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Discorso all’umanità

Per Gentile concessione del direttore e autore dell’articolo Antonio Gaspari, riproponiamo questo testo apparso sulle pagine del giornale Orbisphera

Era l’ottobre del 1940 quando, negli Stati Uniti, fu proiettato il film “Il grande dittatore”.

Scritto, diretto, musicato, interpretato e prodotto da Charlie Chaplin, il film è la parodia satirica più straordinaria e famosa della dittatura nazifascista di Adolf Hitler (“Adenoid Hynkel” nel film) e Benito Mussolini (“Benzino Napaloni” nel film).

Era dal 1936 che Chaplin stava lavorando alla sceneggiatura di un film che denunciasse gli orrori del nazifascismo attraverso una parodia satirica.

Depositò la prima sceneggiatura presso la Lybrary of Congress il 12 novembre 1938, due giorni dopo la “notte dei cristalli”, quando le SA naziste e la gioventù hitleriana distrussero oltre 1.400 sinagoghe e case di preghiera ebraiche, dando alle fiamme cimiteri, luoghi di aggregazione, e migliaia di negozi e case private della comunità ebraica.

Nella sceneggiatura erano presenti situazioni realmente accadute ed erano oggetto di parodia eventi come la visita di Mussolini in Germania e l’annessione dell’Austria alla Germania.

Il 3 settembre 1939 furono distribuite le copie della sceneggiatura; nello stesso giorno l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania. La settimana successiva cominciarono in gran segreto le riprese del film.

Nonostante Chaplin sapesse che il suo film non sarebbe stato proiettato in Europa, investì nella produzione circa due milioni di dollari: una cifra enorme per quei tempi. Inoltre “Il grande dittatore” era il primo film con dialoghi parlati e Chaplin non voleva tacere di fronte alla minaccia che incombeva sul mondo.

In Europa il film non fu distribuito. In Italia il MinCulPop fascista emanò la disposizione di “ignorare la pellicola propagandistica dell’ebreo Chaplin” (anche se Chaplin non lo era), e anche la riedizione de “Il grande dittatore” fatta nel 1960 rimase a lungo sotto censura.

Il film ebbe grande successo commerciale, nel 1941 ottenne cinque candidature al Premio Oscar e viene tutt’oggi considerato uno dei capolavori della storia del cinema. Nel 1997 è stato scelto per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

Nella parte finale del film, Charlie Chaplin pronuncia con ardore il “Discorso all’Umanità”, che rimane anche oggi straordinariamente attuale. Lo riportiamo di seguito:

«Mi dispiace, ma io non voglio fare l’imperatore. Non voglio né governare né comandare nessuno. Vorrei aiutare tutti: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo unirci, aiutarci sempre, dovremmo godere della felicità del prossimo. Non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti.

La natura è ricca e sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi l’abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, fatto precipitare il mondo nell’odio, condotti a passo d’oca verso le cose più abiette.

Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà, la scienza ci ha trasformati in cinici, l’abilità ci ha resi duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchine ci serve umanità, più che abilità ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è vuota e violenta e tutto è perduto. L’aviazione e la radio hanno avvicinato la gente, la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà dell’uomo, reclama la fratellanza universale. L’unione dell’umanità. Persino ora la mia voce raggiunge milioni di persone.

Milioni di uomini, donne, bambini disperati, vittime di un sistema che impone agli uomini di segregare, umiliare e torturare gente innocente. A coloro che sono vittime dell’odio io dico: non disperate! Perché l’avidità che ci comanda è soltanto un male passeggero, come la pochezza di uomini che temono le meraviglie del progresso umano. L’odio degli uomini scompare insieme ai dittatori. Il potere che hanno tolto al popolo, al popolo tornerà. E qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa.

Non cedete a dei bruti, uomini che vi comandano e che vi disprezzano, che vi limitano, uomini che vi dicono cosa dire, cosa fare, cosa pensare e come vivere! Che vi irreggimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie! Voi vi consegnate a questa gente senza un’anima! Uomini macchine con macchine al posto del cervello e del cuore.

Ma voi non siete macchine! Voi non siete bestie! Siete uomini! Voi portate l’amore dell’umanità nel cuore. Voi non odiate. Coloro che odiano sono solo quelli che non hanno l’amore altrui.

Non difendete la schiavitù, ma la libertà! Ricordate che nel Vangelo di Luca è scritto: «Il Regno di Dio è nel cuore dell’Uomo». Non di un solo uomo, ma nel cuore di tutti gli uomini. Voi, il popolo, avete la forza di creare le macchine, il progresso e la felicità. Voi, il popolo, avete la forza di far sì che la vita sia bella e libera.

Voi potete fare di questa vita una splendida avventura.

In nome della democrazia, uniamo le forze. Uniamoci tutti! Combattiamo tutti per un mondo nuovo, che dia a tutti un lavoro, ai giovani la speranza, ai vecchi la serenità e alle donne la sicurezza.

Combattiamo per mantenere queste promesse. Per abbattere i confini e le barriere. Combattiamo per eliminare l’avidità e l’odio. Un mondo ragionevole in cui la scienza ed il progresso diano a tutti gli uomini il benessere. Nel nome della democrazia siate tutti uniti!».

Per il direttore del MES il debito dell’Italia è sostenibile

direttore generale del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), Klaus Regling,  ha affermato che: “a causa della crisi innescata dalla pandemia di coronavirus e delle misure adottate dal governo per farvi fronte, il debito dell’Italia aumenterà nel 2020 a circa il 160 per cento del Pil. Tuttavia, il disavanzo è sostenibile grazie ai bassi tassi di interesse”.

“Nonostante l’enorme aumento della spesa pubblica da parte degli Stati membri dell’Ue volto a fronteggiare la pandemia di Sars-Cov2, non vi sono segnali di una nuova crisi del debito sovrano. La Commissione europea ha, infatti, certificato la sostenibilità del disavanzo in tutti i 19 paesi dell’Eurozona”.

“Questa è la situazione attuale. Altrimenti non saremmo in grado di effettuare i prestiti a nessun paese”.

Se i titoli di Stato a dieci anni dell’Italia scadessero in questa settimana, ha quindi aggiunto Regling, il paese potrebbe “rifinanziarli a un prezzo inferiore rispetto a dieci anni fa”. Pertanto, secondo il direttore generale del Mes, “in questo modo, anche i debiti elevati possono essere finanziati”.

Europa: nasce la piattaforma Fit for Future.

Nasce la piattaforma Fit for Future, gruppo di esperti che aiuterà la Commissione a semplificare la normativa dell’Ue in vigore e a ridurre gli oneri amministrativi per i cittadini e le imprese.

La piattaforma Fit for Future – composta da un gruppo governativo e da un gruppo di portatori di interessi, specifica la Commissione – riunisce autorità nazionali, regionali e locali degli Stati membri, il Comitato delle regioni, il Comitato economico e sociale europeo e gruppi di portatori di interessati con un’esperienza pratica in diversi settori politici.

Ieri la Commissione ha pubblicato anche l’invito a presentare candidature ai fini della selezione di esperti per il gruppo dei portatori di interessati della piattaforma Fit for Future. Le candidature possono essere presentate fino al 19 giugno 2020. I documenti sono disponibili qui: https://ec.europa.eu/info/law/law-making-process/evaluating-and-improving-existing-laws/refit-making-eu-law-simpler-and-less-costly/fit-future-platform-f4f_en

L’allerta del Viminale sul fenomeno usura

L’usura sta cambiando, e il problema diventa più grave. Lancia l’allarme il Commissario straordinario del governo per il coordinamento delle iniziative contro il racket e l’usura Annapaola Porzio dalle pagine del quotidiano La Verità, come riportato in evidenza dal sito del Viminale.

La presidente del Comitato di solidarietà che gestisce il Fondo di rotazione per le vittime che denunciano analizza la nuova situazione nella nascente fase 2 della gestione dell’emergenza sanitaria Covid-19, la fase della ​ripresa di gran parte delle attività ma anche della mancanza di liquidità dopo la fase del lockdown.

Una forma di criminalità che «dopo anni di lotta» «godeva del massimo discredito», spiega Porzio, ora cerca di vestire ​«i panni del benefattore», di recuperare «quell’immagine di sostituto dello Stato assente che aveva perduto».

«In ​questo momento l’obiettivo della criminalità non è fare soldi con l’usura», visto anche che i tassi sono simili a quelli delle banche. “L’obiettivo è riacquisire sul territorio un passaporto di affidabilità».

«Stanno riemergendo atteggiamenti che erano scomparsi. Cedere alla criminalità usuraia era diventato un disvalore», ora le cose stanno cambiando, complice la complessità del reato di usura, che fa leva su dinamiche anche psicologiche, perché «la vittima percepisce lo strozzino come colui che gli è vicino, che lo sta aiutando».

Il prefetto non nasconde le difficoltà nel competere con questa forma subdola di criminalità che si insinua nel bisogno anche, ad esempio, ​aiutando i disoccupati nelle procedure per l’accesso ai finanziamenti pubblici. Il che non vuol dire che la burocrazia favorisca l’usura, mette in guardia Porzio; «le regole che noi chiamiamo burocrazia sono pesanti ma ​servono a tutelarci».

Il fenomeno è monitorato sui territori, al di là dei numeri, che non possono essere al momento quantificati perché le denunce «sono coperte da segreto istruttorio». Ma la situazione è di allerta, visto che il Fondo di solidarietà, spiega Porzio, ha erogato quasi 5 milioni di euro nell’arco di 2 mesi. È​ necessario contrastare, spiega il prefetto, con una «campagna massiccia di informazione» e facendo arrivare il più rapidamente possibile le risorse alle ​famiglie in difficoltà per combattere un fenomeno che rialza la testa anche attraverso le mafie.

Lo conferma il procuratore aggiunto alla direzione distrettuale antimafia di Palermo Salvatore De Luca: le organizzazioni mafiose cercano di impadronirsi delle piccole e medie imprese in difficoltà, su tutto il territorio nazionale, e di accreditarsi nel tessuto sociale «attraverso forme assistenziali». Il rischio usura «è elevatissimo perché la crisi economica potrebbe essere in futuro molto più forte», la criminalità organizzata «è pronta a sfruttare la situazione».

Maggio è il mese della sensibilizzazione per il carcinoma alla vescica

Maggio, in tutto il mondo, è il mese in cui si mobilitano i centri  ospedalieri per una campagna di sensibilizzazione che ha lo scopo di mettere in evidenza i principali aspetti riguardanti il carcinoma alla vescica.

Il tumore alla vescica, in Italia, è la quinta forma di cancro più frequente, con circa 29700 nuovi casi diagnosticati nel 2019: 24000 tra gli uomini e 5700 tra le donne. Colpisce in ogni fascia d’età, tuttavia poche persone sanno riconoscerne i segnali e, di conseguenza, spesso la diagnosi è tardiva. Il tasso di sopravvivenza risulta essere in media del 79% a 5 anni, e del 71% a 10 anni .

Il principale sintomo è il sangue nelle urine, o ematuria, e deve essere considerato un vero e proprio campanello d’allarme. Altri sintomi indicativi di un possibile tumore vescicale, anche se più rari, possono essere la necessità di urinare più frequentemente, o le infezioni ricorrenti.

Pensiamoci

Pensiamoci, nel senso di “pensarci su”, riflettere e analizzare profondamente, umilmente, attentamente. Troppe altre curve della nostra storia sono state superate in velocità, distrattamente. Pensiamoci anche nel senso “pensiamo a noi”. Tante situazioni abbiamo vissuto dall’inizio di questo anno 2020 e tante dobbiamo ricordare per mettere in fila responsabilità, proposte e progetti. 

Non sembri una esagerazione, ma accanto all’emergenza coronavirus non possiamo dimenticare che l’umanità è insidiata da un’altra urgenza. Un delitto contro l’umanità si sta consumando alle frontiere turcogreche, nelle isole dell’Egeo, sulle coste meridionali dell’Italia.Siria e Libia sono focolai che non si spengono. La ‘ malattia ‘ di cui non stiamo recependo la espansione pandemica è la chiusura della intelligenza e della volontà verso i disastri che stiamo preparando con le nostre mani.I fenomeni migratori non si fermeranno più e con loro non si bloccheranno ai confini – inesistenti- le malattie. Le guerre di cui siamo responsabili tutti in Occidente, al di qua e al di là dell’Atlantico, non potranno non essere causa, e perfino effetto, delle enormi ingiustizie perpetrate sul pianeta. Veniamo da una stagione di chiusura di porti e di sequestri di navi, tuttavia non è stato possibile tenere fuori dalla porta persone che bussano per essere aiutate a non morire. 

C’è un malato ormai cronico, e che perciò merita una lunga e accurata cura, il nostro pianeta. Povertà, fame, guerre e distruzione dell’ecosistema. A Greta si sono dedicate immonde critiche. Il presidente del Brasile ha rivendicato la ‘proprietà’ della Amazzonia: un altro che crede che l’atmosfera non abbia confini… Per ogni malattia si cercano rimedi; per l’immigrazione si è lasciato fare alla natura e il Mediterraneo è diventato una immensa tomba. I miliardi offerti a un dittatore, perché mantenesse in campi si concentramento i profughi, sarebbero stati meglio ‘stornati’ su politiche degli Stati per accoglienze inclusive attraverso la formazione linguistica e lavorativa; riabilitazione di strutture fatiscenti e improduttive, promozione della salute, della alfabetizzazione, degli “aiuti a casa loro “. Avrebbero risanato la nostra umanità inaridita, ripiegata sulla propria soggettiva utilità.

E anche in questo ambito coronavirus suggerisce soluzioni. Chi conosce i problemi dell’agricoltura non può non preoccuparsi dei danni che procura la mancanza di manodopera. Mangiamo agrumi che arrivano dalla Spagna, fragole che arrivano dalla Grecia.

I nostri produttori chiedono la regolarizzazione degli immigrati che servono. La gran parte di loro lavora in Italia da anni, in modo invisibile, sottostando a diversi tipi di caporalato. Uno ‘stile’ inaccettabile applicato ai tanti lavoratori anomali, dalle badanti (oltre un milione) che aiutano le famiglie, ai tanti altri servizi umili e pagati in nero. Quante situazioni ha svelato questo coronavirus a chi non ha mai voluto conoscerle.

E la mancanza di consapevolezze e di competenze è stata rivelata anche in certe modalità con cui si sono affrontate le diverse sfumature della emergenza sanitaria. La più evidente riguarda la incapacità di selezionare le risposte a secondo l’urgenza del bisogno. Si sono predisposti posti letto in ospedale con una velocità che avremmo voluto vedere anche per completare il Mose o le diverse infrastrutture sparse per l’Italia.

La stessa premura non si è applicata alle Case di riposo per anziani. Inutile nasconderci che all’inizio si è deragliato dalla nostra antropologia: si sarebbero ammalati solo gli anziani – i grandi vecchi- e per di più affetti da più patologie e perciò si potevano lasciare andare…

Ora la magistratura sta indagando nelle RSA alla ricerca di negligenze e omissioni, ma l’errore è stato all’origine, non prevedendo chiusure ermetiche delle RSA, anche per i dipendenti( che avevano familiari a casa a rischio contagio) con la predisposizione conseguente di un congruo aumento di personale per poterlo sostituire; non permettere che gli anziani contagiati rimanessero nella stessa RSA e, soprattutto, non chiedere a queste strutture di accettare il trasferimento di pazienti dagli ospedali. Era diventato bacchetta magica il tampone, quando e’ noto che il passaggio da positivo a negativo, e viceversa, sarebbe una questione di ore e quindi non indicatore infallibile.

Data la mia passione, e un po’ di competenza, avevo suggerito di lanciare un bando per assumere infermieri e operatori sanitari, subito, appena dopo quello per i medici e invece si è atteso fino quando si è arrivati al capolinea…ora ci mancherebbe solo che le RSA venissero ‘strozzate’ sotto il profilo economico.

È di tutta evidenza che hanno perso molti ospiti; piuttosto le Regioni dovrebbero rimborsare le rette relative al numero di letti occupati prima della emergenza! Perché occorre prevedere che le famiglie avranno bisogno di ricoverare i loro anziani ammalati, non autosufficienti o affetti da demenza. Con quale conoscenza dei bisogni, da diverse parti si suggerisce l’assistenza domiciliare quando abbiamo constatato quanto il territorio non sia mai stato attrezzato per l’assistenza primaria, che non significa solo la disponibilità di un medico, un infermiere, un collaboratore familiare? Chi offre spassionatamente questi suggerimenti conosce la composizione delle famiglie e le pezzature degli appartamenti? “voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, cosa sapete?”

Troppo parole abbiamo ascoltato. Troppo narcisismo televisivo perfino degli scienziati che in due mesi si sono contraddetti su tutto. Troppe commissioni e norme. La burocratizzazione delle risposte a bisogni mutevoli ad horas ha reso più difficile contrastare il covid 19.

Politici e scienziati devono trasformare la loro collaborazione in una alleanza vera e propria, sapendo, in ogni caso, che la politica, in nessun modo, puo’ dimettersi dalla propria responsabilità. 

E fra incertezze, speranze e polemiche si apre la fase 2. Di nuovo appare il Paese dei dottor sottile: si vorrebbe dal governo la filologia delle parole usate, forse perché non ci basta il buon senso per capirle. Se un carabiniere interrompe una Messa significa non che le norme non sono chiare ma che non si è in grado di discernere autonomamente e non si vuole assumere nessuna responsabilità. Le Messe interrotte davvero sono quelle di Tommaso Becket e di Oscar Romero, martiri. 

Sembra difficile anche comprendere perché rifiutarsi di aderire alle nuove modalità di prestiti europei, considerando che ne abbiamo bisogno e che sono caduti i vincoli paventati dagli euroscettici. “Prima gli Italiani” è il tempo di dimostrarlo. Soprattutto i fondi vincolati a investimenti in sanità mi sembrano indispensabili. Banca Centrale Europea, Commissione e Consiglio europeo potrebbero innescare una nuova marcia verso l’Europa Unita: è questo processo che si vuole impedire? Anche più Europa corrisponde a prima gli Italiani. Che forza avremmo da soli per il rilancio della economia interna e dei mercati extranazionali? Siamo il Paese che secondo l’Ocse ha competenze modeste nella comprensione dei linguaggi e forse per questo gli euroscettici continuano a rinominare Mes anche ciò che non è, e comunque anche del Mes non sanno o non vogliono precisare i contenuti favorevoli. 

Abbiamo bisogno di uscire da una stretta economico finanziaria senza precedenti e i fondi non servono solo alle imprese ma anche alle famiglie. Abbiamo conosciuto, forse, ma poco, quali situazioni inimmaginabili ha scoperto il coronavirus, nel senso di aver tolto il velo a tutti gli invisibili: i poveri assoluti, i senza casa- non solo homeless- con pochi metri quadrati per numeri imprecisati di conviventi, bambini dimenticati nei loro bisogni essenziali- scuola e aria all’aperto- anziani ricoverati o malati affetti da demenza assistiti a domicilio da badanti, anch’esse invisibili… 

Abbiamo dovuto registrare quanto danno reca l’evasione fiscale e il lavoro nero: hanno acuito le inaccettabili diseguaglianze sociali, col corollario di gravi abusi e ingiustizie nell’accesso ai servizi da parte di chi non avrebbe avuto diritto.. 

Si dice che usciremo, da questa crisi, diversi. Lo si può essere in meglio o anche in peggio. Semplicemente potremo essere ancora noi, avendo acquisito consapevolezze importanti per i nostri comportamenti da cittadini. Se ce ne dimenticassimo, saremo diversi, in peggio. 

Abbiamo ascoltato molte voci che hanno presentato critiche verso chiunque e qualsiasi scelta fosse stata fatta. Mi rendo conto che ciascuno in cuor suo ha coltivato qualche rimedio che sarebbe potuto essere e non è. Ma credo anche che i cittadini non premierebbero coloro che vogliono crisi politiche approfittando delle reali difficoltà, sia decisionali che applicative che interpretative. 

Personalmente mi dico che a fatti così sconvolgenti, in continua evoluzione senza avere precedenti cui aggrapparci, non sarebbe stato facile per nessuno preparare strategie, perciò a ciascuno che mi rappresenta un problema e mi ripete una polemica, mi limito a chiedere quale la sua soluzione…” È il momento di cooperare non di cercare colpevoli” ( Bill Gates). 

Da sempre mi frulla nella testa il motto che il visitatore legge all’ingresso della sede della Comitato internazionale di Croce Rossa: “Tutti sono responsabili di tutto davanti a tutti”. 

Usa: Kamala Harris verso la nomina a candidata vicepresidente di Joe Biden

La senatrice democratica Kamala Harris, protagonista di duri scontri con l’ex vicepresidente Usa Joe Biden durante le prime fasi delle primarie del Partito democratico Usa, è in testa per la nomina a candidata vicepresidente del partito a fianco dello stesso Biden, che il prossimo novembre sfiderà alle urne il presidente Usa uscente, Donald Trump.

Ma chi è Kamala Harris?

La Harris è una delle due senatrici per lo Stato della California (assieme a Dianne Feinstein).

Nata a Oakland da madre indo-americana immigrata da Chennai e da padre di origine giamaicana, Kamala Harris studia alla Howard University e all’Hastings College of the Law di San Francisco. Dopo gli studi, lavora come vice procuratore distrettuale della Contea di Alameda dal 1990 al 1998.

Dopo aver lavorato per due anni presso quell’ufficio, nel 2003 è eletta procuratore distrettuale di San Francisco, sconfiggendo il procuratore in carica Terence Hallinan. Rieletta nel 2007, resta in carica fino al 2011. Nel 2010 viene eletta Attorney general della California e viene poi ancora nel 2014. La Harris è stata quindi la prima donna a ricoprire tale carica, oltre che la prima figura asioamericana.

Nel 2016 si candida alle elezioni per il Senato per succedere a Barbara Boxer che aveva annunciato il suo ritiro dopo 24 anni come senatrice. Il 7 giugno risulta nettamente la più votata nelle cosiddette jungle primaries della California a cui partecipano i candidati di tutti i partiti e che ammettono i due candidati più votati alle elezioni generali di novembre.

L’8 novembre sconfigge l’altra democratica Loretta Sanchez con il 62,5% dei voti, nelle prime elezioni senatoriali della storia della California a cui non partecipano candidati repubblicani, diventando la prima asio-americana ad essere eletta al Senato.

Il 21 gennaio 2019 Harris annuncia la sua candidatura per le primarie democratiche in vista delle elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 2020, raccogliendo nelle successive 24 ore la somma di 1,5 milioni di dollari e superando il record stabilito da Bernie Sanders nel 2016. Il 27 gennaio più di 20.000 persone hanno partecipato all’evento per il lancio ufficiale della candidatura alla Frank Ogawa Plaza nella sua città natale di Oakland, in California. Considerata per alcuni mesi un promettente candidato, la sua caduta nei sondaggi d’opinione e una raccolta fondi fallimentare, incapace di coprire le spese da sostenere nelle primarie, costringono la senatrice a ritirare la propria candidatura presidenziale, il 3 dicembre 2019.

Nel marzo 2020 ha dato il suo appoggio a Joe Biden

Tra le principali contendenti di Harris figurerebbe un’altra senatrice democratica, Elizabeth Warren.

La produzione alimentare perde 1,5 mld anche per lo stop ai ristoranti

In controtendenza rispetto ai mesi precedenti crolla per la prima volta nel 2020 anche la produzione alimentare con una perdita di oltre 1,5 miliardi a marzo per la chiusura di bar, ristoranti pizzerie, gelaterie e agriturismi. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento ai dati Istat sulla produzione alimentare che segna una riduzione del 6,5% a marzo rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

In questo contesto è particolarmente rilevante l’annuncio del Governo e delle regioni sulla possibile riapertura delle strutture di ristorazione per far ripartire una importante fetta dell’economia nazionale. Il lungo periodo di chiusura – sottolinea la Coldiretti – sta pesando su molte imprese dell’agroalimentare Made in Italy, dal vino alla birra, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura ma anche su salumi e formaggi di alta qualità che trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco e sui quali gravano anche le difficoltà all’esportazione con molti Paesi stranieri che hanno adottato le stesse misure di blocco alla ristorazione.

La spesa degli italiani per pranzi, cene, aperitivi e colazioni fuori casa prima dell’emergenza coronavirus – conclude la Coldiretti – era pari al 35% del totale dei consumi alimentari degli italiani.

Industria: Istat, a marzo la produzione in calo del 28,4%

A marzo 2020 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale diminuisca del 28,4% rispetto a febbraio. Nella media del primo trimestre dell’anno, il livello destagionalizzato della produzione diminuisce dell’8,4% rispetto ai tre mesi precedenti.

L’indice destagionalizzato mensile mostra marcate diminuzioni congiunturali in tutti i comparti; variazioni negative caratterizzano, infatti, i beni strumentali (-39,9%), i beni intermedi (-27,3%), i beni di consumo (-27,2%) e l’energia (-10,1%).

Corretto per gli effetti di calendario, a marzo 2020 l’indice complessivo è diminuito in termini tendenziali del 29,3% (i giorni lavorativi sono stati 22 contro i 21 di marzo 2019).

Gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano a marzo 2020 diminuzioni particolarmente accentuate in tutti i settori; pertanto variazioni negative si registrano per i beni strumentali (-39,0%), i beni intermedi (-28,7%), i beni di consumo (-26,2%) e l’energia (-10,5%).

Tutti i principali settori di attività economica registrano variazioni tendenziali negative. Le più rilevanti sono quelle della fabbricazione di mezzi di trasporto (-52,6%), delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-51,2%), della fabbricazione di macchinari e attrezzature n.c.a. (-40,1%) e della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-37,0%) mentre il calo minore si registra nelle industrie alimentari, bevande e tabacco (-6,5%).

Nel corso della fase di rilevazione vi è stata una moderata riduzione del tasso di risposta delle imprese, conseguente all’emergenza sanitaria in corso. Le azioni messe in atto per fare fronte a queste perturbazioni nella fase di raccolta dei dati (si veda Nota metodologica, pag. 11) hanno consentito di elaborare e diffondere gli indici relativi al mese di marzo 2020.

Al via i test sierologici nazionali

Parte la campagna nazionale dei test sierologici, saranno coinvolte 150mila persone da sottoporre all’indagine che permetterà di scovare la presenza di anticorpi specifici contro Covid-19. In tal modo si potrà comprendere meglio entità e diffusione del virus sulla popolazione. L’intenzione è di allargare successivamente le analisi attraverso il cosiddetto test dell’immunità, il cui avvio si è sbloccato dopo un impasse legato alla privacy, questione poi risolta con le indicazione del Garante. Per avviare l’operazione è stato attivato un call center di 300 persone della Croce rossa che chiamerà le persone inserite nel campione, e poi effettuerà i primi prelievi. Contemporaneamente, sono stati selezionati i laboratori che svolgeranno le analisi in ogni regione. Come funzionerà concretamente l’indagine?

Le persone saranno contattate telefonicamente in base alle fasce. Quelle più fragili potranno fare il prelievo a domicilio. Il test sarà gratuito e i risultati verranno comunicati alla persona. In caso di risultato positivo, ci sarà un tampone di conferma. I campioni raccolti saranno consegnati, a cura della Croce Rossa Italiana, alla banca biologica dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive «Spallanzani». “Dai test scaturirà una fotografia dello stato di salute degli italiani esclusivamente rispetto al Covid-19 – ha rassicurato il sottosegretario alla salute, Sandra Zampa, e ha aggiunto – La campionatura confermerà quello che gli scienziati dicono e cioè che l’80% della popolazione non è venuta in contatto con il virus».

Intanto, in sei regioni (tra cui Veneto, Lombardia e Lazio) sono già partite altre campagne di analisi sierologica. Il campione nazionale di 150mila persone, su cui verrà condotta l’indagine (con il test della Abbott che ha vinto il bando di gara fornendoli gratuitamente), sarà rappresentativo a livello regionale in base al sesso, all’età e all’attività economica, tenendo conto di settori più esposti come quello della sanità e altri. Saranno coinvolti in tutto 200 Comuni. Inoltre, la vasta area territoriale interessata consentirà, secondo l’Istat, di ridurre l’errore statistico.

Da mercoledì capiremo gli effetti delle riaperture

Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità (Css) e membro del Comitato tecnico scientifico (Cts) per l’emergenza coronavirus afferma che: “L’impatto delle prime riaperture disposte in Italia dopo la fase 1 della crisi Covid-19 inizieranno a manifestarsi nella seconda parte di questa settimana, considerando che il tempo medio di contagiosità del virus è di 5-7 giorni. Da mercoledì, se abbiamo avuto degli effetti negativi, dovremmo cominciare a vederli. Attendiamo con impazienza, ma anche con fiducia”.

“Il periodo buio ce lo siamo messi alle spalle”, spiega Locatelli che invita a custodirne il “ricordo per non farci più tornare in una situazione come quella che abbiamo vissuto a febbraio. Se ci sarà una seconda ondata, la sua magnitudine sarà almeno in parte condizionata da quanto saremo stati capaci di fare le scelte giuste”. Riguardo alla possibilità che il dato di R0 torni a crescere, “un rischio teorico c’è – ammette il numero uno del Css – ma conto sulla maturità che tutta l’Italia ha mostrato. La cultura del rispetto di se stessi e degli altri ha permeato in maniera importante le coscienze di questo Paese. Anche questa settimana ho visto molti più comportamenti responsabili e maturi, rispetto a pochi episodi di irresponsabilità”.

Silvia libera. Tanta gioia e qualche rispettosa riflessione.

È per tutti una grande gioia poter riavere Silvia Romano viva e libera di nuovo tra di noi.
Lei era in Africa per testimoniare una vocazione al servizio ed alla cooperazione internazionale: una delle grandi esperienze morali e civili del nostro a Paese.
Per questo occorre essere grati a chi ha operato per il prioritario obiettivo della sua vita e della sua libertà.

Speriamo che anche gli altri italiani ancora prigionieri delle varie bande fondamentaliste siano presto restituiti alle loro famiglie e alle loro comunità civili e religiose.
Mi viene alla mente Padre Paolo Dall’Oglio, che qui in Trentino abbiamo avuto modo di conoscere e di sostenere nel suo coraggioso impegno missionario in Siria.
Per come si è svolta e si è conclusa, ma sopratutto per come è stata rappresentata dallo Stato e anche da lei stessa, questa vicenda deve però stimolare qualche rispettosa riflessione.

C’è una questione che più di altre inquieta: le modalità con le quali si è “rappresentata“ la conclusione di questa vicenda hanno comportato o no una sorta di “aiuto di immagine” per Al Shabaab e per i movimenti fondamentalisti islamici, in Africa e nel mondo?
Purtroppo, temo, la risposta è affermativa.  Si poteva evitarlo? Forse si, almeno in larga parte.

Una prima riflessione riguarda Silvia Romano. Lei ha confermato, appena sbarcata a Ciampino, con le forme esteriori e con le parole, la sua conversione all’Islam.
La libertà di credo religioso è uno dei fondamenti della nostra cultura e della nostra filosofia democratica. Guai a noi metterla in discussione e mancare di rispetto ad ogni decisione personale al riguardo.
Ma è giusto chiedere: occorreva proprio esibire ora, in maniera così plateale e scenografica, questa scelta intima? Ed occorreva proprio accompagnarla con reiterate affermazioni di essere stata sempre trattata “bene e con umanità”? E dire che nel corso della prigionia ha avuto modo di “apprendere” la cultura e le ragioni dei propri sequestratori?

Ciò che pone interrogativi, dunque, non è certo la dichiarazione di conversazione all’Islam, ma il dubbio che essa sia maturata nella condivisione di quell’Islam che Al Shabaab intende rappresentare e testimoniare con il suo fondamentalismo armato.
Capiamo tutti che dopo 18 mesi di prigionia la situazione psicologica di chi viene liberato è particolare. Speriamo che nei prossimi tempi Silvia possa avere parole chiare su questo punto. Chiare, almeno, come quelle dei tanti islamici che ripudiano, anche a loro rischio, il fondamentalismo e la violenza.
Di “questo” Islam il mondo (e l’Europa) ha bisogno, per una grande alleanza delle religioni a favore della pace, della democrazia, di un nuovo umanesimo universale, come ci insegna Papa Francesco. Non certo dell’Islam delle bande terroriste, che tengono in ostaggio non solo cittadini occidentali, ma intere popolazioni stremate in Africa e in altre parti del Mondo, forti di un potere criminale ammantato di religione e spietato contro i diritti umani e civili.

Una seconda riflessione riguarda lo Stato italiano ed il comportamento dei suoi organi di Governo. Hanno agito giustamente per favorire la liber azione di Silvia Romano.
La Repubblica Italiana ha messo a disposizione per la sua liberazione le risorse umane dei propri Servizi Segreti (anche con inevitabile rischio: ricordiamo il sacrificio di Nicola Calipari nell’analogo caso Sgrena), ingenti risorse finanziarie (come è giustificato) ed anche rapoorti diplomatiche non facili da gestire con gli alleati tradizionali, in particolare riferiti alla cooperazione con i Servizi Segreti turchi, ben simboleggiata dalla ormai famosa foto del giubbetto protettivo con la loro sigla addosso a Silvia.

Forse, tuttavia, un atteggiamento più sobrio, nella gestione pubblica della vicenda finale, non avrebbe guastato: al di là della ridicola, puerile e desolante polemica tra Palazzo Chigi e Farnesina.
La discrezione, in questi casi, non si impone solo nelle fasi di pianificazione degli interventi da parte dei Servizi e durante le trattative. È utile anche nelle fasi conclusive. Se non altro per non scaricare nella contesa mediatica e politica (come è altrimenti inevitabile) la discussione su tutti gli aspetti di una vicenda che, come risulta ovvio, non può che comportare anche elementi di oggettiva e dovuta riservatezza.

Silvia Romano: difficile solo immaginare quello che ha sofferto.

Silvia Romano è rientrata finalmente in Italia. Difficile solo immaginare quello che ha sofferto. Non è certamente stata in vacanza alle Maldive. Confesso che provo un profondo disgusto nei confronti di coloro che si stanno scagliando contro di lei con invettive d’ogni genere.

Polemizzare sulla sua conversione all’Islam o sul pagamento di un riscatto per il rilascio lo trovo fuori luogo. Una cosa è certa: nessuno può dire, a parte il suo sorriso, quali siano le reali condizioni di Silvia, oltre che fisicamente, da un punto di vista psicologico e spirituale. Conosco bene la ferocia di Al Shabaab e credo di avere una discreta conoscenza del Corno d’Africa.

Realtà anni luce distanti dal nostro immaginario. Questa sera ricordo Silvia nella preghiera, unitamente ai suoi familiari e al popolo somalo che da decenni è sul Calvario.

Giuseppe Sabella: “Occorre dare una prospettiva di innovazione al nostro paese”.

Direttore, l’emergenza del Coronavirus – considerata prevedibilmente la non breve durata della pandemia – sta generando effetti devastanti ai quali non eravamo preparati. Oltre al flagello sanitario l’economia mondiale sta subendo profondi scossoni che incidono in una fase tendenzialmente recessiva in atto. Quali previsioni si possono ragionevolmente dedurre?

La nuova fase della globalizzazione che è alle porte vedrà sempre più tre blocchi competere tra di loro: l’Europa e le due superpotenze USA e Cina. Nell’immediato direi che possiamo fidarci di quelle che sono le previsione del FMI che prevedono una contrazione dell’economia per tutte e tre le macro aree: Europa -7,5% PIL, USA -5,9%, Cina -4,8%. Per quanto riguarda l’Europa, la situazione è più o meno la stessa per tutti gli stati membri: Italia -9,1%, Germania-7%, Francia -7,2%, Spagna -8%. La recessione quindi non risparmierà nessuna area, vedremo però cosa sarà dal 2021, le sorprese potrebbero non mancare perché le variabili possono essere diverse. Intanto, vedremo quale sarà la reazione del mondo nei confronti della Cina, non solo in termini di responsabilità relativi alla pandemia e alla diffusione del virus; credo che la Cina oggi stia mostrando tutti i suoi limiti strutturali, e ciò potrebbe avere pesanti ricadute. A ciò tuttavia si aggiungono altri fattori: come i singoli blocchi riusciranno a contenere l’emergenza sanitaria – da cui non possiamo ritenerci fuori – e chi per primo troverà un vaccino. Ciò avrà anche effetti geopolitici perché chi per primo potrà dare il vaccino ad altri Paesi otterrà in cambio quella riconoscenza che rinnoverà o consoliderà determinate alleanze in una fase di grande cambiamento a livello planetario.

Gli USA e il Regno Unito (dopo la Brexit) hanno inizialmente ridimensionato la portata del fenomeno mentre adesso sono attraversati da un dilagante contagio. Si ha l’impressione – nel mondo occidentale ma con interrogativi ben più gravidi di ulteriorità e sviluppi negativi anche nei Paesi di cui non si hanno dati di monitoraggio aggiornati – che ogni Stato tenda a circoscrivere la soluzione della crisi pandemica attraverso una prospettiva “interna” della sua gestione. Come valuta l’attuale diaspora nell’U.E. sull’utilizzo di fondi a sostegno delle necessità degli Stati membri e la politica della BCE dopo la gestione di Mario Draghi? Come mai l’Europa non ha nella fattispecie un coordinamento sanitario e non tende ad una politica fiscale comune?

