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Auto connesse e Assistenti vocali: le Linee guida dei Garanti privacy europei

Maggiori tutele per la privacy di conducenti e passeggeri delle auto connesse, trasparenza e sicurezza per i dati personali trattati dagli assistenti vocali sempre più usati da privati e imprese. Il Comitato europeo per la protezione dei dati (Edpb), ai cui lavori partecipa attivamente anche il Garante italiano, ha adottato specifiche linee guida per produttori e utilizzatori di tecnologie divenute ormai di uso quotidiano.

Le linee guida sulle auto connesse – praticamente tutti i veicoli di nuova generazione collegati in rete o tra di loro – sono state adottate definitivamente dopo un anno di lavoro, con il recepimento di alcune delle modifiche proposte nel corso della consultazione pubblica avviata a febbraio del 2020.

I Garanti europei chiedono all’industria automobilistica e a tutte le società coinvolte nella produzione e nello sviluppo di servizi per automobili intelligenti di procedere nel rispetto dei principi di privacy-by-design e di privacy-by-default, in modo che gli apparati raccolgano e trasmettano, per specifiche finalità, la minor quantità possibile di dati riferibili alle persone presenti sul veicolo. Le aziende per trattare i dati degli utenti dovranno operare su una base giuridica che, per le auto connesse, è di norma fondata sul consenso degli interessati (guidatori e passeggeri) e sul principio di necessità, ad esempio per l’assistenza alla guida e la sicurezza stradale, o per servizi assicurativi di tipo “pay-as-you-drive”. Inoltre, per questo tipo di assicurazioni, dovrà essere fornita agli automobilisti un’alternativa che non richieda l’installazione di “black box” e il tracciamento di mobilità.

Le persone sul veicolo dovranno essere informate in maniera chiara, nella loro lingua, sul trattamento dei dati effettuato e dovranno poter esercitare con facilità tutti i diritti garantiti dalla direttiva ePrivacy e dal Gdpr, anche attivando o disattivando autonomamente determinati servizi e trattamenti attraverso un’interfaccia di semplice utilizzo. Quando possibile, tutti i dati, in particolare quelli di geolocalizzazione, dovranno essere elaborati direttamente all’interno del veicolo e non trasmessi sul cloud. Tra le varie tutele indicate dai Garanti europei, vi sono anche quelle relative alla pseudonimizzazione o all’anonimizzazione dei dati, nonché quelle relative all’uso di tecniche crittografiche che ne garantiscano l’integrità e la protezione da accessi illeciti.

Nel corso dell’ultima riunione plenaria, l’Edpb ha approvato anche la prima versione delle linee guida relative agli assistenti vocali digitali (Vva – Virtual Voice Assistants), come quelli attivati negli smartphone o nei televisori intelligenti, negli stessi veicoli connessi o nei cosiddetti smart speaker presenti nelle case di molti italiani. Le linee guida sugli assistenti vocali digitali sono state poste in consultazione pubblica fino al 23 aprile 2021.

Una delle principali criticità individuate dai Garanti europei riguarda la molteplicità di tipologie dei dati trattati, delle persone coinvolti e di trattamenti eseguiti. Un assistente vocale può, infatti, eseguire, un ordine, rispondere a una domanda o a un comando di domotica, offrire un servizio di customer care per un’azienda, oppure rimanere semplicemente in ascolto in attesa di eventuali richieste. Il trattamento dei dati può puoi riguardare un utente specifico, come quelli riconosciuti tramite tecniche di analisi biometrica della voce, oppure una pluralità indefinita di persone o di familiari.

Per offrire maggiori garanzie agli utenti e ridurre i rischi connessi, i Garanti europei hanno chiesto a produttori e sviluppatori di assistenti vocali che gli hardware e software usati siano progettati e impostati in automatico per garantire maggiore trasparenza e riservatezza nell’uso dei dati. L’utente deve esser emesso in grado di comprendere se il dispositivo è attivo oppure no, e in quale fase si trova: ad esempio, se è in ascolto o sta eseguendo un comando. È necessario che sia definita con chiarezza e trasparenza la titolarità del trattamento dei dati, anche nel caso di fornitori di servizi specifici, garantendo a tutti gli interessati la possibilità di esercitare in maniera semplice i propri diritti, come quello all’accesso, all’aggiornamento, alla cancellazione o alla portabilità dei dati. Dovranno inoltre essere ben distinte le finalità del trattamento dei dati, garantendo all’utente una libera espressione del consenso per specifici trattamenti, di dati come quello relativo al marketing, alla profilazione o al “machine learning” del servizio di intelligenza artificiale associato al dispositivo. Tra le misure a protezione dei dati sono indicate modalità sicure di autenticazione degli utenti, tecniche di pseudonimizzazione e specifiche tutele per i dati biometrici, facendo ad esempio in modo che il riconoscimento della voce dell’utente avvenga sul dispositivo e non da remoto.

 

La giornata mondiale del backup

Oggi è la giornata mondiale del backup – World Backup Day (WBD) – un’iniziativa di sensibilizzazione che punta a far capire alle persone l’importanza di fare con regolarità il salvataggio dei dati per proteggerli da furti, virus e malfunzionamenti.

Dato che gran parte delle nostre vite, foto e video vengono archiviati in formato digitale, è importante che iniziamo a fare backup dei nostri preziosi dati. Il backup dei dati è una di quelle procedure facili da eseguire che molte persone ignorano.

Le persone ora creano e generano oltre 1,8 zettabyte di dati all’anno. Sono molti i dati che dobbiamo proteggere! Sfortunatamente, quasi il 30% delle persone non ha mai nemmeno eseguito il backup dei propri dati.

 

Viaggi all’estero: “quarantena e tampone per chi rientra in Italia”

Il ministro della Salute, Roberto Speranza dispone, per arrivi e rientri da Paesi dell’Unione europea, tampone in partenza, quarantena di 5 giorni e ulteriore tampone alla fine dei 5 giorni. La quarantena è già prevista per tutti i Paesi extra Eu”.

In ogni caso, come spiegato ieri sera dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio al Tg2Post, “quello che noi abbiamo chiesto è rimanere a casa e non spostarsi, chi va all’estero e rientra deve fare un tampone all’andata e al ritorno, rientra nelle regole della mobilità europea. Ma non stiamo assolutamente consigliando ai cittadini di andare all’estero, anzi sconsigliamo di spostarsi perché siamo in una fase difficile”.

Il passaporto vaccinale europeo per il covid è in arrivo tra un paio di mesi. Chi ha ricevuto il vaccino contro il coronavirus potrebbe usare il documento per salire in aereo, viaggiare con maggiore facilità, partecipare ad un evento ‘di massa’ e riprendere più agevolmente una vita ‘normale’. Nell’Ue il ‘passport’ potrebbe diventare realtà dal 15 giugno e garantire maggiore libertà di movimento.

La scuola del dopo Pasqua: che cosa ci aspetta?

Nella Conferenza stampa del 26/3 u.s. alla presenza del Ministro della Salute On.le Roberto Speranza il Presidente Mario Draghi ha anticipato alcuni orientamenti da sottoporre alla Conferenza Stato Regioni per poi essere tradotti in scelte operative per la riapertura delle scuole dopo le vacanze Pasquali.

Dimenticando tuttavia entrambi che l’O.M. 12 marzo u.s. del Ministro della Salute prevedeva 15 gg di chiusura degli istituti di ogni ordine e grado nelle zone rosse, fino ad oggi appunto.

Il che significa che mentre scrivo queste righe – nonostante una mattinata passata al telefono con il Ministero per acquisire informazioni certe circa eventuali decisione prese– non risulta ancora esser stata effettuata una scelta in ordine alla prosecuzione degli effetti dell’O.M. ovvero alla riapertura delle scuole delle zone rosse. Da oltre un anno siamo abituati ad un incalzante avvicendamento di decisioni che hanno prodotto alcuni risultati e molto disorientamento. 

Ha ragione il Presidente del CENSIS Prof De Rita quando afferma che la gestione politica della lunga fase pandemica si è caratterizzata in una ricorsa continua degli eventi e in una prevalenza della comunicazione – rapsodica, frammentata, sincopata, contraddittoria – rispetto alla certezza delle informazioni che i cittadini meritavano, in una alternanza tra ragioni di opportunità (assecondare le richieste della gente) e vincoli suggeriti dalla scienza, spesso orientata in direzione opposta.

Sarebbe stata più lungimirante una decisione che inglobasse i due ultimi giorni di marzo nell’Ordinanza del Ministero della salute: più logico pensare da subito ad un periodo continuativo con le vacanze pasquali per trovarsi pronti alla riapertura del 7 aprile. Riaprire senza preavviso comporta difficoltà oggettive (aule, pulizia, mense, refettori, trasporti ecc) a cui i dirigenti scolastici avrebbero preferito far fronte in anticipo.

Vedremo gli sviluppi ma il metodo delle comunicazioni all’ultimo minuto aggiunge confusione a confusione, come se non ce ne fosse già abbastanza, tra vaccini carenti , difficoltà oggettive nella loro somministrazione, carenze logistiche a livello procedurale, lentezza delle operazioni, dubbi sulle forniture (al punto di spingere il Presidente Draghi a minacciare azioni legali verso le case farmaceutiche).

Che la mutazione genetica del virus fosse il vulnus principale del piano vaccinale lo si è metabolizzato in ritardo rispetto ai dubbi avanzati da alcuni scienziati : ad esso si aggiungono gli arrugginiti meccanismi di funzionamento degli apparati, le logiche corporative, i distinguo, i sospetti non fugati alimentati in modo strumentale dal fanatismo dei no vax , nonostante le evidenze scientifiche.

Si ha come l’impressione che dietro questa gigantesca operazione vaccinale ci siano interessi prevalenti rispetto alla tutela sanitaria dei cittadini: non si contano le segnalazioni di episodi paradossali di persone che hanno dovuto spostarsi di parecchi chilometri da casa per sottoporsi alla vaccinazione, nonostante la presenza nei paraggi abitatiti di strutture pubbliche sanitarie a cominciare dal medico di base sotto casa.

Forse il compito che attende il Presidente Draghi e il Generale Figliuolo è piò ostico del previsto, anche la loro abnegazione e la loro lungimiranza sono garanzie circa un buon esito, se la burocrazia opprimente che si frappone alla complessa procedura cederà il passo al buon senso, alla competenza e all’umanità.

In sede di conferenza stampa il Presidente Draghi ha prestato particolare attenzione al mondo della scuola, esprimendo in modo netto la priorità di questo tema nell’agenda di governo, al punto da anticipare una apertura dei nidi, delle scuole dell’infanzia , della scuola primaria e della prima classe delle secondaria di primo grado subito dopo le vacanze pasquali.

Non mancando di immaginare una serie di cautele che si renderanno necessarie sul piano del controllo sanitario e della profilassi, per evitare il pericolo di contagi.

Tra le previsioni annunciate c’è l’effettuazione del tampone rapido alla popolazione scolastica (quotidiana?) con la segnalazione di casi di contagio che comporterebbero il PCR al rientro, il periodo di isolamento e contumacia, la momentanea chiusura delle lezioni nella classe o nel plesso interessato.

Ma a chi sarebbe affidato questo compito di verifica tramite tampone sugli alunni: pare che si pensi agli insegnanti stessi, ipotesi che solleva dubbi di legittimità poiché si tratta pur sempre di un controllo invasivo che richiede cautele e competenze sanitarie.

Non pare il caso di sollevare l’antico vezzo italico del “non mi spetta”, “non mi tocca”, però pensare che gli insegnanti possano o debbano svolgere una mansione solitamente affidata agli infermieri suscita qualche perplessità. Qualcuno riesce ad immaginare tempi, modi e difficoltà del momento dell’accoglienza scolastica degli alunni 3/6 anni- ad esempio- pur se in spazi preventivamente strutturati?

Non sono infrequenti le situazioni in cui il personale scolastico si adopera per facilitare la somministrazione dei farmaci in orario scolastico ma questo in genere avviene previ accordi di rete con le strutture sanitarie di zona e protocolli operativi che attivano una sorta di mini-scudo protettivo nei confronti di docenti e ausiliari, che svolgono un compito non compreso nelle loro ordinarie mansioni.

In Lombardia – ad es. si realizzò la prima intesa a livello nazionale tra ufficio scolastico regionale, scuole delle autonomie e ASL per la somministrazione dell’insulina agli alunni diabetici.

Sono fattispecie operative che una volta superate le difficoltà iniziali procedono in modo ordinario, con la collaborazione di tutti, per tranquillizzare alunni e famiglie.

Sono buone pratiche che fanno onore alla scuola e aiutano gli alunni in difficoltà.

Nell’ipotesi di accertamento a mezzo tamponi rapidi vedo difficoltà diverse e più onerose in termini di responsabilità.  Toccherebbe in sostanza ai docenti “certificare” l’esito del tampone, prendendone magari nota nel registro di sezione o di classe, con ulteriori complicazioni in caso di utilizzo del registro elettronico.

Un errore di lettura del risultato potrebbe essere compromettente sul piano della valutazione del singolo alunno e della diffusione di un focolaio di contagio.

La delicatezza del compito suggerisce prudenza. Sarebbe opportuno un piano profilattico realizzato in collaborazione con le strutture sanitarie di zona, si tratta di superare le pastoie della burocrazia e di operare nella correttezza e nel rispetto delle funzioni e dei compiti, senza forzature.

Questa proposta fa venire in mente – con nostalgia – quando i singoli istituti potevano contare sulla presenza del medico scolastico e di una o più assistenti sanitarie.

Avere a disposizione queste figure nel contesto di una scuola sarebbe oggi la soluzione al problema posto da una operazione che richiede una specifica competenza professionale.

Non si capisce perché queste figure così preziose e rassicuranti siano state espunte dall’organizzazione della scuola, magari per ragioni di risparmio di spesa pubblica o per far posto ad altre voci di bilancio pubblico non altrettanto utili e ora più che mai necessarie.

Sarebbe un’idea riprendere in considerazione questa presenza istituzionalizzata in ogni contesto scolastico: o con i fondi del MES e con quelli del Recovery sarebbe un modo per rendere più sicure e vigilate le nostre scuole sul piano della necessaria profilassi sanitaria.

Considerato che il virus non deflette, che si prevedono tempi lunghi per uscire dai pericoli ricorrenti dei contagi specie in ambito comunitario.

E – di conseguenza – per tutelare la popolazione scolastica e rendere davvero prioritaria, con azioni concrete, l’intenzione di aprire e tenere aperte le scuole e consentire un ordinato svolgimento delle attività didattiche in presenza.

Come tutti chiedono e vorrebbero.

 

Le azioni di Mario Draghi

Serietà vuole che si lascino da parte le attese miracolistiche. Un saggio padre di famiglia è caratterizzato dal fatto che promuove un passo dopo l’altro, secondo la sua personale falcata. Così non deluderà alcuno, né produrrà le funamboliche attese. Mario Draghi, se non altro per la sua anagrafe, testimonia come dev’essere il ritmo da imprimere al suo Governo.

Saggio, senza corse avventate, né ingiustificati ingessamenti volitivi. Io, lo dico sinceramente, me l’ero immaginato così, e così, almeno fino ad oggi, sta procedendo. Fermo contro ogni furbizia delle case farmaceutiche; sollecito nei riguardi della commissione europea; propositivo sugli atti economicamente più significativi sul piano continentale.

La campagna vaccinale, pur registrando qualche inevitabile incertezza in qualche angolo di questo nostro Paese, comincia a dar segni di netta ripresa e, almeno per quanto si è sentito, giungerà al pieno regime a metà del prossimo mese. Sono segnali incoraggianti.

Pensavamo di poter piegare prima questo malanno, ma si è dimostrato più velenoso di quanto pensassimo. La guardia non va abbassata e giustamente, il Presidente del Consiglio dei Ministri ieri, ha dichiarato che il timone delle decisioni, sarà condizionato solo dai dati epidemiologici. In altri termini, si potranno aprire le attività solo a patto che i numeri sanitari lo consentano.

Una notizia che può essere ampiamente condivisa e che gira nettamente pagina, è quella relativa all’assegno familiare per i figli, cifra pari a 250 euro mensili a testa. È una misura particolarmente positiva, da accogliere con applauso, soprattutto perché i dati della natalità, sono fortemente caratterizzati da un inaccettabile e pericoloso arretramento.

Bisogna invertire questa tendenza; ricordiamo che quell’indice segnala lo stato di benessere di una comunità, i due valori sono tra loro direttamente proporzionali. Per questo, la misura adottata dal Governo Draghi che sarà operativa dal primo luglio 2021, segnala l’intelligenza politica portata finalmente in attuazione.

Sta per concludersi il mese peggiore, e il prossimo aprile riusciremo a fare indietreggiare significativamente questo terribile comune nemico.

Il folle volo di Stanley Kubrick

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Antonio Farisi

Esattamente vent’anni fa, nel mese di marzo del cruciale anno 2001, fu organizzata per Giovanni Paolo II , appassionato di cinema, una proiezione di quello che è considerato il miglior film di fantascienza di tutti i tempi, 2001: Odissea nello spazio. L’occasione era data dal ritorno dell’opera di Stanley Kubrick in versione restaurata nelle sale di tutta Europa, nell’anno che lui aveva reso emblematico. Il carattere privato dell’evento, svoltosi a Palazzo San Carlo nel cuore del Vaticano, non permette di ricostruirne la cronaca, non fosse per la presenza tra gli ospiti di Christiane e Anya Kubrick, moglie e figlia del regista, che negli anni sono tornate più volte a parlarne con viva emozione. In particolare, tre mesi dopo intervistata da Charlie Rose per l’americana Pbs, la vedova, ricordando quella serata in Vaticano, affermò: «2001 è una preghiera agnostica».

Tra tutte le definizioni che hanno accompagnato il film dalla sua uscita nel 1968 (“un poema sperimentale da sei milioni di dollari”, “epopea travolgente sotto il segno di Nietzsche”, “un racconto freddo”), “una preghiera agnostica” rimane la più spiazzante in quanto viene dalla persona che più era vicino al regista (e Christiane ha continuato a parlarne così anche in altre occasioni pubbliche).

In realtà, Kubrick — che era nato da una famiglia ebraica ma non si riconosceva in alcuna religione — si era sempre rifiutato di dare interpretazioni. «Non voglio fornire una mappa verbale per 2001», aveva detto in un’intervista, lasciando lo spettatore libero di speculare sul significato filosofico e allegorico del film. Dall’apparizione di un monolite agli uomini-scimmia preistorici attraverso la sua ricomparsa sulla superficie lunare e la missione nello spazio profondo che ne consegue, al rapporto di due astronauti con Hal 9000, un computer con una personalità umana, 2001 è una ponderosa ricerca della conoscenza e dell’autocomprensione dell’uomo che provoca più domande che risposte.

Kubrick era partito dal voler fare tabula rasa dell’immaginario di razzi e mostri che aveva colonizzato il cinema di fantascienza come genere da B-MOVIE . Quando, nel 1964 aveva contattato lo scrittore Arthur C. Clarke per proporgli di scrivere una sceneggiatura insieme, prendendo spunto dal suo racconto La sentinella, gli confidò che voleva realizzare «il proverbiale buon film di fantascienza». Negli anni Sessanta, in piena corsa alla conquista dello spazio, il suo proposito era di rappresentare in maniera realistica i viaggi nel cosmo, utilizzando elaborati effetti visivi, modellini e scenografie dettagliate, nonché una fedele riproposizione dei suoni muti in assenza di gravità così da raggiungere una perfetta verosimiglianza. Sul sito della Nasa c’è un elenco di tutti quei dettagli tecnici con cui 2001 ha fornito un’anteprima realistica di come potrebbe essere il nostro futuro nello spazio.

Per dare scientificità e credibilità al film, Kubrick preparò una serie di domande e, nel 1966, spedì un suo assistente con una macchina da presa perché le ponesse ai maggiori esponenti del mondo scientifico. Ventuno personalità del calibro di Isaac Asimov, Margaret Mead, Aleksandr Oparin risposero a domande come «Esiste vita extraterrestre? Che effetti avrebbe questa scoperta sul genere umano? Come sarà l’evoluzione dei computer? Proveranno sentimenti?». Risposte che Kubrick intendeva inserire come prologo al film. Tra i vari contributi spiccano quelli del gesuita Francis J. Heyden, all’epoca direttore dell’osservatorio astronomico della Georgetown University, e del rabbino Norman Lamm, uno dei maggiori rappresentanti dell’ebraismo ortodosso moderno. La loro presenza nel novero di questi scienziati, è segno che anche per Kubrick l’esistenza di forme di vita intelligenti in altre parti del cosmo ha implicazioni filosofiche e teologiche. Alla fine, Kubrick abbandona l’idea del prologo e lascia che il film parli per se stesso. Alla sua uscita nel 1968, un anno prima che Neil Arm-strong compisse il primo passo sulla luna, 2001: Odissea nello spazio disorienta gli spettatori e fatica a trovare un proprio pubblico, finché diventa patrimonio dell’immaginario giovanile, attratto dalla dimensione psichedelica: 2001 trascina lo spettatore in un viaggio di proporzioni inedite, in un «folle volo» per citare Dante, nella celebre sequenza psichedelica della Porta delle Stelle, l’uomo si ritrova inerme e solo di fronte all’Assoluto.

In un’intervista divenuta punto di riferimento per gli studiosi di cinema, incalzato da Eric Norden, Kubrick precisa: «Al centro di 2001 c’è il concetto di Dio» e dichiara che col suo film intende superare «un’immagine tradizionale, antropomorfa di Dio» e ritiene «possibile formulare un’affascinante definizione scientifica di Dio, una volta accettato il fatto che esistono circa cento miliardi di stelle solo nella nostra galassia».

