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Ddl Zan e opzione donna: conflitto di genere.

Ragioniamo sugli effetti che il Ddl Zan può provocare sul terreno pensionistico. Ancora non sono state esaminate le implicazioni che scaturiscono dalla ‘assolutizzazione’  del tema riguardante la tutela delle persone appartenenti all’universo lgbtq. Alcuni aspetti problematici possono essere già individuati, se si adopera la lente del corretto discernimento.

 

Francesco Provinciali

 

Che non sappia la destra ciò che fa la sinistra non riguarda solo le nostre mani. Anche in politica l’aforisma trova frequente dispiego: anzi le contraddizioni spesso si giocano in casa, da ambo le parti. La sinistra si ingarbuglia e si incarta da sola, dal centro a sinistra, e l’orchestrina della destra si allunga e si accorcia come una fisarmonica ad ampio mantice, dal centro a destra. È di questi giorni la notizia di una ripresa in considerazione del tema pensionistico, il Presidente Draghi è pressato da richieste di revisioni ma la sua ben nota perspicacia gli permette di arrivare da solo a capire che, mutatis mutandis, tra ruota della storia che gira, corsi e ricorsi, evidenze economiche e contingenze epocali ….niente al mondo dura per sempre, fosse anche la più limata e architettata riforma delle pensioni.

 

Come ricorda Giuliano Cazzola – un vero esperto del settore – in una intervista su “www.pensionipertutti”del 22/7 u.s., “il Decreto salva Italia del 2011 conteneva una riforma approvata da una maggioranza di due terzi dei parlamentari in ambedue le Camere, considerata ottima da tutti gli osservatori internazionali, difesa dalla U.E. , che non ha prodotto nessuno degli effetti devastanti di cui è accusata, tanto che l’Italia è diventata il Paese dell’anticipo, poiché il numero delle pensioni anticipate supera di circa due milioni quello dei trattamenti di vecchiaia”. Da parte sua il magazine sussidiario.net del 13/8, partendo dall’analisi di Patrizia Del Pidio su orizzontescuola.it, e considerando gli scenari per il post-quota 100, avanza quello di una possibile proroga biennale per l’APE sociale. Si accenna così ad una ventilata estensione del range dei beneficiari che includa “il pensionamento anticipato anche alle categorie definite fragili” ma non solo: nell’agenda politica del Governo prenderebbe sempre più consistenza l’ipotesi di un prolungamento dell’opzione donna che da un lato consentirebbe alle beneficiarie di continuare ad avvalersi dell’anticipo pensionistico mentre dall’altra, sulla base dei dati forniti dal Tesoro, non costituirebbe un aggravio per le casse dello Stato a motivo della compensazione determinata dal ricalcolo interamente contributivo.

 

Su Vanity Fair del 12 agosto questa evenienza viene confermata in tutta la sua postulata attesa: “Uno dei problemi da affrontare è però sicuramente la situazione femminile, per cui al momento è presente la misura di Opzione Donna, un sistema che prevede il prepensionamento per la componente femminile della popolazione, che garantisce l’accesso in anticipo alla pensione sia per le lavoratrici autonome che per quelle dipendenti. Si tratta di una misura che prevede che le donne, con 35 anni di contribuzione, possano interrompere il lavoro e accedere alla pensione già a 58 anni, per le lavoratrici dipendenti, e 59 per le autonome. Una delle ipotesi sul tappeto è quella di dare a questo intervento una fisionomia quasi strutturale”.  Questa conferma è attesa come parte della possibile riforma prevista per l’autunno, insieme alla “quota 41” che sostituirebbe “quota 100”, ovvero la possibilità di lasciare il lavoro al compimento del 41° anno di servizio, indipendentemente dall’età anagrafica. Oggettivamente tutto è legato al peso che questi ritocchi avranno sulla bilancia governativa degli eventuali aggiustamenti da fare, tenuto conto degli altri temi caldi: gestione della pandemia, ipotesi del 3° vaccino, green pass, lezioni in presenza, blocco dei licenziamenti, reddito di cittadinanza, ius soli, recovery plan, Ddl Zan.  Per citare i più dibattuti.

 

Sempre che il Ddl Zan non definisca “sessista” questa scelta accondiscendente verso il mondo del lavoro al femminile. Detta così può sembrare una sciocchezza, ma in realtà mette a nudo la vulnerabilità e il pericolo di interpretare alla lettera il  “coming out “che il Ddl Zan postula e sostiene. Perché – come accaduto in altri ambiti della vita civile e dello sport – se passa la linea dell’identità sessuale “percepita” come prevalente rispetto a quella data da madre natura (espressione forse anch’essa discriminante nella definizione del genere femminile della natura) potrebbero verificarsi dei casi di traslazione di genere per beneficiare di questa opzione, attualmente definita “donna”. Uomini che diventano donne all’anagrafe.

 

Secondo Vanity Fair una analisi sul tema delle pensioni “al femminile” mette anche in rilievo il fatto che le stesse siano ‘sempre’ inferiori a quelle degli uomini. Un’incongruenza che si stima in una minusvalenza media di 498 euro mensili. Questo potrebbe di converso dissuadere aspiranti pensionandi uomini a percepirsi e dichiararsi al femminile per usufruire dell’opzione donna, ma potrebbe ispirare qualcuna che si “sente uomo” ad un improvviso cambio di genere opposto. Chi spinge per una celere approvazione del Ddl Zan come se fosse l’ombelico dell’universo esistenziale, dovrebbe riflettere su queste eventualità che non sono fantascientifiche, ma fanno parte delle possibili derive innescabili dal testo attuale del disegno di legge.

Appello all’unità politica dei cattolici democratici e dei cristiano sociali.

Riportiamo la seconda parte del documento che il Presidente dell’Associazione dei Liberi e Forti (ALEF) ha presentato (insieme al prof. Giannone) il 12 agosto scorso come ‘ultimo appello’  in funzione di un prossimo congresso della Dc, guidata da Renato Grassi, possibilmente aperto ad altre componenti di analoga identità e cultura politica.

 

Ettore Bonalberti

 

Oggi, stiamo ancora scontando la grave emergenza economica intervenuta a seguito dei Dpcm e delle scelte del Governo giallo-rosso (M5S+PD) di Giuseppe Conte e per fortuna l’arrivo di Mario Draghi, peraltro un neo liberista internazionale, con il Gen. Figliuolo hanno contenuto gli effetti della pandemia Covid19 con un’efficace piano di vaccinazione e decisioni, meno filo cinesi e più atlantiste, per favorire la ripresa economica.

 

In queste fasi di crisi, vogliamo richiamare l’insegnamento dei grandi Testimoni Italiani del Popolarismo e della Democrazia Cristiana: Don Luigi Sturzo, Alcide de Gasperi, Amintore Fanfani, Aldo Moro, Carlo Donat Cattin, Albertino Marcora, Mariano Rumor, Remo Gaspari, e altri statisti che hanno dimostrato che è possibile “servire la Politica e non servirsi della politica” (Luigi Sturzo 101 anni fa).

 

Allora quale può essere la soluzione politica, ci sembra che riunire assieme un un’unica DC tutti i Democristiani non sia la soluzione ne’ per la comunicazione di massa ne’ per la praticabilità. Oggi i Millennials sono più propensi al termine Federazione e per noi la Federazione Popolare dei DC ha rappresentato e rappresenta il tentativo più concreto di ricomposizione di tutti i Democristiani (almeno le quattro componenti che fanno riferimento a: Grassi-De Simone-Luciani-Sandri) ; tentativo al quale le posizioni di rendita lucrate dall’UDC a guida depoliana, hanno sin qui impedito di decollare in maniera positiva.

 

Io e l’amico prof Antonino Giannone, Presidente del Comitato Scientifico ci permettiamo di rivolgervi un ultimo appello affinché tutte le diverse anime che fanno riferimento alla DC si ritrovino in un incontro a Roma per definire le condizioni, termini e modi per la celebrazione di un Congresso DC di ricomposizione politica da farsi entro ottobre p.v.

 

Esso potrebbe essere propedeutico a un’assemblea costituente più ampia da compiersi con tutti gli amici dell’area più vasta cattolico democratica e cristiano sociale (Insieme, Rete Bianca, Associazioni, Movimenti fino alla recente Associazione promossa da Gianfranco Rotondi Verde e’ Popolare). In pratica l’amalgama comune di partenza dovrebbe essere la Cultura di base dei 6 Pilastri da condividere

 

In questo modo la Federazione Popolare con la DC ricomposta da tutte le componenti potrebbero-dovrebbero organizzare liste unitarie di ispirazione DC e Popolare alle prossime elezioni politiche. L’assemblea costituente servirebbe per redigere il programma dei DC e Popolari per l’Italia del XXI^ secolo e per l’elezione della nuova classe dirigente.

 

Ci sembra quindi appropriata al nostro tempo la frase di Aldo Moro presa dal suo ultimo discorso ai Gruppi Parlamentari nel 28 febbraio 1978, pronunciata prima di essere rapito dalle Brigate Rosse e poi barbaramente ucciso. Moro è rimasto un martire cristiano in Politica, un esempio morale per il futuro delle giovani generazioni dei Millennials e della società italiana: “Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a questo domani, credo che tutti accetteremmo di farlo, ma, cari amici, non è possibile; oggi dobbiamo vivere,oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso, si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con tutte le sue difficoltà… Camminiamo insieme perché l’avvenire appartiene in larga misura ancora a noi”.

 

Per concludere : siamo tutti in Cammino per realizzare una nuova Civiltà dell’Amore, come ci hanno più volte richiamato a fare i nostri Pontefici. Ritroviamo la nostra unità politica di Cattolici, senza aggettivi, e Democristiani non pentiti in cammino verso la meta comune e finale per tutti e che è più vicina per noi più Anziani.

Kalashnikov e Twitter, ecco l’operazione mediatica dei talebani. L’analisi su “formiche.net”.

Ma quale svolta moderata, quella dei talebani è una sofisticata operazione di rebranding. Le testimonianze e gli analisti tratteggiano lesistenza di una macchina propagandistica pensata per legittimare i talebani agli occhi della comunità internazionale e consolidare la loro presa sullAfghanistan.

 

Otto Lanzavecchia

 

Chi si ricorda i talebani del secolo scorso oggi può incorrere in momenti di dissonanza cognitiva; solo vent’anni fa la loro interpretazione radicale della legge coranica vietava le fotografie. Negli scorsi giorni, una foto emersa su Twitter ha ritratto un gruppo di combattenti talebani, divisa e fucile a tracolla, mentre gustano un gelato nelle vie di Kabul. Degli altri, sempre armati, sono stati ripresi agli autoscontri, altri ancora hanno usufruito delle giostre. Un’altra immagine che circola sembra fatta apposta per Instagram, con un gruppo di miliziani armati che posano davanti a un tramonto spettacolare e caption in pashto e inglese che recita “IN UN’ATMOSFERA DI LIBERTÀ”. Mentre il sito ufficiale dei talebani è disponibile in pashto, dari, arabo, urdu e inglese (solo le prime due lingue sono diffuse in Afghanistan).

Anche a livello istituzionale non trapela l’immagine, consolidata nell’immaginario collettivo, di rudi guerrieri fondamentalisti. Durante la sua prima conferenza stampa il portavoce del nuovo Emirato Islamico dell’Afghanistan, Zabihullah Mujahid, ha mostrato un volto moderato: amnistia generale, niente rappresaglie, mantenimento dei corridoi umanitari, possibilità per le donne di continuare a studiare “in accordo con la sharia” (ancora da chiarire la compatibilità di queste due affermazioni). Un altro portavoce, Suhail Shaheen, rassicura residenti e stranieri via Twitter e si è anche fatto intervistare in diretta da una giornalista a volto scoperto, impensabile un ventennio fa.

 

Gli analisi del New York Times e del Washington Post hanno dato contezza delle migliaia di profili pro-talebani apparsi negli ultimi tempi sui social, dediti a rilanciare contenuti che lodano il gruppo. Al tempo stesso, sono gli afghani stessi a dimostrare che di questa facciata moderata non si fidano. Basta guardare alle persone che pur di scappare si aggrappano agli aerei, alle testimonianze di chi cancella da internet i propri profili social, alle donne che si nascondono. Kabul ha gli occhi del mondo puntati addosso e la situazione sembra calma, ma da altre province arrivano testimonianze (difficili da verificare) di esecuzioni sommarie e vendette contro i “collaborazionisti” del precedente governo.

 

La strategia social dei talebani è stata sviscerata dal Digital Forensics Research Lab dell’Atlantic Council. Il senior fellow Emerson Brooking ha spiegato al WaPo che il gruppo ha iniziato a utilizzare i blog per la propaganda nei primi anni duemila. Gli integralisti hanno fatto la loro comparsa su Twitter nel 2011, su Telegram nel 2014. Entro il 2019 avevano iniziato a manipolare gli hashtag, utilizzando quelli in tendenza per veicolare i propri messaggi. Oggi il numero di account dediti a rilanciare la propaganda in concerto – e su svariate piattaforme – suggerisce un’azione concertata di una équipe di professionisti che lavora a tempo pieno.

 

 

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Kalashnikov e Twitter, ecco l’operazione mediatica dei talebani

Maria Romana al padre Alcide: una preghiera che ci avvicina a De Gasperi e al “profumo del suo cielo”.

Al termine della celebrazione eucaristica in ricordo di De Gasperi, svoltasi ieri a San Lorenzo Fuori le Mura, la figlia dello statista trentino ha regalato un delicato momento di spiritualità attraverso questa sua preghiera dedicata al padre.  

Nel giorno del memoriale della morte di suo padre Alcide, la Signora Maria Romana sorprende la piccola comunità di fedeli ed amici alla Santa Messa, con una preghiera forte e dolce. 

Riserva la forza alla fatica di vivere in nostro tempo affogato nel dolore e nella pena, e la dolcezza di una figlia che si rivolge al padre nel chiedere per noi tutti, e non solo per sé stessa, la condivisione del “profumo del Cielo” e delle “nuvole bianche” aperte sulla povertà e sulla sofferenza. 

Ecco perché noi tutti dobbiamo un grazie a questa grande donna che ha saputo pregare con la dolcezza di una figlia e la fermezza di una donna del nostro tempo: quando pensiamo di essere soli, abbandonati al nostro destino, ecco che con una umiltà che è grandezza , la Signora Maria Romana, ci ricorda di essere umanità prima di quell’io solo al quale ci costringe e stringe la vita stessa. 

Grazie.

La preghiera

Vorrei fare una preghiera a mio padre che riposa all’ingresso di questa grande Chiesa che riceve per l’ultimo saluto chi lascia la terra. 

Mio caro padre, tu che vedi passare davanti a te chi ha gli occhi pieni di lacrime per chi ha perduto la vita. Tu che sai cosa è il dolore e la pena, ma anche la gioia di stare accanto al Signore, aiutaci a superare questo tempo difficile che il mondo sembra oggi offrire come unica strada da percorrere. 

Mandaci un po del profumo del tuo cielo che ci aiuti ad amarci l’uno con l’altro nel nome della verità; che si spengano le armi, che i bambini asciughino le lacrime, che gli anziani abbiano sonni tranquilli. 

Quel cielo che la nostra fantasia può solo immaginare, che apra le sue nuvole bianche a chi è stato povero, a chi ha sofferto nel corpo e nell’anima e riposi chi ha sofferto, finalmente felice nelle mani del Signore.

Avremo modo con il tempo di valutare la Storia afghana, ora è cronaca. Tutta colpa di Biden? Dire questo non ha senso.

La ‘fuga’ da Kabul è la reiterazione di un dilemma irrisolto, per tutti noi. Che dire? Non è affatto il declino dell’Occidente, è però l’evidenza della mancanza da tempo del suo Spirito e della Politica.

Diceva Talleyrand che con le baionette puoi fare di tutto salvo che sedertici sopra. Appena Nixon divenne Presidente (conservatore) iniziò e poi accelerò il processo di ritiro totale dal Vietnam (fino a 541.000 uomini con Johnson). L’assalto all’Ambasciata USA di Saigon del 30 Aprile del 1975 è alla fine un evento pittorico di un conflitto che aveva visto ben altre e tragiche cose e che in qualsiasi modo andava chiuso, 58.000 morti americani e oltre 153.000 feriti e mutilati. In piazza con i Movimenti dicevamo ‘Nixon boia’ ma lui fu ostinato nel venire via da quel conflitto. A sinistra, noi antimilitaristi non lo consideravamo, eppure poi si è scoperto come mai molta popolazione sud-vietnamita si spaventò al ritiro statunitense: quando arrivò Viêt Minh partirono le vendette, epurazioni ecc. Fu il prezzo finale del ritiro; il costo era da tempo che era insostenibile. 

Ricordo poi la Marina Militare a recuperare nel 1979 i boat people per portarli nei nostri Paesi. Io curai l’accoglienza a Prato di una famiglia di Saigon, e mi fecero racconti terrificanti. Dal 1975 al 1979, causa la collettivizzazione forzata delle terre e la sottrazione di bambini alle famiglie per l’indottrinamento, decine di migliaia di persone si diedero alla fuga dal Sud Vietnam. Sartre ed Aron accusarono l’Occidente di essersela data a gambe e di aver voltato le spalle ad un futuro democratico per quei popoli. Nixon e Gerald Ford fecero bene? fecero male? Nell’Agosto del 1963 John Kennedy confidò a Robert McNamara di vedere la piega irrisolvibile che aveva preso la partita e gli chiese di cominciare a studiare un piano di uscita senza fare troppa brutta figura. Eppure era stato lui che aveva brigato per sostituire Diêm con il giovane e ‘socialdemocratico’ Nguyên Vân Thiêu, con un colpo di stato (2 Novembre 1963). 

Ma come oggi per la maggior parte della popolazione afghana, i vietnamiti ‘subirono’ le riforme organizzative e sociali americane, non vi ‘aderirono’ mai (lasciare le risaie e acquistare le Lambrette, ad esempio). Quando gli Americani se ne andarono la loro società buddhista agricola ‘democratizzata’ del Vietnam del Sud accolse i Vietcong come un coltello nel burro. Kennedy, che da coraggioso iconoclasta intellettuale qual era, capì che bisognava uscirne prima che l’escalation si trasformasse in un’epica irrisolvibile. Morì a Dallas tre mesi dopo e Johnson appena insediato chiamò lo Stato Maggiore e tranquillizzò: gli USA non se ne sarebbero mai andati, anzi il nuovo 36° Presidente degli Stati Uniti dichiarò che l’impegno sarebbe aumentato, con grande gioia di Westmoreland e delle industrie. 

Obama era ‘il’ Democratico, ma non ha chiuso Guantanamo (come giurato e spergiurato) né disimpegnato dall’Afghanistan (come giurato e spergiurato). Ogni Presidente ha passato il ‘disimpegno’ al successivo. Finché arriva Biden e fa quello già deciso da Trump un anno prima e dai suoi predecessori.

L’Occidente si tiene Abdel  Fattah al-Sisi – con corredo orribile di casi Regeni ecc – pur di non consegnare l’Egitto ai Fratelli Musulmani. Il problema di fondo è che non solo la democrazia non si può esportare (figuriamoci imporre) ma che le Democrazie Occidentali hanno abbandonato ogni ragionamento politico paziente ed hanno deciso dalla Thatcher e Regan in poi di far governare l’economia ai finanzieri e la geopolitica ai militari. Questo è il vero disastro. McNamara andò da Johnson e si dimise nel Febbraio 1968 dopo aver già avuto scontri con il Presidente dal Novembre 1966: disse a Johnson, a cui i militari avevano chiesto altri centomila uomini, che era per chiudere i bombardamenti dei B52 sul Vietnam del Nord e per iniziare da subito il ritiro di almeno 80.000 uomini (altro che continuare…).

Johnson prese la strada opposta, lo sostituì con lo sconosciuto Clifford (che durò meno di un anno), e la ‘gloria’ e le contumelie del ritiro se le presero poi Nixon e Kissinger (Ford si beccò gli insulti, ma è quello che chiuse la porta, a concordare a Parigi con l’FLN dei Viet Cong c’era Kissinger, che prese pure il Nobel per la Pace). Quindi Biden più di tanto non poteva fare, se non tenere conto che iniziare e conquistare e sbaragliare è facile ma poi perdere non piace a nessuno.

Fu dopo la Guerra di Corea che anche i democratici Paesi Occidentali ‘anticomunisti’ resero la vita impossibile a diversi Paesi loro ex Colonie. Se ci fu Hanoi e Ho Chi Minh, che non potette fare altro che rivolgersi ai comunisti, bisogna ringraziare la boria e la durezza francese degli Anni ’50, cose incredibili, da potenza stupida; insomma già dagli Anni ’50 la Seconda Guerra Mondiale aveva insegnato qualcosa ai Paesi Occidentali per le loro relazioni future, ma il resto del mondo si continuò a trattarlo con supponenza se non disprezzo.

P.S. Visto? Dopo le prime reazioni emotive a caldo, oggi comincia a delinearsi una storia della presenza occidentale in Afghanistan un po’ più complessa della semplice bambinesca colpevolizzazione di Biden. Era ovvio…non poteva essere stato solo lui o gli USA il problema…in vent’anni noi siamo stati, e abbondantemente, ‘parte-del-problema’.

La stampa attacca Biden, ma gli americani volevano lasciare Kabul. Il punto su AgenSIR.

Mentre i governatori del Maryland e della Virginia si offrono di accogliere più rifugiati, la Chiesa cattolica americana, fin dalla creazione di un programma di reinsediamento dei rifugiati nel 2006, ha lavorato con il governo per consentire che i 73.000 afgani, titolari di un permesso speciale SIV, assieme alle loro famiglie venissero correttamente accolti. Ed in queste ore frenetiche è quello che sta facendo Catholic Charities in Virginia, man mano che arrivano aerei carichi di profughi in una base militare a Fort Lee, che vengono trasferiti nell’area di Arlington, dove si trovano già altri rifugiati, da lungo tempo, provenienti dall’Afghanistan.

Maddalena Maltese

Non c’è un metodo perfetto o imperfetto per perdere una guerra, ma il modo in cui gli Stati Uniti hanno perso l’Afghanistan è sotto il giudizio non solo degli americani ma del mondo: un fallimento. Gli Usa sarebbero dunque dovuti restare in Afghanistan, in uno status quo a tempo indeterminato, vista l’impossibilità di una vittoria militare? Il 73% degli americani è netto a questo riguardo: Kabul andava lasciata. Ma l’esecuzione di questo mandato è stata “imperfetta”, ha confessato l’addetto stampa del Pentagono Paul Kirby. Le esercitazioni a tavolino studiate a Washington non prevedevano una resa senza battaglia, né le centinaia di afghani disperati che si attaccavano all’aereo militare sulla pista di decollo, per poi precipitare al suolo quando il C17 si è levato in volo. Anche loro in caduta libera come i corpi delle Torri Gemelle: immagini strazianti difficili da credere a poco meno di un mese dal dal 20° anniversario dell’11 settembre, una data che lega indissolubilmente gli Usa all’Afghanistan.

Se il presidente Joe Biden voleva riportare nello Studio Ovale competenza e strategia, le immagini di Kabul, Herat, Kandahar suggeriscono ben altro. La stampa americana non risparmia critiche al vetriolo e non solo a lui, ma a tutti i commander in chief che hanno nutrito l’opinione pubblica di un falso ottimismo sui progressi “stabili” e “deliberati” dell’America in Afghanistan, quando già nel 2019, i cosiddetti “Afghanistan Papers” pubblicati dal Washington Post li avevano ampiamente smentiti. Un ritiro così caotico è il ritratto di un’ennesima guerra afflitta da lacune nell’intelligence, nella conoscenza del popolo, della storia, della sua strategia di accordi per quieto vivere. Gli Stati Uniti sul terreno afgano lasciano 2.000 miliardi di dollari, le vite di 2.448 tra militari e appaltatori, le ferite di 24.000 reduci, le vite di 47.000 civili e il servizio di 800.000 soldati.

Negli Usa questa è l’ora delle colpe democratiche e repubblicane, afghane e talebane. È l’ora della colpa per le Nazioni Unite, pressoché assenti e che si spera impediscano una possibile guerra civile; è l’ora della colpa per l’Unione europea senza strategia; del Pakistan condiscendente alla violenza; della Russia tornata amica. Colpa di isolazionisti e di generali; di falchi e false colombe. CNN, NBC, Fox news, New York Times; Los Angeles Times, PBS: non c’è canale o mezzo stampa che non sieda sul banco dell’accusa.

“Ma in questa guerra condotta a nome del popolo degli Stati Uniti, quanto gli statunitensi sono stati toccati in modo tangibile, se non per quelli che hanno avuto una persona della famiglia nella campagna in Afghanistan?” si domanda Matt Malone, direttore di America, la rivista dei gesuiti. “Negli ultimi anni chi di noi ha perso una sola notte di sonno preoccupandosi di Kabul? O ancora in questi venti anni quanto storie sull’Afghanistan pubblicate dai media sono state ignorate perché eravamo frettolosi, stanchi, annoiati?”, continua il gesuita, che dichiara “inconcepibile” inviare altri giovani americani in una guerra ventennale, “mentre tutti noi godiamo il lusso di non doverci preoccupare”. Per Malone la vera domanda da porsi non è cosa hanno fatto gli Usa negli ultimi 20 anni in Afghanistan, ma “cosa io e te non siamo riusciti a fare”.

 

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https://www.agensir.it/mondo/2021/08/19/la-stampa-attacca-biden-ma-gli-americani-voelvano-lasciare-kabul-la-chiesa-in-campo-per-accogliere-i-profughi/

Il Vangelo secondo Erri De Luca. Conversazione con Luciano Zappella su “Sant’Alessandro”

Riproduciamo la prima parte di questa intervista – segue link per la lettura del testo integrale – apparsa sul settimanale online della diocesi di Bergamo. Zappella coglie l’occasione, discutendo dell’opera di Erri De Luca, per affermare che “l’ignoranza della Bibbia è l’ignoranza dell’umano”

Daniele Rocchetti

Erri De Luca è certamente uno degli autori italiani più significativi e difficili da inquadrare: narratore, saggista, poeta, traduttore, autore di testi teatrali e giornalista. 

Una produzione articolata da parte di un uomo controverso che non si è mai sottratto alle sfide del tempo levandosi spesso come voce, spesso solitaria, di chi fatica a farsi udire nel sonnolento teatro della storia umana.

Il suo primo romanzo – “Non ora, non qui” – è stato pubblicato nel 1989 e i suoi libri sono stati tradotti in oltre trenta lingue. Si definisce “autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddis e ebraico antico”.

E proprio la Bibbia rappresenta per “il non credente e non ateo” De Luca, il testo fondatore che ha innervato tutta la sua prolifica e suggestiva ricerca letteraria.

