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Romanelli, parroco di Gaza, invoca il cessate il fuoco.

L’assalto al convoglio di aiuti, la “strage del pane” figlia della fame che si vive ogni giorno a Gaza, è lo specchio della guerra lanciata da Israele ad Hamas in risposta all’attacco del 7 ottobre scorso da parte dei miliziani che controllano la Striscia. Un conflitto in cui la mancanza di cibo uccide come le bombe e che ieri (l’altroieri per chi legge, ndr) ha fatto registrare l’ennesimo capitolo di una tragedia che finisce per colpire soprattutto la popolazione civile: secondo le Nazioni Unite almeno 576mila persone, pari a un quarto della popolazione, deve affrontare livelli “catastrofici” di insicurezza alimentare. Le 112 vittime e gli oltre 760 feriti riferiti da fonti palestinesi nel massacro che si è consumato attorno al convoglio Onu che trasportava beni di prima necessità, col consueto scambio di accuse fra Stato ebraico e Hamas, sono la conseguenza di una realtà che si fa sempre più drammatica. Il ministero palestinese della Sanità riferisce del decesso, in questi giorni, di 10 bambini per “disidratazione e malnutrizione” negli ospedali del nord.

“Le vittime dei bombardamenti sono numerose ogni giorno, e continuano a salire, ma è altrettanto vero che la fame è molta, ed è generalizzata, una condizione comune nella Striscia ma soprattutto a nord, perché dall’inizio della guerra faticano ad entrare aiuti”. P. Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia a Gaza, bloccato a Gerusalemme (prima ancora a Betlemme) e impossibilitato a tornare nella Striscia dell’inizio del conflitto per la chiusura delle frontiere imposta da Israele, definisce sempre più “urgente” il cessate il fuoco. Interrompere il ricorso alle armi, sottolinea ad AsiaNews il sacerdote argentino del Verbo incarnato, e al tempo stesso inviare aiuti: “Le persone muoiono – racconta – perché hanno estremo bisogno di cibo, acqua, medicinali” e quanto è successo ieri “è il segnale che la situazione è davvero grave”.

Nel 145mo giorno di guerra nella Striscia il bilancio aggiornato parla di oltre 30mila morti e più di 70mila feriti sul versante palestinese, che seguono le 1200 vittime circa dell’attacco terrorista di Hamas nel sud di Israele del 7 ottobre scorso, che ha scatenato la risposta militare dello Stato ebraico. A questo si aggiungono i decessi per la fame e la disperazione, come avvenuto ieri quando – secondo Hamas – l’esercito israeliano (Idf) ha aperto il fuoco ad altezza uomo sulla folla in cerca di assistenza alimentare in un caotico corpo a corpo. Nel mirino un convoglio di 30 camion con aiuti e preso d’assalto all’alba, in un quadro di crescente disperazione che aveva spinto le Nazioni Unite a sospendere le distribuzioni proprio per il timore di un incidente. Diversa la versione di Israele su quanto accaduto a nord di Gaza: i militari avrebbero esploso colpi di avvertimento in aria per disperdere la folla, ma nella confusione generale diverse persone sarebbero state travolte e uccise.

Fonti rilanciate da Associated Press (Ap) riferiscono che le truppe israeliane hanno aperto il fuoco sui civili, che cercavano di prelevare dai camion sacchi di farina e scatolame. In un primo momento gli assalitori si sono nascosti, per poi tornare ai mezzi; al nuovo tentativo i militari con la stella di David hanno risposto sparando nuovamente sulla folla e provocando la carneficina. Generale e unanime la condanna dei Paesi arabi per quanto è avvenuto, mentre il presidente degli Stati Unti Joe Biden teme che possa ostacolare – se non affossare – il margine di trattativa sui negoziati finalizzati alla liberazione degli ostaggi israeliani e un cessate il fuoco. Una priorità, anche perché un quarto dei 2,3 milioni di palestinesi della Striscia rischia di morire di fame, mentre l’80% circa ha dovuto abbandonare le proprie case, molte delle quali ormai distrutte in un quadro di caos generale.

Intanto nella parrocchia della Sacra Famiglia, come nel resto della Striscia, “si cerca di andare avanti e di resistere” riprende p. Romanelli, ma “la situazione è grave perché dopo qualche settimana di calma nei bombardamenti sono tornate a cadere le bombe”. In particolare, prosegue, “nel nostro quartiere di al-Zeitun” dove le persone “vivono in uno stato di angoscia. Si era parlato di tregua, di un cessate il fuoco con scambio di ostaggi, ma sembra che le parole e gli appelli siano destinati a cadere nel vuoto. Invece di fermarsi – afferma il parroco – l’impressione è che vogliano andare avanti con la guerra” in un’escalation che fa paura, mentre le persone soffrono la fame.

“A Rafah è urgente fermare i bombardamenti – spiega p. Romanelli – ma al tempo stesso è importante garantire cibo e aiuti, anche nel nord, nella stessa città di Gaza dove vi sono almeno 400mila persone in condizione di estremo bisogno”. “Viviamo in un clima, e in un mondo, polarizzato – afferma – in cui appare sempre più difficile il dialogo. Ma proprio per questo la prima cosa è il cessate il fuoco, ogni giorno in più di guerra è la continuazione di un massacro. Ma se tante porte restano chiuse, le persone innocenti muoiono e poi vi sono gli oltre 70mila feriti, dei quali sono una manciata ha ricevuto cure”. Infine un pensiero, e un ringraziamento, a papa Francesco che ogni giorno chiama il vice-parroco, p. Jusuf Asad, come “ha fatto anche ieri: lo ha chiamato – conclude p. Romanelli – per dirgli che aveva letto la lettera del padre di famiglia al figlio e di averli benedetti entrambi… [il pontefice] prega per tutti loro”.

Il voto sardo, un invito a modificare la rotta.

Il voto sardo contiene un verdetto e un monito. Avvisa la Meloni che non è mai bene esagerare e che tutte le forzature di una maggioranza che si sente troppo padrona del suo destino vanno incontro prima o poi a una smentita pressoché inesorabile. 

È un invito, insomma, per quanto si può, a modificare la rotta. Aggiornando la mappa di una navigazione che si andava facendo troppo disinvolta e perigliosa. Naturalmente, occorrerà aspettare la controprova (Abruzzo, poi Basilicata, infine le europee). E non è affatto detto che il centrosinistra sia uscito dalle sue difficoltà e dalla sua confusione. Tutt’altro. Ma è pur vero che si è riaperta la contesa, che il gioco si è fatto più incerto per tutti e che l’esito non può più essere dato per scontato. 

Una buona notizia per chi ama la politica e ne segue con passione civile le infinite variazioni. Ora si tratterà di vedere se e come cambierà lo spartito di Palazzo Chigi. Laddove Meloni si trova davanti a un singolare crocevia. Infatti la sua popolarità resta piuttosto alta. Ma a condizione di tenere in precario equilibrio quel che appartiene a lei e alla sua storia e quel che invece le viene suggerito dalle più ampie e più varie necessità del paese. 

In altre parole Meloni può riuscire nell’impresa solo a patto di convincere almeno una parte del paese che non l’ha votata. E che può condividerla, almeno un po’, solo a patto che si liberi dal fardello della sua parzialità. Detto altrimenti, Meloni ha bisogno di un briciolo di incoerenza se vuole essere apprezzata. Soprattutto in Europa, laddove dovrà svincolarsi da molte delle sue vecchie amicizie.

 

Fonte: La Voce del Popolo – Giovedì 9 febbraio 2024.

Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia.

Il partito da costruire guardi ai bisogni dell’Italia

Sono trent’anni che il nostro sistema politico è alla ricerca della “normalità” perduta. Decenni che, guarda caso, coincidono con la cancellazione forzata dei partiti di centro. Ci avevano “promesso” che il maggioritario avrebbe garantito stabilità e alternanza, che i collegi uninominali avrebbero garantito la rappresentanza e che i partiti non avevano più ragione di esistere. Dopo trent’anni il bilancio negativo è un dato oggettivo.

I promotori della seconda repubblica, non contenti del fallimento politico del bipolarismo, continuano a proporre correttivi con la solita logica della personalizzazione della politica, che annienta valori e idee.

Il colpo di coda del bipopulismo lo vediamo nel taglio dei seggi parlamentari, nel terzo mandato per i Presidenti delle regioni (che loro chiamano Governatori), nel premierato e nei listini bloccati. Il tutto senza rendersi conto della disaffezione crescente dei cittadini verso la politica. Vota un italiano su due? A loro non importa. Questo sistema di scontro perenne sta facendo scivolare l’Italia verso il declino culturale, sociale, politico ed economico. Abbiamo la volontà di superarlo? Con quali mezzi?

Con il Partito da costruire, non quello dei sogni che ognuno ha nella propria mente. Il “partito da costruire” è quello che si può costruire. I sogni portano a continue divisioni tra chi è stato a destra e chi a sinistra, con la gara tra chi è più cattolico e chi più libertario. Non abbiamo bisogno di etichette o medaglie, abbiamo bisogno di volenterosi impegnati e umili, donne e uomini consapevoli che, senza la nostra unità, in Italia continuerà a crescere il populismo e l’astensionismo.

Dobbiamo essere credibili e concreti. Non abbiamo bisogno di comitati elettorali, abbiamo bisogno di un grande partito. Il partito è l’unico “mezzo”, riconosciuto dalla Costituzione (art, 49), in grado di garantire il “diritto dei cittadini di associarsi liberamente (in partiti) per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Un partito che sia il mezzo per raggiungere il nostro fine supremo, che è quello di migliorare le condizioni di vita di ogni persona: essere indipendenti per essere liberi. La differenza tra uno Stato totalitario e uno democratico sta proprio nel fine della società politica. È una elezione che abbiamo ereditato da Jacques Maritain. Nel suo libro “L’uomo e lo stato” indicava in modo chiaro perfino i “mezzi del popolo”: “Il programma del popolo non dovrebbe essere offerto al popolo dall’alto, e poi da questo accettato; dovrebbe essere opera del popolo”.

Quali caratteristiche dovrà avere? Proverò a individuarne alcune:

  • Un partito che duri nel tempo, organizzato, federale, partecipato e democratico; 
  • Un partito che abbia solide radici nelle culture riformatrici di centro del ‘900, dunque ispirato ai valori e all’orizzonte dell’umanesimo civile* del XXI secolo;
  • Un partito capace di garantire la partecipazione attiva degli iscritti, coniugando spazi virtuali e fisici; 
  • Un partito che rispetti e garantisca, sempre, la libertà di coscienza su temi eticamente sensibili;
  • Un partito che valorizzi il talento e le competenze di ognuno, promuovendo attività di formazione politica e meritocrazia.

Dobbiamo trasformare i sonnambuli in cittadini impegnati per rinnovare e difendere “Libertà e Democrazia”.

Sarà un percorso lungo e faticoso, ma sono sicuro che è l’unica strada in grado di garantire le caratteristiche sopra esposte. Un cammino che potrebbe prendere forma con l’istituzione di una “federazione delle idee”, per l’individuazione di 5-6 proposte condivise. Un’aggregazione di partiti, movimenti, associazioni, liste civiche e singoli cittadini; un metodo di lavoro condiviso, che abbia come fine la costruzione di un “grande Partito” di governo, non un nuovo “partitino” per la sopravvivenza di qualcuno o per la mera testimonianza di un’ideologia novecentesca.

 

*Cos’è l’umanesimo civile 5.0? 

https://medium.com/@ArmandoDicone/umanesimo-civile-5-0-992531b44730

Non è più tempo di galleggianti seriali

La sua lista alle regionali sarde ha ottenuto lo 0,3 %, poco più di duemila voti e l’Udc di Cesa il 2,8%, 19.056 voti. Passi per Cesa, organico da tempo della destra leghista col suo alter ego padovano De Poli, ma ciò che lascia interdetti è la lettera post voto di Gianfranco Rotondi alla Meloni: “Cara Giorgia, convoca subito un vertice con Maurizio Lupi, Lorenzo Cesa, me e Cuffaro. Facciamo sì che questa nostra area di confine sia ricondotta a una sintesi unitaria, in coordinazione con FdI”. 

Spiace che una persona intelligente come Rotondi, allievo della scuola politica avellinese di Gerardo Bianco, con il quale abbiamo condotto molte iniziative nella Dc, e più precisamente nella corrente di Forze Nuove, si sia ridotta al galleggiamento permanente; prima con il Cavaliere e, adesso, con Fratelli d’Italia. In poco tempo da “miglior fico del bigoncio”, Rotondi si è ridotto al ruolo di consulente turiferario e inutile supporto della destra. Altro che “area di confine”, semplicemente guardia confinaria in attesa degli ordini della “capa”.

È ormai chiaro che l’appello lanciato a un’area di destra come quella di Lupi, Cesa e Cuffaro, alla vigilia di altre scadenze elettorali regionali, come quelle dell’Abruzzo e della Basilicata e in attesa di quelle prossime europee, ponga anche a tutti noi, che continuiamo a credere nel progetto di ricomposizione dell’area politica cattolica, la necessità di scelte da farsi nella chiarezza senza infingimenti.

Apparteniamo a quell’area politica cattolico democratica, liberale e cristiano sociale che si considera alternativa alla destra nazionalista e sovranista, oggi dominata dal partito di Fratelli d’Italia, distinta e distante da una sinistra tuttora alla ricerca di una sua più forte e certa identità.

Siamo convinti che al Paese, che vive una condizione di anomia sociale, culturale e politica, caratterizzata dalla divisione sempre più marcata tra interessi e valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, serva la nascita di un centro politico nuovo ampio e plurale, espressione delle culture essenziali della nostra Repubblica: popolare, liberale, repubblicana, socialista.

Come ha insegnato il voto della Sardegna, servirà un’ampia alleanza con quanti credono nei valori dell’umanesimo cristiano e nei principi della nostra Costituzione repubblicana. Premessa indispensabile per tale alleanza resta quella di favorire la più vasta ricomposizione politica possibile dell’area cattolica, se non ci si vuole ridurre a ruoli subalterni e ininfluenti delle componenti più attrezzate.

Sono vari i cantieri che stanno lavorando in tale direzione e, finalmente, funziona anche un tavolo di coordinamento che favorisce il dialogo. Si tratta di non indugiare, tenendo presente che alle regionali sarà inevitabile scegliere tra blocchi alternativi, mentre alle europee varrà la legge proporzionale. Per entrambe le scadenze, in ogni caso, sarà indispensabile definire una nostra piattaforma di programma ispirata ai nostri valori di riferimento, in base alla quale decidere con chi schierarci alle regionali, preparandoci a dar vita a una nostra lista per le elezioni europee, con l’obiettivo di presentarci ancor più forti alle politiche, che potrebbero svolgersi prima della loro scadenza naturale. Non è più tempo per i galleggianti seriali e degli opportunisti che da troppo tempo vivono di rendita. È tempo di ridare voce alla nostra base e ai tanti liberi e forti che si riconoscono ancora nelle culture politiche sturziana e degasperiana, che costituiscono tuttora una delle eredità più preziose della storia repubblicana nazionale.

Dibattito | Centrosinistra, Sardegna docet.

Il voto sardo induce a qualche riflessione di carattere politico e metodologico a partire dal superamento dei tabù sulla presunta imbattibilità del centrodestra a trazione meloniana e sull’impossibilità che il centrosinistra possa vincere delle competizioni elettorali a turno unico. 

La costruzione di proposte di governo e amministrazione è sempre più agevole nelle aree centrali dello schieramento politico dove si possono generare spazi di mediazione, anziché in altre aree più estreme e ideologizzate

Ciò detto, se la Todde non avesse superato Truzzu (Trux per i suoi amici!) per quei pochi decimali di punto, oggi Meloni e la destra avrebbero dovuto senza dubbio ringraziare il “polo del rancore” ovvero quel polo che in modo confuso e velleitario ha messo insieme cose tra loro molto diverse (Azione e Italia Viva con Rifondazione Comunista) tenute insieme probabilmente solo da un risentimento verso ex compagni di strada, anziché da un’idea di governo e di amministrazione. Il risultato dell’improvvisato “polo” è stato fallimentare e solo per un soffio non ha causato gravi danni al centrosinistra ed alla Sardegna. Calenda plaude giustamente per il successo della Todde e per la frenata della destra omettendo però di dire che questo risultato non è stato raggiunto con il suo contributo, ma che anzi è stato messo fortemente a rischio proprio dalla scelta fatta da lui e dagli altri aspiranti “terzopolisti”.

La vicenda sarda dimostra per l’ennesima vota che non si può prescindere dalle regole del gioco immaginando che la scelta delle alleanze possa prescindere dai sistemi elettorali, ma ancor di più da una forma mentis bipolarizzata che si è consolidata nell’opinione pubblica e in un elettorato che ormai da trent’anni vota con sistemi maggioritari.

Se poi si osserva il risultato da un’altra angolazione si vedrà che questo esito è stato una sorpresa fino ad un certo punto. Basti pensare infatti che – nonostante l’insuccesso di Truzzu – il centrodestra ha aumentato la percentuale di consensi rispetto alle elezioni politiche del 2022, ma ha vinto il centrosinistra perché questa volta non si è presentato in modo frammentato; sempre nelle stesse elezioni politiche del 2022 la somma dei voti delle liste PD e Cinque Stelle arrivò al 48,8% (e addirittura al 53,4% sommando anche la lista Azione-Italia Viva) rispetto al 40,6% della coalizione di destra.

Il primo chiarimento che va fatto è quello di capire chi si ritrova nel perimetro del centrosinistra per poi convincersi che non si può giocare a calcio pensando di poter seguire le regole del basket, ovvero lavorare alla costruzione di un terzo polo in presenza di un sistema elettorale bipolarizzato che incentiva il cosiddetto “voto utile” polarizzando i consensi sulle due principali coalizioni. Nella competizione sarda le due prime coalizioni hanno infatti raccolto complessivamente circa il novanta per cento dei voti espressi, lasciando alla concorrenza ben poco da dividersi.

Il clima che si sta generando nel paese e che costringe il Presidente Mattarella ad intervenire sul Viminale per il disinvolto uso dei manganelli nelle strade, il tentativo di stravolgere l’impianto costituzionale con il premierato e l’appiattimento dell’informazione sugli slogan della compagine governativa, non consentono distrazioni con inutili e pericolosi personalismi. Quando si candida un personaggio con tanto di tatuaggio “TRUX” (che peraltro proprio a Cagliari dove è sindaco in carica prende circa il 20% in meno della Todde) il centrosinistra deve capire che è il momento di rinviare a tempi migliori il dibattito su alcune divergenze che non mettono però in discussione la condivisione dei riferimenti costituzionali.

Non va mai dimenticato che l’attuale compagine governativa, in considerazione della bassa percentuale di votanti, non è maggioritaria nel paese ed ha ottenuto la maggioranza dei parlamentari solo grazie ad un discutibile meccanismo elettorale ed alla divisione delle forze di opposizione. La Sardegna ci ha fatto vedere che il centrosinistra può tornare a vincere e che si può fare, a condizione che ci sia la capacità e soprattutto la maturità per recepire il messaggio.

Putin disegna il futuro della Russia ignorando l’Europa

Due ore e mezza di discorso ininterrotto e nemmeno la pausa per un bicchiere d’acqua, con la voce che si incrina solo negli ultimi cinque minuti: così si presenta Putin alla Duma. Per seguire il discorso in diretta non c’è che il web con il collegamento al live del canale ufficiale e il traduttore simultaneo sullo smartphone. Con difficoltà, ma si segue. Dritto al suo obiettivo e con in testa il voto presidenziale di marzo, il presidente parla ai deputati e alla nazione con voce ferma e con qualche concessione colloquiale, in partitcolare quando legge una decina di pagine, quasi senza pausa. 

La Federazione Russa che ha in mente è spostata ad Est, oltre gli Urali e verso il Pacifico. Infrastrutture stradali, ferroviarie ad alta velocità, potenziamento dei porti mercantili e militari, infrastrutture tecnologiche di nuova generazione, accompagnano questo progetto di sviluppo territoriale che interessa un’area vasta come mezza Europa, con un ordine temporale: entro il 2050. La Russia ha necessità di essere presente in quel vasto mondo deserto, anche oltre la Siberia, contando sul fatto che il cambiamento climatico in atto rende il clima meno ostile e l’accesso alle risorse più facile (prima di tutto il gas e poi i minerali rari). 

Tutto il Paese è chiamato a condividere questo obiettivo, portando con sé la cultura russa e il recupero del patrimonio culturale locale. Anche se non lo si dice apertamente, questo progetto fa di Putin il novello zar Ivan il Grande che portò la sua Russia europea verso i territori al di là degli Urali, a contatto con le popolazioni nomade dei mongoli e con i cinesi. 

L’Europa in questa prospettiva non c’è più, poco e nulla valgono le sanzioni imposte. I miliardi di rubli evocati con puntigliosa precisione danno la misura della grandezza dell’intervento statale centrale e, più in generale, della autonomia finanziaria di un Paese che decide di investire i proventi derivanti dalle risorse naturali anzitutto per il mercato interno, e in modo chiuso, non aperto alle altre economie. 

Putin disegna una Russia per i russi e fatta dai russi, prendendo ad ogni passaggio applausi a scena aperta. Ha anche un orizzonte più breve, tutto elettorale, i sei anni da qui al 2030. I problemi più impellenti sono la povertà della popolazione, in gran parte urbanizzata, quindi con salari bassi; le famiglie numerose a cui dedica un programma speciale di sovvenzione statale; il recupero e il rilancio del patrimonio culturale locale, specie siberiano, che vuol dire miliardi di rubli in arrivo per gli insediamenti lungo i confini con la Mongolia e la Cina; il turismo interno (“Russi, visitate la Russia” è lo slogan) e il reinserimento nel tessuto produttivo dei giovani militari che hanno combattuto “l’operazione speciale”. 

La guerra in Ucraina non si chiama guerra, ma operazione speciale, e i suoi reduci sono eroi. A questi eroi è offerto lavoro e studi universitari, segno che la truppa era composta da giovanissimi arruolatisi con l’obiettivo di inviare denaro alle famiglie a casa e che ora – spiantati erano e spiantati sono tornati – debbono essere integrati in un programma pubblico, per non costituire un problema sociale. 

Applausi a scena aperta, anche in questo caso, ma Putin glissa sulla durata dell’operazione speciale e su tutta la politica estera, dunque sul ruolo che la Russia vuole giocare nello scacchiere mondiale. La Tv di Stato riprende i volti dei parlamentari e degli ospiti, sono in buona parte russi della parte europea; invece, i destinatari del programma 2050 dell’era Putin, sono pochi e vengono inquadrati raramente, segno che saranno i russi europei a fare gli affari nella vasta Siberia. Ed è ciò che la Duma vuole sentire, perché ciò vuol dire spazio per il rinnovo delle cariche e per un seggio sicuro. 

Noi europei in questo breve programma 2030 non ci siamo, quasi che la Russia avesse il capo rivoltato ad Est come un Giano bifronte a cui però hanno tolto uno dei volti. Nemmeno nel potenziamento del turismo siamo indicati, benché sia una leva per attrarre valuta estera con cui fare politiche nazionali. E un po’ ce ne dovremmo dispiacere perché il Paese indubbiamente ha bellezze naturali incontaminate e un ricchissimo patrimonio culturale locale. Soprattutto ce ne dovremmo dispiacere noi italiani, per istintiva vicinanza e razionale distacco, dal momento che non siamo secondi a nessuno quanto a patrimonio culturale. Ed invece i media europei saranno tutti concentrati giustamente su quanto Putin ha detto sull’Ucraina – sui diritti civili e le libertà nemmeno una parola, che sia una -, probabilmente inaspriremo le sanzioni commerciali e finanziarie, ma dal punto di vista di Putin noi costituiremo a breve, se non lo siamo già, il fronte occidentale su cui impegnarsi sempre meno. Putin l’astuto ci lascerà con il cerino in mano della ricostruzione dell’Ucraina.

Non è il campo largo il pericolo principale per il centro

Dal punto di vista della strategia politica le elezioni sarde hanno ribadito un dato già ampiamente noto, almeno sin dall’inizio della segreteria Schlein nel PD. Ovvero la prospettiva di un’alleanza tra PD e M5S per una coalizione di centrosinistra costruita con l’apporto determinante dei populisti grillini.

Ora, di fronte a questo dato, destinato a consolidarsi almeno fin quando il partito di Grillo e di Conte manterrà l’attuale percentuale di consenso, ci sono solo due risposte possibili. Quella dettata dalle geometrie politiche che consente o di fare spettacolari inversioni ad U, come quella fatta dopo il voto sardo da Calenda, oppure di rivendicare l’imperturbabilità di uno spazio politico di centro, che potrebbe trarre addirittura giovamento dallo spostamento a sinistra della coalizione riformatrice.

In entrambi i casi si tratta, a mio avviso, di una reazione a un processo in corso che non allarga nei fatti l’offerta politica ma punta, a somiglianza dei sostenitori del bipolarismo, a una sorta di eterno ritorno fra schieramenti a prescindere da una prospettiva di programma e di progetto. Confidando magari sul fatto, come è successo in Sardegna, che alla fine sarà il populismo grillino ad assumere la guida della coalizione e presupponendo che l’attuale segretaria del PD sia subalterna a questa deriva. Invece, così non è, almeno perché  Elly Schlein non è assimilabile al populismo, essendo per estrazione sociale un’eminente espressione dell’establishment internazionale che governa l’Occidente e avendo, tra le altre, questa dimensione territoriale emiliana che la colloca nella scuola politica di Andreatta e di Prodi.

Piuttosto, dunque, che scommettere su una incerta deriva massimalista della sinistra, della quale peraltro non mancano i segnali, mi pare invece che possa esistere un altro tipo di risposta da parte dell’area di centro di fronte all’orientamento che pare inarrestabile, a costruire il campo largo della sinistra. Serve una risposta capace di innescare una sfida virtuosa sul piano programmatico attorno alle questioni chiave della nostra epoca. In assenza della quale la critica al campo largo rischia di divenire solo un modo attraverso cui si cerca di nascondere la debolezza del centro sul piano della proposta politica.

Si tratta di un obiettivo non facile anche alla luce di come ora è rappresentato il centro, prevalentemente da due partiti personali, composti a loro volta di individualità senza una adeguata comunanza di sensibilità sulle principali questioni. Basti pensare ai temi istituzionali dove è nettissima la diversità di opinioni al centro, al ruolo dei corpi intermedi e delle autonomie locali, alle politiche sociali ed economiche. Se poi nel centro attuale si volesse includere anche i radicali di Più Europa, non ci sarebbe più limite all’eterogeneità.

Eppure, un’iniziativa programmatica adeguata ai tempi credo dovrebbe costituire la prima e maggiore preoccupazione per tutti coloro che in una fantastica varietà delle forme organizzative, che va oltre ogni immaginazione, si richiamano al Popolarismo. Tenendo ben presente che nel centro che c’è, i Popolari, nelle loro varie declinazioni, si collocano nel retrobottega, nel back office, del Centro in quanto non risultano ancora visibili alla massa dell’elettorato.

