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Confesercenti: i consumi non recuperano. In sei mesi spariti 2.300 euro di spesa a famiglia

A sei mesi dall’inizio del lockdown e dell’emergenza, il bilancio è ancora negativo: tra marzo e agosto di quest’anno, le famiglie italiane hanno speso in beni e servizi oltre 2.300 euro in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, per un totale di 59,2 miliardi di euro di acquisti ‘svaniti’ dall’avvio della crisi Covid. A stimarlo è Confesercenti.  

Dopo il blackout di marzo e aprile dovuto al fermo delle attività, i consumi sono ripartiti lentamente. I dati di cui disponiamo sinora indicano che la spesa delle famiglie, a quattro mesi dalla “riapertura”, non ha ancora ripreso un sentiero ben definito di aumento e recupero. 

Anche dopo il riavvio delle attività, infatti, gli italiani hanno continuato a tagliare gli acquisti: rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, nei sei mesi che vanno da marzo ad agosto la spesa media in beni non alimentari è scesa di 1.170 euro a famiglia. A ridursi sono soprattutto le spese per abbigliamento e calzature (-278 euro in sei mesi, per un totale di -7 miliardi di euro), ma si registrano veri e propri crolli anche per le spese in ricreazione, spettacolo e cultura (-195 euro, totale -5 miliardi) e mobili e arredamento (-166 euro, complessiva -4,2 miliardi). Affondano anche i consumi nei pubblici esercizi, con una flessione di 207 euro per nucleo familiare, pari ad una perdita totale di 5,5 miliardi.

A pesare sui consumi anche i riflessi dell’emergenza sulla disponibilità delle famiglie. L’incertezza aumenta la propensione al risparmio di alcune; per altre, la crisi si è trasformata in una flessione consistente dei redditi da lavoro, con riduzioni del -11,3% per i dipendenti del settore privato e del -13,4% per gli autonomi.

Un contesto difficile in particolare per i negozi tradizionali, se si considera che l’emergenza, oltre a ridurre la spesa totale delle famiglie, ne ha travasato una quota verso l’online. In sei mesi, la distribuzione tradizionale ha registrato complessivamente un calo delle vendite del 12,1%, che risultano praticamente dimezzate per abbigliamento e pellicceria (-41,1%). Malissimo anche i negozi di calzature (-37,8%) e bar e ristoranti (-30,3%).

Rimane da capire se il mutamento nei comportamenti di spesa sarà duraturo. Vari fattori possono agire nel senso di una riduzione permanente della spesa delle famiglie o di una sua redistribuzione: la stabilizzazione del lavoro agile su livelli significativamente elevati, l’incertezza rispetto alla ripresa della pandemia o al peggioramento delle proprie condizioni economiche, l’aspettativa di futuri incrementi di imposte per affrontare la crisi. Bisogna evitare l’avvitamento al ribasso, dando nuove certezze alle famiglie e ai lavoratori. Un risultato che potremo ottenere solo sostenendo la ripartenza delle imprese: c’è bisogno di un grande piano di sostegno e di riconversione e di digitalizzazione delle attività, che permetta al tessuto imprenditoriale di ristrutturarsi per superare la crisi e tornare a crescere e a creare lavoro.

Il Regno Unito sarebbe sull’orlo di perdere il controllo della pandemia di coronavirus.

Il Regno Unito sarebbe sull’orlo di perdere il controllo della pandemia di coronavirus. Questo almeno è quanto sostiene Mark Walport, esperto dell’istituto di ricerca britannico Ukri e membro del Gruppo scientifico di consulenza per le emergenze del governo (Sage), che ha parlato alla Bbc, mentre nel Paese continuano ad aumentare i contagi a livelli preoccupanti. “Penso che si possa dire che siamo sul punto di perdere il controllo”, ha affermato, dando poi il consiglio alla popolazione di lavorare quanto più da casa possibile, a dispetto dell’appello del premier Boris Johnson, preoccupato per lo stato dell’economia.

Il coronavirus, spiega ancora Walport, “non è come il vaiolo”, probabilmente è destinato a restare con noi “per sempre”. Parlando con la Bbc ha detto per controllare la pandemia ci sarà bisogno di “una vaccinazione globale”, per quanto il Covid19 non sia una malattia paragonabile al vaiolo, che “si è potuto sradicare con il vaccino”.

“Questo è un virus – ha sottolineato sir Mark – che resterà con noi per sempre in una forma o l’altra e quasi certamente richiederà più vaccinazioni”. Infine, l’esperto ha osservato come “meno di una persona su cinque nel Paese è stata contagiata, dunque l’80% della popolazione è ancora suscettibile al virus”. “E’ un equilibrio terribile – ha concluso – tra cercare di minimizzare le conseguenze dell’infezione per la popolazione e proteggere le persone, facendo andare avanti la società”.

Video messaggio del Presidente Conte per l’avvio della scuola

“Lunedì si torna a scuola in gran parte d’Italia. Rivolgo un saluto a tutti Voi, ragazze e ragazzi, insegnanti, dirigenti, personale scolastico, genitori.

Sarà un momento di intensa emozione. Così, almeno, è stato per me ogni primo giorno di scuola.

E’ un’emozione che vivrò anche io, da capo di un Governo che nei mesi scorsi ha lavorato per un ritorno in classe in sicurezza, ma anche da padre di un figlio che si accinge anche lui a tornare a scuola.

La scuola è il cuore pulsante del nostro Paese, è un luogo di accoglienza particolarmente prezioso: accoglie Voi ragazzi, vi stimola e accompagna nei processi di crescita personale e culturale. Nella scuola si concentrano tutti i progetti di un futuro migliore.

Tornate a scuola non solo per imparare le nozioni che troverete nei libri di testo, ma imparate a comunicare meglio, a dialogare e a confrontarVi con chi la pensa diversamente. La scuola vi consente di rafforzare il vostro bagaglio di conoscenze e di esperienze, e di coltivare i sogni che realizzerete quando sarete donne e uomini adulti.

La scuola vi offre inoltre la possibilità di rafforzare la vostra coscienza critica. Vi aiuta a comprendere che, prima di ogni altra cosa, viene il rispetto della persona, della sua dignità, anche a prescindere dalle sue idee e convinzioni.

E’ il luogo che vi fa capire che la forza vera è quella che combatte ogni forma di sopruso e di ingiustizia. Non quella che si nasconde nell’indifferenza o, peggio, sfocia nella  violenza.

E’ per tutte queste ragioni che il questo rientro in classe è importante.

Ci saranno difficoltà e disagi, soprattutto all’inizio. La scuola peraltro  sconta carenze  strutturali che ci trasciniamo da anni, aggravate dall’attuale pandemia.

Ma voi dovrete fare la vostra parte, dovete impegnarvi a rispettare le regole di cautela che vi consentiranno di tutelare la vostra salute e la salute delle persone che amate e che vi amano.

Un saluto anche agli insegnanti: avete fatto uno sforzo straordinario in questi mesi di lockdown, continuando a fare lezione con la didattica a distanza.

Non affatto era facile, eppure avete svolto un grandissimo lavoro. E per questo vi siamo grati.

Ringrazio anche le famiglie, le mamme e i papà che hanno già fatto molti sacrifici.

E grazie anche ai dirigenti e a tutto il personale della scuola. In questi mesi estivi non vi siete fermati un attimo. Avete lavorato tanto per essere pronti per la riapertura e per accogliere degnamente i nostri ragazzi.

Saremo con tutti Voi, saremo al vostro fianco e continueremo a esserlo anche nei prossimi giorni, nei prossimi mesi.

Cari studenti: Vi auguro di affrontare e vivere un anno scolastico con fiducia ed entusiasmo.
Impegnatevi nello studio migliorerete voi stessi”.

Le ragioni del No. Giovani Tarli Barbieri. «È una riforma monca e contraddittoria»

L’intervista a firma di  Roberta Lancellotti appare sul sito dell’Azione Cattolica 

Tra pochi giorni i cittadini italiani saranno chiamati a scegliere se approvare o respingere il taglio dei parlamentari. Per approfondire meglio i nodi principali del referendum abbiamo scelto di ascoltare le ragioni del “sì” e del “no”. A dare voce ai dubbi e alle perplessità è il costituzionalista Giovanni Tarli Barbieri, professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Firenze che ha firmato un appello di 183 costituzionalisti contrari alla riforma.

Professore qual è la ragione principale per cui voterà no?
Questa è una riforma monca e contraddittoria. Cito questa espressione più o meno letteralmente dalla relazione della Commissione De Mita-Iotti del 1993, istituita per tentare una riforma della seconda parte della Costituzione sulla quale però mancarono i consensi e i tempi necessari. In quella relazione, che dava conto dei lavori e dell’insuccesso della riforma complessiva, Nilde Iotti scriveva che si era trovato in realtà un consenso su una riduzione dei parlamentari, ma portare al voto del Parlamento il soglio taglio dei rappresentanti sarebbe stato proporre una riforma monca e contraddittoria. Un intervento sul numero dei parlamentari si sarebbe dovuto accompagnare a riforme conseguenti, che appaiono indispensabili anche se non vi è alcun accordo tra le forze politiche, penso in particolari a nuove leggi elettorali. Da cittadino prima ancora che da studioso sono sempre più perplesso di una politica che scarica sulle istituzioni la sua difficoltà di affrontare i problemi reali. Dal punto di vista del Parlamento non sono i numeri ma le regole funzionamento delle Camere che andrebbero riviste.

L’obiezione più forte che si alza dal fronte del “no” al referendum, riguarda la rappresentatività. In che modo il taglio previsto da questa riforma è dannosa a suo parere?
Passeremo da un deputato ogni 96mila abitanti a 1 deputato ogni 151mila abitanti, e da un senatore ogni 188mila abitanti a uno ogni 302mila abitanti. Avremo una maggiore distanza tra elettori ed eletti che in questo momento storico di sfiducia dei cittadini nella politica non mi pare una buona idea. Ci saranno intere parti del territorio nazionale che non saranno rappresentate. Questo è un problema a prescindere dalla legge elettorale che avremo. La rappresentanza territoriale in un paese come l’Italia è una questione molto seria.

Passiamo al prossimo punto critico: la legge elettorale.
Qui si tocca un altro nodo. La legge elettorale che abbiamo e la riduzione del numero dei parlamentari sono completamente fuori asse. L’applicazione del Rosatellum Bis a 400 deputati e 200 senatori darà luogo a una grande sproporzione tra collegi uninominali. Alcuni saranno molto, troppo grandi, e ci sarà molta disparità. Avremo l’unico collegio uninominale dell’Abruzzo con un milione e 300 mila abitanti circa a fronte di altri collegi uninominali in altre parti del territorio nazionale molto più piccoli. Ad oggi non c’è neanche uno straccio di intesa su una nuova legge elettorale necessaria e conseguente a questa riforma.

Se dovesse vincere il “no” sarà più difficile trovare un accordo su una nuova legge elettorale?
Dire che il “sì” facilita un’intesa è un atto di fede. Noi ci crediamo agli atti di fede, ma non in quelli di questo sistema politico che fa molta fatica a trovare accordi anche su materie molto meno rilevanti. Ad oggi non c’è alcun accordo su nessuna ipotesi di riforma fra quelle che sono all’attenzione delle forze politiche. Questi aspetti non si possono derubricare a dei meri inconvenienti. Un sistema politico serio avrebbe avuto il dovere morale e istituzionale di arrivare al referendum almeno con ipotesi solide di riforme conseguenti e condivise. Tutto questo non c’è e lo trovo molto grave e irresponsabile.

Resta vero però che abbiamo un rapporto tra elettori ed eletti tra i più alti d’Europa. Cosa significa questo dato?
Per fare un paragone con altri paesi bisognerebbe valutare tante variabili, a cominciare dalla forma di governo e dall’assetto territoriale allo Stato. Non si possono fare paragoni sui numeri bypassando le variabili istituzionali e non istituzionali, tra cui la storia di un ordinamento. Nel nostro Paese i territori contano molto e non si possono ignorare facendo tagli a tavolino.

Al di là di questa specifica riforma, crede che sia utile un taglio del numero dei parlamentari?
Non so se potrebbe essere utile. A una riduzione dei parlamentari si può anche pensare teoricamente, non lo ritengo uno scandalo in sé, ma in un contesto diverso rispetto a quello che ci viene presentato oggi. Se si riflettesse ad esempio sul bicameralismo paritario e si provasse a ripensare questo assetto, allora si potrebbe anche immaginare un taglio, ma razionale e coerente con una riforma del ruolo del Parlamento e dei rapporti tra le due Camere.

Il risparmio netto conseguente alla vittoria del “sì” è stato calcolato dall’Osservatorio dei conti pubblici italiani in 57 milioni di euro annui (circa 285 milioni per ogni legislatura), pari allo 0,007% della spesa pubblica italiana. Eppure quello dei costi del parlamento è uno dei temi più sentiti nell’opinione pubblica.
Questo argomento ha un potenziale demagogico e populistico così alto che dovrebbe essere spazzato via dal dibattito. Ci dovremmo confrontare su altri piani. Detto questo, se le Camere hanno un costo alto si può agire su tanti versanti, a cominciare dalle indennità dei parlamentari. È l’argomento in sé che trovo pericoloso. In questo Paese le riforme che sono state realizzate in nome dei costi della politica sono state spesso sbagliate, dei veri disastri. Penso ad esempio alla riforma che ha tolto ogni contribuzione pubblica ai partiti.

Una delle questioni che più convince i promotori del “sì”riguarda l’efficienza dell’attività parlamentare. C’è un rapporto diretto tra la “quantità” dei rappresentanti e “qualità” del loro operato?
Il problema della “qualità” dei parlamentari chiama in causa numerose varianti, tra cui la capacità di selezione dei politici all’interno dei partiti. Personalmente non vedo una correlazione tra diminuzione e qualità. Chi mi assicura che avendo meno deputati allora saranno migliori? In realtà saranno migliori o peggiori a seconda di come i partiti selezionano il personale politico.

In un manifesto firmato da oltre 100 costituzionalisti per il “no” scrivete: “La riforma appare ispirata da una logica “punitiva” nei confronti dei parlamentari, confondendo la qualità dei rappresentanti con il ruolo stesso dell’istituzione rappresentativa”.
Che sia una logica punitiva lo dimostra anche la genesi di questa riforma. Il testo nasce dalla maggioranza di allora Lega e Movimento 5 Stelle. Insieme alla riforma che voteremo la prossima settimana la maggioranza giallo-verde proponeva forme di referendum nuove con forti rischi di degenerazioni plebiscitarie, evocava il superamento del libero mandato parlamentare in favore di forme di vincolo, avviava le trattative per attuare anche il cosiddetto regionalismo differenziato, che come veniva presentato allora, sembrava una riforma non certo priva di conseguenze discutibili. Di questo complesso di riforme di cui faccio fatica a salvare qualcosa, rimane quella del taglio dei parlamentari. I toni del dibattito politico sono molto cambiati da allora, ma occorre interrogarci sul populismo legislativo che da anni finisce per parlare alla pancia del paese.

Questa riforma contribuisce ad alimentare la diffidenza e la sfiducia nelle istituzioni?
Sicuramente non contribuisce a migliorare il clima di risentimento e ostilità in cui ci troviamo. Questo è uno dei grandi nodi che il nostro Paese deve affrontare subito. L’atteggiamento di sfiducia nella politica è grandemente pericoloso, anche se facilmente spiegabile. Ma attenzione: questo tipo di sentimenti non sono portatori di venti favorevoli al buon funzionamento della democrazia, bisogna stare molto attenti ad assecondarli, perché la storia insegna che le cose possono sfuggire di mano.

Ritiene che un’eventuale vittoria del “no” possa avere conseguenze sulla tenuta dell’attuale governo?
Tanti si chiedono come farebbe a rimanere in piedi un Parlamento sconfitto dal corpo elettorale. Argomentazione non immotivata sul piano. Però per lo stesso ragionamento anche se dovesse vincere il “sì” dovrebbero esserci delle conseguenze. Come potrebbe continuare a lavorare un Parlamento di 630 deputati e 315 senatori elettivi quando i cittadini hanno confermato di volerne di meno? Si certificherebbe che questo Parlamento ha numeri non in linea con la volontà popolare.

In conclusione, di quale riforma avrebbe bisogno l’Italia per migliorare i suoi processi democratici?
L’esigenza di avere un Parlamento che funzioni meglio c’è, è reale. Il problema però non è nei numeri, ma nei procedimenti e nei rapporti tra le Camere. Credo che sia necessario intervenire sul rapporto tra Parlamento e Governo. Non vedo male, ad esempio, la sfiducia costruttiva, in cui il Parlamento deve indicare una maggioranza nuova nel momento in cui sfiducia l’Esecutivo. Occorre poi correggere l’attribuzione di competenze tra Stato e Regioni, vi sono lacune direttamente nel testo costituzionale. Ma non nel testo originario della Costituzione, in una modifica introdotta nel 2001. A dimostrazione che le riforme vanno pensate e fatte bene. Parliamo infatti della nostra Costituzione: le riforme vanno fatte, sì,  ma con prudenza. Con delicatezza.

Elementi che in questo testo non ci sono?
Direi proprio di no.

Gli evangelici e Trump

Articolo pubblicato dalla rivista “Atlante” della treccani a firma di Mario Del Pero.

Ha fatto scalpore, e non poteva essere altrimenti, lo scandalo che ha coinvolto Jerry Falwell Jr. e la moglie Becki, e che ha provocato le dimissioni del primo dalla guida della Liberty University, l’importante (e ricchissima) università evangelica di Lynchburg in Virginia. Da tempo si susseguivano articoli e polemiche sulla spregiudicata gestione dell’ateneo da parte di Fallwell e sullo stile di vita della coppia, alquanto libertino e assai poco consono ai precetti evangelici che la Liberty University impone invece ai suoi studenti e docenti (“le relazioni sessuali al di fuori di un matrimonio sanzionato dalla bibbia (biblically ordained) tra un uomo nato naturalmente e una donna nata naturalmente (between a natural-born man and a natural-born woman) non sono consentiti a Liberty University”, legge il codice di condotta della scuola).

Fallwell è figlio di uno dei più importanti e potenti leader evangelici dell’America contemporanea, quel Jerry Falwell Sr. che oltre a fondare la Liberty University diede vita, nel 1979, alla famosa Moral Majority che tanta parte ebbe nella svolta conservatrice post-anni Settanta. Falwell è insomma un nome pesante e influente nella galassia evangelica bianca. Jerry Jr. fu forse la prima importante figura pubblica dell’evangelicalismo a sostenere Donald Trump nel 2016, quando ancora gran parte della destra cristiana guardava con sospetto al miliardario newyorchese e appoggiava, tra i candidati alle primarie repubblicane, soprattutto il senatore del Texas Ted Cruz. Evangelici bianchi che poi avrebbero preferito Trump a Clinton con una maggioranza schiacciante (circa 80 a 15 secondo vari studi del voto). Un sostegno, questo, che non è venuto meno durante il primo mandato trumpiano, a dispetto di prese di posizione critiche nei confronti del presidente da parte di alcuni leader evangelici e della stessa principale rivista dell’evangelicalismo americano, Christianity Today.

Qui l’articolo completo

L’Onu lancia il decennio del mare

Il mare è in sofferenza a causa del riscaldamento globale, dell’inquinamento, della pesca intensiva di alcune specie di pesci. E il suo futuro è a rischio. Per questi motivi l’Onu ha deciso di dedicargli il “Decennio del mare”, a partire dal gennaio 2021.

L’iniziativa – il cui titolo ufficiale è “Decade of Ocean Science for Sustainable Development” (Decennio delle Scienze del Mare per lo Sviluppo Sostenibile”) – punta a sensibilizzare e mobilitare sul tema e a far progredire la conoscenza sugli oceani per elaborare soluzioni collettive.

Tra gli scopi c’è anche quello di favorire la cooperazione internazionale nel campo delle scienze oceaniche e coordinare programmi di ricerca. Tra le iniziative anche un Oceanthon, un hackathon digitale rivolto ai giovani talenti.

Il Decennio si occuperà anche di far comprendere ai governi, ma anche alle fondazioni, che per aumentare la conoscenza dell’oceano servirà sviluppare la ricerca oceanografica. Gli investimenti nazionali sulla ricerca oceanografica sono ancora molto bassi con una media dell’1% dei budget nazionali per la ricerca.

Il Decennio servirà anche per avviare una grande campagna di comunicazione e di educazione all’oceano, ocean literacy, che mira a creare una «Generazione Oceano», una generazione che è pienamente consapevole dell’importanza dell’oceano per il nostro pianeta, per la nostra salute, per il nostro futuro.

Un duro mese per l’Europa

Settimane intense attendono il Consiglio europeo.

Il 18 settembre si terrà una videoconferenza dei ministri del Mercato interno e dell’industria, che discuteranno di come approfondire il mercato unico.

Il Consiglio affari esteri si riunirà il 21 settembre: i ministri saranno informati sui temi di attualità e procederanno a uno scambio di opinioni sulla Libia, la Bielorussia e le relazioni tra l’Ue e l’Unione africana. Il 21-22 settembre si incontrerà il Consiglio Agricoltura e pesca.

I ministri porteranno avanti le discussioni sull’architettura verde del pacchetto di riforma della politica agricola comune. Discuteranno inoltre delle questioni agricole relative al commercio, sulla base di una presentazione della Commissione europea.

Il 22 settembre sarà la volta del Consiglio affari generali, il quale preparerà le riunioni del Consiglio europeo di settembre e ottobre. I ministri si concentreranno anche sul prossimo quadro finanziario pluriennale, sulle relazioni Ue-Regno Unito, sul coordinamento a livello di Ue delle misure contro il Covid-19 e sulle procedure a norma dell’articolo 7 relative alla Polonia e all’Ungheria.

Infine il Consiglio europeo straordinario è fissato per il 24-25 settembre. I 27 leader dell’Unione si riuniranno a Bruxelles per discutere di questioni concernenti il mercato unico, la politica industriale e la trasformazione digitale, nonché le relazioni esterne, in particolare le relazioni con la Turchia e con la Cina.

Blockchain, presentato lo studio OCSE sullo sviluppo dell’ecosistema italiano

È stato pubblicato ieri lo studio realizzato dall’OCSE sullo sviluppo dell’ecosistema blockchain italiano e le implicazioni che questa nuova tecnologia potrà avere sulle startup e PMI innovative nel nostro Paese.

Si tratta di un progetto che è stato finanziato dal MiSE con l’obiettivo di analizzare lo stato di sviluppo delle nostre imprese impegnate ad elaborare le applicazioni e le infrastrutture basate sulla tecnologia blockchain. Lo studio, inoltre, presenta le recenti novità in materia di normative e di politiche pubbliche, includendo degli spunti sulle principali policy normative ricavate da esperienze internazionali.

“L’Italia è il primo Paese europeo a finanziare questa tipo di studio, ciò dimostra ancora una volta l’attenzione del MiSE verso le soluzioni fornite dalle tecnologie emergenti alle nostre PMI e start up, nonché le ricadute positive per la loro competitività”, sottolinea il Sottosegretario Mirella Liuzzi“Come certificato dal rapporto”, continua, “l’industria italiana della blockchain sta crescendo rapidamente. Occorre quindi assecondare, con politiche mirate, questi percorsi di sviluppo in modo da innescare crescita e innovazione, coinvolgere sempre più realtà imprenditoriali e puntare a una visione strategica del futuro in cui l’Italia vuole recitare un ruolo di primo piano”.

Sempre in ottica blockchain, gli esperti selezionati dal Ministero dello Sviluppo Economico sono al lavoro per la definizione del documento finale della Strategia italiana per la Blockchain e i registri distribuiti, in seguito alla ricezione dei contributi pervenuti dalla consultazione pubblica terminata lo scorso luglio.

 

Per maggiori informazioni

Un morto di Covid-19 su 5 in Italia era affetto da demenza.

Un morto di Covid-19 su 5 in Italia era affetto da demenza. Il dato emerge da uno studio promosso da Alzheimer’s Disease International che ha analizzato l’impatto della malattia provocata dal coronavirus Sars-CoV-2 su questa categoria di pazienti nei mesi dell’emergenza sanitaria. Il lavoro ha coinvolto 9 Paesi tra cui l’Italia (gli altri sono Regno Unito, Spagna, Irlanda, Australia, Stati Uniti, India, Kenya e Brasile).

I tassi di mortalità risultano molto alti fra le persone con demenza. Si parla, spiega la Federazione Alzheimer Italia rappresentante di Alzheimer’s Disease International per il Belpaese, del 25% in Inghilterra e Galles, del 31% in Scozia e del 19% in Italia. “Questi dati confermano quanto alta sia stata la percentuale di decessi correlati al Covid-19 di persone con demenza ospiti nelle strutture assistenziali”, spiegano gli esperti. L’età è il principale fattore di rischio per la demenza e gli anziani sono il gruppo più a rischio di contrarre il virus: conferma ne è il fatto che l’86% dei decessi per Covid-19 riguardano soggetti over 65.

L’impatto della pandemia, segnala la Federazione, è stato estremamente drammatico anche per le persone con demenza in assistenza a lungo termine.

L’iniziativa dei cattolici democratici non vive sullo sfondo della copertura vaticana. La storia ce lo insegna, ma oggi dobbiamo vivere i problemi del presente.

Ieri un redazionale del Domani d’Italia ruotava attorno al declino di una “copertura vaticana” a riguardo dell’ormai discusso e ridiscusso  partito ad ispirazione cristiana. Fin dalla fondazione del Partito Popolare fondato da Sturzo non si è mai richiesta tale copertura.

Lo stesso De Gasperi per non averla mai richiesta ne pagò com’è noto forti sofferenze, che però una volta morto non impedirono un alto elogio dello stesso Pio XII della sua fedeltà di credente. Di Moro cristiano parlò Paolo VI con parole che tutti ricordiamo. Quanto a Sturzo il processo di canonizzazione in atto è più che eloquente.