Commentando queste affermazioni, il gesuita e scienziato John Braverman della Georgetown University, intervenendo nel libro Are We Alone? The Stanley Kubrick Extraterrestrial-Intelligence Interviews, ha compiuto un’interpretazione teologica del film, «Il Dio presente in 2001: Odissea nello spazio — scrive — è il Dio dei filosofi. Non è il Dio personale, amorevole, delle relazioni intime caro a Isacco, Abramo e Gesù». Tuttavia, aggiunge, Kubrick potrà anche non credere «in nessuna delle religioni monoteiste della Terra», ma nei passaggi narrativi del film (da “l’alba dell’uomo” a “Giove e oltre l’infinito”) si riconoscono le stesse linee logiche della teologia classica, in particolare quelle della Summa di Tommaso d’Aquino, per cui «attraverso la conoscenza della natura delle cose visibili, l’uomo può accedere a una qualche cognizione di quelle invisibili».

Più che un film da vedere, 2001 resta una esperienza e come tale va vissuto. Quindi, definirlo “preghiera agnostica”, se da un lato contravviene il proverbiale riserbo di Kubrick, dall’altro lascia intendere che, pur nella sua grandezza monumentale, 2001Odissea nello spazio è la sua opera più personale e intima.

La questione della rete unica

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Francesco Devescovi

La pubblicità è un ottimo indicatore per segnalare le potenzialità di un mezzo di comunicazione. Nella storia dei media, il mezzo pubblicitario più forte ha sempre coinciso con il mezzo di comunicazione più diffuso: fino agli anni Ottanta il mezzo più importante è stato la stampa, attraverso quotidiani e periodici, quando il mercato della pubblicità era piuttosto contenuto; in seguito è subentrata la televisione, che grazie alle Tv commerciali è arrivata a detenere il 65% di un mercato che nel frattempo era esploso; adesso è il web che sta gradatamente subentrando alla Tv.

Nel 2020, infatti, il web ha raggiunto la televisione per quota di mercato. L’incontrastato dominio della televisione, che durava da quarant’anni, cioè dalla nascita delle Tv commerciali, sta quindi venendo meno. Entrambi i mezzi hanno il 43% di quota del mercato, ma è probabile che il web continui a erodere ulteriore terreno alla Tv; in particolare quando le potenzialità del web si potranno esprimere al massimo, quando avremo per esempio un’infrastruttura della rete che garantisca una velocità e una copertura del segnale adeguati agli standard tecnologici raggiunti dalla fibra ottica e in linea con quanto avviene nei Paesi più avanzati.

I dati e le immagini transitano sulla rete, che rappresenta le cosiddette autostrade informatiche. Proprio la funzione altamente strategica svolta dalla rete dovrebbe suggerire che essa sia considerata un bene pubblico e che le sue funzioni siano catalogabili come servizio pubblico. Idea che, però, non è presa in considerazione.

Vediamo qual è la situazione. Intanto si deve decidere chi deve ammodernare la rete e chi deve gestirla. Tim sta rinnovando la sua vecchia rete basata sul rame con la fibra ottica, mentre Open Fiber, società di Cassa Depositi e Prestiti (il 50% appartiene all’Enel, quota che sta per essere ceduta a un fondo estero), sta portando avanti una propria rete che, non operando direttamente nella telefonia, affitterà agli altri operatori privati. Per cui ci sono sostanzialmente due reti, col rischio di moltiplicazioni di costi e con la concreta possibilità che la copertura del segnale non arrivi nelle zone a «fallimento di mercato» per la loro scarsa densità. Il buon senso suggerirebbe, così da evitare duplicazioni e aumenti dei costi, che la scelta migliore sia quella di una rete unica, progetto di cui si parla da anni senza risultati finora concreti.

Qui l’articolo completo

Mcl: Di Matteo (presidente), “il lavoro resta la chiave essenziale della questione sociale”

Articolo pubblicato sulle pagine di Agensir a firma di (F.P.)

“Come uomini e donne impegnati in un Movimento che ha nel suo Dna quali caratteri essenziali il professarsi ‘cristiani’ e l’impegno per i ‘lavoratori’ non possiamo non sentirci tutti chiamati in causa e fare ancora di più per ascoltare, prestare aiuto concreto e attenzione a quanti (e sono tantissimi) stanno pagando in prima persona gli effetti tragici di questa crisi”. Lo ha detto il presidente del Movimento cristiano lavoratori, Antonio Di Matteo, in occasione della messa celebrata stamani dal presidente della Cei, il card. Gualtiero Bassetti, nella basilica di Sant’Antonio di Padova, a Roma, con la quale il Mcl ha aperto i riti per la Settimana Santa.

Il presidente ha riconosciuto che “viviamo un tempo di crisi profonda, in cui l’umanità si trova a fronteggiare gli attacchi di un virus che sta dispiegando drammatici effetti divisivi, e che rischia di aggravare e far esplodere fratture sociali che già da tempo covavano sotto le ceneri, con ricadute che – come ha sottolineato il Consiglio permanente della Cei appena conclusosi – stanno generando un pericoloso ‘effetto domino sulla salute, sul lavoro, sull’economia e sull’educazione’”. In quest’ottica, secondo Di Matteo, “il lavoro per noi resta la chiave essenziale della questione sociale”.

Osservando che “la forbice delle diversità tra ricchi e poveri, giovani e anziani, donne e uomini, si allarga sempre più rischiando di alimentare la rabbia sociale e il conflitto”, il presidente del Mcl ha assunto l’impegno del Movimento a “rimboccarci le maniche, a continuare con ancora maggior vigore a seminare azioni di solidarietà e di amicizia, di dialogo e di sostegno, ma anche a far sentire la nostra voce invocando – come da sempre facciamo – politiche adeguate e coraggiose che rilancino l’occupazione e mettano al centro le famiglie e i cittadini, i giovani e i poveri”.

Sudan, accordo tra i ribelli dello Splm Nord e il Governo

Il governo sudanese e uno dei gruppi ribelli del Paese hanno firmato un accordo per consolidare la sovranità e l’indipendenza del Paese, aprendo la strada a un accordo di pace finale.

Firmata nella vicina capitale del Sud Sudan di Juba, la Dichiarazione di principi tra il Governo del Sudan e il Movimento di liberazione del popolo sudanese-Nord si concentra  anche sulla libertà religiosa riconoscendo la diversità razziale, etnica, religiosa e culturale della nazione.

“Nessuna religione sarà imposta a nessuno e lo stato non adotterà alcuna religione ufficiale”, afferma la dichiarazione. “Lo stato deve essere imparziale in termini di questioni religiose e questioni di fede e coscienza”.

Il Splm-N era fra i gruppi ribelli che non avevano ancora siglato l’accordo di pace firmato nell’ottobre scorso a Giuba dal governo e altre formazioni armate.

L’accordo inoltre prevede prevede inoltre lo smantellamento delle forze ribelli e l’integrazione dei loro combattenti nell’esercito nazionale.

Agenzia del Demanio: firmato l’atto che trasferisce allo Stato l’area di Tor Vergata

Il Direttore dell’Agenzia del Demanio, Antonio Agostini, ha firmato , insieme al Rettore dell’Università di Roma “Tor Vergata”, Prof Orazio Schillaci, l’atto che sancisce il passaggio in proprietà in favore dello Stato di una vasta area fino ad oggi appartenente all’Università. In particolare i tempi brevi fanno riferimento all’art. 1 – commi 557/560 – della Legge di Bilancio 2021, che su iniziativa del MEF, ha disposto il recupero e lo sviluppo dell’area nella zona di Tor Vergata, che attualmente versa in stato di sostanziale abbandono ed è scenario di ambiziose opere rimaste incompiute ma che affida all’Agenzia la gestione e la valorizzazione di eventuali nuove progettualità. In relazione alla complessità dell’intervento e alla necessità di operare con rapidità e con la massima efficacia istituzionale sulla base delle previsioni di trasformazione e di sviluppo del complesso di Tor Vergata, si valuteranno le modalità di attuazione facilitate e veloci, coerentemente con i vari strumenti legislativi e amministrativi della programmazione negoziata e della sburocratizzazione, tra cui l’eventuale ricorso a modelli amministrativi quali, ad esempio le ZES, le ZFU e le zone a burocrazia zero.

Da oggi esistono reali e fondati presupposti per la realizzazione dell’Hope Campus di Tor Vergata, l’idea lanciata nei giorni scorsi dal Direttore Agostini, della nascita di questo progetto nell’intento di candidarlo tra le possibili proposte al vaglio del Governo per la messa a punto del Recovery Plan o della programmazione delle Politiche di Coesione 2021-2027. In tale cornice l’intento è anche quello di avviare una auspicabile iniziativa di specifico dibattito pubblico volto a promuovere una forte coalizione istituzionale. “Questa è una straordinaria opportunità – ha dichiarato soddisfatto il Direttore dell’Agenzia del Demanio Antonio Agostini – un primo concreto passo verso l’approfondimento dell’idea progettuale del distretto tecnologico, della Città della Conoscenza e di un incubatore di impresa, con una forte ricaduta sul tessuto socio- economico e urbano dell’area interessata. Sono felice dei tempi brevi in cui siamo riusciti a firmare questo atto perché ciò rende più concreto l’avvio dell’ambiziosa sfida per la realizzazione dell’Hope Campus.

Variante brasiliana in Italia, primo caso in Piemonte

Variante brasiliana in Italia, c’è il primo caso in Piemonte. Dall’analisi degli ultimi 150 campioni, inviati dagli epidemiologi locali all’Istituto di Candiolo, è emerso che la variante inglese è presente in oltre il 90% dei casi in Regione, mentre per la prima volta è stato rilevato anche un caso di quella brasiliana. Il sequenziamento che ha permesso la scoperta della mutazione del virus è stato effettuato dal laboratorio dell’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico di Candiolo per conto della Regione Piemonte e nell’ambito del piano di monitoraggio delle varianti richiesto dall’Istituto Superiore di Sanità.

“Prendiamo atto che le mutazioni del virus non risparmiano nessuno – osserva l’assessore regionale alla Sanità del Piemonte, Luigi Genesio Icardi – ragione in più per procedere senza sosta con la campagna vaccinale, in modo da limitare il più possibile lo svilupparsi delle varianti. Il monitoraggio funziona e garantisce un attento e tempestivo controllo della situazione”.

Le notizie della politica. Una noia continua.

A volte l’informazione giornalistica trae in inganno perchè è ripetitiva. Persin noiosa. Ed è vecchia,  anzi vecchissima. È sufficiente, al riguardo, leggere – pur senza una grande attenzione – le  cronache politiche di domenica 28 marzo per rendersene conto. 

Due su tutte, accompagnate da una terza ma richiamata in misura minore. 

Innanzitutto, la prima notizia in assoluto con una molteplicità di interviste ai vari protagonisti, è la  ripresa in grande stile della lotta furibonda fra le correnti del Pd. In gioco la scelta dei capigruppo.  In particolare alla Camera dove lo scontro tra due donne, come da copione come tutti sanno, non  è altro che la battaglia infinita tra le molteplici correnti interne. Verrebbe da dire, nulla di nuovo  sotto il sole. 

La seconda grande notizia, si fa per dire, è la strigliata del comico Grillo al suo partito con  l’intimazione – che avrà la durata, credo, di una settimana al massimo – di far rispettare gli ormai  famosi due mandati dei grillini Cioè, detto in soldoni, dopo 10 anni di Parlamento eletti per caso e  con lauti stipendi, tutti a casa a cercarsi un lavoro. Almeno per la maggioranza di costoro. Un  annuncio che ha provocato, comprensibilmente, il terrore tra le file degli eletti. Ma anche qui, di  grazia, dove sarebbe la novità? Tutti sanno, ma proprio tutti, che dopo avere abbandonato e  archiviato tutto ciò che avevano detto, sbandierato e urlato per anni, l’unico elemento che resta  saldo e granitico per i grillini è la permanenza al potere. A prescindere. E con esso continuare a  godere dei benefit e dei privilegi che tutto ciò comporta.  

Infine, anche se con meno evidenza, la notizia che il leader della Lega sulle cosiddette  “riaperture”, continua a giocare un ruolo di governo e di opposizione. Insomma, un leader di lotta  e di governo. Tutto qui? 

Detto questo, una sola domanda, e per nulla polemica. Ma dove sarebbe la novità, o meglio lo  scoop, di questa triplice notizia? E cioè, il Pd è un partito dominato dalla lotta senza esclusioni di  colpi tra le correnti e le varie bande interne. E quindi? I 5 stelle hanno come un unico se non  esclusivo obiettivo la permanenza al potere, cioè continuare ad avere un seggio in Parlamento. E  quindi? Il capo della Lega continua ad essere un leader di lotta e di governo. E quindi?  

E poi ci si lamenta che le vendite di molti quotidiani continuano a scendere sempre di più. Certo,  se le notizie, a partire dalla politica, sono solo queste… 

Un incontro casuale con Cartotto

Il 26 marzo è terminata la vita terrena di Ezio Cartotto, infaticabile produttore ed organizzatore di idee.

Lo conobbi per la prima volta nel corso della Assemblea Nazionale dei Giovani DC a Taormina nel 1972, dove affascinò letteralmente l’uditorio con il suo discorso, all’interno del quale mi colpì molto la citazione del Duverger sul ruolo del “centro” in politica.

A fine agosto 1994 lo incontrai casualmente nel centro di Roma e mi chiese se poteva salire nel mio studio per spedire un fax, cosa che ovviamente gli accordai. Spedì il fax e poi dimenticò l’originale: era una sua nota organizzativa diretta al cavalier Berlusconi integrata da una pagina scritta dall’amico ligure Luigi Grillo.

Penso sia il miglior modo, questo, per ricordare Ezio è ricordare le tante cose che ha pensato e scritto, senza giudicare troppo.

P.S. Chi desiderasse ricevere copia del documento di Cartotto può scrivere a ildomaniditalia1@gmail.com

Postdemocrazia. Un libro necessario per tempi moderni.

Se fino a una dozzina d’anni fa sembrava ancora poco chiaro, per i distratti, e per i non esperti, in questi ultimi mesi pare a tutti chiaro che la democrazia stia vivendo paradossi notevoli. Anche le democrazie consolidate, come le nostre in Europa occidentale, non hanno mancato di stringere la cinta dei cittadini, prima per motivi economici, ed ora per motivi di ordine sanitario.

In queste ore esce in libreria il nuovo, atteso libro di Danilo Campanella, dal titolo: “Postdemocrazia.  Storia, concetti e protagonisti dal 1950 al 2020”  in cui il filosofo analizza un percorso storico iniziato con la Pace di Versailles e confluito nel postmodernismo. Il fine? Un nuovo ordine del mondo, fondato sul libero mercato.

L’autore esamina i fatti storici che hanno accelerato questo processo e gli attori politici che, più di altri, godranno dei vantaggi di un pianeta globalizzato. Il testo, che vanta la prefazione di Luciano Visco, è una guida aggiornata e indispensabile che narra, con straordinaria scioltezza e semplicità, senza mai stancare gli occhi, il destino della democrazia, che muta, si evolve, trasformando noi stessi. Un saggio attento all’evoluzione del mondo politico ed economico, che entra, con precisione da scienziato, e con gusto da romanziere, nella politica degli ultimi settant’anni, senza dimenticarsi dell’ultimo anno di Covid-19. 

Il dark web e i vaccini anti-Covid

Il dark web è una parte di Internet non rilevata dai motori di ricerca in cui i criminali informatici spesso vendono e acquistano materiali illeciti.

Ora in questo oscuro luogo sono arrivati i vaccini e i certificati vaccinali anti. covid.

I ricercatori americani della società informatica Check Point Software hanno affermato di aver scoperto in vendita vaccini Covid-19  come AstraZeneca e Johnson & Johnson e certificati vaccinali.

I risultati sono prodotti entro 30 minuti e in modo indiscreto vengono inviati via mail.

Questa tipologia di documenti è estremamente richiesta perché potrebbe consentire all’acquirente di spostarsi tra nazioni oppure di poter certificare il proprio stato di salute in sede di assunzione.

Strumenti estremamente pericolosi che potrebbero consentire a chiunque di viaggiare liberamente senza prendere le dovute precauzioni.

 

Assegno unico per i figli. Il testo arriva al Senato

Finalmente dopo tanto tempo sembra che si sia arrivati ad un punto di svolta per l’assegno unico per i figli.

Ma cosa prevede il testo?

L’assegno spetta a tutte le famiglie che hanno un figlio a carico di età fino a 21 anni.

Il sostegno avrà un valore massimo di 250 euro: nella cifra confluiscono una parte fissa e una variabile, legata al reddito complessivo della famiglia.

L’importo, quindi, sarà modulato in base all’Isee e diviso in parti uguali tra i genitori. È prevista una maggiorazione a partire dal secondo figlio e un aumento tra il 30% e il 50% in caso di figli disabili.

Il beneficio è destinato a lavoratori dipendenti, autonomi o incapienti.

Si tratta, quindi, di un credito d’imposta o assegno mensile per i figli da 0 a 21 anni che andrà a tutte le famiglie, compresi incapienti e partite Iva (finora escluse perché gran parte dei sostegni alle famiglie sono legati al contratto di lavoro dipendente o a detrazioni che non si percepiscono con livelli di reddito sotto la no tax area)

Fino ai 18 anni del figlio, l’assegno andrà ai genitori. Poi, su richiesta, dai 18 ai 21 anni può essere dato direttamente ai figli “per favorirne l’autonomia”.

Dalla maggiore età, una somma ridotta rispetto all’assegno potrebbe essere accreditata direttamente al figlio se: è iscritto all’università; è un tirocinante; è iscritto a un corso professionale; svolge il servizio civile; svolge un lavoro a basso reddito.

Per finanziare questa riforma la legge di Bilancio ha stanziato i primi 3 miliardi per il 2021 (tra 5 e 6 a regime a partire dal 2022), che si sommano ai circa 125 miliardi al momento dedicati ad altri strumenti che andranno gradualmente in soffitta, dai vari bonus (nascita, bebè), alle detrazioni per i figli a carico e l’assegno familiare

Senza zone gialle fino al 30 aprile ci sarà un crack da 7 miliardi

Senza zone gialle fino al 30 aprile restano chiusi per il servizio al tavolo o al bancone i 360mila bar, ristoranti, pizzerie ed agriturismi presenti lungo l’intera Penisola con un crack da 7 miliardi per l’intero mese. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti sulla possibilità di una Italia solo rossa e arancione per tutto il prossimo mese emersa al termine della cabina di regia Covid sul nuovo decreto. Una situazione insostenibile – sottolinea la Coldiretti – dopo il lockdown di Pasqua che rappresenta un momento importante per ristoranti e per i 24mila agriturismi presenti in Italia particolarmente apprezzati dalle famiglie nei weekend di primavera.

Ristorazione ed alberghi sono i settori più colpiti dalla pandemia Covid che ha tagliato i consumi del 40,2% nel corso del 2020 con un effetto a valanga che – sottolinea la Coldiretti – ha travolto interi settori dell’agroalimentare Made in Italy con vino e cibi invenduti. Si calcola che 300 milioni di chili di carne bovina, 250 milioni di chili di pesce e frutti di mare e circa 200 milioni di bottiglie di vino – precisa la Coldiretti – non siano mai arrivati nel 2020 sulle tavole dei locali con decine di migliaia di agricoltori, allevatori, pescatori, viticoltori e casari che soffrono insieme ai ristoratori.

Anche alla luce dell’avanzare della campagna di vaccinazione – conclude la Coldiretti – è importante quindi iniziare a pensare alle riaperture in sicurezza dei locali della ristorazione dove sono state adottate importanti misure, quali il distanziamento dei posti a sedere facilmente verificabile, il numero strettamente limitato e controllabile di accessi, la registrazione dei nominativi di ogni singolo cliente ammesso.

Covid: calano i contagi tra gli operatori sanitari

Contagi da coronavirus in calo tra gli operatori sanitari. Sono 2.336 i casi di Covid-19, l’1% dei 297.845 nuovi contagi registrati nelle 2 settimane dall’8 al 21 marzo.

Il dato emerge dal report dell’Istituto superiore di sanità, che sottolinea comunque come “a causa della forte pressione sui dipartimenti di prevenzione, si continuano a registrare dei ritardi nella notifica e nell’aggiornamento tempestivo delle informazioni dei casi individuali, che rendono il quadro più recente in parte sottostimato sia per le nuove diagnosi che per i decessi”.

Emerge però con chiarezza che “a partire dalla seconda metà di gennaio si osserva un trend in diminuzione del numero di casi negli operatori sanitari e nei soggetti con 80 anni e più, verosimilmente ascrivibile alla campagna di vaccinazione in corso”.

Intervista a Giuseppe De Rita. La Chiesa di fronte all’era dello Spirito

Intervista pubblicata sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma del Direttore Andrea Monda

«Sì, certo che si deve fare questo sinodo della Chiesa italiana ma per parlare di che cosa? E solo per parlare? Io mi permetto di dirlo sotto voce, ma farei un sinodo sullo Spirito Santo».

Giuseppe De Rita ci ha abituati alle sorprese dell’intelligenza e quando ci accoglie di pomeriggio nella sede del Censis, arzillo e pimpante come un ragazzino di 89 anni (reduce del vaccino ricevuto proprio quella mattina), si diverte a sparigliare le carte e, dopo aver invocato, anche sulle pagine di questo giornale, l’urgenza di un sinodo per la Chiesa italiana, oggi ne accusa tutta l’insufficienza. A meno che non lo si organizzi con una mentalità diversa da quella del passato: «Ci vuole prima un atto di consapevolezza e uno scatto in avanti e cambiare il passo, altrimenti un sinodo sarà pura organizzazione, discussione sui poteri e sui ruoli, qualcosa di condannato a non incidere sulla realtà».

