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Coronavirus: il primo volontario sano ha ricevuto il nuovo anticorpo

Assorted pills

Il primo volontario sano ha ricevuto, in uno studio di fase I, il secondo trattamento anticorpale (JS016) per Covid-19 sviluppato da dall’azienda farmaceutica Lilly, sviluppato questa volta con Junshi Biosciences.

Se i risultati della fase I mostreranno che l’anticorpo può essere somministrato in modo sicuro, le aziende inizieranno studi di fase 2 per valutarne l’efficacia.

Questo è il secondo anticorpo neutralizzante di Lilly che entra negli studi clinici, dopo LY-CoV555 che recentemente è entrato nella Fase I e che attualmente si sta testando in pazienti Covid-19 ospedalizzati.

A Roma serve un po’ di serietà

Un quotidiano nazionale annuncia un sondaggio del Pd per testare alcuni possibili candidati Sindaci tra cui il sottoscritto.

Poiché non so nulla di questo sondaggio devo ritenere priva di fondamento la paternità del Pd che peraltro ha prontamente smentito di averne commissionati.

Del sondaggio e delle candidature non mi importa letteralmente nulla perché servirebbe un’istruttoria politica e di contenuti che invece tarda ad emergere nel campo del centro sinistra, ed è la cosa che in modo del tutto disinteressato ho sempre sottolineato.

Però il sondaggio c’è ed è probabilmente frutto di qualcuno che è patologicamente ossessionato da manie sondaggistiche, ha soldi da spendere e tempo da buttare e si camuffa abusivamente dietro il Pd.

Tempo che potrebbe meglio impiegare per onorare il ruolo politico e istituzionale magari importante che ricopre.

Troppe figure a Roma non consumano le scarpe per camminare, ne le meningi per studiare e lavorare concretamente ma giocano come se fossero sulla tavola di un Risiko per immaginare scenari, poltrone e percentuali.

Far uscire Roma dal pantano con questi metodi è molto difficile e servirebbe un po’ di serietà e di operoso silenzio.

 

[Roberto Morassut, Pd, è Sottosegretario all’Ambiente. Il testo appare sul suo profilo Fb]

Ci manca la Dc?

Un dibattito interessante e suggestivo. E anche ricco di spunti, costruttivi e seri, per il futuro. Quello tra Marco Follini e Lucio D’Ubaldo andato in onda sulla rete è stato un confronto politico vero. Non all’insegna della nostalgia nè, tantomeno, della sola memorialistica. Il tema di fondo era sì sulla Dc, la sua storia, il suo magistero, la sua classe dirigente e il suo progetto politico ma anche, e soprattutto, su che cosa si può trarre da quella esperienza nel dibattito politico contemporaneo. 

Dunque, la Dc ci manca? Non certamente la sua riproduzione in miniatura che, come quasi tutti sanno, non è più riproponibile. Anche perchè, per dirla con un autorevole e nobile democratico cristiano, Guido Bodrato, la “Dc era come un vetro infrangibile. Quando si è rotto è andato in mille frantumi e, pertanto, non è più ricomponibile”. Una osservazione come sempre lucida che azzera, in poche parole, le svariate e molteplici esperienze messe in campo in questi ultimi anni. 

Ma, per tornare al confronto organizzato dal Domani D’Italia, e al di là dei giudizi dei due amici sulla esperienza politica, di governo e sul profilo culturale della Democrazia Cristiana, una osservazione di Follini è stata decisiva e condivisa nella sua riflessione da D’Ubaldo. E cioè, “oggi noi siamo un mondo senza rappresentanza”. Da qui parte la riflessione su come inverare una grande tradizione politica e anche una “procedura democratica” nella cittadella politica italiana. Soprattutto di fronte al perdurante populismo – di governo o di opposizione fa ormai poca differenza – e ai tentativi di impadronirsi, a volte in modo un po’ macchiettistico, della intera esperienza democratico cristiana citando a giorni alterni i suoi esponenti più prestigiosi se non, addirittura, le encicliche papali. 

Ma un fatto è indubbio ed è stato sottolineato durante il confronto. Ovvero, al di là dei percorsi individuali e della varie opzioni politiche intraprese negli ultimi anni, è pur vero che in ognuno di noi – cioè in tutti coloro che hanno vissuto o condiviso quella straordinaria esperienza politica ed umana – resta il “marchio” di quella storia. Cioè, il senso di appartenenza ad una cultura politica, ad una comunità umana e ad una significativa e ricca avventura culturale. Da qui la domanda su come tradurre quella intuizione e quella cultura nella società contemporanea. Tema antico ma sempre attuale anche perchè le ricette in campo o sono in crisi o manifestano crepe e frizioni man mano che la storia scorre. Certo, lungo questa scommessa e questa sfida si incrocia anche la domanda su chi, oggi, è più titolato ad interpretarla. Se Follini ritiene esaurita la spinta propulsiva della generazione più squisitamente “democristiana” affidando ai territori, agli amministratori locali e ad una nuova leva anagrafica la fiaccola della staffetta, D’Ubaldo non riduce la scommessa politica ad un fatto puramente generazionale. E questo anche perchè la politica non ha un’età ma è ancora fatta, soprattutto oggi di fronte alla povertà e alla mediocrità dell’attuale classe dirigente, di passione, di intelligenza, di duttilità, di coerenza e di coraggio. Caratteristiche alquanto carenti in una stagione, purtroppo, ancora fortemente dominata dal populismo. Sia di maggioranza che di opposizione. 

Comunque sia, un confronto – egregiamente moderato da Daniela Preziosi del ‘Manifesto’ – che ha per l’ennesima volta confermato un dato. E cioè, la vasta, complessa e articolata esperienza democratico cristiana non merita di andare in pensione. Può ancora dare un proficuo e fecondo contributo alla qualità della democrazia italiana. E il confronto tra gli amici Follini e D’Ubaldo lo ha semplicemente ribadito.

Ciò che serve alla scuola, tra ripartenza e rinascita

E’ praticamente dal ’68 che il sistema scolastico italiano non conosce tregua tra crisi vere e crisi inventate dai professionisti dell’affabulazione, quelli che dicono sempre “nel senso cioè”, che convocano tavoli di concertazione utili ai perditempo che saturano il proprio “ego” semplicemente riunendosi e parlando.

I decreti delegati del 1974 da un lato avevano avuto il pregio di definire ruoli e funzioni del personale in un contesto istituzionale che consacrava le spinte dell’evoluzione sociale, dall’altro avevano sofferto le difficoltà del transito da una struttura ordinamentale verticistica e gerarchizzata ad un modello che integrava nuovi soggetti e si apriva ad una gestione collegiale: ne sono derivati alcuni vantaggi e molte difficoltà che vigono tuttora, ereditate.

Paradossalmente la deriva di democratizzazione dei processi decisionali ha assecondato una tendenza in atto nella società italiana e nei suoi apparati: la bulimia legislativa, con una esponenzialmente crescente proliferazione di nuove disposizioni, in un contesto generalizzato di burocrazia paralizzante che ha prodotto una sorta di narrazione autoreferenziale fuorviante e inconcludente.

Ci si aspettava che accadesse il contrario: le logiche di buon governo e di programmazione dovrebbero favorire la semplificazione delle procedure e la focalizzazione degli obiettivi e dei fini che ciascuna istituzione deve perseguire.
Da quando nella scuola è entrato di tutto i corollari hanno a poco a poco sostituito i compiti essenziali del sistema formativo, con una sovrapposizione di ruoli, iniziative e funzioni che hanno finito per spostare energie e risorse dalle classi agli apparati, dai docenti alle gabbie normative che li hanno imprigionati, tra progetti effimeri, funzioni a latere, differenziazioni risibili, ridondanza di ordini e divieti.

Ne’ il processo di autonomia generato dal DPR 275/1999 sembra aver invertito la rotta: l’emanazione di disposizioni e circolari interne ha assunto toni parossistici investendo gli insegnanti da una valanga soffocante di norme da correlare, disposizioni da interpretare, esperti da ascoltare, corsi da frequentare, patentini da ottenere con un investimento di tempo e di energie sottratte all’insegnamento.

Una ipertrofia catalizzante e generativa di ansie da prestazioni, riunioni incalzanti con un effetto moltiplicatore di compiti razionalmente inesistenti e da autovalutazioni prive di valenza docimologica e di risultati all’atto pratico migliorativi. Ne’ il passaggio dalla didattica delle conoscenze a quella delle competenze ha licenziato alunni più colti e istruiti: il tutoring e le teorie della facilitazione hanno se mai inoculato nell’immaginario collettivo più diritti che doveri, con il risultato di trovare alunni che filmano o registrano i loro insegnanti su incarico dei loro genitori per trovare pecche e motivi utili per farsi contagiare dalla malattia più diffusa in Italia: la sindrome da risarcimento.

A proposito di contagi: la scuola italiana ha chiuso l’anno scolastico con il perdurare del lockdown ed è storia di questi giorni: la Camera ha convertito il D.L.8 aprile 2020 n° 22 che si occupa di precariato, concorsi a quesiti aperti e non con quiz con risposte a crocetta, di cornice normativa per lo svolgimento degli esami di maturità, abolizione di quello della scuola media, ritorno del giudizio al posto del voto nella primaria, poteri ai sindaci in materia urgente di edilizia ecc. Resta da definire il provvedimento tecnico che stabilirà le procedure per la riapertura delle lezioni a settembre e questo è certamente l’argomento più atteso, controverso e tuttora foriero in incognite insolute (e all’atto pratico forse insolubili).
Ho letto su Tuttoscuola la lettera di due docenti che pongono quesiti concreti e puntuali, noti forse solo a chi insegna davvero e non si limita a fare l’esperto di professione senza aver messo piede in un’aula dai tempi in cui era studente. Essi riguardano la vita quotidiana degli insegnanti che si troveranno a gestire una situazione organizzativamente e didatticamente complessa con i loro scolari: cosa fare se due alunni si strappano la mascherina, se uno dice di avere la febbre, come gestire i distanziamenti, di quali risorse umane di supporto (es. collaboratori scol.ci) avvalersi, come concretamente svolgere le lezioni, se esiste ancora la cd. “ricreazione”, come organizzare i piccoli gruppi, come contenere fisicamente i ragazzini in spazi angusti ecc.

Sono due insegnanti di scuola secondaria di primo grado: immagino i problemi che potrebbero porre le loro colleghe della scuola dell’infanzia, dove gli alunni non indosseranno le mascherine, dove si fanno gli inserimenti dei bambini di tre anni che piangono e vogliono la mamma, dove è fisicamente impossibile rispettare le distanze perché alunni così piccoli non possono essere tenuti fermi, seduti al tavolino in un’aula spesso di minime dimensioni, come convincere i genitori a fermarsi sulla soglia senza entrare a scuola, come gestire i momenti dell’accoglienza e del sonno….come portare- loro, le maestre- la mascherina e la visiera.

Si è conclusa l’esperienza della DAD (didattica a distanza) con luci ed ombre, tenendo conto delle risorse tecnologiche disponibili, del fatto che al Sud il 25/30% delle famiglie non dispone di un terminale domestico e considerato che in molti si sono convinti che questo tipo di interfaccia con l’utenza è un metodo di rivedere e circoscrivere a situazioni di emergenza, appunto, o vale – solo se preventivamente organizzato- come supporto alla tradizionale didattica in presenza che ne esce ampiamente rimpianta e rivalutata.
Sono ora attese le linee guida “per riportare gli alunni a scuola, in presenza e in sicurezza”, come riferito dalla Ministra dell’Istruzione.

Ma tutto è ancora avvolto in una imperscrutabile nebulosa, a parte alcune congetture che cominciano a circolare dopo che il Comitato tecnico scientifico della Protezione civile operante c/o la Presidenza del Consiglio ha licenziato un documento sull’ipotesi di rimodulazione delle misure contenitive nel settore scolastico”, che consta di 23 pagine di raccomandazioni sanitarie.

Si vocifera di cabine di plexiglass, di turnazioni degli alunni, di piccoli gruppi ma nulla al momento è definito.
Da quando la pedagogia comparativa è materia per gli esami universitari e per i concorsi dirigenziali scolastici sarebbe utile dare un’occhiata ai modelli organizzativi adottati negli altri Paesi.
Certamente il problema di come ripartire con le lezioni e di come organizzare la didattica è ostico e ha le parvenze- come già scritto – della quadratura del cerchio.
Forse più che calare dall’alto soluzioni preconfezionate sarebbe utile ascoltare la voce di chi dovrà vivere concretamente queste situazioni: dai dirigenti scolastici che non si riconoscono nell’icona del preside-sceriffo della ‘buona scuola’ né nella metafora dei ‘comandanti della loro nave’, coniata dall’attuale Ministro PI, per continuare con i docenti che – come argutamente osservato da E.Galli della Loggia in un recente editoriale sul Corsera – sono solitamente rappresentati da sindacalisti che non siedono dietro una cattedra scolastica da 20 o 30 anni.

Occorre che l’Amministrazione scolastica condivida queste scelte con i diretti interessati, dirigenti e docenti in primis come detto.
Senza contare che esiste una ormai sparuta pattuglia di dirigenti ispettivi tecnici, che dovrebbero essere i più autorevoli consiglieri del Ministro e dei Direttori generali ma che sono spesso privati delle loro prerogative di consulenza e di controllo per essere dirottati negli uffici alla stregua di impiegati amministrativi.
Sarebbe infine l’ora che la politica dedicasse alla scuola le attenzioni e le risorse che merita, non limitandosi a replicare le solite immissioni in ruolo dei precari senza vagli concorsuali, dedicando all’istruzione tempi ristretti e residuali, come si trattasse di argomento da “ultima ora” .

Reclutare il personale attraverso concorsi a quiz con risposte multiple anziché con crocette tipo “sì” e “no” non mi sembra il massimo della selezione mirata ad individuare professionisti dell’istruzione: costoro dovrebbero poi valutare i temi scritti che assegneranno ai loro alunni senza aver dimostrato loro stessi di essere in grado di svolgerne uno a senso compiuto, sintatticamente e ortograficamente corretto?
Se alla burocrazia si affianca la demagogia si sfalda tutto il palinsesto istituzionale che regge un sistema scolastico.

La formazione assume peraltro una valenza decisiva per far rinascere il Paese dopo la pandemia.
Ma ancora prima, “a monte” come si direbbe, urge un ricambio radicale della classe dirigente e politica basato su due pilastri irrinunciabili che si stanno lentamente sgretolando: si chiamano competenza e responsabilità.

Smart working: al via la Consultazione su ParteciPa

La consultazione sul lavoro agile è promossa dal Ministro per la Pubblica amministrazione per raccogliere informazioni sulle esperienze in corso nelle amministrazioni pubbliche e, in particolare, giudizi, valutazioni e proposte di miglioramento di dirigenti e dipendenti, utili a definire lo sviluppo dei prossimi anni dello smart working e del lavoro pubblico.

La consultazione costituirà una fonte informativa importante per alimentare una base di conoscenza a supporto di politiche partecipate di innovazione del lavoro pubblico e per accompagnare, sostenere e promuovere la diffusione dello smart working, partendo appunto dall’ascolto di due categorie di destinatari distinti e prioritari:

•  i dirigenti pubblici, che sono direttamente coinvolti nell’attuazione dello smart working, in qualità di gestori di dipendenti che lavorano in modalità agile e, più in generale, di promotori dei fattori abilitanti (revisione delle modalità organizzative, digitalizzazione dei processi);

•  i dipendenti delle amministrazioni pubbliche, in qualità di “utilizzatori” del lavoro agile e, più in generale, di principali portatori di interesse rispetto ai processi di cambiamento che lo smart working introduce e, in particolare, alla configurazione del lavoro agile del futuro.

Obiettivo dell’attività di consultazione è quindi di rilevare:

•  le opinioni e le valutazioni dei dirigenti delle pubbliche amministrazioni in merito alle esperienze applicative del lavoro agile nella fase di sperimentazione e durante l’emergenza Covid-19 e, soprattutto, le loro eventuali indicazioni per accompagnare, sostenere e promuovere la diffusione dello smart working;

•  le opinioni e le valutazioni dei dipendenti che hanno svolto le prestazioni lavorative in modalità agile prima e durante l’emergenza COVID-19, con particolare riferimento al grado di soddisfazione, alla rispondenza dell’esperienza realizzata rispetto alle proprie aspettative, ai punti di forza alle eventuali criticità e ai margini di miglioramento di cui tener conto ai fini di una ottimale applicazione dello smart working nelle amministrazioni pubbliche;

•  le aspettative e le eventuali indicazioni di tutti riguardo al “lavoro agile del futuro” e quindi al “futuro del lavoro pubblico”.

Info, registrazione e questionario online su ParteciPA

La campagna globale delle imprese carbon neutral

E’ partita dal Regno Unito la campagna “Race to Zero” che vuole avviare una mobilitazione globale per raggiungere emissioni nette pari a 0 al più tardi entro il 2050. L’obiettivo è quello di rivedere al rialzo gli impegni dei Governi, che tra poco più di un anno si incontreranno nella Cop26.

Si tratta di un primo importante appuntamento che è parte di un percorso più ampio che mira a far crescere una piattaforma di imprenditori virtuosi, consapevoli della sfida climatica e pronti a impegnarsi in prima persona,che chiedono anche ai decisori di fare la loro parte, a partire proprio dalle azioni che metteranno in campo nei recovery plan nazionali, che ci auguriamo siano sempre più green e climate friendly.

Rifiuti sanitari. Siglata convenzione tra Assoram e Assinde per il loro smaltimento

L’Italia è il primo Paese europeo a disporre di un sistema integrale di ritiro e smaltimento di resi e rifiuti farmaceutici gestito direttamente dagli operatori del settore. In questo scenario Assinde, società costituita dalle associazioni di categoria del settore farmaceutico, opera da intermediario, occupandosi delle attività di ritiro, certificazione e smaltimento delle confezioni di medicinali conferite dagli operatori.

“Sono felice di annunciare questo accordo, con il quale rispondiamo alle esigenze di operatori sensibili alla salvaguardia dell’ambiente, proponendo servizi di ritiro, trasporto e smaltimento che garantiscono attenzione, sicurezza e rispetto della normativa ambientale” dichiara il Presidente di Assinde Luciano Grottola. “Un obiettivo condiviso che rafforza la collaborazione tra gli attori della filiera del farmaco”.

“La nostra priorità è e resta, in virtù anche dell’emergenza che stiamo vivendo, la sostenibilità ambientale, sociale ed economica della filiera”, spiega il Presidente Assoram Pierluigi Petrone. “Siamo davvero fieri dell’accordo stipulato con Assinde: i distributori associati potranno godere di un servizio di smaltimento legale, semplice e sicuro”.

Usa: a Houston l’ultimo saluto a George Floyd.

L’America intera ha seguito la cerimonia funebre in diretta tv e sui social media per l’ultimo saluto al ‘gigante buono’, Big Floyd come lo chiamavano affettuosamente gli amici.

La chiesa è la stessa in cui era stata allestita la camera ardente.

Il pastore Mia Wright aprendo la cerimonia funebre ha detto: “È l’ora di celebrare la vita di Floyd”. Per poi aggiungere: “Forse piangeremo, vivremo il nostro lutto, ma troveremo conforto e speranza”.

Una cerimonia commossa, aperta da canti gospel e abbracci nonostante i diversi inviti a mantenere la distanza sociale e a non levarsi la mascherina, e a cui sono stati invitati anche i parenti di altre vittime del razzismo e della violenza della polizia.

Alla fine della cerimonia le spoglie di Floyd sono state sepolte vicino alla madre a Pearland, un sobborgo di Houston, con una cerimonia in forma privata che visto anche un videomessaggio del candidato democratico alla casa bianca Joe Biden che dice: “L’America può fare meglio”, “non si possono voltare le spalle al problema del razzismo”. “Ora è il momento della giustizia razziale”.

 

 

Ecco il piano Colao per rilanciare l’Italia

Due mesi di lavoro per Vittorio Colao ed è sono arrivate sul tavolo del premier Giuseppe Conte le 121 pagine di analisi divise in sei grandi aree di intervento: imprese e lavoro come “motore dell’economia”; infrastrutture e ambiente come “volano del rilancio”, turismo arte e cultura come “brand del Paese”; una Pubblica amministrazione “alleata di cittadini e imprese”; istruzione, ricerca e competenze “fattori chiave per lo sviluppo”.

