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Draghi e il Quirinale. Perché bisogna avere coraggio e non indulgere nella difesa d’interessi corporativi.

Lautore, amico de Il Domani dItalia, esprime in questo articolo un parere che la redazione non condivide. La tesi è ben argomentata, ma non convince. Ciò rafforza comunque la fiducia a riguardo dellopportunità di tenere aperti i canali del confronto, specie su una questione tanto dibattuta come quella qui affrontata. Il rischio resta pesante, come molti sanno: leventuale elezione di Draghi al Quirinale può far cadere di nuovo nellingovernabilità un Paese bisognoso, oggi più che mai, di una tregua operosa sul piano delle riforme strutturali. La stabilità del quadro politico non è un optional nellItalia post pandemia.
 

Il Presidente del Consiglio ha presentato laltro giorno la Nadef, premessa della legge finanziaria e della manovra di bilancio. È un documento, frutto della capacità di governo in una fase critica per le conseguenze della pandemia, che attesta anzitutto la volontà di mettere in campo precisescelte razionali per un consolidamento della crescita economica attraverso la leva degli investimenti.

È un significativo cambiamento di rotta dopo gli anni di assistenzialismo degenerativo, senza selezione degli interventi e con conseguente spreco di risorse pubbliche.

La fase politica che ci separa dalla elezione in febbraio del nuovo Presidente della Repubblica sarà agevolmente superata dal governo Draghi. Le fibrillazioni si apriranno inevitabilmente dopo quella importante e decisiva scadenza. È paradossale che la elezione di Mario Draghi al vertice delle Istituzioni repubblicane venga ostacolata da quanti temano per le elezioni politiche anticipate che metterebbero a rischio la rielezione di deputati e senatori in una rappresentanza parlamentare compressa dalla riduzione dei seggi parlamentari!

Il timore di perdere il seggio e i privilegi parlamentari soprattutto per i cinque stelle spingerà a cercare un compromesso al ribasso cercando di tenere Draghi a Palazzo Chigi non per realizzare una agenda per il Paese,ma per sopravvivere ai privilegi fintamente combattuti (indennità e pensione). Con le elezioni anticipate nel 2022 perderebbero tutto ciò.

Ma è un calcolo illusorio perché comunque vada lappuntamento presidenziale le fibrillazioni nella larga maggioranza tenderanno a crescere per il riposizionamento delle forze politiche sui temi cruciali come il fisco e la casa.

È inaccettabile quanto si sta perpetuando tenendo un Parlamento sotto ricatto di quanti hanno fallito nelle riforme e nel governo del Paese. Tutto ciò accade perché sono stati cancellati i presidi di libertà del Parlamento e dei parlamentari, che consentivano di potere svolgere il mandato senza condizionamenti, come dimostrano le elezioni anticipate fino al 2008.

Poi è tutta unaltra storia. Si è assistito ad una progressiva erosione della democrazia parlamentare. Dallaltro lato v’è chi vede Draghi al Quirinale non per i suoi altissimi meriti come sarebbe giusto, ma come occasione per affermare un semipresidenzialismo materiale aggirando la Costituzione senza avere il coraggio di realizzare le adeguate riforme costituzionali.

L’impegno di Rete Bianca a Bologna. La nota di Caprioli, indipendente nella lista del Pd, a chiusura della campagna elettorale

Pubblichiamo volentieri questa breve riflessione del candidato di Rete Bianca sul contributo offerto nella competizione elettorale per il rinnovo del Sindaco e del Consiglio comunale di Bologna.


Si
chiude oggi (ieri per chi legge, ndr) una campagna elettorale tanto intensa nei tempi e nell’impegno quanto fonte di vera soddisfazione per chi, come il sottoscritto, l’ha affrontata con quell’entusiasmo che deve animare ogni sincera passione politica.

La proposta cattolico-democratica e popolare che come Rete BiancadellEmilia-Romagna, assieme agli amici del Partito Democratico bolognese, abbiamo diffusamente presentato durante questo mese sul territorio, ha riscosso grande interesse e riscontro attivo, tanto da arricchirsi man mano di preziosi contributi di idee e di spunti concreti sulle priorità da curare insieme.

Abbiamo avuto il privilegio di incontrare realtà del territorio incredibilmente ricche di passione civile, democratica e sociale che assolutamente meritano una rappresentanza forte e determinata in Consiglio comunale per far emergere tutto il valore sociale da loro generato per il bene comune.

A loro va il nostro sincero ringraziamento per l’ospitalità e l’attenzione dimostrataci, ma ancor di più per l’impegno quotidiano, spesso silenzioso, profuso da anni a favore di ogni tipo di fragilità sociale, economica, esistenziale.

È a tutte le persone che pensano e ragionano con il “noi” e non con l'”io” che avanziamo l’invito a considerare la nostra opzione come una vera e concreta assunzione di responsabilità nei loro confronti e nei confronti di tutte quelle realtà, singole o plurali, che quotidianamente, e a qualsiasi titolo, si impegnano per una sana ed equa crescita sociale e economica della nostra comunità bolognese.

Domenica e lunedì 3 e 4 Ottobre abbiamo l’opportunità di dare forza ad un’azione politica che mira a disegnare insieme il futuro della nostra comunità, cittadina e metropolitana, per uscire dalla pandemia più coesi, solidali e quindi più forti, competitivi e soprattutto più giusti.

Un’opportunità che abbiamo il dovere di cogliere per noi e soprattutto per il bene dei nostri figli e i nostri nipoti.

La società proiezione delle persone. Il direttore dell’Osservatore Romano intervista Flavio Felice sulla rivista «Prospettiva Persona».

Per gentile concessione del direttore Andrea Monda, pubblichiamo il colloquio ospitato dallOsservatore Romano sul nuovo corso della Rivista della Pontificia Università Gregoriana.

 

Con il fascicolo 1/2021 la rivista «Prospettiva Persona», cambia abito, si presenta con una veste grafica diversa ed entra nel circuito delle riviste accademiche su piattaforma digitale. È questa loccasione per un momento di riflessione su alcune questioni legate al personalismo che ha visto diversi studiosi coinvolti tra cui il direttore della rivista, Flavio Felice.

In che modo la rivista ha interpretato finora o intende declinare il personalismo?

La rivista «Prospettiva Persona» nasce nel 1992 da unintuizione della professoressa Giulia Paola Di Nicola e del professore Attilio Danese, da sempre impegnati nellattività accademica e nella divulgazione scientifica nel campo del personalismo. Danese è stato il primo direttore e Paul Ricoeur ha ricoperto la carica di presidente del comitato scientifico dalla fondazione della rivista fino al 2005, quando ci ha lasciati; dopo Ricoeur, hanno presieduto il comitato scientifico i professori Giorgio Campanini e Robert Royal e dal prossimo numero a presiederlo sarà il professor Dario Antiseri. Fino ad oggi la rivista ha interpretato il ricco filone del personalismo, cercando di raccogliere i migliori contributi, a livello nazionale e internazionale, provenienti da studiosi di diverse discipline che gravitano intorno alle scienze sociali e che fissano le loro ricerche sul perno della persona. Sebbene da questo numero, il primo del 2021, la rivista si presenti con una veste grafica differente e abbia dismesso il formato cartaceo, essendo presente su piattaforma digitale, abbiamo voluto conservare intatto lo spirito originario, tentando di svilupparlo anche nella direzione degli studi politologici, economici e giuridici; non che non fossero presenti in passato, ma si è pensato di dare loro un maggiore spazio. Alla base vi è il cosiddetto personalismo metodologico che, rispettando il personalismo originario, auspica lincontro fecondo con tutte le prospettive capaci di mettere al centro dellanalisi sociale lhomo agens e la sua irriducibilità a qualsiasi aggregato. Un tale personalismo metodologico è declinato nella comprensione e nella descrizione della qualità inclusiva della democrazia, del mercato e dellamministrazione, con una particolare cura alla genesi dello sviluppo delle istituzioni sociali, aventi come causa efficiente lagire della persona.

Quale futuro ha il personalismo come teoria politica?

Lo stesso che ci auspichiamo possa avere in tutte le scienze umane. Con particolare riferimento alla teoria politica, mi consenta di recuperare la nozione di personalismo metodologico, appena accennata nella risposta alla domanda precedente. Il punto di partenza, secondo tale prospettiva è lidea di società come «proiezione multipla, simultanea e continuativa degli individui», stando alla definizione del 1935 di Luigi Sturzo. Luso del termine proiezione è particolarmente interessante, dal momento che indica un elemento di continuità e di relazione tra gli individui e le forme sociali, al punto da affermare che le suddette, in quanto proiezione della libera, responsabile e creativa azione umana, presentano le stesse caratteristiche dei soggetti che, con le loro azioni, contribuiscono alla loro costituzione. In particolare, il fatto che la proiezione sia multipla ci dice che è incompatibile con qualsiasi riduzione monistica. Il bene comune, ovvero il bene di tutti e di ciascuno, non si risolve nel monopolio di alcuna singola istituzione, ma è il risultato del concerto di una pluralità di istituzioni che contribuiscono (quota parte) a rendere accessibili le condizioni che consentono a ciascuna persona di perseguire il bene proprio e di tutti. Il fatto che sia simultanea ci dice che nessuno persona o istituzione — è nelle condizioni di agire in forza di una conoscenza perfetta e, per questa ragione, nessuna persona o istituzione può vantare unautorità che non le derivi dalle strette competenze che ne delimitano il mandato; viene meno qualsiasi assurda pretesa di universalismo politico e sociale. Infine, il fatto che sia continuativa ci dice che non esiste uno stadio perfetto, raggiunto il quale coloro che guidano le istituzioni possano riposare sonni tranquilli e perpetuare in maniera definitiva e arbitraria la propria autorità: la spinta riformatrice è insita nel principio antiperfettista che delinea la nozione di persona umana. Il tema della società come proiezione dellazione individuale ci dice anche che, come non si danno esseri umani che non abbiano, accanto ai diritti, una serie di doveri, lo stesso si dovrebbe dire di tutte le forme sociali, compreso lo stato.

Quale contributo la rivista può dare al dibattito interno al mondo cattolico sulle trasformazioni sociali, sul ruolo dello Stato e del mercato?

Per rispondere a questa sua domanda prendo come spunto i contenuti presenti nellultimo fascicolo (1/2021), dedicato al tema: «Lordine politico, economico e culturale. La persona, tra sfide e minacce», declinato in chiave filosofica, politologica, sociologica e giuridica. Al centro di tale tema abbiamo posto alcune istanze classiche della cosiddetta economia sociale di mercato. Si tratta di una prospettiva teorica che si fonda su tre principi fondamentali: 1) La dimensione poliarchica della società civile e della conseguente nozione di bene comune; 2) Il principio di sussidiarietà come principio di ordine nelle dimensioni orizzontale e verticale; 3) Il rifiuto della discrezionalità politica nellorganizzazione del mercato. È una tradizione europea: tedesca e italiana, che germoglia dal solco del pensiero sociale cristiano, almeno di quella parte di tale tradizione che è stata in grado di opporsi ai totalitarismi del nazismo, del fascismo e del comunismo, mentre molti altri cattolici si attardarono nellimpossibile tentativo di riesumare il corporativismo. Questi ultimi assunsero una simile posizione sulla base di unidea del civile che coincide con la dimensione politica e che finisce per essere omogeneizzata da questa e dal soggetto che, per definizione, ne rivendica il ruolo di vertice sintetico: lo Stato, ciò comporterebbe la morte del civile.

Se la Lega cambia il leader…

Il cambiamento della guida politica della Lega è un elemento che non può non interpellare anche chi proviene da una tradizione popolare, cristiano sociale e democratica. Soprattutto al Nord e nelle realtà che sono sempre state caratterizzate dal buon governo delle realtà cittadine.

 

Anche la Lega, almeno così pare, potrebbe essere arrivata al giro di boa decisivo. Non stupisce affatto. I partiti che si identificano radicalmente con il capoe solo con il capoprima o poi rischiano di finire al capolinea. Gli esempi sono noti e molteplici ed è persin inutile elencarli. Certo, ci sono i modelli più recenti e quelli meno recenti. Da Di Pietro a Fini, da Renzi a…probabilmente Salvini. Certo, molto dipende da cosa capiterà concretamente domenica prossima con il rinnovo della guida delle principali città italiane. Ma un fatto è indubbio: la leadership politica di Salvini è in crisi. È inutile girarci attorno. Le ultime vicende lo hanno platealmente confermato. E questo al di là e al di fuori ancora del caso Morisi. Cito un solo fatto di cronaca, apparentemente secondario ma profondamente indicativo.

Tutti sappiamo che lunica città politicamente contendibile, forse, è Torino per la qualità e la caratura del candidato a Sindaco di quellarea, Paolo Damilano. Ebbene, durante lultima visita di Salvini a Torino – mercoledì pomeriggio con un comizio nella periferia torinese di Barriera – Damilano ha fatto sapere che non sarebbe andato al comizio del Capitanoperchè impegnato in una iniziativa elettorale con il Sindaco di Genova…. Campagna elettorale, quella di Damilano, che si concluderà invece in una piazza torinese con lintervento del Ministro Giorgetti.

Ora, è evidente quasi a tutti – credo – che un eventuale, e per nulla irrealistico, cambio di guarda alla guida della Lega, una volta archiviata la stagione ruspante e popolana di Bossi e quella populista e sovranista di Salvini, non potrebbe che riconoscersi in un progetto oggi interpretato da personaggi come Zaia, Giorgetti e molti altri esponenti di quel nord produttivo, popolare, radicato nel territorio, ben governato e liberale. Un progetto politico – non è difficile capirlo – che si avvicinerebbe alquanto, al netto dei comprensibili e scontati cambiamenti, alla lunga stagione della Democrazia Cristiana e al buon governo che lha ispirata e caratterizzata per moltissimi anni in quelle zone. È un dato, questo, che emerge in modo palpabile discutendo e confrontandosi con molti amici, amministratori locali, dirigenti politici e animatori culturali di quei territori. Certo, il progetto politico di Salvini ha saputo intercettare – in piena epoca populista e anti politica – un consenso trasversale e massiccio.

Ma il populismo – anche nella sua versione originale e principale grillina – sta entrando progressivamente in crisi, soprattutto dopo lazione e larrivo al Governo di Mario Draghi. E com’è capitato per il partito di Grillo e di Conte, così oggi succede al partito del Capitano. E, oltre alla crisi progressiva del populismo giustizialista e manettaro grillino – anche se, purtroppo, continua a caratterizzare il profilo di quel partito – nella Lega c’è anche la crisi di un progetto politico che si manifesta in modo persin troppo plateale per non essere rilevato. E le recenti interviste di un esponente autorevole e qualificato come il Ministro Giorgetti lo confermano senza fare ulteriori commenti.

Ecco perchè leventuale, ma non più impossibile, cambiamento della guida politica della Lega è un elemento che non può non riguardare ed interpellare anche chi proviene da una tradizione popolare, cristiano sociale e democratica. Soprattutto al Nord e nelle realtà che sono sempre state caratterizzate dal buon governo delle realtà cittadine. In modo pragmatico, concreto e trasparente. Insomma, il dibattito politico allinterno della Lega, adesso, non può non interessarci. Semprechè il populismo e il sovranismo cedano il passo e vengano sconfitti e archiviati definitivamente ed irreversibilmente.

Se la politica non riscopre la sua vocazione

La politica è diventata la ruota di scorta delleconomia; quando questultima annaspa si ricorre alla politica come mezzo per una semplice ripartenza delleconomia. Ed è il momento in cui si affermano i salvatori.

In questo tempo buio ed incerto, una riflessione pacata ma sottile, non può non essere fatta sulla situazione politica italiana.

La drammaticità degli eventi che hanno segnato gli ultimi due anni porta ad alcune considerazioni politiche che abbracciano non soltanto il nostro Paese, ma lintero sistema mondiale.

Allindomani del secondo dopoguerra, i sistemi politici occidentali, memori dellautoritarismo nazifascista e del comunismo sovietico, si erano alleati con quella borghesia industriale e finanziaria che vedeva nel liberismo economico labbrivio per uno sviluppo complessivo delleconomia e, conseguentemente, per un miglioramento delle condizioni di vita generali.

Iniziava così quel famoso boom economicoche in Italia avrebbe attecchito negli anni Sessanta con i primi Governi di centro-sinistra: espansione economica, industrializzazione, lavoro e condizioni di vita più agiate (soprattutto per gli operai), presagivano uno sviluppo complessivo della società.

In questa corsa al benessere complessivo, quasi come raggiungimento della felicità (ma solo materiale), venivano collocati in secondordine (se non del tutto tralasciati) i problemi relativi allambiente, allinquinamento del pianeta, ai rifiuti.

La protesta giovanile del 1968, al di là delle strumentalizzazioni politiche di parte, aveva al suo fondamento un dato principalmente esistenziale: la felicità non si conquista con il semplice benessere economico e con la libertà economica. Perché? Semplicemente per la ragione che questo modo di pensare e poi di vivere conduce irrimediabilmente ad un individualismo sfrenato e, quindi, a quella competizione tra persone basata sulla pura quantità di ricchezza personale.

Dossetti diceva che lo Stato moderno non ha un fine (non solo), ma soprattutto che ha disconosciuto quel principio del Medioevo per il quale il fine dello Stato (e allora dei sovrani) era quello della felicità dei suoi componenti.

Se lessere felici significa anche essere liberi, il contrario non è proprio così (cioè lessere liberi non significa sempre essere felici).

Cosa centra tutto questo con la situazione politica? A ben guardare, soprattutto in Italia, la politica si è ridotta ad una semplice amministrazione dellesistente, a far quadrare i conti, ad iniziative tese ad espandere la produzione di beni e servizi per puri interessi economici privati ed individuali.

In sintesi, la politica è diventata ormai la ruota di scorta delleconomia; quando questultima annaspa si ricorre alla politica come mezzo per una semplice ripartenza delleconomia.

Ecco che allora arrivano dal mondo economico i salvatoriche entrano in politica per rimettere le cose a posto (soprattutto i conti).

Come professori in un laboratorio. La docuserie «McCartney 3,2,1» (L’Osservatore Romano).

Lartista inglese e il produttore americano Rick Rubin ripercorrono i gloriosi anni dei Beatles sulle note di memorabili melodie. Testo qui ripubblicato su gentile concessione de LOsservatore romano

Hanno il volto rilassato, Paul McCartney e Rick Rubin mentre parlano di musica. Mentre ascoltano, con attenzione, le celebri Michelle, I want to hold your hand, Ehy Jude, Come together e diversi altri brani dei Beatles o di Paul solista. Vanno avanti per tre ore, quasi, lartista inglese e il produttore americano, lasciandosi attraversare dai suoni originali e commentandoli con un piacere riposante, appassionato e scherzoso, costruendo un’analisi tecnica su cui s’innestano argomentandola, completandola i ricordi delle relazioni, delle influenze musicali (c’è anche Bach) alla base di questo o di quel pezzo tanto familiare al mondo, comodamente seduto in unideale playlist sul Novecento. La chiacchierata ha il sapore corposo dellesperienza, il magnetismo delleccezionale competenza. Lascolto reciproco, il sorriso, la riflessione asciutta, sicura, il corpo mosso a ritmo dai due interlocutori durante le canzoni, scandiscono i sei episodi di circa mezzora luno di questa docuserie snella, informale, con i dialoghi e le memorabili melodie coperte a volte con foto e spezzoni di repertorio audiovisivo dei Beatles, di Paul e di altri musicisti per loro importanti.

Si intitola McCartney 3,2,1 ed è disponibile, dal 25 agosto scorso, sulla piattaforma Disney+, nella sezione Star. Si muovono, McCartney e Rubin, in un bianco e nero costante, forse nostalgico ma anche moderno, in una sobrietà visiva tagliata da una luce tenue che staglia i dialoganti dallombra di uno studio di registrazione essenziale, minimale, ampio ma intimo, dove c’è quello che serve: una chitarra, un pianoforte, un mixer da cui partono i brani originali da canticchiare, da fermarsi a ragionare su questo o quello strumento: gli archi in Yesterday, il trombino in Penny Lane, il basso in Something. Elementi, aspetti della genesi creativa melodica, strumentale o testuale di questa o quella composizione, mentre le telecamere di Zachary Heinzerling osservano con eleganza i due che parlano. Rubin si siede addirittura a terra, in qualche momento, con la folta barba bianca posata sulla sua t-shirt ad ascoltare Paul che suona un vecchio brano, o che lascia, come reazione a una domanda del produttore/intervistatore, che riaffiorino i ricordi familiari di suo padre al pianoforte, degli incontri giovanili con George Harrison e John Lennon, a Liverpool, di come si conobbero, delle scoperte musicali condivise e poi inserite in brani memorabili nati con semplicità. E ancora Ringo Starr, Amburgo, lIndia, lAmerica, la grande importanza dello storico produttore George Martin: «un uomo interessante», «disponibile a sperimentare», lo definisce il protagonista di McCartney 3,2,1.

Che è la fluente, informale e densa rievocazione di una straordinaria avventura artistica: dagli esordi del gruppo al successo arrivato «progressivamente», e fu «un bene», secondo Paul, con il talento in sintonia con lo spirito di ricerca. «Ci sentivamo professori in un laboratorio» aggiunge, e questa frase offre il titolo a uno degli episodi della serie, che fa rima, e trova approfondimento, con le parole dello stesso Rubin: «Voi mescolavate degli stili ma non vi limitavate a unire due generi, univate due sensibilità. Se i Beatles suonavano un brano con influenze reggae, non era reggae: era comunque un pezzo dei Beatles. Diventava una cosa nuova». Passa anche per la separazione dal gruppo, però, il lungo viaggio di parole di McCartney 3,2,1. Una separazione dolorosa: «Ero a pezzi», ammette Paul McCartney, ma per la necessità e la bellezza dell’«andare avanti costantemente: è questo che amo della vita e della musica, che c’è sempre una nuova canzone», ecco, tra le varie cose, Live and let die, incisa per il film omonimo, James Bond, Agente 007, Vivi e lascia morire, del 1973. Altro frammento di una magnifica discografia e di una vita sempre desiderosa di «scoprire qualcosa che suoni bene», in armonia con quella splendida frase che si dice avrebbe detto Mozart, una volta: «Metto insieme le note che si amano».

Una poetica manciata di parole che spiega il titolo di un altro capitolo di questa docuserie pochi fronzoli e tanta sostanza, appetitosa per appassionati di musica e tassello ulteriore dei buoni rapporti tra larte dei suoni e il documentario, ovviamente anche diviso per capitoli e raccolto in una serie. E a proposito, vi sarà presto ulteriore occasione di incontro tra i due con The Beatles Get Back: la docuserie di Peter Jackson, che nel prossimo autunno sempre su Disney+ racconterà in tre episodi da circa due ore luno (dal 25, 26 e 27 novembre) i Fab four, i quattro ragazzi di Liverpool.

«Dare un cuore a Roma». Intervista a Mons. Gianpiero Palmieri su “RomaSette” (Avvenire).

Alla vigilia delle elezioni amministrative del 3 e 4 ottobre intervista al vicegerente della diocesi Gianpiero Palmieri. Dall’arcivescovo, l’invito a «garantire una città vivibile per tutti» e ad «evitare che la ripresa sia segnata dallafrantumazione del “noi solidale”» ritrovato nella pandemia.

 

Dare un cuore a Roma, avendo ben presente i cinque compiti di un sindaco indicati da Giorgio La Pira: pane, casa, lavoro, scuola, sanità per tutti. Il vicegerente della diocesi, larcivescovo Gianpiero Palmieri, le indica come priorità per la futura amministrazione che guiderà la città per i prossimi anni, dopo le elezioni del 3 e 4 ottobre, e fa appello a tutti i cittadini perché venga conservata la solidarietà maturata durante la pandemia e la crisi economica e sociale che ne è seguita. Lappello è rivolto in particolare ai cristiani, impegnati in questi anni ad ascoltare il grido della città” in cui c’è anche la rabbia per i tanti problemi irrisolti di Roma.

Eccellenza, con quale spirito i romani sono chiamati a vivere le prossime elezioni, di fronte alle quali c’è il rischio di una disillusione rispetto alla politica e ai partiti?

Ascoltare con il cuore il grido della città, farsi ancora più vicini agli abitanti dei nostri quartieri, era lobiettivo dei due anni appena trascorsi. Questo bagno di realtà” voleva aiutarci ad alzare lo sguardo oltre il recinto delle nostre comunità parrocchiali, superando una certa autoreferenzialità. Il nostro sguardo si incrocia così con quello del Signore, che non ha mai smesso di guardare con amore e farsi presente nella vita di tutti i suoi figli. La crisi pandemica non ha fatto altro che smascherare ed esasperare quei mali che nella nostra società romana erano diffusi da tempo.

Quali sono i problemi principali della città?

Roma è una città con profonde disuguaglianze non solo economiche, ma anche di opportunità educative, culturali, lavorative, di servizi alla persona e alla vita sociale. Vivere in un quartiere o in un altro non è la stessa cosa: significa passare da standard da Paesi del Nord Europa a livelli da città del Sud del mondo. Negli ultimi 20 anni la grande maggioranza delle famiglie numerose si è trasferita nelle periferie oltre il Raccordo, in quartieri dove sono carenti persino i servizi essenziali. La mancanza di lavoro regolare ha favorito il sommerso e il circuito legato alla criminalità organizzata. Dal punto di vista economico, diversamente dalle altre Capitali europee, Roma non cresce, nonostante non manchi liniziativa imprenditoriale dal basso. Questi e tanti altri sono i problemi che accomunano gli abitanti di questa città. Vorrei ricordare ora una frase famosa di don Milani: «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia». Ecco allora qualcosa che ci riguarda tutti e che chiede a noi cristiani di stare in prima linea: non perdere la memoria di ciò che abbiamo vissuto durante la pandemia, quello spirito di fraternità che ci ha spinto a cambiare le nostre abitudini più radicate per non contagiarci e contagiare (distanziarci, mettere la mascherina, igienizzarci continuamente) e continuare a lottare insieme per garantire una città vivibile per tutti. Questo è la politica, con la P maiuscola.

Qual è limpegno per evitare di smarrire questo spirito?

Fino ad ora i romani hanno dato buona prova di sé: hanno accettato le regole anche se dure, hanno fatto crescere il circuito della solidarietà, si sono prodigati per proteggere gli anziani e le categorie più fragili. Ora dobbiamo evitare che la ripresa sia segnata dalla frantumazione di questo noi solidale: individualismi, particolarismi, lobby, speculazione, indifferenza verso i più poveri. Dobbiamo continuare a fare Politicae non farci prendere dallavarizia. Non so se i candidati della competizione elettorale, e i partiti che li sostengono, sono del tutto consapevoli che la loro prima responsabilità è custodire la memoria e la pratica di questo insieme. Una disillusione, a questo livello, produrrebbe nel tessuto sociale romano dei danni enormi. C’è solo una cosa peggiore di questa crisi, ha detto Papa Francesco: sprecarla.

Quali sono le priorità che la Chiesa di Roma indica a chi si candida per guidare il futuro della città?

Ho già fatto riferimento a quello che credo sia il primo compito, curare la percezione e favorire la pratica di un gioco di squadrache coinvolga tutti, un gioco indispensabile per sortirne insieme. Dare un cuore a Roma, favorire lidentità collettiva, non è unimpresa impossibile: Roma è una città bellissima, con tanta storia, con immense potenzialità, con un respiro universale, con un Vescovo che ci ha consegnato un magistero sulla città” ricco di fede (nella città la presenza di Dio va scoperta, non costruita da zero), di sinassi dove i temi ecologici, sociali ed economici sono ben connessi, di aperture e prospettive che non nascono da teorie di basso respiro (come quelle di una crescita economica che non ha bisogno di regole) ma dalla realtà di quello che abbiamo vissuto in questi anni. La Laudato sie la Fratelli tutti sono considerate un faronon solo dai credenti ma da tutti. Per il resto, ricordo i cinque compiti di un sindaco secondo Giorgio La Pira: assicurare a tutti pane, casa, lavoro, scuola, sanità. Queste sono le priorità per dare una base di vivibilità alla città e per garantire a tutti i diritti. Perché questo si realizzi e nessuno venga privato dellindispensabile, bisogna che tutti facciamo politica e che i politici di professione credano al valore di questo insieme.

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https://www.romasette.it/dare-un-cuore-a-roma/

Piccoli e grandi gesti per superare la “cultura dello scarto”.

 

Prosegue il dibattito sulla pagine del sito web dell’Azione cattolica in vista della 49° Settimana Sociale dei cattolici. Di seguito l’intervento dell’Assistente ecclesiastico centrale dell’Ac per il Settore Giovani.

 

Gianluca Zurra

 

L’espressione “cultura dello scarto” ritorna spesso nell’attuale magistero pontificio, per indicare l’inevitabile risvolto negativo a cui porta uno stile di vita consumistico. Nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium si legge, al numero 53, uno dei passaggi più coraggiosi su questo tema: «Abbiamo dato inizio alla cultura dello scarto che, addirittura, viene promossa.

 

Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono sfruttati, ma rifiuti, avanzi». La forza simbolica dell’intervento sta esattamente nel richiamo ai “rifiuti”, con una chiara provocazione ecologica: le montagne di immondizie non nascono come funghi, in modo casuale, ma diventano l’emblema di un problema antropologico più profondo, vale a dire un modo discutibile di vivere la socialità tra gli umani. Non solo, ma udendo la parola “scarto” chiunque è portato a scandalizzarsi di fronte alla trasformazione delle persone in oggetti da buttare e delle relazioni in legami puramente commerciali.

 

Eppure, fino a quando non subentra il coraggio di un cambiamento radicale nel modo di muoversi, di pensare, di decidere, lo sdegno non è sufficiente. Anzi, a lungo andare rischia di diventare retorico, non più credibile. É dunque urgente passare da una “cultura dello scarto” ad una “cultura inclusiva e generativa”, tramite una diversa postura quotidiana dello stare insieme.

 

Se “prendo, consumo, butto” è l’imperativo consumistico, il cui risultato non può che essere l’accumulo di rifiuti e la mortificazione degli affetti, “accolgo, condivido, riciclo” può diventare la prospettiva esistenziale per una cultura inclusiva. Soffermiamoci su questi verbi, da cui si può provare a ripartire, iniziando da piccole attenzioni e gesti concreti.

 

Accogliere è il contrario di prendere per sé: l’altro, le cose, la realtà nel suo insieme, non sono mai riducibili ad un possesso egoistico, ma da riconoscere nel loro essere doni che ci precedono, irriducibili al puro soddisfacimento di bisogni immediati. Condividere è il contrario di consumare: gli affetti veri si nutrono di promesse, di durata, di un confronto che non è omologazione, ma rispetto e riconoscimento delle diversità, promozione e accompagnamento dei talenti di ciascuno. Riciclare è il contrario di buttare: non significa accumulare cose vecchie, ma trasformare in modo creativo e sostenibile ciò che ci è stato consegnato da chi è venuto prima di noi, perché la vita continui anche dopo di noi. A differenza dei verbi consumistici, che comprimono la vita nella fretta e nell’ansia, i verbi inclusivi dilatano il tempo, chiedono visioni lunghe, di ampio respiro.

 

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Piccoli e grandi gesti per superare la “cultura dello scarto”

Amministrative 2021. La storia e la mappa elettorale delle grandi città al voto. Napoli nell’analisi dell’Istituto Cattaneo.

Con questa quinta analisi si conclude la serie degli approfondimenti offerti dallIstituto Cattaneo in vista delle elezioni amministrative del 2021. Si tratta di analisi che ripercorrono la storia elettorale delle cinque maggiori città chiamate al voto in ottobre e levoluzione della loro geografia politica” interna grazie ad un nuovo articolato set di dati recentemente creato dai ricercatori dellIstituto.

 

(Redazione)

 

Una città da sempre caratterizzata da un elettorato volatile. Dal 1993 al 2010, in epoca bipolare, centrodestra e centrosinistra registrano livelli di consenso mutevoli nel quadro di una competizione aperta, in occasione delle elezioni politiche nazionali e regionali.

