Home Blog Pagina 498

1 maggio, la questione sociale e la politica.

Il 1 maggio 2021 ci ripropone un tema del passato ma oggi quantomai centrale: ovvero, il ritorno  della “questione sociale”. Un elemento che si è pericolosamente acuito con la pandemia e che, al  di là delle maggioranze variabili di governo e della crisi profonda e speriamo non irreversibile della  politica, continua ad essere prioritario per la stessa agenda politica italiana. Del resto, le crescenti  disuguaglianze tra le persone, il conflitto tra le generazioni, l’aumento esponenziale della povertà  e l’aggravarsi della disoccupazione, giovanile e non, sono tasselli che contribuiscono  direttamente a far esplodere una nuova e diversa “questione sociale”. E proprio il 1 maggio ci  deve spronare a non aggirare l’ostacolo. Non lo può fare il Governo, non lo può fare la politica e,  men che meno, quei partiti e quelle culture politiche che storicamente affondano le loro radici  ideali direttamente nell’umanesimo cristiano e nel popolarismo di ispirazione cristiana. 

Al riguardo, voglio sommessamente ricordare – anche se sono cambiate profondamente le  stagioni politiche e, purtroppo, anche i leader politici che hanno segnato il cammino e la storia  della nostra democrazia – che proprio uomini come Donat-Cattin e Marini hanno sempre posto la  “questione sociale” al centro della loro agenda politica e di governo. Ed erano tempi, certamente  difficili e complessi, ma dove l’emergenza sociale non era grave come quella che stiamo vivendo  dopo questa terribile e persistente pandemia. Una “questione sociale” che è stata centrale in tutto  il magistero di Donat-Cattin e che culminò con l’approvazione dello Statuto dei Lavoratori ma che  accompagnò tutta la sua attività parlamentare sin dalla sua prima elezione alla Camera dei  Deputati nel 1958. E proprio la cosiddetta “corrente sociale”, o sindacale, della Democrazia  Cristiana ha fatto da sfondo per questa sottolineatura e richiamo nel dibattito politico e  parlamentare. E così è stato per Franco Marini dopo le elezioni del 1992. E, non a caso, aver  ricoperto, entrambi, il ruolo di Ministro del Lavoro è stato il riconoscimento politico di quella  precisa sensibilità del partito di riferimento, la Dc, ma anche e soprattutto la consapevolezza che  se si voleva declinare una politica popolare a difesa dei ceti popolari ed essere, al contempo,  attenti alle richieste che provenivano dal mondo del lavoro, non si poteva fare a meno della  competenza, della cultura e della esperienza maturata da esponenti che provenivano direttamente  da quelle realtà. E proprio su questo versante, l’esperienza di Marini e di Donat-Cattin è quanto  mai significativa e pertinente. 

In effetti, la preoccupazione costante di Donat-Cattin e di Marini di porre la “questione sociale” al  centro di ogni indirizzo politico non si risolveva solo nello sforzo di condizionare le scelte di  politica economica e salariale ponendosi dal punto di vista dei ceti subalterni: scelte che ebbero  conseguenze incalcolabili nel determinare lo sviluppo complessivo della società italiana per le  enormi potenzialità di lavoro, di intelligenza, di imprenditorialità diffusa che le classi popolari  seppero sprigionare in un paese come l’Italia, privo di materie prime e di capitali e ricco solo di  braccia e di intelligenza pratica. La loro ambizione comune è sempre stata più grande. Entrambi  volevano che nell’architettura amministrativa dello Stato democratico quei ceti e quelle istanze  non avessero un ruolo residuale nè meramente aggiuntivo. Il dato nuovo dell’azione di Donat Cattin prima e di Marini poi, in sintesi, doveva consistere “nel dare alla politica sociale  complessiva – per usare le parole dello statista piemontese – un ruolo non più subalterno, ma  primario per la vita dello Stato, anche nella sua espressione politico/amministrativa”. 

Insomma, questa precisa concezione riguardante la centralità della “questione sociale” era  semplicemente riconducibile al fatto che l’istanza sociale “doveva farsi Stato”. Trovare, cioè,  piena ed irreversibile cittadinanza ad ogni livello dell’organizzazione amministrativa e della  gestione della cosa pubblica. E il loro radicamento nel sociale, vissuto e mai solo sbandierato o  ipocritamente propagandato, si saldava anche con le esigenze più mature e moderne dello Stato  di diritto. 

Ecco perchè questo 1 maggio deve anche saper riflettere, e senza una ridicola e grottesca  propaganda, sul ritorno di una sempre più preoccupante “questione sociale”. Che era, e resta,  una delle emergenze più grandi della nostra società e della nostra democrazia. 

Vaccini per i Paesi poveri per annunciare solidarietà e pace.

A giorni saremo a maggio, e nell’immaginario di ciascuno generalmente si è portati a pensare che tra il favore del caldo e l’andamento sufficientemente spedito della somministrazione dei vaccini, le persone saranno man mano affrancate dalla infezione pandemica. La speranza è che si ritornerà alla normalità lasciandoci alle spalle la triste esperienza della crisi sanitaria che ha travolto affetti, serenità, condizioni economiche e sociali. Insomma si aspetta altro che il momento dell’annuncio del pericolo scampato, così ciascuno potrà stare più tranquillo, salvo impegnarsi a recuperare il terreno economico ed occupazionale perduto a causa delle brusche frenature nelle produzioni e nei servizi subiti in questi ultimi 14 mesi.

Dunque soprattutto nei paesi europei ed occidentali in genere è prevalsa l’idea che bastasse sollecitamente occuparsi del proprio recinto nazionale per eliminare disagi e difficoltà. Ma credo che presto saremo smentiti con elementi assai stringenti che finora difficilmente si sono approfonditi con la opinione pubblica: quella della condizione pandemica dei paesi poveri nel mondo. Mi riferisco alle tantissime realtà che rappresentano una parte vasta dell’intera umanità, che per mancanza di mezzi economici e di organizzazione sono ben lontani da aver solamente abbozzato un piano vaccinazioni, circostanza che le condanna ad un pauroso sprofondamento nella ulteriore povertà . Tante sono le aree del mondo che per mancanza di mezzi e per la limitata possibilità di raggiungerle ed organizzarsi saranno condannate ad un lunghissimo periodo di coesistenza con il COVID nelle grandi estensioni rurali. Sinora le dosi iniettate su scala mondiale con una popolazione di circa 8 miliardi di persone sono appena novecento milioni, mentre nella seconda tornata si contano solo 200 milioni, e naturalmente sinora i dati si riferiscono in grande prevalenza ai paesi industrializzati.

Questi numeri da soli ben rappresentano plasticamente il lungo cammino che ci aspetta, le ingiustizie palesi ai danni dei più poveri, la esigenza di estendere la sanificazione anche in queste aree, pena conseguenze di instabilità sanitaria per lungo tempo anche per i paesi ricchi. Dunque, in un mondo fortemente interconnesso, chiudere gli occhi e far finta di non vedere non solo ci macchia di gravi peccati verso l’umanità, ma facciamo male anche a noi stessi, allungando la crisi per anni ed anni ancora, pur illusi che basti chiudere le frontiere per risolvere ogni cruda verità che ci assedia.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel mezzo di crisi economica e sanitaria, i vincitori occidentali decisero la moratoria dei brevetti della penicillina per far sì che molti ammalati dei paesi in difficoltà potessero essere curati a prezzi morigerati. Cosicché si crearono due mercati: uno a bassi costi del medicinale, e l’altro a prezzi più alti e di mercato per chi se lo poteva permettere. Insomma dopo le macerie fisiche e morali inflitte dal conflitto, si riuscì a dare un concreto segno di considerazione e solidarietà per le realtà deboli, Italia compresa. A maggior ragione nella crisi odierna, si attui una misura analoga: un mercato parallelo a bassi costi per i paesi del sud del mondo.

Sarebbe davvero importante se l’Europa e gli Stati Uniti d’America annunciassero aiuti a sostegno chi ne ha bisogno, dando in questo modo un segnale di solidarietà e di pace, marcando così la differenza tra la miopia egoistica in cui è avviluppato il mondo attuale e la speranza che da questi nuovi passi si possa ridare forza alla solidarietà, che come sappiamo annuncia sempre la pace.

Il rapporto strategico con gli USA La stringente scelta che Biden pone all’Europa

Very large 3D render of blended US and EU flags.

L’energia con la quale l’Amministrazione Biden nei suoi primi cento giorni di mandato ha aggredito temi rilevanti dell’agenda internazionale ha posto l’Unione Europea nella condizione di dover fornire delle risposte senza essere completamente in grado di farlo, non foss’altro perché non le ha ancora elaborate al proprio interno. Emerge, una volta di più, l’assenza di una politica estera comune e al contrario la dualità di un’organizzazione (Commissione e Consiglio detengono entrambe un ruolo, pur differenziato, nei rapporti con gli altri Paesi) che risulta di difficile comprensione per i governi esterni ad essa. Come il caso della “sedia mancante” di Ankara ha platealmente dimostrato (al di là della provocazione sessista di Erdogan, che però non deve far perdere di vista il problema della diversificazione nella struttura politico-organizzativa e nell’esercizio dei poteri conseguenti che l’UE non sa risolvere).

Biden da subito ha rilanciato l’alleanza tradizionale con l’Europa. All’indomani delle dichiarazioni in tal senso pronunciate alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza egli ha voluto dimostrare agli europei la sua effettiva buona predisposizione in tal senso. Non si è infatti limitato a far rientrare gli USA negli accordi di Parigi sul clima (tema sul quale il vecchio continente è all’avanguardia), decisione in realtà già annunciata in campagna elettorale. Per quanto irritato dalla scelta europea (tedesca, innanzitutto) di siglare con la Cina un accordo generale sugli investimenti subito prima del suo insediamento alla Casa Bianca e nonostante il suo invito alla prudenza in argomento, Biden ha per il momento evitato di drammatizzare la questione: precisando però che il rapporto con la Cina è la questione principale che gli Stati Uniti – e l’Europa con loro, se vorrà rimanerne alleata – dovranno affrontare, e senza debolezze, nei prossimi mesi e anni. 

Così pure non ha, sino ad ora, imposto sanzioni economiche o d’altra natura alle aziende che stanno lavorando alla realizzazione del gasdotto Nord Stream 2 tra Russia e Germania, un progetto che oggettivamente indebolisce l’Ucraina (oggi beneficiaria del transito del gas russo sul suo territorio prima di arrivare in occidente), già posta sotto pressione dalla politica aggressiva di Putin. Biden forse, a differenza di Trump, si rende conto della sostanziale impossibilità di bloccare i lavori di una realizzazione ormai quasi completata e ha chiesto pertanto al Dipartimento di Stato di individuare una via che in un qualche modo ridimensioni la portata del problema, magari con la definizione di alcune solide garanzie a sostegno dell’economia ucraina. Inoltre il presidente USA ha messo da parte l’ostilità del suo predecessore nei confronti dell’accordo sul nucleare con l’Iran, fortemente sponsorizzato dalla UE, aderendo alla proposta di Bruxelles di una nuova fase di dialogo col regime degli ayatollah per ripristinare, semmai emendandolo in alcuni punti, l’accordo del 2015. Mossa apprezzata da Teheran, che ha conseguentemente ritirato la minaccia di non collaborare più con gli ispettori ONU.

Questa dimostrata disponibilità nei confronti degli europei non significa però sostegno totale e gratuito a tutte le loro istanze. Non si può dimenticare che il mandato di Biden è innanzitutto di pacificazione interna: la potente campagna vaccinale e il poderoso intervento federale a sostegno del rilancio economico della nazione programmati e avviati durante i suoi primi cento giorni di presidenza sono lì a dimostrarlo. Da questo punto di vista, è ancora “America first” e non potrebbe essere diversamente. Ma la contemporanea strategia delineata per le relazioni internazionali porta a ritenere che la linea conduttrice sia all’insegna di un non meno assertivo “America is back”. Gli USA tornano a occuparsi del mondo ponendo al primo posto non gli affari (che comunque non saranno certo dimenticati, questo è sicuro!) quanto la democrazia e il rispetto dei diritti umani. Individuano due principali alleati, UE e Gran Bretagna (oltre ad Australia e Canada). Lo schema è molto semplice, direi molto “americano”. Gli europei quindi si trovano ora di fronte un alleato che sul loro terreno geopolitico gli indica quanto insidiosa sia stata in questi ultimi anni l’avanzata russa nel Mediterraneo e all’estrema propaggine orientale dell’Europa geografica, mantenendo però – ciò va detto – un atteggiamento ambiguo nei confronti dell’autocrazia ottomana, membro importante della NATO. E che sul piano geopolitico planetario indica il regime comunista-capitalista di Pechino come un problema di massima rilevanza non solo per quanto concerne l’area del Pacifico (presidiata dalla USS Navy ma interessata da un sensibile rafforzamento della Marina cinese e da un atteggiamento di Pechino molto assertivo rispetto alle proprie rivendicazioni territoriali e marittime) ma anche su temi fondamentali per il futuro, dalla cyber-security al clima, dalla tutela della privacy alla digital revolution del 5G.

L’Europa dovrà necessariamente confrontarsi con questi temi. E non potrà così limitarsi a considerare la Cina come un mercato dalle straordinarie opportunità commerciali, come immaginano le industrie tedesche in primis. Un problema non da poco, alla vigilia di elezioni in Germania improvvisamente rese incerte dalla pandemia, come se non bastasse il grande vuoto che almeno per un po’ verrà lasciato dall’abbandono della Cancelleria da parte della signora Merkel. Problema cui se ne aggiunge un altro, sul piano militare: ove Washington ha un alleato fedele e potente non più parte dell’Unione Europea. Un alleato che spende nella Difesa di più di quel famoso 2% del prodotto interno lordo richiesto invano dagli USA agli europei per sostenere la NATO (si vedrà come Biden affronterà la questione) e che da solo valeva oltre un terzo della forza militare UE. Tema delicato, con una crisi economica pesantissima da affrontare. Ma purtroppo ineludibile, con turchi e russi che vogliono prendersi il Mare Nostrum.  

Primo maggio 2021. Cgil Cisl Uil: “L’Italia Si Cura con il lavoro”

L’Italia Si Cura con il lavoro”, lo slogan scelto da Cgil Cisl Uil  per la Festa dei lavoratori di questo anno per  ribadire con forza che la ripartenza in sicurezza per il nostro Paese è possibile.
“In una fase difficile della vita del Paese, in cui c’è bisogno di ripartire nel segno dell’unità’, della responsabilità’ e della coesione sociale, Cgil, Cisl, Uil – si legge in una nota unitaria- vogliono ribadire unitariamente il valore della centralità del lavoro, per ricostruire su basi nuove il nostro Paese ed affrontare con equità e solidarietà le gravi conseguenze economiche e sociali della pandemia”.
Il 2021 continua ad essere colpito dalla emergenza sanitaria che già lo scorso anno ha messo tutti a dura prova.

Qualcosa però sta cambiando con la campagna vaccinale che rappresenta anche il simbolo della speranza che ci permetterà di poter uscire da questa calamità.
Ripartire in totale sicurezza, consapevoli che il lavoro e il vaccino sono l’unica medicina possibile per poter garantire un futuro migliore.
Non potendo organizzare le celebrazioni in modalità tradizionale,  Cgil Cisl Uil hanno scelto di celebrare il Primo Maggio organizzando, unitariamente, tre distinti eventi sindacali che si svolgeranno presso alcuni luoghi simbolici del mondo del lavoro del nostro Paese:
il Segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, sarà all’acciaieria AST di Terni;
il Segretario generale della CISL, Luigi Sbarra, sarà all’Ospedale dei Castelli in località Fontana di Papa in provincia di Roma;
il Segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, sarà davanti alla sede Amazon di Passo Corese, in provincia di Rieti.

“Il tutto – spiega la nota unitaria -si svolgerà nel pieno rispetto delle regole anti-Covid e con una presenza limitata di delegate e delegati”.

– a partire dalle 12,15 alle 13,00 una edizione straordinaria del TG3 dedicata alla Festa dei Lavoratori, con l’intervento dei nostri Segretari Generali: Maurizio Landini, Luigi Sbarra, Pierpaolo Bombardieri;

– dalle 16,35 alle 19 e dalle 20,00 alle 24,00, in diretta l’edizione straordinaria del Concertone del Primo Maggio condotto da Ambra Angiolini e Stefano Fresi. L’evento ospiterà le riflessioni dei Segretari Generali di CGIL, CISL e UIL, le testimonianze di nove tra lavoratrici, lavoratori, pensionati e il contributo musicale e performativo di un cast di artisti di altissimo livello. (Il programma)

Istat: a marzo cala la disoccupazione, ma per le donne aumenta

L’Ista comunica che rispetto a febbraio, nel mese di marzo 2021 si registra una crescita degli occupati, a fronte di una diminuzione di disoccupati e inattivi.

La crescita dell’occupazione (+0,2%, pari a +34mila unità) coinvolge gli uomini, i dipendenti a termine, gli autonomi e tutte le classi d’età ad eccezione dei 35-49enni che, invece, diminuiscono così come le donne e i dipendenti permanenti. Il tasso di occupazione sale al 56,6% (+0,1 punti).

Il calo del numero di persone in cerca di lavoro (-0,8% rispetto a febbraio, pari a -19mila unità) riguarda gli uomini e gli over25, mentre tra le donne e i giovani di 15-24 anni si osserva un aumento. Il tasso di disoccupazione scende al 10,1% (-0,1 punti) e sale tra i giovani al 33,0% (+1,1 punti).

A marzo, rispetto al mese precedente, diminuisce anche il numero di inattivi (-0,3%, pari a -40mila unità) a seguito del calo registrato per entrambi i sessi e per gli under35 che si contrappone all’aumento osservato tra le persone con almeno 35 anni. Il tasso di inattività scende al 36,8% (-0,1 punti).

Il livello dell’occupazione nel I trimestre 2021 è inferiore dell’1,1% a quello del trimestre precedente, con una diminuzione di 254mila unità.

Nel trimestre aumentano sia le persone in cerca di occupazione (+2,4%, pari a +59mila) sia gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+1,0%, pari a +134mila unità).

Le ripetute flessioni congiunturali dell’occupazione – registrate dall’inizio dell’emergenza sanitaria fino a gennaio 2021 – hanno determinato un crollo tendenziale dell’occupazione (-2,5% pari a -565mila unità). La diminuzione coinvolge uomini e donne, dipendenti (-353mila) e autonomi (-212mila) e tutte le classi d’età. Il tasso di occupazione scende, in un anno, di 1,1 punti percentuali.

Rispetto a marzo dello scorso anno, le persone in cerca di lavoro risultano fortemente in crescita (+35,4%, pari a +652mila unità), a causa dell’eccezionale crollo della disoccupazione che aveva caratterizzato l’inizio dell’emergenza sanitaria; d’altra parte, diminuiscono gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-2,1%, pari a -306mila), che a marzo 2020 avevano registrato, invece, una crescita straordinaria.

Fondi di solidarietà bilaterali alternativi per l’artigianato e i lavoratori somministrati

Il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali ha firmato oggi il decreto attuativo dell’articolo 1, comma 303, della legge di bilancio 2021 per l’assegnazione di 337,5 milioni di euro al Fondo di solidarietà bilaterale alternativo per i lavoratori del settore artigiano (FSBA) e 112,5 milioni di euro al Fondo di solidarietà bilaterale alternativo dei lavoratori somministrati (Forma.Temp).

Con le risorse stanziate, si garantisce l’assegno ordinario ai dipendenti delle imprese artigiane e di somministrazione che sospendono o riducono l’attività lavorativa per eventi riconducibili all’emergenza epidemiologica da COVID-19 nell’anno 2021.

Covid: per metà luglio il 60% della popolazione vaccinato con prima e seconda dose.

“Entro la metà di luglio avremo raggiunto al 60% l’immunità di gregge, quindi il 60% delle persone dovrebbe aver ricevuto la prima e la seconda dose, già è una buona immunità” ha detto il commissario straordinario all’emergenza Covid Francesco Paolo Figliuolo. E ancora: “Per fine settembre puntiamo all’80% come obiettivo medio. Per questo prevedo un’estate abbastanza tranquilla, sempre portando la mascherina”.

“La macchina è ben organizzata, abbiamo affinato i sistemi informativi e soprattutto messo a punto la strategia sugli hub vaccinali. Questo ci può dar modo di salire ulteriormente a 600, 700mila dosi. Le potenzialità ci sono” ha aggiunto il commissario straordinario all’emergenza Covid.

“L’84% degli over 80 ha ricevuto la prima dose. Abbiamo adesso 2.420 strutture per vaccinare, sono aumentate in questi due mesi di mille unità e cresceranno ancora” ha detto Figliuolo. “Quando avremo messo in sicurezza gli over 80, 70 e 65, si potrà dare la possibilità alle aziende di vaccinare il proprio personale e superare il concetto di classe di età. Penso entro fine maggio”.

Per quanto riguarda il certificato vaccinale “Il decreto del 22 aprile prevede il certificato vaccinale rilasciato dalle regioni e con codice di valenza nazionale – ha detto ancora il commissario -. Un certificato sia a chi ha fatto le due dosi, o monodose nel caso di Johnson, e sia per chi è guarito dalla malattia; e poi c’è un certificato che dura 48 ore per chi fa il tampone. Con questo certificato sarà data la possibilità ai cittadini di muoversi liberamente in tutta Italia. Quello europeo, il digital green pass, arriverà a giugno. Ma stiamo già lavorando per un certificato nostro che permetterà di muoversi in tutta Europa”.

Civilizzazione italica

Da ex-presidente di regione ho avuto, pochi mesi fa, l’occasione di riflettere in sede pubblica sui cinquant’anni di questo livello istituzionale. Non si riflette mai abbastanza sul fatto che le Regioni costituiscono forse la novità più radicale della Costituzione repubblicana del 1948, a parte ovviamente le statuizioni di principio e la proclamazione dei diritti e dei doveri dei cittadini.

Nel vecchio Regno d’Italia, almeno fino alla sua degenerazione in epoca fascista, Stato e monarchia stavano l’uno di fronte all’altro, in certo modo limitandosi reciprocamente. Nella nuova Repubblica la fonte di ogni diritto e di ogni dovere rischiava invece di essere una sola, lo Stato. Nel clima vigorosamente repubblicano in cui la Costituzione venne elaborata (subito dopo il referendum popolare per la scelta tra monarchia e repubblica), i padri costituenti vollero perciò fondare una Repubblica intesa come un processo ascendente che dalle autonomie sale fino alla sintesi nazionale.

Qualcosa insomma che fosse davvero repubblicano, quindi plurimo; senza più traccia alcuna di monarchia, ossia di potere unico ottriato dall’alto e affidato a una burocrazia centralizzata. In assenza delle Regioni lo stesso emergere del cruciale concetto di Repubblica come qualcosa di più ampio dello Stato sarebbe divenuto difficile se non impossibile. Grazie alle Regioni invece la Repubblica doveva e poteva diventare un soggetto politico finalmente caratterizzato da un vero pluralismo istituzionale. Un insieme di cui lo Stato è solo un elemento: il maggiore s’intende, ma non l’unico.

Ma malgrado i passi avanti compiuti da allora, compresa la riforma del Titolo V della Costituzione, il centralismo «monarchico» che la Repubblica aveva ereditato dal Regno risulta ben poco scalfito; e con esso le sue conseguenze più gravi, ossia l’intralcio alla crescita del Nord Italia e il blocco dello sviluppo del Mezzogiorno. Questo è più di un indizio della necessità di ripensare – certamente il regionalismo – ma più largamente nuovi orizzonti non solo territoriali, ma anche funzionali. Nel 1978, scrivendo la prefazione al mio Occidente Scomodo, Peter Nichols, corrispondente italiano del Times, registrava un dato peculiare del nostro paese:

«È un paradosso, eppure l’Italia ha un vantaggio sugli Stati nazionali di meno recente formazione: l’incapacità di creare un senso dello Stato, un po’ per l’unificazione di troppo fresca data, un po’ perché gli unificatori scelsero un tipo di Stato inadatto alle necessità del paese, fa sì che gli italiani siano più facilmente attratti degli altri popoli europei verso soluzioni sopranazionali e combinazioni a carattere regionale. L’errore fondamentale dell’Italia è stato di non permettere a questa coincidenza fortunata di progredire tanto da diventare una prospettiva originale».

La sottolineatura della «disponibilità italiana a soluzioni sovranazionali e combinazioni a carattere regionale», considerata un’occasione mancata o incompiuta, coglie effettivamente un nodo centrale, ancor più vero oggi, nella quarta rivoluzione industriale, mentre l’economia tecnologica ha portato la vera politica fuori dalle cornici tradizionali. E per mille ragioni, compresa la crisi accentuata dalla pandemia, si direbbe che le nostre istituzioni vadano disperatamente cercando quello che succedeva prima.

Benedetto XV, Dante rappresenta una “validissima guida per gli uomini del nostro tempo”.

Diletti figli, salute e Apostolica Benedizione.

Nella illustre schiera dei grandi personaggi, che con la loro fama e la loro gloria hanno onorato il cattolicesimo in tanti settori ma specialmente nelle lettere e nelle belle arti, lasciando immortali frutti del loro ingegno e rendendosi altamente benemeriti della civiltà e della Chiesa, occupa un posto assolutamente particolare Dante Alighieri, della cui morte si celebrerà tra poco il sesto centenario. Mai, forse, come oggi fu posta in tanta luce la singolare grandezza di questo uomo, mentre non solo l’Italia, giustamente orgogliosa di avergli dato i natali, ma tutte le nazioni civili, per mezzo di appositi comitati di dotti, si accingono a solennizzarne la memoria, affinché questo eccelso genio, che è vanto e decoro dell’umanità, venga onorato dal mondo intero.

Noi pertanto, in questo magnifico coro di tanti buoni, non dobbiamo assolutamente mancare, ma presiedervi piuttosto, spettando soprattutto alla Chiesa, che gli fu madre, il diritto di chiamare suo l’Alighieri.

Quindi, come al principio del Nostro Pontificato, con una lettera diretta all’Arcivescovo di Ravenna, Ci siamo fatti promotori dei restauri del tempio presso cui riposano le ceneri dell’Alighieri, così ora, quasi ad iniziare il ciclo delle feste centenarie, Ci è parso opportuno rivolgere la parola a voi tutti, diletti figli, che coltivate le lettere sotto la materna vigilanza della Chiesa, per dimostrare ancor meglio l’intima unione di Dante con questa Cattedra di Pietro, e come le lodi tributate a così eccelso nome ridondino necessariamente in non piccola parte ad onore della fede cattolica.

In primo luogo, poiché il nostro Poeta durante l’intera sua vita professò in modo esemplare la religione cattolica, si può dire consentaneo ai suoi voti che questa commemorazione solenne si faccia, come si farà, sotto gli auspici della religione; e che se essa avrà compimento in San Francesco di Ravenna, s’inizi però a Firenze, in quel suo bellissimo San Giovanni, a cui negli ultimi anni di sua vita egli, esule, con intensa nostalgia ripensava, bramando e sospirando di essere incoronato poeta sul fonte stesso dove, bambino, era stato battezzato.

Nato in un’epoca nella quale fiorivano gli studi filosofici e teologici per merito dei dottori scolastici, che raccoglievano le migliori opere degli antichi e le tramandavano ai posteri dopo averle illustrate secondo il loro metodo, Dante, in mezzo alle varie correnti del pensiero, si fece discepolo del principe della Scolastica Tommaso d’Aquino; e dalla sua mente di tempra angelica attinse quasi tutte le sue cognizioni filosofiche e teologiche, mentre non trascurava nessun ramo dell’umano sapere e beveva largamente alle fonti della Sacra Scrittura e dei Padri. Appreso così quasi tutto lo scibile, e nutrito specialmente di sapienza cristiana, quando si accinse a scrivere, dallo stesso mondo della religione egli trasse motivo per trattare in versi una materia immensa e di sommo respiro.

In questa vicenda si deve ammirare la prodigiosa vastità ed acutezza del suo ingegno, ma si deve anche riconoscere che ben poderoso slancio d’ispirazione egli trasse dalla fede divina, e che quindi poté abbellire il suo immortale poema della multiforme luce delle verità rivelate da Dio, non meno che di tutti gli splendori dell’arte.

Infatti tutta la sua Commedia, che meritatamente ebbe il titolo di divina, pur nelle varie finzioni simboliche e nei ricordi della vita dei mortali sulla terra, ad altro fine non mira se non a glorificare la giustizia e la provvidenza di Dio, che governa il mondo nel tempo e nell’eternità, premia e punisce gli uomini, sia individualmente, sia nelle comunità, secondo le loro responsabilità. Quindi in questo poema, conformemente alla rivelazione divina, risplendono la maestà di Dio Uno e Trino, la Redenzione del genere umano operata dal Verbo di Dio fatto uomo, la somma benignità e liberalità di Maria Vergine Madre, Regina del Cielo, e la superna gloria dei santi, degli angeli e degli uomini. Ad esso si contrappone la dimora delle anime che, una volta consumato il periodo di espiazione previsto per i peccatori, vedono aprirsi il cielo davanti a loro. Ed emerge che una sapientissima mente governa in tutto il poema l’esposizione di questi e di altri dogmi cattolici.