Un piano da studiare con attenzione che potrebbe rappresentare un programma di lavoro per i prossimi governi per un’Italia che non ha, quasi, mai affrontato i suoi problemi rinviandoli di volta in volta.

Insomma, un buon inizio per i cosiddetti “stati generali” che tanto si invocano in questi ultimi giorni.

Iniziative per il rilancio “Italia 2020-2022”

 

UE: fuori gioco in Libia?

Lo si è detto e scritto tante volte: la vicenda libica è la plastica dimostrazione di quanto l’UE necessiti di una politica estera comune e al contrario non solo continui a non averla ma addirittura perseveri in divisioni interne che inevitabilmente producono danni agli interessi europei.

Come si sa, in politica non esistono spazi vuoti: per cui se l’Unione gioca in Libia di rimessa e divisa il minimo che può accadere è che qualcun altro cerchi di occupare lo spazio, di riempire il vuoto. Lo si diceva, lo si temeva. Ora è avvenuto. I futuri equilibri di questo Stato arbitrariamente costruito dalle (ex) potenze europee ai tempi delle colonie, che poteva essere tenuto unito solo da una dittatura feroce, ora saranno determinati da Russia e Turchia, sostenitrici delle due principali fazioni in lotta sul territorio ma a loro volta impegnate in un fitto e complesso dialogo (con annessa trattativa) che comprende altri luoghi, altre pedine dello scacchiere mediterraneo, uno scacchiere che dovrebbe interessare molto all’Europa, essendo le acque del Mare Nostrum per metà acque europee.

Nel giro di pochi mesi, mentre il mondo veniva progressivamente investito dall’emergenza COVID-19, la Turchia ha invertito il corso degli eventi bloccando l’avanzata verso Tripoli delle truppe del generale Haftar e aiutando il governo di Fajez al-Sarraj (originariamente sostenuto, ma solo a parole, dall’Italia oltre che dall’ONU) ad avviare una controffensiva orientata a recuperare porzioni sempre più ampie di territorio. Quindi un attore, Recep Tayyip Erdogan, sino a ieri inesistente in quel teatro è oggi uno dei suoi dominus. Un attore esigente: è datato solo pochi mesi (novembre 2019) l’accordo fra Tripoli e Ankara per costituire “zone economiche esclusive” nel Mediterraneo orientale (con le annesse attività estrattive) che ha preoccupato due paesi membri della UE (Grecia e Cipro), oltre a Israele e a importanti player europei del settore energetico.

Dall’altra parte non è che Putin sia rimasto a guardare: posto che il suo primario interesse mediterraneo resta la Siria, e posto che il sostegno offerto ad Haftar è stato per interposta milizia (quella mercenaria del Wagner Group) ora il Cremlino – consapevole delle difficoltà sempre più evidenti del generale della Cirenaica – riprende un dialogo mai interrotto con il Sultano per individuare una soluzione che possa soddisfare entrambi. La creazione di due stati libici, uno a ovest sostenuto dai turchi e uno a est appoggiato dai russi (e dagli egiziani) non è più solo un’ipotesi di scuola. E’ una concreta possibilità.

E in questo risiko dal quale sono praticamente esclusi, gli europei riescono a rimanere divisi: perché se l’Italia resta con al-Serraj (ma senza più influenza effettiva, anche in seguito al pasticciato tentativo di aprire qualche tempo fa un canale di trattativa con Haftar) la Francia e ora pure la Grecia rimangono al fianco del generale, legato però in primis ai russi e, in seconda battuta, agli egiziani. Una divisione storica dettata da rivalità energetiche che sta generando un fallimento epocale, considerati gli interessi in gioco. Ma che per l’Italia rischia d’essere anche un danno economico-energetico gigantesco, vista la sua dipendenza dal petrolio ma soprattutto dal gas libico. E col pericolo aggiuntivo di un controllo altrui del possibile aumento incontrollato dei flussi migratori, una volta superata la crisi sanitaria innescata dal Coronavirus. Guarda caso magari sotto il controllo di quello stesso Erdogan che si è fatto pagare dalla UE sei miliardi di euro per trattenere i migranti siriani in fuga verso l’Europa. Che si prepari al bis?

Friuli Venezia Giulia: altri fastidi

Siamo dominati da un panorama che ha tolto molta vivacità e ricchezza di pensiero. Pensiero politico, pensiero economico, in genere pensiero culturale. Oppure, lo ha confinato a restare dentro limiti sovrastanti. Qualcosa comincia a muoversi, ma sembra sempre essere sotto l’egida di quel mostriciatolo. Si fanno, a livello nazionale, i cosiddetti “stati generali”, ma sono sempre sotto il comando del caporale corona virus.

Dobbiamo mettercela in conto, questa fase sarà piuttosto lunga. Non si risolverà entro quest’anno. Ancorché trovassero farmaci e vaccini, l’economia, stordita come non mai, porterà i segni di questo grande malessere per i prossimi anni. Ricordiamoci sempre che adesso si spendono i soldi che vanno ad aumentare le casse del debito pubblico. E questo non smetterà mai di bussare alla nostra porta e saremo sempre costretti a tenerlo sotto controllo.

In tutto questo pandemonio, ci sono anche rivoletti politici di second’ordine rispetto alla caratura dei problemi economici, non certo però se presi in sé. Questi, ad onor del vero, per quel che sono, sono attraversati da aspetti comunque inquietanti.

Mi riferisco alle cose che si leggono. Che riguardano la nostra Regione. Che da noi stanno al centro della pagina. Che non possono essere trascurati. Ed è su questo che bisogna metterci almeno un po’ di attenzione.

Per esempio, chi pagherà il costo di quella nave? L’armatore rivendica un costo vivo. Un costo che è nato per una richiesta precisa. Richiesta che è giunta dalla nostra Regione. Non si tratta di pochi spiccioli. Ma di una cifra significativa. Pagherà pantalone? Pagheremo noi? In sostanza, con la cassa regionale?

C’è o on c’è un responsabile? O pensiamo che i lavori sulla nave siano frutto di qualche Spirito Santo? O ancora della Regione Veneto o Liguria?

Eh no! L’ordine è partito da qua. Da Trieste. Sappiamo che la Corte dei Conti ci sta mettendo sopra gli occhi. Vedremo quale conclusione trarrà.

Si è parlato di un clamoroso evento che vede implicata una società, la Euro & Promos, che si affida a qualcuno di questa Regione. E non un soggetto privato, ma un soggetto pubblico; un soggetto che rappresenta altri. Si trattasse di una bagattella, allora perderemmo il nostro tempo a sottolinearla. È successo ben altro. Si tratta di aspetti legati ad appalti in odor di mafia. Non è cosa quindi da trascurare. E anche in epoca di Covid-19, dobbiamo saper guardare questi fenomeni con l’occhio attento di chi vuole mantenere sempre alto il profilo etico di questa nostra terra.

Fatto salvo che il Presidente Fedriga resta ai margini di queste vicende, non può non guardare alle stesse con la preoccupazione che ho cercato di sottolineare. Capisco la sua difficoltà, ma il grande politico non sta mai all’ombra di decisioni rinviate.

Al via primo concorso pubblico con prove in digitale

Pubblicato  in Gazzetta ufficiale (IV Serie Speciale – ‘Concorsi ed Esami’) il primo bando di concorso elaborato sulla base delle innovative misure di semplificazione delle procedure volute dal ministro Dadone ed enucleate dall’articolo 247 del decreto Rilancio. Si tratta del reclutamento di 92 unità di personale non dirigenziale nell’area funzionale III, fascia retributiva F1, per diversi profili, nei ruoli dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo e del Ministero dell’Ambiente. La Commissione Ripam ha approvato il bando lo scorso 3 giugno. L’intera procedura sarà gestita da FormezPA e si svolgerà con il supporto di strumentazione informatica. La prova orale potrà essere tenuta in videoconferenza, attraverso l’utilizzo di mezzi informatici e digitali, garantendo comunque l’adozione di soluzioni tecniche che assicurino la pubblicità della stessa, l’identificazione dei partecipanti, la sicurezza delle comunicazioni e la loro tracciabilità.

Un altro elemento di novità è rappresentato dai quiz situazionali che saranno inseriti nella prova preselettiva e saranno finalizzati a rilevare le competenze attitudinali, le cosiddette ‘soft skill’, dei candidati. Sempre nell’ottica di definire il profilo completo dei partecipanti, viene richiesto a ciascuno di indicare, in fase di presentazione della domanda di ammissione al concorso, la motivazione alla base della candidatura, le esperienze lavorative svolte e le attitudini in possesso utili allo svolgimento delle mansioni per cui si concorre, le competenze informatiche possedute e la disponibilità ai trasferimenti.

In aggiunta, sulla base del decreto Rilancio sono state innovate le modalità di inoltro della candidatura stessa: si prevede infatti l’obbligo per gli interessati di presentare – entro quindici giorni dalla pubblicazione del bando in Gazzetta Ufficiale –  esclusivamente in via telematica la domanda di ammissione al concorso attraverso l’utilizzo di un’apposita piattaforma digitale (Step-One 2019) e del Sistema pubblico di identità digitale (Spid). Tutte le comunicazioni relative alla procedura concorsuale, compresa la pubblicazione della graduatoria finale di merito, saranno fornite ai candidati attraverso la piattaforma digitale.

Art Basel chiude i battenti per il 2020

Art Basel, la più importante fiera d’arte al mondo, ha deciso di annullare l’edizione 2020 a causa della pandemia da coronavirus. In un primo tempo l’evento, previsto inizialmente per giugno, era stato spostato a settembre. La decisione è stata presa “in stretto contatto con un ampio ventaglio di galleristi, collezionisti, partner ed esperti esterni”, hanno spiegato oggi gli organizzatori della manifestazione che dal 1970 si svolge annualmente a Basilea, in Svizzera.

Art Basel riaprirà i battenti nel giugno del 2021. Fattori decisivi per l’annullamento sono stati i rischi per la salute e la sicurezza di tutti gli interessati, i rischi finanziari per gli espositori e i partner, gli ostacoli ai viaggi internazionali e il fatto che il contesto normativo delle grandi manifestazioni in Svizzera non è ancora regolamentato.

Con il propagarsi dell’epidemia si era inizialmente deciso di spostare l’edizione 2020 da giugno a settembre: Art Basel avrebbe dovuto tenersi dal 17 al 20, con i due tradizionali giorni di anteprima – per addetti ai lavori e ospiti selezionati – fissati al 15 e 16 settembre. Gli organizzatori hanno indicato che la prossima edizione di Art Basel a Basilea si terrà dal 17 al 20 giugno 2021.

Aumenta il numero di ipocondriaci

Giulia Maffioli vicepresidente Anapp, Associazione nazionale psicologi e psicoterapeuti, ha dichiarato: “Stiamo toccando con mano i diversi effetti clinici e psichici del post isolamento da Covid.

Dalle sindromi ansiose-depressive riemerse improvvisamente, al desiderio di continuare a restare a casa ritirandosi dalla socialità fino a paure, a volte, anche invalidanti di contrarre la malattia. L’allerta ha scatenato situazioni sicuramente pregresse che, chissà, senza l’emergenza forse sarebbero rimaste ancora silenti. Sia chiaro,infatti, un aspetto: chi oggi manifesta in modo evidente una simile tendenza aveva già in sé una modalità di paura e controllo”.

“Tutto è accaduto all’improvviso sia per chi si è ritrovato con l’ansia da ipocondriaco sia per i suoi familiari che sicuramente hanno problemi di convivenza.

Il forte bisogno continuo di controllo, in questo momento, si scontra con la realtà anche la situazione sta lentamente regalando segnali positivi. La lotta è impari, dal momento che non si ha a che fare con il razionale. Sembra difficile smettere. Importante è aiutarli a capire che si tratta di una situazione transitoria senza scherzare troppo o criticare”.

Ultima chiamata per l’ italia

Dall’Europa, nei prossimi mesi, arriverà l’ultima chiamata per l’Italia. Si, l’ultima chiamata. L’ultima chiamata per coloro ai quali interessa che il nostro Paese abbia un futuro ben saldo e rivesta un ruolo centrale nell’Unione Europea e nelle sue articolazioni istituzionali interne. Una ultima chiamata alla quale la classe dirigente del nostro Paese, sia politica che tecnico-imprenditoriale non può sottrarsi, pena lo scivolamento progressivo del Paese verso i margini decisionali e politico-economici dell’Unione. Ne sarà all’altezza? Sarà in grado di progettare adeguatamente il futuro del nostro Paese, se non per noi almeno per i nostri figli e nipoti, per quella che sarà, tra 20-30 anni, la “next generation EU”?

La crisi, prima sanitaria e poi economica, scatenatasi durante la diffusione del Coronavirus ha profondamente cambiato le priorità dell’Unione Europea, facendone saltare improvvisamente ogni forma di improvvido rigore economico. Con l’eccezione di alcuni Stati membri tendenzialmente riottosi a forme di indebitamento solidale a favore di Stati notoriamente meno rigorosi nella allocazione ed utilizzo delle proprie risorse, ( e purtroppo come l’Italia sotto la lente di ingrandimento per precedenti fenomeni di corruzione ed infiltrazioni della criminalità) il prossimo 19 giugno il Consiglio Europeo discuterà senza sostanziali modifiche la proposta della Commissione europea, che rafforza la precedente proposta franco-tedesca e tiene conto del maggior impatto dell’emergenza sanitaria in Italia e Spagna.

Anche qualora vi fossero divergenze da appianare, un secondo Consiglio europeo, previsto per la prima metà di luglio, dovrebbe dare il semaforo verde alla proposta di interventi poderosi da parte della Commissione, sino ad arrivare al voto del Parlamento Europeo sul bilancio pluriennale dell’Unione. 

Ed è qui che il Parlamento giocherà le sue carte, intervenendo anche sugli strumenti adottati per la ripartenza europea dopo la pandemia, da un lato contribuendo alla individuazione dei tetti massimi di spesa dall’altro contribuendo ad identificare le nuove entrate dell’Unione e dunque quali settori colpire (Digital Tax, tassa sulla plastica e/o sul carbone), ovviamente dovendo al contempo prefigurare le inevitabili ricadute su questi settori produttivi.

Infine, la ratifica da parte dei singoli Parlamenti nazionali dovrebbe far diventare finalmente operativi gli aiuti finanziari a partire dal primo gennaio 2021. 

Ma di cosa si discute in concreto? E cosa può fare l’Italia nel frattempo, oltre che provare strenuamente a resistere fino alla fine dell’anno mentre sempre più si addensano i segnali della crisi economica?

Gli aiuti economici

Mai l’Unione Europea aveva nesso in campo un progetto di interventi economici così ambizioso ed in così poco tempo (normalmente un processo simile avrebbe comportato in passato almeno due anni di discussioni e tempi di approvazione). 

Si tratta di una riforma di tipo strutturale, con effetti nel medio-lungo periodo e che verrà adottata comunque preservando il bilancio dell’Unione, anch’esso profondamente modificato. Un insieme di contributi a fondo perduto e di prestiti (per questi ultimi si ipotizza oltre ad un tasso bassissimo una scadenza trentennale o addirittura sino al 2058) che non ha nulla a che fare con quanto l’Unione Europea adottò per fronteggiare la crisi del 2008 e quella del 2012.

Tralasciando quanto già fatto dalla Banca Centrale Europea con l’acquisto massiccio di titoli italiani a supporto della nostra economia, (oltre 37 miliardi negli ultimi due mesi), ecco quale potrebbe essere lo scenario dei futuri aiuti economici per l’Italia:

  • dal Sure: 15-20 miliardi per le politiche per l’occupazione ed il lavoro;
  • dal MES: 37 miliardi per le spese sanitarie;
  • dalla rimodulazione dei Fondi di Coesione 2014-20: 6-7 miliardi;
  • dalla BEI: 35 miliardi;
  • dal progetto Next Generation EU: 90 miliardi di prestiti agevolati più 80 di sovvenzioni.

Una somma enorme, da spendere nel biennio 2021-23 e pari a circa il 15% del nostro PIL. 

L’Italia, a fronte di questi aiuti (e con buona pace dei sovranisti) se sarà in grado di spendere questi fondi non sarà più un Paese contributore netto ma entrerà nel novero degli Stati che ricevono dall’Europa più di quanto danno annualmente come quota di partecipazione. 

Il ruolo dell’Italia: un progetto per il Paese

Ma saremo in grado, come Paese, di fare la nostra parte, cioè di saper beneficiare di questa enorme mole di denaro? Dopo anni nei quali l’Italia si collocava agli ultimi posti in Europa a causa del divario tra i fondi stanziati a suo favore e la realizzazione concreta delle opere, soprattutto per il mancato utilizzo nelle Regioni del Sud, ed una media di utilizzo poco superiore al 50% dei fondi stanziati a suo favore, ora da alcuni anni le cose vanno molto meglio. E tuttavia, secondo un articolo di Giuseppe Chiellino su “Il Sole 24 ore “del 9 gennaio di quest’anno, l’Italia non era stata comunque in grado di utilizzare “un tesoretto di 38 miliardi di euro, di cui circa una trentina finanziati dalla politica di coesione dell’Unione europea: sono le risorse che le Regioni e alcuni Ministeri dovranno spendere entro il 2023 per realizzare progetti e iniziative per i quali sono già stati impegnati”.

Resta quindi da sciogliere il nodo della nostra competenza progettuale e della efficacia concreta delle nostre azioni, oltre che della burocrazia. A ciò si deve aggiungere la vigilanza sulla qualità della proposta politica e progettuale sia a livello regionale che a livello centrale.

La crisi indotta dal Coronavirus può trasformarsi per l’Italia in una straordinaria occasione di rilancio economico, di rinnovamento strutturale, di individuazione di priorità e di aree economico-produttive per le quali mirare all’eccellenza europea e mondiale. A livello europeo i Commissari Thierry Breton (Mercato Interno) e Paolo Gentiloni (Economia) stanno lavorando insieme per definire gli interventi che arriveranno ai singoli Stati, e da questi alle Regioni e a cascata a quelli che saranno individuati come distretti produttivi all’interno dei territori regionali.

È tempo che il dibattito delle forze politiche italiane si alzi di livello, mettendo da parte sterili ed inutili polemiche. Serve un piano complessivo e forte di rilancio del Paese, che veda un confronto politico su temi concreti, sulla “idea” di Paese che si vuole proporre. Un piano che sia già pronto per Settembre e che sia presentato in forma credibile alle forze sociali ed imprenditoriali del Paese, al Parlamento e successivamente spiegato in forma  strutturata all’Unione Europea, per dare concretezza finalmente ad una visione sul futuro del Paese che modelli una società davvero moderna ed innovativa, aperta al contributo delle nuove generazioni, improntata allo sviluppo eco-sostenibile ed alla digitalizzazione ad ogni livello, in linea con le priorità dell’Europa Digitale e del Green Deal, tematiche che vedranno fortemente impegnate le Istituzioni europee nei prossimi anni.

È l’ultima chiamata. Non sprechiamola.

 

Arnaldo Benini: La mente fragile L’enigma dell’Alzheimer

Prof. Benini, il suo libro “La mente fragile  L’enigma dell’Alzheimer” (dal nome dello psichiatra e neuropatologo Alois Alzheimer che nel 1906 per primo descrisse la demenza presenile)  pone in evidenza il carattere “enigmatico” dell’Alzheimer. ”Enigmatiche” sono ancor oggi l’insorgenza, la progressiva degenerazione delle facoltà mentali, la ricerca di possibili terapie. Eppure si tratta di una malattia diffusa e tragica.  Prima di parlarne, le chiedo se è vera l’opinione molto diffusa che la demenza è inevitabile nell’età avanzata e che essa si annuncia con impedimenti, anche modesti, delle capacità cognitive (memoria, concentrazione, ecc) già a metà dei sessanta anni. Se a quell’età si comincia a dimenticare un nome o un numero di telefono si è colti dal terrore d’essere sulla strada della demenza

L’opinione che l’indebolimento cognitivo, che inizia a manifestarsi di regola nei sessantenni, sia il preavviso della demenza è falsa. L’indebolimento cognitivo è, in misura diversa da persona a persona, pressoché  la regola, ma solo un quarto delle persone in età avanzata o molto avanzata è demente, e dei pochi centenari quasi nessuno lo è. Il numero dei dementi si può ridurre con adeguate e disciplinate misure preventive, che poi sono, lo vedremo, le stesse che si raccomandano da sempre per vivere meglio e più a lungo.

