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Rete Bianca, ora la scelta politica.

Un dato è indubbio: quando la prassi trasformistica fa irruzione nella dialettica politica, sono destinate a cambiare le stesse categorie della lotta politica. Per spiegarmi con parole più semplici, la categoria della “coerenza”, ad esempio, pur sempre opinabile, è destinata ad essere sacrificata sull’altare del cosiddetto realismo politico. E l’alleanza innaturale, per usare un termine nobile, tra il Pd e il partito di Grillo e Casaleggio rientra a pieno titolo nella cultura e nella prassi del trasformismo politico italiano. 

Ora, è altrettanto indubbio che uno scenario del genere genera riposizionamenti politici e, soprattutto, innesca processi di formazione di nuove soggettualità politiche. Cosa che, puntualmente, sta già avvenendo. Ed è proprio all’interno di questo filone che si inserisce anche il ruolo, la presenza, la funzione e la prospettiva di una realtà piccola, anche se importante, come il movimento nazionale dei cattolici democratici e popolari che va sotto il nome di Rete Bianca. 

Ci sono alcune costanti, seppur in un contesto profondamente trasformistico, che fungono comunque da paletti per capire la prospettiva di un movimento politico e culturale come Rete Bianca. Semprechè non ci si vuole ridurre a giocare un ruolo puramente testimoniale e, di conseguenza, politicamente e pubblicamente irrilevante. 

Innanzitutto coltivare una prospettiva puramente identitaria è, oggi, semplicemente una strada impraticabile e politicamente sterile. Potrei citare decine di tentativi elettorali a livello europeo, nazionale e regionale per arrivare alla semplice conclusione che si è trattato di una sequela di sconfitte brucianti e senza appello. Una strada, quindi, perdente e senza sbocchi. Piaccia o non piaccia. 

In secondo luogo dev’essere chiara l’opzione antisovranista. Senza, però, evocare ridicoli e grotteschi pericoli fascisti, dittatoriali, sudamericani e simili amenità. Forse è giunto anche il momento, seppur in un contesto marcatamente trasformistico, di separare la propaganda goffa e patetica dalla politica ragionata e consapevole. 

In terzo luogo un movimento come Rete Bianca non può essere estranea ed insensibile a chi, nel campo democratico e riformista, si pone il problema di dare voce e rappresentanza ad interessi sociali, mondi vitali, categorie professionali e settori crescenti della pubblica opinione che semplicemente oggi non si sentono rappresentati. Vogliamo chiamarli sbrigativamente di “centro”? Vogliamo definirli riformisti e non di sinistra? Vogliamo definirli come coloro che si oppongono ad una deriva trasformistica ed allegra della politica italiana? Pensiamo a milioni di persone che si limitano semplicemente a chiedere una politica seria, trasparente, credibile e culturalmente orientata e che persegua il buon governo? Le domande possono essere tante ma la risposta non può che essere una: e cioè, adesso forse arriva il momento della scelta politica. Anche per un movimento come Rete Bianca. Fuorchè, lo ripeto, non ci si rassegni a giocare un ruolo testimoniale, prepolitico,di mera formazione di coscienze e quindi insignificante. Ma questo non rientra, credo, nella tradizione, nella cultura e nella storia del cattolicesimo democratico e popolare del nostro paese.

Quale Adriatico?

Articolo già apparso sulla rivista “Il Mulino” a firma di Egidio Ivetic

In un affollato cocktail party serale ai primi di maggio, a Budua in Montenegro, tra imprenditori, politici, amministratori, vari stakeholders e qualche professore universitario, si poteva cogliere la trasformazione civile e transnazionale in atto nell’Adriatico. Che non è più quello che ancora in molti immaginano: il mare confine con l’“altro”.

Sono ormai vent’anni che l’Ue incoraggia la collaborazione fra le regioni adriatiche tramite progetti Interreg transfrontalieri (la Cooperazione territoriale europea), con da una parte l’Italia e dall’altra la Slovenia e la Croazia, a cui poi si sono aggiunte l’Albania, il Montenegro e la Bosnia ed Erzegovina. Progetti che hanno portato finanziamenti ed esperienze di lavoro tra vari enti pubblici e privati. È seguita, dal 2004, la procedura di costituzione della regione europea Adriatico. L’iniziativa di per sé era scaturita dal Consiglio d’Europa, dal Congresso delle autorità locali e regionali, su richiesta della contea croata dell’Istria e del Molise. L’euro-regione, che è un soggetto di diritto internazionale, è nata ufficialmente il 30 giugno 2006, con un’assemblea tenutasi a Pola. Ne hanno fatto parte 23 unità amministrative tra province, regioni e municipalità d’Italia, di Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro e Albania che si affacciano sull’Adriatico; un bacino che raggiunge 22 milioni di abitanti, pari a uno Stato europeo di media grandezza.

Nonostante il disinteresse della politica nazionale e dei grandi media, l’euro-regione Adriatico ha registrato decisi progressi. Dopo sei anni, nel gennaio del 2013, all’assemblea tenutasi a Termoli, si è deciso di ridefinire l’euro-regione estendendola allo Ionio. Nel 2014 di fatto è sorta la macroregione europea Adriatico-Ionio (comprensiva di Basilicata, Calabria, Sicilia, Grecia e Serbia) ed è stata promossa dall’Eusair (la European Union Strategy for the Adriatic and Ionian Region). L’Adriatico-Ionio affianca altre due macroregioni che si dispiegano attraverso la parte centrale dell’Unione europea, il Baltico e il Danubio.

I compiti di queste entità, euro-regione e strategia macroregionale, sono di raccordare le iniziative di tre fora, ossia i comuni, le camere di commercio e le università (iniziativa Uniadrion) e di perseguire strategie fissate attorno a quattro pilastri tematici: la cosiddetta crescita azzurra (Blue Growth), che concerne il settore marittimo; la connessione infra-regionale; la qualità ambientale; il turismo sostenibile. Per realizzare tutto questo, la macroregione si è definita una linea di governo e sono previste attività di coordinamento, nonché bandi per finanziare progetti specifici.

In questi anni, a fronte di accordi per quanto riguarda lo sfruttamento ittico tra Italia e Croazia, non sono mancati momenti di forte contrapposizione, per motivi di sovranità sul mare, tra Croazia e Slovenia. Ma, a parte l’annosa questione del golfo di Pirano, nell’insieme l’integrazione adriatica è un processo che continua a evolvere e un ruolo non secondario lo si deve all’allargamento della Nato in questo contesto. Accanto all’Italia, la Slovenia è membro dell’organizzazione dal 2004, la Croazia e l’Albania dal 2009, il Montenegro dal 2017. In questo processo, l’Adriatico si è stabilizzato in fatto di sicurezza e situazione militare; le forze navali sono ridotte al minimo (con l’Italia in netto predominio), se comparate con gli anni Settanta del Novecento. Sembra più che mai remota l’idea di un conflitto nell’Adriatico. Qualcosa di cui troviamo i precedenti solo ai tempi di Roma.

Insomma, sta emergendo un Adriatico a sé rispetto alle logiche politiche degli stati nazionali coinvolti. C’è molta retorica sul tema della cooperazione; si potrebbe discutere a lungo con quali esiti. C’è, di sicuro, una presa d’atto, tra le amministrazioni locali, che tutto questo conviene, c’è un diffuso pragmatismo. Dopo secoli di interscambio economico e sociale (migrazioni) tra le coste, dopo una condivisione culturale che ha connotato il Medioevo e oltre, fino al Settecento, dopo una marcata divisione per comparti statali-nazionali nel corso del Novecento, oggi sembrano maturi i tempi per immaginare l’Adriatico come qualcosa di unitario. Le iniziative sono magari circoscritte, ma sono tante, come tanti rivoli che portano verso un’unica meta. C’è volontà politica, c’è disponibilità, c’è un clima che fa ben sperare. Mai come oggi l’Adriatico risulta essere un contesto a sé, con una propria fisionomia anche amministrativa in mezzo agli Stati e alle regioni. Sotto questo aspetto, si tratta di un’area eccezionale nel Mediterraneo, dove, nonostante i proclami dal processo di Barcellona del 1995 fino all’Unione per il Mediterraneo del 2008, si sta approfondendo la faglia tra Europa e non Europa.

Qui l’articolo completo

Le strade di Elena Ferrante

Articolo già apparso sulla newsletter culturale di Studio “Studiocult” a firma di Cristiano de Majo

Nell’incipit del nuovo libro di Elena Ferrante, di cui qualche giorno fa la casa editrice E/O ha annunciato l’uscita (il 7 novembre), la prima strada che compare, già addirittura al terzo rigo, è San Giacomo dei Capri, un nome che non dirà molto a chi non conosce bene Napoli e, in particolare il Vomero (potrebbe benissimo darsi il caso che anche un napoletano non sappia cosa sia). Per me che in quella zona ci sono cresciuto, leggerlo è stato stranissimo: non esiste niente di meno letterario, oltre che di meno corrispondente alla tipica immagine ferrantiana di Napoli, di via San Giacomo dei Capri, una lunga e ripida salita costellata di comprensori condominiali, che dalle zone più centrali del Vomero porta verso il Rione Alto, densissimo agglomerato di edilizia residenziale, che fa pensare di essere in una città quasi normale: è la Napoli media e nient’affatto esotica. «Due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta. La frase fu pronunciata sottovoce, nell’appartamento che, appena sposati, i miei genitori avevano acquistato al Rione Alto, in cima a San Giacomo dei Capri. Tutto – gli spazi di Napoli, la luce blu di un febbraio gelido, quelle parole – è rimasto fermo».

Proprio così, un febbraio gelido a San Giacomo dei Capri è quanto di più lontano dalle tracce della scrittrice che un giornalista del Guardian può cercare attraverso la città (vicoli, bassi, mercati, perlopiù). Ma per i gossippari letterari ai quali serenamente mi ascrivo c’è un indizio molto più interessante da considerare. Via San Giacomo dei Capri è piuttosto vicina a via Gemito, titolo del celebre romanzo Premio Strega di Domenico Starnone che, come tutti sanno, è anche, insieme alla moglie Anita Raja, il principale sospettato di essere Elena Ferrante. Da via Gemito a San Giacomo dei Capri si va sempre dritto, per un chilometro scarso, attraversando un paesaggio piuttosto insignificante di palazzi, semafori, smog, qualche negozio. Sembrerebbe quasi che gli Starnone-Raja stiano confermano l’esistenza di un vissuto (e di una memoria) intorno a quella zona. Ma sarebbe ancora più divertente, forse, se Elena Ferrante non fosse nessuno dei due e stesse invece giocando a esserlo.

Jean-Claude Juncker a tutto campo su migranti e brexit

Jean-Claude Juncker

Il presidente uscente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, in una intervista esclusiva rilasciata a Euronews, critica il nuovo presidente. “Non mi piace l’idea di uno stile di vita europeo da opporsi al fenomeno migratorio. Accettare chi viene da lontano fa parte dello stile di vita europeo”.

Il significato che la presidente eletta Ursula Von der Leyen attribuisce alla frase  “protezione dello stile di vita europeo” proprio non piace al presidente uscente.

Nell’articolo inoltre non risparmia critiche anche verso gli Inglesi.

Sulla Brexit: “Avevamo negoziato un accordo con Cameron su diversi punti. Questo accordo con Cameron non ha avuto alcun ruolo durante la campagna referendaria. Ai britannici è stato detto da più di 40 anni che sì facevano parte della Ue, ma non hanno mai voluto condividere tutte le politiche europee. Fin dall’inizio sono stati europei part-time, mentre abbiamo bisogno di europei a tempo pieno”.

Museo di Arte Contemporanea Roma: Nuvola Creativa Festival delle Arti

Torna la “Nuvola Creativa – Festival delle Arti”: la quarta edizione, dal 20 al 22 settembre, al MACRO di Roma

Il concetto di dominio si riferisce al rapporto sociale di superiorità di un soggetto su un altro, mentre Domino è un gioco a tessere. I visitatori si coinvolgono nella realizzazione dell’installazione e giocano: avanzano e retrocedono seguendo i messaggi veicolati dalle opere presenti

Il Festival, promosso dall’Associazione Neworld, Nwart con la direzione artistica a cura di Antonietta Campilongo verrà presentato nella conferenza stampa del giorno 20 settembre 2019 alle ore 11.00 presso l’Auditorio del MACRO di via Nizza. Interverranno: Antonietta Campilongo, Lara Ferrara, Cristiano Ferrari, Letizia Leone, Giorgio Linguaglossa, Eugenia Serafini.

Con la collaborazione degli artisti invitati a partecipare, per tre giorni, 20 – 21 e 22 settembre 2019, sarà affrontato il tema del dominio dal punto di vista: etico, sociale ed intellettuale, mutuata dalla rappresentazione artistica.

Aree multidisciplinari: Arti visive, special guest, performance, video, documentari, videoart. reading, dibattiti.

Anno dopo anno Nuvola Creativa si arricchisce di nuove tematiche, per contribuire a rendere sempre più viva e reattiva l’azione dell’Arte nella vita culturale di Roma.


ARTE – Per i tre giorni del Festival, nella Black Room ci saranno le installazioni di Ombretta Iardino, con specialdi guest di Pino de’ Notariis e Fabrizio Loiacono, mentre nel Cortile saranno presenti gli interventi di Marco Billeri, Adriana Pignataro, Eugenia Serafini. In mostra, tutti i giorni, nel Museo temporaneo delle arti, una super collettiva con trenta artisti per altrettante opere: Alessandro Angeletti, Liliana Avvantaggiato, Francesco Maria Bonifazi, Antonella Bosio, Juna Cappilli, Stefania Casadei, Antonella Catini, Antonio Ceccarelli, Federica Cecchi, Silvano Corno, Vincenza Costantini, Silvano Debernardi, Alexander Luigi Di Meglio, Simonetta Enei, Valentina Lo Faro, Marco Loddo, Luciano Lombardi, Maria Carla Mancinelli, Tina Milazzo, Sandro Perelli, Flaviana Pesce, Gerardo Rosato, Loredana Salzano, Eugenia Serafini, Stefania Scala, Giovanna Silvestri, Anna Tonelli, Jack Tuand, Valter Vari, Emre Yusufi.

CINEMA E VIDEO ARTE – Spazio anche al cinema e la video arte, nei giorni 20 e 21, con il documentario Tessere di Marco Billeri e History of Doing di Daniela de Paulis. Saranno proiettati anche i cortometraggi di Massimo Ivan Falsetta, Virgo I piedi freddi delle donne, di Maria Korporal, Reynard the Fox, e di Giusy Lauriola con Cambialamore. In programma anche tre cortometraggi di Marcantonio Lunardi, Aesthetics of pain, Worn out e Sanctuary, nonché quello di Loredana Raciti, Dominante il Sentimento.

PERFORMANCE, TRA DANZA, MUSICA E TEATRO – Nel cortile, durante la giornata di venerdì, si esibiranno gli Artisti Innocenti in Domino di quadri, mentre Eugenia Serafini proporrà i suoi Fossili di Petrolio nel Giardino InCantato. Interverranno i poeti: Anna Manna, Anna Avelli, Fabia Baldi, Iole Chessa Olivares, Antonella Pagano, Candida Camarca, Alessandra Carnovale. Durante la giornata di domenica, infine, nel Salone dei Forum, due performance speciali: quella di Mauro Tiberi, Traiettorie, con voce, musica e danza, e quella di Lara Ferrara e Paola Beatrice Frati, In Corpus Domini, con pole dance e video in simultanea. Nel foyer, invece, Letizia Girolami in Tamburo ri-generativo e Antonio Irre in Membrana II.

READING E LETTURE – La giornata di sabato sarà anche dedicata alla lettura, alla poesia e alla bellezza in versi. Eugenia Serafini proporrà la lettura scenica de Il Preside che camminava sui rami di pino e i Racconti della Luna, mentre Letizia Leone e Giorgio Linguaglossa declameranno il poemetto mitologico su Apollo e Marsia, Estasi della macellazione. Nella Sala delle Parole, infine, domenica arriveranno Federico D’angelo con Comando a catena e i già precedentemente annunciati “Fossili” di Eugenia Serafini.

AllʼItalia lʼIg Nobel 2019 per la Medicina

La pizza e l’Italia un legame che ora ottiene una certificazione, un riconoscimento vero e proprio. Il nostro Paese, infatti, ha vinto l’Ig Nobel 2019 per la Medicina per “aver fornito l’evidenza che la pizza può proteggere da malattie e morte”. A patto, però, che venga “fatta e mangiata in Italia”. E’ questa la motivazione del premio dedicato a ricerche che fanno “ridere ma anche riflettere”.

Sono tre gli articoli vincitori, pubblicati su riviste internazionali da epidemiologi di primo piano, rappresentati da Silvano Gallus, di Istituto Mario Negri di Milano e Università di Maastricht.

 

Nominati i sottosegretari: L’elenco completo

Sono 42 i nuovi sottosegretari e vice ministri varati in Consiglio dei ministri. Supremazia M5S, che porta a casa 21 sottosegretari e 6 vice, più di quelli di cui si era ipotizzato in questi giorni. Il Pd ne ottiene 18 più 4 vice, mentre Leu 2 e le Autonomie del Maie solo 1, senza vice ministri.

Presidenza consiglio dei ministri:
Mario Turco (programmazione economica e investimenti), Andrea Martella (editoria)

Rapporti con il parlamento:
Gianluca Castaldi
Simona Malpezzi

Affari Ue:
Laura Agea

Esteri:
Emanuela Del Re (viceministro)
Manlio Di Stefano
Marina Sereni (viceministro)
Ivan Scalfarotto
Riccardo Merlo

Interni:
Vito Crimi (viceministro)
Carlo Sibilia
Matteo Mauri (viceministro)
Achille Variati

Giustizia:
Vittorio Ferraresi
Andrea Giorgis

Difesa:
Angelo Tofalo
Giulio Calvisi

Economia:
Laura Castelli (viceministro)
Alessio Villarosa
Antonio Misiani (viceministro)
Pierpaolo Baretta
Cecilia Guerra

Mise:
Stefano Buffagni (viceministro)
Alessandra Todde
Mirella Liuzzi
Gianpaolo Manzella
Alessia Morani

Politiche agricole:
Giuseppe L’Abbate

Ambiente:
Roberto Morassut

Mit:
Giancarlo Cancelleri (viceministro)
Roberto Traversi
Salvatore Margiotta

Lavoro:
Stanislao Di Piazza
Francesca Puglisi

Istruzione:
Lucia Azzolina
Anna Ascani (viceministro)
Giuseppe De Cristofaro

Cultura:
Anna Laura Orrico
Lorenza Bonaccorsi

Salute:
Pierpaolo Sileri (viceministro)
Sandra Zampa

La coerenza nel privato e nel pubblico

L’amico Nino Labate ha sviluppato su Il Domani d’Italia un dotto ragionamento sulla coerenza e l’incoerenza sollecitato, mi pare di capire, dal recente intervento in materia di Giorgio Merlo. 

Bene ha fatto Labate a controllare su di un tema tanto delicato e controverso il Dizionario Etimologico di Giacomo Devoto che, assieme al vocabolario Devoto Oli, dovrebbe stare sul comodino di ciascuno di noi. Non si sa mai.

Il suo ragionamento è stimolante, soprattutto per quanti sono appassionati di politica e, quindi, costretti a seguire la propria e l’altrui coerenza sotto vari profili.

Questo problema esiste, infatti, nella dimensione individuale e personale, ma soprattutto in quella pubblica cui è indirizzata, inascoltata, una richiesta di consequenzialità sempre più pressante, anche se, spesso, solo rivolta a chi la pensa diversamente. 

Il riferimento a Agostino De Pretis e al tanto contestato “trasformismo” è esemplare. Quella pratica politica riuscì a rispondere, nel modo possibile in quel momento, ad un problema storico ancora tuttora irrisolto per noi italiani, frutto del modo in cui prese corpo l’Italia unitaria e il suo successivo articolarsi: quello che oggi chiamiamo “governabilità”.

Tanti i modi di fare e di dare corso all’azione politica cui assistiamo che portano ad interrogarci sulla “coerenza” tra le dichiarazioni e i fatti, su quanto è stato detto e operato ieri e viene confrontato con le asserzioni e le scelte dell’oggi. Domani e dopodomani, la questione si riproporrà se non interverrà una trasformazione radicale del sistema politico e di quello sociale e civile ad esso sottostanti. Il mondo e i comportamenti umani non cambieranno solo a seguito delle nostre considerazioni.

Il riferimento alle recenti vicende politiche fa ancora una volta interrogare sulle particolarità della storia parlamentare del nostro Paese e la conseguente considerazione che della politica hanno le nostre genti.

L’esperienza storica ci dice che re, principi, governanti moderni non blasonati, hanno spesso dovuto considerare il problema della coerenza in maniera dissociata tra il livello personale e quello istituzionale. 

Non sempre l’opportunismo individuale, o il suo opposto, ha coinciso con quello seguito nel pubblico, e viceversa . Numerosi i casi di incoerenze personali ed interiori, poi, sublimate e coincidenti con “grandiosità” di visione e di operatività politica.

Esiste lo “stato di grazia”, ma anche la “grazia di stato”, e, soprattutto in maniera  determinante, la forza delle necessità insite nelle condizioni concrete che concorrono a formare la sfera più ampia delle relazioni politiche, delle dinamiche sociali, dei processi economici e civili.

“Parigi val bene una messa”, precede di molto il “trasformismo” del dopo Unità d’Italia. Enrico IV, ugonotto, si converte al cattolicesimo per riunire e pacificare la Francia da lui conquistata militarmente. Finirà per essere chiamato “Il Grande”. 

Eppure, è evidente il tasso di strumentalità della sua personale conversione. Di essa non è rimasta traccia alcuna nei libri di storia, se non per la parte aneddotica. Non sappiamo quante siano state le effettive sue partecipazioni alla messa, dopo quella dell’incoronazione. E’ rimasta, invece, l’impronta di una politica servita a chiudere un lungo periodo di divisioni insanguinate tra i francesi di allora che si confrontarono, armati, per l’adesione a differenti visioni cristiane.