Ad analizzare il valore della Bibbia nell’opera di De Luca è Luciano Zappella con un libro, che ho trovato molto intrigante e di qualità, da poco pubblicato dall’editrice Claudiana (“Il Vangelo secondo Erri De Luca”, 2021, pp. 216, euro 14,50). Zappella, esponente della Comunità Evangelica di Bergamo, ha tutti i numeri per cimentarsi nel lavoro: presidente del Centro Culturale protestante di Bergamo e di Effetto Bibbia è da sempre molto attento al rapporto tra Bibbia e letteratura. 

Quali ragioni ti hanno a portato a scegliere di approfondire il profilo e l’opera di Erri De Luca in rapporto alla Bibbia?

Come altre e altri, anche io mi sono “innamorato” di Erri De Luca all’inizio degli anni Novanta, in occasione dell’uscita di Una nuvola come tappeto, il testo che lo ha imposto al grande pubblico, e delle prime traduzioni bibliche (Esodo, Giona e Qohelet). All’epoca De Luca era un autore di “tendenza”, in un periodo in cui cominciava a diffondersi anche in ambito laico un forte interesse per l’ebraismo, la lingua ebraica e la Bibbia. Ovviamente, ha giocato molto anche la sua militanza politica e il suo impegno umanitario. Poi, l’ho seguito più sporadicamente, finché due anni fa la richiesta della Claudiana di scrivere un libro su di lui mi ha costretto, si fa per dire, a leggere o rileggere buona parte dei suoi testi. 

Una delle apparenti contraddizioni di Erri De Luca è il suo voler rivendicare di essere allo stesso tempo non credente e non ateo. Aiutaci a capire meglio.

È vero. Sembra una contraddizione, ma non lo è. Io preferisco parlare di paradosso, che, tra l’altro, è anche una categoria biblica, anche se ovviamente il termine non compare nella Bibbia. Il paradosso è racchiuso nella sua autodefinizione di “non credente non ateo”. De Luca ha ripetuto spesso che il fatto di sentirsi non credente non gli impedisce di credere nella fede altrui, cioè di prenderla sul serio, e di credere nel libro – la Bibbia – che racconta una storia di fede pienamente calata nella storia. Vorrei citare una frase tratta da Ora prima che riassume benissimo la sua posizione: «Credente non è chi ha creduto una volta per tutte, ma chi, in obbedienza al participio presente del verbo, rinnova il suo credo continuamente. Ammette il dubbio, sperimenta il bilico e l’equilibrio con la negazione lungo il suo tempo». Mi sembra una considerazione molto bella perché molto vera. E succede spesso che siano proprio i non credenti o i cosiddetti laici a parlare della fede in modo sorprendentemente efficace. 

Tu scrivi che De Luca assume una posizione schiettamente laica e dunque propriamente biblica…

Anche questa sembra una contraddizione. Sarebbe effettivamente così se la Bibbia fosse un libro edificante, un libro per anime pie o peggio ancora una specie di manuale moralistico. Ma non è così. Pensa a una figura come quella di Davide e alle sue tantissime contraddizioni. Per non parlare di personaggi come Tamar, Giacobbe, Giona, l’apostolo Pietro, e via dicendo. La Bibbia non è fatta per persone che hanno troppe certezze. E infatti diversi personaggi biblici sperimentano continuamente, come succede a molti ancora oggi, il dubbio e l’abbandono, il credere e il non credere. È interessante vedere come il non credente De Luca colga bene questo aspetto quando scrive che la Bibbia è «un libro sacro, un’avventura per anime in fiamme e in travaglio, non per i quieti».

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https://www.santalessandro.org/2021/08/19/il-vangelo-secondo-erri-de-luca/

 

I segni del cattolicesimo democratico nel «secolo breve»: De Gasperi, 100 anni fa, entrava nel Parlamento italiano.

L’anniversario della scomparsa dello statista trentino, avvenuta il 19 agosto del 1954, coincide quest’anno con il ricordo della sua elezione, giusto un secolo fa, a Deputato del Regno d’Italia. La ricognizione storica permette di «capire» il presente. De Gasperi, allora, può essere un riferimento per la politica d’oggi?

I cattolici, nel «secolo breve», con la loro politica hanno illuminato la scena. Non sono stati ai margini della storia. In effetti hanno vissuto la brevità del Novecento attraverso la brevità della loro stessa vicenda pubblica: il Ppi nasce nel 1919, la Dc finisce nel 1994. In mezzo, per giunta, c’è la cesura del Ventennio fascista. Tanti i volti di questa epopea cattolica, ma la figura più eminente, capace anche oggi di costituirsi ad esempio di intelligenza e senso di responsabilità, è lo statista per antonomasia della nostra Ricostruzione. 

Alcide De Gasperi, deputato dell’Impero Austro-Ungarico fino al termine della Grande Guerra, entrava nel 1921 a Montecitorio. Da Vienna passava a Roma, in continuità di  indirizzo politico, come rappresentante dei popolari del suo Trentino, ricongiunto dopo la Vittoria alla madrepatria. Di tale evento giova conservare opportuna memoria. Si era votato anticipatamente perché Giolitti, tornato nel 1920 alla guida del governo dopo il gracile esperimento di Nitti, voleva far tesoro dei risultati positivi da lui ottenuti: in primo luogo l’uscita dall’avventura di D’Annunzio a Fiume. Secondo Sturzo fu però una decisione che rispondeva non poco alla volontà dello statista piemontese di ridimensionare il Ppi. In realtà la manovra, una delle tante che questi mise in atto nella sua lunga vita politica, si rivelò un boomerang: i popolari tornavano alla Camera con un numero accresciuto di eletti. Il problema è che dopo quel voto la legislatura ripartiva con squilibri e incertezze maggiori, infarcita d’un drappello di camice nere messe in lista proprio da Giolitti.

De Gasperi era conosciuto e stimato, venne perciò sollecitato dai colleghi popolari ad assumere la guida del Gruppo parlamentare. Da quella posizione di responsabilità, vide consumarsi in fretta l’ancora debole fiammella della democrazia italiana. Finita la guerra, le tensioni sociali erano esplose: con il «biennio rosso» (1919-1920) tutto era diventato più complicato, per tutto c’era un carico di sospetti e paure. Così, mentre Sturzo metteva il veto a Giolitti, il cattolico Meda lasciava cadere l’ipotesi di un suo incarico per la formazione del governo. La rinuncia aggravò la situazione. Socialisti e popolari erano troppo distanti, come altrettanto lo erano, a seguito dello sgarbo subito con il ricorso anticipato alle urne, i popolari dai liberali. L’ingovernabilità, in conclusione, assumeva il volto dell’irresoluto Facta. 

Nel giro di un anno e mezzo tutto precipitò e Mussolini poté, con relativa facilità, impossessarsi del potere. Anche Vittorio Emanuele III dimostrò nella circostanza di essere a rimorchio degli avvertimenti, arrecando perciò con la sua condotta ambigua una ferita al prestigio della Corona. Il Ventennio cominciava in sordina con l’apparente regolarizzazione del fenomeno fascista, rimanendo lì per lì immutato il quadro di maggioranza alla Camera. L’equilibrio si fondava sulla illusione – non di Sturzo, in verità – che Mussolini fosse una meteora e il suo movimento il prodotto di una reazione salvifica, tanto per rimettere in sesto l’ordine liberale. 

Andò diversamente, come si sa, giacché la fiducia dei democratici si scontrò con la pervicacia e l’arbitrio di Mussolini. De Gasperi, che patì successivamente la condanna a un anno e mezzo di carcere per tentato espatrio clandestino, si accorse in ritardo del pericolo. Nel secondo dopoguerra fece ammenda della fiducia accordata all’Esecutivo di emergenza messo nelle mani del Duce sulla spinta eversiva della Marcia su Roma. Il suo antifascismo si consolidò nel corso degli anni e fece perno sulla tenuta dei popolari fedeli alla consegna della democrazia. Gli capitò di anticipare, ancora nel pieno fulgore del Regime, che i cattolici non avrebbero dovuto ripetere un altro errore, quello che Meda commise, appunto, con il suo atteggiamento rinunciatario dinanzi a possibili responsabilità di governo. Caduto il fascismo, bisognava essere pronti a compiere il proprio dovere. E si convinse, a tal fine, che andavano abbattuti gli «storici steccati» tra guelfi e ghibellini. Infatti la ripartenza dell’Italia – ai giorni nostri si direbbe così – avvenne sulla base di un pensiero che enucleava dal quadro emerso con la Resistenza e la Costituente il fattore di naturale aggregazione tra forze di ispirazione cristiana, liberale e socialdemocratica. 

Abbiamo bisogno di un analogo pensiero e quindi di un’analoga proposta. Per fortuna non si affaccia all’orizzonte un rischio autoritario, come all’epoca di De Gasperi nel Parlamento del Regno, ma la democrazia patisce egualmente un’usura, stavolta generata dall’antipolitica. Ne consegue un lento riflusso, di per sé positivo, che può tuttavia accompagnarsi alla degenerazione nel pragmatismo senza valori. Non aiuta, del resto, la semplificazione del discorso sulle alleanze. Sembra che l’attuale parentesi di un governo a base parlamentare larga, fuori dalla logica di schieramento che ha caratterizzato la fase susseguente alla fine della Prima Repubblica, debba quanto prima chiudersi a tutto beneficio di una restaurata dialettica tra destra e sinistra. Sicché a Draghi si attribuisce, specie tra i sostenitori del bipolarismo, l’onere di una  «eccezionalità di funzione» che può valere al più come salvacondotto occasionale e non come passaggio oltre il quale sarà giocoforza immaginare un assestamento del quadro politico.

Serve un messaggio con un suo substrato storico, in qualche modo connesso al successo di De Gasperi. Fu lui il principale interprete del desiderio di coesione nazionale, pur dentro lo spazio angusto della Guerra fredda, e quindi l’inventore di ciò che si dice coalizione, fecendone il parametro del suo «centrismo democratico». In effetti, il motore politico della Ricostruzione stava nella formula di stretta cooperazione tra quanti annettevano all’anticomunismo il significato di una scelta di campo per la libertà e il progresso, non per la conservazione di vecchi interessi. L’alleanza aveva nella Dc il suo pilastro, ma la Dc non era il totus dell’alleanza: i rapporti di forza, anzitutto nella visione degasperiana, non erano d’ostacolo alla  gestione di una comune politica di sviluppo.

Oggi la sfida si ripropone con qualche sostanziale similitudine rispetto al passato. Il problema è capire se in un Paese che sta uscendo da un’altra guerra, quella contro la pandemia, esistono le condizioni per dare all’esigenza di governabilità la forma di un rinnovato modello degasperiano. Si tratta di superare gradualmente l’odierno equilibrio precario, con una maggioranza disorganica che ruota attorno al riconoscimento di uno stato di necessità, sforzandosi tuttavia di preservare per l’immediato avvenire lo spirito giusto di questa politica di convergenza e solidarietà. E ciò nella consapevolezza di come tutte le forze sociali e politiche, di qui alle elezioni del 2023, ma già con la scelta del Presidente della Repubblica all’inizio del prossimo anno, siano obbligate a riprogettare il loro posizionamento.

In questa luce si fa più chiaro il profilo di una iniziativa che può arricchirsi, sulla scorta della lezione di De Gasperi, di un nuovo slancio del cattolicesimo democratico.  

 

Lucio D’Ubaldo ha scritto De Gasperi l’antipopulista. La democrazia come elevazione degli umili, Quaderni degli Accademici Incolti, Gaffi editore, 2018. ll presente articolo esce simultaneamente su “Il Domani d’Italia” e su “Orbisphera”.

Lectio degasperiana 2021. Tra Stato e Mercato, le Comunità. Ispirazioni degasperiane. Intervento dell’Avv. Giuseppe Guzzetti.

Riportiamo la prima parte – in fondo si trova il link per la lettura completa – della relazione che Giuseppe Guzzetti ha svolto ieri a Pieve Tesino in occasione del tradizionale incontro della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi.

Giuseppe Guzzetti

Premessa. Ringrazio Beppe Tognon, presidente della Fondazione trentina A. De Gasperi, per avermi offerto l’opportunità di rendere una testimonianza personale sullo statista. De Gasperi mi catturò all’impegno politico quando, imberbe studente liceale al Collegio Arcivescovile Ballerini di Seregno (Mi), ascoltai il comizio che tenne a Torino per la campagna elettorale del 1953. Il Collegio aveva organizzato la visita dei liceali al Salone dell’auto ma, giunti a Torino, visti i manifesti del comizio, mentre i miei compagni andarono a vedere le automobili, io e il vicerettore, don Luciano Ravasi, andammo in piazza San Carlo. De Gasperi mi parve subito un grande leader. Seguivo la sua intensa attività politica sul ‘Corriere della Sera’, un giornale non ammesso in Collegio, che il vicerettore mi faceva leggere di nascosto nel suo studio. Al Ballerini gli unici giornali ammessi erano, al lunedì, la ‘Gazzetta dello sport’ e ‘Tuttosport’. Il risultato fu che, sempre con la copertura di don Luciano Ravasi, scappai per oltre venti sere dal Collegio per fare campagna elettorale per la DC a Giussano, in provincia di Milano. Ricordo che era la campagna elettorale della cosiddetta «legge truffa» che dava un premio del 3% alla coalizione che avesse superato comunque il 50% dei voti. Mentre oggi la legge elettorale darebbe la maggioranza a chi superasse il 40%. Delle due leggi quale è la vera «legge truffa»?

Sono stato un politico, nella Democrazia cristiana, un amministratore, Presidente della Regione Lombardia. Altri mi hanno definito un filantropo in quanto per 20 anni ho presieduto l’Associazione delle fondazioni di origine bancaria. A questo proposito i miei meriti sonomolto minori di quanto si creda, perché per aiutare il prossimo io ho avuto a disposizione non solo il grande patrimonio della Fondazione Cariplo, ma anche la rete del cooperativismo, del volontariato, dell’impresa sociale e del privato sociale, che, anche quando non si vede, cuce ogni giorno la tela della nostra società e della nostra democrazia.

Le democrazie liberali occidentali si reggono tutte su tre Pilastri: lo Stato, il Mercato e la Comunità. Lo Stato è la mano pubblica; il Mercato genera il profitto per remunerare gli investitori, ma solo la comunità è in grado di coniugare in maniera efficace il privato con i bisogni sociali. Lo abbiamo visto anche in questa pandemia.

De Gasperi aveva un concetto moderno e anticipatore di comunità anche se ai suoi tempi si usavano altri concetti, ad esempio quello di «popolo». Ma per lui il popolo si reggeva sulle comunità. Nella relazione all’Assemblea costitutiva del nuovo Partito popolare a Trento, il 14 ottobre 1919, De Gasperi disse: «Le nostre vicinie, i nostri municipi, le nostre comunità che cosa furono se non i gangli più vivi e resistenti del nostro organismo di fronte alla prepotenza assorbente del dominio straniero e questi gangli a che cosa ci ricongiungono se non alle fulgide tradizioni dei comuni italiani che irradiarono tanta civiltà nel mondo?» Per De Gasperi la comunità è il ganglio più vivo e resistente di una democrazia.

Il Terzo Pilastro è un fenomeno economico e sociale imponente, di cui nessuna amministrazione pubblica potrebbe più fare a meno. La più recente indagine Euricse/lstat documenta la forza e l’insostituibilità del Terzo Settore in Italia: 400.000 Enti, 5.500.000 volontari, 1.580.000 dipendenti. Un fatturato che si stima raggiunga gli 80 miliardi di euro, circa il 5% del PIL. Per rafforzare la presenza delle comunità il privato sociale deve continuamente innovare per tener dietro ai bisogni che cambiano. E per spiegarmi vorrei citare 3 iniziative importanti su cui mi sono impegnato a fondo. La prima è l’edilizia sociale per dare alloggi alle persone e alle famiglie che non possono pagare un affitto di libero mercato e che non è la vecchia edilizia popolare del Piano Fanfani: sperimentatane la fattività con la Cariplo è grazie all’azione del ministro Giulio Tremonti che l’edilizia sociale è diventata un programma nazionale di successo. La seconda è la Fondazione con il Sud che è oggi l’unico strumento per sostenere l’infrastruttura sociale nel Mezzogiorno. Infine, vorrei citare i programmi per estirpare la povertà educativa infantile in Italia e a Milano. I sussidi o i buoni scuola alle famiglie sono importanti, ma la povertà educativa si batte solo con le comunità educanti, che sono ben altra cosa.

Ma come si è costruito questo Terzo Pilastro? Lo storico e politico francese, Alexis Tocqueville, andato negli Stati Uniti nel 1831/32 per studiare gli ordinamenti democraticistatunitensi e la vita politica e sociale di quella prima e grande democrazia moderna, di ritorno in Europa, nell’opera fondamentale De la démocratie en Amerique, non senza sua sorpresa, evidenziò la presenza di una componente del tutto nuova, la «comunità».

Il termine «comunità» è studiato dai sociologi, ma la sua sostanza affonda nel bisogno umano di creare legami, di riconoscersi negli altri, di vivere insieme. Gli studiosi dicono che sono comunità i gruppi sociali con una base territoriale, linguistica, religiosa, politica comune. In definitiva, l’idea di comunità richiama un bisogno di identità ed è per questo motivo che la comunità non può essere una cosa immateriale, a distanza. Lo abbiamo visto con la scuola che con la didattica a distanza si snatura. Spesso è la politica che tradisce i bisogni di comunità, sia quando impone uno statalismo stupido sia quando propone cattivi modelli di comunità fondate sul sangue, sulla razza, su false ideologie.

De Gasperi aveva molto chiaro che le comunità e gli Stati sono soggetti speciali che devono trovare un equilibrio in valori sociali e spirituali più alti. De Gasperi conosceva il problema perché è stato figlio della disgregazione di un Impero e perché capiva bene l’importanza delle relazioni internazionali. Da deputato italiano di un ormai fragile Impero e da capo del governo di una nazione sconfitta e che si era macchiata di molti torti, aveva ben chiaro che la politica internazionale è la base di ogni politica interna. Nei quasi dieci anni in cui fu Presidente del Consiglio è stato per ben quattro anche ministro degli Esteri. In De Gasperi vi era la dialettica tra la sua coscienza di cittadino trentino e poi italiano, sempre puntuale e fiera, e la sua coscienza di cattolico, di figlio di una religione universale ma anche di un ordine politico e giuridico, quello cattolico romano, che De Gasperi prese sempre a modello contro i nazionalismi.

Rileggendo le lettere di De Gasperi nella bella edizione digitale del suo epistolario capisco quale fosse la radice dell’ostinata concezione della laicità che lo pose talvolta in conflitto con la Curia vaticana e anche con papa Pio XII, che gli negò un’udienza con la sua famiglia. E anche se da Presidente del Consiglio dovette stigmatizzare questo rifiuto, mai dalla sua bocca o dalla sua penna uscì una parola cattiva contro il messaggio evangelico e contro la Chiesa. Vorrei allora dire che la sua santità, di cui si torna a parlare, non è e non dovrebbe essere di tipo ecclesiastico o devozionale, ma piuttosto politico, un esempio di eroismo nel difendere la libertà, la democrazia rappresentativa e lo Stato di diritto.

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https://www.degasperitn.it/79070/Testo-lectio-degasperiana-2021-G.-Guzzetti.pdf

Lectio degasperiana 2021. Tra Stato e Mercato, le Comunità. Ispirazioni degasperiane. Intervento del Prof. Giulio Tremonti.

Riportiamo la prima parte – in fondo si trova il link per la lettura completa – della relazione che Giulio Tremonti ha svolto ieri a Pieve Tesino in occasione del tradizionale incontro della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi.

Giulio Tremonti

  1. Il titolo scelto per questo “confronto” è: “Tra Stato e Mercato, le Comunità. Ispirazioni degasperiane”.

Proprio queste parole – le parole Stato, Mercato, Comunità – offrono una traccia semantica perfetta per ricostruire lo sviluppo tanto della nostra Costituzione, quanto del pensiero e dell’azione di Alcide De Gasperi.

Sviluppo, come è stato via via nel tempo:

– a partire dal tempo della Costituzione, promulgata il 27 dicembre 1947;

– per arrivare al tempo presente.

Comincerò dunque dalle parole e del resto, come è stato detto: “in principio era il verbo!”

  1. Nella Costituzione del 1947 si trova 51 volte la parola “Stato”, 70 volte la parola “Repubblica” – 70 è più di 51 ed è sintomatico – è del tutto assente la parola “Mercato”!

Nel linguaggio della Costituzione la parola “Repubblica” indica l’insieme delle forme che, a vario titolo, ne compongono la comunità politica, più o meno come a Roma era la “Res publica”.

La parola Stato ne indica l’organizzazione, più o meno come a Roma era la “Civitas”: la città-stato, la comunità organizzata, l’insieme delle cariche istituzionali.

Per contro è soltanto nel 2001 che, nel testo della Costituzione, è stata introdotta la categoria del “Mercato”, sotto specie di “mercato finanziario” e di “concorrenza”, come è testualmente nell’art. 117, secondo comma, lett. e).

Ma c’è anche una variante, rispetto a questo schema: nel testo della Costituzione per 3 volte compare anche la parola Nazione, parola usata per indicare tanto l’identità, quanto la continuità storica dell’Italia!

Ma di questo parlerò infine, quando parlerò del necessario ritorno in politica del “romanticismo”.

  1. Per essere chiari: non è che nel testo originario della Costituzione fosse assente la dimensione dell’economia.

All’opposto, questa era presente ed in molti e fondamentali articoli, articoli concentrati nel “Titolo III”, appunto rubricato: “Rapporti economici”.

Ma, ed è qui essenziale notarlo:

  1. a) nello spirito e nella lettera della Costituzione del 1947, l’economia, in tutte le sue forme, e queste espressione di diverse culture – cattolica, comunista, liberale – l’economia era sistematicamente subordinata tanto alla Repubblica, quanto allo Stato, e dunque subordinata a ciò che integrava e garantiva il più alto e superiore sistema dei valori politici;
  2. b) è certo vero che, a partire dal 1957, la figura del mercato è entrata nel nostro ordinamento, per la via “europea” dei Trattati di Unione.

Ma senza che questo processo, allora relativo soprattutto al “MEC”, avesse forza sufficiente per alterare la gerarchia dei nostri principi politici fondamentali.

  1. È stato solo dopo, con il divenire della globalizzazione, che il mercato è divenuto categoria politica dominante, dominante nel mondo, in Europa, infine anche in Italia.

Finita l’Unione Sovietica si pensava infatti di poter andare oltre la storia, in un mondo unificato dalla magica ed armoniosa metrica del mercato, del mercato pensato e presentato come la matrice unica della democrazia e della pace.

Questa era una utopia, ma del resto in greco utopia letteralmente vuol dire “non luogo” e proprio questa è l’essenza della globalizzazione!

Alla base c’era l’idea di una ineluttabile transizione, dalla secolare triade “Liberté, Égalité, Fraternité”, alla nuova triade “Globalité, Marché, Monnaie”.

È così che nel campo politico e culturale è emerso prima, e poi si è affermato, il “mercatismo”: l’ultima ideologia del ‘900.

Vista altrimenti, era l’idea simil religiosa del mercato “sicut deus”.

Il mercatismo, la forma ultima del materialismo storico: mercato unico-mondo unico-uomo a taglia unica.

Una prova di questo? La si trova, per esempio, nell’espressione “mercato del lavoro”.

Espressione questa piuttosto orrenda, ma oggi diffusissima, tanto nel dibattito politico, quanto nel linguaggio delle università commerciali.

Non credo che la idea del “lavoro” come oggetto di “mercato” fosse presente a Camaldoli!

Certo la globalizzazione non poteva essere fermata, ma forse poteva essere sviluppata in tempi più lunghi e più saggi.

E questo – se oggi posso ricordarlo – questo l’ho detto e scritto piuttosto per tempo!

  1. È stato in questo contesto che nel 2001 i nostri successivi padri costituenti hanno inserito nel “Titolo V” della nostra Costituzione, oltre alla “novità” del federalismo, anche la “novità” del mercato.

Un curiosum è che l’inserimento in Costituzione del mercato è stato operato dentro un “Titolo” che era ed è ancora rimasto rubricato: “Le Regioni, le Province, i Comuni”.

  1. E, tuttavia, le meraviglie generate dalla supermodernità globale e garantite dai suoi sciamani, la versione contemporanea dei miti millenari de “L’età dell’oro” e del “Giardino dell’Eden”, tutto questo è durato ben poco: poco più di tre lustri.

Dopo sono infatti venute, ed in sequenza, prima la grande crisi finanziaria del 2008 e poi, oggi, la pandemia.

  1. È stato scritto che la pandemia è stata (è) “una tragedia umana di proporzioni bibliche”.

Una tragedia umana, certo, ma la Bibbia è magazzino di miti e di immagini ben più coerenti: se non quelle del “Diluvio” o della “Cacciata dal Paradiso”, piuttosto la “Torre di Babele”.

Qui l’umanità sfida la divinità, erigendo verso il cielo la sua torre, la divinità la ferma, privandola della lingua unica.

Se al posto di lingua unica si mette “pensiero unico”, si comprendono bene gli effetti della pandemia, un fenomeno che ha hackerato il software della globalizzazione, che ne ha spezzato il meccano mentale, prima tutto positivo e progressivo.

  1. Oggi, terminato il “global order”, venuto all’opposto un “global disorder”, è venuto il tempo per una riflessione generale.

Abbiamo i vaccini contro i mali del corpo, ma ancora non abbiamo i vaccini contro i più sottili, ma non meno gravi, mali della politica.

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I Sindaci e l’accoglienza, un segnale importante.

Le conseguenze della “fuga” da Kabul sono sotto gli occhi di tutti. Dobbiamo prepararci all’accoglienza, anche in tempi molto stretti. La prima risposta dei Sindaci italiani, e di tutta la comunità nazionale, costituisce il nucleo di una iniziativa importante sul terreno della solidarietà concreta. Dunque, una iniziativa che non va sottovalutata e che smonta, dall’inizio, qualunque polemica politica.

L’intricata e complessa vicenda afghana si potrebbe riassumere con un efficace e straordinario slogan pubblicato oggi su un quotidiano nazionale: “pensavamo di esportare la democrazia e invece importiamo i profughi”. Nella sua brutalità è proprio così. Il fallimento clamoroso e plateale della politica estera americana – a prescindere dal campo democratico o repubblicano – è sotto gli occhi di tutto il mondo. E, con l’amministrazione americana, di tutto l’Occidente. Una incapacità politica, strategica e diplomatica di fronte alla quale non ci resta che prendere atto della situazione e attrezzarsi per evitare che il cambio violento alla guida politica dell’Afghanistan non si traduca in una recrudescenza del terrorismo su scala internazionale. Oltre, come ovvio ed evidente a tutti, al ritorno ad una stagione oscurantista, medioevale, inumana e micidiale sotto il profilo del rispetto delle persone, delle donne e della salvaguardia dei minimi diritti democratici. Un universo valoriale, come tutti sanno, del tutto inesistente da quelle parti.