Come ogni altro organo, il cervello s’invecchia e il suo invecchiamento si manifesta con un declino dell’attività mentale, che però non compromette la condotta di vita, le consuete attività, anche creative, e la convivenza. Il modesto indebolimento cognitivo (dimenticanze, non “arriva” una data o il nome di persone e località, non si trova ciò che s’è riposto poco prima, dubbi su numeri di telefono e passwords, a volte le donne comprano un vestito che avevano già, ecc.) è avvertito inizialmente solo dalla persona colpita. È la condizione che i gerontologi chiamano dimenticanza senescente benigna. In uno stadio più avanzato i mancamenti cognitivi, pur se discreti (come la richiesta o la ripetizione della stessa cosa più volte), sono avvertiti anche dai conviventi.

Può diventare impossibile apprendere nuove tecnologie, ad esempio informatiche, o concentrarsi a lungo. È lo stadio del deterioramento cognitivo lieve, indicato, ovunque nel  mondo, con l’acronimo inglese MCI (mild cognitive impairment). Non è demenza, che è la progressiva e inarrestabile distruzione dei meccanismi mentali, ma  la manifestazione dell’invecchiamento del cervello, che si manifesta nella maggioranza delle persone oltre i 65 anni. L’indebolimento cognitivo si contrasta con impegni mentali (letture, conversazioni a tema, ascoltare musica, disegnare, ecc), che possono avere risultati sorprendenti. Solo in un quarto dei casi disturbi analoghi sono la prima manifestazione della demenza, che peggiorerà e porterà a morte entro 7-10 anni.

Possiamo stabilire una sorta di equivalenza tra l’Alzheimer e la demenza – in quanto descrizione di un processo di declino – o la seconda definizione va piuttosto intesa come lo stadio conclusivo della patologia fino alla sua irreversibilità?

Dopo un secolo di ricerche, che hanno insistito prevalentemente e a lungo sul presupposto, già da Alzheimer giudicato incoerente, che la demenza fosse dovuta al progressivo accumulo nel cervello di sostanze di scarto (una débâcle con pochi eguali nella storia della scienza), finalmente gli enigmi dell’Alzheimer si stanno chiarendo. Ora che si sa che la demenza – cioè la distruzione inarrestabile dei meccanismi della mente – ha diverse cause pur se con segni e sintomi identici, si parla non di malattia ma di sindrome d’Alzheimer,  cioè di sintomi e segni da cause diverse, che provocano una lenta e progressiva degenerazione del tessuto cerebrale. Ci vogliono anni prima che il danno si manifesti, e per questo la demenza è una sindrome dell’età avanzata. All’epoca di Alzheimer l’attesa media di vita era di 50 anni, e nei libri di psichiatria del tempo s’imparava che il  cervello, fra tutti gli organi, era quello che meno d’ogni altro risentiva degli inconve-nienti dell’età. La breve durata della vita preservava dall’inde-bolimento cognitivo e dalla demenza.

La sindrome d’Alzheimer consiste  in un processo degenerativo delle capacità cognitive che si conclude con una condizione di dissociazione dalla realtà che passa attraverso fasi di progressivo declino delle facoltà mentali: la conoscenza, la memoria, l’identificazione del se’ in rapporto agli altri  – per usare una metafora – come se una spugna cancellasse il passato, offuscasse il presente e rimuovesse ogni futuro.  Ci vuole  riassumere il decorso tipico dell’orribile tragedia dell’Alzheimer?

Le prime due fasi, già descritte, sono l’indebolimento della memoria e l’MCI. Molte persone avanti con gli anni si trovano prima o poi in queste condizioni, e in quelle rimangono fino alla fine. Non si tratta, lo ripetiamo, di demenza. L’equivoco nasce dal fatto che anche le prime manifestazioni della demenza sono simili, a volte anche per un paio d’anni, alla condizione di MCI. Agitazione, ansia senza motivo, irritabilità, depressione, apatia, sono sintomi frequenti dello scivolamento verso la demenza. Un disturbo allarmante è il disorientamento spaziale, inizialmente sporadico, poi sempre più frequente: la persona colpita, pur in un ambiente familiare, improvvisamente non sa dove si trovi, come andare a casa, dove sia la stanza che cerca, ecc. Anche il senso del tempo (specie della durata) può essere alterato.  Asocialità, o, come dicono gli psichiatri, “appiattimento degli affetti”, depressione medio-grave, disturbi del linguaggio, imbarazzo ad affrontare incombenze comuni, difficoltà fino all’impossibilità di compiere movimenti anche banali sono segni evidenti della demenza. La memoria episodica è sempre più compromessa, anche a brevissimo termine, e la persona non è più autosufficiente. Nella fase più avanzata essa non è in grado di provvedere alle incombenze più semplici (vestirsi, fare il bagno, pulirsi i denti), non sa usare oggetti comuni e progressivamente perde la consapevolezza di sé. Di regola c’è incontinenza per urine e feci. Manca la consapevolezza della propria condizione mentale e fisica, e quel che dice è talmente sconnesso che è difficile o impossibile capirlo. L’irrequietezza, la paura (ad esempio di rimanere soli) a volte la vergogna, portano spesso a scoppi di violenza verbale e fisica, rendendo indispensabile i sedativi. Nell’ultimo stadio il paziente può sopravvivere solo se accudito in tutto e permanentemente. È una condizione tremenda, la peggiore che si possa immaginare.

Quali sono le cause che determinano o favoriscono l’insorgenza della patologia specificamente diagnosticata come Alzheimer? Nel suo libro si legge che di norma essa si manifesta verso i 65 anni.              

Segni e sintomi della sindrome d’Alzheimer insorgono verso i 65 anni, perché, l’abbiamo visto, le lesioni cerebrali che li provocano peggiorano lentamente. All’epoca di Alzheimer la vita media durava 50 anni, e quindi non solo le demenze ma anche il deterioramento cognitivo, erano rari.

Ancora agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso si parlava, a proposito dell’Alzheimer, che aveva iniziato a popolare le case cosiddette protette, di una “silenziosa epidemia”. Oggi essa è una piaga sanitaria e sociale che rischia di finire fuori controllo: la condizione fondamentale che ne determina l’espansione è il progressivo allungamento della durata della vita, che oggi, per maschi e ancor più per femmine, supera gli 80 anni e continua a crescere. L’allungamento di 6 anni dell’attesa di vita ha raddoppiato il numero dei dementi. Oggi i dementi senili nel mondo sono circa 50 milioni, nel 2050, anche con la diminuzione  dell’incidenza annuale in seguito alle misure preventive, si calcola che saranno circa 130 milioni. Se l’età avanzata è la condizione predisponente della demenza le cause sono quelle che determinano una sofferenza cronica del cervello, e che si dovrebbero prevenire: in primo luogo i disturbi cardiovascolari, in particolare l’ipertensione arteriosa a partire dai 40 anni d’età e la fibrillazione atriale non diagnosticate e curate in tempo; inoltre diabete, eccessivo peso corporeo, tabagismo, alcolismo, uso (non solo abuso!) di tutte le droghe, anche della cannabis, ridotta attività fisica, ridotto impegno intellettuale, insonnia, depressione, basso livello della vitamina B12: queste sono le condizioni che compromettono la materia del cervello e portano progressivamente alla demenza. Esse provocano lesioni cerebrali incurabili, e quindi la demenza è irreversibile.

Negli ultimi tempi si sottolinea da più parti e con casistiche molto ampie, che l’ipertensione arteriosa insorge spesso senza disturbi  a 40-50 anni, non viene diagnosticata e quindi non curata per anni, e il danno da essa prodotto nel cervello porterebbe più di altre malattie alla demenza. Da qui la raccomandazione di misurarsi la pressione arteriosa regolarmente a partire dai 45 anni d’età. Questa misura preventiva è in ogni caso opportuna perché l’ipertensione arteriosa provoca molti e spesso gravi disturbi. Con gli apparecchi di oggi ognuno può misurarsela da solo a casa. La demenza non si cura. L’unico provvedimento è la prevenzione, che, ad esempio nel caso dell’ipertensione arteriosa e dei disturbi cardiocircolatori, sta dando risultati sorprendenti. L’informazione circa l’opportunità della prevenzione andrebbe organizzata su larga scala dalla medicina di base.

 Oltre allo stile di vita sbagliato esiste anche una componente ereditaria?

La risposta non é conclusiva, perché non si sa ancora tutto. La lunghezza della vita è un fattore genetico come l’altezza del corpo e il colore dei capelli. Oltre al limite genetico non si può vivere. Quanto a lungo si vive  dipende poi da ciò che si fa e ci succede nella vita. Abbiamo visto quali sono le condizioni che danneggiano il cervello accorciando la vita dei neuroni. Mutazioni genetiche casuali possono accorciare la vita dei neuroni nel senso di una forma genetica della demenza (non ereditaria) contro la quale nulla si può fare. Difficile valutarne la frequenza: meno di un quinto dei casi. Di regola questi pazienti sono più giovani.

Mi pare di cogliere nel suo libro la consapevolezza che la medicina e la ricerca clinica hanno compiuto notevoli passi in avanti nello studio di questa malattia.

Alzheimer, nel 1906, descrisse nel cervello della sua paziente 52enne affetta da “demenza presenile” sostanze che poi trovò in gran  quantità anche in cervelli di persone morte senza demenza. Non tutti i cervelli di dementi avevano quelle sostanze, per cui concluse, secondo la buona regola della medicina,  che se la demenza insorgeva con e senza quelle sostanze, esse non potevano esserne la causa. Ancor oggi si continua a sostenere da molte parti, a dispetto dell’evidenza, che la demenza dell’età avanzata è dovuta alle placche amiloidi e alle fibrille descritte da Alzheimer.  Su questa teoria palesemente falsa si è sviluppata una prassi d’accertamenti con risonanze magnetiche e punture lombari fastidiosa e totalmente priva di senso: la presenza di placche e fibrille, anche numerose, non significa che la persona diventerà demente.  

La diagnosi cosiddetta precoce in pazienti  sani di mente pone certamente un problema non banale di  etica medica. Ce ne vuole parlare?

Certamente. Per la prima volta nella storia della medicina, procedimenti che dovrebbero salvaguardare da danni futuri con diagnosi precoci e precliniche, pongono problemi etici di cui si parla poco. Nei casi di MCI, frequenti in età avanzata, senza disturbi del comportamento, non è lecito spaventare il paziente e i suoi familiari con la previsione d’ammalare di Alzheimer: la prognosi, l’abbiamo visto, è impossibile. Si può vivere con MCI per molti anni o precipitare nella demenza più grave in poco tempo. Si sostiene da più parti, senza fondamento, che la diagnosi precoce, prima dell’insorgenza di disturbi, cioè in persone sane, della presenza di placche e fibrille nel cervello consentirebbe prevenzioni e cure più efficaci. Quali? Non ne esiste nessuna, oltre alle prevenzioni generiche. Che senso ha cercare lesioni in persone sane di mente, di cui non si sa se e quando avranno i mancamenti della demenza? A chi si deve raccomandare un’indagine in uno stadio preclinico della malattia, quando si sa che molti di coloro con placche e fibrille rimarranno sani di mente fino ad età avanzata? E che non si conosce nessun provvedimento per prevenire o rallentare la demenza? La diagnosi di demenza è clinica.

Il medico che si occupa di malattie come l’Alzheimer non è forse  inevitabilmente indotto  a considerare con  trasporto emotivo  anche  i risvolti umani di queste storie dolorose?

Si è già sottolineato che la condizione del malato d’Alzheimer è fra le peggiori che si possano immaginare. Si dice che il paziente non ne è cosciente, e forse questo è vero ed è per lui una fortuna. Ma ci sono momenti, e chi ne ha avuto esperienza non li dimentica, in cui anche il malato grave che sembra ignorare tutto, improvvisamente, quasi sempre urlando, si chiede: “Ma perché tutto questo? Quanto devo ancora vivere così?” Sono momenti di una consapevolezza la cui angoscia è inimmaginabile.

 

Ancora non abbiamo visto un euro. Lettera aperta al Ministro dell’Economia e delle Finanze

Signor Ministro,

sono il titolare di una di quelle migliaia di micro imprese che, insieme alle piccole e medie aziende, costituisce lo zoccolo duro del sistema produttivo italiano e, quindi, il tessuto connettivo della economia nazionale.

Le scrivo, appunto, da piccolo imprenditore ma,per significa rLe la correttezza ed onestà intellettuale del ragionamento che segue, anche da elettore e militante del Partito Democratico, al quale sono iscritto fin dal primo giorno della sua costruzione. 

Come tutti gli italiani sono stato vittima della situazione determinata dalla pandemia ed ho apprezzato e condiviso l’approccio con il quale il Governo del quale Ella è membro forse il più importante dopo il Presidente del Consiglio dei Ministri. 

Ho seguito con attenzione il dibattito interno al Governo sulle misure economiche e finanziare adottate a sostegno del complessivo apparato sociale nazionale ed ho considerato congrue, alle condizioni date, le decisioni adottate al riguardo.In conseguenza ho svolto tutte le pratiche necessarie per avere accesso alle provvidenze previste a favore delle partite Iva e delle imprese, fiducioso in un sufficientemente e realisticamente rapido sviluppo dell’intervento governativo.

Ho giudicato altresì positivo il successivo Decreto Rilancio che, per rimanere nel perimetro iniziale, ha ridato speranza a quel ceto produttivo che si è trovato ad avere necessità di sostegno anche per rispettare gli impegni finanziari connessi alle locazioni dei locali utilizzati per lo svolgimento delle diverse attività lavorative.

Signor Ministro,

tutto ciò detto, Le rappresento, di certo retoricamente, che io e gran dei miei compagni di avventura a tutt’oggi non abbiamo ricevuto un euro e viviamo in uno stato di grande  incertezza professionale ed in una analoga prostrazione personale.

Intervenga, Signor Ministro, per quanto di Sua diretta competenza e per quello che il prestigio Suo e della Sua funzione Le consentono di fare nei confronti di terzi interessati e responsabili.

Due o tre generazioni di artigiani, piccoli e medi, di commercianti e imprenditori e di professionisti affermati o alle prime armi, attendono da qualche mese una concreta risposta alle loro legittime istanze.

Certo che Ella, come uomo politico e di Governo, comprenderà il senso più vero della mia interlocuzione, La prego di scusarmi del mio anonimato, dovuto al dettaglio della mia iscrizione al Partito Democratico, e abbia i miei più cordiali saluti.

50 anni dalle prime elezioni regionali: la dichiarazione del Presidente Mattarella.

Cinquant’anni or sono i cittadini delle Regioni a statuto ordinario vennero chiamati per la prima volta alle urne per eleggere i loro rappresentanti nei Consigli regionali. Si completava così il disegno dei Costituenti e la democrazia nel nostro Paese compiva un ulteriore, significativo passo in avanti, ampliando le sue basi e rafforzando il carattere pluralista delle sue istituzioni.

La Repubblica nasce nel rifiuto del carattere autoritario e centralista dello Stato, inasprito dal regime fascista, contro la tradizione dei liberi Comuni e delle identità dei territori, ricchezza della civiltà dell’Italia.

Il principio di autonomia, delle Regioni e degli enti locali, è alle fondamenta della costruzione democratica, perché appartiene al campo indivisibile delle libertà e costituisce un regolatore dell’equilibrio costituzionale.

L’esperienza delle Regioni ha attraversato diverse stagioni, è stata oggetto di confronti molto intensi, e di riforme che hanno modificato non solo il profilo legislativo e amministrativo degli enti, ma anche il funzionamento complessivo dei poteri democratici della Repubblica.

Dopo mezzo secolo di esperienza la riflessione è ancora aperta, e la stessa lotta alla pandemia ci ha posto di fronte a nuovi interrogativi su come rendere migliore il servizio ai cittadini ed evitare che conflitti e sovrapposizioni tra istituzioni possano creare inefficienze paralizzanti o aprire pericolose fratture nella società.

La libertà dei territori e l’autonomia delle comunità sono un contributo all’unità nazionale, nel quadro di una leale collaborazione tra i diversi livelli istituzionali.

Le intese tra Stato, Regioni, Comuni, Province sono parte qualificante dell’azione di governo.

Le diversità – se non utilizzate in modo improprio – sono un moltiplicatore di crescita civile, economica, culturale.

L’Europa stessa è chiamata a valorizzare la dimensione regionale, come vettore di integrazione.

Affinché il pluralismo e la sussidiarietà assumano il valore che è loro proprio, è necessario che questi concorrano alla realizzazione dei principi fondamentali di solidarietà e di uguaglianza sanciti dalla Costituzione.

Le Regioni e le autonomie degli enti locali accresceranno le opportunità del Paese, anche in questa stagione di ripartenza, se sapranno contribuire a garantire e rendere effettivo il carattere universale dei diritti sociali e di cittadinanza del popolo italiano, al cui servizio tutte le istituzioni democratiche sono poste.

Siamo chiamati a una prova impegnativa: l’Italia ha le carte in regola per superare la sfida. Non vincerà da solo un territorio contro un altro, non prevarrà una istituzione a scapito di un’altra, ma solo la Repubblica, nella sua unità.

Decisiva sarà la capacità di tenere insieme pluralità e vincolo unitari

Nasce l’alleanza interparlamentare internazionale contro Pechino

Un gruppo di parlamentari di sette paesi (Regno Unito, Giappone, Canada, Norvegia, Svezia, Germania, Australia e Stati Uniti) e dell’Unione europea ha annunciato la creazione dell’Alleanza interparlamentare sulla Cina, con l’obiettivo di affrontare la “minaccia” rappresentata dalla crescente influenza cinese nel mondo.

In una dichiarazione video pubblicata su Twitter, il gruppo afferma di voler “costruire risposte appropriate e coordinate” alla minaccia di Pechino ai valori democratici e sostenuto che a questo scopo è necessaria una cooperazione internazionale fra i paesi membri.

Fra i copresidenti del gruppo ci sono il senatore repubblicano statunitense Marco Rubio e il senatore democratico Robert Menendez, l’ex ministro della Difesa giapponese Gen Nakatani, il rappresentante del comitato per gli affari esteri del Parlamento europeo Miriam Lexmann ed il parlamentare britannico conservatore Iain Duncan Smith.

La Cina ha reagito dichiarando che: ” La Cina è una forza per un cambiamento positivo. La formazione dell’alleanza giunge in un momento critico nelle relazioni internazionali tra la Cina e diversi paesi occidentali”.

Riapre l’eremo di Caresto

Nel prossimo week end del 13 e 14 giugno riapre l’eremo di Caresto, sospese a causa del coronavirus. Le attività saranno rivolte principalmente a famiglie, fidanzati, gruppi che possono chiedere di partecipare a esercizi spirituali specifici allo scopo di migliorare la buona relazione familiare, grazie a una metodologia attiva (tra i due partner) e pratica, ormai ben conosciuta dopo una esperienza pluridecennale.

Nel prossimo ritiro l’attenzione e il lavoro di coppia verterà su “La relazione sessuale, sua importanza, le problematiche e le modalità per superarle”.

Disponibile un programma specifico per i figli che accompagneranno i propri genitori. L’eremo di Caresto si trova nel comune di Sant’Angelo in Vado, diocesi di Urbino, che l’ha riconosciuta come associazione privata nell’anno 2012. Info su sito internet: www.caresto.it.

Pelle umana creata in laboratorio

La rivista Nature pubblica i dati di un team dell’Harvard Medical School di Boston che potrebbero fornire uno strumento per studiare la produzione di pelle umana, ma anche modelli di malattia e approcci di chirurgia ricostruttiva.

La Pelle umana è stata creata in laboratorio a partire da cellule staminali pluripotenti umane, in grado di formare “tessuto cutaneo a più strati con follicoli piliferi, ghiandole sebacee e circuiti neuronali” se coltivate ​​per 4-5 mesi.

Il team di Karl Koehler descrive un sistema di coltura in grado di generare organoidi cutanei da cellule staminali pluripotenti umane attraverso un’attenta ottimizzazione delle condizioni di crescita. Dopo un periodo di incubazione di 4-5 mesi, gli organoidi presentavano distinti strati di epidermide e derma, nonché follicoli piliferi con ghiandole sebacee e circuiti nervosi.

Un paese in bilico. Per quanto ancora?

La politica italiana è bloccata. Arrugginita e grippata in categorie rigide di destra e sinistra. Ed in modo sporadico il centro. Centro evocato e dibattuto specialmente da quel mondo cattolico, che insiste a sottolineare la propria identità ma, che non riesce più a dare un contributo degno della sua storia.

