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Il paesaggio della memoria. La storia di una comunità  attraverso la politica, la sua dignità, le sue liturgie.

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La storia di un comizio, quello del sindaco di Mottafollone,  paesino della Calabria, che ci riporta al clima della politica degli anni ‘80. L’autore rievoca l’episodio con leggerezza e profondità, rendendo omaggio ai democratici cristiani che vissero quella stagione da protagonisti nel loro territorio.

E l’omaggio, in questo caso, si carica di attenzione e rispetto, in realtà anche di affetto, come può fare chi torna con la mente alle immagini e alle impressioni di giovane “apprendista politico” di fronte alla battaglia del sindaco a lui…molto caro: il sindaco, infatti, è il suo papà.

In fondo alla pagina riportiamo il link per leggere il pdf della storia completa. 

 

Giovanni Iannuzzi

 

«Questa sera in Piazza Indipendenza, per le elezioni europee, parlerà il Sindaco di Mottafollone, Vincenzo Salvatore Iannuzzi. Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare. Il 17 giugno vota e fai votare Democrazia Cristiana». Correva l’anno 1984. L’Autobianchi 112 celeste, inghirlandata di manifesti e bandiere con il simbolo dello scudo crociato, percorreva le strade del paese annunciando dal megafono il comizio serale. E poi seguiva a tutto volume una strofa di «Bianco fiore», l’inno ufficiale di partito. La mobilitazione vedeva impegnati gli opposti schieramenti. Di solito erano i comunisti a contendere lo spazio, con la Renault 4 rossa che diffondeva le note di «Avanti popolo, alla riscossa…». Un’altra Italia, un’altra politica: oggi ne conserviamo l’eco, come fosse il ritorno in cuffia delle sonorità di un’antica propaganda. Attraverso i luoghi e il vissuto di una comunità è possibile parlare di una pedagogia civile e urbana che aiuta a ritrovarsi al di là delle differenze.

 

Si trascinavano gli ultimi scampoli della primavera e incombevano giornate calde, non solo per l’imminenza della stagione assolata. Il 17 giugno si votava per i rappresentanti al Parlamento europeo, il cuore democratico dell’Europa unita. Lo si era votato a suffragio universale per la prima volta nel 1979 e ora, con il nuovo ricorso alle urne, si avvertiva l’impegno a consolidare il grande esperimento comunitario.

 

La tesi più condivisa dagli analisti classifica le europee come elezioni di secondo ordine rispetto a quelle per i parlamenti nazionali. Ciò in virtù, innanzitutto, di un più basso livello di partecipazione e un predominio di «tematiche domestiche», con la complicità anche dei media che sottovalutano, e non da oggi, le grandi questioni europee. Con il progressivo venir meno della novità rappresentata dall’elezione diretta, il disimpegno nei confronti dell’Europarlamento si è accentuato, non solo nel nostro paese. La lettura dei quotidiani riproduce molto bene il clima politico delle prime consultazioni. Nel 1979 il voto seguì di una settimana quello politico, con un inevitabile calo di tensione e di interesse, a cui fece riscontro una minore mobilitazione dei partiti; nel 1984 l’attenzione dell’elettorato venne polarizzata attorno a questioni molto rilevanti ma tutte interne, quali lo scontro politico tra governo e opposizione sul decreto sulla «scala mobile» e lo spauracchio del «sorpasso» agitato dalla DC contro il PCI, sicché l’impegno delle forze politiche fu decisamente più intenso.

 

In ogni caso, se a livello nazionale poteva oscillare il pendolo della partecipazione all’evento elettorale europeo, certamente sul piano locale si avvertiva meno tale andamento altalenante. Soprattutto nei piccoli centri, qualsiasi occasione di confronto riattivava il senso di appartenenza, dando modo alle diverse «fazioni democratiche» – in particolare a democristiani e comunisti – di verificare il loro grado di tenuta sul territorio. Non erano concesse distrazioni. Non si poteva mollare la presa, né da una parte né dall’altra.

 

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Petrolio & grano: gli effetti della guerra di Putin. La nota dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

PIXNIO
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Cina e India acquistano l’oro nero da Mosca, ma il trasporto avviene a tutt’oggi su navi europee. Le sanzioni, dunque, possono colpire il commercio. Intanto, sul fronte del grano, non si sblocca la trattativa e quindi si aggrava ogni giorno che passa il pericolo di carestia, specialmente per il continente africano.

 

(Istituto ISPI)

 

Per il momento, l’attenzione di Pechino sembra concentrata sul greggio russo: è di oggi la notizia che le importazioni cinesi di petrolio dalla Russia sono aumentate del 55% annuo nel mese di maggio. L’impennata – mentre l’Europa ha deciso di fare a meno del petrolio russo dalla fine dell’anno – è confermata dall’Agenzia delle Dogane cinesi secondo cui il mese scorso Pechino ha acquistato circa 8,42 milioni di tonnellate di petrolio dalla Russia. Si tratta di una quantità molto più elevata rispetto alle importazioni di petrolio dall’Arabia Saudita, solitamente il principale fornitore della Cina.

 

Mosca, dunque, è riuscita a scalzare il primato di Riyadh come principale fornitore di petrolio della Cina grazie a un forte sconto sui prezzi. La vendita ‘in saldo’, con sconti fino al 30% sui prezzi di mercato, ha comunque procurato a Mosca guadagni per circa 20 miliardi di dollari nel mese di maggio. I dati doganali pubblicati lunedì mostrano anche che la Cina ha importato 260.000 tonnellate di greggio iraniano il mese scorso, nonostante il regime di sanzioni tuttora in vigore.

 

E all’incremento delle importazioni di Pechino corrisponde un aumento persino superiore da parte di Nuova Delhi: l’India quest’anno ha acquistato quasi 60 milioni di barili di petrolio russo, a fronte dei 12 importati in tutto il 2021. C’è un altro fianco su cui la Russia resta vulnerabile: in assenza di infrastrutture adeguate la maggior parte dei combustibili fossili russi viaggia su navi europee: per questo nel sesto pacchetto di sanzioni, la Ue ha previsto il divieto agli assicuratori europei di garantire la copertura delle navi che trasportano petrolio russo.

 

Sull’altro ‘fronte’ della guerra, quello relativo al grano, i ministri degli Esteri dell’Unione Europea hanno discusso oggi (ieri per chi legge, ndr) in Lussemburgo di come liberare milioni di tonnellate di grano e cereali destinati all’export, fermi a causa del blocco russo dei porti ucraini sul Mar Nero. “Le conseguenze della guerra stanno diventando pericolose non solo per l’Ucraina ma per il mondo: c’è il rischio di una carestia senza precedenti specialmente in Africa”, ha messo in guardia l’Alto rappresentate Ue Josep Borrell, dicendosi però sicuro che alla fine le Nazioni Unite riusciranno a trovare un accordo.

 

“Non si può immaginare che milioni di tonnellate di grano rimangano in Ucraina mentre il resto del mondo soffre la famequesto è un vero crimine di guerra, pertanto non si può immaginare che questo continui a lungo, altrimenti la Russia dovrà essere ritenuta responsabile. Non si può usare la fame delle persone come unarma di guerra”, ha aggiunto Borrell. Insieme, Russia e Ucraina esportano quasi un terzo del grano e dell’orzo a livello globale, oltre il 70% dell’olio di girasole e sono importanti fornitori di mais.

 

La Russia è il primo produttore mondiale di fertilizzanti. Dallo scorso 24 febbraio, data dell’invasione russa, la guerra ha fatto salire alle stelle i prezzi alimentari mondiali, già in aumento, impedendo a circa 20 milioni di tonnellate di grano ucraino di raggiungere il Medio Oriente, il Nord Africa e diverse regioni dell’Asia. Se il blocco persiste, secondo le Nazioni Unite, fino a 181 milioni di persone in 41 paesi rischiano di dover affrontare una grave crisi alimentare.

Un magistero aperto alla modernità. «Dinamiche e politiche culturali nell’età di Leone XII». La recensione dell’Osservatore Romano.

 

Il volume mette in luce un governo come quello di Papa Annibale della Genga, marchigiano, basato sul magistero, lortodossia e la tradizione, e che invece finisce per aprirsi alla modernità, allinterdisciplinarità fra arti e scienze che è anche incontro tra Roma e Europa; tra artisti e studiosi internazionali, a volte anche a-cattolici.

 

Paola Petrignani

 

L’ultima voce all’interno di un piccolo ma importante coro di studi: il volume Dinamiche e politiche culturali nelletà di Leone XII — presentato nel pomeriggio del 16 giugno alla Pontificia Università Gregoriana — è il neo uscito nell’ambito di un progetto che da dieci anni, grazie all’Associazione “Sulla pietra di Genga” e al comune di Genga, ripensa e approfondisce il pontificato leonino e il periodo della Restaurazione pontificia.

 

La presentazione — avvenuta all’interno della serie di incontri dei Dialoghi sul Risorgimento a tema Ripensare la Restaurazione — è stata introdotta da Marek Inglot, Decano della Facoltà di Storia e Beni Culturali della Chiesa Pontificia Università Gregoriana, moderata da Andrea Ciampani (Università Lumsa), e ha visto protagoniste Catherine Brice (Université Paris-Est Créteil) e Stefania Petrillo (Università degli Studi di Perugia). Proprio partendo dal volume di Giovanna Capitelli, Ilaria Fiumi Sermattei e Roberto Regoli, le studiose sono intervenute per aggiustare il tiro, per definire e approfondire quegli spunti di riflessione derivati dalla lettura delle dense pagine. E questo perché, come è stato detto alla Gregoriana, il volume interroga la storia e ripensa l’intera epoca della Restaurazione, nonostante la sua focalizzazione sulle politiche (e attenzione, non una “politica” ma una molteplicità di politiche e dinamiche) del pontefice salito al soglio di Pietro nel 1823. Poco più di un anno e ne sarà anzi il bicentenario: durante la presentazione è emerso chiaramente quanto questo evento sia atteso dagli studiosi e dall’Università tutta.

 

Attraverso una breve scorsa della serie dei saggi che animano il volume, suddiviso a sua volta per macroquestioni — Istituzioni e Riforme, Contesti e Figure, Interventi e Strumenti —, ci si è presto resi conto di quanto la fatica di questi studiosi non sia solo luogo di costruzione di un nuovo sapere, ma sia anche l’ennesima struttura di un «cantiere aperto» che ripensa la storiografia del (e attorno al) pontificato leonino. Partendo da problemi irrisolti, si è quindi tentato di andare oltre, di approfondire la materia per darne uno spiraglio di (possibile) verità. E in sede di dibattito è stato interessante vedere come queste problematiche non siano veramente risolte, e come esse possano essere ancora e ancora motore di nuove riflessioni.

 

In primis quelle di Catherine Brice, che grazie al libro scopre una Roma molto più variegata e diversificata, «molto meno cupa» di quanto si possa pensare, la quale, definendo alcune linee di riflessione iniziali, arriva a una conclusione che è tutto meno che una conclusione (esattamente quello che ci aspetteremmo da una dibattito tra studiosi). E questo perché l’ambiguità politica di Leone XII non è potuta rimanere fuori dal suo intervento. La politica leonina (che, come detto, non è unica e singolare, ma è piuttosto plurale e variegata) ha portato la studiosa a interrogarsi su quella «doppia complessità» che intreccia la stessa idea di politica culturale a quella piuttosto puramente pubblica. Quella di un governo come quello papale, basato sul magistero, l’ortodossia e la tradizione, e che invece finisce per aprirsi alla modernità, all’interdisciplinarità fra arti e scienze che è anche incontro tra Roma e Europa; tra artisti e studiosi internazionali, a volte anche a-cattolici.

 

Ma esattamente da dove deriva questa politica? È intenzionale — e quindi il cuore della personale ambiguità politica di Leone XII — o piuttosto deriva da una mancanza di mezzi da parte del governo pontificio, altra faccia dello squilibrio delle finanze papali che proprio per la carenza di questi mezzi non poté che affidarsi a una moltitudine di artisti e studiosi privati? È una contraddizione che ha mosso buona parte del dibattito pomeridiano: il paradosso di politiche culturali di restaurazione che diventano anzi il fulcro della diversità e della ricchezza del pontificato, «ma non per forza del pontefice».

 

Da questa prospettiva si è giunti alla domanda di Petrillo: si potrebbe allora parlare anche di un »sistema dell’arte»? Termine prettamente contemporaneo, eppure un ottimo spunto per cercare di comprendere il lavoro culturale attorno alle arti sotto il pontificato leonino. Anche qui, una piccola contraddizione: l’allora mobilità degli artisti e di chi voleva farsene una guida (si prenda d’esempio Angelo Mai) è in parte assoggettabile a un modello simile, ma il sistema leonino imponeva una gerarchia, e questa stessa gerarchia preclude un «sistema dell’arte» nel vero senso della parola, nonostante il grande coinvolgimento degli artisti.

 

Ed ecco di nuovo il paradosso, la contraddizione; la pluralità di un periodo controverso che fu però un momento di grande apertura per la città. Roma, con Leone XII , si apre alla cultura europea in un modo tutto nuovo; ne diventa anzi un altro centro, nonostante una filiera di comando attenta a ben altra ortodossia. Ma ancora tornano le domande, quindi: Come funziona veramente questa filiera? Il quadro è tutto meno che monolitico, e il volume di Capitelli, Sermattei e Regoli obbliga a ripensarne il sistema imponendone, anzi, una visione plurale e complessa. Ma come concludono anche gli studiosi, la Restaurazione va sicuramente ancora studiata a fondo.

 

Questo articolo è stato pubblicato sull’Osservatore Romano del 17 giugno 2022. La riproduzione avviene per gentile concessione del giornale.

Dichiarato improponibile l’emendamento per la retrodatazione al 1° Aprile delle tutele per i lavoratori fragili.

 

Il senso dell’emendamento – ora dichiarato “improponibile” – era quindi quello di dare continuità alla vigenza delle tutele a partire dal giorno successivo alla scadenza dello stato di emergenza e pertanto dal 1° aprile 2022.

 

Francesco Provinciali – Francesco Alberto Comellini

 

Si è chiusa male la vicenda dell’emendamento 20.0.16 a firma Sen. Binetti-Sen. Gallone riguardante la retrodatazione al 1° aprile u.s. delle tutele previste per i lavoratori fragili.

 

Il Sen. Andrea Parrini (PD) – Presidente della Commissione affari costituzionali del Senato – ha dichiarato improponibile l’emendamento (scritto con il nostro supporto tecnico)  per recuperare tale retrodatazione al 1 aprile 2022. La questione era ampiamente nota: l’art.10 della legge 19 maggio 2022 n.° 52 , di conversione del D.L. 24 marzo 2022 n.°24 (che invece non l’aveva normata, prevedeva la reintroduzione delle tutele a favore dei lavoratori fragili originariamente previste  all’art. 26 comma 2 e comma 2/bis del DL 17 marzo 2020 n.18.

 

Vale a dire la possibilità di avvalersi dello smart working e dell’equiparazione dello stato di malattia al ricovero ospedaliero per i soggetti con fragilità certificata, specie dopo il DM Salute del 4/4/2022 che stabiliva le situazioni patologiche che sostanziavano lo status di “malattia fragile”.

 

La citata legge 52/2022 reintroducendo le due forme di tutela non dava tuttavia continuità con quelle precedentemente vigenti fino al 31 marzo 2022 (scadenza dello stato di emergenza): infatti le tutele sono entrate in vigore il giorno successivo alla pubblicazione sulla G.U 23/5/22 serie generale n.°119. della legge stessa, vale a dire dal 24 maggio u.s. e sono valide fino al 30 giugno.

 

Il senso dell’emendamento – ora dichiarato “improponibile” – era quindi quello di dare continuità alla vigenza delle tutele a partire dal giorno successivo alla scadenza dello stato di emergenza e pertanto dal 1° aprile 2022.

 

Questo avrebbe evitato il “buco” di copertura normativa che invece a questo punto resta, dal 1° aprile al 23 maggio: in questo lasso temporale niente smart working e niente equiparazione al ricovero ospedaliero dei gg di malattia che pertanto rientrano nel periodo di comporto contrattuale.

Chi si fosse ammalato in questo periodo avrebbe dovuto attingere al proprio congedo o alle ferie.

 

Non si comprendono le ragioni di diniego a questa estensione delle tutele, sulla quale lo stesso Ministro Brunetta audito in sede di Commissione parlamentare per la semplificazione si era espresso positivamente, non comportando oneri. La dichiarazione di improponibilità dell’emendamento “riparatore” Binetti.-Gallone lascia scoperti in quanto a tutele i lavoratori fragili per un periodo non da poco (1/4 – 23/5)

 

A questo punto i lavoratori fragili in tal modo danneggiati dovrebbero essere informati sulla ragione di tale pronunciamento di improponibilità: il Sen. Parrini, legittimato a decidere in merito, dovrebbe spiegare le ragioni del suo diniego.

 

E i Ministri del Lavoro, delle Disabilità e della Salute dovrebbero chiarire come mai non hanno provveduto loro stessi, di iniziativa governativa, a colmare questo vuoto normativo di copertura delle tutele.

I lavoratori fragili possono chiedere direttamente spiegazioni agli interessati, avvalendosi degli indirizzi web che si trovano nei siti istituzionali del Senato e dei Ministeri.

Queste decisioni vanno spiegate ai cittadini  , specie se riguardano persone con gravi patologie , che soffrono la propria condizione di fragilità.

 

Fa specie – e non è cosa di poco conto- che nel frattempo il contratto dei navigator sia stato prorogato di 4 mesi da un giorno all’altro e che la stragrande maggioranza dei percettori del reddito di cittadinanza ne usufruisca rifiutando le proposte di lavoro offerte.

 

L’Italia si conferma il Paese dei bonus una-tantum mentre sono negate o ridimensionate una-semper le tutele per le persone fragili, i disabili e le pensioni di invalidità restano a livelli di terzo mondo.

 

Questa vicenda della mancata retrodatazione delle tutele per i fragili lascia l’amaro in bocca e un senso di ingiustizia sociale in danno dei più deboli che chi ha deciso si trattasse di un tema “improponibile” dovrebbe spiegare.

Riproponiamo in calce l’emendamento non accolto:

 

Emendamento 20.0.16

Sen.Binetti, Sen.Gallone

Dopo l’articolo, inserire il seguente:

«Art. 20-bis.

(Modifiche all’articolo 10 del decreto-legge 24 marzo 2022, n. 24, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 maggio 2022, n. 52)
All’articolo 10, del decreto-legge 24 marzo 2022, n. 24, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 maggio 2022, n. 52, al comma 1-bis, dopo le parole «24 aprile 2020, n. 27, è prorogata» inserire le seguenti: «dal 1 aprile 2022».

 

 

Una nuova integrazione europea. L’editoriale di “Comunità di Connessioni”.

 

Una modifica delle regole di bilancio a favore di politiche monetarie e fiscali espansive, una progressiva cessione della sovranità nazionale verso un bilancio unico per lEurozona, potrebbero far compiere uno step in più allintegrazione politica dellUE,

Marco Fornasiero

 

Che cosa significa essere cittadini europei oggi e quali possono essere le leve per velocizzare il processo di integrazione che stiamo vivendo? Sono queste alcune delle domande che dovremmo porci, soprattutto a fronte del conflitto in corso in Ucraina. La guerra ha avuto ripercussioni, e continuerà ad averne anche in futuro, in molti settori che toccano la vita quotidiana delle persone. Le previsioni economiche di primavera per la zona euro, pubblicate il 16 maggio scorso dalla Commissione europea, hanno previsto una riduzione del PIL dal 4% al 2,7% nel 2022 e dal 2,8% al 2,3% nel 2023, con una diminuzione del prodotto reale entro il 2022 dal 2,1% allo 0,8%. Inoltre, per quanto riguarda l’Italia, si prevede un aumento dell’inflazione al 5,9% e al 2,3%, nel 2022-2023. Questi scenari sono frutto dall’aumento incontrollato dei prezzi dell’energia, come petrolio e gas, i quali hanno avuto a loro volta ripercussioni sulla produzione di generi alimentari e dunque sulla vita dei cittadini europei.

 

Nonostante tutto, le istituzioni europee e i Capi di Stato e di Governo hanno proseguito con l’attuazione delle transizioni verde e digitale, inaugurate con la Presidenza di David Sassoli del Parlamento europeo, iniziata nel maggio del 2019, e sostenute in ultima istanza dall’Eurocamera con l’approvazione di alcuni dei provvedimenti chiave del pacchetto Fit for 55. Il dibattito sul tema in seno al Parlamento europeo è stato molto ampio e, vista l’importanza dei provvedimenti discussi, è stato necessario proseguire i negoziati,  anche ritardando l’approvazione di alcuni di questi, come avvenuto per il regolamento sul sistema ETS, per il CBAM – il meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere, e per il Fondo Sociale per il Clima che verrà votato durate la plenaria del 22-23 giugno.

 

Ma la vera svolta nel percorso di integrazione europea è avvenuta quando gli Stati membri, assieme alle istituzioni europee, hanno scelto di dotarsi di un bilancio comune, il Next Generation EU – NGEU, per sostenere la ripresa economica europea dopo la pandemia e al contempo favorire lo sviluppo delle transizioni gemelle, quella ambientale e quella digitale. Una decisione anzitutto politica, oltre che economica e normativa, che ha alla base principi quali la solidarietà e il bene comune. Una decisione che ha fatto sentire molti “più europei”.

 

Un altro settore che negli ultimi mesi ha avuto sviluppi notevoli è quello della difesa comune europea. La decisione di inviare armi in supporto all’Ucraina ha spinto le istituzioni europee a proporre la creazione di un Recovery Fund per la ricostruzione dell’Ucraina e il riarmo europeo. Così facendo, l’UE ha aggirato l’ostacolo dei trattati europei che vietano il finanziamento di operazioni di difesa europea con fondi interni al bilancio UE. Inoltre, l’istituzione di un bilancio comune per la difesa avrebbe anche la funzione di razionalizzare la spesa militare, migliorandone la qualità. Attualmente, infatti, tutti gli Stati membri dell’UE spendono all’anno un totale di circa 200 miliardi di euro per il capitolo “difesa”; un dato che fa riflettere se confrontato con le spese della Russia che si attestano intorno ai 61,7 miliardi di dollari annui.

 

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/una-nuova-integrazione-europea/

 

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Il Movimento 5 Stelle ha seminato odio. Quel che oggi raccoglie è la consacrazione del suo fallimento.

Le arlecchinate che si sono consumate in questa legislatura hanno offerto un quadro desolante. Oggi Di Maio veste i panni del leader responsabile, ma dimentica i suoi trascorsi da demagogo. La storia insegna che i capi delle rivoluzioni sono sempre i primi a cadere sotto la mannaia. La politica non si fa con le decapitazioni, ma con il confronto delle idee, ricercando la sintesi

 

Mario Tassone

 

Una legislatura iniziata il 2018, nata male rischia di finire peggio. Nelle elezioni il M5S stravinse,la Lega ebbe una buona affermazione. Gli altri risultati incoraggianti per alcune formazioni politiche e negativi per altre. Nessuna indicazione, politicamente coerente per la formazione di un esecutivo,  così come era avvenuto dal 1994 in poi. Solo la legislatura del 2001/6 si è completata con lo stesso governo e la stessa maggioranza.

 

Il resto, un fallimento che ha liquidato i partiti e la politica. La sovranità popolare spenta, la pluralità delle idee e la vitalità della partecipazione risucchiate da un vortice distruttivo e sostituite dal dirigismo di una realtà di capi sotto capi e di cortigiani. Se nel 2018 la legislatura ha vissuto, lo si deve al Presidente Mattarella, degno e onesto servitore dello Stato che ha evitato il peggio. Le arlecchinate che si sono consumate hanno offerto un quadro desolante.

 

Il governo Draghi con una maggioranza di quasi tutti è il risultato dell’opera di Mattarella altamente meritoria. Oggi alla vigilia del dibattito parlamentare sulla guerra in Ucraina si registra una “vivace” dialettica nei pentastellati. Essi avevano conseguito un successo elettorale con “parole d’ordine” forti: il cambiamento,la moralità, la buona economia e la occupazione. Il contrasto violento tra Conte e Di Maio sulla fornitura delle armi alla Ucraina è solo un aspetto, nemmeno il più importante,del contendere. La fedeltà alla Nato, la collocazione Occidentale, l’appartenenza all’Europa certo sono idee e posizioni alternative a confronto.

 

L’interesse vero che anima lo scontro è il dominio sul Movimento, il limite dei due mandati. Il resto…tutto relativo. È la lotta per il potere condotta senza afflato culturale che non ci può essere in una realtà sorta dal nulla e costruita sulla rete. Manca l’elemento umano. Fa sorridere Di Maio quando denuncia una congiura dell’odio nei suoi confronti.  È una affermazione che sconcerta e sa di provocazione. Di Maio dimentica che i 5 stelle hanno seminato odio,divisioni,infangato storie civili e persone perbene. Ha dimenticato che ha vinto il progetto del VFC esposto con foga da Grillo che affermava “li stiamo circondando tutti,li prendiamo”.

 

È stata una somministrazione di odio. Odio quando Grillo invocava la mannaia dei giudici e poi penosamente li insultava quando si sono “interessati” del figlio. Di Maio dimentica che da capo politico di un Movimento che aveva acquisito la maggioranza relativa aveva chiesto l’impeachment del Capo dello Stato. Di Maio dimentica gli insulti che ha rivolto a tanti parlamentari che hanno onorato la repubblica. Di Maio dimentica l’inganno consumato verso gli elettori,gli onesti lavoratori con la politica delle regalie. Quando con un manipolo di suoi colleghi si affacciò di sera dal balcone di Palazzo Chigi, dichiarando di aver sconfitto la povertà. Di Maio dimentica quando da V.Presidente del Consiglio si recò a Parigi per solidarizzare con i Gilet gialli .

 

E poi il grido di …guerra “onestà onestà” solo invocata.

 

Il suo Movimento ha accettato poi il finanziamento pubblico dei partiti,i benefit utilizzati in modo improprio,sproporzionato e indecoroso. E poi Di Maio dovrebbe dirci che fine ha fatto la denuncia del Ministro della transizione ecologica designato dal suo Movimento, che ha parlato della esistenza di truffe delle bollette elettriche.  Non si sa più nulla se non di una convocazione del procuratore della repubblica di Roma. C’era la truffa o no? Un mistero….

 

Altro che odio verso Di Maio. Vi è stato un odio continuo verso il Paese ingannato e politicamente truffato. Oggi Conte, privato della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che non aveva fatto nulla per meritare e che considera Draghi un usurpatore, vuole solo impossessarsi del Movimento, eliminando tutti i competitors con un articolo del regolamento. La storia insegna che i capi delle rivoluzioni sono sempre i primi a cadere sotto la mannaia. La politica non si fa con le decapitazioni, ma con il confronto delle idee, ricercando la sintesi. Speriamo che la stagione avversa ai buoni sentimenti finisca, si ritorni alla normalità della dialettica politica e i seminatori di odio ritornino da dove erano venuti: dal nulla.

 

[Post dell’autore su Fb]

Patuanelli può scegliere di candidarsi alla presidenza della Regione Friuli Venezia Giulia?

Flickr

 

In realtà il centro sinistra, almeno quello che oggi si condensa sotto questa sigla, ha già perso la partita. Per poter spodestare il presidente Fedriga ci vuole ben altro rispetto alle misere appendici apparse sulle cronache regionali in questi ultimi tempi. Se dovessero seguire questi ultimi sentieri, anche la speranza sarebbe costretta a fare le valigie.

 

Gianfranco Moretton

 

È inevitabile, c’è sempre un tempo in cui s’incrocia la dimensione ideale con la gravità della realtà. È ciò che accade adesso. Siamo arrivati al dunque. Dieci anni fa, tutti a dire, ad urlare che due mandati sono sufficienti e oggi, a scadenza delle due legislature, quei proclami stentano a essere ricordati. È il problema dei 5 Stelle, Di Maio è la punta dell’iceberg. Siamo alla resa dei conti. Pensavate forse che Di Maio e accoliti fossero dei cherubini? Tutti votati alla bellezza dei propositi e delle idee? Se così pensavate, oggi siete tutti quanti smentiti dai fatti. Il dramma si sta compiendo nella casa di Grillo. Io l’avevo da lungo tempo previsto. Potranno scalpitare quanto vorranno, ma il Beppe nazionale li ha stecchiti. Due mandati e basta.

 

È il caso di pensare che il Ministro Patuanelli, ad onor delle cronache che ha ancora intonso il salva condotto per una ulteriore esperienza romana, sia in predicato, come a suo tempo si vociferava, di porsi al comando dello schieramento per strappare la regione a Fedriga.

 

L’idea, a tutti gli effetti, è sensata. Poi, altra cosa, è vederla trionfare. Certamente, sono destinate al naufragio tutte le altre ipotesi di lavoro nel campo del centro sinistra. Alcune, persino ridicole; altre, indigeste anche a chi ha un palato animalesco. Quindi, si passa dal teatro nazionale, visitando le cosucce di casa pentastellate, al nostro teatrino di periferia.

 

Per poter spodestare il presidente Fedriga ci vuole ben altro rispetto alle misere appendici apparse sulle cronache regionali in questi ultimi tempi. Se dovessero seguire questi ultimi sentieri, anche la speranza sarebbe costretta a fare le valigie.

 

Questo non vuol dire che la Regione, il centro sinistra l’abbia già persa, ma è semplicemente la presa d’atto che questo centro sinistra l’ha già persa. C’è da augurarsi, per il bene di questa Regione, che il confronto tra i due contendenti non registi uno sbilanciamento così imperioso.

 

Questa critica è volta esclusivamente a mettere in guardia quelli che possiedono un buon grado di intelligenza politica per spronarli a far cambiare rotta a chi si sta destinando anticipatamente a sedersi all’ultimo posto della graduatoria politica regionale.

Il 22 e 23 giugno ‘Missione Italia 2021 2026’, evento Anci sul Pnrr alla Nuvola di Roma.

 

Riportiamo il comunicato che appare sul sito dell’Anci a riguardo della due giorni romana per l’esame dei problemi concernenti la “messa a terra” dei progetti elaborati dai comuni nell’ambito del Pnrr.

 

 

Anci

 

A che punto sono gli investimenti e le riforme che accompagneranno l’attuazione del PNRR, opportunità unica di rilancio per il nostro Paese? Questo sarà il filo conduttore di Missione Italia – 2021/2026 il PNRR dei Comuni e delle Città, l’evento che Anci organizza a Roma il 22 e 23 giugno presso il Centro Congressi La Nuvola e che vedrà la partecipazione di tutti gli attori istituzionali, economici e sociali coinvolti nell’attuazione in Italia del piano Next Generation Eu (qui altre info logistiche utili)
“Per noi è doveroso assumere questa iniziativa – dice il presidente dell’Anci, Antonio Decaro – perché nel PNRR i Comuni e le Città hanno un ruolo determinante. I circa 40 miliardi di euro assegnati ai Comuni sono destinati a progetti strettamente connessi con la vita quotidiana dei cittadini e con l’esigenza dei nostri territori di crescere, uscire più forti e più giusti dalla crisi che stiamo attraversando. Il grande incontro di Roma sarà solo la prima tappa di un percorso che l’Associazione intende replicare con eventi di verifica e di confronto annuali fino al 2026, data ultima di attuazione dei progetti. L’Europa e l’Italia si sono fidati dei Sindaci per la realizzazione concreta del PNRR: noi sentiamo molto questa responsabilità nei confronti del nostro Paese, siamo pronti a fare la nostra parte”.

La presenza istituzionale ai lavori che si apriranno mercoledì 22 giugno alle 10,00 con la relazione del presidente dell’Anci, sarà molto qualificata: dal palco della ‘Nuvola’ si alterneranno nove ministri: Daniele Franco (Economia), Renato Brunetta (Pubblica Amministrazione), Luciana Lamorgese (Interno), Dario Franceschini (Cultura), Enrico Giovannini (Infrastrutture e Mobilità sostenibili), Patrizio Bianchi (Istruzione), Vittorio Colao (Innovazione e transizione digitale), Mara Carfagna (Sud e Coesione territoriale), Andrea Orlando (Lavoro e Politiche Sociali), Mariastella Gelmini (Affari regionali) e Roberto Cingolani (Transizione Ecologica).

