Home Blog Pagina 737

Investire sui giovani

di Andrea Monda

Pubblichiamo l’intervista al giurista Franco Anelli che appare nel numero odierno de L’Osservatore Romano 

Alle molte voci che in queste settimane si sono alternate ragionando sul tema della crisi della società italiana e del ruolo che la Chiesa è chiamata ad assumersi si aggiunge oggi quella di Franco Anelli, illustre giurista e dal 2013 rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Il suo contributo punta in particolare l’attenzione sui giovani e sulla loro formazione.

Giuseppe De Rita su queste pagine ha affermato che per il buon governo c’è bisogno di due autorità: una civile e una spirituale-religiosa. Quella civile garantisce la sicurezza, quella spirituale offre un orizzonte di senso. L’uomo ha bisogno di tutte e due le cose. Se invece si esclude una delle due, la società soffre, diventa schizofrenica. In questo sarebbe il ruolo della Chiesa nell’attuale situazione italiana.

Il professor De Rita richiama l’attenzione su un’esigenza antropologica ineludibile se si vuole promuovere una società libera e governarla in modo equilibrato. Il suo è un richiamo importante per immaginare una via d’uscita dallo stato di crisi in cui versano, in tempo di disintermediazione, l’esperienza della democrazia rappresentativa e la stessa idea di politica. Con una comunicazione che si ferma alla superficie dei fenomeni e si rivolge quasi esclusivamente all’emotività individuale e collettiva, aumenta il rischio di perdere di vista i “fondamentali”, come la ricerca di un rapporto reciprocamente rispettoso e collaborativo tra le due differenti e complementari auctoritates. Ognuno, a cominciare dai cattolici, è dunque invitato a esercitare creativamente la propria coscienza storica per ridare visione e slancio al nostro Paese e al progetto europeo. In questo senso l’appello del prof. De Rita ci riconnette a una tradizione culturale e istituzionale nata proprio in Europa dall’incontro fra il cristianesimo e l’imponente lascito della civiltà greco-romana. Il cristianesimo ha infatti saputo accogliere e rielaborare l’eredità greco-romana fino a maturare la fondamentale distinzione tra le sfere del regnum e del sacerdotium: così, facendo riferimento alla risposta data da Gesù sul tributo da riconoscere o no a Cesare (Mc 12, 13-17) e alle parole indirizzate da san Paolo ai Romani sull’atteggiamento da tenere nei confronti delle autorità costituite (Rm 13, 1-2), questa visione ha sempre tenuto in alta considerazione l’esercizio del potere civile, pur ponendo le premesse, secondo le parole di Max Weber, della sua progressiva de-sacralizzazione e laicizzazione. E se anche lo sviluppo di queste intuizioni non è stato lineare — spesso si è cercato di subordinare strumentalmente la politica alla realizzazione di fini sovratemporali o di utilizzare la religione per scopi tutt’altro che spirituali — non si può rimuoverne la matrice cristiana, con buona pace delle forme superstiti di tradizionalismo cattolico antimodernista o, all’opposto, di radicalismo laicista. Ma la distinzione di ruoli e competenze tra l’autorità civile e quella religiosa non comporta l’impossibilità o il divieto di un dialogo sincero e reciprocamente rispettoso, e tanto meno coincide con un’artificiosa separazione tra una “sfera pubblica” e una “sfera intima e privata” nella quale circoscrivere devozione e pratica religiosa. L’orizzonte del senso e l’esercizio della cura della convivenza civile s’incontrano infatti nell’unità della persona ed entrambi agiscono nel mondo e nella storia. Non è solo lecito, ma anzi è auspicabile che i due ambiti “interagiscano” nella realtà e attraverso le persone, perché se si ha sensibilità soltanto per le esigenze materiali spesso non si riesce a soddisfare neppure quelle; al contrario, la valorizzazione delle istanze più vicine alla persona e alla qualità della relazione sociale può metterci in una prospettiva nuova e aiutarci a individuare soluzioni originali alle crisi contingenti, come ha scritto Robert Dodaro, evocando l’immagine agostiniana dello «statista… in grado di giungere a giudizi moralmente retti perché egli governa la città terrena con lo sguardo saldamente fisso ai beni della città celeste».

Quanto al ruolo della Chiesa, Papa Francesco non si stanca di riaffermare con forza che Essa nasce essenzialmente per «annunciare il Vangelo a tutte le genti», pur ricordando l’insegnamento montiniano per cui «l’evangelizzazione non sarebbe completa se non tenesse conto del reciproco appello che si fanno continuamente il Vangelo e la vita concreta, personale e sociale, dell’uomo». Nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium il Papa infatti aggiunge che «nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini».

Si apre qui un grande spazio per l’impegno pre-politico — cioè educativo, culturale e sociale — dei cristiani, nel quale si inscrive anche la missione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Questo impegno, impostato in modo corretto, deve poi stimolare a “pensare politicamente”, come diceva Giuseppe Lazzati. Nel caso di una realtà come la nostra, si tratta innanzitutto di rafforzare la capacità di andare incontro ai giovani, per comunicare loro con modalità nuove ciò per cui vale la pena studiare e impegnarsi, e ciò che rende affascinanti, oltre allo studio, il rapporto con il prossimo e l’interesse per la cosa pubblica e il bene comune, intesi entrambi non più solo in ottica nazionale, ma globale. Va inoltre fatto ogni sforzo per includere e valorizzare chi nelle nuove generazioni rischia di essere lasciato ai margini. Con questi obiettivi dobbiamo infine interagire di più con le Chiese locali e sparse nel mondo, e con le molte realtà del terzo settore, del volontariato, delle imprese socialmente responsabili e delle istituzioni. Perché soprattutto con l’esempio, cercando di essere fino in fondo una “università cattolica”, possiamo trasmettere un’idea alta e non strumentale della politica, intesa come la più nobile attività degli uomini — di tutti gli uomini — perché capace di realizzare il bene comune, cioè la condizione per il massimo sviluppo di ogni persona.

La società italiana oggi sembra dominata dal rancore. Da dove nasce questo rancore? De Rita dà una sua lettura, quasi un lutto per quello che non c’è stato, una promessa mancata, un futuro che sembra incrinato, perso.

Nel 1984 Norberto Bobbio parlava delle «promesse non mantenute della democrazia», sottolineando — erano gli anni del cosiddetto “riflusso” dall’impegno politico — come molti cittadini, malgrado l’enfasi posta sull’individuo sovrano nelle democrazie liberali, iniziassero a sentirsi sovrastati, isolati e sempre più dimenticati nella lotta di potere fra oligarchie, gruppi e organizzazioni. Questa condizione di frustrazione latente è stata poi resa più grave dal montare di un certo egoismo sociale che ha condotto alla crisi dei corpi intermedi e ha accresciuto la frammentazione del nostro Paese. Per anni però questo disagio crescente è stato sopito dalla residuale condivisione di un certo benessere diffuso. Il malcontento, la disaffezione e l’apatia verso l’intermediazione e la rappresentanza politica sono poi deflagrati con l’ultima grande crisi, sotto la pressione di una comunicazione che ha esasperato la percezione di alcuni problemi oggettivi legati alla sicurezza economica e sociale. Anche se il compito è tutt’altro che facile, ora bisogna impegnarsi per ricreare un clima di fiducia. Ritengo però che non sia possibile “rimettere insieme” i cocci di un passato prossimo, eppur molto lontano, come penso che non ci sia spazio per operazioni che guardano a esperienze trascorse. La storia cammina e il mondo corre, per questo è fondamentale puntare soprattutto sui giovani, sulla loro libertà rispetto a schemi precostituiti e a retaggi ideologici: occorre cioè investire sulla loro voglia di realizzare se stessi e di cambiare la società.

In questa situazione emerge un dato che ha una sua ambiguità, anche inquietante, cioè il dato dell’identità come risposta alla globalizzazione ma una risposta che si colora di chiusura e violenza.

Credo che l’ambiguità del tema identitario, con la pericolosa tendenza a farne elemento di chiusura e di contrasto, si debba sciogliere non “per sottrazione”, ma proponendo una visione più ampia, orientata alla costruzione di una piena, matura e consapevole “identità culturale”. Quando si parla di cultura del resto si tocca un aspetto essenziale dell’umano, in cui si riassume, come si legge nella Gaudium et spes, tutto ciò che «con l’andar del tempo, esprime, comunica e conserva nelle sue opere le grandi esperienze e aspirazioni spirituali, affinché possano servire al progresso di molti, anzi di tutto il genere umano». In questo senso è giusto rivendicare una propria identità culturale e anche raffrontarla, per meglio distinguerla, con quelle altrui. È infatti un fondamentale diritto umano, individuale e collettivo, quello di conservare la memoria viva della propria storia, sfuggendo a forme più o meno “violente” di omologazione. L’identità culturale però non è, come ci ha ricordato Papa Francesco rivolgendosi a un gruppo di giovani a Buenos Aires, «un numero di fabbrica… un’informazione che posso cercare in internet per sapere chi sono», è piuttosto l’appartenenza a qualcosa di vivo che si muove nella storia e nel mondo globalizzato, incontrando continuamente altre culture. La forza di una tradizione culturale sta nella capacità di dialogare e integrare altre persone senza perdere ciò che in essa è realmente essenziale. Per questo motivo brandire l’identità come uno scudo è un segno di debolezza; infatti non stupisce scoprire oggi tra gli strenui difensori dell’italianità persone che fino a pochi anni fa la denigravano. La questione delle identità storiche che diventano particolarismi nazionalistici si connette con le gravi responsabilità di chi, anche nelle istituzioni comunitarie, ha sostenuto una concezione minimalista e lacunosa dell’identità europea, tralasciando di valorizzare l’autentica origine dell’Europa, nata da una plurisecolare circolazione e trasmissione di idee, persone, principi. Soltanto ora forse si comprende quanto sarebbe stato utile valorizzare le radici comuni, alle quali per incontestabile dato storico appartiene la dimensione cristiana, e con esse la capacità di comporre tradizioni differenti in nuove sintesi. Le università europee hanno assolto in questi decenni un ruolo trainante nel definire una nuova idea di cittadinanza. Hanno coltivato sempre più intense relazioni nella ricerca, favorito la circolazione dei docenti e gli scambi di studenti, creato percorsi formativi internazionali: hanno cioè contribuito in modo decisivo a creare generazioni di “nativi europei”, giovani destinati, per formazione, cultura, progetti di vita, propensione alla mobilità, a vivere in una dimensione sovranazionale.

Il Papa propone ormai da anni il tema anzi il metodo della sinodalità, cioè il camminare insieme, il conoscersi, il fare qualcosa insieme, alto e basso che si intrecciano armoniosamente. Si avverte però un po’ di fatica a capire bene come realizzare questa sinodalità all’interno della Chiesa e della società, come mai?

Ogni cambiamento di metodo richiede un tempo di adattamento e un lavoro per superare la tendenza a replicare processi che ci fanno sentire più sicuri. Sinceramente non penso di poter dare suggerimenti su questo punto, in particolare riguardo alla sinodalità all’interno della Chiesa. Posso però testimoniare che anche nel governo di un ateneo e nella partecipazione a organismi interuniversitari, come la Federazione internazionale delle università cattoliche, ogni volta che si riesce a far dialogare e interagire le diverse soggettività, gli interni e gli esterni, i giovani e i meno giovani, le indicazioni che giungono non sono quasi mai scontate e spesso aiutano a lavorare meglio e con più consapevolezza.

Quando si dice “Chiesa italiana” può scattare l’automatismo per cui si pensa alla Cei o al Vaticano, ma la Chiesa non è né l’una né l’altro, la Chiesa è il popolo di Dio. E allora quale può essere il ruolo del popolo cattolico in questa situazione critica dell’Italia?

Occorre innanzitutto restituire dignità al valore dell’impegno politico come dimensione dell’umano e come modalità di contributo al discernimento dell’interesse comune. Bisogna poi individuare, forse con maggior convinzione, le priorità per cui valga la pena battersi in quanto cittadini italiani e cattolici europei, anche ricercando il consenso di persone che non appartengono alla Chiesa. Una presenza rinnovata, più definita e riconoscibile dei cattolici nella politica italiana potrebbe essere guardata anche da molti “laici” con simpatia perché in vari settori si percepisce un’aspettativa verso l’emergere di progetti e metodi nuovi che, rompendo con gli schemi del passato e distinguendosi dai cortocircuiti del presente, interpretino i profondi cambiamenti in atto. Non saprei dire, naturalmente, quale forma dovrebbe assumere un tale impegno, ma credo sia definitivamente superato il tempo dei velleitari tentativi di rivitalizzare esperienze gloriose ma inevitabilmente trascorse. Ritengo invece che sia giunto il momento di elaborare visioni dinamiche e complessive del Paese che sappiano puntare davvero sulle nuove generazioni. In questa direzione dall’Università Cattolica, che è nata dall’ispirata iniziativa di padre Gemelli come programma culturale rivolto a un mondo cattolico allora relegato ai margini del dibattito, e che nella sua ormai centenaria storia ha attraversato le turbolenze e coltivato le speranze del ’900 e di questo primo scorcio di millennio, può giungere un contributo in termini di riflessioni, spunti e idee utili per tradurre in proposte concrete e convincenti l’aspirazione al bene comune.

I tratti della nuova mappa del calcio extraeuropeo

di Lorenzo Longhi (www.treccani.it)

La scelta di un’immagine da parte dei media spesso va oltre il significante. La fotografia con la quale gran parte delle testate europee hanno illustrato i festeggiamenti dei tifosi algerini dopo la vittoria della loro Nazionale all’ultima Coppa d’Africa (Senegal battuto 1-0 in finale) lo è senz’altro: non le celebrazioni ad Algeri, ben più roboanti e affollate, ma quelle salutate dai fuochi d’artificio sotto gli Champs-Élysées, a Parigi. È la storia del Novecento a spiegarne i motivi, è l’attualità di una Francia in cui il nazionalismo del Rassemblement National non ha perso occasione per attaccarli, quei festeggiamenti (e i relativi disordini), è la stessa figura del capitano dell’Algeria, Riyad Mahrez, nato nella banlieu parigina e mai vissuto nella patria di cui difende i colori. Un anno dopo la vittoria della Francia al Mondiale russo, di nuovo il centro del mondo calcistico mediatico ha esultato sotto l’Arco di Trionfo, in taluni casi a bandiere affiancate – quelle algerine e quelle francesi – a riprova di un concetto, quello di identità, tutt’altro che univoco. La scelta dell’immagine di cui sopra, tuttavia, denota anche un altro aspetto, quello di una narrazione comunque eurocentrica, anche quando il calcio è solamente un pretesto per tornare a considerazioni di stampo prettamente politico.
In questo modo, a molti è sfuggito l’abbraccio che ha unito la Nazionale algerina e l’Hirak, il movimento di protesta che vuole la fine dell’era di Abdelaziz Bouteflika, presidente dal 1999 per quattro mandati di seguito, e più in generale dell’intero gruppo di potere che si è creato negli anni attorno a lui, da tempo gravemente malato e dimessosi lo scorso aprile. Non a caso, uno degli slogan della vittoria è stato “deuxième étoile, deuxième République”, ovvero “seconda stella (l’Algeria ha vinto per la seconda volta la Coppa d’Africa, pertanto aggiungerà al suo logo la seconda stella dorata, ndr), seconda Repubblica”, e qui s’intende appunto la speranza del cambio di regime. Le elezioni, inizialmente previste per il 4 luglio, sono state rinviate: non c’è ancora una data, intanto però – potere del calcio – il calcio ha unito per qualche momento entrambe le fazioni, quella che si riconosce nell’hirak e l’altra che sostiene l’establishment, e questo nonostante le proteste del martedì (quelle degli studenti) e del venerdì (quelle generali) non si siano mai fermate, nemmeno durante la Coppa d’Africa…continua a leggere su treccani

Le valli ladine in festa

Evviva la “Festa ta mont”. Il primo week end del mese di agosto, nel pieno della stagione estiva, si celebra la festa dei monti ladini. Una tre giorni in cui a Pozza di Fassa, e fino alla vicina Val San Nicolò, si festeggia la cultura ladina con approfondimenti culturali che interessano uno degli angoli più belli delle nostre montagne, le Dolomiti, patrimonio Unesco. Un luogo magico la valle Ladina che è popolata da 30 mila persone, distribuite in cinque valli e tre province,  che cercano di mantenere intatte tutte le tradizioni di una cultura millenaria. Partendo dalla cura della propria lingua  che aiuta a mantenere una identità sociale e allo stesso tempo a crearsi un status verso l’esterno. L’idea di una comunità millenaria con usi e costumi propri e soprattutto con una propria lingua sono un merchandising naturale dalle mille risorse. E’ il veicolo principale per un turismo identitario caratterizzato da un principio basilare della cultura ladina: l’armonico mix tra uomo e paesaggio.  Tutto questo ha la sua ragione di esistere nel mantenere e tramandare le tradizioni di un popolazione che ha visto già un migliaio di anni fa che unire natura e tradizione assieme a qualità e gusto genera un qualcosa di eccezionale. La festa ta mont è tutto questo e qualcosa di più, che non può essere limitata al racconto di una festa ma va vissuta nell’arco della vita di una comunità tutta da scoprire e da tramandare.

Multilateralismo in crisi

Pubblichiamo l’articolo di Giuseppe Fiorentino che appare nell’edizione odierna dell’Osservatore Romano

A poco sono servite le rassicurazioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e degli altri paesi firmatari circa il rispetto da parte dell’Iran dell’accordo sul nucleare faticosamente raggiunto nel 2015. Così, ad aprile dello scorso anno, il presidente statunitense Donald Trump ha sancito l’uscita dall’intesa fortemente voluta dal suo predecessore e alcuni mesi dopo, con l’immancabile tweet dai toni hollywoodiani, l’inquilino della Casa Bianca ha annunciato il varo di sanzioni contro la Repubblica islamica. «Sanctions are coming»: questo lo slogan che campeggiava sotto l’immagine di un accigliato Trump del quale tutto si può dire, ma non che somigli a qualche protagonista di Game of Thrones, la fortunata serie televisiva Hbo il cui motto, «Winter is coming», richiama direttamente la frase utilizzata dal presidente per notificare l’introduzione delle misure anti-iraniane.

Ma anche senza ricordare minimamente Jon Snow o Ned Stark, Donald Trump ha voluto con il suo tweet lanciare un messaggio di forza, usando inoltre una metafora televisiva molto popolare. È storia di queste settimane che Teheran, alle prese con le difficoltà economiche dovute alle sanzioni — che colpiscono tra gli altri il settore petrolifero — e in mancanza di un’efficace alternativa europea per favorire la prosecuzione degli scambi, ha ripreso la produzione di uranio arricchito. Ben poco resta quindi dell’accordo del 2015 e quel poco sembra molto difficile da salvare.

Ma il trattato sul nucleare iraniano è solo una delle tante intese recentemente ricusate dall’amministrazione statunitense. Sotto la guida di Trump, gli Stati Uniti sono usciti ad esempio dal Global Compact dell’Onu per una migrazione sicura, ordinata e regolare e dall’accordo di Parigi sul clima, e hanno abbandonato organismi quali il Consiglio dell’Onu per i diritti umani e l’Unesco. Altre intese commerciali regionali, oltre a quelle transpacifiche e transatlantiche, sono state sospese o congelate. L’amministrazione statunitense in questo momento sembra quindi rinunciare al multilateralismo nella risoluzione delle controversie, ma anche nella definizione di nuovi accordi, a favore di un approccio bilaterale. Così è avvenuto per il trattato di libero scambio con Canada e Messico, il Nafta, accantonato per sottoscrivere singoli patti con quei paesi. Anche la guerra dei dazi messa in atto soprattutto con la Cina lascia intendere che gestire congiuntamente questioni internazionali non costituisce una priorità. Lo si è capito dal documento diffuso al termine del recente g20 di Osaka, un testo che, secondo alcuni osservatori, riconosce la grave crisi attraversata dal multilateralismo, ammettendo che «le tensioni commerciali e geopolitiche si sono intensificate», ma senza individuare le soluzioni per rispondere a queste pericolose dinamiche.

Il preoccupante stato in cui versa oggi il multilateralismo è diretta conseguenza di quell’America first di cui Trump ha fatto il suo cavallo di battaglia elettorale, come reazione diretta alle storture della globalizzazione. È giusto ricordare che Trump è stato eletto anche perché ha promesso di accogliere le istanze di quel ceto produttivo depauperato dalla delocalizzazione delle imprese, avvenuta soprattutto per risparmiare sulla mano d’opera. Ma sta di fatto che invece di cercare, insieme, di individuare strumenti per governare e regolamentare la globalizzazione, si preferisce ora ricorrere a trattative “private” in cui far valere tutta la propria forza, perché svincolate dal contesto di quegli organismi internazionali dove le regole dovrebbero valere per tutti. Un accordo bilaterale è soprattutto vantaggioso per chi, in nome del suo potere economico e militare, può dettare le condizioni. E ogni intesa così raggiunta può essere propagandata come un successo da giocare poi in chiave elettorale, magari con un nuovo tweet, molto popolare, dal sapore hollywoodiano.

Sarebbe tuttavia opportuno chiedersi se la legge del più forte sia davvero la regola su cui basare le relazioni internazionali. Certo la storia, quella maestra di vita che ha ben pochi allievi, come ha recentemente sottolineato Papa Francesco, citando il gesuita Giacomo Martina, troppo spesso ci racconta di violenze e di sopraffazioni. Ma è anche vero che la comunità internazionale si è dotata di istituzioni basate sul multilateralismo proprio nel tentativo di arginare la tentazione di far prevalere la potenza a scapito del diritto. Non è sicuramente un caso che oggi il valore di quelle istituzioni sia fortemente messo in discussione. Ma negare legittimità alle organizzazioni internazionali che imbrigliano la volontà di potere, in prospettiva è pericoloso per tutti. Come ha spesso ricordato il Papa, il mondo è già alle prese con un guerra mondiale combattuta a pezzi. E a volere imporre a ogni costo la propria forza si rischia alla lunga di aprire scenari di conflitto in cui non ci saranno vincitori, ma solo sconfitti.