Se il progresso delle scienze astronomiche dimostrò poi che non aveva fondamento quella concezione del mondo, e che non esistono le sfere supposte dagli antichi, trovando che la natura, il numero e il corso degli astri e dei pianeti sono assolutamente diversi da quanto quelli ne pensavano, non venne meno però il principio fondamentale, che l’universo, qualunque sia l’ordine che lo sostiene nelle sue parti, è opera del cenno creatore e conservatore di Dio onnipotente, il quale tutto muove, e la cui gloria risplende in una parte più, e meno altrove; questa terra che noi abitiamo, quantunque non sia il centro dell’universo, come un tempo si credeva, tuttavia è sempre stata la sede della felicità dei nostri progenitori, e testimone in seguito della loro miserrima caduta, che segnò per essi la perdita di quella felice condizione che fu poi restituita dal sangue di Gesù Cristo, eterna salvezza degli uomini. Perciò Dante, che aveva costruito nel proprio pensiero la triplice condizione delle anime, immaginando prima del giudizio finale sia la dannazione dei reprobi, sia l’espiazione delle anime pie, sia la felicità dei beati, deve essere stato ispirato dalla luce della fede.

In verità Noi riteniamo che gl’insegnamenti lasciatici da Dante in tutte le sue opere, ma specialmente nel suo triplice carme, possano servire quale validissima guida per gli uomini del nostro tempo. Innanzi tutto i cristiani debbono somma riverenza alla Sacra Scrittura e accettare con assoluta docilità quanto essa contiene. In ciò l’Alighieri è esplicito: « Sebbene gli scrivani della divina parola siano molti, tuttavia il solo che detta è Dio, il quale si è degnato di esprimerci il suo messaggio di bontà attraverso le penne di molti ». Espressione splendida e assolutamente vera! E così pure la seguente: « Il Vecchio e il Nuovo Testamento, emessi per l’eternità, come dice il Profeta » contengono « insegnamenti spirituali che trascendono la ragione umana », impartiti « dallo Spirito Santo, il quale attraverso i Profeti, gli Scrittori di cose sacre, nonché attraverso Gesù Cristo, coeterno Figlio di Dio, e i suoi discepoli rivelò la verità soprannaturale e a noi necessaria ». Pertanto Dante dice giustamente che da quell’eternità che verrà dopo il corso della vita mortale « noi traiamo la certezza che viene dall’infallibile dottrina di Cristo, la quale è Via, Verità e Luce: Via, perché attraverso essa giungiamo senza ostacoli alla beatitudine eterna; Verità, perché essa è priva di qualsiasi errore; Luce, perché ci illumina nelle tenebre terrene dell’ignoranza » . Egli onora di non minore rispetto « quei venerandi Concìli principali, ai quali tutti i fedeli credono senza alcun dubbio che Cristo abbia partecipato ». Oltre a questi, Dante tiene in grande stima « le scritture dei dottori, di Agostino e di altri ». In proposito, egli dice: « Chi dubita che essi siano stati aiutati dallo Spirito Santo, o non ha assolutamente visto i loro frutti o, se li ha visti, non li ha mai gustati ».

Per la verità, l’Alighieri ha una straordinaria deferenza per l’autorità della Chiesa Cattolica e per il potere del Romano Pontefice, tanto che a suo parere sono valide tutte le leggi e tutte le istituzioni della Chicaa che dallo stesso sono state disposte. Da qui quell’energica ammonizione ai cristiani: dal momento che essi hanno i due Testamenti, e contemporaneamente il Pastore della Chiesa dal quale sono guidati, si ritengano soddisfatti di questi mezzi di salvezza. Perciò, afflitto dai mali della Chiesa come fossero suoi, mentre deplora e stigmatizza ogni ribellione dei cristiani al Sommo Pontefice dopo il trasferimento dell’Apostolica Sede da Roma [ad Avignone], così scrive ai Cardinali Italiani: « Noi, dunque, che confessiamo il medesimo Padre e Figliuolo: il medesimo Dio e uomo, e la medesima Madre e Vergine; noi, per i quali e per la salvezza dei quali fu detto a colui che era stato interrogato tre volte a proposito della carità: “ Pasci, o Pietro, il sacrosanto ovile ”; noi che di Roma (cui, dopo le pompe di tanti trionfi, Cristo con le parole e con le opere confermò l’imperio sul mondo, e che Pietro ancora e Paolo, l’Apostolo delle genti, consacrarono quale Sede Apostolica col proprio sangue), siamo costretti con Geremia, facendo lamenti non per i futuri ma per i presenti, a piangere dolorosamente, di essa, quale vedova e derelitta; noi siamo affranti nel vedere lei così ridotta, non meno che il vedere la piaga deplorevole delle eresie ».

Dunque egli definisce la Chiesa Romana quale « Madre piissima » o « Sposa del Crocifisso », e Pietro quale giudice infallibile della verità rivelata da Dio, cui è dovuta da tutti assoluta sottomissione in materia di fede e di comportamento ai fini della salvezza eterna. Pertanto, quantunque ritenga che la dignità dell’Imperatore venga direttamente da Dio, tuttavia egli dichiara che « questa verità non va intesa così strettamente che il Principe Romano non si sottometta in qualche caso al Pontefice Romano, in quanto la felicità terrena e in un certo modo subordinata alla felicità eterna ». Principio davvero ottimo è sapiente, che se fosse fedelmente osservato anche oggi recherebbe certamente copiosi frutti di prosperità agli Stati.

Ma, si dirà, egli inveì con oltraggiosa acrimonia contro i Sommi Pontefici del suo tempo. È vero; ma contro quelli che dissentivano da lui nella politica e che egli credeva stessero dalla parte di coloro che lo avevano cacciato dalla patria. Tuttavia si deve pur compatire un uomo, tanto sbattuto dalla fortuna, se con animo esulcerato irruppe talvolta in invettive che passavano il segno, tanto più che ad esasperarlo nella sua ira non furono certo estranee le false notizie propalate, come suole accadere, da avversari politici sempre propensi ad interpretare tutto malignamente. Del resto, poiché la debolezza è propria degli uomini, e « nemmeno le anime pie possono evitare di essere insudiciate dalla polvere del mondo », chi potrebbe negare che in quel tempo vi fossero delle cose da rimproverare al clero, per cui un animo così devoto alla Chiesa, come quello di Dante, ne doveva essere assai disgustato, quando sappiamo che anche uomini insigni per santità allora le riprovarono severamente?

Tuttavia, per quanto si scagliasse nelle sue invettive veementi, a ragione o a torto, contro persone ecclesiastiche, però non venne mai meno in lui il rispetto dovuto alla Chiesa e la riverenza alle Somme Chiavi; per cui nella sua opera politica intese difendere la propria opinione « con quell’ossequio che deve usare un figlio pio verso il proprio padre, pio verso la madre, pio verso Cristo, pio verso la Chiesa, pio verso il Pastore, pio verso tutti coloro che professano la religione Cristiana, per la tutela della verità ».

Pertanto, avendo egli basato su questi saldi principi religiosi tutta la struttura del suo poema, non stupisce se in esso si riscontra un vero tesoro di dottrina cattolica; cioè non solo il succo della filosofia e della teologia cristiana, ma anche il compendio delle leggi divine che devono presiedere all’ordinamento ed all’amministrazione degli Stati; infatti l’Alighieri non era uomo che per ingrandire la patria o compiacere ai prìncipi potesse sostenere che lo Stato può misconoscere la giustizia e i diritti di Dio, perché egli sapeva perfettamente che il mantenimento di questi diritti è il principale fondamento delle nazioni.

Indicibile, dunque, è il godimento che procura l’opera del Poeta; ma non minore è il profitto che lo studioso ne ricava, perfezionando il suo gusto artistico ed accendendosi di zelo per la virtù, a condizione però che egli sia spoglio di pregiudizi, ed aperto alla verità. Anzi, mentre non è scarso il numero dei grandi poeti cattolici che uniscono l’utile al dilettevole, in Dante è singolare il fatto che, affascinando il lettore con la varietà delle immagini, con la vivezza dei colori, con la grandiosità delle espressioni e dei pensieri, lo trascina all’amore della cristiana sapienza; né alcuno ignora che egli apertamente dichiara di aver composto il suo poema per apprestare a tutti vitale nutrimento. Infatti sappiamo che alcuni, anche recentemente, lontani sì, ma non avversi a Cristo, studiando con amore la Divina Commedia, per divina grazia, prima cominciarono ad ammirare la verità della fede cattolica e poi finirono col gettarsi entusiasti tra le braccia della Chiesa.

Quanto abbiamo esposto fino ad ora è sufficiente per dimostrare quanto sia opportuno che, in occasione di questo centenario che interessa tutto il mondo cattolico, ciascuno alimenti il suo zelo per conservare quella fede che sì luminosamente si rivelò, se in altri mai, nell’Alighieri, quale fautrice della cultura e dell’arte. Infatti, in lui non va soltanto ammirata l’altezza somma dell’ingegno, ma anche la vastità dell’argomento che la religione divina offerse al suo canto. Se la natura gli aveva fornito un ingegno tanto acuto, affinato nel lungo studio dei capolavori degli antichi classici, maggiore acutezza egli trasse, come abbiamo detto, dagli scritti dei Dottori e dei Padri della Chiesa, che consentirono al suo pensiero di elevarsi e di spaziare in orizzonti ben più vasti di quelli racchiusi nei limiti ristretti della natura. Perciò egli, quantunque separato da noi da un intervallo di secoli, conserva ancora la freschezza di un poeta dell’età nostra; e certamente è assai più moderno di certi vati recenti, esumatori di quell’antichità che fu spazzata via da Cristo, trionfante sulla Croce. Spira nell’Alighieri la stessa pietà che è in noi; la sua fede ha gli stessi sentimenti, e degli stessi veli si riveste « la verità a noi venuta dal cielo e che tanto ci sublima ». Questo è il suo elogio principale: di essere un poeta cristiano e di aver cantato con accenti quasi divini gli ideali cristiani dei quali contemplava con tutta l’anima la bellezza e lo splendore, comprendendoli mirabilmente e dei quali egli stesso viveva. Conseguentemente, coloro che osano negare a Dante tale merito e riducono tutta la sostanza religiosa della Divina Commedia ad una vaga ideologia che non ha base di verità, misconoscono certo nel Poeta ciò che è caratteristico e fondamento di tutti gli altri suoi pregi.

Dunque, se Dante deve alla fede cattolica tanta parte della sua fama e della sua grandezza, valga solo questo esempio, per tacere gli altri, a dimostrare quanto sia falso che l’ossequio della mente e del cuore a Dio tarpi le ali dell’ingegno, mentre lo sprona e lo innalza; e quanto male rechino al progresso della cultura e della civiltà coloro che vogliono bandita dall’istruzione ogni idea di religione. È, infatti, assai deplorevole il sistema ufficiale odierno di educare la gioventù studiosa come se Dio non esistesse e senza la minima allusione al soprannaturale. Poiché sebbene in qualche luogo il « poema sacro » non sia tenuto lontano dalle scuole pubbliche e sia anzi annoverato fra i libri che devono essere più studiati, esso però non suole per lo più recare ai giovani quel vitale nutrimento che è destinato a produrre, in quanto essi, per l’indirizzo difettoso degli studi, non sono disposti verso la verità della fede come sarebbe necessario.

Volesse il cielo che queste celebrazioni centenarie facessero in modo che ovunque si impartisse l’insegnamento letterario, che Dante fosse tenuto nel dovuto onore e che egli stesso pertanto fosse per gli studenti un maestro di dottrina cristiana, dato che egli, componendo il suo poema, non ebbe altro scopo che « sollevare i mortali dallo stato di miseria », cioè del peccato, e « di condurli allo stato di beatitudine », cioè della grazia divina.

E voi, diletti figli, che avete la fortuna di coltivare lo studio delle lettere e delle belle arti sotto il magistero della Chiesa, amate e abbiate caro, come fate, questo Poeta, che Noi non esitiamo a definire il cantore e l’araldo più eloquente del pensiero cristiano. Quanto più vi dedicherete a lui con amore, tanto più la luce della verità illuminerà le vostre anime, e più saldamente resterete fedeli e devoti alla santa Fede.

Quale auspicio dei celesti favori ed a testimonianza della Nostra paterna benevolenza, impartiamo con affetto a voi tutti, diletti figli, l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 30 aprile 1921, nell’anno settimo del Nostro Pontificato. 

BENEDICTUS PP. XV

ACLI di Vicenza: 1 Maggio, persi 4700 posti di lavoro

Sono 4700 i posti di lavoro persi in provincia di Vicenza nell’ultimo trimestre. I dati di Veneto Lavoro, recentemente pubblicati, rispecchiano una pesante situazione che interessa l’intero territorio veneto, con Venezia e Verona, su base annua, che detengono il triste primato delle perdite dei posti di lavoro, con un bilancio negativo rispettivamente di 24000 e 10.300 posizioni di lavoro dipendente.

“I numeri snocciolati da Veneto Lavoro sono pesanti – commenta il presidente delle ACLI di Vicenza aps, Carlo Cavedon – e non andrebbero considerati come unità, ma come persone che, avendo perso il lavoro, rendono spesso traballante una famiglia ed il suo sviluppo. Ed in molti casi si tratta di situazioni già complesse a seguito dell’aumento del costo della vita, di salari inadeguati e del crescente impatto delle spese quotidiane su un modesto budget”.

Il recente rapporto Istat sull’occupazione conferma la perdita di ben 945mila posti di lavoro, da inizio pandemia a febbraio 2021. A febbraio gli occupati erano 22.197.000, ovvero 945.000 in meno rispetto a febbraio 2020. Tasso di disoccupazione al 10,2%, al 31,6 quello dei giovani.

“Il Covid si è portato via molte persone – sottolinea il presidente Cavedon – ma ha anche segnato il futuro di migliaia di giovani, che hanno perso il lavoro o non riescono a trovarne uno, in balia tra precariato, bonus insufficienti a vivere ed un futuro che non lascia intravvedere opportunità di impiego. Non è affatto migliore la prospettiva di chi ha superato i 50 anni e cerca di raggiungere la pensione con la stessa fatica di chi scala una vetta.

Le previsioni sono fortemente negative, ma la voglia di ripresa non manca. L’Istat stima per il secondo trimestre dell’anno una caduta di entità eccezionale per il Pil nazionale (-12,4%), che segue il già ampio calo del primo trimestre (-5,4%). Per il Veneto le stime per il 2020 parlano di un calo del 10,6% del Pil, in virtù del peso del settore turistico sull’economia regionale e di una maggiore apertura internazionale del manifatturiero veneto.

Le ACLI di Vicenza aps lanciano un forte appello al mondo politico ed agli imprenditori: “servono politiche di salvaguardia del lavoro, ma anche opportunità per le imprese che assumono – conclude il presidente Cavedon – in quanto solo in questo modo vedremo la luce in fondo al tunnel. Al contempo, però, ci appelliamo agli imprenditori, anche locali, che possono investire, affinché lo facciano guardando al futuro della nostra società. La preoccupazione per le famiglie è forte, perciò occorrono scelte lungimiranti e coraggiose, anche mettendo a disposizione di chi vuole intraprendere risorse a fondo perduto. Speriamo che il Recovery plan possa contribuire a ristabilire un equilibrio sociale ed economico fondamentale in un paese civile ed in cui la dignità della persona deve stare al primo posto”.

Ddl Zan, alcuni chiarimenti: una legge pro-gay?

La nostra è una democrazia liberale. Il corpo sociale che sostiene le istituzioni democratiche è composto da gruppi molto diversi tra loro. Questi gruppi, tuttavia, possono e devono collaborare tra loro, su punti comuni, per contribuire al mantenimento della pace e dell’ordine democratico. Essendo questa la base etica e giuridica del nostro sistema, nessuno può danneggiare un gruppo sociale o un individuo, impedendogli di manifestare le proprie istanze culturali, religiose, politiche sessuali: poiché su questa diversità in concerto si basa la struttura intrinseca della democrazia liberale. 

Parliamo ora della tanto contestata, dentro e fuori al Parlamento, proposta di legge ordinaria Ddl Zan, la proposta di una legge presentata il 2 maggio 2018 dal deputato PD Alessandro Zan, riguardante “Modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale, in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere”. Il testo della proposta di legge è stato approvato durante il Governo Conte II alla Camera dei Deputati il 4 novembre 2020, ed attende l’approvazione finale del Senato. La finalità di questa legge consiste nell’estendere il reato di odio, già presente nel nostro ordinamento, nello specifico odio contro il genere sessuale, l’orientamento sessuale e la disabilità. Una legge, quindi, che aggraverebbe la condanna, ad esempio, contro chi danneggia una persona soltanto perché è omosessuale.

Il testo è all’esame della Commissione Giustizia del Senato guidata dal senatore leghista Andrea Ostellari, il quale, per due volte, con varie motivazioni, ha rimandato la discussione del ddl in Senato. Il sospetto dei promotori del Ddl Zan in realtà è che una legge progressista sia tenuta in ostaggio da una componente politica “conservatrice” per mezzo di tecnicismi giuridici.

Se venisse approvata, quelli sarebbero le conseguenze pratiche di questa legge? Le conseguenze dell’eventuale approvazione del Ddl Zan saranno: una maggiore sensibilizzazione sul tema dell’omosessualità nelle scuole, lo stanziamento di fondi governativi per i centri di accoglienza e di ascolto contro la discriminazione di genere, veri e propri rifugi contro questi crimini di odio, nonché alcune modifiche in campo penale: il primo, la modifica dell’art. 604 bis del Codice Penale, la “Legge Macino”, che combatte i crimini d’odio (non l’odio in sé, piuttosto i crimini per cui viene dimostrato in tribunale che sono basati sull’odio nei confronti del “diverso”), modificando il secondo comma dell’art. 604 bis: “oppure fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità”.

Il secondo punto che tocca il Ddl Zan in campo penale è il 604-ter del Codice Penale, quello che concerne una pena aggravata per chi commette reati fondati, appunto, su questo specifico odio. All’inizio dell’articolo ho parlato di democrazia liberare e di come possiamo rappresentarla brevemente, come l’insieme delle fazioni in un tessuto sociale che, anche se molto diverse, devono collaborare per il mantenimento del sistema. E’ indubbio che, nonostante vi siano associazioni, chiese, sindacati (anche partiti) molto diversi, per tradizione, in un Paese, vi possono essere gruppi sociali più grandi di altri. Questi ultimi vengono chiamati genericamente gruppi minori o minoranze. E’ indubbio che in un Paese africano, per quanto democratico e liberale, la maggioranza della popolazione sarà composto da cittadini di etnia (e cultura) africana, mentre i “bianchi” saranno la minoranza. Ad esempio, per quanto possano essere vari gli stili di vita in un Paese di tradizione cattolica, è indubbio che in questo gli stili di vita diametralmente opposti saranno la minoranza. Il concetto di protezione giuridica che scaturisce dall’applicazione della Legge Mancino tutela quindi queste minoranze, che fanno pienamente parte del sistema democratico-liberale, da quei crimini d’odio generico. Mancano tuttavia alcune specifiche minoranze che potrebbero venire tutelate (nello specifico) estendendo questa legge anche a loro. Questa sarebbe quindi una proposta di legge che andrebbe a “completare” una legge già in essere, tutelando, inoltre, quelle parti sociali minori che partecipano, anche con la loro dimensione culturale, all’ordinamento democratico.

La questione è quindi di tipo politico-istituzionale e non culturale. Tale legge, inoltre, non andrebbe a ledere la libertà di espressione di chi non si riconosce in tali minoranze; poiché esiste una differenza enorme tra la libertà di espressione, l’ingiuria o, peggio, la violenza. Ad esempio, continuare a non frequentare locali gay lo si potrà ancora fare. Dire, invece, che “quelli” andrebbero messi nei forni crematori, non sarebbe più soltanto un’ingiuria “generica” ma specifica, come specifico è il destinatario. Non facciamoci illusioni: la Legge Macino completata nel ddl Zan non andrà a sconfiggere le discriminazioni; queste ci saranno sempre, come anche chi insulta qualcuno per la strada. La Legge andrà “solo” a punire l’incitamento all’odio indirizzato verso una specifica persona, il quale potrebbe portare anche ad atti di violenza specifici.

Le opinioni personali resteranno sempre, e non saranno punite. Nemmeno quelle di chi considera i Meridionali al pari dei cani. Il rischio riguardo questa polemica sul ddl Zan è che si faccia passare questo come un tema di propaganda ideologica, oppure di emancipazione religiosa, come quella di quei “curiosi” cattolici che la approvano. L’esigenza di una modifica della Legge Mancino per mezzo del ddl Zan è puramente istituzionale, poiché tutelerebbe, nello specifico, dei soggetti specifici che in questo momento di tutele non ne hanno, se non, appunto, generiche. Checché se ne dica, anche loro fanno parte del corpo sociale. L’alternativa sarebbe quella di tramutare una democrazia liberale in qualcosa d’altro, il che mi sembra, per il momento, al di là delle forze del più motivato e solerte dei reazionari. 

Il ritiro dall’Afghanistan è iniziato

In una nota ufficiale della NATO si può leggere che: “Gli alleati della Nato hanno deciso a metà aprile di iniziare il ritiro delle forze della missione di supporto  e questo ritiro è iniziato”.

Il ritiro dei 9.600 militari impegnati in Afghanistan è stato deciso dopo che Biden ha fatto l’appello di porre fine alla guerra più lunga di Washington.

l ritiro dall’Afghanistan “sarà un processo ordinato e coordinato. La sicurezza delle truppe sarà una priorità assoluta in ogni fase del percorso e si stanno adottando tutte le misure necessarie per mantenere il personale” in sicurezza.

Perciò non saranno diffusi “dettagli operativi, inclusi i numeri delle truppe o le tempistiche di ciascun Paese”. “Qualsiasi attacco talebano durante il ritiro riceverà una risposta energica. Abbiamo in programma di completare il nostro ritiro entro pochi mesi”, conclude la nota ufficiale.

Biden ha detto che il ritiro degli Stati Uniti sarà completato entro l’11 settembre, il ventesimo anniversario degli attacchi

 

 

Covid: tornano gli “orti di guerra”

Oltre 4 italiani su 10 (44%) coltivano frutta e verdura in giardini, terrazzi e orti urbani spinti dalla crisi economica generata dal Covid ma anche dalla voglia di trascorrere più tempo all’aperto dopo le lunghe settimane di lockdown e misure di restrizione contro la pandemia. E’ quanto emerge da una indagine Coldiretti/Ixe’ che fotografa una nuova tendenza da parte dei cittadini ad utilizzare ogni spazio verde a disposizione per garantirsi cibo sano da offrire a se stessi e agli altri.

La crisi economica provocata dall’emergenza Covid – rileva la Coldiretti – fa infatti rivalutare la funzione degli orti di “guerra” quando nelle città italiane, europee e degli Stati Uniti si diffondevano gli coltivazioni per garantire approvvigionamenti alimentari. Sono famosi i “victory gardens” degli Stati Uniti e del Regno Unito dove nel 1945 venivano coltivati 1.5 milioni di allotments sopperendo al 10% della richiesta di cibo.

Ma sono celebri anche gli orti di guerra italiani nati al centro delle grandi città per far sì che, nell’osservanza dell’imperativo del Duce, “non (ci fosse) un lembo di terreno incolto”. Sono negli annali della storia le immagini del foro Romano e di piazza Venezia trasformati in campi di grano e la mietitura svolta in piazza Castello, centro e cuore di Torino in ogni epoca.

Ora i tempi sono cambiati ed ai motivi economici si sommano quelli di voler trascorrere più tempo all’aperto a contatto con la natura dopo mesi di chiusura forzata in casa. Una tendenza che – continua la Coldiretti – si accompagna anche da un diverso uso anche del verde privato con i giardini e i balconi delle abitazioni che sempre più spesso lasciano spazio ad orti per la produzione “fai da te” di lattughe, pomodori, piante aromatiche, peperoncini, zucchine, melanzane, ma anche di piselli, fagioli fave e ceci da raccogliere all’occorrenza.

Accanto a chi esprime la propria passione in orti e giardini ci sono anche molti italiani che non si accontentano e hanno a disposizione almeno un ettaro di terreno a uso familiare. Si tratta – spiega la Coldiretti – in larga maggioranza di famiglie che hanno ereditato aziende o pezzi di terreno da genitori e parenti dei quali hanno voluto mantenere la proprietà per esercitarsi nel ruolo di coltivatori e allevatori, piuttosto che venderli come accadeva spesso nel passato. Ma ci sono anche tanti che – precisa la Coldiretti – hanno acquistato terreni o piccole aziende agricole anche in aree svantaggiate per ristrutturarle e avviare piccole attività produttive, dall’olio al vino, dall’allevamento delle galline a quello dei cavalli.

Ma non manca neppure chi ha approfittato dell’opportunità messa a disposizione dagli enti locali che da nord a sud dell’Italia organizzano e affittano veri e propri orti urbani che – sottolinea Coldiretti – registrano una crescita del 18,5% in cinque anni superando i 2,1 milioni di metri quadrati secondo l’analisi della Coldiretti sugli ultimi dati Istat al 2019. Una possibilità peraltro garantita anche in tempo di pandemia dal via libera del Governo agli spostamenti per chi deve raggiungere l’orto o il proprio terreno, anche fuori comune, in deroga alle misure di restrizione.

Ogni amministrazione – spiega la Coldiretti – applica parametri e sistemi diversi per la concessione degli orti pubblici: ci sono comuni che li danno in uso annuale in cambio di un piccolo canone dopo averli recintati e attrezzati con acqua e piccolo riparo per gli attrezzi, altri che li riservano solo a certe fasce di età e altri ancora che aprono dei veri e propri bandi per le assegnazioni con quote di canone che cambiano a seconda del reddito e dell’età.

Se in passato erano soprattutto i più anziani a dedicarsi alla coltivazione dell’orto, memori spesso di un tempo vissuto in campagna, adesso – sottolinea la Coldiretti – la passione si sta diffondendo anche tra i più giovani e tra persone completamente a digiuno delle tecniche di coltivazione. Un bisogno di conoscenza che – precisa la Coldiretti – è stato colmato con il passaparola e con le pubblicazioni specializzate, ma che ora ha favorito la nascita della nuova figura del tutor dell’orto che la rete degli orti urbani di Campagna Amica mette a disposizione.

Una svolta utile – conclude la Coldiretti – anche per garantire le forniture alimentari in un momento in cui un numero crescente di italiani si trova in difficoltà economica, con circa 5,6 milioni di persone in condizioni di povertà assoluta, un milione in più rispetto allo scorso anno con il record negativo dall’inizio del secolo.

Reddito di Emergenza: prorogato il termine per presentare le domande

Il Reddito di Emergenza (REM d.l. 34) è una misura di sostegno economico istituita con l’articolo 82 del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34 (Decreto Rilancio) in favore dei nuclei familiari in difficoltà a causa dell’emergenza epidemiologica da Covid-19.

Per questo il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha scelto di rettificare quanto rappresentato nella Circolare INPS n. 61 del 14 aprile 2021

Infatti, tenuto conto della necessità di garantire un più ampio accesso al Reddito di Emergenza di cui all’art. 12 del D.L. 22 marzo 2021, n. 41 (Decreto Sostegni), il cui termine perentorio di presentazione era stato fissato al 30 aprile 2021 – ha autorizzato il differimento del termine di presentazione delle domande al 31 maggio 2021.

Covid, verso i 150 milioni di contagi nel mondo

Con un livello di nuovi contagi ogni giorno che si aggira intorno agli 800mila, il mondo sta per superare la soglia dei 150 milioni di contagi accertati. Secondo il monitoraggio della Johns Hopkins University, i contagi registrati sono attualmente 149.242.187.

Questo significa che dall’inizia della pandemia, circa un abitante del Pianeta su 50 è stato contagiato dal coronavirus. I decessi accertati sono al momento 3.147.016. Il Paese più colpito sono sempre gli Stati Uniti, con 32.229.327 contagi e 574.326 decessi.

Le primarie e la “non scelta” del partito.

Dunque il “dio primarie” si riaffaccia. È noto che nella sinistra italiana, cioè nel Pd, le primarie  sono una sorta di dogma. Un po’ come per noi cattolici, pur senza essere blasfemi, il significato  della Trinità. Perchè le primarie, va pur detto, fanno parte dell’atto costitutivo del Partito  democratico. Più del progetto politico conta l’organizzazione e la celebrazione saltuaria delle  sempreverdi primarie. Per carità, le primarie sono un ottimo strumento burocratico e protocollare  della politica. Sono nate quando i partiti sono andati definitivamente in crisi, quando le classi  dirigenti dei rispettivi partiti hanno abdicato ai compiti che spettano, appunto, al ceto dirigente per  affidarsi qualunquisticamente a ciò che decide di volta in volta “la ggente”. Cioè alla selezione  democratica dei gruppi dirigenti. E così è diventato del tutto normale che, tranne per i  parlamentari dove la designazione è fatta brutalmente dall’alto senza alcun filtro democratico e  partecipativo, per altri ruoli il tutto viene affidato qualunquisticamente a questo singolare e curioso  strumento burocratico e protocollare. 