Tutti i nostri predecessori ebbero cara la linea della laicità coniugata con la fede cristiana. Nessuna deviazione dunque da tale linea. Altra è una lettura di tipo “clericale” ma nessuno la vuole perseguire. Circa il tema della “tradizione” partitica ho invece qualche problemino di carattere storiografico da sottoporre. La lettura delle vicende passate è sempre soggetta al problema del tempo, cioè al giudizio storico di ogni evento, alla lettura delle condizioni della contemporaneità dei tanti eventi  coevi che reciprocamente agirono e agiscono come concause.

Questo il motivo centrale dell’invito che ci viene costantemente da Papa Francesco nei suoi documenti e nei suoi discorsi: esaminare gli eventi umani sempre con una analisi storica e mai con una lettura puramente concettuale, ché si cade facilmente in astrazioni di tipo ideologico.

Altro fu il partito popolare di don Sturzo, altro la dc di De Gasperi, altro la stessa dc di Aldo Moro. Se ad una loro linea di successione culturale si vuole, si può e si deve parlare, questa riguarda taluni punti centrali di riferimento ideale e, se vogliamo, a taluni problemi di metodo. A questi sì è lecito in parte riferirsi, ma sempre nella consapevolezza che qualcosa si mantiene, qualcosa si rinnova, i problemi da affrontare hanno caratteri profondamente diversi. Il passato insegna ma piuttosto sul metodo che sui singoli eventi. Non si tratta dunque oggi di fondare nuovamente la dc del passato, ma di aprire su quella lunghissima avventura del cattolicesimo liberal democratico occidentale una nuova originalissima stagione.

Ambiziosissimo obiettivo? Forse. La nostra idea è di poter esser utili a risolvere, insieme ad altre forze politiche, ad altri partiti, gli enormi problemi di carattere sociale, economico, materiale di vita, persino di sopravvivenza, che in forme assai pericolose e terribili si presentano all’orizzonte, evitando che si ripercuotano sulla stessa convivenza pacifica della nostra vita sociale.

Doppio attacco alla democrazia?

Si allarga il fronte dei negazionisti: ma qui la posta in gioco è alta, riguarda il concetto stesso di democrazia come espresso nella Costituzione Repubblicana che viene messo in dubbio. Il sovvertimento è totale e cancella con un colpo di spugna la logica aristotelica, il cogito ergo sum cartesiano, la tesi-antitesi-sintesi hegeliana, la critica della ragion pura di Kant e quella della ragion pratica di mia bisnonna casalinga.

Leggendo il post della parlamentare 5stelle Sabrina De Carlo si è presi da un sussulto. Premetto che non chatto, non uso facebook e sono analfabeta informatico, ma so leggere e cito testualmente: “Abbiamo appena votato l’adozione del testo base della nuova legge elettorale…..Si tratta di un sistema di voto totalmente proporzionale, con soglia di sbarramento fissata al 5%, le liste bloccate e il diritto di tribuna che consentirà a un partito di eleggere rappresentanti se questo dovesse superare il quorum in almeno tre circoscrizioni alla Camera e una al Senato. E’ un buon punto di partenza! L’obiettivo è creare per la prima volta nella storia d’Italia una legge elettorale fatta esclusivamente nell’interesse dei cittadini….. Abbiamo un’occasione storica per lasciare ai cittadini una legge elettorale che sia finalmente in grado di dare loro rappresentanza”.

Se ho ben capito, ma potrei sbagliare (e me lo auguro) stando a quanto anticipato dal post, PD e 5S esprimono questa idea di democrazia: taglio dei parlamentari e della rappresentanza territoriale e popolare, nessuna preferenza sui candidati in quanto costoro saranno inseriti in rigoroso ordine che privilegi le “elezioni” sicure dei collocati ai primi posti, quindi liste bloccate e scelte dai vertici dei partiti.

Partitocrazia istituzionalizzata che diventa oligarchia in piena regola: io la leggo così, qualcuno mi convinca per favore del contrario. Per conquistarmi il diritto di essere votato – lo dico come paradosso- sarei disponibile a qualsiasi confronto di fronte ad una platea di elettori: da quanto capisco mi sarebbe impedito a meno che non aderisca prono e supino al volere di un capobastone.

I criteri di scelta dei candidati non sono specificati ma prevedo che saranno la fedeltà, il senso di appartenenza, la provata ubbidienza, l’esser parte del casato nobiliare degli “amici degli amici”.

Mi sembra che si parta con il piede sbagliato.

Sia nella riduzione dei parlamentari che consentirebbe un risparmio modesto ma priverebbe del diritto di essere rappresentati in Parlamento interi territori, minoranze linguistiche e minoranze silenziose.

Sia nella scelta dei listini bloccati senza diritto di esprimere preferenze: mi dica qualcuno come questo si concili con il concetto di “lasciare ai cittadini una legge elettorale che sia finalmente in grado di dare loro rappresentanza”. Quale? Quella decisa nelle segrete stanze dei partiti?

Alle elementari avevo imparato che il potere appartiene al popolo e che i cittadini scelgono i loro rappresentanti: principio confermato nei testi studiati per l’esame di Diritto Costituzionale.

Certo, una riforma siffatta avrebbe un innegabile vantaggio: consentirebbe di evitare il fastidio di recarsi a votare, tanto, in assenza di quorum di elettori, i giochi sarebbero già fatti.

A seconda di come la si valuti, questa opportunità può diventare persino comoda per gli indifferenti, i qualunquisti o i semplici indecisi.

In molti staranno a casa e si disinteresseranno di politica: il contrario del principio di democrazia partecipata, vissuta, emotivamente interiorizzata, consapevole..

Ma una riforma che preveda liste bloccate senza preferenze sui candidati toglie ogni motivazione a concorrere – a livello di elettorato attivo e passivo (votare ed essere votati) – e crea le premesse per una sorta di democrazia dematerializzata, svuotata di pathos e di idee, di programmi e di confronti, di valutazioni di merito sulle scelte già compiute.

Non vedo francamente un grande vantaggio per i cittadini: i miei dubbi magari saranno infondati ma vorrei che tra coloro che stanno mettendo insieme questo progetto di riforma qualcuno ci ripensasse.

Vedo un lento scivolamento dalla democrazia sostanziale (presenza, partecipazione, dialogo ecc) ad una democrazia virtuale. Zygmunt Bauman aveva definito liquida questa società ma si trattava prevalentemente di una descrizione: nella sua critica e nei suoi ragionamenti è sempre stata ben espressa l’esigenza di un rassicurante approdo. 

 

De Mita, la DC ed il Cile

Ieri ricorreva un altro anniversario, oltre quello dell’attacco alle Torri Gemelle. Ci riferiamo al golpe di Pinochet dell’11 settembre 1973. Riteniamo interessante ripubblicare il presente articolo, apparso su questo foglio online lo scorso…, per riannodare i fili della memoria a riguardo della vicenda cilena, soprattutto per i suoi risvolti internazionale e vieppiù, attraverso il confronto tra Dc e Pci, per le controverse evoluzioni della politica italiana degli anni ‘70 d seguenti. Già pubblicato lo scorso 18 febbraio.

Il direttore dell’Osservatore Romano Andrea Monda ha pubblicato lo scorso 4 febbraio una bella intervista con Ciriaco De Mita. Il quale appare lucido e convincente come sempre, sia nella rivendicazione del proprio popolarismo sturziano, che nel racconto del proprio rapporto dialogico con i vari Papi e con il card. Martini, con Kohl e Gorbaciov, come pure infine nel giudizio lapidario sulla fine della DC : dal 1947 in poi, mentre  realizzava una crescita accelerata del Paese che altrove si era sviluppata lungo secoli, la DC trasformava in democratica un’Italia che era reazionaria; dopo il 1989 il processo democratico e la funzione della DC hanno perso vigore, non c’è stato più pensiero e ha prevalso la convenienza.

A inizio della seconda parte della chiacchierata il giornalista stimola De Mita con una domanda sul Cile post Allende, che può sembrare strana o bizzarra nel contesto di una intervista fino a quel momento tracciata sui fili dei richiami ideali e del dibattito politico italiano. Dico che può sembrare strana, ma solo perché purtroppo una delle conseguenze della fine improvvisa e senza eredi che non siano macchiette, dei grandi partiti politici, è la mancanza di rapporti, spesso anche di conoscenza, con le realtà politiche degli altri Paesi, degli altri Continenti. Gli Stati Uniti li conosciamo per le bizze di Trump, la Cina per la politica economica espansiva ed ultimamente per il virus epidemico, l’Europa per la cristallizzazione delle strutture burocratiche, la contrapposizione tra visioni efficientiste e protezionistiche a dispetto delle istanze comunitarie: conseguenze forse di un allargamento troppo frettoloso a tanti nuovi partner arrivati nell’Unione più per fruire che per condividere. La Gran Bretagna la conosciamo da poco nella nuova ma in realtà vecchia veste dell’isolazionismo, e dovremo farci i conti assumendo anche noi una nuova mentalità. Ma chi sa qualcosa dell’America Latina, dell’Africa, dell’Asia (dove un solo Paese, l’India, ha un miliardo e trecento milioni di abitanti?). Non voglio scandalizzare nessuno, ma in certo senso capisco il ritorno dei nazionalismi, sia quelli colti che quelli rozzi e salviniani. Solo il superamento dei vecchi steccati statuali e nazionalistici, solo l’abbandono di una visione ottocentesca di un equilibrio basato sui confini, in un confronto mondiale dove le distanze dei territori sono pressoché annullate dalla globalizzazione e dalla velocizzazione dei rapporti, come con splendido e profetico richiamo alla civilizzazione italica ci ripete Piero Bassetti, altro lucido e brillante coetaneo di De Mita, ci potranno ridare la giusta cifra del nostro vivere glocale.

Negli anni ’70 ed ’80 non c’era chiusura, tutto andava meno veloce, ma c’era più curiosità, più voglia di conoscere e partecipare, in particolare quando scoprivamo assonanze o fratellanze politico-ideali. Ciriaco De Mita proveniva per nascita dall’Italia chiusa e provinciale anteguerra mondiale, ma da fine intellettuale fin dagli studi alla Cattolica, ospite del Collegio Augustinianum come un altro grande intellettuale di quattro anni più anziano, don Filippo Franceschi, prematuramente morto quand’era arcivescovo di Padova, si era abbeverato del pensiero di Maritain e Mounier, ma indubbiamente non aveva potuto viaggiare per il mondo. Divenuto nel maggio dell’82 Segretario Nazionale della DC aveva però mostrato subito interesse per i grandi processi politici mondiali e grande acutezza di analisi in particolare sull’America Latina, anche grazie a Gilberto Bonalumi, suo principale consigliere per quell’area geografica. Me ne resi conto il 6 luglio del 1982, quando essendo giunto in Italia Napoleon Duarte, leader della DC salvadoregna, ed avendo quel giorno Bonalumi un impedimento, dovetti accompagnare da De Mita a piazza del Gesù lo stesso Duarte, che due anni dopo venne eletto trionfalmente presidente della Repubblica di San Salvador. De Mita, che aveva al suo fianco solo il capoufficio stampa Sangiorgi, dette prova di perfetta conoscenza della situazione politica dell’America centrale e Latina, ma anche della dottrina allora (solo allora?) dominante in USA, per la quale il Centro- America è il cortile di casa degli Stati Uniti, e quindi va tenuto pulito e controllato!              Mi ha colpito quindi la frase finale della risposta che De Mita dà alla domanda sulla “avventura cilena”: ero là sotto il palco alla manifestazione, finito Pinochet, e ricordo che venne un cantante degli Inti Illimani che quando era in Italia cantava in manifestazioni contro la Democrazia Cristiana.

In effetti De Mita andò in Cile, subito dopo il referendum che sconfisse Pinochet nel 1988, accompagnato da Bonalumi e Zaniboni e partecipò alla campagna elettorale della c.d. Concertacion democratica con Patricio Aylwin , esponente democristiano, candidato unitario e poi Presidente cileno eletto nel 1989, dopo 15 anni di feroce dittatura, e sì certamente cantarono gli Inti Illimani ,finalmente rientrati dall’esilio e che io avevo conosciuto 14 anni prima. Per questo ho fatto un sobbalzo alla lettura di quella frase, non so se detta così o mal interpretata dall’intervistatore.

Il fatto è che per noi della Democrazia Cristiana di sinistra, il nervo cileno è ancora scoperto. Noi allora giovani DC, in occasione del nostro Congresso nazionale di Palermo del giugno 1974, avevamo aggiunto alle Tesi congressuali un lungo capitolo intitolato “Cile: una lezione”. Ne riporto alcuni periodi ma andrebbe letta tutta, anche come insegnamento per l’oggi:

“Il colpo di stato dell’11 settembre scorso ha suscitato nell’opinione pubblica internazionale -e specie in Europa e in Italia- un’eco assai superiore a quella di ogni altro golpe latinoamericano degli ultimi anni. Non si è trattato infatti di una semplice sostituzione di un gruppo di potere con un altro, ma dell’arresto violento di un processo di emancipazione che, per quanto contraddittorio e contrastato, faceva intravvedere in America Latina una via originale per uscire dal sottosviluppo economico-civile e dalla dominazione straniera. In Italia poi, per via di certe analogie che il Cile aveva con noi in ordine agli schieramenti, e alle ragioni ispiratrici delle forze politiche, le vicende cilene hanno avuto ripercussioni eccezionali……Indubbiamente, nella complessità  della situazione cilena, la DC non ha sempre tenuto un atteggiamento lineare; ed anzi, nell’arco di tempo che va dal 1970 -momento in cui in Parlamento diede i voti ad Allende per farlo diventare Presidente della Repubblica- fino all’agosto 1973- in cui fu approvata una mozione in Parlamento che accusava Allende di aver violato la Costituzione, la DC è andata progressivamente su una linea politica di opposizione sistematica all’Unidad Popular. Le responsabilità di questo cambiamento di linea non sono però semplicemente addossabili alla DC……A nostro giudizio infatti la ragione vera del colpo di stato sta nella lotta che si sono fatte le forze politiche parlamentari, e nella mancata coscienza che senza intesa tra DC e Unidad Popular si sarebbe arrivati alla rottura dell’ordine costituzionale…..Vale a dire che il rapporto tra maggioranza ed opposizione concepito come strumento di democrazia formale deve diventare una dialettica matura la quale -pur tenendo distinto il ruolo dell’una e dell’altra- punti al consolidamento, e non già al deterioramento, del quadro istituzionale dato. Dal punto di vista della maggioranza ciò significa abbandonare qualsiasi concezione dogmatica integralistica della propria funzione, e dal punto di vista dell’opposizione significa resistere alle tentazioni massimaliste velleitarie e soprattutto a rivincite puramente elettorali……”   

Con l’arrivo della dittatura in Cile nel 1974, molti democristiani si erano dovuti riparare all’estero ed alcuni in Italia, così come molti comunisti. In Italia nel frattempo era stato dimissionato, in una famosa riunione iniziata il 24 luglio del 1975 e durata ininterrottamente tre giorni e tre notti, del Consiglio nazionale del Partito, Amintore Fanfani ed era divenuto nuovo segretario nazionale Benigno Zaccagnini, idolo di noi giovani, che nel frattempo ci eravamo particolarmente legati a Bernardo Leighton, che  esule con la moglie in Italia, viveva a Roma sull’Aurelia poco sopra i Musei vaticani e partecipava volentieri ai nostri Convegni e corsi di formazione, finché il 6 ottobre del 1975 un commando misto di sicari inviati da Pinochet e neofascisti italiani, non sparò ai coniugi Leighton ferendoli gravemente. Lo sdegno e la commozione furono immediati e generalizzati. Io all’epoca, oltre che dirigente nazionale dei Giovani Dc, ero anche commissario del M. G. DC romano, toccò quindi a me organizzare in tutta fretta, con l’aiuto di Bartolo Ciccardini per conto del partito adulto, una manifestazione che riempì piazza Santi Apostoli a Roma. Istintivamente leggemmo in quell’attentato, anche per le molte assonanze tra la situazione italiana e quella cilena, un segnale contro i sempre più espliciti passi di Zaccagnini e Moro per una nuova politica aperta al confronto con il PCI.  Francamente, non ero molto esperto di manifestazioni di massa ma avevo sentore che la piazza andava scaldata. Feci un salto (mi aiuta una mia agendina del ‘75 che ho conservato come tutte le altre) nella sede nazionale della Federazione Giovanile Comunista, allora era in via della Vite, e lì dopo molte insistenze, riuscii a convincere i colleghi comunisti, c’erano tra gli altri Massimo d’Alema e Ferruccio Capelli, a darmi il numero di telefono della abitazione di Ariccia dove vivevano esuli gli Inti Illimani. Questi, certamente comunisti, esuli anch’essi in Italia e già notissimi al grande pubblico ed amatissimi dai giovani che con loro immancabilmente intonavano in coro “el pueblo unido jamas sera vencido” si fecero facilmente convincere da me, vennero a piazza Santi Apostoli, cantarono gratuitamente, ebbero tantissimi applausi. Anche a seguito di questa manifestazione che ci vedeva uniti in piazza, noi democristiani con i comunisti (ricordo pure che a darci una mano venne il servizio d’ordine della CGIL) mi stupii, ma solo fino ad certo punto, quando solo tre mesi dopo, per volere di Aldo Moro andai a presenziare ed a parlare a Genova, al Congresso Nazionale della FGCI: era la prima volta che un dc parlava ad un congresso comunista e ricordo ancora Enrico Berlinguer che lesse un libro durante tutto quel congresso, chiudendolo solo quando parlò Massimo d’Alema candidato alla segreteria Nazionale, e quando parlai io a nome del Movimento Giovanile DC nazionale, e certo non perché ero io a parlare.

Chiudo questa lunga carrellata di cose e fatti che non sono solo ricordi del passato, con quattro considerazioni:

  1. La musica, a meno che non sia suonata a mo’ di sfottò o sfida, non divide ma unisce. Ne ebbi prova personalmente all’inizio del 1980 quando, recatomi a Belgrado per lavoro, in preparazione al Convegno Internazionale di Studi Il Sistema Adriatico, che si tenne a Bari il marzo di quell’anno ed al quale parteciparono i rappresentanti della Federazione Jugoslava, delle Regioni italiane adriatiche, dell’United Nations Environmental Programme, della Commissione Esecutiva della Comunità Europea, dell’Ispi e dell’Ipalmo. Bene, a Belgrado, con la cortina di ferro ancora ben attiva ed un clima repressivo da socialismo reale immediatamente palpabile, non c’era internet, non c’erano cellulari né interconnessioni tv, eppure la sera in discoteca trovai la stessa musica che si ascoltava in Italia e capii che prima o poi, grazie ai giovani ed anche alla musica, il mondo sarebbe cambiato.
  2. Grazie ai voli low cost la popolazione mondiale, soprattutto giovanile, viaggia molto di più e grazie al web conosce molto di più luoghi e Paesi anche molto lontani, li conosce dal punta di vista turistico, culturale, linguistico, magari gastronomico, ma ha una conoscenza molto sommaria e spesso nulla della situazione socio-politico-istituzionale di quegli stessi Paesi; lo stesso avviene addirittura con riferimento a Paesi che fanno parte della nostra Unione Europea. Diamoci da fare a riportare in auge lo studio della geografia, della storia, dell’educazione civica!
  3. Ho abbastanza memoria, anche in virtù della mia partecipazione diretta alle vicende politiche europee degli anni ’70, per ricordare quanto sia stata travagliata la storia della adesione della Gran Bretagna all’Unione Europea, comunque avvenuta con la conservazione della sterlina e non adozione dell’’euro: Qualcuno ricorderà che la Francia pose per tutti gli anni ’60 il veto all’ingresso britannico, determinando quindi un moto di soddisfazione da parte degli europeisti convinti, quando nel ’73 ci fu l’adesione, confermata dal voto degli elettori del Regno Unito nel ’75 e sugellato dalla partecipazione alle prime elezioni dirette del Parlamento Europeo nel ’79. Risente di tale clima sicuramente, la famosa dichiarazione di Aldo Moro:” L’Europa non è l’Europa senza la Gran Bretagna”. Ora però la storia ha preso un altro verso, e la Brexit è un fatto compiuto, con cui occorre fare i conti. Prendiamo atto realisticamente della situazione e delle decisioni della Gran Bretagna, dalla quale c’è ora da attendersi una maggiore attenzione verso il Commonwealth, composto da 53 Nazioni con un totale di oltre 2 miliardi di abitanti. L’Europa, attraverso il suo massimo organo rappresentativo democratico, il Parlamento Europeo appunto, deve indirizzare la propria attenzione verso il Commonwealth, sposando lo schema ideale alla base del Progetto Italici, lanciato da Piero Bassetti, schema fondato sul dialogo e la collaborazione tra civilizzazioni. Della civilizzazione europea noi Italici siamo partecipi consapevoli e protagonisti da sempre. La grande e composita civilizzazione europea, anziché inseguire con il rimpianto o l’acredine, le bizze di un singolo Stato ex membro, rivolga la sua attenzione politica, culturale, valoriale, commerciale, linguistica, al Commonwealth delle 53 Nazioni, inaugurando così un nuovo percorso istituzionale multilaterale. Tra l’altro, l’accettazione implicita del nostro principio della doppia appartenenza, che consente agli Italici di sentirsi pienamente Europei, permetterà di vivere questo status ideale e culturale anche se non ancora giuridico-formale, pure ai cittadini maltesi, scozzesi, irlandesi e perché no anche britannici, qualora un giorno volessero ripensarci.
  4. Una riga con un concetto mal espresso, all’interno di una bella intervista di Ciriaco de Mita, mi ha spinto a rileggere appunti e scritti dei decenni passati, credo contenenti insegnamenti non inutili anche oggi, soprattutto se riflettiamo che nel nostro mondo così interconnesso e velocizzato, spesso trascuriamo la conoscenza reale del passato o addirittura del presente vissuto ad un’ora di aereo da noi o a distanza di un click di computer o cellulare. Conosciamo il presente e conserviamo la memoria!

Europa: un cittadino su 8 muore per inquinamento

Almeno un decesso su otto attribuibile ad inquinamento ambientale.

A dirlo è un rapporto appena pubblicato dall’Agenzia europea dell’ambiente (EEA). Sotto accusa ci sono soprattutto l’inquinamento atmosferico e acustico, nonché gli effetti dei cambiamenti climatici come le ondate di calore, che – stando al rapporto, redatto sulla base di dati forniti dall’Organizzazione mondiale della sanità – avrebbero un impatto sulla salute e sul benessere dei più vulnerabili.

“Esiste un chiaro legame tra lo stato dell’ambiente e la salute della nostra popolazione”, ha commentato in proposito Stella Kyriakides, Commissario europeo per la salute e la sicurezza alimentare. “Tutti devono capire che prendendoci cura del nostro pianeta, non stiamo salvando soltanto gli ecosistemi, ma anche le vite, soprattutto quelle più fragili”.

L’inquinamento atmosferico è la principale causa di morte tra i fattori ambientali in Europa: L’EEA stima che ogni anno sia responsabile di circa 400mila decessi prematuri, tra i quali si contano casi di cancro ai polmoni, malattie cardiache e ictus.

Al secondo posto c’è poi l’inquinamento acustico, responsabile di 12mila morti premature l’anno. Ciò è in gran parte attribuibile al traffico stradale, e l’incidenza di questo fattore sarebbe in aumento, secondo il rapporto,

L’impatto maggiore si registra in Europa sud-orientale e orientale, con la Bosnia Erzegovina in testa, che registra il 27% dei decessi attribuibili a fattori ambientali.

Le percentuali più basse (9% circa) sono invece state rintracciate in Norvegia ed Islanda.

Tra gli stati membri dell’Unione Europea, invece, sono Romania, Bulgaria ed Ungheria a registrare i tassi di mortalità più elevati.

“Abbiamo bisogno di un ambiente sano se vogliamo condurre una vita sana”, ha affermato Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’Agenzia europea dell’ambiente, interpellato in conferenza stampa.

Stando al rapporto, le più esposte e vulnerabili all’inquinamento acustico e atmosferico sarebbero le comunità a basso reddito.

“Le persone più povere – si legge nel rapporto – sono esposte in modo sproporzionato all’inquinamento atmosferico e alle condizioni meteorologiche estreme, comprese le ondate di caldo e freddo estremo. Ciò è dovuto ai luoghi in cui vivono, lavorano e vanno a scuola, spesso in quartieri urbani socialmente svantaggiati e vicini al traffico intenso”.

Il rapporto sottolinea inoltre, ancora una volta, un legame tra inquinamento atmosferico a tassi di mortalità più elevati per COVID-19.

Altri fattori che influenzano la salute degli europei, e i cui effetti sono al momento poco chiari, sono la scarsa qualità dell’aria interna e l’esposizione chimica: secondo Bruyninckx, dovranno essere studiati al più presto e in maniera approfondita. L’Organizzazione mondiale della sanità stima che il 2,7% dei decessi mondiali sia attribuibile all’esposizione chimica.

Secondo il rapporto, inoltre, senza un’inversione di rotta circa il cambiamento climatico, le morti dovute a ondate di calore potrebbero raggiungere le 130.000 l’anno.

Group 42: la prima azienda emiratina ad aprire una sede in Israele

La società di informatica Group 42, di base ad Abu Dhabi, è la prima società emiratina che aprirà un proprio ufficio in Israele. La filiale israeliana servirà come porta d’accesso sia per le compagnie israeliane intenzionate a espandere le proprie operazioni nel paese del Golfo sia per la società informatica interessata a beneficiare delle tecnologie e dei talenti israeliani.

Tutto questo è possibile grazie a l’intesa annunciata il 13 agosto scorso tra Israele ed Emirati che prevede la piena normalizzazione delle relazioni tra i due paesi, la sospensione dell’annessione dei territori della Cisgiordania prevista dal piano di pace per il Medio Oriente proposto dagli Stati Uniti e la futura firma di accordi bilaterali nel campo degli investimenti, turismo e sicurezza tra Gerusalemme ed Abu Dhabi.