 

Tuttavia, il centrodestra non ha mai espresso il sindaco mentre i candidati di sinistra o centrosinistra, da Bassolino a De Magistris, con la sola eccezione della prima elezione di Rosa Russo Iervolino, hanno sempre vinto con un margine superiore a dieci punti percentuali. Dal 2011, inoltre, l’offerta politica “terza” rispetto alla classica dinamica bipolare (De Magistris alle amministrative, i 5 Stelle nelle altre elezioni) ha attratto voti trasversali, ma con un effetto asimmetrico sui due poli.

 

Ad oggi, sembrano aver allontanato dall’astensione o dalla destra sia elettori benestanti ed altamente istruiti residenti in quartieri come il Vomero, sia categorie disagiate di quartieri periferici come Scampia o Ponticelli. Tanto che se la confluenza su un candidato unitario di centrosinistra dovesse funzionare, anche solo in parte, Napoli diventerebbe non contendibile per il centrodestra e la città più “rossa”.

 

Per vedere e scaricare il rapporto clicca qui

29 settembre…e oltre. Il giorno più memorabile per gli Italiani (dopo l‘8 settembre).

 

L’unica canzone, volutamente stravolgente il genere, che racconta una storia mentre si svolge in tempo reale su due giorni (29 e 30 Settembre).

 

Antonio Payar

 

Fra le molte persone, anche celebri, che il primo Covid falcidiò senza che neanche si abbia avuto il tempo di rendercene conto ci fu il Maestro marchigiano Detto Mariano, il 25 Marzo del 2020. Da “Sei rimasta sola”, non si poteva sentire una canzone di Adriano Celentano, e del Clan, senza vederci dentro l’opera di Mariano Detto, di cui Detto Mariano era lo pseudonimo. Lui e Adriano si erano conosciuti durante il servizio militare, e poi non si erano più fermati.

 

Detto Mariano, grande insuperabile arrangiatore – una vera e propria arte – viene chiamato da Battisti e Mogol al capezzale di un brano di cui Battisti aveva iniziato la tormentosa composizione nell’autunno del 1966, e ancora senza titolo dopo Sanremo del 1967. Battisti lo completa e Detto Mariano gli dà il tono che avrebbe dovuto avere la prima canzone del rock psichedelico italiano (“…il mondo che girava intorno a me…”). L’immagine della copertina del 45 giri è esplicita.

 

 

Dall’inserimento della voce dello speaker del giornale radio il brano prende il titolo di “29 Settembre”. Quando la canzone entra nel 30 Settembre (“Mi son svegliato e,/ e sto pensando a te”) non si capisce se il 29 è stato un sogno oppure qualcosa che è successo davvero. E questo ‘qualcosa’, sogno o realtà che sia, anticipa la rivoluzione sessuale del ’68: un adulterio? Suvvia, un’avventura sessuale acida.

 

Mediaticamente: tabù totale. Erano i tempi in cui, come recentemente ha annotato Bianca Pitzorno (chi si ricorda “Chissà chi lo sa?”?), se dicevi ‘membro di…’ in trasmissione, la sera ricevevi una telefonata a casa di un funzionario Rai che, chiedendoti perentoriamente spiegazioni ti ingiungeva per una prossima volta di dire ‘facente parte di…’. Per non parlare dei consigli ad evitare parole come ‘magnifica’ ecc.: perché se fosse andata via la corrente sul ‘magni-‘, c’era da immaginarsi da dove sarebbe ripreso l’audio appena il televisore si fosse riacceso.

 

Ma su queste cose Dalla sarà più esplicito con “4/3/1943”, del 1971. Non a caso fu ripresa dalla Nuova Equipe 84, che la portò a dominare la hit parade. Sempre quell’astuto fiutatore di Maurizio Vandelli, in contrasto proprio con Detto Mariano, che insisteva a cercare di farla cantare come suo esordio a Battisti, convinse Lucio a cedergliela, a lui, all’Equipe 84 e al loro produttore Pier Farri. Fu così che dal Marzo del 1967 Vandelli domina per cinque settimane la hit parade, e a noi lascia una data indelebile nella musica leggera (ma mica tanto…), nel costume e nella società italiana.

Il Giappone ha scelto il suo nuovo Premier. La nota dell’ISPI.

Fumio Kishida è stato eletto a sorpresa nuovo leader del partito di maggioranza: si appresta a diventare il nuovo premier del Giappone.

 

(Axel Berkofsky)

 

Sarà Fumio Kishida, ex ministro degli Esteri giapponese, il prossimo premier giapponese. Kishida è stato eletto presidente del partito conservatore (Ldp) di maggioranza, battendo a sorpresa Taro Kono, il popolare ministro responsabile della campagna vaccinale. Sarà quindi sempre Kishida a guidare il partito alle elezioni del prossimo novembre, diventando con ogni probabilità il prossimo premier nipponico, il terzo in poco più di un anno. Succederà infatti a Yoshihide Suga, subentrato a Shinzo Abe nel settembre 2020, e dimessosi dopo che le sue fortune politiche sono state rovesciate dalla gestione della pandemia di Covid-19 e la decisione – portata avanti nonostante le perplessità dei sanitari e la contrarietà di buona parte dell’opinione pubblica giapponese – di tenere le Olimpiadi di Tokyo2020 nel paese. Tra le priorità che il governo di Kishida si troverà ad affrontare, quella di rilanciare un’economia colpita dalla pandemia, cercando di far fronte ad una Cina sempre più assertiva nella regione ma al tempo stesso importante vicino e partner commerciale. Prima del voto Kishida ha sottolineato la necessità di un dialogo con Pechino ribadendo, al contempo, il mantenimento di “stretti legami” con Taiwan, l’isola indipendente che la Cina rivendica come parte integrante del proprio territorio.

 

Un partito decisionista?

 

Dopo un sostanziale pareggio al primo turno, Kishida ha ottenuto una vittoria piena al ballottaggio, conquistando 257 voti contro i 170 in favore di Kono. Al secondo turno di votazioni partecipavano i parlamentari dell’Ldp e i rappresentanti delle 47 prefetture del Giappone. Come sottolinea Guido Alberto Casanova, “per la vittoria di Kishida è stato fondamentale il sostegno dei vertici del partito” molti dei quali vedevano in Kono “un candidato troppo anticonformista, ad esempio su nucleare e sistema pensionistico” e hanno quindi preferito sostenere l’ex ministro degli Esteri. Kishida sarà nominato nuovo primo ministro del Giappone da una sessione speciale della Dieta nazionale (Parlamento) il prossimo 4 ottobre, e poi nominato formalmente dall’imperatore Naruhito. Quindi annuncerà la composizione del suo gabinetto in cui, sono molti a scommettere, i pesi massimi del partito rimarranno al loro posto. Kishida guiderà quindi il partito alle elezioni nazionali, che devono tenersi entro il 28 novembre. L’attuale legislatura scade infatti il 21 ottobre e le elezioni devono svolgersi entro 40 giorni dallo scioglimento della camera bassa. Supponendo che – come ampiamente previsto dagli osservatori – l’Ldp mantenga la maggioranza, Kishida sarà quindi nominato premier. Dovrà raccogliere la sfida di completare il controverso programma di vaccinazione nazionale e guidare la ripresa post-pandemica della terza economia del mondo.

 

Chi è Fumio Kishida

 

Considerato un politico affidabile ma di scarso carisma, Fumio Kishida aveva già provato a farsi strada verso la leadership del partito conservatore che guida il Giappone praticamente dagli anni ’50, salvo brevi parentesi, e che tuttora detiene la maggioranza nelle due Camere. Da molti considerato il potenziale successore di Shinzo Abe, Kishida si era infatti candidato alla sua successione già un anno fa, ma non era riuscito a superare le resistenze della ‘vecchia guardia’ del partito, che gli aveva preferito Yoshihide Suga. Nel presentare la sua candidatura, Kishida ha annunciato politiche volte a ridurre le disparità economiche e sociali che l’emergenza sanitaria nell’ultimo anno e mezzo ha aggravato. A questo riguardo l’ex dirigente del partito ha dichiarato che un piano di stimolo economico sarà varato entro la fine dell’anno per mitigare gli effetti della pandemia sull’economia nipponica. Nel discorso pronunciato subito dopo l’annuncio della vittoria, Kishida ha fatto riferimento all’unità del partito in vista delle consultazioni politiche nel breve e medio termine. “Sarò il presidente di tutto il partito”, ha annunciato, e “comincerò a lavorare a tutta velocità per un futuro luminoso per il Giappone”.

 

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Dopo-Merkel complicato. E se alla fine si tornasse alla Grosse Koalition?

 

Le elezioni hanno scosso gli equilibri consolidati, ma il dopo-Merkel non vede soluzioni scontate all’orizzonte. Si cerca di accelerare i tempi delle trattative, sapendo che è tutto molto complicato In effetti, la “coalizione semaforo” fra SPD, Grunen e Liberali, alla cui realizzazione Scholz si dedicherà nelle prossime settimane, non dovesse concretizzarsi la vecchia alleanza potrebbe tornare in auge.

 

 

Enrico Farinone

 

Le dichiarazioni dell’immediato dopo-voto sono inequivoche. L’obiettivo dichiarato del vincitore, Olaf Scholz, è la formazione di un governo a tre SPD-Grunen-Liberali, confinando la CDU all’opposizione. Risultato da conseguire entro Natale. E infatti già ieri si sono avviate le prime, informali, consultazioni fra i partiti. Ma non sarà facile centrare l’obiettivo.

 

I Verdi da soli non bastano. Con essi i problemi sono minori, semmai c’è una concorrenza sul piano elettorale, soprattutto con riguardo al mondo giovanile, che i socialdemocratici non dovrebbero sottovalutare. Le difficoltà sorgeranno con i Liberali, e non solo perché mediare fra le loro richieste e quelle degli ambientalisti non sarà impresa semplicissima.

 

La politica europeista di Scholz richiede un’alleanza di governo credibile. Christian Lindner, il leader liberale, non apprezza Next Generation UE e ancor meno qualsiasi ipotesi di riforma del Patto di Stabilità (un tema che si porrà fin dal prossimo anno), essendo un rigido ordoliberale che vede come il fumo negli occhi qualsiasi ipotesi di condivisione del debito, anche parziale, con gli altri partner continentali. Egli punta, lo ha già sostanzialmente reclamato, al Ministero delle Finanze, non per caso. Pessimo viatico per l’Unione e per l’Italia, sia detto per inciso.

 

Quattro anni fa la Merkel ruppe con i Liberali e optò per un rinnovato accordo con la SPD proprio sulla politica finanziaria e sui rapporti con la UE. Questa volta la volontà di un’intesa di governo e di potere fra SPD e gli stessi Liberali è maggiore, ma non sarà facile raggiungere una equilibrata mediazione.

 

Ecco perché, mi sbaglierò, ma alla fine non escluderei che a Berlino si riformasse una Grosse Koalition fra socialdemocratici e cristianodemocratici, anche se è stata esclusa da entrambi i partiti. Di fatto in continuità col governo uscente, ovviamente con la promozione al cancellierato del vice Merkel, Olaf Scholz, l’ottimo Ministro delle Finanze che ha vinto le elezioni, però col solo 25,7% dei consensi. E non escluderei nemmeno un discreto ma tenace impegno della Cancelliera in questo senso. Perché questa sarebbe una soluzione che consentirebbe, sul piano interno, alla CDU di darsi il tempo per riorganizzarsi, risintonizzarsi col Paese e individuare una nuova leadership. E su quello esterno, in sede europea, non indebolirebbe la Presidente von der Leyen e soprattutto confermerebbe le scelte adottate, quali il Next Generation UE, anche grazie al lavoro di Angela Merkel e del suo vice.

 

Se si analizza il voto di domenica si comprende infatti che i tedeschi hanno votato per un moderato cambiamento nel segno della continuità. Posto che la Kanzerlin non si ripresentava, con scelta saggia (bisogna capire da soli quando è il momento di smettere), e posto che il partito di maggioranza non era riuscito a trovare al suo interno una nuova leadership sufficientemente autorevole, gli elettori hanno premiato il vice di Merkel col vantaggio che costui era il candidato dello junior partner di governo: si è così potuto ottenere anche un cambio di guida, o almeno questo è quanto dovrebbe accadere. In altri tempi lo si sarebbe definito un rinnovamento nella continuità.

 

Scholz ha molti tratti caratteriali comuni con Merkel, che sono stati giustamente apprezzati e premiati. Uomo del nord, di poche parole, privo di accenti retorici o populisti, preciso e scrupoloso, discreto e certo non carismatico ha maturato una esperienza intrisa di affidabilità dapprima come Ministro del Lavoro durante gli anni della crisi finanziaria e poi, nell’ultimo quadriennio, come autorevole e competente Ministro delle Finanze. Già borgomastro di una grande città, Amburgo, è membro del Bundestag dal 1998. Il profilo di un politico di qualità e sostanza. Come quello di Merkel.

 

Certo, la cultura politica è diversa. Ma come la seconda ha saputo nel tempo circoscrivere e contenere le pressioni dell’ala più conservatrice del suo partito e di quello bavarese ad esso associato così il primo ha tenuto, sino ad oggi, sotto controllo quella più radicale della SPD, dimostratasi negli anni incapace di elaborare proposte allettanti per l’elettorato. Scholz ha condotto una campagna elettorale perfetta quanto disastrosa è stata quella del suo competitor Laschet. Con una linea politica attenta alle ragioni tradizionali della socialdemocrazia ma pure a quella del centro moderato riuscendo così a convincere elettori della Merkel, che hanno virato su di lui nella convinzione che le linee di fondo dell’azione governativa non cambieranno.

 

Certo, fra gli sconfitti CDU-CSU la componente più conservatrice già invoca la scelta dell’opposizione onde poter mettere le mani sul partito e condurlo ad una linea massimalista di forte contrasto ai socialdemocratici. Giocando al tanto peggio tanto meglio. Ma questo non è l’interesse della Germania, ed ecco perché – se la “coalizione semaforo” fra SPD, Grunen e Liberali alla cui realizzazione Scholz si dedicherà nelle prossime settimane – non dovesse concretizzarsi, come è possibile, la vecchia alleanza potrebbe tornare in auge.

Evviva la callipigia. Nota a margine del caso della Spigolatrice di Sapri.

Danilo Campanella

Se parlare del sedere della Spigolatrice servirà a riportare lattenzione sulla nostra storia, non se ne vede il dramma. E se da domani i ragazzi, passando per Sapri, si faranno un selfie davanti (anzi, dietro) la Spigolatrice, in tutto il mondo si chiederanno chi fosse e perché è lì. E se la nostra storia venisse conosciuta anche attraverso un paio di natiche, non sarebbe certo la prima volta.

Le recenti polemiche riguardo alla statua callipigia della Spigolatrice a Sapri hanno avuto il merito di averci distratto per qualche giorno dal terrorismo psicologico post vaccinale. La spigolatrice, personaggio immaginario, nella narrazione ottocentesca di Luigi Mercantini rappresenta una umile operaia addetta alla spigolatura del grano, che si trovava per caso ad assistere allo sbarco dei trecento ragazzi guidati dal rivoluzionario Carlo Pisacane, con l’intento di rovesciare il regno borbonico. Una volta sbarcati non solo vennero ostacolati dalla popolazione (cosa che la dice lunga sulla popolarità del re) ma vennero catturati e processati.

 

Nonostante la bella poesia che ci facevano recitare alle scuole elementari (… erano giovani e forti e sono morti…) e a parte Pisacane che si suicidò per paura di essere condannato a morte, gli altri vennero tutti graziati dal re, sotto la pressione dell’Inghilterra, che avrebbe fatto apparire re Ferdinando come un despota sanguinario.

 

Il re, invece, non volle essere complice del lavaggio del cervello mazziniano che quei ragazzi avevano subito, facendone inutili martiri. Con la spedizione di Sapri appare sempre più evidente la presenza dell’Inghilterra nel progetto di invasione e unificazione dello Stivale: due erano i marinai inglesi presenti nella spedizione di Pisacane, inglesi furono le domande di grazia per i rivoluzionari (accettare da re Ferdinando II), inglesi erano i soldi usati per finanziare la spedizione (fatti passare dalla banca di Livorno grazie alla mediazione di Adriano Lemmi, gran maestro della massoneria qualche anno dopo) e inglese, in seguito, la nave da guerra che difenderà l’avanzata dei Mille di Garibaldi.

 

Se parlare del sedere della Spigolatrice, che tanti giudicano pornografico, servirà a riportare l’attenzione sulla nostra storia, non ne vedo un dramma. E se da domani i ragazzi, passando per Sapri, si faranno un selfie davanti (anzi, dietro) la Spigolatrice, magari taggandola su Instagram, in tutto il mondo si chiederanno chi sia, chi fosse e perché è lì. E se la nostra storia venisse conosciuta anche attraverso un paio di natiche, non sarebbe certo la prima volta.

Una amicizia impensata e vera. Mario Capanna ricorda Vittorio Sora

In nulla mi considero felice se non nel ricordarmi dei miei buoni amici.
(W.Shakespeare)

Per gentile concessione dei curatori pubblichiamo il testo che l’autore, uno dei leader più carismatici del movimento studentesco del ’68, ha voluto inserire nel volume di ricordi e testimonianze (Vittoria Sora. – Le radici di una passione civile, a cura di Ennio Pasinetti e Franco Franzoni, Scholè Morcelliana, 2021) nel venticinquesimo anniversario della scomparsa di Vittorio Sora.

(Mario Capanna)

Non avrei mai ritenuto, in quei tempi, di avere per amico un democristiano… E invece accadde, in circostanze particolari.

Fui eletto nel 1975 consigliere lombardo per Democrazia Proletaria (DP), insieme a Franco Petenzi. Era il mio primo impegno diretto nelle istituzioni rappresentative.

Si dispiegava, in piena realizzazione, il “compromesso storico”, con l’ingresso, nella maggioranza di governo, del PCI insieme alla DC.

Noi di DP sostenevamo che, così, il PCI portava il movimento operaio “a mangiare becchime nelle mani della DC”, pagando il prezzo assurdo del portatore d’acqua al mulino dell’avversario-alleato.

Cosa che puntualmente avvenne, e quando Berlinguer se ne accorse (con la contro-svolta di Salerno del 1979 e il ritorno all’opposizione), era ormai troppo tardi. Data da allora la crisi inarrestabile del maggior partito comunista d’Occidente.

La nostra opposizione alla giunta regionale, guidata da Cesare Golfari, era a tutto campo. La nostra, anzi, era l’unica opposizione reale. Appena due consiglieri, in pratica, contro 78. E, tra i 78, i consiglieri del PCI erano più realisti del re.

Ricordo che lavoravamo giorno e notte, cercando di avanzare sempre soluzioni alternative a quelle proposte (e spesso imposte) da quella pletorica maggioranza.

Intervenivamo su tutti i maggiori temi: dal disastro della diossina a Seveso alla battaglia per la trasparenza – costringendo per esempio alle dimissioni il potente assessore all’Urbanistica Sonzogni – alla lotta contro le centrali elettronucleari e per le energie alternative e rinnovabili.

Insomma: riuscivamo ad incidere in modo efficace, nonostante la disparità di forze.

Fu in quell’aggrovigliato contesto che nacque, e si sviluppò, l’amicizia fra Vittorio Sora e me.

Avevo notato quel democristiano atipico: fedele ovviamente al partito, ma non omologato, dotato di acuto e, spesso, ironico spirito critico, animato da vasta cultura, sensibile alle ragioni per cui mi battevo, ammirato per la tigna del mio impegno (si vedeva che ci credevo, mi diceva spesso), per la coerenza dei comportamenti, retaggio, sosteneva lui,  della mia giovanile educazione cattolica.

Sicché cominciammo a dialogare. Nelle more dei lavori consiliari, dentro ma anche fuori del Palazzo.

Durante i viaggi all’estero (in Svezia, Germania, Stati Uniti) della commissione energetica regionale, per studiare da vicino il funzionamento delle centrali elettronucleari.

Da cui traevamo conclusioni ufficialmente diverse, se non opposte,  ufficiosamente, invece, alquanto simili.

(Per inciso: sulle centrali atomiche vinsi pienamente la battaglia, anche grazie ai dubbi che Sora disseminava tra le file dei consiglieri favorevoli.

La maggioranza di compromesso storico – il PCI in testa con il suo acefalo sviluppismo – ne voleva costruire ben due in Lombardia, nella zona di Viadana lungo il Po.

Prima diedi vita alla Lega lombarda – Umberto Bossi non mi ha mai pagato i diritti d’autore…- contro le centrali elettronucleari, con un manifesto firmato da centinaia di prestigiosi esponenti della società civile, e poi con DP raccolsi le firme necessarie per indire un referendum regionale sulla materia.

Referendum che ci fu impedito di svolgere, ma sta di fatto che, a seguito del clamore suscitato dalle nostre iniziative, in Lombardia non c’è, per fortuna, energia nucleare, come poi non ci sarà in nessuna parte d’Italia, dopo il referendum nazionale del 1987).

E’ in questa temperie tumultuosa che una corrente di simpatia umana reciproca prese a correre tra Vittorio e me.

A mano a mano che l’amicizia si approfondiva, ci scoprivamo sempre più simili, ben oltre le diversità di schieramento politico.

Simili per gli entusiasmi giovanili, che non ci avevano abbandonato, per la predisposizione ad aiutare gli altri, per la capacità di ascolto reciproco, per l’amore verso la terra e la natura, per gli interessi filosofici sulle questioni di fondo, per la politica intesa come arte nobile ed elevata, entrambi disgustati per la sua riduzione a bassa manovra, per la voglia di sapere che va molto al di là dell’erudizione, per le idee guizzanti (rimase ammirato, insieme a sua moglie, per il mio discorso in latino svolto nel Parlamento europeo).

E poi: eravamo due… di sinistra. Io a tutto tondo, lui della “sinistra democristiana, la corrente cosiddetta di base e popolare, meno predatoria rispetto al resto del partito.

Sicché cominciammo anche a frequentarci con una certa assiduità. Al termine di una visita ispettiva a Viadana, Vittorio volle a tutti i costi che andassi a pranzo, insieme a lui, da una numerosa famiglia di allevatori-coltivatori della zona, suoi amici e, ovviamente, tutti democristiani.

Mi disse che così avrei potuto conoscere da vicino quella Bassa, di cui ogni tanto parlavo, secondo lui con una cognizione non del tutto adeguata.

Il pranzo fu luculliano, il cibo e le bevute superlativi, la conversazione piacevolissima.

Un’altra volta, saputo che avrei passato le vacanze estive in Sardegna, insieme alla mia fidanzata, ci invitò nella sua casa a Santa Teresa di Gallura.

Passammo ore liete insieme. E lì scopersi la sua profonda passione per il mare. Possedeva un gozzo (simile, sebbene più piccolo,  a quello che Garibaldi usava per spostarsi da Caprera) e, dopo la sua partenza, volle che lo usassimo come se fosse nostro. Generoso come sempre.

Un giorno volle portarmi in gommone sul Po, di cui mi tessé le lodi con amore sincero, e approfondimmo il discorso sulla civiltà fluviale e contadina, su cui aveva una competenza vera.

Gli sono stato sempre grato per quella magnifica escursione:  perché fu lì che mi venne in mente l’idea di realizzare una regata velica sul Po – iniziativa che si svolse nell’estate 1978 – ovviamente contro le centrali elettronucleari e per difendere gli equilibri ecologici del grande fiume.

Ciao, Vittorio. Come vedi mi è impossibile dimenticarti. Il fatto è che noi due ci siamo voluti bene, al di là degli opposti schieramenti di appartenenza.

La nostra è stata la “magia” dell’autenticità umana e culturale, in te vitale e prorompente.

Non ti raccapezzeresti, se vedessi come e quanto i rapporti umani si sono oggi per lo più rattrappiti, imprigionati entro un micromaterialismo volgare, sostanzialmente nichilista, che rende isolato l’uomo tecnologico, proprio nel momento in cui crede di essere interconnesso al massimo grado.

Va da sé che questa è una ragione in più per continuare a lottare, e io cerco di farlo anche nel ricordo di te.

Lavoratori fragili, un’altra battaglia vinta.

 

Per chi questa battaglia? Chi ne dovrebbe beneficiare? Provinciali risponde che i cosiddetti lavoratori fragili, cui s’indirizza la normativa appena varata, sono gli immunodepressi, i chemioterapici, gli affetti da malattie degenerative – ad esempio lartrite reumatoide – gli invalidi, i titolari di legge 104/1992. Ora bisogna guardare avanti.

 

Francesco Provinciali

 

Il Senato in data 23 settembre 2021 ha approvato in via definitiva l’ennesimo provvedimento legislativo (conversione del DL 111 del 6.8.2021, il cd. ‘Decreto Green pass’) che  ancora una volta “mette una pezza “ alla lunga vicenda dei lavoratori fragili, troppo spesso ignorati dalla politica al punto che abbiamo dovuto rincorrerla, fare pressing anche a costo di esporci o di essere giudicati insistenti: ma ci sono principi e valori nella vita che non si possono eludere. La difesa ad oltranza dei più deboli è uno di questi ed è stata una battaglia che ha caratterizzato la nostra presenza attenta, vigile e sollecita nei confronti del Governo e delle forze politiche e sindacali.

 

Era già accaduto con l’art 481 della legge di bilancio 2021 n°178 del 30/12/2020, poi con il ‘Decreto Sostegni’ del 19 marzo 2021 eravamo riusciti a far introdurre nei testi legislativi degli emendamenti che postulavano due principi per noi essenziali e fondamentali: la possibilità di accesso allo smart working e l’equiparazione dell’assenza dal servizio al ricovero ospedaliero, al di fuori del periodo di comporto contrattuale, per i soggetti dichiarati dal medico competente o dalle autorità sanitarie temporaneamente non idonei in situazione di perdurante pandemia, entrambi accompagnando in parallelo la proroga dello stato di emergenza.

 

Per chi ci siamo battuti? Chi abbiamo voluto tutelare? I cosiddetti lavoratori fragili: gli immunodepressi, i chemioterapici, gli affetti da malattie degenerative come l’artrite reumatoide, gli invalidi, i titolari di legge 104/1992. E lo abbiamo fatto scrivendo articoli su articoli, sempre inviati con nota di accompagnamento firmata (per assumerci le nostre responsabilità) al Presidente del Consiglio, all’Ufficio Disabili di Palazzo Chigi, ai Ministri della Salute, del Lavoro e della Pubblica istruzione, attraverso le vie istituzionali (segreterie, capi di gabinetto, uffici tecnici, ecc…).

 

Lo rifaremmo ancora e lo rifaremo ogni qualvolta ce ne sarà bisogno. Ecco i tre articoli che avevamo pubblicato e spedito alle Istituzioni dello Stato sopra citate:

https://ildomaniditalia.eu/lavoratori-fragili-e-smart-working-si-riparte-da-capo/

 

https://ildomaniditalia.eu/lavoratori-fragili-normativa-rinnovata-ma-incompleta/

 

https://ildomaniditalia.eu/i-soldi-per-i-redditi-di-cittadinanza-ci-sono-per-i-lavoratori-fragili-no/

 

Adesso che tutti insieme siamo riusciti ancora una volta ad ottenere i due risultati sopra richiamati invitiamo tutti coloro che si trovano in condizione di “fragilità accertata e certificata” a far valere i propri diritti. Nella speranza che in futuro, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la politica agisca con tempestività e immediatezza: ora la prassi dovrebbe essere un fatto consolidato, senza bisogno di solleciti. E soprattutto che fornisca informazioni chiare e tempestive: basta con le norme retroattive, quando le persone sono state costrette a compiere scelte al buio. Una persona che non sta bene, che ha problemi di salute gravi (non “inventati”) avrebbe bisogno anche di ricevere quella umana comprensione che ci rende persone civili.

 

Grazie a tutti coloro che hanno condiviso questa lunga, ‘giusta’ battaglia.

 

Le pinze del potere. Il dopo-voto nell’analisi di “Die Zeit”.

Armin Laschet afferma che l’Unione [CDU-CSU] non può rivendicare, in base al risultato elettorale, il mandato a formare il governo. In ogni caso, vuole continuare a governare. In effetti, la paura dell’opposizione è troppo grande. L’articolo è apparso sul sito del quotidiano tedesco, alla sua traduzione ha provveduto la redazione de “Il Domani d’Italia”.

 

Ferdinand Otto

 

La CDU ha perso le elezioni. Quasi nove punti percentuali in meno rispetto alle ultime elezioni federali, nettamente al secondo posto dietro la SPD. Ha subito una sconfitta e però vuole ancora governare. La sera delle elezioni, il segretario generale Paul Ziemiak ha indicato l’obiettivo: “Una coalizione di CDU, FDP e Verdi sarebbe una vera coalizione per il futuro”. In realtà, con questo risultato l’antica vis di potere dell’Unione piega verso una sorta di hybris.

 

Questo ormai, in modo credibile e adeguato, nemmeno può essere spiegato alla propria gente. Alcuni leader cristiano-democratici, infatti, non se la sono sentita di allinearsi all’analisi di Ziemiak. Il primo ministro della Sassonia, Michael Kretschmer, ha detto di non capire perché mai l’Unione parlasse di un mandato di governo a livello federale. Nel suo Land, l’Unione è passata al terzo posto, dietro AfD e SPD. Anche Norbert Röttgen, membro della presidenza del partito, ha dichiarato al Morgenmagazin della ARD: “Io non parlerei di leadership”. Ci sono voci analoghe che provengono dal partito gemello [CSU]: “Il secondo posto – lamenta un dirigente – non ti dà diritto alla formazione di un governo”.

 

Ecco perché il capo della CDU a mezzogiorno, dopo le elezioni, appare molto più conciliante. “Nessun partito può ottenere un mandato di governo in base a un risultato così chiaro, nemmeno noi”, afferma proprio lui, il candidato cancelliere dell’Unione, Armin Laschet. Insomma, non s’è mai espresso in modo da generare equivoci, anzi la sera delle elezioni “è stato molto chiaro”. Da un punto di vista semantico potrebbe anche essere vero, dato che non ha mai usato in senso stretto le parole: “Il mandato di governo ci appartiene”. Tuttavia non ha mai detto neppure il contrario, ossia andiamo all’opposizione.

 

Lunedì, intanto, torna a ripetere quello che aveva dichiarato domenica: l’Unione vuole governare. Dice infatti Laschet: “Siamo convinti che un governo guidato dall’Unione sarebbe la cosa migliore per il Paese”. Il cancelliere in Germania sarà quello che nel Bundestag tedesco otterrà la maggioranza. Solo chi riesce a comporre gli antagonismi può ambire a diventare cancelliere. E quindi sottolinea: “Chi ha il 25 per cento non detiene automaticamente la maggioranza”. Sta di fatto che le coalizioni non sono unicamente il prodotto dell’aritmetica, ma anche il frutto di accordi su questioni sostanziali. Tant’è che neanche scarta una Grosse Koalition, sebbene chiarisca subito che probabilmente non sarebbe la preferita, oggi come oggi, né dell’una né dell’altra parte.

 

Quindi, nessun mandato a priori e tuttavia pronti a partecipare al governo. È da capire bene, questo. Già la sera della sconfitta elettorale, Laschet era al telefono con  FDP e Verdi. Continuerà a farlo e il Consiglio federale [dell’Unione] lo asseconderà. La maggioranza vuole restare al potere. Dicono al partito che voci critiche sulla questione non sono emerse, neanche contro il leader del partito. Ciò attiene al senso di responsabilità istituzionale, afferma un membro della presidenza. Indubbiamente c’è del vero in questa affermazione. È probabile però che la paura dell’opposizione svolga un ruolo ancora maggiore. L’FDP potrebbe assumere il ruolo dell’Unione in un “governo-semaforo”, tanto che a lungo andare, secondo questa analisi, sarebbe per essa un grave fattore di indebolimento.

