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La svolta della politica estera britannica, opportunità per l’Italia.

L’autore sostiene una tesi controcorrente, meritevole comunque di attenzione. A suo giudizio, la relazione bilaterale con il Regno Unito, se per loro è strategica, per noi è fondamentale e addirittura fondativa del nostro essere, ed esserci mantenuti in 160 anni, come stato unitario.

 

Il Regno Unito sta intessendo accordi bilaterali a tutto spiano, soprattutto dopo il recente cambio di guardia al Foreign Office dove, significativamente, è approdata la ministra che stava al Commercio Internazionale, Liz Truss.

Tale linea si pone all’interno di un disegno più ampio che vede riaffermare l’autonomia, l’autodeterminazione e la leadership globale del mondo anglosassone sopra l’asse continentale euroasiatico. Un disegno dal quale è nata l’AUKUS, l’intesa trilaterale tra Australia, Regno Unito, Stati Uniti sulla sicurezza e che ha comportato l’estromissione della Francia dai progetti di costruzione di sottomarini nucleari. L’AUKUS appare non solo un’iniziativa in qualche modo speculare all’ampliamento dell’altra grande intesa di difesa globale, la SCO (Shanghai Cooperation Organization) ma quasi in concorrenza ad una Nato, logorata dall’esser stata troppo a lungo soggetta al Deep State americano e ultimamente ammaliata da velleità provenienti dal centro del Vecchio Continente.

In questo quadro s’innesta l’accelerazione, o addirittura la svolta, impressa dalla nuova ministra degli esteri britannica Truss alla strategia post Brexit della Global Britain. La quale prevede l’individuazione in tutto il mondo di alleati più stretti con cui rafforzare le relazioni. Per l’Europa questa strategia d’oltremanica ha individuato, secondo quanto riferito domenica scorsa dal “Financial Times”, quattro interlocutori privilegiati con cui intensificare le relazioni bilaterali: la Spagna, i Paesi baltici, i Paesi del centro-est (Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia e Ungheria) e l’Italia.

Un’opportunità enorme per il nostro Paese, da cogliere al volo. Questo nuovo accordo bilaterale con il Regno Unito (che sembrerebbe ormai non lontano dall’essere siglato) non riguarda solo la sicurezza, ma anche il commercio, le tecnologie e l’energia. Quest’ultimo aspetto appare decisivo nell’imprimere una svolta alla transizione ecologica. O si accetta una via fatta di decrescita e restrizioni climatiche, con pesantissime ripercussioni sulla classe media, che porteranno del resto a inevitabili forme di controllo sociale di tipo cinese (che forse si stanno già testando con motivazioni sanitarie attraverso l’estensione dell’obbligo del greenpass), oppure insieme alla Gran Bretagna è possibile indicare una strada diversa che riconosca la guida americana, anziché quella di sino-tedesca, nel passaggio cruciale e auspicabilmente incruento, dalle fonti fossili a alternative affidabili, stabili, pulite ed economiche, come la fusione nucleare, in cui mettere in gioco l’eccellenza della ricerca e della tecnologia italiana.

Per queste ragioni ritengo sia da considerarsi non propriamente conforme agli interessi del Paese la partecipazione dell’Italia alla delegazione di Paesi membri dell’Ue che, secondo quanto riferito di recente dal “Financial Times”, non ha escluso le ipotesi meno auspicabili nello sviluppo delle trattative fra Londra e Bruxelles sulla Brexit. La relazione bilaterale con il Regno Unito, se per loro è strategica, per noi è fondamentale e addirittura fondativa del nostro essere, ed esserci mantenuti in 160 anni, come stato unitario. Il primo e naturale (per interessi geopolitici in buona misura simili e compatibili) interlocutore europeo dell’Italia non può che essere ancora il Regno Unito, insieme al quale condividiamo una relazione speciale con il più grande alleato di entrambi i Paesi, gli Stati Uniti. Relazioni che rafforzano quello che è il nostro ruolo per rendere più coesa e forte l’Europa.

Fare sintesi tra “città del popolo” e “città del mondo”. Il racconto di Strauss, dice Gualtieri, ci invita a riflettere sul futuro di Roma.

Pubblichiamo il messaggio che Roberto Gualtieri ha inviato agli organizzatori dell’evento, svoltosi ieri all’Istituto Nazareno, in via Sant’Andrea delle Fratte 15, per la presentazione del libro di Simon Strauss “Nove settimane a Roma” (Accademia degli Incolti – Italo Svevo). All’incontro ha preso parte Cristina Maltese in qualità di rappresentante del Comitato elettorale del candidato sindaco del centro-sinistra.

Non sono un critico letterario, ma il libro di Strauss mi lascia la sensazione di un’opera stimolante, molto arguta, particolarmente ricca di suggestioni. Prendiamo la descrizione che fa della Chiesa degli Angeli a Piazza della Repubblica e leggiamo la conclusione:’“Così, oggi, antichità, cattolicesimo, stato-nazione e scienze naturali si ritrovano tutti insieme a condividere uno spazio ristretto, come all’interno di un ascensore affollato”. In effetti viviamo, consapevoli o meno, dentro questa peculiare condizione romana di affollamento: di storia, di problemi, di aspettative e contraddizioni.

Non possiamo scivolare nella malinconia di una città ai margini della sua stessa dimensione millenaria. Dobbiamo guardare avanti, con fiducia; guardare alle ragioni che spingono uno scrittore berlinese a ritornare sui passi di Goethe, riprendendo nei confini dell’Urbs il filo del “Grand Tour” di cui i rampolli dell’aristocrazia europea non potevano fare a meno nei secoli passati; dobbiamo farne oggetto, pertanto, di un caldo apprezzamento, perché ci spinge a rompere l’assedio della nostra riottosità a metterci di nuovo in gioco, da protagonisti.

Non dispiacerà a Strauss, come neppure potrà dispiacere ad altri meno attenti di lui alla “romanità”, che si ricordi in questa sede la speciale relazione – un gemellaggio esclusivo lungo l’asse transalpino, ma in chiave europeistica – che dal 1956 lega Roma alla città di Parigi. Ora, mentre i Presidenti della Repubblica Sergio Mattarella ed Emmanuel Macron si accingono a firmare il “Patto del Quirinale”, dando sicuramente spessore a una rinnovata intesa tra le nostre due nazioni latine, le rispettive capitali possano e debbano giocare un ruolo importante, fors’anche con l’invenzione di uno spazio di collaborazione più esteso. È la chiave di volta – ne sono convinto – per innervare un disegno di rilancio, per concepire la realtà del prossimo domani nello scenario di un’Europa bisognosa di uno scatto in avanti, e quindi per scoprire le opportunità di un dinamismo fecondo, sul piano culturale e politico, ma anche su quello strettamente economico,

Siamo pertanto obbligati a compiere una sintesi tra la “città del popolo”, con le sue attese di interventi risolutivi per la qualità del vivere urbano, e quella che vorrei chiamare la “città del mondo”, ovvero la Roma che il mondo pretende di rivedere all’opera, con slancio di passioni e generosità. Anche il prossimo Giubileo, da qui a pochi anni, c’invita a far tesoro di questa evocazione del fascino di Roma, per il quale le pagine del libro offrono materia di aggiornate riflessioni. Mi spenderò, allora, per un Campidoglio che sia centro di attenzione e promozione di un evento che esalta il rapporto di collaborazione, sancito dal nuovo Concordato, tra Italia e Vaticano.

Mi fermo qui e ringrazio, in conclusione, per l’opportunità di condividere alcuni pensieri alla luce di un libro che considero meritevole di giuste lodi, se non altro perché costringe noi romani a ritrovare il gusto di una discussione alta, non banalmente “amministrativistica”, in ordine alle prospettive che sapremo identificare e costruire per il futuro della Capitale.  

 

Di quale crisi parliamo? La secolarizzazione è un processo che viene da lontano, la fede deve superarne gli ostacoli.

L’autore risponde a un recente articolo di Pio Cerocchi, apparso sul nostro giornale online. Alla sottile accusa di un Papa responsabile di cedere alle insidie della secolarizzazione, viene qui esplicitata la natura profonda dei cambiamenti avvenuti e ancora in corso, tanto da far dire in conclusione: “Bergoglio non c’entra”.

Ho letto giorni fa su questo  giornale online un interessante articolo di Pio Cerocchi sulla crisi della Chiesa cattolica, dal titolo: “Una voce profetica forse. La Chiesa di Francesco a una svolta”. Ci ritorno in punta di piedi, e da laico, perché l’argomento merita ed è serio.

Cerocchi si sofferma su due aspetti importanti, tra loro  strettamenti legati. Da un lato vede il Papa che, facendo leva sui media, vuole ringiovanire e rinnovare la Chiesa, ma  non si accorge che il cristianesimo è in profonda crisi giacché si trova di fronte a una “…diffusa non credenza”. Dall’altro vede questa crisi aggravata dai vergognosi e incredibili fatti interni: la pedofilia in Francia,  come pure la faccenda  Becciu.  Alla fine non si scoraggia, e riempie di speranza le parole di Benedetto XVI quando denuncia  “…l’eccesso di mondanità”  della  Chiesa.

In linea di massima sono daccordo. La crisi della Chiesa su cui riflette Cerocchi, mi ha però fatto fare un tuffo nel passato. 

La secolarizzazione

Nei primi anni ’70, Franco Ferrarotti invitò Sabino Acquaviva nella facoltà di sociologia – appena inaugurata  a Roma – per tenere una conferenza-lezione sul suo famoso libro, frutto di un’ampia ricerca, edito nel lontano 1961: “L’eclissi del sacro nella civiltà industriale“. Un classico di ‘Sociologia della Religione’, pieno di dati statistici. Lo studio di Acquaviva era tutto concentrato sulla secolarizzazione annunciata se non galoppante. Comprai  in quella occasione dell’incontro il libro,  che  tengo (caro)  a casa con la firma  di Acquaviva, e non posso nascondere che i primi stimoli su questa crisi me li fornì proprio il suo studio.  

Ebbene, non mancarono le polemiche sulle tesi formulate nel volume. Infatti, uscì dopo qualche tempo un libro di due sociologi in aperto contrasto con Acquaviva, mentre alcuni anni dopo lui stesso avrebbe ammorbidito le conclusioni, eccessivamente pessimistiche, chi era pervenuto. Oggi, del resto, non mancano gli studiosi che affrontano criticamente la questione della post-secolarizzazione. Benedetto XVI, a distanza di circa mezzo secolo, riprende e rafforza l’allarme lanciato a suo tempo: la “Secolarizzazione è ormai un processo che non interessa soltanto la società, poiché “…si trova addirittura all’interno della stessa chiesa”.

Che Benedetto avesse capito molto –  se non tutto –  sulla realtà della Chiesa che ha incontrato, sulle sue distorsioni e i suoi stretti contatti con ‘l’immanenza’ affaristica, a scapito della ‘trascendenza’ religiosa, sono in molti a sostenerlo. Forse i loro pareri sono stati accompagnati – o lo sono tuttora? – da qualche precipitoso e maligno sospetto sulle sue dimissioni. Fatto sta che anche Benedetto ha dato spazio a qualche preoccupazione, soprattutto nell’estabishment ecclesiale conservatore, quello che ancora oggi stenta a capire come va il mondo e come si stanno ribaltano le cose del mondo; quello bloccato cioè sulle glorie passate, sui ruoli di potere e prestigio, su una pastorale rivolta ad una società del primo Novecento, anziché lavorare – Vangelo alla mano – per affrontare i traumi sociali e culturali emersi dalla storia che respiriamo. D’altronde, “Il Vangelo nella storia” e “Con Dio e con la Storia” sono due titoli di libri che il “cattocomunista” Giuseppe Dossetti – antifascista e membro attivo nella Commissione dei 75 dell’Assemblea Costituente per la  redazione della nostra “…Costituzione sovietica” – così definita da Giuliano Ferrara – ci ha lasciato in eredità. Due titoli e due libri dimenticati. Sia dal clero, sia dai laici.

La Pastorale 

Non ci dovrebbero essere allora molti dubbi sul fatto che il lavoro che la Chiesa è chiamata a compiere, come pure la sua Pastorale, devono partire dal Vangelo, quindi dalla trascendenza e dalla preghiera.

Ma è un paziente  lavoro rivolto alla comunità dei fedeli, che se teso a creare vincoli e rapporti umani all’insegna dell’amore, deve nello stesso tempo tenere gli occhi sempre ben aperti sui terremoti economici, sociali e culturali in corso, con cui si confrontano quotidianamente i credenti. Ad essi spetta misurarsi con le ricadute traumatiche della globalizzazione, pilotata da quell’1% di Paperoni straricchi e da quel capitalismo finanziario e consumistico svincolato da elementari regole liberali, consegnatoci negli anni ’80  dalla svolta neoliberista di Margareth Thatcher. Una svolta – ricordo – nemica giurata delle politiche di solidarietà keynesiane e tutta concentrata sul privato, sul libero mercato e sul Pil, sui bilanci in ordine e sul “laissez faire”, senza lo Stato di mezzo che disturbi.

Si sarà capito che la mia laica opinione è che questa pastorale, legata ai tempi storici che viviamo, in realtà non ci sia. La vedo lontana dallo sviluppo tecnologico in atto, con le sue ricadute sulla vita di relazione. Appare insomma distante da fenomeni irreversibili che pesano enormemente sul piano sociale, culturale e religioso. È facile stilare un rapido elenco: una classe operaia pressoché estinta, se poniamo mente a quanto ci raccontava già nel 1990 Edmondo Berselli; un ceto medio moderato salito da tempo sul ‘discensore’ e via via trasformato in ceto basso, dominato dalla preoccupazione per l’oggi e per il domani; una borghesia che non si sa più che fine abbia fatto, come hanno sottolineato anni fa De Rita, Cacciari e Bonomi; chiese vuote e chiuse, con seminari e sacerdoti assenti, e con matrimoni religiosi in discesa libera, come ricorda Franco Garelli;  figli in forte calo e quelli rimasti con le valigie in mano come dichiara l’Istat; famiglie di mogli e mariti ormai trasformate in sezioni del defunto partito comunista, con compagne e compagni. 

L’individuo

Dunque una società che si capovolge, con una etica  capitalistica che alla fine  scommette tutto sull’individuo solitario. Il quale, grazie alla scuola di economia neoliberista austriaca – non a caso di radici luterane – viene elevato a modello e metodo di analisi sociali a tutto campo. Sull’individuo, nuovo epicentro della società e della cultura, c’è solo da aggiungere che Benedetto XVI ne aveva visto l’avvento: “…La ‘morte di Dio’ annunciata da tanti intellettuali, cede il posto ad uno sterile culto dell’individuo”. Questo individuo appartato ha poi creato autonomie identitarie e  sovranismi devastanti. I quali, sulla spinta della Brexit, rompono il realistico desiderio di  regole europee comuni e condivise, e di una grande Europa unita politicamente, e non solo con la moneta. Una presa di distanza che ha visto ai nostri giorni accodarsi la  Polonia, l’Austria, la Danimarca, la Grecia, ecc. Un individuo che sta  chiedendo  referendum e leggi sul suicidio assistito, a tutela delle sue “sacre” e inattaccabili libertà, fatte proprie sulle piazze dalla preoccupante stupidità squadrista del fascismo No Vax. E che si è  trasferito in politica annullando il partito, e sostituendolo col leader, unico e solo rappresentante.

Un individuo insomma, non più persona in relazione, che prende in giro l’utopia di Bergoglio quando parla di “Fratelli Tutti”, e che si trasferisce tra i fedeli bloccandoli anche nella lettura della storia e nella testimonianza della storia: ” (…) Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non sapete distinguere segni dei tempi?…” (Mt.16,2-3);  “(…) Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non valutate da voi stessi ciò che è giusto?” (Lc. 12,56-57). Ci tengo solo ad aggiungere, che un tale don Luigi Sturzo, quando sin dal 1919 ha chiamato i cattolici a calarsi nei tempi, facendoli  addirittura scendere nell’agone politico, aveva forse intuito  tutto. 

Conclusioni: la Storia

Di fronte alla scomparsa dei fedeli e alle crescenti sette  religiose, forse  Papa  Bergoglio ha capito che un  Sinodo era a questo punto necessario e indispensabile. Sinodo che significa stare insieme per discernere, in quanto la fede non è mai una  questione privata.

Ecco io mi limito a dire al mio amico Pio che Francesco sta spingendo  la sua Chiesa, e quel numero sempre più ridotto di fedeli, verso una consapevolezza sinora trascurata, e cioè a vivere nella storia e a leggere la storia; a vivere le novità  sociali e culturali e a interpretarle con gli occhi del Vangelo; a non isolarsi dai cambiamenti in corso d’opera già fuggiti di mano col clima, col lavoro e la società 5.0, e con quei 600 milioni (milioni !) di africani subsahariani che muoiono di fame e non vedono l’ora di emigrare. Il tutto alla luce degli Insegnamenti biblici ed evangelici, perché il cristiano non deve solo coltivare la (sua) spiritualità standosene a pregare chiuso in casa, e così  mettere  la (sua) anima in pace, ma deve vivere il mondo e nel mondo. Assieme agli altri e con gli altri.  

E Francesco questo lo ha capito perché non ha  nessuna intenzione di rinchiudere la sua Chiesa  in un monastero sull’Himalaya, ma pensa di farla misurare con i cambiamenti in atto, che lui definisce addirittura “metamorfosi“. Se poi viene accusato di trascurare la spiritualità e di leggere molto la società, lo si interpreta spesso in maniera superficiale. La spiritualità cristiana non è mai una pratica yoga per rilassarsi e distendersi. È un bisogno degli ‘affamati e assetati’ rivolto alla giustizia sociale immersa nella storia: Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.”

Al mio amico Pio, vorrei sommessamente dire che sulla crisi del sacro, sulla secolarizzazione e sulla “diffusa non credenza”, Bergoglio non c’entra. Sono processi culturali e sociali frutto della storia che viviamo e respiriamo, comparsi da tempo sulla scena della modernità. E non c’entra neanche la crisi della spiritualità e della stessa fede, figuriamoci quella interna alla Chiesa. Condivido invece pienamente il suo augurio conclusivo o meglio la sua speranza in ordine alla rinascita e ripartenza della fede cristiana, in una Europa che auspicherei fondamentalmente più unita.

Gigi Meroni, un mito granata e un anticipatore sociale.

L’ala destra del Toro, a 54 anni dalla sua scomparsa, resta non solo un “mito” granata come lo sono rimasti i “ragazzi di Superga”, ma anche un’icona del calcio italiano ed europeo.

15 ottobre 1967, muore a Torino Gigi Meroni. Il George Best italiano; il talento che scompare a 24 anni in un tragico incidente attraversando una strada del capoluogo subalpino in una uggiosa domenica d’autunno, l’ormai famoso Corso Re Umberto; il calciatore che infiammava le folle con i suoi dribbling, le sue follie creative, la sua capacità di ridicolizzare l’avversario senza mai infierire come capitava ad un altro mito del calcio argentino e juventino, Omar Sivori. No, Gigi Meroni si limitava a giocare al calcio. Ma, soprattutto, è stato un inventore del calcio. Un anticipatore del calcio moderno. E un anticipatore dei tempi. Meroni che gioca pochissimo in Nazionale per i capelli lunghi e la barba lunga; Meroni che convive con una donna già sposata; Meroni che rinuncia al trasferimento alla Juventus – richiesto fortemente dall’Avvocato Gianni Agnelli che, non a caso, ha sempre visto lontano, anche nel calcio – e rimane il leader indiscusso della compagine granata; Meroni che, con il suo stile di vita e la sua visione del calcio, resta un anticipatore dei tempi che si apriranno ufficialmente solo l’anno successivo la sua scomparsa, nel 1968.

Certo, Meroni a 54 anni dalla sua scomparsa resta non solo un “mito” granata come lo sono rimasti i “ragazzi di Superga”, ma anche un’icona del calcio italiano ed europeo. La sua tragica e paradossale scomparsa in una sera dopo una bella vittoria contro la Sampdoria al Comunale per 4-2 e in attesa del derby poi vinto 4-0 con tre gol del suo grande amico Nestor Combin la domenica dopo la sua scomparsa. E la conferma della sua unicità e singolarità di personaggio arriva dalla vasta e copiosa pubblicistica su Gigi Meroni, sul suo estro e sul suo innato anticonformismo. Nel calcio come nella vita di tutti i giorni. Viveva in quella famosa mansarda di Piazza Vittorio a Torino, guidava una Balilla nera e attrezzata in modo artistico e inconsueto, dipingeva ritratti ed è stato giudicato un raffinato pittore. E, in ultimo, tratteggiava i suoi abiti che poi li faceva costruire su misura dal suo amico sarto personale.

Insomma, la “farfalla granata” è stato un figlio dei suoi tempi, indubbiamente. Ma Gigi Meroni è destinato a rimanere nella memoria collettiva dell’universo granata e del calcio italiano anche perché, a cominciare proprio dal calcio, ha anticipato tutti i tempi. A livello sportivo, culturale, politico, sociale e calcistico. Certo, Meroni è stato fortemente contestato dal “politicamente corretto” dell’epoca e da quasi tutto il circo mediatico degli anni che l’ha visto protagonista: i famosi anni ‘60. E la conferma arriva anche dalla sua presenza saltuaria e precaria nella Nazionale – per la lunghezza dei capelli certamente ma non solo, come ovvio – e dalla considerazione concreta di molte altre società blasonate dell’epoca. Ma Meroni era ormai diventato un punto di riferimento nel calcio italiano e quando saliva i gradini degli spogliatoi per entrare in campo la sua presenza, e il suo estro, erano al centro delle opposte tifoserie. Per la gioia dei granata e per la sofferenza degli avversari.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, nel mosaico triste, tragico ma anche entusiasmante e vivace del mondo granata, Gigi Meroni continua a rivestire un ruolo del tutto particolare. Sì, un campione a volte incompreso e, purtroppo, calcisticamente non pienamente realizzato per la tragica scomparsa ma anche, e soprattutto, una persona che ha segnato profondamente la sua epoca anticipando quella rivolta sociale e quella rivoluzione dei costumi che avrebbe caratterizzato il nostro paese di lì a poco. Per questo Gigi Meroni resta nei cuori granata e nella leggenda del calcio italiano.

Estrema destra. Neofascismo: la fine delle illusioni. Il punto su “Il Mulino”.

Le tensioni che ci eravamo illusi di aver definitivamente consegnato al passato riemergono con forza. In un contesto in cui la nuova-vecchia destra, che non ha mai sciolto del tutto il suo ambiguo legame col fascismo, trova un ambiente fertile e prospera.

Mario Ricciardi

Seguire il dibattito pubblico in Italia può essere un’esperienza penosa. Un po’ come accade quando si assiste ai tentativi di non cadere di una persona che ha messo un piede in fallo: sbanda, cerca qualcosa cui aggrapparsi, ma il punto di appoggio si rivela a sua volta instabile, fino a quando viene inesorabilmente trascinato a terra rendendo il tonfo finale ancora più fragoroso. A qualche giorno dall’attacco alla sede storica della Cgil a Roma la sensazione è la medesima, solo che la caduta avviene in slow motion, un fotogramma alla volta. Non entro nel merito della questione dello scioglimento di Forza Nuova sotto il profilo giuridico. Diversi autorevoli costituzionalisti hanno spiegato in modo chiaro che gli strumenti ci sono. Non voglio neppure contestare il carattere neofascista di un movimento che da anni inquina la vita politica del nostro Paese, propagandando una visione della società incompatibile con i principi democratici e con la legge fondamentale del nostro ordinamento. Quello che vorrei fare è un ragionamento politico. Cominciando dalla storia.

La XII disposizione transitoria della Costituzione repubblicana rispondeva a un’elementare esigenza di difesa del nuovo regime che stava nascendo dalle macerie di una guerra voluta dal fascismo, che nella sua parte finale era diventata anche una sanguinosa guerra civile, che aveva ulteriormente diviso il Paese, lasciando una scia di violenze impunite e di risentimenti che non avevano trovato composizione nel dopoguerra. Dotarsi di uno strumento repressivo dei tentativi revanscisti era una cautela indispensabile per l’agibilità della democrazia, e come tale la XII disposizione fu adottata.

Sul piano sociale, tuttavia, la situazione era meno netta di quel che la sola lettura del testo costituzionale farebbe pensare. Nonostante i crimini di cui si era macchiato, il fascismo aveva avuto fino alla fine una base di consenso che era fatta non solo di fanatici, ma anche di una «zona grigia» difficile da quantificare, fatta di persone che erano disposte a riconoscere qualche merito sia al regime sia alla classe dirigente che lo aveva guidato per un ventennio. Distinguo, tentativi di minimizzare e di scusare, anche se confutati dalla ricerca storiografica, emergono sin dai primi anni di vita della Repubblica, in parte alimentati anche dal nuovo clima della Guerra fredda. Esemplare, sotto questo profilo, l’atteggiamento di giornalisti e intellettuali che avevano un grande seguito come Leo Longanesi, Indro Montanelli e persino Ennio Flaiano. La Repubblica insomma nasce dall’antifascismo, ma sin dall’inizio tollera un anti-antifascismo che è tutt’altro che marginale nella cultura italiana, anche se è in qualche misura tenuto sotto controllo dalle forze politiche principali. In un contesto del genere, non è sorprendente che la disposizione XII sia convissuta, non sempre senza tensioni, con la presenza di forze politiche che si richiamavano in qualche modo all’eredità del fascismo. La più numerosa delle quali, il Movimento sociale italiano, aveva una significativa presenza in Parlamento.

Questa situazione crea inevitabilmente un’ambiguità sul piano della prassi, che si alimenta di dissimulazioni più o meno oneste. Fa una certa impressione ascoltare oggi gli esponenti politici democratici che chiedono a Giorgia Meloni di prendere una posizione chiara sul fascismo, ignorando – o dimenticando – che la leader di Fratelli d’Italia si è formata politicamente in un mondo che aveva fatto degli ammiccamenti, delle allusioni, del «qui lo dico e qui lo nego», una strategia di sopravvivenza di un certo successo. La consapevolezza di questa intrinseca debolezza dell’antifascismo come cultura repubblicana era ben presente alla classe dirigente della Prima repubblica. Anche perché essa aveva assistito a diverse crisi che in qualche modo si riallacciavano a questo nodo non sciolto, dai fatti di Genova alle diverse trame eversive, o agli episodi di violenza, che in vario modo vedevano coinvolte persone vicine, anche se non sempre direttamente riconducibili, al Movimento sociale. La pietosa finzione giuridica dell’arco costituzionale fu elaborata proprio per dare una qualche composizione simbolica a un dissidio che nella società rimaneva aperto.

Col passare del tempo, e in modo più marcato dopo la fine della Guerra fredda, le tensioni che avevano accompagnato questa ambiguità di fondo della democrazia italiana si attenuano, anche per via dell’uscita di scena delle generazioni che del fascismo, della guerra e della ricostruzione avevano memoria diretta. Di questa nuova situazione approfitta Silvio Berlusconi, nel crepuscolo della prima repubblica, per tendere la mano al leader del Msi Gianfranco Fini, nel momento della sua candidatura a sindaco di Roma. Ciò avviene, come era nello stile del personaggio, non attraverso un discorso articolato di chiusura del lungo dopoguerra, ma attraverso gesti e parole di studiata ambiguità, e che proprio per questo ciascuno può leggere come preferisce. Questo in fondo non stupisce, anche in considerazione della vicinanza di Berlusconi a quella parte del ceto medio di questo Paese che, dopo il 1945, si era riconosciuto nell’anti-antifascismo di Montanelli (di cui l’imprenditore milanese era diventato l’editore). 

L’unico che sembra prendere sul serio la questione di principio della chiusura del lungo dopoguerra è proprio Gianfranco Fini (anche per comprensibili ambizioni personali), che intraprende un percorso di revisione del passato e di abiura del fascismo del tutto inedito per il suo ambiente di provenienza, che gli procura non pochi problemi coi suoi. La parabola politica di Fini si conclude però quando egli si illude di poter diventare il punto di riferimento di una nuova destra, conservatrice ma non più post-fascista, contro gli interessi privati di Berlusconi. In men che non si dica lo sventurato che aveva risposto alle esigenze di una nuova stagione politica viene messo alla porta, e di fatto esce dalla vita politica. Nel vuoto lasciato dal leader «licenziato» da Berlusconi si fa avanti una nuova generazione, di cui Giorgia Meloni risulta essere l’esponente di punta, accompagnata però da pezzi della vecchia classe dirigente missina, che rappresentano la continuità con il passato e con l’ambiguità che lo aveva caratterizzato. Dopo la caduta di Fini la questione del fascismo non scompare del tutto, ma nessuno chiede più alla destra di scioglierla in modo definitivo. Al contrario, anche una parte della sinistra, o sedicente tale, fa a gara a blandire la giovane leader e alcuni esponenti del suo partito. Gli elogi si sprecano: «bravi», «competenti», «affidabili». Tutti hanno una gran voglia di novità, e chi esprime qualche dubbio, o semplicemente chiede di sciogliere le ambiguità viene trattato come un molestatore.

Così arriviamo a oggi. Più di dieci anni di crisi ci consegnano un Paese diviso, scontento, in cui tensioni e conflitti sociali che ci eravamo illusi di aver definitivamente consegnato al passato riemergono con forza sempre più preoccupante. In questo contesto la nuova-vecchia destra, che non ha mai sciolto del tutto il suo ambiguo legame col passato, trova un ambiente fertile, e prospera. Questioni identitarie, paura per il futuro, richiesta di protezione trovano espressione nel linguaggio del nazionalismo (che era stato culturalmente uno dei formanti del fascismo). Gli estremisti, che si sono organizzati in formazioni come Forza Nuova o Casa Pound – senza trovare resistenza efficace da parte delle istituzioni politiche e delle forze dell’ordine, quando ciò sarebbe stato opportuno e legalmente possibile – diventano sempre più arroganti. Si compiacciono di una nuova popolarità e della benevola tolleranza di chi non vuol sentir parlare del passato, e cercano visibilità.

 

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Smart working, un vantaggio per tutti.

Se bene organizzato, il  lavoro agile va anche  a favore delle imprese e delle P.A., perché consente di adottare nuovi modelli che riducono le spese e aumentano la produttività, rafforzando i sistemi di misurazione e valutazione delle performance.

Lo scorso anno, il lockdown della popolazione ha causato un calo generale dei livelli di gas serra e ha ridotto l’inquinamento. Questo è stato possibile grazie al telelavoro, un modello di lavoro poco presente, sino ad allora, in Italia, rispetto ad altri Paesi europei. In quei mesi i benefici ambientali grazie allo smartworking, senza possibilità di smentita, sono stati molti. Si sono evitati gli spostamenti, che impattano sull’ambiente e sulla salute; si è ridotto il consumo di carburante, le emissioni di gas serra e il rumore del traffico; e soprattutto gli ingorghi che, in questi giorni, stanno riempiendo le nostre aree metropolitane. 

Enea, in uno studio che coinvolge 29 pubbliche amministrazioni e 5.500 lavoratori, ha calcolato, per esempio, che lo smart working è in grado di ridurre la mobilità quotidiana di circa un’ora e mezza in media a persona, per un totale di 46 milioni di chilometri evitati, pari a un risparmio di 8000 tonnellate di co2, 1,75 tonnellate di pm10 e 17,9 tonnellate di ossidi di azoto. Ma bastano pochi mesi per cambiare una cultura aziendale e pubblica basata sul lavoro faccia a faccia? Come dimostrato dagli ultimi avvenimenti, sembra che non sia così. Se il settore privato si è ben adattato al nuovo corso, la pubblica amministrazione, con il Ministro della funzione pubblica, si muove in tutt’altra direzione. 

Una provvedimento che impatterà notevolmente sull’ambiente, frutto di una visione del lavoro miope e retrograda che, inoltre, non favorisce la responsabilizzazione degli enti sulla quantità e sulle modalità di smart working. Infatti, se, fino a pochi anni fa, la produttività era – anche – frutto del costante monitoraggio dei propri dipendenti, pubblici o provati che fossero, oggi, invece, il mondo del lavoro mette al centro le persone. Si è finalmente compreso che, la soddisfazione del dipendente viaggia di pari passo con la crescita aziendale ed il miglioramento della performance.

L’era postindustriale richiede, infatti, un nuovo modo di intendere il ruolo dei dipendenti: non sono più subordinati, ma collaboratori, cioè persone che utilizzano i tratti caratteristici del proprio modo di essere per raggiungere gli obiettivi fissati, indipendentemente da quanto la gerarchia aziendale possa pianificare o controllare, utilizzando tecniche di gestione classiche. Il compito del leader, in questo nuovo ambiente, non è più quello di essere il migliore della squadra, bensì quello di individuare e saper comunicare l’obiettivo da raggiungere e incoraggiare gli altri in questo senso. Il compito del team, invece, è raggiungerlo, scegliendo autonomamente gli strumenti migliori affinché ciò avvenga.

Il management moderno deve creare un contesto in cui tutti i dipendenti siano autonomi – il che, di contro, non significa assenza di vincoli e limitazioni. L’obiettivo è coinvolgere i lavoratori in dinamiche orizzontali che ne favoriscano l’autonomia e la creatività. In altre parole, scommettere sullo smart working, significa offrire alle persone flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, dei tempi e degli strumenti da utilizzare, elementi che ne accrescono la responsabilità nel raggiungimento dei risultati, e quindi valorizzano le capacità imprenditoriali di ogni dipendente.  Lavorando in questo modo, il lavoro agile diventa un vantaggio anche per le imprese e per le P.A., perché consente di adottare nuovi modelli che riducono le spese e aumentano la produttività, rafforzano i sistemi di misurazione e valutazione delle performance, basate sui risultati e sui livelli di servizio, diventano attrattive di talenti e portano ad una sensibile riduzione del fenomeno dell’assenteismo.

A Berlino la casa è un problema. L’analisi su “lavoce.info”.

A Berlino il sì ha prevalso in un referendum sulla nazionalizzazione di una parte del patrimonio residenziale di proprietà privata. Probabilmente l’operazione non avrà seguito, ma l’esproprio non sarebbe comunque la soluzione al problema della casa.

Le elezioni per il rinnovo del Bundestag del 26 settembre hanno avuto un’appendice berlinese. Gli elettori della capitale tedesca sono stati chiamati a eleggere il nuovo borgomastro e a rispondere a un quesito referendario sulla nazionalizzazione di una quota del patrimonio residenziale cittadino di proprietà privata. Lo spoglio dei voti ha restituito un esito favorevole alla proposta. La sua attuazione non è però certa. Ma se lo fosse, sarebbe la soluzione migliore del problema degli alti canoni?