Il prossimo 15 settembre Netanyahu e il principe ereditario Mohammed bin Zayed saranno a Washington per firmare lo storico accordo che normalizzerà le relazioni diplomatiche tra Israele ed Emirati Arabi Uniti.

Scuola, mascherine e arredi distribuiti in base al numero di alunni

Il Ministero dell’Istruzione ha inviato ai dirigenti scolastici una nota riepilogativa sul tema della distruzione delle mascherine e su altri aspetti di carattere organizzativo e finanziario connessi alle attività per la ripresa dell’anno scolastico.
​​​​​​​In particolare, il Ministero ricorda che, a partire dai giorni 27 e 28 agosto 2020, la struttura del Commissario Straordinario per l’emergenza COVID ha avviato la distribuzione di mascherine monouso di tipo chirurgico, gel igienizzante e arredi presso le istituzioni scolastiche. Per quanto riguarda la distribuzione di mascherine e gel igienizzante, il Ministero specifica nella nota che la fornitura di mascherine viene effettuata, a cura della struttura commissariale, per tutto il personale scolastico e per tutti gli studenti e che la distribuzione avviene con cadenza settimanale o bisettimanale, in relazione al numero di alunni e di personale scolastico presenti in ciascuna istituzione scolastica.

​​​​​​​Ciascuna istituzione scolastica riceve, dunque, il quantitativo necessario a garantire la copertura del fabbisogno giornaliero di ciascun alunno e di tutto il personale scolastico e le consegne saranno effettuate presso la sede principale dell’istituzione scolastica in precise fasce orarie. La nota riepiloga anche le modalità di fornitura e distribuzione degli arredi. Circa una settimana prima della consegna degli arredi, i referenti indicati dall’istituzione scolastica saranno contattati dall’azienda fornitrice per definire orari e modalità di consegna. L’azienda fornitrice si occuperà del montaggio dei banchi in apposito spazio che dovrà essere predisposto dall’istituzione scolastica.

In attesa del completamento del rinnovo degli arredi scolastici, nel breve periodo, seguendo le indicazioni del CTS e quanto già comunicato il 13 agosto dal Ministero, potrà essere consentito lo svolgimento dell’attività didattica in presenza tramite l’utilizzo della mascherina, strumento di prevenzione cardine da adottare, unitamente alla garanzia di periodici e frequenti ricambi d’aria, insieme con le consuete norme igieniche.

Allegato

Covid: scoperte mini proteine che bloccano il virus

Scoperte mini proteine ​​efficaci contro Sars-Cov-2. Utilizzando innovativi approcci computerizzati, i ricercatori dell’Università di Washington hanno sviluppato degli inibitori che bloccano l’interazione tra il virus e il recettore delle cellule umane Ace2.

In coltura cellulare, il più potente di questi inibitori potrebbe neutralizzare l’infezione da coronavirus. Questo risultato, spiegano i ricercatori su ‘Science’, apre la strada all’utilizzo di queste mini-proteine in terapie che potrebbero essere somministrate più facilmente degli anticorpi.

L’infezione da Sars-Cov-2 inizia generalmente nella cavità nasale. Gli anticorpi monoclonali in fase di sviluppo contro Covid-19 non sono ideali per il rilascio intranasale, poiché sono grandi e spesso non estremamente stabili. Piccole proteine ​​che si legano strettamente alla Spike (che il virus usa per entrare nelle cellule) e bloccano l’interazione con il recettore cellulare umano, possono consentire una più semplice somministrazione diretta intranasale.

Dopo un ulteriore sviluppo, potrebbero essere utilizzati e inseriti in un gel per l’applicazione nasale o per il rilascio diretto nel sistema respiratorio attraverso la nebulizzazione.

La linea Zamagni spiegata da Zamagni: un nuovo centro fuori dalla tradizione di Sturzo De Gasperi e Moro. Azzerata la copertura vaticana.

Con molta onestà, Zamagni tira i remi in barca. Lo fa con stile, in una lunga conversazione apparsa ieri sul sito di “Formiche”, rivendicando comunque alcune idee sul futuro dei cattolici in politica. Tutto ruota attorno alla scommessa sul superamento della diaspora iniziata nel 1992-94. A tal fine s’invoca addirittura la ripresa della formula neo-temporalista del Card. Ruini. In realtà, l’ipotesi di un centro post democristiano, fuori dalla tradizione di Sturzo De Gasperi e Moro, ha suscitato interesse e curiosità, ma anche striscianti e robuste perplessità. Negli ultimi giorni il progetto si è gonfiato all’inverosimile, quasi a sancire un appello dotato di crismi vaticani, per ripiegare subito appresso a testimonianza personale o poco più. Siamo dunque all’ammaina bandiera.

Altre volte, alla domanda sul ruolo immaginato per se stesso, il professore riminese aveva alzato i paletti contro una qualche sovraesposizione. Stavolta è ancora più fermo, persino categorico, escludendo di voler assumere per l’oggi o per il domani un profilo pubblico di tipo chiaramente politico. In questo modo, sembra di dedurre che residui da parte sua il desiderio di contribuire in termini più misurati al dibattito in corso. Ne è la riprova la mancata risposta sul tema del referendum: Zamagni non prende posizione né per il Sí né per il No, quando viceversa è largamente diffusa tra i cattolici democratici e popolari l’orientamento a favore del No. Pesa probabilmente il fatto che una dichiarazione esplicita darebbe il destro a insinuazioni di vario genere. Non si deve dimenticare che presiedere la Pontificia Accademia delle scienze sociali, arricchita di recente dall’ingresso di Mario Draghi, implica l’osservanza di un atteggiamento distaccato dalle vicende politiche italiane.

D’altronde Papa Francesco ha ricordato in queste ore che se l’impegno politico è confacente alla manifestazione concreta della carità cristiana, non è di converso confacente, nel tempo della piena espansione delle scelte del Concilio, il vagheggiato cedimento alla ipotesi di un “partito cattolico”, ammesso, per altro, che la lezione democristiana abbia mai adottato una formula così equivoca. In questa cornice, l’operazione tentata da Zamagni, ovvero la ripresa del cattolicesimo politico in chiave moderata, entra nella nebulosa dei tiepidi e dei refrattari che tendono a smorzare le novità pastorali – novità di metodo ma soprattutto di contenuto – introdotte dall’attuale pontificato. Finisce pertanto la suggestione di una copertura vaticana che improvvidamente si voleva assegnare a mo’ di garanzia agli imperativi dello stare insieme, da cattolici, per essere in qualche modo nuovamente protagonisti.

O piuttosto, in questa griglia di contraddizioni, per essere ancor più insignificanti?

 

L’intervista di “Formiche” si può leggere utilizzando questo collegamento

 

Sei questioni per il quarto referendum in 20 anni

Quello del 20 settembre 2020, l’anno della pandemia e del centocinquantesimo anniversario della Breccia di Porta Pia, è il quarto referendum che, in venti anni (2001-2006-2016-2020), chiama i cittadini a votare per modificare la giovane Costituzione della altrettanto giovane Repubblica italiana. Poco più di 70 anni fa c’era ancora la Monarchia e vigeva lo Statuto Albertino.

È notorio che anche la semplice modifica di una virgola ad una legge potrebbe comportare conseguenze di varia natura. Cambiare la Costituzione, che è la Legge delle leggi scritta in particolari momenti della Storia di una Nazione, è una cosa seria. I cittadini, in occasione del referendum, non dovrebbero lavarsene le mani come Ponzio Pilato. E non dovrebbero decidere sbrigativamente assecondando le proprie o le altrui passioni, emozioni, simpatie e antipatie del momento. 

In proposito, viene subito in mente il metodo suggerito da Luigi Einaudi: “conoscere, discutere e deliberare”. La citazione appare opportuna anche perché Einaudi è stato uno dei Padri Costituenti, è stato eletto a svolgere il compito di Presidente della Repubblica ed è stato definito “esemplare custode” della Costituzione. Ecco perché, anche alla luce delle esperienze e dei risultati caratterizzanti i 3 referendum che hanno preceduto quello del 20 settembre, prima di votare bisognerebbe tenere presente:

1) l’esistenza, nel contenuto della proposta di riforma costituzionale, di un ampliamento o di un restringimento dei diritti e delle libertà del singolo cittadino chiamato a votare “sì” o “no”;

2) i motivi e le finalità visibili e sottostanti che abbiano indotto l’attuale Parlamento a formulare le proposte di modifiche costituzionali;

3) quali e quanti siano gli interessi a modificare la Costituzione da parte dei governanti di turno che, per come ci ha insegnato Calamandrei, dovrebbero essere impegnati a governare rimanendo lontani dai processi di formazione della volontà del Parlamento in materia costituzionale;

4) le conseguenze delle modifiche relativamente alla possibilità che la riforma oggetto di referendum possa essere destinata (o preordinata) a dare la stura ad altre successive modifiche costituzionali con esiti del tutto incerti al momento in cui il cittadino viene chiamato a rispondere con un semplice “sì” o con un semplice “no”;

5) il filo rosso (o multicolore) del “potere” che congiunge i 4 referendum, “potere” inteso come “concentrazione del potere” in contrasto col diritto del cittadino alla “partecipazione”;

6) l’esistenza della libertà di coscienza, ai sensi dell’art. 67 della Costituzione, nella determinazione della volontà dei singoli parlamentari che hanno posto in essere le modifiche costituzionali atteso che in Italia, specialmente dal porcellum in poi, molti parlamentari non sono stati scelti dai cittadini, ma dai loro capi partito e atteso che in Italia non è stato attuato l’art. 49 della Costituzione che prevede il “metodo democratico” nella formazione della volontà dei partiti.

In piena libertà di coscienza, come cittadino teso a rispettare entrambe le opinioni, quella a favore e quella contraria alle modifiche, ho provato a dare le risposte alle sei questioni che ho appena accennato. Mi rendo conto che ho posto alcune “domande retoriche” perché le relative risposte, se non completamente evidenti nella stessa domanda, mettono a nudo una vicenda da considerare in un contesto rivolto a cambiare, pezzo per pezzo, i connotati dell’architettura costituzionale disegnata dai Padri Costituenti. Pertanto posso omettere di dilungarmi punto per punto sulle singole questioni e mi limiterò di sintetizzare gli aspetti più significativi della vicenda referendaria.

Il taglio di parlamentari, previsto nella proposta di riforma, non allarga né i diritti e né le libertà dei cittadini, come ha ben spiegato Massimo Villone, Presidente del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale e del Comitato del “no”. Villone parla di un “danno” alla rappresentatività dei cittadini nel Parlamento. “In Senato, con la riforma, solo due o tre forze politiche riuscirebbero ad avere propri eletti, lasciando senza voce percentuali molto significative del corpo elettorale. Tra l’altro diversificando la composizione tra Camera e Senato, perché alcune forze politiche riuscirebbero ad avere deputati, ma non senatori.” C’è da aggiungere che la riduzione del numero dei parlamentari pone il rapporto elettori-eletto molto lontano dai numeri indicati dai Padri Costituenti. Domenico Gallo, dell’Esecutivo dello stesso Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, ha spiegato con scrupolosa puntualità la questione dei numeri in riferimento al rapporto eletto-elettori ed ha concluso il suo studio affermando che Attualmente il rapporto fra abitanti e Parlamentari è di un seggio di deputato ogni 96.000 abitanti ed un seggio di Senatore ogni 192.000 abitanti. Con la riforma avremo un Deputato ogni 151.000 abitanti ed un Senatore ogni 303.000 abitanti. Se si fa il raffronto fra il numero dei deputati e la popolazione negli Stati membri dell’Unione Europea, l’Italia, con un rapporto di 0,7 ogni centomila abitanti finisce all’ultimo posto, superando la Spagna, che prevede un seggio ogni 133.000 abitanti (0,8).” Gallo, numeri alla mano, ha anche messo in evidenza il fatto che il voto dei cittadini non sarebbe di eguale peso nelle differenti regioni. Per esempio c’è la Calabria che, con popolazione doppia di quella del Trentino avrebbe lo stesso numero di parlamentari. Peraltro la riduzione crea una vera sproporzione tra peso politico del Parlamento, con numeri ridotti, e rappresentanti delle regioni in occasione della elezione del Presidente della Repubblica. La riforma favorirebbe l’allargamento e la “concentrazione” di potere in capo alle Regioni, che non sono il massimo della credibilità politico-istituzionale specialmente dopo la “errata” e improvvida riforma del Titolo V del 2001. Fu, quella riforma, oggetto del primo dei 4 referendum dell’ultimo ventennio. Prevalse il “sì” e molti cittadini, me compreso, siamo pentiti di quel “sì” ad una riforma che ha favorito le rivendicazioni di “accentramento” di poteri a livello delle Regioni. Le recenti vicende concernenti le rivendicazioni di più potere da parte delle Regioni attraverso la così detta “autonomia regionale differenziata”, corrispondono sostanzialmente agli obiettivi della “secessione” compresa nel progetto politico di un partito nato e nutrito con lo scopo di frantumare l’unità d’Italia realizzata 150 anni fa. L’unità dell’Italia è molto recente rispetto alle grandi nazioni europee.

Mi preme sottolineare che c’è un filo non rosso, ma multicolore che collega la “tendenza” ad affievolire (se non indebolire) il potere di tutte le assemblee elettive (Parlamento, Consiglio Regionale, Consiglio Comunale) titolari del potere-funzione di indirizzo e di controllo nei confronti del Governo, del Governatore e del Sindaco. Questa “tendenza” risulta chiara e dichiarata da molti “riformatori” che pretendono di realizzare un’architettura costituzionale sotto la guida del “Sindaco d’Italia”. Si tenga presente, al riguardo, che ai Sindaci dei nostri tempi sono stati conferiti più poteri di quanto non ne avessero i Podestà di epoca fascista. Il filo rosso (o multicolore) che congiunge i 4 referendum dell’ultimo ventennio, non ha mai avuto il connotato dell’allargamento dei diritti e delle libertà dei cittadini. Ha una caratteristica precisa che si può definire con una locuzione: “rivendicazione della concentrazione del potere”. È stata la rivendicazione della concentrazione del potere in capo alle Regioni la errata riforma del Titolo V (anno 2001). La medesima “rivendicazione” di una specie di “premierato assoluto” (più potere al Governo) è stato il tentativo di riforma del 2006 ad opera del Governo Berlusconi. Similmente il Governo Renzi ha provato, tra l’altro, a sopprimere il Senato per sostituirlo con un Senato eletto dai consiglieri regionali e non direttamente dai cittadini. Per ragioni di sintesi non mi dilungo sui tentativi di riforma dei Governi Berlusconi e Renzi che gli italiani hanno respinto con un “no” chiaro e forte. 

Osservo, infine, che le attuali proposte di modifiche costituzionali sono state oggetto di un accordo di governo. Addirittura con un accordo che ha costretto (o indotto) a votare sì alla riforma alcune forze politiche che, prima di entrare nell’attuale governo, avevano votato più volte no alla medesima riforma. La questione è gravissima perché si “allinea” ad una prassi contraria a diversi principi e a diverse caratteristiche della Costituzione, che è una Costituzione rigida, quindi non flessibile e non oggetto di cambiamenti con l’avvicendamento dei governi. Oltre agli insegnamenti di Calamandrei, ci sono da ricordare le parole scritte in molte lingue, anche in lingua italiana, sulle vetrate dell’edificio dove è custodita la famosa e secolare Campana di Philadelphia che spiega come: “Un governo giusto si basa su una Costituzione scritta e non dipende dai capricci dei singoli governanti”. Queste parole scritte nel luogo dove è nata la prima democrazia moderna e dove è stata concepita la Costituzione con quasi tre secoli di vita, dovrebbero fare arrossire di vergogna i governanti italiani che, da un ventennio, sottraggono al tempo del loro compito governativo tantissimo tempo in attività finalizzate al cambiamento della Costituzione. Da quanto affermato da alcuni sostenitori del “sì”, sembra emergere l’idea secondo cui ogni riforma dovrebbe essere valutata per quello che è e che appare al momento del voto referendario, senza eccessivi timori per le modifiche ulteriori che fossero necessarie a dare senso compiuto alla riforma oggetto del quesito referendario. Sta di fatto che gli stessi sostenitori del “sì”, che sono forze di governo, preannunciano altre riforme costituzionali. Con ciò confermano di avere l’intenzione di aprire un infinito processo di cambiamenti il cui esito è del tutto incerto al momento in cui il cittadino si vede costretto a decidere con un semplice “sì” o con un semplice “no”. Infatti, se l’attuale maggioranza governativa dovesse cadere, le preannunciate ulteriori modifiche finirebbero per avere caratteristiche imprevedibili. Al riguardo, mi pare doveroso citare la recente opinione espressa da un attento e raffinato analista politico, Rino Formica, secondo cui Se passa il sì passa l’avventura di modifiche costituzionali al vento di tutte le possibili maggioranze politiche. Chi ha la maggioranza politica cambia le leggi elettorali e la Costituzione a suo uso e consumo”. Concludo queste mie riflessioni ricordando la lunga notte della democrazia causata da leggi elettorali riconosciute incostituzionali dalla Corte Costituzionale. Le sentenze della Corte sono intervenute grazie ai ricorsi presentati, in via giurisdizionale, da semplici cittadini impegnati a contrastare le ineffabili scelte di decisori politici che, in spregio all’etica della responsabilità, continuano ad imperversare sulla scena politica italiana.

Per i motivi sinteticamente esposti, considerato il mio errore del “sì” alla “errata” riforma del Titolo V del 2001 e tenuto presente il mio coerente “NO” ad entrambi i tentativi di riforma costituzionale dei Governi Berlusconi e Renzi, rispettivamente nel 2006 e nel 2016, ritengo giusto votare “NO” al referendum del 20 settembre 2020.

Per non dimenticare l’11 settembre 2001

Oggi ricorre il diciannovesimo anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle. All’epoca risiedevo a New York ed ero inviata del quotidiano “L’Ora”. Ritengo utile riproporre tre brevi servizi per non dimenticare quel tragico evento, rendere omaggio alle migliaia di vittime e, al tempo stesso, dimostrare come la società sia in grado, pur pagando spesso un alto prezzo, di superare gli ostacoli, anche quelli che al momento potrebbero sembrare insormontabili.

THE DAY e THE DAY AFTER

(New York, 11-12 Settembre 2001)

E’ impressionante vivere New York in queste ore, abituati a camminare tra un traffico intenso, ad osservare molteplici vetrine colorate di negozi aperti all’insegna del business ed a sentire i rumori delle strade affollate, ci si trova immersi in una città diversa: poche auto, negozi, uffici e scuole chiusi, gran parte dei newyorchesi a casa (rispettando la richiesta del sindaco Giuliani), le linee telefoniche periodicamente interrotte, pattuglie di polizia dislocate in tutta la città.

Ancora più inverosimile appare la parte di Manhattan colpita dal disastro di ieri. Attraversando Broadway si sovrappongono immagini del “made in USA del divertimento” con il fumo causato dalle esplosioni e dai crolli, si ascoltano sirene delle ambulanze e della polizia mentre si legge che gli spettacoli serali sono stati cancellati. In questa atmosfera si “respira” l’aria di una sconfitta da parte di uno stato sicuro della sua incolumità. Tra i viali vuoti la gente cammina, curiosa e preoccupata. Alcuni venditori di “burger”, situati lungo le strade, ascoltano ad alto volume la radio, che trasmette in diretta le ultime notizie. I mezzi non circolano ma l’ingegno imprenditoriale di alcuni fa sì che si possa fare dei brevi tragitti tramite un originale piccolo calesse condotto da una bicicletta. Se invece si cerca di prendere un taxi, pochi, la tariffa per circolare in zone attigue all’aerea dei crolli è più alta (circa 40 dollari). Il quadrilatero dove sorgevano le due Torri, cinque anni per costruirle e 90 minuti per distruggerle, è una stratificazione di detriti, il fumo continua a diffondersi in tutta l’area circostante. Sicuramente sotto le macerie ci sono molte persone, forse qualche sopravvissuto. Non è ancora stato stimato il numero delle vittime, l’unica certezza è che saranno molte e, come ha affermato Rudolph Giuliani in una recente conferenza stampa, “qualsiasi cifra sarà maggiore di quella che si potrebbe immaginare”. Neppure gli ospedali diffondono elenchi sulla quantità e le nazionalità dei ricoverati, precisando che il loro lavoro è innanzitutto quello di soccorrere prima di richiedere i documenti. E’ certo che le vittime saranno migliaia e che, fortunatamente, al crollo del building no.7 del World Financial Center, verso le 7.00 di ieri sera, la zona era già stata evacuata in mattinata (50.000 persone che lavoravano nel Centro).

Si parla di una “seconda Pearl Harbour” in cui gli attacchi di ieri alle torri del World Trade Center (il primo un 747 della American Airlines proveniente da Boston e diretto a Los Angeles e il secondo, della stessa compagnia aerea, United 175 da Boston) hanno ucciso un numero elevato di persone. Un esplosione orribile. Una situazione surreale. Osama bin Laden (con riferimento ad un’intercettazione telefonica da parte della U.S.) è uno dei sospettati mandanti dei kamikaze che hanno distrutto il World Trade Center e parte del Pentagono, che in queste ore stanno ulteriormente evacuando per pericolo di nuovi crolli.

George W.Bush ha confermato una azione diretta nei confronti dei responsabili, anche in questo caso non ci sono ancora notizie definitive. Il Presidente Bush ha inoltre promesso che scoprirà i colpevoli, per il bene dell’America, ed ha trovato sostegno in questa affermazione anche da parte dell’opposizione: tutti uniti, anche politici come Freddy Ferrer e Al Sharpton a New York o Tom Daschle e Dick Gephardt a Washington, in una nuova ondata di profondo patriottismo.

Quello che si prospetta è sicuramente un nuovo mondo in cui il modo di vivere degli americani non sarà più lo stesso, lo si percepisce già nella New York di oggi. Cambierà la politica americana. I cambiamenti sono già in atto e con essi la consapevolezza che anche i servizi segreti possono essere scavalcati. 

TRA RABBIA E DESOLAZIONE

(New York, 13 Settembre 2001)

New York ha ricominciato a pulsare, attendendo l’arrivo del Presidente Bush per venerdì. Rimane isolata la zona a rischio e chiusi ponti e collegamenti verso la Manhattan distrutta, dove il pericolo di nuovi crolli non è ancora scomparso. Gran parte dei mezzi di locomozione sono in funzione: si prende coscienza di quanta gente giornalmente entra ed esce dal cuore della City. L’efficienza dei servizi e dei soccorsi, supportata da moltissimi volontari, rende l’idea di quella che per eccellenza è una città di operosità continua ed inesauribile. New York non può fermarsi. New York, come ha affermato la Senatrice Hillary Clinton, è l’America. E vivendo l’America si capisce che dopo il caos ci sarà una sorta di rappresaglia, veloce, immediata. Si aspettano giorni difficili: “non desideriamo la guerra ma questo problema deve esser risolto” e “porteremo il mondo a vincere”, afferma George Bush, con la solidarietà e l’appoggio anche dei Democratici.

Mentre la Grande Mela inizia a riappropriarsi della propria immagine-dimensione, a Washington si lavora per identificare i terroristi suicidi ed i loro mandanti. Il Governo, con le dichiarazioni del portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale Sean McCormack, pone in evidenza che tra gli obiettivi figuravano la residenza del Presidente (“l’aereo che ha colpito il Pentagono si stava dirigendo verso la Casa Bianca”) e l’aviazione presidenziale Air Force One. Le informazioni a riguardo sono date dal segretario di Giustizia John Ashcroft, che tra l’altro informa “alcuni sospetti arrestati sono entrati negli Stati Uniti come piloti”, e dal direttore del FBI Robert Mueller. 

7.000 investigatori, 4.000 agenti specializzati, 3.000 membri del personale e 400 esperti in analisi di laboratorio del FBI, sono stati inviati nella scena di New York. 

I terroristi hanno scelto un giorno speciale per la città delle “ex” torri gemelle, il giorno in cui si dovevano celebrare le primarie, per ora annullate, del sindaco. La difficile situazione è stata superata con razionalità e coordinamento da tutte le forze politiche, coscienti che questa tragedia presenterà un nuovo volto di New York. Tutto il mondo vivrà una nuova dimensione, ed ancora una volta gli Stati Uniti assumono la paternità dei grandi mutamenti sociali, economici e politici. Ciò che riappare, anche in questa paradossale situazione, è che l’America non si può dividere: razza, religione, lingua, stato sociale, (una sorta di “arcobaleno” di cultura) nulla può dividere il senso di “essere americani”. E’ questo il segreto della democrazia degli Stati Uniti, leader di un mondo unipolare, superpotenza economica, militare e tecnologica, attaccata in modo brutale. La guerra in atto, perché di questo si tratta, è una guerra nuova (l’84% degli americani appoggia una eventuale azione militare contro Paesi responsabili), allineata con i nuovi mezzi di comunicazione (nuova tecnologia e internet). Cambierà la politica estera di questa Nazione, che proteggerà Israele e guarderà con occhi diversi il Medio Oriente, anche tutto questo si percepisce in questi giorni negli USA. Si potrà mai comparare questa tragedia con altre nel mondo e sapremo mai quanta gente è veramente morta e quanti danni “materiali” ci sono stati? Forse il sistema capitalistico stava esagerando? 

La storia moderna degli Stati Uniti sarà segnata dal settembre 2001. Le grandi partecipazioni militari precedenti, le due guerre mondiali, Vietnam e Golfo Persico, sono state vissute in un modo differente. Oggi è cambiato il campo di battaglia, che è completamente nuovo. I gruppi fondamentalisti più radicali sanno di essere riusciti a superare il potere militare degli USA, utilizzando una particolare arma: l’attacco suicida. Oggi giorno gli Stati Uniti sono visti come un Paese vulnerabile, non sono riusciti, come nel 1993 quando ci fu un esplosione nello stesso World Trade Center, a bloccare l’atto terroristico. Ma nonostante ciò, sicuramente se ci dovessero essere nuovi attacchi sarebbero indirizzati altrove perché, e non solo, la macchina di alta difesa americana si è messa in moto.

