Home Blog Pagina 503

Tra ideologia teocon e «ospedale da campo»

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Lucio Brunelli

Si oppongono alle legislazioni “relativiste” promosse dagli avversari liberal su aborto ed eutanasia e nello stesso tempo cantano entusiasti le virtù non solo economiche ma morali e persino teologiche del capitalismo; rigidi su alcune sacrosante battaglie etiche sono però blandi e permessivi davanti alle guerre “giuste” dei presidenti Bush che hanno prodotto centinaia di migliaia di morti innocenti in Iraq. E ancora: ossequiosi verso le strutture ecclesiastiche ma non riescono a trattenere espressioni di scherno e sarcasmo ogni volta che i Papi — da Paolo VI a Francesco passando per Benedetto XVI — si “attardano” sui vecchi principi solidaristici della dottrina sociale cattolica invece di riconoscere e benedire le splendide e progressive sorti che l’“economia libera” sta portando nel pianeta. Sono le posizioni — tanto originali quanto discutibili — di un gruppo di pensatori cattolici americani che molta influenza hanno avuto negli ultimi tre decenni non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo e anche all’interno del cattolicesimo. Mancava uno studio approfondito, in chiave critica, del loro pensiero e una ricostruzione documentata del progressivo affermarsi sulla scena pubblica delle idee di questo drappello di intellettuali neoconservatori, poi ribattezzati teocon per i loro riferimenti religiosi. La lacuna è colmata ora dal libro del filosofo Massimo Borghesi Francesco, la Chiesa tra ideologia teocon e “ospedale da campo”, Jaca Book, 2021.

Andando alle origini della ideologia teocon Borghesi (già autore di Jorge Mario Bergoglio, una biografia intellettuale, 2017) si sofferma sulla figura di Michael Novak (1933-2017) e sul suo libro-manifesto The Spirit of Democratic Capitalism, pubblicato nel 1982, una sorta di bibbia ispiratrice della nuova corrente di pensiero. La biografia di Novak è interessante, nel 1968 era su posizioni di “socialismo cristiano” e aveva contestato l’Humanae vitae di Paolo VI. Diversi neoconservatori approdano alle nuove idee dopo aver vissuto una delusione a sinistra, nel partito democratico che negli Stati Uniti perdeva sempre più la dimensione sociale e il contatto popolare rischiando di trasformarsi in partito dei poteri forti, salottiero e radical chic. A Washington, all’inizio degli anni ’80, circolava questa battuta di Irving Kristol: «Il neocon è un liberal che è stato aggredito dalla realtà». Nel suo libro Novak parte da considerazioni realiste, condivisibili: le utopie sociali non fanno i conti con il peccato originale, la pretesa di imporre la bontà con mezzi politici porta al totalitarismo e infine ad una maggiore miseria anche del proletariato. D’altro lato però la condivisione novakiana del modello capitalistico — scrive Borghesi — non si limita all’accettazione realistica del dato, inamovibile, della natura umana. Essa scivola sul terreno apologetico. Fino a sostenere, nella lode del capitalismo, che «nessuno aveva prodotto un sistema equivalente di libertà… nessuno aveva innalzato a tal punto le aspettative umane. Nessuno aveva valorizzato tanto la singola persona». Parole testuali, contenute nel libro di Novak. Sferzante il commento di Borghesi: «Nessuno, nemmeno la religione cristiana quindi. La fede e l’etica cristiana non modificano la forma dell’economia, non svolgono una funzione nel disciplinare “gli spiriti animali”, nel promuovere forme di solidarietà ed equità. Al contrario è il cristianesimo che, dopo aver generato i presupposti ideali per la società di mercato, è chiamato a modellarsi sul capitalismo abbandonando quelle velleità critiche che dipenderebbero da uno spirito antimoderno». Novak e i suoi amici neocon Richard Neuhaus (un raffinato pastore luterano convertito al cattolicesimo) e George Weigel (il più giovane del terzetto, diventerà il biografo semiufficiale di Giovanni Paolo II ) formeranno una squadra formidabile, ben affiatata e ben supportata dalle think tank nordamericane: «La troika del liberismo cattolico» li definisce Sandro Magister. Opinion maker molto influenti già prima dell’avvento dei social, cercano legittimazione nelle sacre stanze e pensano di aver vinto la loro battaglia nella Chiesa quando Giovanni Paolo II nel 1991, dopo la caduta del Muro, pubblica l’enciclica Centesimus annus, a cento anni dalla prima enciclica sociale di Leone XIII . Nel documento pontificio i nostri intellettuali vedono la svolta, rivendicano la «rottura» (termine usato da Weigel) rispetto al precedente magistero sociale dei Papi, un insegnamento che si libera dai pregiudizi “feudali” del passato e accoglie il grande insegnamento del capitalismo democratico made in Usa. Si tratta di una lettura forzata, rileva Borghesi, che fa leva su un solo paragrafo dell’enciclica in cui Papa Wojtyła valorizza giustamente la figura dell’imprenditore e la funzione sociale dei meccanismi di mercato all’interno di un’economia libera. Ma nella Centesimus annus erano contenute anche parole inequivocabili, come questa: «È inaccettabile l’affermazione che la sconfitta del cosiddetto socialismo reale lasci il capitalismo come unico modello di organizzazione economica». Espressioni che gli esegeti neocon fingono di non vedere o liquidano come residuali interferenze del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, all’epoca presieduto dal mitico cardinale francese Roger Etchegaray.

Il libro di Borghesi ricostruisce, passo dopo passo, il successo delle idee teocon dopo l’11 settembre, quando le posizioni «cristianiste» (per dirla con Remi Brague) si radicalizzano nel clima apocalittico dello scontro di civiltà tra Occidente e Islam. In Italia tutta una schiera di intellettuali laici, “atei devoti” cooptati nel progetto culturale della Chiesa italiana, si nutre di queste idee: cultural wars su alcuni temi etici e celebrazione dogmatica del capitalismo, posizione interventista nelle due guerre del Golfo (contestate invece sia da Giovanni Paolo II nel 1991 sia dal cardinale Ratzinger nel 2003) e ridicolizzazione di ogni altra opinione come un residuo buonista e pacifista degli anni passati. Fino all’ultimo passaggio, dai teoconservatori ai teopopulisti dell’era Trump, con alcuni punti di continuità e altri di palese discontinuità: involuzione nello stile, decisamente più rozzo, e nei contenuti, obiettivamente più poveri rispetto alla produzione culturale di Novak e dei suoi amici. L’esito più triste (per fortuna limitato nel tempo e nello spazio) è una mentalità che, scrive Borghesi, «vuole ordine, certezze morali, avversari certi, chiari confini. Non ama essere “senza patria”, né in partibus infedelium, né sulla “soglia” come diceva Peguy. Vuole stare tra i “fedeli”, i propri, e combattere senza sosta l’eterna battaglia, priva di sentimentalismi, verso gli infedeli». Un approccio umano e cristiano ai nuovi tempi la cui distanza rispetto agli insegnamenti-testimonianza di Papa Francesco lasciamo ai lettori del libro di Massimo Borghesi misurare e valutare.

Riformare lo Stato

Riformare, parola abusata, quasi sfinita, vuota. Nell’infinito spazio dei  logaritmi può darsi che si volteggi il numero delle volte in cui viene usata.  Soprattutto la politica è colpevole per il cattivo uso che ne fa. Da decenni,  quasi appena dopo l’approvazione della Costituzione, si incominciò ad  evocare la riforma dello Stato.

Quante altre riforme sono invocate ad ogni  piè sospinto, praticamente ogni volta che si presenti una difficoltà  ordinatoria nelle procedure della nostra vita civile. Invece di semplificare  – altra riforma promessa da sempre – si aggiungono norme a nome. A  suo tempo il ministro Calderoli fece un falò per bruciare migliaia di leggi,  il risultato è che continuiamo ad avere circa 150.000 leggi e l’Inghilterra 30.000. Non sono nemmeno scritte in modo tale che possano essere  lette da tutti, in buon italiano, senza continui richiami e riferimenti e rinvii  ad altre norme.

Sarebbe assai più economico riscrivere un testo ex  novo, riprendendo le parti da salvare e abrogare tutte le altre. Speriamo  sulla tenacia del ministro Brunetta. La riforma dei codici? non è mai stata  completata. La riforma del parlamento? Alcuni referendum l’hanno  bloccata, ma quella approvata è stata solo la riduzione dei parlamentari:  una bandierina di 5S e una vergognosa ritrattazione di tutti i partiti che  avevano votato contro per ben tre volte: per un piatto di lenticchie,  alla Esaù. La riforma dell’università è stata di volta in volta peggiorata.  Quante ne possiamo ancora elencare? Citiamo ora la scuola perché è  diventata anch’essa insieme ai suoi naturali fruitori (bambini e adolescenti) vittima di Covid-19 e della cattiva programmazione.

Si sono  spesi ingenti fondi per i banchi (con o senza ruote) come se le scuole  non ne fossero già fornite. Qualche anno fa furono investiti 20 milioni per  le lavagne interattive ma durante la DAD la gran parte di coloro che  avrebbero dovuto seguire le lezioni era privo degli strumenti informatici  necessari. Secondo il ministro Colao il 60% delle famiglie italiane non ha  né rete veloce né internet. Tuttavia l’esperienza di DAD e di didattica  integrata potrà essere utile nel ripensamento organizzativo della didattica  in generale. 

La riforma della scuola parte anche dalla organizzazione diversa delle  aule, dei piani di studio, della attualizzazione delle discipline nonché degli  orari. La pandemia ha segnalato tutte le lacune del caso. In particolare  non si può tacere il gravissimo danno – le cui conseguenze chissà come  le analizzeremo – di aver impedito le lezioni in presenza per molti mesi  per quasi la totalità degli scolari. Sarebbe aggiungere danno se non fosse  accettata la proposta di prolungare le lezioni anche nei mesi estivi. Sono  convinta che i docenti accetterebbero le ferie in agosto e settembre e i  ragazzi avrebbero la possibilità di rivedersi prima delle vacanze. Sarebbe  importante soprattutto per gli alunni degli ultimi anni perché possano  salutare i compagni che non incontreranno più l’anno successivo. La  Francia non ha mai chiuso le scuole: copiare un po’ dagli altri no? 

Covid ci ha insegnato molto anche in merito al nostro diritto alla tutela  della salute. Abbiamo apprezzato il nostro Sistema Sanitario ma  conosciute anche le sue mancanze, prima fra tutte la inattuata  organizzazione della medicina extraospedaliera che già la riforma del  1978 aveva previsto. Due termini hanno inquadrato i problemi sollevati,  autonomia e territorio: riguardano l’ambito di competenza in materia  sanitaria e assistenziale che la improvvida e intempestiva riforma della  Costituzione del 2001 ha affidato alle Regioni.

Queste all’inizio della  pandemia, rivendicando la loro autonomia hanno di fatto creato disparità  di trattamento fra i cittadini Italiani. Il territorio è soggetto alla legislazione  e alla programmazione dei servizi da parte della Regione. Anche in  questo caso non c’è uniformità in tutto il territorio nazionale e quindi  c’è disparità fra i cittadini. Non bastano i cosiddetti LEA, livelli esistenziali  di assistenza, per garantire l’uguaglianza dei cittadini nell’accesso ai  servizi come richiesto dall’art.3 della Costituzione. Perciò ci dovremo  aspettare una ‘Riforma della Riforma’ che tenga conto dei principi  fondanti il diritto alla tutela della salute secondo uguaglianza, uniformità,  universalità ed equità. 

I servizi alla persona e di cittadinanza – giustizia, lavoro, proprietà, ecc.- esigono uno Stato giusto nei confronti dei cittadini quanto a prelievo  fiscale affinché ciascuno ottenga ciò di cui ha bisogno perché lo Stato  (articolo 3 Cost.) rimuova gli ostacoli che impediscono l’uguaglianza e  ciascuno dia, con le tasse, secondo le capacità di reddito che ha. La  riforma fiscale è la riforma delle riforme perché deve consentire ad ogni  cittadino di essere degnamente tale, evitando il lavoro nero, la elusione  e, peggio ancora, la evasione. Ridicolo che per far emergere il nero si sia  ricorso ad una lotteria. Meglio dedicare i fondi destinati ai premi a quei  redditi tuttora inferiore al livello di povertà (nonostante qualcuno abbia  detto che è stata sconfitta) e utilizzare gli strumenti che lo Stato ha per  controllare i redditi. È impensabile che ogni piattaforma informatica  sappia tutto di ciascuno di noi e non lo Stato.

Giustizia vorrebbe anche che non ci siano condoni, perché sarebbero sempre i furbi a farla franca.  Anche per le cartelle esattoriali un po’ di decenza: basterebbe far  riferimento agli anni coinvolti dalla pandemia per una sanatoria a partire  dal 2019 e a cancellare quelli inesigibili. Quando lo Stato non incassa  diminuiscono i servizi per i più poveri. La nostra società complessa ci  consente di non sfinirci solo se i servizi funzionano, da quelli alla persona  a quelli infrastrutturali, che sono comunque necessari alla vita quotidiana  di studio e di lavoro. Che dire perciò della burocrazia? È certamente la  spina dorsale degli adempimenti attuativi dei servizi della pubblica  amministrazione e perciò preziosa per la efficienza dello Stato e  dovrebbe essere sentito come privilegio lavorare in quella filiera come  interfaccia dello Stato verso i cittadini. Grande responsabilità!  Nel pensiero collettivo però non è avvertita come alleata ma come un  ostacolo con cui confrontarsi, talvolta addirittura con rassegnazione. La  riforma delle riforme riguarda questa spina dorsale. Perché non deve  essere efficiente come il settore privato? Perché deve continuare ad  essere un mastodonte invece di un’infrastruttura snella, senza call center  che infastidisce (imbestialisce) i cittadini che si perdono- e perdono  tempo- nei meandri dei rinvii, ritardi, perdita di documenti? Se lo Stato  non ci conoscesse… possiede big data per eccellenza: anagrafe, codice  fiscale, tessera sanitaria, pin per Inps e INAIL, agenzia delle entrate, ecc.  non basta un click?! Contiamo su questo governo, sul ministro esperto di  digitalizzazione e soprattutto sulla volontà politica. 

Semmai riuscisse nell’impresa andrebbero a segno altre caselle  importanti come quella della giustizia cui è preposto un ministro di  particolare competenza, Marta Cartabia. È settore delicatissimo a  giudizio di tutti. Solo per ricordare i tempi dei processi, recentemente  dopo troppi anni sono stati assolti con formula piena Descalzi e Scaroni  (tangente Eni), e anni addietro Orsi (tangente elicotteri). Danni di  immagine ed economici. Per il mondo si sono presentati grandi manager  italiani con la tara di essere inquisiti nel proprio Paese. In India abbiamo  pure perso una grande commessa di elicotteri. Altro ministro competente,  Enrico Giovannini, si dedicherà alle grandi infrastrutture. Speriamo di  vedere una riforma degli appalti che li renda trasparenti all’origine, con  norme chiare che implichino tempistica, qualità dei materiali, rispetto  degli stati di avanzamento, con controlli in corso d’opera e sanzioni per  ritardi anziché perizie suppletive e costi aggiuntivi. Si ricordi come e in  quanto tempo, e addirittura con risparmi, in situazioni in cui non ci si  poteva avvalere degli strumenti di oggi, fu completata l’autostrada del  sole, Milano-Roma.  

Cavour soleva ripetere che “le riforme compiute a tempo, invece di  indebolire l’autorità, la rafforzano”.

Il governo Draghi ha tempo fino alla primavera del 2023. Poi non si  possono ipotecare gli eventi, ma una riforma etica sarebbe dare  continuità istituzionale alle scelte avviate. 

Al Parlamento – non al governo – compete infine la riforma elettorale. Gli attuali eletti hanno l’occasione di recuperare un po’ di fiducia tra gli  elettori, perciò pongano mano ad una riforma che soddisfi il desiderio – ma è un diritto! – degli elettori di scegliere i propri rappresentanti. Tanto  la ruota gira e questa volta è bene non fare conto sul proprio… tornaconto, perché le ultime tornate elettorali hanno segnato la sconfitta  dei partiti che avevano creduto di vincere attraverso l’alchimia della legge  elettorale. 

Usa: Biden, il razzismo è il male globale

Il presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale scrive che: “Uno dei valori e delle convinzioni che dovrebbero unirci è la lotta contro l’odio e il razzismo Dobbiamo cambiare le leggi che consentono la discriminazione nel nostro Paese e dobbiamo cambiare i nostri cuori”. Il Presidente USA avverte anche che: “Il razzismo, la xenofobia e altre forme di intolleranza non sono problemi esclusivi degli Stati Uniti. Sono problemi globali. Sono problemi umani che tutti dobbiamo riconoscere e smantellare”.

“Tutte le Nazioni e le persone dovrebbero ribadire la verità fondamentale che ogni essere umano ha una dignità intrinseca e merita di essere trattato con equità. Dobbiamo riconoscere i modi in cui il razzismo, la discriminazione di genere e altre forme di emarginazione si intersecano e si combinano a vicenda. E dobbiamo tutti sforzarci di eliminare le iniquità nelle nostre politiche, rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena partecipazione nelle nostre società e spingere per avviare processi aperti e inclusivi che rispettino tutti, ovunque”.

Industria: Istat, fatturato stabile negli ultimi tre mesi rispetto al trimestre precedente

A gennaio si stima che il fatturato dell’industria, al netto dei fattori stagionali, aumenti del 2,5% in termini congiunturali; la crescita è più ampia sul mercato estero (+5,0%), meno marcata su quello interno (+1,2%). Nella media degli ultimi tre mesi l’indice complessivo rimane stabile rispetto ai tre mesi precedenti.

Tutti i raggruppamenti principali di industrie, a gennaio, segnano aumenti su base mensile: +7,8% l’energia, +3,2% i beni intermedi, +1,9% i beni strumentali e +1,4% i beni di consumo.

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 19 contro i 21 di gennaio 2020), il fatturato totale diminuisce in termini tendenziali dell’1,6%, con cali dell’1,3% sul mercato interno e del 2,2% su quello estero.

Con riferimento alla manifattura, il settore delle apparecchiature elettriche e quello dei macchinari e delle attrezzature registrano gli incrementi tendenziali più elevati (+15,4% e +9,8% rispettivamente), mentre l’industria tessile e dell’abbigliamento e le raffinerie segnano le performance peggiori (-18,6% e -29,0% rispettivamente).

Il Piano salute, l’Europa si divide a tavola

Il nuovo Piano Ue per la salute che divide l’Europa a tavola e minaccia ingiustamente interi settori della filiera agroalimentare Made in Italy, con un pesante impatto sull’economia sarà al centro dell’incontro organizzato a Bruxelles da Coldiretti, Filiera Italia, Eat Europe e Farm Europe (diretta sulla piattaforma zoom) oggi, dalle ore 9,00 con la collaborazione dei gruppi parlamentari europei PPE, S&D e Renew Europe.

A confrontarsi sul ruolo del settore agroalimentare per una buona alimentazione saranno insieme al presidente della Coldiretti Ettore Prandini, Claire Bury (Direttore generale aggiunto della DG Salute della Commissione Europea), Alessandra Moretti (MEP), Paolo De Castro (MEP), Herbert Dorfmann (MEP), Irène Tolleret (MEP), Luigi Scordamaglia (consigliere delegato di Filiera Italia), Pedro Gallardo (Vice-Presidente Asaja), Jérome Volle (Fnsea), e  Frédéric Léroy (Professore dell’Università di Bruxelles).

Per l’occasione sarà presentata dalla Coldiretti la prima analisi sull’impatto sui consumi e sull’economia italiana delle indicazioni allarmistiche che la Commissione Europea vorrebbe apporre sulle etichette di alcuni prodotti simbolo del Made in Italy e sul primato della dieta mediterranea nel mondo.

Oms: “AstraZeneca unica a non trarre profitto da vaccino”

AstraZeneca “è l’unica azienda che si è impegnata a non trarre profitto durante la pandemia dal suo vaccino anti Covid-19 ed è uno dei produttori che ha dato un contributo significativo alla campagna VaccinEquity, concedendo in licenza la sua tecnologia a diverse altre società. Abbiamo bisogno di più produttori di vaccini contro Covid che seguano questo esempio e concedano in licenza la loro tecnologia ad altre società”. Lo ha sottolineato il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, in conferenza stampa a Ginevra.

Inoltre, aggiunge il dg commentando i risultati presentati oggi del trial di fase 3 sul prodotto, i nuovi dati sul vaccino sono “un’ulteriore prova che il vaccino Oxford-AstraZeneca contro Covid-19 è sicuro ed efficace”. Ghebreyesus sottolinea quindi che “non sono stati segnalati problemi di sicurezza”.

“I Paesi che ora stanno vaccinando i giovani e le persone sane a basso rischio di malattia Covid-19, lo stanno facendo a costo della vita degli operatori sanitari, degli anziani e altri gruppi a rischio in altri Paesi”, ha poi evidenziato il dg, sottolineando come l’Oms “sta continuando a lavorare giorno e notte per trovare le soluzioni per aumentare la produzione e l’equa distribuzione dei vaccini Covid”. Il divario “tra il numero di vaccini somministrati nei Paesi ricchi e il numero di vaccini somministrati tramite Covax” ai Paesi più poveri “cresce ogni singolo giorno e diventa ogni giorno più grottesco”, ribadisce il dg.

Poi l’allarme: “Più il virus circola più aumentano le varianti. E se emergono più varianti è molto probabile che possano evadere i vaccini anti-Covid”.

La rinascita dell’Italia nel dopoguerra. A colloquio con Enzo Scotti.

Caro Professore nel libro Suo e del Prof. Zoppi, l’incipit parte da una riflessione sulla contingenza del momento in cui è stato scritto, condizionata in modo globale dalla crisi pandemica che ha posto interrogativi sulle scelte del passato, poiché è di tutta evidenza, come si evince dagli studi di David Quammen , in particolare in Spillover ma anche dai Rapporti ONU/Ocse del 2019 , che a questo dramma planetario umanità e politica, cioè società e istituzioni, sono giunte impreparate. Sono emersi conflitti in tema demografico, di sostenibilità ambientale, di rapporto tra natura e progresso, comportamenti individuali e scelte collettive non suffragate da ponderate valutazioni. Può esprimere in che misura il Vostro lavoro ha preso atto di questa emergenza e ha ri-orientato lo ‘spirito’  del libro?

E’ ormai passato un anno da quando la Pandemia globale ha rivelato le estreme criticità di economie e società nel riuscire a fronteggiare la diffusione del virus. A questo punto, però, la scienza e la tecnologia potrebbero consentire, nel giro di un anno, di  produrre e distribuire  un vaccino o, come stiamo vedendo, più vaccini, e iniettarli alla gran parte del pianeta. Purtroppo sorge il “problema dei problemi”, quello dei Paesi più poveri per i quali i Paesi più ricchi dovrebbero assicurare  una Organizzazione della Sanità Mondiale in grado di portare avanti una difesa anche per loro. Oggi, gli Stati sono ancora nel pieno della battaglia al Covid 19 e devono affrontare sia i costi in vite umane che quelli  in distruzione di ricchezza, di benessere e devono gestire i cambiamenti nella organizzazione della vita collettiva, dalla scuola al lavoro e al tempo libero come alle stesse attività culturali e alle pratiche religiose. Le conseguenze della Pandemia impegnano un mondo che con modalità, tempi e risultati deludenti cercano di recuperare le ferite dalla crisi economica del 2008 e devono, nel contempo, governare una transizione al digitale e all’intelligenza artificiale nonché un cambiamento climatico e ambientale. Un cambiamento che richiede ai governanti una grande visione del futuro e una grande tempestività a metter in piedi meccanismi di confronto e di cooperazione, da moltissimi anni spariti dall’agenda di un multilateralismo. I Paesi Europei e gli Stati Uniti non possono attendere il concludersi della Pandemia per poi avanzare delle linee guida per garantire la sicurezza della salute e lo sviluppo nell’era del digitale e del verde. L’Italia non può, ad esempio, distrarsi dalle sue responsabilità di presidenza del G20 per stimolare una presa di consapevolezza di quanto nei prossimi anni il mondo dovrà fare. Con Zoppi, all’inizio del duemilaventi, stavamo completando la stesura di un dialogo sul governare l’Italia a settanta anni della costituzione della Cassa per il Mezzogiorno, cioè di un Paese che non è riuscito, a centocinquanta anni da Roma Capitale, a unificare in modo accettabile l’economia e la società italiana. Ci siamo chiesti se potevamo ignorare quello che stava avvenendo intorno a noi senza capire che le conseguenze della Pandemia si sarebbero cumulate con quelle della crisi del 2008 e con i cambiamenti epocali e avrebbero costretto i governi a riconsiderare gli scenari prevedibili e, conseguentemente, i progetti per la ripresa dello sviluppo. Questa sfida di governo potrebbe trovare alcune importanti analogie con quella che si trovarono i governanti del secondo dopoguerra. Non si tratta di trovare in quella esperienza soluzioni per governare gli anni che sono di fronte a noi ma di stimolare la creatività per risposte di governo adeguate al presente perché credo sia ineluttabile il fatto che “possiamo pianificare il nostro futuro con chiarezza e saggezza solo quando conosciamo il percorso che ci ha portato al presente”.  

Questa affermazione, contenuta in esordio del libro e poi ripresa a sintesi in retro di copertina mi pare esprima una consapevolezza storica e un bisogno non soddisfatto: “La questione meridionale irrisolta torna al centro della preoccupazione dello Stato italiano perché l’economia e la società non possono crescere se lo sviluppo non punterà a superare il divario tra le due grandi aree del Paese: la competitività del sistema economico non dipende soltanto dalla produttività delle imprese ma dall’efficienza dell’intero sistema di cui il Mezzogiorno è parte essenziale”. Quali sono le cause di questa mancata soluzione della questione meridionale che origina contestualmente al lungo periodo storico da Voi considerato e si ripropone ancora oggi come discrimine irrisolto?  