A destra poco di nuovo

di David  Fracchia

http://www.laboratorio.info/Mensili/2019/7-lug-2019.pdf

La Lega rappresenta tutto il nuovo nella storia italiana, rappresenta l’avvenire oltre i prodigiosi traguardi di Maastricht, e conferma soprattutto l’incontro ideale fra Pontida
ed i Vespri Siciliani.Questa frase di Umberto Bossi, conclusiva della su prefazione ad uno snello volume interessante allora ed utilissimo da rileggere oggi (Iacopini – Bianchi, La Lega ce l’ha crudo ! – Il linguaggio del Carroccio nei suoi slogans, comizi e manifesti, Mursia 1994), 25 anni fa, piaccia o meno, aveva un senso. In quel momento si trattava di una sintesi del percorso compiuto, dalle oscure origini della profonda provincia del Nord alla ribalta nazionale conquistata con notevole successo; una sintesi che, oggettivamente, aveva un nucleo di verità, pensando alla genesi di  quel movimento agli inizi degli anni ’80, in dichiarata contrapposizione a metodi e tematiche dei partiti tradizionali della Prima Repubblica.
Merita sottolineare il dato emerso, già nel 1989, da uno studio sulla Lega Lombarda commissionato dalla Dc lombarda all’Università Cattolica di Milano, da cui emerse che il militante leghista era relativamente giovane, alquanto scolarizzato, occupava una posizione professionale medio-alta, percepiva un reddito superiore alla media nazionale, era nato e tendenzialmente viveva in Lombardia.
In sintesi: ceto medio in ascesa, dinamico, insofferente di un sistema politico sclerotico ed avviato al crollo per molti motivi (la letteratura sul punto è smisurata).
Un ceto, quindi, che avrebbe tranquillamente potuto essere reso destinatario di una comunicazione, un messaggio, articolato, strutturato: ma non fu questa mai, nemmeno allora, la scelta della classe dirigente leghista. Gianfranco Miglio stesso, nel giustificare la scelta della politica-spettacolo e del linguaggio da slogan compiuta dal movimento, ebbe ad osservare che anche le forme ideologiche più sofisticate, i programmi più elaborati, debbono ad un certo punto trovare il consenso delle moltitudini; debbono cioè tradursi in manifestazioni popolari, in gesti, in miti che consentano al singolo di condividere, pubblicamente, l’adesione ad una certa interpretazione della realtà, alla medesima carica di
speranza (v. in merito l’amplissimo lavoro di Caldiron, La destra plurale. Dalla preferenza nazionale alla tolleranza zero, Roma 2- In tale scelta di metodo si collocò la radice dellaforza diffusiva del primo messaggio leghista, peraltro indiscutibilmente diretto al popolo del Nord in esplicita contrapposizione a Roma ladrona ed al Sud parassita; lo scardinamento del vecchio quadro politico ad opera della Magistratura fece poi il resto: in mancanza, probabilmente le sorti anche della Lega, oltre che di questo paese, sarebbero state molto diverse.
2. Sono trascorsi venticinque anni, arco temporale in sé rilevante ed ancor più nel frenetico tempo attuale.
Il nucleo identitario leghista delle origini si è trasformato, assumendo connotati da destra radicale classica, abbastanza velocemente.
La fiducia nella capacità dei territori originari di far da sé, meglio degli altri, in virtù (paradossalmente) anche della vicinanza geografica e culturale rispetto alla MittelEuropa si è evoluta (o devoluta, a seconda dei punti di vista), alimentandosi del timore verso la globalizzazione tipico dei ceti meno elevati e, tra questi, di quello operaio, alle prese con una vistosa crisi industriale.
Nel quadro di nettissima difesa dell’ordine economico esistente e, quindi, delle modalità di produzione e distribuzione della ricchezza già consolidate, si è aggiunta una mutazione
dell’elemento identitario strettamente locale, sino a creare l’idea di una comunità di lavoro, territorialmente sempre più ampia, ma etnicamente coesa, una sorta di etnocapitalismo: il tutto ravvivato dall’elemento maggiormente vistoso, vale a dire quello razzista e/o, se si preferisce, di repulsione nei confronti degli immigrati.
La Lega ha assorbito, sul punto, linguaggio e teoriche della destra radicale europea anti-mondialista, in modo esplicito, anche mediante documenti ufficiali. In un documento del 1998, titolato Padania, identità e società multirazziale, prodotto dagli Enti Locali Padani Federali, si legge che l’ideologia mondialista, favorevole all’immigrazione xtracomunitaria, vuole negare l’esistenza di popoli e nazioni, sostenendo un cosmopolitismo individuale di massa che sgretola le identità e i sentimenti di appartenenza territoriali; gli orfani del Marxismo, convertitisi a tale mondialismo, proseguono in tal modo la loro sottile opera di distruzione della civiltà europea, utilizzando l’immigrazione come grimaldello e futuro elemento di destabilizzazione e caos Di lì a poco, ad inizio 1999,Dopo venticinque anni di Lega.
la Lega coerentemente lanciava la propria campagna Uomo, non microbo contro la cd. invasione di immigrati clandestini in Italia, avviando raccolta di firme
con la partecipazione entusiasta di ampio panorama dell’allora destra estrema italiana, dal Msi-Fiamma Tricolore di Rauti al Fronte Nazionale di Adriano Tilgher, già allora a Forza Nuova. I leghisti torinesi, per l’occasione, invitarono la Fraternità Sacerdotale di San Pio X a tenere una messa in latino a Porta Palazzo, per fermare l’islam e immigrati, per dirla con il leader cittadino dell’epoca Mario Borghezio (lo stesso esponente, tradizionale trait d’union traLega e ambienti estremi, che a marzo del 2019 ha inaugurato la sede torinese dell’associazione Legio Subalpina). A quel punto, l’apertura esplicita, sempre a fine anni ’90, delle colonne del giornale La Padania al pensiero del maggior pensatore della Nouvelle Droite francese, Alain de Benoist, non solo non può stupire, ma è coerente e chiude il cerchio: l’idea dell’impero sovranazionale che rispetta, riunisce ed insiemesupera le singole comunità identitarie è sbocco teorico nel quale non è impossibile incasellare il messaggio leghista in atto sul territorio, sbocco rispetto al quale la visione euro-asiatica di Aleksandr Dughin, attivo da decenni, ma da noi divenuto noto al pubblico – non a caso – con l’attuale governo, è solo una variazione sul tema.
Dughin già riprende infatti, da decenni, la teorizzazione di un impero euroasiatico da Dublino a Vladivostok, contrapposto allo atlantismo americano, teorizzazione operata dal
belga Jean Thiriart già negli anni Sessanta. Nel 1992 Dughin stesso invita a Mosca proprio Alain de Benoist e negli stessi anni avvia la diffusione in Russia degli scritti di Julius Evola; trovare lo stesso Dughin, nel 1994, a capo di un partito russo nazional-bolscevico non può stupire da nessun punto di vista. Pochi mesi orsono, è noto, si è appunto avuto un tour italiano del medesimo Aleksandr Dughin, con vicinanze esplicite di vari ambienti, leghisti ma non solo (non poteva mancare, ovviamente, il Fusaro fustigatore del turbocapitalismo).
Archetipi che ritornano, quindi, e trovano fortuna comunicativa nella piena attualità; al netto delle indubbie peculiarità russe, nazional-bolscevismo evoca abbastanza intuitivamente il nazional-socia lismo delle origini (si rimane rigorosamente sul piano delle idee, non delle nefaste conseguenze); come pure il sindacalismo rivoluzionario di matrice francese evolutosi, un secolo orsono, in sindacalismo nazionale italiano, evoca ogni altra congerie di pensiero volta ad unificare i contrapposti interessi dei diversi ceti sociali
in ottica di superamento di ogni conflitto, nell’interesse superiore dell’identità nazionale.
La configurazione (peraltro mai troppo attuata) del sistema corporativo fascista ne fu l’esito formale. Su un piano meritevole di rispetto se non altro, per la coerenza estrema che vi dimostrò il suo autore, lo scrittore Yukio Mishima, nazionalista, militarista, imperialista, negatore del modernismo e della generazione liberale e filo-americana del Giappone postbellico, riconobbe come le sue posizioni non fossero, poi, troppo distanti da quelle degli studenti giapponesi protestatari marxisti di fine anni ’60: ma aggiungeva che lui disponeva di un atout che a quelli mancava: l’Imperatore.
La materia è enorme per riferimenti, interventi, personaggi e varianti; ma pare possibile concludere che,in definitiva, l’evolversi (non di oggi, si parla già di vent’anni orsono) della Lega verso il radicalismo di destra europeo (ed anche italiano) tradizionale segni l’abbandono di un potenziale di innovazione che, se non altro per reazione all’esistente e ceto sociale dinamico coinvolto, per certi aspetti, all’inizio quel movimento aveva.
Di recente, invece, ampliatasi numericamente e mutata sul piano economico-sociale la base di riferimento, la Lega si è collocata appieno in un filone di certo non nuovo.
3. Rifiuto dell’immigrazione; rifiuto dell’occidente capitalista e atlantico; aspirazione ad un ordine sovranazionale nel rispetto delle identità (nel senso di differenze di popolo più che di stato), sono elementi cardine del pensiero di destra radicale italiano da decenni, che ha trovato anche mezzi di comunicazione efficaci, sia pure all’interno della cerchia degli adepti, per così dire, di quell’area, sino allo sdoganamento berlusconiano, la svolta di Fiuggi
e così via. Tra la metà degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, la cd. sinistra missina” (ritornano gli apparenti ossimori, anche comunismo padano lo è), in contrapposizione ad un sofferto conservatorismo della classe dirigente di quel partito, cercò sviluppi anche di linguaggio e di media.
-5 ITALIA Russia sovietica, sia contro il mostro statunitense, ma pure (già allora, sia pure per altri motivi) contro la Cina, da cui slogans come quello celeberrimo Russi, cinesi, americani, sul suolo dell’Europa per voi non c’è domani.
Il quadro internazionale di quegli anni ovviamente faceva abbinare le due superpotenze: venuto meno il sistema sovietico, come
visto, il nazionalismo imperial-bolscevico russo è oggi molto meno sgradito. Julius Evola, poi, riemerge come un fiume carsico ad ogni volgere di decennio, da
un lato per le teorizzazioni razziali risalenti già agli anni ’30 (suo fu il cd. razzismo spirituale, in contrapposizione a quello scientifico, per così dire naturalmente, dei vari Preziosi ed anche Almirante); dall’altro per il recupero in vari ambiti (v. di recente proprio con Dughin) del suo pensiero sparso in opere come Rivolta contro il mondo moderno, Cavalcare la tigre, Gli uomini e le rovine. Esso pensiero ha costituito e costituisce tuttora, infatti, riferimento per chi, tradizionalista integrale, neghi radicalmente capitalismo e liberismo (oltre ovviamente al comunismo, che era realtà negli anni in cui lui scrisse), denunziando la demonìa dell’economia, definendosi senza remore antiborghese e proponendo un tipo umano che vive nella modernità, ma non lche ’accetta come tale e vuole ribaltarla in senso rivoluzionario conservatore. 4. Vien difficile pensare che lo strumentario comunicativo (ma anche di contenuti) della Lega attuale, volto alla nazione, alla comunità etnica che (sbalorditivo) non è solo più padana ma italiana, all’attizzare
Nacque, ad esempio una rivista che visse alcuni anni, La Voce della Fogna, su ispirazione di Marco Tarchi: la copertina del n. 24, Estate 1980, della medesima, raffigura una massa di immigrati di coloredavanti al Colosseo. Titolo: Mezzo milione di africani popolano l’Italia. Figli dell’Impero; un Mussolini raffigurato nel migliore dei suoi faccioni proclama, un po’ inviperito: Adesso, il primo che sento fischiettare ‘Faccetta Nera’, parola
mia, lo strozzo!. Se ne occupò, fra l’altro, Giordano Bruno Guerri in qualità di direttore del mensile Storia Illustrata, che pubblicò un dossier su vecchia e nuova destra dal 1945 ad inizio anni ’80: un d’ossier che evidenziava, da dichiarazioni e testimonianze raccolte, la furiosa voglia di lotta dei militanti di destra-destra .. non imborghesiti, sia contro la 6- costantemente il rifiuto e la paura per l’invasione straniera e la perdita dell’identità culturale, abbia preso davvero il sopravvento sul concretissimo tronco ì originario del Nord/NordEst, omogeneo e animato anche da interessi economici ben identificabili.
Vi è però chi lo pensa; periodicamente Roberto Maroni lancia messaggi; un personaggio di indiscutibile rilievo come Giorgetti non manca di cogliere malumori della base storica; nasce, ad esempio, un movimento come Grande Nord, dapprima di soli esuli leghisti, dichiaratamente in reazione al ritenuto tradimento salviniano delle origini e delle missione della Lega stessa. La stipulazione del cd. contratto di governo con il M5S è, forse, di per sè meno eversiva di quanto superficialmente si potrebbe pensare, rispetto al contesto che si è tentato appena di indicare per eventuali approfondimenti. Essa è stata, comunque, utilizzata sapientemente dai media a conduzione leghista, per attrarre quel segmento di popolo che si è, dapprima, sentito indistintamente gialloverde, poi ha scelto la componente maggiormente strutturata dello strano binomio contrattual-governativo. L’area di centro, liberaldemocratica, moderata (le etichette possibili si sprecano), può dialogare in modo costruttivo e, se sì, come, con tale soggetto politico di indubbia importanza?
Se si considera lo sfondo, i riferimenti radicali scelti, certe linee-forza che hanno fatto la fortuna della Lega ultima, di oggi, pare di no. Se si considera l’aspetto più strettamente di prassi, di rappresentanza di ceti economici attivi ed attenti – proprio – all’Europa e comunque al mondo globalizzato che, inutilenegarlo, concorrono a costituire la forza del Lombardo-Veneto esteso al Friuli e progressivamente all’Emilia, pare di sì.
Può essere che il futuro, auspicabilmente prossimo, + di un Centro Democratico (si conceda l’utilizzo, per semplificare, di un’espressione di montanelliana memoria) si giochi anche nell’essere, pienamente consapevole dei propri obiettivi e della rappresentanza che vuol conseguire, da un lato, diga alle componenti radicali; dall’altro, invece interlocutore delle componenti concrete e storicamente propositive, di quell’entità assai cresciuta quanto non troppo consolidata che, oggi, pare essere la Lega.

Di male in peggio

La delusione continua senza sosta e senza alcuna pietà a inseguire le speranze degli iscritti al partito democratico. Immaginavano che la beatificazione con le primarie potesse fare emergere una figura carismatica. Non è stato così, non è così, non lo sarà domani. Le primarie hanno consegnato un vincitore dal profilo pallido e senza una capacità carismatica da riempire di sogni i militanti di quel partito. Devo dire che anche io all’inizio lasciavo la porta aperta a una possibilità di costume più adatto alle condizioni nazionali, ma dopo diversi mesi, tutto si è prosciugato e, oggi, con l’ultima critica aperta, constato, come voi tutti, l’insufficienza del segretario nazionale del Pd. Questo non è sicuramente un bel avvio per la salute politica nazionale. Ho sempre considerato fondamentale che ogni forza politica fosse retta, sia di destra, di centro o di sinistra, da soggetti all’altezza del compito e, magari, anche retti da una abilità e una umanità più elevata del normale. A dir il vero le fasi tristi della storia, almeno quella recente, hanno anche manifestato mediocrità nei leader politici nazionali. Dentro al Pd, quindi, non regna alcun entusiasmo. Gli stessi renziani, vedasi l’ultima crisi aperta e senza alcun infingimento dall’On. Elena Boschi, non fanno più mistero di voler prendere direttamente a bersaglio il Segretario Nicola Zingaretti. A conti fatti, pertanto, il clima complessivo tra le fila dell’opposizione sembra volto a un contenimento poco adatto ad affrontare le sfide profonde e intense del momento. In parallelo a tutto questo, sempre in casa Pd, c’è, e lo segnalo con preoccupazione, il grigio gesto dell’On. Ivan Scalfarotto, il quale per distinguersi – distinzione che dal mio punto di vista lo fa precipitare verso il basso – ha fatto visita ai due ragazzi americani arrestati per l’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega con il dichiarato intento di verificare se costoro fossero stati fatti mira di comportamenti illeciti da parte dei carabinieri di Roma. Si è messo la veste del radicale di turno, mantenendo la casacca del Pd. È pur vero che ci sono casi che ricordano i comportamenti non leciti da parte delle forze dell’ordine, ma da qui a pensare che quella foto apparsa sui giornali volesse significare una condotta, da parte delle nostre forze dell’ordine, scorretta, disumana, illegale nei confronti del giovane  Finnegan Lee Elder, è una mossa francamente vergognosa ed inaccettabile. In un mio intervento di qualche giorno fa avevo avanzato l’ipotesi, ripeto solo una ipotesi da commento giornalistico, in cui immaginavo che quella foto fosse stata scattata solo a vantaggio dell’americano e per mettere così in ridicolo le nostre forze dell’ordine e impedire in tal modo che si procedesse con le leggi vigenti nel nostro Paese per verificare e giudicare il grado di colpevolezza del giovane assassino americano. Ivan Scalfarotto ha così ulteriormente colpito l’intelligenza politica di tutto il suo partito. È ben vero che c’è una presa di posizione di Zingaretti, ma credete forse che questo basti a nascondere l’azione compiuta da un parlamentare del partito democratico, e non un parlamentare qualsiasi, ma un esponente di primo grado di quella formazione?

Non c’è futuro al di fuori dell’Unione europea

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano, edizione settimanale in lingua italiana del 1 agosto, a firma di Andrea Monda.

«Ed è, in fondo, anche qui il bello della nostra Costituzione, che non esonera nessuno da responsabilità, tanto meno in questa materia». La “materia” in questione è l’informazione, e al mondo della comunicazione si è rivolto giovedì mattina, 25 luglio, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel tradizionale appuntamento della consegna del “Ventaglio” da parte dell’Associazione stampa parlamentare. E quale sia la responsabilità di chi opera in questo campo è presto detto: «In ragione della professionalità e deontologia che caratterizza la loro funzione» i giornalisti «devono agire con indipendenza e con rigore per alimentare credibilità e fiducia, nell’assolvimento della missione di servire i governati e non i governanti, sempre anteponendo la verifica delle notizie all’anelito dello scoop». 

Nel suo discorso il presidente ritorna più volte su questa espressione “servire i governati e non i governanti” che è ripresa letteralmente dalla sentenza del 1971 della Corte suprema degli Stati Uniti investita dal caso Pentagono papers, sulla politica americana sul Vietnam. È grazie al servizio di una stampa libera che i governati, i cittadini, ha affermato Mattarella, «possono formarsi un’opinione consapevole e liberamente critica». È chiara l’idea di fondo: l’informazione è un servizio e non un potere, e finché resta un servizio può svolgere una funzione di contro-potere; un’idea questa che è «uno dei cardini della democrazia liberale […] da questa si può andare avanti, progredire. Non certamente retrocedere per tornare a un invasivo esercizio del potere di chi governa». 

Il libero esercizio di questo contro-potere è tanto più urgente oggi al tempo della rivoluzione digitale che «ha cambiato il volto del pianeta in breve tempo» investendo «il sistema delle relazioni interpersonali, come pure l’economia, il mondo del lavoro, della scienza e della cultura». Questa rivoluzione così pervasiva interpella intensamente la coscienza dell’uomo «su temi che vengono messi in discussione, come la libertà, la dignità delle persone, la dimensione della riservatezza». Su questo punto Mattarella si sofferma evidenziando le questioni che attengono al profilo politico (la tenuta democratica) ma anche quelle più direttamente esistenziali, umane: «L’egemonia di pochi colossi dell’impresa digitale assume una pervasività sin qui sconosciuta. Gli strumenti per guidare in modo positivo l’evoluzione digitale, a servizio delle persone, consistono nell’applicazione puntuale dei principi sui quali si basa l’esperienza liberal-democratica, costruita a caro prezzo da tanti popoli. Non esistono “non luoghi”: si tratta comunque di spazi, sia pure virtuali, in cui interagiscono persone e si registrano attività umane; e anche la dimensione digitale deve rispettare principi e regole frutto delle conquiste democratiche».

Al presidente sta a cuore la struttura istituzionale ma prima ancora “il sistema delle relazioni interpersonali”, una dimensione che nella sua riflessione si allarga al sistema paese e a tutto il continente europeo a cui ha dedicato la prima parte del discorso: l’Europa che fuoriesce dalle elezioni di maggio, secondo Mattarella, mostra «una visione e un atteggiamento di maggiore solidarietà, soprattutto nei confronti delle giovani generazioni che si sentono, e sono, sempre di più, popolo europeo. Appare sempre più evidente l’importanza capitale del non isolarsi». Parole forti e fortemente sentite che lo portano ad affermare lapidariamente che «Non c’è futuro al di fuori dell’Unione europea. Di fronte alle grandi questioni e numerose sfide, tutte di carattere globale, in un modo sempre più condizionato da grandi soggetti, i singoli paesi dell’Unione si dividono tra quelli che sono piccoli e quelli che non hanno ancora compreso di esser piccoli anche loro». 

Il pubblico composto esclusivamente da direttori dei quotidiani, delle agenzie giornalistiche e dai giornalisti accreditati presso il Quirinale, segue con attenzione, recepisce i messaggi, espliciti e impliciti, ma quello che a tutti risulta chiaro è che il discorso del presidente è stato un inno alla libertà di informazione, una libertà mai scissa dal senso della responsabilità, oggi forse più importante e decisiva che in passato.

 

Ubriachi sul ciglio dell’abisso

Articolo già apparso sul sito internet della rivista Il Mulino a firma di Antonio Banfi

Straniamento: forse non c’è una parola più adatta per descrivere la sensazione che si prova osservando ciò che sta accadendo in queste settimane nel nostro Paese. Il dibattito pubblico è prevalentemente assorbito da questioni poco serie, o – per meglio dire – da questioni la cui gravità deriva più dal coinvolgimento che tali questioni generano piuttosto che dalla loro effettiva rilevanza. Detto in altri termini, il dibattito politico (se ancora così lo si può definire) è ormai appiattito su faccende di corto respiro e di breve se non brevissimo orizzonte, fagocitato da agende nelle quali il tempo si misura in giorni se non ore; dove gli slogan fioriscono su un substrato costituito in parti variabili ma sempre determinanti di ignoranza, ricerca del consenso purchessia, rifiuto di qualsiasi senso di responsabilità, analfabetismo radicato che si estende come una infezione alle più elementari capacità di ragionamento, alle basi della logica. Spiace apparire così tranchant e anzi viene il sospetto di essere un po’ vecchi, magari brontoloni e moralisti, poco aperti agli orizzonti della politica “liquida”: e tuttavia è giunto il momento di dire che il dibattito pubblico italiano è ormai un lupanare, un festoso postribolo che neanche le più sfrenate rappresentazioni della demagogia di Cleone pensate da Aristofane mai avrebbero potuto raggiungere nel suo orrendo livello di abiezione. La questione suscita un forte timore per i destini del Paese, anche perché non pare che questa malattia degenerativa infetti solo l’attuale maggioranza di governo, sempre che così la si possa chiamare.