Recinti che servono solo a creare bassi livelli di competenza, indottrinamenti di parte di popolo insoddisfatto che ascolta solo la propria “pancia” e che non riesce ad uscire dalle difficoltà. Movimenti che vanno dal “vaffa day” agli “arancioni” passando per i no-vax, i salvinisti e “meloniani”.

Già questo panorama della politica è sconfortante, ma c’è un altro risvolto sconcertante. Si invoca un “Kennedy” che sappia avere una visione e “incantare” il popolo, indicare la strada che porta ad un futuro di benessere e di giustizia. Ma succede che un Paese così degradato tende ad eliminare chi emerge e tenta il cambiamento.

È così forte questa tendenza suicida che negli stessi partiti si scatena una crisi di rigetto che arriva al “political assassination” di chi mette a repentaglio il “quieto vivere” della maggioranza. E il sistema dei media con complicità di parte, malata, della magistratura, completa l’opera deleteria.

La nostra fortuna è che abbiamo un presidente della Repubblica come Mattarella, che sovrasta per senso istituzionale, sensibilità e intelligenza politica questo deserto. Ma può un Paese essere così in bilico? E per quanto?

USA, le ragioni della protesta

Articolo pubblicato sulla rivista della Treccani “Atlante” a firma di Martino Mazzonis

Nel 2015 la polizia degli Stati Uniti ha ucciso 1146 persone, 307 tra queste erano afroamericani. Nel 2016 i morti furono 1093 e tra questi i neri 266. I dati sul 2017 sono più completi e ci raccontano di 1477 uccisi, 149 tra questi erano disarmati e i neri erano 51. Le differenze tra Stati e dipartimenti di polizia sono abissali e non hanno nulla a che vedere con il tasso di criminalità così come il tasso di incriminazione dei poliziotti che uccidono non ha nulla a che vedere con la gravità degli atti compiuti (1%). La popolazione afroamericana degli Stati Uniti è pari a circa il 12% del totale e questi pochi dati messi in fila spiegano bene perché intere città d’America siano in fiamme dopo che il video in cui George Floyd viene soffocato a morte per nessun motivo è finito in rete.

Minneapolis, Los Angeles, Oakland, Denver, Cleveland, Washington, Chicago, Portland sono tra le città dove più forte è la protesta e in cui sono in vigore forme di coprifuoco. Ma ci sono differenze e questioni su cui porre l’attenzione. Partiamo dalla reazione delle forze dell’ordine che è molto differenziata e contribuisce non poco a far crescere la tensione o a calmare gli animi. Sui social network i video che mostrano azioni sopra le righe non si contano: SUV contro la folla a New York, pallottole di gomma contro le finestre aperte da parte della guardia nazionale in un quartiere tranquillo di Minneapolis, gesti razzisti da parte di agenti in divisa o in borghese, diversi fotoreporter, giornalisti, cameraman feriti, picchiati o arrestati.

Sui social network troviamo però anche la capo della polizia di Atlanta che parla con i manifestanti o lo sceriffo di Flint, la città natale di Michael Moore, che decide di marciare assieme ai manifestanti. Questa scelta dovrebbe venire particolarmente apprezzata perché tra le rivendicazioni che si sentono urlare in strada c’è proprio la richiesta di veder riconosciuta l’esistenza di un razzismo istituzionale. Poi ci sono migliaia di persone, la maggioranza, che ovunque manifestano pacificamente, impediscono i saccheggi, cacciano gruppi di manifestanti organizzati arrivati per scontrarsi con la polizia.

Qui l’articolo completo

Joe Biden è ufficialmente candidato contro Trump

Joe Biden ha raggiunto la soglia dei 1.991 delegati necessaria per assicurarsi la nomination democratica per la sfida a Donald Trump il prossimo novembre.

L’ex numero due di Barack Obama e’ stato il candidato designato del partito democratico dallo scorso aprile quando l’ultimo rivale in gara, Bernie Sanders, ha gettato la spugna. Ma il rinvio delle primarie a causa del coronavirus non ha consentito a Biden di raggiungere la fatidica soglia fino al voto dello scorso 2 giugno: si e’  presentato all’appuntamento con circa 1.550 delegati e se ne e’ aggiudicati almeno 441 sui 479 in palio.

La nomination gli sara’ tributata formalmente alla convention democratica il prossimo agosto.

Istat, botteghe alimentari alla riscossa con +11,2%

Si spende solo per mangiare con gli acquisti di prodotti alimentari che sono aumentati del 6,1% ad aprile in controtendenza al crollo generale fatto registrare dal commercio. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti in riferimento ai dati Istat sul commercio al dettaglio nel mese di aprile. Le vendite di prodotti alimentari – sottolinea la Coldiretti – aumentano in tutte le tipologie di dettaglio dalla grande distribuzione (+6,9%) ai discount (+9,3%) fino alle piccole botteghe alimentari che fanno segnare il record dell’11,2%.

Un aumento pari a quasi il doppio della media per il cibo che – spiega la Coldiretti – dovuto alla ricerca nel momento degli acquisti del rapporto personale di fiducia maggiormente garantito nei piccoli negozi in un momento di grande incertezza ma anche alla necessità di evitare lunghi spostamenti per rispettare le misure di sicurezza imposte e ridurre i rischi.

L’approvvigionamento alimentare degli italiani durante il lockdown – continua la Coldiretti –  è stato garantito grazie a 3 milioni di lavoratori che nonostante i rischi per la salute hanno continuato a lavorare in piena pandemia in 740mila aziende agricole, 70mila industrie alimentari e 230mila punti vendita in Italia, tra ipermercati (911) supermercato (21101), discount alimentari (1716), minimercati (70081 e altri negozi (138000).

La filiera agroalimentare Made in Italy dai campi agli scaffali – sottolinea la Coldiretti – ha tenuto nonostante la tendenza all’accaparramento e al verificarsi di pericolose file che hanno provocato una impennata degli acquisti al dettaglio. Un risultato che tuttavia anche a causa di distorsioni e speculazioni non si è trasferito adeguatamente al settore primario dove quasi sei aziende agricole su dieci (57%) che stanno affrontando una situazione di crisi secondo l’analisi Coldiretti/Ixe’.

 

Dl Liquidità: superate le 500mila domande arrivate al Fondo di Garanzia

Sono 523.354 per un importo di euro 24.555.364.155,88 le richieste di garanzie pervenute al Fondo di Garanzia nel periodo dal 17 marzo al 4 giugno 2020, lo comunicano il Ministero dello Sviluppo Economico e Mediocredito Centrale.

Di queste domande:

  • 520.431 sono quelle pervenute ai sensi del decreto Cura Italia e Liquidità per un importo di euro 24.237.707.561,27, in particolare:
    • 475.922 operazioni riferite a finanziamenti fino a 25 mila euro, con copertura al 100% per un importo finanziato di euro 9.746.151.899,30, per i quali l’intervento del Fondo è concesso automaticamente e possono essere erogati senza attendere l’esito definitivo dell’istruttoria da parte del Gestore;
    • 686 operazioni di riassicurazione con copertura al 100% per finanziamenti di durata fino a 72 mesi;
    • 112 operazioni con copertura del garante fino al 100% e copertura la 90% del Fondo;
    • 13.795 operazioni di garanzia diretta con copertura al 90% per finanziamenti di durata fino a 72 mesi;
    • 14.319 operazioni di garanzia diretta, con percentuale di copertura all’80%;
    • 7.969 operazioni di riassicurazione, con percentuale di copertura al 90%;
    • 3.176 di rinegoziazione e/o consolidamento del debito con credito aggiuntivo di almeno il 10% del debito residuo e con incremento della percentuale di copertura all’80% o al 90%;
    • 186 riferite a imprese small mid cap con percentuale di copertura all’80% e al 90%;
    • 4.266 con beneficio della sola gratuità della garanzia, che a normativa previgente erano a titolo oneroso;
  • 2.923 ai sensi della previgente normativa.

In relazione alle operazioni di rinegoziazione e/o consolidamento, ammissibili ai sensi del decreto Cura Italia e Liquidità, l’incremento del credito aggiuntivo è del 63,3%, passando da € 395,3 milioni a 645,5 milioni di euro.

Gravidanza: Maggior rischio di ictus nelle donne con emicrania.

Le donne che soffrono di emicrania in gravidanza hanno maggiori probabilità di sviluppare un ictus durante il parto, nel periodo post-partum o durante la gravidanza stessa.

I ricercatori –dell’Università della California di San Diego – hanno esaminato i dati di tre milioni di parti non gemellari dal 2007 al 2012, creata sulla base dei certificati di nascita e dei registri delle dimissioni ospedaliere.

26.440 donne hanno ricevuto diagnosi di emicrania durante la gravidanza, 914 partecipanti ogni 100.000. 843 donne hanno avuto un ictus, 29 ogni 100.000; nel 58% di questi casi si è trattato di un ictus ischemico.

Dopo l’aggiustamento per età, BMI, etnia, nascita, patologie mentali, fumo, uso di sostanze o alcool e diabete, le donne con emicrania mostravano il 60% in più delle probabilità di avere un disturbo ipertensivo durante la gravidanza.

Per il piano di rinascita dell’Italia necessarie le riforme istituzionali

Era forse necessario che si toccasse il punto più basso del senso di solidarietà, coesione ed unione tra i ventisette Paesi che attualmente costituiscono l’Unione Europea e che arrivasse poi dall’esterno lo tsunami della pandemia del Covid-19  perché il processo di costruzione del sogno dei nostri Padri, per uscire finalmente dalla più grande tragedia della storia europea e mondiale, riprendesse vigore. Non c’è dubbio, infatti,  che quello stesso “spirito”, che animò la famosa Conferenza di Messina di 65 anni or sono  rilanciando il processo di integrazione europea, si sia sentito aleggiare il 27 maggio scorso nell’aula del Parlamento  Europeo durante il discorso con il quale la presidente della Commissione, Ursula von der  Leyen, ha presentato al Parlamento UE il Recovery Instrument per la ripresa economica post Covid agganciandolo al bilancio dell’Unione 2021-2027: un mix di contributi (a fondo perduto) e di prestiti agevolati a tassi bassi e scadenze molto lunghe a favore dei Paesi maggiormente colpiti dalla crisi per un valore complessivo di circa 750 miliardi di euro. 

In virtù di questo intervento, al di là di quale sarà l’esito finale del negoziato, l’Europa  ha mostrato di volersi liberare dall’egemonia dei Paesi “frugali” ed ha, finalmente, rilanciato la propria integrazione. Che non può essere fondata che sulla coesione e lo sviluppo (sostenibile) di tutti  i Paesi aderenti. A cominciare dall’Italia che deve assolutamente recuperare il divario di crescita economica e di produttività che ormai da oltre venti anni la caratterizza nei confronti degli altri Paesi europei. Per questo ha fatto bene il nostro Presidente del Consiglio a parlare subito di un “piano strategico” per consentire all’Italia di trovarsi pronta all’appuntamento di programmare ed utilizzare i fondi europei che verranno messi a disposizione (173 mld. di euro) e che richiedono un nuovo patto fra le forze produttive e le forze sociali del Paese. Naturalmente si dovrà agire all’interno delle priorità europee: green deal, digitale e necessità di aiutare i settori più colpiti dal Covid. Oltre ad essere coerenti con le raccomandazioni che annualmente l’Europa invia a tutti i governi. Ma non vi saranno condizionalità se non di natura temporale (il 60% andrà impegnato entro il 2022 ed il resto entro il 2024) e se si esclude, come ha ricordato Valdis Dombrovskis, la penalizzazione di una rata se “non si rispetteranno le priorità concordate”.

Per il resto, tutto è nella responsabilità del nostro Paese che con lodevole tempestività, questa volta, non si è lasciato cogliere impreparato ed ha già cominciato ad individuare i pilastri portanti di questo piano che, diciamolo subito, dovrà evitare un ulteriore allargamento delle disparità tra le Regioni, in particolare, del Nord e del Sud. Ed, a tal proposito, va precisata una cosa: che queste risorse che l’Europa ci destina trovano la loro motivazione nel fatto che nel nostro Paese vi è un’area come il Mezzogiorno a ritardo di sviluppo. Se non ci fosse, essendo uguale a quello dei fondi strutturali il motivo dell’assegnazione, questi fondi non arriverebbero o, comunque, non arriverebbero in questa consistenza . Questa circostanza, allora, non va dimentica. Né da parte del decisore statale, che ha il ‘vizietto’ di utilizzare le risorse strutturali per sostituirle a quelle ordinarie e così impedire sistematicamente che diventino aggiuntive a queste ultime, né da parte dell’opinione pubblica dominante ben supportata da tutto l’apparato dei mass media imperante che potrebbe avere facile gioco, in questa contingenza del Covid-19, a sostenere una indubbia crisi di funzionalità del sistema economico del Nord che bisogna rimettere in moto.

Ora, invece, a questo proposito, è di una inversione di marcia ad U che abbiamo bisogno in ordine all’idea di sviluppo che deve guidare questa nuova fase di rilancio del nostro Paese. Non più legata all’immagine della locomotiva del Nord che si trascina i vagoni del Sud ma ad una visione pluricentrica del Paese che cambi le priorità rispetto a quelle finora avute, a cominciare dal piano infrastrutturale che non può certo tollerare, ad esempio, che l’alta velocità si fermi ‘ad Eboli’. Piuttosto, come ha detto il presidente Giuseppe Conte, “questo è il momento per alzare la testa e volgere il nostro sguardo al futuro e, abbracciando questa prospettiva con coraggio e visione, trasformare questa crisi in opportunità”.

Per realizzare ciò e, finalmente, recuperare il divario di crescita economica e produttiva nei confronti degli altri Paesi europei ci sono allora delle azioni indispensabili che devono essere poste in essere e che già Conte, come abbiamo detto, ha cercato di delineare in un piano strategico articolato in sette punti. Si va: dalla modernizzazione del Paese con l’introduzione di incentivi alla digitalizzazione, ai pagamenti elettronici e all’innovazione, alla moltiplicazione degli strumenti utili a rafforzare la capitalizzazione e il consolidamento delle imprese anche al fine di sostenere l’attività delle filiere produttive nella fase di ripresa; dalla azione di rilancio degli investimenti pubblici e privati e di drastica riduzione della burocrazia, alla transizione verso un’economia sostenibile, legata al green deal europeo associato a nuove forme di tutela e promozione del territorio e del patrimonio paesaggistico e culturale; dalla decisione di puntare su un grande investimento per il diritto allo studio e per l’innovazione dell’offerta formativa alla determinazione di abbreviare i tempi della giustizia penale e della giustizia civile; per finire con la introduzione di una seria riforma fiscale che abbatta l’attuale fisco iniquo ed inefficiente sostituendolo con una disciplina organica che ripristini l’equità e la progressività del sistema tributario. 

Sono tutti obbiettivi condivisibili ed irrinunciabili che, però, a mio parere non posseggono nella loro pur inappuntabile connotazione tecnica la capacità di superare la soglia della “manutenzione dell’esistente”, come direbbe Graziano Delrio, perché non preceduti e completati dall’impegno per la indispensabile riforma della governance sia a livello territoriale interno che dei rapporti con le regioni extra-nazionali limitrofe. Questo è il punto decisivo. Senza un cambiamento delle amministrazioni locali e, soprattutto, delle regioni, in particolare, quelle del Mezzogiorno mancherà sempre il soggetto che dovrà attuare  questa svolta riformista ed il recovery plan si trasformerà in    uno qualsiasi dei vecchi programmi europei che inevitabilmente fallirà l’occasione storica che abbiamo a disposizione sia come Italia che come Europa.

Per evitare un tale esito, allora, bisogna puntare sulle Comunità locali. Non solo però, come ricordava ieri il sindaco di Milano, Beppe Sala, sulle Città metropolitane -che ormai sono da considerare più come “Città-Universali” che come “Città-stato”- ma anche sulle Unioni di Comuni  che nella loro aggregazione di aree ‘interne’ più ecologiche delle grandi Città avrebbero, inoltre, la capacità di dare risposta al problema forse più grave posto dalla pandemia che ci ha colpito. Del resto, come dimostra anche la storia millenaria di questa nostra area del Mezzogiorno, il ruolo propulsivo dello sviluppo è stato sempre svolto dai Comuni e dalle loro aggregazioni. E poi il loro contributo sarebbe addirittura determinante perché renderebbe partecipi di questa strategia di sviluppo i cittadini dei vari territori interessati, contribuendo così a colmare il deficit democratico di cui soffrono non solo le istituzioni europee ma anche quelle nazionali.

Vengo, ora, all’altra riforma istituzionale cui facevo cenno e che interessa quasi esclusivamente il Mezzogiorno. Tenuto conto che già le due macroregioni esistenti (EUSAIR e EUSALP), che coinvolgono quasi tutte le altre regioni italiane, ‘coprono’ la restante parte del territorio nazionale e partecipano a pieno titolo al processo di formazione e deliberazione della programmazione dei fondi strutturali europei e quindi del costituendo recovery plan

Mi riferisco, invece, alla costituzione della Macroregione del Mediterraneo Occidentale (ed anche Centrale, se si vuole) che sarebbe peraltro la risposta tardiva ad una sollecitazione venuta dall’Unione Europea sin dal 2009 e tendente ad implementare quanto previsto dal Trattato di Lisbona in ordine ad una nuova forma del principio di sussidiarietà. Essa, come indica espressamente la normativa europea, è uno strumento per la migliore attuazione della coesione territoriale che si affianca alla coesione economico-sociale. E mira ad evitare la dispersione delle risorse che concentra nel tentativo di risolvere alcuni problemi comuni a più entità statali e sub-statali in settori determinati dalla pluralità dei soggetti partecipanti. Da qui la sua natura funzionalista  capace di abbattere i confini politico-amministrativi entro cui, ad oggi, sono costretti Stati, Regioni ed Enti territoriali vari. Circostanza, quest’ultima, che consentirebbe ad un unificato Mezzogiorno d’Italia, al pari di quanto già avvenuto per le regioni dell’area adriatico-jonica e di quella alpina, di realizzare il coinvolgimento di Regioni e Comunità di altre Nazioni europee come, ad esempio, la Catalogna, l’Andalusia, la Costa Azzurra, la Corsica, le Baleari, Malta. Ed anche Città e territori dei Paesi dell’altra sponda del Mediterraneo. Perché è ben risaputo che il bacino del Mediterraneo è espressione di una medesima realtà storica e culturale, nata e sviluppatasi nel medesimo ambiente naturale.

Bene! Se ora si adottasse una prospettiva siffatta, sicuramente si potrebbe contribuire ad attenuare le contraddizione prodotte da una globalizzazione che mortifica i diritti dei più deboli, alimenta la disoccupazione e la povertà, favorisce le migrazioni e mette a repentaglio la sicurezza e la valorizzazione del patrimonio ambientale e culturale. È necessario, però, che il Governo ne prenda in mano il bandolo. E, poiché è una riforma che non abbisogna di leggi costituzionali e né meno ordinarie, compia subito quegli atti di indirizzo politico che sono necessari per richiamare le Regioni e le Città interessate ad organizzarsi, anche con apposite strutture di supporto, per tessere la rete dei rapporti indispensabili a creare le convergenze sui tre-quattro pilastri che si converrà dovranno costituire  la nuova strategia politica di sviluppo non più autarchico ma comunitario. È questo, infatti,  il passaggio-chiave che può significare finalmente l’avvio della Macroregione Occidentale del Mediterraneo e con esso quell’inversione di tendenza istituzionale che è indispensabile alla definizione di un vero  grande piano di ricostruzione del Paese e di rilancio del suo ruolo di protagonista indiscutibile del processo di integrazione europea, come appunto la Conferenza di Messina del 1955  ci ricorda.

Concludo, dicendo che ciò che non deve accadere è che il nostro Paese sprechi questa occasione storica della svolta operata dall’Unione Europea considerando il Recovery fund un pozzo dal quale “prendere i soldi e scappare” e non, invece, la grande opportunità per correggere il proprio sistema di distribuzione ed utilizzazione delle risorse nei vari settori e nelle singole aree geografiche. Secondo “un piano di rinascita per superare i problemi strutturali”. E così dando avvio ad “nuovo inizio”, come proprio ieri ha detto Conte.

  Se c’è stato un cambio di paradigma in Europa, deve esserci anche in Italia. C’è bisogno di visione e capacità di realizzazione. E, soprattutto, che i nani ed i ballerini ritornino a fare il loro mestiere.