 

Se questa fosse l’unica preoccupazione, l’Unione potrebbe essere persino tranquilla. Invece il quartier generale della CDU sa anche che l’Unione dovrà pagare a caro prezzo la partecipazione al governo dei due partner minori.  Limite di velocità, protezione del clima, finanze pubbliche, sicurezza interna: se Laschet sacrificasse troppo gli orientamenti conservatori, incontrerebbe la resistenza del suo stesso partito. Avverte un cristiano-democratico quanto sia essenziale non rinunciare alla propria immagine, fino a renderla irriconoscibile, solo per governare. E aggiunge che ora non dovrebbe esserci nessuno spostamento a destra.

 

Per leggere il testo completo in lingua originale

https://www.zeit.de/politik/deutschland/2021-09/union-cdu-csu-bundestagswahl-niederlage-jamaika-sondierungen

Alleanze trasparenti o trasformismo?

È importante, anche alla luce delle elezioni tedesche, lo sbarramento a declinazioni trasformistiche ed opportunistiche delle alleanze di governo. Quello che è accaduto in Italia nel 2018, con l’incontro di populisti e sovranisti (M5S e Lega) all’indomani del voto, non dove più ripetersi. Dunque è necessario costruire le condizioni affinchè le coalizioni di governo siano il frutto di una visione politica definita e chiara.

 

(Giorgio Merlo)

 

Lo stesso voto che emerge della Germania conferma che il nodo delle alleanze politiche per la formazione dei governi diventa un esercizio sempre più complesso. È così nei vari paesi europei. Perchè il dopo pandemia – anche se purtroppo non è ancora arrivata al capolinea – conferma che la geografia politica è cambiata. E profondamente. Basti pensare che all’indomani del voto in Germania, che non ha legittimato nessuno a governare con coalizioni chiare e politicamente alternative, già si riparla di riproporre la cosiddetta “grande coalizione”.

 

Ora, al di là del voto tedesco e delle singole specificità politiche che caratterizzano i vari paesi europei, è indubbio che anche per il nostro paese – soprattutto per l’effetto Draghi, ma non solo – il rischio di trovarsi di fronte ad un bivio su come costruire le singole maggioranze di governo si porrà. Perchè da un lato c’è sempre l’auspicio, o la speranza, che si formino alleanze omogenee e chiare nella loro declinazione programmatica e, dall’altro, dietro alla motivazione emergenziale soprattutto dopo la pandemia, persiste la tentazione di formare governi di unità nazionale, o di vasta maggioranza coinvolgendo partiti, movimenti e gruppi alternativi l’un l’altro.

 

Però, proprio in virtù della specificità politica dei singoli paesi, dietro il progetto o l’iniziativa di dar vita a governi di unità nazionale o di “grande coalizione” si nasconde sempre il rischio concreto della deriva e della tentazione trasformistica. Un elemento, questo che ha sempre accompagnato la storia politica e democratica del nostro paese ma che, con l’avvento al potere del populismo giustizialista del partito dei 5 stelle nel 2018 ha trovato la sua compiutezza organica e quasi scientifica. Cioè un partito che prima rifiuta, perchè disprezza tutti i partiti, l’alleanza politica con chicchessia. Poi che fa l’alleanza con la destra sovranista perchè detesta e insulta la sinistra. Poi che stringe l’accordo con la sinistra massimalista perchè disprezza e detesta la destra sovranista. E poi, dulcis in fundo, aderisce alla grande coalizione con tutti quelli che avevano insultato e denigrato per svariati lustri per un solo obiettivo, come ovvio: non andare al voto anticipato e non perdere posti e prebende varie. Nel frattempo, procedono con una conversione politica improvvisa e collettiva rinnegando e archiviando tutto ciò che hanno predicato, scritto e urlato in tutte le piazze italiane per almeno 15 anni. Un mistero politico che, almeno sino ad oggi, non era ancora mai capitato nello scenario pubblico italiano, almeno a partire dal secondo dopoguerra.

 

Ecco, ho voluto solo ricordare un aspetto, tra i tanti che si potrebbero citare – ma questo è il più macroscopico, com’è evidente a tutti – per arrivare ad una semplice conclusione. Anche e soprattutto dopo l’importante voto tedesco. Per evitare che si ripropongano le condizioni per una declinazione trasformistica ed opportunistica della politica italiana nella costruzione dei governi – com’è concretamente capitato dopo il voto del 2018 che ha consegnato la vittoria ai populisti e ai giustizialisti – è altresì necessario costruire le condizioni affinchè le coalizioni di governo siano il frutto di una visione politica definita e chiara. Indicando in anticipo le forze con le quali si intende realizzare quel progetto. Certo, poi la tentazione trasformistica è sempre presente, soprattutto quando è insita nel DNA di alcuni partiti. Ma è indubbio che si tratta, appunto, di una tentazione. E questa la si può sconfiggere, o almeno attenuare nella sua portata devastante e squallida, solo attraverso la politica, intesa come costruzione di un progetto di governo trasparente e chiaro. E questo per riaffermare la nobiltà della politica, la qualità della democrazia, la serietà dei partiti e la credibilità delle stesse istituzioni democratiche.

Il governo Draghi, la democrazia, il compromesso. Sul “Mulino” una lettura critica dell’attuale situazione politica.

Questa stagione politica sta mettendo in luce molte cose non buone per la nostra democrazia. L’attuale esecutivo ci sta permettendo di uscire dall’emergenza, in un modo o nell’altro. Ma il dopo dovrà necessariamente essere diverso. Pubblichiamo di seguito la seconda parte dell’articolo di Mastropaolo per la rivista bolognese.

 

(Alfio Mastropaolo)

 

La politica è un fatto relazionale e i fatti lo dimostrano. Se cambiano il contesto, gli alleati e gli avversari, le forze politiche si adattano. La Lega, alla prova del governo, si è divisa. Manca, per contro, all’appello la fondamentale forza di centrosinistra, consegnata a una leadership ectoplasmatica, che anziché dedicarsi alla questione chiave per qualsiasi sinistra che si rispetti, cioè l’occupazione, e magari guardare avanti sui temi dell’ambiente dell’energia e del Mezzogiorno, si limita a esibire i suoi meriti di partito responsabile, il più draghiano di tutti. In compenso, la riflessione sul partito langue, la Calabria è abbandonata alle destre e a Torino delle primarie a dir poco esangui hanno partorito un candidato sindaco manchevole d’idee per una città in crisi e di un minimo di appeal. L’alleanza coi 5 Stelle, plausibile anzitutto per ragioni di forza, non è la panacea per tutti i mali. È innegabile, il Pd proviene da un periodo difficile. Probabilmente, era sbagliato il progetto, sempre che un progetto ci fosse, su cui è stato costruito. Ma la sua persistente inconsistenza è un problema gravissimo.

 

Questa complicata vicenda mostra però qualcos’altro. La democrazia non è il regno delle fate. Vive in un mondo contraddittorio e non può coltivare l’illusione che basti incoronare qualcuno perché governi.

 

Questa complicata vicenda mostra però qualcos’altro. La democrazia non è il regno delle fate. Vive in un mondo contraddittorio e non può coltivare l’illusione che basti incoronare qualcuno perché governi. Quella che è definita la democrazia maggioritaria (oggi fondata sul principio per cui the winner take all) si è dimostrata un’invenzione che sta dividendo le società democratiche e il loro governo. In passato, la democrazia maggioritaria induceva le maggioranze a rispettare le opposizioni e il loro elettorato. L’interpretazione estrema che ne viene data ultimamente è tutt’altra. L’unico grande paese in Europa che se la passi un po’ meglio è la Germania, dove si è sedimentata da più di mezzo secolo una robusta cultura dell’accordo, della continuità, della stabilità. Nessuno si scandalizza per i governi di grande coalizione. Ma la Gran Bretagna, la Francia, la Spagna conoscono tutte gravi incertezze. Ora, presto o tardi, il governo Draghi finirà. È ingiusto, e persino offensivo, chiedere a un presidente esemplare come Mattarella di accettare una riconferma per metterci una toppa: sarebbe solo un’altra prova dell’inadeguatezza del nostro regime democratico. È ora piuttosto che le forze politiche accettino l’idea che è ora di finirla coi personalismi e le guerre per bande e che s’inventino forme di collaborazione permanenti, pur nel rispetto della loro diversità. Saranno governi di compromesso, molto imperfetti, ma proprio alla prova delle misure da prendere è possibile che i partiti imparino a ragionare con più realismo e meno pregiudizi.

 

La politica democratica vive nei tempi brevi delle scadenze elettorali. Li ha drammaticamente raccorciati la smaterializzazione dei partiti e la labilità degli elettorati, nonché l’assedio dei media alle dirigenze elettive: contare sulla loro autodisciplina è un’illusione.

 

La democrazia rappresentativa è stata inventata per smussare i conflitti, non per acuirli. La lezione del passato è che i partiti intrattenevano tra loro rapporti più civili. L’opposizione di Sua Maestà era leale perché era leale verso di essa la maggioranza. La politica democratica vive nei tempi brevi delle scadenze elettorali. Li ha drammaticamente raccorciati la smaterializzazione dei partiti e la labilità degli elettorati, nonché l’assedio dei media alle dirigenze elettive: contare sulla loro autodisciplina è un’illusione. Lo Stato liberale ottocentesco si era difeso dall’elettoralismo professionalizzando gli apparati burocratici. Per Weber, ossessionato dalla razionalità burocratica, la politica elettiva era un antidoto contro questi ultimi. Non si accorse che i due principi si potevano utilmente bilanciare: se ne accorse invece Schumpeter. È alfine sopraggiunto il New public management con la promessa di sostituire alla razionalità burocratica la più efficiente e meno costosa razionalità del mercato. O la sua simulazione. Non sarà stato un terribile errore? Il gioco delle interdipendenze e dei bilanciamenti è delicato: lo Stato democratico, fatto di burocrazie razionali e di dirigenze elettive che si bilanciavano tra loro, bilanciava a sua volta il mercato. Era un motivo di bilanciamento anche il mondo del lavoro organizzato. Tutti questi bilanciamenti si sono ora dissolti squassando un equilibrio senza ricostituirne un altro. È ora di ricostituirlo in qualche modo.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.rivistailmulino.it/a/il-governo-draghi-la-democrazia-il-compromesso?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+24-27+settembre+%5B8032%5D

Resilienza e speranza. Il discorso del card. Pietro Parolin alla 76ª Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Pubblichiamo nella traduzione proposta dall’Osservatore Romano lintervento intitolato: «Building resilience through hope: to recover from covid – 19, rebuild sustainably, respond to the needs of the planet, respect the rights of people, and revitalize the United Nations»che il cardinale segretario di Stato, capo della delegazione della Santa Sede, ha pronunciato nel corso della settantaseiesima sessione dellAssemblea generale delle Nazioni Unite.

 

(Redazione)

 

Signor Presidente,

 

Sono lieto di trasmettere a lei e a tutti i rappresentanti delle nazioni i cordiali saluti di Papa Francesco.

 

Nella sua Lettera enciclica Fratelli tutti sulla fraternità e l’amicizia sociale, Papa Francesco ha esaminato le numerose sfide che la comunità internazionale deve affrontare, come la guerra e il conflitto, il maltrattamento e la violenza, la fame e la povertà, l’inuguaglianza e l’emarginazione, l’individualismo e la diffidenza, l’estremismo e la polarizzazione, gli attacchi alla dignità umana, la pandemia del covid-19 e le minacce all’ambiente, tra le altre “ombre”. Per rispondere in modo efficace a queste difficoltà, dobbiamo affrontarle con una rinnovata “speranza” basata sugli abbondanti “semi di bene” nella nostra famiglia umana, come quelli eroicamente seminati in risposta alle dimensioni medica, sociale, economica e spirituale della pandemia. Tali azioni rivelano, ha detto il Papa, che la medicina di cui ha bisogno il mondo non è «l’isolamento e la chiusura in se stessi o nei propri interessi», ma piuttosto la vicinanza fraterna e la speranza radicata «nelle riserve di bene che ci sono nel cuore della gente» (Papa Francesco, Lettera enciclica Fratelli tutti, nn. 30, 54, 55, 196).

 

Il tema del presente Dibattito Generale, «Costruire la resilienza attraverso la speranza», focalizza la nostra attenzione sulla fondamentale importanza della speranza nelle cose umane. La speranza è diversa dall’ottimismo, che è un’attesa che le cose si risolvano bene, o l’idea che in qualche modo la storia inevitabilmente evolverà seguendo una traiettoria ascendente. Sappiamo invece che le nostre conquiste non sono inattaccabili: il mantenimento della pace, la protezione e promozione dei diritti umani, il progresso dello sviluppo umano integrale, la cura per la nostra casa comune non devono mai essere dati per scontati, bensì cercati e protetti da ogni generazione.

 

Mentre sorgono nuove crisi e altre persistono, abbiamo bisogno di speranza per perseverare nel farvi fronte. La speranza ci mantiene motivati quando problemi e disaccordi appaiono irrisolvibili, facilita il perdono, nella consapevolezza che attraverso la riconciliazione vi può essere un futuro migliore. Incoraggia la resilienza e ci ispira a lavorare duramente anche quando potremmo non riuscire a vedere i risultati nel corso della nostra vita.

 

Per noi cristiani la speranza è il dono più divino che possa esistere nel cuore degli uomini (cfr. Udienza generale, 27 settembre 2017). Vede e ama quel che sarà, nel futuro del tempo e dell’eternità (cfr. Charles Peguy, Il portico del mistero della seconda virtù): la speranza «è attesa, attesa fervente, appassionata del compimento ultimo e definitivo di un mistero, il mistero dell’amore di Dio» (Udienza generale, 15 ottobre 2014).

 

Riprendersi dal covid-19

 

Signor Presidente,

 

Lo scorso anno, nel suo discorso all’Assemblea Generale Papa Francesco ha dichiarato che «da una crisi non si esce uguali: o ne usciamo migliori o peggiori» (Papa Francesco, Videomessaggio in occasione della 75ª Sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 25 settembre 2020). Per uscire migliori dalla pandemia del covid-19 dobbiamo costruire su un rinnovato senso di solidarietà fraterna. La pandemia ci ha insegnato quanto è interconnesso il nostro mondo, come ogni Stato ha le sue vulnerabilità e che nessuno Stato è in grado di risolvere la crisi da solo.

 

La resilienza esige che la comunità internazionale traduca in azione gli impegni espressi durante la Sessione Speciale dell’Assemblea Generale sul covid-19 lo scorso dicembre. Dobbiamo lavorare insieme per porre rimedio alla situazione di quanti sono nella “marginalità farmaceutica” (Papa Francesco, Discorso ai membri della Fondazione “Banco Farmaceutico”, 19 settembre 2020) e per alleviare le inutili sofferenze e la morte che loro e tantissimi altri sono costretti e continuano a sopportare. Ciò vale in modo particolare per quanto riguarda i vaccini, che devono essere disponibili per tutti, specialmente nelle zone di conflitto e negli scenari umanitari (cfr. Risoluzione del Consiglio di Sicurezza 2565 [2021]).

 

La resilienza esige una rinnovata analisi di come i sistemi di assistenza sanitaria sono stati largamente sopraffatti dalla pandemia e hanno lasciato tante persone con un’assistenza insufficiente o del tutto assente. Ancora oggi molti non hanno accesso ai test, alle cure di base o ai vaccini, o perfino all’infrastruttura energetica che renderebbe possibile tale assistenza. La resilienza esige una analisi della fragilità e delle mancanze dei nostri sistemi economici, che hanno lasciato indietro molti come effetto della grave crisi economica, e reso i poveri ancora più vulnerabili.

 

Infine, la resilienza richiede perseveranza nella lotta contro la corruzione, poiché il male della corruzione è emerso in modo particolare tra i fallimenti politici e nella distribuzione durante la pandemia.

 

Ricostruire in modo sostenibile

 

Signor Presidente,

 

La pandemia ha avuto un impatto negativo sui programmi e le attività di sviluppo, come anche sull’implementazione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Cinque anni di progressi sui 17 obiettivi di sviluppo sostenibile hanno subito un arresto e, in alcuni casi addirittura una inversione, a causa del virus e le sue conseguenze. Rendere lo sviluppo sostenibile una realtà entro il 2030, cosa che due anni fa sembrava una lotta in salita senza alcuna certezza di successo, è ora diventato una sfida talmente spaventosa da richiedere sforzi immensi.

Per ricostruire in modo sostenibile, dobbiamo ripensare il rapporto tra gli individui e l’economia e assicurare che sia i modelli economici sia i programmi di sviluppo rimangano al servizio degli uomini e delle donne, specialmente di quelli ai margini della società, invece di sfruttare sia le persone sia le risorse naturali (cfr. Papa Francesco, Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 8 febbraio 2021). Lo sviluppo sostenibile, se è davvero al servizio della persona umana, deve includere i poveri con i loro doni e la loro creatività quali agenti del loro proprio sviluppo integrale. Dobbiamo liberare la promessa e la speranza che incarnano, per il bene loro e per il bene dell’intera comunità umana (cfr. Papa Francesco, Fratelli tutti, n. 228).

 

Rispondere ai bisogni del pianeta

 

Signor Presidente,

 

L’imminente Cop26 (26ª Sessione delle Parti alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici [U NFCCC ]) a Glasgow è un’importante opportunità di resilienza, poiché la comunità internazionale ha l’occasione di impegnarsi nuovamente nella protezione della nostra casa comune. Siamo costretti a rafforzare la nostra ambizione, poiché attualmente stiamo sperimentando gli effetti di decenni di inattività in termini di inondazioni estreme, siccità, incendi boschivi, scioglimento dei ghiacciai, riduzione delle coste, malnutrizione e malattie respiratorie che l’aumento delle temperature sta facendo precipitare. Siamo già ben oltre il tempo di agire. I tragici disastri naturali che hanno colpito i nostri fratelli e le nostre sorelle ad Haiti, un popolo che già soffre a causa di sfide politiche e umanitarie, è una chiara esortazione alla comunità internazionale a lavorare insieme in solidarietà per uno sviluppo duraturo e sostenibile del quale la gente di Haiti può essere la principale protagonista.

 

La recente attenzione per l’ambiente ha generato grandi progressi nella tecnologia, permettendoci di provvedere ai nostri bisogni in modo sostenibile. La creatività umana e l’innovazione nel migliorare l’efficienza e ridurre i costi dell’energia pulita stanno rendendo più facile le scelte attente all’ambiente da parte dei governi e degli individui. Tali innovazioni, oltre a spronare una analoga creatività imprenditoriale, ispirano anche speranza.

 

Rispettare i diritti delle persone

 

Signor Presidente,

La speranza troppo spesso viene negata e resta sfuggente per tanti uomini e donne, ragazzi e ragazze, a causa di un’altra minaccia creata dall’uomo alla nostra comune esistenza, ovvero la guerra, il conflitto e il possesso e l’uso di armi di distruzione di massa. Il flagello della guerra porta morte e distruzione, danneggia l’ambiente, devasta comunità e quindi spesso intrappola regioni e Paesi in spirali discendenti. Purtroppo, continuiamo ad assistere al terribile impatto delle crisi e dei conflitti in tutto il mondo. La recente aggravata situazione umanitaria in Afghanistan e le persistenti tensioni politiche in Siria e in Libano, come anche altrove, sono un duro promemoria dell’impatto che i conflitti hanno sui popoli e le nazioni. La Santa Sede esorta gli Stati ad ascoltare l’appello del Segretario Generale e di Papa Francesco per un cessate il fuoco globale e una responsabilità umanitaria condivisa.

 

Il danno alle persone e al nostro pianeta è particolare motivo di preoccupazione per quanto riguarda le armi nucleari e quelle biologiche e chimiche. La minaccia delle armi nucleari, detenute a guisa di deterrenza nucleare, crea un ethos di paura basata sull’annientamento reciproco e avvelena i rapporti tra popoli, intralcia il dialogo e mina la speranza. Le questioni umanitarie e di sicurezza esigono che poniamo fine alla corsa alle armi nucleari e intraprendiamo misure efficaci verso il disarmo nucleare, la non proliferazione e la proibizione. L’entrata in vigore, lo scorso gennaio, del Trattato per la proibizione delle armi nucleari (T PNW ) è un importante passo avanti. È ferma speranza della Santa Sede che ciò favorisca anche un progresso nell’implementazione del Trattato di non proliferazione nucleare (N PT ), la cui Conferenza di revisione è prevista il prossimo gennaio.

 

Signor Presidente,

Papa Francesco considera uno dei più grandi motivi di preoccupazione nel mondo attuale la “crisi dei rapporti umani” che scaturisce da uno stile di vita dominato dall’egoismo e dalla cultura dello scarto, dove i valori umani e la correlata dignità trascendente della persona spesso vengono calpestati (Papa Francesco, Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 8 febbraio 2021). Questa “crisi antropologica” non è una disputa filosofica o accademica, bensì una crisi con conseguenze concrete enormi per i diritti umani.

 

Le nostre società sono oggi teatro di molte ingiustizie, dove esseri umani vengono maltrattati, sfruttati, ignorati, uccisi o lasciati a languire in emergenze umanitarie. Donne e ragazze, persone di origini indigene, razziali, etniche e linguistiche differenti, sperimentano violenza e oppressione o sono ridotte a cittadini di second’ordine. Fin troppo spesso il diritto umanitario viene inteso come una raccomandazione piuttosto che un obbligo da attori sia statali sia non statali. Rifugiati, migranti e persone internamente dislocate vengono sempre più lasciate nel limbo o perfino lasciate ad affogare, sgradite e incapaci di trovare una nuova casa per far crescere la loro famiglia in dignità, pace e sicurezza. I credenti religiosi subiscono molestie, persecuzione, morte e perfino genocidio per la loro fede. Gli anziani e le persone con disabilità vengono accantonate, specialmente quando sono fragili o ritenute un peso. Bambini innocenti vengono considerati un problema, scartati dalla società ancor prima di essere nati o di avere l’opportunità di dare il loro contributo unico al mondo. La famiglia, che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani riconosce come «il nucleo naturale e fondamentale della società» (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, art. 16.3) viene distorta.

 

Ciò appare evidente anche nelle interpretazioni innovative di diritti umani esistenti, scissi dai valori universali che sono alla loro base. Spesso, “nuovi diritti” non solo contraddicono i valori che dovrebbero supportare, ma vengono imposti malgrado l’assenza di qualsiasi fondamento oggettivo o consenso internazionale (cfr. arcivescovo Paul Richard Gallagher, Dichiarazione durante la 46ª Sessione del Consiglio per i Diritti Umani, 23 febbraio 2021). La Santa Sede ritiene che, mentre privano i diritti umani della loro originale dimensione universale, queste nuove interpretazioni parziali purtroppo diventano il riferimento ideologico di un falso “progresso” e un ulteriore terreno di polarizzazione e divisione. Purtroppo, ci confrontiamo con questo nella costante ricerca di introdurre nuove agende controverse che spingono i processi delle Nazioni Unite in senso contrario ai mandati specifici degli organismi.

 

In un tempo in cui molti diritti umani universali continuano a essere violati impunemente, questi tentativi di fatto confondono, distraggono dall’implementazione delle convenzioni sui diritti umani e ostacolano l’attenzione e l’energia che la promozione e la protezione dei diritti umani fondamentali e della dignità meritano. Dobbiamo costruire la resilienza attraverso la speranza e il consenso in questa nobile istituzione, mentre difendiamo i diritti umani e le libertà fondamentali, tra cui anche il diritto alla vita, alla libertà di pensiero, coscienza e religione e alla libertà di opinione e di espressione, e non minarli (cfr. Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, artt. 3, 18 e 19).

 

Rinvigorire le Nazioni Unite

 

Signor Presidente,

 

Per favorire la resilienza necessaria ad aiutare il mondo a emergere migliore dalle diverse crisi che affrontiamo, le Nazioni Unite devono essere costantemente rinnovate attraverso il ritorno con maggiore fedeltà e risolutezza ai principi e agli obiettivi centrali racchiusi nella loro Carta. Un rinvigorimento autentico non significa solo rendere più efficienti le strutture e i meccanismi, ma anche assicurare che l’istituzione sia all’altezza dei suoi fini veri e comunemente decisi invece di diventare uno strumento dei potenti. Alle carenze strutturali esistenti non si può porre rimedio con soluzioni fiacche o con veloci correzioni; esse esigono invece un impegno in quella che Papa Francesco definisce una “sana politica” (Papa Francesco, Fratelli tutti, nn. 177, 179).

 

L’esigenza di una sana politica, basata sulla ricerca del bene comune e della verità universale, è particolarmente importante nel Consiglio di Sicurezza, i cui membri sono chiamati a essere i primi artigiani di pace nel mondo, rinnovando costantemente il loro impegno a porre la pace internazionale e lo stato di diritto al di sopra degli interessi nazionali e delle ideologie di parte (cfr. Papa Francesco, Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 7 gennaio 2019). Fin troppo spesso questi ultimi portano inevitabilmente allo stallo, mentre i più poveri e vulnerabili, che guardano al Consiglio per ricevere segni di speranza, continuano a soffrire, spinti in una disperazione più profonda. Per rinvigorire le Nazioni Unite occorre anche valutare se la struttura concepita nel 1945 continua ad essere adeguata per il 2021, nonché riconoscere che da quegli Stati a cui è stato dato di più ci si aspetta di più, specialmente per quanto riguarda la responsabilità per il bene comune.

 

Oltre agli aspetti strutturali del rinvigorimento, occorre prestare una maggiore attenzione alla promozione e alla salvaguardia dei mandati degli organismi e dei fori delle Nazioni Unite. La Santa Sede guarda con preoccupazione alla spinta di alcuni per eliminare l’utile divisione del lavoro tra Comitati, commissioni, incontri e processi, trasformandoli tutti in organismi che si concentrano su un numero limitato di questioni controverse. Inoltre, va salvaguardato il principio del consenso. Un passo comune nella giusta direzione è preferibile a tanti passi in direzioni diverse.

 

Per aiutare a costruire la resilienza attraverso la speranza, le Nazioni Unite devono guidare con il loro esempio, e gli Stati, gli organismi e il personale che costituiscono l’Organizzazione hanno tutti un ruolo fondamentale nel contribuire a dare questo esempio. La Santa Sede è fortemente impegnata a fare la sua parte.

 

Conclusione

 

In conclusione, Signor Presidente, recuperare, ricostruire, rispondere, rispettare e rinvigorire implica una riscoperta della resilienza attraverso una speranza saldamente radicata.

Sono molti i segni di speranza, anche nelle nostre società stanche. Essere costruttori di pace nelle nostre società significa trovare questi semi e germogli di fraternità. «Il Dio dell’alleanza ci chiede di non cedere alle logiche dell’isolamento e degli interessi di parte. Non desidera alleanze con qualcuno a discapito di altri, ma persone e comunità che siano ponti di comunione con tutti» (Papa Francesco, Incontro con i rappresentanti del Consiglio Ecumenico delle Chiese e alcune Comunità ebraiche dell’Ungheria, 12 settembre 2021). Guardiamo gli occhi dei migranti e dei rifugiati: sono pieni di sofferenza e di speranza. Lavoriamo insieme per dare loro un futuro per crescere in pace.

 

A marzo, mentre gli effetti della pandemia erano ancora molto sentiti, Papa Francesco si è recato in Iraq per incoraggiare il popolo iracheno nel cercare di offrire al mondo un esempio di resilienza attraverso la speranza.

 

Visitando il luogo in cui è nato Abramo, al quale ebrei, cristiani e musulmani guardano tutti come loro padre nella fede, il Papa ha ricordato l’immagine di un mare agitato dalla tempesta per descrivere che cosa implica la costruzione di una cultura di pace.

«Essa chiede — ha detto —, soprattutto nella tempesta, di remare insieme» e che nessuno «pensi avidamente ai propri affari». Ha poi proseguito: «Non ci sarà pace finché gli altri saranno un loro e non un noi. Non ci sarà pace finché le alleanze saranno contro qualcuno, perché le alleanze degli uni contro gli altri aumentano solo le divisioni. La pace non chiede vincitori né vinti, ma fratelli e sorelle che, nonostante le incomprensioni e le ferite del passato, camminino dal conflitto all’unità» (Papa Francesco, Incontro interreligioso presso la Piana di Ur, 6 marzo 2021).

 

È questa la via della speranza, che tutti noi dovremmo percorrere in questa Organizzazione.

 

Grazie, Signor Presidente.

La Germania cambia ma incrocia il rischio della instabilità politica. E se tornasse la Grosse Koalition?

Non è facile prevedere quale governo s’insedierà a Berlino. Le ipotesi che si fanno a caldo rivelano un che di fantasioso. Non è detto che alla fine, come avvenne cinque anni fa, non si riproponga l’intesa, stavolta a parti rovesciate, tra socialdemocratici e cristiano-democratici.

Le previsioni della vigilia non sono state smentite. Poteva essere più netto il distacco dei socialdemocratici sui più diretti concorrenti, i cristiano-democratici di Armin Laschet, giunti impreparati e storditi alla prova del dopo-Merkel. Tuttavia Olaf Scholz è riuscito nell’impresa di restituire la palma del primato al suo partito, fino a qualche mese addietro in caduta libera nei sondaggi. C’è riuscito spostandosi al centro e rivendicando l’eredità del sano pragmatismo della Cancelliera. In questo modo ha intercettato quella fascia di elettori che nell’ultimo anno i Verdi avevano sottratto all’anchilosato blocco centrista, indebolito anche dalla concorrenza dei liberali. Da questo a proclamare un netto spostamento a sinistra dell’elettorato ce ne passa, considerando ad esempio il drastico ridimensionamento della Linke. Il problema è che la CDU-CSU ha retto solo in minima parte al turbinio di sentimenti e interessi di una Germania bisognosa di certezze, una volta archiviata la lunga stagione di governo (16 anni) della Merkel.  

Il commento a caldo dell’autorevole Die Welt ha smontato la pretesa di Lachet di proclamarsi quasi vincitore, nonostante il verdetto delle urne. “Armin Laschet (CDU) – si leggeva ieri notte sul sito del quotidiano – si dimostra un maestro dell’autosuggestione. “Abbiamo ricevuto un mandato chiaro dai nostri elettori”, ha detto nella serata elettorale il candidato dell’Unione alla Cancelleria, ricevendo gli applausi scroscianti dei sostenitori riuniti nell’Adenauerhaus di Berlino. Appare estremamente soddisfatto, anche se il partito ottiene con questo risultato elettorale per il Bundestag un dato negativo mai visto. Ciò sarebbe, in circostanze normali, un motivo per le dimissioni della dirigenza del partito, per un passaggio senza onore all’opposizione, per un riesame dell’indirizzo programmatico, e quindi per un completo rinnovamento. Ma stavolta le conclusioni sono storicamente diverse, come lo erano queste elezioni generali”.

Adesso subentra però la fase del realismo e della concretezza, per definire quanto prima un nuovo assetto di potere. Non è detto che le percentuali restino quelle degli exit poll, magari qualche loro correzione inciderà sull’attribuzione finale dei seggi. In ogni caso, l’alternativa che vede opposte la “coalizione Giamaica” (cristiano-democratici, verdi e liberali) e la “coalizione semaforo” (socialdemocratici, verdi e liberali) conserva in sé qualcosa di aleatorio e fantasioso. Non si vede all’orizzonte una effettiva capacità aggregante di Laschet, data la resistenza già manifestata dai verdi, né un’analoga forza di attrazione di Scholz, data la presumibile volontà dei liberali di alzare il prezzo di fronte a un’ipotesi di accordo.  Scholz, per altro, avrebbe qualche seria difficoltà a proporsi come degno successore della Merkel ponendosi a capo di un’alleanza governativa fatalmente ostica verso un partito, spinto all’opposizione, che comunque della Merkel rimane proiezione legittima e immediata, a prescindere dall’esito di queste elezioni. Tutto sembra magmatico, per non dire incerto. Basti dire che verdi e liberali, nelle prime esternazioni notturne, hanno persino alluso a una concertazione che segnerebbe una loro immaginifica centralità in vista delle trattative.