Un altro momento clou dell’evento sarà la presenza, il 23 giugno mattina, del Commissario europeo per gli Affari Economici e monetari Paolo Gentiloni, che sarà introdotto dal presidente del Consiglio nazionale Anci Enzo Bianco.
Durante la due giorni, per ognuna delle sei missioni in cui si articola il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, si svolgerà un confronto tra i ministri titolari di ogni singola misura e i Comuni e le città assegnatarie. Tra i sindaci presenti: Roberto Gualtieri (Roma), Dario Nardella(Firenze), Beppe Sala (Milano), Matteo Lepore (Bologna), Luigi Brugnaro (Venezia), Stefano Lo Russo (Torino), Gaetano Manfredi(Napoli), Alessandro Canelli (Novara), Alessandro Ghinelli (Arezzo), Carlo Salvemini (Lecce), Valeria Mancinelli (Ancona), Luca Vecchi (Reggio Emilia), Marco Fioravanti (Ascoli Piceno), Michele Conti (Pisa), Francesco Italia (Siracusa), e Roberto Gravina(Campobasso).

All’incontro parteciperanno anche alcuni rappresentanti di aziende pubbliche e di istituzioni finanziarie coinvolte nell’attuazione del PNRR. Tra loro Gelsomina Vigliotti (Vicepresidente Italiana BEI), Cristiano Cannarsa (Ad Consip), Umberto Lebruto (Ad FS Sistemi Urbani) e Domenico Arcuri (Ad INVITALIA).

Durante l’evento saranno presentate anche le esperienze di alcuni piccoli Comuni che hanno presentato progetti su alcune misure previste dal PNRR: quelle per l’attrattività dei borghi, per la transizione ecologica e missione verde, per la rigenerazione urbana e i piani urbani integrati.

 

La due giorni Anci alla Nuvola sarà anche occasione per far incontrare e dialogare il mondo delle aziende con quello dei Comuni. Obiettivo, attivare una sinergia concreta ed efficace per mettere a terra, insieme, i progetti del Pnrr. L’incontro tra imprenditoria e enti locali inizierà nel pomeriggio del 22 giugno, dopo i saluti istituzionali della mattina che verranno chiusi dal presidente della regione Lazio, Nicola Zingaretti e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli. Sia nella plenaria che nei tavoli di lavoro si affronteranno le tematiche cardine del Pnrr: dalle principali regole e procedure per attivare i progetti, alla rigenerazione urbana, dalla transizione digitale, alle misure per le Città metropolitane, passando per i progetti per i piccoli borghi fino al ciclo integrato dei rifiuti.

Interverranno: Federico Della Casa, senior vice presidente Salesforce Southern Europe, Middle East and Africa, Andrea Ripa di Meana, amministratore Unico GSE, Luca Ruini, presidente Conai, Maximo Ibarra, CEO Gruppo Engineering, Andrea Vota,  public policy manager per il Sud Europa – Bolt, Francesco Profumo,  presidente ACRI, Corrado Dentis, presidente Coripet, Angelo Cacciotti, presidente M3S, Paolo Gencarelli, responsabile Immobiliare Poste Italiane e Augusto Modanesi, regional Access Head di Takeda Italia.

 

Per saperne di più

https://www.anci.it/il-22-e-23-giugno-missione-italia-2021-2026-evento-anci-sul-pnrr-alla-nuvola-di-roma/

Le comiche dei 5 Stelle.

 

Ormai il Movimento si avvita giorno dopo giorno nelle sue macroscopiche contraddizioni. La domanda, come si dice, sorge spontanea: sino a quando dovremo assistere a questo spettacolo che  non è solo comico, ma appare sempre più penoso e triste?

 

Giorgio Merlo

 

Polemizzare contro un realtà cadente – qualunque sia il genere trattato – non è mai un esercizio educato o anche solo di buon senso. È sempre meglio evitare di scagliarsi contro chi sta per scomparire. Ma, detto questo, è difficile resistere alle comiche quotidiane che ci offre il partito populista per eccellenza, ovvero i 5 Stelle. C’è una grande difficoltà, però. E cioè, di fronte ad una miriade – e che cresce in modo esponenziale – di contraddizioni come possiamo selezionare i pezzi migliori di questa saga divertente e anche simpatica? Perché ormai, salvo il Pd di Letta che continua a ritenere i 5 Stelle un alleato strategico e decisivo per dare una prospettiva progressista e democratica al nostro paese, tutti gli altri assistono a questo spettacolo semplicemente divertiti e basiti. Dunque, per non scrivere un libello, mi fermo a tre soli esempi. E tutti simpatici e divertenti, appunto.

 

Innanzitutto Di Maio. Dunque, adesso è diventato quasi come noi. Cioè un convinto e quasi feroce sostenitore del Centro e del centrismo. E, di conseguenza, respinge in modo secco “il partito dell’odio”, gli insulti agli avversari, la trivialità del linguaggio, “il disallineamento” rispetto alle alleanze tradizionali dell’Italia sul piano geopolitico; crede nella stabilità del governo; esalta Draghi; valorizza il ruolo dei partiti e delle culture politiche e mi fermo qui per motivi di spazio… Resta solo un piccolo, piccolissimo particolare. Tutte le cose che ha detto per quasi 20 anni su questi temi – ovviamente e scientificamente erano l’esatto opposto di ciò che sostiene in queste ultime settimane – cosa ne facciamo? Li resettiamo dalla rete? Li cancelliamo come battute fuor di luogo? O, molto più semplicemente, diciamo che solo i cretini non cambiano mai idea? Ecco, nel rispetto di tutte le opinioni, siamo solo indecisi su come dobbiamo giudicare quel passato che è durato sino a poche settimane fa.

 

Il secondo esempio è il nuovo capo dei 5 Stelle, cioè Giuseppe Conte. Certo, Piero Sansonetti ha liquidato la pratica sin da subito sostenendo semplicemente che “Conte non esiste” e, pertanto, è inutile formulare giudizi di ordine politico. Una osservazione netta e tagliente ma, tutto sommato, abbastanza calzante. Del resto, come puoi giudicare un politico – almeno così dice di essere – che fa un’alleanza prima con la destra, esaltandola e glorificandola e poi, in un battito di ciglio, si allea con la sinistra e i post comunisti con altrettanto rapidità. Ovviamente senza alcun dibattito politico. E men che meno culturale o programmatico. Il tutto avviene così, come se fossimo nella piena normalità democratica. E poi arriva la leadership di questo strano partito. Prima sostiene di essere un “vero cattolico democratico”, quindi un uomo di governo, poi un sincero “populista”, adesso – almeno così sembra – vuol ritornare alle origini del movimento. E cioè, “capace, capacissimo, capace di tutto” per dirla con una celebre battuta di Carlo Donat-Cattin degli anni ‘80…

 

In ultimo lo spassosissimo e divertentissimo dibattito sul “secondo mandato”. Come da copione, essendo dei politici professionisti e molti anche senza una professione specifica, era del tutto scontato che dopo 10 anni trascorsi in Parlamento e al governo con relativi privilegi, prebende, macchine blu e tutto ciò che caratterizza la tanto deprecata “casta”, l’unico ed esclusivo obiettivo era quello di come restare al potere. E, nello specifico, in Parlamento. E così è, del resto. Ma il tutto avviene in un contesto surreale dove gli anti casta per eccellenza e gli insultatori seriali ed implacabili della vecchia classe dirigente diventano, improvvisamente, i difensori di tutto ciò che caratterizza la casta nella sua fase decadente. A cominciare, guarda caso, proprio da come cercare di restare aggrappati alla poltrona da parlamentare escogitando marchingegni impensabili, e quindi sempre più comici per superare la tagliola del secondo mandato.

 

Ora, per non farla lunga, una sola domanda. Ma sino a quando dovremo assistere a questo spettacolo che, diciamocelo fra di noi, oltreché comico è sempre più penoso e triste? Ma l’unico dato politico che conta, al di là delle comiche, è che si tratta di una prassi, l’ennesima, che non contribuisce a rafforzare e a qualificare la politica nel nostro paese. E, paradossalmente, il colpo di grazia arriva proprio da coloro che volevano rivoluzionare il tutto. È la solita, e puntuale, eterogenesi dei fini.

Povertà, male d’Italia. Una nota sul sito dell’Azione Cattolica.

 

I dati del Rapporto Istat sulla povertà in Italia ci raccontano chi sono e quanti i nuovi poveri: giovani, famiglie e stranieri. Serve un nuovo welfare state. Francesco: la povertà è “figlia dello sfruttamento, della violenza e della distribuzione ingiusta delle risorse”

 

Antonio Martino

 

Sono 5,6 milioni gli italiani che vivono in povertà assoluta. Uno ogni dieci. La fotografia impietosa dell’ultimo Rapporto Istat sulla povertà mostra un’Italia con un’economia piegata dalla pandemia e dalle conseguenze di una guerra alle porte di casa. Una guerra che a differenza di tutte le altre che, in contemporanea, si combattono nel mondo ci riguarda direttamente, perché direttamente siamo in campo anche noi, visto che le armi che forniamo agli ucraini per difendersi dall’aggressione russa costano e pesano sulle nostre tasche. Come pesano sulle nostre tasche le sanzioni applicate nei confronti di Mosca e le rappresaglie sul gas che il Cremlino ci indirizza contro.

 

La crisi sociale che sempre accompagna quella economica di certo è destinata a peggiorare senza una significativa riforma del welfare state attualmente vigente. Una necessità che deriva innanzitutto da una novità di questi tempi: secondo l’Istat la fascia di età più colpita dalla crisi è quella dei giovani, mentre sino al decennio scorso l’infelice primato toccava agli over65. C’è poi un’ulteriore dato che si palesa con evidenza: la condizione di povertà assoluta – che come scrive l’Istat è non essere in grado di assicurare a se stessi una spesa mensile che consenta di avere “uno standard di vita minimamente accettabile” – varia sempre più a seconda del territorio di residenza.

 

Secondo l’Istat, per un adulto che vive in un’area metropolitana del Nord, la soglia di povertà assoluta è pari a una spesa mensile di 852,83 euro, mentre scende a 766,70 euro se la persona risiede in un piccolo comune settentrionale e si abbassa ulteriormente a 576,63 euro se vive in un paesino del Sud Italia. Terzo e ultimo elemento degno di sottolineatura – anche se non propri nuovo – è il dato che riguarda le famiglie con tre o più figli, specie se minori. In questo caso la povertà assoluta tocca il 22,6 %: quasi una famiglia numerosa su cinque vive in povertà assoluta.

 

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https://azionecattolica.it/poverta-male-ditalia/

Emergenza rifiuti a Roma: Gualtieri fa leva sull’ottimismo mentre la politica ostenta superficialità.  Non va bene.

 

I troppi roghi degli impianti, l’ultimo dei quali a Malagrotta, suscitano sospetti intollerabili. Cerroni attacca e nessuno risponde. Non c’è una vera consapevolezza della gravità della situazione. Il Pd lascia fare al Sindaco nell’illusione che la pioggia di risorse finanziarie annunciate arrivi a bagnare la terra inaridita della politica. Non è detto che ciò avvenga.

 

Romano Contromano

 

Povera Roma. A distanza di pochi anni vanno a fuoco tre impianti destinati al trattamento delle varie tonnellate di rifiuti che la città produce quotidianamente. Brutta notizia, con scarse reazioni: sappiamo dal Sindaco che l’indagine della magistratura sull’incendio di Malagrotta, l’ultimo della serie, sarà portata avanti con scrupolo nei prossimi mesi per accertare eventuali ipotesi di reato. Il Procuratore Lo Voi avrebbe dato garanzie a tale riguardo, come se non fosse un dovere della magistratura fare questo e come se questo dovere escludesse, su un altro piano, la responsabilità della politica di capire cosa stia accadendo nella Capitale sul delicatissimo versante della gestione dei rifiuti. Che ci sia un disegno criminale, è legittimo pensarlo anche quando una nube di narcosi, non meno nociva di quella rilasciata dal rogo, grava sulla pubblica opinione.

 

Manlio Cerroni, il “re della monnezza” messo sotto accusa per colpe mai finora accertate nei processi, ha rilasciato dichiarazioni pesanti al Riformista di venerdì scorso, in pratica denunciando l’avventatezza del provvedimento del Tribunale che ha affidato anni fa l’impianto di Malagrotta a una gestione commissariale priva di competenze e cognizioni tecniche. Sarebbe lecito aspettarsi che qualcuno smentisse tali pesanti addebiti, perché il silenzio mette le ali ai sospetti o alle illazioni. Sembra che l’informazione incontri la difficoltà a dispiegare la sua carica vitale nella ricerca della verità. E i partiti nemmeno recepiscono l’insidia di questa inammissibile congiura della distrazione. Mai la città aveva conosciuto un livello così alto di evanescenza nell’articolazione della dialettica democratica.

 

Per giunta Cerroni insiste su un altro punto: l’ipotesi di bruciare i rifiuti è sbagliata, a suo dire, perché oggi esistono sul mercato tecnologie alternative che assicurano un impatto molto più sicuro sull’ambiente, riducendo drasticamente le emissioni di CO2. Si dovrebbe desumere che il futuro non si sposa con la scelta, formalmente data per scontata, dell’incenerimento. Eppure, che sia vero o che sia sbagliato, il monito lanciato da Cerroni non viene preso in considerazione. Il dibattito sfugge dalle mani e prende il volo, lasciando sul campo una divisione rivestita di facili pregiudiziali: pro o contro l’inceneritore, senza entrare nel merito delle soluzioni. Saggezza vorrebbe, invece, che la battaglia per restituire decoro e pulizia alla città non eludesse il nodo delle soluzioni tecniche in grado di conseguire l’obiettivo di una moderna ed efficiente gestione dei rifiuti.

 

Roma intanto si dimena nell’emergenza. In questo quadro è superfluo dire che con il passare del tempo cresce il disagio della popolazione. Gualtieri si muove con diligenza e spirito di abnegazione, ma sconta una certa solitudine nell’esercizio delle responsabilità amministrative. Il Pd, perso nell’oblio di sé, non lo aiuta: invece di donare energia alla sua iniziativa, adesso più che mai concentrata sulla pulizia della città, ne registra passivamente gli sviluppi. Quale sia la visione d’insieme, ovvero l’approccio consapevole ai problemi della Capitale, non è dato di sapere. Si annuncia la convocazione del congresso cittadino e le primarie per la candidatura a presidente della Regione, ma tutto sfuma negli equilibrismi interni tra aree d’influenza, senza uno sforzo di elaborazione strategica. Certo, sono in arrivo tante risorse e con esse, si spera, la correzione delle criticità che più incidono sulla vita quotidiana dei romani. Tuttavia, se manca l’afflato della politica, ovvero l’insostituibile soffio di idealità che da essa promana, non c’è sicurezza di ottenere con la sola leva finanziaria un riscontro organico alla speranza di riscatto della città.

Attenti a non confondere il richiamo ai valori della pace con la risorgente pregiudiziale antiamericana.

Molti hanno fatto finta di non capire quali siano le reali intenzioni di Putin. La rassegnazione alla propaganda filorussa certifica un fatto inoppugnabile, ovvero la perdita di ogni bussola ideale.

Non tutti avevano capito la vera posta in gioco della guerra di Putin contro l’Ucraina. Molti hanno fatto finta di non capire. La condotta di Mosca e il discorso di Putin (l’ennesimo) al Forum di San Pietroburgo dovrebbero aprire le orecchie e gli occhi anche ai più distratti. Ciò che non si è voluto capire – alcuni lo avevano chiaramente segnalato – è che l’obiettivo di Putin non è né solo il Donbass e neppure solo l’Ucraina. È la democrazia europea di ispirazione liberale. Il nuovo equilibrio mondiale vagheggiato da Putin è l’esatto contrario: un mix tra autocrazie liberticide, nazionalismo imperialista, cleptocrazia elevata a sistema, blasfema alleanza tra trono e altare, dominio del più forte sul diritto dei popoli al loro futuro di libertà.

Nessuna giusta, anche severa e spietata critica all’Occidente e alle sue contraddizioni può esimerci dal constatare questo pericolo e dal combattere questa visione del mondo. Putin ha scommesso da anni (ed investito politicamente e finanziariamente) su questo obiettivo. Ha cinicamente usato l’ingenuità (spesso interessata) di alcuni Paesi Europei. Ha cavalcato tutte le pulsioni anti democratiche ed anti liberali presenti – e crescenti – nella società e nella politica europea ed occidentale.

Non prendere atto di tutto ciò (così come lasciare l’Ucraina al suo destino, facendo solo finta di aiutarla) significa mettere un tassello decisivo al mosaico del declino dell’Europa democratica e libera. Le pubbliche opinioni europee dovrebbero esigere dai loro Governi comportamenti più chiari, coraggiosi, coerenti. Invece – qualcuna meno, qualcuna più, come quella italiana – sembrano piuttosto sensibili alle sirene dei ciarlatani che ripetono come i pappagalli la narrazione putinista, accecati da una avversione anti americana ed anti occidentale mai sopita.

Sono i veri cavalli di Troia di Putin e sono pericolosi quanto e più dei missili che ogni giorno Mosca lancia drammaticamente sulle case, sugli ospedali, sulle infrastrutture civili dell’Ucraina che resiste. Questo diffuso atteggiamento non ha nulla a che vedere con il prezioso ed esigente valore della Pace. Ha molto a che vedere, invece, con una grave crisi di valori democratici, con una decadente rassegnazione, con la perdita di ogni bussola.

 

Ma Putin, oggi, non vuole finire la guerra.

Appare ogni giorno più chiaro che Putin ha deciso di estendere il conflitto al campo economico. È convinto infatti che le libere società occidentali o occidentalizzate non hanno valori intrinseci alle popolazioni in grado di sopportare per lungo tempo le reali e significative diminuzioni del livello del tenore di vita derivanti dal prolungamento della guerra. Dunque, Non si vedono sbocchi a breve.

Il viaggio in treno sino a Kiev dei capi di governo dei tre principali Paesi della UE ha con facilità assunto un forte valore simbolico. La foto con Macron, Scholz e Draghi in tenuta informale nel vagone ferroviario ha invaso le redazioni giornalistiche e i siti web. Qualcuno si è spinto a dire che si è scritta una pagina di storia.

La realtà, però, è assai meno entusiasmante. Lo scenario generale rimane alquanto cupo. La missione – alla quale nell’incontro con Zelensky è stato aggregato il premier della Romania, paese confinante con l’Ucraina – sostanzialmente aveva un triplice intendimento: dire agli ucraini che la loro richiesta di adesione alla UE sarà evasa nei tempi più rapidi possibili (che però non sono affatto immediati) purché essi si acconcino ad avviare una trattativa di pace realistica con i russi. E inviare a questi ultimi un avvertimento chiaro: l’Ucraina diverrà parte dell’Unione Europea, ragion per cui combatterla significherà combattere l’Europa, con tutte le conseguenze del caso.

Tenendo fuori la NATO e gli americani con questa iniziativa gli europei hanno assunto una iniziativa politica autorevole, ed è interesse e speranza di tutti che essa produca i risultati che si è ripromessa. Ma sarà così? Lecito dubitarne, almeno nel breve periodo. L’irridente provocazione dell’ex presidente Medvedev e la secca dichiarazione del ministro Lavrov testimoniano plasticamente l’irritazione russa e al tempo stesso la poca o nulla disponibilità a trattare con gli europei. Fin dall’inizio della crisi personalmente sostengo che la trattativa – quando ci sarà – Putin vorrà farla con gli americani. Da potenza a potenza. Ma anche la richiesta di Zelensky non offre, nell’immediato, motivi di grande speranza: noi vi ringraziamo, confidiamo di entrare nell’Unione in tempi ragionevoli, ma il nostro hic et nunc ha un nome solo: armi. Dateci armamenti moderni in grado di contrastare i russi.

Armamenti che non sono però già tutti nelle disponibilità reali dei paesi europei, nel senso che molti di essi dovrebbero essere fisicamente prodotti, con un investimento massivo di risorse economiche di fatto da economia di guerra. Una decisione che i Parlamenti dei Ventisette è dubbio voterebbero senza accese discussioni e forti opposizioni.

Già, l’economia. Alle prese con il post-pandemia ora i bilanci statali devono affrontare anche le conseguenze della crisi energetica indotta dal progressivo razionamento di gas e petrolio provenienti dalla Russia. Poiché appare ogni giorno più chiaro che Putin ha deciso di estendere il conflitto al campo economico. Convinto che le libere società occidentali o occidentalizzate non hanno valori intrinseci alle popolazioni in grado di sopportare per lungo tempo le reali e significative diminuzioni del livello del tenore di vita che deriveranno dalla crisi produttiva e poi commerciale, e quindi economica, che lui imporrà tagliando sino a revocare del tutto la vendita del suo principale asset strategico. Una capacità di resilienza che invece i russi hanno da sempre. Al di là di chi li governa (comunque, invariabilmente, dittature).

Se Putin, come tutto lascia intendere, ha optato per una lunga guerra di logoramento con l’obiettivo dapprima di conquistare città dopo città il Donbass e poi di progredire lungo le sponde del Mar Nero verso ovest per chiudere agli ucraini ogni via di accesso ai porti ivi presenti, le risposte occidentali non potranno che essere due, opposte. O armare Kiev molto più di quanto fatto sinora e dunque rischiare un incancrenimento della guerra che inevitabilmente colpirà pesantemente le loro economie. Ed è quanto chiede Zelensky. O al contrario non farlo e di fatto accettare che la Russia avanzi lungo il fronte, senza avere fra l’altro la certezza che il fronte medesimo ad un certo punto non torni ad investire anche il nord dell’Ucraina e la sua stessa capitale. Ed è quanto teme Zelensky.

Poi c’è la questione del grano. Un’altra arma che, ormai è evidente, Putin ha deciso di giocare con spregiudicatezza. Ben sapendo che i problemi che il suo mancato smistamento dai silos e dai campi ucraini alle imprese alimentari africane determinerà – oltre alla fame per milioni di persone, ma questo a lui importa poco o niente – pressioni sociali sui governi africani che genereranno instabilità, e quindi disordini, e quindi migrazioni, che si scaricheranno su un’Europa che ha più volte dimostrato di sopportare a fatica e solo con numeri limitati. È il caos in occidente e segnatamente in Europa che vuole Putin. Probabilmente immaginando di poter vendere le proprie risorse energetiche altrove e confidando di poter allargare, complice appunto il caos, la propria influenza nel continente africano.

Non si vedono sbocchi a breve, dunque. Un altro anno nero per l’umanità. È dunque realistico riconoscere che a questo punto occorra lavorare per imbastire un tavolo di pace. Prima che la guerra allarghi ulteriormente il fronte. Con un retrogusto amaro, perché è evidente che la Russia vi si siederà da una posizione di forza (per quanto riguarda le conquiste territoriali) e che pertanto la violenza e l’usurpazione avranno ottenuto il loro obiettivo minimo. Ma Zelensky è in grado di trattare un’amputazione territoriale dopo tanti lutti e tante distruzioni? Quanto il nazionalismo ucraino – ovviamente alimentato in tutte queste settimane tragiche – gli consentirà di trattare? Sarà sufficiente un preciso impegno europeo alla ricostruzione del Paese, privo del Donbass e della Crimea? E infine, sono disponibili a trattare gli americani? Perché, ripeto, è con loro che Putin vuole trattare. E poi, oggi, Putin vuole trattare?

Il Centro si costruisce superando i “particulari” personali e mirando al bene comune. 

I diversi appelli inviati agli esponenti delle frazionate realtà dei partiti dell’area centrista non hanno sin qui ricevuto risposta. Tutti stanno fermi in un improduttivo surplace, attendendo la legge elettorale che verrà. Ora, se i vertici restano immobili, spetta alla base prendere una iniziativa. Il Centro va riorganizzato, per questo serve una costituente.

Antonio Bisaglia, che di politica se ne intendeva, insegnò a noi giovani iscritti della DC polesana che la politica, in uno stato democratico, è lo strumento attraverso cui, in un determinato contesto storico e  con il  consenso, si realizza il punto di equilibrio tra interessi e valori. Tra gli interessi non esistono solo quelli generali, ma non vanno dimenticati o pregiudizialmente nascosti quelli “particulari” dei diversi attori politici, tanto degli interpreti principali quanto delle semplici comparse della scena politica nazionale e locale.

Sono proprio questi interessi personali che sembra ostacolino l’avvio della ricomposizione al centro di un partito o di una federazione di partiti, che si ponga in alternativa alla destra nazionalista e populista e al populismo grillino, restando distinto/nta e distante da una sinistra ancora all’affannosa ricerca di un’identità, aperto alla collaborazione con quanti intendono difendere e attuare integralmente la costituzione repubblicana, nella fedeltà alla storica alleanza euro atlantica dell’Italia. Questo il progetto politico da perseguire.

Un partito e/o una Federazione nella quale dovrà essere forte il contributo offerto dalle componenti di ispirazione democratico cristiana e popolare, insieme a quelle laico liberali e riformiste con le quali è nata la nostra Repubblica.

I diversi appelli che abbiamo inviato agli esponenti delle frazionate piccole realtà dei partiti della nostra area, non hanno sin qui ricevuto risposta. Tutti fermi in un improduttivo surplace, in attesa della legge elettorale che verrà, con i diversi attori protagonisti e i loro comprimari, interessati, soprattutto, al loro “particulare”, ossia alla ricerca del miglior posizionamento per garantirsi un posto al sole.

Nulla di ispirato agli interessi del bene comune, che dovrebbe guidare l’azione politica di quanti, eredi di Sturzo e De Gasperi, dovrebbero “servire la politica e non servirsi di essa”. L’Italia sta vivendo un momento di gravissima crisi politica, economica e sociale, dopo una pandemia che ancora si prolunga e impegnata in questa “terza guerra mondiale” che, seppur non ufficialmente dichiarata, dall’invasione russa in Ucraina sta determinando effetti tremendi a livello planetario. L’anomia, ossia la condizione di assenza di regole, del venir meno del ruolo dei gruppi intermedi, della discrepanza tra gli obiettivi che la società propone a persone e famiglie e la concrete risorse disponibili di queste ultime, accompagnerà un autunno nel quale, tra inflazione crescente e chiusura forzata di molte imprese, il clima sociale potrà diventare caldissimo. Il bipolarismo forzato che ha caratterizzato l’intera lunga storia della seconda Repubblica ( 1993-2022) è giunto al capolinea, ma per il suo superamento e per far tornare alla partecipazione politico elettorale i cittadini, serviranno nuovi partiti, nei quali sia rigorosamente rispettato l’art.49 della Costituzione. E, come nei tempi migliori della storia nazionale, è indispensabile un partito di ispirazione democratico cristiana e popolare, espressione dei valori dell’umanesimo cristiano, aperto alla collaborazione con altre culture accomunate dalla volontà di difendere e attuare la Costituzione. 

Non c’è più tempo da perdere o di “annaccarsi” (per i siciliani: il massimo del movimento col minimo spostamento) o, peggio, di restare in una condizione di stallo, in attesa del miglior offerente per “i soliti noti”. Se non partirà dai vertici nazionali ai quali inviamo l’ultimo invito, costruiamo dalla base le condizioni per la convocazione di un’assemblea costituente di ricomposizione politica della nostra area, premessa indispensabile per concorrere all’avvio del centro nuovo di cui il Paese ha necessità, come è emerso anche dalle recenti elezioni amministrative locali. 

 

Internet per la gente. Il Tascabile della Treccani affronta il tema con Tarnoff.

Che forma potrebbe avere un Internet svincolato dagli imperativi del mercato? Un’intervista a Ben Tarnoff.

Lo scorso ottobre, apparendo prima di fronte alle telecamere di 60 Minutes e poi di fronte ai legislatori di mezzo mondo, l’ex dipendente di Facebook Frances Haugen ha ribadito un concetto evidente a chiunque si interessasse già del tema, ma che raramente era stato esplicitato nei luoghi di potere politici. Tutte le esternalità negative dei social network di proprietà di Mark Zuckerberg che da anni venivano denunciate da attivisti, giornalisti e utenti comuni, diceva in sostanza Haugen, non erano falle di sicurezza involontarie, su cui l’azienda non aveva alcun potere. Erano, piuttosto, la conseguenza diretta del business model di una multinazionale che sceglieva di dare priorità ai profitti rispetto alla sicurezza dei propri milioni di utenti.

 

Ad adottare un atteggiamento cinico, si potrebbe dire che non ci sia da meravigliarsi: le aziende, soprattutto di questa portata, perdono spesso di vista qualsiasi relazione tra guadagno e morale. Eppure, nella narrazione tecnoutopica di cui siamo imbibiti fin dagli anni Settanta (persino nel nostro Paese, figuriamoci oltreoceano) Internet doveva essere diverso. Internet doveva connettere l’umanità, eliminare la scarsità, universalizzare la conoscenza, guidarci verso magnifiche sorti e progressive – benché fosse stato inventato a fini militari. E benché, almeno dagli anni Novanta, sia stato privatizzato fino a renderlo irriconoscibile.

 

Certo, già nei primi anni di Facebook – quando quasi sembrava che l’azienda offrisse i suoi servizi sulla base di un  altruistico slancio ad accorciare gli spazi, riallacciare legami, unire le persone, e non perché ogni singolo, minuscolo dato creato dal bisogno di socialità di milioni di utenti potesse essere condiviso a peso d’oro con una miriade di terze parti – girava qualche meme dall’estetica vagamente cospiratoria che ti ricordava che se non stai pagando per un prodotto è perché il prodotto sei tu. Ma c’erano le carote da raccogliere su Farmville per riempire le ore vuote del pomeriggio. C’era l’improvvisa possibilità di ritrovare la tua cotta delle elementari con una velocissima ricerca, o di stringere amicizia virtualmente con qualcuno a cui non avresti mai avuto il coraggio di presentarti offline. C’era la convinzione che, in Paesi che erano stati autoritari per decenni, quello stesso strumento che tu usavi per raccogliere carote e flirtare a distanza di sicurezza potesse essere usato per cambiare tutto, per sempre.

 

Due anni dopo la Primavera Araba, Edward Snowden lancia l’allarme sulle attività di sorveglianza di massa perpetrate dalla National Security Agency statunitense, che passa anche attraverso Internet. È l’inizio di una valanga di inchieste, rivelazioni, ricerche accademiche e scandali che, da Cambridge Analytica ai Facebook Papers, evidenziano con urgenza crescente cosa significhi essere davvero tu, il prodotto.

 

Qualcuno cancella il proprio profilo Facebook, benché, come scrive Paris Marx, “le azioni individuali non genereranno mai spazi di emancipazione online”. Qualcuno scrive a Clearview AI per assicurarsi che la propria faccia non sia all’interno dei loro inquietanti database. Qualcuno, la maggior parte, pubblica un post in cui si lamenta di quanto siano pessimi – moralmente, politicamente, socialmente, sì, ma anche in semplici termini del servizio offerto – gli spazi in cui continuano a passare ore e ore della propria giornata. 3,6 miliardi di persone continuano a usare i servizi di Meta, nonostante tutto.

 

A livello politico, qualcosa sembra muoversi, anche se con una lentezza e una confusione che nulla possono contro un settore il cui motto è stato a lungo “muoviti veloce e spacca le cose”. Ma, al di là della fissazione conservatrice per una moderazione dei contenuti considerata tirannica, quella che sembra mancare è la capacità di immaginare un futuro diverso per Internet, radicalmente slegato dalle logiche del profitto.

 

Da anni ormai il giornalista statunitense Ben Tarnoff sta riflettendo su questo futuro da una prospettiva dichiaratamente socialista. Il risultato è Internet for the people, in uscita il 14 giugno per Verso. Al suo interno, con un’immediatezza rara, Tarnoff non si ferma a constatare che Internet, così com’è oggi, non funziona. Invece, partendo sempre da amari appunti storici, il libro prima racconta come Internet sia stato privatizzato ad ogni livello – dai cavi sottomarini agli spazi digitali, passando per i provider che controllano l’accesso a un bene ormai necessario per lavorare, comunicare, informarsi, studiare – prima di identificare come questo processo abbia generato le crisi che ci troviamo ad affrontare oggi. Poi, ad ogni livello, tratteggia la possibilità di alternative non utopiche. Quello che ne emerge è un esercizio critico di immaginazione e un appello a rimboccarsi le maniche – come programmatori, designer, ricercatori, politici, abitanti del web – per creare spazi di effettiva partecipazione democratica che soppiantino i walled garden in cui ci muoviamo oggi.