Il turismo può rinascere sui percorsi della cultura

Leggo che il 9 giugno il Ministro degli Esteri Di Maio sarà ad Atene per discutere della decisione del Governo Greco di non permettere il libero accesso ai turisti italiani. Decisamente il nostro Ministro degli Esteri non ha il senso delle priorità, seguendo il quale dovremmo prima occuparci di portare turisti in Italia, anziché fuori, ed anche convincere prima il presidente della Regione Sardegna a non ostacolare l’ingresso nella sua Regione dei turisti italiani provenienti dalle Regioni più toccate dal COVID-19.

Chissà se alla fine di questa fase di emergenza da pandemia, il nostro Parlamento si renderà conto della necessità di rivedere l’improvvida riforma del Titolo V della Costituzione, che affidò la materia del Turismo alla competenza esclusiva delle Regioni. Magari rileggendo alla luce della tragica esperienza di questi mesi, onde trarne stimolo per una nuova definizione normativa, la sentenza del 2009 della Corte Costituzionale che ha riconosciuto l’esigenza di un esercizio unitario statale di determinate funzioni per aumentare i flussi turistici ed ha affermato che il principio di sussidiarietà fa derogare al riparto delle competenze; ed ampliando coraggiosamente e realisticamente lo spiraglio di riforma attuata nel 2014, secondo cui le norme generali sul turismo sono di competenza statale.

Non mi pare che questo tema sia stato affrontato nel dibattito recente sul futuro del Turismo, che tanto incide nel quadro complessivo della nostra economia reale. Se si eccettuano le pregevoli analisi del Touring Club Italiano e quella del Politecnico di Milano, che tra l’altro intelligentemente descrive e propone una nuova offerta che sappia cogliere le aspettative del turista di domani, integrando soggiorno-salute-benessere-sostenibilità-gradimento dei prodotti di qualità-percezione unitaria del territorio. Parte del dibattito infatti si è incentrata sugli effetti visibili della crisi: alberghi, ristoranti, spazi per eventi, musei, spiagge e luoghi di vacanza montani vuoti. Realtà desolatamente vera, ma fatalmente irresolubile finché non verrà rimossa la sua causa prima, cioè il blocco della mobilità o il perdurare della sua crisi anche per le regole penalizzanti e la paura dei viaggiatori, mobilità che è uno dei cardini della civiltà contemporanea e che non può venire surrogata , nell’esperienza del turista, da tours virtuali.  Una seconda parte, poco appassionante per la verità, ha riguardato l’inutilità sempre più acclarata di soggetti pubblici quali l’Enit. La terza parte, quella più cospicua e rumorosa ha riguardato la richiesta di incentivi pubblici, in variegate forme, ma preferibilmente come contributi a fondo perduto, per tutti gli attori della lunghissima filiera del Turismo, senza trascurare ovviamente l’ultimo anello della stessa filiera e cioè il turista. Per carità, sono ben consapevole delle difficoltà in cui si dibatte tutto il settore, non escluso l’indotto, protagonista meno rumoroso e vistoso, ma che contribuisce fortemente a determinare la percezione-ricordo positiva che spingerà il turista a tornare in un luogo spesso poco attrezzato e con strutture alberghiere appena accettabili: i prodotti enogastronomici, dell’artigianato, i souvenirs, le guide turistiche digitali o a stampa, etc etc. Ma a parte la riflessione spesso rimossa, che tutti questi contributi costituiscono un debito aggiuntivo sulle spalle di noi tutti, ho avuto l’impressione che tutto si muovesse nella logica dell’attesa al ritorno a come eravamo prima, e nel frattempo tanto vale accaparrarsi ogni aiuto pubblico possibile, meglio se a costo zero; e dato che la situazione ce lo consente, torniamo pure a consumare gran quantità di plastica usa e getta. Conseguenza di questa logica perversa, che non è responsabilità ovviamente dei singoli attori della filiera, è lo sperpero inconsiderato del denaro pubblico, l’acquiescenza rassegnata alla logica dell’emergenza continua, ma soprattutto la rinuncia a pensare ed organizzare un disegno di rinascita del settore turistico, in un quadro di novità epocale e globale. Esempio emblematico di ciò è ancora una volta la vicenda Alitalia, azienda pubblica già varie volte pagata dal contribuente italiano, e purtroppo anello iniziale e fondamentale, almeno per garantire la mobilità e quindi l’afflusso dei turisti in e dentro l’Italia, della filiera di settore. Gli aerei sono fermi, piloti, personale di bordo e di assistenza al volo in cassa integrazione, zero idee sul futuro, a parte la solita ricapitalizzazione a carico dello Stato: e c’è da aspettarsi che alla ripartenza, qualcuno proponga di assegnare un bonus per i turisti viaggiatori, anche…per quelli che andranno in Grecia, grazie alla mediazione del Ministro Di Maio.

Ho letto quindi con sollievo l’intervista al Ministro per i Beni Culturali ed il Turismo Franceschini sul Corriere della Sera di domenica 31 maggio, perché finalmente vi si coglie la volontà di uscire dalla crisi con una visione progettuale rivolta al futuro. Ho apprezzato in particolare i riferimenti alla necessità di garantire una crescita sostenibile, di investire sulla mobilità, di rispondere intelligentemente alla conferma del primato mondiale dell’Italia quale prima meta desiderata. Ho letto con interesse la volontà espressa di assecondare l’apprezzamento sempre più percepito in ogni angolo del Pianeta, del “vivere all’italiana”, attraverso il rilancio dei “borghi”, l’offerta sul mercato internazionale del Meridione d’Italia, finalmente dotato di alta velocità ferroviaria e servizi alberghieri di qualità, la scelta strategica di privilegiare il turismo internazionale di livello. Una visione condivisibile e non irrealistica, che presuppone, e spero che l’intera classe dirigente ne sia consapevole, un ritorno immediato alla unitarietà della politica e della gestione amministrativa del Turismo, una scelta chiara e se necessario centralizzata, di utilizzo dei Fondi Europei esclusivamente per il finanziamento degli investimenti, una ferma salvaguardia della natura e dei beni ambientali e culturali. Una visione nuova per gli interventi non solo congiunturali che propone, ma anche perché sottintende la riscoperta delle radici “italiche” profonde che rendono unico il nostro territorio ed inconfondibile l’imprinting culturale dei nostri “saperi e sapori”, che una volta usciti dal blocco e dall’incertezza provocati dalla pandemia, sapranno conquistare nuove correnti turistiche, caratterizzate dalle motivazioni e modalità nuove che certamente caratterizzeranno il futuro del settore turistico, attingendo fin da subito in quel bacino di utenza già motivata, che è costituita dai 250 milioni di “Italici” sparsi nel mondo. Dando così una prima attuazione al Progetto di una Comunità globale, culturale e valoriale, delineato da Piero Bassetti nel suo libro-manifesto “Svegliamoci Italici” (https://www.facebook.com/groups/253699912467885/).

So bene quale può essere la prima critica ad una visione come quella espressa dal ministro Franceschini: ma questo è il futuribile, intanto va salvato il settore del Turismo! Vero: ci vorrà del tempo perché i grandi flussi turistici si rimettano in moto, e nessuno vuol negare le difficoltà reali in cui si trovano gli operatori della filiera, che vanno sostenuti ed aiutati. Nel frattempo però, occupiamoci di finanziare le infrastrutture necessarie e di far migliorare, anche attraverso incentivi straordinari mirati, la qualità della ricettività. E infine, nel periodo contingente, favoriamo la sostituzione del flusso di turisti stranieri con una incidenza accresciuta del turismo interno nazionale: i turisti stranieri pesano molto sul fatturato globale del turismo italiano, ma con la caratteristica di viaggi veloci con tre o quattro notti di permanenza al massimo: facciamo in modo di sostituire, in questo secondo semestre 2020 tale mancato flusso con una nuova modalità turistica degli italiani (che poi assomiglia a quella degli anni ‘60/’70): un  turismo lento e consapevole, con permanenze medio-lunghe che consentano di apprezzare le bellezze naturali e monumentali dei vari territori, i loro prodotti di qualità, il loro modo di vivere. Favoriamolo con campagne mirate e centrate su bellezza presente ma anche sulle garanzie di sicurezza per la salute. Obiettivo meglio realizzabile però, con l’aggiunta di una semplice misura innovativa fiscale, da sperimentare una tantum per il periodo luglio-dicembre di quest’anno, qualificata dalla permanenza di più giorni nei luoghi della vacanza turistica, e più in generale dedicata all’apprezzamento ed al godimento del territorio prescelto, in tutte le sue espressioni peculiari; perché il futuro del settore non si troverà certo nel turismo mordi e fuggi, o nella pioggia di contributi a sagre e fiere locali: la crisi attuale deve provocare una rivisitazione legislativa ed organizzativa di tutto il settore,  la razionalizzazione della nostra offerta, con l’abbandono di velleitarie pretese di cattura dei mercati globali da parte di territori al confronto minuscoli, quali sono le nostre Regioni, con la messa in opera di infrastrutture private e pubbliche sensibilmente migliorate.

Facciamo una simulazione. Decido di partire in vacanza con la mia famiglia, apro una apposita scheda fiscale nella quale indicherò le date ed il percorso e registrerò per tutta la durata della vacanza le spese sostenute, da quelle di viaggio con qualsiasi mezzo, a quelle di soggiorno per alberghi, ristoranti, casa in affitto, bollette delle utenze domestiche nel caso di utilizzo di seconda casa di proprietà, camping, ristoranti, a quelle per l’acquisto in loco di prodotti di ogni genere necessari per il soggiorno, come pure le spese per gli ingressi in musei, parchi, riserve naturali, spettacoli, attività sportive, prodotti editoriali, dell’artigianato locale, enogastronomici, etc. Purché tutto pagato con moneta elettronica ed a fronte di regolari ricevute fiscali. Al ritorno dalla mia vacanza, che peraltro potrò eventualmente replicare entro il 2020, avrò speso 10 mila €: Il 30% di tale spesa potrò portarlo in detrazione dalle imposte che dovrò pagare relativamente all’anno 2020. Di tutta la spesa da me sostenuta per me e la mia famiglia in quella vacanza, ad eccezione di quanto pagato per la fruizione di beni culturali ed ambientali, che invece potrò detrarre all’80% (ingressi in musei, spettacoli, mostre, concerti, riserve naturali e parchi, prodotti editoriali, corsi di formazione dal vivo od online, etc).

Il vantaggio per me turista in Italia è evidente, come è evidente il vantaggio generale: incentivazione del turismo di lunga durata e consapevole, sostegno alle attività culturali, di salvaguardia e valorizzazione della natura e dell’ambiente, stimolo all’utilizzo delle forme di pagamento che escludono l’uso del contante, spinta all’abbandono del nero. Ne risulterebbe inoltre stimolata la creazione di reti di impresa, consorzi per l’offerta di pacchetti turistici integrati, il lancio di itinerari per il turismo sostenibile, e l’avvio di progetti per il recupero e la valorizzazione dei borghi e delle abitazioni rurali di pregio. Preparando così il terreno per il ritorno delle correnti turistiche straniere. Ma come ulteriore risultato positivo si avrebbe una accentuata movimentazione del risparmio accumulato dalle famiglie italiane: 1.371 miliardi di € depositati nei conti correnti, ai quali si è sommato un extra di più di 20 miliardi di risparmi generati dal fermo delle attività nel periodo del lockdown, sempre senza considerare il nero ed il sommerso. Realtà, quella del forte accumulo del risparmio privato italiano, altrettanto vera quanto quella della attuale totale mancanza di liquidità da parte  di tanti operatori, della crescita delle fasce di povertà, dell’aumento esponenziale di disoccupati, della prevista diminuzione del PIL: movimentare i risparmi per favorire gli investimenti o solo anche per una crescita dei consumi, è di sicuro una prima e semplice forma di sussidiarietà.

Credo che all’Italia converrebbe sperimentare questa semplice misura “a costo zero” (soprattutto se si considerano gli effetti indotti ed i vantaggi indiretti anche per l’Amministrazione fiscale), che tranquillamente può convivere con i provvedimenti già in atto o programmati, e che, se nei fatti si dimostrasse fruttifera, potrebbe poi, con gli opportuni aggiustamenti, diventare permanente. E intanto si dovrà attrezzare il Paese per una nuova offerta turistica che sappia attrarre chi nel mondo apprezza ciò che da sempre rende unica la nostra penisola. Quindi con un impegno ribadito nella Giornata Mondiale per l’Ambiente, ad evitare ulteriori ferite alla Natura. Restauriamo, recuperiamo, mettiamo in sicurezza, dotiamoci di ogni moderna tecnologia, ma vigiliamo affinché non un metro in più del nostro territorio venga sottratto per realizzare nuove costruzioni, delle quali non c’è bisogno.

Bonus auto 2020: con la rottamazione sconto di 4000 euro

La norma per il bonus auto 2020, firmato da Pd, Iv e Leu, prevede un bonus complessivo di 4.000 euro fino al 31 dicembre 2020 ed in particolare un contributo statale fino a 2000 euro per l’acquisto di un auto euro 6 con emissioni di CO2 superiori a 61 g/km condizionato ad uno sconto del venditore “almeno pari alla misura del contributo statale”.

Tuttavia il bonus potrebbe essere corrisposto anche se in misura minore, anche senza la rottamazione di un veicolo usato: il contributo in questo caso da parte dello Stato è limitato a 1000 euro sempre a condizione che sia praticato uno sconto almeno pari dal venditore.

L’emendamento garantisce un contributo anche per l’acquisto di auto usate almeno euro 5 a fronte della rottamazione di un’auto euro 0,1,2,3. In questo caso l’acquirente è esentato dal pagamento degli oneri fiscali sul trasferimento di proprietà dell`auto che acquista.

Il contributo potrebbe tuttavia non essere limitato al solo 2020. Secondo l’ipotesi di modifica del decreto rilancio per l’anno prossimo il bonus complessivo si dimezzerebbe (fino a 2000 euro con rottamazione tra contributo statale e sconto del concessionario e fino a 1000 euro senza rottamazione) e viene limitato alle vetture euro 6 con emissioni di CO 2 comprese fra i 61 g/km e i 95 g/Km.

Di parere opposto il M5S, che ritiene “anacronistici” gli incentivi destinati ad auto alimentate con combustibili fossili e vorrebbe di estendere l’ecobonus solo alle ibride ed elettriche.

Smart mobility: consultazione pubblica il 15 giugno

La prima giornata di confronto con imprese, startup e centri di ricerca, si svolgerà il 15 giugno (a partire dalle  ore10) attraverso la piattaforma digitale dedicata. In quella sede virtuale saranno presentati i fabbisogni d’innovazione in materia di gestione dei trasporti e logistica, per una rapida ripresa dall’emergenza Covid-19, che sono alla base del bando “Città intelligenti, smart mobility & logistics” e che saranno successivamente oggetto di gara d’appalto innovativa. La presentazione delle esigenze avverrà grazie alla collaborazione degli 11 Comuni che hanno contribuito a delineare i fabbisogni e che sperimenteranno le soluzioni proposte.

Obiettivo delle giornate di consultazione di mercato, consentire ad AgID l’acquisizione di elementi utili proprio in vista della preparazione della gara d’appalto d’innovazione sulla Smart mobility. Con una dotazione finanziaria di 20 milioni di euro, la gara sarà indetta nei prossimi mesi e pubblicata su appaltinnovativi.gov.it, il portale nazionale degli appalti innovativi. A tal fine, il percorso di confronto vedrà successivi momenti di approfondimento, anche sulla base delle necessità espresse dal mercato e da AgID.

Per partecipare alla consultazione di mercato è necessario registrarsi nel sito Agid. Chi avrà completato l’iscrizione sarà costantemente informato sui prossimi eventi organizzati nell’ambito della consultazione di mercato “Città intelligenti, smart mobility & logistics” e riceverà un’email con il link per accedere alla piattaforma digitale sulla quale si svolgerà la prima giornata di confronto. A breve sarà reso noto il programma della giornata.

 

Premio “Donna in Scienza”.

Il Premio intende offrire un riconoscimento a figure femminili che abbiano contribuito a dare prestigio e avanzamenti alla Sardegna in campo scientifico, è organizzato dall’Associazione ScienzaSocietàScienza in collaborazione con le Università degli Studi di Cagliari e Sassari, l’INAF e l’Osservatorio Astronomico di Cagliari, la sezione di Cagliari dell’INFN e l’Istituto di Neuroscienze del CNR di Cagliari.

Per la prima edizione, nel 2019, erano state presentate 43 candidature, con 12 candidate che svolgevano la loro attività di ricerca all’estero: tra Zurigo, Losanna (3), Marsiglia, Varsavia, Nantes, Darmstadt, York, San Diego, Lione e Cambridge. Le discipline prevalenti sono state biologia, chimica, scienze biomediche, informatica, astrofisica, medicina, fisica. Tra le candidate erano presenti 4 professori ordinari, 4 professori associati, ma anche un’avvocata esperta in informatica giuridica e una laureata in scienze della comunicazione.

La giuria del Premio, presieduta a nome dell’Associazione ScienzaSocietàScienza dalla prof.ssa Carla Romagnino, è composta dalla prof.ssa Maria Del Zompo, Magnifico Rettore dell’Università di Cagliari, dalla prof.ssa  Giulia Ceccherelli, professore associato di Ecologia presso il Dipartimento di Chimica e Farmacia dell’Università di Sassari, dalla dott.ssa Marta Burgay in rappresentanza dell’INAF-OAC, dal professor Giuseppe Mezzorani, in rappresentanza dell’INFN sez. di Cagliari, dalla dott.ssa Silvia Rosa Brusin del TG Leonardo (RAI), dalla prof.ssa Valentina Savona, dirigente scolastico del Liceo Scientifico Pacinotti di Cagliari e dalla dott.ssa Annalisa Muntoni, senior research scientist e responsabile dell’Istituto di Neuroscienze del CNR presso la Cittadella Universitaria di Monserrato.

Le candidature potranno essere presentate dalla persona interessata o da persone terze quali la presidente dell’Associazione ScienzaSocietàScienza, i direttori di dipartimenti universitari scientifici di Cagliari e di Sassari, i direttori dell’INFN sezione di Cagliari e dell’INAF-OAC, i dirigenti scolastici delle scuole sarde, i responsabili territoriali per la Regione Sardegna delle associazioni di docenti di discipline scientifiche, quali l’A.I.F., l’A.N.I.S.N., il C.R.S.E.M., la Divisione Didattica della S.C.I., la coordinatrice di Gi.u.li.a. Giornaliste Sardegna e la vincitrice della precedente edizione.

La vincitrice riceverà un premio pari a 2.000 € e una targa ricordo.

In occasione della prima edizione il Premio Donna di Scienza 2019 è stato assegnato alla professoressa Giovanna Puddu“Per il suo lavoro di ricerca svolto in maggior parte al CERN nel campo della fisica nucleare, in un mondo prevalentemente maschile soprattutto agli inizi della sua carriera scientifica; per il fondamentale ruolo avuto nella creazione della sezione di Cagliari dell’INFN, consentendo a tanti giovani ricercatori e ricercatrici sardi di potersi formare e progredire nella ricerca scientifica; per il suo notevole impegno nell’insegnamento universitario e nella formazione dei giovani maestri in campo scientifico; per la sua costante attenzione alla intermediazione tra didattica e divulgazione della scienza.

Le candidature dovranno pervenire entro il 10 settembre 2020 via e-mail all’indirizzo premiodonna2020@gmail.com,  indicando nell’oggetto “Premio Donna di scienza – Nome e Cognome della candidata”.

Lancet ritira lo studio sulla idrossiclorochina

Assorted pills

The Lancet e New England Journal of Medicine hanno ritirato due studi basati su dati forniti dall’azienda Usa Surgisphere. Uno dei due articoli, quello pubblicato da Lancet, lanciava l’allarme su gravi rischi associati all’uso del farmaco antimalarico idrossiclorochina contro il Covid-19.

L’altro, quello apparso sul Nejm, riguardava l’impiego di comuni medicinali antipertensivi nei pazienti con infezione da coronavirus Sars-CoV-2. Entrambi i lavori sono stati ritrattati su richiesta degli autori. “Non siamo più in grado di garantire l’attendibilità delle fonti dei dati”, hanno spiegato scusandosi con i lettori e ritirando le firme.

La ricerca analizzava i possibili effetti dei farmaci Ace-inibitori e Arb, impiegati contro diversi disturbi cardiovascolari, nei pazienti ricoverati in ospedale per Covid-19, concludendo di non poter confermare i rischi associati alla terapia con questi medicinali.