Solo sulla base di una significativa elaborazione progettuale e di una iniziativa politica condotta sulle priorità del nostro tempo si potrà ambire a rendere il centro un interlocutore significativo ancorché scomodo per i poli opposti di destra e di sinistra. E in particolare contrastare con precise ragioni nel merito l’avventurosa alleanza tra PD e Movimento Cinque Stelle, rilanciata dalle regionali sarde. Il futuro, il complicato futuro che attende l’Europa sarà di chi lo interpreta, cercando di gestirlo anziché lasciarsi trascinare verso sviluppi considerati da troppi ormai inevitabili.

Il premierato non è la risposta al malessere della democrazia

foto IPP/spgr roma 19-09-2023 cerimonia per il 75° anniversario dell'entrata in vigore della Costituzione nella foto un momento della cerimonia nell'Aula di Montecitorio - camera dei deputati

Il premierato in versione italiana potrebbe portarci a una versione – ristretta – della democrazia e potenzialmente illiberale se non si affrontano e risolvono altre questioni strettamente connesse. Innanzitutto occorre considerare che la partecipazione al voto è sempre più ridotta e che quindi i vincitori elettorali hanno margini di consenso reale nel paese sempre più marginali. I motivi della disaffezione sono vari e vanno affrontati prima di attribuire ai vincenti di turno ancor più poteri. In queste considerazioni occorre includere che il tasso di democraticità dei partiti è scarso. I vertici sono in mano a poche persone difficilmente scalzabili in quanto veri congressi elettivi sono ormai fattori rari, in genere la leadership è determinata da rapporti di forza correntizi avallati poi da convention plebiscitarie (il Pd fa ancora eccezione). A questo va aggiunto che con questo sistema elettorale (con liste bloccate) i parlamentari non sono eletti dai cittadini ma imposti dai segretari che dispongono delle liste usualmente in base a criteri di fedeltà e spartizione correntizia. 

Se non si cambia il sistema tornando alle possibilità di preferenza, nella bieca sostanza i vertici di partito scelgono i parlamentari i quali più che al bene del paese vengono vincolati al bene del partito e capo. Se quindi dovessimo aggiungere l’elezione diretta del premier il quale e’ anche a capo di un partito avremmo, per somma delle condizioni fin qui esposte, poche persone (i leader di partito) con in mano il parlamento e i poteri di governo. Checché si cerchi di negare è poi innegabile che l’elezione diretta del premier tolga peso sostanziale al Presidente della Repubblica e al parlamento. È questo il vero grave vulnus della riforma, chiunque abbia un minimo di cognizione politica non può ignorare il punto centrale: una istituzione che deriva la sua legittimazione dal Parlamento posta a confronto con un’altra istituzione legittimata dal corpo elettorale è paragonabile a un pallone sgonfiato.

Questa riforma va a minare proprio l’autorevolezza di cui finora ha goduto il Presidente della Repubblica in quella funzione di equilibrio e garanzia che esercita attraverso atti formali e informali. Al primo scontro il premier addurrebbe a proprio vantaggio il peso politico che gli viene attribuito direttamente dal popolo, lo sappiamo, ed è ipocrita cercare di smentirlo. Si vuole poi eliminare la possibilità che in caso di crisi il capo dello stato possa suggerire alle camere un governo “tecnico” (norma antiribaltone), una grave limitazione dei poteri di manovra del presidente ma soprattutto una grave limitazione del bene del paese in contesti di crisi. Ad esempio con norme del genere non avremmo potuto avere un governo Draghi che invece e’ stato provvidenziale in un momento di grave crisi. 

Un governo deve essere al servizio del paese, certamente un paese non deve essere a disposizione di un governo.

In generale occorre avvertire che quando personaggi politici propongono la formula “date più potere a me per averlo voi” c’è il rischio – dell’inganno – per il popolo perché, chi si prende più potere, poi non è detto che lo restituisca. Il potere del popolo è al sicuro se consegnato al parlamento che lo rappresenta e se questo è libero con poteri e margini di manovra. Il potere del popolo è garantito se può scegliere i suoi rappresentanti. A dir la verità poi pare che molti esponenti politici più che ad ampliare il consenso elettorale siano più interessati a mantenere e aumentare il potere acquisito modificando le regole, ma questo è un altro discorso che ci rimanda alla qualità della classe dirigente. Occorre inoltre considerare che ogni paese, ogni popolo, ha la sua storia e cultura democratica e in questo senso sono inutili scopiazzamenti di altre nazioni. Certamente si possono introdurre correttivi per garantire maggiore stabilità e poteri dell’esecutivo. Il cancelleriato tedesco offe validi spunti. Occorre affrontare in primis la democraticità dei partiti, magari con una legge auspicata già nella costituente, e del sistema elettorale. I ruolo e poteri del presidente del consiglio saranno quindi meglio definibili se compensati nel sistema di poteri e contropoteri della sistema istituzionale. Siamo un paese democratico, cerchiamo di restarlo.

Manganelli e sacerdoti, qualcosa non va: un mondo alla rovescia?

I fatti di cronaca corrono via per dare spazio a ciò che di altro accadrà. Le manganellate di qualche giorno fa della Polizia contro un gruppo di studenti, che protestavano per la guerra in Palestina, perderanno presto campo. 

Se n’è avuto un sussulto per l’intervento del Presidente della Repubblica durante il passaggio elettorale in Sardegna, ma siamo già all’ormai passato.

Ciò malgrado, della repressione se ne è parlato in lungo e in largo come un episodio clamoroso, tale da suscitare scalpore. Qualche manifestante si è preso delle bastonate in testa e ne è rimasto ferito. Ciò è male. 

Eppure, per dare giusta dimensione all’episodio, non vanno dimenticate le proteste studentesche dal ’68 in poi. In quel tempo ogni giorno correvano cariche dei “Celerini” e cortei da ogni parte del nostro Paese. 

Scontri di tutt’altro rilievo contro studenti e operai, i lacrimogeni erano più numerosi dei segnali stradali; catene, bastoni, fionde, sassi e quant’altro ancora erano ogni giorno strumenti di un confronto continuo tra i rappresentanti delle forze dell’ordine e quelli che si opponevano ad un mondo che volevano cambiare. Si è andati avanti così per anni.

Questa volta si ha l’impressione che i giornali, a corto di effettivo sgomento per quanto accade a Gaza e dintorni, abbiano marcato l’attenzione per un fatto che non presenta alcun motivo di particolare stupore. 

Scaramucce e botte in questi casi ce ne sono spesso stati e non se ne vede la meraviglia e la mobilitazione, l’indignazione ed ancora i sentimenti di condanna, quasi che fosse la prima volta un fatto del genere.

Una storia di divertente fantasia, forse con una punta di piede nella realtà – c’è da diffidare quasi del tutto – racconta che il manganello sia stato inventato diversi secoli fa dal comandante della polizia borbonica tal Gennarino Pio Esposito, chiamato appunto “Manganello”, che avrebbe ottenuto un posto di lavoro, sviando furbescamente da un altro parte il vero vincitore del concorso, un certo Nello. Dicendo che “Manga Nello”, Esposito avrebbe avuto partita vinta.

Più seriamente, il manganello porta subito alla memoria il bastone usato dalle squadre fasciste e giocando con i contrari avrebbe come suo opposto l’accarezzio. 

È comunque il diminutivo corrente di mangano, un torchio usato per stirare a caldo i tessuti e svaporarli. Con le teste calde ci sarebbe appunto bisogno di sbollentarne gli spiriti. È questo il timore che deve aver evidentemente attraversato i leader politici, soprattutto dell’opposizione, che paventano una inaccettabile repressione dei diritti civili.

Nel tumulto dei fatti recenti è sfuggita una notizia che avrebbe meritato davvero la ribalta e che avrebbe dovuto ribaltare la scaletta dei commenti sui media di maggiore spessore.

Don Maurizio Patriciello, il noto parroco di Caivano, ha denunciato l’abbandono della Chiesa e dell’oratorio da parte dei suoi fedeli. Gira la voce che sia lui il responsabile dei 254 appartamenti oggetto di sfratto nella nota zona 167, un bronx dove molte famiglie malavitose dettano legge e sono allarmate dai primi effetti del “decreto Caivano”, che prevede il recupero di quell’area epurandolo da presenze delinquenziali.

Dunque, si impedirebbe, con atti di intimidazione ai fedeli, di poter vivere la loro pratica di credenti; correrebbe, sottile, un monito a non accostarsi nella chiesa del nostro sacerdote, un passaparola volto a strangolare quella di un pulpito che irrita camorra e consimili. Siamo in Italia e non in El Salvador dove è stato ammazzato monsignor Romero.

A Roma, la capitale d’Italia, Don Antonio Coluccia è costretto a girare con scorta armata. Gira per le piazze della droga per indicare alle vittime un percorso di recupero. Così gliel’hanno giurata. 

A Don Pino Puglisi hanno già chiuso la bocca. In Calabria, Don Felice Palamara, il Parroco di Pennaconi, ha rischiato di bere della candeggina al posto del vino utilizzato per la celebrazione della Santa Messa. Qualcuno ha provveduto alla sostituzione sperando di lavare per sempre dalla bocca del sacerdote le parole di legalità, giustizia e libertà. Anche lui oggetto di attenzioni da parte della ‘Ndrangheta che si era limitata fino ad oggi a minacce e danneggiamenti della sua auto.

La sicurezza è la mancanza di cura, cioè di preoccupazioni. Ci sono priorità che non possono essere smentite dai giornali e dai notiziari. C’è da essere in ansia per una chiesa dove ad un sacerdote stanno fisicamente rubando la sua comunità, mentre altri rischiano la pelle per un abito che indossano e le parole che dicono.

“Sbatti il mostro in prima pagina” è il titolo di un film di tempo fa. Così, occorre badare noi per primi a non passare ad altre notizie, di secondo piano, trascurando quelle che devono allarmare costantemente le nostre coscienze. Al “Don” che precede il nome di ogni padrino di mafia, possiamo opporre altri “Don” che ogni giorno rischiano la pelle per svegliarci, con il “din don dan” delle loro campane, dalla nostra capacità di abitudine al male.

È tempo di Quaresima, l’ora di una riflessione.

L’aborto nella costituzione, la deriva del modello francese.

Libertà, libertà: quanti delitti si commettono in tuo nome!

Nel riflettere sul recente voto dell’Assemblée Nationale (la Camera dei deputati francese), a favore dell’introduzione del “diritto” all’aborto nella Costituzione, il pensiero torna inevitabilmente alla celebre frase pronunciata dalla girondina Madame Roland mentre veniva condotta alla ghigliottina.

Nel corso di meno di 50 anni, l’aborto volontario, catalogato come criminoso nei manuali di ostetricia e ginecologia allora in uso nelle università italiane, nella comunicazione corrente è stato progressivamente ridefinito come scelta sofferta da depenalizzare, libera scelta da sostenere e tutelare, diritto de facto con conseguenti censure dell’Europa verso gli Stati che ancora ponessero qualche limitazione, diritto scritto nelle leggi di molti Paesi. Nessuno, tuttavia, aveva ancora pensato di inserire l’aborto tra i diritti costituzionalmente garantiti.

Altre volte nella storia si era prodotto un disallineamento tra diritti degli esseri umani (non necessariamente considerati persone) e diritti civili dei cittadini. Basti pensare che ancora nel 1857 la Corte Suprema degli Stati Uniti poteva ribadire che gli esseri umani di pelle nera non erano persone e non godevano dei diritti dei cittadini.

Oggi la discriminazione torna a realizzarsi con l’aborto volontario per l’embrione e il feto, esseri umani in uno stadio di sviluppo che, se non interrotto nella sua continuità, lo porterà a diventare neonato, bambino, ragazzo, adulto, vecchio. Torna con l’eugenetica della selezione embrionaria. Torna drammaticamente con l’eutanasia post natale del protocollo di Groeningen. Torna con la negazione delle cure per i bambini inguaribili imposta dalle sentenze dei tribunali inglesi.

Ma può la morte del più debole essere addirittura inserita nella costituzione di un paese democratico? Non è questa la perversione ultima della libertà? Non è il crimine della libertà a cui faceva riferimento Madame Roland mentre veniva condotta al patibolo?

Non stupisce che l’aborto nella costituzione francese sia fortemente voluto dal presidente Macron, condizionato dall’ideologia “repubblicana” di derivazione rivoluzionaria e massonica, impegnato per di più nel tentativo di recupero (a costo zero) di consensi in forte calo.  Stupisce semmai l’ampiezza del voto a favore della modifica costituzionale: 493 sì e solo 30 no, un divario che segnala lo smarrimento di ogni buon senso, prima ancora che di ogni valore. Una maggioranza “bulgara” del 94 % a favore del provvedimento, testimonia in modo drammatico lo strapotere dei diritti civili sull’etica dei diritti umani, uno strapotere facilmente trasferibile in altri contesti e che segnala ancora una volta il prevalere allarmante di quella che Papa Francesco ha definito la cultura dello scarto.

In Francia la parola passa ora al Senato, anche se con scarse possibilità di un soprassalto di etica e di un ripensamento del buon senso.

Inutile nascondersi che in Italia andiamo purtroppo nella stessa direzione.

La ricostruzione dell’umano incomincia qui da noi dalla applicazione delle parti volutamente oscurate e nei fatti cancellate della legge 194/1978. Si tratta semplicemente di sostenere dalla violenza di un aborto non desiderato le tante donne che ne farebbero a volentieri a meno se sostenute economicamente, psicologicamente, socialmente, legalmente, spiritualmente. Si tratta di promuovere e proporre davvero le alternative all’aborto che la stessa 194 prevede, attivando una rete di solidarietà e di prevenzione che, se non un ideale di giustizia, almeno la bomba della denatalità dovrebbe suggerire di applicare ed estendere.

Per noi cristiani si tratta di non desistere dalla responsabilità per la costruzione di un nuovo umanesimo che grava sulle nostre spalle, annunciando che ogni vita umana, anche quella più fragile è un dono prezioso.

 

Gian Luigi Gigli

Deputato nella XVII Legislatura

Già direttore della Clinica neurologica universitaria di Udine

Già Direttore della Clinica Neurologica universitaria di UdineGià Direttore della Clinica Neurologica universitaria di Udine

Deputato nella XVII Legislatura

Già Direttore della Clinica Neurologica universitaria di UdineDeputato nella XVII Legislatura

Già Direttore della Clinica Neurologica universitaria di Udine

 

Novità? Renzi rilancia dopo il voto della Sardegna.

Nel giro di poche ore il dibattito politico ha preso una piega inaspettata. Si benedice da più parti l’ammucchiata per vincere contro la destra. Tuttavia, a differenza di Calenda, Renzi non enfatizza la necessità dell’alleanza a tutto campo – e poco importa che questo campo sia largo come dice il Pd o giusto come precisa il M5S – nelle elezioni regionali. Nel ragionamento di Calenda irrompe un’indizio di inutile sbrigatività, perché l’osservazione sul sistema maggioritario a turno unico, penalizzante le liste autonome rispetto ai due schieramenti contrapposti, si presta a una interpretazione spiacevole: dietro una semplice constatazione avanza lo spettro della resa alla ineluttabilità di un neo-frontismo riammodernato. In questo modo si favorisce lo scivolamento del Pd nella palude del sinistrismo e si regala spazio alla destra quale unico sbarramento all’avanzata dei barbari. Anche le aperture di Conte, per il quale si discute con tutti (v. Calenda) a patto di non incorrere in conflitti d’interesse (v. Renzi), allungano un’ombra di strumentalità a tutto danno del profilo antipopulista che il leader di Azione ha sempre tenuto a rivendicare.

Calenda, ancora una volta, ha agito d’istinto. Ebbene, proprio l’intempestività dell’uscita, unitamente alla sua implicità ambivalenza, accresce il rischio di una percezione negativa da parte della pubblica opinione. Con quali conseguenze in vista delle elezioni europee, è facile da prevedere.

Diversa, appunto, l’analisi di Renzi. Il risultato della Sardegna non deve spingere a conclusioni affrettate. “C’è una sconfitta clamorosa – dice l’ex premier – di una donna, Giorgia Meloni, che ha voluto umiliare i suoi alleati, scegliendo un candidato, Truzzu, arrivato con 18-19 punti sotto la Todde a Cagliari, città che lui amministra. Quindi, da questo punto di vista la sconfitta è chiara”. E poi ha aggiunto: “C’è una vittoria oggettiva dell’asse Pd-M5S che, credo, adesso si rafforzerà moltissimo. Questo per noi è un’ottima notizia perché apre uno spazio, molto difficile da gestire alle regionali dove si vota a turno secco, ma interessante per chi non vuole l’Italia dei manganelli della destra e non vuole l’Italia dei sussidi del Movimento 5 Stelle. Dunque, ha concluso, “il Pd si grillizza, la destra si estremizza, e ciò libera per le europee uno spazio straordinario al centro”.

Non si può negare come nel ristagno di argomenti viziosi emerga con questo discorso un’intenzione coraggiosa e impegnativa, per la quale ogni passaggio e ogni accortezza risulteranno decisivi, per non ridurre l’ambizione di quel che potremmo definire “progressismo di centro” una formula insipida, fatalmente erosa dal mero gioco di posizionamento. Un di più di passione e rigore è quanto serve, se si fa sul serio, per dare senso alla sfida. 

Decolla l’alleanza populista. Dov’è finito il Centro?

Il risultato della Sardegna è ormai abbastanza evidente. Al di là delle tifoserie partigiane, degli errori plateali della coalizione di centro destra e del sempreverde “fuoco amico” che ha puntualmente cecchinato il candidato imposto dalla Premier Meloni a Presidente, emergono almeno due dati politici che non possono essere sottovalutati o, peggio ancora, aggirati.

Innanzitutto la vittoria della pasdaran grillina Todde rilancia l’alleanza politica, organica e strutturale, tra il partito populista per eccellenza dei 5 Stelle e la sinistra massimalista e radicale della Schlein. Piaccia o non piaccia questo è un tassello politico che si impone a partire proprio

dal voto sardo. Del resto, questa era e resta la volontà concreta di quelle due leadership politiche.

Ovvero, una grande alleanza populista e radicale tra due sinistre massimaliste che coltivano l’obiettivo di radicalizzare lo scontro politico sino in fondo e senza alcun arretramento. Un disegno politico, del resto, perfettamente speculare al volgare sovranismo della Lega salviniana e di alcuni settori oltranzisti della destra di Fratelli d’Italia. Certo, si tratta di una prospettiva drammatica sotto il profilo democratico che rischia di esporre il nostro paese ad una prospettiva agghiacciante.

Basti pensare al confronto sul ruolo e la stessa “mission” della Polizia di Stato di questi ultimi giorni per rendersene conto. Sembra di essere tornati, anche nel lessico, alla metà degli anni ‘70 dove da un lato si sostiene ormai apertamente la presenza di un regime politico repressivo alla cilena simile ai paesi dittatoriali dell’America Latina e, dall’altro, si registra un modello che mal sopporta il dissenso. Una sorta, appunto, di sub cultura degli “opposti estremismi” che fa regredire la storia democratica del nostro paese ad una stagione che fosse ormai definitivamente archiviata.

In secondo luogo le forze centriste. Anche qui ci troviamo di fronte ad un sostanziale paradosso.

Ovvero, come si può, oggi, sostenere la tesi che il Centro nel nostro paese, sempre più utile ed indispensabile di fronte ad una violenta radicalizzazione del conflitto politico, non si unisca in un un patto federativo o in una alleanza compatta e visibile? Com’è pensabile di battere questo “bipopulismo” rirproponendo una divisione cronica ed improduttiva tra i vari attori politici principali?

Può, detto in altri termini, decollare una progetto politico quando i suoi principali protagonisti sono radicalmente contrapposti e l’un contro l’altro armati? Perché, forse, adesso è arrivato il momento per dire con chiarezza se un raggruppamento centrista, moderato, riformista e di governo può realmente decollare o meno. I numeri elettorali li conosciamo e vanno letti ed approfonditi sotto il profilo politico e non meramente, se non addirittura esclusivamente, umorale.

Del resto, sarebbe perfettamente inutile denunciare gli effetti nefasti di questo bipolarismo selvaggio e poi limitarsi, forse inconsapevolmente ed indirettamente, a favorire politicamente quella sub cultura e quella deriva.

Ecco perché dopo il voto sardo, soprattutto dopo il voto sardo, è indispensabile per l’intera area centrista attivare una iniziativa politica che sia in grado di ridare un ruolo protagonistico ad un progetto che non più tardare. Pena il consolidamento di un modello politico, del tutto estraneo alla storia democratica del nostro paese, ma che per motivazioni di insipienza, o di mancanza di coraggio o di assenza di coerenza politica, rischia di consolidarlo in vista delle prossime consultazioni elettorali. Regionali e nazionali.

Un anno elettorale decisivo per il futuro delle democrazie

All’inizio del nuovo anno gli articoli che sui diversi quotidiani presentavano, come da tradizione, i temi principali che sarebbero stati all’attenzione della politica internazionale nel 2024 evidenziavano il diffuso ricorso alle urne che lo avrebbe caratterizzato. E infatti così sarà, e in parte è già avvenuto, come nel caso di quell’estesissimo paese sparso fra l’oceano Indiano e il Pacifico che è l’Indonesia.

Ciò che inoltre si faceva notare – ed è questo il punto che preme sottolineare – era il non uguale tasso di effettiva democraticità, per usare un eufemismo, che tutte queste elezioni detengono.

L’Economist ha elaborato una mappa del globo con nove differenti gradazioni di colore a indicare – nei paesi interessati quest’anno da una consultazione elettorale – proprio questo tasso, andando dalle democrazie pure a quelle in difficoltà, da nazioni in una condizione “ibrida” ai regimi autoritari. Come purtroppo sappiamo (ma forse non ne siamo sufficientemente preoccupati) i paesi del primo tipo sono minoritari e sono quasi tutti parte della cultura occidentale.

Non è allora sbagliato, anche se il tono può apparire vagamente apocalittico, affermare che questo anno (bisestile, fra l’altro!) è un test assai rilevante per verificare lo stato di salute delle democrazie nel mondo. A cominciare dalla principale.

Le presidenziali americane, il primo martedì di novembre, chiuderanno l’anno elettorale e saranno il test più importante in assoluto, al riguardo. Occorre essere netti sul punto, perché nel mondo iper-tecnologico e iper-comunicativo odierno si fa presto a dimenticare gli eventi, anche quelli di un recente passato: ma il dato è che il leader – non pentito, tutt’altro! – che il 6 gennaio di soli tre anni fa tentò di fatto un colpo di stato o quantomeno non fece nulla per impedire l’oltraggio alle sacre istituzioni democratiche degli Stati Uniti d’America e che ancora adesso sostiene, mentendo palesemente, che il vero risultato delle votazioni del 2020 fu manipolato, è nuovamente in lizza per la presidenza ed ha buone possibilità di vittoria. Al di là di ogni altra considerazione sulle cose che dice Trump nei suoi comizi, il fatto che il Partito Repubblicano – storica pietra angolare della democrazia a stelle e strisce – sia precipitato nelle mani del tycoon newyorkese testimonia plasticamente l’affaticamento della democrazia in quel grande paese.

Fra pochi giorni, invece, la nazione più grande al mondo per estensione andrà pure essa al voto presidenziale. A Mosca però si sa già chi vincerà; non si sa solo con quale percentuale. Putin avrà deciso per un clamoroso 90% o opterà per un più contenuto 75 o 80 per cento? Più baldanzoso che mai, l’uomo del Cremlino è convinto non solo di avere quasi in tasca la vittoria in Ucraina ma anche di aver iniziato con pieno successo il processo di allargamento della sfera di influenza russa nel globo, inqualificabilmente perduta con la fine dell’Unione Sovietica, evento ai suoi occhi tragico al quale vuole porre rimedio.

La vittoria in Ucraina significherebbe intimorire, per ora, poi si vedrà, i paesi baltici, la Moldavia e in generale i paesi del fu Patto di Varsavia, a maggior ragione nell’ipotesi di una vittoria di Trump, come noto assai poco ben disposto verso le nazioni europee e la NATO. In Europa Putin conta inoltre di accrescere il ruolo russo nei Balcani, ove sostiene in ogni modo i gruppi panslavi e ove ha già qualche testa di ponte in Serbia e Bosnia-Erzegovina. Sul Mediterraneo ha conquistato spazi strategici sia a est, in Siria, sia al centro, in Libia, dove progetta di costruire una imponente base navale. In Africa sta acquisendo peso e spazi in tutta la fascia del Sahel, strategica per gestire il fenomeno migratorio che tanto assilla la UE. In Asia ha stretto legami militari con il regime della Corea del Nord, che lo rifornisce di munizioni da spendere in Ucraina, e con l’Iran, che lo alimenta di droni e missili. Con la Cina ha stabilito un rapporto di grande “amicizia” che maschera l’effettiva sudditanza al Dragone, un prezzo che però oggi deve pagare ma che gli assicura un sostegno politico importante, ancorché prudente, in sede ONU e non solo. E da ultimo anche nell’America Latina, più precisamente nel Venezuela ricco di petrolio, Putin ha instaurato un consolidato rapporto foriero di possibili sviluppi futuri, come la vicenda della Guyana, su cui Caracas ha posato gli occhi e non solo, potrebbe testimoniare a breve.

Fra il marzo russo e il novembre statunitense si collocheranno le elezioni indiane e quelle per il Parlamento europeo. Si usa dire che quella indiana è la più grande democrazia del mondo. Ed è vero, poiché si sta parlando del paese, un sub-continente addirittura, più popoloso del pianeta, avendo da poco superato la Cina. Le elezioni parlamentari indiane si celebrano però in un clima che non assicura al cento per cento un confronto perfettamente democratico. Qualche tendenza autocratica la lunga presidenza Modi e il dominio del suo partito la sta mostrando, ad esempio in tema di rispetto delle confessioni religiose estranee all’induismo dominante. Sono stati inoltre in questi anni accentuati i toni nazionalistici con modalità comunicative vagamente preoccupanti. 

L’India è fondamentale per i futuri assetti mondiali, e la sua contemporanea appartenenza al progetto BRICS plus del Global South a guida cinese, con la partecipazione russa, e all’accordo militare QUAD con Stati Uniti, Australia e Giappone per il controllo dell’Oceano Indiano e la sua protezione da possibili espansionismi cinesi già di fatto enunciati tramite la Belt & Road Initiative, lascia aperta ogni ipotesi per il futuro, con un grado di ambiguità che un po’ insospettisce gli occidentali.

Infine, il voto per Strasburgo. Sappiamo bene quali sono i limiti dell’Unione e la crescente importanza della geopolitica li dimostra tutti. La partita che si gioca è però esattamente questa: superarli, con una politica estera e di difesa comune ai Ventisette e in prospettiva a nuovi partner, dalla martoriata Ucraina, alla Moldavia, ai paesi balcanici. E con il passaggio al voto a maggioranza sui dossier più rilevanti, oggi perennemente a rischio di boicottaggio anche solo con un “no” di un qualsiasi paese. Ma per poter non dico procedere, ma anche solo decidere di procedere occorre un risultato elettorale che premi le forze politiche sia dello schieramento moderato sia di quello progressista aventi sincera vocazione europeista.

La vittoria dei partiti sovranisti o addirittura di estrema destra, o comunque un loro significativo successo in termini percentuali, segnerebbe un indebolimento forse definitivo del progetto federalista. Con grande soddisfazione di Putin. E di tutti gli altri autocrati sparsi per il globo.