La politica monetaria espansiva di Mario Draghi, che è stata la salvezza dell’euro e dell’Europa negli anni più duri della crisi, essendo qualcosa di non previsto a livello regolatorio ha creato una inevitabile discussione. Si vedano in questo senso, da una parte il contenzioso che oggi culmina nella sentenza della Corte Costituzionale di Karlsruhe, dall’altra gli stessi tentennamenti di Christine Lagarde non appena insediatasi alla guida della BCE proprio al posto di Draghi. Qual è il punto tuttavia che emerge ad oggi da questa situazione? Che la politica di Draghi, reiteratasi negli anni, pur non essendo statutariamente prevista è ormai diventata la prassi in quell’Europa sempre un po’ più sovrana e sempre più in cerca di integrazione. E sarà difficile tornare indietro da questo punto di vista. Al limite, sarà rivista la portata del quantitative easing. Ma ormai, il sostegno della BCE al debito degli stati membri è un fatto irreversibile. Vi è meno capacità, invece, di dare risposte in termini di politica sanitaria e fiscale. Del resto, mentre la crisi post 2008 ci ha permesso di sperimentare una politica monetaria, da un punto di vista sanitario la pandemia ci ha trovato del tutto impreparati a livello europeo. La burocrazia, quale in gran parte è l’Europa, si rivela deboli dinnanzi a fenomeni di questa portata. Se poi pensiamo all’OMS, questa ha mostrato non solo poca lucidità ma anche molta indulgenza (troppa) nei confronti della Cina che a questo punto ci interroga sulla sua utilità. Sulle politiche fiscali, invece, vorrei dire che è ora che l’Europa tiri fuori le unghie: non è più ammissibile che Paesi interni all’Unione, come Olanda e Irlanda, siano soggetti attivi di dumping fiscale e ostativi – mi riferisco in particolare all’Olanda – di un processo di integrazione, come è emerso chiaramente nel corso di questi due mesi.

Venerdì tuttavia si è trovato l’accordo sul MES. Come le sembra questa intesa?

Buona, perché sono risorse che ci torneranno molto utili. Parliamo di una richiesta possibile fino al 2% del PIL, nel nostro caso si tratta quindi di circa 36 miliardi €. L’intesa vedrebbe dunque un’interpretazione piuttosto ampia delle spese sanitarie che vengono definite nel loro complesso e che non riguarderanno soltanto respiratori o terapie intensive. Per il resto, nessuna condizionalità se non quella di dover restituire il denaro – e ci mancherebbe… – in 10 anni e a tassi molto vantaggiosi (0,1%). In Italia si è parlato in modo eccessivo di MES e soprattutto in maniera fuorviante. Piuttosto, vediamo cosa succede sul versante Recovery fund perché è lì che si gioca la partita vera della ricostruzione europea e che ci può permettere ragionamenti per una crescita necessaria, se non vogliamo restare schiacciati tra USA e Cina. Se tuttavia vogliamo dare uno slancio di competitività alla nostra economia, il Recovery Fund deve servire, anche, per un piano di innovazione della nostra industria, italiana ed europea si intende. Il cuore dell’industria europea è naturalmente la manifattura tedesca, con cui l’Italia è molto integrata. Non a caso, negli ultimi due anni, rallentando la Germania abbiamo rallentato anche noi, per quanto la crescita di per sé fosse già debole.

A proposito di Cina, nel Memorandum sottoscritto con l’Italia a marzo del 2019, il 27° punto prevede che i bacini portuali di Genova e Trieste diventeranno i terminali europei della via della seta. Considerata la forza espansiva commerciale dirompente della Cina, la presa di distanza dell’UE rispetto a tale accordo esclusivamente italo-cinese e la debolezza strutturale del sistema-Italia, non teme che il nostro Paese diventi un ghiotto boccone per i mercati asiatici? Di fatto a mio parere si è introdotto un ulteriore elemento di criticità che sovraespone l’Italia alle scalate da oltre oceano, fatto che si aggiunge all’essere terra di frontiera per i flussi immigratori dall’Africa. Ci sarà (e perdurerà) una sovraesposizione senza tutele a livello Comunitario?

Naturalmente il rischio che lei richiama esiste. Soprattutto perché vi è una parte dell’attuale classe dirigente che alla Cina è molto legata. E non sempre è consapevole di cosa significa scambiare: non sempre si fanno affari scambiando, vi sono elementi di strategicità che vanno valutati di volta in volta e non è mai semplice. Ma per fare queste valutazioni ci vogliono le giuste competenze. Non mi è chiaro, ad esempio, quale sia stata la nostra convenienza nel Memorandum del 2019 che, oltretutto, ha creato qualche tensione anche con gli USA che non hanno mai digerito questo nostro impegno con la Cina. Va detto però che oggi, nella fase post covid che si sta aprendo, mi sembra tutto in gioco. La stessa Cina, nel futuro prossimo, avrà la forza di spingere la via della Seta come ha fatto prima della pandemia? Credo che le elezioni americane ci daranno delle risposte. In ogni caso, al di là di Trump o Biden, vedo gli USA meno isolazionisti e più propensi a riavvicinarsi all’Italia (e all’Europa). In questo senso, credo che se in Italia ci sarà qualche cambiamento sostanziale a livello politico, lo avremo dopo le elezioni americane, quando sarà chiaro chi guiderà l’America nel futuro prossimo. La stessa Africa è una grande variabile: per il momento la diffusione del virus non pare aver causato grandi emergenze. Poi vi è il fattore petrolio: i veri Paesi dove la crisi petrolifera rischia di essere pericolosa sono soprattutto Iran, Iraq e Libia. È chiaro che molte delle possibili migrazioni dipenderanno dalla tenuta delle economie di questi Paesi. L’Europa deve iniziare seriamente a pensare all’Africa, alla fine è il suo sud. Non vedo perché gli investimenti in Africa li fanno i cinesi e non li può fare l’Europa.

Dell’ILVA di Taranto non se ne parla da tempo ma il problema del suo trasferimento è sempre sul tappeto, l’Alitalia è in vendita da tempo: l’elenco dei gioielli di famiglia e delle aziende che rischiano di finire in mani straniere è lungo e variegato. L’Italia è un Paese in svendita? Nel frattempo il piano delle grandi opere subisce rallentamenti: siamo vittime di una debolezza sistemica, del nostro debito o della burocrazia che rallenta e della demagogia che blocca i processi espansivi?

Di Ilva si tornerà a parlare molto presto perché entro la fine di maggio è previsto che azienda governo e sindacato si accordino rispetto al nuovo piano industriale. E non credo che l’emergenza covid, da questo punto di vista, consentirà particolari proroghe. Non dimentichiamo che, in determinate condizioni, ArcelorMittal a fine anno potrà valutare il suo disimpegno versando una penale di 500 milioni €. È tutto in gioco, se il governo manterrà i suoi investimenti – forno elettrico e produzione a gas – Mittal potrebbe confermare il suo impegno nella siderurgia italiana. Nel frattempo, la pandemia – riducendo al minimo la produzione – ha fermato l’altoforno 2. Dove non è arrivata la magistratura, è arrivato il covid. Per quanto riguarda Alitalia, oggi paghiamo una serie di errori che non solo ci stanno costando un occhio della testa – parliamo di 10 miliardi di euro – ma che ci consegnano la situazione di sempre, ovvero quella di una compagnia che non ha una prospettiva perché non è in grado di dotarsi di una strategia con cui competere nel mercato globale. Ma, ancora una volta, per progettare riorganizzazioni, piani industriali, strategie competitive e quant’altro, servono quelle competenze che continuiamo ad ignorare. L’attuale commissario di Alitalia, Leogrande, è un avvocato, non è un professionista con competenze legate al business dei trasporti e la sua esperienza nel settore (con la compagnia low cost Blu Panorama) è legata ad una ristrutturazione e alla conseguente vendita. La sua nomina è indice del fatto che non si è compreso il problema: ad Alitalia va consegnato un piano industriale che la proietti nel mondo. In sintesi, il caso Alitalia ci dice che dalla demagogia e dalla burocrazia e siamo schiacciati. E dalla burocrazia nasce il debito, non la crescita. Dobbiamo cambiare passo, i prossimi 3 anni saranno decisivi, non solo per l’Europa, ma anche per il futuro del nostro Paese.

A proposito di Europa, quanto siamo lontani dallo spirito dei padri fondatori e come i conflitti sugli interessi nazionali siano di ostacolo ad una politica comunitaria coesa e condivisa. Un’Europa debole e divisa come può affrontare i temi del lavoro, della giustizia sociale, delle politiche fiscali ecc?

La forte contrazione economica si unisce a fattori strutturali che rendono la fase attuale un’epoca carica di complessità: mi riferisco certamente alle potentissime trasformazione del lavoro in atto che si aggiungono non solo ai fenomeni migratori ma anche alla crisi ambientale, di cui la stessa trasformazione dell’industria – intesa come modello produttivo – deve tenere conto. Ad oggi, come lei rimarca, le divisioni in Europa hanno prevalso. Ma vi è una novità: vi è stato in questi anni un importante recupero delle produzioni in particolare dalla Cina – cosa che oltre all’Europa ha riguardato anche gli Stati Uniti – e oggi le grandi catene del valore si stanno sempre più riorganizzando. Vi è molto valore, in sintesi, che è tornato e che sta rientrando a casa. La competizione sempre più regionale e i tre blocchi – Europa, USA e Cina – si stanno organizzando per piattaforme industriali produttive. Ecco, o su questo punto l’Europa trova coesione o la partita diventa durissima. Siccome, come dicevo prima, il cuore della piattaforma industriale europea resta la Germania, voglio essere ottimista: i tedeschi più di tutti sono consapevoli del problema, secondo me anche l’accordo sul Recovery Plan – che concretamente capiremo più avanti come si articolerà – resta in questo senso un segnale positivo.

Una ricerca dell’OCSE del giugno 2019 aveva evidenziato dati già noti, attraverso i Rapporti ISTAT e CENSIS, in ordine alla fuga dei cervelli e delle alte professioni, compensate solo dall’ingresso di manodopera meno qualificata. Il sistema scolastico italiano è ancora uno dei migliori al mondo ma il problema consiste nel fatto che si esportano eccellenze in termini di formazione acquisita nelle nostre scuole e Università poiché il problema principale consiste nella scarsa ricettività del mercato del lavoro. Fuggono i giovani in cerca di occupazioni più stabili e remunerate, fuggono i pensionati in cerca di una fiscalità più favorevole. Perché l’Italia non riesce a frenare questi flussi di exit?

Perché da una parte il Paese continua a innovarsi poco, sia in termini di sistema economico che di infrastruttura Paese: basta vedere gli indicatori della produttività, tasto dolente a livello europeo, reso ancor più grave dal fatto che in Europa restiamo il secondo Paese manifatturiero. Dall’altra, alla lunga ciò vuol dire più debito e meno ricchezza. Ecco perché alla fine non solo fuggono i giovani che, più che un lavoro, vanno a cercare occasioni vere, quelle possibilità di crescita professionale in ragione di ciò per cui si sono formati e che il Paese fatica ad offrire (proprio perché non si innova); fuggono anche i pensionati, perché un sistema a crescita asfittica, come lo è l’Italia da qualche anno, finisce col fisco per pesare anche sui redditi. Bisogna lanciare un programma di innovazione per il Paese.

In tema di redditi e fiscalità l’Italia sembra essere diventato il Paese dei bonus senza controllo, dagli 80 euro di Renzi, ai bonus per i giovani, a quello per gli insegnanti, al reddito di cittadinanza: troppe dazioni senza un oculato accertamento del loro utilizzo. In particolare il reddito di cittadinanza evidenzia più di un rilievo critico: a cominciare da ciò che stanno facendo i cosiddetti “navigator”, da come sono stati reclutati, dagli uffici territoriali del lavoro che non sono cambiati. Dobbiamo rassegnarci ad una politica delle mance (in chiave prevalentemente elettorale) visto che non esiste nel ns. Paese un oculato e organizzato sistema di controllo istituzionale di tipo tecnico?

Purtroppo il sistema con cui la politica ha cercato il consenso in questi ultimi anni è proprio questo. Non vi è traccia, nemmeno per il rotto della cuffia, di un piano per il lavoro. Senza un piano di questo genere siamo condannati al declino. Piano per il lavoro vuol dire mettere al centro dell’agenda politica un disegno per cui canalizziamo delle risorse su quei segmenti virtuosi dell’economia in grado di restituirci un ritorno. In buona sostanza, abbiamo un nucleo di imprese italiane che competono nel mondo attraverso prodotti di assoluto valore che il mercato mondiale riconosce come eccellenti: mi riferisco alla meccanica strumentale, al tessile, pellami, abbigliamento, calzature, computer, prodotti di elettronica, ottica, apparecchiature elettriche prodotti in legno etc. Questo è il made in Italy. Se qui canalizziamo risorse attraverso progetti di sviluppo d’impresa – lasciando che sia l’impresa a farli naturalmente e non sostituendoci agli imprenditori – possiamo avere dei ritorni in termini di occupazione. E, soprattutto, occupazione di qualità trattandosi di aziende che vivono all’insegna dell’innovazione.

Si parla spesso di prima, seconda, terza e finanche quarta Repubblica. Sono dicerie da salotto, finzioni politiche o disquisizioni retoriche? Se un cambiamento c’è stato esso ha acuito il gap tra Paese legale e Paese reale, senza la mediazione dei corpi intermedi e con la trasformazione dei partiti ideologici in partiti a gestione personale-padronale?

La progressiva perdita dei partiti tradizionali, delle loro scuole e della capacità intermediante che questi avevano è il file rouge di questi ultimi 25 anni. Va tuttavia detto che questo cambiamento si è affermato in tutto il mondo, al di là del fatto che USA, UK, Francia e Germania continuano ad essere in grado di esprimere validi gruppi dirigenti, cosa che drammaticamente noi non riusciamo più a fare. Sono dell’idea però che questo vaso di Pandora stia per saltare, ci vorrà un po’ di tempo ancora ma questa situazione non può reggere a lungo.

Nota dei segni di un cambiamento positivo? Qualcuno che sappia pensare un modello di società sostenibile, un progetto di sviluppo del Paese, un incremento del mercato del lavoro, una sburocratizzazione della P.A. oltre la velleitaria digitalizzazione della società, dei flussi relazionali e comunicativi?

No, se il vaso di Pandora esplode, non sarà per merito nostro. Siamo troppo deboli per poter fare sistema di questi modelli, pur essendovi chi in Italia ha le idee molto chiare. La nostra unica speranza, in questo momento, può venire soltanto oltralpe. Se USA e Europa innescano una nuova carica per l’economia, auguriamoci quantomeno di essere capaci di salire sul treno. Ma se ciò avvenisse, gli interessi dell’economia saranno più forti di questi gruppi dirigenti inadeguati. La politica italiana oggi è troppo debole e non riesce ad esprimere progettualità.

L’Istat ha definito l’Italia il paese dei vecchi e delle culle vuote. In una Ricerca della Sapienza di Roma (Prof Sgritta e Raitano) emerge il problema della sostenibilità generazionale. Il Prof Ricolfi nel suo recente fortunato libro parla di “società signorile di massa”, nella quale il reddito accumulato dai padri e dai nonni mantiene una maggioranza di nullafacenti che vivono (magari loro malgrado) di rendita. Quanto durerà? Che cosa serve al nostro Paese – oltre la contingenza drammatica del momento per ricominciare a crescere?

Il prof. Ricolfi, nelle sue interviste più recenti, sta parlando di “società parassita di massa” definendola un’evoluzione della “società signorile di massa”, in ragione delle forme di assistenzialismo e clientelismo sempre più spinte e accelerate dalla crisi attuale. Il problema tuttavia, come ben evidenzia il prof. Ricolfi, resta sistemico: spesso in questa rete di assistenzialismo parassitario finisce anche chi, suo malgrado, non lo vorrebbe. E perché succede questo? Perché l’Italia, di fondo, resta un paese che si è innovato poco, che crea poche opportunità. Certo, vi è chi le va a cercare all’estero. Ma non è la soluzione. Se vi è una via d’uscita è questa: dare una prospettiva di innovazione al nostro Paese. Ma non resta più molto tempo per farlo.

Il dovere di esserci.

L’impegno dei cattolici democratici e dei cattolici popolari contemporanei lo potremmo riassumere così: il dovere di esserci. È una riflessione, questa, che non è legata soltanto alle commemorazioni e al ricordo. Perchè la conclusione che emerge da questi momenti – rileggendo il magistero dei cattolici democratici e dei grandi democratici cristiani del passato – è molto semplice: emerge, cioè, in modo inequivocabile la necessità, se non appunto il dovere, di esserci. Cioè di essere presenti nella vita pubblica italiana. E questo perchè non solo quelli che hanno contribuito a demolire e, a volte, addirittura a distruggere l’esperienza politica dei cattolici democratici adesso, seppur in chiave postuma, ne riabilitano la grandezza e il ruolo. Ma sono ormai in molti, ogniqualvolta il tema cade sui cattolici, sulla qualità della classe dirigente cattolico democratica e sulla intera cultura del popolarismo di ispirazione cristiana, che ne evidenziano lo spessore, che ne invocano la presenza e che, soprattutto, ne richiamano l’importanza. È sufficiente sfogliare i grandi organi di informazione e ascoltare, seppure distrattamente, i vari intrattenitori degli infiniti talk show televisivi per rendersene conto. 

Certo, quando si confrontano quella politica, quella cultura e, soprattutto, quella classe dirigente con lo squallore e la miseria contemporanea, anche il più incallito avversario di quella esperienza è portato a riabilitarla e a rimpiangerla. 

Ora, tutti sappiamo che il “nostro” mondo culturale è attraversato da mille diffidenze, da molte incomprensioni e da svariate ricette sul da farsi. C’è, per semplificare, chi percorre in perfetta buona fede e con grande generosità la formazione di un nuovo partito autonomo e organizzato – malgrado il regolare fallimento di circa una sessantina di tentativi negli ultimi 15 anni -, c’è chi ritiene che la presenza di quest’area politica e culturale debba organizzarsi nei partiti già presenti sulla scena pubblica e, infine, c’è chi ritiene che, tutto sommato, si può tranquillamente continuare un’azione di testimonianza nella società. Con il rischio concreto, però, che sia una presenza politicamente sterile ed impotente. 

Ma, adesso, almeno su un punto non possono non convergere le varie correnti di pensiero. E cioè, quest’area culturale non può più restare alla finestra. Nè si può compiacere degli applausi postumi di chi l’ha delegittimata per troppi anni e sistematicamente. Questo patrimonio culturale va velocemente organizzato, seppur nel rispetto del pluralismo che lo caratterizza già sin dai suoi albori, ma non può più restare rinchiuso nel recinto testimoniale o della mera memorialistica. Ognuno seguendo la sua vocazione, il suo talento e la sua convinzione politica e culturale. Nel rispetto, lo ripeto, del pluralismo che ci caratterizza da sempre. Ma dobbiamo esserci. Senza ulteriori ripensamenti e attese dell’arrivo del salvatore della patria o del demiurgo di turno. Lo richiede la nostra storia e, soprattutto, è un dovere nei confronti di chi ci ha preceduto e che ha lasciato un segno profondo e fecondo nella vita democratica di questo paese. 

Coronavirus: ok del Governo alla riapertura degli agriturismi

“In risposta alle sollecitazioni della Coldiretti sul sito del Governo è stata pubblicata la FAQ che chiarisce che non solo gli alberghi ma tutte le strutture ricettive e quindi anche gli agriturismi possono ospitare le persone che sono autorizzate a muoversi nel periodo di emergenza epidemiologica”.

Si tratta di una precisazione importante per i 24mila agriturismi italiani spesso situati in zone isolate della campagna in strutture familiari con un numero contenuto di posti e con ampi spazi all’aperto dove – sottolinea la Coldiretti – è più facile garantire il rispetto delle misure di sicurezza anti coronavirus.

L’Italia è leader mondiale nel turismo rurale con 24mila strutture agrituristiche diffuse lungo tutta la Penisola in grado di offrire 253mila posti letto e quasi 442 mila posti a tavola deserti per un totale di 14 milioni di presenze lo scorso anno, secondo elaborazioni Coldiretti su dati Istat.

Ascani: i possibili scenari del ritorno a scuola

Sul ritorno a scuola “insieme al comitato stiamo immaginando tre differenti scenari a seconda dell’andamento dell’epidemia. Tutti questi scenari tengono conto che gli ordini di scuola non sono tutti uguali, in particolare i bambini più piccoli hanno assolutamente bisogno di recuperare una relazione in presenza. Quindi nella scuola primaria e nella secondaria di primo grado, tradotto elementari e medie, noi immaginiamo di poter avere la scuola in presenza.

Naturalmente riducendo i gruppi classe, quindi per esempio facendo in modo che una classe sia divisa in due, ma moltiplicando le attività che si fanno, aggiungendo, cioè, ai curricula tradizionali più musica, arte, sport, creatività digitale e laboratori. Utilizzando per questo altri spazi che stiamo individuando insieme agli enti locali”. Lo ha detto a Sky TG24 la viceministra dell’Istruzione Anna Ascani.

“Per quelli un po’ più grandi – ha aggiunto Ascani – che si gestiscono meglio anche da soli, prevediamo che una parte dell’attività sia comunque fatta in presenza, perché anche loro hanno bisogno di rientrare a scuola, però molto probabilmente in questo caso la didattica a distanza continuerà ad essere una parte del loro curriculum. L’attività in presenza sarà di meno rispetto al passato e sarà integrata con la didattica a distanza, che soprattutto nelle scuole secondarie di secondo grado ha funzionato meglio”.

“Ci stiamo confrontando anche con il ministero dell’Economia per capire in che misura noi potremo contare su un ampliamento di organico. Avremo sicuramente bisogno di professionalità specializzate per le nuove attività. Naturalmente i Comuni hanno anche delle relazioni importanti con enti del Terzo Settore e associazioni che possono farsi carico di un pezzetto di queste attività educative, però per noi conta avere un organico potenziato, perché naturalmente è quello che ci permette di organizzare più attività”, ha concluso Ascani.

L’Aifa approva uno studio sul reparixin

Assorted pills

L’Agenzia italiana del farmaco approva un nuovo studio su una potenziale terapia contro Covid19 in forma grave. Il reparixin.

Il farmaco, non ancora autorizzato, è un bloccante sintetico dell’attività biologica del Cxc ligand 8 [Cxcl8; interleukin (IL)-8] che, in modelli animali e test in vitro, ha dimostrato la capacità di contrastare la chemiotassi indotta dal Cxcl8, e quindi l’infiltrazione tissutale da parte di cellule leucocitarie, con conseguente riduzione del danno a carico di diversi organi e tessuti mediato dai processi infiammatori sia cronici che acuti.

Nello studio, reparixin viene proposto per il trattamento della polmonite secondaria ad infezione da Sars-Cov-2 in soggetti con un quadro clinico severo. Lo studio sarà coordinato dall’Irccs San Raffaele di Milano.

Beppe Fioroni: chi ha ucciso Aldo Moro ha bloccato l’Italia

Per gentile concessione pubblichiamo l’intervista resa a “Il caffè online” da Giuseppe Fioroni, Presidente della Commissione bicamerale sul caso Moro, istituita è conclusa nella passata legislatura.

Il 9 maggio è la data del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, una data che segna la storia dell’Italia repubblicana. Cosa ricorda? Come ha vissuto quei giorni del ’78?
Sono quarantadue anni da quando Aldo Moro fu ucciso. Noi giovani democristiani eravamo in mobilitazione permanente. Fu uno shock, un trauma. Ero in Università cattolica e, appena appresa la notizia, convergemmo tutti in Piazza del Gesù sconvolti da quello che era accaduto e delle cui dimensioni non avevamo alcuna cognizione. Non avevamo cognizione di ciò che quell’evento avrebbe significato per le vite degli italiani degli anni ’70 e ’80, ma soprattutto di ciò che avrebbe significato nella vita delle donne e degli uomini contemporanei. Chi ha rapito e poi ucciso Aldo Moro dopo aver massacrato gli uomini della sua scorta lo ha fatto perché Moro rappresentava l’architrave della rinascita, della rigenerazione della democrazia italiana. Non della Democrazia Cristiana, ma della democrazia italiana.

Moro era quindi un innovatore?
Aveva compreso dai piccoli segni dei tempi (come tutti coloro che hanno un pensiero lungo e approfondito aveva una visione profetica del tempo che trascorreva) quello che sarebbe accaduto alla nostra democrazia. Piccoli fatti come la riduzione che oggi definiremmo dell’affluenza alle urne, che viveva come un momento di distacco tra l’elettore e la politica, con la percezione chiara che quando l’elettore non partecipa alle elezioni è la sconfitta della democrazia. E non capitava, come spesso oggi viene la tentazione di dire, che “gli elettori non mi hanno capito”. Moro non ha mai detto “gli elettori non ci hanno capito”. Moro aveva chiarissimo che quando la politica non riesce ad ottenere il consenso degli italiani c’è solo una possibilità, che non è cambiare gli elettori ma adeguare la linea politica o cambiare i politicanti. E da questi piccoli segni dei tempi aveva capito che la democrazia italiana aveva bisogno di un elettroshock, aveva bisogno di un radicale processo di rigenerazione. Aveva di fronte a sé che la prima fase della Repubblica, finita il 9 maggio del ’78 (questo credo che sia ormai un dato assodato), era inevitabilmente in declino.

Iniziava quindi già allora un corto circuito tra società e rappresentanza politica?
L’Italia era diventata una Nazione perché quel patto costituente, che aveva visto uniti i partiti popolari di massa che condividevano un certo nucleo di valori, le aveva dato una bussola valoriale. Ciò valse da subito, negli anni immediatamente successivi all’approvazione della Costituzione, ma già con l’allargamento della maggioranza a centrosinistra Moro, come pure Berlinguer, avverte la necessità che una rigenerazione ridisegnasse una bussola valoriale comune per gli italiani, che desse inizio della Seconda Repubblica. Parlo di quei valori che sono indiscutibili e inalienabili per tutti i cittadini, o almeno per la loro grande maggioranza, e che per essi rappresentano il bene, e quei disvalori che rappresentano il male. Chi ha ucciso Moro ha bloccato questo percorso, e ciò ci ha portato inevitabilmente al punto in cui siamo oggi, quando l’Italia è senza una bussola valoriale di riferimento, e non intendo una bussola di tipo politico-partitico ma di un tipo che indichi ciò che è bene per il Paese e ciò che è male.

A distanza di tanto tempo, la crisi politica di quegli anni rimane attuale in forma di crisi di valori della società?
Questo procedere affannoso del dopo Moro ci conduce ad oggi, quando la bussola è semplificata nel fatto che quello che fa piacere a me è il mio bene, e quello che fa dispiacere a me è il mio male, un egoismo che causa un danno incredibile non alle singole persone ma al sistema comunità. Insomma, è come se fossimo un grandissimo sacco di lombrichi, dotati di grande vivacità che sprecano nell’arrampicarsi l’uno sull’altro, pensando che ci si possa salvare da soli e uscire dal sacco. La rigenerazione che voleva mettere in campo Moro era questa bussola di valori condivisi che consentisse a tutti di rinunciare a qualche cosa di legittimo oggi in cambio di un domani pieno di risposte per i propri figli. Chi ha ucciso Moro ha inevitabilmente bloccato tutto questo, come capita in un sisma, quando ti viene giù l’architrave di casa e perdi la testa, esci in ordine sparso, ti butti dalla finestra.

Moro era un leader che credeva nella partecipazione dei cittadini alla costruzione della società tramite i partiti e la partecipazione alla vita politica?
Dal giorno successivo al rapimento è iniziata la paura del dopo Moro, la paura perché l’architrave della rigenerazione democratica non c’era più. Così si giunse al navigare a vista dell’ultimo tempo, quello del pentapartito, in cui si cominciò con il rinunciare alle visioni lunghe per finire con lo spiaggiarsi sulle vicende di Tangentopoli. Lì si è verificato il secondo drammatico rischio paventato da Moro. Tutte le sue pagine trasudano della necessità che il cittadino sia compartecipe della progettazione, sia consapevole dei programmi, ma sia anche profondamente legato ad una appartenenza valoriale e di identità. Dal ’94, senza bussola, siamo passati in una situazione in cui nessuno è stato più in grado di elaborare un progetto politico lungimirante e un pensiero lungo di politica. Si è aggirato l’ostacolo togliendo centralità alla politica e trasformando il bisogno di un surplus di politica nel totem della legge elettorale. Noi abbiamo sostituito la politica con la legge elettorale e abbiamo, a fronte del feticcio della stabilità, approvato il criterio che non serve credere in qualcosa e poi scegliere qualcuno, ma serve soltanto credere in qualcuno. È una cosa importante la leadership, ma quando tutto diventa leadership, i partiti diventano come fan club di qualcuno, e quando c’è la personalizzazione della scelta, con una grande parte di elettorato fluttuante, è inevitabile che si annidi quel degrado che poi è il principio di una politica inquinata dal mercanteggiare dove tutti si comprano e tutti si vendono.

E’ l’assenza di un progetto di lungo periodo che porta i cittadini a disertare le urne?
Si pensi che Moro era preoccupato della riduzione anche minimale dell’affluenza alle urne, come lo era Berlinguer, mentre oggi le elezioni le vincono quasi sempre quelli che rimangono a casa, e le nostre leggi elettorali dicono che non c’è problema purché la maggioranza di quei pochi che vanno a votare la possa detenere io. Immaginate la gente come Moro che faceva i comizi fino alle due di notte per avere il contatto carnale con la gente. Oggi la vedrei dura, per lui, ridurre i suoi discorsi in 140 caratteri o in un post su facebook. Moro aveva il contatto con milioni di persone perché girava l’Italia per piazze gremite. C’era un rapporto tra eletto ed elettore. Noi abbiamo invertito anche questo rapporto. Oggi il rapporto è tra l’eletto e il capo. È il capo che si preoccupa di portare i consensi e l’eletto si preoccupa di dare il consenso al capo. Il rapporto tra eletto ed elettore è del tutto marginale perché vicariato dal rapporto tra eletto e capo, e questo è parte del processo involutivo che la morte di AldoMoro ha avviato.

Quali erano i cardini delle politiche di Aldo Moro?
A me piace ricordare due cose: l’istruzione e la politica estera. Moro è stato uno dei più grandi ministri della pubblica istruzione in Italia, dove nel concetto di pubblica egli faceva rientrare anche il diritto delle scuole paritarie di esistere e di esistere anche nella pluralità al diritto di educare. Il Moro professore riconobbe necessario, per l’aumento del PIL del Paese, il “Non è mai troppo tardi” di Alberto Manzi. Il direttore della Rai gli disse: “Abbiamo trovato il maestro per la trasmissione” ma non lo guardava negli occhi. “E allora? Qual è il problema?” “Non so come dirglielo. È iscritto al Partito comunista” “Perché, per le tabelline e la grammatica è necessario non essere iscritti al Partito comunista?”. La seconda cosa che fece fu avviare il ciclo dell’obbligo dell’istruzione, che oggi mettiamo in discussione non capendo a cosa serve. Lui lo portò ai tre anni della media, che poi completò l’attuale Presidente Mattarella, nella convinzione che ci sono delle conoscenze e delle competenze che prescindono da quello che farai nella vita, ma da cui dipende il tuo diritto di cittadinanza. Questo è lo schema che Moro aveva. Faccio riferimento all’istruzione perché Moro capì per primo che l’educazione e il merito, che bistrattiamo tanto,consentono a chiunque di fare qualsiasi cosa, a prescindere dalle raccomandazioni dovute al censo o alla nascita.

E la politica estera?
E poi ci sono i tre fatti di politica estera. Quando nel ’71 va all’ONU e, in un mondo diviso fra Est e Ovest, fa un grandissimo discorso dove dice che non è possibile vivere in un pianeta in cui la storia è fatta soltanto da pochi Paesi, e gli altri Paesi la subiscono. Di qui la necessità della multilateralità e della solidarietà internazionale, con la convinzione che i Paesi che non fanno la storia, quando non avranno più nulla da perdere, prenderanno le barche e verranno da noi. Questo discorso potrebbe essere stato scritto oggi, cinquant’anni dopo. Poi, nel 1973, ipotizza la prima conferenza Europa Mediterraneo. Dicono di Renzi che abbia l’imprimatur di “Europa è Mediterraneo”, ma l’idea è di Aldo Moro, del 1973, quando fece il giro dei Paesi del Nord Africa, facendo avvelenare sia i russi che gli americani e mettendo le basi per la prima conferenza Europa Mediterraneo. Infine, il lavoro che fa in Europa. Moro era ossessionato dal fatto che l’Italia fosse un piccolo Paese, lungo, dentro il Mediterraneo, e che quindi avesse bisogno, per contare di più, di un ONU forte e di un’Europa fortissima, e un’Europa fortissima doveva essere una Europa politica. Così, sotto la sua presidenza ci fu la decisione di fare la prima elezione a suffragio universale del Parlamento europeo, che fu poi spostata dal ’78 al ’79 perché egli morì. Tutto questo configura perché lo hanno rapito e perché lo hanno ucciso. Moro ai terroristi, chiunque essi siano, non mette paura perché gestisce il potere, ma mette paura perché elabora, pensa, progetta, innova e ammoderna. E Moro era il prototipo di tutto questo, di chi poteva cambiare l’Italia con il processo di rigenerazione e rinnovamento della democrazia italiana ed era quindi il loro principale nemico. Poi la convergenza di non essere gradito né all’Est né all’Ovest ha indotto molti a commettere peccati di omissione, perché potendo fare non hanno fatto e potendo sapere non hanno voluto sapere.

Lei ha presieduto la Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. A maggio ha dato alle stampe il suo libro “Moro, il caso non è chiuso: la verità non detta”. Che giudizio dà dei risultati a cui è giunta la Commissione?
Sono stati più di quattro anni di lavoro con una dotazione di neanche trentamila euro all’anno, e quindi c’è stato un lavoro di consulenti completamente gratuito, che è stato appassionante. Si sono votare tre relazioni, approvate all’unanimità dal Parlamento. Io non avevo intenzione di scrivere un libro; il mio infatti non è un libro ma il Bignami dei lavori della Commissione, che ho fatto per amore di verità, perché si continua, ogni 9 di maggio, ogni 16 di marzo, a raccontare una versione come se nulla fosse stato aggiunto a quella dei primi anni ’80 che, come la Commissione ha scritto, è una verità che è stata circoscritta e perimetrata all’interno di una verità dicibile, dove il tombamento del terrorismo e della vicenda ha portato alla non conoscenza e al non giudizio di tanti brigatisti, di tanti brigatisti irregolari e di tutto quel grande arcipelago del partito armato. Un arcipelago eversivo che mutava le forme espressive ma restava osmotico al proprio interno. Per fermare tutto questo è stato prodotto il memoriale Morucci-Faranda, che è stato anche scritto da Morucci, e un po’ di meno dalla Faranda e che, come abbiamo indiscutibilmente provato, è in realtà un dossier collezionato e confezionato insieme ai servizi mettendo insieme il prodotto della legge sui pentiti, il prodotto della legge sui dissociati, e la ratifica, uso qui un termine improprio, di alcuni irriducibili. Quel dossier ha consentito a pochi di assumersi le colpe di molti, e a quei pochi di scontare un numero di anni, a torto o a ragione, nell’insieme irrilevante.

C’è quindi una parte dello Stato che vi partecipa.
Sì, ma riesco anche a capirne la motivazione. L’Italia aveva bisogno di chiudere quella vicenda. Gli italiani non ne potevano più di cittadini, giornalisti, imprenditori, ma soprattutto magistrati e forze dell’ordine che quotidianamente venivano ammazzati. E il pentitismo e la dissociazione, con quel memoriale, hanno dato uno straordinario contributo al tombamento del fenomeno terrorismo in Italia. Diciamo che si sono incrociate due esigenze. L’esigenza dello Stato di stroncare il fiume di sangue, e quella di un discreto numero di terroristi che avevano capito che non c’era più speranza nel sol dell’avvenire.