Turismo: no alla concorrenza nociva tra i Comuni italiani.

“Come Sindaci in questi mesi difficili abbiamo sempre sostenuto che le regole sono uguali per tutti, su tutto il territorio nazionale e che, soprattutto, sono efficaci per tutti. Oggi, misteriosamente, assistiamo ad uno strano balletto dove ogni primo cittadino va in ordine sparso. 

Certo, la situazione del contagio è diversa tra le varie regioni ma non è tollerabile che avviando una ‘guerra turistica’ sul territorio nazionale si pensi di risolvere i problemi sul tappeto. Penso alla Sardegna che ha lanciato alcuni giorni fa la politica del ‘Covid free’, lanciando un messaggio pubblicitario che mette francamente in difficoltà le altre regioni. 

Perchè, quindi, un italiano o un turista straniero dovrebbero scegliere una vacanza in Piemonte o in Lombardia se questi cittadini non sono ben graditi ovunque nel territorio nazionale? 

E non si parla solo di regolamenti scritti ma anche di molti gestori che cercano di evitare turisti provenienti dalle zone più colpite. Credo, francamente, sia arrivato il momento di superare l’idea di ‘zona rossa’ e di ridisegnare un’Italia che declini – pur sempre nel rigoroso rispetto delle regole stipulate dagli organismi preposti – un modello unico di turismo per i suoi cittadini e che eviti, soprattutto, divisioni che sarebbero nocive per tutti. 

È sempre più necessario realizzare insieme strategie condivise e integrate, anche innovative, che prevedano un serio rilancio dei viaggi su tutto il territorio nazionale. Cioè, in ultimo, una proposta unica e uguale per tutti”.

La “porta stretta” verso il futuro. Pensare insieme dopo il lockdown

Riportiamo uno stralcio dell’editoriale del direttore del mensile “Aggiornamenti Sociali” (giugno 2020), Padre Giacomo Costa S.I.

Non c’è dubbio che la pandemia da COVID-19 costituisca uno choc epocale, di quelli che accadono una volta ogni generazione. Sono passaggi della storia, personale e collettiva, in cui la normalità quotidiana – del pensiero come dell’azione – entra in una sorta di sospensione, mentre l’orizzonte si stringe fino a farci dubitare che non ci sia più un futuro. Pian piano poi si comincia a intravedere un insospettato passaggio, magari angusto e tortuoso. Quando l’orizzonte si riapre, l’impressione è di trovarsi in un mondo nuovo, in cui è possibile quello che prima non si riusciva neanche a concepire come tale, ma in cui è sempre in agguato la tentazione della nostalgia e la spinta a provare a tornare indietro senza cambiare niente.

Per cogliere le opportunità inattese e non soccombere al rimpianto serve quindi capacità di visione e di immaginazione, serve uno sforzo personale e collettivo per riconfigurare il modo in cui si pensa e si agisce. E servono il coraggio e la volontà di farlo. Solo in questo modo si riesce ad attraversare gli choc. È così che la Grande depressione del 1929 aprì le porte a una politica economica radicalmente diversa, che siamo abituati a chiamare keynesiana, mentre, pochi anni dopo, il secondo conflitto mondiale diede alla luce il welfare State (il Rapporto Beveridge è del 1942) e il sogno di una casa comune europea libera dalla guerra. Sono queste le basi per lo straordinario periodo di prosperità e progresso (almeno in Occidente) degli anni del boom economico nel secondo dopoguerra.

Qui l’articolo completo

Trasporti e turismo: la ripartenza sarà lenta

Premessa:

Molte aziende durante il lockdown hanno subito grandi perdite economiche . I settori meno colpiti sono quelli dei c.d. bisogni primari ovvero Alimentare, Farmaceutico e , udite udite, Telecomunicazioni e connettività,. Il bisogno di “rimanere in contatto” a livello personale e professionale , in particolare, è diventato essenziale in un momento di chiusura delle relazioni fisiche. Tutti gli altri settori, in primis trasporti e turismo , sono stati penalizzati e la ripartenza sarà lenta.

Analizzando i risultati di un questionario sulla ripartenza effettuato da Join Group, società di Business Advisory, che ha raccolto idee di manager e imprenditori in merito alle azioni prioritarie da andare a mettere in atto nelle prime settimane dalla riapertura, le cose che saltano all’occhio sono almeno due .

In primis la grande partecipazione: Imprenditori, Ceo, Top Manager di aziende di tutti i settori merceologici  (Food&Beverage Telecomunicazioni,Pharma e Health Care, Sport & Entertainment, IT e Digital) e di tutte le dimensioni hanno voluto esprimere il loro punto di vista. Hanno avuto , forse anche “ob torto collo” il tempo di riflettere e hanno sentito l’esigenza di raccontare ai peers ed al mercato le loro esigenze e le azioni urgenti ed importanti da intraprendere. 

In un momento di crisi sanitaria, economica e sociale , come mai accaduto dal dopoguerra ad oggi, emerge la voglia di sentirsi un unicum, di condividere, di confrontarsi costruttivamente, a tutti i livelli.

La seconda, impressionante evidenza che emerge è che il 49% delle aziende del campione dichiara di aver  subito gravi perdite e il 75% ha comunque riportato delle perdite. Solo per 15% del campione il business è migliorato e il 10% ha invece continuato ad avere i medesimi risultati ante Covid-19.

Da un punto di vista dei settori il 66% delle aziende del Food&Bev ha comunque subito gravi perdite e il restante 34% ha migliorato i suoi risultati.

Peggio è andata alle Telecommunication con il 75% che riporta perdite. Disastrosa la situazione del settore dello Sport&Entertainment, del Automotive, del Fashion e della logistica che nel 100% dei casi ha subito gravi perdite.

La buona notizia, si fa per dire, viene dal circa 80% del settore Pharma & Health Care per cui non è cambiato nulla o ha migliorato il trend di vendita.

 Quasi tutte le aziende si sono “attrezzate”  durante il lockdown:

    • Il 93% degli intervistati ha dichiarato di aver adottato misure di smart working
    • Il 41% ha favorito la fruizione delle ferie
    • Il 36% degli intervistati ha adottato la cassa integrazione
    • Nessun ha favorito la fruizione delle ferie senza adottare almeno un’altra misura tra lo smart working e la cassa integrazione
    • Il 54% delle aziende ha adottato lo smart working accompagnato ad altre misure e in particolare il 33% del totale ha applicato lo smart working e la cassa integrazione
    • L’8% degli intervistati ha invece risposto di aver continuato ad operare senza variazioni seppur alcuni abbiano comunque adottato lo smart working
    • Solo lo 0,2% degli intervistati dichiara che la propria azienda ha adottato la cassa integrazione senza nessuna ulteriore iniziativa

In pratica le aziende di Tutti i settori intervistati hanno applicato lo smart working e quasi tutti hanno favorito la fruizione delle ferie. .All’opzione di aver continuato a lavorare senza variazioni hanno risposto solo poche  aziende dell’Aerospace, Food&Bev, del Pharma e delle Construction

 Decisamente più interessante quanto i manager e gli imprenditori dichiarano come azioni prioritarie:

    • Il 62% deli intervistati indica che la revisione dei costi e degli investimenti come prioritaria
    • Quasi la metà (49%) indica che sarà prioritario operare una riorganizzazione dei processi aziendali
    • Significativo il dato del 38% di intervistati che prioritizza gli investimenti per la crescita tra le aree di intervento
    • La revisione del modello commerciale è invece percepito come prioritario da un 30% degli intervistati 
    • Il 16% di tutti gli intervistati percepisce un problema prioritario nella revisione e messa in sicurezza della supply chain
    • Infine il 5% ritiene che nessun intervento sia necessario in via prioritaria

Quasi tutti i settori sembrano avere l’esigenza di riorganizzare i processi aziendali e di avviare una revisione dei costi e degli investimenti, mentre l’’esigenza di Rivedere il modello commerciale riguarda molto il  Food&Bev che sicuramente dovrà rivedere anche i modelli di supply chain. Infine , è totalmente spostato sulla riduzione dei costi e degli investimenti il settore dello Sport&Entertainment .Il Pharma è l’unico settore per il quale sono valide tutte le possibili risposte.

Più in dettaglio emerge che :

    • Le soluzioni digitali e tecnologiche per gli spazi di lavoro saranno tra le priorità per il 57% degli intervistati e il 52% ritiene che si debba riorganizzare il lavoro per garantire la sicurezza di clienti e dipendenti
    • Per il 43% degli intervistati si dovrà portare come priorità la revisione dei processi in un’ottica di maggiore flessibilità
    • La digitalizzazione delle soluzioni per avere un contatto con i clienti è  è prioritario per il 38% degli intervistati
    • Il 28% mette in agenda una ristrutturazione aziendale per renderla più efficiente
    • Il 25 e 26% degli intervistati punta ad un recovery plan per avere nuove forme di ricavo e nuovi canali di vendita su cui focalizzarsi
    • Non è percepito dalla stragrande maggioranza degli intervistati né rivedere ruoli e competenze né la formazione e il benessere dei dipendenti
    • I problemi di finanza sono inclusi solo tra il 7 e 10% degli intervistati

Considerazioni finali

Facendo una sintesi anche delle risposte emerse, le priorità per le aziende convergono verso alcuni temi ben determinati.

Sicurezza

E’ sentimento comune che per riavviare in modo proficuo il lavoro una importante priorità è garantire la sicurezza di lavoratori e clienti. Per molti continuare ad utilizzare le smart working in modo permanente è una buona soluzione così come l’utilizzo della tecnologia. Sicuramente sarà necessario rivedere gli spazi all’interno degli uffici e le modalità di utilizzo degli stessi. 

Digitalizzazione

E’ emerso spesso che la digitalizzazione è un processo che è stato accelerato dalla crisi pandemica. Molte aziende hanno iniziato ad utilizzare risorse prima utilizzate da pochi tecnofan per garantire la continuità delle relazioni tra i dipendenti e con i clienti. Molti avvieranno processi di digitalizzazione della propria azienda sino ad oggi non prioritari, per garantire il processo di crescita commerciale. “avvieremo in anticipo rispetto a quanto programmato la creazione di un nostro e-commerce per cercare di trovare nuovi punti di contatto con i clienti”.

Questa è un’area dove molti non si chiedevano SE fosse importate investire in digitalizzazione, ma rimandavano il QUANDO. Bene, il QUANDO è ORA.

Modello commerciale

il modello commerciale dell’azienda è da rivedere per molti. Alcuni segnalano che “lo sviluppo di nuovi canali di vendita sarà la priorità per recuperare il fatturato perso” mentre altri in molti casi hanno deciso di ridefinire la strategia commerciale sia nel breve che nel lungo periodo. Anche in questo caso, la post pandemia è un momento per rivedere la multicanalità e la strategia commerciale razionalizzando i canali di vendita e puntando su quelli più efficienti.

Revisione dei costi e degli investimenti

l’attenzione sarà nella revisione di budget e piani industriali per cercare di tagliare quei costi e rinviare quegli investimenti che non abbiano un impatto sull’efficienza dell’azienda. Nelle grandi aziende emerge in modo più evidente la necessità di lavorare sul taglio di costi mentre molti sottolineano la necessità di investire per la crescita anche al fine di diversificare gli attuali perimetri di business.

Forse, questo dolore, per alcuni, non è stato vano. Una rinascita , un cambio di pelle, non pianificato, doloroso, traumatico , ma alla fine… tornerà utile

Confturismo: non sarà certo l’estate del turismo culturale

Sale rispetto ad aprile, dal 19% al 48%, la quota di italiani che pensa di fare le valigie e andare in vacanza nei mesi tra giugno e agosto. Una ripresa di fiducia positiva ma ancora lontana dai livelli dell’anno scorso, quando, nello stesso periodo, erano il 70%. I viaggi saranno brevi, anzi brevissimi, massimo tre giorni. E un italiano su cinque pensa che non farà vacanze quest’anno. Sale anche la scelta della destinazione mare per il 49% di chi farà vacanza – siamo ancora sotto il 61% del 2019 – mentre “prende quota” l’attrattività delle mete montane, probabilmente percepite come spazi aperti e quindi più sicuri: il 23% contro il 18% di maggio 2019. Effetto contrario per le città d’arte, stabili da aprile al 17% delle preferenze degli intervistati e 9 punti sotto la rilevazione di maggio dello scorso anno. Solo il 15% degli intervistati visiterà musei, monumenti e mostre in vacanza, contro il 37% dello scorso anno: insomma, non sarà certo l’estate del turismo culturale.

Sono questi i principali risultati dell’indagine periodica di Confturismo-Confcommercio in collaborazione con SWG sulla propensione a viaggiare da parte degli italiani.
“Ignorare un quadro tanto drammatico e non reagire con immediatezza adottando provvedimenti focalizzati sul turismo sarebbe follia”, dichiara il Presidente di Confturismo-Confcommercio nonché di FTO, Luca Patané. E prosegue “se il nostro è davvero un settore strategico per l’economia italiana – e non sta certo a noi doverlo dimostrare, perché basta guardare i fatti senza bendarsi gli occhi – allora il Governo studi subito, dopo il ‘Cura Italia’, un decreto ‘Cura Turismo’”.

Meno turisti nelle città portano effetti negativi a catena su tutto l’indotto. Basti pensare allo shopping ad esempio che, tra gli obiettivi della vacanza, è indicato solo dal 5% degli intervistati contro il 20% di maggio 2019. Un disastro annunciato per quelle attività dei servizi e del commercio locali che confidano sui turisti, ben più che sui residenti, per realizzare i loro obiettivi di volume d’affari.
Ma a preoccupare più di tutto è il tipo di vacanza che gli italiani dichiarano di volere fare quest’estate. Sono 35 su 100 a dichiarare che comunque faranno viaggi brevi, con 2 o 3 pernottamenti al massimo, restando nelle vicinanze di casa. A pensarla così, a maggio 2019, erano solo il 14%, meno della metà.

 

Crisi sociale e crisi di sistema

In soli due mesi di pandemia:  + 300.000  disoccupati e + 750.000 inattivi, persone cioè che non cercano nemmeno più un’occupazione e, tra poco, ci sarà il via libera ai licenziamenti per ora bloccati. Dalla crisi sanitaria ci infiliamo in una crisi sociale dai caratteri simili a quella del secondo dopoguerra. Già nel Giugno dell’anno scorso avevo scritto di questo tema che, con la pandemia non ancora conclusa, si sta terribilmente aggravando. Quando sarà finita l’emergenza, infatti, i governi di tutto il mondo dovranno affrontare il tema drammatico del disagio sociale. Un disagio tanto più grave in Italia che, accanto ai fenomeni di natura sociale ed economica, dovrà affrontare anche quelli di ordine istituzionale. Dopo il potere legislativo e quello esecutivo, con quanto è accaduto nel CSM e nella magistratura, siamo alla crisi di sistema.

Il Legislativo vive la condizione malferma di un parlamento espressione di una metà dell’elettorato e risultato di una legge elettorale incapace di garantire una maggioranza stabile di governo. L’esecutivo, come quello sorto dopo il voto del 4 Marzo 2018, figlio  della situazione di cui sopra, sostanzialmente era l’espressione di un “contratto necessitato”, che ha comportato l’avvio di un’alleanza di tipo trasformistico tra due partiti, M5S e Lega, portatori di interessi e di valori diversi e per molti aspetti alternativi. Un’alleanza andata in crisi nell’agosto scorso, sostituita da quella rosso-verde M5S-PD-LeU-ItaliaViva, anch’essa espressione di una condizione politica di emergenza e di necessità.

Lo sfascio che sta vivendo il CSM, infine, è il segnale drammatico di una crisi della giustizia con la quale appare in tutta la sua evidenza, la crisi di sistema dell’Italia. Si aggiunga (risultato delle politiche maldestre del governo giallo verde) il più forte isolamento internazionale patito dall’Italia nell’Europa, della cui Unione il nostro Paese è socio fondatore, per una politica estera ondivaga tra le rituali ubbidienze alle tradizionali alleanze occidentali e le pericolose aperture leghiste verso la Russia di Putin e pentastellate verso la Cina di Xi Jinping. Un isolamento che, solo con le nomine successive, dopo le elezioni europee, alla presidenza del Parlamento europeo di Sassoli e nella Commissione UE di Gentiloni e la paziente azione svolta dal premier Conte, si è potuto superare in Europa.

Anche sul fronte degli enti locali, dopo l’infausto riforma del Titolo V° della Costituzione, si vive con forti  e diverse preoccupazioni l’irrisolto tema della  maggiore autonomia delle regioni del Nord e dell’eterna questione meridionale. Continua la crisi strutturale dei bilanci di molti comuni italiani,  la confusa situazione della chiusura-non chiusura delle province con tutti i problemi di attribuzione delle competenze tra le stesse province, i  comuni capoluogo  e le città metropolitane nate, sin qui, solo sulla carta . Una  situazione di difficoltà e di crisi evidenziatasi ancor di più nella complessa gestione sanitaria della pandemia, con la confusione derivata dalle competenze esclusive e concorrenti tra Stato e Regioni. Ha sopperito sin qui la volontà di collaborazione che, tanto i responsabili dei governi regionali che la presidenza del Consiglio hanno saputo mettere in campo, pur con qualche distinguo e voglia di protagonismo, soprattutto per taluni, in funzione pre elettorale.

Se osserviamo anche la condizione della società civile, utilizzando la mia teoria euristica dei quattro stati: la casta, i diversamente tutelati, il terzo stato produttivo, il quarto non stato, ciò che emerge è il prevalere di una condizione di anomia morale, culturale, sociale, economica e finanziaria, caratterizzata dal prevalere di una scarsissima solidarietà di tipo meccanico funzionale, dal venir meno delle comunità, da una diffusa condizione di frustrazione premessa di possibili fenomeni di rivolta sociale, sin qui sotto traccia.

Al dramma sanitario vissuto dal Paese, si aggiungono le prospettive per alcuni versi ancora più ampie delle ricadute economiche e sociali. Il disagio sociale è caratterizzato da un’accentuazione sia delle diseguaglianze territoriali, che quelle tra i cittadini con l’ulteriore erosione del ceto medio e la divaricazione più severa tra ricchi e poveri. Il disagio sociale rischia contemporaneamente di ampliare il bacino di reclutamento della criminalità e di accentuare le spinte separatiste delle aree più sviluppate del Paese. Parimenti si stanno rafforzando le tendenze di forte contestazione alle politiche comunitarie, fino a un potenziale allontanamento dall’Unione europea, alimentate da culture sovraniste che, proprio nel dramma della pandemia, hanno rivelato la loro sostanziale inconsistenza e incompetenza di fronte a fenomeni globali che reclamano soluzioni di forte cooperazione internazionale. Se non si riprende il terzo stato produttivo già provato prima del Covid19 e adesso totalmente in ginocchio, la crisi rischia di diventare irreversibile.

Quali sono oggi gli interessi e i valori prevalenti? Interessi “particulari”, innanzi tutto,  e “bene comune” ridotto a un oggetto misterioso per lo più dimenticato. Sul piano dei valori sono più diffusi quelli di natura egoistica, di esclusione e di chiusura alla comprensione e all’ascolto. Di qui la riduzione della politica a slogans di immediata e facile comprensione, con la comunicazione prevalente e diffusa dei social media e la politica ridotta a tweet e a scambi spesso irripetibili su facebook e instagram. La pandemia ha fatto, tuttavia, riscoprire valori di solidarietà e comunità di straordinario impatto sociale. Immediata la reazione di segno contrario quella emersa dalla manifestazione della destra e dei “pappalardini” del 2 Giugno a Roma.

Col venir meno dei  riferimenti politico  culturali  tradizionali, quelli che sono stati alla base della nascita della Repubblica e del patto costituzionale, nell’attuale deserto delle culture politiche, lo strumento essenziale per offrire la soluzione storico politica all’ esigenza dell’equilibrio tra interessi e valori, ossia al ruolo proprio  della politica, risulta inesistente e/o incapace di dare risposte,  si ricorre a sporadici e occasionali mezzucci, più in linea con le tecniche di propaganda che con soluzioni e proposte di ampio respiro e di lungo periodo.

In questa condizione di crisi di sistema, la maggioranza giallo rossa al governo, ahimè, con la crisi della sinistra e l’assenza di un centro democratico, popolare e liberale credibile, sembra non avere alternative concrete; salvo quella  di un’alleanza di estrema destra, tra Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia con la Lega,  a netta dominanza salviniana. Una maggioranza quest’ultima che, se prevalesse, darebbe, dopo settant’anni di vita della Repubblica, la guida del Paese alla destra estrema e porterebbe al più grave isolamento dell’Italia in Europa.