 

Segue intervista 

https://www.iltascabile.com/societa/internet-per-gente-tarnoff/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

 

Centro, si può andare avanti con le invidie e i rancori?

Un progetto di Centro riformista, democratico, di governo e innovativo decolla se si superano tutte le pregiudiziali di carattere personale che qualcuno simpaticamente pone come ostativi. Guai ad operazioni camuffate da solenni impegni, ma condizionate nel concreto da piccoli giochi di potere.

Parliamoci chiaro senza alcuna divagazione politologica. Ma davvero il progetto centrista, democratico e riformista nel nostro paese rischia di saltare per ridicole, grottesche e sciocche pregiudiziali o pregiudizi di natura personale? O meglio, per motivazioni dettate esclusivamente da rancori, invidie e gelosie? Lo dico perchè, come tutti ormai sanno, è sufficiente sfogliare i quotidiani per rendersi conto che questo, purtroppo, è il tarlo che corrode la credibilità dell’intero progetto. E quindi far saltare un progetto che, com’è altrettanto evidente, sta riscuotendo consensi crescenti nella pubblica opinione per questioni futili e addirittura inspiegabili. E questo perché da un lato si registra il fallimento definitivo ed irreversibile del progetto populista grillino e del sovranismo leghista e, dall’altro, perchè il ‘bipolarismo selvaggio’ a cui siamo ormai abituati da anni non regge più di fronte alle sfide e alle domande che caratterizzano la nostra società. Sempre più complessa e articolata.

Ora, però, se la riscoperta del Centro, o meglio di una ‘politica di centro’, quasi si impone di fronte a questa doppia crisi politica, è altrettanto vero che lo spettacolo a cui assistiamo non può proseguire come se nulla fosse. E questo per due ordini di motivi, persin troppo semplici da ricordare.

Innanzitutto un partito di Centro – serio, credibile e rappresentativo – decolla se i partiti, i movimenti e il civismo che non condividono più i meccanismi e le regole del ‘bipolarismo selvaggio’, confluiscono sotto lo stesso tetto politico. Sembra una affermazione talmente banale ed elementare da non essere neanche presa in considerazione. Eppure tocca ripeterlo perché, almeno così pare, non è del tutto scontata. Speriamo che il semplice buon senso e le norme basilari della politica abbiano il sopravvento rispetto ad altre pseudo categorie.

In secondo luogo – altra osservazione altrettanto banale, elementare e scontata – un progetto di Centro riformista, democratico, di governo e innovativo decolla se si superano tutte le pregiudiziali di carattere personale che qualcuno simpaticamente pone come ostativi. Anche questa considerazione pare persin surreale da menzionare eppure così non è. Ora, per evitare di entrare nei meandri e nei dettagli di chi sostiene, purtroppo, queste amenità, mi basta ricordare che nella tanto biasimata e criminalizzata prima repubblica, quando si parlava, ad esempio, di “preambolo” era sempre e solo la politica a dettare le condizioni. Cito, appunto, il famoso “preambolo” vergato dal leader e statista della Dc Carlo Donat-Cattin nel congresso del partito democristiano del febbraio 1980 che sbarrava la strada all’accordo con i comunisti per motivazioni squisitamente ed esclusivamente di valenza politica. Nessun pregiudizio di natura personale, nessun veto sui singoli esponenti e, men che meno, nessun giudizio sulla nomenclatura comunista dell’epoca.

Ecco, ho voluto fare solo queste due rapide – e almeno a mio parere scontate – riflessioni per arrivare ad una semplice conclusione. Il progetto centrista alternativo al populismo e al sovranismo decolla solo se si abbandonano al loro destino qualsiasi forma di pregiudizio personale verso chicchessia. Ovviamente parlo di leader e di esponenti politici nazionali e non di altre categorie. Se, invece, questi sciocchi e grotteschi pregiudizi dovesse avere il sopravvento, allora dovremmo prendere amaramente atto che l’obiettivo dei paladini delle “pregiudiziali” personali è un altro. Ed anche molto più banale. Ovvero, alzare sempre di più la posta in gioco del proprio partito e delle proprie ridicole motivazioni semplicemente per ottenere più posti e più seggi parlamentari dall’azionista politico di maggioranza della coalizione che si vuol scegliere. Un obiettivo persin troppo semplice da capire, al di là dei pubblici pronunciamenti politici e dei solenni giuramenti di fedeltà di natura programmatica. Il tutto sarebbe una banale operazione di potere. E questo lo capiremo solo strada facendo.

Mosca ritorna ai tempi sovietici (AsiaNews)

Il Parlamento russo adotta norme stringenti sulla libertà di espressione: si vogliono colpire gli “agenti stranieri”. Sarebbe un ritorno ai tempi di Stalin e Breznev. Nell’Unione Sovietica di Gorbačëv vi era più libertà che nella Russia di oggi.

Vladimir Rozanskij

La Duma nazionale ha approvato un nuovo progetto di legge che riporta la libertà di espressione al concetto di “libertà di manifestazione” dei tempi sovietici. Un gruppo di deputati e senatori, Andrej Klimov, Vasilij Piskarev, Andrei Lugovoj, Maria Butina, Rosa Čemeris e Andrej Alševskikh, considerati “la crema del Parlamento”, hanno proposto di “perfezionare la regolazione dello stato di agente straniero”.

Nel progetto si prevede il divieto agli “inoagenty” di svolgere qualunque tipo di attività educativa o formativa, di pubblicare contenuti per l’infanzia, di lavorare nelle istituzioni statali e regionali della pubblica istruzione e una serie di altri divieti. E soprattutto, per evitare qualunque forma di contaminazione, l’assoluto divieto di qualunque forma di pubblica manifestazione.

Sarà proibito alle persone iscritte alla “lista nera”, in cui ormai finiscono tutti coloro che rivolgono critiche al governo, all’esercito e alla politica statale, organizzare riunioni pubbliche, manifestazioni di strada, cortei e riunioni presso gli edifici delle stazioni e delle fermate degli autobus, degli aeroporti, degli edifici e dei territori legati alle istituzioni educative, a quelle sanitarie e di assistenza sociale, agli edifici di culto e di ogni organizzazione religiosa. E come ciliegina sulla torta, sarà proibito radunarsi presso gli edifici degli organi della pubblica amministrazione e nei territori contigui a essi: in pratica ovunque.

Ai cittadini sarà quindi impedito manifestare qualunque forma di dissenso davanti ai palazzi del potere, del Parlamento e del governo, dove si prendono le decisioni che suscitano spesso lo scontento della popolazione, e dove si vorrebbe esprimere il proprio dissenso, mentre si potrà farlo soltanto nel profondo dei boschi. E pensare che la Corte costituzionale russa aveva stabilito nel 2019 che “non si possono innalzare barriere insormontabili per la soddisfazione del diritto dei cittadini alla libertà di riunione pacifica presso gli organi della pubblica amministrazione”, in una sentenza che riguardava la repubblica di Komi nel nord della Russia europea.

La stessa Corte si è pronunciata anche nel 2020, ricordando che arrecare disagi ai cittadini che non intendono partecipare a esse “non può costituire obiezione per negare il diritto ad azioni pacifiche di espressione della propria volontà”. Secondo la Consulta gli organi del potere “sono tenuti a prendere tutte le misure a loro affidate per garantire la possibilità di organizzare manifestazioni in luoghi concordati, senza cercare di trovare in ogni occasione delle cause che giustifichino l’impossibilità di realizzare il diritto a organizzare riunioni pubbliche nei formati previsti dalla legge”.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Mosca-ritorna-ai-tempi-sovietici-56045.html

 

Il virus più dannoso è la burocrazia che soffoca e limita la nostra vita.

L’iperproduzione normativa finisce per imprigionarci e per complicare maledettamente il senso delle cose, poiché le parole nuove finiscono inevitabilmente per procrastinare ogni chiarimento. Avviene pertanto che tutto si presenti come un continuo rimando del provvisorio da perfezionare. E questo ci rende insicuri.

A forza di elaborare costrutti mentali con i quali vorremmo favorire il progresso e semplificare le nostre relazioni sociali finiamo per incrementare una deriva di iperproduzione normativa che ci imprigiona. Dobbiamo regolamentare tutto, prevedere tutto, pianificare, salvare i diritti di ciascuno e per far questo costruiamo una babele di regole che spesso finiscono per cozzare tra loro e allora ne inventiamo altre per correggere, dirimere  incomprensioni, conflitti , per riempire i vuoti che si creano quando risolvere sulla carta un problema finisce per generarne uno nuovo. Invece che ingolfare apparati, istituzioni, semplice vita quotidiana di adempimenti, cose da fare, obblighi e divieti dovremmo fare l’opposto: svuotare, semplificare, ridurre, usare il buon senso comune, parlarci senza sotterfugi, essere sinceri con noi stessi e con gli altri.

Diceva San Tommaso che il mondo va avanti, progredisce, è migliore se gli uomini si dicono reciprocamente la verità: il fatto che ciò non sempre accada ci porta a stabilire che siamo alla ricerca di una oggettività nelle cose finendo per trascurare l’importanza delle variabili soggettive. Si deve fare così e poi così e poi ancora così: ma per quanto si pensi a programmare i giorni i mesi e gli anni della nostra vita, viviamo il pensiero divergente, la fantasia, la libertà, persino la digressione come un peccato. Tutto diventa maledettamente complicato perché siamo noi stessi che cercando il meglio, la perfezione delle cose, il progresso ad ogni costo finiamo per circondarci da condizionamenti che ci rendono insicuri e ansiosi. 

Il Prof. Alberto Mingardi, accademico, Direttore Generale dell’Istituto Bruno Leoni, collaboratore del Corriere della Sera, ogni sabato propone un libro da scoprire e da leggere, cercando tra quelli dimenticati o ingialliti negli archivi delle biblioteche, per valorizzarli. La sua rubrica l’ha intitolata così: “Salvare i cocci della società aperta e altre illusioni”. Il libro di questa settimana è…Giuseppe Berto, Colloqui col cane (1968), Venezia, Marsilio, 1986, pp. 172. Lo cito perché calza a pennello con il discorso sulle incomprensioni che ci rendono vicendevolmente impenetrabili: uno per essere ascoltato finisce per parlare con il suo cane e magari scopre che in quel modo si ritrova davanti allo specchio a parlare a se stesso. Si domanda Mingardi come uno scrittore possa dialogare con il suo cane, ad esempio di politica e di massimi sistemi (il libro è di quell’anno epocale che fu il ’68) ma finisce per dedurre “che uno dei maggiori scrittori italiani dovesse immaginare di discutere di questi temi col suo animale domestico ci dà l’idea di quanto poco propensi ad ascoltarlo fossero i bipedi”. 

Egli estrapola dal libro una definizione della burocrazia che calza a pennello con i dilemmi esistenziali con cui ho aperto questa sommessa riflessione: a volte è inutile cimentarsi in elucubrazioni ingannevoli o sovrabbondanti  quando puoi trovare chi prima di te e meglio ha scritto la sintesi che ti porta a chiarire ciò su cui ti interroghi.

Scrive dunque Giuseppe Berto: “Invero lo Stato per primo si rende conto che il costo della propria amministrazione è biasimevole: i pubblici funzionari, molti dei quali stanno insediati in uffici superflui, costano troppo. Allora che ti fa? Istituisce un ministero per la riforma burocratica, ossia un complesso di burocrati che mettono in moto la macchina burocratica per ridimensionare la burocrazia. Qui l’errore, forse, è che si presume troppo dagli uomini, giacché succede che i burocrati, con tutte le buone intenzioni magari, finiscono per potenziare se stessi, per rendersi ancora più inaccessibili e inattaccabili, per crearsi carriere più rapide e remunerative”.

Ecco, questo è ciò che continua ad accadere ancora oggi. E’ una visione sommativa della vita che ci porta ad aggiungere parole per spiegare altre parole, ad elaborare leggi che chiariscano quelle precedenti perchè erano  incomprensibili, senza rendersi conto di creare un accumulo, aggiungendosi:  il virus della burocrazia si inocula negli apparati e nei costrutti mentali di cui ho scritto in esordio e finisce per complicare maledettamente il senso delle cose, poiché le parole nuove finiscono inevitabilmente per procrastinare ogni chiarimento, è tutto un continuo rimando del provvisorio da perfezionare. C’è sempre bisogno di soluzioni perfette e già scritte: non lo saranno mai, purtroppo, e questo – se non ragioniamo con la testa e amiamo con il cuore – finisce per condizionarci, a volte rovinarci la vita.

Biden alla corte di Bin Salman. L’analisi dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

Prossima visita di Joe Biden in Medio Oriente: oltre a Israele e Palestina, il presidente Usa andrà in Arabia Saudita, che aveva definito “un pariah”.

 

Istituto ISPI

 

La Casa Bianca ha reso note le date del viaggio di Joe Biden in Medio Oriente. La prima visita del presidente americano nella regione si terrà dal 13 al 16 luglio e comprenderà tappe in Israele, in Palestina e in Arabia Saudita. Non è un viaggio qualunque, quello del presidente americano che in passato aveva più volte criticato gli insediamenti israeliani a scapito dei palestinesi e che riguardo all’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi aveva detto, durante la campagna elettorale, chei sauditi devono essere trattati come i pariah che sono”. Era il 2019 ma il mondo era diverso. La guerra in Ucraina e, soprattutto, la guerra del gas da parte di Mosca hanno imposto un cambio di rotta: a Washington sono convinti che in questo momento, con l’aumento dei prezzi degli idrocarburi, il regime di sanzioni e il taglio delle forniture da parte russa, non convenga inimicarsi la casa regnante saudita. 

 

Così Biden entrerà nella storia come il primo presidente degli Stati Uniti a volare direttamente in Arabia Saudita da Israele, un percorso raramente consentito da Riyadh, che – sebbene un progressivo avvicinamento e una non dichiarata collaborazione nei settori di intelligence e sicurezza – tuttora non ha relazioni diplomatiche con lo stato ebraico. L’annuncio del tour ha sollevato numerose polemiche e 13 organizzazioni per i diritti umani hanno rivolto un appello al presidente, denunciando che l’incontro con il principe Mohammed bin Salman fornirebbe all’erede al trono saudita legittimità e prestigio nonostante le gravi violazioni in atto all’interno del paese.

 

La sorte, si sa, sa essere ironica. E così il viaggio del presidente americano, che aveva promesso di “riportare i diritti umani in cima all’agenda statunitense”, avverrà a un anno esatto dalle conclusioni delle indagini dei servizi di intelligence sull’omicidio Kashoggi. Conclusioni che confermavano che il principe Mohammed Bin Salman, leader de facto della monarchia saudita, ordinò, approvò e coprì il sequestro e il brutale omicidio del giornalista saudita Jamal Kashoggi mentre questi si trovava nell’ambasciata saudita di Istanbul nel 2018. La visita rappresenta un’eclatante inversione a ‘U’ nelle relazioni con Riyadh da parte del presidente che aveva promesso in campagna elettorale di fare dell’Arabia Saudita “un pariah”, al punto che più di un commentatore oggi sulla stampa americana descrive quello che agli occhi di molti appare come “un tradimento”. 

 

La détente è nell’aria anche a Capitol Hill, e diversi rappresentanti democratici sostengono che isolare l’Arabia Saudita in un momento in cui potrebbe servire gli interessi degli Stati Uniti e globali sarebbe un errore. Anche il senatore repubblicano Lindsey Graham infuriato dopo un briefing in cui aveva coniato l’espressione “sega fumante” in riferimento alle responsabilità del principe ereditario nell’omicidio, si è detto disposto a dare a Biden “lo spazio di cui ha bisogno”, e ha aggiunto: “Deve sollevare la questione delle violazioni dei diritti umani. Ma l’Arabia Saudita è ancora un alleato”.

 

Quella saudita non sarà l’unica tappa sensibile del viaggio presidenziale. In Israele Biden terrà colloqui con il primo ministro Naftali Bennett, un nazionalista di destra che sostiene la costruzione di insediamenti nella Cisgiordania occupata. Una costruzione illegale secondo il diritto internazionale e a cui l’amministrazione democratica ha più volte detto di “opporsi fermamente”. Inoltre il viaggio avviene ad appena un mese di distanza dall’omicidio di Shireen abu Akleh, nota giornalista dell’emittente araba Al Jazeera, uccisa durante un’azione militare israeliana mentre indossava il giubbotto “press”. Testimoni oculari hanno riferito che la reporter palestinese sarebbe stata colpita da un cecchino israeliano mentre intorno non c’erano combattimenti. In Cisgiordania Biden incontrerà anche il suo omologo palestinese, Mahmoud Abbas, a cui rinnoverà l’impegno per una soluzione dei due stati

 

Se dopo i quattro terribili anni di Donald Trump, e con l’arrivo dei democratici alla Casa Bianca i palestinesi hanno tirato un sospiro di sollievo, non sono mancate cocenti delusioni. Come quella per la mancata riapertura del consolato statunitense a Gerusalemme, che consideravano di fatto un’ambasciata, chiuso da Trump nel 2018. Infine, da più parti si continua a spingere affinché anche l’Arabia Saudita entri a far parte degli ‘Accordi di Abramo’, ovvero il piano per la ‘normalizzazione’ delle relazioni tra Tel Aviv e le capitali arabe, da cui i palestinesi hanno molto da perdere e poco da guadagnare.

 

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Bisogna costruire con serietà e fantasia una nuova prospettiva politica.

La sfida politica è tutta aperta. Ma l’obiettivo prioritario è uno solo: un’area di centro ha un senso solo se riesce ad essere il futuro “baricentro” della politica italiana. Un baricentro che esprima e declini sino in fondo una cultura di governo. In definitiva, si tratta di un progetto che non tollera rancori, invidie, pregiudiziali personali e pregiudizi di ogni sorta.

Le recenti elezioni amministrative ci consegnano numeri e dati che la percezione popolare ci aveva già anticipato. Ormai, per fare un solo esempio concreto, rimane solo più Pagnoncelli a dirci, periodicamente, che i 5 Stelle hanno un consenso che supera saldamente il 15%. Tutti sanno, tranne Pagnoncelli appunto e pochi altri, che quel partito è ormai arrivato irreversibilmente al capolinea. Su questo, Renzi, da fine politico qual’è anche se spregiudicato, l’ha colto da mesi.

Ma, al di là del crollo definitivo dei 5 Stelle, della flessione pesante della Lega salviniana – anche qui un dato largamente anticipato -, dell’aumento consistente del partito della Meloni grazie alla bravura, checchè se ne dica, della segretaria nazionale di quel partito e della tenuta del Pd seppur accompagnato da sconfitte cocenti in alcune grandi città, quello che va colto e che emerge in modo inequivocabile da questa tornata amministrativa è la novità del voto centrista o moderato o liberal democratico. I voti alle liste dei partiti di centro o di quelle liste civiche che non si riconoscono in questo “bipolarismo selvaggio” – e non, invece, in un bipolarismo normale e fisiologico – evidenziano che questo spazio politico cresce nel nostro paese. Uno spazio politico che, dopo la sbornia populista, demagogica e giustizialista interpretata in modo magistrale dal partito populista per eccellenza, cioè i 5 Stelle di Grillo e di Conte, emerge in modo esponenziale.

Ora, però, quello che conta politicamente è far sì che questo centro che rinasce – e che non si può legare soltanto ai dispetti e ai rancori di qualche presunto “capo” – sappia trasformarsi realmente nel “baricentro” della politica italiana. E, soprattutto, che sia un baricentro che declini in modo autorevole e credibile quella cultura di governo che sino ad oggi ha stentato ad imporsi con altrettanta autorevolezza e credibilità. C’è chi parla di “area Draghi”, seppur senza Draghi candidato e, soprattutto senza “il partito di Draghi”. Ma, comunque sia, si tratta di un’area centrista che ambisce a diventare centrale nelle dinamiche politiche concrete.

Certo, è un’operazione che richiede la massima unità di tutte quelle forze politiche, movimenti e realtà civiche che puntano deliberatamente a costruire una politica di centro con uno strumento politico ed organizzativo di centro. Ovvero un partito. Un progetto che non tollera rancori, invidie, pregiudiziali personali e pregiudizi di ogni sorta. Chi si fa portatore di questa sub cultura e di questi comportamenti puerili punta semplicemente a far fallire il progetto e non a promuoverlo.

Ecco perchè la sfida politica è tutta aperta. Ma l’obiettivo prioritario è uno solo: un’area di centro ha un senso solo se riesce ad essere il futuro “baricentro” della politica italiana. Un baricentro che esprima e declini sino in fondo una cultura di governo. Cioè, detto in altri termini, che sappia essere sino in fondo il punto di maggior equilibrio e di garanzia, e per eccellenza, del sistema politico italiano. E non solo una sommatoria di sigle.

14 giugno 2022. Cosa è cambiato? L’analisi dell’Istituto Cattaneo.

I flussi rispetto alle elezioni del 2017. Attraverso l’analisi dei flussi in 6 città tra il voto per i candidati a sindaco del 2017 e quello espresso il 12 giugno 2022, si vede se e in che misura il nuovo bipolarismo ha preso piede in ambito locale.

Salvatore Vassallo – Rinaldo Vignati

Nota metodologica. I flussi elettorali sono gli interscambi di voto avvenuti fra i partiti nel corso di due elezioni successive. Nel nostro caso vengono stimati per singole città sulla base dei risultati delle sezioni elettorali. Si tratta di stime statistiche, e quindi di misure affette da un certo margine di incertezza. 

Le nostre analisi sono effettuate «su elettori» e non «su voti validi», al fine di poter includere nel computo anche gli interscambi con l’area del «non (astenuti, voti non validi, schede bianche) .voto» Il mero confronto fra gli stock di voti dei partiti di due elezioni non è sufficiente a spiegare gli spostamenti di voto effettivamente avvenuti, in quanto mascherano i reali flussi di voto che possono anche produrre saldi nulli. L’individuazione dei reali flussi elettorali può avvenire mediante due tecniche. 

La prima consiste nell’intervistare un campione di elettori sul vo a to appena dato e sul voto precedente (con i problemi connessi a tutte le forme di sondaggio elettorale, in questo caso aggravati dalle défaillances della memoria e dalla riluttanza degli intervistati ad ammettere il loro eventuale astensionismo). 

La second ed è la tecnica qui utilizzata consiste nella stima statistica dei flussi a partire dai risultati di tutte le sezioni elettorali di singole città (la tecnica, detta «modello di Goodman», non è applicabile sull’intero paese, né su aggregati territoria li troppo ampi, ma può essere condotta solo su singole città a partire dai risultati delle sezioni elettorali, assumendo che i flussi elettorali siano stati gli stessi in tutte le sezioni della città, a meno di oscillazioni casuali). 

L’errore statistico è quantificato dall’indice VR (più è elevato maggiore è l’incertezza della stima): nella situazione ottimale questo indice deve avere valore inferiore a 15. Il Cattaneo pubblica le stime dopo avere effettuato tali controlli.

 

Per leggere l’analisi dell’Istituto Cattaneo

2022-06-14-FlussiCom_2017_2022

Solo propaganda? Non voto. Il Centro non è più solo un sogno.

È il momento di unire tutti i liberali, popolari, riformisti e moderati, che hanno la voglia e il coraggio di condividere un programma “per” l’Italia e non solo per arginare il bipopulismo.

 

 

“In giro che succede? 

Vi faccio vedere come si fa

Santa immaginazione, 

ho perso le chiavi della città

Magiche le elezioni, 

a fare promesse siamo i campioni.

Passo l’inverno a tenervi buoni

Cerco l’estate quaggiù in città.

E allora sì, propaganda, propaganda

Non c’è più niente che mi manca

E allora sì, propaganda, propaganda

La risposta ad ogni tua domanda”.

(Fabri Fibra, Colapesce, Dimartino – Propaganda)

Non è il mio genere musicale, ma “Propaganda” di Fabri Fibra mi ha colpito al primo ascolto, perché sembra essere la perfetta colonna sonora dell’attuale sistema politico. Promesse irrealizzabili, populismo, demagogia, trattare i cittadini come clienti da abbindolare con fake news e disinformazione.

Se la politica è solo propaganda l’elettore non “spreca” il proprio tempo per recarsi alle urne. Le ultime elezioni amministrative (56% affluenza) hanno dimostrato, ancora una volta, che gli elettori si rifiutano di scegliere il meno peggio tra i due blocchi populisti. La personalizzazione e la spettacolarizzazione dello scontro, ad essa legata, allontanano i cittadini dalla politica. Se per scegliere i sindaci e i consiglieri comunali, si reca alle urne solo un italiano su due, vuol dire che la politica è sempre più isolata.

Altra nota stonata, dell’ultima tornata elettorale, è l’affluenza ai referendum sulla giustizia, solo il 20%. Una ricerca di BiDiMedia, di una settimana fa, faceva già presagire l’esito dei quesiti. In media i telegiornali italiani ne hanno parlato solo per l’1,1 %. Per non parlare dei talk che hanno preferito il solito scontro alla vera informazione. Il problema informazione è uno dei nostri problemi, la nostra voce è assolutamente assente, dobbiamo rimediare il prima possibile con gli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione.

Unico fattore positivo sono le liste centriste, che con grande coraggio e forza si sono presentate agli elettori in alcuni comuni italiani.

Proviamo a stilare un elenco approssimativo. 

Amministrative, liste di centro, indipendenti e autonome da destra e sinistra:

(Fonte: Eligendo)

Parma

CIVILTA’ PARMIGIANA 4,58%

UN PROGETTO DI COMUNITA’ 1,57%

ORA CON DARIO COSTI SINDACO 5,27%

GENERAZIONE PARMA 0,79%

Lucca

INSIEME – IMPEGNO CIVICO 1,31%

LUCCA SUL SERIO 2,43%

Todi

AZIONE CON CALENDA 4,04%

PROGRESSO PER TODI 2,90%

TODI CIVICA 6,27%

Narni

BUFI SINDACO 1,78%

Alessandria

ALESSANDRIA VIVA 1,34%

SI’AMO ALESSANDRIA 5,80%

AZIONE CON CALENDA +EUROPA 5,67%

ALESSANDRIA PULITA 1,16%

Asti

AZIONE CON CALENDA +EUROPA 1,21%

Como

VERDE E’ POPOLARE 0,72%

L’Aquila

AZIONE CON CALENDA +EUROPA 4,80%

Palermo

ROMPI IL SISTEMA 0,96%

AZIONE CON CALENDA + EUROPA 8,11%

E TU SPLENDI PALERMO 1,3%

Ciampino

CAMBIAMO 1,90%

ITALIA VIVA 2,71%

NOI DI CENTRO 0,15%

Catanzaro

AZIONE POPOLARE 0,92%

NOI CON L’ITALIA 2,88%

CATANZARO AL CENTRO 2,76%

Sabaudia

UNIONE DI CENTRO 1,22%

FORZA ITALIA 13,20%

AZIONE CON CALENDA 4,22%

SCEGLI SABAUDIA 6,80%

CITTA’ NUOVA 7,35%

Verona

FARE! CON FLAVIO TOSI 4,42%

FORZA ITALIA 4,34%

Questi risultati, insieme a quelli dello scorso anno, sono un buon punto di partenza per il centro che verrà, se si riuscirà ad unire tutti i centristi italiani in vista delle politiche del 2023. È il momento di unire tutti i liberali, popolari, riformisti e moderati, che hanno la voglia e il coraggio di condividere un programma “per” l’Italia e non solo per arginare il bipopulismo. Serve uno sforzo unitivo, umiltà e passione. Come ho già detto molte volte, fino a diventare noioso, questo coraggio non può che partire da “noi” cittadini comuni. È il momento di agire per costruire il nostro futuro insieme.

 

Bellini e la pasta alla “Norma” (l’Osservatore Romano).

Pubblichiamo per gentile concessione il pezzo che appare nella rubrica “Minimalia” dell’organo ufficioso della Santa Sede, edizione del 15 giugno 2022.

Gabriele Nicolò

Alla prima della Norma alla Scala (26 dicembre 1831) il catanese Vincenzo Bellini — in preda alla frustrazione di fronte al pubblico che, deluso dall’opera, rumoreggiava — disse con malcelato dispetto: «I milanesi non hanno ancora digerito il risotto di ieri». 

Composta in meno di tre mesi, la Norma avrebbe in seguito riscosso un sontuoso successo: ma il “fiasco” della prima rappresentazione inflisse al compositore una ferita profonda. Per rimarginarla occorse il gratificante plauso della critica che da principio, in verità, aveva avanzato riserve nei riguardi della primadonna, Giuditta Pasta, il cui particolare timbro di voce non permetteva di collocarla con irrefutabile evidenza nella categoria di soprano, mezzosoprano o contralto. 

La frase pronunciata da Bellini in occasione della “prima” alla Scala corse veloce lungo la penisola, fino a raggiungere la Sicilia, dove, in contrapposizione al risotto milanese si volle assegnare il nome di “Norma” a un piatto tuttora fiore all’occhiello della cucina siciliana: la pasta condita con salsa di pomodoro, melanzane fritte e ricotta salata. 

Se al risotto milanese si contestava di essere poco digeribile, è innegabile che anche a questo piatto non fa difetto una certa ricamata elaborazione. Attraverso il battesimo di quella prelibatezza, i siciliani volevano tributare un omaggio al talento musicale del corregionale Bellini: piatto alla “Norma” stava infatti a simboleggiare l’esecuzione di un qualcosa fatto a regola d’arte. Veniva così celebrata la singolare alleanza tra musica operistica e prodezza culinaria, tra note brillanti e seducenti aromi.

Alcune considerazioni sui risultati delle amministrative 

I segnali che provengono dalle urne fanno pensare a uno smottamento dei blocchi elettorali. Cresce, non a caso, l’astensionismo. Come ci si prepara alle politiche del prossimo anno?

Non è andata bene in termini di affluenza ai seggi. Nei cinque referendum la percentuale è sprofondata al 20 per cento, mentre nei comuni chiamati al voto (gli 818 gestiti dal ministero dell’Interno) si è recato alle urne solo il 54,72% degli aventi diritto. Alle consultazioni precedenti si era toccato il 60,12%. È abbastanza semplice trarre le conclusioni. Prima della fotografia di chi vince e di chi perde, c’è da osservare con preoccupazione quella che certifica in maniera inequivocabile il lento smottamento della partecipazione elettorale. Una politica disossata, con partiti deboli e gruppi dirigenti senza radici, porta a questo scenario di inaridimento democratico.

Le elezioni amministrative non offrono indicazioni uniformi, essendo molte e varie le combinazioni locali che formano e deformano le tradizionali coalizioni di centrodestra e centrosinistra. Cresce la frammentazione come fenomeno correlato all’assentesimo e ciò richiede onestamente una lettura più integrata. Nella cosiddetta periferia emerge una dispersione di fattori che solo l’involucro dell’investitura diretta dei sindaci provvede a contenere, in parte nascondendone gli aspetti negativi, anche dettati da un ricorso irrefrenabile alla personalizzazione della politica. Le basi elettorali, specialmente al sud, risultano friabili, poiché oggi possono disporsi a sostegno di una soluzione amministrativa, domani trasferirsi in altro campo nelle elezioni per il Parlamento. 

Naturalmente i segnali che provengono da una consultazione popolare permettono di individuare i processi che investono le realtà di base, come ad esempio la crescita della destra meloniana (a spese della Lega) e il declino del M5S (a vantaggio di tutti e di nessuno). Secondo le intenzioni di voto, certamente più affinate per l’impatto che i voti scrutinati determinano, cambia l’equilibrio tra i partiti. I dati forniti nella tarda serata di ieri da Bruno Vespa ipotizzano nuove percentuali, con Fratelli d’Italia al 22.5, Pd al 19, Lega al 15, M5S all’11.5, Forza Italia all’8, Celenda e Renzi (insieme) all’8. Dunque, il quadro delle alleanze è destinato a comporsi con più difficoltà rispetto al passato, benché prevalga nell’immediato un flebile coro di auspici per l’avvento di un nuovo e sano bipolarismo.