Per comprendere l’iniziativa referendaria è utile richiamare alcuni tratti della condizione abitativa della città. La stragrande maggioranza dei suoi oltre 4,5 milioni di abitanti vive in case per le quali paga un affitto. La grande diffusione della locazione caratterizza non solo la Germania ma anche gli altri paesi del nord europeo.

In Germania quasi la metà della popolazione non è proprietaria della casa in cui abita: più di quaranta persone su cento vivono in alloggi per i quali pagano un canone di mercato e otto su cento un affitto ridotto; per quasi un quinto degli inquilini, l’affitto assorbe almeno il 40 per cento del loro reddito e la metà di essi è a rischio di povertà. Una quota non trascurabile di tedeschi è economicamente in difficoltà a sostenere i canoni di mercato.

La difficoltà sembra molto più accentuata nella capitale, dove il mercato è dominato dalla netta prevalenza degli alloggi in locazione. La società immobiliare Guthmann ha redatto un rapporto sullo stato del mercato della casa a Berlino nel 2021, che quantifica in circa due milioni gli appartamenti che compongono il patrimonio di edilizia residenziale della città. Di questi, 1,64 milioni sono dati in affitto e solo la restante parte è abitata dai proprietari.

Il problema principale della città è il livello degli affitti e il loro ritmo di crescita. Secondo le analisi riportate nel rapporto, il canone medio mensile di locazione di un appartamento nuovo di cento metri quadri supera i 2 mila euro e quello di uno esistente si avvicina a 1.250 euro. Non sono importi trascurabili, ma soprattutto fanno registrare aumenti percentuali annui a due cifre, o quasi, che hanno portato a una crescita degli affitti negli ultimi cinque anni di oltre il 60 per gli appartamenti nuovi e di quasi il 40 per cento per quelli esistenti. Sono incrementi enormemente superiori rispetto all’inflazione nello stesso periodo e anche all’aumento medio del reddito degli inquilini.

La via del referendum

La ragione del referendum berlinese è tutta nell’individuazione dell’origine di questa situazione. Le cause della veloce lievitazione dei canoni, ovviamente, sono diverse. I promotori del referendum individuano la principale nella particolare struttura proprietaria degli immobili residenziali destinati all’affitto. Poco meno del 40 per cento è di proprietà di compagnie private, con una forte concentrazione in poche grandi società immobiliari.

Una di queste società è la Deutsche Wohnen, con un portafoglio di 155 mila appartamenti, dei quali oltre 100 mila a Berlino. Essendo il più grande proprietario privato di appartamenti in città, la società è entrata nel mirino delle associazioni organizzatrici del referendum, tant’è che lo slogan della campagna elettorale è stato “Espropriare Deutsche Wohnen & C”. La proposta che gli elettori hanno approvato prevede proprio l’esproprio e la pubblicizzazione – azioni consentite dalla Costituzione tedesca – di tutti i patrimoni privati formati da almeno 3 mila appartamenti; in totale si tratterebbe di oltre 200mila appartamenti. L’ultima parola, però, spetta al governo della città-stato di Berlino che dovrebbe approvare una legge per dare corso all’esito della consultazione. Difficilmente lo farà, dato che i partiti, eccetto quello di estrema sinistra (Die Linke), non erano favorevoli all’ipotesi. Naturalmente, l’operazione incontrerebbe l’opposizione delle società espropriate, che ricorrerebbero a tutte le vie legali per evitarla. E potrebbe risultare anche proibitiva per le casse della città, il cui governo stima in 36 miliardi di euro il risarcimento da riconoscere ai proprietari. La stima di 8 miliardi degli organizzatori del referendum dà infatti un valore medio degli appartamenti di 40 mila euro: un po’ poco per un alloggio abitabile per dimensione o condizioni di conservazione.

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https://www.lavoce.info/archives/90121/a-berlino-la-casa-e-un-problema/

Pillole di teologia. È possibile una religione senza fede?

Pubblichiamo per gentile concessione l’articolo che appare nell’edizione odierna dell’«Osservatore Romano». L’autore c’invita a riflettere su una una religione che potrebbe essere scomparsa anche nelle nostre chiese, essendo vuota e lontana dalla fede come amore unico di Dio. 

Antonio Staglianò

E cosa è una religione senza fede? Applicando l’interrogativo all’esperienza cristiana del cattolicesimo, “cosa sarebbe il cattolicesimo senza cristianesimo”? Concordo con il lettore: sto annoiando con quello che ormai denominiamo “cattolicesimo convenzionale”, una religione senza fede (una sorta di paradossale ateismo religioso) concretamente possibile addirittura nelle nostre comunità cristiane, nelle nostre parrocchie. In Luca, 18, 8 la provocazione di Gesù fu sorprendente: «Il Figlio dell’uomo, quando verrà troverà la fede sulla terra?». La fede è quella nel Dio di Gesù: Dio-agape, solo e sempre amore. Si tratta di un Dio che non uccide e non comanda a nessun fedele di uccidere nel suo nome: not in my name (mai nel mio nome).

Snaturare questa fede in Dio amore, nella credenza proiettata su una “maschera di Dio”, che — per giustizia — applicherebbe la legge del taglione e, comunque, punirebbe anche con la morte o la malattia o il dolore come castigo per la malvagità umana, significherebbe non credere cristianamente. Anche se si entra nelle chiese cattoliche a pregare “quel Dio”, non si dovrebbe trovare alcun ascolto, per il semplice fatto che “quel Dio” non esiste: parola di Gesù di Nazareth. Potremmo allora comprendere l’aiuto che proviene dalla “bestemmia” di chi proclama la necessità della morte di Dio affinché l’uomo viva, perché magari ha fatto di Dio l’esperienza di un legame “asfissiante”, mortificante, o addirittura schiavizzante.

È l’incoraggiamento alla “riflessione critica” (a un’interrogazione non negligente) che tutto il popolo cattolico doverosamente si farà: non è che Dio sta sparendo anche dalle nostre chiese, essendo già sparito da un pezzo, per il processo di secolarizzazione, dalle nostre case e dal nostro costume, dal nostro ethos quotidiano? È questione che coglie il senso stesso della fede cristiana, troppo spesso ridotta (intellettualisticamente) alla “conoscenza di cose misteriose o strane dottrine”, piuttosto che alla pratica obbediente del comandamento dell’amore unico (e singolare) di Gesù: «Come io ho amato voi, voi amerete»; «Alla mia sequela voi sarete uno, come il Padre è in me e io sono nel Padre». La fede cristiana è fides quae per caritatem operatur, la fede che opera attraverso l’amore (Galati, 5, 6): e l’amore è quello stesso di Dio, innestato nel cuore del credente, cioè lo Spirito santo.

Protagonisti del Novecento. Yourcenar, l’eterno in un istante. Lettura su “Conquiste del Lavoro”.

L’articolo presenta la figura della grande scrittrice di lingua francese mettendo in rilievo aspetti biografici e contenuti letterari.

Lello Gurrado 

La prima curiosità è legata al suo cognome. Marguerite Yourcenar non si chiamava Yourcenar ma Crayencour. Yourcenar è uno pseudonimo nato quando, a soli diciassette anni, avendo scritto il suo primo libro di poesie, “Il giardino delle chimere”, pensò che fosse meglio firmarlo con uno pseudonimo. Aiutata dal padre Michel, fece l’anagramma del cognome. Commise, complice il padre, un piccolo errore veniale (nove lettere invece di dieci con una “c” lasciata per strada) ma arricchì il mondo letterario con quella firma destinata alla gloria: Yourcenar.

Nata a Bruxelles nel 1903, persa subito la madre, una giovane belga di nobili origini, morta di setticemia dieci giorni dopo averla messa al mondo, la piccola Marguerite venne allevata in Francia in un piccolo paese del Nord, Saint Jans Cappel, dalla nonna paterna. Il suo straordinario talento emerse prestissimo. A otto anni Marguerite si appassionò alla lettura dei classici, chinando la testa su libri molto impegnativi, a dieci anni imparò il latino, a dodici il greco, a diciassette, come abbiamo già detto, pubblicò il suo primo libro, a ventuno incominciò a scrivere quello che sarebbe diventato il suo capolavoro: “Le memorie di Adriano”.

Parliamo subito di questo grande libro. È il racconto fatto in prima persona dall’imperatore che regnò su Roma nel primo secolo dopo Cristo “quando gli Dei non c’erano già più, ma Cristo non era ancora apparso”. Secondo la ricostruzione della Yourcenar, all’età di sessant’anni, consapevole di essere molto malato e quindi vicino alla morte, l’imperatore Adriano decise di raccontare la sua vita. Le campagne belliche, gli amori difficili (un matrimonio finito male e l’innamoramento per un giovincello), la costruzione di grandi strutture, come il Vallo di Adriano, issato in Gran Bretagna, per difendere i territori appena conquistati e, soprattutto, la meravigliosa Villa Adriana costruita a Tivoli dove l’imperatore trascorse gli ultimi mesi dei vita.

Dal 1999 Villa Adriana è stata nominata patrimonio dell’umanità dall’Unesco e molto merito per questo riconoscimento va indubbiamente, oltre che ovviamente all’imperatore che l’ha voluta, a Marguerite Yourcenar che la visitò per la prima volta negli anni venti del Novecento, se ne innamorò, incantata dalla bellezza architettonica e dagli arredi, e in seguito la fece conoscere in tutto il mondo, ambientando qui le memorie di Adriano.

Ma lasciamo l’imperatore e torniamo a lei. Nel 1937 troviamo Marguerite Yourcenar a Parigi, dove conosce Grace Frick, un’insegnante di inglese che sarà la sua compagna per tutta la vita. Nel 1939, allo scoppio della guerra, la Yourcenar andrà alla scoperta dell’America. Resterà negli Stati Uniti oltre vent’anni, prenderà la cittadinanza americana e si manterrà insegnando letteratura francese e storia dell’arte. Un periodo duro e faticoso che Marguerite Yourcenar ricorderà come il più difficile della sua esistenza. Un periodo però aureo, lo diciamo a posteriori, perché si concluse con la pubblicazione delle già citate “Memorie di Adriano”.

Ma se questo è stato il libro che l’ha resa famosa non è certo il solo della Yourcenar che meriti di essere letto. C’è “Alexis”, il suo primo libro uscito nel 1929; c’è “L’opera in nero”, un romanzo storico ambientato nel tardo Rinascimento; c’è “Moneta del sogno” ambientato nell’Italia fascista; c’è “Come l’acqua che scorre”, una mini raccolta di racconti storici di ambiente seicentesco, e poi “Il colpo di grazia”, “Fuochi”, “Novelle orientali” e il bellissimo, intenso “Giro della prigione”, in Italia uscito postumo, nel 1991, quando Marguerite Yourcenar era scomparsa già da quattro anni.

Prima donna entrata a far parte dell’Académie francaise, la grande scrittrice affronta in tutte le sue opere temi importanti, di grande spessore. Parla di omosessualità, di solitudine, di esistenzialismo, di dolore e, immancabilmente, di morte. Sono letture toste, impegnative, impossibili da affrontare con superficialità. Un esempio. Nell’“Opera in nero” il protagonista Zenone, scienziato e alchimista, a un certo punto si chiede. “Chi sarebbe così insensato da morire senza aver fatto almeno il giro della propria prigione?”.

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http://www.conquistedellavoro.it/cultura/yourcenar-l-eterno-in-un-istante-1.2711866

 

Lucio Caracciolo: “Gli USA considerano centrale il palcoscenico cinese dove i paesi della NATO non hanno un ruolo”.

Intervista al direttore di “Limes-Rivista italiana di geopolitica”.

Direttore Prof. Caracciolo,  in un editoriale per il settimanale londinese “The Economist” Henry Kissinger ha scritto che gli USA hanno fallito la lunga missione in Afghanistan perché “gli obiettivi militari sono stati troppo assoluti e irraggiungibili e quelli politici troppo astratti e sfuggevoli”. E’ una valutazione sintetica ma sostanzialmente esplicativa ed attendibile?

Credo di si, la condivido in linea di massima. Il punto sta nel fatto che gli americani sono andati in Afghanistan senza un progetto che non fosse quello di dare all’opinione pubblica americana il senso della reazione all’attacco dell’11 settembre. Tutto questo è stato deciso, tra l’altro, in una atmosfera di paura e di rabbia che certamente non ha favorito una lettura strategica dell’operazione. Risultato: gli americani sono rimasti incastrati venti anni in un Paese dove non avevano nulla da fare e lo hanno lasciato in malo modo, con un grave danno di reputazione che sicuramente dovranno scontare anche in futuro.

Indubbiamente il ritiro dei militari americani dopo venti anni di presenza logorante e – alla fin fine – inconcludente ha fatto cadere come un castello di carte un equilibrio precario che ha coinvolto la politica estera USA (ripetendogli errori commessi in Vietnam) e quella del mondo occidentale. In particolare USA ed Europa escono con le ossa rotte, molte vittime militari e una sconfitta bruciante. Quali scenari si aprono per le prossime mosse nell’ambito dei paesi aderenti alla Nato e per la stessa ONU?

Certamente la NATO ne esce divisa, incerta sul proprio futuro e senza un chiaro orientamento. Questa organizzazione (la Nato)  aveva una missione precisa ai tempi della “guerra fredda”, cioè impedire la conquista dell’Europa occidentale da parte sovietica: ora non ne ha più, per la semplice ragione che l’Unione Sovietica non c’è più. Il punto è che le grandi organizzazioni – compresa la NATO – tendono a durare più del loro senso. Possono durare anche decenni o secoli come il Sacro Romano Impero semplicemente dal punto di vista nominale ma senza rappresentare una realtà effettuale.

Quindi aveva ragione Federico Rampini quando in occasione del 70° anniversario di fondazione della NATO aveva parlato di un evento che assomigliava più ad un funerale che ad una ricorrenza da festeggiare?

Sì, per quanto riguarda il senso originario. Questo giudizio è tra l’altro ampiamente condiviso da buona parte dell’establishment americano e ancor di più dall’opinione pubblica statunitense. Non vedo tra l’altro particolari differenze nell’approccio al mondo e in particolare alla NATO tra Trump e Biden, se non nello stile personale e nel modo di esprimersi. La sostanza è che gli Stati Uniti  considerano centrale il palcoscenico cinese, dove evidentemente i paesi della NATO non hanno un ruolo, se si eccettua forse l’Inghilterra, ma la NATO in sé certamente no e questo apre scenari di incertezza per il futuro di questa alleanza.    

Da un punto di vista militare, strategico e diplomatico quali sono stati gli errori più evidenti e catastrofici? Certamente il lungo logoramento e una presenza in Afghanistan mai risolutiva hanno portato alla dèbacle.  Lei ha detto “gli USA se la sono squagliata”: è stata dunque la scelta di Biden  l’ammissione di una sconfitta oppure una presa d’atto circa la necessità di uscire dal paese sapendo che i talebani erano ormai alle porte di Kabul?

L’idea di  andarsene dall’Afghanistan circola in America da quando i primi soldati ci sono arrivati. Sono passati venti anni. Biden stesso nel 2009 aveva inutilmente cercato di convincere Obama sul ritiro mentre Obama aveva invece poi rafforzato la presenza americana. Certamente il modo in cui è avvenuto questo ritiro ci dice anche dello stato di disorientamento e di disorganizzazione degli apparati americani.

L’aeroporto della capitale Afghana è stato l’epicentro di un dramma umanitario: molta parte della popolazione afghana sarà costretta a restare nel Paese e ad accettare lo stato di fatto del cambio di governo, sottomettendosi al ritorno dei talebani. Con tutti gli impliciti, ad esempio la considerazione delle donne: su questo aspetto l’islamismo esprime una violenza di genere che origina dalla shaaria e si esprime attraverso la fatwaCome si potrà gestire l’emergenza dei profughi? Come potranno essere protette le donne? L’Europa, in particolare, è pronta ad accogliere?

I paesi europei potranno fare qualcosa per quanto riguarda l’accoglienza di chi arriva dall’Afghanistan , ma non molto visto il clima generale verso i migranti che impera in gran parte del nostro continente. Su tutto il resto, una volta che noi occidentali ce la siamo squagliata in massa dall’Afghanistan, non possiamo fare niente. Dobbiamo però considerare che gli stessi talebani sono afghani ed hanno una base di consenso anche non trascurabile nello stesso paese. Soprattutto non possiamo confondere Kabul con il resto dell’Afghanistan, perché sono due realtà molto diverse. 

Gli attentati dell’ISIS stanno minando il tentativo dei talebani di farsi accettare dalle diplomazie internazionali e dal Paese stesso come Governo legittimo. Come valuta la reazione degli USA e la promessa di Biden di “farla pagare” agli jihadisti? Gli attacchi con i droni? E’ un tentativo di rimediare anche ad una perdita verticale di credibilità del Presidente USA presso l’elettorato americano e la società civile?

L’Isis e al’Qa’ida sono considerati di fatto ‘nemici’ da gran parte delle fazioni talebane, anche perché i talebani sono abbastanza divisi al loro interno. L’unico modo in cui – in questa fase – gli americani possono dare un qualche segno della loro presenza dal punto di vista militare è quello dei droni o comunque delle operazioni da lontano e per definizione si sa che queste operazioni sono molto limitate.

Le vicende afghane hanno scompaginato gli equilibri geopolitici preesistenti. Di fatto, ad esempio, negli USA è riemerso lo spettro dell’11 settembre, forse mai del tutto rimosso, l’Europa rivela la propria inconsistenza evanescente, l’alleanza della Nato è messa in crisi nei rapporti interni e nella capacità di esercitare una sorta di controllo sullo scacchiere mondiale. Come escono da questa vicenda gli USA e l’Europa? Quali prospettive immediate e future ci attendono? L’impressione è che se dovessero rientrare in gioco con un altro intervento militare, USA ed Europa rischierebbero la disfatta. Resta solo la via della mediazione diplomatica? 

Penso che in questo momento nessuno – cioè nessuna delle potenze, a cominciare dall’America  – consideri l’Afghanistan un punto importante nella propria agenda. Questo lascia uno spazio enorme di manovra alle varie fazioni afghane che quindi si disputeranno il territorio senza troppi disturbi esterni. Certamente il segno più profondo del ventennio di guerra inutile in Afghanistan sarà la diffidenza reciproca tra i Paesi NATO  in particolare quelli europei , specialmente  la Germania e la Francia, soprattutto dal punto di vista delle strutture militari e dell’opinione pubblica, nei confronti dell’America.

La legittimazione, pur con diverse accentuazioni, di Cina, Russia e Turchia della presa di potere dei talebani contiene impliciti che riguardano i futuri assetti geopolitici del pianeta. Ridimensionamento vistoso degli USA, incertezze dell’Europa, prepotente e dilagante espansione cinese sul piano geopolitico e geoeconomico. A questo punto , nel nostro piccolo, ci teniamo ancora il Memorandum della via della seta siglato con la Cina nel marzo 2019? Oppure i misteri di Wuhan e ora la vicenda afghana dovrebbero indurci ad un ripensamento? Bisogna davvero “Fermare Pechino” come scrive nel suo libro recentissimo Federico Rampini?

Penso che bisogna fare i conti con l’aggressività espansiva cinese ma anche con una incertezza americana di fondo su come fronteggiarla: tra questi due soggetti, che in realtà non si capiscono molto, il rischio è che possa accendersi un ‘incendio’  magari anche per mero accidente e quindi si arrivi ad un conflitto di dimensioni incontrollabili. Il Memorandum del 2019 è stato un tentativo italiano di considerare i rapporti con la Cina esclusivamente sotto l’aspetto  economico e commerciale, trascurando il fatto che qualsiasi grande potenza e la Cina forse più di altre non fanno solo accordi economico-commerciali ma li inseriscono in una strategia omnicomprensiva, quindi anche con un profilo culturale, militare ecc. L’Italia non è stata in grado di capire questo ragionamento strategico complessivo e quindi si è in qualche modo legata le mani con un Memorandum che sarà comunque da rivedere tra qualche anno ma che ha al suo interno un meccanismo di rinnovo automatico nel caso nessuna delle due parti voglia recedere. Se si palesassero dei problemi seri io credo che non lo rinnoveremmo. Il timore è che invece possa restare un accordo irreversibile.

 

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Bio-bibliografia Prof. LUCIO CARACCIOLO

“Dirige la rivista italiana di geopolitica Limes che ha fondato nel 1993 e la Eurasian Review of Geopolitics Heartland nata nel 2000. È considerato uno dei massimi esperti mondiali di geopolitica. Ha partecipato numerose volte alle riunioni del Gruppo Bilderberg. È membro del comitato scientifico della Fondazione Italia-USA. Ha Insegnato Geografia politica ed economica all’Università degli Studi di Roma Tre, inoltre presso l’Università Vita-Salute S. Raffaele di Milano e l’Università LUISS Guido Carli di Roma. Svolge seminari di geopolitica in varie istituzioni e presiede i master in geopolitica organizzati dalla SIOI. Vanta numerose pubblicazioni”

Capacità di ascolto e difesa delle regole: senza un equilibrio tra queste due esigenze le Democrazia si suicida.

Guai se la debolezza della Democrazia lasciasse campo aperto a minoranze prigioniere della paura, del pregiudizio e dell’egoismo sfrenato.

Sabato scorso diversi manipoli di neofascisti hanno assaltato la sede della CGIL di Roma e hanno guidato una sorta di assedio alle sedi delle Istituzioni democratiche. Il paragone con Capitol Hills forse è esagerato, ma non troppo. Attorno e dietro a loro, circa diecimila persone. La maggior parte pacifica, certo. E tuttavia le immagini di alcuni neofascisti, poi arrestati, che arringano la stessa folla plaudente in Piazza del Popolo hanno reso una idea inquietante.

E in questi giorni, per l’ennesima volta, varie manifestazione di “No Vax” e “No Green Pass” hanno attraversato le vie di molte città, mentre erano indetti scioperi dai sindacati “di base” (mi chiedo: i lavoratori iscritti ai sindacati confederali cosa sono, “vertici”? Forse un chiarimento sul principio della rappresentanza si impone) hanno creato problemi nella erogazione ai cittadini di alcuni servizi pubblici. Sono dunque due le questioni che si intrecciano in queste settimane cruciali per la nostra democrazia e per la stessa ripresa economica e sociale del Paese.

La prima è rappresentata dalla crescita dei gruppi neo fascisti, lasciati per troppo tempo liberamente scorrazzare per i ocial e per le nostre comunità – Roma in primis – in palese violazione di quanto prevede la Costituzione e con atteggiamenti talora accondiscendenti da parte di alcune formazioni politiche della destra. La seconda è rappresentata da una minoranza di persone “normali”, che però rifiutano ogni e qualsiasi vincolo di solidarietà e di responsabilità collettiva.

Girano gridando “libertà, libertà”. Ma “libertà” di cosa e da cosa? Libertà dal rispetto di regole decise democraticamente dalle istituzioni elette dai cittadini? Libertà da obblighi di comportamento fissati per garantire il bene comune? Libertà dalla competenza e dalla conoscenza scientifica? Dai propri doveri di cittadini membri di una comunità? Libertà dai vaccini che la realtà – non la propaganda della presunta “dittatura sanitaria” – dimostrano essere l’unica via per sconfiggere una Pandemia che solo nel nostro Paese ha provocato, ad oggi, 131.000 morti ed un danno incalcolabile per la società e per l’economia? In realtà, ciò che si richiede è la libertà da ogni “vincolo di comunità”: la forma più perniciosa di individualismo. 

La seconda questione non è meno grave della prima. I manipoli neofascisti sono capaci di “infiltrazioni” tipiche della guerriglia urbana: ma c’è anche una sottile infiltrazione culturale e morale che sta corrodendo il tessuto civile del Paese e che trova riscontro in una tendenza globale – questa si veramente esistente, altro che il “Grande Reset” di cui molti vanno sproloquiando – volta a minare alla radice il fondamento delle democrazie liberali.

Le troppe ambiguità di alcuni settori politici e le velate accondiscendenze diffuse verso questa minoranza che protesta contro l’obbligo del Green Pass non sono nulla di buono per la nostra D

emocrazia. La stragrande maggioranza degli italiani, che si sono vaccinati, rischia di sentirsi presa in giro e non tutelata nella sua scelta di superare egoismi e paure e di accettare invece il dovere del “buon cittadino”. Che implica anche una fiducia adulta e matura, non fideistica ma verificabile, nelle Istituzioni e nella conoscenza scientifica. Se prevalesse l’idea (sostenuta da Grillo, Salvini ed altri) di garantire tamponi gratuiti ai lavoratori non vaccinati, si aggiungerebbe anche la beffa: chi rispetta le regole pagherebbe, con le proprie tasse, i tamponi a chi non le rispetta.

Su cosa pensiamo di costruire il futuro del Paese e dei nostri figli e nipoti? Sulla sudditanza alle paure? Sui ciarlatani che imperversano nei social? Sulla scienza “fai da te”, perché, tanto, “uno vale uno”? Oppure invece sulla scommessa di un comportamento razionale e responsabile delle persone? Quest’ultimo, grazie a Dio, è in grandissima prevalenza, soprattutto tra le nuove generazioni. Ammiccamenti, astrusi distinguo, lisciatine di pelo e circospette ambiguità verso No Vax e No Green Pass vari sono un cinico e colpevole tradimento nei confronti di questa larga maggioranza di persone responsabili. Cioè, un tradimento del “bene comune”. Ed una pugnalata al futuro dei giovani.

Spetta alle Pubbliche Amministrazioni e alle imprese coltivare un nuovo dialogo sociale con il sindacato confederale più maturo e coraggioso, per trovare soluzioni – anche di tipo straordinario – in vista di un passaggio (quello del 15 ottobre, data di entrata in vigore della Legge sul Green Pass approvata dal Parlamento) che non può essere in nessun modo eluso, pena una irrecuperabile perdita di credibilità delle Istituzioni. Esse hanno il dovere di essere forti ed autorevoli; di pensare “alle nuove generazioni, non alle prossime elezioni”, come disse Alcide Degasperi.

Guai se la debolezza della Democrazia lasciasse campo aperto a minoranze prigioniere della paura, del pregiudizio e dell’egoismo sfrenato. Capacità di ascolto e di paziente convincimento da un lato (che esige però dalla politica parole di verità e non mezze bugie di comodo) e autorevolezza nel far rispettare le regole del bene comune, dall’altro, sono le due facce, non scindibili, di una società democratica. Al di fuori di questo equilibrio la Democrazia si suicida.

 

Il sindacato divelto

I sindacati sono stati i primi a scontare l’evoluzione dei tempi. Si spera che diventino sindacati di programma a respiro internazionale, costituendo laboratori, centri studio, commissioni a cui accedano anche giovani laureati in economia e finanza, in modo tale da essere competitivi in un mondo che cambia con la globalizzazione.

A fronte (anche) dell’assalto alla sede nazionale della Cgil sabato scorso, durante le proteste, anche violente, da parte di alcuni, contro il Green Pass imposto dal governo, sorgono perplessità da ambo le parti. Sopratutto a fronte dei prossimi ballottaggi politici al comune e nei municipi romani. Sorgono da parte di chi, orientato a destra, si chiedere quanto un tale caos abbia svantaggiato il centro destra romano; sorgono da parte di chi, orientato da ambo le parti, si chiede quanto sia giustificabile il lancio dei sampietrini e l’invasione all’interno di un immobile, e non di uno qualsiasi. Considerando che il sindacato in questione è il primo, in Italia, in fatto di storia, e in fattore di numero degli iscritti, viene da pensare che si sia trattato di un’azione dimostrativa. 

Ma per dimostrare cosa? Indugiare su alcune questioni, prima fra tutte: ma il sindacato non si chiede perché la gente sia esasperata? Il sindacato ha fatto tutto il possibile per tutelare i lavoratori? Si è reso connivente della una macelleria sociale negli ultimi decenni? Ecco, tali perplessità, che in altri momenti sarebbero lecite, ora potrebbero essere qualificate come un ammiccamento alla violenza. D’altro canto sono domande alle quali si deve pur rispondere, anche senza pretesa di esaustività. Il sindacato negli ultimi decenni non ha dimostrato la competitività che ci aspettavamo, semplicemente perché non poteva farlo: sono cambiati i paradigmi del mondo del lavoro. Nei primi vent’anni post seconda guerra mondiale i sindacati si sono rapportati con la politica e con un’economia ancora nazionale. Con l’avvento della finanza internazionale, delle delocalizzazioni, dei mercati trasnazionali, quelle logiche sono saltate. 

Cambia il modo di intendere e di vivere il lavoro, ma non è cambiata la mentalità dei lavoratori. I sindacati hanno indugiato su quelle pretese, cercando di accontentare i propri iscritti in quelle rivendicazioni ormai impossibili. Intanto la scala mobile si rompeva, e l’epilogo finale fu la riforma delle pensioni nel 2011. La finanza detta le leggi, persino alla politica. Il sindacato, in parte, ha tenuto salda la sua forza nella “protesta”, ma il programma è mancato. Associazioni di lotta e di governo si sono trovate a subire l’agenda internazionale, dicendo che non fosse giusta, ma senza riuscire a dettare alcune righe di tale agenda. 

Il progetto di un unico sindacato internazionale sembra essere più utopia che possibilità. Dire che i sindacati non sono stati al passo coi tempi non è sbagliato; ma dire che sono stati volutamente conniventi credo sia malafede. Noi chiamiamo “ingiustizie” quel salario minimo che non c’è, quella pensione retributiva che non può più esserci e, a costo di sembrare impopolare, tutti quei diritti che non incontrano più il favore storico. Utilizzare i casi di cronaca in cui il malaffare sindacale, per colpa di alcuni individui, è emerso, è ancora peggio: significa voler trovare davvero il diavolo dove non esiste. Significa indicare un albero che cade, ignorando la foresta che cresce.

I sindacati sono stati i primi a scontare l’evoluzione dei tempi. Si spera che i sindacati di forza, di struttura, diventino sindacati di programma a respiro internazionale, costituendo laboratori, centri studio, commissioni a cui accedano anche giovani laureati in economia e finanza, in modo tale da essere competitivi in un mondo che cambia con la globalizzazione. Giustificare i disordini con la frustrazione sociale, però, significa mettere la testa sotto la sabbia. Chiunque lavora è protagonista delle logiche di diritto e rivendicazione: sindacato siano tutti. Temo che la rabbia ci tolga quella lucidità necessaria per essere protagonisti in questo delicato momento di cambiamento, in cui abbiamo bisogno di sentirci parte di un’unica comunità senza partiti ideologici, anziché lasciate che tutto vada in malora nell’odio. 

La Caritas di Roma ha ricordato don Luigi Di Liegro

A 14 anni dalla morte, il direttore Trincia torna a dargli la parola, riproponendo un suo scritto: «Non chiediamo pietà e offerte ma un intervento politico». 

Ventiquattro anni fa, ovvero ieri 12 ottobre 1997, moriva don Luigi Di Liegro, fondatore e primo direttore della Caritas diocesana di Roma. «Nell’allontanarci dalla sua esperienza terrena, dove per molti resta il suo ricordo indelebile, possiamo però avvicinarci maggiormente alla portata profetica del suo ministero, del suo messaggio, intriso del “volto” di Gesù e della sua capacità di riconoscerlo in quello di tanti poveri», afferma l’attuale direttore di Caritas Roma Giustino Trincia, che sceglie di ricordarlo «ridandogli la parola». Don Luigi, prosegue, «è un patrimonio non solo nostro, in realtà, come minimo lo è della Città che lo ha vissuto come testimone infaticabile del dare voce ai senza voce e di promuoverne piena dignità e piena cittadinanza e dunque capacità di esercitare diritti inalienabili di ogni essere umano di questa terra».

Il sito dell’organismo pastorale diocesano pubblica quindi uno scritto di don Di Liegro dedicato proprio al tema delle disuguaglianze. «Noi – scriveva il sacerdote – parliamo di disuguaglianze e non di povertà perché non chiediamo pietà e offerte ma un intervento politico. Nessuno qui parla di disobbedienza civile. Occorre obbedienza alle leggi che non vengono rispettate. È troppo facile dire che lo Stato ha fallito la propria missione. Allo sfascio delle istituzioni si pone rimedio prima di tutto credendo ad esse», la tesi del fondatore di Caritas Roma. Quindi, alcune indicazioni di indirizzo: «Noi spingiamo all’impegno, al dialogo, alla ricerca. È fondamentale da una parte promuovere la dimensione della gratuità del volontariato, in una fase in cui pare ormai residuale rispetto ai processi di mercantilizzazione crescenti nella nostra società; una solidarietà gratuita che è libera scelta di persone, non soggette a nessun obbligo. La nostra azione però – prosegue – è caratterizzata anche dalla pressione nei confronti della politica, che diventa se necessario denuncia dei ritardi e delle inadempienze: solidarietà concreta, quindi, intesa come giustizia, lavoro per il bene comune».

Alla gratuità, dunque, «occorre aggiungere la promozione del “diritto” – ancora le parole di Di Liegro -. Quando si tratta di debellare le profonde ingiustizie e disuguaglianze non basta l’elemosina. Occorre un nuovo senso di giustizia, occorrono puntuali strategie politiche ed economiche. Ma soprattutto un generale processo di sensibilizzazione. Il vero banco di prova nella politica non sono né le ipotesi né gli scenari né le invenzioni verbali o le ricette facili di qualche lucido stila rapporti. Quando si tratta di persone viventi e di responsabilità amministrative – prosegue -, le parole si misurano sulle scelte prese veramente e sui passi veramente intrapresi per ottenere quello che si è stabilito nei tempi e nei modi previsti. Ma si è poi stabilito veramente? Non sarebbe un buon segno dei tempi, anzi sarebbe il segno di tempi molto bui – conclude -, che si dovesse ricorrere sempre alla supplenza del volontariato per far fronte a situazioni complesse e per realizzare una crescita nella qualità della vita che l’azione volontaria non ha né le forze né il compito di garantire».

Per leggere l’articolo di don Luigi Di Liegro

http://www.caritasroma.it/2021/10/non-chiediamo-pieta-e-offerte-ma-un-intervento-politico/

 

Il marcio su Roma

All’indomani dei disordini di Roma ci si chiede quanto la zona grigia degli anti-vaccino faccia, suo malgrado, da nascondiglio per gli squadristi. La marea nera ultranazionalista non aspettava altro per colpire se non il malcontento popolare, dettando – così spera –  la sua linea politica. Si staglia evidente, e con pesantezza, il vuoto politico offerto dalle destre, senza programmi e senza identità. L’autore accenna anche alla debolezza delle istituzioni: su questo punto “Il Domani d’Italia” preferisce vedere nel volto dei sui rappresentanti – Draghi e Mattarella in primo luogo – l’immagine di una Repubblica che non cede alla violenza e non abdica alle responsabilità. 

