che sia giusto scendere un attimo nell’approfondimento. Quella ferita – come sa molto meglio di me il signor Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, che ringrazio per essere in Aula – fu una lacerazione pazzesca per un’intera generazione, specie per la generazione del Ministro e degli altri amici che vedo in tutte le aree dell’Emiciclo. Fu infatti una divisione enorme, che sanguinava; non fu semplicemente una divisione come tante (tante ne abbiamo viste e tante ne vedremo) all’interno delle esperienze politiche, ma fu una divisione storica.

Tuttavia, nella sua esperienza in CISL, nella Democrazia Cristiana, nel PPI e – meno – nella Margherita e nel Partito Democratico, Franco Marini ha sempre tenuto alta la bandiera del cattolicesimo democratico in una visione laica, come ricordava qualche istante fa il senatore Zanda.

Mi piace pensarlo non solo al Senato, non solo nelle nostre discussioni congressuali, alcune delle quali davvero incredibili: io, da giovane popolare, fui tra i deferiti ai probiviri e il tavolo andò direttamente al segretario nazionale Franco Marini, che non aveva alcun titolo per intervenire ma intervenne, perché era in teoria un’organizzazione diversa; questo per dire quanto Marini sia stato impattante nella vita di tanti di noi. Mi piace ricordarlo in Via della Piazzuola, al Centro studi della CISL a Firenze, in un luogo in cui la CISL aveva uno sguardo attento alle vertenze sindacali ma sapeva formare i leader sindacali di tutto il mondo. Uno sguardo capace di tenere insieme il piccolo con il grande, la concretezza con l’ideale: anche di questo siamo debitori a Marini.

Dove andrà il modello organizzativo di domani della comunità politica e dove andrà la storia del cattolicesimo democratico domani? Rispondere a queste domande significa tenere in vita il pensiero di Franco Marini.

Da ultimo, signor Presidente, desidero affrontare il tema della relazione personale. Io ho combattuto Franco Marini quando, nel 2013, l’allora Partito Democratico lo inserì in una terna per il Quirinale e, poi, un’ampia coalizione lo candidò alla Presidenza della Repubblica. Allora ebbi con alcuni amici il desiderio di dire chiaramente perché la candidatura di Franco Marini non ci sembrava quella più corretta. Lo feci senza avere un ruolo parlamentare, perché allora ero sindaco, quindi non ero tra i grandi elettori, ma lo feci in modo molto chiaro, con una lettera a «La Repubblica», spiegando che chi aveva candidato in quel momento Franco Marini non gli aveva fatto del bene.

La candidatura di Franco Marini, infatti, nacque allora come giustificata proprio dalla sua appartenenza cattolica, non dalla sua esperienza istituzionale, non dalla sua esperienza sindacale, non dalla sua vita politica, sociale e comunitaria. No. Si disse che, avendo eletto il presidente Grasso al Senato e la presidente Boldrini alla Camera, avendo indicato come Presidente del Consiglio incaricato l’onorevole Bersani, c’era bisogno di un riequilibrio dell’area cattolica, dopo sette anni di Giorgio Napolitano. Quell’approccio per me fu sbagliato, come pure fu sbagliato l’approccio di chi volle candidarlo in prima votazione. Infatti, quando si vuole difendere un candidato nelle elezioni al Quirinale, se non si è sicuri (e gli unici casi di sicurezza sono stati nel 1985 e nel 1999, con due fenomeni più unici che rari), lo si tiene coperto, come accade nel 2006 a Giorgio Napolitano e nel 2015 a Sergio Mattarella. Chi lo candidò in prima votazione evidentemente aveva il desiderio di candidarlo senza troppa convinzione.

A me però non interessa questo; mi interessa dire una cosa che mi riguarda. Signor Presidente, mi è capitato – e ringrazio il cielo e ringrazio i miei amici, che hanno condiviso questi anni di attività politica – di essere in molti casi una persona che ha dovuto fare delle scelte e, in quanto tale, tante persone hanno avuto ruoli importanti grazie alle scelte, del tutto legittime – discutibili ma legittime -, che abbiamo fatto. Presidente, non credo che lei si stupisca, ma le dirò che può accadere, in molti casi, che quando si fanno delle scelte e si selezionano delle persone, dai commissari ai ministri, non tutti abbiano quel sentimento di gratitudine che sarebbe immaginabile; si dice che in politica la gratitudine non esista. Vorrei però evidenziare che Franco Marini mi ha dato una lezione straordinaria personale, perché è uno dei pochi che, non soltanto non ha ricevuto alcunché negli anni in cui ho avuto qualche ruolo sia il Governo che nel Partito, ma è stato anche capace in quel periodo di gratificarmi di una relazione personale e di un’amicizia che andavano totalmente oltre il fatto che io non avessi appoggiato la sua candidatura. Ero in imbarazzo io, ma quando lui scelse di lavorare insieme a me e a noi al Governo, come Presidente del Comitato delle celebrazioni nazionali, e al Partito, come capo dei garanti, la cosa più bella era incontrare il suo sguardo – avevamo discusso, avevamo litigato – e sentirsi chiamare “Presidente” o “segretario”, a seconda del luogo nel quale ci trovavamo, trovando un uomo ricco di umanità. Mi piacerebbe che i giovani capissero questo elemento.

Franco Marini era uno di quelli che avevo contribuito a bloccare e che non mi tolse neanche per un minuto il grande sentimento della relazione dell’amicizia.

Signor Presidente, che l’esempio di Franco Marini continui a risuonare per i nostri giovani. Ti sia lieve la terra abruzzese, caro Franco. Tutte e tutti noi speriamo di poter essere in grado e di avere la capacità non solo di rispondere alle domande sull’organizzazione e sul senso dei cattolici impegnati in politica, ma anche sull’umanità di un uomo per cui il più grande dolore per me è pensare che sia morto solo – lui che ha sempre vissuto insieme agli altri – come tutti i 90.000 malati di Covid di questo Paese.

Sobrietà

Bisogna cambiare registro. Attendere quel che non arriverà, è tempo sprecato e indirizzo poco volto ad essere fruttuoso.

La stragrande maggioranza di noi, per non dire ormai tutti, soggiorna in un mondo scoppiettante. Dove a regnare è la novità e l’esternazione costante della stessa, magari in forme sempre più estreme e urlanti.

Mettetevela da parte. Il nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri, Mario Draghi, è persona che spariglierà le carte. Non riceverete soddisfazione dal suo modo di governare la comunicazione. Spegnerà luci e riflettori; metterà in sordina ogni rumore di sottofondo e di lato, premierà solo il semplice costrutto linguistico. È vero, dopo l’era dei megafoni, dei demagoghi televisivi, dei saltimbanchi arlecchineschi, passiamo alla sobrietà della sobrietà.

Niente più stile alla rotocalco. Presenze in talk show e programmi da soubrette, non saranno più all’ordine del giorno con questa nuova disciplina estetica. Immagino pure che metta a tacere tutti gli accoliti che contornano il suo ruolo: Ministri, Sottosegretari, uomini in sostanza, di Governo.

Ci sarà pertanto un coprifuoco che metterà alla berlina ogni espressione politica indirizzata dal costume holliwoodiano. Le notizie giungeranno, giustamente, con il contagocce e, quando si attueranno, avranno la caratteristica d’essere conformi ai fatti decisi, ai decreti firmati, ai disegni di legge e alle volontà espresse.

Questo nuovo regime, potrebbe educarci ad attese meno nevrotiche. Un buon farmaco. Anzi, ottimo farmaco. Troppi pagliacci hanno calcato il proscenio politico negli ultimi trent’anni, disintossicarci avrà il miglior effetto possibile di questa nuova tornata stilistica.

Non è forse così che si è presentato dopo sette otto giorni di Governo, il registro espressivo del Presidente Draghi. E non è forse vero che già in noi stia fiorendo un salutare cambiamento nei confronti delle notizie che giungono da Palazzo Chigi? Quando giungeranno i fatti, i fatti saranno comunicati; se i fatti non saranno prodotti, i microfoni resteranno spenti.

Questo è già un grande premio offerto agli italiani.

Catricalà, un fuoriclasse col sorriso. Il ricordo di Tivelli

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista formiche.net a firma di  Luigi Tivelli

La tragica scomparsa stamane di Antonio Catricalà ha lasciato un grande vuoto nei tanti cittadini dentro e fuori i palazzi del potere che lo hanno conosciuto, apprezzato e stimato. 69 anni, nato a Catanzaro, che non a caso aveva trovato un posto rilevante nel mio libro “Chi è stato? Gli uomini che fanno funzionare l’Italia” (Rubettino), era sempre stato un fuoriclasse. Vincitore del concorso per magistrato ordinario a 24 anni, avvocato dello Stato a 27 anni e consigliere di Stato alla tenera età di 30 anni: sempre passando attraverso le forche caudine di concorsi seri e rigorosi.

Era poi stato uno degli allievi migliori della covata di tanti giovani legisti allevata nell’ufficio legislativo di Palazzo Chigi da Giuliano Amato e Nino Freni e poi, con quella “trasversalità” che dovrebbe essere propria dei veri buoni civil servant aveva operato indifferentemente come capo di gabinetto al servizio di ministri di centro-sinistra e centro-destra. Il meglio di sé lo aveva dato da segretario generale della presidenza del Consiglio, lavorando in una coppia affiatatissima con il sottosegretario Gianni Letta, riuscendo a mantenere sempre quelle sue caratteristiche di vitalità, velocità di reazione, solarità, e capacità di sorridere nonostante l’intensità dell’impegno coprisse l’arco lungo della giornata.

Avevo rapporti frequenti con lui sia quando ero capo di gabinetto sia quando lavorammo insieme nello staff di Antonio Maccanico, lui capo di gabinetto ed io consigliere giuridico e portavoce e porto ancora il ricordo di quella splendida atmosfera che grazie alla grande signorilità di Maccanico e allo spirito sempre rilassato, disteso e sorridente di Catricalà c’era in quegli uffici.

Nel frattempo lui, pur Presidente di sezione del Consiglio di Stato, che come tale dovrebbe maneggiare soprattutto il diritto amministrativo, amava coltivare e insegnare il diritto civile, che secondo lui era il diritto per eccellenza e ha contribuito a formare varie leve di giovani candidati al concorso per la magistratura, sino ad assumere successivamente una cattedra di diritto civile.

C’era poi stata l’esperienza di vice ministro delle attività produttive che aveva interpretato con quel senso del servizio allo stato e con quello “spirito repubblicano” che gli era proprio e che gli veniva dalla tradizione di famiglia di un padre avvocato che era stato tra i fondatori del partito repubblicano in Calabria.

Qui l’articolo completo

I 39 sottosegretari del Governo Draghi

Tra i 39 sottosegretari ci sono 11 esponenti M5s, 9 della Lega, 6 di Forza Italia, 6 del Pd, 2 di Italia viva, 1 Centro democratico, 1 +Europa, 1 Leu, 1 Noi con l’Italia. Draghi, personalmente, ha incaricato Franco Gabrielli, capo della Polizia, alla guida dell’autorità delegata ai Servizi segreti.

Ecco tutte le nomine:

Presidenza del consiglio

Deborah Bergamini, Simona Malpezzi (rapporti con il parlamento)

Dalila nesci (sud e coesione territoriale)

Assuntela Messina (innovazione tecnologica e transizione digitale)
Vincenzo Amendola (affari europei)

Giuseppe Moles (informazione ed editoria)

Bruno Tabacci (coordinamento della politica economica)

Franco Gabrielli (sicurezza della repubblica)

Esteri e cooperazione internazionale
Marina Sereni – viceministro
Manlio Di Stefano
Benedetto della Vedova

Interno
Nicola Molteni
Ivan Scalfarotto
Carlo Sibilia

Giustizia
Anna Macina
Francesco Paolo Sisto

Difesa
Giorgio Mulè
Stefania Pucciarelli

Economia
Laura Castelli – viceministro
Claudio Durigon
Maria Cecilia Guerra
Alessandra Sartore

Sviluppo economico

Gilberto Pichetto Fratin – viceministro

Alessandra Todde – viceministro
Anna Ascani

Politiche agricole alimentari e forestali

Francesco battistoni
Gian Marco Centinaio

Transizione ecologica
Ilaria Fontana
Vannia Gava

Infrastrutture e trasporti
Teresa Bellanova – viceministro
Alessandro Morelli – viceministro
Giancarlo Cancelleri

Lavoro e politiche sociali
Rossella Accoto
Tiziana Nisini

Istruzione
Barbara Floridia
Rossano Sasso

Beni e attività culturali
Lucia Borgonzoni

Salute
Pierpaolo Sileri
Andrea Costa

Nelle diocesi africane serve autonomia finanziaria

Il cardinale Luis Antonio Tagle, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, ha chiesto, ai primi di dicembre, ai vescovi dei territori di missione di pensare a una diminuzione del sostegno finanziario da parte di Roma.

Questi “territori di missione” beneficiano, per il loro funzionamento, di una somma stanziata annualmente dagli OPM, denominata “sovvenzione ordinaria”.

Una diminuzione di questo sostegno finanziario non è una sorpresa, come sottolinea monsignor Ignace Bessi, arcivescovo di Korhogo e presidente della Conferenza episcopale della Costa d’Avorio, il quale spiega che una diminuzione dei sussidi è già in atto da diversi anni. E con una riflessione sull’autonomia finanziaria: “ Per me ogni Chiesa deve tendere all’autonomia finanziaria per prendersi a sua volta cura degli altri, dei più deboli. “

Per il cardinale Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di Bangui, la posta dell’OPM suona come un allarme e dovrebbe far riflettere nella Chiesa. ” Un’era sta per finire, dobbiamo creare percorsi nuovi e innovativi ” aggiunge Mons. José Moko Ekanga, vescovo della diocesi di Idiofa, nella Repubblica Democratica del Congo occidentale e vicepresidente della Conferenza. Episcopale nazionale del Congo (Cenco).

Per Maryse Quashie, laica e accademica togolese, le Chiese africane, in ogni caso, non hanno altra scelta che tendere all’autonomia. ” A più o meno lungo termine dovranno fare a meno dei sussidi quando Roma non avrà più i mezzi per distribuirli “, sottolinea.

La situazione è ancora più delicata nella Repubblica Centrafricana, Paese precipitato nell’instabilità dal 2013. ” Se i sussidi venissero aboliti lì, sarebbe drammatico”, dichiara il cardinale Dieudonné Nzapalainga. Ma è chiaramente necessario, per più di uno, sbarazzarsi di quella che padre Kinhoun chiama la “ sindrome dell’accattonaggio ”. 

Già nel 2016 mons. Cyprian Kizito Lwanga, arcivescovo di Kampala, aveva invitato i suoi connazionali ad abbandonare “ la cultura dell’autocommiserazione” . Un atteggiamento che, secondo lui, li condanna a chiedere l’elemosina dai paesi sviluppati. 

Insomma un dibattito vivace che si sparge per tutta l’Africa.

I passaporti Covid potrebbero offrire una gioiosa estate

Molti paesi in tutto il mondo, cercano disperatamente di riaprire le frontiere al turismo.
In Italia l’emergenza Covid è costata complessivamente 25 miliardi di mancati introiti al turismo solo per il drammatico calo di viaggiatori stranieri nel 2020.
Quindi la domanda sempre più pressante è come aprire le frontiere ai viaggiatori immuni dal Covid.

Morten Bødskov, ministro delle finanze danese, la scorsa settimana ha sollevato la prospettiva dell’introduzione del cosiddetto passaporto per il coronavirus entro la fine di questo mese.