Moro era stato oggetto di minacce e attentati prima del marzo del ’78. C’erano dei presagi che potevano far pensare che si sarebbe arrivati a tanto?
Anzitutto il cambio nei toni delle direttive del comitato esecutivo delle BR, che già a fine ’77 passa dall’attacco al cuore dello Stato, all’attacco al cuore della DC. Poi il cablogramma inviato per ben due volte, nel mese di febbraio, dal colonnello Giovannone, capocentro del Sismi a Beirut e amico di Moro, secondo cui AbūʿAbbās parla di un grande attentato, del più grande mai visto in Europa, che si potrebbe tenere in Italia. Ecco, leggendo insieme le due cose poteva essere chiaro che l’attacco al cuore dello Stato non poteva che essere un attacco legato o a Moro o a Fanfani o ad Andreotti. Ma chi avrebbe fatto il Presidente della Repubblica e sarebbe stato l’architrave della nuova democrazia era Moro. In proposito vengono fatte poche indagini e con scarsa consapevolezza. Peraltro, quando nel secondo semestre del ’77 il colonnello Bozzo riferisce per conto di Dalla Chiesa al vicecomandante generale dell’Arma dei Carabinieri che ci sarebbe stato un fiorire di attentati delle BR perché avevano capito che stavano cercando muratori –e questo era significativo!-, il vicecomandante dice a Bozzo di stare tranquillo, perché le Brigate Rosse sono un problema del Nord ma di certo non un problema presente a Roma. Questa è chiaramente una sottovalutazione del problema. Ancora, il 15 marzo sera Moro, pur con tutti i depistaggi la Commissione lo ha acclarato con certezza, incontra il capo della polizia Parlato. Lo incontra dalle 22.00 alle 23.00 perché conosce i vari cablogrammi di Giovannone, e Moro, al di là della sua persona, è preoccupato perché l’indomani sarebbe stato un momento fondante della storia d’Italia, e voleva essere certo che non potesse capitare niente. Tanto è vero che il capo della polizia chiamerà poi il questore di Roma, questi la mattina chiamerà il capo della Digos dottor Spinella, e noi abbiamo incontrovertibilmente dimostrato che questi parte dalla questura di Roma per andare verso casa di Moro alle 8.40, ma arriverà sul posto a rapimento ed uccisione degli uomini della scorta già avvenuti. Su questo poi c’è stata tutta una serie di depistaggi per coprire la vicenda Moro, che potremmo definire il primo caso Biagi, perché se Moro avesse avuto l’auto blindata, lui e i suoi uomini, molto probabilmente la storia non sarebbe stata la stessa.

Ma non dare la macchina blindata al Presidente della DC è qualcosa di inimmaginabile, inoltre era stato fatto scendere dall’Italicus pochi minuti prima che partisse.
Guardi, questa è una storia sulla quale esistono molte versioni. È come il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Abbiamo prove per dire che è stato fatto scendere, ma non prove del perché. Io, nella mia esperienza di presidente della Commissione, ho deciso di dire soltanto cose per le quali esistano prove e siano prove giudiziali incontrovertibili.

Secondo lei le persone che hanno rapito Moro, con una precisione chirurgica grazie alla quale hanno sparato più di 90 colpi senza sfiorarlo, sono poi gli stessi che lo hanno ucciso?
Altra cosa emersa in Commissione è che in via Fani c’erano due moto Honda. Una di queste era davanti al bar che abbiamo scoperto noi esistere a via Fani, il bar Olivetti. Era un bar che più che vendere cornetti vendeva armi a tutti, ai palestinesi, alle BR, all’eversione di destra, ai cristiano maroniti, alla ‘ndrangheta, alla camorra. Poi fu fatto fallire a dicembre del ’77, e si tratta probabilmente di un fallimento connesso alla necessità di ospitare il delitto Moro. Questo bar è rimasto completamente estraneo alle indagini finché non ce ne siamo accorti noi, che ce ne siamo accorti perché in un documento redatto dalla Stasi l’8 giugno si dice che il rapimento di Moro è simile a quello di Schleyer, e per Schleyer fu necessaria la partecipazione di un grande numero di persone. La partecipazione di tutti costoro fu possibile per la loro permanenza all’interno del bar Olivetti, che trafficava in armi assemblate che poi sono le stesse che a Reggio Calabria hanno ucciso due carabinieri nel 1980 e che venivano vendute a tutti, ed è per questo che quella mattina noi abbiamo la foto di Giuseppe Nirta che stava lì. Io non posso dire se stava lì per il rapimento di Moro. Posso dire sicuramente che c’entrava molto con il traffico di armi. E pensi che tutti questi sono stati assolti su una perizia di Semerari, quello della banda della Magliana. Si figuri che Tullio Olivetti, eversore di destra, legato al clan Di Stefano, in buoni rapporti con una parte dei servizi e varie forze dell’ordine, era a Bologna la sera prima della strage e nessuno lo ha mai interrogato.

Qual è il ruolo delle persone sulle moto a cui ha accennato prima?
Su una delle due moto stavano due persone con casco integrale, che a nostro parere erano della RAF. Una testimone che abbiamo interrogato, ma che ne aveva già riferito su La Stampa di Torino il giorno dopo il rapimento, sentì una delle due urlare “Achtung! Achtung!” quando si avvicinava un’automobile mentre Aldo Moro veniva portato via da Via Fani. Questi due sanno sparare bene e, come ha ricostruito la scientifica, uccidono con l’auto in movimento Leonardi, il capo della scorta e Ricci il guidatore, che toglie il piede dal pedale e così la macchina, a sobbalzi, si poggia sull’auto dei brigatisti. Mentre quell’altro che spara una serie infinita di colpi verso Iozzino, quello sì che era un brigatista, perché su quarantanove colpi che spara, solo sette colpiscono la vittima. A via Gradoli c’era un signore di cui si fa l’identikit che mostra un uomo dagli occhi di ghiaccio che è colui che ha dato il nome all’operazione. Moretti dice che il nome “Fritz” si riferisce alla frezza di Moro. Sui corpi del reato che abbiamo trovato in via Gradoli c’è invece la pedissequa rendicontazione di quanto era stato speso per dare cappello e cappotto d’aviatore a Fritzgerald, che era la persona dell’identikit.

Quindi c’era una pista tedesca da seguire?
Ansoino Andreassi ci ha detto con chiarezza che la pista tedesca non l’hanno potuta seguire più di tanto perché avevano bisogno di riscontri immediati e non avevano le capacità per poterlo fare. Noi abbiamo appurato che le targhe delle auto viste a Viterbo, del pulmino Volkswagen e della Mercedes dove c’era quel signore con gli occhi di ghiaccio col mitra, erano targhe di auto rubate, di proprietà della Baader Meinhof e della 2 giugno, e ci ha colpito che in uno scontro a fuoco, la donna che è rimasta uccisa aveva una carta d’identità italiana con nome italiano in tasca, ed era lo stesso modulo di carta d’identità che trovammo sia a via Gradoli che a via Giulio Cesare quando furono arrestati Morucci e Faranda. Tutto questo va nella direzione del cablogramma di cui ho detto e della partecipazione terroristica della RAF.

Presidente, quel è stato il ruolo del Vaticano e di Paolo VI durante il rapimento, e cosa ha impedito che gli sforzi di Montini avessero successo?
Paolo VI ha fatto tutto quanto e anche di più diquanto era possibile fare nella trattativa. Noi abbiamo trovato vari riscontri, soprattutto da Monsignor Fabbri, che era l’assistentedi Don Curioni, che parla dei dieci miliardi che erano a Castel Gandolfo su un tavolo quando incontrano il Papa, parla di una fascetta riferibile ad una banca ebraica. E questo ritorna perché i soldi avrebbero dovuto essere stati forniti da un imprenditore israeliano, come si legge anche nei diari di Andreotti. Loro portano avanti una trattativa impegnativa, credendo fino alla fine che potesse andare sulla doppia sponda del pagamento del riscatto e della concessione di un atto di umanità, di una grazia a una terrorista, sul quale c’è tutto un capitolo della Commissione, che dimostra che Leone e il guardasigilli, erano pronti a rilasciare la grazia anche senza domanda. Tutto questo doveva essere attivato da un intervento di Fanfani, intorno alle 9.00 alla direzione della DC convocata per il 9 maggio. La Santa Sede fece tutto quello che era in suo potere finché la trattativa fu bloccata. Fu bloccata la trattativa con i palestinesi sia perché Moretti, tramite la Stasi a nostro avviso, non fu autorizzato a fare la trattiva su Moro, e sia perché i palestinesi, che con i nostri servizi avevano un accordo stretto, pretendevano un’ufficializzazione del tavolo che il governo italiano non poteva concedere. A proposito del fatto che Paolo VI abbia cambiato parte della dichiarazione su spinta di Giulio Andreotti, le nostre ricerche dicono che Paolo VI fece tutto di suo pugno e su questo anche Monsignor Curioni, che discusse di queste modifiche con il Papa, ha sempre detto che fu volontà di Paolo VI.

Aldo Moro, senza ostentazione, si recava in chiesa ogni mattina. Che rapporto c’è tra il modo in cui i politici di allora vivevano la propria esperienza di fede e l’uso disinvolto di simboli religiosi a cui assistiamo oggi da parte di alcuni politici?
Credo che Moro sia il prototipo, il simbolo migliore del cattolicesimo democratico. Il padre, il professore, il politico, il cattolico, erano un unicum in Moro. Cioè non c’era una suddivisione tra quello in cui credeva e ciò che in lui maturava da laico per l’impegno politico. Moro era un profondo credente, che partecipava alla Messa quotidiana e quotidianamente si comunicava, quindi era un cristiano a tuttotondo. Però viveva la sua esperienza politica da laico. Aveva le sue radici in quella fede che lo vivificava, ma operava da laico nel mondo, sapendo che i modi per operare da laico nel mondo erano quelli della condivisione, del coinvolgimento e del reciproco arricchimento nel confronto anche di quelli che erano più distanti. Moro non ha mai fatto strumentalizzazione dei simboli religiosi. Uno se ha fede, se è credente, lo esplica nella sua intimità e nella sua personalità. Andare con i crocefissi e con i rosari ai comizi, o recitare l’eterno riposo in televisione è uno strumento che impoverisce, dà la misura di una povertà politica che si vuole colmare con l’esteriorizzazione di simbolismi religiosi. E poi Moro era coerente. Quando parlavo di un impegno per la pace, per gli ultimi, contro la guerra, contro le discriminazioni, la violenza, il razzismo, ecco: tu riconoscerai che sono cristiano per quello che faccio, non per i simboli che mostro o per quello che predico.

Le tradizioni del cattolicesimo democratico e del popolarismo, oggi, in quale partito o area politica possono trovare rappresentanza?
Il cattolicesimo democratico secondo me è una delle anime fondanti del Partito Democratico. La grande novità del Pd è che il pensiero politico cattolico democratico, della sinistra riformatrice e quello liberaldemocratico erano stati posti a fondamento ideale di un nuovo soggetto politico. Io credo che il Pd senza la linfa vitale del cattolicesimo democratico o di un’altra delle due ispirazioni, sia un Pd molto più povero. Penso anche che il Pd debba avviare una fase due, che non è un ritorno al passato o alla monocultura, che non ha prodotto mai straordinari risultati, ma consiste nell’avere grande coraggio. Consiste nell’avere una posizione di unità che, con grande coraggio, dia la possibilità di esprimersi alle tre aree politiche che lo hanno generato. Diciamo che il Partito Democratico dovrebbe concorrere a quella che io più volte ho chiamato una piattaforma di centro.

Questo porterebbe a una ridefinizione degli equilibri politici e di governo attuali?
Io non ho mai visto il centro come un luogo geometrico. Il centro del centrosinistra, il centro della società italiana è una piattaforma di persone che intendono la politica con toni non urlati, di moderazione, ma di grande radicalità e convinzione nelle proprie idee, che abbia la forza di dire no ai sovranismi e ai populismi, e che sappia tenere la barra dritta nel nostro aggancio europeo e atlantico. Questo dovrebbe essere ciò cui il Pd deve concorrere. Non sto parlando di formule di governo, ma di responsabilità nell’Italia post-Covid. Io credo che tra la piccola UdC, grande parte di Forza Italia, grande parte del M5S e Pd si possa creare questa piattaforma centrale del Paese che possa consentire all’Italia di mantenere questa rotta senza la quale non ci si salva e non si va da nessuna parte, e ci dia anche la possibilità di far rinascere il Paese. Oggi abbiamo bisogno, come avrebbe detto Moro, di più politica e di una politica che sappia volare alto. Se invece ci rinchiudiamo nei nostri orticelli e nelle nostre liti da pollaio, facciamo un pessimo servizio al Paese e provochiamo la distruzione di noi stessi.

Aldo Moro: come uno di noi.

Vorrei  condividere con voi,  un mio personale ricordo di Aldo Moro.
Del suo stile dignitoso e appartato, che mi ha sempre accompagnato in questi lunghi anni .
Anche se oggi tuttavia incomprensibile, per la “socialpolitica-spettacolo” a cui siamo costretti !  Quella del dito indice alzato che minaccia. Quella dei soli sostantivi baritonali, che non spiegano niente e semplificano tutto. E che Moro – rispettoso della “complessità” del sociale e del politico – disdegnava . Incontravo frequentemente  Aldo Moro.

Nella sala grande della Parrocchia di S. Francesco a M.te Mario.  Dove, dal tardo  autunno sino a primavera inoltrata, ogni primo mercoledi del  mese  arrivava da Firenze padre  Balducci.  E dove,  verso le 20 -20,30,  teneva una sua conferenza.

Temi sempre di attualità: fra teologia, storia e Dottrina sociale della chiesa. Con riferimenti non nascosti alla Politica.  Con la P maiuscola. Sala affollata.
Ebbene non dimentico mai che Aldo Moro arrivava con sua moglie  leggermente in ritardo .
Cosa per lui ingiustificabile. Entrava in silenzio.

Senza farsi notare. Quasi vergognandosi, e quasi scusandosi del disturbo.
E si sedeva (sedevano) negli ultimi posti . Quelli trovati liberi.
E benché padre Balducci lo invitasse a spostarsi in avanti, indicandogli spesso anche il tavolo degli oratori, lui con un cortese cenno del capo e ancora in piedi rifiutava.
Rimaneva per tutta la conferenza seduto dove aveva trovato posto.
Silenzioso. Seguendo con attenzione. Senza mai intervenire e fare domande.
Con la sua educata, defilata e pacata educazione.

Come uno di noi.

Aldo Moro e l’amore per il nostro tempo in un libro di Lucio D’Ubaldo

Una rilettura del paradigma esistenziale di Aldo Moro che mira a dimostrare come “l’impronta del giovane Moro è indistinguibile da quella della maturità e persino da quella del Memoriale”, messo a confronto con le questioni aperte del nostro presente. Questa la scommessa, felicemente riuscita, a mio parere, del libro di Lucio D’Ubaldo, una tra le voci più autorevoli e attive nell’attuale panorama del cattolicesimo democratico, dal titolo “Amare il nostro tempo. Appunti sul giovane Moro”.

Sono molti gli spunti di dibattito che apre questo libro, su questioni decisive per il nostro futuro, che nel contempo ci offrono dei criteri di valutazione del recente passato, di quella che, nelle intenzioni dello statista pugliese avrebbe dovuto essere la “terza fase” e che invece, come non manca di ricordare a più riprese l’Autore, si è configurata come una fase di povertà di visione della politica e di indebolimento della democrazia e del ruolo internazionale dell’Italia, di cui il rapimento e l’uccisione di Moro, sulle cui responsabilità continuano a rimanere decisivi punti oscuri, rappresentò il colpo più grave e propedeutico ai successivi attacchi.

Tre aspetti in particolare della straordinaria figura di studioso, di politico, di cristiano di Aldo Moro, rivestono una grande attualità. Aspetti che hanno contrassegnato in un crescendo tutta la sua vita perché, osserva D’Ubaldo, “in Moro non c’è un prima e un dopo, ossia l’apparire, a un certo punto, di una inversione di linea o di condotta politica. Non si coglie la cesura o lo stacco, ma l’affinamento, questo sì, di un tale giudizio o di una tale posizione”.

Il primo tratto caratterizzante del pensiero e della disposizione verso il mondo di Moro è quello dell’apertura al divenire, una attitudine che gli ha permesso di mantenere forte la capacità di leggere i mutamenti della realtà sociale, anche durante l’esercizio delle più alte responsabilità di potere.

In Moro si nota, scrive D’Ubaldo, “la disposizione di spirito a entrare nella dinamica degli eventi, per dominare la complessità di cui sono portatori e assoggettare essi alla politica, per quanto umanamente possibile, non la politica ad essi”. Una disposizione di spirito che pare ormai aver abbandonato una politica che appare sempre più ancella della finanza, del totem dei “mercati”, delle nuove tecnologie e da ultimo di uno scientismo tronfio e pericoloso per la democrazia. Il poche settimane di “medicocrazia” si è fatto scempio della moderna epistemologia, di assunti di opere fondamentali come “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” di Thomas Kuhn, secondo cui ogni paradigma scientifico è relativo e tende ad esser prima o poi soppiantato da uno nuovo e più valido. Purtroppo, a differenza dei tempi di Moro, queste cose ora avvengono senza che vi siano più leader politici di quella statura e partiti capaci di indicare una visione di futuro, bensì ridotti a “sgabello dell’immobilismo”. Lo spirito dei tempi appare invertito rispetto a quello del secolo scorso: non più libertà, più democrazia, più sviluppo, più giustizia bensì più controlli, più concentrazione del potere, più decrescita, più separazione tra una ristrettissima élite di miliardari e il resto dell’umanità che viene pure colpevolizzata, quasi dovesse scusarsi di essere al mondo, mentre viene avviata al culto pagano della Madre Terra.

L’Autore evidenzia molto bene nei suoi risvolti filosofici e teologici l’attenzione prestata da Moro al “dinamismo della realtà, piuttosto che l’elemento di autoconservazione operante nel suo seno. Romano Guardini, filosofo e teologo, rivolto ai cristiani avrebbe espresso un analogo pensiero: ‘Il nostro posto è nel divenire’ ”. Deve farci riflettere molto il collegamento che D’Ubaldo adombra fra questa politica riflessiva e “il momento di una forza frenante che ricorda il katéchon paolino, l’entità misteriosa che trattiene l’avvento dell’Anticristo”. La vera politica non abdica dalla sua responsabilità, non asseconda le tendenze, ma cerca di cogliere la logica degli accadimenti per disinnescarne e prevenirne gli esiti più indesiderati o tragici. Dio sa di quanto ci sia bisogno oggi di questa virtù politica nella nostra Europa.

Un secondo aspetto della personalità di Moro su cui ci invita a riflettere questo libro, è quello del non appagamento, inteso come “inquietudine del bene – sempre nuovo nella sua forma storica – che forgia la coscienza morale e civile del cristiano”. Un concetto ribadito da Moro, come ricorda l’Autore, nel suo intervento al XII congresso (Roma, 6-10 giugno 1973), in cui “espresse il convincimento che nel cuore dell’esperienza cristiana operava ‘il principio di non appagamento e di mutamento dell’esistente nel suo significato spirituale e nella sua struttura sociale’ ”. Un principio che nelle forme “moderne” della politica, ormai ridotta a marketing, percepita dalle masse sempre più come un televoto da reality, disseminato di personaggi insignificanti che non ispirano alcuna fiducia, per contrasto mette in risalto la tragica situazione del cittadino-sovrano, retrocesso a consumatore da dare in pasto agli algoritmi, perfettamente tracciabile, manovrabile, prevedibile, con un rank di aspirazioni più simile a quello dei branchi che a quello di una comunità umana. A ciò si riduce un popolo, se non trova più chi è capace di dargli adeguata rappresentanza politica.

Infine, una terza grande lezione del pensiero di Moro è quella della centralità del dialogo per la vita della democrazia. Espressa dall’Autore in termini molto efficaci: Moro “nel prendersi carico della realtà, vedendo in essa la perenne dinamica del cambiamento, ha disapplicato la grammatica dell’ideologia”. A D’Ubaldo non può certo sfuggire il rapporto inversamente proporzionale fra questo metodo di Moro “a penetrare la sostanza dei problemi, a descriverne gli sviluppi e le implicazioni, a farne materia di ragionamento nell’articolazione di possibili sintesi” e il crescente “decisionismo” che ha ridotto il ruolo delle assemblee elettive. Che ha ridotto a ben vedere, sotto un mal compreso senso del politicamente corretto anche la varietà delle posizioni ammesse nel dibattito pubblico, ridotte a quelle che riescono ad evitare la ghigliottina preventiva di questa pesante forma di censura.

Un’opera davvero interessante, di aiuto anche per questa generazione a “illuminare l’oscuro avvenire ed amare il nostro tempo”.

L’Italia, l’Europa e la grande crisi del 1919-1920

In Italia, i problemi comuni a tutti i paesi moderni usciti dal conflitto del 1914-1918, si presentarono in forma molto più acuta. I motivi, con le dovute proporzioni temporali, potrebbero sembrare ancora attuali: il più evidente era tuttavia quello relativo alla fragilità delle strutture economiche e politiche. Ma c’era anche dell’altro. 

Se si parte dal presupposto che i movimenti politici italiani, al confronto di quelli francesi, inglesi e tedeschi (per fare alcuni esempi) erano molto meno profondamente radicati e il processo di democratizzazione era stato più lento che altrove, molte risposte potrebbero sembrare in apparenza semplici. Ma non è così. In una condizione di debolezza di sistema come quella appena descritta, infatti, ogni decisione presa dal governo – per quanto equa o impopolare – era potenzialmente soggetta a contestazioni e malumori destinati a provocare gravissime fratture ideologiche e sociali. Così, sin dalla scelta a favore dell’intervento a quella di dare luogo a un maggiore riconoscimento dei diritti civili, la classe dirigente dell’epoca si trovò sempre e costantemente isolata (ricordiamo che il suffragio universale era stato introdotto nel 1913). Alcuni anni dopo, di fronte al gigantesco deficit provocato da una guerra condotta su vasta scala, la nazione – così come il resto d’Europa – manifestava i tratti tipici di una crisi post-bellica senza precedenti; i cambiamenti, a cominciare dallo sviluppo abnorme dei settori industriali militari e dai problemi di riconversione, si facevano necessari quanto epocali. Analizziamone le ragioni.

Le spese sostenute per il conflitto si erano rivelate pari al doppio del prodotto interno lordo riferito agli anni precedenti al 1915, e per sopperire al dissesto economico non servirono né un aumento delle tasse tanto meno la richiesta di nuovi prestiti (i quali avrebbero comunque aumentato il debito pubblico). Furono indette allora delle sottoscrizioni nazionali e venne stampata carta moneta in eccedenza, ma ciò altro non fece che dare luogo a un processo inflazionistico senza riscontri nella storia recente del paese. I prezzi dei beni di prima necessità e delle merci salirono di quasi tre volte, favorendo unicamente le grandi industrie e abbattendo il potere d’acquisto di larghe fasce della popolazione, tra cui i dipendenti pubblici. Furono proprio i malumori e le pressioni di milioni di cittadini impoveriti che allontanarono, al momento, ogni speranza ai fini del raggiungimento della pace sociale. Nello specifico, fermo restando il grave deficit statale e un’inflazione ora mai galoppante, la compressione dovuta agli anni di guerra comportò tutta una serie di agitazioni, a partire da quelle di cui furono protagonisti i movimenti popolari. Questi, per prima la classe operaia, rivendicavano maggiori poteri sui luoghi di lavoro manifestando a tratti (complice il mito della Rivoluzione Russa) istanze rivoluzionarie. I contadini del Mezzogiorno, coinvolti in massa dall’esperienza bellica e forti di una accresciuta consapevolezza dei propri diritti, reclamavano più attenzione dalle istituzioni (come gli era stato promesso). I ceti medi, infine, per gran parte di ritorno dal fronte, stanchi dei vecchi equilibri e danneggiati dalla crisi, tendevano a organizzarsi e a mobilitarsi per difendere i loro interessi. A tutti questi elementi, lo Stato non seppe o non riuscì a dare risposte.

L’esecutivo dell’epoca, nella persona del premier, l’ex radicale Francesco Saverio Nitti (XXV Legislatura del Regno), indebolito ante litteram per le cause sopra citate, non fu nel modo più assoluto in grado di fronteggiare politicamente la crisi, aggravata dalle agitazioni del paese reale che stavano assumendo proporzioni di massa.  Proprio le tensioni e le proteste risultarono decisive per il crollo della storica classe dirigente liberale legata ai valori patriottici post-risorgimentali. Le vecchie nomenclature furono ben presto rimpiazzate da quelle forze (cresciute enormemente per popolarità) che erano del tutto estranee alle responsabilità della guerra e non compromesse rispetto alla tragedia che si era appena consumata: i socialisti e i cattolici. La transizione democratica, come sappiamo, durò molto poco.

Un nuovo flash mob digitale per un viaggio in Italia

“Viaggio in Italia – per un’estate italiana” è la nuova campagna promossa dal Ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo in collaborazione con l’Enit, il Touring Club Italiano e l’Associazione dei Borghi più belli d’Italia in vista della più ampia attività di promozione istituzionale di questa prossima stagione estiva. Un avvicinamento costituito dal racconto del territorio nazionale attraverso una selezione dei manifesti pubblicitari che hanno reso l’Italia celebre nel mondo raccontando per immagini le località più belle e affascinanti della Penisola, nonché i piccoli centri, i borghi, lo splendido paesaggio tra mare e montagna e le aree più interne e meno note del Paese.

I manifesti provengono dal Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso, dal patrimonio culturale dell’ENIT – Agenzia Nazionale del Turismo, e dall’archivio del Touring Club Italiano. Raccolte su www.beniculturali.it/estateitaliana e in continuo aggiornamento, le immagini saranno pubblicate sui canali social, concentrate specialmente nel fine settimana di sabato 9 e domenica 10 maggio per invitare tutti a condividere il proprio #viaggioinitalia, proseguendo con i flash mob fotografici “Art you ready?” promossi dal MiBACT dall’inizio del lockdown con lo scopo di mantenere viva l’attenzione sul patrimonio culturale. “È fondamentale non perdere il contatto con il patrimonio culturale e le bellezze dei nostri territorio” ha dichiarato il ministro Franceschini e anche per questo fine settimana l’invito è sempre lo stesso, quello di condividere le proprie fotografie di paesaggi e luoghi del cuore lungo tutto il territorio nazionale, ripescando scatti recenti nella galleria del proprio smartphone o cercando vecchie foto nei cassetti e negli album fotografici di tanti anni fa.

Una promozione che accompagnerà gli italiani attraverso le rappresentazioni retrò di un’Italia che, con gli esempi dei viaggi di allora, diverrà il modello da seguire la prossima estate, un vero e proprio revival per delle vacanze del tutto particolari anche all’insegna del turismo lento: percorsi da intraprendere in bicicletta, a cavallo, in barca a vela e sui treni storici, dedicandosi a quel turismo dolce e sostenibile che, per ragioni diverse ancora, sarà fondamentale riscoprire in questa fase.

Realizzati tra gli anni ’40 e ’50, i manifesti del Museo Salce – che con oltre 24.000 opere conserva la più ampia raccolta di grafica pubblicitaria in Italia – raccontano l’ascesa del turismo italiano, che coincide con l’epoca d’oro del manifesto. All’illustrazione, più economica, colorata e facilmente riproducibile della fotografia, spetta il compito di promuovere le destinazioni più affascinanti, i siti storici di interesse culturale e i prodotti tipici. I primi committenti saranno le ferrovie: per loro gli artisti decoravano con fiori e paesaggi incantevoli le tabelle degli orari. Negli anni tra le due guerre, in seguito anche alla nascita dell’Enit, vengono creati i manifesti turistici più iconici della pubblicità italiana, ad opera di Mario Puppo, Marcello Dudovich, ma anche Giuseppe Riccobaldi del Bava, Giovanni Guerrini e Mario Borgoni. Dopo la Seconda Guerra Mondiale il turismo italiano conoscerà una nuova ondata: saranno soprattutto le spiagge e in particolare la riviera romagnola le mete più ambite del turismo italiano e straniero.

L’ENIT è l’Agenzia nazionale italiana del turismo che cura la promozione all’estero dell’immagine turistica italiana e delle varie tipologie dell’offerta turistica nazionale, nonché la promozione integrata delle risorse turistiche delle Regioni, delle Province Autonome di Trento e Bolzano e, per il loro tramite, degli enti locali.

ll Touring Club Italiano è una libera associazione senza scopo di lucro che propone ai suoi soci – destinatari e attori della missione – di essere protagonisti di un grande compito: prendersi cura dell’Italia come bene comune perché sia più conosciuta, attrattiva, competitiva e accogliente. Per questo il Touring Club Italiano contribuisce a produrre conoscenza, tutelare e valorizzare il paesaggio, il patrimonio artistico e culturale e le eccellenze economico produttive dei territori, attraverso il volontariato diffuso e una pratica turistica del viaggio etica, responsabile e sostenibili.

L’Associazione dei Borghi più belli d’Italia, nata nel 2001 su impulso della Consulta del Turismo dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI), si occupa della valorizzazione, promozione, protezione e sviluppo del grande patrimonio di storia, arte, cultura, ambiente e tradizioni presente nei piccoli centri italiani.

Il cicloturismo protagonista della prossima stagione estiva all’insegna della Low Touch Economy e della nuova normalità in epoca Covid 19.

Il cicloturismo può essere una componente importante per sostenere la ripresa del turismo e per fruire delle bellezze dei territori italiani all’insegna dell’Ambiente e della Sostenibilità.

Il cicloturismo esprime i caratteri distintivi della Low Touch Economy – sicurezza, salute, distanziamento, corto raggio – ed è un candidato d’eccellenza alle esigenze di “nuova normalità” per il superamento dell’emergenza coronavirus.

Negli ultimi anni si è registrata una crescita esponenziale di chi sceglie di trascorrere le vacanze pedalando nel nostro Paese e quest’anno lo scenario estivo potrebbe registrare un ulteriore aumento, se gli 1,4 milioni di cicloturisti italiani confermassero tale modalità di vacanza principale ed a questi si aggiungessero i cicloturisti che normalmente si muovono tra gennaio e maggio, raggiungendo così quota 2,7 milioni.

Nel 2019 sono stati stimati 20,5 mln di pernottamenti di cicloturisti italiani, dunque quest’anno considerando anche dei brevi soggiorni autunnali (due/tre giorni) a fine 2020 si raggiungerebbero le 25,9 mln di presenze (+26%).

I dati emergono dal secondo rapporto sul Cicloturismo in Italia realizzato da Isnart-Unioncamere e Legambiente.

Un potenziale enorme, quello della mobilità in bicicletta, che avrà un ruolo fondamentale nell’immediato futuro e che può avere un effetto volano sul settore ciclo-viaggi dalle straordinarie potenzialità in considerazione del contesto paesaggistico e culturale italiano.

L’utilizzo della bicicletta, che consente di risparmiare l’emissione di 1,5 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno, rappresenta una risposta ideale al bisogno di rigenerarsi dopo una fase di disagio. La bicicletta garantisce inoltre un naturale distanziamento fisico ed adattabilità e versatilità in contesti di qualsiasi tipo ed è particolarmente adatto ad un turismo di prossimità (staycation, vacanza vicino casa).

I numeri evidenziati nel rapporto restituiscono l’immagine di un fenomeno uscito ampiamente dalla condizione di nicchia e che determina un impatto economico rilevante, e con enormi potenzialità di crescita.

In Italia nel 2019 sono state vendute 1,7 mln di biciclette (3 al minuto), e quasi 2 milioni di italiani la usano come mezzo di trasporto quotidiano.

Nel 2019, il cicloturismo – comprendendo turisti italiani e stranieri – ha generato quasi 55 milioni di pernottamenti, corrispondenti al 6,1% del totale e generando una spesa complessiva di 4,7 miliardi di euro, pari al 5,6% del totale, di cui 3 miliardi generati dalla componente internazionali dei turisti.

La spesa media giornaliera pro capite del cicloturista si attesta intorno ai 75 euro.

Per l’Estate 2020, in previsione di una probabile riduzione del turismo transfrontaliero, l’attenzione si concentra sullo sviluppo e sulle modalità della componente italiana di cicloturisti.

I dati relativi allo scorso anno 2019 indicano che il cicloturismo predilige il corto raggio: i cicloturisti tendono a muoversi nella stessa area di residenza o, al più, in quelle limitrofe; i turisti in bicicletta in Lombardia ed Emilia-Romagna prediligono destinazioni di prossimità, mentre veneti e toscani arrivano a spingersi a Sud raggiungendo Sicilia e Calabria. Per quanto riguarda i turisti internazionali, tedeschi ed austriaci si concentrano in Trentino, i francesi si distribuiscono più o meno equamente tra Lombardia, Trentino e Sardegna (che è il terzo mercato di riferimento anche dei britannici).

Secondo i tour operator specializzati in cicloturismo il pacchetto medio corrisponde a 7 notti, per un valore di circa 900 €, e può essere itinerante o a base fissa. Gli stessi tour operator rilevano l’effetto trainante che le e-bike, le biciclette a pedalata assistita, hanno avuto sul comparto.

Del cicloturismo va considerata non solo la consistenza assoluta ma anche l’importanza “relativa” rispetto al complesso dell’economia turistica locale. Infatti, il peso del cicloturismo sulla domanda turistica complessiva dell’Italia è in media il 6%, mentre nelle regioni a più alta vocazione cicloturistica l’incidenza è notevolmente più marcata, nell’ordine del 15% / 20%.

Il Trentino-Alto Adige è la Regione che da sola intercetta la fetta più consistente (30% del totale) dell’intero flusso. La Regione vanta 16 milioni di pernottamenti di cicloturisti (15% del movimento turistico globale), con 73 euro di spesa giornaliera pro-capite. Tutto ciò si traduce in 1,1 miliardi di euro di spesa cicloturistica complessiva annua. Considerato che la Regione vanta 3.256 km di percorsi cicloturistici, l’impatto economico generato dal cicloturismo è di circa 338 mila euro per km di ciclabile. Applicando questi fattori spesa/Km su scala nazionale – in Italia ci sono oltre 58 mila km di itinerari cicloturistici (ciclabili + ciclopedonali + ciclovie) – l’impatto del cicloturismo potrebbe raggiungere volumi di oltre 5 volte quelli registrati finora.

Il Trentino, insieme a un Nord-Est allargato a Lombardia ed Emilia-Romagna, vede transitare quasi il 70% del movimento cicloturistico complessivo. Vi è poi anche un’apprezzabile area meridionale, Puglia, Calabria e Sicilia e Sardegna, che ne è interessata con volumi non trascurabili, mostrando un’attrattività a prescindere dalla disponibilità di piste ciclabili attrezzate e servizi accessori.

 Di particolare importanza per lo sviluppo dell’offerta cicloturistica dei territori, è la presenza di infrastrutture (es. ciclovie) e servizi (es. di noleggio) dedicati. Infrastrutture e servizi che per tutte le Regioni, e in particolare per quelle finora meno visitate dai cicloturisti, possono rappresentare un importante driver di crescita.

Secondo la ricerca le ciclovie italiane più gettonate sono:

  • Trieste – Lignano Sabbiadoro -Venezia (43%)
  • Ciclovia del Garda (43%)
  • Ciclovia Tirrenica “Liguria-Toscana-Lazio” (29%)
  • Ciclovia Adriatica (29%)
  • Ciclovia dell’Acquedotto Pugliese (29%)

Test sierologici al via in 6 regioni

Al momento le Regioni si sono mosse in ordine sparso. Sono 6 quelle che hanno avviato test sierologici nell’ambito di programmi che vedono diverse strategie di campionatura e diverse tecnologie. La prima Regione in termini di tempo ad avviare l’attività di test è stata il Veneto (31 marzo), l’ultima il Lazio che attiverà il programma lunedì 11 maggio.

E’ il quadro che emerge dal sesto Instant Report Altems Covid-19, il report settimanale dell’Alta scuola di economia e management dei servizi sanitari dell’Università Cattolica (Campus di Roma), il primo nella Fase 2, arricchito di un nuovo set di indicatori.

Secondo l’analisi del team  tutte le Regioni hanno individuato negli operatori sanitari il target primario in questa prima fase; altri target sono forze dell’ordine, lavoratori in azienda o popolazione generale campionata.

E se per la Fase 1 ben 16 Regioni hanno predisposto un provvedimento di ‘programmazione sanitaria regionale’, al momento per la fase 2 “solo Toscana ed Emilia Romagna hanno deliberato un documento di programmazione sanitaria a supporto della gestione nella fase 2”.

In totale sono 8 le Regioni ad aver dato delle ‘Linee di indirizzo per la ripresa delle attività ospedaliere e ambulatoriali’ non legate all’emergenza Covid-19: tra queste Toscana ed Emilia Romagna, insieme a Veneto, Abruzzo, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.

Traporti, Salvatore Pellecchia: “Il settore rischia un tracollo economico”.

Articolo già apparso sulle pagine del “Il diario del Lavoro

Anche nel pieno della pandemia il comparto dei trasporti non si è mai fermato. Con l’avvio della fase due, spiega il segretario generale dei trasporti della Cisl, Salvatore Pellecchia, le criticità croniche di tutto il comparto potranno emergere con maggiore forza e ai nuovi problemi si sommeranno i vecchi. Il sistema della nostra mobilità, afferma Pellecchia, non è stato concepito per far fronte alle nuove esigenze dettate dall’emergenza sanitaria, soprattutto nelle città. Occorre un ripensamento radicale del nostro modo di muoverci e degli stili di vita per convivere in sicurezza, si spera per poco tempo, con il virus. Inoltre il rischio di una profonda crisi economica e occupazionale di tutto il settore è molto concreto. 