Volevano riproporre la “marcia su Roma” di storica memoria. Si è tramutato in un nulla di fatto, se non tanta paura per i turisti e per i commercianti, increduli. Sabato 9 ottobre Roma si aspettava un migliaio di manifestanti contro la “dittatura sanitaria”. Ne sono arrivati diecimila, o poco meno. Il corteo contro l’obbligo della tessera verde si è mosso da Piazza del Popolo. Al suo interno, però, squadre di militanti di estrema destra ne hanno approfittato per dilagare, tentando, secondo le ultime fonti investigative, di ripetere quello che, mesi fa, negli Stati Uniti, alcuni estremisti repubblicani sono riusciti a fare durante l’ormai storico raid di Capitol Hill, il 6 gennaio scorso. 

Roma come Washington? Pare di no. Gli italici facinorosi, tuttavia, non sono riusciti a violare Palazzo Chigi, ripiegando in un gesto dimostrativo nella sede nazionale della Cgil, e un raid contro un pronto soccorso “reo” di trattenere un loro “camerata” bisognoso di cure, ma sprovvisto di green pass e contro il tampone per l’accertamento del coronavirus. Quegli attacchi, che pare siano stati pianificati dai gruppi neofascisti, costeranno alle associazioni-partito nazionaliste e ai loro membri la contestazione di gravi reati, fra cui quelli di devastazione e saccheggio. 

Quelle turme che, oltreoceano, sfondarono le porte del Congresso degli Stati Uniti, a Roma non sono riuscite a fare breccia. Non sono passati. Il quesito ora riguarda la distinzione, se possibile, tra le frange di protesta legittima contro le misure governative a tutela della salute pubblica, ritenute da molti eccessivamente pressanti, e l’accordo implicito con la destra eversiva. Ci si chiede, quindi, come e quanto si possa fare una distinzione tra no-Vax, no-Green Pass, e coloro che usano la protesta per cavalcare una propria “rivoluzione”, ripetendo, da decenni, i medesimi schemi, in un eterno tentativo di ripercorrere quella Marcia su Roma che, nei tempi che sono, e con i soggetti in campo, assume toni grotteschi. Ma grottesca non è la violenza che, in tutto il mondo, la crisi economica, unita a quella sanitaria, hanno sdoganato negli ultimi vent’anni. Sacche di rabbia, di frustrazione individuale, di risentimento, di tensione sociale, di sociopatia, più o meno velata, si sono progressivamente raccolte in movimenti spontanei, captati da questo o da quel movimento reazionario che ha usato quelle masse di rabbiosi per i propri scopi politici. 

Come la caccia alle streghe non sarebbe stata possibile, in epoca medievale, senza le folle ignoranti e arrabbiate contro i saccheggi dei soldati e contro la natura che, matrigna, scagliava sull’uomo carestie e pestilenze, così il fascismo nei primi del Novecento non avrebbe potuto trarre la sua forza senza quelle Camice Nere che avevano accumulato un’insofferenza crescente, per quella vittoria mutilata di dannunziana memoria che li aveva resi inutili come militi, soggiogati come sudditi, disoccupati come uomini. Oggi, quello stesso rancore si fa massa, coordinato grazie ai social media. In voga ora è Telegram, il canale di messaggistica che è diventato, pare, il ricettacolo preferito dei no-tutto. 

All’indomani dei disordini di Roma ci si chiede quanto la zona grigia degli anti-vaccino faccia, suo malgrado, da nascondiglio per gli squadristi, facinorosi di quella marea nera ultranazionalista che non aspettava altro per colpire se non il malcontento popolare, dettando – così spera –  la sua linea politica, sul vuoto politico offerto dalle destre strutturali, senza programmi e senza identità, e dalla debolezza delle istituzioni democratiche.

Inaccettabili ambiguità sull’assalto alla Cgil

Non si può condannare la violenza, ma “far finta” d’ignorare al tempo stesso le cause e le motivazioni che ne rendono odiosa – oltre che pericolosa per la convivenza democratica – l’espressione scomposta e ruvida sulle piazze. La destra si ripara dietro formule che danno il senso di quanto sia ancora imbarazzante il rapporto con alcune frange estremiste. 

Il silenzio o le mezze frasi, il ma, insomma la mancanza di limpidità del panorama politico, fino a giungere alla sconcertante frase della Meloni “non conosco la matrice di ciò che è accaduto” e ai distinguo di Salvini, rende tutto difficile e pericoloso per la nostra democrazia. Per fortuna c’è il nostro grande presidente Mattarella, pronto a dire chiaro e tondo che è ora della fermezza e della severità.

Cosa vogliamo aspettare oltre ciò che è accaduto? Un altro “Matteotti”? Vogliamo imitare la pavidità dell’allora re che svendette la nazione a quattro scalmanati, quando sarebbe stato sufficiente un manipolo di soldati per rispedirli nelle loro tane, risparmiando distruzione e morte al Paese? 

È il momento del coraggio e della fermezza, subito sciogliere tutte le formazioni che si richiamano al fascismo e alla violenza e usare il pugno duro verso chi pensa che la connivenza sia la furbizia per ottenere consensi. E qui si deve accendere – con rispetto, ma in spirito di verità – un focus sulla magistratura che ha avuto “il coraggio” di affibbiare 13 anni a Mimmo Lucano: ora che farà con i delinquenti (direi terroristi) che assaltano le istituzioni? 

Mai come oggi la nostra democrazia ha bisogno di tutto il Paese per essere protetta e rafforzata, ogni limite è stato superato. La politica e il Parlamento hanno l’occasione di riscatto, di mostrare l’alto mandato di cui sono soggetti attivi. Tutti intorno alla bandiera e al nostro presidente Mattarella. 

Forza!

La Conferenza sul futuro dell’Europa. Già un’occasione perduta?

Il rischio è che alla fine la Conferenza si riveli una passerella alquanto indisponente, utilizzata da qualche politico e non uno strumento di reale approfondimento dei temi, di reale partecipazione popolare e di reale proposta agli esecutivi. Serve un impegno più marcato delle forze politiche europeiste.

La provocazione polacca sulla primazia nazionale rispetto a quella comunitaria, così come la richiesta di molti Paesi membri di erigere muri a chiusura di ogni possibile accesso via terra in Europa di migranti provenienti dall’est, hanno ricordato alla UE quanto precario sia tuttora il suo assetto nonostante i recenti successi in tema di contrasto alla pandemia e ai suoi devastanti effetti economici (piano vaccinale e piano Next Generation EU).

La cosa accade però nel mezzo di una “Conferenza sul futuro dell’Europa” che dovrebbe esattamente affrontare alcune questioni di fondo giungendo a “fornire orientamenti” che poi Parlamento, Consiglio e Commissione si sono impegnati a considerare concretamente, dando ad essi un seguito istituzionale. La Conferenza attraverso una piattaforma online dovrebbe ascoltare i cittadini europei, i loro suggerimenti, le loro opinioni.

Al di là della grande fiducia nell’utilizzo di questo strumento da parte di una massa di europei che in realtà non sono minimamente informati né dell’esistenza della Conferenza, né tanto meno di quella della piattaforma informatica (ed infatti i numeri della partecipazione ad oggi sono molto bassi, se non ridicoli), il punto vero è se le forze politiche e i Governi hanno realmente intenzione di ragionare sul “futuro dell’Europa”. Se è così, allora la Conferenza può essere un’opportunità, ma il tempo stringe poiché ha avuto inizio lo scorso 9 maggio (e dunque sono trascorsi già cinque mesi) e dovrà terminare i suoi lavori non oltre la prossima primavera, quando la Presidenza di turno sarà francese. 

Il dubbio però (già esposto su queste colonne a suo tempo) è che sotto l’idea generale non ci sia molto, se non addirittura nulla. Altrimenti avremmo assistito ad un forte impegno non solo comunicativo e informativo da parte dei governi (che invece non c’è stato) ma pure contenutistico (parimenti debole, ad oggi) in quanto è evidente che gli eventi accaduti intorno a noi (dalla pandemia alla evidenziazione in chiaro della nuova strategia geopolitica americana) pongono ormai all’Unione questioni vitali che non possono più essere accantonate e non valutate, né discusse.

Si pensi solo al tema dell’esercito europeo, del quale si è parlato molto in queste settimane. Che reca con sé – e questo invece lo si è detto molto poco – quello, ancora più rilevante della politica estera comune: sarebbe certo interessante conoscere l’opinione dei cittadini, almeno in linea generale. Tanto più che secondo una recente rilevazione (Eurobarometro) la fiducia nella UE quest’anno è cresciuta sensibilmente e quindi sarebbe interessante sapere se questa si traduce in una possibile spinta verso iniziative politiche di tal portata.

Ma come può aversi tale informazione, utilissima, se di fatto i cittadini europei non sono, nella loro stragrande maggioranza, realmente informati circa l’esistenza e gli obiettivi della Conferenza? Dunque il rischio che alla fine la Conferenza stessa si riveli una passerella alquanto indisponente utilizzata da qualche politico e non uno strumento di reale approfondimento dei temi, di reale partecipazione popolare, di reale proposta agli esecutivi, è reale. Bisognerebbe aspettarsi, allora, che almeno i partiti politici si facciano promotori di questa necessaria opera di comunicazione presso i cittadini. Ma al momento non vi è traccia in tal senso. L’ennesima occasione perduta?

Roma può farcela? Strauss, giovane scrittore berlinese, racconta il fascino della capitale. La parola a Gualtieri e Michetti.

Giovedì 14 ottobre 2021 alle ore 18.30 presso l’Accademia degli Incolti, via Sant’Andrea delle Fratte 15, si terrà la presentazione in esclusiva di “9 settimane a Roma”. Il libro, già best seller in Germania, è la testimonianza autentica, il resoconto originale di uno dei giovani scrittori più interessanti della narrativa tedesca contemporanea: Simon Strauss. Il suo è certamente un profilo, come indica la critica, di interesse internazionale. 

Appartenente a una delle più importanti famiglie di intellettuali della Germania, l’autore ripercorre le tracce di Goethe e del suo “Viaggio in Italia”, arrivando a Roma, dove vi resta nell’estate del 2018 per quasi due mesi. Anche lui va ad abitare in via del Corso, di fronte alla casa che ospitò Goethe, e per nove settimane (titolo del libro) la città diventa la sua amante. 

Appunta ogni cosa su un taccuino nero mentre le strade, le piazze, i monumenti prendono vita davanti ai suoi occhi, tra spazzatura, credenti, turisti, mendicanti e quel bruciore al petto che i dottori non vogliono prendere sul serio. Entusiasta e malinconico, leggero e appassionato, Strauss racconta le pieghe di una città dai forti contrasti: una vecchia signora che continua a risplendere di luce propria, una nobildonna che non cela mai il suo lato ctonio e violento.

Dunque, in un libro che parla di Roma con le sue debolezze e il suo intramontabile fascino, senza che ciò lasci spazio tuttavia a pregiudizi vecchi e nuovi, ma con la verità degli occhi di chi arriva qui per imparare, si coglie l’opportunità di domandarsi quale sia il ruolo della Capitale d’Italia nel panorama Europeo. 

Ecco allora che in vista del ballottaggio del 17-18 ottobre la presentazione del libro del giovane scrittore berlinese può far lievitare il confronto sul presente e sul futuro della città. I due candidati a sindaco, Gualtieri e Michetti, sono pertanto invitati a misurarsi sulla questione di quale sia il ruolo di Roma nel panorama europeo ed internazionale. È una città che ancora gode di una vibrante identità e di un potere storico-culturale, al pari (o più) delle altre capitali europee? La sua storia, perciò, la pone al riparo da difficoltà pur gravi, avendo in sé la forza di un immancabile riscatto? O forse occorre, per gli anni a venire, ragionare sulla necessità di un percorso di ripresa, per riportare la città al livello che merita? 

Strauss ci racconta la poesia di Roma, la politica deve affrontare l’implacabile prosa.

 

L’autorevolezza di Draghi frena le pregiudiziali ideologiche

Qualche raglio dasino sale al cielo, qualche velleitaria rivendicazione viene posta: il contributo dei partiti che fanno parte di questo governo sui generis non si rivela sempre allaltezza del compito. Draghi sa bene che le pregiudiziali ideologiche spingono al voto. Per questo tira dritto per la sua strada, osservando la partita delQuirinale’.

Sta dimostrando di possedere le buone doti del decisore politico che lui stesso aveva enunciato nella lectio magistralis alla Cattolica per il conferimento della laurea ad honorem, Mario Draghi, nella sua attuale veste di Presidente del Consiglio.

Al punto che ancora da Palazzo Chigi o dal Quirinale, la sua presenza si rivelerebbe salutare per la buona politica e rassicurante per il popolo italiano. Se quelle doti sono ancora la conoscenza-competenza, il coraggio e lumiltà, il premier dimostra una accurata conoscenza dei meccanismi istituzionali e si muove a suo agio nei meandri del politically correct ma con un occhio di riguardo alle dinamiche internazionali, puntando su un più saldo accreditamento dellItalia nellUnione europea e nella geopolitica mondiale, esprime il coraggio necessario ad affrontare i problemi reali a livello economico e sociale nel perdurare dellallerta pandemico e sa essere umile al punto giusto come gli potrebbe raccomandare William Shakespeare (presta a molti il tuo orecchio e a pochi la tua voce) – nel considerare con par condicio le forze politiche del rassemblement atipico che sta sostenendo lazione di Governo.

La sua esperienza ai vertici della Banca dItalia e della BCE ha affinato le doti personali e il talento innato e si sta rivelando decisiva per affrontare tutti i problemi irrisolti che si sono accumulati negli ultimi decenni perchè la politica partitica non è mai stata in grado di elaborare un piano strategico a breve medio termine. Il prestigio che gli viene riconosciuto è il miglior viatico per il prosieguo dellesperienza di gestione dellesecutivo, che rende quasi un ossimoro i potenziali distinguo degli schieramenti parlamentari. Nessuno contrariamente a quanto qualcuno adombra sotto mentite spoglie ha interesse ad interrompere la legislatura dopo lelezione del Capo dello Stato, tenuto conto che un terzo dei deputati e dei senatori attualmente in carica non farà ritorno a Palazzo Madama o a Montecitorio.

Con lattuale sistema elettorale i vari leader di partito sono ben consapevoli di detenere un potere quasi oligarchico nella scelta dei candidati da posizionare in cima alle liste o nei collegi uninominali. Per questo tutti vivono lattuale fase di stand-by come una necessaria transizione verso il liberi tuttidel dopo Quirinale, daltra parte ognuno sa che deve mettere il suo mattone alla casa comune di cui Draghi possiede per ora saldamente il possesso della chiavi dentrata (e di uscita, salvo colpi di testa altrui).

Le pregiudiziali ideologiche restano e possono creare qualche scricchiolio ma le velate minacce, i veti malcelati e le rispettive priorità correlate ad un elettorato di riferimento potenziale ma in realtà fluttuante al punto di non andare neppure a votare, vengono sommessamente adombrate ma sono rintuzzate allapparir del veroquando il Presidente Draghi, in totale sintonia con il Capo dello Stato, mette i puntini sulle i , richiamando senso del dovere e interessi generali del Paese: due argomenti sempre efficaci specie se il talento è supportato da un senso pratico non comune e da una paziente capacità di ascolto.

Qualche raglio dasino sale al cielo, qualche velleitaria rivendicazione viene posta, ognuno deve pur dimostrare una certa coerenza con la propria storia breve o più lunga che sia ma si tratta di un gioco delle parti, una sorta di teoria dellattore sociale applicata alla politica. Daltra parte il contributo dei partiti che fanno parte di questo governo sui generis non si rivela sempre allaltezza del compito: eccetto la condivisione in Consiglio dei Ministri o il voto di sostegno parlamentare, se si eccettua appunto la figura del premier e degli uomini che si è scelto, il resto della truppa ha pochi graduati e molti soldati semplici. Avremmo desiderato un ricambio più sostanziale nella compagine governativa ma tutto non si può avere.

Manuale Cencelli e ipoteche sui vari dicasteri, una comprensibile continuità con alcuni nomi dei due governi Conte va considerata come una sorta di pegno da pagare per tenere insieme il rassemblement inevitabilmente rattoppato ma necessario. Draghi sa bene che le pregiudiziali ideologiche spingono al voto. Per questo tira dritto per la sua strada: i partiti sono fermi al pit-stop e scaldano i motori in attesa che scenda in pista la safety car chiamata Quirinale.

La DC non c’è più, ma i democristiani sì.

Per vari motivi, ormai evidenti anche agli innumerevoli ex teorici del populismo anti politico, il metododemocristiano si imporrà nellagenda politica italiana. È lunica vera risorsa per risollevare le sorti di un paese dopo la devastante stagione del populismo, del sovranismo e del nulla della politica, per dirla con lindimenticabile Mino Martinazzoli.

Ormai è un fatto largamente acquisito e storicamente accertato. La Democrazia Cristiana non c’è più e non rinascerà più – perchè, come disse giustamente Guido Bodrato, la DC è stata soprattutto un fatto storico, cioè una esperienza politica che poteva nascere e decollare in un particolare contesto storico – ma i democratici cristiani esistono ancora. Eccome se esistono. Non solo come persone fisiche che provengono da quella esperienza politica, culturale ed organizzativa, ma anche, e soprattutto, come modo dessere in politica e come ricostruire una cultura di governo in una società complessa ed articolata come quella contemporanea.

Certo, senza fare paragoni comici e persin grotteschi come quello di individuare nel partito di Grillo e di Conte un sorta di continuità con lesperienza democristiana. Su questo versante simpatico e divertente, una sola considerazione: il populismo politico, il trasformismo politico e lopportunismo parlamentare non sono mai rientrati nel dna della DC. E questo lo dico facendo una osservazione politica nobile perchè se dovessimo fare un confronto sulla classe dirigente o sulla cultura di riferimento dei due partiti sarebbe consigliabile chiudersi in un triste e melanconico silenzio…

Ma, al di là del partito populista dei 5 stelle, quello che vale la pena evidenziare è che nella ricostruzione di un centro politico in vista delle ormai prossime elezioni nazionali e dopo il sostanziale fallimento del populismo – anche se continua pericolosamente a circolare nelle viscere culturali e sociali del nostro paese – il comportamento, lo stile, la cultura e il modo dessere dei democratici cristiani continuerà ad essere straordinariamente attuale nel declinare il nuovo progetto di governo. Perchè la vera scommessa non è riconducibile solo alla provenienza personale dei protagonisti del futuro soggetto politico, ma nel come si tradurrà concretamente il progetto di cui il paese ha bisogno in questo particolare momento storico. Perchè di fronte alla persistente radicalizzazione del conflitto politico che domina attualmente la geografia politica italiana, è del tutto naturale che si impone, quasi per necessità, la formazione di uno spazio politico che metta definitivamente in discussione quella radicalizzazione che resta la base della crisi del nostro sistema.

Un modello che vede, soprattutto dopo lirruzione del populismo anti politico con le elezioni del 2018 e laffermazione dei 5 stelle, la sostanziale delegittimazione morale e politica del nemico. Da annientare e non con cui confrontarsi, come avviene nelle normali democrazie europee. E il sovranismo nazionalista da un lato e il populismo qualunquista, giustizialista e manettaro dallaltro non possono essere i modelli attorno ai quali si ricostruisce la credibilità della politica italiana e la solidità delle nostre istituzioni democratiche. Nel confronto quotidiano e, soprattutto, nella normale cultura di governo.

Per questi semplici motivi, ormai evidenti anche agli innumerevoli ex teorici del populismo anti politico, il metododemocristiano si imporrà nellagenda politica italiana. Anche in assenza, come ovvio, di una presenza politica ed organizzativa lontanamente paragonabile a quella della Democrazia Cristiana. Perchè il patrimonio culturale, lesperienza politica, lo stile – lo ripeto ancora una volta -, e il modo dessere dei cosiddetti democristianicontinuerà ad essere forse lunica vera risorsa per risollevare le sorti di un paese dopo la devastante stagione del populismo, del sovranismo e del nulla della politica, per dirla con lindimenticabile Mino Martinazzoli.

5 Domande alla ministra Bonetti: “Serve il coraggio della politica per «fare nuove le cose»”. A colloquio con P. Occhetta.

Riportiamo lampia intervista a Elena Bonetti che il noto gesuita, già scrittore di Civiltà Cattolica, ha pubblicato a sua firma sul sito di Comunità di Connessioni.

Grazie per avermi ricevuto. Le vorrei subito chiedere, pensandola anche nelle vesti di professoressa universitaria, se ci sono parole e progetti nuovi che possano coinvolgere le giovani generazioni e come possiamo aiutarle in concreto a prendersi responsabilità politica, ricostruire le loro città, dare speranza al loro domani, ripensarsi in un noi sociale che va oltre lindividualismo in cui rischiamo di farle crescere.

La parola che credo possa animare e liberare di più le energie delle nuove generazioni è “coraggio, perché direziona lo spirito e lintelligenza in una prospettiva di futuro, in uno sguardo in avanti. È una parola che necessita di un processo di piena consapevolezza e adesione, perché chiede di avere una passione grande di cui prendersi cura, in cui mettere il cuore. Credo sia questo lelemento chiave per rianimare la speranza collettiva che è interpretata dalle nuove generazioni. In una società, i giovani sono quelli che hanno la percezione dellavvenire, di quello che deve ancora arrivare. Sono come le rondini, lo diceva La Pira. In questa percezione, lo scatto da fare è riconoscere che quel tempo del futuro vale la pena dellinvestimento di un progetto di vita: questo è latto del coraggio. Credo che in particolare per questa generazione la frase chiave sia «fare nuove le cose», che è qualcosa di più – e di più profondo del cambiamento e non è semplicemente uno svoltare: è la realizzazione di un percorso di trasformazione storica, un percorso di concretezza che sa interpretare la novità del tempo che prosegue. È riconoscere unidentità, una comunità, un percorso che dobbiamo saper far proseguire e farlo nel tempo della novità che è il domani.

Aristotele dice che c’è bisogno, per vivere il coraggio, di atti coraggiosi.

Le azioni di coraggio per le nuove generazioni penso debbano essere molto incarnate nella loro dimensione di vita e di territorialità. I giovani hanno bisogno di tornare a sentirsi cittadini di una dimensione di prossimità, a partire dal loro territorio, e per me territorio vuol dire il loro spazio e tempo di vita: della scuola, delluniversità, dellesperienza associativa, dello sport, in tutti quei luoghi in cui i giovani hanno uno spazio di agibilità. Questo ha anche una valenza di impegno prepolitico e politico al livello delle amministrazioni. Nelle nostre comunità c’è già ma, per renderlo reale ed effettivo, i giovani devono poter individuare una direzione di agire politico, di presa in carico del bene comune. Si tratta di saper connettere lambizione a rendere il mondo più giusto, più equo, con il concreto riconoscere che nella costruzione della tua città c’è uno spazio di diseguaglianza sul quale puoi agire. E, allo stesso tempo, sapere che quellazione puntuale che fai è un pezzo di un racconto più grande, di unambizione che osa di più.

 

Il Ministero per le pari opportunità e la famiglia che Lei guida è apparentemente minore, ma accompagna la vita di milioni di persone. Lesperienza di famiglia oggi rischia di essere la somma di solitudini, mentre per la Costituzione è la prima forma di comunità e cellula della società. Al di là delle posizioni ideologiche sulla definizione di famiglia, cosa significa oggi in Italia e in Europa parlare di politiche per la famiglia? Quali categorie nuove e approcci culturali occorre avere sul tema della famiglia? E c’è spazio per la vita della famiglia, così come la Costituente lha pensata?

Per troppo tempo la politica si è fermata a definire un oggetto anziché riconoscere una realtà che la nostra Costituzione ha previsto e riconosciuto. Le famiglie sono, nel nostro Paese, le comunità in cui lindividuo diventa persona. E diventa persona sia per le relazioni costitutive dellelemento della comunità ma anche perché nelle famiglie la vita di ciascuno è inserita in un processo, in un tempo, che è quello del divenire di queste relazioni. Vivere unesperienza familiare significa vivere unesperienza relazionale orizzontale, e quindi di progetti di vita che si intersecano, ma anche un processo di sviluppo, di dinamica del futuro. Per questo oggi le politiche familiari possono rappresentare anche un elemento di novità nella politica. Sono politiche che non possono limitarsi a riconoscere individui per categorie, ma necessariamente collocano la persona nel suo contesto di relazioni e di responsabilità. Ad esempio, le politiche attive per il lavoro colgono una lavoratrice o un lavoratore rispetto al suo stato attuale, alla tipologia di lavoro o alle competenze che ha, ma ad oggi non intercettano le sue responsabilità sociali, che però sono fortemente connesse al tema del lavoro. La cassa integrazione è uno strumento per aiutare il lavoratore ma se non riconosce la responsabilità sociale che il lavoratore esercita, di fatto non risponde ai suoi bisogni reali. Il Covid-19, questo lo ha messo molto in evidenza. Le politiche familiari connettono le vite personali e devono essere quindi sempre politiche che costruiscono connessioni, non di risposta individuale ma di integrazione. Nel Family act, per esempio, lavoriamo con il tema della responsabilità educativa, del rapporto tra i generi e le generazioni. Laltro elemento è che le politiche familiari sono politiche di stabilità e aprono ad una politica di processi e di divenire. Questo perché intrinsecamente la famiglia porta con sé una dimensione temporale, e quindi le politiche che devono rispondervi necessitano di una direzione temporale: lassegno unico e universale è strutturale e continuativo nel tempo per essere accompagnamento di un progetto di vita familiare. Rispetto alla sua domanda sulla solitudine: il sistema che è stato per anni anche promosso e sostenuto con scelte di organizzazione urbana, di scelte di vita, di servizi, di regole del mercato del lavoro, corrisponde a un modello di società che ha confuso la libertà della persona con la sua solitudine. Credo che lesperienza drammatica che abbiamo vissuto abbia dimostrato che un sistema di solitudini ci rende strutturalmente fragili, perché non ha lavorato sulle coesioni. Questo lo dice anche la fisica: se hai un materiale che non ha legami di coesione, lurto lo spezza. Per lavorare sulla resilienza e la resistenza allurto, e anche a una maggiore elasticità come adattabilità al processo storico, serve lavorare sui processi di connessione. Per le famiglie c’è spazio e c’è un processo che va preceduto e favorito, e questo penso sia il compito delle politiche pubbliche oggi.

 

Il Paese ha bisogno di riforme. Esiste un minimo denominatore, comune a tutti partiti, per riformare la casa delle istituzioni, semplificare le regole, superare la tecnica e rifondare un progetto Italiaper lEuropa? Cosa blocca questo processo che in questi ultimi 20 anni viene proposto come la priorità dalla classe politica? C’è una formula matematica, se vuole per sbloccare il sistema? In altre parole, cosa significa essere riformisti oggi?

Se c’è una formula matematica per sbloccare il sistema è la regola del parallelogramma, la somma dei vettori delle forze. Penso che quello che ci ha bloccato è stato un modello di Paese nel quale abbiamo diviso e posto in antitesi i diritti degli uni contro quelli degli altri. In un modello sociale in cui ci sono parti opposte, che si riconoscono come tali, lequilibrio sociale non può che essere statico. In un modello sociale nel quale, invece, si individua una direzione comune e di condivisione, le diverse forze partecipano a un processo dinamico e di movimento. Il riformismo è movimento, non è un equilibrio statico tra le parti. Un processo di riforma è un processo che deve saper riconoscere che ci sono delle possibili ricomposizioni dei diritti e degli obiettivi delle parti sociali. Penso anche che la vocazione maggioritaria che ha avuto il riformismo in Italia, e che si rispecchia nelle scelte di alcuni partiti, non si sia realizzata perché si è confusa questa vocazione con la maggioranza del consenso. Una vocazione maggioritaria vuol dire avere una vocazione universale. Vuol dire, ad esempio, saper riconoscere che il diritto delle nuove generazioni e quello delle generazioni più anziane non vanno contrapposti in un equilibrio di punto intermedio, i due diritti vanno ricomposti in una somma di forze che permette al Paese di andare avanti, nellambito del welfare come nel rapporto tra imprenditoria e lavoro dipendente. Il riformismo deve interpretare questa novità della politica. Questo Governo ha scelto la composizione in avanti come metodo, considerandola elemento urgente nello sviluppo del Paese. Penso anche che abbiamo ideologicamente trasformato il riformismo in qualcosa di astratto, si è lavorato di più sull’“-ismoe meno sulle riforme. Oggi invece la nostra democrazia chiede una riforma del sistema istituzionale. Durante il periodo del Covid-19 mi è sembrato e questo è uno degli elementi che ho vissuto con più fatica ci sia stata la tentazione di pensare che la nostra forma democratica non fosse adeguata a rispondere allemergenza storica che stavamo vivendo, e di poter quindi dire: nel momento di emergenza, sospendiamo il processo democratico che abbiamo scelto. Questo per me è grave e storicamente irresponsabile, perché significa consegnare alle generazioni future il giudizio che la democrazia non è la miglior forma storica per la salvezza di un popolo. Noi siamo profondamente convinti del contrario: la Costituzione è stata latto di salvezza di un popolo consapevole del momento più drammatico che aveva vissuto. Oggi, 75 anni dopo, abbiamo bisogno di riscegliere e reincarnare quella forma democratica in un nuovo processo storico, abbiamo bisogno di scegliere una nuova forma delle istituzioni che ci aiuti a rendere più concreta e efficiente una democrazia matura. Solo un esempio: il tema della rappresentanza deve essere affiancato ad un tema di responsabilità dei livelli istituzionali. La forma del titolo quinto è inadeguata perché è pensata in un gioco di pesi e contrappesi dei livelli istituzionali. Invece, tornando alla regola del parallelogramma, serve un riassetto istituzionale che faccia cooperare nelle responsabilità reciproche questi livelli. E, in questa ottica di partecipazione indirizzata, il bilanciamento tra le due camere realizzato da un bicameralismo perfetto va riformato.

 

Come vede il nostro Paese assestarsi nei nuovi equilibri geopolitici? Quale visione umanista possiamo portare nel contesto internazionale? Qual è stato il contributo del Governo italiano nel recente G20 e in particolare quello che lei ha portato al tavolo G20 sulle donne?

LItalia ha riacquistato nel contesto internazionale una agibilità e una leadership evidenti come paese che si pone in difesa dei diritti delle persone e che ha in sé energia, creatività, visione, responsabilità, e un senso della bellezza integrale che le viene dalla scelta antropologica, fondativa, del reciproco riconoscimento della dignità delle persone. Grazie allintuizione del Presidente Mattarella, il governo italiano oggi non è semplicemente un equilibrio tra la maggioranza dei partiti, è la scelta della ricomposizione di un Paese, scelta che il Presidente Draghi interpreta e incarna in modo straordinario, con tutta la sua personale, indiscussa autorevolezza nello scenario mondiale. In questa ricomposizione abbiamo riacquistato un ruolo di orientamento delle dinamiche internazionali. Lo si è visto in modo molto netto in tutta la Presidenza italiana del G20: gli input che abbiamo dato sul clima, sulle finanze, su una nuova visione delleconomia per una crescita strutturale, alla quale però o tutti partecipano o crescita non è, hanno tutti avuto riscontro. Siamo il paese che per la prima volta ha portato al G20 una conferenza sullempowerment femminile, e su questo tema in particolare ci è stata riconosciuta una leadership perché da paese che, dati alla mano, era allultimo posto per numero di donne che lavorano, abbiamo avuto il coraggio di definire e adottare una strategia che pone la parità di genere come un elemento chiave non solo di riconoscimento del diritto delle donne ma di sviluppo di tutta la collettività. Questo è il cambio di paradigma che ha sbloccato il dibattito, lidea che lempowerment delle donne è liberare le energie di unintera dimensione sociale.

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/5-domande-a-elena-bonetti-serve-il-coraggio-della-politica-per-fare-nuove-le-cose/

Cosa distingue guerra fredda (con l’Urss) e pace fredda (con la Cina). L’analisi di Carlo Jean per “formiche.net”.

Pace fredda” è unespressione usata per indicare il confronto strategico fra gli Usa e la Cina. Strutturalmente molto diversa della guerra freddacon lUrss, è molto più complessa. Le strategie per affrontarla devono essere globali: non solo militari, ma in primo luogo tecnologiche, economiche, finanziarie, politiche e anche infrastrutturali.

Lespressione pace freddaper indicare il confronto strategico fra gli Usa e la Cina è stata suggerita da Fareed Zakaria. Essa è strutturalmente molto diversa della guerra freddacon lUrss. È molto più complessa. Le strategie per affrontarla devono essere globali: non solo militari, ma in primo luogo tecnologiche, economiche, finanziarie, politiche e anche infrastrutturali. La Bri sta modificando la geopolitica dellintera Eurasia, influendo anche sul Mediterraneo allargato e sullintera Africa.

La globalizzazione delleconomia e le nuove tecnologie dellinformazione hanno unificato il pianeta. La crescita economica ha trasformato la Cina in uno Stato fondamentale delleconomia. Il confronto militare è almeno per ora regionale, limitato allIndo-Pacifico, specie nelle periferie immediate della Cina, dai Mari Cinesi meridionale e orientale, a Taiwan e alla frontiera himalayana. Sta comunque estendendosi allintero Oceano Indiano e, dopo il ritiro Nato dallAfghanistan, allAsia Centrale.

La strategia Usa, per affrontare la minaccia cinese, è solo in fase di prima definizione. La differenza dinteressi incide sui rapporti fra gli Usa e lUe. Laccordo Quad, quello Aukus e le intese bilaterali fra Washington e vari Paesi dellarea, anche quelli ufficiosi con Taiwan contrastanti in parte con la politica dell’“Una Cinaadottata da Nixon e Kissinger prima della loro visita a Pechino nel 1972 nonché il riarmo del Giappone e dellIndia, lo testimoniano.

La strategia Usa deve tener conto dellerosione della superiorità americana, sia economica che militare, e dellinstabilità della dissuasione nucleare, pilastro della guerra fredda, nonché della marginalizzazione dei tradizionali alleati europei degli Usa. Essi non sono più in prima linea e sono divisi sia fra di loro sia nei riguardi del confronto sino-americano. Non vogliono esserne coinvolti, dato anche i loro crescenti interessi commerciali con Pechino. La strategia Usa è poi sfidata dallapparente maggiore efficienza del sistema cinese, più corrispondente agli autoritarismi dominanti in gran parte del mondo. Gli interessi economici immediati contrastano con quelli della sicurezza, meno immediati e più discutibili, anche per lastuta politica del sorrisoseguita quasi ovunque dalla Cina.

Con lUrss, le cose erano molto più semplici. La competizione era soprattutto militare. Il teatro principale del confronto era lEuropa. La linea di separazione fra i due blocchi era stabile, ben definita dalla cortina di ferro. La strategia globale di Washington e gli esiti del confronto erano stati previsti già nel 1946 nel lungo telegrammadi George Kennan da Mosca, recepito due anni dopo dalla Dottrina Truman, base della Nato e della sua strategia. LOccidente doveva contenere militarmente lUrss e attendere che linefficienza del capitalismo di Stato rendesse impraticabile a Mosca il finanziamento della sua potenza militare e dellimpero sovietico.