Intanto La IATA, l’organizzazione internazionale a cui aderiscono circa 290 compagnie aeree di tutto il mondo, sta per lanciare una nuova app per aiutare i viaggiatori a memorizzare e gestire le proprie certificazioni, i test e i vaccini anti Covid-19. L’app si chiama IATA Travel Pass, sarà gratuita e cercherà di aprire i confini degli Stati in era Coronavirus.
Mentre la Commons Project Foundation, il Forum economico mondiale con un’ampia coalizione di partner pubblici e privati stanno collaborando per lanciare CommonPass, una piattaforma affidabile e interoperabile a livello globale per consentire alle persone di documentare il proprio stato COVID-19 per soddisfare requisiti di ingresso nel paese di destinazione, proteggendo la privacy dei dati sanitari. Questa soluzione sarà presto disponibile su Apple Store e Google Play Store.

L’Intelligenza Artificiale interessa sempre più persone

Nell’ultimo anno il settore dell’Intelligenza Artificiale (AI) ha conosciuto un forte incremento d’interesse e utilizzo da parte delle imprese e degli enti pubblici: questa tecnologia emergente, ormai da tempo considerata un game changer per il prossimo futuro, è fra le tecnologie integranti il piano europeo di ripresa post pandemia. Rispetto all’anno precedente si registra una crescita di soluzioni basate sull’uso dell’intelligenza artificiale pari a circa il 15%, stando alle analisi svolte dall’Osservatorio Artificial Intelligence della School of Management del Politecnico di Milano, con un giro d’affari aumentato di 300 milioni di euro.

Più della metà (53%) delle imprese  medio-grandi italiane ha attivato almeno un progetto basato sull’uso dell’intelligenza artificiale nel corso del 2020: la spesa effettuata è spinta dagli investimenti sugli algoritmi per analizzare ed estrarre informazioni dai dati, chatbot e infine virtual assistant, rispettivamente con quote di investimento del 33%, del +10% e del 28%. Quasi la totalità degli utenti ha ormai confidenza con il termine d’intelligenza artificiale e ne comprende l’utilità soprattutto in relazione all’automazione di specifici compiti (65%), alla guida di veicoli senza l’intervento umano (60%), all’interazione fra uomo e macchina (58%) e al ragionamento logico (40%). Basti pensare che più di metà dei consumatori finali ha già utilizzato prodotti e servizi che includano funzionalità d’intelligenza artificiale, assistenti vocali del telefono o smart speaker per la casa.

AstraZeneca rivede le consegne del vaccino

La Commissione Europea non smentisce che AstraZeneca abbia comunicato l’intenzione di tagliare le consegne di vaccini anti-Covid anche per il secondo trimestre 2021, dimezzandole, come riportato da Reuters.

“Le discussioni con AstraZeneca sul calendario delle consegne continuano – risponde un portavoce della Commissione alla richiesta di una conferma – la compagnia sta rivedendo il calendario e lo sta consolidando, sulla base di tutti i siti produttivi disponibili, in Europa e fuori. La Commissione si attende che le venga presentata una proposta di calendario migliorata”. AstraZeneca aveva già dimezzato, da 80 a 40 mln di dosi (inizialmente a 31 mln, poi le aveva riportate a 40 mln dopo la reazione della Commissione), le consegne di dosi all’Ue previste per il primo trimestre, motivandole con non meglio specificati problemi di produzione (pare si tratti di un problema di ‘raccolto’ dell’adenovirus nello stabilimento belga della Hénogen/Novasep) senza fornire alcuna garanzia per il secondo trimestre.

Ora è arrivata la conferma che il taglio delle forniture della multinazionale anglosvedese riguarderà anche il secondo trimestre. E si prospetta pesante: secondo quanto riportato da Reuters, le consegne dovrebbero passare da 180 mln a meno di 90 mln.

AstraZeneca era centrale nel programma dei vaccini Ue, ma i ritardi nelle consegne stanno rallentando i programmi di vaccinazione in diversi Paesi membri, tra i quali l’Italia.

Gli “Italiani” di Rai Storia. Umberto Veronesi. Un racconto di Giuseppe Sangiorgi

Una vita per la ricerca e per la sanità, ma anche per la pace: è la vita di Umberto Veronesi, che Giuseppe Sangiorgi racconta nel documentario con la regia di Luca Mancini che Rai Cultura propone in prima visione questa sera alle 21.10 su Rai Storia per la serie “Italiani”, con l’introduzione di Paolo Mieli.

A parlare di lui, tra gli altri, sono il figlio e direttore d’orchestra Alessandro Veronesi, i figli e chirurghi Paolo e Giulia Veronesi, l’onorevole Emma Bonino, il presidente Giuliano Amato, e la professoressa Adriana Bonifacino, oncologa ed allieva di Veronesi.

Umberto Veronesi nasce a Milano il 28 novembre 1925 da una famiglia di umili origini, quinto di sei figli. Sarà la madre Erminia Verganti a occuparsi di loro, seguendoli nella crescita e facendoli studiare. Durante la Seconda Guerra Mondiale, dopo essere sopravvissuto all’esplosione di una mina nel 1944, entra nella Resistenza, sfuggendo alla cattura delle SS. Nel 1951 si laurea in medicina.

Pensa inizialmente di specializzarsi in psichiatria, decide poi di dedicarsi alla lotta contro il cancro, che segnerà tutta la sua vita di medico e di ricercatore. Ancora studente inizia a frequentare l’Istituto nazionale dei tumori a Milano, del quale diventa direttore nel 1975. Dopo anni di studi, compie una vera e propria rivoluzione chirurgica nella trattazione del tumore al seno introducendo una tecnica operatoria rispettosa del corpo femminile, ossia la quadrantectomia sostituendola alla mastectomia, quando possibile. Il successo di Veronesi sarà consacrato da una dozzina di lauree honoris causa ricevute nei più diversi Paesi del mondo.

Tra le sue battaglie, quelle della lotta al fumo, per il testamento biologico, per il disarmo, la creazione dell’Istituto Europeo di Oncologia, ospedale d’eccellenza nella cura del cancro, la fondazione di Science for Peace perché l’aspirazione alla pace e alla libertà, sosteneva, è nel DNA del genere umano. Dal 2003 la Fondazione Umberto Veronesi è uno dei maggiori centri per lo studio e la lotta ai tumori e per il progresso della scienza medica. Morirà a Milano l’8 novembre 2006.

Dialogo con Giuseppe De Rita: “Transizione ecologica, digitalizzazione sono parole generiche. La società ha bisogno di evoluzioni lente e partecipate”.

Presidente De Rita, dopo il Suo saggio sul “tenace continuismo nella discontinuità del presente” e un periodo di studio e riflessione, Lei è tornato con vigore al centro delle analisi sociali che stanno a latere dei Rapporti CENSIS e a loro completamento. Mi riferisco in particolare a tre recenti interventi, di cui due articoli sul  ‘Corriere’ (il 30/10 e il 19/01 u.s) e una intervista a ‘Libero’ del 25 gennaio, considerando in particolare le conseguenze nei comportamenti individuali e collettivi generati dalla perdurante pandemia. Già il 54° Rapporto Censis aveva evidenziato un declinare del rancore e del rintanamento  (in atto da anni) in un atteggiamento di egoismo e di chiusura, ora Lei parla esplicitamente di un sentimento di cattiveria che ci pervade : siamo dunque peggiorati?

In questo momento essendoci una dimensione di “sospensione” – perché la pandemia sospende i comportamenti, gli atteggiamenti e secondo me persino le idee- possiamo dire che ci sentiamo forse più cattivi reciprocamente ma l’evento pandemico ha interrotto il prevalente sentimento di rancore che avevamo rilevato anche nei risultati elettorali del 2018. E’ subentrata uno stato di sospensione di atteggiamenti nettamente orientati ,  come espressione dell’incapacità dei singoli di capire dove siamo e in che direzione stiamo andando. Come ho precisato in una precedente intervista vedo tre condizioni interpretative possibili degli stati d’animo prevalenti: una condizione di un popolo in trance, un popolo  in letargo o un popolo in situazione di bolla istituzionale protetta. Questa è la differenza dal passato: non è più possibile in questa fase descrivere la società italiana in base a valutazioni complessive e orientate nel tempo. Noi siamo “sospesi nel tempo”, in questa fase. Succede allora che se io giro il sabato per il Corso di Roma, nel centro storico  e mi guardo intorno per cercare di osservare i comportamenti della gente, noto magari assembramenti e spostamenti di persone ma si tratta di gente che ha “l’occhio perso”, che non focalizza nulla, che non guarda con attenzione neanche la vetrina che ha davanti, probabilmente non ha neanche il desiderio di comperarsi qualche cosa: potremmo definirla una situazione di spaesamento in una condizione oggettiva di sospensione, come ho detto. Probabilmente si verifica una sorta di “trance” collettiva e mi auguro che si tratti di questa mia prima interpretazione poiché il letargo è uno stato di più lunga durata, che avrebbe effetti negativi per il futuro e sarebbe più preoccupante. Non mi sentirei pertanto di trovare un aggettivo che possa spiegare compiutamente questa nuova condizione: non è più rancore, direi neanche cattiveria o tantomeno entusiasmo, perché viviamo sospesi in una sorta di incompiutezza che non può essere rappresentata in modo netto.

In che misura la pandemia ha influito su questo incancrenirsi delle relazioni sociali e degli stati d’animo individuali è facilmente intuibile. Abbiamo vissuto un lungo periodo di isolamento, restrizioni, divieti, ordini, limiti che hanno riguardato le nostre abitudini quotidiane, una cosa alla quale non eravamo ne’ pronti ne’ – nonostante tanta buona volontà – disposti. Essendo un fenomeno mondiale il Covid ha scardinato l’ordine di usanze e consuetudini, inoculando sensi di panico, paure, chiusura emotiva e ogni realtà nazionale ha vissuto ciò come un comune denominatore, con molti errori di strategia e uno sparigliamento geopolitico e conseguenze economiche devastanti ovunque. Come è stata gestita la pandemia in Italia tra stato di emergenza, assenza di un piano pandemico, lockdown totale e a zone colorate,  pletora di DPCM? Lei sa ad esempio quando scade lo stato di emergenza? Non ho trovato uno che lo sappia.

Io sono convinto, fin dalla prima settimana dello “scoppio” della pandemia, che in Italia non si sia fatta nessuna politica di informazione ma solo di comunicazione. Sono due cose diverse, profondamente. Lo Stato, il Ministro, il Presidente del Consiglio, le istituzioni ad ogni livello si limitano a “comunicare”: dati, bollettini, statistiche, morti, contagi, guariti, ricoverati in  terapia intensiva, provvedimenti presi all’ultimo minuto. Ma una informazione profonda su cosa è stata la pandemia, la sua origine, le sue cause, i possibili sviluppi non è mai stata realizzata. Perché, anche se Palazzo Chigi la comunicazione l’ha gestita anche bene, tuttavia la comunicazione  di per sé crea emozioni, ansia, panico, non coscienza collettiva. Magari procura consensi al Presidente del Consiglio pro-tempore se si muove, si dà da fare ma non può sostituire una corretta ed esaustiva informazione. Io l’avevo detto fin dai primi giorni: si era scelta la strada della comunicazione ma per formare convincimenti individuali e collettivi serviva una adeguata informazione: spiegare le cose alla gente. Questo è mancato. Io avevo proposto l’istituzione di una specie di Autority anche temporanea, per coordinare i flussi informativi sul Covid. Avevo pensato all’ISTAT come responsabile di questa informazione: tabelle, incroci, statistiche, proiezioni li sanno fare bene ecc. Forse c’è stato un diniego da parte dell’Istituto Superiore della Sanità, trattandosi di dati epidemiologici, sanitari. Alla fine non si è fatto nulla. Siamo andati avanti così per un anno, a parte le prime conferenze della Protezione Civile, sentendo i telegiornali della sera. E ciò ha riguardato anche le mascherine, i distanziamenti, le istruzioni, le indicazioni di comportamenti corretti. Oggi come dice Lei non si sa quando finisce lo stato di emergenza, ci è stato comunicato il divieto di spostamento tra regioni fino al 27 marzo, ma spiegazioni e informazioni…. nulla. L’informazione più puntuale l’ha data solo 12 ore prima dell’apertura della stagione sciistica il Ministro Speranza quando ha comunicato la chiusura degli impianti provocando lo sconcerto, la rabbia e la reazione dei gestori e degli albergatori. Quello che è mancato nella pandemia italiana è stato un livello di informazione adeguato collettivo, perché è stata preferita la via della comunicazione emotiva.

C’è stata un’enfasi sulle consulenze, le task force, la convocazione di Stati generali, le supervisioni ma spesso scienza e politica non hanno marciato affiancate: la sensazione è stata quella di un navigare a vista tra un DPCM e l’altro, senza una visione, un padroneggiamento, cedendo alle lusinghe dei bonus e degli eccessi di annuncio. La politica italiana è sempre condizionata dal timore di perdere consensi ma non facendo nulla o agendo in modo contradditorio crea disorientamento in una società già di per sé molecolare, dove l’assenza di corpi intermedi allarga il gap tra Stato e cittadini. Qualcuno ha parlato di libertà costituzionali negate, altri di provvedimenti necessitati. Lei ha scritto “non siamo gente tranquilla” ma l’Italia non ha vissuto rivoluzioni quanto accomodamenti. Ciò ha portato a mediazioni verso il basso? A risolvere i personali problemi senza un senso di comunità e di appartenenza?

Il problema di questa pandemia – sotto il profilo sanitario, umanitario ed economico – è stato quello , semplice e persino banale, di aver adottato la strategia della rincorsa. Arrivano i contagi alla periferia di Roma e ci occupiamo di quelli, poi ci sono focolai in Basilicata e chiudiamo il territorio, arrivano in Molise e ci interessiamo pure a quelli. La scelta è stata di rincorrere gli eventi con interventi tampone, la cassa integrazione, ai quali si sono aggiunti i bonus (vacanze, monopattini ecc.)  che hanno determinato una vera e propria politica dei bonus sintomatici: un bonus come soluzione sporadica per ogni problema emergente.  Ora se una classe dirigente non ha una visione politica ma rincorre gli eventi, anziché programmare interventi e pianificare strategie, avere una visione anticipatrice e strategica,  finisce inevitabilmente per adottare scelte dettate da paure ed emozioni e per consegnarsi ad esse, trasmettendo alla gente una sensazione di insicurezza e incertezza.

L’abnegazione e lo spirito di sacrificio, il senso civico dei singoli hanno sopperito a carenze ed errori madornali: comprare i banchi a rotelle e trasformare gli edifici scolastici in ambulatori medici senza tener conto del “fuori”, degli assembramenti, dei parenti in casa, delle frequentazioni amicali, della carenza dei mezzi di traporto da e per la scuola, puntare subito sulla DAD senza considerare che un terzo delle famiglie al sud è priva di connessione internet o di pc, chiudere le scuole senza prevedere come e quando riaprirle. Paolo Crepet ha parlato di un rischio di catastrofe educativa, di fatto c’è una generazione che vive il disagio di un vuoto formativo dalle conseguenze imprevedibili, sia sul piano economico che del mercato del lavoro ma soprattutto a livello di socializzazione superficiale e anaffettiva, di carenze negli apprendimenti, di gratificazione personale. Il nuovo Ministro dell’istruzione presiedeva la commissione di esperti della Ministra Azzolina: adesso che la sostituirà per cambiare le cose dovrà cambiare qualche idea? Un tempo i ragazzi andavano in piazza per protestare contro la scuola selettiva e il “sistema”, ora scendono in strada chiedendo di riaprire e far funzionare le scuole. Come valuta poi il pregiudizio verso la DAD da parte di una generazione che vive la full immersion nel web, i social come forma privilegiata di comunicazione e si porta il cellulare in bagno o a letto?