Pellecchia, il settore dei trasporti come si è preparato per la fase 2? 

I trasporti, rispetto ad altri settori, si sono avvicinati alla fase due con maggiore preparazione perché, anche nel pieno della pandemia, non si sono mai fermati, garantendo i servizi minimi di trasporti pubblico delle persone, l’approvvigionamento di materiale sanitario, cibo, merci, carburante e il rimpatrio degli italiani bloccati all’estero. Questo ci ha dato qualche piccolo vantaggio, ma non vuol dire che con la fase due – benché si proceda molto lentamente e con numeri molto ridotti – non emergeranno, con ancora più forza, le criticità croniche di tutto il settore. Ovviamente tutto varia da comparto a comparto. 

L’interlocuzione con il governo e la task force di Colao come è stata? 

Con la ministra De Micheli il confronto è stato sempre aperto, e non posso non dare un giudizio positivo perché ha sempre ascoltato le nostre istanze. Lo dimostrano i protocolli per la sicurezza che sono stati firmati. Poi naturalmente la ministra ha preso le sue decisioni, come è giusto che sia. Con la task force, gli unici approcci che ci sono stati con il sindacato sono stati al livello confederale. 

Molti in questi giorni hanno ripreso il treno per motivi di lavoro o per tornare alla propria residenza. Com’è al momento la situazione? 

Sui treni a lunga percorrenza abbastanza tranquilla. Questo è dovuto anche al fatto che bisognava prenotare e quindi ognuno ha il suo posto. In questo modo si riesce a garantire anche il distanziamento sociale necessario. 

Di recente, con Ferrovie avete firmato anche un accordo. 

Sì. In questo accordo, oltre a stabilire tutta una serie di rigidi protocolli per garantire la salute e la sicurezza dei lavoratori, abbiamo stabilito il diritto alla disconnessione per tutti coloro che operano in smart working. Inoltre, abbiamo raggiunto un accordo secondo il quale Rete Ferroviaria Italiana produrrà in proprio le mascherine sia chirurgiche che del tipo FFP2, che saranno distribuite ai lavoratori e anche alla Protezione Civile, qualora ce ne dovesse essere bisogno. In questo modo il comparto ferroviario diventerà autonomo, sotto questo punto di vista, liberando un numero consistente di mascherine, che potranno essere destinate ai lavoratori di altri settori. 

Il trasporto pubblico è quello con le maggiori difficoltà e sottoposto allo stress maggiore. Ce la farà ad affrontare la fase 2? 

Il trasporto pubblico vive, da anni, una situazione difficile. Tutto si basa su un equilibrio molto delicato, e basta poco per 

Pellecchia: il settore rischia un tracollo economico https://www.ildiariodellavoro.it/adon.pl?act=doc&doc=75670#.XrUi5JlS-Uk 

mandare in sofferenza i trasporti delle nostre città. Grosso modo il trasporto pubblico locale si regge, per un 65%, sui contratti di servizio stipulati con le regioni e per il restante 35% sui biglietti e gli abbonamenti. Se le regioni continueranno a onorare i contratti sarà una cosa positiva. Sull’altro fronte, con la fase due, ci sarà una riduzione fisiologica dell’utenza, inoltre è plausibile che permanga il fenomeno dell’evasione, cioè di coloro che non pagano il biglietto. Fenomeno che, sulla base della riduzione dei passeggeri dovuta al distanziamento sociale, inciderà in maniera ancor più significativa sui bilanci delle aziende. Non sono da escludere episodi di tensione sociale di aggressione al personale, aggravati dalla situazione che stiamo vivendo, quando alle persone verrà detto che non potranno salire su quel mezzo perché ha già raggiunto la capienza limite. Per questa ragione abbiamo chiesto alle aziende interventi volti a prevenire tali fenomeni. 

C’è dunque il concreto rischio di una crisi economica e occupazionale per il settore? 

Assolutamente sì. Nel Cura Italia si è previsto che tutti quei settori, che avevano un fondo per le politiche attive, dovessero attingere prima lì, e solo successivamente attivare tutti i vari strumenti, come la cassa integrazione, ordinaria e straordinaria. Nei trasporti questo abbiamo fatto, ma le risorse stanno finendo, e con urgenza il governo deve dirottare altre risorse in questi fondi. 

Mi può dare qualche numero? 

Guardi, prima della crisi il fondo per il settore ferroviario poteva contare su circa 30 milioni di euro, e quello per il trasporto pubblico locale su 80. Ora, con la pandemia, servono almeno 85 milioni di euro al mese per sostenere tutti gli addetti del comparto ferroviario che al momento non lavorano, e almeno 75 milioni per quelli del trasporto pubblico locale. Senza dimenticare il tracollo del trasporto aereo e le enormi problematicità che sta attraversando la crocieristica. 

Per il futuro come ci dovremo attrezzare? 

È evidente che gran parte del nostro sistema di trasporto, al momento, non è adeguato alla nuova realtà. Dobbiamo ripensare totalmente il modello di mobilità sia per gestire il transitorio sia per risolvere i problemi cronici, così come la vita nelle nostre città. È ovvio che i tempi di vita e di lavoro che abbiamo attualmente determinano degli orari di punta, che ora non possiamo più permetterci. Per evitare queste concentrazioni di passeggeri, si dovrà ripensare l’organizzazione del lavoro e delle città, partendo da una rimodulazione degli orari di lavoro al fine di distribuire su un arco temporale più ampio la domanda di mobilità. Inoltre, in assenza dell’incremento delle flotte, in costanza di emergenza sanitaria, dovendo aumentare l’offerta per garantire il distanziamento sociale e dare a tutti un servizio coerente con le necessità di mobilità nelle grandi città, si potrebbe fare ricorso a nuove soluzioni, come l’utilizzo dei bus turistici a supporto dei mezzi di linea, atteso che in questo momento non sono operativi per l’assenza di turisti. Ma soprattutto dobbiamo essere bravi a cambiare in corsa ciò che stiamo facendo, a seconda dell’andamento della curva dei contagi.

Moro, il progetto, lo stile e i cattolici democratici.

“Coscienza di sè e apertura verso gli altri”. Queste parole di Aldo Moro racchiudono più di ogni altra cosa il segreto del magistero politico, culturale, sociale e anche istituzionale del leader pugliese. E cioè, una forte consapevolezza del proprio ruolo politico legato ad una identità culturale altrettanto delineata accompagnata, però, da una altrettanto e spiccata disponibilità al dialogo e al confronto con gli altri. Ovvero, anche con quei mondi lontani dalla propria appartenenza culturale ma curiosi e convinti che solo attraverso il metodo democratico della condivisione e della inclusione è possibile costruire un mondo migliore. Il mai tanto decantato “bene comune”. 

Ora, è difficile e complesso rileggere il magistero politico e culturale di Aldo Moro. Per chiunque. Anche per coloro che storicamente si riconoscono nella tradizione del cattolicesimo politico e democratico del nostro paese. Ma proprio da quella sorgente è possibile recuperare sorsi di cultura politica e di metodo democratico che conservano tuttora una bruciante attualità. A cominciare, appunto, dal metodo. Che non è una questione formale o burocratica ma, al contrario, è intrisa di profonda e ricca cultura democratica. Perchè solo attraverso la comprensione di ciò che capita realmente nella società da un lato e la chiara volontà di costruire un processo politico il più possibile inclusivo dall’altro è possibile contribuire a far camminare in avanti quella “democrazia difficile” a cui proprio Moro faceva riferimento nella sue costanti e profonde riflessioni politiche. Soprattutto quando si costruivano nuovi scenari, nelle diverse fasi storiche, e sempre nel solco della cultura e del percorso democratico. Ecco la prima grande lezione politica di Aldo Moro che non può e non deve essere archiviata. Anche in una vita politica articolata e confusa come quella che stiamo attualmente vivendo. 

In secondo luogo la “coscienza di sè”. E cioè, essere consapevoli che nella dialettica politica democratica si è portatori di interessi, certamente, ma soprattutto di un progetto di società perchè si è espressione di una precisa cultura politica. L’attaccamento di Moro alla Democrazia Cristiana non era l’esaltazione religiosa di un partito, che resta sempre un mezzo e mai un fine dell’azione politica, ma la capacità attraverso uno strumento politico di far decollare ed evidenziare, in qualsiasi momento, i valori e la cultura di un filone ideale che non potevano mai essere sacrificati sull’altare della convenienza, del trasformismo e della mediazione al ribasso. Certo, Moro era uomo di mediazione e di un alto compromesso, ma sempre finalizzato al “bene comune” e senza rinunciare mai alle proprie convinzioni culturali. 

Ora, è proprio su questo versante che noi misuriamo la distanza siderale – non delle fasi storiche che scorrono e che quindi sono diverse le une delle altre – tra una politica ispirata e condizionata da una cultura politica che orienta le scelte concrete e legislative, e una politica dominata dal trasformismo e dalla radicale assenza di qualsivoglia tensione ideale. Se non imposta dalla legge dei sondaggi e dalla volontà di demolire il “nemico” a seconda delle convenienze momentanee. Ovvero, l’alternativa del metodo moroteo e della cultura morotea. 

Ecco perchè il recupero attivo, e non protocollare, del magistero politico e istituzionale di Aldo Moro oggi può essere l’elemento determinante per inaugurare una nuova fase politica nel nostro paese. Senza alcuna tentazione nostalgica – oltretutto fuori luogo – ma fortemente ancorati a quella memoria storica che può ancora essere decisiva per contribuire al rinnovamento e alla rifondazione della politica contemporanea. Un messaggio particolarmente attuale e vincolante per l’area cattolico democratica e cattolico popolare. Una rete organizzativa e valoriale che nella vasta periferia italiana continua ancora ad essere un asse portante del tessuto democratico del paese, oltre ad aver contribuito, nei passaggi cruciali della storia politica italiana, alla crescita della democrazia in un contesto di libertà e di giustizia sociale costante. 

Ma per centrare questo obiettivo il recupero della “lezione” morotea è decisivo. E i cattolici democratici non devono nè rinnegare il proprio passato nè, tantomeno, reinventarlo. Si tratta, molto più semplicemente, di riattualizzarlo. Con coraggio, con coerenza e soprattutto con lo stile. Perchè Aldo Moro è stato sì un grande e raffinato leader politico. Ma lo è stato perchè aveva uno stile e una coerenza che lo hanno reso più credibile agli occhi del suo partito e della società nel suo complesso. Avversari compresi. E da quella sorgente occorre continuare ad attingere. Per il bene della politica italiana e la stessa qualità della nostra democrazia. 

Resilienza trasformativa

Viviamo un tempo sospeso, in cui tutto sembra essere fermo ma non lo è e, meno che mai, dovrebbero esserlo  le  nostre analisi. Abbiamo spesso invocato il cambiamento e ora che tutto deve cambiare rischiamo di rimanere fissi trascurando le opportunità che questo tempo ha in sé. Non farlo sarebbe poi, non solo, sprecare una possibilità ma sottrarci ad un dovere a cui la vita ci chiama, e di doveri questa stagione ce ne propone tanti.

Siamo di fronte ad un bivio.

A sostenerci nella scelta della giusta direzione, e cioè verso la realizzazione di un Paese che, sebbene privo di risorse prime, possa ancora continuare a vantare di essere tra quelli più evoluti garantendo ai suoi cittadini un livello elevato di benessere, ci guidi quella “resilienza trasformativa” che,  innovando forme e strumenti del nostro agire politico, sappia creare un nuovo campo di azione. Ora “Se lo facessimo da soli, ci ammoniva Mino Martinazzoli, sarebbe un’avarizia, in tanti è far politica”. In questo gioco c’è spazio per quanti sentono la necessità impegnarsi e dare una mano perché questo tempo interroga tutti e richiama la stagione morotea dei doveri sapendo che dobbiamo riscrivere quella dei diritti.

Necessita allora definire “i paletti” di questo agire. Già in questo primo periodo di pandemia abbiamo sperimentato che una decrescita felice non porta con sé un mondo nuovo e bello, anzi il contrario e, proprio per questo, non dobbiamo abdicare da un’economia industriale che, come già accade in altri paesi europei, sappia coniugare maggiore produttività con un miglior rispetto dell’ambiente; individui nuovi settori di espansione, ora che quel modello di globalizzazione, costruito negli ultimi vent’anni, vacilla e si crei lo spazio in cui possano  tornare ad essere presenti le piccole e medie imprese da sempre supporto primario dello sviluppo e innovazione del  nostro Paese.

Di fronte a noi è la sfida se dobbiamo o no rimanere un Paese moderno nella sua economia e continuare ad appartenere alla civiltà occidentale, sebbene anch’essa in crisi. Due punti legati tra di loro e irrinunciabili che occorre coniugare secondo i nuovi tempi a partire dal tema del lavoro.

Oggi più di prima, infatti, occorre rimetterlo al centro e, senza demagogia ma con realismo, affrontare le sfide che esso contiene, a partire dalla sua contrazione in termini di occupazione. Una sfida ineludibile per noi se vogliamo dare attuazione alla Carta Costituzionale che si apre con questo tema.

Certo è che in questi mesi abbiamo sperimentato quanto sia urgente investire in infrastrutture ad alto contenuto tecnologico. La cifra della distanza tra noi e gli altri paesi europei è tutta qui accanto a quella degli investimenti nella sanità, o meglio nella salute.

E poi ci sono le tante opere di manutenzione di cui il nostro Paese ha bisogno che vanno dalla mobilità – settore anch’esso strategico – alla riqualificazione urbana delle periferie, alla creazione di smart city, ect.

Dopo decenni di esasperato individualismo, in questi giorni riscopriamo il valore della solidarietà, di essere vicino a coloro che non ce la fanno, e sono tanti, o a  chi abita accanto a noi e si trova in uno stato di necessità. Anche i media ci propongono, utilizzando il loro linguaggio subliminale, quanto detto da Papa Francesco di recente ricordando un detto africano “sei vuoi andare veloce, corri da solo; se vuoi andare lontano, vai insieme”

All’orizzonte appare forte dunque l’esigenza di avere una società più inclusiva, per tanti, se non vogliamo rischiare di avere un paese più povero e fragile socialmente.

Per affrontare e dare una soluzione a questi temi che richiedono scelte importanti e impegnative occorre creare le condizioni. Nasceranno da questo confronto sia le risposte più adeguate ad affrontare le tante difficoltà che la capacità di governare un periodo di grande trasformazione. Un tempo impegnativo quello che abbiamo già e che verrà in cui la cifra dell’amore per propria patria e l’umanità sarà data dalla capacità, innanzitutto, di fare bene ciò che stiamo facendo [L’articolo di Moro su La ricostruzione].

Non sfugge che per realizzare tutto questo occorre avere una maggioranza che non basti a se stessa, come fece De Gasperi, ma ricostruisca il Paese e l’Europa che in questo momento ha bisogno di noi e non solo perché ne abbiamo la responsabilità con Gentiloni e Sassoli alla guida di importanti istituzioni, ma perché senza sarebbe semplicemente meno.

Fare una politica di destra per togliere voti alla destra porta al suicidio identitario

Bisognerebbe fare uno sforzo collettivo di verità, contro le ipocrisie. Altrimenti la politica non recupera la sua credibilità e la sua dignità.

Noi popolari (dispersi, diasporati, micro organizzati, molecolari, in sonno e via dicendo) dovremmo comunque provare a battere qualche colpo al riguardo. Senza farci condizionare dalla dittatura dei sondaggi e dall’ansia, imperante, del consenso immediato. Del resto, cosa avremmo da perdere? 

Questo sforzo di verità e di rifiuto delle ipocrisie – assieme ad una tensione radicalmente innovativa di fronte ai nuovi paradigmi dell’attuale fase storica – mi sembra essere l’unico terreno di “riconoscibilità” per un percorso possibile (benché arduo) di aggiornamento della nostra cultura politica e di reinterpretazione delle sue radici di servizio alla comunità.

Per esempio, ma è appunto solo un esempio. Dovremmo chiedere senza esitazione una procedura urgente di regolarizzazione delle migliaia e migliaia di stranieri stabilmente residenti in Italia ma ufficialmente “sconosciuti” al sistema pubblico.

Da anni non si fa. E da anni non vengono attivate le procedure per definire quote di ingresso regolare di lavoratori stranieri. 

Ma è bastato il Coronavirus per disvelare ciò che tutti sapevamo ma non volevamo dire: senza i lavoratori stranieri (regolari o irregolari che siano) il nostro sistema produttivo e dei servizi si blocca.

Il “compromesso dell’ipocrisia” prevede porti ufficialmente bloccati; quote di ingresso regolare non attivate; lavoro nero diffuso e implicitamente accettato (salvo rare operazioni di polizia più che altro ad uso propagandistico); espulsione degli irregolari dalle prestazioni pubbliche di accoglienza (vedasi i ben noti Decreti dell’ex Ministro degli Interni), ancora sostanzialmente in vigore.

Ipocrita è anche la soluzione che pare prevalere dentro una parte della attuale maggioranza di Governo: siccome questi disgraziati (che ufficialmente non esistono) ci servono per queste emergenze lavorative, sopratutto in campo agricolo, facciamo un provvedimento di sanatoria “a tempo”. Cioè, valido per i mesi o le settimane che servono agli imprenditori agricoli. Poi, tutto torni come prima: questa gente non esiste, non è più censita nel novero delle “persone” che vivono in Italia. E chi se ne importa se tutto ciò – oltre che diminuzione del grado di civiltà del nostro Paese – crea ancor più insicurezza, rischio sanitario, degrado sociale e iniquità? Al massimo si procederà a qualche rimpatrio simbolico (ormai è assodata la insussistenza di qualsiasi minima condizione organizzativa e giuridica per rimpatri massicci) o a qualche sgombero di un paio di baraccopoli tra le tante presenti sopratutto al Sud. Salvo non occuparsi di un piccolo problema: dove finiscono gli sgomberati?

Ma – dice il benpensante (sic!) Crimi e sostengono molti tra i grillini e non solo – se pensiamo ad una regolarizzazione con le forme e la dimensione che la realtà richiederebbe, facciamo un “favore” a Salvini. Argomento da bar.

Dovremmo aver ormai imparato (dalla cronaca di questi ultimi anni, se non dalla Storia) che fare una politica di destra per togliere potenziali voti alla destra porta semplicemente al suicidio identitario, morale, politico ed elettorale di chi destra non è. E non aiuta chi, dentro la società – e sono tanti – difronte ad una posizione seria, pragmatica, credibile sarebbe disposto ad assumere opinioni e atteggiamenti di lungimiranza e di responsabilità.

Certo che se la politica non esercita la sua funzione di guida e di orientamento, prevale il declino ideale e si fanno strada le fake news dei nemici alle porte ed anzi ormai dentro le mura.

Al Paese servono “politici”, non “politicanti”. E, per capirlo, in questo caso come per altri, non dovrebbe essere neppure necessario citare Degasperi e la sua famosa frase sul pensiero rivolto alle nuove generazioni e non alle prossime elezioni. O ascoltare le parole di Papa Francesco. Basterebbe leggere quanto scrivono economisti preparati e indipendenti come Tito Boeri.

Se la pietà prevale

“Se la pietà prevale il Paese non sarà perduto”: così scriveva Aldo Moro in una delle ultime lettere dalla sua prigionia.

Come andò a finire ormai fa parte della Storia: questo Paese si è forse salvato da quel pericolo incombente del terrorismo politico ma in questi anni ha attraversato il lungo tunnel di tante trame rimaste ancora oscure, pagando lo stesso un prezzo salato di vite umane e un tributo altissimo di sacrifici sociali.

Mi piace citare e utilizzare questa suggestiva metafora, purtroppo legata ad una delle vicende più drammatiche del nostro secondo dopoguerra perché trovo che nella sua ultimativa semplicità espressiva sia ricca di sentimenti riconducibili alla nostra vita, quasi impregnata di valori e di civiltà.

La tensione costante verso il benessere sociale e il soddisfacimento delle esigenze personali ci ha portato in questi anni di tumultuosa crescita al radicamento di due parametri ormai prevalenti nei nostri comportamenti collettivi: il senso del diritto e la valutazione dell’utilità delle nostre azioni, la considerazione della loro convenienza rispetto alla scelta di fare o non fare una certa cosa. 

Tutto è rapportato a questo criterio: mi serve, ci guadagno, ne ho un tornaconto? Alzi la mano chi ragiona controcorrente: senza voler esser santi ma il disinteresse sembra bandito da questo mondo.

L’organizzazione della nostra vita, quello che pratichiamo per noi o che insegnamo ai nostri figli, i nostri progetti, le amicizie, i sentimenti prevalenti sono ispirati a scelte di autoconservazione e di espansione. Il mondo è un grande cantiere dove si costruiscono beni materiali: avere, possedere, occupare spazi, allungare le mani per impadronirsi delle cose.

In genere siamo molto attenti nel considerare quello che ci spetta, ci educhiamo reciprocamente a far valere soprattutto le nostre – sempre buone – ragioni. La gratuità del gesto non alberga più nei nostri cuori, la disinvoltura con cui consideriamo le vicende umane lascia spazio a un cinismo che ci abitua al peggio.

Meno male che i fattacci di cronaca riguardano sempre gli altri: essere giudici o delinquenti non impone in fondo scelte così drastiche, alla fine si aggiusta sempre tutto. Pubblicamente ci piace condannare, privatamente possiamo anche assolvere. Davanti agli altri siamo esempi di coerenza, nelle nostre stanze diventiamo orchi senza censure.

Per scavare nell’animo umano e trovarci tracce di disinteresse e bontà bisogna che qualcuno prenda l’iniziativa ma cominciare è difficile, la diffidenza ci spinge ad aspettare che siano gli altri a dare una prova convincente di generosa disponibilità.

A volte penso alla facilità disarmante con cui liquidiamo le persone e le esistenze altrui, tranciando giudizi che tolgono ogni speranza di riscatto, semplicemente usando le parole.

Ci sbarazziamo delle sensibilità dei nostri interlocutori con la stessa disinvoltura con cui mandiamo alla forca gli autori dei crimini orrendi che tanto ci commuovono.

Questi tempi calamitosi, di violenza e di efferatezze, di vite bruciate nello sballo di una sera o calpestate nell’umiliazione del corpo e dell’anima, questi patiboli eretti nelle case, nelle piazze,  negli uffici dove diventiamo tutti frettolosi giustizieri della pacatezza e dei toni miti, dove scuotiamo perennemente il capo perché non c’è più nulla degli altri ormai che ci convince, questi tempi misurati, calcolati, programmati non sanno più far posto allo slancio del perdono.

Denunce, sospetti, invidie, odio, rancori, calunnie, curiosità morbosa, linciaggio morale, sentenze a buon mercato: sono i mille volti di una cattiveria dilagante a cui diamo il nome “giustizia”.

Vogliamo arrivare sempre fino in fondo alle cose, non ci basta vincere, vogliamo stravincere. O almeno crediamo di poterlo fare, è la vita stessa che a volte ci sposta quel ”fondo”. Per questo le parole di Aldo Moro vanno oltre la sua vicenda e abbracciano l’uomo e la storia.

Se in qualche modo, in qualunque modo, la pietà non prevale nel momento in cui siamo chiamati ad esprimere un sentimento decisivo, noi stessi saremo- alla fin fine – irrimediabilmente perduti.

La “Commissione Moro”. Un percorso di riflessione tra indagini documentarie, dibattiti storiografici e “storia pubblica”

Premessa

Al di là del suo profilo strettamente politico e investigativo, per il quale si rimanda alle tre relazioni approvate[1], l’attività dell’ultima Commissione di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, ha consentito l’acquisizione di una grande quantità di documentazione, spesso nuova e di interesse non tanto e non solo investigativo, ma piuttosto storico-culturale. Tale documentazione, se messa a sistema con gli altri archivi disponibili (in particolare quelli conservati all’Archivio Centrale dello Stato e gli archivi della cessata Commissione “Terrorismo e Stragi”), consente di affrontare in maniera nuova diverse tematiche legate sia alla ricostruzione del più ampio contesto storico-politico in cui avvenne il sequestro Moro sia anche alla costruzione della verità giudiziaria sulla vicenda Moro e della memoria pubblica di quell’avvenimento.

In attesa che si definiscano meglio le modalità di pubblicità della documentazione, attualmente oggetto di riflessione nell’ambito della Camera dei deputati, si possono enucleare alcune tematiche – la dimensione internazionale della vicenda Moro, la questione della trattativa, “le carte di Moro”, la costruzione della verità giudiziaria e le politiche dissociative – sulle quali avviare un percorso di riflessione e confronto scientifico, anche attraverso momenti specificamente dedicati. Per ognuna delle tematiche individuate c’è già ora la possibilità di disporre di documentazione libera, in diversi casi pubblicata su vari siti.

1. La dimensione internazionale della vicenda Moro

Un primo ambito tematico su cui la Commissione ha compiuto estese acquisizioni documentali è quello della dimensione internazionale della vicenda Moro. Di per sé non si tratta di un tema del tutto nuovo. Esso è stato infatti oggetto di approfondimento sia nel corso della prima Commissione Moro (1979-1983), sia in maniera più marcata nel corso dei lavori della Commissione Stragi (1988-2001), che operò nella fase in cui l’apertura degli archivi dei Paesi del Blocco sovietico alimentò varie campagne di ricerca. Anche a livello storiografico il tema ha ricevuto qualche interesse, specialmente dopo le operazioni di declassifica seguite alle direttive Prodi e Renzi[2].

La novità dei lavori dell’ultima Commissione può essere individuata nell’analisi più sistematica (e di taglio a questo punto non solo investigativo, ma in qualche modo storico-politico) di alcuni filoni internazionali, in particolare quello tedesco e soprattutto quello mediorientale. Sotto il profilo strettamente investigativo, è stato approfondito il coinvolgimento della formazione terrorista RAF, che del resto ha costituito tema d’accertamento fin dalle prime indagini, anche a causa dell’identità di matrice ideologica della formazione terroristica tedesca con le Brigate rosse italiane e delle analogie operative con il sequestro di Hanns-Martin Schleyer, Presidente della Confederazione tedesca degli industriali, avvenuto a Colonia il 5 settembre 1977.

Un altro tema che ha ricevuto attenzione è la vicenda, che pure aveva avuto notevole spazio nelle precedenti Commissioni e nella pubblicistica, della scuola di lingue parigina della Hyperion. In numerosi appunti, note e relazioni della nostra intelligence, fu infatti lungamente coltivata l’ipotesi che la scuola di lingue e traduzione fosse in realtà una stanza di compensazione dei maggiori gruppi eversivi del terrorismo internazionale, sotto la “benevola” vigilanza di svariati servizi segreti, a cominciare da quello francese. La numerosa documentazione acquisita rimane peraltro in larga parte classificata e quindi non utilizzabile ai fini della ricerca storica.

Il tema internazionale che ha avuto maggiore rilievo, anche sul piano documentale, è però quello del ruolo dei movimenti palestinesi nel sequestro Moro e, più in generale, della dimensione mediorientale della politica e del terrorismo italiani. Il tema fu trattato con molta rapidità nella prima Commissione Moro in una fase storica in cui le dinamiche della politica internazionale non facilitavano un confronto con il tema del peculiare rapporto che si venne a stabilire tra l’Italia e il Medio Oriente dai primi anni ’70 e che trovò in Moro uno dei suoi principali artefici. In quel contesto politico sia i brigatisti che le principali autorità politiche presentarono una versione riduttiva di questo tema, per diverse ragioni, valorizzando invece la dimensione nazionale e “interna” del terrorismo brigatista. L’ultima Commissione ha invece inteso indagare con la maggiore completezza possibile lo spazio politicamente fluido del rapporto tra Italia e Palestina, sia sul versante dei collegamenti tra Brigate rosse e movimenti palestinesi, sia sul versante degli accordi definiti per preservare il Paese da attacchi terroristici. Sono stati compiuti, in particolare, approfondimenti in tre ambiti tematici: le segnalazioni pervenute precedentemente al sequestro su possibili iniziative terroristiche in Italia; il ruolo dei Servizi di sicurezza italiani e in particolare del Capocentro a Beirut del Sismi, sia anteriormente al sequestro sia, nel corso di esso, quando fu avviata, per il tramite dei palestinesi, una trattativa finalizzata alla liberazione dell’ostaggio. Il colonnello Stefano Giovannone, uomo fidato di Aldo Moro, fu l’artefice del cosiddetto “Lodo Moro”, l’accordo segreto concluso tra l’intelligence militare italiana e i servizi segreti palestinesi per mantenere indenne l’Italia da attacchi sul suo territorio, in cambio della libertà di movimento per i terroristi palestinesi in Italia e la circolazione di armi tra l’Italia e il Medio Oriente[3]. Dal complesso della documentazione esaminata (in buona parte ormai non più classificata) emerge chiaramente la centralità del ruolo dei movimenti palestinesi nella vicenda Moro e si evidenzia che le Brigate rosse non sono pienamente riducibili a un fenomeno puramente nazionale, ma facciano parte a pieno titolo di una dimensione internazionale, anche se in maniera diversa dall’IRA e dalla RAF. Si sottolinea, quindi, la costante interlocuzione tra gli apparati del Governo italiano e quelli dei palestinesi, nell’ambito degli accordi definitisi dopo il 1973[4]. L’interlocuzione si orienta innanzitutto verso l’OLP, ma non esclude movimenti fortemente impegnati nel terrorismo, come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, la formazione marxista di George Habash. Questa costituisce il tramite per avere notizie e informazioni anche su veri e propri movimenti terroristici, come quello di Wadie Haddad e poi di Abu Nidal e Carlos. Il punto di caduta di questi elementi si colloca proprio nel periodo del sequestro Moro, quanto tanto lo Stato italiano quanto le Brigate rosse mantennero, per linee parallele, un rapporto e un confronto con l’area palestinese[5].

2. La questione della trattativa

Un secondo aspetto dell’ultima inchiesta parlamentare che ha portato significative acquisizioni documentali è la vicenda delle trattative, tentate o avviate, per garantire a Moro la salvezza.

Tali trattative, che avvenivano a un livello segreto e informale, in quanto incompatibili con la «linea della fermezza» ufficialmente perseguita, hanno una rilevanza notevole per la «storia politica» del sequestro Moro, perché intersecano la vicenda terroristica strettamente intesa e l’analisi delle posizioni delle varie forze politiche nei loro reciproci rapporti.

Il tema non è certo nuovo. Fu al centro del dibattito politico nel corso del sequestro e, in seguito, esponenti politici e partiti sono tornati, retrospettivamente, sul tema della legittimità e della funzionalità delle posizioni assunte in quella fase. Anche gli studi che si sono concentrati sulla dimensione politica del sequestro, da quelli di Giovagnoli e Gotor al volume collettaneo patrocinato, non a caso, da Gennaro Acquaviva[6], hanno conferito molto spazio alle intricate vicende delle possibili trattative. Il limite è stato, in diversi casi, quello di riproporre a livello storiografico o pubblicistico, posizioni cristallizzatesi nel corso del sequestro per ragioni politiche contingenti.

Rispetto a questo quadro, le attività della Commissione hanno consentito un rilevante arricchimento documentale che consente di studiare la questione della trattativa in maniera più articolata e meno rigida. Si evidenzia infatti una pluralità di soggetti coinvolti, una serie di sfumature e una mobilità delle posizioni che permette di evadere dalla logica manichea della contrapposizione tra “partito della fermezza” e “partito della trattativa”.

Tra gli elementi di maggior interesse acquisiti dalla Commissione in questo ambito, c’è soprattutto la ricostruzione di una trattativa facente capo a Bettino Craxi e alla direzione socialista, che aveva come punto centrale l’azione di una serie di personalità legate all’area milanese del PSI. Si tratta di una pagina importante della storia politica italiana, che va collocata nell’ambito dei tentativi del Partito socialista di porsi come «terza forza» e in una forte attenzione di quel partito per l’area dell’«Autonomia», che portò anche a contrapporsi frontalmente agli indirizzi giudiziari di quegli anni[7].

3. Le “carte di Moro”

Una tematica importante e controversa, che è stata complessivamente rivista dopo la pubblicazione degli studi di Miguel Gotor[8], è quella delle “carte di Moro”. La circolazione delle lettere di Moro durante il sequestro, la scoperta, in due riprese (1978 e 1990), del cosiddetto “Memoriale” di via Monte Nevoso hanno da tempo suscitato numerosissime ricerche, più o meno fondate. Attorno alla vicenda delle carte di Moro si giocarono infatti partite politiche importanti, sia nel 1978, sia anche dopo il 1990, quando la seconda scoperta delle carte di via Monte Nevoso avvenne quasi contemporaneamente alla diffusione ufficiale delle notizie sulla organizzazione Gladio.In questo ambito, la nuova documentazione acquisita dalla Commissione riguarda le indagini condotte in relazione alla possibile circolazione di carte di Moro tra Liguria e Lombardia. Gli aspetti di interesse sono soprattutto tre: il ruolo del covo di via Fracchia, a Genova, e più in generale della colonna genovese delle Brigate rosse[9]; una possibile circolazione di carte e scritti per il tramite del maresciallo Angelo Incandela, all’epoca in servizio con il ruolo di comandante presso il carcere di massima sicurezza di Cuneo ove furono detenuti numerosi personaggi di rilievo, sia appartenenti alle Brigate rosse e ai gruppi affini sia appartenenti alla criminalità organizzata, che aveva un rapporto diretto con il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, allora responsabile delle carceri di massima sicurezza[10]; l’uso di carte di Moro come elemento di scambio nel corso del sequestro.

Si tratta, nel complesso, di approfondimenti specifici, che tuttavia rappresentano un tassello importante su una questione che rimane ancora aperta dal punto di vista storico (mentre non ha particolare rilievo giudiziario).

4. La costruzione della verità giudiziaria e le politiche dissociative

Un’altra tematica che costituisce un’autentica novità dell’ultima Commissione Moro è l’avvio di una riflessione critica sulla costruzione della verità giudiziaria sulla vicenda Moro. Si tratta di un tema centrale, che è in qualche modo implicito in molta della letteratura “revisionista” e nell’attività delle commissioni di inchiesta, ma che raramente è stato tematizzato in maniera precisa. L’importanza di una rivisitazione critica della “verità giudiziaria” è rilevante non solo perché l’accumulo di documentazione impone una sorta di “storia della storiografia”, ma perché quello giudiziario costituisce, in qualche modo, un perimetro condizionante di ogni ulteriore ricerca sulla vicenda Moro. Per cogliere questo elemento sino in fondo occorre considerare che la verità giudiziaria sulla vicenda Moro presenta, oltre ai limiti connaturati a quel tipo di accertamento, il carattere ulteriore di essere la risultante di attività di indagini e di attività di collaborazione svolta da brigatisti “pentiti” e soprattutto da quella particolare figura assai presente nella vicenda Moro del “dissociato”, cioè di colui che, abbandonando la lotta armata, si dichiara disposto a rilasciare testimonianze sui fatti, ma non a coinvolgere altri brigatisti.

Proprio l’attività della Commissione e la documentazione acquisita evidenzia come la vicenda processuale finisca per dipendere in maniera molto forte da alcuni dissociati, (specialmente dopo le leggi premiali del 1987). Dissociati, i quali a loro volta, giocano la loro partita su più tavoli, quello giudiziario, quello del confronto con le forze politiche, quello pubblicistico e del rapporto con i media.

Acquisita una verità giudiziaria, soprattutto nei processi Moro-ter e seguenti, anche i brigatisti non pentiti si dedicano a una intensa attività pubblicistica, fortemente sostenuta dal gruppo de “Il manifesto”, che contribuisce a fondare una “memoria ufficiale” dell’avvenimento. Rientra in questo quadro anche la misteriosa circolazione del cosiddetto “Memoriale Morucci”, una lunga ricostruzione della vicenda, che circolò tra la magistratura, i Servizi segreti e il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, con il quale del resto Morucci mantenne a lungo rapporti cordiali[11].

Gli aspetti sommariamente delineati non devono essere visti in termini moralistici. Allo stesso tempo, però, la documentazione nuovamente disponibile consente di avviare una riconsiderazione generale dei processi di costruzione di una memoria pubblica della vicenda Moro a partire dalla tortuosa vicenda giudiziaria e parlamentare. L’indagine parlamentare, in questo quadro, ha messo in evidenza la necessità di riflettere sulla figura di Aldo Moro nell’interezza della sua esperienza personale e politica e non solo in quanto vittima della più grave operazione di terrorismo politico della storia repubblicana.

5. Il contesto storico e politico delle Commissioni parlamentari di inchiesta sul terrorismo

La riflessione che si è avviata cerca di seguire il filo che lega il complesso periodo storico degli “anni di piombo” e la cultura contemporanea, prestando una maggiore attenzione al tema delle Commissioni di inchiesta sul terrorismo che si sono succedute dal 1979 fino al 2018: la prima “Commissione Moro” (1979-1983); la “Commissione Stragi” (1988-2001); la seconda “Commissione Moro” (2014-2018). In realtà nel 1987 ha operato un’altra Commissione di inchiesta monocamerale, che però ebbe una breve durata a causa della fine anticipata della IX legislatura. Nonostante ciò, nelle poche audizioni svolte iniziò a lavorare su una questione precedentemente poco indagata, vale a dire l’eversione di destra e le compromissioni dei servizi di sicurezza, un lavoro che in qualche modo aprì una nuova strada e che venne consegnato alle successive commissioni di inchiesta.

