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Protezione civile: nasce la settimana nazionale, dal 13 ottobre iniziative in tutta Italia

13 ottobre 2019. È questa la data da segnarsi, è questa la data, storica, in cui partirà la Settimana della Protezione civile. La pagina del sito su cui siete stati indirizzati è proprio dedicata al racconto delle numerose iniziative che a livello nazionale e locale caratterizzeranno i 7 giorni in cui i cittadini italiani potranno entrare a contatto con le donne e gli uomini del Servizio nazionale della protezione civile, un sistema integrato, un grande network, quasi unico al mondo che opera 24 ore al giorno per la prevenzione e la protezione dai rischi.

La Settimana della Protezione civile è nata da una specifica decisione governativa, la Direttiva firmata dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte il 1° aprile scorso. Con questa Direttiva viene infatti ufficialmente istituita una serie di eventi e iniziative da svolgersi su tutto il territorio italiano dalle metropoli ai comuni più piccoli “volte alla diffusione della conoscenza e della cultura di protezione civile, allo scopo di promuovere e accrescere la resilienza delle comunità attraverso l’adozione di comportamenti consapevoli e misure di autoprotezione da parte dei cittadini, nonche’ a favorire l’informazione alle popolazioni sugli scenari di rischio e le relative nuove norme di comportamento, nonche’ quelle inerenti la moderna pianificazione di protezione civile”.

La scelta di tenere la Settimana di Protezione civile dal 13 al 19 ottobre sta nella contemporaneità con la Giornata internazionale per la riduzione dei disastri naturali, dichiarata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. L’obiettivo della Settimana non è solamente quello di presentare le attività delle componenti e delle strutture operative della Protezione civile. L’obiettivo è l’incontro, l’obiettivo è lo stare insieme, l’obiettivo è conoscerci e l’obiettivo è sottolineare cosa è importante nel mondo di oggi e nella vita quotidiana per rischiare sempre meno le nostre vite, le nostre attività, i nostri beni per le calamità naturali.

Al centro di tutto ci saranno infatti le “buone pratiche di prevenzione dai rischi” ma non solo, si parlerà tantissimo di resilienza. Quella capacità che tante volte le nostre comunità hanno dimostrato di avere in abbondanza. La capacità cioè di ripartire, di ricostruire non solo in senso letterale ma anche metaforico, le strade, le case, i palazzi e l’anima delle comunità colpite da tragedie come terremoti , alluvioni, frane, eruzioni vulcaniche, tsunami o grandi incidenti industriali. Un itinerario di eventi costellerà la settimana con uno sguardo diretto soprattutto ai giovani cittadini, come specificato anche nella Direttiva d’istituzione, perché il futuro possa vedere tra le caratteristiche più importanti del nostro Paese la capacità di prevenire e di auto proteggersi adottando le misure idonee in collaborazione e coordinamento con le istituzioni di protezione civile per ridurre al minimo le vittime e i danni materiali delle calamità.

La Settimana avrà un carattere nazionale ma soprattutto territoriale. Ci saranno eventi di livello nazionale come la Conferenza nazionale delle Autorità di protezione civile individuate dal Codice della Protezione civile che si svolgerà nella sede di via Vitorchiano del Dipartimento della Protezione civile, la sede operativa al vertice del coordinamento del sistema nella gestione delle emergenze.  La Conferenza sarà presieduta dal Presidente del Consiglio, massima autorità di protezione civile del Paese. Sono poi diversi gli eventi in programma di carattere nazionale: dalle conferenze a cui partecipano gli esponenti della comunità scientifica, alle attività di diffusione della conoscenza di protezione civile rivolte a tutti gli studenti, dai più piccoli ai giovani che si affacciano al mondo dell’Università.

Accanto a questi in centinaia di piazze italiane, in Comuni grandi e piccoli si terranno gli eventi in cui i cittadini potranno incontrare gli operatori delle componenti e delle strutture operative del sistema in coordinamento con le Regioni e le Province autonome. A proposito di piazze ad aprire la settimana sarà la Campagna Io non rischio, ormai giunta alla sua nona edizione, che vedrà la presenza dei gazebo informativi in più di 850 piazze in tutt’Italia con i volontari delle associazioni locali di protezione civile che racconteranno nel dettaglio i rischi terremoto, alluvione, maremoto e da quest’anno anche il rischio vulcanico dei Campi Flegrei.

Proprio nel territorio dei Campi Flegrei il Capo del Dipartimento Angelo Borrelli dichiarerà chiusa la settimana della protezione civile al termine della grande esercitazione “EXE Flegrei” che testerà, dal 16 al 20 ottobre, la capacità del sistema di protezione civile di evacuare la popolazione in caso di dichiarazione di fase di allarme per l’eruzione del vulcano dei Campi Flegrei caratterizzato da numerose caldere sottostanti il territorio di Pozzuoli, Napoli e diversi altri comuni della zona. Un’esercitazione di carattere nazionale che vedrà la partecipazione delle regioni gemellate con la “zona rossa” nell’ambito del Piano di protezione civile nazionale.

Tutte le notizie le immagini e le testimonianze dell’esercitazione saranno disponibili in questa sezione del sito dai prossimi giorni. L’appuntamento è al 13 ottobre, per una Settimana di prevenzione, protezione e resilienza, per stare insieme per imparare cosa vuol dire fare ed essere protezione civile!

Lazio: Nuovi spazi per l’ospitalità e la cultura

Nuovi spazi per l’ospitalità, la cultura e per la promozione di iniziative turistiche: entro il 2020 la Regione Lazio avrà 12 nuovi ostelli: uno a Roma presso l’ex ospedale Santa Maria della Pietà che sarà in grado di ospitare fino a 138 persone e 11 diffusi sul territorio grazie al progetto “Itinerario Giovani” finanziato con fondi delle Politiche Giovanili e della Presidenza del Consiglio dei Ministri con i quali saranno anche realizzati 10 nuovi spazi per l’animazione culturale.

Gli ostelli, però, non saranno solo nuovi luoghi adibiti all’accoglienza, ma anche realtà multifunzionali destinate alla ricezione turistica e alla promozione culturale con l’ideazione di eventi e attività, percorsi turistico-naturali che valorizzino le risorse paesaggistiche, storico-archeologiche e i prodotti locali del territorio regionale.

Gli 11 nuovi ostelli saranno realizzati entro il 2020, ogni progetto riceverà un finanziamento che coprirà per il 50% i lavori di ristrutturazione e allestimento e per il 50% le attività di promozione nella fase di lancio. I nuovi ostelli si trovano in tutte e 4 le province del Lazio:

PROVINCIA DI VITERBO

Comune di Caprarola: OSTELLO FARNESE

Il progetto, interamente dedicato ai giovani, prevede la realizzazione di un Ostello presso le ex scuderie di palazzo Farnese, situate lungo la via Francigena. Sono previsti interventi di ammodernamento e adeguamento delle stanze e della struttura e la realizzazione di attività di animazione rivolte e realizzate dai giovani under 35.

Comune di Acquapendente: CASALE PODERNOVO

Il progetto prevede il recupero del casale Podernovo costruito negli anni ’50, situato nei pressi della frazione Torre Alfina e inserito all’interno della Riserva Naturale Monte Rufeno, che fa parte del sistema dei Parchi della Regione Lazio. Il progetto prevede la realizzazione di attività sportive, culturali e ricreative, in particolare Campi scuola volti all’aggregazione giovanile e a far conoscere il territorio e la Riserva.

PROVINCIA DI FROSINONE

Comune di Arpino: OSTELLO DI SAN LORENZO

Il progetto prevede la realizzazione di un ostello presso il complesso monumentale del Convento di San Lorenzo fondato dai frati Minori Cappuccini nel 1560. Sono previsti interventi di adeguamento della struttura alle nuove esigenze di accoglienza e la realizzazione di attività naturalistiche, spirituali, ricreative e sociali.

Comune di Anagni: OSTELLO DI ANAGNI

Il progetto rivolto ai giovani prevede la messa in funzione di un Ostello all’interno del Centro Polifunzionale di Anagni. Verranno realizzate conferenze, ripetizioni e corsi di recupero estivo, corsi di giornalismo. Di fumetto, di scrittura creativa, mostre d’arte e attività per bambini.

Comune di Trevi nel Lazio: OSTELLO COLLE MORDANI SUI MONTI SIMBRUINI

Il progetto prevede i lavori per il completamento e risanamento del complesso edilizio “Colle Mordani”, struttura situata all’interno del Parco Regionale dei Monti Simbruini, e l’adeguamento delle strutture per il soggiorno ed il pernottamento e la realizzazione di attività di animazione rivolte ai giovani turisti. Attualmente la struttura è parzialmente adibita a Centro Studi Internazionale con all’interno una “Scuola Appenninica della Filosofia Vivente”. L’idea progettuale intende valorizzare e promuovere il luogo attraverso corsi di formazione, percorsi naturalistici e promozione dei prodotti dell’eno-gastronomia locale.

PROVINCIA DI LATINA

Comune di Itri _Parco dei Monti Aurunci OSTELLO “VILLA IACCARINI”

Il progetto intende realizzare presso “Villa Iaccarini” un Eco-Ostello dove poter svolgere anche attività culturali, ricreative, sportive, ambientali, artistiche, artigianali, didattiche, formative e turistiche di potenziale interesse per i giovani turisti e la comunità giovanile del comprensorio del Parco dei Monti Aurunci.

Villa Iaccarini sorge all’interno di un’area boschiva di grande interesse naturalistico, ai margini della località San Nicola nel Comune di Itri (FR). Il bene è stato già oggetto di lavori di recupero effettuati dal Parco dei Monti Aurunci attraverso una serie di interventi strutturali e di consolidamento.

Ipab SS Annunziata di Gaeta: OSTELLO DELLA GIOVENTÙ DI GAETA

Il progetto prevede la creazione di un ostello della gioventù e l’affido delle attività di animazione ad associazioni giovanili che già operano sul territorio. L’immobile è un edificio di proprietà della Ipab all’interno del quale realizzare l’Ostello dove ospitare i giovani e avvicinare il mondo giovanile alla bellezza culturale e all’arte che Gaeta e tutto il comprensorio del sud pontino e della Provincia di Latina offrono alla collettività. Al’interno sarà presente una biblioteca e i gestori organizzeranno visite turistiche, passeggiate naturalistiche e attività culturali.

Comune di Bassiano: OSTELLO EX CASERMA

L’Ostello sarà realizzato all’interno dell’ex caserma che verrà opportunamente rifunzionalizzata per l‘accoglienza. Verranno inoltre realizzate attività di animazione gestite e rivolte ai giovani della comunità locale e ai turisti. Verranno proposte attività sportive alla scoperta del territorio come corsi di canoa sul fiume Cavata e sul lago di Paola, parapendio e escursioni naturalistiche, ma anche eventi culturali come corsi di teatro e di musica.

Comune di Pontinia: OSTELLO EX ALBERGO PONTINO

Il progetto prevede il recupero della struttura ex Albergo Pontino, struttura edificata all’inizio del XX secolo dall’Ingegnere Angiolo Mazzoni, lo stesso che in quel periodo progettò le stazioni ferroviarie di Latina e Cisterna di Latina, che oggi è in stato di abbandono. L’edificio diventerà un Ostello e potrà al contempo ospitare attività culturali, di formazione e di promozione del territorio naturalistico.

PROVINCIA DI RIETI

Comune di Configni: OSTELLO DI CONFIGNI

L’Ostello sarà realizzato all’interno di uno stabile posto nella piazza centrale del borgo medievale di Configni, oggetto negli anni passati di un intervento di recupero non ultimato. La struttura sarà recuperata e adeguata alle esigenze dell’accoglienza. Oltre ad essere uno spazio idoneo ad ospitare turisti e visitatori, sarà anche un punto di gestione di una “residenza diffusa” che valorizzi le case private sfitte e le altre strutture ricettive del territorio. L’ostello sarà anche luogo di aggregazione giovanile grazie al progetto di animazione che prevede manifestazioni culturali, eventi, festival e feste legate alla “tipicità”, con l’obiettivo di potenziare l’offerta turistica.
Comune di Rivodutri: OSTELLO DEL CAMMINO DI FRANCESCO

L’immobile si trova nel centro storico di Rivodutri e consiste nel vecchio asilo, oggi non più utilizzato. L’edificio è in buone condizioni strutturali e necessita di sole opere di adattamento e manutenzione. Il progetto si rivolge ad un target di turisti giovani (under 35) che transitato nel territorio: dai pellegrini che compiono il Cammino di Francesco, ad appassionati camminatori, da gruppi di giovani che orbitano nell’ambito diocesano a famiglie e turisti che scelgono la provincia di Rieti come meta per visite storiche e culturali. Si prevedono dunque attività di animazione rivolte ad un pubblico targhettizzato al fine di rendere l’intervento artistico e culturale il più efficace possibile.

Questi, invece, sono i comuni che ospiteranno i 10 Centri che ospiteranno progetti dedicati alla creatività e all’aggregazione giovanile: Cassino (FR), Roccasecca dei volsci – Prossedi – Maenza (LT), Latina, Riserva naturale regionale Nazzano Tevere- Farfa (RI), Rieti, Parco naturale Bracciano-Martignano (Roma), Zagarolo (Roma), Vasanello (VT), Bagnoregio (VT) e Ronciglione (VT).

Sconfiggere l’incontinenza

Il gruppo di studio guidato da Heidi Wendell Brown, e ricercatrice presso la School of Medicine and Public Health dell’Università del Wisconsin a Madison, hanno testato l’efficacia del programma “Mind Over Matter: Healthy Bowels, Healthy Bladder”,che è progettato per ridurre l’incontinenza attraverso cambiamenti nella dieta, assunzione di liquidi, esercizi del pavimento pelvico e allenamento della vescica.

Il gruppo di studio ha assegnato in modo casuale 121 donne di età pari o superiore a 50 anni con incontinenza a partecipare immediatamente al programma o a iscriversi a una lista di attesa.

Dopo quattro mesi, il 71% delle donne nel programma ha riportato miglioramenti nella gestione dell’incontinenza urinaria, rispetto al 23% delle donne nel gruppo delle liste d’attesa.

E il 55% delle donne nel programma ha riportato miglioramenti dell’incontinenza intestinale, rispetto al 27% di quelle nel gruppo delle liste d’attesa.

Più della metà delle donne presentava sia incontinenza urinaria che intestinale. Erano prevalentemente pensionate e con un’età media di 75 anni.

Le donne del programma e il gruppo della lista d’attesa sono state valutate alla fine di quattro mesi.
A quel punto, il 39% delle donne nel programma ha dichiarato che l’ incontinenza urinaria era molto migliorata, rispetto al 5% delle donne nel gruppo della lista d’attesa.
E lo stesso ha fatto il 35% delle donne nel programma con incontinenza intestinale, rispetto all’11% nel gruppo della lista d’attesa.

Perché non candidare Conte alle supplettive?

Senza indebolire il legame con il M5S, Conte va consolidando, giorno dopo giorno, la sua immagine di uomo politico a tutto tondo, con un ancoraggio culturale sempre più identificabile.

Parlando alla festa di Mdp-Articolo 1 presso l’ex Mattatoio di Roma, ha fatto un altro passo in direzione del suo accreditamento come alfiere di una corrente di pensiero, e quindi, in prospettiva, come uomo di partito. Non ha nascosto la formazione da cui viene. “Sono stato sempre molto attento (…) alla vita politica, la mia formazione è di sinistra, nel cattolicesimo democratico. Anche quando ho parlato di immigrazione ho sempre ragionato rifuggendo la formula porti aperti o porti chiusi”.

La dichiarazione di appartenenza all’area del cattolicesimo democratico desta ovviamente curiosità, ma non sorprende i bene informati. È una sfida, per qualche verso, alle “congregazioni” dell’ortodossia. Nessuno può vietare che il Presidente del Consiglio operi coscienziosamente in direzione della propria “riconoscibilità” agli occhi della pubblica opinione.

Questo sforzo individuale, di per sé interessante, dovrebbe accompagnarsi alla più generale ricostruzione del sistema politico, superando alcuni tratti di eccezionalità della vita democratica italiana. Quanto prima, allora, dovrebbe essere cancellata l’anomalia di un Presidente del Consiglio non parlamentare. L’occasione è già offerta dalle prossime elezioni suppletive per la sostituzione di Gentiloni, eletto Commissario europeo non molti giorni fa, in un collegio della Capitale..

La candidatura di Conte non dovrebbe andare incontro a obiezioni o veti inammissibili: infatti, troppo delicata è la sua attuale funzione di cerniera tra i partiti di governo. Attorno a questa candidatura è possibile favorire un’aggregazione elettorale ampia, mettendo anzitutto alla prova la tenuta della maggioranza. Se Conte dovesse farcela, il colpo più duro sarebbe inferto alla propaganda populista e anti parlamentare. Verrebbe ripristinata la regola non scritta secondo la quale il Capo del Governo è un eletto del popolo.

Grande confusione sotto il cielo

Grande confusione sotto il cielo del centro della politica italiana. La promessa della legge elettorale proporzionale crea fibrillazione in quasi tutti gli schieramenti politici. Convinto della lezione di Bobbio ( “ Destra e sinistra- Ragioni e significati di una distinzione politica”- Donzelli editore 1994 ) condivido l’idea che destra e sinistra abbiano ancora un senso e che, nella nostra attuale fase politica, questa idea si declini anche con quella della dicotomia tra sovranisti nazionalisti e europeisti fedeli agli ideali dei padri fondatori.

Ho combattuto per oltre vent’anni per la ricomposizione dell’area democratico cristiana e cattolico popolare, dovendo constatare amaramente il fallimento del progetto. Troppe le divisioni e le dispute suicide di sabotatori seriali esterni e interni a ciò che resta della DC storica, partito “mai giuridicamente sciolto”.

Mi auguro che qualcosa di nuovo possa accadere, grazie allo sforzo di amici generosi che continuano quest’ultima battaglia, cui ho dedicato molte energie rivelatesi, almeno sin qui, insufficienti e inefficaci. Il rischio che si corre oggi, è che finisca col prevalere l’illusione renziana di “un centro che guarda a sinistra”, ridotto al partito di un altro solitario conducator, incapace di operare in squadra all’interno di un partito plurale e democratico.

Prevale in Matteo Renzi, infatti, l’idea di una leadership carismatica e solitaria sostenuta da seguaci fedelissimi e ossequenti cui impartire ordini. Alla vigilia del referendum del 4 Dicembre 2016, constatammo che “ il Bomba” ( lo pseudonimo affibbiatogli dai suoi amici adolescenti fiorentini per la sua ben nota capacità a spararle grosse) seguiva la logica dei poteri finanziari forti ( JP Morgan e C. per i quali: “ la Costituzione italiana era troppo socialista”) e fummo tra coloro che vollero attivare il comitato dei Popolari per il NO, con il quale contribuimmo alla vittoria contro le proposte del “giovin signore fiorentino”.

Oggi temiamo di esser passati dall’egemonia-dominio del conducator meneghino, Matteo Salvini, a quella del “ Bomba” fiorentino che, nonostante il merito indubbio per aver contribuito al superamento del dominio salviniano, di fatto, tiene in ostaggio il parlamento e il governo con la compagnia di ventura dei suoi voltagabbana. Un manipolo di parlamentari espressione della più sciagurata e triste fase del trasformismo politico italiano.

Ritengo che un nuovo centro serva alla politica italiana, ma deve essere il risultato di una vasta e plurale unione di componenti laiche, democratiche, popolari, liberali e riformiste, europeiste, trans nazionali, che condividono i valori dell’umanesimo cristiano e si pongono in alternativa alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e alla sinistra che, in tempi brevi, si ricomporrà nel Partito Democratico. Dubito che il centro renziano “ Italia viva” possa corrispondere a quest’idea. Sono assai più forti, se non prevalenti, le motivazioni di potere che attengono alla prossima spartizione delle centinaia di nomine pubbliche che il governo farà e all’elezione del futuro presidente della Repubblica. Data questa ultima, il 2022, sulla quale Renzi ha annunciato di traguardare la sopravvivenza della legislatura.

Il sistema elettorale proporzionale, che mi auguro possa essere alla tedesca, con uno sbarramento al 3-4 %, un premio alla lista che ottenga almeno il 41% dei voti, al fine di garantire la governabilità del sistema e con l’introduzione della sfiducia costruttiva ( un governo non decade se in parlamento non si forma una nuova maggioranza), potrà favorire la nascita di questo centro. Un partito che non potrà essere espressione di “ un uomo solo al comando”, ma dovrà essere fortemente partecipato e guidato da regole democratiche, come indicato dall’art. 49 della Costituzione. Un partito aperto alla collaborazione con quanti s’impegnano nella difesa e nell’ integrale attuazione della Costituzione repubblicana.

Penso che con gli amici della DC storica, i popolari sin qui sparsi in varie sedi, quelli de “la rete bianca”, di “Politica insieme”, di “ Costruire insieme” e della “Confederazione di sovranità popolare (CSP)”, insieme agli ex PD, come gli Onn. Giacchetti e Calenda, agli amici di Forza Italia disponibili con Gianfranco Rotondi e ad altri riformisti liberali, socialisti e repubblicani, si possa attivare un processo di ricomposizione al centro con le caratteristiche di partecipazione democratica e dagli obiettivi sinteticamente indicati. Un contributo decisivo, infine, potrebbe venire anche dagli amici del M5S e dal premier Conte che, già oggi, costituiscono oggettivamente il centro del governo giallo-rosso.

L’antropologia del 1968

Il 1968 è normalmente ricondotto a considerazioni sociologiche o storico-sociologiche, alla rivoluzione dei figli del benessere o a quella degli underdog: donne, negri e svantaggiati vari. Penso che valga la pena di considerare la cosa nelle sue radici spirituali: se è vero che le idee camminano sulle gambe degli uomini, è anche vero che sono le idee a plasmare le coscienze e credo illuminante considerare il watershed del 1968 per il contenuto che in esso s’afferma. 

Le due cose che colpiscono sono la sostituzione alla realtà della sua percezione e la identificazione del diritto col desiderio. Alle quali cose s’accompagna il rifiuto di accettare obbligazioni che non siano assunte volontariamente, ma nascano dalla situazione di fatto e dalle conseguenze delle nostre scelte. Perché dovrei restare con un coniuge che s’ammala e mi riduce a infermiere o mi costringe a fare da sostegno economico unico della famiglia? Il che s’accompagna a una percezione del futuro distorta: non ho da investire sul futuro, se sono un operaio da trasformare mio figlio in geometra e mia nipote in magistrato, perché qui, ora, abbiamo diritto a tutto. Non sono nella famiglia cellula, ossia unità vivente della società, ma la vivo come somma di individualità, e la stessa individualità è unità numerica: siamo uguali tra noi non nella dignità della persona, ma nell’indifferenziazione qualitativa di quell’astrazione che è l’individuo privato delle sue determinazioni di coscienza, ossia l’individuo dell’antropologia radicale, insofferente d’ogni vincolo alla sua unicità. 

Credo che uno qualsiasi dei relatori di oggi possa dare le coordinate sociologiche del sessantotto, definire il suo portato della sostituzione della percezione psicologica alla realtà, che sottende tra l’altro la cultura del gender, descrivere l’identificazione del diritto col desiderio, fino all’assurdo snaturamento dei diritti sociali a sostegno delle più varie aspirazioni, richiamare il rifiuto delle gerarchie e la ribellione contro le obbligazioni nate dalle situazioni e come conseguenza di altre scelte, senza essere esplicitamente volute. 

Credo anche che qualsiasi reduce del sessantotto ricordi lotte per la giustizia, lotte per la libertà o magari occupazioni delle scuole, attraenti perché fatte da ragazzi e ragazze insieme. Slogan come “l’immaginazione al potere”, “siamo realisti, vogliamo l’impossibile”, o “questa non è una pipa”. Ricorda il mito della rivoluzione declinato in salsa politica, sessuale, culturale, o la sostituzione del manzoniano lei col democratico tu. Magari ricorda temi veteromarxisti come la lotta contro la scuola di classe. Antiamericanismo, Vietnam, Cina vicina, Chiesa dell’abbandono del latino e della collegialità, lamento per la rivoluzione mancata del dopoguerra, tradimento del PCI, riedizione della guerra civile: un elenco incompleto che sembra l’arte dei pazzi. Tutto è politica, la libertà è partecipazione, sono slogan d’allora restati luoghi comuni per un mentre, il secondo si sente ancora oggi. Nascono icone improbabili come Castro e Guevara. 