Ora dopo ora, ascoltando gli interventi delle rappresentanza politiche americane (il sindaco Giuliani, il governatore Pataki, la senatrice Clinton e tutto il Governo), si rafforzano queste impressioni.

HA VISTO CON I SUOI OCCHI LA TRAGEDIA

(intervista a Lucio Caputo, New York 13 Settembre 2001)

In una delle due torri crollate si trovavano gli uffici dell’Italian Wine and Food Institute dirette da Lucio Caputo. La sua apparente freddezza, manifesta nella sua testimonianza, in realtà è il comportamento di una persona, casualmente nata sotto il segno dei gemelli, che pone in equilibrio l’aspetto emozionale con quello razionale. Un manager abituato a vivere sotto pressione, a viaggiare moltissimo, ad affrontare questioni da risolvere e mediare incontri tra persone con caratteri diversi e con obiettivi a volte divergenti. “Una volta ero timido, emotivo, poi sono cambiato. Il cervello e la razionalità deve controllare le emozioni”, questo afferma Caputo, che in questa circostanza non ha certamente dimostrato l’aspetto impulsivo della sua origine siciliana, e questo si impara vivendo New York.

Ecco la sua testimonianza.

Destino, coincidenza, caso?

Io penso sia destino.

Cos’è successo?

Ero appena uscito dal club che era collocato negli ultimi piani, dove mi trovavo fino le 8.30. Alle 9.30 ho ricevuto in ufficio una telefonata di un mio amico e dopo poco tempo ho sentito un forte scoppio. Le pareti si sono spostate di circa 2 metri a destra e 2 metri a sinistra e si è mosso lo specchio. In un secondo era tutto coperto di fumo e fuori c’era una scena di panico. C’era enorme polvere dovunque. Pensavo che lo scoppio provenisse da qualche ufficio vicino, pensavo ad una esplosione localizzata. L’aereo è invece entrato tre piani sopra il mio……… se fossi rimasto più a lungo al club non sarei potuto scendere……….

Pensavo fosse qualche cosa di grave ma mai avrei immaginato…… ho pensato razionalmente a cosa poteva essere successo. A quel punto mi ha telefonato il mio amico Massimo e mi ha detto “Lucio corri, corri”. Ho iniziato a correre come un pazzo. Al cinquantesimo piano per alcuni minuti sono rimasto bloccato. Ho visto uno ad uno i pompieri, che poi sono morti, una donna che sembrava una patata pelata. Un vero dramma. Io correvo, correvo come un pazzo. Al ventitreesimo piano mi sono trovato nuovamente bloccato, sono riuscito a superare anche questo blocco e sono arrivato sotto al building. Avevo pensato di prendere la mia auto, che si trovava nel parcheggio, ma un poliziotto mi ha detto che era meglio che mi allontanassi.

Avevi immaginato cosa stava in realtà accadendo?

Ho visto tutto con estrema razionalità. Capivo che era successo qualche cosa di molto grave e che io dovevo fuggire. Pensavo ad un aereo di turismo oppure ad un aereo kamikaze pieno di esplosivo. Tutta la gente del palazzo era sotto shock.

Che sentimento hai provato appena hai razionalizzato cosa stava accadendo e da cosa eri fuggito?

Rabbia per i pazzi che hanno causato l’attentato, rabbia e dolore per le vittime perse. Dal punto di vista personale ricordo tutto ciò che ho lasciato nel mio ufficio e che è andato distrutto: ricordi, diplomi, regali, tutta la mia vita persa.

Mentre correvi eri sotto shock?

Non ero sotto shock. Nella corsa mi ha aiutato moltissimo il fatto che io faccio abitualmente sport. Ho perso chili di sudore.

E poi….

Pensa, dopo l’incidente sono corso a casa, mi sono cambiato e mi sono recato al ristorante Le Cirque, doveva avevo un impegno per colazione che ho rispettato. Gli altri non sono venuti. Lavorando, mi capita spesso di essere sotto pressione, quindi non sono stato preso dal panico. Come sempre, ho visto quello che dovevo cercare di fare e l’ho fatto…. Applico la razionalità anche nelle situazioni positive. Se mi dicessero che ho vinto 200 milioni di dollari chiederei dove potrei ritirarli e non dimostrerei la mia felicità per la vincita apertamente.

Ed ora?     

Non cambio niente. Ripartirò, forse anche perché sono un fatalista, lo sono sempre stato. Quando dovrò morire, morirò. Fino allora mi goderò la vita, come ho fatto fino ad ora e continuerò il mio lavoro. Avrò un nuovo ufficio e porterò avanti il mio lavoro.

Ringraziamo la sua corsa affannata e il suo ….destino.

ASCOLTARE ED ATTENDERE

(New York, 14 settembre 2001)

A Washington, alla messa di commemorazione per le vittime, sono intervenute tutte le rappresentanze. Mentre a New York, nonostante il brutto tempo, infatti continua a piovere, il lavoro dei soccorritori procede. Sono ancora alti i livelli di allerta terrorismo, soprattutto dopo l’arresto di dieci sospetti agli aeroporti LaGuardia e JFK, ed alcune misure di sicurezza sono state ripristinate per l’arrivo del Presidente George Bush. Le elezioni primarie per il Consiglio comunale della città sono state fissate per il 25 settembre e, se necessario, slitteranno all’11 ottobre. Tutti i candidati sanno che fino ad allora sarà quasi impossibile attuare una tranquilla campagna elettorale. Tra essi anche il Democratico Peter Vallone, che in questi giorni, in qualità di City Council speaker, ha spesso accompagnato Rudolph Giuliani (che ha affermato “questo è uno degli atti più atroci della storia del mondo”) durante molte apparizioni, in occasione dell’attacco.

Controlli ed ancora controlli. 

Gran parte dei giornali locali riportano oggi una serie di immagini di persone scomparse o elenchi e foto di persone sicuramente morte, a causa del disastroso crollo. E in questo clima, bombardati, anche, dai mass media e con la consapevolezza che Osama bin Laden è il mandante, forse non unico, dell’atto omicida, è strana la sensazione che si prova attraversando la città e notando persone sospette. Mi riferisco soprattutto a persone appartenenti al popolo musulmano. Sembra quasi che essi stessi siano coscienti che chi li osserva si chiede, inconsapevolmente, se “lui” potrebbe essere un terrorista: una sorta di psicosi dell’attentato, possibile dovunque ed in qualunque momento. Paradossale, poichè anche un norvegese potrebbe, da simpatizzante, operare con gruppi islamici estremisti, ma reale!

Osama bin Laden…., colui che ha orchestrato tutto questo grazie al suo patrimonio (oggi giorno non si fanno le guerre senza denaro), colui che Bush vuole colpire, direttamente e solamente. Da poco il Senato ha deciso: Bush potrà agire anche con la forza. Quanto bene si farà nell’uccidere bin Laden se le sue associazioni, società finanziarie e network resteranno intatte? Il suo messaggio rivolto ai musulmani per unirsi in questa, a suo avviso, guerra santa non si fermerà con la sua morte. Tutti qui in America hanno capito anche questo, lo si intuisce osservando i volti degli speaker o dei portavoce o di coloro che decidono: tensione e sofferenza. Il “pulsante” dei rancori è stato premuto e l’America non può non mantenere il ruolo della prima potenza al mondo. Molti americani hanno ascoltato le preghiere di oggi del Presidente Bush e molti altri il “tuonare” la sua vendetta. Si intuiscono le molte cose che questo Paese deve fare, ci si chiede che cosa e come, senza fare errori e con un occhio puntato al passato. Intanto, i rappresentanti di questa Nazione cantano assieme per “lo spirito d’America”. E mentre in America e qui a New York piove, bin Laden con abilità si sta, secondo recenti notizie, spostando da un luogo all’altro. Lo può fare con estrema disinvoltura, a quanto pare. Ha molti seguaci, ha molti soldi e forse ha, conseguentemente, sufficienti aiuti. La sua organizzazione, al-Qaeda, opera dislocata in diverse unità nel mondo, si possono includere, probabilmente, Afghanistan, Pakistan, Tunisia, Sudan, Egitto. Riferendoci a queste cellule-unità di bin Laden si può parlare di guerra mondiale (non dimenticando altri fronti di Liberazione estremisti). Insomma, un aspetto dell’impero capitalistico -capitale di bin Laden- ha colpito il rovescio della medaglia dello stesso impero -economia americana-occidentale-. Questo è quello che fa riflettere, mentre si continua a scavare tra macerie che difficilmente restituiranno corpi riconoscibili o identificabili. Migliaia di persone morte perchè erano, comunque, americane; quegli americani (tra l’altro il Ministro degli Esteri israeliano Shimon Peres ha affermato martedì “stanotte, tutti gli israeliani sono americani”) che bin Laden vuole colpire assieme ai loro concetti di democrazia, libertà e modernità. Concetti appoggiati, velocemente (forse troppo), da nazioni occidentali e non, che hanno subito offerto il loro sostegno. Anche in questo caso, ricordando la storia, l’esperienza insegna che con uguale rapidità gli stessi supporti potrebbero essere tolti. “America’s new war”, come sottolinea il titolo fisso delle trasmissioni odierne di CNN Live. L’America deve riconsiderare la propria politica e la collaborazione con Paesi democratici e non democratici del mondo, mi riferisco in particolare al Medio Oriente.

Nel frattempo giunge la notizia che l’aeroporto di Washington è stato richiuso con termine indefinito. Non ci sono, invece, ancora notizie sulla documentazione, importantissima, ritrovata tra i resti degli aerei dirottati. Sono le 2.20 del pomeriggio: le notizie arrivano lentamente e vengono diffuse con cautela. Il Presidente Bush ha da poco lasciato Washington e sta arrivando nella City. Si renderà personalmente conto della gravità della situazione. Si potranno ricostruire i palazzi di New York ma non si potrà, in così breve tempo, ricostruire il capitale umano che lavorava all’interno di quei grattacieli. Molti familiari ed amici, con foto in mano, vagano attorno alla zona delimitata alla ricerca di qualche speranza. Ciò avviene anche se le autorità di New York hanno avvisato che chiunque oggi si trovi nella zona delimitata senza motivo e permesso verrà arrestato. 

Vedendo tanti morti è immediato il desiderio di vendetta: rispondere alla morte con la morte. Mi auguro che Bush, osservando ciò che è rimasto, ricordi la frase pronunciata stamattina “la nostra è una nazione pacifica”.

In questa continua allerta, il Consolato Generale di Italia a New York è attivo 24 ore al giorno. Ci sono molti turisti italiani bloccati negli USA e i collegamenti aerei tra Stati Uniti e resto del mondo subiranno grandi restrizioni. La domanda di molti giornalisti è quasi sempre la stessa: ci sono morti italiani? Per ora solo alcuni dispersi, mentre tutto lo staff di rappresentanza italiana a NY lavora senza sosta. Per chi c’è e per chi non c’è.

Tra alcune ore, tutta New York ascolterà Bush ed attenderà, a breve, la risposta all’interrogativo più frequente: cosa succederà? Ascolterò ed attenderò anch’io.

Nei luoghi dove abitò e visse Pellegrino Rossi

Visitare i luoghi che (seppur per breve tempo) ospitarono la dimora e l’ambiente di lavoro in cui, lontano da occhi indiscreti, ponderava le riforme e preparava i suoi discorsi un personaggio come Pellegrino Rossi, fa un certo effetto. E ripensare al tragitto che quella mattina del 15 novembre del 1848 lo portò dalla sua abitazione alla scalinata poco distante in cui trovò la morte, fa ancora più effetto. 

Le grandi iniziative politiche non nascono per caso, ma per concepirle occorre un ambiente socio-culturale permeante, e soprattutto, un contesto idoneo e preparato al cambiamento. Quando Pellegrino Rossi rispose con un immediato si all’invito – o meglio alla richiesta di aiuto – di Papa Mastai Ferretti, che si diceva pronto a laicizzare una serie di esclusive prerogative ecclesiastiche, dovette trasferirsi in pianta stabile a Roma, pronto a far parte del nuovo governo pontificio che si sarebbe insediato di lì a poche ore. Nominato ufficialmente il 10 settembre 1848, l’esecutivo lavorò subito alle riforme che, sull’onda delle primavere risorgimentali del secolo decimonono, anche buona parte dei cittadini dello Stato della Chiesa aveva ormai iniziato a reclamare.

Palazzo Mancini Salviati, un edificio seicentesco di Roma in cui lo stile barocco si mescola al neoclassicismo rinascimentale, si trova in Via del Corso immediatamente a ridosso di Piazza Venezia, con la quale fa più o meno angolo. A partire dalla seconda metà del Seicento la struttura passò da una proprietà all’altra: dai coniugi Mancini-Mazzarino (lei era la sorella del più famoso cardinale) all’accademia francese, dai Bonaparte ai Savoia, dai Borbone ai duchi Salviati e in epoca più recente – parliamo dell’inizio del Novecento – al Banco di Sicilia. Un palazzo sfarzoso in cui venivano dati grandi ricevimenti e feste carnevalesche che al tempo, in città, facevano epoca. Al secondo piano, intorno al 1860, dimorò il Ministro degli Stati Uniti presso la Santa Sede Rufus King, il quale, non avendo un luogo di culto dove professare la sua fede protestante, modificò parte dello stabile e vi fece erigere una cappella mettendo in grande imbarazzo la cattolicissima padrona di casa, la duchessa Salviati. Una volta lasciato l’appartamento dal diplomatico, lo stesso fu fatto immediatamente ribenedire dalla nobildonna. In quella medesima casa aveva abitato Pellegrino Rossi, soprannominato il “Conte dello Spirito Santo”, neo-titolare dei dicasteri dell’Interno, della Polizia e delle Finanze. Nelle poche settimane di tempo che ebbe per pianificare le sue politiche, quelle stanze rappresentarono il rifugio ideale per dare esecuzione a un grande progetto di rinnovamento, anche e soprattutto sotto l’aspetto socio-economico. Per la Chiesa di Roma si trattava di una svolta epocale. Forse troppo vasta in così breve tempo.

Rossi fu un personaggio scomodo, riuscito nell’impresa di provocare l’ostilità sia della parte politicamente avversa che di quella in teoria – ma solo in teoria – da cui avrebbe dovuto ricevere un sostegno incondizionato. Non disposto al do ut des e benché la presenza nell’esecutivo di alcuni personaggi non facesse pensare certo a propositi innovativi (il conservatore Cicognani alla Giustizia e Vizzardelli, uomo legato al tradizionalismo cattolico, all’Istruzione), la conferma del suo peso preminente nelle politiche governative fu l’istituzione – a pochi giorni dall’inizio del mandato – delle cattedre di Economia e Diritto commerciale a Roma e Bologna e il blocco dei beni che numerosi alti prelati erano soliti trasferire all’estero. L’imperativo era certamente quello di avviare un forte risanamento delle casse dello Stato, ma anche quello di dare luogo allo svecchiamento delle cariche. La lotta alla corruzione, il drastico taglio degli uffici amministrativi pontifici e il suo veto a ogni possibilità che potesse far pensare a un intervento militare dello Stato della Chiesa contro l’Austria, fecero probabilmente il resto. E senza la necessità di fare ulteriori elenchi dei propositi del giurista carrarese, si pensi alla tensione creatasi intorno alla sua persona un po’ovunque: tra i patrioti repubblicani, che videro indebolirsi le speranze di unificare le province italiche sotto un unico Stato e tra gli ambienti “legittimisti” del clero, che correvano il rischio di veder affievolirsi i privilegi di tipo feudale (ne fu interessata anche la milizia pontificia) mantenuti per secoli.

Neppure la stampa fu tenera con Rossi; la stessa Civiltà Cattolica lo accusò di aver creato motivi di scontro tra la popolazione e i poteri costituiti, mettendo in pericolo l’ordine pubblico e l’incolumità di S.S. Pio IX. Le minacce erano ora mai all’ordine del giorno. La tarda mattinata di mercoledì 15 novembre lo statista si recò in Via Condotti, a poche centinaia di metri da casa, per una breve visita all’ambasciata di Malta, e di lì a Palazzo della Cancelleria, dove stazionava una folla minacciosa e dove non entrò mai. La giustizia pontificia si affrettò a chiudere il caso in seguito all’accusa contro una serie di personaggi (tra cui uno dei figli del celebre Brunetti, detto Ciceruacchio) per i quali non vi fu certezza che fossero autori o mandanti dell’accoltellamento ai danni del ministro. Leggendo i verbali, oltre ai depistaggi e alle testimonianze contraddittorie, ciò che lascia perplessi è il vuoto (non solo politico) lasciato intorno a Rossi da parte del suo entourage e della sua scorta, la quale, defilandosi improvvisamente al momento dell’omicidio,  lasciò liberi di agire chiunque fossero gli assassini. Almeno di questo vi è certezza.

Produzione industriale: Istat, a luglio 2020 si conferma il trend in crescita. “Rispetto a giugno +7,4%”

A luglio 2020 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale aumenti del 7,4% rispetto a giugno. Nella media del trimestre maggio-luglio il livello della produzione cresce del 15,0% rispetto ai tre mesi precedenti.

L’indice destagionalizzato mensile mostra aumenti congiunturali diffusi in tutti i comparti: crescono in misura marcata i beni strumentali (+11,8%), i beni intermedi (+7,7%), i beni di consumo (+6,2%) e marginalmente l’energia (+0,1%).

Corretto per gli effetti di calendario, a luglio 2020 l’indice complessivo diminuisce in termini tendenziali dell’8,0% (i giorni lavorativi sono stati 23 come a luglio 2019). Flessioni tendenziali caratterizzano tutti i comparti; il calo è più pronunciato per i beni intermedi (-11,3%), mentre risulta meno rilevante per gli altri aggregati, con diminuzioni del 6,8% per i beni strumentali e l’energia e del 6,2% per i beni di consumo.

Tutti i principali settori di attività economica registrano diminuzioni su base tendenziale. Le più accentuate sono quelle della fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-21,4%), delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-20,6%), della fabbricazione di mezzi di trasporto (-11,5%); i cali minori, invece, si osservano nelle industrie alimentari, bevande e tabacco (-0,4%), nella produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (-1,4%) e nelle altre industrie (-4,4%).

Enit entra nella famiglia della Biennale

Enit-Agenzia Nazionale del Turismo entra nella famiglia della Biennale lo fa con l’esperienza della Dream on che per il decimo anno consecutivo rinnova la collaborazione con la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ed eredita il premio “Sorriso diverso Venezia Award” dall’organizzazione del Festival internazionale del film corto Tulipani di seta nera, l’Università cerca lavoro e la TSN.

Il premio collaterale di Critica Sociale Sociale “Sorriso Diverso Venezia Award” si svolgerà oggi, alle ore 16 presso l’Hotel Excelsior, nello Spazio Incontri Venice Production Bridge.

Enit – L’Agenzia Italiana del Turismo, consegnerà il premio “Il Viaggio Turismo Enit” al film che meglio valorizzi l’immagine della bellezza dell’Italia nel mondo per il rilancio del turismo italiano. La giuria dell’edizione speciale del premio ENIT sarà composta dal direttivo dell’Italian Film Commission, presieduta da Cristina Priarone – Presidente dell’Italian Film Commission e direttore di Roma Lazio Film Commission, con Paolo Manera – Vice Presidente Italian Film Commission e direttore Torino Piemonte Film Commission e Luca Ferrario – Vice Presidente Italian Film Commission e direttore Trentino Film Commission. Il Premio verrà consegnato da Maria Elena Rossi direttrice marketing Enit.

Sono 7 le opere in lizza per il premio che contengono immagini suggestive dell’Italia: “Le Sorelle Macaluso” di Emma Dante; “Padrenostro” di Claudio Noce; “La verità su la Dolce Vita” di Giuseppe Pedersoli; “Molecole” di Andrea Segre; “Salvatore” di Luca Guadagnino; “Lacci” di Daniele Lucchetti; “Lasciami Andare” di Stefano Mordini.
“I luoghi legati al cinema sono portatori di esperienze memorabili che invogliano alla scoperta dei territori. I film sono uno stimolo alla valorizzazione delle location, valorizzazione che non è così automatica ma occorre predisporre strategie e spazi per l’accoglienza e una spinta a maturare interesse crescente per luoghi anche meno noti visti da angolazioni e punti di vista differenti” dichiara il Presidente Enit Giorgio Palmucci.
Per il Premio Sorriso Diverso Venezia Award, ci sarà una giuria di esperti del mondo del cinema composta da Catello Masullo (Presidente di Giuria), Paola Dei (vice Presidente di Giuria), Armando Lostaglio, Rossella Pozza, Marcello Zeppi che decreteranno il “Miglior Film Italiano” e il “Miglior Film Straniero” Il premio sarà consegnato da Valeria Marini che riceverà il “Testimonial del Sorriso Diverso” per la valorizzazione del ruolo delle donne artiste e imprenditrici e per il progetto “Boom”, dedicato a tutte le donne “stellari”. Scritto insieme a Giacomo Eva, si propone di far ballare nelle calde sere d’estate tutte le generazioni ma… mantenendo le distanze. “Boom” è stato arrangiato da Matteo Caretto presso lo Scene Music Studio, missato e masterizzato da Giampaolo Pasquile. Ha raggiunto oltre le 600.000 visualizzazioni su Youtube, ed ha ottenuto oltre 100.000 riproduzioni su Spotify, venendo inserito in oltre 2.300 playlist. Il brano è stato pubblicato dall’etichetta Joseba Publishing e prodotto da Gianni Testa che dichiara: “Grazie per l’opportunità incredibile che ci avete regalato con questo premio. Essere a Venezia con voi è un grande traguardo per la nostra giovane etichetta”.

Presente Roberto Cicutto presidente de La Biennale di Venezia
Il Sorriso diverso Venezia Award, si inserisce nell’ambito della “mission” del cinema di interesse sociale che valorizza le diversità e protegge le fragilità delle persone, promosso in Italia da L’Università Cerca Lavoro con il sostegno di MIBACT, MIUR, Regione Lazio, Istituto Cine-TV Rossellini Roma Lazio Film Commission – che vede in prima linea il Presidente Diego Righini, il Direttore artistico Paola Tassone, il produttore esecutivo Leonardo Jannitti Piromallo e la presidente dell’Associazione UCL Ilaria Battistelli: il Premio collaterale di Venezia da anni si occupa di utilizzare lo strumento cinema come valorizzatore di tematiche sociali, portando all’attenzione del pubblico prodotti cinematografici interessanti con messaggi di vita vera che forniscano grandi momenti di riflessione, speranza, rispetto e capacità di ascolto.

“Bike Touring”, la call Mibact/Invitalia per la promozione del cicloturismo

Trovare soluzioni innovative per chi ama viaggiare in bicicletta, ma anche per tutti coloro che prediligono forme di turismo che abbiano a cuore un’alternativa alla classica mobilità, è l’obiettivo della nuova sfida di FactorYmpresa Turismo, il programma promosso dal MiBACT e gestito da Invitalia che offre servizi di accompagnamento e contributi economici alle imprese e agli aspiranti imprenditori della filiera turistica. L’obiettivo è far crescere qualitativamente l’offerta turistica, rendere l’Italia più competitiva sui mercati internazionali e, in linea con il Piano Strategico del Turismo varato dal ministro Dario Franceschini, promuovere la sostenibilità.

C’è tempo fino ‪alle ore 12.00 del 7 ottobre 2020 per rispondere alla call e presentare sul portale di Invitalia il proprio progetto di business sui temi del turismo in bicicletta, mobilità sostenibile, vacanza attiva e next normal. Le idee e i progetti possono rivolgersi a chi viaggia in bici, per preparare, vivere e raccontare la propria esperienza, alle amministrazioni locali, per rendere le destinazioni bike friendly, infine agli operatori della filiera turistica, per offrire e migliorare i servizi per chi ama viaggiare in bici. In palio per le imprese e gli imprenditori della filiera turistica ci sono servizi di accompagnamento e contributi economici per un valore totale di 300.000 euro. Questi gli ambiti sui quali i partecipanti possono offrire soluzioni:

* Prodotti e attrezzature che aiutino il ciclista a viaggiare o a pianificare il viaggio, a confrontare destinazioni, a condividere esperienze, come ad esempio dispositivi smart, accessori, abbigliamento tecnico, componenti realizzati con materiali innovativi, etc.

* Servizi e infrastrutture per le destinazioni, che consentano a un territorio di diventare meta per ciclisti o a una destinazione turistica di riconvertirsi in chiave bike friendly. Tra questi ci sono, ad esempio, i servizi per l’ospitalità, la ristorazione, le bicipolitane, l’intermodalità dei trasporti, etc.

* Applicazioni e servizi integrati per potenziare la filiera turistica e attrarre diversi target di cicloturisti, nazionali e internazionali, come ad esempio servizi di noleggio e riparazione di attrezzature, servizi di vendita, promozione e comunicazione delle destinazioni e delle attività collegate al cicloturismo, etc.

Una giuria individuata da Invitalia selezionerà le migliori 20 proposte che parteciperanno all’Accelerathon ad Asti il 22 e ‪23 ottobre ‪2020, in contemporanea con l’arrivo della 19° tappa del Giro d’Italia. Durante una full immersion di 36 ore, grazie al supporto di mentor e tutor, le startup potranno “accelerare” la propria idea di business e preparare un “pitch” da presentare alla giuria. I migliori 10 progetti saranno premiati con un contributo in denaro di 30.000 euro ciascuno, a cui si aggiungono i servizi di accompagnamento forniti da Invitalia.