L’attività di tali Commissioni presenta un oggetto – in parte – comune, il sequestro e l’omicidio Moro, ma si svolge in contesti molto diversi. Il punto di partenza dell’analisi è rappresentato pertanto dai lavori della “Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo italiano”, istituita nel dicembre del 1979. La vicenda della Commissione costituì uno dei più rilevanti eventi politico-parlamentari dei primi anni’80. Quando è attiva la prima “Commissione Moro”, infatti, il terrorismo di sinistra in Italia è tutt’altro che sconfitto (basti ricordare che il sequestro Cirillo è del 1981, così come l’arresto di Mario Moretti) e la valutazione della vicenda Moro è una questione politicamente scottante. Gli stessi interlocutori governativi della Commissione, in primo luogo Andreotti e Cossiga, erano stati i responsabili della gestione politica e poliziesca del sequestro Moro. E poi le diverse relazioni, di maggioranza e minoranza e, soprattutto, il primo cristallizzarsi di una ricostruzione della vicenda Moro in parallelo con lo svolgimento delle inchieste giudiziarie: Moro e Moro-bis.

Assai diverso è il contesto in cui ha operato la “Commissione Stragi” che lavorò per tredici anni, dal 1988 al 2001, attraversando la X, XI, XII e XIII legislatura, affrontando molteplici aspetti del terrorismo di destra e di sinistra, con una specifica attenzione alla dimensione internazionale. Quando la Commissione inizia ad operare esplodono quasi contestualmente la vicenda del secondo ritrovamento delle “carte di Moro” in Via Monte Nevoso (9 ottobre 1990) e la questione Gladio, che Andreotti, allora Presidente del Consiglio, rivela davanti alla Commissione parlamentare Stragi, il 18 ottobre 1990. Negli stessi anni si sovrappone anche un’intensa attività giudiziaria, con i procedimenti Moro-ter, Moro-quater e Moro-quinquies[12].

La Commissione, in effetti, opera in un contesto politico e culturale in continua evoluzione. Dopo aver mantenuto, sotto la Presidenza Gualtieri, una specifica attenzione a singoli episodi, la Commissione ha allargato, sotto la Presidenza Pellegrino, il suo raggio di azione in direzione di una questione che è centrale per l’analisi di questi organismi, l’idea di ricostruire, nel nuovo quadro politico definitosi con la fine della «Prima Repubblica», una sorta di storia pubblica condivisa del terrorismo italiano. Un progetto che era sostenuto da una consistente parte della classe dirigente nazionale ed era fondato sull’idea che, una volta crollato il Muro di Berlino e superate le rigide contrapposizioni ideologiche, si potesse giungere a una condivisione del nostro passato. Insomma, una ricostruzione finalizzata alla reciproca legittimazione delle forze politiche in campo e al consolidamento dell’identità nazionale italiana[13]. Il fallimento di questa iniziativa (la Commissione non approvò alcuna relazione condivisa) è, di fatto, il punto di partenza da cui si sono mossi i lavori della “Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro” presieduta da Giuseppe Fioroni. Quest’ultima si è mossa in un contesto molto diverso, lontano dagli avvenimenti, ma caratterizzato da una disponibilità di documentazione impensabile anche solo qualche anno fa. La natura dell’inchiesta si è dunque venuta modificando: se nel primo caso il tema era quello della lotta al terrorismo, nel secondo era il tentativo di arrivare a una elaborazione storico-politica condivisa e di mettere a disposizione documentazione non disponibile agli studiosi. Il filo conduttore di questo percorso sta nell’analisi dell’attività delle commissioni nel loro rapporto, da un lato, con una magistratura presente in maniera crescente nel dibattito pubblico, e dall’altro, con un quadro politico e culturale nel quale diversi attori (politici, storici professionali, giornalisti, esperti e consulenti delle commissioni) veicolano i risultati delle inchieste per proporre una sorta di public historydel terrorismo italiano, che si afferma anche tramite veicoli non narrativi (film, opere teatrali, da ultimo anche il fumetto)[14]. Si tratta di fenomeni che sono stati oggetto di dibattito in sede storiografica sin dai primi anni 2000, quando la SISSCO animò alcune riflessioni sul tema, ma che meritano un’attenta e aggiornata riflessione. Occorre infatti focalizzare che tipo di storia è quella che emerge dall’attività delle Commissioni (e che tipo di fonti usa), quali retoriche la caratterizzano, in che modo si rapporta a una riflessione storiografica che ha talora “snobbato” lo studio del terrorismo, che tipo di uso viene fatto delle inchieste nel dibattito pubblico, non solo giornalistico, ma anche televisivo e documentaristico.

6. Tra inchiesta e memoria: elementi generali

Nel complesso si può dire che la vicenda del rapimento e uccisione di Aldo Moro – e più in generale la biografia di questo statista – è stata oggetto di una sorte curiosa. Indagata in numerose inchieste giudiziarie e parlamentari, è riconosciuta come un momento di cesura nella storia dell’Italia repubblicana. Allo stesso tempo rimane una tematica relativamente poco frequentata dalla storiografia accademica e, per converso, ancora fortemente presente in una memoria pubblica, che si alimenta spesso di prodotti (saggi, film, romanzi, memorie personali) di tipo scandalistico, polarizzati tra due estremi: quello della spy story e quello della rievocazione autogiustificatoria di una militanza estremistica[15].

In questo ambito l’attività dell’ultima Commissione di inchiesta, che pure ha dovuto confrontarsi con aspettative giornalistiche talora ingenue ha rappresentato un’occasione per «scombinare il quadro» e creare le condizioni per un diverso approccio.

In questa prospettiva si possono inquadrare le parole di Marco Damilano: “far parlare Moro di politica significa cercare di liberarlo almeno dalla seconda prigionia in cui è stato rinchiuso”[16]. Una riflessione che appare una vera e propria esortazione a confrontarsi con il pensiero, l’iniziativa politica, le logiche del dialogo, la tensione morale del politico democristiano. Il direttore de l’Espresso, nelle pagine finali del suo libro dedicato allo statista pugliese, conclude scrivendo “che di tutto resti qualcosa”, perché in fondo “tocca a noi continuare quel cammino verso una democrazia adulta, avere sempre fame di giustizia, sete di un atomo di verità”[17].

Questa tendenza è del resto presente in una serie di volumi recenti sulla figura dello statista che hanno seguito percorsi differenti. Tra questi l’importante biografia di Guido Formigoni (Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma) e l’opera di Massimo Mastrogregori (Moro. La biografia politica del democristiano più celebrato e discusso della storia della Repubblica), pubblicati entrambi nel 2016, hanno contribuito a ricollocare la vicenda del sequestro e della morte di Moro nel rapporto con il progetto che Moro portò avanti nel corso degli anni ’70, anche allo scopo di contenere le tensioni distruttive che affioravano nella società italiana[18].

È possibile dunque ripensare ad Aldo Moro, al suo impegno politico e alla sua lezione, all’interno di un percorso capace di coniugare memoria e riflessione, al fine di favorire un confronto aperto con la figura dello statista democristiano. In un recente seminario su Aldo Moro, Angelo Ventrone ha offerto una definizione particolarmente efficace in relazione al mestiere dello storico: “chi scrive di storia – ha sostenuto –  può essere paragonato a colui che compie il gesto della sepoltura, cioè dare pace alla memoria e nello stesso tempo rivitalizzare il ricordo di chi non c’è più; permettere il sereno congedo dal passato per aprire una nuova pagina nella propria vita”. Questa idea incontra in pieno lo spirito della riflessione che si è avviata: pensare al mestiere dello storico e al suo impatto pubblico nella costruzione di memorie consapevoli e critiche. Lo studioso di storia dunque ha il compito di rendere vivo il passato, perché lo ricostruisce, ma allo stesso modo misura la distanza dall’oggi, “permette di rendere il passato un luogo dove poter tornare con serenità”[19].

Il rischio dell’oblio, tuttavia, è dietro l’angolo, non solamente perché da un’inchiesta realizzata nelle scuole italiane, è emerso che circa il 70% dei ragazzi non sa chi sia Moro[20], ma per il pericolo di ridurre la sua eredità e i suoi 62 anni di vita al «caso Moro» e ai 55 giorni della sua prigionia.

Nelle nostre scuole appare piuttosto complicato insegnare la storia degli anni ’70. La storia del nostro Paese, peraltro, viene spesso raccontata attraverso una prospettiva negativa: così si parla di Risorgimento incompiuto, di Vittoria mutilata, di Resistenza tradita, di Costituzione inattuata, di Stragi impunite. E con il prevalere di queste sequenze di fallimenti diventa ancora più difficile raccontare gli avvenimenti più recenti alle generazioni più giovani. Queste ultime potrebbero trarre beneficio, invece, dallo studio di quel periodo, nell’orizzonte della costruzione di una memoria viva e condivisa. Questo è stato, del resto, un tema particolarmente considerato dal Presidente della Commissione Fioroni, già Ministro della Pubblica Istruzione e attento osservatore delle dinamiche e delle sensibilità presenti nel mondo della scuola italiana. Consapevole della necessità di lavorare sul tema della conoscenza per le giovani generazioni, la Commissione, infatti, ha realizzato, insieme al Ministero dell’Istruzione, un programma destinato alle scuole secondarie, che ha avuto il suo punto qualificante in approfondimenti, svolti dallo stesso Presidente e dagli altri parlamentari membri della Commissione, presso istituti scolastici di ciascuna Regione italiana. Il progetto dal titolo «Memoria e ricerca della verità», si è inserito nella programmazione delle iniziative per la ricorrenza del Quarantesimo della morte e del Centenario della nascita di Aldo Moro, privilegiando di fatto una sorta di «memoria aperta» attraverso un percorso formativo ed educativo.

Proprio il materiale radicalmente nuovo ma di non agevole consultazione, accumulato dalla Commissione (circa 1.000.000 di pagine digitalizzate, comprensive anche di materiale fotografico e video) costituisce il punto di partenza di una ricerca capace di interfacciare diversi ambiti, da quello propriamente storiografico a quello della memoria pubblica.

Le Commissioni di inchiesta, che hanno i poteri dell’autorità giudiziaria[21], ma non sono composte – di norma – da studiosi, possono accedere a fonti che spesso sono poco conosciute o ancora precluse agli studiosi. In questo ambito si può dunque creare un circolo virtuoso, che consente di mettere a disposizione e interpretare documenti che non necessariamente sono destinati agli archivi di Stato e rischiano di essere dimenticati o, in alcuni casi, distrutti.

Già in occasione dei numerosi documentari realizzati per il quarantesimo anniversario della morte di Moro, l’archivio della Commissione ha fornito diversi materiali. La stessa Commissione ha svolto alcune attività di comunicazione, affidate in prevalenza al Presidente Fioroni e ad altri parlamentari membri della Commissione, tra le quali, un ciclo di conferenze nelle scuole secondarie di tutte le regioni italiane, già menzionato, la mostra «Aldo Moro e l’Assemblea Costituente»[22], diversi convegni e momenti di approfondimento, tra i quali una conferenza a Bruxelles sul contributo di Aldo Moro all’integrazione europea, svoltasi il 24 febbraio 2016, in occasione dell’intitolazione a Moro di un’aula del Parlamento europeo[23]. Tra le iniziative pubbliche si può annoverare anche il Protocollo d’intesa tra il Ministero dei Beni Culturali e il Ministero della Giustizia per la digitalizzazione degli atti dei grandi processi per la conoscenza della storia del nostro recente passato, accolto con il pieno favore anche della Commissione[24].

La costruzione di un percorso fortemente orientato alla public history e basato sulla documentazione della Commissione Moro trova un preciso fondamento nell’approccio seguito dall’organo parlamentare, che consente di disporre di materiali realmente nuovi. Seguendo la logica della legge istitutiva[25], la Commissione non ha, infatti, inteso proporre una lettura complessiva del caso Moro, quasi dedicandosi a una sorta di storiografia parlamentare. Ha invece focalizzato la sua attenzione sugli aspetti che più di altri fanno emergere elementi nuovi o non sufficientemente indagati e specifiche responsabilità, trasmettendo, ove necessario, i relativi atti alla Procura di Roma, alla Procura generale presso la Corte di appello di Roma.

Si è scelto di lavorare, dunque, come organo inquirente. La Commissione non ha voluto ambire ad una storiografia parlamentare, cercando di tenere ben lontano il rischio dell’uso pubblico della storia da parte della politica.

L’obiettivo è stato quello di acquisire prove giuridicamente apprezzabili, anche in sede giudiziaria. Alla luce di queste premesse, si potrebbe dire che la Commissione si è data il compito di raccogliere nuovi elementi, non indagati, trascurati o omessi, demandando agli storici quello di contestualizzarli nel più ampio quadro di relazioni interne e internazionali del nostro paese e alla magistratura quello di valutare se gli elementi presentino un rilievo processuale.

7. Le “nuove fonti” sul caso Moro

A caratterizzare l’esperienza dell’ultima Commissione di inchiesta sul caso Moro è stata la ricerca di percorsi di indagine radicalmente innovativi rispetto a quelli sperimentati dalla Commissione Stragi, basati cioè sull’accertamento puntuale (tramite deleghe di indagine) di elementi fattuali piuttosto che su una rilettura degli eventi (tramite audizioni). Ciò ha portato, da un lato, a una minore esposizione pubblica dei lavori, dall’altro all’acquisizione di una grande quantità di documentazione, che ha creato una sorta di grande archivio del caso Moro, in via di parziale declassificazione. Per tale archivio si pone naturalmente un problema di valorizzazione, non solo rispetto all’area dell’università e della ricerca, ma rispetto ad una memoria del caso Moro che va ormai costruendosi più su prodotti giornalistici o cinematografici che storici in senso stretto. La ricerca della verità storica sugli anni Settanta, e non solo, passa inevitabilmente per una gestione e valorizzazione degli archivi pubblici, altrimenti il rischio è quello di contribuire ad alimentare la dietrologia, il qualunquismo a scapito, innanzitutto, di una corretta informazione e di una buona ricerca storica. Sembra chiaro, infine, che nel rapporto tra i contenuti proposti dai mezzi di comunicazione e un percorso di valorizzazione delle fonti e dei documenti (cartaceo, audio, video, fotografico), la storia può assumere un ruolo pubblico, attraverso un’accurata analisi critica e un aggiornamento dei suoi linguaggi, ormai richiesti dalla società della comunicazione[26].

La conoscenza delle fonti acquisite dalla Commissione è ancora patrimonio di un numero ristretto di operatori, in particolare i parlamentari membri e i consulenti. D’altro canto il versamento della documentazione all’Archivio storico della Camera, se metterà la documentazione a disposizione degli studiosi, non comporterà un’immediata leggibilità, anche a causa della carenza di strumenti inventariali. Da questo punto di vista, appare particolarmente produttivo un lavoro di censimento delle fonti acquisite (tutte disponibili in formato digitale, con vari livelli di riservatezza). Di seguito si riepilogano le principali:

  • Atti delle precedenti Commissioni: la Commissione ha acquisito buona parte della documentazione delle precedenti inchieste sul concetto terrorismo di sinistra. In particolare, oltre all’integralità della prima Commissione Moro, sono stati acquisiti dal Senato il filone Moro e terrorismo di sinistra della «Commissione Stragi», nonché una parte cospicua della «Commissione Mitrokhin».
  • Atti giudiziari: la Commissione ha acquisito spezzoni consistenti dei Processi Moro, Moro-bis, Moro-ter, Moro-quater e Moro-quinquies, nonché fascicoli di indagine tuttora aperti; ha inoltre acquisito e digitalizzato una parte consistente del «Processo Andreotti-Pecorelli» di Perugia, numerosi procedimenti relativi a Giovanni Senzani, al terrorismo stragista di destra, ai processi alla colonna genovese e milanese delle Brigate rosse. Tale materiale è stato integralmente digitalizzato e indicizzato.
  • Documenti dei Servizi di sicurezza: la documentazione dei Servizi acquisita dalla Commissione è assai cospicua e può essere ricondotta a due grandi filoni: la documentazione declassificata a seguito delle cosiddette direttive Prodi (2008) e Renzi (2014); la documentazione ancora classificata o eventualmente declassificata su richiesta della Commissione. L’interesse di questa documentazione relativamente poco conosciuta e utilizzata dagli studiosi (e semmai prediletta da giornalisti scandalistici) sta soprattutto nel fatto che consente di afferrare la dimensione internazionale della vicenda Moro, sfuggendo a una tradizionale immagine delle Brigate rosse come fenomeno esclusivamente interno.
  • Documenti di indagine: innovando la prassi rispetto ad altre Commissioni, la Commissione ha usato largamente del potere di sentire testi, secondo le norme del Codice di procedura penale. Nel complesso sono stati conferiti oltre 440 incarichi e sono stati svolte 256 escussioni, delegate a collaboratori della Commissione. In particolare, tra gli incarichi, si segnalano le attività tecniche delegate alla Polizia scientifica e al RIS dei Carabinieri di Roma, che hanno consentito di rivedere alla luce delle nuove tecnologie tanto la strage di via Fani che la vicenda dell’uccisione di Moro. Le escussioni di testi hanno riguardato sia testimoni, in alcuni casi mai sentiti prima, operatori delle forze di polizia o dei servizi, ex terroristi, politici, giornalisti. Si tratta di un materiale imponente che è stato quasi integralmente declassificato al termine dei lavori.
  • Contributi di studiosi: un aspetto importante è stato pure il contributo (prevalentemente attraverso audizioni) di studiosi qualificati della vicenda Moro, dei più vari orientamenti. Tra questi si ricordano in particolare Francesco Biscione, Gianluca Falanga (esperto studioso italiano della Stasi; le notizie che Falanga riferisce alla Commissione sono nuove e significative, in grado di contribuire anche a ristrutturare il campo della conoscenza degli «anni di piombo» nel nostro Paese, fornendo un quadro interpretativo diverso rispetto alla narrativa pubblicistica prevalente), Vladimiro Satta, Gianremo Armeni, al quale può essere accostato, per uniformità tipologica, il contributo degli ex presidenti di Commissioni di inchieste, da Giovanni Pellegrino a Luciano Violante.

Nel complesso il lavoro della Commissione (e conseguentemente la documentazione acquisita) ha intersecato una pluralità di dimensioni: giudiziaria, storiografica, della memoria pubblica, della comunicazione giornalistica e pubblicistica. Un ritorno sulle fonti e un’adeguata valorizzazione appare particolarmente fruttuosa, anche alla luce di esperienze in corso, come quella del Centro Flamigni, dell’Accademia di Studi Storici Aldo Moro e della digitalizzazione dei primi processi Moro, che sta avvenendo a cura dell’Archivio di Stato di Roma.

Alla luce di quanto esposto, si inserisce la riflessione di Maurizio Ridolfi, fondata sulla necessità di costruire un percorso di ricerca e di storia pubblica, tornando a parlare di storia con linguaggi nuovi, critici, senza ombre nella narrazione. La costruzione di uno «spazio» capace di privilegiare una memoria pubblica, nell’ambito di un discorso di storia presente, si realizza senza dubbio con il contributo degli storici. Questi, però, devono avere la consapevolezza, soprattutto in questo tempo nuovo, della necessità di una maggiore «apertura», attraverso metodologie nuove, fonti diverse, – narrative, audiovisive -, per dialogare con studenti e con un pubblico che ha piacere di fare i conti con la storia collocandola, insieme alle passioni politiche e civili, al centro di una riflessione più larga. In questo ragionamento, lo storico pone l’accento sul valore delle “feste civili nazionali,che “rappresentano uno snodo in cui le generazioni possono ritrovare cosa le tiene insieme” e, con l’obiettivo di legare la storia e la memoria, sembra utile selezionare i passaggi crucialimettendo insieme delle date celebrative di momenti decisivi della nostra storia repubblicana. “Il calendario civile laico ha una sua religiosità intrinseca – conclude lo storico – che potremmo recuperare mettendola al centro di una tensione pubblica più ampia”[27].

Il delitto Moro ha rappresentato il momento più drammatico della storia repubblicana, suscitando un grande clamore a livello nazionale e internazionale e “nell’immaginario finì per condensare in sé la lunga stagione di sangue e violenze che segnò l’Italia dalla fine degli anni sessanta fino alla metà degli anni ottanta. Per questo motivo, quando nel settembre 2006, richiamandosi alla decisione dell’Europarlamento di Strasburgo di dichiarare l’11 marzo (anniversario degli attentati qaedisti sui treni a Madrid del 2004) “Giornata europea delle vittime del terrorismo”, alcuni deputati (primi firmatari erano Sabina Rossa, figlia dell’operaio Guido ucciso dalle Br il 24 gennaio 1979 e Rosa Villecco Calipari, vedova dell’ufficiale dei servizi Nicola Calipari, ucciso in Iraq nelle fasi successive alla liberazione della giornalista Giuliana Sgrena il 4 marzo 2005) presentarono un disegno di legge per fissare una ricorrenza analoga in memoria delle vittime italiane, inclusi i caduti del terrorismo internazionale, la data prescelta fu proprio il 9 maggio”[28]. Una scelta – tanto dibattuta – ma alla fine ampiamente condivisa (legge istitutiva n. 56 del 4 maggio 2007) che riconosce, appunto, il 9 maggio, anniversario dell’uccisione di Aldo Moro, quale «Giorno della memoria», al fine di ricordare tutte le vittime del terrorismo, interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice. Si tratta di una scelta carica di significato. La strage in via Fani degli uomini che scortavano Moro, il suo rapimento, la tragica morte, rappresentano senza alcun dubbio la pagina più delicata della storia politica italiana e il momento più drammatico di quell’attacco che mirava a colpire al cuore dello Stato.

8. L’inizio della fine. Aldo Moro nell’immaginario repubblicano

Nei contributi storiografici, ma anche divulgativi, degli ultimi anni sembra che si stia colmando quella separazione tra la drammatica fase del sequestro e dell’omicidio di Moro e la ricostruzione complessiva della sua azione politica, con particolare riferimento alla stagione del «compromesso storico». A livello giornalistico, il tema ha avuto una certa eco nel dibattito sul senso e la lungimiranza del progetto politico di Moro in relazione alla crisi della «Prima Repubblica» che ha preso le mosse dalla pubblicazione del libro di Marco Damilano[29]. Un testo che è un viaggio personale, un percorso intimo dell’autore nella vicenda Moro. In una lettura “appassionata e non convenzionale” che dedica al libro Un atomo di verità, Ernesto Galli Della Loggia bolla il progetto di Moro come inattuale rispetto ai movimenti profondi della società italiana. Lo storico e pubblicista italiano declina il suo ragionamento sulle pagine del «Corriere della Sera», sostenendo che il tentativo di Moro del 1978 di aprire la strada ad una nuova alleanza politica con il Partito Comunista di Berlinguer era destinato al fallimento, perché ormai “le lacerazioni prodotte dalla modernità nel corpo della società avevano messo in crisi i partiti”. Il crescente terremoto sociale iniziato nel 1968, il Paese minacciato dalla crisi economica e dal terrorismo sembrano convincere Moro che “solo un progressivo ingresso del Pci nell’area delle decisioni e alla fine del governo, solo l’allargamento del consenso così ottenuto, sarebbe stato in grado di assicurare al Paese la crescita economica, lo sviluppo sociale e la necessaria maturazione democratica che di per sé il partito cattolico non era più in grado di assicurare”. Moro pensava che “la ricomposizione di una società non potesse che iniziare dai partiti e prendere necessariamente la forma del compromesso”[30]. Nel percorrere questa strada, quindi, Moro si affidava ai partiti che però erano in declino. Galli della Loggia, per sostenere la sua tesi, recupera un’analisi di Pietro Scoppola: “Per raggiungere l’obiettivo di una più larga realizzazione del disegno costituzionale di democrazia sostanziale e quello più propriamente politico, dell’ampliamento delle basi di consenso alla democrazia parlamentare e all’azione di governo, che hanno guidato la lunga fase di preparazione del centro-sinistra, sarebbe stata necessaria una coerente e forte azione di governo nel quadro di una dinamica istituzionale meno direttamente e pesantemente condizionata dagli equilibri interni dei partiti e dei loro rapporti”[31]. Questa soluzione richiedeva un caro prezzo: la visione idealistica di Moro “implicava inevitabilmente la necessità di subordinare ogni iniziativa, ogni decisione ed ogni concreto operare a logiche di partito che ben poco avevano a che fare con i problemi nuovi del Paese”[32]. Marco Damilano affida la sua replica alle pagine del quotidiano «La Repubblica». Muovendo da una diversa prospettiva, il direttore de l’Espresso vede dietro il progetto di Moro “un’intuizione profonda sulla crisi italiana”, proprio perché “soltanto Moro avvertiva i segni di una disgregazione che i partiti non avrebbero più controllato, neppure la sinistra in quel momento trionfante”. Moro, infatti, sentiva crescere il malcontento, percepiva in maniera sempre più forte il distacco dei cittadini dalla politica. “Può darsi – scrive Damilano – che il suo disegno non avesse futuro, ma il primo ad avere un’idea disincantata della grande svolta che si stava compiendo era lui. Non voleva il compromesso storico, come Berlinguer, più laicamente stava costruendo un anno di tregua e una strada che portasse l’Italia alla democrazia dell’alternanza”[33].

In effetti, la questione della crisi della rappresentanza politica nonché della crescente complessità sociale, vengono affrontate da Moro con molta lucidità. Nel suo intervento al Consiglio nazionale DC del luglio 1975 ne traccia una sintesi particolarmente incisiva: “E’ in atto quel processo di liberazione che ha nella condizione giovanile e della donna, nella nuova realtà del mondo del lavoro, nella ricchezza della società civile, le manifestazioni più rilevanti ed emblematiche. In qualche misura questo è un moto indipendente dal modo di essere delle forze politiche, alle quali tutte, comprese quelle di sinistra, esso pone dei problemi non facili da risolvere. Questo è un moto che logora e spazza via molte cose e tra esse la «diversità» del partito comunista”[34].

Dopo la sconfitta della DC sul divorzio (12 maggio 1974) e l’avanzata delle sinistre, in particolare dei comunisti, nelle elezioni amministrative e regionali del 15 e 16 giugno del 1975 che determinano il formarsi in cinque regioni e nelle principali città e province di giunte di sinistra, Moro prende coscienza che è giunto il momento di avviare una «terza fase» della democrazia italiana. Una nuova stagione caratterizzata, in altre parole, dal passaggio da una democrazia fragile a una democrazia compiuta. “Due momenti della nostra storia – continua Moro – sono passati e si apre un capitolo nuovo. È cominciata una terza difficile fase della nostra esperienza”[35]. La sua idea era quella di creare le condizioni per una convivenza dei diversi partiti in un campo democratico sempre più largo, privilegiando il metodo del “confronto” fra le forze politiche che si riconoscevano nella Costituzione repubblicana.

Aldo Moro, nel 1976, dopo i risultati delle elezioni politiche, che collocano la Dc al 38% e il Pci al 34%, intuisce che c’è un partito condannato a governare e uno condannato all’opposizione e capisce che c’è bisogno di forzare i limiti della Guerra fredda, con un anticipo di oltre un decennio rispetto alla sua fine. La sua tragica morte, però, rese impossibile ogni tentativo di auto-riforma del sistema. A ben guardare, sembra coerente riprendere una riflessione di Umberto Gentiloni: “Un secolo dopo la nascita di Moro, le ragioni per tornare su quelle pagine sono molteplici: liberare il profilo del leader democristiano dal suo tragico epilogo, sottrarsi alla morsa della falsa alternativa tra apologeti e denigratori, inserendo finalmente la parabola politica e il pensiero dello statista in quella che Renato Moro ha recentemente definito “una dimensione non solo nazionale, ma connessa, in chiave comparativa, all’evoluzione politico-sociale europea e ai suoi problemi”. Non è semplice, ma ne può valere la pena per chi voglia tentare di comprendere qualcosa in più non tanto su Aldo Moro quanto sull’Italia e sul mondo di oggi”[36]. In una missiva del suo Memoriale, ritrovata soltanto nel 1990, Moro scriveva che la sua eventuale condanna avrebbe privato il Paese “di un punto di riferimento e di equilibrio”, lo statista aveva piena consapevolezza del proprio ruolo all’interno della storia repubblicana. E in una lettera divulgata il 24 aprile 1978, percependo sempre più il senso dell’abbandono, asseriva: “Non creda la Dc di avere chiuso il suo problema, liquidando Moro. Io ci sarò ancora come punto irriducibile di contestazione e di alternativa[37]. Non a caso molti studiosi, tra cui Andrea Riccardi, Guido Crainz, Piero Craveri, commentando la cerimonia funebre di Aldo Moro, hanno parlato di “funerale della Repubblica”. Il 13 maggio 1978 i funerali, come si ricorderà, sono celebrati nella Basilica di San Giovanni in Laterano con il rito presieduto da Paolo VI, in assenza del corpo di Moro e, questo vuoto, la sua tragica fine, fanno di Moro l’uomo che muore portandosi dietro una parte della Repubblica. Il titolo di un intervento di Giovanni Moro, pubblicato su La Repubblica, appare particolarmente efficace: “È mio padre il fantasma di questa Italia senza pace”[38]. Con la morte di Moro, scrive Guido Formigoni, “si era forse perduta l’ultima opportunità per una rifondazione della democrazia parlamentare in senso convergente e non contrastante alle spinte sociali di quegli anni tormentati. E in questa prolungata agonia, è rimasto il segno di una tragedia che non ha avuto la sua catarsi”[39]. Quando il 16 marzo 1978 un gruppo di fuoco massacrò la scorta di Moro e prese in ostaggio il Presidente della Democrazia Cristiana, iniziando un cinico gioco ricattatorio che si concluse con l’uccisione dell’ostaggio, il bersaglio non fu scelto a caso o – come hanno detto alcuni brigatisti – perché l’operazione era «tecnicamente» più facile di altre. Con il rapimento di Aldo Moro ci si illuse di poter determinare un collasso del sistema istituzionale italiano, privandolo di una figura centrale e impedendo che si realizzasse quella complessiva riforma che aveva in Moro il suo perno e che poteva portare alla ricostruzione il nuovo rapporto tra sistema politico e società civile. L’obiettivo di disarticolare la democrazia italiana fallì, perché lo Stato seppe reagire, sia pur con ritardo e pagando un grave tributo di sangue, ma la morte di Moro produsse effetti pesantissimi sull’evoluzione del sistema politico italiano, che non riuscì a condurre a termine un urgente e necessario processo di rigenerazione e si avvitò in una lunga e talora schizofrenica transizione. “Senza di lui – sostiene Damilano – quel sistema non regge più. È in quel momento che i partiti, tutti insieme, esauriscono la forza propulsiva. La crisi politica si trasforma in crisi istituzionale. Gli interventi di piccola manutenzione dell’esistente non bastano più[40]”. Il progetto politico di Moro era anticipatore e guardava avanti. Dopo la sua morte, le principali forze politiche non ebbero il coraggio di proseguire su quella strada e cercarono di preservare le posizioni acquisite più che di promuovere un rinnovamento del rapporto tra partiti e società. Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro finirono dunque per privare il Paese di un futuro diverso dalla progressiva crisi del sistema politico che si determinò dalla fine degli anni ‘80. Ma rimane ancora viva e feconda la sua visione, la sua ispirazione a cercare l’unità di fondo a un progetto di sviluppo della società italiana, radicato nei principi fondamentali della Costituzione e da realizzare attraverso un continuo apporto di idee e di energie mediato dalle formazioni sociali e dai soggetti politici collettivi. La prospettiva di Moro era quella di una democrazia integrale, dell’alternanza, competitiva e plurale. Pur consapevole dell’importanza della dimensione istituzionale, l’esponente democristiano diede la priorità a un rinnovamento dei partiti, ritenendo che questa sola avrebbe consentito di dare sostanza a una trasformazione del sistema politico-istituzionale. Questo progetto trovò grandi opposizioni, che non furono estranee al dramma del suo assassinio, sia nella dimensione internazionale sia nelle forze interne al Paese che operavano per una fuoriuscita dal quadro della Costituzione. Con la morte di Moro finì la fase della Repubblica fondata sulla Costituente ed è iniziato un lungo periodo di transizione che stiamo vivendo ancora oggi. Il dramma dei 55 giorni ha infatti messo in luce i germi di autodistruzione presenti nella società italiana e, soprattutto, ha lasciato una scia di dubbi sull’azione di istituzioni e apparati, sulle responsabilità, sulle connivenze, sulla dimensione internazionale di tutta la vicenda. La verità giudiziaria affermatasi tra gli anni ’80 e ’90 appare ancora parziale, perché fondata prevalentemente sulle incomplete ammissioni di alcuni responsabili materiali dell’omicidio. Da allora, però, sono emersi numerosi elementi nuovi che rimandano al ruolo degli attori della politica internazionale – i blocchi occidentale, sovietico e dell’Est, i movimenti terroristici europei e mediorientali – e alle modalità in cui le forze politiche italiane scelsero di affrontare e chiudere precipitosamente la stagione del terrorismo[41].

In altri contributi recenti si è piuttosto approfondito il progetto di Moro per rispondere alla crisi italiana e ai possibili collegamenti con un gruppo di forze, anche internazionali, che operarono, in maniera non sempre chiara nel corso del sequestro. Tra questi possiamo includere il libro Moro. Il caso non è chiuso[42] scritto a quattro mani dalla giornalista Calabrò e dal Presidente Fioroni, e il testo dal titolo Io ci sarò ancora[43], pubblicato dallo storico Miguel Gotor che colloca l’operazione Moro in un contesto “spionistico-informativo”, funzionale a raccogliere notizie segrete o riservate riguardanti la sicurezza nazionale e atlantica dello Stato, realizzato mediante l’espediente mediatico brigatista del «processo al regime democristiano». Lo stesso volume della Calabrò e di Fioroni, che raccoglie le risultanze dell’ultima Commissione parlamentare di inchiesta, cerca di ristrutturare il campo della conoscenza sul caso Moro. È un libro aperto, che ha la finalità di dire che c’è ancora da scoprire, non fissa dei punti definitivi. Offre, tuttavia, lo spunto per confrontarci, su un piano storico e politico, con la figura di Moro che fu estremamente complessa e innovativa.

“Aldo Moro è vissuto e ha operato nel corso di una crisi permanente della democrazia parlamentare italiana. Questa crisi che egli ha cercato di superare è ancora attuale”[44]. Così rifletteva George Mosse su Moro nel 1979. Sembrano parole sospese nel tempo.

9. La pedagogia civile nell’azione di Aldo Moro. Percorsi storiografici

Numerosi altri contributi recenti non hanno affrontato specificamente l’ultima fase della vita di Moro, ma hanno piuttosto approfondito altri aspetti, legati al suo ruolo nella storia dell’Italia contemporanea. Ciò spesso nella convinzione che nella memoria collettiva del nostro Paese la figura di Aldo Moro per lungo tempo è rimasta schiacciata dalla successione di eventi culminata con la sua morte[45]. Rispetto a questo quadro, ci sono stati negli ultimi anni diversi importanti segnali di novità. Ad una valutazione complessiva dell’opera di Moro hanno dedicato i rispettivi lavori: Nicola Antonetti, che ha curato un’opera collettanea con il duplice obiettivo di rinnovare l’immagine pubblica di Moro e di ampliare le conoscenze sulla sua attività di governo[46], Guido Formigoni che ha pubblicato un’importante biografia sullo statista[47] e Massimo Mastrogregori, con il suo contributo intorno alla figura di Aldo Moro[48].

Il volume curato da Antonetti, raccoglie una serie di nuove ricerche e rappresenta, indubbiamente, un importante strumento di approfondimento. Attraverso una ricerca storiografica molto dettagliata, che si basa sull’attività di governo di Moro e sui suoi discorsi, il volume riesce a restituire allo statista democristiano un profilo più politico, proponendo un’immagine parzialmente diversa rispetto a quella prevalente, spesso costruita trascurando gli elementi più propriamente politici della sua complessa personalità.

Il testo di Mastrogregori si muove lungo una peculiare prospettiva. Si tratta di una ricerca dettagliata del profilo dello statista pugliese, dalla quale emergono notizie inedite, insistendo molto su alcuni passaggi giovanili e sul periodo della sua formazione. Analizza attraverso una pluralità di documenti la complessità di quegli anni, che l’autore scandisce attraverso i grandi successi di Moro, ma anche tramite gli insuccessi. La singolarità che caratterizza questa biografia è il punto partenza e il suo punto di arrivo. L’autore infatti sostiene che Moro, con il suo profilo conservatore e anticomunista, nella «terza fase» non puntasse effettivamente a far entrare i comunisti al governo. Il suo orizzonte era una sorta di coinvolgimento parlamentare del Partito comunista, utile ad attendere che si recuperasse un rapporto con il Partito socialista. Tutto questo peraltro, sempre secondo Mastrogregori, stava già accadendo grazie ad una attiva interlocuzione con Craxi. “Il profilo di Moro presentato da Mastrogregori è ostico, osserva Paolo Acanfora. Sin dalle prime pagine, anzi sin nella premessa, si offre una chiave interpretativa del lavoro svolto – o quantomeno un indirizzo di dove si vuol instradare il lettore”[49].