Per uscire da questa grave crisi di sistema servirebbe un profondo mutamento spirituale e culturale, prima ancora che politico e organizzativo, senza il quale, temo, sarebbe impossibile affrontare le tre questioni essenziali del caso italiano:

  1. la questione antropologica, che attiene ai valori fondamentali della vita:
  2. la questione ambientale, su cui si gioca il destino dell’umanità e del pianeta Terra;
  3.  la questione del nostro stare insieme nell’Unione europea, collegato al tema della sovranità monetaria e della sovranità popolare da cui dipendono tutte le altre riforme per garantire lavoro, pace e sicurezza al nostro Paese e alla quale sono strettamente connesse tutte le gravi conseguenze economiche e sociali post pandemiche.

Quanto al primo tema si tratta di testimoniare e tradurre sul piano istituzionale le indicazioni della dottrina sociale cristiana: dall’”Humanae Vitae” di San Papa Paolo VI a quelle di Papa Francesco. Quanto al tema ambientale, si tratta di impegnarci a tradurre sul piano politico istituzionale quanto indicato da Papa Francesco nella sua straordinaria enciclica “ Laudato Si”. Insomma serve rimettere in campo la cultura del popolarismo, unica in grado di offrire risposte convincenti ispirate dai valori della solidarietà e della sussidiarietà nell’età della globalizzazione.

Sul terzo tema, come vado scrivendo da molto tempo, si tratta di ripristinare la legge bancaria del 1936: tornare al controllo pubblico di Banca d’Italia e, nell’Unione europea, della BCE e reintrodurre la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. I provvedimenti suddetti sono necessari per una ripresa di sovranità monetaria e popolare, pur nel rispetto dei limiti consentiti dalla nostra appartenenza all’UE e sarebbero in linea con la migliore tradizione della DC in materia di politica bancaria e finanziaria da essa sostenuta con Guido Carli, sino all’infausto decreto Barucci-Amato del 1992, che determinò il superamento della legge bancaria del 1936.

Il sottosegretario al ministero del Tesoro e finanze, On Alessio Villarosa, che ben conosce questi temi, potrebbe/dovrebbe farsi carico urgentemente di queste indicazioni, trascinando il M5S dalla fase delle proteste a quello delle proposte di riforma reali per il bene del Paese. Senza questa riforma di struttura finanziaria, anche “il Piano di rinascita” annunciato ieri dal premier Conte rischia, altrimenti, di tradursi nell’ennesimo libro dei sogni.

 

Alstom e Snam firmano l’accordo per lo sviluppo dei treni a idrogeno in Italia

Alstom, azienda leader a livello globale nelle soluzioni integrate per la mobilità sostenibile, e Snam, una delle principali società di infrastrutture energetiche al mondo, hanno firmato un accordo quinquennale per sviluppare i treni a idrogeno in Italia. Lo riferisce oggi un comunicato stampa congiunto di Snam e Alstom. L’intesa, dopo una prima fase dedicata agli studi di fattibilità che si concluderà in autunno, ha l’obiettivo di realizzare, già ad inizio del 2021, progetti di mobilità ferroviaria comprensivi sia dei treni alimentati a idrogeno sia dell’infrastruttura tecnologica necessaria all’approvvigionamento, oltre che dei servizi di gestione e manutenzione dei mezzi.

Nell’ambito dell’accordo, Alstom si occuperà della fornitura e della manutenzione dei treni a idrogeno, di nuova realizzazione o convertiti, mentre Snam lavorerà allo sviluppo delle infrastrutture per la produzione, il trasporto e il rifornimento. La collaborazione nasce dal comune impegno delle due società sull’idrogeno: Alstom ha avviato in Germania il Coradia iLint, il primo treno a celle a combustibile al mondo, già in servizio da un anno e mezzo su una tratta regionale, mentre Snam è stata tra le prime aziende al mondo a sperimentare l’iniezione di idrogeno al 10 per cento nella rete di trasporto del gas naturale.

“Con questa iniziativa – commenta l’Amministratore delegato di Snam Marco Alverà – vogliamo dare un ulteriore contributo alla decarbonizzazione dei trasporti e allo sviluppo di una economia dell’idrogeno in Italia. L’idrogeno prodotto da rinnovabili diventerà competitivo con le fonti fossili nel giro di pochi anni e avrà un ruolo centrale nella transizione energetica, in particolare nell’industria, nel riscaldamento e nel trasporto pesante. Sarà un pilastro del Green New Deal europeo e degli investimenti per la ripartenza post-Covid. Snam sta investendo e innovando per rendere la propria rete compatibile con l’idrogeno, per favorire lo sviluppo di nuove tecnologie e creare una filiera italiana perché il nostro Paese ha l’opportunità di essere tra i protagonisti mondiali nel settore, cogliendo i benefici ambientali ed economici di questa leadership climatica”.

Lazio: per i più giovani 10.000 voucher del valore di 10 euro per l’acquisto di libr

La Regione Lazio mette a disposizione dei più giovani 10.000 voucher del valore di 10 euro per l’acquisto di libri nei punti vendita che aderiranno all’iniziativa. La promozione è rivolta ai ragazzi dai 14 ai 29 anni che abbiano scaricato sul proprio smartphone la Lazio Youth Card, l’App gratuita della Regione Lazio che dà la possibilità di accedere a diverse convenzioni nel mondo della cultura, dello sport e del turismo sia nel Lazio che in 38 paesi europei.

I voucher potranno essere utilizzati nelle librerie indipendenti del Lazio che abbiano preso parte alla manifestazione d’interesse indetta nelle scorse settimane dalla Regione: un ulteriore misura che l’amministrazione regionale ha messo in campo per favorire il rilancio del settore e consentire al più presto la ripresa delle attività.

L’iniziativa si inserisce nel quadro di investimenti della Regione Lazio a favore delle librerie indipendenti come il bando da 500 mila euro finalizzato a garantire un sostegno economico a tutte quelle realtà che, a causa dell’emergenza Covid-19, hanno visto pesantemente ridimensionata la propria attività. L’Avviso pubblico sostiene, con un contributo fino a 5 mila euro interamente a fondo perduto, iniziative di promozione della lettura da svolgersi entro il 31 ottobre esclusivamente attraverso piattaforme digitali, quali presentazioni, reading, iniziative culturali, eventi musicali legati alla lettura, ma anche corsi, workshop e laboratori nonché attività che coinvolgano scuole e università.

Link al bando: https://www.laziocrea.it/laziocrea/gare/avviso-per-la-concessione-di-contributi-a-favore-delle-librerie-indipendenti-di-regione-lazio/.

Inoltre, è stato prorogato al 22 giugno il bando Teatri, Librerie e Cinema VERDI E DIGITALI che sostiene con contributi a fondo perduto fino a 100 mila euro gli investimenti green e digitali. Per le librerie indipendenti, è riservato 1 milione di euro per investimenti in tecnologie digitali (come l’acquisto di attrezzature, software, strumentazione digitale, ecc.) e per l’efficienza energetica (ad esempio, studi di fattibilità e diagnosi energetiche; progettazione; redazione piani di sicurezza; opere murarie e impianti; certificazione energetica, ecc.).

Link al bando: http://www.lazioinnova.it/bandi-post/por-fesr-lazio-2014-2020-teatri-librerie-cinema-verdi-digitali/.

Oltre 7 milioni di utenti per SPID

Il 2020 segna una forte crescita della diffusione dell’identità digitale SPID, che da 5 milioni e 400 mila circa identità rilasciate a fine 2019 registra un aumento di oltre 1,5 milioni nei primi cinque mesi del 2020, superando –informa AgID in una nota- i 7 milioni di utenti attivi.

A crescere in maniera esponenziale anche:

–  il tasso medio di attivazione settimanale, che passa dalle 50 mila unità del 2019 alle oltre 80 mila nei primi mesi del 2020, con 25 mila rilasci al giorno nel mese di maggio;

– l’utilizzo dell’identità digitale per accedere ai servizi online, che nel solo mese di aprile raggiunge un valore di 7.682.335.

Si associa al trend positivo l’offerta di servizi online e di bonus accessibili con SPID, che aumenta da parte di PA e Governo anche in ragione dell’emergenza sanitaria.

Tra le novità del 2020, le misure di sostegno al reddito per lavoratori e famiglie contenute nel Decreto Rilancio (decreto legge 19 maggio 2020, n. 34). Si può usufruire di iniziative come l’indennità 600 euro, i bonus per baby sitting e per colf e badanti compilando la domanda online con la propria identità digitale.

Con SPID è possibile autenticarsi per acquisire la firma remota. Attualmente il servizio è disponibile presso due certificatori che consentono l’acquisizione, con autenticazione SPID di livello 2, della firma remota a lungo termine o in modalità one shot. Tutti i certificatori di firma digitale possono potenzialmente implementare e utilizzare SPID per queste funzionalità.

L’identità SPID, inoltre, è la chiave di accesso ai servizi pubblici degli stati membri dell’Unione europea che hanno aderito al nodo eIDAS.  Sono 18 i Paesi che hanno attivato l’interoperabilità delle identità nazionali aprendo l’accesso ai propri servizi digitali. Un obiettivo importante, previsto dal Parlamento e dal Consiglio europeo con il Regolamento eIDAS (n. 910/2014) per cui l’Italia è stata tra le prime nazioni ad attivarsi abilitando SPID e la Carta di identità elettronica CIE.

Con SPID è possibile accedere anche a servizi privati. Sono 7 i fornitori già attivi, si può richiedere l’abilitazione come service provider sul sito dedicato a SPID.

Un anticorpo biotech contro il Covid

Assorted pills

Si tratta di un anticorpo monoclonale  derivato in questo caso dal sangue di uno dei primi pazienti guariti negli Usa. Per la prima volta al mondo è iniziato uno studio di fase 1 sull’uomo ed i primi risultati sono attesi entro giugno.

Già da marzo, anche l’azienda Gsk con la fondazione Toscana Life Sciences e l’Istituto Spallanzani di Roma, sono alla ricerca dello stesso tipo di soluzione.

Comunque la sperimentazione con questo primo studio di fase 1 è promossa dall’azienda farmaceutica Eli Lilly, che ha sviluppato in soli tre mesi l’anticorpo dopo che questo era stato identificato da AbCellera ed il Centro di ricerca sui vaccini dell’Istituto nazionale di allergie e malattie infettive Usa (NIAID), diretto da Antony Faucui, su un campione di sangue prelevato da uno dei primi pazienti statunitensi guariti da Covid-19.

LY-CoV555, questo il nome dell’anticorpo, è dunque un potenziale nuovo farmaco specificamente progettato per combattere SarsCov2. I primi pazienti nello studio sono stati trattati nei principali centri medici Usa.

I partiti. Come torneranno?

Dunque, Alessandra Ghisleri ci dice che il tasso di credibilità dei politici oggi è appena sopra il 4%. Il dato più basso dopo la stagione fatta di insulti, contumelie e volgarità che il fondatore dei 5 stelle, Beppe Grillo, rovesciava sui politici italiani nel lontano 2008 all’epoca del cosiddetto “vaffaday”. Ilvo Diamanti, da par sua, ci ricorda attraverso una sua inchiesta, che la maggioranza dei cittadini italiani invoca sempre di più la presenza di un “capo” in politica. 

Sono due elementi, questi, che portano ad una medesima conclusione, almeno così mi pare. E parliamo di ricerche condotte da due autorevoli e raffinati osservatori della politica italiana. E cioè, da un lato la sostanziale scomparsa, o meglio la progressiva irrilevanza, dei partiti come strutture politiche ed organizzative e, dall’altro, la caduta verticale del confronto interno ai partiti. Almeno per quanto riguarda la percezione di interesse dei cittadini. Due elementi, appunto, che non potranno non avere una forte influenza sugli stessi comportamenti politici furti dei cittadini. 

E questo perché la verticalizzazione della politica, la richiesta di avere un capo e il tramonto dell’interesse per il confronto all’interno di partiti, non potrà che avere forti ripercussioni sulle stesse dinamiche della politica italiana. Non a caso, dicono sempre i due illustri studiosi dei trend e dei comportamenti politici nel nostro paese, si tratta di una tendenza già presente nel tessuto democratico del nostro sistema ben prima dell’emergenza sanitaria nazionale che ci ha drammaticamente colpiti nei mesi scorsi. Una tendenza che rischia, però adesso, di indebolire progressivamente la stessa qualità della democrazia e delle stesse istituzioni democratiche. Perchè, come ben sappiamo, sono proprio i partiti la garanzia per dare ossigeno democratico all’intero sistema politico. Quando i partiti si indeboliscono o non sono più percepiti come tali dalla pubblica opinione, ma una semplice presenza ornamentale, inevitabilmente cresce la voglia di avere un “capo” e quindi, di conseguenza, una riduzione degli stessi spazi democratici. 

Ora, se questo è lo scenario che si apre al nostro orizzonte – e la difficoltà ad incontrarsi e a ripetere le modalità tradizionali del far politica lo accentua ancor di più – si tratta di capire come è possibile invertire la rotta e riprendere, se possibile, un percorso democratico nei partiti e nella stessa società italiana. Se, invece, si pensa che la personalizzazione della politica italiana sarà l’epilogo finale di questo processo, ci si dovrà rassegnare ad una prospettiva dove accanto ai capi partito ci saranno solo e soltanto dei comitati elettorali funzionali al capo di turno. Uno scenario decisamente diverso da quello che il sistema Italia ha conosciuto e sperimentato per molti decenni. 

I partiti, di conseguenza, adesso devono riscoprire sino in fondo la loro valenza democratica, partecipativa e politica. E cioè, o sono strumenti politici in grado di canalizzare e veicolare la partecipazione popolare attraverso programmi e progetti, oppure è del tutto naturale che si trasformino in puri ed aridi cartelli elettorali del tutto evanescenti e persin inutili ai fini della elaborazione politica, culturale e programmatica. Perchè se si sommano ancora per qualche tempo profonda sfiducia nei confronti dei politici e voglia crescente di verticalizzazione dei processi politici, i partiti saranno conosciuti solo per ciò che hanno rappresentato in un passato ormai improponibile e lontano, molto lontano. Molto dipende, al riguardo, come si comporteranno coloro che continuano a riconoscersi nelle culture politiche che hanno contribuito, e che contribuiscono, a rafforzare e a consolidare la nostra democrazia e il nostro impianto istituzionale democratico. Certo, c’è poco da aspettarsi da partiti come i 5 stelle che hanno sempre avuto come obiettivo prioritario quello di radere al suolo tutto ciò che è riconducibile al passato. Tocca, invece, a 

tutti coloro che continuano o credere nei partiti come strumenti democratici ed espressione di precise culture politiche, farsi carico di questo lavoro di ricostruzione della politica e della qualità della nostra democrazia. L’alternativa, purtroppo, già la conosciamo

Quale risposta a questa destra del tutto e subito?

La Repubblica è “una e indivisibile”, proclama la Costituzione Italiana.
Quando i Padri Costituenti hanno inserito questa definizione nell’articolo cinque (riferito alle Autonomie territoriali) avevano in mente i possibili rischi di una divisione su base geografica.
Non potevano immaginare che – a distanza di più di mezzo secolo – il rischio potesse arrivare invece da altre categorie di divisione.

Per la prima volta nella storia democratica del nostro Paese (e proprio in un momento che esige unità e condivisione al di là delle legittime diversità) la Festa della Repubblica è stata violata nel suo spirito “unitario e costituente”.
Da una parte il Capo dello Stato, prima all’Altare della Patria, come da tradizione e poi a Codogno, per rappresentare tutta la Comunità Nazionale e ribadire i valori di un comune destino, proprio di fronte al dramma di questi mesi e di quelli che verranno.

Dall’altra, una Destra sguaiata e anti sistema (anche oltre le volontà di alcuni stessi suoi leader) che ha sfilato nel centro di Roma per rappresentare “l’altra Repubblica”. Quella del rancore, del rifiuto di ogni regola (anche solo riferita all’uso della mascherina) e di ogni misura di responsabile partecipazione allo sforzo della Nazione. Sentimenti che ci sono nelle pieghe della società italiana: la politica non può far finta di niente, certo, ma non può legittimarli e cavalcarli, a meno che non intenda abiurare alla sua missione ed al suo ruolo di strumento per il bene comune.

Una Destra del “tutto e subito”, disposta – con qualche imbarazzo dei cosiddetti “moderati”, pur presenti – a richiamare le parole d’ordine lanciate da quel misto di ignoranza, spregiudicatezza e cinismo costituito dai nostrani “gilet arancioni”.
Una Destra che comunque c’è e che pare tutt’altro che marginale nella opinione pubblica.
Per contenerla, non basterà il volonteroso paternalismo emergenziale del Premier. Nè la lunga serie di provvedimenti a largo spettro, ma spesso scoordinati e per di più affidati a procedure infinite.

Il Governo – come dicono molti – è “oggi” senza reali alternative. Vero; ma fatica a dimostrare la dovuta capacità di visione e di carisma. Fatica a trasmettere il “senso” della sua azione e dunque ad incarnare la cifra della ”guida” di fronte ad una comunità divisa e impaurita ed ad una fase così inedita.
Accanto alla Fase tre dell’emergenza Coronavirus, converrà dunque sperare anche in una Fase tre del Governo del Paese: qualche timido segnale è arrivato in queste ore, dal di dentro e dal di fuori dell’area di Governo.

Diversamente, il destino è segnato. E non solo per l’attuale maggioranza parlamentare.
L’autunno sarà drammatico, lo sappiamo tutti.
Il Recovery Fund europeo rappresenta uno sforzo politico-economico senza precedenti.
E speriamo che la Cancelliera Merkel, anche sulla base della storica alleanza con Roma e Parigi, riesca a farlo digerire senza troppi annacquamenti a quei Governi che spesso, peraltro, sono stati evocati come “sodali nel sovranismo nazionalista ed anti europeo” dalla destra italiana.

Ma il Recovery Fund, bene che vada, non arriverà in tempo per prevenire una fase di recessione di proporzioni inaudite. Nuove povertà, crescenti disuguaglianze, paure latenti del Coronavirus – esorcizzate attraverso una sorta di irrazionale negazionismo di ritorno – potranno determinare una miscela esplosiva, molto pericolosa per la tenuta del tessuto civile e democratico del Paese.
È contro questo scenario terribile che occorre una iniziativa coraggiosa e innovativa della politica italiana o quanto meno di quella sua parte che non scommette sul “tanto peggio, tanto meglio”.

Una iniziativa che abbia la forza sufficiente per gestire la fase di difficile transizione ad una ripresa che, seppur su basi nuove e con paradigmi inediti, sono sicuro ci sarà.
L’importante è però arrivarci vivi, dal punto di vista sociale ed economico e da quello democratico.

Postilla.
Sul piano strettamente politico, le vicende di questi giorni confermano, per chi si richiama alla tradizione democratico cristiana e del “centro” popolare, ciò che Guido Bodrato, con la consueta lucida saggezza, ha ricordato in un suo messaggio di ieri, citando il mitico Valdes (leader dei democristiani cileni degli anni settanta): “Se vinci con la destra, è la destra che vince”.

Mattarella premia gli ‘eroi’ del Covid

Come annunciato a Codogno, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto insignire dellonorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica un primo gruppo di cittadini, di diversi ruoli,  professioni e provenienza geografica, che si sono particolarmente distinti nel servizio alla comunità durante lemergenza del coronavirus. I riconoscimenti, attribuiti ai singoli, vogliono simbolicamente rappresentare limpegno corale di tanti nostri concittadini nel nome della solidarietà e dei valori costituzionali.

Annalisa Malara e Laura Ricevuti, rispettivamente, anestesista di Lodi e medico del reparto medicina di Codogno, sono le prime ad aver curato il paziente 1 italiano.

Maurizio Cecconi, professore di anestesia e cure intensive allUniversità  Humanitas di Milano,  è stato definito da Jama (il giornale dei medici americani) uno dei tre eroi mondiali della pandemia.

Mariateresa Gallea, Paolo Simonato, Luca Sostini sono i tre medici di famiglia di Padova che volontariamente si sono recati in piena zona rossa per sostituire i colleghi di Vo’ Euganeo messi in quarantena.