Il passato nel sessantotto 

Ma tutto questo è il passato presente nel sessantotto. Non è Marx il suo nume, non è Mao e nemmeno l’insignificante Marcuse, nel quale Panfilo Gentile non riusciva a trovare un briciolo di originalità. Il futuro permanente del sessantotto è nell’antropologia radicale, l’elemento drammatico è la visione dell’essere umano congiunta con la percezione del diritto. 

Nel messaggio del movimento sessantottino si danno due prospettive antropologiche contraddittorie. Da un lato ha ereditato lo statalismo e il socialismo ch’erano diventati eredità e sentire comune dopo la Grande guerra, insieme al rifiuto dell’ideale dell’individuo responsabile nella autonomia della coscienza, ma anche impegnato a far sì che la retta intenzione della sua coscienza sia pure una coscienza retta. I movimenti nati dalla guerra, comunismo, fascismo, nazismo e i loro emuli, più in generale i movimenti populisti e socialisti, avevano affermato l’obbligo della partecipazione, intesa come mobilitazione e lotta collettiva, più che come azione responsabile individuale. A essi s’accompagna la superstizione della necessità del divenire storico, d’un cammino per il quale successivo è sinonimo di migliore (come se Vasco Rossi possa essere migliore di Bach). È un altro frutto avvelenato, nel quale perdura la cultura dello storicismo per il quale il più recente è anche meglio. 

Il suo sottofondo è un’antropologia che fa della coscienza la risultante dialettica di forze oggettive, che siano quelle della psiche o quelle sociali o le forme universali del pensiero, la persona si riduce alla sua partecipazione al gioco di esse forze ed è riassorbita nel ruolo, risolta nelle sue relazioni. La libertà diventa partecipazione. La coscienza di libertà coincide con una lotta di liberazione, ossia con la partecipazione a un processo oggettivo. Liberare significa rendere capaci di partecipare, di assumere una posizione in una lotta sociale di liberazione o in una lotta psicologica di liberazione. 

Il problema è costituito dal fatto che questa è una definizione negativa della libertà, che non è vista nell’assumere una forma appropriata, ma nell’avere un ostacolo da superare, da un lato è concepita come un togliere catene, non come una direzione da prendere, da un altro come condividere una direzione di lotta, farsene strumento. 

Il futuro del sessantotto 

La novità però è altrove. Nel 1964 il Governo laburista cambia il diritto di famiglia, liberalizzando nel Regno Unito il divorzio, nel 1970 questo è istituito in Italia; nel 1967 la legge britannica legalizza l’aborto, nel 1973 nella causa Roe contro Wade la Corte Suprema, cinque contro quattro, proibisce di proibire l’aborto sotto la Costituzione degli Stati Uniti, nel 1978 la Corte Costituzionale italiana segue il trend aprendo la strada al Parlamento. I referendum del 1974 e del 1981 dimostrano queste nuove prospettive largamente maggioritarie. Se il diritto di natura coincide con l’attesa media di giustizia, questa nuova percezione lo rifonda. E infatti oggi s’arriva a dichiarare negatore del diritto di natura chi s’opponga al così detto diritto di scelta della donna o sollevi obiezioni alla famiglia gay. Al centro è l’astrazione dell’individuo presentata come diritto della persona. Spesso i cattolici si contentano che quest’ultimo termine sia usato nelle dichiarazioni del diritti, sapendo bene che è un termine loro, coniato per parlare della Trinità. Ma il contenuto reale è spesso la negazione dell’intuizione cristiana, per la quale è persona semplicemente l’essere umano, coincide con la sua esistenza in atto e la sua realtà è indipendente dalla percezione soggettiva che ne abbiamo. 

Quale antropologia? 

Mi spiego. Noi abbiamo tre diverse percezioni di noi stessi. Da un lato siamo la percezione empirica, dalle caratteristiche fisiche ai sentimenti e desideri. Da un secondo punto di vista siamo esseri pensanti, che si riconoscono come tali attraverso la mediazione del pensato: pensiamo un contenuto e ci riconosciamo in chi pensa quel contenuto, riconosciamo le leggi logiche che reggono il pensiero. Esse sono anche il framework nel quale si costituisce la società umana e, come dice Kant, sono il riferimento d’un ordine di pace interna e internazionale. 

La teoria dei diritti si è plasmata su queste due percezioni: l’individuo empirico e la sua capacità di pensare. L’individuo è persona se ha la capacità di pensare. Se non l’ha ancora raggiunta, non è 

persona – che è il sofisma per negare il diritto alla vita del concepito. Edmund Burke, di fronte alla teoria dei diritti della rivoluzione francese, ne nota il carattere astratto, ch’essa condivide con l’idea dei diritti come verità autoevidenti affermate nella Dichiarazione d’indipendenza americana, e nota come questa astrazione serve a negare il carattere empirico della politica e a fondare un processo di scristianizzazione. Se è autoevidente il mio diritto, io non sono un dono di Dio, ma una entità autosufficiente. (Talmon riconoscerà l’origine della democrazia totalitaria.) 

Idealisti e positivisti la pensano diversamente sul pensiero, ma alla fine la loro antropologia riduce la persona alla sua realtà empirica e alle forme della sua coscienza. Tuttavia la realtà empirica non è che registrazione del dato di fatto, non può giustificare la contrapposizione ad esso d’un dover essere che di fatto non è. Il fondamento morale si riduce alla forma della coscienza e, se essa è interpretata a partire dalla sua percezione della realtà, è questa percezione a costituire il fondamento etico. Non la realtà, la sua percezione. La distinzione cattolica tra una coscienza sincera e una coscienza retta diventa impossibile, tutto quello che è naturalmente possibile, perché materialmente o logicamente tale, è anche naturale, nel senso di buono o, meglio, al di là del bene e del male. Quando Paolo VI disse che la pillola nega la finalità naturale dell’atto sessuale, che avesse ragione o no, non fu capito, perché pochi continuavano a vedere nella natura fini e obbligazioni e non il campo nel quale e sul quale si esercita il nostro arbitrio. 

Non ho dimenticato la terza percezione di noi stessi. Ne parlo solo ora perché non è un orizzonte comune, non tutti riconoscono infatti l’autointuizione di sé come unità spirituale irriducibile ad altro, che ha un corpo, ha un cervello e una capacità di pensare, ha una natura, ma è un chi, è se stesso non nelle sue qualità, ma nella volontà che guida quella natura, nella disposizione al dono di sé – amore – o alla negazione di sé – odio. La Trinità è comunione perché le tre persone si definiscono solo nel rapporto reciproco: il Padre si pensa ed è tale rispetto al Figlio e il Figlio rispetto al Padre, lo Spirito è il dono dell’uno all’altro ed è ed è pensabile solo in questa relazione. L’essenza delle persona è il dono di sé, la definizione nel rapporto con l’altro. La persona non è nel fenomeno della coscienza, è la radice che differenzia una coscienza dall’altra, nonostante la comune natura razionale, e non coincide con l’individualità percepita empiricamente, che è percezione del dato, non suo governo, anche se ovviamente la persona è realizzata con l’esistenza concreta dell’essere umano, dal momento del suo prima inizio1. 

Non so se tutti i cristiani accetterebbero questa descrizione della loro antropologia, ma è chiaro che la tradizione cristiana riconosce l’imago Dei nell’essere umano dall’istante del suo concepimento e lo riconosce come coincidente col diritto nella sua concretezza: il diritto di natura per Rosmini è la persona umana sussistente. Ossia è il singolo essere umano nell’atto della sua esistenza. Che è l’esistenza d’una natura razionale, ossia d’un individuo responsabile che riconosce quello che è, non lo crea. Il diritto dell’essere umano trova il fondamento nella sua capacità di agire secondo coscienza. 

Mi si può obiettare che questo è quello che dicono tutti, specialmente i radicali. Ma non è così, perché la coscienza non coincide con la percezione della mia irriducibilità empirica e della volontà come volontà d’arbitrio. Agire in coscienza non vuol dire agire arbitrariamente, perché le mie azioni debbono rispettare la mia identità relazionale e la mia identità naturale, l’omicidio è il delitto maggiore perché nega la relazione tra gli esseri umani, l’aborto ne è una forma, perché nega la 

1 Maritain in Approches sans entraves, Idea tomista dell’evoluzione, par. 6, sostiene che l’infusone dell’anima spirituale richiede che sia pronta la materia capace della forma spirituale, quindi lo sviluppo del cervello nel concepito. Non ne trae la conclusione della liceità dell’aborto, perché si tratta di vita umana, ma a me sembra una posizione comunque debole, in quanto la realtà in atto dell’ente e la sua natura sono date al concepimento e non si vede perché se ne debba escludere l’attualità spirituale della sostanza, descritta dall’uso della parola anima. 

relazione madre figlio, sussistente sia che il figlio sia auspicato, sia che non lo sia. Nella visione radicale l’individualità è di tipo matematico, ossia si definisce per sé e in sé. I numeri nascono perché noi ci poniamo di fronte a un insieme di unità pensabili indipendentemente l’una dall’altra, per poi essere collegate con relazioni d’ordine in coppie, terne e così via. Gli individui riconosciuti empiricamente stanno per sé, ad essi s’aggiungono relazioni che, essendo capaci di decisione, possono anche essere rifiutate, non sono vincolanti perché non entrano nella sua definizione. Invece nell’intuizione cristiana la determinazione della relazione, il dono di sé, è la forma che assume la persona e il senso della sua vita. L’essere genitori è il dono di sé ai figli, è la vocazione che trova risposta nella decisione che consente, definitivamente. 

La prospettiva cristiana implica che io sia dono. La prospettiva radicale che io sia la percezione di me. La prospettiva cristiana implica che io sia atto d’esistenza, ente in actu exercito, quella radicale che io sia il soggetto di atti arbitrari. Nella prima sono soggetto di diritto in quanto sono soggetto di dovere, non nel senso che il diritto altrui limita il mio, ma in quello che la logica della situazione coinvolta dalla decisione originaria costituisce un impegno cogente: siete marito e moglie in ricchezza e in povertà, in salute e in malattia. O che la logica della situazione di fatto costituisce una vocazione cogente per quello che sono come dono: se vedo una persona che annega e so nuotare, debbo mettere la mia vita a repentaglio per salvarla. Al centro non è il diritto alla ricerca della felicità, a inseguire il piacere o qualsiasi cosa possa ritenere darmi la felicità, ma la vocazione a esistere come dono, perché l’identità ultima non è nelle mie qualità e attitudini, ma nella mia relazionalità. 

Le conseguenze della vittoria dell’antropologia radicale 

Originariamente le nostre carte dei diritti sono state scritte per una società cristiana, la riduzione antropologica che s’afferma nel sessantotto le snatura. Essa inoltre colpisce anche l’altra branca dell’antropologia sessantottina, ossia quella che risolve la coscienza nella risultante dialettica di forze oggettive e assume gli impegni dello storicismo socialista. I nuovi underdog non sono gli operai che debbono prendere il potere, la liberazione della classe e attraverso la classe, ma donne e giovani, minoranze etniche, omosessuali e handicappati. Se ne rivendica la dignità umana e quindi la parità nei diritti, ma essi non sono classi, bensì categorie, somme di individui aggregati nella rivendicazione della parità delle opportunità. Il passaggio dalla classe alla categoria toglie le relazioni unificanti, la dialettica della composizione organica del corpo sociale, per sostituirla con una società dell’aggregazione delle unità e della giustapposizione delle parti, in un sostanziale apartheid nel quale le famiglie umane condividono il territorio senza dialogare tra loro, come è nella mal sognata comunità multiculturale dei nostri giorni, completa negazione della realtà relazionale e quindi dialogica della persona, che dialoga non per accettare il diverso nella sua diversità, ma per lottare con lui alla ricerca della verità comune. 

L’effetto combinato della percezione di sé nella dialettica sociale e di quella di sé come autopercezione conduce a una drastica reinterpretazione dei diritti civili e di quelli sociali. Acquisto il diritto civile al mio desiderio e quello sociale a vederlo gratificato dalla collettività. Ma insieme chiedo alla società di trasformare questo mio sentire in sentire comune e cogente, di imporre una correttezza politica che omologa. Guai a chiamare negro il negro o cieco il cieco: le prole non sono neutre indicazioni di dati di fatto, ma etiche determinazioni di valore, e va rifiutata ogni differenza che configuri una differenza di valore tra gli esseri umani. Il che comporta un uguale diritto al successo: anche se sono una schiappa ho diritto ad aspirare ad essere il centravanti della Nazionale. 

La tragedia educativa del sessantotto non nasce dalla contestazione della scuola classista. Ricordo il me stesso diciassettenne seduto nella platea del teatro comunale a sentire Gianni Pugliese criticare l’assetto classista della scuola, tale perché preparava, nei diversi ordini, la classe dirigente, quella dei tecnici e quella degli operai. Ne nacque l’indifferenza educativa dell’unicità della funzione docente e il disastro assai democristiano dei decreti delegati del 1974, quando il problema invece d’essere affrontato, fu annegato nelle sabbie mobili delle formule populiste.

Non nasce neanche dal rifiuto della vecchia Italia, dei suoi musei e del suo umanesimo latinista e cattolico in favore della modernità ingegneristica che produce il Moplen, con il conseguente abbandono della narrazione del passato e della sua capacità di produrre identità per il futuro. Sono state due cose molto negative, ma rimediabili. La vera tragedia educativa è nella riduzione della persona all’unità empirica e alla coscienza empirica, nella incapacità che questa produce di dialogare nella ricerca della verità, non come scambio di opinioni, ma proposta e messa a rischio della propria identità, personale o culturale, nella cecità verso il dato di base per il quale tanto la vita quanto io stesso siamo dono. È la forma che ha assunto, assorbendo l’idea radicale, la coscienza comune, alla quale la mia generazione s’è abbandonata senza riflettere e ch’essa ha passato ai suoi figli, che hanno diritto di chiedere perché abbiamo chiamato libertà la caduta delle barriere sociali, culturali e psicologiche che reprimono l’individuo, ma non abbiamo saputo proporre, dire e realizzare quale sia il contenuto positivo, la forma che l’essere umano deve assumere perché la sua identità personale non sia negata. 

Conclusione 

Per chiudere andando giù duro, dirò che la tragedia del sessantotto è la sua apostasia, la secolarizzazione radicale. Le ideologie s’erano proposte come religioni laiche, idolatrie che sostituivano la religione cristiana e promettevano non l’al di là ma il futuro. Il sessantotto s’è ancora mosso tra di esse, ma nella sostanza ne ha vissuto la morte, producendo l’atomismo psicologico, sociale e spirituale al quale siamo ridotti quando non abbiamo più un Dio da servire o almeno il riconoscimento in noi della sua istanza di verità e sostituiamo la dinamica reale della vita personale, familiare, sociale con astrazioni, la prima delle quali è l’individuo atomo sociale.

David Sassoli andrà a Londra per l’accordo sulla Brexit

Il presidente del Parlamento europeo David Sassoli ha ricevuto una telefonata e un invito a recarsi a Londra da parte del premier britannico Boris Johnson.

In quella che è stata la prima conversazione tra i due leader, Johnson ha sottolineato l’importanza del Parlamento europeo nel processo della Brexit, esprimendo il desiderio di trovare un accordo positivo. Sassoli ha risposto che questo era anche il desiderio dei 27.

La telefonata ha fatto seguito all’approvazione di una nuova risoluzione sulla Brexit oggi da parte di Strasburgo che ha ribadito il sostegno del Parlamento Ue ad una Brexit ordinata.

Intanto su Twitter David Sassoli ha dichiarato che: “Ho ribadito che qualsiasi accordo dovrà essere approvato sia dal Regno Unito che dal Parlamento europeo, pertanto è essenziale un dibattito approfondito e un controllo parlamentare. Le nostre priorità rimangono la garanzia dei diritti dei cittadini e la protezione del processo di pace nell’Irlanda del Nord”.

Commercio estero: Istat, “a luglio vendite in calo, frenano import ed export”

A luglio 2019 entrambi i flussi commerciali con l’estero registrano una flessione congiunturale, più intensa per le esportazioni (-2,3%) che per le importazioni (-0,5%). La diminuzione congiunturale dell’export è da ascrivere al calo delle vendite sia verso i mercati extra Ue (-3,9%) sia verso i paesi Ue (-1,1%).

Nel trimestre maggio-luglio 2019 rispetto al precedente si rileva un aumento per le esportazioni (+1,5%) mentre le importazioni risultano stazionarie.

A luglio 2019 la crescita dell’export su base annua è ampiamente positiva e pari a +6,2%, trainata dall’incremento delle vendite registrato sia per l’area extra Ue (+8,0%) sia, in misura minore, per quella Ue (+4,7%). Analogamente le importazioni sono in aumento (+1,8%) sia dai mercati extra Ue (+2,8%) sia dall’area Ue (+1,0%).

Tra i settori che contribuiscono alla crescita tendenziale dell’export si segnalano articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+27,3%), prodotti alimentari, bevande e tabacco (+13,9%), articoli in pelle, escluso abbigliamento, e simili (+15,3%), mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (+13,1%) e articoli di abbigliamento, anche in pelle e pelliccia (+12,8%); mentre nello stesso mese contribuiscono negativamente i prodotti petroliferi raffinati (-19,4%).

Su base annua, i paesi che contribuiscono maggiormente all’aumento delle esportazioni sono Svizzera (+32,8%), Stati Uniti (+18,0%), Francia (+4,6%) e Spagna (+8,9%), mentre si registra una diminuzione delle vendite verso i paesi OPEC (-13,1%) e la Cina (-10,1%).

Nei primi sette mesi del 2019, l’aumento su base annua dell’export (+3,2%) è determinato principalmente dalle vendite di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+27,9%), prodotti tessili e dell’abbigliamento, pelli e accessori (+7,9%) e prodotti alimentari, bevande e tabacco (+8,0%).

Si stima che il surplus commerciale aumenti di 1.972 milioni di euro (da +5.659 milioni a luglio 2018 a +7.631 milioni a luglio 2019). Nei primi sette mesi dell’anno l’avanzo commerciale raggiunge +29.710 milioni (+53.484 milioni al netto dei prodotti energetici).

Nel mese di luglio 2019 si stima che l’indice dei prezzi all’importazione diminuisca dello 0,1% in termini congiunturali e dell’1,8% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Pragra: l’Ambasciata d’Italia rinnova il marchio culturale “Et Cetera”

Nel quadro delle celebrazioni per il centenario della rappresentanza italiana a Praga e dell’avvio delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, la fondazione Eleutheria in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia rinnova il marchio culturale “Et Cetera” con una iniziativa legata alla Street art, coinvolgendo giovani artisti italiani e cechi. A fare da scenario una parte della via Thunovskà di proprietà dell’Ambasciata e normalmente non percorribile. In pieno centro storico, nel cuore del suggestivo quartiere di Malá Strana, la parte italiana di via Thunovskà sarà accessibile al pubblico dal 20 settembre fino al 3 ottobre, proiettando i visitatori in un viaggio nell’arte contemporanea.

Dopo aver affrontato aspetti delle arti figurative, della fotografia e della cinematografia in spazi prestigiosi quali il MAXXI di Roma e l’Istituto italiano di cultura di Praga, il progetto “Et Cetera” giunge alla 6° edizione e si concentra sulla Street art, un’arte che sembra essere entrata nel profondo della coscienza collettiva in quanto capace di veicolare istanze sociali espresse con un linguaggio universale. Come ha sottolineato l’ambasciatore Francesco Saverio Nisio, “la Street Art è una cartina di tornasole dell’evoluzione dei nostri tempi e una composita allegoria globalizzata del mondo odierno. Esprime con un linguaggio universale – ben noto anche in Italia – le speranze, i timori e le istanze di libertà della società contemporanea”.

Non a caso il tema scelto per la rassegna è la “libertà”, anche per commemorare i 50 anni dalla morte di Jan Palach e di Jan Zajíc, i due ragazzi cechi che nel 1969 si immolarono in nome dei diritti della propria gente, minacciati e soffocati dalle truppe del Patto di Varsavia, divenendo simboli di libertà e di lotta all’oppressione.
Gli artisti cechi e italiani selezionati tra oltre 100 candidati hanno provenienze e personalità diverse ma sono accomunati dalla forza icastica dei loro messaggi. TOY BOX, che non mostra il suo viso ma coglie l’anima nascosta delle persone con dei selfie murali; OBIC, lo sperimentatore che attraverso labirinti grafico-ornamentali elude la componente espressiva a favore della linearità stratificata e della forma pura; DAVID STRAUZZ che sfida l’isolamento interiore attraverso l’astrazione e l’interazione; I-AM-RUSHDOG, le cui specialità sono la calligrafia e il lettering.

Poi gli italiani ER PINTO e SOLO, provenienti dal Trullo di Roma, uno dei quartieri di riferimento dell’arte urbana della Capitale grazie al “Festival Internazionale di Poesia di Strada”; DIAMOND caratterizzato da uno stile elegante e provocatorio con echi di Art Nouveau, tra i primi ad operare il passaggio dal writing alla Street art e YEST che integra l’arte narrativa del fumetto con le tecniche dei graffiti.

L’iniziativa è curata da Francesco Augusto Razetto, da Ottaviano Maria Razetto e da Genny Di Bert, rispettivamente presidente, vice-presidente e curatrice della fondazione Eleutheria.
Patrocinio del comune di Praga capitale, del municipio di Praga 1, della Camera di Commercio e dell’Industria Italo-Ceca e dell’Art & Design Institut di Praga. Sponsor principali: UniCredit Bank Czech Republic and Slovakia e Architectural Consulting.

Bari smart city grazie alla banda ultra larga

E’ stato presentato il 16 settembre a Bari il piano di investimenti realizzato per la città insieme ai prossimi obiettivi. Il capoluogo pugliese a partire dal 2016 è stata una delle prime realtà in Italia a sperimentare l’intervento infastrutturale della fibra ottica con oltre 40 milioni d’investimento privato e 2.000 chilometri di cavi posati all’interno di 147.000 unità immobiliari. Questi  alcuni dati relativi alla rete di telecomunicazioni integralmente in fibra ottica realizzata a Bari da Open Fiber con il sostegno dell’Amministrazione comunale e degli operatori partner del progetto, che da marzo 2017 hanno  messo a disposizione dei cittadini i servizi di connettività a banda ultra larga.

La conclusione dei cantieri, con le operazioni di ripristino della pavimentazione stradale in avanzamento sul 90% delle tracce, segna l’apertura di una seconda fase del processo d’innovazione della città, che si articolerà su una serie di azioni rese possibili grazie ad un nuovo accordo siglato tra il Comune e l’azienda Open Fiber, finalizzato ad implementare e rendere sempre più efficienti i servizi ad alta tecnologia. Un altro obiettivo è quello di garantire le stesse opportunità d’accesso alle tecnologie in tutte le aree della città: dal centro alle periferie. E proprio in riferimento ad aree meno centrali del capoluogo, sono nate due iniziative promosse dal Comune e da Open Fiber: la realizzazione di svariati punti d’accesso wi-fi sul rinnovato lungomare di San Girolamo, nonchè un contest riservato a writers per la realizzazione di un murales sul tema dello sviluppo digitale nelle smart cities.