Luca Attanasio, un martire italiano nell’Africa tormentata.

Il 21 febbraio del 2021, Luca Attanasio (Ambasciatore italiano presso la Repubblica Democratica del Congo), veniva ucciso durante una missione umanitaria all’interno del territorio congolese. 

Sino a quella drammatica giornata, Luca aveva vissuto la sua esperienza professionale fuori dalla notorietà e nell’ambito delle attribuzioni proprie della diplomazia del nostro Paese. La sua fine violenta ha fatto improvvisamente emergere due aspetti indelebili dell’esperienza dell’ambasciatore Attanasio: come un uomo delle Istituzioni possa essere esempio di dedizione al ruolo fuori dalla ribalta mediatica; come un servitore dello Stato scelga, attraverso il suo lavoro e le sue responsabilità, di essere al servizio degli ultimi, della pace e dell’Italia. 

Negli anni in cui alcune forme di retorica nazionalista e sovranista presentano un modo di affermare l’italianità attraverso comportamenti intolleranti ed emarginanti verso l’altro, la morte di un giovane ambasciatore della Repubblica Italiana, così come la mobilitazione della popolazione di Cutro e di altri territori a favore di migranti naufraghi, hanno mostrato a tutti un’altra immagine dell’essere italiani nei nostri confini e nel mondo. 

La stessa famiglia creata da Luca con sua moglie Zakia è stato ed è un modello di inclusione.

Tante sono state le iniziative di solidarietà, accoglienza e cura del prossimo, sorte in suo nome, a partire dalla Fondazione Mama Sofia. 

Una rete erede anche dell’esperienza cattolica di Luca Attanasio, dapprima vissuta nella comunità della cittadina di Limbiate, dove ha frequentato assiduamente la Parrocchia locale, e successivamente nella complessità dell’impegno di diplomatico.

Significativo è stato poi l’omaggio dello Speciale TG1 di domenica scorsa nel ricordo di quest’uomo, attraverso proprio la testimonianza della moglie nel documentario Broken Dream di Imma Vitelli. Adesso infatti è Zakia a garantire la continuità dell’idea della vita e dei valori espressi da Attanasio. Ritroviamo l’estensione di questa concezione della centralità della persona di Luca, proprio quando lo scorso anno, di fonte a una possibile sentenza estrema del Tribunale congolese nei confronti degli esecutori dell’uccisione del nostro ambasciatore, del carabiniere Iacovacci e dell’accompagnatore locale Milambo, la moglie fece un appello per evitare il ricorso alla pena capitale per gli imputati dell’omicidio del marito: “Luca non avrebbe mai voluto. Credo nelle istituzioni, vogliamo solo giustizia. La chiedono l’Italia, il Congo, il mondo. La verità arriverà“. Un appello che va oltre la pena di morte e guarda all’Africa come il grande continente che ha bisogno delle attenzioni della comunità internazionale per promuovere un suo sviluppo e non come terreno di scontro tra potenze e tra poteri.

A tre anni di distanza da quel 21 febbraio 2021, l’eredità spirituale e valoriale di Luca Attanasio dovrà essere punto di riferimento non solo per chi lo ha conosciuto e lo ha apprezzato nella quotidianità, ma di tutto il nostro Paese.

Il Presidente Mattarella, nel consegnare a dicembre 2021 l’onorificenza di Gran Croce d’Onore dell’Ordine della Stella d’Italia alla memoria dell’Ambasciatore Luca Attanasio, ha riferito al Paese il lascito del giovane Ambasciatore di Limbiate: “Ha messo l’italianità al servizio dell’umanità” e ancora “Mai come in questo caso è meritata, perché davvero rimane un punto di riferimento emblematico per quanto riguarda il modo in cui si interpreta il ruolo della diplomazia, delle Istituzioni, dell’azione pubblica”.

Starà al Paese e ai suoi cittadini non dimenticare la testimonianza di un giovane ambasciatore italiano di 43 anni, ucciso mentre si recava in missione umanitaria per assistere giovani bambini congolesi.

Sardegna, la regina Cleopatra delude Cesare.

La regina Meloni-Cleopatra s’è fermata al porto di Cagliari. Brutta vicenda, per lei. Com’è noto la Sardegna fa storia a sè nell’Impero di Cesare, ama scegliere i suoi governanti senza i suggerimenti dei suoi pretoriani e riserva sempre sorprese. Avendo capito troppo tardi che i suoi uomini stavano combinando un pasticciaccio, la regina è arrivata nell’isola e, per farla breve, ha detto: “Votate me che sto dietro a tutto ciò, garantisco io e questo basti”. 

Ma tant’è, i sardi sono andati a votare con il broncio e si sono comportati da par loro: quelli che hanno conosciuto il prescelto dalla ciurma (non una grande promessa della politica, ma certo un fedelissimo della regina) non lo hanno votato, assicurando il consenso al “gruppo” pur con incerta fedeltà. A votarlo sono rimasti quelli che non lo hanno conosciuto.

Però, siccome all’inizio il prescelto apparteneva al gruppo di uno dei due ufficiali di plancia di Cleopatra, quello meno diplomatico e in perenne ricerca di visibilità, il successivo cambio con un fedelissimo della regina ha portato ad un visibile rancore (stato dell’animo pericolosissimo in terra sarda), nonché ad una sottile e fredda vendetta. Che si è manifestata nel conteggio finale: più voti alla coalizione e meno voti al prescelto (tradotto: “non ci piace, punto e basta”). 

Gli altri, ovvero gli avversari, hanno goduto alla vista di una regina impegnata a passeggiare nervosamente in attesa di un risultato, certo non degno della “grande politica” che Cesare le ha affidato. Allora, le sono frullati in testa dei pensieri, e pensieri nient’affatto gentili: dovrà decidersi a buttare giù dalla barca quelli che sono divenuti zavorra e quelli saliti all’ultimo momento, senza carta d’imbarco. 

Quanto ai due ufficiali di plancia (il rissoso alla ricerca delle luci della ribalta e l’inconsistente diplomatico, prodigo di idee non richieste), beh… come si dice…non vorrei essere al loro posto. Li terrà per convenienza ancora nell’equipaggio, ma forse mediterà un’atroce punizione egiziana, mirando al cuore delle loro brame di potere e di conquista. La regina, si sa, non ha amici ma solo sudditi e nemici.

L’Arcivescovo Repole invita i credenti a impegnarsi in politica

C’è un aspetto, forse uno dei più importanti, che continua a rendere irrilevante e sostanzialmente ininfluente la presenza dei cattolici nella vita pubblica italiana. Certo, sono ancora tanti i tasselli che rendono, purtroppo, debole il ruolo dei cattolici nella cittadella politica. Ma è indubbio che accontentarsi della sola dimensione testimoniale, e pertanto puramente personale, rischia di essere oggi il dato di maggior preoccupazione. Ovvero, essere presente nei singoli partiti con un ruolo puramente ornamentale o, meglio ancora, sostanzialmente ancillare.

Ed è proprio su questo versante che il recente intervento dell’Arcivescovo di Torino, mons. Repole, assume un significato del tutto particolare. In sostanza, l’Arcivescovo ha detto che, seppur nel rigoroso rispetto di un consolidato pluralismo politico dei cattolici e in assenza di un partito culturalmente identitario, è sempre più importante che i cristiani e i cattolici riscoprino sino in fondo l’originalità della loro proposta e della loro tradizione all’interno dei singoli partiti e relativi schieramenti. Detto in altri termini, i cattolici devono ritornare ad essere laicamente protagonisti

nella politica italiana, attraverso la loro presenza nei partiti, con le armi della cultura e dei valori che tale cultura sprigiona. 

Certo, non tocca ad un Vescovo indicare le modalità concrete che caratterizzano la presenza dei credenti nell’agone pubblico. Ma che sia una corrente o un’area o un movimento poco cambia perchè quello che conta è la capacità di sapere incidere e, di conseguenza, condizionare il progetto politico di quel partito e di quella coalizione. E, soprattutto, caratterizzarsi attorno ai temi e alle esigenze che maggiormente interessano alle persone e, nello specifico, ai ceti popolari e ai più deboli: dalle molteplici disuguaglianze all’emarginazione di quote crescenti di popolazione; dai temi della sanità a quello della povertà e dei servizi alla persona. Insomma, i cattolici possono e debbono ritornare protagonisti, senza alcuna deriva integralistica e men che meno neo confessionale, all’interno dei partiti superando definitivamente ed irreversibilmente la sola dimensione testimoniale. E, al contempo, e seppur nel rispetto dell’impegno pre politico, cominciare a valutare l’importanza dell’impegno diretto nei partiti e nelle rispettive coalizioni.

Si tratta, quindi, di un cambio di passo di grande importanza che non può non essere colto nella sua interezza. Ma le riflessioni dell’Arcivescovo di Torino, pronunciate in un pubblico dibattito con gli amministratori locali della sua diocesi, sono oltremodo importanti perchè da un lato rilanciano l’importanza dell’impegno pubblico e politico dei cattolici e, dall’altro, viene sottolineato come la

cultura cattolico democratica, popolare e sociale non può più essere confinata nelle anguste stanze delle fondazioni culturali, delle varie accademie o dei gruppi ecclesiali. È arrivato, cioè, il momento per rilanciare il ruolo e la “mission” dei cattolici nella società contemporanea. E la riflessione pubblica di Mons. Roberto Repole a Torino ha rappresentato un importante salto di qualità e sprona tutti i cattolici ad intraprendere un nuovo cammino in una stagione che va capita e vissuta con intelligenza, coraggio e coerenza.

Due anni di guerra e un insegnamento per l’Europa

Sono passati due anni da quando la Russia di Putin ha messo in atto la scellerata aggressione all’Ucraina, portando morte e distruzione nel cuore dell’Europa. In questi due anni Putin ha mostrato in modo ancora più evidente il suo volto di arrogante dittatore, confermato peraltro dalla dura repressione con la quale opprime e schiaccia ogni tipo di opposizione e di protesta in Russia. Aleksej Navalny rappresenta purtroppo solo la punta di un iceberg di repressione, di carcerazioni disumane, di torture e di omicidi di stato perpetrati ai danni di chi osa dissentire rispetto alle nefandezze del regime putiniano.

Va ricordato che In questi due anni Putin ha respinto ogni tentativo di accordo e di pacificazione che potesse fermare la guerra contro l’Ucraina in quanto consapevole del fatto che finché c’è guerra c’è speranza (per lui ovviamente!). Dopo aver fatto girare a vuoto le diplomazie di mezza Europa ha rifiutato anche il generoso tentativo della Santa Sede che, con il Cardinale Zuppi, ha provato a trovare un punto di incontro tra Kiev e Mosca; ma purtroppo nella capitale russa Zuppi non ha trovato alcun tipo di ascolto.

Il dittatore del Cremlino è infatti ben conscio che sul piano interno un ulteriore insuccesso – oltre quello di non aver espugnato Kiev in pochi giorni – gli sarebbe sicuramente fatale e molto probabilmente non solo in termini politici. I due anni di conflitto hanno confermato che gli intenti di Putin non sono mai stati di tipo difensivo, ma rispondono esclusivamente a delle cervellotiche mire espansionistiche ed imperialistiche che la “sua” Russia è intenzionata a perseguire con l’uso della forza e in disprezzo di ogni logica di indipendenza ed autodeterminazione dei popoli. Gli stessi due anni di guerra non sono invece serviti a modificare le idee di chi parla di una pace chiaramente ingiusta, visto che dovrebbe essere – di fatto – il frutto solo di una resa incondizionata degli ucraini aggrediti. Si è detto e ripetuto più volte un concetto che fotografa la situazione bellica da due anni a questa parte: se smettono di combattere i russi finisce la guerra, ma se smettono di combattere gli ucraini finisce l’Ucraina. Eppure ancora oggi ascoltiamo degli incomprensibili sermoni sulla inopportunità di sostenere gli ucraini in questo disastroso conflitto anche con l’invio di armi, dimenticando fatalmente l’origine della guerra e le responsabilità di chi ha dato il via all’aggressione.

Ancora oggi chi vorrebbe fermare il sostegno a Kiev non è in grado di spiegare con quale misura alternativa si potrebbe contrastare l’inaccettabile pretesa della Russia di annettersi l’Ucraina; e soprattutto nessuno è in grado di garantire che il processo di espansione si fermerebbe poi alla sola Ucraina. La motivazione che si esibisce spesso in questi ragionamenti è la stanchezza dell’opinione pubblica europea e occidentale, facendo così un grande torto alla popolazione ucraina che – più che stanca – è distrutta moralmente e fisicamente da questi due anni di guerra, di privazioni, di sofferenza e dolori per noi inimmaginabili.

L’insegnamento che l’Europa deve trarre da questa vicenda è che democrazia, pace e libertà sono beni preziosi che hanno un costo, che è in ogni caso inferiore al loro valore.

L’Indonesia piange la scomparsa di Padre Sastrapratedja

La Chiesa dell’Indonesia ha pianto in questi giorni la scomparsa del gesuita p. Michael Sastrapratedja, grande divulgatore della filosofia nella società e pioniere negli studi sul pensiero locale, morto il 17 febbraio scorso a Semarang all’età di 80 anni.  

Prima di lui in Indonesia – anche nella stessa comunità cattolica – la filosofia era considerata non solo una materia difficile da apprendere, ma anche uno studio d’élite, riservato ai seminaristi insieme alla teologia. Un’idea cambiata a partire dal 1971 quando l’arcidiocesi di Jakarta, la provincia di Gesuiti dell’Indonesia e la Provincia Francescana dell’Indonesia fondarono a Jakarta la Scuola superiore di filosofia (STF) “Driyarkara”, affidandola proprio a p. Sastrapratedja. Da allora sempre più laici hanno avuto la possibilità di studiare sia la filosofia sia la teologia.

Nato a Wonosobo, nella provincia di Giava Centrale, il giovane Sastrapratedja era entrato come seminarista nel Seminario Minore di Mertoyudan, per diventare poi nel 1965 novizio gesuita a Girisonta. Dopo aver pronunciato i primi voti, fu inviato nell’indiana Pune per studiare filosofia. In anni successivi conseguì anche il dottorato in questa disciplina presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma.

  1. Michael Sastrapratedja ha dato un contributo educativo enorme alla crescita della STF Driyarkara, insegnandovi dal 1971 fino a poche settimane fa e ricoprendo per decenni anche la carica di presidente. Con lui è diventata la scuola di filosofia più importante dell’Indonesia e i suoi ex allievi hanno contribuito in modo massiccio alla loro presenza in decine di istituzioni, sia religiose che laiche.

Ma anche fuori dalle aule dell’istituzione cattolica ha saputo trasmettere alla società indonesiana il valore dello studio della materia cui ha dedicato la vita, contribuendo con le sue lezioni anche alla crescita delle facoltà di filosofia nelle università indonesiane. Lui stesso è stato anche nominato due volte presidente dell’Università Cattolica Soegijapranata di Semarang. È stato inoltre il primo rettore dell’Università Sanata Dharma, quando il locale Teachers Training College (IKIP) ottenne la possibilità di diventare un ateneo.

Ricordando con AsiaNews la figura di p. Sastrapratedja, l’attuale rettore dell’STF Driyarkara, Simon Lili Tjahjadi, ha affermato che l’altro enorme contributo offerto da questo gesuita all’Indonesia è stato il suo importante progetto di “studi indonesiani”. “Fu lui – ricorda – a dare inizio a una riflessione specifica dal punto di vista filosofico sui nostri valori nazionali tradizionali e sul contributo delle nostre culture multietniche. È attraverso questi studi approfonditi sulle questioni indonesiane che p. Sastrapratedja ha introdotto la filosofia dell’Indonesia al grande pubblico”.

 

Per saperne di più

 

https://www.asianews.it/notizie-it/P.-Sastrapratedja,-il-gesuita-che-ha-fatto-scoprire-la-filosofia-all’Indonesia-60218.html

La Bonino divide, Renzi frena, Calenda guarda oltre.

C’è un passaggio nell’intervista concessa ieri da Sandro Gozi, segretario generale del Pde, a “L’Identità” che pone un serio interrogativo sulla pretesa di Forza Italia, nel “formato” proposto dal neo eletto segretario Antonio Tajani, di essere il riferimento più accreditato per rappresentare le istanze di un nuovo centro. “Tajani sta sognando o fa illusioni” – dice Gozi. “La verità è un’altra, ovvero che da gregario di Fdi sta lavorando per svendere il Ppe all’estrema destra. I popolari devono scegliere se stare con Meloni, appoggiando l’avanzata delle destre, come propongono Tajani e Metsola, o tornare alla posizione originaria, una maggioranza europeista nella quale non c’è posto per Ecr”.

Senza troppi peli sulla lingua, Gozi solleva dunque una questione che in Europa costituisce un fattore di inevitabile discriminazione. Se non si vuole compromettere il faticoso cammino dell’Europa, la battaglia per il rafforzamento della solidarietà tra le forze popolari e democratiche resta un imperativo cui prestare la massima attenzione. Sotto questo profilo, il ruolo che può giocare la componente di Renew Europe, coerentemente schierata a sostegno dell’intesa tra popolari socialisti e liberal-democratici, non è affatto secondario. È il motivo per il quale il Pde – uno dei due pilastri, insieme all’Alde, di Renew Europe – resta attrattivo per gli europeisti di matrice democratico cristiana.

Fin qui Gozi ha ragione. Quando però accenna alla necessità di presentare una lista unitaria, fedele a questa impostazione europeista, scende su un terreno più scabroso. L’iniziativa della Bonino è già fallita, e ciò principalmente per quel mix di laicismo e liberismo che rende ostica, se non impossibile, la collaborazione con i cattolici democratici. Non si costruisce l’unità con un partito che s’inventa, alla luce di una modernità senza freni, il presepe Lgbt o la cannabis libera o l’eutanasia à la carte. Solo Elly Schlein, a sinistra, può farsene paladina, pur dovendo fronteggiare l’insofferenza – meglio si direbbe, allo stato degli atti, l’invertebrata opposizione – dell’ala cattolica più che mai rappresentata da Delrio.

Sabato anche Renzi ha dovuto chiarire nel suo intervento a Roma, davanti alla platea di Spazio Eventi, che l’unico punto di convergenza tra le diverse componenti italiane di Renew Europe sta nell’appello a favore di una Europa più integrata e solidale. Tutto il resto è fonte di polemiche e divisione, come del resto si confà alla psicologia del personale politico di formazione pannelliana.

In tale contesto non ha molto senso scaricare sulle spalle di Calenda la responsabilità del mancato decollo di quella che per l’occasione è stata chiamata “lista di scopo”. Il veto a Renzi è un accidente, non la sostanza del fatto in sé. Calenda avverte a modo suo che l’esigenza vera sta nel possibile andare oltre le anguste profezie di un certo oltranzismo libertario, non facile da coniugare con la proposta di un umanesimo aperto all’etica del bene comune. Non è detto che questa intuizione possa germogliare, in definitiva per farsi organo di una nuova proposta riformatrice, ma senza una verifica attorno alla fattibilità e alla coerenza di tale prospettiva ogni ragionamento sul futuro dei “democratici e popolari” assume i contorni della inconcludenza. Per tutti il sentiero è molto stretto.

Stati Uniti d’Europa, Igino Giordani ne parlava già nel 1925.

[…] Giordani, già dagli anni Venti, aveva condiviso il sogno europeistico di Sturzo. “Vogliamo cooperare alla europeizzazione della cultura, a superare cioè, di pari passo che le supera la scienza, le barriere di un egoismo, non nazionale, ma nazionalistico, tomento d’odio nei popoli, pericolo grave per la cattolicità (universalità) stessa. Noi tendiamo agli Stati Uniti d’Europa con moderatore il Papa. Prepariamone la realizzazione creando le interferenze culturali, che precedano o almeno seguano le interdipendenze economiche e sociali” [I. Giordani-G. Cenci, Preambolo, in “Parte Guelfa. Rivista di pensiero cristiano”, anno I, numero 1, Giugno 1925, p. 1]. Rifacendosi a Benedetto XV, ma anche al ruolo di arbitrato internazionale svolto da Leone XIII per volere di Bismarck, Giordani auspicava un Papa come moderatore, nel contesto internazionale, forte di quel suo primato morale” che svolgeva sin dal primo millennio.

Come tanti altri cattolici democratici, Giordani era convinto che “il prestigio della Chiesa” sarebbe cresciuto “con lo sviluppo delle democrazie”, soprattutto se fosse stata capace di opporsi a quell’Europa “nazionalistica e plutocratica”. Ma occorreva fare in fretta e sostenere quel crescente bisogno di unità, come pure evitare di disperdere l’eredità cristiana del vecchio continente. Che la costruzione degli Stati Uniti d’Europa dovesse realizzarsi al più presto era un’esigenza che scaturiva pure da una puntuale analisi sociale ed economica. Per dare un senso a tutto ciò, bisogna mirare a una “risultante politica, in una forma stabile, che, secondo noi, non può essere se non la Federazione degli Stati europei”. L’Europa “si salverà dal fallimento economico, dalla minaccia di nuove guerre” solo realizzando una “superiore forma organica di coordinamento e di integrazione, che non sciupi nell’accentramento mostruoso le iniziative, le risorse, le articolazioni”. Per i cattolici, ciò costituiva quasi un approdo naturale. Corrispondente da Lucerna nel 1947 al Raduno svizzero dei partiti cristiani, Giordani sosteneva: “A Lucerna s’è parlato dell’Europa, da europei. Era ora. Ci siamo lasciati uccidere e depredare per le nostre divisioni, dimentichi oltre tutto – come dicevano i Padri della Chiesa – che le divisioni sono colpa”. Si era perso fin troppo tempo per comprendere un fatto così evidente. 

Giordani non dimenticava che gli “europei intendono il significato di alcuni vocaboli supernazionali, come quelli di comunismo e socialismo” in modo non chiaro. Lo stesso valeva per il liberalismo ridotto a “un’aristocrazia appesantita dallo strascico di un laicismo anacronistico”. Il cristianesimo, invece, era “una forza religiosa e non un lievito politico”, con in più un senso di universalità, in alcuni momenti “fatto a pezzi dal protestantesimo”, ma sempre vivo. Per questo, Giordani auspicava, nell’Anno Santo del 1950, il primo congresso della democrazia cristiana europea, se non pure mondiale”. Giordani, poi, riteneva che, in futuro, in Europa si sarebbero sviluppate le forze autenticamente popolari e “le due correnti principali saranno la democristiana e la socialista”. Queste differenti visioni determineranno il futuro dell’Unione europea. 

Questa deve essere effettiva e non solo economica, di banche e di capitali. Si capisce perciò perché il fallimento della CED divenne per lo stesso De Gasperi una vera e propria “spina”. Occorreva capire che, per costruire l’Europa, bisognava superare gli egoismi nazionalistici, anche di natura economica. Gli Stati più ricchi partono da un presupposto economico privo di senso che li porta a isolarsi sempre più. Ignorano un principio elementare dell’economia cristiana: “Si sta nel medesimo battello, ricchi e poveri, e, se si affonda, s’affonda tutti. La ricchezza stessa si conserva nella solidarietà: si disperde nella divisione. Due guerre dovrebbero aver illuminato anche i più gretti”: Purtroppo così non era stato e lo stiamo sperimentando anche oggi.

Le convinzioni di Giordani sembrano echeggiare quelle del futuro Cardinale Pavan che vedeva l’Europa prostrata e in “estrema umiliazione (…) straziata in se stessa (…) ridotta a semplice oggetto di patteggiamenti combinati nella sua assenza”. Malgrado tutto ciò, sembra quasi che l’Europa rientrasse quasi in un piano provvidenziale. Questa affermazione era fatta da chi aveva “partecipato personalmente a numerosi incontri” preparatori e che aveva maturato la sensazione che la strada maestra fosse stata tracciata.

R. Pezzimenti, L’Europa dei Padri Fondatori: tradita o dimenticata, in L’Europa che vogliamo, “Opinioni”, anno IX,  n. 19, gennaio-marzo 2019, pp.16-17.

Un partito d’ispirazione cristiana? Sì, ma con spirito nuovo.

Non ho mai amato il termine “ricomposizione”, soprattutto in ambito politico, perché oltre a far intendere qualcosa che si è rotto per poi essere reincollato, riaggregato o, per l’appunto, ricomposto, dà anche il senso di qualcosa di vecchio e di passato che si vuol rispolverare.

Alla luce di questa riflessione, allora, le iniziative volte a “ricomporre” l’area cattolico democratica e popolare vanno portate avanti non nell’accezione di questo termine, che sa di passato, ma guardando al presente e al futuro.

Se si guarda al presente, infatti, vi è una larga fascia della popolazione italiana che non solo rifiuta il diritto-dovere di recarsi alle urne, ma che vive in situazioni economiche non certo rosee (per non dire misere).

A questo va aggiunto anche quella che alcuni sondaggi hanno rilevato essere la volontà di una cospicua parte di cittadini italiani: circa il venticinque per cento, infatti, diserta le urne perché non solo non si riconosce negli attuali partiti o movimenti politici, ma perché fa esplicita richiesta di una nuova forza politica di centro che sappia reincarnare i valori cristiani nell’organizzazione e poi nella gestione della città terrena.

Se ne parla ormai da oltre tre lustri, ma le varie iniziative  spesso rancorose hanno portato perlopiù a chiudersi a riccio nella esclusiva rivendicazione dei valori e della rappresentanza del popolarismo alla stregua quasi di un patrimonio privato; mentre le iniziative concrete sul campo registrano sino ad oggi un eccesso di personalismo che non ha nulla a che vedere proprio con i valori del popolarismo e, in generale, dei cattolici democratici.

Dunque, qual è la bussola? Sicuramente, rispetto alla situazione di qualche decennio fa, quando una buona fetta di cattolici si erano schierati con il centrodestra o con il Pd sul versante del centrosinistra, la situazione attuale è radicalmente diversa.

Il governo delle destre, da un lato, e l’ormai completa estremizzazione del Pd targato Elly Schlein, dall’altro, costituiscono una sponda politica perfetta per portare avanti un progetto politico di natura popolare, democratica, sociale e d’ispirazione cristiana.

Sì, certo d’ispirazione cristiana! Non bisogna aver alcun timore nel saper affermare questo come se fosse qualcosa che riguarda il passato e che le nuove generazioni ripugnano in forza di un sentimento religioso che non coinvolge più.

Eppure, il magistero di questo Papa ci sta insegnando che non solo i valori del cristianesimo rappresentano l’unica novità nell’attuale realtà mondiale grigia, se non plumbea, riguardo ai valori della persona umana, della solidarietà sociale, dell’ambiente, della redistrubuzione della ricchezza, dei processi democratici da conquistare, dell’emancipazione dei popoli che soffrono la fame e l’oppressione; ma proprio i valori cristiani possono costituire, se tradotti laicamente, sul piano politico quella moralizzazione nella gestione della cosa pubblica che le nuove generazioni avvertono come condizione preliminare per il loro impegno civile.

Da queste esigenze occorre ripartire, ma nel concreto dell’attuale situazione politica italiana, abbandonando tutti quei personalismi che sino ad oggi hanno solo danneggiato una posizione politica limpida, disinteressata, che si fa interprete di quei valori che vengono dal basso.