Ma, al di là del terribile epilogo in cui è precipitato quel paese, adesso la priorità è quella di far sì che tutti coloro che non possono, non vogliono e non sono compatibili con quel regime del terrore – sì, non sono compatibili sotto il profilo politico, culturale e di civiltà – possano arrivare nei paesi democratici e liberali dove il rispetto della persona, di tutte le persone, resta il faro che illumina il modo di comportarsi in una società.

Sotto questo versante, è significativo l’appello e la disponibilità concreta manifestata dai sindaci italiani attraverso l’Anci ad avviare tutte le pratiche necessarie per l’accoglienza dei profughi. Profughi, appunto, e non clandestini per evitare di fare di tutta l’erba un fascio e per non innescare la solita polemica strumentale fatta di “invasione”, di “cellule terroristiche” in arrivo e della eterna disputa su come regolamentare l’immigrazione. Sotto questo versante, ci sono articoli della Costituzione, regolamenti europei e leggi internazionali che disciplinano come ci si deve comportare. Perchè, come è stato già detto e scritto, mettere in salvo le persone che hanno concretamente aiutato i nostri soldati e che si sono fidate delle garanzie date dall’Italia in merito alla loro protezione non è soltanto una scelta politica ma è, soprattutto, un dovere morale. Oltre a tutte quelle persone che chiedono asilo politico. Che, come ovvio, non centra assolutamente nulla con l’arrivo di clandestini o di terroristi in incognita. Si tratta di persone che fuggono dal terrore e dalla violenza – perchè chi condivide quei metodi e quei disvalori non ha alcun motivo per fuggire – e che chiedono solo e soltanto un’accoglienza. Democratica, civile e umana.

Ecco perchè il segnale dei Sindaci italiani, e di tutta la comunità nazionale, è una iniziativa importante che non va sottovalutata e che smonta, dall’inizio, qualunque polemica politica. Sia sul fronte dell’accoglienza indistinta ed indiscriminata e sia sul versante della necessità di sottolineare, ancora una volta, la cultura che storicamente accompagna e caratterizza il nostro paese. Che era e resta civile, democratico, liberale, europeista, accogliente e soprattutto ancorato ai valori cristiani e umani dell’accoglienza e della responsabilità.

 

La montagna è di tutti, ma va rispettata nel suo ambiente naturalistico e antropico.

Il dibattito è aperto. Alle critiche di Payar fa seguito questa replica di Provinciali, redattore de “Il Domani d’Italia”. Se il mare attrae il turismo di massa, la montagna suscita le premure di vacanzieri esigenti.

Dopo aver ricevuto via mail la condivisione e il ringraziamento di Reinhold Messner al mio articoletto su “come cambia l’architettura delle case di montagna” (forse lui se ne intende, visto che abita a Firmian (Bz) e fa conferenze in difesa dell’ambiente montano dagli stravolgimenti urbanistici)  attendevo qualche osservazione anche critica: è puntualmente stata pubblicata quella di Antonio Payar, che si definisce esperto di montagna ma confonde il Trentino con l’Alto Adige, impostata più come attacco personale immotivato che per controbattere le argomentazioni da me dedotte. Ognuno ha le sue idee ma deve rispettare quelle degli altri, non permettersi di giudicarle non ortodosse: mi pare tra l’altro di capire che siamo entrambi “turisti metropolitani”, una qualifica che attribuisce a me,  ma che riguarda anche lui.

Forse Payar non viene in Alto Adige da anni, oppure non ha osservato le nuove costruzioni abitative che in provincia di Bolzano – nei centri grandi e nei piccoli paesi – stanno cambiando la fisionomia urbanistica di questi luoghi. Perché io mi sono espresso precisamente sull’Alto Adige, che frequento assiduamente da quando ero bambino: nel titolo da me proposto il riferimento era quello. 

E sono in contatto con il Presidente della Provincia Autonoma Arno Kompatscher, sul tema della viabilità e del traffico nei piccoli centri a vocazione turistica. Evidentemente Payar non è informato sul cubo di cemento grande come una casa, di cui il Comune di San Candido in Pusteria (noto per la fiction “Un passo dal cielo”) ha autorizzato la costruzione nel centro storico, suscitando polemiche oltre confine. Se ne è parlato in Austria e in Germania, sulla stampa e in TV.

Ogni luogo ha una tipicità che lo denota e lo caratterizza: intorno a questo enorme cubo grigio ci sono costruzioni vecchie e nuove in stile tirolese, la gente del posto non ha gradito la novità architettonica e il Sindaco che l’aveva patrocinata non è stato rieletto.

Nell’alta Valle Aurina è stata costruita da anni una gigantesca casa bianca con torrioni e bandiere che ricorda le ville di Miami – se ne è occupato a suo tempo anche il Gabibbo. Un vero e proprio pugno negli occhi rispetto al contesto abitativo circostante. La foto qui riprodotta riguarda il capoluogo della valle: la casa è un altro cubo (uno dei tanti che sorgono come funghi), al suo posto c’era un maso con il tetto e le pareti a scandole, che è stata abbattuta. C’è chi si sbizzarrisce a prender le distanze dalle case tradizionali: in centro paese ci sono diversi condomini che sono la fotocopia di quelli che si vedono a Cinisello Balsamo. Solo che qui nevica e piove sei mesi all’anno, i tetti piatti trattengono il ghiaccio e l’acqua crea fenditure dal 5° piano abitativo al 3° piano sotterraneo. In un altro condominio il Sindaco pro-tempore non ha permesso i balconi in legno: “Basta legno” aveva detto all’architetto che aveva presentato tre progetti diversi, tutti respinti: adesso c’è una inferriata che circonda il condominio come una gabbia. C’è chi passa e dice “originale”…Ci sono altri invece che dicono “che schifo”.

Dunque, le affermazioni di Payar – che riferisce di essere componente di una commissione ministeriale che ”dovrà definire il concetto di paese montano” – si discostano molto dai giudizi che ho personalmente ascoltato dalla gente, sia essa nativa del posto o turista vacanziero. Avendo questa importante responsabilità, mi permetto sommessamente e con garbo di suggerirgli di sentire altre opinioni. Ad esempio non viene presa in considerazione la motivazione che sta alla base di questa nuova tendenza architettonica: la cubatura di una casa quadrata rispetto ad una con il tetto spiovente.

Ci stanno più appartamenti e più persone: forse è un bene o forse è un male, in realtà chi può si costruisce la casa tradizionale. Presso gli uffici tecnici dei Comuni e le imprese costruttrici il motivo di questa scelta è ben noto: vendere qualche appartamento in più, non importa se cucine e bagni non hanno finestre.

Come detto, ognuno ha però le proprie idee: rivendico il diritto che le mie possano essere diametralmente opposte alle sue. In realtà, questa tendenza che cambia e spesso stravolge i luoghi abitativi di montagna è ampiamente dibattuta dalla politica, dagli ambientalisti, da chi ci vive e da chi ci viene per svago o riposo. Non è una mia “illuminata” invenzione. Perciò invito cordialmente e simpaticamente Payar a fare un giro da queste parti per rendersi conto di persona. E’ vero che “tempora mutantur et nos mutamur in illis”…ma c’è un limite a tutto.

Dinanzi alle novità dello smart working. Riflessioni e interrogativi.

Il lavoro da casa rappresenta un nuovo paradigma. Infatti, se non è rimasto molto tempo per porre rimedio ai danni ambientali, come si può immaginare una società che si muove alla velocità di prima? Non sarebbe più utile spostare le immagini e i dati invece di spostare le persone?

Lo smart working o lavoro agile – nome ormai diffuso nel contesto italiano del lavoro – è un lavoro condotto in un regime di flessibilità spazio-temporale, che di fatto ci permette di superare l’organizzazione standardizzata e del paradigma fordista. Una teoria che aveva come base il taylorismo, sistema di organizzazione scientifica del lavoro, elaborato all’inizio del Novecento dall’ingegnere statunitense Frederick W. Taylor (1856-1915), che la applicò nell’industria metallurgica Bethlehem Steel Co. e la illustrò in alcuni importanti scritti. Essa si fondava sul principio che la migliore produzione si determina quando a ogni lavoratore è affidato un compito specifico da svolgere in un determinato tempo e in un determinato modo.

La diffusione del computer e di Internet durante la seconda metà del secolo scorso hanno permesso di affermare la flessibilità  come principio chiave nelle economie avanzate. Nel periodo più recente la tecnologia, causa virus, ha favorito procedure che “saltano” il lavoro in presenza, consentendo comunque di lavorare a distanza. 

Si afferma, così, una nuova flessibilità spazio-temporale giustificata dallo stato di emergenza che supera la normativa sull’accordo individuale e disegna categorie non più professionali ma personali. Anche se il mondo del lavoro aveva già iniziato a mutare ben prima della pandemia da Covid-19. Già da tempo, infatti, alcuni trend di lungo periodo, quali l’evoluzione demografica e le crescenti preoccupazioni di stampo sociale per le disuguaglianze e la sostenibilità del pianeta, stavano cambiando il modo di lavorare e lo stesso luogo di lavoro, con inevitabili conseguenze sulle prestazioni dei dipendenti.

Gli eventi del 2020 hanno solo accelerato e amplificato questi mutamenti. Molte professioni che non si ritenevano «telelavorabili» lo sono diventate, facendo crollare i tassi di CO2 e rendendo l’aria delle grandi metropoli respirabile, impattando, spesso in maniera positiva sui risparmi delle famiglie e delle aziende e favorendo una migliore qualità della vita. Vista questa trasformazione in atto, il mercato del lavoro ha iniziato a modificare  i contratti collettivi. Ne sono un esempio quello dell’industria e delle telecomunicazioni che hanno prodotto norme importanti, finalizzate a indirizzare la contrattazione aziendale in funzione di bilanciamento fra esigenze tecnico organizzative aziendali ed esigenze di conciliazione degli addetti. 

Quello che risulta estremamente evidente dagli accordi perfezionati in questi mesi, è che lo smart working è divenuto un modello di organizzazione di lavoro strutturato o in via di rapida strutturazione, e non più, come nel periodo pre-Covid, un’esperienza limitata e qualificabile come benefit e come tale rivendicato nelle piattaforme. Questo anche perché si assiste ad una maggiore predisposizione e soddisfazione degli individui ad organizzare la propria attività lavorativa in forma autonoma ed estremamente personalizzata. Infatti, l’Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano considera questa trasformazione come paradigmatica e definisce il lavoro agile come una «filosofia manageriale» complessiva volta a dare autonomia di spazi, orari e strumenti al lavoratore in cambio di una responsabilizzazione sui risultati. Tutto ciò, unito al fatto che una parte della prestazione si possa svolgere in luoghi e tempi diversi da quelli «ordinari», induce a porsi delle domande fondamentali.

La prima è quella individuata dal sociologo Manuel Castells.
Se con lo smart working si può lavorare da qualsiasi posto del mondo, e lo stesso vale per lo studio con la didattica a distanza, perché restare in città inquinate e costose dove è difficile crescere i propri figli? In soli dodici mesi, lo smart working è riuscito a svelare le criticità di un modello di sviluppo fondato sull’esclusiva presenza fisica e sulla concentrazione degli uffici nel cuore delle città. L’esodo quotidiano da aree interne a città e da periferie a centri storici è assurdo, inquinante, antieconomico.

Vari sono perciò i temi, tutti fondamentali, specie in questa fase di campagna elettorale amministrativa. È necessario affrontarli, con serietà, date le sfide ambientali e amministrative che il nuovo mondo ci prospetta. Perché, se come abbiamo sentito dire da più parti non è rimasto molto tempo – appena dieci anni – per porre rimedio ai danni ambientali, come si può immaginare una società che si muove alla velocità di prima? Non sarebbe più utile spostare le immagini e i dati invece di spostare le persone? Perché voler ritornare al secolo scorso e non approfittare delle possibilità che questo mondo ci offre? Perché non sfruttare un’opportunità formidabile come questa, per  il benessere del lavoratore, per la sostenibilità ambientale, per la conciliazione vita-lavoro?

Tutte domande lecite, ma la politica fatica a gestire una nuova normativa in tal senso; sembra non essere adeguata, forse per l’età mediamente alta dei nostri politici, o forse perché non si conoscono particolarmente bene i meccanismi che regolano questo nuovo millennio. In definitiva, così non si riesce a dare risposte alle future generazioni che poco hanno a che fare con i meccanismi di un tempo ormai passato.

 

Colpi di solleone. Le polemiche di Sallusti e Feltri contro tutto ciò che appare di sinistra, senza rispetto per la verità.

Anche l’Afghanistan è definito un problema della sinistra, dimenticando però che Biden porta a termine le scelte risalenti addirittura a George W. Bush. Il giornalismo è fatto di libertà, ma…anche di verità.

Ѐ vero che l’estate in corso rappresenta una tra le più torride che mente umana ricordi, ma sembra che questo solleone abbia dato alla testa anche ai due direttori di “Libero” Vittorio ed Alessandro. Per la verità l’accoppiata direttoriale spesso fa a gara tra chi le spara più grosse: Sallusti vede compagni comunisti dappertutto; Feltri, invece, sembra aver smarrito anche il dono dell’intelletto o, meglio, della memoria storica. Entrambi al servizio della causa: centrodestra da sostenere a tutti i costi nei prossimi appuntamenti elettorali per scalzare quello che giudicano essere il Governo delle sinistre.

Senonché, Draghi non è certamente una persona di sinistra (al pari di Mattarella); se poi i comunisti sono Franceschini, Guerini, Di Maio, allora la fantasia va su con le ali del vagheggiare inutile su argomenti che non hanno nulla di concreto. Ma forse entrambi i direttori di “Libero” (quello editoriale e quello responsabile) dimenticano che dell’attuale governo fanno parte anche i due partiti per i quali lavorano giornalmente: la Lega di Salvini e Forza Italia di Silvio Berlusconi.

Feltri dovrebbe ricordare, da buon giornalista, che quello che sta accadendo oggi in Afghanistan viene da molto lontano, ossia dalla politica guerrafondaia di tale George W. Bush all’inizio degli anni Duemila. L’allora presidente USA aveva deciso che la politica estera della maggiore democrazia mondiale doveva basarsi sull’annientamento della religione islamica e, soprattutto, sull’instaurazione coatta della democrazia in territori, culture, popoli che avevano e hanno altri sistemi di vita economica, politica, sociale.

Di questo anche Vittorio Feltri è consapevole, solo che invece di scavare alla radice della storia, preferisce l’attualità politica addossando a Joe Biden la colpa che con il ritiro delle truppe USA dal territorio afghano si è in un certo modo favorito il sopravvento dei talebani e la loro presa del potere. I talebani, piaccia o non piaccia, rappresentano una realtà concreta del territorio afghano, per cui la presenza militare occidentale è comunque una sorta di autoritarismo rispetto a legittime posizioni politiche.

Ma a cosa serve avere un dispiegamento di forze militari se un popolo ha le proprie convinzioni, i propri usi, le proprie abitudini, oltre alla propria religione, che differiscono totalmente dalla cultura e dalla mentalità occidentale? È forse un peccato per questi popoli? O forse il terrorismo islamico è intrinseco alla maggioranza del popolo afghano?

Appunto perché la democrazia non è un sistema che può essere esportato, ma direi neanche imposto a popoli che hanno altre concezioni ed altri sistemi di vita sociale e politica, è necessario ritrovare il senso di uno stare insieme a livello mondiale che parta dalle diversità di ciascuno. La diversità non è una barriera al dialogo e al confronto, anzi è l’humus che alimenta e arricchisce le posizioni diverse per farle confluire nella tramoggia dove tutto è finalizzato alla costruzione del bene comune, ma soprattutto ad una nuova mondialità che sappia ripudiare la cultura della guerra e dell’odio razziale e religioso.

Quel mezzo milione di firme contro la vita. Il punto di “Famiglia Cristiana” sul referendum pro-eutanasia dei Radicali.

Si va verso il referendum sull’eutanasia. I radicali prevedono di arrivare a 750 mila. Monsignor Paglia: «Serve un grande dibattito nazionale e una campagna di informazione per evitare strumentalizzazioni ideologiche: pochi sanno che con le cure palliative nessuno muore con dolore». Per Marina Casini la consultazione è figlia della stessa cultura dell’aborto.

Francesco Anfossi

Mentre alla Camera procede il confronto sulla nuova legge sul fine vita, richiesta dalla Corte Costituzionale con la sentenza legata alla morte del dj Fabo (il Parlamento dovrebbe tradurre in legge il verdetto con il quale la Consulta ha depenalizzato in alcune circostanze l’ assistenza al suicidio), i radicali, guidati dall’ associazione Luca Coscioni e da Marco Cappato, non si accontentano e tirano dritti sul referendum sull’ eutanasia senza se e senza ma. 

Come strumento scelgono il referendum abrogativo. Utilizzando come slogan frasi a effetto tipo “liberi fino alla fine” o “la mia vita mi appartiene”, in un mese e mezzo hanno raccolto mezzo milioni di firme (il numero necessario a indire il referendum), ma vogliono arrivare a 750 mila entro il 30 settembre conseguire un forte significato simbolico. Si punta ad abrogare l’ articolo 579 del Codice penale che prevede l’ «omicidio del consenziente». L’ iter prevede che le firme vengano convalidate e che la Consulta decida se il referendum è conforme all’ articolo 75 della Costituzione.

Anche se il legislatore, su indicazione dei “giudici delle leggi”, depenalizzerà l’ articolo 580 del Codice penale riguardante il cosiddetto “aiuto al suicidio”, i promotori non si accontentano: non hanno nessuna intenzione di fermarsi e ritengono che l’ obiettivo finale sia l’ eutanasia. Le preoccupazioni, soprattutto nel mondo cattolico (ma non solo), sono davvero profonde. Come quella di monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontifica Accademia per la vita, per il quale «si sta incuneando nella sensibilità della maggioranza una concezione vitalistica della vita. Tutto ciò che non corrisponde a una certa condizione vitale di salute viene espulso, una nuova forma di eugenetica». Insomma: «chi non dovrebbe nascere sano non viene fatto nascere, chi è già nato ma non è sano alla fine deve morire. Non si vuole capire che la «debolezza chiede l’ urgenza della fraternità perché è nella fraternità che ci si prende cura degli altri».

«Molti hanno parlato di ira e di sdegno», prosegue monsignor Paglia, «in realtà non c’ è nessuna ira e nessuno sdegno. C’ è la responsabilità di comunicare una convinzione della Chiesa sui valori umani. Io non sono nemmeno contrario all’istituto del referendum in sé. Ma prima, su temi delicati come questi, io auspicherei una forma di dialogo a livello nazionale tra tutte le realtà più importanti, religioni comprese, oltre a una conoscenza ampia e approfondita da parte della popolazione. La materia è talmente delicata che non può essere oggetto di una battaglia ideologica e divisiva». Anche perché, prosegue il presidente della Pontificia Accademia per la vita, c’ è un forte equivoco alla base dell’ eutanasia: «il dolore, la sofferenza, si possono evitare con le cure palliative. Non c’è nessuno che non avrebbe dubbi sul voler vivere se ci fosse tolto il dolore. Ma oggi la scienza prevede cure che quel dolore ce lo tolgono fino alla fine e che sono a disposizione di tutti. Bisognerebbe fare una grande opera di informazione su questo».

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https://m.famigliacristiana.it/articolo/quel-mezzo-milione-di-firme-contro-la-vita.htm

 

Vaccino terza dose e variante Delta

Terza dose vaccino e variante Delta, Pfizer e BioNTech annunciano di aver presentato all’agenzia statunitense Food and Drug Administration (Fda) i dati iniziali della loro sperimentazione a supporto della valutazione della terza dose di vaccino Covid per una futura autorizzazione di questo richiamo in persone dai 16 anni in su. I dati in questione – di fase 1 – saranno “presentati anche all’Agenzia europea del farmaco Ema e ad altri enti regolatori nelle prossime settimane”.

Dopo la terza dose di vaccino Covid, si osservano livelli di anticorpi neutralizzanti “significativamente più alti contro il virus Sars-CoV-2 iniziale (wild type) e contro le varianti Beta e Delta, rispetto ai livelli osservati dopo” il ciclo vaccinale a “due dosi”. Sono alcuni dei primi risultati resi noti dalle aziende Pfizer e BioNTech.

La montagna…è la montagna. Non affrontiamo i suoi problemi con la retorica del buon turista metropolitano. 

Questa replica, indirizzata con schiettezza e simpatia a Francesco Provinciali, intervenuto ieri, mette in guardia rispetto alla facile critica delle degenerazioni architettoniche e urbanistiche dei centri montani, quasi sempre piccoli. 

Caro direttore, la montagna come ri-abitazione non si affronta affatto come sembra descrivere Provinciali. Ammesso pure che il suo Trentino sia la montagna per definizione, come asserisce; cosa che non lo è: montagna sono le Graie, le Pennine e le Lepontine; i dolomitisti – le Dolomiti sono prealpi – al massimo riescono a vantare qualche concrezione rocciosa appoggiata nei prati e un monte come la Marmolada che supera di poco i 3.000 metri, mentre un monte qualsiasi della Valle d’Aosta come l’Emilius, che si staglia subito dietro i 500 metri della Città di Aosta, da solo raggiunge i 3.500 metri, e non è neanche considerato.

Eppoi cosa dovrebbe fare un abitante di questi paesi montani? Custodire tradizioni e memorie undici mesi all’anno, ‘conservando’ le architetture – come dice Provinciali – in nome di non si sa quale concetto di ‘autenticità’ – per ospitare le vacanze del milanese o del vicentino o del fiorentino il dodicesimo mese? Assurdo. 

Come dico e diciamo da tempo (siamo anche nella neo Commissione Ministeriale per ridefinire i concetti di paese montano, ma non a caso le posizioni diverse sono tante), il problema è riabitare non con la retorica trombonistica delle tradizioni, ma con gli investimenti per far ri-sorgere comunità locali imprenditive di se stesse, le aree appenniniche (progetto nazionale Focus Appennino) e alpine (SNAI, dentro il sistema nazionale Aree Interne), come meglio di chiunque altro per ora ha spiegato Giovanni Teneggi. 

Non è la linea di Provinciali, che risente di una logica del classico turista metropolitano magari un po’ più illuminato (e non so se sia un bene). Io vado in montagna dai primi Anni ’60, mai al mare, sono stato ogni anno in Valle d’Aosta dal 1977 e anche in aree dolomitiche, ho fatto l’alpinista e scalato il Cervino e altri Quattromila. Un po’ me ne intendo.

L’età dei miracoli: ieri l’Italia del boom, oggi la Cina. Dietro le luci della modernità c’è sempre la penombra degli sfruttati.  

Il boom industriale degli scorsi decenni è stato interrotto, a fasi alterne, dagli scossoni della Borsa, legata a doppio filo alle oscillazioni del carbon fossile. Oltre al petrolio, a preoccupare gli azionisti di tutto il mondo v’è stata la bolla immobiliare del 2006, scoppiata, come un bubbone infetto, il 15 settembre 2008. Dagli Stati Uniti, è dilagata in quasi tutto il mondo la crisi economica originata dai derivati dei subprime. Sono lontani i tempi dell’effimero miracolo economico, ben che mai “miracolo italiano”. 

Con la pandemia mondiale di Coronavirus del 2019 anche la mastodontica Cina industriale soffre dei suoi atavici mali, mal riuscendo a mantenere il boom economico e demografico che da Mao si è fatto strada. Ma il benessere cinese non è per tutti. Ora più di prima milioni di studenti, disoccupati, anziani e operai nelle città dei ratti (così vengono chiamati i quartieri fatiscenti costruiti nelle vecchie gallerie dismesse) cercano, sotto le metropoli, un affitto disponibile, dentro nicchie, tuguri, persino gabbie che possano fornire loro un riparo e un letto. La crisi degli immobili, con gli affitti saliti alle stelle, aumenta ancora di più il divario enorme che c’è tra ricchi e poveri. 

Mi vengono in mente gli slum dei meridionali che, nella periferia di Milano e delle altre città industriali del laborioso Settentrione, accoglievano famiglie di terroni disposti a tutto, alla ricerca di un impiego. Chi non riusciva ad ottenere un posto in fabbrica, finiva in strada, come venditore ambulante. Negli slum, come nelle baraccopoli, nelle bidonville, in spazi ristretti senza alcuna privacy interpersonale, ci si trova spesso a condividere le latrine. I bagni singoli spesso non esistono, l’acqua piovana viene spesso riciclata come acqua potabile. Le fognature sono assenti o fatiscenti. I liquami scorrono ammorbando con il fetore delle immondizie i pochi spazi salubri. In questi ambienti, febbre tifoide, colera ed altre malattie gravi riescono a proliferare. 

I nostri emigranti del Sud andavano nel Nord Italia con la speranza di trovare un riscatto sociale, un futuro per essi e per le loro famiglie, fuggendo da quelle terre natie tanto depauperate in secoli di sfruttamento, di illegalità, di assenza dello Stato, un tempo monarchico, in seguito democratico e repubblicano. Cosa hanno in comune gli slum di Milano con le città sotterranee cinesi? La stessa miseria, le stesse illusioni, le stesse “vite di scarto”. In entrambi i casi ci troviamo dinanzi al medesimo sottoproletariato che va ad aumentare i ranghi dell’esercito industriale, fedele ai propri doveri di carne da cannone, di operaio del capitalismo. Fedeli alla nuova narrazione dello Stato con il mito del lavoro. Imbruttiti di ieri e di oggi che costruiscono al benessere degli “altri”, i pochi eletti al vertice delle grandi metropoli industriali, assisi sui loro troni di denaro nelle città dei miracoli.

Dopo Kabul, un nuovo teatro di scontro. Gli USA calibrano sul Pacifico il loro interesse strategico. Biden è stato chiaro.

Gli americani chiudono le baracche in Medio Oriente e in Europa perché nel prossimo secolo  il ”teatro dello scontro” non sarà più un territorio come quello degli ultimi cinquant’anni, ma uno spazio acquatico. 

Gli americani hanno lasciato la preda e i Talebani hanno avuto il vantaggio di riprendersi Kabul senza alcun ostacolo e senza che nessuno apponga resistenza. Di punto in bianco, siamo ritornati agli anni ’90. Sono stati spazzati via vent’anni di storia. Come se nulla fosse capitato. 

Ci si chiede come mai gli americani abbiano deciso una tale mossa. Sicuramente dobbiamo partire dal presupposto che l’abbiano comunque soppesato a dovere. Gli Stati Uniti non sono sicuramente stupidi. Qualcosa dev’essere cambiato, per giustificare un simile disimpegno.

La prima cosa che mi capita per la testa è pensare che agli americani non interessi più granché controllare quella zona. Se non fosse così, immagino che non avrebbero fatto le valige e presa la via del ritorno. Come se gli equilibri del mondo avessero subito qualche sostanziale modifica. E, in questa trasformazione, quei territori fossero passati dall’essere territori di frontiera, quindi territori meritevoli d’essere “guadagnati”, ad essere improvvisamente considerati del tutto marginali. Ho messo quest’ultimo avverbio, solo perché non ho seri elementi per poter pensare che da tempo sia in atto un ridisegno degli interessi dell’occidente nei confronti di questi Paesi medio orientali.