Le info su: https://factorympresa.invitalia.it/le-sfide/le-sfide/bike-touring

In Europa la medicina di precisione

L’Europa rivoluzionerà l’assistenza sanitaria grazie alla medicina di precisione: sfruttando le più recenti scoperte scientifiche e le nuove tecnologie per lo studio delle singole cellule del corpo umano, permetterà di avere diagnosi sempre più precoci e cure personalizzate per tumori, malattie cardiovascolari, neurologiche, infiammatorie croniche e infettive, con importanti ricadute sulla salute delle persone e risparmi per il welfare.

Il piano, che ha già raccolto il sostegno di centinaia di medici, ricercatori, imprenditori e decisori politici, è presentato sulla rivista Nature dal consorzio Lifetime.

Anche l’Italia partecipa con un nutrito gruppo guidato dall’Università Statale di Milano con Giuseppe Testa e Massimiliano Pagani, docenti di Biologia molecolare presso i dipartimenti di Oncologia ed Emato-Oncologia e di Biotecnologie mediche e Medicina traslazionale.

Bergoglio ha citato Paolo VI: “La politica è la forma più alta della carità”.

“Non serve un partito di cattolici”, ha affermato Bergoglio lanciando poi un monito: “Non dobbiamo fondare il partito dei cattolici. Un partito solo di cattolici non serve”. Bergoglio ha ricordato però che “un cattolico” certamente “deve fare politica”.

“Molti cattolici hanno fatto una politica pulita, senza sporcarsi”, ha aggiunto Bergoglio , “pensiamo a De Gasperi e Schuman”. Secondo il Papa, la politica “è il martirio quotidiano di cercare il bene comune senza lasciarti corrompere”.

Ho riportato le parole di papa Francesco perché mi è sembrato il “grande assente”, colui che non ha “parlato” di politica. Colui che non ha una posizione netta e precisa, o proprio perché ce l’ha chiara e limpida e quindi scomoda. Ed allora con una certa leggerezza intellettuale si chiama in causa il card. Ruini, o meglio la sua “lezione”. La domanda sorge con un certo vigore: quale è la lezione ruiniana? Qualcuno dice il dialogo con le altre forze politiche.

Ma, sembra quasi una banalizzazione. Io ricordo, che sotto il suo governo, la Cei era divenuta il “potere” divisivo della politica italiana. L’identità, i principi non negoziabili. Forze politiche che cinicamente usavano queste posizioni come clave per ottenere consenso da un popolo debole e confuso. Ruini, mi chiedo, insieme ad un papato che forse aveva lo stesso pensiero, cosa poteva ottenere e cosa ha ottenuto?

Ritorniamo a noi, o meglio a papa Francesco. Certamente quando dice che la politica è “martirio quotidiano”, fa tremare i polsi e la mente vacilla. Chi ha più voglia di essere martirizzato e poi, per la politica! Chi è veramente convinto che la politica è la “forma più alta della carità” a tal punto da accettare il martirio?

Ma il sentiero è tracciato, “Non serve un partito di cattolici”, “Non dobbiamo fondare il partito dei cattolici. Un partito solo di cattolici non serve”. Ma, dice Francesco, “un cattolico deve fare politica”. “Politica pulita, senza sporcarsi”.

Insomma farsi sale e lievito per insaporire e dare contenuto alla “pasta”. Sciogliersi, sparire per un bene maggiore, il bene comune.

Essere insegnanti oggi

Nel salotto buono di una importante trasmissione televisiva ho sentito tempo fa una considerazione che mi sembra valga la pena di riprendere e approfondire.

Un noto uomo politico – per la par condicio ne taccio il nome ma l’acutezza delle sue osservazioni gli meriterebbe una favorevole citazione – ha esposto alcune riflessioni sulla professione dell’insegnante evidenziando come sia mutata nel tempo la sua considerazione sociale.

Il ragionamento è stato più o meno questo: una volta essere insegnante comportava un accreditamento positivo nell’immaginario collettivo perché se ne riconosceva soprattutto la valenza educativa, la straordinaria incidenza formativa nei processi di crescita culturale e morale delle giovani generazioni.

Oltre ad esercitare una mera funzione di trasmissione del sapere il docente era soprattutto depositario di valori etici e di una riconosciuta stima sociale che gli meritava il rispetto delle famiglie e delle istituzioni: l’insegnamento era – senza retorica – una missione e il maestro, o il professore, soprattutto un esempio per i suoi alunni.

Al contrario di oggi, dove questo profilo umano e professionale sembra adombrato da altri criteri di realizzazione sociale: vivendo in un mondo di interessi e finzioni che promette carriere facili e folgoranti, dove prevalgono parametri di stima e considerazione centrati sul profitto e sul successo, sul tenore di vita elevato e sul peso economico, sulla visibilità e sull’ostentazione di una cultura di basso profilo, sgrammaticata e diretta, a volte persino volgare e volutamente provocatoria, la funzione docente viene marginalizzata nella categoria della borghesia perdente e senza speranza.

Oggi come allora insegnare non rende ricchi e famosi ma un tempo concedeva forse la soddisfazione di un riconoscimento sociale e di un’autorevolezza morale che il livellamento culturale degli anni più recenti sembra aver ridimensionato se non addirittura cancellato.

Questa valutazione acquista ancora più spessore negativo nel contesto del sistema scolastico italiano: è a tutti noto, infatti, che i docenti del “bel Paese” sono i peggio retribuiti d’Europa e questo la dice lunga sulla deriva negativa in atto e sulle scarse motivazioni di incentivazione economica che potrebbero spingere un giovane laureato ad abbracciare questa professione.

Eppure, girando nelle aule delle scuole italiane, si trovano insegnanti straordinariamente capaci di esercitare con autorevolezza la loro professione e vale la pena di evidenziare quanta considerazione e quanta riconoscenza meriterebbero per il compito gravoso che ogni giorno si assumono.

Alla scuola si chiede tutto: di supplire alle carenze della famiglia, di integrare le diversità e le marginalizzazioni, di capire e curare le insicurezze, di socializzare i rapporti interpersonali, di colmare le lacune presenti nel contesto di appartenenza, di facilitare i percorsi di acculturazione, di stimolare le coscienze, di personalizzare la formazione.

Ogni giorno la scuola si prende carico di tutto questo e lo fa generalmente con umiltà e senza ostentazioni, affrontando le battaglie contro la dilagante cultura degli sberleffi televisivi, della irriverenza sociale, del bullismo rampante, direi – fuor di metafora – della maleducazione imperante e anzi adulata: una moda nella moda che fa tendenza e restituisce autostima e gratificazioni agli aspiranti gradassi. Spesso sono i genitori stessi che “insegnano” ai propri figli ad oltraggiare i professori, che li difendono se “si permettono” di ritirare i cellulari durante un compito in classe, che li aggrediscono fisicamente dentro e fuori la scuola, facendo scempio di quel luogo che un tempo era sacro e rispettato nel sentire comune: una specie di gilet gialli della pedagogia sociale più deleteria e distruttiva.

Educazione stradale, sessuale, alimentare, lettura dei quotidiani in classe, scoperta del territorio, gite e svaghi turistici, tre “i”, quattro “e”: la scuola si deve occupare di tutto, si allunga e si accorcia come il letto di Procuste.

Nelle aule scolastiche entrano sedicenti esperti di ogni tipo e gli insegnanti sono letteralmente vessati da riunioni, tavole rotonde, incontri, seminari, convegni, adempimenti burocratici che prolungano a dismisura – complicando le cose – tempi e procedure, metodi e modelli organizzativi che sarebbero ben più snelli ed efficaci se a questa forca caudina della collegialità obbligata e inconcludente si sostituisse l’osservazione critica e la competenza professionale.

C’era una volta – nella scuola dell’obbligo – il fondamentale obiettivo dell’insegnare a leggere, scrivere e far di conto ma ci è sembrata una finalità riduttiva: ecco allora la pluralità dei linguaggi e la molteplicità degli alfabeti, le materie integrative e quelle complementari con il risultato di licenziare dalla scuola elementare alunni che non sono in grado di scrivere una lettera o di fare il conto della spesa.

C’era l’educazione civica  ma ce ne siamo a poco a poco vergognati: troppe regole rendevano insicuri e frustrati i nostri figli che, crescendo, hanno imparato a imbrattare i muri delle stazioni, a buttare ogni genere di immondizie per terra, ad aggredire i compagni e gli adulti disabili e indifesi e credono che il sindaco sia il capo dei pompieri.

Ora è stata reintrodotta nei programmi scolastici: forse la politica più litigiosa e derogante dalle regole del bon ton e del rispetto altrui si è resa conto di aver oltrepassato i limiti, di offrire pessimi esempi nel linguaggio, nell’assenza di dialogo, nell’incapacità all’ascolto delle ragioni altrui, nella corruzione come metodo di interlocuzione spiccia e per le vie brevi.

A meno che – e questo sarebbe gravissimo – la politica la imponga alla scuola, insieme ai grembiulini come simbolo di uguaglianza di opportunità educative  ma si sottragga dall’applicarla in prima persona: sarebbe una scelta demagogica e inaccettabile.

Ricordo un politico che – alla presentazione di un libro sulla ‘scuola come luogo di educazione e di istruzione’ – contestava il primo dei due compiti: “la scuola pensi all’istruzione, all’educazione ci pensiamo a casa mia”. Cancellando con quella irriverente battuta il senso sociale e – appunto di educazione civica – che la scuola è chiamata a dispensare, anche coltivando sentimenti di pace, mitezza, solidarietà che non tutte le famiglie sono in grado di impartire, perché nella platea sociale si ricompongano e si rispettino le differenze di nascita , di appartenenza e di censo.

Dopo lo sfascio della deregulation sociale e la deriva delle promozioni sottocosto ci si accorge adesso che è necessario un giro di vite, a cominciare dai fondamentali della buona educazione: qualcuno vorrebbe infatti addirittura che – all’ingresso del loro professore in aula – gli alunni si alzassero in piedi salutando con il “Lei”, buona regola recentemente reintrodotta in Francia.

Essere insegnanti oggi è ancor più difficile che in passato, ci sono i miti dell’efficienza e dell’efficacia, ci sono le sfide della tecnologia e dei nuovi saperi.

Ma se viene a mancare il rispetto verso l’istituzione e le persone che più di ogni altra la rappresentano questa sfida è già persa in partenza.

La mortalità infantile ancora in calo nel mondo

Secondo le nuove stime sulla mortalità pubblicate ieri da UNICEF, Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Divisione per la Popolazione del Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali dell’ONU Banca Mondiale, il numero di decessi tra 0 e 5 anni a livello globale nel 2019 è sceso al punto più basso mai registrato nella storia.
I decessi sono stati infatti 5,2 milioni,  con un calo di quasi il 60% rispetto ai 12,5 milioni del 1990.
In media, nel 2019 sono morti ogni giorno 14.000 bambini prima di compiere 5 anni, rispetto ai 34.000 del 1990 e ai 27.000 del 2000.

«Nonostante questi risultati, il bilancio globale delle morti fra bambini e giovani rimane immenso» sintetizza il Presidente dell’UNICEF Italia Francesco Samengo. «Nel solo 2019, 7,4 milioni di bambini, adolescenti e giovani sotto i 25 anni sono morti nel mondo, per lo più per cause prevenibili o curabili. A livello globale, il 70% della mortalità under 25 si è concentrato nella fascia di età tra 0 e 5 anni, con 5,2 milioni di decessi.»
Tra questi ultimi, 2,4 milioni (pari al 47% della mortalità infantile globale) si sono verificati nel primo mese di vita, 1,5 milioni (28%) tra il 2 mese e il compimento del primo anno, e 1,3 milioni (25%) tra il dodicesimo mese di vita e il compimento dei 5 anni.
 
Altri 2,2 milioni di decessi si sono verificati tra i bambini e i giovani tra i 5 e i 24 anni nel 2019, di cui il 43% durante il periodo adolescenziale, tra i 10 e i 19 anni.»
Anche prima della pandemia da coronavirus, i neonati erano i soggetti a più alto rischio di mortalità. Nel 2019, un neonato ha perso la vita ogni 13 secondi, ossia circa 6.700 al giorno.
L’incidenza della mortalità neonatale (0-1 mese) all’interno della mortalità infantile complessiva (0-5 anni) è salita dal 40% del 1990 al 47% di oggi.

Perché il COVID fa paura

Le analisi di UNICEF e OMS rivelano che la pandemia di COVID-19 ha provocato pesanti limitazioni o interruzioni dei servizi sanitari nazionali, minacciando di vanificare decenni di progressi così faticosamente conquistati.
Ad esempio, in Camerun, dove si registra un decesso neonatale ogni 38 nati vivi, l’UNICEF stima che il del 75% di interruzioni nei servizi per l’assistenza neonatale essenziale, i controlli prenatali, l’assistenza ostetrica e l’assistenza post-parto. A maggio, l’indagine iniziale della Johns Hopkins University ha mostrato che quasi 6.000 bambini in più potrebbero morire al giorno a causa di interruzioni dovute al COVID-19.
“La comunità globale è arrivata a un punto tale nell’eliminazione delle morti prevenibili di bambini che non bisogna permettere alla pandemia da COVID-19 di bloccare il nostro cammino”, ha dichiarato Henrietta Fore, Direttore Generale dell’UNICEF. “Quando ai bambini viene negato l’accesso ai servizi sanitari perché il sistema è sovraccarico, e quando le donne hanno paura di partorire in ospedale per timore di contagi, anche loro possono diventare vittime del COVID-19. Senza investimenti immediati per far ripartire i sistemi e i servizi sanitari in difficoltà, milioni di bambini sotto i cinque anni, soprattutto neonati, potrebbero morire”.
Negli ultimi 30 anni, i servizi sanitari per prevenire o curare le cause di mortalità dei bambini – come le nascite premature, il basso peso alla nascita, le complicazioni durante il parto, la sepsi neonatale, la polmonite, la diarrea e la malaria – così come le vaccinazioni, hanno giocato un ruolo importante nel salvare milioni di vite.
Ora, i paesi di tutto il mondo stanno subendo interruzioni nei servizi sanitari per la salute infantile e materna – come le visite mediche, le vaccinazioni e le cure prenatali e post-parto – a causa della scarsità di risorse e di un generale disagio nell’utilizzo dei servizi sanitari dovuto alla paura di contrarre il COVID-19.
Un’indagine dell’UNICEF condotta durante l’estate in 77 Paesi ha rilevato che quasi il 68% di questi ha segnalato almeno qualche interruzione nei controlli sanitari per i bambini e nei servizi di vaccinazione. Inoltre, il 63% dei Paesi ha riportato problemi nei controlli prenatali e il 59% nelle cure post-parto.
Una recente indagine dell’OMS, basata sulle risposte di 105 Paesi, ha rivelato che il 52% dei Paesi ha riportato interruzioni nei servizi sanitari per i bambini malati e il 51% nei servizi per il trattamento della malnutrizione.
Interventi sanitari come questi sono fondamentali per fermare le morti prevenibili di neonati e bambini. Per esempio, secondo l’OMS, le donne che ricevono cure da ostetriche professioniste, formate secondo gli standard internazionali, hanno il 16% di probabilità in meno di perdere il loro bambino e il 24% in meno di avere un parto prematuro.
“Il fatto che oggi il numero di bambini che arrivano a festeggiare il loro primo compleanno sia maggiore di qualsiasi altro momento della storia è un chiaro segnale di ciò che si può ottenere quando il mondo pone la salute e il benessere al centro della propria risposta”, ha dichiarato Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore Generale dell’OMS. “Ora, non dobbiamo permettere che la pandemia di COVID-19 faccia regredire i notevoli progressi raggiunti per i nostri figli e per le generazioni future. Piuttosto, è tempo di usare ciò che sappiamo funzionare per salvare vite umane e continuare a investire in sistemi sanitari più forti e resilienti”.
Sulla base delle risposte dei Paesi che hanno partecipato alle indagini dell’UNICEF e dell’OMS, i motivi più comunemente citati per le interruzioni dei servizi sanitari sono stati: i genitori che evitano i centri sanitari per paura di contagi; le restrizioni ai trasporti; la sospensione o la chiusura di servizi e strutture; un minor numero di operatori sanitari a causa di ricollocamenti o la paura di contagi dovuta alla mancanza di dispositivi di protezione individuale come mascherine e guanti; e maggiori difficoltà finanziarie. Afghanistan, Bolivia, Camerun, Repubblica Centrafricana, Libia, Madagascar, Pakistan, Sudan e Yemen sono tra i Paesi più colpiti.
7 di questi 9 Paesi hanno avuto nel 2019 un alto tasso di mortalità al di sotto dei 5 anni nel 2019 di oltre 50 decessi ogni 1000 nati vivi. In Afghanistan, dove 1 bambino su 17 è morto prima di raggiungere i 5 anni di età nel 2019, il Ministero della Salute ha riportato una significativa riduzione delle
visite alle strutture sanitarie. Per paura di contrarre il virus del COVID-19, le famiglie stanno non stanno dando priorità alle cure pre-natali e post-parto, accrescendo il rischio per le donne in stato di gravidanza e i neonati.
Questi rapporti e indagini evidenziano la necessità di agire con urgenza per ripristinare e migliorare i servizi di assistenza al parto e le cure prenatali e postparto per le madri e i neonati, compresa la presenza da parte di personale sanitario qualificato che si occupi delle cure alla nascita. È importante anche lavorare con i genitori per alleviare le loro paure e rassicurarli.
“La pandemia di COVID-19 ha messo n grave pericolo anni di progressi a livello globale per porre fine alle morti prevenibili dei bambini”, ha dichiarato Muhammad Ali Pate, Direttore globale per la salute, la nutrizione e la popolazione della Banca Mondiale. “È essenziale proteggere i servizi salvavita che sono stati fondamentali per ridurre la mortalità dei bambini. Continueremo a lavorare con i governi e i partner per rafforzare i sistemi sanitari per garantire a madri e bambini i servizi di cui hanno bisogno”.
“Il nuovo rapporto dimostra i progressi in corso in tutto il mondo nella riduzione della mortalità dei bambini”, ha dichiarato John Wilmoth, Direttore della Divisione Popolazione del Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite. “Se da un lato il rapporto evidenzia gli effetti negativi della pandemia di COVID-19 sugli interventi fondamentali per la salute dei bambini, dall’altro richiama l’attenzione sulla necessità di porre rimedio alle vaste disuguaglianze nelle prospettive per la sopravvivenza e la buona salute di un bambino”.

Lavoro, Svimez: a rischio 1 milione di posti di lavoro

“La crisi italiana è di lungo periodo, le nostre previsioni stimano un calo del pil nazionale del 9,3% in linea con stime governo”. Lo dice il direttore della Svimez, Luca Bianchi, nel corso di un’audizione in commissione Bilancio della Camera.

“Questa crisi – aggiunge – nel 2020 avrà un impatto forte in tutte le aree del Paese, con un calo del pil stimato al 9,6% nel Centro-nord e dell’8,2% nel Sud. Anche su qui ci sarà una crisi più forte sull’occupazione con un calo previsto del 6% a fronte del meno 3,5% del Centro-nord”. Per Bianchi “questo vuol dire che su una stima di un milione di posti di lavoro che si possono perdere nel 2020 circa 400 mila sono collocati nel Mezzogiorno. Quindi i dati confermano che l’impatto sociale della crisi potrebbe essere più forte di quello economico”.

“E’ interessante rilevare però cosa accade secondo il nostro modello nel 2021. Queste stime sono state effettuate considerando l’impatto economico delle misure messe in atto dal governo fino ad agosto 2020, però ovviamente non tengono conto dell’impatto del Recovery fund”spiega ancora Bianchi. “Ciò che allarmerebbe- aggiunge- è che si torna sostanzialmente al quadro economico territoriale che c’era prima della crisi. Cosa vuol dire? che nel Mezzogiorno la fase di ripresa sarebbe molto meno forte che nell’altra parte del Paese”. Lo Svimez, infatti, “stima per il 2021 una crescita sostanzialmente più che dimezzata nel mezzogiorno che quindi recupererebbe soltanto un quarto del pil perso nel corso del 2020”.

“E’ evidente l’esigenza di formulare un piano di rinascita del Paese, che proponga una realistica prospettiva di sviluppo equilibrato. Riteniamo perciò pericolosamente illusoria- aggiunge- l’ipotesi, ventilata più o meno esplicitamente, di privilegiare un uso delle risorse europee in arrivo ai fini di una intensa ed accorta manutenzione e revisione del sistema vigente, minato in qualche misura a ripristinare la normalità di prima”. Per Bianchi “una simile scelta richiederebbe di confermare la lunga stagnazione sperimentata dalla nostra economia”.

“La crisi italiana è di lungo periodo, le nostre previsioni stimano un calo del pil nazionale del 9,3% in linea con stime governo”. Lo dice il direttore della Svimez, Luca Bianchi, nel corso di un’audizione in commissione Bilancio della Camera. “Questa crisi – aggiunge – nel 2020 avrà un impatto forte in tutte le aree del Paese, con un calo del pil stimato al 9,6% nel Centro-nord e dell’8,2% nel Sud. Anche su qui ci sarà una crisi più forte sull’occupazione con un calo previsto del 6% a fronte del meno 3,5% del Centro-nord”. Per Bianchi “questo vuol dire che su una stima di un milione di posti di lavoro che si possono perdere nel 2020 circa 400 mila sono collocati nel Mezzogiorno. Quindi i dati confermano che l’impatto sociale della crisi potrebbe essere più forte di quello economico”.

Dal 3 novembre al via la piattaforma web per il Bonus Mobilità 2020

E’ stato pubblicato  in Gazzetta Ufficiale il Decreto del 14 agosto 2020 sul “Programma sperimentale buono mobilità – anno 2020”.

Si tratta dell’atteso provvedimento che consente di ottenere un contributo fino al 60% della spesa sostenuta e, comunque, in misura non superiore  a 500 euro, sull’acquisto di biciclette,  anche  a  pedalata  assistita, e  veicoli   per   la   mobilità personale   a   propulsione prevalentemente elettrica quali monopattini, hoverboard e segway, o per l’utilizzo dei servizi di sharing mobility esclusi quelli mediante autovetture.

Il decreto prevede che chi ha acquistato un mezzo o un servizio di sharing mobility dal 4 maggio 2020 o lo acquisterà e fino al 31 dicembre 2020 potrà richiedere il bonus attraverso un’applicazione  web, accessibile, previa autenticazione, tramite il Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID), sia direttamente che dal sito del Ministero dell’ambiente.
Per richiedere il bonus l’acquisto dei mezzi ci si potrà registrare sull’applicazione del Programma a partire da 60 giorni dalla pubblicazione del decreto sulla Gazzetta Ufficiale (e quindi dal 3 novembre).

I soggetti che erogano servizi di  mobilità condivisa  a  uso individuale escluso quelli mediante autovetture, le  imprese  e  gli esercizi  commerciali  che  vendono  biciclette,  anche  a   pedalata assistita, e veicoli per la mobilità personale  a  propulsione prevalentemente elettrica si potranno accreditare  sull’applicazione  web  a   partire   dal   quarantacinquesimo   giorno (e cioè dal 19 ottobre)

C’è quindi uno scarto di 15 giorni, fra il 45° e il 60° dalla pubblicazione del decreto per dar tempo ai negozianti e ai gestori dei servizi di sharing mobility, escluso quelli mediante autovetture,per accreditarsi e poter poi avvalersi dei rimborsi erogati dal ministero dell’ambiente a fronte della presentazione del bonus. Si ricorda che possono accedere al programma i residenti   nei capoluoghi di regione, nelle città metropolitane, nei capoluoghi  di provincia ovvero  nei  comuni  con  popolazione  superiore  a  50.000 abitanti.

Chi avrà acquistato il mezzo fino al giorno prima dall’attivazione dell’applicazione riceverà il rimborso con un bonifico, chi non l’ha ancora fatto otterrà un “bonus” che consegnerà al negoziante che sarà poi rimborsato dal Ministero dell’Ambiente tramite l’applicazione web.

L’erogazione dei bonus avverrà nei limiti delle risorse disponibili che, rispetto allo stanziamento iniziale, sono state integrate e portate a 210 milioni di euro.

Il testo del decreto attuativo sul “Programma sperimentale buono mobilità – anno 2020” è consultabile sul sito della Gazzetta Ufficiale: https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2020-09-05&atto.codiceRedazionale=20A04737&elenco30gio

AstraZeneca: un passo indietro verso il vaccino.

La multinazionale AstraZeneca ha comunicato ieri sera la sospensione di tutti i test clinici in corso per la verifica dei profili di sicurezza ed efficacia del vaccino Covid in via di sviluppo insieme all’Università di Oxford. La decisione viene dopo che uno dei soggetti partecipanti alla sperimentazione ha fatto registrare una seria potenziale reazione avversa.
Come riferito nei giorni scorsi la sperimentazione ha dato fino a ieri risultati incoraggianti tant’è che lo stesso ministro Speranza aveva annunciato in Parlamento la possibilità che le prime dosi potessero essere già disponibili entro il 2020.

Ora l’orologio del trial torna indietro e bisognerà attendere le verifiche promesse per capire se quella ottimistica previsione sarà nuovamente confermata.

Nė a destra, né con il pd: Politica Insieme, sulla scia di Zamagni, intende costruire un partito di centro.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Caro Direttore,

per la nostra lunga amicizia, per la presenza più volta concessami su Il Domani d’Italia e per la sottoscrizione anche da parte di Rete Bianca del Manifesto lanciato alla fine dello scorso anno, consentimi brevemente di prendere parte al dibattito che tu hai avviato con il tuo articolo dal titolo : “Zamagni, il nuovo partito post-dc e la lezione di Ruini: un argine politico alla rivoluzione di Papa Francesco?”.

A mio avviso ci hai fatto leggere una riflessione molto discutibile. Per molti versi, contraria alla verità delle cose dette da Zamagni e che Politica Insieme ripete da quando è nata, come del resto è facilmente comprensibile attraverso la lettura di ciò che pubblichiamo quotidianamente su www.politicainsieme.com. Di sicuro parziale, perché non credo si possa partire da una frase  qual è quella del riferirsi alla “ lezione ruiniana del dialogo con altre forze politiche” per tentare di svilire l’impegno per segnare una presenza nuova da parte di chi s’ispira pienamente alla tradizione popolare e cristiano democratica.