Dal testo di Formigoni emerge tutto il valore di una figura politica che è decisiva per capire l’Italia della seconda parte del Novecento. L’autore ne tratteggia un profilo biografico completo: l’intellettuale, il giurista, il dirigente delle associazioni cattoliche, il costituente, il politico, lo statista. Si tratta di una figura emblematica, nella quarta di copertina del volume, infatti, Formigoni ne delinea i tratti: “Moro non era stato mai popolare, non era mai stato un leader ampiamente amato o un capopopolo. Aveva avuto avversari acerrimi e detrattori feroci, ma aveva conservato attorno a sé, nonostante tutto, l’alone diffuso del riconoscimento di un grande disegno. Era stato un politico con una strategia[50]Una grande prospettiva costruita fin dagli anni della sua formazione giovanile, che lo storico indaga con grande rigore. La vita di Moro ebbe senza dubbio il suo momento decisivo di svolta il 16 marzo del 1959, quando venne eletto segretario nazionale della Democrazia Cristiana. E da allora fino al 1978, è stato uno dei perni del sistema politico e istituzionale del’Italia. Alla base del libro, sostiene Biscione, si percepisce l’idea che sia da attribuire soprattutto a Moro la prospettiva di “imprimere alla politica italiana nel ventennio 1959-1978 quella curvatura verso sinistra che, pur contrastata e condizionata da forze interne ed esterne alla Democrazia Cristiana, ha segnato quella fase della nostra storia[51]. Si può affermare, in definitiva, che il testo di Formigoni contribuisce molto a comprendere il progetto politico di Moro, la sua strategia e l’impatto che la sua figura ebbe nell’ambito di un periodo storico decisivo per l’Italia del Novecento.

Va anche in questo senso il saggio di Giuseppe Fioroni e Giovanni Iannuzzi, che cerca di confrontarsi globalmente con l’opera politica di Moro. Il volume si propone di recuperare la sua progettualità politica che si fonda sulla centralità del tema della costruzione di un tessuto di valori e ideali comuni e di un circuito virtuoso tra forze sociali e forze politiche. La biografia di Aldo Moro si intreccia profondamente con la storia dell’Italia repubblicana[52], dalla Costituente fino al suo tragico assassinio. Tra il 1945 e il 1978 egli ha costantemente operato per il consolidamento e lo sviluppo della democrazia italiana, ottenendo grandi successi, ma anche incontrando dure sconfitte politiche. La riflessione, quindi, si svolge nell’ambito di un approccio comprensivo, che vede nel sequestro e nell’uccisione di Moro la discontinuità che privò il Paese di un grande progetto organico di cambiamento e rigenerazione del nostro sistema democratico, forse l’ultimo che affondava pienamente le sue radici nel sistema politico-istituzionale definitosi alla Costituente[53].

In un orizzonte pedagogico si inserisce, invece, il testo di Mario Caligiuri, Aldo Moro e l’educazione civica. L’attualità di un’intuizione[54], che ricostruisce il contesto storico, politico e culturale nel quale si muove l’impegno di Moro verso le politiche scolastiche. L’autore analizza, in modo particolare, il contesto pedagogico nel quale si confrontano i diversi approcci ideologici, cattolico, marxista e laico. Aldo Moro era convinto che l’istruzione dovesse rappresentare una priorità democratica. Da questa ispirazione prende forma la sua iniziativa caratterizzata dal fatto che l’educazione civica dovesse trovare uno spazio adeguato nel quadro didattico della scuola. Nel 1958, in qualità di Ministro della Pubblica Istruzione[55], Moro sviluppa la sua proposta[56], in particolare si stabiliva che i programmi d’insegnamento di storia fossero integrati con quelli di educazione civica, diventando parte integrante della formazione scolastica.

In questo contesto, già nella Premessa al Decreto presidenziale emergono questioni fondamentali: la dignità della persona, la libertà, la famiglia, la comunità. «La persona prima di tutto», affermava Moro, un principio che rimane al centro di tutto il suo percorso politico e istituzionale. L’educazione civica, dunque, si identifica con il fine pedagogico della scuola e si proietta verso la vita sociale, giuridica, politica, verso quei principi che reggono la collettività e le forme nelle quali essa si realizza. “L’aspetto più umano della storia – si evidenzia nel provvedimento – quello del travaglio di tante genti per conquistare condizioni di vita e statuti degni della persona umana, offre, lo spunto più diretto ed efficace per la trattazione dei temi di educazione civica. La consapevolezza che la dignità, la libertà, la sicurezza non sono beni gratuiti come l’aria, ma conquistati, è fondamento dell’educazione civica. Se l’educazione civica mira, dunque, a suscitare nel giovane un impulso morale, ad assecondare e promuovere la libera e solidale ascesa delle persone nella società, essa si giova, tuttavia, di un costante riferimento alla Costituzione della Repubblica, che rappresenta il culmine della nostra attuale esperienza storica, e nei cui principi fondamentali si esprimono i valori morali che integrano la trama spirituale della nostra civile convivenza”[57].

Nella prospettiva di Moro di portare a maturazione l’idea di un avanzamento dei diritti soggettivi della persona, va menzionato il suo impegno per la riforma della scuola media unica, ma anche l’apporto determinante che il politico pugliese diede alla piena alfabetizzazione del popolo italiano, come fondamento della giustizia sociale, tramite il servizio pubblico radiotelevisivo e la trasmissione «Non è mai troppo tardi» del maestro Alberto Manzi. È un processo che si colloca lungo una linea che Moro aveva già sviluppato alla Costituente, quando aveva affermato i principi dell’istruzione come diritto soggettivo, propugnando come scelta di vera pluralità, la libertà di educazione e quindi la valorizzazione delle iniziative educative e scolastiche della società civile. Alla fine degli anni Cinquanta, a coronamento di questo percorso, elaborò un «Piano decennale» per lo sviluppo della scuola, che prevedeva notevoli aumenti di stanziamenti pubblici diretti a rendere effettivo il diritto alla scuola con nuovi edifici, borse di studio e altre forme di iniziativa educativa e assistenziale, oltre a permettere di realizzare il principio della gratuità dell’istruzione obbligatoria. Aldo Moro, di fatto, non si sottraeva alla necessità di misurarsi con il tema della diffusione e della modernizzazione dell’istruzione, tanto più in quegli anni in cui le premesse del miracolo economico aprivano nuovi scenari. Alla fine degli anni cinquanta, quando diventa Ministro della Pubblica Istruzione, Moro è convinto che la scuola possa rappresentare una sostanziale premessa per costruire italiani liberi e per migliorarne le condizioni di giustizia sociale. Per l’esponente democristiano la scuola costituisce lo strumento principale per una nuova pedagogia civile collettiva, quest’ultima è parte essenziale della sua azione, che si concretizza mettendo da parte le diverse visioni ideologiche e tendendo l’orecchio e l’occhio ad ascoltare e guardare gli uomini e le donne – come lui ha scritto – così come sono, per favorire un più libero e completo progresso umano, all’interno di un comune destino democratico e civile.

10. “Fare” e “raccontare” storia nel tempo presente

Nella attuale fase storica si pone evidentemente un problema di condivisione delle importanti novità emerse nella storiografia su Aldo Moro e sull’Italia repubblicana[58], anche rispetto a una pubblicistica di analisi tipo amatoriale o scandalistico ancora molto diffusa e, soprattutto, in relazione alla imponente produzione di contenuti culturali di tipo filmico, televisivo o letterario. Riguardo a tali contenuti una storia pubblicafortemente radicata in un terreno scientifico potrebbe assumere una funzione specificamente pedagogica, indirizzandosi soprattutto verso le giovani generazioni, e capace di coinvolgere, comunque, un pubblico sempre più vasto. Su questa riflessione si è aperto già da tempo un dibattito fra studiosi, ripreso a livello giornalistico dal «Corriere della Sera». La questione è stata posta da Fulvio Cammarano, Presidente della Società italiana per lo studio della storia contemporanea (SISSCO), nel giugno 2016, allorché ha lanciato l’allarme di una crescente emarginazione della storia nelle scuole, nelle università e nel discorso pubblico, in di un clima culturale complessivo in cui la storia, in definitiva, viene ridotta all’irrilevanza. “Oggi – ha notato Cammarano – in un contesto d’incertezza e ansia per il futuro, domina la fretta di trovare soluzioni immediate, senza curarsi di esaminare, come se fosse tempo sprecato, le radici dei problemi”. Quando ci si confronta con i problemi del presente si preferisce non fare riferimento alla storia che studia gli eventi nella sua complessità e unicità, ma “è molto più rassicurante, per il pubblico e per i mezzi di comunicazione, sentirsi dire che esistono «leggi scientifiche» della vita sociale che consentono di proporre ricette buone per ogni circostanza”[59]. Il dibattito prende consistenza con il successivo intervento di Aldo Giannuli che premette: “ha ragione Fulvio Cammarano a sostenere che c’è un processo di graduale emarginazione della storia tanto dagli assetti scolastici e universitari, quanto dal dibattito politico, a favore di un rapporto preferenziale con altre discipline quali sociologia, politologia ed economia”. Nella sua riflessione, Giannuli non ridimensiona l’importanza delle scienze sociali, anzi, le recupera e le riconnette con la storia. Per rispondere alle complesse sfide del presente e alle questioni che la globalizzazione pone, occorre tenere insiemele scienze sociali e la storia, in una sorta di contaminazione tematica e metodologica. Questa strada esige, secondo Giannuli, una risposta forte da parte degli storici proprio per dimostrare che la storia, con la sua visione di lungo periodo, è indispensabile. E in questo contesto serve un profondo rinnovamento nella didattica e nei percorsi di ricerca, “un mutamento tanto nelle tematiche indagate quanto dell’approccio metodologico”[60] da parte degli storici. Il confronto a distanza, avviato dal Presidente della SISSCO, si definisce con l’intervento di Maurizio Ridolfi. Dalla riflessione di Cammarano, sostiene lo storico, sembra emergere un curioso paradosso: a fronte di un indebolimento nella società del discorso storico prodotto o verificato dagli storici di professione, si registra invece una ricchezza di storia e di storie nello spazio pubblico che rivela un disagio comunicativo di fronte a una domanda di storia crescente. La crisi della storia, segue il ragionamento, non è da attribuire ad un “presunta inadeguatezza delle metodologie e dei temi presi in esame”, come ha osservato Giannuli, ma a ben guardare sarebbe necessario “promuovere una storia più attraente e qualificata”[61], senza ridurre, allo stesso tempo, la complessità della storiografia. Per rilanciare la storia e il mestiere dello storico, fuori e dentro le università, sarebbe auspicabile, in effetti, privilegiare un rinnovamento concettuale, di linguaggi e di pratiche che la società della comunicazione ormai richiede. Occorre definire uno «spazio» dotato di forme comunicative in grado di raggiungere e interessare un pubblico sempre più vasto e protagonista, tenendo insieme le esigenze del «racconto» con quelle della scientificità.

“Per noi storici – osserva Ridolfi – è fortemente mutato lo scenario, sia con riguardo all’esercizio della professione sia rispetto al ruolo sociale oggi riconosciutoci. Con le fortune del cinema e della televisione – immagini in movimento –, accanto alla fotografia, non basta più scrivere saggi e libri. La pluralità dei linguaggi induce ad una profonda rivisitazione del rapporto tra “fare storia” e “uso pubblico della storia”[62].

Con questo proposito, sotto la direzione scientifica di Maurizio Ridolfi e con la collaborazione di Giovanni Iannuzzi, è stato promosso un ciclo di incontri capace di favorire un certo interesse verso la storia pubblica e la pedagogia civile.

L’iniziativa nasce dall’idea di mettere al centro della riflessione i momenti decisivi della recente storia italiana e i personaggi politici più popolari, il loro progetto, la loro volontà di costruire un’idea forte di cittadino. La centralità della persona, peraltro, emerge come un elemento comune alla migliore classe politica della “Repubblica dei partiti”. In questo orizzonte, una personalità come quella di Moro rappresenta un prezioso contributo. L’obiettivo dunque è quello di “accorciare le distanze” fra la disciplina storica e la società, di “fare e raccontare storia” nella misura in cui il “vissuto” dei protagonisti viene presentato attraverso la valorizzazione di uno spettro sempre più largo di fonti (scritte, orali, iconografiche, audio-visive e cinematografiche).

Le ricerche degli studiosi si confrontano con le nuove fonti e si misurano con l’impatto del sapere storico nel mondo più largo dell’università e delle istituzioni, della cultura e dell’economia, del giornalismo e della comunicazione politica. Il punto centrale resta quello di sviluppare una riflessione sulla storia della Repubblica attraverso i principali protagonisti della democrazia italiana, all’interno di un rinnovato oggetto di narrazioni e linguaggi. Il primo di questi seminari è stato dedicato alla figura di Aldo Moro, alla sua pedagogia civile e alla centralità del suo impegno nella storia dell’Italia repubblicana[63].

11. Il tempo della responsabilità

Ho ultimato questo lavoro nelle giornate tormentate dalla ferocia della nuova peste moderna. Nei giorni in cui tutti siamo stati “invitati” a rimanere dentro le nostre abitazioni. Il Governo ha lanciato la campagna “#iorestoacasa”, nell’ambito delle disposizioni per il contenimento del coronavirus. Ho guardato poco la tv, troppi «tuttologi» nei suoi salotti, poca umiltà e spesso tanta disinformazione. Una pletora di politici che straparlano, ognuno fornendo la propria tesi. Ho cercato di dedicare attenzione, pertanto, solo alle notizie ufficiali, a quelle più attendibili. Ho seguito i dati e gli aggiornamenti diramati dalla Protezione Civile, sempre più sconvolto dal dolore provocato da quel «freddo» elenco di malati e vittime. Veri e propri bollettini di guerra. Non c’è consolazione di un dopo, e questi giorni terribili hanno tolto dignità finanche alla morte, scrutando il dramma delle tante persone che se vanno, senza neppure ricevere l’affetto di un ultimo saluto da parte dei propri cari. Viviamo oggi le inquietudini e le ansie di tempi che sembravano sprofondati negli abissi della storia. Siamo di fronte a una guerra contro un nemico che semina morte senza sparare, una vera e propria catastrofe. Alla fine di questa triste storia, ricorderemo i nomi e i volti degli scienziati, degli esperti e dei tecnici che, senza sosta hanno lavorato e raccontato l’esperienza dell’Italia nell’emergenza. E sarà impossibile dimenticare il sacrificio dei medici, degli infermieri e di tanti altri operatori che sono stati travolti da questa tragedia. Tutto questo, però, avverrà in un’Italia diversa, perché alla fine di questa guerra tutto cambierà. Emblematica è stata la reazione degli astronauti che sono atterrati in pieno lockdown per la pandemia da coronavirus dichiarata dall’Oms a marzo. “È come se tornassimo in un pianeta completamente diverso”, hanno detto, commentando il ritorno in un mondo definito «surreale»[64].

Questo è il tempo della responsabilità, dell’azione, della ricostruzione. Per tentare una riflessione sulla complicata situazione – politica, sociale e sanitaria – che stiamo vivendo, ho preso spunto da un passaggio che Guido Formigoni, nella sua biografia su Moro, dedica alla delicatissima crisi politica di inizio 1978. Nel corso di questa transizione verso la “terza fase”, Aldo Moro si ritrovò di fatto di nuovo al centro della dinamica politica, ampliando le sue funzioni connesse alla sua carica marginale di Presidente della Democrazia Cristiana. Verso la fine del 1977, il dibattito pubblico subiva una certa accelerazione e la crisi del sistema politico si faceva sempre più acuta. A Benevento, il 18 novembre dello stesso anno, Moro illustrava la sua strategia (offrendo qualche apertura ai comunisti), in un intervento pubblico che viene considerato uno dei suoi ultimi discorsi politici. Il nuovo «regime istituzionale di non opposizione, o non sfiducia forzato dai fatti richiamava a suo parere la situazione del 1960 delle “convergenze parallele”. Il riferimento era evocativo per chi si ricordava dove quel passaggio si collocasse nell’evoluzione verso il centro-sinistra. In quel momento, Moro sostenne che i partiti non erano in grado di coalizzarsi, erano tra loro in posizione di «indifferenza». Il che aveva permesso comunque l’accordo programmatico per gestire l’emergenza del paese: l’importanza della posta “esclude che taluna forza profitti dell’occasione per logorarne altre”[65]. Moro pronunciò un discorso destinato a fare la storia che rimane tanto attuale, tanto più in un tempo così delicato che richiede alla classe dirigente soluzioni condivise e straordinarie. Siamo ad un nuovo tornante della storia e in discussione c’è, come allora, il futuro della democrazia.

Le parole pronunciate da Moro, nel discorso davanti ai Gruppi parlamentari della Democrazia Cristiana del 28 febbraio 1978, sembrano attraversare la complessità di questa stagione tanto inquieta: “Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a questo domani, credo che tutti accetteremmo di farlo, ma, cari amici, non è possibile; oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso, si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con tutte le sue difficoltà”[66]. Il nostro oggi non è minacciato dal terrorismo interno ma da un virus insidioso e dalla crisi economica che si porterà dietro. Le parole giuste che questo tempo deve recuperare, allora sono: senso di responsabilità e senso delle istituzioni, doti e virtù che rendono Aldo Moro ancora tanto attuale.

Saranno necessarie scelte difficili. L’epidemia potrebbe segnare un importante spartiacque nei rapporti politici interni e soprattutto in quelli di collaborazione internazionale. Occorre affidarsi alla scienza, alle competenze e ricostruire con giudizio la fiducia delle persone nelle autorità pubbliche, ma senza una maggiore solidarietà globale, la strada sembra segnata.

C’è stato un periodo, in Italia, in cui il terrorismo rosso e nero ha cercato di destabilizzare il sistema politico e condizionare il processo di evoluzione democratica, tra stragi indiscriminate e delitti mirati.

“Io temo l’emergenza”, sosteneva Moro. Nel frattempo, le Brigate rosse preparavano il loro attacco più violento.

La mattina del 16 marzo 1978, andò in scena l’agguato di via Fani, Aldo Moro venne rapito e i terroristi massacrarono gli uomini della sua scorta. Cominciò un periodo buio, angosciante, che culminò il 9 maggio con il suo assassinio. Fu il momento più drammatico della storia dell’Italia repubblicana e l’inquietudine collettiva, l’ultima grande paura che la nazione ha vissuto, venne percepita, in tutto il Paese, come una totale sospensione.

Nuovo e vecchio, vecchio e nuovo, sembra di ascoltarlo il suono cadenzato dell’oscillazione della storia. In questo eterno conflitto ci guida l’anelito verso il nuovo, inteso come sinonimo di bene. Il sole tramonta sul vecchio e porta con sé un sistema e i suoi valori, lasciando negli occhi solo l’immagine dolorosa degli ultimi suoi spasmi.

La Sacra Scrittura dice “quanto resta della notte?”.

Di questa lunga e angosciosa notte verso una nuova transizione.


[1] Relazione sull’attività svolta dalla Commissione parlamentare di inchiesta su rapimento e sulla morte di Aldo Moro, XVII legislatura, Doc. XXIII, n. 10, approvata dalla Commissione nella seduta del 10 dicembre 2015; Relazione sull’attività svolta dalla Commissione parlamentare di inchiesta su rapimento e sulla morte di Aldo Moro, XVII legislatura, Doc. XXIII, n. 23, approvata dalla Commissione nella seduta del 20 dicembre 2016; Relazione sull’attività svolta dalla Commissione parlamentare di inchiesta su rapimento e sulla morte di Aldo Moro, XVII legislatura, Doc. XXIII, n. 29, approvata dalla Commissione nella seduta del 6 dicembre 2017. Per una consultazione in via digitale degli atti parlamentari e della documentazione relativa all’attività svolta dalle Commissioni parlamentari d’inchiesta si può fare riferimento all’indirizzo https://inchieste.camera.it/.

[2] Cfr. ad. es. V. Lomellini, Il mondo della guerra fredda e l’Italia degli anni di piombo. Una regia internazionale per il terrorismo?, Milano, Mondadori-Le Monnier, 2017.

[3] Sulla questione si rimanda al volume Moro. Il caso non è chiuso. La verità non detta, di Maria Antonietta Calabrò e Giuseppe Fioroni, Torino, Lindau, 2018; si vedano in particolare i capitoli Il lupo e L’allerta telex da Beirut, pp. 89-107.

[4] Sul tema delle relazioni internazioni e in particolare sul rapporto tra Moro e i servizi segreti italiani, questione cruciale negli anni della guerra fredda, ha scritto M. Caligiuri, che ha curato il volume Aldo Moro e l’intelligence. Il senso dello Stato e le responsabilità del potere, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2018. Aldo Moro, osserva Caligiuri, si è confrontato con le questioni relative ai servizi segreti in tutta la sua esperienza politica, svolgendo un ruolo determinante in alcuni dei momenti più delicati della storia del nostro Paese: come Segretario della Democrazia Cristiana, Moro gestì innanzitutto la delicata situazione creatasi nel 1960 con la formazione del nuovo Governo Tambroni; successivamente da Presidente del Consiglio, dovette affrontare la crisi politica del 1964 che vide protagonisti il Presidente della Repubblica Segni (tormentato dalla minaccia comunista) e il generale dell’Arma dei Carabinieri De Lorenzo (che predispose un piano di interventi, che prese il nome di «Piano Solo»); da Ministro degli Esteri, si trovò a fronteggiare la «strategia della tensione», soprattutto in seguito alla Strage di Piazza Fontana del 12 dicembre del 1969. Degno di nota è il saggio di Giacomo Pacini, Il lodo Moro. L’Italia e la politica mediterranea. Appunti per una storia, inserito nel libro di Caligiuri, che ripercorre la storia dell’accordo segreto concluso tra l’intelligence militare italiana e i servizi segreti palestinesi. Per una ricostruzione puntuale delle relazioni internazionali si veda G. Formigoni, Storia d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), Bologna, Il Mulino, 2016.

[5] Per un’analisi dettagliata si rimanda alle relazioni approvate dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro.

[6] A trent’anni dalla tragica vicenda Moro, il quarto volume della collana Gli anni di Craxi, curato da G. Acquaviva e L. Covatta, Moro – Craxi. Fermezza e trattativa trent’anni dopo, (2009), propone una ricostruzione e una lettura critica della posizione politica e delle azioni svolte dal Partito Socialista in quei difficili giorni, https://www.fondazionesocialismo.it/wp-content/uploads/2015/10/Moro-Craxi.pdf.

[7] Cfr. Relazione sull’attività svolta dalla Commissione parlamentare di inchiesta su rapimento e sulla morte di Aldo Moro, XVII legislatura, Doc. XXIII, n. 29, approvata dalla Commissione nella seduta del 6 dicembre 2017, pp. 198-216; sulla trattativa si veda anche M. Gotor, Io ci sarò ancora. Interventi sul delitto Moro e la crisi della Repubblica, in particolare le sezioni «Né con lo Stato, né con le Brigare Rosse». Fermezza pubblica e trattativa segreta. La falsa alternativa, pp. 71-81 e «La verità è più grande di qualsiasi tornaconto». Il testamento di Moro, l’ultimo discorso, pp. 181-188.

[8] Si tratta di due importanti testi di Miguel Gotor, Moro. Lettere dalla prigionia, Torino, Einaudi, 2008, in particolare la parte Le possibilità dell’uso del discorso nel cuore del terrore: della scrittura come agonia, pp. 183-389, e Il Memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano, Torino, Einaudi, 2011. Sulle «carte di Moro», è uscito nel novembre 2019 Il Memoriale di Aldo Moro, una nuova edizione critica curata da un gruppo di studiosi coordinati da Michele Di Sivo.

[9] Sulla questione relativa al «covo di via Fracchia» si rimanda alla Relazione sull’attività svolta dalla Commissione parlamentare di inchiesta su rapimento e sulla morte di Aldo Moro, XVII legislatura, Doc. XXIII, n. 29, pp. 238-255.

[10] Cfr. Relazione sull’attività svolta dalla Commissione parlamentare di inchiesta su rapimento e sulla morte di Aldo Moro, XVII legislatura, Doc. XXIII, n. 29, pp. 199-210.

[11] Relazione sull’attività svolta dalla Commissione parlamentare di inchiesta su rapimento e sulla morte di Aldo Moro, XVII legislatura, Doc. XXIII, n. 29, pp. 93-139; si veda anche Maria Antonietta Calabrò, Giuseppe Fioroni, Moro. Il caso non è chiuso, in particolare la sezione Un abito su misura, pp. 7-9: “Tutto quello che la gente sa sul cosiddetto caso Moro, cioè sulla strage efferata della sua scorta in via Fani, la lunga prigionia dello statista democristiano e la sua sconvolgente morte, si basa in gran parte su una narrativa frutto di un «compromesso» sulla verità dei fatti. Dopo quarant’anni appare evidente che questo «negoziato» è stato lo strumento che ha consentito a un Paese piegato dai morti e dal sangue, di chiudere con i cosiddetti «anni di piombo». Tale «compromesso» modulò però la forma di una «verità accettabile», sia per apparati dello Stato italiano e sia per gli stessi brigatisti. Prima della caduta del Muro di Berlino”. E si legge ancora: “negli anni ’80 e ’90 ci si limitò, più o meno, a registrare quello che i brigatisti sostenevano e in questo modo si tagliò e cucì un abito su misura. Nel frattempo però il mondo è cambiato e quell’abito è diventato troppo stretto”. Sul «Memoriale Morucci – Faranda» si vedano anche i testi di S. Flamigni, Patto di omertà, Milano, Kaos, 2015 e di S. Limiti e S. Provvisionato, Complici, Milano, Chiarelettere, 2015.

[12] Processi che si concluderanno in maniera definitiva nel 1998.

[13] G. Fasanella, G. Pellegrino, C. Sestieri, Segreto di Stato. La verità, da Gladio al caso Moro, Torino, Einaudi, 2000; si veda anche Francesco M. Biscione, Il delitto Moro. Strategie di un assassinio politico, Roma, Editori riuniti, 1998.

[14] Per citare solo alcuni contributi più recenti proposti in tv e in teatro: il film Aldo Moro, il Professore, del maggio 2018, che affronta la vicenda di Moro alla luce degli anni della sua attività come docente universitario e politico di spicco della Democrazia Cristiana, tratto dall’omonimo libro di Giorgio Balzoni; lo spettacolo di Fabrizio Gifuni, andato in scena a Roma, al Teatro Vascello dal 18 al 23 febbraio 2020, dal titolo Con il vostro irridente silenzio, che dà corpo e voce alle lettere dalla prigionia e al «Memoriale» di Aldo Moro. È del 2017, invece, il fumetto di Luca Bagnasco e Tommaso Arzeno Il caso Moro. Attacco al cuore dello Stato.

[15] Basti pensare a come in tante delle rievocazioni in occasione dei quarant’anni del delitto Moro è stato offerto molto spazio pubblico ad una narrazione ormai superata, con un’ampia visibilità mediatica concessa a molti ex terroristi, come accaduto anche in passato con risultati assai dubbi sul piano della ricostruzione degli avvenimenti.

[16] Nel corso del programma «M» di Michele Santoro andato in onda dal 10 maggio 2018 su Rai 3, è intervenuto Marco Damilano, https://www.michelesantoro.it/2018/05/damilano-su-aldo-moro/.

[17] M. Damilano, Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia, Milano, Feltrinelli, 2018, pp. 266-267.

[18] G. M. Ceci, Aldo Moro di fronte ai terrorismi e alle trame eversive (1969-1978), in Mondo Contemporaneo (2010), pp. 167-206; per una riflessione sul terrorismo italiano, in particolare sulla questione dei collegamenti internazionali si rimanda al recente saggio, La Cia e il terrorismo italiano. Dalla strage di piazza Fontana agli anni Ottanta (1969 – 1986), di G. M. Ceci, Roma, Carocci, 2019.

[19] Sono sempre parole di Angelo Ventrone.

[20] Cfr. https://www.skuola.net/news/inchiesta/9-maggio-1978-moro-impastato-studenti-mafia-br-ricordo.html.

[21] “Ciascuna Camera – recita l’art. 82 della Costituzione- può disporre inchieste su materie di pubblico interesse. A tal fine, istituisce una apposita Commissione composta in modo da rispecchiare la proporzione dei vari Gruppi parlamentari. Le Commissioni d’inchiesta bicamerali, formate da Deputati e Senatori, sono ordinariamente istituite con legge. Le Commissioni d’inchiesta, sia monocamerali sia bicamerali, procedono nelle indagini e negli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria”.

[22] La mostra si è svolta nei locali di Palazzo San Macuto, presso la Camera dei deputati, dal 5 al 18 ottobre del 2016, https://www.youtube.com/watch?v=4sqrJue4Bwk.

[23] Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato un messaggio in occasione del convegno Il contributo di Aldo Moro all’integrazione europea, che si può reperire al seguente indirizzo https://www.quirinale.it/elementi/2270.

[24] Cfr. https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_6_2_1.wp?contentId=NOL1145215.

[25] Legge 30 maggio 2014, n. 82, Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale 31 maggio 2014, n. 125.

[26] Sul punto si veda l’intervista a Maurizio Ridolfi, La storia può avere un ruolo pubblico ma deve aggiornare i suoi linguaggihttps://www.corriere.it/la-lettura/16_luglio_18/storia-cammarano-ridolfi-giannuli-sissco-4513e18c-4cc8-11e6-b4d6-1a2d124027e8.shtml. La questione assume un carattere più ampio, se si recupera la tesi su gli «agenti di storia» elaborata Giovanni De Luna, nell’ambito della riflessione sul rapporto fra mezzi di comunicazione, fonti, ricerca storica e analisi critica, cfr. Giovanni De Luna, La passione e la ragione. Il mestiere dello storico, Milano, Mondadori, 2004, considerazioni poi riprese dallo studioso nel testo più recente, La repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa, Milano, Feltrinelli, 2011, p. 118; sul ruolo dei media nella vicenda Moro si veda anche il contributo di I. Imperi, Il caso Moro: cronaca di un evento mediale. Realtà e drama nei servizi Tv dei 55 giorni, Milano, FrancoAngeli, 2016.

[27] Il Messaggero del 5 novembre 2018, intervista a Maurizio Ridolfi, Senza Caporetto, niente Vittorio Veneto. Il calendario laico per salvare la memoria. Alcune riflessioni di Ridolfi sono state riprese dalla sua relazione tenuta in occasione del seminario Aldo Moro, la pedagogia civile e l’immaginario repubblicano, che si è svolto a Roma, presso la Società Dante Alighieri, il 12 dicembre 2019.

[28] Sulla questione si segnala il saggio curato da Alessandro Portelli Calendario civile. Per una memoria laica e democratica degli italiani, Roma, Donzelli, 2017; in relazione al dibattito parlamentare sulla legge che fissa nel 9 maggio il «Giorno della memoria» si vedano le pp. 91-107.

[29] Marco Damilano, Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia, Milano, Feltrinelli, 2018.

[30] Corriere della Sera, articolo di Galli della Loggia, Inutile rimpiangere il disegno di Moro. Non aveva un futuro, pubblicato il 31 marzo 2018.

[31] P. Scoppola, La Repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, Bologna, Il Mulino, 1991, p. 372.

[32] Galli della Loggia, nell’articolo appena citato riprende le considerazioni di Pietro Scoppola.

[33] La Repubblica del 4 aprile 2018, articolo di M. Damilano, La vera intuizione di Aldo Moro.

[34] Intervento di Aldo Moro al Consiglio Nazionale della DC del 20 luglio 1975, in quell’occasione venne eletto segretario Benigno Zaccagnini.

[35] Intervento di Aldo Moro al Consiglio Nazionale della DC del 20 luglio 1975.

[36] U. Gentiloni Silveri, Il giorno più lungo della Repubblica, Milano, Mondadori, 2016, p. 98.

[37] Moro, Lettere dalla prigionia, a cura di M. Gotor, Torino, Einaudi, 2008, p. 100; sempre M. Gotor, L’Italia del Novecento. Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon, Torino, Einaudi, 2019, p. 358.

[38] Intervista a Giovanni Moro, sociologo e figlio dello statista, a cura di Ezio Mauro, cfr. La Repubblica del 13 marzo 2018, È mio padre il fantasma di questa Italia senza pace; sembra riprendere una riflessione che aveva enunciato nel 2007, in un intervista al Corriere della Sera del 14 ottobre 2007, Giovanni Moro: mio padre, i politici, il Vaticano, dove si legge: “Come tutti sanno, i fantasmi sono morti che non riposano in pace e che non lasciano in pace nemmeno i vivi, perché continuano a manifestarsi chiedendo loro di onorare un debito, o di liberarli dalla maledizione che consiste proprio nel dover ritornare. Penso che la nostra vita pubblica sia attraversata da molti fantasmi degli Anni Settanta. Il più ovvio e ingombrante di questi fantasmi è quello di Aldo Moro”, intervento che ha preceduto di due giorni l’uscita del suo libro Anni Settanta, Torino, Einaudi, 2008.

[39] G. Formigoni, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, Bologna, Il Mulino, 2016, pp. 372-373.

[40] M. Damilano, Processo al Nuovo, Bari-Roma, Laterza, 2017, p. 22.

[41] G. Fioroni, G. Iannuzzi, Aldo Moro. Una lezione di democrazia, Napoli, Giapeto, 2018.

[42] Maria Antonietta Calabrò, Giuseppe Fioroni, Moro. Il caso non è chiuso. La verità non detta; nell’ottobre del 2019 è uscita una nuova edizione aggiornata, pubblicata sempre dalla Lindau.

[43] M. Gotor, Io ci sarò ancora. Interventi sul delitto Moro e la crisi della Repubblica, Roma, PaperFirst, 2019; il tema è ampiamente ripreso anche nel più recente testo di M. Gotor, L’Italia del Novecento. Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon, Torino, Einaudi, 2019.

[44] Si tratta di una intervista a Mosse a cura di A. Alfonsi, L’opera di Aldo Moro nella crisi della democrazia parlamentare in occidente, in Aldo Moro, L’intelligenza e gli avvenimenti. Testi 1959 –1978, Milano, Garzanti, 1979, pp. VII-LXXV.

[45] Si veda l’articolo di P. Acanfora, Aldo Moro. Ritratto a figura intera, Aggiornamenti sociali, agosto-settembre 2016, pp. 569-578.

[46] N. Antonetti (a cura di), Aldo Moro nella storia della Repubblica, Bologna, Il Mulino, 2019.

[47] G. Formigoni, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, Bologna, Il Mulino, 2016.

[48] M. Mastrogregori, Moro. La biografia politica del democristiano più celebrato e discusso nella storia della Repubblica, Roma, Salerno Editore, 2016.

[49] Cfr. https://aro-isig.fbk.eu/issues/2019/1/moro-paolo-acanfora/.

[50] G. Formigoni, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, Bologna, Il Mulino, 2016.

[51] F.M. Biscione, recensione dei libri di G. Formigoni e di M. Mastrogregori sulla vita di Aldo Moro, in Rivista storica italiana, 2017, fascicolo III, pp. 1179-1187.

[52] Negli anni più recenti sono state pubblicate importanti contributi storiografici sulla figura di Moro, tra questi si segnalano: Aldo Moro. Un percorso interpretativo, a cura di A. Alfonsi e L. D’Andrea, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2018; Una vita, un Paese. Aldo Moro nell’Italia del Novecento, a cura di R. Moro e D. Mezzana, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2014.

[53] G. Fioroni, G. Iannuzzi, Aldo Moro. Una lezione di democrazia, Napoli, Giapeto, 2018.

[54] M. Caligiuri, Aldo Moro e l’educazione civica. L’attualità di un’intuizione, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2019.

[55] Aldo Moro ha ricoperto il ruolo di Ministro della Pubblica Istruzione dal 19 maggio 1957 al 15 febbraio 1959 nei governi guidati dai democristiani Adone Zoli e Amintore Fanfani, il primo governo della III legislatura (Fanfani II) caratterizzato dal dibattito sul primo centro-sinistra. Il successivo 16 marzo Moro venne eletto segretario nazionale della Dc.

[56] Cfr. https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1958/06/17/058U0585/sg, Decreto del Presidente della Repubblica 13 giugno 1958, n. 585.

[57] Si tratta ancora del Decreto del Presidente della Repubblica 13 giugno 1958, n. 585.