Non escludo pertanto che gli Stati Uniti stiano pensando a qualche altra area su cui investire i loro attuali interessi. Solo ipotesi. Null’altro che idee che emergono da una veloce ricognizione dei rapporti geo politici degli ultimi anni. 

A cosa abbiamo assistito nell’ultimo decennio? A un confronto sempre più vivo, sempre più intenso, a volte rovente, tra gli Stati Uniti e la Cina. Non è così? Pensate alla guerra dei dazi, alle tensioni tra Trump e la Cina, alla via della seta e a quello che il mondo ultimamente ci ha consegnato,. Sullo sfondo c’è sempre anche una linea calda di confronto tra la Russia e l’Occidente, ma anche qui gli americani hanno più volte sostenuto la tesi – Trump lo diceva costantemente – che siano gli europei a vedersela con Putin e gli americani lascino via via la loro presenza nell’occidente europeo. Anche questo segnale racconta parecchie cose. Aggiunto alla mossa dell’Afganistan, può far capire che  tanto Trump quanto Biden, abbiano in mente un altro teatro in cui misurare la propria forza.

Ora, noi guardiamo il mondo con i nostri occhi, e pensiamo che l’Europa sia un cuscinetto tra la Cina e gli Stati Uniti. Così facendo, sbagliamo. Tra gli Stati Uniti e la Cina c’è l’oceano Pacifico. Il punto più caldo, quindi, a mio modesto parere, potrebbe essere proprio questo. Lì, potrebbe essere il terreno su cui misurare le intenzioni dei cinesi e degli americani. Quest’ultimi chiudono le baracche in medio oriente e in Europa perché – questa è la mia ipotesi – il prossimo secolo sia il secolo in cui il teatro dello ”scontro” non sarà più un territorio come abbiamo visto negli ultimi cinquant’anni, ma uno spazio acquatico. Con ciò intendo dire il controllo con navi del punto più intenso di scambi di merci del mondo.Una sola, come vedete, ipotesi. Tanto per rifletterci sopra. Siamo il 16 agosto e possiamo permetterci esercizi meno provinciali di quanto capiti svolgere durante i giorni non vacanzieri. 

Ex gerarca sovietico: una messa in scena il golpe contro Gorbačëv. Nota di «AsiaNews».

Jurij Prokof’ev parla di una mossa per cambiare lo scenario politico-sociale nell’Urss; Gorbačëv era coinvolto nel piano. Alimentata la tesi del complotto occidentale. Con Putin la Russia di oggi ha restaurato l’ordine sovietico tanto rimpianto.

Vladimir Rozanskij

Nell’agosto del 1991 ha avuto luogo il tentativo di colpo di Stato contro Mikhail Gorbačëv: l’evento determinante per il crollo definitivo dell’Unione sovietica. Il presidente dell’Urss era in vacanza a Soros, in Crimea; il gruppo chiamato con la sigla “GKCP” (Comitato statale per la situazione di emergenza) ha preso in mano il potere, per poi essere fermato dalla resistenza formatasi intorno al presidente russo Boris Eltsyn.

 In Russia l’evento viene ricordato e commentato da vari punti di vista, dopo una lunga stagione piena di contraddizioni, e la restaurazione di un forte potere autoritario che di nuovo manda nei lager i dissidenti. È di questi giorni la notizia di nuove accuse nei confronti dell’oppositore Aleksej Naval’nyj, da gennaio rinchiuso a Vladimir per aver fondato una “organizzazione estremista”: il Fondo per la Lotta alla Corruzione, ormai sciolto per legge.

Sul sito Lenta.ru è apparsa una clamorosa intervista all’82enne Jurij Prokof’ev (v. foto), nell’estate del 1991 membro del Politburo e ultimo primo segretario del Partito comunista (Pcus) a Mosca (l’allora equivalente del sindaco), molto vicino ai golpisti. A suo parere, il tentato golpe è stato “una provocazione simile all’incendio del Reichstag nel 1933”, che aveva permesso l’ascesa al potere di Hitler. Secondo Prokof’ev, esso ha giustificato lo scioglimento del Pcus e il cambiamento radicale dello scenario politico-sociale nel Paese. Prokof’ev sembra dare credito a quanti oggi considerano quegli eventi come un “complotto” per portare la Russia sovietica sotto l’influsso dell’Occidente.

L’ex-gerarca sovietico mette il putsch moscovita sullo stesso piano delle “rivoluzioni dei fiori” negli altri Stati dell’area sovietica, “dove si sono usati altri pretesti”. Una parte dei cospiratori anti-Gorbačëv non era al corrente della “provocazione”, ma “pensavano di agire per proteggere la patria e l’ordine esistente; altri volevano arrivare invece al potere sfruttando i disordini”. Per Prokof’ev lo stesso Gorbačëv era coinvolto nel piano, insieme “ad alcuni generali del KGB”. Le premesse del complotto erano le manovre politiche di Gorbačëv, “che avevano portato l’Urss sulla soglia della povertà assoluta. La gente doveva fare la fila per un pezzo di salame rancido, e questa situazione era stata organizzata”.

Nell’intervista Prokof’ev ricorda anche le decisioni di Eltsyn, allora presidente della Repubblica sovietica russa, per far prevalere le leggi russe su quelle sovietiche, e perfino lo “scandalo” della creazione del Partito comunista russo il 14 marzo del 1990, che “ha privato il vero Partito, quello sovietico, della forza organizzatrice dello Stato”.

Le sezioni regionali del Pcus erano allora fondamentali per il funzionamento del sistema. Esse non si sono sottomesse al nuovo “partito moscovita”: tutti i capi regionali hanno iniziato una politica indipendentista, e non a caso quasi tutti loro sono rimasti a lungo a capo delle repubbliche ex sovietiche, soprattutto in Asia centrale. I golpisti avrebbero tentato il colpo di mano ad agosto per evitare il congresso del Pcus del successivo ottobre, dove sarebbero emersi tutti i contrasti.

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http://www.asianews.it/notizie-it/Ex-gerarca-sovietico:-una-messa-in-scena-il-golpe-contro-Gorbačëv-53842.html

Centro, una ripartenza “necessaria”.

Sul “Corriere della Sera” Galli della Loggia e Berlusconi discutono sulla ricostruzione di una politica neo-centrista. Non ci sono molte novità, nemmeno nella studiata estraneità al grande tema dell’ispirazione cristiana in rapporto a tale nuovo “centro”. Tuttavia la componente cattolico popolare e cattolico sociale non potrà e non dovrà essere assente da questo dibattito e da questo confronto politico e culturale.

Le riflessioni di Ernesto Galli della Loggia sul  “Corriere della Sera” sulla necessità di riavere un “centro” nella politica italiana sono degne di attenzione. E di ulteriori riflessioni. Certo, la lettura della riflessione del noto editorialista sono perlomeno curiose per come sorvola sull’esperienza, la storia e l’identità politica, culturale e di governo della Democrazia Cristiana. Ma questo è, ormai, quasi un classico della politologia italiana. In sostanza, Galli  della Loggia individua in Forza Italia l’epicentro di un possibile e potenziale punto aggregatore delle forze di centro presenti oggi nel nostro paese. E quindi insieme ai soliti Renzi, Calenda, Bonino e compagnia varia. Lamentando, al contempo, di non averlo fatto nel passato quando quel partito era politicamente ed elettoralmente egemone. 

Riflessioni che hanno trovato una pronta ed immediata risposta da parte dello storico e anziano leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, che ha riconfermato, come da copione e comprensibilmente, il valore del bipolarismo nel nostro paese rimarcando, ancora una volta, la salda alleanza tra Forza Italia – partito, dice Berlusconi, “cristiano, liberale, garantista ed europeista” – con la Lega di Salvini e i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. E sin qui nulla di particolarmente sconvolgente.

Ora, però, che ci sia la necessità se non addirittura l’indispensabilità di rifare un “partito di centro” nel nostro paese, che sia in grado di declinare una vera ed autentica “politica di centro”, è un fatto indubbio e quasi oggettivo. E questo è dettato da due ragioni politiche fondamentali. Da un lato l’alleanza solida tra il partito populista per eccellenza, al di là delle goliardiche, carnevalesche, tattiche, misteriose ed improvvise conversioni dei queste ultime settimane di tutti i 5 stelle, con il partito riformista e di potere per antonomasia, cioè il Pd, segna un punto di chiarezza nell’orizzonte politico italiano. Ovvero, il populismo – violento nella versione di Grillo o “dolce” nel linguaggio di Conte – non tramonta affatto ma, al contrario, si rafforza nella politica italiana con tutto quel che ne consegue per l’area della sinistra italiana. Al contempo, la sostanziale leadership delle forze di destra nello schieramento alternativo rafforza quelle componenti a scapito di una forza di centro liberal/riformista, europeista/garantista come auspica il fondatore di Forza Italia.

Ma, ben sapendo che il bipolarismo, di fatto, continua a segnare e a caratterizzare il panorama della politica italiana anche in vista delle prossime elezioni generali – salvo un improbabile ritorno del proporzionale – è indubbio che il processo costituente per una nuova forza di centro, moderna, riformista, liberale, socialmente avanzata e democratica non può non decollare. Dopo, come ovvio e persin contato, l’esito delle amministrative di ottobre. A due condizioni, però. Innanzitutto non deve indicare sin dall’inizio e con un approccio ideologico se non addirittura fideistico l’alleanza che intende perseguire e con cui vuole costruire un progetto politico per il governo del paese. Perchè così facendo si ridurrebbe ad essere una semplice stampella dei due blocchi attualmente protagonisti. In secondo luogo il “federatore” di questo nuovo blocco/ progetto/partito/contenitore non potrà essere la banale e semplice riproposizione degli attuali protagonisti. Ma, di grazia, ci sarebbe qualcuno disposto a farsi rappresentare e guidare da qualche capo partito attuale per la costruzione di un progetto politico e di governo con tutto il carico di inaffidabilità, di prepotenza o di egoismo egocentrico che li hanno caratterizzati sino ad oggi?

Ecco perchè, partendo proprio dal rapporto epistolare tra Galli della Loggia e Berlusconi sul Corriere della Sera, il capitolo della costruzione del “centro” sarà un elemento destinato a dominare il dibattito politico nei prossimi mesi. E la componente cattolico popolare e cattolico sociale, com’è altrettanto ovvio, non potrà e non dovrà essere assente da questo dibattito e da questo confronto politico e culturale. E questo per un motivo persin troppo semplice da ricordare. E cioè, in ogni snodo decisivo della storia politica italiana, i cattolici popolari, sociali e democratici sono sempre stati decisivi e protagonisti. E, a maggior ragione, lo saranno anche questa volta.

Il dramma di Adila, una giovane afghana di famiglia cristiana. Il suo appello non deve cadere nel vuoto.

La vicenda lascia intendere quale sia il dramma di chi fugge da Kabul. C’è necessità che l’Europa intervenga garantendo un coordinamento degli aiuti, per evitare in sostanza che la soluzione di singoli Stati consista nella semplice e brutale politica dei respingimenti.

Questo il drammatico appello di Adila, una giovane donna appartenente ad una famiglia cristiana a Kabul. Il padre è stato rapito (e sembra purtroppo ucciso) in questi giorni. 

Siamo in contatto indirettamente con loro tramite un mio caro amico afghano rifugiato  da anni a Roma ( dove si è laureato in diritto europeo!) Al quale dieci anni fa i talebani avevano  distrutto la famiglia perché di origine turkmena e cristiana.

Ho informato il Ministero degli Esteri ma so che l’ambasciata italiana sta seguendo in queste ore la evacuazione programmata degli italiani e degli afghani che hanno lavorato in  ambasciata.

Con la rete “Cultura Italiae “ si è lanciato un appello all’Italia perché si concedano visti a afghani in pericolo, ma cerchiamo anche di coinvolgere la Ue perché si coordonino gli sforzi e perché gli Stati membri non respingano più alle frontiere gli afghani in fuga.

L’impotenza è drammatica, insieme al senso del fallimento  di una Missione ventennale occidentale. Soprattutto con una uscita unilaterale degli Usa così…

Questa è la lettera:

Sono Adila ho 24 e sono una ragazza Afghana, figlia di una famiglia cristiana che vive in Afghanistan. Siamo 5 sorelle ed un fratello maschio più piccolo. Da giorni stiamo vivendo l’incubo della persecuzione da parte dei talebani nel nostro Paese, che come si sa sono arrivati anche a prendere d’assedio la città in cui vivo,Kabul. 

Per via della nostra cristianita mio padre è già stato rapito ed ora minacciano tutte le ragazze nubili a consegnarsi loro. Sono giorni di terrore e l’idea di finire nelle mani dei soldati mi terrorizza e crea ansia. Se dovessero mai arrivare a catturare me o altri componenti della mia famiglia preferisco morire. 

Ci siamo nascosti in uno scantinato nella speranza di essere trovati il più tardi possibile. Ma non si sa quanto a lungo riusciremo a proteggerci in questo modo. Prego chiunque delle autorità ad aiutarci a metterci in salvo da questa situazione che come me sta mettendo in pericolo tante altre famiglie, nonché ragazze cristiane.

[Tratto dalla pagina Facebook dell’autrice]

Come cambia l’architettura delle case di montagna

Ci sono brutte trasformazioni architettoniche e urbanistiche che incidono sul nostro habitat, ferendo la bellezza dell’Italia. Cosa è il genius loci? E’ lo spirito impalpabile che conserva un luogo e gli conferisce specificità: farne a meno in nome del profitto (ricavare e vendere uno o due appartamenti in più) significa lasciare per strada ciò che abbiamo ricevuto dal passato e che aveva un senso. 

Chi va a trascorrere le vacanze in Alto Adige e magari lo fa da diversi anni si sta accorgendo di come stia cambiando il volto degli agglomerati urbani delle valli e dei luoghi di villeggiatura, di quanto siano mutati rapidamente i criteri architettonici di costruzione dei nuovi fabbricati.

Per rispondere ad una domanda di ospitalità crescente, nazionale ed internazionale, ma anche per favorire una residenzialità stanziale di chi ci è nato e ci vive da sempre, per le giovani coppie che mettono su famiglia o per chi va in pensione ed acquista l’agognata prima casa: si ampliano i contesti urbani e si modificano – in modo visivamente non sempre piacevole – le tipologie delle nuove costruzioni abitative.

L’impatto è evidente a colpo d’occhio ed è persino paradossale che siano gli “italiani” che provengono dai centri abitati durante l’anno nel resto della penisola ad accorgersi di una deriva di omologazione nei confronti dei luoghi di provenienza, una tendenza che assimila il concetto e la struttura di casa “qui” a quella di dove si vive quando si va al lavoro e si mandano i figli a scuola.

Luoghi di provenienza che un tempo si lasciavano più volentieri nei periodi delle vacanze perché si sapeva di trovare qualcosa di unico e non rinvenibile altrove: ne’ in Val d’Aosta, ne’ in Svizzera e nemmeno in Austria.

Ci si accorgeva di entrare per un periodo più o meno lungo in un ambiente residenziale assolutamente unico al mondo, nella bellezza della natura, nell’accoglienza ricevuta, nelle abitazioni dove si sostava. Tanto che in molti hanno coronato il sogno di acquistare una seconda casa, altri di venirci a vivere per sempre, per abbandonare i conflitti condominiali, il traffico dei centri urbani, le liti per i posteggi. Oltre a trovarci l’aria, l’acqua, il verde che fanno dell’Alto Adige la montagna per definizione.

Abbiamo conosciuto e continuiamo ad apprezzare gli aspetti più evidenti, anche esteticamente, che caratterizzano lo specifico abitativo del vivere in montagna, il rispetto delle tradizioni ereditate dagli antenati, le peculiarità che rendevano ospitali valli a altipiani insieme ad una vocazione turistica che hanno reso unici e inimitabili questi luoghi, direi l’attaccamento alla conservazione delle peculiarità del posto: qui parlare di “heimat” significa dire casa, patria, luogo natio, costumi ed usanze del sud Tirolo, cura del territorio, rispetto della natura e della cultura tramandata, degli insegnamenti di vita ricevuti dagli anziani, significa “riconoscersi” in stili di vita quotidiana completamente diversi dai centri urbani edificati altrove.

Da qualche anno molto sta cambiando anche qui e forse sono proprio coloro che qui sono nati e ci vivono che non si rendono conto dello sbaglio che fanno nel cercare di assomigliare sempre più agli altri fino a confondersi, anziché fare tutto il possibile per mantenersi unici. Si notano molte gru che svettano e si capisce che i locali investono in nuove costruzioni per ospitare un numero sempre maggiore di persone, si vedono però edificare abitazioni che nulla hanno a che fare con le tipiche costruzioni del posto. Sono case squadrate, con il tetto “piatto” (come usa al mare)  per ricavare una volumetria maggiore e vendere qualche appartamento in più.

Abbandonando i vecchi tetti a spiovente, sotto i quali stava al massimo una mansarda: ma come erano belle, uniche, tipiche (e come lo sono quelle che rimangono in maggioranza) quelle case di montagna! Ora sono tendenzialmente sostituite da casermoni o comunque da “cubi”, che non hanno alcuna analogia con le costruzioni del passato e sono diversi rispetto al contesto urbano preesistente ma anche alla natura stessa, che qui è cangiante, nei profili delle vette, nei colori, nelle valli ondulate: nulla in natura qui è geometrico e netto, non esiste quadratura, tutto è armonia che mozza il fiato.

Abbandonare le vecchie costruzioni col tetto a spiovente per sostituirle con i caseggiati che vediamo negli hinterland delle grandi città, dove si sgomita per trovare spazio e difendere la privacy familiare, ma anche al mare (per altre ragioni: per raccogliere acqua piovana in periodi di siccità, ad esempio) significa commettere un delitto urbanistico.

Significa cacciare a pedate da questi luoghi di tradizioni antiche il “genius loci” che vi abitava un tempo.

Cosa è il genius loci? E’ lo spirito impalpabile che conserva un luogo e gli conferisce specificità: farne a meno in nome del profitto (ricavare e vendere uno o due appartamenti in più) significa lasciare per strada ciò che abbiamo ricevuto dal passato e che aveva un senso: il senso della storia, delle generazioni che ci hanno preceduto, dei vecchi che fiutavano l’aria, ascoltavano il vento, guardavano il cielo e il corso dei ruscelli e prevedevano il tempo, costruivano la propria casa modellata agli insegnamenti di madre natura per farne un tempio di sapienza, saggezza, manualità, esperienza, senso pratico, utilità, funzionalità, rispondenza ottimale ai bisogni vitali da tramandare ai posteri.

La politica ha le sue responsabilità nelle concessioni edilizie, assecondando l’architettura delle case quadrate, gli uffici tecnici non formulano rilievi sui tetti piatti che raccolgono neve e ghiaccio e facilitano fenditure e penetrazioni di umidità. In tutte le scelte comanda un principio: ottenere il massimo profitto dalla volumetria più ampia possibile, per saturare questi cubi “similcittadini” del numero maggiore di appartamenti ricavabili. Una scelta che genera una sorta di “inquinamento estetico”.

Non tutto può essere omologabile, uguale, riproducibile in ogni contesto. La natura detta regole che vanno rispettate ed ossequiate. Vedo molta gente che guarda con desolazione edificare case che qui sono fuori posto, un pugno nell’occhio rispetto al contesto. Esse sono un affronto alla bellezza e all’armonia che un tempo abitavano questi luoghi e ne facevano un incanto a vedersi: la diversità era un valore, la specificità una ricchezza da difendere, un privilegio da vivere e godere.

Le tendenze urbanistiche e architettoniche stanno imboccando un’altra strada che porterà a rendere questi luoghi ‘contaminati e uguali tra loro’ e molto simili per fattezze e fisionomia a quel ‘resto’ dal quale , per pochi giorni o per sempre tutti volevamo fuggire.

 

 

Benedetto XVI nella solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria

L’omelia risale al 15 agosto del 2012 e fu tenuta dal Papa durante la messa nella
Parrocchia Pontificia San Tommaso da Villanova a Castel Gandolfo .

Cari fratelli e sorelle,
il 1° novembre 1950, il Venerabile Papa Pio XII proclamava come dogma che la Vergine Maria «terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo». Questa verità di fede era conosciuta dalla Tradizione, affermata dai Padri della Chiesa, ed era soprattutto un aspetto rilevante del culto reso alla Madre di Cristo. Proprio l’elemento cultuale costituì, per così dire, la forza motrice che determinò la formulazione di questo dogma: il dogma appare un atto di lode e di esaltazione nei confronti della Vergine Santa. Questo emerge anche dal testo stesso della Costituzione apostolica, dove si afferma che il dogma è proclamato «ad onore del Figlio, a glorificazione della Madre ed a gioia di tutta la Chiesa». Venne espresso così nella forma dogmatica ciò che era stato già celebrato nel culto e nella devozione del Popolo di Dio come la più alta e stabile glorificazione di Maria: l’atto di proclamazione dell’Assunta si presentò quasi come una liturgia della fede. E nel Vangelo che abbiamo ascoltato ora, Maria stessa pronuncia profeticamente alcune parole che orientano in questa prospettiva. Dice: «D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata» (Lc 1,48). E’ una profezia per tutta la storia della Chiesa. Questa espressione del Magnificat, riferita da san Luca, indica che la lode alla Vergine Santa, Madre di Dio, intimamente unita a Cristo suo figlio, riguarda la Chiesa di tutti i tempi e di tutti i luoghi. E l’annotazione di queste parole da parte dell’Evangelista presuppone che la glorificazione di Maria fosse già presente al periodo di san Luca ed egli la ritenesse un dovere e un impegno della comunità cristiana per tutte le generazioni. Le parole di Maria dicono che è un dovere della Chiesa ricordare la grandezza della Madonna per la fede. Questa solennità è un invito quindi a lodare Dio, e a guardare alla grandezza della Madonna, perché chi è Dio lo conosciamo nel volto dei suoi.

Ma perché Maria viene glorificata con l’assunzione al Cielo? San Luca, come abbiamo ascoltato, vede la radice dell’esaltazione e della lode a Maria nell’espressione di Elisabetta: «Beata colei che ha creduto» (Lc 1,45). E il Magnificat, questo canto al Dio vivo e operante nella storia è un inno di fede e di amore, che sgorga dal cuore della Vergine. Ella ha vissuto con fedeltà esemplare e ha custodito nel più intimo del suo cuore le parole di Dio al suo popolo, le promesse fatte ad Abramo, Isacco e Giacobbe, facendone il contenuto della sua preghiera: la Parola di Dio era nel Magnificat diventata la parola di Maria, lampada del suo cammino, così da renderla disponibile ad accogliere anche nel suo grembo il Verbo di Dio fatto carne. L’odierna pagina evangelica richiama questa presenza di Dio nella storia e nello stesso svolgersi degli eventi; in particolare vi è un riferimento al Secondo libro di Samuele nel capitolo sesto (6,1-15), in cui Davide trasporta l’Arca Santa dell’Alleanza. Il parallelo che fa l’Evangelista è chiaro: Maria in attesa della nascita del Figlio Gesù è l’Arca Santa che porta in sé la presenza di Dio, una presenza che è fonte di consolazione, di gioia piena. Giovanni, infatti, danza nel grembo di Elisabetta, esattamente come Davide danzava davanti all’Arca. Maria è la «visita» di Dio che crea gioia. Zaccaria, nel suo canto di lode lo dirà esplicitamente: «Benedetto il Signore, Dio di Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo» (Lc 1,68). La casa di Zaccaria ha sperimentato la visita di Dio con la nascita inattesa di Giovanni Battista, ma soprattutto con la presenza di Maria, che porta nel suo grembo il Figlio di Dio.

Ma adesso ci domandiamo: che cosa dona al nostro cammino, alla nostra vita, l’Assunzione di Maria? La prima risposta è: nell’Assunzione vediamo che in Dio c’è spazio per l’uomo, Dio stesso è la casa dai tanti appartamenti della quale parla Gesù (cfr Gv 14,2); Dio è la casa dell’uomo, in Dio c’è spazio di Dio.
E Maria, unendosi, unita a Dio, non si allontana da noi, non va su una galassia sconosciuta, ma chi va a Dio si avvicina, perché Dio è vicino a tutti noi, e Maria, unita a Dio, partecipa della presenza di Dio, è vicinissima a noi, ad ognuno di noi. C’è una bella parola di San Gregorio Magno su San Benedetto che possiamo applicare ancora anche a Maria: San Gregorio Magno dice che il cuore di San Benedetto è divenuto così grande che tutto il creato poteva entrare in questo cuore. Questo vale ancora più per Maria: Maria, unita totalmente a Dio, ha un cuore così grande che tutta la creazione può entrare in questo cuore, e gli ex-voto in tutte le parti della terra lo dimostrano. Maria è vicina, può ascoltare, può aiutare, è vicina a tutti noi. In Dio c’è spazio per l’uomo, e Dio è vicino, e Maria, unita a Dio, è vicinissima, ha il cuore largo come il cuore di Dio.

Ma c’è anche l’altro aspetto: non solo in Dio c’è spazio per l’uomo; nell’uomo c’è spazio per Dio. Anche questo vediamo in Maria, l’Arca Santa che porta la presenza di Dio. In noi c’è spazio per Dio e questa presenza di Dio in noi, così importante per illuminare il mondo nella sua tristezza, nei suoi problemi, questa presenza si realizza nella fede: nella fede apriamo le porte del nostro essere così che Dio entri in noi, così che Dio può essere la forza che dà vita e cammino al nostro essere. In noi c’è spazio, apriamoci come Maria si è aperta, dicendo: «Sia realizzata la Tua volontà, io sono serva del Signore». Aprendoci a Dio, non perdiamo niente. Al contrario: la nostra vita diventa ricca e grande.

E così, fede e speranza e amore si combinano. Ci sono oggi molte parole su un mondo migliore da aspettarsi: sarebbe la nostra speranza. Se e quando questo mondo migliore viene, non sappiamo, non so. Sicuro è che un mondo che si allontana da Dio non diventa migliore, ma peggiore. Solo la presenza di Dio può garantire anche un mondo buono. Ma lasciamo questo.
Una cosa, una speranza è sicura: Dio ci aspetta, ci attende, non andiamo nel vuoto, siamo aspettati. Dio ci aspetta e troviamo, andando all’altro mondo, la bontà della Madre, troviamo i nostri, troviamo l’Amore eterno. Dio ci aspetta: questa è la nostra grande gioia e la grande speranza che nasce proprio da questa festa. Maria ci visita, ed è la gioia della nostra vita e la gioia è speranza.