Quella del dialogo con le altre forze politiche è lezione degasperiana e morotea. O sbaglio? Lo è stata, ma troppo tardi, anche sturziana e di Giuseppe Donati nel momento in cui i due si posero il problema di sbarrare la strada a Mussolini, ma quando, però, oramai non c’era più nulla da fare, né con il fronte liberale né con quello socialista.
Che poi questo concetto del dialogo politico, ai tempi del cardinale Ruini, finisse per essere declinato solamente in una sola direzione è un’altra cosa, ma riguarda il cardinale e i politici d’estrazione cattolica che ne hanno seguito il ragionamento. Noi non eravamo, né siamo oggi tra questi. Così, non ci troviamo nel centrodestra e neppure nel centrosinistra e riteniamo necessario costruire un’alternativa all’intero sistema politico e istituzionale.

Il punto è che facciamo un ragionamento molto più articolato e di più ampio respiro rispetto a come è ridimensionato da te e da parte di Giorgio Merlo. Lo svilimento diventa vieppiù pretestuoso quando volutamente viene confuso,da voi, non da Zamagni o da noi, il piano ecclesiale e quello politico. Eppure, il riferimento al dialogo con le altre forze politiche vi sarebbe dovuto apparire ovvio di per sé, tanto è evidente che non concerne alcunché del primo ed è esclusivamente riferito al secondo.

Per cui sembra persino clamoroso vedervi giungere alla conclusione che il partito “nuovo” a cui stiamo lavorando sia etichettabile come di “destra” e anti Papa Francesco. Mi limito a sottolineare il clamoroso e non vado oltre.

Un’ulteriore precisazione è doverosa. Il Manifesto e il percorso che abbiamo avviato anche con Rete Bianca, oltre che con Costruire Insieme e decine di altri gruppi nel frattempo sopraggiunti, è invece caratterizzato dall’autonomia e da un precisa presa di distanza dal centrodestra, soprattutto a trazione salviniana, così come diciamo chiaramente di essere alternativi al Pd. Sono cose che sosteniamo con continuità sin dagli inizi e sono incontrovertibili.

Non si tratta affatto, dunque, di  “rimettere in gioco il cosiddetto “ruinismo” come sostiene Merlo, ma esattamente il contrario.  Serietà vorrebbe che le cose fossero viste nell’insieme senza limitarsi a dare corso a una furia polemica portata alle estreme conseguenze e del tutto ingiustificata attaccandosi al nulla. Anche se il principe ed ex vescovo Talleyrand soleva invitare a far dire a qualunque uomo una sola parola e lui sarebbe riuscito a farlo impiccare.

In realtà, Giorgio ci rivela davvero cosa c’è dietro questo dibattito che hai avviato. Non credete nella nascita di un partito d’ispirazione cristiana. Non si capisce, allora, perché Rete Bianca abbia sottoscritto il Manifesto.

E’ una contraddizione non si superabile solo distorcendo un ampio pensiero che non credo abbia bisogno di ulteriori precisazioni, tanto ne è evidente lo sbocco che non ci porterà a destra, ma neppure nelle braccia del Pd.

Faccio dunque mie le riflessioni di Giuseppe Ignesti, che hai avuto il merito di pubblicare: la “proposta politica di Zamagni mi pare possa essere racchiusa in un discorso tutto politico fondato sulla nostra tradizione culturale cattolico democratica”.

Concludo ricordando che il Manifesto ha suscitato e sta suscitando una grande partecipazione tra quelli che ne hanno capito la portata, così come hanno capito la nostra definitiva scelta dell’autonomia. Oltre che quel ragionamento sul “centro” che, in realtà, significa credere in una politica razionale, non ideologizzata, ma costretta a misurarsi con i veri problemi che interessano e coinvolgono la gente. E’, pertanto, richiesto il superamento della logica dello schierarsi in accampamenti altrui perché non si ha il coraggio, forse neppure le capacità, di misurarsi con la centralità delle cose concrete.

Casta e anti casta.

Uno degli elementi che il singolare e sempre più ingarbugliato dibattito sul referendum che taglia i parlamentari sta riproponendo alla nostra attenzione è che è sempre più difficile capire chi, oggi, in Italia rappresenta la “casta” politica e chi interpreta, e quindi rappresenta, la cosiddetta “anti casta”. È una operazione complessa dipanare questa matassa. Ma ci provo anche se è difficile farsi capire. 

Dunque, secondo la vulgata principale l’anticasta oggi in Italia sarebbe rappresentata principalmente dal partito – cioè i 5 stelle – che conta il maggior numero di parlamentari, di ministri, di sottosegretari e forse dei membri del Cda dei maggiori centri di potere nel nostro paese. Cioè, per capirci, l’anticasta sarebbe rappresentata e interpretata da chi gestisce saldamente il potere. E la casta, di grazia, chi la rappresenta? Beh, la risposta è semplice, sempre secondo la vulgata principale. Sarebbero tutti quelli che guardano il potere con il binocolo e che, di conseguenza, sono tranquillamente seduti sugli spalti e guardano la disputa della partita – cioè chi gestisce il potere vero e reale – dalle tribune. 

Ho voluto riproporre questa immagine, plastica, per rendersi conto del paradosso che caratterizza questo strano e singolare dibattito referendario. Cioè, un film che sentiamo da molti anni e con slogan che ormai conosciamo quasi a memoria. Ma con un piccolo particolare, rispetto ad anni fa Quel partito populista, anti politico, antiparlamentare e radicalmente e coerentemente contro la democrazia rappresentativa è da tempo saldamente al potere e gode di tutti privilegi, i benefit, le corsie preferenziali e via discorrendo che, da sempre, caratterizza il potere nel nostro paese. Eppure, ascoltando le parole d’ordine e gli slogan che campeggiano su quasi tutti gli organi di informazione noi assistiamo alla banale e semplice ripetizione di tutta quella propaganda che, dal “Vaffaday” in poi, ha dominato il confronto politico nel nostro paese. Soprattutto quando si parla di privilegi, casta, anti casta, stipendi dei politici, istituzioni rappresentative, partiti organizzati e quant’altro. Come se nulla, nel frattempo, fosse cambiato. 

Per fortuna, seppur raramente e con molta cautela e prudenza, ha iniziato a far breccia nel dibattito pubblico il tema che chi è al potere, di norma, rappresenta la casta politica. E non la rappresentano coloro che il potere lo sognano a giorni alterni. Al contempo, e altrettanto timidamente, ha fatto anche breccia il capitolo del “costo” della democrazia. E qui il tema è più delicato, perchè più profondo e carico di contenuti politici, culturali e persin costituzionali. Perchè, alla fine, il cuore della disputa referendaria, al netto del populismo anti politico e anti parlamentare dell’universo grillino, è riconducibile proprio al “costo” della democrazia. Ovvero, se la conservazione e la qualità della democrazia, e dei suoi istituti costituzionalmente garantiti e riconosciuti, è sempre e soltanto un costo, la soluzione al problema è abbastanza semplice, se non addirittura banale, da trovare: e cioè, si tagliano i costi. Del resto, qual’è la differenza se ci sono 600 parlamentari o 400 o 300? Se si risparmia di più, ma perchè mai non si deve procedere speditamente? Anche perchè, come ci ha spiegato un parlamentare dei 5 stelle – candidamente ma coerentemente con la storia di quel partito – con la riduzione secca dei parlamentari italiani attraverso il referendum di settembre, si risponde con maggiore efficacia all’esigenza di rendere “meglio controllabile” le assemblee di deputati e senatori. Una osservazione, oserei dire, giusta e del tutto coerente con chi non crede nella democrazia rappresentativa, nella centralità della funzione e del ruolo di un Parlamento libero e democratico e, soprattutto, per chi è estraneo alla antica tradizione parlamentare del nostro ordinamento costituzionale. Ma il capitolo dei costi, perchè di questo si tratta quando si parla del cuore e della specificità del populismo nostrano, si potrà tranquillamente applicare a qualsiasi aspetto della vita sociale e democratica. Qualunque sia il settore e qualunque sia il livello 

della rappresentanza democratica da colpire e sforbiciare. Alcuni esempi? Non è difficile stendere un elenco. Perchè tutti quei consiglieri regionali e non la metà per ogni regione? Perchè non accorpare e fondere centinaia e centinaia di Comuni italiani? Perchè non tagliare drasticamente il “pubblico” in tutti i settori che “costano”? L’ elenco potrebbe essere terminato. Si tratta solo di partire e poi si vedrà. 

Ecco perchè quando si parla di “qualità” della democrazia non si può scherzare. E non si deve scherzare. Al di là delle polemiche da cortile, delle convenienze momentanee e dei tatticismi e posizionamenti di puro potere. Come ormai molti hanno ben compreso. Certo, sappiamo molto bene che dopo 20 anni di ubriacatura antipolitica, antiparlamentare, populista e demagogica sostenuta e supportata dalla stragrande maggioranza degli organi di informazione, la rotta non può essere invertita frettolosamente e rapidamente. Ma tenere alta l’attenzione sul profilo, sulla natura, e sulla funzione della democrazia – parlamentare, rappresentativa e costituzionale – vale una battaglia. Anche quando è minoritaria, controcorrente, forse ancora sicuramente antipopolare e quindi molto coraggiosa. Ma non si può e non si deve indietreggiare nè, tantomeno, nascondere.

Referendum: chi vince, chi perde, le conseguenze

I gruppi dirigenti dei 5 principali partiti erano convinti di fare una passeggiata di legittimazione popolare a scapito di un po’ di colleghi marginali ( con il 90% dei voti) e si trovano a dover gestire un dissenso popolare e di quadri dirigenti significativo (almeno il 30% dei voti).

Dunque chi vince chi perde con il NO ad oltre il 30%?
Sicuramente perde il PD che nel merito ha votato 3 volte contro la riforma e conferma il SI ufficiale per un clamoroso errore istituzionale che lo porta a subordinare la costituzione ad un obiettivo politico di breve ( la presunta conseguenza sul governo); di fatto lacerando il proprio elettorato.

Perdono i 5S che hanno preso una bandiera che non è la loro, probabilmente per mascherare le difficoltà a fare rispettare i rimborsi ai propri parlamentari o a ridurre le indennità parlamentari con apposita legge; con la conseguente fuga di almeno 1/3 del proprio elettorato.

Perde la Lega che dopo avere inspiegabilmente concordato la riforma in sede di contratto oggi lascia libertà di voto mentre Salvini balbetta un SI personale per “rispetto” della parola data. A chi?
Perde Forza Italia che dopo essere stata entusiasta vede il gruppo dirigente spaccato verticalmente.

Vince senza dubbio la Meloni nel merito e nel metodo perché con il SI vince una riforma nitidamente “di destra” che FdI hanno sempre coerentemente sostenuto.
Con la conseguenza che il quadro politico si sposta oggettivamente a destra e FdI incassa il risultato già alle contemporanee regionali.
E se il NO va oltre il 35%?

Certamente sempre FdI ma anche “il popolo del NO” con il quale dovranno fare i conti tutti.

Fermiamo la Meloni, apriamo una nuova stagione. VOTIAMO NO

Quando il Ducato di Parma era a 60 km da Roma

Da tempo avevo negli occhi l’immagine di una antica mappa  cinquecentesca del vecchio Stato Pontificio, dove, all’interno del Patrimonio di S. Pietro figurava una vistosa e bizzarra enclave denominata “Stato del Duca di Parma”, alle porte di Roma, comprendente una splendida porzione della Tuscia Viterbese, quella accanto al Lago di Vico, con i Comuni di Ronciglione, Caprarola, Nepi, Carbognano, Fabrica, Canepina, Vallerano, Vignanello, Corchiano, Castel S. Elia. Solo una vecchia immagine, forse dirà qualcuno, sicuramente però con un suo fascino, se la si guarda come prodotto e testimonianza di un periodo storico e culturale che si chiama Rinascimento, al punto che se Parma può oggi dirsi capitale della cultura, in gran parte è conseguenza di tutto ciò che quella antica mappa significa.

Chissà se era consapevole di ciò, credo di sì, il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli quando nell’inaugurare al Parco ducale di Parma, il 5 settembre scorso, la grande esposizione “Per la ripartenza-2020+21- Il futuro della memoria”, diceva : ” L’Europa è frutto di un percorso culturale, prima che di un progetto politico e si fonda sull’apporto di patrimoni culturali diversi e sul loro tessuto di relazioni. La città di Parma ha una grande responsabilità in un momento in cui il mondo sta affrontando una grande trasformazione: solo attraverso la condivisione di diversi patrimoni culturali è infatti possibile costruire una comune identità europea”. Del resto, aggiungo io, non è questo il “segreto” che ha reso possibile, nonostante le tante divisioni e spoliazioni che hanno interessato la nostra Penisola negli ultimi 2.500 anni, il perdurare di una comunanza culturale e valoriale italica anche prima della giovane unità nazionale raggiunta 150 anni fa, e l’affermazione di un soft power italico che rende forte, riconoscibile ed apprezzato in tutto il mondo il nostro stile e modo di essere?

Immagino, e spero di poterlo verificare presto di persona, che tutto ciò traspaia alla vista di chi oggi si reca a Parma e partecipa alle tante iniziative culturali per Parma capitale italiana della cultura 2020/2021, a partire dalle grandi esposizioni Farnesiane. A me, che sono originario del viterbese, tutto ciò è sempre stato chiaro, ed era ben chiaro ad Andrea Borri, notaio, presidente della provincia di Parma, senatore, a lungo presidente della Commissione di vigilanza Rai, quando mi ricordava, nelle nostre chiacchierate degli anni ’80, che ambizione della sua città era fare da ponte ideale tra Parigi e Roma per costruire l’Europa, passando ovviamente … per il Piemonte del comune amico Gianni Goria, riscoprendo i legami inscindibili con l’antica città di Castro ed il territorio attorno a  Ronciglione, testimonianze antiche degli Etruschi e dei Romani e poi del Rinascimento. Forse anche per questa comunanza culturale, ho sempre considerato come periodo bellissimo della mia vita, il periodo dal 2000 al 2006, quando una volta al mese, essendo amministratore di una azienda di gestione documentale creata a Collecchio da Poste Italiane e Cedacri, dovevo andare a Parma, godendone la bellezza, il respiro culturale, il modo di vivere. La storia dei Farnese e del loro segno rimasto nella cultura e nell’arte, era di sicuro la causa di quel mio sentirmi a mio agio là.

Senza voler fare una ricostruzione storica, che non è l’obiettivo di questo articolo, cercherò di ripercorrere velocemente i cinque secoli che stanno tra quella mappa ed oggi.

Il cardinale viterbese Alessandro Farnese, fratello di “Giulia la bella” e futuro papa Paolo III, era già dal 1509 vescovo di Parma ed influenzò fortemente i colloqui tra il papa Leone X ed il re di Francia Francesco I, conclusi con la Pace firmata tra i due a Viterbo del 1515, nella quale si delineava il  futuro Ducato di Parma. Ottavio Farnese e suo fratello Alessandro, il futuro “gran cardinale” studiavano a Parma quando il loro nonno paterno card. Alessandro senior. assunse il Soglio pontificio nel 1534. Di sicuro non furono colti di sorpresa quindi quando nel 1545 per la loro famiglia fu creato il Ducato di Parma e Piacenza con le “appendici pregiate” del ducato di Castro e della contea di Ronciglione, già feudi di famiglia. Già un altro viterbese, degno per la verità di maggior fama di quanta avuta, aveva creato forti legami tra i due territori: il grande architetto Pier Francesco Florenzuoli, nativo di Sutri, capitano generale a Civita Castellana, al quale nel 1525 Papa Clemente VII Medici affidò l’incarico di Soprintendente di tutte le Fortezze dello Stato della Chiesa, incarico per il quale il Florenzuoli lasciò profonde tracce della sua attività a Parma, Piacenza, Ferrara, Pesaro ma anche a Verona e Firenze. Ma la damnatio memoriae subita da “Giulia la bella”, vera artefice della fortuna di casa Farnese, e l’inconsulta distruzione totale della antica città di Castro, con le sue bellezze rinascimentali, ad opera di papa Innocenzo X nel settembre 1649, hanno entrambe contribuito a generare un lungo periodo di oblio degli antichi legami, ben saldi in precedenza, al punto che nel 1604, per inaugurare il santuario della Maria SS. del Ruscello a Vallerano, vennero espressamente da Parma i Duchi.

Dobbiamo al genio ed alla paziente lavoro di ricerca storica di Stendhal la riscoperta di un patrimonio storico messo da parte, lo Stendhal autore del famoso grande romanzo La Chartreuse de Parme e del  romanzo breve L’Abbesse de Castro, ambedue pubblicati nel 1839. Alla notorietà dei fatti cinquecenteschi così recuperata, si sono aggiunti i ricordi e le impressioni degli innumerevoli “turisti colti” che da allora hanno visitato in parallelo Parma e la Tuscia, e qualche tentativo più recente per ricostruire i fili nascosti di quei legami. Mi riferisco al progetto Rosso Farnese promosso dalla allora sindaco di Valentano arch. Raffaella Saraconi con la città di Piacenza, l’Incontro sui rapporti con  Parma, svoltosi nel novembre 2017 per iniziativa della Camera di Commercio di Viterbo e dell’Associazione Egidio 17, ed anche le visite di gruppi turistici lungo gli “Itinerari Farnese”, quale quello in arrivo nella Tuscia il 18 settembre, promosso da Baldini viaggi di Campegine (RE), e soprattutto l’evento più atteso: l’apertura, che doveva essere il prossimo 21 ottobre ed invece sarà il 1° marzo 2021,  nel Complesso Monumentale della Pilotta a Parma della grande Mostra:   “I Farnese: le arti e il potere”.

E poi, tornerà di nuovo l’oblio? Spero di no, anche perché lo splendore di Parma e l’eco delle pregevoli iniziative che la vedono protagonista culturale nel biennio 2020-2021 , contribuiranno a far conoscere le bellezze degli Itinerari Farnesiani nella parte della Tuscia “dove fu la città di Castro”: Capodimonte, Latera, Farnese, Valentano, Marta , Bolsena, l’Isola Bisentina. E poi i grandi gioielli farnesiani che distano appunto solo 60 km da Roma, quali il Gran Palazzo di Caprarola, i castelli di Carbognano (dove Giulia la bella trascorse ben 20 dei suoi 50 anni di vita), di Vignanello e Vasanello, la Villa Lante di Bagnaia, ed i borghi di Ronciglione, Nepi e Canepina. Ma la speranza più ambiziosa che nutro è che le Istituzioni della Tuscia e dell’antico Ducato di Parma e Piacenza, in accordo con le Università locali e con il sostegno del Ministero dei Beni Culturali e del Turismo, possano mettere in cantiere, nel triennio 2022/2024, la “replica” delle più significative Mostre svoltesi a Parma, a Viterbo e Roma, ed in più due nuovi ambiziosi progetti: le celebrazioni nel 2024 del :

  1. QUINTO CENTENARIO DELLA MORTE DI GIULIA FARNESE LA BELLA e 
  2. LA RISCOPERTA E VALORIZZAZIONE DELL’ANTICO BARCO FARNESIANO.

Di questi due Progetti di cui voglio farmi promotore, coinvolgendo le  Istituzioni e gli studiosi disponibili, mi limito ora a definire i contorni che ne evidenziano il valore e ne giustificano l’interesse.

Di Giulia Farnese la Bella, nata  probabilmente  a Canino nel 1475 e morta a Roma il 23 marzo 1524, si sa molto ma non tutto, a motivo della famosa sua damnatio memoriae. E’ mia intenzione stimolare la costituzione di un apposito Comitato per le celebrazioni del V° centenario della sua morte, affinché con il sostegno del Mibact e delle Istituzioni interessate, nazionali, della Tuscia e dell’ex Ducato di Parma e Piacenza, con la fondamentale partecipazione delle Università attive nei rispettivi territori, si possa finalmente ricostruire il percorso di vita ed il ruolo di Giulia, protofemminista, artefice della fortuna della sua famiglia, figura fondamentale di snodo tra la cultura tardomedievale e quella rinascimentale. A lei si legano tutte le vicende storiche e d artistiche accadute nella nostra Penisola dal 1475 al 1500 e sono abbastanza note ed indagate, a differenza di quelle dal 1501 al 1524, periodo che Giulia trascorse quasi esclusivamente nel suo castello di Carbognano, singolare esempio di committenza femminile: su questo periodo molto c’è ancora da scoprire, iniziando dal volto e dal luogo di sepoltura di Giulia stessa, ma anche facendo una analisi più approfondita del suo testamento ed epistolario. I noti studiosi Simonetta Valtieri ed Enzo Bentivoglio stanno facendo un accurato rilievo strutturale del Castello di Carbognano e qualche altra sorpresa potrà emergere, visto che sul Castello, sulla sua origine, sul restauro operato secondo le indicazioni di Giulia, sulla vita che la stessa vi condusse per almeno 20 anni, non è mai stata fatta una attenta ricerca. Recentemente, ad esempio, c’è stato un fiorire di articoli basati sul ritrovamento di un bassorilievo raffigurante forse Giulia stessa, ma a parte che non di bassorilievo trattasi ma di un graffito, nessuno ha mai fotografato o descritto un altro graffito che si può ammirare a poca distanza dal Castello né gli affreschi appena restaurati nella chiesa di S. Maria, a cui tanto teneva Giulia.

Ancor meno si sa del BARCO FARNESE , un complesso monumentale e naturalistico di ben 88 ettari, realizzato a partire dal 1570 su input del gran Cardinale Alessandro Farnese a 5 km dall’area del notissimo Palazzo Farnese di Caprarola, ancor prima che iniziasse la costruzione di questo. Una sorta di parco giochi rinascimentale, destinato allo svago ed alle pubbliche relazioni di casa Farnese, disegnato dal Vignola e coevo della palazzina Gambara di Villa Lante di Bagnaia. Comprendeva un grande casino di caccia , dei mulini, un laghetto artificiale pavimentato con mattoni messi di taglio e a spina di pesce (proprio come quelli del piazzale antistante il Gran Palazzo di Caprarola) con al centro una piccola isola artificiale : il tutto circondato da un bellissimo parco con ogni varietà di vegetazione ed una prevalenza di platani di specie ibrida (a seguito della importazione della varietà del platano occidentale, dopo la scoperta dell’America). Ebbene, di questa Disneyland cinquecentesca, dove peraltro erano ben visibili resti etruschi e antico- romani, collocata in zona demaniale proprietà del Comune di Ronciglione in quota maggioritaria, e minoritaria del Comune di Caprarola, a soli 60 km da Roma, non resta che il ricordo sempre più sbiadito. Non dovrebbe risultare impossibile, grazie ad un auspicabile intervento di Mibact ed alla captazione di contributi europei e nazionali, realizzare un Cantiere per il recupero del Barco Farnese con finalità turistiche, culturali e naturalistiche. Partendo dalle memorie storiche esistenti, sia coeve  che successive, nonché dai pochissimi tentativi contemporanei di approfondimento e proposta: il Progetto di sistemazione storico-naturalistica di Costanza Pera (1984), la tesi di laurea di Stefano Finocchi-Unitus (1998) gli studi di Sofia Varoli Piazza (1990), Gianni Ginnasi e F.T. Fagliari Zeni Buchicchio.

Due proposte, quelle che ho sopra affacciato, sulle quali tornerò presto con i dovuti approfondimenti, con l’obiettivo da parte mia, spero assecondato da ben più autorevoli adesioni, di salvare la memoria e la fruizione di importanti testimonianze rinascimentali, capaci di sviluppare anche importanti opportunità occupazionali e nuove mete di turismo colto.

Mi auguro con il prezioso apporto di tutti coloro che in questi due anni lavoreranno per Parma Capitale della Cultura 2020+21, portando dal 2022 in poi la loro esperienza a 60 km da Roma, nella Tuscia viterbese!

Arrivano gli autovelox di quartiere

“Nel testo del disegno di legge di conversione del decreto ‘semplificazione’, approvato in settimana al Senato, sono state introdotte (silenziosamente) numerose e importanti novità per il Codice della Strada”. Lo evidenzia l’ufficio studi dell’Asaps, Associazione sostenitori e amici della Polizia Stradale, secondo cui “si tratta di una vera e propria ‘mini-riforma’ del Codice, con norme che vanno a risolvere delicate questioni applicative di precedenti provvedimenti normativi, anche con ripercussioni internazionali, in modo particolare per i lavoratori frontalieri alla guida di veicoli con targa straniera quali San Marino, Svizzera, condotti da residenti in Italia da più di un anno, che venivano sequestrati per la riforma del pacchetto sicurezza 2018”.

Altre novità riguardano anche “gli scooter a tre ruote che potranno tornare a circolare in autostrada e nuove competenze per gli accertatori e ausiliari della sosta, che avranno maggiori poteri di sanzionamento nei divieti di sosta”. Diverse proposte di modifica sono state presentate dai Comuni, impegnati ad affrontare la nuova mobilità al tempo della pandemia, con riguardo anche alla ‘mobilità dolce’, con provvedimenti a tutela dei ciclisti e dei pedoni. Forse la novità più rilevante riguarda il controllo della velocità dei veicoli nei centri urbani, da attuarsi mediante l’installazione di autovelox fissi anche sulle strade urbane di quartiere e locali, finora vietati.

Sarà il Prefetto ad autorizzare le nuove postazioni, attraverso un’analisi degli incidenti avvenuti e sulle loro cause, soprattutto per tutelare i pedoni e gli utenti vulnerabili”. Il pacchetto a tutela dei ciclisti, poi, “prevede l’introduzione della ‘strada urbana ciclabile’ a unica carreggiata, con banchine pavimentate e marciapiedi, con limite di velocità non superiore a 30 km/h, definita da apposita segnaletica verticale e orizzontale, con priorità per le biciclette. Infine, la novità del ‘doppio senso ciclabile’ su strade cittadine, ove il limite massimo di velocità sia inferiore o uguale a 30 km/h”.