Allora, lOccidente avrebbe vinto. Non esisteva contrapposizione fra la sicurezza e leconomia (sarebbero sorte parzialmente solo alla fine degli anni settanta. con la costruzione dei grandi gasdotti che rendevano dipendente lEuropa dal gas russo). Gli Usa dominavano economicamente e tecnologicamente lEuropa. Con il controllo delle tecnologie strategiche, realizzato formalmente con il CoCom (Coordinating Committee), e con sanzioni extraterritoriali a carico non tanto dei governi, ma direttamente delle industrie che ne violassero le regole, gli Usa erano in condizioni di evitare che venissero fornite al blocco sovietico le tecnologie duali avanzate di cui non disponeva. Per procurarsele, doveva ricorrere allo spionaggio o ad accordi commerciali illegali. Le tecnologie che poteva procurarsi in tale modo erano però limitate e costavano mediamente 10 volte il loro valore commerciale.

La stabilità dei due blocchi era garantita non solo dai meccanismi della dissuasione nucleare reciproca, ma anche dal comune interesse di Washington e Mosca di mantenere divisa lEuropa. Beninteso, si verificarono momenti di tensione, specie durante la crisi di Cuba, ma i due blocchi cercarono di evitare confronti diretti, come nel caso delle insurrezioni di Budapest e di Praga. Seppure a fasi alterne, dissuasione e distensione continuarono a coesistere, permettendo anche accordi come i Trattati di Limitazione degli esperimenti nucleari, di Non-Proliferazione e il SALT-1 che stabilizzava la MAD (Mutual Assured Destruction).

Beninteso, lo scontro era anche ideologico, svolto con la propaganda, la disinformazione e la public diplomacy. Esso coinvolgeva la politica interna di molti Stati anche europei, come dimostra lepisodio dei Magnacucchiin Italia, che oggi è politicamente corretto ignorare.

La pace fredda” è strutturalmente molto diversa, non solo perché la Cina ha una potente economia ancora in crescita e sta recuperando la sua inferiorità militare e tecnologica, ma anche per il suo ruolo centrale nelleconomia globale. Si potrà correggere solo in parte con le revisioni in corso delle supply chains e con lembargo delle tecnologie più sensibili. Esiste per i Paesi asiatici, ma anche per lUe, una contrapposizione fra esigenze della sicurezza e gli interessi economici.

La Nato resta necessaria, ma ha vista erosa la sua ragione sociale di difesa collettiva. Con lAfghanistan è venuto meno anche il suo tentativo di giustificarsi con la ricerca di nazioni da costruire o di terroristi da uccidere. Rimane necessaria non solo per la dissuasione nucleare, ma anche per la stessa tenuta dellUe, di cui gli Usa rimangono il federatore, nonché per consentire alla frammentata Europa di giocare un ruolo mondiale in un mondo sempre più dominato dagli Stati-continente.

Per mantenere la presenza e il sostegno Usa, gli europei devono essere solidali con gli Usa anche nel loro pivot dellIndo-Pacifico, seppure i loro interessi commerciali con Pechino, stiano aumentando mentre laffidabilità della Nato e quella dellEuropa per gli Usa starebbero diminuendo (il condizionale è dobbligo). Come possono gli europei concorrere con gli Usa alla sicurezza in tale area per gli Stati Uniti sempre più vitale? Lasciamo perdere le fantasie della Global Europeo quelle che sia sufficiente proclamare solidarietà con gli Usa e i loro alleati asiatici, mandando qualche nave nellOceano Indiano. Più che daiuto saremmo dimpaccio. Lo si è visto con le petulanti e per molti versi ridicole proteste per lAfghanistan e con lesclusione della Francia dallAukus.

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https://formiche.net/2021/10/guerra-e-pace-fredda-carlo-jean/

Roma, attacco alla CGIL: scene da Capitol Hill. Lo sdegno dell’Anpci (Partigiani cristiani).

Scegliamo di riportare questa dichiarazione della Presidente dellAssociazione Nazionale dei Partigiani Cristiani per esprimere in modo sintetico e chiaro – daltronde sui quotidiani in edicola sono molte e qualificate le analisi sugli avvenimenti di Roma – la condanna de Il Domani dItaliaa riguardo della violenza scatenata dai fanatici di Forza Nuova. Due sono le leggi approvate dal 1945 ad oggi contro il fascismo: una lha firmata Mario Scelba, laltra Nicola Mancino. Due democristiani. Per questo riteniamo che la nostra bandiera debba essere alzata con onore e convinzione per ribadire una visione della libertà e della democrazia posta saldamente agli antipodi del visionarismo selvaggio e provocatorio delle nuove camice nere.  

Un manipolo di canaglie crede di tenere in scacco le istituzioni democratiche.

Non possono essere che fascisti perché non riconoscono nè rispettano le scelte della maggioranza degli Italiani.

Tutte le forze politiche che siedono nel Parlamento repubblicano e democratico devono condannare ogni attività di squadristi e sostenere le iniziative che garantiscono il democratico confronto.

Solidarietà alle forze dellordine e alla CGIL. 

Il dibattito sul centro. Ignesti e Davicino indicano la via: il “ritorno” al partito di Sturzo, De Gasperi e Moro.

A seguito dellintervento di Giorgio Merlo, ieri su queste pagine, si è sviluppato sulla chat di Rete Bianca un interessante confronto sulla questione del rilancio della politica di centro e di un partito in grado di esprimerne le ragioni. Di seguito riportiamo gli interventi di Ignesti e Davicino

Giuseppe Ignesti

Ottimo larticolo di Giorgio Merlo, pubblicato ieri su Il Domani dItalia, a proposito del centro. Da qualche anno sono anch’io su questa linea politica. Ecco perché ho scelto di impegnarmi nel partito “Insieme”. Un partito fondato sul programma e contrario a una visione politica bipolare radicale del tipo amico/nemico. Per un partito sturziano, degasperiano, moroteo.

Purtroppo molti di noi, me compreso, abbiamo a suo tempo favorito la nascita di questo bipolarismo, sbagliando, nella illusione di favorire l’idea di una democrazia detta dell’alternanza, fondata sul cittadino come arbitro. Abbiamo invece aiutato la nascita di una oligarchia antidemocratica, attenta solo a mantenersi al potere. Era l’illusione di un bipolarismo di progressisti contro conservatori, dimentichi che il solo bipolarismo è  quello che spontaneamente nasce e vive nella società senza preconcetti ideologici, ma dinamicamente si esprime sui problemi e muta di volta in volta in relazione alla vita sociale.

Leggere Sturzo, De Gasperi e Moro aiuta molto a recuperare il vero percorso del cattolicesimo democratico, rivivendolo sui problemi attuali. Questa è la vera politica di centro. Non una lettura geometrica di eguale distanza fra due fantomatiche destra e sinistra, che è una lettura ideologica astratta, antistorica e statica della realtà  sociale, ma un centro che opera sulle polarizzazioni reali attraverso proposte programmatiche che accolgono il significato positivo di ogni polarizzazione, contribuendo così allo sviluppo progressivo della società, favorendo insieme ad attenuarne le asperità conflittuali.

Questo è il vero senso di una politica di centro. Con l’aiuto delle componenti moderate della società, con quelle componenti borghesi che a mano a mano si formano dinamicamente dalla vita sociale. Una lettura storica ci serve, non una lettura che si fondi su una visione ideologica, parto di una astrazione mentale che fissi i concetti e li utilizzi come strumenti operativi sempre validi. Merlo, con noi di “Insieme” ci aiuterà in questo cammino.

Giuseppe Davicino

Lidea di centro perfettamente definita da Giuseppe Ignesti, a me appare, nelle condizioni date indeclinabile, senza una fortissima determinazione ad andare controcorrente. Se, come egli scrive,il solo bipolarismo è quello che spontaneamente nasce e vive nella società senza preconcetti ideologici, allora non dovremmo avere difficoltà a coglierlo questo bipolarismo reale. In questo secolo si assiste alla declinazione di unagenda costruita sugli interessi di un ristrettissimo club di super-ricchi, foraggiato allinfinito dalle banche centrali, e dunque che non ha più bisogno del mercato, meno che mai del lavoro, rimpiazzato dai robot e dalla digitalizzazione della 4ª rivoluzione industriale.

Laltro polo di questo bipolarismo reale è la classe media, ormai ritenuta da lorsignori superflua, inutile e inquinante, che è la vittima designata delle emergenzesenza fine decretate da questo 1% più ricco dellumanità. Il greenpass scivolerà rapidamente nel sistema dei crediti sociali, un tipo di dittatura durissima, invasiva molto più di quanto potessero esserlo stati i grandi totalitarismi del Novecento. Tutto dovrà  esser posseduto da pochissime concentrazioni globali in mano a pochissimi privati e lindividuo comune non dovrà più possedere nulla: il socialismo dei miliardari. Vi pare che vi siano ancora le condizioni, senza un notevolissimo pelo sullo stomaco per affrontare una battaglia campale per impedire la cancellazione della classe media, per offrire una rappresentanza agli interessi popolari, data la crescente criminalizzazione di ogni proposta non ossequiente agli obiettivi prefissati da chi ha in manole redini del potere economico-finanziario globale?

Ecco perché credo che la semplice costruzione di un centrinoallinterno di un sistema politico ormai non rapprentativo della metà della popolazione, del tutto funzionale allavanzamento di unagenda che ha per obiettivo lo smantellamento della classe media e delle libertà, dei diritti e delle garanzie delle democrazie occidentali non corrisponda affatto alle necessità del nostro tempo e meno che mai alla necessità ben indicata da Ignesti di un partito sturziano, degasperiano, moroteo nellispirazione. Serve un salto di qualità.

Per rileggere larticolo di Merlo

https://ildomaniditalia.eu/centro-adesso-o-mai-piu/

Dalle urne novità e interrogativi. Tutte le forze politiche devono compiere scelte coraggiose, per il bene del Paese.

La questione più seria si annida nel silenzio critico dellastensionismo. Il messaggio degli elettori rafforza la domanda di una politica responsabile, per evitare che lItalia sprechi la grande occasione storica rappresentata della Pnrr.

Le elezioni comunali di questi giorni e le ricadute relative ai ballottaggi che si avranno nelle due prossime settimane, contribuiranno notevolmente a prefigurare gli assetti delle alleanze future ed assetti politici, e conseguentemente la conservazione dellattuale sistema elettorale o il ritorno al sistema proporzionale per le prossime elezioni per rinnovare le assemblee del Senato della Repubblica e la Camera dei deputati.

Ha fatto scalpore il dato disastroso dellaffluenza degli elettori alle urne, davvero molto scarsa; i dati elettorali che ne sono conseguiti, segnalano ancora una volta la volatilità dei consensi dichiarati da sondaggi sempre meno in grado di registrare gli umori più profondi dei cittadini al lordo delle astensioni, e a non risentire del tutto della potenza delle piattaforme digitali dei grandi partiti, permanentemente in pressing per influenzare la estesa galassia dei socialnostrani. Il risultato elettorale e lastensionismo, va letto scrutando il più possibile ogni faccia del prisma, giacché gli elementi che vi hanno concorso sono molteplici.

Innanzitutto sono risultati tanti gli ex elettori del M5S che,delusi, in buona parte non si sono convinti di affidare per adesso il loro consenso ad altri soggetti partitici, aggiungendosi a quella parte già cospicua che da tempo diserta le urne. Laltra faccia ha riguardato sostanzialmente il disagio degli elettori di centro destra, disorientati dalla corsa forsennata dei due leader di FdI e Lega per la conquista della leadership, impegnati ossessivamente nelle contese più lontane dagli interessi e convinzioni di buona parte dei loro elettori, in assenza della rassicurante passata primazia del Cavaliereesercitata sui temi dellEuropa e della politica estera, sulla economia e sociale.

Certamente Berlusconi ai suoi migliori tempi, è stato fautore di linee lontanissime da sovranismi e populismi che invece animano i due principali pilastri del centro destra, come abbiamo potuto constatare durante ogni fase dello sviluppo della pandemia. I risultati delle urne, si sa, per Meloni e Salvini sono stati negativi, ma non per questo il PD può esultare. Infatti il PD ha goduto di grandi errori degli avversari, come quelli di mostrarsi riottosi verso le politiche di Mario Draghi, ed avvantaggiandosi della diserzione dalle urne, e grazie scelta dei propri candidati, ha dimostrato oculatezza e pragmatismo. Tuttavia il PD dovrà meglio valutare alcuni aspetti simbolici emersi dal voto: il proprio segretario Enrico Letta a Siena (storica roccaforte del centrosinistra) nelle suppletive per il parlamento, vince bene sullavversario, ma la vittoria la ottiene con lo striminzito 35% di elettori andati alle urne, dato che segna il dato più basso registrato dalla nascita della Repubblica; inoltre a Roma il PD viene superato e diventa secondo partito dopo Azione, nuovo partito per la prima volta presente nella contesa elettorale.

Ed allora si può dire che le amministrative segnalano grandi modificazioni alle forze politiche: dunque, il centrodestra dovrà rivedere con sincerità i contenuti della propria proposta, cessando gli eccessi sovranisti e populistici, e dandosi leadership rassicuranti; il centrosinistra per ora minoritario sulla carta, non potrà certamente convincere nuovi possibili alleati, qualora volesse mantenere lalleanza strategica con ciò che è rimasto del M5S. Queste considerazioni, naturalmente diventano ancora più pressanti considerando che i prossimi mesi ed anni impegniamo le ultime ed esclusive carte da giocare come italiani per il nostro futuro: i 200 miliardi e più di Euro e la leadership in Italia di Mario Draghi, una personalità di primordine europeo e mondiale. 

Se cade la partecipazione elettorale, l’allarme deve scattare. Andiamo verso una democrazia plutocratica?

Nelle grandi città il calo è stato sensibile. Per la prima volta si è scesi in media sotto la maggioranza. Non si può far finta di nulla. Letta ha vinto a Siena, ma solo un elettore su tre si è recato alle urne. Un fenomeno tanto grave indebolisce la democrazia.

 

Soltanto un paio di mesi fa da queste colonne titolavo un editoriale La democrazia malata, argomentando una serie di riflessioni, riferite soprattutto a politologi illustri (da Norberto Bobbio a Giovanni Sartori), riattualizzandole nel quadro inerente i nuovipartiti e movimenti politici.

A distanza di una settimana dal primo turno delle elezioni amministrative, una valutazione serena va fatta, non solo per quanto concerne i risultati dei protagonisti in campo, ma soprattutto per quanto riguarda laffluenza alle urne.

Balza subito agli occhi il netto ridimensionamento di Lega e Movimento Cinque Stelle, ossia dei sovranisti e dei populisti, a significare che una politica fatta solo di slogan e di strumentalizzazioni della protesta popolare, a medio termine, non paga più in termini di consenso. Fratelli dItalia avanza, ma certo non fa quellexploit di cui tutti erano convinti alla vigilia. Forza Italia annaspa e arranca, segno tangibile di una lenta uscita di scena (se si eccettuano i risultati elettorali regionali della Calabria).

Ride il PD che torna ad essere il primo partito. Ma se Atene piange, Sparta non ride, o meglio non si comprende questa sorta di entusiasmo piddino di Letta e i suoi mici se è vero, come è vero, che a Milano è andato alle urne solo il 47 per cento degli elettori; a Napoli il 47,19 per cento; a Roma il 48,8 per cento; a Torino il 48,06 per cento; sicché, infine, solo Bologna registra un dato che supera la maggioranza assoluta degli elettori, con appena il 51,18 per cento.

Dunque, nelle grandi città si registra un dato negativo rispetto alla media nazionale del 54,69 per cento degli elettori, preoccupante anchessa in assoluto (in pratica un elettore su due non si è recato alle urne).

Quello su cui bisogna riflettere è anche lulteriore dato che non solo il cittadino delle grandi città si allontana sempre di più dalla politica rispetto a quello dei centri urbani minori, ma soprattutto che, stando ad un sondaggio di You Trend, nelle grandi città, in particolare del Nord, lastensionismo riguarda in maniera specifica i quartieri popolari e non quelli ricchi: ci avviamo verso una plutocrazia?

Ma per il neo segretario PD la valutazione principale è quella che il suo partito “è tornato in sintonia con il Paese. Ma con quale Paese? E soprattutto quali sono i dati elettorali che lo riguardano in prima persona?

Letta era candidato alla Camera dei deputati alle elezioni suppletive nel collegio di Siena con un simbolo civico e non con quello del suo partito. Ma al di là di questo, il dato su cui bisogna riflettere riguarda i mass media che allindomani della elezione di Letta alla Camera titolano (ad esempio Il Sole 24 Ore): Batte il centrodestra e sfiora il 50% dei consensi.

Il comune lettore pensa subito ad una grande vittoria del centrosinistra e di Letta in particolare; ma occorre guardare anche al dato relativo allaffluenza alle urne. Infatti se a livello delle elezioni amministrative il dato è superiore al 50 per cento, nel collegio di Siena della Camera dei deputati si è recato a votare soltanto il 35,93 per cento degli aventi diritto; ossia i due terzi non hanno votato, due elettori su tre.

Allora più che inneggiare a vittorie pirriche, occorre riflettere sulla necessità di un nuovo soggetto politico che sappia reincarnare gli umori, le attese, il futuro di un popolo (quello italiano) da troppi lustri costretto a sopportare una classe dirigente d’élite che appare in deficit di vera cultura politica.

Una voce profetica forse. La Chiesa di Francesco a una svolta.

E chi sa se la voce profetica – dice lautore in conclusione – non sia quella appena avvertibile del Papa emerito che davanti al dramma degli abusi ha evocato un eccesso di mondanità” e, quindi, una crisi di fede.

 

La maggioranza degli italiani, gente umile, intellettuali, impiegati, operai e contadini tutti dicono di sostenere questo Papa che vuole svecchiare la Chiesa, fare pulizia, cambiare comunque. Bene. Ma la maggioranza degli italiani ha progressivamente lasciato la pratica religiosa, tant’è che la chiese sono ordinariamente vuote (quando non chiuse) e non si riempiono più neppure nelle feste di precetto (una espressione che non credo venga più capita). Insomma tra le due realtà c’è un contrasto stridente, dal quale risulterebbe, infatti, che il Papa non centri niente o poco con la vita di fede dei credenti. La vecchia Europa, si dice ormai, non è più cristiana. Lo è stata, ma adesso non più. Insomma c’è una diffusa non credenza che però mette adesso più di prima il Papa sopra i propri scudi.

Ma ci si potrebbe domandare: è un sentimento profondo, oppure è londa irriflessa di una tendenza culturale? Una moda di una stagione nella quale le diverse ragioni in campo si tengono una accanto allaltra senza più avvertire le esigenze della coerenza, ma si impongono ciascuna in modo apodittico senza più curarsi di quelle relazioni di causa ed effetto che fino a poco fa si ritenevano logicamente necessarie?

E in generale si potrebbe dire che questa diffusa ammirazione per il Papa argentino sia per sé stessa sufficiente ad acquietare le coscienze e a liberarle da ogni altro obbligo non solo di coerenza religiosa, ma anche di razionalità. Effetto della nuova comunicazione globale? Probabilmente sì. Il che complica terribilmente le cose perché ci troviamo davanti ad un fenomeno nuovo di diffrazione che illusoriamente sposta la visuale della sorgente dellautorità dal soggetto che la detiene al mezzo che la trasmette e diffonde trasformandola in opinione. Con una certa furbizia(una virtù che il Papa parlando con i giornalisti ha riconosciuto come sua caratteristica), Francesco ha detto più volte che a lui interessa avviare i processi senza prefigurare per quelli una soluzione precostituita (anche se nel doppio Sinodo sulla famiglia non fu proprio così), atteggiamento che gli consente sia un apparente distacco dalle cose, sia di rilanciarle quando per i fini che egli persegue, ne ravvisa lopportunità.

Insomma i credenti e quanti hanno qualche interesse per la fede e per la vita della Chiesa, vivono (e forse ne sono soggiogati) questa diffrazione alla quale consegue inevitabilmente un continuo spostamento dei piani che tende a nascondere quale sia effettivamente la fonte dellautorità: quella del Papa, ovvero quella dei tempi e delle mode che diversamente li attraversano. Tutto questo nel grande cerchio delle tante questioni che, appunto, rientrano nellordinarietà. Ma quando si esce da questo cerchio, tutto cambia e alle differenti opinioni che siamo abituati a registrare attorno alla Chiesa, subentra qualcosa di inedito ed imprevisto che apre il campo allo sgomento. Ormai ha scritto bene su Face Book Patrizia Nardini linverosimile ci travolge.

Ed è quanto è avvenuto questa settimana con due fatti: il Rapporto sugli abusi commessi dal clero e dai religiosi in Francia dal 1950 al 2020 e il processo in corso in Vaticano a carico di Angelo Becciu e altri nove. Due fatti diversissimi tra loro che però hanno entrambi una fortissima carica di deflagrazione nellopinione pubblica mostrando tutti e due accuse e colpe gravissime imputate a carico di ecclesiastici. Il Papa e il Presidente dei vescovi francesi (recentemente in visita ad liminaa Roma), monsignor Eric de Moulins-Beaufort, hanno parlato di vergogna. Ma basta? Non la parola che è durissima e senza appello, ma si avverte il bisogno di qualcosa daltro, una parola profetica forse che, pur in tanto abominio, si potrà pur dire.

Il silenzio giustamente è figura indicibile del rispetto per le vittime; ma è anche limmagine dellabisso dal quale chi vi cade non può risalire, e non può essere questo il messaggio della Chiesa. Forse a parole ci eravamo illusi che la sua santità e la sua buona fama quasi ci esimessero dal percepirci nella condizione di peccatori. Tutti e bisogna riconoscere che il Papa spessissimo lo dice di sé – la salvezza e il futuro della nostra fede (con buona pace di Giuliano Ferrara che non dà credito allinchiesta francese) ci obbligano a ripartire dal fango che le slavine della storia hanno trascinato sugli arredi delle nostre malriposte certezze. E vale qui il richiamo al famosissimo salmo De profùndis clamàvi ad te, Dòmine che si conclude con la promessa che Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe. E, per analogia, anche tutti noi.

Da zero sì, ma ripartire. Anche dalla fredda aula che ospita il tribunale dove un cardinale accusato e già umiliato con la spoliazione delle sue prerogative, oltre a sé stesso difende qualcosa di più grande alla quale tutti noi semplici fedeli vogliamo ancora credere: la dignità altissima di chi è vestito di porpora. Io vedo la sua come una grande battaglia che, se non intervengono novità o ripensamenti, inevitabilmente scuoterà lintero sistema di un potere che pur essendo soprattutto spirituale, conserva molte (o troppe?) incrostazioni temporali che lo hanno appannato e che da quelle deve essere liberato. E chi sa se questo processo (il cui peccato originale scrive Il Foglio – è quello di essere ex-post, cioè celebrato dopo la condanna preventivada parte del Papa al principale imputato. Cosa che il tribunale che amministra la giustizia in nome di Sua Santità’ non potrà smentire) pur cominciato molto male, non finirà per fare ripartire con la grazia che le appartiene, la missione della Chiesa nel mondo? In gioco, infatti, non ci sono i soldi, troppi per un palazzo e per i compensi dellintermediazione, ma lintangibilità di un sistema di cura spirituale e forse meglio di una speranza che nonostante le brutte immagini di una diffusa non credenza certamente anima ancora il profondo del cuore dellumanità.

Il Sinodo che il Papa aprirà domenica è troppo a ridosso di questi eventi che più di documenti da discutere e approvare, mi pare abbiano bisogno di un coinvolgimento personale di conversione. Direi di un atto di fede recuperato dal fondo della coscienza di ciascun membro della Chiesa. E chi sa se la voce profetica non sia quella appena avvertibile del Papa emerito che davanti al dramma degli abusi ha evocato un eccesso di mondanità” e, quindi, una crisi di fede?

Centro, adesso o mai più.

Attorno al centrocrescerà il dibattito nelle prossime settimane. Un dibattito che non potrà più vedere il filone del cattolicesimo popolare e sociale solo come un osservatore. Adesso serve mettere in campo una iniziativa politica, accompagnata da una regia politica, che contribuisca in modo convincente a ricercare le condizioni per una vera politica di centronel nostro paese.

Dopo il voto amministrativo – di cui ormai sappiamo già quasi tutto – c’è un solo elemento che manca allappello. E che quasi sicuramente dominerà il dibattito politico in vista delle prossime elezioni politiche generali. Si tratta di quello che comunemente viene chiamato centro. Ovvero un partito di centroche declina una autentica e vera politica di centro. Del resto, è ormai evidente a quasi tutti che dopo la stagione populista, giustizialista, manettara e anti politica – che purtroppo è ancora ben presente nelle viscere del nostro paese – interpretata in modo quasi esclusivo dal partito dei 5 stelle, si è aperta una nuova fase nella politica italiana.

Un cantiere, che è appena all’’inizio, che non può non prevedere la costruzione di unofferta politica che spezzi quella radicalizzazione del conflitto che caratterizza attualmente i due poli in competizione. Una radicalizzazione che è figlia della stagione populista e che, purtroppo, ha come unico obiettivo quello di demolire lavversario/nemico da un lato e di delegittimarlo moralmente e politicamente dallaltro. È persin ovvio ricordare che in un contesto del genere qualsiasi cultura della mediazione, ricerca della convergenza, senso di responsabilità istituzionale e disponibilità al dialogo e al confronto sono destinati a saltare come birilli. Non a caso, le migliori stagioni di governo che si ricordano nel nostro paese sono e restano quelle caratterizzate da una politica di centroche sapeva dispiegare un progetto in cui molti si potevano riconoscere al di là delle legittime e scontate differenze politiche e culturali.

Certo, un centroche non può decollare se viene guidato e diretto da capi politici divisivi, inaffidabili ed egocentrici. Tutte le schermaglie a cui assistiamo in questi giorni sono ancora il frutto della vecchia stagione. Ma è indubbio he la domanda di centrocresce nel nostro paese e, con essa, la volontà di ridare prestigio alla politica, avere una classe dirigente competente e qualificata e garantire e praticare concretamente una vera cultura di governo.

Sotto questo versante i due poli in competizione sono ancora destinati a scomporsi e a ricomporsi in vista delle prossime elezioni politiche. Perchè è del tutto evidente che non possono essere, da un lato, la destra sovranista e/o populista di Meloni e Salvini a garantire una vera cultura di governo come, del resto, non è il populismo giustizialista dei 5 stelle o le frange massimaliste della sinistra a dettare le condizioni per una nuova stagione allinsegna del buon governo e della stabilità democratica. In entrambi gli schieramenti è necessaria, semprechè non decolli un sistema elettorale proporzionale che faciliterebbe ovviamente lintero disegno, una presenza centristache avrebbe il compito di moderare il profilo politico dei rispettivi schieramenti e obbligare i compagni di viaggio a ricercare le ragioni dellunità e della ricerca delle convergenza rispetto a quello della radicalizzazione e dello scontro permanente e strutturale.

Ecco perchè attorno al centroil dibattito si moltiplicherà nelle prossime settimane. Un dibattito che, lo ripeto, adesso non potrà più vedere il filone del cattolicesimo popolare e sociale solo come un osservatore disinteressato o, peggio ancora, come una somma di esperienze testimoniali e divertenti ma del tutto inutili ed impotenti. Adesso serve mettere in campo una iniziativa politica, accompagnata da una regia politica, che contribuisca in modo convincente a ricercare le condizioni per una vera politica di centronel nostro paese. Serve allintero paese, alla politica italiana, alle nostre istituzioni democratiche e al governo stesso della nostra comunità. Il tempo della contrapposizione frontale e del populismo volgono al termine . Adesso ci dobbiamo semplicemente essere.

L’Italia di Moro. La presentazione di “SuccedeOggi”.

Al Teatro Storchi di Modena e poi in tournée. Fabrizio Gifuni porta in scena le lettere e il terribile memoriale di Aldo Moro. Un monologo intenso grazie al quale il lettore scopre l’intreccio di interessi e falsità che portò – di fatto – alla condanna del grande statista ucciso dalle Brigate Rosse.

Con il vostro irridente silenzio, lintenso, travolgente monologo di Fabrizio Gifuni, che ha appena debuttato in prima nazionale con grande successo al Teatro Storchi di Modena, si fonda sulla sua capacità di mettere in dubbio concetti comuni che il mainstream cercasempre di inculcarci come quello che: «la memoria è divisiva». Fin dal prologo allo spettacolo basato sullo studio delle lettere dalla prigionia e sul memoriale di Aldo Moro, Gifuni ci racconta che lui ha una grandissima fiducia nei testi.

E affrontando la lettura delle ultime lettere di Aldo Moro, assieme ai suoi fondamentali memoriali (che solo negli anni Novanta vennero ritrovati in unintercapedine dai nuovi proprietari del covo dove Moro venne rinchiuso) Gifuni ci immerge in una lingua chiara, cristallina, profonda, in contrasto con lopinione comune in quegli anni che Moro fosse fumoso, e poco chiaro.

«Ci sono alcuni fantasmi che chiedono di essere ascoltati»ci ricordava giustamente Pirandello.

E il suo monologo recitato in uno scarno palcoscenico nudo, con solo disseminati a terra alcuni fogli bianchi e con un fondale azzurro sempre più intenso alterna le lettere alla moglie e ai figli a quelle ai politici come Cossiga, Zaccagnini, Taviani, Andreotti, Fanfani, durante i suoi terribili 55 giorni di prigionia, dal 16 marzo al 9 maggio 1978. Tutto un insieme di ipocrite ragioni di stato in cui Moro rende palese come la strategia di quei giorni fosse nellinculcare nellopinione pubblica, come unica soluzione, «il sacrificio dellinnocente».

Nel memoriale Moro smaschera i suoi amici-colleghi democristiani dellepoca tutti intenti a smentire le sue lettere. Ad affermare che non era lui a scriverle.

Solo Saragat e alcuni socialisti ebbero un minimo di attenzione nei suoi confronti. Persino i comunisti dellepoca furono durissimi nei suoi confronti. Tutta la stampa fu ferrea nel raccontare Moro come agnello sacrificale da non poter salvare. Una compatta regia mediatica tesa ad arginare, silenziare, mistificare, irridere, questo fiume di parole inarrestabili, troppo scomode per essere, secondo loro, di Aldo Moro.

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https://www.succedeoggi.it/2021/10/litalia-di-moro/

Polonia: sfida all’Unione europea. La nota dell’ISPI.

La corte suprema della Polonia non riconosce la superiorità del diritto europeo sulle leggi nazionali. È il primo passo verso una Polexit?

Si allarga il solco tra Varsavia e lUnione europea: la corte suprema polacca ha infatti respinto il primato del diritto comunitario sulla legislazione nazionale, affermando che alcuni articoli del trattato UE sono incompatibili con la Costituzione polacca. I giudici polacchi, ha affermato la Corte, non dovrebbero utilizzare il diritto dell’UE per mettere in discussione l’indipendenza dei loro pari. Un vero e proprio guanto di sfida a Bruxelles e alla Commissione europea per cui la sentenza solleva serie preoccupazioni. In un comunicato stampa, la presidente Ursula von der Leyen ribadisce che tutte le sentenze della Corte di giustizia europea sono vincolanti per le autorità di tutti gli stati membri, compresi i tribunali nazionaliavvertendo che non esiterà a fare uso dei suoi poteri ai sensi dei trattati per salvaguardare l’applicazione uniforme e l’integrità del diritto dell’Unione. LUnione Europea, si legge ancora nella dichiarazione, “è una comunità di valori e di diritto, che deve essere sostenuto in tutti gli stati membri. I diritti degli europei sanciti dai trattati devono essere tutelati, indipendentemente dal paese in cui vivono. La contestazione legale era stata proposta dal primo ministro polacco Mateusz Morawiecki e non ha precedenti nella storia comunitaria. È infatti la prima volta che il leader di uno stato membro del blocco a 27 mette in discussione i trattati e la supremazia delle leggi europee su quelle nazionali, un principio fondativo dellUnione.

La disputa tra governo di Varsavia, guidato dal partito conservatore di destra Diritto e Giustizia (PiS), e Bruxelles riguarda principalmente tre ambiti: i diritti Lgbt, la libertà di informazione e la riforma del sistema giudiziario polacco. Questultimo in particolare osservano esperti di dirittoavrebbe visto ridursi la propria autonomia, in seguito ad una serie di nomine ad hoc decise dal governo, che avrebbero compromesso lindipendenza dei tribunali e della magistratura. Bruxelles aveva chiesto a Varsavia di conformarsi, entro il 16 agosto, a una decisione della Corte di giustizia dell’UE che dispone l’abolizione del sistema delle sanzioni disciplinari nei confronti dei giudici definendole incompatibilicon il diritto europeo. Morawiecki aveva presentato ricorso a marzo, sostenendo che Bruxelles non ha il diritto di interferire con i sistemi giudiziari degli stati membri e che le riforme approvate da Varsavia erano necessarieper rimuovere le influenze dell’era comunista. La sentenza di ieri però va oltre la questione in sé, e attacca frontalmente gli articoli 1 e 19 del Trattato sullUnione, che stabilisce il principio di integrazione rafforzata dei paesi membri e la supremazia del diritto comunitario su quelli nazionali.

La portata della sentenza non è solo giuridica, ma investe in pieno le relazioni tra Varsavia e lUnione. Nonostante il primo ministro Morawiecki assicuri che il posto della Polonia è e sarà nella famiglia delle nazioni europee”, e che ladesione al blocco è stata “uno dei momenti salienti degli ultimi decenni” per il paese, sono in molti a leggere nel pronunciamento un deciso passo avanti in direzione di unuscita del paese dallUnione. La Polonia ha fatto un passo verso l’abisso della Polexit legale afferma Jakub Jaraczewski, coordinatore della ricerca presso Democracy Reporting International a cui probabilmente seguirà una forte reazione da parte della Corte di Giustizia allo scopo di proteggere l’ordinamento giuridico europeo, contro uno stato membro canaglia, ad esempio dichiarando la Polonia esente da meccanismi di cooperazione giudiziaria come il mandato di arresto europeo. La sfida di Varsavia, però, preoccupa qualcuno anche allinterno della Polonia. Fuori dalla sede del Tribunale decine di manifestanti hanno protestato contro la sentenza: secondo i sondaggi circa l80% dei polacchi si ritiene soddisfatto dellingresso della Polonia nellUnione che, dal 2004, ha erogato miliardi di euro in sussidi al paese dellex cortina di ferro.