Cosa dire quindi? Cuore grande, presenza di Dio nel mondo, spazio di Dio in noi e spazio di Dio per noi, speranza, essere aspettati: questa è la sinfonia di questa festa, l’indicazione che la meditazione di questa Solennità ci dona. Maria è aurora e splendore della Chiesa trionfante; lei è la consolazione e la speranza per il popolo ancora in cammino, dice il Prefazio di oggi. Affidiamoci alla sua materna intercessione, affinché ci ottenga dal Signore di rafforzare la nostra fede nella vita eterna; ci aiuti a vivere bene il tempo che Dio ci offre con speranza. Una speranza cristiana, che non è soltanto nostalgia del Cielo, ma vivo e operoso desiderio di Dio qui nel mondo, desiderio di Dio che ci rende pellegrini infaticabili, alimentando in noi il coraggio e la forza della fede, che nello stesso tempo è coraggio e forza dell’amore. Amen.

Festa dell’Assunta, ecco le cose da sapere

Famiglia Cristiana spiega la Festa dell’Assunta.

La “dormitio Virginis” e l’assunzione, in Oriente e in Occidente, sono fra le più antiche feste mariane. Fu papa Pio XII il 1° novembre del 1950, Anno Santo, a proclamare solennemente per la Chiesa cattolica  come dogma di fede l’ Assunzione della Vergine Maria al cielo con la Costituzione apostolica Munificentissimus Deus:  « Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo. Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica».
La Chiesa ortodossa e la Chiesa apostolica armena celebrano il 15 agosto la festa della Dormizione di Maria.

Cosa si festeggia in questa solennità?

L’Immacolata Vergine la quale, preservata immune da ogni colpa originale, finito il corso della sua vita, fu assunta, cioè accolta, alla celeste gloria in anima e corpo e dal Signore esaltata quale regina dell’universo, perché fosse più pienamente conforme al Figlio suo, Signore dei dominanti e vincitore del peccato e della morte. (Conc. Vat. II, Lumen gentium, 59). La Vergine Assunta, recita il Messale romano, è primizia della Chiesa celeste e segno di consolazione e di sicura speranza per la chiesa pellegrina. Questo perché l’Assunzione di Maria è un’anticipazione della resurrezione della carne, che per tutti gli altri uomini avverrà soltanto alla fine dei tempi, con il Giudizio universale. È  una solennità che, corrispondendo al natalis (morte) degli altri santi, è considerata la festa principale della Vergine.
Il 15 agosto ricorda con probabilità la dedicazione di una grande chiesa a Maria in Gerusalemme.

Qual è la differenza tra “assunzione” e “dormizione”?

La differenza principale tra Dormizione e Assunzione è che la seconda non implica necessariamente la morte, ma neppure la esclude.

Quali sono le fonti?

Il primo scritto attendibile che  narra dell’ Assunzione di Maria Vergine in Cielo, come la tradizione fino ad allora aveva tramandato oralmente, reca la firma del Vescovo  san Gregorio di Tours ( 538 ca.- 594), storico e agiografo gallo-romano: «Infine, quando la beata Vergine, avendo completato il corso della sua esistenza terrena, stava per essere chiamata da questo mondo, tutti gli apostoli, provenienti dalle loro differenti regioni, si riunirono nella sua casa. Quando sentirono che essa stava per lasciare il mondo, vegliarono insieme con lei. Ma ecco che il Signore Gesù venne con i suoi angeli e, presa la sua anima, la consegnò all’ arcangelo Michele e si allontanò. All’ alba gli apostoli sollevarono il suo corpo su un giaciglio, lo deposero su un sepolcro e lo custodirono, in attesa della venuta del Signore. Ed ecco che per la seconda volta il Signore si presentò a loro, ordinò che il sacro corpo fosse preso e portato in Paradiso».

Qui l’articolo completo

È iniziato il semestre bianco. Assomiglia come non mai a un difficile percorso a tappe. Verso quale esito? 

Tutti sono pronti a sostenere che il passaggio di Draghi da Palazzo Chigi al Quirinale sia la soluzione più semplice. Non è proprio così. Chi guiderebbe, infatti, la complicata e lunga procedura del Pnrr, se Draghi fosse eletto alla Presidenza della Repubblica? Il rischio è che il Paese cada nella ingovernabilità. Forse, se Mattarella fosse ancora in campo…

Agli inizi del mese di agosto è iniziato il semestre bianco e per gli addetti ai lavori della politica è vietato programmare crisi di governo; dunque chi ha voglia di litigare o di tramare, sa in partenza di non avere le armi cariche. Però le incognite che l’attuale situazione ci prospetta sono molteplici e comunque difficili da affrontare. 

Nella storia repubblicana questo appuntamento è stato sempre molto impegnativo per le forze politiche, giacché in ogni esperienza fatta non ci sono state mai certezze sugli esiti e i colpi di scena sono stati sempre tanti, al punto che si può affermare che sono diventati quasi una regola. Numerosi sono stati i casi che davano certa la elezione di un personaggio, ma poi dalle urne della assemblea deputata alla scelta del Presidente della Repubblica ne è uscita un’altro. Sarà per questo che i partiti normalmente non azzardano scontri e polemiche sulla scelta della più alta carica dello Stato e ciascuno si rende più cauto nel camminare su un terreno così scivoloso e ricco di imprevisti. 

Stavolta l’appuntamento sarà particolarmente legato a molteplici fattori di grande rilevanza: nazionali ed internazionali. Si sa che l’Italia da tempo è un sorvegliato speciale della finanza e dei paesi occidentali a causa della sua persistente incapacità di fare i conti con il suo esorbitante debito che rischia di diventare la miccia per nuove crisi internazionali. Solo in questi ultimi mesi costoro sono meno guardinghi verso il ‘Belpaese’ a ragione della rassicurante presenza alla guida del governo di Mario Draghi, ritenuto tra le personalità maggiormente di spicco a livello mondiale. 

Infatti si è presto notato che l’Italia, pur da lustri tenuta sostanzialmente fuori dai giochi politici mondiali, in un battibaleno ci è tornata visibilmente a pieno titolo. Va ripetuto che è grande la convinzione tra gli italiani che Draghi sarebbe la personalità adatta per sostituire Mattarella, ma la esigenza di dover garantire da Palazzo Chigi il buon andamento della gestione in fieri degli ingentissimi investimenti voluti dalla Unione Europea, difficilmente potrà essere sottovalutata. Questa garanzia è fondamentale per tirare l’Italia dalla condizione economica in cui si trova, ed assicurare una guida indiscutibile a forze politiche in generale non proprio predisposte concretamente a mettere al primo posto le nostre sorti economiche rispetto alle manovre per dare forza alle loro aspettative elettorali. 

L’altro punto di grande rilievo, riguarda la problematica circostanza del venir meno di Angela Merkel alla guida della Germania e della incertezza sulla permanenza di Emmanuel Macron all’Eliseo. Essi sono stati una solida guida per rendere possibile l’iniziativa così efficace ed inedita della UE per far fronte ai danni alla salute ed alla economia provocata dalla pandemia. Sono riusciti così ad innescare un processo decisivo per il conseguimento dell’obiettivo tanto necessario per il nostro futuro: fare dell’Unione un vero Stato federale. Ecco, la permanenza di Draghi a palazzo Chigi è anche il necessario rimedio per attutire il più possibile gli eventuali scossoni del passaggio di testimone in Germania ed in Francia, non mettendo così a repentaglio il lavoro così decisivo che soprattutto la Merkel ha saputo sinora condurre. 

Alla presidenza della Repubblica potrà provvedere ancora Sergio Mattarella. Si sa quanto abbia mostrato contrarietà per questa eventualità, ma al punto in cui siamo giunti,  con tanti nodi venuti al pettine e con l’incrociarsi di tante occasioni storiche che debbono essere colte, ciascuno, e soprattutto coloro che hanno e sentono responsabilità verso la propria Comunità, devono sentire il loro dovere.

La scomparsa di Kagan, un grande interprete della civilizzazione occidentale. Straordinaria la sua lettura e ricostruzione storica della guerra del Peloponneso.

All’età di 89 anni, se ne è andato uno storico di grande levatura internazionale. Il “Politico”, il giornale online del mondo intellettuale e politico di Washington, lo ha definito una “indiscussa autorità nel campo della Grecia antica”.

Claudio Siniscalchi

È deceduto il grande storico americano dell’antichità Donald Kagan, autore di un magistrale affresco sulla guerra del Peloponneso. L’ho sentito più volte, intervistato una volta e ho recensito un suo saggio. Kagan è stato un vero erudito, un totale ammiratore della cultura classica e degli studi antichistici. Inoltre è stato uno strenuo sostenitore dell’importanza dell’insegnamento universitario della storia e delle discipline umanistiche. 

Non sarà ricordato dai giornali come meriterebbe, perché un suo studio sulla guerra preventiva venne considerato, erroneamente, come un incondizionato appoggio all’amministrazione Bush Jr. In realtà, la “dottrina Kagan” venne confusa con quella di Robert Kagan, consigliere di Bush. Un caso di omonimia davvero sfortunato.

Nacque così la sciagurata formula della “dottrina Kagan”. Ma se ne farà una ragione. Era un accademico divertente e intelligente, come sanno esserlo gli ebrei lituani newyorkesi. I nani e i ciambellani del nulla passano, più o meno presto. I giganti restano.

*

Presentazione (Amazon) della principale opera di Kagan

  1. Kagan, La guerra del Peloponneso. La storia del più grande conflitto della Grecia classica, Milano, 2006.

Atene e Sparta erano state alleate durante la lotta contro l’impero persiano, sconfitto, nonostante la sua immensa potenza militare, dall’unione delle piccole città stato greche. Ma, solo mezzo secolo dopo, la loro rivalità scatenò una guerra che sarebbe durata tre decenni, avrebbe causato uccisioni e devastazioni mai viste prima e avrebbe determinato il rovesciamento della tendenza verso la democrazia. Questa guerra spaventosa, che per la sua importanza e le sue conseguenze può essere considerata una vera e propria guerra mondiale della Grecia classica, rappresenta un momento fondamentale della storia dell’Occidente ed è stata usata dagli storici di tutte le epoche come modello per comprendere e interpretare conflitti di ogni genere. La storia della guerra del Peloponneso è stata raccontata da uno dei più grandi storici dell’antichità, Tucidide, che partecipò effettivamente ai combattimenti. Sfortunatamente la sua cronaca, che è anche uno dei fondamenti del metodo storico e della filosofia politica, si interrompe sette anni prima della fine del conflitto. Ai giorni nostri, Kagan coglie le dinamiche della guerra e delle sue battaglie, inserendole in un affresco del mondo greco antico, in cui si muovono personaggi del calibro di Alcibiade, Demostene e Pericle.

Patriottismo. Ius soli tra Nazario Sauro e Marcell Jacobs

Bisogna domandarsi se la tradizione è un monolite eterno oppure una serie di elementi che definiscono un’identità in continuo divenire.

Le vittorie olimpiche dello sportivo Marcell Jacobs, di padre texano e madre italiana, riaccendono il dibattito sulla necessità di modificare la legge sulla cittadinanza e passare dal diritto di sangue ad un altro tipo di diritto. La vittoria sportiva di Jacobs non è stata l’unica ed altri stranieri si sono distinti nel loro onorare l’Italia, il Paese di cui si sentono parte, in cui vivono e lavorano. 

Questa vicenda mi fa venire in mente un altro “patriota” che si sentiva italiano pur non essendolo. Parlo di Nazario Sauro, di cui ricordo il recente anniversario della morte. Cittadino istriano, si arruolò nella Marina italiana pur di servire il Paese a cui si sentiva legato. A quel tempo l’Italia non era ancora una nazione: nel senso chele dinamiche geopolitiche in moto dalle guerre di indipendenza erano ancora in atto. Non era neanche una regione geografica per come la conosciamo oggi. Era per lo più un’idea nella mente di qualche sognatore. Vi furono sognatori che la portarono all’unitá ed altro che la portarono alla guerra. Era il Paese in cui coloro che erano cittadini di un altro Paese potevano riconoscersi in un Nuovo Paese. 

Nazario ci credeva. Ma Istria a quel tempo era “Austria” dunque venne denunciato per alto tradimento. Mori impiccato il 10 agosto del 1916. La madre davanti la forca pur di salvarlo disse che non era lui. Non gli credettero. Prima di avere il collo spezzato lo sentirono dire “viva l’Italia”. 

In una società completamente diversa da quella in cui il sottoscritto è nato vi sono molti elementi che appartengono alla mia zona confort mentale. Non credo di essere l’unico a percepire questo. La tradizione è un monolite eterno oppure una serie di elementi che definiscono un’identità in continuo divenire? Ha ancora senso parlare, pensare, vivere un Paese, oggi, nel modo in cui lo si faceva cento anni fa? Mi piace pensare che questo sia il paese dei sognatori e che, almeno qui, un sognatore possa sempre trovare una casa. 

Alleanza Pd-5stelle, ma perchè negarla nelle grandi città?

Dunque, ricapitolando, salvo Napoli non c’è l’accordo che il Nazareno rivendicava. I grillini vanno per conto loro: a Roma, contro tutto e contro tutti, si ricandida la Raggi. Ma al ballottaggio? Ecco, se vogliono vincere, i candidati del Pd, eventualmente impegnati al secondo turno, sono obbligati a chiedere i voti al Movimento. Non sarebbe meglio farlo presente fin d’ora?

Le prossime elezioni amministrative rappresentano uno spartiacque importante per i futuri equilibri della politica italiana. Del resto, ogni qualvolta in Italia si vota in una manciata di comuni, l’intera politica nel nostro paese risente degli equilibri che si vengono a creare. Figuriamoci con il voto per la scelta del Sindaco nelle più grandi città italiane e in molti capoluoghi di regione. Praticamente in tutti quelli più importanti e significativi: da Torino a Milano, da Napoli a Roma, da Bologna alla Regione Calabria. E in moltissimi altri comuni di grande importanza. Insomma, questa volta si tratta di un test politico di particolare rilevanza che inesorabilmente avrà delle conseguenze concrete sul quadro politico nazionale.

Ora, se sul versante del centro destra non ci sono particolari novità, anzi quasi nessuna per quanto riguarda il capitolo dei ballottaggi, nel campo della sinistra c’è un nodo che inizia ad essere sempre più curioso e singolare, soprattutto per come viene concretamente affrontato e pubblicamente spiegato.

Mi riferisco, nello specifico, ai due grandi comuni dove la competizione politica è più incerta e dove l’alleanza tra il Pd e i 5 stelle non si è concretizzata al primo turno, ovvero Torino e Roma. Per essere chiari, tutti sanno, ma proprio tutti, che in quelle due grandi città la sinistra può ambire a battere il centro destra al ballottaggio solo se ci sarà una “alleanza organica, strutturale e storica”, per dirla con Bettini e Zingaretti, tra i due partiti. Ogni altra ipotesi, salvo miracoli sempre possibili, vedrebbe soccombere quella coalizione a favore del centro destra. E sin qui nulla di strano. Anzi, nulla di nuovo come, del resto, recitano tutti i sondaggi, sia quelli compiacenti sia quelli più neutrali. Ed è proprio su questo versante che fioccano le contraddizioni e, soprattutto, le ipocrisie. 

Leggiamo, infatti, tutti i giorni sulle cronache politiche locali delle due grandi città che ci sono sigle e partiti – da Italia Viva ad Azione a liste trasversali come i Moderati – che non “voteranno mai” una alleanza con i 5 stelle quando tutti sanno, questa volta veramente tutti, che il naturale epilogo e la naturale conclusione per battere il centro destra è solo e soltanto quella. Cioè l’alleanza organica tra il Pd e i stelle.

Ora, è vero che viviamo in una stagione politica dominata dal trasformismo, dall’opportunismo e dal populismo – di cui i 5 stelle sono i protagonisti assoluti – ma di fronte ad una situazione a tutti nota, di fronte alle continue e coerenti dichiarazioni dei due capi del Pd e dei 5 stelle di stringere un’alleanza politica salda a livello nazionale, cioè Letta e la coppia Conte/Grillo, cosa costa dire la semplice verità? E cioè che in vista del ballottaggio di Roma e di Torino arriveranno puntuali le solenni dichiarazioni di una comune lotta all’antifascismo, al sovranismo, alla deriva illiberale, al rischio dittatura e tutto il solito e arcinoto armamentario ideologico che potremmo ormai quasi recitare a memoria se vincesse il centro destra? 

Certo, per i partitini che hanno solennemente giurato e promesso che “mai e poi ancora mai” stringeranno un’alleanza con i 5 stelle, basterà la solita, e anche qui arcinota, dichiarazione antifascista e antisovranista e bla bla bla per digerire e metabolizzare il tutto. Come sempre, del resto. Forse, però, al di là dei vari giuramenti goliardici, carnevaleschi e ipocriti, sarebbe molto meglio dire sin da subito che si farà una santa alleanza con i 5 stelle. Sarebbe tutto molto più semplice e anche più onesto. Semprechè si voglia ancora ridare nobiltà e credibilità alla politica, senza scivolare e consolidare, ancora una volta, il trasformismo, l’opportunismo e l’arcinoto populismo.

 

I soldi per i redditi di cittadinanza ci sono, per i lavoratori fragili no.

Lo strumento proposto fin dal governo Conte 1 per combattere la povertà dimostra che questo obiettivo non è stato raggiunto, almeno non appieno. La realtà sopravanza le aspettative dei riformatori astratti. Nel frattempo, mancando le risorse, non si aiutano a sufficienza i cosiddetti lavoratori fragili.

Dopo il DL 105 del 23 luglio 2021 che ha “concesso” ai lavoratori fragili pubblici e privati di poter usufruire a domanda dello smart working fino al 31 ottobre p.v. (mentre contemporaneamente lo stato di emergenza veniva prorogato fino al 31 dicembre 2021, in ciò creando una evidente discrasia tra le due date e ci si chiede come sia stato possibile che nessun Ministro e nessun tecnico che si occupa di tale fattispecie ci abbia pensato) arriva adesso un’altra tegola per questa categoria di lavoratori “ammalati e sfortunati” perché devono lottare con la propria patologia grave (parliamo di chemioterapici, immunodepressi, titolari di legge 104/92 che tutela le invalidità), ma anche con la burocrazia e le scelte della politica spesso posticce incomplete, inspiegabili se non con poco nobili motivazioni.

Si sapeva già che il citato DL 105 del luglio scorso non prevede la possibilità – per coloro che sono stati certificati temporaneamente inidonei ad espletare l’ordinaria attività lavorativa essendo sovraesposti al rischio di contrarre il Covid 19 – di avvalersi di periodi di assenza equiparati al ricovero ospedaliero, come invece il decreto sostegni varato dal Governo il 19 marzo u.s. aveva riconosciuto fino al 30 giugno 2021.

In questo modo veniva sanato un vulnus che il DPCM 2 marzo 2021 non aveva previsto, in quanto non aveva rinnovato analoga previsione normativa che invece era contemplata all’art. 481 della legge di bilancio 2021 n°178 del 30/12/2020. Con decreto 105 questo “vulnus” ritorna e cambia tutto un’altra volta, solo smart working e fino al 31 ottobre ma se un “fragile” si assenta per malattia o per evitare di contrarre il virus, deve adesso fare ricorso al periodo di comporto contrattuale: se perdura lo stato di emergenza e lo esaurisce può finire prima a metà emolumenti e poi senza stipendio del tutto. 

Il motivo lo spiega l’INPS con circolare 2842 del 6 agosto u.s.: non ci sono fondi a disposizione.

Esattamente l’INPS ci informa di non avere soldi per protrarre questa tutela sanitaria a favore di lavoratori gravemente ammalati, soggetti a terapie immunodepressive o chemioterapiche.

Nello stesso tempo si viene a sapere da giornali e TV che il reddito di cittadinanza resta inalterato sine die: chi lo ha finora percepito continuerà dunque a ricevere l’emolumento mensile, molti pur avendo rifiutato opportunità di lavoro, mentre nessuno ha spiegato se dello stesso privilegio potranno usufruire i cd. “navigator”, una categoria di procacciatori di impiego che una parte politica ha voluto e difende nonostante l’evidente bilancio fallimentare del compito assegnato. Valga la conclusione di un saggio’ ad hoc’del Prof. GB Sgritta della Sapienza di Roma: “Che il Rdc sia finanziariamente sostenibile prima e dopo il 2021, stante la situazione economica e l’instabilità del quadro politico, è al momento imprevedibile; che possa contribuire a semplificare la giungla delle indennità, degli assegni, dei sussidi nazionali e locali, anche questo è, allo stato, improbabile. Ciò che certamente non potrà fare è abolire la povertà”.

Non si ha notizia finora di eventuali ripensamenti, tutto continua all’insegna del rinvio dello status quo.

Ma sorge spontaneo l’obbligo morale di comparare questo trattamento protettivo e dispendioso con la riposta negativa dell’INPS che nega ai lavoratori fragili la tutela sanitaria finora riconosciuta. Circolano nel corpo sociale molte ingiustizie causate dall’assenza di etica nelle decisioni politiche. Qualcuna, come quella descritta, appare francamente insopportabile. Non è giusto che i deboli soccombano sempre e speriamo che qualcuno si metta presto una mano sulla coscienza.

A Kabul riemerge la dura realtà dei fatti e degli interessi dopo anni di illusorie narrazioni

Gli avvenimenti nel lontano Afghanistan racchiudono vistose e insidiose trasformazioni. L’occidente appare in ritirata, la Cina avanza: in pratica mutano o sono destinati a mutare gli equilibri mondiali. Dovremo guardare con più realismo e avvedutezza agli interessi che sono in gioco.

Pare si possa dire che è finito l’ordine mondiale instaurato dai vincitori della sedonda guerra mondiale. Tornano a comandare gli sconfitti di allora, e ne stiamo già vedendo e sperimentando le conseguenze.

Velleitario appare l’auspicio – da ultimo di Panebianco – di un’alleanza Stati Uniti, Europa (?) e Russia in funzione anticinese. L’Ue non esiste sullo scacchiere globale, esistono Francia e Germania. Il vero asse anti-occidentale è quello formato da Berlino-Ankara-Teheran-Pechino, che mira a sostituirsi a quello anglosassone a cui l’Italia intrinsecamente appartiene.

È ovvio che il cambio di regime in corso a Kabul è destinato a mutare in profondità gli equilibri del Grande Medio Oriente, creando i presupposti per lo scontro diretto tra Russia e Turchia, che rischierebbe di far saltare equilibri non solo regionali.

Restano gli errori della narrativa ufficiale sull’Afghanistan che negli anni non sono stati contestati con il dovuto amore per la verità: anziché accordarsi con i Talebani, gli Usa li incolparono arbitrariamente per l’11 Settembre. E sul ventennio di occupazione occidentale in Afghanistan è scesa la più bieca censura di guerra. Se fossimo nati nelle zone tribali del Pakistan sul confine afghano, e avessimo visto gli abitanti dei nostri villaggi trucidati indistintamente per anni da droni militari telecomandati dal deserto del Nevada, probabilmente vedremo anche noi la ritirata della Nato dal Paese confinante come la fine di un incubo. Soprattutto perché tutto il popolo pakistano (ma anche dell’Asia meridionale dove abita un quinto della popolazione mondiale. ridotto alla fame da una secolare politica coloniale occidentale) percepisce i benefici della, interessatissima, partnership con la Cina, che per Pechino significa sbocco logistico, e in futuro militare, strategico sull’Oceano Indiano.

Questa collaborazione è sfociata nel grandioso piano del Cpec, il corridoio economico Cina-Pakistan che prevede grandi infrastrutture, autostrade, porti, treni veloci, con benefici per tutta l’area circostante, dall’Iran all’Afghanistan ad alcuni stati centrasiatici.

L’entusiasmo con cui i pakistani parlano del Cpec è paragonabile a quello che si nutriva in Italia per il piano Marshall. Ho potuto anche verificarlo di persona in occasione di un incontro bilaterale promosso dal Laboratorio Brics con uno fra i principali think tank governativi del Pakistan, l’ISSI, Instituto di Studi Strategici di Islamabad, per bocca del suo presidente l’ambasciatore Khalid Mahmood, nel quale traspariva la consapevolezza, sempre contenuta e priva di sfumature ostili, di contribuire in tal modo alla stabilità di una delle aree più calde del mondo, molto meglio di quanto hanno fatto le bombe e i droni killer occidentali.

Il lontano Afghanistan, a mio parere, sta lì a dimostrare, in tutti i campi, non solo in quello militare e geostrategico, che non basta un ventennio (noi italiani dovremmo saperlo meglio di altri) di false narrazioni per seppellire la realtà dei fatti: prima o poi questa riemerge e ci presenterà il conto, che potrebbe risultare più salato più si tarda a riconoscerla.

 

Mosca: il patriarca Kirill esalta gli atleti olimpici russi. Il servizio di “AsiaNews”.

“Lo sport non è sempre separato dalla politica, e noi ce ne siamo resi conto”. Prima dei Giochi, Russia punita per aver violato le regole antidoping. Lo sport usato come collante per il mondo ortodosso nello spazio ex sovietico. Fede ortodossa magnificata come “energia spirituale” per competere alle Olimpiadi.

Vladimir Rozanskij

Dopo il rientro in patria da Tokyo degli atleti russi, il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev) ha voluto rivolgere a tutti loro un pubblico ringraziamento per i successi ottenuti durante i Giochi olimpici, augurando altre future conquiste. Per aver infranto in modo clamoroso le regole antidoping negli anni precedenti, i russi hanno gareggiato in Giappone sotto la bandiera neutrale del Comitato olimpico nazionale. Le autorità hanno presentato questa circostanza come una dimostrazione della “russofobia occidentale”.

Il 10 agosto Kirill ha osservato che “purtroppo lo sport non è sempre separato dalla politica, e noi ce ne siamo resi conto osservando lo svolgimento delle competizioni”. Egli ha sottolineato che “nessun pregiudizio politico ha potuto ridurre la grandezza” dei risultati ottenuti dagli sportivi russi. Il patriarca ha aggiunto che tali performance “sono evidenti agli occhi dei professionisti e di tutte le persone oneste, senza parlare dei milioni di nostri connazionali che hanno sofferto con speranza insieme [agli atleti] durante tutto il periodo delle Olimpiadi”.

I russi hanno conquistato a Tokyo 71 medaglie, di cui 20 d’oro, raggiungendo il quinto posto nel medagliere complessivo, in linea con le ultime edizioni olimpiche.

Il patriarca russo ha esaltato gli atleti per aver rappresentato la Russia in modo degno: “Nonostante le difficili condizioni in cui si sono svolte le competizioni, avete lottato eroicamente per la vittoria, esibendo una volontà inflessibile, un’autentica solidarietà e sostegno reciproco. Avete mostrato al mondo intero che a fondamento dello sport russo sta anzitutto la tensione alla lotta onesta per raggiungere i massimi risultati”.

Secondo il capo degli ortodossi russi, “della vittoria è degno soltanto chi non si innalza con presunzione sull’avversario”. Egli sostiene che gli atleti russi hanno saputo rivolgersi a tutti con “il medesimo rispetto”. Essi hanno dimostrato sentimenti fraterni, soprattutto verso i rivali di quei Paesi in cui vivono “popoli uniti a noi per sangue e fede, malgrado le divisioni esteriori, spesso artificiose”.