Questa cosa va detta, e in modo forte e chiaro, per due ragioni fra loro intimamente collegate: la prima è che le strutture istituzionali e politiche di una democrazia sono fragili e non possono reggere a lungo un simile imbarbarimento senza aprire le porte a qualcosa d’altro che allo stato non sappiamo cosa sia, ma che per molte buone ragioni dovremmo temere. La seconda è che la politica distillata ad uso del “popolo”, fatta di tweet, sagra paesana, pomiciate ministeriali e diretta Facebook non è per definizione in grado di confrontarsi efficacemente con i più semplici problemi di gestione della cosa pubblica, figuriamoci quelli maggiori o che abbiano rilevanza internazionale. Su questi scende, non per caso, una coltre di silenzio, come se non esistessero. Si dirà che personaggi da avanspettacolo ricoprono ruoli di primo piano in grandi potenze come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna; magra consolazione. E soprattutto quei Paesi hanno – pare – la fortuna di potersi ancora avvalere di un deep state e di una burocrazia ministeriale che ormai in Italia è stata eradicata a colpi di spoils system, ammesso e non concesso che sia mai esistita in quella forma.

Vengo ora al punto che intendo qui sollevare, che mi pare meritevole di un assai preoccupato interesse per i suoi possibili sviluppi, ma non senza ribadire che esso non è certo isolato, sotto la coltre di silenzio: basterebbe pensare alla politica energetica, al commercio estero (la vicenda indecorosa delle dimissioni del board editoriale dell’Ice, l’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane) accuratamente taciuta da buona parte della stampa, la dice lunga), alle relazioni internazionali, solo per citarne alcuni.

Faccio un breve passo indietro: intorno all’anno 2000 terminò clamorosamente la bolla finanziaria dell’high-tech; l’esuberanza irrazionale degli investitori fu costretta, come prima o poi sempre accade, a fare i conti con la realtà e una gran massa di aziende – che spesso avevano al loro attivo poco più di un brand accattivante – fu spazzata via mentre gli indici azionari furono severamente ridimensionati. Le conseguenze sul piano di quella che è talvolta ambiguamente definita “economia reale” per distinguerla dalla finanza furono tutto sommato limitate, con l’usuale raffreddamento recessivo che era lecito attendersi. In quegli anni iniziò a manifestarsi un atteggiamento di politica monetaria, da parte della Federal Reserve, che è difficile non definire compiacente, quando non eccessivamente espansivo. Si ebbero in particolare diversi anni di politica “accomodante” (tassi significativamente bassi) pur in presenza di un’economia che si avviava rapidamente verso la ripresa. Sulle ragioni di questa scelta, da molti aspramente criticata, in particolare, anche se non solo, da parte di alcuni esponenti della destra repubblicana, si dibatte ancora. In ogni caso, come tutti ricordano, tali politiche compiacenti finirono per generare una nuova bolla (deflagrata nel 2008), su asset più senior, più illiquidi e dunque assai più rischiosi dei precedenti: gli immobili. A questo punto il contagio si era avviato e si stava trasferendo dai mutui immobiliari insolventi ai derivati, alle banche stesse, i cui bilanci rischiavano di rivelare patrimoni ampiamente costituiti di carta straccia, ai titoli di debito in generale, inclusi quelli sovrani. Il “delfino” di Greenspan, Ben Bernanke, detto “Helicopter” da una famosa frase di Milton Friedman da lui rilanciata in un discorso del 2002, secondo la quale si sarebbero dovuti lanciare i dollari dagli elicotteri per estinguere l’incendio finanziario, reagì approfondendo le politiche accomodanti, non solo operando sui tassi, ma attraverso politiche non convenzionali (il cosiddetto quantitative easing, un intervento diretto sui prezzi degli asset), successivamente adottate anche al di fuori degli Stati Uniti.

Qui l’articolo completo 

 

Gli italiani dicono no alla plastica monouso

In Italia un cittadino su quattro (27%) ha evitato di acquistare oggetti di plastica monouso come piatti, bicchieri o posate mentre ben il 68% ritiene addirittura che sarebbe opportuno pagare un sovraprezzo per questi prodotti. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti su dati Eurobarometro, in relazione alla sentenza del Tar Puglia che ha sospeso l’ordinanza balneare adottata dalla Regione Puglia nell’aprile 2019, nella parte relativa al ‘plastic free’ imposto a gestori di stabilimenti balneari e agli utenti delle spiagge.

I giudici amministrativi hanno accolto il ricorso contro la Regione Puglia promosso dall’associazione dei produttori di acque minerali e di sorgente, da quella dei produttori di bevande analcoliche e da quelle dei distributori perché – spiega la Coldiretti – la recente direttiva europea sulle plastiche monouso invocata nell’ordinanza regionale deve essere recepita dagli Stati membri entro il 3 luglio 2021 e non è quindi di competenza degli enti locali.

La lotta alle plastiche monouso, come piatti, posate, cannucce e bastoncini cotonati, è sostenuta – sottolinea la Coldiretti – da una crescente attenzione alla sostenibilità ambientale dei propri comportamenti. Un tema che – continua la Coldiretti – riguarda non solo il rispetto dell’ambiente, ma anche la stessa salute degli animali, da quelli marini fino a quelli da fattoria. I rifiuti di plastica – spiega la Coldiretti – sono, infatti, i più diffusi anche nelle campagne, spesso a causa dell’inciviltà di chi abbandona le stoviglie utilizzate per i picnic.

Mucche, pecore o cavalli degli allevamenti rischiano così di restare soffocati dai residui come sacchetti o piatti, ma si registrano episodi in cui animali sono morti addirittura a causa di prodotti “di moda” come i resti delle lanterne cinesi che sempre più frequentemente vengono fatte volare in cielo. Accanto ai comportamenti scorretti dei cittadini, non mancano poi i casi in cui le campagne vengono utilizzate addirittura per lo smaltimento illecito di rifiuti – conclude la Coldiretti – abbandonati nottetempo senza curarsi dei gravissimi danni che ciò comporta all’intero settore agricolo.

Sono 3.867 i migranti sbarcati sulle coste italiane

Ad oggi sono 3.867 i migranti sbarcati sulle coste italiane da inizio anno, 950 dei quali nel solo mese di luglio.

La giornata durante la quale è stato registrato il maggior numero di persone sbarcate è stata quella del 31 luglio, con 203 migranti arrivati sulle nostre coste. Altri consistenti sbarchi si erano registrati il 19 luglio (111), il 6 luglio (110), il 9 luglio (80), il 24 (77) e il 25 (75).

Dei quasi 3.900 migranti sbarcati in Italia nel 2019, 858 sono di nazionalità tunisina (22%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Pakistan (620, 16%), Costa d’Avorio (421, 11%), Algeria (339, 9%), Iraq (310, 8%), Bangladesh (190, 5%), Sudan (188, 5%), Iran (103, 3%), Guinea (91, 2%) e Marocco (71, 2%) a cui si aggiungono 676 persone (17%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.

In Etiopia piantati più di 350 milioni di alberi in un giorno

Si chiama Green Legacy la maratona voluta in Etiopia per assicurare più ossigeno. Nel corso di un solo giorno, lunedì, nel Paese africano sono stati piantati oltre 350 milioni di alberi per combattere la deforestazione e il cambiamento climatico.

Un record toccato grazie anche alla decisione delle autorità etiopi di disporre la chiusura di scuole e uffici governativi per la giornata di lunedì.

Il progetto rientra nel programma governativo che prevede di piantare circa 4 miliardi di alberi nella seconda metà dell’attuale anno fiscale.

A fronte di un territorio coperto per meno del quattro per cento da foreste, Green Legacy tenta di prendere le dovute misure dopo quanto denunciato da alcuni scienziati svizzeri a inizio luglio: il modo migliore per contrastare efficacemente il riscaldamento globale, sarebbe quello di coltivare un trilione di alberi.

L’iniziativa ‘Green Legacy’ lanciata il 26 maggio dal premier Abiy Ahmed: ha visto in 2 mesi, piantare 2,6 miliardi di alberi.

 

Torino: Torna la ‘Festa dei Vicini’

L’iniziativa si propone di contrastare la solitudine nei quartieri e nei condomini con un momento di convivialità e condivisione.

L’amministrazione torinese che la ospita, quest’anno ha optato per un appuntamento doppio:

la prima Festa, che si è svolta l’8 e il 9 giugno scorsi, e stata ispirata alla tematica “Plastic free”, secondo le indicazioni del Ministero dell’Ambiente, che invita a non utilizzare la plastica, ma materiali riciclabili e biodegradabili; il secondo appuntamento, previsto per sabato 21 e domenica 22 settembre, per il quale l’amministrazione invita comunque a limitare l’utilizzo di oggetti in plastica, si svolgerà, come da tradizione, in occasione della 16ma edizione del “Neighbours’Day”.

I partecipanti avranno il compito di organizzare un evento di convivialità per coinvolgere i propri vicini di casa. Chi porta una torta, chi un mazzo di carte o una chitarra, l’importante è stare insieme. Sono sempre tantissimi, oltre 5000, i cittadini torinesi che raccolgono l’invito e decidono di scendere in strada o in cortile per brindare ai rapporti di buon vicinato. Nelle case popolari, poi, la festa è particolarmente sentita, infatti, da Mirafiori a Barriera di Milano, gli inquilini danno vita ai banchetti più affollati della giornata.
La partecipazione è gratuita. Tutte le informazioni sono reperibili su sito: http://www.comune.torino.it/festadeivicini/

Ospedale Bambino Gesù: la scoliosi si corregge con la chirurgia “flessibile”

Un nuovo sistema di viti e “corde flessibili” per correggere la scoliosi di bambini e ragazzi, consentendogli di muoversi più liberamente dopo l’intervento chirurgico. Un nuovo metodo adottato all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.

La scoliosi è una deformità della colonna vertebrale caratterizzata da curvatura e rotazione delle vertebre. Colpisce circa il 2% della popolazione pediatrica; può essere corretta con busti e corsetti e, nei casi più complessi, con la chirurgia.

Al Bambino Gesù vengono trattati circa 1.000 casi di scoliosi all’anno, l’1% dei quali con interventi chirurgici.

La tratta degli esseri umani

Articolo a firma di Liliana Ocmin (edizione odierna di Conquiste del lavoro)

La Giornata mondiale contro la tratta degli esseri umani, proclamata il 30 luglio del 2013 dall’Assemblea Generale dell’Onu, é utile per poter riflettere e fare un bilancio annuale sull’impegno che la Comunità internazionale sta portando avanti per la difesa delle vittime di tratta e  dei loro diritti.

La tratta di essere umani è lo sfruttamento criminale di donne, uomini, bambini e bambine che si traduce nella quasi totalità dei casi in lavoro forzato e  sfruttamento sessuale. 

Si tratta di un fenomeno che ha inizio sin dai paesi di origine per poi perpetrarsi in quelli di transito e di destinazione delle vittime.

Ogni anno milioni di persone in tutto il mondo finiscono nelle mani dei trafficanti e vengono schiavizzati e la maggioranza delle vittime è destinata allo sfruttamento sessuale e il 35% delle vittime del lavoro forzato è costituito da donne.

Di fronte alla drammaticità e alla portata di questo odioso fenomeno, la comunità internazionale, attraverso l’azione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha adottato nel 2010 il Piano d’azione mondiale per lottare contro la tratta di persone, esortando i governi a prendere delle misure concrete per contrastare questo flagello. 

Un altro importante atto che testimonia la crescente attenzione per il dilagare di questa piaga è rappresentato dall’adozione nel dicembre del 2015, da parte dei paesi del mondo intero, dell’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile che comprende la repressione del lavoro forzato e la fine della schiavitù e della tratta di essere umani, nonché gli obbiettivi di sviluppo sostenibile che si prefiggono anche il divieto e l’eliminazione del lavoro minorile in tutte le sue forme.

Questa Giornata deve essere anche utilizzata per denunciare la gravità che si cela dietro i numeri dei diversi rapporti pubblicati in tutto il mondo, lasciandoci sgomenti, perché ci rappresentano una cruda realtà in cui purtroppo milioni di persone nel mondo sono ancora oggi vittime di tratta. 

Ad esempio, secondo l’Unicef  quasi una su 5 delle vittime è una bambina o una ragazza, inoltre tra di loro il 95% sono vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale.

In misura minore, ma pur sempre rilevante, la tratta produce abusi sessuali anche a danno di ragazzi e giovani adulti maschi. 

A testimonianza di quanto sia diffuso il fenomeno, citiamo un altro rapporto, quello della Women’s Refugee Commission (WRC) pubblicato lo scorso marzo, che attesta come proprio in Libia e lungo la rotta del Mediterraneo centrale resti elevato il rischio di violenza sessuale per migranti e rifugiati che si muovono verso l’Italia.

L’abuso sessuale è una violazione diffusa sia nei paesi d’origine dei giovani migranti e rifugiati che in quegli di transito, e che a volte si trasforma in sfruttamento anche nei paesi di destinazione. Un fenomeno questo complesso che va affrontato anche considerando le specifiche vulnerabilità dei minori stranieri non accompagnati, che rappresentano una delle categorie più a rischio.

Purtroppo nessun Stato può dirsi immune da questa piaga. Anche in Italia migliaia di uomini e donne sono sfruttati come manodopera a basso costo o come ‘merce’ nel mercato del sesso.

Non possiamo dimenticare il tragico incidente di un anno fa sulle strade del foggiano che costò la vita a dodici braccianti agricoli lavoratori non comunitari arruolati e trasportati da un caporale, oppure la morte nel 2015 della bracciante di Adria, Paola Clemente, in un’estate caldissima nonostante la legge 199/2016 contro il caporalato che è una piaga sociale dura ad essere debellata.

“Se oggi dovessimo dare un volto alla povertà e allo sfruttamento sarebbe di sicuro quello di una donna, ha detto giorni fa il sottosegretario Spadafora”. Infatti, secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), circa 21 milioni di persone sono vittime del lavoro forzato e il  71% è costituito da donne e bambine. 

Tutto ciò si traduce in un  business miliardario per le mafie internazionali che introducono in Europa “i nuovi schiavi” attraverso viaggi della speranza che si trasformano in veri e propri incubi, a causa di caporalato e lo sfruttamento della prostituzione contro cui, come afferma la nostra Segretaria, Annamaria Furlan, bisogna battersi con più determinazione e coraggio e la Cisl continuerà a sostenere l’attività di Don Aldo Buonaiuto e della Comunità Papa Giovanni XXIII.  L’impegno della Cisl sarà quello di promuovere e sostenere politiche che si pongano l’obiettivo di contrastare con determinazione a livello globale, grazie anche al ruolo dell’UE, le organizzazioni criminali che organizzano e gestiscono questi traffici.Pertanto questi fenomeni vanno contrastati con azioni concrete e sistematiche. 

A tale scopo in occasione della Giornata mondiale contro la tratta degli esseri umani, si è riunito il comitato tecnico anti-tratta, composto da Amministratori centrali e locali, organizzazioni sindacali, forze dell’ordine ed enti del terzo settore che quotidianamente affrontano questa realtà. La Cisl ha potuto offrire attivamente il proprio contributo in questo comitato che  supporterà la Cabina di regia inter-istituzionale per la stesura del nuovo piano d’azione 2019/2021. 

Concludiamo le nostre riflessioni, in occasione di questa Giornata, con le parole di Papa Francesco: “ Il Signore liberi le vittime della tratta e ci aiuti a rispondere al grido di aiuto di chi e privato di dignità e libertà”.

Quando l’Alto Volta divenne il paese degli uomini integri

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

La sera del 4 agosto 1983 si apriva nell’allora Alto Volta, una stagione politica destinata a lasciare un segno indelebile nella storia del continente africano: iniziava la rivoluzione burkinabé. Il neo presidente è un giovane capitano di 32 anni di nome Thomas Sankara e il suo programma è tutto racchiuso in un virgolettato ad effetto: «Noi siamo quello che siamo, cioè un regime che si consacra anima e corpo al benessere del proprio popolo. Chiamate ciò come volete, ma sappiate che non abbiamo bisogno di etichette. La nostra è una rivoluzione autentica, diversa dagli schemi classici».

Per la stampa internazionale d’allora si tratta dell’ennesimo colpo di stato in un Paese ridotto allo stremo: sette milioni di abitanti, dei quali più di sei milioni contadini; un tasso di mortalità infantile stimato al 180 per mille e un tasso di analfabetismo del 98 per cento; un’aspettativa di vita media di soli 40 anni; un medico ogni cinquantamila abitanti; un tasso di frequenza scolastica del 16 per cento.

Sankara ed i suoi seguaci mirano dunque al cambiamento radicale di una società afflitta da miseria, inedia e pandemie. L’Alto Volta cambia nome: da ora in poi si chiamerà Paese degli uomini integri (questo significa Burkina Faso). Una società che nelle aspirazioni dei fautori del nuovo corso non avrebbe più visto la contrapposizione tra sfruttati e sfruttatori, affermando un bene comune condiviso. Ed è proprio nell’attuazione politica di quest’idea che Sankara riesce a dare, probabilmente, il meglio di sé, dimostrandosi politico capace e ricco di idee nei suoi quattro anni di governo. Un lasso di tempo relativamente breve ma che rimane oggi come una sorta d’indelebile paradigma della politica intesa come servizio. I suoi detrattori quando parlano lo apostrofano a puntino: «Ce fou de Sankara» («quel matto di Sankara»), anche se il giudizio è impietoso e non risponde alla verità dei fatti. Con ardite e radicali riforme — tra cui la forte decentralizzazione dell’amministrazione, l’abolizione di balzelli feudali, la riforma agraria, la promozione della donna e forti investimenti nelle infrastrutture — riesce in poco tempo a realizzare nel suo Paese una maggiore giustizia sociale e con essa l’autosufficienza alimentare a livello nazionale. Al contempo si rifiuta di firmare i piani di aggiustamento strutturale, che il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) intende imporgli a tutti i costi, sostenendo che le politiche dei Paesi industrializzati sono finalizzate «a perseguire un controllo politico sui poveri». Dimostra fin da subito un’istintiva antipatia per i creditori internazionali che gli impongono linee di finanziamento in totale contrasto con i bisogni del popolo.

La Banca Mondiale (Bm), ad esempio, è disposta a finanziare un’autostrada che colleghi la capitale con il nord del Paese, ricco di manganese. Ma sapendo che la sua gente non può permettersi, neanche sognando ad occhi aperti, l’acquisto di una “giardinetta”, decide di realizzare una ferrovia con l’aiuto di volontari — inclusi i membri del suo governo — e, per inciso, senza ricevere finanziamenti dall’estero. Il suo intervento al Palazzo di Vetro, durante la trentanovesima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è toccante: «Il mio Paese è un concentrato di tutte le disgrazie dei popoli, una sintesi dolorosa di tutte le sofferenze dell’umanità», aggiungendo che parla «a nome di coloro che vivono nei ghetti della storia, perché hanno la pelle nera, […] e chiedo uno sforzo perché abbia fine l’arroganza di chi ha torto, svanisca il triste spettacolo dei bambini che muoiono di fame, sia spazzata l’arroganza, vinca la legittima rivolta del popolo e tacciano finalmente i tuoni di guerra».

Ma certamente, l’aspetto che maggiormente colpisce di Sankara è la sobrietà di vita al punto che, senza indugio, mette al bando ogni privilegio per la classe dirigente burkinabé, stigmatizzando ogni forma di arricchimento indebito da parte di chiunque rivesta ruoli di responsabilità nell’amministrazione pubblica. Ordina la vendita delle Mercedes che compongono il parco-macchine statale e proclama l’economica “Renault 5”, auto-blu ministeriale. Non solo: dichiara pubblicamente d’essere proprietario soltanto di una moto e di una piccola casetta di cui sta pagando il mutuo. Da rilevare che questo è stato, fino alla fine del suo corso, lo stato patrimoniale di Sankara. Convince o costringe — non è chiaro, ma poco importa — i suoi ministri a volare in classe economica, soggiornando all’estero in hotel di due, massimo tre stelle. Ripete sempre, nei suoi discorsi che l’Africa non chiede beneficenza ma giustizia e per questo esige coerenza in casa. Ha il dente avvelenato con le élite borghesi africane che impongono un feudalesimo fatto d’intrighi e costrizioni, auspicando maggiore correttezza dalle ex potenze coloniali. Paladino delle riforme economiche, invoca nuove regole per il commercio mondiale, ritenendo in particolare la questione della restituzione del debito estero come uno dei più grandi crimini contro le popolazioni immiserite dell’Africa Sub-Sahariana. «La sorte riservata dal colonialismo ai Paesi poveri — dice — è la perpetua mendacità come modello di sviluppo». E la sua analisi si spinge ben oltre, evidenziando come l’interesse dei Paesi ricchi, durante la guerra fredda, miri a dominare i poveri non solo militarmente ed economicamente ma anche culturalmente. Condanna l’infibulazione e la poligamia, e il suo governo è il primo a dichiarare apertamente che l’Aids costituisce la peggiore minaccia di tutti i tempi per l’Africa.

Rileggendo oggi la presidenza Sankara, non v’è dubbio che galvanizzò tutte le vicine nazioni dell’Africa occidentale ma irritò, com’era prevedibile d’altronde, i grandi poteri occidentali del tempo; e probabilmente anche per questo Sankara pagò a caro prezzo il suo successo. Il giovane presidente venne assassinato il 15 ottobre del 1987 a soli 37 anni, durante un golpe che portò al potere, ironia della sorte, il suo amico ed ex compagno di lotta Blaise Compaoré (che governò il Burkina Faso ininterrottamente per 27 anni). Come rileva Marinella Correggia nell’introduzione a un prezioso saggio su Sankara, curato da Carlo Batà per le edizioni Achab, la rivoluzione del capitano «fu spezzata a metà del guado. Sankara aveva chiesto troppo ai vertici, ormai stufi dello sforzo rivoluzionario; e intanto la base rurale e popolare, i contadini, le donne non erano ancora socializzati alla politica».