Lei ha una lunga esperienza professionale in tema di minori e mi insegna che ci sono due elementi che caratterizzano la funzione educativa e formativa della scuola: la socializzazione e l’insegnamento-apprendimento. Al tempo stesso la scuola è stata entrambe le cose, anche negli istituti più tradizionali e rigidi. L’idea che si creava un problema vuoto educativo, di carenza formativa, di assenza di didattica, sostituibile con l’insegnamento a distanza mediante mezzi e strumenti non ha evidentemente tenuto conto dell’altro aspetto che costituisce l’unitarietà della funzione educativa e cioè la socializzazione. Il vero problema era e resta quello di restituire alla scuola la sua duplice anima: con un’anima sola le cose non funzionano, non si va da nessuna parte. Lei pensi al valore di socializzazione primaria nella figura del compagno di banco, di confronto, di confidenza: se isoliamo gli alunni – come singole molecole – nei banchi a rotelle finisce subito tutto. L’errore che è stato fatto è consistito nel considerare solo l’aspetto didattico come prevalente, ciò ha giustificato l’adozione della DAD ma la completezza della funzione educativa e formativa della scuola non si è realizzata, perché ha creato un rapporto solipsistico del ragazzo con il suo PC o tablet, ma rendendolo isolato da un contesto comunicativo, relazionale e di socializzazione. Questa è stata una scelta di incultura che ha delegittimato l’intervento educativo, mancavano le due anime, i due motori. La nuova generazione – pur disponendo di dotazioni tecnologiche che noi non avevamo – cresce comunque in gruppi amicali, di pari, di attività sportive, di oratori, di piccole realtà associative guai se le viene a mancare questa dimensione sociale pur se in forma embrionale. Perciò capisco la richiesta dei ragazzi che scendono in strada per rivendicare un rapporto e una dimensione umana nelle loro relazioni e con gli insegnanti.

Il lungo travagliato periodo pandemico ci ha fatto vivere in uno stato di allerta, tra psicosi, pericoli oggettivi, dissertazioni contrastanti di politici e scienziati che hanno incrementato uno stato di incertezza come se la vita fosse scandita da ritmi rapsodici e imprevedibili ai quali bisogna adattarsi. A parte il fatto che ci sia o meno un coinvolgimento della sfera psichica e mentale nelle conseguenze del virus, abbiamo vissuto tra negazionismo e sfrontatezza, ricerca della libertà nella movida e negli apericena, senso di panico del “noli me tangere”: guai ad essere sfiorati da un altro alla cassa del supermercato. Lei ha individuato tre pericoli che incombono sugli italiani: vivere in trance, entrare in letargo, adattarsi ad esser prigionieri di una bolla istituzionale. Dato che durerà ancora, purtroppo, ce ne vuole parlare?

Anche se dovesse uscire fuori come reazione all’esistenza, questo Paese non può dimenticare che esiste una dimensione globale che non è prerogativa dei carcerati o delle suore di clausura: si accettano le regole e le direttive, si accettano le mascherine come tutela, i limiti orari, il divieto degli sconfinamenti. Questa dinamica è ben spiegata da Ering Goffman nel suo libro ‘Asylums” – ed. Piccola biblioteca Einaudi. Può durare per un periodo limitato, se però per troppo tempo la politica detta le regole del “noli me tangere”  e dei distanziamenti, allora io preferisco la metafora del popolo in “trance”  rispetto al meccanismo artificiale del comando della truppa.     

Forse Trump e Boris Johnson si sono coperti di ridicolo quando hanno inizialmente disdegnato il pericolo pandemico, forti di tradizioni e culture profondamente ispirate alla fiducia nel futuro.  Ma il primo aveva suggerito di bere candeggina mentre il secondo aspettava l’immunità di gregge, invitando alla rassegnazione per la perdita dei propri cari, specie se anziani. Possiamo dire che non siamo caduti così in basso ma quanto ha inciso l’impreparazione della classe dirigente italiana , i cd. “decisori politici” nel commettere errori marchiani e pregiudiziali come il rifiuto del MES, l’assenza di un piano pandemico, i pasticci sulle mascherine, gli ospedali non adeguatamente attrezzati e con personale sanitario insufficiente, la rapsodia incalzante di ordini e contrordini, l’effetto moltiplicatore delle diaspore Stato-Regioni, le strizzatine d’occhio alla Cina dopo aver imboccato la via della seta. E qui veniamo ad una questione di fondo: il livello di competenza dell’attuale classe politica. Chi urlava al “vaffanculo”, rifiutava le dirette streaming, voleva aprire il Parlamento come una scatola di tonno mi pare abbia applicato il peggior doroteismo di sempre: accomodandosi nelle istituzioni ha dimostrato di trovarvisi a proprio agio. Ma dopo la deregulation quanto credibilità meritano certe forze politiche nel progetto di ricostruire un modello di Paese? Ci saranno dei condizionamenti al piglio decisionista di Draghi?

Vede noi che seguiamo i giornali e la cronaca, abbiamo dato una certa importanza al grillismo, al vaffa”, alla scatola da aprire, al Parlamento da scuotere ma se ci pensiamo bene nei fatti non è stato questo l’elemento di distruzione del sistema che – alla fine – ha recuperato e marginalizza questa forma di cultura populista. Il vero problema non è stato il grillismo o il populismo: il vero problema – lo segnalo da anni – è stata la “disintermediazione”, ciò il venir meno della consistenza e dell’importanza dei corpi sociali intermedi tra lo Stato e i cittadini, tra il Paese legale e quello reale. Quando Renzi dice “rottamo tutti”, o da altri per dieci anni si pensa “basta con il sindacato”, “basta con le associazioni”, “basta con i partiti” …. finisce l’esistenza di corpi intermedi che costringono ad un rapporto tra il Re e il popolo, inteso come il potere e il suo popolo. Si tratta di un impoverimento culturale che disintegra il corpo sociale e porta il Paese alla sconfitta, qualunque sia il partito o l’uomo al comando. 

Il graduale processo di cetomedizzazione del Paese è sempre stato un tema analizzato nei Rapporti del CENSIS. Dai Suoi recenti interventi sembra di capire che si tratti più di un graduale processo di accomodamento di status piuttosto che il risultato di un confronto ideologico, di una dialettica collettiva, di un superamento delle diseguaglianze sociali : esso esprime i tratti di un soggettivismo molecolare, legato alle speranze dell’innovazione tecnologica, al benessere. Come è cambiata, se mai esiste ancora, la borghesia oggi?

Il trend  degli anni 90 e fino al 2000 è stato quello di un paese povero, ignorante , senza cultura collettiva, cito il bracciante agricolo, il contadino, il bidello della scuola elementare, che ha raggiunto condizioni oggettive  di una crescita di status, diventando lentamente ceto medio: la casa piccola ma confortevole, un certo benessere economico,  i consumi più alti, le vacanze, l’auto nuova. Questo è stato il fenomenale grande processo di crescita della società italiana iniziato negli anni 70/80, quello di uscire dalla povertà, dall’ignoranza, da una condizione sociale inferiore per definizione, per sentirsi diverso migliore: un processo per certi aspetti secolare. Poi doveva esserci il passo ulteriore, un passo in avanti: la speranza collettiva è che questo nuovo ceto medio che aveva vinto la sua battaglia di uscire dall’irrilevanza, dall’ignoranza e dalla subalternità, diventasse elemento trainante per il Paese: lo pensavo io ma anche Aldo Bonomi, Massimo Cacciari.  Ciò tuttavia non è avvenuto, questa è stata la grande sconfitta di questa borghesia emergente. Il ceto medio si è accontentato di quello che aveva ottenuto, non ha rischiato  non ha prodotto alcuna scommessa sul futuro. La nuova borghesia – a differenza del processo di cetomedizzazione del passato – non è un fenomeno di massa ma si esprime a macchia di leopardo: faccio due esempi desunti dai giornali di questi giorni. Sul Foglio è uscito un articolo di Cingolani che spiega come le banche italiane sono governate da persone nate a Roma e descrive la capitale come nuova culla della borghesia finanziaria italiana, su altra stampa si è enfatizzato il management istituzionale e di una nuova borghesia medio alta romana sul piano amministrativo, quello degli alti dirigenti della P.A e dei ‘grand commis’ di Stato. Questo mi fa pensare ad una ripartenza della borghesia medio alta in Italia, una èlite a macchia di leopardo.

Senza riserve Lei si definisce uomo della Prima Repubblica: per formazione culturale, esperienza professionale, avendo vissuto l’epoca di una società attraversata da forti contrapposizioni ideologiche ma legata alla voglia di fare, all’accettazione del sacrificio in funzione di un progresso da conquistare, ad un progetto di futuro, ad una speranza di crescita collettiva da condividere. Credo che in molti oggi sottoscrivano questo nostalgico amarcord e questa appartenenza ideale, specie da quando le poche idee sono state sostituite dalle molte opinioni in circolazione. Ogni dibattito politico appare sterile e vuoto di contenuti, ripetitivo, uno stanco clichè. Un tempo i partiti celebravano i congressi, oggi i futuri deputati vengono designati dal web. Pare di vivere oggi un tempo deprivato da sogni e radicamenti  culturali, da un’etica del vivere sociale. Lei cita Moro e Andreotti e i due modi di intendere la politica come guida o come rimorchio della società. Ci siamo forse rassegnati e cedere il primato della democrazia sostanziale a favore di una democrazia virtuale? Non Le sembra che abbiamo imboccato la strada della delega anziché quella del ragionato consenso?

La delega è uno strumento indispensabile, non dobbiamo demonizzarlo, anche se comporta meccanismi complessi. E’ un elemento necessario. Quello che non va bene è l’idea che attraverso la delega si mettano in conto meccanismi di potere reale: non si può fare politica sulla piattaforma Rousseau, senza dibattito, senza discussioni, senza approfondimenti, con risposte secche si/no, è giusto/sbagliato, di adesione o non adesione ad un quesito predeterminato. La politica è fatta di meccanismi delicati. Circa le posizioni di Moro e Andreotti non le ho poste in una dimensione tassonomica: sono due operazioni politiche che hanno bisogno di complessità e di fatica, non possono essere esercitate attraverso la delega sulla piattaforma Rousseau.

Il trasformismo politico che non consiste solo nel cambio provvisorio di casacca ma in un decadimento totale di valori fondativi, di coerenza tra vita pubblica e privata, nel dire e nel disdire, nella personalizzazione alla guida dei partiti, sempre meno contenitori di idee e sempre più aggregazioni di interessi, ci porterà ad una ribellione della società civile o all’accettazione passiva del declino? Dopo la crisi di Governo si è creata una maggioranza parlamentare eterogena che sostiene il Presidente Draghi. Conversione etica, calcolo politico o rischio di perdere i finanziamenti europei? Il carisma di Draghi, la sua competenza, l’esperienza maturati al vertice della BCE sono una garanzia per il Paese. Si prospettano priorità come “la transizione ecologica” e la digitalizzazione”? Condivide questa tassonomia?

Queste indicazioni – l’ecologia, la transizione, la riconversione, la digitalizzazione– sono frutto di una genericità di approccio. Per carità, sono tematiche anche serie. Tradotte tuttavia a programma di lungo periodo nella società non funzionano, salta tutto. Perché la società ha bisogno di evoluzioni lente e in qualche modo partecipate. Il Recovery Fund , questa scelta europea di investire, non può essere equiparato al Piano Marshall. Era ben altra cosa che aveva tre fattori fondamentali: primo, una vocazione politica unitaria, era l’America che cercava di creare un fronte atlantico di alleanze. Secondo il Piano Marshall era qualcosa che aveva un senso profondo di futuro, basato su una logica americana di neo capitalismo come punto di riferimento che ci veniva proposto, senza imporlo. Terzo: nel Piano Marshall c’era la possibilità di coinvolgere le masse su cose che conoscevano: la casa, il lavoro del padre , il futuro. Oggi si tratta di cosa diversa, troppo generica. Mi spieghi  qualcuno cosa significa “riconversione ecologica”: non si basa su esperienze compiute, cose conosciute e sperimentate. Si tratta di qualcosa tutto da inventare. Il fascino delle parole prevale sulla sostanza dei programmi che devono partire da basi consolidate nella storia. Rischiamo operazioni di vertice fatte anche bene, tecnicamente articolate,  ma che a mio avviso non avranno futuro perché non condivise dal consenso popolare, senza il traino di massa che è necessario.

Sto leggendo un interessante libro sulla vita di De Gasperi: uomo politico, marito, padre. Visto in una dimensione politica e domestica. Uno che nel 1945 saliva sull’aereo per gli USA per trattare un prestito all’Italia,  indossando un cappotto prestato dal Ministro Attilio Piccioni perché il suo era liso o che – partecipando il 10 agosto del 1946 alla Conferenza di pace di Parigi – aveva l’umiltà di esordire in questo modo: “Prendendo la parola in questo nobile consesso internazionale avverto che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me.” Fu proprio Andreotti che di Lui mi disse: “Di De Gasperi quello che creava entusiasmo era la sua integrità. Cioè a dire: era ‘tutto uno’, come politico, come cattolico, come uomo di cultura, non era fatto a compartimenti come siamo fatti spesso molti di noi. Esprimeva il grandissimo fascino di saper testimoniare la sua assoluta coerenza con la sua vita anche quando questo gli era costato molto, compreso il carcere”. La ruota della storia compie il suo giro: avremo ancora persone così? 

La mia risposta alla Sua domanda è “no”, purtroppo. Oggi siamo tutti piccolo-borghesi per tentare di assomigliargli. Vorrei dire che ci sono alcune cose nella vita di De Gasperi che sono tutt’affatto banali. Aveva ragione Giulio Andreotti a descriverlo così. Era persona integra, retta, unica. Lei sta leggendo il libro del carteggio tra Alcide e la moglie Francesca: ancora più commoventi sono le lettere tra lui e la figlia Suor Lucia. Avere una figlia suora era un dono che completava il loro affetto familiare. Chi oggi può vantare il dono di una figlia suora? Lui aveva una dimensione spirituale che era unica e rendeva lui unico.  Era un diamante e la durezza del diamante non può essere scalfita.

Ricordare Franco Marini, un grande leader del sindacato e della politica

Quando si debbono ricordare gli amici, che improvvisamente ci lasciano, è difficile pensare e riflettere perché i sentimenti di commozione turbano lo stato d’animo dell’uomo. Le brutte notizie ci richiamano, nostro malgrado, a una realtà quotidiana nella quale siamo tutti pellegrini, con le nostre certezze e le nostre fragilità. La scomparsa di Franco Marini, avvenuta a Villa Mafalda a Roma, il 9 febbraio scorso, è prima di tutto la perdita di un grande amico, con il quale abbiamo condiviso un percorso per tanti decenni, con gli stessi ideali e con l’impegno sindacale e politico, prima nella Cisl e poi nella Democrazia Cristiana, fino al Partito Democratico  (passando dopo lo scioglimento della DC attraverso il Partito Popolare e la Margherita). 

Franco Marini ha dedicato il suo impegno sociale dall’inizio degli anni sessanta  alla Cisl,  fondata da Pastore e Storti, con un incarico all’Ufficio Organizzativo Confederale, poi dirigente della categoria del sindacato parastatali (essendo dipendente della Cassa del Mezzogiorno), fino a diventare Segretario Generale della Cisl nel febbraio del 1985, succedendo a Pierre Carniti. 

Anni difficili ma ricchi di battaglie ideali, basti pensare alle vicende legate all’autonomia del sindacato, con l’introduzione dell’incompatibilità fra cariche sindacali e politiche, al grande obiettivo dell’unità sindacale fra le tre Confederazioni e la nascita della Federazione Unitaria, e i forti contrasti fra organizzazioni sindacali e fra forze politiche sulla scala mobile e il conseguente referendum popolare, Queste alcune questioni che hanno caratterizzato fortemente la vita politica e sociale del nostro Paese, con il sindacato sempre protagonista e con enormi responsabilità.