Come andrà a finire? Nessuno può dirlo. Ad ogni buon conto, non è da escludersi nemmeno che la “Grosse Koalition”, finita in campagna elettorale nell’angolo più buio, come l’Araba Fenice possa risorgere dalle sue ceneri. D’altronde è la coalizione, anche soltanto ristretta ai due principali partiti, che nel Bundestag ha i numeri per governare. Laschet deve compiere il sacrificio di cedere il passo a Scholz per la Cancelleria, questi ha l’onere di frenare la “spinta alternativistica” del suo partito. Anche cinque anni fa sembrava impossibile, poi la Merkel rimise in piedi l’intesa tra socialdemocratici e cristiano-democratici, riuscendo a dare alla Germania un altro ciclo di stabilità politica. Certo, era…la Merkel.  

I cattolici, Achille Grandi, il lavoro e i diritti individuali

Per gentile concessione dell’autore, riproponiamo ai nostri lettori l’articolo apparso ieri sull’Huffington Post in occasione dell’anniversario della morte di Achille Grandi (27 settembre 1946), il leader dei “sindacalisti bianchi” nella organizzazione unitaria dei lavoratori (Cgil), costituitasi all’indomani della seconda guerra mondiale. Anche questo ricordo s’inserisce nel dibattito sulla questione “cattolici e politica”, meritevole di sempre nuovi aggiornamenti.  “Non dimentichiamoci – scrive Rossini nella presentazione sulla sua pagina Fb  – di continuare a pensare (e a fare). A partire dal lavoro: perché senza dei forti, generosi e organizzati diritti sociali, anche i diritti  individuali sono più deboli”.

 

Roberto Rossini

 

Il 27 settembre sarà (è per chi legge, ndr) il 75mo della morte di Achille Grandi, cattolico, vicepresidente dell’Assemblea costituente. Cosa direbbe, oggi, Achille sulla presenza dei cattolici in politica? Intanto osserverebbe che nei ruoli apicali e strategici della Repubblica ci sono dei cattolici; che molti sindaci di importanti città sono cattolici o si dichiarano cattolici; che abbiamo una serie di soggetti sociali che sono cattolici. Ma – e vedo alzarsi il sopracciglio – forse vorrebbe farci capire che manca ancora qualcosa, che manca “qualcosa di cattolico” nella vicenda attuale di questo Paese.

 

Siamo abbastanza sicuri che non vedrebbe bene la nascita di un partito confessionale cattolico. Però si interrogherebbe sulle forme moderne attraverso le quali i cattolici possono oggi partecipare al dibattito pubblico, essere presenti nello spazio pubblico. E forse giungerebbe anzitutto a dirci che per saperlo occorre studiare – lui, un autodidatta -, che occorre maturare un punto di vista per saper vedere, giudicare e agire – lui, che fece l’Aventino perché aveva già capito la pericolosità dei fascisti: forse ci direbbe che per i cattolici impegnati in politica oggi si deve riprendere a studiare, per svelare le dinamiche economiche e sociali che comprimono la persona e le comunità, che riducono il bene comune a qualche forma di benessere individuale o collettivo. Forse ci direbbe che dobbiamo riprendere la nostra azione civile e politica a partire dal lavoro e dai lavoratori: perché i diritti individuali sono più fragili se non sono sostenuti dalla forza vigorosa, generosa e organizzata dei diritti sociali. A partire dal diritto al lavoro: sì, siamo un po’ laburisti, tra il sindacale, il politico e il sociale.

 

Forse ci direbbe che proprio per questo, più che una nuova edizione di Todi (la suggestione di rifare il partito cattolico), servirebbe una nuova edizione di Camaldoli (lo sforzo di definire una piattaforma programmatica): studiare per elaborare un codice che riconsideri tutta la tradizione del pensiero cristiano alla luce dei mutamenti che stiamo attraversando, a partire dalla transizione digitale. La transizione digitale, la povertà, la sofferenza, la guerra e l’economia della guerra, le donne, la vita e la morte: qual è la nostra parola? Qual è la nostra azione?

 

È solo dall’esperienza e dal pensiero che poi possono nascere le organizzazioni. E lui di organizzazioni se ne intendeva: ha fondato due sindacati (la Cil e la Cgil unitaria), un partito (il Partito Popolare, con Sturzo), una grande associazione (le Acli). Grandi sapeva che qualunque pensiero va infrastrutturato: alla fin fine, la politica non è che l’organizzazione delle speranze. Grandi era una persona concreta: un punto di caduta, prima o poi, occorre averlo. Ma senza un obiettivo, senza un grande desiderio, senza un grande compito le persone non si mettono insieme. Dunque prima di rispondere alla domanda “che partito fare” bisogna rispondere al “che fare”. Il resto – a volte – si fa da sé.

Dal Pd niente barricate verso i cattolici. A Bologna si sperimenta l’apertura a “Rete Bianca” del partito di Matteo Lepore.

A seguito di una lettura giornalistica incompleta della situazione politica bolognese, questa nota, apparsa sabato 25 settembre su “Il Resto del Carlino”, ha messo in chiaro  come i cattolici democratici si muovano in occasione del rinnovo del sindaco e del consiglio comunale, trovando sponda e solidarietà nel Pd locale.

 

Nicola Caprioli

 

Da candidato indipendente al Consiglio Comunale nella lista del PD, mi sento in dovere di rispondere a quanto è stato recentemente affermato su alcune testate da qualche voce locale dell’associazionismo cattolico – legittimamente ma, mi si consenta, in modo inesatto – riguardo al rapporto in essere tra Partito Democratico bolognese e i “cattolici” del territorio.

 

In particolare, trovo ingiusto, oltre che non rispondente al vero, affermare che nel PD una “ostilità più o meno dichiarata ai cattolici è quasi la norma” e che Matteo Lepore abbia “impostato la sua candidatura su una svolta a sinistra del PD locale”.

 

Non è mia intenzione entrare nel merito delle dinamiche che hanno portato il PD locale a non candidare alcuni propri specifici esponenti: se ne è già parlato abbondantemente sui media locali e nazionali e trovo quanto meno inopportuno esprimere un giudizio su una questione prettamente interna ad un partito a cui non sono iscritto.

 

A tale riguardo, ma in via assolutamente generale, posso dire solo che quando una persona aderisce liberamente ad un progetto politico (ed un partito, ancor più di una coalizione, sicuramente lo è) si presume che sia convinto della bontà dello stesso e che, quindi, sia disponibile a svolgere il ruolo che le circostanze individuano per lui/lei all’interno del progetto stesso, senza condizionare il proprio impegno ad una candidatura.

 

Quella che segnalo come inesatta, in quanto smentita dai fatti, è l’interpretazione che ne viene data ovvero che l’aver escluso alcuni ben specificati esponenti PD sia una mancanza di attenzione, se non un vero e proprio atto ostile, verso tutto il mondo cattolico.

 

Questo non è vero, a meno di non considerare tali esponenti come unici cattolici esistenti nella coalizione a supporto della candidatura di Matteo Lepore.

 

C’è una evidenza che curiosamente, o forse strumentalmente, sembra sfuggire ad alcuni: ovvero che nella lista del Partito Democratico sono ben presenti anche candidature marcatamente provenienti dalla cultura e tradizione politica cattolico-democratica e popolare.

5 Domande a Francesco Occhetta. “La politica oggi: far germogliare persone e processi”. Dialogo su “Comunità di Connessioni”.

Il Padre gesuita, già membro del collegio degli scrittori di “Civiltà Cattolica”, interviene sui temi riguardanti da vicino l’impegno dei cattolici nella vita democratica. Nessuna nostalgia per la Dc, ma viva coscienza di quanto sia vitale il rapporto con una storia ricca di stimoli e suggestioni, ancora oggi. Per questo, dunque, la vera unità dei cattolici consiste nell’agire concordemente affinché la politica conosca il suo continuo germoglio, grazie a idee e iniziative coraggiose, perciò capaci di spingere in avanti la società.

 

Tommaso Galeotto

 

Iniziamo con una domanda che riguarda gli elettori dei 1.154 Comuni in cui si voterà il 3 e 4 ottobre. Quale senso hanno le elezioni amministrative in uno scenario sempre più globale? Riescono ancora a tenere insieme la dimensione locale di prossimità e quella globale di appartenenza al Paese e all’Europa?

 

Le amministrative sono le elezioni più vicine alla gente, gli elettori conoscono i candidati, le loro capacità e intenzioni. Votare un candidato nei territori significa simbolicamente essere disposti a consegnargli le chiavi della propria casa. Per questo occorre votare i più “convincenti” e non i più “potenti”. Le amministrative sono “una palestra” di democrazia, selezionano e preparano alcuni candidati a giocare grandi partite per il Paese. Non si limitano al candidato da votare, ma alla costruzione di comunità che nascono intorno all’esperienze delle elezioni. Quando le liste sono la somma di interessi di gruppi locali, sono destinate a implodere. Se esprimono la visione dello sviluppo di un territorio, allora sono destinate a durare. Oggi le buone amministrazioni sono quelle che puntano sul coinvolgimento attivo dei propri abitanti, a partire dalle scuole. Ci sono anche alcune ombre da diradare. La gente comune ai candidati dice: “siete tutti uguali”, per dire “non mi voglio interessare”. Ma senza collaborazione tra amministratori ed elettori il futuro dei territori si converte in passato e la fecondità di nuovi progetti in sterilità politica. L’ho ribadito in una intervista pubblicata da Famiglia cristiana nel numero di questa settimana: amministrare non significa solamente pensare alla tèchne (al saper fare) ma al futuro della polis (il saper progettare politicamente), per garantire un’idea di sviluppo di città e non solamente città pulite, sicure e risolvere bene i problemi aperti, come il traffico e i servizi legati alle cure dei più deboli. Le molte liste civiche che spesso «localizzano» il voto hanno il compito di aprirsi per essere meno «civiche» e più «politiche», ossia legate a un nuovo processo politico che può nascere dai vari territori e dalla cultura dell’amministrazione locale che manca agli attuali deputati. Le elezioni amministrative comunque rimangono un modello su cui è possibile portare la politica nazionale anche se è contro l’interesse dei partiti. La legge elettorale esclude gli estremi e porta a scegliere sindaci moderati e rappresentativi di aree culturali diverse. Se la politica nazionale scegliesse questo modello si rafforzerebbe la governabilità e l’alternanza tra gli schieramenti.

 

In Italia, negli ultimi dieci anni si sono susseguiti, compreso il governo Draghi, ben sette governi. Se è vero che la democrazia non può fare a meno del principio di governabilità, la situazione italiana preoccupa. Che cosa non sta funzionando e che cosa occorre fare?

 

È vero, ma negli anni Settanta e Ottanta era ancora peggio. Allora, però, funzionavano i partiti che trasformavano le dure tensioni sociali, fatte di scontri e a volte di violenza, in proposte politiche, leggi o accordi… oggi manca anzitutto questo. Sono saltate le mediazioni sociali e politiche. Le istituzioni che si servono non sono più riconosciute come un luogo di identità. Ha ragione Marco Damilano quando scrive sulle righe de L’Espresso che non c’è futuro senza passato”, senza radici questa politica è destinata a non dare più frutto. Poco male, se però si progetta un’alternativa tra i mondi vitali del Paese. Altrimenti assistiamo a una burrasca che non si placa. Non mancano infatti bravi e onesti amministratori e buoni politici ma quando stanno insieme invece di sommarsi e moltiplicarsi sembra che si sottraggano ed elimino a vicenda. I partiti, loro malgrado, non riescono più a rappresentare aree enormi di popolazione, hanno però occupato le istituzioni e si sono trasformati in comitati elettorali chiusi ad oligopolio e investono poco sulla formazione della propria classe dirigente, nonché sul riconoscimento delle buone pratiche e delle proprie sedi operative. Infine, utilizzano una comunicazione ossessiva fatta di “colpi bassi sotto la cintura”. Anche Sabino Cassese è di recente intervenuto in merito alle riforme dei partiti sul Corriere della Sera: «Bisogna rimediare alla povertà della selezione della classe politica e della sua cultura, stabilendo nuovi rapporti con la società civile». L’ultima carta da giocare allora è quella di una riforma dei partiti da basare su bilanci trasparenti, regole democratiche interne, legittimità alle minoranze e così via. Ne parlava già Leopoldo Elia alla fine degli anni Settanta ed aveva ragione. La vita democratica costa e i partiti devo essere aiutati da risorse pubbliche ma solo se diventano per il Paese un bene comune e un vero cuscinetto tra la società e le istituzioni.

 

Un grande rischio è che l’esperienza dell’esecutivo Draghi rimanga una semplice parentesi di competenza e sobrietà politica, oltre che di credibilità a livello europeo e internazionale. Il Presidente Mattarella l’ha ricordato, questo deve essere il tempo dei costruttori”. Come favorire l’avvio di una fase nuova anche oltre l’attuale governo e su quale leadership occorre puntare?

 

In questo scenario il presidente del Consiglio Mario Draghi è come la kryptonite per i “superman” della politica che perdono forza davanti a lui per la sua competente e coerenza. Sembra di rivedere in lui molti suoi ex-professori gesuiti che, quando salivano in cattedra, non volava una mosca. Venivano apprezzati per la loro preparazione, rispettatati per il loro rigore, stimati per la loro libertà. Certo per il Presidente Draghi vale il detto, “una rondine però non fa primavera”, ma la scuola Draghi può anticipare la stagione della primavera almeno per le generazioni che si stanno avvicinando alla politica. Gli economisti distinguono un manager da un leader. Il primo fonda la sua forza sul “dover” essere per adempiere alle mansioni a lui affidate, il carisma del leader si fonda invece sull’essere capace di far germogliare persone e processi. Se poi si vuole ricostruire allora occorre approvare le riforme di cui si parla da più di 25 anni. Anzitutto riforme costituzionali, della pubblica amministrazione e di un nuovo modello di sviluppo che sostituisca quello basato sul consumismo che aliena anche chi si arricchisce e ne approfitta. Dalle riforme dipende il senso del lavoro, della famiglia e del welfare. Ma per queste il Presidente Draghi non basta.

 

L’unità dei cattolici in politica rischia di diventare un tormentone che distrae dal vero punto nodale, ossia che i credenti non devono per forza collocarsi dalla stessa parte ma devono essere lievito nella massa, enzimi di processi politici. Come pensare all’unità dei cattolici al di là del partito unico?

 

L’unità politica dei cattolici è stata una esperienza che si è generata in un momento storico in cui c’era un avversario forte da contrastare, era il partito comunista del 1948. Contro la Chiesa erano pronti piani sovversivi che fonti d’archivio documentano. La Dc è diventata un partito laico, non confessionale, europeista, interclassista, con una visione inclusiva della società. A quella generazione di politici il Paese è debitore. Pensare di ripetere quella stagione è solo un esercizio di nostalgia in un contesto storico cambiato. ll credente impegnato è lievito di processi su cui basa programmi umani e solidali. È dai frutti che si riconoscono i cattolici, non dalle intenzioni o dalle dichiarazioni. Riunire invece gli amministratori cattolici virtuosi e soli creerebbe un movimento di pensiero e di consenso parallelo a quello dei partiti che potrebbe aiutare il sistema. Del resto, la rilevanza dei cattolici è quasi inesistente a livello di appartenenza, mentre è strategica a livello di sistema quando esercitano l’arte della mediazione, mettono al servizio di tutti le loro competenze e l’esperienza nel campo sociale. Bravi amministratori cattolici – e tra questi occorre investire anche su molti giovani – possono essere la condizione per una rigenerazione politica. Va ribadito. Essere cattolici non basta per essere bravi politici, occorre essere anche onesti e capaci. Mino Martinazzoli, con rara efficacia, diceva: «Gli interessi in politica non sono mai moderati, ma sempre radicali. Semmai è la politica che li modera. E il ruolo dei cattolici in politica è proprio quello». Per sceglierli occorre capire quali parole si usano e quali programmi si promuovono, questi non sono neutri rispetto ai valori. Occorre poi andare oltre lo storytelling e verificare lo storydoing (ciò che si fa), contano infatti l’esperienza amministrativa, la capacità di visione politica, le esperienze fatte, la trasparenza, la buona fama riconosciuta da una comunità, l’onestà, la sincerità, il desiderio di vivere la politica come un servizio. È utile appoggiare candidati che pensino la città nello spazio globale e promuovano una ritessitura della cultura democratica, oggi visibilmente lacerata. Che vuol dire essere enzimi per aiutare tutti ad ascoltare, discernere, realizzare e tenere insieme. Le parole in politica possono lacerare e dividere, le intenzioni profonde e i fatti invece servono per unirci.

 

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5 domande a… Francesco Occhetta – “La politica oggi: far germogliare persone e processi”

Lo strappo in Oceania pone l’Europa di fronte alla questione dell’autonomia e della responsabilità in campo militare

Very large 3D render of blended US and EU flags.

Non si tratta di cambiare alleanze, ma di renderle efficaci e soprattutto dignitose e convenienti anche per noi. Piuttosto si apre il discorso di unEuropa capace di assumersi le sue responsabilità, diventando laltro pilastro dellatlantismo insieme agli USA.

 

Raffaele Bonanni

 

Il tema della costituzione di un esercito europeo ha tenuto vivo il dibattito nell’estate ed in questi primissimi giorni di inizio d’autunno. Anche in altri momenti, ogni tanto, se n’è manifestata l’esigenza, ma ha riguardato prevalentemente solo analisti del problema. La vicenda drammatica afgana, che ha messo a nudo il cambiamento di strategia degli Stati Uniti riguardo alla loro visione nuova geopolitica, ha suscitato negli europei il forte timore che qualcosa di profondo sia successo e che i rischi della totale irrilevanza nelle decisioni mondiali, e soprattutto i timori per la propria futura sicurezza ed indipendenza, stanno progressivamente mostrandosi come una prospettiva sconvolgente e reale per l’Europa.

 

Altri segni del disimpegno americano erano già stati notati come in Medio Oriente ed in altri scacchieri più o meno prossimi all’Europa, senza che le proprie cancellerie si fossero preoccupate che quegli eventi riguardavano loro. Donald Trump qualche tempo fa definì gli europei senza tanti giri di parole “scrocconi”, in quanto continuavano a non farsi carico dei costi rilevantissimi della NATO, pur godendo della sua garanzia di sicurezza, e dichiarò finita la lunga epoca degli USA unici finanziatori di tutto l’apparato militare. Ora Joe Biden, pur avendo nei primi giorni del suo mandato presidenziale incoraggiato gli alleati a rilanciare l’atlantismo e a riconsolidare il rapporto con l’Europa dopo la brusca parentesi del “tycoon”, non ha mutato sostanzialmente linea: le sue, sostanzialmente, sono solo parole di circostanza. Evidentemente le élites economico-militari hanno da tempo già decise nuove strategie che ora vanno compiute, adattandole rispetto ai tanti fattori nuovi intervenuti nel complesso equilibrio di poteri e convenienze sul piano planetario.

 

L’affaire dei sottomarini nucleari ne è la più eloquente prova: prima commissionati dagli australiani alla Francia, e poi con inusitata rapidità d’intenti affidati agli USA, in accordo con il Regno Unito, per fare della Oceania il baluardo più significativo di difesa nei confronti della crescente potenza cinese. Ciò è stato letto senza troppi fronzoli come il tradimento” rivelatore di una svolta radicale di interessi ed alleanze. Ora con realismo e responsabilità, gli europei dovranno velocemente concludere definitivamente la lunga parentesi iniziata dopo gli orrori della seconda guerra mondiale è caratterizzata dal rifiuto ad organizzarsi militarmente.

 

La sicurezza del vecchio continente diventa una esigenza pressante in un nuovo mondo già davanti a noi, che può evolvere o involvere senza o contro l’Europa. Insomma una comunità di mezzo miliardo persone, tra le più ricche ed evolute del mondo, non può certo delegare, come sinora è accaduto, ad altri la propria sicurezza. La indipendenza, l’autonomia, la libertà, hanno un costo; non possono che pagarlo coloro che ne beneficiano. Dunque un unico esercito di uno unico Stato federale che affida l’esecuzione delle proprie decisioni ad un unico governo al quale ogni Stato membro della Unione dovrà  devolvere i propri poteri per organizzare la difesa, come evidentemente per la politica estera, che ormai è stupido condurre ciascuno per conto proprio nella relazione con gli Stati potentissimi del mondo. Questo dunque il tema; e a questo tema occorre trovare rapidamente una soluzione.

 

Non si tratta di cambiare alleanze, ma di renderle efficaci e soprattuto dignitose e convenienti anche per noi. Cosicché l’Europa diventerebbe davvero l’altro pilastro dell’atlantismo insieme agli USA, condividendone costi e opportunità, e rappresentando per il mondo democratico-liberale una realtà di sicuro riferimento.

Dove sono nascosti i cattolici democratici?

Prima o poi la politica dei partiti” è destinata a ritornare dopo una stagione contrassegnata dalla sola politica del governo”. Con essa si attende la rinascita delle culture e delle tradizioni politiche. È un segnale da non trascurare per gli eredi – quali saranno in virtù di nuove elaborazioni fuori da mimesi grottesche – che avranno la responsabilità di rinverdire il patrimonio democratico di matrice cristiana.

 

Giorgio Merlo

 

Il quadro politico italiano, ormai è evidente a quasi tutti, subirà una profonda scomposizione e ricomposizione dopo l’esito delle elezioni amministrative. Certo, l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica non sarà, al riguardo, una variabile indipendente rispetto alla naturale evoluzione che ci sarà a partire dall’indomani del risultato nelle varie città italiane. E questo per svariati motivi.

 

Innanzitutto i due schieramenti attuali saranno arricchiti da nuovi soggetti/partiti/liste di “centro”. È del tutto chiaro che il nuovo bipolarismo non potrà reggersi solo sulle “estreme”. E cioè, sul massimalismo della sinistra e il populismo dei 5 stelle da un lato e sul sovranismo spinto della destra dall’altro. È inevitabile che saranno di nuovo presenti anche forze riformiste, di centro, con una spiccata cultura di governo e che fanno della cultura della mediazione il faro della loro azione politica quotidiana. Cioè forze che respingono alla radice quella radicalizzazione della lotta politica a cui puntano invece, ormai in modo persin troppo plateale, Letta da un lato e Salvini dall’altro. Una radicalizzazione che se non viene fermata rischia di indebolire la stessa qualità della democrazia e la credibilità delle nostre istituzioni democratiche.

 

In secondo luogo la cultura delle alleanze – indispensabile in un sistema che continua ad essere largamente maggioritario – non potrà non avere al suo interno soggetti politici caratterizzati. Certo, non è un’operazione facile in una stagione politica post ideologica e con partiti prevalentemente personali e modellati come semplici e banali cartelli elettorali, avere partiti con una identità e un profilo politico riconoscibili. Ma anche in contesti attraversati da una profonda crisi della politica e dei partiti non si potrà rinunciare a questa caratteristica.

 

In terzo luogo, in questo processo di scomposizione e di riaggregazione nasceranno nuovi leader e nuovi punti di riferimento. Anche su questo versante ci saranno novità. Perchè è del tutto naturale che quando il quadro politico muta e si arricchisce di nuovi soggetti – soprattutto sul versante del “centro” – emergono anche nuove leadership.

 

Ecco perchè, in un quadro del genere, la politica ritornerà ad essere vivace, e si spera anche protagonista, dopo il voto amministrativo. In vista, come ovvio, delle prossime consultazioni politiche generali. Ed è proprio all’interno di questo quadro che una cultura, una presenza, una classe dirigente e una tradizione come quella cattolico democratica, popolare e sociale non potrà più essere sostanzialmente assente come, invece, oggi è. Ma questo non significa, com’è altrettanto ovvio e scontato, dar vita a soggetti politici fortemente identitari o che, grottescamente, vogliono scimmiottare la riproposizione di formule organizzative e di modelli politici ormai consegnati alla storia e agli archivi.

 

No, la scommessa vera e la stessa ambizione restano quelle che, nel profondo cambiamento che ci sarà in vista delle ormai prossime elezioni politiche, ritorni ad essere protagonista anche quella cultura o attraverso la presenza di liste/movimenti di centro oppure con una rinnovata presenza all’interno degli attuali contenitori elettorali sempre meno caratterizzati sotto il profilo politico e culturale. Perchè se è vero, com’è vero, che la cultura e i leader del cattolicesimo politico italiano sono sempre stati determinanti e decisivi con la loro azione e il loro progetto politico ogniqualvolta il nostro paese si trovava di fronte ad una svolta o ad un crocevia – in compagnia di altre culture e leader politici di altre formazioni politiche – non c’è motivo per non credere che anche in vista dei prossimi appuntamenti elettorali non ci sia questa presenza.

 

E questo anche per un altro motivo. Accanto alla necessità, come ricordavo poc’anzi, di una rinnovata presenza di partiti/liste/movimenti di “centro” nell’agone politico contemporaneo, non possiamo non ricordare che di fronte alla latitanza di questa cultura nella dialettica politica italiana da ormai molti anni, esiste una presenza capillare di classe dirigente e di concreta elaborazione ideale e politica disseminata in tutto il paese che non aspetta altro che un segnale concreto e tangibile di presenza politica ed organizzativa.

 

Dunque, ho voluto ricordare solo un aspetto che contribuirà a cambiare e a rinnovare lo scenario politico italiano dei prossimi mesi dopo l’esito delle elezioni amministrative. E questo anche perchè, prima o poi, la “politica dei partiti” è destinata a ritornare dopo una stagione contrassegnata dalla sola “politica del governo”. Il commissariamento di fatto dei partiti, semprechè esistano ancora, è destinato ad arrivare presto al capolinea. E, di conseguenza, con il ritorno dei partiti anche delle rispettive culture politiche. E, tra queste, anche e soprattutto quella cattolico democratica, popolare e sociale.

I supermercati potrebbero diventare vuoti. È lecito non pensarci?

È uno scenario da prendere in considerazione: dopo la pandemia potrebbe abbattersi su di noi il maglio della carestia mondiale. Allora bisognerà porre attenzione ai segnali che potranno metterci in allarme e correre ai ripari, nel caso in cui vorremmo evitare questa nuova (e ultima?) catastrofe.

 

Danilo Campanella

 

Subito dopo la parola “pandemia” quella che suscita più orrore è “carestia”. E in genere è proprio quell’evento che segue al primo. Nel corso della storia umana le carestie, la mancanza di generi di prima necessità, sono spesso seguite alle epidemie. Tuttavia, è difficile credere che nel mondo post-globale sia possibile una qualche forma di carestia diffusa. Abituati come siamo alla pianificazione, alla filiera programmata, all’autotrasporto, ben sapendo che i nostri magazzini possono contenere decine di tonnellate di scatolame, grano, legumi, pasta, insaccati, ma anche medicinali, carta igienica, detersivi, ed altro, siamo scettici sul fatto che, presto, i nostri supermercati possano soffrire di scaffali vuoti. Ne siamo proprio così sicuri?

 

Molti sono i Paesi che, come l’Italia, sono importatori “strutturali” (non possono farne a meno) di prodotti alimentari. Questo porta problemi di vario genere. Il primo riguarda il “made in…” di cui si pregiano determinate tradizioni gastronomico-culinarie nazionali; un prodotto la cui materia prima viene sì lavorata, ma non proviene dal medesimo territorio, ha lo stesso valore? Ad una questione di “marchio” legata alla qualità del prodotto ve n’è una più delicata legata alla sicurezza dello stesso. I controlli del Paese di provenienza sono adeguati a salvaguardare la genuinità della materia prima? Questioni legate ai concimi o alle medicine utilizzate per coltivare la frutta e la versura, oppure i vaccini e la qualità dei mangimi utilizzati per allevare gli animali sono gli elementi più evidenti di tale questione, su cui si ha uno scarso e non addirittura nessun controllo. Una cosa, ad esempio, per l’Italia, è vigilare sulla produzione delle arance italiane, un’altra, su quelle arance provenienti dal Marocco, riguardo i metodi utilizzati per concimare, coltivare e trasportare il prodotto oltremare.

 

Il rispetto o meno di questi due requisiti determina le scelte di consumo di tutti noi. Il terzo elemento importante, a mio avviso, è legato alla dipendenza di una comunità dalle materie prime prodotte al di fuori della stessa comunità. Se dovesse esserci un’annata cattiva per il grano, ad esempio, nei Paesi di maggior produzione, dovremmo puntare soltanto sulla produzione locale.

 

Grano: il grano (frumento) tenero italiano viene importato da: Francia (primo produttore europeo), Austria, Germania, Ungheria e Stati Uniti, per il 40 % del fabbisogno medio nazionale Il grano duro: Nord America, Australia, Francia, Spagna, Grecia, per il 55%. Secondo i calcoli degli esperti la produzione italiana di grano (coltivato prevalentemente nel Lazio, in Toscana e in Sardegna) sarebbe sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale per soli quattro mesi. È chiaro che il grado ed i prodotti a questo annessi sarebbe introvabile e i prezzi di pane, pasta e farina salirebbero notevolmente. In Italia negli ultimi anni si sono consumate mediamente 5 milioni di tonnellate di frumento (grano) tenero e se ne producono mediamente 2 milioni di tonnellate, in alcuni casi si sono sfiorati i 3 milioni: eppure, con il massimo sforzo possibile, non è stata mai vinta la “battaglia del grano” di mussoliniana memoria.

 

Ogni progetto autarchico è ormai tramontato in favore di un mercato mondiale in cui le merci vengono prodotte, imballate e spedite in tutto il mondo. La produzione delle materie prime alimentari dipende molto dall’annata, determinata da innumerevoli fattori: economici, politici, dalla presenza o no di conflitti armati e naturalmente dai cambiamenti climatici. Per quanto riguarda il grano prodotto nell’Unione Europea dal 1996 al 2009 sono state prodotte dalle 110 alle 130 milioni di tonnellate (M.t.), con un picco di 149 milioni di tonnellate nel 2004. Tra i maggiori produttori mondiali seguono Cina e India. Globalmente, la Cina, con circa 130 M.t. (dati raccolto 2017) si è sempre attestata come il principale produttore di grano al mondo, seguita dall’India e dalla Russia. Nel 2020 abbiamo sofferto – ma non ce ne siamo accorti – di un leggero calo per la produzione globale di grano: 758 milioni di tonnellate (circa) rispetto alle 762 milioni di tonnellate del 2019. Il mais è di gran lunga il cereale più prodotto, con un raccolto di quasi 1.100 milioni di tonnellate nel 2018/2019, seguito dal grano (734 milioni di tonnellate) e dal riso (495 milioni di tonnellate). Questi 3 cereali messi insieme rappresentano circa il 90% della produzione mondiale di cereali. La produzione rimane infatti saldamente concentrata in 4 paesi: Stati Uniti, Cina, Brasile e Argentina, che da soli coprono oltre i 2 terzi della produzione globale.

 

La classifica dei primi 10 paesi produttori è nettamente dominata da 2 continenti: l’America e l’Asia. La classifica cambia leggermente quando si parla dell’export del mais: i paesi che esportano di più sono Stati Uniti, Argentina, Brasile e Ucraina. I paesi che acquistano più mais in assoluto sono Giappone, Messico, Corea, Vietnam e Iran, seguiti da Spagna, Egitto, Olanda, Italia e Colombia, sempre secondo i dati del 2018. La classifica dei maggiori consumatori di mais è guidata dai 2 principali produttori: Stati Uniti e Cina sono infatti tra i paesi in cui il cereale viene utilizzato di più. Nel caso della Cina anzi il consumo interno arriva a superare la produzione nazionale. Riso. Secondo le ultime stime della FAO, la produzione mondiale nel 2019 è stata di 754,3 milioni di tonnellate (500,8 milioni di tonnellate su base fresata), in calo dell’1,1% rispetto al 2018. Nel 2020 le proiezioni indicano un recupero dell’1,7% a 766,9 milioni di tonnellate (509,2 milioni di tonnellate su base fresata). Si prevedeva un aumento della produzione cinese e indiana, grazie alla crescita delle superfici coltivate e alle migliori condizioni climatiche: purtroppo l’economica post-Covid ha prodotto un cambio di rotta.