Rileggendo la storia di questo straordinario personaggio, emergono anche tante debolezze e ingenuità, ma certamente colpisce la sua visione incentrata sull’azzardo dell’utopia: «Per ottenere un cambiamento radicale — diceva — bisogna avere il coraggio d’inventare l’avvenire. Noi dobbiamo osare d’inventare l’avvenire. Tutto quello che viene dall’immaginazione dell’uomo è per l’uomo realizzabile. Di questo sono convinto!». Vengono alle mente le parole dell’intellettuale beninese Albert Tévoédjrè che, in un magnifico libro — intitolato “Povertà, ricchezza dei popoli” — cita una poesia di Salvador Diaz Mirón: «Sappiatelo, sovrani e vassalli, eminenze e mendicanti, nessuno avrà diritto al superfluo, finché uno solo mancherà del necessario». Ed è questa la vera questione di fondo: l’Africa ha bisogno di leader illuminati capaci d’essere, come scriveva lo stesso Tévoédjrè, «prima di tutto dei dirigenti della vita sociale». Proprio come Sankara che pagò con la vita le sue convinzioni, finendo in una fossa comune. Come scrive di lui un giornalista malgascio, Sennen Andriamirado: «Non fu un presidente come gli altri. È stato semmai un incidente della Storia, però un incidente felice». È per questo che in Africa nessuna libera coscienza può fare a meno di ricordarlo.

Una debole crescita economica per la zona Euro

L’economia della zona euro ha posto fine alla tregua concessa nel primo trimestre dell’anno. Infatti nel giro di tre mesi, i partner della moneta unica sono entrati di nuovo in quella fase di decelerazione che ha messo in guardia le previsioni di tutti gli organismi internazionali. I Diciannove hanno ridotto della metà il loro tasso di crescita trimestrale: dallo 0,4% allo 0,2%, secondo il primo anticipo dell’ufficio statistico di Eurostat.

Come previsto, l’Europa ritorna, così, nell’area di una fragilità economica che si può notare anche grazie ad una debole crescita dei prezzi, poiché l’inflazione è scesa di nuovo e si è attestata all’1,1%.

La spinta del primo trimestre aveva sorpreso la maggior parte degli analisti, anche se Bruxelles aveva mantenuto previsioni prudenti. Ora in tale contesto, con la minaccia di una Brexit selvaggia che sta già innervosendo i mercati finanziari, si dovranno aspettare le prossime mosse di  Mario Draghi, prima che lascerà il posto a Christine Lagarde solo il prossimo 1 novembre.

Pur se questa flessione potrebbe essere solo dovuta ai comportamenti di  Germania e Italia. L’economia tedesca rimane la più colpita dalle guerre commerciali, mentre l’Italia non riesce ancora, secondo i mercati, a controllare il suo ingente debito pubblico.

La buona notizia arriva, invece, dal mercato del lavoro. La zona euro continua a creare occupazione in un ambiente di incertezza e bassa crescita. Il tasso di disoccupazione è sceso nuovamente a giugno al 7,5%, un decimo in meno rispetto al mese precedente. Grecia (17,6%), Spagna (14%), Italia (9,7%) e Francia (8,7%) sono sopra la media. All’altro estremo, diversi stati hanno già piena occupazione, come la Germania (3,1%) o l’Olanda (3,4%).

Lavoro, Istat: a giugno occupazione al top

Dopo la crescita registrata nei primi mesi dell’anno, a giugno 2019 la stima degli occupati risulta sostanzialmente stabile rispetto al mese precedente; il tasso di occupazione sale al 59,2% (+0,1 punti percentuali).

La stabilità dell’occupazione è sintesi di una crescita tra le donne (+15 mila) e una diminuzione tra gli uomini (-21 mila); per età sono in aumento i 15-24enni (+10 mila) e i 35-49enni (+5 mila), in calo i 25-34enni (-4 mila) e gli ultracinquantenni (-18 mila). Si registra un’ampia divaricazione delle dinamiche occupazionali per tipologia, con una crescita dei dipendenti, sia permanenti sia a termine (+52 mila nel complesso) e una diminuzione degli indipendenti (-58 mila).

Le persone in cerca di occupazione sono ancora in calo (-1,1%, pari a -29 mila unità nell’ultimo mese). La diminuzione è determinata da entrambe le componenti di genere ed è distribuita in tutte le classi d’età ad eccezione dei 25-34enni. Il tasso di disoccupazione cala al 9,7% (-0,1 punti percentuali).

La stima complessiva degli inattivi tra i 15 e i 64 anni a giugno è in lieve calo (-0,1%, pari a -14 mila unità), l’andamento è sintesi di un aumento tra gli uomini (+18 mila) e una diminuzione tra le donne (-33 mila). Il tasso di inattività è invariato al 34,3% per il quinto mese consecutivo.

Nel trimestre aprile-giugno 2019 l’occupazione registra una crescita consistente rispetto ai tre mesi precedenti (+0,5%, pari a +124 mila unità), verificata per entrambi i generi. Nello stesso periodo aumentano sia i dipendenti permanenti (+0,8%, +114 mila) sia quelli a termine (+0,6%, +19 mila) mentre calano gli indipendenti (-0,2%, pari a -10 mila); per età si registrano segnali positivi tra i 15-24enni e gli ultracinquantenni e negativi nelle classi d’età centrali.

All’aumento degli occupati si associa, nel trimestre, il calo delle persone in cerca di occupazione (-4,3%, pari a -114 mila) e degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,2%, -22 mila).

Anche su base annua l’occupazione risulta in crescita (+0,5%, pari a +115 mila unità). L’espansione riguarda entrambe le componenti di genere, i 15-24enni (+46 mila) e soprattutto gli ultracinquantenni (+292 mila) mentre risultano in calo le fasce di età centrali. Al netto della componente demografica la variazione è positiva per tutte le classi di età. La crescita nell’anno si distribuisce tra dipendenti permanenti (+177 mila) e a termine (+14 mila) mentre sono in calo gli indipendenti (-76 mila).

Nei dodici mesi, la crescita degli occupati si accompagna a un forte calo dei disoccupati (-10,2%, pari a -288 mila unità) e a un aumento degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,2%, pari a 23 mila).

Inail, meno incidenti ma più morti sul lavoro nel primo semestre 2019

L’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro ha pubblicato i dati analitici delle denunce di sinistri (sia generali e purtroppo con esito mortale, che quelli di malattia professionale). Nella stessa sezione sono state pubblicate anche le tabelle del “modello di lettura” con i confronti “di mese” e “di periodo” (gennaio-giugno 2018, gennaio-giugno 2019). Gli open data pubblicati sono provvisori e il loro confronto richiede una valutazione prudente, in particolare rispetto all’andamento degli infortuni con esito mortale, soggetto all’effetto di “punte occasionali” e dei tempi di trattazione delle pratiche. Per quantificare il fenomeno, comprensivo anche dei casi accertati positivamente dall’Inail, sarà quindi necessario attendere il consolidamento dei dati dell’intero anno, con la conclusione del percorso amministrativo e sanitario relativo a ogni denuncia.
Nel numero complessivo degli infortuni sono incluse anche le comunicazioni obbligatorie effettuate ai soli fini statistici e informativi da tutti i datori di lavoro e i loro intermediari, compresi i datori di lavoro privati di lavoratori assicurati presso altri enti o con polizze private, degli infortuni che comportano un’assenza dal lavoro di almeno un giorno, escluso quello dell’evento.
Le denunce di infortunio presentate all’Inail entro lo scorso mese di giugno sono state 323.831, 577 in meno rispetto alle 324.408 dei primi sei mesi del 2018 (-0,2%).

I dati rilevati al 30 giugno di ciascun anno, evidenziano a livello nazionale un decremento dei casi avvenuti in occasione di lavoro passati da 277.690 a 276.043 (-0,6%), nonchè un incremento del 2,3%, da 46.718 a 47.788, di quelli in itinere, occorsi cioè nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro. A giugno 2019 il numero degli infortuni in ambito lavorativo denunciati è diminuito dello 0,8% nella gestione Industria e servizi (dai 245.439 casi del 2018 ai 243.591 del 2019), mentre è aumentato dell’1,3% in Agricoltura (da 15.490 a 15.694) e dell’1,7% nel Conto Stato (da 63.479 a 64.546).
La rilevazione a livello territoriale mostra una diminuzione delle denunce di infortunio nel Nord-ovest e nel Nord-est (-0,3% per entrambe le aree), al Sud (-0,9%) e nelle Isole (-0,2%).

Il Centro, in controtendenza, presenta un aumento dello 0,7%. Tra le regioni che hanno fatto registrare i decrementi percentuali maggiori spiccano il Molise (-5,7%) e la Valle d’Aosta (-3,2%), mentre gli incrementi più consistenti riguardano la Sardegna (+3,3%) e l’Umbria (+3,1%).  Il lieve calo che emerge dal confronto dei primi sei mesi del 2018 e del 2019 è legato esclusivamente alla componente maschile, che registra un -0,4% (da 206.893 a 206.010 denunce), a differenza di quella femminile, in aumento dello 0,3% (da 117.515 a 117.821). Per i lavoratori extracomunitari si registra un incremento degli infortuni denunciati del 3,7% (da 38.340 a 39.745), mentre le denunce dei lavoratori italiani sono in calo dello 0,6% (da 273.646 a 271.887) e quelle dei comunitari dell’1,8% (da 12.421 a 12.194).
Dall’analisi per classi di età emergono aumenti tra gli under 30 (+2,2%) e tra i 55 e i 69 anni (+2,8%). In diminuzione del 2,5%, invece, le denunce della fascia di lavoratori tra i 30 e i 54 anni, nella quale rientra oltre la metà dei casi registrati.

Avellino: al via il Christian Summer Youth Fest

Un appuntamento estivo, ormai consueto, che raduna circa 700 persone da tutta Italia. Questo è “Estatevangelizzando”, evento in cui sono protagonisti i giovani del Rinnovamento nello Spirito Santo e che quest’anno “rinnova” il proprio nome (ma non formula): Christian Summer Youth Fest.

DA oggi fino al 4 agosto, guidati dal versetto biblico tratto da Atti 1,8 (‘Avrete forza dallo Spirito e mi sarete testimoni’), a Materdomini (Avellino), nel Santuario di san Gerardo, i ragazzi e le ragazze tra i 16 e i 30 anni si lasceranno ispirare dalle parole di Papa Francesco per diventare, nel tempo di oggi, “influencer come Maria”. Sarà un momento di evangelizzazione rivolto a quanti stanno già compiendo un cammino nel Movimento ma, in particolare, aperto ai ragazzi che arrivano per la prima volta e che spesso sono lontani dalla fede.

Le quattro giornate verranno scandite da un fitto programma fatto di momenti di preghiera comunitaria, celebrazioni eucaristiche e, soprattutto, riflessioni su: relazioni interpersonali, impegno verso il bene comune, Parola di Dio e social network. Diversi gli spunti da affrontare, nel solco tracciato dal Sinodo con l’esortazione apostolica di Papa Francesco “Christus Vivit”. Tra i vari momenti, oltre al “roveto ardente” nella piazza del paese, anche un concerto/festa di evangelizzazione incentrato sul tema dell’evento, a cura del Servizio nazionale della musica e del canto del Rinnovamento.

A tenere le relazioni saranno: Salvatore Martinez, presidente nazionale RnS; Mario Landi, coordinatore nazionale del RnS; Rosario Sollazzo, membro del Comitato nazionale di servizio per l’area carismatico-ministeriale; Carmela Romano, membro del Comitato nazionale di servizio per l’area formativa; Luciana Leone, direttore editoriale edizioni RnS; Raffaella Del Giudice e Angelo Brancaleone, delegati nazionali (attuale ed uscente) per l’area giovani del RnS. Assieme a loro interverranno anche: Pasquale D’Urzo, don Fulvio Bresciani, Alberto Civitan, Valeria Del Vescovo e Bruno Mastroianni.

Carie: assumiamo troppi zuccheri

La carie dentaria è ormai una delle patologie più comuni al mondo, e la causa principale sta nel consumo eccessivo di zucchero. Una ricerca sui problemi globali di salute pubblica legati alle patologie orali, guidata da Marco Peres del Menzies Health Institute di Brisbane, in Australia, indica che la carie negli adulti colpisce più di un terzo (34,1%) della popolazione mondiale. “Se parliamo di cure dentarie, dobbiamo parlare di zucchero, e le bibite sono la maggior fonte nella dieta globale”, scrive Peres sulla rivista Lancet.

“Il consumo di bevande zuccherate è il più alto in Nord America e in America Latina, ma anche in Australia”, aggiunge Peres, docente di odontoiatria e salute orale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda meno di sei cucchiaini di zucchero aggiunto al giorno – ricorda lo studioso – mentre gli adolescenti australiani ne consumano tre volte di più. E i tassi di carie in Australia riflettono le statistiche globali.

 

Il figlio di Salvini al mare sulla moto d’acqua della polizia. E gli agenti vietano le riprese

Fonte Repubblica

Da Assisi proposte per un futuro di pace.

Nei giorni dal 22 al 26 Luglio ho avuto il privilegio di partecipare alla Summer School di Assisi “Building future on peace” e il mio ringraziamento non può non andare all’Azione Cattolica di Lecce, alla Pastorale Giovanile e all’Ufficio della Pastorale Sociale per l’opportunità di una borsa di studio.

In quei giorni con altri trenta ragazzi europei e con autorevoli relatori ci siamo confrontati sul tema della pace. Attraverso questa scuola ho potuto comprendere come essa oltre ad essere presente, può e deve trasformarsi in futuro.

Noi – credenti in Dio, nell’incontro finale con Lui e nel Suo Giudizio –, partendo dalla nostra responsabilità religiosa e morale, e attraverso questo Documento, chiediamo a noi stessi e ai Leader del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale, di impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace; di intervenire, quanto prima possibile, per fermare lo spargimento di sangue innocente, e di porre fine alle guerre, ai conflitti, al degrado ambientale e al declino culturale e morale che il mondo attualmente vive.

A distanza di alcuni giorni da questa bella esperienza ho voluto riprendere alcune significative parole del “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” che è stato firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb perché la pace non è questione che riguarda i grandi della Terra ma ognuno di noi. Oggi nel mondo “la sicurezza globale” è venuta meno a causa dei tanti conflitti del mondo tant’è vero che nel 2016 il SIPRI, un istituto internazionale indipendente impegnato in ricerche su conflitto, armamenti, loro controllo e disarmo, ha contato ben 65,6 milioni di sfollati e sembra che questi numeri siano destinati a crescere. Proprio per questo, come cittadini italiani, abbiamo il dovere di rivendicare la nostra appartenenza all’Unione Europea;  è proprio grazie ad essa che da oltre settant’anni non viviamo conflitti nel nostro continente.

“L’Europa è una ricchezza. L’Europa è un vostro diritto, non fatevelo rubare!” ha concluso così il suo intervento la relatrice Lucia Serena Rossi, giudice alla Corte di Giustizia dell’Unione europea. E in un clima di odio generato dall’imperversare dei populismi che rivendicano la propria identità nazionale, il compito di ciascuno di noi è ribadire che la diversità non è una minaccia ma una ricchezza.

Non a caso il motto dell’Unione Europea recita “Unità nella diversità” perché in fin dei conti si può vivere insieme anche provenendo da tradizioni diverse. Una proposta che mi ha particolarmente colpito è la mozione Assisi, voluta fortemente dal sindaco della città di San Francesco Stefania Proietti, approvata all’unanimità dal Consiglio Comunale lo scorso 19 Novembre con cui si chiede di bloccare la fabbricazione delle armi in Italia e in particolar modo delle bombe utilizzate per colpire lo Yemen.

Spero che questo atto possa essere seriamente preso in considerazione dai restanti 8mila comuni d’Italia. Ma vivere in un clima di pace è possibile rispettando soprattutto l’ambiente perché spesso chi fugge dai propri territori lo fa per insufficienza di cibo e acqua, proprio per questo è importante cominciare con l’attuazione delle buone pratiche di sostenibilità a partire dai piccoli comuni.

Questo l’invito del professor Leonardo Becchetti, economista e professore presso l’Università di Tor Vergata e presidente del comitato tecnico-scientifico di “Next – Nuova economia per tutti”, un’associazione che promuove e realizza una nuova economia: più inclusiva, partecipata e sostenibile rispetto all’economia tradizionale. E allora concludo con le parole di John F. Kennedy: “Che tipo di pace cerchiamo? Sto parlando di una pace vera. Un tipo di pace che rende la vita sulla terra degna di essere vissuta. Non solamente la pace nel nostro tempo, ma la pace in tutti i tempi. I nostri problemi vengono creati dall’uomo, perciò possono essere risolti dall’uomo. Perché in ultima analisi, il legame fondamentale che unisce tutti noi è che abitiamo tutti su questo piccolo pianeta. Respiriamo tutti la stessa aria. Abbiamo tutti a cuore il futuro dei nostri figli. E siamo tutti solo di passaggio.”

Perché la pace è un legame che riguarda noi, ma soprattutto il futuro delle nuove generazioni.

Le incertezze sulla politica estera hanno un prezzo. Parla il prof. Parsi

Articolo già apparso sulle pagine di formiche.net a firma di Francesco De Palo

“L’incertezza del governo su dossier strategici di politica estera ha fatto perdere all’Italia il terzo posto nella scala valoriale europea, superata dalla Spagna. Non dimentichiamo che Cavour realizzò l’unità d’Italia internazionalizzando la Conferenza di Parigi, mentre oggi rischiamo di mollare la tradizione liberale ed atlantica”.

Spiega così il professor Vittorio Emanuele Parsi, scrittore, analista e tra le altre cose membro dell’Advisory Board del LSE IDEAS (Center for diplomacy and strategy at the London School of Economics), i rischi che si affacciano all’orizzonte dopo le scelte fatte da Palazzo Chigi nell’ultimo anno. E in questa conversazione con Formiche.net ne valuta gli impatti nel breve e nel medio periodo.

Da queste colonne è stato lanciato un appello al governo perché Roma si impegni maggiormente in politica estera e in una cornice “più occidentale” e meno neutrale. Lo condivide?

In linea di sostanza sì. L’azione politica soprattutto di Matteo Salvini che è quella più evidente e viene vista dall’esterno come l’elemento che politicamente è spia dell’intero esecutivo, viene interpretata come una rottura delle posizioni italiane tradizionali sulla politica occidentale. Ciò potrebbe avere conseguenze estremamente gravi e di lungo periodo per il Paese.

Vede il rischio irrilevanza internazionale per l’Italia?

Lo abbiamo già visto nel dossier europeo, dove la Spagna ci ha sostituiti al terzo posto nella scala valoriale dopo Germania e Francia. E al netto dei problemi di politica interna che ha Madrid, con le difficoltà sul caso Catalogna e i riverberi nella maggioranza. Nonostante ciò la Spagna ha preso il posto dell’Italia in gran parte a causa dei nostri atteggiamenti. Lo si vede anche nei confronti della Russia: mentre nelle politiche europee il premier Giuseppe Conte ha provato ad equilibrare minimamente la questione, sui rapporti con Mosca l’Italia tende sistematicamente a sottovalutare fatti e direttrici, dimenticando che le sanzioni esistono perché è stata invasa la Crimea.

Sulla crisi a Hormuz Roma dovrebbe pattugliare lo stretto in raccordo con gli Stati Uniti anche per un proprio interesse nazionale?

No, penso che lo stretto sia già troppo trafficato da navi da guerra, con il rischio di un’escalation. Per cui penso che continuare a inviare mezzi sia foriero di incidenti non voluti: la parte navigabile dello stretto, come sa chi ha una minima conoscenza del mare, è estremamente ridotta e non c’è alcuna ragione per cui debba essere pattugliato, né che vi sia una presenza internazionale coordinata o scoordinata. Anche gli Usa mi auguro che lì riducano la presenza. Qualcuno sta cercando un casus belli per mimetizzare la propria politica illegale nei confronti dell’Iran e dopo la denuncia unilaterale sull’accordo per il nucleare iraniano. Ciò è molto grave e nulla c’entra con la posizione atlantica: si tratta solo di una posizione personale di Donald Trump e non occidentale. Non mi stupirei se Salvini un giorno o l’altro la appoggiasse.

Via della Seta, 5G e dazi: cosa possono comportare le scelte italiane sulla Cina?

A mio avviso servirebbe essere molto cauti circa l’apertura sulla Via della Seta. Quello rappresenta un disegno strategico cinese che, mentre cerca di mettere in discussione la residua leadership americana sul sistema, contemporaneamente traccia una serie di relazioni speciali con i Paesi di quel sistema. È un manifesto concreto e materiale del disegno cinese per il mondo: un disegno illiberale che si fonda però sulla tentazione dell’arricchimento reciproco. Non dimentichiamo che spesso i disegni illiberali si sono nutriti di iper liberismo e di mercatismo estremo. È questa la grande trappola del disegno cinese: per chi investe fare soldi è una preoccupazione naturale e legittima, ma il mercato dovrebbe essere inquadrato all’interno di regole liberali di cui il libero commercio è una parte che deve rispondere ad un quadro politico più vasto.

Qui l’articolo completo

Cinquemila pannelli solari su iniziativa dell’arcidiocesi di Washington Cattolici in prima linea nella difesa dell’ambiente

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano

Cinquemila pannelli solari su un’area di due ettari saranno presto installati a Washington, grazie all’iniziativa di alcune organizzazioni cattoliche che hanno deciso di contribuire a migliorare la vivibilità del pianeta, seriamente minacciato dal surriscaldamento climatico. Il progetto è guidato da Catholic Energies, un’organizzazione senza scopo di lucro che fa parte del Catholic Climat Covenant, che sta lavorando con numerose organizzazioni benefiche cattoliche dell’arcidiocesi di Washington per progettare e creare quella che sarà la più grande area con pannelli solari della capitale statunitense. Il terreno, che si trova accanto a una casa di riposo e a un convento, è stato dato in beneficenza dalla stessa arcidiocesi.