E per entrare nello specifico, il nodo della scelta dei candidato a Sindaco in alcune grandi città in  vista delle elezioni del prossimo ottobre è persin troppo emblematico. E il caso di Roma e di  Torino ma non solo, al riguardo, lo confermano in modo plateale. Se a Roma prosegue il balletto  attorno alla candidatura, o meno, di Zingaretti a Sindaco, a Torino dopo 8 mesi di estenuanti e  ormai noiose e ripetitive discussioni su chi scegliere per la carica di Sindaco, si è poi deciso,  come da copione, di ricorrere al dio primarie per sciogliere la sempre più intricata matassa.  Perchè il tema è sempre lo stesso, più volte evocato ma mai risolto per non rompere gli equilibri  tra le molteplici e sempre crescenti correnti/bande del Partito democratico. E cioè, si deve  privilegiare la “sintesi” condotta e guidata dal gruppo dirigente del partito oppure ci si affida alle  virtù salvifiche e miracolistiche delle primarie? La risposta, come ovvio e scontato, è quasi sempre  scontata. E quindi primarie siano! 

Ora, quasi tutti conosciamo ormai i vizi e le virtù delle primarie. Da strumento democratico che  alcuni lustri fa erano state palestre di partecipazione e di democrazia significative e di qualità,  sono diventate progressivamente momenti di decadimento etico e politico. E cioè, truppe  cammellate, voto clientelare, radicalizzazione dello scontro interno, difficoltà a ricomporre i mille  contrasti politici e personali che si scatenano puntualmente dopo ogni consultazione e,  purtroppo, anche svariate denunce per come viene condotta concretamente la campagna  elettorale…. Tutto ciò, come tutti sanno, accompagna purtroppo il concreto svolgimento delle  primarie in giro per l’Italia. 

Insomma, non si può fare a meno delle primarie. Ma perchè, comunque sia, il partito principale  della sinistra italiana continua a rinunciare alla capacità di fare “sintesi”, cioè a scegliere  direttamente la propria classe dirigente assumendosi anche e soprattutto la responsabilità di  decidere? Del resto, i grandi e qualificati gruppi dirigenti dei partiti democratici del passato –  quando i partiti esistevano ancora, come ovvio …- avevano il coraggio e la capacità di selezionare  la propria classe dirigente. È così difficile ripristinare oggi quel meccanismo senza limitarsi a  parlare di quote, di genere, di equilibri tra le correnti e di come conservare il solo potere interno?  Forse ne uscirebbero rafforzati i partiti e ne guadagnerebbe, probabilmente, la stessa democrazia. 

Brigate rosse: gli ultimi esuli arrestati in Francia

Il 28 aprile il Presidente della Repubblica Francese ha firmato il mandato di cattura per dieci italiani. Si tratta di ex brigatisti armati, legati a vari nuclei terroristici, il più celebre conosciuto col nome di Brigate Rosse, le famigerate “BR”, responsabili di rapimenti e delitti (il più noto è quello ai danni dell’on. Aldo Moro) negli anni ’70-’80, in Italia. La loro “caccia” non è mai cessata in tutto il mondo, pur trovando sovente difficoltà di ordine “diplomatico”. Non tutti i Paesi, infatti, hanno consegnato con eccessivo entusiasmo i terroristi all’Italia, appellandosi a trattati o convenzioni. La realtà è che le “simpatie” verso le frange della sinistra radicale, fino a pochi anni fa, erano ancora tenaci. Tuttavia, il progressivo cambiamento di mentalità di quelle forze culturali e politiche che, anche in Europa Occidentale, si abbeveravano nelle narrazioni di sinistra, verso una nuova mentalità sempre più liberista e liberale, toglie progressivamente la “protezione” politica e mediatica agli ultimi esuli del brigatismo armato. In Francia l’Eliseo, in merito all’arresto degli ex brigatisti italiani, si è affrettato nel precisare che una tale solerzia, da parte loro, “si colloca strettamente nella logica della “dottrina Mitterrand” di accordare l’asilo agli ex brigatisti, eccetto ai responsabili di reati di sangue”. Una sensibilità che, tuttavia, non venne sempre osservata; si ricordi in particolare il caso del brigatista Cesare Battisti che, esule in Francia, beneficiò della protezione della dottrina Mitterand fino a quando lui stesso non intuì il cambiamento dei tempi, che lo vide riparare nel 2004 in Brasile. Nonostante la sensibilità del presidente brasiliano Lula, Battisti venne arrestato da un nucleo dell’Interpol, composto da agenti della polizia italiana, nel 2019, e trasferito in Italia nelle mani dei ministri degli Interni e della Giustizia, rispettivamente Matteo Salvini e Alfonso Bonafede, con un’enfasi mediatica volutamente marcata. 

Ieri, dei 7 fermati in Francia (altri tre sono riusciti a scappare, forse avvertiti durante gli arresti), quattro hanno una condanna all’ergastolo: Roberta Capelli, Marina Petrella, Sergio Tornaghi (BR) e Narciso Manenti (NACT). Per Giovanni Alimonti e Enzo Calvitti (BR), la pena da scontare è rispettivamente 11 anni, 6 mesi e 9 giorni e 18 anni, 7 mesi e 25 giorni. Giorgio Pietrostefani, co-fondatore di Lotta Continua (LC), deve scontare una pena di 14 anni, 2 mesi e 11 giorni. Per tutti loro, i reati sono diversi, e vanno dalla rapina alla partecipazione a banda armata; sequestro;  omicidio. Nonostante gli ex brigatisti di sinistra, di tutte le denominazioni, godettero in passato di una certa simpatia, anche istituzionale, volta alla clemenza, il capitalismo ha travolto il nostro continente meglio di come avrebbero fatto il fascismo o il comunismo con i loro carri armati. I ragazzi e le ragazze di oggi sono per lo più disinteressati alla politica, soprattutto da una Sinistra che non riconoscono utile a soddisfare le loro ambizioni e i loro desideri. Gli ex “martiri” del socialismo armato sono quindi lasciati a loro stessi, senza più alcun riflettore, se non quello delle polizie di tutto il mondo. 

Ripristinare il servizio di medicina scolastica

Quando la scuola italiana insegnava a “leggere, scrivere e far di conto” il servizio di medicina scolastica era una presenza a latere, organica e complementare, rispetto ai compiti propri del sistema formativo. 

Istituita con DPR 264 dell’11 febbraio 1961 la cosiddetta “medicina scolastica” esplicitava le sue funzioni già nei primi due articoli del successivo regolamento attuativo nel DPR 22 dicembre 1967 n° 1518, di cui si riporta un estratto: “art.1)  A tutti i servizi di vigilanza igienica e di assistenza sanitaria scolastica, nell’ambito della provincia, sovraintende il medico provinciale, che li coordina d’intesa con il provveditore agli studi con il quale è prescritto almeno un incontro annuale nel mese di settembre. Ai sensi dell’art. 15 del DPR 11/02/1961 n° 264, nell’ambito del territorio comunale o consorziale il servizio di medicina scolastica in tutte le scuole di ogni ordine e grado , pubbliche e private, dipende dall’ufficiale sanitario che ne promuove e coordina l’organizzazione e il funzionamento, previa intesa con i dirigenti degli istituti scolastici. Art.2) Il servizio di medicina scolastica comprende la profilassi, la medicina preventiva, la vigilanza igienica, il controllo dello stato di salute di ogni scolaro e si avvale della collaborazione della scuola nell’educazione igienico-sanitaria. Le prestazioni sanitarie di medicina e d’urgenza, nell’ambito dei servizi della medicina scolastica agli alunni e al personale della scuola sono gratuite. Le amministrazioni comunali … provvedono a stipulare convenzioni con enti pubblici e privati per i servizi specialistici necessari, allorchè non siano realizzabili nella sfera operativa della medicina scolastica”.

Già in questo sunto dell’incipit normativo si colgono due evidenze utili al lettore: il linguaggio estremamente conciso e chiaro e l’esplicitazione della titolarità delle istituzioni interessate.

Alla stessa stregua, l’articolato successivo si attiene alla definizione di ruoli, compiti, attribuzioni e regolamentazione del servizio, espressi con descrizioni accessibili e puntuali: nulla di ciò si rinviene negli attuali testi normativi in ambito scolastico e oltre, solitamente complessi, farraginosi, estremamente complessi ed iper-burocratici, composti da rimandi di articoli e commi senza un costrutto esplicativo e un filo logico che offrano un quadro d’insieme intellegibile e comprensibile a tutti.

La medicina scolastica – contestualizzata nell’epoca della sua legislazione istitutiva – si caratterizzava come cotè sanitario integrativo al compito di alfabetizzazione del Paese: quello di una profilassi e di una vigilanza attuata già a partire dai banchi di scuola elementare (per poi inglobare la scuola materna statale dopo la sua istituzione con legge 18 marzo 1968 n° 444) ed estendersi fino alle “scuole medie superiori”.

Un progetto ambizioso, a ben osservare, ma che esprimeva una avvertita consapevolezza di grande valore sul piano della tutela della salute della popolazione scolastica.

Ci si è interrogati a lungo e non senza argomenti sostenibili sul perché questo impianto sanitario inglobato nel sistema scolastico che legittimava già allora (prima della legge 517/1977, ricordata  per il principio  della integrazione scolastica per tutti, in special modo per i disabili), in modo inclusivo due principi costituzionali fondamentali come il “diritto allo studio” e il “diritto alla salute”, tornati oggi di grandissima attualità) sia a poco a poco scemato negli interessi delle istituzioni politiche centrali e locali, che avrebbero se mai dovuto implementarlo e perfezionarlo con nuove, aggiornate attribuzioni, al punto che – dopo la riforma del Sistema sanitario nazionale di cui alla legge 23/12/1978 n.° 833 – pur non essendo stato abolito sul piano normativo (l’art.14 della legge ne traslava le competenze alle ‘Unità sanitarie locali’) di fatto non è più rientrato negli interessi delle Regioni, non ha più funzionato mentre le figure del medico scolastico e dell’assistente sanitaria vigilatrice sono state assorbite nel ‘mare magnum’ della sanità territoriale extra scolastica.

Corre l’obbligo di ricordare che a partire da questo graduale disimpegno istituzionale fino alla scomparsa della medicina scolastica (un ectoplasma di cui restavano pochi riferimenti normativi, nessuna volontà attuativa e alcuna presenza “in situazione”), è iniziata una intensa attività dell’ADI (Associazione dei docenti e dirigenti scolastici italiani) che si è battuta e continua a battersi con energia per il reintegro di questo servizio pubblico di cui – dalle necessità organizzative ordinarie a favore del controllo e della tutela della popolazione scolastica fino all’esplosione dell’emergenza Covid19 – si è avvertita e si sente oggi più che mai la mancanza. Al punto che le forze politiche e alcune Regioni (non tutte invero) hanno colto l’opportunità e l’urgenza di una riconsiderazione della materia “profilassi sanitaria a scuola” , proprio a partire dall’emergenza pandemica che ha coinvolto inevitabilmente il sistema scolastico, determinando enormi disagi per alunni, famiglie, docenti, dirigenti, interrompendo le attività didattiche in presenza, solo in parte compensate ma non sostituite dalla cd. DaD.

Per cogliere l’excursus storico della genesi della medicina scolastica, delle sue figure organiche, delle competenze, dei vantaggi che offriva in termini di profilassi, tutela, controllo e prevenzione, fino alla sua graduale scomparsa a motivo di scelte nazionali e territoriali che ora si rivelano sbagliate, insomma per una analisi completa e articolata sul prima, il durante e il dopo, è doveroso menzionare lo studio analitico e davvero competente del Dott. Antonio Faggioli, già Ufficiale Sanitario del Comune di Bologna, successivamente Direttore del Dipartimento di Prevenzione dell’ASL di Bologna e Libero Docente di Igiene all’Università degli Studi di Bologna. E’ ad esempio rinvenibile sul numero del 1°agosto 2020 del Magazine sindacale di ‘Gilda Venezia’ un articolo veramente completo ed esaustivo di questo autore che merita di essere letto: si tratta probabilmente dell’analisi più completa oggi a disposizione di chi voglia approfondire la vicenda e i suoi risvolti storici, oltre alle evidenze rese attuali dalla contingenza pandemica, non dimenticando l’impegno del sindacato ‘Gilda’ affinchè questa tematica venga ripresa e riconsiderata). 

Si può consultare al riguardo  https://www.gildavenezia.it/per-il-rilancio-della-medicina-scolastica/
I disagi provocati dalla chiusura delle scuole sono stati enormi: sul piano culturale, economico, della vita delle famiglie, della didattica in senso stretto, dello svolgimento degli esami, della valutazione, rispetto all’organizzazione delle scuole e alle scelte e alle direttive ministeriali discusse, carenti e inadeguate ma soprattutto sul piano psicologico ed emotivo per gli studenti a cui è venuto a mancare il doppio supporto dell’apprendimento e della socializzazione. La DaD non ha compensato il venir meno della didattica in presenza rispetto alla quale sono scesi in strada i ragazzi stessi per rivendicarne il ritorno. Fa veramente riflettere questa fase di enorme criticità pensando che tecnologie, dotazioni strumentali, digitalizzazione non potranno mai sostituire la valenza del rapporto interpersonale. Ricordo una frase del pedagogista Cesare Scurati: “La scuola è il posto di lavoro dove si intrecciano relazioni umane”. Né posso tacere – avendomelo espresso nel corso di una intervista il pericolo ravvisato da Paolo Crepet circa l’incombente minaccia di una “catastrofe educativa” per una metodologia didattica basata solo sulla “digital education” .

https://ildomaniditalia.eu/paolo-crepet-non-possiamo-vivere-in-una-societa-anaffettiva/

In questa fase molto è stato chiesto alla scuola: organizzazione degli spazi e dei tempi, fessibilità, accoglienza, controlli: con la ripartenza di questo mese di aprile si è ipotizzato il tracciamento con i tamponi per la popolazione scolastica che riprende a frequentare. Viene da chiedersi se un servizio di medicina scolastica, oggi organizzabile con dotazioni strumentali e risorse umane più aggiornate e adeguate di quelle degli anni ’60, non potrebbe forse svolgere – con scienza e competenza – certi compiti e certe attribuzioni di profilo strettamente sanitario che non risolverebbero forse tutti i problemi di una comunità scolastica ma contribuirebbero certamente a renderla più sicura e tutelata, consentendo a docenti ed alunni di operare con maggiore serenità.

Brexit: crolla del 12,7% l’export Made in Italy in Uk

Crollano del 12,7% le esportazioni Made in Italy in Gran Bretagna nel primo trimestre successivo alla Brexit rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti diffusa in occasione del parere favorevole dell’europarlamento sull’accordo che stabilisce le regole delle future relazioni Ue-Regno Unito, sulla base dei dati Istat relativi al commercio estero nel mese di marzo 2021.

I prodotti italiani più esportati in Gran Bretagna – sottolinea la Coldiretti – sono nell’ordine gli alimentari, i mezzi di trasporto, l’abbigliamento, i macchinari ed apparecchi e metalli che pagano un conto salato alla Brexit ma a diminuire sono anche le importazioni in Italia da Oltremanica che si riducono addirittura del 23,3% e riguardano soprattutto mezzi di trasporto, prodotti chimici e macchinari ed apparecchi.

Le criticità maggiori, per tutti i settori che esportano verso il Regno Unito, sono riscontrabili – sottolinea la Coldiretti – a livello di procedure doganali e sono legate all’aumento dei costi di trasporto dovuti a ritardi e maggiori controlli. A pesare sono stati gli ostacoli burocratici ed amministratici che frenano gli scambi commerciali anche se – conclude la Coldiretti – va segnalata una positiva inversione di tendenza nel mese di marzo con un aumento del 14,4% delle esportazioni (e del 30,7% delle importazioni) che tuttavia non riesce a colmare le perdite dei due mesi precedenti.

Spariti nel 2020 in maniera irreversibile il 10% dei posti letto nelle strutture ricettive religiose

“Il settore delle strutture ricettive religiose in Italia non poteva non subire l’onda disastrosa della pandemia”. Lo dichiara l’associazione Ospitalità religiosa italiana (Ori), pubblicando i dati del Rapporto 2021: in un anno sono spariti in “maniera irreversibile” 22mila posti letto, ovvero il 10% di quelli finora destinati all’ospitalità spirituale o turistica, per studenti, lavoratori, gruppi e famiglie.

L’assenza di ospiti e i pesanti costi fissi hanno costretto congregazioni, diocesi e associazioni a chiudere i battenti di centinaia di strutture per destinarle ad altri usi, se non addirittura a liberarsene. Il calo più marcato si registra al Centro-sud, con esclusione di Roma dove si confida che i pellegrini possano tornare al più presto. Il Lazio, infatti, rappresenta l’offerta più ampia con oltre 33mila posti-letto dei 210mila disponibili su tutto il territorio nazionale. Seguono distanziati Veneto, Emilia Romagna e Lombardia, ma la regione con la maggiore “densità” di posti-letto è la Valle d’Aosta. “Per chi è rimasto aperto, questo anno di sostanziale pausa è servito per adeguarsi – ad esempio – all’accessibilità per le persone con disabilità motorie, in cui spicca il Friuli-Venezia Giulia con il 69% di strutture attrezzate”. In questo ambito gli sforzi maggiori premiano Umbria, Basilicata e Calabria, con un incremento del 13% rispetto alla rilevazione del 2019.

Tra i servizi più diffusi nelle strutture ricettive dell’ospitalità religiosa c’è il parcheggio auto (76%), il giardino (69%), la sala riunioni (68%), una cappella (60%), la sala TV (57%) e la chiesa (42%).

Piano Estate: lingue, musica, sport, digitale, arte, laboratori per le competenze. Pacchetto da 510 milioni per studentesse e studenti

Un Piano per l’estate da 510 milioni di euro per consentire a studentesse e studenti di recuperare socialità e rafforzare gli apprendimenti, usufruendo di laboratori per il potenziamento delle competenze (ad esempio Italiano, Matematica, Lingue), di attività educative incentrate su musica, arte, sport, digitale, percorsi sulla legalità e sulla sostenibilità, sulla tutela ambientale.

Lo ha messo a punto il Ministero dell’Istruzione, guidato dal Ministro Patrizio Bianchi, con l’obiettivo di utilizzare i mesi estivi per costruire un ponte verso il prossimo anno scolastico, attraverso un’offerta che rappresenta una risposta alle difficoltà emerse nel periodo della pandemia, ma che intende anche valorizzare le buone pratiche e le esperienze innovative nate proprio durante l’emergenza. Le attività saranno complementari e integrate con quelle organizzate dagli Enti locali. Le risorse saranno dedicate soprattutto alle aree più fragili del Paese, in particolare del Sud.

Le risorse disponibili, le modalità di utilizzo e gli obiettivi del Piano sono stati illustrati  alle scuole con una nota operativa che rappresenta il primo tassello di un’attività di accompagnamento che vedrà il Ministero al fianco dei dirigenti, dei docenti, degli Istituti scolastici, delle studentesse e degli studenti, delle famiglie nelle prossime settimane e per tutta la durata delle attività estive. Un sito con la raccolta delle informazioni, un help desk dedicato alle scuole, una campagna informativa e partecipativa, anche sui social, con l’hashtag #lascuoladestate, saranno i principali strumenti a disposizione.

“La scuola non si è mai fermata durante tutta la pandemia. È rimasta sempre in contatto con le nostre ragazze e i nostri ragazzi”, sottolinea il Ministro Patrizio Bianchi. “L’emergenza sanitaria ha inevitabilmente accentuato problematiche preesistenti, ha evidenziato le diseguaglianze e accresciuto le fragilità. Per questo abbiamo voluto un Piano di accompagnamento, un ponte tra quest’anno e il prossimo, un’occasione che consenta a bambini e ragazzi di rafforzare gli apprendimenti e recuperare la socialità”.

Prosegue il Ministro: “Utilizzeremo questo periodo estivo per costruire un nuovo inizio. Riporteremo la scuola al centro della comunità, creando spazi di potenziamento delle competenze e di recupero delle relazioni. Stiamo lavorando insieme ai territori, alle associazioni, promuovendo i Patti educativi di comunità. Stiamo attivando un percorso di trasformazione ed evoluzione del nostro sistema di Istruzione, per dare vita ad una scuola più accogliente, inclusiva, basata su apprendimenti personalizzati, parte integrante del tessuto sociale e territoriale. Una scuola ‘affettuosa’, che sappia stare al fianco dei nostri bambini e ragazzi, che, partendo dai più fragili, sia punto di riferimento per tutta la comunità e le famiglie”.

Il Piano

Le attività del Piano si articoleranno in tre fasi:

  • Fase I, potenziamento degli apprendimenti (a giugno): sarà dedicata al rinforzo e al potenziamento degli apprendimenti attraverso attività laboratoriali, scuola all’aperto, studio di gruppo, da effettuare anche sul territorio, con collaborazioni esterne o con il terzo settore.
  • Fase II, recupero della socialità (luglio e agosto): proseguiranno le attività di potenziamento degli apprendimenti che saranno affiancate più intensamente da attività di aggregazione e socializzazione in modalità Campus (con attività legate a Computing, Arte, Musica, vita Pubblica, Sport). Ci saranno moduli e laboratori di educazione motoria e gioco didattico, canto, musica, arte, scrittura creativa, educazione alla cittadinanza, debate, educazione alla sostenibilità, educazione all’imprenditorialità, potenziamento della lingua italiana e della scrittura, potenziamento delle competenze scientifiche e digitali (coding, media education, robotica). Le attività potranno svolgersi in spazi aperti delle scuole e del territorio, teatri, cinema, musei, biblioteche, parchi e centri sportivi, con il coinvolgimento del terzo settore, di educatori ed esperti esterni;
  • Fase III, Accoglienza (settembre, fino all’avvio delle lezioni): connessa con le precedenti, sarà di vero e proprio avvio del prossimo anno scolastico. Proseguiranno le attività di potenziamento delle competenze e di accompagnamento di studentesse e studenti al nuovo inizio.

Le scuole programmeranno le attività all’interno degli organi collegiali e informeranno le famiglie. La partecipazione da parte di studentesse e studenti sarà su base volontaria. Le attività si svolgeranno nel rispetto delle misure di sicurezza anti-Covid.

Le risorse
Il pacchetto di risorse disponibili per le scuole ammonta a 510 milioni150 milioni provengono dal decreto sostegni, altri 320 milioni dal PON per la scuola (risorse europee), 40 milioni dai finanziamenti per il contrasto delle povertà educative.

150 milioni del dl sostegni saranno distribuiti attraverso un decreto del Ministero, sulla base del numero di alunni, per una media di circa 18mila euro per scuola.

Sarà poi disponibile sul sito www.istruzione.it/pianoestate un bando PON (risorse europee) dedicato da 320 milioni, utilizzabili soprattutto nelle aree con maggiori disuguaglianze economiche e sociali. Le scuole potranno fare domanda fino al 21 maggio prossimo. I fondi, di cui circa il 70% è destinato alle regioni del Sud, potranno essere spesi sino al termine dell’anno scolastico 2021/2022, nella logica di un piano di trasformazione che partirà dall’estate e proseguirà durante il prossimo anno scolastico. Le risorse PON saranno disponibili anche per le scuole paritarie (che svolgono il servizio con modalità non commerciali) e per i CPIA (Centri per l’istruzione degli adulti).

Altri 40 milioni deriveranno dal fondo per l’ampliamento dell’offerta formativa e il contrasto della povertà educativa. Questi fondi saranno assegnati alle Istituzioni scolastiche in funzione delle tipologie di progetti da attivare, sarà possibile collaborare con il terzo settore e realizzare patti educativi di comunità.

Misure di accompagnamento
All’interno della piattaforma Help Desk Amministrativo Contabile sarà realizzata una sezione per fornire assistenza nella programmazione, gestione e rendicontazione delle attività estive: un servizio gratuito (al numero 800 903 080) dedicato ai dirigenti scolastici, ai direttori dei servizi generali ed amministrativi e agli assistenti amministrativi. Il Ministero metterà poi a disposizione delle scuole uno strumento per rendere trasparente il crowdfunding attraverso la piattaforma IDEArium, che supporterà gli istituti nell’eventuale ulteriore ricerca di risorse da parte di sostenitori privati, aziende ed altri enti collettivi per finanziare il “Piano Estate”. In collaborazione con l’Indire, sarà avviato un progetto di accompagnamento, anche nella progettazione e nel reperimento delle risorse, a favore di quelle scuole che presentano più elevati tassi di dispersione e maggiori difficoltà di contesto. Sempre Indire metterà a disposizione una biblioteca digitale con esperienze di metodologie didattiche innovative. Sul sito del Ministero è prevista una sezione dedicata al Piano Estate (www.istruzione.it/pianoestate), dove trovare tutte le iniziative di finanziamento messe a disposizione delle Istituzioni scolastiche e le informazioni utili per studenti e famiglie. Sarà possibile essere aggiornati sulle attività del Piano seguendo l’hashtag #lascuoladestate: sarà parte di una campagna dedicata sui social del Ministero che avrà lo scopo di dare informazioni di servizio, ma anche di dare visibilità alle attività delle scuole.

Investimenti e riforme: le conseguenze politiche?

Il premier Draghi ha presentato al Parlamento il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ed il Parlamento gli ha dato il via libera.
Notizia positiva, naturalmente.

Che va colta, tuttavia, come una scommessa tutt’altro che semplice.
Superfluo – ma forse no – ricordare che la gran parte della gigantesca quantità di risorse finanziarie mobilitate dal Piano sono prestiti europei che andranno restituiti.
E che si aggiungono alla mole di debito pubblico che l’Italia ha già maturato nel corso dei decenni passati.

Anche se l’Unione Europea deciderà, come è probabile, di prorogare ulteriormente la sospensione del Patto di Stabilità (con riferimento al rapporto tra PIL, deficit e debito), la tenuta finanziaria del Paese non sarà comunque uno scherzo da poco.
Qualcuno auspica l’ipotesi di una sorta di cancellazione (o ristrutturazione) generale del debito pubblico.
Ipotesi suggestiva, che avrebbe una sua plausibilità, ma – ad oggi – assai poco realistica.

Certi e noti sono invece – almeno a chi li vuole vedere – i vincoli che il Piano prevede sul terreno delle cosiddette “riforme strutturali”.
Parole che la cattiva politica ha spesso associato ad una indebita “ingerenza europea” o dei “mercati”, ma che – in realtà – non evocano niente di più e niente di meno che l’intrinseco dovere del nostro Paese di diventare “adulto”.

E di superare le pigrizie e le contraddizioni istituzionali, amministrative, sociali ed economico-produttive che hanno fin qui consumato in modo immorale le risorse delle nuove generazioni; compromesso la produttività del sistema; indebolito la nostra capacità di competizione internazionale; privilegiato la rendita sull’investimento e cristallizzato uno strisciante patto corporativo diffuso, spesso opaco e pervasivo.

Senza questa radicale trasformazione del sistema Paese, non illudiamoci che il fiume di risorse europee ipotizzato arrivi veramente e che, in ogni caso, anche se arriva, possa tradursi in una vera stagione di “ripresa e resilienza”.

Questa consapevolezza deve interrogare tutti, compresi i cittadini e le forze sociali ed economiche, ma pone almeno due enormi interrogativi alla politica.

Il primo interrogativo politico riguarda la durata della “stagione Draghi”.

La portata e la oggettiva difficoltà del “sentiero di trasformazione” che il Piano comporta appaiono del tutto incompatibili con i tempi residui della presente Legislatura.
Come minimo, serve tutto il periodo di quella successiva, nel corso della quale, tra l’altro, arriveranno al pettine i primi nodi di finanza pubblica derivanti dai nuovi debiti che stiamo assumendo.

A Bruxelles e ai mercati finanziari Draghi ha offerto la sua credibilità come garanzia del percorso virtuoso che il Paese intende intraprendere.

Qualcuno può seriamente immaginare che, nel giro di un anno o due, tale garanzia (cioè Draghi a capo del Governo) possa venire meno?

La stessa ipotesi ventilata di Draghi al Quirinale alla scadenza del mandato di Mattarella sarebbe ancor più rischiosa, perché comporterebbe necessariamente la fine del Governo (e della Legislatura) entro la prossima primavera, con tutto ciò che questo potrebbe provocare.
Gettato il sasso della “trasformazione del Paese” con il Piano approvato dal Parlamento (per convinzione o per necessità che sia) a me pare che l’unica prospettiva ragionevole sia quella di una stagione temporalmente adeguata di stabilità e di continuità della sua attuazione, sotto la guida e con la garanzia di chi oggi ne ha consentito la partenza. Inutile ed irresponsabile girarci attorno.

Ed anche così non sarà certo una passeggiata per un Paese che da decenni non è più abituato (e stimolato) a mettersi in discussione, a tutti i livelli.
Perché un conto è fare “riformette” (magari poi destinate a impantanarsi in eterne procedure attuative), un altro conto è “trasformare” il Paese (questione culturale prima che tecnica) e riagganciarlo ai mutati paradigmi della modernità, come il Piano prevede.