 

Dunque, cosa accadrebbe, in caso di carestia? Intanto bisogna dire che la carenza di prodotti alimentari post-Covid-19 può essere causata principalmente da due fattori: dall’interruzione dell’autotrasporto su gomma e dalla mancanza di materie prime. Nel primo caso, scioperi a oltranza o l’aumento del carburante, sono due fattori che incideranno su possibili rallentamenti o cessazioni del servizio. In pochi giorni gli scaffali di centinaia, migliaia di supermercati, resteranno vuoti. Non per molto, diciamo per alcune settimane. Tanto basterà per creare grandi disagi, anche di natura psicologica e forse anche di ordine pubblico. Nel secondo caso, il più grave a mio avviso, la mancanza di manodopera sufficiente nel settore dell’agricoltura potrebbe portare all’interruzione dell’irrigazione e della semina, nelle aree più arretrate del pianeta. Senza il foraggio, non sarà possibile dare da mangiare ai grandi bovini e agli altri animali per il consumo di carne. Sarà impossibile tanto distribuire una quantità sufficiente di frutta e verdura, granaglie e legumi, per gli esseri umani, tanto macellare le migliaia di tonnellate di carne sufficienti al consumo umano.

 

Diventeremo tutti più magri? Forse; ma soprattutto diventeremo tutti un po’ più nevrotici. Bisognerà porre attenzione ai segnali che, nei prossimi anni, potranno metterci in allarme e correre ai ripari, nel caso in cui vorremmo evitare questa nuova, speriamo ultima, catastrofe: la grande carestia mondiale.

Il confronto continua, anche se pesa la “demodissea” della diaspora dc.

Pubblichiamo questa riflessione, degna di rispetto e attenzione, che l’autore ha proposto a un gruppo di amici di antica e nuova – nei limiti delle condizioni odierne – militanza democristiana. Nella sostanza, egli è convinto che i problemi sui quali si gioca la grande partita del lavoro e dellequilibrio sociale del Paese non si potranno risolvere con le sole scelte del PNRR.

 

Ettore Bonalberti

 

Ho sollecitato l’apertura del confronto all’interno della DC e della Federazione Popolare DC partendo dalla convinzione che per superare l’attuale frammentazione, prima della scelta delle alleanze, sia necessario trovare la condivisione sui contenuti di un programma in grado di rispondere alle attese del “terzo stato produttivo” e della “povera gente”; di coloro cioè che sono i riferimenti naturali di un partito e/o di una federazione di partiti ispirati dai valori del popolarismo e della dottrina sociale cristiana.

 

Avevo già inviato agli interessati una bozza di programma articolato che, per la verità, non ha suscitato alcun riscontro. Ho replicato nei giorni scorsi ripresentando, come priorità, le scelte in materia di politica economica e finanziaria, indispensabili per contrastare il dominio dei poteri finanziari che, come gli hedge funds anglo caucasici/kazari, hanno la sede operativa nella City of London e quella legale nello stato USA del Delaware, a tassazione fiscale zero.

 

Va ricordato, infatti, che da documenti desecretati e da rilievi matematici confermati dal Ministero dell’Economia delle Finanze sull’assetto di controllo delle banche quotate italiane (risposta del Ministero all’interrogazione parlamentare dell’On Villarosa (M5S) nel Febbraio 2017) maggiori azioniste di Banca d’Italia con 265 voti su 529, da parte, attraverso le sub-deleghe conferite agli avvocati (avv. Cardarelli, ..) dello studio legale Trevisan di viale Maino – Milano, risultano una decina di fondi petroliferi nonché speculatori finanziari georgiani/arzebajani di antica origine tedesca.

 

Scorriamo l’elenco. Si tratta di Vanguard, State Street, Northern Trust, Fidelity, Jp Morgan Trust, Black Rock, Bnp Paribas Trust, Franklyn Templeton e il loro fondo immobiliare comune Black Stone, già proprietario di quasi tutti gli outlet village in Italia e di oltre 1 milione di mq di centri logistici sempre in Italia, cosiddetti ariani o Kazari o askenazita-kazari, indagati dal 15 Gennaio 2018 anche dalla Procura di New York e dallo Stato di New York per procurato disastro ambientale e per avere fermato lo sviluppo dell’energia solare, hedge fund e come tali, unici fondi al mondo autorizzati a compiere amorali, immorali, illegittime vendite allo scoperto. Questa pratica di borsa consiste nella presa in prestito di titoli di società terze a loro insaputa per venderli al fine di farne crollare la quotazione, per acquistarli a prezzi stracciati ad ogni programmato settennale avvenuto crollo della borsa di Milano, da quando dal 1992/93, abolita purtroppo in Italia la separazione bancaria tra banche di prestito e banche speculative a causa del decreto legislativo n. 481 del 14 Dicembre 1992 firmato da Amato e Barucci, essi imperano. I crolli della borsa di Milano, avvenuti ogni circa sette anni (1994, 2001, 2008, 2016, crolli che hanno impoverito circa 20 milioni di piccoli azionisti italiani che hanno perso tutti i loro risparmi) sono addebitabili a fondi definiti speculatori anche dal D.M. del Tesoro n. 98/1999.

 

Trattasi di decreti già emessi, non disegni di legge, decreti che comprovano l’avvento in Italia dal 1992/93 di questi fondi speculatori con sede legale nella City of London, proprietari della City of London, e sede fiscale nel paradiso fiscale del Delaware come dimostrato dalla Relazione della SEC (organo di vigilanza della borsa degli Stati Uniti , indipendente dal 2001).

 

Il sito governativo britannico beta.companieshouse.gov.uk ha dimostrato che le società da essi controllate appartengono a Trushelfco, Dikappa, più un numero delle sette famiglie kazare, georgiane/arzebajane di antica origine tedesca dei Rothshild, J.P. Morgan, Warburg, Walker Bush, Rockfeller, Jeferson Clinton, Johnson, convertiti all’ateismo nel 1820 per poter usufruire senza limiti e remore, con l’invenzione della trivella, ancora del business del petrolio che era terminato in superficie nel 1400 dopo Cristo in Georgia/Arzebajan, decretando la fine dell’impero Kazaro (600 avanti Cristo-1400 dopo Cristo), un impero inspiegabilmente cancellato dagli inventori kazari delle tipografie, dai libri di storia occidentali, ma ben presente nei libri di storia dell’Armenia, dell’Ucraina.

 

Senza questa premessa non si comprenderebbero le ventidue proposte in materia di scelte economico finanziarie sulle quali ho invitato a discutere gli amici del partito e della Federazione popolare DC. Sino ad oggi sono intervenuti alcuni amici che hanno condiviso le mie indicazioni, ma non sono mancate le critiche di altri, come gli amici Rapisarda e Palumbo, o le osservazioni più bonarie di Elisabetta Campus e Renzo Gubert. Le critiche riguardano o l’oggettiva incapacità di portare avanti questa sfida, considerando scarsa la nostra consistenza operativa sul piano politico organizzativo e nulla su quello istituzionale (Palumbo); o l’aver “volato troppo in alto” rispetto ai bisogni e alle attese concrete degli elettori (Rapisarda).

 

Quanto al primo rilievo non posso che condividerlo: così come siamo, ancora vittime della persistente “Demodissea della diaspora DC”, la mia proposta ha soprattutto la funzione di favorire il confronto nell’ampia e disarticolata area politica dei cattolici democratici e cristiano sociali, al fine di ricercare innanzi tutto un accordo sui contenuti, rinviando solo a dopo la scelta delle alleanze. Una scelta inevitabilmente condizionata dal tipo di legge elettorale che, alla fine, sarà indicata dal governo e votata dal Parlamento. Su tale punto ho chiarito più volte che, se restasse la legge maggioritaria, nessuna possibilità di riunificazione sarebbe possibile, dato che in una scelta bipolare i nostri potenziali elettori si dividerebbero in tre parti: una parte voterà a destra, un’altra parte a sinistra e molti altri finiranno con l’astenersi dal voto.

 

Se passasse invece la legge proporzionale con sbarramento al 3 o 4% sarebbe indispensabile unire tutte le forze per non fare la fine dei “polli di Renzo”. Forzare il confronto volendo anticipare la scelta preventiva delle alleanze, oltre che inefficace non essendo ancora certi della legge elettorale, favorirebbe solo la divisione.

 

Molto più intrigante la questione sollevata da Rapisarda secondo cui avrei volato troppo in alto, rischiando una sorta di “manifesto programmatico velleitario”…Su questo rilievo vorrei dire che ho ben presente che i problemi da risolvere con estrema urgenza oggi riguardano la ricostruzione della sanità pubblica, la digitalizzazione del Paese, l’edilizia scolastica, la conversione energetica, la sicurezza idrogeologica del territorio. Sono, tuttavia, convinto che questi stessi problemi, sui quali si gioca la grande partita del lavoro e dell’equilibrio sociale del Paese, non si potranno risolvere con le sole scelte del PNRR indicateci dall’UE, se non si affrontano i nodi strutturali economico finanziari come quelli evidenziati nelle mie proposte, le quali rientrano nella migliore tradizione culturale e politica della DC e delle scelte fatte dalla Banca d’Italia guidata da Guido Carli, sempre difese dalla DC.

Essere qui: Chiesa e società nell’anno della pandemia. La Voce Alessandrina intervista Renato Balduzzi

Essere qui: Chiesa e società nell’anno della pandemia. La Voce Alessandrina intervista Renato Balduzzi

L’Associazione si propone di contribuire al rafforzamento della coscienza sociale, alla diffusione di una cultura della promozione umana e ad una vitale partecipazione del mondo cattolico alla crescita sociale. La presiede Giuseppe De Rita, con vice presidente Liliana Cavani, e tra i fondatori vi è anche Renato Balduzzi. L’intervista è un ripresa per gentile concessione dell’autore.

 

Andrea Antonuccio

 

Si chiama “Essere qui” l’associazione culturale costituita alla fine del 2020, durante la pandemia, da personalità conosciute e stimate in Italia e all’estero: stiamo parlando di Giuseppe De Rita (che ne è il presidente), Liliana Cavani (vicepresidente), Gennaro Acquaviva, Renato Balduzzi, Carlo Borgomeo, Annamaria Del Prete, Ferruccio De Bortoli, Amalia Maione, Mario Marazziti, Mario Morcone, Alessandro Pajno, Romano Prodi, Massimo Naro, Andrea Riccardi. Ognuno di loro ha storie ed esperienze pluriennali, declinate in diversi “mondi”: culturale, sociale, politico ed ecclesiale. E ognuno di loro, con idee e sensibilità comple- mentari, ha deciso di mettersi a servizio per «contribuire al rafforzamento della coscienza sociale, alla diffusione di una cultura della promozione umana e ad una vitale partecipazione del mondo cattolico alla crescita sociale», come si legge sulla home page del sito Internet di “Essere qui” (www. associazioneeq.it).

 

Il professor Renato Balduzzi, ordinario di Diritto costituzionale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e socio fondatore dell’associazione, ci spiega che cosa significa per lui “essere qui”, in questo momento storico.

 

Professor Balduzzi, come nasce “Essere qui”?

 

«Nasce nel 2020 sulla base di una duplice riflessione. La prima riflessione è che di fronte a una tragedia universale come la pandemia il gruppo più titolato ad aiutare tutti nel dare una risposta dovrebbe essere la Chiesa cattolica, universale nel senso originario di “katà ólon”, secondo il tutto. Una realtà, dunque, capace per sua natura di met- tere insieme le ragioni della dimensione orizzontale con quelle della dimensione verticale, nell’unità teandrica, di uomo-Dio, del Cristo».

 

La seconda riflessione?

 

«È un’ipotesi di lavoro: che la Chiesa cattolica, nonostante la sua dimensione universale, non abbia avvertito l’esigenza di farsi ascoltare e dire qualcosa nell’interesse di tutti. A parte papa Francesco, straordinario in diverse occasioni, e alcune iniziative di singole chiese locali. Noi di “Essere qui” abbiamo voluto verificarla, questa ipotesi, e dalla nostra indagine è scaturito un libro, “Il gregge smarrito. Chiesa e società nell’anno della pandemia” (Rubbettino editore, 2021), in cui elaboriamo i dati di un sondaggio su un cam- pione rappresentativo di italiani e alcune riflessioni che “leggono” questi numeri. Numeri che hanno confermato la nostra impressione iniziale».

 

Ce la può sintetizzare?

 

«C’è stata, e c’è ancora, un’afasia all’interno della Chiesa. Una difficoltà di parola, che la pandemia ha messo dram- maticamente in evidenza».

 

E dunque?

 

«Noi siamo convinti che il pensiero cattolico sociale possa ancora esprimersi per una utilità comune. C’è una ricchezza

di sensibilità che non deve andare dispersa, a partire dalla ricerca sociale condotta da Giuseppe De Rita e dai suoi del Censis: un patrimonio che ha sempre avuto il senso di una proposta per tutti, a partire da una consapevolezza di fede. C’è una grande vitalità, anzi, tante vitalità che non riescono ancora a trasformarsi in una proposta, in una sfida. I cat- tolici sembrano stare sulla difensiva, ma questo non basta: occorre proporre, interrogare e intrigare i contemporanei, soprattutto nella nostra epoca in cui prevale “l’individuali- smo dello smartphone”. Ecco, il nostro è un piccolo tentativo per rimettere la proposta cristiana in onda con l’attualità».

 

Perché questa “afasia” nella Chiesa, secondo lei?

 

«Credo che arrivi da lontano. In passato, il collegamento tra idealità, proposta cristiana e ruolo pubblico è stato svolto per decenni dalla Democrazia Cristiana che, nelle sue varie articolazioni, anche a volte conflittuali, era lo snodo attraverso cui la presenza di tantissime realtà cattoliche tro- vava il suo sfondo e il suo sbocco. Venuto meno questo riferimento, c’è stato il tentativo di aggregare i cattolici intorno a un conglomerato di principi e di valori non negoziabili: una proposta, va ricordato, appoggiata e condivisa anche dall’episcopato. Si trattò, guardandola oggi, di una scelta non del tutto lungimirante, basata su un arroccamento, su una difesa a oltranza, non su una proposta coraggiosa e aperta a tutti. Oggi invece lo slancio rinnovato che Francesco ha impresso alla Chiesa universale è caratterizzato dall’espressione “Chiesa in uscita”, che vuol dire anche “in uscita da se stessa”, prendendo atto che è finita una stagione: quella per cui essere italiani e cattolici era in qualche modo una sovrapposizione, con una vita civile in qualche modo scandita dai tempi e dai ritmi della vita religiosa. Ora non è più così, si è aperta una fase nuova».

 

Ora viviamo tempi secolarizzati.

 

«La secolarizzazione in sé ha aspetti anche positivi, ma diventa negativa se si trasforma in secolarismo. E allora chiediamoci: come fanno i cristiani ad aiutare gli altri uomi- ni amati dal Signore ad uscire dalla banalizzazione, da una vita arroccata su se stessi? Questa è la grande questione, a cui certamente noi non pretendiamo di rispondere da soli… ma vorremmo aiutare tutti a porsi almeno la domanda!».

 

Tra coloro che secondo lei dovrebbero «porsi almeno la domanda», mi sembra ci sia un chiaro riferimento alle gerarchie ecclesiastiche.

 

«È così. La nostra è un’interlocuzione, rispettosa e garbata, che ha come destinatari anche i nostri vescovi. Sarebbe utile che le chiese locali si ponessero il problema, per andare a vedere come la loro realtà ha vissuto questo spartiacque della pandemia, e come essa viene percepita dalla società. Per rimettere in connessione la propria pastorale con le esigenze, così cambiate, dell’oggi. Noi di “Essere qui” siamo a disposizione proprio per questo».

Angela Merkel, una grande Cancelliera

LEuropa, tutta lEuropa, come muro insormontabile per i totalitarismi del XX° secolo. Questa è la visione merkeliana, il suo lascito più duraturo. Un lascito allinsegna di una prospettiva federale che lEuropa di questo secolo potrà concretizzare, ma senza mai dimenticare la sua storia: quella che nello scorso è stata segnata da guerre e, appunto, da regimi totalitari.

 

Enrico Farinone

 

Angela Merkel non appartiene a quella tipologia di politici che con i loro discorsi fanno sognare un mondo migliore, danno carica ed entusiasmo, magnificano la bellezza della Politica, quella migliore. Lei è un’interprete della “politica del fare”, delle scelte – errori inclusi – che seguono un itinerario ragionato, da percorrere poco per volta ma con continuità. Senza proclami, anzi nel grigiume della quotidianità. Ma alla fine l’obiettivo viene conseguito.

 

Ebbene, uno come me che è sempre rimasto affascinato dalle grandi personalità direi quasi epiche della politica, alla Bob Kennedy per intenderci, col tempo ha imparato ad apprezzare la Cancelliera innanzitutto per le sue doti di riservatezza, esaltate vieppiù avendo dovuto operare negli anni dell’esplosione della superficialità veicolata dai social, della politica-spettacolo ostentata nei vuoti talk-show televisivi, della facile popolarità acquisita a prezzi di saldo con qualche battuta populista. Al contrario, ha saputo mettere in campo la figura del politico che non eccede nei modi e nei toni e ciò nondimeno sa cogliere in profondità i sentimenti delle persone; che parla di ciò che conosce e ciò nondimeno dedica il tempo necessario all’approfondimento prima di prendere una decisione; che quando quest’ultima è adottata poi la persegue con determinazione e con tutta la forza politica necessaria. Un understatement” che la grande maggioranza dei suoi connazionali ha apprezzato votandola e soprattutto volendole bene, come a una “mamma” (Mutti” è stato il suo soprannome popolare) della Nazione. E che i politici tedeschi così come gli uomini di governo degli altri Paesi, europei e non, hanno dovuto accettare, comprendendo di trovarsi di fronte a una donna molto intelligente, molto capace, molto determinata.

 

Ha commesso i suoi errori, la Cancelliera. Certo. Ma è stata in queste ultime due decadi l’unico politico, almeno in Europa, ad aver mostrato almeno i contorni di quello che può essere definito uno statista. Sono già in libreria e altri ne arriveranno, i libri dedicati ad analizzare l’azione politica e ora anche l’eredità, quella che gli americani chiamano la legacy, di Angela Merkel. Qualcuno con toni più critici, qualcun altro con accenti apologetici, come sempre accade. Qui, in un semplice articolo, vorrei brevemente sottolineare tre aspetti che ritengo decisivi nel modo di operare della leader tedesca. Per poi percorrere uno dei suoi itinerari politici, quello europeo.

 

Il primo aspetto è la Competenza. Le deriva dalla mentalità scientifica, lei ricercatrice che ha lavorato nei laboratori sino a quando trentacinquenne si è lanciata nell’avventura politica. Una volta confessò di aver studiato Fisica perché “la Germania comunista poteva vietare tutto, ma non la forza di gravità e i fatti inconfutabili”. La conoscenza come forma di ribellione alla dittatura. La conoscenza come via alla libertà. La competenza aiuta il politico a ponderare le scelte, per poi definirle e concretizzarle.

 

Il secondo è la Mediazione politica. Per la verità lei parla, senza timore di utilizzare il vocabolo, di “compromessi”. Essenziali nella vita, e dunque anche nella politica. E’ l’aspetto pragmatico della sua personalità. Ma è pure una modalità dell’azione politica che contraddistingue la migliore tradizione democratico-cristiana, un pregio e una qualità alta e non un difetto come vorrebbe certa pubblicistica, peraltro ormai ridotta al rango di stanco veicolo ripetitivo di frasi fatte ormai consunte e prive di qualsivoglia valore.

 

Il terzo è la capacità, direi meglio la voglia di privilegiare i rapporti personali. Nel rapporto con i suoi colleghi degli altri Paesi ha sempre preferito il contatto discreto e informale, la telefonata diretta o l’incontro bilaterale nei quali potessero emergere empatia e volontà positiva, costruttiva, cosa che al contrario la luce dei riflettori spesso impedisce o annulla. Rendendo più difficile il raggiungimento di un risultato. Che invece, ecco il “fare”, è l’obiettivo della politica. Tradurre un ideale in azione.

 

In questi anni tutti noi abbiamo frequentemente puntato l’indice contro l’esasperante ordoliberalismo teutonico e contro i suoi cantori, dalla Bundesbank alla Corte di Karlsruhe. Giustamente. Ma forse non abbiamo sufficientemente riflettuto sui passi in avanti, e proprio sul terreno economico, che ciò nonostante la Germania guidata da Merkel ha fatto e ha fatto fare all’Unione Europea. La Germania di Merkel davvero è stata una “Germania europea”, annullando la permanente tentazione della “Europa tedesca” secondo le celebri espressioni coniate da Thomas Mann. In questo interpretando, di nuovo, al meglio la tradizione europeista democratico-cristiana, che è stata nei lunghi anni di costruzione, continua per quanto sofferta ed affaticata, del progetto europeo, la “forza portante” dell’Unione.

 

Ripercorriamone rapidamente i passaggi principali. Cancelliera dal 2005, ha dovuto affrontare gli effetti profondi dell’unificazione tedesca: quali le preoccupazioni sorte un po’ ovunque in Europa e che avevano pochi anni prima condotto francesi e olandesi a bocciare il progetto di Costituzione europea. Che venne sostituita dal Trattato di Lisbona, nel 2007. Un risultato che consentì, pur con tutti i suoi limiti, di non azzerare il percorso fatto nei 50 anni precedenti al cui conseguimento la Cancelliera lavorò intensamente.

 

Ma già alle porte era in agguato la Grande Crisi economico-finanziaria importata dagli Stati Uniti. Se consideriamo che il Cancellierato si chiuderà in mezzo ad una pandemia devastante non ancora conclusa, bisogna riconoscere che esso ha operato di fatto lungo oltre dieci anni in mezzo ad una crisi come mai vi era stata dal dopoguerra, dovendo quindi fare i, duri, conti con essa.

 

Ora, sulla gestione di questa fase non si può dimenticare come nei primi anni l’approccio merkeliano sia stato assai rigido, molto condizionato dal ferreo ministro delle Finanze Schauble e dalla Bundesbank, in linea con i principi sacri dell’ordoliberalismo. Furono gli anni dell’intransigentismo verso la Grecia, dell’errore di Deauville (quando con Sarkozy dichiarò che si sarebbe coinvolto il settore privato nella ristrutturazione del debito di Atene, causando forti preoccupazioni fra gli investitori) ove vi fu pure quell’unica caduta di stile (il sorrisetto ironico nei confronti di Berlusconi) assolutamente opposta al suo modo d’essere.

 

Dopo, però, il registro cambia: complice una acquisita maturità di governo, una maggior consapevolezza di sé in quanto leader politico e complice altresì l’altra grande personalità emersa in quegli anni. Mario Draghi indirizza la politica finanziaria europea col suo celeberrimo whatever it takes”, era il luglio 2012, ma – qui bisogna essere precisi – mai, mai avrebbe potuto esprimersi così se non avesse avuto una copertura politica al massimo livello: e questa poteva dargliela solo una persona, il Cancelliere tedesco.

 

Merkel e Draghi salvano l’Euro. Da allora tutta l’azione di Mutti è all’insegna di un convinto europeismo. Tanto più in quanto propugnato e gestito stando alla guida del Paese più ricco, più forte, più determinato a non perdere né la forza né la ricchezza. Affronta le critiche interne al suo partito, il populismo montante, l’estrema destra che aumenta i consensi con il suo solito sistema: prudente, tranquillo, razionale. E riesce a mantenere consensi alti e a non perdere il potere. A dimostrazione della sua forza cito due scelte fondamentali e arrischiate (ma invece ben ponderate, con metodo scientifico, dalla Cancelliera). La prima: dopo l’incidente di Fukushima la decisione di abbandonare progressivamente la produzione di energia atomica. Non certo una scelta facile, nel primo Paese manifatturiero del continente.

 

La seconda: nel 2015 c’è la crisi umanitaria dei migranti, esplosa con la tragedia siriana. L’episodio con la ragazzina palestinese che in perfetto tedesco espone alla Cancelliera la sua paura di essere espulsa dalla Germania e la rigida risposta che solo un mese dopo si tramuta nella più grande operazione umanitaria di sempre (un milione di migranti accolti, contro l’opinione dei più, nella CDU e nel governo) entreranno nei libri di storia.

 

In realtà Merkel – avendo vissuto tutta la gioventù sotto una dittatura ha ben presente quali siano i demoni che possono insidiare anche le democrazie più consolidate – valuta che il rischio di una crescita in casa di una opposizione di Destra radicale (che infatti ci sarà) sia comunque meno grave (anche perché convinta di poterlo contenere in virtù delle sue posizioni moderate e centriste) del possibile pericolo da allarme rosso che si genererebbe nei Balcani, area geopolitica storicamente baricentro delle maggiori crisi europee, dalla Prima Guerra Mondiale alla Guerra Civile jugoslava, se l’ondata dei migranti provenienti via terra venisse respinta in toto e rigettata verso quei Paesi.

 

Il compromesso lo troverà, più avanti, con l’accordo oneroso preso con Erdogan. Non certo esaltante. Ma la priorità è stata salvaguardare l’Europa, della quale i paesi balcanici sono parte, anche se non tutti sono inglobati nell’Unione. L’Europa, tutta l’Europa, come muro insormontabile per i totalitarismi del XX° secolo. Questa è la visione merkeliana, che credo sarà il suo lascito più duraturo.

 

Un ultimo passaggio che merita evidenziare riguarda la gestione delle conseguenze economico-sociali della crisi pandemica. L’idea di un debito comune europeo come noto non è, ovviamente, nata in Germania. E non gode, da quelle parti, di un grande consenso. Eppure, dopo le iniziali e tradizionali perplessità, dopo l’inevitabile analisi approfondita dei pro e dei contro, dopo i cauti sondaggi interni e le usuali telefonate la decisione della quale si è assunta per intero la responsabilità è stata per il sì. Emissioni di debito comune con trasferimenti verso i Paesi più deboli rimborsate dal bilancio comunitario (del quale la Germania è il primo contributore).  E questo è invece il suo lascito politico-economico. All’insegna di una prospettiva federale che l’Europa di questo secolo potrà concretizzare, ma senza mai dimenticare la sua storia: quella che nello scorso è stata segnata da guerre e totalitarismi.

 

Ma c’è un ultimo elemento che vale la pena di segnalare, inerente la questione femminile in politica. Merkel è la dimostrazione che deve essere la qualità a prevalere, non il genere. Ma siccome è una donna, ben consapevole delle maggiori difficoltà che quasi sempre le donne hanno ad accedere a ruoli di potere, ha operato, alla sua maniera, non per ottenere “quote” (che rischiano di penalizzare qualità e competenze) bensì posizioni di comando. Così nel suo partito, favorendo l’arrivo alla segreteria dell’attuale Ministro della Difesa Annegret Kramp-Karrenbauer (che però non è riuscita a gestire la CDU con la fermezza necessaria, sino a dimettersi dalla carica). Così alla Commissione Europea, dove ha imposto la sua candidata, Ursula von der Leyen, la quale con toni suadenti ma anche con determinazione merkeliana sta guidando la Commissione su una linea federativa orientata al futuro. Un’ultima dimostrazione di attenzione e riguardo per la causa europeista.

Fico garante del M5S? Inaccettabile. Gli compete piuttosto, come Presidente della Camera, una funzione super partes.

 

I ruoli di garante di una istituzione e di garante di una parte attribuiti alla stessa persona sono inconciliabili. La seconda e terza carica dello Stato debbono essere poste al riparo di pericolosi cedimenti o strumentalizzazioni.

 

Mario Tassone

 

Il progetto coltivato da parte del M5S di svuotamento dell’istituzione parlamentare va avanti nel silenzio generale delle forze politiche, del nutrito drappello di costituzionalisti, Intellettuali a “vario titolo” e degli organi di informazione.

 

La designazione del Presidente della Camera a componente il collegio dei garanti del M5S è in contrasto con il ruolo di presidente di un ramo del Parlamento, che è di garanzia di tutte le espressioni parlamentari attraverso una rigorosa gestione del regolamento.

 

I ruoli di garante di una istituzione e di garante di una parte attribuiti alla stessa persona sono inconciliabili. La seconda e terza carica dello Stato debbono essere poste al riparo di pericolosi cedimenti o strumentalizzazioni.

 

Per questo i presidenti dei due rami del Parlamento per prassi non votano.

 

Nella prima fase della storia repubblicana chi era eletto presidente della Camera o del Senato si dimetteva contestualmente dal gruppo di appartenenza e transitava in quello misto.

 

Con il presidente del Senato Grasso era avvenuto lo strappo con le sue mancate dimissioni dal suo gruppo. Con Fico nella veste di garante della Camera e di una forza politica è uno sfregio intollerabile della credibilità delle istituzioni di democrazia rappresentativa. Il M5S prosegue, dicevamo, nel suo disegno: la democrazia diretta, il vincolo di mandato, il voto a distanza dei parlamentari, la riduzione del numero dei parlamentari approvato senza opportune modifiche, sono le tappe di un percorso di una eversione strisciante che oltraggia la Costituzione e le conquiste democratiche.

 

Si diceva tutto questo nel silenzio generale. Non ho letto nulla. Nessuno accenno su questo “scivolone” istituzionale. Questo in fondo è l’aspetto più grave.

Lo sport dei Re. Il “lancio della volpe”, praticato nei secoli passati, sotto i riflettori di “Nota Diplomatica”.

 

James Hansen

 

Uno degli aspetti della civiltà occidentale di oggi che sarebbe molto poco comprensibile agli occhi di un ipotetico visitatore “dal passato” – anche relativamente recente – è la stupefacente trasformazione del nostro atteggiamento verso gli animali. Da qualche tempo possederebbero perfino dei “diritti”, un concetto senza un senso compiuto in altre epoche storiche. Un’illustrazione alquanto eloquente del cambiamento è lo sport del “lancio della volpe”, conosciuto come “fox tossing” in inglese e come “Fuchsprellen” nei paesi di lingua tedesca, dov’era particolarmente radicato. Popolare sul Continente tra il Seicento e il Settecento, era un divertissement aristocratico che consisteva per l’appunto nel lancio in aria di animali selvatici – più spesso, ma non sempre, volpi – appositamente catturati per “partecipare” a gare che si svolgevano nei cortili o su terreni recintati. Il lancio veniva effettuato usando una sorta di “catapulta”, un largo nastro composto da corde tirato con forza alle due estremità dalle coppie in gara mentre l’animale ci correva sopra, come si vede nell’immagine qui accanto.

 

Vinceva la competizione chi lanciava l’animale più in alto. Secondo le cronache, i lanciatori più abili – spesso coppie “miste” di uomini e donne – riuscivano a proiettare le bestie fino a oltre sette metri d’altezza. L’esito era sovente fatale per gli animali, ma non era senza rischio nemmeno per i concorrenti in quanto le creature sopravvissute, terrorizzate e inferocite, non di rado aggredivano chi le tormentava. Per quanto questo “sport” sia oggi forse più incomprensibile che semplicemente improponibile, non era praticato da una piccola minoranza di sadici.

 

La storia tramanda notizie di grandi tornei di Fuchsprellen allestiti da aristocratici di altissimo rango. Augusto II, il Re di Polonia detto “Il Forte”, organizzò un famoso torneo a Dresda che risultò fatale per 647 volpi, 533 lepri, 34 tassi e 21 gatti selvatici. Si ricorda che i gatti erano particolarmente “sfidanti” perché: “Se non riuscivano a piantare artigli e zanne nelle facce o nelle gambe dei lanciatori, allora si aggrappavano con disperazione al tappeto di lancio ed era praticamente impossibile ottenere un risultato soddisfacente”.

 

Leopoldo I d’Asburgo, Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1658 fino alla morte nel 1705, fu criticato per la sua partecipazione a una gara di fox tossing nel 1672 – non per i suoi “lanci”, ma piuttosto per l’entusiasmo poco imperiale con cui, assieme ai suoi giullari e ai bambini presenti, prese parte personalmente all’abbattimento a bastonate degli animali sopravvissuti.