«Catholic Energies — ha spiegato Page Gravely, vice presidente esecutivo della onlus all’agenzia Catholic News Agency — è nata con l’obiettivo di fornire tempo, esperienza e, soprattutto, risorse per creare e realizzare progetti di energia rinnovabile in edifici di proprietà e di enti a gestione cattolica. I progetti volti a migliorare l’efficienza energetica sono generalmente costosi e necessitano quasi sempre dell’intervento di investitori o di enti disposti a effettuare donazioni per la loro fattibilità. Per questa ragione Catholic Energies collaborerà con alcune società specializzate in energia rinnovabile, che agiscono come investitori e collaborano con gli appaltatori per dare vita a tali progetti». In cambio, gli investitori ricevono un credito d’imposta federale e altri incentivi finanziari. In questo progetto, le organizzazioni benefiche cattoliche dell’arcidiocesi di Washington non pagheranno nulla al fisco per l’installazione dei pannelli solari. 

Gravely ha ricordato di aver ricevuto diverse sollecitazioni da parte dei parrocchiani affinché si seguissero più da vicino le indicazioni contenute nell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco. «Inizialmente abbiamo cercato di abbassare i costi e i consumi energetici utilizzando l’illuminazione a Led, dopodiché — ha proseguito Gravely — abbiamo spostato la nostra attenzione sull’energia solare dopo aver ricevuto numerose richieste da potenziali clienti che avevano intenzione di installare i pannelli. A questo punto abbiamo pensato che potevamo realizzare questo progetto», che darà sicuramente ottimi risultati dal punto di vista economico e ambientale. «Quello che sorgerà nell’area di Washington — ha spiegato il vice presidente esecutivo della Onlus — è il secondo progetto messo a punto da Catholic Energies. Il mese scorso abbiamo coordinato l’installazione di 440 pannelli solari presso la chiesa cattolica dell’Immacolata Concezione di Hampton, nello Stato della Virginia. I pannelli contribuiranno ad abbassare i costi e i consumi di energia della parrocchia».

Il progetto riguardante l’installazione dei 5.000 pannelli solari a Washington ha, però, ricevuto critiche e pressioni da diversi residenti, i quali sostengono che i pannelli avranno un impatto visivo e paesaggistico negativo. Page Gravely ha assicurato di aver preso in considerazione le loro preoccupazioni e ha annunciato che saranno piantati un centinaio di alberi attorno all’area per creare un effetto di schermatura ai pannelli e per contribuire ad abbellire e rendere gradevole e fruibile l’intera zona. Inoltre, saranno piantati delle piante con fiori per favorire api, uccelli e farfalle nei loro processi riproduttivi. Non solo. Catholic Energies ha collaborato con l’amministrazione di Washington per garantire alla città e ai suoi abitanti che il deflusso delle acque piovane non venga influenzato negativamente. 

«Ci sarà sempre qualcuno che non sarà contento — ha concluso Gravely — ma più di così non possiamo fare. E credetemi abbiamo fatto veramente molto». I pannelli solari dovrebbero entrare in funzione entro marzo del prossimo anno. L’energia prodotta verrà restituita alla rete elettrica di Washington, mentre i crediti energetici saranno sufficienti a coprire il costo energetico di 12 edifici di proprietà di Catholic Charities.

Federturismo, giunto il momento per Agenzia europea del turismo

Fonte Askanews

Intervenendo ieri al convegno dell’Osservatorio Parlamentare per il Turismo “Le nuove sfide del turismo italiano” il Past President di Federturismo Confindustria Costanzo Jannotti Pecci ha ribadito l’importanza di creare un’Agenzia europea del Turismo.

Nonostante la Commissione abbia dal 2010 definito “L’Europa, prima destinazione turistica mondiale” e nonostante l’ Europa continui a dominare, con tre destinazioni su cinque (Francia, Spagna e Italia) la classifica turistica mondiale grazie alle sue infrastrutture turistiche ad oggi manca ancora un approccio integrato al turismo che garantisca che gli interessi e le esigenze di tale settore siano presi in considerazione nella formulazione e nell’attuazione delle altre politiche dell’Ue. Una possibilità per superare questa empasse potrebbe essere, come Federturismo sostiene da tempo, la creazione di un’Agenzia europea del turismo.

“Occorre – ha concluso Jannotti Pecci – un quadro comune europeo che apporti un valore aggiunto alle azioni realizzate a tutti i livelli e che aiuti a superare le difficoltà, così come a promuovere la cooperazione fra imprese turistiche ed istituzioni per sviluppare prodotti innovativi e sostenibili”.

 

Il nuovo libro di Giorgio Merlo e Marco Magrita: I Granata

Una nuova fatica editoriale sul Toro: “I granata” è stata realizzata dal nostro amico Giorgio Merlo e Marco Magrita.

“I Granata”, un titolo apparentemente semplice ma profondo.

Al suo interno si evidenziano il cuore pulsante dell’identità granata. Una identità culturale, ideale, sportiva e forse anche etica. E quindi storica. Dagli idoli della comunità ai luoghi “sacri”; dalla coerenza dei tifosi agli allenatori più carismatici; dalla peculiarità della tifoseria al ruolo dei dirigenti. Perché il Toro è una grande comunità ideale, culturale e sportiva che suscita amicizia, rispetto, deferenza e passione. 

Sono tre i luoghi simbolo della comunità granata che vengono analizzati: Superga, il Filadelfia e corso Re Umberto a Torino. Tre luoghi che hanno sancito, e scandiscono, la memoria granata, la tragedia granata, la tristezza granata, ma anche la voglia di riscatto granata e il grande legame del popolo granata.

Essere del Toro, oggi. Non è un semplice attestato di tifoseria. Appartenere alla comunità granata, riconoscersi nella storia granata, essere partecipi della sua avventura centenaria significa, semplicemente, avere una identità. Inconsapevolmente si tratta di una identità culturale, pre sportiva.

La presentazione del volume si terrà oggi alle 11.30 presso la Sala Conferenze MCL, Galleria Enzo Tortora, in via Pietro Micca 21, al secondo piano dello storico edificio del centro torinese. Oltre agli autori (per la cui prefazione si sono avvalsi delle firme di Steve Della Casa e Eraldo Pecci), saranno presenti Angelo Cereser e altre vecchie glorie granata. Coordinerà Gino Strippoli.

Accordo sui migranti tra Stati Uniti e Guatemala

Donald Trump ha raggiunto un accordo di Paese terzo sicuro con il Guatemala, che obbligherebbe i migranti che attraversano il Paese a fare domanda di asilo lì invece che negli Stati Uniti, meta finale del loro viaggio. L’accordo potrebbe permettere di alleviare la pressione sulla frontiera statunitense, visto che la maggior parte dei richiedenti asilo provengono dall’America Centrale e che il Guatemala è un tappa di passaggio obbligatoria per i migranti dall’Honduras e da El Salvador.

L’intesa, che dovrebbe partire domani, è comunque destinata a incontrare resistenze in Guatemala, dove è stata già ampiamente criticata. La Corte costituzionale del Paese ha infatti stabilito che questa intesa dovrà essere approvata dal Parlamento per essere valida.

Il Guatemala, infatti, non è attrezzato per dare accoglienza a grandi masse di persone – l’anno scorso ha ricevuto appena 259 richieste di asilo –, senza contare la situazione di violenza e l’inefficienza delle forze di polizia

Il Festival delle Valli Reatine

Prende il via il 3 e 4 agosto il primo Festival delle Valli Reatine, un ricco calendario di eventi e attività per il primo Festival delle Valli reatine, in programma il 3 e 4 agosto, e organizzato da Regione Lazio e DOVE, il mensile RCS di viaggi e lifestyle. 

Si comincia da Amatrice sabato 3 agosto. Il Polo del Gusto, della Tradizione e della Solidarietà, progettato dallo Studio Boeri, diventerà teatro di talk e incontri. Insieme ai protagonisti delle realtà territoriali e a tanti ospiti d’eccezione si parlerà di futuro, sapori, sport, cammini, storie e paesaggi condividendo emozioni ed esperienze sul senso del viaggiare oggi. Tra gli ospiti degli incontri, moderati dai giornalisti RCS di Dove, di Corriere della Sera La Gazzetta dello Sport: lo chef Matteo Baronetto, gli scrittori Giuseppe Festa e Enrico Sgarella, i campioni sportivi Margherita Granbassi (Campionessa di scherma e giornalista sportiva) e Maurizio Zanolla (Manolo).

Il weekend proseguirà domenica 4 agosto fra trekking, passeggiate, degustazioni, laboratori, workshop, attività all’aria aperta, lezioni di cucina e tante altre esperienze e attività che porteranno grandi e piccini alla scoperta dei piccoli grandi tesori del reatino, conservati tra Rieti, Accumoli, Antrodoco, Amatrice, Borbona, Borgo Velino, Cantalice, Castel Sant’Angelo, Cittaducale, Cittareale, Leonessa, Micigliano, Poggio Bustone, Posta e Rivodutri.

“Il Festival delle Valli Reatine nasce dall’idea di trasformare questi luoghi in uno spazio originale di incontro e di conoscenza tra i viaggiatori e le comunità dei territori” – dichiara Lorenza Bonaccorsi, assessora al Turismo e alle Pari Opportunità della Regione Lazio – “Il progetto è soprattutto una grande occasione per promuovere nei 15 Comuni colpiti dal sisma un nuovo modello di turismo sostenibile in grado di valorizzare la bellezza dei luoghi e produrre economia e benessere a beneficio esclusivo delle comunità residenti e del paesaggio naturale. Durante le due giornate del Festival, le donne e gli uomini della valle reatina potranno ‘raccontare il futuro’ mostrando come, con coraggio e spirito innovativo è possibile partire dalle proprie identità per ricostruire progetti di vita”.

Gli appassionati di arte, natura, cultura, sport, potranno inoltre scoprire le tradizioni eno-gastronomiche delle valli, a partire dalla famosissima Amatriciana, nei ristoranti del luogo o attraverso i workshop di cucina organizzati dalla Proloco di Capricchia alla scoperta della “vera” anima di questo piatto.

“Dove con il Festival trasforma il racconto in un’esperienza reale di comunicazione e cooperazione sul territorio. È un onore per noi collaborare con la Regione Lazio, per accendere insieme i riflettori su una zona che merita d’essere conosciuta e vissuta dopo le fasi dell’emergenza terremoto” – spiega Simona Tedesco, direttore di Dove – “In loco, insieme ai comuni coinvolti, daremo voce a tante persone e realtà che meritano di guardare con orgoglio al loro futuro. Un progetto che noi seguiremo fino a Natale perché i riflettori non si spengano mai sui tesori nascosti del reatino.”

Ulteriori informazioni sul programma, in costante aggiornamento, e prenotazioni per gli eventi a numero chiuso su:

www.visitlazio.com

https://doveviaggi.it/festivalvallireatine

L’aria del bacino padano si fa più respirabile

A Milano, nella sede della Regione Lombardia, si è svolto un incontro per analizzare i risultati raggiunti nei primi due anni di progetto presentando altresì le strategie comuni e le prospettive future relative alla qualità dell’aria nel contesto del territorio padano. Life Prepair è un progetto integrato, in quanto in grado di mobilitare, oltre al budget specifico, circa 850 milioni di euro provenienti dai fondi strutturali dei diversi partner e che hanno direttamente o indirettamente ricadute sulla qualità dell’aria. A oggi le diverse attività del piano hanno confermato la reale possibilità di ridurre le emissioni di inquinanti nella valle del Po di circa il 40%, a fronte della realizzazione delle azioni pianificate e alla piena implementazione di tecnologie avanzate.

I principali obiettivi del progetto sono: contribuire ad implementare le misure incluse nelle iniziative di tutela della qualità dell’aria regionali e provinciali; attuare azioni sinergiche e coordinate a scala di Bacino; aumentare know-how e capacity building di enti pubblici e privati; sviluppare ed applicare strumenti e modelli comuni a scala di Bacino; aumentare la consapevolezza dei cittadini sulla qualità dell’aria e sull’impatto su salute umana ed ambiente; istituire una rete durevole tra istituzioni dal livello locale a quello nazionale, attori socio-economici, centri di ricerca. Le Regioni Emilia Romagna, capofila del progetto, Lombardia, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia e la Provincia di Trento, insieme ai tre principali Comuni di quest’area, Milano, Torino e Bologna, nonchè alle agenzie ambientali di queste regioni, lavorano insieme per sostenere il percorso finalizzato al pieno rispetto degli standard comunitari.

Il progetto, che coinvolge anche l’Agenzia per l’ambiente della Slovenia (poiché proprio questo territorio presenta analogie comparabili a quelle del bacino padano), avrà durata settennale e si concluderà nel 2024. Dal punto di vista quantitativo l’analisi dei dati emissivi per le regioni dell’area padana ha confermato la rilevanza del settore della combustione non-industriale per le emissioni di PM10, pari al 56% del totale (59% per l’intero dominio), seguito dal trasporto su strada caratterizzato dal 20% delle emissioni totali sempre di PM10 (18% sull’intero dominio). Sempre il trasporto su strada determina il 50% delle emissioni totali di NOx (51% sul dominio Prepair), seguito dalle emissioni della combustione nella industria (15% e 14% sul dominio) e dai mezzi off-road (13% e 12% sul dominio). Il settore agricolo si conferma essere la fonte principale delle emissioni di NH3 (97% del totale).

Le regole dell’evoluzione sono dettate dalle femmine

Secondo uno studio dell’Università della California a Riverside e pubblicato sulla rivista Nature Communications le regole dell’evoluzione , nel mondo animale, sono determinate dalle femmine. La conferma a quella che finora era stata soltanto un’ipotesi arriva per la prima volta da questo studio, condotto sul Dna di oltre 170 specie di pesci, ma che secondo i ricercatori può applicarsi a tutto il regno animale.

Costruendo un albero genealogico basato sul Dna, gli studiosi hanno dimostrato che esiste una connessione tra il modo in cui le madri partoriscono i figli, il modo con cui scelgono il partner e quanto velocemente la loro specie si evolve in una nuova. Per arrivare a teorizzare il loro studio, i ricercatori hanno costruito un albero genealogico usando il Dna di oltre 170 specie della famiglia dei poecilidi. Hanno quindi mappato i tratti maschili e femminili, ricostruendo come i tratti maschili e femminili si siano evoluti in tutta la specie.

Groppo in gola

Il groppo in gola è un sintomo che si manifesta come la sensazione di corpo estraneo o massa a livello di faringe, laringe e/o porzioni cervicali dell’esofago. Questo disturbo può rendere difficile o addirittura dolorosa la deglutizione.

In qualche caso, la sensazione è percepita come un fastidio localizzato e può essere attribuibile a motivi del tutto banali (es. tristezza, agitazione o nervosismo); altre volte, il groppo alla gola è simile al soffocamento e segnala la necessità di un approfondimento medico.

Può dipendere da numerose cause, tra le quali sono incluse:

Malattia da reflusso gastroesofageo (MRGE);
Stato di ansia o depressione;
Tumori della faringe;
Tumori dell’esofago;
Patologie muscolari.

 

La coalizione secondo Veltroni.

Apparso ieri su Huffington


Walter Veltroni, con la ormai consueta lucidità e precisione, ha tracciato la strada politica del Partito democratico per i prossimi mesi in una lunghissima intervista rilasciata a Repubblica. In sostanza, l’ex segretario nazionale del Pd ha detto che è giunto il momento di prendere atto che c’è un “bipolarismo tra il Pd e la Lega” e che oltre al Pd, nella futura coalizione di centro sinistra, può esistere solo un “partito ambientalista”. Aggiungendo, tra l’altro, che qualsiasi ipotesi di ritornare ad una sorta di “Ds e Margherita” sarebbe una operazione inutile e farlocca perché avrebbe l’effetto, sempre secondo Veltroni, di sommare un consenso addirittura “inferiore all’attuale forza elettorale del Partito democratico”. 

Ora, al di la della legittimità e della coerenza della riflessione di Veltroni, è del tutto ovvio che una impostazione del genere riflette una concezione singolare dell’attuale sviluppo del centrosinistra e, soprattutto, dell’attuale ruolo politico del Partito democratico. Perché delle l’una: o il Pd è ritornato ad essere una forza a “vocazione maggioritaria” – ma con l’attuale 18/20% è poco probabile nonché sconsigliabile – oppure continua a prevalere la tesi, cara alla tradizione della vecchia sinistra italiana dal Pci in poi, secondo la quale la coalizione si deve certamente costruire purché sia definita attorno ad un partito centrale e largamente maggioritario attorniato da alcuni satelliti del tutto irrilevanti e privi di qualsiasi personalità politica e culturale. Che assomiglia un po’ al cosiddetto “lodo Calenda”, quello secondo il quale un potenziale alleato del Pd deve prima di tutto ricevere l’autorizzazione a scendere in campo dal segretario dello stesso Partito democratico. Una tesi francamente bizzarra se si vuol far crescere un campo politico realmente alternativo alla destra e a tutto ciò che oggi rappresenta quel progetto politico e culturale nella vita concreta del nostro paese e nel suo tessuto sociale, culturale ed economico. Ecco perché, forse, è arrivato anche il momento per chiarire definitivamente in che cosa consiste, oggi, ricostruire una “cultura delle alleanze” nel campo del centro sinistra. Sono almeno due, al riguardo, le precondizioni essenziali, senza le quali si cade nell’equivoco e nel singolare ritorno di un passato francamente superato e da consegnare alla storia. 

Innanzitutto va riconosciuto sino in fondo il pluralismo e l’articolazione sociale, culturale e politica che dovrebbe caratterizzare un potenziale campo riformista e democratico. Altroche’ rievocare la vocazione maggioritaria da un lato o promuovere una concezione satellitare del centro sinistra dall’altro. Senza questo riconoscimento e senza questa piena valorizzazione culturale di tutto ciò che non può essere meccanicamente riconducibile al Partito democratico è perfettamente inutile parlare di coalizione o di alleanza plurale. 

In secondo luogo occorre prendere atto che l’esperienza di un Partito democratico che coltiva l’ambizione della cosiddetta vocazione maggioritaria appartiene ad una stagione che oggi francamente è alle nostre spalle. Come quasi tutti sanno, oggi quel partito è sostanzialmente acefalo perché conta al suo interno correnti e gruppi hanno prospettive e progetti politici diversi se non alternativi. Come quasi tutte le cronache politiche quotidiane confermano. E un partito che ha un consenso che si attesta sul 20% e che incassa sconfitte ripetute a livello locale, regionale e nazionale, difficilmente può esaurire una alleanza al suo interno salvo poche aggiunte marginali e periferiche. 

Ecco perché, dopo la seppur interessante e suggestiva intervista di Veltroni, il dibattito non si può non riaprire su come ricostruire il campo democratico e riformista del centro sinistra. Limitarsi ad alcuni slogan ad effetto probabilmente non aiuta a far crescere una alternativa politica alla destra ma solo ad alimentare illusioni e e riproporre tesi che, francamente, non hanno più cittadinanza nel dibattito politico italiano contemporaneo. 

L’enciclica dei gesti di papa Francesco

I gesti di Papa Francesco sono soltanto “gesti”? Mimmo Muolo, giornalista di Avvenire, è stato il primo che ha iniziato a guardare, raccogliere e catalogare le testimonianza di un Papa “gestuale”, estremamente “fisico” e che tiene ad avere su di sé, come Egli stesso disse “l’odore delle pecore”. Il volume dal titolo “L’enciclica dei gesti di papa Francesco” (Paoline) prende in considerazione il pontificato di Francesco dal punto di vista dei gesti da lui compiuti. Attraverso questi, il Papa costruisce un’enciclica vivente, quella dei “gesti” appunto. E tali gesti, secondo Mimmo Muolo, sono “magistero” a tutti gli effetti. Non semplici atteggiamenti che suscitano simpatia.

In questo libro vengono catalogati ed approfonditi i gesti del Pontefice, non con occhio di cronista ma di studioso, prima da un punto di vista complessivo, poi nei loro dettagli. Pastorale, carità, comunicazione, quotidianità, sono tutte categorie che Muolo descrive e che, al di là degli aggiornamenti possibili negli ultimi tempi, danno un’idea del magistero di Papa Francesco, chiedendoci, infine: “qual è lo scopo di questo Papa?”. Rendersi simpatico? Fare la rivoluzione? Ogni Papa è, a modo suo, rivoluzionario. In verità ciò che cerca di fare Francesco consiste nell’incarnare il Vangelo in un linguaggio pratico, quotidiano, quello dei gesti, appunto. Un linguaggio comprensibile agli uomini del nostro tempo. Il pericolo più grande secondo l’autore del libro è l’indifferenza. Con i suoi gesti (comprare gli occhiali in negozio, rompere il protocollo e parlare con la gente, salutare con un semplice “buonasera”, le telefonate private …) il Papa trasforma il Vangelo in un linguaggio che lo avvicina alla gente, al gregge e, perciò, abbatte i muri dell’indifferenza. Mimmo Muolo è stato il primo a comprendere che, mentre nei papi del passato dalle parole nascevano i gesti, con Francesco si ha oggi la dinamica contraria.

La “Chiesa in uscita” infatti nasce durante la prima domenica da Papa in cui Egli, in un fuori programma, incontrò la folla. Farsi abbracciare, toccare: una novità, rispetto i pontificati dei suoi predecessori. Il Papa o, come ora sono tutti abituati a chiamarlo, Francesco, corre il rischio di farsi “liquido” in una società liquida (citando Z. Bauman), soltanto per rendere saporito il liquido. Essere sale. Con l’ulteriore rischio di intendere il Cristianesimo come un messaggio politico. Ma lo è? Il Vangelo è la religione dell’Incarnazione, non della teoria. E’ il Credo di chi si sporca le mani. E’ chiaro che in questo modo si entra in contatto con la vita di tutti i giorni, con le sue tragedie. Il Cristianesimo diviene, di conseguenza, interesse per la polis, per la comunità umana, che è oltre i suoi confini. Con l’avvento di Cristo la schiavitù non ha più avuto il diritto di cittadinanza, nonostante essa cercò di resistere al suo messaggio. Oggi possiamo paragonare la schiavitù all’indifferenza. Anch’essa non può aver diritto di cittadinanza.

Un sismografo sociale

Articolo già apparso sulle pagine della rivista il Mulino a firma di Bruno Simili

Lo strumento utilizzato dai geologi per monitorare i movimenti del sottosuolo è il più delle volte associato alla paura: quando un sismografo registra una serie di valori più elevati della media c’è da stare in guardia, perché potrebbe trattarsi di avvertimenti che preannunciano disastri.