Vorrei ribadire che la Pandemia ha rivelato una condizione del nostro Paese più complessa e difficile da governare proprio per il permanere di uno sviluppo dualistico dell’Italia,  quella che da un secolo chiamiamo “questione meridionale”. Due dati che non possiamo cancellare. Primo dato: sarà molto difficile per il nostro Paese uno sviluppo sostenibile in una fase in cui la competizione internazionale richiederà una elevata produttività ed efficienza dell’offerta, dove ciò che, alla fine, prevarrà nella competizione sarà l’efficienza complessiva del sistema. C’è una ampia letteratura che convalida questa tesi e richiama in questo momento l’attenzione di chi deve definire una programmazione di medio periodo. È questa la ragione per cui la Commissione della Unione Europea richiede, con priorità, alcune riforme (amministrazione pubblica, istruzione e giustizia, per esempio), che gli investitori nazionali ed internazionali conoscono molto bene. Da molti anni sappiamo che le rispettive corporazioni sostengono che l’innovazione non consiste nel miglioramento della offerta del servizio ma nell’esclusivo consolidamento dei privilegi e delle posizioni di carriera di coloro che sono chiamati a fornire il servizio. Il secondo dato è costituito dal ritardo nel perseguire il riposizionamento del sistema produttivo italiano ed europeo  a seguito dei cambiamenti  internazionali; questione sollevata alcuni anni fa dal Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Nell’esprimersi sugli effetti delle misure del Governatore della Banca Centrale Europea, Visco sottolineava che avrebbero avuto una maggiore efficacia in Italia se fossero state accompagnate da una chiara e coerente strategia di riposizionamento internazionale della nostra economia e società. Ma ritorniamo alle riflessioni sviluppate insieme a Zoppi: sono d’accordo con lei che è opportuno e anche necessario analizzare le ragioni per cui, dopo i primi venti anni di una efficace azione, insorsero difficoltà che progressivamente portarono al declino fino allo scioglimento della Cassa del Mezzogiorno. Con Zoppi abbiamo cercato di approfondirne le ragioni. Tra le tante ragioni che abbiamo analizzato, vorrei richiamare la sua attenzione e quella dei lettori su una questione e su un momento storico preciso che non viene ricordato.  Agli inizi del 1960 il Corriere della Sera aprì un confronto tra economisti e politici sui tempi dello sviluppo industriale del Mezzogiorno e sulle sue priorità. Vera Lutz, un’economista anglosassone, aprì il confronto portando una tesi, sostenuta anche dal Presidente della Confindustria in due convegni a Napoli e Palermo, agli inizi degli anni cinquanta.  All’inizio sembrava un confronto accademico ma, vista la autorevolezza del giornale e alcune significative convergenze, di fatto, portò a indebolire l’avvio del secondo tempo della politica per il Mezzogiorno: appunto l’espansione industriale al Sud. In estrema sintesi la Lutz sosteneva che avrebbero dovuto esserci due tempi: Il primo, puntare subito sulla concentrazione degli investimenti industriali e delle infrastrutture collegate al Nord accompagnata da un alleggerimento della pressione dei lavoratori, favorendo una migrazione dal Sud; il secondo: rinviando a dopo la industrializzazione del Mezzogiorno. La teoria dei due tempi venne a incidere negativamente sull’azione avviata da Pastore per lo sviluppo della industrializzazione che aveva pur dato risultati positivi, come abbiamo documentato con Zoppi. 

Partendo anche dalla Vostra esperienza personale, richiamate la figura di Giulio Pastore ex sindacalista, dotato di grande senso pragmatico e di visione strategica: lo collochiamo come Ministro – già dal 1958 nel Governo Fanfani-  e poi negli anni 60, che qualcuno ha definito “irripetibili”, un periodo di laboriosità, speranze collettive di ricostruzione del Paese, modelli sociali basati sulla cooperazione e ispirati ai principi della progettazione e della realizzazione di opere. Chiamato a presiedere il Comitato interministeriale per il Mezzogiorno. Citando due documenti definiti “sottostimati” , la prima relazione al Parlamento del 1960 e il Piano di coordinamento degli interventi pubblici del 1965, ne sottolineate a un tempo l’importanza strategica e la scarsa considerazione che ricevettero. Potevano conservare un valore di lungimirante programmazione: che cosa spense a poco a poco quella politica di pianificazione graduale? L’enfasi dell’intervento della “mano pubblica” o la suggestione del “miracolo economico?  

La fase della ricostruzione e di un periodo di sviluppo con un elevato saggio di crescita, dopo la seconda guerra mondiale, è oggi oggetto di nuove e rigorose riletture da parte degli storici. Con Zoppi pubblicammo, tre anni fa, una nostra riflessione sul decennio di Giulio Pastore alla Presidenza del Comitato per il Mezzogiorno 1958-1968, in un libro: “Non fu un miracolo”. Di quel decennio si era parlato come frutto di un miracolo italiano perché, in breve tempo, il Paese era diventato la quinta potenza economica tra i Paesi di più antica industrializzazione. L’Italia aveva adottato una politica di sviluppo con l’obiettivo di mantenere un alto tasso di crescita del PIL e della produttività. Sull’immediato finire della guerra, erano intervenuti gli aiuti ERP e, a seguire, i fondi del Piano Marshall e lo stimolo delle istituzioni multilaterali di Breton Woods. Una volta riconquistata la libertà e la democrazia, De Gasperi era preoccupato di una spaccatura del Paese che, oltre ad essere economica e sociale, diveniva politica. Già in occasione del referendum istituzionale del 1946 si erano manifestati movimenti antiunitari, qualunquisti e indipendentisti. De Gasperi si rendeva conto della urgenza di intervenire per dar corpo ad una coesione nazionale e radicare la democrazia nei ceti medi e nel sottoproletariato meridionale. La DC spingeva per rafforzare un pluralismo sociale aperto al cambiamento non solo nelle regioni del nord est e della Lombardia ma anche nel Mezzogiorno. Questo disegno richiedeva una incisiva politica per trasformare l’economia e la società meridionale. Per questo, De Gasperi affrontò una battaglia per procedere a espropriazioni di latifondi e alla creazione di una piccola proprietà di coltivatori diretti. A queste misure si accompagnavano quelle di riforma dei patti agrari e del collocamento pubblico dei lavoratori, provvedimenti che vanno letti con riferimento alle condizioni sociali nelle campagne. Ritornando da un viaggio in Basilicata con una tappa significativa a Matera nel rione dei Sassi, De Gasperi accelerò sulle riforme contadine (proprietà e patti agrari) e propose l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, con l’obbiettivo della espansione al Sud di un apparato produttivo moderno e di una occupazione stabile. Con la legge dell’agosto del 1950, nasce la Cassa a cui viene affidata la realizzazione di complessi organici di opere pubbliche (il tempo delle infrastrutture), con una dotazione pluriennale (una Cassa per vincere lo scetticismo dei meridionali, assicurandoli che i soldi erano stati assegnati proprio a una cassa) con autonomia gestionale e con possibilità di impegnare tutto l’ammontare della dotazione dopo l’approvazione del Piano decennale (operazione realizzata in pochissimi mesi).  Si aggiunsero i prestiti internazionali della Banca mondiale e di Banche private su specifici progetti del piano, per assicurare la liquidità per gli stati di avanzamento della realizzazione delle opere. Pastore arriva verso la fine degli anni cinquanta è dà avvio al secondo tempo della industrializzazione. Collega le infrastrutture agli insediamenti industriali, punta alla realizzazione di poli di sviluppo come motori dell’innovazione. Si preoccupa di accompagnare le nuove realtà produttive con la formazione del fattore umano. Lei ha citato i due testi che documentano i progetti di Pastore e la concretezza delle realizzazione. Questi documenti vanno riletti oggi per capire come, anche nel presente, è possibile realizzare una programmazione e gestire, da parte dello Stato e in tempi rapidi, complessi organici di opere per unificare, a livello nazionale, le reti di infrastrutture moderne, sia materiali che immateriali. Ci sono ancora due documenti da ricordare e sono le due inchieste parlamentari sulla disoccupazione e sulla miseria.  

L’excursus storico della Vostra analisi è notevole e di lunga deriva: Cavour, De Gasperi e l’oggi, cioè Conte, anzi l’ieri, visto che ora si apre una prospettiva diversa sotto la guida di Mario Draghi. Come scrisse San Paolo viene il momento in cui è necessario cimentarsi in una ricapitolazione di tutte le cose. O come disse Ignazio di Loyola a un certo punto occorre mettere ordine nella nostra vita. La ruota della storia gira e propone scenari nuovi e ritorni al passato. Ma non Le sembra che in tutto questo incedere verso il futuro è qualche volta più gratificante soffermarsi sui ricordi che coltivare speranze che sembrano ingestibili?    

Abbiamo dato al nostro libro un titolo molto chiaro e al tempo stesso molto difficile: “governare l’Italia”, e per questo nel sottotitolo abbiamo indicato tre significativi momenti della storia italiana con riferimento a tra diversi modi di gestire la cosa pubblica. Governare è scegliere,  diceva nel 1953 Pierre Mendes France alla vigilia del referendum francese sulla Comunità Europea di Difesa. I tre momenti della storia del nostro Paese a cui facciamo riferimento sono: il governo della formazione della unità politica del nostro Paese sotto la corona nel Regno di Sardegna nell’autunno del 1860, il governo della ricostruzione e dello sviluppo dell’Italia dopo la seconda guerra mondiale e la riconquista della democrazia liberale e il governo della attuale fase della pandemia del Covit19 e delle terribili conseguenze economiche, sociali ed umane che ne sono scaturite. Tutte e tre questi momenti hanno bisogno di essere analizzati alla luce non solo del contesto della società nazionale ma anche del contesto internazionale per capire in che misura hanno influenzato e condizionato la sovranità dei diversi governi nazionali. Con il nostro lavoro offriamo alcuni materiali importanti per leggere l’evoluzione della questione meridionale con più rigore e approfondire i punti di forza e le criticità generati da quei governi. Questa conoscenza diventa oggi indispensabile per il governo della fase post Covid19. Per affrontare oggi una ricostruzione con una riconversione tecnologica (digitale) e una riconversione verde non possiamo prescindere anche da un riposizionamento dell’Unione Europea e del nostro Paese, e il che significa che dobbiamo tener conto dei vincoli del contesto esterno.  L’Europa, a Maastricht, nel 1992, non prese in considerazione della possibilità né di una crisi economica come quella del 2008 né delle sfide delle rivoluzioni tecnologiche, ambientali e demografiche. Quando scoppiò la crisi del 2008, l’Europa pensò esclusivamente a far funzionare i vincoli di bilancio. Mario Draghi ha vissuto questa fase della vita europea e ha lottato per immettere liquidità nel sistema finanziario e oggi è chiamato a negoziare e gestire un progetto europeo che guarda alla next generation e a ricostruire e sostenere il cambiamento del sistema economico produttivo per una fase di crescita. Giuste le sue citazione di San Paolo e Sant’Ignazio. Il cambiamento e il riposizionamento da perseguire non sono operazioni superficiali perché coincidono, come ha detto Draghi, con transizioni tecnologiche e ambientali che mettono in discussione equilibri sociali e politici secolari. Io concordo con lei che bisogna avere una chiara visione di quello che abbiamo vissuto e dobbiamo guardare oltre la siepe per poter dare al nostro futuro basi solide e visioni che vadano oltre i sondaggi di opinione. 

Lo scenario in cui Vi muovete per descrivere l’evoluzione e i mutamenti della società italiana considera implicitamente il dato della contestualizzazione. Eppure qualche gg fa Draghi presentando il suo Governo alle Camere ha fatto esplicito riferimento a valori Risorgimentali: l’unità del Paese, l’idea repubblicana, la sacralità delle istituzioni. Ci sono delle peculiarità che possono descrivere il percorso della storia da voi delineato? Quanto hanno pesato le ideologie, quanto per Lei ha significato compiere la scelta di adesione ai principi del cattolicesimo sociale? De Gasperi poteva cercare di governare dal centro ma optò sempre per una politica delle alleanze, che allargava il campo degli orizzonti e delle visioni strategiche. Oggi, in questo Parlamento parcellizzato, dove i partiti esprimono una concezione personalistica e proprietaria della politica, c’è ancora spazio per il centro? Siamo passati dal bipartitismo imperfetto al bipolarismo imperfetto per finire in quella che De Rita chiamerebbe mucillagine fatta di individualità e assenza di una visione super partes del bene comune. Quali scenari futuri descrive un uomo che come Lei ha una lunga esperienza di fede e di militanza politica?

Questa domanda è estremamente complessa e richiede di soffermarci brevemente sulle singole questioni sollevate. Nell’analisi storica i singoli fatti vanno contestualizzati per poterne comprendere il senso e la portata. Draghi ha giustamente fatto riferimento ai valori Risorgimentali che sono componenti del progetto di coesione e di unificazione politica di Cavour e sono parte della coscienza nazionale. La partecipazione organizzata dei cattolici alla vita politica italiana, dopo il superamento del ‘non expedit’, è caratterizzata dalla affermazione dei valori della persona e dei diritti di libertà e sociali, della famiglia e dei corpi intermedi della società. I limiti all’uso della proprietà dei beni fanno parte di una concezione di un capitalismo sociale di mercato. Nella divisione bipolare del mondo tra capitalismo e comunismo, la presenza dei cattolici si caratterizzò per il contributo alla elaborazione della Costituzione. Vorrei ricordarle l’articolo 3 della Costituzione che non solo assicura ai cittadini i diritti di libertà ma stabilisce anche l’obbligo della “Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori alla organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Rimuovere gli ostacoli da parte della Repubblica è quello che distingue la Costituzione della Repubblica dallo Statuto Albertino. Passo alla seconda domanda sulla politica e sul modo di governare della Democrazia Cristiana. De Gasperi, pur avendo ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento alle elezioni del 1948, decide di formare una coalizione sulla base di una convergenza politica con i partiti di tradizione laica e socialdemocratica: le formazioni liberali e risorgimentali e il socialismo di Turati. Questa scelta non fu accolta positivamente dalla giovane generazione democristiana che riteneva necessario che la DC dovesse assumersi la responsabilità esclusiva del governo. Essa formò oggetto del dibattito del Congresso di Trento della Democrazia Cristiana. Con un salto, lei arriva al tempo presente cioè a trenta anni dalla scomparsa della Democrazia Cristiana. La cosiddetta seconda Repubblica è nata con la proposta di modificare la Costituzione sul punto cardine dell’assegnazione proporzionale dei seggi in parlamento in base ai voti ottenuti da ciascun partito politico presentatosi alle elezione. In questi circa trenta anni si è pensato che fosse possibile, con una legge elettorale, arrivare ad una Repubblica basata su un sistema maggioritario per avere un governo bipolare o bipartitico. Le vicende di questi anni, nonostante le tante leggi maggioritarie, approvate quasi tutte alla vigilia di una campagna elettorale, non hanno fatto raggiungere l’obiettivo. La scelta maggioritaria implicava, inoltre, una drastica riduzione nel numero dei partiti politici. Ma, nei fatti, il numero dei partiti è aumentato con velocità esponenziale rispetto alla prima repubblica. Nel corso delle legislature moltissimi parlamentari eletti in una lista ne sono usciti e di fatto hanno formato altri gruppi parlamentari. Il dettato costituzionale che stabilisce che il parlamentare non ha vincolo di mandato non significa che sia politicamente e moralmente accettabile – anche se legittimo – che chi viene eletto in una lista di partito o movimento possa poi possa uscirne e, magari, creare un nuovo gruppo/partito che l’elettore non ha mai conosciuto e per il quale non ha votato. Per non parlare del caso di un movimento, promotore di un sistema bipolare, che si era impegnato a un mandato a governare senza costituire mai una coalizione con l’avversario e che ha fatto saltare questo impegno nel giro di poche settimane, formando una coalizione di governo proprio con un avversario alle elezioni. D’altra parte una coalizione richiede una ragione politica comune cioè una coesione politica. Per raggirare tale principio, si è fatto ricorso allo strumento “tutto privatistico” di un contratto di governo con un elenco di provvedimenti da portare avanti, proposti dai singoli “contraenti”.   

Oltre gli eventi, le persone, le idee che Voi minuziosamente annotate nel Vostro libro resta tuttora inesprimibile una spiegazione convincente sulla mancanza di una visione unitaria, lungimirante e di coesione del Paese: perché- in fondo ad ogni scenario che si possa configurare – permane il gap del Mezzogiorno come icona di una lunga querelle che esprime interpretazioni assoggettate ai vincoli del relativo e dell’insolubile? C’è un Paese che viaggia a due velocità: nelle infrastrutture, nei servizi, nella concezione dello Stato. Non credo all’anno zero ma sento parlare di una svolta: la ripartenza verde, il connubio tra ecologia e digitalizzazione, la riconversione economico. Forse abbandonando ogni forzatura di omologazione culturale la vera via della rinascita del Sud passa attraverso la valorizzazione delle sue peculiarità, del genius loci? Il nostro è un Paese di forti radicamenti: si possono conciliare conservazione e innovazione, traditio e ratio?

Sia nel saggio precedente (“Non fu un miracolo”) oltre che in questo ultimo, le riflessioni con Zoppi sono approdate ad una conclusione unanime. C’è una fase iniziale, dopo la fine della guerra a partire dal piano Marshall fino alla nascita della Cassa per il Mezzogiorno e per quasi un trentennio, in cui c’è stata una diffusa convinzione che il superamento della storica questione del Mezzogiorno non fosse legata solo alla mancanza di investimenti nel Mezzogiorno ma a un necessario cambiamento delle politiche nazionali per renderle coerenti con l’obiettivo della unificazione economica del Paese. E questo convincimento, pur con intensità diverse, è stato sempre presente. La struttura della politica meridionale ha sempre poggiato su questa convinzione e ha animato la politica sia della maggioranza che della opposizione. A rileggere i diversi programmi dei partiti, pur nella asprezza dello scontro tra i due blocchi in cui era diviso il mondo, si ritrova una documentazione importante, anche perché le criticità che hanno portato al declino della politica di sviluppo del Mezzogiorno hanno, al centro, la divaricazione degli interessi delle due grandi macroregioni del Paese. Oggi, che dobbiamo affrontare una ricostruzione del sistema economico e sociale, si rivela l’importanza della coesione e dell’unità del Paese. Senza una visione e una strategia unitaria dello sviluppo nazionale non credo sarà possibile uscire dalla crisi sanitaria ed economico-sociale. Teniamo conto di due dati: le regioni del Nord, che hanno trainato lo sviluppo dell’Italia, hanno – negli ultimi anni – registrato una sensibile decrescita e il loro futuro passa necessariamente per il Mezzogiorno cioè da quella prospettiva per l’Europa che nasce dalla sua crisi demografica e a cui si contrappone la crescita dell’Africa e la esplosione già oggi dei traffici Mediterranei 

Credo che fondamentalmente il Paese avverta il bisogno di una nuova classe dirigente. Lo stesso Draghi ha suggerito il know how del decisore politico: conoscenza, coraggio, umiltà (lectio magistralis alla Cattolica – 18/08/2020) . Mi consenta un pessimismo di fondo: non ho mai aderito in toto all’idea della casta ma avverto una resistenza al nuovo. La politica vive di yes man e di rendite di posizione. Leggevo qualche gg fa la composizione del Governo canadese: ogni ministro occupa un dicastero in virtù di requisiti maturati per esperienza e competenza professionali. Da noi – dalla Prima Repubblica ad oggi – non è mai stato così: abbiamo vissuto più sui talenti dei pochi (Cavour, Einaudi, De Gasperi, Moro, Fanfani, Nenni, La Malfa, Pertini ecc) che sul gioco di squadra e sulle regole di questo gioco. Dopo la stagione della polverizzazione delle ideologie e di Tangentopoli è subentrato un pressapochismo disarmante, c’è stata una enorme perdita sul piano culturale. Se la politica non esprime fondamenti culturali  non può generare un solido progetto politico. Ce lo ricorda Max Weber, il suo  ‘beruf’  è un mix tra essere, fare, saper fare, costruire esperienza. Lei pensa che Draghi ce la farà a governare confidando sulla  coesione del Parlamento?

La questione della classe dirigente è sempre stata centrale nella questione meridionale, ma in questo caso è divenuta assolutamente determinante. Al Congresso del mio Partito, nel 1984, presentando la mia candidatura alternativa a quella di De Mita, dopo la sconfitta alle elezioni dell’anno precedente, chiesi una pausa di riflessione. Dovevamo, innanzitutto, sforzarci di leggere il cambiamento della economia e della società perché stavamo dando una risposta sbagliata, cercando di cooptare classe dirigente dalle Università, dalle imprese e dal sindacato (quelli che chiamammo gli esterni prestati alla politica). La crisi era del logoramento del rapporto tra il ceto politico e le espressione del pluralismo della società. Da una parte la società rivendicava spazi di autonomia e di autogoverno, contestando il monopolio della politicità da parte di un ceto, e chiedendo di governare con la società. Nel giro di un decennio il ceto politico sarebbe stato percepito come una casta. Non si trattava di aumentare il tasso di tecnicismo e di tecnici prestati alla politica. Il politico era chiamato a governare cioè a scegliere assumendosi la responsabilità delle proposte e su quelle costruire il consenso e la coesione. La crisi della classe dirigente nasceva dalla rottura del rapporto con la scienza e gli scienziati, con la tecnica e quindi con i tecnici e con la cultura. I ministeri si erano riempiti di consiglieri del principe che diventavano governanti. Queste sono le lezioni di Max Weber sulla professione dello scienziato e del politico. Draghi riuscirà con il suo governo se saprà governare, se saprà essere un politico cosciente di essere in una democrazia rappresentativa e, quindi, saprà tener insieme i Parlamentari. De Gasperi seppe vincere sulla opposizione della sinistra e sulla opposizione interna dei professori. E, alla fine, ebbe ragione come mi dichiarò un giovane storico che lo aveva contrastato. Il traguardo oggi non è quello di accrescere il grado di cultura tecnica, ma quello di cultura politica perché qui sta la grave carenza. 

La moderazione in politica non va confusa con il moderatismo: questo sta alla prima come l’impotenza sta alla castità: ce l’ha insegnato un uomo integro e coerente come Mino Martinazzoli. Essere moderati non significa accontentarsi della mediocrità: al contrario vuol dire avere una visione composita e dialogica dei rapporti sociali, finanche personali, poiché la politica deve entrare con moderazione e spirito di servizio nella nostra vita, perseguire l’equità, l’interlocuzione e il godimento dei beni comuni. Come si può esprimere il valore della moderazione nel contesto politico attuale?

Il massimo del riformismo si è realizzato nel periodo cosiddetto centrista. Sono convinto per questo della sua osservazione. Miriam Mafai, una personalità della sinistra del nostro Paese, compagna di Pajetta, scrisse – negli anni sessanta – un saggio sul breve governo Fanfani, dopo quello di Tambroni e fino alle elezioni del 1963. Lo giudicò come il più incisivo nell’innovare. La mediocrità è certamente una altra cosa come diceva Mozart. Lei descrive bene l’uomo di governo di cui avremmo bisogno oggi. 

In occasione della vigente crisi pandemica l’Italia ha espresso una peculiarità tutt’affatto positiva nelle gestione dei vari settori della vita pubblica, a cominciare dalla Sanità, dalla Scuola, dalle infrastrutture, recentemente acuita dalle zone colorate, dai lockdown nazionali e locali: mi riferisco all’emergere di un rapporto conflittuale tra lo Stato e le Regioni. La regionalizzazione come decentramento autarchico ha manifestato aspetti positivi ed elementi di forti diaspore. I presidenti delle Regioni si sono autoproclamati Governatori, sul modello USA, e volendo esercitare in maniera diretta un controllo del territorio (per certi aspetti legittimo) hanno contribuito ad amplificare il fenomeno della personalizzazione della politica. In un contesto istituzionale dove i corpi intermedi vanno scomparendo si profila il permanere, forse l’acuirsi del contenzioso tra centro e territori. Come possiamo immaginare un’Europa più incisiva e potenziata –quella pensata dai padri fondatori come De Gasperi, Schuman, Monnet , Adenauer – se c’è confusione e sovrapposizione di ruoli tra Stato ed Enti locali, fino a compromettere l’idea stessa di unità nazionale? Secondo Lei anche questo divarica la forbice tra nord e Sud, complicando la “questione meridionale”?

I problemi su cui mi chiede l’opinione vanno affrontati con estrema concretezza. Le rispondo in modo sintetico. Mi riferisco all’ordinamento che oggi esiste dopo la riforma del titolo Terzo della costituzione. Noi non siamo un Paese federale, i costituenti avevano previsto la nascita di regioni a statuto ordinario e straordinario, garantendo l’unità dell’indirizzo nazionale e la fornitura di stessi servizi a tutti i cittadini. La riforma del titolo V della Costituzione porta a un ordinamento ambiguo e confuso che ha dato luogo a litigiosità e inefficienza. Mi consenta un rilievo: le regioni così come pensate dai costituenti avrebbero dovuto creare un nuovo modello di amministrazione, lontano dal modello dell’amministrazione dello Stato accentrato. Dovevano essere più vicini ai cittadini e coinvolgere il pluralismo della società nell’amministrare. Questo è uno dei nodi del Recovery Plan ed è il più complesso da manovrare. 

Il concetto di “stabilità” (abbiamo avuto 68 Governi dal dopoguerra ad oggi) è propedeutico a qualsivoglia modello di sviluppo sociale, all’idea stessa di progresso anche nella accezione più moderna e attuale di “riconversione ecologica ed economica”. Ciò comporta un sistema elettorale che assicuri continuità democratica. Le abbiamo provate tutte: Lei pensa – dopo una così lunga e prestigiosa esperienza politica – ad un modello elettorale che garantisca stabilità?

 La questione è politica. Come le ho detto la stabilità non la si trova con una legge elettorale e neanche con una elezione diretta del Presidente del Consiglio o altre diavolerie simili. La storia di questi circa trenta anni ci ha dimostrato che De Gasperi ha presieduto otto governi diversi e ha assicurato la migliore stabilità. Le coalizioni erano tenute insieme non da un contratto ma, come ho sottolineato prima, da una ragione politica che riusciva a tenere insieme e governare con forze politiche i cui programmi erano a volte fortemente divergenti. Pensi a tutte le leggi sulla questione agraria. Se non cresce una cultura di coalizione non si riesce a portare i riottosi nel recinto. In una democrazia rappresentativa il ruolo dei partiti è essenziale non per distribuire potere del sottogoverno e degli apparati pubblici non statali (cresciuti in modo incredibile a tutti i livelli e crescendo hanno moltiplicato la burocrazia) ma per concorrere a governare. 