Come patriarca di tutte le Russie, Kirill ha confessato di aver tifato anche per gli atleti provenienti da Ucraina, Bielorussia, Kazakistan, Moldavia e altre nazioni “che fino a un passato recente componevano insieme a noi la nostra grande patria comune”.

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http://www.asianews.it/notizie-it/Mosca:-il-patriarca-Kirill-esalta-gli-atleti-olimpici-russi-53829.html

Appunti sulla questione cattolica. Risposta a Emilio Persichetti.

Spiega l’autore della nota che il testo preso in considerazione, scritto dal dirigente di “Convergenza Cristiana”, è in realtà “pieno di slancio generoso e disinteressato, ma non privo di ingenuità e pericolose evocazioni storiche”. 

In questi giorni come avviene spesso, si potrebbe anche dire, ciclicamente, torna ad affiorare il dibattito sulla collocazione del cattolicesimo nel sistema politico italiano.  La nascita del Governo Draghi, un governo percepito di centro, fa tornare la nostalgia dell’Italia governata dalla Balena Bianca, ovvero quella del “bipartitismo imperfetto” o del “multipartitismo polarizzato”. Un paese in cui un partito era condannato a stare sempre al governo. Ovviamente quel partito sempre al governo era un partito cattolico. Di qui le suggestioni di un nuovo “patto repubblicano” che facendo tesoro dell’esperienza del governo Draghi si candidi a diventare l’asse portante del futuro sistema politico italiano. 

Penso sia questa la suggestione sottesa all’intervento dell’Avv. Emilio Persichetti su “Convergenza Cristiana”, un testo pieno di slancio generoso e disinteressato, ma non privo di ingenuità e pericolose evocazioni storiche.

La cornice ideologica è quella della ruiniana “unità sui valori”. Il casus belli il ddl Zan salvato da un immaginario gruppo trasversale di “cattolici deputati”. A parte il fatto che la discussione parlamentare sul ddl Zan andrebbe depurata di tatticismi e opportunismi, sul piano culturale non solo sulle pagine di Avvenire, ma anche su quelle di testate laiche e femministe sono emersi dubbi e scetticismi sul modello antropologico sotteso alla proposta di legge in discussione. Difficile quindi parlare al riguardo di “blocco cattolico” che ferma la “deriva nihilista”. Ma tant’è. 

Una simile suggestione riemerge nel testo di Persichetti allorché si evoca la stagione del sostegno a Giolitti dei cattolici attraverso il cosidetto “Patto Gentiloni” come “garanti della libertà”. Ora, non solo è di tutta evidenza la subalternità culturale e politica che espresse quella stagione del cattolicesimo politico relativamente alla cultura liberale, subalternità cui cercò di porre rimedio, sebbene con insuccesso, la fondazione del Partito Popolare ad opera di Don Sturzo, ma anche sul piano dei contenuti non sembra che il contributo dei cattolici sia stato così determinante per garantire la libertà, se si escludono forse le libertà per la Chiesa, ovvero le“guaretigie” già peraltro assicurate alla Santa Sede dall’apposita legge. Non è un caso infatti se, proprio la causa del Partito Popolare e quindi quella della libertà d’iniziativa politica dei cattolici, sia stata consapevolemente sacrificata dalla Santa Sede per venire a patti con il nuovo stato autoritario guidato dal partito fascista. 

Sfugge davvero poi il nesso, suggerito dall’editoriale di Convergenza Cristiana, tra l’impegno politico promosso durante il pontificato di Pio X, 1903-1914, e quello promosso durante il pontificato di Paolo VI “la politica come prima forma di carità”. Le categorie cultural-politiche dei due pontefici sono diametralmente opposte: nel primo caso il mondo moderno è una sentina di errori e falsità, nel secondo caso il mondo moderno è una occasione di evangelizzazione dove c’è ancora posto per i cristiani.  

In conclusione chi scrive pensa che la questione del partito cattolico sia in tali termini malposta. Innazitutto perché la stagione dell’unità politica dei cattolici segna un determinato periodo della storia d’Italia segnata dalla Guerra Fredda e dall’assenza di istituzioni comunitarie come quelle che caratterizzano oggi l’Unione europea. Ma in secondo luogo anche sul piano valoriale perché non esistono in politica cattolici senza aggettivi: il cattolicesimo democratico è una cultura politica distinta dal clerico moderatismo così come dal cattolicesimo liberale e da quello sociale. Forse sarebbe il caso di fare uno studio di tutte le differenti culture politiche che si richiamano al cattolicesimo del ‘900 che non mi sembra sia stato ancora compiuto. E questo senza stabilire gerarchie o primati morali, solo per amore della conoscenza storica. Del resto non è da adesso che i cattolici in politica si trovano su fronti opposti. Basti pensare a Dante Alighieri e Bonifacio VIII. 

Acclarata dunque la impensabilità di un cattolicesimo politico senza aggettivi veniamo all’oggi. Quello che si coglie e che si può accogliere nell’editoriale di Convergenza Cristiana non è la necessità di un “partito cattolico” ma la necessità di partiti di ispirazione cristiana, ovvero partiti che, pur scontrandosi e competendo tra loro, abbiano ognuno un’autentico radicamento nella dimensione etico religiosa ispirata al cristianesimo e visto che siamo in Italia  al magistero della Chiesa Cattolica. E’ quello che avviene nel sistema politico americano dove i cattolici militano in entrambi i partiti, democratico e repubblicano, i quali non possono non dirsi entrambi d’ispirazione cristiana. 

Ora, la missione del PD e dei cattolici dentro al PD sarebbe stata proprio questa: superare la democrazia dei partiti e arrivare al bipartitismo, ovvero  a due partiti d’ispirazione cristiana molto articolati e plurali all’interno, due country party, due partiti coalizionali. In questi, l’elemento cattolico sarebbe dovuto essere quello culturalmente trainante ma così non è stato. Le ragioni non è il caso qui di approfondire, ma anch’esse meriterebbero uno studio a parte. Valga però questo assunto: la missione del PD era il superamento della democrazia dei partiti e l’invermanto di quella che era stata chiamata democrazia dei cittadini. Questo palesemente non è avvenuto e il PD replica, sotto altre insegne, comportamenti stili e metodi della usata democraiza dei partiti ma senza avere più quel retroterra ideologico culturale novecentesco che dava senso e spessore all’azione politica. E’ rimasta, sempre più esigua, solo l’organizzazione. 

Ovvio che i cattolici su questo non possono dare alcun contributo originale. Il vero “patto repubblicano” non sarebbe allora quello che porta ad eternare il governo Draghi replicando il sistema politico della cosiddetta Prima Repubblica, il vero patto repubblicano sarebbe la costruzione di una democrazia delle istituzioni e dei cittadini, governante e bipartitica. Ma forse sono solo sogni destinati a rimanere tali, come quelli di Dante sull’imperatore Arrigo VII.

* L’autore è il segretario del Circolo Pd del quartiere Esquilino. Si candida al Consiglio del Municipio I (Roma Centro).

Ravenna si prepara all’anniversario di don Minzoni: “I suoi ideali sono parte della nostra storia”. Il servizio di “RavennaToday”.

Si terrà in piazza Garibaldi la manifestazione per ricordare il parroco vittima del fascismo. Presente per l’occasione anche Enrico Letta.

Si rinnova anche nel 2021 il ricordo di don Giovanni Minzoni, il prete ravennate, parroco di Argenta, che fu ucciso dalla violenza fascista il 23 agosto del 1923. E proprio lunedì 23 agosto, alle 19, si terrà in piazza Garibaldi a Ravenna la consueta serata di commemorazione con la partecipazione del sindaco Michele de Pascale e del segretario del Partito Democratico Enrico Letta. 

La serata – organizzata dal Centro Studi Donati, Acli e Associazione Zaccagnini – sarà coordinata da Livia Molducci e saranno letti da alcuni giovani brani del diario di don Minzoni e scritti di Benigno Zaccagnini, Giovanni Paolo II e Sandro Pertini. Nel corso dell’evento i curatori dei diari di don Minzoni, Rocco Cerrato e Gian Luigi Melandri, consegneranno ad Enrico Letta la pubblicazione “Memorie. 1909-1919”. Nel rispetto delle misure anti-covid-19 la cerimonia si svolgerà osservando le distanze interpersonali ed evitando ogni forma di assembramento.

Proprio l’idimenticato presidente della Repubblica Pertini nel 1983 inviò un messaggio al Centro Studi Donati: “Con la sua stessa vita Don Minzoni testimoniò, in perfetta aderenza all’insegnamento evangelico e in profonda fedeltà alla propria missione di pastore, la fede democratica e l’ansia di giustizia che ispirava i lavoratori cristiani, e ne saldava l’animosa resistenza alla lotta che l’intero movimento antifascista andava opponendo all’incombente tirannide. Il patrimonio ideale di cui Don Minzoni, e tanti altri esponenti cattolico democratici si sono resi assertori, forma dunque, a pieno diritto, parte integrante della nostra storia, alla pari di altre tradizioni e contributi, esso vive oggi e fruttifica nella costituzione repubblicana”.

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https://www.ravennatoday.it/cronaca/ravenna-si-prepara-all-anniversario-di-don-minzoni-i-suoi-ideali-sono-parte-della-nostra-storia.html

A Viale Mazzini è già tempo di resa di conti: il cdr del Tg1 non è contento della Rai targata Fuortes. La versione di “The Post Internazionale” (tpi.it)

Un retroscena senza peli sulla lingua, una lettura non reticente delle prime mosse del nuovo Amministratore delegato di Viale Mazzini. 

Marco Antonellis

Fuortes, almeno a leggere i giornaloni ha cominciato trionfante la sua marcia su viale Mazzini. Qualcuno arriva persino a parlare di “partiti finalmente fuori dalla Rai” quando a viale Mazzini tutti sanno benissimo che l’attuale amministratore delegato, come rivelato da TPI nei giorni scorsi, i partiti li conosce eccome, tanto da averne già incontrato i vertici (e vi diciamo di più: se le nomine sono state bloccate fino a dopo il voto di ottobre è proprio perché manca l’intesa tra i partiti….).

Intanto, ad arrabbiarsi con la nuova gestione è il Tg1, o meglio il comitato di redazione della testata. La redazione del telegiornale guardato da oltre 4 milioni di persone non è affatto soddisfatto di come vanno le cose.

Così il il cdr ha preso carta e penna e deciso di chiedere un incontro al nuovo amministratore delegato. Il refrain è “meglio mettere le cose in chiaro prima che sia troppo tardi”. Cioè prima che i buoi sono scappati dalla stalla.

Nella missiva di cui TPI ha avuto notizia si rammentano problemi di tagli a risorse e personale. E si raccomanda che a seguire il Papa nelle sue missioni all’estero continuino ad essere due inviati del Tg1, per permettere di seguire al meglio le gesta di Papa Francesco, lavoro che poi viene rivenduto dalla Rai a decine dei Paesi nel mondo. Insomma, seguire il Papa e seguirlo bene è un affare non una perdita da tagliare.

Una scelta che a quanto si apprende, sarebbe gradita anche in Vaticano, uno dei tre grandi centri di potere della penisola insieme alla presidenza della Repubblica e la presidenza del Consiglio.

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https://www.tpi.it/spettacoli/tv/cdr-tg1-non-contento-rai-fuortes-20210811816189/

Dopo Tokio. La “meglio gioventù” di cui c’è tanto bisogno in Italia. Il commento di Domenico delle Foglie.

Ne vorremmo tanti, donne e uomini coraggiosi, capaci di fare le scelte giuste per tutti noi e anche di chiederci i sacrifici necessari per costruire un mondo più giusto e più sano. Giovani in grado di costruire una politica post ideologica, ma ricca di valori. Personali e comunitari. Soprattutto armati di una dote necessaria per un tempo complesso come il nostro: un sano realismo. Li aspettiamo con ansia. È questo il loro momento.

C’è una “meglio gioventù” che in Italia si è appena affacciata sulla scena pubblica a reclamare attenzione e rispetto. A rivendicare un ruolo, ad affermare un protagonismo, a pretendere spazio. E forse anche a ricordarci che, quando meno te lo aspetti, la forza di una generazione si manifesta impetuosa e chiede rappresentanza per se stessa. È questo, forse, il lascito più importante delle Olimpiadi di Tokyo che hanno visto rinascere lo sport italiano e lanciato un segnale di conferma dopo lo smagliante Europeo di calcio vinto dagli azzurri guidati da un eterno giovane come Roberto Mancini.

Ma non è di sport che vogliamo parlare, quanto di questa generazione nuova che si è palesata in un frangente così difficile della nostra vita nazionale. Quante volte ci siamo chiesti: come ne usciremo dal Covid? Che ne sarà del nostro Paese malato di vecchiaia in tanti campi, dalla politica alla cultura, passando per l’economia, il sociale e la comunicazione? Ecco che la risposta è arrivata, sorprendente e carica di speranze per il futuro di tutti noi.

Abbiamo scelto il titolo di un fortunato film dell’inizio del nostro secolo, appunto “La meglio gioventù” diretto da Marco Tullio Giordana, perché fotografa mirabilmente la scoperta di una diversità che si è fatta strada fra di noi. Quante volte, infatti, ci siamo chiesti (soprattutto noi adulti orfani del Sessantotto, ma non solo noi) dove fossero i giovani. Cosa pensassero della vita. Come volessero costruire il loro futuro. Come ragionassero e quali valori li animassero. Una risposta l’abbiamo avuta e forse non è di quelle che ci saremmo aspettati.

Innanzitutto non ci hanno dato una risposta ideologica e questo misura la distanza con la generazione descritta dal film che ripercorreva la vita di una famiglia italiana dalla fine degli anni Sessanta agli inizi del nuovo Millennio. Una generazione profondamente segnata da un doppio binario ideologico ed estremista (destra-sinistra) mai conciliabile, sino a giungere alla stagione di Mani pulite che di quella storia di conflitti è stata l’ultima propaggine.

Ma non ci ha dato nemmeno una risposta in chiave social o digitale. Infatti non si corre sulla pista e non si lotta su una pedana virtualmente. Certo, ai social e ai media spetta il compito di eternizzare (e forse persino di scarnificare) i momenti straordinari in cui corpi allenati e sorretti da menti altrettanto solide hanno compiuto l’impresa e hanno saputo concorrere a livello mondiale. Piuttosto, ci ha restituito la certezza che ancora una volta l’umanità ha bisogno dei suoi corpi e delle sue menti. E che dalla fusione di queste due dimensioni deriva il successo di un’impresa. E che di un’impresa abbiamo bisogno è sotto gli occhi di tutti. Perché le sfide che abbiamo davanti sono mastodontiche.

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https://www.agensir.it/italia/2021/08/11/la-meglio-gioventu-di-cui-ce-tanto-bisogno-in-italia/

Nuovo Rapporto ONU sul clima: siamo al codice rosso per il pianeta Terra

Le previsioni suscitano grande allarme, per cui ogni rinvio diventa imperdonabilmente colpevole. Ein gioco la vita stessa sul pianeta. Il prossimo novembre, a Glasgow, i temicentrali della Conferenza ONU riguarderanno la completa decarbonizzazione, la riduzione delle emissioni nocive e dei gas serra, il contenimento dellinnalzamento delle temperature nei limiti già convenuti in sede di Accordo di Parigi del 2015. Urgono decisioni drastiche.

Non si potrebbero trovare parole più appropriate di quelle riportate nel titolo, per descrivere la situazione del pianeta che si muove verso una deriva irreversibile di autodistruzione: sono quelle usate dal Segretario Generale dellONU Antonio Guterres, per commentare il sesto Rapporto Cambiamenti climatici 2021stilato dagli scienziati dellIPCC sullemergenza del climate changee approvato dai 195 Governi aderenti allOrganizzazione delle Nazioni Unite. O meglio: forse ancora più terribile e ammonitrice per  i decisori politici e lintera umanità è la sottolineatura del presidente di turno della conferenza ONU sul clima COP26 –  il ministro britannico Alok Sharma per presentare i risultati e le conclusioni del Rapporto: Il tempo a disposizione per fermare la catastrofe del cambiamento climatico sta pericolosamente avvicinandosi alla fine: non possiamo permetterci di aspettare ancora due, cinque o dieci anni, questo è il momento di agire.

Ci sono delle evidenze che definire spaventose è più prossimo alleufemismo che alla realtà: linnalzamento del livello dei mari è stato valutato irreversibile ancora per millenni, non si era mai riscontrato questo livello di tendenza negli ultimi 3000 anni, ed è causa di erosione delle coste e inondazioni. Addirittura le emissioni di CO2 misurate nel 2019 erano le più alte di sempre, considerando almeno i due milioni di anni precedenti, quelle dei gas serra (biossido di azoto e metano) in cima alla scala dei valori degli ultimi 800 mila anni. E tutto questo mentre la temperatura media si innalza con un trend incrementale mai riscontrato in passato (+ 1.09° tra emissioni antropiche e gas serra nel decennio 2011/20 rispetto ai 50 anni che vanno dal 1850 al 1900): si pensi alle conseguenze per la vita degli abitanti della Terra, per lagricoltura, lallevamento del bestiame, la sostenibilità ambientale, le condizioni delle metropoli ad altissimo tasso di urbanizzazione. Si considerino le osservazioni del biologo Edward O. Wilson già illustrate e note da tempo sullincremento demografico: siamo 7 miliardi e mezzo di abitanti su un pianeta dove la soglia di compatibilità massima è stata stimata ai 6 miliardi di persone. A fine secolo si prevede una popolazione mondiale di 11 miliardi.

Queste eloquenti condizioni erano già state rilevate nel Rapporto dellONU-2019 stilato in 3 anni di lavoro da parte di oltre 150 esperti, volto allo studio e allapprofondimento dei rischi delle biodiversità, che metteva in guardia dal pericolo di arrivare in tempi definiti relativamente breviallestinzione di una serie di specie viventi che popolano i mari e la Terra, fino ad 1/8 di quelle attualmente censite pari ad una cifra mostruosa di circa un milione di specieanimali e vegetali. Evidenze riprese e rilanciate nel seminario svoltosi dal 29/4 al 4/5 2019 in sede OCSE,  dai rappresentanti di 130 Paesi aderenti allIpbes. Alla pubblicazione di quel Rapporto la Terra veniva descritta alla soglia della sesta estinzione di massa della sua storia, la prima attribuita ai comportamenti umani.

Sono trascorsi due anni e il nuovo Rapporto 2021 non può che stigmatizzare con toni ultimativi questa responsabilità, aggravata dalle emergenze per sommi capi descritte, peraltro riconducibili alle concause delleziopatogenesi della pandemia, una sorta di ribellione della natura allopera distruttrice da parte delluomo. Ricordiamo al riguardo le parole del Prof. Arnaldo Benini, Emerito allUniversità di Zurigo: Lumanità utilizza e violenta la natura spietatamente. Si è estesa e dilaga in tutti gli angoli della terra, sconvolgendo ecosistemi remoti e antichi di millenni, costruendo strade, estirpando e asfaltando boschi e foreste, usando a profusione e senza criterio concimi tossici e antibiotici, inquinando aria, laghi, mari, fiumi e torrenti, trivellando in terra e in mare. Lalterazione violenta degli ambienti è una delle cause delle mutazioni degli agenti patogeni e quindi delle epidemie e pandemie.

In questo contesto ambientale ai limiti della compromissione irreversibile, una umanità in espansione illimitata diventa indebolita e vulnerabile agli attacchi di virus che dimorano abitualmente in ospiti animali, come accaduto in tutte le sue varianti con il Covid-19 che ha attaccato luomo per traslazione zoogenetica. Questa coincidenza epocale tra compromissione climatica ed emergenza pandemica non è dunque casuale e può ripetersi. Occorre padroneggiare una visione olistica di questi fenomeni per tentare adesso, senza rinviare, di arginare la deriva catastrofica. Lobiettivo più immediato è dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030 per azzerarle entro il 2050: il nemico numero uno è il riscaldamento globale, lobiettivo è fermarlo a + 1,5° rispetto allepoca preindustriale, come programmato nellAccordo di Parigi (COP21-2015). Temperature più elevate porterebbero tra le altre conseguenze un ulteriore innalzamento dei mari: al trend incrementale attuale potrebbero salire fino a 50 cm a fine secolo, con una previsione ad oggi ingovernabile di 20 metri come corrispettivo di 5° di aumento della temperatura, né ci consola che ciò potrebbe avvenire al limite dei prossimi 2000 anni.

Il Rapporto ONU ha snocciolato una serie di dati eloquenti e di previsioni decisamente allarmanti, rispetto a cui ogni rinvio diventa imperdonabilmente colpevole. Ein gioco la vita stessa sul pianeta, a cominciare da quella delluomo. Ed è altrettanto evidente che se le scelte sui grandi numeri competono ai Governi della Terra, ciascuno di noi è tuttavia chiamato a realizzare comportamenti adeguati, rispettosi e responsabili. Non basta aver consapevolezza dei pericoli incombenti, occorre realizzare stili di vita sostenibili su scala mondiale.

Intanto i decisori politici accorciano i tempi delle consultazioni e delle decisioni da assumere, il prossimo step della Conferenza ONU è previsto per novembre p.v. a Glasgow: i tema centrali riguarderanno la completa decarbonizzazione, la drastica riduzione delle emissioni nocive e dei gas serra, il contenimento dellinnalzamento delle temperature nei limiti già convenuti in sede di Accordo di Parigi del 2015. Problemi enormi ma gestibili se letica e la scienza supportano le politiche degli Stati, con la consapevolezza che non esistono in questo campo i tempi supplementari, poiché la tattica dei rinvii non porta a soluzioni ma solo ad un irreversibile game over.

Soluzioni articolate. Come affrontare le tragedie sul lavoro.

Oltre alla sicurezza sul lavoro, bisogna anche intervenire concretamente, con aiuti diretti e indiretti, perché certe tragedie spingono spesso nelle difficoltà economiche più cupe le famiglie vittime di eventi sciagurati.

 

 

Per fortuna non passano in ultima pagina le tragedie che purtroppo frequentemente accadono nel lavoro.

 

Non passa giorno che insopportabili sofferenze emergono in prima pagina. Le morti bianche feriscono continuamente la nostra sensibilità e mettono a nudo come ancora e forse più di un tempo, si trascurano le norme di sicurezza nei cantieri e nelle produzioni.

 

Sembra sempre di essere a rincorrere dei tristi primati. Questo dovrebbe farci riflettere. Non è possibile nellepoca in cui si fanno miracoli tecnologici morire ancora schiacciati per ingiustificate e orribili incurie. Parlo perché sono stato colpito qualche mese fa da un tragico evento della mia comunità dorigine.

Perché una cosa è parlare in termini generici, altra quando le vittime sono conosciute e, come conosciuti sono i famigliari delle stesse. Fatto salvo che bisogna garantire al 100% la sicurezza sul lavoro, con norme, ma soprattutto con atti di controllo puntuali, frequenti e garantiti, bisogna anche aver coscienza che certe tragedie, oltre lincolmabile dolore, frequentemente spingono nelle difficoltà economiche più cupe le famiglie dove capitano questi tristi eventi.

Uno Stato moderno, uno Stato che volge ad essere una comunità, con sensibilità adeguata al suo rango, dovrebbe intervenire per togliere almeno la spina economica dal corpo di chi resta colpito da fatti così sordi e dolorosi.

Questo lascia comunque aperta la via di aiuti singoli, di espressione civile di chi intendesse aiutare economicamente le famiglie colpite, ma aggiungerebbe un diritto, diritto salvaguardato dallo stato sociale, che in parte colmerebbe quella ferita atrocemente subita dai congiunti.

In tal modo sarebbero salvaguardate e le azioni individuali e le azioni collettive. Permettendo in tal modo, che si possano compiere sia azioni ispirate dal sentire religioso o dal sentire umano, e, nel contempo, istituire un diritto di garanzia a carattere universale.

Questa visione, intende contemperare le forme di pensiero tanto liberale, quando sociale, che, a parer mio, non possono essere in alcun modo trascurate. Né luna, né tanto meno laltra. 

Uno Stato moderno, per stare allaltezza dei compiti di un pensiero politico plurimo e articolato, dovrebbe promuovere entrambe le vie. In modo tale che sia assicurato un intervento sotto legida del diritto comune e generale, senza in alcun modo limitare gli atti di benevolenza individuali.

Effetto Monte dei Paschi sull’economia di Siena. L’analisi De “lavoce.info”

Monte dei Paschi, oggi controllata dal Tesoro, potrebbe presto essere in parte acquisita da Unicredit. La vendita potrebbe segnare la fine di un decennio complicato per Siena. La crisi della banca ha infatti avuto ripercussioni sulleconomia senese.

Dopo una storia millenaria, la crisi del Monte dei Paschi comincia nel 2011, quando era la quarta banca italiana per capitalizzazione. Quellanno, Mps ha una perdita netta di 4,7 miliardi (anche a causa dellacquisizione di Antonveneta) ed è costretta a varare un piano di ristrutturazione, prevedendo la soppressione di 4.600 posti di lavoro. Nel 2014 listituto senese non supera gli stress test della Banca centrale europea, dando il via a un periodo estremamente complicato che si conclude nel 2017, quando lo stato entra nel capitale della banca senese.

La figura 1 riporta levoluzione dei redditi totali del comune di Siena e il contraccolpo che subisce a causa della crisi di inizio decennio. Come è naturale presupporre, i redditi sono diminuiti in tutte le città della Toscana in seguito alla crisi del 2011, ma è interessante notare che a Siena sono diminuiti più che negli altri capoluoghi. La linea rossa rappresenta levoluzione del reddito totale a Siena, mentre la linea blu tratteggiata costituisce il controllo sintetico, costruito includendo gli altri capoluoghi di provincia toscani. Se prima del 2011 landamento risulta essere simile, dopo quellanno si crea una differenza negativa: Siena ha visto diminuire i propri redditi più degli altri capoluoghi della Toscana esattamente nel periodo in cui esplodono i problemi di Monte dei Paschi.

È interessante anche analizzare limpatto che la crisi ha avuto sulla disuguaglianza di redditi a Siena. Una misura utilizzata spesso dagli economisti per quantificare il livello di disuguaglianza è lindice di Gini, una misura di dispersione dei redditi che il Local Opportunities Lab ha calcolato per ogni comune italiano a partire dal 2000. Un valore alto dellindice di Gini corrisponde a unalta dispersione dei redditi, mentre un valore basso segnala un basso livello di disuguaglianza.

La figura 2a riporta levoluzione dellindice di Gini a Siena dal 2000 al 2018, in particolare la sua diminuzione negli anni successivi alla recessione. Siena è quindi una città un pomeno disuguale rispetto a quanto lo fosse prima del 2011. In termini assoluti, la figura 2b mostra come Siena avesse una dispersione dei redditi più accentuata rispetto al resto dei capoluoghi toscani, circa 2 punti percentuali in più, mentre in seguito alla crisi la differenza si assottiglia.