Di questo tipo di sismografi nell’ultimo libro di Francesco Erbani non si parla esplicitamente, per quanto il terremoto e le sue conseguenze siano ben presenti nel racconto di un’Italia che, altrove, vedremmo definita per sbaglio come “minore”. C’è, tuttavia, un altro tipo di sismografo, di tipo sociale, che questa volta più che alla paura può essere associato alla speranza. Un attrezzo che registra i picchi di una nuova socialità, di nuove forme di aggregazione progettuale sparse lungo questa “Italia che non ci sta”, come recita il titolo del libro. Non ci sta a osservare passivamente il progressivo decadimento di un modello che nei decenni immediatamente successivi alla seconda guerra aveva illuso, se non tutti quasi tutti, facendo credere in un’Italia che sembrava potesse solo crescere. Un’Italia che poco alla volta, ma in verità con tempi serrati, vedeva però abbandonare gli equilibri territoriali tra città e campagna, sino a rimodulare drasticamente gli stessi rapporti tra uomo e natura. I risultati di quella grande illusione li vediamo, oggi. E a poco è servito preconizzarne le conseguenze da parte di chi le avrebbe poi viste materializzarsi.

Il libro di Erbani rappresenta una lettura utile e – anche in considerazione dell’editore con cui viene pubblicato, che certo potrà garantirne un’ottima diffusione – necessaria. Non solo per il ritratto complessivo di un Paese così diverso da come viene solitamente rappresentato: si sarebbe potuto dire “un’Italia che resiste” ma, opportunamente, Erbani parla, appunto, di un Paese “diverso”. Da questo punto di vista si imparano a conoscere storie in larga parte poco note. Differenti tra loro, certamente. Ma accumunate da situazioni che fanno da sfondo alla ripresa di luoghi e territori tutte legate agli effetti deleteri dello sviluppismo e alla mancanza di visione che segnò i decenni di cui sopra. Storie, in un modo o nell’altro, segnate da quella che Vito Teti, in uno dei primi libri che andarono a toccare questi temi (Il senso dei luoghi), chiamò, riferendosi nel 2004 ai paesi abbandonati nella sua Calabria, “la ritornanza”; ovvero la ripresa di possesso dei luoghi di origine da parte di chi, venti o trent’anni prima, li aveva abbandonati.

L’abbandono dei luoghi è, nel racconto, ricorrente. Paese dopo paese si danno le cifre di uno svuotamento di vita e di vite del territorio che colpisce anche chi, più o meno, ne ha letto o lo ha vissuto in prima persona. Cito, ad esempio, il caso del Cilento, segnato sin dai primissimi anni Sessanta da un progressivo e inesorabile spopolamento, che segna ormai i tre quarti del territorio (75 comuni su 98): “Dal 1961 il calo medio è del 30%: 57.000 persone sono andate via da questi paesi, 51 dei quali hanno ora meno di 2.000 abitanti”. E il calo demografico è più alto proprio nei comuni più piccoli, in un circolo che si autoalimenta.

Allo spopolamento fa qui da contrasto il ri-abitare i luoghi, il ri-prenderne possesso, secondo forme e modi che appaiono in netto contrasto con la gran parte degli stereotipi che accompagnano il racconto più diffuso del ritorno (come l’entusiastico racconto del ritorno dei giovani alla campagna, ad esempio) o delle forme di rilancio delle tante economie locali. Questo è, a mio giudizio, uno degli aspetti più interessanti del libro, che nell’annotare in una sorta di taccuino i picchi del sismografo sociale dà conto delle forme utilizzate da chi ha deciso di provarci, senza necessariamente restare impigliato nella rete che vede “i territori” innanzitutto come fruttifere icone turistiche. Risposte, anche economiche, a quei nuovi modelli dominanti che sembrano non potere fare a meno della ristorazione tipica e dell’ospitalità di breve periodo, e che in questi casi invece si rivolgono a nuove forze generative dei beni culturali diffusi. Gli esempi nel libro sono tanti, conviene leggerseli e, magari, scoprirne il valore di persona.

Qui l’articolo completo 

Carabiniere ucciso: il dubbio

Gli elementi di cui disponiamo aprono un ventaglio di interpretazioni senza fondo. È proprio un intruglio tra i più intricati, perché ci sono molti angoli oscuri, pur nell’accecante brutalità del fatto. Restiamo sbigottiti e dolenti di fronte a quanto immaginiamo del gesto efferato compiuto da un ragazzino.

Volutamente scrivo ragazzino perché pur qualche mese dopo i diciott’anni, entrambi non sono che entrati in un passo formale della maturità; al giorno d’oggi, oserei chiamare ragazzi persino i trentenni: l’adolescenza si è estesa oltre misura e molti comportamenti di persone più adulte rinviano ad atteggiamenti, modalità, cliché e stili che sono riconoscibili nel panorama dei comportamenti della categoria ricordata.

A partire dalla fine restano ai miei, ma credo anche ai vostri occhi, degli eventi del tutto incomprensibili. Come mai diffondono una foto. Foto scattata all’interno del Comando Carabinieri. Chi l’ha scattata? Perché l’ha scattata? E, infine, perché l’ha diffusa?

Analizzando la foto, constato che il giovane americano ha le mani ammanettate dietro la schiena. In aggiunta lo bendano. Il quesito è il seguente: aveva bruciore agli occhi? Oppure non volevano che vedesse il ritratto del Presidente della Repubblica? O che altro mai?

Ciò che oggi sappiamo, è che quei gesti sono gesti non praticati dal nostro corpo dei carabinieri. Che io sappia, smentitemi se avete le prove, non c’è criminale che venga bendato per portarlo nella sede del Comando Carabinieri.

Chi ha avuto questa brillante idea? Pensate forse che sia frutto dell’atteggiamento di grande abnegazione di un carabiniere? Non scherziamo. Non c’è alcuna ragione che spieghi questo inverosimile gesto consumato in un Comando dei carabinieri di Roma. Ciò che invece oggi leggiamo è che in ragione di tutto questo, i quotidiani americani rivendicano la necessità di tutelare il proprio connazionale perché lasciato in balia di forze dell’ordine italiane del tutto prive dei dettami più semplici, praticati in vigore nei Paesi occidentali.

Restiamo tutti perplessi e attoniti, primo per il dolore subito dal nostro carabiniere – val la pena entrare nella sequenza criminale per avvertire un urto fisico ed emotivo da far star male chiunque – secondo, per questa vicenda quasi romanzesca di quello che è accaduto all’interno della stanza dei carabinieri e dell’epilogo quasi da giallo vacanziero che permetterà ai due giovani americani forse di uscire dall’iter giudiziario italiano, per approdare a quello statunitense. Non lo so che cosa ora accadrà, ma ditemi voi se non ci sono tutti gli elementi per alimentare sospetti a non finire.

Faccio solo una ipotesi di lavoro, se non fossero stati americani, e magari invece persone di continenti meno fortunati, credete voi che l’immagine in prima pagina di tutti i quotidiani italiani fosse stata targata da una foto di un reo confesso presentata come  vittima, com’è apparsa oggi?

Perché è evidente che l’immagine racconta la condizione disumana di un ragazzo, maltrattato dai carabinieri, e sullo sfondo compaiono pure diversi quadri di rappresentanti delle forze dell’ordine italiano.

Questo commento a caldo avrà sicuramente mille trascuratezze, ciò nonostante, intende illustrare qualche gigantesca stranezza che ci consegna una tra le più dolorose vicende di questo periodo.

Papa Francesco: liberare le donne dalla schiavitù della prostituzione

Quando in uno dei Venerdì della Misericordia durante l’Anno Santo Straordinario sono entrato nella casa di accoglienza della Comunità Papa Giovanni XXIII, non pensavo che lì dentro avrei trovato donne così umiliate, affrante, provate. Realmente donne crocifisse. Nella stanza in cui ho incontrato le ragazze liberate dalla tratta della prostituzione coatta, ho respirato tutto il dolore, l’ingiustizia e l’effetto della sopraffazione. Un’opportunità per rivivere le ferite di Cristo

Dopo aver ascoltato i racconti commoventi e umanissimi di queste povere donne, alcune delle quali con il bambino in braccio, ho sentito forte desiderio, quasi l’esigenza di chiedere loro perdono per le vere e proprie torture che hanno dovuto sopportare a causa dei clienti, molti dei quali si definiscono cristiani. Una spinta in più a pregare per l’accoglienza delle vittime della tratta della prostituzione forzata e della violenza.

Una persona non può mai essere messa in vendita. Per questo sono felice di poter far conoscere l’opera preziosa e coraggiosa di soccorso e di riabilitazione che don Aldo Buonaiuto, svolge da tanti anni, seguendo il carisma di Oreste Benzi. Ciò comporta anche la disponibilità ad esporsi ai pericoli e alle ritorsioni della criminalità che di queste ragazze ha fatto un’inesauribile fonte di guadagni illeciti e vergognosi.

Vorrei che questo libro trovasse ascolto nel più ampio ambito possibile affinché, conoscendo le storie che sono dietro i numeri sconvolgenti della tratta, si possa capire che senza fermare una così alta domanda dei clienti non si potrà efficacemente contrastare lo sfruttamento e l’umiliazione di vite innocenti.

La corruzione è una malattia che non si ferma da sola, serve una presa di coscienza a livello individuale e collettivo, anche come Chiesa, per aiutare veramente queste nostre sfortunate sorelle e per impedire che l’iniquità del mondo ricada sulle più fragili e indifese creature. Qualsiasi forma di prostituzione è una riduzione in schiavitù, un atto criminale, un vizio schifoso che confonde il fare l’amore con lo sfogare i propri istinti torturando una donna inerme.

È una ferita alla coscienza collettiva, una deviazione all’immaginario corrente. È patologica la mentalità per cui una donna vada sfruttata come se fosse una merce da usare e poi gettare. È una malattia dell’umanità, un modo sbagliato di pensare della società. Liberare queste povere schiave è un gesto di misericordia e un dovere per tutti gli uomini di buona volontà. Il loro grido di dolore non può lasciare indifferenti né i singoli individui né le istituzioni. Nessuno deve voltarsi dall’altra parte o lavarsi le mani del sangue innocente che viene versato sulle strade del mondo.

Francesco

Nasce l’“Infermiere di parrocchia”

Nasce la figura dell’“Infermiere di parrocchia”. Lo prevede l’accordo, firmato, stamani, da don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute, e da Angelo Tanese, direttore generale dell’Azienda sanitaria locale Roma 1. L’iniziativa intende sperimentare la presenza di un infermiere di comunità inviato dall’Asl nelle parrocchie.

Dopo aver raccolto richieste e bisogni, un referente di pastorale della salute condividerà i dati con l’“Infermiere di parrocchia”, che si incaricherà di attivare procedure e servizi utili al soddisfacimento delle richieste. Il progetto ha richiesto un anno di lavoro per essere definito, partendo dalla necessità manifestata da chi si occupa di sanità territoriale con il compito di individuare coloro che non sono raggiunti dal Servizio sanitario nazionale, perché esclusi dalle comuni “reti sociali di contatto”. Il progetto verrà sperimentato nei territori delle diocesi di Roma, Alba e Tricarico.

“Il progetto si propone di ascoltare, informare e orientare le persone all’interno della rete dei servizi socio-sanitari territoriali delle aziende sanitarie locali – si legge nel testo dell’accordo -; facilitare i percorsi di accesso alle cure o all’assistenza, interfacciandosi con i distretti sanitari e i vari servizi territoriali di prossimità; intercettare gli ‘irragginuti’ e favorirne il contatto con la rete; favorire azioni di promozione della salute e del benessere della comunità”.

Il Mit sblocca i fondi per l’housing sociale nelle zone terremotate

Nel corso dell’ultima riunione del Comitato interministeriale per la gestione economica, il Mit ha, tra l’altro, dato il via libera a 350 milioni di euro per l’housing sociale. Potranno così essere attivati interventi di rigenerazione e riorganizzazione urbana al fine di migliorare e ampliare l’offerta di housing sociale, prevedendo anche la messa in sicurezza degli edifici esistenti attraverso interventi di adeguamento, miglioramento sismico ed efficientamento impiantistico.

Il Comitato interministeriale per la programmazione economica ha infatti recepito gli aggiustamenti tecnici richiesti dalle Regioni sul Programma di edilizia residenziale nei territori colpiti da sisma, a cui sono destinati 100 milioni di euro, e sul Programma integrato di edilizia residenziale sociale a cui sono destinati, e già ripartiti, 250 milioni di euro. Un ultimo passaggio formale che rende i due piani pienamente attuabili.

Oltre a Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo, tra i beneficiari del finanziamento di 100 milioni euro per gli interventi di edilizia residenziale sociale nei territori danneggiati dagli eventi sismici, è stata inclusa anche la Campania per poter agire sul territorio di Ischia. Per quanto riguarda il riparto delle risorse, occorre ora attendere da parte delle Regioni interessate, i dati sui singoli fabbisogni relativi al patrimonio Erp danneggiato dagli eventi sismici.

In considerazione del programma integrato di edilizia residenziale sociale, che comprende un riparto dei 250 milioni di euro è stato approvato con dm del Mit del 4 luglio scorso, il Cipe ha recepito le raccomandazioni espresse dalle Regioni in Conferenza unificata così da consentire la presentazione delle proposte da ammettere a finanziamento anche agli ex Iacp competenti per territorio; permettere la possibilità di finanziare nelle regioni assegnatarie di importi superiori a 10 milioni più di due proposte di intervento; sottoporre ad intesa della Conferenza unificata il decreto interministeriale di approvazione dell’elenco dei comuni ammessi a finanziamento.

L’aspra semina del presidente Trump, gli Stati Uniti e gli emuli

Questo editoriale, pubblicato anche sul sito di “Avvenire”, merita di essere diffuso. Pensiamo di non abusare del volere dell’editore riproducendo il testo integralmente. Di Vittorio E. Parsi

Con una decisione assunta a maggioranza (5 contro 4), la Corte Suprema degli Stati Uniti ha sentenziato che la Casa Bianca ha esibito «sufficienti prove» per dimostrare che fosse giustificata la decisione di stornare due miliardi di dollari dal bilancio del Pentagono allo scopo di procedere con l’edificazione del “muro de la verguenza” (il muro della vergogna, com’è chiamato dai latinos) così aggirando il voto contrario del Congresso. Si tratta di un vulnus grave al principio della separazione dei poteri, oltre che a quel “no taxation without representation” che è nel Dna dell’origine stessa della Rivoluzione americana. Per di più, mina l’idea che le amministrazioni passano, si avvicendano, ma i princìpi e le norme costituzionali restano, e le istituzioni ne fanno buona guardia. Dopo poco più di due anni di presidenza Trump, quanto è stata intaccata la rule of law, l’idea che persino il vertice dell’esecutivo debba inchinarsi alle leggi scritte e non scritte della democrazia?

Il caso del muro di Trump credo ci offra lo spunto per riflettere sul danno maggiore che questa presidenza sta causando. Ovvero lo spostamento del limite tra cosa è decente e cosa non lo è, il danneggiamento della cultura politica della democrazia, innanzitutto negli Stati Uniti d’America, ovviamente; ma non solo, se guardiamo ai tanti emuli in sedicesimo dell’uomo dai capelli arancioni: dal Brasile all’Ungheria, dal Regno Unito all’Italia.

Sin dalla campagna presidenziale, e in verità sin dalle primarie repubblicane, Donald Trump aveva mostrato una simile attitudine, in una serie di esternazione di carattere sostanzialmente razzista. Con le sue dichiarazioni, i suoi tweet ripetuti, il tycoon poi diventato Presidente ha progressivamente fatto sì che affermazioni e principi tipici della destra suprematista bianca abbiano avuto accesso allo spazio pubblico e poi istituzionale (una volta insediato alla Casa Bianca) degli Usa: non in nome del Primo Emendamento della Costituzione – quello sulla libertà di espressione, che tutela anche la pornografia, ma non la rende meno socialmente deprecabile -bensì come componente “legittima” del discorso politico.

Che persone che ricoprono cariche istituzionali facciano discorsi da bar è già in sé deprecabile. Che nel farlo impieghino categorie irrispettose della libertà e dei diritti altrui, specie dei più vulnerabili, è vile e dovrebbe preoccuparci. Berciando rabbia e odio (e noi italiani ne sappiamo qualcosa), impiegando sistematicamente la violenza verbale della sopraffazione si attenua il tabù che dovrebbe circoscrivere i peggiori istinti umani. E snaturando le parole si cambia il senso delle cose a cui quelle parole alludono.

Il “muro” oggi non evoca più la componente portante di una casa, il sostegno di un tetto, di un luogo che offre riparo a chi ne ha più bisogno. Ma semplicemente una barriera suppostamente invalicabile, per escludere a costo della morte (altrui beninteso) chi non ci piaccia. Come sappiamo la realizzazione di ostruzioni tra Stati Uniti e Messico venne intrapresa dal primo presidente Bush nel 1990 e non è stata successivamente mai abbandonata da nessuno dei successori (Clinton e Obama compresi). Ma quale era lo scopo originario di quella serie di approntamenti di confine? Combattere il narcotraffico. Lottare contro i trafficanti dei cartelli della droga.

Oggi, il muro di Trump, e quello che il premier ungherese Orbán o il suo alleato e nostro ministro dell’Interno Salvini hanno realizzato o vorrebbero realizzare, serve a bloccare i “migranti”, anche a costo di lasciarli morire, così che attraverso lo slittamento della “destinazione d’uso” dello strumento si possa compiere un analogo scarroccio tra i soggetti contro cui è rivolto: trafficanti o migranti, equiparati come minaccia alla sicurezza nazionale.

Negli stessi giorni l’amministrazione Trump decideva la ripresa delle esecuzioni capitali comminate da tribunali federali, sospese da 15 anni. Anche questo un segno dei tempi e della visione della società cui il presidente si ispira: spietata e priva di pietas. L’idea che chi è colpevole debba espiare è molto radicata nell’opinione pubblica. E negli Stati Uniti il sostegno alla “vendetta pubblica” è purtroppo ancora vasto, nonostante l’alta percentuale di errori giudiziari, la brutalità del sistema carcerario e l’enorme numero di reclusi. Ma è il contesto in cui è calata che è cambiato.

La pena di morte costituiva una sinistra “particolarità” americana, che differenziava la democrazia Usa rispetto alle democrazie europee, le quali tutte insieme però convergevano su un set di valori politici e culturali. Nel caso specifico, l’effetto emulativo esterno è impedito dalla Costituzione e dalla membership dell’Unione. Ma quanto l’idea che la difesa della società richieda un tributo di sangue si sta diffondendo anche da noi? L’ampliamento della legittima difesa, la maggiore accessibilità a detenere armi vanno in quella direzione: come se l’esperienza americana non ci insegnasse che la barbarie non si arresta con altra barbarie.

Il trumpismo non si limita però a questo. Afferma che il destino degli “altri” dei non cittadini non è “affar nostro” e immagina una comunità nazionale originaria, blindata, storicamente infondata. E anche qui assistiamo a un pericoloso slittamento. La cittadinanza non è più la casa comune che racchiude e tutela diritti e doveri di chiunque la ottenga (per nascita o per acquisizione) ma è un muro portatile, il cui scopo è meramente discriminatorio: separare sempre e comunque persino le persone che risiedono o transitano sul medesimo territorio. E non è per nulla casuale che chi fino a meno di un lustro fa maramaldeggiava di fantomatiche padanie e non rispettava il Tricolore, oggi esibisca tanto ostentato amore per l’italianità: perché così intesa è solo un recinto un po’ più ampio, il cui distorto valore non sta nell’innalzare i diritti di chi è all’interno ma nell’escludere meglio chi è senza diritti, facendone un muro invalicabile. “Povera Patria…”, come recitava un verso di una bella canzone di Franco Battiato.

 

Noi, cosa dobbiamo fare? Lettera di Infante

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Caro Lucio,

Il Domani d’Italia ha pubblicato ieri tre interventi che,  a mio avviso, risentono dei più recenti passaggi della discussione avviata sui cattolici in politica. Alla varietà delle posizioni, che tendono però ad essere sempre più convergenti, fanno da contorno indecisioni, confusione e, persino, un pizzico di ambiguità politica, se non di opportunismo personale. 

La continua riflessione deve riuscire a far emergere il meglio, all’insegna della chiarezza e dell’onestà intellettuale e nei comportamenti.

E’ di pochi giorni fa l’incontro, destinato a rimanere“ riservato”,  organizzato dall’amico Bruno Tabacci cui hanno partecipato, su invito strettamente personale,  alcune personalità di estrazione cattolica. Molti schierati nel Pd. Da essi è giunta la misura delle difficoltà in cui si trovano.

Parlo di quell’incontro perché la riservatezza chiesta agli inizi della chiacchierata è stata subito smentita da chi ha fatto uscire su Il Fatto Quotidiano, e poi su Affari Italiani, la notizia. Chiaro il tentativo di trasformare un ragionamento serio in un maldestro tentativo di lanciare a Zingaretti il messaggio minaccioso sull’esistenza di  qualche parlamentare d’estrazione cattolica pronto a lasciare il Pd. 

Non possiamo essere interessati a ciò, se questa è l’intenzione di fondo.

Ciò premesso, torno alla sostanza dell’incontro e della convinzione con cui ne sono uscito. Di positivo c’è stato che, per la prima volta, in maniera esplicita è stato posto anche da questi amici il problema di dare vita a un nuovo partito. Il tempo non passa invano e fa la sua parte nel costringere all’ascolto di quello che in molti, in realtà, ascoltiamo da tempo in mezzo alla nostra gente.

Non mi è sfuggito, o questa è l’impressione che io ne ho tratto, l’esistenza di un consesso di cattolici che, da persone intelligenti e da politici di lungo, lunghissimo, corso si pongono i problemi dell’oggi, mentre continuano a correre il rischio di tornare a usare categorie mentali proprie del passato.

Una buona parte del dibattito è andato ruotando attorno al quesito sull’opportunità di chiedere o meno il permesso alla “ casa madre”, cioè il Pd. 

Come se il partito di Nicola Zingaretti  fosse in grado affrontare la vera questione al tappeto che a noi interessa: le attese e il superamento delle delusioni, venute a piene mani anche dal centrosinistra, dei tanti intenzionati  a ragionare politicamente sulla base del pensiero popolare e cristiano democratico. La risposta è stata generalmente a favore dell’idea di non chiedere alcuna autorizzazione. Bene!