E nell’essere consapevoli di questo, occorre anche ripudiare preliminarmente coloro che hanno svenduto un patrimonio ideale collocandosi addirittura a destra (Fratelli d’Italia) o, invece, consegnando un simbolo glorioso (qual è stato lo scudocrociato) nelle mani della Lega di Salvini. Entrambe le posizioni in funzione del mantenimento di qualche sparuto seggio parlamentare.

Non dovrà esserci posto nel nuovo partito di centro per i trasformisti, gli arrivisti, i venditori di fumo, i nullafacenti che vivono di politica, i colonizzatori di collegi sicuri.

La moralità prima di tutto.

L’umano si perfeziona solo nella relazione

[…] Leggiamo la preoccupazione per un futuro tecnologico che faccia diventare realtà le teorie del postumano e del transumano, proprio quelle convinzioni che spingono in avanti la questione della soggettività servendosi delle biotecnologie, che negano l’opposizione tra natura e cultura e per le quali “nessuna architettura naturale vincola la progettazione del sistema” (p. 69): pensare a qualsiasi oggetto o persona in termini di montaggio e riassemblaggio, di commistione tra organico e artificiale, significa perdere i contorni e i confini che identificano sia l’umano che il cibernetico, dando vita a delle “identità mutanti” per le quali va ripensata anche la modalità della relazione. “L’essere umano – scrive ancora Caltagirone – diventa mero strumento all’interno dell’apparato tecnico, perché la tecnica non si propone fini e non si muove verso scopi, ma verso i risultati delle procedure”. Dalla ragione strumentale ai corpi strumentali, l’apoteosi del funzionamento tecnologico si realizza nelle strutture deterministiche della cultura gestita “da paradigmi, apparati, schemi concettuali tipici di una mentalità tecnocratica e orientata più all’agire strategico e al fare, che al dialogo e all’intesa” (p. 72). Del resto, quando ci si guarda intorno, non si ha l’impressione che ormai già i sistemi della produzione e dell’organizzazione sociale a tutti i livelli, perfino i processi di produzione delle idee, dello scambio dei significati, dei contenuti delle arti, e la stessa ricerca scientifica e umanistica, ci vogliano tutti automi, tutti esecutori irrelati, indifferenti e autocentrati di un medesimo processo stabilito altrove? Un “altrove” che è insensibile alle nostre differenze non codificate e alle nostre peculiarità non trasformate in dati: il passo alla sostituzione robotica risulterebbe già agevolato da queste pratiche dell’impersonalità e dal disconoscimento della relazionalità autentica. Questi nostri timori trovano conferma, purtroppo, nelle disamine inquiete di Caltagirone.

Tuttavia, nel secondo capitolo, lo scenario muta e, come leggiamo già nell’intoduzione, si fa avanti la “speranza”, nella descrizione poetica che ne fece Charles Péguy, per il quale essa “sembra una cosina da nulla, questa speranza bambina, immortale […], ma è proprio questa speranza che attraverserà i mondi”. Se ci facciamo prendere per mano dalla speranza, allora ci torna il coraggio di confrontarci con il vocabolario delle relazioni umane, con la loro “struttura, articolazioni e coordinate”: la fiducia, la confidenza, il riconoscimento, l’apertura alla temporalità, la cura, la responsabilità. Caltagirone ne approfondisce le tonalità e le risonanze, attraverso gli autori che gli sono cari – Nédoncelle, Mounier, Ricoeur, Apel – citando spesso i pensatori e i colleghi italiani che si riconoscono nell’appartenenza alla cultura cattolica, ma anche confrontandosi e raccogliendo i contributi di chi si impegna nella difesa dell’umano-che-è-comune senza alcuna attribuzione religiosa. Alla fine, la risposta ai riduzionismi contemporanei che pregiudicano una comprensione integrale dell’umano, e alla intersoggettività proposta come forma sostitutiva ed esauriente della relazione, sta in un “trascendentale”, in un radicamento metafisico dell’antropologico e dell’etico in prospettiva relazionale:

 

[Assumere il relazionale come trascendentale dell’umano] significa, da una parte, riconoscere la relazione come potenzialità costitutiva inscritta nella natura umana e non soltanto come bisogno di natura psicologica o sociale, dall’altra permettere di ripensare l’intero dell’umano in chiave relazionale, convinti che tutto ciò che nell’essere, nell’operare e agire umano, è prettamente umano, si sviluppa, si accresce, si perfeziona realmente soltanto in contesti relazionali reciproci e quindi umani e umananti (pp. 229-230).

 

In conclusione, tornando alle nostre caramelle, non ci pentiamo di averle assaggiate: perché ce lo hanno chiesto quei bambini, e soprattutto perché non possiamo sottrarci a chi ci guarda.

 

Per leggere, con l’intera rivista, il testo integrale della recensione

 

https://mimesisjournals.com/ojs/index.php/MF/issue/view/211?fbclid=IwAR0KWbdIDHguLPlgxg7f2m23F_cumJ2qH_cpgHIEaqpuwdFblhYE7Xaqteo

L’anarchia della sovranità e la nascita del cittadino europeo

La solidarietà d’Europa è veramente diventata una crudele ironia?

Questo è l’interrogativo che si pone Nicola Politis nell’ultimo numero di L’Esprit international. Il sottile giurista greco, attualmente ministro a Parigi, prendendo in esame il problema etico-storico della solidarietà europea fa alcune considerazioni che meritano di essere sottolineate perché colgono alcuni aspetti dell’attuale crisi politica.

L’Europa, appendice del continente asiatico è, secondo la definizione di Paul Valéry, la parte più preziosa dell’uni-verso, la perla della sfera, il cervello di un vasto corpo. Quali sono le ragioni che rendono permanentemente critica la sua condizione? Si è parlato di una incipiente concorrenza di altre razze, e Lothorp Stoddart per caratterizzare questo fenomeno universale ha trovato la seguente formula: «marea montante dei popoli di colore». Ma questa eventualmente è una causa esteriore ancora non sensibile, e tutt’altro che decisiva. Bisogna trovare le cause interne della malattia.

Politis ne elenca alcune fondamentali: divisioni profonde, sospetti odiosi, ambizioni arroganti, estensione degli armamenti in un nuovo regno (l’aria), legalità divenuta fragile, anemia e sclerosi dei rapporti fra gli Stati, barriere doganali di 26 Stati, ecc. Se vi è una solidarietà davanti al pericolo della catastrofe, tale solidarietà scompare subito non appena si cerchino i mezzi per allontanare la catastrofe.

La storia ha insegnamenti molto eloquenti. L’Impero romano ha garantito al mondo una lunga pace perché la sua pace era il risultato di un ordine. Anche il Politis riconosce che «il principio spirituale della Chiesa ha dato all’Europa il sentimento dell’unità e della solidarietà e durante il medioevo vi è stata un’organizzazione europea». Le crociate hanno unito l’Europa contro l’Islam.

Le scoperte geografiche cominciano a minare l’unità dello spirito europeo la quale va in rovina con la Riforma e la Rinascenza. La Riforma che, secondo quanto il Politis si dimentica di dire, fonda lo statualismo, padre del nazionalismo: la Rinascenza che restaura lo spirito statale pagano.

Il Politis non accenna neppure alla Rivoluzione francese ma, analizzando il nostro tempo, colpisce una delle più infelici creature dell’illuminismo: l’anarchia della sovranità. Cioè gli Stati europei, già divisi per religione, lingua e costumi divengono anche nemici causa un principio di sovranità che non accetta limitazioni.

La sicurezza d’Europa è, secondo una felice difinizione del Politis, una «funzione permanente che cerca un organo» in quanto la supremazia della collettività non è riuscita ad affermarsi contro le egemonie particolari. Però, rifiutando sia l’unità romana che l’unità cristiana, al Politis non resta che una vaga idea di «equilibrio» il quale ha un senso solo se presuppone la reale unità politica (per es. del romanesimo) o la reale unità religiosa del cattolicesimo. Anche Nietzsche parla dell’«Europa dell’avvenire» ma sono frasi che appartengono ad una rettorica utopistica.

Si può ritenere, come ritiene il Politis che la guerra abbia arrestato nel 1914 un già sviluppato movimento verso l’affermazione della solidarietà europea? O non è stata invece proprio la guerra che, mettendo a nudo la povertà morale della nostra civiltà politica, ha finito coll’avvicinare i popoli europei? La Società delle Nazioni, pur essendo come dice il Politis «insufficiente ad assicurare da sola la sicurezza in Europa», è sorta dalla guerra, tanto è vero che dalle sue origini belliche (trattato di Versailles) porta le stigmate, Malgrado tutte le possibili crisi istituzionali che allontanano sempre più il giorno della «nascita del cittadino europeo» la Lega continua ad essere più che un fatto definitivo una idea-forza.

Ma vi sono dei fatti positivi, ed è questa la parte più evidente delle considerazioni del Politis, i quali, malgrado tutte le delusioni degli ultimi anni, fanno ritenere possibile un progresso. La corsa agli armamenti da intensa si trasforma in «frenetica» e non potrà non apparire fra breve in tutta la sua spaventosa e spettrale realtà. In secondo luogo l’aviazione militare ha rivelato all’Inghilterra che essa ha cessato, dal punto di vista della sicurezza, di essere un’isola garantita da ogni aggressione in virtù della cintura d’acciaio della sua flotta. Baldwin ha detto che le frontiere della Gran Bretagna sono sul Reno.

L’Europa si troverebbe sempre più di fronte al tragico dilemma: o unirsi o perire. Per unirsi deve organizzare la pace attraverso varie iniziative fra le quali quella suggerita da Politis non appare, almeno per ora, la più realizzabile.

«La tendenza – egli scrive trattando di armamenti – deve essere non di abolire la forza ma di denazionalizzarla. L’esercizio può restare nazionale ma il giudizio che lo precede e l’autorizza deve essere collettivo».

Sempre più emergente appare oggi in Europa il contrasto fra le nazioni conservatrici e le progressiste, fra quelle che tendono alla stasi e quelle che vogliono il moto. Questo contrasto è gravissimo perché è fondato nelle esigenze di fatto, nella realtà dell’aver troppo da una parte e dell’aver troppo poco dall’altra, e pone sul tappeto tutto il fondamentale problema della distribuzione di beni, dell’equilibrio economico inteso quale presupposto indeclinabile dell’equilibrio politico.

Ogni guerra, osserva il Politis da buon giurista, non è assimilabile semplicemente ad un crimine poiché ha piuttosto la fisionomia di una rivoluzione; e per prevenire una rivoluzione il Codice penale, per quanto comporti pene preventive e repressive, non basta. È necessario invece organizzare la vita sociale in modo tale che le leggi universali dell’ordine non urtino contro le condizioni di fatto ma ad esse si adattino.

Fonte – G. Gonella, La solidarietà europea, “L’Osservatore Romano”, 7 maggio 1936.

Meglio non cedere alla demagogia del terzo mandato

La questione del terzo mandato, ovvero la rimozione in sede legislativa nazionale del vincolo che impedisce ai presidenti di Regione, a causa di norme statutarie, di presentarsi al corpo elettorale anche dopo aver espletato le loro funzioni nell’arco di due mandati consecutivi, richiede un’attenta riflessione politica per non cadere emotivamente nella trappola della semplificazione.

Sì dice che la stabilità degli esecutivi sia un bene e sia ancor più un bene lasciare al popolo la libertà di giudizio sull’operato di un presidente (o per estensione di un sindaco di medie-grandi città, assunto che negli enti di minori dimensioni demografiche il blocco è stato già tolto da tempo). Per giunta, a conforto di questa duplice tesi si portano esempi di altri Paesi, dando vita a comparazioni di vario tipo. Chi si oppone dimostra pertanto di voler imbrigliare la democrazia operando, in buona sostanza, a vantaggio di una partitocrazia sempre in agguato. A fare da arbitro non sarebbe più il cittadino, come auspicava il compianto Ruffilli, ma un sovrano nascosto nelle pieghe di piccoli o grandi apparati di partito.

Le cose stanno proprio così? Bisogna farsi largo nella giungla delle mezze verità e, subito appresso, delle conclusioni azzardate. I riferimenti alle regole di altre nazioni europee sono imprecisi: l’assenza di un tetto ai mandati va di pari passo alla elezione dei presidenti (o dei sindaci) nelle assemblee consiliari, e dunque non mediante investitura da parte del popolo. 

Va da sé, allora, che l’elezione diretta contempli e contrario uno o più momenti di equilibrio, in particolare la fissazione di un limite alla cumulabilità dei mandati. A questo riguardo, l’esperienza degli Stati Uniti è altamente istruttiva: non sono ammesse eccezioni al  dei quattro anni, più altri quattro in caso di rielezione, già a partire dall’inquilino della Casa Bianca. Inoltre, come andrebbe correttamente ricordato, in America non esiste il simul stabunt simul cadent che porta all’imbigliamento delle assemblee consigliari, mettendo sotto ricatto i singoli eletti come avviene nella prassi vigente del nostro Paese. A tutto discapito in questo caso della  funzionalità e trasparenza, e nondimeno dell’efficienza, della democrazia locale.

Non si possono abbattere i paletti che un sistema ben ordinato deve comunque prevedere, pena la distorsione dei meccanismi di salvaguardia dell’esercizio in forma equilibrata del potere pubblico. La demagogia di qualche sindaco o presidente di Regione – perché di questo alla fine si tratta – non può essere il motore di un sano rinnovamento delle istituzioni democratiche.

Nasce morta la lista di scopo della Bonino?

L’iniziativa, seppur lodevole, di Emma Bonino per favorire una “lista di scopo” in vista delle prossime elezioni europee è indubbiamente positiva e da non sottovalutare. Ma, al di là dell’esito concreto dell’incontro convocato a Roma dalla leader radicale, è altrettanto indubbio che un progetto politico serio, credibile e con un minimo di prospettiva non può soltanto nascere “contro” qualcuno. Perché, alla fine, questo resta il vero limite dell’operazione politica messa in piedi dalla stessa Bonino. Soprattutto quando si parla dell’Europa e di un raggruppamento che fa della ricostruzione di un’Europa democratica, riformista e federalista la sua vera ragion d’essere.

E, inoltre, anche la ricostruzione di un Centro e di una “politica di centro” nel nostro paese. Certo, non può essere la Bonino con il suo carico di laicismo, di anticlericalismo e di profonda ed atavica avversione nei confronti di tutto ciò che è riconducibile alla storia e alla cultura del cattolicesimo politico italiano la figura più idonea per porsi alla guida di un processo di costruzione di un Centro riformista, plurale e di governo nel nostro paese. 

Non a caso, almeno sul piano valoriale e culturale, c’è una perfetta convergenza con la strategia libertaria e oltranzisticamente laicista della Schlein. E lo stesso incontro di ieri a Roma lo ha persino platealmente confermato. Ora, però, e per uscire dagli equivoci, credo che almeno due elementi debbono essere sottolineati e chiariti. E cioè, da un lato se “la lista di scopo” decolla è un bene per tutti. Almeno per tutti coloro che si definiscono anche solo genericamente centristi. Perché sarebbe semplicemente incomprensibile che partiti che si riconoscono nel medesimo gruppo europeo poi si dividano a livello nazionale presentandosi sotto liste diverse e contrapposte. Sarebbe un mistero della politica.

In secondo luogo, come dicevo poc’anzi, un Centro riformista, plurale e di governo decolla solo nella misura in cui ci sarà anche un “federatore” credibile e realmente unificante. Non possono nascere svariati “centrini” perché, semplicemente, ciò certificherebbe che la stessa organizzazione di un luogo politico di cui, è bene sottolinearlo con forza, c’è tremendamente bisogno nell’attuale contesto politico italiano è destinato al fallimento ancor prima di nascere.

Certo, le elezioni europee sono una ghiotta occasione, come lo erano anche le ultime elezioni politiche, per presentarsi di fronte agli elettori con una “ricetta” di Centro.

Ma per presentarsi con la dovuta serietà e, soprattutto, affidabilità, sono necessari comportamenti politici altrettanto seri e credibili. Saranno, del resto, solo gli eventi a dirci se questi propositi rispondono ad atteggiamenti politici responsabili e coerenti oppure se dovremmo, ancora una volta, registrare atteggiamenti vagamente adolescenziali e carichi di pregiudizi e di pregiudiziali. Politiche e personali. Ecco perché tra “lista di scopo”, rilancio del Centro e comportamento dei vari partiti e dei rispettivi leader si gioca una partita importante che finisce per condizionare i futuri equilibri della politica italiana. E forse è bene non sciupare questa ennesima occasione.

Un romanzo sulla fine della democrazia nel terzo millennio

[…] Un libro che può essere letto come un avvertimento o come la parafrasi di eventi che stanno realmente accadendo in qualche parte del mondo. La protagonista è Eilish Stack, una rispettata microbiologa, madre e moglie che tenta di salvare il marito e i suoi quattro figli da un incubo apparentemente senza via d’uscita. La vita della sua famiglia inizia a cambiare la notte in cui due uomini in borghese le bussano alla porta di casa per chiederle notizie di suo marito, un rispettato leader del sindacato degli insegnanti. Sono cortesi e premurosi. “Non c’è niente di cui deve preoccuparsi”, la rassicurano. Ancora lei non lo sa ma sono agenti di una nuova polizia segreta alla ricerca di dissidenti da far sparire. Una nuova legge sui poteri di emergenza approvata dal governo è il preludio della sospensione di tutti i diritti costituzionali. Nel giro di pochi giorni suo marito svanisce, come inghiottito nel nulla, insieme a centinaia di altre persone comuni circondate dal silenzio implacabile dello Stato. Eilish nega a lungo la gravità di quanto sta accadendo e quando infine se ne rende conto è ormai troppo tardi. Da quel momento in poi, mentre l’ordinaria quotidianità cui era abituata si sbriciola come sabbia sotto i suoi piedi, inizia a lottare nel tentativo di tenere unita la famiglia. Non soltanto i suoi figli ma anche l’anziano padre in preda alla demenza e incapace di dare un senso a un mondo comunque insensato.

Intorno alle sue paure e alla sua disperazione Lynch descrive il collasso della democrazia riportando alla memoria echi di grandi classici della narrativa distopica come 1984 di George Orwell e Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, con particolari che ricordano esperienze dittatoriali recenti come quelle del Cile e dell’Argentina degli anni ‘70. Ma lo fa nel suo caratteristico stile lirico mai esasperato, tratteggiando un incubo talmente plausibile da togliere il fiato e costringe il lettore a immedesimarsi fino alla fine nella sorte dei protagonisti.

Nei suoi romanzi precedenti (a cominciare dal fortunato debutto, Cielo rosso al mattino) Lynch aveva già dimostrato di possedere un talento particolare nel cimentarsi con ambientazioni oscure e con tematiche come la violenza e la vendetta, la redenzione e il perdono. A prevalere, in Il canto del profeta (la cui edizione italiana uscirà l’8 marzo con le edizioni 66thAnd2nd), è però un’atmosfera claustrofobica amplificata da una prosa a tratti poetica e dal consueto utilizzo mirato di sinestesie e metafore che caratterizzava anche le sue opere precedenti. Stavolta la narrazione scorre del tutto priva di paragrafi, con lunghe sezioni di prosa continua che trasmettono un senso di urgenza assoluta. I dialoghi sono talvolta interrotti da descrizioni accurate e da slanci introspettivi e commoventi che scavano a fondo nell’animo dei personaggi. Quando le persone rimangono intrappolate negli ingranaggi del dispotismo – sembra volerci dire Lynch – il libero arbitrio può rivelarsi una finzione politica. Con questo romanzo cerca anche di scuoterci dalla confortante illusione che tutto questo non possa accadere davvero.

 

Per leggere il testo completo

https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-il-canto-del-profeta-e-la-scomparsa-della-democrazia-6417.html

L’europeismo di matrice democratica cristiana nel pensiero di Gonella

In questo volume vengono pubblicati alcuni brani di articoli e discorsi che ho dedicato al problema dell’europeismo ed a questioni internazionali connesse alla costruzione della Comunità europea.

Ho avuto la felice ventura di poter essere fra i primi sostenitori dell’esigenza dell’unità europea, pubblicando una serie di articoli nell’«Osservatore Romano» fin dagli inizi degli anni ’30, quando imperversavano il razzismo, il nazionalismo e l’imperialismo nazi-fascista.

Erano ben poche le voci che in quegli anni di lotta e di intolleranza politica potevano levarsi contro le aspre rivalità fra nazioni europee che condussero alla catastrofe bellica. Utopia o sogno erano considerati i programmi federalisti che ora non sono più argomento per ristretti gruppi di intellettuali, bensì materia sulla quale si pronuncia il suffragio popolare.

Anche negli anni del triste epilogo della guerra ho continuato questa battaglia in articoli pubblicati nel quotidiano «Il Popolo», ed ho potuto sostenere le tesi europeiste nella relazione tenuta nel 1946 al primo Congresso della Dc per la determinazione del programma del partito che ha posto l’europeismo fra le sue essenziali rivendicazioni.

Successivamente, nei lunghi anni di permanenza ai Ministeri della Pubblica Istruzione e di Grazia e Giustizia, e pure in qualità di Presidente del Consiglio dei Ministri di Giustizia dell’Europa occidentale, mi sono state offerte varie occasioni di partecipare a convegni internazionali sui problemi della cultura e del diritto europeo, pronunciando discorsi e tenendo relazioni ricordate in questo volume.

Inoltre, essendo da quasi un ventennio deputato e Vicepresidente del Consiglio d’Europa, ho partecipato, nell’Assemblea di Strasburgo, a dibattiti in difesa dell’unità europea la quale, sia pure con difficoltà e lentezze, veniva maturando nella politica dell’Occidente europeo.

[…]

La nostra è stata veramente una «lunga marcia» di pionieri, una marcia silenziosa durata quasi un cinquantennio partendo dalle iniziali rivendicazioni europeiste per arrivare all’elezione del primo Parlamento europeo. La marcia continua: dall’unità economica all’unita politica. È appunto in considerazione delle nuove battaglie che può essere utile testimoniare la tenace costanza nella fedelta alla causa dell’unità europea e quindi della pace fra i popoli, la quale trova un valido fondamento spirituale, culturale e storico nella civiltà cristiana.

[G. Gonella, Lo spirito europeo, Edizioni Logos, 1979]

Il profeta Neemia di fronte alla sofferenza del suo popolo

[…] La prima cosa che Neemia ci ricorda è la necessità di sentirsi toccati e interpellati personalmente dalle storture del proprio tempo. Come Mosè: un giorno avvertì la chiamata a condividere la compassione di Dio nei confronti del suo popolo, sottoposto al giogo della schiavitù (cfr Teani 2018, 330-333). Senza un tale appassionato coinvolgimento, avrebbe continuato a pascolare il gregge di suo suocero, rassegnato a muoversi su corti orizzonti. Anche oggi risulta determinante percepire l’appello di Dio nel cuore degli appelli dell’umanità sofferente.

L’esplorazione della città da parte di Neemia evidenzia l’importanza di condurre un’analisi onesta della realtà, senza lasciarsi trasportare da facili entusiasmi (cosciente dei rischi dell’operazione, agisce con prudenza, di notte) e senza sottostare a timori paralizzanti, mostrando anzi grande forza d’animo, nonostante i reiterati tentativi di intimidirlo (cfr Neemia 6,9.13.19). «La prima virtù necessaria per affrontare seriamente il futuro è l’onestà intellettuale. Romano Guardini la chiamava “la serietà imposta dalla verità”, una serietà che vuole sapere la posta realmente in gioco, al di là delle semplificazioni e di tutte le proposte emotive; l’onestà di chi vuole conoscere a fondo le cose. Onestà intellettuale su tutti i problemi in gioco, onestà intellettuale che deve poi divenire metodo di vita, di ricerca» (Martini 1986, 126).

L’onestà intellettuale però non basta. Deve essere accompagnata da una fiducia granitica nel bene, che prende la forma della certezza che Dio ascolta il grido dei poveri per chi crede (Neemia 1,6.11). È quanto riconosce Giuditta, rivolgendosi al Signore in un tempo di grave minaccia per Israele: Tu sei il Dio degli umili, sei il soccorritore dei piccoli, il rifugio dei deboli, il protettore degli sfiduciati, il salvatore dei disperati (Giuditta 9,11). Né Giuditta, né Neemia si aspettano da Dio interventi spettacolari o soluzioni prodigiose. Chiedono la forza per affrontare con lucidità e tenacia la grave congiuntura in cui si trovano a vivere.

La presa di coscienza dei problemi in gioco e delle difficoltà da affrontare, unitamente alla fiducia incrollabile nel sostegno dall’alto, permettono di trasmettere ai propri contemporanei una parola di incoraggiamento e di speranza, convinta e potenzialmente convincente: «Il termine “con-vinzione” dice proprio che si tratta di una vittoria su tutti i messaggi negativi che attraversano un’esistenza: vittoria che, come suggerisce la parola “con-vinzione”, necessita del concorso di altre persone, ma vittoria anche che nessun altro può ottenere al mio posto» (Théobald 2010, 17).

Neemia è cosciente che il progetto di riedificare le mura di Gerusalemme non può rimanere generico. Sa che la fede «non si identifica con il fideismo, che, per esprimere la fiducia in Dio, vorrebbe la rinuncia ai mezzi umani che sono a nostra disposizione» (Bovati 2013, 80). Per questo prende precisi provvedimenti per organizzare i lavori in modo insieme flessibile e determinato. Emerge qui l’importanza della concretezza. Ne parlò il cardinal Martini in una meditazione tenuta nel dicembre 1984: «È la capacità di intuire ciò che va fatto adesso e qui; è la sfiducia per i discorsi astratti e inconcludenti; è il senso delle persone, dei rapporti, del momento presente. Questa riflessione ci porta a concludere che non esiste bene nel mondo se non è concreto, perché concretezza è attenzione al massimo grado di bene effettuabile, con amore, in una data situazione» (Martini 2018, 408). Molti anni dopo, al convegno Fede e cultura, tenuto a Milano nel maggio 2006, Martini, rifacendosi a Giuseppe Lazzati, si chiese: «[I cristiani] sanno uscire da un semplice entusiasmo per i valori, a una fatica nel tradurre questi valori in un contesto democratico, cercando il bene comune possibile in questo momento?» (cit. in Vergottini 2015, 71). L’impegno per promuovere i valori in un contesto democratico è autentico quando si incarna in direttive concrete. Non basta desiderare il bene; si deve capire come attuarlo. Occorre la sapienza pratica e capillare, che aiuti a individuare piste concretamente percorribili. Di fronte a problemi ardui, non ci sono soluzioni facili. Si pensi all’accoglienza dei profughi, alla piaga della tossicodipendenza, alla solitudine degli anziani, al disagio giovanile.

Un ultimo rilievo. Neemia si premura di coinvolgere gli abitanti nella difesa di Gerusalemme, dotando ciascuno dell’equipaggiamento necessario per respingere gli attacchi nemici. Questa decisione sgombra il campo da ingenue letture del reale. Da un lato, evidenzia che il buon esito di un’iniziativa non può dipendere unicamente dall’impegno di chi l’ha promossa, ma è essenziale che sia fatta propria anche da altri. Dall’altro, ricorda che anche oggi è in atto una lotta contro temibili forze, che cercano di ostacolare ogni tentativo di rinnovamento, servendosi, in particolare, dell’uso spregiudicato di messaggi ingannevoli. Come condurre tale lotta? Chi sono i veri nemici da combattere?