Già 8 vaccini in fase 3, c’è ottimismo

“Sono già 8 i vaccini in fase 3 e un paio di consorzi hanno già detto che chiuderanno la fase 3 entro l’autunno-inverno. Quindi cresce l’attenzione e possiamo essere positivi. Però spesso gli annunci hanno una valenza politica e sono quelli da tenere meno in considerazione”. Lo ha detto Luca Richeldi, direttore dell’Uoc di Pneumologia del Policlinico Gemelli Irccs di Roma e membro del Comitato tecnico scientifico (Cts).

Di questi 8 vaccini hanno già iniziato a produrre milioni di dosi.

A far parte del gruppo dei candidati più avanzati e promettenti ci sono: il vaccino cinese di CanSino, primo candidato a raggiungere la fase 1 e la fase 2, insieme ai prodotti sviluppati da Sinovac, Sinopharm, AstraZeneca (in collaborazione con Oxford e l’italiana Irbm di Pomezia), dal candidato Usa ‘targato’ Moderna/Niaid, quello BionTech/Pfizer e quello australiano di Università di Melbourne/Murdoch Children’s Research Institute.

A questo drappello si aggiunge lo Sputnik V russo, i cui primi dati sono stati pubblicati di recente su ‘Lancet’. Nella corsa al vaccino c’è anche l’Italia, con la sperimentazione del siero Reithera partita allo Spallanzani, e il prodotto Takis/Rottapharm.

Come intendere la proposta di Zamagni? Serve un partito che freni gli estremismi.

Con questo intervento apriamo il dibattito sull’editoriale del nostro direttore, Lucio D’Ubaldo, pubblicato ieri (“Zamagni, il nuovo partito post-dc e la lezione di Ruini: un argine politico alla rivoluzione di Papa Francesco?”).

È vero che in certo qual modo dal punto di vista teologico il rapporto tra politica e religione presenta caratteri ad un tempo di distinzione e di reciproca influenza. Ma parlare così direttamente di “argine politico alla rivoluzione di Papa Francesco” mi pare una forzatura. Stante il carattere prevalentemente religioso ed ecclesiale della cd rivoluzione di Papa Francesco, mi pare infatti improprio sia il riferimento alla “lezione” di Ruini (di quando? di allora? di oggi?) sia riguardo alla proposta di Zamagni circa “il nuovo partito post-dc”, che perché tale non può che essere proposta di carattere prettamente politico, sia pure ispirata all’attuale pensiero sociale della Chiesa. 

Ben più alto è l’insegnamento che ci viene oggi dal nostro Papa, sia pure nei suoi indiretti e inevitabili riflessi su ogni aspetto della vita terrena, morali, sociali e quindi anche politici. Non mi piace ridurre tutto a corto circuito, perché è tipico di ogni posizione integralista, di destra o di sinistra che sia. O peggio, di atteggiamento clericale. Credo quindi che sia sempre preferibile, soprattutto in materia, una forte, pur difficile attenzione al linguaggio. Tutto, a mio parere si evita se, seguendo l’insegnamento sempre vivo di Papa Francesco, si resta fedeli a una lettura storica degli eventi umani (tutti: ecclesiali o politici) e si rifugge da interpretazioni statiche.Il fulcro centrale dell’attuale proposta politica di Zamagni mi pare possa essere racchiuso in un discorso tutto politico fondato sulla nostra tradizione culturale cattolico democratica che dalla fine del 700 ad oggi si arricchisce con contributi nuovi nel confronto con i problemi della società a noi contemporanea. 

Di qui la tradizione culturale arricchita di una parallela attuale elaborazione programmatica. La laicità stessa della politica si esprime, secondo la tradizione che ci viene da Sturzo e da De Gasperi, proprio nella concezione del partito programmatico. È laica ogni azione del cristiano proprio quando e se rispetta il carattere proprio di ogni sua azione nella sua essenza: essere più cristiano equivale ad essere più uomo. Dar vita quindi a un partito che sia perciò tale nella sua essenza programmatica, in questo manifestando la sua laicità. Quale tipo di presenza partitica oggi si ritiene necessaria per la società italiana? Una presenza di un nucleo di cittadini che nell’attuale condizione sociale del Paese riesca a frenare ogni sorta di radicalizzazione che, sulla spinta delle necessità materiali ed economiche, favorisca una estremizzazione anche sul piano politico. 

Di qui ancora la necessità di una forza politica moderata al centro della vita pubblica al fine di poter frenare e condizionare per quanto possibile ogni tendenza di tipo estremizzante. Non vi è dunque una posizione qualunquistica, né opportunistica, ma l’idea di una forza politica, mossa da ideali e da un programma; non vi è una prospettiva intellettualistica, ma un forte richiamo a una tradizione di pensiero politico maturato in circa due secoli, accompagnata da una proposta programmatica elaborata da quanti in questi mesi hanno concorso a questo impegno comune mettendo ciascuno a frutto le proprie competenze di studio e di lavoro. 

Riusciremo nell’impresa? La nostra speranza è di poter contribuire in questo modo a  una vita pubblica utile al nostro Paese, in un momento storico segnato purtroppo da prospettive di forti difficoltà economiche e sociali.

Zamagni, Ruini e il futuro partito…

Lucio D’Ubaldo ha fornito una lettura corretta e trasparente su queste colonne in merito al progetto politico riconducibile al prof. Stefano Zamagni di dar vita ad un “partito di centro, di ispirazione cristiana e autonomo” rispetto agli schieramenti attualmente in campo. Ma, soprattutto, e qui risiede la vera novità di questo singolare progetto politico, c’è la volontà – almeno così pare leggendo le parole del suo più autorevole esponente di questo futuro neo partito – di rimettere in gioco il cosiddetto “ruinismo”. Cioè, una modalità di azione e di presenza dei cattolici in politica che ha contraddistinto quasi per intero la seconda repubblica. Una modalità di azione e di presenza riconducibile al pensiero dell’allora Presidente della Cei, cardinal Camillo Ruini. 

Ora, e com’è ovvio, chiunque può tracciare un nuovo percorso per rinnovare la presenza pubblica dei cattolici italiani. Ci mancherebbe. Anche riscoprendo, nello specifico, le indicazioni che provenivano in quella stagione dai vertici della Cei. Però, è altrettanto chiaro che proprio quella modalità, anche se oggi viene aggiornata e rivista per la naturale evoluzione e per il profondo cambiamento del quadro politico e culturale, entrò rapidamente in collisione con l’esperienza, la funzione e il ruolo dei Popolari guidati all’epoca da Mino Martinazzoli e poi da Gerardo Bianco e infine da Franco Marini e Pier Luigi Castagnetti. Senza nulla togliere, com’è altrettanto scontato, al magistero e alle indicazioni del card. Ruini sul tema specifico della collocazione dei cattolici nel nuovo quadro politico dopo l’avvento del bipolarismo e sulla necessità, al contempo, di non scommettere su un partito autonomo rispetto agli schieramenti in campo in quel particolare momento storico. 

Ecco perchè, al di là della riuscita, o meno, di questo ennesimo tentativo di dar vita all’ennesimo partito di centro cattolico e moderato nel nostro paese – che, va pur detto, sono sempre generati da passione, servizio, disinteresse ed encomiabile altruismo – resta l’incognita su come un partito del genere possa attecchire nella sempre più frastagliata e composita area cattolica italiana riproponendo modelli e modalità di presenza che parevano francamente ormai alle nostre spalle. 

Ma, comunque sia e al di là di questa strana e singolare riproposizione, c’è un dato incoraggiante e fortemente positivo che sta emergendo proprio in queste settimane dalle parti del cattolicesimo democratico e popolare nel nostro paese. E cioè, la battaglia per il No al prossimo referendum sul taglio dei parlamentari sta facendo emergere, in modo persin plateale nonchè ricco e argomentato, la fecondità e l’attualità di questo pensiero e di questo filone ideale a difesa, per dirla con Bodrato, della forma ma anche dello spirito della Costituzione repubblicana. Una battaglia coraggiosa ed esemplare che, attraverso i valori, i principi e la concreta esperienza storica dei cattolici democratici e popolari può, ancora una volta, essere decisiva per il futuro delle nostre istituzioni democratiche e per la stessa qualità della nostra democrazia. 

8 Settembre 1943 : l’Italia nel caos !

Una data fatidica per l’Italia: l’annuncio dell’armistizio del Governo Badoglio ( nominato 45 giorni prima, alla caduta di Benito Mussolini, nella seduta del Gran Consiglio del Fascismo, il 25 luglio 1943 ) con gli Alleati ( Stati Uniti, Regno Unito e Unione Sovietica) e alla fine dell’alleanza militare con la Germania di Hitler.

Il caos in quella fase storica, politica e militare, significò grande disordine, confusione di cose e di idee, di sentimenti e grave turbamento nella vita sociale, civile e politica.

L’ 8 settembre 1943, è stato inoltre, il segno e l’inizio della dissoluzione dell’esercito italiano a causa della mancanza di precise disposizioni da parte dei Comandi militari.

La cronaca di quel giorno, che generò caos in tutto il nostro Paese, iniziò con Badoglio che chiedeva al Quartier Generale Alleato ad Algeri, in particolare al Generale Eisenhower, di non poter annunciare l’armistizio, a causa della consistente presenza di truppe tedesche nei dintorni di Roma e sconsigliava l’invio della divisione aviotrasportata data l’impossibilità italiana di fornire il carburante e i mezzi necessari ai reparti sbarcati.

Da Algeri viene respinta la richiesta di ritardare l’annuncio e minaccia pesanti ritorsioni in caso contrario; anzi alle 16,30 radio New York anticipa la notizia dell’armistizio con l’Italia.

Poco dopo, al Quirinale dove arriva la notizia, si riuniscono il Re Vittorio Emanuele III, Badoglio,  lo Stato Maggiore, Ministri e Ambasciatori per decidere che fare, di fronte all’armistizio comunicato dagli americani.

Al nord reparti tedeschi comandati da Rommel, iniziano i rastrellamenti dei soldati italiani e l’occupazione dei punti strategici, in particolare impianti industriali e vie di comunicazione.

Alle 19,45 Badoglio con un messaggio alla radio rende noto, agli italiani, la notizia dell’armistizio, firmato segretamente il 3 settembre a Cassibile, in Sicilia, dal plenipotenziario italiano generale Castellani e dal generale americano Smith.

Questo il testo del proclama Badoglio : “Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta.

Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.”

Da quel momento, l’Italia precipita nel caos più drammatico.

Nella notte la fuga da Roma dei vertici militari, del Capo del Governo Badoglio, del Re e della Casa Reale verso Pescara, poi verso Brindisi e la confusione generata soprattutto di una forma che non faceva comprendere il reale senso delle clausole armistiziali e che fu dai più invece erroneamente interpretata per la seconda volta come la fine della guerra.

Tutto ciò generò ulteriore confusione presso tutte le forze armate italiane in tutti i vari fronti sui quali ancora combattevano, da qui l’ulteriore e drammatico elenco delle nefandezze della guerra :

600 mila soldati italiani vennero catturati dall’esercito germanico e destinati ai Lager, più del 50% dei soldati abbandonarono le armi e in abiti civili tornarono alle loro case.

Le ritorsioni furono durissime : la Divisione Acqui sull’isola di Cefalonia fu annientata, perché rimasta fedele al Re, molti furono passati per le armi, civili e militari, sono innumerevoli gli episodi accaduti nel contesto dei giorni successivi all’8 settembre.

Il 10 settembre i tedeschi ottengono la resa dei contingenti italiani posti a difesa di Roma, in quelle stesse ore, in molte località del nord e del centro Italia, nelle zone occupate dai tedeschi, gruppi di antifascisti danno vita al movimento della Resistenza per contrastare l’occupazione tedesca.

Dai microfoni di radio Bari, l’11 settembre, il Re annuncia il suo trasferimento nell’Italia liberata : “Per il supremo bene della Patria, che è stato il mio primo pensiero e lo scopo della mia vita, e nell’intento di evitare più gravi sofferenze e maggiori sacrifici, ho autorizzato la richiesta di armistizio, Italiani, per la salvezza della capitale e per potere pienamente assolvere i miei doveri di re, col governo e con le  autorità militari mi sono trasferito in altro punto del sacro e libero suolo nazionale….”

Il piano di invasione tedesco di parte del nostro paese è concluso, l’Italia è divisa in due zone : il Regno del Sud e il centro-nord, dove – a seguito della liberazione di Mussolini, che avviene su ordine di Hitler, con una azione militare eseguita da paracadutisti tedeschi, il 12 settembre 1943, ove era imprigionato a Campo Imperatore, sul Gran Sasso. Dopo pochi giorni viene costituita la Repubblica Sociale Italiana (RSI), il 23 settembre 1943, con il nome di Stato Nazionale Repubblicano, nota come Repubblica di Salò, voluta dalla Germania nazista, con la guida di Mussolini, al fine di governare la parte dei territori italiani controllati militarmente dai tedeschi, dopo l’armistizio di Cassibile. 

Inoltre è opportuno ricordare che l’attività politica e amministrativa della RSI, si estendeva dalle Alpi fino alle provincie del Lazio e dell’Abruzzo. per ritirarsi progressivamente sempre più a nord, in concomitanza con l’avanzata degli eserciti angloamericani e le azioni della Resistenza nelle zone popolari e industrializzate del nostro Paese, fino alla conclusione del conflitto bellico nell’aprile del 1945. Lo stesso Mussolini era comunque consapevole che i tedeschi considerassero il suo regime alla stregua di uno Stato fantoccio. Con le vicende dell’8 settembre 1943, iniziano i nove mesi dell’occupazione nazista a Roma, e i venti mesi per la fine della guerra in Italia, che aveva assunto anche la caratteristica di guerra civile.

Ricordano queste drammatiche e dolorose vicende, tanti libri di testimonianze di vita vissuta, ed esemplare, ed è fra i tanti, un film di Luigi Comencini, con Alberto Sordi: “Tutti a casa” del 1960.

Sull’8 settembre, infine, esistono pareri molto diversi, come quelli di alcuni intellettuali, che  considerano la data dell’8 settembre, come la “morte della Patria”, e quello del Presidente  della Repubblica Emerito, Azelio Ciampi, che ha sempre sostenuto che: “ Quel giorno è morta una certa idea di Patria, quella fascista, e ne è nata un’altra, quella democratica”.

Brexit: nuovo incontro Frost-Barnier

Oggi arriverà a Londra Michel Barnier, per l’ottavo round di negoziati sulla Brexit, considerati cruciali per evitare la rottura netta tra Regno Unito e Ue.

Frost, però, ribadisce la sua irremovibilità su due punti chiave delle trattative: i diritti di pesca nelle acque britanniche, che devono rimanere privilegio dei pescherecci inglesi, e le sovvenzioni statali alle aziende private sulle quali la Ue non deve interferire.

Johnson secondo il Telegraph, chiarirà che un accordo deve essere raggiunto “entro il Consiglio europeo del 15 ottobre, se deve essere applicato entro la fine dell’anno”. Secondo il premier, dunque, se non si arriverà ad una soluzione entro quella data, “non ci sarà un accordo per il libero commercio, ed entrambi dovremmo accettarlo e andare avanti”.

Con la sua dichiarazione, aggiunge il Telegraph, il primo ministro intende chiarire che il Regno Unito “non può e non intende fare compromessi sui principi fondamentali di ciò che significa essere un Paese indipendente”.

Inoltre il governo guidato da Boris Johnson e sostenuto dai Conservatori ha fatto sapere che proporrà una riforma del mercato interno che violerà alcuni principi contenuti nel Withdrawal Agreement, l’accordo stretto con i negoziatori europei nell’autunno del 2019 per l’uscita ordinata dall’Unione

Whistleblowing: in vigore il nuovo Regolamento

Il nuovo Regolamento per la gestione delle segnalazioni e per l’esercizio del potere sanzionatorio in materia di tutela degli autori di segnalazioni di illeciti o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell’ambito di un rapporto di lavoro (all’art. 54-bis del decreto legislativo n. 165/2001) è in vigore dal 3 settembre scorso a seguito della avvenuta pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale (GU – Serie Generale n. 205 del 18.08.2020)

Con il nuovo testo si è provveduto a modificare l’intera struttura del Regolamento per consentire all’Autorità Nazionale Anticorruzione di esercitare il potere sanzionatorio in modo più efficiente e celere e per svolgere un ruolo attivo nell’opera di emersione di fatti illeciti commessi nelle amministrazioni pubbliche. Ecco le principali novità approvate il 1°luglio 2020 con la Delibera n. 690.

Sono state distinte le quattro tipologie di procedimento:

il procedimento di gestione delle segnalazioni di illeciti (presentate ai sensi del co. 1 dell’art. 54-bis);
il procedimento sanzionatorio per l’accertamento dell’avvenuta adozione di misure ritorsive (avviato ai sensi del co. 6 primo periodo dell’art. 54-bis,);

il procedimento sanzionatorio per l’accertamento dell’inerzia del Responsabile della Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza (RPCT) nello svolgimento di attività di verifica e analisi delle segnalazioni di illeciti (co. 6 terzo periodo dell’art. 54-bis);

il procedimento sanzionatorio per l’accertamento dell’assenza di procedure per l’inoltro e la gestione delle segnalazioni (co. 6 secondo periodo dell’art. 54-bis)

In linea con l’impostazione, il Regolamento è strutturato in cinque Capi. Ecco le più importanti novità :

Il primo Capo è dedicato alle definizioni: la principale novità qui introdotta riguarda l’art. 1 relativo alle definizioni; in particolare, alla lett. k) del citato articolo, è stata fornita una nozione di misura ritorsiva più ampia rispetto a quella prevista dal Regolamento previgente ma, si ritiene, più in linea sia con le Linee Guida sia con la nuova Direttiva europea in materia di whistleblowing.

Il secondo Capo disciplina il procedimento di gestione delle segnalazioni di illeciti o di irregolarità trasmesse ad Anac ai sensi dell’art. 54-bis, comma 1. Le principali novità proposte riguardano l’introduzione di una analitica indicazione degli elementi essenziali della segnalazione di illeciti;

Il terzo Capo concerne la disciplina relativa al procedimento sanzionatorio avviato sulla base delle comunicazioni di misure ritorsive. In particolare, si è deciso di introdurre una analitica indicazione degli elementi essenziali delle comunicazioni delle misure ritorsive e di regolamentare la facoltà dell’Ufficio di richiedere integrazioni documentali o informative laddove sia necessario acquisire elementi ulteriori rispetto a quelli contenuti nella comunicazione. Inoltre, si è ritenuto di modificare la disciplina relativa alla fase istruttoria, disciplinando la partecipazione del whistleblower al procedimento sanzionatorio avviato dall’Autorità e snellendo l’articolazione del procedimento stesso.

Il quarto Capo è dedicato al procedimento sanzionatorio semplificato. In particolare, è stato regolamentato in maniera puntuale il procedimento che l’Autorità può avviare ai sensi dell’art. 54-bis co. 6 secondo periodo.

L’ultimo Capo è dedicato alle disposizioni finali: in particolare, è stato stabilito, mediante la previsione di una norma transitoria, che il “Regolamento troverà applicazione ai procedimenti sanzionatori avviati successivamente alla sua entrata in vigore”.

Vai al Regolamento del 1 luglio 2020

La pandemia da Covid-19 però, sta avendo un grosso impatto sulla salute mentale.

Ogni anno in Italia si tolgono la vita circa 4mila persone. Un numero che deve far riflettere se consideriamo che ogni dieci anni scompare, di fatto, una città di 40mila abitanti.

La pandemia da Covid-19 però, sta avendo un grosso impatto sulla salute mentale.

In uno studio gli psichiatri al Convegno Internazionale sulle tematiche legate al suicidio, alla Sapienza di Roma hanno spiegato che:

Da marzo a oggi in Italia si sono registrati 71 suicidi e 46 tentati suicidi, presumibilmente correlati a Covid-19, a fronte di un numero di suicidi per crisi economica che nello stesso periodo del 2019 si attestava a 44 e quello dei tentati suicidi a 42.

 

Zamagni, il nuovo partito post-dc e la lezione di Ruini: un argine politico alla rivoluzione di Papa Francesco?

Stefano Zamagni è studioso autorevole e uomo di punta della cultura cattolica italiana. Per certo gli si attaglia il titolo di intellettuale impegnato, fedele al Magistero della Chiesa, idealmente prossimo a quel Giuseppe Toniolo, oggi sepolto nell’oblio, che fu considerato tra fine ottocento e inizio novecento il Mosè del cristianesimo sociale. Come Toniolo, infatti, assegna un ruolo preminente alla sociologia, e per la precisione a una sociologia astretta a precisi dettami della Dottrina. Da sempre, in questa logica, il rigore si confonde con la rigidità, nell’ossequio perciò di formule burocratiche. A Romolo Murri appariva una posizione improduttiva, addirittura controproducente, perché blindava il movimento cattolico nella gabbia di un’azione pre-politica che proprio i documenti pontifici autorizzavano in forma di actio benefica in populum. Zamagni, in ogni caso, vuole andare oltre. Pensa, come tutti sanno, a un nuovo partito.

Date le premesse, viene facile spiegare quanto sia importante il confronto su questo ritorno alla visione socialcristiana nella battaglia democratica. Ciò implica un necessario e vitale sforzo di discernimento, per evitare equivoci nella definizione di ciò che unisce il variegato e smarrito popolo cristiano – se oggi esiste in quanto tale e con adeguata consapevolezza. Zamagni, dunque, sostiene l’esigenza di una riaggregazione dell’area socio-culturale che una volta si riconosceva nella Dc. Ovviamente, siccome i tempi sono cambiati, anche il registro della proposta cambia. In una recente intervista a “Il Nuovo Giornale”, settimanale della Diocesi di Piacenza-Bobbio, il suo ragionamento sembra mettere a fuoco l’impresa legata alla rinascita di un partito d’ispirazione cristiana ponendosi nell’ottica di un rilancio di suggestioni intraecclesiali, con qualche affanno in termini di chiarezza propositiva.

Spostare il discorso dalla storia democristiana alla pastorale sociale della Chiesa significa adombrare, secondo un disegno invero generoso e tuttavia problematico, la possibile ricomposizione di antiche fratture incidenti sulla buona prassi dei cattolici impegnati nella società. Alla domanda sul ritorno alla Dc Zamagni ha opposto un secco no. “Un anno e mezzo fa ho scritto un saggio – si legge nell’intervista – in cui dicevo che la Dc ha avuto una grande funzione ma ha esaurito il suo corso storico. Nessuno ha in mente di ricostruire la Democrazia cristiana: chi dichiara il contrario o è stupido o in malafede. Lobiettivo è piuttosto quello di dar vita ad un partito aperto a credenti e non credenti, che si riconoscano in una piattaforma. Se non può esserci un partito dei cattolicic’è più che mai bisogno di un soggetto autonomo dispirazione cristiana, nel solco della lezione ruiniana del dialogo con altre forze politiche”.

La novità non è di poco conto. Il richiamo a Camillo Ruini, cardinale di arcigne vedute neoguelfe, ostico a suo tempo verso i Popolari, fa pensare a un “dialogo” che invece di nutrirsi di moderazione sceglie di pasteggiare a moderatismo. Non è la stessa cosa, come ripeteva Mino Martinazzoli nel suo inviso ragionamento – inviso a Ruini medesimo – sulla bontà di un “centro politico” capace di aggiornare, dopo la caduta del Muro di Berlino, la lezione del popolarismo. Ed essa differiva in effetti dalla “lezione ruiniana” perché escludeva compiacenze e asservimenti nei riguardi di una equivoca novità, tesa in fondo a sbarazzarsi della cultura riformatrice cattolica, rappresentata dalla folgorante ascesa di Forza Italia. A differenza dei post-comunisti, attratti in qualche modo dal modernismo politico-mediatico di Berlusconi, i Popolari di Martinazzoli ne videro in toto la degenerazione sull’asse della vecchia tesi gobettiana del fascismo come “autobiografia morale” della nazione. 

Ora, sebbene vi sia una correzione del ruinismo, laddove si contempla la fine di quella diaspora che per esso aveva trovato un canale di pur algida ricezione, il prescritto dialogo con “altre forze politiche” – leggi sempre Zamagni – definisce una vocazione a fare del cattolicesimo politico un baluardo di moderatume, per usare il tagliente neologismo adottato più di un secolo fa dal giovane Sturzo. Siamo nell’epicentro di una strana rivoluzione all’indietro, scevra di suggestioni lapiriane alla Bassetti, il Presidente della CEI, semmai corriva alle prudenze del ventre molle dell’episcopato, come inconsapevole contributo, probabilmente, alla normalizzazione del messsaggio davvero rivoluzionario di Papa Francesco. Se le origini della democrazia cristiana ebbero il carattere di una sfida epocale alle ritrosie vaticane circa il pieno accoglimento della Rerum Novarum di Leone XIII, qui e ora si declina un progetto a corto raggio, più arretrato rispetto al messaggio di rinnovamento del pontificato, dando alla figura del nuovo partito ancora in fase di tormentata gestazione il connotato di testimonianza cristiana nell’orbita di una destra dal volto umano, essendo il nuovo centro nient’altro che tale destra per così dire umanizzata. Questo è il limite che segna, al di là delle intenzioni, la personale iniziativa di Zamagni.

 

Il testo integrale della intervista a Zamagni è disponibile utilizzando il seguente collegamento

http://www.ilnuovogiornale.it/archivio-articoli/in-primo-piano/6132-zamagni-politica-insieme-per-ricreare-il-centro.html

Il seme

Buon senso comune, logica e teorie sull’evoluzione della specie sembrano aver chiarito il dilemma più antico del mondo: salvo ulteriori smentite pare che l’uovo sia venuto al mondo prima della gallina.