“Per noi è una giornata importante a esito di un percorso che ha visti impegnati Open Fiber e il Comune di Bari – ha detto il Sindaco Antonio Decaro – Ricordo la conferenza stampa a Palazzo Chigi per il lancio del progetto della Fibra ottica, nelle prime cinque città italiane, tra cui Bari e, qualche tempo più tardi, l’avvio del primo cantiere per la posa della superfibra nella nostra città. Ringrazio l’amministratore delegato, Elisabetta Ripa, per aver voluto essere qui con noi insieme ai rappresentanti di tre operatori del settore, che saranno tecnicamente i gestori dell’infrastruttura realizzata da Open Fiber. Nel corso dei lavori, sarebbe inutile negarlo, abbiamo avuto diversi problemi dovuti all’impatto dei cantieri sulla vita della città sia per gli scavi sia per i ripristini. Ma il compito di un Sindaco, lo dico spesso, è lavorare per il bene della propria comunità provando ad indirizzare lo sguardo al futuro, nonostante i disagi quotidiani. Oggi, però, possiamo dire di essere soddisfatti, perché buona parte della città, delle aziende e delle famiglie baresi hanno la possibilità di accedere a un collegamento ad internet fino a dieci volte più veloce che in passato, un risultato concreto per tutti. Inoltre, per quanto riguarda l’amministrazione comunale, c’è un’importante novità da sottolineare: avremo a disposizione una rete cittadina, una sorta di dorsale circolare con 100 punti di accesso di proprietà del Comune di Bari, ai quali, attraverso la superfibra, potremo collegare i cosiddetti “oggetti della Pubblica amministrazione”, dalle telecamere del sistema di videosorveglianza, ai semafori con controllo da remoto, alle infrastrutture di pubblica illuminazione. Avere dati che viaggiano sulla rete della superfibra ci permetterà di avere informazioni più veloci e di offrire servizi più efficaci e intelligenti. Di fatto parliamo di I.O.T., internet degli oggetti, che è uno dei fronti di sviluppo sui quali siamo maggiormente impegnati, e che ci vedrà attivare nei prossimi mesi nuove telecamere – passeremo da 300 a 500 -, altri semafori intelligenti collegati con la centrale operative, 60.000 contatori smart,  nuove ‘fototrappole’, 15.000 corpi illuminanti e mettere a sistema tutta una serie di attività, comprese quelle previste dal progetto M.U.S.I.C.A. che ci consentiranno di analizzare alcune dinamiche legate alla mobilità, al turismo, e alla vita dei cittadini. Infine oggi siamo felici di poter annunciare alla città un prosieguo delle attività che vedranno il Comune di Bari lavorare con Open Fiber, per l’estensione della fibra ottica nel quartiere San Paolo fino ad alcuni punti della nostra zone Industriale e al Comune di Modugno e l’attivazione di un servizio di rete wifi su tutto il waterfront di San Girolamo. Sperimentazione, quest’ultima, che in un secondo momento l’Amministrazione comunale potrà replicare in altri luoghi pubblici, grazie a uno dei 100 punti della dorsale che ci è stata messa a disposizione”.

Nuova terapia per il tumore alla prostata

Per combattere questo tipo di cancro, normalmente, il ciclo di radioterapia dura otto settimane, ma gli esperti del Royal Marsden Hospital e dell’Institute of Cancer Research di Londra sembrano aver individuato un nuovo metodo.

I medici hanno testato un ciclo di radioterapie di sole 5 sedute, capace di emettere radiazioni molto più potenti e mirate. I primi risultati dello studio, pubblicati sulla rivista medica Lancet, hanno dimostrato che il metodo funziona e che gli effetti collaterali non sono diversi da quelli del classico ciclo da 39 trattamenti.

La strada in salita dei Popolari impenitenti ma non velleitari

La decisione di Matteo Renzi di lasciare il PD per dare vita ad una nuova esperienza politica – comunque la si giudichi –  non va letta con gli occhiali del passato, né con troppa indulgenza in ordine a dietrologie di breve momento.

Non è una “scissione” di tipo tradizionale, maturata cioè in base ad un dissidio politico o programmatico, come più volte accaduto nella vita dei partiti. E neppure, credo, una semplice mossa legata alla furbizia, pur notoria, del personaggio.

Appare piuttosto come il nuovo capitolo di una crisi strutturale: quella del concetto stesso di “partito” e delle categorie tradizionali della rappresentanza e dell’appartenenza. Non è affatto il tentativo di occupare uno spazio “al centro”, sul presupposto che il PD starebbe andando troppo “a sinistra”. Men che meno punta a rilanciare in forma autonoma una delle culture politiche che i fondatori del PD avevano ritenuto di poter rappresentare: quella del Popolarismo di ispirazione cattolico democratica.

Il gioco pare totalmente altro.

Se il PD era nato con l’intenzione di “unire” diverse culture politiche del novecento, la nuova creazione di Renzi sembra decisamente partire dal presupposto del loro definitivo “superamento”. Questa mi pare essere la natura prevalente di “Italia Viva”, al di là di ogni altra pur verosimile interpretazione contingente. C’è in essa un elemento di fondatezza: la crisi dei partiti tradizionali è evidente (e non da oggi).

Il tema è però: quale sbocco pensiamo che questa crisi debba e possa avere? Il definitivo superamento delle culture politiche, vecchie, nuove o inedite che esse siano? L’appello alle “energie vitali” di un Paese può essere il cemento di un progetto di governo della società, oppure ne deve costituire una sorta di premessa, importante ma non “fondativa”? E la sfida al “populismo cattivo” può essere giocata (e vinta) mettendo in campo una sorta di “populismo buono”?

Domande destinate a rimanere aperte, credo, ancora a lungo. La fase di riorganizzazione della politica e della vita democratica pare solo agli inizi, con tutto il suo prevedibile carico di contraddizioni, incertezze e opportunità.

Essa si può vivere in molti modi. E ciò vale anche per la nostra piccola comunità di Popolari impenitenti ma non semplicemente nostalgici. Si può ricercare una traiettoria di “accasamenti” (anche apparentemente accattivanti e magari anche plausibili), oppure si può provare a vivere questa fase con atteggiamento di curiosa attenzione a tutti i processi in atto ed ai loro sviluppi, ma con l’ambizione (e l’ardire) di chi prova comunque ad essere “soggetto politico collettivo”: con un riferimento ideale e culturale dichiarato, un pensiero politico autonomo, una presenza organizzata, seppur in modo radicalmente nuovo. Senza velleità ma anche senza rinunce. E con una consapevolezza, appunto: siamo solo agli inizi di una trasformazione radicale della vita politica, che non può essere vissuta con attendismo passivo ma neppure con ansie da prestazione immediata.

Personalmente propendo per la seconda strada, benché tutta in salita. Anche per questo, ho molto apprezzato la provocazione di Lucio D’Ubaldo a proposito del PPI. Immagino le difficoltà di vario genere, temo quasi insormontabili. Tuttavia, se potessero prevalere la logica della “Politica” e la lungimirante capacità di leggere i “segni dei tempi”, quella sarebbe la strada maestra. 

La forza dell’autonomia locale alla base del rinnovamento dello stato

Abbiamo alle spalle un quarto di secolo, che patisce nelle fibre del sentire comune, la pena di una lunga cavalcata nell’inconcludenza.

Il Paese si è fermato, nel periodo della crisi mondiale è andato indietro. Denatalità, caduta dell’efficienza produttiva, contrazione della capacità di crescita, aumento del debito pubblico, recrudescenza del divario territoriale tra Nord e Sud: l’uscita dalla “Prima Repubblica” ha dato corso a un complesso di trasformazioni, anzitutto con l’avvento di un nuovo sistema di partiti, il cui impatto sulla società non è stato pari alle attese suscitate.

Altri diranno che la delusione susseguente alle riforme rientra nel normale basculamento di colpi e contraccolpi insiti nei percorsi di modernizzazione.
In questi casi le analisi divergono profondamente. Se da un lato si critica l’incompiutezza delle riforme, dall’altro si denuncia l’astrattezza del loro impianto. Sta di fatto che il Paese ha imboccato la strada tortuosa del declino.

Per il testo completo seguire il Link sottostante 

AUTONOMIE_LOCALI

I nuovi equilibri economici e sociali

Malgrado qualche nostro politico finga di non essersene accorto, è indubbio che i paesi dell’Europa occidentale, specificatamente i Fondatori della Comunità Europea e quelli dell’area di influenza inglese, dal dopo guerra alla crisi del 2008, abbiano goduto di elevato benessere sia economico che sociale.

E’, quindi, ingiusto ed immotivato incolpare l’idea di Europa per la crisi del 2008, dove, invece, i paesi non hanno saputo cogliere le opportunità offerte dalla globalizzazione nè dalla rivoluzione digitale che è stata poco incisiva nei sistemi produttivi e nei servizi sociali, togliendo certezze e diffondendo timori ed insoddisfazioni, anche grazie alla miopia ed all’egoismo delle cosiddette politiche del rigore.

Da qui, soprattutto in Italia, nasce la domanda di nuovi equilibri economici e sociali.

Per realizzarli, occorrono più elevati livelli di produttività e di competitività internazionale. Nonostante questo obiettivo sia stato programmato dai partiti di governo e reclamato a gran voce da quelli dell’opposizione, si è fatto poco. Il Paese è sostanzialmente fermo da decenni. A questo proposito va evidenziato come sia i sindacati che le corporazioni abbiano bloccato di fatto le riforme reali, dato il ruolo importante, nel bene e nel male, che hanno svolto le organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori, protagonisti entrambi del corporativismo che ha caratterizzato, dagli anni sessanta fino ai giorni nostri, le scelte di politica economica dei grandi partiti.

In questi anni, in particolare, vi è stata un’evidente compiacenza di tutte le forze politiche e dei sindacati (al di là delle roboanti dichiarazioni) verso una “moderata” evasione fiscale pur di favorire i consumi: operazione che nei fatti non ha favorito il sistema produttivo, che, invece, avrebbe assoluta necessità di innovazione tecnologica e gestionale, con l’indispensabile corollario di servizi pubblici efficienti e poco costosi.

Va affrontato anche il tema delle aziende statali, comunali e regionali, pensate per gestire, secondo logiche di interesse generale e non di profitto, i servizi pubblici indispensabili per il bene comune; aziende che sono diventate, invece, uno strumento iniquo per  colpa di una gestione clientelare e inefficiente, soggetta a condizionamenti dei partiti e dei sindacati.

Questo stato di cose è andato bene anche al sistema imprenditoriale, che ha beneficiato di lucrose commesse.

In quest’analisi sulla carenza di investimenti strutturali emerge un tema che ha caratterizzato non solo le vicende economiche italiane, ma anche quelle politiche.

Dal dopo guerra in poi, le economie più avanzate, a cominciare da quella tedesca, hanno fatto investimenti significativi in ricerca, in tecnologie, in servizi pubblici, nell’amministrazione dello Stato e degli Enti Locali. Hanno investito nella formazione. In Italia si è data, invece, priorità al sostegno dei consumi con politiche di contribuzione a pioggia e di “diffusa elusione” fiscale, come già detto.

Appare quindi chiaro come le linee di politica economica e sociale a sostegno della domanda a breve periodo abbiano determinato un effetto di “blocco” della crescita non solo quantitativa, ma soprattutto qualitativa dell’economia italiana, come emerge con evidenza anche dalla lettura dei vari indici Istat.

E’, dunque, indispensabile uscire dalla vecchia superata governance del consenso sociale per passare a politiche di sostegno  dei nuovi sistemi di produzione ed ai conseguenti nuovi modelli di welfare, che tengano in conto maggiormente anche della sostenibilità ambientale.

Siamo di fronte ad una potenziale svolta radicale. Può partire dal nuovo Ministero dell’Innovazione? Per il nuovo governo è una grande opportunità.

Spagna: si torna al voto

Quattro mesi di battaglia per la Spagna si sono conclusi in un clamoroso fiasco. Pedro Sánchez, avverte che gli spagnoli saranno chiamati nuovamente alle urne il 10 novembre, dopo il fallito giro di consultazioni del re. Saranno le seconde elezioni generali in sette mesi e la quarta in quattro anni, un caso senza precedenti in Europa che segna il fallimento di una generazione di politici.

Sanchez aveva presentato la sua ultima proposta a Podemos pochi giorni fa nel tentativo di convincerlo a sostenere un governo monocolore ma senza offrirgli incarichi nel consiglio dei Ministri. E proprio su questo si sarebbe consumata la rorttura.

Iglesias ha infatti chiesto a più riprese ruoli chiave o comunque all’interno dell’esecutivo e a un certo punto ha provato anche a fare un passo indietro per cercare di sbloccare la situazione. Sanchez si è mostrato però irremovibile, anche rispetto all’ultima proposta di Iglesias che nelle settimane scorse aveva ipotizzato la formazione di una coalizione di governo temporanea per approvare intanto la legge di bilancio. Un’opzione esclusa pero’ dai socialisti.

Ora in Spagna inizierà il gioco della distribuzione della colpa. I tre grandi partiti hanno incolpato il PSOE e lo hanno accusato di volere le elezioni dal primo momento. Sanchez ha sottolineato, in particolare Podemos, che “ha bloccato per la quarta volta l’investitura di un socialista”. Il presidente ha evitato qualsiasi tipo di autocritica e ha chiesto agli spagnoli di parlare “ancora più chiaramente” rispetto ad aprile e di dargli una maggioranza più ampia.

 

Mese dell’Educazione Finanziaria 2019, le iscrizioni fino al 20 settembre

All’inizio di ottobre partirà la II edizione del Mese dell’Educazione Finanziaria, un appuntamento che vede il Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria in prima linea con almeno 200 iniziative. A oggi al Mese dell’Educazione Finanziaria 2019 hanno aderito oltre 40 partner tra istituzioni, fondazioni, associazioni di categoria e dei consumatori, organizzazioni antiusura e referenti del mondo no profit, scuole, università, aziende, ordini e associazioni professionali, rappresentanti del mondo bancario, assicurativo e previdenziale.

Il Mese avrà un calendario ricco di momenti, a cominciare da quelli della prima settimana di ottobre connessi alla “World Investor Week”, la manifestazione internazionale dedicata alla gestione del risparmio, per proseguire con eventi culturali, seminari informativi, spettacoli, giornate di gioco e formazione sull’educazione finanziaria. Il Comitato invita pubbliche amministrazioni, istituzioni, associazioni, imprese, università e centri di ricerca, scuole, fondazioni e qualsiasi organizzazione voglia impegnarsi nel campo dell’educazione finanziaria con iniziative mirate, senza scopo di lucro e gratuite per chi vi partecipa, a proporre la propria candidatura. Saranno accolte tutte le idee che avranno come obiettivo quello di accrescere le conoscenze di base in relazione a temi assicurativi, previdenziali e di gestione o programmazione delle risorse finanziarie personali e familiari. Conoscenze indispensabili per la serenità di oggi e del futuro. Il termine di candidatura è previsto entro e non oltre il 20 settembre 2019.

Lazio: record storico di occupati

Dall’Istat arriva un’ ottima notizia per il Lazio: il numero dei lavoratori, 2 milioni 419 mila, è il dato trimestrale più alto di sempre. Con un calo di 55 mila persone in cerca di lavoro in un anno.

Due indicatori che mostrano come la Regione Lazio sia riuscita ad affrontare realtà economiche sempre più interconnesse e competitive.

Ottimi dati che daranno, sicuramente, un incentivo a continuare sulla strada intrapresa con le politiche regionali messe in campo in questi anni, anche su internazionalizzazione, formazione e lavoro, per raggiungere nuovi importanti obiettivi.

Sanità privata, sospeso lo sciopero previsto per il 20 settembre

Cgil, Cisl e Uil annunciano la sospensione dello sciopero della Sanità privata previsto per il 20 settembre in seguito all’incontro che si è tenuto al Ministero della Salute con il ministro Roberto Speranza, la Conferenza delle Regioni, le delegazioni di Aris e Aiop.

«Dopo gli scioperi, le mobilitazioni dei mesi scorsi e il positivo interessamento del Ministro Speranza, abbiamo preso atto della volontà delle parti datoriali di riprendere le trattative, con un incontro in data odierna», scrivono in una nota i sindacati. «Al centro il tema della valutazione delle disponibilità economiche utili alla sottoscrizione del CCNL e la definizione del calendario di successivi incontri».

 

Proporzionale o maggioritario? Per quale politica?

L’Espresso di metà settembre ha pubblicato un articolo del suo direttore Marco Damilano sulla formazione del governo giallorosso, in cui si sostiene che la legge proporzionale, indicata come una delle questioni che dovrebbe caratterizzare le iniziative del Conte 2, con l’obiettivo di bloccare l’onda sovranista e favorire la rifondazione dell’Unione europea, in realtà consentirebbe a tutti i partiti, in particolare ai partiti centristi e a ciò che residua della vecchia sinistra, di sopravvivere “in comode nicchie” al dilagare della destra, e quindi del sovranismo.

Damilano non ha nostalgia del sovranismo, ma scrive che il Pd doveva avere il coraggio di confrontarsi elettoralmente con la coalizione della destra, invece di partecipare ad un “ribaltone” che finirà per radicalizzare la lotta politica e regalare le piazze a Salvini e alla Meloni.

Nella stessa giornata, La Repubblica ha scritto che giustamente Prodi e Veltroni difendono la legge maggioritaria, poiché questo sistema permette a chi vince di governare, mentre la proporzionale, che fotografa l’esistente, è responsabile della frammentazione dei partiti in tribù, dei continui cambi di casacca, della ingovernabilità….

Mi sono sentito provocato da queste opinioni, che meritano rispetto, ma anche dalla lettera di Gianni Cuperlo ricordata da Damilano; condivido le riflessioni accorate di Cuperlo, sulla necessità per il Pd, se vuole vincere, di rinnovarsi e ricostruire un rapporto con la società… Ma sono dubbioso quando sostiene che “se il confronto sulla legge elettorale si conclude con un ritorno al proporzionale puro, avrebbe tra gli effetti il superamento di ogni logica di coalizione e intaccherebbe lo spirito fondante del Pd, comprese primarie e vocazione maggioritaria”.

Le cose stanno così? Per quanto ricordo, la personalizzazione della politica, il trasformismo, il cambio di casacche, hanno poco a che fare con la proporzionale; sono un’esperienza della seconda repubblica, del tempo dei maggioritari…che non hanno neppure risolto la questione della stabilità delle maggioranze di governo..Anche D’Alema ha nostalgia del maggioritario, eppure per giustificare il fallimento dell’esperienza che ha segnato la transizione dalla prima alla seconda repubblica ha parlato di “amalgama mal riuscito”.

Chi mi conosce sa che non ho aderito alla Margherita ed al Pd, pure avendo sempre votato per il centrosinistra, perchè temevo che passando da una alleanza strategica tra centro e sinistra ad un partito unico, le diverse nomenclature risolvessero i problemi di un equilibrio politico “nuovo”, sottovalutando le difficoltà che questa scelta, questa “rivoluzione dall’alto”, poneva all’elettorato tradizionale del centro e della sinistra: anche del “centro che guarda a sinistra” e della sinistra del “nuovo inizio”. Comprendo quindi le tensioni che sono riaffiorate, che riguardano scissioni e nuovi partiti. Tuttavia se queste tensioni – che non sono prodotte dalla proporzionale – non si risolvono con l’intelligenza politica, come si può pensare di risolverle con il maggioritario? Semplicemente le si rendono irrisolvibili, si radicalizzano le diversità, le ragioni del dialogo che accompagna ogni vero cambiamento

È vero che stiamo vivendo una crisi di sistema, non solo di governo; ma questa crisi, il naufragio del governo giallo-verde, è dovuta anche alla riforma elettorale approvata nel 2017 da quasi tutti i partiti, per garantire la stabilità di governo, ma anche per permettere alle maggioranze dei diversi partiti di “nominare” la propria rappresentanza parlamentare.

Chi aveva progettato maggioritario del 2017 (e la torsione della democrazia dei partiti in personalizzazione della politica) pensava di favorire – con quella legge – la svolta politica annunciata dalle precedenti elezioni europee. Le cose sono andate diversamente..

Le leggi di riforma definiscono gli obiettivi che il legislatore si propone, non possono garantirli, poiché l’esito del voto è imprevedibile, ed imprevedibili sono i comportamenti indotti dalle leggi. Quando Salvini esalta il maggioritario, affermando che “chi ha un voto in più deve poter governare” dovrebbe precisare che governa “chi ha un voto in più in Parlamento”. E quando si propone di chiedere un referendum per cancellare dal Rosatellum i seggi attribuiti con la proporzionale, per sperimentare in Italia il sistema uninominale inglese, dovrebbe riflettere sui risultati prodotti dalla quota uninominale del Rosatellum: un sistema tripolare, non una maggioranza di governo…

Così, lo dico per inciso, è accaduto anche con l’elezione diretta dei sindaci. Quella legge (una delle ultime leggi approvate dalla prima repubblica) personalizzando la competizione elettorale con l’elezione diretta del sindaco, ha influito sullo svolgimento di elezioni che riguardano anche il consiglio comunale, inducendo quasi tutti i partiti a presentare – insieme alla lista per il consiglio – anche la candidatura a sindaco; le candidature si sono moltiplicate, l’elettorato si è frammentato e al ballottaggio tra le prime due candidature a sindaco, le coalizioni – necessarie per vincere – si sono spesso costruite come si costruisce un “inciucio”. Resta comunque vero che l’elezione diretta del Sindaco ha cambiato in profondità l’amministrazione dei comuni. Non contesto questo risultato.

Aggiungo una osservazione sull’uninominale (notando che può coniugarsi anche con la proporzionale..): come “maggioritario” sarebbe di gran lunga preferibile il sistema uninominale previsto in Francia per l’elezione dell’Assemblea nazionale: tutti candidati al primo turno, poi – se nessun candidato conquista, nel collegio elettorale, la maggioranza assoluta – ballottaggio tra i primi due. Il Prof. Giovanni Sartori, che ho avuto la fortuna di conoscere, preferiva tra tutti i sistemi elettorali quello francese e sconsigliava i sistemi uninominali americano e inglese.

Torno alle elezioni politiche del 2018: il M5S ha conquistato quasi tutti i collegi uninominali del Sud, mentre al Nord ha vinto la Lega. Questo imprevisto risultato ha costretto Di Maio e Salvini, leader di due partiti alternativi, a sottoscrivere un “contratto” per governare insieme con una maggioranza giallo-verde, che ha lasciato all’opposizione il Pd, “quelli di prima”. Tale maggioranza parlamentare è durata, tra i contrasti, 14 mesi: con Conte arbitro, Di Maio e Salvini vicepresidenti…Poi lo stesso Salvini ne ha decretato la fine.

Resta aperta la discussione sulle ragioni che hanno indotto Matteo Salvini a provocare la crisi del governo dopo aver ottenuto l’approvazione, da parte del governo, del Decreto sulla sicurezza (che attendeva di essere convertito in legge dal Parlamento) e a presentare una mozione di sfiducia contro Conte. In realtà Salvini ha chiesto “elezioni subito”.per trasformare i sondaggi in voti, nella convinzione che, con il M5S in difficoltà, una coalizione di destra (nazional-populista) da lui guidata, avrebbe conquistato quasi tutti i collegi uninominali e i “pieni poteri”. Questo resta il suo obiettivo.

Salvini ha del tutto ignorato che la Costituzione definisce in cinque anni la durata di una legislatura e impone di verificare – in caso di crisi di governo – se nel Parlamento esiste la possibilità di formare una diversa maggioranza di governo. O di ricostruire quella entrata in crisi. Ed è responsabilità del Presidente della Repubblica verificarlo, decidere lo scioglimento di Camera e Senato e indire nuove elezioni. Alla Costituzione si è attenuto il Presidente Mattarella.

In questo contesto si è avviato, sin dall’inizio della crisi, un dibattito che non si è concluso con la formazione del Conte 2 e si è subito intrecciato con quello sulla riforma della legge elettorale.

Così dalle ceneri della “terza repubblica” è rinata la “querelle” sulla legge proporzionale che aveva caratterizzato il declino della “prima repubblica”. La legge proporzionale può essere criticata, come vedremo, ma è la più fedele interprete della Costituzione, poiché riconosce, più di ogni altra legge elettorale, la centralità del Parlamento. Non esiste una legge elettorale perfetta. La proporzionale pura favorisce la dispersione del voto, e se nessun partito ottiene la maggioranza assoluta dei consensi, produce un Parlamento che garantisce la stabilità dei governo solo se si formano coalizioni pluripartitiche; questo è “il tallone d’Achille” della proporzionale.