Tutti questi ragionamenti non sono astratti. Vanno al punto centrale di quello di Labate che, sul Domani scrive: “Tenendo conto del fatto che la coerenza, nelle questioni temporali,  è sempre figlia della storia dell’uomo, che serve sino a quando non si vuole riproporre con tutti i suoi pre-giudizi ed errori, dal momento che va sempre a braccetto con lo “spirito del tempo”.

Che poi significa aver assorbito l’espressione del Guicciardini secondo il quale è  “grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente e, per dire così, per regola; perché quasi tutte hanno distinzione e eccezione per la varietà delle circostanze, le quali non si possono fermare con una medesima misura: e queste distinzione e eccezione non si trovano scritte in su’ libri, ma bisogna le insegni la discrezione”.

Bene fa Labate a precisare di non avere alcuna “intenzione di elogiare l’in-coerenza e il relativismo” e a sostenere che “anche le identità ci aiutano infatti a capire chi siamo e dove andiamo”.

Il suo ragionamento convince. Sarebbe ancora più convincente se si riuscisse a precisare meglio il suo seguitare: “Succede però che una volta osservate come scatole chiuse a chiave con doppia mandata, in verità ci aiutano poco anche loro ( si riferisce, evidentemente, alle identità! nda). Anzi a volte ci ostacolano. Poiché si tratta di un ripetersi inutile. Di un ritorno inefficace. Spesso causa di grossi se non pericolosi equivoci”.

E’ meglio approfondire e trovare un qualcosa di dirimente nel dilemma della scelta tra coerenza e incoerenza, continuando il suo ragionamento tra identità o meno, perché il problema continua a permanere, anche per il forte influsso che esso ha nei diffusi convincimenti sociali e culturali. 

Il rifugio nell’astensionismo non è anche legato a questa questione? Il cosiddetto distacco tra paese legale e paese reale affonda pure nell’incoerenza addebitata ai politici che, sbagliando, sono visti tutti uguali e inaffidabili. 

Sul piano umano, il tasso di coerenza o d’incoerenza ( quest’ultima in pochi si è disposti a riconoscerla in noi stessi, se non sulla base di una imbarazzante, dimostrata e incontrovertibile smentita), non può che essere valutato nel profondo della coscienza, il giudice più freddo e spietato il cui intervento non sempre è mitigato, purtroppo, dalla naturale ed umana tendenza all’autoassoluzione.

Riferendosi all’impegno e all’operatività politica e istituzionale, quanti sono ancorati ad un credo religioso sono “ vittime” di ciò che può essere considerata la “ costrizione” di dover fare i conti con una coerenza indotta, persino imposta, resa stringente da un forte riferimento ideale. 

All’opposto, il vantaggio  è quello di avere un metro di paragone a portata di mano, destinato a rendere tutto più chiaro ed evidente: il riferimento al “bene comune”.

Quel “ bene comune” che pure nel Machiavelli, considerato dozzinalmente il padre dell’opportunismo politico e dell’idea che il “ Principe” non si deve sentire frenato dall’accusa di essere additato come incoerente, oltre che doppiogiochista e cattivo, vale in quanto fine ultimo del governare e del governante.

La ricerca del “ bene comune” a noi fornisce l’identità di cui tanto si parla e che tanti equivoci ha creato e crea nel mondo cattolico perché,  secondo alcuni, il riaffermare questa identità, parte integrante di una possibile, nuova e originale presenza laica in politica, può finire per assumere superate forme d’integralismo e di clericalismo.

E’ vero, ha ragione Labate, esiste il rischio che la “ coerenza”, certo una coerenza formale, burocratizzata o, persino, “militarizzata”, possa far addormentare la nostra intelligenza.

Ecco, perché, la definizione di una identità deve far parte di una rappresentazione più ampia di un progetto politico da offrire a tutto il Paese, non solo a quello spicchio più o meno ampio cui noi partecipiamo.

L’intelligenza e la coscienza si tengono sveglie con il “pensare politico”; con la quotidiana esercitazione del discernimento destinato ad essere messo in campo attorno ad  analisi, progetti e scelte politiche; con la continua capacità di tenere conto del concreto dispiegarsi di fatti che intercorrono nella politica e finiscono per modificare i punti di riferimento, altrui comportamenti, vicende epocali che interessano il mondo e in grado di influire in maniera eccezionale e nel condizionare le nostre scelte domestiche.

In conclusione, mi sembra di poter ripetere che la coerenza richiesta ai cattolici democratici sia da collegare alla loro ricerca del “bene comune” e, in questo, siamo facilitati dal riferimento a due patrimoni determinanti e “non negoziabili”: il Pensiero sociale della Chiesa e la piena adesione alla Carta costituzionale. Il resto, segue di conseguenza.

Montagne Russe

Il titolare della più grande industria di macchine per parchi di divertimento ha informato che il mercato chiede, per esempio, ottovolanti sempre più arditi. Le cosiddette montagne russe devono togliere il respiro… proprio come è stato per gli Italiani, perché non c’è metafora più appropriata per descrivere lo spettacolo della politica offerto per quattordici mesi dagli alleati del Governo gialloverde. Per 18 mesi abbiamo sopportato una continua campagna elettorale, con annunci di decreti mai convertiti o approvati con voti di fiducia, nonostante l’ampia maggioranza in Parlamento. Ad ogni difficoltà o problema emergente veniva proposta la presentazione di una nuova legge. In realtà sono già troppe le leggi che rendono intollerabile la burocrazia. Sono sufficienti ad affrontare qualsiasi materia soprattutto in fatto di sicurezza; purtroppo mancano i controlli e le sanzioni, vere e ineluttabili, nonché tempestive. Sono state fatte anche promesse circa l’incremento delle forze dell’ordine e un contratto con significativi aumenti di stipendio.

Non è accaduto. Ci sono centinaia di uomini e donne sfruttati a servizio di scorte per personaggi che non ha di mira nessuno…sarebbero ben più utili e visibili in strada e nelle situazioni più emergenziali. E la moltiplicazione di punti di sorveglianza? Se c’è una garrita di Carabinieri, poco più in là se ne trova una della Polizia di Stato e anche, per non sfigurare, quella della Polizia Municipale (così a Roma, altrove non so) ma la loro integrazione moltiplicherebbe i servizi. Il ‘Cambiamento’ non c’è stato; si poteva fare, non con un contratto, ma proponendo una visione agli Italiani. Per governare ci vuole una visione generale, per concertare risposte complessive e organiche ai cambiamenti che il Paese si aspetta. Ora si è… svoltato, solo con la guida delle regole costituzionali, come era accaduto l’anno scorso quando in Parlamento fu raccattata la maggioranza per formare il governo gialloverde. L’attuale governo è sostenuto dai due partiti che avevano avuto il maggior numero di voti. Potrà dispiacere a chi conta i voti con le percentuali dei sondaggi ma alla Camera e al Senato ci sono gli eletti del 4 marzo scorso. Ed è inaccettabile che si continui una filastrocca – che accompagnerà la campagna elettorale anche per le regionali, invece che con temi specifici- che il governo Conte è stato fatto in Europa. In realtà se ci fosse stata più competenza politica avrebbero dovuto accettare che anche il primo governo Conte fosse europeo. Cassese sostiene che ”l’europeismo è un atto dovuto. L’Italia fa parte della civiltà europea (…) ormai più della metà dell’ordinamento è disegnata secondo modelli che abbiamo costruito insieme per cui allontanarsi è impossibile.” Basta pensare al caos procurato dalla Brexit.

Dopo il Trattato di Maastricht, l’Unione Europea è un ambito di politica interna; la maggior parte della legislazione nazionale è integrata, armonizzata o condizionata dalla normativa europea. La UE fa parte della vita interna del nostro Paese e l’Italia deve far parte della politica europea. Il Governo del cambiamento non poteva sradicare 70 anni di storia comune. Anzi, avrebbe dovuto partecipare attivamente per cambiare eventualmente la ‘governace’ che anche altri Governi ultimamente contestano. Ora chi vorrà competere nella prossima campagna elettorale sa cosa non dovrà promettere inutilmente e dire con chiarezza cosa fare. Al Pd un compito prometeico per il bene dell’Italia. Un errore da evitate è fare la campagna…all’interno, fra correnti. È perniciosa tradizione delle cosiddette sinistre: in USA i candidati democratici invece di attaccare Trump, contestano Biden (così Trump farà il secondo mandato). In Italia è talmente evidente che prima occorre pensare come recuperare il tempo perso per gli Italiani dal 4 marzo scorso. Un ‘ contratto ‘ ha eluso tutti i punti programmatici per un governo che mirasse al cambiamento. Di tutto si è interessato con proclami demagogici, bruciando risorse per investimenti sociali e strutturali, sciupandole con assistenzialismo inutile a far ripartire la domanda interna, perché non è partita l’occupazione.

E questa come può ripartire se il governo manda in pensione coorti di persone ancora indispensabili, mentre il Paese non innova percorsi per inserire i giovani in lavori nuovi? Ma mentre Macron ha istituito un ministero per l’Intelligenza Artificiale, in Italia il governo gialloverde istituiva quello per la democrazia diretta (!?). L’istruzione nel Paese registra i dati pietosi e preoccupanti registrati da INVALSI e OCSE. Questo è il pilastro per ogni progresso della Nazione.
Siamo in Europa il Paese con il maggior numero di anziani e con incremento demografico negativo e non si è dedicata riflessione e risorse necessarie e adeguate per un programma poderoso a favore delle famiglie. Tanta retorica dei family Day e zero …pensate: asili nido per tutti (pubblici, privati, di condominio) con rette accettabili per favorire occupazione delle donne. Non pannolini gratis ma controllo sui prezzi di pannolini, latte in polvere e su tutto ciò che riguarda i neonati ed anche – non ci si scandalizzi! – minori costi azienda per la maternità. Per la salute, altro pilastro per un Paese sereno, interventi strutturali per rendere sicura, garantita e uguale su tutto il territorio nazionale (art. 3 Cost.) la tutela della salute e la sua promozione. Accesso alle facoltà mediche secondo i bisogni (i dati epidemiologici sono noti e chiari).

Un Paese più istruito e sano sa far correre anche l’economia. Terzo pilastro per il futuro, Ecologia Integrale: Ministeri dell’Ambiente e della Ricerca, separato da quello della Istruzione, di concerto con quello della Salute per un programma che tenga insieme diritti fondamentali, salute, lavoro, e doveri per cui ogni cittadino ha il dovere di svolgere una attività che concorra al progresso della società. ILVA e TAV dimostrano quanto siamo in ritardo, senza una idea innovativa. Non possiamo rinunciare all’ acciaio perché siamo la seconda potenza manifatturiera in Europa, ma ai cittadini di Taranto in collaborazione con AccelorMittal – invece di minacciare soltanto sanzioni penali – urge offrire soluzioni di bonifica e garantire abitazioni in zone più salubri. Trasporti internazionali su ferro invece che su gomma è certamente una scelta coerentemente ambientalista; dati i tempi richiesti di attuazione (avendone perso troppo) sicurezze progettuali e fondi necessari e sufficienti per ogni integrazione: questo è governare, non inseguire gli eventi. Un grande italiano, Ezio Vanoni, rifletteva che i cittadini ‘incontravano’ lo Stato solo in due circostanze non piacevoli, la cartolina precetto e la cartella delle tasse.

Si impegnò per una forma (“perequazione tributaria”) che distribuisse i carichi più equamente. Dopo quasi 70 anni da quella riforma (gennaio 1951) le diseguaglianze, o meglio le ingiustizie fiscali, rendono appetibile ogni soggetto politico che prometta di ridurre le tasse. Credo che gli elettori si fiderebbero di più di chi le facesse pagare a tutti e, in questo modo, meno a tutti. Ciascuno di noi ha esperienza di scontrini fiscali non consegnati, ma c’è molto di più! C’ è bisogno di flessibilità e buon senso anche per tutelare i lavori più ‘strani’, stagionali, di aiuto a giovani e meno giovani: coi voucher era tutto in chiaro… Ahimè quanto costano incompetenza e mancata esperienza di lavoro e di amministrazione prima di diventare ministri!

Togliere tutte le detrazioni e le disparità di trattamento; per esempio, per le pensioni. Potremmo fare decine di esempi che rendono solo più intricata la giungla di lacci e laccioli che attribuiscono poteri discrezionali alla burocrazia. Se la politica non ha il compito di servire la dignità di ciascuna persona e ridurre le diseguaglianze come può meritarsi la fiducia e pretendere che i cittadini corrano a votare? Perciò dobbiamo suscitare passione civile per aiutare gli Italiani a immaginarsi in un futuro integrato in una più ampia patria, gli Stati Uniti di Europa, che ci aiutano a rimanere ancorati ai veloci cambiamenti della nostra epoca, che esigono ben altro di un Governo che si era autodefinito del cambiamento! Politica debole, popolo debole. Si è capito nell’ultimo anno anche per la collocazione dell’Italia in Europa e nel mondo. “Mai come oggi c’è un urgente bisogno di uomini e donne che sappiano usare un linguaggio di verità, senza nascondere le difficoltà, ma indicando una strada e una meta” (Card. Bassetti)

MISE: agevolazioni per 500 milioni di euro per i grandi progetti di ricerca e sviluppo

Sono in corso di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale i due decreti con cui vengono rilanciati gli interventi agevolativi in favore dei grandi progetti di R&S, con una dotazione finanziaria complessiva di oltre 500 milioni di euro.

Il primo decreto rifinanzia su tutto il territorio nazionale interventi agevolativi a favore delle imprese che investono in grandi progetti di ricerca e sviluppo nei settori “Agenda digitale” e “Industria sostenibile”. La misura è finanziata dalle risorse del FRI, il Fondo Rotativo per il sostegno alle imprese e gli investimenti di Cassa depositi e prestiti, e del FCS, il Fondo per la crescita sostenibile del MiSE. Sono, inoltre, riservate agevolazioni per interventi riguardanti la riconversione dei processi produttivi nell’ambito dell’economia circolare.

Con il secondo decreto viene definita una nuova agevolazione a favore dei progetti di ricerca e sviluppo promossi nell’ambito delle aree tecnologiche Fabbrica intelligente, Agrifood e Scienze della vita. La misura si rivolge alle imprese che svolgono attività industriali, agroindustriali, artigiane, di servizi all’industria in tutto il territorio nazionale, con una riserva di 50 milioni dedicata alle regioni Calabria, Campania, Puglia, Sicilia. Sono inoltre previste agevolazioni nel settore del “Calcolo ad alte prestazioni” coerenti con la Strategia nazionale di specializzazione intelligente.

Le modalità e i termini per la presentazione delle domande per ottenere le agevolazioni saranno definite con provvedimenti ministeriali in corso di approvazione.

Aumentano nuovamente gli occupati

Nel secondo trimestre 2019 si registra un aumento dell’occupazione rispetto al trimestre precedente (+0,6%), in un contesto di calo della disoccupazione e dell’inattività. Con riferimento all’input di lavoro, nello stesso periodo, per le ore lavorate si osserva una lieve diminuzione su base congiunturale (-0,1%) e un rallentamento della crescita in termini tendenziali (+0,4%). Queste dinamiche del mercato del lavoro si inseriscono in una fase di sostanziale ristagno dell’attività economica confermata, nell’ultimo trimestre, da una variazione congiunturale nulla del Pil.

Dal lato dell’offerta di lavoro, nel secondo trimestre del 2019 il numero di persone occupate cresce in termini congiunturali (+130 mila, +0,6%), a seguito dell’aumento dei dipendenti, sia permanenti sia a termine, e con minore intensità degli indipendenti. Il tasso di occupazione sale al 59,1% (+0,3 punti). Nei dati mensili più recenti (luglio 2019), al netto della stagionalità, il tasso di occupazione e il numero di occupati mostrano un lieve calo rispetto al mese precedente.

Nell’andamento tendenziale prosegue a ritmi meno sostenuti la crescita del numero di occupati (+0,3%, +78 mila in un anno), dovuta ai dipendenti permanenti a fronte del calo di quelli a termine e degli indipendenti; l’incidenza dei dipendenti a termine sul totale dei dipendenti scende al 17,2% (-0,2 punti in un anno). Dopo il rallentamento nell’ultimo periodo, si arresta la crescita degli occupati a tempo pieno mentre prosegue l’aumento del tempo parziale; l’incidenza del part time involontario è stimata al 64,8% dei lavoratori a tempo parziale (+1,2 punti). Alla crescita dell’occupazione soprattutto nel Nord e più lievemente nel Centro (+0,7% e +0,1%, rispettivamente) si contrappone, per il terzo trimestre consecutivo, il calo nel Mezzogiorno (-0,3%).

Nel confronto tendenziale, per il nono trimestre consecutivo si riduce il numero di disoccupati (-260 mila in un anno, -9,3%), coinvolgendo entrambi i generi, le diverse aree territoriali e tutte le classi di età. Dopo due trimestri di calo, torna ad aumentare il numero di inattivi di 15-64 anni (+63 mila in un anno, +0,5%).

Il tasso di disoccupazione è in diminuzione sia rispetto al trimestre precedente sia in confronto a un anno prima; tale andamento si associa alla stabilità congiunturale e alla crescita tendenziale del tasso di inattività delle persone con 15-64 anni. Diversamente, nei dati mensili di luglio 2019 il tasso di disoccupazione è in lieve aumento e quello di inattività rimane invariato in confronto a giugno 2019.

Milano: Wildlife Photographer of the Year

Il Wildlife Photographer of the Year, la mostra di fotografie naturalistiche più prestigiosa al mondo, va in scena anche quest’anno a Milano nei suggestivi spazi della Fondazione Luciana Matalon in Foro Buonaparte 67, dal 4 ottobre al 22 dicembre 2019.

Organizzato dall’Associazione culturale Radicediunopercento di Roberto Di Leo, con il patrocinio del Comune di Milano, l’evento è sempre attesissimo e presenta le 100 immagini premiate alla 54a edizione del concorso di fotografia indetto dal Natural History Museum di Londra.

Arrivati da 95 paesi, in competizione 45.000 scatti realizzati da fotografi professionisti e non, che sono stati selezionati, alla fine dello scorso anno, da una giuria internazionale di esperti, in base a creatività, valore artistico e complessità tecnica.

Da ammirare le foto finaliste e vincitrici delle 19 categorie del premio che ritraggono animali rari nel loro habitat, comportamenti insoliti e immagini di sorprendente introspezione psicologica; un’incredibile esperienza visiva, composizioni e colori che trafiggono gli occhi da un remoto angolo del deserto, dagli abissi del mare o dall’intricato verde della giungla.

Il fotografo olandese Marsel van Oosten ha vinto l’ambito titolo Wildlife Photographer of the Year 2018 per il suo straordinario scatto, The Golden Couple (categoria Animal Portraits), che raffigura due scimmie dal naso dorato nella foresta temperata delle montagne cinesi di Qinling, l’unico habitat per queste specie a rischio di estinzione. Il ritratto coglie la bellezza e la fragilità della vita sulla terra oltre che uno scorcio di alcuni degli straordinari esseri viventi con cui condividiamo il pianeta. Il sedicenne Skye Meaker ha ricevuto il premio Young Wildlife Photographer of the Year 2018 con il suo affascinante scatto Lounging Leopard, un leopardo che si sveglia dal sonno nella Mashatu Game Reserve, nel Botswana.

Sei i fotografi italiani premiati a partire dal lombardo Marco Colombo che ha conquistato la vittoria nella categoria Natura urbana con lo scatto Crossing Paths: protagonista è un orso marsicano avventuratosi nottetempo nelle strade di un paesino del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

Menzioni speciali inoltre a Emanuele Biggi autore di Eye to Eye nella categoria Animali nel loro ambiente, Valter Bernardeschi con Mister Whiskers in Ritratti animali, Lorenzo Shoubridge con Sinuous Moves in Anfibi e Rettili, Stefano Baglioni con A Rock in a Hard Place in Piante e Funghi e Georg Kantioler con le due foto Dolomites by Moonlight e Ice-Cave Blues in Ambienti della terra.

Novità di questa edizione sono il premio Stella nascente, assegnato a un fotografo di età tra i 18 ei 26 anni per capacità e qualità costanti, vinto da Michel d’Oultremont, e il Lifetime Achievement Award assegnato al reporter Frans Lanting uno dei fotografi naturalisti più importanti di sempre, per il trentennale contributo alla conservazione della fauna selvatica. I suoi incarichi per la rivista National Geographic lo hanno portato a svolgere lavori pionieristici che hanno sollevato importanti questioni ambientali in Madagascar e Botswana, ispirando un senso di meraviglia e preoccupazione per il nostro pianeta. Nella sezione Proiezione spazio Cinema da vedere il video con una selezione di sue fotografie, oltre a una scelta di immagini votate extra dal pubblico, tra tutte quelle in gara.

L’Associazione culturale Radicediunopercento propone, come di consueto, serate di approfondimento e presentazione di libri con rinomati fotografi di natura che si terranno di sabato alla Casa della Cultura (h 21 via Borgogna 3). In programma: il 23 novembre Marco Urso (wildlife and travel photographer), con tema I felini africani – Differenze, curiosità di comportamento, pericoli per il futuro, il 30 novembre Marco Colombo (naturalista e fotografo), con Paesaggi bestiali, il 14 dicembre Lorenzo Shoubridge (fotografo naturalista) presenta il libro Apuane terre selvagge e il 21 dicembre Stefano Unterthiner (fotografo naturalista) racconta il libro On assignment – Una vita selvaggia.

Preparatissimo naturalista e pluripremiato del Wildlife Photographer of the Year, Marco Colombo sarà inoltre a disposizione per visite guidate alla mostra presso la Fondazione Matalon, ogni venerdì dalle 19.30 (su prenotazione).

Percorso espositivo

Oltre ai due massimi riconoscimenti Wildlife Photographer of the Year 2018 e Young Wildlife Photographer of the Year 2018, il percorso espositivo illustra tutte immagini vincitrici e finaliste divise in categorie: Anfibi e rettili, Uccelli, Invertebrati, Mammiferi, Animali nel loro ambiente, Piante e funghi, Ambienti della terra, Subacquee, Natura urbana, Ritratti animali, Bianco e nero, Visioni creative, Portfolio, Giovani (fotografi fino a 10 anni, da 11 a 14 anni e da 15 a 17 anni).