 

Fonte: Aggiornamenti Sociali, febbraio 2024.

Titolo originale: Ricostruire la comunità.

 

Per leggere il testo completo

https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/ricostruire-la-comunita/

Il Partito del popolo indiano può confermarsi alla guida del Paese

 A pochi mesi dalle elezioni per la Lok Sabha, la Camera bassa del Parlamento indiano – che dovrebbero tenersi tra aprile e maggio – i partiti che si oppongono al Bharatiya Janata Party (BJP) al governo appaiono in crisi e disuniti, dopo aver annunciato, a settembre dello scorso anno, la creazione di un’alleanza chiamata INDIA (acronimo che sta per Indian National Developmental Inclusive Alliance, in contrasto con il termine hindi “Bharat”, utilizzato per descrivere la nazione soprattutto dai leader del BJP).

Il partito del Congress ha concordato la condivisione dei sette seggi di Delhi con l’Aam Aadmi Party (AAP), guidato da Arvind Kejriwal, attuale chief minister della capitale, e ha stretto un simile accordo con il Samajwadi Party per quanto riguarda l’Uttar Pradesh e il Madhya Pradesh. 

Potrebbe suonare come un successo, ma è in realtà l’ennesimo segnale di uno smarrimento generale: alcuni leader locali, come il chief minister del Punjab, dove l’AAP è al governo e il Congress all’opposizione, hanno dichiarato di opporsi a qualunque forma di dialogo con il partito della famiglia Gandhi, mentre gli altri colloqui per la condivisione dei seggi sono in stallo a causa di personalismi e divisioni ideologiche. Il mese scorso Mamata Banerjee, popolare chief minister del Bengala occidentale e leader del Trinamool Congress Party, aveva annunciato che avrebbe affontato in solitaria le elezioni nel suo Stato e a fine gennaio anche Nitish Kumar, chief minister dello Stato settentrionale del Bihar, ha ritirato la sua partecipazione all’alleanza INDIA per schierarsi con il BJP, ricevendo accuse di aver cambiato bandiera per massimizzare le possibilità di una vittoria. I portavoce del Janata Dal, da cui proviene Kumar, avevano invece dichiarato che i rappresentanti del Congress erano più interessati a rafforzare il loro partito anziché il gruppo dell’opposizione.

Un sentimento condiviso anche dagli altri partiti regionali, secondo cui il Congress ha tentato di schierare i propri candidati nella maggioranza dei seggi, anche negli Stati in cui è debole. “Fin dall’inizio, l’alleanza dell’opposizione doveva essere qualcosa di più di una semplice aritmetica elettorale. Ma la maggior parte dei partiti mette al primo posto i propri interessi e cerca di consolidare le proprie posizioni negli Stati in cui sono più forti. Non si cedono spazio a vicenda”, ha affermato Gilles Verniers, studioso di politica indiana e membro del Center for Policy Research con sede a New Delhi. Al contrario, il BJP, da cui proviene il primo ministro Narendra Modi – secondo tutti gli osservatori destinato a vincere un terzo mandato – “è riuscito a mettere in luce la sfiducia dell’opposizione. Sta cannibalizzando i suoi partiti dall’interno, combinando queste defezioni e prosciugandole dal basso”, ha aggiunto Verniers. 

Negli ultimi mesi, inoltre, le agenzie statali hanno condotto una serie di arresti e indagini nei confronti dei leader politici che si erano uniti alla coalizione INDIA, mentre sono state archiviate le inchieste di coloro che si sono schierati con il BJP. Anche Arvind Kejriwal rischia l’arresto, hanno annunciato i portavoce dell’APP, se il partito confermerà l’accordo di spartizione di seggi con il Congress.

Ma all’opposizione manca anche una narrazione condivisa che si ponga come alternativa a quella di Modi, che, eletto per la prima volta nel 2014, si è presentato come un outsider e ha poi fatto leva sul sentimento religioso indù, allontanandosi dalle radici secolari su cui era nata l’India indipendente.

Il leader del Congress Rahul Gandhi, grazie alle sue marce attraverso il Paese, è riuscito a ridare un certo slancio al Congress, ma molti dubitano sul fatto che la ritrovata popolarità possa poi trasformarsi in voti, perché anche temi come l’aumento della disoccupazione e il malcontento economico non hanno trovato sufficiente spazio nei dibattiti dell’opposizione.

L’India ha un sistema elettorale maggioritario in cui in ogni collegio vince il candidato che riceve più voti. Nel 2019, il BJP aveva ricevuto il 37% delle preferenze, ottenendo 303 seggi su 543, contro i 52 del Congress. Per le prossime votazioni, la National Democratic Alliance, che riunisce il BJP e altri partiti, punta ad ottenere 370 seggi.

“Sembra che all’opposizione manchi il fuoco e la voglia di vincere, che il BJP ha in abbondanza”, ha detto il commentatore politico Arathi Jerath. “Oggi, a meno che non ci sia una rivolta popolare contro il partito al potere a causa delle difficoltà economiche, Modi sembra ben avviato a vincere comodamente un terzo mandato”.

 

Per saperne di più

https://www.asianews.it/notizie-it/Nella-corsa-alle-elezioni-in-India,-opposizione-divisa-da-personalismi-e-differenze-ideologiche-60211.html

La Voce del Popolo | Relazioni internazionali, ambiguità non possibili.

La morte – meglio, l’assassinio – di Navalny ci costringe a fare i conti con una dimensione particolare della vita politi- ca: l’eroismo. Una dimensione che la nostra civiltà democratica non rende così necessaria, almeno a noi e almeno finché dura. Ma che da altre parti, sotto il cielo plumbeo dei regimi più oppressivi, rappresenta invece una drammatica opzione.

A tanto eroismo, che arriva fino a mettere in gioco la propria vita, non possiamo opporre la ritualità. Anche a noi viene chiesto di corrispondere in qualche modo alla drammaticità di certe situazioni. E il modo più giusto per cercare di farlo è quello di mettere da parte, una volta per tutte, alcune doppiezze in materia di politica internazionale che con- tinuano a perpetuarsi con disinvoltura nel bel mezzo delle bufere che stanno squassando il mondo.

Abbiamo costruito due mezze coalizioni che ospitano stridenti contraddizioni in materia di politica estera e segnatamente nel giudizio su Putin e sul suo regime. Tale è la differenza tra Salvini e Meloni nel recinto di maggioranza, e tale quella tra il Pd e i cinque stelle nel campo più o meno largo dell’opposizione. Queste differenze non vengono mai chiarite, elaborate, risolte. Restano lì come a dire che vale più l’utilità dello schieramento elettorale di casa di quanto non valga lo schieramento del nostro paese nel contesto globale.

Queste ambiguità non sono più possibili, né strategicamente né eticamente. Occorre che ogni coalizione si fondi su una comune visione del nostro posto nel mondo. Diversamente si diventa una piccola provincia, un’Italietta. E ovviamente non si rende onore alla memoria di Navalny.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 22 febbraio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La chiarezza in politica estera non appartiene ai populisti

La politica estera, storicamente, è l’aspetto costitutivo e quasi discriminante per dimostrare se un partito ha una cultura di governo o meno. Senza una chiarezza di fondo sulla politica estera qualsiasi partito o movimento è destinato nell’arco di poco tempo a cadere nella confusione o, peggio ancora, a scivolare progressivamente nel trasformismo politico e nell’opportunismo parlamentare. Del resto, è appena sufficiente osservare concretamente il comportamento delle forze politiche della prima repubblica e anche di quelle dopo l’uragano di tangentopoli, per rendersi conto che la coerenza sulla politica estera resta il faro che illumina la coerenza e il progetto politico di un partito. E non soltanto sul piano geopolitico mondiale ma anche, e soprattutto, nelle scelte politiche concrete del proprio paese. Perché la chiarezza e la coerenza sulla politica estera è sinonimo anche di chiarezza, ad esempio, sulla politica economica e sociale e su quella dei diritti. Insomma, la politica estera appartiene a pieno titolo alla carta di identità politica e culturale di un partito. E per i grandi partiti popolari, democratici e di massa del passato la politica estera, appunto, rappresentava lo spartiacque per costruire il campo delle alleanze e la stessa strategia di governo.

Ora, è altrettanto noto che le forze e i movimenti populisti – da chi detiene il marchio principale e quasi esclusivo, cioè i 5 Stelle e la Lega salviniana – non hanno alcuna chiarezza sulla politica estera se non quella di cavalcare gli istinti più triviali e momentanei della pubblica opinione. Che, di norma, si tratta di modelli radicalmente estranei alla cultura democratica e liberale. Non a caso, e proprio alla luce degli ultimi accadimenti drammatici che provengono dalla Russia, noi assistiamo al semplice riproporsi di un aspetto. E cioè, i populisti sono privi di una strategia lineare di politica estera perché la mancanza di una cultura politica da un lato e l’assenza di una altrettanto necessaria ed indispensabile cultura di governo dall’altro inibisce a questi partiti di giocare un ruolo responsabile e di medio lunga durata. Se non quello di cavalcare gli umori della piazza che, come noto, sono destinati a mutare con una rapidità impressionante. E non stupisce, al riguardo, che proprio sulla politica estera si registri una sostanziale convergenza tra partiti che apparentemente stanno su sponde opposte ma che, invece, sono accomunati dalla deriva e dalla sub cultura populista. Cioè, per essere ancora più precisi, i partiti dell’indimenticabile alleanza giallo-verde.

Ecco perchè, se è vero com’è vero che sta ritornando lentamente la politica e con la politica anche le tradizionali categorie, diventa sempre più importante, nonchè decisivo, saper rideclinare una cultura di governo autentica e credibile, naturalmente accompagnata da una visione europea e mondiale

Non ci può essere confusione con il qualunquismo o, peggio ancora, con il dilettantismo opportunistico e trasformistico. Per questi semplici motivi è giunto il momento di isolare definitivamente ed irreversibilmente il populismo da qualsiasi alleanza di governo. Sempreché si voglia recuperare la credibilità della politica da un lato e l’efficacia dell’azione di governo dall’altro.

Perché non è possibile pensare di aprire una nuova stagione della politica italiana senza isolare le ragioni (e i partiti) che sono il frutto e la conseguenza della sconfitta e della irrilevanza della politica stessa. Ne va anche, e soprattutto, della credibilità del nostro sistema politico, della qualità della nostra democrazia e dell’autorevolezza delle nostre istituzioni democratiche.

Ucraina, a due anni dall’invasione russa urge una soluzione diplomatica.

Il 24 febbraio ricorre il secondo anniversario dell’aggressione russa all’Ucraina. Dopo due anni di guerra si impone un bilancio.

Credo che il primo elemento da considerare, per quel che ci riguarda, sia l’impegno profuso dall’Italia nel sostegno all’Ucraina, in piena continuità tra il governo attuale e quello precedente, e con una condivisione praticamente di tutte le forze di opposizione, in primis di quelle di centro e di sinistra. Indice di un Paese affidabile, coeso e determinato nel mantenere i propri impegni internazionali. E questo rafforza l’autorevolezza della posizione italiana presso gli Alleati nelle sedi in cui si prendono le decisioni.

Un secondo elemento da considerare è costituito dal responso sul campo di battaglia, emerso in questi primi due anni di guerra, con costi umani, economici, ambientali altissimi che suonano come una mesta conferma di quale sia sempre, come ha osservato Papa Francesco, la vera natura della guerra, quella di “crimine contro l’umanità”. Sul piano poi dei risultati conseguiti ad un così alto prezzo, purtroppo, si deve constatare che la posizione attuale dell’Ucraina non sembra risultare migliore non solo di quella precedente all’inizio del conflitto, che risale a un decennio fa, ma anche non migliore di quella all’inizio dell’invasione russa del 2022. Ciò accresce le responsabilità di quanti fecero saltare l’intesa dettagliata tra i belligeranti, raggiunta un mese dopo la brutale invasione russa, nei colloqui di pace di Istanbul del marzo 2022.

L’impressione che si ricava è che questo terzo anno di una guerra che a tutti gli effetti può esser considerata come una nuova guerra civile europea, tra popoli fratelli e di tradizione cristiana, sia destinato a procedere per inerzia col suo carico quotidiano di morte e distruzione sulle linee del fronte, in attesa dei cruciali appuntamenti politici e elettorali previsti nell’anno in corso. Ciò potrebbe rendere questo nuovo anno di guerra quello in cui in Russia e sulle due sponde dell’Occidente, quella europea e quella americana, si raggiunge una maggiore consapevolezza del fatto che una possibile soluzione non potrà venire dalle armi bensì solo dalla politica.

Il conflitto ucraino esige in ogni caso un’accelerazione dell’integrazione europea sotto diversi punti di vista. Riguardo a un maggiore coordinamento dei sistemi di difesa nazionali, in modo  da rafforzare il pilastro europeo della Nato. Riguardo alla creazione degli strumenti finanziari e fiscali comuni necessari a sostenere il crescente impegno militare europeo. Riguardo, infine, alla definizione di una comune strategia, distinta e autonoma, intorno agli interessi europei da fare valere qualunque sarà l’esito delle elezioni americane del prossimo 5 novembre.

Possibilmente non dimenticando che mentre le economie europee,a differenza  di quella americana, si devono adattare alle condizioni più sfavorevoli seguite al conflitto ucraino e a una ancora indeterminata durata della guerra, continua la crescita dei Paesi non occidentali, non solo sul piano economico ma anche su quello geopolitico. In particolare a fine ottobre, poco prima delle elezioni americane, si terrà il XVI Vertice BRICS a Kazan, in Russia, che potrebbe ulteriormente mutare gli equilibri fra Occidente e il cosiddetto Sud Globale, con la probabile entrata nel Coordinamento di altri Paesi asiatici, africani e latinoamericani, di primaria importanza per posizione geografica, popolazione, ricchezza di risorse naturali ed energetiche. Ciò non farà che rendere ancor più evidente che la transizione geopolitica in corso, di portata epocale, va gestita soprattutto con le armi della diplomazia, puntando alla definizione di un nuovo ordine globale multilaterale più aderente alla realtà del XXI secolo, più giusto e inclusivo. E in tale prospettiva, per l’Unione Europea, una volta raggiunta una pace giusta sull’Ucraina, pensare a un rapporto meno conflittuale, perlomeno di buon vicinato, con la Russia, credo non possa esser considerato un tabù, come alternativa al lasciare che sia ancora una volta una grande guerra a determinare il futuro assetto degli equilibri globali.

Auspicando che la lezione di questi due anni di guerra venga ben appresa da tutte le parti in causa, credo rimanga la necessità per i Popolari nell’area di centro di esprimere una sensibilità complementare a quella che esprimono le forze politiche che presidiano tale area politica, che punti maggiormente a mettere in risalto l’inidoneità, dimostrata dai fatti, della guerra nel costruire soluzioni e la necessità di puntare a una soluzione diplomatica che inscriva la soluzione del conflitto ucraino in un più ampio accordo sulla sicurezza in Europa e nel mondo, del quale accordo l’Ue dovrà esser protagonista se vuole evitare che venga comunque raggiunto da Stati Uniti, Russia e Cina ma sulla propria testa.

Nikki Haley accusa Trump di debolezza nei rapporti con Putin

Le primarie repubblicane in Sud Carolina avranno un solo tema: la Russia. La candidata GOP Nikki Haley intende attaccare l’ex presidente Donald Trump proprio sul fronte delle relazioni con il presidente russo Vladimir Putin.

Nelle interviste concesse a vari media, nei post pubblicizzati sui social e sul palco degli eventi di raccolti fondi, l’ex ambasciatrice all’ONU ha più volte usato la morte del leader dell’opposizione russa, Alexei Navalny, per lanciare una raffica di accuse contro il suo “ex capo”.

Trump è finito nel mirino della Haley per aver aspettato tre giorni prima di riconoscere la morte di Navalny; poi per non aver condannato il presidente russo Vladimir Putin; infine per aver ampiamente criticato la NATO, mentre la guerra in Ucraina rischia di minare la stabilità europea.

L’altro ieri, in un evento di raccolta fondi, la Haley ha dichiarato che “Trump si sta schierando con un dittatore che uccide i suoi oppositori politici”. L’ex ambasciatrice ha poi ribadito che “Trump si è schierato dalla parte di un uomo malvagio rispetto ai nostri alleati che erano con noi l’11 settembre”.

Haley è arrivata a definire il suo avversario “un debole in ginocchio” quando si tratta della Russia. E infine durante un comizio a Beaufort, ricordando le dichiarazioni dell’ex presidente che incoraggiavano la Russia ad attaccare i paesi NATO insolventi, la candidata repubblicana ha visto la folla reagire e schierarsi dalla sua parte.

La politica estera è uno dei cavalli di battaglia che l’ex ambasciatrice all’Onu sta usando nella sua campagna nel tentativo di aiutare gli elettori a conoscere le posizioni di Trump e rivalutare di conseguenza le sue.

Medioriente, una polveriera pronta ad esplodere.

Dunque, vogliamo riepilogare? Giusto per fare un sommario quadro della situazione nell’area più esplosiva del globo, quella mediorientale e giù a sud fino al Corno d’Africa.

L’attenzione e la preoccupazione del mondo sono tornate a posarsi da quelle parti con maggiore intensità a partire dal 7 ottobre, con la mattanza di Hamas in Israele. Lo scontro scatenatosi nelle settimane seguenti, con l’invasione israeliana della Striscia di Gaza, ha per così dire “risvegliato” tutta una serie di conflitti a bassa-media intensità presenti nell’area da anni e mai risolti, sempre pronti a intensificarsi.

Israele sta distruggendo Gaza, e forse anche Hamas, ma l’esito della guerra sarà una generazione di palestinesi, anzi più di una generazione, che crescerà nel risentimento e nell’odio verso lo stato ebraico, col rischio concreto che – se non si darà al più presto vita ad uno Stato di Palestina autorevole e dotato dei mezzi necessari per crescere e per mantenere l’ordine interno – molto probabilmente nuovi gruppi terroristici nasceranno all’insegna di motti incitanti alla distruzione del nemico sionista, esattamente come è oggi Hamas.

Israele è posto sotto pressione a nord, dalle milizie di Hezbollah che detengono quote importanti di potere in Libano; a nord-est, ai confini siriani e presso le alture del Golan ove possono operare con incursioni a sorpresa miliziani liberi di muoversi in Siria e legati all’Iran; a est, in Cisgiordania dove gli insediamenti dei coloni dopo aver usurpato le terre palestinesi sentono ora la pressione esercitata da incursioni provenienti da oriente, creando inoltre preoccupazioni interne al Regno di Giordania, il quale inevitabilmente deve assumere una postura ostile nei confronti di Gerusalemme; a ovest, alla frontiera col Sinai egiziano dove rischia ora di crearsi un nuovo fronte non solo per la possibile presenza di gruppi legati all’ISIS, ma anche per l’irrigidimento dell’Egitto, giunto a minacciare la rottura dell’accordo di pace fra i due paesi nel caso Israele decidesse di invadere anche Rafah, determinando una pressione ingestibile sull’omonimo valico di confine. Il Cairo lo vuole assolutamente mantenere blindato, terrorizzato da una possibile marea umana riversantesi sul suo territorio, con conseguenze drammatiche anche per la sicurezza interna.

Ma il fronte israeliano è solo l’epicentro della tensione. Molti altri ne esistono. A cominciare naturalmente dal Mar Rosso, via marittima fondamentale per gli scambi commerciali mondiali e in particolare europei, sottoposto agli attacchi missilistici degli Houthi yemeniti, armati e finanziati dall’Iran. Per questo sono bombardati dagli americani col risultato, forse cercato, di mostrarsi di fronte alle masse arabe come un movimento in grado di combattere e far paura agli odiati occidentali, ora impegnati in una missione militare assemblata dalla UE, a comando italiano, di protezione delle navi mercantili: c’è in tutto ciò anche il messaggio implicito che l’Iran sciita sta inviando alle popolazioni musulmane, ovvero che loro, gli sciiti, come ad esempio gli Houthy, sono davvero in grado di contrastare i “sionisti” e l’occidente, a differenza dei sunniti arabi che con quest’ultimo fanno affari e, con gli Accordi di Abramo, vorrebbero addirittura riconoscere lo Stato di Israele, come già fatto dall’Egitto e da altri paesi sunniti.

A sud del Mar Rosso, nel Golfo di Oman, vi sono già stati missili lanciati dall’Iran su navi israeliane e conseguenti risposte da parte di questi ultimi. E sempre a meridione, dalle parti del Corno d’Africa, forti sono le tensioni fra Somalia (che ha problemi di gestione interna dovendo combattere la forte presenza qaedista dei miliziani Shebab) ed Etiopia. Una nazione, questa percorsa da una latente guerra civile: infatti, dopo aver perduta l’Eritrea è alla disperata ricerca di uno sbocco sul Mar Rosso, ponendosi in contrasto con l’Egitto e con il Sudan a causa della avvenuta costruzione della Diga del Rinascimento sul Nilo, che minaccia in termini esistenziali la nazione dei faraoni, come millenni di storia antica ci hanno insegnato.

E sempre nel sud della penisola arabica l’ormai ultradecennale vicenda yemenita non si è affatto conclusa, anche se da qualche tempo vive una fase conflittuale ridotta che però non ha ridotto le sofferenze di una popolazione civile affetta da fame, malattie, disperazione. E per concludere, last but not least, la Siria: ove il regime del carnefice al-Assad controlla circa due terzi del territorio ma dove nel restante terzo agiscono cellule ISIS, gruppi filo-iraniani che attaccano basi americane, turchi che nel nord combattono i curdi, missili israeliani che di tanto in tanto colpiscono postazioni avversarie, russi posizionati con aerei e navi sul Mediterraneo. E l’Iraq, paese nel quale la stabilità è di là da venire, ove sono attive milizie curde per l’indipendenza attaccate dai turchi, guerriglieri islamici sciiti, terroristi dello stato islamico, americani a difesa delle proprie basi.

Insomma, una polveriera. Che gli eventi innescati il 7 ottobre rischiano di far esplodere.

Caso Navalny, il dolore e la rabbia di una madre.

Lyudmila Navalnaya è una donna di 69 anni che esprime determinazione e coraggio: a braccetto del legale che aveva seguito suo figlio Alexei nelle vicissitudini processuali, sempre perdenti, che lo avevano portato nel penitenziario K3 ‘lupo polare’ di Kharp, oltre il circolo polare artico, a concludere la sua vita in modo tutt’affatto chiarito, affronta il freddo della Siberia con i suoi 35 gradi sottozero alla ricerca del corpo del figlio, affinchè le venga restituito per una degna sepoltura. 

Dopo aver affrontato il viaggio di quasi duemila km partendo da Mosca, ora bussa alle porte degli edifici dove spera di trovare le spoglie mortali di Alexei. Lo aveva visto per l’ultima volta dove lo cerca ora: era il 12 febbraio e l’aveva trovato sereno. Di fronte ad un genitore che soffre quanto solo Dio sa, un figlio fa tutto il possibile per nascondere tutti gli aspetti negativi di una detenzione devastante, oltre che ingiusta. E Alexei era sempre stato rassicurante con la madre, la moglie, i suoi cari.

Tutto il castello di carte che l’aveva portato fin qui era la metafora di una strategia distruttiva calibrata dal regime per via gerarchica, fin nei minimi dettagli. Probabilmente anche la data della fine della sua esistenza faceva parte di un piano programmato, in prossimità della rielezione di Putin: un segno di forza tetragona e dirompente, un omicidio di regime. Tutto lascia supporre che sia stato ucciso, con una tecnica studiata meticolosamente: dal carcere anche così lontano, così isolato dal mondo e così controllato a vista avrebbe potuto creare fastidi alimentando la propaganda della ribellione contro la conferma al potere dello Zar: non esistono regole morali che tengano a freno o inibiscano piani di eliminazione fisica, l’unico mezzo per impedire esternazioni o messaggi che avrebbero anche solo potuto lambire il popolo. Per uno come Putin che sfida il mondo e se ne infischia delle regole che tengono accesa la fiammella della dignità, ora la strada è tutta in discesa, il potere saldamente nelle sue mani. 

Lyudmila lo aveva seguito nel suo peregrinare giudiziario, prima la condanna a 9 anni per ‘oltraggio alla corte’, poi questa a 19 per ‘estremismo’. Si accontentava di vederlo, di accarezzarlo, di abbracciarlo: sentimenti che il regime non considera neppure, non c’è traccia di un barlume di resipiscenza o di umanità nelle scelte di Putin. Da due anni massacra il territorio ucraino distruggendo paesi e villaggi, case e persone, non importa se civili, anziani, donne o bambini. Facendo eseguire ordini spietati e criminali di annientamento e di morte. 

E non è certo una fortuita coincidenza che a pochi giorni dalla morte di Navalny sia deceduto nell’ospedale di Minsk, in circostanze che fanno pensare ad un assassinio, il giornalista e oppositore di Alexandr Lukashenko, Ihar Lednik. Se elencassimo tutti i precedenti omicidi di regime non basterebbe lo spazio concesso a questo articolo. Quando a Navalny si sta accreditando una teoria: sarebbe stato ucciso con un pugno al cuore, una tecnica in uso presso l’ex KGB, dopo essere stato esposto a condizioni di freddo estremo per oltre due ore e mezzo: una “strana passeggiata” considerato che di norma i detenuti non escono all’aperto per più di un’ora. 

Questa è la tesi del Times che cita Vladimir Osechkin, difensore dei diritti umani. E ciò spiegherebbe i lividi trovati sul corpo di Navalny, ma soprattutto il diniego opposto alla richiesta della madre che chiede la restituzione del corpo del figlio. Ha bussato dapprima alla porta del carcere, da lì è stata indirizzata all’ospedale di Salekhard, dove la salma avrebbe dovuto trovarsi nella camera mortuaria: ennesimo ‘niet’, del corpo non c’è traccia, infine all’obitorio di Labitnangi, con lo stesso risultato. Il corpo è occultato, non si sa dove ma si suppone perché: per dar tempo agli ematomi di essere riassorbiti. 

Le autorità negano a Lyudmila Navalnaya di poter vedere il figlio, sarà possibile forse dopo due settimane, decideranno medici e giudici. Già questo la dice chiara sulla matrice omicidiaria del decesso. Ma la mamma di Alexei vuole andare fino in fondo, non si muoverà da quella zona fino a quando le spoglie mortali del figlio non le saranno restituite. Una madre coraggiosa e tenace, nel suo immenso dolore lancia infine un appello televisivo a Putin: “Ridammi mio figlio”. Nessuna risposta. 

Per un dittatore che si è macchiato di crimini orrendi contro l’umanità un comportamento prevedibile. Se ne parla in tutto il mondo, questo è un omicidio di Stato. Mi chiedo come la TV italiana possa ospitare e dare la parola ai più incalliti filoputiniani, gente tetragona alle evidenze e ideologicamente strumentalizzata. La ritengo una vergogna, un’offesa alle vittime, un tradimento dell’onesta informazione.