[58] Negli ultimi anni assistiamo al definirsi di una nuova stagione di studi storiografici su Moro, volti a tematizzare, tramite un’analisi dettagliata dei suoi atti e dei suoi discorsi, i molti aspetti dell’azione politica e intellettuale dello statista. Una svolta resa possibile anche grazie alla disponibilità all’accesso al patrimonio documentale depositato presso diversi archivi. Una rinnovata stagione di studi si è sviluppata essenzialmente a partire dal 2008 e ha contribuito molto a riscoprire e spiegare nella sua interezza questo importante protagonista della storia repubblicana; su questa tendenza di possono consultare i contributi di G. Formigoni, Il rinnovamento della storiografia su Aldo Moro dopo il 2008, in Aldo Moro. Gli anni della «Sapienza» (1963-1978), a cura di A. D’Angelo e M. Toscano, Roma, Studium, 2018, pp. 27-38; P. Acanfora, La storiografia su Aldo Moro e gli archivi dell’Istituto Luigi Sturzo, in Aldo Moro e la storia della Repubblica, a cura di N. Antonetti, Bologna, Il Mulino, 2019.

[59] Corriere delle Sera del 19 giugno 2016, intervista a Fulvio Cammarano, Avete emarginato la storia.

[60] Corriere delle Sera del 3 luglio 2016, intervento di Aldo Giannuli, Cari storici, dobbiamo rinnovarci (e pensare un pò meno al fascismo).

[61] Corriere delle Sera del 18 luglio 2016, riflessione di Maurizio Ridolfi, La storia può avere un ruolo pubblico ma deve aggiornare i suoi linguaggi. Sul «fare e raccontare storia», sulla sua ricezione che essa ha nel pubblico, attraverso una sua sempre più corale e attiva fruizione, si veda il testo di M. Ridolfi, Verso la Public History. Fare e raccontare storia nel tempo presente, Pisa, Pacini Editore, 2017.

[62] Cfr. https://www.officinadellastoria.eu/it/category/storici-e-uso-pubblico-della-storia/.

[63] Il seminario su Aldo Moro si è tenuto a Roma il 12 dicembre 2019 nella sede della Società Dante Alighieri, ed è stato organizzato con la collaborazione del Centro Studi Europei e Internazionali, sotto il patrocinio dell’Università degli Studi Roma Tre, dell’Università degli Studi della Tuscia, dell’Accademia di Studi Storici Aldo Moro, della Dante, dell’Archivio Flamigni e dell’Associazione italiana di Public History; cfr. https://ladante.it/comunicati-stampa/2933-aldo-moro-la-pedagogia-civile-e-l-immaginario-repubblicano-fonti-percorsi-di-ricerca-e-public-history.html; il resoconto video della giornata di studio è reperibile sulla pagina facebook della Società Dante Alighieri.

[64] Cfr. https://www.corriere.it/scienze-ambiente/20_aprile_17/tre-astronauti-ritornati-pianeta-coronavirus-surreale-a55cfcf0-80b2-11ea-ac8a-0c2cb4ad9c17.shtml.

[65] G. Formigoni, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, pp. 326-327.

[66] Discorso di Aldo Moro ai Gruppi parlamentari della Democrazia Cristiana, pronunciato il 28 febbraio 1978.

9 Maggio 2020. Una ferita ancora aperta del nostro Paese Non c’è a Roma un “Memoriale” per ricordare le vittime del terrorismo

L’oblio e le difficili emergenze, come quelle che stiamo attualmente vivendo, non possono far dimenticare le vicende del terrorismo accadute nel nostro Paese e a Roma. Nel periodo chiamato “anni di piombo”, nella seconda metà del secolo scorso, ha causato fra vittime individuali, stragi terroristiche e violenza politica: 428 morti e oltre 2000 feriti, di cui molti con danni permanenti.

Eppure, i 14.615 attentati compiuti (Sergio Zavoli “La notte della Repubblica” ed.2009), hanno visto protagonisti, tra gli altri, Prima Linea, Brigate Rosse, Nuclei Armati Rivoluzionari e Ordine Nuovo, sono stati la riprova di un disegno eversivo che ha minato, minacciato, e colpito drammaticamente la nostra democrazia repubblicana.

Il 9 maggio 1978,veniva ritrovato nel centro di Roma, nel portabagagli di un auto, il corpo senza vita dell’On. Aldo Moro, Presidente della Democrazia Cristiana. A  29 anni da quel drammatico evento, il 4 maggio 2007, il Parlamento ha approvato una legge, , con la quale la Repubblica Italiana istituiva il 9 maggio, “Giorno della memoria, dedicato alle vittime del terrorismo interno e internazionale, e alle stragi di tale matrice”, per onorare i caduti di una così sconvolgente esperienza vissuta dai cittadini del nostro Paese.

La città di Roma, in quanto Capitale, è stato il teatro preferito dai brigatisti, ed ha vissuto quel difficile periodo, fra incertezza, paura e insicurezza, nel quale si sono registrati tanti attentati con molti morti.  Gli obiettivi dei terroristi, erano prevalentemente verso  persone  rappresentative della società e  sopratutto  dello Stato, a tutti i livelli. Fra questi, nella Città Eterna, si ricordano i magistrati Girolamo Minervini (60 anni), Riccardo Palma (62 anni) e Vittorio Bachelet (53 anni) Vice Presidente del CSM; gli agenti di P.S. Antonio Mea (33 anni), Piero Ollanu (25 anni); il maresciallo Mariano Romiti (52 anni); i generali Licio Giorgieri (61 anni) dell’Aeronautica Militare e Enrico Galvaligi (60 anni) dei Carabinieri; Ezio Tarantelli (43 anni) economista della Cisl e Massimo D’Antona (51 anni) docente universitario; Giuseppe Scravaglieri (23 anni), Rolando Lanari (26 anni) e Ciriaco Di Roma (30 anni), agenti di P.S. Nell’area romana vanno anche considerate le vittime del terrorismo internazionale, particolarmente attive negli anni di piombo.

Ricordare le vittime del terrorismo è un dovere. Dedicare strade, scuole, parchi, targhe e lapidi, a persone assassinate dalla  violenza terroristica sono riconoscimenti importanti e  lodevoli, ma è necessario fare di più, in modo particolare nei confronti delle nuove generazioni, nelle scuole che conoscono poco queste vicende. Spiegare, informare e testimoniare che cosa sono stati gli “anni di piombo” per chi li ha vissuti, è anche un dovere civico verso le vittime di quel periodo storico opaco e drammatico.

In questo senso è necessario pensare concretamente di realizzare a Roma un memoriale, un monumento, un sacrario, dedicato a tutte le vittime del terrorismo del nostro Paese, perché la sconfitta del terrorismo è stata il frutto del’ unità che si realizzata fra le Istituzioni, le forze politiche e sociali, e il sindacato, all’epoca Federazione Unitaria  Cgil, Cisl e Uil, si è speso in maniera significativa.

Negli anni passati, in occasione della giornata dedicata alle vittime del terrorismo, le Istituzioni, a partire dal Comune di Roma, la Regione Lazio e da ultimo il Ministero dei Beni Culturali, hanno ipotizzato soluzioni per “un sito simbolico” per ricordare i nuovi martiri della nostra democrazia, ma sono rimaste buone intenzioni, anche se l’ipotesi di un “Memoriale” sembrava quella più semplice da realizzare, in un luogo significativo della Città Eterna. Quanto si dovrà attendere? Speriamo bene!

Infine, c’è un vecchio adagio popolare, che  deve far riflettere: “Ricordiamo sempre, che senza memoria, siamo tutti più fragili e più deboli”.

ssociazionismo,partendo da quelle delle Vittime del Terrorismo.elle Istituzioni e dell’sacrario,dedicato alle vittime del terro

 

Istat: nel 2019 tre milioni di persone su bus e tram tutti i giorni

Nel 2019 hanno usato tram, autobus e filobus 3 milioni di persone tutti i giorni e 3 milioni più volte alla settimana. Nelle regioni del Nord lo hanno utilizzato 1,5 milioni di persone di 14 anni e più tutti i giorni e 1,4 milioni più volte a settimana; al Centro 740 mila e 700 mila; al Mezzogiorno 670 mila e 770 mila.

Hanno viaggiato in treno 500 mila persone tutti i giorni al Nord e 470 mila lo hanno preso più volte a settimana; al Centro 220 mila tutti i giorni e 230 mila più volte alla settimana; al Sud e nelle Isole 170 mila tutti i giorni e 250 mila più volte alla settimana.

Nel 2019 si sono spostati ogni giorno 22 milioni di persone per andare a lavoro e 11 milioni per andare a scuola. La metà risiede nelle regioni del Nord e 10 milioni nel Mezzogiorno. Si sono spostati fuori dal proprio comune 12 milioni di occupati e 3,5 milioni di studenti.

Tra gli occupati, nel 2019, 1 su 5 è uscito di casa entro le 6:30, oltre il 60% tra le 7:00 e le 8:00. Il 70% degli studenti è uscito tra le 7:30 e le 8:00. Nel Mezzogiorno si esce più presto per andare a lavoro e più tardi per la scuola.

Per andare a lavoro con i mezzi pubblici 1 su 2 ha impiegato più di 30 minuti. Mezzi pubblici più utilizzati dagli occupati al Centro e nelle aree metropolitane. Hanno utilizzato soltanto auto o moto per andare a lavoro 16,5 milioni di persone.

Per andare a scuola con i mezzi pubblici ha impiegato più di 30 minuti oltre il 40% di studenti del Nord e circa il 30% di quelli del Mezzogiorno. 4 milioni di studenti hanno utilizzato solo auto o moto per andare a scuola o all’università.

Ambiente: un manifesto da 110 e lode che coinvolge il mondo delle imprese

Il Manifesto per “Uscire dalla pandemia con un nuovo Green Deal per l’Italia” ha una particolare importanza e una peculiarità, rilevante a livello nazionale ed europeo: è promosso da ben 110 esponenti, di primo piano, di importanti imprese e organizzazioni rappresentative di rilevanti settori economici. Un così vasto e rappresentativo coinvolgimento del mondo delle imprese nel sostenere un Green Deal è una novità di rilievo e un segno dei tempi che stanno cambiando: novità della quale anche i decisori politici dovrebbero tenere maggiormente in conto.

L’Italia ha grandi potenzialità di sviluppo della green economy. In una ricerca presentata agli Stati Generali della green cconomy, l’Italia risulta essere fra le prime economie green in Europa. Secondo un recente studio comparativo pubblicato dalla Oxford Martin School insieme alla Smith School of Enterprise ,l’Italia risulta ,prima della pandemia, in cima alla classifica mondiale delle “green growth tigers”, (le tigri della crescita economica green) , dietro alla sola Germania ma davanti agli Stati Uniti, Austria, Danimarca e Cina . Siamo uno dei Paesi che trarrebbe maggiore vantaggio, sia in termini di crescita che di competitività , dall’implementazione di un Green Deal per l’uscita dalla attuale crisi economica.

Questo Manifesto sollecita una scelta precisa e coerente di indirizzo delle politiche e delle misure per il rilancio economico, sia a livello europeo, sia a livello nazionale . Non servono generiche dichiarazioni di attenzione. Uno recentissimo studio della Oxford University  a cura, tra gli altri, del premio Nobel Joseph Stiglitz e dell’economista Nicholas Stern, analizzando le misure  messe in campo dai Paesi del G20 ad aprile, con una spesa stimata complessiva di oltre 7 mila miliardi di USD,  registra che appena il 4% sono state classificate dagli autori  come “green” mentre il restante 96% non avrà impatti positivi sul clima o addirittura potrà peggiorare il trend attuale.

Rifinanziare tutto l’esistente  per ritornare alle condizioni economiche precedenti alla pandemia – ha commentato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, fra i promotori del Manifesto – è, ,in questa emergenza, quasi un riflesso condizionato, ma sarebbe doppiamente sbagliato: si rifinanzierebbero anche attività che invece andavano cambiat , innovate o convertite e non si impegnerebbero  risorse sufficienti, che sono comunque limitate e relativamente scarse, per i cambiamenti verso l’economia del futuro che non  può che essere green, decarbonizzata e circolare” .

Dobbiamo continuare a compiere tutti gli sforzi necessari per uscire da questa pandemia ,per rendere le nostre società e le nostre economie più resilienti, ma ,prestando anche attenzione a non cadere, nel giro di pochi anni, dalla padella della pandemia alla brace della crisi climatica globale. Durante la pandemia le emissioni di CO2 sono diminuite, ma ,se si torna al modello precedente, riprenderanno come e più di prima. Se la gran massa dei finanziamenti pubblici  che verrà messa in campo finirà col generare aumento di emissioni di gas serra e modelli lineari di produzione e di consumo, inefficienti e ad alto spreco di risorse, verranno generati nuovi costi trasferiti sul nostro futuro.  Secondo lo studio condotto da Italy for Climate in collaborazione con lo European Institute on Economics and the Environment, il mancato conseguimento dei target di riduzione delle emissioni di gas serra e il fallimento delle politiche di contrasto al cambiamento climatico avrebbero effetti negativi importanti sul PIL italiano, arrivando a riduzioni stimate attorno al 10%.

Se viceversa decideremo di utilizzare questo sforzo economico senza precedenti per imprimere una accelerazione del sistema economico verso processi e prodotti sempre più green, potremo porre le basi per un futuro più sicuro e al tempo stesso ottenere performance economiche ed occupazionali migliori rispetto a quanto otterremmo con finanziamenti scarsamente orientati al green. Uno studio condotto dalla Fondazione in collaborazione con l’istituto di ricerche economiche Cles nel 2019 ha misurato l’impatto che avrebbero a breve termine (cinque anni) la promozione di interventi green avanzati in cinque settori chiave: efficienza energetica, fonti rinnovabili, economia circolare, rigenerazione urbana e mobilità sostenibile. Le misure indicate nello studio, di cui si propongono anche le relative coperture economiche, secondo i risultati della ricerca avrebbero portato in pochi anni a 190 miliardi di euro di nuovi investimenti green e 800 mila nuovi occupati.

E’ stata prorogata la sospensione di circolazione per Tir nei giorni festivi

La ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti, Paola De Micheli, ha firmato il decreto di proroga della sospensione dei divieti di circolazione sulle strade extraurbane nei giorni festivi del 10 e 17 maggio per i mezzi adibiti al trasporto cose, di massa complessiva massima autorizzata superiore a 7,5 tonnellate. Per i servizi di trasporto merci internazionale resta, invece, la sospensione del calendario dei divieti, fino a nuove disposizioni del governo.

La proroga del provvedimento è necessaria per far fronte all’emergenza Coronavirus e superare un ulteriore elemento di criticità del sistema dei trasporti non più giustificato dall’attuale riduzione dei flussi di traffico.

Questo il decreto di proroga

Il Coronavirus si sta modificando

Massimo Clementi, direttore del laboratorio di virologia del San Raffaele ha stabilito che: “All’inizio dell’epidemia, al Pronto Soccorso del San Raffaele arrivavano 100 persone e la maggioranza aveva bisogno della terapia intensiva e dell’assistenza ventilatoria. Da due settimane non arrivano più, sono diminuiti i ricoveri. La malattia si è modificata o si sta modificando”.

“Al San Raffaele abbiamo ricoverato oltre 1000 persone, è stata fatta un’identificazione molto attenta dei fattori di rischio che portano da un’infezione lieve a una grava. I fattori di rischio vanno tenuti a bada, sono state introdotte terapie efficaci”, aggiunge. “E’ noto che i virus sono molto più cattivi quando arrivano per la prima volta all’uomo. Conosciamo altri 6 coronavirus umani, 4 dei quali ci infettano da sempre. Questo coronavirus, se continua così, nel tempo potrebbe modificare il proprio profilo clinico di rischio e potrebbe adattarsi all’ospite”.

Sala: “Sono incazzato, immagini dei Navigli vergognose”

Beppe Sala, commenta la folla di gente che ieri si è riversata nella zona dei Navigli. “Le immagini di ieri sono vergognose”

L’economia italiana dovrà investire e non assistere

Non è rassicurante la discussione presente nel governo che si sta esercitando a come ‘aiutare’ imprese e lavoratori sfibrati dalla inattività di questo bimestre è sicuramente per i mesi che verranno, a causa della pandemia che alimenterà sicuramente nuovi problemi. Ed intanto si parla di stanziamenti a fondo perduto a favore di imprese in difficoltà e di ‘reddito di emergenza’ per lavoratori.

Prima di ogni considerazione, occorre assolutamente ricordare che qualsiasi risorsa il governo vorrà impiegare, sono quantitativi di denaro da prendere in prestito che peraltro si sommeranno al monumentale debito pubblico che già ci fa superare uno degli esclusivissimi primati a livello mondiale tra i paesi più pericolosamente indebitati con l’economia stagnante da almeno 20 anni.

Va ricordato, un debito che da un decennio circa che non è stato mai assottigliato e che anzi ha conosciuto solo progressivi ingiustificati aumenti. L’altra considerazione è che chi come noi è nelle condizioni di forte indebitamento (oramai stiamo raggiungendo il 160% del PIL ), ogni euro che dovrà spendere, dovrà strettamente avere il carattere di investimento e non di assistenza. Questa teoria, applicata all’Italia, non soltanto rispecchia una limpida posizione di scuola economica, ma è soprattutto una raccomandazione necessaria a che non si arrivi ad esporre il paese ad un drammatico rischio di default dello Stato.

Altra cosa è la logica di prestare soldi alle imprese, responsabilizzandole circa il progetto economico finanziario che verosimilmente permetterà’ loro di poter navigare nei mari in tempesta della competizione di mercato. Invece l’eventuale fondo perduto per le imprese, potrà solo pericolosamente tramutarsi in una operazione che aumenterà il numero dei navigli che non sapranno stare in mare per ragioni persino troppo ovvi. Riguardo al reddito di emergenza, che dire se non rifarsi al detto arcinoto latino : “ errare humanum est, perseverare autem diabolicum”.

A scanso di equivoci, le persone vanno aiutate, ma devono lavorare e formarsi realmente a lavorare. Le nostre città hanno giardini, alberi, strade, musei, archivi, e tantissimi altri interessi pubblici incustoditi; se si vuole aiutare con soldi pubblici persone bisognose, esse devono essere utili ai bisogni pubblici. Il governo quindi stia attento al carattere rigorosamente produttivo da dare ad ogni manovra che dovrà rassegnare al paese. Ma stia molto attento anche a non dare ragione ai tanti altri paesi europei, convinti che i governi italiani, appena possono, dissipano risorse pubbliche prese in prestito per farsi belli agli occhi dei loro clientes, e non invece a costruire premesse concrete per il rilancio di una economia italiana già palesemente boccheggiante.

Ado Moro: Una politica intesa come forma di solidarietà tra uomini liberi

Riteniamo interessante, a ridosso del 42° anniversario del ritrovamento del corpo dell’On. Aldo Moro (9 maggio 1978), pubblicare l’articolo scritto dallo statista pugliese nell’agosto 1944. Già nel titolo (“Ricostruzione”) si possono cogliere i nessi con l’attualità, avviandoci noi tutti verso una fase particolarmente complessa, che vedrà impegnato il Paese in un grande sforzo di cambiamento e riorganizzazione. Qui riportiamo il testo integrale, con introduzione e note, pubblicato in A. Moro, La vanità della forza. Gli articoli su “La Rassegna” di Bari(1943-1945), a cura di Lucio D’Ubaldo,  Roma, 2016). La parte conclusiva dell’articolo, per il suo carattere così attinente al dibattito odierno, è stata scelta per essere letta da Marco Frittella, noto giornalista Rai, nell’allegato video realizzato da “Il Domani d’Italia” – e ringraziamo nella circostanza l’amico Nicola Lori per l’egregio lavoro svolto – in collaborazione con la testata quotidiana online “Orbishera”, il Centro Studi Aldo Moro e l’Archivio Gero Grassi.

RICOSTRUZIONE

Non è una fuga dalla realtà, perché Moro aborriva quello che, in altra circostanza, aveva definito astrattismo, bensì una sincera e profonda attenzione alla causa di una decadenza, oltremodo dolorosa per il popolo italiano, che necessitava di essere affrontata con intelligenza, per essere vinta grazie, principalmente, a una rinnovata scala di valori. Alcuni di essi, infatti, dovevano essere recuperati e ricomposti nell’ambito di una pedagogia civile, in linea con le aspettative di ripresa della vita democratica e, perciò, di cambiamento della mentalità collettiva. Il patriottismo, ad esempio, aveva nutrito il discorso pubblico e la maniera di atteggiarsi, tra parate ed esibizioni militaresche, dello Stato fascista. Questa teatrale raffigurazione della italianità, pomposamente ricollegata ai fasti imperiali di Roma antica, faceva pendant con lo svuotamento del civismo: il patriota poteva tributare gli onori alla bandiera (e al duce) e rintanarsi subito appresso nella sua privata dimensione di onesto e disciplinato suddito del Regno.

Nulla di più si chiedeva agli italiani: essere fervidi patriottici e lasciare campo libero all’autorità del regime. Ebbene, se questa era la natura e la funzione del patriottismo secondo la grammatica autoritaria dell’epoca mussoliniana, non per questo la nuova stagione democratica avrebbe dovuto espungere dalla vita pubblica il concetto dell’amor di patria. Moro, a riguardo, non contrappose a quella fascista una possibile retorica democratica: in una dialettica così semplificata, ai limiti della banalità, senz’altro avrebbe perso l’ethos della nuova Italia. Cercò, piuttosto, di riempire di contenuto quel concetto di patriottismo che l’ideologia totalitaria aveva sfruttato a fini di propaganda e di organizzazione del consenso. L’amor di patria faceva parte – doveva far parte – del senso del dovere. E quando, suggerì Moro, ognuno di noi compisse il suo dovere, in quel momento e per quella ragione attinge all’amore per la vita. Qui risiedeva anche la fonte di rigenerazione della politica, ovvero di una politica intesa come forma di solidarietà tra uomini liberi, capaci di indirizzare al bene i loro sforzi, pronti a sacrificare i propri egoismi per rafforzare l’interesse generale della società. Non più individualismo, ma vita sociale; non più retorica pubblica e asservimento privato, ma ricerca e conquista di una solidarietà che effondeva sugli uomini gioia e amore per la vita, con pienezza di libertà. Questa, in definitiva, era la ricostruzione a cui Moro invitava a guardare con semplicità e purezza, sia di mente che di cuore.

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Aldo Moro

Si parla molto di ricostruzione oggi, ma le idee del popolo italiano su questo punto non sono abbastanza chiare. Noi siamo stati abituati per 20 anni a guardare ogni attività della nostra vita sotto il profilo della politica122 e poiché, al popolo italiano è stato dato di quest’ultima un falso concetto, ogni attività della vita quotidiana è diventata solenne come una cerimonia ufficiale ed ha perso, nel vuoto decoro esteriore, ogni senso umano. Per 20 anni abbiamo parlato di un servizio sociale che ogni uomo deve rendere, di una responsabilità patriottica da assolvere ed ogni momento della nostra vita ci è apparso come donato alla collettività, contributo alla sua vita, espressione, in una parola, di patriottismo. C’è dunque un problema preliminare da risolvere e cioè che cosa debba intendersi per Patria, per collettività, per politica. Ora, noi siamo uomini e capaci perciò di capire ed amare veramente, con tutto lo slancio del nostro io, solo le cose che parlano al nostro cuore e destano la nostra umana sensibilità. Le cose non cambiano, se gli uomini, invece che isolati, sono considerati insieme. La vita sociale, se condotta secondo la sua verità (che è condizione perché possa apparire come di interesse per noi) non nega, ma moltiplica l’uomo123. Noi parliamo allora senza timore di collettività, intendendola come un complesso di esperienze umane eguali alla nostra, un ritrovamento del nostro io negli altri, del nostro io che tanto più si possiede quanto più vada ripetuta, e sempre in modo originale, la sua umana appassionante vicenda in altri uomini. Così la Patria è totalità di esperienze umana e riflette nella sua grandezza e complessità quello che è il può dare senso alla dimensione politica del cittadino, in questa successiva analisi, invece, poneva sotto accusa il fatto che la propaganda mussoliniana imponesse, sotto l’egida di un patriottismo totalizzante, la politicizzazione di molti atti a cui erano tenuti gli italiani. In realtà, in un caso e nell’altro, si trattava della medesima critica alla logica del fascismo: gonfiare di retorica il ruolo dell’individuo come servitore della Patria, sicché gesti pubblici e vissuto privato fossero racchiusi in un “vuoto” di valori e sterilizzati, a prescindere dall’esteriore e formalistica politicizzazione. È questo “vuoto” l’oggetto della polemica di Moro. contenuto di ogni vita individuale. Proporci di amarla e di dare tutto per essa, non può voler dire altro che invitarci ad amare le cose che amiamo perché umane, non soltanto guardando a noi ma a tutti gli uomini che ci accompagnano passando dal nostro piccolo angolo al mondo che è grande se noi siamo grandi, ed è ricco di vita se è pieno della nostra vita e fa vibrare la nostra umanità. Solo a questo titolo l’amor di Patria si pone tra i più sacri sentimenti dell’uomo e ci sollecita con la sua esigenza, rendendoci capaci di ogni sacrificio. Perché questo amore generoso che può spingersi sino al limite di una dedizione eroica e conoscere anche il sacrificio supremo non è cosa che ci alieni, ma dono fatto alla nostra stessa vita, atto di rispetto ed amore operoso dell’uomo. La variazione è solo qui (ed è tale poi che compie il profondo significato della vita), che l’uomo solo è superato ed a lui viene attribuito il diritto e il dovere di vivere insieme con gli altri uomini124. Solo una vita solidale è vita; ma, s’intende, a patto che non neghi la vera intima vita di ciascuno, quella nella quale crediamo e che ci da davvero la gioia – talvolta stranamente dolorosa – di esistere. L’inserirsi di ogni nostro atto nella vita collettiva, il significato politico di ogni nostra azione, questo veramente augusto servire la Patria, cui siamo sollecitati dalla nostra stessa sensibilità spirituale sono cose che non debbono compiersi con fatica ma in modo del tutto naturale. Non già che non si richieda per questo un processo morale, ma si tratta di una conquista diversa da quella che ci è domandata ogni istante per essere uomini, e cioè quel pieno controllo del nostro io, quel possesso di noi stessi, quella luce di spiritualità che danno disciplina alla vita e la fanno bella e gioiosa. Noi siamo politici non solo quando diamo il nostro voto o attivamente esplichiamo funzioni di responsabilità sociale, ma anche quando studiamo, lavoriamo, esercitiamo la professione, svolgiamo, nella sua monotonia così piena di pace, la nostra vita famigliare, in una parola, sempreché siamo uomini. E tanto più siamo politici, quanto più dimentichiamo questa grande parola e compiamo con semplicità il nostro dovere, facendo bene tutto quello che dobbiamo fare con vero amore per la vita e, poiché la vita è universale, con vero amore per tutti gli uomini, cui direttamente o indirettamente il nostro lavoro è donato125. In questi venti anni siamo stati poco semplici e poco buoni, avendo inteso la Patria e la vita come cose eroiche a parole e in fondo invece rumorose, pompose e senza un briciolo di umanità, abbiamo spento in noi ogni vero palpito umano. Ora dobbiamo percorrere una lunga e difficile strada; dobbiamo appunto ricostruire. Cominciamo di qui. Rimettiamoci tutti a fare con semplicità il nostro dovere, senza nulla perdere dei valori che in ogni opera fatta dagli uomini e per gli uomini si ritrovano. Così possiamo servire veramente la Patria che soffre. Chi ha da studiare, studi. Chi ha da insegnare, insegni. Chi ha da lavorare, lavori. Chi ha da combattere, combatta. Chi ha da fare della politica attiva, la faccia e con la stessa semplicità di cuore con la quale si fa ogni lavoro quotidiano. Madri e padri attendano ad educare i loro figliuoli. E nessuno pretenda di fare più e meglio di questo. Perché questo è veramente amare la Patria e l’umanità.

Note

(La numerazione è quella che rientra nella progressione del volume citato)

122 – A prima vista, Moro smentiva qui la tesi esposta nel precedente articolo. Infatti, mentre aveva denunciato il vuoto dell’esistenza individuale sotto il fascismo, conseguenza di un regime autoritario volto a negare la libertà che sola

123 – A conferma della originalità del linguaggio di Moro, che, però, non era linguaggio astruso o fantasioso, come avrebbe usualmente osservato, con maldicente ironia, negli anni del successo dello statista pugliese la critica giornalistica prevalentemente di destra, sta questa espressione molto bella: “l’uomo si moltiplica se opera in una vita sociale rispettosa della verità”.

124 – L’amor di patria, ridotto dal fascismo a esercizio retorico e vuota ostentazione di fedeltà nazionalistica, è legittimamente riproposto sotto forma di uno slancio verso qualcosa che suscita attrazione per il legame con la vita. Fuori da questo legame, come ogni cosa che prescinda dalla vita, l’amor di patria non è amore. E la vita richiede, quando operante nella società, che a fare da motrice sia la solidarietà.

125 – L’andamento della frase conduce a un esito che non è quello del panpoliticismo, come potrebbe far credere l’accenno della prima parte al fatto che ogni gesto umano sia riconducibile alla politica. In realtà, Moro asserì che fare il proprio dovere, in ogni campo e per qualunque esigenza della vita, implicasse e confermasse la politicità dell’agire umano. Non è la politica che assorbe la vita, ma la vita che infonde alla politica la sua giustificazione.

Diatriba sul golfo

Come fosse un ping-pong, dall’uno all’altro, a rimpallarsi. A dir il vero, uno dei due se ne sta in silenzio. Ma proprio questo ci permette di riflettere e di prendere il posto che spetta a chi resta volutamente afono. Politica e tecnica. La politica decide; la tecnica chiarisce la meccanica dei fatti.

Non solo a livello Nazionale, il passaggio tra le due sponde è stato piuttosto frequente in questo periodo, ma anche nel Friuli Venezia Giulia, proprio ieri, in sede di Consiglio regionale, si è manifestata un’esemplificazione piuttosto eloquente.

Si è trattato del problema della nave/ospedale. Quella che dovrebbe attraccare al molo di Trieste. Mi ha sorpreso sentire che l’indicazione fornita per una simile soluzione è stata rinviata alla voce dei tecnici. Questo mi ha sorpreso. Capisco che i tecnici sappiano come fronteggiare l’epidemia. Sono straconvinto che competa loro definire i farmaci più adatti. Che è sul loro tavolo il problema relativo alla definizione di un vaccino in grado di poterci immunizzare. E via via, cose di questo tipo.

Sono rimasto sorpreso perché, sia una nave o degli alberghi, non hanno a che vedere con aspetti di carattere tecnico. Non è che sulla nave si fanno terapie diverse o trattamenti diversi, da come si farebbero in altre strutture cittadine, i luoghi non sono sicuramente aspetti attinenti ai protocolli medici. A mio modesto parere, scegliere l’uno o l’altro, compete solo ed esclusivamente alla volontà politica.

Ora, scaricare su chi non dirà mai nulla in proposito, non mi è apparsa un’azione particolarmente nobile. Ed è per questo che sono spinto a prendere la voce di chi, per correttezza istituzionale, non ribalterà quella tesi. Qualcuno lo deve pur fare. Spero che tanti lo facciano. Magari senza scriverlo, ma in cuor loro lo pensino. Io invece, mi sento nel dovere di esplicitarlo.

Potrei avere anche torto. Nulla di strano. Ma almeno si potranno discutere posizioni controverse e tra loro opposte. E, come si sa, tutto ciò, fa sempre un gran bene a noi tutti.

Sono pertanto persuaso che l’idea della nave o di un altro possibile ricovero, sia solo in capo al politico. Si scelga una, o incamminarsi sull’altra strada, quella decisione spetta assolutamente a chi ha il compito politico di andare da una parte o dall’altra.

Non si può mai adoperare la sfera tecnica come luogo in cui scaricare le proprie responsabilità.

Non so cosa voi pensiate, ma un vostro contributo servirà senz’altro a gettare luce, su una vicenda piuttosto emblematica, una controversie che è maldestramente capitata tra il piano della politica e quello della scienza: quello della decisione e quello dello studio e della conoscenza.

Negli Stati Uniti un bambino su cinque non ha abbastanza da mangiare.

Quasi un bambino su cinque negli Stati Uniti non ha abbastanza da mangiare. Lo rivela una ricerca pubblicata dal “New York Times”, che mostra un aumento dell’insicurezza alimentare senza precedenti in tempi recenti.

Il sondaggio è stato effettuato da Brookings Institution, che ha intervistato i genitori. Il tasso è tre volte superiore a quello del 2008, nel peggiore dei casi della Grande recessione: il 17,4 per cento dei genitori ha riferito che i loro bambini non stavano mangiando abbastanza, rispetto al 5,7 per cento di 12 anni fa.

Secondo un altro sondaggio, The Covid Impact Survey, si è scoperto che il 23 per cento delle famiglie statunitensi ha dichiarato di non avere denaro per ottenere cibo a sufficienza.

Questi studi arrivano in un momento particolare. E’ infatti in discussione una norma per aumentare l’ammontare dei buoni pasto.  I democratici vogliono aumentare i sussidi del 15 per cento per tutta la durata della recessione economica, sostenendo che una simile mossa nel 2009 ha ridotto la fame durante la Grande recessione.

Il bonus baby sitter sarà valido anche per i servizi e i centri estivi

Nunzia Catalfo, ministro del Lavoro, nel corso del question time al Senato ha dichiarato che: “è mio intendimento rafforzare, nel prossimo decreto, le misure attraverso il prolungamento del congedo parentale di ulteriori 15 giorni, da usufruire nel periodo emergenziale, e riproporre il bonus babysitter che potrà essere speso anche per servizi per l’infanzia e centri estivi”.

“E’ mia intenzione -continua la ministra – avviare un tavolo di confronto finalizzato a rivedere la disciplina del lavoro agile quale strumento idoneo ad affrontare la graduale riapertura delle attività, nell’ottica di una ratio che porti ad innovare la strumentazione lavoristica in capo ad imprese e parti sociali nell’organizzazione del lavoro”.

“Servono oggi più che mai interventi strutturali sul piano della conciliazione vita-lavoro, che siano pensati in modo da incentivare anche un effettivo riequilibrio delle responsabilità di cura, tuttora troppo spesso appannaggio esclusivo delle donne”, ha aggiunto il ministro nel ricordare come “durante la fase emergenziale, il ricorso allo smart working è stato lo strumento principale per consentire ai lavoratori di operare in sicurezza”

Dl Liquidità: 103.282 le domande pervenute al Fondo di Garanzia per un importo di oltre 6 miliardi di euro

Sono 103.282 per un importo di euro 6.047.663.327 le richieste di garanzie pervenute al Fondo di Garanzia nel periodo dal 17/03/2020 (data di entrata in vigore del decreto-legge del 17 marzo 2020, n. 18, di seguito “Cura Italia”), al 06/05/2020, lo comunicano il Ministero dello Sviluppo Economico e Mediocredito Centrale.

Di queste domande:

  • 101.253 sono quelle pervenute ai sensi del decreto Cura Italia e Liquidità, in particolare:
    • 80.873 operazioni riferite a finanziamenti fino a 25 mila euro, con copertura al 100% per un importo finanziato di euro 1.711.069.274, per i quali l’intervento del Fondo è concesso automaticamente e possono essere erogati senza attendere l’esito definitivo dell’istruttoria da parte del Gestore;
    • 42 operazioni di riassicurazione con copertura al 100% per finanziamenti di durata fino a 72 mesi;
    • 827 operazioni di garanzia diretta con copertura al 90% per finanziamenti di durata fino a 72 mesi;
    • 10.097 operazioni di garanzia diretta, con percentuale di copertura all’80%;
    • 5.390 operazioni di riassicurazione, con percentuale di copertura al 90%;
    • 1.242 di rinegoziazione e/o consolidamento del debito con credito aggiuntivo di almeno il 10% del debito residuo e con incremento della percentuale di copertura all’80% o al 90%;
    • 66 riferite a imprese small mid cap con percentuale di copertura all’80% e al 90%;
    • 2.716 con beneficio della sola gratuità della garanzia, che a normativa previgente erano a titolo oneroso;
  • 2.029 ai sensi della previgente normativa.

In relazione alle operazioni di rinegoziazione e/o consolidamento, ammissibili ai sensi del decreto Cura Italia e Liquidità, l’incremento del credito aggiuntivo è del 68,5%, passando da € 138,1 milioni a 232,8 milioni di euro.

In allegato i dati a livello regionale e provinciale delle operazioni riferite a finanziamenti fino a 25 mila euro (80.873) e del totale delle operazioni (103.282).

Federfarma: accordo per 10 mln di mascherine a settimana.

Federfarma in un comunicato riferisce che: “Il commissario straordinario per l’emergenza coronavirus, Domenico Arcuri, alla presenza di Federfarma, ha convocato i rappresentanti della distribuzione intermedia per favorire la conclusione di un accordo commerciale con un qualificato fornitore nazionale, che renderà disponibili 5 milioni di mascherine chirurgiche per i prossimi 7 giorni e 10 milioni settimanali, a regime, dalla seconda metà di maggio”.