Il problema del governo, però, non trova soluzione nelle alchimie dei numeri o negli artifici delle formule. Scatta sempre il momento della verità. È impossibile credere che ci si possa preparare al 2023 con la frenesia caratterizzante la mobilitazione di tutti contro tutti, benché l’ampia maggioranza di governo resti vincolata alla leadership di Draghi. Il partito di lotta e di governo, concepito da Berlinguer per salvare l’autonomia del Pci, si configura al presente come una tentazione generalizzata a imboccare con disinvoltura una qualche via di fuga dalle responsabilità. Ora, sembra di capire che i mercati – vedi le ultime giornate negative della borsa – non apprezzino affatto questa fibrillazione endemica, incunabolo di alternative che dovrebbero librarsi in campagna elettorale nel vuoto di una narrazione senza più legami con il recente passato di governo. Invece l’Italia ha bisogno di chiarezza e la chiarezza passa per la lealtà e la coerenza dei partiti che condividono con Draghi il peso delle responsabilità. Qualcosa deve accadere per non tracimare nella confusione.

Potrà il Pnrr rilanciare le aree interne? Un contributo della rivista “Il Mulino”.

Per come è strutturato il Piano e per quelle che sono le condizioni, anche amministrative, delle aree, è difficile pensare che in un tempo breve le aree interne possano effettivamente beneficiare di questa occasione di rilancio.

Luisa Corazza

Chiedersi se il Pnrr riuscirà a rilanciare le aree interne impone una riflessione sull’impatto complessivo del Piano, per coglierne gli effetti sugli equilibri tra i territori e comprenderne le effettive potenzialità.

 

Come è stato efficacemente osservato da Gianfranco Viesti nell’introduzione a questo “speciale” (Un Piano per il Paese), il Piano di ripresa italiano non vede i territori, nel senso che non offre quella lettura trasversale che consente di far emergere la diseguaglianza territoriale.

 

Tra i divari rimossi, quelli che colpiscono le aree interne risultano ancor più nascosti, quasi invisibili nelle pieghe nascoste dell’Italia rugosa, fatta di microluoghi lontani e dimenticati, le cui difficoltà non vengono censite né denunciate perché interessano pochi o nessuno. Trattandosi, inoltre, di luoghi distribuiti lungo tutto lo stivale (l’Italia delle aree interne si snoda dalla val Chiavenna al Salento, passando per l’Appennino centrale) la loro difesa non trova cittadinanza nelle storiche rivendicazioni identitarie che hanno caratterizzato la questione territoriale italiana.

 

Eppure, da più parti si sente dire che il Pnrr rappresenta per le aree interne un’occasione unica, in grado di invertire l’inesorabile curva demografica che ha portato allo spopolamento di luoghi, paesi, aree, determinando non solo la perdita di una memoria che per secoli ha costituito la spina dorsale della cultura italiana, ma anche rischi concreti per la cura dell’ambiente e del territorio (intervenendo al Forum delle aree interne a Benevento il ministro Giovannini ha sottolineato che la cura del territorio è essenziale per evitare il collasso dell’ecosistema).

 

Probabilmente è presto per misurarsi con queste aspettative (si veda l’Accordo stipulato tra il Centro di ricerca per le aree interne e gli Appennini (AriA) e Istat, “per la realizzazione di una collaborazione su le conseguenze del Recovery Plan sulle Aree Interne”); è possibile però individuare nella struttura del piano e nei metodi a cui è affidata la sua realizzazione una serie di fattori che, se ignorati, possono minarne dalle fondamenta le capacità di successo, tenendo conto delle caratteristiche sociali, economiche e culturali delle aree interne. Deve essere inoltre osservato che la scelta di far confluire in un’unica strategia di ripresa tutti i fondi disponibili (nazionale ed europei) depotenzia in parte gli interventi sulle aree interne, che godevano già, grazie al lavoro impostato da Fabrizio Barca con la strategia nazionale per le Aree Interne (Snai), di proprie specifiche linee di finanziamento.

 

Nella struttura del Piano di ripresa è prevista come è noto una specifica missione dedicata alla coesione sociale e territoriale, all’interno della quale sono rinvenibili anche interventi dedicati alle aree interne. Sono state avviate, ad esempio, linee di finanziamento dedicate al potenziamento infrastrutturale per migliorare strade e presidi sociali, nella speranza di creare sistemi, o ecosistemi, che siano in grado di stimolare l’innovazione. Si tratta di interventi che, al momento, hanno attivato soprattutto progetti di rigenerazione urbana nei piccoli centri, ai quali si intreccia il sostegno alle aree colpite dal terremoto, che coincidono in gran parte con aree interne.

 

Il riferimento alle strade, e in generale alle infrastrutture di mobilità che sono il vero punto dolente delle aree interne, consente di allargare il raggio della valutazione del Piano, per cogliere, al di fuori degli interventi specifici di coesione territoriale, alcune linee del Pnrr che producono, in maniera indiretta, un impatto sulle aree interne. È infatti soprattutto in questa visione più allargata che si intravvedono le potenzialità per i luoghi marginali: la questione aree interne si compone, nel Piano di ripresa, di diverse poste, molte delle quali si ritrovano tra le pieghe di altre missioni.

 

Gli interventi concernenti la transizione ecologica, ad esempio, avranno certamente un impatto sui territori delle aree interne, alle prese, da decenni, con problemi di dissesto idrogeologico o impegnati nella tutela della biodiversità, in territori in cui lo spopolamento si misura anche in termini di vulnus ambientale. La questione sanitaria, inoltre, ha rappresentato negli anni uno dei fattori di storico divario delle aree interne (tanto che la distanza dai poli sanitari costituisce un indice di perifericità ai fini della Snai), sicché si può certamente affermare che l’attuazione della missione 6 costituirà un banco di prova fondamentale per il miglioramento della vita delle aree interne. Anche senza volere scomodare la telemedicina, che richiede, per poter offrire un servizio efficace, una cultura digitale adeguata nella popolazione di destinazione (le aree interne sono popolate in prevalenza da anziani), gli interventi più promettenti sono quelli che riguardano la riforma dell’assistenza medica di prossimità, dove le Case di Comunità previste dal DM 71 potranno fare effettivamente la differenza per la medicina territoriale delle “terre d’osso” (v. M. Rossi Doria, La polpa e l’osso: scritti su agricoltura, risorse naturali e ambiente, L’Ancora del Mediterraneo, 2005), ridotta allo stremo da anni di politiche sanitarie tese ad accorpare in grandi centri ospedalieri ogni presidio di cura.

 

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Le madri ucraine e la Madonna a Treblinka

In questi ultimi giorni, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte dei russi, Treblinka, richiamando alla memoria  la Madonna Sistina di Raffaello e le sofferenze delle madri ucraine, è tornata di grande attualità per le riflessioni che ha stimolato. “La sua bellezza — scriveva Grossman dinanzi alla famosa tela — è strettamente connessa alla vita su questa terra”.

 

“Parsimonia, precisione, oculatezza, attenzione maniacale alla pulizia sono caratteristiche tutt’altro che negative e tipiche di molti tedeschi. Se applicate all’agricoltura o all’industria danno il giusto frutto. L’hitlerismo le applicò ai crimini contro l’umanità: le SS del campo di lavoro polacco agivano come se stessero coltivando patate o cavolfiori”. Così Vasilij Grossman, il grande scrittore ebreo russo-ucraino, autore di “Stalingrado” e “Vita e destino”, corrispondente di guerra dell’Armata Rossa , descrive nel suo reportage dal titolo “L’inferno di Treblinka” gli orrori della fabbrica della morte realizzata a pochi chilometri da Varsavia.

 

In questi ultimi giorni, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte dei russi, Treblinka, richiamando alla memoria  la Madonna Sistina di Raffaello e le sofferenze delle madri ucraine, è tornata di grande attualità per le riflessioni che ha stimolato. In occasione della Pasqua , invitato da Papa Francesco, Roberto Benigni illustrando la famosa tela di Raffaello, considerata la “vetta delle cose più belle che ha prodotto l’umanità” , ha affermato che nello sguardo della Madonna Sistina scorgeva le sofferenze delle donne ucraine scalze che abbandonavano le loro terre tenendo in braccio i propri figli  o che vivevano tra mille difficoltà con i propri  piccoli  negli improvvisati ricoveri per difendersi dalle bombe russe.

 

Il capolavoro di Raffaello ha avuto una vita travagliata. Dipinto per la Chiesa del Convento di San Sisto a Piacenza (da  qui deriva il nome di “Madonna Sistina”), fu poi venduto a metà del 700 a Federico II di Sassonia che  collocò il quadro nella famosa Galleria di Dresda. La  tela, nascosta dai tedeschi per non finire distrutta durante i bombardamenti degli alleati, fu scoperta dai Russi che avevano sconfitto le truppe hitleriane  e venne portata a Mosca, dove fu esposta per tre mesi  nel Museo Puskin  nel 1955 prima di essere restituita a Dresda, ricadente – allora —  nella Repubblica Democratica Tedesca. Grossman racconta che il 30 maggio 1955 , come migliaia di persone, entra nel museo Pushkin e si avvicina al quadro di Raffaello. La prima impressione che riceve lo scrittore è che il quadro, la Madonna,  è “immortale”.

 

I Russi hanno avuto e continuano ad avere un grande amore per l’opera di Raffaello. Per tutti basta ricordare Dostoewskij. Così scrive la moglie Anna Grigor’evna nei suoi “Ricordi”: “Mio marito mi conduceva direttamente davanti alla Madonna Sistina. Considerava questo dipinto il massimo capolavoro creato dal genio umano”. Grossman,  al cospetto del quadro,  capì subito che fra tutte le creazioni di pennello, bulino o penna“ che avevano stupito il suo cuore e il suo spirito, “solo questo quadro di Raffaello non sarebbe morto, finché non fossero scomparsi gli uomini. E che forse, fossero scomparsi loro, le altre creature che ne avessero preso il loro posto sulla faccia della terra, lupi, ratti, orsi o rondini, si sarebbero precipitati a quattro zampe o a colpi d’ala per venire a vedere la Madonna.“

 

Per descrivere la bellezza del quadro, non si può non riprendere Grossman : “La sua bellezza è strettamente connessa alla vita su questa terra. Lei è democratica, umana; lei è inerente alla massa degli esseri umani – quelli dalla pelle gialla, gli strabici, i gobbi dai lunghi nasi pallidi, i neri dai capelli ricci e dalle grosse labbra – lei è universale. Lei è l’anima e lo specchio dell’umano, e tutti quelli che la guardano vedono in lei l’umano: lei è l’immagine  dell’anima materna, ed è per questo che la sua bellezza è mista in modo inestricabile, si confonde con la bellezza nascosta, indistruttibile e profonda della vita che nasce all’essere – nelle cantine, nei granai, nei palazzi e nei bassifondi”.  “E più terrestre ancora mi pare sia il bambino che tiene fra le braccia. Il suo viso sembra più adulto di quello di sua madre. Uno sguardo che è ad un tempo triste e serio, si dirige ad un tempo diritto davanti a sé e dentro di sé, uno sguardo capace di conoscere, di vedere il destino”.

 

Uscendo dal Museo e riflettendo sulla potenza espressiva del quadro di Raffaello, Grossman comprese che la visione della giovane madre  con il suo bambino nelle braccia riconduceva il suo animo a Treblinka evocando un angoscioso parallelo con le madri lì internate. Era la Madonna di Raffaello che con i suoi piedi nudi calcava la terra di Treblinka “camminando dal luogo ove svuotavano i vagoni fino alle camere a gas”.

 

E così conclude Vasilij Grossman il suo breve capolavoro, la Madonna a Treblinka: “Guardando partire la Madonna Sistina, noi conserviamo la fede che la vita e la libertà sono una cosa sola, e che non c’è niente al di sopra di ciò che di umano c’è nell’uomo. Ed è questo che vivrà in eterno, e vincerà”. Lo scrittore russo-ucraino, al pari di Dostoewskij, comprese che la bellezza era un baluardo contro la barbarie perché possiede una dimensione etica e religiosa. Non sorprende che Papa Francesco abbia dato significativa rilevanza alla Via Pulchritudinis e che Benigni abbia evocato la Madonna di Treblinka per ricordare a tutti gli orrori della guerra ucraina e lanciare un messaggio di pace. 

Merita, infine, di essere apprezzato il fatto che il Direttore degli Uffizi Schmidt, allo scoppio della crisi ucraina, abbia fatto pubblicare sui social  il quadro  del grande pittore fiammingo Paul Rubens dal titolo “Le conseguenze della Guerra” che rappresenta allegoricamente le sofferenze subite dalle popolazioni durante i conflitti e che ispirerà il capolavoro di Picasso “Guernica”. La bellezza senza tempo di taluni simboli universali può essere utilizzata per la condanna della barbarie e per un accorato appello  alla pace!

Catastrofe referendaria. E ora?

I nodi della politica, in vista del 2023, arrivano al pettine. Si pensa che Draghi debba farsi da parte e non si calcolano le conseguenze politiche di questa prospettiva. Una riflessione seria dovrebbe interessare il Pd, visto che gli exit poll mettono anche in mostra una certa fragilità dell’alleanza con il M5S. Come si consolida l’area del riformismo responsabile?

Il quorum non è stato raggiunto, una volta tanto le previsioni sono state rispettate. La percentuale dei votanti è stata molto bassa e ciò rende più netta la dêbacle. Non si può parlare di una sconfitta inaspettata, ma della naturale conclusione di un’iniziativa politica che fin dall’inizio appariva malamente imbastita. Mentre il Parlamento era impegnato nell’esame della “riforma Cartabia”, il referendum voluto dai Radicali e, peggio ancora, dalla Lega veniva a spezzare la trama delle intese su una materia molto delicata come la giustizia. Questa distorsione, lesiva implicitamente della maggioranza di governo, ha rappresentato agli occhi della pubblica opinione un tentativo strumentale di ricorso alla consultazione popolare. 

Sta di fatto che Matteo Salvini esce da questa prova referendaria ulteriormente indebolito. Del resto, grava su di lui il sospetto di una condotta spregiudicata nei rapporti con la Russia. Guidare un partito di governo in maniera così stridente con le scelte della maggioranza costituisce un elemento di forte discredito. Servirà capire, alla luce dei risultati delle amministrative, quanto la sua leadership abbia imboccato la strada di un declino irreversibile. Se le urne dovessero sancire il declassamento rispetto alla Meloni, sarebbe assai improbabile che nulla accada negli equilibri di partito. Salvini resisterà, conoscendo la tenacia che distingue il suo protagonismo, ma stavolta nella Lega il redde rationem s’annuncia pressoché scontato. Si vedrà, di sicuro un chiarimento di linea politica appare necessario ai fini della tenuta del governo.

Anche il Pd è chiamato a fare chiarezza. Emerge dagli exit poll la percezione di una certa fragilità del cosiddetto campo largo. Non brilla di consensi, alla prova dei fatti, l’alleanza strategica con i 5 Stelle. Su questo punto, anch’esso nevralgico per quanto attiene agli equilibri di governo, Letta ha il dovere di riaprire il confronto negli organi dirigenti. Coerenza vuole che la scelta di porsi a guardia del governo Draghi porti i Democratici a interrogarsi sulle alleanze più idonee a consolidare l’area del riformismo responsabile. Al Nazareno si sottovaluta il rischio di lasciare Draghi troppo solo, pensarlo già fuori da qualsiasi prospettiva elettorale, immaginarne la messa ai margini senza ripercussioni per il futuro dell’Italia. Una proposta politica che regga all’urto di una destra ambiziosa, trainata dalla “novità” della Meloni, non la si costruisce con il semplice restauro del bipolarismo antecedente alla esperienza di Draghi.

I nodi della politica, un po’ per tutti, stanno venendo al pettine.

Il genocidio dell’Holodomor e le opinioni politiche in Italia.

Il PD ha presentato in Parlamento una mozione rievocativa di eventi che sono considerati il più grave sterminio del XX secolo dopo l’Olocausto. Oggi la Russia di Putin si macchia delle stesse crudeli, azioni criminose.

Ciò che colpisce in Italia è il fatto che sia il PD – erede anche della tradizione comunista – a prendere una posizione netta che separa aggrediti e aggressori, a difendere le ragioni della NATO, ad accusare Putin di crimini di guerra. Invece molt propaganda sull’equidistanza da tenere tra Russia e Ucraina, fino ad esprimersi a sfavore della richiesta di adesione di Svezia e Finlandia alla NATO, viene diffusa dai populisti, dai nazionalisti, dai negazionisti e dai finti pacifisti.

La mozione presentata alla Camera dal PD sul genocidio dell’Holodomor perpetrato tra il 1932 e il 1934 ad opera del regime staliniano (morirono per carestia e per fame cinque milioni di persone di cui tra i tre e i quattro milioni erano ucraini) intende chiarire che si trattò del più grave sterminio della storia europea del XX secolo dopo l’Olocausto. Esso si verificò nei territori allora facenti parte dell’ex URSS , nelle aree geografiche attualmente corrispondenti all’Ucraina, al Kazakhistan e alla regione del Volga. “Holodomor  è una parola ucraina che significa “sterminio per fame”: milioni di persone furono private dei mezzi di sostentamento, della possibilità di spostarsi, lavorare, procurarsi il cibo, confinate in intere città e i loro beni confiscati, assoggettate ad operazioni di persecuzione e blocchi stradali  ad opera della polizia  anche per stroncare l’identità politica del popolo ucraino e degli oppositori del totalitarismo sovietico. Questi fatti storici furono documentati per la prima volta dallo storico inglese Robert Conquest nel 1986  e nel 2023 ne ricorrerà il novantesimo anniversario. Significativo l’intendimento di questa mozione: impegnare il governo d’intesa con il Parlamento a riconoscere l’Holodomor come genocidio messo in atto dal regime comunista sovietico per volere di Stalin, che mirava ad annientare una parte di popolazione della Repubblica sovietica ucraina ritenuta pericolosa per l’URSS, attraverso lo sterminio di massa e a promuovere iniziative mirate a rinnovare la memoria di quei tragici eventi, alla stregua di quanto il Parlamento europeo e altri singoli Paesi, attraverso documenti e atti, hanno già riconosciuto.

Non sfugge la similitudine con gli attuali avvenimenti: l’invasione e l’aggressione dell’Ucraina da parte del regime di Putin mascherate come “operazione militare speciale”, un massacro unilaterale e criminale, persino benedetto dal Patriarca di Mosca, allo scopo di denazificare quel Paese che aveva subito la persecuzione di Hitler. Stessa crudeltà, stessa spietatezza, stessa spudorata finzione nel cercare motivazioni politiche e pericoli etnici inesistenti. Stupiscono alcuni dettagli che vale la pena di sottolineare, tanto si appalesano nelle loro contraddizioni. Il fatto che sia il PD, erede in parte del PCI, a depositare questa mozione tendente a ricostruire la verità storica dell’Holodomor fa il paio con la linea politica assunta rispetto alla guerra in atto e dimostra il compimento e la conclusione di un percorso politico verso l’Occidente e l’Alleanza Atlantica. La distinzione tra aggressori e aggrediti è la linea di demarcazione tra il riconoscimento dell’evidenza incontrovertibile dei fatti e la loro mistificazione: PD e IV,. +Europa, Azione e partiti di Centro non hanno mai mostrato cedimenti a favore delle teorie dell’equidistanza, all’ipotesi dell’accerchiamento della NATO come causa del conflitto, patrocinando invece l’allargamento della stessa NATO a Finlandia e Svezia e assumendo come propria la scelta di sostenere l’Ucraina aggredita con la fornitura di armi e la strategia delle sanzioni. Colpisce che il centro sinistra non abbia riserve nell’addebitare a Putin la scelta scellerata di aprire il conflitto, nel confermare l’adesione all’Alleanza Atlantica, nella ricerca di una strategia militare e diplomatica comune ai Paesi dell’U.E.

Sorprende scoprire nuovi contatti della Lega con il Partito Russia Unita (con cui ha tacitamente rinnovato il gemellaggio lo scorso marzo, ad invasione avvenuta), così come l’invito a prendere in considerazione l’ipotesi di cessione di parte dei territori ucraini alla Russia.

Se quella “Z” adottata come icona sui carrarmati, le divise militari, persino le bombe dall’esercito russo vuole rappresentare un revanscismo di tipo veterocomunista (poichè solo in questo modo si potrebbe accusare l’Ucraina di neonazismo) viene da chiedersi come mai una parte della destra , l’ala populista nei 5 Stelle e i nazionalisti sostengano una linea morbida verso Putin mentre dalla parte opposta dell’emiciclo non ci siano ombre o venature nella difesa delle ragioni della nazione aggredita.

Tempora mutantur et nos mutamur in illis”:  è vero ma c’è un limite a tutto. Fa bene il COPASIR e volerci vedere chiaro e sarebbe il caso di andare fino in fondo in questa ricerca della verità sulle infiltrazioni della propaganda russa in Italia, nei mezzi di informazione, nella stampa e nei talk show televisivi. L’ossessione della par condicio – una scelta tutta italiana – porta in televisioni personaggi che adombrano complotti, finzioni e messinscene. Come la strage di Bucha o quella di Kramatorsk, la distruzione di Mariupol, il massacro dei civili, la sparizione di migliaia di bambini, tutte fattispecie  eloquenti di per sé per  le quali i mass media hanno aperto le porte a personaggi equivoci che hanno accreditato tesi insostenibili e francamente vergognose. Mentre nella stessa coalizione di Governo la linea ferma e decisa di Draghi deve fronteggiare atteggiamenti cedevoli e qualunquisti che in nome del disarmo universale propugnano una pace inaccettabile perché significherebbe darla vinta all’aggressore e sottrarre territori alla nazione aggredita, come se l’Italia – dietro minaccia atomica o di guerra sine die e distruzione totale – dovesse cedere all’invasore- si fa per dire-  il Veneto o la Lombardia. C’è da augurarsi che questa messinscena che stravolge la verità sia smascherata  dal COPASIR o da qualche Procura decisa ad indagare sull’attentato alla nostra unità nazionale, anche attraverso contatti decisamente fuori luogo che in nessun modo avrebbero potuto o potrebbero rappresentare linee politiche alternative a quelle adottate da Governo e Parlamento e sancite da alleanze e trattati internazionali.

Ma Calenda che tipo è? Sbeffeggia tutti, con acrimonia, ma vuole essere il federatore dei riformisti.

Vuole fare il terzo polo moderato e riformista, ma non si sa bene con chi e su quali basi. Intanto non disdegna di lanciare segnali di fumo al Pd, che pure mantiene fermo il cosiddetto asse strategico con i 5 Stelle. Troppe contraddizioni, molta presunzione: dove vuole arrivare, in questo modo, il leader di Azione? È una domanda più che lecita, per capire ciò che bolle in pentola dalle parti dei “puristi” del movimento neo-riformatore.

Non passa giorno che il simpatico Calenda non rilasci patenti di onestà, di moralità, di coerenza e di competenza ad esponenti politici di destra, di sinistra e di centro. Una sorta di tribunale di inquisizione all’amatriciana che, debbo dirlo con franchezza, è anche divertente ma dove il contenuto politico è praticamente inconsistente se non addirittura introvabile. Ovvero, per dirla con altre parole, si tratta di giudizi o di sentenze – a seconda dei casi – che si basano esclusivamente sulle persone prescindendo, quasi sempre, da ogni considerazione politica. 

Ora, chi sia Calenda per formulare queste implacabili sentenze resta per tutti noi un mistero. Anche perchè, se dovessimo ripercorre il suo curriculum politico degli ultimi 2/3 anni accompagnato dai giudizi su singoli leader politici, arriveremmo alla conclusione che uno Calenda é veramente “capace, capacissimo, capace di tutto”, per dirla con un celebre slogan di Carlo Donat-Cattin coniugato negli anni ‘80 ma che resta sempre attuale e contemporaneo. Per fermarsi ad alcuni epiteti famosi, non possiamo dimenticare – sempre parlando di Calenda – che “il centro mi fa schifo”, che “Mastella non serve a nessuno”, che Renzi “deve decidere se fare il politico o gli affari” e via discorrendo e poi apprendiamo, nello stesso momento, che lui vuole fare “il terzo polo moderato e centrista”. Con chi, è un altrettanto mistero. A parte con ciò che resta dei radicali, con tutti quelli che scappano dagli altri partiti e con tutti coloro che leggono e apprezzano i suoi quotidiani insulti ed anatemi contro altri leader politici centristi?

Detto fra di noi, è una strategia politica curiosa che sta appassionando un po’ tutti. Almeno quelli che non disdegnano la satira politica e coloro che non sono granchè sensibili alla coerenza della politica e nella politica. Del resto, in una legislatura dominata dal trasformismo politico e dall’opportunismo parlamentare, le argomentazioni di uno come Calenda sono come il cacio sui maccheroni. Di meglio, cioè, non si può trovare.

Ora, però, c’è una domanda attorno alla quale prima o poi qualcuno dovrà dare una risposta. Né banale e né approssimativa. Ovvero, se Calenda è quello che appare tutti i giorni e ciò che dice tutti i giorni – su cui è meglio sorvolare per non trovarsi in un ginepraio inestricabile – dov’è la novità e l’originalità di un personaggio del genere? Ovvero di un politico che lancia strali contro i 5 Stelle e poi, come credo tutti sanno, è disponibile a stringere accordi e alleanze politiche con un partito come il Pd, alleato strategico proprio del partito populista per eccellenza, cioè quello di Conte e di Grillo? Se i centristi gli “fanno i schifo”, se il “centro gli fa schifo”, se insulta i vari leader centristi in campo, lui sarebbe il leader del futuro polo “moderato e centrista?”.

Mi fermo qui perchè potremmo fare un libello, seppur rapido e sintetico, su tutto ciò che dice e tutto ciò che fa senza la benchè minima coerenza del suo ragionamento politico. Non dico culturale perchè credo che pochi hanno capito, sino ad oggi, quali sono i suoi riferimenti culturali ed ideali se non il suo acceso e visibile narcisismo autoreferenziale. Ecco, appunto, ma il simpatico Calenda in politica che tipo è? Così, per saperne di più.

La riforma laboral. L’analisi di Bentivogli sulla nuova normativa spagnola in materia di lavoro.

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore l’articolo da lui scritto per il magazine “Fortune Italia”. Le sue conclusioni sono molto nette: “Più che suggerire di seguire l’esempio spagnolo, direi alla Spagna di non seguire gli errori italiani”.

La nuova Riforma del lavoro del governo di Sanchez è in realtà ‘la riforma della riforma’: modifica e cambia direzione a quella del popolare Rajoy nel 2012. Riforma che non solo fece crescere la precarietà, ma anche la possibilità di diffusione “legale” di lavoro povero. La Rajoy non è abrogata: restano in piedi le normative sui licenziamenti. Il dato nuovo: i provvedimenti successivi allo Statuto dei lavoratori del 1980 andavano verso una progressiva liberalizzazione, tendenza ora invertita. La riforma ha raccolto consenso tra governo, sindacati e associazioni datoriali ma è stata fortemente osteggiata dall’opposizione. Il decreto era stato approvato il 28 dicembre 2021 ma nel voto parlamentare di conversione finale ha registrato 175 sì e 174 no, grazie a un errore del voto telematico del deputato popolare Alberto Casero. La riforma risponde ad una condizionalità posta dall’Ue per lo sblocco di 12 mld del Next Gen Eu: la riduzione di disoccupazione e precariato, che come in Italia colpisce i giovani e le donne.

 

Perché se ne parla? Secondo gli ultimi dati elaborati dall’Istituto nazionale di statistica (Ine), oggi 12,8 milioni di spagnoli hanno un contratto stabile, un record. Il balzo ad aprile, quando sono stati firmati 1.450.093 contratti: di questi il 48,2% a tempo indeterminato, secondo i dati del ministero del Lavoro. La diminuzione dei contratti a termine ha portato a una riduzione del tasso di occupazione a tempo determinato, ora al 24,21%. Ora si prevedono solo 2 tipi di contratti a termine: quello strutturale e quello di sostituzione di un altro lavoratore. Nel primo caso non si possono superare i sei mesi (un anno in caso di accordo collettivo con i sindacati di settore). Riformato anche il con- tratto di formazione, gli ammortizzatori sociali e il periodo di validità di un contratto collettivo scaduto. Abolito “il contratto di lavoro e servizio”, uno dei maggiori responsabili della precarietà. Vengono incrementate le fattispecie in cui l’azienda deve proporre una ricollocazione e un percorso di formazione professionale. Due i contratti a causa mista (formazione e lavoro) con regole più chiare. Per le irregolarità sono previste sanzioni e trasformazioni a tempo indeterminato.

 

Tra gli aspetti più controversi della riforma del Partito Popolare del 2012 c’era la limitazione a un anno dell’ul- trattività, ovvero il periodo di validità di un contratto collettivo scaduto, che nella nuova riforma viene estesa fino a ulteriore rinnovo. Vengono limitate le deroghe alla contrattazione nazionale ed esclusi, dalle materie derogabili, salario e orario. Esattamente come previsto in Italia dal 2011 e dal T.U. del gennaio 2014. A febbraio il governo spagnolo e i due principali sindacati del Paese, Ugt e Comisiones Obreras, con la contrarietà della Confindustria spagnola (Ceoe), hanno stretto un patto per fissare il salario minimo a 1.000 euro al mese (per 14 mensilità), con un aumento di 35 euro sul 2021. La misura interessa 2 milioni di lavoratori e riguarda la soglia minima retributiva dei lavoratori dipendenti.

 

Le comparazioni sono sempre utili, ma a condizione che siano svolte senza dimenticare i contesti e le storie dei diversi Paesi.

 

Cosa abbiamo, in Italia, già da tempo? Innanzitutto, la parità di condizioni contrattuali (non solo retributive) tra lavoratori in somministrazione e lavoratori a tempo indeterminato, dal 1997, con la legge Treu. La nuova riforma spagnola incide molto sui contratti di brevissima durata, inferiori a un mese e soprattutto a 7 giorni, da noi in crescita ma meno diffusi. È presto per dire se i dati saranno stabili (come spero) o una fiammata di adattamento, tipica dei casi di instabilità delle norme. Come accaduto da noi post jobs act, grazie agli incentivi in decontribuzione fiscale per le assunzioni a tempo indeterminato a tutele crescenti (2015), o post “decreto dignità” (2018), con cui i limiti ai contratti a termine oltre i 24 e soprattutto i 12 mesi portarono le aziende (purtroppo solo temporaneamente) a trasformare a tempo indeterminato i contratti delle persone che altrimenti sarebbero state sostituite. 

 

Per comparare i due contesti: in Italia, a fine 2021, i contratti a tempo indeterminato sono 14.836.012 (l’83%), mentre quelli a tempo determinato sono 3.028.066 (il 17%). L’Italia è uno dei Paesi in cui il part-time obbligatorio è tra i più alti e in crescita. Un problema comune ai due Paesi. Secondo le comunicazioni obbligatorie (COB), nel terzo trimestre 2021, il 31,2% delle posizioni a tempo determinato ha una durata fino a 30 giorni (il 9,9% un solo giorno). Si riscontra un aumento delle attivazioni dei contratti di brevissima durata, e di quelli da sei mesi a un anno (Scicchitano, S; 2022). Più che suggerire di seguire l’esempio spagnolo, direi alla Spagna di non seguire gli errori italiani: il lavoro povero si combatte con nuove tutele, ma soprattutto con un’istruzione di qualità e il diritto soggettivo alla formazione, punti cardine sorvolati da tutte le riforme italiane dal 1997 a oggi.

 

Fonte: “Fortune Italia”, giugno 2022.

Si fa presto a dire Draghi, più difficile coglierne la sfida politica.

Le crisi in corso impongono un dibattito sulle prospettive a partire dai punti fermi indicati all’Ocse da Draghi rispetto alle priorità del presente. Prima e più del consenso, conta lo stile per quanti vedono nella visione proposta dal Presidente del Consiglio la via per affrontare una situazione generale delicata e per rigenerare la politica.

L’annuncio della presidente della Bce Christine Lagarde dei rialzi programmati del costo denaro e della fine degli acquisti dei titoli di stato, contribuisce a rendere ineludibile il dibattito sul futuro dell’Europa e dei nostri sistemi democratici. Nel contempo l’Europa è l’area del mondo che più averte le ripercussioni economiche della guerra in Ucraina, e che più si è sbilanciata nella corsa alla transizione ecologica, penalizzando e riducendo le fonti di energia tradizionali e ottenendo nell’immediato il risultato di fare salire il costo dell’energia.