Il secondo interrogativo politico riguarda dunque le “condizioni” che possono favorire la continuità della “stagione Draghi”.
Siamo una democrazia e, dunque, il vaglio del voto popolare è un passaggio ineludibile e fondante. Tocca alla politica costruire le basi di consenso democratico alla piena realizzazione del Piano di Ripresa e Resilienza in questa e nella prossima Legislatura.
Stiamo andando oggi in questa virtuosa direzione? Lecito dubitarne.

Il rischio che il sistema politico si avviluppi di nuovo in una sorta di “bi-populismo” non è affatto scongiurato, come si nota anche nelle crescenti polemiche interne alla stessa anomala maggioranza che sostiene Draghi.
Dubbi e perplessità, a mio modo di vedere, sono accresciuti dalla sospensione (mi auguro che non sia una definiva archiviazione) delle ipotesi di una legge elettorale di tipo proporzionale.
Con un sistema maggioritario interpretato dalle attuali forze politiche in campo – e dalle loro vecchie e nuove incrostazioni coalizionali – sarebbe infatti piuttosto arduo immaginare nella nuova Legislatura una maggioranza politica a sostegno di Draghi e del suo progetto di trasformazione del Paese.

La fraternità universale nel pensiero di Papa Francesco

 

1 L’urgenza del tempo

 

L’Enciclica Fratelli tutti, al di sotto di un dettato di ammirevole chiarezza, presenta alcune radici teologiche, filosofiche e storiche molto profonde,  talvolta solo accennate. La teologia di Papa Francesco, a nostro parere, è espressione di un’apertura fondamentale: la fede si incarna, si incultura nella storia, esce dall’autoreferenzialità,  si apre a un dialogo ravvicinato, a un confronto serrato con le culture contemporanee, e quindi anzitutto con le scienze,  e così facendo provoca le  scienze ad aprirsi alla possibilità di una dimensione ulteriore o trascendente.   

Alcune avvertenze preliminari. Ricordiamo anzitutto che Fratelli tutti è la seconda parte di un dittico, la cui prima parte è costituita dalla Laudato si’.  Il tema comune delle due Encicliche è la drammaticità del periodo storico che stiamo vivendo, l’urgenza di porre riparo alle catastrofi che stanno avvenendo sotto i nostri occhi per lo più distratti. Per sottolineare le peculiarità di questo pensiero lo si potrebbe definire come una sorta di apocalittica razionale aperta al futuro: un’apocalittica perché mette a fuoco le possibilità catastrofiche insite nel periodo in cui stiamo vivendo; razionale  perché si avvale dei contributi delle scienze, anzi si sviluppa a partire da questi (mentre l’apocalittica mitica ne prescindeva totalmente); e infine aperta al futuro perché  governata dalla speranza, la ‘sorella minore’ della fede e della carità. Nella prima Enciclica l’oggetto principale era la devastazione contemporanea della natura, che si ritorce contro tutti noi esseri umani, adesso e ancor più nel futuro (che mondo lasceremo ai nostri nipoti?); nella seconda è la crescita spaventosa delle disuguaglianze nel mondo. Laudato si’ non si limitava a raccogliere e rilanciare le analisi inquietanti  di naturalisti, biologi ed ecologisti sullo stato del mondo, ma le combinava con una serrata analisi critica del modello di globalizzazione economica oggi prevalente. Tale analisi culminava nella proposta di una vera e propria alternativa di civiltà, relativa tanto alle relazioni degli umani con la  natura quanto ai rapporti tra gli umani. E’ quest’ultimo l’oggetto precipuo di Fratelli tutti, che si concentra sulla possibile fioritura, al tempo della globalizzazione, di una civiltà mondiale fondata sull’amore e sull’empatia, e insieme analizza le resistenze culturali, politiche, istituzionali e anche religiose che si oppongono a tale progetto. I sette capitoli di questa Enciclica possono  essere suddivisi in due parti: i primi cinque (Le ombre di un mondo chiuso, Un estraneo sulla strada, Pensare e generare un mondo aperto, Un cuore aperto al mondo(1) intero, La migliore politica) sono relativi prevalentemente alla fraternità universale in senso proprio; la presentazione generale (§1-8) e gli ultimi tre capitoli (Dialogo e amicizia  sociale, Percorsi di un nuovo incontro, Le religioni al servizio della fraternità nel mondo) sono invece prevalentemente concentrati sul dialogo interculturale e interreligioso. Questi due temi, che potremmo definire fraternità universale ed ecumenismo, sono  strettamente intrecciati, ma non identici. Per ragioni di chiarezza e di spazio affronteremo in  questo intervento la prima parte dell’Enciclica,  sulla fraternità universale in senso proprio,  e dedicheremo un ulteriore intervento alla seconda parte, sull’ecumenismo religioso e il dialogo interculturale nel pensiero di Papa Francesco.

  1. La sfida del buon Samaritano 

La fraternità  tra gli esseri umani, al di là delle loro diversità esteriori e delle loro differenti culture, è sempre stato un tema originario e, potremmo dire, generativo del Cristianesimo. Lo sviluppo che Papa Francesco dà di questo tema nell’Enciclica Fratelli tutti è particolarmente attuale e coinvolgente: non si tratta infatti solo di  una riflessione generale, pur importante,  sul comandamento dell’amore reciproco ma di un tentativo di mostrarne la peculiare valenza nel mondo contemporaneo. In esso infatti sono state superate le barriere spaziali che esistevano un tempo e che erano alla base delle diverse civiltà-mondo, ciascuna delle quali correva il rischio di ritenersi l’unica rappresentante dell’umanità e di condannare alla disumanità della ‘barbarie’ gli appartenenti alle altre civiltà. Il mondo unito dalla globalizzazione economica, abbattute le distanze spaziali che isolavano una civiltà dall’altra,  potrebbe, anzi  dovrebbe essere caratterizzato dalla comprensione di una condivisa comunità di destino. Ce lo ha rivelato proprio la pandemia di Covid-19, che si è estesa da un angolo all’altro della terra oltrepassando tutte le barriere statali, linguistiche, culturali e dimostrando ancora una volta la giustezza della risposta che Albert Einstein aveva dato a un questionario: alla domanda ‘razza’ il grande fisico  aveva risposto ‘umana’. Il modello insuperabile di questa concezione aperta e universale dell’essere umano, che implica  il coinvolgimento di ciascuno nel destino degli altri,  è dato dalla parabola del buon Samaritano, una specie di Discorso sul metodo a proposito della fraternità umana, il cui commento appassionato costituisce il cuore di questa Enciclica (secondo capitolo). La riflessione di Papa Francesco analizza le molteplici sfaccettature della parabola mettendone in luce il valore universalmente umano, pienamente apprezzabile non solo dai  cristiani ma anche dagli aderenti ad altre religioni o da persone non religiose ma coinvolte nella cura dell’essere umano.  La conclusione è chiara, univoca e irrecusabile: chi respinge, rifiuta, discrimina il suo fratello  più debole – costui,  anche se si proclama cristiano, anche se ostenta in pubblico alcuni strumenti della devozione popolare, in realtà cristiano non è. Mentre chi si occupa del fratello più debole e in difficoltà, anche se non si dichiara cristiano, in realtà lo è. 

  1. Economie aperte, società chiuse: i migranti

Oggi gli esseri umani sono ancora ben lontani dal percepirsi come membri di un’unica famiglia: lo dimostrano in modo clamoroso le vicende dei profughi, dei rifugiati, di coloro che cercano rifugio da massacri, violenze, devastazione, fame o che vorrebbero semplicemente godere di opportunità di vita migliori. Mentre la globalizzazione del denaro è compiuta (è possibile effettuare un investimento in qualunque parte del mondo) la libera circolazione delle persone è ben lungi dall’essere una realtà. Oggi nel mondo  una delle più diffuse  reazioni  all’incontro  con l’altro, avvertito come perturbante o minaccioso,  è la costruzione di muri, il tentativo di tenere separati gruppi umani magari geograficamente vicini ma appartenenti a culture diverse.  

3.1 Il forestiero ‘geografico’ e i suoi doni

Partendo da qui potremmo dire che il tema fondamentale dell’Enciclica consiste nel riaffermare la fraternità universale degli esseri umani (‘Fratelli tutti’) e quindi anche dei migranti, al di là delle diverse culture che ci caratterizzano. “Le migrazioni costituiranno un elemento fondante del futuro del mondo. Ma oggi esse risentono di una perdita di quel senso della responsabilità fraterna, su cui si basa ogni società civile. L’Europa, ad esempio, rischia seriamente di andare per questa strada. Tuttavia, aiutata dal suo grande patrimonio culturale e religioso, [ha] gli strumenti per difendere la centralità della persona umana e per trovare il giusto equilibrio fra il duplice dovere morale di tutelare i diritti dei propri concittadini e quello di tutelare l’assistenza e l’accoglienza dei migranti”. “Certo, l’ideale sarebbe evitare le migrazioni non necessarie e a tale scopo la strada è creare nei Paesi di origine la possibilità concreta di vivere e di crescere  con dignità, così che si possano trovare lì le condizioni per il proprio sviluppo integrale. Ma, finché non ci sono seri progressi in questa direzione, è nostro dovere rispettare il diritto di ogni essere umano di trovare un luogo dove poter non solo soddisfare i suoi bisogni primari e quelli della sua famiglia, ma anche realizzarsi pienamente come persona. I nostri sforzi nei confronti delle persone migranti che arrivano si possono riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Lo straniero (non si dimentichi che per il cristiano è Gesù che nello straniero si fa presente a noi) può ricevere molto dalle società che lo accolgono, ma può anche dare molto. Papa Francesco sottolinea giustamente come “l’arrivo di persone diverse, che provengono da un contesto vitale e culturale differente, si trasforma in un dono, perché ‘quelle dei migranti sono anche storie di incontro tra persone e tra culture: per le comunità e le società in cui arrivano sono un’opportunità di arricchimento e di sviluppo umano integrale di tutti’”. Ma perché si verifichi questo processo, che non è per niente facile, semplice e automatico, è necessaria quella che potremmo chiamare una disposizione fondamentale e reciproca al dialogo interculturale e interreligioso che possa dar  luogo a una dialettica delle culture – tanto di quella che accoglie quanto di quella che viene accolta. “Le varie culture, che hanno prodotto la loro ricchezza nel corso dei secoli, devono essere preservate perché il mondo non si impoverisca. E questo senza trascurare di stimolarle a lasciar emergere da sé stesse qualcosa di nuovo nell’incontro con altre realtà. Non va ignorato il rischio di finire vittime di una sclerosi culturale. Perciò abbiamo bisogno di comunicare, di scoprire le ricchezze di ognuno, di valorizzare ciò che ci unisce e di guardare alle differenze come possibilità di crescita  nel rispetto di tutti. E’ necessario un dialogo paziente e fiducioso, in modo che le persone, le famiglie e le comunità possano trasmettere i valori della propria cultura e accogliere il bene proveniente dalle esperienze altrui’”

3.2  Una dialettica feconda di locale e universale

Si pone qui il problema del rapporto tra le diverse culture locali, all’interno del processo universale della globalizzazione.  La soluzione che propone Papa Francesco ci sembra equilibrata e saggia: bisogna saper conservare “il sapore locale” ma insieme salvaguardare “l’orizzonte universale”. Due sono i pericoli: uno è lo sradicamento dalla propria tradizione locale, dalla propria storia e cultura, in uno pseudo-universalismo che non fa che scimmiottare usanze e valori di altre culture egemoni; l’altro è il “localismo che si rinchiude ossessivamente tra poche idee, usanze e sicurezze, incapace di ammirazione davanti alle molteplici possibilità e bellezza che il mondo intero offre e privo di una solidarietà autentica e generosa”. Invece, osserva Papa Francesco, il modello di una relazione equilibrata tra il particolare e il generale  è costituito non  “dalla sfera globale che annulla, né dalla parzialità isolata che rende sterili”, ma dal poliedro, “dove, mentre ciascuno è rispettato nel suo valore, ‘il tutto è più delle parti, ed è anche più della loro semplice somma”. 

3.3 Il forestiero esistenziale 

Se il migrante è, per così dire, il forestiero geografico, altrettanto importante è il forestiero esistenziale. “Ci sono periferie che si trovano vicino a noi, nel centro di una città, o nella propria famiglia. C’è anche un aspetto dell’apertura universale dell’amore che non è geografico ma esistenziale. E’ la capacità quotidiana di allargare la mia cerchia, di arrivare a quelli che spontaneamente non sento parte del mio mondo di interessi, benché siano vicino a me. D’altra parte, ogni fratello o sorella sofferente, abbandonato o ignorato dalla mia società è un forestiero esistenziale, anche se è nato nel nostro stesso Paese”. Ci sono gli ‘esiliati occulti’ – persone con disabilità, anziani … Persone che, apparentemente, possono sembrare poco utili alla società, in base a una visione efficientistica e pragmatica degli esseri umani.  Eppure, dice Papa Francesco, in ciascuno si nasconde la sacralità della vita: che però richiede occhi per essere vista. 

Di fronte a questa situazione, la strategia concettuale di Papa Francesco è duplice. Da una parte, egli delinea un’antropologia filosofica positiva, alla luce della quale possiamo leggere le potenzialità e i fallimenti esistenziali nei nostri rapporti reciproci. Dall’altra parte, analizza criticamente le ideologie che sono, direttamente o indirettamente, portatrici di una cultura dell’indifferenza o del rifiuto. Esamineremo separatamente i due momenti.

4.Una antropologia filosofica  dell’amore

Il terzo capitolo (Pensare e generare un mondo aperto) è uno dei più ricchi dell’Enciclica, perché presenta una serie di riflessioni di antropologia filosofica che risultano preziose, con una significativa presenza di pensatori ascrivibili, in senso più o meno lato, all’esistenzialismo cristiano (Gabriel Marcel, Georg Simmel, Paul Ricoeur, Karl Rahner). Ricordiamo alcuni temi. 

4.1 L’interdipendenza “Non comunico effettivamente con me stesso se non nella misura in cui comunico con l’altro (Marcel). Questo spiega perché nessuno può sperimentare il valore della vita senza volti concreti da amare … La vita sussiste dove c’è legame, comunione, fratellanza”. Le implicazioni di questo principio relative al dialogo interculturale sono preziose: “Questo approccio, in definitiva, richiede di accettare con gioia che nessun popolo, nessuna cultura o persona può ottenere tutto da sé. In altre parole, l’apertura all’altro è un tratto costitutivo della sanità psicologica tanto delle singole persone  quanto delle culture in cui esse vivono.

 4.2 Al di là “Dall’intimo di ogni cuore, l’amore crea legami  e allarga l’esistenza  quando fa uscire la persona da sé stessa verso l’altro. Siamo fatti per l’amore e c’è in ognuno di noi ‘una specie di legge di ‘estasi’: uscire da se stessi per trovare negli altri un accrescimento di essere’”. Perciò “in ogni caso l’uomo deve pure decidersi una volta ad uscire d’un balzo da se stesso”. 

4.3 Al primo posto “La statura spirituale di un’esistenza umana è definita dall’amore, che in ultima analisi è il criterio per la decisione definitiva sul valore o il disvalore di una vita umana … Tutti noi credenti dobbiamo riconoscere questo: al primo posto c’è l’amore, ciò che mai dev’essere messo a rischio è l’amore, il pericolo più grande è non amare (cfr. 1 Cor. 13,1-13)”. 

4.4 L’universalità “C’è da compiere un riconoscimento basilare, essenziale da compiere per camminare verso l’amicizia sociale e la fraternità universale: rendersi conto di quanto vale un essere umano, quanto vale una persona, sempre e in qualunque circostanza. Se ciascuno vale tanto, bisogna dire con chiarezza e fermezza che ‘il solo fatto di essere nati in un luogo con minori risorse o minor sviluppo non giustifica che alcune persone vivano con minore dignità’. Questo è un principio elementare della vita sociale, che viene abitualmente e in vari modi ignorato da quanti vedono che non conviene alla loro visione del mondo o non serve al loro fine”.  

4.5 La gnoseologia dell’empatia

Papa Francesco riprende, senza citarle, alcune delle fondamentali acquisizioni di metodo dell’antropologia culturale tra XX e XXI secolo. Esse ci dicono che non esiste una conoscenza ‘obiettiva’, ‘distaccata’ di un essere umano. Un approccio distaccato  ci permette soltanto di  conoscere alcuni aspetti (di un individuo o di una cultura), ma ci fa rimanere alla superficie riguardo al senso profondo, a quella che potremmo chiamare la sua anima – e, per di più, ci chiude nell’illusione di averla finalmente compresa, mentre la si è ridotta a un qualche misero schema interpretativo. In realtà, è soltanto nel processo di ‘uscire fuori da me’ che io posso iniziare una vera dialettica della comunicazione, cercando di assumere il punto  di vista dell’altro sul mondo. Non solo: ma la mia conoscenza partecipe dell’altro è un passaggio fondamentale per la conoscenza di me stesso. “Riscontriamo che una persona, quanto minore ampiezza ha nella mente e nel cuore, tanto meno potrà interpretare la realtà vicina in cui è immersa. Senza il rapporto e il confronto con chi è diverso, è difficile avere una conoscenza chiara e completa di sé stessi e della propria terra, poiché le altre culture non sono nemici da cui bisogna difendersi, ma sono riflessi differenti della ricchezza inesauribile della vita umana. Guardando sé stessi dal punto di vista dell’altro, di chi è diverso, ciascuno può riconoscere meglio le peculiarità della propria persona e della propria cultura: le ricchezze, le possibilità e i limiti. L’esperienza che si realizza in un luogo si deve sviluppare “in contrasto” e “in sintonia” con le esperienze di altri che vivono in contesti culturali differenti”. 

  1. Due forme di  accecamento: mercatismo neoliberista e populismo 

Occorre dunque sviluppare una cultura dell’accoglienza.  Ma ciò vuol dire insieme combattere le ideologie e le pratiche che perpetuano la separazione, se non addirittura la contrapposizione tra gli esseri umani. Papa Francesco, da buon teologo, sa bene che esiste “la fragilità umana, la tendenza umana costante all’egoismo, che fa parte di ciò che la tradizione cristiana chiama ‘concupiscenza’”:  e tuttavia è convinto che “è possibile dominarla con l’aiuto di Dio”, senza proporsi mete impossibili (il cosiddetto ‘perfettismo’) ma anche senza rinunciare a combattere la buona battaglia. Questa consapevolezza dei nostri limiti creaturali non deve giustificare la nostra inerzia o il nostro appiattimento su una serie di (dis)valori che sembrano largamente condivisi nel mondo contemporaneo. Si tratta di atteggiamenti economici e politici, che hanno delle ricadute particolarmente negative sulla possibilità di realizzare una pratica di apertura ecumenica reciproca, che è al centro dell’interesse di Papa Francesco. Ne ricordiamo qui due, particolarmente importanti: il neoliberismo e  il populismo. 

5.1 Il neoliberismo  è imperniato sull’idolatria del mercato.  Papa Francesco non è contro il mercato in quanto tale, né contro l’attività degli imprenditori, verso i quali ha parole di apprezzamento né contro la proprietà privata. Egli ritiene che la proprietà privata, il mercato, l’imprenditorialità privata possano essere elementi importanti di progresso sociale. A una rigorosa condizione: che non siano idolatrati, non divengano cioè degli assoluti terreni che ci fanno chiudere gli occhi davanti alla realtà, ai suoi squilibri, alle sue disuguaglianze, ai suoi aspetti più crudi e deplorevoli.  “Il mercato da solo non risolve tutto, benché a volte vogliano farci credere questo dogma di fede neoliberale … Il neoliberismo riproduce sé stesso tale e quale, ricorrendo alla magica teoria del ‘traboccamento’ o del ‘gocciolamento’ … come unica via per risolvere i problemi sociali … Dobbiamo rimettere la dignità umana al centro e su quel pilastro vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno”. E dunque, la proprietà privata andrà sì considerata come un diritto, ma non un diritto assoluto, primario, incondizionato: assoluta è la destinazione universale dei bene, a cui la proprietà privata deve essere subordinata. 

5.2 “Imperialismo culturale”. Va ricordato un aspetto correlato a questa idolatria del mercato, a cui Papa Francesco è particolarmente sensibile, data la sua origine argentina: si tratta di quell’atteggiamento che si potrebbe definire di imperialismo culturale. Esso si verifica quando la cultura di un paese (il modello nascosto ma evidente è costituito dagli Usa) di fatto si impone sulla cultura di altri paesi, diventando egemone: “sono le nuove forme di colonizzazione culturale”, commenta Papa Francesco. “Non dimentichiamo che ‘i popoli che alienano la propria tradizione e, per mania imitativa, violenza impositiva, imperdonabile negligenza o apatia, tollerano che si strappi loro l’anima, perdono, insieme con la loro fisionomia spirituale, anche la consistenza morale e, alla fine, l’indipendenza  ideologica, economica e politica’”. Il risultato di questo processo è una sorta di sradicamento nichilista, che abolisce la storia, la tradizione, la cultura: “Restano in piedi unicamente il bisogno di consumare senza limiti e l’accentuarsi di molte forme di individualismo senza contenuti … [Il risultato sono] giovani che disprezzano la storia, che rifiutano la ricchezza spirituale e umana che è stata tramandata attraverso le generazioni, che ignorano tutto ciò che li ha preceduti … Si tratta di un modo efficace di dissolvere la coscienza storica, il pensiero critico, l’impegno per la giustizia e i percorsi di integrazione”.  

5.3 “Populismo”. Se il neoliberismo è una forma di pseudo apertura a un universale astratto, che implica la chiusura di fatto rispetto alla ricchezza della propria tradizione culturale,  il populismo è la forma simmetrica, di chiusura nella propria cultura, che viene esaltata a scapito di qualunque altra cultura mondiale: si tratta, per così dire, di un localismo astratto,  l’altra  variante di una chiusura rispetto alla ricchezza di sé e dell’altro. Papa Francesco, mentre rivendica il valore della categoria di popolo, ricca di sostanza storica (“essere parte del popolo è far parte di un’identità comune fatta di legami sociali e culturali”) contrappone nettamente  popolare a populista: “i gruppi populisti chiusi deformano la parola ‘popolo’, perché in realtà ciò di cui parlano non è un vero popolo. Infatti, la categoria di ‘popolo’ è aperta. Un popolo vivo, dinamico e con un futuro è quello che rimane costantemente aperto a nuove sintesi assumendo in sé ciò che è diverso. Non lo fa negando sé stesso, ma piuttosto con la disposizione ad essere messo in movimento e in discussione, ad essere allargato, arricchito da altri, e in tal modo può evolversi”. Il tratto distintivo del populismo è la demagogia, la ricerca dell’interesse immediato a danno del futuro, “senza progredire in un impegno arduo e costante, che offra alle persone le risorse per il loro sviluppo, per poter sostenere la vita con i loro sforzi e la loro creatività”. In questo senso la questione decisiva, il grande tema è il lavoro: “ciò che è veramente popolare – perché promuove il bene del popolo – è assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, la sua forza”. Viceversa, si può aggiungere che il populismo finisce alla lunga non solo per provocare la chiusura mentale e fisica di un popolo, ma anche la perdita dei posti o delle occasioni di lavoro: la cattiva moneta  populista  – la ricerca dell’interesse immediato – scaccia la buona moneta popolare – il perseguimento degli interessi del popolo nel medio e lungo periodo.(2) 

  1. L’esito: la nullificazione indifferente dell’altro

C’è un’analogia tra l’atteggiamento di devastazione nei confronti della natura e l’atteggiamento di indifferenza, chiusura e sfruttamento nei confronti degli altri esseri umani? A nostro parere, ma soprattutto a parere di Papa Francesco e di san Francesco,  sì. Il presupposto comune è la  nullificazione indifferente dell’altro – sia esso un altro essere naturale (animale, pianta) sia un umano, fratello o sorella, appartenente a un’altra cultura, o anche alla propria. Intendiamo con nullificazione il fatto di non  considerare minimamente l’altro, naturale o sociale, come qualcosa o qualcuno che abbia un suo valore in sé (nel caso dell’essere umano, che abbia addirittura una sua sacralità), qualcosa o qualcuno  a cui noi  siamo in realtà strettamente correlati. Oppure di considerare l’altro solo per i benefici che possiamo trarre dal suo sfruttamento, per cui siamo pronti a distruggerlo a cuor leggero, in funzione del  nostro profitto,  se si tratta di qualcosa di naturale.  O, se si tratta di un essere umano, a utilizzarlo, strumentalizzarlo, eventualmente abusarne, se non addirittura a ucciderlo – e, soprattutto, se è uno straniero,  a respingerlo. Oppure ancora semplicemente a passargli accanto indifferenti,  voltando lo sguardo da un’altra parte. L’indifferenza è la cifra caratteristica di questa psicologia, così comune nel nostro tempo.  Ma, sostiene Papa Francesco, si tratta di una malattia mortale dello spirito. Perché  la chiusura all’altro è chiusura verso il Sé profondo: è dunque un’automutilazione. Questa chiusura è una reclusione dello spirito – una forma di prigionia, un venir meno, per stanchezza, paura, inerzia, viltà, ignoranza, della fondamentale molla che ci spinge a incontrare l’altro (e l’Altro) –  a vivere. Da qui la diffusione nelle società occidentali  della depressione – se è vero, come pensava lo psicoanalista junghiano James Hillman , che “da tempo l’uomo percepiva l’estinguersi delle piante e degli animali […] e perciò era naturale che la sua anima provasse una sensazione di isolamento, di nostalgia e di lutto”. 

  1. Il realismo utopico di Papa Francesco

In conclusione, come definire l’atteggiamento fondamentale di Papa Francesco? Usiamo volentieri la definizione di ‘realismo utopico’ che a prima vista può apparire una contraddizione in termini, un  ossimoro  (avremmo anche potuto parlare, nella stessa accezione, di ‘utopia concreta’) perché ci pare che essa segnali nel modo più netto la rottura compiuta del pensiero di Francesco rispetto a una concezione che ha segnato la storia della cultura occidentale moderna (e non solo di quella):  la concezione per cui esisterebbe un abisso insuperabile tra il piano della realtà e quello dell’utopia, tra la politica e la spiritualità o la religione, tra gli interessi individuali e quelli di gruppo (il bene collettivo), tra l’essere e il dover essere, tra ‘l’etica della responsabilità’ e ‘l’etica dell’intenzione’. Ci pare che il punto di partenza della riflessione di Papa Francesco sulla fraternità – il punto filosoficamente più rilevante –  sia proprio la contestazione di questo schema,  o forse meglio di questo crampo mentale:  oggi è proprio  il nudo ‘realismo’, tanto celebrato dai sostenitori della ‘politica di potenza’,  che si rovescia in distopia.(3) La catastrofe globale occhieggia nel fondo della prospettiva dell’unilateralismo programmatico (prima gli Usa, o la Cina, o la Russia o l’Europa …) e dell’immediatismo economico (quali sono i miei interessi immediati? Quale il mio profitto?). D’altra parte, sono sempre più numerose le istanze di un recupero concreto, attuale, necessario di ciò che veniva sprezzantemente classificato come ‘irraggiungibile utopia’ – mentre era, ed è, soltanto ‘il sogno di una cosa’ che deve avvenire. Per Papa Francesco il recupero di una teoria e di una pratica della fraternità universale è una prospettiva concreta, anzi l’unica prospettiva veramente concreta per salvarci tutti dalla catastrofe imminente: ‘siamo tutti sulla stessa barca’, ‘non ci si salva da soli’. Ma questa prospettive esige la centralità della categoria di bene comune, nelle sue varie articolazioni, rispetto alle teorie per cui il bene comune sarebbe una semplice conseguenza indiretta delle potenze dell’interesse privato. Neanche l’uso distorto e criminale che è stato fatto della categoria di  bene comune nei regimi del totalitarismo comunista può indurci a rifiutare questo concetto-chiave, che naturalmente deve essere riformulato tenendo presente l’antropologia filosofica dell’amore  che abbiamo sopra ricordato. L’interesse privato come unico valore, il culto del profitto, l’adorazione dell’egoismo, tutto questo  si è trasformato nella legittimazione della devastazione della terra, ‘la nostra casa comune’. Bisogna aggiungere che questa preoccupazione profonda per lo stato attuale del mondo non è proprio soltanto di Papa Francesco, ma anche dei settori più avvertiti dell’intelligentsija mondiale. Per fare solo un esempio, è anche il punto di partenza dell’indagine ammirevole di uno dei più grandi filosofi contemporanei, Edgar Morin, un pensatore laico che ha trovato nella meditazione e nella proposta di Papa Francesco importanti  motivi di sintonia e di conforto. E’ forse questo  il segno di una nuova alleanza tra pensiero religioso e pensiero scientifico, che lasci alle spalle secoli di ritardi e di contrapposizioni, come auspicava nella sua ultima profetica intervista il cardinal Martini? Noi lo speriamo.  