L’aspetto più difficile degli anni ‘70 e  degli anni ‘80, è stato certamente il terrorismo, i cosiddetti “anni di piombo”, ove il sindacato unitariamente ha rappresentato l’architrave della difesa della democrazia e delle istituzioni, che combatteva chi intendeva sovvertire l’ordinamento repubblicano del nostro Paese. Anni di paura e di tensioni, specialmente per chi rivestiva incarichi di responsabilità nel sindacato e in politica, che hanno sconvolto la nostra società, con i tanti attentati specialmente a Roma, dove vittime innocenti hanno pagato con il sangue la follia omicida dei terroristi, sia per il loro ruolo che per le loro idee. 

Un esempio, fra i tanti: la morte di decine di agenti delle Forze dell’Ordine e del prof. Ezio Tarantelli, di 43 anni, assassinato delle Brigate Rosse nel parcheggio dell’Università  “La Sapienza” a Roma, al termine di una lezione. Un economista di grande valore, che collaborava con impegno e dedizione con la Cisl, ucciso per la sua vicinanza al sindacato. Franco Marini ha testimoniato con forza il ruolo del dirigente sindacale sempre presente, nelle grandi occasioni e nella vita quotidiana degli organismi territoriali e categoriali, e si è speso con un grande ideale: “ La  libertà come presupposto della democrazia e della giustizia. Quella vera”.

Nel mese di aprile 1991, nella formazione del VII Governo Andreotti,  Franco Marini viene chiamato a ricoprire la carica di Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, e lascia la Segreteria Generale della Cisl a Sergio D’Antoni. Inizia un nuovo impegno, ma lo spirito e lo stile  rimarrà quello del sindacalista, di cui era fiero. Successivamente, dal 1992 viene eletto  deputato, e confermato nelle 3  legislature successive, poi europarlamentare, e  senatore in 2 legislature, fino al 2013.

Nell’attività del Partito Popolare Italiano,  Marini diventa Segretario nel 1997, per due anni, e nomina Vice Segretari Dario Franceschini e Enrico Letta. Nell’aprile 2006, viene eletto alla seconda carica dello Stato, Presidente del Senato, dopo tre votazioni, con un testa a testa con il senatore a vita Giulio Andreotti, sostenuto dalla Casa delle Libertà. Nel discorso d’insediamento Marini dichiara: “Sarò il presidente di tutto il Senato e in un  dialogo fermo e mai abbandonato sarò il Presidente di tutti voi, con grande attenzione e rispetto per le prerogative della maggioranza e per quelle dell’opposizione come deve essere in una vera democrazia bipolare, che io credo di aver modestamente contribuito, anche con il mio apporto, a realizzare nel nostro Paese.”

Infine l’amarezza per la mancata elezione al Colle, anche se candidato del Centrosinistra e di buona parte del Centrodestra, malgrado i 521 voti alla prima votazione,  Marini decise di desistere e rinunciò, stessa sorte poi per Romano Prodi,  “il fuoco amico” e molte promesse non mantenute giocarono per la riconferma temporanea di Giorgio Napolitano, Presidente uscente. Tutto ciò non toglie nulla alla figura e alla testimonianza di Franco Marini, definito “un cavallo di razza”, sia come sindacalista e sia come uomo politico. Significative le parole di Sergio Mattarella, Capo dello Stato, che ha dichiarato in un messaggio alla famiglia: “Eminente esponente della Repubblica, sempre in difesa dei più deboli”.

Franco, Ti ricorderemo con stima e affetto. Riposa in pace accanto a tua cara moglie Luisa a San Pio delle Camere in Abruzzo.

Un nuovo mondo sta crescendo

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

Stiamo vivendo anni folli. Pandemia, crisi economica, impoverimento delle popolazioni, milioni di posti di lavoro a rischio… eppure, nello stesso tempo, si intravedono le luci di una nuova alba che potrebbe inaugurare la stagione del più grande sviluppo economico e sociale nella storia dell’umanità.
A poco più di un anno dall’inizio della pandemia sono 111 milioni le persone che hanno contratto il virus; quasi 2 milioni e mezzo i deceduti.
I guariti sono 62 milioni e mezzo, mentre la curva mondiale dei positivi e dei pazienti costretti al ricovero sta scendendo rapidamente; anche se, almeno in Italia, continuano ad accendersi nuovi focolai in zone impreviste.
Dal punto di vista economico, è stata mobilitata una massa enorme di finanziamenti per sostenere il sistema sanitario e cercare di contenere i danni provocati dalle misure di lockdown.
Ma per evitare che si accumuli solo debito, bisognerà utilizzare il denaro a disposizione per fini produttivi, rilanciando l’economia reale ed il lavoro. Occorre una visione nuova e più avanzata della società, della giustizia, delle relazioni internazionali e dello sviluppo economico. Una visione che sia sostenuta da una più alta concezione dell’uomo e della sua dignità umana e spirituale.
Il mondo necessita di una rivoluzione culturale che non si accontenti di tornare alla situazione preesistente al Covid.
Dobbiamo osare il futuro per superare i gravi problemi provocati dal modello economico speculativo ed utilitarista, e per costruire un mondo più giusto e più umano.
Sono diversi i protagonisti che, a livello mondiale, si stanno distinguendo nella costruzione di un nuovo possibile rinascimento. Tra essi, spicca Papa Francesco.
Fin dall’inizio del suo pontificato il Papa si è impegnato per portare pace dove c’è conflitto, speranza dove c’è abbandono, giustizia dove c’è sopruso, condivisione e cultura del dono dove imperano l’avidità e l’egoismo.
In questo modo ha cercato di praticare il Vangelo in ogni ambito del pianeta, dialogando cristianamente e umanamente, invitando il mondo a cooperare per realizzare il sogno di una civiltà dell’amore.
Ed è proprio per alimentare, comunicare e realizzare il sogno e la rivoluzione indicati da Papa Francesco che è nata ed opera “Orbisphera”.
Il nostro primo compito è quello di scoprire e far conoscere quanto bene c’è al mondo, quanta luce si trova anche nei posti più bui, quanto calore si genera anche dove il gelo sembra prevalere…
Siamo “pellegrini del cyberspazio”, uomini e donne che investono in umanità, che alimentano la speranza, che cercano l’infinito e non gli basta, che diffondono coraggio e idee innovative, per realizzare la “cultura dell’incontro” e la civiltà dell’amore.
Sali con noi sull’astronave di “Orbisphera”, viaggerai con un equipaggio di fratelli e sorelle che cercano di raggiungere i confini della conoscenza e della fede dialogando con il linguaggio del cuore!
Aiutaci a diffondere “Orbisphera” su Internet e in ogni dove.
Sostieni e investi in “Orbisphera”. Ogni contributo, anche il più piccolo, alimenterà la buona comunicazione e i progetti di pace e sviluppo.

Ora si può fare. L’appello per una nuova alleanza riformista e liberal democratica.

Pubblichiamo volentieri questo documento, messo in rete da Linkiesta, che vede la firma di vari amici con i quali condividiamo idee e propositi generali. Teniamo in ogni caso a sottolineare che l’aggregazione di un’area di tipo liberal-democratico, seppure aperta al contributo dei cattolici democratici, costituisce senz’altro un’operazione interessante e lodevole, ma rischia di riproporre un approccio molto simile ad altri “patchwork politici” (vedi il caso della Margherita) da cui i Popolari sono usciti, all’epoca, con un senso di liberazione. Questo è un problema solo in apparenza secondario, quindi ininfluente per i più; invece, se trascurato o peggio ignorato, può compromettere quello sforzo necessario che mira all’obiettivo di una sana ricomposizione delle forze riformatrici e popolari, eredi di culture politiche ancora vive e produttive. Insomma, il dibattito comincia e vale la pena alimentarlo, con sincera  generosità.

Alternativi alle derive populiste, lontani dalla tendenza assistenzialista, la galassia dei soggetti autenticamente europeisti, liberali, popolari deve ritrovarsi in un progetto unico per sostenere la transizione dell’Italia. Le idee sono chiare, i leader emergeranno da soli, scrivono nella lettera aperta i primi firmatari

La positiva soluzione della crisi politica apertasi con la caduta del governo giallo rosso apre una nuova fase della vita politica italiana, nella quale il nuovo governo europeista e riformista presieduto da Draghi potrà consentire di superare le cause più profonde che hanno determinato la palude nella quale il paese è stato drammaticamente spinto negli ultimi anni.

A ben vedere molte di quelle cause affondano le loro radici nei nodi irrisolti della eterna transizione italiana, che il fallimento della riforma costituzionale del 2016 ha reso ancor più visibili e gravi nella misura in cui ha fatto franare gli sforzi, seppur deboli e contraddittori, che erano stati perseguiti dai governi di centrosinistra.

Ma l’ingovernabilità che ha paralizzato il Paese negli ultimi mesi nasce anche dalle contraddizioni interne ai principali partiti: al MoVimento 5 Stelle, la cui classe dirigente ha per lo più fallito la prova della propria istituzionalizzazione; al Centrodestra, rimasta impigliata per tutta la prima fase della crisi in un registro politico esclusivamente propagandistico; al Centrosinistra, avvitato in una discussione sempre più ideologica sulla presunta ineluttabilità di una nuova “unità della sinistra” basata su un rapporto organico con il M5S.

Per quel che riguarda in particolare il Pd, il nuovo gruppo dirigente che ha sostituito quello che si era formato attorno a Matteo Renzi, ha creduto di risalire la china di due sconfitte elettorali abbandonando la via tracciata al Lingotto di dare vita a un partito a vocazione maggioritaria, postideologico ed europeo, e ascoltando le sirene di chi descriveva il M5S come una casamatta nella quale si era rifugiato un non meglio specificato «popolo della sinistra», critico nei confronti di un partito che aveva a loro dire perduto le proprie radici di sinistra.

Per inseguire questa chimera il Pd ha tagliato i ponti con il riformismo liberal socialista sul quale fondava la sua identità originaria, per inseguire il populismo su una strada pericolosa e miope e ha tagliato i ponti con i mondi vitali del cattolicesimo democratico pensando di rappresentarli con i resti del centrismo più concentrato sul potere per il potere che sui valori.

Queste dinamiche dello spazio politico hanno avuto ripercussioni nel campo delle forze di ispirazione autenticamente europeista, riformista, liberale, socialista, popolare e democratica. Una crisi che riguarda soprattutto il lato dell’offerta politica, 

La domanda c’è, ma gli elettori che non si rifugiano spaesati nell’astensione sono al momento divisi tra diverse forze politiche: Azione, Italia Viva, Più Europa, e in parte il Partito democratico e Forza Italia; e tutte si candidano a rappresentare quelle istanze.

Fuori dai partiti molte sono le realtà che operano con questi medesimi obiettivi, raccogliendo chi non trova risposte nei partiti. Vogliamo ricordarne alcune, dimenticandone certamente tantissime: Base Italia, Voce Libera, Libertàeguale, Insieme, i Circoli dell’Avanti, Demos, Volt, Alleanza Civica, Ali, Liberioltre.

L’avvento del governo Draghi può favorire la ricomposizione di questo “fronte” perché dal lato della policy può favorire la realizzazione di quelle riforme strutturali senza le quali il Recovery plan italiano resta un elenco di buoni propositi, da quello delle politics ha ricomposto in un unico campo tutte le forze che si erano divise sul sostegno o meno al Conte II.

Può così prendere forma un progetto politico di ampio respiro nel quale collocare le risorse straordinarie dell’Unione europea e la struttura della governance preposta a gestire l’esecuzione dei piani previsti, ma soprattutto finalizzarle alla rinascita e alla ricostruzione del Paese dopo un cupo decennio di crisi economiche e pandemiche.

Un progetto politico che assuma la bussola del “debito buono” (quello fatto di investimenti e non di sussidi), lanciata un anno fa dallo stesso presidente del consiglio per investire su infrastrutture, istruzione, sanità, economia circolare, sostenibilità ambientale, transizione digitale, pubblica amministrazione, giustizia, giovani, cultura, lasciandosi alle spalle quei vetusti marchingegni statalisti e assistenzialisti nell’erogazione della spesa pubblica, che costituiscono la base materiale su cui edificare sia lo scivolamento della sinistra verso il massimalismo, che quello della destra verso il sovranismo.

Se questo è il quadro, non solo si apre uno spazio d’azione notevole per le forze che per brevità chiameremo riformiste, ma le chiama anche ad una responsabilità ancora maggiore verso il Paese: è dalla loro unità di intenti e riconoscibilità che dipende il successo di quella progettualità politica che è indispensabile per guidare il Paese verso la rinascita post pandemica, davvero analoga a quella del boom economico post bellico. Se falliranno, se falliremo, sarà sempre più concreta una prospettiva di decrescita e assistenzialismo.

Ma queste forze ora non sono un campo politico coeso e riconoscibile; sono uno spazio ma non ancora una proposta e un progetto.

Questa è la sfida che hanno di fronte i soggetti che rifiutano la deriva populista e/o sovranista dei campi dove attualmente si collocano. Molti, soprattutto nel Pd, ma anche nel centrodestra si intravede qualche distinguo, stanno resistendo. Lo abbiamo visto e apprezzato anche durante le prime fasi della crisi del secondo governo Conte. Resistere, distinguersi, però non basta più. Come non ha senso la pretesa di autosufficienza dei soggetti fuori dai partiti maggiori.

È necessario, anzi urgente, uno sforzo unitario. Compete ai veri leader, se sono veramente tali, l’onere di farsi promotori del salto di qualità necessario per riconoscere che poiché l’obbiettivo politico è comune, esso va perseguito agendo di comune intento.

Lanciamo quindi un appello perché si mettano in moto: il Paese ha bisogno di uno spazio politico alternativo ai due populismi. Alternativo sia a una destra sovranista e nordista che una sinistra massimalista, giustizialista e assistenzialista. Serve uno sforzo di sintesi per andare oltre i personalismi e integrare l’offerta politica.

È difficile, ma è questo il momento più opportuno per farlo e in questo modo raccogliere le migliori energie che sono lontane dall’impegno politico diretto, nel mondo del lavoro, del sociale, dell’ambientalismo riformista e dell’impresa.

E il leader? Una vera leadership quando c’è, emerge: senza predeterminazioni, dannose proprio al processo di costruire una squadra forte e coesa.

Tutte le leadership importanti si sono forgiate sul campo. In questo caso sarà colei o colui che riuscirà a tenere insieme realtà diverse e a condurre la propria gente da un ambiente che le è familiare ad un mondo che non ha mai conosciuto.

Firmatari

Alberto De Bernardi, Alessandro Maran, Marco Campione, Isabella Conti, Emma Fattorini, Isabella Conti, Alessandro Barbano, Ada Lucia De Cesaris, Pier Camillo Falasca, Luciano Floridi, Lucia Valente, Carmelo Palma, Oscar Giannino, Sofia Ventura, Emanuela Poli, Lorenzo Dellai, Costanza Hermanin, Sergio Scalpelli, Francesco Luccisano, Silvia Zanella, Emanuela Girardi, Massimo Adinolfi, Andrea Olivero, Alfonso Pascale, Sandro Trento, Rosanna Scopelliti, Claudia Medda, Federico Ronchetti, Massimo Pesenti, Mario Rodriguez, Claudia Mancina, Giovanni Cominelli.

Industria: Istat, “nel 2020 il fatturato registra il peggior risultato dal 2009, per l’emergenza sanitaria”

A dicembre si stima che il fatturato dell’industria, al netto dei fattori stagionali, aumenti dell’1,0%; nel quarto trimestre l’indice complessivo è cresciuto dello 0,8% rispetto a quello precedente.