Questi ed altri fattori impongono, appunto, un dibattito sulle prospettive. A cominciare da come si pensa di percorrere la curva pericolosa che ci sta dinnanzi dell’iperinflazione, senza finire di nuovo a Weimar ma senza neanche correre il rischio di rompere l’area Euro. In questa direzione i suddetti annunci della Lagarde non possono che far parte di una “liturgia” collaudata, atta a placare i Paesi del Nord ma senza asfissiare quelli mediterranei. Alla linea indicata dal presidente del Consiglio Mario Draghi il 9 giùgno scorso all’Ocse non sembrano esserci alternative: “responsabilità e solidarietà”. Possono cambiare gli addendi, si può avere un scambio dei ruoli fra i soggetti delle molitche monetarie, si possono inventare nuovi programmi ma alla fine il risultato non può mutare, a forme di acquisto dei titoli di stato da parte della banca centrale non c’è alternativa, soprattutto in tempi di deflazione.

Politiche monetarie adeguate al difficile momento sono il presupposto per un progetto di ripresa, al quale è certo essenziale la fine della guerra il più presto possibile. Ma poi – ed è ancora il discorso di Draghi all’Ocse in quello che si può considerare il passaggio centrale – per costruire il domani “dobbiamo iniziare affrontando le sfide che oggi abbiamo di fronte”. Non un approccio ideologico ma l’umiltà e la saggezza di riconoscere che accanto alle priorità definite vi sono quelle che la storia ci impone nel presente. La questione della transizione energetica è emblematica sotto questo profilo. Oggi il tema è il caro energia e il caro cibo, contrastare in Italia e nelle aree più povere del mondo, a cominciare da quelle in Africa, l’aumento delle disuguaglianze e della povertà, che provocano. Inoltre, non ci si può fossilizzare sui sistemi attuali di generazione delle energie alternative ma puntare, come ha suggerito Draghi a Parigi, a “promuovere ulteriormente la ricerca e lo sviluppo di nuove soluzioni energetiche pulite”.

Quali considerazioni politiche si possono trarre da un simile stato di cose? Forse quella più significativa è che l’attuale presidente del consiglio continua a dare prova di guidare non solo l’azione di governo ma di occupare anche e con enorme autorevolezza, lo spazio della progettualità e dell’elaborazione politica lasciato sostanzialmente sguarnito da questi partiti i cui gruppi dirigenti, chi più chi meno, appaiono incapaci di andare oltre una scaletta di priorità che mutuano dall’esterno, che non riescono più a definire in autonomia e tantomeno in sintonia e in dialettica con l’elettorato. L’altra lezione politica da apprendere, a mio avviso, è che un sistema pur formalmente multipartitico, ma che dimostra preoccupanti sintomi di fobia del pluralismo delle opinioni e dei punti di vista, strutturati e rigorosi ma non per forza coincidenti con la visione delle ristrette cerchie in cui è concentrato il potere, sui temi cruciali (economia, politica internazionale, ambiente, salute, energia…) finisce per essere inadeguato ad affrontare le sfide, che richiedono sempre uno sguardo più ampio dell’ideologia e delle mode del momento. È nell’interesse di tutti, e della democrazia, fermare una deriva che degrada sommariamente e sistematicamente ogni posizione diversa a fake news.

Se in qualche modo assistiamo a tutto questo, allora, credo, debba anche cambiare radicalmente il modo in cui si pone il tema di una lista o di un contenitore per Draghi per le prossime politiche. Nessun paragone è possibile col passato. La debolezza del sistema dei partiti è tale che a Draghi non sembrano esserci alternative anche per la prossima legislatura. Dunque, il problema, paradossalmente, non è tanto il consenso ma lo stile, il recupero di credibilità, la capacità di esser in sintonia con le direttrici di una leadership internazionalmente riconosciuta che esprime un’idea di Paese per il nuovo mondo multipolare, che di riffa o di raffa, emergerà dalle crisi in corso. Se un tale raggruppamento si costituirà, la sua principale ragione sociale non potrà che essere quella di cercare di instaurare un dialogo, effettivo, non a senso unico, con quello che in questa fase purtroppo sembra costituire il partito di maggioranza nel migliore dei casi solo relativa, che è il partito dell’astensione. Ma perché ciò diventi possibile è necessario superare steccati ideologici, dogmatismi di convenienza e massimalismi di varia natura che ben poco hanno a che fare con una cultura di centro.

Federalismo = autonomia = sciacallaggio

La proposta di poteri differenziati a vantaggio di alcune Regioni settentrionali suona come una beffa per il Meridione.

Gianluca Budano 

Mi vergogno di vedere all’attenzione di Governo e Parlamento ancora una volta una proposta di autonomia differenziata che significa che chi corre di più in una Regione ha più soldi da spendere per i suoi cittadini! 

Dopo anni in cui il sud (dire sud è una semplificazione perché anche alcune aree del centro Italia sono interessate) ha arricchito la sanità del nord, ha smaltito la produzione del nord, ha fornito manodopera spopolandosi, si è sorbito gli impianti inquinanti che hanno portato morte e neutralizzazione delle vocazioni economiche territoriali, non ha avuto le stesse infrastrutture (strade, alta velocità, ecc), ha pagato i riparti delle risorse europee e di quelle nazionali imposti con la logica dei più forti e con una buona dose di accondiscendente e incompetente classe dirigente dello stesso sud. 

Per non aggiungere che siamo nel pieno di un conflitto bellico, di una pandemia e di un caro vita senza paragoni (dopo la benzina, ora anche l’aumento dei tassi di interesse dei mutui prima casa!!!). Per non parlare del fatto che nel 2022 il diritto alla salute uguale per tutti è ancora una finzione in barba alla Costituzione e nel centro sud si muore prima, e in culla di più.

La politica del sud (o dei sud) si unisca in un muro compatto, senza eccezioni! E chi al nord si dice solidale, lo dimostri dicendo NO a questo cannibalismo senza precedenti, altrimenti è connivente e appartiene al partito trasversale degli sciacalli.

 

Gianluca Budano è stato Vice Presidente nazionale delle Acli.

«L’emancipazione alimentare dei popoli farà la pace dal basso» (L’Osservatore Romano).

Pubblichiamo per gentile concessione l’intervista a Pier Sandro Cocconcelli, ordinario di microbiologia degli alimenti della Facoltà di Scienze Agrarie e alimentari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. La sua tesi è chiara, ma al tempo stesso impegnativa: bisogna «progredire come comunità internazionale, senza bisogno di attingere al granaio del mondo attraverso una filiera che la guerra può paralizzare».

 

Chiara Graziani

 

Pier Sandro Cocconcelli è un microbiologo alimentare. Ordinario di microbiologia degli alimenti della Facoltà di Scienze Agrarie e alimentari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, si occupa di creare l’ambiente più salubre e indicato per fornire all’uomo il cibo che gli occorre: quindi di come gestirne produzione e trasformazione con cura, cautela e tecnologie adeguate e aggiornate.

Ma siccome il buon cibo, o il cibo buono, non è solo quello che non nuoce ma quello che ti permette di diventare una persona integrata e libera, inevitabilmente il professore si trova davanti interrogativi pratici ed etici che portano molto lontano se si segue un approccio integrale alla questione. Approccio integrale e multidisciplinare che è fra gli obiettivi del SACRU (Strategic Alliance of Catholic Research Universities, 8 atenei in quattro continenti) del quale è capofila proprio l’Università Cattolica.

«Produrre cibo sicuro, e sviluppo integrale dell’uomo — ci spiega Cocconcelli — richiede anche stabilità, equa distribuzione dei benefici, accesso ai diritti, ricaduta sulla promozione dell’intera società e non solo dei singoli individui. Passare dal paradigma del solo successo individuale — importante ma non sufficiente — a quello, invece cruciale, del successo comune. In un certo senso produrre il cibo buono, non solo il buon cibo, è un’opera di pace perché richiede attenzione al bene comune. E questo ci ricorda la crisi del grano bloccato nei porti dalla guerra in Ucraina, con l’Africa forzata ad importare per sopravvivere, quando potrebbe ridurre sostanzialmente la dipendenza da altre regioni aumentando la capacità di produrre cereali e altri prodotti della terra più adatti ai diversi territori ed alle loro caratteristiche. Oltre che alle esigenze nutrizionali della popolazione, che oggi presenta il tasso più elevato di malnutrizione. All’Africa rischia di mancare il grano russo-ucraino (il famoso granaio del mondo dal quale non esce il raccolto per il blocco dei porti) ma potrebbe fare molto di più da sola; diversificare e continuare il processo per rendersi autonoma. Progredire come comunità internazionale, senza bisogno di attingere al granaio del mondo attraverso una filiera che la guerra può paralizzare. Ma lo scenario africano è fra i più complessi ed accompagnare questo processo di emancipazione alimentare e umana richiede un impegno di lungo respiro e che tocca molti aspetti etici e politici».

La prima conseguenza della guerra, oggi guerra globale, è dunque il cibo cattivo. In tutti i sensi.

È senz’altro una delle conseguenze più gravi che raggiungono, anche molto lontano dal teatro del conflitto armato, le popolazioni più fragili. Dal 24 febbraio abbiamo visto quanto l’invasione di una nazione da parte di un’altra abbia un potentissimo effetto sistemico che arriva in aree lontane.

Professore, lei fa parte della rete universitaria cattolica internazionale SACRU . Un network di competenze, dalla sua a quelle sociali ed economiche, che ha deciso di affrontare la questione dell’accesso al cibo buono in maniera integrale. In che misura la questione della sicurezza e della salubrità alimentare è anche un problema di stabilità e di pace?

Mi lasci premettere che altre sono le mie competenze specifiche: io lavoro sulla sicurezza del cosiddetto food system, dal campo alla tavola. Ma, da Manzoni in qua ci è stato spiegato molto chiaramente a cosa porti il pane negato o scomparso. Dai tumulti di San Martino nel 1628, fino alle più recenti rivolte per il pane del 2011 nel nord Africa, la storia si ripete: fame, insicurezza, assalto ai forni.

Quella che oggi chiamiamo food security, la disponibilità e l’accesso al cibo, da sempre ha un impatto profondo sulla stabilità delle società e sulla pace. Ma anche la food safety, la salubrità del cibo di cui ci nutriamo, impatta fortemente sulla vita dei cittadini e può avere pesanti costi sociali: malattie alimentari, malnutrizione, aspettative di vita molto più basse. Una situazione che era già grave prima di questo conflitto e che, purtroppo, sembra destinata a peggiorare rispetto alle previsioni. La Fao stima che nel 2022 ci siamo ritrovati sotto questo punto di vista, ai dati di 10 anni fa. Siamo tornati indietro al 2012, dieci anni bruciati e le previsioni indicano un rilevante aumento delle persone malnutrite, fino al 10% della popolazione mondiale, a causa della pandemia Covid. A questo andranno aggiunte le conseguenze della guerra.

Crede che anche i Paesi più ricchi potrebbero essere raggiunti dall’insicurezza alimentare, visto che la guerra in Ucraina si abbatte su un sistema così profondamente interconnesso e globale?

Non ci aspettiamo, al momento, problemi di salubrità o di disponibilità del cibo nei Paesi più ricchi. Ma possibili ricadute sulla capacità di acquisto, di garantirsi l’accesso a una nutrizione sufficiente ed equilibrata, sì. Con tutte le conseguenze di cui parlavo prima.

La situazione, dunque, evolve in fretta e non in bene. La ricerca universitaria e cattolica in cosa può contribuire?

Compromettendosi in un grande progetto di istruzione e formazione integrale nei Paesi che ne hanno bisogno. La pianificazione della produzione alimentare, che è necessaria, non può che passare dalla formazione di persone — di personalità se non vogliamo usare il termine leader — che facciano delle loro competenze, lo ripeto integrali, il motore del successo umano della società cui appartengono. Persone in grado di indicare un percorso, non solo di diventare appetibili sul mercato estero del lavoro qualificato.

Ci faccia un esempio.

Anche due. C’è un bando, finanziato con fondi della Cei, con il quale la Cattolica offre di formare in tre anni i docenti delle università africane interessati ad un dottorato executive in scienze agrarie e alimentari. L’idea è formare i formatori con le migliori conoscenze scientifiche oggi disponibili. Perché siano in grado di trasferire competenze nelle loro società e di usare le tecnologie più innovative per uno sviluppo sostenibile. Uno dei gravissimi problemi che tiene l’Africa ostaggio del “granaio del mondo” e, quindi, della guerra, è anche il non potere trasferire ai Paesi africani le tecnologie che già ci sono ma che non possono ancora essere applicate alla produzione alimentare regionale e alle sue esigenze. E, ovviamente, non ci rivolgiamo solo agli atenei cattolici. Tutte le università africane, senza distinzione, possono concorrere al bando.

Il secondo esempio?

Fra i tanti mi viene in mente il professor Mario Molteni della mia università che con la fondazione E4Impact (Imprenditoria per l’Impatto) ha coinvolto università africane, in diciannove paesi di diversi, in un programma di formazione imprenditoriale per i giovani. Dopo due anni di master i partecipanti, più di un terzo donne, sono invitati a proporre un progetto operativo aziendale. Molto spesso si tratta di imprese nel settore agroalimentare. Ed il 60% dei progetti al momento presentati si è trasformato in un’impresa reale e tutte le imprese già presenti sono cresciute. Un caso di formazione dei singoli che porta benefici a tutta la comunità, che è l’obiettivo di ogni progetto in campo.

Scienze dell’alimentazione, agraria, economia. Un approccio integrale al problema del cibo.

Non posso non ricordare anche l’aspetto etico della questione. La difficoltà sul terreno è il rapporto di interazione fra sistema politico e sociale e gli investimenti che si fanno in quel contesto. Esistono buone e cattive prassi. Il caso del professor Molteni, formazione e promozione a partire dal basso, è sicuramente un caso scuola di buona prassi. Vede, l’Africa, e non solo, ha bisogno di una pianificazione che è mancata sulla capacità di garantirsi sicurezza alimentare, intesa in entrambe le accezioni security e safety. E per far questo occorre imparare a produrre in modo efficiente, aumentando la quantità di cibo prodotto e, allo stesso tempo, sostenibile, senza aumentare l’impatto negativo sull’ambiente, deforestando o sprecando acqua. È poi essenziale mettere in piedi filiere sicure e salubri di produzione e trasformazione degli alimenti, riducendo il tasso di malattie alimentare che ancora oggi colpisce in modo pesante le popolazioni dei paesi a basso reddito, in particolare i bambini. Questo non può andare avanti. E solo una formazione integrale, la migliore istruzione interdisciplinare possibile, offerta partendo dal basso può cambiare le cose. Dobbiamo formare non solo bravi agronomi e tecnologi alimentari esperti delle tecnologie più innovative ma che nel contempo siano dotati di competenze trasversali per gestire la complessità del sistema alimentare. Su questo ho una ferma convinzione.

Le avranno obiettato che si tratta di un processo molto lungo.

Certamente. Ma occorre cominciare. Ed ora è il momento. Le conseguenze della guerra ce lo dimostrano. 

 

Fonte: L’Osservatore Romano, 11 giugno 2022.

Protagonisti e comparse nella guerra russo-ucraina che rischia di trasformarsi in scontro fra civiltà.

I protagonisti principali della guerra sono Vladimir Putin e Joe Biden. L’autocrate di Mosca sembra aver puntato su una lenta graduale escalation militare in grado di fargli guadagnare tempo e terreno. Biden, all’interno, subisce invece un progressivo logoramento. Tutto questo non rilancia il ruolo dei leder europei. In questo quadro la guerra non si arresta. 

La guerra russo-ucraina continua a ruotare sempre più attorno alla lenta ma inesorabile offensiva russa nel Donbas ed alla continua fornitura all’esercito ucraino di armamenti da parte dell’Occidente, Stati Uniti in testa, per contrastarla. È ormai un braccio di ferro Est-Ovest, che sembra escludere per il momento la tregua negoziale che da varie parti, soprattutto occidentali, non si cessa di invocare e per la quale la diplomazia turca continua a spendersi (anche… pro domo sua). Gli analisti prevedono il protrarsi del conflitto ancora a lungo e osservano che, in casi del genere, la storia insegna che esso potrà terminare soltanto con la vittoria di una delle due parti.

Nel frattempo, si ha la percezione che il fossato apertosi con l’invasione del 24 febbraio scorso tra Mosca, da un lato, e Washington e le principali capitali europee, dall’altro, tenda inesorabilmente ad allargarsi anche sull’onda di esternazioni caratterizzate da una forte (a tratti, perfino feroce) carica di radicalismo, che non si manifestava più dai tempi della “cortina di ferro”. 

Infatti, non passa giorno che una delle due parti non lasci di esprimere il proprio disprezzo per l’avversario e la volontà di annientarlo. Vengono denunciati e perfino irrisi quegli stessi organismi ed istituzioni internazionali, che la comunità internazionale aveva creato per assicurare il mantenimento dell’ordine e della giustizia a livello regionale o planetario. Si arriva a parlare di uno scontro fra civiltà anche religiose, se si valutano i sermoni del patriarca della chiesa ortodossa russa Kirill, nei quali egli condanna senza riserve alcuni fondamentali principi etici sui quali poggia la società occidentale (edonismo, parità di genere, aborto, libertà sessuale ecc.). Si arriva a minacciare lo spettro di una guerra nucleare, pur di non cedere il passo all’avversario.  

In definitiva, è proprio questa nefasta atmosfera a preoccupare maggiormente, al di là dello scontro militare, seppur furioso, che si continua a registrare sul campo,  poiché, con uno sguardo verso il futuro, ci si interroga se sarà possibile, una volta superata l’attuale tragica crisi (perché, prima o poi, essa dovrà essere superata),  ricucire i numerosi strappi che la tela geo-politica presenta e, in caso affermativo, quanto tempo sarà necessario e dinnanzi a quali nuovi equilibri ci troveremo a convivere.

Resta il fatto che I protagonisti principali della guerra sono Vladimir Putin e Joe Biden, più il primo del secondo trattandosi di colui che l’ha prima programmata e poi cinicamente realizzata e che ora sta tentando, per interessi personali e nazionali e tra molte difficoltà, di portarla a termine nel migliore dei modi.  Sappiamo ormai che varie circostanze lo hanno obbligato a rivedere i suoi disegni iniziali. Innanzitutto, la strenua resistenza dell’esercito ucraino e, subito dopo, la pronta reazione anglo-americana sulla scia di una NATO all’interno della quale si sono incolonnati, seppur in ordine sparso, gli altri paesi membri, una Alleanza atlantica dispostasi come baluardo di un’Europa consapevole dei rischi (presenti, ma soprattutto futuri) che l’offensiva russa potrebbe rappresentare per i destini del continente. 

Putin sta però dimostrando che non intende mollare, avendo investito in questa “avventura militare”, non soltanto il proprio potere, ma probabilmente la stessa sopravvivenza politica (e non solo). A questo stadio, un negoziato non gli serve, dovendo ottenere con la forza, e non con la dialettica diplomatica, un risultato che riaffermi la potenza russa per poi sbandierarlo sulla Piazza Rossa e solleticare il mai sopito noto nazionalismo del suo popolo, che – a quanto pare – l’Occidente appare avere sottovalutato e che le sanzioni economiche hanno già in parte fatto risorgere. Putin sembra, inoltre, ritenere che l’intensificazione del conflitto (contrariamente a quanto sta avvenendo in patria) finirà per indebolire la (tentennante) unità dell’Occidente, logorata dall’effetto boomerang delle sanzioni stesse e minata al suo interno dalla crescente ondata filo russa (?) di opinionisti in libera uscita e pseudo intellettuali di estrazione comunista. Ecco perchè egli sembra aver puntato su una lenta graduale escalation militare in grado di fargli guadagnare tempo e terreno, in attesa che il variegato fronte avversario si sfaldi, consentendogli di incassare l’intera posta. 

Il Presidente Biden è l’altro protagonista. Unico valido antagonista di Putin, egli è sceso in campo dapprima con atteggiamento amletico, ma poi, nella misura in cui l’esercito russo mostrava scarsa efficacia sul terreno, si è impegnato con sempre maggiore determinazione per trasformarsi in acceso e irriducibile oppositore di Mosca anche di fronte alle minacce russe di ricorrere ad armi nucleari tattiche ovvero all’utilizzo di armi chimiche. Egli ha allora dislocato ai confini con l’Ucraina vari contingenti militari, potenziato la forza aerea, progettato l’installazione di una base militare (presumibilmente in Polonia) e continuato ad inviare armi sempre più sofisticate all’esercito ucraino. 

La sua progressiva fuga in avanti solleva però qualche interrogativo. Infatti, Biden vede progressivamente diminuire la percentuale interna di consensi, giunta ora a livelli inferiori al 40%, mentre le elezioni di metà termine incalzano. Del resto, il suo sforzo di assumere la leadership in difesa delle democrazie europee si è indebolito anche a causa della dicotomia esistente tra la volontà di Polonia e paesi baltici di intensificare gli sforzi a favore del pieno sostegno all’Ucraina e di quelli non del tutto convinti di seguire la strada del confronto piuttosto che privilegiare quella dei negoziati. Tale dissidio ha ramificazioni in seno allo stesso Congresso americano all’interno del quale i falchi (per lo più repubblicani) spingono per armare l’Ucraina il meglio possibile fino a consentirle di attaccare la Russia sul proprio territorio, mentre i democratici frenano non poco, temendo una escalation del conflitto che potrebbe portare ad uno scontro diretto con Mosca. 

I fautori della prima impostazione affermano che soltanto una vittoria ucraina potrà consentire all’Occidente di disinnescare la carica dirompente dell’espansionismo russo, temendo che una strategia di semplice contenimento possa creare uno stallo prolungato in grado di indebolire l’unità europea con conseguente allentamento del sostegno all’Ucraina sia in termini di forniture di armi che di sanzioni economiche. Ciò detto, i repubblicani approfittano della scomoda situazione di Biden, preso tra incudine e martello, per indebolire la sua posizione in vista delle elezioni congressuali di novembre, importante prologo alle presidenziali del 2024.

Il tempo non gioca dunque a suo favore, tenuto anche conto che la dipendenza europea dalle fonti di energia russa non cesserà a breve. 

Zelensky è ormai a tutti gli effetti il terzo protagonista della crisi in corso, essendosi guadagnato i galloni sul campo. Nel corso degli oltre tre mesi di conflitto, il leader ucraino si è trasformato da oscuro ed insignificante politico, giunto casualmente al vertice delle istituzioni nazionali, ridicolizzato verbalmente da Putin subito dopo l’invasione e braccato dai suoi sicari per essere eliminato fisicamente e costretto ad auto confinarsi in un bunker sotto terra per sfuggire ai bombardamenti, in stimato, ammirato e autorevole capo di stato capace di rivolgersi pubblicamente ad omologhi di prima grandezza, parlamentari stranieri e alla stampa internazionale, inoltrare richieste e dettare condizioni a nemici ed alleati, ricevere il plauso di gran parte della comunità internazionale e diventare il simbolo della strenua difesa dei valori democratici dell’Occidente. In sintesi, egli è riuscito a chiamare a raccolta gran parte del mondo occidentale intorno a se, riuscendo a convincere i suoi autorevoli interlocutori ad inviare subito aiuti umanitari ed armamenti, in quantità senza precedenti dalla fine della seconda guerra mondiale.

Alle offerte di abbandonare in sicurezza il paese presentate dai governi americano ed inglese subito dopo l’invasione russa, egli ha coraggiosamente espresso un netto rifiuto, manifestando il desiderio di combattere alla guida del suo popolo sul territorio nazionale. In altri termini, egli ha respinto l’idea di costituire un governo in esilio per dirigere da oltre confine le operazioni di guerra, preferendo diventare un simbolo di resistenza in patria, piuttosto che un fuggiasco oltre confine.

È tuttavia auspicabile che il potere di cui dispone possa non illuderlo di perseguire obiettivi oggi praticamente impossibili da ottenere come la richiesta di ritiro dell’esercito russo dai territori occupati. In tal senso, dovrà essere cura dell’Occidente riuscire a convincerlo.

Anche Erdogan e Orban, anche se con motivazioni e finalità differenti, possono aspirare al ruolo di protagonisti.

Il primo, proponendosi come mediatore, è sembrato voler assumere le vesti di nuovo sultano (contrapposto a Putin, nuovo zar), richiamando alla memoria un antico quadro geopolitico regionale caratterizzato da equilibri (ovviamente limitati ad un quadro militare convenzionale) fondati sull’importanza strategica dello Stretto dei Dardanelli quale porta del Mediterraneo. Con questa iniziativa, Erdogan rivendica la presenza turca nel Mar Nero, sottolinea il peso specifico di Ankara all’interno della NATO e l’importanza del suo ruolo nel fianco sud dell’Alleanza, ottiene surrettiziamente una licenza di colpire la resistenza clandestina in patria ed oltre confine (anche con il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO) e, “ last but not least”, distrae l’attenzione dell’Occidente dalle misure chiaramente dispotiche che caratterizzano la sua azione di governo. Non è poco!

Oltremodo stimolato dalla quinta rielezione, quarta consecutiva, alla massima carica dello stato, anche Orban aspira a giusto titolo al rango di protagonista, avendo ostacolato – praticamente unico tra i 27 membri dell’Unione Europea –  l’attività sanzionatoria nei confronti della Russia, ottenuto eccezionali deroghe nell’importazione di petrolio russo e vietato la presenza del patriarca Kirill nella lista di proscrizione redatta da Bruxelles e Washington (pur rappresentando in Ungheria la chiesa russo-ortodossa appena l’1% della popolazione). Tutto questo dopo aver l’Ungheria ricevuto per anni notevoli sostegni economici dall’Europa, malgrado Orban abbia, in quello stesso periodo, condizionato il sistema giudiziario nazionale, soppresso la libertà di stampa, nominato uomini di propria fiducia in tutti i principali gangli della pubblica amministrazione e della società civile nonché favorito in vari modi l’attività del proprio partito politico! Purtroppo, la sua vecchia amicizia con Putin potrebbe continuare a condizionare non poco la politica europea nei confronti di Mosca.

Stoltemberg, Boris Johnson, Macron, Draghi e Scholz, tra gli altri, tentano, a corrente alternata, di guadagnare e ritagliarsi una marcata “leadership”, ma sempre con scarso impatto per la luce riflessa da cui sono illuminati. Del resto, gli sporadici tentativi di alcuni di loro di avviare un dialogo diretto con Putin sono stati puntualmente respinti. In sostanza, essi risultano essere in balia di eventi che li sopravanzano, indeboliti per giunta da ricadute politiche interne o da problematiche contingenti troppo difficili da risolvere autonomamente (crisi alimentare e negoziati di pace). La loro attività risente troppo da quanto viene deciso altrove e appare, di conseguenza, alquanto velleitaria, quando non proprio del tutto sterile. In tal senso, il ruolo di (seppur illustri) comparse sembra fino ad oggi pienamente attagliarsi a loro.       

 

Giorgio Radicati – Ambasciatore

Populismo e sovranismo? Adesso serve un “preambolo”.

Bisogna arginare la deriva dell’irresponsabilità e del trasformismo. La credibilità di una forza riformista, democratica e di governo, si basa proprio sulla capacità di porre uno stop definitivo ed irreversibile al degrado populista e anti politico della democrazia italiana. Urge allora mettere in campo un nuovo “preambolo” per identificare lo spazio entro cui sviluppare una iniziativa politica di centro.

Il programma, la mission e il ruolo del futuro partito di centro – che, piaccia o non piaccia ai vari detrattori su piazza, sarà presente alle prossime elezioni politiche generali del 2023 – non può che nascere nel respingimento politico, culturale e programmatico del sovranismo e, soprattutto, del populismo. Sono, queste, le due derive principali e più pericolose che minano alla radice il tessuto valoriale della nostra democrazia, che fiaccano l’azione di governo e che contribuiscono, purtroppo, anche a demolire la credibilità delle nostre istituzioni democratiche.

Ora, di fronte ad un quadro sufficientemente noto, le furbizie e i voltafaccia rischiano di sfregiare definitivamente che li promuoverà nel momento della formazione delle alleanze che si presenteranno alle elezioni. Certo, tutti sappiamo che la sinistra post comunista ha stretto un’alleanza politica con il partito populista per eccellenza della geografia politica italiana, cioè il partito di Grillo e di Conte. Individuando in quel partito, così dicono i principali protagonisti della sinistra, l’alleato strategico per dare una prospettiva progressista e democratica al nostro paese. E quindi, se non cambiano le condizioni attuali, il quadro da quelle parti è sufficientemente noto.

Sul versante del centro destra il rischio del sovranismo è sempre dietro l’angolo. Ma in quel campo le cose possono cambiare da un momento all’altro e il dibattito è quantomai aperto. Come ovvio, non possiamo mai dimenticare che la deriva e la prassi trasformistica hanno contagiato profondamente la politica italiana in quest’ultima legislatura al punto che le alleanze tra forze politiche cosiddette alternative venivano siglate nell’arco di pochi giorni senza nessun dibattito pubblico perchè il tutto era sacrificato sull’altare del consolidamento e dell’occupazione del potere. Ed è altrettanto ovvio rilevare che, di fronte ad un panorama simile, la credibilità della politica, la serietà dei politici e la trasparenza e la stessa autorevolezza dei partiti ne sono usciti semplicemente demoliti.

Ecco perchè, per tornare al tema principale, la forza di un partito di centro, riformista, democratico e innovativo, non può confondersi con queste due derive. In particolare con la sub cultura populista, demagogica, anti politica, giustizialista e manettara. Le furbizie e gli escamotage dei Calenda di turno avranno il fiato corto se da un lato sparano a zero contro i populisti dei 5 stelle e, dall’altro, pensano già a stringere accordi con gli alleati più convinti e più fedeli dei populisti, cioè la sinistra. E questo perchè la credibilità di una forza riformista, democratica e di governo si basa proprio sulla capacità di porre uno stop definitivo ed irreversibile al degrado populista e anti politico della democrazia italiana. È necessario, cioè, forse e di nuovo, stendere una sorta di “preambolo” politico – anche se i Donat-Cattin non si intravedono più all’orizzonte… – che cerchi di fermare, o almeno di frenare, la spinta populista e qualunquista del sistema politico italiano.

Ed è proprio attorno a quel “preambolo” che può consolidarsi, seriamente, una forza di centro, riformista, democratica e di governo in vista della prossima legislatura.

 

L’uovo al tegamino di Aldo Moro (DoppioZero).

Riportiamo la seconda parte dell’articolo pubblicato sul magazine librario online doppiozero.com rinviando al link, posto a fondo pagina, per accedere al testo integrale.

Marco Belpolito

(…) Dopo Moro, dopo i volti funebri dei notabili democristiani con cui si apre e chiude il film – sono quelli funebri, di condannati a morte, come aveva scritto Pasolini in uno degli articoli in cui chiedeva il Processo al potere della Democrazia cristiana –, l’Italia ha cambiato faccia. La prima ad apparire diversa è stata quella rotonda, quasi mascelluta di Bettino Craxi, che abbiamo visto nel film di Gianni Amelio, Hammamet, interpretata anche in questo caso magnificamente da Pierfrancesco Favino; poi quella brianzola e accattivante di Silvio Berlusconi, l’uomo col sorriso in tasca, che ha avuto il suo ritratto in Toni Servillo nel film di Paolo Sorrentino, Loro. Infine la faccia di Matteo Salvini, che ha dominato negli ultimi anni le televisioni e i social con altrettanta dovizia di dettagli, per ora non ha ancora avuto una traduzione cinematografica – mancanza di interesse per questo politico o intuizione della sua transitorietà?