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https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/polonia-sfida-allunione-europea-31932

A 40 anni dalla morte di Luigi Petroselli

Piccoli appunti a seguito della relazione di Walter Tocci. Quanto vale la riproposizione, in questa cornice commemorativa, del progetto di smantellamento di Via dei Fori Imperiali?

 


Il ricordo di Luigi Petroselli a 40 anni dalla morte ha trovato ieri nella relazione di Walter Tocci una tessitura di grande pregio ed equilibrio. Il primo sindaco comunista –
due anni prima Giulio Argan, insigne studioso, arrivava da indipendente alla guida del Campidoglio – rimane indubbiamente una figura centrale nel cuore della sinistra romana. Questo legame profondo merita rispetto e considerazione, anche se non autorizza, come sempre nelle ricostruzioni storiche, lo scivolamento nella retorica più o meno esplicita.

Si dice che Petroselli fosse un uomo del dialogo, ma in tempi ancora ruvidi, con il quadro della solidarietà nazionale in fase di rapido esaurimento dopo leliminazione di Moro, la sua politica non contemplava (a sufficienza) quellafflato di civile apertura al mondo democristiano. Bisogna essere chiari su questo punto, per non inciampare in rappresentazioni schematiche. Quando infatti Giuseppe Pullara, proprio in apertura di cerimonia, rammentava come nellAula Giulio Cesare fosse riscontrabile allepoca uno stile composto, mai corroso dalla esasperazione di toni e giudizi, ha dato la spiegazione più brillante e al tempo stesso più riduttiva: la stima che circondava Petroselli si traduceva in una certa gravitas nei lavori dellAssemblea. Ora, questo è vero, ma Pullara non ha messo in luce limpegno che qualificò, sia in termini di forma che di sostanza politica, il gruppo dirigente democristiano. Ci fu in quegli anni unopposizione diversa, fuori dagli stereotipi della demagogia e – diremmo con linguaggio attuale – del populismo.

La storia andrebbe letta e proposta con più serenità, aggiungendo ricchezza di analisi, per vedere con occhio più attento la complessità di alcuni fenomeni. Tra questi, per giusta memoria, rientra la svolta della finanza locale che assicurò risorse abbondanti ai comuni nella seconda metà degli anni 70. Senza quelloperazione coraggiosa – e molto costosa per lerario – Argan e Petroselli non avrebbero potuto attivare la politica di sviluppo dei servizi sociali (asili nido, centri anziani, assistenza) che cambiò il volto di Roma. Neanche la mitica Estate Romana avrebbe conosciuto quella straordinaria fioritura che le cronache attribuiscono sic et sempliciter al genio di Nicolini, lassessore alla cultura di quel periodo.

Tocci, in ogni caso, ha colto la palla al balzo per andare oltre la pura commemorazione. Si è riallacciato a Petroselli per parlare dei Fori, ovvero per rilanciare lipotesi di smantellamento della grande via che li attraversa, si dice inutilmente. Sì, per Tocci è inutile ormai conservare un monumento del Novecento che non assolve più ad alcuna funzione vitale(con il completamento della metro c non servirà neppure alla circolazione dei mezzi pubblici). Il ritorno al progetto di unificazione dei Fori, insieme allo sviluppo del Parco dellAppia Antica, appare dunque – oggi come ieri – un grande disegno per lavvenire,

È chiaro che questo discorso, svolto per giunta alla presenza del candidato sindaco Roberto Gualtieri, è destinato a rianimare la disputa sul significato e il valore di Via dei Fori Imperiali, realizzata (questo si sa) dal fascismo ma ideata (questo invece non si sa) negli anni 50 dellOttocento, ancora sotto lo Stato Pontificio. Tocci invita a riconsiderare un progetto che non può e non deve essere incasellato, a suo dire, nello schema delle antiche dispute ideologiche tra destra e sinistra. Ha ragione, certamente, sebbene egli stesso un poaccarezzi senza volerlo il formulario di quelle dispute quando sorvola con troppa disinvoltura sulle obiezioni che molti uomini di cultura hanno espresso, non per nostalgia del passato o auto seduzione di fronte a unopera del Regime, bensì per la rigorosa verifica di ciò che rappresentava e ancora rappresenta il percorso stradale nel quadro della stessa fruibilità visiva di uno spettacolare paesaggio archeologico, unico al mondo.

In fondo, anche Petroselli nutrì qualche dubbio sulla opportunità di cancellare la strada, tant’è che finora è rimasta integra nellattesa di possibili evoluzioni. È bene allora che di quei dubbi si faccia tesoro noi tutti – e in primo luogo spetta a Roberto Gualtieri, presente alla commemorazione, farlo con intelligenza –  non per bloccare il confronto, bensì per renderlo ancora più autentico e incisivo. Nellinteresse di Roma.

 

Registrazione dibattito (Radio Radicale)

https://www.radioradicale.it/scheda/649354/petroselli-il-pci-e-roma

Milano senza opposizione

Riprendiamo il commento che allindomani del voto ha proposto ArcipelagoMilano. Colpisce il grido dallarme. Se sparisce lopposizione, la vita amministrativa non può che risentirne negativamente.

Le lezioni amministrative di Milano si sono risolte in un grande successo del PD e della candidatura di Beppe Sala che sarà sindaco per altri cinque anni. Ma il fatto per me preoccupante è che è sparisca dal Consiglio comunale qualunque opposizione di sinistra e, conseguentemente, il confronto di idee e di dibattito politico sulle scelte della giunta.

Infatti i trascorsi della consigliatura di Sala dimostrano che, a parte i voti contrari dei quattro consiglieri del M5s e di Basilio Rizzo, sulle scelte di carattere urbanistico, dei grandi interventi, del recupero degli scali e delle aree dismesse, non si è avuta alcuna discrepanza di posizione tra la maggioranza di centro sinistra e la coalizione di centro destra.

Sala, che in queste elezioni ha stravinto al primo turno, avrà le mani libere per portare avanti quelle iniziative in ambito urbanistico ed edilizio lasciate in sospeso in attesa delle amministrative e tra queste, innanzi tutto, la distruzione dello stadio di San Siro e la realizzazione di un nuovo stadio, con il corredo di enormi volumetrie che ad esso si accompagnano. Né sarà possibile cercare di instaurare quella regìa pubblica sui futuri interventi, già in gran parte programmati, che determineranno i destini urbanistici, ma anche sociali ed economici, di Milano e della Città metropolitana per i prossimi decenni.

In assenza di unopposizione che si possa esprimere in Consiglio comunale sarà quindi inevitabile che si manifesti nel sociale, dando luogo a forme di protesta delle minoranze e di tutti quei comitati di cittadini che in passato hanno agito separatamente in unottica localistica, e che hanno sostenuto unitariamente la candidatura di Mariani con il proposito di avere una rappresentanza in Consiglio.

In questa situazione non potranno che generarsi tensioni sociali causate innanzi tutto dalle disuguaglianze a Milano già molto accentuate e che, ulteriormente acuite dalla pandemia, si stanno ancor più aggravando per la grave crisi occupazionale. Sala dovrà far fronte a una probabile conflittualità e per farlo nel modo più appropriato dovrà offrire spazi reali per la partecipazione e il confronto che non siano le fittizie consultazioni popolari organizzate da Lipparini.

Il fatto che Sala sia passato al primo turno con unampia maggioranza non fa che aggravare la situazione perché sarà assai poco indotto a patteggiare anche con la componente più a sinistra della propria coalizione perché Milano unita non ha ottenuto neppure un seggio in Consiglio né nei municipi. Sembrano molto deboli anche le altre liste sostanzialmente al traino di Sala, con leccezione dei Verdi che con loltre 5 % si sono più avvantaggiati dalle manifestazioni sul clima del Pre-COP26 e dallapparentamento con lui ottenendo ben tre consiglieri. Vedremo quali possibilità avranno di porre condizioni alla linea managerialedi Sala.

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https://www.arcipelagomilano.org/archives/58979?utm_source=Newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=20210710

Intelligenza artificiale, lavoro, democrazia. La CISL ragiona sulle implicazioni delle nuove tecnologie.

Lintelligenza artificiale è il punto di sviluppo storicamente più alto della mediazione fra uomo e mondo, naturale ed umano, e non si sottrae al rischio di incorporare potenziale distruttivo. Pubblichiamo la parte conclusiva della relazione del Presidente della Fondazione Ezio Tarantelli in occasione del Webinar che si è svolto, su iniziativa del Coordinamento internazionale della CISL, il 23 Settembre u.s. dal titolo Trasformazione digitale e intelligenza artificiale: quale futuro per il lavoro?”.

Il controllo, la classificazione, linterpretazione statistica sofisticata di una quantità colossale di dati (la cui compravendita è già il business del futuro) tende a ridurre il cittadino elettore alla stregua del consumatore manipolato ed orientato su scala globale, in assenza di regole e con estrema difficoltà a farle valere, quando si prova a definirne qualcuna, di fronte a multinazionali globali (Big Five) ed a stati autoritari (Cina, Russia, Turchia ed altri ancora).

La vicenda di Cambridge Analitica e dellingerenza russa nelle elezioni degli Stati Uniti del 2016, che sancirono la vittoria di Trump, è, certamente, la dimostrazione paradigmatica più inquietante.

La World Wide Web, la ragnatela informativa e conoscitiva intorno al mondo, da potenzialità siderale per la democrazia rischia di capovolgersi nel suo opposto: la manipolazione programmata delle pubbliche opinioni globali. In Cina, il Governo ha adottato un rating di credito sociale, sulla base delle condizioni economiche e sociali di tutti i cinesi, assegnando un punteggio ed una, conseguente, classifica (ranking) reputazionale a tutta la popolazione.

È il ritorno alla discriminante censitaria (preambolo probabile alla differenziazione dei diritti di cittadinanza); contrappasso infernale della proclamata società comunista delleguaglianza!!!

Luso reazionario della potenza globale dellinformazione digitale è una componente, non secondaria, dellindebolimento delle democrazie, perentoriamente segnalato dallassalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 e dallascesa dei partiti e dei movimenti nazional-sovranisti e delle democrazie illiberaliin Europa, nel secondo decennio del nostro secolo.

Ne consegue la necessità di una riflessione strategica sulla democrazia partecipativa come tertium datured uscita di sicurezza vincente dallalternativa tra il formalismo della democrazia rappresentativa e lautoritarismo della democrazia illiberale, nonché forma di governo geneticamente adeguata a un modello di economia e di società ambientalmente e socialmente sostenibili.

   

La riflessione del Coordinamento internazionale Cisl, difronte a dinamiche, quali lintelligenza artificiale, che marcano discontinuità epocali, peraltro cumulativamente interconnesse con il Green New Deal e con il grave declino demografico in molte economie avanzate, propone alcune idee strategiche preziose per le Organizzazioni sindacali e per le Rappresentanze sociali:

o mecatronica, robotica, robotica collaborativa, internet of things, big data, cloud computing, sicurezza informatica, stampa 3d, simulazione, nano tecnologie, materiali intelligenti);

ai robot quadrupedi (equipaggiati con telecamere speciali ed algoritmi di computer vision attraverso i quali individuano le fitopatologie in corso nelle piante, nelle viti, nelle coltivazioni consentendo lintervento terapeutico tempestivo);

ai programmi di gestione del rischio di credito e del rischio assicurativo; ai co-robot nei contact center che rispondono alla prima fascia di richieste della clientela, ad Alexa, al Deep mind, a Netflix.

a. Evitare due atteggiamenti simmetrici e perdenti, ovvero sia lopposizione di principio allinnovazione tecnologica, sia una linea di interventi ex post, a cose fatte, residuale e subalterna;

b. Rivendicare i principi della democrazia partecipativa diffusa che, in riferimento al nostro oggetto, assume la forma della titolarità delle Organizzazioni sindacali e delle Rappresentanze della società civile ad intervenire ex ante nelle fasi di progettazione e programmazione; in itinere nelle fasi della gestione; ex post nelle fasi di monitoraggio e di verifica; a tutti i livelli decisionali, centrali, periferici, nazionali, internazionali;

c. Ripensare la rappresentanza (informazione, tutela, assistenza, servizi, piattaforme, vertenze, contratti, mobilitazione, iscrizione) come mix di rappresentanza fisica, operante nei luoghi di lavoro, e di rappresentanza digitale per quelle aree crescenti di lavoratrici e di lavoratori che non hanno un luogo fisico di riferimento e di concentrazione (atopici), né un tempo fisso di lavoro (atemporali), né unorganizzazione rigida del lavoro (amodali);

d. Ridisegnare larchitettura del sistema di istruzione e di formazione, dallalfabetizzazione digitale di massa, alla formazione professionale, agli istituti tecnici specializzati, alluniversità, sotto legida pedagogica onnipervasiva dellimparare ad imparare e del conseguente apprendimento, riconversione culturale, riqualificazione professionale permanenti per tutta la vita;

e. Puntare alla sovranità tecnologica europea, condizione necessaria per lindipendenza economica e lautonomia strategica; ad una politica industriale europea ed ai conseguenti investimenti pubblici (vettori di investimenti privati) opportunamente integrati con le strategie di rafforzamento della sovranità e della cooperazione tecnologica, con le politiche industriali e con gli investimenti nazionali dei Paesi membri.

Una sorprendente modernità. A trent’anni dalla morte di Natalia Ginzburg (L’Osservatore Romano)

Per gentile concessione pubblichiamo larticolo che appare oggi sullOsservatore Romano in occasione del trentennale della scomparsa della scrittrice italiana.

Sono passati trentanni da che Natalia Ginzburg ci ha lasciato e i suoi scritti restano di una sorprendente modernità. Ben venga dunque, nel caso di Vita immaginaria (Torino, Einaudi, 2021, pagine 232, euro 12), una felice ristampa dopo lunica edizione del 1974. Una personalità, quella di Ginzburg, oggetto di costante attenzione critica da parte di Domenico Scarpa che cura con sapienza amorevole la riedizione di quei brevi e intensi saggi, così come di altre raccolte che si spera verranno rieditate.

Nei lontani anni Trenta del secolo scorso Natalia Ginzburg fu autrice di uno scritto molto breve dal titolo Dire la verità. È un manifesto etico ed estetico che è poi valso per tutta la sua produzione ed è straordinariamente interessante rileggerlo oggi, in tempi molto mutati, affollati da un profluvio di libri soprattutto di narrativa. Quasi gli editori e gli autori avessero una vis a tergoche li spinge a immettere libri a getto continuo sul mercato. Comunque. Spesso opere esangui.

Natalia Ginzburg scrisse: «Dire la verità. Lartista che scrive deve sempre sentirsi capace di questo (…). Lartista non scrive una frase perché è bella, ma perché è vera». Vita immaginaria prende il titolo dallultimo scritto e raccoglie interventi sulle terze pagine di giornali italiani, «Corriere della Sera» e «Stampa» tra il 1969 e 1974.

In un primo blocco ci sono medaglioni di poeti, amici, letterati che vanno da Biagio Marin a Goffredo Parise, da Moravia a Bassani. Si tratta perlopiù di persone che lautrice ha conosciuto, a volte frequentato, di cui ha seguito con interesse le opere. La sua voce è sempre colloquiale, carica di accenti di coinvolgimento emotivo, spesso severa, «paratattica» come la definì Cesare Garboli, un critico molto amico di Natalia.

Nel panorama del giornalismo italiano la voce di Ginzburg rompeva gli schemi, andava subito e talvolta impulsiva al cuore del giudizio critico. Né perifrasi, né encomi formali. Solo quel che le dettava la sua intelligenza di lettrice o, nel caso del cinema, di spettatrice. Una intelligenza mai disgiunta dallemozione, mai fredda e bizantina.

Le sue parole erano sempre di una precisione luminosa, Garboli parlò di una «innocenza» che non era certo «ingenuità». Così come laggettivo «semplice» non è sinonimo di «elementare».

Dirette, incisive come un bisturi, ad esempio, le sue parole su una silloge di Bassani. «Siccome voglio molto bene a Giorgio Bassani, ed è un mio amico da molto tempo, mi dispiace dire che le sue poesie Epitaffio, non mi piacciono affatto, ma lo dico lo stesso, perché mi sembra che in questa nostra vita italiana, tutti passiamo il tempo a farci dei sorrisi, delle cerimonie, dei convenevoli, e non diciamo mai il nostro vero pensiero».

Naturalmente ogni giudizio, soprattutto se scabro e privo di ogni piaggeria sarà così anche quello su Moravia di Io e lui — è articolato in maniera appassionata, profonda, conseguenziale. E, sempre, torna a quel che diceva a proposito della necessità per lartista di dire la verità. Non la convince nella silloge di Bassani il fatto che predomini il sentimento della soddisfazioneper i suoi versi. E «la soddisfazione è un sentimento di natura tiepida», «è vanitosa… è snob, … è opaca, fa contento solo chi la prova, e non manda agli altri né ombra, né luce». La vera poesia invece nasce da sentimenti verticali, luminosi o bui, come la felicità o la disperazione, «nasce dal dolore o dalla collera, da sentimenti non tiepidi».

Vita immaginaria, così come altri scritti non narrativi (Le piccole virtù, Mai devi domandarmi) ha il pregio di contenere anchessa delle storie, intendo dire che in Ginzburg non c’è separatezza tra la voce dei romanzi, dellopera teatrale e del giornalismo. Nelle pagine per la stampa, si tratti di un artista, di uno sguardo su Roma, di un film, ci sono sempre luoghi, momenti, ricordi che hanno il ritmo e la consistenza di un racconto. Così scrivendo di Biagio Marin vengono a galla la Torino della adolescenza di Natalia, le sale di lettura della Pro culturadove veniva attraversata dalla sonorità della lingua gradese; e scrivendo di Antonio Delfini resta un fotogramma dello scrittore seduto a un tavolino del caffè Hungaria a Roma.

Ginzburg, quasi un vezzo, declina spesso, in apertura di pagina, di non essere un critico cinematografico, o teatrale, di capire poco di molte cose ma, pure, non rinuncia a dire la sua, con schiettezza, a volte con ruvida grazia ma sempre circostanzia ciò che dice con logica stringente. E al fondo delle sue opinioni resta sempre un rigore morale, un amore per la verità, forse frutto di un connubio tra cultura ebraica e valdese.

Insieme a certe sicurezze apodittiche c’è anche la declinazione di suoi pensieri contraddittori, oscuri e coesistenti. È il caso di come vive e vede Roma. Una città che è difficile amare, sempre più brutta, ma al contempo «meravigliosa». Più accese le contraddizioni dei suoi «pensieri sparpagliati» dopo lattentato di Monaco agli atleti israeliani in Gli ebrei. A dominarla è lorrore per quanto accaduto, la disumanità degli attentatori palestinesi. Lei, Natalia Levi, è per parte di padre ebrea e istintivamente è portata ad una «segreta complicità» con chi è ebreo ma, al tempo stesso, non le piace questo istinto perché contrasta con i valori in cui crede. La strage di Monaco la induce a riflettere sul rapporto tra Israele e palestinesi. Hanno ammazzato la suagente ma, sentendo subito «disprezzo» per se stessa e questa reazione, scrive «Non voglio stare dalla parte di chi usa armi e cultura per opprimere contadini e pastoriLa sola scelta che a noi è possibile è di essere dalla parte di quelli che muoiono o patiscono ingiustamente». E srotola davanti a noi questi suoi pensieri come un tappeto intessuto sempre di umana pietà, quasi una preghiera.

Pensieri sparsi all’indomani delle elezioni amministrative

Ai partiti gioverebbe un governo Draghi fino al 2026, per recuperare il senso stesso del loro essere, come indispensabile carburante della democrazia (Cost. art. 49).

Oltre 12 milioni di cittadini italiani hanno votato per le proprie amministrazioni locali. In questo periodo, anche tutti i cittadini tedeschi hanno votato per eleggere il loro Parlamento e il risultato è stato molto commentato sia in Italia che nel mondo, perché la fine dellepoca Merkel influenzerà la politica europea e non solo.

Politica estera e politica interna recentemente hanno evidenziato sono intrecciate. È sempre stato così, ma i politici domestici, anche per scarsa cultura geopolitica, hanno sempre evitato di fare scelte in tale prospettiva.Dopo una campagna, che è stata strana per molti motivi, oltre a registrare i risultati del voto, vale la pena trarre anche qualche lezione di politica. Senza dover evocare la storica enfatica ideologia tutto è politica , non c’è dubbio che la politica condiziona la vita della comunità e viceversa. Ma solo 1 elettore su 2 è andato a votare e i partiti non diano la colpa agli elettori: se non hanno voluto scegliere è perché non è stata offerta loro una buona ragione per farlo.

Le analisi dovranno essere molto approfondite e severe. Innanzitutto studiare le modalità della campagna elettorale. Si è riscoperto il rapporto diretto coi cittadini: porta a porta, mercati, santini… Gli elettori, che sanno usare meglio i social, a quale fascia detà e ceto appartengono e chi hanno votato? È vero che torna il bipolarismo? E allora sarebbe bene pensare ad una legge per le elezioni politiche che valga una volta per tutte, e non per ogni stagione elettorale. Sono andati a votare i volonterosi, i convinti e i tifosi, perchè la gran parte dei cittadini non legge i quotidiani (secondo lOsce circa il 70% non ha competenza a comprendere i titoli dei giornali). Quindi è difficile imputare solo alle polemiche degli ultimi giorni, a carico del centrodestra, la smobilitazione dei loro elettori. Inoltre ci si dovrà interrogare per esempio, quanto e se Covid ha cambiato i pensieri e i comportamenti dei cittadini.

Il governo Draghi ha dimostrato come si governa, con forza tranquilla, con scelte che riguardano la concretezza dei bisogni dei cittadini. Ora ci sono quindici giorni per parlare ai cittadini in modo convincente, affinchè non disertino i ballottaggi. Tuttavia, in relazione agli eventuali abbinamenti, alcuni leader non hanno perso loccasione di lanciare ambigui messaggi: alcuni alleati, che dovrebbero essere grati a chi ha consentito loro di non sparire dai radar della politica, non vogliono dare consigli perché “i loro elettori non sono mandrie.

Volubiles Quirites: è evanescente un seguito elettorale non ancorato a idee programmatiche e ideali. Ad esempio le periferie romane hanno abbandonato raggi e 5S e hanno votato per la destra. Il centrosinistra invece ha vinto nei centri delle città e non nei territori in difficoltà, periferie e quartieri degradati. Ha perso la sua bussola? Un antico adagio – chi semina vento raccoglie tempesta – si è dimostrato vero anche nella attualità. Avvelenare una campagna elettorale con modalità di comunicazione e un linguaggio violento non invoglia di più i cittadini a partecipare. Inoltre si imbarbariscono le relazioni sociali, interpersonali. Espressioni volgari e violente migliorano la società?

Ancora una volta i leader si sono affrontati sui temi generali nazionali, anziché confrontarsi sui temi e i programmi degli enti locali, con i problemi urgenti dei cittadini: i rifiuti, la sicurezza, i servizi sociali, le scuole. Le scelte delle amministrazioni comunali dipendono molto dai trasferimenti di finanziamenti nazionali, devono applicare contratti nazionali, ecc. perciò i vertici dei partiti avrebbero avuto molto da dire, a partire dallo status dei sindaci, che sono sottoposti a continue censure da parte delle diverse magistrature, a causa di normative poco chiare sulle responsabilità personali.

Le città hanno bisogno del fiancheggiamento dello Stato; si ricordi come fu conquistato Expo per Milano, si persero le Olimpiadi a Roma e come invece la solidarietà fra istituzioni ha assegnato le Olimpiadi invernali alla Lombardia e a Cortina. Ci sono esempi virtuosi di gestione dellenergia come a Brescia, dove da decenni funzionano termovalorizzatori, che sono contrastati con irragionevole miopia da parte di alcune forze politiche. Roma come crede di risolvere lenorme scandalo della sporcizia che imbratta la capitale, la Citta più bella del mondo?

Perché lo Stato non trova la strada per impedire che si esportino i nostri rifiuti a caro prezzo che, invece, sono reddito per i Paesi riceventi? Finite le polemiche inevitabili del post elezioni, rimangono sul tavolo le esigenze dei cittadini ed è bene che siano affrontate. Sono disponibili i grandi finanziamenti del PNRR che riguardano molte delle scelte di modernizzazione delle strutture territoriali e che esigono prontezza attuativa e sostegno dellattuale governo. Non credano i partiti che, se Draghi non conclude la legislatura, saranno in grado di migliorare il loro consenso.

Ci sarà un tempo in cui dedicarsi ai colloqui per scegliere un (una) Presidente della Repubblica ma ci si prepara col dialogo e il confronto con tutte le carte che ora sono sul tavolo e sono quelle di Next generation eu. Bisogna spendere bene, con trasparenza, perché non si incappi in indagini che bloccano i lavori in corsoe ci facciano vergognare difronte allEuropa.

Mentre il governo lavora, i partiti facciano tutti un pit stop. Hanno da resettare tutti i discorsi piuttosto vani della recente campagna, perché per le elezioni politiche i cittadini vorranno capire dai loro referenti proposte chiare: tasse, ambiente, salute, formazione, modernizzazione del Paese, Europa. Non sarà difficile usare un italiano facile, come parlano i cittadini, come si esprime Draghi. Hanno ormai registrato tutti che si può far politica con schiettezza, umiltà, pazienza, competenza. Forse quando manca questa ci si affida ai bla bla.

Un nuovo progetto politico per l’Italia di domani. La “domanda” c’è.

Le ultime elezioni comunali hanno confermato, se ancora non fosse chiaro a qualcuno, che la “domanda politica” per un nuovo progetto centrale, esiste ed è sempre più forte.

 

È quanto mai opportuno osservare anzitutto il dato delle ultime amministrative relativo alle liste civiche, del raggruppamento liberale, dei popolari e dei moderati del centro destra nel seguente grafico di “BiDiMedia”:


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ò il segno + per sommare le percentuali delle liste citate, mi limito solo a sottolineare che il bacino elettorale del 20% esiste e solo chi non ha visione politica può non notarlo.

Questa percentuale è confermata anche nelle urne, basta guardare il risultato della lista centrale di Calenda, nella capitale d’Italia.

 

Nel voto per le liste civiche, è difficilissimo entrare nel merito per comprendere a quali famiglie politiche facciano riferimento, ma è fuori dubbio che si tratta di donne e uomini, che non si riconoscono nell’attuale sistema politico e che una buona parte, attenda un nuovo progetto fuori dal bi-populismo.

 

Stesso ragionamento vale per chi decide, da anni, di non votare. Penso che molti di loro (noi) non vadano a votare, perché nessuna coalizione rappresenti gli ideali e i valori degli astensionisti. I numeri dell’astensionismo hanno raggiunto un limite oltre il quale è davvero pericoloso addentrarsi, siamo in una fase di grave malattia per la nostra democrazia.

Se perfino alle comunali, elezioni nelle quali si scelgono i rappresentanti delle comunità, votano 1 su 2 cittadini, vuol dire che la politica ha perso ogni credibilità e ogni senso di appartenenza.

 

Affluenza nelle 5 grandi città al voto:

 

Roma 48,83%

Milano 47,69%

Bologna 51,87%

Torino 48,06%

Napoli 47,19%

Italia 54,70%

 

A questi dati vorrei aggiungere un sondaggio Ipsos, post elezioni europee del 2019:

Il 42% degli astenuti si dichiarava di centro, cioè la maggioranza di chi si astiene si autocolloca al centro dello scacchiere politico.

 

Altro dato da studiare, è la differenza tra le piccole percentuali che hanno ottenuto le liste di centro, apparentate a sinistra o destra, e l’ottimo risultato ottenuto da liste autonome come nella capitale o in altre città importanti.

 

Tre errori che non dobbiamo commettere, a mio modesto parere, sono:

 

-non dobbiamo partire da “chi sarà il capo”;

-non dobbiamo partire da “con chi ci alleeremo”;

-non dobbiamo partire con frettolose denominazioni “centro riformista”, “centro popolare”, “centro liberale”, “centro moderato”. Tali definizioni rischiano di escludere chi non si riconosce nella singola cultura politica. Almeno in questa fase embrionale, parlerei di “centro partecipato”, perché senza la partecipazione della base, rischierebbe di essere l’ennesima operazione di vertice.

 

Dopo tutti questi numeri, penso sia evidente che la domanda ci sia e che sia notevole, in politica però le semplici addizioni non fanno mai la somma sperata. Ci vuole coraggio, pazienza, determinazione e umiltà.

 

Da oggi e per i prossimi mesi, dobbiamo far crescere sempre più la voglia di guardare con fiducia al futuro della nostra area culturale e politica. Convinti che il centrismo (se “ismo” non piace o pensate che “centro” sia una brutta parola, ne troviamo un’altra insieme) non è opportunismo tattico, non è solo la “terza via” tra sinistra e destra, ma è soprattutto un’idea di futuro, che parte da valori e ideali, per arrivare ad un programma concreto e realizzabile per il nostro Paese, dobbiamo continuare a unire chi si riconosce nelle culture politiche del riformismo, del liberalismo e del popolarismo.

Senza etichette, senza barriere ideologiche, senza personalismi adolescenziali, ma mettendo insieme idee, progetti e proposte concrete per il nostro Paese.

***

Gualtieri batte Michetti. Meloni? Dorma serena. Parla DAlimonte (formiche.net).

Intervista a Roberto DAlimonte, professore alla Luiss e fondatore del Centro italiano di studi elettorali (Cise): il voto locale non scuote il governo, lItalia dei piccoli comuni guarda ancora al centrodestra. Roma? Gualtieri batterà Michetti. Ma Giorgia Meloni può dormire sonni tranquilli.

Francesco Bechis

Ci sono due persone che possono dormire serene dopo lultima tornata di amministrative: Mario Draghi e Giorgia Meloni. Il voto non scuoterà il governo di unità nazionale, spiega a Formiche.net Roberto DAlimonte, docente di Sistema politico alla Luiss e fondatore del Centro italiano di studi elettorali (Cise). Anche la leader di Fratelli dItalia tira un sospiro di sollievo. Anche se a Roma potrebbe incassare una sconfitta capitale.

Professore, chi è il vero vincitore delle elezioni?

Dipende dal criterio che utilizziamo. Se il criterio è quello delle vittorie nelle città capoluogo di regione il vincitore è senza dubbio il Pd che ha già vinto a Milano, Bologna e Napoli, tra laltro con ampi margini. Molto probabilmente vincerà a Roma ed è in ottima posizione a Torino. Se invece il criterio è quello dei voti alle liste il vincitore è FdI. In questo caso vanno presi in considerazione i voti complessivi in tutti e sei i comuni capoluogo e in tutti i 118 comuni con popolazione superiore ai 15.000 abitanti. Il partito di Meloni è lunico che ha preso più voti in percentuale rispetto a tutte le competizioni più recenti, cioè comunali 2016, politiche 2018 e europee 2019.

E chi sono i perdenti?

M5S e Lega. Nellinsieme dei 118 comuni il partito di Conte ha preso complessivamente il 6,3%. Negli stessi comuni nel 2016 aveva preso il 17,8% e alle europee del 2019 il 17,2%. A Milano ha preso il 2,8% contro il 10,4 % del 2016. A Torino, Roma e Napoli è andato meglio ma non troppo. Quanto al partito di Salvini nei 118 comuni aveva preso il 6,1% nel 2016 e oggi ha ottenuto il 7,7%, ma alle europee era arrivato al 28,4%. Lanalisi dei flussi elettorali ci dirà se queste perdite sono legate allastensionismo che potrebbe aver colpito particolarmente il partito di Salvini. 

A parte le vittorie a Milano, Bologna e Napoli cosa si può dire del Pd più in generale?

Complessivamente sia nei sei comuni capoluogo di regione sia nei 118 comuni sopra i 15.000 abitanti il Pd è risultato il partito più votato. Nel primo insieme ha preso il 22,1% dei voti contro il 12,8 % di FdI che è arrivato secondo. Il 22,1 % è esattamente quello che aveva preso alle precedenti comunali nel 2016. Nei 118 comuni ha preso il 19% contro l 11,1 di FdI e il 7,7% della Lega. In entrambi i gruppi di comuni ha preso meno voti in percentuale di quanti ne aveva presi alle europee del 2019, ma il risultato è comunque molto buono. Tra laltro queste percentuali sono vicine a quelle stimate nei sondaggi attuali mentre questo non è vero per gli altri partiti.

Laffluenza è stata bassissima.

Una sorpresa relativa. Il calo dellaffluenza è ormai un dato strutturale. La ragione principale è la disaffezione nei confronti della politica e degli attuali partiti. In questa tornata elettorale si è aggiunto lo scarso appeal dei candidati. Occorre una nuova offerta politica, idee nuove e candidati più attraenti, per invertire il trend. Anche alle prossime politiche assisteremo a un calo della affluenza in assenza di novità significative.

Il centrodestra non ha più presa nelle metropoli. Perché?

Attenzione, bisogna evitare un abbaglio mediatico. Il centrosinistra va da sempre meglio nelle grandi città. È bene ricordare però che la maggioranza della popolazione italiana non vive nelle metropoli ma in migliaia di piccoli e medi comuni, dove va meglio il centrodestra. Detto questo bisogna però anche aggiungere che Lega e FdI fanno fatica, come si è visto in questa tornata elettorale, a selezionare nelle grandi città un personale politico di livello.

Come finirà a Roma?

Sono convinto che al ballottaggio Gualtieri batterà Michetti. Una buona parte degli elettori di Calenda voterà per lui. Tra i Cinque Stelle molti non andranno a votare ma c’è chi voterà Gualtieri.

Con luscita da Roma e Torino i Cinque Stelle abbandonano le grandi città. Come resiste un partito che non ha radici sul territorio?

Resiste male, questa è una delle grandi sfide di fronte a Conte. I Cinque Stelle sono sempre andati meglio alle politiche che alle amministrative. Aggiungo però che in questo caso, grazie al risultato di Raggi a Roma, il M5S ha preso nel complesso dei 6 comuni capoluogo una percentuale di voti, l8,1%, superiore a quello della Lega 6,8% e di Forza Italia, 5,1%. Ma questa non è una consolazione. I problemi restano.

Quali?

Il Movimento deve darsi in fretta un profilo preciso e una linea politica chiara o si ridurrà ad essere un partito sempre più marginale e sempre più meridionale. Sono evidenti le sue difficoltà al Nord. Al Sud, grazie al credito che si è guadagnato con il reddito di cittadinanza, regge meglio ma anche qui sono lontani i tempi dove alle politiche aveva oltre il 40% dei voti.

Qual è la vera sorpresa nel centrodestra?