A pagare per l’inflazione sono le donne

Roma, (askanews) – “La disparità di genere rimane una costante, anche per quanto riguarda la povertà relativa: analizzando i mod.730/2023 per genere e per reddito complessivo equivalente ai fini irpef, emerge infatti che le donne sotto la soglia di povertà relativa sono il 58,1%, rispetto al 41,9% degli uomini (più 17%). Nel mod.730/2023 il reddito medio equivalente annuo delle famiglie con dichiaranti donne è stato di 247 euro più basso rispetto agli uomini (6.199 euro contro 6.446 euro). Per quanto riguarda la perdita di reddito equivalente a causa dell`inflazione tra il mod.730/2020 e il mod.730/2023, le famiglie con dichiaranti donne hanno perso in media 2.767 euro a fronte di una perdita di 2.518 euro degli uomini, quasi 250 euro in più rispetto a quest`ultimi”. 

È quanto emerge dalla ricerca Acli “Povere famiglie. L`impatto dell`inflazione sui redditi degli italiani”, realizzata dall`Osservatorio nazionale dei redditi e delle famiglie in collaborazione con il Caf Acli e l`Iref.

Gli uomini hanno visto erodere il 10% del loro reddito complessivo ai fini irpef dal mod.730/2020 al mod.730/2023; nel medesimo periodo, il reddito equivalente delle famiglie con dichiarante donna è sceso del 14%.

Oltre il 90% delle dichiaranti donna in povertà relativa non risulta coniugata: è vedova, single o separata e il 34% delle restanti donne vive con almeno un figlio a carico.

Le famiglie di anziani soli in povertà relativa, fotografano le Acli, costituiscono l’11% del panel, a fronte del 9,4% di dichiaranti in povertà più giovani. Di questo sottogruppo il 40% sono settantenni e il 60% sono ultraottantenni. La perdita di reddito è stata di circa 2800 euro su un reddito familiare medio equivalente di 20.000 euro.

Ancora una volta ad essere più penalizzate sono le donne: il rapporto tra numero di famiglie unipersonali di dichiaranti uomini rispetto al numero di famiglie di dichiaranti donne over 70 in povertà relativa è di 1 a 6, 14% contro l`86%.

L`inflazione a doppia cifra e l’aumento del costo del denaro non potevano non incidere anche sugli interessi sui mutui per acquisto delle abitazioni. In generale, la media dell’aumento degli interessi sul mutuo per acquisto di abitazioni è stata di circa 340 euro annuali. Se tuttavia consideriamo soltanto i mutui accesi dal 2020 in poi, l’aumento degli interessi ha riguardato il 98% dei mutuatari ed è stato in media di oltre 1060 euro tra il 2020 e il 2022.

Storia, i Mali di Roma? Un’iniziativa dalle finalità incerte.

[…] Cosa resta, quindi, del febbraio 1974? Un Convegno che ha visto una marginale partecipazione dei parroci e del clero, che non ha messo sul banco degli imputati lo stretto collegamento tra mondo cattolico e Campidoglio negli anni ’50, quando si costruivano quartieri urbanisticamente assurdi, ed i terreni, in buona parte, appartenevano all’Immobiliare: esempi visibili che stanno a documentare gli errori della gestione urbanistica. Ma la D.C. del 1974 stava già operando (ed i risultati sono egualmente visibill) per umanizzare la città e per riequilibrare le insufficienze del passato.

Cosa è rimasto delle richieste dei cattolici del dissenso? Nulla su di un diverso modo di intendere la proprietà secondo la tesi di Dom Franzoni (La Terra è di Dio). Cosa è rimasto nella richiesta di abolire il Concordato (rinnovato invece nel 1984), di esaminare i bilanci del Vaticano e di cedere i terreni delle congregazioni per le esigenze dei senza tetto? Quale è stato il vantaggio del processo di porre sul banco degli imputati la D.C., mentre il P.C.I. era già impegnato ad essere coinvolto in un incontro per gestire insieme la città? La D.C., e Città del Lazio in prima linea, hanno reagito, con orgoglio e consapevolezza, indisponibili a subire l’ingiusto ostracismo verso il proprio impegno ed il proprio ruolo politico.

Ma qualcosa resta anche in una iniziativa male organizzata, dalle finalità incerte e dai risultati invisibili. Il 29 maggio 1974, dopo il crollo referendario, soprattutto a Roma, dei consensi favorevoli all’abrogazione del divorzio, in una intervista a Pier Giorgio Liverani su “l’Avvenire”, il Sindaco Darida, tentando costruttivamente di valutare il Convegno, ne precisò il significato, non esitando a riconoscere che “i discorsi fatti in quella sede hanno lasciato un segno, anche se gli echi più superficiali sono scomparsi, a conferma dello strumentalismo di certe interpretazioni di comodo”.

Secondo il Sindaco era un errore pensare che la grande occasione della Chiesa di Roma sia già esaurita, ma, al contrario, si doveva costruire un vero rapporto tra amministrazione e comunità cristiana, entrambe indirizzate verso un cambiamento: revisione del Piano Regolatore, riduzione della densità della popolazione, preservazione del Centro storico, esproprio delle ville, vincolo delle aree destinate a servizi, investimenti per i servizi sociali, sul verde e sulle strutture socio-sanitarie.

Su questo rapporto poteva rinascere una coscienza comunitaria distrutta dall’urbanizzazione senza regole, dalla massificazione, dall’indifferenza: era un processo di reciprocità tra l’amministrazione e la comunità cristiana che era già in atto. La presenza cristiana era uscita dal formalismo ed aveva acquisito un carattere più immediato e spontaneo.

Forse è questo il dato permanente ed apprezzabile dell’iniziativa.

Quello del Convegno del febbraio 1974 sarà anche stato il momento di una posizione pubblica della Chiesa romana, differenziata dalla Santa Sede e dal partito cattolico; ma è stato un episodio isolato, una parentesi, una presenza nelle differenti situazioni contingenti. Oggi è finita la D.C., la Chiesa formalmente non ha più espresso predilezioni verso alcun partito, ma nelle scelte che coinvolgono i principi etici, le posizioni della Chiesa sono continuate ad essere polemiche verso le sinistre laiche e marxiste ed incoraggianti verso le iniziative dei partiti ideologicamente vicini.

Il 6 maggio 1992 il Cardinale Ratzinger partecipò in Campidoglio ad un convegno su “L’idea di Roma, sensibilità antiche e nuove per la Città”. Il ricordo del febbraio 1974 era inevitabile: Giulio Andreotti, osservò, con la consueta ironia, come la Chiesa giudicava una liberazione non avere più cure temporali. Allora bisogna avere comprensione per chi a queste cure è deputato: in effetti nel Convegno del febbraio 1974 la comprensione è stata sicuramente lontana.

La critica e le accuse, ascoltate nel Convegno di febbraio 1974 sono state, spesso, apodittiche e frettolose, senza voler valutare e comprendere neppure le dignitose difese; non dimentichiamo il messaggio di Benedetto Spinoza: “non flere, non indignari sed intelligere”. Senza la comprensione non vi è neppure la carità.

 

  1. La Cute, Fanfaniani a Roma: “Città del Lazio” una storia democristiana, prefazione di Clelio Darida, Euroma, 2013, pp. 295-297.

 

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Francesco D’Onofrio: “Moro e Kissinger, una difficile comprensione reciproca”.

Francesco D’Onofrio risiede nel cuore di Roma, qui nei paraggi anche il Belli vi trovò casa, una delle tante abitate dal Poeta nel corso della vita, prima che i Piemontesi operassero il primo sventramento lungo l’asse che porta da Piazza Venezia a San Pietro. Inoltrarsi per strade e piazze cariche di storia equivale a immergersi in una città che muta rimanendo immobile, con la stessa luce di bellezza. 

Anche la toponomastica risponde al ritmo di cambiamenti imprevisti, spesso effimeri. Ne è un esempio Corso Vittorio Emanuele: al tempo della Repubblica di Salò, prese il nome di Via della Costituente, ma presto tornò alla vecchia denominazione, con la specificazione che si trattava del secondo, non del terzo Vittorio Emanuele di Savoia. 

Di là Piazza Navona, di qua Campo de’ Fiori: basta attraversare la strisce pedonali, lasciandosi alle spalle il Palazzo Madama, sede del Senato, per scoprire qualcosa di diverso. Cambiano i negozi, girato l’angolo spunta il macellaio, più avanti s’affaccia il grande mercato di frutta e verdura. Rampolla una vita di popolo, anche se di rango signorile per vocazione e posa romanesca. Un’altra faccia della Città Eterna. 

Dice in proposito D’Onofrio: “Mia madre toccò con mano, e direi pure con sorpresa, quanto poco colpisse l’attenzione dei suoi amici negozianti la notizia della mia prima elezione a senatore. Una dimostrazione del tipico disincanto dei romani”.   

Ormai sei romano anche tu. E non hai mai cambiato casa, a differenza del Belli…

Infatti. Questa era un’abitazione che i miei scelsero per destinarla all’attività che mi accingevo a svolgere. La cucina è alquanto sacrificata, per mancanza di funzione nel disegno previsto all’origine. Per il resto, ho imparato ad apprezzare nel corso degli anni un’ubicazione che permette di vivere un rapporto intenso e comodo con la città.

La professione però l’hai messa presto nel cassetto, visto il rapido coinvolgimento nella vita politica attiva.

È accaduto tutto un po’ per caso. Ero andato a studiare negli Stati Uniti e al ritorno fui catapultato in pista. Non me l’aspettavo. Ebbi l’invito a svolgere una relazione sul ruolo delle Province nell’Assemblea di Chianciano organizzata dalla segretaria Fanfani in vista delle elezioni amministrative del 1975. Fu però Forlani, una sera ad Ascoli Piceno, a fare l’avance più diretta: “Caro professore, perché non viene a darci una mano? S’iscriva al partito”. Senza volerlo, nascevo alla politica con la vaga etichetta di fanfaniano. Eppure mio padre, quando fu nominato Provveditore agli studi di Caserta, fu accolto mal volentieri dalla Dc locale e Moro dovette difenderlo contro i fanfaniani, egemoni in città…I casi della vita, appunto.

Perché andasti in America?

Volevo approfondire la conoscenza dell’inglese e scoprii a Napoli, dove mi stavo avviando alla carriera universitaria, che avrei potuto sfruttare l’opportunità di una borsa di studi per un corso ad Harvard. Avevo le valige pronte per un’altra sede, quella di Pittsburg, ma fui consigliato a optare per la prestigiosa università del Massachusetts. È stata un’esperienza molto importante, presi il master of law nel giugno del 1965 con una tesi che sottoposi a Kissinger. Tornai poi negli USA, con alcuni colleghi parlamentari, e venni a conoscenza del fatto che nei registri dell’università ero segnalato come senatore – unico per l’Italia – in possesso del suddetto attestato di Harvard.   

Dunque, ad Harvard hai avuto Kissinger come professore.

Sì, era un giovane docente che già godeva di particolare stima negli ambienti dell’accademia e della politica. Secondo programma, le sue lezioni si svolgevano alle 14 di pomeriggio. Non eravamo molti a seguire il suo corso, grosso modo circa venti o venticinque. La sua esposizione rispondeva a una fredda capacità d’inquadramento dei problemi. Non dico nulla di straordinario se ripeto che il suo pensiero guardava alla politica di equilibrio tra le diverse potenze europee, faticosamente uscite dalla disastrosa guerra dei Trent’anni. La storia, per lui, aveva in permanenza le stimmate della lotta e dell’intesa tra nazioni forti, capaci di dominare il mondo. Applicata ai giorni nostri, questa regola interpretativa conduce a considerare la dialettica imperiale tra USA e Russia e, soprattutto, tra USA e Cina, come la conferma di un processo storico inarrestabile. La sua visione è sempre stata questa.

Ecco, benché fosse nato e vissuto in Baviera, per lui l’Europa non esisteva…

Diciamo che non ne vedeva la forza d’incidenza sulle  vicende geopolitiche mondiali. L’Europa si presentava ai suoi occhi come gli staterelli italiani e tedeschi nei secoli successivi alla pace di Vestafalia: la loro divisione e debolezza li rendeva ininfluenti sulla scena della storia. Nella mente di Kissinger, dopo Yalta la stessa condizione ha riguardato l’Europa nel suo complesso.

La tua tesi per il master affrontava questi argomenti?

No. Mi colpì la riforma, avvenuta nei primi anni ‘60, dei rapporti tra Esercito e Marina degli Stati Uniti. Con il nuovo assetto si configurava un maggiore coordinamento operativo, con ripercussioni sul ruolo del Segretario di Stato alla Difesa. Perché non studiarne le motivazioni e le conseguenze? Comunicai la scelta a Kissinger ed egli, forse stupito, rispose lapidario: “Voi italiani siete capaci di cose impensabili”. Portai a termine il progetto con mia grande soddisfazione per il positivo giudizio del corpo docente. In ogni caso, non potevo archiviare quella battuta su noi italiani. Un po’ m’inorgogliva, se davvero il futuro capo della diplomazia americana coglieva in me, come italiano appunto, l’attitudine a soprendere con “cose impensabili”. Al mio ritorno a casa non tenni segreto il giudizio che aveva formulato l’emergente professore di Harvard. Avvenne dunque che Moro, al quale la mia famiglia era legata, s’incuriosì per quel che avevo riportato…

Ora tocchi un nervo scoperto, i rapporti tra Moro e Kissinger…

Lascia che ti parli di un aneddoto. Proprio quando nel novembre del 1974 Kissinger venne in visita a Roma in qualità di Segretario di Stato dell’Amministarzione Ford, Moro volle riceverlo a Villa Madama alla presenza di alcuni collaboratori, compresi alcuni “esterni”, e tra questi anche me. Ne conservo memoria perché un “dettaglio” merita di non essere cancellato. Moro, all’atto di entrare in sala per il ricevimento, si volse a me e disse: “D’Onofrio, faccia lei presente al nostro interlocutore che, come ha potuto riconoscere, in effetti noi italiani siamo capaci di cose impensabili”. Ecco, rimasi senza parole! E ancora oggi m’interrogo su quell’uscita che lasciava intravedere un aspetto del carattere di Moro. Ci teneva a stare a testa alta. La sua riflessività, pur intonata a pessimismo, non cedeva minimamente alla rassegnazione. Neppure a riguardo della politica internazionale dell’Italia.

Sappiamo, invece, quanto Kissinger fosse disturbato da questa manifestazione di orgoglio. Nel suo ultimo libro (Leadership, Mondadori 2022) non si trova mai la citazione dell’Italia o di qualche suo leader politico. Ad esempio, parla di Adenauer e non di De Gasperi, ignorando quale fosse il rapporto tra i due. La pubblica opinione tende a considerare Kissinger un “nemico” del nostro Paese.

Il culto del realismo, portato financo all’estremo, vietava certamente una sua apertura di credito nei confronti dell’Italia, se non per il “servizio” che essa, in quanto nazione saldamente ancorata all’alleanza atlantica, poteva rendere alla coesione dell’Occidente sotto la guida dell’America. Guai a sorvolare su questo aspetto della “dottrina Kissinger”: il suo vero cruccio consisteva nella difesa del primato americano.

Con disappunto di Moro?

L’ho detto e lo ripeto: Moro, anche alla luce dell’episodio che prima ho menzionato, pativa l’angustia di un sistema di relazioni internazionali indebitamente contrassegnato dalla “sovranità limitata” dell’Italia. Tuttavia, essendo dotato di realismo, non meno di Kissinger, non lanciava sfide velleitarie né accoglieva suggestioni anti americane.

Si racconta, in ogni caso, che Moro venne messo sull’avviso per l’apertura ai comunisti. Davvero ci furono minacce da parte di Kissinger?       

A questo non so rispondere. Mi mancano elementi più precisi, ammesso che altri, diversamente da me, ne siano in possesso. Del resto, non vale il facile teorema che parte dalle minacce per arrivare alla strage di Via Fani, e quindi alla eliminazione di Moro, così da mettere Kissinger sul banco degli imputati. Con quale criterio possiamo attribuirgli una responsabilità, indiretta o indiretta, sul “caso Moro”? Oltre tutto, all’epoca dei fatti, ovvero nel 1978, il Segretario di Stato era Cyrus Vance: da due anni governavano i Democratici – alla Casa Bianca era subentrato Jimmy Carter – e Kissinger, pur conservando un potere d’influenza, non aveva ruoli attivi in Ammistrazione. Resta solo un dato inconfutabile, ovvero il peso di una certa “incomprensione” che aveva fatalmente inciso sull’incontro di due personalità molto diverse per formazione culturale e sensibilità  politica. Nonché, ovviamente, per i rispettivi ruoli nel campo delle relazioni euro-atlantiche. Ritengo che la prudenza non debba mancare neppure quando ci sentiamo in diritto – e quale diritto – di strappare il velo che impedisce lo sguardo sulla verità. 

Forse, caro Francesco, dovremo ancora ragionare su tutto questo.

Ne sono convinto. E per quel che posso, vorrei contribuire a rendere più nitida la percezione di una storia ancora suscettibile di opportuni approfondimenti. Molto si è fatto con l’ultima Commisione d’indagine presieduta da Giuseppe Fioroni, ma l’augurio è che si riesca ad andare anche oltre.

 

L’autonomia scolastica come moltiplicatore di burocrazia

Girava un tempo tra gli insegnanti una battuta: tra il dipendere dal Provveditorato o dal Ministero quasi tutti sceglievano la seconda ipotesi per il semplice fatto che il Ministero si trovava fisicamente più lontano: meno fiato sul collo e maggiore autonomia didattica consentivano ai docenti di esprimere il meglio di sé, in classe, con i propri alunni. Retoricamente in quegli anni si parlava di “missione educativa”: sarà stata un’affermazione enfatica ma quella generazione di maestri e professori (ne avevo due in casa, mio padre e mia madre) contribuì all’alfabetizzazione del Paese e da quella scuola uscirono teste pensanti, apprendimenti solidi e competenze spendibili nella vita professionale. 

C’era da allora – c’è da sempre- un rapporto confliggente tra burocrazia e insegnamento, tra circolari e lavoro con i propri alunni. Di circolari ne arrivavano a iosa, c’era l’ordine e poi il contrordine: con buon senso Direttori Didattici e Presidi filtravano il necessario dal superfluo e ridondante. Ricordo che nel 1976 pubblicai su Scuola Italiana Moderna un articolo intitolato “Programmare è semplificare”: ricevetti una telefonata di complimenti dal Direttore della Rivista, che mi disse che avevo visto giusto e mi propose di entrare in redazione. Non lo feci e preferii cimentarmi nella strada che poi ho percorso e che mi ha consentito di immergermi nella “scuola militante” e poi nella giustizia minorile per quasi mezzo secolo. Ne sono passati 47 da quell’articolo e lo riscriverei testualmente perché nel frattempo si è accumulata una pletora di parole nuove, indicazioni, documenti, norme, codici e codicilli che hanno reso se mai più urgente, strada facendo e oggi, il compito, anzi il dovere della semplificazione nelle procedure programmatorie e organizzative del sistema scuola. 

Troppo si è frapposto tra insegnamento e apprendimento, nel frattempo sono cresciuti i corollari, le coordinate cartesiane, i diagrammi di flusso, i check up e i check in. Se prima dirigenti scolastici e docenti dovevano scervellarsi nell’interpretare le “grida” ministeriali e alla fin fine prevaleva una sorta di ‘buon senso applicativo’ per far funzionare gli apparati scolastici, ora a quella burocrazia che arriva dal centro — fatta di decreti, circolari, direttive, interpretazioni normative e indirizzi didattici, progetti nazionali che generano gruppi di lavoro ad ogni livello e fiumi di parole in larga parte inservibili — si è aggiunta la burocrazia generata dall’autonomia scolastica, le scuole assomigliano a strutture para-militari guidate da dirigenti che la politica ha voluto definire presidi sceriffi e capitani delle navi. 

È cambiato il clima (ora si dice climax) ed essendo rimasto nel giro raccolgo confessioni di ex colleghi, neo-dirigenti, insegnanti soverchiati da una montante deriva di complicazioni burocratiche che — è utile sottolinearlo — la digitalizzazione pervasiva rende a volte persino insostenibile. Essendo stato un discreto insegnante, un mediocre direttore ed un pessimo ispettore mi sento titolato ad ascoltare i vari cahiers de doleances: si potrebbero fare infiniti esempi per dimostrare che si è imboccata una strada che ha reso tutto più complesso, faticoso e difficile. Purtroppo i risultati non corrispondono alle aspettative poiché PISA e INVALSI, OCSE colgono derive di depauperamento formativo negli esiti formativi degli alunni. 

Le tecnologie aiutano, non c’è dubbio, a condizione che non si sostituiscano all’impegno da profondere nello studio, ai sacrifici necessari, agli apprendimenti basilari. Ci sono studenti che hanno difficoltà a scrivere, leggere, far di conto. Calcolatrici, smartphone, tablet hanno sostituito la manualità, i testi scritti a penna, l’ortografia è solitamente trascurata, la sintassi saltata a piè pari, congiuntivi e condizionali si confondono tra loro, gli algoritmi e il game based learning hanno scalzato le operazioni algebriche e i problemi di matematica. Tabelline, poesie, temi, dettati sono sepolti da nuovi codici semantici ed espressivi, storia e geografia quasi cancellati persino nei licei. Sostituiti dall’uso dei video, dalla valutazione attraverso quiz e test, espunta la narrazione, la capacità di riassumere, esporre, poiché i concetti sono stati soppiantati dal problem solving e dalle risposte a scelta multipla. 

Non stanno meglio i docenti a cominciare dalla forzatura di implementare la differenziazione di compiti e di ruoli, uno diventa apprendista semplice e l’altro tutor a seconda dei progetti studiati a tavolino e quasi mai realizzati, la tendenza è quella di creare metateorie pedagogiche sempre più arzigogolate che solitamente si traducono in una simbologia criptica fatta di cerchi, frecce, incroci, insiemi che si intersecano nei project work. Può un insegnante diventare “funzione obiettivo” per poi convertirsi in “funzione strumentale”? E la didattica deve per forza mutuare linguaggi, teorie, acronimi, sigle, formule da esperienze di altri Paesi? Chi legge il piano formativo previsto dal PNRR vi trova una preponderanza totalizzante dell’inglese e una didattica basata quasi esclusivamente sulla digitalizzazione: difficile integrare l’innovazione nella consolidata tradizione pedagogica, prevale una logica sostitutiva. 

Poi ci sono le esasperazioni burocratiche di cui l’autonomia scolastica diventa motore di infinite moltiplicazioni: riunioni pletoriche ed intensivamente calendarizzate, circolari in numero superiore a quelle ministeriali, spesso in contraddizione tra loro. Un sistema scolastico nazionale, con la sua storia e le sue tradizioni, i suoi connotati e i suoi fondamentali pedagogici deve continuare ad esistere: il Censis ha rilevato un impoverimento culturale del Paese, l’ISTAT ha lanciato l’allarme sulle culle vuote, aspettavamo Elon Musk che venisse a raccomandarci di fare più figli. Ma le problematiche, anche emotive ed emozionali sono più complicate: c’è palpabile una emergente fatica di vivere, nelle nuove generazioni persino una tangibile paura di amare. 

Il tema dell’educazione sentimentale è uscito impellente da un grave fatto di cronaca: ne scrivo da dieci anni ma non lo riduco a materia scolastica bensì lo considero – al pari dell’educazione civica – un approccio educativo trasversale, che deve permeare i rapporti, le relazioni umane, attraversare le singole discipline fino a farne parte, gli stili di vita, l’etica dell’insegnare e quella dell’imparare rispettando l’autorità e l’autorevolezza della scuola. Ci vogliono ethos e pathos e non dobbiamo assumere la deriva digitale, dell’I.A., del metaverso e dei cloud come un imperativo categorico. La formazione di menti critiche resta il traguardo assoluto di ogni formazione in quanto presupposto di valori come la libertà e la democrazia. 

Per questo esprimo una precisa preoccupazione: le direttive che impongono la digitalizzazione come unica via obbligatoria in cui incanalare insegnamento e apprendimento, oltre a generare una nuova, tanto criptica quanto vulnerabile ed effimera burocrazia, finiranno prima o poi per sottrarre alla scuola la libertà d’insegnamento come valore irrinunciabile. Per questo l’art. 33 della Costituzione non potrà mai essere offuscato da una strutturazione del nostro sistema scolastico secondo criteri di allineamento se non di omologazione. Il tema è di assoluto rilievo e riguarda non solo il futuro di una professione, il suo know how, ma il domani (forse già l’oggi) dei nostri figli e il modello di società che dobbiamo avere in mente, ben chiaro.

Finalmente l’alba, un film dove manca il dato politico.

Ci sono ancora film in grado di suscitare un dibattito sul cinema italiano? Dopo aver visto Finalmente l’alba, “ultima fatica” del regista Saverio Costanzo, tale operazione sembra possibile. La pellicola vuole essere un omaggio al boom del cinema internazionale (in particolare statunitense) nel secondo Dopoguerra a Roma. 

Uno dei principali artefici di tale rilancio fu – come è noto – il giovane Sottosegretario alla Cultura con delega allo Spettacolo, Giulio Andreotti. 

Nell’immediato dopoguerra c’è tutto da ricostruire e il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, dà carta bianca al suo Sottosegretario per rimettere in piedi la produzione cinematografica italiana. Il compito è arduo, anche perché a guerra appena finita lo strapotere di Hollywood è dominante. Gli studi di Cinecittà sono distrutti, depredati dai nazisti che hanno portato via tutte le attrezzature verso la Germania, bombardati dagli alleati e poi requisiti per ospitare tantissimi sfollati.

L’Italia ancora contadina e piccolo borghese che si lascia alle spalle la guerra ricomincia a sognare e assieme alle opere neorealiste e ai kolossal statunitensi fa i conti con il passato e prova a guardare con fiducia al futuro. Oggi non possiamo non riconoscere come il merito debba andare anzitutto alla lungimiranza di De Gasperi e Andreotti, che per indole e formazione culturale diffidano del mondo di celluloide, effervescente e anche un po’ licenzioso, fatto da attori e attricette, registi, lustrini e paillettes (“nani e ballerine”, come direbbe Rino Formica).

Incisivi sono i decreti del governo De Gasperi a sostegno del cinema. All’inizio degli anni ’50 i film stranieri rappresentano circa il 90 per cento delle produzioni cinematografiche e svariati appelli e manifestazioni delle maestranze italiane richiedono attenzione. Durante un raduno in Piazza del Popolo, l’attrice Anna Magnani termina il suo appello con un fragoroso “aiutatece” in romanesco. Il governo se ne fa carico e Andreotti cura l’iter della legge approvata a luglio del 1950 che istituisce un fondo speciale per il credito cinematografico e disciplina la circolazione dei film prodotti all’estero e doppiati in lingua italiana. 

La cosiddetta “tassa sul doppiaggio”, prevede che per ogni film straniero in circolazione si debbano versare 2 milioni e mezzo di lire, mentre il produttore per ogni film realizzato in Italia possa distribuirne un altro senza pagare la tassa. Il provvedimento è un successo perché la “par condicio” distributiva consente ai blockbuster americani di reinvestire i proventi degli incassi in produzioni a Cinecittà, usufruendo tra l’altro del cambio favorevole (tra dollaro e lira) e del basso costo della manodopera qualificata e delle maestranze locali.