 

Tutto questo, visto con la sensibilità del 21° secolo – che riserva la propria brutalità ad altri aspetti della vita, come le armi atomiche, chimiche e biologiche – è quasi inspiegabile. Occorre tenere presente che in altre epoche gli animali di non immediata utilità – esclusi cioè quelli da cortile o da trasporto come cavalli e muli – erano comunemente considerati “infestanti”, dunque da eliminare in quanto consumatori di risorse che dovevano invece servire alla sopravvivenza umana. Fu anche il caso del “più elegante” caccia alla volpe della tradizione inglese. Pare ci andasse di mezzo sempre la volpe…

 

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Il moralismo populista

L’autore giunge a un’amara e tuttavia realistica conclusione. Se pensiamo il futuro della politica italiana debba continuare a ruotare attorno al populismo antipolitico e giustizialista e al bieco moralismo non lamentiamoci, poi, se la tenuta democratica del nostro paese correrà seri rischi.

 

(Giorgio Merlo)

 

Ci sono due categorie che, storicamente, hanno inquinato e che continuano a inquinare la politica. O meglio, la squalificano e che contribuiscono, oltretutto, a ridurre la qualità della nostra democrazia. Due categorie che possono essere riassunte con due parole: il populismo e il moralismo.

 

Ora, il moralismo è, da sempre, una categoria e un modo d’essere che alligna prevalentemente a sinistra e, nello specifico, in tutti coloro che pensano, o sperano, di possedere – o di avere – una superiorità morale nei confronti degli avversari politici. Che poi vengono definiti e percepiti come autentici nemici. Un vizio e una deriva che non scompaiono malgrado il tramonto dei partiti, il cambiamento dei sistemi elettorali, lo scorrere delle stagioni politiche e via discorrendo. C’è poco da fare, il moralismo non demorde e, al momento opportuno, risorge dalle ceneri. Così è stato per quasi 50 anni il giudizio della sinistra italiana, in particolare quella salottiera, aristocratica ed alto borghese nei confronti della Democrazia Cristiana, della sua classe dirigente e anche del suo elettorato. Un vizio e una deriva che una parte della sinistra ha conservato anche nella cosiddetta seconda repubblica e che stenta ad uscire dal vocabolario di questa corrente politica e culturale nel nostro paese. Una presunta e maldestra superiorità morale che, come ovvio, non ha alcuna ragione di esistere ma che, comunque sia, è ancora fresca e vivace nella dialettica politica italiana.

 

Il populismo, invece, è una sub cultura che è nata recentemente. Certo, il qualunquismo nella politica italiana è sempre esistito sin dai tempi dell’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini all’albore della democrazia dopo la tragedia fascista. Ma, fortunatamente, durò per un breve periodo. Il populismo, invece, ha radici più profonde e molto più pericolose. Un populismo creato ed alimentato ad arte a metà degli anni duemila da uno stuolo di giornalisti, commentatori ed editorialisti che hanno individuato nella “casta politica” da abbattere lo strumento concreto e decisivo per eliminare definitivamente il nemico numero uno. Senza accorgersi, com’è altrettanto ovvio e scontato, che esistono altre decine di caste – potenti e milionarie – che non sono state neanche scalfite da questo furore ideologico.

 

Che poi il populismo si è declinato anche come giustizialismo manettaro non è che una logica conseguenza. Perchè quando si criminalizza politicamente e culturalmente una categoria è del tutto ovvio che scatti quel giustizialismo da retata a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni contro quel nemico. Inutile aggiungere che l’interprete ufficiale ed esclusivo di questa deriva è rappresentata dal partito dei 5 stelle. Salvo il recentissimo, e un po’ comico e grottesco, ravvedimento che, come molti sanno, è legato solo ed esclusivamente a ragioni tattiche e contingenti.

 

Ecco perchè, se si vuole oggi rinobilitare la politica, rilanciare il ruolo dei partiti come strumenti politici e di elaborazione programmatica, ridare qualità alla nostra democrazia e, non ultimo, la credibilità delle nostre istituzioni, occorre lavorare affinchè questi disvalori e queste derive vengano affrontate di petto e, possibilmente, sconfitte ed emarginate. Se pensiamo, invece, che il futuro della politica italiana debba continuare a ruotare attorno al populismo antipolitico e giustizialista e al bieco moralismo non lamentiamoci, poi, se la tenuta democratica del nostro paese correrà seri rischi. È bene pensarci prima che sia troppo tardi.

Bassetti, guardare oltre: la categoria di Italici abbraccia quella di Italiani. Ne consegue la nuova narrazione del futuro.

Intervento/Lectio Magistralis di Piero Bassetti al Festival della Scienza e della Ricerca – Università degli Studi della Tuscia (Viterbo). In allegato lo stralcio della parte finale del discorso, con un appello al Ministro Franceschini per il completamento del restauro della chiesa di Santa Maria in Gradi, destinata secondo i programmi a far da Aula Magna/Sala convegni/Auditorium dell’Università.

 

(Redazione)

 

Nell’Auditorium del Complesso di Santa Maria in Gradi a Viterbo, con un intervento intitolato “Oltre lo specchio di Alice, governare l’innovazione del cambiamento d’epoca: il caso del movimento della Italica Global Community”, il presidente Piero Bassetti ha guidato l’uditorio attraverso un percorso innovativo, affascinante ed anche avventuroso – in quanto effettuato senza mappa, limiti o, peggio, preconcetti – alla ricerca dei rapporti intercorrenti tra scienza e potenza.

 

Con incrollabile curiosità e un invidiabile spirito giovanile, Bassetti si/ci pone dei quesiti e suggerisce delle possibili risposte coraggiose e mai banali grazie al continuo costante dialogo intrattenuto non solo con il mondo degli intellettuali, ma sempre in stretto contatto con la realtà. Una visione del futuro agevolata da un costruttivo rapporto con i canali non istituzionali, con i giovani e con i “diversi” in generale. Sono tutti interlocutori “responsabili della narrazione del divenire”.

 

In questa ininterrotta ricerca del vedere “oltre” e non accontentarsi dello stare a guardare (lo “specchio di Alice” dal titolo del suo ultimo libro), e dunque in questo costante movimento del pensiero, oltre ad una fucina di idee e proposte, Bassetti ha appena avviato una nuova e concreta iniziativa.

 

Mercoledì scorso (22 settembre 2021) nella sede della Stampa Estera di Roma è stata presentata la sua nuova “creatura”: la “Global Italica Community”. Un’associazione, un movimento che vuole rappresentare un primo tentativo di un’aggregazione di persone, di popoli sganciati dalla loro dimensione territoriale che si riconoscono in una civilizzazione “italica” comune, seppure con cittadinanze molteplici. La creazione di una rete di persone, di un popolo di “italici” (e non solo di “italiani”) che trascende dall’appartenenza meramente nazionale e che diventa funzionale, tramite una feconda ibridazione realizzata attraverso l’incorporazione o condivisione di valori e stili di vita, per facilitare un dialogo tra diverse civilizzazioni  nel quadro di una diversa visione del mondo.

 

Un mondo reso sempre più complesso ed interdipendente (vedi la globalizzazione piuttosto che il Covid) in cui l’innovazione ha incredibilmente contratto il concetto del tempo approssimandolo allo zero e modificato altresí la percezione dello spazio. In questo contesto Bassetti ci invita a prendere coscienza, a ribaltare certi schemi e contribuire a reinventare le istituzioni (a diversi livelli quali regionali, nazionali e sovranazionali). Il tutto guardando sempre “oltre” e senza perdere tempo, un messaggio per altro espresso da un ex componente della staffetta della 4×100 metri di atletica alle Olimpiadi di Londra del 1948…

 

Allegato – Parte finale del discorso di Bassetti, un omaggio a Viterbo ed alla sua Università.

 

[…] Prima dell’inizio di questo incontro ho potuto visitare lo stupendo complesso di Santa Maria in Gradi, che ospita l’Università della Tuscia e  che è stato la prima residenza dei Domenicani a Viterbo, fatta costruire dal cardinale Raniero Capocci e da lui direttamente offerta a Domenico di Guzman, presente a Viterbo nel 1219 con il papa Onorio III, che aveva da poco approvato l’istituzione dell’Ordine Domenicano.

 

Il complesso conventuale, dotato di due chiostri, che occupava una notevole estensione recintata e munita di torri, anche in passato è stata sede di una scuola molto apprezzata, dove furono istruiti nobili viterbesi, tra cui il famoso Annio da Viterbo, chiamato a Roma nel 1499 da papa Alessandro VI Borgia come magister Sacri Palatii Apostolici, che influenzerà la cultura artistica attraverso le sue interpretazioni e ‘invenzioni’ di fonti letterarie.

 

L’antica chiesa, a cui nel Quattrocento fu addossato alla facciata un portico che si è conservato, è stata luogo di sepoltura delle più importanti famiglie viterbesi che vi elessero le loro cappelle. Riconfigurata a partire dal 1738 dall’architetto Nicola Salvi, (autore della fontana di Trevi a Roma), con la soppressione del convento nel 1874 e la destinazione a Carcere del complesso, le opere d’arte in essa contenute sono state traslate a San Francesco (come il monumento sepolcrale di papa Clemente IV) e nel Museo Civico.

 

In occasione della nuova destinazione d’uso quale carcere, furono eseguiti interventi di adeguamento, utilizzando la chiesa come laboratorio di falegnameria dei detenuti. Danneggiata dai bombardamenti del 1944, per problemi di sicurezza il Genio civile nel 1950 ha demolito quanto era rimasto della grande copertura voltata.

 

Divenuto il convento sede dell’Università della Tuscia, negli anni 2004-2007 sono stati intrapresi interventi di consolidamento e di restauro della chiesa, destinata ad Aula Magna/Sala Convegni/Auditorium, rimasti interrotti per mancanza di fondi.

 

È quindi con profonda convinzione che rivolgo pubblicamente un appello all’amico Ministro della Cultura, On. Dario Franceschini, perché il Ministero si faccia rapidamente carico del restauro della chiesa di S. Maria in Gradi, che appartiene allo Stato, e specificamente al Ministero della Cultura, affinché essa possa assolvere alla sua nuova funzione di Aula Magna, come è già stato fatto per l’Università di Bologna nell’ex chiesa gesuitica di Santa Lucia.

Chi sarà il Sindaco di Roma? Analisi dei programmi dei candidati Gualtieri e Michetti. L’osservatorio di “orbisphera.org”.

 

Alcuni spunti per offrire, con questo articolo, un sintetico “osservatorio” sui programmi dei candidati Sindaco, così da confrontare le posizioni espresse in campagna elettorale e le priorità da adottare per costruire una “visione di futuro”.

 

Elisabetta Campus

 

È stato da poco pubblicato un libro – “Le Sette Rome” di Keti Lelo, Salvatore Monni e Federico Tomassi (Ed. Donzelli) – al quale i 21 candidati alla carica di Sindaco di Roma dovrebbero dare almeno uno sguardo ai fini della stesura dei loro programmi elettorali.

 

Nel libro viene raccontata la realtà stratificata e contradditoria della Capitale a forza di numeri impietosi, aggravati dagli effetti post pandemici. Roma è suddivisa in 7 mappe concentriche, ognuna delle quali rappresenta la geografia sociale ed economica del territorio comunale.

 

La descrizione che ne fanno gli autori è quella di una città “poco performante” per la pessima qualità dei servizi pubblici, poco attrattiva per le imprese e caratterizzata da un mercato del lavoro con disoccupazione in crescita. Una città “diseguale” a causa della marcata differenza tra i quartieri abitati dalle fasce sociali abbienti e i quartieri abitati dalle fasce sociali a basso reddito. Una città dove il “disagio” è palese e si rivela nella distribuzione nel territorio comunale delle misure per il Reddito di Cittadinanza e dei sussidi Inps basati sull’ISEE.

 

Occorre dunque un’idea di città che sia comune a tutti i suoi abitanti, sulla quale costruire una visione di futuro che non guardi solo al soddisfacimento dei bisogni materiali, ma anche alla cura del benessere della persona. Affinché vivere nella città non sia un obbligo imposto dall’attività lavorativa, ma una scelta di vita condivisa per sé e per la propria famiglia.

 

E occorre anche affrontare un problema di rilevanza morale, ma con significative ricadute sulla nostra immagine all’estero e quindi sui flussi turistici; risolvere, cioè, una contraddizione che Roma vive ormai da decenni: quella di essere la capitale mondiale della Cristianità e, al tempo stesso, una delle città europee dove la “spiritualità” è meno presente.

 

In tale prospettiva, proponiamo un sintetico “osservatorio” sui programmi dei candidati Sindaco, per confrontare le posizioni espresse in campagna elettorale e le priorità da adottare per costruire la suddetta visione di futuro.

 

Iniziamo dai due candidati Roberto Gualtieri ed Enrico Michetti.

 

 

Roberto Gualtieri

 

Il programma del candidato Sindaco punta sulla partecipazione condivisa dei cittadini alla visione della città. Strutturato in 5 grandi aree di intervento, non segue l’articolazione per argomenti ma per linee progettuali di adeguamento della città al benessere dei suoi abitanti, evidenziando l’ambizione di diventare un modello di sviluppo integrato per le grandi capitali internazionali.

 

Il programma per la città è orientato al coinvolgimento dei cittadini nell’attuazione di un progetto di vivibilità che ha il suo cardine nella visione di una città solidale ed inclusiva. Ogni singolo intervento dedicato alle criticità della città è visto come un miglioramento collettivo; così per il degrado ambientale e amministrativo delle istituzioni pubbliche e comunali, per il declino economico del tessuto produttivo, per le disuguaglianze sociali, territoriali e infrastrutturali tra i vari settori del territorio comunale.

 

Non mancano le proposte mirate all’occupazione giovanile e alla qualità del lavoro offerto ai giovani, nonché al problema rappresentato dalla fuga delle migliori risorse della città (ossia i laureati delle tre Università statali) verso i mercati internazionali concorrenziali.

 

Si delineano così le linee di intervento: la città dei 15 minuti per la viabilità, la città più verde d’Europa, la città per le donne, la città per i giovani e la Roma Europea, e per ciascun punto sono indicati i progetti e gli investimenti che verranno realizzati non soltanto dal Sindaco ma da tutto il gruppo della società civile che lo sostiene.

 

Per gli elettori la particolarità di questo programma comporta la necessità di leggere il complesso degli interventi in un’ottica continentale, connessa con gli altri punti e con i piani di investimento dell’Unione europea.

 

Il programma così presentato potrebbe essere percepito come poco attento ai ceti meno abbienti, anche se gran parte degli investimenti andranno proprio a sviluppare le periferie e ridurre le diseguaglianze.

Sostengono il programma di Gualtieri, oltre al Partito Democratico, altre 7 liste: Roma futura, Sinistra civica ed ecologista, Lista civica Gualtieri, Democrazia solidale Demos, Europa verde, Partito socialista. Per un numero complessivo di 384 candidati Consiglieri comunali.

 

 

Enrico Michetti

 

Il programma di Enrico Michetti, l’ultimo ad essere reso pubblico, si articola nel modo classico per punti di intervento: 20 punti che contengono, tra l’altro, alcune novità programmatiche specificatamente indicate e non ricomprese nelle generali politiche sociali ed ambientali: cibo e accoglienza, lotta alle dipendenze, tutela degli animali.

 

Questi tre punti intendono concentrare l’attenzione degli elettori sulla grave crisi economica e sociale della città, mettendo in evidenza, ad esempio, come la ricerca del cibo quotidiano (la capacità di spesa del singolo per la propria sussistenza) sia un argomento spesso trascurato e alla cui soluzione il candidato Sindaco Michetti intende dare priorità di intervento, unitamente alla lotta alle dipendenze dalle droghe, non dimenticando che Roma è una grande piazza di spaccio come molte capitali europee.

 

Gli altri punti sono finalizzati a risanare il tessuto urbano e sociale della città, in una visione che, prima che capitale europea, la vuole capitale del Paese: mobilità, sicurezza, cultura e bellezza, turismo e identità, rifiuti, decoro, ambiente, salute, sport e benessere, urbanistica, economia e finanza, pubblico impiego, attività produttive, bambini, famiglia e vita, solidarietà ed equità, diritto alla casa, sapere e talento.

 

La visione della città è quella di intercettare i trend della globalizzazione – qualità della vita, centralità del tempo libero, cultura della bellezza, innovazione al servizio di benessere e salute – ma anche quella di valorizzarne la posizione geopolitica nel governo dello scambio culturale nel Mediterraneo, per la sua incontestabile centralità nell’area.

 

Il limite del programma di Michetti sembra essere la mancanza di un piano preciso su come e dove trovare i finanziamenti per un programma così vasto e generico.

 

Stupisce anche vedere l’assenza di Michetti ai confronti pubblici con gli altri candidati.

 

Sostengono la candidatura Michetti 7 liste: Forza Italia Udc, Rinascimento di Sgarbi, Cambiamo di Toti, Cantiere Italia, Democrazia del popolo, Rivoluzione animalista, Lista civica Michetti sindaco. Per un totale di 384 candidati Consiglieri comunali.

 

Nel prossimo articolo saranno analizzati i programmi dei candidati Virginia Raggi e Carlo Calenda, e quindi degli altri 4 candidati Sindaco delle liste minori.

 

 

Per saperne di più

https://www.orbisphera.org/Pages/PrimoPiano/5525/Chi_sarà_il_Sindaco_di_Roma?_Analisi_dei_programmi_dei_candidati_Gualtieri_e_Michetti

Come tante barche controcorrente. Francis Scott Fitzgerald e il sogno americano. Il ricordo dell’Osservatore Romano.

Oggi ricorrono i 125 anni dalla nascita del grande scrittore americano. La sua vena pessimistica la possiamo cogliere laddove viene ad irridere le ambizioni, piccole e grandi che siano. «A volte è più difficile privarsi di un dolore che di un piacere». L’articolo è pubblicato per gentile concessione del quotidiano ufficioso della Santa Sede.

 

Gabriele Nicolò

 

È possibile rivivere il passato? A tale interrogativo Gatsby non ha dubbi. “Sì certo che si può!”. E s’impegna in una promessa solenne: «Io metterò tutte le cose come erano prima», esclama. Si tratta di una promessa che, in realtà, tradisce una grande paura: quella di non poter ricomporre i frammenti del sogno (infranto) inseguito da tanti, forse da troppi: quello del cosiddetto “sogno americano”, nutrito di un accorato anelito alla libertà che sembra dileguarsi più è intenso lo sforzo per ghermirla.

 

Nel capolavoro di Francis Scott Fitzgerald (il 24 settembre ricorrono i 125 anni dalla nascita) il sogno del “grande” Gatsby si spezza nell’atto di riconquistare l’amata Daisy. Ma la finzione narrativa si carica di una spiccata valenza fattuale: è una generazione intera che s’identifica nel tentativo, tanto accanito quanto disperato, di riportare a sé la propria Daisy, ma molto spesso la storia procede nella direzione opposta di chi, a ritmo frenetico, corre per inseguire il proprio obiettivo. Nella celebre chiusa del romanzo si legge: «Così continuiamo a remare, barche controcorrente, risospinti senza posa nel passato». Gatsby sembra sempre sul punto di raggiungere il suo sogno, «ma non sapeva che il sogno era già alle sue spalle».

 

Quella a cui apparteneva Fitzgerald era la cosiddetta Lost generation (che, tra gli altri, annovera Hemingway e Dos Passos): un gruppo di scrittori nati verso la fine dell’Ottocento, che si stabilì in Francia negli anni Venti del secolo successivo, anni passati alla storia come quelli dell’età del jazz quando si manifestarono le utopie più ottimistiche e le delusioni più spietate. Tale fase viene immortalata dallo scrittore nel libro Tale of the Jazz Age: le voci e i gesti di quel mondo popolato da belli e dannati appaiono, nell’opera, come i riflessi di uno specchio deformante che apre ad una dimensione surreale, quasi magica. Acuta e corrosiva è la critica dello scrittore nei riguardi della cultura contemporanea, da lui sentita come «stantia» e «parruccona».

 

In questa temperie Fitzgerald affila progressivamente la lama dell’ironia fino ad eleggerla a tratto distintivo della sua narrativa. Basti pensare all’incipit di The Side of Paradise, in cui il padre di uno dei protagonisti del romanzo, Amory Blaine, viene presentato mentre «sonnecchia» (era una sua abitudine) sopra l’Enciclopedia britannica. Non a caso l’erudizione libresca era uno dei principali obiettivi polemici dello scrittore, formatosi, avendone letto avidamente i testi, su Oscar Wilde e Bernard Shaw, maestri del fine e illuminante sarcasmo. All’ironia è legato il pessimismo, alimentato dalla dolorosa consapevolezza che non esiste un modo per coprire il frustrante divario tra immaginazione e realtà, tra fantasia e quotidianità.

 

E la vena pessimistica viene ad irridere le ambizioni, piccole e grandi che siano. «A volte è più difficile privarsi di un dolore che di un piacere» scrive Fitzgerald in Tender is the Night: un’espressione che riveste un valore programmatico (una sorta di testamento spirituale) perché sintetizza la sua vibrante tensione ad investire e ad abbracciare il versante oscuro ed ostile della vita. A farne le spese è il sereno abbandono al versante solare dell’esistenza, per quanto sia salda la presa di coscienza che tale abbandono risulterà fugace.

L’ambizione “costruttiva” della Comunità degli Italici

Nella sede romana della Stampa Estera è stata presentata ieri mattina la ITALICA GLOBAL COMMUNITY, gli oltre 250 milioni di persone che nel mondo abbracciano e condividono i valori, gli stili di vita e i modelli dell’Italian way of life diffuso e apprezzato nei cinque continenti. Nel pomeriggio il Presidente Piero Bassetti, ricevuto al Quirinale insieme a Umberto Laurenti, era stato insignito due anni fa della massima onorificenza della Repubblica (Cavaliere di Gran Croce).

 

(Redazione)

 

L’obiettivo illustrato nell’interessante incontro romano consiste nel costruire – è stato ricordato – un network di stabili relazioni con la grande e autorevole comunità degli Italici, non solo i discendenti degli italiani ma anche tutti coloro che, senza avere una goccia di sangue italiano, hanno l’Italia nel cuore e si riconoscono nello straordinario ed unico mix fatto non solo di grandi bellezze artistiche e naturali, ma anche di stile e tradizioni, creatività industriale, food, fashion e design italiani.

 

La Italica Global Community si estende oltre i confini del Bel Paese: dagli Usa all’Argentina e al Brasile, dall’Europa al Canada e all’Australia, dalla Cina all’India e al Giappone. L’appartenenza italica, questa favorevole predisposizione verso l’Italia, è una preziosa risorsa da valorizzare. Molti Italici sono presenti nelle istituzioni economiche, politiche e culturali dei Paesi in cui vivono, sono un grande patrimonio da connettere e costituiscono un soft power di fondamentale importanza nell’era dell’informazione globale.

L’incontro, condotto dai giornalisti Rai Marco Frittella e Monica Marangoni, è stato aperto dall’intervento di Piero Bassetti, Presidente dell’Associazione Svegliamoci Italici, che ha illustrato gli obiettivi e il percorso di costruzione della Italica Global Community, percorso apprezzato subito dopo, nell’intervento del direttore generale Italiani all’estero del Maeci Pier Luigi Vignali.

 

Sono seguiti i collegamenti con gli Italici all’estero, curati da Niccolò d’Aquino, corrispondente del quotidiano America Oggi: da New York hanno parlato Fabio Finotti direttore dell’Istituto Italiano di Cultura, Biancamaria Maglione del Centro per l’Arte Italiana Moderna e Contemporanea, la giornalista Maria Teresa Cometto e il fondatore/direttore del quotidiano “La Voce di New York” Stefano Vaccara. Da New Delhi è intervenuto Vincenzo De Luca, Ambasciatore d’Italia in India. Da San Paolo del Brasile si è collegato un gruppo di italici coordinato da Giacomo Guarnera fondatore e presidente dell’Associazione “Italicós do Brasil”. Da Lugano è intervenuto il gruppo di italici coordinato da Filippo Lombardi, già Presidente del Senato Svizzero. Stefano Clima ha presentato il progetto formativo Schola Italica, mentre PierLisa di Felice ed Ugo Canonici hanno annunciato un concorso studentesco sugli obiettivi della sostenibilità.

 

Dei “giovani italici” e di “formazione italica” hanno parlato da Parigi Maria Chiara Prodi membro del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero e presidente delle Acli di Francia, insieme ai docenti universitari Mario Savino-Unitus e Rinaldo Marinoni-Lumsa e da Mar del Plata Riccardo Giumelli, promotore della prima cattedra al mondo di Cultura Italica. Sono seguiti gli interventi di Tony Pagone presidente dell’Associazione Internazionale dei Giudici ed ex giudice della Federal Court of Australia e di Gianni Profita Rettore dell’Università Medica Internazionale UniCamillus di Roma, del giornalista-scrittore Giovanni Bocco. Monica Marangoni ha raccontato tre anni di collaborazione di “Svegliamoci Italici” con la trasmissione L’Italia con Voi di Rai Italia, commentando le immagini di alcune puntate.

 

L’incontro è stato concluso da Umberto Laurenti vice presidente dell’Associazione Svegliamoci Italici, il quale ha inviato un caloroso messaggio di pronta guarigione al presidente del Parlamento Europeo Davide Sassoli, ed ha passato in rassegna i prossimi passi per la costruzione della Italica Community, dalla formazione, alla creazione di una piattaforma di servizi, confermando la attenzione prioritaria per il conseguimento del salto di qualità per rafforzare le Istituzioni comunitarie Europee.

Bollette alle stelle. La nota dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

L’interrogativo è se dietro l’escalation dei prezzi del gas naturale ci possa essere lo zampino della Russia. Cresce in Europa l’inflazione.

 

(ISPI)

 

Continua la scalata dei prezzi del gas naturale, mai così alti durante i mesi non invernali degli ultimi dieci anni. I paesi europei sono quelli più colpiti dal rincaro, con un +280% rispetto a gennaio. Ma aumenti dei prezzi a due o tre cifre si registrano ovunque, dagli Stati Uniti alla Corea del Sud.

 

Proprio oggi i ministri dell’energia dei paesi UE avrebbero dovuto fare passi avanti sul pacchetto “Fit for 55”, gli impegni europei contro il cambiamento climatico al 2030, e invece si ritroveranno a discutere dell’impennata dei prezzi. Che spinge l’inflazione nell’eurozona al 3%, danneggiando i consumatori e minacciando la ripresa. E che, soprattutto, getta dubbi sulla sostenibilità della transizione energetica.

 

Lo zampino di Mosca?

 

Le cause della crisi sono tante: i bassi livelli di stoccaggio dovuti ai lockdown invernali, l’improvviso aumento della domanda mondiale e lo scarso contributo dell’eolico. Ma anche Mosca potrebbe avere la sua parte di responsabilità.

La Russia è il principale fornitore di gas dell’Ue (43% delle importazioni totali), e secondo alcuni avrebbe volontariamente ridotto le esportazioni di gas verso l’Europa e lasciato gli impianti di stoccaggio che gestisce sul continente a livelli molto bassi.

Di certo questa è la versione sostenuta da circa 40 europarlamentari, che accusano Mosca di voler spingere al rialzo i prezzi per fare pressione sui governi europei – compreso il futuro esecutivo tedesco – affinché approvino definitivamente l’avvio del Nord Stream 2.

 

Tra pragmatismo e sostenibilità

Al di là delle presunte responsabilità russe, la crisi odierna porta allo scoperto tutte le difficoltà della transizione verde. Per disincentivare i consumi delle fonti fossili, è inevitabile che i loro prezzi aumentino. Ma il rischio è che questi aumenti colpiscano soprattutto gli strati sociali più poveri: già oggi quasi il 10% dei cittadini europei è “energy poor” e non può permettersi di riscaldarsi adeguatamente d’inverno.

 

Per l’Ue la sfida è duplice. Da un lato, evitare che la propria dipendenza energetica dai grandi produttori di gas porti a scelte poco ponderate in politica estera. Dall’altro, non abdicare al ruolo di guida mondiale nella lotta al cambiamento climatico. Un imperativo ancora più forte, visto che la COP26 di Glasgow è già dietro l’angolo…

 

 

Per saperne di più

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ispitel-crisi-del-gas-inverno-europeo-31742

Germania, elezioni al Bundestag: le speranze dei Verdi limitate dal forte calo nei sondaggi (nova.news).

Il partito e la sua candidata cancelliera Annalena Baerbock, sono stati superati da SpD, Cdu e Csu. Nel frattempo l’ultimo sondaggio dell’Istituto Forsa rivela che il 67% degli elettori considera Olaf Scholz, il candidato socialdemocratico, il più accreditato alla successione di Angela Merkel.

 

(Redazione)

 

I Verdi arrivano alle elezioni del Bundestag, che si terranno il 26 settembre, seguendo una traiettoria in discesa che ne fa attualmente il terzo partito tedesco, dopo aver toccato la vetta dei sondaggi pochi mesi fa. Il partito e la sua candidata cancelliera Annalena Baerbock, che copresiede gli ecologisti con Robert Habeck, sono stati superati dal Partito socialdemocratico tedesco (SpD) e l’Unione, formata da Unione cristiano-democratica (Cdu) e Unione cristiano-sociale (Csu). Gli ultimi sondaggi danno i Verdi e Baerbock rispettivamente al 17 e 16 per cento. A maggio, i valori erano rispettivamente del 25 e 30 per cento. Se confermato, il risultato del partito sarebbe comunque un netto miglioramento rispetto all’8,9 per cento ottenuto alle elezioni del parlamento federale del 2017.

 

Fautori della “ristrutturazione socio-ecologica”, pronti a interpretare il desiderio di cambiamento della Germania dopo 16 anni di governo della cancelliera Angela Merkel, ora i Verdi sono tuttavia superati dai partiti tradizionali, socialdemocratici e popolari. Gli ambientalisti hanno mancato il loro obiettivo principale, condizione necessaria per vincere: divenire un partito di centro, in grado di raccogliere i voti di quei moderati e conservatori che compongono la maggioranza dell’elettorato tedesco. Per molti, i Verdi sono rimasti “il partito dei divieti”, nonostante la svolta impressa da Habeck e Baerbock, esponenti della corrente pragmatica. Le ragioni di questo fallimento possono essere individuate in un duplice ordine di fattori. Da un lato, un programma elettorale tanto ambizioso da non convincere, se non spaventare, l’opinione pubblica. Dall’altro, la nomina di Baerbock a cancelliera, nonostante la copresidente dei Verdi sia priva di ogni esperienza di governo.

 

La proposta degli ecologisti per le elezioni del Bundestag ha al centro un netto aumento degli investimenti pubblici, pari a 50 miliardi di euro all’anno per i prossimi dieci anni, a cui si unisce l’azione per la protezione del clima. L’obiettivo della Germania per la salvaguardia dell’ambiente deve essere aumentato a una riduzione delle emissioni di CO2 entro il 2030 dall’attuale 55 al 70 per cento dei livelli del 1990. Affinché la protezione del clima ripaghi economicamente, i Verdi intendono rendere le alternative rispettose dell’ambiente più competitive, con un mix di tariffe sulla CO2 più elevate, incentivi e regolamentazione.

 

Ciò include una riforma del sistema europeo del commercio delle quote di emissioni (Ets) o un prezzo minimo in Germania per i settori dell’industria e dell’elettricità. Inoltre, le tariffe per i comparti dei trasporto e del riscaldamento dovrebbero salire entro il 2023 dagli attuali 25 a 60 euro a tonnellata. Affinché la protezione del clima sia socialmente equa, il reddito derivante dai prezzi della CO2 deve essere restituito ai cittadini sotto forma di incentivi per l’energia. La conclusione del processo graduale di decarbonizzazione della Germania deve essere anticipata dal 2038 al 2030.