Il declino della Dc, del “centro che guarda a sinistra” e il dibattito sulla “democrazia difficile”, hanno fatto aprire, negli anni ’70, una discussione tra Psi e Dc su “come correggere” la legge proporzionale al fine di favorire la stabilità del governo
Per Craxi (che è ricordato soprattutto per la “Grande riforma” presidenziale) la proporzionale poteva essere corretta con una clausola di esclusione dal Parlamento delle liste che conquistassero meno del 3 per cento dei voti a livello nazionale. Per la Dc era preferibile assegnare un premio di maggioranza al partito – o alla coalizione – che aveva conquistato almeno il 40 per cento dei voti, permettendogli così di avere la maggioranza assoluta dei seggi. Questa era la filosofia cui si era ispirata la Dc nel ’53, la legge che fu definita “legge truffa”, e che non fu ratificata dagli elettori.

Quando la discussione si è riaccesa, Craxi pensava di costringere i partiti laici (liberali e repubblicani)- che avevano formato governi di centro con la Dc, ma rischiavano di restare senza rappresentanza – a fare coalizione con i socialisti, cioè a dare vita ad una possibile alternativa alla Dc; mentre la Dc voleva costringere i socialisti a dichiarare, prima del voto, con chi intendevano fare il governo: con la Dc, o con il Pci? I contrasti sulle leggi elettorali nascondono quasi sempre un contrasto di strategia politica, riflettono la necessità di valorizzare, in maggioranza o in opposizione, i consensi ottenuti. E quando la politica si “personalizza”, diventa “spettacolo” e si intreccia sempre più con la comunicazione, diventa più difficile evitare che la strategia politica si sottragga alle tentazioni del trasformismo, ed anche all’invasione delle fake-news.

Così, quando si discute del tramonto del bipolarismo, del declino della vocazione maggioritaria del Pd, delle coalizioni possibili, queste due questioni: quale progetto, con quali alleanze…e quale sistema elettorale per vincere…si intrecciano. E quando il Pd riconosce (come hanno fatto recentemente il suo segretario, e poi il suo ex segretario…) che per essere alternativo al sovranismo, per contenerne una marcia che pare irresistibile in tutta Europa, si capisce che bisogna tornare alla politica delle alleanze, Il Pd dovrebbe riconoscere anche che il bipolarismo di cui si discute, con riferimento alle coalizioni, è molto diverso da quello di cui abbiamo fatto esperienza.

In questo contesto, dove vince chi riesce a costruire politicamente la coalizione più forte, a questo obiettivo debbono riferirsi sia sostenitori del maggioritario che quelli della proporzionale, nelle loro diverse formulazioni. Bisogna tornare comunque alla politica, per proporre riforme che si possano calare nella realtà italiana e in quella europea. Chi vuole riformare la legge elettorale del 2016, in coerenza con una riforma costituzionale che comporta il taglio dei parlamentari, (decisone che penalizza la rappresntanza delle fascie marginali del paese) se pensa ad una legge proporzionale, propone semplicemente la cancellazione della quota uninominale, con pochi aggiustamenti dei collegi ed un modesto recupero della rappresentatività delle fasce marginali; se invece pensa, come propone la Lega, ad un rilancio del maggioritario (con un referendum?) vuole cancellare la quota riservata alla rappresentanza proporzionale, per assegnare tutti i seggi all’uninominale. Le elezioni del 2018, hanno dimostrato che questa riforma non garantirebbe una maggioranza in Parlamento..

I proporzionalisti sono convinti di respingere, con la proporzionale, l’ondata sovranista, che si fonda sul maggioritario. I maggioritari sono convinti di poter mettere in campo una coalizione di destra più forte di quella organizzabile del fronte di sinistra. Decideranno gli elettori.

In realtà, l’uninominale ad un solo turno non garantisce una maggioranza parlamentare, e nello stesso tempo minaccia un potere senza limiti…E se si dovesse varare una legge a doppio turno, sarebbero le coalizioni che si confrontano nel secondo turno a decidere la geografia del Parlamento. Come in Francia, dove il nazional-populismo di Le Pen, maggioranza relativa, si è trovata sbarrata la strada da coalizioni europeiste.

D’altra parte, se è difficile per l’elettorato di centrosinistra accettare un governo giallo rosso, nel ricordo delle polemiche che hanno caratterizzato i “grillini”, contro i “democratici” (il Pd lo sta sperimentando), sarebbe anche più difficle fare accettare all’elettorato di centrosinistra ( e forse anche a quello dei CinqueStelle) una coalizione elettorale giallorossa, che un sistema maggioritario renderebbe “obbligata”. Questo è il nodo da sciogliere per le prossime elezioni regionali.

Quì si ferma la mia riflessione. Per queste ragioni sono favorevole ad una riforma che sia caratterizzata da una “proporzionale corretta”: da una clausola di esclusione non superiore al 3 per cento, e – se possibile – da un premio di maggioranza che permetta, alla lista (o alla coalizione) che supera il 45 per cento dei voti, di diventare maggioranza di governo. Di un governo che potrà essere messo in crisi solo quando esista – come prevede il sistema tedesco- un’altra maggioranza parlamentare.

(Ndr – Al testo pubblicato sul profilo FB dell’autore sono state apportate piccole correzioni marginali, in realtà di natura tecnica. Sul piano sostanziale, d’accordo con l’autore, si è precisato il passaggio su scissioni e nuovi partiti, considerando il fatto che in queste ore, appunto, una scissione si è prodotta).

Riprendere il vessillo del PPI

Come avevo scritto qualche giorno fa, l’operazione di Renzi di dare vita a un nuovo soggetto politico pone una serie di questioni in tutti coloro che si richiamano al cattolicesimo democratico.

Attualmente nel PD la componente ex Dc è assolutamente marginale, il solo Franceschini ha un ruolo rilevante ma non mi sembra che il personaggio abbia inteso in questi anni farsi carico di dare voce a quella anche avrebbe dovuto rappresentare una delle tradizioni costitutive del partito. Lo stesso dicasi per Enrico Letta, più legato alle esigenze della gestione del potere. Fioroni, Rosy Bindi, Castagnetti hanno voce sempre più flebile … De Mita era stato messo alla porta … Casini non credo abbia la statura culturale …
Se il PD diventa sempre più di Sinistra, anche recuperando i Bersani, i D’Alema ecc., per i cattolici democratici non ci sono più ragioni di sostenere il PD …

Ciò non significa aderire automaticamente al partito di Renzi, di cui ancora non si conoscono i principi ispiratori e i riferimenti culturali, ma aprire una fase di riflessione sulla necessità (o sulla inutilità) in un tempo come questo della presenza di un partito di ispirazione cristiana, e di conseguenza sui contenuti della sua eventuale proposta politica, partendo dalla dottrina sociale di Papa Francesco, sulla sua collocazione naturale nel campo riformista, europeista, contro sovranismo, populismo e neofascismi.

Potrebbe essere il caso, come sostenuto da Lucio D’Ubaldo, di riprendere il vessillo provvisoriamente accantonato del PPI per offrire una casa ai cattolici democratici isolati, dispersi, disorientati, insoddisfatti dal quadro politico attuale.

La formazione alla Costituzione per il futuro della democrazia

Una premessa – Il punto di partenza per questa riflessione è costituito dalla considerazione del nesso stretto tra democrazia e Costituzione: democrazia intesa come potere del popolo, mentre  la Costituzione è il documento solenne che definisce i diritti e doveri delle persone e le regole di esercizio del potere, cioè le forme e i limiti della sovranità popolare, come chiarisce l’articolo 1 della Costituzione, dopo aver sancito che l’Italia è una Repubblica democratica. Ma va subito precisato che il popolo non è da intendere come un’entità astratta, monolitica, che potrebbe oltretutto facilmente degenerare  in populismo, bensì come la sintesi di una realtà composita, costituita dalle varie comunità territoriali e sociali e dai tanti mondi vitali che animano il tessuto della società, unificata dalla comune appartenenza di tutte le sue componenti ad un unico sistema istituzionale nazionale, come ben aveva sottolineato il popolarismo sturziano nella sua lucida ricostruzione del senso profondo della base personale dello Stato. Perciò, quando parliamo di forme e limiti della sovranità popolare, abbiamo naturalmente di fronte l’esigenza di considerare il potere pubblico statale non come una sede unica e indivisibile, ma piuttosto  come una realtà policentrica, in cui il potere è ripartito tra una pluralità di organi e soggetti di vario ruolo e livello, con vari pesi e contrappesi anche nella formazione dell’ indirizzo politico, cui si devono sommare una serie di meccanismi di partecipazione e di garanzia, finalizzati da un lato a favorire un ruolo attivo dei cittadini, singoli o associati, e dall’altro ad evitare abusi di potere.

 

L’ABC della democrazia – Se per democrazia intendiamo la base e gli strumenti per la convivenza pacifica e la cura corresponsabile del bene comune, possiamo sottolineare in estrema sintesi che la democrazia implica anzitutto effettive garanzie di libertà e di pluralismo delle opinioni politiche,  diritti riconosciuti e doveri sociali, finalizzati ad obiettivi di giustizia e di eguaglianza sostanziale, che debbono mettere ciascuno in condizione di esplicare la propria personalità.  

Se poi ci chiediamo quali siano i luoghi dove normalmente si realizza e si sviluppa la democrazia, dobbiamo mettere a fuoco da un lato le sedi istituzionali con organi che rappresentano  le comunità territoriali di vario livello che costituiscono la Repubblica (comuni, province, città metropolitane, regioni e stato), dall’altro gli strumenti sociali maggiormente collegati alla partecipazione politica  (pensiamo ai partiti, ai movimenti e ai gruppi organizzati per la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica) Quindi da questo punto di vista è certo importante considerare il ruolo degli organi nazionali più rilevanti, a cominciare dal Parlamento (col suo potere legislativo) e dal Governo (col suo potere di indirizzo politico), ma non si può certo perdere di vista il ruolo significativo che è riservato dalla Costituzione alle comunità locali e regionali, in cui si realizza più agevolmente il rapporto tra singole persone, gruppi sociali e imprese con  le istituzioni di governo del territorio.

Altro punto essenziale da tener presente è ovviamente quello che riguarda le modalità con cui si discute e si prendono decisioni in un sistema democratico. Da questo punto di vista acquistano rilievo specifico le dinamiche procedurali che governano la vita di una democrazia, in cui da un lato hanno importanza i sistemi elettorali (di tipo proporzionale o maggioritario o misto) preordinati alla diretta partecipazione al voto dei cittadini, dall’altro va evidenziato il rapporto tra il principio di maggioranza (i più decidono per tutti, a parte i vari modi di conteggiare la maggioranza) e il ruolo della minoranza, che si oppone e finisce per soccombere, ma svolge una funzione cruciale nello stimolare il dibattito e il confronto tra le possibili soluzioni, esercitando altresì un controllo critico  sulla maggioranza, nella prospettiva di avere a sua volta in futuro un consenso maggioritario. Rispetto a queste dinamiche acquistano rilievo non trascurabile anche le regole che cercano per un verso di impedire forme di dittatura della maggioranza, così come per altro verso una trasformazione dell’opposizione in forme di ostruzionismo paralizzante delle decisioni. 

Altro principio essenziale di un sistema democratico, almeno secondo una visione aperta e liberale del confronto politico,  è quello fondato sulla scelta di rappresentanti che devono poter esercitare il proprio ruolo con un mandato libero, cioè non vincolato strettamente alla volontà di partito o di chi li ha designati, ma con la libertà di poter scegliere nelle singole circostanze in base ad una propria valutazione del bene comune possibile in una determinata situazione. Rispetto a questa impostazione della rappresentanza politica,  acquistano ovviamente significato alcuni bilanciamenti, costituiti sia dagli spazi di partecipazione previsti per consentire ai cittadini di far valere il proprio punto di vista, sia dalle forme di democrazia diretta che dovrebbero integrare quella rappresentativa consentendo, in taluni casi, un ruolo diretto dei cittadini elettori in alcune decisioni (referendum, iniziative legislative popolari, petizioni). In tal senso è appena il caso di aggiungere che è ovviamente del tutto impensabile oggi, pur disponendo di risorse telematiche che potenzialmente potrebbero consentire di verificare rapidamente il grado di consenso o di like per una determinata decisione,  immaginare e organizzare un sistema interamente fondato sulla democrazia diretta (che qualcuno chiamerebbe la democrazia immediata), data la complessità delle decisioni da assumere nelle società contemporanee e la necessità di competenze tecniche e di effettivi confronti e mediazioni, che i social non potrebbero certo assicurare.

Va poi sottolineata, per altro verso, la fragilità della democrazia, la quale non è un’opzione di organizzazione del potere che dia luogo ad un  assetto definitivo e stabile, impermeabile alle trasformazioni sociali e culturali. Anzi corre sempre il rischio di involuzioni o di degenerazioni o di crisi di  effettiva partecipazione, con spazi all’antipolitica da un lato oppure, dall’altro, a derive centralistiche,a forme di concentrazione o personalizzazione o verticalizzazione del potere politico, senza mediazioni o con una sostanziale emarginazione di  partiti, sindacati e altre forme di partecipazione sociale, a parte il rischio di scarsa valorizzazione o responsabilizzazione delle elite amministrative e tecniche, in possesso di conoscenze utili per le scelte democratiche. In questa prospettiva è evidente anche l’importanza cruciale dei mezzi di informazione pubblica e la necessità di regole che garantiscano realmente la disponibilità di conoscenze scientifiche, il pluralismo delle opinioni e un libero confronto politico: di qui la questione, assai delicata, della disciplina e gestione della comunicazione pubblica attraverso sia i media tradizionali (giornali e tv), ma anche tenendo conto delle nuove potenzialità della rete e dei social, che certamente ampliano le possibilità di informazione, specie per i giovani, ma al tempo stesso rischiano di ridurre la comunicazione politica  a slogan, precludendo il dialogo e l’approfondimento, che sono alla base del discernimento, con un isolamento di fatto che spesso si abbina a quello che è stato chiamato il narcisismo individualistico. Si pone, in altre parole, sempre più un problema serio di cultura politica democratica, perchè la democrazia – che implica comunque la fatica di un impegno serio, costante e responsabile – ha bisogno vitale di un’informazione attendibile, al riparo dal rischio di fake news o di eccessive semplificazioni.

In sostanza, si pone sempre più l’esigenza di una democrazia educata, fondata più su ragioni che su emozioni, al riparo quindi dai  populismi e dalle tentazioni leaderistiche, con partiti trasformati in piedistalli dei leader e cittadini che finiscono per essere chiamati solo ad approvare, non a contribuire alle scelte. Di qui appunto la necessità di richiamare, oltre all’importanza di una preparazione a svolgere il ruolo di cittadino consapevole, anche  la fatica del dialogo e del discernimento, che sono essenziali per una cultura matura della partecipazione democratica e della cittadinanza attiva, in modo da evitare che prenda il sopravvento la cultura dell’immagine, del qui e ora e dell’io, invece che del noi.

 

La Costituzione come scuola di legalità e bussola per vita democratica – In questa prospettiva di una cittadinanza democratica educata e matura, si percepisce facilmente il valore cruciale della Costituzione come stabile quadro di riferimento e di orientamento per la vita democratica. In primo luogo la Costituzione offre una cornice essenziale di principi e regole fondamentali comuni a tutti i cittadini, è un patto condiviso che certamente richiede però un impegno costante per essere mantenuto e fatto vivere, fermo restando che permane anche un problema di reale attuazione di molte delle previsioni contenute nella Costituzione: spesso, infatti, si tratta di affermazioni di principio, che richiedono poi un impegno permanente sia del legislatore per concretarle, sia delle istituzioni e dei cittadini nel rispettarle nella vita di tutti i giorni (pensiamo, ad esempio, a talune previsioni in materia di supporto alle famiglie o a quanto prefigurato per partiti e sindacati o al capitolo fondamentale del decentramento delle funzioni pubbliche, in gran parte da realizzare per dar vita ad autonomie responsabili e avvicinare le istituzioni ai cittadini).

In ordine ai contenuti salienti della Costituzione – senza qui poter naturalmente dettagliare – va sottolineato anzitutto il significato e la portata generale delle prime dodici norme, che sanciscono in particolare il quadro di garanzie di principi in materia di diritti inviolabili delle persone e delle formazioni sociali, così come di riconoscimento e valorizzazione delle autonomie, senza peraltro perdere di vista il principio di unità e indivisibilità della Repubblica. Di qui anche l’accento sul principio di solidarietà e di perequazione, in base al quale vanno perseguiti obiettivi di riequilibrio per le zone più svantaggiate del Paese e  un’eguaglianza non solo formale tra i cittadini, che si fondi il più possibile su pari opportunità. D’altra parte, riguardano tutti i cittadini anche le norme sui doveri e sulle responsabilità personali, ivi comprese quelle che sono a fondamento dell’esigenza di legalità nei rapporti pubblici, in cui acquista un particolare rilievo la norma che sancisce il dovere di tutti di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi, a partire dai cittadini a cui sono affidate funzioni pubbliche, che devono essere adempiute con disciplina ed onore.

 Vi è poi da richiamare l’’importanza di una organizzazione del potere pubblico coerente con il principio della sussidiarietà, sia verticale che orizzontale, in base al quale per un verso vanno promosse e valorizzate il più possibile le funzioni delle istituzioni esponenziali di comunità territoriali più prossime ai cittadini, a partire dai comuni,  dando per altro verso spazio in modo concreto anche a quanto previsto espressamente nell’articolo 118, laddove si sottolinea che tutte le istituzioni pubbliche devono favorire – in chiave appunto orizzontale – l’autonomia dei cittadini singoli e associati per lo svolgimento di attività di interesse generale, così aprendo ad un ruolo significativo anche delle organizzazioni di volontariato sociale e del cosiddetto Terzo settore.

Sono, altresì, da menzionare le norme altrettanto importanti  e lungimiranti – specialmente in un’epoca in cui sono sempre più evidenti le interdipendenze sovranazionali, se non talora planetarie (basti pensare all’ambiente e al clima) – che aprono ad un rapporto collaborativo con altri Stati e organizzazioni internazionali, limitando espressamente la sovranità statuale a beneficio di obiettivi di convivenza pacifica e di reciproco riconoscimento: in tal senso creando i presupposti indispensabili anche per la prospettiva dell’Unione europea, che costituisce ormai da decenni lo scenario in cui realizzare un’effettiva integrazione tra i popoli del vecchio Continente. Si può aggiungere che – in questo orizzonte sovranazionale – la Costituzione ha già dal 1948 prefigurato il valore anche per gli italiani di documenti e Carte solenni che, a vario titolo, hanno contrassegnato la storia dei rapporti internazionali dei decenni successivi, a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti umani fino alla Carta europea dell’autonomia locale del 1985 e al Trattato di Lisbona del 2004 per l’Unione europea.

 In sostanza, la Costituzione rappresenta una scuola di legalità e un punto di riferimento imprescindibile come presupposto di una reale cittadinanza democratica e di una possibile partecipazione effettiva alle dinamiche nella vita pubblica, sia nell’ordine interno che internazionale. Di conseguenza dovrebbe essere un effettivo patrimonio personale di tutti i cittadini, che dovrebbero conoscerla e farla conoscere: con un plauso alle iniziative di quei comuni o di quelle scuole che consegnano il testo della Carta costituzionale ai diciottenni, in modo che possano iniziare la loro vita democratica con piena consapevolezza dei principi e delle regole istituzionali comuni. A maggior ragione per il fatto che, pur avendo già settant’anni, la Costituzione repubblicana non è vecchia o superata, ma conserva piena vitalità ed attualità, seppure con qualche avvertenza sul linguaggio talora datato (ad esempio laddove, all’art. 9, si legge che la Repubblica tutela il paesaggio, mentre oggi si farebbe riferimento, in modo oltretutto più onnicomprensivo, alla tutela dell’ambiente) e su qualche esigenza di manutenzione o aggiornamento o integrazione su punti specifici, specie nella parte sull’organizzazione del potere, ma non sull’impianto generale. 

 

L’esigenza di una formazione istituzionale alla Costituzione – Una democrazia educata alla Costituzione potrebbe essere la sintesi di quanto fin qui considerato: ma come, in quali luoghi istituzionali aperti a tutti, affinchè sia garantita una cultura costituzionale di base a tutti i cittadini, aldilà delle opportunità di formazione e di sensibilizzazione nei contesti familiari o in sedi associative privato-sociali liberamente frequentate? Ovviamente va considerato anzitutto il ruolo possibile – anzi indispensabile – della scuola, sia quella dell’obbligo che quella superiore, pensando ad un vero e proprio  insegnamento curriculare, con le opportune verifiche conclusive, impartito o coordinato da docenti specificamente qualificati. C’è bisogno di un deciso passo avanti sia rispetto alla pur significativa esperienza dell’educazione civica introdotta per qualche tempo alla fine degli anni ‘50 nella formazione scolastica su iniziativa dell’on. Moro, sia rispetto all’erratico insegnamento di Cittadinanza e Costituzione realizzato in molte scuole – talori con ottimi risultati – negli ultimi due decenni ad opera di docenti volenterosi e benemeriti, spesso supportati dai dirigenti scolastici, ma comunque senza uno spazio didattico proprio e garantito. 

L’obiettivo didattico non dovrebbe certo mirare ad un indottrinamento, ma sostanzialmente essere quello di offrire una conoscenza adeguata – modulata ovviamente a seconda dei livelli scolastici – sul contesto della vita pubblica del Paese e sulle dinamiche della democrazia, in modo da abituare i giovani, fin da piccoli, a sapere dove vivono, con quali regole fondamentali di relazione e di dialogo con gli altri, con quali diritti e doveri principali: Nella formazione di questa cultura istituzionale dovrebbero certamente aver posto, aldilà di qualche fase d’aula frontale, soprattutto momenti di riflessione legati a testimonianze di responsabili istituzionali o di figure meritevoli a vario titolo di attenzione (per cultura o esperienze significative), nonchè visite alle sedi più rappresentative delle istituzioni pubbliche, a cominciare da quelle comunali o di rilevante interesse locale. Non mi soffermo qui oltre sui contenuti e sul profili disciplinari di questo insegnamento – di per sè interdisciplinare, anche se maggiormente collegabile alle discipline storiche e giuridiche – sulla cui ragion d’essere vi sono, d’altronde, studi e proposte particolarmente qualificate, a partire da quelle formulate oltre un decennio fa dalla Commissione Corradini, da cui sono in certo modo scaturite anche alcune iniziative legislative parlamentari nella scorsa e nella attuale legislatura, che sembrano preludere ad un’effettiva operatività (per un approfondimento delle vicende e dei chiaroscuri dell’nsegnamento – dapprima di Educazione civica, poi di Cittadinanza e Costituzione – si veda il volume di Luciano Corradini e Giuseppe Mari, Educazione alla cittadinanza e insegnamento della Costituzione, ed. Vita e pensiero 2019). E’ urgente prendere decisioni operative in materia, ad opera di Parlamento e Governo, trovando uno spazio adeguato nella programmazione didattica dei vari ordini e gradi di scuole e stimolando, nel contempo, percorsi di formazione mirata e di aggiornamento per i docenti coinvolti.

 A parte il ruolo cruciale essenziale della scuola ci sono anche altre opportunità che possono contribuire a diffondere una cultura costituzionale e della convivenza civile e democratica di base. Si può pensare all’importanza ad esempio del servizio civile, anche volontario, che può offrire ai giovani un’esperienza certo significativa sulla realtà sociale in vari campi e sul senso di un impegno civile. Vi sono, inoltre, specie in talune parti del nostro Paese, opportunità assai positive di impegno nel campo della protezione civile o dei vigili del fuoco volontari. Ecco, questa sensibilità e questa cultura delle comuni esigenze nella convivenza civile mi pare effettivamente possano contribuire a far crescere cittadini consapevoli delle  responsabilità di ciascuno nella convivenza sociale. Aggiungo poi un’ulteriore spazio disponibile per la formazione dei giovani alla cittadinanza attiva: mi riferisco alla possibilità di dar vita nei contesti locali a quelli che si chiamano i Consigli comunali dei ragazzi, una opportunità prevista addirittura da una legge degli anni 90 che è stata sperimentata in molte realtà comunali, dando vita a organi formati da studenti scelti dagli studenti che provano a gestire piccole responsabilità di comune interesse, in collaborazione con le istituzioni comunali (ho avuto modo di verificare di recente come questo tipo di esperienza faccia maturare una coscienza dei valori sociali e civili anche in giovanissimi studenti, dagli 11 ai 14 anni, che hanno saputo animare un incontro a Lozzo di Cadore sui principi fondamentali della Costituzione, ponendo e interloquendo con domande intelligenti e curiose). Aggiungo infine anche un riferimento allo spazio offerto dal “dibattito pubblico”, con questo menzionando quanto previsto da un decreto del 2018, che prevede la possibilità di dar vita ad  un dibattito pubblico su progetti alternativi di opere pubbliche, chiamando quindi i cittadini di un dato territorio interessato a orientare le scelte di chi ha la responsabilità istituzionale di prendere le decisioni in materia di opere pubbliche.