 

Note

 

(1) A titolo di esempio, citiamo il recente rapporto di sir Partha Dasgupta (Cambridge University), The Economics of Biodiversity: The Dasgupta Review, che attualmente è allo studio del governo britannico (il testo è disponibile sulla rete). Manuela Monti e CarloAlberto Redi, due studiosi dell’Università di Pavia, riassumono così alcuni temi di questo libro affascinante e inquietante: “Il pianeta Terra è allo stremo. Siamo giunti al momento in cui i manufatti e i prodotti dell’uomo (edifici, plastiche e così via) che ammontano a circa 1,1 teratonnellate (un peso che equivale a circa 1.100 miliardi di tonnellate) hanno superato la biomassa dei viventi (inferiore a una teratonnellata, vegetali e animali). Le domande di risorse (materie prime, combustibili, legname, alimenti ecc.) e servizi (produzione di ossigeno, assorbimento della anidride carbonica atmosferica, riciclo di nutrienti, capacità di eliminare scorie e così via) che oggi poniamo alla Terra sono tali che dovremmo disporre di quasi due pianeti (1,6 per la precisione) per soddisfarle ” (Corriere della sera – La Lettura, 28 febbraio  2021, p. 5).

(2) Per una panoramica contemporanea sul fenomeno mondiale del populismo è interessante confrontare le osservazioni di Papa Francesco con le analisi di Paolo Corsini (Democrazie populiste. Storia, teoria, politica, Scholé, Brescia 2021). 

(3)  Da questo punto di vista le rappresentazioni distopiche del futuro, che sono diventate così frequenti nella cultura contemporanea, rappresentano la verità profonda di un’epoca che sembra accecata da un  ‘realismo’ ottuso che ci sta conducendo tutti verso l’abisso. A titolo di esempio di questa sensibilità  segnaliamo due opere di una grande scrittrice italiana, Laura Pariani, in cui questa dimensione distopica viene rappresentata con dolore, intensità e passione: Di ferro e d’acciaio (2018) e Apriti, mare! (2021)

 

 

Monsignor Gianfranco Poma, teologo. E’ stato assistente spirituale dell’Azione cattolica della diocesi di Pavia (1988-1995), docente in Seminario (1966-2000), direttore dell’Istituto Superiore di Studi Religiosi (1997-2005), delegato vescovile per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso (2005 – 2016).

Prof. Walter Minella: saggista e filosofo. Ha tradotto il breve saggio di  Varlam Tichonovič Šalamov,Tavola di moltiplicazione per giovani poeti (Como – Pavia 2012). Ha curato la pubblicazione del libro postumo di Pietro Prini,  Ventisei secoli nel mondo dei filosofi (Caltanissetta – Roma 2015); sullo stesso autore ha scritto la monografia Pietro Prini (Città del Vaticano, 2016). Ha curato con altri studiosi il volume Credere oggi in Dio, ancora e nonostante: Pietro Prini filosofo del dialogo tra fede e scienza (Roma 2018).

 

Un programma da Draghi

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

Il più grande piano di sviluppo nella storia dell’Italia e dell’Europa. Un’occasione unica al di là di ogni immaginazione. Un processo di crescita che trasformerà l’Italia e che permetterà di segnare una svolta decisiva su problemi atavici, quali il sottosviluppo del Sud, la crescita dell’occupazione giovanile e femminile, il sostegno alle famiglie, l’assistenza ai disabili e alle persone non autosufficienti…
Un Piano che prevede uno sviluppo infrastrutturale mai visto nell’alta velocità, porti, strade, energia, turismo, ambiente, formazione e reti telematiche.
E a tutto ciò si accompagnerà un programma di riforme epocali nella Giustizia e nella Pubblica Amministrazione.
Nel suo intervento del 26 aprile alla Camera dei Deputati, il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha dichiarato: «Sono certo che riusciremo ad attuare questo Piano. Sono certo che l’onestà, l’intelligenza, il gusto del futuro prevarranno sulla corruzione, la stupidità e gli interessi costituiti.
Questa certezza non è sconsiderato ottimismo, ma fiducia negli Italiani, nel mio popolo, nella nostra capacità di lavorare insieme quando l’emergenza ci chiama alla solidarietà, alla responsabilità.
È con la fiducia che questo appello allo spirito repubblicano verrà ascoltato, e che si tradurrà nella costruzione del nostro futuro, che presento oggi questo Piano al Parlamento».
Draghi conosce bene le modalità di utilizzo del denaro per far crescere l’economia reale, ma nel suo intervento alla Camera ha dimostrato anche una chiara consapevolezza sulla necessità di valorizzare al massimo il capitale umano e sociale, e soprattutto di evitare che i 248 miliardi del “Recovery Plan” finiscano nelle tasche di corruttori e interessi speculativi.
Citando Alcide De Gasperi, Draghi ha continuato: «“L’opera di rinnovamento fallirà, se in tutte le categorie, in tutti i centri non sorgeranno degli uomini – oggi diremmo delle persone – disinteressati, pronti a faticare e a sacrificarsi per il bene comune”. A noi l’onere e l’onore di preparare nel modo migliore l’Italia di domani».
«Non è dunque solo una questione di reddito, lavoro, benessere – ha sottolineato il Presidente del Consiglio –, ma anche di valori civili, di sentimenti della nostra comunità nazionale che nessun numero, nessuna tabella potranno mai rappresentare».
«Con una prospettiva più di medio lungo termine – ha aggiunto Draghi – il Piano affronta alcune debolezze che affliggono la nostra economia e la nostra società da decenni: i perduranti divari territoriali, le disparità di genere, la debole crescita della produttività e il basso investimento in capitale umano e fisico. Infine, le risorse del Piano contribuiscono a dare impulso a una compiuta transizione ecologica».
In questo ambito – ha precisato il Presidente del Consiglio – l’incremento complessivo del PIL del Mezzogiorno negli anni 2021-2026 sarà pari a quasi 1,5 volte l’aumento del PIL nazionale. L’obiettivo è rendere il Mezzogiorno un luogo di attrazione di capitali privati e di imprese innovative.
Il Piano è articolato in progetti di investimento e riforme.
«L’accento sulle riforme è fondamentale», ha affermato Draghi. «Queste non solo consentono di dare efficacia e rapida attuazione agli stessi investimenti, ma anche di superare le debolezze strutturali che hanno per lungo tempo rallentato la crescita e determinato livelli occupazionali insoddisfacenti, soprattutto per i giovani e le donne. L’accelerazione della crescita può essere superiore a quanto riportato nel Piano se riusciamo ad attuare riforme efficaci e mirate a migliorare la competitività della nostra economia».
A questo proposito – ha spiegato il Presidente del Consiglio – «il Piano vuole impegnare Governo e Parlamento a una continuativa e sistematica opera di abrogazione e modifica delle norme che frenano la concorrenza, creano rendite di posizione e incidono negativamente sul benessere dei cittadini.
Questi principi sono essenziali per la buona riuscita del Piano: dobbiamo impedire che i fondi che ci accingiamo a investire finiscano soltanto ai monopolisti».

Il “global player” Suez-Veolia

Le imprese d’Oltralpe Suez e Veolia hanno dato vita ad un gruppo industriale mondiale nella trasformazione ecologica. Il nuovo “gigante” francese ,nato dalla fusione delle due “ multiutility”, ha partecipazioni in diverse società italiane, tra cui Acea spa.

In altri termini, si è realizzata un impresa che per le sue dimensioni può essere ritenuta un “ global player”;  capace , cioè, di espandere la sua produzione in un orizzonte planetario. La sua rete produttiva opera, così, in un mercato che ha nella trans-nazionalizzazione del processo di accumulazione del capitale il suo punto di forza.

Lo scenario dei prossimi anni sarà il dominio di questi processi da parte di un numero ridotto di “corporations “ globali, che acquistano un potere politico crescente, tale da condizionare l’evolversi della democrazia.

Il “global player” da’ una nuova spinta propulsiva al neo-liberismo, che è sempre più la cultura dominante della nostra era globale. E al mercato, lasciato totalmente libero di esprimersi, viene richiesto di produrre gli equilibri ottimali, anche in campo sociale. Si persegue un’ingannevole illusione, come dimostrano le crescenti disuguaglianze sociali.

Un evidente effetto della diffusione delle grandi imprese globali, come nel caso di Suez-Veolia, è l’erosione del potere dei lavoratori. La redistribuzione del profitti è a tutto vantaggio del capitale rispetto al fattore lavoro.

Inoltre, si può riscontrare ,a livello mondiale, una riduzione del numero dei “competitors”, aumentando ,così, il potere oligopolistico delle corporations globali; potere che ha consentito un aumento dei prezzi  producendo elevati profitti senza un correlato incremento dei salari, (I.E. Stiglitz “Popolo, Potere, Profitti” ed Einaudi ).

Si ha , in altri termini, il fenomeno caratteristico di questi ultimi anni : pochi “global players” sulla scena internazionale sono in grado di concentrare in se’ un ammontare di utili  sproporzionato, accentuando, così, il divario tra un’èlite di ricchi e gli altri ceti sociali. Ciò determina  anche un altro fenomeno altrettanto negativo : la creazione di crescenti rendite finanziarie a danno della crescita dell’economia reale per il diffondersi della speculazione : fare denaro dal denaro.

La prospettiva dovrebbe riguardare, invece, l’economia dell’innovazione e della transizione verso una società capace di fornire educazione e sicurezza sociale, in particolare assistenza ai più deboli. E la corretta reazione a questa crescente spinta propulsiva al neo-liberismo è l’operare per la creazione di una società dell’apprendimento; ovvero, di una società  antimonopolista, aperta alla concorrenza e all’innovazione.

Questo ambizioso orizzonte richiede una politica, da parte del governo italiano ,in grado di governare i mutamenti strutturali in atto, realizzando, tra l’altro, un’azione di valorizzazione delle risorse umane e attuando efficaci politiche attive del lavoro.

Va tenuto presente che le distorsioni del crescente potere dei “global players” è anche espressione del declino dei valori etici fondativi delle società occidentali, ( Vera Zamagni “Occidente” ed Il Mulino).

 L’Occidente è malato: non ha più capacità creative in una fase, come quella attuale, in cui le minoranze profetiche dovrebbero rilanciare i valori etici fondativi. Le tecnologie moderne vanno governate e indirizzate verso obiettivi di vita, vincendo l’appiattimento sull’egoismo individuale del presente.  

Con riferimento all’Enciclica “ Fratelli Tutti”, si può sostenere con Papa Francesco che gli interessi economici non possono essere lasciati a se’ stessi, ma devono attenersi a principi etici; una società migliore non può essere solo al servizio dei potenti .

L’ imperativo diventa creare una forza sociale ”capace di suscitare nuove vie per affrontare i problemi del mondo d’oggi e per rinnovare profondamente dall’interno strutture, organizzazioni sociali, ordinamenti giuridici “, ( Enciclica” Fratelli Tutti” ).

Recovery: con 600 mln spinge gli italiani a vivere nei borghi

Lo stanziamento di 600 milioni di euro per interventi di restauro e di riqualificazione dell’edilizia rurale e storica è una svolta per sostenere la tendenza degli italiani a tornare a vivere nei borghi dove godere di spazi di libertà più ampi con una maggiore sensazione di sicurezza e benessere nel tempo della pandemia. E’ quanto afferma la Coldiretti nel commentare la misura per la tutela e la valorizzazione dell’architettura e del paesaggio rurale contenuta nell’ambito “Turismo e cultura” della missione uno del Recovery Plan.

Con il rilancio di piccoli borghi abbandonati – sostiene la Coldiretti – si inizia a programmare l’Italia del post Covid oltre a salvare l’immenso patrimonio edilizio rurale italiano composto da 2 milioni di edifici rurali fra malghe, cascine, fattorie, masserie e stalle a rischio degrado. Una occasione anche per alleggerire la pressione demografica sui grandi centri urbani senza un ulteriore consumo di suolo e il rischio di cementificazione in un territorio già fragile.

La misura ha dunque un valore storico, culturale, paesaggistico ma anche urbanistico perché – sottolinea la Coldiretti – aiuta a ridurre i rischi di assembramento e la pressione abitativa nelle città. In questo contesto – precisa la Coldiretti – va ricordato anche lo stanziamento di 300 milioni per valorizzare parchi e giardini storici che oltre ad assicurare spazi di socializzazione all’aperto tengono indissolubilmente legati valori storico-culturali e valori ambientali che interessano tra l’altro la conservazione della biodiversità, la produzione di ossigeno e la riduzione del livello di inquinamento.

Con la grande spinta verso lo smart working, il distanziamento e le limitazioni agli spostamenti – sottolinea la Coldiretti – l’emergenza Covid ha stravolto le abitudini sociali e lavorative degli italiani che sono tornati a guardare le campagne fuori dalle città non solo come meta per gite fuori porta, tanto che il mercato immobiliare delle case in zone rurali o in piccoli borghi – evidenzia Coldiretti – registra aumenti anche del 29% sui siti specializzati.

Un fenomeno favorito anche – continua Coldiretti – dalla diffusione capillare dei piccoli comuni che incrementa la capacità di offrire un patrimonio naturale, paesaggistico, culturale e artistico senza eguali.  In Italia i centri sotto i 5mila abitanti sono, infatti, 5.498, quasi il 70% del totale, secondo un’analisi Coldiretti su dati Istat, ospitano il 16,5% della popolazione nazionale ma rappresentando il 54% dell’intera superficie italiana hanno anche ampi margini di accoglienza residenziale in un paesaggio fortemente segnato – spiega la Coldiretti – dalle produzioni agricole, dalle dolci colline pettinate dai vigneti agli ulivi secolari, dai casali in pianura alle malghe di montagna, dai verdi pascoli ai terrazzamenti fioriti, che contrastano il degrado ed il dissesto idrogeologico.

E’ chiaro che in questa ottica – continua Coldiretti – è importante  colmare i ritardi nell’espansione della banda larga nelle zone interne e montane visto che solo il 76 % delle famiglie italiane dispone di un accesso internet e appena il 75 % ha una connessione a banda larga ma la situazione peggiora notevolmente nelle aree rurali con appena il 68% dei cittadini che dispone di connessione a banda larga nei comuni con meno di duemila abitanti, secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Istat relativi al 2019.

“Facciamo i conti ogni giorno con insostenibili ritardi sulle infrastrutture telematiche ed è quindi strategico superare il digital divide che spezza il Paese fra zone servite dalla banda larga e altre invece no, fra città e campagne, per far esplodere le enormi risorse che il territorio può offrire” afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “si tratta di una scelta strategica importante anche per promuovere nuovi flussi turistici nelle campagne offrendo allo sguardo del visitatore la bellezza del paesaggio, le tradizioni e la cultura di un’agricoltura in armonia con la storia e l’ambiente”.

Covid: creato un “super-anticorpo”

L’anticorpo è sviluppato da un team di ricercatori di istituti scientifici dell’Unione Europea, Italia compresa, che ha messo a punto una ‘molecola bispecifica’ denominata CoV-X2 e ottenuta a partire da due anticorpi derivati dal plasma di guariti. Allo studio, pubblicato su Nature, hanno partecipato anche scienziati della Fondazione Irccs Policlinico San Matteo di Pavia.

La notizia della messa a punto del nuovo monoclonale è stata rilanciata dalla Commissione Europea, ente finanziatore del progetto di ricerca. “Questa nuova scoperta – ha evidenziato Mariya Gabriel, Commissario per l’istruzione, gioventù, sport e cultura – grazie al lavoro dei ricercatori finanziati dall’Ue, potrebbe prevenire e trattare i casi di Covid-19, salvando in definitiva delle vite”.

La peculiarità dell’anticorpo monoclonale consiste nel riconoscimento contemporaneo di due diversi antigeni del virus, si tratta infatti di un ‘anticorpo bispecifico’. I ricercatori hanno unito due anticorpi naturali in una singola molecola artificiale e test preclinici hanno dimostrato che protegge dalle varianti del coronavirus, inclusa quella inglese. A differenza degli anticorpi che riconoscono un singolo antigene, il doppio legame degli anticorpi bispecifici riduce sensibilmente la selezione di varianti resistenti.

L’anticorpo bispecifico, evidenziano gli esperti, ha “elevata efficacia” e caratteristiche che lo rendono “un ottimo candidato per la sperimentazione clinica, con buone possibilità di utilizzo sia nella prevenzione della malattia sia nella cura di pazienti”.

Pandemia e orientamenti elettorali

Chi saranno i futuri elettori del Movimento Cinque Stelle, si chiede Giorgio Merlo nel suo interessante articolo pubblicato oggi su “Il Domani d’Italia”, aggiungendo: “… sino ad oggi – e  per molti anni – questo partito si è caratterizzato per alcuni elementi costitutivi che provo a  sintetizzare brevemente: partito populista, anti politico, demagogico, antiparlamentare, alfiere  della “democrazia diretta”, radicalmente anti sistema, “uno vale uno”, “contro la casta”,  oppositore delle grandi opere, sostenitore del “doppio mandato e stop”, contro le alleanze con gli  odiati partiti del passato, senza una cultura politica perché tutte le culture politiche del passato  erano da radere al suolo, contro il “professionismo” dei politici e, infine, per una classe dirigente  che ripudiava alla radice il modello dei partiti tradizionali”.

Provo a offrire qualche indicazione, sulla base della mia “teoria dei quattro stati” (un’interpretazione euristica della realtà sociale italiana), partendo proprio dalle parole di Merlo attribuite al M5S che, per la verità, corrispondono a sentimenti e opinioni  diffuse tra molti cittadini, elettrici ed elettori italiani, oggi come nel 2018. Quelle stesse elettrici ed elettori che attribuirono al M5S oltre il 32 % dei voti, che in tal modo diventò il gruppo di maggioranza relativa alla Camera e al Senato.

Secondo la mia teoria, “la casta”, oggi come allora, non dovrebbe mutare di molto i propri comportamenti elettorali, sostanzialmente stabili nel confermare fiducia ai partiti che ne garantiscono la funzione e la vantaggiosa sopravvivenza. Più complessa la situazione dei “diversamente tutelati”, che subiscono le conseguenze delle scelte che, pandemia e condizionamenti europei sul recovery fund, impongono alle scelte del governo. Difficile stabilire cosa accadrà con le annunciate riforme della pubblica amministrazione, della giustizia, del fisco  e della previdenza sociale. Riforme per adesso solo annunciate in stringate indicazioni inserite nel progetto di PNRR all’esame velocissimo dello stesso, tra oggi e domani, nelle aule parlamentari. Provvedimenti che si concreteranno solo con l’approvazione delle leggi di modifica e relativi decreti attuativi .

E’ “il terzo stato produttivo”, ossia l’asse portante del sistema economico e sociale del Paese, quello nel quale si potranno avere le scosse più rilevanti sul piano elettorale. Piccole e medie imprese, liberi professionisti e partite IVA, sono le categorie che hanno subito le più gravi conseguenze dagli stop and go  e dai lockdown che hanno determinato la chiusura di molte attività mettendo a rischio, con i redditi degli interessati, le stesse prossime riaperture.

Il “quarto non stato”, a parte i percettori e gli utilizzatori del lavoro nero anch’essi vittime, per mafia, camorra, ndrangheta, la pandemia ha moltiplicato le occasioni di profitto a danno delle categorie del terzo stato produttivo. Situazione, dunque, nel complesso, a mio parere ancor più difficile che nel 2018, quella che si prospetta per le prossime  elezioni politiche. Il M5S non potrà più contare sulla condizione di “statu nascenti” del tempo dei “vaffa”, scontando  quella attuale di partito di governo a tutto tondo; prima giallo verde, poi giallo rosso e adesso, di maggioranza relativa del governo Draghi. Conte riuscirà a portare il movimento fuori dalla difficile situazione creatasi con lo scontro aperto con Casaleggio Jr. e la piattaforma Rousseau e dopo il caso dell’ultima esternazione boomerang di Beppe Grillo sulla grave vicenda del figlio? Questo è il problema difficile che è chiamato a risolvere “l’avvocato del popolo”. Certo, se il timore dei diversamente tutelati e la rabbia del terzo stato produttivo non trovassero più rifugio nel populismo d’antan dei grillini, il voto di queste elettrici ed elettori o finirà alla destra estrema della Meloni e di Salvini o nell’astensione dal voto. Una ragione in più per offrire una nuova speranza alla politica italiana, che potrà venire solo da una rinnovata offerta politica di centro, ispirata dai valori del popolarismo dei cattolici democratici e cristiano sociali, se saranno capaci di presentarsi finalmente uniti.

 

No al “corporativismo” dei Sindaci. Lettera aperta a Enrico Letta

Pubblichiamo la lettera aperta che Luisa Ciambella, consigliere comunale di Viterbo e componente del Consiglio nazionale Anci, ha inviato al segretario del suo partito, Enrico Letta.

Caro Segretario,

nel nostro Dna è iscritta la parola autonomie. Mi piace pensare che siamo il partito che ne fa il vettore del suo rapporto con la società. È un concetto fondamentale che opera nella cultura dei democratici: autonomie sociali e autonomie territoriali s’intrecciano positivamente alimentando il dinamismo delle comunità.

Sono un’eletta del Pd. Oggi mi onoro di condividere con altri colleghi e colleghe l’esperienza di consigliere comunale della mia città, Viterbo, alla cui buona amministrazione ho dedicato nella precedente giunta di centrosinistra il mio impegno come vice-sindaco.

L’autonomia, come sappiamo, risiede nella comunità. Come direbbe La Pira, il Sindaco Santo, le istituzioni sono il vestito della società, quindi il Comune è il “rivestimento istituzionale” della comunità locale. Noi dobbiamo considerarci sempre al servizio dei cittadini, quale che sia il ruolo che il mandato popolare ci attribuisce. Il sindaco è eletto direttamente dal popolo, ma anche il consigliere comunale attinge alla medesima fonte la linfa della propria investitura. Spesso, purtroppo, ce ne dimentichiamo.

In passato l’Anci, di cui faccio parte come consigliere nazionale, era l’associazione degli amministratori locali, mentre da tempo si è irrigidita nella figura di organismo rappresentativo di sindaci. Dovrebbe essere il Pd, con la ricchezza dei suoi uomini e delle sue donne impegnati nelle assemblee elettive locali, a rimettere in discussione questo profilo deformato della rappresentanza di base. Dovremmo dare il buon esempio. Penso, ad esempio, che Matteo Ricci, al quale va tutta la mia stima sincera, non dovrebbe essere il “coordinatore dei sindaci”, bensì più correttamente il “coordinatore degli amministratori locali”. Questo sarebbe il segnale giusto, anche per contribuire, con un lessico meglio forgiato alla complessità del tessuto comunitario, alla ripresa di un autentico spirito autonomistico dopo la stagione convulsa del federalismo.

Se mi sono permessa di fare queste osservazioni è perché avverto, nel vivo dell’impegno politico, il rischio di un impoverimento della più genuina vocazione autonomistica, quella che oltretutto si nutre di volontariato nei piccoli e medi Comuni, lontano dalla ribalta, senza le luci dei riflettori. Restituire orgoglio a chi spende fatica e tempo nello spazio della democrazia locale è un contributo importante alla rigenerazione, a tutti i livelli, della democrazia.

Con tutta la considerazione che meriti per il tuo slancio operoso, colgo l’occasione di salutarti con amicizia.

Dalla storia al futuro della “città sacra”

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Michele Manzo

Il fondatore e il presidente della Comunità di Sant’Egidio ci regalano un pamphlet sulla storia della chiesa di Dio che è in Roma nel Novecento (Roma. La Chiesa e la città nel XX secolo, San Paolo Edizioni, 2020, pp. 208, euro 16). Un secolo di storia locale riassunti magistralmente da colui che ha aperto un filone di studi ricco di saggi profondi e penetranti su Roma contemporanea, Andrea Riccardi, ed uno tra i discepoli più cari che lo hanno seguito in questo tipo di ricerche, Marco Impagliazzo.

A Riccardi, protagonista del post concilio romano, siamo debitori di un interesse non solo scientifico ma carico di sensibilità religiosa verso la città di Roma in epoca contemporanea. Il suo saggio Roma: “città sacra” del 1979 è ormai un classico del filone di studi sui rapporti tra la comunità cristiana e la città di Roma. Ha analizzato e interpretato con maestria l’epoca pacelliana, a partire dagli anni ’30 fino alla fine degli anni ’50, anche nel saggio su Il partito romano, del 2007, dedicando un approfondimento particolare alla fase dell’occupazione nazista della città ne L’inverno più lungo, del 2008. Impagliazzo invece ha esaminato con cura la fase successiva, in particolare l’epoca montiniana e del post concilio, compreso il convegno del febbraio 1974, ne La diocesi del Papa, del 2006.

In questo breve saggio di sole 200 pagine, gli autori, spinti da un evidente rinnovato interesse per Roma da parte dell’attuale vicario cardinale Angelo De Donatis (autore di una bella prefazione), riassumono agevolmente e senza pretese di fornire un corredo scientifico le proprie e altrui ricerche sulla chiesa di Roma in epoca contemporanea.

Si tratta di circa cento anni di storia raccolti in otto capitoli, ben distribuiti tra i due autori, in cui si narrano le vicende dei rapporti tra la Chiesa e la città di Roma. Emerge chiaramente come per Chiesa si intendano due diverse istituzioni ecclesiastiche, quella universale (il Vaticano) e quella locale (il Vicariato), entrambe interessate alla città per ragioni formali e sensibilità umane a volte diverse e non sempre convergenti. Le vicende hanno come scopo comune quello dell’evangelizzazione di una città che appare spesso sfuggente e più avanzata, sempre più lontana per motivi diversi. All’inizio del secolo i motivi sembrano solo quelli dovuti all’urbanizzazione sfrenata della città-capitale, che dal mezzo milione di abitanti passa al milione e mezzo della guerra, ma diventano poi quelli della trasformazione sociale e della secolarizzazione, del disincanto, nella città multietnica dei quasi tre milioni di fine secolo.

Se la città cambia, e cambia notevolmente non solo di numero ma anche di qualità, cambiano anche le istituzioni ecclesiali che ad essa si dedicano. Tanto interessanti sono le pagine dedicate ai mutamenti di persone e di prospettive da parte dei Pontefici, dalla svolta diocesanizzante di Giovanni XXIII alla riflessione sui mali di Roma di Paolo VI . Allo stesso tempo ma con qualche ritardo muta anche la chiesa locale, dal “fare” del vicario cardinale Marchetti all’”essere” del cardinale Poletti. L’impulso iniziale, fino agli anni conciliari, è quello di cristianizzare lo stile di vita di masse di persone distanti per provenienze regionali con tradizioni religiose diverse nelle origini. Dal Concilio in poi decade gradualmente la pretesa del numero e prevale quella sulla qualità dell’adesione di fede. La rete parrocchiale si è sviluppata, raggiunge ormai l’estrema periferia con l’offerta dei suoi servizi religiosi ma la domanda che la chiesa locale si pone oggi va oltre. Si chiede di saper essere “sale, luce e lievito” della città, come afferma Papa Francesco nelle ultime righe con cui si chiude il volume: «Il coraggio di proclamare, nella nostra città, che occorre difendere i poveri, e non difendersi dai poveri, che occorre servire i deboli e non servirsi dei deboli!».

Coronavirus Covid-19: Istat, “Più di un quinto della popolazione ha avuto difficoltà nel far fronte ai propri impegni economici”.

La gran parte dei cittadini italiani (76,5%) non prevede cambiamenti della situazione economica del nucleo familiare nel breve periodo (tre mesi). Il 12,9% ritiene che peggiorerà, il 6,1% che andrà a migliorare.

I più pessimisti sono gli uomini tra i 25 e i 34 anni (20,5%), le donne tra 65 e 74 anni (20,3%) e i residenti nel Mezzogiorno (17,3% a fronte dell’11,8% del Nord e dell’8,2% del Centro). È quanto emerge dal report “Comportamenti e opinioni dei cittadini durante la seconda ondata pandemica” relativo al periodo 12 dicembre 2020-15 gennaio 2021, diffuso oggi dall’Istat.

Stando ai dati diffusi, far fronte alle spese della vita familiare o relative all’attività lavorativa non è stato un problema per la grande maggioranza della popolazione (88%). Tuttavia, durante la seconda ondata epidemica il 12% degli intervistati (o un membro della sua famiglia) ha dovuto fronteggiare criticità nel bilancio familiare tali da ricorrere ad aiuti economici (prestiti, sussidi pubblici o altro) o alla vendita di beni di proprietà.

L’indagine ha messo in evidenza come una parte della popolazione abbia incontrato difficoltà nel far fronte ai propri impegni economici come, ad esempio, pagare il mutuo, le bollette, l’affitto, etc. Il 13,4% degli intervistati (o un loro familiare convivente) ha avuto problemi col pagamento delle bollette (l’11,8% ha dovuto rimandarne il pagamento, il 9,1% non è riuscito a pagarle), il 16,5% ha dovuto rinunciare alle vacanze, il 13,9% non è riuscito a fare fronte a una spesa imprevista, il 6,3% non è riuscito a pagare le rate di un mutuo o di un prestito o le spese necessarie per i pasti mentre il 6,7% non è riuscito a pagare l’affitto.

“Per più di tre cittadini su quattro la pandemia non ha avuto conseguenze sulla situazione economica familiare. Tuttavia – spiega l’Istat –, per il 20,5% le condizioni economiche sono peggiorate rispetto al periodo precedente l’emergenza sanitaria, soprattutto tra le persone di 25-44 anni (26,7%), meno tra gli anziani (12% dopo i 64 anni). Tra gli uomini di 25-34 anni si arriva al 31,6% (21,6% tra le donne della stessa classe di età) mentre è decisamente più contenuta (2,8%) la quota di quanti hanno dichiarato un miglioramento delle condizioni economiche familiari”.