Anche al sociologo romano abbiamo chiesto di leggersi l’articolo di Pier Giorgio Gawronski («Le Chiese vuote e l’Umanesimo integrale», «L’Osservatore Romano» 22 febbraio 2021) che De Rita trova molto condivisibile su tanti aspetti: «È ricco di spunti preziosi e di analisi corrette come la domanda di amicizia; inoltre il confronto con le prime comunità raccontate dagli Atti degli Apostoli è molto forte, tutto questo va benissimo, ma vorrei porre la discussione su un altro livello, secondo me infatti c’è un problema più sottile che è quello che gira sul cuore, l’essenza di una comunità, che è il tema del camminare insieme».

Pensavo di incontrare un sociologo e invece mi sono trovato davanti un teologo, che ha voglia di pensare, di parlare, di condividere le sue riflessioni; ne scaturisce come un fiume in piena di intuizioni, stimoli, provocazioni.

Cos’è una comunità? L’amicizia tra i membri è importante ma non è il cuore che secondo me sta nella consapevolezza che tutti i membri stanno camminando insieme, lungo un percorso comune e verso una meta; ci deve essere una finalità. Come dice il Salmo 83: «Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio […] Cresce lungo il cammino il suo vigore, finché compare davanti a Dio in Sion» (Salmo 83, 6-8). Tutti noi siamo impegnati a fare questo viaggio, se possibile con vigore sempre crescente: è questo il destino di ciascuno di noi e della comunità ecclesiale in quanto tale.

Fin qui il biblista, ma ora sopravviene il teologo.

Ricordo vividamente una conferenza di Ratzinger del 1990, pubblicata anni dopo su «L’Osservatore Romano», sulla figura del cardinale New-man, in occasione del centenario della morte, in cui diceva che Newman ci ha dato l’incrocio fra storia e teologia, che prima sembravano del tutto lontane perché la teologia è fuori dalla storia. Più precisamente Ratzinger affermò che Newman «mise nelle nostre mani la chiave per inserire nella teologia un pensiero storico, o piuttosto: egli ci insegnò a pensare storicamente la teologia, e proprio in tal modo a riconoscere l’identità della fede in tutti i mutamenti». Uno spunto molto interessante, oggi. Se infatti teologia e storia si intrecciano e si interpretano allora il percorso è la teologia stessa, anzi Dio stesso è il cammino. Ma di quale Dio stiamo parlando? E qui, in punta di piedi, oso affermare, che stiamo parlando dello Spirito Santo.

Quindi non un teologo qualsiasi, ma un esperto di teologia trinitaria. De Rita si rifà al saggio di Roberto Calasso «Il libro di tutti i libri» dedicato alla Bibbia che vede la storia umana svilupparsi sotto l’egida del Padre.

È il Padre onnipotente, onnisciente che interviene nella storia, libera gli uomini con braccio potente… questa storia finisce, si compie, con l’avvento di Cristo. Ma non è che finisce il Dio Padre, che resta ancora, anche se “nei cieli” (infatti tutti noi lo preghiamo quotidianamente), quello che finisce è il rapporto fra la storia umana e Dio in quella modalità, di un Dio che sta in alto e pur partecipando alle storie umane non ha però alcuna dimensione “orizzontale”. Con Cristo subentra la dimensione dell’amore, della relazione, appunto dell’orizzontalità. Ora se per Dio Padre ci sono voluti tre-quattromila anni, penso ad Abramo che il Papa è andato a trovare qualche giorno fa con il viaggio in Iraq, questo vuole dire che ci vorrà un tempo analogo perché si sviluppi il tempo del Dio Figlio. Stiamo quindi dentro questa evoluzione lenta del Figlio, la divinità orizzontale fatta di amore e di primato della relazione, per usare un termine caro a Levinas. Ci vorrà tempo quindi prima che si consumi il ciclo del Figlio. Con l’accortezza che i cicli non si consumano mai del tutto ma tutto è contemporaneo nella storia della salvezza. Il ciclo del Padre quindi non si è consumato, però ha già sviluppato i suoi effetti, ha dato i suoi frutti, il ciclo del Figlio, che è più recente, ancora non è maturato fino a questo punto. Noi ci troviamo qui, in una svolta verso il termine del ciclo del Figlio, che è stato un ciclo complesso, drammatico, un periodo che ha conosciuto grandi lotte di religione perché la dimensione orizzontale porta anche questo, non è sempre all’insegna del “volemose bene”, non è sempre l’abbraccio del fratello, ma anche le guerre di religione, la dialettica di Hegel, il marxismo… La dimensione orizzontale non ha consumato tutto il suo ciclo e finché non lo consuma è difficile che entri in scena il terzo atto, che ovviamente è quello dello Spirito Santo, che è lo spirito che ci guida, come dice il salmo, con vigore sempre crescente, verso l’ascensione al Monte di Dio in Sion.

Faccio notare che il giovane teologo Joseph Ratzinger scrisse la sua tesi su Gioacchino da Fiore e la sua profezia (che Dante riporta nel suo poema) sulle tre ere storiche scandite dalle tre persone della Trinità. De Rita sorride e cerca di mettere a fuoco la terza era, la più affascinante ma anche difficile da comprendere.

Lo Spirito Santo è senz’altro la più difficile delle persone della Santissima Trinità, perché è immateriale, non ha un “volto” come lo ha il Padre Onnipotente o il Figlio che ha il volto di Gesù Cristo in croce. E quindi noi andiamo incontro ad un tempo, che probabilmente durerà un millennio, in cui consumeremo ulteriormente il ciclo del Figlio, segnato dall’orizzontalità e quindi, ad esempio, faremo un accordo con i sunniti, con gli sciiti, e poi con i cinesi, perché è inevitabile perché è Dio che opera, non è che siamo noi che facciamo l’accordo, è Dio che vuole unità nel Figlio, unità nella relazione, in ossequio e corrispondenza alla natura interna della Trinità che è relazione. Dalla relazionalità divina scaturisce la relazionalità dentro la storia che è arrivata con l’incarnazione, con Gesù Cristo che ha immesso la dimensione orizzontale a fianco a quella verticale del Padre. Ma all’orizzonte già si vede qualcosa di nuovo, l’era dello Spirito Santo.

E qui si ritorna alla sociologia, e anche all’articolo di Gawronski da cui eravamo partiti.

Alcune delle cose che noi sentiamo sono sostanzialmente situate nel passaggio tra un ciclo e l’altro, le sentiamo quando parliamo (e anche Gawronski nel suo articolo lo dice) di spiritualità. Nelle nostre ricerche sociologiche registriamo il fatto che la gente cerca spiritualità, poi magari la coltiva nei modi più disparati, in parrocchia o nel corso yoga, ma il dato comunque è questo: sete di spiritualità. Sete cioè di quello Spirito che “soffia dove vuole” e va avanti, ti porta avanti.

In concreto quali effetti comporta questa sete di spiritualità?

Tutto segnala la necessità di un cambio di paradigma perché nell’era dello Spirito non c’è più spazio per una Chiesa “organizzata”. L’organizzazione sul potere del Padre la fai direi “naturalmente”, con la gerarchia; l’organizzazione sulla Chiesa del Figlio la fai perché fai tanta relazione, fai tanto volontariato, l’afflato verso l’Africa… magari fai anche il sinodo, ma l’organizzazione della cultura, come direbbe Gramsci, nella Chiesa dello Spirito come la fai? Ed è qui che noi oggi stiamo. Il sinodo, di cui tanto si parla, rischia che risponda ancora alla logica del Padre, cioè gerarchico, ad uso e consumo dei vescovi, o del Figlio, in una formula “mista”, gerarchica ma aperta al sociale, aperta ai contributi di tutti, dai sindacati alle monache di clausura… ma anche questa sarebbe una formula già vecchia, alla fine insufficiente. E lo dico io che sono un difensore del sinodo aperto al sociale, come fu l’esperienza degli anni ’70: tutti in chiesa 5.500 persone e il giorno dopo tutti nei cinema dell’Appio Latino e della Tuscolana a discutere ancora… quello sarebbe un bel sinodo, però non ti risolve questo problema che è l’arrivo del tempo dello Spirito annunciato da questo forte bisogno di spiritualità. La questione oggi è accogliere il ciclo prossimo venturo dello Spirito, del rapporto interiore con Dio, dell’apertura al mistero. È questo un ciclo molto più faticoso, perché non è filosofico, la dimensione qui è quella propria del mistero. Il cristiano ora è chiamato a camminare finché non arriva al monte di Sion e in mezzo non sa che cosa trova; camminare nel deserto come avevano fatto i nostri progenitori, ma senza riferimenti quotidiani, abituali… non c’è il concilio, non c’è il sinodo, non c’è la messa domenicale. E infatti oggi le messe domenicali vivono se riscoprono un po’ di spiritualità.

Non si corre il rischio di un camminare non insieme ma da soli? Il popolo fedele di Dio che fine fa in questa dimensione spirituale che rischia di essere vissuta in modo intimo, individualistico?

Qui emerge il ruolo dei preti. Il popolo di Dio Padre aveva i preti, pensiamo all’Antico Testamento, c’erano tante figure di sacerdoti ed erano tutti funzionali a quel tipo di Chiesa gerarchica, verticale e di potenza dall’alto. Anche il cristianesimo ha avuto i suoi preti, senza i quali non ci sarebbe stato. Mi viene in mente un’esperienza a me vicina e cara: i rosminiani, una struttura minuscola eppure preziosa: senza i rosminiani, piccoli sgangherati e maltrattati, tenuti all’indice, nessuno si ricorderebbe di Rosmini. L’importanza dei preti è fondamentale. E allora saranno altri preti che permetteranno alla Chiesa di vivere questa dimensione della spiritualità, magari organizzando una riflessione sullo Spirito e citando pure New-man. La questione allora è la modifica dei preti da truppe della gerarchia o della fratellanza a preti di un nuovo sistema. I pascoli a cui siamo abituati non offrono più nulla, dobbiamo andare verso nuovi pascoli, trovare erba fresca, però c’è il problema di chi ti porta su queste nuove strade. Personalmente ritengo che l’evoluzione della Chiesa in questa fase inedita dello Spirito porterà alla forma del “piccolo gruppo”. Lo dico per esperienza personale. La piccola comunità finisce di essere il luogo di riflessione, di discussione… ma i pastori devono essere preparati altrimenti l’alternativa è quella che dici tu: la Bibbia me la leggo da solo, il salmo tutti i giorni me ne leggo uno, ma non ci fai Chiesa. Però, ripeto, secondo me è inutile rimanere ancorati alle vecchie dimensioni verticali o orizzontali del Padre e del Figlio, dobbiamo entrare invece nel ciclo dello Spirito e sento che la gente sarebbe attratta. Perché la domanda c’è, dobbiamo allora osare e giocare d’anticipo. Che cosa ha attratto verso i rosminiani persone come Clemente Rebora o Clemente Riva? Li ha attratti il gusto del cammino intellettuale e spirituale, non fare comunità di grandi numeri.

Ricordo sempre il teologo Ratzinger che parlava appunto del futuro della Chiesa come di una realtà costituita da “minoranze creative”.

Esatto: creatività per anticipare i tempi che a me sembrano già maturi. Per onestà devo ricordare che già quando andammo con il cardinale Poletti ad inaugurare la mensa a Colle Oppio, erano gli anni della Caritas di don Luigi Di Liegro (e quella è la mia storia, anche professionale, tutta la mia vita è sulla dimensione sociale, orizzontale), però devo riconoscere che già allora sentivo una qualche difficoltà a restare in quella dimensione, qualcosa mi mancava. È difficile oggi parlarne perché scatta il sospetto che io stia immaginando una Chiesa individualista, luterana, che ci sia un primato della fede personale rispetto alle opere e sarebbe ovviamente un sospetto infondato. Il punto è invece che la mia riflessione è tesa ad andare verso una Chiesa in cammino che non è né orizzontale né verticale ma una Chiesa che affronta il mistero, abramitica appunto. Mettesi in marcia, in cammino, realizzare un esodo.

Qui l’articolo completo

Una battaglia autentica per la democrazia e la libertà.

Nel 2018 con Giuseppe Gargani, Follini, Mastella, Tarolli, Tassone, Gemelli, Marinacci,Mario Mauro e altri organizzammo il comitato dei Popolari per il NO, con il quale abbiamo concorso alla vittoria referendaria contro il tentativo di “deforma costituzionale” del trio Renzi-Boschi-Verdini.

Nei giorni scorsi ho proposto a Gargani e agli amici della Federazione Popolare DC di attivare il Comitato dei Popolari per l’attuazione degli articoli 48 e 49 della Costituzione che, dalla  fine della Prima Repubblica, sono sostanzialmente disattesi.

Sono due articoli fondamentali per la vita democratica del Paese che, da una parte, assiste al prevalere della finanza sull’economia reale e sulla politica, al tempo della globalizzazione e del rovesciamento del NOMA ( Non Overlapping Magisteria), come lucidamente esposto dal prof Zamagni nei suoi diversi interventi accademici ( vedi la nota del 12 Giugno 2018 sul testo della Congregazione per la dottrina della Fede:” Oeconomicae et Pecuniarae Quaestiones”) e, dall’altra, alla nascita di partiti e movimenti etero guidati e/o leaderistici senza alcuna “democrazia interna” come costituzionalmente richiesto dall’art.49.

Sul tema contro il sistema elettorale maggioritario e a favore del proporzionale sono in questi giorni intervenuti lo stesso Gargani con un articolo su Il Dubbio del 26 Marzo 2021 e all’indomani Raffaele Bonanni su Il Domani d’Italia. Proporzionalista da sempre, come lo fummo tutti noi della sinistra sociale DC di Forze Nuove insieme a Bodrato, Bianco e pochi altri, al tempo dell’infausto referendum di Mario Segni, concausa finale della scomparsa politica della DC, ho più volte esposto le ragioni storico politiche a favore di questa scelta.

La nostra storia unitaria nazionale per come si è svolta in parallelo con lo sviluppo del capitalismo nostrano, concentrato nel tempo e nello spazio, ha assunto caratteri e modi molto più simili a quella della Germania e indiscutibilmente diversi da quella della Francia e dell’Inghilterra,  Paesi dalle più antiche e consolidate tradizioni di uno stato centrale forte. Cavour da una parte e Bismarck dall’altra, seppero compiere autentici miracoli politico istituzionali guidando i processi di formazione unitaria dei rispettivi Paesi. Una delle ragioni per cui anche sul piano istituzionale l’Italia dovrebbe guardare molto di più al sistema di uno stato federale come la Germania che non a quello centralistico di Francia o Inghilterra, non a caso sostenuti da leggi elettorali di tipo maggioritario, seppur in un Paese presidenzialista come quello d’Oltralpe e repubblicano parlamentare come il Regno unito.

Non bastassero queste ragioni d’ordine storico politico, è dall’applicazione corretta dell’art 48 della nostra Costituzione che dovremmo partire a sostegno di una legge elettorale proporzionale.  L’art 48 afferma: “ il voto è personale ed uguale, libero e segreto”. Personale vuol dire che il voto dovrà essere sempre dato personalmente e non potrà mai essere delegato. Uguale, è una qualificazione che esclude qualsiasi tipo di legge “maggioritaria” sia nel testo che negli effetti politici sui numeri assegnati in Parlamento ai partiti con premi di maggioranza. Libero è una qualifica che obbliga a impedire qualsiasi condizionalità sia morale che fisica sui votanti e quindi anche con i Capilista, i listini bloccati, le pluri-candidature che hanno effetti distorsivi sui candidati assegnati in Parlamento. Si entra in Parlamento, dunque, solo se sei stato votato dal popolo votante e non per scelta delle segreterie dei Partiti. Segreto, infine, significa che deve essere sempre garantita la segretezza del voto sia quando si vota sia nello spoglio dei risultati elettorali.

Molte di queste norme tassative del dettato costituzionale sono state disattese in questa lunga stagione della Demodissea post DC. E’ tempo che ci si mobiliti per chiedere una legge elettorale rispondente a queste prescrizioni, una legge che non potrà che essere di tipo proporzionale che da sempre indico come simile a quella tedesca, con uno sbarramento opportuno, ma tale da non impedire la rappresentanza delle diverse culture e aggregazioni di interessi sociali ed economici presenti in Italia, e l’introduzione della sfiducia costruttiva a garanzia della continuità degli esecutivi e per rendere più difficile l’oltraggiosa transumanza cui abbiamo assistito negli ultimi vent’anni. Analoga iniziativa politica dovremo assumere tutti noi Popolari, sia di estrazione  cattolico democratica che cristiano sociale, a difesa e per la completa attuazione dell’art 49 (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”) affinché si possa concorrere “con metodo democratico” e non per volontà di un dominus proprietario o di un gruppo di potere esterno incontrollato e incontrollabile, come sta avvenendo in alcune delle formazioni partitiche che da più o meno lungo tempo sono sulla scena politica italiana. Una battaglia autentica per la democrazia e la libertà.

Quante Dc? Ora sono veramente troppe..

Abbiamo letto con simpatia ed affetto l’intervista al prof. Nino Luciani sul Corriere della Sera.  Abbiamo appreso, non senza curiosità, che sono attualmente ben “8 le Dc in campo” mentre non  sappiamo, a tutt’oggi, quanti sono i partiti, i movimenti e le liste che hanno – o meglio, ambiscono  ad avere – un ruolo politico nazionale riconducibile al patrimonio della Dc. I bene informati dicono  che sfiorano, attualmente, il centinaio. Ma il numero è in costante crescita perchè da queste parti i  partiti, i movimenti e le liste crescono come i funghi in autunno. Per poi, altrettanto puntualmente,  scomparire a vantaggio di altri partiti che nascono e via discorrendo. Insomma, una giostra  continua da dopolavoristi e da amanti della specialità. 

Ora, però, e per parlare di cose serie e al netto, comunque sia, della buona volontà, della  passione e del disinteresse con cui molti amici danno vita ininterrottamente a nuove esperienze  politiche ed organizzative riconducibili seppur vagamente alla Dc, forse è arrivato anche il  momento per mettere un punto e a capo. E questo per una semplicissima ragione, al di là delle  concrete vicende politiche e della dinamiche che determinano gli stessi processi politici nel nostro  paese. E la ragione è questa. Non si può continuare a ridicolizzare un passato politico glorioso ed  importante e, soprattutto, non si può dissipare un patrimonio politico, culturale, programmatico e  di governo con dispute e diatribe che francamente rasentano il grottesco. 

Questo vuol dire alzare una cesura netta con il passato e, nello specifico, con la “nostra” cultura  di riferimento, cioè il cattolicesimo popolare e il cattolicesimo sociale? Ovviamente no. Anzi, al  contrario, se vogliamo ridargli nobiltà e una reale agibilità nella cittadella politica contemporanea,  la storica esperienza democratico cristiana non può continuare ad essere bistrattata e forse anche  un po’ ridicolizzata agli occhi di coloro che, senza pregiudiziali e preconcetti moralistici e di  costume – che allignano purtroppo ancora in molti settori della sinistra italiana e nei luoghi del  populismo demagogico e qualunquista nostrano – continuano a vedere proprio in quella storica  esperienza politica un luogo da cui continuare ad attingere per il futuro. Ovvero, un giacimento di  valori, di principi, di cultura di governo e di concreta esperienza politica e culturale. 

Ecco perchè anche quando si parla ancora, o con rimpianto o con riconoscenza o legittimamente  in chiave critica, della Democrazia Cristiana lo si deve fare però “guardando avanti” come ci  invitava sempre a fare Franco Marini. Senza regressione nostalgica o tentazioni passatiste ma,  semmai, con la consapevolezza che proprio a quella fonte è ancora possibile attingere per il  prosieguo della nostra attività politica o istituzionale o culturale. Ma senza, al contempo, esporla a  goliardiche ricostruzioni o a improponibili se non grottesche riproposizioni. 

Facciamolo anche e soprattutto per il ruolo storico e politico ricoperto dalla Democrazia Cristiana  italiana nel nostro paese e nell’intera Europa. 

Ezio Tarantelli oggi

Di Tarantelli ricordiamo l’impegno, profondo e creativo, per dotare l’economia politica e la politica economica di un modello in grado di governare e condurre a soluzione i complessi squilibri strutturali che zavorravano l’economia italiana negli anni settanta e all’inizio degli anni ottanta del secolo scorso: il deficit competitivo, il disavanzo della bilancia dei pagamenti, la caduta del cambio, il debito pubblico crescente, la diseguaglianza distributiva, l’aumento della disoccupazione.

Basti ricordare che nel 1980 il tasso di inflazione superava il 21%, che le retribuzioni lorde per addetto, nell’industria, crescevano al tasso medio annuo del 19%, che il tasso di disoccupazione superava il 10% e che tutto ciò trovava la propria, perversa, compensazione nella svalutazione del cambio che dal 1973 al 1979 aveva superato il 40%.
Tarantelli smontò il dispositivo, com’è noto, attraverso la predeterminazione della scala mobile e dell’inflazione, ovvero rescindendo la relazione, a doppia mandata, fra inflazione passata e presente, che operava con il meccanismo dell’indicizzazione, e tra inflazione presente e futura che operava attraverso le attese di una circolarità inflativa che si autoalimentava.