Altre sezioni importanti sono le categorie documentarie Wildlife Photojournalism Award: Single Image e Wildlife Photojournalist Award: Photo Story, che portano l’attenzione sull’impatto dell’uomo sulla natura e quanto può essere crudele, e la sezione Proiezione spazio Cinema.

Le didascalie e i testi raccontano sia i requisiti tecnici della fotografia sia la storia e le emozioni che hanno motivato l’autore nella realizzazione dello scatto, insieme a dati di carattere scientifico sulle specie fotografate.

A corredo della mostra, a grande richiesta, torna la possibilità di fare un’esperienza di “realtà virtuale immersiva”, grazie ad un visore RV di ultima generazione che trasporta i visitatori in affascinanti ambienti naturalistici.

Paradontite

La parodontite, anche detta periodontite e parodontopatia, è un’infiammazione dei tessuti parodontali, che determina una perdita d’attacco dei denti rispetto all’alveolo, con conseguente formazione di tasche parodontali, mobilità dentale, sanguinamento gengivale, ascessi e suppurazioni, fino alla perdita di uno o più denti.

Tale processo risulta reversibile se viene diagnosticato nelle sue prime fasi e curato. Con il progredire della malattia, misurata principalmente come progressione della perdita di attacco parodontale, la possibilità di recupero diventa più difficile e richiede trattamenti più complessi come la terapia rigenerativa dell’osso. Il recupero in questi casi è generalmente parziale.

Nel linguaggio comune è talvolta ancora in uso il termine analogo di “piorrea”, da tempo abbandonato in ambito medico.

Va distinta dalla parodontite apicale, la cui origine è invece endodontica. Nella parodontite apicale l’infezione giunge al tessuto parodontale attraverso le strutture canalari interne del dente. Raramente le due forme possono combinarsi, causando le cosiddette lesioni endo-parodontali.

Il primo obiettivo terapeutico è sicuramente quello di ripristinare una corretta igiene orale grazie all’aiuto della figura dell’igienista dentale e dell’odontoiatra. Ciò comprende una o più sedute di igiene orale professionale, ablazione meccanica del tartaro, curettage gengivale, levigatura delle radici, motivazione all’igiene orale, comprensione ed esecuzione delle metodiche corrette di prevenzione.

La parodontite cronica, nei casi più gravi, può richiedere un intervento chirurgico volto a pulire i tessuti coinvolti più profondi, ed eventualmente a rigenerare l’osso riassorbito. Nella parodontite aggressiva le terapie parodontali, chirurgiche e no, richiedono il supporto di una terapia farmacologica, magari con combinazioni di antibiotici come amoxicillina e metronidazolo. Nella parodontite ulcero necrotizzante non si può ottenere una buona igiene dentale con lo spazzolamento, poiché arreca dolore; pertanto sciacqui con soluzioni di clorexidina a elevata concentrazione (0,2%) permettono di inibire, seppur parzialmente, la formazione di nuova placca batterica. Anche in questo caso risulta efficace il supporto farmacologico, con antibiotici come metronidazolo, penicillina o tetracicline. La chirurgia può essere resa necessaria anche per eliminare gli esiti cicatriziali delle papille aggredite, al fine di permettere un buon esito alle pratiche di igiene orale.

Lo schema Franceschini: Implicazioni e prospettive.

La proposta di Franceschini, esplicitata oggi nell’intervista a ‘Repubblica’, riporta al centro la questione delle alleanze. Indubbiamente è un invito coraggioso a prendere il largo, pena l’immiserimento dell’esperienza incardinata sul Conte bis. In generale conta il programma, ma non meno importante è il quadro delle forze impegnate a realizzarlo. Alla lunga una varietà di condotta, disgiunta da un qualche vincolo politico, degenera nel trasformismo. Ciò finisce, quanto prima s’immagini, per debilitare la democrazia. Il rischio esiste, tanto da suscitare  allarme negli osservatori più inquieti e dubbiosi in ordine alla ‘rivoluzione parlamentare’ consumatasi nelle ultime settimane.

Ora, estendere l’intesa di governo agli enti locali vuol dire superare la logica che ha dominato la lunga stagione del bipolarismo tra centrosinistra e centrodestra, sempre con l’ossessione (giustificata) del berlusconismo. Sembra perciò che dalla politologia si passi alla sostanza della politica: urge evidentemente creare le basi di una nuova ‘struttura’ della vita democratica italiana. Si tratta di una scommessa obbligata e, secondo una regola non scritta, la sperimentazione prende forma a livello di comunità locali. Non è detto, però, che si debba tradurre nei termini angusti di un accordo di potere, sebbene abbia in sé una certa fascinazione che attrae le pericolanti classi dirigenti locali.

Il bipolarismo della seconda repubblica aveva dalla sua il puntello del sistema elettorale maggioritario. Che fare adesso? Che lo stesso sistema possa sorreggere una fase di transizione, dentro cui s’inscrive la possibile collaborazione nei comuni e nelle regioni dei due partiti di governo, è un’ipotesi poco persuasiva. Ciò nondimeno Prodi e Veltroni restano convinti che senza il maggioritario l’Italia cada nel baratro della ingovernabilità. Di fatto, questa sorta di pregiudiziale dei ‘vecchi’ leader dell’Ulivo si scontra con la tesi del Ministro dei Beni Culturali. Far finta che le opzioni siano equivalenti corrisponde a un esercizio di banale funambolismo.

Con il maggioritario si punta a ripristinare la dialettica dei tradizionali ‘poli’ di destra e di sinistra, assottigliando al minimino la funzione ancillare dell’area di centro; invece con il proporzionale si apre una competizione, anche se non dichiarata, tra chi riesca prima e meglio a occupare lo spazio politico in cui si riconosce tendenzialmente l’elettorato di centro, oggi in gran parte astensionista. In questa ottica, il ritorno al proporzionale muta anche la dinamica delle relazioni interne al Pd, poiché Franceschini ha bisogno di Renzi e questi, a sua volta, di Franceschini (ed entrambi di un ritrovato ascendente del popolarismo). In effetti, la ridefinizione delle alleanze per i governi locali indica uno scenario che ingloba la necessità di un ampio rimescolamento di carte in seno al Pd, ma soprattutto una profonda revisione della natura e della funzione di questo partito, originariamente pensato alla stregua di un’inedita ‘piattaforma unitaria’ delle culture riformiste nazionali.

D’altronde, se un modello dovrà valere per la collaborazione con il M5S, non solo a livello di governo centrale, esso non potrà che consistere nella formula del reciproco e leale riconoscimento, rinunciando alla logica della mescolanza evocata da Grillo. Resta sullo sfondo l’esigenza di coinvolgere a un agglomerato ancora informe, destinato tuttavia ad emergere dal magma liberal-popolare della società, fungendo da motore propulsivo di un sano riformismo democratico. Altrimenti, ignorata questa esigenza, non avrebbe senso riflettere sulla lontana crisi dei governo Bonomi e Facta, da cui negli anni ‘20 del secolo scorso venne fuori, come ricorda appunto Franceschini, la soluzione autoritaria del fascismo. Solo la ragionevole concordia di più protagonisti – all’epoca socialisti, popolari e liberali – avrebbe potuto evitare la sciagura. In qualche modo la storia piega ai nostri giorni piega nella medesima direzione, imponendo la convergenza delle forze genuinamente democratiche e riformatrici. Con la loro identità.

Ora avanti con il nuovo centro della politica italiana

Con la fiducia del Parlamento al governo Conte 2 attendiamo di vedere all’opera il nuovo esecutivo, che si giocherà tutta la credibilità sui temi del lavoro, delle tasse, della sicurezza e della politica sull’immigrazione. Solo così si potrà evitare che la sconfitta di Salvini nella recente battaglia non si tramuti, più avanti, nella sua vittoria della guerra.

Siamo delusi dalle dichiarazioni programmatiche del presidente Conte, atteso che, come dalla bozza di programma, sono scomparsi i riferimenti al controllo pubblico di Banca d’Italia e alla separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. Così come siamo delusi dal balbettio utilizzato dal premier in risposta all’intervento della senatrice Binetti sul tema dell’eutanasia. Guai se il riferimento al “nuovo umanesimo” si collegasse, come qualche amico sostiene, alle teorie relativistiche di Edgar Morin; in tal caso il cattolicesimo di Conte, la sua formazione cattolico romana al Villaggio Nazareth, la devozione a San padre Pio, sarebbero irrilevanti rispetto a quanto sta accadendo, tenendo presente che il 24 settembre la Corte costituzionale potrebbe sostituirsi tout court al parlamento e legalizzare in Italia il suicidio assistito, in sostanza l’eutanasia.

Siamo, peraltro contenti della nascita del governo, dato che, la fiducia acquisita, segna lo stop alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e la riapertura del dialogo con l’Unione europea, dove il ruolo assunto da Paolo Gentiloni, neo commissario agli affari economici, ci auguriamo possa facilitare il superamento delle regole illegittime del fiscal compact e sappia riproporre i temi del controllo pubblico della BCE e della separazione tra banche di prestito e banche di speculazioni finanziaria in tutta l’Unione europea.

L’impegno annunciato dal governo della riduzione dei parlamentari e le conseguenti modifiche costituzionali che tale scelta comporta, ci auguriamo che possa favorire l’accordo su una legge elettorale proporzionale di tipo tedesco, con sbarramento al 4% e introduzione della sfiducia costruttiva. Una proposta che, noi vecchi “ DC non pentiti” avanzammo, minoranza inascoltata, sin dallo sciagurato referendum Segni.

La presenza di tre schieramenti quali il M5S, il PD e il centro destra a dominanza salviniana, con l’attuale legge elettorale del rosatellum modificato, all’interno del nostro sistema di democrazia parlamentare costituzionalmente garantito, favorisce il trasformismo politico parlamentare da cui sono sorti tanto il governo giallo verde che il Conte 2.

Tra la destra-destra del duo Salvini-Meloni, quella delle urla in Parlamento e dell’appello alla piazza infarcita da nostalgici col saluto fascista, e “le tre sinistre”, come sbrigativamente ha denunciato Forza Italia, serve costruire un nuovo centro democratico, popolare, liberale e riformista, europeista, trans nazionale, alternativo alla deriva nazionalista e populista e alla sinistra che si ricomporrà tra il PD e quanto gravita al suo esterno.

Serve la ricostruzione di una sinistra espressione della migliore tradizione di quella cultura politica, così come serve dar vita a un nuovo centro in cui possano ritrovarsi le tradizioni dei popolari, dei liberali e riformisti, sin qui inseriti negli schieramenti provvisori usciti dalla seconda repubblica, quella del permanente scontro tra berlusconismo e anti berlusconismo.

L’uscita di Richetti dal PD è un primo segnale di un processo in atto che avrà inevitabili sviluppi, e l’apporto di Renzi potrebbe essere decisivo. Anche a destra, Forza Italia non potrà vivere la contraddizione di un partito inserito in Europa nel PPE, costretto a saltabeccare nel centro destra a dominanza salviniana, antieuropeista, per garantirsi, da un lato, il governo a livello locale e, dall’altro, la pelosa accettazione dei partners in sede nazionale. Proprio in quella sede dove assistiamo ai repentini tradimenti della Lega, come quello perpetrato dopo il 18 Marzo 2018, o con la reiterata volontà di Salvini e della Meloni di procedere in un duo solitario senza il Cavaliere e i suoi amici .

E’ evidente che a questo nuovo schieramento centrista servirà l’apporto di tutte le energie provenienti dalla vasta galassia frammentata dell’area cattolica, popolare e già democratico cristiana dispersa in quasi tutti gli attuali schieramenti , per offrire la cultura migliore ispirata dalla dottrina sociale cristiana che, tanto in materia antropologica, che ambientale e sociale, può giovarsi degli insegnamenti straordinari del pontificato di Papa Francesco.

In attesa dell’azione operativa del governo Conte 2, della legge elettorale proporzionale inevitabilmente collegata alla scelta di riduzione dei parlamentari, credo sia indispensabile avviare da subito e con chi è disponibile il progetto di formazione del nuovo centro, di cui il sistema politico italiano ha assoluta necessità.

Il “rimpianto” della classe dirigente.

Ad ogni composizione del governo, e anche puntualmente dopo la formazione dell’ultimo esecutivo, cresce altrettanto puntualmente il “rimpianto” per la classe dirigente politica del passato. Quando dico il passato cito esplicitamente la cosiddetta, e tanto biasimata, “prima repubblica”. Certo, si tratta di una fase storica che è stata quasi criminalizzata sotto il profilo politico da tutti coloro che erano all’opposizione e sicuramente fortemente bistrattata e ridicolizzata. In particolare da quasi tutta la storiografia della sinistra politica, culturale ed intellettuale del nostro paese riconducibile al Pci e ai suoi numerosi addentellati. Ma un fatto e’ comunque indubbio: e cioè, quella classe dirigente era fatta da statisti, da autorevoli e qualificati dirigenti di partito o da personaggi che si erano particolarmente distinti nell’esercizio quotidiano della loro professione. Insomma, era una classe dirigente riconosciuta nel paese. Ovvio, pur senza santificare disinvoltamente e allegramente tutta quella stagione. Ma quando si ricordano molti di quei ministri e quegli esponenti politici cresce lo scoramento e la disillusione. 

Ora, senza dilungarsi in questa analisi sufficientemente oggettiva per essere approfondita, credo che sia però anche sbagliato continuare a fare confronti tra quella stagione e la realtà con cui dobbiamo fare i conti oggi. Altroché tracciare confronti impropri tra ieri, o l’altro ieri, e l’oggi. E quindi tra la Dc vera e quella che qualcuno vorrebbe scimmiottare. E’ quasi inutile, al riguardo, fare nomi e cognomi. Che senso ha, ad esempio, confrontare il magistero politico e di governo di due esponenti politici – mi limito ai miei maestri politici, Carlo Donat-Cattin e Guido Bodrato – con quelli che ricoprono adesso quegli incarichi e quei ruoli? Sarebbe una operazione irrispettosa e politicamente scorretta. E questo per due semplici ragioni di fondo che non possiamo dimenticare quando ascoltiamo in modo sempre più frequente il “rimpianto” per quella classe dirigente, per la sua statura culturale ed intellettuale, per la capacità politica e soprattutto per quel “profilo” che era la cifra distintiva di una classe dirigente. 

In primo luogo la classe dirigente era il frutto di un lungo e riconosciuto percorso politico, culturale, sociale. Si trattava di un personale formato e consapevole del ruolo che era chiamato a svolgere. L’improvvisazione e la superficialità non erano di casa e, tantomeno, l’ostentazione della estraneità alla politica e alle sue regole di fondo. Oggi, semplicemente, tutto ciò non esiste più. Per cui ti trovi ministri che nell’arco di pochi mesi possono tranquillamente scomparire dallo scenario politico senza lasciare alcuna traccia. 

In secondo luogo c’erano i partiti politici. Oggi esistono le aggregazioni elettorali e i cartelli elettorali. L’unico elemento che è rimasto del passato e’ la presenza delle correnti, o meglio delle bande organizzate, all’interno dei questi cartelli elettorali. Correnti che, come ovvio, prescindono da qualsiasi specificità politica se non quella di partecipare attivamente alla spartizione del potere e alla distribuzione degli incarichi. 

Ecco perché non ha alcun senso politico, culturale e storico confrontare la qualità e il profilo di quella classe dirigente e di governo con quella che viene espressa oggi. Sarebbe offensivo per i protagonisti di quella stagione e sarebbe anche ingiusto per quella contemporanea. 

A proposito dell’incoerenza

Diciamo la verità. Franceschini aveva da tempo capito tutto. Il Pd poteva stare assieme al M5s poiché c’erano  una base sociale e alcuni valori comuni. Tra l’altro un 20-25% di elettorato Pd, aveva votato alle politiche per il M5s che, da ultimo, aveva dichiarato la sua fede europeista. Camminando insieme, si potevano dunque stemperare alcune punte di populismo grillino. Quello che ci riserva il domani non lo sappiamo. Sappiamo solo che il Conte Due è già partito. Franceschini  in questo suo convincimento ricordava forse l’ultimo discorso politico di Aldo Moro tenuto a Benevento. Era il 18 novembre del 1977 e nel corso del suo intervento , Moro ha ancora una volta palesato i suoi convincimenti sulle sintonie politiche che univano  Dc e Pci. Specie sulla questione sociale. Pensava, addirittura, che una alleanza sarebbe stata utile ad entrambi i partiti ”…quale che sia la posizione nella quale ci si confronta , qualche cosa rimane di noi negli altri, e degli altri da noi”, aggiungendo – rivolto ai comunisti: “…quello che voi siete noi abbiamo contribuito a farvi essere “ . Mica male per due partiti, feroci nemici per 30 anni.  Aldo Moro però non ha mai avuto paura di essere tacciato di incoerenza e di trasformismo. Altri tempi, altri partiti  e altri personaggi, si dirà. Giusto. Ma dopo il dibattito di questi giorni alle Camere sulla fiducia al Governo Conte Due , durante il quale il sostantivo coerenza è stato adoperato in senso spregiativo ed offensivo  decine di volte, mi sono interrogato sul suo significato politico. Anche per chiarire alcune cose con l’amico Giorgio Merlo che con i suoi  occhi rivolti al suo “ Centro Moderato e Popolare Cattolico-Democratico” , ha recentemente pubblicato un articolo su questo quotidiano dal titolo “ Coerenza in Politica “.

Identità e coerenza.                                                                                                       Sono andato a spulciare , perché ignoro la linguistica e la glottologia. Nel  suo Dizionario Etimologico, Giacomo Devoto chiarisce che il sostantivo coerenza  deriva dal latino cohaerentia , che vuol dire attaccato. Mentre Ottorino Pianigiani , altro emerito studioso,  spiega che l’aggettivo coerente riguarda una persona “ … che è unita a qualche idea ;  anzi che …è unita tenacemente con altra cosa e con altre parti simili “. Tenacemente  ? Sì . Usa proprio l’avverbio  tenacemente. E aggiunge che in senso figurato una persona coerente è “…colui che non disdice o  contraddice sia con i fatti né con parole , a ciò che prima ha affermato o pensato”.  Bene. Sin qui ci siamo. Succede però che nel corso del dibattito alle Camere sulla fiducia, oltre alla coerenza sono risuonati decine di volte anche altri due sostantivi : riformismo e riforma. Dal punto di vista politico più interessanti e stimolanti. Ma che fanno a pugni con la coerenza in quanto, se proprio vogliamo,  sottintendono l’in-coerenza. Il dare cioè una nuova forma, il formare di nuovo, il correggere qualcosa che era sbagliata, il contraddirsi, ecc. Non ho nessuna intenzione di elogiare l’in-coerenza e il relativismo. Sto tentando solo di fare una valutazione storico-politica della coerenza. Tenendo conto del fatto che la coerenza, nelle questioni temporali,  è sempre figlia della storia dell’uomo, che serve sino a quando non si vuole riproporre con tutti i suoi pre-giudizi ed errori, dal momento che va sempre a braccetto con lo “spirito del tempo”. Questo è uno dei motivi per cui siamo costantemente immersi nella crisi di quelle identità rocciose stabilite una volta per tutte e depositate nel congelatore, con cui una supposta in-coerenza trova sempre i suoi terminali polemici.  Anche le identità ci aiutano infatti a capire chi siamo e dove andiamo. Succede però che una volta osservate come scatole chiuse a chiave con doppia mandata, in verità ci aiutano poco anche loro. Anzi a volte ci ostacolano. Poiché si tratta di un ripetersi inutile. Di un ritorno inefficace. Spesso causa di grossi se non pericolosi equivoci. Sono tra i tanti che non credono al ritorno del fascismo “…Eterno” . Specie di quello storico depositato sui libri di storia.  Quel fascismo se ne andato per sempre. Ma rimango preoccupato quando si tira  fuori dalla cantina, il nazionalismo sotto veste di molecolare e autarchico sovranismo. Quando un uomo politico come Salvini con tutto il consenso dei sondaggi che si ritrova, si sente autorizzato a parlare a nome di tutti gli italiani,  chiedere pieni poteri, baciare il Rosario, e promette di chiudere a chiave i parlamentari. Sto in pensiero quando si fanno manifestazioni di piazza a Montecitorio contro il Governo in carica, con saluti fascisti e svastiche. E quando quel Parlamento che fu di De Gasperi, Togliatti e Almirante, si trasforma in una curva sud volgare e aggressiva. E’ la coerenza che “addormenta la nostra intelligenza”. Che non  ci fa pensare. Che ci tranquillizza. Nel momento in cui risulta chiaro che insistere nel difendere una causa , una idea, una opinione, una precedente scelta, è una scelta sbagliata, nessuna persona ragionevole può accusare di in-coerenza chi abbandona la causa, l’idea, l’opinione e la scelta. Cosa ci può suggerire la coerenza in un mondo del lavoro 4.0 ? E cosa i cambiamenti del mondo globalizzato, connesso e interattivo?  Cosa sulle migrazioni ? Sull’ambiente e l’innovazione ? Il cambiare opinioni e idee è dunque per il pensiero unico monolitico, un vero peccato di in-coerenza, verso cui la mistica “cattocomunista” Simone Weil scagliò i suoi strali impolitici invocando discontinuità, pluralismo di opinioni. E auspicando addirittura la soppressione dei partiti politici in quanto li vedeva poco liberi, chiusi e dogmatici. Senza dialettica interna. In una parola : perennemente  coerenti.   