Anche gli ordinativi registrano a dicembre un incremento congiunturale (+1,7%) e nell’ultimo trimestre del 2020 aumentano del 2,6% rispetto a quello precedente.

La dinamica congiunturale del fatturato è sintesi di una crescita del mercato interno (+2,0%) e di una contrazione di quello estero (-1,0%). Per gli ordinativi l’incremento congiunturale riflette un sostenuto aumento delle commesse provenienti dal mercato interno (+6,5%) e un significativo calo di quelle provenienti dall’estero (-4,9%).

Con riferimento ai raggruppamenti principali di industrie, a dicembre gli indici destagionalizzati del fatturato segnano aumenti congiunturali per l’energia (+10,6%), per i beni strumentali (+1,5%) e per i beni di consumo (+0,6%); per i beni intermedi si rileva, invece, una flessione dello 0,6%.

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 21 contro i 20 di dicembre 2019), il fatturato totale diminuisce in termini tendenziali dello 0,5%, con un incremento dell’1,7% sul mercato interno e un calo marcato su quello estero (-4,6%).

Con riferimento al comparto manufatturiero, il settore dei mezzi di trasporto registra la crescita tendenziale più rilevante (+38,9%), seguito dall’industria metallurgica (+7,1%), mentre il comparto tessile e dell’abbigliamento e le raffinerie segnano le performance peggiori (rispettivamente -19,4% e -30,7%).

In termini tendenziali l’indice grezzo degli ordinativi cresce del 7,0%, con aumenti su entrambi i mercati (+7,8% quello interno e +5,8% quello estero). I maggiori incrementi si registrano nella metallurgia (+15,0%) e nell’industria dei macchinari e delle attrezzature (+12,6%), mentre i peggiori risultati si rilevano per le farmaceutiche (-5,8%) e per l’industria tessile e dell’abbigliamento (-12,6%).

Le città e la sfide della neutralità climatica

Le città protagoniste della sfida alla neutralità carbonica. Si stima infatti che proprio le città siano responsabile dell’ 80%  delle emissioni di gas serra e nessun percorso di decarbonizzazione può quindi prescindere dal loro coinvolgimento.

La web conference  Le città e la sfida della neutralità climatica che si svolgerà il  25 febbraio prossimo, promossa dal Green City Network e da Italy for Climate in collaborazione con il GSE e l’Ambasciata Britannica a Roma,sarà l’occasione per comprendere meglio la sfida della neutralità carbonica delle città Italiane valutandone le criticità, le prospettive e le possibili azioni attuative e presentare agli Amministratori la campagna Race to Zero promossa dalle Nazioni Unite in vista della COP 26.

 Ne discuteranno Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile;  Francesco Vetrò, Presidente del GSE (Gestore dei Servizi Energetici); Giusy Lombardi, DG per il clima, l’energia e l’aria del Ministero dell’ambiente; Jill Morris, Ambasciatore Britannico in Italia insieme ad alcune città italiane che testimonieranno il loro impegno e la loro concreta esperienza.

Covid: “Italia avrebbe mentito a Oms”

L’Italia potrebbe aver fuorviato l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sulla sua preparazione ad affrontare una pandemia.

Secondo il Guardian l’Italia avrebbe stilato un rapporto di autovalutazione  il 4 febbraio 2020 aggiudicandosi il livello più alto nella lotta alle pandemie.

Nella sezione C8, dove i Paesi devono valutare la loro preparazione complessiva a rispondere a un’emergenza sanitaria pubblica, l’autore del documento segna l’Italia nel ‘livello 5’, il più alto.

Si tratta di un’autovalutazione che ogni anno i Paesi vincolati dal Regolamento sanitario internazionale (Ihr), trattato finalizzato a combattere la diffusione globale delle malattie, sono tenuti a presentare all’Oms per dichiarare lo stato della loro preparazione in caso di emergenza sanitaria.

Il livello 5, illustra il Guardian, equivale a dire che nel Paese che si colloca in questa categoria il “meccanismo di coordinamento della risposta alle emergenze del settore sanitario e il sistema di gestione degli incidenti collegato a un centro operativo nazionale di emergenza sono stati testati e aggiornati regolarmente”.

Tuttavia, fa notare l’autore del servizio, “lo scorso anno è emerso che l’Italia non aveva aggiornato il suo piano pandemico nazionale dal 2006, fattore che potrebbe aver contribuito ad almeno 10mila morti di Covid-19 durante la prima ondata e che è un elemento chiave nell’inchiesta della Procura di Bergamo sui presunti errori da parte delle autorità”.

 

Un rinnovato senso di comunità

La questione di un nuovo centro politico sta appassionando non poco, negli ultimi giorni, politici e pensatori che hanno sperimentato la pochezza politica degli ultimi decenni.

Soprattutto dopo il varo del Governo Draghi sembra riemergere all’orizzonte una speranza di centro politico, distinto e distante sia dall’antipolitica, sia dalle destre, ma soprattutto rispetto alle posizioni ormai sterili del Partito Democratico.

La questione è sicuramente aperta nel dibattito politico nazionale, ma penso non sia ancora matura se si constatano giudizi e prese di posizione che non fanno alcun riferimento alle motivazioni ideali autentiche dei popolari e dei cattolici democratici.

O meglio, la questione è matura ma mancano strategie politiche serie per ricominciare un percorso ideale interrotto bruscamente solo per quella manciata di potere fine a sé stesso.

Il popolarismo è diviso oggi in mille rivoli, per cui vi sono piccole formazioni politiche che ne usano il nome a destra e a manca: popolari nel PD, Popolari per l’Italia, UDC (tanto per citare le più appariscenti).

Ma se si va al fondo ideale di queste formazioni (ammesso che vi sia un fondamento ideale) si scopre come l’unica motivazione che le tiene in vita è la continua ricerca di potere, di poltrone, della candidatura al Parlamento o nei vari Consigli regionali.

Galleggiano sull’acqua stagnante ed ormai putrida della politica italiana.

Ecco che allora ridurre il dibattito politico all’idea della federazione o, meglio, ad individuare un federatore che possa garantire la ripresa di un cammino politico, sembra essere un tentativo anchilosato, sorpassato e privo non solo di stimoli ideali, ma anche di futuro.

Luigi Granelli direbbe ancora oggi che le idee non si assommano, che il cattolicesimo democratico affonda le sue radici nel pensiero di Sturzo, De Gasperi, Dossetti, La Pira, Lazzati, Vanoni, Moro, Donat Cattin e Zaccagnini.

Non sono questi ultimi dei semplici richiami ad un passato che non c’è più, ma una presa di coscienza coerente ed ineliminabile della vicenda politica dei cattolici impegnati in politica.

Perché se è vero che il cattolicesimo democratico non è mai tramontato sul piano ideale e dei valori (e, soprattutto, che non è stato sconfitto dalla storia), occorre anche riconoscere che a partire dagli anni Ottanta è venuta meno quell’etica pubblica che lo ha degradato a semplice strumento del potere, della ricerca del potere fine a sé stesso.

Già l’etica pubblica! Come si può essere credibili nella società se si rinnegano i valori della comunità, della solidarietà, dell’attenzione verso gli ultimi, del riscatto sociale delle posizioni più indifese e che meritano una rappresentanza politica seria ed onesta.

Allora, prima di parlare di federazioni (che hanno tutta l’aria di una propensione a nuovi posti di potere o a riconquistare posti di potere), occorrerebbe confrontarsi su queste tematiche che, non a caso, erano alla base delle riflessioni e delle idee politiche di Luigi Sturzo.

Non si costruisce una nuova posizione politica guardando a qualche parlamentare che siede a Monte Citorio o a Palazzo Madama (questi ultimi vegetano e non sono interessati ad un nuovo percorso politico, ma alla semplice ricandidatura), c’è bisogno di coraggio, di entusiasmo e di freschezza ideali.

Quando gli studenti piemontesi accesero le speranze dei liberali di tutta italia

Se la protesta parte dai giovani lascia il segno, specie quando mette a repentaglio la loro stessa vita e assesta uno scossone politico alle istituzioni e ai poteri affermati. Succedeva allora ed è successo, nel bene e nel male, anche in tempi più recenti, vedi gli anni ’60 e ’70 del Novecento. Duecento anni fa, sull’onda dei moti scoppiati nell’estate del 1820 a Napoli, in Spagna e in Portogallo – i quali indussero rispettivamente i sovrani Ferdinando I, Ferdinando VII e Giovanni VI a concedere la costituzione – anche in Piemonte si mobilitò parte dei cittadini, con in testa gli studenti. Rivendicavano riforme, maggiori libertà civili, ma in primo luogo auspicavano lo sgombro degli austriaci dal vicino Lombardo-Veneto.

Cominciò tutto durante una fredda giornata invernale. Torino, 11 gennaio 1821, Teatro di Angennes (oggi Gianduia), un casermone divenuto punto d’incontro abituale degli universitari della città e dintorni. Si rappresentava “La gazza ladra” di Rossini; fra il pubblico, variegato e sempre rumoroso, si distinsero quattro ragazzotti con un vistoso berretto rosso in testa, i quali richiamarono l’attenzione divertita e le risate degli spettatori. Ma gli agenti di servizio non risero affatto, perché quel cappello frigio aveva un suo significato e lanciava un messaggio preciso: simboleggiava infatti il giacobinismo francese affine alla Rivoluzione del 1789. Uno dei quattro fu arrestato, mentre gli altri, riusciti a fuggire, vennero denunciati. A quell’episodio seguirono giorni di perquisizioni, di sequestri di materiale ritenuto sovversivo (volantini e manifesti), di arresti, perpetrati soprattutto nelle fila degli ambienti universitari. Furono epurati addirittura una quindicina di insegnanti. 

A quel punto la mobilitazione si fece più insistente e, forte di una partecipazione maggiore, si estese progressivamente presso le altre università distribuite in tutta la regione (a Cuneo in primis). I giovani chiedevano a gran voce il rilascio dei colleghi arrestati – tra l’altro in modo illegittimo perché, come è noto, al tempo gli iscritti all’Università godevano del “diritto di foro” e avrebbero potuto essere posti in stato di fermo solo su richiesta di una magistratura non ordinaria – e un punto d’incontro con la corona in merito alla condizione politica dei territori italiani a nord-est.

L’Università del capoluogo sabaudo venne occupata da un centinaio di studenti, motivo che scatenò una durissima risposta da parte delle forze dell’ordine. E sebbene il governatore di Torino, Thaon de Revel, avesse intimato alle truppe regie «Souvenez vous que vous avez à faire à des enfants», ci furono ben 38 feriti (alcuni di loro riportarono l’amputazione delle dita e addirittura un naso mozzato) e 45 arresti. Racconta il Brofferio, nella sua Storia del Piemonte, che «[…] Non furono i soldati quelli che si macchiarono in più gran copia dello strazio di pochi e disarmati giovinetti; si recarono a gloria parecchi ufficiali di seguitare i passi del governatore, per far pompa sotto gli occhi suoi di devozione alla monarchia assoluta; e fu dalla mano di costoro che vibraronsi i colpi più micidiali». Dopo le violenze e gli scontri, la protesta si radicalizzò sino a coinvolgere le elités intellettuali democratiche e ampie fasce della cittadinanza piemontese. A prendere in mano il comando della sollevazione fu il Conte Santorre di Santarosa, che a suo dire, era riuscito a coinvolgere anche dei reparti dell’esercito dei Savoia, pronti – sostenne – all’ammutinamento; si erano altresì costituite delle società vicine alla carboneria, ma a struttura aperta e con obiettivi dichiaratamente costituzionali (nulla a che vedere con le lobbyes massoniche che di lì a pochi decenni avrebbero messo in discussione il sistema sociale a vantaggio di poche congreghe equivoche e caratterizzate dalla segretezza dei membri associati). A inizio marzo 1821 Santarosa stabilì una sinergia con Carlo Alberto, nipote di Vittorio Emanuele I ed erede designato al trono, attratto senza soluzione di continuità dalla causa liberal-unitaria. 

E se è vero che persona est rationalis naturae individua substantia, come affermò Boezio, il giovane principe fu colto dalla fortissima tentazione circa l’opportunità di guidare un’insurrezione generale contro l’Austria legittimato dall’appoggio dell’esercito (in fin dei conti, avrebbe potuto legare il suo nome a un’impresa memorabile). Ma a sconfessare il futuro re fu lo stesso Vittorio Emanuele I, che abdicò a favore del fratello Carlo Felice, di idee conservatrici e più affidabile in quanto a risolutezza.

La congiura piemontese fu facilmente sedata e repressa senza sforzo dalle truppe regie, ma lasciò ugualmente il segno, specie sotto l’aspetto morale e di una più ampia riflessione sulla consapevolezza di appartenenza alla nazione. Se non altro da parte di chi, come quei giovani, era sinceramente convinto della causa unitaria. 

Le chiese vuote e l’Umanesimo integrale

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Pier Giorgio Gawronski

La secolarizzazione in Europa sembra non conoscere soste. Nei Paesi del Nord la pratica religiosa è da tempo su livelli bassi (Scandinavia, Regno Unito, Olanda: minore del 10 per cento), e ciononostante continua lentamente a calare (Germania, Francia); non resiste neppure la tradizionale tendenza femminile alla religiosità.

La novità è che ora crolla anche il numero di coloro (non praticanti) che si definiscono “cristiani”. Le stesse tendenze, da livelli più alti, si registrano in Irlanda e nei Paesi mediterranei.

In Italia i “praticanti” sono scesi in dieci anni dal 33% al 27%; tra i giovani (18-29 anni) i praticanti sono solo il 14%, e continuano a calare di quasi il 3% l’anno. E i dati ufficiali sulla religiosità sono persino sovrastimati.

Nel cosiddetto Sud del mondo due tendenze demografiche frenano la secolarizzazione. In America latina (Messico), Africa (Sud Africa), Asia (Filippine), i dati disponibili non rilevano cali della religiosità. Succede così che la migrazione da quei Paesi attutisca il processo di secolarizzazione dei Paesi di destinazione. Inoltre, i migranti che arrivano in Italia (il 52% dei quali non è musulmano, ma cristiano) praticano più dei nativi; e gli italiani “praticanti” sono più prolifici degli atei. Ma questi fenomeni non sono sufficienti a invertire il trend: le chiese continuano a svuotarsi.

Nei Paesi nordici si chiudono i luoghi di culto, si accorpano le parrocchie, si sperimentano nuovi tipi di “comunità parrocchiali” nei luoghi di lavoro; le Confessioni protestanti minori si fondono fra loro o confluiscono in quelle maggiori; ciò non cambia le tendenze di lungo termine. Le Chiese devono dunque interrogarsi più profondamente sulle cause del loro declino.

L’analisi sociologica sembra mostrare che la secolarizzazione colpisce di più: i Paesi protestanti e ortodossi, che non quelli cattolici; e i Paesi più “avanzati” in base al reddito, mentre incerto è il ruolo dell’istruzione. Ma le correlazioni statistiche non spiegano cosa c’è dietro.

Nel corso degli anni c’è chi ha posto l’accento soprattutto sulla identità (cattolica), sbiadita e inquinata dal benessere e dal liberalismo. Semplificando: la tesi era che una linea di fermezza e rigore dottrinale avrebbe potuto restituire credibilità e appeal alla Chiesa cattolica.

Successivamente l’accento si è spostato e oggi sembra prevalere la visione opposta: se non si ascoltano “i segni dei tempi”, non si è capiti dalle “nuove generazioni”. Così, oltre ad “attualizzare il messaggio”, le Chiese cercano di “modernizzare la comunicazione”. Come si può pensare di intercettare i giovani quando questi comunicano sulle piattaforme digitali, se il messaggio religioso viaggia in modo tradizionale? Ma gli strumenti digitali non possono creare un interesse se questo non c’è. Altre questioni sul tappeto sono il “maschilismo” di alcune Chiese, la morale sessuale, il celibato dei preti, il rapporto con il potere economico e politico. Ma nessuna sembra spiegare davvero la questione. E statisticamente non ottengono risultati soddisfacenti né le Chiese più “moderne”, né quelle più “conservatrici”.