Il successo di FdI di cui ho detto non è una sorpresa ma una conferma di un trend in atto da tempo. Quando avremo i dati sui flussi si vedrà se la sua crescita continua ad essere a spese della Lega. Il paradosso sorprendente è rappresentato da Forza Italia. Infatti  è probabile che a Trieste Dipiazza che è un suo candidato vinca al ballottaggio. E la stessa cosa potrebbe accadere anche a Torino con Damilano, anche se questo evento è meno probabile. E poi c’è la Calabria con Occhiuto. Non male per il più piccolo partito del centrodestra.

Letta ha messo il coltello nella piaga: secondo il segretario dem il centrodestra perde perché non ha più Berlusconi come federatore.

Non lo scopriamo oggi: la storia del centrodestra è indissolubilmente legata alla figura di Berlusconi come leader e federatore della coalizione. Oggi è più difficile ricreare quelle condizioni. Il centrodestra non ha più un leader indiscusso. La decisione di affidare la leadership a chi prende un voto in più alle prossime elezioni alimenta la conflittualità interna e indebolisce la credibilità della alleanza. Per non parlare del fatto che dei due partiti più importanti che la compongono uno sostiene il governo e laltro è allopposizione. È solo il sistema elettorale che li tiene insieme. O meglio i sistemi elettorali, al plurale, non solo il Rosatellum ma anche quelli per i comuni e le regioni.

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https://formiche.net/2021/10/gueltieri-michetti-roma-meloni/

Gualtieri batte Michetti. Meloni? Dorma serena. Parla D’Alimonte (formiche.net).

Intervista a Roberto DAlimonte, professore alla Luiss e fondatore del Centro italiano di studi elettorali (Cise): il voto locale non scuote il governo, lItalia dei piccoli comuni guarda ancora al centrodestra. Roma? Gualtieri batterà Michetti. Ma Giorgia Meloni può dormire sonni tranquilli.

Ci sono due persone che possono dormire serene dopo lultima tornata di amministrative: Mario Draghi e Giorgia Meloni. Il voto non scuoterà il governo di unità nazionale, spiega a Formiche.net Roberto DAlimonte, docente di Sistema politico alla Luiss e fondatore del Centro italiano di studi elettorali (Cise). Anche la leader di Fratelli dItalia tira un sospiro di sollievo. Anche se a Roma potrebbe incassare una sconfitta capitale.

Professore, chi è il vero vincitore delle elezioni?

Dipende dal criterio che utilizziamo. Se il criterio è quello delle vittorie nelle città capoluogo di regione il vincitore è senza dubbio il Pd che ha già vinto a Milano, Bologna e Napoli, tra laltro con ampi margini. Molto probabilmente vincerà a Roma ed è in ottima posizione a Torino. Se invece il criterio è quello dei voti alle liste il vincitore è FdI. In questo caso vanno presi in considerazione i voti complessivi in tutti e sei i comuni capoluogo e in tutti i 118 comuni con popolazione superiore ai 15.000 abitanti. Il partito di Meloni è lunico che ha preso più voti in percentuale rispetto a tutte le competizioni più recenti, cioè comunali 2016, politiche 2018 e europee 2019.

E chi sono i perdenti?

M5S e Lega. Nellinsieme dei 118 comuni il partito di Conte ha preso complessivamente il 6,3%. Negli stessi comuni nel 2016 aveva preso il 17,8% e alle europee del 2019 il 17,2%. A Milano ha preso il 2,8% contro il 10,4 % del 2016. A Torino, Roma e Napoli è andato meglio ma non troppo. Quanto al partito di Salvini nei 118 comuni aveva preso il 6,1% nel 2016 e oggi ha ottenuto il 7,7%, ma alle europee era arrivato al 28,4%. Lanalisi dei flussi elettorali ci dirà se queste perdite sono legate allastensionismo che potrebbe aver colpito particolarmente il partito di Salvini. 

A parte le vittorie a Milano, Bologna e Napoli cosa si può dire del Pd più in generale?

Complessivamente sia nei sei comuni capoluogo di regione sia nei 118 comuni sopra i 15.000 abitanti il Pd è risultato il partito più votato. Nel primo insieme ha preso il 22,1% dei voti contro il 12,8 % di FdI che è arrivato secondo. Il 22,1 % è esattamente quello che aveva preso alle precedenti comunali nel 2016. Nei 118 comuni ha preso il 19% contro l 11,1 di FdI e il 7,7% della Lega. In entrambi i gruppi di comuni ha preso meno voti in percentuale di quanti ne aveva presi alle europee del 2019, ma il risultato è comunque molto buono. Tra laltro queste percentuali sono vicine a quelle stimate nei sondaggi attuali mentre questo non è vero per gli altri partiti.

Laffluenza è stata bassissima.

Una sorpresa relativa. Il calo dellaffluenza è ormai un dato strutturale. La ragione principale è la disaffezione nei confronti della politica e degli attuali partiti. In questa tornata elettorale si è aggiunto lo scarso appeal dei candidati. Occorre una nuova offerta politica, idee nuove e candidati più attraenti, per invertire il trend. Anche alle prossime politiche assisteremo a un calo della affluenza in assenza di novità significative.

Il centrodestra non ha più presa nelle metropoli. Perché?

Attenzione, bisogna evitare un abbaglio mediatico. Il centrosinistra va da sempre meglio nelle grandi città. È bene ricordare però che la maggioranza della popolazione italiana non vive nelle metropoli ma in migliaia di piccoli e medi comuni, dove va meglio il centrodestra. Detto questo bisogna però anche aggiungere che Lega e FdI fanno fatica, come si è visto in questa tornata elettorale, a selezionare nelle grandi città un personale politico di livello.

Come finirà a Roma?

Sono convinto che al ballottaggio Gualtieri batterà Michetti. Una buona parte degli elettori di Calenda voterà per lui. Tra i Cinque Stelle molti non andranno a votare ma c’è chi voterà Gualtieri.

Con luscita da Roma e Torino i Cinque Stelle abbandonano le grandi città. Come resiste un partito che non ha radici sul territorio?

Resiste male, questa è una delle grandi sfide di fronte a Conte. I Cinque Stelle sono sempre andati meglio alle politiche che alle amministrative. Aggiungo però che in questo caso, grazie al risultato di Raggi a Roma, il M5S ha preso nel complesso dei 6 comuni capoluogo una percentuale di voti, l8,1%, superiore a quello della Lega 6,8% e di Forza Italia, 5,1%. Ma questa non è una consolazione. I problemi restano.

Quali?

Il Movimento deve darsi in fretta un profilo preciso e una linea politica chiara o si ridurrà ad essere un partito sempre più marginale e sempre più meridionale. Sono evidenti le sue difficoltà al Nord. Al Sud, grazie al credito che si è guadagnato con il reddito di cittadinanza, regge meglio ma anche qui sono lontani i tempi dove alle politiche aveva oltre il 40% dei voti.

Qual è la vera sorpresa nel centrodestra?

Il successo di FdI di cui ho detto non è una sorpresa ma una conferma di un trend in atto da tempo. Quando avremo i dati sui flussi si vedrà se la sua crescita continua ad essere a spese della Lega. Il paradosso sorprendente è rappresentato da Forza Italia. Infatti  è probabile che a Trieste Dipiazza che è un suo candidato vinca al ballottaggio. E la stessa cosa potrebbe accadere anche a Torino con Damilano, anche se questo evento è meno probabile. E poi c’è la Calabria con Occhiuto. Non male per il più piccolo partito del centrodestra.

Letta ha messo il coltello nella piaga: secondo il segretario dem il centrodestra perde perché non ha più Berlusconi come federatore.

Non lo scopriamo oggi: la storia del centrodestra è indissolubilmente legata alla figura di Berlusconi come leader e federatore della coalizione. Oggi è più difficile ricreare quelle condizioni. Il centrodestra non ha più un leader indiscusso. La decisione di affidare la leadership a chi prende un voto in più alle prossime elezioni alimenta la conflittualità interna e indebolisce la credibilità della alleanza. Per non parlare del fatto che dei due partiti più importanti che la compongono uno sostiene il governo e laltro è allopposizione. È solo il sistema elettorale che li tiene insieme. O meglio i sistemi elettorali, al plurale, non solo il Rosatellum ma anche quelli per i comuni e le regioni.

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Chiesa e politica. Intervista a Gennaro Acquaviva. (Mondoperaio)

Nel numero di settembre di Mondoperaio 9/2021 è pubblicata questa intervista ad Acquaviva dal titolo Chiesa e politica, con la quale interviene sulla ricerca Il gregge smarrito: Chiesa e società nellanno della pandemia, EssereQui, Rubbettino, 2021.

Voi di Esserequi segnalate lirrilevanza della Chiesa in occasione della crisi pandemica, la sua subalternità alla politica, alla scienza. È un giudizio che immagino tu condivida.

Naturalmente. Anche io infatti ritengo che la crisi della Chiesa italiana, in particolare quella connessa con lazione positiva da essa espressa nel mondo in cui vive, opera e di cui è parte fondamentale, sia di gravi proporzioni: come è correttamente dimostrato nella ricerca. Forse posso aggiungere che io rispetto allo stato di crisi proposto dagli estensori del volume sono più pessimista: talché avevo proposto un titolo più netto, invece de Il gregge smarritolavrei intitolato Pecore senza pastore. Naturalmente sappiamo bene che questa crisi si inserisce in una condizione della spiritualità nellOccidente mondiale, e in particolare nella nostra patria europea, che è in atto ed in evidenza da decenni con una progressione che appunto è solo più visibilmente emersa a seguito della crisi pandemica ed in questi ultimi due anni. Ma, ripeto, le caratteristiche proprie della crisi allitaliana che emergono da queste pagine sono connaturate nello specifico tessuto storico e culturale della società italiana da tempo e con modalità proprie.

Quali sarebbero queste specificità? Cosa avrebbe de- terminato questa afasia della Chiesa in una congiuntura tanto drammatica per il nostro Paese?

Non voglio farla troppo lunga e perciò vengo subito al punto che più mi interessa: quello del rapporto tra il cat- tolicesimo vissuto e soprattutto la sua realtà organizzativa, qui in Italia, e la politica. Questa formidabile presenza cattolica è stata, sappiamo, protagonista molto importante della vita politica italiana da sempre: ma fu decisiva so- prattutto dopo il 1944-45, almeno fino a Tangentopoli. Questo è avvenuto anche in virtù del permanere al suointerno e per un lungo periodo anche dopo il Conciliodi una sua specifica condizione di unità rispetto alla politica, costantemente e tenacemente promossa e sostenuta direttamente dalla Gerarchia ecclesiastica.

Le sue caratteristiche e la sua finalizzazione può e deve essere naturalmente anche interpretata e storicamente criticata; ad esempio io avrei da proporre come ho fatto frequentemente per decenni molte critiche ed osservazioni, che ritengo ben fondate. Ciò non toglie che il permanere di una condizione di attiva e forte presenza cattolica nella politica abbia influenzato decisamente e direttamente sia la condizione della Chiesa italiana che, ovviamente, la vita politica dopo il 1945. Penso che non ci sia bisogno di spendere troppe parole per dimostrare questo dato di fatto. Mi permetterai almeno di sottolineare un punto per me decisivo. Lo faccio citando uno dei maggiori teorici e storici di questo rapporto vitale tra Chiesa e politica durato almeno cinquantanni: Gianni Baget Bozzo.

Egli nel momento della sua crisi conclusiva ne scrisse approfonditamente in un libro stampato appunto nel 1994: Cattolici e democristiani. Una esperienza politica italiana(Rizzoli 1994).

Nel volume si dimostra con grande lucidità e fondamento, come la costruzione della classe dirigente della Chiesa italiana, a partire dalle vicende del 1945-1948, sia stata strettamente e indissolubilmente legata alla crescita, allo sviluppo, allaffermazione della presenza politica della Democrazia cristiana. I vescovi italiani che si affermano e gestiscono splendidamente la vicenda ecclesiale per i quarantanni successivi, un lungo percorso che è dominato e in qualche maniera concluso con il pontificato di papa Montini, sono la dimostrazione visibile e convincente di questa condizione, di questo dato di fatto. Quella realtà cattolica diffusa e vitalissima, altolocata e assai solida è stata protagonista importantissima della vita politica italiana almeno fino a Tangentopoli.

Il crollo improvviso che allora avvenne del sistema dei partiti (e naturalmente innanzitutto in quello della Democrazia cristiana), per di più ritenuto moralmente degradante per come si era costruito e soprattutto per come era avvenuto, ha condizionato a tal punto i vescovi italiani da modificare radicalmente il loro precedente orientamento, addirittura la loro stessa visione della politica. Tal che, pur se gradualmente, essi si sono di fatto ritirati dalla partecipazione dalla vita democratica del proprio Paese, limitandosi a contemplarne gli sviluppi a distanza di sicurezza, pur se continuando ad impegnarsi nella guida positiva di plurime attività sociali e dedicandosi prevalentemente a coltivare, nel rapporto Stato-Chiesa, questioni morali e problematiche culturali.

Lafasia, quindi, è di vecchia data, il pastore si è, per così dire, ritratto da tempo oltre Tevere lasciando il suo gregge in preda al risentimento e allincertezza senza sostegno e senza consiglio.

È proprio così. Ma vorrei tornare a ricordare che questa rottura si è realizzata soprattutto perché anche la Chiesa, almeno sul fronte strettamente politico, usciva in qualche maniera sconfitta, e per di più impaurita, da questa vicenda anche in ragione delle potenziali corresponsabilità che gli potevano venire direttamente addebitate rispetto alle vicende di corruzione politica. È stato soprattutto per questa ragione che la Gerarchia ecclesiastica non ha voluto o non ha potuto cogliere la possibilità, che allora (1994-96) poteva forse essere colta, di diventare ancora una volta elemento forte di animazione etica ed umana di tutta la democrazia italiana, proprio utilizzando la lunga fase iniziale che caratterizzò la transizione del dopo Tangentopoli. Questo ha, tra laltro, impedito o comunque fortemente ostacolato, ove mai fosse stato proposto, lo svolgimento di un ruolo attivo e partecipativo del laicato cattolico nella ricostruzione della politica, assecondando di fatto la naturale, pur se prudente, tendenza antipolitica che, da allora, prese concretamente a circolare in tante parti vitali del mondo cattolico, proprio in conseguenza di come era avvenuto il crollo del sistema dei partiti.

È facendo riferimento a questa condizione, insieme di estraneità e di compromissione, che possiamo farci ra- gione della condizione drammatica che caratterizza il presente della Chiesa in Italia: appunto, un popolo senza pastore. Quello che allora successe fu un grave errore: e va aggiunta per la verità che esso è prevalentemente da addebitare a chi allora guidava la CEI e cioè il Cardinale Ruini. Che un sistema politico mal congegnato, nato nel 1992-1994 con le tare incorporate dellingiustizia e della violenza, presidiato da una classe dirigente prevalentemente ed inevitabilmente raccogliticcia e molto spesso impreparata, soprattutto perché senza radici; che un sistema siffatto sia stato lasciato a se stesso, senza partecipazione, senza mediazioni, senza correzioni dalla forza spirituale e dalla rete umana e concretamente diffusa che rappresentava un grande passato e che è tuttora parte importantissima del futuro della Nazione italiana, è stato veramente un grande errore, di cui oggi purtroppo siamo tutti obbligati a pagare dazio. A partire naturalmente da chi ha la responsabilità di guidare i cattolici dItalia.

Forse la Chiesa si è estraniata dalla società italiana, dalle sue tradizioni culturali e politiche, perché non ha più al suo interno chi sappia interpretarle.

Luna cosa lega laltra. Prendiamo la nostra esperienza e convinzione di socialisti: di ieri e di oggi. Craxi non aveva certamente tendenze clericali. Egli fu lunico leader politico di spicco, dopo le battaglie del 1948, che si alzò a controbattere duramente, nella solennità di unAula parlamentare, quella che considerava linammissibile ingerenza di un Papa, pur grande e carismatico, nellattività legislativa di una libera nazione. Eppure questo socialista garibaldino era assolutamente convinto che il tessuto italiano, la rete complessa di relazioni e di persone che tutti i giorni costruiscono questo Paese, non poteva reggere senza il cristianesimo ed i suoi testimoni, non poteva andare avanti senza la sua storia, la sua carità, la sua cultura politica, il suo senso sociale. Per questo a chi cercava di proporgli dubbi sulle forme del finanziamento alla Chiesa che egli aveva deciso di realizzare gli intimò duramente: Non affamate i preti!.

Per Esserequi serve una messa a terra, una forza organizzata in grado di riammettere nella politica italiana i cattolici e quanti tra i laici fanno comunque riferimento ai valori cristiani, sei daccordo?

Non so se sarebbe possibile parlare oggi di una forza or- ganizzata: probabilmente essa nel presente potrebbe essere fuori tempo e fuori storia. Né parlerei di strumenti concreti e forme operative da mettere in campo. La cosa più importante almeno per me, è capire, e convincere altri, che oggi i pastori della Chiesa che è in Italia debbono essere sollecitati a riflettere sullalta responsabilità civile e politica che li interpella. In particolare debbono essere invitati a considerare criticamente i risultati a cui è giunta oggi la politica della Nazione che è affidata anche alle loro cure pastorali, sicuramente anche a seguito dei comportamenti che essi troppo spesso hanno adottato nei passati trentanni. Per la cattolicità italiana è veramente giunto il momento di riflettere sul ruolo da essa svolto in questo lungo periodo per sostenere la realizzazione del bene comune. Ripeto: andando oltre il contributo pur positivo che essa ha comunque prodotto e senza dimenticare il numero infinito di particelle di bene che questo mondo garantisce ogni giorno al nostro popolo.

In sostanza. La Chiesa cattolica ha una responsabilità storica così vasta rispetto alla Nazione italiana che qualsiasi piccola o grande preoccupazione o ogni tradizionale prudenza dovrebbe oggi essere messa da parte. Questa responsabilità va assolta subito, prima che sia troppo tardi.

Per saperne di più

https://www.fondazionesocialismo.it/wp-content/uploads/2021/09/Un-gregge-smarrito.pdf

La consapevolezza della complessità non deve spingerci al nichilismo

John Morgan, in un brillante saggio, analizzala complessità e le contraddizioni del vivere oggi tra etica ed estetica, soggettività e bene comune, tradizione e progresso, apparenza e realtà, empirismo e utopia. (Articolo già sulla rivista ‘DIRITTO PENALE UOMO- DPU’ -(Fascicolo 9/2021 – Rivista internazionale di diritto e scienza)

In un saggio pubblicato dal Corriere della Sera con lintrigante titolo Imparare a vivere- Unepoca in bilico tra lumi e oscurantismo il Prof. William John Morgan, Emerito alle Università di Cardiff e di Nottingham, traccia una rapida e vigorosa sintesi delle contraddizioni e delle potenzialità del nostro tempo, sotto vari profili di considerazione: colpisce la sua capacità di inquadrare in un efficace fermo-immagine una serie di tematiche di incalzante attualità e lo fa occupando lo spazio di una mezza pagina di giornale, partendo  da una colossale monografiadi Michael Grant I gladiatori scritta 50 anni fa, grazie anche allimpeccabile traduzione a cura dello Studio Annita Brindani (Busseto-Parma).

Nel vasto mondo romano, questo è il contesto storico considerato nellincipit, milioni di persone si sentivano inette, ignorate, trascurate, smarrite e soprattutto annoiate: la metafora del panem et circensesdi Giovenale era la risposta della classe dirigente a questa alienazione di massa. Morgan ritrova questa condizione a un tempo – di alienazione e di insoddisfazione nelle efferatezze perpetrate dallumanità nei secoli successivi, fino al nostro tempo. Evidenziando peraltro come si viva oggi in un mondo che offre straordinarie opportunità di conoscenze e dotazione di mezzi per cercare un sostenibile equilibrio esistenziale. Impossibile che sia sfuggito al Prof Morgan il coacervo di problematicità latenti, vissute ed emergenti, non è immaginabile che nel suo ragionamento non tenga conto ad esempio della crisi climatica e delle conseguenze che ne possono derivare, certamente conosce il recente Rapporto ONU COP/26 dalle previsioni catastrofiche, impossibile inoltre che non abbia cognizione del dramma planetario della pandemia, delle questioni demografiche e degli esodi biblici, della fame del terzo mondo, del dramma dellAfghanistan, dei conflitti culturali e dei fondamentalismi. Egli è uomo del nostro tempo e non si sottrae ai suoi dilemmi, anzi li fa emergere allo scopo di evidenziarne le contraddizioni.

La più evidente consiste proprio nella sostanziale incapacità di governare il cambiamento: il riferimento non riguarda tanto limpresa tecnica o le potenzialità del web in senso strumentale quanto piuttosto lassenza di controllo e di dominio dei flussi informativi, comunicativi e relazionali. Il fatto che la nostra vita non possa più prescindere dalluniverso semantico e simbolico di internet e del web crea una distonia tra reale e virtuale che ci disorienta: siamo immersi in pieno nellopposto concettuale riassunto dalla descrizione del villaggio di Macondo da Gabriel Garcia Marquez, dove le cose erano così nuove che non avevano un nome e per definirle bisognava indicarle con il dito.

La pluralità e la sovrabbondanza di dati, notizie e informazioni di cui disponiamo dovrebbe impegnarci in una sorta di selezione per promuovere la condizione umana e la dimensione sociale delle sue relazioni: il tema sotteso è quello delletica della responsabilità che spesso soccombe ai sensazionalismi, ai casting improvvisati e alla circolazione delle fake news che finiscono per assecondare interessi commerciali e privati, piuttosto che la promozione del bene comune allinsegna del vero e del giusto.

Di questa condizione sono state date definizioni suggestive che la descrivono ma non la spiegano, dallo spaesamento, alla liquidità debordante, dal villaggio globale al grande fratello, definizioni cioè che afferiscono alle contraddizioni esistenziali di questo tempo, tra etica ed estetica, soggettività e bene comune, tradizione e progresso, apparenza e realtà, empirismo e utopia.

La destrutturazione e la polverizzazione delle dinamiche conoscitive e dei flussi informativi sono uno degli aspetti che la cultura del web sta introducendo nei meccanismi relazionali: ciò si riscontra osservando come le idee radicate nella storia e tramandate dalla tradizione siano state a poco a poco sostituite dalle opinioni soggettive. Viviamo una situazione paradossale, bombardati da frasi a effetto in cui tutti urlano la propria verità mettendo a tacere anche le opinioni più autorevoli, abbandonando ogni discorso basato su evidenze ed argomentazioni motivate. Uno stallo di relativismo che si fa assoluto, lepifenomeno di una umanità a poco a poco deprivata degli archetipi per far posto ad improbabili verità soggettive, una democrazia-pozzanghera dellimpantanamento ossessivo  e compulsivo delluno vale uno, a prescindere dai vincoli oggettivi della sua strutturazione e dellesercizio di un potere di gestione riconosciuto e legittimato.

Neppure Max Weber aveva accettato questa idea di democrazia acefala, deprivata dai concetti di responsabilità, competenza ad autorità, basti leggere le sue lezioni raccolte ne Il lavoro intellettuale come professione. Partecipazione democratica non è obbedienza ad un dogma di iniziazione calato dallalto.

Linput del Prof. Morgan apre ad approfondimenti che si rivelano necessari per restituire un riorientamento ed una direzione di senso al lavoro intellettuale, al fine di sottrarre la realtà e lordine delle cose al limbo dellindeterminato.

Il nichilismo del XXI secolo non assomiglia neanche un poco a quella filosofia di pensiero che lo aveva generato agli inizi del 900: oggi il nichilismo 4.0 è sostanzialmente assenza, destrutturazione, immobilismo, miscredenza, una miscela paralizzante e negazionista agìta anche sotto forma di violenza simbolica, come ribellione dellio. Di quellio che sta compiendo un lungo periodo di sgretolamento e di lisi verso la dissoluzione identitaria: la stessa umanità si fa debole e annichilita, il tempo si accorcia, per questo manca una visione credibile del futuro, annientata proprio dal proliferare di una micro progettualità autoreferenziale e di breve deriva. Un nichilismo lo vediamo crescere – che si fa negazionismo senza alternative, ove non si considerino la preclusione alla scienza, la minusvalenza della vita o la coreografica rappresentazione plastica di quel terrapiattismo perennemente alla ricerca di evidenze dimostrabili tanto da far opera di proselitismo in ogni target sociale: un passatempo, dunque, inconcludente e surrettizio, un riempitivo evanescente del nulla.

Morgan descrive uniconografia della realtà che oscilla tra oscurantismo e neo umanesimo: di più, invoca il ritorno alla ragione e alla ragionevolezza, non senza ammettere che un neo illuminismo nella società irreversibilmente globale difficilmente riuscirebbe a trovare spazio.

Tuttavia la necessità irrinunciabile di trovare ipotesi condivise ed utili alla soluzione di problemi comuni spinge il Prof. Morgan a cercare alternative e capacità in altri ambiti: se vogliamo rinnovare e rafforzare tali capacità occorreranno delle qualità non cognitive per poter valutare gli strumenti scientifici cognitivi attuali e futuri, come il dialogo, il lavoro di squadra, la valutazione e sostengo io- il controllo come valore aggiunto a valenza promozionale.

Spiega conclusivamente William John Morgan: si tratta di una visione umanistica del concetto di educazione e sviluppo, fondato su principi quali il rispetto della vita in tutte le sue fasi, la dignità umana, la parità dei diritti, la giustizia sociale, la diversità culturale, la solidarietà internazionale e la responsabilità condivisa per un futuro sostenibile.

Vaste programme, direbbe De Gaulle.

Ed è vero: il programma è vasto e impegnativo ma giunti a questo punto, in cui si discute dei destini del pianeta e dellumanità, in cui il futuro si può fare improvvisamente breve e imperscrutabile, è necessario che ciascuno avverta e assuma il dovere di fare la propria parte. Limperativo è morale, non retorico e va assolto a cominciare da una politica che deve trovare altre categorie connotative oltre il vincolo ideologico e il posizionamento parlamentare. La saturazione demografica del pianeta, le ciclicità pandemiche e lemergenza climatica sono buone ragioni per cambiare marcia e registro, hic et nunc.

 

CV Accademico del Prof. W. John MORGAN

È professore onorario, School of Social Sciences e Leverhulme Emeritus Fellow, the Wales Institute of Social and Economic Research, Data, and Methods, Cardiff University. È anche Professore Emerito di Educazione Comparata, all’Università di Nottingham, dove è stato Cattedra UNESCO di Economia Politica dell’Educazione; Senior Fellow, China Policy Institute; e Acting-Direttore dell’Institute of Asian Pacific Studies. È stato anche tutor-organizzatore dell’Associazione Educativa dei Lavoratori e docente universitario; ed è un Distinguished Professor dell’International Institute of Adult and Lifelong Education. Fellow del Royal Anthropological Institute, della Learned Society of Wales e della Royal Historical Society; e D.Sc. (hc) Istituto di Sociologia, Accademia Russa delle Scienze, i suoi attuali interessi di ricerca riguardano l’economia politica comparata dell’istruzione: in particolare Russia e Cina; società civile e antropologia della conoscenza; ed educazione alla pace.

Il 2021 come il 1993? Sembrava allora che la sinistra, dopo le elezioni comunali, potesse trionfare alle politiche…

A leggere i commenti provenienti dal Nazareno, tutti improntati a un facile trionfalismo, già si assapora la quasi fisiologica vittoria della sinistra. È del tutto evidente però che in Italia, oggi più di ieri e come quasi sempre, si continua a vincere al centro”.

A volte le dinamiche della politica italiana ritornano. Seppur sotto la veste di altri partiti, altri protagonisti politici e altri schieramenti. Ma le dinamiche, appunto, a volte sono quasi le stesse. Chi ricorda ancora la stagione, non lontanissima, del post tangentopoli del 1993, non può non venirgli in mente che la sinistra politica vinse in quellanno in quasi tutte le principali città italiane – un cappottofu definito allepoca – ipotecando, profetizzavano i vari politologi, la schiacciante vittoria di quello schieramento alle elezioni politiche dellanno seguente. Come andò a finire le lo ricordiamo tutti. Spuntò allimprovviso un imprenditore geniale del Nord e la gioiosa macchina da guerradi Occhetto e compagni andò a sbattere contro un muro e si perse per strada andando incontro ad una sconfitta epocale e storica.

Oggi, come ovvio, le cose sono diverse ma non più di tanto. La sinistra rivince in quasi tutta Italia – causa lo sbandamento dei vertici del centro destra, della scelta di candidati a SIndaco a dir poco con metodi alquanto improvvisati, e con una serie di scelte politiche che paradossalmente parevano studiati appositamente per cozzare contro ciò che pensava la stragrande maggioranza dei cittadini italiani in questo periodo di post pandemia – e già si intravede la vittoria alle prossime politiche ormai allorizzonte.

Ora, leggendo i vari commenti, già si assapora la quasi fisiologica vittoria della sinistra. È del tutto evidente però che in Italia, oggi più di ieri e come quasi sempre, si continua a vincere al centro. Se lo stesso segretario nazionale del Pd arriva a sostenere che il centro destra non ha vinto perchè manca ormai un federatore moderatoche aggreghi e guidi lintera coalizione comera il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, si sostiene che senza un centroriconoscibile quella coalizione non è più competitiva. Sul versante opposto, cioè la coalizione di sinistra, se dovesse consolidarsi lalleanza organica e strutturalecon il partito di Conte e di Grillo, anche da queste parti non potrebbe mancare un soggetto/partito/lista di centro per poter competere e potenzialmente vincere le elezioni contro il conglomerato conservatore.

Considerazioni, queste, semplici ma profondamente vere soprattutto nel sistema politico italiano. Perchè anche una coalizione di sinistra massimalista o populista o giustizialista che sia e unalleanza di destra sovranista e populista, difficilmente competono e vincono se manca al suo interno una componente visibile e robusta di centroche sappia praticare e declinare una vera ed autentica politica di centro. Ed è proprio su questo versante che si giocherà la vera partita politica. Certo, se la destra dovesse rimanere la semplice somma del sovranismo e del populismo con una presenza moderata e di centro quasi inesistente non ci sarebbe sicuramente partita. Ma così, credo, non capiterà. Come sul versante della sinistra, sarà difficile che ci si limiti alla semplice sommatoria del Pd e ci ciò che resta del partito di Grillo e di Conte senza un soggetto/ partito/lista di centro che guarda a sinistra, per dirla con una celebre espressione dello statista Alcide De Gasperi.

È, quindi, su questo versante che si giocherà la vera sfida politica dei prossimi mesi. Chi, cioè, riuscirà a sapere costruire un centrodemocratico, riformista, plurale e di governo che sia in grado di moderarele rispettive coalizioni e di riproporre una vera cultura di governo nel sistema politico italiano. Perchè il 1993 è sempre bene non dimenticarlo soprattutto per le dinamiche che può innescare e che può far pensare ad una serie di vittorie inarrestabili ed irreversibili. Perchè, per ricordarlo ancora una volta, è bene tenere a mente che dopo il 93 è arrivato il 1994 che ha ribaltato radicalmente gli equilibri politici,malgrado la sinistra avesse conquistato appena 10 mesi prima quasi tutti i principali governi locali del nostro paese.

Ed è proprio su questo versante che il riformismo, in particolare quello del cattolici democratici, popolari e sociali, può e deve giocare un ruolo politico decisivo e determinante per la qualità della nostra democrazia e per lefficacia della nostra azione di governo.

Riflessioni dal Nord Est. Ritorna in auge il disegno che fu del doroteo Bisaglia?

Lautore fa leva sulla considerazione che identifica nel successo del centrodestra nel Nord Est la persuasività di una proposta leghista in forte sintonia con lantica tradizione bianca, da cui il leader doroteo veneto, Antonio Bisaglia, faceva discendere lipotesi di un partito autonomo federato con la Dc, sulla falsariga della bavarese Csu. Unopinione che accogliamo nello spirito di dialogo che caratterizza la linea editoriale Il Domani dItalia”.

Lastensione è stata ovunque ampia e diffusa. Più forte nei centri città, a Milano e a Bologna, e assai più consistente nelle periferie, come a Roma. Lastensionismo lo paga soprattutto il M5S che, non solo perde i suoi sindaci, ma è decisivo solo in accoppiata col PD a sinistra. Dalle urne delle amministrative emergono due netti vincitori: il PD di Letta e Fratelli dItalia della Meloni che si annunciano come i poli di riferimento essenziali a sinistra e a destra della politica italiana. Netta la sconfitta di Salvini e della sua idea del partito leghista che, invece, nel Nord Est fa il pieno di voti nei comuni delle regioni guidate da Zaia e da Fedriga.

Sarà importante analizzare la composizione sociale e culturale del quasi 50% dei renitenti al voto che, a una prima superficiale lettura, sembrerebbe attecchire nelle due fasce intermedie dei diversamente tutelatie del terzo stato produttivo, escludendo castae quarto Non stato, sempre attenti a tutelare i loro interessi le loro condizioni di privilegio palesi e occulte.

 

È una battuta darresto oggettiva e clamorosa per il populismo, mentre appare evidente lassenza di un centro politico democratico e popolare senza il quale la polarizzazione premia i due partiti di più antico insediamento territoriale e dalle strutture organizzative consolidate.

Servirà anche decifrare lorientamento del voto giovanile; di quei giovani, cioè, che pochi giorni prima del voto avevano riempito le piazze e le strade italiane per le battaglie ambientaliste, assai più disponibili alle logiche dei movimenti che a quelle dei partiti. Eppure il problema di questa caduta della partecipazione elettorale in sede locale, là dove si costruisce il consenso sui temi e i bisogni specifici dei cittadini, dovrebbe far riflettere sulla crisi della nostra democrazia. Una crisi che, in larga parte, si accompagna a quella più generale e profonda dei partiti per i quali, oggi ancor più di ieri, simpone lapplicazione non più rinviabile dellart 49 della Costituzione.

 

Venendo alla nostra area di riferimento sociale, culturale e politico, dobbiamo onestamente riflettere sulleterogeneità e improvvisazione della nostra partecipazione nei diversi ambienti territoriali, nei quali scontiamo gli effetti devastanti della persistente diaspora che continua a impedire quella ricomposizione politica di cui la politica italiana avrebbe necessità.

 

Tranne alcuni casi molto isolati nei quali, la DC o la Federazione Popolare dei DC, sono riusciti a presentare, per la verità senza molto successo, liste autonome, sono prevalse le scelte a destra dellUDC che continua a sostenere una politica, forse opportuna e utile per la sopravvivenza dei soliti noti, ma che impedisce la formazione di un centro democratico e popolare, liberale e riformista, europeista e trans-nazionale, inserito a pieno titolo nel PPE, alternativo alla destra nazionalista e populista e alla sinistra senza identità.

 

Vedremo come saranno interpretati i risultati dai partiti presenti nel Parlamento italiano, in base alla valutazione dei quali dipenderà la decisione sulla legge elettorale da adottare alle prossime elezioni politiche. Credo che, sulla base del voto amministrativo, nonostante le spinte al voto di Giorgia Meloni, difficilmente si avranno elezioni anticipate e, dunque, il governo Draghi dovrebbe durare sino alla scadenza della legislatura.