Trasformismo e incoerenza                                                                                            Alla in-coerenza  politica interpretata come machiavellico tornaconto individuale e opportunistico, in linguaggio salviniano come  attaccamento alle poltrone, è strettamente legato il trasformismo. Dalla sinistra di De Petris in poi. Un termine  con connotazioni negative. Fino ai nostri giorni. Ma sempre inteso come mutazione radicale per interessi e non come conversione per una migliore ricerca del bene di tutti . Come mercato  dei voti, e non come “feconda trasformazione” ( De Pretis !).  Tra le altre cose riferito sempre alla classe politica e all’ establishment, e mai adoperato per spiegare sino in fondo  i cambiamenti repentini e la flessibilità nel voto da parte dell’elettorato e della pubblica opinione.                                                                             E’ a questo punto che sorge il dubbio che quando si difendono la Costituzione , le libertà, la giustizia e l’eguaglianza, il trasformismo si potrebbe paradossalmente vestire di autentica democrazia perdendo il suo amaro sapore machiavellico. E che la persona , il partito politico …coerenti,  quando rivolgono lo sguardo al loro passato, non adoperano bene le risorse che hanno per immaginare e creare futuro. E’ stato Oscar Wilde a ricordarci che al coerente spesso manca la creatività e la fantasia, manca il pensiero e la ragione : “ La coerenza è l’ultimo rifugio delle persone prive di immaginazione “ .   Che nell’anno del Signore 2019 occorra immaginazione , tanta, non è il caso di dirlo. Mi si lasci allora nella convinzione che quando scompare la coerenza dalla  politica , non è vero niente che scompare la politica. Anzi mi viene da pensare che la politica scompare solo quando si è in perenne e costante coerenza e quando si rimane muti e inerti rispetto alla lettura di nuovi segni dei tempi. Che scompare quella  politica intesa come continua mediazione dialettica orientata al bene comune E’ compito delle nuove generazioni eliminare definitivamente pregiudizi… coerenti, arroccati alle categorie amico/nemico , che tanti tragici danni hanno recato allorquando hanno semplificato la realtà  che per Aldo Moro non era nient’altro che complessità. Da decifrare con coerenza morale, ma , se mi è permesso, con incoerenza storico-politica sino al punto di fargli immaginare un dialogo, e preparare “terze fasi” per incontrare e dialogare con quei comunisti, “nemici” di sempre. L’Europa unita , a cui noi tutti speriamo che sia unita politicamente, è nata solo quando è comparsa l’incoerenza rispetto al passato identitario dei popoli, delle culture e dei costumi Un passato  fatto di guerre e di odi nazionali. Di milioni di morti. Oggi ignorato da incolti e incoscienti sovranisti.  

S.Paolo e  “l’in-coerenza”                                                                                             Se non ci rendiamo consapevoli del fatto che col passare del tempo  i nostri pensieri e le stesse nostre idee possono cambiare, la coerenza diventa una gabbia di acciaio dentro la quale ci ritroviamo sempre bambini . E’ Paolo di Tarso a ricordarcelo  nel suo inno alla Carità ( Lettera ai Corinti): “  Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino,; ma quando sono diventato uomo , ho smesso le cose da bambino (….)”.

Finalmente le Pari Opportunità tornano in capo ad un Ministero

Articolo a firma di Liliana Ocmin (edizione odierna di Conquiste del lavoro)

Durante questa estate rovente, oltre al solito triste spettacolo degli incendi a tutto campo, abbiamo assistito all’improvvisa crisi di governo a cui si è corso ai ripari dando vita ad un nuovo Esecutivo a guida PD, M5S e LEU, presieduto dal riconfermato Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Incassato il via libera del Parlamento, la nuova squadra di governo si appresta a realizzare il programma su cui le forze politiche in campo hanno trovato la quadra e si sono impegnati a portare avanti per tutta la durata del mandato.
Intanto, come donne, ci preme sottolineare il fatto che, nella fase dei lavori preparatori, abbiamo assistito al solito copione che ci restituisce ancora una volta, purtroppo, l’immagine di una politica che “predica bene e razzola male”, nel senso che, da sempre, specie quando c’è da proporre, discutere e programmare, la parola e le decisioni continuano ad essere lasciate solo ed esclusivamente agli uomini, come avvenuto anche di recente – episodio forse tra i più emblematici – al G7 di Chantilly in Francia dove i ministri delle finanze, i governatori delle banche centrali e i rappresentanti di organismi internazionali come Fmi e Ocse erano tutti uomini e, ironia della sorte, avevano al centro dell’agenda proprio il tema delle disuguaglianze di genere.

Se passiamo invece alle nomine di ministri e ministre le cose sono andate un po’ diversamente. Gli schieramenti, pur tenendosi come di prassi all’interno della quota del 30% circa, 7 ministre donne su 23 totali, questa volta hanno compiuto un salto di qualità, sostenendo la qualificata presenza femminile in dicasteri chiave. Si pensi, ad esempio, al Ministero dell’Interno e a quello del Lavoro, presenza che auspichiamo comporti anche, ciascuna nel proprio ambito di delega, una maggiore capacità di operare secondo una ormai sempre più necessaria visione di genere in ogni ambito.

Noi del Coordinamento nazionale donne abbiamo ripreso già da qualche settimana le nostre attività quotidiane e stiamo cercando di fare le nostre valutazioni sul programma del nuovo Esecutivo per capire le possibili strategie da mettere in atto rispetto alle problematiche femminili da affrontare. Nel programma di Governo non mancano i buoni propositi, anche se il tema delle donne va affrontato in maniera più esaustiva e in tutte le sue articolazioni. Tra le righe si legge che “occorre introdurre una legge sulla parità di genere nelle retribuzioni, recepire le direttive europee sul congedo di paternità obbligatoria e sulla conciliazione tra lavoro e vita privata” e “promuovere una più efficace protezione dei diritti della persona e rimuovere tutte le forme di diseguaglianze (sociali, territoriali, di genere), che impediscono il pieno sviluppo della persona e il suo partecipe coinvolgimento nella vita politica, sociale, economica e culturale del Paese”.

Non c’è alcun riferimento, invece, ad esempio, sull’annosa questione della violenza, che continua ad occupare le prime pagine di cronaca e che ha portato negli ultimi giorni alla messa in discussione dell’efficacia della recente legge sul cosiddetto “codice rosso”, un provvedimento che come Coordinamento avevamo considerato complessivamente positivo, in particolare per l’introduzione di nuovi e specifici reati, tra cui il “revenge porn” e le lesioni permanenti al viso, ma comunque pervaso da una concezione solamente repressiva dei reati e poco attento agli aspetti culturali, per noi fondamentali al fine di prevenire e contrastare più efficacemente il fenomeno. Apprezziamo lo sforzo di elevare nuovamente le Pari Opportunità a dignità ministeriale, ciò che chiedevamo da tempo, e affidarle ad una Ministra, un segnale importante per dare alle tematiche femminili autonomia d’azione e interlocuzione diretta.

Approfittiamo per fare gli auguri di buon lavoro alla nuova Ministra, ribadendo la nostra disponibilità a collaborare per portare a termine sia le attività già in essere, a partire dal Piano operativo contro la violenza degli uomini sulle donne, e discutere insieme su altre importanti questioni, previste tra l’altro, come accennavamo innanzi, anche nel programma di Governo, quali lo sviluppo della conciliazione lavoro-vita privata e l’approvazione di una legge per la parità retributiva tra lavoratori e lavoratrici su cui esiste già una proposta CNEL depositata in Parlamento. Seguiremo, pertanto, con la massima attenzione di sempre, le azioni che in questo senso il Governo metterà in campo, con l’obiettivo di sollecitare quelle riforme di cui non solo le donne ma tutto il Paese hanno veramente bisogno.

Le crisi ricorrenti diventano sistemiche

Ciò che siamo soliti definire con l’espressione crisi politica e che ci ha accompagnato in modo continuativo dal dopoguerra ad oggi, potrebbe in realtà essere meglio connotata come “lisi”, cioè come processo di lenta disgregazione del sistema fino alla sua dissoluzione.
Talmente ricorrente è il fenomeno al punto da computare in meno di un anno e mezzo la durata media di un governo: non si tratta allora più di una febbriciattola ricorrente ma di una vera e propria patologia endemica e caratterizzante la fenomenologia politica del nostro Paese.

Il concetto di normalità, inteso come stabilità, capacità di visione e lungimiranza, coerenza agli ideali fondativi, continuità, senso di responsabilità e primazia del bene comune sugli interessi di parte non sembra appartenere al continuum storico della nostra tipizzazione socio-politica-economica: è come se ogni volta ci fosse l’ambizione di ricominciare da capo, con mirabolanti progetti e promesse di terapie risolutive che si rivelano inefficaci e si avviluppano in una sorta di disfacimento autoreferenziale innescato dagli stessi anticorpi che dovrebbero debellare la malattia.
Vista dall’esterno (Europa- comunità internazionale) o rimuginata al suo interno (partiti, sindacati, Istituzioni) la cancrena è come caratterizzata da una ineludibile ripetitività che diventa prassi.

Alla prova dei fatti non c’è coalizione o forza politica capace di garantire identità e continuità, di proporre un modello sociale sostenibile, di padroneggiare il presente avendo un’idea chiara e praticabile di futuro.
Anche le coalizioni apparentemente fondate sull’autosufficienza dei numeri in Parlamento si sono lentamente corrose per defezioni, cambi di casacca, frantumazioni interne ai gruppi che le sostenevano, fino a restare aggrappate al filo di una manciata di voti contanti sulle dita di una mano.
Se la crisi si fa ricorrente al punto di diventare cronologicamente succedanea ad ogni effimero tentativo di continuità, qualcosa non funziona nel sistema ma anche nella testa dei suoi protagonisti: le ambizioni vanno allora commisurate al principio di realtà. Sarà colpa del sistema elettorale, della preponderanza dei partiti nella vita pubblica, dell’assenza di un’etica fondata sui principi di competenza e responsabilità.

Si è a lungo demonizzata la Prima Repubblica ma quella attuale, la seconda o terza che sia, ne è solo una pallida fotocopia, si è discusso sulla democrazia bloccata al centro ma ne’ il bipartitismo, ne’ il tripartitismo hanno saputo uscire dalle secche delle affabulazioni inconcludenti, delle lunghe fasi preparatorie , delle concertazioni senza risultati. Non esistono allo stato attuale alleanze di governo ma contratti: la differenza tra l’una e l’altra formula è profonda poichè un’alleanza si basa su un patto di lealtà e un programma condiviso mentre il mero contratto rende i contraenti meno vincolati alla reciproca fedeltà e più propensi a realizzare il proprio tornaconto.
L’etica esce definitivamente dalle stanze della politica poiché tutto è negoziabile e poi smentibile, il legame che unisce forze politiche a matrice significativamente diversa e con orientamenti alla prova dei fatti inconciliabili si basa sul principio della mera, reciproca ma non speculare, sovrapponibile convenienza.

Le maggioranze non integrano analogie programmatiche perché sono principalmente basate sui numeri: di qui al passo successivo, quello dei veti e dei ricatti il passo è breve.
Così è stato per il governo gialloverde: una sorta di unione di fatto senza legami sentimentali, fondata sul do ut des e sullo scambio delle reciproche concessioni: da un lato il TAV, la gestione dell’immigrazione, il decreto sicurezza, quota 100, dall’altra il reddito di cittadinanza, il condono , lo svincolo dal concetto tradizionale di famiglia. Così è e sarà per il neonato governo giallorosso (non me ne vogliano i tifosi della Roma): durerà fino a quando un interesse di parte verrà smentito e combattuto sul fronte opposto.
Anche nei preliminari della costituita coalizione il tema dominante è stato – nonostante grillini e PD giurassero il contrario- tutto l’armamentario delle cariche e delle poltrone, i veti sui nomi, i pesi e contrappesi dei ministeri e del sottogoverno.
E come sottolineato dal Presidente Emerito della Consulta Giovanni Maria Flick nell’accordo ha influito non poco tutta la faccenda della piattaforma Rousseau e della consultazione on line: “Si è delegittimato uno dei momenti più significativi della vita democratica attraverso una procedura di tipo privatistico”.

Di programmi, modelli sociali da realizzare, riforme, problemi impellenti come l’idea di Europa, il mercato del lavoro, la recessione in atto, la disoccupazione giovanile, la fuga dei cervelli, il drammatico show down ambientale, neanche l’ombra di un progetto, un impegno sottoscritto da sottoporre alle rispettive basi elettorali. Mancano le idee (o meglio si tengono malcelate nel timore di veti incrociati preventivi che mandino tutto a carte e quarantotto) e mancano parole condivise e comprensibili che le sappiano esprimere. Si assiste impietosamente ad un impoverimento di progettualità politica accompagnato da un altrettanto significativo depauperamento lessicale: si usano linguaggi sincopati, si affidano a smartphone e tablet i tweet e i selfie, le battute al vetriolo, un uso smodato del detto e poi smentito che genera insicurezza emotiva e non depone certo a favore della lucidità e lungimiranza dei contenuti che soccombono di fronte ai siparietti dei giochini a cristalli liquidi, come se – per usare una metafora di Vittorino Andreoli- il pensiero pensante diventasse pensiero pensato e immesso nel cortocircuito delle battute ad effetto, affidando alla canea urlante dei social un progetto di Paese che oggi viene tessuto e domani disfatto alla stregua della tela di Penelope.
La discussione è stata sostituita da algoritmi, piattaforme, post, linguaggi asfittici, miseri e sincopati, taluni non sono nemmeno in grado di pronunciare discorsi a senso compiuto e sintatticamente corretti.
Pochi giorni fa, esattamente il 18 agosto, si è svolto a Pieve Tesino il sedicesimo convegno promosso dalla Fondazione Degasperi, presieduta dal Prof. Tognon: il tema di quest’anno era “L’autobiografia di una nazione nelle lettere di Degasperi”: potremmo oggi assegnare lo stesso argomento ad un qualunque uomo politico del nostro tempo? C’è forse in giro qualcuno che sappia scrivere la biografia dell’Italia partendo dalla propria esperienza politica o , viceversa, che possegga doti personali, competenze politico-istituzionali, coerenza morale, capacità e attitudine alla guida del proprio popolo, visione di un modello di società e di Stato che vada oltre le effimere quisquilie del presente? Non se ne vede l’ombra.

Un tempo e proprio per impulso di uomini come De Gasperi, i partiti politici esprimevano la propria identità al presente e in divenire, si facevano portavoce di una progettualità mirata, usavano un linguaggio che favoriva l’interlocuzione, magari anche lo scontro duro e oppositivo ma sempre basato su argomentazioni scaturite da tesi congressuali, da un dibattito assembleare il quale metteva in risalto personalità di rilievo che sapevano proporre riferimenti e indirizzi fondati sulla conoscenza, lo studio, la fatica dell’impegno, la cultura.

Erano docenti universitari, persone che scrivevano libri, formulavano ipotesi, sapevano comunicare emozioni e conquistare adesioni fondate sul merito, gente di statura internazionale che seppe poi transitare il Paese dalle secche del dopoguerra ad un modello di sviluppo dalla forte e connotativa caratterizzazione, assumendosi le proprie responsabilità. Una classe dirigente che aveva un’idea di Europa, poi scemata nel tempo in una sorta di rassemblement senza identità e – direbbe Musil- senza qualità, priva di afflato comunitario e tenuta insieme da veti incrociati, da ricatti e vincoli economico-finanziari, in perenne conflitto di rapporti interni, priva di una visione realmente unitaria e super partes, direi persino impresentabile e raffazzonata.

Dopo quel periodo di fervore e confronto ideologico siamo lentamente scivolati in una diaspora di lunga deriva e di basso profilo: bramosia del potere, interessi personali, ambizioni smodate e poi corruzione come prassi per pilotare consensi, vassallaggi padronali, mediocrità culturale e cinismo morale.
E’ come se la politica e gli uomini che la esprimono avessero abdicato all’omologazione e alla compressione verso il basso dei loro comportamenti pubblici e privati, incapace di pensare e scrivere per poi proporre ad alta voce un progetto nobile , un modello di Stato e di società civile.
Un tempo ci si scontrava duramente su basi ideologiche, oggi si fa peggio per motivazioni di interesse e convenienza, con repentini cambi di direzione e valutazioni di opportunismo.

Esiste un rapporto speculare tra rappresentanti e rappresentati, tra istituzioni e società: potremmo avere dei modelli esemplari dall’una o dall’altra parte se viene a mancare la consuetudine all’uso del pensiero critico, alla coerenza e nettezza di intenti, alla cultura intesa come studio, fatica, impegno, tradizione, elaborazione, innovazione fondata su solide basi e non – come accade – su luoghi comuni, siparietti, fiction, fake news, invettive, offese, minacce, ripicche, ricatti?

C’è una politica che esprime un senso di mediocrità disarmante e si fa rappresentare da personaggi ai quali non affideremmo la gestione del nostro condominio, essendo in gran parte privi di una cultura consolidata, di una capacità di interlocuzione alta e rispettosa, di pregresse esperienze professionali a garanzia di un costrutto di competenza e di responsabilità (che- non dimentichiamolo- sono e resteranno sempre i pilastri che qualificano un personaggio pubblico e sorreggono le istituzioni) che si pongono davanti alla res publica (in tutta la sua nobiltà etica) e al Paese (in tutte le sue drammatiche aspettative) come un giocatore d’azzardo che si piazza ‘bel bello’ di fronte ad una slot machine.

Acli Caserta: “Autonomia differenziata delle Regioni”, pareri a confronto

Lunedì 23 settembre alle ore 16:30 in Via Cesare Battisti 48, si terrà il seminario sul tema del regionalismo differenziato promosso da ACLI Caserta e Forum del Terzo Settore.
Un’occasione di confronto e dibattito sull’Autonomia differenziata delle regioni, argomento di grande rilevanza molto discusso e che vede contrapposte idee molto diverse sul futuro del nostro del Paese.

Apriranno i lavori l’avvocato Sergio Carozza, membro della presidenza provinciale delle ACLI, e Antonio de Blasio, Presidente delle ACLI Caserta.

Punto di partenza della riflessione sarà il libro “Italia, divisa e diseguale – Regionalismo differenziato o secessione occulta?”, scritto da Massimo Villone, costituzionalista, il quale spiegherà cos’è l’autonomia differenziata, quali regioni vogliono aderire e quali effetti comporta.

Il seminario, coordinato dal Professore Michele Zannini per la Presidenza provinciale delle ACLI e per il Forum del Terzo settore di Caserta, proseguirà con le osservazioni e il contributo di Giuseppe Acocella, Professore di Filosofia del Diritto.

Spagna, elezioni anticipate sempre più vicine

E’ ormai certo che fra Psoe e Unidas Podemos si sia consumata una rottura definitiva anche se, ieri, Pablo Iglesias, ha usato l’esempio dell’Italia, per difendere un accordo tra PSOE e Podemos: “Una coalizione è sempre preferibile a nuove elezioni”.

Lo scrive il quotidiano “El Pais”, spiegando che le due formazioni, anche dopo la nuova riunione di 4 ore celebrata il 10 settembre, non sono riuscite a trovare un accordo per sbloccare l’investitura di Pedro Sanchez e dare così il via al nuovo governo dopo le legislative dello scorso 28 aprile.

Secondo quanto si apprende, infatti, i socialisti avrebbero confermato il loro rifiuto di accettare un esecutivo di coalizione mentre Podemos avrebbe respinto il piano del Psoe di un governo monocolore con un accordo programmatico.

Al termine del confronto, inoltre, i socialisti avrebbero avvertito di non essere più disposti a nuovi incontri se la formazione di Pablo Iglesias non desisterà dalla sua pretesa di entrare a far parte del Consiglio dei ministri.

 

 

Contro la droga nelle scuole arrivano le Giornate informative

La Direzione centrale dei servizi antidroga comunica agli istituti scolastici di Roma e a quelli dei Comuni limitrofi, l’attivazione di corsi di formazione per far conoscere agli studenti e agli insegnanti i pericoli connessi all’utilizzo di droghe. Agli studenti, di età compresa tra i 12 e i 16 anni, viene proposto un percorso logico-formativo in tema di stupefacenti con lo scopo di sviluppare una propria capacità critica sulle conseguenze del consumo di sostanze. A dialogare con loro ci sarà personale qualificato della Direzione centrale dei servizi antidroga.

La Direzione, la cui organizzazione è disciplinata dal decreto interministeriale 15 giugno 1991, è composta da personale interforze, con paritetica rappresentanza della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, come pure da personale appartenente all’Amministrazione civile del Ministero dell’Interno. Diretta, secondo un criterio di rotazione triennale, da un dirigente apicale proveniente da ciascuna delle tre forze di polizia, coordina, in particolare, le attività info-operative delle Forze di Polizia volte al contrasto del narcotraffico nazionale e internazionale, promuove nuove strategie e intese con i collaterali Organismi stranieri, mediante gli Esperti per la Sicurezza della D.C.S.A. presenti nelle aree sensibili, e l’offerta formativa nei Paesi produttori e di transito di stupefacenti.

L’obiettivo dell’iniziativa è quello di offrire agli studenti e ai loro insegnanti un’informazione corretta ed autorevole sulla pericolosità delle sostanze stupefacenti e sulle conseguenze riconducibili al loro utilizzo. Negli ultimi anni si sta registrando un sempre più marcato spostamento dell’offerta di commercializzazione delle sostanze illecite attraverso Internet. A questo proposito, il Sistema di allerta nazionale ha già individuato una serie di nuove sostanze presenti anche sul territorio italiano estremamente pericolose. In particolare, sono stati individuati alcuni cannabinoidi sintetici e altre sostanze quali il mefedrone, e il fentanyl ovvero l’oppioide anch’esso sintetico di nuova tragica tendenza con effetti spesso letali.

Roma: la giunta approva il protocollo d’intesa per i progetti di pubblica utilità dei detenuti

Approvato in Giunta Capitolina lo schema di Protocollo d’Intesa fra Roma Capitale e Ministero della Giustizia Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, per il reinserimento socio lavorativo dei soggetti in espiazione di pena, attraverso la partecipazione a progetti di pubblica utilità nel territorio di Roma Capitale.

Tramite tale delibera si autorizza l’Assessore allo Sport, Politiche Giovanili e Grandi Eventi Cittadini con delega ai rapporti con il Garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale di Roma Capitale, Daniele Frongia, a sottoscrivere tale Protocollo di Intesa con il Ministero della Giustizia, rappresentato dal Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, dott. Francesco Basentini.

I progetti attuati finora si sono ampiamente dimostrati come dei validi mezzi per coniugare le esigenze dell’Amministrazione di cura del territorio con la promozione della funzione rieducativa della pena e reinserimento sociale dei detenuti.

Grazie al nuovo Protocollo di Intesa, quindi, si rinnova l’accordo fra le parti concordando di demandare i dettagli dei singoli progetti a degli specifici Protocolli Operativi, per lo stesso si stabilisce la durata di 12 mesi, tacitamente rinnovabile salvo esplicita volontà di ciascuna parte firmataria di porre termine notificata con un anticipo di almeno 60 giorni.