 

Per saperne di più

https://www.nova.news/germania-elezioni-al-bundestag-le-speranze-dei-verdi-limitate-dal-forte-calo-nei-sondaggi/

Le sfide della tecno-scienza. Un intervento sulle pagine dell’Osservatore Romano

Pubblichiamo per gentile concessione l’articolo apparso ieri sull’organo ufficioso della Santa Sede. Chi si abbona al giornale entro il 30 novembre può avvalersi di un prezzo molto vantaggioso: appena 20 euro.

 

(Laura Pallazzani)

 

Il concetto di persona è da sempre molto usato in bioetica per segnare il limite tra avanzamento della tecnoscienza e rispetto della dignità. La bioetica si è dedicata alla discussione sui “confini” della persona con riferimento all’inizio e fine vita, alla cura e alla sperimentazione.

Una recente sfida al concetto di persona emerge con le nuove tecnologie di potenziamento che intendono modificare i caratteri di individui umani “sani” (non malati). Ne sono esempi: il potenziamento genetico (con il genome-editing) per produrre “bambini geneticamente modificati”, il potenziamento biologico per estendere la vita giovane fino alla “immortalità terrena”, il potenziamento cognitivo per aumentare con le neurotecnologie le capacità intellettive, il potenziamento morale che agendo su ormoni, cervello o geni, intende renderci più empatici.

 

I tecnofili bio-ottimisti libertari che esaltano la autodeterminazione e utilitaristi che pongono al centro la qualità di vita, sono favorevoli ad ogni intervento come un “dovere evolutivo” verso una “umanità perfetta”, partendo dall’idea che una persona più forte, più longeva, più intelligente, più buona, sia anche “più degna”. Spingendo fino al “post-umano”: ad una sostituzione del corpo e della mente umane, con robot meccanici e intelligenze artificiali, per il radicale potenziamento tecnologico, annullando l’uomo.

 

Molte le perplessità di chi, sulla base della visione ontologica della dignità umana, ritiene che ogni uomo è degno a prescindere dalle abilità che manifesta, ma solo perché “uomo”. Peraltro, non vi è alcuna prova scientifica di sicurezza ed efficacia di tali interventi, che possono mettere a rischio integrità e salute, potendo provocare danni anche irreversibili e trasmissibili alle generazioni future. Inoltre possono sfidare la libertà, “obbligando” gli individui a potenziarsi in una società competitiva che spinge alla perfezione e sfidare la giustizia introducendo nuove discriminazione tra potenziati e non potenziati.

 

La bioetica è chiamata a fare sentire la sua voce, a riflettere sul significato filosofico di persona, per porre un argine etico e giuridico al forte sviluppo di queste tecniche nel mercato. Ciò non significa bloccare il progresso, ma orientarlo in una direzione rispettosa dell’umano e della natura umana, per sviluppare una tecnologia che sappia integrarsi “con” l’uomo, rispettandone la sua natura, e non superare l’uomo.

 

Per saperne di più

https://www.osservatoreromano.va/it.html

Il nostro centrismo. La rilettura di Sturzo come spunto per la discussione sull’attuale problematica di un nuovo “centro”.

Il titolo di un famoso articolo –  scritto nel lontano 1923 – di Luigi Sturzo, costituisce per l’associazione “Forum al Centro” l’occasione per approfondire la questione del “nuovo centro” nel quadro del sistema politico italiano, considerando le possibili e auspicabili evoluzioni. Il confronto online si svilupperà sulla base della relazione introduttiva del direttore de “Il Domani d’Italia”, Lucio D’Unaldo

 

(Redazione)

 

Comunicato stampa

 

Venerdì 24 settembre, dalle ore 18,30 su Zoom, si terrà il webinar, organizzato da “Forum al Centro”, dal titolo “il nostro centrismo”.

 

Discuteremo insieme al senatore Lucio D’Ubaldo dell’attualità del pensiero e del testamento politico di don Luigi Sturzo.

 

Dopo la relazione iniziale di D’Ubaldo ci sarà spazio per interventi e domande.

 

L’incontro è libero e gratuito e basterà inviare una email a forumalcentro@gmail.com per ricevere il link al webinar.

 

Di seguito il testo integrale dell’articolo di Sturzo.

 

Il nostro centrismo.

Luigi Sturzo

(Articolo pubblicato sul “Popolo nuovo” il 26 agosto del 1923).

 

L’ accusa che si ripete con insistenza da avversari e da ex-amici è che il partito popolare italiano vada a sinistra, e che non è più un partito di centro.

 

Questa topografia di destra, sinistra e centro deriva da un semplicismo politico, troppo banale; e poiché manca di contenuto specifico, crea confusioni equivoci ed errori, e forma pregiudizii deplorevoli.

 

Vediamo di portare un po’ di ordine in queste idee confuse, anzitutto per intenderci fra di noi, e poi per obbligare gli altri a non fraintenderci, almeno quelli in buona fede, e non sono pochi.

 

  1. Andiamo per eliminazione: il nostro centrismo non è una linea mediana fra i destri e i sinistri, come a dire un colpo alla botte ed uno al cerchio, ovvero una specie di giudizio di Salomone, un’altalena di teoria e di pratica politica, atta a scontentare tutti o a contentare un po’ per uno. Politica da equilibrista, che si ridurrebbe in fondo a non sapere che pesci pigliare ed essere a Dio spiacente ed ai nimici sui. Questa concezione è semplicemente esclusa; sia perché sarebbe un vero nullismo o un semplice opportunismo; sia perché mancherebbe della logica programmatica, che fa discendere, da alcuni principii ideali e da varii postulati fondamentali, le ragioni pratiche dell’azione e le posizioni politiche di lotta e di realizzazione.

 

  1. Altra eliminazione: destra e sinistra nell’interno di un partito, di qualsiasi partito, che abbia un’omogeneità sia pure elementare, cioè quella schematica del programma dello statuto e delle finalità, non possono significare due correnti irriducibili avverse, che ciascuna pretende avere ragione e sopraffare l’altra; poiché in questo caso si tratterebbe di due partiti o di due fazioni; non mai di tendenze nel seno dello stesso partito, sia che tali tendenze fossero stabilizzate attorno ai problemi generali, sia che fossero invece eventuali atteggiamenti su determinate soluzioni.

 

  1. Terza eliminazione: il centrismo dei popolari non è una pura posizione parlamentare, come elemento di equilibrio fra una destra reazionaria e una sinistra socialista, o come semplice integrazione di governi liberali-democratici; simile interpretazione o figurazione topografica è stata smentita dalle diverse combinazioni e dai vari orientamenti dei partiti in quasi cinque anni di esistenza del nostro partito; il quale alla Camera si è trovato per tre anni di seguito (novembre 1919 – ottobre 1922) nella necessità di partecipare a tutti i governi per formare la maggioranza governativa, ed ha cercato di inserire nei vari programmi di governo, alcuni dei postulati pratici propri, quali l’esame di Stato, le leggi agrarie, la libertà di commercio, il riconoscimento dei sindacati, la funzione del movimento cooperativo e simili.

 

Per questo il nostro gruppo parlamentare è stato avversato e tollerato dai vari partiti di governo, che avrebbero fatto a meno dell’esistenza di questo terzo incomodo nell’attività parlamentare; ma che per ragioni di numero erano costretti a cercarlo, a blandirlo, per poi spesso sopraffarlo. Questa posizione parlamentare può non ripetersi; ciononostante il nostro partito resterà anche in parlamento un vero partito di centro.

 

  1. Spieghiamo allora cosa intendiamo per centrismo. Per noi il centrismo è lo stesso che popolarismo, in quanto il nostro programma è un programma temperato e non estremo: – siamo democratici, ma escludiamo le esagerazioni dei demagoghi; – vogliamo la libertà, ma non cediamo alla tentazione di volere la licenza; – ammettiamo l’autorità statale, ma neghiamo la dittatura, anche in nome della nazione; – rispettiamo la proprietà privata, ma ne proclamiamo la funzione sociale; – vogliamo rispettati e sviluppati i fattori di vita nazionale, ma neghiamo limperialismo nazionalista; e così via, dal primo allultimo punto dei nostro programma ogni affermazione non è mai assoluta ma relativa, non è per sé stante ma condizionata, non arriva agli estremi ma tiene la via del centro.

 

Questa posizione non è tattica. E’ programmatica, cioè non deriva da una posizione pratica di adattamento o di opportunità: ma da una posizione teorica di programma e di idealità. E la ragione di questa posizione teorica ha la sua origine in un presupposto che caratterizza la ragione etica della vita quale la vediamo noi al lume del cristianesimo: – noi neghiamo che nella vita presente si possa arrivare ad uno stato perfetto, ad una conquista definitiva ad un assoluto di bene.

 

I socialisti dicono: il male viene dall’ordinamento borghese della società; bisogna abbatterlo, dopo verrà il novus ordo: essi sono estremisti, perché arrivano ad una concezione assoluta. I fascisti dicono: la nazione potrà prosperare solo quando sarà “fascistizzata” negli ordinamenti, nel pensiero, nella vita sociale; essi tendono ad un assoluto e quindi sono anch’essi “estremisti”. Chiamiamoli per pura comodità gli uni estremisti di sinistra, gli altri estremisti di destra, e ciò in riferimento alla società borghese; ma la tendenza “monopolista”, “assolutista”, “estremista” è nella natura del loro movimento.

 

Nel movimento popolare invece non c’è la futura età di Saturno, la città del Sole, il 2000, la repubblica di Platone e simili ottimismi; perché la nostra fede cristiana e il nostro senso storico ci portano a valutare la vita presente come un “relativo” di fronte ad un “assoluto”, e quindi diamo valore fondamentale, anche nella vita pubblica, all’etica, che è per noi norma insopprimibile, e superiore a quella che si chiama “ragion politica” o “ragione economica”; e questo ci dà il senso di relatività, che incentra i problemi, e non li fa come per sé stanti, come fini assoluti da dover raggiungere per un logico predominio e per una ferrea legge.

 

La mancanza di estremismo programmatico e finalistico, e il suo fondamento etico, che deriva dalla concezione cristiana del popolarismo, contribuiscono fortemente ad escludere nei popolari estremismo di metodo; cioè la realizzazione di mezzi rivoluzionari o violenti o antilegali. E mentre tutti i partiti, che non appoggiano la loro etica sul cristianesimo, possono divenire rivoluzionarii, nel senso di sovvertire gli ordinamenti legali con la violenza con l’illegalismo e con la dittatura, il nostro partito non può mai divenire rivoluzionario o violento, e se accede in casi concreti alle ragioni che muovono altri a far le rivoluzioni, esso rimane sempre quello che il consiglio del partito, nell’appello del 20 ottobre 1922 (alla vigilia della marcia su Roma), chiamò riserva morale della nazione! – Sempre!

Questa è la natura e la ragione sostanziale del nostro centrismo come partito politico.

 

  1. Ma se è così, perché mai ci dicono che il partito ora vada a destra, ora invece vada a sinistra? Lasciamo stare i motivi polemici; ce ne son tanti e servono sempre agli avversari. I socialisti diranno sempre che il partito popolare va a destra, a furia di dirlo, in cinque anni dovremmo essere già all’estrema destra; e lo stesso vale per i liberali conservatori e oggi anche per gli ex-amici; per tutti costoro il partito cominciò ad andare a sinistra appena sorto, e via via avremmo già superato i comunisti: infatti ci dissero un tempo che eravamo peggio dei bolscevichi.

 

La verità è un’altra: – mentre il programma la natura del partito creano una ragione centrista sia di sostanza che di metodo; la necessità di affermare il partito nella vita e di realizzarne i postulati crea quelle che si chiamano posizioni di battaglia; ed è naturale che ogni posizione di battaglia trovi coloro che resistono e che quindi fanno da antagonisti: altrimenti non vi sarebbe più lotta.

 

Infatti quando nel 1919 e nel 1920 ci opponemmo agli scioperi generali, i nostri antagonisti furono i socialisti; quando nel 1920 iniziammo la campagna per la colonizzazione del latifondo e la riforma dei patti agricoli, furono gli agrari ed i conservatori; quando nel 1921 iniziammo la lotta contro i provvedimenti finanziari, il nostro antagonista fu Giolitti; quando nel 1922 sostenemmo lesame di Stato i nostri antagonisti furono i democratici sociali; quando nel presente anno abbiamo combattuto la riforma elettorale politica, i nostri antagonisti sono stati i fascisti.

 

Destra o sinistra? Ma che c’importa della topografia! Chiamatela come vi pare, per noi è battaglia oggettiva, concreta, logica, che risponde ai nostri principii, ai nostri postulati, alle esigenze politiche del nostro partito. Se nel caso concreto, una nostra posizione di battaglia giovi o nuoccia ad una delle frazioni politiche del paese, sia o non sia opportuna in un determinato momento, tutto ciò fa parte della valutazione politica, che spetta ai dirigenti, ma non sposta la posizione di un partito che segue la sua linea e tenta le sue realizzazioni; anzi manifesta una ragione di polarizzazione di altri partiti e gruppi che vengono così costretti a valutare e rivalutare le posizioni da noi assunte.

 

Solo così siamo noi e tendiamo a far sì che il nostro pensiero e il nostro programma vengano discussi dagli altri, e possano in parte o in tutto realizzarsi.

 

  1. Alcuno dirà che perché un modo di esprimersi entri nell’uso comune deve avere una ragione; non per nulla da parecchio tempo in Italia si parla di destra e di sinistra: ci deve essere una ragione.

 

L’osservazione è giusta, ma bisogna spiegare la portata di questa formula sintetica. Dopo la guerra, per sinistra fu caratterizzato il movimento socialista e quell’altro social-democratico che lo favoriva; per destra invece fu caratterizzato quello che vi si opponeva e che poi sboccò nel nazional-fascismo. Fra questi due poli si svolse la nostra politica; e il terzo elemento, il popolare, per potersi piazzare nell’opinione pubblica così orientata, avrebbe dovuto saltare il fosso e presentarsi o come sola destra o come sola sinistra; il fatto che invece volle restar centro, cioè quello che era, diede alle due ali avverse la spinta o a favorirlo o ad avversarlo.

 

Ora tutto il problema sta qui: c’è posto nella lotta politica per un terzo termine? Noi diciamo di sì, e perciò vogliamo mantenerlo puro; invece questo negano oggi i fascisti e ci voglio decomposti, e ridotti a massa di manovra clericale per comodo dei destri; questo negarono e negano i socialisti, che ci hanno sempre conteso la possibilità dell’organizzazione operaia; e questo negano in parte anche gli amici o ex-amici di dentro e di fuori, affetti dal morbo della filìa, che tenta creare nel partito la orientazione e la stabilizzazione delle tendenze, le quali come gruppi a sé sono stati sempre combattuti e riprovati.

 

La filìa è un morbo, che deriva dalla poca fiducia e dalla poca convinzione della nostra ragione politica di partito e dei suoi destini; perciò ci sono quelli che credono che è meglio dare al partito popolare un po’ più di tinta democratica e sociale e fanno i filo-socialisti; i quali un tempo eccedettero in cravatte nere e in canti di bandiere bianche e in filippiche anti-padronali. Altri invece che credono che il mondo può essere salvato dal manganello meglio che dalla croce, almeno il mondo della proprietà e della ricchezza; oppure che a metter l’ordine, anche senza giustizia e senza libertà, può esser tollerabile la dittatura, e perciò divengono filo-fascisti; fino a votare la legge di riforma elettorale che lede nel suo fondamento i principii costituzionali.

 

Ecco che gli uni e gli altri diranno che il centrismo del partito non è stato un bene; e che bisogna andare o a destra o a sinistra.

 

Superate le vostre filìe, abbiate fiducia nel partito popolare, come termine raggiungibile di attività politica e quindi anche di dominio delle nostre idee e delle nostre forze, e allora vi accorgerete che l’attività del partito segue la sua linea, la sua natura, la sua responsabilità puramente centrista, perché popolare.

 

La filìa è come gli occhiali colorati che fanno vedere negli oggetti i colori che non ci sono. Oggi è la volta del sinistrismo del partito; coloro che lo vedono sono proprio i popolari o gli ex-popolari filo-fascisti. Ieri quegli altri, i sinistri i filo-socialisti, vedevano invece che il mondo popolare andava troppo a destra.

 

Sono le due piccole ali del partito che fan rumore, perché hanno troppe cose da dire agli altri, e quasi mai delle cose serie e importanti da dire a noi. Questa è la storia, per noi ormai superata, della destra e della sinistra.

 

 

Parliamo invece del popolarismo che non piega né a destra e né a sinistra: questo è il nostro partito, il vero partito di centro; in questo partito abbiamo fiducia, e vogliamo che esso superi le difficoltà dell’oggi nella chiara visione del nostro programma e delle nostre finalità politiche e morali.

Che fine ha fatto la legge elettorale?

C’è molta confusione sul tema elettorale. Mancano le direttrice ideali, mancano le proposte coerenti. Nei partiti albergano contraddizioni evidenti. D’altronde, come diceva Carlo Donat Cattin, se si vuol capire cosa pensa un partito delle istituzioni è appena sufficiente verificare come pratica quel partito la democrazia al proprio interno”.

 

Giorgio Merlo

 

La legge elettorale, come ci ricordava con la consueta saggezza ed intelligenza anni fa Sandro Fontana, “è la madre di tutte le leggi”. In effetti, con i sistemi elettorali nascono e tramontano partiti, si formano e si cambiano le coalizioni. Addirittura emergono e scompaiono nuovi leader. Anche se oggi è meglio definirli nuovi capi, non essendoci più i leader politici e gli statisti del passato. Ma le leggi elettorali, come sappiamo tutti, sono sempre il frutto e la conseguenza della politica del momento.

 

Ora, quando la politica è personalizzata, i partiti sono prevalentemente cartelli elettorali, la selezione della classe dirigente è espressione della fedeltà e dell’obbedienza al capo partito, è del tutto evidente che le leggi elettorali non possono prevedere la libera scelta del cittadino elettore se non quella di ratificare quello che hanno già deciso, appunto, i capi partito. E, non a caso, le ultime leggi elettorali – sempre costruite ad arte dalla maggioranza uscente per tentare di raggiungere più facilmente il potere – sono la diretta conseguenza delle costanti che caratterizzano la politica contemporanea da molti anni. È appena il caso di ricordare che tutti, dico proprio tutti i principali commentatori ed editorialisti della politica italiana, dicono tranquillamente – parlando dei grandi come dei piccoli partiti – che la preoccupazione principale, se non esclusiva, dei capi partito è quella di stendere la lista dei candidati fedeli ed obbedienti alle prossime elezioni.

 

Al contempo, con l’ipocrisia che li caratterizza, i capi dei partiti annunciano pubblicamente nel vari talk televisivi e nelle innumerevoli interviste che, d’ora in poi, saranno solo i cittadini/elettori a decidere chi andrà a sedersi a Montecitorio e a Palazzo Madama. Vabbè….E così, temo, sarà anche questa volta. E cioè, liste bloccate e candidati decisi dall’alto. A prescindere che si tratti di sistema proporzionale con liste bloccate o di sistema maggioritario con collegi blindati. Certo, il tutto poi viene addolcito con vari escamotage. Come, ad esempio, la pagliacciata delle “primarie” per scegliere i candidati o le “ampie consultazioni” della base per selezionare i candidati da mettere nelle liste dei singoli partiti.

 

Ora, al di là di queste scontatissime riflessioni, c’è una domanda che merita però di essere ancora indagata e approfondita. Ovvero, si parlerà ancora nella politica italiana nei prossimi mesi di cambiare, o meno, l’attuale legge elettorale? Se le riflessioni che ho avanzato poc’anzi rispondono al vero, e non c’è alcun motivo per dubitarne, è del tutto ovvio che qualunque sia la tecnica elettorale che sarà individuata, l’unico elemento certo è la scelta dei capi partito della propria rappresentanza parlamentare. Con tanti saluti alla cosiddetta scelta decisiva da parte del cittadino/elettore.

 

Del resto, e per chiudere – passando dalla legge elettorale alla concezione che si ha delle istituzioni e della democrazia – è appena sufficiente ricordare una bella e profonda osservazione di Carlo Donat-Cattin pronunciata ad un convegno settembrino di Saint-Vincent della sinistra Dc di Forze Nuove per rendersi conto che tutto si tiene. Diceva Donat in quell’occasione a metà degli anni ‘80, “se si vuol capire cosa pensa un partito delle istituzioni è appena sufficiente verificare come pratica quel partito la democrazia al proprio interno”. E quando si tratta di partiti personali sostanzialmente privi di democrazia interna, è difficile, pensando a ciò che diceva proprio Donat-Cattin, che ci siano parlamentari scelti dai cittadini e non già decisi dai capi dei partiti stessi. Chiaro, no?

No vax, pro vax, e il grafene perduto.

Una interpretazione originale e “scandalosa” del fenomeno connesso alla gestione della pandemia. Le persone mentalmente passionali captano – dice l’autore – soltanto alcune parole, rafforzando la loro percezione della realtà, come antichi chierici irregolari. In sostanza, essi viaggiano per le vie del web, cercando un uditorio che accetti una piccola o grande verità che possano rivendere.

 

Danilo Campanella

 

Una breve analisi fenomenologica della società contemporanea ci rivela alcune categorie che ci sembrano nuove, anche alla luce della recente pandemia di Coronavirus: i no-vax e i pro-vax. Ma saranno veramente una novità?

 

Il “no” ai vaccini è solo la causa di un fenomeno antico come l’umanità, composto da persone tendenti a diffidare di tutto ciò che provenga dal potere reggente, e da coloro che, invece, tendono ad abbracciare in toto ogni soluzione di quello che, a priori, considerano come potere legittimo santificante e santificatore. Senza andare troppo in là nel tempo, nel Medioevo i catechisti che non venivano eletti a chierici lasciavano la “Chiesa ufficiale” per diventare chierici irregolari o, come si usava dire allora, degli “eretici”. Erano quei predicatori laici o quei frati che, non venendo ammessi al sacerdozio, oppure alla facoltà di teologia, per varie ragioni, si “vendicavano” trovandosi da soli un uditorio tra i pezzenti, gli emarginati, gli ignoranti, i servi della gleba. Il potere legittimo riusciva a convincere della falsità del messaggio profuso da questi “ribelli” quando essi non erano scolarizzati; avevano però qualche problema quando questi erano dei “fuoriusciti”, magari con qualche titolo altisonante. Oggigiorno, allo stesso modo, è difficile convincere persone a digiuno di cultura che medici, psicologi, giuristi e premi Nobel possano essere in malafede. Un titolo è sempre uno scudo, una garanzia di affidabilità. Se, su trenta premi Nobel, ventisette sono contrari alla “mia” idea, io darò comunque ragione a quei tre che asseriscono quello che io vorrei sentirmi dire. E sono comunque dei premi Nobel. Se, nel Medioevo, il popolino aveva difficoltà nel diffidare di un teologo, di un frate, di un catechista, sebbene “ex”, oggi accade la stessa cosa con gli odierni professionisti.

 

La domanda sorge spontanea: se una persona non acculturata può “osare” inventarsi una narrazione per catturare l’attenzione dei suoi simili, cosa spinge un professionista accreditato a mettere esperienza e titoli da parte per fare l’arruffapopoli? Le risposte sono molteplici ma prima di elencarle occorre fare una premessa. La maggioranza delle persone a questo mondo non vive di promesse ma di certezze. Ergo, anelano a “guru” che possano rassicurarli e vendere loro una qualche verità. Esistono “guru” di Stato e “guru” di piazza, dei chierici irregolari che, desiderando il potere ma non potendo accedervi naturalmente, cercano la spinta della “base popolare”, sperando un giorno di passare dall’opposizione al governo e diventare loro stessi “maggioranza”. Questa maggioranza è formata, da un lato, da persone tendenti a essere come tutti gli altri, a mettere da parte la propria individualità per essere “normali”, laddove ciò che è normale lo decide il potere (la Chiesa, il partito, lo Stato, etc.) per dare sempre ragione al più forte (i normopatici, cfr., Bollas). Dall’altro lato, vediamo persone che diffidano di tutto, di tutti, sempre, come fossero eterni perseguitati. Essi sono i paranoici, (i maniaci, cfr., Kraeplin ) affetti, a vario titolo e in gradi diversi, a seconda della classificazione nel DSM, di manie di persecuzione, che sfociano in comportamenti diversissimi, di solito accomunati da una tendenza alla polemica, da sempiterna allerta, tendenti al biasimo. In entrambi i casi, sia i normopatici, la cui parola d’ordine è “ubbidienza”, sia i paranoici, la cui parola d’ordine è “ribellione”, sono personalità prettamente passionali, con un grado di cultura diverso, a seconda dei casi; ma con la comune difficoltà di rapportarsi col mondo che li circonda.

 

I paranoici manipolatori (paranoici leaders) inoltre sono persone che sanno usare le parole e il fascino per mentire e farsi credere dalle loro vittime. Studiano le vulnerabilità e rispondono ai bisogni degli altri paranoici-passivi, componenti della folla, creando un nemico e puntandogli il dito. Quando riescono ad avere successo, subentra un narcisismo latente che li fa passare, dall’essere persone misurate (qualità che gli permise un certo grado di carriera) a persone tendenti alle più astruse, fantasiose e inverosimili prodezze (come tentare di curare una malattia neurodegenerativa con dei concentrati alla frutta), vantando il loro curriculum di tutto rispetto che ne giustificherebbe le scelte, anche le più inverosimili. Quando non hanno successo, invece, tendono a mettere da parte i titoli acquisiti, per accreditarsi a un grande uditorio: immaginiamo medici radiati dall’albo, avvocati senza clienti e psicologi senza pazienti, alla ricerca di un bacino di utenza che, nonostante i loro titoli, non sono riusciti ad ottenere. Hanno una retorica al di sopra delle regole, sprezzanti, ribelli, alla ricerca di fama, controllo, potere, denaro e, talvolta, di sesso.

 

Non avendo nulla da perdere, quindi, divengono i guru delle piazze, guide illuminate dei loro colleghi di paranoia che, però, non avendo lo stesso carisma, cercano soltanto un punto di riferimento non-ufficiale, qualcuno che dia loro ragione, che ponga le certezze a quei “sospetti” che vorrebbero tramutarsi in realtà. Sia i normopatici sia i paranoici non vogliono capire (non ne hanno gli strumenti o l’equilibrio mentale), vogliono credere. Chi cerca trova e c’è sempre qualche dato che, abilmente manipolato, può fare al caso di chi vuol credere, appunto, che la Terra sia piatta. Luigi Pareyson nel suo saggio dal titolo “Verità e interpretazione” descrisse lo sfasamento fra il discorso esplicito e l’espressione profonda, della parola che dice una cosa, ma ne significa un’altra. E’ il caso odierno della fake news secondo cui nei vaccini si trovino, al pari dei cibi, metalli pesanti: piombo, alluminio, etc. Non riuscendo a trovare prove sperimentali di queste menzogne, alcuni quotidiani scandalistici, non avendo nulla da far “trollare” cercano in tutti i modi di correre ai ripari.

 

Quando apparve un articolo di una ricerca scientifica che ipotizzava l’utilizzo del grafene nella lotta contro i virus (in quanto questo metallo possiede delle qualità antisettiche) per costruire maschere, oggetti antisettici o altro, un giornale spagnolo ebbe l’idea per una notizia sensazionale: il grafene nei vaccini. Trovò un professore che potesse scrivere un articolo in merito e commissionò (pagandolo?) l’analisi di un campione di vaccino e di un campione di grafene: due fiale al microscopio e l’analisi dei dati sperimentali. Il docente, convinto, ma non troppo, paragonò i campioni di liquido ma non volle del tutto sbilanciarsi. Nel vaccino ci sono anche lipidi: assomigliano a particelle di grafene. Nonostante le analisi chimiche di precisione non lascino dubbi sull’attendibilità dei risultati, nel suo stesso documento scrisse che nel campione (di vaccino) sono presenti elementi riconducibili per forma e dimensioni all’ossido di grafene, ma non possono esserci certezze in merito. I lipidi spacciati per grafene.

 

Nel giugno 2021 le analisi del professore di chimica dell’Università di Almeria, in Spagna, si diffusero in rete. Non scrisse nulla di scientifico, eppure, la parola “grafene” in un documento firmato dal docente di una università fece il giro del mondo e ognuno ci lesse quello che voleva leggerci dentro. L’università naturalmente specificò che il professore di chimica aveva agito per suo conto, senza spiegare l’origine dei campioni (dove abbia preso una provetta di vaccino anti Covid-19) tutt’ora irreperibili. Tuttavia il danno era fatto. Come spiega Pareyson ci troviamo davanti a un fenomeno di “sfasamento fra il discorso esplicito e l’espressione profonda: la parola dice una cosa, ma ne significa un’altra” (Cfr., Pareyson), ed ha come conseguenza “l’identificazione del pensiero con la situazione (…) l’intervallo che s’apre fra il discorso esplicito e l’espressione profonda è quello del mascheramento, cioè di quell’inconscia ingenuità o malafede per cui il pensiero assolutizza una situazione storica, dandosi l’aria di raggiungere una universalità speculativa (…)”. Quindi: se un professore universitario di chimica ha scritto “sembra grafene, ma non possiamo esserne sicuri”, grafene ha da essere.

 

E il grafene è un metallo. Metallo uguale calamita. Seguirono notizie, racconti, foto di mitomani che si incollarono monete, cucchiai e pentole addosso. Ecce Graphene! Prima del 1854 pochissime persone, in un periodo di tempo molto lungo, dissero di aver visto la Madonna; ma dopo il dogma papale che diffuse in tutto il mondo il carisma mediatico mariano, fioccarono le apparizioni. Tutti la vedevano. Le persone mentalmente passionali captano soltanto alcune parole, rafforzando la loro percezione della realtà, corroborata dai ragionamenti vacui mossi in maniera passionale da piccoli e grandi guru che, come antichi chierici irregolari, viaggiano per le vie del web, cercando un uditorio che accetti una piccola o grande verità che possano rivendere. Mentre i normopatici odierni credono che il vaccino curerà tutti i loro mali, garantendo l’immunità dal virus (che è come credere che soldi garantiscano la felicità) e vedendo come satanassi gli “scettici”; gli oppositori del vaccino sono anche, spesso, oppositori dell’esistenza, alla ricerca di chi sembra loro che dica la cosa giusta.

 

Poi ci sono gli altri. Quelli che riconoscono sia l’utilità del vaccino, sia la sua pericolosità. Ha effetti indesiderati, anche gravi, per talune persone, ma che protegge da un virus potenzialmente letale, pur non garantendo nulla e obbligandoli a condurre le stesse abitudini dei non vaccinati. Insomma, alcuni muoiono per il virus, e nessuno potrà mai prevedere se toccherà a loro; altri hanno rari danni a causa delle controindicazioni infiammatorie del vaccino, e nessuno potrà mai prevedere se toccherà a loro. Chi ha le spalle tanto grandi dal sopportare l’insostenibile pesantezza dell’essere-nel mondo? Pochi, molto pochi. Per tutti gli altri ci sarà sempre una Chiesa reggente o nascente, pronta a vendere loro una verità, una rassicurazione, una soluzione: un paradiso.

Renzo Fanfani. Prete operaio. Con antologia degli scritti (1969-2011). Una nuova proposta di Gabrielli editore.

La storia del decano dei preti operai. L’autrice, grazie ai suoi rapporti con Fanfani, approfondisce l’esperienza del sacerdote e dell’amico lavorando sulle fonti dei suoi scritti.

 

 

(Redazione)

 

Il libro ripercorre in modo minuzioso le tappe della vita di don Renzo Fanfani (1935-2017), decano dei preti operai. Raggiunto il grado di capitano dei Granatieri, si dimette dall’esercito ed entra nel Seminario maggiore di Firenze. Diventa prete in età matura e sceglie il lavoro come ambito del suo intervento: diventare operaio per vivere l’esperienza del Vangelo con gli ultimi.