Le misure delle FS per cittadini e studenti durante le riaperture del 26 aprile

Più 10% di posti offerti sui treni regionali di Trenitalia (Gruppo FS Italiane), circa 300 bus pronti a integrare l’offerta regionale, oltre 70 presidi di assistenza straordinari e spazi per i tamponi gratuiti alla popolazione nelle principali stazioni. Nei prossimi giorni, inoltre, sarà incrementata l’offerta Alta Velocità e a media e lunga percorrenza per soddisfare l’aumento atteso della domanda di trasporto. Sono queste le principali azioni del Gruppo FS Italiane assunte su richiesta del Ministro delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, Enrico Giovannini, in vista delle riaperture previste a partire da lunedì 26 aprile.

Tutte le azioni hanno l’obiettivo di aumentare la sicurezza delle persone che si sposteranno per motivi di lavoro e studio. Saranno potenziate, inoltre, le attività del pulitore viaggiante a bordo durante il viaggio in treno. L’offerta dei treni regionali conta 6.900 corse al giorno per circa 2,1 milioni di posti offerti, già calcolati secondo la capienza attuale al 50%. Il potenziamento dell’offerta di Trenitalia è stato definito insieme alle singole Regioni, Committenti del servizio, e alle Prefetture attraverso un’analisi degli spostamenti nelle fasce pendolari anche sulla base dei dati delle ultime settimane e dei primi mesi dell’anno scolastico come settembre e ottobre 2020.

Grazie all’accordo fra il Gruppo FS Italiane e Croce Rossa Italiana, sono attivi a Roma Termini e Milano Centrale dei gazebo per effettuare tamponi gratuiti alla popolazione. Entro il 10 maggio è prevista l’apertura dei gazebo nelle stazioni di Genova, Torino, Bologna, Firenze, Venezia, Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo e Cagliari. Le azioni del Gruppo FS Italiane per la ripartenza confermano la forte attenzione verso la tutela della salute delle persone, come dimostrano le certificazioni ricevute in merito alle procedure di sanificazione previste a bordo treno e negli spazi lavorativi.

Associazione Dossetti: Covid, “L’Italia dei colori e della ripartenza”

Dall’8 marzo 2021, in Germania, c’è una novità: il test rapido Covid19 ‘fai da te’, che si fa
solo nel naso. Anche in Belgio, Francia e Svizzera le farmacie vendono i test Covid nasali ‘fai da te’.

Questi stessi Test, autorizzati dall’FDA, sono in vendita anche negli Stati Uniti, da dicembre
2020, nelle farmacie e in un gran numero di catene di negozi.
« I test rapidi antigenici – ha dichiarato, il 18 febbraio 2021, la commissaria Ue per la
Salute, Stella Kyriakides – sono fondamentali per rallentare la diffusione del Covid-19 e dovrebbero essere parte della nostra risposta generale alla pandemia. ….. ».

Obbiettivo della Tavola Rotonda è approfondire, con Esperti ed Istituzioni se, l’ultima
frontiera della diagnostica rapida dei Test Covid-19, i Self Test Nasali, potranno diventare un nuovo paradigma per la Ripartenza dell’Italia. La necessità urgente di far tornare gli studenti a scuola e ricominciare la nostra vita lavorativa e sociale, in sicurezza, preme al fianco di Cittadini e Governanti Nazionali e Regionali.

I test nasali fai da te potranno, e come, far riaprire in sicurezza le scuole?
I test nasali fai da te potranno, e come, diventare un «lasciapassare in sicurezza» per ristoranti, bar, palestre, musei, cinema, stadi e turismo?

Truffelli (Azione cattolica): “La forza dell’amicizia, la capacità di sorprendere”

Articolo pubblicato sulle pagine di Agensir a firma di Gianni Borsa

Presidente, per la prima volta nei suoi 153 anni di storia, l’Assemblea nazionale si svolgerà online, modalità inedita imposta dalla pandemia. Come affronterete questa novità?
Vivremo questa settimana con il consueto entusiasmo e senso di responsabilità per l’associazione. Ovviamente ci sarà un po’ di rimpianto per il fatto di non poterci incontrare di persona, riabbracciarci, stare insieme, elementi che sono sempre stati fondamentali durante le Assemblee nazionali. D’altro canto sperimenteremo le opportunità offerte dagli strumenti digitali, grazie ai quali si potrà svolgere questo importante momento di confronto, di verifica, di programmazione e di decisioni democratiche, compresa l’elezione del nuovo Consiglio nazionale. Affrontiamo i lavori assembleari con il desiderio di guardare avanti, restando dentro la realtà odierna dalla quale nasce la consapevolezza che occorre cambiare: la pandemia che attraversa il mondo e il nostro Paese è, in questo senso, un acceleratore di novità. Anche il programma dei prossimi giorni è stato adattato ai tempi del web, preservando però ogni elemento essenziale del nostro incontrarci: la preghiera, l’ascolto delle relazioni, il dibattito, le votazioni.

Il popolo e la città al centro dei lavori. Perché?
La riflessione sul tema del popolo è per noi, associazione popolare, assolutamente essenziale. Siamo parte del popolo, e riconosciamo che in esso il Signore abita: vogliamo camminare con il popolo, per scoprirvi la presenza di Gesù risorto. Intendiamo riflettere sulla dimensione propria del popolo, sulle sue specificazioni; ciò comprende anche il desiderio di contribuire a ripensare la convivenza nella “città”, dove il popolo abita. Seguendo le indicazioni della “Fratelli tutti” c’è da immaginare una nuova e diversa umanità, condividendone fatiche, interrogativi  e percorsi.

La pandemia ci sta costringendo in casa da oltre un anno. Ne risentono le attività economiche, sociali, ecclesiali. Qual è lo stato di salute dell’Ac?
L’associazione è molto vitale e credo che almeno in parte lo debba alla sua pluralità, alla molteplicità di declinazioni, di scelte, di attività con le quali si “interpreta” l’Ac, radicata nei diversi territori e nelle diocesi italiane. La nostra è un’associazione fortemente inserita nella realtà in cui vive e opera: dentro un cammino nazionale, le iniziative e le attività si riprogettano in base alla realtà sociale ed ecclesiale nelle quali siamo inseriti e per le quali lavoriamo. Detto questo, siamo anche consapevoli che non mancano fatiche e limiti, spesso gli stessi che sta attraversando l’intera comunità ecclesiale. Ma l’Ac è ancora capace di sorprendere, di suscitare entusiasmo, di costruire amicizie, accompagnando ragazzi, giovani e adulti nel cammino di fede. Aggiungerei una ulteriore sottolineatura.

Di cosa si tratta?
L’associazione a mio avviso ha dimostrato una incredibile capacità di tenuta di fronte a un anno e più in cui è stato impossibile svolgere le nostre attività nelle forme consuete. In tutta Italia l’Ac ha saputo reinventarsi, con creatività e passione da parte dei nostri soci e dei responsabili di ogni età, coltivando quei legami che, in un tempo di distanziamento forzato, si sono dimostrati fondamentali nella vita delle persone. Abbiamo attraversato la pandemia con un’enorme forza, con la volontà di restare vicini, di sostenerci a vicenda, e al contempo mettendoci a disposizione delle nostre comunità parrocchiali e diocesane. Questo è un segno davvero positivo di vitalità!

Quali indicazioni potrebbero emergere dall’Assemblea?
Ogni Assemblea nazionale nella storia dell’Ac ha individuato strade nuove da percorrere per restare nel proprio tempo. Così questa Assemblea è chiamata a interpretare la difficile stagione che stiamo attraversando, proiettando lo sguardo verso il dopo-pandemia.

Qui l’intervista completa

5 stelle, ma chi saranno i suoi elettori?

Dunque, almeno così pare di capire, il partito di Grillo è destinato a cambiare. Come, però, non si  sa e nessuno lo sa. Credo neanche lo stesso partito di Grilllo e, forse domani di Conte, lo sa.  Perchè quello che adesso è importante sapere – e non solo per i grillini ma per tutta la politica  italiana – è quale sarà la futura base elettorale dei 5 stelle. In altre parole, chi saranno i futuri  elettori dei 5 stelle? 

Ora, è noto a quasi tutti che Grillo, cioè “l’elevato” o il guru dei 5 stelle, è tuttora il vero grande  riferimento del suo partito. Non credo che, al di là del singolare e curioso video pubblicato nei  giorni scorsi, la base dei 5 stelle non si riconosca più nel suo unico ed esclusivo fondatore. 

Ma andiamo con ordine. L’ex Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nelle settimane scorse ha  detto più volte che vuole “rifondare” il partito, cambiare il suo profilo, la sua identità, il suo  progetto politico, e la sua stessa “mission”. Un cambiamento radicale che dovrebbe portare il  movimento di Grillo ad essere un partito “nè di destra e nè di sinistra”. Un partito che non farà più  affidamento, almeno sembra, sulla piattaforma Rousseau. Un partito che stringe una alleanza  “organica e strutturale con il Pd”, per la gioia di Letta e Bettini e, infine, un partito che archivia  definitivamente tutto ciò che lo ha caratterizzato sino ad oggi nella pubblica opinione. 

Ma, se tutto ciò è ovvio perchè campeggia su tutti i giornali, c’è una domanda che continua a non  avere una risposta seria e convincente. E cioè, chi saranno i nuovi e futuri elettori del partito dei 5  stelle? Se è vero che si parla di un partito “liberal moderato” credo sia legittimo farsi una  domanda, semplice ma decisiva per capire a chi parlerà questo partito. Ovvero, sino ad oggi – e  per molti anni – questo partito si è caratterizzato per alcuni elementi costitutivi che provo a  sintetizzare brevemente: partito populista, anti politico, demagogico, antiparlamentare, alfiere  della “democrazia diretta”, radicalmente anti sistema, “uno vale uno”, “contro la casta”,  oppositore delle grandi opere, sostenitore del “doppio mandato e stop”, contro le alleanze con gli  odiati partiti del passato, senza una cultura politica perchè tutte le culture politiche del passato  erano da radere al suolo, contro il “professionismo” dei politici e, infine, per una classe dirigente  che ripudiava alla radice il modello dei partiti tradizionali. 

Ora, di grazia, cosa resterà di questa, seppur legittima, “rivoluzione” nel futuro partito di Conte?  Semprechè, come ovvio, nasca in alternativa al suo fondatore e ripudiando tutto ciò che ha  storicamente contraddistinto questo partito sin dalla sua nascita. Ed è qui che si inserisce l’ultima  riflessione, e forse la più importante. Ovvero, chi saranno gli elettori del nuovo partito? Gli antichi  elettori – cioè quelli che hanno votato convintamente i 5 stelle per i motivi che ho poc’anzi  ricordato e sintetizzati dal celebre “vaffaday” – voteranno un partito del tutto nuovo che rinnega  alla radice tutto ciò che l’ha giustificato sin dal suo esordio? Quando si cambia radicalmente  identità, mission e prospettiva, si cambia di diritto anche l’elettorato? Oppure l’elettorato resta  quello di prima, seppur fortemente dimagrito, ma che sposa un progetto politico alternativo e  radicalmente diverso da quello precedente?  

Ecco la domanda centrale: quando un partito cambia pelle – semprechè ciò accada, come ovvio –  cambia anche il suo elettorato? Questa, credo, resta la vera incognita per il futuro del partito dei 5  stelle. 

Enrico Medi. Lo scienziato di Dio.

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di  Enrica Riera

«Insomma, sta avvenendo esattamente quello che vogliono il professor Medi e Keplero». La battuta è dell’inviato Ruggero Orlando che, dal Centro Nasa di Houston, si rivolge ad Andrea Barbato, Tito Stagno e Piero Forcella, conduttori della prima maratona televisiva della Rai riguardante la storica passeggiata sulla luna di Neil Armstrong e Buzz Aldrin. Quella notte tra il 20 e il 21 luglio 1969, a commentare la missione Apollo 11 dallo studio 3 di via Teulada insieme ai giornalisti, c’è pure lo scienziato Enrico Medi, il quale, davanti a milioni di telespettatori, prevede e spiega, con chiarezza e semplicità disarmanti, ogni fase dell’impresa lunare.

Proprio di Medi — uomo di scienza e apostolo di fede, accademico e politico, padre e marito amorevole — il 26 aprile ricorrono i 110 anni dalla nascita. Per l’occasione il Centro Missionario Francescano e la casa editrice Leardini hanno riproposto la biografia scritta da padre Antonino Gliozzo nel 1988. Il testo aggiornato, a cura di Roberto Brunelli, s’intitola Enrico Medi. Lo scienziato di Dio (Macerata, 2021, pagine 288, euro 18) e ripercorre la vita del «ragazzo di via Panisperna». Perché sì, Enrico Medi, d’origine marchigiana, lontano parente di Leopardi e cresciuto a Roma, dopo gli studi dai Padri Marianisti e dai Gesuiti del Collegio Massimo (fonda la Lega Missionaria degli Studenti), s’iscrive alla facoltà di fisica, entrando in contatto con il noto gruppo di giovani studiosi guidato da Enrico Fermi.

Dall’università (docente prima a Palermo e poi a Roma) alla politica (eletto all’Assemblea Costituente per la Dc, confermato deputato nel 1948 e più tardi nominato a Bruxelles vicepresidente dell’Euratom»), Medi non dimentica mai di cercare «l’amore per la verità e per il Creato». Non è un caso che tutta la sua esistenza sia esempio di «alleanza» e non di conflitto, soprattutto tra fede e scienza.

Emblematiche, a tal proposito, le parole usate dal vescovo di Senigallia Francesco Manenti, che del volume firma la prefazione. «Lo scienziato Medi, non solo non ha trovato nella fede, che lo ha accompagnato nella sua vicenda umana, un ostacolo, un freno alla ricerca nel campo della fisica terrestre, di cui era un riconosciuto autorevole esperto, ma ha ricevuto da questa la sollecitazione a procedere nella propria ricerca. Il credente Medi non solo non ha considerato la scienza antagonista della propria fede, ma ha ricevuto da essa ulteriori motivi per riconoscere con stupore l’azione del Creato».

Figlio spirituale di Padre Pio, autore di diversi articoli su «L’Osservatore Romano», collaboratore di «Radio Vaticana» e membro della Consulta dei laici per lo Stato della Città del Vaticano, lo «scienziato credente» viene inoltre ricordato per aver «approfondito gli studi di Chadwick sul neutrone, per aver intuito prima del Nobel Van Allen l’esistenza di fasci ionizzati nell’alta atmosfera e per aver collaborato con Lo Surdo agli esperimenti che in seguito diedero origine all’invenzione dei radar».

Apprezzato e popolare divulgatore scientifico, presta «la sua figura a sketch umoristici in una trasmissione di Tognazzi» («Lui ne rideva con gioia sincera, conscio che anche questa traduzione inattesa poteva contribuire ad avvicinare tante persone al mondo meraviglioso e ignoto della scienza»), mentre, nel 1955, designato da Pio XII capo della delegazione pontificia, partecipa alla Conferenza internazionale sugli usi pacifici dell’energia atomica di Ginevra; nel 1985 Giovanni Paolo II lo cita nel corso dell’udienza generale in piazza San Pietro su «Gli uomini di scienza e Dio».

Tra le altre cose, c’è da dire che Medi ricopre l’incarico di direttore dell’Istituto Nazionale di Geofisica («si propose di realizzare una rete di Osservatori geofisici»), poi nel 1971 il suo ritorno alla politica attiva: risulta il primo degli eletti al Consiglio comunale di Roma e un anno dopo è nuovamente a Montecitorio, dove rimane fino alla morte, nel 1974. Sempre e per sempre, «interprete dei bisogni degli umili, dei principi cristiani che rappresentava, dei problemi che il Paese aveva e che [ne] chiamavano in causa la competenza».

Nella sua biografia (vi si trova anche l’invito alla lettura di una delle sue sei figlie, Maria Beatrice), oltre a tutto il cammino di Medi, si rintracciano fotografie e stralci dei suoi discorsi: l’Europa, i giovani, la famiglia, la difesa dell’educazione, la scienza, la spiritualità e appunto la fede sono temi in cui costantemente emerge il «sincero desiderio di comunicare ciò che aveva dentro, quel fuoco che lo spingeva, contro ogni fatica e imprevisto, a proclamare la verità dell’uomo e tracciare strade nuove per un futuro migliore e un progresso secondo i disegni del Creatore».

In uno degli appassionati discorsi di Medi — per il quale la Chiesa di Senigallia ha avviato il processo di beatificazione — si legge: «Voi misteriose Galassie (…) Da voi io prendo la luce e ne faccio scienza; prendo lo sfavillio dei colori e ne fò poesia. Io prendo voi, o stelle, nelle mie mani e vi alzo al di sopra di voi stesse e, in preghiera, vi porgo a quel Creatore che, solo per mio mezzo potete adorare: l’uomo è più grande delle stelle!». Parola, dunque, di Enrico Medi, secondo cui «la scienza è strumento di riconciliazione dell’uomo con la natura, e dell’uomo con se stesso».

Ricordo di una conversazione con Milva Biolcati

Signora Milva, per molti anni le Sue canzoni hanno tenuto compagnia agli italiani, quando la Tv era un mezzo di piacevole intrattenimento. Che cosa ricorda di quel periodo, che cosa significava per Lei e per molti altri artisti presentarsi al grande pubblico attraverso quella scatola magica, dopo gli esordi nei cabaret e gli spettacoli locali? Com’era la Tv di quegli anni: quel clima di entusiasmo era anche espressione di una crescita sociale, economica e culturale del Paese?

Indubbiamente quello fu un periodo di crescita per il Paese : la Tv, le prime automobili, un certo benessere che si stava diffondendo. Per la verità non ne ho un ricordo significativo: vede, quando nella vita professionale di un artista si sono fatte molte cose e si arriva ad una certa età – sono 55 anni che lavoro – tutto si evolve e si sovrappone. In realtà io non sono stata soprattutto una cantante televisiva  né – nella mia vita – ho amato particolarmente la televisione, non sono stata una sua creatura come allora era la mia collega Mina. Ricordo cose buone e meno buone o pessime, ricordo la frequente presenza di Mike Bongiorno con le sue lunghe puntate nei quiz: oggi come allora c’erano cose più o meno piacevoli. Forse erano diversi e migliori gli uomini che la dirigevano, la Tv era rivolta a tutti, al grande pubblico e non politicizzata, come avviene ora che c’è un solo uomo che governa contemporaneamente sei reti televisive.

Recentemente un noto presentatore, al quale mi ero rivolto definendolo uno dei padri della televisione pubblica mi aveva risposto: “non me lo dica due volte altrimenti corro subito a fare domanda di disconoscimento di paternità”. Che cosa è cambiato nei palinsesti, nei contenuti, nei programmi, nel linguaggio e nelle presenze della televisione, da indurre preoccupazioni di questo genere? Il regista Pupi Avati mi ha detto: “La Tv è la peggiore maestra di vita” . Condivide queste valutazioni negative?      

Se uno passa il tempo davanti alla Tv alla lunga il giudizio diventa negativo. Occorre essere pazienti e selettivi negli orari e nei programmi di fruizione di ciò che la Tv offre, in una parola scegliere. Personalmente prediligo i telegiornali e i programmi della terza rete ma non ho la Tv né in sala da pranzo né in camera da letto, alla sera la vedo raramente, preferisco leggere. Occorre saper scegliere ciò che si vede: per esempio ieri sera ho ascoltato con piacere il Procuratore Caselli raccontare della sua professione. Però la televisione non è tutto, si può farne a meno: contano di più gli uomini, quelli che la vedono e quelli che la ‘fanno’.

Molto di quello che ci riguarda, i nostri stili di vita, le nostre abitudini, i sentimenti e le relazioni sociali hanno subito una vistosa accelerazione in questi ultimi decenni, tanto è cambiato e troppo in fretta. La gente stenta a riconoscersi nei modelli in circolazione, fatica a mantenere una propria identità. Il progresso ci ha portato molti vantaggi  e ha facilitato molti aspetti della nostra vita quotidiana. Tuttavia si ha l’impressione di aver perduto cose importanti, strada facendo: lealtà, sentimenti sinceri, fiducia nel futuro, il significato morale della parola data, gran parte dei valori ai quali siamo stati educati. Piero Mazzarella mi ha confidato: “mancano gli umori della cultura popolare”. E’ così?

Vede, occorre superare le nostalgie delle cose passate e a volte avere il pudore di tacere, specie ad una certa età quando si vive di ricordi su cose che non ci sono più. Allora – parlo della mia gioventù-  non avevamo nulla, nel mio paese mancavano persino le scuole, io stessa non sono riuscita a concluderle. Il nostro Presidente della Repubblica ci richiama spesso ai valori perduti strada facendo, si può ben dire che viviamo in un bruttissimo mondo ma non giurerei che quello precedente fosse particolarmente migliore. Io, come le ho detto,  sono nata in un piccolo paese, avevo forse del talento ma che fatica per uscire, per emergere! Erano tempi in cui anche per fare solo la terza media si doveva andare in collegio, in un altro luogo. Ci mancava tutto, non ho ricordi particolarmente belli di quel mondo e di quell’epoca. In questo periodo ho una percezione negativa delle cose, mi mancano molte motivazioni: ho forse fatto anche troppo e adesso sto pagando il mio eccessivo impegno, non vedo buone prospettive, guardandomi intorno. Se rivolgo lo sguardo al passato- cosa sulla quale non indulgo spesso-  so di aver lavorato molto e con grande volontà, cercando diverse forme di espressione artistica, in particolare il teatro: non ho rimpianti per quel che ho fatto ma non trovo vie d’uscita, guardo avanti e non trovo motivi per crogiolarmi nei ricordi. Bisognerebbe sempre guardare oltre e avere fiducia, saper aspettare.

So che Lei nutriva un sentimento di profonda amicizia e ammirazione per la poetessa Alda Merini e per la sua sensibilità: che cosa pensa della sua lunga vicenda personale di profonda sofferenza e del grande dono che lascia a tutti noi: la consolazione spirituale della poesia e la forza del perdono…

Con Alda Merini ho vissuto due anni di intensa amicizia e collaborazione professionale, era piena di vitalità ed energia, in modo impressionante. Amava la vita anche nei suoi aspetti più effimeri – si sarebbe sempre circondata di collane, monili, rossetti – ed aveva una forte carica di sensualità, il desiderio vitale di amare ed essere amata, unita ad una sensibilità poetica strabiliante: sapeva tirare fuori rime, versi, strofe, parole incredibili e sconvolgenti. Mi telefonava e mi leggeva poesie che mi lasciavano stupita per la loro finezza sentimentale. Era una personalità unica nel suo essere ‘doppia’: sensualità intensa e sentimento da un lato , astrazione dall’altro. Non tutte le poesie erano allo stesso livello, però comunque di una bellezza inesprimibile per le persone comuni. Ci siamo tenute molto compagnia mentre lei si faceva delle lunghe fumate: è stata un’amicizia molto bella.

Che cosa ha significato per Lei l’approdo al teatro e  – in particolare – l’incontro culturale e spirituale con il talento di Bertolt Brecht?

L’incontro è stato ovviamente di tipo culturale, mediato attraverso la guida di quello straordinario personaggio che rispondeva al nome di Giorgio Strehler. Ho studiato e recitato Brecht attraverso lui. Il canto era stato il modo più facile per arrivare – non volutamente – al successo e aiutare la mia famiglia ma il teatro è stata la realizzazione più sentita: se oggi non ragiono come una signora di una certa età – che vuole riempire i cassetti di sogni, ed io non sono una persona di questo tipo – lo devo alla grande lezione di Strehler e di Brecht.                                                                          

Oggi si vuole aprire la scuola a tutti i saperi ma personalmente trovo – in modo secondo me evidente e paradossale – che proprio la musica, la poesia e il teatro, cioè le forme espressive tipiche della nostra migliore tradizione artistica e culturale, siano le cenerentole dell’educazione e della formazione dei giovani. Trova una spiegazione a questo fenomeno per certi aspetti sconcertante, dal Suo osservatorio e alla luce della Sua esperienza professionale? Mi riferisco ovviamente alla formazione culturale “basilare” dei giovani, dalla scuola elementare fino alle soglie dell’università, non a quella specialistica per chi intende successivamente percorrere per scelta la via della preparazione accademica…

Mah, vede, per esempio la lettura dei giornali è di per sé un fatto positivo, anche per i giovani, aprirsi già in classe alla conoscenza del mondo:  credo tuttavia che l’Italia sia uno dei Paesi dove si leggono meno quotidiani. Dipende dalla professionalità degli insegnanti saper integrare le letture di giornali e riviste con le materie scolastiche. La musica e il teatro dovrebbero essere imposte nei programmi nazionali, farlo in modo che i bambini imparino presto l’amore per l’arte, dopo è troppo tardi. Una vocazione si sviluppa se è scoperta e valorizzata per tempo. Se c’è del talento negli alunni, questo emerge se ci sono state sollecitazioni culturali nella scuola di base, come avviene ad esempio in Giappone, fin dalla prima infanzia. Dobbiamo a personalità come Abbado o Muti la capacità di valorizzare i giovani talenti nelle loro grandi orchestre. L’importante è saper scoprire le capacità dei bambini, fin da piccoli, aiutarli: non tutti vivono in contesti sociali favorevoli, non tutti ricevono stimoli ad emergere, non tutti hanno le stesse opportunità di partenza.

Signora Milva, vorrei toccare un tema  ormai consueto per gli intervistati. Tra le tante cose che si sono perdute in questo tempo mi pare ci sia anche il gusto, il piacere della riflessione e del silenzio. Sommersi da fiumi di parole ci manca il piacere di soffermarci a pensare. La fretta dell’oggi cancellerà dunque questo intimo passatempo? Quanto contano i silenzi nella vita di un artista?

Guardi, del silenzio ho fatto una scelta di vita da più di due anni. Provo un fastidio immenso per il rumore e per il divertimento chiassoso di chi cerca – nella passerella, nella frenesia e nello struscio – il divertimento. Quello che per gli altri è divertimento e spasso diventa per me fastidiosa omologazione, una confusione insopportabile in una massa indistinta. Oggi la vita è diventata un rumore assordante, come uno sfondo che non ti dà mai un momento di pausa. Il mio silenzio me lo cerco e me lo trovo. Leggo moltissimo, vado a letto prestissimo, desidero circondarmi di silenzio.

Il pubblico ha sempre dimostrato grande stima per la Sua altissima professionalità e un implicito apprezzamento per la Sua riservatezza. Posso dunque chiederLe qualche parola di speranza per il nostro futuro,  destinata a chi leggerà questa intervista e possibilmente rivolta soprattutto ai giovani?

Ringrazio per l’apprezzamento: mi sono riconosciuta, come le ho detto più nel teatro che nella televisione. Poi – vede – tutto passa e va, anche il pubblico dimentica. Se dovessi indicare due motivi di vita e di speranza direi: la giustizia sociale e il rispetto per gli altri. Quando  – come diceva Brecht –  c’è il senso del rispetto verso ogni altro uomo c’ è tutto. Quando questo manca viene meno la ragione e il senso dell’umanità. Mi pare che questi siano i valori più autentici da trasmettere ai giovani, con l’umiltà e con l’esempio, senza presunzioni.

 

 

                                    IL RICORDO PERSONALE 

             “Senta ci ho ripensato. Tolga onore e metta giustizia sociale”

Avevo acquistato i fiori per presentarmi a Lei nello stesso negozio della zona di Piazza Venezia a Milano – dove abitava –  presso cui  Lei aveva poco tempo prima ordinato l’omaggio floreale per le esequie di Alda Merini, alla quale la legava una profonda amicizia e un’intima affinità di sentimenti.  La titolare del negozio mi aveva detto: “è un’affezionata cliente, sempre discreta e riservata”. Ricordando quando, da bambino e da adolescente, seguivo le sue presenze in TV , le sue canzoni e poi le sue interpretazioni del teatro di Bertolt Brecht , avvertivo un timore reverenziale nel chiederLe di aderire all’intervista: era stata un mito della canzone italiana, ai tempi di Mina, Claudio Villa e di Ornella Vanoni. Grandi personaggi che hanno lasciato un ricordo indelebile nella memoria storica della TV e dei telespettatori, vere icone della canzone italiana nel mondo che nel tempo ha poi seguito le evoluzioni della moda e le tendenze artistiche della post-modernità ma perdendo quella che Walter Benjamin aveva definito “aura”: il valore ineguagliabile e irraggiungibile dell’originale, a suo modo dell’espressione canora come opera d’arte, per qualità vocali e originalità dei testi. Ritrovandola a teatro anni dopo, avevo apprezzato la pienezza artistica della sua personalità, le sue interpretazioni magistrali e ricche di pathos, un’autorevolezza naturale e matura al tempo stesso, mai ostentata: era un’artista veramente completa che dominava il palcoscenico e trasmetteva un coinvolgimento emotivo straordinario. Fu ben più benevola ed ospitale , con me , di quanto io stesso potessi attendermi, al cospetto di una diva indiscussa nella storia della musica italiana: non mi sentivo imbarazzato se non associando la sua figura alla storia della TV e del teatro. Ciò che mi disse è riportato nel testo dell’intervista: la sua spontaneità si univa ad una padronanza non comune della Sua eccellenza artistica, che emergeva in modo naturale. Ero e sono un modesto estimatore del teatro di Samuel Beckett, consapevole di interloquire con la più grande interprete di Bertolt Brecht che, per recitarlo,  era salita nella sua carriera sui palcoscenici di tutto il mondo. Avevo solo da ascoltare per imparare: vissi quella circostanza nella sua irripetibile occasione. Ciò che mi stupì fu la considerazione che Milva mi riservò. Due giorni dopo – leggendo il testo sbobinato dell’intervista che Le avevo inviato, prima di pubblicarla sul settimanale Il Ticino di Pavia – mi telefonò e, riferendosi all’ultima mia domanda e all’ultima sua risposta che riguardavano un messaggio da lasciare ai giovani sui valori da vivere, coltivare e tramandare, mi disse: “Senta ci ho ripensato: tolga la parola onore che mi sembra troppo aulica e retorica e metta al suo posto “giustizia sociale”. Così feci e queste parole il lettore trova nell’intervista. Ho sempre attribuito una valenza quasi aneddotica a quella telefonata e al senso di quel ripensamento. “Credo che sia questo un valore da insegnare ai giovani e da applicare alla nostra stessa vita”. Lasciandomi quel messaggio Milva aveva ripensato al senso etico della giustizia sociale come missione da compiere e credo che quel ripensamento conservi ancora oggi, in epoca di crisi economica e di disuguaglianze e ingiustizie il significato di un intimo e meditato testamento spirituale.