 

 

*Vincenzo Scotti  Laureato in Giurisprudenza con lode alla Sapienza, dopo un periodo alla Gioventù cattolica con Carretto e Rossi presidenti e poi alla Cisl responsabile di un ufficio per il Mezzogiorno, ha collaborato con Giulio Pastore prima come capo della segreteria tecnica e Segretario Generale del Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno. Eletto deputato nel 1968  ha compiuto un lungo percorso nelle più alte istituzioni dello Stato, essendo stato più volte Ministro (tra l’altro del Lavoro,  dei Beni culturali, degli Interni e degli Esteri) e Sottosegretario al Bilancio.  Nel 1990/1992 ha presentato d’intesa con Martelli e con Giovanni Falcone un complesso di leggi antimafie (tra cui l’istituzione della  DIA e della DNA) E’ stato vice segretario del Partito della DC, Presidente del gruppo parlamentare della DC e Sindaco di Napoli. Ha collaborato con Mario Romani e poi con Giulio Pastore alla rivista Il Nuovo Osservatore prima come vice e poi come direttore. Ha insegnato economia dei paesi in via di sviluppo alla LUISS per oltre venti anni. È stato fondatore e presidente della Università degli Studi Link Campus University. 

Paolo Sorbi ricorda Padre Gianpaolo Salvini: “Era un mio grande amico!”

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’articolo su Padre Gianpaolo Salvini.

Domenica 21 marzo, alle ore 7.30, è mancato a Roma padre Gian Paolo Salvini.
Nato nel 1936, entrò nella Compagnia di Gesù all’età di diciott’anni. Dopo essersi laureato a Milano in Economia e poi in Teologia ad Innsbruck, svolse per molti anni attività pastorale a Salvador di Bahia, quindi al Centro Studi Sociali e alla rivista “Aggiornamenti Sociali” a Milano. Dal 1985 al 2011 è stato direttore de “La Civiltà Cattolica”.
Per conoscere meglio il grande spessore culturale, sociale ed umano del padre gesuita,
“Orbisphera” ha chiesto al prof. Paolo Sorbi, che intrattenne con Gian Paolo Salvini un lungo rapporto intellettuale e amicale, di tracciarne un breve ricordo.
«Gian Paolo era un mio grande amico», ha raccontato Sorbi.
«Lo conobbi ai tempi dell’università a Trento, alla Facoltà di Sociologia.
Lì, per una serie di combinazioni, vissi per circa due anni alla casa dei padri Gesuiti “Villa S. Ignazio” diretta dal padre Passalacqua, figura di punta del rinnovamento conciliare in quella città.
Fu proprio lui a parlarmi di un suo confratello che era di ritorno in quegli anni dalle esperienze brasiliane di pastorale tra gli studenti e il movimento sindacale brasiliano, che stavano facendo con Lula i primi esperimenti di contrattazione articolata, sull’onda delle grandi lotte operaie europee replicate nei “cordones” industriali della città di San Paolo.
Salvini seguì in modo appassionato, e al tempo stesso lucido e concreto, tutti quei movimenti di conflittualità sociale in cui vedeva raggi di luce evangelica finalmente esprimersi con i lavoratori e i poveri delle favelas delle metropoli brasiliane.
Mio fratello Carlo, anche lui gesuita e con vocazione operaia di fabbrica, me ne parlò benissimo: loro due erano già in contatto.
Ci incontrammo a Roma e lui diventò direttore di “Civiltà Cattolica”, la prestigiosa rivista internazionale della Compagnia redatta a Roma nella ben conosciuta Villa Malta di via di Porta Pinciana, che ci ricorda la grande figura del padre Curci, protagonista e fondatore nell’Ottocento dei fascicoli di quella eccezionale impresa culturale che tante questioni del cattolicesimo contemporaneo ha trattato.
Padre Salvini ne fu direttore per circa ventisei anni rendendola sempre più attenta alle tematiche delle scienze sociali, intrecciandole con le necessarie riflessioni bibliche e teologiche che in quegli anni emergevano come discussione sulle crisi dei profili antropologici dei due generi. Nonché sempre più attenta alle necessarie riflessioni ecclesiali che si aprivano con la fine dei socialismi nell’Est europeo.
Quindi con un respiro globalistico che caratterizza ancora oggi quell’impresa culturale ai tempi delle dinamiche digitali e dell’intelligenza artificiale.
Gian Paolo, insieme ad un altro caro amico, il padre Federico Lombardi, mi è stato vicino in questi ultimi vent’anni fornendomi nuovi stimoli sulle inedite piste pastorali che si stavano aprendo.
Abbiamo discusso spesso di questa epocale fase di transizione ecosistemica che a lui tanto interessava. Gian Paolo voleva confrontarsi con le mie riflessioni sulle dinamiche tra poveri e capitale, che riconosceva come centrali nella crescita delle diseguaglianze su scala internazionale.
Fu persona di preghiera profonda e mi fu vicino nella riscoperta delle “strade ignaziane” che non avevo approfondito a sufficienza.
Mi fece riscoprire tesori profondi di azione e contemplazione, senza i quali la vita del laico credente inevitabilmente si disperde anziché ricomporsi in quel cammino ignaziano che lui tanto amava.
Mi consola sapere che ora parlerà sempre con il suo grande riferimento».

I partiti tra le correnti e il capo.

Dunque, pare proprio che sia sempre più difficile avere una via di mezzo. Parliamo del futuro dei  partiti politici, o meglio di ciò che resta di loro. Per essere ancora più precisi, o ci troviamo di  fronte a “partiti del capo” o del “guru” dove tutto il partito o il cartello elettorale si identifica  fideisticamente e dogmaticamente con il suo capo oppure a partiti dominati dal più sfrenato ed  intransigente correntismo. È persin inutile citare gli uni e gli altri talmente è risaputa e nota la  questione. La domanda che emerge è una sola: ma è ancora possibile ricavare una sintesi tra  queste due estremità? Perchè nè l’una e nè l’altra possono rappresentare dei modelli duraturi. E  questo perchè nel “partito del capo” il dibattito politico è semplicemente un optional, se non  addirittura un diversivo. Tutto è concentrato sul verbo del capo e, puntualmente, quando la stella  del capo non si illumina più, il partito – o meglio, il cartello elettorale – crolla rapidamente e senza  appelli. Anche qui i casi sono talmente noti che è persin inutile elencarli scolasticamente. Certo, in  questa esperienza la politica, di fatto, non esiste. Tutto è legato al tasso di popolarità e di  credibilità del capo. Il caso di Renzi, al riguardo, è persin troppo emblematico. Sia nella sua  esperienza all’interno del partito democratico e sia, soprattutto, nel suo attuale partitino di Italia  Viva. Perchè quando si viene percepiti, per svariate motivazioni, come un politico che non è più  sinonimo di credibilità, affidabilità e serietà, il castello si sgonfia rapidamente ed irreversibilmente. 

Diverso è il caso dei partiti ad alto tasso di correntismo. Il caso del Pd è persin troppo  emblematico per essere ulteriormente descritto. Vedremo se la “cura” Letta avrà successo. Per il  momento non possiamo non prendere atto che dopo il “Pdr”, cioè il partito di Renzi per dirla con  Ilvo Diamanti, è subentrato un partito fatto da correnti, sottocorrenti, bande e gruppi vari che  scorrazzano e spadroneggiano nel partito. A livello nazionale come a livello periferico. Qualcuno  paragona questo strano modello a quello praticato per molti anni in un altro grande popolare e di  massa, la Dc. Nulla di più falso. Nella Dc, come credo quasi tutti sanno tranne i detrattori storici  della sinistra italiana, le correnti – salvo rare eccezioni, come ovvio e scontato – rappresentavano  pezzi di società ed erano guidate da leader politici e da statisti. Nulla a che vedere, quindi, con le  molteplici e crescenti correnti e sottocorrenti del Pd. 

Ma, al di là delle concrete dinamiche interne ai partiti, quello che semmai va introdotto nella  politica italiana dopo il lento tramonto del populismo di marca grillina, è da un lato la  conservazione del pluralismo interno ai partiti senza degenerare nell’anarchia del correntismo  sfrenato e, dall’altro, coltivare e rafforzare le leadership politiche senza appaltare al capo di turno  le sorti dell’intero partito. Sarà possibile compiere questo “miracolo” laico senza ulteriormente  indebolire la democrazia e ridurre la “democrazia dei partiti” ad una scarna ed arida “democrazia  delle persone”? Al di là delle chiacchiere, degli statuti e dei regolamenti, adesso servono solo i  comportamenti. Quei comportamenti che sono tanto più credibili quanto sono meno sbandierati.  Cioè servono più moralizzatori e meno moralisti, per dirla con Carlo Donat-Cattin. 

Verso la Conferenza su futuro dell’Europa Il rischio dell’ennesima delusione

Non è un momento semplice per l’Unione Europea. In realtà non lo è per nessuno, ma per l’Europa lo è ancor meno. Le difficoltà e i ritardi nella campagna vaccinale, la dimostrazione fattuale di una industria farmaceutica continentale inferiore a quella americana, l’intensificarsi dell’epidemia a causa delle sue varianti con i conseguenti lockdown che un po’ ovunque deprimono ulteriormente un’economia già da un anno in grave sofferenza, la necessità – ormai prossima – di rispondere alle sollecitazioni della nuova Amministrazione USA a fronte di una confermata e colpevole assenza di una politica estera comune sono, insieme ad altri, elementi di seria difficoltà che non possono venire elusi.  

Nel senso che quanti sinceramente ritengono fondamentale procedere nel percorso dell’integrazione politica non possono far finta di non vedere questi problemi, limitandosi così ad esaltare il Next Generation UE e la sospensione del Patto di Stabilità non comprendendo che senza un cambio di passo effettivo nella somministrazione del vaccino antivirale si rischia di accrescere nuovamente la distanza dalla gente comune delle “burocratiche” istituzioni comunitarie fornendo involontariamente ossigeno ai cantori del sovranismo. Le esternazioni contro la Commissione del “governativo” Salvini danno bene l’idea di quello che potrebbe accadere.

Questa premessa per dire che l’ormai prossimo avvio della Conferenza sul futuro dell’Europa (CoFuE) non dovrà risolversi – e invece se ne vedono già ora tutte le avvisaglie – nel solito rituale pomposo ma totalmente inutile durante il quale il ceto politico dirigente assistito dalla tecnocrazia comunitaria declama idee teoriche su “come costruire un’Europa resiliente” (sì, “resiliente”: il nuovo vocabolo magico che ormai non può mai mancare in ogni contesto), si autoincensa in quanto capace di coinvolgere i cittadini in una “discussione pubblica” ricca di conferenze plenarie e panels con i cittadini per poi concludere il tutto con un documento neutrale largamente inferiore alle aspettative suscitate. Davvero, in tempi come questi, un esito che non ci si può permettere. Purtroppo però il rischio c’è tutto. Lo testimonia sia la modalità con la quale la Conferenza è stata promossa sia la sua “governance” di funzionamento.

Innanzitutto essa è il frutto di un compromesso fra i governi – in primis, quello francese – che l’avevano immaginata oltre un anno fa e i soliti esecutivi dell’Europa orientale (cui stavolta si sono associati quelli scandinavi) che ne hanno ab initio limitato la possibile portata. E così, le conclusioni della Conferenza dovranno essere approvate all’unanimità e tratteranno unicamente “le ambizioni e le future politiche dell’Unione”. Ovvero non si affronterà il tema vero che un’occasione come questa dovrebbe analizzare, la revisione dei Trattati che regolano la forma e il funzionamento delle istituzioni comunitarie.

Ciò significa, in buona sostanza, che non verrà discusso il punto che più di ogni altro mina alla base la capacità decisionale dell’Unione, quello ormai annoso dell’unanimità, che indebolisce l’impianto comunitario a tutto vantaggio di quello su base nazionale. Il Consiglio Europeo dei Ventisette quindi continuerà a prevalere sulla Commissione (e sul Parlamento). E – questione forse più di immagine che altro, ma indisponente nei confronti dell’opinione pubblica – rimarranno le due sedi (Bruxelles e Strasburgo) con conseguente spreco di soldi e tempo, ovvero di risorse economiche comuni. Il che non significa, ovviamente, che i temi posti in agenda non siano rilevanti (dalla sfida ambientale all’equità sociale, dalla trasformazione digitale alle migrazioni), ed è certo bene che vengano discussi anche con il coinvolgimento (quanto effettivo, si vedrà) dei cittadini europei ma il pericolo di un lavoro privo di conseguenze politiche è purtroppo palese.

Lo si desume anche dalle modalità di governance della Conferenza. Si metterà in campo una complessa e ridondante struttura organizzativa, frutto anch’essa del compromesso: la Conferenza sarà presieduta dai tre Presidenti (Parlamento, Commissione, Consiglio) ma soprattutto sarà articolata in un Comitato Esecutivo composto da nove membri (tre per Istituzione) e ulteriori quattro “osservatori”, sempre per ciascuna delle tre Istituzioni (così da consentire una presenza a tutti i 7 gruppi parlamentari presenti a Strasburgo), nonché dalla troika COSAC (l’organismo che rappresenta i Parlamenti nazionali) e dai Presidenti del Comitato delle Regioni, del Comitato economico-sociale e di eventuali altri organismi dell’UE e delle parti sociali. Come detto, questa complessa struttura dovrà decidere ogni documento all’unanimità. Col solito rischio, dunque: l’immobilismo. Mentre invece, ce lo sta dimostrando Joe Biden, gli altri si preparano a correre, appena la pandemia verrà sconfitta.  

Marco Vitale racconta la vitalità del Meridione

In un tempo in cui il meridionalismo sembra cancellato dal dibattito politico, leggere il libro di Marco Vitale “il Sud esiste” con la raccolta
di scritti e testimonianze offre spunti di meditazione sulle nuove vie da percorrere.
La pandemia nella sua drammaticità ha unificato il Paese – più di quanto appaia – nella lotta al virus superando retaggi ed egoismi diffusi. Cinquanta anni di impegno professionale nel Mezzogiorno come economista di impresa, offrono una lettura disancorata da pregiudizi ideologici.

L’economista lombardo accompagna il lettore in un lungo viaggio sul modello di Guido Piovene, con il racconto di tante storie vissute in prima persona, nel contesto in cui ha operato. È un libro di storia economica con dentro tante storie vissute, studiate, meditate, ragionate prima di pervenire alla definizione del piano di impresa che si scontra con il contesto socioeconomico di Regioni e di Comuni. Sono storie di agricoltura, di distretti agroalimentari o industriali, di trasporti, di porti e di aeroporti.
Pur partendo da lontano l’economista bresciano nel filo rosso che lega i suoi racconti, si muove con convinzioni profonde maturate nella vita quotidiana, ma ancorate a letture profonde. Così ritroviamo il livornese Leopoldo Franchetti, con le sue considerazioni sulla Sicilia, con le sue lotte all’analfabetismo, il bresciano Giuseppe Zanardelli, primo presidente del Consiglio a scendere di persona in Basilicata, attraversando il fiume Agri su carri agricoli trainati da buoi, l’inglese Norman Douglas con i suoi straordinari racconti sulla Vecchia Calabria. E troviamo anche l’ancoraggio teorico di molte convinzioni ad un libro recente di Daron Acemoglu e James Robinson rispettivamente del Mit e di Harvard sul “Perché le Nazioni falliscono. Alle origini di prosperità , potenza e povertà” .

L’attualità della questione meridionale viene posta nella contrapposizione tra circuito virtuoso e circuito vizioso e tra prosperità e povertà in un gioco di specchi tra élite minacciose e persistenti.
Leopoldo Franchetti fu anche fondatore insieme a Giustino Fortunato dell’Animi, la prestigiosa Associazione ora guidata da Gerardo Bianco, che per prima sollevó la questione meridionale coinvolgendo i maggiori esponenti della cultura da Salvemini a Benedetto Croce, da Zanotti Bianco a Rosario Romeo e Manlio Rossi Doria.
Marco Vitale ci racconta del polo farmaceutico di Latina, Pomezia, Aprilia con gli investimenti di Pzizer e di altre aziende attratti da generosi contributi statali fiscali e finanziari della Cassa per il Mezzogiorno i cui confini si fermavano alle porte di Roma, ma determinarono un fiorire di imprese lungo l’autosole compresa l’area di Cassino e Frosinone. Crearono di certo sviluppo e occupazione e migliori standard di vita.

Erano di certo investimenti americani gestiti da troppo lontano con il supporto di manager pendolari che nella sociologia rurale facevano il paio con gli operai-contadini marchigiani e abruzzesi. Ci racconta delle porcellane tedesche a Teramo con la tedesca Villeroy & Boch che rileva due moderne fabbriche di piastrelle e sanitari con il disinteresse delle autorità locali rispetto all’entusiasmo del governatore di Detroit di fronte ad un investimento di una fabbrica veneta di minore dimensione nel ricco Michigan.

Illuminante è la storia dei 15 faldoni relativi alla operazione terminal container di Gioia Tauro della Contship di Angelo Ravano una storia di successo che si scontrava con le resistenze endemiche fino al punto che un Ministro di sinistra manifestó la sua contrarietà al collegamento ferroviario con il terminal di Gioia Tauro per comprimerne le potenzialità di sviluppo!
Ci racconta del caseificio di Corleone, dell’aeroporto di Comiso del rione sanità e delle catacombe di Napoli e molto altro.

Sullo sfondo emerge con forza il pensiero sturziano sui temi sociali, politici, istituzionali e morali, racchiuso in alcune massime: “servire, non servirsi” come pure “il Mezzogiorno salvi il Mezzogiorno” ovvero “non vale la pena istituire la Regione per fare un copione della inabilità amministrativa dello Stato italiano” .

Marco Vitale non nasconde il suo modello di riferimento in Carlo Cattaneo con la convinzione profonda che lo sviluppo non è frutto del capitale, ma è soprattutto frutto della intelligenza, della conoscenza, della volontà, della autonomia, delle buone istituzioni.

La nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione

In termini congiunturali, nel quarto trimestre 2020 la crescita dei dipendenti riprende in termini sia di occupati che di posizioni lavorative. Le attivazioni sono state 2 milioni 336mila (+10,9% in tre mesi) e le cessazioni 2 milioni 94mila. Lo certifica la “Nota trimestrale congiunta sulle tendenze dell’occupazione” diffusa oggi da ministero del Lavoro e delle politiche sociali, Istat, Inps, Inail e Anpal.

L’aumento delle posizioni lavorative dipendenti del settore privato extra-agricolo è il risultato di una lieve riduzione nell’industria in senso stretto (-0,1%, -3mila posizioni), più che compensata dalla crescita nelle costruzioni (+1,3%, +12mila posizioni) e nei servizi (+0,4%, +31mila posizioni).

Dopo la brusca riduzione nel secondo trimestre 2020 e il successivo aumento, nel quarto trimestre – viene spiegato – prosegue la crescita congiunturale delle posizioni lavorative dipendenti sulla base delle Comunicazioni obbligatorie (Co) (+243mila posizioni rispetto al terzo trimestre 2020), sia a tempo determinato (+175mila in tre mesi; era +136mila lo scorso trimestre) sia a tempo indeterminato (+67mila e +99mila, rispettivamente).
Secondo i dati della Rilevazione sulle forze di lavoro, in termini congiunturali la crescita dell’occupazione (+54mila, +0,2%) si associa alla diminuzione dei disoccupati e degli inattivi, mentre su base tendenziale il calo degli occupati (-414mila unità, -1,8%) e delle persone in cerca di occupazione si accompagna all’aumento degli inattivi.

Gli infortuni sul lavoro, accaduti e denunciati all’Inail, nel quarto trimestre del 2020 sono stati 176mila (162mila in occasione di lavoro e 14mila in itinere), quasi 36mila denunce in più (+25,8%) rispetto all’analogo trimestre del 2019; quelli con esito mortale sono stati 223 (179 in occasione di lavoro e 44 in itinere), 10 in più rispetto al quarto trimestre del 2019. “L’aumento delle denunce di infortunio sul lavoro – viene precisato – è influenzato dalla seconda ondata di contagi da Covid-19 manifestatasi proprio negli ultimi tre mesi dell’anno: al 31 dicembre 2020 sono state circa 75mila le denunce da contagio in ambito lavorativo relative al quarto trimestre”. Al netto di questi casi si rileverebbe un sensibile calo (intorno al 30%) degli infortuni “tradizionali”, sia in complesso che mortali. In calo, invece, le malattie professionali denunciate e protocollate (13.374, -2.842 casi).

SUD, Progetti per Ripartire

“SUD – Progetti per ripartire” è una iniziativa di ascolto e di confronto che il ministro per il Sud e la Coesione territoriale, Mara Carfagna, ha deciso di promuovere in vista della elaborazione definitiva del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e della definizione dell’accordo di partenariato. L’obiettivo è di riuscire ad avviare un percorso di collaborazione, capace di coinvolgere identità e competenze differenti e tutte importanti nella condivisione di priorità e di metodi da seguire per la progettazione e la realizzazione degli interventi.

Due giorni di ascolto e confronto

I lavori si concentreranno nelle giornate di martedì 23 e mercoledì 24 marzo 2021, si svolgeranno – in ragione delle misure di contrasto all’emergenza Covid – in videoconferenza e saranno trasmessi sul sito del Ministro per il Sud e la Coesione territoriale.L’evento si aprirà martedì 23 marzo alle ore 9.30 con l’intervento del presidente del Consiglio dei Ministri, Mario DRAGHI.

La prima sessione sarà dedicata quindi agli interventi di rappresentanti istituzionali:

Fabrizio BALASSONE (capo del servizio Struttura economica di Banca d’Italia), Gian Carlo BLANGIARDO (presidente dell’Istat), Biagio MAZZOTTA (Ragioneria Generale dello Stato), Massimo SABATINI (presidente dell’Agenzia per la Coesione), Nicola DE MICHELIS (Direzione generale Politica regionale della Commissione europea), Antonio PARENTI (capo della Rappresentanza in Italia della Commissione europea).

Concluderanno i lavori della mattina i presidenti delle Regioni Abruzzo (Marco MARSILIO), Basilicata (Vito BARDI), Calabria (Antonino SPIRLÌ), Campania (Vincenzo DE LUCA), Molise (Donato TOMA), Puglia (Michele EMILIANO), Sardegna (Christian SOLINAS) e Sicilia (Sebastiano MUSUMECI).

La seconda sessione (martedì 23, ore 15.00) si aprirà con il contributo dei Sindaci delle Città metropolitane di Bari (Antonio DECARO), Cagliari (Paolo TRUZZU), Catania (Salvatore POGLIESE), Messina (Cateno DE LUCA), Napoli (Luigi DE MAGISTRIS), Palermo (Leoluca ORLANDO), Reggio Calabria (Giuseppe FALCOMATÀ) e dei Comuni di Salvitelle, SA (Maria Antonietta SCELZA), Sulmona, AQ (Annamaria CASINI) e Roseto Capo Spulico, CS (Rosanna MAZZIA). Prenderà quindi la parola il presidente dell’UPI, Michele DE PASCALE.

Alfonso CELOTTO, ordinario di Diritto costituzionale all’Università Roma Tre, terrà una relazione sui diritti delle generazioni future.

I lavori proseguiranno quindi in otto sessioni di lavoro parallele, che vedranno la partecipazione di esponenti di fondazioni, associazioni, scuole e università, parti sociali, imprese, aziende sanitarie.

– “La questione meridionale oggi”, coordina la deputata Giuseppina CASTIELLO.

– “Università per l’impresa e l’amministrazione“, coordina il senatore Gaetano QUAGLIARIELLO.

– “Lavoro e socialità“, coordina l’onorevole Michele BORDO.

– “Mobilità a lungo e a breve raggio“, coordina la senatrice Fulvia Michela CALIGIURI.

– “Transizione ambientale“, coordina il professor Raffaello COSSU.

– “La scuola strumento per rimuovere gli ostacoli“, coordina Dalila NESCI, sottosegretario per il Sud e la Coesione territoriale.

– “Innovazione digitale“, coordina il deputato Catello VITIELLO.

– “Salute, filiera strategica“, coordina il deputato Federico CONTE.

La sessione conclusiva (mercoledì 24 marzo, ore 9.30) sarà aperta dai coordinatori degli otto tavoli virtuali. Ciascuno di loro relazionerà brevemente a proposito di quanto discusso nella giornata precedente sui rispettivi argomenti.

Sono quindi previsti gli interventi di Fabrizio BARCA, Claudio DE VINCENTI, Giuseppe PROVENZANO, Catia BASTIOLI e Lucrezia REICHLIN.

Dopo il contributo del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Bruno TABACCI, il ministro Mara CARFAGNA traccerà un bilancio dell’evento e aggiungerà le proprie considerazioni.

Concluderà i lavori il ministro dell’Economia e delle Finanze, Daniele FRANCO.

AstraZeneca è sicuro parola USA

Il vaccino Oxford-AstraZeneca è sicuro. Lo dicono i risultati della tanto attesa sperimentazione negli Stati Uniti ora disponibili. Secondo quanto riporta la Bbc il vaccino è risultato efficace al 79% nell’arresto della malattia da Covid sintomatica e al 100% nel prevenire che le persone si ammalassero gravemente. Non sono stati constatati problemi per quanto riguarda i coaguli di sangue. Alla sperimentazione hanno partecipato più di 32mila volontari.

Mene Pangalos, vicepresidente esecutivo, Ricerca e sviluppo biofarmaceutici, ha dichiarato: “Questi risultati si aggiungono al crescente corpo di prove che dimostrano che questo vaccino è ben tollerato e altamente efficace contro tutte le gravità del Covid-19 e in tutte le fasce d’età. Siamo fiduciosi che questo vaccino possa svolgere un ruolo importante nella protezione di milioni di persone in tutto il mondo da questo virus letale. Ci stiamo preparando a presentare questi risultati alla Food and Drug Administration degli Stati Uniti e per il lancio di milioni di dosi in tutta l’America nel caso in cui il vaccino ottenga l’autorizzazione per l’uso di emergenza negli Stati Uniti”.