Lindice di Gini può diminuire per due ragioni: la fascia della popolazione con reddito minore aumenta, oppure quella con reddito maggiore diminuisce. Quello che emerge per Siena è che i redditi medio-alti soffrono di più rispetto agli altri.

Continua a leggere (anche per vedere i grafici)

https://www.lavoce.info/archives/89135/effetto-monte-dei-paschi-sulleconomia-di-siena/

L’età di Obama. Cartolina dagli USA di “SuccedeOggi”.

Barack Obama ha festeggiato i suoi sessant’anni. Un’occasione preziosa per riflettere meglio sulla sua parabola alla Casa Bianca: ha rappresentato il sogno di un’America che abbandona i suoi fantasmi. Ma il razzismo, la prassi antidemocratica della destra e Trump hanno cancellato nella violenza.

Il 4 agosto lex presidente americano Barack Obama ha compiuto sessantanni. Divenuto il 44esimo presidente degli Stati Uniti a soli 47 anni è stato il primo presidente afroamericano della storia statunitense. Figlio di madre single bianca e di padre keniota nero ha studiato prima alla Columbia University e poi ad Harvard dove si è laureato in legge. La sua carriera politica si è svolta principalmente a Chicago dove ha lavorato nella comunità nera diventando nel 1996 per otto anni senatore nel parlamento dellIllinois. Sempre a Chicago ha incontrato la moglie Michelle, anchessa avvocatessa, che ha sposato nel 1992 e dalla quale ha avuto due figlie Malia Sasha. Nel 2004 è stato eletto senatore per lIllinois a Washington e nel 2007 ha annunciato che avrebbe corso per le presidenziali del 2008. Divenne presidente quello stesso anno dopo avere battuto entro lo stesso partito democratico, Hillary Clinton, e lavversario repubblicano John Mc Cain.

I suoi due mandati sono stati difficili e sempre in salita, con un partito repubblicano sempre più ostile, aggressivo, che ha praticato un ostruzionismo cieco e pregiudiziale. Le sfide che ha dovuto affrontare sono state molte. Leconomia ufficialmente in recessione precipitò nella crisi del 2008, la peggiore da quella del 29, mentre in politica estera gli Stati Uniti avevano ancora un gran numero di truppe dispiegate in Iraq e in Afghanistan e diversi fronti aperti. Con una House of Representatives a maggioranza democratica nei primi due anni di presidenza Obama è riuscito a varare la tanto discussa riforma sanitaria, quella che va sotto il nome di Obamacare, (tanto criticata dai repubblicani benché Trump non si sia neanche sognato di eliminare, pena una sollevazione popolare) a risollevare leconomia e a far ritirare la maggior parte delle truppe dallIraq. Dopo che i repubblicani hanno guadagnato la maggioranza nella House nel 2010, nonostante defatiganti negoziazioni che hanno ricevuto dinieghi continui tanto che si è perfino parlato di razzismo di ritorno nei confronti del primo presidente nero degli Stati Uniti, Obama non è riuscito a trovare un accordo su tasse, bilancio e deficit.

Alla sua rielezione nel 2012 tentò, anche qui senza successo, di far passare una riforma sullemigrazione e una sul controllo delle armi. La potente lobby NRA tiene in pugno i repubblicani mentre nel frattempo una quantità incredibile di giovani, nella maggior parte neri, continuano a morire, vittime di scontri tra le gang o uccisi dalla polizia. Quante volte abbiamo visto Obama partecipare ai funerali di ragazzini di colore accanto alle madri e ad altri familiari! Lo abbiamo visto anche piangere. Altre volte partecipare o a quelli di altri giovani vittime di quelle forme di follia collettiva che solo un paese che permette la libera circolazione delle armi senza nessuna restrizione si ritrova ad affrontare.

In politica estera Obama ha iniziato un dialogo con la Cina, ha cercato accordi in Medio oriente, ha concluso un importante trattato sulle armi nucleari con lIran e ha aperto a Cuba. Ha puntato molto inoltre sui cambiamenti climatici varando il Climate Action Act che si proponeva di ridurre le emissioni di anidride carbonica nellaria e incrementare fonti alternative di energia.

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http://www.succedeoggi.it/2021/08/leta-di-obama/

Nello specchio della scuola: le riflessioni del Ministro Patrizio Bianchi

“Patrizio Bianchi è Ministro dell’istruzione nel governo Draghi professore ordinario di Economia applicata e titolare della Cattedra Unesco in Educazione crescita ed uguaglianza presso l’Università di Ferrare, dove è stato Rettore fino al 2010. Assessore alla scuola, università, ricerca, formazione e lavoro della Regione Emilia Romagna fino agli inizi del 2020, ha poi coordinato il Comitato degli esperti presso il Ministero dell’Istruzione. Con il Mulino ha pubblicato numerosi volumi, trra cui “Il cammino e le orme. Industria e politica alle origini dell’Italia contemporanea (2017) e “4.0. La nuova rivoluzione industriale (2019).

La politica, almeno in Italia, ci ha abituati a governi composti da Ministri intercambiabili nei vari Dicasteri, scelti più con il manuale Cencelli che per provata competenza nel settore di cui si devono occupare.

Il libro “Nello specchio della scuola”, pubblicato dalla prestigiosa casa editrice Il Mulino e scritto dal Ministro pro tempore all’istruzione ci aiuta a cambiare idea. 

Nella presentazione del suo lavoro il Prof Bianchi – che insegna Economia all’Università ma ha presieduto la Commissione degli esperti incaricata di affiancare la Ministra Azzolina nella prima parte della fase pandemica- mette subito in rilievo quattro punti che ritiene necessario considerare per porre quesiti, osservare, ipotizzare risposte rispetto alla condizione istituzionale e strutturale del sistema scolastico italiano, visto anche in una (perdente) prospettiva di analisi comparata (almeno) con i Paesi dell’area OCSE.

Il primo concerne la contestualizzazione della scuola nell’era di internet, delle nuove tecnologie e della espansiva deriva di digitalizzazione della conoscenza. Il secondo aspetto riguarda il tema dell’autonomia scolastica, ad oltre venti anni dalla sua legittimazione normativa. Il terzo punto prende in considerazione i rapporti tra sistema scolastico e territorio, con una preoccupata analisi del gap che divide in due il Paese (e ne abbiamo avuto conferma nell’applicazione sperimentale della DAD dove le scuole del mezzogiorno – ma anche l’indotto familistico e ambientale- non sono state in grado di reggere per carenza di dotazioni il confronto con quelle del nord). L’ultimo contesto di osservazione riguarda l’aggancio tra sistema scolastico, mondo del lavoro, sbocchi occupazionali e prospettive di crescita del Paese, senza tuttavia disdegnare l’aspetto solidaristico e del “fare comunità”.

Mi è rimasta impressa a quest’ultimo proposito una definizione del Ministro Bianchi in risposta ad una domanda di un’intervista poco dopo il suo insediamento in viale Trastevere: “desidero una scuola affettuosa”. Mi sembra un postulato che vale un programma e che evidenzia l’importanza dell’aspetto umano ed empatico nel contesto di un ambiente di lavoro che il pedagogista Cesare Scurati descriveva come “luogo dove si intrecciano relazioni umane”.

L’iniziale focalizzazione del Prof Bianchi traccia in fondo il percorso del libro, in un excursus storico, istituzionale, pedagogico ma sempre con un occhio di riguardo rivolto al “sistema scuola” in cui – come afferma il titolo e meglio spiega il sottotitolo si specchia e si riflette “il sistema Paese, poiché è “nella formazione che si gioca il nostro sviluppo futuro”.

Da colto e scaltrito economista non sfugge al Prof Bianchi il rapporto stretto di interconnessione che lega il sistema scolastico alla società civile, al mondo delle imprese, allo sviluppo: rapporto non sempre coincidente in quanto ad aspettative e ad esiti anche a fronte di un ritardo del sistema Italia preesistente al flagello pandemico, sul piano della crescita e in un’ottica comparata con gli altri Paesi ad economia avanzata. Un effetto “ricorsa” e “rimorchio” al quale siamo da anni abituati.

Non si tratta di evidenziare una subalternità della scuola e della cultura rispetto all’economia ma di prender atto che da un lato il sistema scolastico non è stato motore di traino mentre – di converso- dall’altro il Paese non ha riservato all’istruzione e alla ricerca – e questa è una tendenza di lunga deriva- la dovuta attenzione in termini di investimenti finanziari e di valorizzazione del capitale umano.

Sistema scolastico come scelta di investimenti mirati per il futuro: questa è la via obbligata per restare agganciati alle dinamiche evolutive.

L’analisi di approfondimento – per conoscere le cause del  gap tra scuola e suo contesto di riferimento- è ampia e storicamente non priva di riferimenti e di connessioni: particolarmente interessante il capitolo “Stato-Scuola-Nazione” nella sua rinnovata attualità, poiché l’autore ne deduce alcune linee di indirizzo che corrispondono ad altrettanti obiettivi assegnati al sistema di istruzione.

Il primo scopo riguarda la formazione della classe dirigente del Paese. E’ dal curricolo scolastico che emerge la “formazione di leadership in grado di orientare un’intera comunità verso la crescita”.

Il secondo obiettivo attribuito alla scuola concerne “la diffusione dei valori fondanti e unificanti di una comunità”.

Il terzo step considera l’importante funzione di formazione delle competenze necessarie alla crescita del Paese. Il Prof. Bianchi la sintetizza come “ricerca delle competenze per uno sviluppo sostenibile nel tempo”.

E qui sembra opportuno rimarcare l’importanza del concetto di sostenibilità: nella sua accezione temporale, per un passaggio di consegne generazionali e per un assetto stabile delle istituzioni e della maturazione del corpo sociale.

La quarta “consegna” afferisce alla formazione della persona: essa si concretizza “ come diritto individuale all’acquisizione delle conoscenze necessarie per poter consolidare la propria personalità e partecipare alla vita sociale”.

Siamo – in questo ambito- nell’alveo della migliore tradizione pedagogica che caratterizza lo specifico funzionale del significato di termini quali “educazione, “formazione”, istruzione”: potremmo dire che questa attribuzioni di competenze rientrano a pieno titolo nel  grande e complesso tema del diritto allo studio ma – potremmo aggiungere – anche del dovere di perseguirlo.

Non per niente l’autore si sofferma sul portato normativo , etico e democratico di quegli articoli della Costituzione che più direttamente pertengono lo specifico istituzionale della scuola: al servizio della società, come parte dello Stato, espressione della cultura della nazione ma soprattutto nel mettere sempre e comunque la persona  al centro della preoccupazione pedagogica, nel curricolo strettamente scolastico e come aspirazione verso la “lifelong  education” , che implica che la reciprocità formativa vada oltre i banchi di scuola e diventi costume e dovere sociale, per tutta la vita.

Dunque, riassumendo: autonomia scolastica rivista e valorizzata nel suo portato innovativo che parte dal basso ma anche con un occhio di riguardo alla necessità di evitare differenziazioni penalizzanti tra scuola d’avanguardia e scuole penalizzate dal fardello burocratico che pervade – il Ministro lo sa – il contesto scolastico nelle sue articolazioni centrali e periferiche.

Aggancio con la società pulsante fuori dalla scuola senza correre pericoli di intorbidire i compiti del sistema formativo, di annacquarne e impoverirne la ‘mission’ educativa.

Consapevolezza della centralità del tema “formazione” in uno Stato moderno e in una società interconnessa, che chiama in gioco i doveri dello Stato ma anche di ogni singolo attore co-protagonista del sistema scolastico, valorizzando le competenze interne, senza velleità di autosufficienza.

Non capita spesso di leggere – come accadeva un tempo a livello universitario- il libro di un Ministro: credo che questa sia un’ottima occasione per riprendere una consuetudine passata di moda.

Ma dov’è il populismo?

Bisogna estirpare la mala pianta che indebolisce la democrazia. La domanda centrale è la seguente: quali sono le forze politiche e culturali che possono battere il populismo? Serve una politica coerente. Pietro Scoppola invitava, in altro contesto, a coniugare la cultura del comportamento con la cultura del progetto.

Dunque, ricapitolando. Il populismo, che resta il vero ed autentico nemico della democrazia e dei valori costituzionali, formalmente viene quasi ripudiato da tutte le forze politiche. Salvo il partito di Conte e di Grillo. Il primo sostenitore di un populismo dolcee il secondo, come noto a quasi tutti gli italiani, di un populismo più violento ed aggressivo. Almeno a livello verbale. Dalla vaffa dayin poi. E poi c’è il Pd che individua nel partito 5 stelle, cioè nel partito populista per eccellenza, lanello strategico per costruire una alleanza politica storica, organica e strutturale. E dunque, se la logica ha ancora un senso, una alleanza che non ripudia ma, anzi, contempla ed esalta la deriva populista.

Sul versante del centro destra, accanto a partiti che esprimono una cultura e una prassi politica più marcata e meno legata ai canoni del populismo di marca grillina e lontani da quella prassi – da Fratelli dItalia a Forza Italia alla Lega dei governatori, nello specifico penso al Presidente della Regione Veneto Luca Zaia – il capo della Lega declina sostanzialmente quella metodologia. Non a caso, sotto questo versante, cera una perfetta comunanza di vedute nel primo governo Conte tra la Lega arrembante e in forte ascesa elettorale in quella stagione politica e il partito dei 5 stelle, storicamente e strutturalmente di marca populista.

Ora, se questo quadro risponde alla realtà – e non è nientaltro che una semplice fotografia – si tratta di capire come affrontare e sconfiggere la mala pianta del populismo che ha indebolito il tessuto democratico, ha scalfito ulteriormente la credibilità dei politici e dei partiti, la nobiltà della politica e, infine, ha incrinato la stessa solidità delle nostre istituzioni democratiche. Ma la domanda centrale a cui, prima o poi, andrà data un risposta, è la seguente: e cioè, quali sono le forze politiche e culturali che possono aggredire e battere il populismo? Perchè se pubblicamente si predica che il populismo è il vero vulnus del nostro impianto democratico e costituzionale e poi ci si allea con forze politiche o con capi politici che praticano e si rifanno costantemente a quella deriva, delle due luna: o si crede in quella deriva pur rinnegandola verbalmente oppure si pensa di poterla governare con strumenti e modalità ad oggi misteriosi. Perchè, alla fine, di questo si tratta.

Ecco perchè, per dirla con lautorevole storico cattolico democratico, Pietro Scoppola, mai come adesso è importante verificare la coerenza tra la cultura del comportamento con la cultura del progetto. Perchè tutti i i veri democratici e tutti coloro che continuano a credere nella democrazia dei partiti, nella competenza e nella qualità della classe dirigente politica ed amministrativa, nella centralità del Parlamento, nel rispetto delle nostre istituzioni e, infine, nella valenza ed importanza delle culture politiche riformiste e costituzionali, hanno il dovere morale, politico e culturale di contrastare quella deriva e di contribuire ad aprire una nuova stagione politica per il nostro paese. Perchè, come si suol dire, ormai le chiacchiere stanno a zero ed è giunto il momento per invertire una rotta che ha caratterizzato – e che, purtroppo, continua a caratterizzare – per molti anni la politica italiana nelle sue multiformi espressioni. Serviranno, cioè, dora in poi solo più i fatti concreti e non i pubblici annunci.

Scomparso a 91 anni Nadir Tedeschi, interprete autentico del cattolicesimo democratico e popolare lombardo.

Mai ha voluto parlare e ancor meno utilizzarelaggressione brigatista. Legislatore di massimo rango. Militante della politica sana sino agli ultimi suoi giorni. Per me un grande amico. Queste le parole che ieri, diffusa la triste notizia, ha messo per iscritto Pierluigi Castagnetti. Di Tedeschi vogliamo ripubblicare un ampio stralcio della relazione da lui tenuta al convegno su Adriano Olivetti. Un progetto dell’«abitare» tra realismo e profezia. Per un nuovo dialogo tra etica, bellezza e tecnica (Milano 2 dicembre 2011).

Intervento

Sono stato prima un tecnico, poi un quadro dellOlivetti Bull e della Divisione Elettronica Olivetti successivamente.

Ho avuto la fortuna e lopportunità di essere assunto dallOlivetti Ing. C. Olivetti e C. di Ivrea il 3 Maggio del 1954, nel pieno dello sviluppo dellAzienda e nellesplosione delle attività multiple dellIng. Adriano. Unimpressione iniziale difficile da comunicare per me che venivo dal Polesine e dallIstituto Ing. Ferruccio Viola di Rovigo. Avevo lavorato con mansioni varie nello Zuccherificio di Badia Polesine e soprattutto allIma (Industria Macchine alimentari), di Verona. Paghe e stipendi erano bassi, appena sufficienti per vivere modestamente lontani da casa e quindi in pensione, sia pure con un tipo complessivo di vita non confrontabile con la vita dei braccianti e salariati agricoli della val Padana, almeno fino a qualche anno dopo la seconda guerra Mondiale.

Prima dellIncontro con Olivetti, avevo fatto parecchi esami con altre aziende, Fiat compresa. Nulla di confrontabile allora con Olivetti, sia come stile aziendale, approccio umano nel senso del rispetto della persona, livello economico anche nelle manifestazioni più banali. Qualche anno prima dellincontro con Olivetti, da noi nel Polesine cera stata la rottura degli argini del Po ad Occhiobello con oltre centomila migranti soprattutto nellarea di Milano e Torino. Gli esami di selezione per entrare in Olivetti li ho svolti, ricordo ancora, con gli Ingegneri Zannini e Tuffarelli, giovani dirigenti della grande azienda di Adriano. Tuffarelli successivamente è diventato un alto dirigente dellOlivetti stessa e poi anche della Fiat e della sua ultima carica la stampa ne ha parlato abbastanza, per quanto ricordo io.

Ho sempre ricevuto lo stipendio da Ivrea, anche se quasi da subito mi hanno trasferito o meglio prestato alla Società Olivetti- Bull di Milano incorporata nel ’59 nella divisione Elettronica Olivetti e nel 1964 ceduta in blocco alla General Electric Information System, diventata successivamente Honeywell Information System.

Racconto questo perché allOlivetti Bull, dopo un lungo corso sulle macchine a schede perforate, per alcuni anni ho svolto mansioni tecniche presso i clienti e quindi in giro per lItalia. Ma nel 1957 sono stato chiamato a Milano, sede centrale della società alla quale ero stato prestato, per svolgere la funzione di istruttore prima e poi di responsabile della Scuola di Formazione dei Tecnici sia neo assunti sia anziani da riqualificare, soprattutto nel passaggio e nel rapido sviluppo dei calcolatori elettronici della Bull prima e della classe Elea successivamente. Anni di rapido sviluppo e di rapido cambiamento, in sintonia con la società Italiana, che, in pochi anni, ha completato la trasformazione da Società Agricola a Società Industriale. Anni ruggenti gli anni Cinquanta, anche se il boom viene accreditato agli anni Sessanta. Ricordo solo dei dati: nel 1960, il Pil aumentò del 7 per cento, quasi come la Cina oggi, si realizzò la piena occupazione in gran parte industriale, senza inflazione e debito pubblico. Dieci anni prima eravamo ancora in una società a prevalente reddito agricolo, con problemi sociali enormi. Nel Sessanta cera anche la pace sociale. Dico questo perché negli anni che vanno dal 1957 al 1964 realizzavamo molti corsi soprattutto per neoassunti, la scuola alla fine fu trasferita a Borgo Lombardo e di questa accennerò qualche cosa alla fine.

Ad ogni corso daccordo con i miei dirigenti, organizzavamo una gita ad Ivrea in Pullman con visita agli stabilimenti, alle opere sociali, pranzo buono in mensa, visita rapida alla città dove ricordo soprattutto la Dora con il suo giro e il rumore delle acque e poi ritorno a Milano con obiettivo la nostra sede che prima di approdare a Borgo Lombardo, cambiò diversi indirizzi pur essendo partita nel 1957 da Via Clerici, dove insieme a tutti gli Olivetti di Milano aveva sede anche lOlivetti-Bull compresa la nostra scuola allo stadio iniziale. Incredibile il ricordo di quel palazzo nuovo nel centro del centro di Milano, a due passi dalla Scala; palazzo disegnato allora dallarchitetto Bernasconi nel quadro delle grandi e moderne iniziative edilizie e urbanistiche dellIng. Adriano. Durate i molti viaggi ad Ivrea con i nostri gruppi di giovani in fase di formazione, ho potuto imparare tutto dellOlivetti, ho parlato con molti interlocutori del Personale e della Pubbliche Relazioni, alcuni diventati famosi in seguito e passati dalla cronaca alla Storia anche Italiana per iniziative manageriali, culturali e politiche.

La storia Italiana ha registrato molte cose di Olivetti nel suo tempo e in particolare della storia collegata con LIng. Adriano Olivetti, che morì improvvisamente nel Febbraio del 1960 in un freddo treno da Milano alla Svizzera. Adriano era una persona multiforme, dalle mille iniziative in buona parte riuscite. Unanima inquieta Adriano, quasi che la sua conversione da Ebreo a Cattolico, gli avesse messo in corpo laspirazione di grandi personaggi civili e religiosi. Una specie di Sant’Agostino moderno e per di più industriale. Si diceva e si è scritto che, alle volte Adriano passasse del tempo dietro alle catene di montaggio delle macchine meccaniche da scrivere e da calcolo, per osservare gli operai senza essere visto. Ma LIngegnere non osservava gli operai per studiare o suggerire ai capi come aumentare il ritmo produttivo, ma pensava a quegli operai magari passati da un mondo agricolo libero e ora vincolati a un lavoro ripetitivo alla catena di montaggio. Capiva le aspirazioni alla libertà di quegli operai e pensava come liberarli da quel giogo, pur nellesigenza di mantenere unindustria nel pieno dellera Fordista di americana provenienza. E lui lAmerica laveva conosciuta bene.

Nacquero anche da questa aspirazione, le iniziative per cambiare il sistema di lavoro e di produzione, organizzando le unità di montaggio integrate che poi si diffusero da altre parti, con la definizione delle isole di produzione sotto il tema di Verso una nuova organizzazione del lavoro.

Lo Scopo era anche quella di aumentare produttività e salari, ma dentro al tentativo di superare la schiavitù delle linee di montaggio di Chapliniana memoria. Ovviamente non mi fermo su questo argomento trattandosi di una questione tecnica superata poi, dai moti di sessantottesca memoria.

Alcuni anni dopo ci fu unaltra trasformazione, con il passaggio alla produzione elettronica, ma, in quel tempo, Adriano non cera più da anni e il percorso fu pilotato da un grande dirigente proveniente tra laltro dallOlivetti-Bull e divisione elettronica e cioè lIng. Ottorino Beltrami.

Nella storia dellAzienda su Internet, con dovizia di argomenti e fotografie, i due argomenti da me evocati, hanno uno spazio adeguato, pur nella sinteticità di tutte le storie.

La premessa fatta mi consente di affrontare il cuore della Formazione Professionale Olivetti, comunque sempre sincronizzata con lesigenza di avere una classe operaia adeguata e moderna in grado di produrre ma anche se possibile, di avere una vita degna per il lavoratore e la sua famiglia.

Il Cfm

Nel 1935, era già avvenuto il passaggio dallIng. Camillo allIng. Adriano, fu creato il Centro di Formazione Meccanici. Non era solo unidea di avanguardia dellIng. Adriano. Gli operai venivano dalla campagna con una scolarità a livello Elementare o poco più, dato che avevano iniziato il loro cammino le scuole di Avviamento Professionale con la tendenza a fare iniziare il lavoro da apprendisti a 14 anni. Lo sviluppo dellAzienda negli anni venti e trenta fu molto forte, nonostante che gli Olivetti fossero osteggiati dal Regime per la loro radice ebraica e soprattutto per le loro tendenze Liberali o Azioniste, pur dentro uno stato che non ammetteva libertà di pensiero. Alla fine della guerra, nonostante tutto quello che era successo, lOlivettiaveva ad Ivrea circa 2000 operai. Il sistema della formazione dellapprendista affiancandolo ad un operaio esperto per imparare, non funzionava più, anche da ciò la nascita del Centro.

Nellarchivio storico su questo argomento, si scrive esplicitamente …con lo scopo di qualificare, specializzare, gli operai da destinare alle delicate operazioni di attrezaggio. In seguito il sistema della formazione si amplia, anche per colmare le carenze dellistruzione pubblica di quel tempo: nel Canavese mancano le scuole tecniche superiori, la cultura industriale è carente, molti ragazzi abbandonano la scuola dellobbligo anzitempo. Per rimediare allOlivetti nascono corsi di perfezionamento, corsi di addestramento generico, corsi serali e preserali di cultura tecnica industriale. Nel dopoguerra nasce lIstituto Tecnico Industriale Olivetti, legalmente riconosciuto, che resterà attivo fino al 1962, quando lapertura di unanaloga scuola statale ad Ivrea, renderà ridondante liniziativa aziendale. Negli anni 50 e 60 il sistema di formazione tecnica Industriale assume quindi le caratteristiche di una vera e propria Scuola Olivetti, di cui il CFM è la componente più rilevante.

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http://www.badia.tv/badia/olivetti.pdf

Differire da se stessi ed esporsi all’«altro della vita»: il travaglio del ri-posizionamento, non le fanfare delle ripartenze.

Questa riflessione stimolante prende a prestito e sviluppa, in larga parte, un pensiero di De Rita: È la realtà in essere che è costituente, non i pensieri, le tradizioni, gli interessi, le identità di cui molti di noi fanno ritenzione securizzante. Ecco perché limitarsi a citare Sturzo De Gasperi e Moro non restituisce per incanto la necessaria vitalità alla cosiddetta politica cattolica.

Diverse uscite di ex-politici di area Dc, o, come si dice, di tradizione cattolica, fanno venire in mente impietose sintesi che solo gli americani sanno fare: “Se sono così eccezionale, come mai sono ancora single?” (da un libro di Frassinelli).

Fra le note in comune a molte di queste uscite ci sono sviolinate su come era bello e saggio e profetico il paradiso democristiano, un’Italia sempre e su tutto nelle mani migliori che si potessero desiderare (una volta perso il potere, certo mondo cattolico si è ritirato in un’autocompiaciuta riserva che fa sfoggio di quell'”approccio culturalista” contrastato da Ardigò, con cui – sosteneva il sociologo bolognese – non si sarebbe mai recuperato e reso possibile per le persone il sensoprofondo del vivere il proprio quotidiano.

Appunto: se oggi torme di disillusi e ingrati – e non perspicaci come questi reduci di Avalon e Artù – guardano a quella popolana della Meloni, un motivo ci sarà, giusto? Va bene, su alcune cose dei ‘reduci’ si può essere d’accordo ma per il resto molte illusioni, ed anche per alcuni aspetti letture storiche distorte, sia del passato sia del futuro prossimo.