Il meccanismo veniva capovolto: dall’indicizzazione del salario monetario, che non ne arrestava la svalutazione, alla tutela del potere d’acquisto del salario reale e, ciò che non è meno rilevante, il controllo del tasso di inflazione rafforzava i margini competitivi ed apriva prospettive di crescita occupazionale.
Una politica dei salari e dei redditi che avrebbe dovuto estendersi all’Unione Europea per armonizzare i tassi di inflazione e ridurre l’instabilità dei tassi di cambio.
La sua ultima proposta fu l’ “ECU dei disoccupati” per spingere la domanda interna e creare occupazione in un Europa che contava oltre 15 milioni di disoccupati.
Strategia complessa e radicale finalizzata, nella sua visione, ad inaugurare il Modello concertativo fondato: Sulla condivisione e sulla gestione fra Governo e Parti sociali, ognuno per il proprio ruolo e nella propria autonomia, delle linee di politica economica;

Sulla centralizzazione della contrattazione collettiva (interconfederale, categoriale, territoriale, aziendale);
Sulla coerenza negoziale a tutti i livelli.
Tutti ricordiamo lo sviluppo della vicenda, dall’Accordo di San Valentino nel 1984, al referendum nel 1985, alla rottura sindacale ed al lungo travaglio che condusse all’abolizione della scala mobile nel 1991, all’Accordo fra Sindacati Confederali e Governo Amato nel luglio 1992 ed all’Accordo fra Cgil, Cisl, UIL e Governo Ciampi nel luglio 1993 che compendiava l’esito felice, decisivo e vincente dell’intero decennio.
Carlo Azeglio Ciampi, intervenendo come Presidente della Repubblica alla giornata dedicata, dall’Università della Calabria, al ricordo di Tarantelli il 7 febbraio 2001, disse di aver rifiutato di denominare l’Accordo del luglio 1993 come “Accordo Ciampi”, perché se ad un’appartenenza e ad un nome avesse dovuto essere associato sarebbe stato, per atto dovuto, quello di Ezio Tarantelli.

La concertazione inaugurata dall’Accordo del luglio 1993 consentì all’Italia, nonostante l’implosione della prima Repubblica, a fine decennio, di entrare nell’euro.
Tutta la vicenda si è sviluppata sotto il segno originario di Tarantelli. Un merito ed una riconoscenza storici che il mondo del lavoro ed il Paese continueranno a riconoscergli!
Tarantelli e la Cisl.

L’incontro fra Tarantelli e la Cisl non è stato casuale, né improvvisato, né tattico.
E’ stato un incontro fra due strategie riformiste, maturate in contesti ed in percorsi molto diversi, convergenti ‘ante litteram’.
Una costante del pensiero della Cisl è il nesso fra contrattazione e ruolo macroeconomico del sindacato.
Nel Progetto di risparmio contrattuale (fine anni cinquanta, inizio anni sessanta) si parte dalla contrattazione del salario di produttività e si arriva al Fondo comune di investimento dei lavoratori, alimentato dal versamento di quote volontarie di salario di produttività e finalizzato all’acquisto di azioni ed obbligazioni delle imprese per potenziare la crescita e la partecipazione dei lavoratori alle politiche di sviluppo.

Nel Progetto di welfare territoriale (metà anni sessanta) si parte dalla contrattazione, attraverso il prelievo dell’1% sull’imponibile salariale, per alimentare un Fondo dei lavoratori che finanzia servizi sociali di welfare, contrattati con i Comuni della Provincia di Milano, che confluirà, poi, fra il 2009 ed il 2011 nella Fondazione Welfare Ambrosiano.
Nel Progetto del Fondo di accumulazione (inizio anni ottanta) si parte dalla contrattazione, attraverso il prelievo dello 0,50% dell’imponibile salariale, per finanziare il Fondo dei lavoratori, con il compito di favorire la nascita e lo sviluppo di imprese (soprattutto cooperative) nel Mezzogiorno del Paese.

Contrattazione, contributo diretto dei lavoratori alle politiche di sviluppo del Paese, ruolo macroeconomico del sindacato, Patto sociale con i pertinenti livelli istituzionali di governo centrali e periferici sono gli elementi costitutivi ‘ante litteram’ del Patto concertativo tarantelliano che percorrono la storia della Cisl dalla nascita sino all’inizio degli anni ottanta.
Ad essi Tarantelli apporta: la straordinaria competenza e creatività in materia di economia politica, politica economica, econometria; l’originale capacità di rilettura critica delle implicazioni sociali e politiche della storia della ricerca e del dibattito economici;
l’autorevolezza che gli consente di criticare, ‘intra moenia’, i tabù ed i miti sindacali perdenti;

il contributo decisivo a fare del sindacato un attore riconosciuto di politica economica, capace di offrire alla sintesi fra interessi del Lavoro e del Paese la strategia vincente per cambiare il corso della storia.
Un incontro raro e fecondo fra la lungimiranza, il rigore ed il pragmatismo del miglior sapere accademico e la lungimiranza, il rigore ed il pragmatismo del ‘Sindacato nuovo’, la cui profonda seminagione continua a germogliare, a fiorire, a dare frutti.
Per un pensiero strategico Tarantelli non è solo politica dei redditi.

Nel capitolo settimo de ‘Il ruolo economico del sindacato’ sostiene, infatti, che in Italia lo “sfascio delle relazioni industriali” può essere rappresentato “nei termini di uno scarto, di una differenza sistematica (e cumulata…) tra le regole ‘domandate’ (RD) dal sindacato e dalla base, da un lato, (…) e le regole ‘offerte’ (RO) dallo Stato (blocco dominante), l’offerta politica, dall’altro. (….) Questa divergenza sistematica fra regole ‘domandate’ ed ‘offerte’ genera la ‘triangolazione conflittuale del paradigma del sistema socio-politico post keynesiano…”

Questa profonda asimmetria fra regole domandate ed offerte non riguarda, soltanto, il salario reale atteso, ma investe la complessiva domanda politica, dagli investimenti, ai servizi pubblici, alla riforma della pubblica amministrazione, all’edilizia popolare, alla riforma fiscale, all’articolazione democratica e partecipativa dei poteri dello Stato.
Tarantelli era convinto che il fallimento investisse il paradigma socio-politico, non il modello economico keynesiano che subiva le “specifiche incompatibilità del conflitto industriale”.
Oggi la contraddizione fra regole domandate dall’area del disagio e della crisi sociale sempre più vasta (dal lavoro autonomo, al lavoro dipendente, ai working poors, ai pensionati poveri, alla precarietà dei giovani e delle donne, alla povertà ed all’esclusione) e regole offerte dal ‘blocco dominante’ (l’1% negli USA, di cui l’1% ha finanziato il 40% della campagna presidenziale 2020) sta raggiungendo il livello di guardia della crisi delle istituzioni democratiche, che l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio ha, drammaticamente, segnalato al mondo.

Per queste ragioni, è ancora, più che mai il tempo: del pensiero strategico lungo;
degli interventi strutturali per cambiare i dispositivi che distruggono valore economico, naturale e sociale, relazioni fiduciarie, legami solidali; dei codici genetici rigenerativi di armonia naturale e di responsabilità sociale.
E’ ancora il tempo della riflessione creativa sull’attualità del lascito prezioso di Ezio Tarantelli!

Lettera aperta alla redazione di Tuttoscuola

Spett.le Redazione di TUTTOSCUOLA,
leggo questo articolo … molto articolato su Repubblica On line, in data 27 marzo 2021 e mi permetto scrivervi per capire meglio la situazione chiusura-apertura scuole in zona rossa e oltre.

Per quanto riferisce Repubblica esso si basa su un vostro conteggio.
Sulla base di quali dati, mi chiedo?
L’ O.M. del Ministro della salute del 12 marzo u.s. è tuttora vigente. Ma scade il 29 marzo.
Il Presidente Draghi – nella conferenza stampa del 26/3 – ha parlato di rientro per nidi, scuole infanzia, primarie e primo anno di secondaria di primo grado dopo le vacanze pasquali, anche per le regioni rosse.

Forse nessuno ha però tenuto conto che l’O.M. del Ministro della Salute del 12 marzo vale fino al 29 marzo, appunto per le regioni in zona rossa..
Secondo Voi, senza un nuovo provvedimento formale del Ministro (Ordinanza) , del Presidente del Consiglio (DPCM) o del Governo (Decreto Legge) ….. come potranno comportarsi i Dirigenti Scolastici che come ultimo atto/provvedimento ricevuto hanno sulla scrivania, in bacheca e nel sito di istituto solo la “vecchia” OM di Speranza del 12 marzo?
Decideranno forse scuola per scuola? Vi risulta emanato un indirizzo, un provvedimento ad hoc?

In base a quale atto formale le scuole in zona rossa potrebbero essere ancora chiuse (come sarebbe logico fosse…. per non vanificare i 15 gg di chiusura precedenti) ?
Docenti, alunni, famiglie, dirigenti scolastici aspettano una decisione che nessuno prende.
Consideriamo anche il mix tra decisioni nazionali e scelte a livello regionale: è necessario un coordinamento.

Toccherebbe per continuità al Ministro della Salute prorogare la propria O.M. estendendola ai gg 30 e 31 marzo.
Facciamo riaprire le scuole per due g (mense, trasporti e tutto il resto compreso) e poi le chiudiamo per le vacanze pasquali?
Ogni scuola si sta interrogando su questo problema senza avere una risposta.
Gli istituti scolastici hanno bisogno di informazioni chiare e certe. Possibilmente non all’ultimo minuto.

Il Ministro P.I. si è pronunciato? Sarebbe opportuno visto che si tratta della scuole pubbliche dello Stato.
Il timore è che senza un provvedimento formale che regolamenti la chiusura in zona rossa nei giorni 30 e 31 marzo potrebbe crearsi una situazione caotica, senza tutele per nessuna decisione presa in autonomia.
Come ha detto recentemente il Presidente del CENSIS De Rita occorre distinguere la comunicazione informale dall’informazione ufficiale. La certezza del diritto tutela tutti.
Potreste adoperavi per fare chiarezza? Tutta l’Italia ve ne sarebbe grata. Specie quella in zona rossa.

Sarebbe questo sì un bel SERVIZIO PUBBLICO! Una cosa lodevole!
Lo chiedo a Voi considerata la Vostra indiscussa autorevolezza e facilità comunicativa , attraverso i canali istituzionali del Ministero PI. Spero che nel frattempo qualcuno si ponga questo problema: la forma è sostanza.
Ringrazio per l’attenzione.

La nuova legge elettorale della Georgia

In Georgia, il consiglio dello Stao ha approvato una nuova legge elettorale.

Il nuovo sistema prevede varie restrizioni, tra cui requisiti di identificazione più complessi per il voto per posta  e richiedere l’uso di documenti identificativi. Tra le misure della legge anche quella che vieta di portare cibo ed acqua alle persone in fila per votare.

Secondo i Democratici, questo, limiterà in modo preoccupante l’accesso al voto, in particolare per gli afroamericani.

Mentre per i sostenitori di New Georgia Project e Black Voters Matter Fund la legge viola il Voting Rights Act del 1965, la storica legge per la fine della discriminazione elettorale, e il 14esimo emendamento della Costituzione.

L’unico contento, oltre il governatore, sembra essere lo sconfitto Trump

 

Ponti e viadotti: altri 1.150 mld a Province e Città metropolitane

Obiettivo: aumentare la sicurezza delle infrastrutture a beneficio degli utenti potenziando la manutenzione straordinaria

Province e Città metropolitane hanno a disposizione ulteriori 1,150 miliardi per il triennio 2021-23 per la manutenzione straordinaria di ponti e viadotti nella rete stradale di loro competenza. Il Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili oggi ha acquisito l’intesa della Conferenza Stato-Città e Autonomie locali sul decreto ministeriale, di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ripartisce la cifra prevista inizialmente nel decreto-legge ‘misure urgenti per il sostegno e il rilancio dell’economia’ del 14 agosto 2020 (cosiddetto ‘Decreto agosto’) e rafforzata nella Legge di bilancio per il 2021.

“La dotazione di 1,150 miliardi per il triennio 2021-23 dovrà essere impiegata per aumentare il grado di sicurezza e di fruibilità di ponti e viadotti sulla rete stradale gestita da Province e Città metropolitane, che rappresenta oltre l’80% della viabilità extra urbana del Paese”, commenta il Ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili, Enrico Giovannini. “Il provvedimento fa parte di una strategia complessiva più ampia e sistemica per aumentare la sicurezza delle infrastrutture a beneficio di tutti gli utenti. Ulteriori risorse potranno essere reperite con la nuova programmazione del Fondo Sviluppo e Coesione”.

Tra gli interventi ammessi, il monitoraggio anche tecnologico degli elementi strutturali, l’adeguamento delle barriere di sicurezza, il rafforzamento dei piloni e altre misure antisismiche o di protezione dal rischio idrogeologico. Nella manutenzione straordinaria rientrano anche le opere di demolizione e ricostruzione. Le risorse sono state ripartite tra le varie Province e Città metropolitane secondo criteri oggettivi, predisposti dalle strutture tecniche del Ministero e condivisi con Anci (Associazione nazionale dei Comuni italiani) e UPI (Unione delle Province d’Italia), che tengono conto delle caratteristiche fisiche e geomorfologiche della rete stradale, nonché delle azioni (antropiche, sismiche, idrogeologiche) alle quali sono sottoposte le strutture. Con l’approvazione del decreto (che deve ora essere registrato dalla Corte dei Conti prima della pubblicazione nella Gazzetta ufficiale) gli enti locali, venendo a conoscenza degli importi assegnati, potranno predisporre fin da ora i piani operativi di intervento all’interno dei loro bilanci.

Il decreto si inserisce in un programma più ampio di interventi per la manutenzione straordinaria della rete viaria secondaria nel triennio 2021-23. Nel complesso Province e Città metropolitane hanno infatti a disposizione finanziamenti di oltre 2,5 miliardi per il solo triennio 2021 – 2023, poiché con precedenti provvedimenti sono già stati assegnati circa 1,4 miliardi. Considerando le assegnazioni per area geografica, il decreto ripartisce circa 440 milioni a Province e Città metropolitane nel Nord Italia, 264 milioni agli enti del Centro e circa 446 milioni agli enti del Sud Italia. Risorse che, rispetto a quelle indirizzate alle grandi opere, possono produrre un più veloce ritorno in termini economici e occupazionali sui territori. Le strutture tecniche del ministero monitoreranno le attività dei soggetti attuatori per verificare il regolare sviluppo dei piani d’intervento.

La chetosi

La chetosi, o acetonemia, è uno stato metabolico caratterizzato da elevati livelli di corpi chetonici nel sangue o nelle urine.

La chetosi è una reazione fisiologica che avviene in situazioni di bassa disponibilità di glucosio, ad esempio nelle diete a basso contenuto di carboidrati (low-carb) o digiuni, e fornisce una fonte di energia aggiuntiva sotto forma di chetoni.

Questi corpi chetonici possono fungere da fonti energetiche, ma anche da molecole segnale.

La chetosi costituisce un trattamento consolidato per l’epilessia, e si è rivelata efficace anche nel trattamento del diabete di tipo 2.

Attualmente sono in corso ricerche sui possibili effetti positivi della chetosi per quanto riguarda patologie neurologiche, sindrome metabolica, cancro e altre condizioni.

Neonati e donne in gravidanza o che allattano, sono i gruppi che sviluppano chetosi fisiologica con particolare rapidità in condizioni di sfide energetiche come digiuni o malattie. In questo caso la chetosi può, seppure raramente, degradare in chetoacidosi nell’instaurarsi della patologie primaria.

La propensione per la produzione di chetoni nei neonati è dovuta alla loro dieta a base di latte materno ad alto contenuto di grassi, a un sistema nervoso centrale ancora sproporzionatamente grande, e alla quantità limitata di glicogeno epatico.

Gli effetti più comuni della chetosi sono mal di testa, fatica, vertigini, insonnia, difficoltà nel tollerare l’esercizio, costipazione e nausea, specialmente nei primi giorni e settimane dall’inizio di una dieta chetogenica.

Si può sviluppare un alito dal sapore dolce e fruttato in seguito alla produzione di acetone, esalato per la sua alta volatilità.

La maggior parte degli effetti indesiderati della chetosi a lungo termine sono noti soprattutto nei bambini, a causa dell’utilizzo consolidato di questa dieta nel trattamento dell’epilessia pediatrica. Tra questi, compromissione della salute ossea, rallentamento della crescita, iperlipidemia e calcoli renali.

Angusto parlare di sinistra Dc e dorotei. Dopo Draghi non si ricomincerà con gli stessi schemi di prima.

Con la consueta franchezza, l’on. Gianfranco Rotondi ha riproposto, su Hufftington Post, la necessità di un leader che sia in grado di svolgere nel centro destra il ruolo che Enrico Letta sta svolgendo nel centro sinistra.

Il presupposto del ragionamento sta nel fatto che la ex sinistra DC, a suo giudizio, è riuscita a fare breccia nel centro sinistra, mentre “i dorotei” (così Rotondi si esprime alla fine del suo intervento) non hanno avuto pari fortuna nel centro destra.
Non mancano evidenze empiriche a fondamento di questa sua spietata constatazione.
Tuttavia le domande che mi pongo sono le seguenti.

La prima. Veramente Rotondi ritiene che possa nascere un “Letta di centro destra” capace di esercitare la leadership di questo schieramento che vede nella Lega ed in Fratelli d’Italia i detentori della stragrande maggioranza delle azioni dell’impresa?
La seconda. Veramente la DC italiana è stata la storia di un semplice “rassemblement” tra “sinistra democristiana” e “dorotei”? E non invece la storia, seppur plurale, di un partito che – nella stagione dello scontro ideologico di sistema – ha interpretato il ruolo del “centro riformatore” avendo (quasi) sempre in mente il principio del “confine a destra” di degasperiana memoria?

La terza. Si pensa veramente che il problema sia oggi valutare le chances di successo a destra o a sinistra di leader riferibili ad una parte o all’altra della vecchia DC?
Non è invece quello di capire se e come – nella comunità prima che nelle istituzioni – si riesce a rigenerare e rilanciare, con linguaggi, contenuti e personale politico nuovi, la cultura di un popolarismo capace di leggere i “segni dei tempi” e di dire parole di verità e di speranza ad un popolo privato della prima e ormai rassegnato a non vedere più tracce della seconda?

La quarta. Veramente si pensa che Draghi sarà una meteora passeggera, dopo il passaggio repentino della quale il sistema politico italiano riprende da dove aveva lasciato? Ritengo che ciò sia improbabile. Dopo Draghi – a prescindere dal suo futuro personale – sorge il sospetto che nulla sarà come prima.

E i “popolari” potranno avere ancora un ruolo utile al Paese solo se sapranno portare la loro peculiare cultura (non il consumato pedigree di discendenze democristiane) dentro un progetto politico e sociale inedito per una nuova Italia Europea: più solidale, più competitiva, più aperta, più efficiente e, invece, meno corporativa, nazionalista, conservatrice e populista.

Letta brandisce il maggioritario omettendo il suo carattere implicitamente oligarchico

In un lasso di tempo brevissimo, il sistema politico è stato rivoltato come un calzino. Cambiati i protagonisti, cambiato linguaggio, propositi, alleanze.

L’Italia ha sempre riservato agli osservatori stranieri grandi colpi di scena, ma bisogna ammettere che gli accadimenti ultimi non sono passati inosservati. È cambiato il presidente del consiglio e la struttura di governo con componenti partitiche a dir poco in perenne contrapposizione tra loro; il PD e movimento 5 stelle hanno cambiato i vertici senza congressi con una velocità mai registrata in passato. La Lega e M5 stelle si sono dichiarati europeisti, rigoristi in economia, atlantisti.

Qualche commentatore ha avuto modo di sottolineare che questa duttilità delle forze politiche è da attribuire ad un sistema politico tutto sommato solido, ma penso che a ben vedere la realtà dimostra proprio il contrario: i rapporti con i cittadini non sono idilliaci, i rapporti con le loro rappresentanze sono labili, il credito del sistema maggioritario che la loro principale fonte di potere come rendita di posizione ormai in decomposizione.

La ragione di questo stato risiede fondamentalmente dal fatto che il maggioritario nella sostanza ha allontanato dalle urne la metà dei cittadini italiani che non hanno potuto esprimere il proprio voto per soggetti compatibili con le loro culture; la impossibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti in parlamento, che negli ultimi anni hanno dato di loro performance non degne del loro ruolo.

Va ricordato che il sistema elettorale maggioritario e rimozione delle preferenze, sono state propagandate nel corso della cosiddetta seconda repubblica per ridurre i partiti, assicurare governabilità, per sottrarre al clientelismo ed alla criminalità organizzata il controllo dei voti. Ma a conti fatti, il numero dei partiti sono molto in più che nella prima repubblica, la stabilità dei governi più o meno è rimasta identica se non peggiorata, il controllo dei voti dei criminali in alcune aree è ancora più pesante, talvolta in combutta con i maggiorenti delle formazioni politiche come risulta dalle indagini e condanne giudiziarie.

Ma oltre a questi aspetti negativi, se ne sono aggiunti altri gravi come il fenomeno sconcertante dei transfughi che vagano da un partito all’altro; fenomeno che oramai in questa legislatura ha coinvolto più di un terzo dei parlamentari. L’ abbandono del proporzionale e delle preferenze, ha stravolto il senso del ruolo costituzionale delle associazioni politiche incapaci ormai di provocare partecipazione nelle attività politiche e partecipazione al voto dei cittadini a causa della loro sbiadita filosofia di appartenenza piegate alla necessità delle liste maggioritarie.

La stessa rappresentanza in parlamento, sequestrata dalla ferrea scelta dei candidati dai capi dei partiti, ha annullato la rappresentanza territoriale, ha nettamente abbassato la qualità degli eletti, ha provocato un sistema che sostanzialmente spinge alla deresponzabilizzazione del mandato parlamentare ed ha pressoché annullato il rapporto con l’elettore, ha favorito il leaderismo non da consenso ma da baratto nei partiti. Per queste ragioni, peraltro aggravate dalla riduzione dei parlamentari che restringerà ulteriormente la rappresentanza territoriale, occorre rivedere la legge elettorale in senso proporzionale e con la scelta diretta da parte del cittadino del proprio parlamentare.