Le radici dell’albero riformista.

Il discorso con il quale Marco Bentivogli ha concluso ieri l’evento “Unire i Riformisti” ci pare un buon contributo al dibattito politico italiano.
Ha indicato una missione: condividere nel popolo e col popolo una coscienza riformista capace di alimentare con valori sociali e comunitari l’Agenda Draghi, oggi “minoritaria”, in realtà, nel Parlamento.

Lo stesso senso del suo riferimento al termine “riformista” ci è parso lontano dalla mitologia un po’ trita in voga; per nulla in assonanza con le declinazioni elitarie e iper liberiste di altri; piuttosto in sintonia con la bella provocazione di Stefano Zamagni (“il riformismo tradizionale non basta più: serve uno sforzo di radicale trasformazione della società e delle politiche”).

Ha poi indicato un perimetro politico: basta “Bi-Populismo”. Serve una vera alleanza per superare la stagione della demagogia, della delegittimazione istituzionale, della irresponsabilità verso le future generazioni.
Ed ha evocato un metodo: lavorare dal basso, senza pregiudizi, orticelli precostituiti e leadership auto proclamate.
Interessanti anche i contenuti ai quali Bentivogli ha accennato, contro le scorciatoie del neo statalismo e a favore di una dinamica innovativa delle relazioni comunitarie, sociali ed economiche.

Ci pare una buona piattaforma di discussione per tutti coloro che hanno a cuore il futuro del nostro Paese e intendono concorrere ad una prospettiva di “ricostruzione”.
Vogliamo infine commentare un passo di Bentivogli che ci riguarda tutti da vicino.
“”Si, non temete, costruiremo un lessico fatto di parole meno logore: riformismo, socialismo, liberalismo, popolarismo. Quello che per noi conta è, come dice Luciano Floridi, riconoscerle come radici di una cultura politica. E le radici non si evocano continuamente, sono sottoterra ma determinano il fusto, i rami, le foglie e i fiori di queste culture e soprattutto la loro capacità di integrarsi.””

Ecco, questo è il vero tema ancora aperto. Come raccordare le radici con i rami e i fiori.
Perché se è vero che, senza rami e fiori, le radici diventano inutili e si inaridiscono, è anche vero che senza radici culturali la politica (come lo stesso riformismo) perde la sua bussola valoriale e smarrisce il “senso” stesso delle cose che propone.
Vale per tutti. Vale anche per i popolari di ispirazione cattolico democratica.
Trovare dimensioni nuove di rappresentanza significa oggi dare una risposta innovativa a tale questione. E va trovata, forse, immaginando nuove “forme partito”, nelle quali l’integrazione tra le culture politiche non significhi abiura, archiviazione o annullamento delle identità – che abitano peraltro la comunità prima che la sfera partitico-istituzionale – ma incontro rispettoso e fecondo.

Forse è questa la scommessa che il PD non ha voluto affrontare. O, meglio, non era affrontabile dentro una tradizionale forma partito.
Questione comunque dirimente, oggi.

Per questo occorre che i popolari ritrovino con urgenza un loro “ubi consistam” (mettendo in Rete, senza equivoci politici, le tante esperienze che ci sono) e poi decidano attraverso quali strumenti di presenza politico-elettorale intendono portare il proprio contributo.
Una cosa è certa: la cultura popolare di ispirazione cattolico democratica è parte essenziale e irrinunciabile di quelle “radici” citate da Marco Bentivogli. E la sua rigenerazione ha molto a che vedere con la qualità dei rami e dei fiori che si attendono, sopratutto sul piano della concezione “comunitaria” della democrazia e su quello della attenzione – non solo retorica – alle “attese della povera gente”.

Finalmente Italia globale

Pochi giorni fa, ascoltando il discorso di Enrico Letta all’Assemblea Nazionale del PD, mi ha colpito l’auspicio di vedere tornare protagonista una Italia “globale ed europea”, aperta al mondo e alle nuove tecnologie, valorizzando e coinvolgendo le donne ed i giovani, puntando sull’istruzione, la formazione e la cultura.   Il fatto di essere stato per oltre sei anni “un italiano all’estero” ha certamente contribuito a rafforzare una visione ad ampio raggio delle prospettive del nostro Paese.

Nelle cronache di quell’evento, tuttavia, una attenzione pressoché esclusiva è stata riservata alla polemica sullo ius soli, tema sul quale mi sento di dire che tanto la meritoria proposta di darne attuazione quanto la deplorevole reazione di rigetto restano rinchiuse in un ambito di poco respiro rispetto all’idea di “italicità” cioè di una piena apertura culturale sovranazionale, che supera ogni riferimento ai confini territoriali di un paese (1).

E qui mi soccorre un ricordo personale.

Anni fa, poco prima dello scoppio della tragica guerra civile che ha praticamente distrutto quel meraviglioso Paese, mi trovavo in Siria per effettuare qualcosa che ora, con il protrarsi del Covid, appare assolutamente straordinario: un tranquillo viaggio di turismo culturale assieme a mia moglie. Su suggerimento dell’ambasciatore italiano di allora avevamo preso in affitto un’autovettura con autista-accompagnatore e, nei luoghi prestabiliti, disponevamo di una guida che, di volta in volta, ci illustrava la storia e le bellezze del luogo.

A Palmira rimasi estremamente colpito da un aneddoto raccontato dal nostro momentaneo cicerone. Ci trovavamo ad una delle porte d’entrata della vasta Agorà che fungeva anche da luogo di incontro e da caravanserraglio per le numerose carovane commerciali che tanto avevano arricchito questa importante città mercantile sulla via tra Oriente e Occidente.  Su uno dei pilastri della porta di accesso alla cd Corte delle Tariffe si trovava una grande lastra di pietra su cui era  riportato un elenco dettagliato delle tasse di transito da pagare alla città per ciascun componente (uomo/donna/ bambino o animale) della carovana.  La guida, però, ci rivelò che simmetricamente sull’altro pilastro dell’ingresso era affissa un’analoga lastra di pietra (custodita, a quanto ci fu allora detto, al British Museum di Londra). In essa si prevedeva la possibilità  di negoziare o profondamente rivedere queste tariffe nel caso che nella carovana ci fossero state persone di  cultura o di scienza disposte a condividere il loro sapere.

Nelle mie ricerche non sono riuscito ancora a trovare conferma dell’esistenza di questa seconda lastra che decretava un accesso gratuito (o perlomeno fortemente scontato) in cambio di una condivisione di conoscenze e di sapere. Ho tuttavia sempre voluto fermamente credere nella veridicità di questa storia che testimonia la ricchezza che può scaturire da uno scambio intelligente dei saperi, da una condivisione delle conoscenze, da una visione da investitore di medio/lungo periodo rispetto al desiderio di patrimonializzare nell’immediato, dai benefici che si possono trarre da un approccio aperto alle differenze e da una valorizzazione intelligente delle opportunità che possono nascere dalle relazioni, specialmente se internazionali.

La Storia conta infiniti esempi  dell’importanza dell’ibridazione culturale per il progresso ed il benessere di coloro che l’hanno perseguita senza limitazioni forzose o pregiudizi di sorta (in primis di ordine religioso ma non solo). 

A cominciare dall’antica Roma che – come ricorda Umberto Laurenti (2) – ha compiuto un autentico “capolavoro politico” quando, cambiando radicalmente l’atteggiamento

negativo precedente, “decise di concedere a tutte le popolazioni italiche il diritto di cittadinanza romana,

sulla base non dello jus sanguinis o dello jus soli ma del mos maiorum”. In altre parole, portò “sotto il dominio della legge romana tutte quelle popolazioni che con Roma

condividevano il mos, cioè la comunanza di ideali, mentalità, costumi: il trionfo della identità culturale rispetto alla

forza delle armi.

Grazie a questa innovativa e straordinaria decisione, inizia ad esistere una civiltà italica sostanzialmente

svincolata dalla logica dei confini territoriali, del potere unitario e della centralità amministrativa, che riesce a

sopravvivere indenne alla caduta dell’Impero romano, ai lunghi secoli del Medioevo, al frazionamento tra Comuni,

Stati e Signorie della Penisola, grazie al legame di consonanza culturale comunque perdurante…..”.

Come non ricordare anche la prosperità e ricchezza della Spagna araba dell’El Andalus o la vivacità economico-culturale di “città-incontro” o “città-ponte”  multietniche quali, limitandoci sempre all’area del  Mediterraneo, Costantinopoli/Istanbul, Smirne, Beirut, Alessandria d’Egitto, Barcellona, Genova, Venezia, Dubrovnik/Ragusa, Corfù e Salonicco.

D’altronde, come ha evidenziato lo storico J. Phillips nel suo ultimo libro (3), il fatto che Saladino dopo la conquista di Gerusalemme (1187) non avesse proceduto a repressioni o persecuzioni della comunità di fede cristiana fu essenzialmente dovuto al suo interesse a mantenere intatto il patrimonio di esperienze, conoscenze e tradizioni del ceto mercantile e di potere sviluppare ulteriori opportunità attraverso le relazioni con una componente cittadina diversa ma tuttavia utile e operosa.

Un crogiolo fertile ed autorigenerante di idee e di esperienze che si registra anche in tanti altri ambiti come nel settore della formazione con gli scambi internazionali di studenti e di docenti piuttosto che tra ricercatori di varia provenienza in centri per l’innovazione tecnologica o tra manager in imprese multinazionali anche di dimensioni “tascabili”.

Concetti e valori, quelli della “ibridazione” o dell’osmosi tra diverse identità culturali, che, tuttavia, non hanno vita facile neppure oggi, nel XXI secolo, e addirittura in paesi insospettabili. 

Fui, ad esempio, particolarmente sorpreso per la reazione estremamente critica dell’opinione pubblica dei paesi nordici europei al lancio di una campagna pubblicitaria all’inizio del 2020 del tutto innovativa da parte della SAS, la compagnia di bandiera dei paesi scandinavi. 

La Scandinavian Airlines, infatti, aveva ideato e avviato un progetto promozionale – denominato “What is truly Scandinavian ?”  (facilmente scaricabile in rete) – incentrato sulla provocazione che, nei campi più disparati (dall’alimentare, al design, alla tecnologia), nessun prodotto era autenticamente scandinavo ma ciascun manufatto derivava dalla fusione di tanti e diversi apporti culturali non autoctoni succedutisi nel tempo. Fusione permessa e agevolata proprio dalla tradizionale apertura culturale dei paesi scandinavi e dalla possibilità di fare esperienze al di fuori dei propri confini attraverso lo sviluppo dei rapporti internazionali stimolati anche dai viaggi e nel progresso nelle comunicazioni e nei trasporti di cui la SAS è stata e sarà senza dubbio co-protagonista. Un racconto (per non ricorrere all’abusato termine dello “story telling”) affascinante destinato a stimolare alla riflessione e spingeva a guardare all’oltre, al futuro. Inaspettatamente, almeno per me (che mi ero sempre fatto un’idea molto diversa sui paesi del Nord Europa) a seguito di proteste sempre più diffuse tra l’opinione pubblica, probabilmente alimentate anche dal crescente peso di movimenti politici sovranisti anche in quei paesi, questo innovativo ed intelligente spot pubblicitario è stato censurato dal “mercato domestico” ed accantonato per essere sostituito da un filmato promozionale più classico e tradizionale.    

Qualora ci fosse ancora bisogno di evidenziare l’importanza per il nostro Paese di puntare sui giovani e sui “nuovi italiani” o “italici”, pochi giorni fa il Presidente della Repubblica Mattarella premiava 28 ragazzi tra i 9 e i 18 anni come “Alfieri della Repubblica” cioè esempi di cittadinanza basata sull’impegno, la solidarietà e sull’assenza di confini mentali, culturali e di nazionalità. Un altro tassello, quello culturale, per la transizione essenziale alla ricostruzione e rinascita del nostro Paese e al contributo che l’Italia e gli “italici” potranno dare all’Europa e al mondo.   

 

(1) Piero Bassetti “Svegliamoci Italici – Manifesto per un futuro glocal” ed. Marsilio, 2015

(2) Umberto Laurenti “Ci sarà un nuovo Rinascimento italico dopo questa pandemia ?” in QA – Turismo Cultura & Arte del 21/04/2020

(2) Jonathan Phillips “Il Sultano Saladino tra vita e leggenda” ed. Mondadori, 2020  

  

La saggia lentezza di Draghi

Avevamo previsto che le novità non sarebbero giunte in forma torrenziale. Avevamo visto lungo più di un mese fa. Draghi non soddisfa gli appetiti nostrani. Cambia registro. Va con saggia lentezza. Non ha nulla a che vedere con il ritmo dei social, delle televisioni, di internet. Draghi cambia stile. Il cliché del nuovo Presidente non soddisfa le brame di chi necessita continuamente di nutrirsi di cambi di rotta. Draghi muove come fosse una deriva dei continenti: sposta tanto, ma in forma per nulla accelerata. Tutto questo fa appello ad una qualità ormai in disuso: la pazienza.

L’unica contraddizione che la vicenda mette in rilievo, è il tempo predefinito del suo comando. In effetti, con altissima probabilità, tra un anno ci troveremo alle urne. Questo, incrina il modello di Mario, rispetto al tempo che gli sarà affidato per guidare il Paese.
A Margine, se fino ad oggi le forze di maggioranza si sono solo guardate in cagnesco, modalità più che comprensibile, da ieri, sono iniziate scaramucce dentro la tenda “amica”. Tra Letta, nuovo capitato del Pd, e Salvini c’è stata qualche scintilla che, se per ora non dovrebbe incendiate alcunché, resta pur sempre una schermaglia quale modello da utilizzare nei tempi che resteranno da qui al confronto finale.

Draghi, non escludo avrà messo in conto anche questi fenomeni e, nella compagine di Governo farà prevalere più il getto d’acqua fredda, che il lancio di benzina sul fuoco. Nel suo registro, quello personale animato dagli intenti pure di Mattarella, queste scivolate saranno state messe anticipatamente sul conto. Quindi, non dobbiamo fasciarci prematuramente la testa se i galletti della maggioranza dovessero cantare prima che faccia giorno.

Intanto, si continua, con qualche difficoltà, nella campagna delle vaccinazioni. Aprile dovrebbe essere il mese che ci farà oltrepassare l’affanno di questi ultimi tempi. Per ora i dati sono ancora severi. Ma ormai abbiamo capito come si muove l’avversario; tra qualche settimana la curva scenderà e la primavera ci aiuterà a toglierci questo ingombro tra i piedi.

A testimonianza di un periodo difficile sul piano sanitario e anche economico, i segnali positivi giungono però dai mercati. Quest’ultimi infatti, percepiscono gli eventi molto prima che gli stessi accadano. Fatto quest’ultimo che almeno ci toglie la gran massa di fastidi che da tempo soggiornano in tutti noi.

È tempo di avvicinare le formazioni di matrice popolare

Ho letto con molta attenzione la nota dell’amico Giancarlo Infante: “Come annodare i pezzi della rete” – su: politicainsieme.com del 20 Marzo 2021 e, come vado sostenendo da tempo, credo sia giunto il momento di organizzare un primo incontro via web per approfondire quanto è sin qui emerso dalle diverse realtà cui fa riferimento Infante nel suo articolo.

Con Giorgio Merlo che, per antica consuetudine e amicizia politica, dialoghiamo frequentemente, dopo quanto sin qui elaborato tra alcune delle più importanti realtà organizzative per la ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, come la Federazione Popolare DC (presieduta da Gargani) e l’area raccolta attorno al Manifesto Zamagni (Rete bianca, Insieme e altri), abbiamo convenuto che sia giunto il tempo per accelerare l’avvicinamento e l’incontro tra queste esperienze.

Ecco perché, raccogliendo anche quanto indicato da Infante, mi permetto di chiedere a D’Ubaldo, a Gargani e allo stesso Infante, di farsi promotori di questa riunione virtuale per valutare insieme se e come si possa procedere, in tempi ragionevoli rispetto alla realtà politica nazionale, nel progetto di ricomposizione o, come scrive Infante: “come annodare i pezzi della rete”.

Ovviamente gli amici citati potranno allargare l’invito al webinar aperto a tutti gli interessati/bili, soprattutto alle diverse realtà associative, di partiti, movimenti, associazioni, gruppi e persone che hanno aderito alle avviate aggregazioni di cui sopra e non solo.

Dante alla ricerca di un dilettoso monte

Articolo pubblicato sulla rivista Dialoghi, trimestrale dell’Azione Cattolica, a firma di Oreste Tolone

Nel ricordo di alcuni importanti filosofi e letterati del Novecento Dante e la sua Commedia vengono associati, di frequente, alla voce e al movimento, al viaggio e al bisogno quasi fisico di pronunciare ad alta voce le sue parole. Come se in questo modo assumessero il loro vero contorno e ci convincessero della loro immane architettura. Così Thomas Stearns Eliot, il quale per alcuni anni fu in grado di recitare a se stesso «buona parte di questo o di quel canto stando a letto o durante un viaggio in treno», o Jorge Luis Borges, che lesse «i tre volumi, durante quei lenti viaggi in tranvai». Walter Benjamin, a proposito di Stefan George e della sua mirabile traduzione, rammenta di come un giorno fosse rimasto affascinato dal V canto dell’Inferno, «la voce che me lo lesse una chiara mattina in un atelier di Monaco ha continuato a risuonare per anni dentro di me», mentre il vivido ricordo della poetessa Anna Achmatova riferisce di un Osip Mandel’štam alle prese con una lingua «assurda», e un poeta a cui farà costantemente appello nel suo ultimo periodo di confino: «Da pochissimo aveva imparato la lingua italiana. Recitava la Divina Commedia giorno e notte».
In queste brevi testimonianze Dante e la sua poesia ci appaiono come compagni di viaggio, che ci scortano, in treno o in tranvai certo, ma soprattutto nel lungo percorso dell’esistenza, ribadendo immagini e verità che non temono di apparire anacronistiche, e che anzi, ripetute ad alta voce, reiterano la forza quasi dimostrativa della visione. Nonostante o forse per via della velocità dei treni su cui oggi sfrecciamo, la poesia di Dante trasmette, ostinatamente, l’impressione di essere una visione intuitiva suprema, una rivelazione originaria, nella quale il poeta sembra parlare afflante numine, sotto l’influenza del nume. In questo senso tutti i versi davvero straordinari vanno declamati ad alta voce – non si lasciano leggere in silenzio o bisbigliare – poiché il verso «non dimentica di essere stato un’arte orale, prima di essere una scrittura scritta». Tuttavia, questo vale in particolar modo per Dante, la cui Commedia sembra «farci apprendere con i sensi», conservando i tratti di una verità sensibile.
A maggior ragione se, come ritiene Borges, la Commedia sembra essere un libro, un’opera collettiva, nella quale la visione passionale dell’arcaico (il pathos) e la parola annunciata (il logos) appaiono indivisibili: un’opera più simile a quella di Omero che di Valéry.
Che questo possa fare, dunque, di Dante più un poeta classico che moderno, della trasparenza e dell’ordine più che del caotico e del creativo, è quanto si evince dalle riflessioni del filosofo e teologo italo-tedesco Romano Guardini. Egli, nelle sue belle lezioni universitarie dedicate al poeta a partire dagli anni Trenta, ribadisce qualcosa del genere, ricordandoci come cercheremmo invano, nell’opera di Dante, l’introspezione psicologica dei personaggi moderni: non il processo creativo concentrato sul soggetto, non l’opera d’arte autonoma che ruota intorno all’esperienza creatrice e arbitraria dell’artista. La scissione moderna tra soggetto e oggetto, interiorità ed esteriorità, significato e parola – più propria dell’indole nordeuropea – in Dante sembra affievolirsi. In lui sembra prevalga una fiducia originaria nella capacità del corpo di esprimere adeguatamente l’interiorità più profonda, la dote della parola di svelare le intenzioni più intime, la possibilità di esporsi al pubblico senza che questo comporti il tradimento di ciò che è autentico. Come nota Guardini:

Vi sono ovunque atteggiamenti espressivi, gesti, discorsi, azioni
simboliche. Ovunque agisce un’unità che, in un certo senso, viene
percepita come umana, naturale. Ovunque ciò che è interiore
diventa evidente, visibile, udibile, afferrabile con le mani. Ovunque
si passa direttamente dalla corporeità all’interiorità dell’anima.
Ogni cosa è umana in un senso quasi elementare […]. Nel
mondo di Dante ciò che è interiore non è distante, ma presente.
Nella Commedia di Dante tutti hanno il desiderio di parlare, tutti i personaggi che egli incontra nel corso della sua peregrinazione vogliono prendere parola – tranne che nel regno del male irreversibile, la Caina, dove regna il silenzio più totale. Ciò che è profondo affiora in superficie, senza essere superficiale, ciò che è intimo e segreto viene reso pubblico senza per questo essere svilito; l’immagine conserva i tratti dell’icona e la parola conserva la forza originaria del significato. La parola pronunciata, il paesaggio scorto assumono nella Commedia il peso della verità, e in questo processo di rivelazione la razionalità sembra fare tutt’uno con i sensi.
Questa fiducia nella risoluzione delle contese, nella profonda integrità del tutto, che in Dante assume dimensioni cosmologiche, urta però contro il disincanto contemporaneo, che ha edificato il proprio successo sulla divisione degli ambiti, sulla lucidità della ragione scientifica. L’importanza del procedimento allegorico e della fantasmagoria; l’idea di un «pensiero sensibile», frutto di un umano e maturo equilibrio di intelligenza e sensualità, nel quale anche l’apprensione coi sensi conserva una sua segreta e misteriosa validità; l’esigenza di un’opera d’arte totale, unitaria e armonica, in cui ogni cosa, ogni emozione trova la sua giusta collocazione: tutto questo rende Dante forse più consono e affine ai grandi sistemi ottocenteschi, che all’attuale disseminazione, alla proliferazione delle istanze individuali. Per questo, secondo Nietzsche, «non potrà mai più rifiorire quella specie d’arte che, come la Divina Commedia, i quadri di Raffaello, gli affreschi di Michelangelo e le cattedrali gotiche, presuppone un significato non solo cosmico, ma anche metafisico degli oggetti dell’arte».
Ciononostante, Dante ha ancora la forza di proporsi a noi come colui che si pone alla ricerca di percorsi alternativi, che quando le fiere sbarrano la strada e l’unica alternativa valida sembra quella di retrocedere, imbocca sentieri più che interrotti, inimmaginabili.
Come ci ricorda Massimo Cacciari, «egli ci insegna, che anche laddove i limiti ci sembrano insuperabili […] bisogna trovare la forza di scoprire spazi immensi», di prefigurarsi strade che ci permettano di accedere al nostro dilettoso monte, pur attraversando oscure selve o inerpicandosi su montagne scoscese. Sia quando a richiederlo sia la nostra vita personale, sia quando a trovarsi nel guado sia la storia. In questo caso il coraggio di una visione non assorbita dal presente e la disponibilità a viaggiare lungo sentieri poco battuti potrebbero risultare indispensabili alla prefigurazione di un altro mondo: a modificare il corso della storia.

Covid: 1 italiano su 2 con la zappa in orti e giardini

Con l’arrivo della primavera quasi 1 italiano su 2 (45%) prende in mano zappa e vanga dedicando parte del proprio tempo libero alla cura di verdure e ortaggi, piante e fiori, in vaso o nella terra negli orti, nei giardini e anche su balconi e terrazzi. E’ quanto emerge dall’indagine Coldiretti/Ixè sugli “Italiani nell’orto al tempo del Covid” in occasione del primo weekend di primavera con dimostrazioni pratiche in campo e il “Tutor dell’orto” della Fondazione Campagna Amica per svelare i trucchi per realizzare quello “perfetto”.

Se in passato erano soprattutto i più anziani a dedicarsi alla coltivazione dell’orto, memori spesso di un tempo vissuto in campagna, adesso – sottolinea la Coldiretti – la passione si sta diffondendo anche tra i più giovani e tra persone completamente a digiuno di tecniche di coltivazione.

Un boom determinato quest’anno dall esigeza di svago nel lungo lockdown in zona rossa ma anche in molti casi per aiutare i bilanci familiari provati dalla crescente crisi, proprio come avveniva in tempo di guerra.

Il 33% degli italiani con il pollice verde – spiega Coldiretti – ha deciso di esprimere la sua passione per l’agricoltura nel proprio giardino di casa, in terreni di famiglia ma anche in spazi pubblici o negli orti urbani messi a disposizione dalle pubbliche amministrazioni o a titolo gratuito o con affitti simbolici. Esiste poi una quota del 12% che sfoga l’amore per le piante su balconi e terrazzi, verande e davanzali con una vera e propria esplosione di piante e fiori che iniziano a punteggiare di verde e colori il grigio delle città.

Si tratta – precisa la Coldiretti – di una passione nella quale è stata raggiunta una sostanziale parità di genere anche se nell’anno del Covid sono le donne che registrano una partecipazione più alta (46%) rispetto agli uomini (43%), con una diffusione trasversale di fasce di età e territori di residenza anche se dall’analisi emerge una percentuale più alta tra i giovani rispetto agli anziani.

Il movimento degli hobby farmers, dai balconi ai terreni familiari rappresenta uno spaccato sociale importante che trova nella cura delle piante del verde un importante momento di sfogo contro ansia e stress generati dalla pandemia e dalle limitazioni agli spostamenti fuori casa. Ma l’appuntamento con il piante e fiori, frutta e verdura a primavera – sottolinea la Coldiretti – è anche importante per salvare 27mila imprese con circa 200mila posti di lavoro nella filiera del florovivaismo Made in Italy che nell’ultimo anno, per le conseguenze dell’emergenza Covid, ha pagato un prezzo pesantissimo alla crisi causata dalla pandemia con un crack da 1,7 miliardi.

Il ritorno degli italiani in orti e giardini ha un alto valore sociale ed economico in uno dei momenti più difficili per il Paese – sottolinea la Coldiretti – con una passione che non richiede per forza grossi investimenti o grandi spazi con diverse opportunità e investimenti: dall’orto portatile da tenere con sé anche in ufficio a quello verticale per risparmiare spazio nelle case, dall’orto “ecologico” per riciclare materiali e non inquinare a quello rialzato per chi ha maggiori difficoltà a piegarsi.