Si insiste nel tratteggiare un tempo della Dc e della cosiddetta Prima Repubblica che non c’è mai stato, almeno nella generalizzazione con cui viene descritto. È evidente l’idealizzazione di tutto, la memoria che, come per il caro estinto, ripulisce il passato da qualsiasi nequizia. Il fatto che poi non si sappia far altro che attaccarsi a Moro, De Gasperi, Sturzo e qualchedun altro, in maniera compulsiva e ricorsiva, conferma assai bene che su molti, moltissimi altri personaggi e molte altre situazioni si sorvola come quasi inevitabili e marginalissimi effetti collaterali. È come quando ci si sente dire da un marxista: lascia perdere Lenin, Stalin, Brežnev, nomenklature, ecc., ma il comunismo non è mica quello…

La Dc ha gestito il potere e l’ha gestito come meglio storicamente le è riuscito, e come è ormai documentato. E ha garantito non poco ad un Paese ballerino come l’Italia. Se poi in alcuni anche l’idealità cristiana brillasse in modo inusuale siamo i primi a rallegrarcene (e sono quelli che le hanno sempre salvato l’anima), ma non si può dire che questo valeva anche per Salvo Lima o Umberto Federico D’Amato, per Borghese, per le tante persone perbene della Propaganda 2 ed una marea di altri factotum e squallidi notarucoli locali che passavano la vita a fare gli amici degli amici, per cui alla fine l’apparato delle rendite ha surclassato quello degli investimenti. Anche questo è stato populismo, no? La gente capiva e si ‘adeguava’ volentieri, il sacco era senza fondo.

Circa le ideologie (come abbiamo letto): scagliarsi trombonisticamente, addirittura per definizione e non per loro attuazione storica novecentesca, contro di esse ed equipararle all’individualismo (forse si mischia Trockij con Milton Friedman), e come se anche l’antropologia cristiana non fosse un ‘sistema’ o come se la Dottrina Sociale della Chiesa non fosse una dottrina, un complesso organico di principi e cognizioni, rivela una insufficienza di intellettualità e di visione politica non da poco. Stiano tranquilli i citatori continui di De Gasperi, Schuman e Adenauer: a forza di sparare su ogni sistema di studiare e comprendere il mondo (tutta colpa delle ideologie ecc.) assegnano la collocazione del crocifisso non al pensiero professante dei Padri Fondatori, ma ai ricorsi alla magistratura per centimetri e collocazione in parete.

I peana poi sugli italiani che si sarebbero stancati del populismo sono proiezioni di chi domanda alla sentinella a che punto è la notte. Come ricordò tempo fa Mauro Magatti, Nietzsche disse che ci avrebbero aspettato duecento anni di nichilismo, e quindi siamo poco oltre metà. Non ci saranno declini facili né a breve del populismo, né un Pil che viaggiasse a trecento all’ora si trascinerebbe dietro in automatico una eguale crescita ‘culturale’ (semmai è vero il contrario). Come disse Defoe a proposito della peste londinese del XVII Secolo (Diario dell’anno della peste), se fosse durata un po’ di più avrebbe risolto gli inglesi a prendere pienamente in considerazione le questioni vere.

Quanto alla zolfa della ripartenza, delle ripartenze: bisogna fare tutt’altro che ripartire. È cambiato e va cambiato il viaggio. Bisogna ri-posizionarsi e incominciare da tutt’altra parte. Bisogna passare, come i Magi dopo l’incontro con il bambino, per un’altra strada. Credo che De Rita l’abbia scritto bene come pochi altri nell’occasione di un altro trauma mondiale, le dimissioni di Papa Benedetto XVI: “Del resto senza vigore nessun soggetto (pontefice, curia, conferenze episcopali, partiti, leader politici, istituzioni, ecc.) può pensare di affrontare il travaglio del «riposizionamento», unica strategia per sopravvivere e riprendere a crescere. Per riposizionarsi serve anzitutto intelligente conoscenza e accettazione della realtà, anche quando essa a prima vista non piace; e serve soprattutto cambiare, differire da se stessi, «esporsi all’altro della vita» come dice Derrida. È la realtà in essere che è costituente, non i pensieri, le tradizioni, gli interessi, le identità di cui molti di noi fanno ritenzione securizzante. (Corriere della Sera, 4 Marzo 2013).

Infine il futuro, i ragazzi. Risultano, anche se in quantità esigua, messi al mondo da noi. Non è vero che i ragazzi non si fanno delle domande, se le fanno eccome. E dobbiamo prima farcele anche noi perché abbiamo il compito di dedicarci ad una loro vera pienezza di vita. E allora: a quanti quindicenni, o anche diciottenni, interessano le considerazioni se quel giorno Moro fu capito o non capito o solo un po’ capito, e io c’ero e tu no, e allora… e sicché A nessuno. Certo, qui si entra nella festa dei luoghi comuni: non sanno chi è Garibaldi, io ai loro tempi, ecc ecc ecc. Non che allora i nostri ragazzi abbiano ipso facto ragione, ma il nostro è un Paese di cariatidi, di monumenti, di immobilismi, di retoriche, un Paese in cui la trasmissione che va permanentemente in onda sono ‘i migliori anni’, che guarda caso sono tutti quelli dei grandi, dei vecchi (qui l’ammonimento di Moro a non affrettarsi a giudicare la ‘contestazione giovanile’ e il Sessantotto, a non cedere alla tentazione di contrapporvi un esperienzialismo rifiutato in partenza dai giovani, rivela bene perché non si possa spalmare Moro su tutto il tempo del potere democristiano).

E di queste retoriche il cosiddetto ‘mondocattolico’ senza cattolici ne è gravemente afflitto.

P.S. Se bisogna comunque prender posizione io sto con i Måneskin…

Mattarella nel 65° anniversario della tragedia di Marcinelle

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del 65° anniversario della tragedia di Marcinelle e della 20ª Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo, ha inviato il seguente messaggio


Desidero rendere omaggio al sacrificio di 262 minatori, tra cui 136 italiani, che sessantacinque anni or sono persero la vita nella tragedia
  di Marcinelle.

Ricorre quest’anno anche il settantacinquesimo anniversario dalla stipula dell’Intesa Italo-Belga per l’approvvigionamento di carbone all’Italia distrutta dalla guerra. Dalle criticità di tale accordo, e da tragici eventi come quelli che si verificarono al Bois du Cazier, l’Europa ha appreso l’importante lezione di dover porre diritti e tutele al centro del processo di integrazione continentale.

Oggi viviamo una nuova fase di ripresa e ripartenza. L’Unione Europea – edificata sulla base di valori condivisi e di norme e istituzioni comuni – ha saputo trovare in sé energie per aiutare i popoli degli Stati membri nel difficoltoso cammino di uscita dalla pandemia.

Gli ambiziosi traguardi che ci siamo prefissati nei piani di rilancio e resilienza non potranno essere raggiunti senza un responsabile sforzo, individuale e collettivo. Quella responsabilità esercitata dai tanti lavoratori italiani che hanno percorso le vie del mondo.

Il mio pensiero più rispettoso e la vicinanza della Repubblica vanno oggi innanzitutto ai familiari di quanti hanno perso la vita sul luogo di lavoro, emblematicamente rappresentati dai parenti delle vittime di Marcinelle.

Possa questo messaggio raggiungere altresì tutti i nostri connazionali che si trovano all’estero per ragioni professionali, con sentimenti di viva riconoscenza per il loro contributo e il loro impegno.

Popolazione, l’Europa invecchia. Un’editoriale di “Città Nuova”.

Nuove statistiche di Eurostat sulla demografia europea mostrano le dinamiche e la diversità dell’Unione europea, con l’età media che aumenta.

 


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Unione europea (UE) diventa sempre più vecchia. È possibile considerare questo il fulcro delle nuove statistiche di Eurostat sulla demografia in Europa, che permetteranno una maggiore consapevolezza dei principali dati che stanno alla base delle iniziative della Commissione europea relative allimpatto dei cambiamenti demografici in Europa, compresi gli effetti dellinvecchiamento della popolazione e la visione a lungo termine per le zone rurali. LItalia rientra spesso, purtroppo, nelle dinamiche negative di queste statistiche.

In breve, nel periodo dal 2001 al 2020 la popolazione dellUE (UE27) è aumentata da 429 milioni a 447 milioni, con una crescita del 4%. Diciassette Stati membri hanno registrato aumenti della loro popolazione durante questo periodo, mentre i restanti dieci hanno registrato diminuzioni. La popolazione dellUE sta invecchiando e uno dei motivi è laumento dellaspettativa di vita: la popolazione vive sempre più a lungo. La quota di ultraottantenni è quasi raddoppiata tra il 2001 e il 2020, mentre si assiste ad un calo dei giovani sotto i 20 anni e un numero di morti in aumento. Comunque, si registra un aumento dellaspettativa di vita di 3,7 anni tra il 2002 e il 2019. Il numero di figli per donna in aumento, ma non dappertutto, mentre il numero di matrimoni è in calo ovunque.

Dubravka Šuica, Vicepresidente della Commissione europea con delega alla Democrazia e alla demografia, ritiene che i dati presentati da Eurostat «ci aiuteranno ad analizzare le ragioni alla base delle molteplici tendenze demografiche dellUnione europea. Questa pubblicazione rappresenta un altro elemento fondamentale per i nostri studi demografici; conferma che la demografia è un catalizzatore dello sviluppo e della riuscita delle nostre politiche».

Il 1° gennaio 2021, nellUE vivevano 447,0 milioni di persone. Lo Stato membro più popoloso dellUE era la Germania (83,2 milioni, 1 % del totale UE), seguita da Francia (67,4 milioni, 15 %), Italia (59,3 milioni, 13 %), Spagna (47,4 milioni, 11 %) e Polonia (37,8 milioni, 9 %). In totale, questi cinque Stati membri rappresentavano i due terzi della popolazione dellUE. Allestremo opposto, gli Stati membri meno popolosi dellUE sono Malta (500mila persone, corrispondenti allo 0,1% del totale dellUE), Lussemburgo (600mila, 0,1%) e Cipro (900mila, 0,2%).

Tra il 1° gennaio 2020 e il 1° gennaio 2021, invece, la popolazione dellUE è diminuita di 312 mila persone: in termini assoluti la diminuzione più elevata si è osservata in Italia (-384mila, corrispondenti al -0,6% della sua popolazione) seguita da Romania (-143 mila, -0,7 %) e Polonia (-118 mila, -0,3 %). Nel complesso, nove paesi hanno mostrato diminuzioni della loro popolazione durante lultimo anno, mentre i restanti diciotto hanno registrato aumenti. La Francia ha registrato lincremento maggiore (+119 mila, +0,2 %).

Il 1° gennaio 2020 nellUE cerano 219 milioni di uomini e 229 milioni di donne. Ciò corrisponde a un rapporto di 104,7 donne per 100 uomini, il che significa che cerano il 4,7% in più di donne rispetto agli uomini. Cerano più donne che uomini in tutti gli Stati membri, ad eccezione di Malta, Lussemburgo, Svezia e Slovenia.

La popolazione nellUE sta invecchiando e questo può essere visto attraverso una serie di diversi indicatori statistici: levoluzione della quota della popolazione anziana, lindice di dipendenza degli anziani e letà media per fornire alcuni esempi. Guardando innanzitutto allevoluzione della quota degli anziani nella popolazione: nel 2020 il 21% della popolazione aveva 65 anni e più, rispetto al 16% del 2001, con un aumento di 5 punti percentuali. Guardando più specificamente al gruppo di 80 anni e più, la loro quota era quasi del 6% nel 2020, mentre era del 3,4% nel 2001, il che significa che la loro quota è quasi raddoppiata durante questo periodo. Considerando la quota di persone di età pari o superiore a 65 anni sulla popolazione totale, Italia (23 %), Grecia, Finlandia, Portogallo, Germania e Bulgaria (22 %) hanno registrato le quote più elevate, mentre Irlanda (14 %) e Lussemburgo (15 %) avevano il valore più basso.

Daltra parte, la quota di giovani (di età compresa tra 0 e 19 anni) nellUE è stata del 20 % nel 2020, con un calo di 3 punti rispetto al 23 % nel 2001. Per quanto riguarda i giovani, le quote più elevate di persone al di sotto dei 20 anni nella popolazione totale sono state osservate in Irlanda (27 %), Francia (24 %) e Svezia (23 %), mentre le quote più basse sono state registrate a Malta, Italia e Germania (18%).

Per quanto riguarda i bambini e gli adolescenti, la loro quota nella popolazione dellUE è diminuita negli ultimi due decenni. Nel 2020, il 15% della popolazione aveva unetà inferiore a 14 anni, rispetto al 17% del 2001, con una diminuzione di 2 punti percentuali (p.p.). Per le persone di età compresa tra 15 e 19 anni, la loro quota era del 5% della popolazione dellUE nel 2020, rispetto al 6% nel 2001, con una diminuzione di 1 punto percentuale. Nel 2020, la quota di bambini di età inferiore a 14 anni era più alta in Irlanda (20 %), Francia e Svezia (entrambe 18 %), e più bassa in Italia e Malta (entrambe 13 %).

Nel corso degli anni, il numero delle nascite nellUE è diminuito a un ritmo relativamente costante. Dal 2001, dove sono stati registrati 4,4 milioni di nascite nellUE, si è potuto osservare un modesto rimbalzo con un massimo di 4,7 milioni di bambini nati nellUE nel 2008, a sua volta seguito da ulteriori riduzioni annuali fino al 2020 (4,0 milioni di nascite). Il Portogallo e lItalia hanno registrato tra il 2001 e il 2020 diminuzioni del 25 % del numero delle nascite, mentre daltro canto è stato possibile osservare aumenti superiori al 20 % in Svezia, Cechia e Cipro.

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https://www.cittanuova.it/leuropa-invecchia/?ms=003&se=012

Paolo VI e la Caritas, a cinquant’anni dalla costituzione. Su “Vatican Insider” un commento di Mons. Malnati.

Il 2 luglio 1971, cinquantanni fa, Paolo VI costituì e volle la Caritas in ogni Chiesa locale dItalia per dare speranza concreta a coloro che fossero in preda dellindigenza.

Lintuizione di Paolo VI nasce sia dalla sua sensibilità verso gli ultimi, presente già nei suoi anni di ministero con i giovani della FUCI per le periferie romane e da Arcivescovo di Milano, sia da quella ecclesiologia di comunione concreta nelle Chiese locali per esortarle allimpegno nelleducare il popolo cristiano allattenzione verso gli ultimi.

Infatti lart. 1 dello Statuto della Caritas, indica che la prevalente funzione della Caritas è quella pedagogica in vista proprio di non far mancare al cattolico, che vive di fede e di ministerialità nella comunità cristiana, leducazione alla carità quale virtù teologale e attenzione al Cristo nascostonel dramma dei più bisognosi. Paolo VI esplicitamente nel primo incontro con la Caritas italiana ci tenne a sottolineare che: La vostra attenzione non può esaurire i vostri compiti nella pura distribuzione di aiuto ai fratelli bisognosi. Al di sopra di questo aspetto puramente materiale della vostra attività, deve emergere la sua prevalente funzione pedagogica, il suo aspetto spirituale che non si misura con le cifre e bilanci, ma con la capacità che essa ha di sensibilizzare le Chiese locali e i singoli fedeli al senso e al dovere della carità in forme consone ai bisogni e ai tempi…” (1).

Per Paolo VI la Chiesa, che non può non farsi dialogo, come scriveva nella sua prima enciclica Ecclesia Suam, non può disattendere quellattenzione cristica che è condividere sentimenti e ricchezze oltre al dare voce a chi non ha voce, ristabilendo giustizia e misericordia.

Lorigine della Caritas da parte di Paolo VI sta certo nella sua sensibilità, ma anche nel voler offrire con la riforma del Concilio Vaticano II il superamento di una pietà e carità personalistiche, sempre importanti, offrendo la via di una presa di coscienza comunitaria della vita di preghiera, offrendo la Liturgia delle Ore allintero popolo cristiano e sottolineando che la carità non sia solo vocazione di questa e quella associazione sorta da questo o quel carisma ma educazione e scelta di carità materiale e spirituale delle Chiese locali come tali.

È ciò che per levangelizzazione ha sottolineato Papa Francesco nellenciclica Evangelii Gaudium.

Paolo VI nel suo discorso ai partecipanti allincontro nazionale di studio della Caritas italiana nel 1972 ha indicato quali debbano essere i destinatari delle azioni delle Caritas: I poveri e la comunità”.

Gli operatori Caritas debbono considerarsi educatori alla carità, afferma  Paolo VI.

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https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2021/07/30/news/paolo-vi-e-la-caritas-a-cinquant-anni-dalla-costituzione-1.40553020

*Mons. Ettore Malnati, Vicario episcopale per il laicato e la cultura diocesi di Trieste

Incubo debito per Pechino. Grava una minaccia seria sulla stabilità del gigante asiatico.

Per gli effetti della pandemia, nel 2020 è arrivato al 280% del Pil. L’indebitamento “nascosto” dei governi locali minaccia la stabilità finanziaria. Il governo reagisce bloccando gli investimenti nelle infrastrutture. Da valutare l’impatto economico della stretta governativa su giganti hi-tech e scuole private.

Crescono in Cina i timori per il livello del debito nazionale. Nonostante la ripresa economica dal Covid-19 registrata nella seconda metà del 2020, lo scorso anno il Paese ha accumulato debiti pari al 280% del prodotto interno lordo. Secondo i dati della Banca popolare cinese, nel 2019 il rapporto era del 255%.

Per diversi osservatori, il debito è in realtà molto più alto: le cifre ufficiali non contemplano l’indebitamento dei governi locali effettuato fuori bilancio. Come riportato dal South China Morning Post, Wang Zhaoxing, ex vice presidente della Commissione nazionale per il controllo di banche e assicurazioni, individua nei prestiti fondiari (non restituiti) e nel debito “nascosto” delle autorità locali una potenziale minaccia alla stabilità finanziaria del Paese.

Per favorire la crescita, la Cina ha puntato negli ultimi 30 anni sugli investimenti nelle infrastrutture. La necessità di tagliare il crescente debito, mentre il Paese è ancora alle prese con la pandemia da coronavirus, spinge le autorità centrali a rinviare alcuni progetti infrastrutturali, soprattutto quelli autorizzati dalle amministrazioni locali. Molte province sono infatti a rischio bancarotta, impoverite dal calo delle entrate fiscali seguito alla crisi sanitaria.

Nel 2017 Pechino aveva fissato per il debito nazionale un tetto del 250% del Pil. Lo scoppio dell’emergenza Covid-19 ha fatto cadere i suoi piani. Per stimolare l’economia, lo scorso anno il governo ha varato un piano di stimoli da 3.600 miliardi di yuan (471 miliardi di euro), esborsi che hanno aggravato la situazione debitoria. 

L’emergere di nuovi focolai di coronavirus minaccia il recupero economico del Paese, che continua a rallentare. Pesano anche gli effetti delle forti inondazioni che stanno colpendo la Cina centrale e l’aumento dei prezzi delle materie prime. Nel breve-medio termine è da valutare anche l’impatto della campagna governativa per regolare le attività dei giganti tecnologici nazionali (inclusa l’industria dei videogame). Come quella per il controllo delle scuole private che offrono corsi post-scolastici: un business da 102 miliardi di euro nel 2019, dato in crescita a 131 miliardi nel 2025.  

La democrazia malata. Se prevale la logica delle élite, l’incidenza delle forze popolari declina.

L’alternativa è l’estensione del concetto di democrazia compiuta, per il quale in verità si batté Aldo Moro, visto che la sua traduzione nella prassi aderisce alla speranza di una società impregnata del senso profondo e autentico di “bene comune”.

Le vicende politiche delle ultime settimane testimoniano l’esistenza di un disagio democratico che in passato (Norberto Bobbio) e più recentemente (Giovanni Sartori) era stato ricondotto a una sorta di “democrazia élitaria”, diffusa non soltanto nel nostro Paese, ma a livello mondiale.

In effetti, se si guarda alle ultime cronache del Movimento 5 Stelle (ma non solo), con all’apice delle considerazioni il fatto che un popolo fatto di appena sessantamila elettori decida del futuro di un Partito o Movimento, c’è da rabbrividire e, soprattutto, si avverte una certa nostalgia degli scontri ideali tra le correnti della Democrazia Cristiana, come pure e ancor più tra quest’ultima e il Partito Comunista.

Durante tutto il corso della cosiddetta Prima Repubblica, nel secolo scorso, la democrazia era stata definita “bloccata” per l’impossibilità di una alternanza alla guida del Paese tra forze politiche diverse. La questione comunista teneva banco e trovava interlocutori della statura di Aldo Moro, per i quali era necessario mettere mano alla realizzazione di una democrazia matura (o compiuta), ponendo fine con ciò alla “conventio ad excludendum” nei confronti del PCI.

Oggi, evidentemente, il problema è diverso, ma forse più grave che nel passato, perché se è vero che ormai anche in Italia vi è quella sorta di alternanza tra schieramenti politici alternativi, al di là dell’attuale fase di emergenza guidata da Draghi, la democrazia (ossia il governo del popolo) appare malata nelle sue fondamentali premesse. La partecipazione popolare si riduce di elezione in elezione; le élites politiche sguazzano nel marasma del disinteresse quasi generale; la legge elettorale privilegia la posizione dei nominati dalle segreterie dei partiti; le posizioni estreme si rafforzano ed ormai coinvolgono anche personalità moderate e lontane dalla cultura populista e sovranista.

Ed allora, che fare? In via preliminare urge un ritorno alla politica intesa come confronto di programmi e di idee, rifuggendo dalle invettive e dalle deficienze culturali di buona parte dell’attuale classe dirigente, la quale pensa, in effetti, di fare del populismo la chiave perenne per rimanere ancorati alla poltrona parlamentare e ministeriale. Tuttavia per fare questo occorre anche il coraggio di andare controcorrente, non badando ai posti e agli incarichi di potere.

Più in generale, occorre il coraggio di rimettere in discussione i modelli di sviluppo economico recenti, che non hanno fatto altro che aggravare le posizioni dei meno abbienti a tutto vantaggio dei potentati economici.

Francamente, l’attuale classe dirigente appare troppo interessata alla difesa dell’esistente, alla propria sopravvivenza politica, alle premure legate alla mera gestione del potere. Ci si domanda, quanto potrà durare? Ecco, durerà sino a quando questa miopia politica non sarà decisamente avvertita dai cittadini e non sarà cercato pertanto un rimedio, per arrivare così non alla democrazia delle élites, ma a quella democrazia sostanziale nella quale ogni cittadino ha il potere di scegliere la propria classe dirigente al di fuori dalle imposizioni di questi pseudo partititi o movimenti.

Il futuro della democrazia non è quello della prevalenza delle élites politiche ed economiche, ma quello di un popolo che oggi, con la caduta di barriere e di confini, sente sempre di più quella sorta di fratellanza universale evocata da Papa Francesco, secondo la quale non esistono più diversità di razza, di religione, di costume, di sesso.

Tutti sono chiamati alla costruzione di una società mondiale solidale dove ognuno porti il proprio contributo o meglio i propri talenti per costruire su questa terra quello che Dossetti chiamava il “bonum humanum simpliciter”, ossia il bene umanamente autentico che abbraccia e coinvolge tutta intera la comunità.

Il termine popolo, tanto caro a Papa Francesco, è ancora valido?

Pubblichiamo un ampio stralcio dell’articolo apparso in origine, qualche settimana fa, sul blog dei cattolici democratici “c3dem- costituzione, concilio, cittadinanza”. L’interrogativo da cui prende spunto, bene evidenziato nel titolo, riveste particolare importanza.

Nonostante che il Papa parli ripetutamente di popolo, da ultimo nella sua recente enciclica, questo termine continua ad essere del tutto trascurato; non riesce ad entrare nel nostro linguaggio politico.

Ma, anche se sembra scomparso, questo popolo deve pur esserci da qualche parte, se si fa così tanto parlare di populismo e se, immancabilmente, in tutte le elezioni ci si lamenta che la sinistra guadagni voti fra i ceti medi riflessivi e li perda fra gli strati “popolari”.

Il problema popolo nasconde una questione, anzi forse la questione più seria della politica attuale: come rivolgersi a una moltitudine di individui isolati, data la sparizione dei partiti di massa e la debolezza esangue dei cosiddetti corpi intermedi.

Ci si deve rivolgere a una generica opinione pubblica – sempre influenzata da eventi transitori, dai messaggi dei mass media, dallo influencer di turno, da promesse demagogiche – oppure è possibile rivolgersi a entità collettive realmente significative? E il popolo non è una categoria utile a questo riguardo?

Non è facile definire il popolo ed è lo stesso Papa a mettere le mani avanti: sarebbe frustrante ricercare una definizione “scientifica”, razionale.

Il Papa suggerisce che si tratta di una espressione mitica, che non significa vaga e astratta, ma che esprime piuttosto un contenuto potenziale, un orizzonte ideale, una tensione.

Il grande vantaggio di questo orientamento è che consente di includere nell’idea di popolo sia una dimensione universale (è rivolta a tutti, nessuno escluso), sia un accento particolare per la sua parte più bisognosa (gli strati “popolari”).

Il popolo, o meglio i popoli, rivestono poi il carattere di soggetti attivi: lo affermava già Paolo VI nella “Populorum progressio”. Lo ribadisce oggi con forze l’enciclica “Fratelli tutti”, la quale si lamenta che si attuino politiche per i poveri, ma mai coi e dai poveri e con progetti che uniscano i popoli.

Quando si parla di pace si pensa ad accordi tra stati e governi e non si pensa ai popoli: ma come è possibile, ad esempio, pensare a un accordo tra Israele e Palestina, se i due popoli continuano a odiarsi?

Naturalmente la partecipazione del popolo non è scontata, va promossa e si devono creare le condizioni che la favoriscono: non si può pensare di cambiare la società senza cambiare le persone e viceversa.

Venendo al mondo cattolico, non va dimenticato che quando Leone XII ha promulgato la “Rerum Novarum” ha sì compiuto un atto storico, dando inizio al movimento sociale cattolico, ma non certo senza una grande sofferenza: con quell’atto riconosceva di non rivolgersi più all’intero popolo, ma solo a una parte, al popolo cattolico, una parte tra le altre.

Si trattava di una decisone inevitabile, per la formazione sempre più minacciosa di forze avverse, ma i papi hanno ben presente il problema e da allora continuano a proporre un discorso universale, che arrivi a tutti, che comprenda ogni popolo.

Naturalmente il popolo di Dio è inserito nel popolo umano e fra loro vi è uno scambio reciproco fruttuoso; il popolo cristiano porta (o dovrebbe portare) uno spirito che illumina la vita umana, il popolo offe la ricchezza della vita quotidiana e sociale con tutti i loro problemi, la vita reale che deve trovare un senso anche spirituale.

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https://www.c3dem.it/il-termine-popolo-tanto-caro-a-papa-francesco-e-ancora-valido/