Si è notata la sottolineatura in una sua dichiarazione del neo segretario Pd Letta a favore del maggioritario, dopo che il suo predecessore aveva acconsentito alla riduzione dei parlamentari proposta dal movimento 5 stelle, alla sola condizione che venisse ripristinato il proporzionale. Se quella decisione venisse annullata, la nostra rappresentanza parlamentare per i territori verrebbe ridotta pesantemente, verrebbero eletti dalla metà dei cittadini, verrebbero espressi dai capi nazionali dei partiti. Un vero colpo al senso costituzionale che affida ai partiti il compito di organizzare la partecipazione alla politica dei cittadini, al Parlamento di essere autentico luogo di rappresentare la volontà popolare.

“Una disperata confusione: la scuola italiana al 2021”

In un recente saggio in memoria dell’Ing. Gino Martinoli , cofondatore e Presidente per lunghi anni del Censis, il Presidente Giuseppe De Rita si misura con un amarcord personale, intrecciato alla vicenda dell’abbrivio del sistema scolastico nazionale a partire dall’immediato dopoguerra, incluse le scelte di indirizzo da compiere, il modello da disegnare e le proiezioni di un futuro prevedibile, interconnesso a maglie larghe nell’ordito e nella trama della crescita del Paese, tra linee politiche, identità culturali e sociali, dibattiti, orientamenti, opzioni caratterizzanti sul piano identitario e in chiave di lettura denotativa e connotativa.

Lo fa con la consueta maestria nel padroneggiamento degli eventi e dei contesti, delle derive di sviluppo e delle macroanalisi a cui ci ha abituato, nella interconnessione tra presenza e contributo personale alla scrittura di quella storia e capacità ermeneutico-interpretativa che emergono già in sede Svimez e poi fino ai giorni nostri nei Rapporti annuali del CENSIS.

Una riflessione fondamentale e preziosa per conoscere la Storia del Paese e – nello specifico- il prender corpo del sistema scolastico nazionale, visto da chi ha vissuto quella stagione embrionale e la rivisita oggi con lo sguardo indagatore di chi vuole rileggerla, con una marcata capacità di far sintesi di un confronto politico e ideologico da cui scaturisce un’opzione prevalente, finanche riconoscendo in modo onesto una sconfitta del proprio punto di vista di allora ma utile anche per comprendere la realtà del presente nei suoi chiaroscuri e nelle sue contraddizioni. Ciò in un momento particolarmente critico qual è il presente condizionato dalla pandemia che mette a nudo elementi di criticità e difficoltà gestionali, organizzative e persino di senso rispetto al ruolo e al peso della scuola nella società e nella cultura contemporanea: per chi ha vissuto da coprotagonista gli anni delle scelte decisive sui ‘problemi formativi’, “vederli ridotti a cumuli di parole parlate e scritte senza orientamento è cosa che fa male. “.

Parte dunque De Rita nella sua analisi con il piglio che gli è consueto, egli è uomo di mediazione e incline all’osservazione e all’ascolto ma non si perde in una disamina astratta: furono due le grandi linee di pensiero e di azione che tracciarono il dibattito a cavallo degli anni ‘55/’60, nell’alveo del grande contenitore della visione “scolastica” della DC (come perno del Governo del Paese) anche nei suoi addentellati di collateralismo associativo e sindacale:  “da una parte quella, poi risultata vincitrice, che riteneva indispensabile, per il progresso culturale di tutti, sviluppare un sistema di più anni di istruzione scolastica, con dietro la propulsione del collateralismo categoriale sopra richiamato e poi del sindacalismo confederale; dall’altra parte una minoranza, risultata alla fine perdente, che riteneva giusto e necessario un collegamento fra attività formativa e sbocco occupazionale, fra sistema scolastico e strutture economiche e sociali. De Rita si posiziona nel secondo contenitore mentre il primo – rivisitando gli sviluppi del nostro sistema scolastico (fortemente ispirato allora dall’AIMC e dalla sua Presidente Maria Badaloni, ma sostenuta in Parlamento e negli atti di Governo da Gonella negli anni 50, Medici dal ’58, poi da Pastore che puntava sulla scuola come motore di crescita del Sud soprattutto per i centri di formazione aziendale) lo riassume nella formula – risultata preponderante fino ad oggi- della “formazione integrale della persona umana” (“l’uomo per l’uomo”) ma soprattutto della “scolarizzazione a oltranza” (fattispecie che ritroviamo aggiornata nella lifelong education come tendenza globale secondo una lettura di pedagogia comparata).

Non tace De Rita il contributo dialettico offerto dalla sinistra che, ispirata anch’essa alla difesa dell’autonomia formativa, “si scatenò” contro una capitalistica “formazione di semilavorati per l’industria” (De Rita cita ad es. la posizione di Rossana Rossanda e del Pci, la loro battaglia per la difesa dell’autonomia del sistema formativo rispetto a una possibile sua strumentalizzazione da parte del mercato).

Come parte perdente di quel dibattito il Presidente CENSIS rivendica tuttavia il diritto ad una revisione storica delle scelte allora vincenti che generarono un sistema scolastico “puramente ‘autopropulsivo’, senza riferimenti esterni e senza stimoli socialmente innovativi: un corpaccione pesante e stanco, che presume di avere il diritto di essere sostenuto e ampliato solo perché esiste, non perché serve a qualcosa”. Lo stesso ’68 , con la liberalizzazione agli accessi universitari, la distruzione dei criteri di qualità e di merito nei processi formativi, le teorie pedagogiche della facilitazione – pur nella violenta contestazione del sistema – contribuì a generare una deriva di logica autoreferenziale che De Rita così riassume: “Fare politica scolastica senza connessione con lo sviluppo economico si riduce all’indistinta spinta a fare più spesa per la scuola”.

Quella spinta autopropulsiva su cui De Rita insiste a lungo ci ha consegnato un sistema scolastico “di grande consistenza”, gonfiato in alto più che a piramide come era stato pensato nella Riforma Gentile (ripresa e difesa nella sua logica orientativa da un attento osservatore come il Prof. Giulio Sapelli nel suo intervento nello streaming del 19/3 a commento del saggio), nell’utenza, negli organici, nel precariato, nella complessa dinamica organizzativa, nelle disfunzioni centrali e periferiche degli apparati.

Va osservato che quella stagione di autopropulsione del sistema scolastico produsse anche effetti positivi: a cominciare da una poderosa campagna di lotta all’analfabetismo, e quindi di alfabetizzazione culturale (“a partire dal sapere leggere, scrivere e far di conto”)  oltre ad una serie di provvedimenti legislativi in cui si declinano le linee evolutive del sistema, dalla legge istitutiva della Scuola materna Statale nel 1968 (fortemente voluta da Aldo Moro fino a provocare una crisi di Governo) , all’introduzione de tempo pieno (820/1971), ai cd. “decreti delegati” del 1974 in tema di organi collegiali, sperimentazione, aggiornamento, profili del personale scolastico, al DRP 616/1977 sul trasferimento di competenze scolastiche alle Regioni, alla legge 517/1977 sull’integrazione degli alunni disabili e sulla programmazione educativa, fino alla norma attuativa dell’autonomia scolastica (legge 59/1997 e DPR 275/1999). Per ricordare passaggi fondamentali.

Questa legislazione di graduale riforma del sistema scolastico può essere considerata – secondo l’analisi di De Rita – come un affinamento della logica autoreferenziale ed autopropulsiva, tuttavia ha contribuito alla crescita e alla caratterizzazione degli ordinamenti scolastici, i cui effetti si riverberano ancora al presente.

Ne’ va dimenticato che analogamente, studiando i sistemi scolastici dei Paesi della C.E. secondo un approccio comparativo, si deducono spinte propulsive al cambiamento: nei modelli decentrati verso un “common core” ad indirizzo nazionale, in quelli centralistici con una deriva incline all’autonomia degli istituti e all’interrelazione con gli enti autarchici del territorio.

Tuttavia occorre trovare argomentazioni convincenti per confutare la tesi del Presidente CENSIS secondo cui questo agglomerato di norme e tentativi di riforma si sia in sostanza risolta in una logica tutta interna al sistema, senza curare le ricadute possibili nei cfr. del mercato del lavoro: scuola implementata e aperta al sociale ma fine a se stessa quanto al concreto valore da attribuire al titolo di studio in relazione alle opportunità lavorative. Analisi forse spietata ma scaltrita e attuale, ove si consideri la scuola una sorta di corpo esterno e ininfluente al sistema produttivo, che nel tempo ha modificato i concetti stessi di ceto medio e borghesia, distinguendo in modo netto il piano culturale da quello economico.  

Un argomento peraltro ripreso in modo quasi singolare dal Presidente Draghi che ha parlato di rivalutazione necessaria degli istituti tecnici e professionali. Nella bolla gonfiata dell’autopropulsione del sistema occorre un dosaggio degli indirizzi di studio in funzione delle esigenze di crescita del Paese.

Ma temi come il diritto allo studio, l’uguaglianza delle opportunità di partenza e di arrivo, la libertà di insegnamento, l’inclusione dei fragili, le scuole in ospedale, la personalizzazione dei progetti educativi, la promozione degli stili di vita,  la corresponsabilizzazione delle funzioni interne al sistema, il rapporto con le famiglie e il territorio hanno affinato una sensibilità sociale dall’esterno verso l’interno del sistema.

La “disperazione del presente” – come la definisce De Rita- si trova negli effetti distorti e negli avvitamenti senza esito delle logiche di programmazione e organizzazione scolastica: troppo spesso ad es. l’autonomia scolastica si risolve in una implementazione di una burocrazia che prolifera in periferia e si aggiunge a quella del centro, nel tempo preponderante destinato a riunioni autoreferenziali e incalzanti che producono “paralisi” o rallentamenti anziché semplificazione, in una logica dirigista da caserma.

Torneremo presto su questo argomento. Ma la politica di questi ultimi decenni, della renziana “buona scuola” autodefinitasi tale e dei suoi presidi sceriffi poi comandanti della nave (secondo la Ministra Azzolina) , della DAD alternativa alla didattica in presenza e di tutti i suoi portati tecnologici (a cominciare dalla esasperante enfasi sul cd. “registro digitale” di classe) ha spostato l’attenzione dalla didattica in classe ai suoi corollari, generando una burocrazia fuorviante e smisurata, con una produzione biblica di circolari e nuove istruzioni, fino a diventare asfissiante e – appunto – “disperata”, avendo perso per strada i fondamentali che la qualificano e allontanandosi sempre più da quello sbocco verso il mercato del lavoro che era un’idea di De Rita e sta diventando un dramma sociale che costringe le giovani generazioni ad una sorta di “sospensione”- dopo gli studi – nella realizzazione di un progetto di vita.

Addio a Ezio Cartotto

Si è spento ieri notte a Monza Ezio Cartotto.

Classe 1943 , è stato uno dei giovani rampanti del Movimento Giovanile ai tempi delle segreteria provinciale di Marcora negli anni 60 ,assieme ad altri giovani emergenti come Bertoja Mazzotta Frigerio e poi Giorgio La Pira Salvatore Donato Gianni Dincao.Dotato di una cultura filosofica umanistica notevole, capace oratore ed affabulatore  ,era una delle promesse della Base.Direttore anche del Popolo Lombardo.

Purtroppo l’esperienza negativa del CIPES (la cooperativa edilizia impiantata con altri amici che ebbe una fine ingloriosa) gli tarpò le ali.

Ma lui rimase sempre legato alla politica, soprattutto in Brianza .Qui incontrò la Fininvest e divenne consulente di Berlusconi collaborando insieme a Dell’Utri alla fondazione di Forza Italia,di cui scrisse parte del programma.

Di carattere estroverso e aperto, di cultura umanistica notevole e appassionato cultore di libri e di storia, intellettuale senza molto senso pratico, ha continuato la sua passione ed il suo interesse per la politica e l’impegno sociale scrivendo libri e riviste: tra gli altri Brianza e DC e tra gli ultimi  Gli Occhiali di Machiavelli.  Ma la sua vivacità si era spenta dopo la perdita della moglie pochi anni fa. Ultimamente malaticcio era un po’ ritornato al primo amore  avvicinandosi agli ambienti della ex DC e della Base per la quale si era infervorato al punto di ipotizzare iniziative importanti.

Se ne va una figura un po’ controversa ed eclettica, ma pur sempre un democristiano e un basista.

La California chiede a Biden di fissare una data per dire addio a benzina e diesel

Due senatori statunitensi hanno esortato il presidente Joe Biden a fissare una data per la graduale eliminazione delle vendite di auto  e camion con motore termico e ripristinare l’autorità della California per stabilire le proprie regole sulle emissioni automobilistiche.

I senatori democratici Alex Padilla e Dianne Feinstein scrivendo a Biden, chiedono di “seguire l’esempio della California e fissare una data entro la quale tutte le nuove auto e camion passeggeri venduti saranno veicoli a emissioni zero”.
Infatti la California vieterà la vendita di vetture e truck con motore termico a partire dal 2035.

Ricordiamo che pur rifiutando di fissare una data precisa per porre fine alle vendite di veicoli a gas, Biden, durante la campagna presidenziale, aveva promesso un aumento sostanziale dei veicoli elettrici e delle stazioni di ricarica in tutta la nazione.

E subito dopo aver assunto l’incarico a gennaio, Biden aveva promesso di sostituire la flotta del governo degli Stati Uniti di 650.000 veicoli con veicoli elettrici puliti fabbricati in America.

Inoltre ha anche ordinato alle agenzie statunitensi di rivedere i requisiti di efficienza dei veicoli a carburante, che erano stati tagliati sotto l’amministrazione Trump.

Anche se ancora non ha intrapreso la strada dei 15 Stati che vogliono intraprendere questo percorso.

Alcuni dei  paesi che hanno già fissato una data sono:

  1. La Svezia che darà l’addio alle auto a benzina nel 2030
  2. Idem per la Danimarca
  3. La Norvegia scadenza al 2025
  4. Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito, Islanda e Francia hanno una scadenze fissate tra il 2030 e il 2040.

 

Più mobilità elettrica: scenari futuri e qualità dell’aria nelle città italiane

“Tra il 2018 e il 2020 si è registrata la presenza di un parco circolante dominato ancora da veicoli a benzina e a gasolio e le emissioni inquinanti sono state in costante aumento, nonostante alcuni lievi miglioramenti. Le previsioni al 2025 e al 2030 sono, però, confortanti: entro il 2025 si stima un aumento del 4% dei veicoli elettrici e una crescita del 20% delle automobili ibride. Ma è nel 2030 che si avrà un importante cambio di marcia con un 15% in più di vetture elettriche e un picco del 25% che sarà registrato dalle ibride”. Questi i dati che emergono dal rapporto realizzato da Iia-Cnr, Istituto sull’inquinamento atmosferico, in collaborazione con l’associazione Motus-E, presentato in diretta facebook durante l’evento ‘Più mobilità elettrica: scenari futuri e qualità dell’aria nelle città italiane’.   Il lavoro di ricerca si riferisce a cinque città (Roma, Torino, Milano, Bologna e Palermo) e ha l’intento di stimare quale impatto avrà l’elettrico sulla mobilità urbana e sulla circolazione.

Il report, analizzando dati che vanno dal 2018 al 2020, studia la relazione stretta che intercorre tra la  mobilità urbana e la sostenibilità ambientale.   Ad avviso di Carla Messina, funzionario del ministero delle Infrastrutture e delle Mobilità sostenibili, “urge investire sulla crescita dei veicoli green, rinnovando il parco circolante degli autobus e dei mezzi pubblici delle nostre città. Non è ammissibile che il 37% dei bus urbani produca ancora una emissione importante di sostanze inquinanti. Con il decreto rilancio bisognerà puntare sull’elettrico, elaborando strumenti di pianificazione nuovi che contribuiranno a realizzare i nostri obiettivi strategici, raggiungendo i target nazionali ed europei”.

Proteggere il 30% dei mari italiani entro il 2030

La campagna 30×30 Italia è un percorso nazionale il cui obiettivo è di proteggere, attraverso l’istituzione di Aree Marine Protette (AMP), almeno il 30% dei mari Italiani entro il 2030. Bisogna lavorare per raggiungere questo obiettivo promuovendo l’azione comune di un mare italiano produttivo e resiliente, in cui la tutela della biodiversità diventi volano di sviluppo economico e sociale.

La campagna ha un valore nazionale ma si inserisce in un contesto internazionale molto più ampio che fa riferimento a una resolution approvata durante il Congresso Mondiale della conservazione dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) del 2016 che identifica come necessaria la protezione di almeno 30% dell’Oceano entro il 2030 per garantirne la funzionalità e produttività, ai nuovi target Post-2020 del Global Biodiversity Framework e all’impegno adottato dalla Unione Europea all’interno della “EU biodiversity strategy for 2030 – Bringing nature back into our lives” e recentemente approvato dal Consiglio Europeo.

L’obiettivo finale sarà raggiunto grazie a 30 obiettivi strategici legati alle scienze marine e alla ricerca, alla divulgazione, al coinvolgimento delle nuove generazioni, all’efficacia di gestione e alla formazione dei futuri custodi del patrimonio naturalistico del Mediterraneo.

 

OMS: serve uno sforzo globale per porre fine alla tubercolosi

Si stima che circa 1,4 milioni di persone in meno hanno ricevuto cure per la tubercolosi (TB) nel 2020 rispetto al 2019. Secondo i dati preliminari compilati dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) da oltre 80 paesi: una riduzione del 21% rispetto al 2019. I paesi con il maggiore divari relativi erano Indonesia (42%), Sud Africa (41%), Filippine (37%) e India (25%).

Costruire sistemi sanitari in modo che tutti possano ottenere i servizi di cui hanno bisogno è fondamentale. Alcuni paesi hanno già adottato misure per mitigare l’impatto del COVID-19 sull’erogazione del servizio, rafforzando il controllo delle infezioni; espandere l’uso delle tecnologie digitali per fornire consulenza e supporto a distanza e fornire prevenzione e cura della tubercolosi a domicilio.

Ma molte persone che hanno la tubercolosi non sono in grado di accedere alle cure di cui hanno bisogno. L’OMS teme che oltre mezzo milione di persone in più possano essere morte di tubercolosi nel 2020, semplicemente perché non sono state in grado di ottenere una diagnosi.

Questo non è un problema nuovo: prima che il COVID-19 colpisse, il divario tra il numero stimato di persone che sviluppano TB ogni anno e il numero annuale di persone ufficialmente segnalate era di circa 3 milioni. La pandemia ha notevolmente aggravato la situazione.

Un modo per affrontare questo problema è attraverso uno screening della tubercolosi ripristinato e migliorato per identificare rapidamente le persone con infezione o malattia da tubercolosi.

Questi includono l’uso di test diagnostici molecolari rapidi, l’uso del rilevamento assistito da computer per interpretare la radiografia del torace e l’uso di una gamma più ampia di approcci per lo screening di persone affette da HIV per la tubercolosi.

Ma questo da solo non sarà sufficiente. Nel 2020, nel suo rapporto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il Segretario generale delle Nazioni Unite ha emesso una serie di 10 raccomandazioni prioritarie che i paesi devono seguire. Questi includono l’attivazione di una leadership di alto livello e di azioni in più settori per ridurre urgentemente i decessi per TBC; aumento dei finanziamenti; promuovere la copertura sanitaria universale per la prevenzione e la cura della tubercolosi; affrontare la resistenza ai farmaci, promuovere i diritti umani e intensificare la ricerca sulla tubercolosi.

E soprattutto, sarà fondamentale ridurre le disuguaglianze di salute.

Non c’è un “centro” senza i Popolari.

Siamo di nuovo daccapo. Il “centro” fa parlare di sè, e anche molto, e alcuni capi di piccolissimi  partiti se lo vogliono intestare. Quasi per decreto o per strane e singolari autoinvestiture. Certo, fa  effetto che il capo di un piccolissimo partito personale e forse il più lontano da qualsiasi  vocazione inclusiva – oltre ad essere fortemente contestato per il suo stile e la sua incoerenza  politica ripetutamente e platealmente manifestata in questi ultimi anni – e cioè, Renzi, pensi  curiosamente di rappresentare il “centro” politico nel nostro paese. Per non parlare, forse più  legittimamente, di Calenda o addirittura dei radicali. Chi ha sempre seguito, o ha militato o si è  riconosciuto nelle formazioni politiche di “centro” nel passato o in tempi più recenti, non può che  guardare con stupore se non con allegria a tutti coloro che in questa fase turbolenta e caotica  pensano di rappresentare culturalmente e politicamente – e quasi in modo esclusivo – un’area di  “centro” o, meglio ancora, una cultura politica di centro nell’attuale contesto pubblico italiano.  

Ora, al di là dei tentativi di vari capi partito o di sigle e cartelli elettorali di intestarsi  simpaticamente l’intera rappresentanza di un’area politica che è sempre stata decisiva nei vari  snodi che ha caratterizzato la storia democratica del nostro paese, è del tutto evidente che  questo campo politico potrà decollare solo nel momento in cui sia visibile e percepibile il ruolo e  la funzione della cultura popolare al suo interno. Cioè la cultura cattolico democratica e cattolico  sociale. Senza questa presenza culturale, ancorchè non esclusiva, qualsiasi ipotesi di ricostruire  un’area politica di “centro” è semplicemente destinata al fallimento. E questo ancora al di là della  poca, se non nulla, affidabilità politica di chi pensa, fantasiosamente, di rappresentare per diritto  divino il “centro”.  