A voler concludere queste considerazioni si può sostanzialmente dire che, a 70 anni dalla entrata in vigore della Costituzione, tuttora valida i suoi assi portanti, si deve finalmente  finalmente prendere sul serio la questione della formazione istituzionale, anzitutto scolastica, a Cittadinanza e Costituzione: per dare un’anima e un futuro alla democrazia, con cittadini delle nuove generazioni informati e formati, in grado di contribuire ad una migliore qualità della politica e alla difesa del sistema democratico. Ovviamente senza escludere – anzi auspicando – altre libere iniziative in materia da parte di partiti,  movimenti, associazioni e fondazioni interessate a migliorare la cultura costituzionale alla democrazia.

 

Gian Candido De Martin Presidente del Consiglio scientifico dell’Istituto dell’ACI per lo studio dei problemi sociali e politici “Vittorio Bachelet “

C’era da aspettarselo

Tutti a guardare lo strappo. Intenti a capire che lacerazioni produrrà nel corpo del Pd. Un’attenzione, oggi, esasperata, e si comprende e si giustifica, ma si rischia una sovrabbondanza di analisi senza che vi siano letture che entusiasmino per il taglio differenziato delle stesse. Spostiamo lo sguardo. Varchiamo la soglia del normale. Cerchiamo, in sostituzione di quanti tutti via via leggiamo, di vedere che cosa comporta la presenza di Matteo Renzi nell’ambito di un centro politico oggi claudicante, sostanzialmente sbrindellato e per lo più espressione di qualche sparuto gruppetto in cerca di mantenerlo in vita.

Credo che sia questo l’elemento che più stuzzica l’attenzione di chi non consumi il suo divertimento a vedere quante slabbrature comporterà questa partenza più o meno annunciata.

Che senso avrà questo Renzi posto a un passo da Berlusconi, ad un soffio di quelle instancabili meteore che circolano in quello spazio politico?

Giostro con una malizia estrema, ipotizzo ciò che, a dir il vero, non ho in alcun modo sperimentato, né ho ricevuto significativi segnali che mi inducono con certezza a dire quello che scriverò.

ipotizzo, pertanto, che, come un tempo, quindi cosa già vissuta, Renzi abbia cortesemente, oltre ad avvertire Conte e Zingaretti, si sia gentilmente prodigato ad informare Berlusconi di questo suo viaggio settembrino. Ricordando la visita che il fiorentino fece ad Arcore, immaginarmi che magari senza scomodare il viaggio, abbia comunque telefonato a Silvio, non credo sia una fantasia del tutto priva di sostanza.

In ragione di questo fatto, non escludo che il cantiere in atto possa prevedere la presenza di più progettisti. Ingegneri sfilati dal vecchio corteo e ingegneri provenienti dalla gran bella villa del magnate della Tv.

È questo il vero tema. Come si organizzerà, in vista di una ormai certa modifica della legge elettorale, il condominio di quello che sopra ho chiamato centro politico.

Renzi ha giocato splendidamente le sue carte, ha sigillato il governo Conte e non appena insacchettato in quel governo alcuni suoi autentici Ministri e una manciata di Sottosegretari, ha febbrilmente riempito le valige e si è spostato su una sponda che, tutto sommato, lo vedeva primeggiare da tempo immemorabile.

La sala da pranzo non è ancora allestita, ma nelle cucine di questo nuovo accampamento c’è una febbrile attività. Stanno confezionando i possibili pasti da degustare nei tempi futuri, nei graziosi tavoli della sala non ancora ordinata. Questa remata verso il centro da parte di Renzi, condizionerà non solo il centro sinistra, ma avrà pure nette ripercussioni dentro il campo del centro destra.

Il taglio che ho voluto dare, ci impone di allargare l’attenzione all’intero campo politico nazionale. Renzi spariglia le carte mettendo in difficoltà l’intero panorama politico.

C’era da aspettarselo.

Rinviato al 2020 il ritorno dell’educazione civica

A parole praticamente avevano esultato tutti, forse eccetto chi a scuola ci lavora veramente ed ha un minimo di esperienza didattica e di insegnamento: ritornerà l’educazione civica nelle scuole, si insegnerà per 33 ore all’anno con tanto di voto in pagella, dalla scuola primaria alle superiori ma anche a partire dalle scuole dell’infanzia sono previste “iniziative di sensibilizzazione alla cittadinanza responsabile”: puntualizzazione fondamentale e da chiarire bene prima dell’inizio delle attività didattiche perché in questa fattispecie si tratta di bambini dai tre ai cinque anni.

Aveva esultato il Ministro uscente del MIUR Bussetti che ha tolto il tema scritto di storia alla maturità ma avrebbe affidato l’insegnamento dell’educazione civica ai docenti dell’area storico-geografica nella scuola primaria e media e a quelli dell’area economico-giuridica nelle secondarie di secondo grado (peccato che detta area non esista in tutte le scuole superiori). L’annuncio era stato trionfale: “Oggi è una giornata storica! Finalmente ritorna l’educazione civica come materia obbligatoria nelle scuole. Un traguardo necessario per le giovani generazioni perché sono i valori indicati nella Costituzione a tenere unito il nostro Paese. Il compito della scuola è di educare alla cittadinanza attiva, al rispetto delle regole, all’accoglienza e all’inclusione, valori alla base di ogni democrazia”. Peccato che non se ne faccia nulla, per ora.

Poi – infatti – è stato tutto un confuso confermare e smentire.
Nonostante il ritardo di pubblicazione sulla G.U. della legge istitutiva di tale insegnamento (il 20 agosto u.s. anziché il 16) il Ministro Bussetti con Decreto del 27 agosto aveva bypassato l’ostacolo burocratico introducendo la materia dell’educazione civica come “sperimentazione nazionale obbligatoria” già a partire dall’a.s. 2019/20. Tuttavia il CNPI (Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione) ha severamente bocciato il provvedimento ministeriale, giudicandolo inadeguato, frettoloso e intempestivo.
Una brutta figura dopo tanto eccesso di annuncio, dunque.

Il CNPI ha sommessamente (ma mica tanto ) ricordato al Ministro uscente Bussetti la gerarchia normativa che esiste tra una legge del parlamento (non pubblicata per negligenza sulla G.U) e un decreto ministeriale.

Tutto rinviato al 2020/2021, dunque, con il placet del nuovo Ministro Fioramonti.
Diciamo, senza enfatizzare, che il MIUR proprio in materia di educazione civica ha dimostrato una grande confusione, con pasticcio finale: prima si, poi no, poi si, poi no.
L’iniziativa in se’ è lodevole ma il programma sarà piuttosto denso: dal 2020 dunque (a meno che un istituto non parta in via di autonomia sperimentale) si parlerà di bullismo e di cyberbullismo, con un’attenzione particolare all’educazione alla legalità, al contrasto delle mafie e alla tutela del patrimonio culturale.

Spazio inoltre per l’educazione stradale, considerato che proprio nell’età delle superiori ci si avvicina alla patente di guida sia per i motorini che per le auto. E questo dovrebbe convincere gli alunni recalcitranti: quelli dei 20 selfie all’ora, che usano gli smartphone per facilitarsi lo svolgimento dei compiti in classe o per fotografare le bravate e metterle in rete. Ma l’incipit restano sempre i fondamentali: Costituzione, istituzioni dello Stato italiano e dell’Ue, storia della bandiera e dell’inno nazionale, Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, educazione alla cittadinanza digitale, elementi di diritto, educazione ecologica, riscaldamento globale, tutela del patrimonio ambientale, educazione alla legalità, educazione stradale, educazione alla salute, educazione alla cittadinanza attiva, uso accorto delle tecnologie e raccolta differenziata dei rifiuti. “Vasto programma”, per usare un’espressione di De Gaulle.

Questo programmino tanto per gradire sarà compresso in 33 ore annuali ma c’è già chi auspica – applicando il principio dell’impenetrabilità dei corpi – un approccio interculturale della materia, in modo che sia spalmabile su tutto il programma didattico, creando intersezioni, sinergie, approcci multidisciplinari, insomma usando tutto l’armamentario della pedagogia della facilitazione e del chiacchiericcio inconcludente, compresi i soliti esperti esterni per costruire una specie di torre di babele dove tutto è sovrapponibile, intersecabile, correlabile e omnicomprensivo.

Siamo alle solite: è finita l’epoca dei docenti con competenze specifiche, padroni della loro materia di insegnamento. Si chiedono per loro concorsi selettivi e valutazione del merito mentre in politica si esercita da tempo la più sicura pratica dello spoil system. Erano docenti, poi sono diventati facilitatori ed ora si trasformeranno in influencer , una specie di navigator del bon ton, essendo chiamati a convincere gli allievi che si attraversa la strada sulle strisce e col semaforo verde, che non si fuma in classe, che i poteri dello Stato sono tre e non devono impiastricciarsi tra loro, come avviene di norma proprio tra i paladini dell’educazione civica, che il Sindaco non è un deputato, che non si strappano le foglie degli alberi, non ci si ubriaca in discoteca, non si assumono sostanze, non si bullizzano i compagni specie quelli con disabilità, non ci si fotografa sull’orlo del marciapiedi della stazione mentre arriva un Frecciarossa, che lo sviluppo ecosostenibile è incompatibile con i rifiuti tossici e le plastiche, l’estinzione delle specie viventi e il riscaldamento del pianeta, mentre ai piccoli alunni delle scuole d’infanzia occorrerà far passare il concetto della cittadinanza responsabile ma senza forzare tempi e modi di apprendimento perché nel frattempo saranno state installate le telecamere nelle aule.

Il rischio è quello di una deriva neo-nozionistica, dovendo far passare concetti, idee, elementi di diritto, regole che stanno alla base della convivenza civile, principi etici a cominciare dall’introiezione della correlazione tra diritti e doveri, norme ordinamentali, cittadinanza attiva (compresa quella digitale), rispetto degli altri, della vita come valore nelle sue declinazioni animali e vegetali e tutto quello che le inevitabili circolari esplicative illustreranno perché l’autonomia delle istituzioni scolastiche sarà pur fervida di illuminanti iniziative ma il Ministero eserciterà la sua dovuta funzione di controllo e di indirizzo.
Suggerisco – nell’attesa dell’entrata in vigore della legge, differita di un anno- di approfondire un tema poco trattato nel progetto didattico ministeriale: l’attivazione di relazioni di conoscenza e di scambio di input informativi-formativi tra la scuole la famiglia, per evitare che lo sforzo dei docenti nel far passare l’abbecedario dell’educazione civica possa naufragare al cospetto di genitori diffidenti o gelosi delle proprie prerogative in materia di vita individuale e sociale dei propri figli o semplicemente fautori di una formazione domestica basata sull’assenza di prescrizioni e quindi concessiva o viceversa su obblighi e divieti discendenti da tradizioni, usi e costumi di vita familiare.
Una soluzione ci sarebbe e riguarda tutti gli adulti che direttamente o indirettamente avranno a che fare con questa novità dell’educazione civica: quella di fornire buoni esempi a casa e a scuola.

Più per pratica che per grammatica questa strada avrebbe il pregio della praticità e concretezza e della coerenza comportamentale tra quello che si dice o si insegna e quello che si fa.
E ciò vale in ogni contesto di vita.

La manfrina infatti è questa: rendendosi conto che la società sta prendendo una brutta piega, che stiamo diventando rancorosi, egoisti, cattivi, incivili e afflitti da insicurezza cronica (lo certificano ISTAT e CENSIS) la politica ha trovato l’eureka: si partirà dalle scuole e in 33 ore all’anno ci si affiderà – come è sempre accaduto in passato, quando si riversavano sulla scuola tutti i mali del vivere sociale e tutte le colpe della maleducazione dilagante – alla paziente opera degli insegnanti che saranno docenti, mediatori culturali e familiari, sostituti vigili stradali, del fuoco e della protezione civile, esperti di stili di vita e di educazione agroalimentare, particolarmente attrezzati nel districare le competenze tra istituzioni, spiegando cosa deve fare un giudice, un legislatore e un buon amministratore, poiché il potere appartiene al popolo che lo esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Forse il busillis iniziale sarà proprio nel distinguere tra forme e limiti, impresa nella quale la politica dal dopoguerra ad oggi non è riuscita, essendo falliti tutti i tentativi di una seria riforma costituzionale.
Ma anche di mera applicazione di quella che c’è già.
Perché la Costituzione è sempre stata materia ostica per i legislatori, che hanno peraltro a più riprese dato pessimi esempi in fatto di civismo, senso civico ed educazione civica (ed anche educazione tout court).
Figuriamoci per gli alunni, impegnati ad interiorizzare un programma cosi vasto in 33 ore, appunto.

Comunque – in cauda venenum- l’incipit è rinviato al prossimo anno scolastico, con buona pace di tutti: di carne al fuoco, alla mensa scolastica ce n’è già abbastanza. A cominciare dalla vicenda dei panini vietati dalla Cassazione. Più tutto il resto che ciclicamente si ripropone ogni anno: caro libri, nomine in ritardo, carenza di posti di sostegno, concorsi non banditi ma … messi al bando.

Social network: campagna educativa contro il cyberbullismo

E’ appena partita la nuova edizione della campagna educativa sui temi dei social network e del cyberbullismo, condotta dalla Polizia postale in collaborazione con il Miur. Sarà un tour di 62 tappe con momenti di informazione ed eventi di città in città. L’iniziativa ha preso il via ieri dal capoluogo abruzzese, più esattamente dalla scuola primaria “Mariele Ventre” con la partecipazione di circa 1.000 studenti, in rappresentanza di 350 Istituti di tutta Italia. Insieme a loro il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il titolare dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonte, e il capo della Polizia, Franco Gabrielli.

L’obiettivo del progetto è quello di prevenire episodi di violenza, vessazione, diffamazione, molestie online, attraverso un’opera di responsabilizzazione e sensibilizzazione al tema del cyberbullismo. In Italia, dice il Conacy, il Centro italiano per il contrasto al fenomeno, un ragazzo su quattro è stato toccato da episodi di aggressioni in rete e ogni giorno nel 60% degli istituti scolastici vengono rilevati atti di bullismo sia fisico che informatico.

Così come ci sono i bulli che usano violenze fisiche o psicologiche nei confronti dei compagni di scuola o di sport, nella vita virtuale può capitare di imbattersi in persone che usano Internet per esercitare la loro prepotenza. Il bullismo comprende una serie di comportamenti vili e aggressivi, fisici quanto psicologici basandosi su tre presupposti: intenzionalità, reiterazione e squilibrio di relazione. Gli atteggiamenti violenti consistono quasi sempre in offese, insulti, derisione, diffamazione, al fine di mortificare ed emarginare la vittima. In alcuni casi vi è stata purtroppo anche induzione al suicidio. Un altro aspetto del bullismo in rete è l’attivazione di meccanismi di disimpegno morale, come la minimizzazione (gli atti che si sono compiuti etichettandoli come uno scherzo) e la diffusione della responsabilità (Non è colpa mia; lo facevano tutti, oppure: io non ho fatto niente; ho solo postato un messaggio che mi era arrivato ecc).

La tutela penale per i fatti di cyberbullismo è diversificata a seconda delle diverse condotte. Le pene possono andare da 6 mesi a 5 anni se il responsabile è maggiorenne, se invece l’autore dei fatti è minorenne rischierà  6 mesi o 516 euro di pena pecuniaria, a quest’ultima andrà poi a sommarsi l’eventuale risarcimento in sede civile.

Gioco d’azzardo: i numeri dell’Agenzia dogane e monopoli

L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha pubblicato tutti i dati relativi alla ripartizione del Giocato, dell’Erario e delle vincite per singola tipologia di gioco e canale di vendita per l’anno 2018.

I numeri, esposti in un imponente report di 2.500 pagine, consentono di mettere a fuoco le proporzioni del fenomeno, riscontrando capillarmente i dati relativi alle giocate di ciascun comune italiano o di ciascuna provincia.

Gli apparecchi da gioco più comuni sono le AWP (Amusement With Prizes, letteralmente “Divertimento con premi”) e le VLT (Video Lottery Terminal, letteralmente “Lotterie a video terminale”).

I campi di Giocato, Erario e Speso comprendono anche gli importi degli Apparecchi a Comma7 (in cui l’erogazione del premio consistente in piccola oggettistica di valore non superiore a venti volte il costo della partita: massimo 20 euro) e delle Lotterie Tradizionali che non hanno il corrispettivo in vincita.

QUI IL REPORT SCARICABILE

Nel nostro Paese il 40% della popolazione è in sovrappeso ed il 10% è obeso

In base ad un sondaggio realizzato dall’Università Popolare “Stefano Benemeglio” (www.upda.it), su un campione di 1.000 uomini e 1.000 donne di età compresa tra i 18 ed i 65 anni, il 32% è ingrassato proprio nei mesi delle vacanze estive.

«D’estate siamo tutti maggiormente esposti a prendere peso, lasciandoci andare ai piaceri della tavola, concedendoci molti sfizi e rinunciando perfino allo sport ed alle attività fisiche che invece pratichiamo abitualmente in altri periodi dell’anno» puntualizza la dottoressa Samuela Stano, presidente dell’Università Popolare.

È così che ci ritroviamo ad avere in Italia il 40% della popolazione in sovrappeso e il 10% di obesi (proiezione 2019 dell’Università Popolare “Stefano Benemeglio” delle Discipline Analogiche su dati dell’Istituto Superiore di Sanità).

A dichiarare poi di seguire una dieta durante tutto l’anno è appena il 9% del campione e durante le ferie, subito dopo la “prova costume”, c’è il maggior tasso di abbandono (65%).

Paradossalmente, ad ingrassare è anche chi ha dichiarato di non avere mangiato di più e perfino chi, nel campione intervistato dall’UPDA, ha sostenuto di continuare a fare attività fisica, non riuscendo a perdere peso nonostante l’impegno.

Come è possibile? Risponde lo psicologo Stefano Benemeglio

<<Quando non si riesce proprio a dimagrire  è all’inconscio che si deve guardare. L’obiettivo è quello di trovare la causa, che poi è un malessere che spesso ci portiamo dietro da anni a causa di eventi accaduti nella nostra vita, che ci inducono -tra l’altro- ad avere un comportamento alimentare sbagliato>>.

 

Renzi, il Pd e i Popolari: una riflessione sul futuro.

L’iniziativa di Renzi ha il valore di uno scisma, come la pubblica opinione ha imparato in questi giorni a classificare la scissione. Qualcuno sostiene che debba essere consensuale. Che cosa vuol dire? All’annuncio della fuoriuscita, le reazioni dalle parti del Nazareno trasudano insofferenza e livore. Comunque la si giri, questa vicenda sconvolge il piano di volo della dirigenza zingarettiana. Da oggi è più difficile parlare di un Pd inclusivo, capace di mettere a valore la pluralità delle sue voci, resistente a ogni traversia interna e punto di riferimento pressoché esclusivo per l’elettorato antipopulista e antisovranista.

Notoriamente, con lo scisma non sono in gioco i cardini teologici della Chiesa, ma i criteri di disciplina e organizzazione che tutelano il depositum fidei. Per analogia, la rottura di Renzi rispecchia il momento scismatico perché prescinde da fondamentali questioni ideali, essendo risucchiata nel vortice della tattica, senza il respiro della grande motivazione che accompagna solitamente il congedo da una militanza politica. Nel lessico caro a De Mita l’infondatezza del gesto è l’espressione dalla “mancanza di pensiero”, non avendo altro orizzonte che il pragmatismo del fare e disfare. Nell’immediato, nulla toglie e nulla aggiunge alla natura e alla composizione della nuova maggioranza di governo, limitandosi a un esercizio di ridistribuzione di pesi e misure.

Ancora nei mesi passati esisteva una ragione che rendeva plausibile la decisione assunta oggi da Renzi: parliamo del rifiuto – ecco la ragione – a stringere accordi con il M5S. È invece accaduto nel corso della crisi, destinata a risolversi con la formazione del Conte bis, che fosse Renzi ad aprire al Movimento grillino, trascinando per altro il riluttante Zingaretti. Quindi è saltata quella pregiudiziale politica che all’occorrenza avrebbe potuto legittimare il diritto alla secessione, esibendo il titolo della propria coerenza personale. Ora, viceversa, regge a fatica l’impianto di una polemica che ruota attorno alla inaccettabilità dello spostamento a sinistra del partito. A tale riguardo, vale la pena ricordare che l’ingresso nel Partito Socialista Europeo ė stato voluto da Renzi, benché apparisse equilibrata la sola adesione al gruppo parlamentare di Strasburgo.

Dunque, un grumo di artificiosità rende l’operazione un po’ avventata, anche se Renzi ne sostiene con forza l’utile funzione di riequilibrio nel largo perimetro della coalizione governativa. Liquidarla alla maniera di Sala (“c’ė chi entra e c’è chi esce”) è però una caduta di stile. Non bisogna irridere banalmente a un atto che destabilizza il centrosinistra, costringendo tutti a ripensare il profilo di una politica fortemente ambiziosa, legata cioè alla programmazione di un nuovo codice genetico del riformismo. Chi desse fiato al revanscismo anti-renziano, propiziando l’avvvento di un partito finalmente sciolto dalla novità di una missione oltrepassante le ideologie del Novecento, non farebbe altro che accentuare un mix pericoloso di arroganza e superficialità.

Nel 2007 i cattolici democratici sono stati i coprotagonisti della fondazione del Pd. Successivamente, all’epoca dell’infausta alleanza tra Bersani e Vendola, alcuni ne sono usciti in dissenso con l’involuzione tardo-socialista del gruppo dirigente. Nei giorni dell’onnipotenza di Renzi il distacco si è persino accentuato, specie in occasione del referendum sulla riforma della Costituzione. Il resto appartiene alla cronaca. È giunto adesso il dovere di un sereno esame di coscienza? L’esperienza di “Rete Bianca” permette di rintracciare la volontà di contribuire alla battaglia per un rilancio del popolarismo come lievito della democrazia italiana. Se il PPI di Castagnetti offrisse una sponda, operando in termini di consustanzialità e autonomia rispetto alla vicenda del Pd – esercizio difficile ma non impossibile -, potrebbe riattivarsi un circuito di dibattito e partecipazione. Molti vorrebbero dare una mano senza dover rinunciare al modesto diritto di sentirsi a casa propria.

Il PPI non è un partito defunto. Nel congresso di Roma del 2002 ne fu sospesa l’attività in vista della costituzione della Margherita. Poi l’atteggiamento dei vertici, esulando da una verifica collegiale circa il passaggio al “partito unico dei riformisti”, ha determinato la propensione a valorizzare le responsabilità dei singoli sulla scena pubblica. Sarebbe sciocco ignorare il ruolo assunto nelle istituzioni e nella società civile da personalità provenienti dal mondo popolare: al Colle ne abbiamo, fortunatamente per noi e soprattutto per il Paese, la massima espressione. Ciò nondimeno l’esame di coscienza si fa pressante e investe tutti, sapendo che la fine della condivisione di valori ed esperienze, nella catena di vecchie e nuove generazioni, può avvenire rapidamente non appena s’inceppa per motivi vari il meccanismo della politica. Una riflessione sul futuro si fa urgente.

Mario Draghi, il custode della moneta unica

Francoforte, giovedì 31 ottobre 2019. Ultimo giorno di mandato presidenziale alla Banca Centrale Europea. Nell’ufficio di Mario Draghi, situato all’ultimo piano del grattacielo Eurotower, gli scatoloni sono già pronti. L’indomani, venerdì 1 novembre (nonostante Ognissanti sia un giorno festivo anche nella Germania protestante) Christine Lagarde ha già dato precise disposizioni per il suo insediamento.