Nasce dunque spontanea la domanda: l’uomo moderno ha ancora bisogno di Dio e della religione? Dai dati riportati sembrerebbe di no.

L’invito di Gesù è sempre lo stesso: «Chi vuol venire dietro di me prenda la sua croce e mi segua» (Lc 9, 23). A ben vedere però, i giovani europei sono solo sopraffatti da mille cose — una fra tutte è l’abuso di audiovisivi —, in famiglie dove figure genitoriali deboli stentano a trasmettere concretamente i valori che hanno conosciuto e sperimentato: tra questi, l’esperienza religiosa. Spesso sono abbandonati alla noia, alla pigrizia, alle scorciatoie e al vuoto. Ma gli operatori giovanili riportano che i giovani hanno fame di infinito, di bellezza, e di Dio; si interrogano su chi sono, da dove vengono, dove vanno, che senso hanno l’impegno, il dolore, l’amore, chi li ama, e chi no. Quando emergono queste domande latenti, diventano più interessati alle relazioni con gli adulti, con il diverso, con il Mistero. Difatti, grande successo hanno i raduni internazionali delle Giornate mondiali della gioventù; e nelle Chiese sono ancora vitali molti gruppi giovanili, laddove si intrecciano relazioni concrete.

Quali dunque i possibili rimedi contro la secolarizzazione? La “fotografia” della prima Chiesa di Gerusalemme che emerge dalla lettura degli Atti degli Apostoli, può essere d’aiuto (2, 42-47). Schematizzando, la prima comunità cristiana perseverava in 4 cose: la trasmissione del messaggio di Cristo; l’unione fraterna, stare, mangiare insieme; condividere i beni materiali «secondo il bisogno di ciascuno»; l’Eucaristia, frequentare insieme il tempio.

La pratica religiosa delle Chiese moderne è incentrata sulla liturgia domenicale, che privilegia fortemente il primo punto. Ma già quando si passa al secondo si nota una profonda divaricazione: nella pratica religiosa moderna manca la relazione umana. I membri della prima Chiesa cristiana socializzavano, erano amici, o stavano dentro a un meccanismo che favoriva l’amicizia a priori. Si può immaginare uno che dice all’altro: “mio figlio è malato, sono preoccupato”, il confronto fra persone diverse per età, classe sociale, cultura e provenienza, «come in una famiglia accogliente in cui ciascuno può essere sé stesso, con i suoi dubbi e le sue domande, senza timore di essere giudicato» (Frère Alois, Taizé). Infatti all’epoca le confessioni — o lo status di penitente — erano pubbliche.

Riflettiamo un momento sul concetto di “amicizia a priori”. Per fare degli amici non basta assemblare gente come in un villaggio turistico: si diventa “amici” quando si condivide un’esperienza umana realmente — non solo potenzialmente — importante. Sia i cristiani del I secolo che quelli del XXI hanno in comune (“condividono” passivamente) la fede in Cristo. Ma i primi cristiani condividevano (attivamente) oltre alla dottrina anche l’esperienza quotidiana dell’incarnazione nella loro vita, della Salvezza che viene dallo Spirito. E questa era un’esperienza umana mai scontata: la città terrena «non è una società di genti installate in dimore definitive, ma di genti in cammino» (Maritain). La vita cristiana e la fede nel primo secolo, era anch’essa non lineare: fatta di dubbi, contraddizioni, timori, incertezze, fallimenti, oltreché di gioia e, speranza. La complessità di ogni cammino di fede individuale era condivisa, grazie a una disponibilità reciproca “a priori”. Perciò anche un forestiero appena arrivato poteva essere immediatamente inserito in questo processo di condivisione, da cui nascevano: il consiglio (la “correzione fraterna”), l’incoraggiamento, e la testimonianza reciproca sulla presenza dello Spirito Santo: nutrimenti essenziali di ogni cammino di fede.

Nelle odierne messe domenicali invece partecipano per la maggior parte sconosciuti che resteranno sempre tali. All’uscita dalla messa salutiamo talvolta i nostri conoscenti ed amici che abitano nel quartiere, è vero; ma lo facciamo spesso con un filo di imbarazzo, quasi scusandoci di confessare la fede, e ci affrettiamo a parlare d’altro: «Come stanno i figli, come va il lavoro, quando partite per le vacanze…». Questo perché tali amicizie, nate fuori dalla chiesa, anche quando coinvolgono i credenti, non si basano sulla fede comune, ma su altre situazioni comuni a credenti e non credenti: l’amore per le passeggiate in montagna, un interesse professionale ecc. Le condivisioni fondative dell’amicizia si realizzano oggi per la maggior parte in occasioni sociali dove — per un giusto rispetto del pluralismo ideologico — non è politically correct parlare della presenza viva di Gesù nella propria vita.

Anche la condivisione dei beni (terzo punto) oggigiorno appare improponibile, salvo che in forme tiepide e minimaliste. Innanzitutto per mancanza di informazioni: come determinare “il bisogno di ciascuno”, se non si conoscono gli altri? La risposta al “bisogno” sfugge alle regole semplici: come “l’uguaglianza” dei redditi, delle ricchezze, o dei consumi. Forse che un uomo privo di gambe non ha bisogno di supplementi di reddito — per pagarsi delle protesi o un taxi — per potersi recare al lavoro come tutti gli altri (A. Sen)? In secondo luogo, le relazioni umane e spirituali fra i primi cristiani rendevano più naturale la risposta al bisogno anche materiale dell’altro: la condivisione non era un obbligo ma un atto d’amore. E come dice san Paolo, puoi fare qualsiasi cosa, ma se non lo fai per amore non vale niente (e spesso fai bene a non farla). Al contrario, la carità oggi è diventata anch’essa una transazione anonima poco attraente.

Quanto al quarto punto, del “pregare insieme”, si ha spesso la sensazione che i fedeli domenicali preghino da soli; che pur partecipando insieme alla Messa, pur recitando le stesse preghiere nello stesso momento, si sentano fondamentalmente soli. Anche l’Eucaristia, pur chiamandosi “comunione”, è purtroppo spesso vissuta come un accesso individuale alla grazia, con la presenza più o meno casuale di altri che, simultaneamente ma per conto proprio, ricevono il medesimo sacramento.

I giovani, assetati di autentica comunione, sono sempre meno interessati a questo modo di stare insieme. E la secolarizzazione è la spia di una grave sofferenza anche dei fedeli che perseverano nella fede. Com’è possibile che la religione dell’Umanesimo integrale abbia disumanizzato le sue pratiche? Senza relazioni umane profonde, la comunità religiosa non è tale, e perde di senso. I cristiani hanno bisogno di condividere la fede e la preghiera: altrimenti la fede si inaridisce. Certo, la condivisione può avvenire e in parte avviene ancora in famiglia. Ma nell’Europa contemporanea anche le famiglie hanno smesso da tempo di essere un luogo privilegiato dove condividere la quotidianità della fede: le coppie sono spesso miste; e comunque una condivisione “a due” sarebbe limitata.

Perché allora la religiosità organizzata intorno alla funzione domenicale è stata vitale fino a 50 anni fa? Forse, il mondo era fatto di tanti “piccoli villaggi”, nei quali le comunità locali già erano costituite prima di entrare in chiesa, dove “si sapeva tutto di tutti”. A Roma, per esempio, in quartieri come Trastevere e Garbatella, molte case avevano all’ingresso due scalini; e ancora negli anni Cinquanta, fra il tardo pomeriggio e l’inizio della sera, gli abitanti uscivano per sedersi a conversare; la strada era un luogo pubblico. L’assenza di opportunità favoriva la socializzazione. La funzione religiosa domenicale era perciò il culmine di una vita in comune; e l’assemblea dei fedeli a buon diritto poteva dirsi “comunità”.

La rottura delle relazioni sociali locali determinata dall’interconnessione globale, dalla pervasività del mercato (e delle automobili), dall’elevata produttività del fattore umano, in Occidente può aver snaturato la liturgia domenicale, trasformandola suo malgrado in un rito anonimo di fedeli anonimi. In un mondo che cambia, la staticità della pratica religiosa ne determina la crisi.

Stando così le cose, la migliore risposta alla secolarizzazione non è né inseguire né respingere la modernità, bensì di reagire all’individualismo, all’atomizzazione, all’evanescenza delle relazioni nelle Chiese. La vita non può essere tenuta al margine della Chiesa, solo commentata, giudicata, o perdonata dal clero. I cristiani hanno bisogno di esplorare, riflettere, e parlare fra loro del loro essere cristiani.

Documento della Commissione diocesana Giustizia e Pace Diocesi di Civita Castellana. Riflessioni sulle prospettive economiche e sociali per il dopo pandemia.

Partendo dall’esperienza formativa del ciclo di incontri diocesani sulla dottrina sociale della Chiesa che hanno avuto luogo a inizio 2020 a Nepi, la Diocesi ha dato vita a un gruppo di riflessione su la città di Dio e la città dell’uomo. Sono state invitate a comporre il gruppo persone credenti, interessate alla “questione politica” nel senso ampio del termine, con esperienza diretta nel settore, non attualmente impegnate nelle Istituzioni locali o dello Stato.

Il gruppo, che è stato costituito come Commissione Diocesana “Giustizia e Pace”, si presenta alla Diocesi con un primo contributo di riflessione incentrato sul contesto epocale che stiamo vivendo come collettività e come Chiesa, in un’ottica di prospettiva per il “dopo pandemia”, nella quale il Popolo di Dio non può restare afono, bensì chiamato a essere portatore della speranza che nasce dal Vangelo.

 

La pandemia “può rappresentare un’opportunità reale per la conversione, la trasformazione, per ripensare il nostro stile di vita e i nostri sistemi economici e sociali”. (1).

La Chiesa, fin dalle prime settimane in cui si è manifestato il virus, attraverso l’azione della Caritas, ha subito offerto un concreto sostegno a tante famiglie trovatesi a vivere in maniera repentina in una situazione di estremo bisogno fino all’indigenza, per il calo e l’azzeramento dei redditi. Ma servire le mense non basta. Come laici, chiamati a “cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” (2), siamo sollecitati ad intervenire nel dibattito pubblico, formulando proposte concrete, “perché  non prevalga la paura e perché le preoccupazioni possano trasformarsi nell’energia necessaria per ricostruire” (3), come avvenne dopo la tragedia della seconda Guerra mondiale.

Allora l’Italia riuscì a ripartire, ponendo le basi del cosiddetto miracolo economico, frutto di concrete scelte lungimiranti compiute da una classe politica che seppe ben utilizzare le risorse economiche messe a disposizione dalla comunità internazionale e grazie a “genitori e nonni che con le loro virtù, la loro pietas e fede popolare hanno generato famiglie, imprese e democrazia”(4). Anche in questa occasione l’Italia potrà contare su una notevole quantità di contributi provenienti dall’Unione europea, che tuttavia non saranno soltanto a fondo perduto, ma andranno anche ad alimentare un debito pubblico cresciuto a dismisura nel corso degli anni e progressivamente nei mesi della pandemia, destinato a gravare sulle future generazioni.

“Questo debito sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca, se è cioè ‘debito buono’. La sua sostenibilità verrà meno se invece verrà utilizzato per fini improduttivi, se sarà considerato ‘debito cattivo’” (5). Perciò “le risorse dovranno essere messe a disposizione per investimenti e produttività, per la creazione di lavoro vero e non di lavoro assistito” (6).
Si tratta di considerazioni generali che naturalmente occorre declinare in funzione delle esigenze del territorio racchiuso nei confini della nostra diocesi. Dall’indagine Eurispes pubblicata nel 2017, emerge che il 53,2% della popolazione intervistata lamenta difficoltà economiche, il 43,6% la disoccupazione. Una situazione già di per sé problematica, rischia di risultare assai peggiore dopo i lunghi mesi della pandemia.

Tuttavia “c’è un territorio ricco di dignità, energie morali e materiali, creatività, che chiede risposte da parte di uno Stato che non sia invasivo, ma illuminato e regolatore, capace di esercitare con leggerezza una prossimità, giocata sulla valorizzazione dei talenti  e delle eccellenze locali. La Diocesi di Civita Castellana rappresenta il paradigma dell’’altra Italia’, quella vera, espressione della provincia più autentica che è il condensato di tradizioni etno-antropologiche e di specificità che hanno storicamente fatto del nostro, un Paese unico”. (7)
Occorre quindi prendere piena consapevolezza delle opportunità di cui si dispone, considerando che “la pandemia ci sta abituando a nuove modalità di lavoro e di produzione, che pongono in discussione il modello degli addensamenti urbani per come li abbiamo conosciuti. In discussione è l’alta concentrazione di risorse umane, intellettuali e finanziarie in spazi relativamente ristretti, per passare a una riorganizzazione residenziale su basi diverse che può interessare altri territori” (8).

Perché tutto questo non resti pura enunciazione teorica, la comunità ecclesiale di Civita Castellana vuole porsi come interlocutore delle realtà economiche, sociali e culturali presenti sul territorio, per avviare un dialogo in grado di costruire nuovi modelli di crescita e di sviluppo, con la consapevolezza di essere chiamati “come cristiani e cittadini, a una risposta di comunione e corresponsabilità”.(9)

L’obiettivo deve essere quello di ricostruire le reti che fanno vivere la nostra società, “per generare un ecosistema della crescita, su basi nuove, in cui il dato di fondo è rappresentato, oltre che dalla propensione allo scambio continuo di competenze e di saperi, dal generale passaggio da un capitalismo selvaggio a un modello di ‘capitalismo cognitivo’, in cui a predominare sarà un vocabolario fondato su valori quali: rispetto per l’individuo e per il contesto in cui si muove, capacità di innovare, dimensione partecipativa, ma soprattutto rilevanza dei territori, in un processo di coevoluzione che deve intrecciarsi con la catena della solidarietà” (10).

Una sorta di ‘rivoluzione copernicana’ cha sappia individuare percorsi inediti sul piano economico, imprenditoriale, culturale e sociale, come dimostra ad esempio il Protocollo d’intesa per la promozione e lo sviluppo di un sistema culturale e turistico integrato, stipulato tra i vari comuni ricadenti nell’asse Flaminia, Cassia, Tiberina, Valle del Tevere e altri soggetti pubblici e/o privati attivi sul territorio, in totale 63 soggetti.
La pandemia però non ha generato soltanto una crisi sanitaria ed economica, ma anche “istituzionale, democratica. Una crisi sociale che sta portando nuove diseguaglianze e nuove solitudini, una crisi esistenziale (11)”. Basti pensare alla condizione di malati, anziani, disabili, resa ancor più difficile  dalle restrizioni alla vita di relazione.
Nel corso del 2020 le separazioni sono aumentate del 60%, dato verosimilmente sottostimato visto che, osserva il presidente dell’Associazione nazionale avvocati divorzisti, Matteo Santini, “molti non hanno agito legalmente perché impossibilitati ad andare nei tribunali o perché non avevano i soldi per sostenere le spese dell’avvocato” (12).