Certo, la variegata e articolata area cattolico popolare e sociale non può continuare ad andare in  ordine sparso. E questo perchè nel momento in cui la geografia politica italiana è destinata ad  essere attraversata da profondi cambiamenti – come in parte è già avvenuto ad appena poco più  di un mese dall’avvento di Draghi al Governo – è quantomai necessario che si verifichi anche una  unità forte e convinta di chi, all’interno della tradizione cattolico popolare, pensa di scommettere  su una nuova avventura politica che non può che avere successo. Politico ed elettorale. Fuorchè  qualcuno pensi, carnevalescamente, che l’ex partito del “vaffaday” possa ambire a rappresentare  un’area di centro in virtù di una doppia se non tripla piroetta trasformistica dei suoi capi o  “elevati”. No, perchè da quelle parti, per dirla con una felice battuta di Donat-Cattin degli anni ‘80,  “sono capaci, capacissimi, capaci di tutto”. Ma sempre 5 stelle restano. E cioè, un’ideologia  fondamentalmente ispirata all’anti politica, all’antiparlamentarismo e al populismo demagogico.  

Ecco perchè, piaccia o non piaccia, senza i cattolici popolari e sociali un “centro” credibile, serio  ed affidabile non può decollare. È compito, semmai, di chi si riconosce in quest’area, innanzitutto,  e di chi continua a ritenere importante un luogo capace di declinare una autentica “politica di  centro” attivare adesso una iniziativa. Politica e organizzativa. Ovviamente aperta a tutti, inclusiva  e democratica, riformista e plurale. 

Il governo e il calendario scolastico

Nel suo intervento in Parlamento, il Presidente Draghi, in previsione del Consiglio Europeo , ha parlato anche di scuola: un tema che gli sta a cuore come priorità nell’agenda di Governo.

Come riferisce il Punto del Corriere della Serra si tratta di una emergenza annunciata da tempo ma momentaneamente accantonata, anche a ragione della chiusura degli istituti scolastici nelle regioni rosse.

Riportiamo una parte del suo intervento: “Se la situazione epidemiologica lo permette, cominceremo a riaprire la scuola in primis. E cominceremo a riaprire la scuole primarie e la scuola dell’infanzia anche nelle zone rosse , allo scadere delle attuali restrizioni, ovvero speriamo subito dopo Pasqua”. Nelle zone arancioni sarà invece probabile la ripresa della didattica in presenza al 50% per gli altri ordini (scuola media inferiore e superiore).

“Il primo giorno tutti gli studenti, ma anche i bimbi di nidi e materne, dovranno essere sottoposti a tampone rapido. Il test sarà ripetuto ogni settimana e in caso di positività sarà effettuato un molecolare (PCR) a tutta la classe.

In questo modo si creerà una sorta di bolla per proteggere gli alunni ma anche i docenti visto che non tutti saranno già stati vaccinati. Per effettuare i controlli si è deciso di chiedere aiuto ai militari e ai volontari della Protezione civile che potranno essere impiegati all’ingresso degli istituti, utilizzando i ‘salivari’ che forniscono una risposta in pochi minuti e sono adatti ai più piccoli”.

Ottimi propositi e lungimiranti attese. C’è solo un dettaglio che balza agli occhi in tutta la sua evidenza.

Il Presidente riferisce che la riapertura delle scuole dell’infanzia e primaria avverranno “allo scadere delle attuali restrizioni, ovvero speriamo subito dopo Pasqua”, per dar seguito allo screening dei tamponi alla popolazione scolastica.

Tuttavia va evidenziato che l’Ordinanza del Ministro della salute Roberto Speranza, del 12 marzo u.s. , di chiusura delle scuole in zona rossa per 15 gg scade il 29 marzo.

Forse è sfuggito al Presidente Draghi, al Ministro Speranza e allo stesso Ministro della P.I. Patrizio Bianchi che le vacanze pasquali – secondo il calendario scolastico nazionale – decorrono dall’1 aprile al 6 aprile. 

Peraltro il Decreto Legge n° 30 del 13 marzo 2021  “individua ulteriori misure in considerazione della maggiore diffusività del virus e delle sue varianti, oltre a misure specifiche valide durante il periodo pasquale. Nei giorni 3, 4 e 5 aprile 2021P, fatta eccezione per le Regioni o Province autonome collocate in “zona bianca”, le disposizioni previste per la zona rossa si applicheranno su tutto il territorio nazionale” .

In buona sostanza nessuno si sarebbe accorto che restano scoperti due giorni, il 30 e il 31 marzo p.v. che – non essendo compresi nell’Ordinanza del Ministro della salute e nei giorni delle vacanze pasquali – comporterebbero la riapertura delle scuole – si sottolinea per due giorni- e il rientro in aula degli alunni di ogni ordine e grado.

Ci si chiede come possa essere sfuggita questa circostanza. Rientrare per due gg per poi richiudere le scuole nelle vacanze pasquali (aggiungendo le restrizioni di cui al citato D.L. n°30 del 30 marzo) significa rimettere in moto tutti i meccanismi che consentono la frequenza degli alunni: aule aperte, spazi interni ed esterni, mense , trasporti. In questi due gg potrebbero essere vanificati – con la presenza fisica a scuola –  gli isolamenti dei 15 gg precedenti. Si aggiunga che la tracciatura annunciata da Draghi a mezzo “tamponi per tutti”, potrebbe auspicabilmente decorrere “il primo giorno” successivo dopo le vacanze pasquali.

Finora questa evidente contraddizione è sfuggita alla politica e agli organi di informazione.

Segnalando l’evidente incongruenza, oltre a chiedersi come possano i Ministri non conoscere il calendario scolastico nazionale, si suggerisce un provvedimento che allunghi gli effetti dell’OM di Speranza fino a congiungersi con l’inizio della vacanze pasquali. Si tratta di due soli giorni che – nel bene o nel male – potrebbero essere determinanti, condizionando gli esiti della successiva tracciatura a mezzo tamponi annunciata dal Presidente Draghi.

La narrazione della fede in un film meraviglioso

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’articolo di Massimo Nardi.

 

“Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” è il titolo di un famoso dipinto di Gauguin che sintetizza le domande esistenziali dell’uomo. Il mistero della vita e della morte che percorre l’intera storia dell’umanità declinandosi in innumerevoli manifestazioni di fede.
Il Vangelo di Gesù ha rappresentato il punto focale di tale percorso evocando la comunione con il divino attraverso il simbolismo delle parabole.
Oggi, tuttavia, si avverte da più parti la necessità di dare nuova linfa al nostro vivere credente rivitalizzando la riflessione sull’essenza della fede. Si avverte l’esigenza di aggiornare il linguaggio della comunicazione religiosa per parlare al cuore dell’uomo contemporaneo, irretito dalle seduzioni della cultura materialista.
A questa primaria esigenza offre uno straordinario contributo il “Videocatechismo della Chiesa cattolica” pubblicato sul sito LearninGod (https://www.learningod.com): la prima piattaforma al mondo di visione online di contenuti religiosi, artistici e culturali ispirati al messaggio del Sacro universale.
«La Sacra Scrittura è una Storia di storie», ha scritto Papa Francesco nel suo messaggio per la 54ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. «Quante vicende, popoli, persone ci presenta! Essa ci mostra fin dall’inizio un Dio che è creatore e nello stesso tempo narratore. Egli infatti pronuncia la sua Parola e le cose esistono. Attraverso il suo narrare Dio chiama alla vita le cose e, al culmine, crea l’uomo e la donna come suoi liberi interlocutori, generatori di storia insieme a Lui».
Ed è appunto una «Storia di storie» la colonna portante del “Videocatechismo della Chiesa cattolica”. Storie rappresentate attraverso la potenza narrativa del video: un film di 25 ore diviso in 46 episodi.
Sulla home page del sito LearninGod – realizzato dalla software house Hexcogito, che ha al suo attivo alcuni importanti portali web del mondo cattolico, tra cui il sito ufficiale dedicato alla canonizzazione di Karol Wojtyla – è possibile visualizzare 46 video promozionali: https://www.learningod.com/HomePage#VideoPromozionali
Su LearninGod sono anche riportati alcuni dati sintetici che suggeriscono il senso dell’imponenza dell’opera, annoverata fra i più grandi kolossal di sempre: «Realizzato in tecnologia 4k, girato in 70 Paesi nel mondo con la partecipazione di 60.000 persone. Oltre 4000 annunciatori in 37 lingue diverse hanno partecipato alla lettura integrale del catechismo. 1200 attori in costume che traducono in immagine scene del Vangelo e del Vecchio Testamento».
Il “Videocatechismo della Chiesa cattolica” si deve alla regia di Gjon Kolndrekaj, brillante cineasta e produttore cinematografico di origine kosovara che vanta, fra i suoi trascorsi giovanili, collaborazioni con Frank Capra e Federico Fellini. Tra i suoi film e documentari internazionali di successo ricordiamo in particolare: “La passione di Cristo” (1979); “Totus Tuus. Non abbiate Paura” (2008), realizzato in memoria di Giovanni Paolo II; “Madre Teresa, una Bambina di nome Gonxhe” (2008), che racconta le origini e l’infanzia della Santa di Calcutta; “Matteo Ricci, un gesuita nel regno del drago” (2009), proiettato in anteprima presso la Santa Sede e successivamente replicato in 99 Paesi del mondo.
Opera multimediale e multilingue costata cinque anni di lavoro sui più svariati palcoscenici mondiali, il “Videocatechismo” rivela una grande attenzione verso i giovani, particolarmente sensibili al linguaggio visivo. Ma al di là del dato generazionale, si tratta di una realizzazione artistica unica, chiara ed esauriente per gli uomini del nostro tempo.
La novità e l’efficacia della rappresentazione in video sta nel rendere il catechismo un’opera viva, colorata, dinamica, affascinante, con scenari mozzafiato e testimonianze commoventi.
Si tratta di un prodotto di grande qualità e impatto emotivo, utilissimo per l’educazione dei credenti di tutte le religioni e per la trasmissione della fede in Dio.
Ogni diocesi, parrocchia, comunità, scuola, gruppo di preghiera del mondo dovrebbe disporre della piattaforma per proiettare in continuazione un film straordinario che esalta la narrazione del Vangelo.
Realizzato con il patrocinio del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione e utilizzando i testi originali della Libreria Editrice Vaticana, il “Videocatechismo della Chiesa cattolica” è prodotto da Tania Cammarota e Gjon Kolndrekaj in esclusiva sulla piattaforma LearninGod (https://www.learningod.com).
Nel corso di un incontro con Gjon e Tania, Papa Francesco li ha incoraggiati e benedetti affinché il catechismo in video raggiunga tutto il mondo.
Presentato all’ultimo Festival di Venezia, è stato accolto con entusiasmo dai media e dalla critica, come rivela la rassegna stampa pubblicata sul sito (https://www.crossinmedia.com/press).
Ed ora il “Videocatechismo” inizia il suo viaggio di lungo corso atto a suscitare, attraverso la potenza del web, una “ripartenza missionaria” verso la dimensione del Sacro e la riconquista di un senso più profondo della nostra esistenza.

La Germania facilita il percorso di cittadinanza per i discendenti dei sopravvissuti all’Olocausto

Il governo tedesco ha redatto una legge che faciliterebbe il percorso verso la cittadinanza tedesca per i figli e i nipoti dei sopravvissuti all’Olocausto . Sebbene esista una politica di vecchia data per restituire la cittadinanza a coloro che sono stati feriti dal regime nazista, non tutti i sopravvissuti e le loro famiglie sono stati in grado di riguadagnare il loro status di cittadini tedeschi.

Coloro che hanno lasciato la Germania nazista e hanno rinunciato alla cittadinanza prima che il regime nazista ne privasse tutti gli ebrei tedeschi  non sono stati in grado di reclamarla in seguito.

Ora il ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer ha spiegato che con la modifica adottata, anche se non metterà “le cose a posto” per il passato, tenterà di “scusarsi con profonda vergogna”per quanto accaduto.

Ha aggiunto che i discendenti di quel terribile periodo che vogliono diventare tedeschi  rappresentano una “enorme fortuna per il nostro paese”.

“Questa ingiustizia non può essere annullata”, ha detto il presidente del Consiglio centrale tedesco degli ebrei Josef Schuster sulla persecuzione nazista degli ebrei,” ma è un gesto di decenza se a loro e ai loro discendenti viene data l’opportunità legale di riconquistare la cittadinanza tedesca “.

Anche l’Austria ha cambiato le sue leggi nel 2019 poiché in precedenza consentiva solo alle vittime dirette della Germania nazista, ovvero ai sopravvissuti, di riconquistare la cittadinanza austriaca. Ora anche loro, i loro figli e nipoti possono diventare austriaci, se lo desiderano.

Commercio: Istat, a febbraio 2021 export extra Ue in lieve calo. Import in crescita

A febbraio 2021 si stima, per l’interscambio commerciale con i paesi extra Ue27 , un lieve calo congiunturale per le esportazioni (-0,7%) e un aumento per le importazioni (+4,2%).

La flessione su base mensile dell’export interessa tutti i raggruppamenti principali di industrie, tranne i beni di consumo non durevoli (+2,5%), ed è dovuta soprattutto alla riduzione delle vendite di energia (-14,4%) e beni intermedi (-2,5%). Dal lato dell’import si rilevano aumenti congiunturali diffusi, i più marcati per beni strumentali (+11,2%), beni di consumo durevoli e non durevoli (per entrambi +3,5%).

Nel trimestre dicembre 2020-febbraio 2021, rispetto ai tre mesi precedenti, l’export si riduce del 2,4%; il calo è ampio per beni strumentali (-5,1%) e beni intermedi (-2,8%), mentre si registra un aumento sostenuto per energia (+23,0%). Nello stesso periodo, l’import segna invece un rialzo congiunturale (+2,6%), determinato soprattutto dall’incremento di energia (+23,5%), beni di consumo durevoli (+6,4%) e beni strumentali (+4,9%).

A febbraio 2021, l’export diminuisce su base annua del 7,3% (da -12,7% di gennaio). La flessione è più ampia per energia (-25,9%) e beni strumentali (-12,5%). Solo le vendite di beni di consumo durevoli sono in aumento (+4,6%). L’import registra un calo tendenziale meno marcato (-3,0%, da -18,3% di gennaio), cui contribuiscono le diminuzioni di energia (-20,5%) e beni di consumo non durevoli (-11,4%).

La stima del saldo commerciale a febbraio 2021 è pari a +4.114 milioni (+5.095 a febbraio 2020). Diminuisce l’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici (da +7.709 milioni per febbraio 2020 a +6.218 milioni per febbraio 2021).

A febbraio 2021 si registra una marcata flessione su base annua dell’export verso Stati Uniti (-21,1%), paesi OPEC (-20,2%), Regno Unito (-13,8%) e Russia (-11,4%). Le vendite verso la Cina (+54,2%) sono in forte crescita.

Gli acquisti da Regno Unito (-25,5%), India (-23,5%), Russia (-20,6%) e paesi OPEC (-10,0%) registrano flessioni tendenziali molto più ampie della media delle importazioni dai paesi extra Ue27. Aumentano gli acquisti dalla Cina (+15,3%).

Legge di bilancio per il 2021: le novità importanti per le famiglie

1. Confermato l’Assegno di natalità (Bonus bebè) per i figli nati o adottati nel 2021

L’Assegno di natalità, conosciuto anche con il nome “Bonus bebè”, è il contributo economico che lo Stato offre alle famiglie che hanno o adottano un figlio.

Per i figli nati o adottati dal 1° gennaio al 31 dicembre 2021, lo Stato offre un contributo economico a tutte le famiglie.

Il contributo può essere richiesto all’Inps, che lo versa per un massimo di 12 mesi, secondo tre fasce Isee:

  • € 1.920 (€ 160/mese) per le famiglie con Isee inferiore a € 7.000;
  • € 1.440 (€ 120/mese) per le famiglie con Isee tra € 7.000 e € 40.000;
  • € 960 (€ 80/mese) per le famiglie con Isee superiore a € 40.000.

In caso di figlio successivo al primo, nato o adottato tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2021, l’importo dell’assegno è aumentato del 20%.

2. Confermato il Bonus asilo nido e per forme di assistenza domiciliare per i bambini fino a 3 anni

Il Bonus asilo nido è il contributo economico che lo Stato offre alle famiglie che hanno un figlio, fra gli 0 e i 3 anni, che:

  • frequenta un asilo nido pubblico o privato;
  • necessita di assistenza domiciliare perché affetto da gravi patologie croniche.

Il contributo, in forma di rimborso per il pagamento delle rette, può essere richiesto all’Inps, che lo versa secondo tre fasce Isee:

  • massimo € 3.000/anno per le famiglie con Isee inferiore a € 25 000;
  • massimo € 2.500/anno per le famiglie con Isee fra € 25 001 e € 40 000;
  • massimo € 1.500/anno per le famiglie con Isee superiore a € 40 000.

3. Confermato il Premio alla nascita e all’adozione (Bonus mamma domani)

Il Premio alla nascita e all’adozione, conosciuto anche con il nome “Bonus mamma domani”, è il contributo economico che lo Stato offre alle famiglie che hanno o adottano un figlio. Per i figli nati o adottati tra il 1° gennaio al 31 dicembre 2021, il contributo è di € 800, indipendentemente dal reddito familiare.

Il contributo può essere richiesto all’Inps dalla futura madre, dal 7° mese di gravidanza o entro un anno dalla nascita, adozione o affidamento preadottivo del figlio.

4. Il congedo di paternità, per i padri lavoratori dipendenti privati, aumenta da 7 a 10 giorni

Modificando quanto previsto dalla legge di stabilità per il 2017 (articolo 1, comma 354, della legge n. 232/2016), viene prorogato il 2021 il congedo obbligatorio per il padre lavoratore dipendente (di cui all’articolo 4, comma 24, lettera a), della legge n. 92/2012, come prorogato da successivi provvedimenti), elevando da 7 a 10 giorni la durata (articolo 1, comma 363, lettere a) e b)).

Inoltre, si dispone che anche per il 2021 il padre possa astenersi per un ulteriore giorno, in accordo con la madre e in sua sostituzione in relazione al periodo di astensione obbligatoria spettante a quest’ultima (comma 363, lettera c)).

Sul tema, si segnala che il comma 27 della medesima legge di bilancio estende anche ai casi di morte perinatale la fruizione del congedo di paternità, obbligatorio e facoltativo.

Nel 2020, il congedo era già stato aumentato da 5 a 7 giorni. Inoltre, il padre poteva fruire di un giorno di congedo facoltativo in alternativa alla madre.

5. Più risorse per l’Assegno unico e universale per ogni figlio a carico

La legge di bilancio per il 2021 istituisce il Fondo delega riforma fiscale, fedeltà fiscale con una dotazione di € 8 miliardi per l’anno e € 7 miliardi a decorrere dall’anno 2023 per interventi di riforma del sistema fiscale, da realizzare con appositi provvedimenti normativi (articolo 1, commi da 2 a 7).

Una quota del fondo, non inferiore a € 5 miliardi e non superiore a € 6 miliardi a decorrere dall’anno 2022, è destinata all’Assegno universale e ai servizi alla famiglia.

Con la legge di bilancio per il 2021 è stato inoltre incrementato il Fondo assegno universale e servizi alla famiglia di € 3.012,1 milioni per l’anno 2021, già istituito dal comma 339 della legge di bilancio per il 2020 (legge n. 160 del 2020), nello stato di previsione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, con una dotazione pari a € 1.044 milioni per il 2021 e a € 1.244 milioni annui a decorrere dal 2022. Le risorse del fondo sono state indirizzate all’attuazione di interventi in materia di sostegno e valorizzazione della famiglia nonché al riordino e alla sistematizzazione delle politiche di sostegno alle famiglie con figli.

Pertanto, la consistenza del fondo nel 2021 è pari a € 4.056,1 milioni, a decorrere dal 2022 la consistenza a regime del fondo è invece pari a € 6.744 milioni.

6. Sostegno al rientro al lavoro delle madri post parto

La legge di bilancio per il 2021 ha inoltre incrementato di € 50 milioni il Fondo per le politiche della famiglia, da destinare al sostegno e alla valorizzazione delle misure organizzative adottate dalle imprese per favorire il rientro dal lavoro delle lavoratrici madri dopo il parto.

Con decreto del Ministro per le pari opportunità e la famiglia, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, saranno previste le modalità di attribuzione delle risorse (articolo 1, commi 23 e 24).

7. Fondo caregiver

Il comma 334, come modificato durante l’esame alla Camera, istituisce il Fondo per la copertura finanziaria di interventi legislativi finalizzati al riconoscimento del valore sociale ed economico delle attività di cura a carattere non professionale del cd. caregiver (prestatore di cure) familiare, come definita dall’articolo 1, comma 255, della legge di bilancio per il 2018 (legge n. 205/2017), con una dotazione pari a € 30 milioni, per ciascun anno, dal 2021 al 2023.

La relazione illustrativa indica che il fondo in parola sarà iscritto nello stato di previsione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

8. Sostegno alle madri con figli disabili

commi 365 e 366 autorizzano la spesa di € 5 milioni per ciascuno degli anni 2021, 2022 e 2023 – che costituisce al contempo limite massimo di spesa – per il riconoscimento di un contributo economico mensile, fino ad un massimo di € 500 netti, in favore delle madri disoccupate o monoreddito, che fanno parte di nuclei familiari monoparentali, con figli disabili a carico.

Per il riconoscimento del suddetto contributo, la disabilità deve essere riconosciuta in misura non inferiore al 60% (comma 365).

La definizione dei criteri di individuazione dei destinatari del predetto contributo, nonché delle modalità di presentazione delle relative domande e di erogazione, è demandata ad apposito decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, da emanarsi entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore del provvedimento in esame (comma 366).

9. Programma nazionale di ricerca e interventi sul contrasto alla povertà educativa

I commi da 507 a 509 demandano al Ministero dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministero dell’istruzione, la promozione di un programma nazionale di ricerca e interventi, della durata di 12 mesi, sul contrasto della povertà educativa.