Mario Draghi sarà ricordato dagli storici come il vero, autentico custode della moneta unica: rispettato e temuto dai mercati e dall’establishment finanziario, inviso ai populisti, oggetto di tweet sarcastici (sempre più frequenti) da parte del Presidente Usa, Donald Trump, con risposte altrettanto serafiche: “Il tasso di cambio non è mai stato un target della Bce”. 19 nazioni europee adottano l’Euro: più di 300 milioni di cittadini. 

A cosa sta pensando il banchiere italiano, nel suo ultimo giorno a Francoforte? Forse al suo insediamento, il 1 novembre 2011, quando il predecessore, Jean Claude Trichet, gli lasciò in eredità la “patata bollente” della crisi finanziaria in atto. O forse ricorda il drammatico G20 di Cannes, quello delle risatine tra la Merkel e Sarkozy, che accelerarono la caduta del Governo Berlusconi (e il successivo varo, in 48 ore, dell’esecutivo guidato da Monti). L’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, già dall’estate 2011 stava lavorando concretamente a un “piano B” per l’Italia. In una recente intervista, Carlo De Benedetti ricorda di essere stato consultato al riguardo e di aver risposto: “Presidente, un governo operativo serve subito, prima che lo spread superi i 500 punti: a quel punto sarebbe tardi”. 

Ma forse l’ex allievo del liceo romano Massimo “dei Gesuiti” (classe 1947, compagni di banco Luca di Montezemolo, Luigi Abete e anche il nostro Direttore, Giuseppe Sangiorgi) sta pensando alla fine di luglio 2012, “il giorno più lungo da quando esiste l’Euro” (la definizione è del Financial Times). Durante una drammatica conferenza stampa, con lo spread pericolosamente sopra quota 500 punti, Draghi disse semplicemente (si fa per dire) “noi faremo qualsiasi cosa per difendere l’Euro”.  Quel Whatever it takes, pronunciato con aria quasi distratta, ha cambiato la storia recente e il destino dell’economia europea.

O forse, mentre sta raccogliendo i suoi effetti personali, l’economista cresciuto all’ombra di Franco Modigliani e Carlo Azeglio Ciampi, osserva un antico elmo prussiano appeso al muro, singolare dono di insediamento da parte del popolare magazine tedesco Bild. Forse un messaggio obliquo, per invitare il nuovo Presidente italiano a perseverare nelle politiche di rigore (oggi diremmo di austerity) del suo predecessore. Draghi accettò il dono di buon grado, forse facendo buon viso a cattivo gioco. Poi, negli otto anni successivi, dimenticò l’ammonimento facendo esattamente l’opposto: tagli sistematici dei tassi interesse, sostegni alle banche e massicce dosi di Quantitative Easing (2600 miliardi di liquidità iniettati a cadenza mensile nell’Eurosistema) che hanno tenuto i tassi a zero scatenando, a più riprese, l’ira funesta del Presidente della Bundesbank, Jens Weidmann e dei “falchi” dell’ortodossia monetaria europea. 

Secondo voci di corridoio, a un certo punto la Bild avrebbe addirittura chiesto la restituzione dell’elmo prussiano: evidentemente il messaggio recapitato non era andato a buon fine. Eppure è ancora lì, nell’ufficio Presidenziale, all’ultimo piano di Eurotower, Kaiserstrasse 29, Frankfurt am Main, Deutschland. Chissà se la nuova Presidente, Christine Lagarde, lo lascerà appeso al muro.

Caro Marattin, non si può partire dalla “tabula rasa”

Articolo già apparso sulle pagine di http://www.libertaeguale.it a firma di Claudio Petruccioli già parlamentare del Pci/Pds/Ds per cinque legislature. Presidente della Commissione di vigilanza Rai dal 2001 al 2005 e Presidente del consiglio d’amministrazione della Rai dal 2005 al 2009.

Esatto, caro Marattin, la sfida è quella da te descritta e la strategia dell’ACCOMPAGNAMENTO è quella giusta: va esposta e affermata con la massima chiarezza, va implementata con tutte le risorse disponibili.

Ma non c’è, nel tuo ragionamento, la dimostrazione che sia possibile fare tutto ciò solo con un nuovo partito.

Sono due, a mio avviso, gli argomenti politici con i quali tu e chi si accinge al passo dovreste affrontare.

Il primo è presente già in quel che scrivi: Se i due blocchi (il SOVRANISTA e il PROTEZIONISTA PASSIVO) sono quelli da te descritti come e con chi la posizione giusta che tu sostieni riuscirà a operare politicamente? o si deve confidare e aspettare che quella posizione diventi maggioranza?

Il giudizio sul Partito Democratico

Il secondo argomento è invece assente nella tua riflessione o è – almeno – molto implicito. Riguarda il giudizio sul Pd: no, il Pd non è tutto come Provenzano o come quelli che hanno cantato Bandiera rossa a Ravenna, e neppure tutto come Zingaretti o Bettini. Non lo è come non era tutto renziano quando Renzi ne era il leader. Il fatto che il Pd abbia nella scelta democratica del leader la sua caratteristica distintiva non vuol dire che si identifica e si esaurisce nel leader del momento.

E’ un errore ottico molto diffuso e anche comprensibile, ma è un errore serio che induce a comportamento politicamente illogici, come quelli di D’Alema e Bersani che sono usciti contro Renzi e adesso rientrano perché c’è Zingaretti. Pensa se tutti facessero così! Potrebbe capitare anche a voi: se domani un… Marattin si candidasse per la segreteria del Pd e vincesse le primarie chi oggi uscisse cosa farebbe? rientrerebbe?

Oltre all’analisi dei blocchi sarebbe il caso di formulare un giudizio preciso e non mutevole sul Pd: su quello che è -certamente – con tutti i suoi limiti e difetti, ma anche sul progetto per il quale è stato pensato che non è stato attuato; che anzi è, spesso, contestato e rifiutato ma non è stato affatto falsificato e mantiene tutta la sua vitalità, solo che si voglia perseguirlo. Intendo il progetto di raccogliere e omogeneizzare tutti i riformismi che derivano dalle diverse tradizioni italiane in una forza politica capace di sostenere e vincere la sfida per il governo del Paese e di contribuire in modo significativo al governo dell’Europa.

E’ chiaro che dentro un partito siffatto la competizione per l’egemonia è sempre viva e aperta; è esattamente questa la originalità del Pd. Cancella questa originalità, separa i riformismi e dalla competizione per l’egemonia si passerà alla concorrenza per il potere. Questo sì sarebbe scendere dove la sfida vera non viene neppure percepita.

Ricordiamo le vicende che hanno preparato la nascita del Pd

Un ultimo accenno, solo un accenno: la disinvoltura e la sostanziale indifferenza con cui si mette in gioco il Pd, il suo progetto, la sua funzione (a mia avviso l’aspetto più negativo e grave di tutta questa vicenda) sono a mio avviso dovute alla trascuratezza, all’oblio calato sulle vicende che hanno preceduto e preparato la nascita del partito democratico.

Mi limito ad elencare le più importanti e sofferte: quella che trent’anni fa, in coincidenza con la caduta del muro di Berlino fu definita “la svolta” (per cui quelli che provengono dal Pci che allora concluse la sua storia non possono essere catalogati in modo uniforme come ex-pci; in quella occasione, infatti, si divisero in modo motivato e sofferto e non solo fra Pds e Rifondazione comunista); quella che una ventina d’anni fa dette luogo alla esperienza dell’Ulivo che, per la prima volta nella storia d’Italia consentì alla sinistra di pensarsi e di agire come sinistra di governo (per cui coloro che, originando dalla Dc, sono oggi nel Pd non possono continuare ads essere etichettati come ex-dc).

Queste vicende, queste esperienze sono state accompagnate da dure lotte, le posizioni più innovatrici sono state contrastate e in più di un caso sconfitte; ma non sono passate senza lasciare traccia, hanno continuato a influire anche nell’ideazione, nel varo e nella vita del Pd. E influiscono ancora oggi. Potrei continuare con altri esempi, ma mi fermo qui; ci saranno altre occasioni per parlarne.

Non confondiamo il rinnovamento con la “tabula rasa”

Qui, i riferimenti che ho fatto mi servono solo per concludere con un invito: non confondiamo il rinnovamento con la “tabula rasa”. Il rinnovamento deve essere il più audace possibile, non deve essere limitato da nessun tabù, deve proporsi il massimo di discontinuità, senza paure e censure. Ma non lo si confonda con la “tabula rasa” perché anche il più radicale rinnovamento una volta pensato deve procedere, deve mettere i piedi sul terreno, e il terreno non è mai una “tabula rasa”. In ogni caso, auguri. Spero di vederti a Orvieto alla fine del mese.

Rapporto Ocse: poco Pil per la scuola italiana e molti ragazzi “neet”

E’ un’immagine depauperata quella della Scuola italiana dei prossimi anni che esce dal Rapporto OCSE “Education at a glance 2019” : colpisce il dato negativo quantitativo rispetto al numero di alunni e docenti attuali. Potremmo chiamarlo un ridimensionamento sistemico, peraltro in linea con tutti gli altri indicatori standard dello sviluppo o della stagnazione di un Paese. Da noi prevale il segno meno sotto diversi profili di considerazione, basti ricordare il precedente rapporto dello stesso Istituto parigino di analisi dei sistemi formativi e ricordare il trend negativo marcato sulla “fuga dei cervelli”all’estero. Un rapporto di tre mesi fa, non del decennio precedente, che potrebbe utilmente invitare alla rilettura della (altrettanto recente) Ricerca di Sgritta e Raitano della Sapienza su “Generazioni tra conflitto e sostenibilità”: una documentata,  rigorosa analisi sugli equilibri sociali possibili in futuro.  Per non parlare di PIL, nuove imprese, occupazione giovanile, mercato del lavoro, start-up, grandi opere, infrastrutture, ricerca pura e applicata: caleidoscopici frammenti di una realtà oggetto di studi e analisi condotte dall’Istat e dal CENSIS, senza che la politica nel suo complesso ne abbia avvertito la rilevanza e la potenziale utilità in chiave di programmazione economica e di modelli sociali da perseguire.

Per citare solo alcuni aspetti dell’attuale fase di stagnazione economica, in attesa che – dopo aver ascoltato tutti i soloni della crescita e dello sviluppo o quelli nostalgici della decrescita infelice – qualcuno prenda atto di una realtà che nessuno è stato in grado di focalizzare in tutta la sua incipiente criticità.  Ancora prima di esaminare profili di qualità del servizio reso all’utenza dal sistema scolastico del nostro Paese in un’ottica comparativa con gli altri modelli funzionanti nella galassia OCSE, il Rapporto pubblicato il 10 settembre 2019, evidenzia una deriva di saldo numerico negativo. Sul fronte dei docenti l’OCSE rileva un’età anagrafica più alta della media europea (il 59% degli insegnanti sono ultracinquantenni), e di converso la quota percentuale più bassa nella fascia 25/34 anni, mentre i salari sono tra i più bassi dell’area U.E.

I recenti provvedimenti sulle pensioni (leggasi quota 100 ) potrebbero accelerare l’uscita dal servizio dei docenti più anziani e favorire il turn over. Occorre richiamare tuttavia i dati allarmanti sul decremento demografico: l’Istat – nel suo ultimo Rapporto annuale – ha definito l’Italia un Paese con le culle vuote e tendente all’invecchiamento: A fronte di una popolazione totale di 60,4 milioni di abitanti nel 2019 si prevede una riduzione a 58,2 milioni nel 2050: impensabile sperare che il calo non riguardi anche il sistema scolastico. Sul fronte studenti cresce peraltro contemporaneamente la cosiddetta “area Neet” (dall’acronimo di Not Engaged in Education, Employment or Training) che assomma i giovani nella fascia 18/24 anni che non studiano, non lavorano e non cercano un’occupazione: la media italiana è del 26% rispetto a quella OCSE del 14 %, con un indice di crescita fino al 37% per le ragazze fino ai 29 anni.

Anche sul fronte della popolazione laureata il confronto è perdente nell’ampiezza del target considerato: il 19% dei 24/64enni contro una media OCSE del 37%, questa concentrazione verso percentuali più basse favorisce remunerazioni più alte per i laureati rispetto ai diplomati, ma in un range sempre inferiore agli standard OCSE (37% contro un abbondante 57%). Questo spiega e richiama il citato precedente Rapporto OCSE sulla fuga dei cervelli perché questi dati favoriscono l’esodo all’estero dei laureati italiani che non è compensato da un eguale ingresso dei pari titolo stranieri né delle cd. “alte professioni”.

Ciò significa che in linea di tendenza esportiamo talenti ed importiamo manovalanza.

Altra nota dolente è il rapporto tra spese per l’istruzione (sistema scolastico e ricerca) e PIL: l’Italia impegna attualmente un 3,6% del suo PIL per l’istruzione, dalla primaria all’università, contro una media OCSE del 5%, peraltro – si noti bene – con un decremento del 9% sul totale nel periodo 2010/2016, nonostante le promesse contrarie dei governi succedutisi alla guida del Paese. Un Paese che non investe in istruzione e Ricerca è destinato ala soccombenza economica e culturale poiché questa deriva negativa sommata al decremento demografico colpisce le giovani generazioni sul fronte dello studio e del potenziale lavorativo.

Un gap ampiamente già rilevato e segnalato in passato senza che sia intervenuta una significativa inversione di rotta che avrebbe invece assecondato ed emancipato le potenzialità del sistema formativo italiano, per tradizione culturale consolidata ed equilibrio tra sapienza ricevuta, metodologie didattiche collaudate e tendenza ad una innovazione non assecondata per mancanza di fondi adeguati.

A cominciare dalla scuola dell’infanzia per la quale l’OCSE rileva un indice di iscrizioni del 94% sul target 3/5 anni, ben superiore alla media dei paesi analizzati dall’organizzazione e dalla scuola primaria che per qualità e programmi resta pur sempre una delle più avanzate al mondo.

L’indice di scolarizzazione è dunque inizialmente elevato ma cala crescendo nel curricolo degli studi: si tratta del fenomeno della dispersione scolastica che altri Paesi (si cita ad es. la Francia) hanno studiato scandagliando le aree geografiche e sociali  secondo i parametri del rischio educativo e del disagio scolastico. L’abbandono cresce con l’incedere dei gradi di istruzione e contribuisce infine ad incrementare l’area Neet già considerata.

Ciò nonostante il nostro Paese abbia prodotto una legislazione molto avanzata in tema di diritto allo studio.

Il problema restano le risorse destinate all’istruzione, il loro rapporto negativo con il PIL fino ad un saldo in decrescita anziché – come sarebbe necessario – in aumento e la considerazione radicata nell’immaginario politico e sociale di parte del Paese circa l’improduttività del sistema scolastico.

Una storia datata che ci trasciniamo da decenni e che influisce – all’analisi impietosa dei dati e delle percentuali – sulle valutazioni non del tutto lusinghiere che ci riserva l’OCSE e che in parte ci meritiamo.

Occorre una svolta significativa, forse epocale per evitare che il nostro sistema formativo non regga la competizione con i sistemi scolastici degli altri Paesi, in termini di esiti qualitativi e di risultati legati alla crescita generale. Più risorse, più fiducia nella scuola, più lungimiranza, da parte di una classe dirigente che ha finora in parte eluso le straordinarie potenzialità di cui istruzione formazione e ricerca sono portatrici.

Settimana europea per la mobilità

E’ partita la “Settimana europea per la mobilità”, un tempo dedicato a sensibilizzare i cittadini sul tema della salute pubblica e la qualità della vita promuovendo la mobilità pulita e il trasporto urbano sostenibile.

“Cammina con noi” è il tema di questa XVII edizione, che mette a fuoco i vantaggi dei “mezzi di trasporto attivo, come il camminare o l’andare in bici” perché costituiscono la possibilità di “integrare l’esercizio fisico nella nostra vita quotidiana”, sono un modo “per risparmiare denaro” oltre che utili per migliorare la qualità dell’aria delle nostre città, spiegano gli organizzatori.

Sono oltre 2.800 le città europee che hanno aderito e circa 2.200 le iniziative registrate sul sito della campagna. È disponibile anche una “Guida” alle best practices che racconta come alcune città europee si siano distinte nel 2018 per il loro sforzo di facilitare l’uso della bici e in generale il trasporto sostenibile: Lisbona, Gdynia in Polonia, Karditsa in Grecia sono alcuni dei casi riportati. Ci sono aziende, ong, associazioni che hanno lavorato per creare tra i propri dipendenti o soci una cultura alternativa per la mobilità.

Città metropolitana di Torino, varato il Piano industriale 2019 – 2021

Cdp e il Comune di Torino hanno siglato, il 13 settembre, un protocollo d’intesa per un reciproco impegno a sostegno del territorio metropolitano, al fine di potenziare lo sviluppo del sistema urbano e del tessuto produttivo. Nel campo delle infrastrutture, Cdp fornirà servizi di advisory per rafforzare il trasporto pubblico locale e altre opere strategiche. La collaborazione fra Gruppo Cdp e Comune di Torino in ambito immobiliare punta alla valorizzazione del patrimonio comunale e la rigenerazione urbana, con particolare attenzione al mantenimento dell’identità culturale della città.

Nel social housing, con il Fondo Investimenti per l’Abitare, Cassa depositi e prestiti ha già investito 200 milioni di euro complessivi, per la realizzazione di circa 1.200 alloggi sociali e 1.300 posti letto in residenze temporanee o universitarie. Questi interventi s’inseriscono all’interno di un piano di riqualificazione che Cdp sta supportando nel territorio torinese come, ad esempio, gli interventi nell’ex Villaggio Olimpico, nell’ex Caserma La Marmora e nell’area “Falchera”.

Il nuovo accordo prevede altresì l’apertura di una nuova sede del Gruppo Cdp nel capoluogo piemontese, a supporto degli enti della PA, delle imprese e degli altri stakeholder del territorio, per promuovere una relazione semplificata e diretta con i portatori di interesse e le comunità locali. Cassa depositi e prestiti insieme alle società del Gruppo s’impegnano, infine, a fornire sostegno finanziario e assicurativo alle imprese dell’area di Torino per i diversi fabbisogni di ricerca, sviluppo, innovazione e internazionalizzazione.

Al via la XXVI edizione del Salone Internazionale del Restauro, dei Musei e delle Imprese Culturali

Dal 18 al 20 settembre 2019 nella consueta cornice di Ferrara Fiere torna il Salone Internazionale del Restauro, dei Musei e delle Imprese Culturali, unico e imprescindibile appuntamento annuale nell’ambito dei beni culturali e ambientali, con una XXVI edizione ricca d’importanti novità. Il cambio di gestione affidato a Ferrara Fiere Congressi srl, gruppo Bologna Fiere, ha portato avanti una significativa strategia volta al rinnovamento della manifestazione che da quest’anno si svolgerà assieme a RemTech Expo, evento internazionale specializzato sulla sicurezza, manutenzione, riqualificazione, rigenerazione del territorio, sismica, cambiamenti climatici e chimica circolare.

Il cambio di data nel mese di settembre è dovuto e voluto per presentare al pubblico il significativo accordo con il MISE – Ministero dello Sviluppo Economico, in collaborazione con ICE – Agenzia per la promozione all’estero delle imprese italiane e Assorestauro, che ha individuato in Ferrara Fiere e nel Salone del Restauro un ruolo centrale come hub internazionale del restauro. Questa nuova e prestigiosa partnership prevede lo sviluppo di un Progetto promozionale straordinario ad hoc, il “RESTAURO MADE IN ITALY”, orientato a incentivare la conoscenza e l’utilizzo del Restauro all’estero come prodotto dell’eccellenza italiana, che sarà articolato in differenti fasi progettuali in Italia e all’estero. Il nostro know-how italiano nell’ambito del restauro è da sempre stato utilizzato e richiesto in tutto il mondo grazie all’elevata specializzazione degli operatori nazionali nell’ambito delle risorse culturali e del restauro. Grazie a questo autorevole accordo la nuova edizione del Salone rappresenterà il punto di riferimento e d’incontro a livello mondiale per gli addetti al settore, per gli ordini professionali di comparto e per tutto il pubblico interessato, con momenti strutturati di matching tra domanda e offerta al fine di costruire un solido network internazionale.

Oltre 60 tipi tumori possono colpire i bambini

Le diagnosi di tumore i bimbi e ragazzi sotto i 18 anni sono circa 2.200 ogni anno in Italia, e negli ultimi decenni sono lentamente aumentate per stabilizzarsi negli ultimi 4 o 5 anni.

Esistono circa 60 tipi e sottotipi di tumori infantili: circa 15 tipi di leucemie suddivise nei due sottogruppi, linfatiche e mieloidi; ci sono poi 20 tipi, sottotipi e gradi di sarcoma, tra quelli dei tessuti molli, ossei e di Ewing; infine oltre una ventina di tipologie di tumori cerebrali come gliomi e medulloblastomi. E di nuovi ne vengono scoperti continuamente. Diversamente da quanto accade negli adulti, però, non contano i fattori di rischio legati agli stili di vita.

A pesare, nei tumori pediatrici, è la componente genetica: alcune mutazioni nel DNA che causano la neoplasia sono ereditate e altre si sviluppano ex novo durante la vita fetale.

Per questo è fondamentale che si sviluppino farmaci studiati espressamente per i più piccoli e non utilizzare su di essi medicine sviluppate per i grandi.

Pontida

Una folla baciata dal sole, sconfinata, piena di entusiasmo. Pontida non ha tradito le attese e ha sciorinato uno spettacolo da metà settembre festoso. Sembrava di assistere, per quel po’ che ho visto nei telegiornali, ad un raduno che anticipasse un evento di portata strabiliante. A guardarlo, decontestualizzato dal tempo politico che stiamo vivendo, faceva persino impressione.

Seconda lettura; calandolo nel momento attuale, assume però un profilo completamente diverso. Ci sono oceaniche folle che osannano le aurore, ma anche, se non più estese presenze, che testimoniano i crepuscoli. Ad esser cattivi, quella folla festante, poteva essere anche interpretata come un grande rimprovero rivolto al suo capo. Un rimprovero che, inconsciamente, suona nel seguente modo: “ma come hai fatto a gettare alle ortiche quel ben di Dio che avevi tra le mani?”.

Infatti, non si può disgiungere una lettura dall’altra. È questo che vi propongo. Vedere il lato brillante, ma non scordarsi l’ombrosità dello stesso. Ieri, a Pontida, paradossalmente, si sono incrociate queste due parti e la folla le ha rappresentate entrambe, la prima osannando, la seconda tenendosi in seno la sofferenza del dietrofront consumato in modo del tutto ingiustificato l’8 di agosto.

Matteo Salvini, proprio nel suo breve intervento – ha parlato meno di quanto ci si attendesse – ha preso su di sé, come un simbolo sacrificale, entrambe le dimensioni che salivano dalla sterminata piazza che gli riempiva lo sguardo.

Non è stato un incontro da sottovalutare, la lettura che vi propongo, per quanto sia arbitraria e sicuramente limitata e contenuta, può esser presa come uno spunto di riflessione per chi intendesse immaginare che destino serpeggi dentro il popolo leghista.

Questa breve nota ci permetterà, cosa che mi propongo di svolgere domani o dopo domani, di visitare anche quel magma in ebollizione che caratterizza uno dei partiti di governo.

 

Con i piedi piantati nel passato

Fonte Politica Insieme

C’è una caratteristica che accomuna il tentativo di Matteo Renzi di smarcarsi dal Pd – accusato di essere ormai sbilanciato a sinistra – ed il tentativo di ricostituire il disciolto Partito Popolare Italiano che fu all’inizio di Gerardo Bianco e alla fine di Marini e Castagnetti. In entrambi i casi si tratta di operazioni che vanno contro la logica dei tempi.

Hanno capito, sia Renzi sia i popolari di ritorno, che il proporzionale cambierà, qualora reintrodotto, i termini e gli schieramenti del confronto politico. Non ci vuole molto per intuirlo: a segnare il passaggio dai partiti dell’arco costituzionale al sistema politico successivo fu il cambiamento della legge elettorale in senso maggioritario.