La legge Andreotti pone l’accento anche sugli aspetti industriali del cinema per un rilancio strutturale e duraturo, in stretta relazione con la riapertura delle sale cinematografiche e degli studi di Cinecittà. Il primo tax credit nella storia del cinema italiano è dunque di andreottiana memoria. Nel 1953 si arriva a produrre negli Studios di Cinecittà ben 150 film e di questi 42 pellicole sono esportate nel mercato Usa.

Peccato che questa (necessaria) ricostruzione storico-politica sia del tutto assente nel film di Saverio Costanzo. Sì resta infatti a metà strada tra nostalgia e omaggio all’epoca d’oro del cinema italiano, quando emerse l’immagine di quella Hollywood sul Tevere che tanto influenzò i cineasti delle generazioni successive.

La pellicola è anche un “romanzo di formazione”, il viaggio verso l’età adulta (il tutto avviene in una manciata di ore) della sua giovane protagonista, Mimosa, una ragazza della Roma popolare che sogna un futuro nel mondo del cinema.

Mimosa è una sorta di Alice (nel paese delle meraviglie) scritturata come giovane comparsa in una produzione Usa girata a Cinecittà.

La ragazza viene catapultata suo malgrado, ma non senza momenti di euforia, in un universo privo di regole (e di scrupoli) animato da narcisismi e rivalità tra le star di Hollywood, ma anche da una fame di vita che vede nella “nuova arrivata” una fonte di linfa vitale. 

Mimosa si ritrova intrappolata in un labirinto, a tratti seducente e a tratti respingente, in un continuo tira e molla che la getta in uno squilibrio perenne.

Il senso della storia e il suo percorso narrativo sono chiari, ma è come se il film che approda sullo schermo ne fosse la versione sfalsata, con un effetto di sdoppiamento coerente con la trama, ma meno gratificante come esito cinematografico.

In controluce alla narrazione, c’è la tragica vicenda storica di Wilma Montesi, l’aspirante attrice ritrovata morta nel 1953 sulla spiaggia di Capocotta, a illuminare i pericoli e gli inganni di quel mondo (e il possibile “lato B” di quella notte brava). 

Arriverà l’alba a concludere la rocambolesca avventura di Mimosa nella notte romana?

Elezioni USA, la posta in gioco riguarda il mondo.

Si dice che ai tempi del Piano Marshall, al fine di convincere gli americani che i loro soldi erano ben spesi, si mandò in onda nei cinegiornali dell’epoca un filmato nel quale erano ripresi i Sassi di Matera – certo allora non una meta turistica – per mostrare la miseria nella quale si viveva in alcune zone d’Europa. Passava il messaggio per il quale, senza far uscire queste povere persone dalle “caverne” ,facilmente ci sarebbe stata un’altra guerra. Perché in quelle condizioni di vita nuove suggestioni populiste, demagogiche e antidemocratiche avrebbero nuovamente potuto conquistare consenso.

Oggi Joe Biden deve convincere gli elettori americani che l’impegno economico richiesto per difendere l’Ucraina dall’aggressione russa è vitale per la sopravvivenza democratica in Europa, in un contesto globale nel quale dittature feroci e autocrazie assertive minano alla base i valori di libertà, pluralismo e democrazia sui quali si è fondato il mondo occidentale negli ultimi duecento anni.

L’obiettivo è nobile e alto, e ormai troppe persone in occidente considerano libertà, democrazia, inclusività, diritti come un dato acquisito per sempre, non avendo avuto esperienza diretta – per ragioni anagrafiche – di cosa significhi esserne privi. Non solo i giovani e i giovanissimi, ormai anche le persone che entrano in quella che una volta veniva definita la “terza età” non hanno memoria di cosa voglia dire la privazione della libertà.

Una condizione che invece è la dura realtà nella quale vive larga parte dell’umanità ora – sobillata da regimi spietati come quello cinese – intenzionata a contrastare proprio l’occidente a partire dalla sua teorizzazione “ideologica” della superiorità del sistema democratico. Un’idea contestata alla radice.

A fronte di questa sfida americani e occidentali nel loro insieme paiono come inebetiti, persi dietro a un malinteso neo-ideologismo “politically correct” che rischia di far perdere al mondo liberal-democratico la sensitività giusta per cogliere e valorizzare adeguatamente i valori fondanti e decisivi sui quali il sistema occidentale si è edificato nel tempo. Generando anzi al suo interno, per reazione, una opposizione sempre più radicale a quegli stessi valori, incarnata da movimenti di destra palesemente reazionari.

È questa la posta in gioco nelle prossime elezioni europee e ancor più in quelle presidenziali americane. Nella consapevolezza, però, e anche questa non è pienamente acquisita, che peso economico e ancor più peso demografico sono in costante diminuzione e dunque un confronto col resto del mondo si impone, giustamente. Un confronto che dovrebbe essere imperniato sul futuro dell’umanità nel suo insieme e quindi ponendo al centro del dibattito la questione ambientale, bilanciando le esigenze di crescita e sviluppo del Global South con la recente consapevolezza green del Nord. Un’impresa già di per sé improba, ma che diviene impossibile se affrontata ideologicamente, alla stregua di uno “scontro fra civiltà” diverse e divise.

Joe Biden ha chiara in testa questa situazione, tanto complicata. Per esperienza, cultura, ideale politico. Ma improvvisamente appare inadeguato per affrontarla. Ma lo è davvero, inadeguato? Certo, l’età è avanzata e qualche scherzo, specie nel ricordare i nomi, la memoria glielo gioca. Come del resto accade a chiunque, oltre una certa età. 

Eppure, vi badi il lettore con attenzione, da qualche mese, da quando si è di fatto avviata la campagna elettorale, il mantra che si sta affermando, sui social e sui media, è quello della senilità, ormai posta al confine con la deficienza. Le insidie che arrivano alla conoscenza della verità dalla rete, ormai pervasiva e ora pure a rischio di inquinamento fake supportato dalla abilità generativa dell’intelligenza artificiale, sono tali da poter influenzare sino a sovvertire il naturale processo democratico di una nazione. Un rischio, del resto, che negli Stati Uniti del 2024 si sta correndo. 

Da qualche settimana gira la notizia di una probabile candidatura di Michelle Obama, già pronta a sostituire Biden, a conferma che pure i democratici più vicini al Presidente lo considerano perdente, a causa dell’età (e dunque dell’indebolimento intellettivo conseguente). Per adesso è palesemente una fake news, ma si sta imponendo. Non a caso ripresa prontamente anche da noi, soprattutto dai giornali vicini alla Destra. Da chi vuole il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, interprete di un’America lontana anche dai valori della migliore tradizione patriottica del Partito Repubblicano. 

Un’altra America. Chiusa in sé stessa. Quella che, ad esempio, desidera la Russia, impegnata a riconquistarsi un pezzo d’Europa. Lo ha dichiarato l’ex Presidente Dimitry Medvedev, da sempre fedele ventriloquo di Putin, ammonendo gli europei a votare per i partiti di destra o di sinistra, purché oppositivi al processo federativo e soprattutto all’alleanza con gli Stati Uniti, garanti della loro difesa a mezzo dell’Alleanza Atlantica. 

Al Cremlino è facile immaginare il tifo (ma si limiterà solo a quello, o saranno poste in essere turbative social come già accaduto in passato per favorire il candidato preferito?) a sostegno del controverso tycoon; a maggior ragione dopo le sue ultime sconcertanti affermazioni circa la possibilità di abbandonare gli alleati europei a loro stessi, privi di protezione militare e dunque possibili prede dell’orso russo.  Ce n’è a sufficienza per non prendere sottogamba le prossime elezioni americane e per non ridurle alla banalizzazione sull’età dei contendenti, cosa che invece puntualmente sta già cominciando a verificarsi. La posta in gioco è alta, molto alta. Esige razionalità.

Lettera degli ex dc: «Perché l’ipotesi del premierato non funziona».

La grave e generale crisi dei partiti alimenta una sorta di indifferenza o addirittura di stanca adesione al disegno di legge sul premierato presentato dal governo. Il pluridecennale disprezzo di ogni pratica parlamentare in gran parte comprensibile visto il sistema politico sempre più personalizzato e privo di ogni riferimento culturale, legittima il giudizio di una crescente debolezza della nostra democrazia parlamentare.

Quest’ultima, infatti, regge alle sfide crescenti solo se il parlamento è innervato da partiti che abbiano una base culturale e quindi una visione di lungo periodo e che contrastino ogni deriva personalistica. Detto questo, però, la soluzione non può essere l’elezione diretta del premier addirittura accompagnato da un premio di maggioranza tanto da togliere ogni libertà al parlamento cadendo così dalla padella nella brace. 

Non a caso nessuna democrazia al mondo adotta un meccanismo come quello proposto dal governo con il premierato così come nessuna democrazia parlamentare europea adotta il sistema maggioritario visto che le opzioni politiche sono sempre più di due contrariamente al sistema inglese. La storia, inoltre, ci insegna che chi toglie la libertà ai parlamentari prima o poi la toglie al Paese e il disegno di legge governativo ne fa strame di quelle liberta. 

In oltre due secoli la cultura politica e l’esperienza storica hanno dimostrato che l’alternativa ad una democrazia parlamentare è una democrazia presidenziale accompagnata da una elezione di un parlamento libero che funge da secondo sovrano democratico in grado di dare forma e sostanza al potere della rappresentanza ed essere, nel contempo, un equilibrato contropotere per evitare ogni tentazione o deriva autoritaria. 

Il mondo di oggi è disordinato e pieno di conflitti solo perché la politica nel suo ruolo di guida è stata sostituita nelle democrazie occidentali dalla grande ricchezza finanziaria di pochi e dalle loro convenienze mentre nel resto del pianeta governano gli autocrati che limitano libertà e diritti delle popolazioni. L’antidoto per entrambi i modelli è o il cancellierato tedesco o un sistema presidenziale con un parlamento libero come in Francia e negli Stati Uniti. 

Ogni altra scelta sarebbe rovinosa come lo fu nel novecento quando parlamenti democratici dettero pieni poteri a Mussolini e ad Hitler e recentemente il parlamento ungherese ha fatto altrettanto con Orbán. La posta in gioco, dunque, sono le libertà e i diritti di tutti e ogni distrazione è inammissibile.

 

Paolo Cirino Pomicino, Giuseppe Gargani, Maurizio Eufemi, Calogero Mannino, Clemente Mastella, Giorgio Merlo, Angelo Sanza. 

Le radici del riformismo d’ispirazione cristiana

La bella riflessione scritta su queste colonne dall’amico Roberto Di Giovan Paolo sul mio ultimo libro “La sinistra sociale”, merita un supplemento di riflessione. Nello specifico, attorno ad un tema richiamato dall’articolo di Di Giovan Paolo che, paradossalmente, contiene una straordinaria modernità anche nell’attuale contesto politico italiano. E anche, e soprattutto, per l’area del cattolicesimo politico. Mi riferisco alla concreta eredità della “sinistra sociale” di ispirazione cristiana e alla cosiddetta “sinistra politica”. Certo, erano esperienze riconducibili alla Democrazia Cristiana e a ciò che quel partito ha rappresentato nella politica italiana e nello stesso contesto europeo. 

Ma è indubbio che si tratta di due sensibilità e approcci culturali diversi, ma accomunati dalla volontà di partire dai problemi e dalle domande reali dei ceti popolari e delle classi lavoratrici del nostro paese, per cercare di dare una risposta politica a quei bisogni, inquadrando il tutto in un progetto politico complessivo. Quello che un tempo veniva semplicemente definita come una “visione della società”.

Ora, la “sinistra sociale” e la “sinistra politica” non solo rappresentavano una realtà indispensabile per consolidare e confermare la natura popolare ed interclassista della Democrazia Cristiana ma anche, e soprattutto, erano un laboratorio politico permanente in grado di affrontare e risolvere i principali nodi economici, sociali e culturali che attraversavano la società dell’epoca. Ma quelle due sensibilità, al di là dello scorrere rapido delle fasi politiche e delle stagioni storiche, non possono essere banalmente sacrificate sull’altare di un maldestro nuovismo. Per la semplice ragione che la storia della “sinistra sociale” e della “sinistra politica” della Dc, e poi del Ppi e della Margherita continuano ad essere un elemento costitutivo ed essenziale della stessa identità dei cattolici impegnati in politica.

E, nel momento in cui il tema di un rinnovato impegno dei cattolici nella vita pubblica si fa sempre più impellente ed esigente, è giocoforza recuperare – seppur in chiave moderna e contemporanea – quella storica esperienza per ridarle un nuovo vigore nella cittadella politica italiana. Del resto, è appena sufficiente rileggere il magistero, e la lezione, dei grandi leader e statisti di quelle storiche “correnti” per rendersi conto che il passato non si può banalmente resettare o, peggio ancora, cancellare. Un compito, questo, che resta la ‘mission’ principale e prioritaria di tutti i populismi e di tutti coloro che individuano nel passato un orpello da distruggere o da criminalizzare politicamente, come recita da sempre il verbo grillino.

Semmai, e al contrario, il compito oggi dei cattolici democratici, popolari e sociali è proprio quello di saper rilanciare un patrimonio politico, culturale e forse anche etico partendo dall’esempio e dalla conquiste ottenute nel passato grazie soprattuto ad una cultura politica che non può e non dev’essere archiviata. E, per tornare all’inizio di questa riflessione, forse la storia e l’esperienza della “sinistra sociale” e della “sinistra politica” della Dc possono ritornare utili per ridare un nuovo protagonismo alla vicenda pubblica dei cattolici italiani. In questa precisa fase politica e in questa stagione storica. Senza tentazioni nostalgiche o passatiste.

La lezione di Ruffini sui rapporti tra Stato e Chiesa

[…]

Il nucleo teorico del giurisdizionalismo liberale consiste nel riconoscimento della libertà di coscienza e di culto per tutti, all’interno di un regime giuridico diversificato tra le diverse Chiese «in ragione della loro diversa posizione

storica, sociale e politica». Ecco, dunque, come Ruffini definisce il “giurisdizionalismo liberale”: «quel sistema di relazioni fra lo Stato e le Chiese, secondo il quale il primo considera le seconde (anche gli istituti in esse compresi)

quali istituzioni o corporazioni, quali enti, per dirla in una parola di diritto pubblico»; quindi, in forza della loro natura, delle loro funzioni e del ruolo che hanno svolto nella storia, enti di interesse generale per la collettività.

Distinto dal giurisdizionalismo liberale è invece il “separatismo”, definito sempre da Ruffini come «quel sistema di relazioni tra Stato e Chiesa secondo cui quest’ultima sia dal primo considerata come semplice associazione di diritto privato».

Nella linea disegnata dal paradigma della libertà religiosa il limite del separatismo laico risiede nella sua astrattezza e incapacità di cogliere l’anima concreta delle istituzioni giuridiche che, qualora fossero imposte, a prescindere dal loro radicamento storico nella vita concreta delle persone, finirebbero per essere percepite come estranee e verrebbero rifiutate, provocando la reazione che, nella fattispecie della vertenza Stato-Chiesa, ridarebbe vigore a soluzioni teocratiche e cesaropapiste. Il giurisdizionalismo liberale, al contrario, ha il merito di essere coerente con l’elemento più profondo della cultura delle persone e di promuovere soluzioni istituzionali ad esse coerenti e ispirate alla libertà.

Il tema della libertà religiosa diventerà centrale anche nella riflessione della Chiesa cattolica durante il Concilio Vaticano II, al punto che ad essa sarà dedicata una formale Declaratio, la Dignitatis humanae (1965). Principale estensore di quel documento fu il padre gesuita John Courtnay Murray, il quale subì l’influenza di Sturzo durante il suo soggiorno statunitense che andò dal 1940 al 1946, e in particolare della lettura dell’opera Chiesa e Stato, già disponibile in inglese nel 1939 e nella quale abbiamo rilevato il profondo apprezzamento di Sturzo per il

giurisdizionalismo liberale di Ruffini.

La libertà religiosa è la prima e fondamentale delle libertà, interessando direttamente il primato della coscienza, custodita nel profondo del cuore di ciascuna persona; qualora essa dovesse venire meno, tutte le altre, presto o tardi, verrebbero a mancare. La ricorrenza dei quarant’anni degli Accordi di Villa Madama può essere l’occasione per riflettere sulle ragioni storiche, politiche, giuridiche, filosofiche e teologiche che condussero persone così distanti nella fede e nell’orientamento politico a ritrovarsi nel nome della libertà di coscienza e rendere così ragione dell’art.

7 della Costituzione che delinea il profilo poliarchico della Repubblica italiana: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani».

 

Per leggere il testo integrale 

https://www.politicainsieme.com/la-liberta-religiosa-tra-teocrazia-e-cesaropapismo-di-flavio-felice/

La sinistra sociale deve farsi anche sinistra politica

Non starò a dire quali legami umani, politici, valoriali e calcistici (entrambi simpaticamente anti-juventini, per quanto gemelli diversi) mi legano a Giorgio. E pur nato e dichiarato Basista, quanto sia stato amico di battute e chiacchiere con il ForzaNovista Luciano Faraguti in tutti i Consigli Nazionali Dc passati assieme. Perciò salto i convenevoli e il fatto che i libri degli amici si leggono anche quando sono essi stessi (gli amici) un “libro aperto”.

Vado perciò subito alla sostanza delle piccole critiche, anzi, direi delle riflessioni da mettere in comune, visto che è una storia che anche io conosco bene e con Franco Marini, leader dei Popolari, ho avuto un cammino comune personale (suo dirigente Comunicazione e Spes mentre era segretario e poi eletto in Senato con lui).

Tutto condivisibile, Giorgio, il disdegno per una politica del giorno per giorno, del “presenteismo” necessitato, e del narcisismo fine a sé stesso. Che genera una società complessivamente parallela e narcisista, che a sua volta genera leader personalistici. Leader, poi…uno come Conte al massimo nella Dc avrebbe fatto il vicesegretario provinciale, nella Puglia di Fitto (…padre naturalmente).

Però passiamo alle questioni serie. Primo, perché non si può rifare la Dc o partiti similari che si riferiscano ad una cultura della mediazione alta. Lo ha spiegato bene Follini nel suo bel libro “Democrazia Cristiana. Il racconto di un partito”: la mediazione era una qualità che apparteneva alla Dc ma non solo alla Dc, a quella stagione politica in cui con il proporzionale ognuno votava liberamente la sua parte (dopo il fascismo c’era bisogno di libertà completa) ma poi gli richiedeva di trovare una soluzione politica in un’Italia così variopinta. 

Era una richiesta che saliva dalla società civile e dai corpi intermedi: imprenditori che votavano repubblicano e operai che votavano comunista, erano ben felici che un Donat Cattin ma anche un La Malfa o un Napolitano, dopo aver espresso le proprie ragioni trovassero un accordo sindacale, una tregua politica, un punto di equilibrio. E la Dc, federazione di partiti così diversi, rappresentava la dimostrazione plastica che questo era possibile: accanto a chi sosteneva la Nato come Taviani e Cossiga c’era chi l’aveva votata per disciplina di partito (i dossettiani) e chi dialogava con i Paesi oltre la Nato. Accanto ad Umberto Agnelli c’era appunto Donat Cattin e Marini. Accanto ai tecnocratici dorotei alla Prandini c’erano la sinistra sociale di Forze Nuove e la sinistra politica della Base.

Ma ecco, ora siamo un’epoca in cui il combinato disposto della politica del narcisismo (vedi Christopher Lasch, “La cultura del narcisismo” grazie del suggerimento Payer, libro illuminante sui nostri tempi! ), con la tv prima, ed ora tv più social networks, ha trasformato la cultura limacciosa della società civile in un referendum a favore o contro che hanno un precedente nel vero Ministro della Cultura della Loggia P2, ovvero Maurizio Costanzo ed i suoi programmi tv. Sgarbi, la sua carriera politica ed artistica, è l’epitome di questo assalto alla democrazia per linee eterodosse. La P2 ha una sua sequela: prima il Golpe Borghese, poi i Governi di centro che guardano a destra, la strategia della tensione e il terrorismo inquinato (i killer al soldo, come Fioravanti o Mario Moretti), i soldi sporchi di Sindona e Calvi. Infine, con la crisi dei partiti e della cosiddetta Prima Repubblica l’uso del giustizialismo, la discesa in campo di Berlusconi e lo “spianamento” culturale di tv e social networks. Tout se tient!

Tuttavia, dobbiamo vivere il tempo che ci è dato vivere. E qui una mia piccola differenza: io credo che invece che sul terreno politico partitico, oggi asfittico, si debba lavorare su quello della formazione culturale e politica della società. In questo senso, ammiro Monsignor Vincenzo Paglia ma mi sarebbe piaciuto, più che la sua condivisione delle nostre speranze e delusioni, un suo volo alato per garantire un senso politico più pregnante ai tanti cattolici che oggi lo sono in forma privata e men che meno si sentono “cattolici democratici”. Non dubito che lui sappia cosa intendiamo e ci piacerebbe, ma forse il tempo ancora non è venuto…e di certo i cattolici sono tornati ad una forma simile a quella che nel finire degli anni cinquanta e primi sessanta Nicola Pistelli definiva il “rachitismo politico” dei cattolici italiani.

Eppure, caro Giorgio, tu lo racconti bene quanto i contrasti sociali oggi permeano la società: sospesi tra lavori governati non più da “padroni” ma da algoritmi dei padroni; con la previdenza sociale a rischio per i giovani sotto i 40 (che giovani non lo sono più…); con un pianeta a rischio ambientale e la geopolitica delle risorse; con una incapacità di vedere nell’innovazione lo sviluppo e non la decrescita di una società di eguaglianza e fraternità….

Ma questi contrasti invece di determinare confronto, dialogo, anche scontro se necessario, e poi composizione della politica, servono solo al posizionamento individuale e allo schieramento dei “tifosi” via social ( neanche il bene di una spinta, una manifestazione, uno sciopero…..). Perfino una manganellata ad una manifestazione oggi è frutto più di un riflesso condizionato all’ordine, delle forze di polizia che, dimentiche delle lotte per la democratizzazione di polizia e guardia di finanza ma anche dei carabinieri, archiviano oggi il famoso passo pasoliniano dei “poveri figli del popolo” (Valle Giulia a Roma) per spendersi solo come elementi di repressione di un governo di destra che non governa veramente ma solo dirige il traffico della contestazione, autorizzando chi li ama e colpendo perfino chi manifesta per una italiana come la Salis (altro che nazionalisti, fascisti…fascistissimi).

Non c’è, caro Giorgio, prima di tutto la società civile, a chiedere la nostra mediazione culturale e politica. Basta solo “tifare”. E così riesce difficile convincere che la moderazione non è il “moderatismo” e che il centro è luogo di mediazione e non di intermediazione. E i partiti, con leader personalistici e nanismo culturale, vanno dietro a tutto ciò invece di insegnare e formare.

E tu sai bene che un leader sindacale non è solo quello che suscita la lotta, ma anche quello che dopo chiude il contratto e lo difende di fronte ai suoi elettori e compagni di lotta (e quindi non stiamo parlando di Landini e Bertinotti!). Ecco perché io non è che mi faccia da parte o rinunci, ed anzi io credo che i Popolari, i cattolici democratici abbiano una funzione essenziale, e la nostra generazione deve positivamente spendersi per ricostruire culturalmente una società civile più matura e meno incline alla “tifoseria” e al narcisismo, con battaglie politiche mature e puntuali, anche radicali se necessario. Ma non è detto si debba fare solo o unicamente nei partiti attuali.

Il centro non si deve farlo “per sottrazione”, ma per scelta culturale. E si può esserlo laddove venga compresa la sua utilità politica (concordo che al momento sia difficile dire dove di preciso…).

La seconda e conclusiva riflessione, da mettere assieme è la tua critica al “bipolarismo selvaggio”. Che dimostra che tu sei sempre stato nella parte più vicina alla sinistra politica della sinistra sociale, se mi consenti il gioco di parole. Ovvero più vicino, pur nell’amore politico per Forze Nuove, alla radice, per così dire Basista, attenta alle riforma delle istituzioni.

È giusta la tua critica ma risulta un po’ zoppa. Portiamola fino in fondo. Dentro a questo bipolarismo che sperimentiamo con leggi elettorali sempre peggiori dopo il “Mattarellum”, che almeno aveva un sano principio di equilibrio, in realtà c’è nascosto un difetto fondamentale: ovvero vige il proporzionale selvaggio dentro al bipolarismo selvaggio. Se La lega ricatta continuamente il polo di destra non avendone i numeri, si deve al fatto che nel polo bipolare di destra, internamente, vige il proporzionale selvaggio. E lo stesso a sinistra o centrosinistra, basta chiedere al povero Prodi 2006-2008 per consulenza non di parte. La verità è che, tornando ai principi, dopo l’epoca del proporzionale per la massima espressione di libertà politica, con aggiunta la mediazione politica come garanzia di governabilità, dagli anni ottanta del ‘900 si è posto il problema della governabilità come elemento decisionale e di responsabilità politica. Ma non si è risposto se non evocando la personalizzazione dei leader al comando.

La verità è che o si attua un bipolarismo vero come nei grandi Paesi, tipo la Francia o la Gran Bretagna, senza sotterfugi e con ampie garanzie per le opposizioni, oppure si rifà il proporzionale ma fino in fondo: cioè anche con le preferenze che garantivano alle piccole correnti dei grandi partiti la rappresentanza di interessi. E così come le preferenze interne ai grandi partiti, nelle primarie vere o nelle scelte di direzione politica a maggioranza, garantivano rappresentanza di interessi anche in Francia, oppure nella scelta dei candidati in Inghilterra o perfino negli Usa dove accanto a Kennedy, liberal del Nord, avevi un democratico del Sud e rappresentante dei ceti rurali, ovvero Lyndon Johnson.

Tertium non datur. O meglio, è dato e significa Porcellum o questa “zozzeria” del Premierato. Non starò a dire cosa preferisco. Non importa. Importa però che riusciamo a far capire al Paese che il problema politico è anche sociale, perché per esempio gli hanno contrabbandato la diminuzione dei parlamentari come un risparmio ed invece è una “gabbola”, che dà ancora meno rappresentanza ai cittadini rispetto a prima….perchè tanto chi se ne importa, possono sempre divertirsi a votare col televoto a Sanremo (ma pure lì…). Basta che abbandonino lotte sociali e politiche, e i parlamentari ed i partiti non ambiscano a frequentarli mai.

Di ciò dovremmo discutere. E non solo fra di noi. Grazie Giorgio, del tuo libro e del tuo sforzo politico. Volendo, ci sarebbe ancora bisogno di ForzaNovisti e, se me lo permetti, anche di Basisti.

L’autonomia differenziata disunisce irreparabilmente l’Italia

Autonomia sì, ma nel senso giusto del termine, altro che differenziata! Il rapporto tra le regioni non può che essere solidale e salvaguardare l’unità di una nazione, specie per quanto riguarda i diritti costituzionali garantititi a ogni cittadino, senza distinzioni territoriali, partendo anzitutto dalla salute e dall’istruzione. 

Nel nostro ordinamento un piccolo ma significativo esempio, frutto di legislatori lungimiranti, era rappresentato dalla Province, la cui legge elettorale prevedeva che nessuna città, di solito il capoluogo, potesse avere un numero di seggi superiore alla metà di quelli complessivi, con i quali egemonizzare, trasversalmente sul piano politico, l’intera Provincia. 