L’investimento per realizzare un orto tradizionale in giardino si può stimare – continua la Coldiretti – intorno ai 250 euro per 20 metri quadrati “chiavi in mano” per acquistare terriccio, vasi, concime, attrezzi, reti per delimitare le coltivazioni, sostegni vari, sementi e piantine. Individuare lo spazio giusto e, la stagionalità, conoscere la terra di cui si dispone, scegliere attentamente semi e piantine a seconda del ciclo e garantire la disponibilità di acqua sono – conclude la Coldiretti – alcune delle regole fondamentali per ottenere buoni risultati. Ma quali sono i 10 consigli per un orto perfetto?

I 10 consigli per un orto perfetto

1. Spazio giusto: è necessario individuarlo. L’orto in piena terra è la soluzione migliore. Per chi non ha il giardino, il balcone o il terrazzo sono una buona alternativa. L’importante è che siano soleggiati e ventilati.
2. Stagionalità: occorre conoscerla. A ogni periodo dell’anno il suo prodotto. Per sapere quando e cosa coltivare è utile dotarsi di un calendario delle semine con indicate le fasi lunari.
3. Giusto tempo: gli orti, anche quelli di piccole dimensioni, necessitano di cure quotidiane. Se si ha poco tempo il consiglio della Coldiretti è di comprare le piantine già sviluppate e trapiantarle.
4. Buona terra: è garanzia di risultati. Per mantenere un buon livello di fertilità è meglio scegliere compost vegetale biologico o terriccio universale.
5. Semi e piantine: ci sono selezioni da fare e regole da rispettare a seconda che si lavorino ortaggi a ciclo lungo (fagioli, piselli, fave) o a ciclo corto (ravanelli, rucola o carota).
6. Trapianto: si realizza quando le dimensioni della piantina superano quelle del recipiente. E’ possibile cambiare più volte il vaso aumentandone man mano la grandezza.
7. Acqua: per un’adeguata crescita alle colture il terreno deve essere sempre umido, ma mai bagnato, secondo la Coldiretti. Le innaffiature vanno regolate a seconda della temperatura e dello sviluppo delle piante.
8. Temperatura: è importante fare attenzione all’andamento del tempo. A marzo e ad aprile il rischio di gelate notturne è ancora alto: è bene quindi proteggere le piantine con dei teli isolanti;
9. Parassiti: formiche, mosca degli orti, ragnetti rossi e bruchi sono i principali insetti che possono arrivare a creare seri problemi alla produzione. Per limitare questi attacchi, oltre a usare prodotti specifici, è bene scegliere ortaggi che si adattano meglio al clima e al territorio dove si vive.
10. Costi: realizzare un orto in giardino, secondo Coldiretti, ha una spesa contenuta. Tra terra, piantine o semi, concime e strumenti di lavoro, l’investimento si può stimare intorno ai 250 euro per uno spazio di 20 metri quadrati “chiavi in mano”.

Scadenze auto 2021: tutte le proroghe

La pandemia di Covid-19 ha portato a limitazioni negli spostamenti e alla chiusura di alcune attività. In questo contesto, per sostenere le categorie più in difficoltà, sia le autorità europee che il Governo italiano si sono attivati per prorogare una serie di scadenze amministrative e fiscali.

Tra le proroghe c’è quella prevista dal regolamento dell’Unione Europea n° 2021/267 sulla scadenza di ogni patente e dei certificati di abilitazione professionali dei conducenti.

Già nel 2020 la scadenza delle patenti da rinnovare tra il 1° settembre 2020 e il 30 giugno 2021 era stata fatta slittare di 7 mesi.

Il nuovo regolamento Ue ha esteso invece di dieci mesi la validità delle patenti in scadenza o scadute dal 1° settembre 2020 al 30 giugno 2021. Per quelle che hanno già usufruito della dilazione di sette mesi sono previsti altri sei mesi con limite massimo al 1° luglio 2021.

Per quanto riguarda il bollo auto, proroghe e sospensioni sono state decise solo da alcune Regioni, come la Lombardia che ha esentato dal pagamento per il 2021 coloro che esercitano attività di trasporto di persone tramite servizio di noleggio di autobus o macchine con conducente o taxi.

Le auto con la revisione scaduta o in scadenza nel periodo tra il 1° settembre 2020 e il 30 giugno 2021 potranno continuare a circolare per 10 mesi oltre la data entro la quale avrebbero dovuto o dovranno effettuare la revisione.

Vaccini: l’italiano ReiThera entra in fase avanzata

E’ entrato in fase avanzata di sperimentazione clinica il vaccino anti-Covid 19 di ReiThera, società italiana con sede a Castel Romano. Lo studio di Fase 2/3, denominato COVITAR, ha già ricevuto l’autorizzazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco ed è stato valutato positivamente dal Comitato etico dell’INMI Spallanzani.

La Fase 2/3 prende il via grazie ai risultati della Fase 1 che hanno dimostrato che una singola somministrazione di GRAd-COV2 è stata ben tollerata e ha generato anticorpi neutralizzanti e linfociti T contro la proteina spike in maniera paragonabile nelle due coorti di adulti e anziani”, fa sapere in una nota ReiThera.

La prima parte dello studio prevede una Fase 2 su circa 900 soggetti, randomizzata contro placebo per confermare il profilo di sicurezza e la risposta immunitaria indotta dal vaccino. In particolare, lo studio prevede la comparazione di un regime a singola dose – proprio come avvenuto nella Fase 1 – e un regime a doppia dose, con somministrazione di due dosi del vaccino a tre settimane di distanza.

Lo studio è quindi suddiviso in tre bracci: singola dose; doppia dose; placebo. La sperimentazione sarà condotta in 26 centri clinici su tutto il territorio italiano ed uno ad Hannover, in Germania.

Lavoratori fragili: una battaglia vinta

“Il Decreto sostegni varato dal Governo nella serata di ieri, venerdì.19 marzo , prevede finalmente la piena tutela per i lavoratori fragili del settore pubblico e privato, con l’estensione fino al 30 giugno 2021 del periodo utile ad usufruire a richiesta del congedo per gravi motivi sanitari equiparato al ricovero ospedaliero.
In questo modo viene sanato un vulnus che il DPCM 2 marzo 2021 non aveva previsto, non rinnovando analoga previsione normativa che invece era contemplata all’art. 481 della legge di bilancio 2021 n°178 del 30/12/2020.

Ne consegue che i lavoratori fragili che non possono essere adibiti a lavoro agile e che sono stati riconosciuti “inidonei temporaneamente al servizio ordinario”, con certificazione della Commissione ATS o del medico competente, possono chiedere di usufruire fino al 30 giugno del congedo per motivi di salute – “prevenzione COVID 19” , con certificato del medico di base che riporti il codice V07.

Detta assenza dal servizio viene dunque equiparata al ricovero ospedaliero e non rientra pertanto nel cd. “periodo di comporto”.
Il lavoratore certificato “fragile” non deve in sostanza attingere al proprio congedo per malattia previsto dal rispettivo contratto di lavoro.
Con orgoglio desideriamo evidenziare che questa è stata una lunga battaglia sulla quale il Domani d’Italia si è speso con una presa di posizione ufficiale, attraverso articoli che sono stati via via pubblicati.
Riportiamo il più recente, dove si evidenzia il vulnus normativo lasciato “scoperto” dal citato DPCM 2 marzo 2021.

Il DPCM 2 marzo 2021 fa retromarcia sulle tutele dei lavoratori fragili.

Inoltre vogliamo ricordare che l’estensore degli articoli aveva personalmente indirizzato un Appello formale direttamente al Presidente del Consiglio Mario Draghi e ai Ministri della Salute Roberto Speranza e del Lavoro, Andrea Orlando oltre agli uffici interessati di Palazzo Chigi e dei due Ministeri, ricevendo dall’ufficio disabilità della Presidenza del Consiglio una rassicurazione in proposito circa l’impegno a farsi carico del problema e a risolverlo..

Proprio l’altro ieri, nel Suo discorso di ricordo e commemorazione delle oltre 100 mila vittime del Covid in Italia il Presidente Draghi aveva detto: “non lasceremo sole le persone fragili. Lo Stato c’è e sarà presente”.

Il Presidente Mario Draghi è stato di parola: in serata il Decreto ristori ha integrato questa delicata fattispecie.

Ringraziamo il Presidente, il Governo e quanti hanno condiviso la nostra battaglia e ci hanno sostenuto”

La centralità del partito.

Dopo la stagione del populismo, del trasformismo politico e parlamentare e dell’opportunismo di  governo, forse è arrivato il momento per il ritorno della politica. E, di conseguenza, dei partiti.  Certo, non c’è alcuna regressione nostalgica nè alcuna tentazione restauratrice nel fare queste  affermazioni. Ma è indubbio che, con il lento tramonto, purtroppo solo politico e non ancora  elettorale, del grillismo è gioco forza che la politica torni ad essere protagonista, dopo una lunga  ed oscura stagione dominata dall’ideologia dell’”anno zero”, cioè da una prassi che è stata  brutalmente ispirata alla concezione di radere al suolo tutto ciò che era minimamente  riconducibile al passato. E quindi, la politica, i partiti come strumenti politici organizzati e,  soprattutto, le culture politiche di riferimento. L’eclissi del grillismo, vero artefice di questa  degenerazione e di questi disvalori, favorisce indubbiamente questo ritorno democratico e  costituzionale. E, al contempo, potrebbe rappresentare una spinta decisiva per il superamento  definitivo di un’altra deriva, quella dei partiti personali o del capo e dei partiti come banali ed  insignificanti cartelli elettorali. Insomma, tutto ciò che ha caratterizzato, in negativo, la politica  italiana in questi ultimi anni e che si potrebbe sintetizzare con alcune parole d’ordine dei principali  protagonisti: dal “vaffaday” grillino, alla “rottamazione” renziana”, dall’”anno zero” della politica  italiana alla “discesa in campo” del capo. Elementi che non potevano non avere come epilogo  finale quello della distruzione del partito politico da un lato e della cancellazione delle culture  politiche dall’altro.  

Ora, nessuno pensa di ripetere o di riproporre meccanicamente le esperienze del passato ma è  indubbio che senza il ritorno di una “democrazia dei partiti” seppur in chiave contemporanea,  sarà la stessa democrazia a subirne un contraccolpo di credibilità e di autorevolezza. E  soprattutto di ruolo e di funzione. E, ancora meno, secondo la vecchia vulgata della sinistra ex o  post comunista, nessuno pensa di trasformare il partito nel fine dell’azione politica. Ma senza la  presenza democratica dei partiti, si deve prendere amaramente atto che la stessa partecipazione  politica è soffocata e non è più possibile organizzare democraticamente la stessa società.  Dopodichè è altrettanto necessario garantire anche una organizzazione democratica all’interno  dei partiti stessi. La stagione del partito personale o del capo, al riguardo, è stata semplicemente  devastante. E va archiviata al più presto. Sotto questo versante, l’inizio della gestione Letta nel Pd  non può che essere salutata positivamente e con incoraggiamento. Come ovvio, non credo che  nessuno pensa al “partito pesante” che tutti abbiamo conosciuto e sperimentato nella cosiddetta  prima repubblica. Ma è altrettanto chiaro che solo con un forte e motivato coinvolgimento della  articolazione periferica del partito e con un riconoscimento non solo formale della collegialità  all’interno stesso del partito, sarà possibile invertire la rotta.  

Probabilmente, siamo solo agli inizi di questa nuova stagione della politica italiana. Ed è proprio in  questa cornice, e a maggior ragione, che la cultura cattolico popolare e cattolico democratica può  e deve dare un contributo decisivo. Perchè, alla fin fine, è forse l’unica cultura politica che ha  mantenuto negli anni sempre una coerenza di fondo e che, a tutt’oggi, dispone di un giacimento  di valori e di principi che non possono essere banalmente archiviati o storicizzati. Purchè non  subisca più le sbandate di un recente passato quando, per ossequio ad una maldestra e dubbia  modernità, ha sposato anch’essa e per la sola convenienza del potere – almeno molti dei suoi  esponenti di punta – le sirene di chi azzerava alla radice la storica cultura dei cattolici democratici  e popolari. Mi riferisco, nello specifico, alla lunga stagione del renzismo e di tutto ciò che ha  comportato per la politica italiana e anche per la cosiddetta cultura di riferimento. Ma quella,  forse, è una pagina già archiviata e consegnata alla storia. Adesso si tratta di “guardare avanti”.  Possibilmente senza altre derive ed involuzioni. 

Un Pd a trazione posteriore

La nuova stagione del Partito Democratico targata Letta non nasce sicuramente sotto il segno della novità.
Da più parti non sono mancati giudizi negativi relativi ad una sorta di ritorno al passato con in primis il ritorno alla vocazione maggioritaria del PD, e il conseguente abbandono della riforma elettorale in senso proporzionale, ma anche con la nostalgica riproposizione di un nuovo Ulivo.

Il disegno di Enrico Letta appare chiaro: recuperare innanzitutto i fuoriusciti a sinistra, D’Alema, Bersani e co; ma spostare anche l’asse del Partito al centro per recuperare voti moderati.
L’ambizione è quella di riuscire nel ritornare ad essere il primo partito in termini di consenso in funzione dell’egemonia all’interno del centrosinistra.
Le minestre riscaldate, però, non sono sempre buone, soprattutto quando alcuni alimenti si sono deteriorati.

In altri termini, non si è riflettuto abbastanza che le condizioni politiche attuali non sono più quelle della fine degli anni Novanta, quando l’Ulivo aveva al suo interno una non irrilevante presenza che faceva capo sia al Partito Popolare Italiano che ad altre formazioni progressiste.

Ma al di là di questo dato non irrilevante, l’impresa di Letta appare già nebulosa e priva di riferimenti politici forti. Un Partito non si costruisce solo con le azioni, perché queste ultime sono la conseguenza di motivazioni ideali e culturali, di una classe dirigente a tutti i livelli preparata e consapevole di dover spendere il proprio tempo non per ricercare il potere, ma di dare risposte ai problemi drammatici che stanno investendo l’Italia.

Non di meno, non basta più nemmeno proclamarsi europeisti, se poi non si ha una idea nuova di Europa, diversa, più rispondente alle attese dei diversi popoli, capace di capovolgere l’ordine dei fattori: da unione economica ad unione politica.
Invece, tutto sembra debba giocarsi sulla strategia da tenere in campo, sulla distribuzione dei posti, su una certa rincorsa all’indebolimento numerico di avversari ed alleati.
Un Partito, insomma, non si costruisce sulla semplice vocazione di Governo, ma su un programma di valori che, ad oggi, è assente anche nel PD di Enrico Letta e non bastano più i proclami al nuovo per dimostrare di essere credibili.

Sono queste le sfide che Enrico Letta dovrebbe raccogliere, ma dalle prime impressioni sembrano distanti anni luce dalle motivazioni programmatiche ed organizzative dell’ex presidente del Consiglio dei ministri.

“Non vi serve un nuovo segretario, ma un nuovo PD”. Questo concetto pronunciato da Letta all’atto del suo insediamento al Nazareno, si scontra però con un’altra realtà: quella di un PD a trazione posteriore.

Dodici parole. Un anno con Dante

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Treccani a firma di Marco Grimaldi

L’anniversario dantesco del 2021 cade immediatamente dopo quello di Raffaello, morto nel 1520. Ma tra Dante e Raffaello ci sono molti altri punti di contatto più importanti. Il più celebre è senza dubbio il ritratto di Dante che si può vedere nella Stanza della Segnatura affrescata da Raffaello ai Musei Vaticani. Un doppio ritratto, in realtà. Il progetto iconografico della Stanza è complesso: gli affreschi delle quattro pareti vogliono infatti rappresentare la manifestazione terrena della Filosofia, della Teologia, della Poesia e della Giustizia. I putti ai lati della personificazione della Filosofia che sovrasta l’affresco noto come la Scuola di Atene reggono un cartiglio dove si legge Causarum cognitio, vale a dire ‘la conoscenza delle cause’ che è propria del sapere filosofico. Di fronte alla Scuola c’è la cosiddetta Disputa del Sacramento. Qui il cartiglio che accompagna l’allegoria della Teologia proclama invece: Divinarum rerum notitia. Come spiega Antonio Paolucci in una importante monografia su Raffaello: «I saperi sono cognitio perché praticabili dalle umane facoltà, i supremi veri della Religione sono notitia. Dio li comunica, in un certo senso li notifica» (Raffaello o della «intera perfezione», 2015). Ed è qui che tra i teologi e i dottori della Chiesa disposti attorno all’ostensorio compare il primo ritratto di Dante. L’altro è nell’affresco noto come Parnaso, dove il poeta è raffigurato accanto a Omero e a Virgilio. E in questo caso la figura allegorica recita Numine afflatur: la poesia è ‘ispirata dal dio’. Dante, che nei secoli precedenti era stato spesso descritto anche come filosofo, per Raffaello è prima di tutto teologo e poeta divino.

2. Tutti gli uomini naturalmente desiderano di sapere. Questa frase si legge all’inizio del Convivio, il trattato in volgare che Dante scrive in esilio e che resta incompiuto. Ed è una citazione dalla Metafisica di Aristotele, che nella traduzione di Giovanni Reale comincia così: «Tutti gli uomini per natura tendono al sapere». Molti, leggendo questa frase, penseranno forse a quello che per il filosofo Immanuel Kant doveva essere il motto dell’Illuminismo, cioè sapere aude: ‘abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza’. Ma tra Kant e Dante c’è una differenza fondamentale. Per Dante, infatti, la causa per cui tutti desiderano conoscere non sta all’interno dell’uomo, ma al di fuori: poiché la provvidenza divina ha disposto che ogni cosa deve tendere alla propria perfezione e poiché la perfezione della nostra anima è l’attività intellettuale – che è ciò che ci distingue delle piante e dagli animali e che rappresenta la più alta forma di felicità che possiamo raggiungere – tutti noi siamo soggetti («subietti», dice Dante) al desiderio della conoscenza. La conoscenza non è una libera scelta.

Ma in che cosa consiste il sapere di cui Dante parla nel Convivio? Il fine dell’opera, si sa, è rimuovere gli ostacoli che impediscono di tendere a quella perfezione e per farlo Dante scrive, in volgare – così da essere utile a un pubblico più ampio – un commento ad alcune canzoni composte negli anni precedenti. E questo commento è di fatto un’enciclopedia nella quale si tratta di cosmologia, filosofia, metafisica, teologia, mitologia, politica e di molto altro. In una parola, di scienza. Il desiderio della conoscenza è desiderio di scienza.

3. Dal punto di vista di Dante non c’è distinzione tra cultura scientifica e cultura umanistica. La scienza, nel lessico dantesco, è sinonimo di attività intellettuale, e quindi, per noi, di conoscenza. E Dante, come molti altri intellettuali del suo tempo, aveva interessi estremamente diversificati. Era un poeta, certo, che fino all’esilio scrive soprattutto poesie liriche. Ma intanto Dante legge i classici latini e i filosofi e gli scienziati moderni, compie studi approfonditi ma irregolari (Dante non ha fatto l’università) e raggiunge rapidamente un livello di conoscenze altissimo in tutti i campi del sapere. Per fare qualche esempio: apre una canzone (Io son venuto al punto de la rota) con una perifrasi astronomica che nessuna persona di media cultura scientifica saprebbe oggi interpretare senza un buon commento; inserisce nel Convivio lunghe digressioni sulla struttura del cosmo (com’era inteso al suo tempo) e, se la Questio de aqua et terra è davvero opera sua, in tarda età interviene in una disputa scientifica sul rapporto tra i mari e le terre emerse. Inoltre, aveva un’ottima conoscenza osservativa dei cieli, con tutta la precisione consentita dal sistema tolemaico. Insomma, possedeva i dati sperimentali (quelli disponibili a occhio nudo); e forse oggi pochi laureati potrebbero competere con lui in questo campo. Ed è troppo facile evidenziare le sue lacune. Piergiorgio Odifreddi, ad esempio, ha notato che Dante era «sapiente di Aristotele e Tommaso d’Aquino», «ma ignorante di Euclide e Fibonacci». Ma sottovaluta che Dante probabilmente Euclide un po’ lo conosceva (per via indiretta) e che è del tutto evidente che possedesse una cultura scientifica di buon livello per le competenze medie della sua epoca.

Non bisogna però ricadere nell’errore opposto, e pensare che Dante sia stato il principale teorico e pioniere della divulgazione delle conoscenze scientifiche in Italia. Tra XIII e XIV secolo, infatti, c’è molto altro: c’è soprattutto un ampio fenomeno di volgarizzamento di testi medici, scientifici, geografici e astronomici all’interno del quale Dante si colloca e che non è lui a creare né a dirigere. Il Convivio, nel quale Dante offre un imponente complesso di nozioni scientifiche, è un’opera importantissima, che però ha ben poco successo nel Trecento. La scienza in volgare si diffonde per altri canali. Dante intercetta e interpreta in maniera geniale questa tendenza alla “democratizzazione” del sapere scientifico, ma il processo non si compie solo attraverso di lui. In altre parole, una lode eccessiva del padre della lingua italiana finisce a volte per nuocergli, come in fondo gli nuoce l’idea, piuttosto diffusa tra i professionisti della materia, che nelle scuole debba esserci più Dante. Nelle scuole c’è soprattutto bisogno di uno studio più intenso della storia, della storia della letteratura, della lingua, dell’arte, della scienza. Allo stesso modo, gli studi danteschi avrebbero forse bisogno di meno Dante e di più storia, più scienza, più sociologia, più antropologia e così via. Solo così Dante può essere trasmesso alla modernità, non aumentando le ore di lettura della Commedia.

4. Per Dante c’è un nesso profondo tra amore e conoscenza. Prendiamo la più importante canzone giovanile, Donne ch’avete, che inizia con un’affermazione di grande potenza: le donne alle quali il poeta si rivolge hanno infatti «intelletto d’amore». Questa espressione è stata generalmente interpretata in senso concreto: le destinatarie della canzone ‘sanno che cos’è l’amore’, forse perché l’hanno provato, secondo un’idea tipica della poesia erotica medievale. È tuttavia possibile che debba essere intesa in un’accezione più specifica, poiché intellectus amoris poteva indicare il più alto livello possibile di conoscenza, sintesi di amore e di intelletto. È un’idea che ritroviamo ad esempio in Tommaso d’Aquino, il più importante filosofo del Duecento, che riprende una tradizione più antica risalente almeno a sant’Agostino, secondo la quale il viaggio dell’anima verso il divino si compie nell’unione di amore e intelletto: «Il fine dell’anima umana e la sua ultima perfezione è trascendere attraverso la conoscenza e l’amore l’intero ordine delle creature e pervenire al principio primo, cioè Dio». È un’idea che ha avuto certamente un’influenza profondissima su Dante.

5. Conoscenza è anche la parola chiave di uno degli episodi più celebri della Commedia. Nel canto XXVI dell’Inferno, Dante e Virgilio giungono all’ottava bolgia, tra i consiglieri fraudolenti, dove all’interno di una stessa fiamma stanno Ulisse e Diomede. Quando Dante si rivolge loro, Ulisse, che è il «maggior corno della fiamma», comincia a parlare e racconta la fine della sua storia: la partenza da Circe e la decisione di continuare il viaggio assieme a un piccolo gruppo di compagni (la «compagna / picciola»), invece di tornare a casa da Penelope, per acquisire esperienza del mondo e degli uomini, dei loro vizi e delle virtù. E poi il viaggio in mare aperto verso la Sardegna, la Spagna, Siviglia e il Marocco fino alle colonne d’Ercole, dove Ulisse si rivolge ai compagni per esortarli a superare i limiti (i «riguardi») fissati affinché nessuno andasse oltre («acciò che l’uom più oltre non si metta»). I versi finali del breve discorso sono famosissimi: «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza» (XXVI 118-120). Ulisse usa parole molto simili a quelle del Convivio. Parla della semenza, dell’origine, perché «tutti gli uomini naturalmente desiderano di sapere»; e fa leva su un episodio molto noto, la trasformazione in porci di alcuni compagni, perché il sapere è ciò che distingue gli uomini dagli animali e dalle piante. E li esorta quindi a seguire (o a perseguire, come si legge in un’edizione recente) la virtù e la conoscenza (canoscenza è una variante formale caratteristica della lingua poetica del Duecento, che in Dante si alterna a quella dell’italiano moderno) proprio come nel Convivio si afferma che il fine del commento è «inducere li uomini a scienza e a vertù».

Ma Ulisse, si sa, è un dannato. E la sua colpa è senza dubbio di aver consigliato in maniera fraudolenta i suoi compagni, persuadendoli a superare le colonne d’Ercole. Un atto severamente punito (la nave affonda subito dopo l’avvistamento della terra ferma) che Dante descrive come un «folle volo». Quindi: l’orazione di Ulisse è o non è ingannevole? E se è ingannevole, che rapporto c’è con il Convivio? Per Dante la conoscenza è o non è il fine principale di ogni uomo? La risposta, nella Commedia, arriva all’inizio del Purgatorio, nel terzo canto, quando Virgilio spiega a Dante che la ragione umana non può comprendere tutto e soprattutto non può intendere le opere insondabili di Dio, per esempio la natura della Trinità. Dante lo ribadisce nella Questio: «La smettano gli uomini di volere sapere ciò che è al di sopra di loro! E si accontentino di spingersi fin dove possono, sì da raggiungere – per quanto loro possibile – la contemplazione di ciò che è eterno e divino». Ulisse, come quasi tutti i “doppi” letterari, è un doppio in negativo. Ci sono dei confini che non è dato superare – e il discorso di Ulisse per convincere i compagni è quindi fraudolento e ingannevole. La conoscenza umana ha dei limiti che non è possibile superare. L’uomo deve “osare”, come dirà Kant; ma entro dei limiti che non è l’uomo a stabilire. Per tornare agli affreschi della Stanza della Segnatura, da un lato c’è la conoscenza – la cognitio – e dall’altro la rivelazione – la notitia. E la Commedia è forse il più perfetto tentativo di tradurre in poesia la conoscenza (tutta la scienza che l’uomo può desiderare) e la rivelazione.

Qui l’articolo completo

Biden nomina William Nelson a capo della Nasa

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha scelto l’ex senatore democratico Bill Nelson come nuovo capo dell’agenzia spaziale statunitense Nasa.