Assai preoccupanti sono i dati relativi alla condizione giovanile. “Le ricerche internazionali, documentate nel Rapporto steso dal gruppo di esperti su ‘Demografia e Covid’ istituito presso il Dipartimento per le politiche della famiglia, mostrano, in vari Paesi in cui i dati sono disponibili, come circa un giovane su tre durante il primo lockdown abbia riportato condizioni moderate o severe di stress e ansia, umore negativo, fino a stati di depressione, senso di abbandono e i disturbi psicosomatici. Varie analisi registrano, inoltre, un aumento dei comportamenti aggressivi, oppositivi e trasgressivi. I fattori alla base della crescita del disagio sono molteplici. A livello individuale pesano le restrizioni sulla possibilità di interagire fisicamente con i coetanei, all’interno e fuori dalla scuola, di svolgere attività fisica, di fruizione di spazi di libertà, di esperienze in cui ci si misura con il mondo esterno” (13). Una condizione che espone maggiormente al rischio di dipendenze, una delle criticità presenti nel territorio diocesano, visto che in base alla citata indagine Eurispes, il 52,8% degli intervistati considera abbastanza diffuso l’abuso di alcolici, il 51,2 quello di droghe leggere e il 39,8 quello di droghe pesanti.

Se “la crisi ci obbliga a riprogettare il proprio cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno” (14) come abbiamo fin qui cercato di argomentare, da figli della Chiesa ci sembra necessario evidenziare che anche  la nuova situazione sociale creata dalla pandemia richiede di accompagnare gli insegnamenti delle scienze umane con la guida antropologica e spirituale dei nostri pastori, perchè “le cose del tempo non è possibile intenderle e valutarle a dovere, se l’animo non si eleva ad un’altra vita” (15).

(1)Messaggio Papa Francesco per il 75/mo anniversario delle Nazioni Unite
(2)Lumen gentium 31
(3) Messaggio 31 dicembre 2020 del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella
(4) Luigino Bruni www.avvenire.it 30 dicembre 2020
(5) Mario Draghi, ‘La sfida del Covid, i giovani e l’Europa che cambia’, Meeting per l’amicizia tra i popoli, 18 agosto 2020
(6) Monsignor Giampaolo Crepaldi, 16 giugno 2020, www.vanthuanobservatory.org
(7) Indagine Eurispes sul territorio diocesano, pagina 291
(8) Intervento introduttivo del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all’Assemblea dell’Anci 17/11/2020
(9) Introduzione del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, ai lavori della sessione invernale del Consiglio episcopale permanente,  26/01/  2021
(10) Indagine Eurispes sul territorio diocesano, pagina 293
(11) Marta Cartabia, Intervento in occasione della presentazione del Piano Strategico per il quadriennio 2021-2024 della Compagnia di San Paolo (29 gennaio 2021)
(12) Franco Giubilei, ‘La Stampa’ 16/01/2021, pag. 7
(13) Alessandro Rosina, ‘Avvenire’ 15/01/2021, pag 1
(14) Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 21
(15) Leone XIII, Rerum novarum, n.17

Chi è Giuliano Liuzzi, il ricercatore tarantino della Nasa

Marte è il quarto pianeta del sistema solare in ordine di distanza dal Sole; è visibile a occhio nudo ed è l’ultimo dei pianeti di tipo terrestre dopo Mercurio, Venere e la Terra. 

Il pianeta rosso Marte ha da sempre attirato l’attenzione dell’uomo perché è il pianeta a noi più vicino e perché assomiglia sia alla Terra sia alla Luna. 

Chiamato pianeta rosso per via del suo colore caratteristico causato dalla grande quantità di ossido di ferro che lo ricopre, Marte prende il nome dall’omonima divinità della mitologia romana. 

La sua superficie è rossa, per la presenza di minerali ferrosi, e un tempo, oltre quattro miliardi di anni fa, c’era acqua allo stato liquido. 

Pur presentando temperature medie superficiali piuttosto basse (tra −120 e −14 ° C) e un atmosfera molto rarefatta, è il pianeta più simile alla Terra tra quelli del sistema solare. Le sue dimensioni sono intermedie tra quelle del nostro pianeta e quelle della Luna e ha l’inclinazione dell’asse di rotazione e la durata del giorno simili a quelle terrestre .

Oggi le sonde inviate su Marte raccontano agli astronomi di una realtà ben diversa, inadatta a ospitare esseri viventi, come invece si credeva  un tempo.

“Perseverance è il rover più ambizioso fra i robot della Nasa, il cui obiettivo scientifico è scoprire se su Marte ci sia mai stata vita”, ha detto il capo del Direttorato delle Missioni scientifiche dell’agenzia spaziale americana Nasa, Thomas Zurbuchen. Il rover cercherà la risposta nel cratere Jazero, “al cratere Jezero, il sito marziano più impegnativo mai individuato per un atterraggio”. 

È di questi giorni infatti la felice notizia che è andata a buon fine la discesa sul suolo di Marte del rover Perseverance, e del suo piccolo compagno di viaggio, il drone-elicottero Ingenuity, compito della missione Mars 2020 della Nasa, 

Formato miliardi di anni fa, forse in conseguenza dell’impatto di un asteroide, il cratere Jezero si è poi riempito d’acqua ed è diventato un lago profondo circa 500 metri, per poi diventare arido quando il clima su Marte è cambiato.  Perseverance è il quinto rover della Nasa a muovere le sue ruote su Marte, dopo il Sojourner arrivato nel 1997 con la missione Mars Pathfinder e che funzionò meno di tre mesi, i rover gemelli Spirit e Opportunity, della missione Mars Exploration Rover arrivati nel gennaio 2014 e attivi rispettivamente per sei e quasi 15 anni, e Curiosity, arrivato con la missione Mars Science Laboratory il 6 agosto 2012 e ancora attivo. 

Per due anni il rover Perseverance setaccerà il suolo per raccogliere i primi campioni destinati a essere portati sulla Terra. La missione Mars 2020 segna infatti l’avvio del programma Mars Sample Return (Msr), di Nasa e Agenzia Spaziale Europea (Esa) e al quale l’industria italiana contribuisce con il gruppo Leonardo. I campioni raccolti verranno inseriti in contenitori e depositati in luoghi precisi. Il loro recupero sarà affidato alla missione prevista nel 2026 e nel 2031vi sarà un’altra missione per portarli a Terra. 

La curiosità e l’entusiasmo, per tutto questo, si fanno sentire anche in Italia. La Nasa si avvale anche della collaborazione di un italiano, Giuliano Liuzzi, ricercatore post-dottorato presso il NASA Goddard Space Flight Center.

Nato a Taranto nel 1988 da Angelo Liuzzi e Vera Colucci e cresciuto a San Giorgio Ionico (Ta), si è trasferito negli Stati Uniti nel 2017, dopo gli studi di dottorato. Molteplici sono i suoi interessi di ricerca. Studia la composizione dell’atmosfera di Marte. 

“Uso i dati acquisiti dallo spettrometro NOMAD a bordo del Trace Gas Orbiter (TGO) per ricavare la composizione dell’atmosfera di Marte in modo molto dettagliato. In particolare, indago la presenza e l’abbondanza di gas in tracce, aerosol e le loro proprietà ottiche / microfisiche. Inoltre, lavoro per una migliore comprensione dell’evoluzione presente e passata dell’atmosfera marziana, attraverso l’analisi della composizione dei principali costituenti gassosi della sua atmosfera” ha riferito.

E si interessa anche di elaborare il trasferimento radiativo e gli algoritmi di recupero, di nuovi algoritmi di machine learning e intelligenza artificiale per analizzare le osservazioni di esopianeti (pianeta non appartenente al sistema solare, orbitante cioè attorno a una stella diversa dal Sole), con l’obiettivo principale di migliorarne l’efficienza e l’accuratezza nel determinare la loro composizione atmosferica, e anche di analizzare la composizione dell’atmosfera terrestre.

Per quanto riguarda il suo coinvolgimento in progetti attuali, è collaboratore scientifico associato dello strumento NOMAD. Fa parte del team scientifico dello spettrometro Nadir and Occultation for MArs Discovery (NOMAD) a bordo dell’ExoMars Trace Gas Orbiter (TGO), una missione ESA/ROSCOSMOS. La sua attività nel progetto è focalizzata sul recupero dell’acqua e dei suoi isotopologhi, aerosol, proprietà delle nuvole mesosferiche e analisi di sensibilità dalle osservazioni di occultazione solare.

Inoltre è collaboratore del Planetary Spectrum Generator (PSG).  Ha guidato lo sviluppo del modulo di recupero del Planetary Spectrum Generator,  uno strumento online per la sintesi e l’analisi di spettri ad alta risoluzione di corpi planetari.

È autore di numerose pubblicazioni e ha partecipato a diverse conferenze del settore in Italia e all’Estero, risultando anche un eccelso divulgatore. Ricordiamo a tal proposito tra le sue tante partecipazioni solo quella al Festival della Divulgazione (http://www.festivaldelladivulgazione.it/il-festival/) di cui è stato tra gli organizzatori e nello staff  della 1° edizione, che attualmente si organizza ogni anno a Potenza, in Italia.

E nel suo profilo Facebook si legge: “E’ da quando son piccino che vivo scrutando l’immensità. Perché, se non miri lontano, magari laddove non potrai nemmeno mai sognare di arrivare, che vita è?”.

Bonus vacanze 2021. Come si richiede

E’ stato approvato il rinvio della scadenza del bonus vacanze (tax credit vacanze) dal 30 giugno al 31 dicembre 2021. Ma a chi spetta il bonus? Come si richiede? Dove si può spendere?

“Potranno ottenere il ‘Bonus vacanze’ i nuclei familiari con Isee fino a 40.000 euro” ha riportato il sito dell’Agenzia delle Entrate. “Per il calcolo dell’Isee è necessaria la Dichiarazione sostitutiva unica (DSU), che contiene i dati anagrafici, reddituali e patrimoniali di un nucleo familiare e ha validità dal momento della presentazione e fino al 31 dicembre successivo. L’importo del bonus sarà modulato secondo la numerosità del nucleo familiare: 500 euro per nucleo composto da tre o più persone 300 euro da due persone 150 euro da una persona”. “Per maggiori informazioni su come ottenere la Dichiarazione sostitutiva unica e calcolare l’Isee consulta il sito dell’Inps”.

Per ottenerlo è necessario che un componente del nucleo familiare sia in possesso di un’identità digitale SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale).

Il voucher si potrà spendere presso una struttura ricettiva italiana. Può essere utilizzato, inoltre, da un solo componente del nucleo familiare, anche diverso dalla persona che lo ha richiesto. Può essere speso in un’unica soluzione, presso un’unica struttura turistica ricettiva in Italia (albergo, campeggio, villaggio turistico, agriturismo e bed and breakfast).

Mibact, l’elenco unico dei restauratori di beni culturali nel portale dei professionisti

L’elenco unico dei restauratori di beni culturali è pubblicato sul portale dedicato ai Professionisti di beniculturali, realizzato dal MiBACT – Direzione, generale educazione ricerca e istituti culturali, all’interno della nuova sezione professioni regolamentate. L’elenco comprende i professionisti:

*presenti nell’elenco pubblicato all’esito del bando per l’acquisizione della qualifica di Restauratore di beni culturali previsto dalle disposizioni transitorie dell’art.182 del d.lgs 42/2004 (Codice dei beni culturali e del paesaggio);
*in possesso di diploma conseguito presso i corsi abilitanti all’esercizio della professione di Restauratore di beni culturali;
*in possesso di qualifica estera riconosciuta in Italia a seguito di apposito decreto della Direzione generale Educazione, ricerca e istituti culturali del MiBACT;
La nuova release del portale consente di effettuare ricerche all’interno dell’elenco dei restauratori per: Nome, Cognome, Codice fiscale, settori di competenza professionale (12 in tutto), Regione di attività. La registrazione alla piattaforma in qualità di restauratore offre inoltre una serie di funzionalità:

-esprimere il consenso alla pubblicazione del Codice fiscale;
-registrare e pubblicare il proprio indirizzo e-mail;
-indicare le Regioni in cui l’attività professionale viene svolta;
-scaricare un attestato di iscrizione all’elenco;
-richiedere la cancellazione dei propri dati ai sensi dell’art.17 del GDPR.
Gli strumenti a disposizione sul portale semplificano quindi la verifica del possesso della qualifica del professionista da parte dei soggetti interessati, le ricerche dei professionisti nell’ambito di specifici settori di competenza professionale e l’aggiornamento dei dati da parte dei professionisti. L’elenco è aggiornato progressivamente:

*con l’inserimento dei nuovi diplomati abilitati all’esercizio della professione di Restauratore di beni culturali, a seguito di comunicazione da parte degli istituti formativi accreditati;
*all’esito del riconoscimento di qualifica estera con apposito decreto.

Da notare che per i restauratori la registrazione al portale è consentita unicamente a coloro che siano già presenti in elenco. Il portale dei professionisti accoglierà nei prossimi mesi ulteriori implementazioni:
-gestione dell’elenco dei tecnici del restauro di beni culturali, ora disponibile all’indirizzo: https://web.beniculturali.it/?p=48, e relative domande di inserimento.
-gestione in modalità totalmente online delle domande di riconoscimento delle qualifiche estere di restauratore e tecnico del restauro di beni culturali.

Un robot asporta un tumore maligno al rene

Un robot chirurgico ha asportato un tumore maligno al rene su una paziente sveglia, che non poteva essere addormentata. L’eccezionale intervento, il primo al mondo di questo genere secondo i sanitari che lo hanno effettuato, presso l’Urologia universitaria dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino.

Grazie alla combinazione della tecnica robotica assistita con il sistema Da Vinci e di tecnologie innovative di ricostruzioni tridimensionali delle immagini che hanno guidato l’intervento, il tumore maligno è stato asportato completamente salvando il rene.

Amb. Luca Attanasio visita la Missione Amore e Libertà, Kinshasa, Rep. Dem. del Congo – dic 2017

Fare rete, l’impegno dei Popolari.

Questo articolo esce in contemporanea sul sito di “Politica Insieme” è de “Il Domani d’Italia”.

Insisto su ciò che mi pare di aver colto dal dibattito di questi mesi sul ruolo dei “popolari di ispirazione cattolico democratica”.

C’è innanzitutto la piena coscienza che serve ripartire “dal basso”.

Qualcuno forse pensava che bastasse il reclutamento di parlamentari disposti a votare un Conte Ter per costruire “ in vitro” il “partito che non c’è” attorno all’ex Premier.

Questione risolta, ormai.

Non sarà certo con alchimie parlamentari, col rimescolamento di spezzoni di attuale nomenclatura o con l’improbabile uso omeopatico del populismo, che si potrà aprire una stagione nuova.

Serve un vitale ritorno alla comunità. Solo così si potrà costruire la necessaria premessa di tutto: una nuova sintesi culturale.

Molte questioni vitali sono oggi affidate solamente alla dimensione “finanziaria ed amministrativa”; ma noi sappiamo che invece richiedono un salto di responsabilità da parte di tutti i cittadini e delle formazioni sociali.

Sono i temi della transizione digitale ed ecologica; della disuguaglianza crescente tra persone, generazioni, territori e generi; dei nuovi paradigmi attorno ai quali costruire credibili opportunità di benessere sostenibile, equo e duraturo, in chiave interna e globale.

Il Governo Draghi lavorerà in questa direzione, per nostra fortuna. Ma ha bisogno di un risveglio nazionale e di una coerente rigenerazione della politica. La competenza è tornata un valore – dopo la deriva dell’uno vale uno e la folle presunzione dell’orgoglio dell’ignoranza – ma senza il legame popolare e democratico della politica Draghi non può farcela.

C’è poi una sfida culturale ancor più decisiva: come conciliare la spinta al “primato dei diritti individuali” (che va assunto come segno del nostro tempo, in rottura con la stagione precedente, connotata dal primato dei diritti collettivi) con la necessità di un “comune sentire” e di una democrazia che non degradi nell’individualismo e non perda la sua cifra “comunitaria”.

È tempo di riscoprire Mounier: tempo di “nuovo umanesimo”, come esorta Francesco.

Ciò richiede non già sbandierate nostalgie, ma umili, coraggiose, nuove mediazioni.