Storie della pandemia e drammi medicali.

Non solo storie tristi. Questo lungo periodo pandemico è stato un motivatore umano su vari fronti, soprattutto su quello medico-sanitario. A goderne, nella tragedia, è stato Joseph Di Meo, giovane italoamericano del New Jersey. Il ragazzo, per un colpo di sonno al volante della sua macchina nel 2018, si è ritrovato gravemente ustionato in tutto il corpo. Nonostante uscì dalla prognosi riservata, Joe rimase gravemente sfigurato. Le fiamme nell’auto ebbero il tempo di “cuocerlo” così tanto che perse l’uso delle mani.

Ebbe salva la vita grazie a un automobilista che prontamente lo soccorse. I medici dell’ospedale che lo curarono per mesi interi lo tennero in vita. Soprattutto, a tenere in vita Joe fu la sua determinazione: la sua voglia di vivere. Dopo una lunga convalescenza e molti interventi chirurgici, riprese a vivere la vita di tutti i giorni, con molte difficoltà. Una fra tutte, il  non riuscire ad afferrare gli oggetti. Inoltre, allo specchio, vedeva un volto che non era più il suo. Fu allora che comprese di dover tentare l’impossibile: un intervento osato solo due volte al mondo e mai riuscito: il trapianto del volto e delle mani nella stessa persona.

A farsene carico fu il dott. Eduardo Rodriguez, al Langone Hospital di New York. Formando un’equipe medica di 96 operatori, il chirurgo approfittò del periodo di pandemia per far esercitare i suoi collaboratori, anche al di fuori del normale orario di servizio. Dopo centinaia di riunioni, prove, simulazioni, i sanitari erano pronti. Una tale preparazione forse non sarebbe stata possibile in tempi normali, in cui il personale medico non fosse stato costretto, come tutti, alle restrizioni geografiche, dedicando anche il tempo libero a esercitazioni in sala operatoria.

Il risultato è stato sorprendente: ad agosto scorso, dopo 23 ore in sala operatoria, a Joe sono state trapiantati i tessuti delle mani fino a metà avambraccio, comprese le ossa del radio e dell’ulna ed i tendini. La faccia è stata trapiantata interamente, le orecchie, il naso, le palpebre, le labbra, il naso e il mento. In questi ultimi giorni il ragazzo è tornato a una vita normale.

Gioca col cane, afferra oggetti e si presenta in pubblico senza alcuna soggezione. Questo caso unico al mondo apre nuovi scenari, e una rinnovata fiducia, nelle operazioni chirurgiche-plastiche, datosi che il paziente in questione ha superato la fase di rigetto, e il pericolo di infezioni aggravato dall’emergenza Covid-19 in atto.

E’ stata una vittoria della medicina e di Joseph Di Meo, che ha avuto la forza di sopportare le tribolazioni e di non cedere allo sconforto. Un ragazzo che, nel momento più difficile per la vita di una persona, ebbe il coraggio di scegliere; ed anche se la paura, la rabbia, il dolore, sembravano avere sempre più argomenti da opporgli, lui scelse la speranza.

Da oggi musei aperti

Dal oggi riaprono i musei nelle zone gialle secondo i protocolli di sicurezza già adottati prima dell’ultima chiusura. Le visite sono disciplinate in base alle modalità indicate nei siti web istituzionali dei singoli istituti, la novità principale riguarda il fine settimana: riaprono su prenotazione online o telefonica (che deve avvenire almeno un giorno prima) le porte di pinacoteche, musei, parchi archeologici, complessi monumentali e mostre.

Dalla stessa data, in zona gialla, gli spettacoli aperti al pubblico in sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche, live-club e in altri locali o spazi anche all’aperto saranno svolti esclusivamente con posti a sedere preassegnati e a condizione che sia assicurato il rispetto della distanza interpersonale di almeno un metro, sia per gli spettatori che non siano abitualmente conviventi, sia per il personale.

La capienza consentita non può essere superiore al 50 per cento di quella autorizzata fino al massimo di 1.000 spettatori per gli spettacoli all’aperto e a 500 per gli spettacoli in luoghi chiusi, per ogni singola sala, avendo il Cts recepito le richieste avanzate dal Ministro della Cultura Dario Franceschini per consentire una maggiore presenza di pubblico.
Restano sospesi gli spettacoli aperti al pubblico quando non è possibile assicurare il rispetto di tali condizioni. In relazione all’andamento epidemiologico e alle caratteristiche dei siti, si potrà autorizzare la presenza anche di un numero maggiore di spettatori all’aperto, nel rispetto delle indicazioni del Cts e delle linee guida.

Estate 2021: tutte le regole per mare e spiaggia

Anche questa estate, la seconda in tempo di pandemia covid, si andrà al mare seguendo le linee guida anti-Covid. Con le spiagge che si stanno già riempiendo, in molti si chiedono quali siano le regole da seguire al mare in questo momento in cui le riaperture sono sempre più vicine.

In seguito ai dubbi emersi per la mancanza di riferimenti espliciti nel testo ufficiale del decreto sulla data di riapertura e sulle modalità operative di questo settore, il presidente del Sindacato Italiano Balneari (Sib) Antonio Capacchione in una circolare ai soci, che l’Adnkronos ha potuto visionare, scrive che “per quanto riguarda gli stabilimenti balneari il decreto legge sulle riaperture rinvia alle disposizioni regionali (Ordinanze balneari e sanitarie) dello scorso anno o eventualmente a quelle già emanate dalle Regioni nel corrente anno. Né al momento risultano esserci disposizioni limitative o impeditive delle nostre attività”.

“In definitiva, in assenza di Ordinanze regionali impeditive o limitative, – aggiunge – al momento è consentita l’attività di balneazione secondo le modalità operative dello scorso anno”. Quindi, “fatto salvo eventuali ulteriori provvedimenti o chiarimenti amministrativi – sintetizza l’imprenditore – l’attività di balneazione risulta essere disciplinata dalle Ordinanze regionali vigenti nel mentre quelle accessorie (somministrazione, ristorazione, piscine, ecc.) sono, invece, disciplinate dal decreto legge del 22 aprile 2021 sia in ordine agli orari che alle modalità operative”.

Inoltre “non esistono limitazioni per l’accesso alle spiagge. Per questi motivi, l’ultimo decreto del governo non contiene una data di riapertura delle spiagge: in quanto non esiste una legge che le chiuda. Per farla semplice, le spiagge sono aperte, di conseguenza gli operatori si possono attivare”, ha chiarito inoltre il ministro del Turismo Massimo Garavaglia in merito ai tempi di riavvio dell’attività dei balneari, dopo la pubblicazione del dl in Gazzetta ufficiale.

“Non c’è mai stata una vera e propria chiusura delle spiagge e quindi noi possiamo riaprire sulla base delle ordinanze del 2019. Praticamente dal primo di maggio per noi in Liguria inizia la stagione balneare, saremo quasi tutti operativi magari non proprio tutti ma contiamo di esserlo entro i primi 15 giorni del mese prossimo”. Lo afferma all’Adnkronos Enrico Schiappapietra, presidente regionale ligure del Sib, il sindacato dei balneari, facendo il punto sulle regole in vista delle riaperture.

“L’anno scorso – sottolinea – abbiamo applicato i protocolli condivisi dalle categorie che prevedono i 10 metri quadrati ad un ombrellone, un metro e mezzo di distanza fra un lettino e l’altro e il metro di distanza sociale in spiaggia per poter stare senza la mascherina. Con queste regole l’anno scorso abbiamo fatto i tre mesi estivi senza che ci fosse neanche un cluster covid in nessuno dei 1250 stabilimenti della Liguria. Quindi ripartiamo da queste regole anche quest’anno”.

“E’ evidente – conclude Schiappapietra – che cambia il fatto che quest’anno ci saranno in più le vaccinazioni. Se le condizioni dovessero migliorare probabilmente la Regione ci consentirà anche qualche piccola modifica ma per noi la cosa più importante è essere luoghi sicuri e covid free e ci auto regoliamo per evitare qualsiasi inciampo durante la stagione”.

25 aprile senza retorica

Un debito di riconoscenza verso chi ha dato la vita in una guerra civile per  conquistare libertà e democrazia, e un debito verso le nuove generazioni cui tramandiamo il dovere e l’impegno di difenderle, perché sono conquiste fragili. Il 25 aprile deve essere sentito come una festa della comunità  per tutti, anche per coloro che la ritengono una celebrazione retorica, in quanto  rappresenta non un ricordo simbolico di tutte le conquiste di cui godiamo tutti, di tutte le libertà:  di opinione, civili, politiche, religiose.

È questa la motivazione profonda che spinge a non dimenticare e a guardare sempre in avanti, con la comunità nazionale protesa a difendere e valorizzare tali conquiste, e per offrire alle nuove generazioni un futuro di pace.

I concetti di Resistenza e Liberazione non sono confinati in un tempo storico; rappresentano la radice di un continuo agire a servizio della dignità di ogni persona, realizzata con l’esercizio effettivo dei diritti al lavoro, alla salute, alla formazione, alla cultura. Senza il loro valore generativo c’è solo torpore della iniziativa individuale e sociale, la negazione di quanto la Costituzione chiede: 

“Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società “(art. 4 Cost.)

Per questo non trovo retorico nemmeno lo slogan “Resistenza oggi e sempre”, perché la nostra Costituzione, guida essenziale per mantenere coesa la nostra comunità nazionale, deve essere quotidianamente difesa e vissuta. L’esperienza di Covid19 ha messo a dura prova anche i valori sui quali è fondata – la solidarietà e la unità – ma abbiamo scoperto la forza di un Paese che vuole ricostruirsi e rinascere dopo una situazione drammatica che molti hanno voluto assimilare ad una guerra 

Sento l’obbligo come Associazione Nazionale Partigiani Cristiani di richiamare questi concetti perché hanno rappresentato i principi ispiratori dei protagonisti cattolici della Resistenza. Ricordo che tra “ribelli per amore” ci furono formazioni giovanili, gruppi scout, in particolare le Aquile Selvagge. Ai nostri giovani dobbiamo proporre l’esempio di quei loro coetanei, anche adolescenti, che seppero assumersi responsabilità da protagonisti senza atti violenti ed anzi aiutando senza distinzione non solo gli Ebrei ma anche fascisti e tedeschi in fuga. 

Abbiamo bisogno di una “resistenza nuova” cui partecipino tutte le forze politiche e sociali italiane per offrire un orizzonte di impegno alle nuove generazioni. C’è molto da fare per costruire una Patria più grande, l’Europa Unita, che continui a mantenere la pace, fondamento per realizzare le sue finalità di sviluppo integrale umano, quindi sostenibile. Senza Resistenza rimane solo la Resa, come ammonì un martire della follia nazista, Diettrich Bonhoeffer.

La Resistenza e i suoi valori

L’autore, critico letterario e scrittore, Marcello Camillucci, svolgeva queste riflessioni su “Il Popolo” nel giorno della ricorrenza del decennale della Festa di Liberazione.

La Resistenza è un termine che, se ha avuto un suo concreto significato storico in un determinato momento della evoluzione della storia italiana ha avuto anche un suo valore ideale, che sta a noi fare altrettanto concreto non permettendo che i significati da esso assunti per forza intrinseca di eventi e per testimonianza, sovente cruenta  di persone, vadano perduti. Questo valore ideale risulta dalla sublimazione di tutti gli impulsi originari che portarono a quel moto e che, come sempre nella incarnazione storica, poterono inquinarsi e mescolarsi a scorie eterogenee, ma non si snaturarono mai nel profondo. Sublimazione che ci permette di affisare una formula ideale in cui si sintetizzano le aspirazioni più alte delle forze motrici di questa età, di separare anzi quelle che preparano l’avvenire, mentre arricchiscono il presente, da quelle che corrompono l’avvenire, mentre depauperano ed avviliscono il presente. Resistenza, sotto questo profilo, è assurto a termine di contraddizione, che permette di isolare con chiarezza perentoria l’attivo dal negativo di quanto oggi si muove e cerca di prendere forma stilla scena politica nazionale. Nella sua negazione si trovano infatti compatte e consenzienti tutte le forze che echeggiano un passato deteriore ed hanno per esso una fatale e patologica nostalgia. Sarebbe vana, dunque, superata e respinta dalla vita la fede, la speranza, la volontà di sacrificio di una gioventù europea, che, se ha assunto il bel nome di résistance, della resistenza internazionale e concorde contro lo scempio dei propri paesi, contro l’onta di un’Europa hitleriana e l’orrore di un mondo hitleriano, non voleva semplicemente ” resistere”, ma sentiva di essere l’avanguardia di una meravigliosa società umana. Tutto ciò sarebbe stato invano? Inutile, sciupato, il loro sogno o la loro morte?» (Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea). Qui, mi sembra, è volta l’essenza della protesta morale della Resistenza: il volgere le spalle ad un mondo inferiore, barbarico e mettersi in cammino per un mondo migliore, più umano, anche se ciò significhi il sacrificio, la morte. Il nazismo, il fascismo, erano le contingenti cristallizzazioni di quella disumanità e irrazionalità che ogni tanto, riemergendo, castigano vichianamente le età mitologiche e provocano il ricorso della barbarie culta. Era un rifiuto a sottostare alla violenza, alla tirannide, e, come tale, pedagogia di ogni ulteriore rifiuto di fronte a simili circostanze storiche, anche se con mutati nomi. Quella “avanguardia” si ricostituirà sempre nelle Nazioni la cui gioventù almeno avrà conservato in sé, al di là della pratica milizia politica, una disponibilità etica alle grandi cause, una capacità a sacrificar loro le piccole, anche se degne, passioni di parte. 

Lo stesso mondo laicista non ha potuto non riconoscere alla Resistenza un valore religioso, cioè, per usare le parole di un rappresentante fra i più autorevoli di quel mondo, il Calamandrei, “quel carattere di ribellione morale e di dedizione disinteressata a un ideale di redenzione umana, che mi pareva comune a tutti gli uomini accorsi nella lotta di Liberazione, prima che per tema di disciplina di partito, per questa chiamata segreta venuta da una voce interiore della coscienza “. Convergenza che non poteva non andare perduta, attinto l’obiettivo primo e trasferitasi la lotta su un piano di concrete realizzazioni degli ideali animatori, ma che serba un grande valore morale in quanto attesta come, di fronte a concretizzazioni massicce dell’errore, sia possibile ottenere quello che nella minuta dialettica politica è impensabile, cioè una concorrenza di energie di eterogenea fonte e la loro collaborazione leale sino al raggiungimento del fine che è, per tutti, la condizione onde poter tornare a disputare ed a contrastarsi senza menomare l’essenza della conquista, nel caso specifico la libertà democratica. Garanzia ideale che domani, In una situazione di emergenza, tale situazione possa rinnovarsi.

Del che non può non ricavare nutrimento di fede e di speranza la causa appunto della libertà la quale, in regime di libera concorrenza di forze, sembra sempre la più debole, la fatalmente destinata a soccombere, per lo stesso errore prospettivo per cui ai moralisti superficiali sembra sempre che nel mondo il male sormonti il bene, del che la durata del mondo stesso è la più convincente negazione metafisica. Un altro grande valore della Resistenza mi piace desumerlo dalle palpitanti parole di un martire, G. Ulivi (fucilato nel novembre del 1944 sulla Piazza Grande dl Modena). Dopo aver accennato alla vastità dell’opera di ricostruzione che già si prospettava, aggiunge: << Ma soprattutto, vedete, dobbiamo fare noi stessi: è la premessa per tutto il resto. Mi chiederete, perché rifare noi stessi, in che senso? Ecco, per esempio, quanti di noi sperano nella fine di questi giorni così tremendi, per Iniziare una laboriosa e quieta vita, dedicata alla famiglia e al lavoro? Benissimo: è un sentimento generale, diffuso e soddisfacente. Ma, credo, lavorare non basterà: nel desiderio invincibile di “quiete”, anche se laboriosa, è il segno dell’errore. Perché in questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanami il più possibile da ogni manifestazione politica. E’ il tremendo, Il più terribile, credetemi, risultato di un’opera di diseducazione ventennale, di diseducazione o di educazione negativa… Credetemi, la “cosa pubblica” è noi stessi; la Resistenza quindi come invito alla politica. Da quella partecipazione obbligata, da quel rischio necessario, la consegna a durare, a veder chiaro che i momenti di emergenza sono sempre preparati dai periodi di abbandono nei quali la politica è stata l’affare privato di coloro che, trovando intorno a sé il vuoto di una democrazia formale, l’hanno impiegata per i loro egoistici fini di parte che concludevano alla non necessità della politica da parte di tutti, perché essa era privilegio dei pochi, eletti da non si sa quale fato trascendente od investitura storica. Spogliarsi della credenza che la politica non sia che una malattia periodica (esercizio del voto) e un appuntamento fastidioso ai grandi consuntivi. Essa è la stalattite che emana, dalla goccia quotidiana della cooperazione cosciente di tutti, nessuno escluso. La pace, a ben considerare, non si dà mai, anche se gli uomini abbiano convenuto di ‘chiamare guerra solo un tempo contraddistinto da certe particolari situazioni di orrore. Perché queste non si diano, occorre che l’altra guerra, quella che va sotto il nome di pace, non presenti astensionisti o transfughi. L’equilibrio della pace è dei più instabili, lo assicurano solo le << presenze >> : le  <<assenze>> sì, siano frutto d’aristocrazia o di viltà, lo fanno sempre traboccare dalla parte dei violenti. 

La Resistenza come valore << europeistico >>. Essa è stata infatti un moto che, a prescindere dai contatti umani che ha provocato fra cittadini di diversa nazionalità, ha fatto passare in secondo piano le situazioni nazionali in quanto ha dimostrato che erano risolvibili solo alla luce di quelle occidentali e mondiali. Ha fatto toccare con mano che anche per la libertà vi era una sola speranza, salvarsi tutti insieme o perire, non vi era modo di salvarsi soli. E questo ha avuto un notevole peso nello svuotare della tradizionale retorica, il concetto risorgimentale di patria estendendone i confini all’area della libertà e nell’autenticare tutte le iniziative volta a volta possibili per questa dilatazione del concetto di patria, risolventesi non in un astratto cosmopolitismo ma in una concreta fraternità di libertà dialetticamente armonizzantesi fra loro. Non siamo degli adepti della <<religione della libertà>, crediamo che solo nella libertà le religioni possano attuarsi senza snaturarsi e raggiungere la pienezza del loro fine sociale.

E per l’Europa essere libera vorrà dire avere una probabilità di più di essere o di tornare ad essere — nella misura e nelle parti in cui abbia cessato di esserlo — cristiana. Ascoltiamo le parole di un tedesco che non si è schierato con anti- Europa, esiliato in patria e che ha accettato senza cerimonie l’espiazione della nazione. Ecco come rievoca il dramma di tanta parte, almeno la migliore, della gioventù travolta dalla avventura hitleriana: «Sapevano molti che si trattava di una cosa ingiusta ed odiavano chi li mandava. Ma credevano che fosse dovere del soldato obbedire e obbedivano. Essi portavano un peso che nessuno conosceva, ma non osavano gettarlo via. Le loro mani restavano pure anche quando il sangue le arrossava. Nelle bufere delle battaglie erano così sconfinatamente soli e abbandonati, che la morte era per essi liberazione. Prendevano su di sé anche la morte, come avevano preso su di sé la semplicità» (E. Wiechert: Discorso alla Gioventù tedesca, 1945). La custodia e la propagazione degli ideali della Resistenza varranno anche per i vinti, per coloro che hanno accettato la complicità senza la morte, a riportarli nella famiglia dei popoli liberi, dopo che avranno cicatrizzato in se la piaga dell’offesa o della rinuncia alla libertà che, proiezione preziosa dello spirito, non può essere sottratta agli altri se non dopo esserne spogliati. Il tempio non potrà colmarsi senza i catecumeni che ancora attendono nel pronao: la libertà, non avendo fra le sue armi la violenza, ha bisogno di poter convertire i suoi carnefici di ieri o i loro alunni. E questo sarà tanto più possibile quanto più la Resistenza non si rinnegherà e continuerà, nell’ambito della conquista civile, la sua battaglia con immutato ardore e generosità.

La Resistenza è oggetto di sfruttamento di parte, di appropriazione indebita, di contrabbando illegale? Molti di coloro che ne hanno piena la bocca rigurgitano nel cuore della <<selva di barbarie>> stessa contro cui la Resistenza si armò? Ai piedi delle querele più nobili allignano sovente i funghi più pericolosi. Quanti nemici non ha contato lungo la sua storia millenaria il Cristianesimo fra coloro che ne alzavano la bandiera, ma ne misconoscevano lo spirito? Ebbene, che della congerie di consonanze ideali raccoltesi intorno al tema della Resistenza, la componente cattolica abbia consento la genuinità dell’accento originario, la fedeltà antica pur nella diversa prospettiva storica, ciò non potrà tornare che ad onore del cattolicesimo e varrà a tacitare le gracili e roche dissonanze che si fanno udire sulla barricata opposta, in cui si corrompe un passato che non è ancora riuscito, per manco di coraggio morale, a seppellire i propri morti.

Ricordo di un incontro con il presidente Anpi Sen. Raimondo Ricci

Presidente Ricci, dove si trovava e come aveva personalmente vissuto il 25 aprile del 1945?

“Il 25 aprile del 1945 mi trovavo internato nel campo KL (Konzentrazion Lager) di Mauthausen situato in Austria nei pressi di Linz, sulla sponda destra del Danubio. In quel periodo l’Austria faceva parte integrale del III Reich e il campo non era ancora stato liberato dalle forze della coalizione internazionale antinazista. La liberazione sarebbe avvenuta soltanto il 5 maggio del 1945, con l’arrivo alle porte del campo di forze armate americane. A Mauthausen ero stato internato a metà del mese di giugno 1944 con oltre 600 italiani che con un convoglio di carri merci piombati erano partiti dal campo di smistamento di Fossoli di Carpi, in Emilia Romagna. Il mio internamento era avvenuto dopo oltre sette mesi di detenzione nelle carceri di Imperia, Savona e Genova in quanto, ai primi di dicembre del 1943, ero stato arrestato da elementi della Guardia nazionale repubblicana del neofascismo di Salò i quali mi avevano trasferito prima alla Gestapo e successivamente alle SS. Ciò in quanto dopo l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre 1943, che mi aveva colto mentre prestavo servizio di ufficiale di Marina presso il Porto di Imperia, avevo deciso di andare in montagna, insieme ad alcuni marinai del mio comando e ad alcuni antifascisti, per cercare di realizzare una Resistenza attiva contro l’occupazione armata del nostro Paese da parte delle forze naziste”.

Ci racconta un aneddoto, una vicenda umana della lotta di resistenza partigiana?

“Ricordo che, senza dubbio, la vicenda umana che mi ha coinvolto nel purtroppo breve periodo della mia attività partigiana sui monti dell’entroterra imperiese fu rappresentata dalla vicinanza, dal generoso aiuto materiale e morale prestatomi da mia sorella Maura, di un anno e mezzo più giovane di me, che mantenne costanti collegamenti fra i luoghi ove la nostra formazione partigiana veniva costituendosi e organizzandosi e la città, dove risiedeva un nostro zio presso il quale ella abitava. Questo legame aveva assunto un carattere estremamente prezioso anche per il fatto che mia sorella ed io eravamo rimasti orfani di nostra madre fin dal 1937, quando essa era morta a soli 42 anni a seguito di una grave malattia, e di nostro padre, magistrato, deceduto in Africa Orientale nel 1941”.  

Come riuscivate a far crescere intorno a voi il consenso de popolazione civile, qual era la condizione sociale dell’Italia in quei periodo storico che precedette la Liberazione?

“Ricordo che l’orientamento generale nella popolazione con la quale eravamo in contatto e nello stesso ambiente militare al quale appartenevo, segnatamente fra i più giovani, era di ostilità alla prosecuzione di una guerra che aveva ormai profondamente e dolorosamente segnato il nostro popolo. L’occupazione tedesca significava la continuazione della guerra e ciò stesso, anche indipendentemente dalle violenze e dalle atrocità che l’avrebbero caratterizzata, costituiva un motivo di ostilità e la nascita, a partire dalla fine dell’ottobre 1943, di un nuovo fascismo repubblicano al servizio dei tedeschi non ebbe mai un consenso popolare. Nella presenza partigiana la popolazione, non solo della campagna e della montagna, vedeva una possibilità di riscatto. Tuttavia la scelta della lotta armata era molto difficile perché significava tagliare i rapporti con le proprie abitudini e frequentazioni, a cominciare molto spesso dai rapporti familiari, e mettere a rischio la propria esistenza, tanto nel caso della lotta in montagna come in quello dell’attività cospirativa in città”.

Ci parla degli orrori dell’oppressione nazista. Quali erano le libertà conculcate e i valori calpestati insieme alle Stesse vite umane? Deportazioni, prigionia, umiliazioni, violenze, negazione delle libertà civili e di pensiero: come poteva durare una simile prevaricazione?

“La risposta a questa domanda richiederebbe, per essere esauriente, un’analisi articolata e complessa, così sul piano storico come su quello etico. Qui posso tentare soltanto, con tutti i suoi limiti, una breve sintesi. Il destino ha voluto che nella mia vita io abbia sperimentato, e comunque conosciuto,  le caratteristiche fondamentali del fascismo e del nazismo, non solo per esserne stato vittima, ma anche per aver dedicato anni di letture e riflessioni all’approfondimento di realtà che per molti versi rappresentano un “unicum” nella storia umana. Ciò nel senso che, così il nazismo come il fascismo ma in modo sicuramente più integrale il primo rispetto al secondo, costituiscono forme inedite di dittature moderne fondate sulla violenza e dirette ad instaurare un potere assoluto mediante l’utilizzazione dei mezzi offerti dalle tecniche e dalle tecnologie create  e poste a disposizione dall’umano progresso, da quelle di carattere strettamente scientifico a quelle di carattere più propriamente organizzativo. Solo in questa chiave possono essere comprese e spiegate le dimensioni enormi degli stermini di massa, dei progetti di annientamento di intere etnie che soprattutto il nazionalsocialismo in larga parte realizzò, di dominio sul mondo intero progettato in dimensione millenaria, di controllo e repressione di ogni dissenso rispetto al sistema, misurato fin dentro le soglie delle coscienze individuali, di una propaganda capace di realizzare consensi plebiscitari intorno ai detentori del potere assoluto e ai loro progetti”. 

Possiamo oggi dire – come allora – che quello della Liberazione è un patrimonio storico e ideale di tutti?

“Possiamo senz’altro affermare che la liberazione del nostro Paese dal fascismo, che fu per quattro dei sei anni di guerra legato da un Patto di acciaio con il nazismo, e più in generale, che la sconfitta di questi totalitarismi nel secolo scorso, può essere considerata una grande e positiva conquista del genere umano e quindi un positivo patrimonio di tutti”.

Come valuta le recenti rivisitazioni critiche di quel periodo della lotta partigiana. mi riferisco ai libri di Gianpaolo Pansa in particolare. Ci furono davvero dei chiaroscuri o tutto fu nobile e limpido?