La notizia, riportata dai media statunitensi, conferma le anticipazioni filtrate nelle scorse ore sul sito “The Verge”. Nelson, 78enne ex astronauta è stato senatore per lo Stato della Florida. Nel 2000 venne eletto, entrando in carica il 3 gennaio 2001. Rieletto per altri due mandati nel 2006 e nel 2012, si ricandidò per un quarto mandato nel 2018 ma venne sconfitto di misura dal repubblicano Rick Scott.

Per il ruolo di vicecapo viene indicato invece il nome della ex astronauta Pamela Melroy, 59 anni. La nomina dovrà essere confermata dal Senato federale degli Stati Uniti. Nelson ha volato sullo space shuttle nel 1986 e ha supervisionato i programmi spaziali della Nasa mentre era al Congresso.

Bonus Cultura, al via edizione per i nati nel 2002. Registrazioni aperte dal 1 aprile

Il Ministero della Cultura annuncia la nuova edizione di 18app. Dal 1 aprile fino al 31 agosto 2021 i ragazzi nati nel 2002 potranno registrarsi al sito www.18app.italia.it per ottenere il Bonus Cultura, un contributo da 500 euro da spendere entro il 28 febbraio 2022 in libri, musica, cinema, teatro, danza, musei, monumenti e parchi, eventi culturali, corsi di musica, teatro o lingua straniera, prodotti dell’editoria audiovisiva e, da quest’anno, anche in abbonamenti ai quotidiani.

Il plauso all’iniziativa del Ministero della Cultura arriva a sorpresa questa mattina da Oltreoceano: Stephen King, che il Ministro Dario Franceschini ringrazia, twitta: “A culture bonus! Now there, ladies and gentleman, boys and girl, is a CIVILIZED IDEA!”

Il Bonus Cultura è un’iniziativa nata nel  2016 per avvicinare i giovani alla cultura. Per registrarsi è necessario soltanto richiedere la propria identità digitale (SPID) e accedere attraverso il sito www.18app.italia.it per poter usufruire del portafoglio digitale con un credito di 500 euro da spendere esclusivamente per i beni sopra citati entro il 28 febbraio 2022.

Il Decreto Ministeriale del 22 dicembre 2020 n. 192 relativo alla misura è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 17 marzo ed entrerà in vigore a decorrere dai 15 giorni dalla data di pubblicazione, il 1 aprile, appunto.

Cina: primo caso di Coronavirus su un lavoratore vaccinato

Il primo caso di coronavirus trasmesso localmente in Cina da febbraio scorso riguarda un lavoratore di un ospedale che aveva già ricevuto due dosi di vaccino tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio. Ne dà notizia il giornale Health Times, che appartiene al gruppo del Quotidiano del popolo cinese del Partito comunista, secondo cui il paziente, il cui contagio è stato reso noto due giorni fa, lavorava in un ospedale della città di Xian dal 4 marzo e si occupava di raccogliere i campioni per i test delle persone in quarantena.

Secondo il giornale, che cita un gruppo di esperti della provincia di Shaanxi, l’uomo sarebbe stato contagiato dopo essere stato esposto accidentalmente al virus mentre lavorava. Health Times, riferisce il Guardian, fa parlare anche Zeng Guang, ex capo epidemiologo del centro di controllo e prevenzione delle malattie, il quale ricorda che la protezione del vaccino “non è del 100%”, che è “relativamente sicuro, non assolutamente sicuro”. Ma in ogni caso, sostiene, “il tasso di efficacia dei vaccini cinesi nel prevenire casi gravi è di più del 90% e la protezione totale è di oltre il 70%”.

Non è stato specificato quale vaccino cinese – Pechino ne ha approvati tre – sia stato inoculato all’uomo. L’ultimo caso di trasmissione locale in Cina risaliva al 14 febbraio scorso.

Finita l’emergenza, dobbiamo ricostruire l’economia del Paese.

In questi ultimi giorni, il neo ministro del lavoro Andrea Orlando ha fatto sapere ad imprese e lavoratori di voler prorogare il blocco dei licenziamenti previsto il 31 marzo venturo, rimandando la prossima scadenza a fine ottobre per tutti i lavoratori che godono della cassa integrazione in deroga, mentre coloro che a cui si applica la cassa integrazione ordinaria ( lavoratori di medie e grandi imprese), la nuova scadenza scivolerà per fine giugno.

Certamente le proroghe in una situazione così drammatica provocata dalla pandemia ed in vista dei piani di vaccinazioni sono sacrosante. Infatti tutti i lavoratori coperti dalla cig in deroga occupati nelle minute e minutissime aziende del terziario e della piccola industria in genere, sarebbero abbandonati a loro stessi senza alcuna fonte reddito.

Ed intanto gli ultimi dati resi noti dall’Istat descrivono la realtà a tinte fosche, ed è facile immaginare che nei prossimi mesi la situazione non potrà che peggiorare qualora non si cambi davvero il modo di provvedere alla economia, alla valorizzazione delle migliori aziende dell’industria e del terziario, alla implementazione a dosi da cavallo delle capacità professionali dei lavoratori, innanzitutto riguardo alle loro abilità compatibili con le tecnologie digitali.

In tal senso occorre dire che è preoccupante che nessuno si stia dedicando a come riprepararci alla imminente normalità post pandemica nell’ottimizzare la nostra capacità competitiva nell’agone del mercato internazionale. I tempi che viviamo sono caratterizzati da un cambiamento velocissimo riguardo le tecnologie impiegate nelle produzioni e conseguentemente dei necessari nuovi profili professionali. In questa lunga congiuntura pandemica, diversi paesi nostri concorrenti non sono fermi e si stanno attrezzando in ogni modo possibile per riassorbire i danni conseguenti al fermo imposto in molti settori dal Covid, ma noi italiani stiamo pensando solo alla assistenza e non da ora, come se non avessimo ne problemi di debito pubblico, ne problemi di tenuta competitiva.

Il numero degli assistiti ormai ha raggiunto proporzioni abnormi tra cassintegrati di ogni genere, percettori di reddito di cittadinanza e reddito di emergenza. In questa circostanza drammatica la colpa più grave dei governi che si sono succeduti, è stata ed è la assoluta ritrosia ad allestire ambiti idonei in grado favorire la riprofessionalizzazione delle persone e di obbligare gli assistiti a parteciparvi, pena la perdita delle provvidenze.

In un paese normale si decide di fare in tale modo, anche per evitare la pedagogia negativa di elargire il godimento di soldi non sudati e di tempi di interruzione del lavoro senza l’impiego del tempo in senso produttivo. Credo che gli aspetti sottolineati sono tra i più importanti da affrontare, se si dovesse cambiare sarebbe il segno più evidente che nel paese davvero qualcosa cambia: avere attenzione per chi ha bisogno ma che per sostenere l’assistenza a favore di chi in quel momento ha bisogno è necessario un sistema produttivo efficiente e competitivo per raggiungere standard di buona economia.

Dunque governo e parti sociali devono concertare soluzioni al tema spinoso di non allargare ulteriormente il divario tra noi e gli altri paesi Ocse. Per farlo devono sostenere con criteri efficaci le aziende già capaci di fare competizione di confermare i sistemi di assistenza alla unica condizione che ci si renda disponibili o a formarsi, o ad accettare impieghi proposti.

Il Pd e le ragioni di una crisi

L’amico Nino Labate ha commentato un mio recente intervento sul ritorno alla politica di Enrico Letta, chiamato improvvisamente alla guida del Pd. Da oltre quaranta’anni conosco e apprezzo la sensibilità umana e l’intelligenza politica di Nino e, pertanto, ben volentieri interloquisco con lui. Per evitare equivoci, però, devo chiarire alcuni punti. Anche perché leggo delle sue affermazioni su cui registro un’ampia condivisione e capisco che ci possa essere stato qualche equivoco. Probabilmente la colpa è mia, ma cambia poco. 

Il primo, e più importante, è che non abbiamo affatto dato vita a un partito “cattolico”. Insieme, divenuto il naturale sbocco del lavoro prodotto nel corso degli anni da Politica Insieme ed altri gruppi, è un partito laico d’ispirazione cristiana. Chi ha familiarietà con il pensiero popolare e cristiano democratico non fatica certamente a capire la profonda differenza.

L’idea del partito “cattolico” è sempre stata estranea alla tradizione del popolarismo italiano di cui ci sentiamo parte integrante. In questo siamo sturziani: intendiamo distinguere il piano della religione, che è universalità, da quello politico che è confronto e, se necessario, divisione.

Non siamo partito “cattolico” perché non siamo ideologici, bensì programmatici, e perché ben abbiamo presente che, del resto, la Chiesa cattolica, unica tra quelle cristiane a sistematizzare una visione sociale, non ha mai pensato a formulare una Dottrina politica vincolante, anche se da san Paolo in poi si è sempre posta il problema dell’autorità, del suo fondamento e delle basi che ne giustificano l’esistenza e le caratteristiche.

Tutto ciò premesso, è evidente che al caro amico Nino interessa fare un ragionamento sul Pd e sui rapporti che con esso è possibile intrattenere.

Al Pd non rimprovero certo la visione sociale che si presume abbia a fondamento. Anzi, al contrario. Semmai, da tempo sono costretto a riflettere sul fatto che, purtroppo, è mancata la capacità, anche la volontà?, di essere conseguenti con la necessità di attendersi da una forza di centrosinistra che la si veda concretamente operare contro le disuguaglianze. Il prosciugamento dei voti dal Pd da cosa è originato? Dall’abbandono di sempre più larghe parte di strati operai e di ceto medio, mentre, anche nei lunghi anni di governo del centrosinistra, abbiamo registrato un notevole allargamento della forbice tra ricchi e poveri.

Noi non abbiamo alcuna nostalgia “centrista”. Parliamo della nostra autonomia: significa essere consapevoli di aderire ad un pensiero politico d’impronta originale e che sfugge alla logica del bipolarismo il quale ha estremizzato un confronto tra due sole opzioni, entrambe spesso guidate dalle posizioni più estreme dei due schieramenti, a fronte di una società molto più ampia ed articolata. 

Il porsi in alternativa ad entrambi i due fronti contrapposti non significa collocarsi in un centro indistinto e solo geometricamente concepito. Questi sono giochetti verbali intorno cui si sono consumati alcuni tentativi messi in essere da chi gridava “al centro, al centro” e il giorno dopo, per mere ragioni elettorali, tornava a far parte o di questo o dell’altro schieramento.

Valutando la diversità profonda tra i due contesti, esiste una similitudine con l’esperienza sturziana. Egli collocò su una posizione del tutto originale il Partito popolare offrendo un’alternativa programmatica e non ideologica da collocarsi tra liberalismo e socialismo.

In una fase completamente nuova riteniamo utile, non per noi, ma per il Paese, lavorare ad un’analoga proposta alternativa che oggi potrebbe portare alla nascita di una larga area, culturale e sociale, prima che partitica, in cui credenti e non credenti possano elaborare una proposta di rinascita e di trasformazione del Paese utile a superare le esperienze e i risultati fallimentari della cosiddetta Seconda repubblica.

Da tempo parlo della opportunità che si crei un “baricentro” in grado di assicurare e guidare un processo politico istituzionale che, riscoprendo la logica della “coalizione”, sia in grado di garantire il ritorno ad un’attitudine di costruzione, inclusione e partecipazione. Non è certo un discorso che possa vedere il coinvolgimento della Lega di Salvini o dei Fratelli d’Italia, così come alcune parti del centrosinistra che continuano a sposare una visione “radicaleggiante” che, però, non è quella cui Nino pensa io mi riferisca.

Quando parlo di deriva “radicaleggiante” del Pd penso proprio al radicaleggiare del Partito radicale di Marco Pannella. Cioè a quella visione antropologia e politica caratterizzata da un individualismo che antepone l’importanza di taluni diritti parziali a quelli più ampi e più generali, propri e attesi da fasce più larghe della società in materia di lavoro, di famiglia e di educazione.

Molta confusione è stata fatta tra la realtà americana e quella europea facendo divenire tuot court la visione “liberal” con un qualcosa di sinistra e non invece uno dei tanti pensieri che nascono nel capitalismo, la cui visione finisce inevitabilmente a connotarsi con accenti individualistici, piuttosto che personalistici e comunitari. Quelli cui noi facciamo, invece, riferimento. A mio avviso, larghe aree della sinistra sono finite vittime di questa confusione portando il centrosinistra a sposare cultura e azione politica d’impronta liberista più che solidaristica.

Non ad altro mi riferivo. Non certo a quel consunto comunismo storico del quale, vivendo da giovane a Livorno, avevo capito molto in fretta quanto,  in realtà, avesse poco di idealità e molto di gestione del potere.

La congiunzione di questi due aspetti, sposalizio di una cultura avulsa dalla propria storia e tradizione e riflusso quasi esclusivamente su posizionamenti gestionali e di potere, ha ridotto la capacità attrattiva del Pd. Un partito da cui ci si sarebbe attesi vedere, e non solo in occasione dell’approvazione della Legge cosiddetta Cirinnà, come la componente che si dice ex dc, e in questa veste continua a presentarsi al mondo cattolico, fosse capace di imporre una riflessione. Non solo per ciò che riguarda la visione integrale della Persona,  ma anche affinché la solidarietà e la ricerca della Giustizia sociale potessero tornare tra i primi punti dell’agenda del partito che ha continuato ad avere la presunzione di seguire una logica maggioritaria.

Al mio caro amico Nino, perciò, devo precisare che non ho mai giudicato il Pd radicalizzato “ a sinistra” come lui scrive. Francamente, devo dirgli che per quanto riguarda le questioni sociali mi sento molto più a sinistra di questo, ma anche del precedente Pd, se proprio dev’essere usata questa terminologia. Ma non è questo il punto che conta. Adesso va osservato, per inciso, che Enrico Letta è stato uno degli allievi prediletti di Beniamino Andreatta la cui visione cosiddetta “monetarista” non è che lo ponesse proprio come l’alfiere di una politica socio economica tra le più progressiste. Non è un caso che ad Andreatta si debba la famosa scissura tra Tesoro e Banca d’Italia. Nei suoi intenti c’erano indubbiamente sani principi morali, per il trionfo dei quali si batté in quella Dc per la quale coniò la popolare espressione di Balena bianca, ma i risultati sono stati quelli di fronte ai quali oggi ci ritroviamo.

Concordo con Nino nel riconoscere la validità della riflessione di Papa Bergoglio che ci si trova “tutti sulla stessa barca” e sui temi che egli elenca e che giustificano questa affermazione. Noi abbiamo forte questa consapevolezza, ma siamo anche certi che forti opinioni divergenti permangono sulla direzione che deve prendere la barca. O crediamo che Matteo Salvini sia davvero diventato europeista negli stessi modi e stessi contenuti cui noi ci riferiamo?

Siamo oggi in una fase di passaggio, terminata la quale ci troveremo in una stagione del tutto nuova. Sarà richiesta un’assunzione di responsabilità significativa e specifica da parte di tutti coloro che vedono nella politica l’occasione per impegnarsi per il Bene comune. Questo sarà il vero discrimine del domani tra quanto vorranno essere sinceri “costruttori” del nuovo o restauratori.

Ricordo di una conversazione con Alda Merini

Signora Merini, mi perdoni l’esordio banale: poeti si nasce o si diventa?

Questa domanda ha una sola risposta possibile: poeti si nasce, non si diventa. Questo fa parte di una personalità che si può perfezionare perché poi subentrano la scuola, la cultura, la famiglia. Ma poeti assolutamente si nasce. Poi ci sono in giro anche tanti stupidi, fa parte dei rischi delle cose.

Recentemente si è diffusa la notizia di una Sua possibile candidatura al Premio Nobel….

Ma guardi, il Nobel è un riconoscimento che si dà se lo si vuole dare, senza dirlo prima in modo tattico. Ne hanno parlato troppo, in modo sbagliato, perché la ‘donna Nobel’ è ‘pericolosa’, in quanto ha un cervello. Questo in genere all’uomo non piace, perciò era meglio tacere.

Quando il sentimento La prende per mano ed esprime il Suo estro poetico, l’accompagna più facilmente verso il dubbio o la conoscenza, verso l’inquietudine o l’appagamento? E quanto ha contato la sofferenza nell’affinamento della Sua sensibilità?

Diciamo che l’uomo non è nato per soffrire, dovrebbe essere un uomo ‘gioioso’, che scrive quando è felice. Soltanto che altri alle volte vorrebbero che questo uomo cadesse in basso, finisse e con lui la sua gioia; questo accade perché l’invidia è il sentimento prevalente, più forte di tutto il resto. Diciamo che l’uomo è nato cattivo, perfido. Mi riferisco anche all’uomo come maschio. Io ho avuto un primo marito cattivo che mi ha messo in manicomio, l’ho perdonato, ho trovato una giustificazione in questo mal fare e questo è stato poi la fonte della mia gioia, anche se il passato era stato rischioso. Però sono convinta di questo: che l’uomo nasce cattivo. 

Che cosa lo può rendere migliore, può affinare questo sentimento negativo?

Il perdono, come sentimento più alto. L’aveva detto Gesù: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno….” Io non riesco a capire perché ci siano persone capaci di fare del male, volutamente. L’uomo è così, nasce perfido. Pensiamo alle guerre ma anche alle invidie misere di ogni giorno, tizia è più bella dell’altra…. E cose del genere.

In un mondo dominato dalla visibilità mediatica, dall’apparenza, dall’esteriorità, dal calcolato interesse quale spazio resta al gesto artistico, alla sua gratuità e – riferendoci alla poesia – al ripiegamento intimista, all’astrazione, alla rielaborazione interiore della realtà, oltre le apparenze e i luoghi comuni? Forse quello che ciascuno riesce a ritagliare per sé….?

Bisognerebbe avere paura di esprimere questo sentimento, perché la gente cercherebbe di impedirlo. Il genio è come un implume che vuole crescere ma c’è la gente che glielo impedisce e se lo divora, lo vuole mangiare. Lo spazio che resta e che uno vuole ritagliare per sé è importante: ma solo se uno riesce a farlo, estraniandosi dalla cattiveria della gente.

Lei come è riuscita a superare le grandi paure della vita, quelle che abbiamo tutti?

Accettando il manicomio e il fatto che non ci fosse una spiegazione. Ero giovane, mi ero posta delle domande ma non ero stata capace allora di rispondere.

Alla scuola di oggi viene chiesto l’assolvimento di molti compiti: più tecnologie, più apertura al sociale, competenze sempre più sofisticate e legate alle esigenze del mondo del lavoro. Non Le sembra che manchi invece una buona educazione sentimentale, capace di suscitare ispirazioni e produzioni personali nel campo dell’arte? Perché a poco a poco la musica, la pittura, la poesia e le espressioni più libere e umanistiche della formazione e della tradizione culturale vengono marginalizzate e quasi eluse nella educazione delle giovani generazioni?

Io direi che i bambini vanno lasciati bambini. Genitori e scuola non riescono a far capire ai ragazzi che arte e sentimento sono la stessa cosa. Penso che le giovani generazioni comincino ad infischiarsene della vita, perché non sanno cos’è la vita.

Chiedo spesso ai miei intervistati e a Lei con più convinta curiosità quanto possa contare il silenzio nell’organizzazione della Sua attività e del tempo libero, quanto sia cercato, voluto, apprezzato, desiderato, temuto. Certe nicchie di solitudine, voluta o subita, non costituiscono forse per un artista una magica risorsa cui attingere e ritrovarsi per esprimere l’originalità irripetibile del proprio pensiero?

Il  silenzio per l’artista è una fonte d’oro: saper tacere. Purtroppo l’umanità tenta di impedire le occasioni di silenzio, l’uomo vuole mettersi dentro, al posto del silenzio, non ti lascia tacere e distrugge il pensiero che deriva dal silenzio.

Uso, se mi permette , le Sue parole: “Un giorno io ho perso una parola, sono venuta qui per dirvelo e non perché voi abbiate una risposta. Non amo i dialoghi o le domande, mi sono accorta che cantavo in un’orchestra che non aveva voci. Ho meditato a lungo sul silenzio. Al silenzio non c’è risposta”. Che cosa pensa allora di queste nostra vita piena di parole e di ridicola alterigia, di ostentazione e di luoghi comuni dove giochiamo a nasconderci alle verità del silenzio? 

Penso che il mondo stia andando verso lo sfacelo perché la gente non comunica e non comunica perché non parla: blatera. Siamo in una torre di babele. Televisione e internet sono distruttivi, specie e a partire dall’età scolastica.

Signora Merini, in questo grande vociare del nostro tempo e nell’affabulazione che riempie il tempo e lo spazio ma non conclude, si leva una pressante richiesta di verità. Tutti vogliono sapere tutto. Ma davvero tutto può essere spiegato e, soprattutto, può essere capito? O la nostra vera, nascosta ricchezza sta nell’esser parte di un grande mistero universale?

L’uomo ha fame di un miracolo che gli spieghi la verità. Io credo che Dio sia buono, la fiducia in Dio è per me l’unica fonte di consolazione.

Mi permetta chiudere questa intervista parafrasando il titolo di una Sua opera: davvero la notte è sempre ‘superba’? Quando la notte Le parla che cosa Le dice? E quanto conta il sogno nella Sua vita?

Se potessi parlare e fossi capace di esprimere i godimenti che ho avuto di notte, col silenzio, l’ispirazione, queste voci che mi arrivano dall’aldilà, le presenze Divine, la pace….. Non sono capace di dire tutto quello che ho provato e provo. Sì, la notte è superba perché è tenera, con me. Però non ci dev’essere in giro nessuno intorno a me, devo essere sola. Nel sognare, nell’abbandonarmi provo sentimenti belli e inesprimibili, io trovo nella solitudine tutte le risposte che gli uomini non mi hanno saputo dare e che io stessa non ho cercato.

Signora Merini, nel ringraziarLa per la cortesia di avermi ricevuto mi permetta di esprimerLe la mia sincera ammirazione per la Sua semplicità e la bontà d’animo che si coglie dialogando con Lei….

Guardi io cerco di fare quello che si dovrebbe fare a scuola insegnando ai bambini: parlare  delle cose elementari, in modo semplice. Noi della vita abbiamo una visione troppo complicata, drastica: le cose sono più semplici di quello che sembrano. Io sono prima di tutto una mamma e credo che la maternità spieghi molte cose della vita.

 

APPENDICE Ricordo personale di Alda Merini

 

Sono trascorsi oltre undici anni dalla scomparsa di Alda Merini, anima bella e sofferente, ricca di umanità e passioni (“poeti si nasce, non si diventa”): le siamo tutti debitori di sentimenti ed emozioni che la sua esperienza umana e letteraria ci hanno lasciato in dono come scintille di luce in uno scrigno prezioso.

Spinto dalla curiosità di conoscere alcuni testimoni del nostro tempo (e scoprendo – frequentandoli –  che il loro essere grandi coincide spesso con una naturale vocazione alla semplicità, essendo capaci di lasciarsi attraversare dai marosi della vita conservando l’innocenza del cuore, la lucidità della ragione, le rare virtù della dignità e del pudore) ebbi la fortuna di incontrarla nella sua casa dei Navigli a Milano e di realizzare l’ultima intervista della sua vita. Un dono incommensurabile, per la straordinaria personalità della donna e dell’artista. L’avevo contattata con titubanza, mi ero presentato come “persona desiderosa di conoscerla”: mi aveva sorpreso il suo assenso a ricevermi. Suonando due giorni dopo alla sua porta di casa ebbi il timore di un suo ripensamento: sull’uscio era incollato un perentorio avviso: “non si ricevono giornalisti per interviste”. Ma poco dopo sentii la sua voce: “Entri pure, le ho lasciato la porta aperta”. Era a letto, sorseggiava una granita e fumava la fedele sigaretta. Mi accolse con un senso di ospitalità che non potrò mai dimenticare, mi fece sedere a fianco a sè. Parlammo della sua vita, delle sue sofferenze fisiche e spirituali: la malattia, le cure, le percosse. Traspariva dal suo volto e dalle sue parole il senso della sua straordinaria personalità: ci sono persone non comprese, rese disadattate o dimenticate dalla vita cui si riservano tardivi riconoscimenti postumi. Così è stato per lei.

Mi raccontò aneddoti personali (il cappotto che si fece prestare da un’assistente sociale per ritirare un premio alla Scala, l’invito in TV per una investitura ad un premio Nobel in cui lei stessa non aveva creduto, la sua vocazione alla maternità, il disprezzo per i luoghi comuni alimentati dalla TV e dalle tecnologie: “la gente non parla, blatera”…) . Emanava un grande senso di sofferenza fisica (dopo una recente operazione) compensato da “visioni straordinarie”, da un rapporto intimo e confidenziale con Dio e la preghiera (“L’uomo ha fame di un miracolo che gli spieghi la verità.

Io credo che Dio sia buono, la fiducia in Dio è per me l’unica fonte di consolazione”), da una visione concreta e disincantata della sua stessa vita: “Il genio è come un implume che vuole crescere ma c’è la gente che glielo impedisce e se lo divora”. La casa era disadorna, persino trascurata: ma si capiva che il suo pensiero era altrove, che sono i sentimenti e la sensibilità del cuore i valori da coltivare e alimentare. “Il  silenzio per l’artista è una fonte d’oro: saper tacere. Purtroppo l’umanità tenta di impedire le occasioni di silenzio, l’uomo vuole riempirlo e distrugge il pensiero che deriva dal silenzio”. Non potei tacerle una domanda che si è rilevata risolutiva per capire , ogni volta che ci ripenso, la sua visione della vita. “Cosa può renderci migliori, più buoni?”. “Il perdono – mi rispose – come sentimento più alto”.