Il punto di fondo che ci riguarda, però, è quello di valutare se l’avvertita necessità del cambiamento sia in grado di superare la difficoltà a cogliere pienamente  la straordinarietà della situazione e, quindi, di quanto altrettanto straordinaria debba essere la risposta alla richiesta di mutazione. Ciò significa, a mio avviso, ma anche secondo tanti altri amici, un’assunzione di responsabilità in proprio, senza porci in via pregiudiziale il problema di passaggi su cui sarà necessario interrogarsi in relazione a quello che fatti e vicende concrete ci presenteranno. Abbiamo bisogno, per prima cosa, di diventare davvero adulti , quindi, autosufficienti e di liberarsi da qualsiasi dipendenza politica e psicologica.

Qui si pone in effetti il tema su cui, caro Lucio, parliamo da tempo anche io te: quello della coalizione d’impronta degasperiana. 

La questione si è inevitabilmente riproposta ieri su Il Domani d’Italia, con talune sfumature leggermente non coincidenti tra di loro, con gli interventi di Lorenzo Dellai e di Giorgio Merlo.

I cattolici tra identità ed alleanze. Non è proprio l’annosa e irrisolta questione dell’uovo oggi e della gallina domani, ma poco ci manca. In ogni caso, di due aspetti diversi si tratta. Se ciò non fosse, lo sbocco del ragionare filosofico e politico in materia sarebbe già stato individuato.

Si tratta di un punto cruciale di metodo, che però diventa sostanza politica. Da risolvere perché altrimenti rischia di rendere problematici  i primi passi possibili da fare assieme con tanti amici e gruppi intenzionati , come scrive Dellai a rigenerare una cultura sociale e politica” o,  dice Merlo, a scommettere sulla capacità di “trafficare i propri talenti”.

Finalmente si sta giungendo ad una convergente sensibilità sulla necessità di definire, assieme ad un progetto programmatico, anche la presentazione di una identità, argomento su cui siamo intervenuti noi due, quasi in contemporanea, con una non concordata, immediata reazione all’incontro promosso da Bruno Tabacci.

Si tratta ora di delineare il resto e valutare quanto siano maturi i tempi ed evolute le cose da portarci al punto, già oggi, di farci addirittura riflettere sulle alleanze, mentre si affronta il tema dell’identità e, spero, quello dei contenuti politici programmatici utili alla definizione di un nuovo ed originale percorso politico.

Personalmente non credo che si sia già nella condizione di parlare delle alleanze: se vogliamo essere realisti, in relazione alle condizione del nostro mondo; concreti, se si valutano le vere intenzioni del Pd, visto che soprattutto di esso si parla. 

Lo abbiamo sempre detto: quella delle alleanze, in ogni caso del rapporto con gli altri, costituisce  una delle essenze del ragionare politico democratico, ma si deve pur tenere conto delle situazioni concrete e degli interlocutori possibili. Soprattutto, dopo che si è riusciti a qualificarci per quello che si è.

Credo, dunque, che una seria, responsabile, credibile nuova presenza debba essere calibrata sulla volontà e la capacità di riuscire a portare autonomamente, anche sul piano politico concreto, un rinnovato pensiero cattolico e democratico cristiano e nella condizione di presentarsi ed essere soprattutto percepito quale vera alternativa possibile alla destra revanscista e chiusa che vediamo avanzare.

E’ bene che i democratici di Zingaretti e Renzi compiano un loro percorso di rigenerazione. Di esso, comunque, cogliamo scarsissime tracce, nonostante all’interno del Pd  siano già presenti molti parlamentari che si dicono cristianamente ispirati.

C’è però di scrutare l’orizzonte con un proprio binocolo ed essere pronti a cogliere il vento migliore, indipendentemente da quello che vogliono mettere nelle proprie vele altrui imbarcazioni.

Se scrutassimo con quel binocolo senza schemi precostituiti vedremmo tante altre realtà con cui è possibile collegarci. Composte da chi ha seguito altre opzioni finora, ma anche da chi è sceso sulla battigia de “ l’isola degli astenuti” e non è più tanto disponibile ad un nuovo imbarco su quegli stessi mezzi la cui rotta e le cui condizioni lo hanno deluso finora.

E’ questo il vero popolo verso cui deve andare il nostro ascolto. A partire dalle realtà territoriali completamente emarginate dalla politica verticistica praticata anche dal Pd, sulla scia di visioni “ leaderistiche” capaci solo di segnare la perdita di contatto con ampi settori della vita economica, civile e culturale. 

Noi attorno a questo dovremmo ragionare e dare, in tal senso, un segnale definitivo di autentica rottura con i metodi del passato. Dobbiamo avere l’ambizione di offrire, assieme a tanti altri democratici che cattolici non si dicono o non sono, quella reale proposta di cambiamento richiesta da una sostanziale maggioranza del Paese.

 

Mio padre, la politica e la fede: parabola per questi tempi.

Mio padre ha lavorato per quarant’anni nella Democrazia Cristiana, individuata nell’immediato dopoguerra come la possibilità di impegnarsi seriamente nella ricostruzione leggendo il suo manifesto politico. Mio padre ha vissuto la politica come un altissimo servizio di carità, senza usufruire del minimo privilegio, pur essendo stato l’unico non deputato o senatore a rivestire la carica di capo della segreteria politica. Ho imparato a leggere sui giornali di ogni colore politico che portava a casa, sono cresciuto ascoltando in suoi racconti, andando a giocare nel Palazzo dell’Eur, e ho seguito, ragazzino, i congressi della Dc al Palazzo dello Sport a fianco di Pansa e altri giornalisti, introfulandomi dietro le quinte per studiare da vicino come si faceva la politica, e lì diero c’erano Andreotti e Forlani, Zaccagnini e De Mita, Piccoli e Donat Cattin, Moro e Bodrato.

Ho  imparato a guidare su una vecchia 600 stanca di chilometri macinati nelle campagne elettorali, addobbata con megafoni e manifesti. Ho quindi  “naturalmente” provato a vivere la politica: ho iniziato durante le scuole superiori con il bravissimo e compianto Fratel Lazzaro delle Scuole Cristiane (conoscendo tanti amici che ora sono politici ad alto livello), ho poi frequentato il Movimento Giovanile della Dc, presi le botte a una fermata della Metro mentre facevo volantinaggio per il referendum sull’aborto insieme a tanti amici di CL appena entrato all’università sono stato collaboratore e amico di Ruffilli (trucidato dalle Brigate Rosse) mentre preparavo la rassegna stampa quotidiana per l’Anci (Associazione Nazionale Comuni d’Italia) l’Upi (Unione Provincie d’Italia) e la Cispel. Ma il Signore aveva per me altri progetti, e, illuminando la mia storia con il suo amore, mi ha fatto scoprire la chiamata con la quale mi aveva da sempre accompagnato, e sono partito per un’esperienza di evangelizzazione.

Ero in un incontro vicino Trento quando il telegiornale mi informò della morte del dolcissimo e buonisssimo Ruffilli. E dire che pochi mesi prima eravamo in giro nella periferia est con la mia Panda 30 per la campagna elettorale. Il Signore mi aveva misteriosamente salvato, avrebbero potuto uccidere comodamente Ruffilli mentre era in macchina con me. Poi ho visto il declino morale della Dc attraverso gli occhi di mio padre, che, proprio mentre andava in pensione, è entrato con mia madre nel Cammino Neocatecumenale. Soffriva nel vedere il disfacimento del Partito a cui aveva offerto buona parte della sua vita, ma stava conoscendo più profondamente il Signore, scoprendo, a 70 anni, la bellezza di crescere nella fede in una piccola comunità.

Lui che aveva passato notti e notti con i politici, passava le serate con i fratelli sedotto dalla Paroa di Dio. La sua vita è cambiata radicalmente, ed è stato lui, la sua storia, i suoi occhi disincantati perchè illuminati dalla fede nel Cielo, il destino eterno che tutti ci attende, ad aprire la mia mente e il mio sguardo sulla politica e sull’unico approccio autentico e realista alle cose del mondo. E la sua era la politica della Prima Repubblica, ben altra cosa rispetto a quella di oggi – è poi politica? – fatta di tweet, selfie, slogan e ideologia esibita in girotondi, magliette colorate e altre tragiche amenità, indignazioni a corrente alternata e, purtroppo, principi non negoziabili trattati come arma da gettare come bombe contro i nemici, confondendo nella polemica mediatica e internettiana l’ideologia con chi, nell’ideologia, è caduto perché ingannato.

La politica che ho conosciuto era invece il luogo dove uomini di fede come mio padre hanno potuto compiere la missione di carità auspicata da San Paolo VI. Dove l’avversario politico non era mai un nemico da abbattare ma piuttosto da battere nelle urne in virtù di una proposta politica. Poi è venuta la politica spettacolo, quella sguaiata sui social, “semplificata” a destra, al centro e a sinistra perché più di slogan ad effetto non ha da dire.

La politica è lo specchio della società, e non si raccoglie uva dalle spine, basta vedere i frutti per riconoscere l’albero. Questo mi ha insegnato la vicenda e l’esperienza di mio padre che ha attraversato tutta la stagione politica del dopoguerra, dall’alba della ricostruzione, dai sani entusiasmi e dalle sane battaglie del ’48 e degli anni successivi sino alla crisi di Mani Pulite e al conseguente disfacimento della DC e di quella politica. Ho visto la crisi di fede della società italiana lasciare a piedi anche la politica. Lo svuotarsi delle Chiese, la fuga dei giovani dalle parrocchie, dal Vangelo e da Cristo per seguire le chimere mondane ha prodotto conseguenze anche nel mondo politico. La società è cambiata, e con essa la politica. L’Azione Cattolica e la Fuci prima e CL poi hanno vissuto questa crisi profonda, mentre la Dc, morendo vedeva dividersi la sua ultima generazione nei nuovi soggetti politici e diventare così la spalla del centro destra e del centro sinistra.

Ma Dio mi ha fatto la Grazia di poter vedere nella storia benedetta di mio padre la sua mano sicura condurre anche la storia di un Paese, del mondo. Proprio mentre il Partito per il quale si era speso gli crollava intorno il Signore non lo abbandonava ma gli donava una comunità cristiana dove poter sperimentare sino al suo passaggio al Cielo ciò che gli era stato seminato nell’intimo durante la sua formazione da ragazzo (ex alunno salesiano di tempi gloriosi…). Dal Partito alla Chiesa, un pochino come accadde nel passaggio dal mondo antico a quello medievale: mentre crollavano le istituzioni e non vi erano più certezza, si ergeva la Chiesa formata e forgiata da secoli di persecuzioni.

Ho visto mio padre passare dal fallimento di ciò che aveva di più caro dopo la sua famiglia a ciò per cui lui e la sua famiglia erano quanto di più caro: la Chiesa, il Corpo di Cristo vivo nella storia. Ho visto in mio padre la parabola della fedeltà di Dio con ogni uomo. Anche oggi, dove tutto crolla, mentre la donna è attaccata in quanto vergine, sposa e madre, mentre la famiglia è sotto scacco, dove l’inganno satanico si veste di luce e seduce in ogni apsetto della vita scambiando come al solito il bene con il male, anche ora mentre la politica non può offrire null’altro che il vuoto dell’apparenza di cui è frutto, mentre ci assedia la morte e i nuovi barbari sembrano averla vinta, Cristo Gesù è vivo nella sua Chiesa.

Tutto passa, solo la sua Parola resterà in eterno. In questa fase non si può chiedere alla politica ciò che non può dare, e non solo perché non ci sono le condizioni per costruire un partito che abbia voce in capitolo. Ma perché la società è neopagana, la politica che conoscono e farebbero se vi si impegnassero le nuove generazioni è quella di plastica, fartta di apparenze e di ovvie clientele che abbiamo sotto gli occhi, e non vi è differenza alcuna tra le varie fazioni.

Oggi ci troviamo slla soglia di una svolta cruciale, quella profetizzata dall’allora giovane professore Ratzinger nel 1969: “Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare molti degli edifici che aveva costruito nella prosperità. Poichè il numero dei suoi fedeli diminuirà, perderà anche gran parte dei privilegi sociali. Ma nonostante tutti questi cambiamenti che si possono presumere, la Chiesa troverà di nuovo e con tutta l’energia ciò che le è essenziale, ciò che è sempre stato il suo centro: la fede nel Dio Uno e Trino, in Gesù Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo, nell’assistenza dello Spirito, che durerà fino alla fine. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede e la preghiera al centro dell’esperienza e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino e non come un problema di struttura liturgica. Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la sinistra e ora con la destra. Essa farà questo con fatica. Il processo infatti della cristallizzazione e della chiarificazione la renderà povera, la farà diventare una Chiesa dei piccoli, il processo sarà lungo e faticoso… Ma dopo la prova di queste divisioni uscirà da una Chiesa interiorizzata e semplificata una grande forza. Gli uomini che vivranno in un mondo totalmente programmato vivranno una solitudine indicibile. Se avranno perduto completamente il senso di Dio, sentiranno tutto l’orrore della loro povertà. Ed essi scopriranno allora la piccola comunità dei credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto… A me sembra certo che si stanno preparando per la Chiesa tempi molto difficili. La sua vera crisi è appena incominciata. Si deve fare i conti con grandi sommovimenti. Ma io sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine: non la Chiesa del culto politico… ma la Chiesa della fede. Certo essa non sarà più la forza sociale dominante nella misura in cui lo era fino a poco tempo fa. Ma la Chiesa conoscerà una nuova fioritura e apparirà come la casa dell’uomo, dove trovare vita e speranza oltre la morte”.

Ecco, la Chiesa come la casa dell’uomo, l’ha conosciuta mio padre proprio mentre restava solo, abbandonato dal partito che aveva servito integerrimo, dove ha trovato davvero vita e speranza oltre la morte. E’ morto infatti come un santo, piccolo, umile, varcando le soglie della vita terrena sospirando con mia madre e me un “amen” che chiudeva la sua ultima Ave Maria. La Chiesa è la casa che ho conosciuto anche io, l’unica che non fa distinzioni, che non appiccica etichette, che non cede alla polemica e alla tifoseria, ma che guarda ogni uomo con gli occhi di Cristo. Questo sguardo posato su mio padre, su mia madre e su di me ha cambiato e compiuto in Lui la nostra vita. Per questo, oggi vedo con chiarezza la chiamata ad evangelizzare, a non temere la solitudine e il rifiuto del mondo, a lasciarci seminare nella storia, a conoscere intimitamente Cristo come i monaci che hanno salato l’Europa in crisi costituendo le radici della meravigliosa fioritura medievale.

Questo è il tempo indicato da Ratzinger, e non è fuga o declino di responsabilità. Al contrario, è perdere la vita come il seme caduto in terra, perché non rimanga solo ma dia frutto. Se la società non è più cristiana, se non vi sono cristiani e la maggior parte di quelli che ancora vi sono non sono d’accordo su nulla, come si può immaginare una presenza politica dei cristiani? Occorre saper discernere, attraversare questa crisi appoggiatio a Cristo che non ci abbandona e non abbandona nessuno, offrendoci anche al martirio, perché è ciò che aspetta i nostri figli o davvero ci illudiamo che andando in giro con un pullmann o facendo dei gazebo o campagne internet salveremo i nostri figli dall’esclusione, dal rifiuto e dal martirio? Siamo diversi dai cristiani che stanno dando la vita in giro per il mondo? O forse pensiamo che esserlo è qualcosa di diverso, è fare un po’ di politica per costruire il paradiso quaggiù? Preoccupiamoci della nostra fede piuttosto, se possiamo oggi amare il nemico che ci è accanto, se prendiamo i peccati di moglie, marito e collega. E di trasmettere la fede ai nostri figli, perché sappiano affrontare il martirio che li attende. Li abbiamo segnati con la Croce il giorno del loro battesimo, o no?

Coraggio allora, che qui non si tratta di Lega o Pd o Pdf o FdI o non so che. Qui si tratta della Vita Eterna, di averla dentro. Perché se ce l’hai dentro, allora ogni tuo gesto diventerà un gesto politico, per il quale forse, sarai messo in carcere, e magari giustiziato.

Scintille di Luce. Un ricordo di Ersilio Tonini.

Incontrare uomini come il Cardinale Ersilio Tonini è un’esperienza che può concedere indicibili emozioni: così era successo anche a me che ho avuto questa straordinaria opportunità.
Tornando da Ravenna portavo il dono di un incontro-intervista e il ricordo di un contatto umano e spirituale che mi ha arricchito come forse mai mi era capitato nella mia vita.
Probabilmente nessun’altra occasione di riflessione e di meditazione avrebbe potuto restituirmi il senso più autentico dell’intimità spirituale. Da persone di questa levatura morale si possono ricevere parole di consolazione e di incoraggiamento che –come scintille di luce – riescono ad illuminare la nostra esistenza per capire il mondo intorno a noi, dare un senso al nostro cammino terreno nella ricerca della verità e del bene ed aiutarci ad essere migliori.

Avevo trascorso quasi una giornata in sua compagnia ma è stato come se ci fossimo conosciuti da sempre: mi aveva accolto come un padre e nel suo argomentare la figura paterna era riecheggiata come memoria della sua stessa vita e come spiegazione del mistero dell’incarnazione e del sacrificio “li hai dati a me e io li ho custoditi”: il concetto di paternità come affidamento, condivisione e protezione.
Nel suo studio, ricco di libri di religione, cultura, teologia, filosofia, storia, sotto il crocifisso spiccava una enorme foto del 1915, dove era ritratto – bambino di un anno – con sua madre.
E i suoi genitori erano sempre sullo sfondo dei suoi pensieri, i veri valori sono quelli che si ricevono in famiglia e lui mi aveva aperto lo scrigno di quelli che apprese e imparò fino a dare un senso alla sua stessa vita.

“Mio padre era un bifolco, cioè il capo dei contadini. Alla mattina ci svegliava prima delle cinque per mungere le mucche. Una mattina ci disse: “Uno di voi fratelli non vuole fare più questa vita, non gli sta più bene, vuole andare in America a cercare fortuna. Io non sono d’accordo ma non posso impedirgli di partire. Ma lascio a voi e a lui che parte questo insegnamento”….. “Nella vita contano tre cose: un tozzo di pane, volersi bene e la coscienza netta”. Ho ripensato in questi anni a quell’aneddoto e applicandolo alla vita di oggi penso quanto sarebbe difficile trasmettere e accettare quell’insegnamento paterno (ammesso che ci siamo padri ai nostri giorni capaci di impartirlo) : ciò che conta infatti è il profitto, il prevalere del denaro come valore assoluto, la cancellazione dal vocabolario corrente della parola ‘accontentarsi’.
La ricerca della felicità e della serenità interiore nelle piccole cose e nella gratuità dei gesti.
Dimostrandomi che quelle parole che gli insegnò suo padre, umile agricoltore, non sono dissimili dalle verità del Vangelo e della filosofia e leggendo insieme a me alcune pagine di Platone dove la preghiera di Socrate ha un’invocazione perfettamente sovrapponibile:” O Dio, concedimi di essere più bello di dentro che di fuori e fai che l’esterno di me sia conforme all’intimo di me”.

Si era fatta l’ora di pranzo ma lui leggeva, con calma: “E’ importante – mi diceva – trovare le parole giuste per capire”.
Pensando alla frettolosa e superficiale vita di tutti i giorni mi ero commosso per questo suo pacato invito alla riflessione e ne ho sempre fatto tesoro.
La sua grande umanità mi aveva riconciliato con la speranza, la sua ricchezza spirituale mi aveva reso partecipe – io, piccolo uomo e peccatore – di un grande respiro planetario, la sua profonda, aperta e illuminata cultura mi aveva disvelato una dimensione universale e affatto dogmatica del processo di ricerca della verità, che è connaturato all’uomo e appartiene alla storia tutta.

Che cosa dunque ricorderò e serberò al mio cuore come il dono più grande e sorprendente di questo grande uomo di Dio, di questa “montagna” che per prima vedeva la luce (per usare un’espressione di S. Agostino da lui citata), di questo ‘grande vecchio’ così aperto all’ottimismo e alla speranza?
Direi soprattutto la sua “innocenza”: l’aver attraversato quasi un secolo di storia, conoscendo e vivendo tutta la gamma dei sentimenti e dei dubbi che possono attanagliare una così lunga esistenza, l’aver condiviso dolore e gioia, sofferenza e turbamenti conservando la speranza e la capacità di cogliere e suggerire – nel buio degli errori e delle cadute che da sempre accompagnano il cammino dell’uomo- l’ottimismo della resurrezione.
La consolazione della parola, la via dell’esempio come fonte di insegnamento e ricerca della verità, la rettitudine delle persone semplici, la temperanza come prima virtù dell’uomo ricco di saggezza.

La testimonianza della sua vita e la luce che emanava dalle sue parole ci permettono di ricordare come San Paolo spiega il senso più autentico e il coronamento più degno di ogni esistenza: “ho combattuto la mia buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”.

Il Paradosso dei Cristiani

Nei giorni scorsi, sulla chat di Rete Bianca, Elisabetta Campus ha usato una formula che centra proprio il nostro ineludibile problema: “Mai contenti ‘sti cristiani!! laici ma non troppo cristiani, cristiani ma no troppo laici…”.

La verità è che il Padre creando l’uomo l’ha fatto di creta e gli ha inspirato dentro il suo soffio divino, il suo Spirito. L’ha creato a sua immagine e somiglianza. Questa è la nostra fede.

Il bisogno di noi cristiani di dare valore al mondo creato da Dio, il quale vide che la sua opera era cosa buona, cioè il bisogno di laicità, di dare valore alle cose di questo mondo, deriva tutto da questo. Il bisogno di distinguere e dare valore al creato in tutti i suoi aspetti, alla stessa vita politica, deriva proprio dalla nostra fede religiosa.

Lo stesso rapporto tra il Padre che è nei cieli e questo nostro mondo è ab origine nello stesso atto creativo, che si completa con la stessa Incarnazione del Figlio Unigenito, Dio da Dio, che si fa addirittura creato, cioè carne, cioè peccato, come scrive lo stesso San Paolo.

Dunque il nostro bisogno come cristiani di distinguere, cioè di essere laici, cioè di dare valore al mondo, deriva dalla nostra stessa fede, dalla stessa volontà di Dio. Non è una bestemmia, anzi paradossalmente è una cosa sacrosanta. Dobbiamo sempre avere sensibilità nel distinguere, con la consapevolezza però che non possiamo separare.