Per un ceto politico abituato al cambio strumentale di casacche e denominazioni il gioco a questo punto parrebbe semplice. Renzi – qualora dovesse sul serio procedere con una scissione rischiosissima per sé e per gli altri – si sposterebbe ad occupare il centro dello schieramento, occhieggiando ai cattolici e ai moderati.

Che poi sia lui in tanta parte la causa della disaffezione degli uni e degli altri nei confronti delle urne pare non essere ai suoi occhi un problema rilevante.

Alla corsa verso il centro, comunque, paiono intenzionati a partecipare quanti anni fa dettero vita all’esperienza sfortunata della Margherita dopo aver mandato in soffitta il Ppi. Gli obiettivi sono gli stessi di Matteo Renzi, ed uguale la noncuranza nei confronti della propria scarsa credibilità agli occhi del potenziale elettorato di riferimento.

Il debole della manovra, comunque, non è solo questo. È il fatto che né l’uno, né gli altri possono e vogliono aspirare a svolgere il ruolo che il cattolicesimo democratico e popolare deve andare a coprire in questo frangente: costituire un momento di unità e riunificazione, chiudendo la diaspora e gettando le basi per un’autentica politica di mediazione e riconciliazione in un Paese stremato dalla contrapposizione perpetua ingenerata dal bipolarismo.

Perché del bipolarismo sono figli: lo hanno nel Dna. E quando una cosa la si ha nei cromosomi, hai voglia a cercare di toglierla: non ti si staccherà mai di dosso. Ed i tuoi piedi, in un caso come questo, sono destinati a restare bene incollati nel passato, impedendoti di intercettare i mutamenti della realtà.

(Preveniamo le osservazioni critiche dei puristi: abbiamo parlato di un Ppi disciolto. Lo sappiamo anche noi che teoricamente non è mai stato sciolto, ma solo congelato, e che i suoi beni sono finiti in una Fondazione dei Popolari che per vent’anni ha brillato per inattività. E allora parliamoci chiaro: non c’è nulla di più disciolto di ciò che è stato forzatamente congelato perché non disturbasse i trasformismi di chi era stato invece chiamato a valorizzare le proprie radici, e quelle degli altri).

La non risposta di Franceschini dinanzi allo scisma

Regionali, Di Maio: “Un patto civico per lʼUmbria”

“Un patto civico per l’Umbria”: è la proposta di Luigi Di Maio per le Regionali in Umbria. “Tutte le forze politiche – scrive in una lettera a La Nazione – facciano un passo indietro e lascino spazio a una giunta civica, che sosterremo solo con la presenza in consiglio regionale, senza pretese di assessorati. Ognuno correrà con il proprio simbolo in sostegno di un presidente civico, con un programma comune”.

Per il capo politico del MoVimento proprio con il voto in Umbria del 27 ottobre si potrebbe sperimentare “un nuovo modo di innovare la politica a partire dal locale, di un nuovo modo di fare imprenditoria coinvolgendo i giovani e il territorio”. Una proposta ben vista dal Partito democratico: “Anche in Umbria il confronto può andare avanti – scrive il segretario Nicola Zingaretti – Ci sono tutte le condizioni per un processo nuovo che valorizzi la qualità e metta al centro il lavoro, la sostenibilità e il bene dei cittadini umbri”.

Concorda il commissario umbro dei dem Walter Verini: “Mi pare che le parole di Luigi Di Maio rappresentino un fatto nuovo e significativo: un’intesa a livello regionale può essere praticata”.

Proposta che piace molto anche a Roberto Speranza, secondo cui da Di Maio arrivano parole di buon senso, che non devono essere lasciate cadere.

Vino: record storico per l’export di Prosecco, +50% in Francia

La prima vendemmia sulle colline riconosciute dall’Unesco festeggia l’aumento del 50% delle vendite in Francia che spinge l’export del Prosecco al record storico di sempre sui mercati mondiali, per un valore complessivo di ben 458 milioni nel primo semestre del 2019. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti su dati Istat presentata in occasione del distacco del primo grappolo di uva Glera dell’anno per il Prosecco nella Tenuta Astoria a Refrontolo (TV), dopo l’avvenuta iscrizione del sito veneto “Le colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene” nella Lista dei Patrimoni Mondiali dell’Unesco.

Con un aumento del 17% delle esportazioni il Prosecco conquista nel 2019 il primato di vino italiano più consumato all’estero grazie all’alta qualità e capacità produttiva con le pregiate bollicine che – sottolinea la Coldiretti – sono protagoniste di un vero a proprio boom negli Usa. Gli Stati Uniti, con un aumento in valore del 41%, diventano il principale cliente davanti alla Gran Bretagna e alla Francia mentre al quarto posto si piazza la Germania dove l’aumento è più contenuto (+7%). Ma un incoraggiante aumento del 66% del valore delle vendite si registra anche in Cina dove però la domanda è ancora molto contenuta per la tradizionale preferenza accordata nel gigante asiatico ai vini rossi.

Il gradimento dei cugini d’Oltralpe è significativo del successo conquistato anche nei confronti della concorrenza dello champagne. A pesare sul successo mondiale del Prosecco – spiega la Coldiretti – è però il proliferare nei diversi continenti di falsi di ogni tipo con le imitazioni diffuse in tutti i Paesi, dal Meer-secco al Kressecco, dal Semisecco e al Consecco, ma è stata smascherata le vendita anche del Whitesecco e del Crisecco.

Occorre tutelare le esportazioni di vino Made in Italy di fronte ai numerosi tentativi di banalizzazione delle produzioni nazionali”, ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “oltre alla perdita economica, è soprattutto grave il danno di immagine che mette a rischio ulteriori e nuove opportunità di penetrazione dei mercati”.

Autostrade pubblica online la mappa sulla manutenzione di tutti i viadotti in Italia

Autostrade per l’Italia ha pubblicato online una mappatura degli interventi di manutenzione su ponti e viadotti. Dai dati forniti dalla società (aggiornati a giugno 2019) emerge che sono 73 le strutture interessate dai lavori. Sono poi “64 le opere che richiedono interventi entro 5 anni, 253 quelle da eseguire a medio lungo-termine, 705 con interventi a lungo termine”. Mentre sono 848 quelle che “non hanno bisogno” di lavori. Aspi ha fatto sapere anche che, “a fronte dei tempi massimi indicati, e pur in una situazione di regolarità della rete, la società intende accelerare tutti i programmi di intervento”.

Nei prossimi aggiornamenti dell’area “Sicurezza Viadotti”, sarà messa online anche la documentazione sulle barriere di sicurezza laterali. Nei piani di Autostrade, ora, c’è quello di adottare un principio di “trasparenza totale”: ogni documento aziendale sulla gestione dell’infrastruttura di rete – inclusi quelli sulle attività di progettazione, manutenzione, monitoraggio – potrà essere infatti consultato e consegnato ai cittadini che ne faranno richiesta. Nei prossimi giorni, inoltre, la società attiverà due “sportelli”, uno digitale sul sito www.autostrade.it, e uno fisico nella sede centrale di via Bergaminim a Roma. Con questi “sportelli”, chiunque abbia un legittimo interesse potrà presentare richiesta di accesso agli atti e ricevere la documentazione. La procedura per accedere alle informazioni sarà concordata da Aspi con le associazioni dei consumatori.

Parola d’ordine sostenibilità: ENEA e IEG insieme per le smart city

L’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie e Italian Exhibition Group (IEG) hanno firmato un accordo di collaborazione triennale per economia circolare, fonti rinnovabili, mobilità sostenibile. Da parte sua l’Enea fornirà supporto a IEG nella definizione di contenuti tecnici innovativi, nel trasferimento degli stessi, nella promozione dei temi sostenibili, nonchè nella formazione e nell’aggiornamento professionale per Pmi ed operatori nel campo della comunicazione.

L’Enea metterà a disposizione i propri Knowledge exchange officer, ricercatori specializzati nel trasferimento di soluzioni innovative alle imprese e illustrerà i servizi previsti dal Knowledge exchange program sviluppato in collaborazione con Cna, Confapi, Confartigianato, Confindustria e Unioncamere. Enea è l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile. Con oltre 2600 dipendenti, in massima parte ricercatori e tecnologi, è il maggior presidio nazionale in materia di energia e ambiente ed è anche leader della piattaforma nazionale per l’economia circolare, come pure unico membro italiano nel gruppo di coordinamento della piattaforma European circular economy stakeholder.

Italian Exhibition Group (IEG), quotata sul Mercato telematico azionario organizzato e gestito da Borsa Italiana Spa, è leader in Italia nell’organizzazione di eventi fieristici e tra i principali operatori del settore fieristico e dei congressi a livello europeo, con le strutture di Rimini e Vicenza. Il Gruppo si distingue nell’organizzazione di eventi in cinque categorie: Food and Beverage; Jewellery and Fashion; Tourism, Hospitality and Lifestyle; Wellness and Leisure; Green and Technology. Negli ultimi anni, IEG ha avviato un importante percorso di espansione all’estero, anche attraverso la conclusione di joint ventures con operatori locali (ad esempio negli Stati Uniti, Emirati Arabi e Cina).

“Questo accordo si inquadra nell’ambito della nostra mission di Agenzia nazionale – ha detto il presidente dell’Enea, Federico Testa – per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, a supporto del sistema produttivo nazionale, della pubblica amministrazione, dei territori per rafforzare la competitività e la crescita” “Come Enea – ha aggiunto Testa – possiamo dare un forte contributo con soluzioni, servizi, best practices e strategie per l’innovazione tecnologica, con particolare riferimento alla green and circular economy, la mobilità sostenibile, le fonti rinnovabili, in linea con la strategia europea di sviluppo economico sostenibile”.

“L’accordo – ha sottolineato il presidente di IEG, Lorenzo Cagnoni – rinnova e amplia la precedente intesa nell’ambito di Ecomondo – Key Energy, piattaforma di riferimento internazionale per imprese ed operatori dei settori ambiente, energia ed efficienza energetica. La collaborazione riguarderà, in particolare, la prossima edizione di Ecomondo, che si svolgerà dal 5 all’8 novembre al quartiere fieristico di Rimini. Ecomondo è il salone leader europeo per l’economia circolare, incubatore di innovazione per le imprese verso il nuovo modello di business. Sold out l’intero quartiere per l’edizione 2019: attesi 1.300 espositori da 30 Paesi, visitatori da 150 Paesi; in programma 150 seminari con 1.000 relatori. In contemporanea ad Ecomondo si svolgeranno Key Energy per il mondo delle energie rinnovabili e il triennale Sal.Ve, Salone del veicolo ecologico”.

Razzista 100%

Non si affitta ai meridionali. Lo slogan ritorna a intervalli regolari. Stavolta é toccato a una ragazza di Foggia subire il livore della discriminazione. Deborah Prencipe in quella casa da prendere in affitto a Milano con la sua compagna non ci entrerà mai.

L’ha tradita la carta d’identità. C’è scritto che è nata Foggia, anche se da otto anni vive in Brianza. E questo basta e avanza a giustificare il diniego della proprietaria a concederle l’appartamento in locazione. Deborah si è sentita apostrofare di essere incappata in una razzista al 100%; e che i meridionali, i neri e i rom sono tutti uguali nelle loro nefandezze. Amen.

L’ondata di solidarietà sul web alla 28enne foggiana lascia il tempo che trova. Anzi, suona anche un po’ beffarda in quest’Italia ancora troppo ipocrita e benpensante alle prese con il più pericoloso dei suoi demoni. Per sconfiggere il quale occorrerà molta lucidità e altrettanta determinazione.

Nel 2018 la spesa sanitaria arriva a 116 mld.

Nel 2018 la spesa sanitaria è arrivata a 116 miliardi di euro un dato che segnala una crescita di oltre 1,6 miliardi rispetto al 2017. Ma a crescere è anche il disavanzo delle Regioni (ante coperture, ovvero le risorse proprie che mettono gli enti locali per far quadrare i conti) che segna un -1,2 mld (nel 2017 era poco più di 1 mld). Sale anche la spesa sanitaria privata (1,8 mld in più) che arriva a 32,2 mld.

A contribuire all’aumento della spesa è principalmente la farmaceutica ospedaliera, e gli acquisti di beni e servizi. Ma è cresciuta anche la spesa per i redditi da lavoro, mentre prosegue il calo inesorabile della spesa per la farmaceutica convenzionata.  Sono questi alcuni dei numeri contenuti nell’ultimo rapporto della Ragioneria dello Stato sul Monitoraggio della spesa sanitaria 2018.

La spesa per l’assistenza medico-generica da convenzione è aumentata dal 2002 al 2018 di 2.049 milioni di euro, corrispondente a un tasso di crescita medio annuo del 2,3%. Nel 2018 la spesa è stata di 6,651 mld (+1,9 % rispetto al 2017).

La spesa per le altre prestazioni sociali in natura da privato accreditato è aumentata dal 2002 al 2018 di oltre 10.000 milioni di euro facendo registrare un tasso di crescita medio annuo del 3,5%. Nel 2018 si è giunti a quota 24,272 mld (+2,7% rispetto al 2017).

Il rapporto della Ragioneria contiene anche una rilevazione delle spese sanitarie sostenute dai cittadini (Medici e Strutture accreditate del SSN, ticket, strutture sanitarie e socio-sanitarie non accreditate, medicinali veterinari, farmacie, parafarmacie, ottici e diverse categorie professionali) ai fini della dichiarazione dei redditi precompilata.

In totale nel 2018 sono state trasmesse spese per un ammontare di 32,2 mld. Si osserva la prevalenza delle spese per visite specialistiche ed interventi sul totale della spesa (oltre il 44%) a carico dei privati (di cui il 32% per visite odontoiatriche), farmaci 15% e ticket 10,3%.

Cambia lo scenario politico. Quali condizioni e quali limiti alla rinascita del Partito Popolare?

La scissione di Renzi è ormai entrata nel circuito delle “aspettative di mercato”, come avviene per un titolo quotato in borsa. Alla stessa stregua, accade che le anticipazioni influiscano sulle preferenze del pubblico e stabilizzino, prima degli eventi, una misura di valore. Oggi, vero o non vero, nel Pd si ragione e si lavora nella convinzione che l’ex Segretario possa infine rompere e fondare un nuovo partito. Eppure non è così scontato, né così semplice.

Renzi dovrebbe lasciare il Pd, a freddo, garantendo in ogni caso il sostegno al governo. Si tratterebbe di un’operazione per palati fini, più che altro avvezzi a proposte fin troppo elaborate. È prevedibile invece che nonostante le rassicurazioni distribuite a piene mani, con la rottura ci sarebbero ripercussioni inevitabili sulla navigazione del governo, anche se la rotta non dovesse mutare. Di certo il Pd ne avrebbe solo danni, e non di piccola entità. Musil ricorreva all’ironia quando spiegava che l’Austria, dopo la caduta dell’Impero, era in fondo l’Austria-Ungheria senza più l’Ungheria. In realtà non era più l’Austria, non lo era almeno per come la storia dal ‘500 in poi ne aveva foggiato il ruolo e l’immagine. Senza Renzi, piaccia o non piaccia, non c’è più il Pd.

Il problema è che, qualsiasi sviluppo da oggi in avanti possa avere l’esperienza di governo tra M5S e Pd, il riequilibrio al centro del sistema appare un’esistenza ineludibile, specie nell’orizzonte di una maggioranza nata un po’per caso, e dunque a rischio di avvitamento nella confusione. Se fosse ancora in piedi il PPI – comunque l’Assemblea dei 58, organo eletto nel congresso del 2002 con poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione, ha respinto a luglio l’ipotesi di scioglimento – avrebbe una funzione necessaria e insopprimibile, pur ammettendo la ridotta incidenza sull’elettorato. D’altronde, una certa nostalgia del cuore spinge anche a interrogarsi sul perché, in tutti questi anni, un partito di nobili tradizioni non avrebbe dovuto prima o poi riconquistare consensi, visto che la Lega ha dimostrato che si può, passando in effetti dal 4% a quasi il 35% dei voti. In questa fase di transizione, anche per saggiare il terreno e verificare la consistenza delle forze, il partito dovrebbe tornare – laddove opportuno – a presentarsi nelle elezioni amministrative.

La strada maestra, dunque, porta a intravedere l’obiettivo di un popolarismo, oltrepassante la figura storica del partito d’ispirazione cristiana, che si fa cerniera nell’opera di ricucitura tra elite e popolo. Bisogna rimettere con i piedi per terra il dibattito che serpeggia tra le fila dei cattolici. Un’astratta sollecitazione all’impegno pubblico, valida più come istanza etica che come formula politica, non permette di “riagganciare” la lezione (tra i tanti) di Sturzo, De Gasperi e Moro. All’atto pratico il Card. Ruini, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, ha surrogato con ecclesiastica disinvoltura la questione della coerenza, innanzi tutto culturale,relativamente alla tradizione del cattolicesimo democratico e popolare. Nel solco di questo distacco, alquanto refrattario a riconoscere l’autonomia dei laici nella sfera della profanità, l’evocazione della “identità cristiana” scivola ai giorni nostri sullo scalino dell’integralismo. Si pensa e si parla stando chiusi nella camera iperbarica dell’identitarismo. Una condizione, questa, che potrebbe degenerare per mancanza d’iniziativa di un “partito-movimento”, come il PPI avrebbe modo di configurarsi con il suo reingresso attento e misurato sulla scena politica.

In definitiva, poiché si tratta di organizzare una piattaforma anti-sovranista, l’alleanza delle diverse componenti democratiche richiederà, anzi già da ora richiede con solerzia, l’allestimento di nuove forme di presenza e organizzazione. In un primo tempo dovrà senz’altro prevalere l’unità, ad ampio raggio, solo dopo la competizione per l’alternativa. Per questo, dovendo immaginare una vasta convergenza di forze su basi di vicendevole rispetto, verrebbe naturale confermare il popolarismo nella condizione più idonea a garantire il suo essere orientato a sinistra, così come De Gasperi, parlando della Dc, ne ravvisava chiaramente la natura di “partito di centro che muove verso sinistra”. Se si perde l’asse di un ragionamento, pur con tutta la sua complessità, ogni ipotesi di ripresa dell’impegno politico dei cattolici scade fatalmente nella vuota discettazione attorno a sterili prospettive di mobilitazione unitaria.

Incontro con Giulia Mafai: Quel dettaglio di vita vera

Articolo già apparso sull’edizione del 14 Settembre dell’Osservatore Romano a firma di Francesca Romana de’ Angelis

Ha il viso tondo e il taglio degli occhi allungato della mamma Antonietta Raphaël, ma il sorriso e lo sguardo lanciato a cercare lontano sono quelli di suo padre Mario Mafai. Mi accoglie sempre con un abbraccio caldo nella casa vicina a Ponte Milvio che fu lo studio di sua madre. Un condominio che nacque come una cooperativa di artisti e dove, a partire dagli appartamenti che affacciano su grandi terrazze, tutto fu pensato perché ovunque arrivasse tanta luce. Qui vissero e lavorarono tra gli altri Mazzacurati, Leoncillo, Guerrini, Scordia e appunto Raphaël. Il tempo che scorre non le ha tolto vitalità né entusiasmo. Ti avvolge quando racconta i personaggi delle sue storie, che rievoca con la leggerezza affettuosa della familiarità, sono nomi che sembrano usciti da un manuale di storia dell’arte o di letteratura italiana. Parlando alterna aneddoti e riflessioni, modula la bella voce e cattura l’ascoltatore con il brillio degli occhi, che si fa più intenso quando le piace quello che ricorda. 

Il primo ricordo della tua vita?

Che bella domanda, come ti è venuta in mente?

Perché penso che per ciascuno di noi la vita cominci da lì, dal primo momento che resta: un volto, un oggetto, un luogo, una situazione. 

È vero, non ci avevo mai pensato. Dunque il mio primo ricordo è un casco di banane. Era la notte dell’Epifania e, come tanti romani, i miei genitori erano andati a Piazza Navona, cuore di questa grande festa popolare. A quel tempo abitavamo nell’albergo che la nonna paterna aveva a Piazza Indipendenza. Nonna Norina era una donna forte pragmatica per niente affettuosa, che non amava mia madre, colpevole tra l’altro di aver incoraggiato suo figlio sulla strada scivolosa della pittura. Noi bambine alloggiavamo in uno scantinato, un grande locale umido che era accanto alle cucine con tre brandine e delle finestre strette e alte che non lasciavano passare la luce. D’un tratto entrarono i miei genitori con quel dono: più che i frutti teneri e dolci, che pure mangiammo golosamente, ricordo quel giallo che all’improvviso illuminò la stanza. Momenti di pura felicità, di pura allegria. 

Come è stato essere figlia di due grandi artisti come Antonietta Raphaël e Mario Mafai?

Bello direi, ma subito dopo aggiungerei anche in qualche modo difficile. Eternamente innamorati ed eternamente litigiosi, ma una grande stima reciproca. Mia madre, lituana, era approdata a Roma dopo aver trascorso l’adolescenza a Londra. Bionda, riccissima era una donna forte, determinata, attiva, anticonformista. Uno spirito libero in un carattere che spesso sgomentava chi le era accanto perché trascorreva rapidamente da uno stato d’animo all’altro: dall’allegria alla tristezza, dal calore alla distanza. Come madre era severa, esigente. Lo stesso rigore che chiedeva a se stessa lo pretendeva da noi. Mio padre invece era l’opposto: timido, riservato, sognatore, ottimista, dolce di modi, per noi figlie più una presenza affettuosa che una figura genitoriale. Quello che più mi colpiva della mia casa era la sensazione di diversità. 

Diversità in che senso?

Il mestiere di mio padre per esempio. Quando mi chiedevano cosa facesse rispondevo “pittore” ma aggiungevo sempre “di quadri”. Perché a Roma pittore è l’imbianchino che dipinge i muri e non le tele. Mia madre poi era diversa da tutte le madri. Vestiva lunghe tuniche orientaleggianti, indossava i sandali con i piedi nudi anche d’inverno, non usava trucco eccetto una pennellata di rosso sulle labbra. E poi eravamo antifascisti e laici anche se la nostra cultura era quella ebraica. Pur non avendo provato la miseria eravamo poveri, ma nonostante questo la nostra casa era sempre piena degli amici dei miei genitori: Cagli, Mirko, Guttuso, Savinio, Maccari, Soffici, Ungaretti, de Libero, Montale, Sinisgalli, Penna solo per citarne alcuni. L’ospitalità era sacra, anche se mia madre non sapeva cucinare neanche un piatto di spaghetti. Quando arrivarono le leggi razziali la diversità non fu più una sensazione, ma divenne una condizione di vita. A quel punto però mia madre aveva già compiuto il miracolo facendoci intendere che diversità equivaleva a nobiltà, perché l’arte era l’espressione di cuori nobili, disinteressati. Da quel momento l’odore di trementina, i tubetti di colore spremuti fino all’ultima goccia di colore, le tele, i gessi, i marmi furono il segno di un’appartenenza che imparammo a portare con orgoglio. 

L’arte e l’esercizio dell’arte scandivano le giornate anche di voi figlie. 

Raphaël aveva lasciato la musica, che era stata la sua prima passione, per la pittura in modo quasi casuale. Un anno aveva donato a Mafai per il suo compleanno un mazzetto di mughetti invitandolo a dipingerli. «Dipingili tu» le rispose lui. Mia madre raccolse la sfida e quel quadro a sorpresa suscitò l’ammirazione di tutti. Più tardi avrebbe lasciato i pennelli e si sarebbe dedicata alla scultura per non entrare in competizione con il marito e salvaguardare il loro sodalizio artistico e sentimentale. Per mio padre il discorso è diverso. Dopo qualche esitazione iniziale — scanzonato com’era non credeva troppo nel suo talento, mentre sapeva fin troppo bene che l’arte era un lusso che non si sarebbe potuto permettere — la pittura coincise con la vita.

Nessuno ha dipinto Roma come Mafai. Poetica e struggente. Penso ai suoi tramonti con quel rosso che sulla tela si spegne dolcemente proprio come nel cielo di Roma. 