Nell’attuazione del programma nazionale di ricerca e di interventi possono essere coinvolte le università, anche attraverso la partecipazione volontaria di studenti universitari nel sostegno educativo, le organizzazioni del Terzo settore con esperienza nel contrasto della povertà educativa e della dispersione scolastica, le istituzioni scolastiche e gli istituti di cultura (comma 508).

Per tale scopo si istituisce un apposito fondo nello stato di previsione del Ministero dell’università e della ricerca con una dotazione di € 2 milioni per il 2021 (comma 509).

10. Progetti pilota di educazione ambientale

Il comma 759 istituisce, nello stato di previsione del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, un fondo con una dotazione di 4 milioni di euro per ciascuno degli anni 2021 e 2022, volto alla realizzazione di progetti pilota di educazione ambientale.

I progetti sono rivolti a studenti degli istituti comprensivi delle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado, site nei comuni che ricadono nelle zone economiche ambientali di cui all’articolo 4-ter del decreto-legge 14 ottobre 2019, n. 111, convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 12 dicembre 2019, n. 141, nelle riserve MAB-UNESCO e nei siti naturalistici dichiarati dall’UNESCO patrimonio dell’umanità.

Con decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, sono definiti i criteri e le modalità di riparto del fondo di cui al periodo precedente.

11. Incremento del Fondo di solidarietà comunale per il miglioramento dei servizi in campo sociale e il potenziamento degli asili nido

Il comma 791 dispone l’incremento della dotazione del Fondo di solidarietà comunale. Le risorse aggiuntive sono destinate a finanziare lo sviluppo dei servizi sociali comunali svolti in forma singola o associata dai comuni delle regioni a statuto ordinario e a incrementare il numero di posti disponibili negli asili nido dei comuni delle regioni a statuto ordinario e delle regioni Sicilia e Sardegna, con particolare attenzione ai comuni nei quali i predetti servizi denotano maggiori carenze.

Il comma 792 è volto ad apportare le conseguenti modifiche alle disposizioni vigenti che disciplinano il riparto del fondo, per potervi ricondurre i meccanismi di assegnazione delle maggiori risorse per servizi sociali e asili nido spettanti a ciascun ente.

I commi 793 e 794 provvedono a ricondurre nell’ambito della disciplina del Fondo di solidarietà comunale gli interventi normativi recati dalla precedente legge di bilancio per il 2020 che hanno inciso sulla dotazione del Fondo di solidarietà comunale, rideterminandone, anche in considerazione del rifinanziamento di cui al comma 1, l’ammontare complessivo a decorrere dal 2021.

In particolare, il comma 791 reca un incremento della dotazione annuale del Fondo di solidarietà comunale di complessivi € 215,9 milioni per l’anno 2021, € 354,9 milioni per l’anno 2022, € 499,9 milioni per l’anno 2023, € 545,9 milioni per l’anno 2024, € 640,9 milioni per l’anno 2025, € 742,9 milioni per l’anno 2026, € 501,9 milioni per l’anno 2027, € 559,9 milioni per l’anno 2028, € 618,9 milioni per l’anno 2029 e di € 650,9 milioni a decorrere dall’anno 2030, rispetto alla dotazione di € 6.213,7 milioni prevista a legislazione vigente.

L’incremento di risorse è destinato:

  1. allo sviluppo dei servizi sociali, svolti in forma singola o associata dai comuni delle regioni a statuto ordinario, nella misura di € 215,9 milioni per l’anno 2021, € 254,9 milioni per l’anno 2022, € 299,9 milioni per l’anno 2023, € 345,9 milioni per l’anno 2024, € 390,9 milioni per l’anno 2025, € 442,9 milioni per il 2026, € 501,9 milioni per il 2027, € 559,9 milioni per il 2028, € 618,9 milioni per il 2029 e € 650,9 milioni a decorrere dal 2030;
  2. il potenziamento degli asili nido dei comuni, nella misura di € 100 milioni per l’anno 2022, € 150 milioni per l’anno 2023, € 200 milioni per l’anno 2024, € 250 milioni per l’anno 2025 e € 300 milioni annui a decorrere dall’anno 2026.

Covid. Bassi livelli di vitamina D possono contribuire ad aggravare la prognosi.

Assorted pills

Da uno studio retrospettivo su 52 pazienti, che ha visto la collaborazione dell’ISS, dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma e di altre istituzioni, pubblicato sulla rivista Respiratory Research emerge che: la carenza di Vitamina D (VitD) sembrerebbe associata a stadi clinici di COVID-19 più compromessi.

Per lo studio sono stati arruolati 52 pazienti affetti da infezione da COVID-19 con coinvolgimento polmonare (27 femmine e 25 maschi, l’età mediana era di 68,4 anni). I livelli di vitamina D erano carenti (con livelli plasmatici di VitD molto bassi, sotto 10 ng/ml) nell’80% dei pazienti, insufficienti nel 6,5% e normali nel 13,5%.

Recenti osservazioni hanno dimostrato che la VitD non è un semplice micronutriente coinvolto nel metabolismo del calcio e nella salute delle ossa, ma svolge anche un ruolo importante come un ormone pluripotente in diversi meccanismi immunologici. È noto che i suoi recettori sono ampiamente distribuiti in tutto l’organismo e in particolare nell’epitelio alveolare polmonare e nel sistema immunitario.

Dante il Ghibellin fuggiasco. Una lettura politica

Dante il Ghibellin fuggiasco, Una lettura politica

Oggi pomeriggio alle 18 sarà on line all’indirizzo https://youtu.be/CK9ImFa5WWY il video incontro dell’Associazione Nazionale Democratici Cristiani dal titolo “Dante il Ghibbellin fuggiasco, Una lettura politica”.

Per l’occasione Lucio D’Ubaldo, Presidente dell’Associazione, intervisterà Filippo La Porta.

Filippo La Porta è un critico letterario e saggista che collabora a quotidiani e riviste, tra cui il “Domenicale” del “Sole 24 ORE” e “Il Messaggero”. Tra i suoi libri, vista anche la ricorrenza odierna,  ricordiamo “Come un raggio nell’acqua: Dante e la relazione con l’altro” edito da Salerno editore.

Nella sua opera La Porta  ci ricorda che Dante intende riformare l’umanità degenerata e combattere gli eretici, anche se nella terza cantica ci consegna un’altra verità, più nascosta e apparentemente impolitica, racchiusa in quella abbagliante epifania lunare.

Attorno alla sacralità e inviolabilità dell’altro vengono convocate alcune “guide novecentesche” (Stein, Arendt, Zambrano, Levinas), capaci di ispirare un modello di conoscenza non piú fondato sul dominio, ma su una passività ricettiva.

La “mitezza”, elogiata da Norberto Bobbio, ci ricorda che l’imperativo morale piú alto non è tanto aiutare il prossimo quanto lasciarlo essere quel che è. In questa etica del rispetto – unico modo per dare realtà all’altro – sta la lezione sempre attuale di Dante, che dalla sua “distanza” giudica il nostro presente premendo su di noi con gli interrogativi più urgenti.

 

Verso il «Dantedì», giornata nazionale dedicata a Dante che si celebra il 25 marzo. I mille volti dell’Alighieri-mania. Viaggio nei secoli

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Paolo Pellegrini

A 700 anni dalla morte di Dante, Verona, primo approdo del poeta dopo l’esilio da Firenze, celebra l’anniversario con il progetto Dante a Verona 1321-2021. Tra le molte iniziative in programma, una mostra diffusa fatta di storie e luoghi della città. In occasione del Dantedì sono in calendario per l’intera giornata eventi multidisciplinari e conferenze. Tra queste, il dialogo tra il dantista Zygmunt Baranski e il filologo Paolo Pellegrini, autore dello splendido Dante Alighieri. Una vita (Torino, Einaudi, 2021, pagine 258, euro 22). Pellegrini ha riassunto per «L’Osservatore Romano» il suo intervento.

«Dopo il lumicino da notte sul sepolcro del poeta, cosa ci manca altro, che i pasticcini alla Francesca, i panciotti all’Alighieri, e gli stivaletti alla Beatrice?». All’indomani delle celebrazioni dantesche del 1900, Giuseppe Prezzolini interveniva con piglio battagliero prendendo di mira la moda del dantismo dilagante, e così facendo finiva con l’accomunare in un sol fascio l’erba buona e quella cattiva: il dantismo serio e quello chiacchierone. Carlo Dionisotti ci ha raccontato in un saggio memorabile (Varia fortuna di Dante, 1966) come si sia svolta la parabola degli studi danteschi dal tardo Settecento al secondo dopoguerra, e ci ha insegnato come, di volta in volta, la figura e l’opera di Dante siano servite alle necessità storico-politiche del momento.

Il nome di Dante cominciò a emergere in tutto il suo rilievo in epoca risorgimentale: «L’impresa dell’indipendenza e dell’unità nazionale richiedeva il mito di un poeta che ispirasse i politici, gli uomini responsabili della cospirazione e dell’azione, e che concordemente ispirasse la nazione tutta». Nel 1826 un importante volume dello storico Carlo Troya giudicò la Commedia un «serbatoio delle vendette politiche» del poeta: questa lettura intravedeva, oltre la cortina delle faziosità comunali, il lento riemergere dello spirito della nazione dal torpore del Medioevo. Di lì a poco (1839) Cesare Balbo pubblicò la prima biografia di stampo moderno che restituiva invece l’immagine di un Dante neoguelfo, profeta della futura nazione guidata dalla Chiesa. Questo filone si spense con l’anniversario del 1865. La neonata università italiana imboccò l’impervio sentiero delle scienze linguistiche e filologiche penetrate nel tessuto accademico grazie alla guida dei maestri tedeschi: figure come Pio Rajna, Ernesto Giacomo Parodi, Michele Barbi innervarono gli studi danteschi di nuova linfa portandoli a un grado di maturazione mai visto prima. La giovane scuola storica di Francesco Novati e Rodolfo Renier li sostenne, dalle pagine del «Giornale storico della letteratura italiana», con l’ausilio efficace dell’erudizione.

E così gli italiani da allievi divennero presto maestri: il Dante di Adolfo Bartoli (1884) e, più tardi, quello di Nicola Zingarelli (1904) furono gli esiti migliori di questa temperie di studi e mostrarono come e con quali strumenti occorresse avvicinarsi al poeta. Ma con Zingarelli ci si avviava ormai al tramonto.

La china inesorabile che conduceva la nazione verso il primo conflitto mondiale chiamò ancora una volta in causa, come era da attendersi, il sommo poeta: «Ai tempi del Carducci — ci guida sempre Dionisotti — Dante s’era fermato, aspettando, a Trento. Ora l’autorità profetica del suo poema veniva adottata per legittimare le nuove frontiere strategiche del Brennero e del Quarnaro». Dante rischiò nuovamente la ribalta come vate nazionale. A valle delle celebrazioni del 1921, l’avvento del fascismo scelse invece il mito della Roma imperiale e il sommo poeta fu, per così dire, risparmiato.

Nel contempo l’idealismo crociano inaugurò un approccio del tutto diverso, e per molti aspetti antitetico, alla grande poesia dantesca (La poesia di Dante di Croce è del 1921), che mandava in soffitta la vecchia accademia italiana e promuoveva sulle nuove cattedre i nipotini della critica estetica. Filologia ed erudizione scelsero l’isolamento, il che per certi aspetti garantì la preservazione di un metodo di lavoro. Tra lo Zingarelli e le Vite di Dante di Umberto Cosmo (1930) e del Barbi (1933), si registrano quasi solo contributi mirati: su tutti il Codice diplomatico dantesco di Piattoli (1940), voluto strenuamente dal Barbi.

Nel secondo dopoguerra la filologia rifiorì grazie a figure di primo piano come Contini, Billanovich, Mazzoni, Ageno, e ne trassero grande giovamento anche gli studi danteschi. Tra i frutti più importanti ci furono l’edizione critica della Commedia (1966-1967) e la Vita di Dante (1978), entrambe a firma di Giorgio Petrocchi. Petrocchi mise in campo una conoscenza capillare sia dei documenti sia delle opere del poeta, frutto di un impegno ventennale quasi esclusivo, e ne restituì un ritratto minuzioso e preciso. La partita sembrava chiusa.

Per riaprire i giochi si dovette attendere una trentina d’anni, quando due bei volumi di Umberto Carpi prima (La nobiltà di Dante, 2005) e la biografia romanzata di Marco Santagata poi (Dante. Il romanzo della sua vita, 2012) rimisero in discussione quanto pareva acquisito. Riesaminando fonti e documenti, Carpi e Santagata restituivano l’immagine di un Dante immerso nella temperie del Medioevo, invischiato nelle lotte tra fazioni politiche e soggetto agli inevitabili compromessi cui tutti i contemporanei impegnati come lui erano, bene o male, costretti. I riflessi di queste passioni finivano per condizionare la stesura delle sue opere e in particolare della Commedia, reinterpretata come un instant book in cui l’autore registrava oscillazioni e orientamenti politico-ideologici del momento: in base a questi condannava o salvava. Insomma, in modo molto più raffinato e documentato, si tornava alle radici. Questa rilettura che cammina sul ciglio di una rischiosa interpretazione deterministica, è stata accolta benevolmente da alcuni storici e filosofi del medioevo che — per ragioni ovvie — hanno visto ampliarsi a dismisura il perimetro di azione. E se un Girolamo Arnaldi teneva sempre a delimitare, nei suoi interventi, il proprio campo di competenza e quello dei cosiddetti dantisti; più di recente si è assistito a un processo osmotico che accanto a frutti eccellenti ha prodotto più di un fraintendimento. Le ricerche sul contesto storico sono fondamentali, ma non bisogna dimenticare che Dante, oltre a essere uomo profondamente immerso nel Medioevo fu soprattutto poeta e letterato sommo. Dante lesse e interpretò la realtà che lo circondava rielaborandola e restituendola sotto forma di poema non sotto forma di cronaca. È un insegnamento che Gianfranco Contini ci ha affidato con l’aureo volumetto Un’idea di Dante e che bisogna sempre tenere presente.

L’islamo-gauchisme, nelle università

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Francesca Barca

Parto con una premessa, necessariamente troppo rapida, per cercare di contestualizzare un dibattito che sta attraversando la Francia da qualche mese in maniera particolare, ma che è come sospeso nel discorso pubblico da qualche anno. Se tale dibattito è nella pratica zoppo e vuoto nei contenuti teorici, risulta in realtà importante perché tocca molti nervi scoperti della nazione, della memoria collettiva, dell’idea di società e di politica. Tra l’altro, come ben sappiamo, il Paese ha pagato un prezzo molto alto al terrorismo di stampo islamista: ultimo episodio l’omicidio di Samuel Paty, professore di storia e geografia in una scuola media a Conflans-Sainte-Honorine, in Île-de-France.

Il Paese ha poi un passato coloniale complesso, lungo e problematico che male si incastra sui problemi sociali ed economici legati alla discriminazione, all’esclusione, alla pauperizzazione di alcuni settori della società molto spesso appartenenti a cosiddette «minoranze», persone issues de l’immigration che vivono in zone specifiche, non di rado ai margini dei grandi agglomerati urbani. La Francia ha un’idea specifica e unica di società e di nazione, quella della République, dove tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, dove tutti hanno gli stessi diritti, una République che ha come divisa Liberté, Égalité, Fraternité a cui si sta aggiungendo, sorniona, la parola laicité, presente nella Costituzione già dal 1948. Laica per costruzione quindi: con l’eccezione di Alsazia e Mosella, dove tutt’ora vige il Concordato che comprende quattro culti (cattolico, protestante, calvinista ed ebraico), lo Stato non finanzia i culti. Ma la Francia ha anche un’identità cattolica forte e in crisi, come ovunque: fino a qualche anno fa ancora, il 56% della popolazione si dichiarava cattolico. E la più grande comunità musulmana in un Paese europeo (tra i 5 e i 6 milioni di persone, i numeri esatti non si conoscono perché la laicità francese vieta statistiche «etniche»).

Negli ultimi dieci-quindici anni almeno, il dibattito sulla «laicità» si è incastrato su quello dell’identità. E l’identità è cosa complessa e dolorosa. L’ultimo capitolo di questa polemica, piena di passi in questo senso — potrei citare la legge che vieta nelle scuole e nei luoghi pubblici i simboli religiosi (sulle persone, non sui muri), quella per l’interdizione del velo integrale, la discussione «nazionale» su Islam e laicità voluta da Sarkozy, il dibattito sul divieto del burkini, la polemica sulla macellazione rituale halal in nome dei diritti degli animali e quella sui menù halal nelle mense scolastiche — e quella sull’«Islamo-gauchisme» e i valori Repubblicani.

Il termine «islamo-gauchisme» indica la collusione tra i gruppi di estrema sinistra e l’Islam politico: espressione nata per parlare dell’area antisionista nel conflitto israelo-palestinese per definire chi dall’antisionismo scivolava nell’antisemitismo. Una tribuna del filosofo Pierre-André Taguieff — «inventore» del termine nel testo La Nouvelle Judéophobie (2002) — su «Libération» ne rintraccia la storia, nata all’inizio degli anni Duemila: «L’espressione si limita a registrare un insieme di fenomeni osservabili, che permettono di avvicinare sinistra e islamisti: alleanze strategiche, convergenze ideologiche, nemici comuni, obiettivi rivoluzionari condivisi ecc.», che da una trentina d’anni, nella sua analisi, risultano apparsi.

Il concetto è polemico di per sé, per capirci: e non ha mai fatto l’unanimità in ambito accademico, al contrario. Anzi, nel linguaggio di uso comune è arrivato a essere l’accusa «standard» rivolta ai militanti di cause diverse (migrazione, antirazzismo…) la cui posizione avvalorerebbe il terrorismo islamico. Esistono, molto a destra se non all’estrema destra, sostenitori di questo termine.

Se dovessi fare un paragone azzardato, «Islamo-gauchisme» sta oggi alla Francia, come il dibattito sulla «cultura gender» sta all’Italia. Non perché si assomiglino, sia chiaro, ma per il tipo di sconvolgimento semantico che una definizione più o meno inventata prende nel discorso pubblico, e per lo iato stridente che c’è tra i concetti che voleva definire e l’uso che ne viene fatto.

Faccio una cronologia breve, perché la polemica, seppur vecchia, è tornata ora a far discutere.

Il 22 ottobre, ovvero 6 giorni dopo l’omicidio di Samuel Paty, il ministro dell’Istruzione, Jean-Michel Blanquer, su Europe 1 ha ricordato «i danni terribili che l’islamo-gauchisme» fa all’università.

Che c’entrano le due cose, signora mia? Il Governo, sulla scia di un percorso che la Francia ha intrapreso da anni, sta riflettendo oggi sul “separatismo”, fino al punto di farne una nuova legge (considerata una delle grandi leggi del quinquennio di Macron) che ha come scopo la lotta all’islamismo radicale, male che «cancrena l’unità nazionale».

Qualche giorno dopo la dichiarazione di Blanquer, una tribuna su Le Monde, firmata da universitari di area conservatrice denunciava nientepopodimeno che le «ideologie indigeniste, razzialiste e decoloniali che si sono annidate nelle università e che alimentano un odio anti-bianco e anti-francese». Il manifesto ha 100 firmatari, lo trovate qui.

Lo scorso 25 novembre due deputati di Les Républicains (LR, ex UMP, il partito di Nicolas Sarkozy), Julien Aubert e Damien Abad, hanno chiesto al Presidente dell’Assemblée nationale, Richard Ferrand, l’apertura di una missione di informazione sulle «derive ideologiche nel mondo universitario». Quali derive? «Le correnti islamo-gauchistes, tanto potenti nell’insegnamento superiore», e la «cancel culture» che secondo Aubert «censurerebbe la parola contraria o i comportamenti ritenuti offensivi».

Ci sono state polemiche sì, ma la cosa è passata un po’ a lato, quasi in silenzio. Chi prenderebbe sul serio una inchiesta sulle derive della ricerca universitaria in un Paese dell’Europa dell’Ovest nel 2020, signora mia?

«Chiedere un’inchiesta parlamentare su quello che gli accademici scrivono o sui loro dibattiti è senza precedenti in Francia. L’unico, di sinistra memoria, sono gli Usa del senatore McCarthy», dice su Le Monde Olivier Beaud, professore di diritto all’Università Paris-II-Panthéon-Assas. E invece.

Arriviamo al 14 febbraio 2021. La ministra dell’Insegnamento Superiore, della Ricerca e dell’Innovazione, Frédérique Vidal, ha espresso la volontà di voler aprire un’inchiesta sull’«l’islamo-gauchisme» all’università, «sulle correnti di ricerca su questi soggetti all’università, in modo che si possa distinguere cosa è ricerca accademica e cosa è, appunto, militantismo o opinioni». Tra i filoni in questione ci sono gli studi post-coloniali e intersezionali.

Vidal ha sostenuto che «l’islamo-gauchisme è un cancro per la società nel suo complesso, che l’università non ne è impermeabile» ha portato la proposta all’Assemblea Nazionale chiedendo un’inchiesta.

La ricerca sulle questioni razziali in Francia è in realtà marginale. Secondo dati pubblicati da Mediapart, dal 1960 al 2020 questi rappresentano il 2% del totale dei lavori prodotti. A processo ci sono quindi gli studi post-coloniali e intersezionali accusati di rimettere termini come «identità», «razza», «religione» e «sesso» in discussione, creando categorie che nutrono, a loro volta, il comunitarismo e la separazione del corpo sociale. Occorre spiegare che non si tratta di filoni di ricerca che intendono la razza come concetto biologico ma come costruzione sociale? Sì, certamente. Ma non basta. C’è in gioco la specificità del modello societario francese: siamo tutti uguali di fronte alla legge, l’intimo (origine, religione, orientamento ecc.) è una questione privata della quale lo Stato non si occupa, perché il suo ruolo è quello di garantire giustizia e equità.