Questa è la nostra fede. In politica dunque non dobbiamo negare o misconoscere o nascondere la nostra fede, ma per operare politicamente, cioè nel mondo, dobbiamo fondare la nostra azione su una riflessione culturale e su una proposta programmatica di azione concreta sul nostro mondo che valorizzi i problemi concreti di questo mondo per quello che gli stessi significano.

Tutto qui. Non è una strada proprio del tutto agevole, ma è questa la sola, non ne disponiamo di altre, cara Elisabetta, dal nome di quella che prima esaltò l’Incarnazione, mistero della nostra fede,  Dio stesso che si è fatto carne, il Creatore che si è fatto creatura.

Siamo la sola religione della storia che afferma questo paradosso, anche se altri mondi culturali ci si sono molto avvicinati, persino taluni pensieri greci.

Leggere Sturzo per rivalutare le élite

Fonte Servire l’Italia a firma di  Antonio Campati

Nel dibattito pubblico, il termine élite è avvolto da una patina di negatività. Eppure, non bisogna dimenticare che le élite sono importanti per un buon funzionamento della democrazia. Lo sapeva bene don Luigi Sturzo che in diverse occasioni sottolinea come il dinamismo interno alla democrazia sia dato proprio dalla formazione e dalla circolazione di nuclei politici ed economici. Scrive nel 1946: «Chiamiamo questi nuclei élites, con grave scandalo dei demagoghi che fanno appello alle folle. Se il termine non piace, se ne scelga un altro, la nozione rimane perché è nelle cose». 

Ai giorni nostri, complice l’innovazione tecnologica, taluni credono che non sia più necessario delegare il potere a una minoranza ristretta, poiché ormai tutti possono intervenire direttamente per orientare le scelte politiche. È un’idea che fa breccia in larghi strati dell’opinione pubblica, e talvolta trova anche qualche riscontro nella realtà (si pensi a quelle leggi modificate o persino cancellate perché «ce lo chiede la rete»). Però, un discorso serio sul funzionamento della democrazia non può prescindere dal ruolo e dalle funzioni delle élite: non è corretto adottarle semplicemente come categoria polemica da contrapporre al popolo. In tal senso, il pensiero e l’azione di Sturzo ci dicono ancora molto. Fondando un partito politico, il sacerdote di Caltagirone non ha certamente l’obiettivo di precludere l’ingresso nella vita politica alla «folla». Tutt’altro. È proprio la sua iniziativa a spingere molti italiani, e molti cattolici, nell’arena democratica, rendendoli partecipi a pieno titolo delle sue dinamiche. 

L’idea che non serva più delegare il potere a una minoranza poiché grazie alla rete tutti possono intervenire direttamente per orientare le scelte politiche fa breccia in ampi strati dell’opinione pubblica. Alle radici del populismo di Antonio Campati 

Ma ciò che Sturzo ha ben chiaro in mente è che all’interno della democrazia deve crearsi un dinamismo virtuoso per favorire la circolazione di élite con qualità apprezzabili (e per ostacolare la formazione di oligarchie). 

A tal proposito, si apre un altro capitolo molto interessante, ed estremamente attuale. Scrive due decenni dopo il fatidico gennaio 1919: «Come in una fabbrica non ci può essere macchinista o ingegnere o direttore senza la capacità, così nella società politica non si deve arrivare a esserne dirigenti senza le qualità necessarie e il tirocinio sufficiente». Com’è possibile educare e selezionare una classe politica adeguata? Un compito tanto delicato, per Sturzo, lo può assolvere soprattutto il partito, il quale, con la sua organizzazione e con la sua vita interna, consente al popolo di esprimersi in forma organizzata. Specialmente – come auspica nell’Appello a tutti gli uomini liberi e forti – se lo stato deve rappresentare «la più sincera espressione del volere popolare». 

Pensando all’oggi, è vano denunciare genericamente la mancanza di «qualità necessarie» nella classe politica. L’eredità di Sturzo ci può allora aiutare in una duplice direzione: da un lato, a diffondere la consapevolezza che le élite sono importanti per il funzionamento della democrazia; dall’altro, che queste devono affrontare un «tirocinio» capace di renderle davvero consce delle loro responsabilità. Il che non significa solamente acquisire conoscenze tecniche, ma alimentare costantemente la propria vocazione ad essere una minoranza libera e forte, cioè al servizio del popolo.

29 luglio 1900, l’attentato a Umberto I: trame, collusioni e terrorismo anarchico.

Quel 29 luglio a Monza, nonostante fosse sera inoltrata, faceva un caldo afoso. Intorno alle 22 Gaetano Bresci si confuse tra la folla, e sgattaiolando riuscì ad ottenere la visuale giusta per attuare il suo piano omicida (un piano politico o più semplicemente dovuto a motivi di odio?). Giunto a pochi metri dal sovrano sparò tre colpi, forse quattro, come stabilirono i rilievi di polizia, di cui uno fatale. Umberto I, secondo re d’Italia, colpito a bruciapelo in pieno petto, si accasciò sul sedile della sua carrozza scoperta. Un proiettile gli aveva trapassato il cuore. Stava passando la sua villeggiatura in Brianza. Quello che altri soggetti avevano provato a fare almeno due volte al medesimo re, si consumò in un giorno di mezza estate nel giro di una manciata di secondi.

Per l’Italia, quel gesto estremo rappresentò l’epilogo di alcuni anni di grande tensione, durante i quali si erano alternati scandali (vedi la Banca Romana), instabilità, scontri di piazza (vedi i moti siciliani e quelli di Milano) e fratture ideologiche difficilmente sanabili. I dissidi tra le istituzioni del giovane Stato e buona parte dei suoi cittadini, soprattutto quelli socialmente più vulnerabili, che pure rappresentavano lo “zoccolo duro” della cosiddetta nuova società di massa del paese, si trascinavano sin dagli aumenti dei prezzi su alcuni beni di prima necessità come il pane e il riso, promulgati a metà del 1897. Condizione che aveva inasprito i rapporti e provocato dimostrazioni alle quali le forze dell’ordine avevano reagito in modo feroce, sparando talvolta sulla folla. Sentitosi colpito anche nell’orgoglio, il “quarto stato” – analogamente ai movimenti anarchici fuoriusciti per gran parte dalle sinistre socialiste – decise di non dimenticare.

Ancora oggi, sul regicidio di Umberto I serpeggia un alone di mistero, legato in sostanza ai mandanti occulti dell’assassinio e alla rete di potenziali complici resisi corresponsabili indiretti dello stesso. Certo è che la pista anarchica – benché i rapporti tra i gruppi di estremisti, i socialisti, una frangia cattolica delle opposizioni e (addirittura) il legittimismo borbonico si fossero fatti sempre più fitti – fu ritenuta sin dalle prime indagini la più attendibile. In precedenza, erano usciti fuori i nomi di Turati e addirittura quello di Maria Sofia, ex regina di Napoli, l’eroina di Gaeta, tanto agguerrita quanto ancora ansiosa di approfittare dei periodi di crisi del governo nazionale per sovvenzionare organizzazioni pronte a pianificare un golpe. Ancor più anomala risultò la libertà di movimento del pregiudicato Bresci, il quale, nonostante fosse già schedato e sorvegliato speciale dall’intelligence del Regno, ebbe il tempo di partire dagli Stati Uniti, soggiornare indisturbato in Italia per settimane, giungere a Monza e colpire infine il re. Già, perché la comunità italiana di Paterson, capitale americana della seta, brulicava di organizzazioni filo-anarchiche e di ricercati per sovversione sottrattisi alla giustizia mediante la fuga e l’espatrio nel New Jersey. Località d’oltreoceano dove si era costituita una folta rappresentanza di cellule politiche apertamente ostili ai Savoia e al governo. Governo di Crispi e Rudinì prima, di Pelloux e di Saracco dopo. Vi bazzicavano, fra gli altri, Errico Malatesta, Giovanni Passannante (che attentò a Umberto I nel ’78) e Pietro Acciarito (che attentò a Umberto I nel ’97).

Dopo un rapido processo in cui il regicida ammise le sue colpe senza coinvolgere i suoi compagni o citare i suoi contatti, le alte stanze governative mostrarono di voler chiudere molto in fretta quella drammatica vicenda. Probabilmente, l’atto conclusivo, culminato il 22 maggio 1901 con l’impiccagione di Bresci presso il carcere di Santo Stefano – episodio tutto da chiarire – fece comodo alla maggior parte della classe dirigente di allora, che poté sostenere di ritenere chiusa la traversia. Ferme restando le più disparate ipotesi e le decine di arresti senza prove che erano seguite all’attentato.

Il cimitero acattolico. Un luogo di pace e di bellezza.

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di  Daniele Mencarelli

La morte di Andrea Camilleri ha portato all’attenzione delle cronache nazionali uno dei luoghi più magici e segreti della nostra città: il Cimitero acattolico. Il papà del Commissario Montalbano è stato sepolto lì, accanto ad altri grandi scrittori e artisti provenienti da tutto il mondo, in molti, infatti, hanno scelto questo fazzoletto di terra dietro la Piramide di Caio Cestio per il lungo riposo.

La storia del Cimitero acattolico, chiamato in passato anche Cimitero degli inglesi e poi Cimitero dei protestanti, affonda le sue radici nella Storia, passano i secoli ma un dato rimane inalterato: Roma è crocevia di mondi e culture, di artisti e avventurieri, diplomatici e fedeli di ogni religione possibile.

La prima sepoltura risale al 1716 e fu concessa da Papa Clemente XI ai membri della famiglia Stuart in esilio dall’Inghilterra, si aggiunsero subito dopo i tanti viaggiatori nord-europei che arrivavano nella zona di Roma e dell’agro romano per le tappe del “Grand Tour”. Dagli inizi del 1800 in poi, fu il turno dei primi nord-americani.

Oggi, nel Cimitero acattolico riposano quasi quattromila persone, in maggioranza di religione protestante, ci sono anche presenze islamiche e buddiste, oltre a confuciani e zoroastriani.

Ma è la foltissima schiera di artisti di ogni disciplina esistente a fare del Cimitero acattolico, chiamato anche, non a caso, Cimitero degli artisti, luogo di quotidiano e affettuoso pellegrinaggio. La lista dei nomi lascia a bocca spalancata. Gli inglesi John Keats e Percy Bysshe Shelley, dall’America Gregory Corso e Richard Henry Dana, gli italiani Dario Bellezza e Carlo Emilio Gadda, Emilio Lussu e Miriam Mafai, Amelia Rosselli e Antonio Gramsci.

Oltre ai nomi, è la bellezza delle tombe a incidere il cuore. Figure di marmo bianco custodiscono il riposo dei presenti, angeli ad ali spiegate, altri dormienti sulle lapidi, tra cipressi immobili, la numerosa colonia di gatti presente chiamata a far da sentinella al sonno delle tante spoglie mortali.

Tutto al Cimitero acattolico parla di bellezza, tutto sembra rimandare alle amorose mani del Primo Artista, da cui abbiamo ereditato la smania del creare, attraverso la materia. Quell’unico Dio che sta dietro ai tanti nomi che gli umani gli attribuiscono, che testimoniano con la loro opera anche quando credono di negarlo.

Farmaci generici, questione di brand

Assorted pills

Un miliardo e duecento milioni di euro. È quanto gli italiani spendono in più ogni anno per avere in casa un farmaco conosciuto in luogo di uno equivalente (ma non pubblicizzato). Proprio così. In questa riluttanza ai generici siamo i primi in Europa.

Le belle parole sul fatto che si tratti di farmaci in tutto e per tutto identici a quelli sostenuti da lauti budget promozionali servono a nulla. Testardi come muli fingiamo di non capire che l’abitudine è più forte del raziocinio. Acquistiamo ciò che è noto in quanto percepito come più sicuro per la nostra salute. Questione di marca, di “brand”.

L’aspetto curioso è che la diffidenza nei confronti dei farmaci generici si concentra maggiormente nelle regioni del Sud, tradizionalmente in difficoltà economiche rispetto alle aree ricche della Penisola. Un paradosso che mette in evidenza asimmetrie informative e comportamenti disomogenei a livello nazionale. Finendo per scavare un ulteriore fossato tra le due Italie.

Agli amici del Partito Democratico

Vorrei rivolgere una riflessione agli amici del Partito Democratico.
Non ho mai aderito al vostro partito, ma lo ho sempre guardato con simpatia e rispetto, sempre cercando di concorrere a costruire condizioni di cooperazione e di alleanza.
Per favore, risparmiateci due cose.
La prima: il rilancio, improbabile, di una “vocazione maggioritaria” comunque condita e mascherata.

Ovvio che i numeri non la consentono. Ma, prima di tutto, non è questione di numeri, ma di concezione della “politica come coalizione”.

Una coalizione si fa tra soggetti autonomi, liberi e diversi. Non attraverso la germinazione di formazioni in franchising.
Passare da una visione tolemaica ad una copernicana è difficile, ma ciò non di meno è necessario.

Resta da capire quale sia il “sole” attorno a cui accettare il fatto che tutto giri: a mio parere non può che essere la comune prospettiva di un nuovo compromesso tra “democrazia e mercato”, per evitare il rischio di una involuzione autoritaria resa ogni giorno di più pericolosamente appetibile per un popolo che tende a percepire sempre meno il carisma di un futuro di sicurezza, uguaglianza e benessere nei meccanismi della democrazia liberale e rappresentativa.
Questo è il “sole”. Tutto il testo sono satelliti, PD compreso.
La seconda: una divisione tra fautori e detrattori dell’alleanza con il M5S come unica via per battere la destra. Così semplicemente posta (prima o dopo un eventuale voto anticipato) la questione non ha senso alcuno.
Dalla destra ci separa tutto. Dal M5S “quasi” tutto.
Si può lavorare su questo “quasi”? Certo. Sta nel DNA della buona politica ricercare ogni pur labile interstizio di dialogo.

Ma c’è un macigno su questa strada e – a mio parere – non consiste nel merito delle politiche propugnate dal M5S (che sicuramente sono pasticciate e spesso incomprensibili, ma in molti casi corrispondono a esigenze vere, vedasi la lotta alla povertà) e neppure nella diffusa inconsistenza della sua classe dirigente (non è che altrove vi siano tante genialità applicate….).

Il vero macigno consiste piuttosto nella concezione della “democrazia”.

Anti parlamentarismo; mitizzazione della democrazia diretta; superamento della visione comunitaria della Democrazia in favore della sua “individualizzazione” supportata dalle nuove frontiere digitali non possono essere basi di nessun possibile accordo.
È semmai questo il terreno di un confronto esigente e tutt’altro che scontato, che sarebbe nell’interesse del Paese sviluppare, al di là delle congetture di breve momento.
Su questo piano, i “popolari” (laddove volessero rigenerarsi come soggetto politico) potrebbero senza dubbio avere un ruolo importante.
In fondo, forse, l’opzione di una “democrazia” capace di recuperare un forte respiro comunitario ed una credibile finalizzazione sociale può essere veramente una via di uscita dalle secche della crisi valoriale del sistema senza passare dalla sua delegittimazione distruttiva.
Ma occorre che i “popolari” decidano di tornare ad essere “vero soggetto politico”.
Il loro compito non è salvare la “cristianitá”, come pare di capire leggendo qualche presa di posizione: a questo ci pensa Papa Francesco (che il Signore lo conservi a lungo!).
Il loro compito è molto più modesto ma non meno nobile: rigenerare una cultura sociale e politica ispirata ai valori cristiani ma umilmente incarnata sul piano della laicità, a servizio di una democrazia che non può degradare verso l’autoritarismo e di una visione dei rapporti civili che non può lasciare spazio alla deriva del tutto contro tutti.
Le tante esperienze nate in questi mesi hanno dunque il dovere, immediato, di una coraggiosa scommessa comune, solidale, condivisa. La vocazione “di servizio” di Rete Bianca, a mio parere, non può che  essere questa.

Cattolici popolari tra identità e alleanze.

Il dibattito tra i cattolici popolari e democratici tra la conservazione dell’identità e la ricerca delle alleanze non nasce oggi. Anzi. Accompagna, da sempre, il cammino tortuoso ma esaltante, di un’area culturale che, malgrado l’afonia e l’irrilevanza pubblica degli ultimi anni, ha comunque contribuito in modo decisivo e qualificante alla conservazione della qualità della nostra democrazia, al consolidamento delle istituzioni democratiche e alla salvaguardia del nostro impianto costituzionale. In un paese, è sempre bene ricordarlo, che continua ad essere caratterizzato da “una passione intensa e da strutture fragili, secondo l’ormai celebre definizione di Aldo Moro. 

Ora, è del tutto evidente che di fronte ad una crisi della politica sempre più marcata e strutturale, le stesse culture politiche possono e debbono far risaltare la propria voce, il proprio pensiero e, soprattutto, la propria originalità. Sotto questo versante, la vera sfida politica, culturale e forse anche organizzativa nella stagione contemporanea, è proprio quella di saper valorizzare la propria identità da un lato inserendola, però, in una cornice di alleanze che preveda la presenza di altri filoni ideali e che siano in grado, insieme, di dar vita ad un progetto politico democratico, riformista, di governo e in grado di saper intercettare e di farsi carico delle istanze e dei bisogni dei ceti popolari. A partire, appunto, dai ceti popolari. Una sfida, quindi, a cui si deve rispondere non con la riproposizione di una sterile ed inconcludente testimonianza ma, al contrario, con una strategia che sappia declinare laicamente il nostro patrimonio culturale con l’apporto decisivo di altre esperienze. E questo per una ragione molto, molto semplice. Dopo al fine della Dc e del Ppi e l’impossibilita’ di riproporre quelle straordinarie esperienze politico ed organizzative, dopo il fallimento politico ed elettorale delle cosiddette esperienze “identitarie” frutto e prodotto di un impianto clerical/ confessionale e di inguaribili primogeniture narcisistiche ed autoreferenziali, dopo l’inadeguatezza dell’avventura populista e demagogica degli attuali attori politici – anche se ancora accompagnati da vasti consensi popolari e sociali – è sempre più indispensabile rilanciare una strategia politica che veda nel cattolicesimo popolare e sociale un protagonista e non solo una stampella. Purché accetti, sino in fondo, un postulato della vera cultura democratico cristiana: ovvero, saper misurarsi con una autentica “cultura delle alleanze”. Senza cedimenti clericali e confessionali, senza tentazioni autoreferenziali e soggettive e, soprattutto, senza regressioni puramente testimoniali. Anche se nobili e del tutto legittime. 

Ecco, la vera sfida oggi è tutta racchiusa in questa scommessa. La capacita’ di saper “trafficare i propri talenti” deve saper coniugarsi con l’altrettanto capacità di ritornare protagonisti in una stagione politica che richiede presenza pubblica, organizzazione, elaborazione culturale e un progetto di società. Il ritorno della destra, l’auspicato – per il momento un pio desiderio – ritorno della sinistra e la persistenza di una presenza antisistema e populista come quella dei 5 stelle non può non prevedere una presenza qualificata e visibile di una tradizione culturale che, con altre, può far uscire il nostro paese da una situazione di degrado politico e di pressappochismo culturale ineguagliabili. Viene da dire, citando uno slogan di cui si è molto abusato negli anni passati, “se non ora quando?”

Dopo Rutelli Veltroni e Renzi ci prova un altro sindaco. Ma è Sala il futuro?

La recente intervista di Beppe Sala, sindaco di Milano, ha dato fondo alle fantasie o alle angosce del Pd attorno a un probabile accordo nel futuro con i Cinque Stelle.  Amministratore compassato, manchevole di pathos e seduttività, Sala fatica a proporre con il suo stile d’impeccabile sales manager lumbard l’immagine del politico intraprendente e creativo. Di brillante, nella conversazione affidata a Repubblica, si trova in effetti l’annuncio della borraccia di alluminio, in sostituzione di quella di plastica, che a settembre il Comune donerà ai bambini delle elementari e ai ragazzi delle medie in vista del loro ritorno a scuola. Un gesto carino, senza dubbio, ma lontano anni luce dalla emozione di un riformismo generoso e accattivante.

Sala vuole proporsi come uomo del dialogo tra riformisti e populisti. Il suo “esprit de finesse” si arresta sulla soglia dell’enunciazione predittiva e non va oltre, ben al di sotto perciò dell’analogo esprit di un Franceschini, certamente in grande spolvero. Oggi no, ma in futuro sarà possibile e anzi auspicabile che l’alleanza prenda forma. Su quali basi, il Sindaco non lo dice. In effetti dice solo che Di Maio, protagonista secondario del blocco giallo-verde, dovrà farsi da parte. Dunque, con  altri interlocutori la formazione di una nuova alleanza sarà a portata di mano.

Tutto qui, niente di più e niente di meno. Siamo di fronte al bignamino delle buone intenzioni di cui, come si sa, le vie dell’inferno sono lastricate. Il massimo che riesca a produrre la politica della città più dinamica, orgogliosamente protesa verso gli orizzonti dell’innovazione e dello sviluppo, passa per questo  programma minimo di sopravvivenza democratica. Rutelli e Veltroni, sindaci di Roma, hanno tentato l’assalto a Palazzo Chigi; a riuscirci è stato solo Renzi, senza passare per l’elezione al Parlamento, come primo cittadino di Firenze; tutti comunque hanno messo a fuoco il sogno di un nuovo progetto politico, portando la freschezza della loro esperienza nell’agone elettorale. Invece Sala, a ricalco della pubblicità di un noto immobiliarista, non regala sogni ma solide realtà.

È la solidità del buon senso, anche quando s’alza la timida bandierina del cambiamento. Torna un po’ di antistatalismo, giusto per titillare le corde del popolo viziato dalla propaganda giallo-verde. Come se lo Stato potesse tornare in salute, principalmente con i conti a posto, vendendo all’occorrenza un po’ di caserme – perché no? – malgrado il fatto che dai tempi di Giuliano Amato nessuno riesca a vendere sul serio (forse per qualche motivo non banale, forse perché costituiscono la riserva di capitale a disposizione del nostro apparato militare).

Ecco, con queste brillanti ricette Sala ritiene di potersi atteggiare a  leader di una sinistra finalmente agghindata a festa, che vedrebbe ad esempio abbracciate, nella banalità di programmi e indirizzi politici, le inconciliabili personalità  di Calenda e Casaleggio. È difficile rassegnarsi a tanta inconsapevole superficialità. Anche nel Pd dovrebbe affacciarsi una  serena e ferma considerazione sui rischi di una perenne retorica del vuoto.