Con il Protocollo, inoltre, si delinea la possibilità di integrare interventi nelle aziende agricole di proprietà di Roma Capitale quali Castel di Guido e Tenuta del Cavaliere e si istituisce, infine, una Cabina di Regia da riunire con cadenza periodica e almeno una volta ogni due mesi per condividere ogni eventuale criticità relativa alle attività avviate.

Il check-up del cuore anche in farmacia

I dati diffusi da HTN Virtual Hospital, società che ha realizzato il progetto insieme a Federfarma dimostrano che per eseguire un chek-up della salute del cuore non è necessario andare in ospedale: sono oggi oltre 4.300, in Italia, le farmacie che utilizzano la telemedicina per esami come l’elettrocardiogramma e la misurazione della pressione o dell’attività cardiaca nell’arco delle 24 ore. Il numero delle prestazioni effettuate ha visto un boom nell’ultimo anno, con una crescita del 46%.

Questo ha permesso di salvare molte persone con infarti del miocardio in atto”. Partito come progetto pilota, il servizio si sta ora diffondendo. Nel secondo trimestre 2019 sono state erogate quasi 29.000 prestazioni diagnostiche, con un incremento, rispetto allo stesso periodo del 2018, di circa 10.000 (+46%).

Considerando tutto il primo semestre 2019, gli esami sono stati oltre 62.600, +44% rispetto allo stesso periodo del 2018 (43.400). E’ cresciuto anche del 5% rispetto al secondo trimestre del 2018 il numero di farmacie che si avvale di questi servizi, oggi 4.382 su circa 19.000.

Conte Bis

La benedizione è giunta. E con relativa facilità. Al Senato, alla fine, si è mostrata più una discesa che un’aspra salita. Tranne qualche singola defezione, il resto della truppa si è presentato all’appello compatta. Adesso si apre una partita lunghissima, quella che più conta, ossia governare i processi da qui alla fine di questa compagine e una più leggera, ma particolarmente infuocata, che si consumerà da qui a un giorno, riferita al riempimento delle caselle governative: nominare i vice Ministri e i Sottosegretari.

Nulla di strano che anche questa volta, come tutte le volte, vi sia un parapiglia tra gli aspiranti. Il numero delle caselle da riempire non è un numero ristretto, ma gli aspiranti sono tantissimi. Giovedì sera o venerdì mattina avremo la lista dei nominati. E la scaramuccia sarà finita.

Del resto, si nominano queste figure dopo la fiducia al Governo, proprio perché non si vorrebbe avere qualche cattiva sorpresa da parte degli esclusi. Giochetti facilmente comprensibili.

Non sappiamo se ci saranno figure che rappresentino la nostra Regione. Siamo curiosi di sapere se qualcuno verrà o non verrà premiato. Per adesso ciò che sappiamo è che il Fvg si fregia dal presentare un Ministro di tutto rispetto: Stefano Patuanelli, triestino, a capo del ricco dicastero dello Sviluppo Economico. Dovremmo nella grande piazza dei Sottosegretari, circa una quarantina, pretendere, come Regione Fvg, qualche altro rappresentante.

Sappiamo, e di questo ho certezza, che qualcuno sta sgomitando per mettersi in luce e per ottenere l’agognata poltrona.

Siamo in attesa di sapere qual è il destino di questi aspiranti, per vedere come si armonizzino le parti, per capire quale logica abbia animato le scelte e, infine, per sapere se qualche bandierina può essere collocata anche tra Udine, Trieste, Pordenone e Gorizia.

Ieri pomeriggio si è consumato il rito della disfida tra Conte e Salvini. Ciò che ha incendiato il Senato è stata la disputa tra costoro. Sono giunti persino alle asprezze che in quell’aula non dovrebbero trovar posto. Ma tant’è, il presente ci consegna stili non sempre appropriati alle funzioni.

Posso dire che si apre una stagione completamente diversa rispetto a quella precedente. Non so se il potenziale espresso si attuerà secondo gli indirizzi indicati, non so nemmeno se regnerà la pace o se le parti interne alla maggioranza sveleranno note stonate, si tratterà di accompagnare il cammino del Governo volta a volta per capirne il grado di attendibilità tra i proclami e la realtà. Io non sono per natura un pessimista e, pertanto, sono portato ad immaginarmi più gli aspetti positivi che quelli negativi. Pronto immediatamente però, a rovesciare le personali disposizioni nel momento in cui scoppiassero risse ed incomprensioni.

Ci sarà comunque tempo per verificare l’andamento di questo nuova realtà.

Il Governo Conte e la “Agenda Ursula”

Negli ultimi giorni (dalla formazione del nuovo Governo) i rendimenti dei nostri titoli pubblici sono scesi sotto una soglia simbolica, per ciò che lo spread ha rappresentato nella nostra storia recente. Oggi il termometro del “rischio Paese” segna temperature ben più sopportabili di quelle di maggio 2018, quando si affacciò la prospettiva di un governo giallo-verde con le promesse di allora: tanto deficit in più sperando di produrre crescita, referendum sull’Euro, default verso la Banca centrale europea (che ha comprato debito pubblico italiano per centinaia di miliardi tramite la Banca d’Italia) e altre fughe dalla realtà. Ma, appunto, per la prima volta siamo tornati finanziariamente su uno spicchio di territorio del mondo di prima, quando quelle idee sembravano fuori gioco. “Italy is back to business”, come ha scritto di recente il Financial Times. In parte ha aiutato la stessa Bce, segnalando che darà ancora altro sostegno all’economia europea e forse riprenderà a aumentare i titoli di Stato in bilancio con un nuovo ciclo di interventi di “Quantitative Easing”. Che Christine Lagarde succeda a Mario Draghi a Francoforte è sembrato a molti rassicurante. Ma se siamo tornati nel mondo di prima, è anche perché i risparmiatori italiani e gli investitori internazionali iniziano a pensare che la stagione delle promesse impossibili sia finita. Quelle idee per il momento sembrano uscite di scena. Un indizio è che per la prima volta da più di un anno la posizione dell’Italia in Target 2, il sistema di pagamenti della Bce, è migliorata. Ciò significa che po’ di denaro dall’estero sta rientrando nel nostro Paese, proprio perché chi lo manovra spera che certe idee presenti nel governo o nella maggioranza siano finite fuori gioco. I mini Bot, minaccia di valuta parallela all’Euro, sono durati lo spazio di un mattino. Le proposte di assalto politico della Banca d’Italia sembrano (per ora) su un binario morto. In modo limitato ma indicativo, governo e maggioranza hanno persino accettato di congelare spese per circa due miliardi (parte all’Istruzione, parte alla Difesa, ma soprattutto incentivi e sostegni alle imprese) benché l’economia italiana sia sostanzialmente ferma. In sostanza, pur di far tornare i conti, il governo ha stretto la cinghia in piena fase di stagnazione del Paese: una versione più o meno diluita di quella stessa austerità che i partiti di governo demonizzavano fino a ieri. 

I mercati ora si aspettano che il governo in autunno eviti ulteriori salti nel buio. Vedono che il M5S, partito di maggioranza relativa, ormai è stabilmente nella maggioranza in Europa. Ma in un certo senso questi eventi certificano soprattutto l’affermarsi del ruolo di mediazione del Premier, Giuseppe Conte. Resta solo da capire un dettaglio, quale che sia la tenuta del governo giallo-rosso dopo la sua travagliata formazione. In ritirata il vecchio (almeno per ora), non è chiaro quale sarà il nuovo approccio dell’Italia nel quadro politico europeo mutato con l’arrivo di Ursula von der Leyen a Bruxelles. Perché qualcosa deve pur succedere: il Paese ormai viene da più di un anno di crescita zero, caso unico in Europa, e la Banca d’Italia nell’ultimo bollettino economico fa capire che anche l’ultimo trimestre è stato a marcia indietro. Tanti italiani soffrivano prima di questo governo e continuano a farlo, come dimostra il continuo aumento del credito al consumo per poter arrivare alla fine del mese.

La situazione non migliora dal punto di vista delle imprese. Nei sondaggi della Banca d’Italia gli imprenditori ritengono che a bloccare le loro decisioni di investimento è soprattutto “l’incertezza politico-economica”. Niente di tutto questo contribuirà a risolvere il problema fondamentale dell’Italia e del potere d’acquisto degli italiani: oggi un’ora di lavoro nel Paese in media produce tanto quanto vent’anni fa, mentre in Germania due terzi di più e in Francia o Spagna un quinto di più.

Siamo fermi, ma la novità è che mai come oggi i leader europei capiscono che questa è la chiave di lettura: l’Italia non ha squilibri finanziari da gestire con l’austerità, ma un enorme problema di crescita da curare liberando l’economia. Questo vuol dire Ursula von der Leyen quando invita a “non confondere l’Italia con la Grecia”. Non possiamo perseguire politiche di aumento del debito, ma possiamo avere una proposta credibile per spezzare il sortilegio della crescita zero. C’è molto lavoro da fare sull’amministrazione, sulla miriade di municipalizzate in perdita che non chiudono mai, sugli ostacoli alla libera iniziativa, la giustizia lenta e incerta, l’Università e la ricerca senza risorse: temi noti, eppure inspiegabilmente usciti dall’agenda del Paese. 

Addossare la crescita zero all’austerità ormai è una scusa pigra, perché l’Europa non la chiede più. Chiede solo di limare progressivamente il deficit, con un credibile piano di riduzione. Semmai, la prossima Presidente della Commissione Europea sarebbe felice di stringere un patto con l’Italia sulla base di idee credibili per una crescita sostenibile. Ai partiti di governo si presenta un’occasione d’oro per sviluppare una vera e propria “agenda Ursula” a favore dello sviluppo “green” e della sostenibilità. Speriamo non la sprechino.

Un mondo senza librerie

Articolo già apparso sulla rivista il Mulino a firma di Alberto Saibene

Roberto Cerati confessava con un certo pudore che si sentiva più a suo agio in una libreria che a casa propria. Fu a lungo il direttore commerciale dell’Einaudi degli anni d’oro, per poi diventarne presidente, morto Giulio, in anni meno aurei. Era l’idolo dei librai di tutt’Italia e nel corso dei decenni aveva costruito una formidabile rete commerciale, pur non perdendo mai l’abitudine di passare tra gli scaffali per fare personalmente “la spunta” (controllare la presenza dei titoli del catalogo Einaudi). Era solito trascorrere il sabato tra le librerie di Milano. Io lo ricordo alla Hoepli, dove si soffermava soprattutto a sfogliare i libri d’arte, una sua passione, e a chiacchierare con Patrizio Gandin, uno dei suoi “figliocci”, che lo informava sulle novità della saggistica italiana e straniera.

Il suo giro comprendeva, per la parte che conosco, la Cortina di piazza Cavour, la Feltrinelli di via Manzoni, la Milano Libri di Anna Maria Gandini in via Verdi, per poi avviarsi verso le librerie della Galleria e proseguire verso quelle attorno alla Statale. Finché ci fu Vando Aldrovandi, la sua libreria di riferimento era naturalmente la Einaudi in Galleria Manzoni, anche perché attorno a Elio Vittorini si era costituito uno spontaneo cenacolo di amicizie, che proseguì a lungo dopo la sua scomparsa. Dopo la morte di Aldrovandi (1987), molti intellettuali si spostarono naturalmente verso la Feltrinelli di via Manzoni, dove c’era il vantaggio di poter sfogliare la stampa straniera e fare quel po’ di naturale salotto che accade di fare in libreria sotto gli occhi del Casati, un vecchio (almeno così pareva ai miei occhi di giovane testimone) libraio milanese che dalla cassa controllava tutta la libreria.

I librai di via Manzoni appartenevano a due categorie: una minoranza erano i figlioli della borghesia milanese in cerca di un destino (ricordo ad esempio Anna Cederna), la maggioranza erano giovani librai, come Luca Domeniconi, destinati a una fulgida carriera nella galassia feltrinelliana sotto l’occhio vigile di Romano Montroni. La Feltrinelli di via Manzoni era diversa da tutte le altre Feltrinelli: era più mondana, salottiera, anche grazie al pubblico che la frequentava: i funzionari della Banca Commerciale, i redattori stessi della Feltrinelli che era dall’altra parte della strada, i professori della Statale, quel po’ di mondo cultural-politico che gravitava su quella parte di Milano. Cerati aveva l’abitudine di tenere degli informali seminari coi librai dopo la chiusura serale, a partire dalla lettura comune di un libro. Vi assistei per caso una sola volta e non ho più ritrovato una forma di educazione libraria così efficace, in cui si sottolineavano non solo le virtù culturali del libro ma anche gli spunti commerciali che poteva suggerire, il tipo di pubblico che poteva raggiungere. Ora giunge la notizia della chiusura della Feltrinelli di via Manzoni, aperta da Giangiacomo nel 1957, la prima vera Libreria Feltrinelli (dopo una libreria popolare aperta qualche anno prima in un Bastione di Porta Volta), voluta per rafforzare la nascente casa editrice secondo un progetto pedagogico che si definì nel suo farsi. Non stupisce però la notizia: dopo lo spostamento del quartier generale a Porta Volta e la morte di Inge, la Feltrinelli Manzoni era sempre di più un anacronismo rispetto a quelle più grandi di nuova generazione, alle Feltrinelli RED (Read Eat Dream), dove l’acquisto dei libri è solo parte di un’esperienza (l’americana experience) che chi entra è indotto a compiere.

Eppure la chiusura della Feltrinelli Manzoni si assomma a quella di un enorme numero di librerie indipendenti e in parte di catena negli ultimi dieci anni, incalzate dalla lunghissima crisi economica e dalla crescita di Amazon che oggi rappresenta circa un terzo del mercato librario italiano. La crisi del libro è per certi versi antica quanto il mercato del libro, ma oggi proprio la libreria sembra sempre l’anello più debole dell’intero sistema librario, anche se qualche pazzo si ostina ad aprirne di nuove e la stessa Feltrinelli, se da un lato ha chiuso un certo numero di librerie in giro per l’Italia, dall’altro ha puntato a forme di rinnovamento.

La domanda di fondo resta sempre la stessa: c’è un futuro per le librerie? C’è un gran tifo perché le librerie abbiano un futuro ma fare il tifo, ahimè, non basta. Le abitudini stanno cambiando. Colpiva qualche giorno fa la notizia del titolare di una calzoleria, nel modenese mi pare, che chiede dieci euro a chi vuol provare un paio di scarpe senza poi acquistarle nel suo negozio, presumendo che poi lo faccia online. Anche nelle librerie è pieno di clienti che, armati di smartphone, fotografano copertine. Per ora è un’attività gratuita, ma il 15% di sconto che garantisce Amazon su ogni acquisto, in attesa della nuova legge sul libro, rende difficilmente biasimevole questa pratica.

Eppure la legge sul libro, che prevede uno sconto fisso del 5%, divide gli editori grandi che vorrebbero avere un maggior agio commerciale e i più piccoli, che già faticano a sopravvivere, e ogni maggior sconto significa un possibile investimento in meno. Sarà molto difficile disabituare i clienti allo sconto, la prima esca di ogni attività commerciale, ma una legislazione coerente e duratura è la cornice di sopravvivenza delle librerie. Un secondo punto è il plusvalore del singolo libraio, accresciuto in tempi di Amazon, che per intrattenere rapporti costanti con la clientela dovrà essere informato, aggiornato, leggere, saper far di conto, non acquistare merce in eccesso o in difetto, e soprattutto inserire la libreria in una rete di relazioni comunitarie così da divenire un punto di riferimento nel quartiere. Una naturale socievolezza aiuta, ma il punto è conquistare un’autorevolezza con i frequentatori della libreria. Le librerie specializzate conquistano più facilmente tribù di lettori che si possono riconoscere tra loro, ma una vetrina ben fatta, un tavolo all’ingresso con accostamenti giudiziosi dei libri di cui si parla, sono caratteristiche che riguardano le librerie di ogni tipo.

Qui l’articolo completo

Istat: la produzione industriale diminuisce dello 0,7%

A luglio 2019 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale diminuisca dello 0,7% rispetto a giugno. Nella media del trimestre maggio-luglio il livello destagionalizzato della produzione registra una flessione dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti.

L’indice destagionalizzato mensile mostra un aumento congiunturale solo per l’energia (+1,3%); diminuzioni si registrano, invece, per i beni strumentali (-1,6%) e, in misura più lieve, per i beni di consumo (-0,3%) e per i beni intermedi (-0,2%).

Corretto per gli effetti di calendario, a luglio 2019 l’indice complessivo è diminuito in termini tendenziali dello 0,7% (i giorni lavorativi sono stati 23, contro i 22 di luglio 2018).

Gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano a luglio 2019 un aumento tendenziale accentuato per l’energia (+5,8%) e più contenuto per i beni di consumo (+0,9%); diminuiscono in modo marcato i beni strumentali (-3,0%) mentre più moderata è la diminuzione dei beni intermedi (-2,0%).

Tra i settori di attività economica che registrano variazioni tendenziali positive si segnalano le altre industrie manifatturiere, la fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+6,4% per entrambi i settori), la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+5,1%). Le flessioni più ampie si registrano nella fabbricazione di macchinari, attrezzature n.c.a. (-6,9%), nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-6,1%), e negli articoli in gomma, materie plastiche, minerali non metalliferi (-3,0%).

Galileo supera il miliardo di utenti

Galileo fornisce i servizi a supporto della vita quotidiana dei cittadini e delle imprese con segnali precisi di posizionamento, navigazione e sincronizzazione. In Europa tutti i nuovi modelli di autoveicoli omologati per il mercato sono dotati del sistema eCall, che si avvale di Galileo per comunicare la posizione del veicolo ai servizi di emergenza. A partire da quest’anno Galileo è integrato nei tachigrafi digitali, dispositivi di registrazione della velocità e della distanza, dei camion per garantire il rispetto delle norme relative al tempo di guida e migliorare la sicurezza stradale. Galileo è il sistema globale di navigazione satellitare dell’Ue.

Si tratta di un apparato civile che fornisce informazioni precise di posizionamento e misurazione del tempo. Lo scopo è quello di garantire l’indipendenza dell’Europa da altri sistemi di navigazione satellitare e la sua autonomia strategica nel settore della navigazione satellitare. La tecnologia spaziale non solo è indispensabile per numerosi servizi europei, ma gioca anche un ruolo da protagonista nell’affrontare concretamente nuove sfide, come il cambiamento climatico, il controllo dei confini e la sicurezza dei cittadini europei. In tal modo il mercato europeo del lavoro verrà rafforzato promuovendo tecnologie emergenti quali l’intelligenza artificiale, i droni, la mobilità automatizzata e Internet delle cose.

Galileo fornisce servizi iniziali dal dicembre 2016. Durante questa fase pilota, che ha preceduto quella di “servizi operativi completi”, i segnali di Galileo sono stati utilizzati in combinazione con altri sistemi di navigazione satellitare. Nella fase di piena operatività, poi, gli utenti potranno utilizzare i segnali di Galileo indipendentemente da altri sistemi di navigazione satellitare. Le altre attività spaziali dell’Ue comprendono Copernicus (che fornisce servizi gratuiti e aperti di osservazione della terra, dell’atmosfera, del mare, dei cambiamenti climatici e di sicurezza e gestione delle emergenze), Egnos (sistema regionale di navigazione satellitare) e la sorveglianza dello spazio e il tracciamento (Sst).

Il nuovo programma spaziale riunirà tutte le attuali e le nuove attività dell’Ue in un singolo programma, manterrà le infrastrutture e i servizi esistenti introducendo una serie di elementi innovativi per promuovere, rafforzandola, l’industria spaziale e per consentire all’Unione di conservare un accesso allo spazio autonomo, affidabile ed economicamente sostenibile. Un settore dei trasporti, più sicuro, competitivo, efficiente e sostenibile è legato al settore spaziale. Oggi i sistemi di navigazione e l’osservazione terrestre stanno migliorando le prestazioni dei servizi di trasporto e questo porterà maggiori vantaggi a livello sia europeo che globale.

Ferrara: Uto Ughi si esibirà in concerto accompagnato al pianoforte dal Maestro Alessandro Specchi

Nell’ambito della XXVI edizione del Salone Internazionale del Restauro, dei Musei e delle Imprese Culturali (Ferrara, 18-20 settembre 2019), il noto violinista Uto Ughi si esibirà in concerto accompagnato al pianoforte dal Maestro Alessandro Specchi presso la Sala Estense il 19 settembre 2019 alle ore 21.30. La serata si inserisce all’interno del programma culturale del progetto inedito TEATR’IN MUSICA. Una voce per i teatri chiusi, inagibili, con restauri complessi.

Il progetto mira a far conoscere la situazione critica di molti teatri italiani, chiusi o inagibili: un enorme patrimonio culturale e artistico che oggi sembra essere stato sottratto all’Italia, al pubblico e a tutti gli artisti. Questo prestigioso concerto, grazie alla grande sensibilità artistica di Uto Ughi che ha scelto di sposare personalmente la causa, sarà quindi una delle tante voci a sostegno di tutti quei teatri italiani che stanno subendo questa criticità.

Paralisi nel sonno

La paralisi nel sonno, detta anche paralisi ipnagogica, è un disturbo del sonno in cui, nel momento prima di addormentarsi o, più spesso, al risveglio, ci si trova impossibilitati a muoversi. Questo disturbo dura molto poco, di solito al massimo 2 minuti dal risveglio o pochi secondi prima di addormentarsi ma mai per un tempo oggettivamente lungo sebbene, la percezione di chi ne fa esperienza, può fornire l’impressione di una durata notevolmente maggiore.

Questo stato di paralisi è dovuto alla persistenza dello stato di atonia che i muscoli presentano durante il sonno ed è causato da una discordanza tra la mente e il corpo: il cervello è attivo e cosciente, e il soggetto riesce spesso a vedere e sentire chiaramente ciò che lo circonda. Nonostante ciò il corpo permane in uno stato di riposo. Ciò solitamente incute terrore e angoscia nell’individuo affetto dal disturbo. Le cause più comuni sono: mancanza di riposo, stress e ritmi di sonno irregolari.