Là dove Moro esibiva un evidente carisma fondato su una misteriosa unione di imperscrutabilità e sovrana calma, Salvini e i suoi predecessori invece manifestano una doppia radice nevrotica e narcisistica. Per dirla con le parole di un acuto psicoanalista, Christopher Bollas, si tratta di figure in cui l’aspetto visivo appare dominante come accade nelle forme narcisistiche: la richiesta d’attenzione. La politica ha sposato in Occidente l’aspetto narcisistico del corpo del capo, quello che Bollas chiama il “patto narcisistico”, che si sintetizza nella formula: “Ti incoraggio a esaltare te stesso, tu fai la stessa cosa con me”. La radice populistica non è soltanto politica ma prima di tutto psichica, come aveva capito Andy Warhol in un suo libretto dedicato all’America, e coinvolge i leader e le masse quali specchi vicendevoli, dove le immagini si moltiplicano all’infinito – in definitiva questa è la cattiva infinità dei social in cui avviene la negazione stessa della mortalità a favore di una infinità dei singoli Io: io io io. 

La solitudine di Moro è l’esatto contrario. Non che anche questa non abbia i suoi aspetti negativi. Come ci mostra in questi anni la figura di Putin, esiste anche l’elemento paranoico. Si tratta di una malattia mentale, come scrive Luigi Zoja in un libro importante, Paranoia. La follia che fa storia (Bollati Boringhieri), l’unica contagiosa, caratterizzata da deliri sistematici, di persecuzione e di grandezza, in assenza di altri disturbi della personalità. Zoja sottolinea come la paranoia non si opponga alla ragione, ma finga di collaborare con essa. Non è riconducibile a fattori organici, e chi ne soffre è di fatto un essere fragile che “sposta nel tempo un problema vitale che non riesce ad affrontare”. Il problema principale del paranoico, come dimostra Putin, è il tempo, l’avversario più ostico e coriaceo, su cui non riesce ad avere la meglio e che finisce per consumare in farneticamenti e follie belliche.

Il caso di Salvini è invece quello di un delirio narcisistico spinto sino all’estremo che ha nel visuale l’aspetto dominante. Le felpe indossate negli anni scorsi, messaggi espliciti inviati ai tifosi, o aspiranti tali, nel corso dei comizi – la felpa con la scritta del paese, città o regione in cui si recava – ne sono il simbolo, per quanto oramai logorato e distante nel tempo. Il verbale e il simbolico in Salvini sono due aspetti quasi assenti, tanto è vero che concentrando sulla sua persona, sul suo corpo, il messaggio visivo, slogan compresi, Salvini ha finito per logorare il patrimonio simbolico della Lega di Bossi, riducendo a un pugnetto di cenere la capacità di presa del colore verde, degli slogan e l’apparato di simboli leghisti. Ora Salvini sembra arrivato a fine corsa, mentre sta cominciando l’ascesa della ragazza-acqua-sapone, Giorgia Meloni, il cui aspetto narcisistico appare attenuato, e la cui propaganda somiglia sempre più a quella di uno shampoo o a un prodotto per la cura della pelle, che non a un progetto politico, che pure c’è ma è nascosto dietro alla sua immagine dominante – Patria come parola d’ordine. 

Chissà se ci sarà un regista disposto a raccontare il passaggio dal sovrano all’influencer, da Moro (e Berlinguer) a Salvini e Chiara Ferragni. Un film che ci farebbe certamente divertire e pensare, ma anche capire chi eravamo, e soprattutto chi saremo, un film visionario com’è, a suo modo, anche quello di Bellocchio – si pensi alle parti su Cossiga, le più angoscianti dell’intero film, legate al passato e all’incubo familistico che insegue Bellocchio dai tempi di I pugni in tasca. Chi ci proverà? Non è un film facile, ma necessario.

 

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https://www.doppiozero.com/luovo-al-tegamino-di-aldo-moro

 

Draghi all’OCSE: “Responsabilità e solidarietà devono andare di pari passo, a livello nazionale ma anche europeo”.

Pubblichiamo il testo integrale – traduzione a cura della redazione – del discorso tenuto ieri a Parigi dal Presidente del Consiglio alla riunione ministeriale dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE).

È un grande piacere presiedere questa riunione del Consiglio dei ministri dell’OCSE. Vorrei ringraziare il Segretario Generale e tutto il personale dell’OCSE per l’eccellente lavoro svolto, in particolare nell’area della tassazione globale. L’accordo raggiunto lo scorso anno durante la Presidenza italiana del G20 è storico. Dobbiamo attuarlo rapidamente per rendere l’economia mondiale più equa, più forte e più inclusiva.

L’incontro di oggi si concentra sulle generazioni future e sulla transizione verde in tutto il mondo, in particolare in Africa. Mentre costruiamo un modello economico migliore per domani, dobbiamo iniziare affrontando le sfide che oggi abbiamo di fronte. Come mostra l’ultimo Economic Outlook dell’OCSE, l’invasione russa dell’Ucraina ha portato a un significativo peggioramento delle prospettive di crescita e a un forte aumento delle aspettative di inflazione.

Le banche centrali hanno iniziato a inasprire la politica monetaria, portando a un aumento degli oneri finanziari. L’interruzione delle filiere alimentari – in particolare del grano – ha fatto salire i prezzi e rischia di provocare una catastrofe umanitaria. Il G7 e l’Unione Europea hanno mostrato una notevole unità nel sostenere l’Ucraina e nel fare pressione su Mosca per porre fine alle ostilità e riprendere i negoziati. La sola Unione Europea ha ideato sei pacchetti di sanzioni che hanno inferto un duro colpo agli oligarchi vicini al Cremlino ea settori chiave dell’economia russa.

Affinché i nostri sforzi siano pienamente efficaci, devono essere sostenibili nel tempo e coinvolgere le economie emergenti e in via di sviluppo. Dobbiamo abbinare la determinazione mostrata nei confronti dell’Ucraina con il fermo impegno ad aiutare i nostri cittadini e quelli nelle parti più povere del mondo, specialmente in Africa. I nostri sforzi per prevenire una crisi alimentare devono partire dai porti ucraini del Mar Nero. Dobbiamo sbloccare i milioni di tonnellate di cereali bloccati lì a causa del conflitto. Gli sforzi di mediazione delle Nazioni Unite sono passi significativi e penso, purtroppo, gli unici. Dobbiamo offrire al presidente Zelensky le assicurazioni di cui ha bisogno che i porti non saranno attaccati. E dobbiamo continuare a sostenere i paesi beneficiari, proprio come sta facendo l’Unione Europea con il suo Food and Resilience Facility.

Insieme all’energia, i prezzi dei generi alimentari stanno contribuendo a far salire il tasso di inflazione anche nei paesi più ricchi. Nell’area dell’euro, i prezzi sono aumentati dell’8,1% a maggio rispetto all’anno precedente. Tuttavia, se escludiamo elementi come energia e cibo, l’aumento è solo circa la metà, un balzo significativo, ma molto inferiore rispetto agli Stati Uniti. In alcuni paesi questa cosiddetta “core inflation” è ancora più contenuta: in Italia si è attestata a maggio al 2,9%. La disoccupazione è appena al di sotto del 7% nell’area dell’euro, mentre i consumi restano al di sotto dei livelli pre-pandemia. Questi sono tutti segni che c’è ancora capacità inutilizzata nell’economia. Quindi, almeno nell’Unione Europea, l’aumento dell’inflazione non è del tutto segno di surriscaldamento, ma in gran parte il risultato di una serie di shock dell’offerta.

I salari devono recuperare il loro potere d’acquisto, ma senza creare una spirale prezzo-salario che comporterebbe, a sua volta, tassi di interesse ancora più elevati. Dobbiamo ridurre i prezzi dell’energia e offrire sostegno finanziario alle famiglie e alle imprese, soprattutto quelle più bisognose.  Il Consiglio europeo la scorsa settimana ha approvato la possibilità di imporre, di prendere in considerazione, un tetto massimo alle importazioni di gas russo. Questa misura limiterebbe l’aumento del tasso di inflazione, sosterrebbe il reddito disponibile e ridurrebbe i nostri flussi finanziari verso Mosca. Naturalmente, le discussioni sono ancora in corso e la strada da percorrere potrebbe essere lunga.

Vi sono anche ottime ragioni per l’impiego di trasferimenti pubblici diretti, destinati ai più poveri, pur mantenendo la sostenibilità delle finanze pubbliche. Responsabilità e solidarietà devono andare di pari passo, a livello nazionale ma anche europeo. In Italia abbiamo imposto una tassa inaspettata sui profitti eccessivi che le utilities hanno realizzato a causa dello shock energetico e abbiamo utilizzato le entrate per ridurre le bollette del gas e dell’elettricità per i più vulnerabili.

Nell’Unione Europea, dobbiamo considerare di replicare alcuni degli strumenti congiunti che ci hanno aiutato a riprenderci rapidamente dalla pandemia. SURE – il supporto temporaneo per mitigare i rischi di disoccupazione in un’emergenza – ha fornito prestiti economici e stabili agli stati membri dell’Unione europea in modo che potessero salvare posti di lavoro e sostenere i redditi. Uno strumento simile, questa volta mirato all’energia, potrebbe garantire ai paesi vulnerabili più spazio per aiutare i propri cittadini in un momento di crisi. Rafforzerebbe il sostegno popolare al nostro sforzo sanzionatorio congiunto e contribuirebbe a preservare la stabilità finanziaria in tutta l’area dell’euro.

La risposta alla crisi derivante dall’invasione dell’Ucraina non deve, tuttavia, distrarci dalle politiche a lungo termine che andranno a beneficio delle generazioni future. Il Covid-19 ha messo in luce le fragilità dei nostri sistemi sanitari. Vogliamo stimolare gli investimenti e rendere il mondo più preparato per future pandemie. Accelerare la transizione energetica è essenziale per passare a un modello di crescita più sostenibile e, allo stesso tempo, ridurre la nostra dipendenza dalla Russia. Dobbiamo facilitare l’espansione delle energie rinnovabili – sia nei paesi ad alto che a basso reddito – e promuovere ulteriormente la ricerca e lo sviluppo di nuove soluzioni energetiche pulite. Ciò significa, ad esempio, rafforzare la nostra architettura a idrogeno verde, aumentare l’efficienza, sviluppare reti intelligenti e resilienti.  

Questa emergenza non è, e non dovrebbe essere, una scusa per tradire i nostri obiettivi climatici, ma un motivo per raddoppiare i nostri sforzi. Dalla sua creazione più di 60 anni fa, l’OCSE ha svolto un ruolo fondamentale nella promozione di politiche che promuovono la crescita e l’occupazione e nel facilitarne l’adozione tra i suoi Stati membri. In questo momento difficile per l’economia mondiale, il tuo ruolo è più importante che mai.

 

OSCE – Per saperne di più

https://www.osce.org/it/participating-states

Scuola 4.0 con i fondi del Pnrr: digitalizzazione, nuove forme di reclutamento e aggiornamento del personale.

Il timore è che nuova burocrazia si aggiunga a quella esistente, che la formazione sia teorica ed affidata e sedicenti esperti a loro volta non validati, che manchi il necessario controllo tecnico ed esperto interno al sistema che rischia di alimentare l’esistente deriva autoreferenziale. Il Ministero dell’istruzione anzichè snellire la burocrazia interna aggiunge un tassello ai propri apparati mentre la scuola dell’autonomia rischia di trasformarsi in un gigantesco progettificio senza strumenti di verifica terza. Non bastano Indire ed INVALSI, servono figure interne al sistema per un controllo della qualità e per la promozione del merito certificato.b E una severa semplificazione delle procedure burocratiche: la burocrazia sta divorando la scuola e spegnendo ogni buona motivazione.

La relazione del sottosegretario alla Presidenza Roberto Garofoli  al Consiglio dei Ministri del 26 maggio u.s. ha fatto cenno ad alcune piste su cui intende muoversi il Governo per presentare un modello di scuola definito 4.0, in linea con il Decreto Legge PNRR/2- bis pubblicato sulla GU n.°100 del 30/4 e ora in discussione alle Camere, per aderire alle richieste dell’U.E. di innovazione del sistema formativo e per consentire l’accesso ai finanziamenti europei del Recovery Fund- Next generation EU. Ambiziosamente la relazione aggiorna gli obiettivi di giugno per il piano di trasformazione del Paese, in tutto 30 di cui 18 definiti “conseguiti” e riguarda tutti i Ministeri: sullo sfondo la riconversione ecologica e il piano di trasformazione digitale della P.A. 

In materia di istruzione, con il citato Decreto Legge è stata riformata la carriera dei docenti con la definizione di nuovi sistemi di reclutamento e di formazione. Si prevede inoltre un Decreto ministeriale per l’adozione del piano Scuola 4.0 al fine di favorire la transizione digitale del sistema scolastico italiano per creare scuole innovative, nuove aule didattiche e laboratori, partendo dalla trasformazione di 100.000 classi in ambienti di apprendimento innovativi e alla creazione di laboratori per le nuove professioni digitali in tutte le scuole del II ciclo.

Dopo due anni di pandemia e di DaD a singhiozzo, il travaglio subito dalla totalità degli istituti tra norme, prescrizioni, divieti, profilassi, contagi, mascherine e banchi a rotelle finiti al macero ci si sarebbe accontentati di qualche solida rassicurazione sulla ripartenza a settembre dell’anno scolastico 2022/23 che inevitabilmente dovrà fare i conti con i problemi di sempre: carenze di organici, ritardi nelle nomine, classi pollaio, disabili senza sostegno,  crescente doppia burocrazia sommando quella delle circolari ministeriali a quella dei progettifici della scuola dell’autonomia. Si profila invece la nascita di un nuovo organismo nella pletora soffocante di quelli esistenti: la “Scuola di alta formazione e formazione continua”, che affiancherà le Direzioni generali e i Dipartimenti esistenti, dovrà coordinarsi con le scuole del territorio e si avvarrà della consulenza di INDIRE e INVALSI. 

La solita ricetta italiana in stile burocratese e dai molti ingredienti agrodolci che istituisce nuovi centri decisionali anziché semplificare e razionalizzare quelli esistenti. Con tanto di Presidente, segretario generale, comitato di indirizzo e comitato scientifico internazionale. La Scuola di alta formazione dovrebbe occuparsi della formazione iniziale, in itinere e permanente del personale scolastico, attuata in via previsionale attraverso corsi a distanza, webinar, piattaforme zoom affidate ad Enti esterni di sedicenti esperti i quali dovranno aggiornare chi lavora nella scuola senza tuttavia aver passato essi stessi il vaglio di una verifica richiesta solitamente ai formatori. 

Si profila un guazzabuglio di dimensioni bibliche tra corsi di ogni tipo, attestati rilasciati al termine di lezioni teoriche a distanza, quiz e test finali di valutazione, secondo direttive generali della istituenda Scuola nazionale, da declinarsi negli accordi che i singoli istituti negozieranno con gli Enti e le Istituzioni del territorio: insomma di tutto e di più. Occorrerà un solido paracadute all’utenza dei corsisti per calare il profluvio di schemi teorici, diagrammi di flusso, sigle, acronimi, immancabili anglicismi nella propria realtà scolastica quotidiana. Non è chiaro a chi sarà affidato il controllo e la verifica dell’efficienza-efficacia di questo apparato faraonico e complesso, dentro il concetto di “produttività del pubblico servizio scolastico” : una volta nelle scuole giravano gli ispettori, ora sono una razza in via di estinzione, dopo che qualche Ministro ha cominciato a ridimensionare quelli che avevano vinto il concorso di accesso alla funzione ispettiva, per sostituirli con ‘yes man’ di provata fede, nominati con lo spoil system. 

La qualità è facile a decantarsi, molti sono i modi per attribuirsela in modo autoreferenziale e renderla competitiva in un sistema dove si incrociano le gerarchie della burocrazia ministeriale nei suoi cascami autarchici (direzioni regionali ed ex Provveditorati che cambiano nome ogni anno) e input innovativi generati dai singoli istituti. Ma appare chiaro che se manca un organismo interno ed esperto di controllo tecnico tutto diventa aleatorio e indimostrabile: infatti la burocrazia paralizzante e l’innovazione generata dall’applicazione di teoremi indimostrati producono una babele progettuale ingestibile e spesso fine a se stessa. I riscontri si hanno poi quando, terminati gli studi, gli studenti impattano con le competenze richieste dal mondo del lavoro. Un vecchio cruccio del Presidente CENSIS Giuseppe De Rita che vale la pena di riprendere in considerazione, visti i risultati impalpabili di questa “scuola delle parole”.

Tutto questo palinsesto organizzativo gigantesco che dovrebbe gestire la formazione iniziale e l’aggiornamento in servizio finisce per generare un tipo di cultura pedagogica senza previsione di riscontri. I disastri che produce questo “sistema” (in atto da anni) li abbiamo letti nel Rapporto di Save the Children che segnala che uno studente su due al termine della scuola secondaria di primo grado (ex scuola media) non è in grado di comprendere ciò che legge. E questo è un bel guaio per la scuola ma anche per le famiglie: a chi devono rivolgersi per chiedere lumi e spiegazioni su questo fallimento scolastico se tutto l’apparato del sistema formativo è blindato nella difesa di se stesso? 

C’è poi la questione del reclutamento del personale (docenti e ATA): il 30 maggio u.s. i principali sindacati nazionali avevano indetto uno sciopero su questo aspetto. Essi vorrebbero il ripristino di “corridoi” di ingresso a latere della via concorsuale, l’unica che permette una selezione degna di questo nome. E’ noto che  nelle commissioni di concorso per l’accesso ai ruoli scolastici si correggono temi con decine di errori di ortografia, sintattici e grammaticali e si ascoltano prove orali ai limiti della licenza elementare. Se vogliamo che la scuola torni ad essere una cosa seria dobbiamo asciugare le lacrime di chi vorrebbe accessi ope legis per sola anzianità di precariato: anche i sindacati dovrebbero adoperarsi per fare in modo che coloro che siedono in cattedra non chiedano impegno e sacrifici nello studio ai propri alunni senza prima aver applicato a se stessi questa raccomandazione.

Le nuove modalità di reclutamento del personale della scuola previste nel PNRR sembrano perseguire la via più selettiva delle prove concorsuali anche se appare farraginoso il complesso sistema dei crediti formativi.

Si sta discutendo contestualmente in via parallela sul rinnovo contrattuale di docenti e ATA: l’ultimo contratto nazionale risale al biennio 2016/18. Si ipotizza un aumento medio mensile di 50 euro netti che francamente rendono un castello di carte tutto il pregresso discorso sulla immaginifica scuola d’eccellenza, tanto è umiliante il corrispettivo economico offerto.

Vale la pena di ricordare che l’OCSE non segnala solo i ritardi del sistema scolastico italiano ma anche (insieme ad altre istituzioni) il fatto che il nostro personale della scuola sia il peggio retribuito d’Europa. Francamente una vergogna che si protrae da anni, da quando si descriveva retoricamente la professione docente “una missione”. Questo vulnus va colmato riconoscendo agli insegnanti il ruolo sociale che svolgono: la formazione delle nuove generazioni su cui si basa il futuro del Paese. Va stabilita una retribuzione dignitosa e aderente agli standard dei Paesi più civili: da sempre i professionisti della scuola italiana non ricevono un trattamento retributivo adeguato e questo vulnus va considerato quando si parla dei requisiti che si postulano per la scuola 4.0. A quasi mezzo secolo dai ‘Decreti Delegati’ ci si aspetta una verifica seria per un salto di qualità certificata.

La questione del grano

La stragrande maggioranza della popolazione si nutre di grano. A parte gli americani e gli europei, il resto dell’umanità vive di cereali. Le popolazioni più povere non hanno altra fonte alimentare. Sapere che i bambini africani moriranno di fame e vi sarà una carestia a causa di ciò che capita nel centro Europa, è un fatto che merita il giudizio più esecrabile.

Abbiamo ormai capito che ogni angolo del pianeta è interconnesso con tutti gli altri. Se qualcosa non va bene in Australia, non preoccupatevi, gli effetti cadranno anche sulla nostra testa.

Non voglio fare altri esempi, perché avete sicuramente l’immaginazione per capirne a sufficienza. 

Fino a quando si trasferiscono le armi da un Paese all’altro, nel corso di un conflitto, sembra del tutto normale. E normale è. Anzi, in genere, i conflitti scoppiano dopo che già si sono trasferite le armi. E fin qui, tutto normale. 

Altra cosa è invece la questione del grano. Il grano è la fonte energetica più importante per l’umanità. Più di quanto lo sia la carne. La stragrande maggioranza della popolazione si nutre di grano. Lasciate perdere gli americani e gli europei, il resto dell’umanità vive di cereali. Le popolazioni più povere non hanno altra fonte alimentare. Questo conflitto ha interrotto il flusso di questa fondamentale fonte alimentare per buona parte dell’Africa e per altri Paesi poveri. 

Sono giorni che tra Ucraina e Russia discutono su questo delicatissimo tema. Mediatrice la Turchia. Si assiste ad uno stallo pericoloso. Non si può trasportare il grano via ferrovia, l’unico sistema è quello navale. Purtroppo, e capisco questo atteggiamento, gli uni non si fidano degli altri. I Russi garantiscono che sminando il mare antistante Odessa non ne approfitteranno per attaccare quella fondamentale città; gli Ucraini sono perplessi perché temono che quella promessa non sia rispettata.

E così tutto rimane sospeso. Con danni irreparabili sul fronte alimentare e su quello economico. Non dovessero sbloccare questa surreale condizione, cadrebbe in una imperdonabile mancanza di aiuto verso il mondo che ha realmente fame. 

In parallelo a questo, è ancora incendiato il fronte sul Donbass e le cose purtroppo, sembrano destinate a protrarsi ancora per parecchio tempo.

Sapendo che quest’ultimo fatto, pur restando un terribile inferno, è meno grave di quello relativo al commento che ho fatto in precedenza, sapere che i bambini africani moriranno di fame e vi sarà una carestia a causa di ciò che capita nel centro Europa, è un fatto che merita il giudizio più esecrabile che l’uomo possa fare.

 

Non decolla la cooperazione tra Ue e Taiwan sui microchip (Asia News)

Il colosso taiwanese Tsmc non ha piani per aprire stabilimenti di produzione in Europa. Per il dialogo sui semiconduttori, l’Unione rischia di incrinare i rapporti con la Cina. Parlamentare slovacco: ho la sensazione che il mio Paese e Taipei siano interessati a progetti per fabbricare chip in Slovacchia. Cresce il fronte europeo che chiede l’uscita dei Paesi Ue dal Forum 16+1, promosso da Pechino.  

Emanuele Scimia

Fatica a decollare la cooperazione tecnologica tra Unione europea e Taiwan, e questo nonostante le recenti aperture reciproche. Ieri Taiwan Semiconductor Manufacturing Company Ltd (Tsmc), il primo produttore mondiale di microchip, ha dichiarato di non avere piani concreti per stabilire centri di produzione in Europa.

Più dell’invasione russa dell’Ucraina, e i timori che la Cina possa fare lo stesso con Taiwan, è la collaborazione sui microchip che ha spinto l’Unione a rafforzare il dialogo con Taipei a costo di incrinare i rapporti con Pechino.

Con il suo Chips Act, annunciato in febbraio, la Ue ha lanciato un piano per raccogliere 43 miliardi di euro in investimenti pubblici e privati per rispondere a ogni futura interruzione della catena di approvvigionamento nel settore. I microchip, soprattutto quelli più avanzati fabbricati dai taiwanesi, sono componenti essenziali per tutti i prodotti che funzionano con l’ausilio della tecnologia. Dal 2020 la scarsità di semiconduttori – dovuta all’alta domanda di apparecchi tecnologici generata dalla pandemia – ha creato problemi per la produzione di molti beni, come le automobili.

Negli ultimi mesi gli europei hanno incoraggiato le compagnie taiwanesi a produrre direttamente in Europa. Il presidente di Tsmc, Mark Liu, ha detto che l’azienda non ha ancora abbastanza acquirenti nel Vecchio continente per giustificare un simile investimento. Tra le nazioni candidate a ospitare la produzione di Tsmc vi è la Germania. A marzo il ministero taiwanese degli Esteri ha inviato invece propri esperti in Lituania, Repubblica Ceca e Slovacchia per valutare il potenziale delle locali industrie hi-tech.

La prospettiva di vedere microchip “made in Taiwan” prodotti nella Ue rimane lontana, come si intuisce anche dagli esiti dell’annuale dialogo su commercio e investimenti tra Taipei e l’Unione, tenutosi il 2 giugno. Nel suo comunicato finale, la Ue afferma che le due parti sono pronte a lavorare insieme per “monitorare” la filiera commerciale dei semiconduttori.

Il risultato è certo al di sotto delle aspettative, tenuto conto anche che Tsmc sta spendendo 11,2 miliardi di euro per costruire stabilimenti di produzione negli Usa e sta ultimando una fabbrica in Giappone insieme al gruppo Sony.

Peter Osuský, capo del gruppo di amicizia con Taiwan del Parlamento slovacco, dà una conferma indiretta dell’attuale ritrosia taiwanese a investire nella produzione europea di microchip. Il parlamentare fa parte di una delegazione ufficiale del suo Paese che in questi giorni si trova sull’isola. Sulla possibilità che Bratislava e Taipei stiano discutendo possibili investimenti produttivi in Slovacchia nel campo dei chip, Osuský ha dichiarato ad AsiaNews che il ministero slovacco dell’Economia “è pronto a sostenere i passi necessari”, aggiungendo di “avere la sensazione che entrambe le parti siano interessate”.

Con l’avvicinamento a Taiwan la Ue si gioca molto in termini di rapporti con la Cina. Per Pechino, l’isola è una “provincia ribelle”, da riconquistare anche con l’uso della forza se necessario. In un’intervista pubblicata nei giorni scorsi da Nikkei Asia, il ministro lituano degli Esteri Gabrielius Landsbergis ha chiesto ai rimanenti 11 Paesi Ue del 16+1, il forum informale che riunisce la Cina e 16 Stati dell’Europa centrale, orientale e meridionale, di uscire dal gruppo.

Il 16+1, abbandonato dalla Lituania nel maggio 2021, è da tempo nel mirino dell’Unione, che lo considera uno strumento della Cina per dividere il blocco europeo, spingendo alcuni Stati membri ad allinearsi alle posizioni cinesi. Secondo Landsbergis, il format guidato da Pechino non ha portato alcun beneficio ai partecipanti europei, un giudizio condiviso di recente dal suo omologo ceco Jan Lipavský. Osuský è sulla stessa lunghezza d’onda. La sua opinione è che la Slovacchia debba ridurre in modo graduale la sua cooperazione nel 16+1, per arrivare alla sua completa uscita.

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Il Copasir mette sotto la sua lente la disinformazione russa in Italia.

Ad ogni buon conto, ci si chiede perché sia stato necessario attendere l’emergere del sospetto circa l’esistenza di una rete di disinformazione sistematica, orchestrata ad arte da una regia occulta, se proprio il Presidente del Copasir ha riferito che questa campagna di infiltrazione è in atto in Italia da almeno 10 anni.

Se l’informazione è oggi annoverata tra i poteri forti in quanto capace di orientare notizie, decisioni, idee e opinioni a livello politico, economico e sociale, la disinformazione ne diventa inesorabilmente il correlato speculare negativo, esprimendo una pericolosità incalcolabile: lo è in via generale, ancor più se la consideriamo come metodo di propaganda e di mistificazione della realtà che la Russia di Putin ha adottato in occasione della guerra in Ucraina. A cominciare dalla stessa definizione di “operazione militare speciale”, per diramarsi come i tentacoli di un polipo nella campagna di infiltrazione nei mezzi di comunicazione di altri Paesi. Se ne è accorto il Copasir che – dopo aver posto recentemente il problema – sembra adesso ufficializzare le sue preoccupazioni attraverso un’intervista rilasciata a Repubblica dal suo Presidente Sen. Adolfo Urso.  

La macchina di disinformazione è attiva da almeno dieci anni, peraltro è un elemento fondamentale della cosiddetta dottrina Gerasimov resa pubblica nel 2013, a ridosso della prima invasione russa dell’Ucraina”. Secondo il presidente del COPASIR la macchina della disinformazione russa ha seguito l’agenda politica interna e internazionale, scandendo tempi e opinioni….Oggi è più forte che mai”… “Ha agito con efficacia durante la pandemia, come abbiano denunciato in un documento del maggio 2020, ovviamente è in campo ancor più oggi nel tentativo di condizionare le nostre scelte che sono fondamentali per la tenuta della difesa occidentale. Dobbiamo esserne consapevoli per aumentare la resilienza del Paese”. Infine il presidente del Copasir ha spiegato: “È stato notato che gli stessi social che propagavano notizie sulla inefficacia dei nostri vaccini a fronte del magico Sputnik hanno trasformato la loro ragion d’essere, nella stessa notte, nel difendere le ragioni del Cremlino sulla invasione dell’Ucraina. È bastato girare una chiave o se lei preferisce modificare l’algoritmo”. 

Questo spiega perchè in Italia ci sia chi pilota una strategia fondata sull’equidistanza tra aggressori e aggrediti o peggio a ribaltare gli eventi, addebitando all’Ucraina, alla NATO e al mondo occidentale la causa del conflitto. La negazione delle evidenze si esprime attraverso le fonti di propaganda russa: Tv e giornali di Stato sono una macchina da guerra parallela non meno efficace di quella che ha invaso un paese sovrano, radendo al suolo intere città e massacrando civili inermi, poiché questi fatti sono narrati come difesa alle provocazioni degli USA, dell’Europa, dell’Alleanza Atlantica. La mistificazione della realtà è affidata a professionisti della propaganda – si pensi a Solovyov o a Kiselyov, la mente di Rossiya Segodnya-  crea una patina che intorbidisce il vero e si sovrappone ai fatti raccontandoli in modo diametralmente opposto. Il popolo russo è unilateralmente soggiogato dai media del regime che creano un sistema di informazione blindato e totalmente asservito allo Zar. Alcuni giornalisti di TV italiane hanno avviato tentativi di interlocuzione con il potere politico e mediatico del regime per un chiarimento che aprisse almeno ad una tregua ma sono miseramente falliti : si pensi all’intervista di Brindisi a Lavrov o al viaggio di Giletti a Mosca che sperava in un confronto con la sua portavoce Zacharova.

La stampa italiana non solo è stata ridicolizzata ma accusata di una campagna di informazione anti-Russia. Il mondo dell’informazione pilotato dal Cremlino è impenetrabile e inscalfibile ma ci si domanda se valga la pena di continuare su questa strada che svende al regime russo la dignità dei media, della politica e del nostro Paese. Lo stile interlocutorio, ossequioso delle domande regolarmente inevase o aggirate ha dato l’impressione di un cedimento che in altri Paesi dell’U.E per non parlare degli USA non c’è stato. E anzi ha inoculato il sospetto che molte altre comparsate televisive di personaggi equivoci della “pseudo-cultura democratica” che hanno messo in dubbio i massacri e gli orrori dell’aggressione unilaterale russa, rientrino nel copione tutto da chiarire su cui il Copasir avrebbe deciso di squarciare il velo. 

Ci si chiede perché si sia attesa l’evidenza della pessima figura e il sospetto di una rete di disinformazione sistematica orchestrata ad arte da una regia occulta se proprio il Presidente del Copasir ha riferito che questa campagna di infiltrazione è in atto in Italia da almeno 10 anni, al netto dei nomi ipotizzati dal Corriere della Sera su cui occorre indagare fino in fondo. L’Italia ha dimostrato di essere l’anello debole dell’informazione sulle notizie della guerra e le loro fantasiose rievocazioni e si è persino attirata le ire del Cremlino che ha accusato “noi” di essere i mentitori seriali che screditano la Russia e le montano contro una campagna di odio. Basterebbe riflettere sulle parole senza freni  di Dmitrij Medvedev, predecessore di Putin : “Odio gli occidentali, voglio farli sparire. Una minaccia dura e terribile che sicuramente l’informazione russa riuscirà a ribaltare: solo parole di difesa per annientare l’aggressione totale dell’Occidente. Vediamo se qualche altro  giornalista italiano, spinto dai politici del disarmo e del pacifismo, pronti a svendere l’Italia e la sua dignità a buon mercato,  busserà alla sua porta per chiedere umilmente, se concessa, qualche spiegazione. O per domandare direttamente scusa della nostra educata arrendevolezza.                         

La narrazione di Renzi. “Voglio giocare a centrocampo – dice il leader di Italia Viva – e non più nel ruolo di centravanti”.

Occorre avere coraggio – ed è giunto anche il momento – per scomporre e ricomporre il quadro politico italiano di fronte ad un “bipolarismo selvaggio” che ormai regge solo ed esclusivamente attorno al tentativo di affastellare due cartelli elettorali che contengono al proprio interno prospettive politiche diverse e, addirittura, opzioni programmatiche alternative.