Don Fabio Stevenazzi del direttivo della Comunità pastorale San Cristoforo di Gallarate (VA) è tornato a fare il medico presso lOspedale di Busto Arsizio.

Fabiano Di Marco, primario di pneumologia allOspedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo ha raccontato la tragica situazione della città e dellospedale.

Monica Bettoni, ex senatrice e Sottosegretaria alla Sanità, medico in pensione, ha deciso di tornare in corsia a Parma.

Elena Pagliarini è linfermiera di Cremona ritratta nella foto diventata simbolo dellemergenza coronavirus. Positiva, è guarita.

Marina Vanzetta, operatrice del 118 di Verona, ha soccorso una anziana donna e le è stata accanto  fino alla morte.

Giovanni Moresi,  autista soccorritore di Piacenza Soccorso 118, ha offerto una  testimonianza del ruolo degli autisti soccorritori del 118.

Beniamino Laterza, impiegato presso lIstituto di vigilanza Vis Spa” e presta servizio nellospedale Moscati di Taranto, presidio Covid.

Del team presso l’Istituto Nazionale Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma – struttura di eccellenza della sanità pubblica fanno parte:

Maria Rosaria Capobianchi, a capo del team che ha contribuito a isolare il virus

Concetta Castillettiresponsabile della Unità dei virus emergenti.

Francesca ColavitaFabrizio Carletti, Antonino Di Caro, Lucia Bordi, Eleonora Lalle, Daniele Lapa, Giulia Matusalibiologi

Nel team di ricerca dellospedale Sacco e dell’Università degli Studi di Milano, poli di eccellenza nellambito del sistema sanitario e di ricerca nazionale:

Claudia Balotta a capo del team, ora in pensione. Nel 2003 aveva isolato il virus della Sars.

Gianguglielmo Zehender,  professore associato.

Arianna Gabrieli, Annalisa Bergna, Alessia Lai, Maciej Stanislaw Tarkowski ricercatori


Ettore Cannabona, 
Comandante della Stazione dei Carabinieri di Altavilla Milicia (Palermo), ha devoluto in beneficenza lintero stipendio mensile.

Bruno Crosato in rappresentanza degli Alpini della Protezione civile del Veneto  che hanno ripristinato in tempi record 5 ospedali dismessi della regione.

Mata Maxime Esuite Mbandàgiocatore per il Zebra Rugby Club e per la nazionale italiana,  volontario sulle ambulanze per lAssociazione Seirs Croce Gialla di Parma.

Marco Buono e Yvette Batantu Yanzege  della Croce Rossa Riccione hanno risposto allappello della Lombardia che chiedeva aiuto a medici e personale con ambulanze.

Renato Favero e Cristian Fracassiil medico che ha avuto lidea di adattare una maschera da snorkeling a scopi sanitari e lingegnere che lha realizzata.

Concetta DIsantoaddetta alle pulizie in un ospedale milanese. Fa parte di quella schiera di lavoratori che ha permesso alle strutture sanitarie di andare avanti nel corso dellemergenza.

Giuseppe Maestri, farmacista a Codogno, ogni giorno ha percorso cento km per recarsi in piena zona rossa.

Rosa Maria Lucchetti, cassiera allIpercoop Mirafiore di Pesaro, ha lasciato una  lettera agli operatori 118  donando loro anche tre tessere prepagate di 250 euro.

Ambrogio Iaconodocente presso listituto professionale alberghiero Talete di Ischia. Positivo,  ricoverato al Rizzoli di Lacco Ameno, ha continuato a insegnare a distanza nei giorni di degenza.

Daniela Lo Verde, preside dellistituto Giovanni Falcone” del quartiere Zen di Palermo, ha lanciato una campagna di raccolta fondi per regalare la spesa alimentare ad alcune famiglie in difficoltà.  Suo lappello  per recuperare pc e tablet per consentire ai suoi allievi di seguire le lezioni a distanza.

Cristina Avancini, linsegnante di Vicenza che nonostante il contratto scaduto non ha interrotto le video-lezioni con i suoi studenti.

Alessandro Santoianni e Francesca Leschiutta, direttore della casa di riposo della Parrocchia di San Vito al Tagliamento (PN) e coordinatrice infermieristica che,  insieme agli altri dipendenti, sono rimasti a vivere nella struttura per proteggere gli anziani ospiti.  

Pietro Terragni, imprenditore di Bellusco (Monza e Brianza), in seguito alla morte di un dipendente, Erminio Misani, che lasciava la moglie e tre figli, ha assunto la moglie Michela Arlati.

Riccardo Emanuele Tiritiello, studente dellistituto Paolo Frisi di Milano. Con il padre e il nonno hanno cucinato gratuitamente per i medici e gli infermieri dellospedale Sacco.

Francesco Pepe, quando ha dovuto chiudere il suo ristorante a Caiazzo di Caserta ha preparato pizze e biscotti per i poveri e gli anziani in difficoltà, organizzando una raccolta fondi per lospedale di Caserta.

Irene Coppola ha realizzato, a sue spese, migliaia di mascherine. Ha aiutato una associazione per sordi inventando una mascherina trasparente per leggere il labiale.

Alessandro Bellantoni  con il proprio taxi  ha fatto una corsa gratis di 1.300 km per portare da Vibo Valentia  allospedale Bambin Gesù di Roma una bambina di tre anni  per un controllo oncologico.

Mahmoud Lufti Ghuniem, in Italia dal 2012, fa il rider. Si è presentato alla Croce Rossa di Torino con uno stock di mille mascherine acquistate di tasca sua.

Daniele La Spina in rappresentanza dei giovani di Grugliasco al servizio della città di Torino che hanno portato prodotti di prima necessità a chi ne ha bisogno, in particolare agli anziani soli.  

Giacomo Pigni, volontario dellAuser Ticino-Olona ha coinvolto una ventina di  studenti che hanno iniziato a fare chiamate di ascolto per dare compagnia alle persone sole.

Pietro Floreno, malato da oltre dieci anni di Sla ha comunicato di voler mettere a disposizione della ASL, per i malati di coronavirus, il suo ventilatore polmonare di riserva.

Maurizio Magli, in rappresentanza dei 30 operai della Tenaris di Dalmine che, quando è arrivata la commessa per la produzione di 5mila bombole nel minor tempo possibile, hanno volontariamente continuato a lavorare.

Greta Stella, fotografa professionista, volontaria presso la Croce Rossa di Loano (Savona), ha realizzato un racconto fotografico dellattività quotidiana dei volontari.

Giorgia Depaoli, cooperante internazionale e si dedica in particolare alla difesa dei diritti delle donne. Ha subito dato la sua disponibilità alla piattaforma Trento si aiuta” .

Carlo Olmo,ha contribuito nel rifornire gratuitamente Comuni e strutture sanitarie del Piemonte di mascherine, guanti, camici.

Maria Sara Feliciangelifondatrice dellAssociazione Angeli in Moto, insieme ai suoi amici motociclisti si è impegnata per consegnare i farmaci a domicilio alle persone con sclerosi multipla.

 

Imprese: Istat, nel 2017 Milano e Bolzano le province più produttive

Nel 2017 la distribuzione territoriale del valore aggiunto generato dal complesso dell’economia resta sostanzialmente invariata rispetto all’anno precedente: il 37,7% proviene dal Nord-ovest e il 25,4% dal Nord-est; seguono il Centro con il 20,5% e il Mezzogiorno con il 16,4%. Rispetto al 2016 la crescita del valore aggiunto delle regioni del Nord ne ha determinato anche un aumento del peso percentuale: +0,2 punti per il Nord-ovest controbilanciato dal calo di 0,2 punti percentuali del Centro, dovuto in particolare
alla minor crescita percentuale del valore aggiunto della regione Lazio.

In termini di macro settori, rispetto al 2016 l’industria perde peso nel Mezzogiorno (-0,3 punti percentuali) in favore del Nord-ovest (+0,3 punti), il comparto dei servizi acquista rilevanza economica nel Nord-est e nel Nord-ovest (entrambi +0,2 punto) mentre la riduce al Centro (-0,3).

A livello comunale l’asimmetria nella distribuzione del valore aggiunto si accentua: i comuni più grandi, al di sopra dei 24.000 abitanti e che costituiscono il 5% del totale dei comuni, racchiudono il 49,2% della popolazione residente, il 55,1% degli addetti e generano il 57,8% del valore aggiunto nazionale. Sono localizzati prevalentemente nei sistemi urbani, in particolare in quelli pluri-specializzati (15,3%), portuali (14,0%) e ad alta specializzazione (11,0%).

L’insieme costituito dal 5% dei comuni più grandi è localizzato principalmente nel Centro (8,1%) dove arrivano a generare tre quarti del valore aggiunto della ripartizione (74,8%), specialmente nel Lazio e in Toscana in cui l’89,3% e il 62,7% del valore aggiunto regionale è realizzato con il contributo dei sistemi urbani ad alta specializzazione e nei sistemi urbani pluri-specializzati. Nel Mezzogiorno si trovano il 6,7% dei comuni più grandi che sviluppano quasi due terzi del valore aggiunto (63,4%), con punte in Puglia (73,5%), Sicilia (72,6%) e Campania (68,7%) nei sistemi urbani pluri-specializzati e prevalentemente portuali.
Nel Nord-ovest il 5% dei comuni più grandi genera oltre la metà del valore aggiunto (54,3%) in particolare in Liguria e Lombardia coprono rispettivamente il 69,9% e 53,8% del valore aggiunto, proveniente in larga parte dai sistemi urbani prevalentemente portuali e urbani ad alta specializzazione.

Infine nel Nord-est, dove si deve ai comuni più grandi meno della metà (45,6%) del valore aggiunto della ripartizione, spicca l’Emilia Romagna (57%) principalmente con il contributo dei sistemi urbani ad alta specializzazione.
Rispetto al 2016 il valore aggiunto nazionale delle imprese industriali e dei servizi cresce del 3,9% in termini nominali, un punto percentuale in meno rispetto all’anno precedente. A livello comunale il 45,3% dei comuni registra una crescita del valore aggiunto pari o superiore alla media nazionale. I comuni ad alta crescita di valore aggiunto costituiscono il 51% dei comuni del Nord-est, il 47,6% del Nord-ovest, il 45,3% del Centro e il 39,4% del Mezzogiorno.

Anche per il 2017 nelle prime 20 posizioni in termini di valore aggiunto si attestano soltanto comuni capoluogo, ad eccezione di San Donato Milanese che risulta in 17esima posizione, guadagnando due posizioni rispetto all’anno precedente.
I comuni in classifica, che generano il 29,3% del valore aggiunto nazionale, restano sostanzialmente invariati rispetto al 2016 ma con inversioni di posto tra Bologna (sesta) e Firenze (settima), Modena (12esima) e Brescia (13esima), Bergamo (20esima) e Ravenna (21esima). Quest’ultima esce quindi dalla graduatoria mentre rientra Bergamo.
Milano e Roma si collocano largamente in testa alla classifica dei comuni capoluogo, prevalendo l’uno nei servizi e l’altro nell’industria: da soli, coprono il 15% del valore aggiunto nazionale. Seguono Torino e Genova con un valore aggiunto aggregato rispettivamente pari a 17,8 e 11,5 miliardi di euro e una crescita, rispettivamente, dell’11,2% e del 5,3%.

In termini di produttività apparente del lavoro, Milano e Bolzano si confermano al vertice della graduatoria dei comuni capoluogo, con un incremento rispetto all’anno precedente rispettivamente dello0,6% e del 3,3%.
Inoltre nelle prime 20 posizioni per produttività del 2017 si registra l’ingresso dei comuni di Alessandria,Padova e Trieste.

Appalti digitali: le proposte Anac per agevolare la ripresa economica

In vista dell’emanazione di un intervento normativo di semplificazione in materia di appalti, l’Autorità nazionale anticorruzione ha elaborato un documento, inviato alla Presidenza del Consiglio e ai Ministri competenti, contenente varie proposte per velocizzare le procedure e favorire la ripresa economica.

Nello specifico, l’Anac reputa necessario in primo luogo realizzare tempestivamente la previsione – contenuta nel Codice – di una piena digitalizzazione delle gare, che in circa un terzo dei casi sono ancora svolte in modalità cartacea. Molteplici i vantaggi che ne deriverebbero: semplificazioni per la trasparenza, maggior controllo, tutela della concorrenza, garanzia dell’inviolabilità e della segretezza delle offerte, tracciabilità delle operazioni di gara e un continuo monitoraggio dell’appalto, riducendo peraltro al minimo gli errori operativi, con una significativa diminuzione del contenzioso. Sarebbe inoltre possibile ottenere consistenti risparmi in termini di tempi e costi (le commissioni di gara potrebbero lavorare a distanza, eliminando la necessità delle sedute pubbliche o limitandone il numero) e si darebbe attuazione al principio dell’invio unico dei dati, espressamente previsto dal Codice, snellendo gli obblighi di comunicazione e rendendo disponibili informazioni sui contratti pubblici per le varie finalità ai soggetti istituzionali e ai cittadini.

Per tali ragioni l’Anac ritiene che un adeguato livello di digitalizzazione e la disponibilità di personale tecnico debbano divenire requisiti fondamentali nel processo di qualificazione delle stazione appaltanti, affinché gli acquisti più complessi vengano svolti soltanto da amministrazioni dotate delle competenze necessarie, favorendo le economie di scala e contenendo i costi amministrativi per le imprese. Per sostenere la diffusione delle piattaforme potrebbe essere utile mettere gratuitamente a disposizione le tecnologie telematiche e il supporto tecnico, prevedere politiche di incentivazione legate ai risultati raggiunti e assumere nuove risorse con competenze specifiche.

L’Anac suggerisce anche di semplificare e ridurre notevolmente i tempi di verifica dei requisiti nei casi in cui l’aggiudicatario di un appalto, entro un intervallo di tempo prestabilito (ad es. 6 mesi), sia già stato esaminato con esito positivo in una procedura di gara.

Infine, per superare la grave situazione economica e fronteggiare i danni subiti dalle attività produttive, l’Autorità suggerisce di introdurre una norma che fino al 31 dicembre permetta alle amministrazioni di ricorrere motivatamente alle procedure di urgenza ed emergenza già consentite dal Codice. I settori che si prestano maggiormente a tali semplificazioni, per dimensione economica o per connessione diretta con attività in grado di far superare la crisi provocata dall’emergenza sanitaria, ad avviso dell’Autorità sono le seguenti: manutenzioni, ristrutturazione/costruzione di ospedali e scuole, interventi sulla rete viaria, approvvigionamenti nel settore sanitario, informatico e dei trasporti.

Amazon: i suoi corporate bond hanno il tasso più basso della storia

Amazon ha collocato bond per 10 miliardi di dollari a un tasso dello 0,4%, con una domanda che ha superato di tre volte l’offerta. Si tratta del rendimento più basso mai registrato nella storia delle offerte di obbligazioni aziendali negli Stati Uniti. A colpire è che si tratta di un tasso superiore di appena due decimi di punto percentuale a quello spiccato dai titoli di Stato di analoga scadenza piazzati dal Tesoro degli Stati Uniti lo scorso maggio. Appena tre anni fa, quando Amazon aveva collocato obbligazioni per 16 miliardi di dollari per finanziare l’acquisizione di Whole Foods, il rendimento del bond triennale era stato pari all’1,9%.

A questo risultato record hanno contributo la promessa della Fed di acquistare anche corporate bond per rispondere all’emergenza economica nonché la stessa epidemia di coronavirus. Il boom dello shopping online causato dal lockdown internazionale ha infatti favorito notevolmente gli affari di Amazon.

Nuova speranza per la sclerosi multipla

La sperimentazione, coordinata e finanziata dalla Fondazione e dall’Irccs Casa Sollievo della Sofferenza e da Revert Onlus con il patrocinio della Fondazione Cellule Staminali di Terni crea nuove speranze per la lotta contro la sclerosi multipla.

La sperimentazione di Fase I, autorizzata dalle competenti commissioni dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’Agenzia Italiana del Farmaco, Aifa, dalla omologa svizzera Swissmedic e a livello europeo con numero di protocollo Eudract 2015-004855-37, è iniziata a gennaio 2018 con il ricovero del primo paziente e costituisce il primo passo verso lo sviluppo di un protocollo sperimentale per trattare i pazienti di Sclerosi Multipla con il trapianto di cellule staminali cerebrali umane di grado clinico. Scopo del trial è verificare la sicurezza del trattamento e le possibili azioni neurologiche. I quindici pazienti previsti nel protocollo sono stati suddivisi in quattro gruppi e trapiantati con dosi crescenti di cellule, gli ultimi sei hanno ricevuto il dosaggio più elevato (24 milioni di cellule).

Tutti i pazienti sono stati dimessi dopo 48 ore di osservazione in seguito al trapianto e non hanno manifestato effetti collaterali nell’immediato post-operatorio o nei mesi a seguire. Le equipe cliniche proseguiranno l’attività di monitoraggio per almeno un anno dopo l’intervento. Si stanno ora valutando eventuali effetti terapeutici. “Siamo felici di annunciare questo importante traguardo nella sperimentazione in corso con cellule staminali cerebrali”, afferma Angelo Vescovi, direttore Scientifico dell’Irccs Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo e presidente dell’Advisory Board di Revert Onlus, nonché professore dell’Università degli Studi di Milano Bicocca. “Aspettiamo adesso il follow-up a un anno e la sottomissione nei tempi più brevi possibili del protocollo per la Fase II in questa grave malattia”, aggiunge.

La sperimentazione è basata su dati scientifici che hanno avuto risonanza mondiale e che sono stati pubblicati nel 2003 sulla rivista Nature. Questo studio clinico di Fase I per la Sclerosi Multipla rappresenta la terza tappa di un percorso iniziato 12 anni fa con la creazione della banca mondiale di staminali del cervello umano – ancora oggi unica al mondo. Lo studio è proseguito con il primo trapianto in diciotto pazienti con Sla nel 2012, la cui sperimentazione si è conclusa con successo nel 2015 e che vedrà a breve l’avvio di una Fase II.

E’ questo l’unico esempio al mondo di cellule staminali che sono divenute un vero e proprio farmaco cellulare stabile, riproducibile e con un comportamento prevedibile, che quindi permette interventi clinici che non sono possibili con cellule sempre diverse perché ogni volta isolate da diversi donatori  e quindi potenzialmente differenti nelle loro azioni biologiche e terapeutiche.

Salvini a Roma

Si può sperperare in un battibaleno una splendida ricchezza, basta un gesto inconsulto, una parola fuori posto, uno stile sgangherato e tutto può essere irrimediabilmente perso.

Se c’era una data che riusciva ad armonizzare l’intero mondo politico, questa era il due giugno. Data riconosciuta dall’intero arco costituzionale, ma anche da frange esterne al panorama istituzionale. Fare di questo un grimaldello per scopi parziali, è apparso ai più un gesto del tutto inconsulto.

La stessa Meloni e Berlusconi, si sono trovati in uno stato d’indescrivibile imbarazzo. Credo che Salvini abbia anche calpestato i piedi a molti elettori leghisti per il cattivo gusto messo in scena ieri a Roma e non solo in quella città.

C’è pure un tratto moderato nel partito per ora retto da Salvini, e questo mal sopporta qualsiasi azione sopra le righe e volta anche ad essere tesa ad un atteggiamento da gradasso non proprio in linea con la laboriosità di alcuni Lombardi e Veneti che badano più alla loro sostanza che alle forme pirotecniche viste ieri lungo le vie Romane.

Non escludo nemmeno che all’interno della Lega si respiri già il desiderio di intraprendere vie meno burlonesche. Il nord non ha niente a che fare con il Papeete o con modalità da festa carnascialesca, perché non vuole passare per essere leggero, superficiale e votato al sciocco divertimento.

Nel nostro Paese abbiamo bisogno di una destra moderata, di una sinistra moderata di partiti centristi seri e laboriosi, di due possibili schieramenti che si contrappongano, da punti di vista diversi ma pur sempre entrambi sotto l’insegna della più elevata serietà politica.

Non so esattamente che cosa accadrà. Certo è che dubito che i leader del centro destra si facciano ingabbiare in questa vicenda poco nobile. Cercheranno pertanto spazi d’interlocuzione con nuove venature leghiste.

A questo punto, non escludo possa emergere, e se lo meriterebbe, la figura seria e composta del Presidente della Regione Veneta, Luca Zaia, che alla prova dei fatti, ha sempre dimostrato concretezza e una fondata serietà che ieri sembra essere stata del tutto vilipesa durante l’inconsulta espressione Romana.