“La risposta a questa domanda, che riguarda il revisionismo politico e in particolare le posizioni assunte da un giornalista, deve essere affidata non tanto alle mie parole quanto alla verità storica. L’Italia fu liberata sostanzialmente dagli Alleati, in particolare dagli angloamericani, che risalirono lo stivale da Sud verso Nord con i loro eserciti. La loro vittoria fu aiutata, in molti casi in modo molto efficace, dalle forze della Resistenza italiana. Ma non fu un “dono” degli Alleati la trasformazione della identità nazionale  da Paese totalitario in Paese democratico, che si concretò con il mutamento istituzionale della nostra Patria da monarchia a repubblica e con l’elaborazione e approvazione della Costituzione fra le più avanzate e lungimiranti dell’intera Europa. Questa trasformazione fu merito del popolo italiano e dei suoi dirigenti che, dalle drammatiche vicende della seconda guerra mondiale e dalle stesse esperienze italiane a partire da quella della Resistenza, seppero trarre le debite e positive conclusioni. Se la Resistenza non avesse dato il suo contributo alla liberazione del nostro paese Alcide De Gasperi non avrebbe potuto ottenere al tavolo della pace a Parigi, nel 1947, l’integrità dei nostri confini a nord, a sud, a est e a ovest. Ciò fu possibile perché venne espressamente riconosciuto nel testo del trattato di pace che l’Italia era divenuta, con la Resistenza, cobelligerante con le Nazioni Unite. Per questo la Resistenza fu un grande e luminoso esempio della nostra storia che non può essere negato o messo in discussione per  il fatto che nell’immediato dopoguerra si siano verificati episodi di ritorsione o vendetta da parte di alcuni di coloro che avevano subito violenze inenarrabili. Questi furono amari frutti, purtroppo inevitabili, di una guerra di sterminio che il popolo italiano nella sua grande maggioranza non aveva certamente voluto”.

 Perché, Presidente Ricci, rinnovare ai contemporanei la memoria dì quel periodo è un preciso dovere morale oltre che un tributo alla storia affinché non abbia a ripetersi?

“Rinnovare e valorizzare, nella conoscenza reale dei fatti, la storia contemporanea del nostro Paese e con esso dell’Europa intera, è necessario se, come propone la domanda, vogliamo che nelle generazioni più giovani sia presente il valore e il significato della nostra storia e gli aspetti negativi del passato non abbiano a ripetersi. Per comprendere e affrontare il presente, le sfide del presente, sia quelle che si presentano per l’Italia sia quelle che riguardano tutto il mondo oggi globalizzato, è necessario conoscere il passato. Il colloquio e il dialogo fra le generazioni è quindi indispensabile e purtroppo dobbiamo constatare che in Italia non sempre questo colloquio si realizza”.

Che cosa resta oggi di quei valori che costarono il sacrificio dì vite umane, quali ideali dobbiamo insegnare ai giovani affinché ne facciano tesoro e li conservino con affetto e devozione?

“I valori che occorre conservare e che debbono essere principalmente indicati ai giovani hanno soprattutto un nome: la Costituzione, elaborata fra il 1946 e il 1947, ed entrata in vigore il 1° gennaio del 1948. Essa contiene i principi fondamentali che devono ispirare la vita stessa della nostra comunità nazionale. Il lavoro e la sua dignità, i diritti della persona, l’eguaglianza vista in modo dinamico in quanto dev’essere promossa dalla Repubblica per consentire la partecipazione alla politica, il ripudio della guerra e, oltre ad esso, l’accettazione di limiti alla sovranità nazionale in quanto necessario per promuovere positivi rapporti fra le nazioni, l’enunciazione dei diritti spettanti ai singoli cittadini, l’indipendenza della Magistratura, le istituzioni di garanzia ed altro ancora: un quadro lungimirante che deve essere ancora in buona parte attuato”.

L’Italia del dopoguerra – pur nei ritmi di una crescita complessa e tumultuosa e in presenza di lotte politiche a volte aspre ci ha consegnato un lungo periodo di pace e dì libertà. Possono la rievocazione deI 25 aprile  e la difesa della Costituzione alimentare le speranze di un ancor più lungo periodo di concordia nazionale?

“È un augurio fondato quello secondo cui il rispetto della Costituzione possa garantire all’Italia, superata l’attuale grave crisi economica globale, un nuovo periodo di concordia e prosperità. Oggi purtroppo la realtà non è incoraggiante sotto questo profilo. Credo tuttavia, con quell’ottimismo della volontà che non mi ha mai abbandonato nonostante le molte prove della mia esistenza, che questo augurio possa avverarsi. Riflettere sulla nostra storia e trarre da essa ispirazione è quanto mai necessario per questo il 25 aprile dovrebbe vedere l’intera nostra comunità nazionale stringersi unita intorno al significato di questa data altamente e positivamente simbolica”. 

Presidente, guardando a ritroso a quegli anni e alla Sua stessa vita e osservando il mondo di oggi pensa che rifarebbe ancora tutto ciò che scelse di fare? Legge almeno intorno a sé un sentimento di gratitudine e di riconoscenza?

“Rifarei tutto ciò che ho fatto durante la mia vita in modo positivo. In altri termini, non recrimino nulla di ciò che ho fatto; ho forse a volte il rimpianto di non essermi impegnato abbastanza, ma mi è di conforto la convinzione che una buona maggioranza del popolo italiano vede la nostra Costituzione come una luce, un faro che illumina la strada del futuro. Lo ha dimostrato nel 2006 con il referendum che ha bocciato un grave tentativo di manipolazione della nostra carta fondamentale. Oggi purtroppo questa maggioranza di italiani non trova voce, non la trova particolarmente nei partiti politici, per esprimere questa sua convinzione, il suo patriottismo costituzionale.  Ecco: io credo che occorra trovare un modo per dare voce, una voce unitaria, efficace e condivisa, a questo patriottismo. Non desidero gratitudine perché faccio semplicemente il mio dovere e mi sentirò sempre più affratellato a tutti coloro che, sempre più numerosi, condivideranno questo impegno”. 

 

                                                            Appendice

 

Conobbi il Sen Raimondo Ricci attraverso il contatto con l’istituto Ligure di Storia della Resistenza e dell’età contemporanea di cui era Presidente. Apprezzavo il suo rigore morale, la sua lucida testimonianza della storia patria del periodo della lotta di liberazione di cui era stato protagonista. Dopo l’armistizio del 1943 aveva aderito al movimento partigiano e per questo dopo pochi mesi fu arrestato dalla GNR. Incarcerato e poi consegnato alla Gestapo, venne deportato nel lager di Mauthausen da dove venne poi liberato il 5 maggio del 1945. Nacque tra noi un’amicizia personale consolidata da alcune visite a casa sua a Genova, dove abitava nella zona di Carignano, che mi consentirono di ascoltare i suoi racconti ricchi di episodi e di vicende vissute o raccolte. Lo legava un rapporto personale di amicizia con il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e in un paio di occasioni fui io stesso testimone del loro contatto telefonico assiduo e confidenziale: lui comunista e Scalfaro cattolico, erano uniti da una rettitudine morale e da una integerrima visione della vita, della politica, delle istituzioni. Conservo un ricordo vivo e affettuoso della sua garbata signorilità, della sua ospitalità nel ricevermi a casa sua, della sua curiosità nel raccontare ed ascoltare (mio padre – quasi suo coetaneo- era partigiano, conservo un diploma che gli fu consegnato dal Comandante delle Forze alleate in Italia, gen. Alexander, di cui Ricci vole in dono una fotocopia) aneddoti di quel periodo storico, sempre fermo e irremovibile da una visione netta e chiara di quell’epoca che aveva intensamente vissuto e di cui era stato un testimone autorevole e rispettato. Forse proprio a motivo della differenza di età tra noi mi riservava un affetto quasi paterno e una considerazione attenta nell’approfondire la storia del periodo della lotta di liberazione. Mi introdusse a scrivere alcuni articoli su PATRIA, organo dell’ANPI di cui fu lo storico Presidente fino al 2011. La sua Presidenza dell’ANPI fu la più lunga,  dal dopoguerra ai nostri giorni. Venne a mancare il 26 novembre 2013 a Genova, diventata la sua città da sempre, pur essendo nato a Roma nel 1921.

25 Aprile 1945 : l’italia è sconfitta e divisa, ma pronta a rinnovarsi

Liberata e riunificata nell’aprile del ’45, l’Italia dovette affrontare un difficilissimo dopoguerra, non solo dal punto di vista della ricostruzione materiale, ma anche e soprattutto sotto l’aspetto politico.

L’economia versava in condizioni drammatiche; la produzione era diminuita di circa 2/3 rispetto a quella di dieci anni prima, mentre i danni subiti dall’agricoltura si rivelarono incalcolabili. La viabilità e i collegamenti erano per gran parte danneggiati o distrutti, e la popolazione si trovò in difficoltà per usufruire dei beni di prima necessità, compresi gli approvvigionamenti alimentari. Il paese, benché lacerato da due esperienze totalmente dissimili (da una parte il Sud occupato dagli alleati e dall’altra il Nord, che fu oggetto di una guerra civile e di un’insurrezione popolare anti-nazifascista), si preparava a dare luogo a profondi mutamenti che avrebbero interessato nel loro insieme le istituzioni, il welfare e la comunità tutta. Così, se dopo la Liberazione le forze politiche candidate alla guida della nazione si apprestavano a sfidarsi in un rinnovato clima di dialettica democratica, i partiti destinati ad assumere un ruolo da protagonisti altri non furono se non quelli organizzati su basi di massa: tra questi, la Democrazia Cristiana, il Partito Comunista e il Partito Socialista (già Psiup).

Il 10 agosto 1946, alla Conferenza di Pace tenutasi a Parigi, il leader democristiano De Gasperi (primo Presidente del Consiglio della Repubblica) si espresse in modo molto duro contro le condizioni adottate nei confronti dell’Italia circa i risarcimenti e i provvedimenti a favore dei paesi vincitori; nel richiamare al suo movimento un consenso dell’opinione pubblica nazionale rivelatosi decisivo, egli creò ante litteram i presupposti per rinsaldare al potere un soggetto pronto a costituirsi come intermediario di una serie di interessi e aspettative condivise. Fermo restando l’appoggio della Chiesa cattolica.
In relazione a una valutazione politica ampiamente diffusa, ciò che accadde in Italia dopo il biennio 1946-47 può essere definito come il parziale fallimento di qualsiasi ipotesi di governo di centro-sinistra, il quale, pur determinando tutta una serie di cambiamenti istituzionali significativi, rappresentò l’inizio di una instabilità trascinatasi sino agli anni Settanta, quando lo scontro sociale e ideologico assunse una dimensione di rottura tra Stato e società civile. Le sinistre, il cui consenso fu condizionato di riflesso dalle politiche internazionali dell’Unione Sovietica (ma anche dal Colpo di Stato a Praga del febbraio ’48) e dall’eventualità che gli Usa potessero ritirare lo stanziamento dei fondi a favore di Roma nel caso i comunisti fossero entrati nel nuovo governo, andarono incontro a una sonora sconfitta che non precluse, a partire da una decina di anni dopo, l’inizio della collaborazione dei socialisti con gli esecutivi di centro.

A fronte dello shock provocato dai quasi 500.000 caduti tra militari e civili, dall’insuccesso della “via italiana al socialismo” auspicata da Togliatti e dai malaugurati tentativi di apertura di una corrente della Dc ai post-fascisti e ai monarchici, l’Italia riuscì tuttavia a risollevarsi e darsi un ordinamento moderno e democratico, con il quale la nuova Carta Costituzionale si fece interprete di alcuni principi di libertà e uguaglianza non solo propri di importanti icone della sua storia identitaria (vedi Mazzini), ma che contemplavano una pluralità di elementi politico-sociologici strettamente connessi. Molti di questi, fondati indissolubilmente sul principio repubblicano, si rifacevano anche al laicismo filo-piemontese di Balbo, al decentramento federalista di Cattaneo e al liberalismo di matrice minghettiana. Un sistema che racchiuse molti degli ideali preunitari e attinse per buona parte dalla mitologia risorgimentale, come la propaganda per le prime elezioni politiche del dopoguerra testimoniò.

Dolore per la scomparsa di Silvio Lega

Il Covid ci ha portato via un altro amico: Silvio Lega. Senza il suo aiuto nel 2011-2012 non si sarebbe potuto procedere all’autoconvocazione del consiglio nazionale della DC, del partito, cioè, “mai giuridicamente sciolto”.

Già vicesegretario della DC nazionale e uno dei più intelligenti e preparati dirigenti del partito, ci eravamo conosciuti sin dal movimento giovanile. Lui uno dei pochi “dorotei” presenti nella dirigenza nazionale, era molto legato all’on. Bisaglia e divenimmo subito amici.

Da solo, quando iniziai la raccolta delle firme dei consiglieri nazionali del partito per l’autoconvocazione, non ce l’avrei mai fatta, ma col suo determinante contributo il Consiglio nazional si poté svolgere, con l’elezione alla presidenza della cara on. Ombretta Fumagalli Carulli, anche lei recentemente scomparsa.

Silvio lo ricorderemo tutti noi Democratici Cristiani perché se si è potuto svolgere il tesseramento per l’anno 2012, gli iscritti del quale sono oggi, a tutti gli effetti giuridici, gli eredi legittimi della DC storica, lo dobbiamo in larga parte a lui.

Resterà in tutti noi il ricordo della sua fervida intelligenza politica, la ferma convinzione sui principi fondanti della democrazia liberale e una passione civile conservata intatta dagli anni delle sue prime esperienze politiche nella DC.
Anche per questo continueremo a batterci per gli stessi valori con i quali abbiamo testimoniato con Silvio la comune appartenenza alla grande famiglia democratico cristiana.

La tragedia nelle acque gelide del mediterraneo

Le tragedie accompagnano costantemente la nostra vita. Ci sono quelle che sono a noi vicinissime e quelle che sono spazialmente distanti. Quest’ultime, proprio perché non immediatamente vissute, hanno forse un che di letterario, qualcosa che sembra attutirle. In fondo, è proprio così e direi, tutto sommato, per l’economia emotiva di ciascuno di noi, che è meglio sia così.

Ciò non toglie che accanto agli aspetti fortemente sentimentali, si debba innanzitutto, far lavorare la mente, al fine di porre rimedio, dove sia possibile, alle cose peggiori che possano capitare all’essere umano.

Ditemi voi se la notizia di oggi, gommoni che si rovesciano e persone che annegano, nelle acque gelide del mediterraneo, giovani, donne, bambini non sia un evento insopportabile e non richieda e non solleciti al massimo grado l’attenzione degli Stati europei a porre finalmente fine a queste inumane tragedie che da tempo accompagnano le tristi cronache delle nostre giornate.

Inizia un periodo in cui questi fatti saranno via via più frequenti; da un lato, la stagione più mite, dall’altro, il venir meno, e – questo è un fatto comunque positivo – del conflitto e della guerra all’interno dello Stato Libico, quindi bisognerà che l’Europa si affretti a metter fine a questi scempi ormai intollerabili anche per chi dovesse avere un basso grado di empatia.

In aggiunta, immaginando che tanti profughi, nel territorio nord africano, siano ancora operanti e raccolgano un numero indefinito di “poveri diavoli”, si può presumere che quel flusso migratorio potrà essere sempre alimentato per arricchire scafisti e delinquenti, sulla pelle di povere persone che si trovano destinate ad attraversate insicure e, come più volte visto, tradotte in vere tragedie.

Val la pena inoltre ricordare, dalle descrizioni che ci sono state date, quanto sia infernale soggiornare in quei luoghi di detenzione Libica. Non serve soffermarsi sulle angherie che quelle persone subiscono e su aspetti a tal punto deteriori da non poter essere illustrati in questo commento. Tanto voi sapere benissimo a cosa mi riferisco.

Cosa dire in conclusione? Fare appello a quel senso di umanità che ogni governo civile e democratico deve poter mettere in atto per impedire a queste pagine oscure di essere ancora vergate da sofferenza e morte.

Un’altra tragedia nel Mediterraneo

Nell’indifferenza più totale si è consumata un’altra tragedia nel Mediterraneo. Nessuna risposta agli SOS lanciati, nessuna autorità che si sia assunta la responsabilità del salvataggio.

Stiamo letteralmente guardando donne, uomini e bambini morire inghiottiti dalle acque. E non a causa del fato.

Ma per l’assenza di un sistema di ricerca e soccorso che potrebbe salvare migliaia di vite.

Continuiamo a fare finta di credere che la Guardia Costiera libica sia in grado di realizzare operazioni di soccorso.

Non manca solo un’azione coordinata, che l’Europa e i suoi Stati in passato hanno realizzato, manca la volontà di soccorrere.

CIR (consiglio italiano dei rifugiati)

Alleanze politiche o sommatoria di sigle?

Quando la politica è in crisi, anzi in forte crisi, anche il capitolo delle alleanze entra in un tunnel  sempre più oscuro. Ne è prova tangibile il dibattito nell’area alternativa al centro destra per  rendersene conto. A giorni alterni, infatti, il centro sinistra parla di alleanza “organica e strutturale”  con il partito di Grillo oppure di semplice “dialogo”, almeno stando alle ultime dichiarazioni del  capo del Pd Letta.

E questo perchè le alleanze sono, purtroppo, il frutto di convenienze del  momento, dettate dall’opportunismo e dalla voglia di stare al governo. Ne sono prova gli  accadimenti concreti, e non quelli predicati nelle assemblee o scritti nei documenti ufficiali, che si  sono verificati uni questi ultimi anni. Governi che si sono fatti con partiti con cui sino al giorno  prima ci si è insultati reciprocamente oppure, per dirla con Zingaretti, dopo aver pronunciato  solenni giuramenti nelle sedi di partito con il fatidico “mai e poi ancora mai con i 5 stelle”. Come  ovvio, tutte battute al vento prive di qualsiasi coerenza politica e lungimiranza progettuale. E oggi  non è cambiato nulla.

Anzi. Le coalizioni non sono più il frutto e la conseguenza di una strategia  politica, di un progetto di governo ma, molto più semplicemente, la sommatoria di chi è “contro  qualcuno”. Per la verità, non si tratta di una grande novità nel panorama politico italiano dopo la  lunga stagione della prima repubblica e dopo quella, meno intensa ma comunque carica di  aspettative e di attese, dell’Ulivo.

Da molti anni si declina il proprio progetto politico in virtù di una  pregiudiziale politica e anche personale contro qualcuno o qualcosa. La lunga stagione  dell’antiberlusconismo lo conferma in modo persin plateale. Antiberlusconismo che, per ragioni  generazionali, oggi è stato sostituito dall’antisalvinismo. Ma la storia non cambia granchè perchè  sempre di “anti” si caratterizza. Ma, al contempo, è del tutto evidente che una alleanza politica,  culturale e soprattutto programmatica e di governo difficilmente decolla con queste premesse. E  la controprova ce l’abbiamo concretamente con le alleanze che si andranno a formare nelle grandi  città che andranno al voto nel prossimo autunno. È appena sufficiente prendere atto di ciò che  avviene nelle due grandi città in cui governano i 5 stelle – Roma e Torino – per rendersene conto.  Da quelle parti si registra che l’indicazione che arriva dal vertice dei due partiti – e cioè alleanze  per battere la destra, sempre sovversiva e sovranista…- stenta a tradursi in realtà.

E questo per  una molteplicità di motivi. Ma, su tutte, c’è una ragione di fondo. Ovvero, non sempre le  operazioni trasformistiche che partono dal livello nazionale decollano tranquillamente anche a  livello periferico. Il caso di Torino, al riguardo, è emblematico. Dopo 5 lunghi anni di governo  locale in cui i due partiti se le sono date di santa ragione, come è possibile tranquillamente dar  vita ad una alleanza “organica e strutturale” già sin dal primo turno come vorrebbe il vertice  nazionale del Pd? Come è possibile dimenticare in un battito d’ali tutto ciò che ha caratterizzato  una lunga stagione amministrativa che, tra l’altro, è stata anche una severa e trasparente  contrapposizione politica? Ecco perchè, partendo proprio dalle realtà locali più significative,  costruire alleanze a tavolino è più difficile del previsto quando non vi sono evidenti ragioni  politiche, culturali e programmatiche omogenee tra i partiti se non la comune avversità nei  confronti degli avversari – che in questo caso sono anche autentici “nemici” – e quindi per un puro  disegno di potere. 

In sintesi, si tratta di capire se si vuol dar vita ad alleanze politiche frutto di una comune cultura di  governo e, soprattutto di un progetto di governo oppure, al contrario, se ci troviamo di fronte ad  una semplice operazione da pallottoliere dove, di fatto, conta esclusivamente la sommatoria dei  partiti da mettere insieme per tentare di vincere le elezioni. A livello nazionale come a livello locale.  È su questo versante, del resto, che si gioca la credibilità dei partiti e soprattutto di chi li guida.  Perchè mai come in questi momenti, dopo una stagione dominata dal trasformismo e  dall’opportunismo, è necessario ed indispensabile ridare linfa e una nuova veste alla politica. Lo  diceva in un’altra epoca storica un grande storico cattolico democratico, Pietro Scoppola,  sostenendo che un politico è credibile quando riesce ad unire nella sua azione concreta e  quotidiana “la cultura del comportamento con la cultura del progetto”. 

Ecco, in queste parole è racchiusa anche la distinzione tra costruire una alleanza politica e di  governo che si confronta con gli avversari per vincere le elezioni oppure dar vita ad un semplice  pallottoliere per evitare che altri vincano ma senza alcun profilo politico se non quello di  conservare il più a lungo possibile il potere. 

Non sono i bonus che salveranno l’Italia

La storia ci insegna che i popoli dopo aver subito gravi incidenti economici, calamità di vario genere e guerre, appena queste avversità cessano, ritornano alle proprie attività  con fervore ed impegno molto più intensi di prima .

È l’istinto di sopravvivenza che ha predisposto in noi il Signore, che sprigiona nelle persone una grande energia tesa a recuperare quello che si è perso nella disgrazia. Gli eventi più vicini alla nostra esperienza personale e familiare lo dimostrano, come nel dopo guerra del secondo conflitto mondiale, nella crisi finanziaria del 2008, in questa esperienza drammatica pandemica.

L’Italia ha avuto una ripresa travolgente nel primo ventennio repubblicano, ma non dopo il crollo di Wall Street del quale portiamo ancora le ferite ancora purulenti, facendo eccezione rispetto a tutti gli a altri paesi industrializzati che hanno saputo sopravanzare i danni iniziali subiti, ed ora nella crisi sanitaria nel suo pieno svolgimento già si notano clamorosi avanzamenti in alcuni settori economici e aree del mondo.

Va considerato che l’attuale pandemia è capitata nel mezzo dello sviluppo smisurato sul piano mondiale del potere finanziario, delle big tech e della rivoluzione digitale, e dunque tutte le attività legate a questi mondi stanno migliorando i loro affari con una elevatissima progressione geometrica, favorita non solo dal cambiamento in atto e dalla sostituzione delle vecchie tecnologie nella vita privata e nell’ambito delle produzioni e servizi, ma anche dalle impellenti necessità imposte dal COVID di superare spazio e tempo.

Cosicché come è accaduto negli snodi dei cambiamenti epocali provocati dalle nuove tecnologie, cambia la domanda di nuovi mestieri ed irrompono nuove aziende nel mercato, mentre mestieri e imprese vecchie si dirigono inesorabilmente verso la loro consunzione. I cambiamenti avvenuti nella storia certamente hanno creato anche grandi inconvenienti per lavoratori, imprese ed economia di un Paese, ma il superamento delle difficoltà dipende quasi esclusivamente dalla velocità nell’apprendimento delle nuove competenze e da imprese in grado di immedesimarsi con le dinamiche di domanda internazionali e locali dei mercati in grado di disporre di nuove tecnologie, di reti  commerciali e di logistica efficienti ed economici.

Nel nostro paese, però queste verità non sono affatto considerate; si ritiene che il modo di soccorrere lavoratori ed imprese in simili circostanze è quello di elargire bonus e sostegni, sciupando denaro che invece potrebbe essere usato per rigenerare imprese, professionalità di lavoratori, ed una “pubblic education” in grado di preparare le giovani generazioni a stare al passo con le conoscenze utili per partecipare fattivamente al “villaggio globale” ed alle  produzioni di beni e servizi.

La differenza la farà davvero l’attenzione al rinnovo della nostra capacità di condividere con successo la divisione internazionale del lavoro per assicurarci fette di mercato per il nostro benessere. Ed allora credo che la politica faccia bene a preoccuparsi di riaprire le varie attività di ristoro e di servizi, ma cento volte in più dovrà preoccuparsi a come l’Italia possa attrezzarsi dopo anni ed anni di noncuranza sui fattori della modernità necessaria al sistema di produzione e dei servizi, che sono le fonti più importanti per consentirci sicurezza sociale e benessere.

Usa, omicidio di George Floyd: una condanna esemplare

Un verdetto senza appello ed inequivocabile quello emesso dalla Corte di Minneapolis nei confronti dell’ex agente di polizia   Derek Chauvin, che il 25 maggio del 2020 aveva provocato la morte di George Floyd il 46enne afroamericano, padre di cinque figli ,  divenuto icona del movimento Black Lives Matter.

Ci sono volute oltre 10 ore di camera di consiglio per la giuria – composta da sei bianchi e sei persone di colore, sette donne e cinque uomini-  che ha smontato la tesi difensiva dei legali dell’imputato che tendevano ad attribuire la morte di Floyd ad altre cause, come l’assunzione di droghe o asseriti problemi cardiocircolatori, e ha concluso per la colpevolezza dell’imputato sotto tutti e tre i capi d’accusa per i quali era stato rinviato a giudizio, non escluso il più grave, quello di omicidio colposo preterintenzionale.

Scartando nella disamina del caso ogni tipo di attenuante che potesse dar luogo a reati minori e a pene più lievi. Lo stesso Presidente Joe Biden aveva parlato nei giorni scorsi di prove schiaccianti a carico di Chauvin, esponendosi anche a polemiche politiche peraltro pretestuose, d’altra parte il filmato visto e rivisto  in tutte le TV del mondo è di una eloquenza assolutamente evidente e incontestabile.

L’ex agente aveva tenuto il ginocchio sul collo della vittima accasciata a terra a fianco dell’auto della pattuglia che lo aveva fermato,  per oltre nove lunghissimi minuti provocandone il soffocamento.

E questo davanti all’inerzia dei colleghi , con efferata spregiudicatezza.

Il pronunciamento della giuria di Minneapolis è stato accolto con un’ovazione dal pubblico assiepato in aula e dalle centinaia di persone convenute fuori dal Palazzo di Giustizia.

La tensione nella comunità afroamericana era divenuta palpabile e un esito diverso avrebbe potuto provocare una vera e propria rivolta popolare: si è trattato forse della più eclatante protesta della storia degli USA. Gli slogan scanditi dal popolo afroamericano e dai bianchi che riempivano la piazza antistante e che avevano animato le strade della città nei giorni precedenti,  ricordavano anche il ragazzo ventenne Daunte Wright, ucciso tempo addietro sempre nei pressi di Minneapolis, dalla polizia che l’aveva fermato per una banale infrazione stradale.

Questo è l’ennesimo capitolo di una lunga storia di accanimento di agenti della polizia americana nei confronti di uomini e donne di colore, una cosa inammissibile della quale il corpo armato e l’intera nazione americana avrebbe dovuto con maggiore determinazione e chiarezza decisamente ‘vergognarsi’, prendendo le distanze dai numerosi casi succedutisi negli anni, anche di persone uccise a bruciapelo nonostante avessero le braccia alzate in segno di resa. La reiterazione dei fatti non si esaurisce nella responsabilità di un singolo.

La fiaccola della Statua della libertà si sarebbe metaforicamente spenta forse per sempre se il verdetto non avesse reso giustizia al crimine commesso dall’agente di polizia incriminato.

Chi ha la mia età ricorda le battaglie civili di Martin Luther King a difesa dei diritti di uguaglianza, libertà dei neri americani e contro la discriminazione razziale in tutto il mondo.

Una vera e propria icona generazionale il cui assassinio aveva scosso profondamente la coscienza morale e civile degli abitanti del pianeta, nonostante anni di lungo e inaccettabile imbarazzo presso coloro che in qualunque modo accettavano o tolleravano la vergognosa e inqualificabile discriminazione razziale.

Nemmeno dopo quel periodo di lotta civile, pacifica e non violenta l’America ha mai saputo risolvere un problema che era diventato una questione di civiltà giuridica,  di valori comunitari, di rispetto per la dignità umana. Ora Biden promette una legislazione che metta fine a questa indegna tolleranza della violenza.

Ciò, nonostante la solennità dei principi affermati nella Carta dei Diritti (i primi dieci emendamenti della Costituzione), l’autorità della Corte Suprema, la figura del Presidente degli Stati Uniti che rappresenta l’unità del Paese, l’afflato religioso e il ‘giorno del ringraziamento’.

Fa specie che la più grande e progredita democrazia del mondo occidentale abbia impiegato tanti anni per giungere ad un verdetto che si auspica possa essere una svolta e una pietra miliare nella lunga militanza a difesa dei diritti umani, per evitare che certe aberranti discriminazioni possano ripetersi.

Ora il colpevole dell’omicidio rischia fino a 40 anni di reclusione: la sentenza sull’entità della pena sarà pronunciata dal giudice Peter Cahill nelle prossime settimane. Eppure tre giorni dopo il verdetto una ragazza di colore è stata uccisa sempre dalla polizia di Minneapolis, nonostante fosse stata immobilizzata.

Perciò serve una svolta che sradichi una mentalità di prepotenza e violenza razziale, alimentata anche dalla lobby delle armi che spesso mette in mano il primo fucile a ragazzini di dieci anni.