Se è bellissimo sulla carta, nella realtà ci sono le macerie, perché la discriminazione è sì spesso basata su categorie socio-economiche che, guarda caso, altrettanto spesso si incastrano a perfezione su categorie sociali e culturali: la realtà fatta di persone che appartengono proprio a gruppi «minoritari», che hanno una religione e che la praticano, che abitano territori specifici, e le cui origini non sono «gauloises».

È alla politica di regolamentare questa questione? «Ci sono conflitti di scuola, generazionali, soprattutto un movimento di resistenza a conoscenze che provengono da altrove, da altre fonti epistemiche, da settori di riferimento della conoscenza che minacciano i metodi esistenti di validazione del sapere», dice su «Le Monde» Marie-Anne Paveau, professoressa di Scienze del linguaggio all’Università Sorbona-Parigi-Nord. Per Paveau il «Manifesto dei 100» sarebbe un «esempio di ripiegamento identitario dei ricercatori francesi di formazione “greco-latina”».

Qui l’articolo completo

Benzina: dai rincari effetto valanga sull’85% della spesa

In un Paese come l’Italia dove l’85% dei trasporti commerciali avviene per strada l’aumento dei prezzi dei carburanti ha un effetto valanga sulla spesa con un aumento dei costi di trasporto oltre che di quelli di produzione, trasformazione e conservazione. E’ quanto afferma la Coldiretti sugli effetti dell’aumento delle quotazioni del gasolio e della benzina che cresce ormai ininterrottamente da 20 settimane.

L’aumento è destinato a contagiare l’intera economia perché se salgono i prezzi del carburante si riduce – sottolinea la Coldiretti – il potere di acquisto degli italiani che hanno meno risorse da destinare ai consumi mentre aumentano i costi per le imprese.

A subire gli effetti dei prezzi dei carburanti – continua la Coldiretti – è anche l’intero sistema agroalimentare dove i costi della logistica arrivano ad incidere fino dal 30 al 35% sul totale dei costi per frutta e verdura secondo una analisi della Coldiretti su dati Ismea. In queste condizioni è importante individuare alternative green come previsto dal piano sul recovery plan elaborato dalla Coldiretti per sviluppare le bioenergie in Italia.

WeCa: online il tutorial sulla creazione di un sito diocesano

“Come si crea la redazione di un sito diocesano” è il titolo del tutorial WeCa in onda da oggi sul sito www.webcattolici.it, su Youtube e su www.facebook.com/webcattolici.

Il tutorial, introdotto dal presidente WeCa Fabio Bolzetta, scritto da Francesca Triani e condotto da Alessandra Carenzio, offre alcune indicazioni preziose per ogni realtà diocesana che intenda organizzare la redazione di un sito Internet.

Cruciale secondo i responsabili del tutorial è la linea editoriale, che “fissa il tono di voce che vogliamo tenere nello scrivere e il contenuto generale della nostra comunicazione”.

Per fissare la nostra linea editoriale – sottolineano gli autori – è importante almeno all’inizio del lavoro, raccogliere insieme la redazione per ragionare su 3 elementi:

  • Il nostro target: ovvero le persone a cui vogliamo parlare (i catechisti? I giornalisti? I giovani?)
  • I nostri obiettivi: ovvero cosa vogliamo ottenere con il nostro sito (diffondere la parola del Vescovo? Invitare più persone ai nostri eventi parrocchiali?)
  • I nostri contenuti: ovvero mettiamo a fuoco quali sono i contenuti importanti che vogliamo assolutamente diffondere con la nostra presenza online.

Questo e molto altro si potrà scoprire  tramite i social network e sul sito www.weca.it, i tutorial vengono trasmessi, anche, sulle televisioni del circuito CoralloSat, sono in podcast su Spotify e sulla skill WeCa sui dispositivi Alexa.

 

Indice delle Pubbliche Amministrazioni, il portale si rinnova

Il portale Indice delle Pubbliche Amministrazioni (IPA) sarà online con una rinnovata versione allo scopo di rendere i suoi contenuti ancora più fruibili.

 

Il sito è stato innovato per consentire agli utenti un’esperienza di navigazione più moderna e si è arricchito di nuove informazioni attraverso il collegamento con altre banche dati pubbliche e l’opera dei referenti delle amministrazioni.

Tra le principali novità:

– una nuova sezione dedicata interamente agli Open Data, con diversi formati per un accesso alle informazioni più semplice e completo;

– una ricerca guidata per una consultazione più rapida ed efficace;

– una navigazione intuitiva con possibilità di navigare tra le informazioni di un ente in modo più immediato e intuitivo.

Per i lavori di manutenzione utili alla messa online del nuovo portale, il sito IPA non sarà disponibile dalle ore 14:00 del 27/03/2021 alle ore 20:00 del 29/03/2021.

AstraZeneca, Rasi (ex Ema): “E’ un buon vaccino gestito male”

Il vaccino anti-Covid AstraZeneca “meritava una casa farmaceutica migliore di AstraZeneca perché è un buon vaccino gestito male, gestito male dall’azienda, gestito male dalle autorità, gestito male in tutti i sensi. E questo è un peccato, perché il vaccino è molto migliore della sua comunicazione e dei suoi produttori che si sono dimostrati davvero poco professionali”. Così Guido Rasi, ex direttore esecutivo dell’Ema e docente di Microbiologia all’università di Roma Tor Vergata di Roma, ospite di Agorà su Raitre.

Dietro agli attacchi al vaccino AstraZeneca ci sono scelte politiche o geopolitiche di mercato? “Lo avevo ipotizzato anch’io ma vedendo come sono andate le cose, alla guerra commerciale credo poco, piuttosto penso che siamo di fronte a una manica di dilettanti emotivi che non si rendono conto che siamo in una pandemia, anche perché dal punto di vista della produzione, c’è gloria per tutti: bisogna vaccinare 7 miliardi di persone e siamo lontani, non c’è un problema di competizione quindi”, ha sottolineato.

Consiglio europeo, le Comunicazioni del Presidente Draghi in Parlamento

Onorevole Presidente.
Onorevoli Senatrici e Senatori.

Le comunicazioni del Governo alle Camere prima del Consiglio Europeo consentono un pieno coinvolgimento del Parlamento nei temi di discussione con i nostri partner.
Si tratta di un passaggio importante, per dare conto a voi delle posizioni che intendiamo assumere.

Nelle mie comunicazioni, intendo descrivere i principali temi all’attenzione del Consiglio che inizierà domani: la risposta alla pandemia di COVID-19; l’azione sul mercato unico, la politica industriale e la trasformazione digitale; le relazioni con la Russia e la situazione nel Mediterraneo orientale.

Prima di tutto, vorrei però esprimere forte soddisfazione per la partecipazione del Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ad un segmento del Consiglio europeo.
La sua presenza conferma la reciproca volontà di imprimere, dopo un lungo periodo, nuovo slancio alle relazioni fra l’Unione Europea e gli Stati Uniti.

Nel mio primo discorso in Senato ho indicato come l’ancoraggio alle relazioni transatlantiche sia, insieme all’europeismo, uno dei pilastri della politica estera di questo Governo.
Intendiamo perseguirlo sia sul piano bilaterale, sia negli ambiti multilaterali, come la presidenza italiana del G20.

COVID-19

Il 26 marzo 2020, il Consiglio Europeo riconosceva la pandemia di COVID-19 come una sfida senza precedenti per l’Europa.
A un anno di distanza, dobbiamo fare tutto il possibile per una piena e rapida soluzione della crisi sanitaria.
Sappiamo come farlo: abbiamo quattro vaccini sicuri ed efficaci.

Tre sono già in via di somministrazione, mentre un quarto, quello di Johnson & Johnson, sarà disponibile da aprile.
Ora il nostro obiettivo comune deve essere quello di vaccinare più persone possibile, nel più breve tempo possibile.
Voglio trasmettere un messaggio di fiducia a voi, e a tutti gli italiani.

Ho ripetuto in queste settimane il Governo è determinato a portare avanti la campagna vaccinale con la massima intensità. E siamo già all’opera per compensare i ritardi di questi mesi.
Dobbiamo farlo per la salute dei cittadini, per l’istruzione dei nostri figli, e per la ripresa dell’economia.

L’accelerazione della campagna vaccinale è già visibile nei dati.
Nelle prime tre settimane di marzo, la media giornaliera delle somministrazioni è stata di quasi 170.000 dosi al giorno, più del doppio che nei due mesi precedenti.
Questo è avvenuto nonostante il blocco temporaneo delle somministrazioni di AstraZeneca, che sono state in parte compensate con un aumento delle vaccinazioni con Pfizer.

Ma il nostro obiettivo è portare presto il ritmo di somministrazioni a mezzo milione al giorno.
Accelerare con la campagna vaccinale è essenziale per frenare il contagio, per tornare alla normalità e per evitare il sorgere di nuove varianti.

Se paragonate al resto d’Europa, le cose qui già ora vanno abbastanza bene. Per vaccini fatti, l’Italia è seconda dopo la Spagna, ma per i noti motivi l’Unione Europea si colloca dietro molti altri Paesi.
Nel Regno Unito, giusto per fare un esempio, la campagna vaccinale procede più rapidamente, anche se bisogna dire che le persone che hanno ricevuto entrambe le dosi in numero sono paragonabili a quelle dell’Italia.

Però vediamo cosa abbiamo da imparare da quell’esperienza e anche da quella di altri Paesi.
Ovviamente hanno iniziato due mesi prima, anche questo per i noti motivi. Ma lì si utilizza un gran numero di siti vaccinali e un gran numero di persone è abilitato a somministrare i vaccini.

Nonché ovviamente il richiamo della seconda dose è stato spostato nel tempo rispetto a quanto avviene in Europa.
Insomma quello che abbiamo da imparare è che una volta che abbiamo una logistica efficiente, e l’abbiamo, con meno requisiti formali e con un maggior pragmatismo, si arriva anche ad una maggiore velocità.
Procedere spediti con le somministrazioni è importante.

Ma è altrettanto cruciale vaccinare prima i nostri concittadini anziani e fragili, che più hanno da temere per le conseguenze del virus.
Abbiamo già ottenuto degli importanti risultati: l’86% degli ospiti nelle residenze sanitarie assistenziali ha già ricevuto una dose di vaccino e oltre due terzi ha completato il ciclo vaccinale.

Un recente studio dell’Istituto Superiore di Sanità ha stimato che il numero di nuovi casi di Covid-19 diagnosticati nelle RSA tra fine febbraio e inizio marzo è rimasto sostanzialmente stabile, a fronte di un chiaro aumento dell’incidenza nella popolazione generale.

Per quanto riguarda la copertura vaccinale di coloro che hanno più di 80 anni, persistono purtroppo importanti differenze regionali, che sono molto difficili da accettare. Mentre alcune Regioni seguono le disposizioni del Ministero della Salute, altre trascurano i loro anziani in favore di gruppi che vantano priorità probabilmente in base a qualche loro forza contrattuale.
Dobbiamo essere uniti nell’uscita dalla pandemia come lo siamo stati soffrendo, insieme, nei mesi precedenti.
Tutte le regioni devono attenersi alle priorità indicate dal Ministero della Salute.

In tempo di pandemia, anche se le decisioni finali spettano al governo, come ha ricordato anche una recente sentenza della Corte Costituzionale, sono pienamente consapevole che solo con una sincera collaborazione tra Stato e Regioni, in nome dell’Unità d’Italia, il successo sarà pieno.

Il governo intende assicurare la massima trasparenza ai dati sui vaccini e renderà pubblici tutti i dati sul sito della Presidenza del Consiglio Regione per Regione, categoria di età per categoria di età.

Mentre la campagna di vaccinazione prosegue è bene cominciare e pensare e a pianificare le riaperture. Noi stiamo guardando attentamente i dati sui contagi ma, se la situazione epidemiologica lo permette, cominceremo a riaprire la scuola in primis. E cominceremo a riaprire le scuole primarie e la scuola dell’infanzia anche nelle zone rosse allo scadere delle attuali restrizioni, ovvero speriamo subito dopo Pasqua.

In sede europea, dobbiamo esigere dalle case farmaceutiche il pieno rispetto degli impegni contrattuali.
L’Unione Europea deve fare pieno uso di tutti gli strumenti disponibili, incluso il Regolamento Ue per l’esportazione dei vaccini, approvato il 30 gennaio.

Questo regolamento fa chiarezza sulla distribuzione dei vaccini al di fuori dell’Ue, in particolare verso Paesi che non versano in condizioni di vulnerabilità, e riteniamo e lo abbiamo dimostrato va applicato quando necessario.
La pandemia rende evidente l’opportunità di investire sulla capacità produttiva di vaccini in Europa.

Dobbiamo costruire una filiera che non sia vulnerabile rispetto agli shock e alle decisioni che vengono dall’esterno.  E abbiamo già iniziato, sostenuti dal Governo, a stabilire accordi di partnership con case internazionali per la produzione in Italia.

La Commissione Europea ha istituito una Task Force, guidata dal Commissario Thierry Breton, per rafforzare la produzione continentale.
Si parla spesso di autonomia strategica. Spesso se ne parla in riferimento alla difesa e alla sicurezza, al mercato unico. Ma io credo che la prima autonomia strategica sia in fatto di vaccini oggi.

La sicurezza riguarda anche le materie prime e le catene del valore della transizione ecologica.
La salute pubblica globale richiede un impegno comune da parte di tutti i principali attori internazionali, nei confronti dei Paesi più vulnerabili.
D’altronde, con un virus così insidioso, nessuno sarà davvero al sicuro finché non lo saremo tutti.

L’Italia ne è pienamente consapevole, come è anche consapevole che sia necessaria una rafforzata credibilità europea sui vaccini perché si abbia un’autentica solidarietà internazionale in questo campo.
Il Dispositivo COVAX è lo strumento migliore per raggiungere questo obiettivo.

Gli Stati aderenti includono Stati Uniti e Cina.
L’Unione Europea vi partecipa in modo cospicuo: la Commissione Europea ha infatti impegnato 1 miliardo di euro.
L’Italia è stata tra i primi Paesi a contribuirvi nel 2020, con 86 milioni di euro.

Il grande merito di COVAX è garantire la distribuzione dei vaccini secondo le effettive necessità dei Paesi riceventi, e non in base all’interesse politico o economico o geopolitico dei donatori.
Finora, ha già assicurato consegne di quasi 30 milioni di dosi di vaccini a 50 Paesi.
Il nostro auspicio è rafforzare questo meccanismo e renderlo sempre più efficace.

La Presidenza italiana del G20 ha posto al centro della sua agenda la salute globale e il rafforzamento della cooperazione internazionale in materia sanitaria.
In questo giocherà un ruolo di primo piano il Vertice Mondiale sulla Salute, che ospiteremo a Roma il 21 maggio, insieme alla Commissione Europea.

Intendiamo confrontarci con gli altri Paesi sulle esperienze fatte nella lotta contro il COVID-19.
Vogliamo lavorare fin da ora per migliorare la nostra preparazione di fronte a futuri eventi pandemici e sostenere le capacità internazionali per la ricerca.
La ricerca e l’industria italiana nel settore delle scienze della vita sono già in prima linea a livello europeo e mondiale, e faremo di tutto perché continuino a restarvi.

Il 17 marzo 2021 la Commissione europea ha presentato una proposta volta a creare un “certificato verde digitale” per permettere una libera e sicura circolazione dei cittadini nell’Ue.
L’obiettivo è dare, entro 3 mesi, un certificato digitale a coloro che sono stati vaccinati, che hanno effettuato un test diagnostico per il SARS-CoV-2, o che sono guariti.

La libertà di movimento deve andare di pari passo con la garanzia della salute.

Occorre raggiungere questo obiettivo però senza discriminazioni e nel rispetto della tutela dei dati sensibili dei cittadini europei. È un progetto complesso. La Commissione dovrà presentare delle linee guida dettagliate, e gli Stati membri dovranno essere in grado di renderlo operativo.

LO SVILUPPO: MERCATO UNICO, POLITICA INDUSTRIALE, DIGITALE

Al Consiglio europeo verranno trattati anche temi relativi al mercato unico, alla politica industriale e alla digitalizzazione.
Non c’è per me veramente bisogno di ribadire l’importanza del mercato unico per il nostro sviluppo e per il processo di integrazione europea.
Dal 1992 al 2018, le esportazioni tra Paesi europei sono cresciute fino a raggiungere il 20% del prodotto interno lordo dell’Unione.

Dimostrando quindi che un mercato europeo unico, coeso, con stessi standard, permette anche uno sviluppo delle esportazioni intraeuropee, quindi dovremo gradualmente dipendere sempre meno dal resto del mondo per le nostre esportazioni, come avviene a tuti i grandi mercati, tutti i grandi Paesi.

E poi sono cresciute moltissimo le catene del valore, attraverso i vari Paesi europei.
Anche gli investimenti diretti esteri dal resto dell’UE verso l’Italia, con il rafforzarsi del mercato unico, sono aumentati.
In sostanza, difendere l’unicità del mercato significa difendere le aziende italiane, che ne beneficiano in grande misura.

Alcune iniziative di politica industriale comune possono contribuire a rafforzare la capacità d’innovazione in Europa, soprattutto in quei settori in cui l’Ue è rimasta indietro.
Penso alla crescita di nuove grandi imprese che operino nel settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT).
La cosiddetta “Bussola Digitale”, proposta dalla Commissione Europea il 9 marzo, elenca gli obbiettivi per rafforzare il ruolo dell’Europa nell’economia digitale, in termini di competenze e infrastrutture.
Non sarà facile, visto il divario accumulato con gli Stati Uniti e la Cina.

Questo processo richiederà profondi cambiamenti nella formazione dei lavoratori, nella cultura degli imprenditori e nei processi della pubblica amministrazione.

In Italia, il programma Next Generation EU offre un’enorme opportunità: come ricordato dal ministro Colao nella sua audizione parlamentare, il 20% dei fondi destinati a finanziare i piani europei di ripresa e resilienza riguarda proprio la trasformazione digitale.
Ma lo sviluppo di questi nuovi settori non può prescindere da un’equa distribuzione dei loro proventi.
Riteniamo che il Consiglio Europeo debba procedere verso una soluzione globale e consensuale sulla tassazione digitale internazionale, entro metà 2021, nell’ambito dell’OCSE.

Credo sia un approdo possibile, grazie proprio alla collaborazione con la nuova amministrazione degli Stati Uniti, e quindi su questo fronte noi intendiamo impegnarci. In altre parole, si vede una certa quale apertura, una certa quale disponibilità dall’amministrazione di un Paese che in passato invece aveva dimostrato completa chiusura sulla possibilità di avere una tassa digitale.

La presidenza italiana del G20 è un’occasione particolarmente adatta per farlo.

RUSSIA E TURCHIA

Nel corso del Consiglio, avremo anche un punto informativo sul futuro dei rapporti tra l’Unione Europea e la Federazione Russa.
E anche dibatteremo poi dello stato del Mediterraneo orientale, un’opportunità per fare il punto sulle relazioni tra l’Unione Europea e la Turchia.

Il Consiglio Europeo si baserà sul rapporto sulle relazioni Ue-Turchia presentato dall’Alto rappresentante Josep Borrell, a seguito delle conclusioni del Consiglio Europeo di dicembre 2020.

Occorre che l’Unione Europea lavori a proposte concrete per una “agenda positiva” che favorisca una dinamica costruttiva, anche in chiave di stabilità regionale. In altre parole è facile coltivare le contrapposizioni in questi campi, è molto meglio cercare di costruire i rapporti futuri.

Ci sono molti i temi su cui questo atteggiamento positivo è importante. Il primo è lo spazio di collaborazione sulle migrazioni, sulla lotta al terrorismo, sull’unione doganale.
A questo proposito, ho esaminato ieri con il Presidente Erdogan l’importanza di evitare iniziative divisive e l’esigenza di rispettare i diritti umani.

L’abbandono turco della Convenzione di Istanbul rappresenta un grave passo indietro.
La protezione delle donne dalla violenza, ma in generale la difesa dei diritti umani in tutti i Paesi, sono un valore europeo fondamentale. Direi anche di più, sono un valore identitario per l’Unione europea.

CONCLUSIONI

Dobbiamo ribadire l’impegno, come governi e parlamenti nazionali, a costruire un’Europa che accolga i giovani e li formi come figli, non come riserva di lavoro spesso sottopagata.
Un futuro migliore per l’Europa unita passa attraverso un’azione concreta sull’occupazione, soprattutto giovanile, sulle pari opportunità, sui diritti sociali.

Vogliamo organizzare e occuparci di questi temi in un “Vertice Sociale” che sarà organizzato il 7-8 maggio dalla Presidenza di turno portoghese del Consiglio dell’Unione europea.

Ed è il tema che dobbiamo mettere al centro della Conferenza sul Futuro dell’Europa che prenderà il via il 9 maggio. I giovani e l’occupazione giovanile: questo è al centro del futuro dell’Europa. Per questo appuntamento sollecitiamo la partecipazione attiva di tutti i cittadini europei e dei parlamenti nazionali.

L’uscita dalla pandemia rappresenta la principale sfida di tutti i governi europei, ma non è l’unica. E noi abbiamo ora un atteggiamento di coloro che spronano gli altri partner e sono essi stessi consapevoli della necessità di agire urgentemente, con efficacia, senza perdere un attimo.

Sono certo che, grazie al vostro sostegno, potremo meglio indirizzare e sicuramente rendere molto più forte la voce dell’Italia in Europa e negli altri contesti internazionali. Grazie.