Dal punto di vista fisiologico, la paralisi, che interessa tutti i muscoli del corpo, è causata dall’aumento dell’attività gabaergica nella formazione reticolare pontina, che inibisce le cellule dei nuclei della colonna dorsale riducendo la risposta a stimoli sensoriali somatici, inibendo così i motoneuroni inferiori (colinergici) impedendoci di attuare i movimenti che compiamo in sogno e, nonostante la persona in cui il disturbo si manifesta sia del tutto cosciente, riesce a compiere pochissimi movimenti, in certi casi solo il movimento degli occhi, della lingua o alcuni lievissimi movimenti degli arti; comunque durante le paralisi a volte si verificano problemi respiratori.

 

Dellai: “il nostro voto sarà a favore della fiducia. Ma sarà un voto critico ed autonomo”.

Lucio D’Ubaldo mi ha chiesto di fare un gioco. “Siccome nella scorsa legislatura hai fatto il Capogruppo alla Camera, prova a scrivere ciò che avresti detto in occasione della fiducia al nuovo Governo, cercando di interpretare le opinioni di Rete Bianca”.
Richiesta un po’ bizzarra, ma a Lucio non si può dire di no. Ecco dunque ciò che avrei detto in questa occasione.

Signor Presidente del Consiglio,
voteremo a favore della fiducia al Suo Governo.
Il nostro sarà un voto convinto ed assieme critico ed autonomo.
Votiamo la fiducia, innanzitutto, per corrispondere alla pressante richiesta di responsabilità che proviene dal mondo civile, sociale ed economico del Paese.
Parti importanti della nostra Comunità non ne potevano più di assistere alla deriva dei valori fondanti del nostro sistema democratico.
Ma penso anche a quanti – pur magari avendo votato nel marzo 2018 per i partiti della precedente maggioranza, o non avendo votato – hanno cominciato ad avvertire che gli interessi del Paese sono più importanti di quelli di parte ed oggi attendono dal Parlamento segnali e prospettive nuove di fiducia e di speranza.
Il Presidente della Repubblica, pur nel rigoroso rispetto della sua terzietá rispetto alla dinamica politica, non ha mancato di far appello a questi principi di responsabilità, fiducia e tutela del ruolo delle istituzioni.
Votiamo la fiducia perché in politica occorre scegliere la soluzione migliore tra quelle date.
Il Suo nuovo Governo rappresenta oggi un tentativo di sbarramento contro la deriva post democratica che la Lega di Matteo Salvini stava interpretando con spregiudicata disinvoltura, come Lei stesso ha avuto modo di ricordare nel Suo intervento al Senato in occasione delle Sue dimissioni.
Una spregiudicata disinvoltura che puntava a determinare, con l’immediato ricorso alle urne e la inaudita richiesta di “pieni poteri”, una trasformazione radicale del nostro modello democratico, immaginando, nel contempo, per il nostro Paese il ruolo di “utile idiota” delle potenze antieuropee ed antiliberali.
Cogliamo al contrario nelle Sue dichiarazioni il senso di un “ritorno” dell’Italia nel solco della sua tradizionale e costitutiva posizione europeista, resa ancor più evidente dalla designazione di Paolo Gentiloni quale Commissario Europeo.
Noi siamo fautori di un europeismo tutt’altro che acritico o meramente ideologico, ma fondato sulla chiara consapevolezza che il disegno europeo va corretto e reinterpretato ma non abiurato.
È solo in tale ambito, a fronte degli scenari globali di questo nostro tempo, che le Nazioni Europee possono mantenere la loro identità e far valere nel mondo i valori fondanti della cultura sociale e democratica europea.
Ed è solo nel quadro saldamente europeo che potremo gestire i fenomeni migratori al di fuori dell’approccio irresponsabile e criminogeno che si è visto nei provvedimenti adottati dal Suo precedente Governo.
A questi fini è però necessario che l’Italia riscopra anche i propri doveri. E si impegni per dotarsi degli strumenti culturali, sociali, economici ed istituzionali per concorrere attivamente al rilancio dell’idea europeista e – in tale contesto – rilanciare il proprio stesso futuro.
Votiamo la fiducia al Suo Governo, in questo senso, anche per alcuni accenni di contenuto che abbiamo colto nel Suo programma.
Riteniamo necessario un intervento coerente e ragionevole sul piano delle riforme istituzionali.
Prendiamo atto che si punta alla riduzione del numero dei Parlamentari (intervento che riteniamo più di facciata propagandistica che di effettiva valenza di sistema) ma vediamo con favore le correlate (necessarie) ipotesi di una legge elettorale di tipo proporzionale e quelle di alcune modifiche costituzionali volte, tra l’altro, a introdurre la “sfiducia costruttiva”.
Ugualmente riteniamo necessario operare per il rilancio di una idea autonomistica della nostra Repubblica, a partire dal riconoscimento del ruolo dei Comuni, dalla riqualificazione (anche differenziata, pur nel rispetto dei principi costituzionali) delle Regioni, dal ripensamento delle soluzioni adottate in passato in merito alla governance democratica delle aree non urbane e non metropolitane.
Riteniamo questa – assieme a quella della radicale riforma dello Stato Centrale – l’unica strada per ottenere un Paese “a trazione integrale” e per superare gli attuali inaccettabili squilibri territoriali.
L’Italia ha nello stesso tempo il dovere di mettere mano agli squilibri sociali che la connotano.
Vediamo con favore la dichiarata centralità della famiglia quale dimensione basilare delle politiche di equità e coesione sociale.
Apprezziamo l’indicazione di una politica fiscale che privilegi il sostegno alle fasce sociali più deboli e al ceto medio.
Consideriamo fondamentale abbandonare ricette inique, improbabili e non consone allo spirito del nostro Paese, come la Flat Tax, per investire invece le risorse disponibili sulla riduzione drastica del cuneo fiscale a carico di lavoratori e imprese.
Siamo favorevoli a progetti forti e coerenti di investimento sull’innovazione tecnologica, a partire da quella digitale.
Riteniamo doveroso imprimere alle nostre politiche economiche un salto di qualità sulla strada della lotta al cambiamento climatico, intesa non solo come risposta ad una emergenza troppo a lungo negata, ma anche come occasione di una progressiva rigenerazione dei nostri modelli di sviluppo e di organizzazione sociale.
Votiamo a favore della fiducia al Suo Governo – e forse è la motivazione per noi più importante – per gli accenni fatti alla necessità di un clima più concorde e costruttivo nel Paese e nelle sue istituzioni.
Eravamo e restiamo seriamente preoccupati di una politica sempre e costantemente sopra le righe, senza alcuna forma di riconoscimento e di rispetto per gli avversari, priva di quell’equilibrio (anche nell’uso degli strumenti di comunicazione) che ne costituisce caratteristica essenziale.
Non era e non è questa la fisiologia della politica: è semmai la sua patologia. È la rappresentanza che degrada nella rappresentazione; la funzione di guida responsabile che muore nelle secche della compiacente ed irresponsabile esaltazione delle paure e delle inquietudini del popolo. È, in una parola, l’emblema di una politica popolare che perde i suoi connotati nel populismo.

Signor Presidente del Consiglio,
il nostro voto sarà dunque a favore della fiducia.
Ma sarà un voto critico ed autonomo.
Sarà un “appoggio esterno”, come si diceva un tempo.
Nei nostri documenti di queste settimane avevamo espresso la nostra opinione, tesa a suggerire un Governo più “istituzionale” che “pienamente politico”.
Rimaniamo della nostra opinione, anche se prendiamo atto con spirito costruttivo della diversa scelta adottata.
Non ci condiziona minimamente la scontata accusa che il centro destra Le rivolge: quella di aver dato vita ad un “ribaltone” maturato nelle stanze del potere al fine di coltivare l’attitudine alle “poltrone”.
È una affermazione disperata, di chi aveva scommesso tutto su una mossa ed ha perso.
Del resto, anche il Suo precedente Governo era frutto di un Accordo maturato fuori dalle indicazioni politiche che Lega e M5S avevano presentato agli elettori.
La nostra valutazione nasce piuttosto sul fatto che il Suo nuovo Governo non nasce da un compiuto e onesto riconoscimento delle contraddizioni politiche che hanno determinato la crisi di agosto.
Essa non può essere spiegata come frutto di un semplice tradimento da parte della Lega rispetto al “contratto sottoscritto”.
Diversamente non si spiegherebbe e non avrebbe credibilità alcuna la volontà annunciata di una “svolta politica”.
Questa analisi di ciò che è accaduto nella fase precedente è mancata; può essere semmai indirettamente desunta dalle Sue dichiarazioni programmatiche di oggi.
Ma i passaggi politici, sopratutto se connotati come “svolte”, esigono parole chiare e giudizi espliciti, in particolare se in gioco vi sono principi e valori ritenuti importanti.
Una “svolta politica” non nasce solo perché uno dei partner precedenti si ritira da un patto di governo: nasce se si ritrova una nuova sintesi di visione culturale e di progetto politico.
Questa lacuna condiziona il nuovo corso che Lei ha annunciato ed accresce la fragilità del percorso del nuovo Governo e del suo rapporto con la pubblica opinione.
Del resto, rimangono per noi aperte alcune questioni di sostanza.
Ne cito solo due.
La prima riguarda l’idea di democrazia che si intende perseguire.
Noi riteniamo che la democrazia rappresentativa sia ancora un valore.
Essa richiede riforme e rigenerazione, ma non crediamo ai modelli più volte evocati di democrazia diretta.
La seconda questione aperta riguarda l’idea di società.
Per noi è fondamentale una concezione che rilanci l’inscindibile binomio “persona-comunità” come centro della vita comunitaria.
Consideriamo che l’esaltazione dei diritti individuali, disgiunti da quelli sociali, porta ad una società deresponsabilizzata e dipendente dal rapporto tra individuo e potere.
Pensiamo che la centralità dei corpi intermedi come ambito fondamentale della vita comunitaria sia la strada giusta per affrontare le sfide del futuro e per ricostruire lo stesso “carisma popolare” delle pubbliche istituzioni.

Signor Presidente del Consiglio,
un nuovo ciclo comunque oggi si apre. Noi ne sosteniamo lealmente l’avvio, per le ragioni sopra accennate.
Saremo costruttivi nel nostro rapporto col Governo, vigili sulle questioni per noi importanti, autonomi nella valutazione degli sviluppi della situazione politica ed istituzionale.
Ci auguriamo che la Legislatura possa andare al suo compimento naturale, nell’interesse del Paese.
Nel frattempo, al di fuori di questa Aula, accompagneremo questa fase delicata e importante dando il nostro contributo ad un processo che non riguarda il Governo, ma la società ed il bisogno di una sua nuova rappresentanza politica.
Questo Governo ha posto uno stop alla strategia post democratica e perciò votiamo la fiducia. Ma sappiamo bene che non si tratta di uno stop definitivo.
Occorre ricostruire cultura, visione, rigenerazione dei valori democratici, capacità di ascolto e dialogo con il popolo.
Occorre che le culture politiche tornino ad alimentare ed innervare la pratica politica e la rappresentanza.
Ciò chiama in causa anche la nostra cultura, quel Popolarismo di laica ispirazione cristiana che non può essere più confinato nella pura testimonianza personale o nelle citazioni dei personaggi del passato, ma deve tornare a farsi progetto sociale e programma politico.

Saragat: il discorso del 26 giugno 1946, “La Repubblica abbia un volto umano”.

Come Mattarella anche Conte, durante il suo discorso per chiedere la fiducia, cita Saragat sulla Repubblica dal volto umano.
Sembra quindi doveroso riproporre quel discorso che il 26 giugno 1946, il Presidente dell’Assemblea costituente ha pronunciato. 

Un patto solenne stretto da tutti gli italiani di rispetto della legalità democratica.

 

Presidente.  Onorevoli colleghi! Nel memorabile discorso pronunciato il 9 marzo di quest’anno alla Consulta Nazionale, a chiusura della discussione della legge sull’Assemblea Costituente, il Presidente Vittorio Emanuele Orlando, ringraziando l’Assemblea per le espressioni di affetto da cui si sentiva circondato, le interpretava come un omaggio rivolto non alla sua persona, ma al rappresentante di una generazione che aveva contribuito a creare la storia dello Stato d’ltalia dal principio del secolo sino al 1922.
E il Presidente Orlando, commentando il distacco tra quella generazione e la giovane classe politica che sorge, lamentava giustamente la mancanza di quei gradi intermedi che rendono impossibile una recisa contrapposizione tra giovani e vecchi.

Nell’ostacolo posto alla continuazione della classe politica il Presidente Orlando ravvisava il più irreparabile forse fra i delitti del fascismo.
Nella manifestazione di fiducia dell’Assemblea Costituente verso la mia persona sia permesso a me di ravvisare un omaggio a quella generazione intermedia la cui assenza, come classe politica, si fa duramente sentire nella vita del Paese. È un omaggio verso coloro che, giovani nel 1922, hanno raccolto con le loro deboli forze, ma con una fede stimolata dall’esempio dei loro padri, la fiaccola della libertà e della giustizia. Molti di questi giovani ne sono stati arsi ed è per questo che pochi sono i superstiti: tutti ne sono stati illuminati.

Ma voi, onorevoli colleghi, avete anche voluto onorare il rappresentante modesto di un movimento politico che alla difesa dei diritti delle libere assemblee ha offerto l’anima ardente di Filippo Turati e il sangue generoso di Giacomo Matteotti.
Infine, col vostro voto avete voluto sottolineare l’apporto decisivo che le classi lavoratrici hanno dato alla sacra causa della libertà della Patria.

Se attorno a me si sono raccolti i vostri suffragi e se ho quindi l’immeritato onore di presiedere questa Assemblea, penso anche che ciò si debba al fatto che gli uomini vengono giudicati più per quello che si attende da loro che per quello che sono, più per quello che si crede potranno fare che per quello che già hanno fatto e fanno.
Non so se la vostra attesa sarà giustificata; so pero che osserverò in modo assoluto la più scrupolosa obiettività ed imparzialità. Tutore dei diritti di ognuno, richiederò egualmente da ognuno l’adempimento dei suoi,doveri.
Altissimi sono i vostri diritti.
Voi rappresentate il popolo italiano in virtù di un responso democratico, che è la consacrazione di un quarto di secolo di lotte per la difesa della libertà umana. Le formule giuridiche, in virtù delle quali i liberi comizi sono stati convocati, non sono che la traduzione, nel solenne linguaggio del diritto, di quel più alto diritto umano che ha la muta eloquenza delle sofferenze soffocate delle generazioni, che si scrive col sangue versato per la buona causa, e che la storia, giudice lento perché ha di fronte a se l’eterno, nel giorno segnato dal destino corona con una sentenza irrevocabile.
Il 2 giugno è stato il grande giorno del nostro destino.
La vittoria della Repubblica è la sanzione di un passato funesto, è la certezza di un avvenire migliore. Ma questa vittoria ha un significato ancora piu alto. Essa rappresenta il patto solenne stretto da tutti gli italiani di rispettare la legalità democratica. In questo patto, che vincola tutte le donne e tutti gli uomini della nostra terra, è il segreto dell’avvenire della Nazione.

Senza l’adesione di tutto il popolo ai principi della democrazia politica, non soltanto non è possibile alcun progresso umano, ma le stesse conquiste legateci da secoli di storia sono insidiate e minacciate di rovina.
Voi, eletti dal popolo, riuniti in questa Assemblea sovrana, dovete sentire l’immensa dignità della vostra missione. A voi tocca dare un volto alla Repubblica, un’anima alla democrazia, una voce eloquente alla libertà.
Dietro a voi sono le sofferenze di milioni di italiani; dinanzi a voi le speranze di tutta la Nazione.
Fate che il volto di questa Repubblica sia un volto umano. Ricordatevi che la democrazia non è soltanto un rapporto fra maggioranza e minoranza, non è soltanto un armonico equilibrio di poteri sotto il presidio di quello sovrano della Nazione, ma è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo. Dove questi rapporti sono umani, la democrazia esiste; dove sono inumani, essa non è che la maschera di una nuova tirannide.
Ecco perché, oltre che sui problemi della struttura politica dello Stato repubblicano, voi vi piegherete su quello della struttura sociale del Paese.
Nel grande moto che spinge le classi diseredate a rivendicare un destino meno iniquo voi non vedrete una minaccia per la libertà, ma, al contrario, la forza motrice del progresso, solo che venga disciplinato dalla saggezza dei legislatore e non venga ostacolato dall’egoismo dei ceti privilegiati.

Nella Repubblica democratica la libertà politica e la giustizia sociale trovano il terreno su cui possono integrarsi in una sintesi armoniosa. Tutta la vostra saggezza di legislatori sarà quindi orientata alla ricerca della formulazione più efficace atta a tradurre in termini concreti queste esigenze fondamentali di ogni consorzio civile ed a favorirne la pratica realizzazione.
Se vi porrete su questo piano, le divergenze ideologiche che possono sussistere tra di voi si concilieranno nell’ambito dei diritti imprescrittibili della persona umana e delle società naturali in cui essa vive.

Egualmente la concretezza di questi diritti riceverà possente rilievo dalla loro correlazione con le norme che voi elaborerete intorno ai fondamenti strutturali dello Stato repubblicano, avendo presente che la democrazia si crea nella misura in cui la separazione fra il popolo e l’apparato dei pubblici poteri progressivamente scompare.
Ma, oltre all’elaborazione delle leggi fondamentali dello Stato repubblicano, altri doveri vi sovrastano. In primo luogo quello di offrire al Paese, pur nelle necessarie e feconde divergenze, l’esempio della concordia e del più alto civismo. Poiché, più che dalle leggi scritte nei testi fondamentali, la democrazia diviene una realtà vivente ad opera del costume che si stabilisce fra gli uomini. E se è vero che questo costume è condizionato dalla situazione economica e sociale di un’epoca determinata, non è men vero che la coscienza reagisce per trasformarlo portandolo ad un livello più alto.
Alla volontà di potenza, scaturente dall’egoismo sfrenato dei singoli e dei gruppi politici ottusi al senso della liberta, voi opporrete la potenza della volontà libera, imponendo a voi stessi i limiti invalicabili segnati dalla coscienza morale.
Voi renderete in tal modo un incalcolabile servizio alla causa dell’evoluzione sociale e politica di un popolo che ha gli occhi fissi su questa Assemblea, dalla cui condotta trarrà norma per la propria condotta.

Accennando ai vostri compiti, converrà soffermarci un istante su quelli che scaturiscono dai rapporti di questa Assemblea sovrana col Governo.
Come vi è noto, è stato accolto con saggio accorgimento il criterio di mantenere al Governo la delega per quelle che saranno le attività normali di carattere legislativo. Si tratta, come è stato giustamente osservato dal Ministro per la Costituente onorevole Pietro Nenni, non già di una limitazione dei poteri dell’Assemblea, ma piuttosto di una divisione di lavoro tra l’Assemblea e il Governo; la cui responsabilità di fronte alla Costituente permane inalterata.
E questa sovranità dell’Assemblea è sottolineata nel modo più forte dalla responsabilità di cui essa è investita in materia di leggi di approvazione dei trattati internazionali.
Onorevoli colleghi, nonostante il prezioso contributo di sangue dato dalle Forze armate del Corpo di Liberazione, dai nostri soldati, dai, nostri marinai, dai nostri aviatori, dai nostri partigiani, alla causa solidale della libertà della Patria e del mondo, l’Italia non riesce a sottrarsi, a cagione di un giudizio che riteniamo non equo, alla pesante ipoteca di un regime funesto.
Se il testo di una legge scritta su una vecchia pergamena definisce la costituzione di uno Stato, l’immagine della Patria è scolpita nella natura a caratteri giganteschi, come le vallate e le montagne che ne delimitano i sacri confini.
L’intangibilità di una giusta frontiera è quindi parte integrante della costituzione di uno Stato libero, allo stesso titolo delle sue leggi fondamentali.
E noi risentiremmo l’offesa, che potrebbe sfigurare e deformare il volto della Patria repubblicana, come un’offesa ai più sacri principi della libertà e della democrazia.

In ultima analisi, si tratta di sapere se al tavolo della pace si vorrà ferire, attraverso l’Italia libera e repubblicana, quei principi di libertà e di democrazia che per la loro universalità sono garanzia di civiltà e di pace per tutti i popoli, oppure se, rispettando i sacri diritti del nostro Paese, si asseconderà il trionfo della giustizia internazionale. (Applausi) Non so se e quando noi ci troveremo di fronte ad un trattato di pace.
Ma se il fervore di civismo democratico del Paese può contribuire a scongiurare la jattura di una pace ingiusta, eguale fervore da parte di questa Assemblea può proteggere l’Italia. Poiché, quanto più l’Italia si presenterà alla coscienza del mondo col suo volto di nazione veramente libera e democratica, tanto più la mano levata per colpire esiterà a compiere il gesto funesto. E questo, onorevoli colleghi, fissa in termini di fattivo patriottismo il vostro compito di legislatori democratici.

Onorevoli colleghi, con l’instaurazione della Repubblica italiana si inizia un periodo nuovo nella storia del nostro Paese.
Una pesante eredità di miserie e di dolori grava sul nostro presente, ma anche lo illumina un passato di gloria imperitura.
Per diradare la grigia penombra da cui siamo circondati, leviamo sempre più alta la fiamma della libertà e della giustizia. Alla sua vivida luce noi scorgeremo, sino ai limiti del più lontano orizzonte, la strada per cui si avvia la Patria risorta.
È un cammino aspro, irto di ostacoli, ma che sale verso libere altezze.
Sorreggiamola come figli devoti in questa marcia in avanti, docili ai suoi cenni materni, fedeli alla sua volontà sovrana. Viva la Repubblica italiana! Viva l’Italia!

La guerra commerciale tra Usa e cina facilita il nostro vino.

La guerra commerciale combattuta dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump con la Cina a colpi di aumenti tariffari alle frontiere ha portato le vendite di vini Usa sul mercato cinese ad un crollo del 54% nel 2019 per effetto delle ritorsioni del gigante asiatico. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti dalla quale si evidenzia che ad avvantaggiarsene è anche il vino Made in Italy che aumenta del 6,4% il valore delle esportazioni in Cina sulla base dei dati Istat relativi ai primi cinque mesi dell’anno.

Dopo essere stati tra i principali fornitori di vino della Cina, la presenza degli Stati Uniti nel settore è divenuta residuale con appena 1,6% del mercato dei vini di importazione nel Paese asiatico mentre l’Italia – sottolinea la Coldiretti – è cresciuta e detiene una quota del 6,6% che la colloca al quarto posto dopo Australia, Cile e Francia ma davanti alla Spagna, secondo elaborazioni su dati wine monitor nei primi cinque mesi del 2019.