Questo dovrebbe rasserenare i ficcanaso che invece di accontentarsi delle evidenze naturali e guardare oltre, ad esempio lasciar tranquille le galline mentre fanno l’uovo, cercano di problematizzare ogni aspetto della realtà.

Ovviamente quel dubbio è tautologico, sembra fatto apposta per evidenziare l’inconcludenza di chi vuole cimentarsi nella risoluzione di un quesito in fondo ininfluente: coesistendo pacificamente prodotto e produttore il ciclo della vita rivela un’armonia di fondo, che esiste e si rinnova.

In pratica domanda e risposta si annullano a vicenda, è vero infatti che ogni genere di vita prende forma dalla fecondazione di un seme e questa metafora ben si adatta anche alle cose spirituali, ai comportamenti umani, alla genesi delle teorie di ogni tipo.

Depositando una parola prende avvio un discorso, generando un’idea si produce il pensiero, realizzando un’azione si materializzano degli esempi.

Il senso della storia si spiega così: prima si fa una cosa e poi – di riflesso, per reazione, per coerenza, per contrasto – se ne concatenano molte altre successive.

Una meditazione può ispirare una preghiera, un incontro un sentimento, una scoperta empirica una conquista estensibile altrove per tempi e per luoghi.

Tutto prende corpo e sembianze da una cosa piccola che diventa grande, cresce, si sviluppa perché contiene in sé la spiegazione della propria particolare e unica identità.

Se, di fronte a certi fatti ed evidenze,  ci domandiamo ad esempio perchè il mondo va alla rovescia, perché ci sono ingiustizie e violenze, invidie e cattiverie a farla da padrone, la seguente risposta- ancorché semplificativa e ingenua- potrebbe essere non molto distante dalla realtà: “perbacco, certamente perché noi stessi depositiamo in questo mondo una semenza più imparentata con il male che con il bene”.

L’evidenza sarebbe palese e senza argomenti per altre divagazioni tematiche.

Dico “sarebbe” perché ho ben presente la realtà: la dietrologia e la retorica cercano spiegazioni altrove, attenuanti, compensazioni, divergenze.

Si dice: sono le derive sociali, ad esempio, che trascinano i nostri comportamenti e per la legge dei grandi numeri chi rema contro può far la fine di Don Chisciotte nell’impari lotta contro i mulini a vento.

Accettando questa spiegazione neghiamo l’essenza stessa della teoria generativa, leviamo alla nostra mente e al nostro cuore la facoltà e perciò anche la possibilità di essere i protagonisti di un’inversione di tendenza: quella che parte da noi, dalla nostra volontà e dal nostro esempio, che ci permette di ragionare con la nostra testa e di maturare dei convincimenti personali.
In che cosa consiste infatti la grandezza delle persone che nella loro vita hanno cercato deliberatamente di far del bene, fino a diventare icone del bene stesso, simboli della generosità e della benevolenza verso il prossimo?

Sicuramente nell’aver maturato le proprie scelte originando da convincimenti interiori, da una sensibilità vocata alla comprensione e all’amore per il prossimo, non aspettando che altri indicassero la strada, senza indugiare nei condizionamenti dei cattivi esempi e senza tentennare verso scelte compromissorie e di ripiego.

Chi ha il coraggio di cominciare traccia un cammino, dispensando il seme dell’esempio.

Più del risultato conta la motivazione, l’impegno, la volontà, il desiderio: quella molla interiore che ti spinge verso una meta, che ti dà forza, tenacia, intensità  e che racchiude in sé il significato di una scelta, oltre la casualità degli eventi e le difficoltà della vita.

Festivalfilosofia 2020: 150 appuntamenti fra lezioni magistrali, mostre e spettacoli

Da venerdì 18 a domenica 20 settembre, a Modena, Carpi e Sassuolo, quasi 150 appuntamenti fra lezioni magistrali, mostre e spettacoli.

Il programma è un omaggio al pensiero di Remo Bodei, che  è stato un filosofo e accademico italiano che con i suoi lavori ha analizzato lo spessore e la storia delle domande che riguardano la ricerca della felicità da parte del singolo, le indeterminate attese collettive di una vita migliore, i limiti che imprigionano l’esistenza e il sapere entro vincoli politici, domestici e ideali

L’edizione di quest’anno sarà dedicata al tema macchine. Sarà un festival dal vivo. La partecipazione alle lezioni avverrà esclusivamente tramite prenotazione online. L’accesso alla piattaforma di prenotazione è possibile dal sito del festival.

Tra i protagonisti, Massimo Cacciari (componente del Comitato scientifico del festival), Barbara Carnevali (componente del Comitato scientifico del festival), Roberto Esposito, Maurizio Ferraris (Lectio “Bper Banca”), Umberto Galimberti, Michela Marzano, Stefano Massini, Salvatore Natoli (Lectio “Coop Alleanza 3.0”), Telmo Pievani (Lectio “Gruppo Hera”), Massimo Recalcati (Lectio “Confindustria Emilia Area Centro”), Carlo Sini, Silvia Vegetti Finzi e Stefano Zamagni (Lectio “Rotary Club Gruppo Ghirlandina”). Tra i “debuttanti”, Alessandro Aresu, Michele Di Francesco, Barbara Henry, Mark O’Connell, Jeffrey Schnapp.

Agricoltura, Covid: fino a 7mila euro di fondi Ue per azienda

Al via i piani straordinari delle Regioni per l’emergenza Covid nelle campagne con un contributo forfettario fino a 7mila euro per agricoltore e 50.000 per le piccole medie imprese agroalimentari. E’ quanto emerge dal primo monitoraggio elaborato dalla Coldiretti sullo stato di attuazione regionale della nuova misura semplificata dello Sviluppo rurale introdotta dalla Commissione Ue per aiutare le imprese agricole e agroalimentari a superare l’emergenza economica e la crisi di liquidità provocate dal Covid 19.

Fino ad ora – sottolinea la Coldiretti – le regioni hanno messo in cantiere progetti per 140 milioni che per la gran parte hanno privilegiato l’agriturismo e le fattorie sociali, ma sono stati aperti o sono comunque messi in cantiere interventi per comparti come il florovivaismo e la zootecnia.

Le risorse da utilizzare – spiega la Coldiretti – sono quelle dei singoli Piani di Sviluppo rurale (Prs) finanziati dall’Unione Europea e non spese e dunque non tutte le regioni hanno le stesse disponibilità finanziarie.

Tra gli altri fino ad ora – rileva la Coldiretti – il Veneto ha impegnato 23 milioni, la Calabria 21, la Lombardia 19,5, la Toscana 18,9, il Piemonte 10, l’Abruzzo 9,5, l’Umbria 7, le Marche 6,5, la Liguria 6,2, la Campania 6, la Sardegna 4, Friuli Venezia Giulia 3,3, l’Emilia Romagna 2,9, la Basilicata 1,6 e la Valle D’Aosta 310mila euro.

L’aiuto che sarà erogato entro il 30 giugno 2021 – continua la Coldiretti – varia da Regione a Regione con un massimale per azienda di 7mila euro nelle Marche, Calabria, Friuli Venezia Giulia, Campania, Umbria, Basilicata e Liguria mentre il tetto massimo scende a 5mila euro in Lombardia e Valle d’Aosta fino ai 4mila euro in Veneto e 2mila euro in Emilia Romagna.

Il Veneto – conclude la Coldiretti – ha puntato su vitelli a carne bianca, latte e ortaggi, la Lombardia su florovivaismo e allevamenti da carne, la Calabria su fiori, latte e vino, il Piemonte su florovivaismo, zootecnia da carne e apicoltura, le Marche sulla zootecnia e la Liguria tutti i settori.

Istituto Nazionale Tumori Regina Elena: ricostruita mandibola con lembo di osso della scapola

L’equipe dell’Unità di Otorinolaringoiatria dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, diretta da Raul Pellini, ha asportato un esteso tumore dell’arco della mandibola, con contestuale ricostruzione chirurgica, alla signora M. di 87 anni che ha superato in modo brillante il delicato intervento durato 8 ore.

“E’ necessario ricostruire il deficit osseo per garantire una buona qualità di vita al paziente, specie quando particolarmente fragile e più esposto a complicanze. La rimozione dell’arco anteriore mandibolare – ha spiegato Raul Pellini in una nota diffusa dall’Istituto – comporta un difetto funzionale ed estetico molto invalidante”.

“Il lembo di osso prelevato dalla scapola – ha aggiunto – è stato rivascolarizzato e mediante tecniche microchirurgiche alle arterie e alle vene del collo, per ripristinare l’aspetto estetico e soprattutto funzionale, ricostruendo i tessuti asportati per la neoplasia”.

Le alleanze non sono un pallottoliere.

Dunque, il voto del 20/21 settembre è importante non solo per sapere quante regioni continua a perdere il centro sinistra ma anche, e soprattutto, per sapere come si ricostruirà la stessa coalizione di centro sinistra dopo questa consultazione elettorale. Perchè al centro dell’attenzione continua ad esserci l’alleanza, o meno, con il partito di Grillo e Casaleggio, i 5 stelle. Un partito che, soprattutto in questo dibattito referendario sul taglio dei parlamentari, conferma di essere il vero partito populista, antiparlamentare, demagogico e qualunquista della politica italiana. Del resto, nessuna novità all’orizzonte.

È la cifra distintiva che rappresenta il vero dna di questo partito che, malgrado le piroette opportunistiche e ciniche compiute in queste ultime settimane – come già si sapeva sin dall’inizio di questa esperienza politica – resta pur sempre l’interprete per eccellenza del verbo populista e antipolitico nel nostro paese.

Ora, la domanda centrale a cui, prima o poi, va data una risposta politica seria e convincente è sempre la stessa. Ovvero, è credibile politicamente una alleanza organica, o strutturale o addirittura strategica con questo partito populista e anti politico? Una risposta che va data, al di là dei tatticismi, delle convenienze e degli opportunismi, soprattutto da parte del Pd e delle altre forze che si riconoscono nella tradizione politica e culturale del centro sinistra italiano. Perchè il nodo centrale per la credibilità, l’autorevolezza e la serietà programmatica del centro sinistra risiede proprio nel rapporto con il partito dei 5 stelle.

E la vicenda referendaria offre uno spaccato, al netto dei persin troppo plateali opportunismi dettati dalla contingenza politica, significativo sul profilo di questo partito. Una sola domanda, tra le molte. Com’è possibile, seppur in nome della eterna e ormai anche un po’ logora lotta antifascista e anti destra autoritaria ed illiberale – ripetuta a mesi alterni a seconda delle varie convenienze – certificare e stringere una alleanza duratura con un partito che persegue un disegno politico e culturale del tutto alternativo alle tradizionali forze del centro sinistra attorno al tema decisivo della concezione delle istituzioni, dell’assetto dello Stato, del ruolo e della funzione del Parlamento? In una sola parola, della qualità della nostra democrazia? Perchè qui non si tratta di dissentire sul quesito referendario sulla caccia o sull’acqua pubblica o su altri temi importanti ma pur sempre secondari ma sull’assetto, sul profilo e sul ruolo delle istituzioni democratiche nella società contemporanea.

E il dissenso di settori corposi, significativi e anche storici dell’area democratica e progressista del nostro paese rispetto al disegno populista e antiparlamentare dei 5 stelle non può essere rubricato ad un diverbio caratteriale o di giornata. È l’essenza della democrazia. E mi limito a citare l’aspetto più importante perchè a livello programmatico e di governo i dissensi rispetto al programma dei 5 stelle è molto più corposo. Anche se, avendo il trasformismo come stella polare del proprio comportamento politico, tutto può sempre capitare.

Ecco perchè dopo il voto del 20/21 settembre il capitolo delle alleanze, e nello specifico di come ricostruire il centro sinistra, sarà in cima all’agenda politica del Pd e delle altre esperienze politiche che si riconoscono in questo campo. Ne va della credibilità del centro sinistra ma, soprattutto, della qualità e del futuro della cultura riformista e democratica del nostro paese.

Mattarella: “Non dobbiamo compromettere la speranza per chi verrà”.

Letta: Signor Presidente, Le chiedo una riflessione sul seguente tema: abbiamo visto l’Europa, dopo un’incertezza iniziale, dare prova di solidarietà. Questa solidarietà è reale e concreta per i prossimi anni. È una solidarietà congiunturale, legata alla situazione presente. Quali sono le condizioni perché possa diventare una svolta strutturale?

La ringrazio Presidente e rivolgo un augurio molto intenso di buon lavoro in questa edizione così particolare del Forum. Un saluto cordiale a tutti i presenti.

La drammatica crisi provocata dalla pandemia è stata uno spartiacque per l’Unione Europea che, in meno di sei mesi, ha compiuto scelte coraggiose e innovative che soltanto qualche settimana prima del suo inizio apparivano decisamente “fuori portata”.

La pandemia ha avuto l’effetto di un duro richiamo alla realtà, rendendo ancor più evidente – a tutti, cittadini e Governi – che trincerarsi in una propria presunta autosufficienza non era una risposta contro un nemico sconosciuto e aggressivo.

La diffusione del virus, di Paese in Paese, in maniera inarrestabile, ha dato plastica dimostrazione di come, sempre di più, i pericoli tendano – come ogni problema – a essere transnazionali e di come, quindi, possa essere efficace soltanto una collaborazione multilaterale senza riserve. Lo registriamo, ad esempio, in tema di vaccini.

La risposta nei confronti di uno shock esogeno e inaspettato – così dirompente nella comunità d’Europa come in ogni altra – non poteva che provenire da un ventaglio di iniziative tra livello locale, nazionale ed europeo. Ciascuno di questi tre livelli è indispensabile, così come nessuno di questi tre livelli, considerato da solo, è sufficiente. Paradigma di quel che dovrebbe essere normale criterio nella vita dell’Unione.

Di fronte a un’ondata di lutti e di sofferenze e alla necessità di osservare regole che hanno profondamente inciso sulle nostre abitudini e sui modelli economici e sociali, l’Unione ha mostrato la sua forza propulsiva, la sua capacità di ritrovare l’autentico spirito dei padri fondatori, basandosi sulle fondamenta rappresentate – nel merito – da valori come la solidarietà e la responsabilità e – nel metodo – da canoni quali la sussidiarietà.

La Presidente Von der Leyen ha colto appieno la portata degli avvenimenti che stavamo attraversando in Italia quando, l’11 marzo scorso, allorché la decisione del lockdown totale era stata decisa da appena due giorni, sottolineava con determinazione la vicinanza dell’Unione al nostro Paese, con parole semplici e significative.

Parole che attenuarono il senso di solitudine, di smarrimento, che accompagna sempre i momenti più dolorosi della vita di ogni comunità.

Quello stesso giorno, in Italia, si contavano già quasi 900 vittime.

Non è stato facile ma alle parole sono seguite azioni concrete.

La Commissione Europea ha interpretato, con autorevolezza, il compito che i Trattati le hanno assegnato, divenendo centro di elaborazione di linee guida che hanno rafforzato la coesione europea, nel segno di quel “metodo comunitario” che, più di ogni altro aspetto, ricalca la lungimiranza dei padri fondatori.

D’altra parte è proprio in momenti di grande incertezza, come quelli che stiamo attraversando, che diventa doveroso pensare al futuro, indicare vie d’uscita soprattutto a quanti, in una congiuntura senza precedenti in tempi di pace, vedono offuscarsi propri tradizionali punti di riferimento.

Non è stata, quella della Commissione, una esortazione alla solidarietà bensì l’esercizio di una responsabilità istituzionale.

Responsabilità nel farsi carico di indicare la strada da percorrere, avanzando proposte – ripeto: coraggiose e innovative – la cui approvazione non appariva scontata.

Proposte la cui agibilità politica pareva inimmaginabile sino a poco prima e tuttavia erano indifferibili se si voleva evitare che la crisi sociale ed economica travolgesse decenni di integrazione.

Una responsabilità che – occorre sottolinearlo – nel complesso e bilanciato impianto dell’Unione, è sempre condivisa. E che anche in questo caso è stata condivisa con il Parlamento Europeo, che negli anni si era più volte espresso a favore di una maggiore integrazione delle politiche economiche e fiscali. Condivisa con la Banca Centrale Europea che, sia con la attuale presidenza Lagarde, sia con la precedente Draghi, aveva ben preparato il terreno per quelle decisioni, assumendosi, a sua volta, responsabilità di alto profilo, etico oltre che monetario.

A questa azione si è affiancata quella degli Stati membri.

Dapprima sotto forma di solidarietà bilaterale, spontanea e apprezzatissima. Successivamente, grazie a una paziente azione negoziale, sotto forma dell’elaborazione di programmi al livello comunitario.

Come noto – con una iniziativa risultata decisiva – Berlino e Parigi si sono fatte promotrici della proposta di un piano di rilancio, finanziato attraverso debito comune. Un piano al quale non è stata estranea l’azione italiana, per coagulare un ampio fronte di Paesi, principalmente del Sud dell’Unione, fra i quali la stessa Francia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia.

Il piano per la ripresa, finalmente approvato da tutti i Capi di Stato e di Governo nel Consiglio Europeo di luglio, rappresenta per quantità di risorse – e per la qualità delle nuove formule adottate – una svolta di portata straordinaria che manifesta un livello di ambizione all’altezza dello storico valore dell’integrazione del Continente.

Il risultato raggiunto è, al tempo stesso, punto di arrivo e punto di partenza.

Punto di arrivo, in quanto segna il completamento di un disegno che dal mercato unico passa attraverso la moneta comune, l’unione bancaria e giunge alla definizione di uno strumento fiscale comune che, per la prima volta, contiene concreti elementi di stabilizzazione anticiclica delle nostre economie.

Punto di partenza, perché, se attraverso gli strumenti messi in campo riusciremo ad assicurare la ripresa che i nostri cittadini si aspettano, avremo compiuto un sicuro e importante passo in avanti nel cammino di rafforzamento della coesione e della progressiva integrazione continentale, per un esercizio condiviso di una sovranità democratica capace di incidere.

La pandemia ha posto in evidenza la nostra comune vulnerabilità, a fronte di una comune crescente interdipendenza. Ebbene, appare davvero paradossale pensare che, mentre a livello internazionale le società sono sempre più interconnesse per catene di valore e per culture, gli Stati possano essere percorsi da tentazioni in direzione opposta.

Due volontà contrastanti che risulterebbe del tutto impossibile giustificare e sostenere.

La salvaguardia dell’integrità delle conquiste in termini di progressiva integrazione, sulla quale si basa anche la prosperità di tutte le economie europee, ha motivato il cambio di paradigma sul debito comune, ma alla base di queste coraggiose scelte di bilancio vi è l’esigenza di proteggere ciascun cittadino dell’Unione, indipendentemente dallo Stato di nazionalità.

Questa matura consapevolezza che nessuno si salva da solo ha in tal modo aperto al processo di integrazione nuovi orizzonti.

Letta: (…) Una seconda riflessione riguarda il ruolo dei cittadini europei e il dibattito sul futuro dell’Unione, sulle prospettive istituzionali e politiche del vecchio continente (…)

Il dibattito sul futuro dell’Unione sarà necessariamente influenzato, in profondità, dal complesso delle decisioni che stiamo adottando oggi per combattere le ricadute sociali, economiche, sanitarie della crisi. E anche dalla necessità delle scelte da compiere dopo l’ormai avvenuta Brexit.

Credo che vadano affrontati un profilo di identità e un profilo di strategia.

Talvolta si avverte un deficit di consapevolezza e di fiducia circa la forza e il ruolo della Unione Europea particolarmente nel contesto internazionale: si pensi solo al suo potenziale economico e commerciale, per non parlare del peso di una valuta di riserva come l’euro.

Elementi tutti che, sin qui, l’Unione ha speso, meritoriamente, in termini positivi, per la costruzione di un ordine internazionale più equo e più giusto e, dunque, più sicuro per tutti.

Gli interventi nati in momenti di necessità – e che rafforzano l’Unione – devono adesso essere orientati al superamento delle debolezze strutturali dell’edificio europeo, messe in luce da vicende come la stessa pandemia ma anche – ad esempio – dalla gestione dei fenomeni migratori.

Gli strumenti principali che hanno visto o stanno vedendo la luce in questo periodo hanno natura temporanea, legata alla eccezionalità della situazione che stiamo vivendo.

Questo carattere si è reso necessario per vincere la riluttanza di una parte dei membri, particolarmente ostile al coordinamento della politica fiscale e all’assunzione di debito comune.

Non a caso, del resto, il via definitivo alla emissione di titoli avverrà dopo che la “decisione sulle risorse proprie” verrà ratificata dai Parlamenti di tutti gli Stati membri. E questo passaggio rappresenta un vero banco di prova…

…Il legame tra Quadro pluriennale di spesa, fondi straordinari e debito comune, comporta la presa d’atto della limitatezza di risorse presenti a livello comunitario per sviluppare politiche incisive, che non facciano dell’Unione una mera istanza di trasferimento di fondi.

I nostri concittadini europei vivono con ansia il presente – fra timore di “seconde ondate” di contagio e accresciute difficoltà economiche – e guardano con incertezza al futuro: il processo di approvazione dei meccanismi di “governo” del Fondo per la ripresa devono procedere, quindi, necessariamente, con massima rapidità, in modo da rendere disponibili le necessarie risorse già all’inizio del 2021.

Con la medesima sollecitudine deve intervenire la preparazione dei “piani nazionali di rilancio” che saranno sottoposti all’attenzione degli organi comunitari. Anche da questo punto di vista entra in gioco – per i singoli Stati – il valore della responsabilità.

Ai Paesi membri viene offerta una possibilità unica – forse irripetibile – di disporre di risorse consistenti per compiere riforme strutturali in grado non soltanto di garantire l’uscita dalla crisi, ma soprattutto di assicurare prosperità e benessere per le nuove generazioni, con un nuovo modello di crescita più sostenibile.

Non a caso il piano di rilancio è chiamato piano Generazione Futura UE, perché l’obiettivo vuole – e deve – essere quello di tracciare un orizzonte sostenibile per le giovani generazioni.

La crisi obbliga, oggi, sia al livello nazionale sia al livello comunitario, a far ricorso massicciamente al debito. Un debito che inciderà su coloro che ci seguiranno nel tempo.

Non dobbiamo compromettere, con scelte errate, la speranza, per chi verrà, di accesso a condizioni sociali ed economiche se non migliori quanto meno pari a quelle di cui noi abbiamo usufruito.

Le prossime generazioni guarderanno in modo critico al periodo che stiamo vivendo. Chiederanno come sono state destinate e amministrate somme così ingenti e, nel caso di inattività o scarsa efficacia della nostra azione, si domanderanno perché una generazione che ha potuto godere, per un periodo così lungo, di circostanze favorevoli non sia, invece, riuscita a realizzare infrastrutture essenziali per la crescita e riforme necessarie per l’efficienza del sistema sociale ed economico, accrescendo solo la massa di debito.

Condizioni così propizie agli investimenti come quelle attuali – si pensi ai tassi di interesse – sono difficilmente ripetibili.

Se agiremo con assennatezza l’Unione Europea uscirà da questo periodo – altrimenti fosco e confuso – con basi più solide, con maggiore capacità di soddisfare le esigenze dei propri cittadini e con più ampia influenza al livello internazionale.

Servirà anche a porre condizioni di maggiore coesione ed equilibrio per un positivo sviluppo e per il successo della Conferenza sul futuro dell’Europa.

Questi aspetti, queste decisioni, accrescono, quindi, l’attesa e, allo stesso tempo, contribuiscono al decollo della Conferenza stessa.

Ancora di recente il presidente dell’Assemblea di Strasburgo, David Sassoli, ha messo in rilievo l’importanza di questo appuntamento per diminuire la distanza tra cittadini e istituzioni dell’Unione.

Conseguire gli obiettivi che ci siamo prefissati, equivale a realizzare buona parte di quei progressi sulla via della sempre maggiore integrazione che appaiono indispensabili per una Unione Europea che divenga sempre più efficace nella sua azione.

Potremo così superare quella pagina infausta costituita dalla rinuncia al progetto definito di Costituzione europea e il “ripiegamento” sul Trattato di Lisbona, aprendo, con coraggio, la strada a quella revisione dei Trattati che, da troppo tempo, rappresenta un vero tabù per tante Cancellerie europee.

La ringrazio Presidente e rinnovo un augurio di buon lavoro a tutti i presenti.

Settembre è il mese delle “giornate europee della cultura ebraica”.

Settembre è il mese delle “giornate europee della cultura ebraica” che avranno il loro momento unitario oggi, con un evento online (https://www.facebook.com/jewisheritage/live/) organizzato dall’Associazione europea per la preservazione e la promozione della cultura e del patrimonio ebraico (Aepj), in collaborazione con il Consiglio d’Europa e il suo programma di itinerari culturali.

Si darà così “la possibilità di raggiungere un pubblico più ampio a livello mondiale”, spiegano gli organizzatori, con “un programma online di otto ore, aperto a tutto il pubblico, con conferenze, interviste, concerti e video sul patrimonio ebraico europeo”. Gli eventi della scaletta intendono “offrire uno sguardo unico, dall’interno, alla storia e alle comunità ebraiche di un gran numero di Paesi europei partecipanti”. Sono previsti collegamenti in diretta con Lussemburgo, Barcellona, Gerusalemme, Parigi e Oxford. Ogni Paese d’Europa poi, ha un fitto calendario di eventi e manifestazioni organizzati dalle comunità ebraiche diffuse sul territorio.

In Italia circa 90 città hanno messo in campo iniziative diverse sotto l’egida dell’Ucei, l’Unione delle comunità ebraiche italiane. Sarà “una grande manifestazione del giudaismo vivo, che ha il desiderio di raccontare la sua storia e dare il proprio contributo alla società, e che ci auguriamo possa rappresentare un momento di gioia e una luce di speranza per tutto il Paese, in questo momento difficile”, ha dichiarato la presidente dell’Ucei Noemi Di Segni.