 

Se a livello nazionale la linea ondivaga di lotta e di governo di Salvini è stata sconfitta, trionfante è invece stata, dove ha prevalso, come in Friuli e nel Veneto, quella dei governatori del Nord Est. Da Pordenone a Chioggia a Montebelluna, infatti, il centrodestra conquista tutti i principali comuni veneto friulani in cui si è votato. Qui domina la Lega di Zaia e Fedriga con una base sociale e culturale dalle antiche radici bianche. Il vecchio disegno bisagliano di una CSU del Nord potrebbe, dunque, essere ripreso. La crisi di una sinistra senza identità in queste realtà impone una seria analisi da parte di quanti come noi si riconoscono nella tradizione e nella cultura politica dei cattolici democratici e cristiano sociali, al fine di riprendere i ragionamenti nel punto in cui li abbiamo interrotti con Toni Bisaglia, alla vigilia della sua scomparsa e della fine politica della Democrazia Cristiana.

La nostra ricomposizione politica prima e, insieme, lapertura con quanti intendono collegarsi allesperienza più ampia del Partito Popolare Europeo, sono gli obiettivi da perseguire con forte determinazione.

Slavoj Žižek: da Hegel a Elon Musk. La recensione di “DoppioZero”.

Lentusiasmo con cui oggi crediamo che si possano presto unire le menti grazie ai dispositivi della Neuralink di Musk potrebbe essere mal riposto; potrebbe essere una forma di materialismo cartesiano o dualismo neurale. Unendo i cervelli, potremmo perdere ciò che dà significato alle loro secrezioni chimiche, ovvero il mondo esterno.

 

Un nuovo libro di Slavoj Žižek è un caleidoscopio di immagini e di nomi in cui è facile perdersi, disorientati dalla sua tipica bulimia argomentativa. Ma un filo conduttore c’è e ci tocca da vicino. Il libro, appena tradotto e pubblicato in italiano con un titolo che tradisce loriginale, Hegel e il cervello postumano (Ponte alle grazie, 2021), affronta il tema della attesa singolarità tecnologica in chiave hegeliano-lacaniana. Il titolo, dicevo, è fuorviante perché non ha senso parlare di cervello postumano e infatti mai ne parla Žižek che invece affronta il tema della singolarità in chiave dialettico-psicoanalitica. Correggiamo subito il tiro. Non si parla di cervello postumano, come erroneamente promesso dal titolo, ma di wired brain, ovvero il cervello connesso e cioè la possibilità che un domani, nemmeno tanto lontano, i nostri cervelli, con buona pace di John Donne, non saranno più essere isole di soggettività, ma ununica realtà iper-connessa senza soluzione di continuità.

 

Per gli amanti degli anime dirò subito che il libro di Žižek è una specie di Evangelion tradotto in parole. Non a caso nellultima fatica di Hideaki Anno, il deus ex machina è lo Strumentality Project, ovvero la consapevolezza che lumanità non solo non è il compimento della storia, ma nemmeno un fine in se stesso. Anzi, la nostra specie non sarebbe altro che un gradino lungo una scala forse infinita. Ogni passo è una ulteriore singolarità, ovvero un continuo passaggio a livelli incommensurabili con i precedenti. Noi pensavamo, guardando luomo vitruviano di Leonardo sulle monetine da 1 euro, di essere il centro delluniverso e invece non eravamo altro che un antipasto. Che sconfitta per il nostro narcisismo. Come sarebbe felice Freud!

 

Ma muoviamoci con ordine o, almeno, cerchiamo. La singolarità è quel punto nel nostro futuro dove il progresso tecnologico e la convergenza di varie tecnologie intelligenza artificiale, interfacce digitale-neurale e ingegneria genetica cambieranno lessere umano creando le condizioni per una rielaborazione completa della realtà così come labbiamo conosciuta finora. 

Fin da subito, Žižek avverte dellimpossibilità di affrontare oggi il tema della singolarità perché se è vera singolarità è al di fuori della nostra possibilità di parlarne e, prima ancora, di concepirla. Sarebbe come chiedere a un Homo Erectus che cosa ne pensa della cultura e della storia degli Homo Sapiens. Non potrebbe neppure comprendere il senso delle nostre domande. Il sol dellavvenire è una successione di momenti incommensurabili che non trovano una spiegazione nei loro antecedenti.

La singolarità cortocircuita conoscenza e realtà, epistemologia e ontologia, mentale e fisico, soggettività e oggettività. Se i cervelli si uniscono e viene meno la narrazione che crea lillusione dellesistenza individuale, diventeremo tuttuno con la realtà? Per Žižek i passaggi fondamentali sono due. Il primo è il cervello connesso con il mondo, ovvero la capacità di agire direttamente sulla realtà invece che in forma mediata attraverso il corpo. Il secondo è il collegamento diretto tra cervelli, eliminando così quelle barriere che ci delimitano, ci definiscono e ci fanno essere quello che siamo. Nella singolarità universale non ci sarebbe più spazio per i singoli individui. Senza contorno le singole persone non avranno più forma e nemmeno identità.

 

Il tema fondamentale, e non potrebbe che essere così, di questo libro futurologgiante di Žižek è il carattere retroattivo del tempo e dei processi storici che creano il proprio passato e che, in questa creazione postuma, esercitano quellautonomia creativa che sfugge alla declinazione meccanica delle premesse che tanto piace (e ancora più rassicura) i filosofi di corrente analitica. 

Quindi? Il tempo è una freccia lineare o è quella spirale retroattiva suggerita da Hegel? Žižek ha risposto in modo brillante traendo spunto dalle sue sue (dis)avventure coniugali: come si concilia il suo principio di amare una donna per sempre con il fatto che si è divorziato tre volte? E la risposta, recuperando la dialettica hegeliano-marxista, è che, se un amore finisce, non era mai stato vero amore (ma un calesse ). Ovvero, lesito di un rapporto sentimentale ne stabilisce retroattivamente la natura. Il vero amore è quello che non finisce mai. Se è finito, vuol dire che non era mai stato vero amore. Quindi il presente definisce il passato e il passato è sempre oggetto di una reinterpretazione che è la condizione perché ci siano più futuri possibili.

Lesempio pop è quello del Joker nella versione di Todd Phillips (2019). Tante persone, nota Žižek, hanno vissuto situazioni disfunzionali come la vita di Arthur Fleck, ma solo una è diventata il Joker e, diventandolo, ha definito quelle situazioni come il percorso formativo del Joker. Ancora una volta quello che succede, qui e adesso, definisce la natura di quello che era successo prima. Per dirla con Beckett, il silenzio, una volta rotto, non sarà mai più lo stesso. Questidea, molto hegeliana, della revisione del passato è oggi ricomparsa in luoghi insospettabili: si tratta del principio eleatico secondo il quale la causa della causa è leffetto. Estraendo il biglietto della lotteria oggi, cambiamo il passato e determiniamo, dal giorno in cui qualcuno lo ha staccato in un autogrill, quale era il biglietto vincente! Per cambiare il futuro, scrive Žižek, dobbiamo riscrivere il nostro passato.

La retroattività temporale va contro lontologia analitica, quella visione schematica del mondo costituito in una serie di proprietà e individui e definite a priori. È significativo che Žižek si muova contro la visione analitica della realtà proprio nellanalisi del nuovo avvento tecnologico tanto strombazzato. La singolarità, nata dal bordo steam e cyberpunk messo in moto dalle intuizioni matematiche di Alan Turing e Claude Shannon, viene riletta come occasione di riscrittura della nostra esistenza.

 Per rompere lo schema lineare del tempo, Žižek esercita gioiosamente la hybris dello spirito di finezza contrapposto allo spirito geometrico dei filosofi analitici, per i quali tutto è articolazione meccanica delle premesse. Con il Joker, con le mogli di Žižek e con la singolarità futura, invece tutto si costituisce mano a mano, anche nelle sue regole. Potremmo chiederci quanto una filosofia analitica degli Homo Erectus sarebbe stata in grado di anticipare, anche se li avessimo sterminati (o peggio mangiati) la nostra civiltà. E la risposta è: per nulla!

La forza del libro sta soprattutto nelle intuizioni, ancora più che nelle argomentazioni. Oggi purtroppo, molto spesso una buona intuizione, come nel gioco delle perle di vetro di Hesse, viene tenuta sotto silenzio perché non si dispone di quella giustificazione rituale che chiamiamo ragionamento corretto. Questo rischio, qui, non si corre! 

 

Laffresco di Žižek, con tutto il suo fascino, ha il suo tallone dAchille nellattendibilità delle premesse, in particolare nellidea, oggi popolarissima, che la mente sia un flusso di dati dentro i cervelli e che sia sufficiente (per quanto tecnicamente difficile) collegare i sistemi nervosi tra di loro, circa come negli anni 90 abbiamo creato Internet collegando tra loro i computer. Lidea di Žižek è che la singolarità sarà, per i cervelli umani, quello che internet è stata per i computer. Ma questidea non tiene conto del problema fondamentale alla radice di neuroscienze e teoria dellinformazione: di che cosa è fatta la mente? È solo informazione o richiede il mondo esterno? La logora metafora tra la fenomenologia dello spirito di Hegel e un romanzo di formazione cosmico torna attuale e sovverte la lettura monodimensionale del progresso tecnologico come realizzazione inevitabile di premesse vere a priori. Tutto è inevitabile, avrebbe detto Kant, ma solo dopo che è avvenuto. Cioè noi leggiamo le leggi che portano alla realizzazione del nostro mondo perché, guarda caso, quello è il mondo in cui viviamo: una specie di volontarismo naturalista. 

Una delle divagazioni più divertenti è quella sulla caduta dalla caduta, ovvero della contraddizione insita in ogni racconto escatologico, dalla genesi alla singolarità tecnologica. Adamo ed Eva non potevano essere colpevoli di avere mangiato il frutto dellalbero del bene e del male perché, non avendolo ancora mangiato, non potevano avere una coscienza etica per giudicare le proprie azioni.

 

Analogamente, noi non possiamo essere responsabili della singolarità perché siamo prima di essa e quindi non abbiamo gli strumenti per giudicarla. Siamo ancora immaturi. Per Žižek, il problema di Elon Musk non è essere radicale, ma non esserlo abbastanza e non poterlo nemmeno essere perché, se lo fosse, vorrebbe dire che la singolarità si è già compiuta. Eppure alle spalle abbiamo unaltra singolarità di cui noi siamo lesito. La nascita della cultura (e quindi della storia) è stata un taglio dellessere che ha lasciato tracce nella rivoluzione neolitica, nella comparsa del linguaggio, chissà, forse persino nel crollo della mente bicamerale e nellintroduzione della grammatica soggetto-oggetto. La caduta, la cacciata dal giardino dellEden, è il racconto mitico della singolarità da cui siamo stati generati. 

Žižek soffre della stessa mancanza che lui applica a molti dei suoi riferimenti: non è abbastanza radicale. Infatti fonda la sua analisi sullidea che la mente, in fondo, sia dentro il corpo. Quando scrive che se una macchina registrasse i nostri pensieri, allora il nostro corpo sarebbe fuori di noi e noi saremmo fuori di noi stessi, Žižek accetta quella tradizione neuro-centrica e analitica che vorrebbe mettere in discussione. Perché essere fuori del corpo dovrebbe essere fuori di se stessi? A meno che uno non presupponga di essere tuttuno con il proprio corpo, il ragionamento di Žižek è un non sequitur. Infatti, noi non possiamo mai essere fuori di ciò che siamo. 

 

Noi esseri umani siamo solo uno stadio intermedio e abbozzato tra gli animali e la post-umanità … Per Trotskij Che cosa è luomo? Non è affatto una creatura finita o un essere armonioso. [] Produrre una nuova versione perfezionata delluomo è il compito del comunismo. Questa responsabilità oggi è spostata sulle spalle della Intelligenza artificiale. Non a caso, la musa ispiratrice di Elon Musk, ovvero la cantante tecno-pop Grimes, si è fatta araldo di una specie di techno-comunismo ispirato allintelligenza artificiale. Prendiamo questa incompletezza dellumano in senso positivo – “Grandi speranzeper dirla con Dickens. Daltronde anche Pico della Mirandola, nei discorsi sulla Dignità dellUomo, identificava la grandezza dellessere umano nella sua condizione intermedia indecisa tra bestiale e divino, tra angelica e demoniaca, tra il possibile e il necessario. Oggi, il divino è lannunciata singolarità, lavvento tecnologico. E noi? Noi siamo uno dei gradini di questa scala, non la meta finale. In fondo, è il prezzo da pagare: la natura del creatore è lapoptosi escatologica. Per dare la vita bisogna sacrificare la propria.

Per Žižek laccesso diretto al noumeno ci priverà della nostra spontaneità, riducendoci ad automi meccanici, come nelle tautologiche macchine di Turing. Per la tradizione lacaniana lo spazio personale si dà nella dialettica tra essere e non essere e quindi, se tutto è noumeno, non c’è più alcun soggetto. Luomo è come il caffè senza latte in un bar dove hanno solo la crema (© Ninotckha, Lubitsch): una possibilità resa possibile dallinterpretazione che se ne dà.

Arriviamo così alla domanda fondamentale: la nozione di wired brain (o cervello postumano o connesso che sia) è corretta? Perché unire neuroni per creare un Uber-network di sinapsi come se fosse una foresta di mangrovie non importa a nessuno. A noi interessa unire le menti non i cervelli! Siamo proprio sicuri che il mentale sia il neurale? Con buona pace dei neurosceinziati, non lo siamo affatto. Lentusiasmo con cui oggi crediamo che si possano presto unire le menti grazie ai dispositivi della Neuralink di Musk potrebbe essere mal riposto; potrebbe essere una forma di materialismo cartesiano o dualismo neurale. Unendo i cervelli, potremmo perdere ciò che dà significato alle loro secrezioni chimiche, ovvero il mondo esterno. Se Žižek avesse rotto con questa tradizione, cosa che, conoscendolo, non dovrebbe dispiacergli, avrebbe potuto uscire dallo schema del cervello connesso. Avrebbe potuto considerare leventualità che noi, in realtà, non siamo un corpo, ma esistiamo grazie al corpo. Così si potrebbe evitare il cortocircuito tra cervello connesso e singolarità adottando una forma radicale di relativismo che ci proietterebbe in una cornice pirandelliana cosmica dove tutto, in una sorprendente rivisitazione hegeliana post-cibernetica, esiste solo in relazione agli effetti che produce o alle persone con cui si interagisce. 

 

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https://www.doppiozero.com/materiali/slavoj-zizek-da-hegel-elon-musk

Le università, fondamenta dell’idea di Europa, motori del suo futuro. La Lectio Doctoralis di Sergio Mattarella.

Riportiamo il testo integrale della Lectio Doctoralis del Presidente della Repubblica in occasione della cerimonia di conferimento della laurea honoris causa in “Relazioni internazionali ed europee” – Parma, 4 ottobre 2021.

Magnifico Rettore,

Chiarissimi professori, Care studentesse e cari studenti, Autorità, Signore e Signori,

Desidero ringraziare gli organi accademici dell’Università di Parma per l’onore che hanno voluto concedermi con il conferimento della laurea “honoris causa” che ho ricevuto in questa splendida cornice di San Francesco del Prato.

Ringrazio in particolare il Rettore Professor Andrei, il Professor Basini, il Professor D’Aloia per le parole così cortesi con cui mi hanno accolto e presentato; e per le riflessioni che hanno svolto che inducono a ulteriori approfondimenti sia sotto il profilo della vocazione “costituzionale” all’integrazione europea, sia sotto quello dei caratteri inediti delle sfide che si trova ad affrontare la nostra Unione.

Desidero, anzitutto, rendere un doveroso omaggio a questa Università, le cui radici sono antiche di secoli, collegate alle origini del fenomeno di nascita dell’Universitas, fenomeno che produsse una rete culturale unificante dei popoli europei.

A partire da questo vorrei sviluppare alcune riflessioni che riguardano l’università come fondamenta dell’idea di Europa e come motore del suo sviluppo.

Gli accadimenti storici segnano una identità, non soltanto sulle eredità materiali, ma sul vissuto, sull’esperienza, sul sapere di una comunità.

È accaduto nella reciproca interazione tra trasformazioni sociali e università. Nel Novecento, accanto ad altre, l’esperienza del Sessantotto che alcuni di noi hanno attraversato.

La storia delle università è parte rilevante della evoluzione delle nostre società.

Da quasi mille anni le università connotano l’Europa.

Ancor prima che si affermasse l’età moderna le università lavoravano su un terreno che si sarebbe rivelato propedeutico a una “coscienza europea”.

Contribuivano a comporre un corpo unitario. Sperimentavano nuove regole del costume civile, fondato sul diritto, sulle arti, sulla medicina, sulla filosofia.

Non è un caso che l’idea di università si sia sviluppata nel continente europeo e che tuttora questo abbia il numero più alto al mondo di università e di istituzioni per l’alta formazione.

Alla civiltà – e alla storia – europea non è estranea la vicenda delle sue università. Riflettere sull’Europa senza richiamarsi alla loro esperienza – sin dall’epoca della “peregrinatio” dei “clerici vagantes” – significherebbe privarsi di un riferimento essenziale. Così come lo sarebbe non tener conto dello jus commune, elaborato nelle Università, e che per molti secoli è stato il diritto condiviso dalla gran parte dell’Europa continentale, unificata nei principi fondamentali del diritto.

Da corporazioni di soli docenti, o di docenti e studenti, le università hanno, progressivamente, acquisito un ruolo pubblico. Si sono trasformate da corpi ristretti di diritto civile a soggetti aperti di diritto pubblico, portatori di valori destinati a diventare solidi riferimenti.

La loro storia mostra anche quanto siano radicate, nello spirito d’Europa, le questioni delle autonomie e della libertà.

Sorte per lo più per mano dei vescovi da antiche Scuole cattedrali, si sono presto emancipate dalle Chiese e dai Principi.

Sono state in molti casi l’enzima di profonde metamorfosi. Hanno fornito un contributo decisivo allo spirito borghese emerso dalla rinascita delle città dopo l’anno Mille.

Sono state all’incrocio di fenomeni migratori e delle principali trasformazioni economiche e sociali.

In molti casi, più che le alte mura, sono state le università, con i loro collegi e le loro facoltà, a proteggere le città.

Nell’età umanistica il ritorno degli Antichi, con i loro testi e i loro esempi, ha sfidato le facoltà ad abbandonare rigidi schemi argomentativi. L’emergere di prestigiose Accademie e Società scientifiche le ha costrette a riflettere sul rapporto tra scienza nuova e poteri tradizionali.

Nel Seicento e nel Settecento non vi è stata, in Europa, attività più fiorente di quella della trasmissione del sapere, con la costruzione di centinaia di collegi, biblioteche, cliniche, orti botanici, osservatori astronomici, aule.

Nell’Ottocento le università hanno fornito agli Stati moderni una competenza preziosa sui fattori portanti della società industriale. Hanno rafforzato la loro missione formatrice, costruendo l’ossatura delle burocrazie statali e la rete delle competenze industriali e tecnologiche di molte nazioni.

L’incontro delle università con il liberalismo moderno e poi con la democrazia è stato un capitolo di particolare importanza.

Le legislazioni pubbliche hanno messo a dura prova costumi consolidati, in molti Paesi hanno fornito tutela costituzionale alla libertà di pensiero e di ricerca e hanno fornito agli atenei mezzi economici e finanziari sempre più consistenti.

Per le università l’età contemporanea ha rappresentato un nuovo impegno.

La committenza degli Stati, i processi economici e l’evoluzione sociale hanno inciso profondamente nella loro vita, mettendo in crisi un assetto accademico per diversi aspetti vetusto.

Non pochi osservatori indicavano nell’università di massa l’inizio di una decadenza di questa istituzione. Era un giudizio errato: non è stato così. Si è trattato, piuttosto, di un indispensabile adeguamento alle istanze poste da princìpi, finalmente applicati, come quello della identica dignità di ogni essere umano e del riconoscimento del bene sociale rappresentato dall’istruzione.

Tutto questo ha avuto un grande significato per la nostra Repubblica e per l’intera Europa.

L’allargamento dei diritti all’istruzione post-secondaria e l’ampliamento degli accessi dei giovani hanno segnato il passaggio da un modello oligarchico a un modello democratico di società.

I processi di modernizzazione dei sistemi universitari, per qualche aspetto, hanno concorso a produrre asimmetrie tra le università delle diverse nazioni.

La rete delle università è riuscita tuttavia a rimanere fitta quasi ovunque, pur se si è fatta strada l’idea insidiosa che soltanto il perseguimento dell’eccellenza possa rappresentare il futuro dell’alta formazione; talvolta con la spinta a concentrare le risorse su pochi Atenei, rischiando di riprodurre implicitamente un modello di formazione destinata soltanto ad alcuni.

Per le università, come del resto per altre istituzioni, il metodo migliore resta, invece, la costante ricerca della connessione tra la selezione e la valorizzazione delle eccellenze da un lato, e l’impegno continuo per l’ampliamento e la diffusione delle conoscenze dall’altro. Anche per consentire che emergano possibili protagonisti della ricerca e del sapere, senza che venga loro precluso l’accesso agli studi superiori, privando la società di possibili contributi di alto valore.

La meritocrazia non può essere sinonimo di una formula che legittimi chi si trova già in posizione di privilegio, bensì quella di chi aspira a mettersi in gioco.

Un’autentica democrazia sa riconoscere che prima di ogni merito accademico esiste “un merito di vivere”, frutto dell’incontro con la realtà dei fatti e con la spinta a una emancipazione da essi.

Ciascuno affronta la propria esistenza all’interno di una comunità di origine, talora modesta e fragile, ma deve poter scegliere di aspirare a una comunità di intenti le cui porte sono aperte dal sapere.

Un elemento decisivo è sempre stato, e lo è ancor oggi, la cooperazione internazionale negli studi e nella ricerca.

Nei tempi in cui viviamo essa non sarebbe stata possibile in così ampia misura se l’Europa postbellica non avesse intrapreso con coraggio la strada del superamento dei nazionalismi e dello spirito belligerante. E se al posto di sistemi totalitari non fosse emerso un costituzionalismo aperto, capace di comprendere e interpretare le novità, rispettoso della persona umana e del valore della pace, definiti nella nostra Carta repubblicana.

La dimensione internazionale delle università non riguarda, naturalmente, soltanto l’interscambio scientifico o le politiche dirette a promuovere lo sviluppo dell’istruzione superiore e la mobilità internazionale di studenti e di docenti.

Tutto ciò rispondeva alle istanze dell’Atto unico del 1986, che ha istituito la libera circolazione dal 1993 dei cittadini, dei capitali e dei servizi all’interno dell’Unione, ma ha avuto una portata ancor più rilevante.

Avviatosi con la dichiarazione di Parigi del maggio del 1998 tra alcuni dei Paesi fondatori della Ue, il Processo di Bologna, orientato a proporre uno Spazio europeo dell’istruzione superiore, non è stata soltanto la risposta a una domanda di armonizzazione dell’architettura e di interoperabilità dei rispettivi sistemi universitari, ma il segno della volontà delle università di riconciliare la dimensione accademica con quella civile, uscendo da un cono d’ombra in cui rischiavano di trovarsi.

Vorrei aggiungere che questa interazione, questa mobilità tra Atenei è auspicabile che riceva impulso anche all’interno del nostro sistema universitario, rimuovendo meccanismi che ostacolano una migliore circolazione delle idee e delle esperienze.

Non si è eredi di una storia ricca e preziosa senza responsabilità.

Ambire a guidare l’Europa non è possibile se non si ha una chiara visione della complessità dell’umanesimo europeo di cui le università sono parte attiva.

L’umanesimo dell’università è essenzialmente racchiuso in un sentimento per il tempo e per lo spazio più largo degli interessi immediati e che supera vecchi e nuovi confini perché crede che la dignità della persona si misuri prima di tutto nel coraggio del dubbio, nel valore dell’attitudine critica.

Lo spirito umanistico non affonda le proprie radici in valori calati dall’alto, quanto piuttosto nella consapevolezza della necessità della ricerca.

Il metodo investigativo e sanamente polemico, che si praticava nelle prime facoltà, alimentava quelle virtù accademiche che sono tuttora indispensabili e fondamentali: la curiosità, lo spirito critico, l’amore per la competizione intellettuale, ma anche il rispetto e la responsabilità per l’uso del sapere.

L’universum, da cui le università traggono il nome, non è il mondo chiuso tolemaico, e nemmeno il mondo di un astratto infinito: al contrario, è in costante mutamento. Richiede sempre mediazione tra il possibile e l’impossibile. Le idee, si dice, camminano con le gambe degli uomini, ma quegli uomini siamo sempre noi, con i nostri bisogni, le nostre ambizioni e le nostre preoccupazioni.

Non c’è istituzione al mondo, non c’è mercato o impresa in cui, come nell’università, ciascuno possa mettersi alla prova a un livello così alto.

Le opportunità straordinarie che le reti ci mettono a disposizione permettono oggi di muoversi in spazi sempre più ampi dello scibile umano, ma rendono, al tempo stesso, sempre più decisiva la scelta di filoni di ricerca peculiari per poter davvero incidere sulla realtà.

La pandemia ci ha dimostrato, ad esempio, quanto importante sia la ricerca medica, ma anche quanto risolutiva sia la volontà politica di mettere i suoi risultati a disposizione di tutti.

È bene fare tesoro degli insegnamenti tratti in questi due anni difficili. Siamo stati costretti ad affrontare lutti, sofferenze, pesanti limitazioni, e la dura crisi che ne è scaturita condiziona ancora l’economia e gli equilibri sociali.

Ma abbiamo compreso, oltre ogni ragionevole dubbio, quale valore abbiano la conoscenza scientifica, la professionalità degli operatori, la coesione sociale, la risposta comune che viene dal senso civico e dalla coscienza di un destino condiviso.

Il modello sociale europeo è innervato di questi valori, che sono, al tempo stesso, culturali e sociali. Sono anche civili, indicati nella vita quotidiana. Le istituzioni europee e le politiche pubbliche dell’Unione ne dovranno sempre più tenere conto.

L’Europa ha compiuta una svolta in questi mesi, gravosamente maturata sin dalle prime fasi della diffusione pandemica e poi culminata con il Next Generation EU. Ha mutato alcuni dei paradigmi che avevano condizionato le politiche continentali nelle precedenti crisi degli anni Duemila, penalizzando fortemente i Paesi più deboli.

È stata per l’Unione Europea una lezione che ha sollecitato una visione lungimirante: far diventare questo Piano di ripartenza la spina dorsale di una nuova, più solida e più equa, integrazione del Continente.

Si tratta di un salto di qualità, capace di rafforzare ulteriormente i legami già esistenti tra i popoli e gli Stati dell’Unione.

Dobbiamo attenderci e contribuire a innovazioni profonde, sulle modalità del lavoro e della produzione, sull’uso delle tecnologie, facendo in modo che la distribuzione dei saperi non incida sull’effettivo esercizio dei diritti dei cittadini, col rischio di nuove disuguaglianze.

La coscienza di una causa comune contribuirà a definire ancora meglio quel concetto di “demos” europeo che già ha messo profonde e irreversibili radici.

Libertà e uguaglianza, democrazia e solidarietà rappresentano i pilastri di questa Europa, le cui “vocazioni fondatrici”, come scrive Edgar Morin, sono proprio quella culturale e quella politica, intesa nel senso di un continuo “progettare, rigenerare, rivitalizzare, sviluppare e reincarnare la democrazia”.

Il carattere di apertura dell’Europa, la ricchezza e le diversità insite nel suo humus, non sono – continua Morin – “una mancanza di rigore”, piuttosto rappresentano oggi “l’unico rigore possibile”.

Jurgen Habermas ha descritto con nettezza come lo stesso “riconoscimento delle differenze – il reciproco riconoscimento dell´altro nella sua alterità – può diventare il contrassegno di un´identità comune”.

Potremmo aggiungere: di quel che la storia ci ha posto in comune.

Per queste ragioni, all’Europa di domani, l’università europea può dare molto. Anche nel sostenere questo vitale processo.

Il professor D’Aloia, poc’anzi, ha citato la felice profezia di Jean Monnet, quella per cui l’Europa si costruirà nelle crisi. È stato così sovente, anche in questo periodo con il sorgere di una “Unione della salute”. Non possiamo comunque immaginare il futuro dei popoli dell’Unione Europea come un succedersi di crisi alle quali cercare di dare, di volta in volta, risposte frutto dell’emergenza.

Al nostro orizzonte possiamo scorgere un’Europa più integrata, nel governo delle sue istituzioni e nella solidarietà delle politiche pubbliche. Al tempo stesso – e non senza contraddizioni al suo interno – si profila un’Europa consapevole che il carattere di apertura culturale che va oltre le frontiere, costituisce l’ossatura del proprio “soft power”.

Una risorsa preziosa nel mondo globale che, diversamente, lascerebbe spazi assai più angusti a un continente europeo che fosse privo del senso del valore della propria civiltà.

In questi anni gli atenei e le istituzioni europee hanno lavorato in questa direzione. Con varie reti di università europee che hanno collaborazioni consolidate, corsi di laurea comuni, che svolgono insieme attività di ricerca. È avvenuto a partire dall’Erasmus, i cui programmi, potenziati per gli studenti, speriamo che presto riprendano a pieno regime, anzi che si integrino con scambi di ricerca e di esperienze lavorative.

I giovani Erasmus – le generazioni Erasmus come ormai vengono chiamate comunemente – hanno ripreso una antica e rilevante tradizione universitaria. Sono diventati protagonisti di esperienze di vita, oltre che di studio. Esperienze che hanno reso forte la loro consapevolezza di essere anche cittadini europei. Hanno avuto prova di un ethos condiviso e lo hanno incrementato nel dialogo, nell’amicizia, nello studio comune.

L’Europa può giovarsi dell’università anche sul piano politico e civile per sperimentare forme più sofisticate di cittadinanza nella libertà di studio e di ricerca.

Tutto ciò vale per l’Italia, dove esiste un grande paradosso: siamo la nazione che ha dato origine, forza e continuità all’idea di università – e l’Ateneo di Parma vanta questo titolo, insieme ad altri antichi atenei – ma il nostro Paese si trova in coda, purtroppo, per numero di laureati, anche per investimenti. La nostra università non risulta attrattiva come meriterebbe. Potremmo dire: non è amata come dovrebbe.

Sta a noi utilizzare anche le disponibilità del Piano di ripartenza per dare maggior forza alle università e renderle ancor più una risorsa essenziale per lo sviluppo del Paese.

È un impegno delle istituzioni, delle università nella loro autonomia, delle forze sociali e di quelle economiche, insomma di tutte le parti dinamiche di quelle articolazioni che rendono ricca la vita delle nostre comunità.

Non separare il destino della democrazia da quello dell’alta cultura è una chiave indispensabile per affrontare le trasformazioni della società globale.

Talvolta tende a prevalere il fascino di una visione che immagina il sistema universitario come un’impresa, secondo una logica di carattere economico. Ma il “profitto” che si può trarre dall’Università è la crescita del capitale umano, vera forza del Paese, nonché i frutti della ricerca da porre a disposizione dell’intera comunità.

Per immaginare l’Europa del domani può esserci di grande aiuto ritornare alle origini della convivenza europea.

L’università è uno degli elementi di fondo di queste origini, tra i più interessanti.

Forse è giunto il momento per chiedere che le istituzioni europee inseriscano nella loro agenda, accanto alle grandi questioni incompiute della sicurezza e della armonizzazione economica e fiscale, anche il tema della dimensione universitaria.

Appare maturo il tempo di un diritto universitario europeo, inserito se necessario nei Trattati, così da porre il nostro continente all’avanguardia nel fornire un supplemento di garanzie, se occorre anche speciali e temporanee, agli studenti e ai docenti delle università, nel loro percorso.

Si tratta di questione che deve essere proposta e può trovare posto nel percorso di riflessione della Conferenza sul futuro dell’Europa.

È la “sovranità condivisa” della cultura che unisce ogni persona ai suoi simili, rende coese le comunità, ne rafforza l’autonomia.

Un sentiero che va coraggiosamente percorso, avendo il coraggio – appunto – di trasformare le politiche adottate in comune in Europa, in regole di istituzioni democratiche.

Nel discorso pronunciato il 21 aprile del 1954 a Parigi, alla Conferenza Parlamentare Europea, Alcide De Gasperi, che aveva visto naufragare il tentativo di impostare una politica comune di sicurezza e di difesa, non attenuò la fiducia nell’orizzonte europeo e, pur riconoscendo le difficoltà, rilanciò la sfida del passaggio dalla “piccola Europa” dei sei Paesi che avevano inteso avviare il processo dell’integrazione a un’Europa “di più vasti orizzonti”.

Con riferimento alle grandi correnti di pensiero della nostra storia politica, ebbe a dire che “queste forze spirituali rimarrebbero inerti negli Archivi e nei Musei se l’idea cessasse di incarnarsi nella realtà viva di una libera democrazia che, ricorrendo alla ragione e all’esperienza, si dedichi alla ricerca della giustizia sociale”.

Ebbene, “ragione” ed “esperienza” sono ancora le parole chiave del nostro futuro, in quella che De Gasperi definì “nostra Patria Europa”.

Giuseppe Mazzini – del quale il prossimo anno celebreremo i 150 anni dalla morte – ci dice “che la patria è la casa dell’uomo, non dello schiavo”.

La Patria Europa, con le sue università, può essere l’approdo anche per chi, qui giunto o che giunge tra noi, vuole, attraverso lo studio e il confronto con i maestri, sfuggire alle schiavitù che ci circondano.

Democrazia e libertà hanno bisogno del sapere che le università alimentano, non possono rinunciare al confronto delle idee e delle conoscenze che dalle università trae origine e impulso.

Non possono fare a meno della ricerca e delle scienze – preziose e fondamentali – e nel contempo della cultura delle idee, necessaria per governare le tecniche, per coglierne l’impatto sull’organizzazione delle società e sui diritti umani; e per definirne i confini, per renderle sempre più al servizio della persona e della comunità.

Ogni tempo propone le sue sfide; e nuovi compiti scaturiscono, di conseguenza, per ciascuno di noi, anzitutto per la cultura.

Le università sono state, nei secoli, motori dell’Europa; che oggi è la nostra casa.

L’auspicio è che sappiano continuare ad esserlo anche nel futuro.

Grazie, Magnifico Rettore.

L’esultanza di Letta è comprensibile, ma da qui al 2023 il nodo delle alleanze va sciolto. Quale cambiamento s’impone?