Si tratta di un mercato importante poiché per effetto di una crescita ininterrotta nei consumi la Cina – precisa la Coldiretti – è entrata nella lista dei cinque Paesi che consumano più vino nel mondo ma è in testa alla classifica se si considerano solo i rossi. Un mercato dunque strategico per i viticoltori italiani che – conclude la Coldiretti – può essere rafforzato grazie all’accordo sulla Via della Seta.

La nuova tutela delle vittime di violenza domestica e di genere

La legge 19 luglio 2019 n.69, recante modifiche al codice penale e a quello di procedura penale, introduce nuove norme in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere.

Legge che è stata pubblicata sulla G.U. 173 del 25 luglio 2019 ed entrerà in vigore il 9 agosto p.v.

La crescita esponenziale di reati connessi alla materia di cui la normativa di modifica e aggiornamento si occupa e il loro superarsi in efferatezza e crudeltà ha evidentemente indotto il legislatore ad assumere questo provvedimento che pare interessante riassumere al fine di evidenziare al lettore ciò che d’ora in poi – fino a nuove disposizioni legislative – varrà in materia di individuazione e punibilità dei reati stessi.

In tema di indagini la polizia giudiziaria sarà tenuta ad attivarsi immediatamente comunicando al PM eventuali notizie di reato, anche per le vie brevi. A sua volta il PM dovrà ascoltare entro tre gg la presunta vittima, per la quale il tempo per presentare denuncia-querela sarà ora di 12 mesi.

Negli ospedali il Pronto soccorso dovrà attrezzarsi prevedendo un codice rosso per le violenze di genere, in modo da facilitare i tempi di valutazione clinica e conseguentemente i provvedimenti protettivi da assumere a tutela delle vittime, di competenza dell’autorità giudiziaria.

Sempre in tema di violenza di genere, gli uomini raggiunti da un provvedimento di allontanamento e divieto di avvicinarsi alla vittima dovranno indossare un braccialetto elettronico che ne consenta la reperibilità: eventuali violazioni di questa misura cautelare saranno puniti con una reclusione fino a due anni.

Nei casi di maltrattamento in famiglia vengono estese ed applicate  le norme del codice antimafia relative alla sorveglianza speciale e all’obbligo di dimora in un altro comune per l’uomo violento. È inoltre previsto un inasprimento delle pene per il reato dei maltrattamenti domestici:  la pena della reclusione viene elevata da tre a sette anni e può essere ulteriormente aumentata se la violenza è avvenuta in presenza o a danno di persona minore, di donna in stato di gravidanza o di persona con disabilità o se il fatto è stato commesso con armi.

I reati di violenza sessuale sono indubbiamente i più abominevoli e purtroppo frequenti: molti non vengono denunciati per timori di ritorsioni o per vergogna. Le nuove disposizioni prevedono tuttavia un inasprimento delle pene: nei casi di  violenza sessuale perpetrata con violenza o minaccia   la pena viene elevata in un range che va dai 6 a 12 anni mentre per la violenza di gruppo la pena massima è aumentata fino a 14 anni di reclusione; nei casi di violenze in danno di  vittime minori la pena massima è aumentata fino a 24 anni di reclusione. “Il minore di 18 anni, e questo è molto importante, è sempre considerato vittima del reato, sia che assista alla violenza sia che la subisca”, ha spiegato la relatrice Ascari. Inoltre, per gli atti sessuali con minorenni “la procedibilità” è sempre d’ufficio. Non è dunque più necessaria la presentazione della denuncia-querela dei genitori”.

Il reato di stalking, purtroppo altrettanto frequente, prevede con la legge 69 un elevamento dei limiti precedenti (da sei mesi a 5 anni di reclusione) che diventano ora da un minimo di un anno e fino a 6 anni e 6 mesi.

La reiterazione del reato agito con l’uso di acido per sfregiare la vittima ha indotto il legislatore a prevedere un caso specifico, con la reclusione da 8 a 14 anni e l’ergastolo se il fatto ha procurato la morte della vittima.

E’ stato introdotto l’art. 558-bis “Costrizione o induzione al matrimonio”. E’ punibile con la reclusione fino a 5 anni (6 se è coinvolto un minore) chi induce un’altra persona a sposarsi (anche con unione civile) usando violenza, minacce o approfittando di un’inferiorità psico-fisica o per precetti religiosi.

Viene inoltre introdotto l’art. 612-ter  “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”, (ciò che in gergo giornalistico viene definito  reato di ‘revenge porn’)  che punisce chiunque “invii, consegni, ceda, pubblichi o diffonda” fotografie o video a contenuto sessualmente esplicito di una persona senza il suo consenso; chi commette tale reato è punito con la pena da 1 a sei anni di reclusione e da 5mila a 15mila euro di multa, la con previsione di ulteriori circostanze aggravanti se l’ex partner agisce attraverso i social o i mezzi di diffusione tecnologica.

L’inasprimento delle pene introdotte dalla citata legge 69/2019 è ampiamente motivato dalla crescita esponenziale di reati a sfondo sessuale, prevalentemente commessi in danno di minori o di donne, ciò che li rende particolarmente abbietti e meritevoli di sanzioni severe. Ovviamente questi provvedimenti restrittivi hanno anche un intendimento di prevenzione: speriamo che le nuove norme raggiungano soprattutto questo risultato nei confronti di crimini sempre più frequenti e odiosi.

Milano: Ai blocchi di partenza Bike Challenge 2019

Partirà il 16 settembre la V edizione di Milano Bike Challenge 2019, la competizione della Fiab rivolta alle aziende, ai loro dipendenti e collaboratori di Milano, Monza e Brianza e relative aree metropolitane, che scelgono di usare la bicicletta negli spostamenti casa-lavoro. Fino ad oggi la gara ha coinvolto oltre 6.000 persone di 325 diverse aziende e organizzazioni pubbliche e private che hanno pedalato per ben 4.555.000 chilometri secondo le regole di quella che è considerata una vera e propria sfida in tema bike to work.

Per quarantacinque giorni (dal 16 settembre  al 31 ottobre) i partecipanti saranno invitati ad utilizzare la bicicletta per tutti gli spostamenti, cercando di coinvolgere nell’iniziativa il maggior numero di colleghi e amici. La singolarità della competizione sta nel premiare chi pedala con maggiore frequenza riuscendo altresì a far partecipare più persone possibile, invece che percorre più chilometri sulle due ruote come succede durante altri eventi.

Sul podio andranno poi le aziende, in gara per categorie in base alla dimensione dello staff, che avranno saputo mettere in sella durante la Bike Challange, la maggior percentuale di dipendenti, nonchè la realtà in grado di invogliare chi non è abituato ad usare la bicicletta, anche attraverso l’adozione di politiche aziendali e incentivi al cosiddetto bike to work.

#+BICI+SICURI è l’hashtag scelto da Federazione italiana amici della bicicletta per l’edizione di quest’anno, in concomitanza con la Settimana europea della mobilità in bici, un tema che fa suo il concetto secondo il quale più aumentano i ciclisti nel traffico, maggiore è la sicurezza per tutti gli utenti della strada, automobilisti compresi. Andare in bici è un’attività aerobica che apporta numerosi benefici fisici e che allo stesso tempo si traduce in termini di sostenibilità per l’ambiente. Un uso più intenso della bici riduce l’inquinamento e le emissioni di Co2, inoltre, diminuendo la presenza di auto nei centri storici ne aumenta bellezza e vivibilità. Milano Bike Challenge 2019 sarà realizzata con il patrocinio della Fondazione Cariplo e il supporto di partner e sponsor tra cui il sistema di bike sharing del Comune di Milano, BikeMi.

Non sempre ci si cura

Assorted pills

Il Comitato Italiano per l’Aderenza alla Terapia – CIAT, che riunisce società scientifiche, professionali e dei pazienti, ha fornito il quadro di molte patologie croniche in cui la scelta del paziente di non curarsi – omissione, dimenticanza, difficoltà di discernimento – è ancora troppo elevata.

Assume regolarmente le terapie solo 57,5% degli ipertesi, il 63,4 dei diabetici, il 52,1% di chi è ammalato di osteoporosi, fino arrivare al record, negativo, del 13,4% nel caso delle sindromi ostruttive delle vie respiratore, come la terribile Broncopnuemopatia cronica ostruttiva-BPCO.

Un quadro davvero preoccupante, che si incrocia a quello dell’invecchiamento della popolazione, visto che, come riporta ancora il CIAT, il 50% degli anziani nel nostro Paese, pari 6,8 milioni di over 65, soffre di almeno una malattia cronica. Nel caso di questa popolazione, le punte di mancata aderenza possono raggiungere quota 70%, anche perché 11 su 100, pari a 1,5 milioni di persone, devono assumere ogni giorno 10 o più farmaci.

 

La questione del nuovo partito d’ispirazione cristiana

Spesso nei nostri commenti sul “Domani d’Italia” ricorre la polemica sui rischi di un ritorno al clericalismo. Accade pertanto che qualcuno se ne adonti a ragione o a torto, laddove il torto consiste nel ritenersi investiti a sproposito, essendo la polemica indirizzata a buon conto verso altri interlocutori e per altre ragioni. Sono gli inconvenienti del dibattito politico, specie di questi tempi drogato e svilito.

Cos’è per noi il clericalismo? Potremmo definirne il senso ricorrendo alla inversione della formula con la quale un grande teologo definiva la laicità. “È laico – diceva all’incirca il nostro teologo – ciò che comporta il rispetto delle cose, assumendone il valore intrinseco”. Dunque, il clericalismo rappresenta all’opposto la svalutazione delle cose, arrivando in politica alla cancellazione del principio di realtà sull’onda di astratti presupposti morali – astratti non a motivo della loro nebulosità o evanescenza, bensì della loro meccanica traduzione nei fatti della vita, come se non implicasse, questo immergersi nell’opera quotidiana, un processo di mediazione all’interno di un determinato contesto culturale e civile.

Se si parla di un nuovo partito ispirato ai valori cristiani, la preoccupazione deve subito esercitarsi attorno alla pericolosità delle astrazioni, spesso viziate di generico volontarismo. A me non convince – e lo dico in spirito di amicizia a Giancarlo Infante – una proposta che prescinda dal giudizio concreto sulla realtà politica odierna. Il neo-Cardinale Matteo Zuppi, destinato a rappresentare il punto di riferimento dei cattolici italiani, ha voluto scorgere un’accresciuta manifestazione di unità dei credenti esattamente nella opzione anti-sovranista. Con ciò si consolida la posizione indicata da Papa Francesco.  Ora, chi si fa paladino di un nuovo partito, dovrebbe chiarire se l’anti-sovranismo fatto proprio dalla gerarchia ne determina l’accordo o piuttosto il disaccordo con la “rivoluzione parlamentare” che ha portato alla formazione del secondo governo Conte.

Non basta l’eco di una diversità – in questo caso rispetto a “sinistra” e “destra”, così da appropriarsi del “centro” – per fondare una posizione autonoma e nondimeno credibile. Qui sta l’errore dell’astrattezza e di conseguenza l’insidia del clericalismo: essere “altrove”, con la pretesa di fare a meno di classificazioni politiche, essendo queste deprivate di senso, per non essere mai purtroppo da nessuna parte.  Non è dato di capire, alla fine, se questo nuovo partito di centro nasca (o addirittura sia nato di già) per sequestrare nell’isolamento il voto dei cattolici o se debba aprirsi, com’è ovvio, alla necessaria dinamica delle alleanze.

E visto che siamo oltre le simulazioni, avendo di fronte l’epifania del suddetto partito, varrebbe la pena chiedere come voterebbero i suoi eletti in Parlamento in occasione della fiducia al governo. Finora non si è palesata nessuna intenzione precisa, sebbene nella virtualità della condotta che il quesito sollecita. Sì può essere anti-sovranisti, anche in ossequio alle preoccupazioni del Vaticano, senza prendere posizione a favore della nuova maggioranza di governo, formata in alternativa alla politica del sovranista Salvini? La questione, dunque, non riguarda l’opportunità di dar vita a una formazione di natura e vocazione popolare, conforme perciò alla tradizione del cattolicesimo democratico, bensì la coerenza di questa rispettabile e condivisibile aspirazione con la romantica seduzione dell’autosufficienza, poco importa se…cristianamente ispirata.

Commercio: volano discount alimentari

Con un aumento su base annuale del 7,2% vola la spesa nei discount alimentari. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati sul commercio al dettaglio dell’Istat relativi a luglio 2019 rispetto allo stesso mese dello scorso anno dalla quale si evidenzia peraltro che le vendite al dettaglio per i prodotti alimentari aumentano su base annua in tutte le forme distributive dalle piccole botteghe (+2,9%) ai supermercati (+2,8% fino agli ipermercati (+1,2%) %).

L’alimentare – sottolinea la Coldiretti – cresce complessivamente ad un tasso del 3,2% su base annua anche se la variazione congiunturale è leggermente negativa (-0,1%). L’aumento della spesa alimentare su base annua è un segnale positivo poiché si tratta – precisa la Coldiretti – la seconda voce del budget familiare dopo l’abitazione.

L’auspicio è che ora gli aumenti di spesa nella distribuzione alimentare si trasferiscano anche al settore agricolo che – conclude la Coldiretti –si trova in piena deflazione in settori importanti come la frutta con i compensi riconosciti per molti prodotti che non coprono neanche i costi di produzione.

10.000 anni di migrazioni raccontati dal più grande studio sul Dna

Lo studio più vasto mai realizzato sul Dna antico dell’uomo aiuta a fare luce su circa 10.000 anni di migrazioni e sulla vera discendenza delle moderne popolazioni asiatiche.

Un team internazionale composto da genetisti, antropologi e archeologi, con la partecipazione di ricercatori di diversi atenei italiani, ha analizzato il Dna di 524 individui vissuti dall’Età della pietra fino all’Età del ferro, tra 12.000 e 2000 anni fa. I risultati ottenuti sono stati pubblicati sulla rivista Science e riscrivono “la storia della parte indiana degli Indoeuropei”, come spiegato dall’antropologo Davide Pettener dell’università di Bologna.

In particolare, il lavoro coordinato dal genetista David Reich, dell’Università di Harvard, spiega  la diffusione dei linguaggi indoeuropei in parti del mondo molto distanti è un altro dei temi centrali dell’analisi svolta dai ricercatori. Alcune somiglianze genetiche notate tra gli individui dei rami indo-iraniano e balto-slavo all’interno delle lingue indoeuropee spiegano che i soggetti di entrambi i gruppi proverrebbero da un sottogruppo di pastori delle steppe che si spostò circa 5000 anni fa verso l’Europa, prima di fare ritorno in Asia centrale e meridionale nei 1500 anni successivi.

Una nuova versione che fa cadere definitivamente l’ipotesi di antenati originari dell’Anatolia e serve a spiegare secondo Reich “sconcertanti caratteristiche linguistiche in comune tra questi due rami indoeuropei, oggi separati da vaste distanze geografiche”.

Sentieri metropolitani: Bari vivaio di arte, cultura ed enogastronomia

Fino al 7 ottobre il capoluogo pugliese si vestirà a festa con le tante iniziative previste dalla manifestazione promossa e organizzata dalla Città metropolitana con la collaborazione del Comune.

l programma spazierà dalla musica all’arte, ma non mancheranno momenti dedicati alle peculiarità enogastronomiche locali e nazionali.

Il vino tornerà, infine, come protagonista a pieno titolo nelle serate del 5, 6 e 7 ottobre, presso il Teatro Margherita con l’iniziativa “Bollicine su Bari”, organizzata dall’Associazione italiana sommelier, un appuntamento durante il quale sarà possibile assaggiare spumanti pugliesi e trentini, approfondendo la conoscenza di vitigni nostrani e non grazie alla presenza dei più grandi enologi italiani.

“Sentieri metropolitani è un programma costruito per presentare ai baresi e ai turisti che ci raggiungeranno nei primi giorni di settembre, il meglio della nostra terra e della nostra cultura: l’arte, l’enogastronomia, la musica, il nostro spirito di accoglienza e i nostri contenitori più belli riaperti al pubblico – ha spiegato il Sindaco di Bari  Antonio Decaro – La città, non solo quest’anno non si è fermata ad agosto, ma riparte senza sosta verso la stagione autunnale che sarà ricca di appuntamenti culturali e sportivi, dagli eventi artistici a quelli sportivi, dai concerti alle mostre, passando per il buon cibo che rappresenta uno degli attrattori più importanti per questa terra. Questa per noi è una scommessa, vogliamo creare per Bari un’offerta continua, differenziata nei luoghi e nelle stagioni, convinti che Bari abbia tutte le carte in regola per essere una capitale turistica trecentosessantacinque giorni l’anno”.

Italiani in Germania: una mostra a Wolfsburg

Il 10 settembre 2019, presso il Municipio di Wolfsburg, a partire dalle 18:00, si terrà l’evento di inaugurazione della mostra “Italiani di Germania” e la presentazione degli omonimi libro e web documentary, alla presenza dell’Ambasciatore d’Italia in Germania Luigi Mattiolo, del Direttore Generale per gli Italiani all’estero presso il Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale italiano, Luigi Vignali, del Sindaco di Wolfsburg Klaus Mohrs, degli autori Riccardo Venturi e Lorenzo Colantoni e di numerosi altri ospiti e rappresentanti della collettività italiana.

Prima tappa di una serie che toccherà le principali città tedesche, la mostra sarà un evento multimediale che, tramite quaranta foto, video e testi, racconterà le comunità italiane in Germania dai primi del Novecento fino ai giorni d’oggi, il loro arrivo, la loro integrazione e il contributo che hanno dato – e tuttora danno – a costruire la Germania per come la conosciamo. La mostra è organizzata dall’Ambasciata d’Italia in Germania e dall’associazione Akronos.

Centro nazionale sangue: “Manca il 30% del personale”

Nei Servizi Trasfusionali italiani mancano 470 medici, circa il 30% dell’organico che sarebbe necessario a garantire tutti i servizi. Lo afferma un monitoraggio del Centro Nazionale Sangue, effettuato accogliendo le indicazioni emerse nell’ultima consultazione plenaria del Sistema trasfusionale del maggio scorso, secondo cui il numero dei trasfusionisti è in calo costante dal 2015.

La carenza mette a rischio tutte le prestazioni legate al sangue, dalla raccolta alle trasfusioni necessarie agli interventi chirurgici e alle terapie per chi soffre di malattie come la talassemia.

Secondo il censimento, al 10 luglio 2019 la dotazione complessiva di medici in servizio presso i circa 270 Servizi trasfusionali italiani, espressa in numero Full Time Equivalent (FTE o equivalente a tempo pieno), risulta di 1.588 unità, in calo dell’8% rispetto allo scorso dicembre, con un trend in discesa che non varia dal 2015.

La carenza di 470 medici nell’organico attuale, sottolinea il Cns, nel prossimo triennio è destinata ad aggravarsi ulteriormente a causa del turnover.

Da un Matteo all’altro

Di errori, Salvini ne ha commessi diversi. Ce ne sono quelli a carattere meno vistoso e qualcuno piuttosto grossolano. Per prima cosa non si possono servire due padroni. O si sta da una parte o si sceglie l’altra. Perché quelle due figure a cui ci si piega, tra loro sono in ostile concorrenza. O si viaggia sulla carrozza Atlantica, o si poggia il sedere sulla troica Siberiana. Non si può pretendere di passare inosservati quando si sceglie un mezzo, in quanto il contro altare passa il suo tempo ad osservare quanto capiti alla sponda opposta.

Far la foto con Donald Trump e tramare chissà quali cose a Mosca è un errore madornale. Infatti, sono gli americani che hanno fatto circolare le vicende circa il possibile “malaffare” consumato all’Hotel Metropol di Mosca. Credo che una mossa di questo genere abbia avuto le sue ripercussioni sul piano politico internazionale e Trump non abbia certo digerito questi italici servilismi nei riguardi di uno dei suoi più grandi antagonisti.

Giunge però, alla mossa del tutto inopinata, credo sia da ricordare come un’azione così negativa, da meritarsi una menzione nei manuali di “cosa non fare”, quando l’8 di agosto pensa di aver messo nel sacco il suo Presidente del Consiglio dei Ministri, senza aver fatto minimamente i calcoli di quali potessero essere le contromisure dei suoi immediati avversari. Un autogol senza appelli. È inutile che cerchi di giustificare l’avventata decisione, più si muove, tanto più emerge il tratto folle, puerilmente manifestato quel giorno d’agosto.

Questo è un esempio in cui l’improvvisazione intervenga lungo la via della storia e, come per incanto, devii la traiettoria della stessa, come fosse stato sparato un colpo di fucile che rimodelli improvvisamente la scena in cui si svolgono le azioni. Una discontinuità priva di cause, se non quelle imputabili ad una estrosità del tutto ingiustificata. Fare male i conti con quanto si ha in tasca, si rischia di bruciare in un istante tutto il capitale accumulato in banca.

È un bel dire oggi, di tenere stretti i consensi, non è possibile. Molti di questi si acquistano per i semplice fatto di essere in sella e di suonare le trombe, non appena ti auto disarcioni puoi suonare tutte le musiche del mondo, ma una parte delle simpatie decidono di girarti le spalle. In politica, e Salvini in Parlamento c’è da più di venti anni, queste leggi non si possono non conoscere.

A me non pare vero che ci sia girata la pagina con questa funambolica accelerazione; solo qualche settimana fa, più o meno a luglio, parlando con i miei amici, andavamo dicendo che Salvini resterà sulla cresta dell’onda per diversi anni. E, noi tutti, non per modestia, ma per età, avevamo alle spalle una lunga esperienza di commenti politici.

La verità, ce lo insegna l’impero renziano, non ha più il respiro lungo di altre epoche. Qui, improvvisamente, per motivi sostanzialmente riscontrabili alla farraginosità della preparazione politica, hanno durate effimere: qualche anno di grandi fasti e poi l’ammainabandiera in fretta e furia.

Dobbiamo convivere con il senso di totale precarietà anche per quelli che sembrano essere dei giganti e che, invece, per qualche spillo di troppo ficcato chissà dove, svelano una costituzione gracile ed inconsistente.