E postula – per il nostro mondo – un impegno culturale, formativo e di elaborazione che non può avere l’orizzonte stretto del contingente.

È una società nuova che cerca di nascere (se ce la fa), mentre quella vecchia comunque non tornerà più. Dobbiamo esserne consapevoli. Servono tempo, pazienza, fiducia, costanza e generosità.

Esiste però anche la contingenza politica, che non può essere elusa, poiché – come ha detto Aldo Moro – occorre vivere il tempo che ci è stato dato, fino in fondo.

In questo senso mi pare che forse ci siano oggi le condizioni per lavorare a due obiettivi.

Il primo. Mettere in rete – senza nessuna pretesa di immediata “reductio ad unum” – le tante realtà nazionali e locali, civiche e politiche, che si riconoscono in un “nuovo Popolarismo di ispirazione cattolico democratica”.

Ognuna di queste esperienze è molto positiva. Nessuna da sola però può farcela.

Serve una Comunità di Intenti vera, che avvii un percorso di condivisione. Adottando, con reciproca generosità, chiarezza e apertura, la logica del “come se”: come se fossimo già un soggetto unitario. Non lo siamo e occorre prenderne atto. Ma lo dovremo diventare, se ne saremo capaci. Dipenderà solo da noi. Altrimenti sarà stato tempo perso ed avremo illuso tante persone.

Giuseppe De Mita e Mario Mauro, da ultimo, ne hanno scritto su Formiche.

Giorgio Merlo su Ildomaniditalia. Molti importanti contributi sono su PoliticaInsieme e su Associazione dei Popolari.

Penso che Insieme – alla quale ho aderito – Rete Bianca, Demos e tante altre realtà simili, locali e nazionali, dovrebbero sperimentare un percorso di questo genere. Con urgenza e senza primogeniture di sorta.

Solamente così il nostro mondo potrà essere riconoscibile e autorevole.

Il secondo obiettivo, che considero altrettanto essenziale.

Nello scenario che si sta aprendo, occorre saper distinguere tra “dimensione identitaria” (fondamentale per ridare alla politica una sua bussola valoriale) e dimensione dello “strumento politico-elettorale”.

La prima dimensione esige chiarezza di riferimenti ideali e culturali; la seconda esige condivisione plurale di un obiettivo politico di sistema.

Sono due dimensioni coessenziali, che devono convivere dentro una nuova “forma di rappresentanza politica” capace di andare oltre le forme partito del Novecento, nelle quali le due dimensioni, in larga parte, coincidevano.

Nello scenario attuale, si intravvede con abbastanza chiarezza il profilo (e l’urgenza) di tale obiettivo di sistema: ricostruire – totalmente ex novo – una area politica capace di reinterpretare le culture politiche popolari e liberal democratiche verso un riformismo che sia “trasformazione” della società italiana e non solo riproposizione di ricette che la storia degli ultimi vent’anni ha palesato come inadeguate.

La retorica del riformismo – lo spiega bene Stefano Zamagni – deve lasciare il passo alla cultura di una radicale trasformazione della società, delle Istituzioni e dell’economia nei nuovi scenari che incombono.

In conclusione. Facciamo Comunità vera tra i popolari veri. E subito dopo apriamo un “Cantiere” con tutti quelli che con noi vogliano costruire una area politica capace di interpretare il riformismo con le logiche ”trasformative” che la stessa scommessa del Governo Draghi comporta.

Né un PD grillinizzato, né la Lega (che, nonostante il positivo sostegno a Draghi, destra nazionalista rimane) potranno essere la soluzione del problema.

Nello stesso scenario politico europeo molte cose stanno cambiando e i tradizionali contenitori partitici rischiano di non essere più capaci – così come sono – di interpretare le nuove domande della società.

Esiste un filone di cultura politica peculiare in Italia: il Popolarismo di matrice cattolico democratica, che solo in parte, a livello europeo, è rappresento dal PPE.

Ed esiste una storica capacità di tale filone di essere cemento di un patto sociale e politico con le culture liberal-democratiche.

La DC ha rappresentato anche questo. La DC non rinasce, la storia va avanti e non indietro. Ma senza un “baricentro” culturale e politico un Paese come il nostro non può affrontare le sfide di questo tempo difficile.

Noi popolari veri siamo parte di questo baricentro. Dobbiamo però risvegliarci, fare rete ed essere coraggiosi nella novità di idee, linguaggi, classe dirigente.

E dobbiamo poi costruire sinergie politiche con chi – pur non essendo parte della nostra tradizione culturale – si colloca nel nostro stesso orizzonte.

Il tempo a disposizione è poco ed il campo rischia di essere mediaticamente occupato dalle leadership personali oggi in campo. Ma esse hanno i piedi di argilla e non dobbiamo avere paura di loro. Le leadership vere saranno il frutto di un percorso dal basso. A condizione che questo percorso inizi subito.

Smart Working: la nuova frontiera sindacale

E’ passato un anno dall’individuazione del primo caso di COVID 19; un periodo che ha segnato trasversalmente e globalmente la vita delle donne e degli uomini di tutto il mondo. Molti sono stati i cambiamenti imposti dalle restrizioni derivanti dai provvedimenti dei vari governi: dagli stili di vita alle accelerazioni dei processi di riassetto, tuttora in corso, sia sul piano dell’organizzazione sociale sia sul piano economico e del lavoro. 

Nel lessico del dibattito quotidiano sono stati utilizzati dei termini e sigle precedentemente non così frequenti: distanziamento, remoto, DAD, FAD, videoconferenza, piattaforme digitali, seminari web o webinar, etc…. Una serie di elementi che riportano a fattori comuni: la distanza, l’assenza di aggregazione, di contatto; il tutto inserito in un contesto di conseguente crescita dell’utilizzo delle tecnologie per comunicare.

Anche il lavoro ha subìto o accelerato la sua radicale metamorfosi organizzativa in pochi giorni. Nelle Pubbliche Amministrazioni, nella formazione, nel Terziario, nei cicli industriali e dei servizi, la distanza ha assunto una nuova centralità. Il lavoro da remoto è pertanto entrato a pieno titolo nell’organizzazione del lavoro dei vari settori merceologici. Quella che era una sperimentazione in via di consolidamento in alcune aree produttive, è divenuto un elemento organizzativo strutturale; quella che era una pratica quasi sconosciuta, come nella Funzione Pubblica o nei sistemi educativi, si è presentata come una rivoluzione dei modelli amministrativi e di insegnamento. Anche il contatto con il pubblico si è trasformato totalmente. La necessità di rimanere distanti per garantire il contrasto alla diffusione del virus, ha pertanto comportato nuovi modelli di comunicazione e di vita individuale e collettiva.

Tutto ciò è intervenuto con radicalità anche nei contenuti della contrattazione e delle relazioni sindacali.  Regolare con particolare attenzione, i rapporti negoziali a distanza, introduce un altro elemento di discontinuità strutturale rispetto a quanto sinora realizzato.

Anche in questo caso, quelle che pochi mesi fa potevano sembrare voci contrattuali non primarie o comunque non consolidate, stante la condizione attuale, sono divenute fattori baricentrici nel negoziato per una nuova organizzazione del lavoro diffusa trasversalmente nei vari comparti produttivi. Smart Working, telelavoro, partenza domiciliare della prestazione lavorativa, relazioni da remoto, processi gerarchici rarefatti, l’articolazione degli orari di lavoro e il diritto alla disconnessione, saranno le nuove frontiere per il confronto su una diversa dimensione dei rapporti di lavoro.

L’emergenza, pertanto, unita all’innovazione tecnologica, ha cambiato la prospettiva a breve termine sotto molti punti di vista e, guardando al domani, sarà compito dei decisori politici e delle Parti Sociali trovare le sintesi su alcuni aspetti nodali: l’impatto sulle nuove generazioni, il contenimento del “digital divide”, l’aggiornamento formativo, il ripensamento degli spazi architettonici ed urbanistici dedicati al lavoro e alla socialità, infrastrutture digitali adeguate ad un utilizzo capillare delle nuove tecnologie, un impianto normativo all’altezza del cambiamento delle condizioni di lavoro. 

 

Sul centro. Alla ricerca del “federatore”

Puntuale e rigorosa come al solito l’analisi politica dell’amico Giorgio Merlo su “ Il Domani d’Italia” con il suo articolo: Il centro e il “federatore”.

Condividendo l’idea che con il decollo del governo Draghi e col trasformismo che raggiunge il momento più alto della sua espressione parlamentare e, probabilmente anche la sua fine precipitosa, la geografia politica sia destinata a cambiare. Prova ne siano lo smottamento in atto nel M5S, le tensioni precongressuali  e mai sopite nel PD, la divisione intervenuta persino nel voto di fiducia nella sinistra di LEU, compresa la rottura dell’intesa tattica se non strategica della destra, anch’io ritengo sia giunto il tempo per una forza politica di centro, nella quale non potrà mancare l’apporto di una componente possibilmente unificata della nostra area politico culturale, quella, cioè, dei cattolici democratici e cristiano sociali.

Quanto al “federatore”, mi permetto di ricordare a Merlo l’insegnamento del nostro compianto amico e maestro, Carlo Donat Cattin: i capi non si scelgono a tavolino, ma si impongono nel dialogo e nel confronto anche duro della politica. Ecco perché, continuo a indicare in una Camaldoli 2021, ossia in un luogo di dibattito per definire un programma politico per l’Italia, l’occasione per un confronto franco e severo, anticipatore di un’assemblea costituente del soggetto politico nuovo di centro di cui Giorgio Merlo scrive.

Sino a oggi l’unica risposta positiva è giunta dalla Federazione Popolare DC, mentre INSIEME continua per la sua strada in autonomia e Rete Bianca  a me pare, sia ancora ferma sul che fare?

Non esistono, allo stato degli atti, figure di leadership né carismatiche, né popolari e neppure potenti, volendo utilizzare gli ideal typus weberiani, in grado di assumere quella figura di “federatore” cui Merlo fa riferimento. Solo dal dialogo e dal confronto programmatico e politico  sapremo individuare la personalità che, alla fine, si imporrà e che democraticamente eleggeremo in sede di Assemblea costituente. Si attendono risposte.

Immunizzare al più presto

Il primo tema che abbiano in assoluto in questo periodo è il vaccino. Se un tempo erano le mascherine, il distanziamento e il rigore, oggi, acquisito che la stragrande maggioranza delle persone si comporta correttamente, vale a dire esce sempre munita di mascherina, ha coscienza che la pandemia può mettere in ginocchio tanto l’economia quanto qualsiasi attività umana, in questa stagione il compito supremo è immunizzare al più presto la stragrande maggioranza dei nostri concittadini.

Si è capito che quest’arma è essenziale per venirne a capo. Il problema che si è affacciato con maggior pericolo, da qualche mese a questa parte, è il fenomeno delle varianti. Se non fermiamo il processo di contagio, quest’ultime potrebbero dare ulteriori e gravosi effetti non ancora del tutto visibili.

Ora, si è capito che la somministrazione all’Italia delle dosi a suo tempo definite, mostra il fianco; le diverse case farmaceutiche non mantengono le forniture sottoscritte. Tanto in Italia quanto in altre Paesi europei. Si aggiunga che l’organizzazione territoriale nelle diverse regioni italiane, sembra disarmonica e non sempre all’altezza delle attese. Per raggiungere un’adeguata immunità di gregge bisognerebbe, quanto meno, vaccinare 50/60% della popolazione. Ad oggi, per quello che si sa, è stato interessato il settore della sanità, si sta lavorando nella sfera degli ultra ottantenni e di qualche settore delle forze dell’ordine.

Ma il numero ad oggi risolto è particolarmente contenuto.  Adesso si tratterà di pretendere la fornitura di un numero sufficiente di dosi da qui, a settembre di quest’anno; di organizzare al meglio  le sedi e gli operatori per le iniezioni corrispondenti a un numero crescente numero di utenti e di mettere a punto un sistema organizzativo nazionale che coordini al meglio ogni realtà regionale. In sostanza, non è pensabile che in qualche territorio la cosa proceda con una certa accelerazione e in altri, capiti qualche ingiustificata vuotezza operativa.

Questo è il periodo più delicato, da qualche settimana c’è un’altalena che non sposta di molto i dati che giungono giornalmente; non è un segnale confortante. Pur sapendo che manca un mese perché chiuda la stagione sfavorevole, infatti l’inverno non aiuta le nostre intenzioni.

Vediamo se Mario Draghi, con la sua autorevolezza, riuscirà a far rispettare i patti stabiliti qualche mese fa. A nostro vantaggio ci dovrebbe però essere un’ulteriore quantità di vaccini prodotti da nuove case farmaceutiche. Forse, con questa aggiunta potremmo tagliare il traguardo per fine estate.

Auguriamoci, come abbiamo visto l’anno precedente, che da maggio a settembre, questo oscuro nemico, ritragga la sua imperiosa volontà di visitare chi non intenda in alcun modo ospitarlo.

Caldo: piante in fiore fuori stagione e natura in tilt

L’aumento improvviso delle temperature spinge gli italiani all’aperto e risveglia la natura con piante e prati fioriti fuori stagione che confermano i cambiamenti climatici in atto con il moltiplicarsi di eventi estremi, dal gelo al caldo improvviso. E’ quanto emerge da un monitoraggio della Coldiretti sugli effetti dell’anticipo di primavera con temperature molto più alte della norma da nord a sud della Penisola per l’arrivo dell’anticiclone di matrice sub-tropicale per tutta la prossima settimana.

Le piante da frutto come mandorli e peschi – sottolinea la Coldiretti – hanno iniziato a fiorire in molte aree del Paese ma nei campi e fiorito il rosmarino e sono comparse già le margherite ed in generale tutte le coltivazioni sono in tilt e si stanno predisponendo alla ripresa vegetativa. L’andamento climatico può avere infatti l’effetto – segnala la Coldiretti – di ingannare le coltivazioni favorendo un “risveglio” anticipato che le rende poi particolarmente vulnerabili all’eventuale prossimo arrivo del gelo con danni incalcolabili, a partire dagli alberi da frutto.

Se prima della fine dell’inverno – continua la Coldiretti – ci sarà un brusco abbassamento della colonnina di mercurio al sotto dello zero sarà inevitabile una moria di gemme con i raccolti compromessi. Siamo di fronte in Italia alle conseguenze dei cambiamenti climatici con una tendenza alla tropicalizzazione e il moltiplicarsi di eventi estremi con una più elevata frequenza di manifestazioni violente, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi e intense, siccità e alluvioni ed il rapido passaggio dal freddo al caldo che ha fatto perdere – conclude la Coldiretti – oltre 14 miliardi di euro in un decennio, tra cali della produzione agricola nazionale e danni alle strutture e alle infrastrutture nelle campagne.

Google Maps: i parcheggi si potranno pagare direttamente dalla App

Google Maps consentirà ora in alcune aree di pagare i biglietti del trasporto pubblico e il costo del parcheggio in strada direttamente dalla app, eliminando la necessità per gli utenti di utilizzare altri canali o altre applicazioni. Il programma, fa sapere Google, riguarda più di 80 agenzie di trasporto pubblico in tutto il mondo.

La funzione si rende particolarmente utile in tempo di pandemia, dato che molti viaggiatori nutrono preoccupazioni sui rischi legati al toccare superfici che potrebbero essere contaminate, come i parchimetri. Il pagamento del parcheggio sarà disponibile in più di 400 città negli Stati Uniti (tra cui Boston, Cincinnati, Houston, Los Angeles, New York e Washington DC).

Inizialmente, sia il pagamento per il parcheggio che quello dei mezzi di trasporto saranno disponibili solo su dispositivi Android, anche se Google afferma che presto implementerà l’opzione anche sui dispositivi iOS.