Di certo il bipolarismo così com’è non regge: spinge allo scontro mentre nel Paese, con tutta evidenza, cresce la volontà di fare squadra.

Indubbiamente il Partito democratico esce rinfrancato da queste elezioni amministrative, specie per il voto nelle grandi città. Si comprende pertanto l’esultanza. Non è oro tutto quel che luccica, s’intende; in Calabria, ad esempio, la partita si è chiusa male, con tracce palesi di amarezza; come pure a Roma, dove il risultato di Gualtieri supera di poco quello conseguito da Giachetti nel 2016, finora considerato il punto più basso e incongruente dell’esperienza riformista. Per giunta, nella Capitale i Dem rimangono inchiodati a un modesto 16 per cento, sotto la percentuale che raccoglievano i Ds da soli, prima cioè della formazione del Pd. Tuttavia il segno generale è positivo, a conferma della scarsa attrattività di un centrodestra borioso e squilibrato, senza un progetto politico coerente. 

Da questo a dire che il messaggio uscito dalle urne rassicuri sulle prospettive future, ce ne corre. Letta, per primo, ne è consapevole. Non a caso ha voluto sottolineare come la vittoria a Siena sia dipesa, a suo dire, da uno sforzo di apertura a mondi diversi, che si è anche tradotto nel fare a meno del simbolo di partito. Ma evidentemente non basta. È solo un tonico, qualcosa che sfiora l’aspetto emotivo, non la certezza di una ripresa duratura. Certo, vuol dire che ci sono senz’altro i margini per organizzare una politica di consolidamento, a patto che si abbia una più lucida consapevolezza di cosa possa e debba significare il rilancio di una proposta di centrosinistra, avendo scrupolo di non cedere perciò alla riedizione pura e semplice del motivo (post ideologico) caratterizzante la sinistra tradizionale.

Sfugge, allora, a questa esigenza di chiarezza la battuta – si spera che tale sia e tale resti nel crogiolo delle dichiarazioni a caldo – che il leader del Nazareno ha dedicato alla negativa performance del centrodestra: avrebbe perso, nella sua analisi stringata, per la mancanza di un nuovo federatore, capace oggi di replicare ciò che Berlusconi seppe fare nel lungo ciclo inaugurato con l’avvento della cosiddetta seconda repubblica. Orbene, la critica non può limitarsi al “federatore” quanto estendersi più correttamente alla “federazione”, ovvero alla forma politica della coalizione, in sé e per sé, dato che in Italia essa unisce moderati e nazional-sovranisti a dispetto della logica di sistema operante in larga parte d’Europa. 

Letta sorvola sull’anomalia del centrodestra italiano perché interessato, evidentemente, alla salvaguardia di un bipolarismo purchessia, lasciando in ombra quella remora primordiale che sottostava alla visione di un centro alla De Gasperi e Moro, per il quale non era praticabile la legittimazione della destra nostalgica. Sta qui la differenza abissale con il berlusconismo e qui, al tempo stesso, la incontaminata valenza della cultura democratica dei cattolici. Martinazzoli ha resistito alla polarizzazione tra destra e sinistra perchè, in buona sostanza, essa comportava lo sdoganamento del Movimento Sociale. È una lezione abbandonata in fretta e furia per un travisamento della novità che doveva accompagnare la fuoriscita dal tempo della Guerra fredda: modificata la legge elettorale, emblema della rottura del sistema consociativo, sarebbe infine nata una superiore dialettica democratica all’insegna di alcuni valori unificanti. 

Gli sviluppi hanno dato altri esiti, con l’impennata negli ultimi anni dell’equivoco rappresentato dal Movimento 5 Stelle. Oggi però il pericolo si annida nel possibile connubio di moderatismo e sovranismo, un’ipotesi ovunque contrastata in Europa dalle forze autenticamente democratiche. Dunque, Letta avrebbe tutto l’aggio di polemizzare sulla distanza abissale tra Forza Italia e l’Unione cristiano-democratica tedesca, un’aggregazione centrista che non contempla l’ipotesi di alleanza con la destra estrema, né al centro né in periferia. Per non parlare della Francia e quindi di Macron, il Presidente della rinascita di un centro a base riformista, tanto ambizioso da risultare vittorioso rispetto a socialisti e gollisti, ma sempre valendo il richiamo, in ogni caso, al tradizionale “patto repubblicano” che all’establishment di Parigi vista qualsiasi apertura alla destra lepenista. Questo avviene in Europa.

Si tratta di capire, allora, se l’input derivante da queste elezioni amministrative, in attesa comunque dei ballottaggi più importanti, in primis quello di Roma, possa ridursi a una furba polemica che invece di “pretendere” l’enucleazione di una limpida scelta moderata, senza più connivenze con la destra nazional-sovranista, si accomodi tatticamente sulla messa a nudo di una carenza di leadership, ovvero di un sostituto “degno” di Berlusconi. Non è una prospettiva adeguata alla necessità di un cambio di passo dopo che l’efficace azione di governo assicurata da Draghi ha già mutato i connotati della lotta democratica. Il punto è che proprio questa novità, per la quale l’opinione pubblica reclama uno sforzo di coerenza, s’incarica di evidenziare la lentezza di riflessi delle forze riformiste, e dunque del Partito democratico. 

Letta, insomma, deve trarre conclusioni meno affrettate, anche perché la crescita dell’astensionismo – a Roma si è andati sotto la soglia critica del 50 per cento degli aventi diritto – è una implicita conferma dell’esistenza di un elettorato che vede ed apprezza l’impegno di Draghi, ma alla luce dei fatti non vede e non apprezza la latitanza di chi dovrebbe sostenere o innervare una posizione confacente alla forza persuasiva del “draghismo”. Chi avrebbe dovuto votare stavolta l’elettore interessato al dispiegamento di una politica che  sfrutti, in senso buono, la sapienza di governo dell’attuale Presidente del Consiglio? Di certo il bipolarismo così com’è non regge: spinge allo scontro mentre nel Paese, con tutta evidenza, cresce la volontà di fare squadra. In fin dei conti, con la ricostruzione economica che il Pnrr prefigura torna ad imporsi –  a monte –  la questione di una nuova alleanza tra il centro e la sinistra, con l’obbligo così, per l’uno e l’altra, di aprirsi al rinnovamento delle proprie piattaforme ideali e programmatiche.  

O l’alternativa è presentarsi nel 2023 con l’abbellita riformulazione delle vecchie alleanze?

Amministrative 2021: l’affluenza come responso di questo tempo avvelenato della politica.

Occorre ascoltare e poi interrogarsi sui perché di questo messaggio uscito delle urne: se non c’è un cambiamento reale, la disillusione e lo scetticismo sono destinati a prevalere nell’elettorato.  

Il primo turno delle elezioni amministrative ha già dato delle indicazioni chiare. La vittoria dei candidati del centrosinistra a Milano, Napoli e Bologna, il buon andamento del Pd, il previsto crollo del Movimento Cinque Stelle, la sconfitta del centrodestra, tranne che alla regione Calabria, lo “sgonfiamento” della Lega di Salvini. E anche il ritorno alla sfida tra centrodestra e centrosinistra ai ballottaggi del 17-18 ottobre prossimo, a partire dalle città di Roma e Torino nei quali ballottaggi nel 2016 andarono invece i Cinque Stelle.

Ciononostante il responso più importante proveniente da questa tornata elettorale appare un altro, quello della partecipazione al voto. L’affluenza alle urne è stata all’incirca del 54%, mai così bassa, varcando in alcuni casi la soglia della maggioranza assoluta del corpo elettorale.

In particolare nelle metropoli del Nord, dove di solito la partecipazione era più alta, il tasso di astensionismo lascia impietriti non solo nelle percentuali, ma anche per composizione sociale.

Da una prima analisi svolta da You Trend di Lorenzo Pregliasco sulle maggiori città, si è registrata una più alta percentuale di partecipazione al voto nei quartieri più ricchi rispetto a quelli periferici dove l’astensionismo è dilagato. Ovviamente ci sarà tempo e modo per analizzare questo fenomeno. A caldo si possono già formulare alcune tracce per l’analisi e la riflessione.

Quanto può aver influito su questo astensionismo record la qualità dei candidati? Curiosamente, su questo punto, si registra una assonanza di valutazioni da parte del centrosinistra che rivendica fra i motivi della vittoria la debolezza dei candidati del centrodestra, e molte voci di primo piano del centrodestra che nella loro autocritica individuano il medesimo limite.

Un’altra concausa della bassissima affluenza può esser stato il conclamato fallimento delle forze populiste che nel 2016 e nel 2018 riuscirono ancora a mobilitare una ampia fascia di elettorato che ora invece appare disillusa.

La mia impressione è che le cause di una cosi forte disaffezione al voto siano ancor più strutturali non legate (solo) al contingente, non riducibili alla dialettica fra schieramenti diversi poiché anche la coalizione progressista ha subito ben prima un’emorragia di consensi, soprattutto fra il suo elettorato tradizionale popolare.

In questa débâcle della partecipazione credo che possa aver giocato un ruolo non secondario anche la sensazione da parte di ampi strati sociali di esser stati dimenticati da un mondo politico che in gran parte sembra più propenso a ricevere la propria legittimazione dall’alto e dall’esterno piuttosto che dalle rispettive basi elettorali, che nei fatti fatica a dare segnali di autonomia, accettando quasi acriticamente, anche mettendo a repentaglio la propria credibilità, un’agenda che viene calata dall’alto, da gruppi di interesse troppo ristretti, avidi ed ottusi, senza più le necessarie mediazioni.

La politica ascolti e si interroghi sui perché di questo messaggio delle urne, nell’orizzonte che ha ben delineato l’amico Armando Dicone di fronte all’astensionismo record nelle nostre città: “Fare finta di niente o riformare la politica? Servono partiti veri, con democrazia interna, ideali, valori e programmi realizzabili”.

Senz’altro questo è il punto da cui ripartire per i cattolici democratici e popolari.

Hong Kong, si scioglie anche il sindacato pro-democrazia: terrorizzato dalla legge sulla sicurezza.

È il terzo gruppo filo-democratico che in meno di due settimane chiude i battenti. Spinti dalle pressioni politiche delle autorità. Dalla sua adozione il provvedimento sulla sicurezza ha portato all’arresto di 154 persone. Quelle rinviate a giudizio sono 96. Un 24enne già condannato a 9 anni di prigione. Eliminata l’opposizione organizzata della società civile democratica.

(AsiaNews)

La Confederation of Trade Unions ha deciso ieri di sciogliersi: è il terzo gruppo pro-democrazia che in meno di due settimane chiude i battenti di fronte al sistematico uso della legge sulla sicurezza nazionale contro il fronte democratico.

La Confederazione era la principale organizzazione sindacale d’opposizione a Hong Kong. Fondata nel 1990, contava 93 sindacati affiliati e 145mila iscritti: nel 2019 ha giocato un ruolo di rilievo nelle grandi proteste anti-governative che hanno portato alla cancellazione della controversa proposta di legge sull’estradizione. I suoi rappresentati hanno spiegato che lo scioglimento è dovuto alle pressioni politiche subite.

Diversi media pro-Pechino hanno accusato la Confederazione di aver violato il provvedimento sulla sicurezza ricevendo fondi da forze straniere e cospirando con loro, oltre a promuovere “attività anti-cinesi” nell’ex colonia britannica.

Rthk riporta che i leader del raggruppamento sindacale hanno ricevuto messaggi di avvertimento: avrebbero rischiato problemi personali se non avessero proceduto con la chiusura. Le minacce hanno terrorizzato il direttivo della Confederazione, spingendo il direttore esecutivo Mung Siu Tat a rassegnare le dimissioni e fuggire da Hong Kong. Dopo l’arresto a gennaio della presidente Carol Ng, l’organizzazione aveva promesso di “non arrendersi” alla persecuzione politica e di voler combattere “fino all’ultimo respiro”.

Nei fatti l’esecutivo cittadino e il governo centrale hanno eliminato l’opposizione organizzata della società civile democratica. Il 2 ottobre si è sciolto il gruppo Student Politicism: le autorità hanno accusato quattro suoi membri di complottare per incitare alla sovversione, reato punito dalla legge sulla sicurezza. Il 25 settembre è stato il turno della Hong Kong Alliance in Support of Patriotic Democratic Movements of China, che il 4 giugno di ogni anno organizza la tradizionale veglia in ricordo del massacro di Tiananmen del 1989.

In precedenza altre due organizzazioni storiche hanno cessato le attività: l’Unione degli insegnanti e il Civil Human Rights Front. La prima era il più grande sindacato cittadino di settore, la seconda la principale coalizione democratica. Ora a rischio è anche l’esistenza della Hong Kong Journalists Association. Presi di mira dalle autorità con arresti e congelamenti di fondi, tra giugno e inizio settembre hanno chiuso anche il quotidiano indipendente Apple Daily e la sua società editrice Next Digital.

Imposta da Pechino nel giugno 2020, dalla sua adozione la legge sulla sicurezza ha portato all’arresto di 154 persone, minori di 15 anni compresi. Quelle rinviate a giudizio sono 96, tra cui figure importanti del campo democratico come Jimmy Lai, Benny Tai e Lee Cheuk-yan.. In luglio è arrivata la prima condanna: nove anni al 24enne Tong Ying-kit, colpevole secondo i giudici di aver incitato alla secessione e al terrorismo.

Perché è così importante il 4 ottobre

Le riflessioni del Prefetto Francesco Tagliente sul “Giorno del dono”.

Oggi 4 ottobre oltre a San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia si celebra il “Giorno del dono” fortemente voluto dal Presidente Emerito Carlo Azeglio Ciampi primo firmatario, nella veste di Senatore di diritto e a vita, della proposta diventata legge 14 luglio 2015, n. 110.
Questa è l’ultima di una serie di iniziative di alta passione civile e di patriottismo repubblicano spontaneo del Presidente Ciampi del quale qui mi limito a ricordare la sua pionieristica campagna di comunicazione istituzionale incentrata sulla riscoperta e sulla riappropriazione del nostro patrimonio nazionale. Non faccio riferimento solo Canto degli Italiani e al Tricolore. Il progetto coinvolse anche i luoghi della Repubblica, a partire dal Palazzo del Quirinale e dalla Piazza di Montecavallo, teatro del Cambio solenne della Guardia, del concerto di Capodanno e del brindisi della coppia presidenziale con i cittadini.

Penso anche alla riapertura del Vittoriano, al ripristino della parata militare del 2 giugno, al rilancio delle ricorrenze del 25 aprile e del 4 novembre. Penso ancora al rinnovo delle insegne dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Ricordo la riattivazione delle concessioni dell’Ordine della Stella della Solidarietà italiana (oggi Ordine della Stella d’Italia), al rilancio delle medaglie di benemerenza. Progetti quelli del presidente Ciampi portati avanti con il presidente emerito Napolitano ed oggi al centro dell’attività del presidente Mattarella, guida autorevole del Paese a cui tutti guardiamo con ammirazione e affetto.

L’istituzione del “Giorno del dono” richiama alla mente anche il progetto del Presidente Ciampi per la cura della memoria che era stata costante durante il settennato. Penso alla istituzione del “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti»; penso alla istituzione del “Giorno del Ricordo” in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano dalmata, del confine orientale».

Con la legge del 2015 promulgata dal presidente Sergio Mattarella, la Repubblica italiana riconosce il 4  ottobre di ogni anno «Giorno del dono», al fine di “offrire ai cittadini l’opportunità di acquisire una maggiore consapevolezza del contributo che le scelte e le attività donative possono recare alla  crescita  della società italiana, ravvisando in esse una forma di impegno e di partecipazione nella quale i valori primari della libertà e della solidarietà affermati dalla Costituzione trovano un’espressione altamente  degna di essere riconosciuta e promossa”.

La scelta del 4 ottobre non è casuale perché coincide con la celebrazione di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia, giornata del dialogo e della pace, e richiama alla memoria un momento significativo della “Giornata di preghiera per la pace nel mondo” organizzata il 24 gennaio 2002 nel convento di Assisi presieduta da Papa Giovanni Paolo II
Il Presidente Ciampi sedeva in prima fila con al suo fianco la signora Franca. Dopo la preghiera del Papa come conclusione del rito, ognuna dei rappresentanti delle religioni della terra portava la sua lampada sull’altare.

Quasi al termine, un cerimoniere pontificio, chiamato poco prima dal Papa che gli aveva detto qualcosa, si avvicinò al Presidente Ciampi con una lampada in mano dicendogli “Sua Santità domanda se anche lei vuole portare la lampada”. Il Presidente prese la lampada, raggiunse il tripode e la posò. Un gesto simbolico e potente di alleanza fra religioni e democrazia costituzionale, che Ciampi ha promosso sino agli ultimi anni della sua esistenza.
Questa mia riflessione sul “Giorno del dono” risponde anche al dettato della legge istitutiva di questa solennità civile, la quale dispone anche che, per il 4 ottobre di ogni anno, possono essere organizzati momenti comuni di  riflessione, “affinché’ l’idea e la pratica del dono siano oggetto di attenzione in tutte le forme che possono assumere  e affinché’ la loro importanza riceva il  conforto  di  approfondimenti culturali e di testimonianze riguardanti le esperienze di impegno libero e gratuito che di fatto si realizzano nella società italiana”.
Lo scrive il prefetto Francesco Tagliente sulla pagina FB

La nostra idea del mondo. Non siamo prigionieri delle (dis)informazioni?

Dovremmo riflettere più spesso sul fatto che la nostra concezione del mondo non si fonda sulla conoscenza diretta delle cose, dei fatti e degli avvenimenti e nemmeno sull’esperienza ma è sempre una conoscenza mediata da fonti esterne.

Circolano milioni di notizie, repliche, opinioni, smentite. Nel mondo globale è normale che ciascuno dica la sua e lo faccia usando la molteplicità di mezzi di comunicazione di cui oggi disponiamo: molte parole finiscono subito dimenticate, altre ne alimentano di nuove in un crescendo ossessivo e assordante. 

Sembra che non ci si possa sottrarre da questa consuetudine che ha preso il sopravvento al punto che disponendo di moltissime opinioni finiamo per non averne una propria, meditata, convinta e decisa. Subiamo una sorta di condizionamento inconsapevole che ci rende incerti, possibilisti, insicuri e ondivaghi.

Praticamente la nostra vita si regge sulle informazioni: chi lo sa le usa per renderle il vero potere forte, capace di condizionare la politica, l’economia, la finanza, ma anche il nostro personale umore, i discorsi da bar e le chiacchere da pianerottolo.

Dovremmo riflettere più spesso sul fatto che la nostra concezione del mondo non si fonda sulla conoscenza diretta delle cose, dei fatti e degli avvenimenti e nemmeno sull’esperienza ma è sempre una conoscenza mediata da fonti esterne (di cui spesso ignoriamo l’attendibilità) che ci restituiscono un  prodotto – la notizia appunto – senza minimamente domandarci da chi siamo inconsapevolmente orientati. E così politica, sistema elettorale, ambiente, salute, stili di vita, comportamenti individuali e sociali sono permeati di relativismo e intercambiabilità, viviamo in un universo puntiforme, senza centro e senza periferia, dove tutto è provvisorio ed effimero perché la vita stessa diventa un’imprevedibile sequela di circostanze quasi mai fondate su un progetto, peraltro alla prova dei fatti insostenibile e spesso smentito. Partecipiamo, amiamo, odiamo, persino uccidiamo in nome di immaginifiche rappresentazioni mentali che ci conducono verso scelte sovente irrazionali e dissociate dalla realtà, in nome di presunti valori oppure in nome del nulla. Pensiamo al fondamentalismo religioso, pensiamo alle vite bruciate nell’autodistruzione dai giovani privi di affetti veri o di speranze realizzabili.

Il dissolvimento della memoria condivisa ci preclude alle riflessioni sulla Storia – maestra di vita – mentre l’assenza di guide politiche capaci ed autorevoli ci fa vivere e rivivere fino al nichilismo l’autoreferenzialità del presente, come in una pièce del teatro dell’assurdo, dove è l’attesa di qualcosa di indefinito o vagamente desiderabile il vero protagonista dell’esistenza. 

Siamo come assorbiti in un circolo vizioso di luoghi comuni, dicerie, abitudini, circondati da molte opinioni ma da pochi buoni esempi, postuliamo la democrazia diretta senza renderci conto che si riduce ad un cenacolo di frequentatori del web, a volte molto supponenti e pieni di sé.

Ci manca l’umiltà del dialogo, siamo orfani del pensiero critico, risolviamo ogni problema applicando  improbabili sillogismi privi di logica, riduciamo i valori sedimentati nella cultura tramandata a giochi di parole, giudizi affrettati, frasi fatte. Viviamo senza esserne pienamente consapevoli in un mondo fondamentalmente violento: quando i fatti di cronaca ci ricordano questa realtà chiediamo verità e giustizia ma poi dimentichiamo in fretta. Non bastano fiaccolate e palloncini liberati al cielo per rimuovere l’indifferenza e l’egoismo che sostanziano un’idea del mondo svuotata di valori.

Elezioni, tutto torna in gioco.

Con il voto amministrativo di ieri e di oggi la politica italiana cambierà. E cambierà profondamente. E la cultura, cattolico democratica, popolare e sociale non potrà che ritornare protagonista.

Dopo il risultato delle elezioni amministrative – che non riserverà poche novità – la geografia politica italiana è destinata ad essere rimessa in gioco. Tutti sanno, del resto, che si tratta di un turno elettorale decisivo in vista delle prossime elezioni politiche generali. E, al riguardo, saranno almeno tre le indicazioni concrete che inesorabilmente emergeranno, al di là dello stesso risultato nelle varie città italiane.

Innanzitutto la necessità, o meno, di dar vita ad un nuovo sistema elettorale. In ballo c’è il ritorno del sistema elettorale proporzionale. E questo, credo, si imporrà per la scarsa credibilità e la poca coesione politica delle attuali coalizioni. Sia sul versante del centro destra e sia, soprattutto, su quello della sinistra e dei 5 stelle dove l’unico cemento unificante è la convenienza e l’odio nei confronti dei nemici/avversari.

In secondo luogo il decollo di un progetto di “centro”. Ormai è a quasi tutti evidente che non si può riproporre all’infinito la contrapposizione frontale tra i due schieramenti come l’unico criterio per affrontare e risolvere i nodi politici del nostro paese. La radicalizzazione della lotta politica crea le condizioni per indebolire la democrazia e, soprattutto, non garantisce una vera e credibile “cultura di governo”. Senza un movimento/partito/lista di centro che sia in grado di declinare una altrettanto credibile ”politica di centro” difficilmente si garantirà una vera cultura di governo. Un “centro” che non sia, però, il frutto di operazioni trasformistiche o di mero posizionamento tattico. Ma un soggetto politico che non potrà che avere l’ambizione di rinnovare la politica italiana declinando, al contempo, quella cultura di governo e quella cultura della mediazione che sono stati i pilastri attorno ai quali il nostro paese ha conosciuto la miglior stagione politica. E di governo. 

La crisi del populismo da un lato e del giustizialismo manettaro dall’altro – entrambi rappresentati in modo quasi esclusivo dal partito di Grillo e di Conte – non potranno che rafforzare e auspicare il ritorno di una “politica di centro” e di un “partito di centro”. Nè testimoniale nè virtuale, però. Come è concretamente capitato in questi ultimi anni. Che poi si tratti di una federazione o di un nuovo soggetto politico poco importa. Quello che conta è riempire un vuoto politico che oggi è persin troppo macroscopico per essere descritto ed ulteriormente approfondito.

In ultimo queste elezioni, probabilmente, richiederanno anche la presenza di una classe dirigente un po’ diversa dal passato. Probabilmente non saranno coloro che hanno fallito con i rispettivi progetti politici i protagonisti esclusivi della nuova stagione che si apre dopo il voto amministrativo. Una classe dirigente che non sarà che il frutto e la conseguenza della fase che si è aperta con il Governo Draghi e il sostanziale commissariamento della cosiddetta “politica dei partiti”.

Ecco perchè con questo voto amministrativo la politica italiana cambierà. E cambierà profondamente. E la nostra cultura, quella cattolico democratica, popolare e sociale non potrà che ritornare protagonista. Dando un contributo di qualità e di contenuto per la nuova fase che si dischiude.

La coalizione “semaforo” per il dopo Merkel: il voto tedesco e il futuro dell’Europa. Il punto su “Comunità di connessioni”.

Il voto tedesco dimostra le Il voto tedesco dimostra le diverse fratture politiche che aleggiano in tutto il nostro continente, ma che nella Repubblica federale tedesca sono in grado di trovare composizione in un sistema partitico solido e in strumenti istituzionali certi come il contratto di governo in caso di coalizione e la sfiducia costruttiva in caso di incertezze nella maggioranza.

Si è chiusa l’era di Angela Merkel, cancelliere federale tedesco per 16 anni (2005-2021), apprezzata leader in Germania, in Europa e nel mondo, denominata dal Time nel 2015 “Chancellor of the free world” . “Das mӓdchen” (la ragazza), così la chiamavano all’inizio della sua attività politica: una  giovane studentessa, figlia di un pastore protestante nella DDR, militante nel partito cristiano-democratico a trazione cattolica e delfina di Helmut Kohl, primo cancelliere (cristiano-democratico) della Germania riunificata. A differenza del suo mentore, unico altro cancelliere tedesco in carica per 16 anni (1982-1998) e sconfitto nella sua ultima competizione elettorale, Merkel ha scelto di non ricandidarsi e così di lasciare la politica senza sconfitte entrando nella storia. In questi anni, la Germania di Merkel è cresciuta economicamente, aumentando il pil pro capite a velocità doppia rispetto a Francia, UK, Canada e Giappone, ma il risparmio individuale è cresciuto a scapito degli investimenti. Si è imposta come la più forte economia europea, ma non sempre in grado di trainare le altre; ha migliorato l’occupazione, favorendo però in alcuni casi il precariato. Merkel ha senz’altro governato l’immigrazione con l’integrazione, gestendo i flussi anche a costo di scendere a patti con il dittatore turco. Nel momento dell’accoglienza ha detto al suo popolo, lanciando un messaggio anche all’UE: «Wir schaffen das» (ce la possiamo fare!).

Merkel esprime una cultura “moderata” che non è sinonimo di conservatrice o di neutralità né, necessariamente, di mediazione. È piuttosto una prospettiva che ricerca il compromesso, molto caro e forse architrave della politica tedesca, e interviene in modo deciso solo dove necessario e possibile; che scommette sulle innovazioni, anche sociali come l’integrazione dei migranti, senza però snaturare la prospettiva nazionale. Uno stile sobrio e pacato accompagnato da parole d’ordine come “stabilità” e “rigore” che oggi, nel voto del 26 settembre 2021, risuona nella sconfitta di estremisti e populisti, rimasti senza argomenti; ma che, dopo 16 anni di governo e in un sistema parlamentare razionalizzato, non ha generato una vera successione. Il suo partito (la CDU-CSU) arriva secondo (24,1%), di poco dietro ai socialisti (SDP, che vincono con il 25,7%), ma per la prima volta nella storia sotto il 30%; un risultato di cui molti ritengono responsabile il candidato cancelliere e le sue gaffe.

Il partito di estrema destra (Alternative für Deutschland) ha ottenuto 83 seggi (il 10,3%), peggiorando di due punti percentuali rispetto alle elezioni precedenti. Sembra aver perso l’aggressività che preoccupava il continente e rimane fermo a proposte attrattive solo per il contesto dell’Est, più svantaggiato economicamente. Die Linke, il partito di estrema sinistra, crolla da circa il 9% al 4,9%, scendendo sotto la soglia di sbarramento del 5% e guadagnando il Bundestag solo grazie all’elezione di tre candidati diretti. Paga un programma estremamente populista, fortemente identitario con ricette antiche: una tassa patrimoniale, l’aumento dell’imposta sul reddito, l’uscita dalla NATO e l’apertura incondizionata delle frontiere. I quattro partiti sono figli di culture politiche più o meno antiche: cristiano-democratici, socialdemocratici e liberali derivano direttamente dal contesto otto-novecentesco, mentre i Verdi esprimono un’identità e una struttura che in Germania esiste dagli anni ’70 del XX secolo. Grazie alla loro storia tengono il sistema ben ancorato sulla concretezza nazionale ed europea, lasciando che pseudoculture o nuove formazioni con identità incerta scivolino nell’irrilevanza.

I Verdi conquistano il 14,8% (118 seggi), fermandosi ben al di sotto delle proprie aspettative: questo dimostra come l’ecologia non sia un tema di settore, ma un’esigenza trasversale da affrontare in modo sistemico e non da un unico punto di vista escludente. Il partito è stato forse vittima della propria retorica da “green economy, bla bla bla” (per citare la stessa Greta Thunberg): ha proposto di anticipare al 2030 la conversione dell’automotive e delle centrali a carbone, di implementare la tassa sulle emissioni con 5 anni di anticipo sull’UE, nonché di istituire un “superministero” con poteri di veto in materie ambientali. È comunque il terzo partito tedesco e, insieme ai Liberali (92 seggi, pari all’11,5%), sarà chiamato a sostenere un cancelliere socialista in una coalizione “semaforo” (rosso-socialista, giallo-liberale, verde-ambientalista).

Dalle prime analisi del voto emerge che la metà dei giovani dichiara di aver votato per i Verdi o per i Liberali. Questa preferenza può essere letta in due modi: come richiesta di pragmatismo, nel senso ambientalista o per l’occupazione e la crescita economica dei giovani; oppure come consolidamento ideologico di nuove idee di società basate, appunto, sull’ambientalismo o sul liberalismo-liberismo. In ogni caso si tratta di due forze che vanno, apparentemente, in senso opposto. Al contrario, la maggioranza dell’elettorato tedesco ha più di 50 anni e, tra questi, la maggioranza ha scelto lo SPD, il partito socialista. Il fattore chiave del successo socialdemocratico sta forse nella risposta alla domanda di sicurezza sociale che questo elettorato manifesta anche con i propri candidati. Il candidato cancelliere dei socialisti, è Olaf Scholz, ex ministro delle finanze con il governo Merkel.

Dal voto si riaffermano le principali famiglie europee (cristiano-democratici con il Partito popolare europeo; socialdemocratici con il Partito Socialista e Democratico europeo; Liberali con l’Alleanza dei Liberali e dei Democratici; i Verdi con l’omonimo gruppo europeo), ma il calo della CDU-CSU rischia di scuotere gli equilibri all’interno del PPE, le cui componenti nazionali risultano dal 26 settembre minoritarie in tutti i principali Stati membri dell’Unione. Un governo socialista-verde-liberale dovrà mediare molto su diversi fronti. Una possibile deroga alla politica di rigore in Patria e alla sospensione del Patto di stabilità e crescita in Europa (proposta dai socialdemocratici e dai verdi) sarebbe maldigerita dai liberali che nel programma puntavano sul tenere i conti in ordine. I Verdi non escludono di proporre di rendere permanente il Next Generation EU (meccanismo di indebitamento comune europeo), su cui i Liberali sono radicalmente contrari. Inoltre, Merkel ha progressivamente rafforzato le esportazioni con la Cina con conseguenze sul sistema produttivo tedesco e i Verdi sono ideologicamente duri con il regime cinese, anche sotto il profilo dei dazi da importazione di prodotti inquinanti.

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/la-coalizione-semaforo-per-il-dopo-merkel-il-voto-tedesco-e-il-futuro-delleuropa/

 

Amministrative. Chi ride (e chi piange) alla vigilia per Piepoli (intervistato da “formiche.net”).

Il sondaggista Piepoli sulle amministrative. “La vera incognita rimane Roma. Raggi può stupire. Appendino apprezzata”. E i 5 Stelle? “Potranno rivendicare una posizione di primo piano al governo”. Meloni sorride, ma Calenda può diventare regista post-voto

Federico Di Bisceglie

“Valutare le inclinazioni degli elettori? Beh, per Bologna e Milano è piuttosto banale azzardare una previsione: saranno riconfermate a guida centrosinistra”. Il sondaggista Nicola Piepoli, a poche ore di distanza dal voto per alcune fra i capoluoghi più strategici dello Stivale, sulla ‘Dotta’ e sulla città di Sant’Ambrogio è piuttosto sicuro. D’altra parte “per una città come Milano – aggiunge – che è stata amministrata bene, la storia non esiste. Così come a Bologna”. Ma, anche qualora dovessero vincere i candidati alternativi a Sala e Lepore “sarebbero costretti ad applicare ciò che i predecessori hanno avviato”. Si mettano il cuore in pace, dunque Luca Bernardo e Fabio Battistini.

Dunque l’incognita vera rimane la Capitale?

A questo punto, a mio giudizio, gli sfidanti sono tre: Michetti, Gualtieri e la sindaca uscente. Gli altri non hanno grosse chance da quanto abbiamo potuto appurare.

Neanche il lanciatissimo Carlo Calenda?

Diciamo che lui sarà, suo malgrado, fondamentale per colui che sarà il prossimo sindaco. Mi spiego: essendo l’unico candidato che ha stilato un programma elettorale degno di questo nome, in particolare in ordine al mai risolto problema dei trasporti pubblici romani. Pur essendo fuori dalla competizione, ha sancito un cambio di passo.

Virginia Raggi può farcela?

Dipende dalla configurazione finale. Se il testa a testa è con il candidato di centrodestra, Raggi può farcela e sbarazzare l’avversario. Al contrario, se si trovasse a sfidare il candidato del centrosinistra, potrebbe correre il concreto rischio di soccombere. Roma è davvero complessa sotto questo profilo. D’altra parte c’è da dire che Virgina Raggi pur avendo dalla sua ancora una discreta forza, è stata una sindaca molto divisiva.

Assomiglia alla collega di Torino, Chiara Appendino?

Sono profili diversi, ma anche sulla città della Mole ho qualche perplessità sull’esito finale delle urne. Appendino è stata una sindaca meno divisiva di Raggi. Tutto sommato, da quanto abbiamo potuto evincere, è una sindaca apprezzata dalla città.

Queste amministrative saranno il banco di prova per le politiche. Che quadro emergerà, ad esempio, per il centrodestra?

La coalizione è sfavorita nelle città, ma a livello nazionale è chiaramente vincente. Il quadro che emergerà sarà, secondo me, abbastanza in continuità con il trend dei sondaggi. Queste amministrative spianeranno la strada alla leadership di Giorgia Meloni nel centrodestra. La Lega, anche per via dei attriti, scandali e correnti interne, sta perdendo terreno. Quindi, è possibile che il prossimo governo a guida centrodestra possa incoronare Giorgia Meloni. Sono convinto però che, le alleanze che Fratelli d’Italia sarà costretto a fare, impediranno il loro monopolio sul potere. Il loro estremismo sarà bilanciato da altre componenti. Magari che, ora come ora, non esistono ancora.

 

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https://formiche.net/2021/10/voto-amministrative-piepoli/