Siamo pertanto invitati, tutti quanti, a non spingere troppo in avanti lo sguardo quando si tratta di pensare ai destini di coloro che, fortunosamente, si trovano a sbandierare una ricchezza di consensi fuori luogo.

Identità cristiana e progetto politico: dobbiamo passare ai fatti.

La garbata e amichevole dialettica attorno alla “questione identitaria” che traspare tra Rete Bianca e Politica Insieme – cito per tutti gli ultimi ottimi interventi di Lucio D’Ubaldo e Giancarlo Infante – non è nuova nella vicenda politica dei cattolici italiani.
Basti pensare al confronto tra Degasperi e Dossetti.

Il mondo è cambiato rispetto al tempo di questi due grandi protagonisti della nostra storia, ma il senso fondante di quel confronto (al di là delle soluzioni che la storia ha disposto) si ripropone ancora oggi. Facciamocene una ragione. Esso fa parte integrante del nostro cammino e deve richiamarci alla logica della complementarietà. “Et et” piuttosto che “aut aut”. Lo richiedono, del resto, i “segni” del nostro tempo.
Da un lato, il valore della laicità della politica è ormai patrimonio consolidato della comunità dei credenti. Deriva dalla piena condivisione della “democrazia” e da una prospettiva ecclesiale finalmente liberata da ogni tentazione impropria, nonostante i crescenti e diffusi rigurgiti fondamentalisti della destra cattolica contro Papa Francesco.

Dall’altro, quanto accade nelle nostre società, a livello nazionale e globale, segnala come grande emergenza la questione della “ispirazione” della politica. Essa è altrimenti preda del pragmatismo effimero ed auto referenziale del potere fine a se stesso, che risponde agli interessi del più forte e nega di fatto la sua vocazione a servizio del bene comune e di chi – qui ed ora – non ha voce e rappresentanza. Nessuna delle sfide del nostro tempo (da quella ambientale a quelle sociali, demografiche e tecnologiche e perfino antropologiche) può essere affrontata da una politica priva di una bussola valoriale.

Le “identità” culturali – in naturale costante evoluzione – sono sempre più il presupposto di una buona politica, consapevole della sua “limitatezza” ed assieme della sua funzione “alta”. Dunque, identità e progetto politico declinato su un piano di laicità non sono in conflitto e non sono dissociabili. A maggior ragione oggi, se vogliamo concorrere al futuro delle nostre comunità preparando una alternativa al rischio del declino “post democratico”, tutt’altro che scongiurato.

Parlo di “identità” come riferimento – costantemente in divenire nella storia, perché non “ideologica” – ad una “cultura” sociale e politica ispirata laicamente al messaggio cristiano. Come coscienza di una eredità: quella dei movimenti sociali e politici che hanno condotto battaglie “popolari” per la affermazione dei diritti dei più deboli e per la liberazione da ogni forma di sopraffazione. Come coscienza di un “carisma”: quello di chi ricerca laicamente le vie possibili per orientare il “regno degli uomini” verso l’orizzonte del “Regno”, sapendo che le due dimensioni non possono  ontologicamente coincidere, ma impegnandosi per attenuare, con responsabilità, le antinomie che tra esse la storia degli uomini produce.

Come coscienza di una “missione”: quella di innervare la democrazia con uno spirito autenticamente comunitario e di far sì che essa sia strumento di tutela e, ove serva, di riscatto della dignità della persona, oltre ogni discriminazione e ogni rischio di emarginazione. Come coscienza, infine, di una “visione delle istituzioni pubbliche”: quella che afferma la loro grandezza, mai però a discapito del primato della società, ma anzi al suo rispettoso servizio.

“Lo Stato è, nella sua essenza, il divenire della società nella storia, secondo il suo ideale di giustizia”, scriveva Aldo Moro. Tra questa “identità” e il senso di un “progetto politico” vissuto laicamente (e condiviso, seppur in visibile e credibile autonomia, con tutte le forze di buona e convergente volontà) non vedo contrasto alcuno.  Semmai vedo, come vediamo tutti, la drammatica urgenza di aggiornate declinazioni, di nuove, competenti e coraggiose leadership, di generose disponibilità.

E vedo la necessità di “passare dalle parole ai fatti”, come bene ha scritto in questi giorni Alessandro Risso a nome della Associazione dei Popolari del Piemonte.

La DC fu una politica

Pubblichiamo la lettera che Marco Follini ha inviato a Claudio Cerasa, direttore del Foglio. Il giornale l’ha inserita ieri, 7 settembre, nell’apposita rubrica, unitamente alla risposta del direttore (anch’essa qui riprodotta).

Caro direttore, 

i giornali traboccano di azzardati paralleli storici secondo cui questo governo sarebbe “democristiano”. 

Mi permetto di obiettare. 

Non basta mediare, non basta barcamenarsi, non basta conciliare cose controverse, non basta parlare con toni sommessi, non basta evitare di picchiare i pugni sul tavolo, non bastano il diavolo e l’acqua santa, non basta neppure escludere i più truci e faziosi (o almeno uno di loro). 

La Dc fu una politica, non una tecnica. E la politica non si può mai ridurre solo al metodo. Vedere riproposta la storia democristiana sotto le mentite spoglie dell’ex avvocato del popolo è un modo di raccontare le cose che a me pare molto, molto fantasioso.

Risposta

Chi vede in questo governo un compromesso storico, descrive la nuova maggioranza come se fosse una reincarnazione della vecchia Dc. 

Chi vede in questo governo solo un compromesso tattico, più stoico che storico, descrive la nuova maggioranza come frutto non di un incrocio di culture compatibili ma come un incrocio dettato dallo stato di necessità.

I primi, vogliono che Pd e M5S diventino marito e moglie. I secondi, vogliono che Pd e M5S si facciano al massimo una scappatella. 

Noi stiamo con i secondi.

 

L’Europa e l’Italia verso una politica espansiva

  1. Articolo già apparso sulle pagine di  Orbisphera a firma del suo direttore  Antonio Gaspari 
La nascita di un governo fondato su una solida maggioranza è una buona notizia. Soprattutto se si pensa ai problemi economici e istituzionali che avrebbero potuto crearsi in una situazione di elevata incertezza, determinata dall’esercizio provvisorio di bilancio e dal rischio dell’aumento dell’Iva.
È troppo presto per dire che il nuovo governo farà bene, ma osservando la situazione come cittadini che guardano al bene comune, al di là di interessi o posizioni di parte, riteniamo di poter esprimere un cauto ottimismo.
Il governo sembra solido sui numeri. È composto da tre partiti che, alle elezioni politiche del 2018, hanno raccolto il 58,9% dei consensi (32,7% Mov5Stelle; 22,8% Pd; 3,4% Leu).
Un dato positivo che è stato subito colto dal mondo dell’economia e degli investitori.
Fin dal primo momento in cui si è cominciato a parlare del nuovo governo, lo spread è sceso di oltre 100 punti e la Borsa ha fatto segnare incrementi che non si vedevano da anni.
In termini reali, il calo dello spread ha fatto risparmiare all’Italia e agli italiani circa 800 milioni di Euro grazie alla riduzione degli interessi sul debito pubblico. Una cifra, quest’ultima, che si riferisce al solo mese di agosto. E se dovesse proseguire l’attuale trend, il risparmio sarà di 5 miliardi entro la fine dell’anno e di 15 miliardi nell’anno 2020.
Le buone sensazioni vengono confermate anche dal programma condiviso, che, pur essendo poco dettagliato, mostra una linea di condotta orientata in funzione espansiva.
Le intenzioni sembrano chiare: contrasto alla povertà; riduzione della tassazione su lavoratori ed imprese; incentivazione della green economy; investimenti per far crescere imprese e occupazione; realizzazione di alcune grandi opere; incremento della spesa in sanità, scuola, università e ricerca; collaborazione piena e convinta con l’Unione europea.
È evidente che tali politiche potranno essere realizzate solo se sarà possibile sforare il deficit con una maggiore flessibilità, passando dall’attuale percentuale del 2,4% ad almeno il 2,9%.
In tale prospettiva, è importante tener conto di alcune positive indicazioni che giungono dall’Unione europea.
Christine Lagarde, già direttrice del Fondo Monetario Internazionale nonché nuovo presidente della Banca Centrale Europea, ha annunciato un sostegno alle politiche espansive dell’Europa e ha salutato con favore la nomina di Roberto Gualtieri a ministro del Tesoro italiano: “La sua investitura – ha dichiarato – è un bene per l’Italia e per l’Europa”.
Il neo ministro del Tesoro Roberto Gualtieri, eurodeputato da dieci anni, possiede una elevata competenza in merito alle problematiche comunitarie essendo stato presidente della Commissione per i problemi economici del Parlamento europeo. Il suo punto di vista può essere riassunto in un concetto da lui più volte sottolineato: “L’Europa deve far vedere che, oltre all’austerità, lavora anche per la crescita”.
Nel corso della sua permanenza a Bruxelles, Gualtieri ha dato prova di flessibilità e apertura. Si è distinto per aver chiesto un cambio di indirizzo delle regole europee con manovre che rendano più espansive le politiche economiche, favorendo investimenti destinati alla sostenibilità ambientale e dedicando una maggiore attenzione alla questione sociale e alla lotta contro l’evasione fiscale.
La carica di ministro per gli Affari Europei del nuovo governo italiano è stata conferita a Vincenzo Amendola, 46 anni e un curriculum interamente incentrato su una lunga e consolidata esperienza dei principali dossier di politica estera.
L’Italia, in Europa, è rappresentata dal presidente del Parlamento Europeo David Sassoli. Ed è in corso la nomina dell’ex premier Paolo Gentiloni alla carica di Commissario europeo nella squadra guidata da Ursula von der Leyen.
Insomma, la situazione internazionale è difficile, complicata e piena di insidie, ma un’Unione europea rinnovata potrebbe dare una risposta nuova, espansiva e propositiva alla crisi. E in questo contesto, il nuovo governo italiano ha la possibilità di riaffermare il prestigio dell’Italia quale Paese fondatore dell’Ue.

Mobilità sostenibile: Venezia strizza l’occhio all’idrogeno

A Mestre, il Comune e la Città Metropolitana di Venezia, Eni e Toyota hanno sottoscritto un accordo rivolto alla realizzazione di una stazione di rifornimento a idrogeno nel territorio comunale. L’intesa prevede che, in caso di conclusione positiva dello studio di fattibilità che verrà subito avviato, Eni renda operativa una stazione di rifornimento di idrogeno in una delle infrastrutture di servizio della società situate nel territorio municipale veneziano, da individuare entro il 31 dicembre 2019. Toyota, invece, metterà a disposizione una flotta di 10 Mirai che verrà rifornita nell’impianto stesso.

“A Venezia, una delle città più resilienti del mondo – ha detto il Sindaco del capoluogo veneto Luigi Brugnaro – siamo partiti dal presupposto che la sostenibilità ambientale fa sempre il paio con il tema delle risorse economiche. Vogliamo dimostrare che l’attenzione all’ambiente, non deve essere percepita come un costo per la collettività, ma diventa volano per l’economia circolare. Un esempio per l’Italia e l’Europa che nasce nel cuore produttivo ed industriale di Porto Marghera. Con Eni e Toyota implementiamo una partnership pubblico-privata che punta alla ricerca ed innovazione a ricaduta produttiva”.

“L’idrogeno è una molecola che già usiamo nelle nostre attività – ha sottolineato il responsabile Refining and Marketing Officer di Eni, Giuseppe Ricci  – in particolare nel ciclo bio della raffinazione, principalmente per rimuovere l’ossigeno dalle cariche vegetali, dagli oli usati di frittura, grassi animali e altri scarti con cui a Porto Marghera produciamo biocarburanti. Abbiamo inoltre iniziato a investire studiando tecnologie per la sua produzione a partire dai rifiuti solidi urbani e dalle plastiche non riciclabili, oltre che per la mobilità, di cui l’accordo appena sottoscritto rappresenta un importante milestone per un futuro low carbon. L’idrogeno costituisce un tassello importante nel percorso di de-carbonizzazione di Eni per la riduzione delle emissioni di gas climalteranti. Con le stazioni idrogeno, Eni intende rafforzare ulteriormente la sua offerta di carburanti a basso impatto ambientale: in una rete di 4.400 impianti, 3.500 erogano Eni Diesel+, il gasolio che contiene il biocarburante prodotto nella bioraffineria di Venezia e da poco anche da quella di Gela, mentre circa 200 impianti erogano metano (di cui 2 GNL) e presto anche bio-metano”.

“E’ un giorno molto importante per lo sviluppo dell’infrastruttura di rifornimento d’idrogeno in Italia e siamo orgogliosi di fare la nostra parte insieme con Venezia e con Eni, due partner d’eccellenza, che condividono con noi obiettivi ed ideali di sostenibilità – ha aggiunto l’amministratore delegato di Toyota Motor Italia, Mauro Caruccio. Siamo convinti del potenziale dell’idrogeno per favorire il processo di decarbonizzazione della nostra società. Nel percorso verso una mobilità a zero emissioni avrà un ruolo da protagonista e complementare con altre soluzioni tecnologiche elettrificate. Per questo motivo abbiamo iniziato ad investire nello sviluppo della tecnologia a celle a combustibile oltre 20 anni fa e nel 2014 abbiamo introdotto Mirai, prima berlina a idrogeno prodotta in serie, frutto della continua evoluzione della piattaforma ibrida-elettrica di Toyota”.

Papa in Madagascar: “La deforestazione a vantaggio di pochi compromette il futuro”.

aluto cordialmente il Presidente della Repubblica del Madagascar e lo ringrazio per il suo gentile invito a visitare questo Paese, come pure per le parole di benvenuto che mi ha rivolto. Lei, Signor Presidente, ha parlato con passione, ha parlato con amore per il Suo popolo. La ringrazio per la Sua testimonianza di patriota. Saluto anche il Primo Ministro, i Membri del Governo, del Corpo Diplomatico e i rappresentanti della società civile. E rivolgo un saluto fraterno ai Vescovi, ai membri della Chiesa Cattolica, ai rappresentanti di altre confessioni cristiane e di diverse religioni. Grazie a tutte le persone e le istituzioni che hanno reso possibile questo viaggio, in particolare al popolo malgascio che ci accoglie con grande ospitalità.

Nel preambolo della Costituzione della vostra Repubblica, avete voluto sigillare uno dei valori fondamentali della cultura malgascia: il fihavanana, che evoca lo spirito di condivisione, aiuto reciproco e solidarietà. Include anche l’importanza dei legami familiari, dell’amicizia e della benevolenza tra gli uomini e verso la natura. Così si rivelano “l’anima” del vostro popolo e quei tratti peculiari che lo contraddistinguono, lo costituiscono e gli permettono di resistere con coraggio e abnegazione alle molteplici avversità e difficoltà che deve affrontare quotidianamente. Se dobbiamo riconoscere, valorizzare e apprezzare questa terra benedetta per la sua bellezza e la sua inestimabile ricchezza naturale, non è meno importante farlo anche per quest’“anima” che vi dà la forza di rimanere impegnati con l’aina (vale a dire con la vita), come ha ben ricordato padre Antonio di Padova Rahajarizafy, S.J.

Dopo che la vostra Nazione ha riguadagnato la sua indipendenza, essa aspira alla stabilità e alla pace, attuando un’alternanza democratica positiva che attesta il rispetto della complementarità degli stili e dei progetti. E questo dimostra che «la politica è un veicolo fondamentale per costruire la cittadinanza e le opere dell’uomo» (Messaggio per la 52ª Giornata Mondiale della Pace, 1 gennaio 2019) quando è vissuta come servizio alla collettività umana. È chiaro, quindi, che la funzione e la responsabilità politica costituiscono una sfida continua per coloro che hanno la missione di servire e proteggere i propri concittadini, in particolare i più vulnerabili, e di favorire le condizioni per uno sviluppo dignitoso e giusto, coinvolgendo tutti gli attori della società civile. Perché, come ricordava San Paolo VI, lo sviluppo di una nazione «non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» (Enc. Populorum progressio, 14).

In questa prospettiva, vi incoraggio a lottare con forza e determinazione contro tutte le forme endemiche di corruzione e di speculazione che accrescono la disparità sociale e ad affrontare le situazioni di grande precarietà e di esclusione che generano sempre condizioni di povertà disumana. Da qui la necessità di introdurre tutte le mediazioni strutturali che possano assicurare una migliore distribuzione del reddito e una promozione integrale di tutti gli abitanti, in particolare dei più poveri. Tale promozione non può limitarsi alla sola assistenza, ma chiede il riconoscimento di soggetti giuridici chiamati a partecipare pienamente alla costruzione del loro futuro (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 204-205).

Inoltre, abbiamo imparato che non possiamo parlare di sviluppo integrale senza prestare attenzione alla nostra casa comune e prendercene cura. Non si tratta solo di trovare gli strumenti per preservare le risorse naturali, ma di cercare «soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale» (Enc. Laudato si’, 139).

La vostra bella isola del Madagascar è ricca di biodiversità vegetale e animale, e questa ricchezza è particolarmente minacciata dalla deforestazione eccessiva a vantaggio di pochi; il suo degrado compromette il futuro del Paese e della nostra casa comune. Come sapete, le foreste rimaste sono minacciate dagli incendi, dal bracconaggio, dal taglio incontrollato di legname prezioso. La biodiversità vegetale e animale è a rischio a causa del contrabbando e delle esportazioni illegali. È vero che, per le popolazioni interessate, molte di queste attività che danneggiano l’ambiente sono quelle che assicurano per il momento la loro sopravvivenza. È dunque importante creare occupazioni e attività generatrici di reddito che siano rispettose dell’ambiente e aiutino le persone ad uscire dalla povertà. In altri termini, non può esserci un vero approccio ecologico né una concreta azione di tutela dell’ambiente senza una giustizia sociale che garantisca il diritto alla destinazione comune dei beni della terra alle generazioni attuali, ma anche a quelle future.

Su questa strada, dobbiamo impegnarci tutti, compresa la comunità internazionale. Molti suoi rappresentanti sono presenti oggi. Bisogna riconoscere che l’aiuto fornito da queste organizzazioni internazionali allo sviluppo del Paese è grande e che rende visibile l’apertura del Madagascar al mondo. Il rischio è che questa apertura diventi una presunta “cultura universale” che disprezza, seppellisce e sopprime il patrimonio culturale di ogni popolo. La globalizzazione economica, i cui limiti sono sempre più evidenti, non dovrebbe portare ad una omogeneizzazione culturale. Se prendiamo parte a un processo in cui rispettiamo le priorità e gli stili di vita originari e in cui le aspettative dei cittadini sono onorate, faremo in modo che l’aiuto fornito dalla comunità internazionale non sia l’unica garanzia dello sviluppo del Paese; sarà il popolo stesso che progressivamente si farà carico di sé, diventando l’artefice del proprio destino.

Ecco perché dobbiamo prestare un’attenzione e un rispetto particolari alla società civile locale, al popolo locale. Sostenendo le sue iniziative e le sue azioni, la voce di coloro che non hanno voce sarà resa più udibile, così come le varie armonie, anche contrastanti, di una comunità nazionale che cerca la propria unità. Vi invito a immaginare questo percorso nel quale nessuno è messo da parte, o va da solo o si perde.

Come Chiesa, vogliamo imitare l’atteggiamento di dialogo della vostra connazionale, la Beata Victoire Rasoamanarivo, che san Giovanni Paolo II beatificò nella sua visita di trent’anni fa. La sua testimonianza d’amore per la sua terra e le sue tradizioni, il servizio ai più poveri come segno della sua fede in Gesù Cristo ci mostrano la via che anche noi siamo chiamati a percorrere.

Signor Presidente, Signore e Signori, desidero riaffermare la volontà e la disponibilità della Chiesa Cattolica in Madagascar di contribuire, in un dialogo permanente con i cristiani delle altre confessioni, con i membri delle altre religioni e con tutti gli attori della società civile, all’avvento di una vera fraternità che valorizzi sempre il fihavanana, promuovendo lo sviluppo umano integrale, affinché nessuno sia escluso.

Con questa speranza, chiedo a Dio di benedire il Madagascar e coloro che vi abitano, di conservare la vostra bella isola pacifica e accogliente, e di renderla prospera e felice! Grazie.

Save the Children: “In Italia, solo un bambino su 10 può accedere a un asilo nido pubblico”.

In Italia, solo un bambino su 10 può accedere a un asilo nido pubblico, con picchi negativi che si registrano in regioni come Calabria e Campania, dove la copertura è pressoché assente e, rispettivamente, solo il 2,6% e il 3,6% dei bambini frequenta un nido pubblico.

È quanto emerge dal rapporto “Il miglior inizio – Disuguaglianze e opportunità nei primi anni di vita” diffuso da Save the Children, in concomitanza con l’inizio dell’anno scolastico. Il rapporto contiene i risultati di una indagine pilota condotta tra marzo e giugno 2019 in 10 città e province italiane – Brindisi, Macerata, Milano, Napoli, Palermo, Prato, Reggio Emilia, Roma, Salerno e Trieste – realizzata in collaborazione con il Centro per la Salute del Bambino, che ha anche fornito una supervisione scientifica assieme all’Istituto degli Innocenti e all’Università di Macerata .

L’indagine ha coinvolto direttamente 653 bambini di età compresa tra 3 anni e mezzo e 4 anni e mezzo, ai quali, nell’ambito di incontri individuali a scuola con educatori appositamente formati, sono stati sottoposti i quesiti dello strumento Idela (International Development and Early Learning Assessment), sviluppato da Save the Children International nel 2014, che opera una valutazione su quattro aree di sviluppo: fisico-motorio, linguistico, matematico e socio-emozionale. “

È fondamentale che il prossimo Governo assuma tra le proprie priorità quella dell’investimento nell’infanzia a partire dai primi anni di vita, promuovendo in Italia un’agenda per la prima infanzia, che preveda un piano organico di interventi di sostegno alla genitorialità, servizi educativi di qualità e accessibili a tutti, misure di welfare familiare, lotta alla povertà economica ed educativa, sostegno all’occupazione femminile e conciliazione tra lavoro e famiglia”, afferma Raffaela Milano, direttrice dei Programmi Italia – Europa di Save the Children.