Colao lancia il digitale dal volto umano: per una vita più facile, più sana e più inclusiva

Giovedì 18 marzo 2021 si è svolta l’audizione parlamentare del Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale, Vittorio Colao, nell’ambito dell’esame della Proposta di piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Il Ministro ha elencato i punti principali che guideranno la strategia di transizione digitale: ammodernamento delle infrastrutture su tutto il territorio nazionale, sfruttamento del cloud computing, utilizzo dei dati della pubblica amministrazione, avanzamento della cybersicurezza e infine una maggiore centralità delle persone e delle loro competenze. Nel corso dell’intervento, Colao ha anche illustrato alcune delle misure contenute nel Pnrr. Le proposte presentate si articolano in sei grandi blocchi:

· Investimenti per la banda ultra larga;

· Il piano per la digitalizzazione della PA;

· L’interoperabilità dei dati e la digitalizzazione delle applicazioni per i cittadini;

· Il rafforzamento del sistema di cybersecurity;

· La cittadinanza digitale;

· Le misure contenute nel Pnrr, ad opera del Ministro, coadiuvato dal Dipartimento per la trasformazione digitale, saranno coordinate con altre Amministrazioni vista la loro trasversalità.

In conclusione Colao ha anche illustrato l’impianto strategico che il Comitato interministeriale per la transizione digitale seguirà nel suo lavoro. In primis il digitale come garanzia di opportunità, inclusione e coesione territoriale. “La dimensione digitale – ha affermato – riesce a colmare distanze prima impensabili, a connettere idee, persone, imprese e mercati abbattendo barriere e dando opportunità a tutti non lasciando indietro nessuno.

Il secondo luogo il digitale come nuovo modo di lavorare, fare impresa ed essere cittadini. La digitalizzazione deve essere vista come condizione abilitante di un nuovo diritto di cittadinanza, nella PA come nelle scuole, nella giustizia, come nella sanità, nella capacità competitiva come nella sicurezza. Infine la transizione digitale deve essere concepita come una strategia industriale, geostrategica competitiva, in un’ottica europea e atlantica.

Rotta solidarietà, Un mondo senza umanità non ha futuro.

E’ un progetto di grande respiro partito dalla Sezione ANPI 7 Martiri di Venezia per la quale il dovere di salvare le vite dei dispersi in mare deve prevalere anche sull’interesse di protezione delle frontiere. La solidarietà non è merce di scambio e tantomeno reato e, in questa convinzione, conferma la sua vicinanza a Mare Jonio in questo momento in cui è costretta in condizioni di difficoltà operativa. Una conferma che ANPI 7 Martiri intende dimostrare continuando a sostenere Mediterranea con ancora maggiore determinazione per mezzo del progetto Rotta solidarietà che ogni giorno registra sempre più sostenitori.

L’iniziativa, a cui stanno aderendo molte realtà democratiche e antifasciste e artisti di livello internazionale, nazionale e locale oltreché artigiani e creativi, vuole smuovere le cose a Venezia e, soprattutto, vuole parlare al Mondo e a tutti coloro che resistono alla pandemia, alle quotidiane ingiustizie e non si arrendono neanche di fronte alla disumanità. L’immagine simbolo che caratterizzerà tutto lo sviluppo dell’iniziativa è un generoso e bellissimo contributo di Altan.

Il progetto è già in atto, con l’appoggio di ANPI nazionale: gli artisti delle diverse discipline, creativi e artigiani sono invitati quindi a donare una loro opera per raccogliere fondi utili per riprendere l’attività umanitaria e per poter tornare presto in mare.
L’opening virtuale è stato fissato per i primi giorni di aprile. Prenderà così il via la collettiva visitabile in una pagina dedicata del sito web di Mediterranea, una mostra-mercato, che si potrà arricchire strada facendo, il cui ricavato sarà destinato ad appoggiare l’attività di salvataggio in mare dei migranti.

Invitiamo quindi tutti coloro che vogliono partecipare ad affrettare i tempi, benché ci sarà tempo di inviare le foto delle proprie opere fino al 25 aprile 2021, giornata in cui viene celebrata la Liberazione. A partire dall’inaugurazione dei primi giorni di aprile e durante tutto il periodo dell’esposizione è previsto un ricco palinsesto di eventi, incontri, concerti, letture, battute d’asta. Molti cantanti, attori, giornalisti e associazioni del territorio hanno già aderito all’iniziativa.

Le singole opere messe a disposizione dagli artisti verranno assegnate e spedite alle persone che sosterranno Rotta Solidarietà con le loro donazioni.

La call è aperta ad artisti delle diverse discipline e quotazioni, e tutti da casa potranno prenotare l’opera scelta o anche solo un gadget per sostenere il progetto anche con una piccola cifra, tutti insieme per un unico obiettivo.

Hanno già aderito artisti di tutte le nazionalità, gallerie e centri di produzione culturale come Vincenzo Eulisse, Alessandro Valeri, Jorge Pombo, Ferruccio Gard, Silvestro Lodi, Stefano Grespi; fra i fotografi Paolo Utimpergher, Philippe Apatie, Roberto Bortali, René Seindal; la Galleria Michela Rizzo di Venezia con un’opera di Muntadas; la Scuola Internazionale della Grafica, Laboratorio Stampa d’Arte DoppioFondo e la Tipografia Tintoretto.

Il nuovo Bugiardino del vaccino AstraZeneca

Bugiardino del vaccino AstraZeneca aggiornato dopo il via libera dell’Ema, con attenzione rinnovata su effetti da considerare e sintomi da segnalare.

Quali sono, quindi, i segnali sospetti, quelli cioè che possono far pensare a eventi avversi o a effetti collaterali, da conoscere e monitorare? La risposta arriva dal’Ema.

“Affanno, dolore al petto o allo stomaco, gonfiore o sensazione di freddo a un braccio o una gamba, mal di testa grave o in peggioramento o visione offuscata dopo la vaccinazione, sanguinamento persistente, piccoli lividi multipli, macchie rossastre o violacee o vesciche di sangue sotto la pelle: in presenza di questi sintomi”, dopo la vaccinazione anti Covid con il siero di AstraZeneca, “cerca immediatamente assistenza medica e riferisci di essere stato vaccinato di recente”, spiega l’Ema.

“Il vaccino Covid-19 di AstraZeneca – riporta l’ente regolatorio Ue nelle informazioni rivolte ai pazienti, dopo la valutazione effettuata sul prodotto dell’azienda anglo-svedese – non è associato a un aumento del rischio complessivo di disturbi della coagulazione del sangue”. Tuttavia “ci sono stati casi molto rari di coaguli di sangue insoliti, accompagnati da bassi livelli di piastrine (componenti che aiutano il sangue a coagulare), dopo la vaccinazione.

Madrid legalizza l’eutanasia. I commenti su Famiglia Cristiana.

Pubblichiamo un ampio stralcio dell’articolo di “Famiglia Cristiana” (a firma Giulia Cerqueti) sulla legge pro-eutanasia varata nelle ultime ore dal Parlamento spagnolo.

La legge spagnola stabilisce una serie di passi vincolanti che precedono l’ eutanasia: il paziente, che deve essere di nazionalità spagnola o residente legale nel Paese, deve  essere capace di intedere e di volere e manifestare espressamente la sua volontà in forma scritta due volte in quindici giorni. In questa richiesta deve risultare chiaro che la sua decisione non sia “frutto di alcuna pressione esterna”. Il paziente deve inoltre chiarire di essere stato informato del processo medico che andrà a subire e delle differenti alternative, incluse le cure palliative. Una volta iniziato il procedimento, il paziente avrà sempre facoltà di cambiare la sua decisione. Dopo la seconda richiesta scritta, il medico presenterà la domanda alla commissione competente in ogni regione autonoma che la sottoporrà all’ esame di due professionisti e successivamente darà la sua risposta, affermativa o negativa, che dovrà pervenire entro 19 giorni.

Il premier socialista Pedro Sánchez ha espresso la sua soddisfazione su Twitter. La legge è stata osteggiata dal Partito popolare e dal partito di estrema destra Vox. E’ stata respinta anche dal Comitato di bioetica di Spagna, che non considera l’ eutanasia un diritto, e dall’ Organizzazione medica collegiale, che vigilerà sulla regolamentazione della possibilità dell’ obiezione di coscienza per i medici e il personale sanitario e dichiara che l’ aiuto a morire non è un atto medico, anche se la legge lo inserisce tra le prestazioni sanitarie.

Forte e decisa è la reazione della Chiesa cattolica spagnola, che ha espresso la sua preoccupazione per la nuova legge attraverso la voce di monsignor Luis Argüello, vescovo ausiliare di Valladolid e segretario generale della Conferenza episcopale: «Questo è il momento di favorire una cultura della vita e di compiere passi concreti promuovendo un testamento biologico o dichiarazioni anticipate che permettano ai cittadini spagnoli di manifestare in maniera chiara e determinata il loro desiderio di ricevere cure palliative. La loro volontà di non essere oggetto di questa legge». Il vescovo ha ricordato che ogni anno in Spagna muoiono 60mila persone con grandi sofferenza, che potrebbero essere evitare con una politica adeguata di rimedi palliativi. In questo modo, ha detto monsignor Argüello, non si provocherebbe la morte, ma ci si prenderebbe cura «con tenerezza, vicinanza, misericordia» di quelle persone si grovano nella fase finale della loro esistenza.

Anche monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, si è espresso sulla legge spagnola: «Alla diffusione di una vera e propria cultura eutanasica, in Europa e nel mondo, si deve rispondere con un approccio culturale diverso. La sofferenza e la disperazione dei malati non vanno ignorate. Ma la soluzione non è anticipare la fine della vita. La soluzione è prendersi cura della sofferenza fisica e psichica». ha continuato l’ arcivescovo: «Quando non si può più guarire, possiamo sempre curare le persone. Non dobbiamo anticipare il lavoro sporco della morte con l’eutanasia. Dobbiamo essere umani, stare accanto a chi soffre, non lasciarlo nelle mani di una disumanizzazione della medicina o nelle mani dell’industria eutanasica».

La suggestione ulivista.

La stagione dell’Ulivo, almeno così pare, ritorna d’attualità. Una stagione che, è sempre bene non  dimenticarlo, ha segnato uno dei punti più alti – e certamente il più significativo della seconda  repubblica – della coalizione di centro sinistra nel nostro paese. Certo, una stagione  contrassegnata da molti elementi, positivi e anche negativi, ma sono e restano 2 i punti essenziali  che giustificano, oggi, la riproposizione, seppur in forma aggiornata, di quel progetto politico.  

Innanzitutto la centralità della coalizione al di là di qualsiasi “vocazione maggioritaria” di qualche  partito e la indispensabilità della riproposizione della “cultura delle alleanze”. Che resta uno dei  caposaldi centrali della cultura cattolico democratica e popolare. In secondo luogo la stagione  dell’Ulivo ha permesso ai vari partiti che si riconoscevano nella coalizione la possibilità di  salvaguardare la propria identità all’interno di una quadro più ampio. Un quadro che, tuttavia,  prevedeva una forte convergenza politico e programmatica. 

È ovvio che, oggi, quasi si impone la necessità di ricostruire dalla fondamenta la “cultura delle  alleanze” nel nostro paese. E questo perchè siamo reduci da una stagione dominata dal  trasformismo, dall’opportunismo e dal populismo. Una cornice che, di fatto, ha azzerato alla  radice qualsiasi cultura delle alleanze perchè ha posto al centro dell’attenzione la sola conquista  e, soprattutto, la permanenza al potere. Non a caso, in questi anni – in particolare dopo il voto del  marzo del 2018 con la schiacciante vittoria delle forze populiste – le alleanze politiche sono  diventate un elemento del tutto residuale nello stesso dibattito politico e culturale del nostro  paese. E la ragione di tutto ciò è molto semplice e risiede nel fatto che quando domina il  trasformismo la coerenza nel costruire le alleanze di governo è un fenomeno del tutto trascurabile  se non addirittura nocivo ai fini della conquista del potere. E così è puntualmente avvenuto in  questi ultimi 3 anni dopo le elezioni nazionali. 

Adesso, e anche grazie all’intervento di Enrico Letta nel giorno del suo insediamento come  segretario nazionale del Partito democratico, è possibile ritessere le fila per ricostruire dal basso,  forse addirittura per rifondare, una rinnovata coalizione dal basso. Certo, si deve realmente  ripartire dal basso. L’alternativa, purtroppo, non è che la prosecuzione di una prassi che incrocia il  caos e la confusione. Serve un disegno politico preciso e una coerenza delle rispettive forze  politiche. Certo, l’Ulivo non è replicabile come molti di noi l’hanno conosciuto e teorizzato. Ma un  dato è abbastanza sicuro. Ovvero, una coalizione è credibile se contiene almeno 3 ingredienti: un  progetto di governo serio e percorribile; forze politiche che perseguono con coerenza quel  progetto e, soprattutto un “federatore” che sappia anche unificare e rendere plastico e pubblico  quel progetto. E cioè, il punto di riferimento e di sintesi della intera alleanza.  

Ecco perchè, oggi, l’Ulivo può riprendere il suo cammino, in una versione aggiornata e moderna.  Ma servono coerenza, coraggio e assunzione di responsabilità. L’esatto opposto di quello che è  capitato in questi ultimi anni. Anni confusi, caotici e per molti versi contraddittori. Occorre voltare  veramente pagina.  

Dalla conversioni delle armi nucleari alla sconfitta della fame nel mondo

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

Un progetto per smantellare le armi atomiche, usare il combustibile nucleare per produrre energia ad uso civile e destinare le risorse a microprogetti per lo sviluppo sostenibile nei Paesi poveri.
Questo è quanto propone da anni il Comitato per una civiltà dell’amore (www.civiltadellamore.org), un’associazione formata da Professionisti Volontari impegnati ad aiutare gli altri praticando carità, generosità e solidarietà.
Il Comitato è noto per aver svolto campagne benemerite a favore delle popolazioni del Sud del Mondo, tra le quali: “Contro la Fame Cambia la Vita”, “Adotta un papà nel Sud del Mondo”, “Nuclear for Peace”, “Adoption no Abortion”.
Il Comitato ha inoltre promosso 23 micro progetti di sviluppo nelle Missioni di oltre 40 nazioni povere del mondo.
In piena coerenza con l’aforisma di Nelson Mandela adottato dall’associazione – “Tutte le cose sono impossibili finché non vengono fatte” – il Comitato per una civiltà dell’amore ha organizzato il 12 marzo un convegno sul tema: “Dalla conversione delle armi nucleari alla sconfitta della fame nel mondo”.
Il convegno si svolto in modalità webinar dal Sacro Convento di S. Francesco ad Assisi.
L’ingegnere nucleare Giuseppe Rotunno, cofondatore dell’associazione, ha spiegato che «oggi ci troviamo nella situazione storica di avere tante testate nucleari che potrebbero distruggere il mondo. Ma possiamo eliminarle convertendole definitivamente in energie di pace».
Rotunno ha proposto di realizzare un piano di disarmo per convertire 50.000 bombe nucleari (13.400 pronte più almeno 37.000 negli arsenali) in combustibile fissile da utilizzare per alimentate i 300 impianti per la produzione di energia elettrica già esistenti.
Secondo Rotunno, il combustibile nucleare che passa dalle bombe all’uso civile vale 75 dollari per MegaWatt ora (Mwh).
In questo modo si potrebbero risparmiare più di 800 miliardi di dollari per la produzione di energia elettrica nei prossimi cinquant’anni.
I primi 300 miliardi dollari, qualora venissero impiegati per realizzare progetti di sviluppo sostenibile, sarebbero sufficienti ad alimentare i circa 800 milioni di persone che oggi soffrono la fame nel mondo.
In questo modo la minaccia di “apocalisse nucleare” verrebbe cancellata, i missili nucleari smantellati e la fame vinta.
Al convegno è intervenuta anche Simona Beretta, docente di Economia internazionale, responsabile del Master ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.
La Beretta è consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, e membro del Comitato scientifico delle Settimane Sociali dei cattolici italiani.
Per sradicare la fame nel mondo, la Beretta ha invocato la mobilitazione degli “artigiani di pace” affinché, come ha detto Papa Francesco, sia possibile lo sviluppo umano integrale e il pieno esercizio della dignità umana.
La professoressa Beretta ha spiegato che serve la complementarietà tra finanza pubblica e privata, interna ed internazionale. La centralità della finanza pubblica è necessaria per la produzione di beni e servizi pubblici essenziali, come la salute e l’educazione. E occorre inoltre una lotta coordinata a livello internazionale contro i flussi finanziari illegali.
I benefici attesi dal disarmo sarebbero anche di carattere economico, grazie soprattutto alla riduzione della spesa pubblica militare e di sicurezza nazionale.
La Beretta ha sostenuto che, per consolidare il dialogo internazionale, il negoziato per il disarmo e il processo di pace, è necessario «un lavoro di comunicazione e di pressione sui grandi decisori, pubblici e privati, insieme ad un lavoro capillare di educazione alla pace e allo sviluppo».
Per comprendere quanto le guerre influiscano sulle condizioni di povertà, la professoressa ha ricordato che la grande maggioranza delle persone in situazione di malnutrizione e di insicurezza alimentare cronica (489 milioni su 815 milioni nel 2017) vive in Paesi dove sono in corso conflitti armati.
Inoltre una persona ogni 113 è un rifugiato, un richiedente asilo o uno sfollato. In media, la permanenza in un campo di rifugiati/sfollati è di 17 anni.
La professoressa ha però aggiunto che mettere le persone al centro dei processi di sviluppo è diventato un messaggio che s’incontra sempre più frequentemente, anche in ambiti insoliti.
La “Community Driven Development”, per esempio, è una linea di intervento che sta assumendo crescente importanza nelle attività della Banca Mondiale, specie in condizioni di emergenza e di conflitto.
Le istituzioni di cooperazione allo sviluppo, per avere più efficacia in condizioni di emergenza, si appoggiano alle comunità locali, anche perché non esistono alternative affidabili. Tuttavia questo è possibile solo se le comunità locali sono già esistenti come soggetti organizzati, formalmente o per consuetudine.
Simona Beretta ha concluso il suo intervento citando papa Francesco che, nell’enciclica “Fratelli tutti”, invita a «superare le politiche sociali concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri e tanto meno inserita in un progetto che riunisca i popoli…».
«L’opzione per i poveri – ha sottolineato il Santo Padre – deve portarci all’amicizia con i poveri».

La più grande paura di Wall Street è l’inflazione

I timori che l’anno passato, a causa del Coronavirus, hanno sconvolto Wall Street , sembrano ormai passati.

La crisi sanitaria non è finita, ma gli investitori sono sempre più fiduciosi che lo sarà presto.

Goldman Sachs prevede che l’economia statunitense spiccherà il volo facendo registrare un più 8% alla fine del 2021. Sarebbe la crescita del PIL più rapida dal 1965.

Ora, però, i pericoli, secondo gli investitori esperti, sono rappresentati da una possibile iperinflazione e da un aumento dei rendimenti obbligazionari.

Infatti secondo fonti autorevoli, lo tsunami di stimoli monetari e fiscali, insieme all’imminente aumento della velocità di trasmissione monetaria mentre l’economia mondiale esce dai lockdown porterebbe a un surriscaldamento economico senza precedenti.

Così, anche se la fiducia sta crescendo, grazie al lancio dei vaccini, all’allentamento delle restrizioni e al supporto senza precedenti da parte del governo federale, i timori non sono del tutto sopiti.

E anche se gli economisti sono molto ottimisti, soprattutto perché lo zio Sam sta fornendo molto più sostegno all’economia di quanto molti pensassero fosse probabile solo pochi mesi fa, rimane il grande timore per la ripresa dei un’inflazione fuori controllo.

Anche perché, nel corso della scorsa estate la Federal Reserve americana ha adottato un cambio di strategia che prevede che i tassi di interesse non vengano alzati anche quando l’inflazione supera la soglia del 2% e finché la disoccupazione non abbia raggiunto un valore valutato sufficientemente basso.

Questo significa che la Fed potrebbe non rispondere subito ad un aumento dell’inflazione sopra il 2%. Scenario, questo, che non rende tranquilli gli investitori americani.

Congedo obbligatorio e facoltativo per i padri lavoratori dipendenti

Con la Circolare n. 42 dell’11 marzo 2021, l’INPS ha fornito indicazioni sul diritto al congedo obbligatorio e facoltativo dei padri lavoratori dipendenti di cui alla Legge 28 giugno 2012, n. 92 (art. 4, comma 24, lett. a), a seguito delle modifiche apportate dalla Legge di Bilancio 2021 (L. 30 dicembre 2020, n. 178, art. 1, comma 363 e 25).

In particolare, il documento dell’Istituto fa riferimento alle novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2021, ovvero:
– l’estensione delle disposizioni afferenti al congedo obbligatorio per i padri lavoratori anche alle nascite, alle adozioni e agli affidamenti avvenuti nell’anno 2021;
– l’incremento da 7 a 10 giorni della durata del congedo obbligatorio da fruire, anche non  continuativamente, entro i 5 mesi di vita o dall’ingresso in famiglia o in Italia in caso, rispettivamente, di adozione/affidamento nazionale o internazionale del minore;
– il riconoscimento del congedo obbligatorio e facoltativo anche nel caso di morte perinatale del figlio.
Il provvedimento precisa che, per le nascite e le adozioni/affidamenti avvenuti nell’anno 2020, i padri lavoratori dipendenti hanno diritto a soli 7 giorni di congedo obbligatorio, anche se ricadenti nei primi mesi dell’anno 2021.

Inoltre, a livello generale, l’INPS chiarisce che continua a trovare applicazione la disciplina dettata dal Decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, del 22 dicembre 2012.

Per tutti i dettagli, consulta la Circolare.

Terza Conferenza Nazionale sull’ economia circolare

Il 23 marzo prossimo si svolgerà la terza Conferenza Nazionale sull’ economia circolare  che quest’ anno  approfondirà  il ruolo dell’economia circolare nella transizione alla neutralità climatica e darà un aggiornamento sulle principali misure in materia adottate a livello nazionale ed europeo.

Verrà anche presentato Il 3° Rapporto sull’economia circolare 2021, elaborato dal Circular Economy Network (Cen) in collaborazione con Enea che verrà illustrato dal Presidente del Cen, Edo Ronchi.

Il Rapporto aggiorna l’analisi dello stato dell’ economia circolare in Italia analizzando i risultati raggiunti  nelle aree della produzione, del consumo,  della gestione circolare dei rifiuti, oltre che degli investimenti e dell’ occupazione nel riciclo, nella riparazione e riutilizzo.

Alla web conference, introdotta dal Vicepresidente CEN Luca Dal Fabbro, parteciperanno  il Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani; l’eurodeputata Simona Bonafè; il Presidente di Legambiente Stefano Ciafani; il Segretario generale CGIL Maurizio Landini; il direttore del Dipartimento sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali Enea e presidente ICESP Italia Roberto Morabito; Maria Cristina Piovesana, Vicepresidente per l’Ambiente di Confindustria. L’evento, sarà moderato dal giornalista LA7 Andrea Purgatori. 

Covid, ci si può riammalare? La risposta in un maxi-studio

Ci si può riammalare di Covid-19? I guariti dovrebbero fare il vaccino? Quanto dura l’immunità? Sono nodi cruciali e un maxi studio offre alcune risposte. E’ il primo su larga scala ed è stato condotto in Danimarca, valutando i tassi di reinfezione del 2020 nel Paese. I risultati, pubblicati su ‘The Lancet’, confermano che le reinfezioni con il coronavirus Sars-CoV-2 sono rare, ma – aggiungono gli autori – più comuni fra gli anziani. Emerge infatti che gli over 65 sono più a rischio di contagiarsi nuovamente. In questa fascia d’età la protezione da infezioni ripetute è al 47%, contro l’80% registrato fra i più giovani, gli under 65.

Una precedente infezione ha comunque un effetto scudo sulla maggior parte delle persone guarite: secondo i dati raccolti dallo studio danese solo lo 0,65% dei pazienti ha avuto due volte un test positivo, durante la prima e la seconda ondata affrontate dal Paese, rispetto al 3,27% delle persone risultate positive per la prima volta (che avevano quindi un tasso d’infezione 5 volte maggiore). Altro dato che risulta dalla ricerca è che l’immunità rimane stabile per più di 6 mesi.

“Non ci sono evidenze che indichino che la protezione cali entri i 6 mesi dall’infezione”, evidenzia Daniela Michlmayr, dello Staten Serum Institut danese, ricordando anche che “è stato dimostrato che i coronavirus Sars e Mers, strettamente correlati, conferiscono una protezione immunitaria contro le reinfezioni che dura fino a 3 anni”. Su Covid ora serve un’analisi continua sul lungo termine, aggiunge. Gli autori puntualizzano un aspetto importante di questa analisi: è un lavoro che si è concentrato sul ceppo originario di Sars-CoV-2 e non ha valutato le varianti.

Gli scienziati danesi si sono basati sui dati raccolti nell’ambito dell’iniziativa nazionale di screening con tampone gratuito che ha permesso di testare più di due terzi della popolazione (4 milioni di persone, 69%) nel 2020. Visto l’arco temporale a cui si è fatto riferimento, non è stato possibile stimare la protezione contro reinfezioni da varianti di Sars-CoV-2 e gli autori sottolineano che su questo sono necessari ulteriori studi. Un focus è stato inoltre dedicato agli operatori sanitari, che hanno una maggiore esposizione al virus. Anche in questa sottoanalisi i risultati ottenuti sono stati simili: si è reinfettato l’1,2% di chi aveva avuto Covid nella prima ondata, rispetto al tasso di infezione di chi non aveva mai incontrato il virus pari al 6,2%. Protezione stimata dell’81,1%.

Letta nomina la nuova Segreteria

Il Segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, ha nominato oggi la Segreteria nazionale, di cui, ai sensi dell’art. 10 dello Statuto, darà comunicazione alla Direzione nazionale.