 

Il lavoro di ricerca, sostenuto dalla conoscenza e amicizia personale dell’autrice con il sacerdote, si è svolto sulle fonti costituite dai suoi scritti, dalle interviste a compagni di seminario, amici, ex commilitoni, parrocchiani, insegnanti, politici e dalle cronache delle comunità a cui appartenne. Il volume è suddiviso in due parti: la prima biografica, la seconda costituita da un’antologia degli scritti di don Fanfani; una scelta cospicua che ha innervato il lavoro di scrittura: testi prevalentemente inediti, dal 1969 al 2011.

 

La storia e il pensiero di don Renzo Fanfani sono meritoriamente trasmessi tramite questo prezioso libro “per la forza, la lucidità e l’originalità con cui egli ha esercitato il suo essere prete operaio, parroco, uomo impegnato nelle vicende sociali, politiche e culturali del suo tempo. In lui si intersecano il locale e l’universale, il radicamento in una realtà ben precisa e lo slancio verso un oltre che è sguardo al mondo e al futuro”.

 

Ci si può domandare quale sia stata in concreto l’efficacia dell’esperienza dei preti operai italiani. In che modo hanno incarnato il vangelo e sono riusciti a renderlo vivo? In quale modo hanno annunciato la resurrezione e insieme agli operai si sono riscattati? È Gesù che scende negli inferi e apre le porte, e così loro: sono scesi e hanno aperto porte. In ogni tempo, anche oggi, è doveroso domandarsi dov’è Gesù Cristo, ed essere lì.

 

 

 

Autrice: Paola Sani, nata a Empoli nel 1968, laureata in Filosofia all’Università degli studi di Pisa, è responsabile del ramo e-commerce di una importante azienda del settore elettrico. Ha ricoperto ruoli istituzionali nella sua città natale. L’impegno nella realtà sociale e culturale empolese le ha permesso di approfondire la sua sensibilità per le problematiche del territorio. Ha curato, insieme a Andrea Bigalli, il progetto e i testi del docufilm Preti Operai Borghi Politi Fanfani e l’esperienza toscana (2020).

 

Per saperne di più

Renzo Fanfani. Prete operaio

 

Giovani, adulti no vax e democrazia

Adesso che i vaccini sono disponibili i giovani si vaccinano senza problemi, invece una parte del mondo “adulto” si rifiuta di farlo. È sconcertante. Sorprattutto è sconcertante vedere questi adulti sfilare per le strade in nome della libertà, dando fiato alle fake news diffuse dai ciarlatani in rete. In realtà non c’è nessuna dittatura sanitaria.

 

Lorenzo Dellai

 

Tra le tante notizie angoscianti di questo nostro strano tempo, la spinta crescente e massiccia al vaccino anti Covid da parte delle ragazze e dei ragazzi più giovani è una boccata d’ossigeno, una scintilla di fiducia e di speranza nel futuro.

 

Riflettiamo un momento su un dato: le maggiori resistenze alla vaccinazione sono nella fascia di età dei cinquanta/sessantenni.

 

La generazione cioè che più di tutte le altre nella storia del nostro Paese ha conosciuto i benefici della democrazia, del progresso scientifico e della crescita economica e sociale. La stesa generazione, peraltro, che ha visto il proprio benessere e la propria sicurezza consolidarsi (oltre che sul proprio impegno) anche (in gran parte) grazie al gigantesco debito pubblico che oggi grava sulle spalle degli attuali giovani e di quelli che verranno. Non contenti di ciò, molti (troppi) cinquanta/sessantenni, quasi sempre “garantiti”nella loro condizione sociale – rifiutando di vaccinarsi – gettano sulle spalle dei loro figli e nipoti un ulteriore fardello: quello di una uscita più lenta, incerta e perigliosa dall’emergenza Covid e dalla sue conseguenze sanitarie, psicologiche ed economiche.

 

Abbiamo imposto ai giovani, dall’inizio della Pandemia, regole e stili di vita estremamente disagevoli (lockdown più o meno radicali, distanziamenti, chiusura di scuole e di luoghi di aggregazione) con la principale motivazione che – in assenza del vaccino – erano gli adulti e gli anziani i più a rischio di contagio e loro, i giovani, astenendosi dai propri comportamenti abituali, avevano la responsabilità di ridurre questo rischio.

 

Adesso che i vaccini sono disponibili, mentre i giovani si vaccinano sempre di più senza problemi e con convinzione, una parte non secondaria del mondo “adulto” si rifiuta di farlo. Ed ha anche la spudorata faccia tosta di sfilare per le vie delle nostre città invocando libertà (cioè arbitrio egoista), ripetendo come un mantra le fake news diffuse dai ciarlatani in rete e cianciando di dittature sanitarie e corbellerie varie.

 

Come possiamo definire questo atteggiamento se non come un cinico e diseducativo tradimento nei confronti delle nuove generazioni (che non a caso, per grazia di Dio, in questi patetici raduni non si vedono)?

 

  1. Leggo che si sta organizzando una raccolta di firme per proporre un Referendum abrogativo della norma sul Green Pass. Non credo che tale insana proposta troverebbe il consenso della maggioranza degli italiani. Tuttavia essa (assieme alle notizie sul boom di sottoscrizioni digitali per il referendum sulla liberalizzazione della cannabis) mi induce a interrogarmi ancor più sulla fondatezza del disegno (termine ironico) di democrazia che è venuto avanti confusamente e disorganicamente in questi anni. Sembra emergere una prospettiva paradossale.

La crisi di rappresentanza degli strumenti della democrazia rappresentativa pare venir colmata non già dalla ricostruzione di meccanismi nuovi, solidi e più efficaci per dare voce al popolo (penso in primis alle forme di partecipazione che la Costituzione definisce “partiti” e alle leggi elettorali) ma dalla rincorsa del sistema verso le pulsioni più radicali della “individualizzazione” e della “disintermediazione” della domanda politica.

Corriamo così il rischio che ad una larga maggioranza del popolo sempre più estranea ai meccanismi della rappresentanza si sostituisca una “minoranza” organizzata (sopratutto attraverso i social) e di volta in volta galvanizzata dalle suggestioni prodotte dai nuovi sciamani dei “diritti individuali” di turno.

Se allo sforzo straordinario dei “due Presidenti” Mattarella e Draghi non si aggiunge una iniziativa politica e culturale per la rigenerazione della “democrazia” e dei suoi strumenti fondamentali, non possiamo sperare che il Paese ritrovi il suo sentiero di coesione e neppure, a ben vedere, quello della crescita.

Sfida sul Pacifico

Come ben sappiamo, il baricentro dellimpegno e degli interessi americani in questa prima metà di secolo è diventato lOceano Pacifico. Ciò che succede in Estremo Oriente ha grandi ripercussioni sull’Europa e l’Occidente. Se Macron fa la voce grossa con gli Usa, dopo l’accordo sui sottomarini nucleari tra Washington e Camberra, ne consegue che la responsabilità di Parigi in materia di difesa comune europea si accresce notevolmente.

 

Enrico Farinone

 

“In un’era di rinnovata grande competizione, lo sforzo di modernizzazione militare cinese, incluso quella navale, è divenuto il focus principale della pianificazione e del budget della Difesa degli Stati Uniti. La Marina cinese, che Pechino sta costantemente modernizzando da più di 25 anni…è diventata una formidabile forza militare…e costituisce un elemento chiave della sfida cinese allo status di potenza militare leader nel Pacifico occidentale detenuto da molto tempo dagli Stati Uniti”. Queste parole, contenute nella recentissima informativa predisposta per i parlamentari dal Servizio Ricerche del Congresso (“China Naval Modernization: implications for US Navy capabilities”) testimoniano meglio di qualsiasi commento quanto reale e profonda sia la preoccupazione americana circa la crescente assertività, anche militare, della Cina di Xi Jinping. E ci dicono anche dove risiede il focus geografico delle preoccupazioni, e quindi dell’impegno ad esse correlato, di Washington: l’Oceano Pacifico.

 

Bisogna partire da qui per comprendere tutte le recenti mosse dell’Amministrazione Biden: dal ritiro delle truppe dall’Afghanistan, al recentissimo accordo (“AUKUS”) con Australia e Gran Bretagna per la produzione di sottomarini a propulsione nucleare armati con missili da crociera destinati al paese dei canguri, passando per il rinnovo dell’ultradecennale accordo militare e di mutua assistenza con le Filippine e per il rafforzamento (corroborato da una generosa fornitura vaccinale) dell’alleanza QUAD con la stessa Australia, il Giappone e l’India.

 

L’estate nella zona del Mar Cinese Meridionale ha visto un pullulare di esercitazioni navali, prima cinesi e poi congiunte USA-Singapore. Il comando della Settima Flotta giustifica la propria accresciuta attività denunciando le restrizioni illegittime spesso imposte dalla Marina cinese a passaggi di navi civili sulla base di una ormai annosa rivendicazione di sovranità quasi totale di quelle acque (delimitate arbitrariamente sin dal 1947 sulla base di un tracciamento cartografico delineato da Pechino, la Nine-dash line, mai riconosciuto dai Paesi dell’area, diversi dei quali storici alleati degli americani). Su queste acque i cinesi hanno negli ultimi anni costruito isole artificiali e postazioni militari che ovviamente hanno provocato proteste e generato preoccupazioni più che comprensibili. Cinque anni fa la Corte di Giustizia Internazionale dell’Aja ha giudicato non fondate le rivendicazioni cinesi ma il Dragone non ha riconosciuto la sentenza dopo aver persino rifiutato di partecipare al processo, istituito in seguito ad una denuncia di Singapore.

 

Queste notizie ci dicono diverse cose, ognuna delle quali meritevole di un adeguato approfondimento da parte dell’Unione Europea. Innanzitutto, come è evidente, la conferma che il baricentro dell’impegno e degli interessi americani in questa prima metà di secolo è l’Oceano Pacifico. Una svolta annunciata dalla fine dell’Unione Sovietica e poi imposta dalla crescita esponenziale della Cina in ogni settore economico durante gli ultimi venti anni e dalla sua parallela aggressività geopolitica e commerciale ben rappresentata dalle azioni poste a margine della Belt & Road Initiative, la “Via della Seta” terrestre e marittima che da est muove verso i mercati dell’Europa e anche verso l’Africa.

 

 

Questo nuovo baricentro geopolitico determinerà alcune variazioni nella concezione e nel ruolo dell’Alleanza Atlantica. Il tema lo pose un paio d’anni fa, con poca diplomaticità, il Presidente francese Emmanuel Macron, mentre ancora lo scorso giugno quello americano lo ha elegantemente glissato. A questo punto, però, non si può far finta di nulla, posto che – dopo il caso afghano – anche in questa occasione la NATO non è stata minimamente né interpellata né informata dai sottoscrittori del nuovo patto “AUKUS”. Un accordo anglosassone che, occorre riconoscerlo, sembra ravvivare la “special relationship” fra i Paesi di lingua inglese. Buone notizie per Downing Street, che su di essa ha puntato molto da quando ha deciso di uscire dalla UE. La speranza di tornare a giocare un ruolo internazionale nell’area più importante del globo rafforza la convinzione di aver fatto bene ad abbandonare Bruxelles. Alla quale ultima, nel momento in cui si comincia a riflettere sul serio e non in termini accademici sull’opportunità di una Difesa europea, l’addio di Londra dal punto di vista militare ha fatto male, e non poco, data la potenza della Royal Air Force e della Royal Navy.

 

In questi giorni si parlerà molto del forte disappunto espresso da Parigi con le modalità diplomatiche più dure a causa della perdita di una commessa militare invero assai rilevante (56 miliardi di euro). Il tema verrà discusso fra Macron e Biden e non è difficile immaginare che una qualche forma di compensazione verrà trovata. Ma questa vicenda rafforza la responsabilità della Francia rispetto al tema della Difesa europea, della quale evidentemente essa porterebbe la leadership.

 

Col rafforzamento della Royal Australian Navy, che sarà la settima al mondo dotata di sottomarini a propulsione nucleare (che offrono la possibilità di effettuare operazioni su più lunghe distanze in virtù della maggiore autonomia garantita) viene riconosciuto il ruolo strategico di Canberra nel contenimento di Pechino nel Pacifico. Del resto gli australiani hanno verificato sulla propria pelle cosa significhi criticare i cinesi su temi delicati (lo hanno fatto chiedendo chiarezza sulle origini del Covid-19 e ricevendo come risposta una raffica di sanzioni economiche che hanno colpito duro le finanze nazionali). E quindi la loro propensione a realizzare affari con la Cina è stata ridimensionata, riattivando la vena Commonwealth (il Capo dello Stato è pur sempre Sua Maestà britannica Elisabetta II^).

 

Conclusione provvisoria: il ritiro americano da Kabul ha un profilo strategico. Si abbandonano le aree del mondo di minor interesse e si aggiorna il profilo geopolitico delle alleanze: nel caso, l’India (che dalla vicenda afghana rischia di subire impatti negativi di una certa gravità) viene associata (tramite il QUAD) al quadro strategico principale imperniato sul Pacifico assicurandole in ogni caso protezione col considerare come prioritario anche l’Oceano Indiano. Ora, l’Alleanza Atlantica fra Stati Uniti ed Europa dovrà ragionare su quale strategicità debba essere assicurata al Mar Mediterraneo (e ai confini orientali della UE). E’ del tutto evidente che Bruxelles, nel confronto con Washington, dovrà avere una voce sola. E qui si apre un capitolo di un libro che finalmente bisognerà avere il coraggio di scrivere.

Aukus, visto dall’Europa. Il commento dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI).

Diplomazie al lavoro per ricucire lo strappo tra Parigi e Washington, ma se lEuropa è restia a seguire Macron nella sua rabbia anti-Usa, la luna di miele tra Biden e il Vecchio Continente sembra già finita.

 

(Stefano Stefanini)

 

L’affaire Aukus, la partnership tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia – con quest’ultima che ha cancellato una commessa da 36 miliardi di euro per l’acquisto di sommergibili francesi – continua ad agitare le acque tra le due sponde dell’Atlantico. Nel fine settimana Parigi, con un gesto senza precedenti, ha richiamato per consultazioni gli ambasciatori a Washington e Canberra mentre il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian ha continuato a sparare ad alzo zero contro quella che ha definito “una rottura della fiducia” e “una pugnalata alle spalle”.

 

Le Drian si è spinto oltre, paragonando i comportamenti di Joe Biden a quelli di “Donald Trump ma senza tweet” e accusando il Regno Unito di essere “l’ultima ruota del carro” della nuova alleanza anglosassone. Intanto, come già annunciato prima dell’accordo, il presidente francese Emmanuel Macron non andrà di persona all’Assemblea generale dell’Onu che inizia domani a New York, e il ministero della Difesa francese ha cancellato un summit con il suo omologo britannico. E mentre il premier australiano Scott Morrison cerca di giustificare la decisione, dichiarando che c’erano molti dubbi sulla fornitura di sommergibili provenienti dal paese transalpino, le cancellerie sono al lavoro per cercare di ricucire lo strappo: Joe Biden ed Emmanuel Macron avranno un colloquio telefonico nei prossimi giorni per discutere della cosa. Bruxelles – in discussione per un Trattato di libero scambio con l’Australia – prende tempo. “Non ci saranno effetti immediati” ha affermato una portavoce della Commissione.

 

La sottoscrizione dell’accordo Aukus, finalizzato al contenimento dell’espansionismo cinese, e le questioni strategiche ad essa connesse saranno al centro di una riunione informale dei ministri degli Esteri dell’Ue, che si terrà stasera a margine dell’Assemblea Onu a New York. A presiederla sarà l’Alto rappresentante dell’Ue, Josep Borrell, che avrà il compito – non semplice – di armonizzare le posizioni dei 27 sull’argomento. Se infatti Parigi ha più volte lasciato intendere che lo ‘schiaffo’ alla Francia da parte degli Stati Uniti equivale a uno schiaffo all’Unione, sull’Aukus le posizioni dei partner europei non sono proprio allineate.

 

Dalla Germania, concentrata sul voto di sabato prossimo, non sono arrivate reazioni di peso, e anche l’Italia non sembra aver interesse a seguire le crociate d’oltralpe contro gli Usa. La partita, fanno notare molti osservatori, riguarda Parigi e Washington, e quindi sarebbe sbagliato considerarla una questione europea. Fa discutere, però, il fatto che nel pieno dello ‘scandalo’ Aukus il premier olandese Mark Rutte fosse a cena col suo omologo britannico Boris Johnson, offrendosi tra l’altro di mediare tra UK e Ue sulla questione del protocollo Nord-irlandese.

 

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https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/aukus-visto-dalleuropa-31716

La sindacalizzazione attraverso servizi innovativi. Quale impatto? Uno studio della Fondazione Ezio Tarantelli.

Nel numero 2 di Breakback, la newsletter della Fondazione (CISL), si parla de “L’impatto della sindacalizzazione attraverso servizi innovativi sull’appartenenza sindacale e sulle relazioni industriali: i casi studio del Progetto”. A tal riguardo, se ne presentano cinque, ovvero quelli relativi ai contesti nazionali di Italia, Belgio, Danimarca, Lituania e Spagna.

 

(Redazione)

 

Il secondo numero della “Newsletter è dedicato alla descrizione dei casi di studio analizzati nel progetto. Essi, rappresentano buone pratiche in 5 Paesi (Italia, Belgio, Danimarca, Lituania e Spagna) caratterizzati da contesti molto diversi di relazioni industriali e modelli sindacali.

 

Per approfondimenti e confronti comparati, si rimanda ai report scientifici che saranno realizzati al termine delle attività di ricerca.

 

Ricordiamo le caratteristiche di fondo nella scelta dei casi: servizi individuali innovativi volti a sviluppare dimensioni associative collettive per categorie e soggetti al di fuori del tradizionale perimetro della sindacalizzazione e/o stru- menti e associazioni sindacali volte ad allargare il perimetro della membership delle organizzazione sindacale, attra- verso la promozione di nuove tutele e opportunità di sostegno individuale e di contrattazione collettiva.

 

La prassi analizzate operano prevalentemente in fasce del mercato del lavoro scarsamente sindacalizzate: lavoratori su piattaforma, quadri e alte professionalità, free lance, lavoratori autonomi, lavoratori “tradizionali” raggiunti attraverso servizi e strumenti innovativi, disoccupati in cerca di riqualificazione e “rigenerazione” professionale.

 

Frequentemente le organizzazioni sindacali e i servizi analizzati dal progetto BreakBack” attuano attività di “campaining” (spesso in forma “digitale”) ponendosi obiettivi di emancipazione individuale, ma anche di empowerment sociale. Quest’ultimo obiettivo è spesso ricercato allargando il campo di azione le alleanze consuete del sindacato confederale, ovviamente tenendo presente i diversi contesti nazionali di relazioni industriali.

 

Il fulcro di queste esperienze è quindi quello della costituzione di una soggettività e di un’azione collettiva, che parte da bisogni e servizi individuali per poi aprirsi a dimensioni contrattuali, rivendicative, solidali, realizzate con approcci che possiamo sintetizzare una sintesi positiva tra “servicing” e “organizing”.

 

Ricordandovi che ulteriori materiali di approfondimento sui casi di studio sono disponibili sul sito web del Progetto, vi auguriamo buona lettura!

 

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https://www.breakback.cisl.it/images/Newsletter/It/_Newsletter_breakback2_Ita.pdf

Ma è ritornata la classe dirigente? Lo spettacolo che offre la politica non assicura che la risposta sia positiva. Anzi!

A guardare cosa accade, specialmente dal lato dei 5 stelle, viene facile purtroppo registrare come tutto deragli verso l’improvvisazione. Nei grandi comuni, dove è più esplicita la dissociazione tra parole e fatti, la suddetta improvvisazione si traduce in caos. È inaccettabile continuare in questo modo.

Che la qualità e la credibilità della classe dirigente politica sia un tema ricorrente nel dibattito pubblico nel nostro paese non è affatto una novità. Ormai siamo abituati, soprattutto dopo l’irruzione del partito populista per eccellenza, cioè i 5 stelle, ad una classe dirigente improvvisata, casuale e fantasiosa. Caratterizzata, com’è del tutto evidente, da un vigoroso e massiccio trasformismo politico ed opportunismo parlamentare. Non stupisce, al riguardo, il cambiamento radicale delle alleanze da parte del partito di Conte e di Grillo. Poi, una volta registrato ciò che è capitato all’interno di quel partito, tutto diventa possibile. 

Mi viene sempre in mente, di fronte al rinnegamento politico totale di ciò che hanno detto, scritto, urlato e sbraitato in tutta Italia per oltre 15 anni i 5 stelle, la battuta di Carlo Donat-Cattin pronunciata riservatamente molti anni fa durante un congresso della Dc – certo, quando esistevano ancora i partiti e la politica – contro alcuni avversari interni al suo partito. E cioè, diceva il vecchio Donat, “questi sono capaci, capacissimi, capaci di tutto”. Ricordo questa battuta parlando dei 5 stelle per dire che continuare a parlare, oggi, di qualità e di credibilità della classe dirigente è difficile se non addirittura quasi impossibile.

Ma, al di là dei 5 stelle e di ciò che rappresentano e che, purtroppo, continuano a rappresentare nella politica italiana, quello che amareggia – e che stupisce alquanto – è registrare la persistente debolezza della classe dirigente anche in visita dell’ormai prossimo voto amministrativo. Senza alcuna polemica di natura politica o, peggio ancora, personale, ciò che capita sotto i nostri occhi a Roma e a Milano – cioè nelle due città più importanti del nostro paese – è francamente stucchevole. Da restare “basiti”, per dirla con Verdone. 

Ma non solo a Roma e a Milano. Candidati a Sindaco che minacciano di ritirarsi, che rinunciano quasi a parlare in pubblico, che delegano ai capi partito l’eventuale e potenziale risultato positivo, che sono radicalmente privi di qualsivoglia curriculum politico, culturale ed amministrativo. Candidati che, insomma, continuano sulla scia della povertà e della sostanziale irrilevanza della qualità di una classe dirigente.

Ora, che questo turno amministrativo, seppur importante per il numero degli elettori e per l’importanza delle città che si recheranno al voto, sia funzionale quasi esclusivamente per pesare gli equilibri interni dei due schieramenti in vista delle prossime elezioni politiche è fuor di dubbio. Ma, e lo possiamo anche dire ad alta voce, è triste e penoso continuare ad assistere ad uno spettacolo indecente e al limite del grottesco sulla qualità e sulla caratura delle candidature a Sindaco da un lato e sulla incidenza concreta, politica ed amministrativa, che potranno avere in vista del concreto governo delle città dall’altro. 

D’altronde è perfettamente inutile continuare a discutere, accapigliarsi, polemizzare e sentenziare sulla pochezza della classe dirigente politica nel nostro paese e poi prendere atto, amaramente, che il comportamento dei capi partito va in tutt’altra direzione quando si tratta di scegliere le persone e i vari candidati. Una dissociazione radicale che fa male alla politica, alla democrazia e alle stesse istituzioni democratiche. A cominciare dalla guida politica dei grandi comuni italiani.

 

La santa follia di Giorgio La Pira. Il documentario di Monica Mondo in onda mercoledì 22 su TV2000.

Per gentile concessione pubblichiamo l’articolo, apparso sull’Osservatore Romano del 18 settembre u.s., che presenta il documentario sul Sindaco santo.

Edoardo Zaccagnini

Ogni parola del documentario La santa follia — in onda su Tv2000 mercoledí 22 settembre alle 21:40 — non è utile soltanto alla ricostruzione della personalità, del carisma e della bellezza di Giorgio La Pira: che siano le parole contenute nei testi enunciati da Monica Mondo — ideatrice e narratrice di questo progetto — oppure quelle incastonate nelle riflessioni dei tanti intervistati, tutte insieme formano una lezione da cogliere, un insegnamento da appuntare nel cuore, una guida per nulla invecchiata. Sono parole importanti, come gioia, essenzialità, donazione di sé. Come umiltà, libertà, coraggio e testimonianza. Come visionarietà ma anche concretezza, come modernità, innovazione, giustizia e umanità. Se ne potrebbero estrapolare molte altre, man mano che scorre questo denso omaggio a un «cristiano con la schiena dritta», come lo definisce Mario Primicerio, amico di La Pira e Presidente della Fondazione che porta il suo nome. 

Ma già queste sono sufficienti a delineare l’enorme ricchezza contenuta in quest’uomo che è stato docente universitario (istituzioni di diritto romano) e politico di prezioso aiuto al lavoro della Costituente (ne parla il costituzionalista Ugo De Siervo); «uomo chiave nella ricostruzione», precisa Monica Mondo, e poi sottosegretario, deputato, due volte sindaco di Firenze, anche se era siciliano di nascita. Una persona, però, che prima di tutto, sempre, qualsiasi cosa facesse, partiva dal Vangelo. «Gli premeva comunicare la presenza di Dio agli altri — ricorda il giornalista Luigi Bardelli — e non perché si mettesse a fare lezioni, ma perché era forgiato su quello». «Quella del battesimo è la mia sola tessera», ripeteva spesso La Pira, e in modo esemplare, deciso, coraggioso, libero, lo portava nel mondo, nella vita e nella politica, con quel sorriso che attraversa le tante foto di lui presenti La santa follia: quasi sempre in mezzo alla gente. Perché «Il mondo era il luogo della sua santità», sintetizza efficacemente l’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, anch’egli testimone di questo ritratto articolato in cui altre parole fondamentali sono comunità, missione, e uno slancio continuo, sostenuto dalla fiducia e nell’impegno per una pace senza confini, da cercare con il dialogo e l’incontro, con i viaggi come quello in Unione Sovietica, nel 1959, o in Vietnam, del 1965: per parlare con Ho Chi Minh. 

Era un cristiano vero, La Pira, che non aveva paura di denunciare le ingiustizie che vedeva, che sapeva operare in modo diretto, «dirompente», da «anima libera», «fuori dalle correnti della DC», spiega Eugenio Giani, presidente della regione Toscana, sempre per il sostegno, l’emancipazione della popolazione, dei poveri, dei fragili, per i quali si è battuto da quando comprese, spiega ancora l’arcivescovo Betori, «che la fede ha necessità di entrare nei gangli viventi della società, che occorre cambiare la società, fare della società e della città terrena un’immagine quanto più vicina alla città celeste». La Pira diceva che «se si vuole bene alle persone non si può fare a meno di fare politica», e a queste parole tanto semplici quanto fondamentali e nobili, si accompagnano quelle del sindaco di Firenze Diego Nardella: «Per lui la politica era una forma di carità, era il modo di entrare in piena sintonia con le persone, soprattutto con le più bisognose». «Era il massimo dell’esperienza umana — aggiunge il cardinale Gualtiero Bassetti — voleva dire mettere la propria intelligenza e tutte le proprie energie, tutti i propri mezzi anche materiali a servizio della Polis». Che nel caso di La Pira è stata Firenze, ponte verso il mondo, ed è qui, più precisamente nel convento domenicano di San Marco — dove egli ha vissuto — che Monica Mondo si muove. 

Da qui, tra le colonne del chiostro e le pitture del Beato Angelico, la giornalista inizia a parlarci di lui, di questo «piccolo santo uomo capace di smuovere le montagne», del profondo legame in lui tra fede e lavoro, delle sue idee, delle sue battaglie per la casa e contro l’aborto: «Frontiera non transitabile, non solo per i cristiani ma per gli uomini in quanto tali. Il concepito è già un essere umano». Dei suoi amori: «Gli operai e gli ordini contemplativi terziario domenicano e francescano, per unire le due anime della chiesa». Mentre gli scorci della città, le vedute nel loro splendore, accompagnano, accarezzano, insieme a qualche immersivo filmato dell’Istituto Luce, il racconto di quest’uomo che Giovanni Paolo II definì «esemplare laico cristiano» e Papa Francesco — che lo ha dichiarato venerabile — «un entusiasta testimone del Vangelo e un profeta dei tempi moderni». È necessario custodire la memoria di Giorgio La Pira, perché il suo messaggio limpido, il suo vitale modo di attraversare la storia, la sua “santa”, e anche lucida, edificante, “follia” sono attuali, atemporali e donano energia e nutrimento all’essere umano, ancora di più «in un periodo — dice ancora il cardinale Betori — in cui dobbiamo rigenerare la nostra società». Ci ricorda anche, la lezione di quest’uomo straordinario, che «i cristiani non possono separarsi dal mondo, da questo mondo pur con tutte le sue criticità».

E allora, il bel documentario La santa follia, curato da Cecilia Pronti per la regia di Maurizio Carta, è un lavoro davvero prezioso.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-09/quo-212/la-santa-follia-di-giorgio-la-pira.html

A proposito di “Icaro, il volo su Roma”, l’ultimo libro di Grasso. La recensione su “succedeoggi.it”.

Giovanni Grasso ricostruisce in forma di romanzo la vita avventurosa di Lauro de Bosis, il poeta che il 3 ottobre del 1931, beffando il regime, gettò su Roma da un aeroplano dei volantini contro il fascismo. La storia di un eroe romantico nell’Italia dei “disfattisti”.

La sera del 3 ottobre 1931 Lauro de Bosis, figlio di Adolfo de Bosis, creatore del Convito, celebre rivista dell’estetismo italiano su cui scrissero D’Annunzio, Carducci, Pascoli e Scarfoglio, precipitava col suo monoplano biposto Messerschmitt, sulla cui fusoliera spiccava il nome Pegasus, nel mar Tirreno, forse nei pressi della Corsica, dopo essersi beffato della regia aeronautica di Italo Balbo e aver fatto piovere su Roma quarantamila volantini inneggianti alla libertà. Su uno di quei volantini si leggeva: «Il disfattismo degli italiani è la vera base del regime fascista».

Giovanni Grasso cui si devono biografie e carteggi importanti come quelli tra Sturzo e Rosselli e tra Sturzo e Salvemini, torna, con Icaro, il volo su Roma (Rizzoli 2021) dopo Il caso Kaufmann, al romanzo storico, miscelando con abilità e partecipazione, dati storicamente accertati e fantasia narrativa e costruisce una avvincente storia d’amore e di libertà di cui sono protagonisti Lauro de Bosis, giovane poeta di declinazione romantica e risorgimentale e Ruth Draper, grande attrice americana.

La vicenda si svolge negli anni in cui il dittatore fascista tentava di offrire al mondo occidentale una rassicurante immagine di ordine e di civiltà di un  regime, fatto di violenza e di sangue (Gobetti, Matteotti, il carcere duro per Gramsci e tanti altri antifascisti di ogni orientamento politico e morale), prima di precipitare nel vortice di una guerra che avrebbe distrutto l’Italia, trascinandola, a fianco del nazismo tedesco, fino all’umiliante promulgazione di leggi razziali che ci avrebbero resi complici dell’Olocausto.

Grasso segue appassionatamente tutta la parabola del rapporto d’amore tra Lauro e Ruth, un rapporto inestricabilmente legato al comune rifiuto del fascismo, portandoci dall’Italia narcotizzata dal “disfattismo” e percorsa dall’occhiuta presenza degli squadristi manganellatori diventati polizia segreta all’America, in cui era stato costretto a fuggire Gaetano Salvemini, un’America ancora indecisa sul giudizio da dare al regime mussoliniano, alla Londra in cui si era rifugiato don Luigi Sturzo, alla Parigi in cui gli esuli antifascisti di matrice liberal-democratica vivevano con molte difficoltà, costantemente alle prese con l’OVRA.

Decisamente affascinante l’inizio del romanzo, col salotto mondano-artistico di  Muriel Sanders Draper e la presenza di personaggi come Pauline Sabin, promotrice dell’abolizione del protagonismo e un variegato mondo di artisti tra cui registi che avevano capito che stava aprendosi, col cinema sonoro, nella sfida gettata al teatro, un’altra epoca per lo spettacolo, circostanza che vedrà in campo anche il nostro Luigi Pirandello. Più avanti, nel romanzo, l’autore ci porterà in una cena parigina che vedrà riuniti, accanto a Lauro e Ruth, artisti come Jean Cocteau, Georges Simenon, Darius Milhaud, Josephine Baker e simpatici avventurieri siciliani come il sedicente conte di Calatafimi.

 

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http://www.succedeoggi.it/2021/09/il-volo-di-lauro/