È vero. Per raccontare la bellezza di Roma ci vuole gioia e lui ha sempre dipinto con grande gioia. Ricordo che quando era al cavalletto non lo disturbavano i nostri giochi né le nostre parole e spesso cantava con la sua bella voce: Petrolini, vecchie canzoni napoletane o qualche successo del tempo. Mia madre al contrario esigeva il massimo silenzio, una forma di rispetto per il suo lavoro che veniva prima di tutto. Noi figlie questo lo abbiamo sempre saputo e in qualche modo serenamente accettato. 

E veniamo a te. Mentre le tue sorelle Miriam e Simona iniziavano la strada dell’impegno politico e più tardi Miriam quella del giornalismo tu diventasti costumista e scenografa.

Il costume di scena non è solo un abito e neanche l’espressione di un gusto, di una moda o della bellezza, ma è la ricreazione di un personaggio, di un carattere, di un ambiente, di un’epoca. Fu questo ad attrarmi oltre al fatto che tutto allora concorreva ad aiutarci: sarte bravissime e tessuti meravigliosi frutto di un artigianato di straordinaria qualità. A Palazzo Altieri un celebre negozio romano vendeva stoffe meravigliose ordinate nei diversi piani per colori. Guardarle era una gioia degli occhi. Per non parlare delle stoffe di San Leucio tessute su antichi telai che replicavano antichi disegni. Preziose e costose e quindi destinate più ai film americani che ai nostri. Nell’odierna democrazia dell’abbigliamento, il costume ha perso questo valore identificativo e i costumisti di oggi hanno una vita molto più dura della nostra. 

Hai lavorato con i registi che hanno scritto la storia del cinema in Italia. Che ricordo hai di loro?

L’incontro con alcuni registi è stato fondamentale per me e penso in particolare a De Sica, Monicelli, Damiani, Scaparro, Proietti, Camilleri ma ne potrei citare altri. Un costumista è il terzo occhio del regista, deve avere intuito ma soprattutto deve essere grande osservatore e disposto al dialogo. Ti faccio un esempio. Quando, prima delle riprese, presentavo un attore vestito a De Sica, regista sempre molto rispettoso del lavoro dei collaboratori, se tutto lo convinceva taceva, altrimenti iniziava una danza delle mani, come un direttore d’orchestra. Le alzava carezzando l’aria e voleva dire aggiungi — un pizzo, una collana, uno scialle e così via — le abbassava sempre inseguendo una sua musica segreta e significava togli, alleggerisci — gli orecchini, un volant dell’abito, la cravatta, il trucco — le ruotava allargate per dire pettinatura più spettinata, le ruotava strette e significava più onde, più ricci. Non parlava, si limitava silenziosamente a darmi qualche suggerimento o meglio mi accompagnava con grazia là dove voleva, lasciando che a dire fossi io. Sono i mediocri che si intromettono e si impongono; i grandi non temono di concedere ai giovani la libertà.

E il rapporto con gli attori?

Non particolarmente stretto, a parte alcuni che sono diventati amici: Elliot Gould, Jeanne Moreau, Valentina Cortese, Angela Molina, Harvey Keitel, Liza Minnelli, Valeria Moriconi. Su tutti Gigi Proietti. Per il legame di affetto che ci unisce e perché per me lui rappresenta la gioia del palcoscenico. Come Matisse che per me è la gioia dei colori. E poi Alberto Sordi e Marcello Mastroianni due romani che giocavano a fare i romani. Pigri, sornioni, distratti, indolenti. All’apparenza, perché poi erano dei professionisti di grandissimo rigore. Mi ricordavano tanto mio padre. Sembrava che non facesse niente e invece quando indugiava al tepore delle coperte o passeggiava per le strade di Roma o guardava incantato il cielo al tramonto già dipingeva con l’immaginazione.

C’è una bella espressione che usi spesso quando parli del tuo lavoro: «Non ho mai attraversato la strada». 

Sì è un’espressione che amo usare perché mi sembra che renda bene l’idea. Parlo della strada che da un’arte, quella dei costumi e delle scenografie che è stata la mia, conduce a un’altra arte, quella della pittura. Tante volte mi sono sentita rivolgere questa domanda: perché i bozzetti e non i quadri? Ho ereditato forse gusto pittorico, senso della bellezza, amore per i colori, per cui venne quasi naturale da ragazza la scelta del liceo artistico prima e poi della facoltà di architettura, ma non sono mai stata un’artista, almeno non come lo sono stati ad esempio i miei genitori. La mia creatività trovò nido nelle stoffe e nella cartapesta, anche perché ho avuto la fortuna di fare questo lavoro in un paese come l’Italia che ha insegnato a creare i costumi di scena al resto del mondo. Bastano due nomi: Piero Tosi e Danilo Donati. Colti, raffinati, genialmente creativi rivoluzionarono il modo di intendere i costumi. 

In che senso lo hanno rivoluzionato?

C’è un prima di loro, cioè i costumi di stile hollywoodiano, e un dopo di loro, il realismo italiano. Come a dire Sartorio e Degas, cioè da una parte costumi patinati, sontuosi ma finti che finivano con il rendere i personaggi tutti uguali, dall’altra la semplicità e a volte la povertà degli abiti quotidiani, addirittura gli stracci. Ti racconto un episodio. Stavamo girando La Ciociara e Sophia Loren non voleva indossare le “ciocie” quelle tipiche calzature laziali a forma di barchetta e legate da nastri che certo non donano, anzi rendono meno belle le gambe più belle. De Sica le disse: «Ma Sofì il film si chiama La Ciociara perché la protagonista indossa le ciocie» e paziente continuò a parlare finché non la convinse. La mattina dopo, approfittando di una pausa nelle riprese, andai al mercato di Fondi e mi accorsi che tutti indossavano quelle calzature. Di corsa tornai indietro e con la sarta riempimmo un grande lenzuolo con tutte le ciocie che la celebre ditta Pompei aveva preparato per noi. L’idea era quella di regalare un paio di ciocie nuove in cambio di un paio usate. Fu naturalmente un successo. Quelle calzature usate erano un dettaglio, ma un dettaglio che era vita vera. E il cinema, a differenza del teatro, vive di dettagli. Ricordo una battuta di Liza Minnelli. A uno studente del laboratorio di Gigi Proietti che le chiedeva quale era la prima cosa su cui rifletteva di un personaggio dopo aver letto il copione rispose: «A quali scarpe indosserà». Perché tacco 12, scarpe da tennis, infradito non sono solo calzature, ma mondi diversi. E un costume di scena ha bisogno del corpo di un attore per vivere, altrimenti è come una cornice senza quadro. Sophia vestita di stracci era sempre una regina.

Un grande amore per il tuo lavoro. Traspare dalle parole che dici ma anche dal fatto che ti illumini quando ne parli. È stato un amore ricambiato?

Nel complesso direi di no, ed è un no sereno il mio, senza sofferenza, anche perché in larga parte è dipeso da me. Ti spiego. Ho avuto il privilegio di lavorare con grandi registi e grandi attori, per il cinema e per il teatro e ho avuto anche la fortuna di lavorare per la televisione in una stagione che fu magica, perché la televisione era appena nata e per farla crescere e crescere bene furono chiamati a collaborare i migliori talenti del tempo. C’era qualità, c’era cultura, c’era voglia di dialogare con il paese in modo intelligente. Eppure, nonostante tanto lavoro, non sono mai stata protagonista, non sono mai diventata una maestra, piuttosto sono rimasta allieva tutta la vita. Gli apprezzamenti erano una felicità che accoglievo quasi con sorpresa, la chiamata di un regista un piccolo miracolo che si rinnovava. Insomma mi sono sempre sentita un fungo in un bosco di pini alti e forti. È che a vivere, come ho vissuto io, tra artisti grandissimi, a partire dai miei genitori, ogni presunzione cede il posto a tanta umiltà. E invece nel lavoro, soprattutto in quello creativo, la consapevolezza e il coraggio sono doti importanti. Ti spingono a fare di più, a fare meglio. Così, pur amandolo tanto, forse ho finito con il dare al mio lavoro meno di quanto avrei potuto. 

Non credo sia stato così. Ricordo tanti tuoi splendidi costumi e una grande invenzione, quella del Carnevale di Venezia. 

Con Maurizio Scaparro, allora direttore della Sezione Teatro della Biennale, fummo per così dire i genitori del nuovo Carnevale di Venezia. Buttammo in piazza — Maurizio amava raccontarla così la storia — tutti gli ingredienti che nei secoli avevano fatto teatro e carnevale, cioè il trucco, il travestimento, le maschere, la musica, il gesto, le parole e così facendo inventammo qualcosa di nuovo. Teatri sempre aperti, spazi non convenzionali destinati allo spettacolo, campi e calli pieni di attori e pubblico di giorno e di notte. E il mio magnifico Laboratorio di trucco e travestimento nella Chiesa di San Samuele dove potevo dedicarmi a una delle attività che nella vita ho amato di più e cioè insegnare. Perché ho sempre sentito come un dovere mettere al servizio dei giovani quello che sapevo. Come si fa con i figli. Il Carnevale di Venezia fu un tale successo che la maschera bianca divenne il segno di quella festa popolare e colta a un tempo, per poi in qualche modo diventare il segno di Venezia superando addirittura la mitica gondola. 

E l’altra tua passione? Sei stata e sei la custode della memoria dei tuoi genitori.

Una passione vissuta con tanto entusiasmo: allestire le loro mostre, curare i loro scritti, difendere le loro opere dal mercato dei falsi. Ricordarli non è solo mantenerli vivi, ma raccontare un mondo che non c’è più. Un mondo difficile intendiamoci. Le ombre dolorosissime del fascismo, le leggi razziali, la guerra, il lento ritorno alla vita del dopoguerra. E la povertà, quasi per tutti gli artisti. Pochi avevano casa e quindi si scriveva ai tavolini dei caffè o delle trattorie e le gallerie d’arte, le botteghe dei restauratori o dei corniciai, i negozi di tele e di colori sostituivano i salotti che non c’erano e dove gli artisti stavano insieme, mi piace dire, per farsi caldo. Eppure in quegli anni il cuore culturale di Roma, città allora cosmopolita, vivace, fantasiosa, batteva a un ritmo potente. 

Quali sono gli insegnamenti più importanti che ti hanno lasciato i tuoi genitori?

Mia madre l’impegno. «Fai quello che vuoi, ma fallo bene» era una delle sue massime preferite. L’onestà intellettuale mio padre. «Avrei potuto riempire le case degli italiani di fiori secchi, ma non l’ho fatto» diceva, convinto com’era che l’arte fosse un fatto etico prima che estetico. Ha sempre dipinto non per vendere, ma perché aveva qualcosa da dire. Tutti e due poi mi hanno insegnato la passione di fare.

Anche questa passione mi sembra che tu abbia ereditato. 

Direi di si. Ancora non mi sono stancata di fare! Il progetto più recente è la donazione di un’opera di mia madre che a settembre verrà installata nei giardini del Museo della comunità ebraica. È una statua del 1935 che raffigura noi bambine Mafai. Le mie sorelle e io abbiamo avuto la fortuna di aver salva la vita ed è un pensiero questo che a distanza di tanti anni continua sempre a commuovermi. Quella statua vuole essere un invito a non dimenticare le tante bambine e ragazze ebree che non hanno avuto futuro.

Papa: “Il populismo è un pericolo, vuole comandare e uniformare”

Queste le Parole del Papa rivolte ai vescovi orinatali.

Ringrazio il Cardinale Bagnasco per le parole che mi ha rivolto a nome vostro, e sono lieto di accogliervi al termine dei giorni che vi hanno visto radunati come ogni anno, questa volta a Roma. Il vostro incontro, organizzato sotto l’egida delle Conferenze Episcopali di Europa, ci mostra la ricchezza rituale della Chiesa cattolica nel continente, non limitata alla tradizione latina. Tra voi vedo molti rappresentanti di diverse Chiese di tradizione bizantina, tanti dalla cara Ucraina, ma anche presenze dal Medio Oriente, dall’India e da altre regioni, che hanno trovato accoglienza nei Paesi europei. Come afferma il Concilio Vaticano II, «la varietà non solo non nuoce all’unità della Chiesa, ma anzi la manifesta» (Orientalium Ecclesiarum, 2). L’unità cristiana, infatti, non è uniformità. L’uniformità è la distruzione dell’unità; e la verità cristiana non è monocorde, ma “sinfonica”, altrimenti non verrebbe dallo Spirito Santo.

Qualche mese fa, nel corso del mio Viaggio apostolico in Romania, ho presieduto la beatificazione di sette Vescovi martiri della Chiesa greco-cattolica romena. È stata un’occasione per manifestare quanto l’intera Chiesa cattolica e il Successore di Pietro vi siano grati per la testimonianza di fedeltà alla comunione col Vescovo di Roma più volte offerta nella storia, talora fino all’effusione del sangue. Questa fedeltà è una gemma preziosa del vostro patrimonio di fede, un segno distintivo indelebile, come ci ricorda uno dei martiri romeni che, davanti a chi gli chiedeva di abiurare la propria comunione cattolica, disse: «la mia fede è la mia vita». La comunione cattolica fa parte della vostra identità particolare ma non le toglie nulla, anzi contribuisce a realizzarla pienamente, ad esempio proteggendola dalla tentazione di chiudersi in sé stessa e di cadere in particolarismi nazionali o etnici escludenti. E questo è un pericolo di questo tempo della nostra civiltà: i particolarismi che diventano populismi e vogliono comandare e uniformare tutto.

Proprio l’intercessione dei beati e santi martiri, che sperimentano la perfetta comunione in Cielo, ci spinge a intraprendere un costante cammino di purificazione della memoria ecclesiale e ad aspirare a un’unità sempre maggiore con tutti i credenti in Cristo. Che «tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21): è l’ardente desiderio che Gesù, durante la sua passione, ha portato nel cuore, poi squarciato per tutti sulla croce. Anche il Concilio Ecumenico Vaticano II e il Codice dei Canoni delle Chiese Orientali ci ricordano che siete depositari di una missione specifica nel cammino ecumenico. E in questi giorni avete riflettuto proprio sul significato della vostra missione ecumenica oggi.

Oggi, mentre troppe disuguaglianze e divisioni minacciano la pace, sentiamoci chiamati ad essere artigiani di dialogo, promotori di riconciliazione, pazienti costruttori di una civiltà dell’incontro, che preservi i nostri tempi dall’inciviltà dello scontro. Mentre tanti si fanno risucchiare dalla spirale della violenza, dal circolo vizioso delle rivendicazioni e delle continue accuse reciproche, il Signore ci vuole seminatori miti del Vangelo dell’amore. Nella famiglia cristiana siate coloro che, guardando al «Dio di ogni consolazione» (2Cor 1,3), s’impegnano a sanare le ferite del passato, a superare pregiudizi e divisioni, a dare speranza a tutti camminando fianco a fianco con i fratelli e le sorelle non cattolici. Con loro ho avuto la grazia di condividere diversi momenti forti: penso alla preghiera per la pace in Terra Santa nei Giardini Vaticani, all’incontro con i profughi nell’isola di Lesvos, al dialogo per la pace in Medio Oriente a Bari, preceduto dalla preghiera comune nel segno di San Nicola e della Santa Madre di Dio “che mostra la via”. Sento che la via che ci viene indicata dall’Alto è fatta di preghiera, umiltà e carità, non di rivendicazioni locali, neppure tradizionaliste, no. Il cammino è preghiera, umiltà e carità. Camminando insieme, facendo insieme qualcosa per gli altri e per la nostra casa comune, riscopriamo, al cuore della nostra cattolicità, il significato antico attribuito alla sede romana, chiamata a «presiedere alla carità di tutta la Chiesa» (S. Ignazio Ant., Lettera ai Romani, prologo) e al Vescovo di Roma come al servus servorum Dei.

Vivere fino in fondo le vostre tradizioni ecclesiali vi porta ad attingere alle stesse sorgenti di spiritualità, liturgia e teologia delle Chiese ortodosse. È bello essere insieme testimoni di ricchezze così grandi! Anche in campo accademico è possibile promuovere programmi comuni di studio e scambi culturali, coinvolgendo soprattutto i giovani sacerdoti perché si formino con una mentalità aperta. Soprattutto e in tutto, aiutiamoci a vivere la carità verso tutti. Essa non conosce territori canonici e giurisdizioni. A me fa male quando vedo, anche nei cattolici, una lotta per le giurisdizioni. Per favore… Essa, come ci ricorda l’Apostolo Paolo che in questa città ha dato la vita, ha sempre il primato e non avrà mai fine (cfr 1Cor 13). Quando ci chiniamo insieme sul fratello che soffre, quando diventiamo insieme prossimi di chi patisce solitudine e povertà, quando mettiamo al centro chi è emarginato, come i bambini che non vedono la luce, i giovani privati di speranza, le famiglie tentate di disgregarsi, gli ammalati o gli anziani scartati, già camminiamo insieme nella carità che sana le divisioni.

Allora ci prepariamo ad abitare insieme l’unico Cielo al quale siamo chiamati. Là il Signore non ci chiederà conto di quali e quanti territori sono rimasti sotto la nostra giurisdizione e nemmeno di come abbiamo contribuito allo sviluppo delle nostre identità nazionali. Ci chiederà quanto siamo stati capaci di amare il prossimo, ogni prossimo, e di annunciare il Vangelo di salvezza a chi abbiamo incontrato sulle strade della vita. Chiediamo la grazia di desiderare questo. Perché è solo amando che si trova la gioia e si diffonde la speranza. È amando che passano in secondo piano quelle realtà secondarie a cui siamo ancora attaccati – anche i soldi, che sono un veleno: il diavolo entra dalle tasche, non dimenticatevi! – e vengono in primo piano le uniche che restano per sempre: Dio e il prossimo. Coraggio, cari fratelli, avanti nello spirito della comunione! Vi assicuro il mio ricordo costante, siete nel mio cuore. E vi chiedo, per favore, di pregare per me, perché ne ho bisogno. Grazie!

David Sassoli: Acli, “Abbiamo bisogno di voi per cambiare tante cose in Europa”.

David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, nel salutare i partecipanti alla tavola rotonda “I cristiani e la città”, organizzata nell’ambito del 52° Incontro nazionale di studi delle Acli di Bologna dichiara che: “Abbiamo bisogno dei corpi intermedi per politiche che diano risposte alle grandi domande .

Abbiamo bisogno di voi per cambiare tante cose in Europa, tocca a noi mettere a posto le regole che possono riaprire il cantiere europeo che per troppo tempo si è fermato, abbiamo bisogno di concentrarci sulle politiche europee che faranno capire ai cittadini quanto è utile l’Europa”.

L’Europa – ha concluso Sassoli – “serve anche a un mondo che è senza regole e che vogliamo aiutare ad essere più umano come ci ricorda Papa Francesco”.

Sicurezza scuole: A Roma, il 26 settembre Cittadinanzattiva presenta il XVII Rapporto

Si terrà il prossimo 26 settembre a Roma, presso la Sala Igea della Treccani in Piazza dell’Enciclopedia italiana 4 (ore 9:30-13:30), la presentazione di “Impararesicuri – Osservatorio civico sulla sicurezza a scuola”, il Rapporto di Cittadinanzattiva giunto alla sua diciassettesima edizione.

L’Osservatorio fornirà, come ogni anno, una fotografia dello stato dell’edilizia scolastica, attraverso l’elaborazione di dati ufficiali e di dati messi a disposizione dagli enti locali proprietari delle scuole; a completare la fotografia, il monitoraggio fatto da studenti in alcune scuole italiane attraverso la metodologia dell’audit civico. Un focus specifico sarà dedicato quest’anno alla sicurezza degli asili nido del nostro Paese.

All’incontro prenderà parte anche il neo ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti. Aprirà i lavori Anna Lisa Mandorino, vice segretaria generale di Cittadinanzattiva. Ad illustrare i dati dell’Osservatorio civico sulla sicurezza a scuola – Focus nidi saranno Adriana Bizzarri, coordinatrice nazionale scuola dell’associazione, e i ragazzi “monitori”. Seguirà un dibattito cui parteciperanno fra gli altri Eduardo Accetta, presidente Cda Soluxioni S.r.l., sviluppatore nuova piattaforma Anagrafe edilizia scolastica; Laura Galimberti, Commissione Istruzione, Politiche educative ed Edilizia scolastica dell’Anci; Agostino Goretti della Protezione civile, rappresentanti della Municipalità di Napoli e un comitato di genitori.

Cento borse di studio per stranieri con protezione internazionale

E’ stato stilato l’elenco definitivo per l’assegnazione di 100 borse di studio rivolte studenti con protezione internazionale per l’accesso a corsi di laurea e dottorati di ricerca nell’anno accademico 2019/2020. La graduatoria è disponibile online sul sito della Conferenza dei rettori delle Università italiane, con cui il Viminale, il 20 luglio 2016, ha siglato il protocollo d’intesa.

Le borse di studio sono state riservate a ragazzi e ragazze che si iscrivono per la prima volta ai corsi di laurea, laurea magistrale, laurea magistrale a ciclo unico e dottorato di ricerca presso le università italiane e a quelli che, vincitori dei precedenti bandi e regolarmente iscritti presso le università, hanno conseguito i crediti formativi richiesti per proseguire il percorso di studi precedentemente intrapreso.

Gli Atenei, che hanno aderito all’accordo, garantiranno agli studenti ritenuti meritevoli un esonero dalle tasse e dai contributi, nonchè l’accesso gratuito ai servizi universitari. Il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione concorrerà alle spese di vitto e alloggio. L’obiettivo è quello di potenziare il dialogo e l’integrazione attraverso il canale dell’istruzione e della cultura, asse portante della nostra società, determinante per la costruzione di una società multiculturale inclusiva.

In relazione alla particolare condizione, di protezione internazionale può essere riconosciuta al cittadino straniero che ne faccia richiesta. La differente tutela dello status di rifugiato o dello status di protezione sussidiaria  attiene ad una serie di parametri oggettivi e soggettivi che si riferiscono alla storia personale dei richiedenti, alle ragioni delle domande e ai Paesi di provenienza.

Nello specifico, il rifugiato è un cittadino straniero il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione del suo stesso Paese. Può trattarsi anche di un apolide che si trova fuori dal territorio nel quale aveva precedentemente la dimora abituale e, per le stesse ragioni, non può o non vuole farvi ritorno.

E’ invece ammissibile alla protezione sussidiaria il cittadino straniero che non possiede i requisiti per essere riconosciuto rifugiato ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine, o, nel caso di un apolide, se ritornasse nel Paese nel quale aveva precedentemente la dimora abituale, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno. Sono esclusi dalla protezione gli stranieri già assistiti da un organo o da un’agenzia delle Nazioni Unite diversi dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria sono approvate in base all’esito dell’istruttoria effettuata dalle Commissioni Territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale.

 

E’ nata una bimba sana dopo 117 giorni in pancia della mamma morta

I medici dell’Ospedale dell’Università di Brno (Repubblica Ceca),  definiscono questo risultato come una probabile prima mondiale. Infatti si contano circa 20 nascite del genere descritte nel mondo, ma stavolta si tratta del ricovero più lungo e del maggior peso mai ottenuto per il bebè (oltre 2 kg).

La donna di 27 anni era alla sedicesima settimana di gravidanza quando è stata ritrovata incosciente in casa ed è stata trasportata in elicottero all’Unità di emergenza.

I soccorritori hanno mantenuto la sua attività respiratoria e dalla Tac è poi emerso un ictus. Il respiro spontaneo è scomparso alle 16 e un esame neurologico clinico ha confermato l’aflessia, cioè la morte cerebrale. Da questo momento, i medici della clinica di Anestesia, rianimazione e medicina intensiva dell’ospedale universitario di Brno e della Facoltà di Medicina dell’Università di Masaryk insieme ai ginecologi, hanno fatto del loro meglio per stabilizzare le funzioni vitali della paziente e proteggere così il feto nel corpo della madre.

In estate è stato rilevato che il feto cresceva: a fine giugno pesava 980 grammi, mentre a luglio era già di 1,5 kg. Il 15 agosto scorso è stato deciso di procedere con il parto cesareo, alla settimana 34+3 di gravidanza, e la neonata è venuta al mondo sana, con un peso di 2.130 grammi e una lunghezza di 42 centimetri