Ne faranno parte:

Europa, Affari internazionali e Cooperazione allo sviluppo
Lia Quartapelle, 38 anni, parlamentare

Istituzioni, Tecnologie e Piano Nazionale di Riforma e Resilienza
Antonio Nicita, 53 anni, docente universitario

Transizione ecologica, sostenibilità e infrastrutture
Chiara Braga, 41 anni, parlamentare

Missione Giovani
Chiara Gribaudo, 39 anni, parlamentare

Politiche per la Parità
Cecilia D’Elia, 57 anni, portavoce della Conferenza nazionale delle donne democratiche

Politiche per la Sicurezza
Enrico Borghi, 53 anni, parlamentare

Giustizia e Diritti
Anna Rossomando, 57 anni, parlamentare

Economia e finanze
Antonio Misiani, 52 anni, parlamentare

Sviluppo economico, Terzo Settore, Missione PMI
Cesare Fumagalli, 67 anni, Segretario nazionale di Confartigianato Imprese dal 2005 al 2020

Istruzione, Università e Ricerca
Manuela Ghizzoni, 59 anni, ex parlamentare

Cultura
Filippo Del Corno, 51 anni, compositore e operatore culturale, assessore alla Cultura del Comune di Milano

Politiche Agricole, Alimentari e Forestali
Susanna Cenni, 57 anni, parlamentare

Salute
Sandra Zampa, 64 anni, giornalista, ex parlamentare

Sport
Mauro Berruto, 51 anni, giornalista e formatore. CT della Nazionale maschile italiana di Pallavolo dal 2010 al 2015

Autonomie territoriali e Enti Locali
Francesco Boccia, 52 anni, parlamentare

Organizzazione
Stefano Vaccari, 53 anni, ex parlamentare

***

Alla vicesegretaria Irene Tinagli è affidata la missione “Italia globale”.

Al vicesegretario Peppe Provenzano sono affidate la missione “Prossimità”, le politiche del lavoro e il contrasto alle diseguaglianze.

Il segretario promuoverà la costituzione di un Comitato di esperti sulle sfide di Next Generation EU, che sarà coordinato da Antonio Nicita.

Quella terza fase dimenticata

Sono passati molti anni dal 16 marzo 1978 e dal tragico evento dell’assassinio della scorta e del rapimento di Aldo Moro.

Ma non si vuol rievocare una vicenda, per buona parte acclarata, soprattutto dopo la seconda commissione di inchiesta parlamentare, che può essere definita con il giudizio dell’allora Rettore dell’Università degli Studi di Urbino, Carlo Bo: “L’assassinio di Aldo Moro è stato l’omicidio dell’abbandono.”

Si tratta, invece, di riflettere sul pensiero moroteo, sulla sua lungimiranza politica internazionale e su come proprio la sua morte ha cambiato lo stesso corso della storia politica italiana ed europea.

Aldo Moro, uno tra gli statisti (insieme a De Gasperi) più lungimiranti della storia politica italiana.

Benigno Zaccagnini amava ripetere che se Alcide De Gasperi aveva un grande senso dello Stato, Aldo Moro aveva qualcosa in più, ossia anche un grande senso della storia.

Ed infatti, non si può far politica, nel senso più alto del termine, se non si ha senso della storia.

Innegabile è il rilevare che proprio la virtù morotea del grande senso della storia, aveva portato lo statista pugliese a delineare tre fasi della vita politica italiana repubblicana.

La prima fase era quella dell’Assemblea Costituente e poi del Tripartito, nella quale tutte le forze politiche democratiche collaborarono sia per la stesura della Carta Costituzionale, sia nel Governo del Paese per la ricostruzione dopo la sciagurata guerra mondiale.

La seconda fase era quella del centrismo e poi del centrosinistra, in quanto veniva a realizzarsi quella che Leopoldo Elia aveva coniato efficacemente con la definizione di conventio ad excludendum nei confronti del Partito Comunista Italiano.

Ma la crisi del centrosinistra di fine anni Sessanta, la protesta studentesca ed operaia del Sessantotto, portarono Moro a studiare per capire questi eventi sociali rivoluzionari in funzione della difesa della Costituzione repubblicana e per irrobustire le strutture dello Stato democratico.

Moro intuisce che la società stava cambiando, che i vari settori volevano essere attori della democrazia, che il mondo studentesco rivendicava una libertà anche di costumi, che non era più prorogabile il riconoscimento ai lavoratori di un proprio statuto e quindi diritti e salari più dignitosi.

Ma in questo contesto, se nel PCI si faceva strada la politica di Berlinguer (ispirata da Franco Rodano) di una presa di distanza dalle posizioni di Mosca, nella DC la prepotenza dorotea era dominante e soffocante in termini di gestione del potere.

Occorreva, allora, mettersi in una posizione di opposizione interna alla DC per elaborare una nuova linea politica più avanzata ed in sintonia con le nuove istanze della società.

Moro se ne convince ancor di più soprattutto dopo la crociata democristiana e i risultati elettorali del referendum sul divorzio del 1974 e, quindi, inizia a lavorare per una nuova linea politica di avanguardia.

Ma per far questo, egli era consapevole non solo della necessità di una DC unita, ma soprattutto che occorresse una guida politica credibile, interprete dell’antifascismo e dei valori della Costituzione.

L’operazione morotea raggiunse il successo quando, anche con alcune defezioni dorotee (Mariano Rumor), venne eletto Benigno Zaccagnini alla segreteria politica della DC.

Molti avevano pensato ad una sorta di segreteria di transizione in attesa che le acque interne si placassero, ma Moro conosceva benissimo Zaccagnini: dietro quel volto che ispirava serenità e sincerità, vi era un animo romagnolo che aveva combattuto nella resistenza al fianco dei comunisti, che aveva aderito alla sinistra democristiana di Dossetti e, soprattutto, che concepiva il potere non come fine ma come strumento per il bene comune.

Ed infatti, con Zaccagnini il progetto moroteo iniziava a prendere forma: non più la politica dello scontro con i comunisti, ma quella del confronto. La DC, sotto l’iniziativa di Zaccagnini, cominciava a riconquistare credibilità, umanità; i giovani (che non lo conoscevano) erano affascinati dai suoi discorsi sulla moralità della politica; nelle fabbriche tornava la proposta politica di un partito che soltanto qualche mese prima era considerato di potere e conservatore.

La Terza Fase della politica italiana iniziava il suo percorso e destava ammirazione nei ceti popolari, ma diffidenza ed opposizione a livello internazionale, nei centri di potere, all’interno dei due blocchi (USA ed URSS), nelle realtà economiche che detenevano la stragrande maggioranza della ricchezza mondiale.

Moro aveva in animo il coinvolgimento di tutte le masse popolari (così come avvenne nella prima fase della Repubblica), ma non in funzione di quello che volgarmente viene definito consociativismo, bensì su un disegno politico ancora più grande: aiutare il PCI a sganciarsi definitivamente dall’Unione Sovietica in vista di un eurocomunismo che gradatamente portasse alla messa in discussione della Conferenza di Jalta al fine di costruire una Europa dei popoli, ma nel contempo realizzare anche in Italia le condizioni di un’alternanza al potere fra forze politiche popolari e democratiche.

La Terza Fase, però, si esaurisce con il suo rapimento e poi con il suo assassinio. Ma certo, quella Terza Fase oggi dimenticata, andrebbe rimeditata e valutata, pur in presenza di uno scenario politico completamente mutato.

Il Centro, la Sinistra , il Pd, e il …’marxista’ Bergoglio. 

Pubblicato sul sito di “Politica Insieme”, ho letto alcuni giorni  fa con (il solito)  interesse  l’articolo “Torna Letta…” di Giancarlo Infante. Un sito, quello di Infante,  creato  per la rinascita di un vero e proprio partito cattolico italiano ispirato dal “Manifesto Zamagni”.

Chiarisco subito che su tale  progetto  ho  preso le distanze e non mi sono trovato per niente daccordo, sempre accompagnato dallo  sforzo e di leggere quei  “segni dei tempi” che meglio di me sanno leggere  gli studiosi di antropologia culturale con le orecchie tese sui cambiamenti profondi sopraggiunti nei ceti sociali e nei  rapporti umani.

L’articolo l’ho trovato però interessante. Anche se chiaramente,  come dicevo,  saturo  di nostalgia neo-centrista di ispirazione …zamagniana.

Infante vede il PD tutto posizionato sui valori della c.d. sinistra di una volta, su cui dirò  dopo. Ove però per valori di sinistra si sottintende, quasi sempre demagogicamente, tutto quel consunto comunismo storico ottocentesco di un altro Manifesto, consegnato anche nei suoi epigoni definitivamente alla storia.
Ho condiviso la sua riflessione  sulla incapacità del Pd di capire i cambiamenti sociali sopraggiunti, così da interpretare per bene le  novità e le difficoltà di quei ceti sociali che storicamente sono appartenuti a questa area politica.

Ma  mi sono trovato in totale disaccordo,  quando  con un cortocircuito sociologico ha valutato il PD tutto radicalizzato a  sinistra, sottolineandone per questo  le contraddizioni.
Contraddizioni nel Pd  ne esistono, intendiamoci: le hanno messe in risalto sin dai tempi dell’Ulivo le ripetute rifondazioni, le scissioni, le correntine, le regole interne, le primarie, ecc. sino alle  narcise peripezie di Renzi e alle sofferte dimissioni di Zingaretti. Un percorso che letto anche nel suo rovescio,  indica però  una continua   insoddisfazione unita ad una costante  ricerca innovativa di vie nuove .

Ma non sono quelle contraddizioni  che  Infante segnala quando ricorda che nel
Pd convivono  al suo interno due  visioni della società alternative.
Quella individualistica, forse tipica aggiungo io di un iperliberismo austriaco, senza Stato. Quella  del “laissez faire” lasciata nelle mani degli spiriti animali e del mercato. Quella insomma di un capitalismo senza contropoteri che, ahimé, oggi  sperimentiamo in quello finanziario.

E quella che presenta  una tensione solidaristica  con una lotta alle diseguaglianze e una forte attenzione agli ultimi e ai diritti umani,  tipica, com’è noto, di una cultura  cattolico democratica e popolare . Dossettiana e personalista. Ma  anche caratteristica di quel  marxismo che non si è pietrificato sulla  dialettica borghesia/proletariato – categorie sociali oggi  in via d’estinzione – sulla proprietà dei mezzi di produzione oggi in mano al digitale, alla robotica, al 5G, e sulla  presa del “palazzo d’inverno”…Chigi
Non mi pare sia  cosi.

Anzi non è cosi!
E non mi pare che esista questa contraddizione.
Ma l’articolo mi ha spinto oltre. Perché sono infatti da tempo convinto che proprio  i ceti sociali – quelli “storicamente di riferimento” del Pd – fanno parte di  quelle fette di società che oggi hanno subito  radicali cambiamenti maturando  nuovi bisogni e nuove  attese, e si sono collocati in nuovi partiti lontanissimi dalle radici del PD.

È a questo punto che nasce la mia ormai  ripetuta provocazione  sostenuta  fra le righe o palesemente,  da diversi  studiosi che vedono in questa fase la crisi della politica, dei partiti politici e della loro offerta identitaria,  se non addirittura la crisi della demo razia. Sono loro che  si interrogano se  le categorie storiche di destra e sinistra,  comprese le categorie di mezzo e intermedie intese come mescolanze di un oggi fantomatico  centro ( solo politico, e mai sociale), abbiano ai nostri  giorni, e di più in quelli dietro l’angolo, ancora un senso e un significato politico-partitico, come quello che siamo stati abituati a conferirgli nel passato.

Mi chiedo allora – se non scandalizzo – se nell’anno del signore 2021 hanno  ancora un significato quei  valori (storici)  che queste categorie geometriche e orizzontali,  dicono di difendere.
Se la mia curiosità può avere un senso, le domande sono le seguenti.
Non sarà  per caso più vero, per il nostro  futuro  e per quello dei nostri figli e nipoti, il suggerimento bergogliano?
Un futuro  cioè postideologico.  Che ci  trova “tutti sulla stessa barca” :  l’ecologia, l’ambiente , il clima, l’automazione e la disoccupazione, il lavoro e la perdita dei posti di lavoro, la robotica, il digitale e il lavoro da casa,  il verde, il  forte inabissamento  dei ceti medi, il debito pubblico, ecc.?

Un futuro  senza le radicali differenze del passato,  ancora oggi ad uso e consumo del marketing partitico e della social-politica dell’inganno:  capitalismo si, capitalismo no,  Stato si, Stato no, liberalismo si, liberalismo , Welfare si,  welfare no,  ecc.
La barca di Bergoglio necessita solo di discernimento. Una barca  sulla quale per mandarla in avanti su quel mare in tempesta che attende tutto il mondo nel post- Covid, non possiamo fare altro che remare il più possibile tutti insieme, ben coscienti  che il benedetto pluralismo politico si è  oggi trasformato in brandelli e frammenti personali e insignificanti, ed è  stato sempre interpretato male,  essendo spesso fotocopia fra  partiti e partitini, valori e programmi.

Domande che mi pongo da un poco di tempo, convinto che la metafora del ‘marxista’ Bergoglio è una metafora profetica profondamente politica e sociale, storica,  più   che pastorale e teologica.  Ed  oggi, qui da noi in Italia,  paradossalmente  interpretata da Mattarella col suo appello ai partiti e ai  “costruttori” del futuro, evitando con lungimiranza  di rivolgersi ai ricostruttori del passato.

E quando con il suo realismo ha suggerito Draghi , per un governo
di  (quasi)  unità nazionale.
Per entrare  telegraficamente nel merito dei ceti sociali, bisogna allora e  nel frattempo interrogarsi cosa sono e cosa saranno dopo il Covid, il ceto medio, la classe media, i c.d. moderati, la classe operaia, le vecchie e nuove povertà, ecc.
E , per entrare anche in  quello politico,  cos’è e cosa saranno dopo il Covid la destra, il centro e la sinistra.

Non occorre scomodare  Giorgio Gaber. Ma prendendo le distanze dai populismi generici e opportunistici del né Destra, e né Sinistra, bisogna intanto  tenere sempre la barra diritta verso l’eguaglianza e la libertà,  a suo tempo raccomandati  da Norberto Bobbio  prendendo le distanze anche da quel pericoloso populismo nazional-sovranista che sta montando in Europa. E aggiungendo la solidarietà per i più bisognosi, la fraternità nei rapporti sociali, e la carità  cristiana come segno dei diritti umani . Tutti  valori da tradurre in politica con l’aiuto della profezia marinara di Bergoglio.
Mi viene da pensare che il Governo Draghi di unità nazionale è  solo un anticipo del percorso da fare e di quello che ci attende.
Mi sbaglierò, ma in questo momento rivolto nel mondo cattolico  alla ricerca di un centro spaziale-politico perduto,  aiutata da una legge proporzionale, da  Manifesti per un nuova Dc di Centro, da nuovi e tanti  partiti e partitini personali di Centro , da diversi e solitari frammenti centristi, di Moderati di Centro, e chi più ne ha più ne metta, di queste idee ne vedo poche.
Mi auguro, ed auguro ad Enrico Letta, che con il suo profilo, con la sua storia, e con le sue radici culturali, sia proprio lui  a decretarne il superamento , avendo in testa , come ha detto, di creare un “…partito nuovo”!
Letta in questo suo proposito è facilitato. Perché incrocia una fase politica e di governo,  in cui si è appena iniziato a capire, benché proposto dalla  pandemia, che , come detto,  bisogna “remare il più possibile insieme”.  Avendo come rotta quell’Europa politica e unita ancora per poco, criticata per opportunismo  elettoralistico  da partiti  fuori dalla storia perché  ancorati  al passato.

Esattamente un anno fa, di fronte ad una Piazza S. Pietro deserta e anticipando la sua enciclica sociale “Fratelli tutti”, su cui ritorna in questi giorni con un convegno  l’associazione  “Città dell’Uomo”, papa Bergoglio faceva sentire a tutto il mondo il suo profetico convincimento di valenza sociale e laica più che teologica :a “nessuno si salva da solo”! 
Ricordiamolo per gli anni a venire anche nelle vicende politiche.

Moro: lezione sulla fragilità del potere

Articolo già pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma del direttore Andrea Monda

«Aldo Moro andrebbe anche sottratto alla cerimonia», è netto nel suo ricordo Marco Follini che con il leader democristiano intrecciò un rapporto intenso a dispetto dei quasi quarant’anni che li dividevano, «Moro infatti era una persona che stava sul terreno della realtà, della controversia, la politica per lui non era un campo di battaglia ma non era nemmeno un prato fiorito. Ne aveva una visione realistica e anche un po’ cruda». Follini vuole mettere a fuoco la parabola politica di Moro per comprendere cosa oggi resta vivo di quella esperienza, qualcosa «che è esattamente ciò che manca al nostro tempo: l’ascolto, l’attesa, la misura, qualche volta anche il silenzio. Tutte cose che lo rendevano inattuale già nella sua epoca. Un uomo consapevole delle avversioni a cui andava incontro, accusato di essere fumoso e inconcludente, eppure è lui il protagonista delle due grandi svolte di quegli anni: il centrosinistra e la solidarietà nazionale».

Il ricordo scende più sul profilo personale, sullo stile, profondamente intriso delle ragioni della fede, dell’uomo politico: «Era un uomo curioso, attento verso il prossimo, capace di ascoltarlo, ricordo colloqui che erano fatti soprattutto dalle sue domande, perché non era abituato alla ritualità degli incontri superficiali né tantomeno a predicare; vedeva le persone più raramente ma in modo più approfondito. Con tutti era così, come se volesse indagare insieme a quelle persone alla ricerca di segni di novità». Non solo curioso ma anche ansioso: «Sì perché era leale a quel principio di non appagamento che governa il rapporto tra i cristiani e la politica, e questa ansia gli imponeva di essere compassato, misurato, di non disperdere il tempo né le parole. Non c’era mai nulla di casuale in lui. Aveva una grandissima attenzione alla sfera religiosa e alla spiritualità della politica; infondeva dentro la contesa politica i suoi valori, le sue convinzioni, i suoi sentimenti, il suo senso di umanità e aveva cura di mettere al riparo la Chiesa dagli errori politici dei cattolici impegnati nella sfera pubblica, atteggiamento che portò anche a qualche attrito con parte della gerarchia ecclesiastica dell’epoca, attrito che lui poteva affrontare con la coscienza tranquilla perché sapeva quanto fosse forte il vincolo dell’appartenenza a quel mondo e a quel sistema di valori».

Qual è la lezione più grande, oggi, di Aldo Moro?

«Se dovessi riassumere in poche battute, partendo dal mio ricordo personale, direi che era un uomo indubbiamente autorevole, solenne, anche potente, ma trapelava da lui il sentimento della fragilità di quel potere. Era un uomo fragile. Io allora ragazzo lo guardavo come un uomo che era un monumento della politica di quegli anni, ma quel monumento rivelava tutta la fragilità della costruzione repubblicana. Che il potere fosse fragile: io penso che questo sia stato il più grande insegnamento che ha lasciato a chi poi successivamente si è trovato a confrontarsi con la sua figura e con il suo lascito. In lui c’era un tormento che evocava la fragilità del potere. Che è il segno della democrazia. Il potere monumentale appartiene ai regimi. Lui sapeva invece di essere su un altro terreno, quello del consenso e del potere condiviso e quindi della massima incertezza del potere. Quando usa la metafora del castello, è significativo che il castello appartiene sempre agli altri, lui non si sente parte del castello, e quando ci sta dentro invoca la necessità di aprire porte e finestre per far entrare il vento che soffia nella vita. Sono immagini un po’ letterarie che alludono però a un inconscio profondo. Moro sapeva che la politica per sua natura finisce sempre male e quel male va corretto, emendato, riscattato, ma sapeva anche che nella politica non c’è l’assoluto, c’è il relativo e che la perfezione non appartiene a quel mondo, e lo dice l’uomo che in quel momento è il più potente d’Italia».

Cittadinanza digitale e informazione: quali le nostre responsabilità?

“Cittadinanza digitale e informazione: quali le nostre responsabilità?” è il titolo del tutorial WeCa online sul sito www.webcattolici.it, su Youtube e su www.facebook.com/webcattolici.

Il tutorial, introdotto dal presidente WeCa Fabio Bolzetta, scritto da Rita Marchetti e condotto da Alessandra Carenzio, guarda alla pandemia dalla prospettiva dell’informazione.

Ciascuno di noi è responsabile di ciò che fa e ciò che dice, soprattutto nei social media.

Questo è tanto più importante in considerazione del particolare momento che stiamo vivendo. Secondo WeCa sono essenzialmente 3 gli elementi chiave a cui prestare attenzione:

1-       L’importanza dell’informazione in un contesto emergenziale;

2-       La perdita di autorevolezza delle istituzioni e il clima di sfiducia percepito dai cittadini;

3-       Il ruolo dei social media.

Questo punto è particolarmente interessante perchè anche noi siamo vettori di informazione e siamo chiamati a essere prudenti nel condividere contenuti.

I tutorial WeCa sono una proposta dell’Associazione WebCattolici Italiani (WeCa) in sinergia con l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei e il Centro di ricerca sull’educazione ai media all’informazione e alla tecnologia (Cremit) dell’Università Cattolica di Milano.

Brescia, Trento e Pesaro finaliste del premio Città italiana dei Giovani 2021

“Brescia, Pesaro e Taranto: sono tre le finaliste per il Premio Città italiana dei Giovani 2021, promosso dal Consiglio Nazionale dei Giovani in collaborazione con il Dipartimento per le Politiche Giovanili e il Servizio Civile Universale e l’Agenzia Nazionale per i Giovani.

I progetti delle tre città finaliste sono risultati coerenti con la necessità di offrire ai giovani lo spazio e il supporto necessario per prendere parte attivamente ai processi decisionali del proprio territorio, come modello di buona prassi, trasferibile e replicabile”.

Queste le parole del Presidente del Consiglio Nazionale dei Giovani, Maria Cristina Pisani.  “Desideriamo ringraziare tutti i Comuni che hanno presentato la loro candidatura dando un segnale positivo alle giovani generazioni, con la volontà di ripensare le proprie realtà locali come luoghi di protagonismo e rinascita giovanile”, ha sottolineato la Presidente Pisani.

“Il Premio Città Italiana dei Giovani 2021 è il giusto riconoscimento per gli sforzi progettuali delle Città italiane, che hanno partecipato alla selezione, e del mondo delle associazioni giovanili, che si sono attivate per avviare, sul territorio, progetti innovativi inclusivi e resilienti, in grado di promuovere la partecipazione attiva dei giovani nei processi decisionali. È un modello di politiche giovanili replicabile anche in altre realtà italiane, che garantisce alle giovani generazioni un ruolo sempre più da protagonisti all’interno della società civile.”, dichiara il Capo del Dipartimento per le politiche giovanili e il Servizio civile universale, Flavio Siniscalchi.

“Il Premio Città italiana dei Giovani 2021 è un abbraccio che unisce la comunità giovanile e le città in uno scambio reciproco e costruttivo – commenta Lucia Abbinante, direttrice dell’Agenzia Nazionale per i Giovani – Da un lato questa importante opportunità permette ai giovani di essere veramente protagonisti e di fare rete all’interno dei territori, dall’altro consente alle città di essere migliorate e trasformate dalle visioni, dalle energie e dalle competenze dei giovani”. La Giuria procederà alla proclamazione della Città vincitrice in un evento che avrà luogo a Roma il prossimo aprile.

Imprese, credito d’imposta per la formazione 4.0

Il credito d’imposta formazione, che si inserisce nell’ambito del Piano Nazionale Transizione 4.0, è un intervento finalizzato al supporto della trasformazione digitale del nostro sistema produttivo.

L’obiettivo è lo sviluppo delle competenze dei lavoratori, per assicurare un efficace utilizzo delle nuove tecnologie applicate ai processi produttivi e ai singoli modelli di business aziendali.

La misura si sostanzia in un credito d’imposta a favore delle imprese che effettuano percorsi formativi sulle tecnologie abilitanti il paradigma 4.0.

L’attività formativa deve essere destinata al personale dipendente dell’impresa beneficiaria e deve interessare uno o più dei seguenti ambiti aziendali: vendita, marketing, informatica, tecniche e tecnologie di produzione (i settori nei quali svolgere la formazione sono elencati nell’Allegato A della legge di Bilancio 2018).

La misura del credito d’imposta è aumentata al 60% nel caso in cui i destinatari della formazione rientrino nelle categorie dei lavoratori dipendenti svantaggiati o molto svantaggiati.

Per maggiori informazioni

Smart working e attenzione ai consumi

In questo particolare periodo di emergenza sanitaria la maggior parte delle persone è costretta ad affrontare il cosiddetto smartworking. Il significato in sé della parola è quello di “lavoro intelligente” poiché dovrebbe portare alcuni benefici a chi ne fa utilizzo.

Lavorando direttamente da casa si contribuisce anche al rispetto dell’ambiente: si riduce l’inquinamento dovuto ai viaggi necessari per raggiungere il proprio posto di lavoro. Una conseguenza di questo risparmio è anche quello del maggiore tempo a disposizione per se stessi, che può essere impiegato in modo diverso per fare una passeggiata o dello sport.

Lavorando costantemente in casa però, i consumi tendono ad aumentare rispetto alla solita routine fuori di casa.

Andiamo quindi a vedere come fare smart working senza incorrere in bollette salate a fine mese. Ma anche come evitare sprechi e consumi eccessivi che non rispettano l’ambiente che ci circonda.

5 consigli per lavorare da casa in smartworking riducendo i consumi

  1. Il primo requisito per lo smart working è avere una buona connessione internet: sul mercato sono presenti tantissime tariffe differenti per ogni esigenza e senza dover pagare cifre stratosferiche per il telefono fisso che non è ormai quasi più utilizzato.
  2. Fare attenzione alle spine: alla fine della giornata di lavoro è buona abitudine spegnere e staccare tutti i dispositivi utilizzati durante la giornata lavorativa in modo da ridurre il consumo di energia.
  3. Organizza la scrivania vicino ad una fonte di luce naturale e come una finestra, piuttosto che utilizzare lampade o in caso di impossibilità utilizzare lampadine a led. Fai attenzione anche a come ti siedi, una postura scorretta potrebbe causarti problemi alla schiena.
  4. Fare attenzione al riscaldamento, quando si lavora fuori casa non si fa attenzione alla temperatura presente in casa durante il giorno. Ma dato che dovete avere un ambiente confortevole per poter svolgere le vostre attività al meglio è utile tenere una temperatura tra i 18 e i 20 gradi.
  5. Utilizzare apparecchi elettronici come pc o smartphone a basso impatto energetico ma di qualità per la nostra salute. Proteggendo così la nostra vista che è soggetta a questi apparecchi per 8 ore circa al giorno.

Tutte queste pratiche devono essere sempre accompagnate da uno stile di vita corretto, ricorrendo ad una sana alimentazione e a delle pause dalla scrivania per fare un po’ di ginnastica o una passeggiata.

Fonte: https://internet-casa.com/smartworking-consumi/