Ho assistito martedì sera a Torino alla presentazione dell’ultimo libro di Matteo Renzi, “Il mostro”. Una serata piacevole e anche abbastanza partecipata dove sono emersi spunti politici di rilievo e significativi in vista, soprattutto, del futuro quadro politico ed istituzionale che si sta aprendo nel nostro paese.

Ora, al di là della lunga riflessione alle vicende personali – e giudiziarie – che hanno coinvolto il leader di Italia Viva e la sua famiglia nei mesi e negli anni scorsi a cui l’autore ha dedicato buona parte della sua presentazione e di cui il libro contiene alcuni capitoli, quello su cui vale la pensa soffermarsi è la parte che Renzi dedica alla prospettiva politica e al futuro della cultura e della prassi riformista nel nostro paese. E, su questo versante, al netto delle modalità concrete della trasmissione del suo messaggio – sempre molto personalizzato e anche simpaticamente spettacolare – la novità è quella di dar vita ad un polo autenticamente riformista e democratico alternativo tanto al populismo quanto al sovranismo. Una proposta, questa, che merita rispetto e che incrocia la proposta di altri partiti e movimenti politici che sono e restano estranei al populismo grillino da un lato, benedetto ed apprezzato dal nuovo corso del Partito democratico, e al sovranismo di marca leghista dall’altro. 

Un progetto che, adesso, deve tradursi però in una iniziativa politica concreta non solo per il bene dei partiti e dei movimenti protagonisti di questa scommessa ma anche, e soprattutto, per la qualità della nostra democrazia, l’efficacia dell’azione di governo e la stessa credibilità delle nostre istituzioni democratiche. Ma Renzi ha aggiunto un particolare non indifferente su questo versante. E cioè, non intende essere il leader indiscusso – o, peggio ancora, il “capo” – di questa nuova e futura formazione politica. O meglio, di questa futura “federazione”, per dirla con Clemente Mastella, segretario nazionale di “Noi Di Centro”. “Voglio giocare a centrocampo e non più nel ruolo di centravanti”, ha detto Renzi parlando di questa formazione politica che deve riunificare tutti coloro, lo ripeto, che non si riconoscono nella deriva populista o sovranista. E, ha aggiunto, senza porre pregiudiziali di sorta nei confronti di chicchessia.

Questa, credo, è la vera sfida e la vera scommessa politica dei prossimi mesi. È inutile girare attorno all’ostacolo. Occorre avere coraggio ed è giunto anche il momento per scomporre e ricomporre il quadro politico italiano di fronte ad un “bipolarismo selvaggio” che ormai regge solo ed esclusivamente attorno al tentativo di affastellare due cartelli elettorali che contengono al proprio interno prospettive politiche diverse e, addirittura, opzioni programmatiche alternative. È di tutta evidenza che si tratta di un quadro in rapida evoluzione e la determinazione di Renzi, come di altri leader del campo del futuro Centro, sarà decisiva ai fini di rafforzare un progetto e un campo politico ad oggi sostanzialmente inesistente. 

Un Centro, cioè, che sia in grado di declinare realisticamente una “politica di centro” funzionale all’obiettivo di perseguire una ricetta riformista, democratica e di impianto costituzionale rendendo la politica, finalmente, protagonista contro la tentazione populista e la degenerazione sovranista. Insomma, ci troviamo di fronte, almeno così pare, ad un “nuovo Renzi” che intende partecipare attivamente e costruttivamente alla costruzione di una stagione politica in vista delle prossime elezioni generali del 2023. E della cosa non possiamo che rallegrarci.

Se non si è più padroni del proprio consenso. A colloquio con il massmediologo Derrick de Kerckhove (L’Osservatore Romano).

Viviamo un difficilissimo periodo storico di cerniera. «Un altro sconvolgente e stimolante Medio Evo», dice de Kerckhove: l’Intelligenza Artificiale (IA) pone gravi questioni etiche. «La questione etica – precisa — sta nella possibilità che sparisca la motivazione etica che è garante della nostra autonomia psicologica e anche politica, perché viene meno la fonte del nostro comportamento etico: il senso di vergogna o colpevolezza che ci spinge verso alcune scelte o decisioni piuttosto che ad altre».

Fausta Speranza

Si trovano nella tradizione umanistica e cristiana i soli anticorpi utili per riconciliare l’automatismo digitale con l’individualità della persona. Ad affermarlo dal Canada è il più quotato massmediologo al mondo, Derrick de Kerckhove, erede di Marshall McLuhan. Lo incontriamo e, con il suo sorriso cordialissimo e per nulla professorale, ci dice: «L’umanità è veramente in pericolo, non ci sono solo le guerre e i cambiamenti climatici, c’è il rischio di ritrovarsi non più padroni del proprio consenso». Una possibilità: «Riscopriamo il valore di vergogna e colpa».

L’automatizzazione e le sue «magnifiche sorti e progressive» — per dirla con Leopardi — più o meno si conoscono: algoritmi che ci raggiungono in base a studi di mercato, notizie scritte da pc, sistemi di software che offrono pseudo relazioni con persone scomparse. La macchina non conosce, né ricorda nessuno, né inventa nulla, ma elabora dati e modelli statistici acquisiti. Il punto sono le incognite, di cui parliamo con lo studioso nato in Belgio, naturalizzato canadese, ora direttore scientifico dell’Osservatorio TuttiMedia e MediaDuemila.

L’orizzonte della cosiddetta Intelligenza Artificiale (Ia) sembrava essersi allargato in modo prodigioso quando Microsoft nel 2020 ha annunciato il programma Generative Pre-trained Transformer-3 (Gpt-3) definito modello di linguaggio, in grado di immagazzinare 175 miliardi di parametri. Ma le sorti sono tanto velocemente progressive che da Pechino hanno presentato poco dopo un prototipo in grado di contenere ed elaborare 175 trilioni di parametri. L’assonanza di numero ben richiama il livello di competitività in campo. Il processo è ineluttabile. Viviamo un difficilissimo periodo storico di cerniera. «Un altro sconvolgente e stimolante Medio Evo», dice de Kerckhove che chiede innanzitutto fantasia nei termini: l’Ia, così denominata, «inganna sui rischi». Si parla di human enhancement, una sorta di “rinforzo” delle potenzialità dell’uomo, attraverso l’emulazione di funzioni del cervello umano come osservazione e riconoscimento, ma anche previsione e forse prescrizione. È evidente che pone gravi questioni etiche.

Duplicando digitalmente tutte le realtà umane fino al cosiddetto metaverso — sottolinea lo studioso — si arriva al “gemello digitale” dell’uomo e alla esternalizzazione delle nostre facoltà cognitive: «Non solo la memoria e il giudizio ma anche la coscienza fonte di auto-determinazione». La questione etica – precisa — sta nella possibilità che sparisca la motivazione etica che è garante della nostra autonomia psicologica e anche politica, perché viene meno la fonte del nostro comportamento etico: il senso di vergogna o colpevolezza che ci spinge verso alcune scelte o decisioni piuttosto che ad altre». C’è il rischio di una crisi epistemologica senza precedenti: perdita di significato, perdita del potere del discorso e della deliberazione cosciente. «Al modello di Ia si chiederà di determinare il consenso», che «significherà perdere la prospettiva di intesa, di accordo, così come lo concepiamo». Non potremo più dire creare consenso — avverte — ma dovremo dire «forzare il consenso» a partire da conclusioni tratte da Big Data e Data Analytics. «La crisi di significato e l’esternalizzazione del giudizio e della memoria predispongono a credere a fake news, ad aderire a posizioni estreme» se questo è quello che elaborano le macchine. E de Kerckhove aggiunge: «La trasformazione digitale sradica le persone in tutto il mondo dalle loro basi tradizionali e esperienze familiari, le rende “avatar” di se stesse tanto che tutti gli standard e le convenzioni identitarie, sociali, politiche, sessuali sono in discussione».

Con un’espressione del viso intelligentemente umanissima, de Kerckhove ci raccomanda di non dimenticare il valore profondissimo del concetto di “colpa” cristianamente inteso. «C’è la ricchezza di un’esperienza di individualità di giudizio e di responsabilità che — ribadisce — rappresentano l’opposto della esternalizzazione che impone il digitale». Un patrimonio che lo studioso vede «ancora conservato al meglio in Europa e in grado di fare la differenza». Ci racconta che McLuhan, credente e dichiaratamente cattolico, amava ripetere che Cristo non a caso si è incarnato dopo l’avvento dell’alfabeto: la scrittura, rivoluzione mediatica del tempo, sarebbe servita a interiorizzare la conoscenza e creare la coscienza. «Cristo rappresenta la persona individuale e il nuovo ordine sociale e psicologico che ne deriva parte dal riconoscimento della propria coscienza interiore, da un disagio privato e non pubblico come la vergogna». La responsabilità è dentro la persona e verso la persona e questo — precisa — deve aiutarci a comprendere l’urgenza di opporsi all’etica esteriorizzata. La sfida è formulare un nuovo accordo globale, una nuova coesione sociale per difendere valori come l’interiorità, il senso della conoscenza, la democrazia».

Fonte: L’Osservatore Romano, 8 giugno 2022

Ancora sul Centro politico

Ma veramente nei prossimi anni avremo bisogno di una forza politica di centro?

Prendo lo spunto dai due ultimi articoli sul cosiddetto Centro politico, comparsi su questo blog: uno di Giorgio Merlo,  l’altro di  Ettore Bonalberti. Non è la prima volta che trattano questo tema. E non sono i soli a battere questo chiodo. Devo per correttezza aggiungere che la loro caparbia (e lodevole) insistenza sulla nascita o ri-nascita di una forza politico-partitica di centro mi affascina. La considero onesta, anche se nell’anno del Signore 2022 e soprattutto per gli anni che verranno non la condivido. 

Nello stesso tempo mi sorprende non poco. Il fascino mi è provocato dalle loro rocciose certezze, senza spigoli, che prendono le mosse da un passato politico…centrista che appartiene anche a me. La sorpresa scaturisce dal fatto che ho da sempre fatta mia la lezione di don Luigi Sturzo che  nel suo “Del Metodo Sociologico” raccomandava – prima di prendere qualunque iniziativa politica o di proporre una  qualsiasi soluzione – di scrutare bene e studiare a fondo la “…societa in concreto” che si ha davanti. Ai nostri giorni, quella delle trasformazioni  epocali a partire  dal clima e dal riscaldamento globale; quella della transizione tecnologica, della forza lavoro digitale e del lavoro a distanza senza più la falce o il martello in mano, ma solo con un computer;  quella dei giovani disoccupati e con la valigia pronta; quella delle classi sociali salite sul discensore e delle vecchie e nuove povertà; quella delle inarrestabili emigrazioni e inevitabilmente multietnica.  E mi fermo.

Ora, ci saranno soluzioni  diverse – una di centro, una di sinistra e una di destra –  per affrontare e risolvere questi enormi  problemi epocali che ci coinvolgono tutti? Se il quesito è pertinente rimane allora il ragionevole dubbio che discutere sulla società teorica e astratta che ognuno di noi ha in mente o che desidera, dimenticando quella concreta in cui si vive e si vivrà insieme ai altri, trascina ad irrimediabili errori. Nel nostro caso riduce e semplifica la nascita di un partito di  centro ad un paio di sole e uniche giustificazioni:  legge proporzionale e astensionismo. 

Conservo ancora due piccoli libretti editi da “Reset”, che in questi ultimi anni ho riletto e sfogliato spesso, a proposito del dibattito su centro, sinistra e destra. Uno del 1995 di Augusto Del Noce e Norberto Bobbio dal titolo “Centrismo vocazione o condanna”; l’altro del 1999 di Gerard Grunberg su “Socialismo europeo si o no?”. Bobbio dialogando a distanza di tempo con Del Noce e pur credendo in una differenza di valori tra destra e sinistra, da lui tuttavia  definite in modo diverso, ha fatto capire che un centro politico è stato necessario alla fine del secondo dopoguerra solo  perché in presenza di un antifascismo comunista e di  un fascismo nazionalista in quegli anni vivi e vegeti. Mentre Grunberg si è addirittura avventurato sulla inevitabile crisi delle nozioni  di destra e sinistra,  dal momento che i valori storici e le richieste della sinistra, ormai sono stati fatti propri da una destra sociale e  liberale. 

La bella introduzione di Lorella Cedroni al libro di Del Noce e Bobbio sintetizza molto bene i motivi ‘centristi’ del filosofo cattolico – formato su Maritain e amico di Dossetti – uniti tuttavia a una sua certezza per i tempi scandalosa: “…la necessità di una ‘politica di centro’ per l’Italia  post-fascista, il superamento dell’antifascismo, e la convinzione che il partito comunista di Togliatti, sarebbe prima o poi diventato democratico”. Sotto questo ultimo aspetto è stato però  Grunberg ad essere più  chiaro. 

Una volta constatato che destra e sinistra giustificano i sistemi parlamentari, e una volta che la sinistra ha accettato “(….) di governare nel quadro dell’economia di mercato, e ancora di più…di non mettere in discussione questo sistema…il conflitto tra sinistra e destra che costituiva l’essenza del gioco politico, non metteva più  in discussione il contesto istituzionale né il contesto economico, né quei valori universalistici in base ai quali i nemici diventavano degli avversari, ma  a volte anche dei partner…”. E concludeva suggerendo alla sinistra di  rinunciare al suo richiamo di classe, per diventare una concorrente della destra in modo di “…conquistare i suffragi dei grandi gruppi sociali…in particolare del ceto medio”.  

Andiamo ora a Merlo e Bonalberti. Evito di soffermarmi sulle attuali contrapposizioni – anche serie – del particolare momento storico che attraversiamo: vax e no-vax; euroatlantisti e filoputiniani; europeismo politico e sovranismo nazionalista; nordisti italiani e sudisti italiani; accoglienza e rifiuto dello straniero, ecc. Non sono tutte di destra o tutte di sinistra! Chiarendo che sono rimasto almeno contento che nell’ultimissimo  dibattito  sul centro, sia scomparso dal centro  l’aggettivo  cattolico sostituito da quello laico. E molto soddisfatto che non si parli di un ritorno della storica Dc, e che si accenni al  pluralismo. Confesso che con una crisi galoppante della fede e dei valori religiosi, con le chiese vuote e con  l’associazionismo cattolico storico in ritirata – fucina formativa e di selezione di ottima classe politica –  ho capito e giustificato il termine laico. 

Ma che – come ormai sostengono diversi studiosi –  con una omologazione ormai di fatto alle leggi del libero mercato, con l’accettazione di fatto della democrazia  rappresentativa parlamentare, e con la sparizione della rigida distinzione fra le classi sociali – tranne di quella al vertice (!) -, confesso dicevo, che non ho mai capito il significato esatto di  pluralismo politico e partitico dei nostri giorni, rimanendomi molto chiaro invece quello sociale e culturale. È un mio difetto.

Un nuovo centro politico laico auspicato,  che in ogni caso e qualunque esso sia, serva da quello che si legge ad essere alternativo alle attuali destre e sinistre italiane spesso indicate come luoghi di trasformismo. Se non come pericolose aggregazioni partitiche leniniste e fasciste,  antidemocratiche e antisistema, focolai del populismo imperante. Sarà!

In conclusione, devo per forza  aggiungere che rimango  in costante  compagnia di un forte convincimento immerso in un pizzico di realistica utopia. Quello cioè che il futuro, con tutte le sue ancora ignote sfide di cambiamenti radicali – già in parte alle nostre spalle – ci deve trovare il più possibile tutti uniti e tutti sulla “…stessa barca”, e non su barchette irrilevanti e deboli diverse solo per  comodità elettorali  e di lotta politica. Alla luce del fatto che le risposte politiche ( e partitiche), a cominciare dalla pace – …già la pace!… – non possono essere oggi molto diverse se la porta di accesso è rappresentata dall’eguaglianza e dalla dignità della persona, e se quella di uscita indica la tutela dei diritti umani. 

Un percorso bipolare per capirci. Che evita inutili, uguali e ripetuti frammenti, che fanno aumentare anziché diminuire il disorientamento dell’elettorato, indebolendo peraltro anche la governabilità. Il che a mio avviso non ha mai significato omologazione e pensiero unico, ma realistica presa di coscienza sul fatto che per il futuro iniziato occorrono “convergenze democratiche” e che le risposte da dare ai cambiamenti che ci attendono, non possono trovare soluzioni  fondamentalmente diverse. Un percorso bipolare che ci sottrae da quella polverizzazione dell’offerta partitica, ormai in tempo di affermata politica-spettacolo e di politica-social, nelle mani di solitari leader mediatici senza partito alle spalle,  e di influencer seduti 24 ore al computer.

Un’offerta politica e partitica capace alla fine di ricomporsi  attorno a un sano e ragionevole bipolarismo, che ha oggi superato anche la radicale divaricazione e alternativa tra destra e sinistra. Categorie oggi da ridefinire completamente, come affermano molti studiosi, cercando il più possibile di tenere sempre la barra dritta verso l’uguaglianza sorretta dalla libertà, da far prevalere sulle disuguaglianze sorrette dall’individualismo. Una direzione di marcia suggerita moltissimi anni fa da Norberto Bobbio e sempre attuale.

 

Venti di crisi sulla Gran Bretagna. Agli inglesi non rimane che appellarsi al motto nazionale: “God save the Queen”.

Mentre il governo di Londra sta cercando di “utilizzare” la guerra in Ucraina per acquisire un proprio ruolo internazionale di maggior rilievo, al proprio interno le minacce indipendentiste si sono amplificate come nessuno dei promotori di Brexit aveva immaginato. 

E così a conclusione delle giornate di celebrazione del lungo regno di Elisabetta nulla cambia a Londra. La regina guarda al futuro con ottimismo e riconfermata volontà di servizio al suo popolo. A Downing street rimane il controverso Primo Ministro Boris Johnson, sopravvissuto pur se ammaccato al tentativo di golpe interno al Partito Conservatore.  

In realtà molte sono le incertezze che avvolgono nella nebbia il futuro del Regno Unito. Le avvisaglie si sono palesate in più momenti, ultimo dei quali l’inedito risultato elettorale di un mese fa in Irlanda del Nord, dove per la prima volta il Sinn Fein (il partito cattolico che fu “braccio politico” dell’IRA) ha conquistato la maggioranza dei seggi a Stormont, il Parlamento di Belfast. L’obiettivo dichiarato dalla leader Michelle O’Neill è la secessione da Londra e la riunificazione con Dublino. Anche se durante la campagna elettorale l’accento è stato posto su temi di più immediata vicinanza ai problemi quotidiani della gente comune, dall’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità alle carenze del servizio sanitario nazionale.

L’onda lunga di Brexit dopo la Scozia ha raggiunto così anche il nord dell’isola verde. Una delle cause dell’inattesa sconfitta dello storico partito unionista e protestante, il DUP, è stata l’insistenza quasi “ideologica” con la quale si è battuto per abolire il “Protocollo” col quale la Gran Bretagna e l’Unione Europea hanno evitato di creare un confine interno fra Irlanda e Irlanda del Nord consentendo così a quest’ultima di rimanere in qualche modo ancorata alla UE e, così facendo, di non intaccare l’equilibrio sul quale vennero costruiti gli accordi del Venerdì Santo, che hanno garantito ad oggi 20 anni di pacificazione sull’isola. 

Brexit produrrà nel tempo effetti nefasti per il Regno Unito. Non solo dal punto di vista economico. Di più, li genererà sul fronte dell’unità nazionale del popolo britannico, che forse non solo per effettivo affetto (giustificato) nei confronti di Elisabetta ha mostrato anche in queste splendide giornate di festa il proprio legame con la sovrana. Attenzione, però: con la sovrana, non con la Casa Reale, ormai deturpata da troppi scandali e da troppe figure inadeguate se non indegne che solo la straordinaria capacità della Regina – ora da anziana, molto anziana signora viene pure aiutata da quella magnetica empatia che deriva proprio dall’età – ha salvato dall’ignominia, garantendo ancora prestigio all’istituzione monarchica quale simbolo di unità di Britannia. Ma senza di lei durerà? Senza il suo prestigio e il suo carisma difficilmente il Regno potrebbe sopravvivere alla spinta secessionista a quel punto fortissima di Scozia e Nord Irlanda.

A Edimburgo la spinta politica per ottenere un nuovo referendum secessionista, che certamente Johnson non concederà, sta ciò nondimeno intensificandosi, e con essa quella popolare. Ora quanto verificatosi a Belfast non potrà che accentuarla. Si ricorderà che Scozia e Irlanda del Nord nel 2016 votarono a larga maggioranza per il Remain e in questi anni i cittadini non hanno certo cambiato idea. E così, mentre il governo di Londra sta cercando di “utilizzare” la guerra in Ucraina per acquisire un proprio ruolo internazionale di maggior rilievo nonché di efficiente supporto agli Stati Uniti nel nome della vecchia “special relationship”, al proprio interno le minacce indipendentiste si sono amplificate come nessuno dei promotori di Brexit aveva immaginato ma come invece era sin troppo facile prevedere. Agli inglesi non resta, allora, che invocare lunga vita ad Elisabetta. God save the Queen, davvero.

La Nato non dimentichi il fianco sud. La linea di Guerini in vista di Madrid (formiche.net).

Al prossimo vertice della Nato, l’Italia sosterrà il potenziamento dell’architettura di deterrenza alleata sul fianco est, ma spingerà anche per mantenere alta l’attenzione sul fianco meridionale, un’area di instabilità che continua a essere un fattore di insicurezza per tutto il continente europeo. A dichiararlo il ministro della Difesa, Guerini a margine di un incontro con l’omologo estone, Kalle Laanet

Marco Battaglia

Bisogna continuare a potenziare le difese a oriente, ma senza dimenticare il fianco meridionale dell’Alleanza Atlantica. A dirlo il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, a margine dell’incontro avuto con l’omologo estone, Kalle Laanet. “Nell’imminente summit Nato a Madrid l’Italia supporterà il rafforzamento del fianco est dell’Alleanza, mantenendo alta l’attenzione sul fianco sud”, ha detto il ministro, ricordando anche come “l’attuale situazione internazionale e il ritorno della guerra sul continente europeo ci impongono di rafforzare l’architettura di sicurezza”.

Il ruolo dell’Italia sul fianco est

L’Italia, del resto, è già impegnata in prima linea all’architettura di protezione e deterrenza attuata dall’Alleanza Atlantica per rafforzare i Paesi del fianco est. Al momento è schierata in Lettonia una componente terrestre composta principalmente da Alpini nel Task group “Latvia”. L’Aeronautica militare è invece impegnata nelle operazioni di Air policing in Islanda e Romania, mentre le unità della Marina militare pattugliano il Mediterraneo orientale. Inoltre, come annunciato da Guerini, il nostro Paese ha intenzione di rafforzare i suoi sforzi con “gli impegni nazionali in Ungheria e in Bulgaria, dove verranno ospitate due enhanced Vigilance activity”. Per quanto riguarda la missione bulgara, Sofia ha “ha accolto l’offerta italiana di assumere il ruolo di framework Nation nell’ambito del dispositivo”, che adesso attende l’approvazione del Consiglio dei ministri e del Parlamento.

Attenzione al Mediterraneo

Questo rafforzamento, però, non dovrà andare a detrimento di altri settori altrettanto importanti per la difesa e la sicurezza del Vecchio continente. “L’attuale irrobustimento della postura di deterrenza e difesa è risultato efficace per non far degenerare il conflitto con possibili allargamenti ad altri Paesi” ha affermato il ministro, ribadendo il suo supporto a un ulteriore potenziamento nel medio-lungo periodo. “Tuttavia – ha ammonito Guerini – riteniamo che la postura Nato debba mantenersi flessibile per garantire di poter fronteggiare con successo le differenti minacce provenienti da altri quadranti”, primo fra tutti quello mediterraneo. La presenza di attori esterni nel bacino e nell’area africana e mediorientale continua a rappresentare una minaccia per il continente europeo. Anche il ministro Laanet ha condiviso tale necessità di non abbandonare il quadrante: “è nota l’attenzione che da sempre l’Italia rivolge al fianco sud dell’Alleanza, area sensibile per la sicurezza dell’intera Europa”.

Il sostegno all’Ucraina

Al centro del colloquio tra i due ministri, naturalmente, la pressione che la Russia sta esercitando su tutto lo spazio euro-atlantico a seguito dell’invasione dell’Ucraina, particolarmente percepita nel Paese baltico che condivide con Mosca circa metà dei propri confini terrestri. Per Guerini è necessario “continuare a sostenere l’Ucraina, così come abbiamo fatto e continueremo a fare, insieme agli altri Paesi europei e alla comunità internazionale”. Per il ministro, bisognerà anche “lavorare per promuovere ogni strumento diplomatico che contribuisca far cessare le ostilità e avviare seri colloqui di pace”.

 

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https://formiche.net/2022/06/nato-sud-linea-guerini-madrid/

 

 

Astenersi o votare No. La giustizia va riformata in Parlamento.

Che la giustizia sia da riformare, nessuno dotato di buon senso lo contesta. Semmai ad essere contestato è il modo poco convincente, o addiritttura sconveniente, con il quale si pretende di correggere il sistema. La risposta più equilibrata ai problemi agitati dal referendum sta nell’approvazione della riforma Cartabia.

 

Domenica non andrò al mare. Sono incerto però se adempiere al mio diritto-dovere di elettore recandomi al seggio per votare No, oppure se marcare il rifiuto dei quesiti referendari scegliendo la via dell’astensione. È un dubbio legittimo, non gravato di particolare pathos, che sembra destinato a rimbalzare nella testa di molti italiani fino all’ultimo momento. Nell’un caso e nell’altro vale la medesima intenzione, quella cioè di respingere le modifiche di alcune norme riguardanti l’esercizio e l’organizzazione della giustizia.

Penso in effetti che sia preferibile affidarsi al legislatore, visto che per altro il confronto sulla riforma Cartabia è giunto ormai alle conclusioni. La materia richiede un lavoro di cesello, anche se incisivo, non l’intervento demolitorio dell’azione referendaria. Stona anche il vociare di chi siede in Parlamento e sostiene il governo, ma invita a mobilitarsi per il Sì. Eravamo convinti fino a ieri che il referendum fosse uno strumento a disposizione degli elettori, non un’arma nascosta in mano ai parlamentari. Ma tant’è! La crisi della politica si evince anche da simili atteggiamenti contraddittori.

Che la giustizia sia da riformare, nessuno dotato di buon senso lo contesta. Semmai ad essere contestato è il modo poco convincente, o addiritttura sconveniente, con il quale si pretende di correggere il sistema. Negli ultimi tempi, complice lo “scandalo Palamara”, parrebbe farsi avanti una diversa sensibilità della pubblica opinione: alla seduzione del giustizialismo ci si acconcia sempre meno. È saltato il connubio tra procure e stampa, segno di un logoramento irreversibile del “protocollo manettaro”. Troppe le vittime d’inchieste nate male e gestite peggio, troppi gli errori derivanti da un uso propagandistico della lotta alla corruzione.

Tuttavia, una politica responsabile non deve strappare ulteriormente la tela della fiducia che assicura il giusto legame di rispetto tra cittadini e magistratura. Bisogna fare leva sulla consapevolezza, tornata a vincere sulla irrazionalità, che il vivere civile non può accettare la dismisura della politica, ma neppure l’esorbitanza della giustizia. Ci vogliono nuove norme? Non è sempre questa la risposta più adeguata. Conta la pervasività, molto spesso, di un criterio di equilibrio, per espungere dal comportamento collettivo l’attrazione per la spettacolarità del diritto applicato (specie quando si traduce nella ricerca del capro espiatorio e nella condanna, cotta e mangiata, del presunto colpevole). La giustizia in diretta, sulla pubblica piazza, è la bolla speculativa dell’antipolitica di massa: in fondo rappresenta l’incaglio di una società depressa, immiserita, insofferente.

La bandiera del moralismo, in questi lunghi anni, ha raccolto attorno a sé figure e controfigure di uno spettacolo poco serio. Ricordo che il Sindaco Marino fece campagna elettorale sostenendo che Roma non aveva problemi finanziari, ovvero li aveva pure ma per colpa di corrotti e profittatori, eliminati i quali sarebbe stato risolta la crisi endemica del bilancio capitolino. Non era così, evidentemente, ma il plauso degli elettori di sinistra lo accompagnò festosamente al potere. Durò poco, ma non per i veri o presunti corrotti: si capì, abbastanza in fretta, che faceva un mestiere a lui non proprio confacente. Attorno a questa vicenda s’è fatto tanto chiasso e all’occorrenza se ne potrebbe fare ancora con l’ausilio di tifoserie in servizio permanente effettivo.

Si tratta di un esempio modesto che rivela una distorsione recondita, spesso trascurata. È la pressione socio-mediatica a incarognire, più di quello che si creda, una funzione delicata e preziosa come quella del magistrato. Il problema esiste, ma con il referendum non se ne viene a capo. Anzi…

“Sagittarius A”, il buco nero della nostra galassia. Intervista all’Astrofisico prof. Roberto Pesce.

“La potenza del destino è fatta dell’intero Universo”. (Alda Merini)

Prof. Pesce, dopo l’intervista sull’infinità del Cosmo, con piacere ed interesse vorrei approfondire con Lei la notizia della scoperta – pubblicata in un numero speciale della Rivista The Astrophysical Journal Letters (edita da University of Chicago Press per la American Astronomical Society) del “buco nero” della nostra Galassia, la Via Lattea, denominato Sagittarius A*. La notizia ha fatto il giro del mondo attraverso le più prestigiose riviste scientifiche ma è stata divulgata come evento epocale dalla stampa e dalle TV, in ogni Paese. Qual è l’importanza scientifica di questa scoperta, attesa da decenni?

Più che una vera e propria scoperta si tratta di un’ulteriore conferma dell’esistenza di buchi neri supermassicci al centro delle galassie. Si ritiene infatti che al centro di tutte le galassie o quasi, si trovi un enorme buco nero, della massa di milioni o addirittura miliardi di soli. L’origine di questi “mostri” celesti è ancora dibattuta: potrebbe trattarsi di un buco nero “normale” che si è ingrandito col tempo o si è fuso con altri buchi neri vicini, come del collasso gravitazionale di un particolare tipo di stella che potrebbe esistere in via teorica ma non è ancora stato osservato; potrebbe essere stato creato dal collasso di un intero ammasso stellare o ancora trattarsi di buchi neri “primordiali”, originatisi pochi istanti dopo il Big Bang. Questi buchi neri supermassivi sono molto importanti per spiegare il funzionamento delle galassie, in particolare quelle definite “attive”, dal cui centro vengono emesse radiazioni varie. Sagittarius A* è il secondo buco nero galattico ad essere stato “fotografato” direttamente; fino a questo momento c’erano solo delle prove indirette, anche se abbastanza solide, della sua esistenza. Bisogna ricordare che il primo buco nero galattico, osservato nel 2019, appartiene alla galassia M87 che è una galassia attiva, dove si riteneva estremamente probabile l’esistenza di un questo tipo di oggetti. La nostra Via Lattea è invece una galassia “normale”, e non era del tutto scontato trovarvi un buco nero centrale.

Per quanto reso noto, a questo risultato si è giunti attraverso il lavoro in sinergia di circa 300 studiosi di 80 Enti di Ricerca, un impegno meticoloso e una ricerca approfondita durati 5 anni e portati a termine grazie alla collaborazione internazionale Event Horizon Telescope (EHT) , che hanno permesso di immortalare la foto che ritrae il buco nero Sagittarius A* (chiamato ‘ombra’) circondato da un anello luminoso di gas brillante prodotto dalla luce distorta della gravità, che ha una massa stimata pari a 4 milioni di volte quella del Sole , posizionato al centro della Via Lattea ad una distanza compresa tra i 26 mila e i 27 mila anni luce dalla Terra. Perché si immaginava che la nostra Galassia contenesse un buco nero come quello in realtà esistente? Quali erano gli indicatori scientifici che portavano ad una simile deduzione?