Anche quella di Roma, nella fattispecie, vedeva applicata questa norma fondamentale per far sì che il resto della dimensione provinciale godesse degli effetti derivanti da una finalità prioritaria, e cioè il riequilibrio interno a vantaggio delle aree meno dotate sul piano finanziario. Da ultimo, con riforme che hanno modificato il funzionamento di questi enti intermedi, in specie attraverso il meccanismo di selezione degli eletti, questo principio generale di garanzia è stato abbandonato. Il ricorso alla elezione di secondo grado, per cui i consiglieri sono scelti dai componenti delle assemblee comunali in base a un sistema di voto ponderato, ha prodotto di fatto la “rivincita” della città capoluogo (il cui sindaco, nelle aree metropolitane, è addirittura insignito ope legis del titolo di presidente).  

Guardiamo cosa avviene fuori dall’Italia. Il caso più eclatante è quello degli Stati Uniti dove vige, non per nulla, la più antica democrazia moderna. Gli stati che compongono la federazione hanno grandi poteri e sfruttano al massimo la loro autonomia. Eppure, laddove si tratta di rappresentare in sede federale le istanze e gli interessi delle singole entità statali, scatta un dispositivo che impone l’eguaglianza più stringente: al Senato, il ramo del Parlamento più importante, siedono due rappresentanti per ogni stato. Non c’è differenza tra la popolosa California e la disabitata Alaska poiché, quale che sia il numero degli abitanti, tanto l’una quanto l’altra esprimono due senatori a testa.  

Il federalismo americano andrebbe studiato con più attenzione. È un sistema che gira in senso inverso rispetto a quello che viene introdotto sottobanco con l’autonomia di stampo leghista. In sostanza, il federalismo americano tende a unire, mentre l’autonomia differenziata serve a dividere l’Italia. Avremo cittadini di serie A e cittadini di serie B. Con la riforma Calderoli si torna al vecchio modello della secessione, paradossalmente assistita e garantita da quella Roma che un tempo era ladrona. Bisogna assolutamente porre un argine a questa deriva infelice e pericolosa.

Cleopatra, il desiderio di essere statista.

Cesare ormai è rassegnato, la sua Cleo non diverrà una statista. E non perché alla regina manchi la brama e la stima di sé, ma perché la veduta visionaria di uno statista che proietta sé stesso e il suo Paese ben oltre il proprio tempo di vita terrena, manca proprio e non vi è modo di acquisirla. 

Ascoltando il discorso che l’amata Cleo fa nel celebrare l’accordo con una delle provincie italiche più bisognose di risorse economiche e di rilancio, Cesare amaramente si accorge che è rimasta “capopopolo”: arringa, suade, accarezza, striglia, confonde le acque, sfugge i pericoli con la maestria del politico navigato, ma l’orizzonte è ancora quello che può vedere il suo occhio…cioè poco meno di un anno di navigazione per il mare aperto.

Non era quello che Cesare avrebbe voluto al momento della designazione della candidatura di Cleopatra, tra le regine che si erano rese disponibili e di alto lignaggio politico, ma quella giovane donna, piccola ma determinata con il cipiglio di chi orgogliosamente grida “sono una che ce l’ha fatta”, sufficientemente egoista da guardare prima a se stessa e ai suoi prima che agli altri del gruppo che Cesare le avrebbe affiancato. Sì, poteva essere la candidata giusta per rilanciare le asfittiche risorse dell’impero e l’immagine dell’ imperatore stesso.

Preparata con cura, la sorte si era incamminata verso il risultato scontato per cui era sta creata: affidare per un quinquennio alla regina Cleo le redini di una parte dell’impero, quella parte dove erano le radici stesse di Cesare. E il varo della nave, equipaggiamento e ciurma, era costato non pochi sesterzi, ben spesi e certamente sarebbero stati altrettanto ben ripagati. Dopo un anno e mezzo di navigazione, il capitano Cleo – l’amata Cleo – ha mostrato la scarsa indole dello statista a cui affidare prossime gloriose imprese nella conquista delle acque del mondo conosciuto. E sì che Cesare l’idea di ingrandirsi e di farsi “vedere” di più tra i grandi del mondo non l’aveva mai nascosto alla plebe, e questa, contenta, l’aveva plaudito come per un vate.

Ed ora davanti a quella regina che in un palco dove avrebbe potuto presentarsi da statista, seppure per mandato e forma di Cesare, per disegnare davanti alla plebe, che l’aveva vista scendere trionfante dalla sua nave, quel futuro per tutti loro, cui approdare dopo aver superato le mille traversie di un viaggio, beh…quel futuro non si era visto. L’orizzonte era nell’immediato un susseguirsi di “daremo, faremo, toglieremo e metteremo” che aveva rassicurato i locali sulla possibilità che delle cose proprie, per ancora un po’ di tempo, Cesare non si sarebbe occupato direttamente (e questo era un gran successo a dirla tutta).

E per Cleopatra la plebe aveva assicurato il plauso ad ogni alzata di tono, ad ogni suadente compiacimento per sé e per la ciurma tutta. Poi spente le luci, mentre piano piano scomparivano le parole dell’amata Cleo a Cesare, lenti alla memoria vennero alcuni passi dell’ode di uno sconsiderato dei poeti dell’impero, che per burla aveva messo a titolo “l’incontro de lì sovrani”.

 

Ched’è? chi se festeggia?

È un Re che, in mezzo ar mare,

su la fregata reggia

riceve un antro Re.

Ecco che se l’abbraccica,

ecco che lo sbaciucchia;

zitto, ché adesso parleno…

-Stai bene? – Grazzie. E te?

e la Reggina? – Allatta.

– E er Principino? – Succhia.

– E er popolo? – Se gratta.

– E er resto? – Va da sé…

– Benissimo! – Benone!

La Patria sta stranquilla;

annamo a colazzione… –

E er popolo lontano,

rimasto su la riva,

magna le nocchie e strilla:

  • Evviva, evviva, evviva… –

I maniaci dei reperti offendono la storia della Dc

La notizia di un incontro milanese sulla storia di un nobile partito come fu la Dc mi ha fatto ricordare la puntata di Report della scorsa settimana con un storia analoga. Su iniziativa dell’associazione “Città dell’Uomo” fondata da Giuseppe Lazzati, lunedì 19 febbraio si terrà infatti un incontro sul recente libro “Storia della Democrazia Cristiana 1943-1993”. Il libro è stato pubblicato nel novembre scorso per il Mulino, e curato da Guido Formigoni, Paolo Pombeni, e Giorgio Vecchio. Ne discuteranno Piero Bassetti, Mariapia Garavaglia, Giuseppe Guzzetti e Marta Margotti, moderati da Fabio Pizzul, presidente della “Fondazione Ambrosianeum”. 

Un libro sicuramente da leggere, anche per evitare distorsioni sul ruolo fondamentale avuto da questo partito nel piantare le radici della democrazia in Italia dopo venti anni di dittatura fascista, se non altro per placare le tante, diverse, spesso banali e superficiali iniziative sparse in Italia, tese a riproporne la presenza politica con lo stesso contrassegno. E soprattutto perché, come si legge nella descrizione del libro: “(…) a trent’anni dalla sua scomparsa, la definizione del ruolo della Dc nella storia d’Italia oscilla ancora tra la demonizzazione e il rimpianto, senza assestarsi in una equilibrata storicizzazione…”.

Sulla nostalgia, sul rimpianto, e sui diversi motivi del rimpianto vedremo dopo. Perché se e vero che la storia non si può rimuovere con facilità, è anche vero che l’identità di un partito si deve necessariamente storicizzare e collocare nel preciso momento sociale, culturale e politico in cui nasce, senza abbandonarla nelle mani del narcisismo nostalgico dei tanti simboli e contrassegni tenuti gelosamente sottochiave e serrati in cassaforte. L’esigenza indispensabile di un partito politico di ieri e di oggi, è certamente quella della sua identità. In certi casi anche quella dei valori che fanno parte del suo bagaglio culturale. 

Ora, queste esigenze non vanno risolte ricorrendo alla nostalgia o al “rimpianto”; o, peggio, perpetuando e moltiplicando ad libitum i simboli e i contrassegni del suo  nobile passato, pensando così di stimolare quel “centro” che fu l’ambito elettivo della Dc storica. L’identità di un partito è sempre una questione da contestualizzare; sempre cioè da comprendere e giustificare una volta che però si fa il leggero sforzo di calarla nella società concreta in cui questa identità è nata storicamente…come suggerisce un elementare metodo sociologico seguito e consigliato da don Luigi Sturzo. Unito al successivo sforzo, forse più complicato, di confrontarla con la società reale in cui il partito si trova a vivere e operare.  

Una società – la nostra attuale, per capirci  –  sottoposta a continue rivoluzioni epocali che Bergoglio ricollega  a un grande processo di “metamorfosi”, alludendo a una sua trasformazione integrale e strutturale. Se si deve confrontare con la storia che cammina, individuare bene l’identità di un partito non è ai nostri giorni un gioco da ragazzi. Specie se nelle mani di un solitario leader, aiutato oggi sino all’inverosimile dai  suoi media personali – privati e pubblici –  e dai suoi social ingannevoli. Questa identità è però necessaria, ed è indispensabile non solo per i governanti, ma anche per i governati.

Un partito dei nostri giorni non la può risolvere solo aiutandosi con un contrassegno del passato, per giunta di un passato sepolto o logorato dall’uso, proprio o improprio. Quando non dimenticato o  sconosciuto dalla generazione digitale. 

Le inaudite trasformazioni sociali e culturali sotto i nostri occhi – e non mi riferisco solo al tragico ritorno delle guerre, all’IA, al clima, ecc. – richiedono allora lungimiranza e coraggio. Pretendono sguardi nuovi rivolti al futuro già iniziato da tempo. E non fissi su quel passato “rimpianto” con nostalgia, ma che non potrà mai più ritornare. Emergono, insomma, novità che si devono necessariamente riflettere non solo sulla Weltanschauung di un partito, sui suoi programmi e sulle sue proposte, ma anche e sicuramente sulla collocazione politica che, ancora ai nostri giorni e di fronte ad una globalizzazione imprevista, tentano di fare individuare  le antistoriche categorie geometriche di Centro, Destra e Sinistra, con l’aiuto spesso degli intermezzi. Categorie da ridefinire totalmente, soprattutto per quel Centro, ormai plurale e personalizzato, che ancora oggi si cerca disperatamente in Italia, per sanare, si dice, un bipolarismo ammalato, tragico, populista, massimalista, radicalista, e…pericoloso. E, come spesso  si afferma, per portare alle urne elettori assenteisti. 

Lo sforzo richiesto sarebbe allora solo quello di fare ripetute analisi dei nuovi ceti elettorali e delle nuove classi sociali  sopraggiunti e presenti sulla scena della società italiana. Non escludendo, in questo caso, quelle analisi indispensabili sul cosiddetto voto cattolico. Anche se non si riesce mai a sapere e capire con precisione chi è  veramente il cattolico (se non quello che afferma di andare a Messa) e come distribuisce il suo voto, oggi prevalentemente indirizzato verso FdI, M5s e Lega. Un po’ , ma scolo un po’, ci aiutano sondaggi Ipsos di Nando Pagnoncelli.

Forse l’attuale e nota crisi identitaria dei partiti, rispecchia la stessa crisi identitaria degli elettori. Siamo di fronte alla figura di un nuovo elettore che sceglie di non partecipare al voto non solo per la mancanza di una specifica offerta, come molti sostengono, ma perché ha perso fiducia nella politica, nella classe dirigente, nel partito in quanti tale. A giudizio di molti studiosi, questa disillusione manda in crisi la stessa democrazia. Parliamo di un elettore al singolare, rinchiuso nel circuito dei propri interessi e dunque nella propria sfera privata; un elettore vagante, in preda alle emozioni e alle notizie false, e che in assenza dei vecchi e solidi partiti di massa, quando è presente al seggio fluidifica e rende liquido il suo voto da un’elezione all’altra.

Detto ciò, e ringraziando la presentazione del libro sui 50 anni della Democrazia Cristiana, devo a questo punto necessariamente ricordare un programma Rai di qualche settimana fa. Mi riferisco alla puntata di Report di domenica 5 febbraio trasmessa su Rai Tre (“Scudi Incrociati”). Una buona puntata sulla Democrazia Cristiana, dalla quale mi sarei solo aspettato qualche parola di chiarimento, assieme alla presa di distanza da quanti si dichiarano con molta disinvoltura i legittimi eredi. Un chiarimento onesto, che ho in qualche modo notato soltanto nelle condivisibili parole conclusive del suo conduttore Ranucci.

Ma perché dico questo ?

Perché l’inchiesta di Report è stata invero un poco impietosa. Ha mescolato episodi storici e fatti recenti che  nell’insieme hanno creato sconcerto e anche una certa ironia, in chi ha ricordi tutt’altro che nostalgici dello Scudo Crociato. E che sicuramente hanno lasciato la bocca amara per le sorti del simbolo di un grande partito, come è stato quello della Democrazia Cristiana. Anche se la narrazione è stata obiettiva ed onesta, specie nelle richiamate conclusioni di Ranucci, ciò che ha un po’ turbato è stato l’aver messo assieme argomenti contrapposti e fuorvianti, lontani tra loro dal punto di vista della seria narrazione storica e politica; e che perciò hanno suscitato una benevolenza ironica a riguardo di coloro, e sono tanti, tengono a dichiararsi suoi legittimi eredi e il cui contrassegno viene da essi conservato gelosamente, nonché spesso riproposto nelle varie tornate elettorali. 

Niente di male, intendiamoci. 

Se ci facciamo caso esiste ai nostri giorni  anche un Partito  Comunista che si trascina il simbolo della falce e martello sin dal 1921. Ma montati l’uno di seguito all’altro, questi argomenti hanno sicuramente creato confusione e reazioni di ripulsa nel telespettatore distratto. Una confusione che spinge ad una divaricazione impietosa  tra ciò che è stato e ha significato il vero partito della Dc, e coloro i quali, si ritengono allegramente e in maniera disinvolta i suoi legittimi discendenti. 

Diciamo le cose come stanno perché ancora ai nostri giorni esistono e sono presenti, nelle tornate elettorali, partiti associazioni e gruppi che non solo hanno lo storico Scudo Crociato come simbolo, ma che dichiarano di riproporre uguali programmi e scelte politiche di centro. E non solo i valori, su cui ci sarebbe forse poco da dire. Tutto questo accade in una società globalizzata e sotto una “rivoluzione epocale” – come la definisce sempre Bergoglio – dominata oramai dall’Intelligenza Artificiale e sottoposta quotidianamente  agli attacchi climatici e alle emigrazioni, e  quindi, in generale, con le catene di montaggio governate da un computer.  

Rispetto a tali “metamorfosi”, e per quanto si è sppreso dalla trasmissione, si ha pure a che fare con dei collezionisti di simboli di una importante tradizione, di cui si sentono unici e legittimi eredi, con la non tanto sottaciuta  convinzione che  possa ancora rinascere un grande partito centrista di massa, come è stato la Dc di De Gasperi. 

In questi 40 anni, e dopo che la Dc ha calato le saracinesche, i tentativi di riproporne il nome, il simbolo, e gli stessi valori non si contano. E una babele di lingue e di posture. Ci sono gli eredi del solo simbolo, tenuto ben chiuso nelle casseforti delle proprie teche amatoriali; e ci sono i collezionisti interessati che, in assenza di un regolare Congresso, dichiarano di essere i titolari non solo dello Scudo Crociato, ma addirittura della stessa Dc.

È da non credere, ma Ranucci è un giornalista serio e meticoloso, e si sarà sicuramente documentato. Sostiene infatti che in Italia sono vive e vegete circa 120 associazioni che si contendono non solo il contrassegno, ma anche il  velato intento di partecipare alla spartizione dei 500 immobili, in gran parte venduti dopo la scomparsa della Dc con l’obiettivo di risanare i debiti.

I collezionisti, com’è noto, sono persone  da  stimare per la loro caparbietà e pazienza. Eppure i 120 collezionisti dell’identico blasone nobiliare, quello dello Scudo Crociato, sono da valutare con rispettosa ironia e finanche con sarcasmo. Raccogliere oggetti antichi è sicuramente un impegno che richiede molta cura e dedizione. In effetti, il collezionista è spesso un innamorato degli oggetti che trova e poi conserva. Guai però a passare da maniaci! Non credo sia il caso di questi rispettabili e attempati ex democristiani. In ogni caso, il maniaco è colui che soffre spesso di patologiche tendenze alla solitudine, tipico caso di chi vive fuori dalla storia. L’importante è non offenderla, la storia.

Navalny, il lupo polare e l’orso di Putin.

In un tempo di guerre la morte diventa un’abitudine, perde il suo carattere di tragedia per diventare anonima al pari di un qualunque altro fatto. Essa stessa è smarrita. Desidererebbe non essere più chiamata in causa quotidianamente, così da riprendersi la scena perduta. Difficile accettare di essere una stella non più cadente ma decaduta, senza l’attenzione di chi l’osserva non esprimendo alcun desiderio.

Ci ha pensato il dissidente Navalny a muovere le acque del firmamento morendo nella prigione in cui lo aveva sbattuto Putin dalle parti del circolo polare artico, dove il freddo fa sentire la sua e congela non solo le carni ma anche il pensiero.

Il rischio è che possa sbrinarsi ma anche questo è stato calcolato. Occorrerebbe un tempo che porterebbe alla luce una idea di rivoluzione ormai fiacca e priva di pericoli.

Stare in circolo significa ripetere ossessivamente un proprio cammino fino a rimbecillirti, un po’ come il giro dell’otto di un lupo in gabbia. Navalny è stato suo malgrado iscritto al circolo esclusivo del Polo, non quello dei cavalli, ma a Nord, all’Artico del mondo.  Tutto torna nel disegno della storia. A scavare nella etimologia, Artico significa “Orsa”, per combinazione proprio il simbolo della grande patria russa.

Callisto, ancella di Artemide, ebbe effusioni proibite con Zeus e per punizione fu trasformata in Orsa rischiando di essere uccisa in una battuta di caccia dal figlio Arcade. Per evitare la tragedia, tutti furono congelati in cielo a comporre stelle. Nel caso di Putin non potrebbe che trattarsi dell’Orsa Maggiore, posizioni di secondo piano non le avrebbe mai accettate.

Il circolo è una circonferenza che costringe a tornare a se stessi e in se stessi, forse è questo quello che il potere sperava accadesse nel suo recluso, che faceva fatica a rinsavire non dismettendo le armi della protesta, impietrito in un circolo vizioso da cui non voleva redimersi, parte di un club esclusivo di quelli che hanno la testa dura e che si portano appresso le idee anche dopo la morte.

“Tutte le stelle già dell’altro polo vedea la notte” diceva il sommo poeta, sarà stata questa la preoccupazione che ha attanagliato Putin e compagni, impauriti della capacità del loro contestatore di sapere vedere oltre il contingente, il solo in grado di mandare avanti la storia che loro vorrebbero fermare ad ogni costo. Loro appartengono al Polo opposto, quello che non riconosce altro, se non il loro predominio.

Per oltre 27 volte per punizione è stato messo in condizioni di “splendido” isolamento in modo che avesse tempo per ricredersi sulle sue corbellerie e non contagiasse altri con la sua causa, un molesto battere, producendo idee rumorose all’ascolto del popolo, un colpire dando ospitalità a grilli per la testa.

Di insetti non ‘è posto nella testa del regime, per questo hanno messo Navalny nel carcere dalla fredda sigla IK-3, chiamato più confidenzialmente il “Lupo polare”.

In generale è una faccenda di violenze e di animali senza scrupoli. Dall’aquila bicipite dello stemma della Russia zarista, l’orso viene adottato dal partito Russia Unita di Putin, peraltro in perfetto accordo con felice sintonia con l’ex presidente russo Medvedev il cui cognome, se tradotto, significa singolarmente “dell’orso”.

Navalny è stato messo nel freddo asfissiante di quella terra, rendendo frigide le sue idee, con le intenzioni di sterilizzarle. E’ possibile che Putin abbia colto nel segno, confidando nella prossima dimenticanza di un delitto annacquato nel tanto sangue delle guerre in corso. Possibile anche che abbia sbagliato i conti.

Non importa che l’abbiano ucciso o che sia morto di stenti, si tratta comunque di omicidio. Putin ed i suoi fedelissimi devono stare attenti. Navalny aveva 47 anni, il morto che parla.  Se non tormenterà le coscienze dei suoi aguzzini, continuerà ad incitare alla libertà.

Navalny il contestatore ha rischiato di cadere nell’oblio e come tutti gli eroi, vittime di ingiustizia, è resuscitato di nuovo alle cronache che sarà per un tempo più lungo della esistenza di Putin e delle sue schiere.

C’è qualcosa di goffo, di orribile e di mistico nella vicenda. La madre di Navalny ne ha chiesto all’obitorio la restituzione del corpo. Le è stato risposto che “non è qui dove lo cercate”. Altre donne, duemila anni fa, nei pressi di un sepolcro, ebbero risposte simile.

Putin e consimili, per tempo ancora, venderanno cara la pelle dell’orso, ma idee di fuoco prima o poi bruceranno i governanti di oggi, trascurando il gelo di quel carcere che, per contrasto, ha mantenuto, bene in fresco, idee di libertà senza che possano mai corrompersi, pronte a fare di nuovo la loro parte in barba allo zoo a cui vorrebbero abituare non poca umanità.

La cornice storica del convegno sui Mali di Roma

Lupa, inv. Mob 361

[…] Per quel che riguarda l’immediata prospettiva del convegno è da notare come Giuseppe De Rita abbia segnalato che gli esiti non corrisposero alle attese80 . Per dare continuità a quello sforzo venne creato un comitato che doveva dargli seguito. La sua composizione, però, raccolse anche altre sensibilità e si discostò da quella del gruppo che aveva curato l’organizzazione del convegno. Questo portò ad una diversificazione di posizioni all’interno del gruppo originario. Alcuni, tra i quali De Rita, avrebbero voluto continuare il lavoro di mobilitazione collettiva che aveva caratterizzato la preparazione e lo svolgimento dei lavori. Altri, tra i quali lo storico Pietro Scoppola, erano orientati maggiormente per un lavoro di carattere culturale. Tra i maggiori animatori del convegno, don Clemente Riva fu nominato vescovo ausiliare di Roma per la zona sud, e prese a svolgere con passione la sua nuova missione. Don Luigi Di Liegro, nel suo spirito di servizio ai poveri, iniziò la sua avventura di organizzatore di risposte efficaci con la creazione di luoghi di accoglienza con sensibilità pe le nuove povertà emergenti. Creò la mensa di Colle Oppio ed una rete di servizi utili anche alla luce della presenza in città di quell’avanguardia del fenomeno migratorio che crebbe di anno in anno. 

Il Convegno ebbe una sua interpretazione politica. I suoi esiti apparvero nefasti a gran parte della DC che imputò anche all’onda lunga del convegno le sconfitte alle elezioni regionali del Lazio del 1975 e al Campidoglio nelle amministrative del 1976. Impropriamente, invece, il PCI vide nell’azione di Poletti elementi di convergenza con la propria azione per il cambiamento nella capitale a livello politico. Lo stesso cardinale, in una intervista, ha affermato che il convegno era stato “strumentalizzato dai comunisti che si sono affrettati a proclamare “Poletti è con noi!”, a cercare di fare di me un simbolo del compromesso, dell’accordo con loro”. 

Dal punto di vista ecclesiale quel convegno ha rappresentato un momento di svolta per diversi motivi. Pietro Scoppola – che nel convegno del 1974 aveva presieduto l’assemblea della zona est di Roma – ha sostenuto, rievocando l’evento al momento della scomparsa del cardinale: “Non è che Poletti avesse in testa un disegno, un progetto da realizzare, che volesse imporre qualcosa. Voleva dare alla città la possibilità di esprimersi”. 

Innanzitutto, va detto che con quell’occasione di espressione di tante e diversificate realtà romane, Poletti intese privare l’area della contestazione ecclesiale del monopolio del dibattito sui temi delle povertà e delle disuguaglianze crescenti a Roma. In tal modo fece rientrare quei temi tra i campi di impegno nei quali la Chiesa voleva interpretare un ruolo attivo. 

Se mi fosse possibile utilizzare immagini affermatesi col pontificato di Papa Francesco, riterrei di definire il convegno sui “mali di Roma” del febbraio 1974 un momento di forte estroflessione della comunità cattolica di Roma, espressione di una Chiesa in “uscita” e “incidentata”. Essa andò incontro a tante incomprensioni – quelle della politica, quelle di un certo mondo ecclesiale – ma aprì ad una rinnovata missione nei confronti della città e delle sue periferie. 

Un ulteriore aspetto va segnalato: la preparazione e la celebrazione del convegno permisero al cardinal Poletti di tessere rapporti con alcune delle realtà post-conciliari nate anche ai margini della realtà istituzionale della Chiesa, all’interno di controversi processi di autonomizzazione dalla gerarchia. L’azione pastorale del Vicario si mosse per accompagnare queste realtà e ricondurle progressivamente nel perimetro di una comunione ecclesiale marcata dal nuovo spirito conciliare. Fu l’inizio di una sorta di azione di recupero, perché nelle assemblee del convegno Poletti stabilì un rapporto con numerosi gruppi e realtà del cattolicesimo romano, e per questi mondi egli sarebbe poi diventato un interlocutore imprescindibile. D’altronde il cardinale aveva fatto della sua accessibilità un punto qualificante dell’azione pastorale. Al convegno aveva visitato le assemblee e aveva mostrato attenzione nell’incontrare i partecipanti con cordialità. Questa sua attitudine personale si fece poi elemento costitutivo della sua presenza nella città. Egli la rammentò quando scrisse di quegli anni: “ben presto videro il nuovo cardinale arrivare solo, con la sua auto, senza apparati e senza formalità; primo a tendere la mano nel saluto; sempre lieto di fermarsi e parlare in mezzo alla gente, sorridendo, parlando, stringendo le mani. Credo che questo abbia giovato molto a presentare la Chiesa come popolo e famiglia di Dio…”

Ed in questa immagine di Chiesa c’è la risultante della volontà di Paolo VI che voleva la chiesa romana cambiata in profondità, capace di assumere un profilo diocesano, di superare le dinamiche anchilosate che vedevano nel Vicariato un ufficio distaccato della Curia, senza una propria soggettività. Poletti riuscì a riavvicinare i cattolici romani, all’epoca coinvolti in realtà articolate e a tratti autoreferenziali, per convogliarne le energie in una missione di riscatto della città. 

La battaglia, dunque fu quella di guidare Roma nella ricezione del Concilio, ed in questa chiave la mobilitazione del convegno contribuì alla edificazione della Chiesa locale di Roma come soggetto ecclesiale con un proprio profilo popolare, capace di interloquire con la città, di prendersi cura del mondo delle periferie e delle povertà vecchie e nuove. 

All’idea di “città sacra” si andava sostituendo una nuova immagine, un grande cantiere in costruzione, con innumerevoli problemi da risolvere, ma al quale non mancava la compagnia ed il sostegno di una Chiesa “esperta di umanità”.

 

Per leggere il testo originale

https://iris.uniroma1.it/retrieve/89b4e8dd-e625-461b-8713-23655415f1bc/D’Angelo_50-anni_2023.pdf