La scoperta della sorgente di onde radio Sagittarius A risale addirittura al 1933, da parte di Karl Jansky, pioniere della ricerca radioastronomica. Nel 1974 gli astronomi Balick e Brown scoprirono una componente particolarmente brillante in questa radiosorgente e a partire dagli anni ’80 gli scienziati ritennero potesse trattarsi di un buco nero, che venne poi denominata Sagittarius A* (con l’asterisco). Nel 1994 Townes e Genzel (che vinse il Nobel nel 2020 per le ricerche sui buchi neri) ne stimarono la massa in tre milioni di masse solari. A partire dal 1995 le ricerche si concentrarono su una stella denominata S2, orbitante in circa 16 anni intorno a Sagittarius A* ad una distanza di circa 17 ore-luce (più o meno quattro volte la distanza di Nettuno dal Sole). Grazie alle osservazioni di un’intera orbita della stella, nel 2009 Genzel riportò un dato più accurato per la massa di Sagittarius A*: 4 milioni di masse solari. Conoscendo il limite massimo delle sue dimensioni e la massa, si può calcolare la densità minima dell’oggetto, da cui si deduce che molto probabilmente si tratta di un buco nero. Sempre nel 2004 nella nostra galassia è stato scoperto un buco nero “di massa intermedia”, originato dalla fusione di più buchi neri stellari, altro indizio per l’esistenza di oggetti ancora più massicci. Nel 2012 venne identificata una nube di gas, detta G2, avente tre volte la massa della Terra, orbitante intorno alla radiosorgente. Come ciliegina sulla torta, nel 2015 è stata registrata una violenta emissione di raggi X da Sagittarius A*, possibile indicatore di una caduta di un corpo tipo asteroide all’interno del buco nero o di una interazione magnetica di G2 con Sgr A*. Con tutti questi indizi era abbastanza certo arrivare prima o poi a individuare il ‘colpevole’, quindi.

Questo è il secondo “buco nero” di cui si viene a conoscenza: prima di Sagittarius A  – tre anni fa – si scoprì l’esistenza di un analogo “buco nero” denominato “Messier 87*  (M87*) distante il doppio di quello attuale, circa 55 mila anni luce dal nostro pianeta e fuori dalla nostra Galassia. Come mai si è giunti a “fotografare” (probabilmente si tratta di un termine improprio poiché non si tratta di foto scattata con mezzi tradizionali, data la distanza e il fatto che ne sia stata “cercata” l’esistenza, non essendo visibile ad occhio nudo, né con i più potenti telescopi) Sagittarius A*  “dopo”  M87*, nonostante sia collocato al centro della Via Lattea (di cui facciamo parte) e più vicino metà degli anni luce che si separano dal suo “predecessore”? Ho letto che alcuni astrofisici hanno attribuito proprio alla collocazione nella via Lattea di Sagittarius la difficoltà di immortalarlo prima di M87: esiste una spiegazione scientifica di questa deduzione? Una risposta potrebbe consistere nella massa del gas luminoso rotante: più lento ma più consistente in M87 e più veloce e difficile da tradurre in fermo immagine quello del “nostro” Sagittarius A. Ma poi c’è anche la differente collocazione: come si spiega la difficoltà di fotografare qualcosa che sta dentro la nostra Galassia e più vicino alla Terra?

In realtà la spiegazione di questo fatto risiede in due fattori: il primo è l’immagine più “ferma” a causa di una minore velocità di rotazione del gas, come da Lei correttamente affermato, il secondo è il cosiddetto “fattore di estinzione”. Tra di noi e la galassia M87, che ospita il buco nero M87*, c’è moltissima distanza ma riempita da spazio essenzialmente vuoto. Tra di noi e il centro della Via Lattea troviamo di tutto: stelle, polveri, gas e chi più ne ha più ne metta. Pertanto è un’impresa pazzesca capire cosa c’è al centro della nostra galassia, mentre è più facile individuare un oggetto che ha le stesse “dimensioni apparenti” come M87*, ma è più favorevole alla vostra visuale. Tanto per fare un esempio, possiamo facilmente vedere una luce accesa nell’appartamento in fondo alla strada, ma non quella del nostro dirimpettaio perché attraverso i vetri delle finestre la luce passa, ma non attraverso i muri. Pertanto M87*, con il disco lumino che ruota più lentamente è decisamente più semplice da immortalare, per Sgr A* è stato necessario implementare degli algoritmi che tenessero in considerazione le distorsioni nel segnale provocate dalla rotazione più veloce e dalla presenza di polveri e gas che ostruiscono la visuale.

Ho parlato di “foto”: in realtà questo è il risultato finale immortalato e pubblicato sulle Riviste, diffuso dai media . Ma si tratta di una immagine resa nitida attraverso la penetrazione di una coltre densa e profonda di gas e polveri che non consentiva di raggiungere direttamente il buco nero e la sua ciambella rotante di gas luminosi. Come si è detto si parla di 27 mila anni luce che ci separano. Ho letto infatti che per arrivare a fotografare Sagittarius (definito più mobile ed  ‘irrequieto’ di M87) si è dovuti ricorrere ad una rete di almeno 8 radiotelescopi  situati in diversi punti della Terra (tra i quali ALMA, il più potente del mondo –  a cui l’Italia partecipa attraverso l’Eso (European Southern Observatory o Osservatorio Europeo Astrale) ) e ospita il nodo italiano del Centro regionale europeo presso l’Inaf (Istituto Nazionale di Astrofisica – Osservatorio di Astrofisica e Scienza dello Spazio) di Bologna)-  attraverso una serie di algoritmi e la tecnica della interferometria: ci spiega in termini accessibili in cosa consiste questa sinergia convergente di più punti di osservazione del Cosmo? Ciò che vediamo fotografato in questo momento è distante 27 mila anni luce. Dunque, l’immagine immortala ciò che è stato – non ciò che è ora – esattamente 27 mila anni fa, viaggiando alla velocità della Luce. Però immortala ciò da cui la Luce stessa non può uscire. In tal senso come si può avere un’idea delle distanze rispetto al punto più interno del buco nero, nei confronti dell’orizzonte degli eventi, essendo due Grandezze diverse la Forza dell’attrazione gravitazionale, che supera un’altra Grandezza diversa, cioè la Velocità con cui un fotone viaggia? Mi spiego meglio: la Forza è legata all’accelerazione di un corpo dotato di massa, mentre la velocità è legata allo spazio percorso per unità di tempo. Nessun oggetto dotato di massa, però, può viaggiare alla velocità della luce. Ciò che noi vediamo in quell’immagine è l’orizzonte degli eventi, dunque, non un’immagine ulteriormente verso il centro del buco nero?

Cerco di essere conciso e, spero, efficace, anche se per restare chiaro dovrò necessariamente essere un po’ impreciso e incompleto dal punto di vista tecnico. Le dimensioni apparenti del buco nero corrispondono a quelle che avrebbe una ciambella posizionata sulla Luna, in quanto è molto distante. Nessuno strumento ottico attualmente disponibile o realizzabile in un prossimo futuro è in grado di vedere una cosa (apparentemente) così piccola. Ma siccome i segnali che vogliamo registrare sono nelle radiofrequenze, che corrispondono a lunghezze d’onda milioni di volte maggiori di quelle visibili otticamente, gli scienziati possono ricorrere ad un escamotage. In pratica si registrano i segnali con vari telescopi distanti migliaia di chilometri e si confrontano con una tecnica molto complessa che si basa sull’interferenza delle onde radio. Con questo sistema, è come se avessimo un rilevatore grande come la distanza che separa i singoli radiotelescopi, all’incirca come tutta la zona del nostro pianeta compresa tra Stai Uniti, Francia e il Polo Sud. Con le bande di frequenza ottica questa tecnica non è purtroppo applicabile. L’immagine che viene ricostruita permette di “vedere” solo i gas che circondano l’orizzonte degli eventi, ma non all’interno del buco nero, da dove la luce non può uscire, salvo radiazioni che però non possono essere rilevate in questo modo. Quello che accade all’interno di un buco nero può essere soltanto ipotizzato per via teorica a partire dalla Teoria della Relatività Generale di Einstein e richiede l’uso di procedure matematiche estremamente complicate. All’interno di un buco nero i concetti di spazio e di tempo sono stravolti rispetto a quelli del nostro mondo e non possiamo quantificare le distanze o la profondità. Per approfondire questi concetti in un modo accessibile senza l’uso di matematica, almeno complicata, consiglio di libro “L’enigma dei buchi neri” di Heino Falcke, uno dei leader del team scientifico che ha realizzato le immagini di M87* e Sgr A*, oppure il tomo, di lettura non facilissima ma comunque accessibile, “Buchi neri e salti temporali” di Kip Thorne, forse il massimo esperto vivente di buchi neri.

Come Astrofisico e studioso della materia quale importanza attribuisce a questa scoperta definita “straordinaria”? Quali sono le attinenze del buco nero con la teoria della relatività di Einstein di cui attraverso proprio il buco stesso verrebbe confermata l’esattezza? Credo che in ciò residui – oltre la scoperta dell’entità spaziale- l’ubi consistam della grandezza incommensurabile della scoperta e – insieme – la straordinaria intuizione dell’incomparabile, genio dello scienziato, quindi delle potenzialità della mente umana.

Come dice Lei, innanzitutto questa è una scoperta che mostra che cosa è in grado di concepire la mente umana e quali cose straordinarie possano essere realizzate quando molte menti uniscono i loro sforzi. Fin da bambino mi interesso di Astronomia in tutti i suoi aspetti. Conservo tutti i libri che leggevo da ragazzo su questi argomenti, parliamo ormai di quasi trent’anni fa. Spesso si leggevano frasi del tipo “in futuro si spera di capire questo aspetto…”. Col passare del tempo molte cose non chiare allora lo sono diventate, o quanto meno ne sappiamo di più. In questo caso è straordinario vedere come da piccoli passi si sia arrivati ad un grande traguardo. Meno di cent’anni fa la nostra Via Lattea era considerata l’intero universo. L’idea di “buco nero” come fase finale dell’evoluzione di certi tipi di stelle, nasce nel 1931 dalle idee dell’astrofisico indiano Subrahmanyan Chandrasekhar, che in parte si rifà ai calcoli di Karl Schwarzschild di circa 15 anni prima basandosi sulla teoria di Einstein. All’epoca queste idee fecero molto scandalo fra i guru della relatività come Einstein e Eddington e ci volle del tempo prima che l’idea di buco nero fosse digerita dalla comunità scientifica. Nonostante questo gli stessi studiosi in questo campo hanno continuato a nutrire dei dubbi sulla reale esistenza di questi oggetti, relegati ad una mera curiosità teorica. Basti pensare che il grandissimo e compianto Stephen Hawking, famoso proprio per una formula matematica che riguarda i buchi neri, era arrivato al punto di scommettere con il collega Thorne sul fatto che un buco nero non sarebbe mai stato trovato (il premio in palio per il vincitore era un abbonamento ad una rivista per soli uomini). Quando Hawking morì, nel 2018, l’esistenza dei buchi neri era certa al 99%, anche se già da qualche anno aveva concesso a Thorne la vittoria della scommessa. Un anno dopo ecco la prima immagine di M87*, seguita poi da Sgr A*, che segnano pertanto una certezza assoluta dell’esistenza di questi corpi celesti. Come ricordavo prima, la possibile esistenza dei buchi neri, si ricava risolvendo le equazioni di Einstein della relatività generale. Anche se il grande scienziato tedesco, almeno inizialmente, non credeva alla loro esistenza, la presenza dei buchi neri non fa che confermare ancora una volta una delle teorie scientifiche più raffinate che la mente umana ha potuto concepire.

Stiamo parlando di entità dello Spazio distanti migliaia di anni luce: tuttavia la ricerca di un buco nero all’interno della nostra Galassia deve avere una motivazione scientifica che ne giustifichi la supposta esistenza e che ne spieghi la correlazione con i milioni di corpi celesti contenuti nella Via Lattea ma anche nell’Universo in generale. In atri termini questa correlazione esplicita una funzione? I “buchi neri” ci anticipano forse qualche spiegazione rispetto al grande mistero dell’Universo ancora inesplorato? In fondo il sistema solare – di per sé composito e differenziato, ancora da esplorare, ci è reso sempre più familiare dopo la scoperta di queste entità spaziali incommensurabilmente più lontane e misteriose… ‘Ultima Thule’, oltre l’allegoria che risale alla mitologia greca, è l’ultimo corpo celeste (a forma di tubero) fotografato in diretta da una navicella spaziale, eppure sta ai margini del sistema solare  

I buchi neri, è innegabile, hanno un fascino irresistibile. Non solo fra gli scienziati, ma anche fra la gente comune. Per gli scienziati il buco nero è un oggetto che per essere descritto ha bisogno di teorie matematiche complesse, è quella che viene definita una “singolarità” dello spazio-tempo. Capire la fisica dei buchi neri rappresenta quindi una sfida intellettuale molto succulenta per capire fino a che livello si può spingere la conoscenza umana, ma è anche un tassello fondamentale per capire l’origine e l’evoluzione delle galassie e dell’universo stesso. Per la gente comune il buco nero rappresenta qualcosa di mistico, in un certo senso. Ad iniziare dal nome “buco nero”, inventato dal fisico John Wheeler nel 1967, che probabilmente è poco azzeccato dal punto di vista scientifico, ma di sicuro ha una forte presa mediatica. L’esistenza di questi oggetti ha da sempre solleticato la curiosità delle persone: “Cosa succede se finiamo in un buco nero?”, “Il Sole potrebbe trasformarsi in un buco nero?”, “E’ vero che i buchi neri ci collegano ad altri universi?” etc. Quando circa 10 anni fa venne acceso il nuovo acceleratore di particelle al CERN di Ginevra, molti complottisti pensavano che avrebbe potuto creare un buco nero che avrebbe inghiottito la Terra. Ecco quindi che il buco nero è visto come un mostro cattivo e le persone ne sono terrorizzate ma anche affascinate al tempo stesso. Potremmo anche dire che oggi il buco nero rappresenta quelle che una volta erano le Colonne d’Ercole, un confine tra ciò che è noto e ciò che ignoto, qualcosa che si ha paura di attraversare. Col passare del tempo l’uomo ha superato le colonne d’Ercole. Impareremo prima o poi ad attraversare anche i buchi neri? Vedremo.

Alcuni Astrofisici cominciano a teorizzare l’esistenza di un buco nero in ogni Galassia. Potrebbero essere il cuore pulsante dell’energia generatrice, l’entità con più materia, la parte più ampia e massiccia posizionata forse al centro di ciascuna Galassia. Siamo solo in una fase iniziale e intuitiva rispetto alle molte domande che rendono affascinante, incommensurabilmente misteriosa e ricca di potenziali nuove scoperte ogni teoria sulla genesi dell’Universo?

In realtà la possibile esistenza di buchi neri al centro delle galassie è teorizzata già da alcuni decenni. Al momento abbiamo soltanto due casi conclamati, ovvero i già citati M87* e Sgr A*, ma segnali, seppure indiretti, della loro esistenza li abbiamo visti da parecchi anni in molte galassie, in particolare da quelle attive, come i quasar o le galassie di Seyfert. Il divertimento è appena cominciato. Come ho già avuto modo di dire, il bello della ricerca è non sapere dove si andrà a finire. Ogni vota che si trova la risposta ad una domanda, o si crede di trovarla, ecco che saltano fuori altre dieci domande. Pertanto è corretto dire che siamo in una fase iniziale del nostro processo di conoscenza del cosmo.

Nello specifico l’esistenza di Sagittarius A* è stata definita importante e suscettibile di ulteriorità, in termini di risposte a domande che potremmo definire ancora iniziali (rispetto alla complessità inimmaginabile delle risposte esaustive attese). Innanzitutto sulla genesi del buco stesso, sulla sua funzione (nulla esiste per caso, nemmeno a 27 mila anni luce di distanza da noi), sulla congerie di interrelazioni con i pianeti che fanno parte della Galassia in cui si trovano. Ma in sostanza, per il grande pubblico, quali spiegazioni si possono formulare circa l’importanza della scoperta? In che cosa potranno consistere le “straordinarie conseguenze di cui discutono gli Scienziati? Per quanto mi sono già permesso di chiederLe può in qualche modo l’enorme attrazione gravitazionale di un buco nero distorcere le informazioni che riceviamo tramite immagini, cioè luce “catturata”? Intendo, quanto distante si protrae, al di qua dell’orizzonte degli eventi, la Forza con cui viene attratta la Luce? Riesce a distorcerla, al punto da distorcerne le informazioni che con essa viaggiano sino a noi?

Per il grande pubblico la scoperta può sembrare di poca importanza, e ci sta. Il grande successo dal punto di vista scientifico non è tanto la fotografia del buco nero della nostra galassia, ma l’aver capito come realizzarla, e il fatto che tutto questo, come detto, conferma quelle che finora erano state solo teorie. È difficile prevedere adesso quali saranno le conseguenze di questa scoperta, ma prima o poi ci saranno senz’altro delle ricadute, non solo nella nostra conoscenza astrofisica sull’origine delle galassie e dell’Universo, ma probabilmente anche nella vita di tutti i giorni, ad esempio nei sistemi per l’elaborazione e la gestione di grandi masse di dati. Per quanto riguarda la seconda domanda, ovvero se un buco nero può distorcere le informazioni, la risposta è affermativa. Come previsto dalla teoria di Einstein la massa provoca una curvatura dello spazio-tempo (come scrisse Wheeler “la materia dice allo spazio come curvarsi, lo spazio dice alla materia come muoversi”). La presenza di forti masse come quella di enormi galassie che al loro interno contengono un enorme buco nero, può incurvare i raggi luminosi provenienti da galassie più distanti, col risultato di sdoppiare o addirittura quadruplicare l’immagine del corpo più lontano. Non è una speculazione teorica, ma abbiamo già visto degli esempi.

Per concludere questa interessante conversazione desidero riportare una riflessione dell’Astrofisica Mariafelicia De Laurentiis Prof.ssa dell’Università Federico I di Napoli e dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) rilasciata all’Agenzia ANSA: “quella di Sagittarius A* è la foto per eccellenza -(dopo quella definita “del secolo” di M87*) – perché è la foto del ‘nostro’ buco nero… Per questo è un laboratorio unico per esplorare l’Astrofisica dei buchi neri e testare come si comporta la gravità a queste scale così vicine all’orizzonte degli eventi”.  Si tratta “di un perfetto campo di test per conoscere i campi gravitazionali più intensi, cioè per confermare o escludere le varie teorie relativistiche della gravitazione formulate accanto alla Relatività Generale”. Prof. Pesce, partiremo dunque da queste considerazioni per il seguito di Ricerca atteso? E possiamo affermare che anche l’Italia, con il suo know how, farà la sua parte?

La riflessione della prof.ssa De Laurentiis è assolutamente corretta. A partire da questo punto c’è ancora moltissima strada da fare. L’Italia ha le potenzialità per avere una parte importante in questo percorso, come ha dimostrato fino a questo momento. Io insegno matematica e fisica in un liceo scientifico e vedo che il nostro sistema scolastico, pur con tutte le sue problematiche, è in grado di formare meglio che in altri paesi; ho vari studenti che vanno a fare un anno di superiori all’estero e tutti mi dicono che nelle mie materie non si fa praticamente nulla. Non a caso molti giovani italiani vengono assunti in istituti di ricerca stranieri. Bisogna imparare a valorizzare i nostri talenti e dare più fondi alla ricerca scientifica, anche a quella, apparentemente inutile, che riguarda i buchi neri. Mi ha sempre colpito un’immagine mostrata dal prof. Roberto Battiston ad una conferenza: la conoscenza è come una piramide in cui la base sono le conoscenze fisiche fondamentali, tutte le applicazioni pratiche stanno sopra a questa base, se togliamo la prima, non potremo mai avere le seconde.

 

PROF.  ROBERTO PESCE 

Da sempre appassionato di astronomia, è Dottore di Ricerca in Fisica, con specializzazione nella fisica astroparticellare. Dal 2003 al 2012 ha svolto ricerche sui raggi cosmici di altissima energia, collaborando con l’Università di Genova, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e il “Pierre Auger Observatory” con sede in Argentina. Ha insegnato Matematica e Fisica in diversi licei genovesi, dal 2016 è docente di ruolo e dal 2018 svolge la sua attività didattica presso il Liceo “Luigi Lanfranconi” di Genova-Voltri. Dal 2012 è docente di astronomia presso il Centro Universitario del Ponente.

La “questione sociale” di ieri e di oggi.

In passato un leader politico come Donat-Cattin seppe mettere in agenda la risposta alla questione emergente nelle fabbriche, per una nuova politica salariale e una più equa distribuzione della ricchezza nazionale. Oggi la crisi dovuta prima alla pandemia e poi alla guerra porta a ricadute drammatiche sul costo della vita. Spetta a chi continua ad avere una concezione popolare e democratica della società battersi affinchè questa deriva non si consolidi, ma sia affrontata e, possibilmente, risolta con scelte politiche chiare.

C’è un tema – tra i molti ma certamente più grave di tutti gli altri – che sta salendo per la sua drammaticità e per l’enorme impatto negativo sui cittadini. A livello trasversale. Ed è, di nuovo, una inedita e cruda “questione sociale”. Una questione sociale che è ripartita con la dura emergenza sanitaria e che è letteralmente esplosa per le conseguenze gravissime riconducibili alla guerra russo/ucraina. Perché, al di là dei talk sempre più noiosi e ripetitivi sulla guerra, sui posizionamenti tattici e sulle manovre belliche, quello che adesso aggredisce direttamente il corpo vivo delle persone sono le ricadute drammatiche sul costo della vita, sulla inefficacia dei salari e, soprattutto, sul massiccio aumento di tutto ciò che serve per condurre una vita sufficientemente dignitosa e normale. E quando tutti i dati rivelano numeri e cifre sempre più preoccupanti, occorre prendere atto che la politica non può più voltarsi dall’altra parte e fingere che, tutto sommato, i problemi sono altri. Certo, l’assenza di veri partiti popolari e democratici pesa. E pesa molto nella sostanziale incapacità di avere, come nel passato, strumenti di comunicazione e di collegamento tra i segmenti sociali e la politica. In ultima analisi, tra il “paese reale” e il “paese legale”. Eppure ciò che resta dei partiti ha il dovere morale, prima ancora che politico, di porre in cima all’agenda l’irrompere di questa nuova questione sociale che sta producendo, e rapidamente, nuovi poveri, nuove emarginazioni, forte disoccupazione, crescenti disuguaglianze e forti discriminazioni nonchè contraccolpi di carattere e di tenuta psicologica tra le persone.

Ora, è pur vero che già nel passato la politica è stata costretta ad affrontare e a cercare di dare risposte convincenti e credibili alla cosiddetta questione sociale. La differenza, però, con il passato è che in altre stagioni storiche del nostro paese esistevano ancora i partiti, le culture politiche e gli statisti o i leader politici a seconda di come li vogliamo definire. Basti ricordare, per fare un solo esempio, la stagione tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70. Il varo, oltre 50 anni fa, dello Statuto dei Lavoratori con la firma dell’allora Ministro del Lavoro Carlo Donat-Cattin, era stato sì il frutto della intelligenza politica e del coraggio di quella classe dirigente e di quel Ministro nello specifico, ma anche e soprattutto della sua capacità di far in modo che “l’istanza sociale si facesse Stato”. Ovvero, fare in modo che il dato politico nuovo doveva consistere nel fatto – sono parole di Donat-Cattin che “la politica sociale non doveva più avere un ruolo subalterno nello Stato ma primario per la vita stessa dello Stato. Ossia, proprio l’istanza sociale doveva trovare piena cittadinanza anche nella sua espressione politico ed amministrativa e nella gestione della cosa pubblica”. Ecco perchè, in quei tempi, altrettanto drammatici seppur per altre motivazioni, la questione sociale e tutto ciò che si trascinava dietro veniva affrontata con la dovuta intelligenza e la necessaria determinazione e coraggio.

Oggi il contesto è radicalmente cambiato, com’è ovvio a tutti, ma permangono gli stessi problemi se misurati con le conseguenze concrete sulla vita dei cittadini. Dove ormai si parla di milioni di persone e centinaia di migliaia di nuclei famigliari. E la politica, in particolare quei movimenti e quei partiti che hanno al loro interno esponenti e militanti che provengono dal filone del cattolicesimo politico, popolare e sociale, non possono non porre questo tema al centro della loro riflessione ed iniziativa politica e legislativa. Del resto, non possiamo chiedere ai tecnocrati, di ieri e di oggi, di essere sensibili su questo versante. Costoro hanno un’altra cultura, coltivano altre priorità e perseguono altre finalità. Oltre ad avere altri redditi, altre frequentazioni e altre condizioni di vita. 

Tocca, semmai, a chi continua ad avere una concezione popolare e democratica della società e a chi dimostra concretamente di avere a cuore le condizioni dei ceti popolari battersi affinchè questa deriva non si consolidi ma sia affrontata e, possibilmente, risolta con scelte politiche chiare, nette ed inequivocabili. Per il bene della società e non solo per un atto d’amore nei confronti di una, seppur nobile, tradizione culturale e politica.

Letta, Salvini, Berlusconi: tutti proclamano la fine delle larghe intese, ma il barometro economico UE volge al peggio. E Draghi…

Un’analisi controcorrente. Secondo l’autore, incline a guardare la realtà con scrupolo misto a disincanto, “due sono le cose “certe”: la Bce, checché se ne dica, non potrà interrompere l’acquisto titoli, e la seconda, Draghi rimarrà premier dopo le prossime politiche, a prescindere dal loro esito”.

 

Gli ultimi dati sui consumi tedeschi su base mensile segnalano un crollo che supera le previsioni. La Germania, “curata” come e più dell’Italia dalle iniezioni di liquidità della Bce ha assoluto bisogno di un rialzo dei tassi, misura che però farebbe collassare i Paesi periferici dell’Eurozona. Questo succede quando si ha una moneta comune per aree economiche disomogenee e si è fatto assai poco per correggerne il cattivo funzionamento.

 

Due sono le cose “certe”: la Bce, checché se ne dica, non potrà interrompere l’acquisto titoli, e la seconda, Draghi rimarrà premier dopo le prossime politiche, a prescindere dal loro esito.

 

Condizioni necessarie ma non sufficienti da sole a esorcizzare lo spettro di una Weimar europea. Soprattutto alla luce del fatto che la guerra sta vistosamente aumentando d’intensità. Il cerino ormai è rimasto nelle mani di chi comanda realmente negli Stati Uniti: il prezzo di una risposta adeguata alle conquiste militari della Russia è imboccare una via senza ritorno.

 

Inoltre, le “armi” in gran parte spuntate della Bce, perché l’economia reale risponde sempre meno agli stimoli monetari, sono ulteriormente indebolite da una politica estera comune che contro ogni logica sembra più preoccupata di arrecare danni alle imprese che ancora resistono, e ai consumi delle famiglie europei piuttosto che alla Russia. Ormai persino ambienti come quelli di Bloomberg o del Financial Times lo ammettono. Da quando sono state attivate le sanzioni, il Rublo vola, la bilancia commerciale russa ha raggiunto cifre record superando nel periodo in termini assoluti persino quella tedesca. 

 

E il sistema mercantilista tedesco si sta sgretolando velocemente. Mentre i Paesi sanzionatori vedono avanzare l’inflazione causata dal rincaro dell’energia e dei cibo, a causa delle sanzioni che loro stessi hanno decretato. Non c’è alcun dubbio che Draghi, pur in un clima di generale incomprensione di quanto sta accadendo da parte dei partiti, stia operando scelte valide di portata strategica in vari settori, dall’energia, alle rilocalizzazioni, alla autosufficienza alimentare, alle politiche fiscali per non parlare del piano internazionale dove sta dando e attuando chiari segnali nella prospettiva del multipolarismo.

 

Resta da vedere, a partire dai prossimi mesi, quanto il disegno messo in atto dal Presidente del consiglio avrà la possibilità di avanzare senza esser ostacolato in parte o del tutto da eventi che per alcuni sono la continuazione della politica sebbene in realtà ne rappresentino il fallimento.

 

Il rapporto tra Marcora e De Mita. Dall’Archivio, unico e prezioso, di Giovanni Di Capua: uno squarcio sulla storia della Base.

La testimonianza rientra nella straordinaria opera di divulgazione operata dal giornalista, saggista ed editore scomparso qualche mese prima di De Mita, con il quale strinse per molti anni un sodalizio intellettuale e politico all’interno della Dc. Il link posto a fine pagina consente di accedere al testo di Di Capua.

Ha ragione chi dice che le carte parlano, e lo fanno in coincidenza inaspettata con alcuni significativi eventi contemporanei. Questo è ciò che ho pensato nel ritrovare casualmente nel mio archivio una “testimonianza” (2009) di Giovanni Di Capua dal titolo “Il rapporto fra Marcora e De Mita”. Di Capua aveva presentato questo testo durante il Convegno del febbraio 2009 promosso dall’Istituto Sturzo e dal Centro Studi Giovanni Marcora; non credo che siano stati pubblicati gli Atti di quel Convegno e comunque la singolare coincidenza della scomparsa di Giovanni di Capua (1930) e di Ciriaco De Mita (1928) a soli quattro mesi l’uno dall’altro, ben trentanove anni dopo la malattia e quaranta  dopo la scomparsa di Giovanni Albertino Marcora (n.1922), non può passare inosservata a chi conosca la storia della Dc e della sua “sinistra di Base” in particolare. Certo, per il grande pubblico le figure sia di Marcora che di De Mita appaiono di prima grandezza nella storia dell’Italia repubblicana, a differenza di quella del Di Capua noto solo agli addetti ai lavori ed ai militanti soprattutto della DC. Eppure, gran parte della diffusione delle idee della corrente basista e delle attività politiche e ministeriali di De Mita e di Marcora, almeno fino ai primi anni ’80, si deve alla gigantesca opera di divulgazione operata da Giovanni di Capua, giornalista, saggista, editore.

Ho avuto la fortuna di conoscere bene tutti e tre i personaggi, ma sarebbe pretenzioso e forse inutile, che io scrivessi ora su De Mita o su Marcora: più utile per tutti risulterà certo leggere la “testimonianza” sui due amici, scritta nel 2009 da Di Capua. Su quest’ultimo, del quale neppure la morte avvenuta a fine gennaio di quest’anno ha avuto risonanza mediatica, con l’eccezione di una commemorazione fatta dall’Ospedale sant’Anna di Como, Ospedale sul quale Di Capua aveva pubblicato anni fa uno dei suoi innumerevoli volumi, voglio invece aggiungere alcune righe, e non sulla sua persona e la sua vita, ma sulle sue opere ed i suoi lasciti.

Immaginate l’intera raccolta dell’Agenzia Radar, della rivista Appunti, delle Edizioni Ebe, l’archivio su più di 40.000 soggetti biografici riguardanti personalità della cultura, della politica, dei movimenti sindacali e sociali, composto di manoscritti, dattiloscritti, manifesti, fotografie; una fototeca con molte migliaia di foto d’agenzia, diapositive, videocassette. Questo è solo l’aperitivo di una straordinaria, unica, preziosissima raccolta di documenti e volumi riguardanti la storia dell’Italia repubblicana, dalle origini ad oggi, con i suoi movimenti politici, le Istituzioni, gli uomini e le donne che si sono susseguiti nella vita parlamentare e di governo. 

Giovanni di Capua ha dedicato la sua vita, dopo aver scritto e pubblicato migliaia di articoli e volumi, a raccogliere, catalogare, sistemare e conservare tutto quanto sopra descritto, insieme a più di 90.000 volumi e 320 collezioni complete di quotidiani e periodici, in un ex convento di Tarquinia da lui appositamente acquistato. Questo immenso e prezioso “bene culturale” già nel 2003 dichiarato archivio di notevole interesse storico e pertanto sottoposto a vincolo, è bisognoso di protezione, cura e valorizzazione, soprattutto dopo la recente morte di Giovanni Di Capua. Non possono andare disperse raccolte essenziali per la ricostruzione storica della vita politica, culturale e sociale italiana, alcune certamente uniche, quali il Fondo Presidenti del Senato (246 faldoni), Presidenti della Camera (119 faldoni), Presidenti della Repubblica (30 faldoni), Fondo Aldo Moro, Fondo Ciriaco De Mita, Fondo correnti democristiane, e così via. 

Per leggere il testo di Di Capua

IL RAPPORTO FRA MARCORA E DE MITA_