“A seguito dell’accordo siglato da Federfarma il 1 maggio con il commissario Arcuri – ricorda la Federazione – le mascherine chirurgiche costano al pubblico 0,61 euro (cioè 0,50 + Iva 22%, fino al momento in cui l’Iva non sarà azzerata, come preannunciato dal Governo). Al momento le mascherine sono ancora disponibili presso alcune farmacie, mentre la stragrande maggioranza le ha già vendute proprio in previsione della fase 2”. “Tali carenze sono dovute a vari motivi”, si spiega: “Quelle con regolare marchio CE sono introvabili sul mercato. Quelle importate con autocertificazione del produttore/importatore, assimilabili alle chirurgiche, che quindi potrebbero andare in vendita a 61 centesimi (talora anche già in giacenza presso i distributori che riforniscono le farmacie), non possono essere vendute senza la conformità da parte dell’Istituto superiore di sanità. Quelle che le farmacie attendono dalla Pubblica amministrazione (al costo di acquisto di 40 centesimi) non sono ancora state consegnate dai distributori intermedi: peraltro l’accordo è stato siglato solo il 1 maggio e vanno considerati i necessari tempi tecnici”.

 

Economia sociale e ruolo dello Stato. Un tema non più eludibile.

Lucio D’Ubaldo, dalle colonne del Domani D’Italia, ha lanciato la proposta, raccogliendo l’autorevole monito di Papa Francesco “all’unità della politica” e di fronte alla perdurante emergenza sanitaria nazionale ed internazionale, di iniziare questo sforzo dalla riscoperta delle ragioni autentiche dell’europeismo. Individuando anche in due leader politici i possibili interlocutori di questa sfida, entusiasmante ed originale, politica e culturale. E cioè, l’attuale Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli e l’ex Presidente Tajani. Una proposta nè provocatoria nè astratta ma concreta e perfettamente praticabile. Senza creare confusioni politiche di natura consociativa a livello nazionale e senza ipotecare futuri equilibri politici. Una proposta, soprattutto, che avrebbe il merito di riattualizzare il magistero politico di Alcide De Gasperi e di tutti coloro che hanno individuato nell’Europa, nelle diverse fasi storiche, non un luogo burocratico e finanziario dominato dalle varie e ben note lobby, ma un progetto politico, culturale e sociale in grado di unire i vari paesi in una vera comunità economica e politica. In grado di garantire crescita e sviluppo economico ma anche, e soprattutto, di praticare la solidarietà e la sussidiarietà. E, in una fase storica che richiede più Europa e più comunità, è arrivato il momento, forse, di ridar voce e sostanza a quella intuizione e a quel progetto originario europeista. 

Ma, accanto a quella proposta e all’invito specifico avanzato da D’Ubaldo, c’è un altro grande tema che si affaccia con prepotenza alla nostra attenzione. E cioè, rileggere e riattualizzare una moderna economia sociale di mercato. E, nello specifico, rilanciare un moderna politica di intervento dello Stato in economia. Un recente intervento di Romano Prodi ha riproposto il tema, al di là e al di fuori di qualsiasi strumentalizzazione sulla statalizzazione dell’economia e sulla mortificazione dell’iniziativa privata. Nulla di tutto ciò ma, dopo la pandemia che ci ha travolti e sconvolti, è indubbio che il ruolo dello Stato nel sistema economico è ridiventato centrale e chiaramente indispensabile se non vogliamo assistere ad un progressivo stillicidio del nostro sistema economico e produttivo. 

Ecco, riproporre oggi un pensiero che possa gettare le condizioni per una rinnovata “unità della politica” passa anche attraverso la capacità di individuare temi comuni e fortemente concreti che possano dare risposte altrettanto concrete alle domande che sono sul tappeto dopo questa terribile pandemia. E se la nuova Europa è certamente un tema costitutivo lo è anche, a maggior ragione, una rinnovata economia sociale di mercato e la rilettura di un moderno intervento dello Stato in economia. Un pensiero, lo dico sottovoce, che avrebbe anche il merito di riscoprire e riattualizzare il magistero politico dei grandi democratici cristiani che hanno contribuito, negli anni, a dare cittadinanza e gambe ad un progetto politico riconducibile al miglior patrimonio del cattolicesimo politico e del cattolicesimo sociale. 

Abbiamo il dovere, oggi più che mai, di ripartire dalle fondamenta. Solo così possiamo dare un contributo politico e culturale originale al nostro paese e alla nostra cultura di riferimento. Smettendola di perdere tempo con discussioni astratte e del tutto virtuali su nuovi partiti e nuovi schieramenti. 

Auguri a don Gastone Simoni oggi sette maggio, anniversario di Carta d’Intesa.

Cari amici
Oggi è il sette maggio e io vorrei fare, a nome di tutti noi, gli auguri più affettuosi a monsignor Gastone Simoni di guarigione dal male che da tempo lo affligge. A lui e alla sua cara sorella Gabriella. Oggi, perché in questo giorno cade un anniversario che lo vede protagonista. Era il sette maggio 2011, nove anni fa, e alla villa del Palco di Prato, su un’altura che domina la città, in una accogliente residenza di proprietà della curia, un gruppo di noi intorno al vescovo Simoni firmavamo Carta d’Intesa, un documento di impegno culturale politico che gettava le basi di una rinnovata presenza organizzata dei cattolici nella vita civile nel Paese. Ricordi don Gastone l’atmosfera così carica di idealità di quel giorno, con Roberto Bartoloni e gli altri? Carta d’Intesa era il punto d’arrivo di un percorso iniziato nel 2003 con le Tre giorni di Toniolo a Pisa – San Miniato, ed era il punto di partenza di un nuovo tragitto da compiere, tanto che il titolo completo del documento divenne Carta d’Intesa, per un coordinamento di soggetti sociali cattolici. Nelle motivazioni e nei contenuti, il documento segnava un punto di svolta del percorso.

Quel giorno ci fu anche una coincidenza, che sembrò un segno fausto. Benedetto XVI era in visita nel Friuli e proprio quel giorno, dalla cattedrale di Aquileia, tornò ad auspicare un rinnovato impegno dei cattolici italiani in politica, come aveva fatto tre anni prima, nel settembre 2008, in Sardegna, dal santuario di Nostra Signora di Bonaria a Cagliari. Un segno di cambiamento da parte della gerarchia, dopo quella sorta di nuovo non expedit su un partito che rappresentasse i cattolici, che era stato lanciato negli anni precedenti dalla CEI del cardinale Achille Ruini.

All’appuntamento del 7 maggio 2011 eravamo arrivati dopo una lunga serie di passaggi. E’ il momento di scriverla per intero questa storia, e lo farò. Dove mi trovo forzatamente ora non ho i miei libretti di appunti e quindi stavolta vado a memoria, ma il ricordo conserva una sua nitidezza. L’ultima sessione della Tre Giorni di Toniolo, l’ottava della serie, era stata nel novembre 2010, e ci eravamo lasciati con l’idea di trasferire finalmente il senso dei dibattiti degli anni precedenti in qualcosa di nuovo, passando da chiavi di lettura teoriche a una finalmente operativa.

Il riferimento spirituale e ideale di tutti noi era monsignor Simoni, io iniziai a scrivere il documento sulla base delle sue indicazioni. Quante bozze! Scrivevo, le mandavo via mail, lui consigliava, proponeva, discutevamo, sentivamo gli altri, penso a Flavia Nardelli, allora grande animatrice, segretario generale dello Sturzo, penso a don Enrico Giovacchini, segretario del Toniolo di Pisa, penso a Paolo Nello, allora presidente del Toniolo, autore di una sintesi del nostro comune stato d’animo che non dimentico e che diceva così: tutti sentiamo viva la nostra identità cattolica, ma di essa paradossalmente avvertiamo anche la mancanza.

Caro don Gastone ricordi quanto lavoro? Per arrivare alla versione definitiva del documento, dopo la Toniolo del novembre 2010 ci vedemmo tutti una prima volta da te alla villa del Palco nel dicembre, poi nel gennaio 2011 allo Sturzo a Roma, poi di nuovo a Prato nell’aprile, e finalmente il giorno della firma il sette maggio. Ho i nomi dei partecipanti di quel giorno e di quanti, singoli e soggetti collettivi, aderirono nei mesi successivi, ma sono negli appunti, e quindi i nomi li farò quando potrò citarli tutti, perché oggi ne dimenticherei qualcuno e non voglio.

Una sigla va ricordata, quella del CSC, il Collegamento sociale cattolico toscano, così come va ricordata la rivista Supplemento d’anima, entrambe iniziative che ti avevano avuto come animatore negli anni precedenti. Adesso si passava dal piano locale a quello nazionale, mantenendo però la caratteristica di voler collegare tra loro soggetti e realtà locali, di base, iniziando a riaggregare da lì una presenza cattolica che non fosse più molecolare e potesse diventare incidente sul piano nazionale.

Scrivo questa memoria per Il domani d’Italia, e fornisco a Lucio D’Ubaldo e David Tesoriere il testo di Carta d’Intesa, come lo diffondemmo a più riprese nei mesi successivi con una premessa per ricordarne la genesi. Chi vorrà potrà leggerlo nella sua completezza nella documentazione de Il domani d’Italia. Qui mi limito a rilevare, nove anni dopo, la sua sorprendente attualità e indicarne il sommario: nuove risposte a nuovi problemi, le caratteristiche di un impegno, il movimento cattolico oggi, una nuova progettualità, un ambito pre-partitico, un percorso che continua. Tre parole d’ordine don Gastone considerava essenziali: che l’impegno fosse coerente, unitario, efficace.

Il percorso continuò nel dicembre del 2011, alla nona edizione della Tre Giorni di Toniolo, perché s’era detto che sarebbe diventata quella la sede del riscontro annuale dei progressi fatti. Ricordi don Gastone? Per spiegare quanto ardua fosse l’impresa ricorremmo all’immagine di San Pietro. Povero pescatore della Giudea, San Pietro arriva a Roma scalzo, disarmato rispetto alla grandiosità dell’impero, e impaurito decide di tornare indietro, ma sulla strada del ritorno lo raggiunge imperiosa la voce: Quo Vadis?

Dispersa l’identità e la struttura organizzativa della Democrazia cristiana all’inizio degli anni Novanta, rispetto alla nuova realtà politica italiana dei primi del Duemila, così radicalmente diversa da quella che ci aveva visto protagonisti, eravamo diventati come quel San Pietro, ci sentivamo allo stesso modo impotenti, ma anche in noi, nelle nostre coscienze doveva risuonare quell’imperativo sotto forma di domanda, Quo Vadis, per saldare la passione civile a un nuovo dovere di esserci: i cristiani che stanno con un solo piede sulla terra staranno con un solo piede in paradiso, ammoniva Dietrich Bonhoeffer.

Ricordo in questo senso un altro frammento, quando don Gastone si adoperò per coinvolgere Stefano Zamagni. Più volte in quegli anni ci siamo riuniti a Roma, prima all’Istituto Sturzo, poi al centro salesiano di fronte alla Stazione Termini. Ho nel computer il testo della lettera invito a un incontro che facemmo al centro salesiano il 12 dicembre 2013, relatore Zamagni. Lo presentavamo così: siamo pronti a sostenerlo nella speranza che egli possa accompagnare d’ora in poi il cammino di Carta d’Intesa in modo non episodico ma continuativo.

Così è iniziata con Carta d’Intesa, caro don Gastone, una delle ripartenze che si sono succedute nel tempo, nel tentativo di uscire dalla dissolvenza e dare vita a una nuova stagione di cattolicesimo politico organizzato. La fine dell’unità politica dei cattolici ha disperso la nostra visione di insieme del Paese e della sua proiezione internazionale a cominciare da quella europea. L’ambizione era di elaborare di nuovo un complesso di indirizzi programmatici ispirati dalla Dottrina Sociale della Chiesa – così Gabriele De Rosa definiva il Codice di Camaldoli del 1943 – necessari alla ripresa del Paese. Carta d’Intesa del 2011 era nata l’indomani della crisi finanziaria del 2008. A maggior ragione un simile tentativo è necessario oggi a causa dell’emergenza che stiamo vivendo: il tentativo di quanti si stanno riconoscendo nella proposta di un nuovo soggetto politico, Partebianca, che superi assorbendola in sé la perdurante frammentazione politica cattolica. Partebianca, un nome ancora una volta proposto da don Gastone: questa appartenenza dichiarava Dante Alighieri.

Perché dietro l’emergenza sanitaria di oggi, così come dietro la crisi finanziaria del 2008, ciò che davvero è arrivato al capolinea è l’intero modello di sviluppo del Paese, sulla sollecitazione delle straordinarie novità tecnologiche esplose a fine Novecento e l’irrompere della questione ecologica come nuovo elemento dirimente delle politiche di sviluppo. Lo aveva predetto Paolo VI nel 1967 nella Populorum Progressio, lo aveva ripreso Benedetto XVI nel 2009 nella Caritas in Veritate, ne ha fatto la sua bandiera nel 2015 Francesco con la Laudato sì. Dunque un gigantesco passaggio d’epoca: ecco ciò a cui realmente siamo di fronte e che impegna il contributo culturale e civile dei cattolici.

L’apostolato di Paolo VI richiama l’espressione che gli viene attribuita, secondo cui dopo la preghiera la politica è la più alta forma di carità. Ma dove è contenuta questa affermazione, che ognuno di noi ha usato più volte? Me lo chiedeva qualche giorno fa Lucio D’Ubaldo, perché nel discorso di papa Montini alla Fao del 1970,che generalmente viene indicato come riferimento, la frase non c’è: nell’ultimo paragrafo del discorso si ricava questo concetto ma la frase non c’è. E inoltre: Paolo VI è stato il primo a fare una simile affermazione?

Don Gastone, interpellato, mi ha ricordato una affermazione di Pio XI, forse nell’udienza concessa a una delegazione di cattolici belgi, circostanza del tutto verosimile se si pensa al Codice di Malines. A mia volta ho rivolto la domanda a padre Gian Paolo Salvini, il quale mi ha risposto poco dopo. Da una ricerca di padre Francesco Occhetta sì, Pio XI ne ha parlato, ma nel corso di un’udienza ai dirigenti della Federazione Universitaria Cattolica 1l 18 dicembre 1927. Il testo del discorso è riportato sull’Osservatore Romano del successivo 23 dicembre: “… E tale è il campo della politica, che riguarda gli interessi di tutte le società, e che sotto questo riguardo è il campo della più vasta carità, della carità politica, a cui si potrebbe dire null’altro al di fuori della religione essere superiore”. E ancora:” Tutti i cristiani sono obbligati a impegnarsi politicamente. La politica è la forma più alta di carità, seconda solo alla carità religiosa verso Dio …”. Padre Occhetta ha pubblicato questo ampio stralcio martedì scorso cinque maggio.

E’ antico dunque questo dovere di testimonianza, tanto più lo è se soltanto ricordiamo le lettere che nel Trecento Santa Caterina da Siena scriveva ai potenti di allora, antesignana dell’impegno politico dei cattolici. Un impegno che nelle diverse epoche storiche ha assunto e assume come è naturale caratteristiche contingenti diverse, che sta a noi comprendere, attualizzare e rendere concrete, lungo il filone di un ritrovato popolarismo. Penso a come don Luigi Sturzo, nel lontano 1933, descriveva un possibile modello di governo d’emergenza: “Oltre alle forme di governo autoritario, in caso di una emergenza occorre un governo di unità nazionale, in cui i consensi di tutti o quasi giustificano la pienezza dei poteri senza la formalità costituzionale”. Se non questa formula concreta, il sentimento di una tale unità sarebbe stato certamente provvidenziale nella circostanza che stiamo vivendo.

Guido Vestuti:”L’Europa si presenta indebolita e fragile”

Prof. Vestuti, per come si stanno mettendo le cose – e non da ieri – presto del “vecchio continente” resterà la dimensione geografica e l’aggettivo “vecchio”, inteso in senso deteriore. L’Europa “strategica” rispetto ai due conflitti mondiali del Novecento ma ancor di più l’Europa culla delle civiltà tramandate, della cultura, delle arti e delle scienze rischierà di perdere un triplice confronto. Sul piano geoeconomico quello che la vede diventare boccone ghiotto per le mire espansive della Cina e di Singapore, terminale strategico della “via della seta”. Su quello geopolitico il pericolo di essere considerato ruota di scorta e partner subordinato nell’alleanza atlantica dove si evidenzia la primazia degli USA.  A livello demografico continuerà l’emigrazione dall’Africa per le guerre in atto, l’instabilità politica, la fame e la sovrapopolazione: sia nell’area araba che in quella subsahariana, la popolazione raddoppia ogni 15 anni (cioè prima che una generazione sia matura) avendo una durata media di vita sotto i 60 anni. La Nigeria entro il 2050 diventerà il quarto Paese al mondo per popolazione, parte della quale sarà stanziale in Europa. A Suo parere quali saranno le conseguenze possibili di queste suggestive derive?

Il tragico avvenimento finale che concluse una progressiva disgregazione dell’Europa è rappresentato dalla sconfitta della Germania, nella prima Guerra Mondiale. Su questo punto il mio grande amico Ernst Nolte mi disse:” Ecco una tesi da non esporre, oggi, da noi”. La storia contrariamente al detto comune, si fa con i se. Se la Germania fosse emersa vincitrice, non ci sarebbe stato il bolscevismo, il fascismo ed il nazionalsocialismo. Cioè le forze che miravano ad una, come dire, “sopraffazione”.  La vendetta dei vincitori del conflitto fu talmente violenta da provocare un feroce risentimento.  Nel campo economico si pensò di distruggere l’apparato industriale tedesco ed al tempo stesso esigere incredibili riparazioni, da un paese stremato. Nacque, così, il libro che doveva consacrare Keynes: “Le conseguenze economiche della pace”. La iperinflazione in Germania, distrusse la classe media. Per averne un’idea racconto quanto mi capitò, sostando in un salottino di un industriale milanese: un quadretto, ove era incorniciato un biglietto del tram cittadino, a Berlino. Era costoso: sette miliardi… Le umiliazioni psicologiche furono volutamente esorbitanti. La rivincita di un popolo, il francese, che doveva riscattare l’umiliante sconfitta di Napoleone III, fu un errore ed un delitto. Con questi presupposti tutto fu condizionato. Noi ci collocammo, tra i perdenti di professione. Per quanto concerne il suo richiamo, caro Francesco, alla nostra crisi demografica e all’Africa faccio una sola considerazione. Si prevede che dopo il 2050 la popolazione mondiale arriverà a dieci miliardi di persone. Il maggior apporto sarà quello africano, pervenendo così, a complessivi quattro miliardi. Se solo il 5% di quella popolazione volesse trasferirsi in Europa ci sarebbe un movimento di 200 milioni: una cifra insopportabile per l’intero nostro continente.

Se ripensiamo alla ispirazione dei Padri fondatori della Comunità Europea (De Gasperi, Adenauer, Schumann, Spinelli, Monnet…) immaginiamo un modello istituzionale che in realtà non si è mai realizzato oltre la dimensione economico-monetaria. Nonostante si sia dato la struttura formale di Unione Europea e si sia attrezzata sul piano parlamentare e istituzionale, nonostante gli accordi del trattato di Schengen, il nostro continente ha evidenziato latenti divisioni, primazie e alleanze interne, prevalenza di logiche finanziarie rispetto ai temi identitari, sociali e del lavoro. Perché il percorso unitario incede così faticosamente? Due recenti avvenimenti – la Brexit e la gestione della pandemia hanno evidenziato discordanze, prese di distanze o estenuanti accordi. Quali le cause remote e quelle occasionali?

La forza dell’Europa del passato è stata la sua diversità: cattolici e protestanti, classici e romantici, idealisti e storicisti, marxisti, liberisti, democratici e fascisti. L’unificazione delle aspirazioni è impossibile. Occorrerebbe una forza leader, ma quale sarà così potente da imporsi?

A Suo parere in particolare l’uscita del Regno Unito dalla U.E. è dovuta più ad una consapevolezza di forza (economica, istituzionale, di strategia) del Paese uscente oppure ad una disistima delle potenzialità di coesione in ambito europeo, alla sfiducia nell’euro e alla considerazione che a livello comunitario i nazionalismi prevalgono alla fin fine sulle convergenze in una “casa comune”? La vittoria senza se e senza ma di Boris Johnson avrà ripercussioni difficilmente immaginabili anche se profonde per il vecchio continente? Aggiungo: Lei crede che una Europa così “allargata” (anche dopo la Brexit) sia politicamente gestibile?

Non faccio che ripetermi: senza una forza trainante, non si hanno unificazioni. Come dire? Alessandro Magno, Augusto, Carlo Magno e, poi, Carlo V e Luigi XIV e, per saltum Napoleone e Hitler, non furono “democratici”, bensì imperialisti, cioè fautori di una politica, che ai nostri intellettuali sembra e ci è addebitata come un fenomeno moderno. L’Inghilterra si è trovata, sempre nella politica europea, in bilico. Oggi tra New York, Berlino e Francoforte ha preferito la prima.

L’Alleanza Atlantica indugia a superare una visione geopolitica dell’ordine mondiale ancorata al XX secolo. Ciò avviene mentre Russia e Cina stanno dispiegando una strategia geoeconomica nel XXI secolo alla quale quella geopolitica è di fatto subordinata. Washington è consapevole che la sua egemonia sulla gestione della globalizzazione non è più duratura.  La transizione USA dal multilateralismo al bilateralismo è netta: spostare gli asset strategici        dell’economia globale verso l’Asia.  Ciò comporta da parte della Casa Bianca un riconoscimento della Cina quale potenza in grado di determinare nuove primazie e tassonomie in evoluzione nel nuovo ordine mondiale?

Non esagererei sul fenomeno Cina. Molto pesa la nostra mania di vedere il divenire storico, sotto l’incubo del “ciclo”, così che gli USA sono condannati a cedere il passo. Per ora gli Stati Uniti hanno una prevalenza militare, tecnologica e, soprattutto, finanziaria. Il dollaro è la moneta leader; la capitalizzazione di borsa è, a New York, di 22 trilioni a Wall Sreet e 9 nel Nasquad; Shangai chiude con 3tn e 900bn. Quest’ultima indicazione è interessante, perché la borsa è la migliore indicatrice dello sviluppo del mercato dei capitali. La Cina è oggi al 18% dell’economia mondiale, mentre la finanza, decisiva, è solo il 4%.

Ciò che un tempo era considerato l’arbitro indiscusso della stabilità politica planetaria (il controllo della NATO quale agente di garanzia di tutele) ora è subordinato ad uno svincolo sulla condivisione delle strategie dell’alleanza atlantica da parte degli USA che sotto la guida di Trump hanno già lanciato messaggi all’Europa alternando trionfalismi (America first) e recriminazioni sugli investimenti in tema di sicurezza del vecchio continente. Sulla base di quali dati si può misurare lo sviluppo della potenza americana? Quali i nuovi rapporti con l’Europa che strizza l’occhio alla Cina?

Anche ora le nazioni europee hanno programmi e strategie differenti. Per il nostro Paese il debito pubblico è enorme ed alcuni (W. Munchau sul Financial Times) prevedono possa salire al 180% del PIL. Eppure la celebre coppia Rogoff e Reinhart insiste che non può esservi incremento economico, se il debito pubblico supera quota 90%! Una situazione insostenibile, con la sorpresa di un risparmio nazionale di 4tn e 200bn statico, cioè che non è reinvestito. Un paese ricco, che si muove con atteggiamenti da miserabile. Questa posizione, anzi reazione, é determinata dalla politica. Psicologico-politiche sono le motivazioni, anche giudiziarie, che bloccano progetti ed iniziative. Per l’evasione fiscale occorrerebbe comprendere se essa è causa o conseguenza di una politica fiscale, che appare esosa. Vorrei non parlare dell’aspetto culturale, perché è troppo doloroso e mortificante. Penso solo al detto di Nietzsche: “Considerateli dunque questi inutili. Essi rubano i segreti degli inventori e i tesori dei saggi. Essi chiamano il loro furto civiltà e tutto, a causa loro, diviene malaticcio e caduco”. Spererei tanto leggere un veramente grande libro di oggi. Che so: “il Manifesto” o “La ribellione delle masse”, ma (forse per mia miopia) non riesco a scorgere nemmeno la caricatura di opere siffatte. E lo dico serenamente: non sono rimasto, né aspiro a Coblenza…

USA, Unione Sovietica, Cina e India perseguono visibilmente interessi contrapposti per essere reciprocamente prevalenti: Trump non ha certo visto di buon occhio un’OPA della Cina lanciata sull’Italia ma – attraverso il nostro Paese- tendenzialmente estensibile al vecchio continente. Né credo che Putin ne sia soddisfatto. Qual è il potere contrattuale di un’Europa frazionata, con Governi che la vogliono lasciare, forze politiche sovraniste e nazionaliste, Paesi in recessione economica? Se L’Europa si presenta indebolita e fragile ai consessi mondiali non saranno certo i brodini e i pannicelli caldi dell’U.E. a rinforzarla. Il MES, meglio noto come Fondo salva Stati, sembra l’ineluttabile conclusione della crisi del 2008 ma non gode della unanimità dei consensi tra le forze politiche che siedono a Strasburgo. Quali sviluppi prevede anche in relazione alla crisi pandemica, alla guerra dei dazi e ai riflessi economici?

Penso sia necessario distinguere alcune cose. L’Europa si presenta, come lei ben dice “indebolita e fragile”. Di fronte ha la necessità di operare con grandi potenze. Sarei, però, cauto a creare una nuova gerarchia tra USA, Cina e Russia, per non cadere nell’errore clamoroso del grande economista Samuelson, che vide l’Unione Sovietica superare gli Stati Uniti….

Possiamo considerare chiusa l’epoca della globalizzazione? Nel riposizionamento strategico delle potenze mondiali l’Europa troverà le ragioni per ricompattarsi o prevarranno i nazionalismi che la renderanno un ghiotto boccone per le politiche espansive della Cina? Come valuta il Memorandum Italia-Cina del 2019 e quali sono state le derive culturali che hanno portato di fatto ad un indebolimento dell’U.E. sullo scacchiere mondiale? Paradossalmente è stata la parte più debole dell’Europa – cioè l’Italia – a spingere verso accordi con la Cina, bypassando l’alleanza con gli USA e la Nato.  Si tratta di lungimiranza o dabbenaggine?

La globalizzazione è il frutto dell’accelerazione immensa e della facilitazione del rapporto tra Stati e persone. È, come dire, un fatto obbiettivo, non modificabile. Per quanto concerne l’Italia, vale la vecchia abitudine di essere “furbi” e andare d’accordo ed in disaccordo con tutti. Bisogna tenere presente l’osservazione di Bismarck “non so se l’Italia sia la più piccola delle grandi potenze, o la più grande delle piccole potenze”.

A differenza di Paesi come l’Italia, dove l’alternanza di governo determina al massimo una “mediocre continuità” entro la quale restano latenti i problemi di sempre (stagnazione e poi recessione, assenza di vere riforme istituzionali, debito pubblico, evasione fiscale, PIL debole, mercato del lavoro chiuso nell’ascensore al piano terra, sostenibilità generazionale ecc.) non Le sembra che al bipolarismo politico tra repubblicani e democratici negli USA corrispondano radicali differenze di strategia politica ed economica nella guida del Paese? L’America di Trump non è più quella di Obama, come quella di Reagan non era quella pensata dai Kennedy.

L’Italia è dominata da una classe dirigente molto mediocre, che opera soltanto con una visione miope, a breve raggio. Non abbiamo una gerarchia, ma neanche una strategia. Mi pare sia necessario essere cauti nel giudicare Trump, che subisce lo stesso trattamento indegno, nefasto e sleale, cui fu sottoposto Berlusconi. Una cosa triste, da un punto di vista democratico. Di Kennedy non ho mai compreso, certamente per mia colpa, i grandi pensieri ed azioni… L’unico grande Presidente (Vietnam, Cina) mi sembra Nixon.

Come si presenteranno e con quali programmi democratici e repubblicani alle elezioni presidenziali di novembre p.v.? Lei pensa che Trump uscirà indenne dal ciclone pandemico che negli USA è stato e continua ad essere particolarmente devastante per l’economia e il mercato del lavoro?

Vorrei rinviare, su Trump, a quanto detto nella domanda precedente. Con la sua politica prepandemia, aveva assicurato la piena occupazione. Quale la reazione se un nostro governante arrivasse ad un medesimo risultato?

Osservando nelle pieghe delle derive socioeconomiche del nostro Paese da quando la parola “crisi si è stabilmente insediata in tutti i contesti istituzionali e sociali quali sono stati i fattori che più incisivamente ci hanno fatto imboccare il piano inclinato verso la crescita zero? Penso ai mali endemici dell’Italia, l’evasione fiscale e la burocrazia, che iconicamente immagino come due palle al piede irremovibili. Penso poi al decadimento culturale, a quello etico e a quello politico: da molti anni si vive una condizione di avvitamento autoreferenziale che ci consegna il fanale di coda dell’Europa. La contingenza della pandemia (che abbiamo subìto più di altri Paesi) e il recente declassamento a             BBB/meno assegnato al nostro debito pubblico dall’agenzia di rating FITCH quali ulteriori       Involuzioni lasciano presagire?

L’attuale pandemia ha confermato la patologica inadeguatezza della burocrazia. Un problema che viene da lontano. Più aumenta l’intervento dello Stato nella vita sociale, più questo enorme corpo ottuso impedisce ogni attività. In un tempo dominato dal tempo, questo grosso blocco è paralizzante e spessissimo comporta reazioni aspre.

La Sua esperienza accademica e la conoscenza comparativa dei sistemi scolastici dei Paesi dell’U.E. quale valutazione La inducono ad esprimere sulla efficienza/efficacia formativa della Scuola italiana? Lei pensa che la tradizione umanistica e classica prevalente nella nostra cultura sia compatibile con i processi di digitalizzazione degli apprendimenti? Le pare accettabile che nel sistema scolastico del Paese che meglio di ogni altro custodisce la tradizione culturale dell’Umanesimo e del Rinascimento vengano ridimensionati ai limiti dell’espunzione gli insegnamenti di materie come la storia e la geografia, ridotte a vere e proprie cenerentole della formazione dei ragazzi? Non Le sembra invece che la storia dell’arte, la musica, la poesia, la pittura debbano trovare a pieno titolo cittadinanza e centralità nell’educazione al gusto estetico nelle nostre scuole? Scomparirà allora dalla scuola l’esprit de finesse? Ha qualche esperienza da riferire al riguardo?

La spinta al sapere scientifico e tecnologico non ci deve far dimenticare la cultura classica. In difetto cadremmo nella situazione che Konrad Lorenz paventava: “Tra poco sapremo sempre di più su sempre di meno. Finché noi sapremo tutto su nulla”. Questo monito deve essere la base per un nostro operare più altamente.

Il bivio

Il “bivio” innanzi al quale si trova l’Unione Europea è ormai chiaro a tutti gli analisti, gli osservatori, le persone minimamente interessate al tema: o si svolta verso una più forte integrazione fra le nazioni del continente o si gira dalla parte opposta e si abbandonano 70 anni di storia comunitaria. Non tutto avverrà in un momento, il cammino richiederà un certo lasso di tempo ma è la direzione quella che conterà, proprio come quando si imbocca un sentiero piuttosto che un altro durante una passeggiata in montagna.

Siamo al “bivio”, dunque. E ci siamo arrivati un po’ più presto di quanti in molti si immaginasse a causa di un evento imponderabile (o forse no?…) e drammatico che ha sconvolto (non sappiamo, a oggi, per quanto tempo ancora) il modo di vivere di una larga parte della popolazione del pianeta. Anche la velocità con la quale si affronterà la strada, in una direzione o nell’altra, assai probabilmente sarà più intensa di quanto non ci si possa immaginare. I cambiamenti, in primo luogo psicologici, indotti dalla pandemia (a meno che essa non declini rapidamente, al momento più una ottimistica speranza che una ragionevole certezza, purtroppo) comporteranno un passo più rapido, ritmato da popoli convinti della propria scelta invece che cadenzato, “lento e corto” come quello del montanaro che dosa le energie per esser certo d’arrivare alla vetta, il passo che è stato sino ad oggi – intervallato da frequenti pause, peraltro – della Comunità Europea.

Il punto è decisivo proprio per questo. Se chi traccia il cammino appare incerto e poi finanche diviso circa il sentiero da prendere inevitabilmente farà crescere l’opinione di quanti – fra quelli che dovrebbero seguire – ritengono che forse sarebbe meglio cambiare la guida. Fuor di metafora: nelle nostre moderne democrazie la delega popolare affidata alla politica nel medio periodo esige da quest’ultima scelte di indirizzo chiare, precise. La scelta atlantica del Governo italiano nel secondo dopoguerra fu netta, ad esempio. Altri tempi, i tempi delle ideologie e della contrapposizione frontale fra i blocchi, si dirà. Certo. Ma se ci si pensa bene, se ci si riflette con attenzione anche oggi la scelta fra una UE più integrata politicamente e una sostanziale retromarcia verso il predominio degli Stati non è affatto da meno. Perché si porta dietro le modalità e le possibilità con le quali affrontare il confronto tecnologico, commerciale, industriale nel mondo del XXI° secolo: un mondo che la sempre più impellente questione ambientale e, ora, anche l’epidemia virale si incaricano di segnalarci essere unico per tutto il genere umano. Servono progressive azioni unitarie, su questo pianeta. Non impulsive regressioni divisive.

Eppure è proprio questo che sta accadendo. La recrudescenza nazionalista coinvolge Paesi importanti e grandi, dagli Stati Uniti di Trump all’India di Modi, dalla Russia di Putin alla Cina di Xi. E ora avanza in Europa: dalla Gran Bretagna di Johnson all’Ungheria di Orban, i due estremi di una Unione abbandonata, nel primo caso, e forse da abbandonare, nel secondo.

In un simile scenario è allora evidente che serve uno scatto, un colpo d’ali senza del quale il destino, a me pare, è segnato: spinto dalle convulsioni prodotte dalla crisi nel corpo popolare lo zeitgeist, lo “spirito del tempo” come altre volte nella Storia condurrà i popoli europei nella direzione sbagliata, quella della divisione e del conseguente conflitto interno a un continente che si scoprirà essere – disunito – non più in grado di occupare un ruolo di rilievo nel mondo.

Brexit ieri, la Corte Costituzionale tedesca oggi inducono al pessimismo. Eppure, basta ascoltare le banalità salviniane emanate via social per rendersi conto che non si può rimanere inerti di fronte al rischio della catastrofe.

Ed allora qualcosa si deve provare a fare. Al di là degli interventi economici e finanziari, indispensabili, bisogna tentare di ridare un’anima a questa Europa. Da questo punto di vista la cultura politica cattolico-democratica è in grado di offrire un contributo di assoluto rilievo, come già fece all’alba del processo costituente europeo. La presenza di un uomo appartenente a questa cultura, David Sassoli, alla Presidenza del Parlamento di Strasburgo e, mi si consenta, quella di Sergio Mattarella al Quirinale dovrebbero fornire a noi tutti lo sprono per impegnarci in una battaglia che davvero potremo definire epocale.

Paolo Gentiloni: “L’economia della zona euro subirà una contrazione record del 7,75% nel 2020”.

Le previsioni economiche di primavera 2020, rese note ieri da Paolo Gentiloni a nome della Commissione europea ci dicono che: “La pandemia di coronavirus rappresenta uno shock violento per l’economia mondiale e per quella dell’Ue, con conseguenze socioeconomiche molto gravi. Nonostante la risposta politica rapida e integrata tanto a livello dell’Ue quanto a livello nazionale, quest’anno l’economia dell’Unione subirà una recessione di proporzioni storiche”.

L’economia della zona euro subirà una contrazione record del 7,75% nel 2020 (rimbalzo +6,25% nel 2021); allo stesso modo l’economia dell’Ue dovrebbe contrarsi del 7,25% nel 2020 (6% circa nel 2021).

“I dati in tempo reale indicano che l’attività economica in Europa è crollata a una velocità inedita nelle ultime settimane, e le misure di contenimento messe in campo dai Paesi membri a metà marzo per rispondere alla crisi hanno messo l’economia in uno stato di ibernazione”.  “Vista la gravita di questo shock a livello mondiale senza precedenti, è ora abbastanza chiaro che l’Ue sia entrata nella più profonda recessione economica della sua storia”.

Nel 2020 sarà la Grecia, tra i Paesi Ue, a registrare il maggiore crollo del Pil con una flessione del 9,7% ma l’Italia, con un calo del -9,5%, si piazzerà comunque in seconda posizione.  Al terzo posto la Spagna (-9,4%) mentre la Francia registrerà il quinto maggior calo (-8,2%). La Germania dovrebbe invece cavarsela con una flessione del 6,5% classificandosi 18ma nell’Ue dove sarà la Polonia (-4,3%) a subire il danno minore.

Comunque “sia la recessione che la ripresa saranno disomogenee”, “i dati aggregati a livello europeo nascondono considerevoli differenze fra Paesi”.

“Tra i Paesi più grandi, l’Italia è stata colpita per prima e con più forza, con le misure di contenimento che ora cominciano ad essere rimosse gradualmente, l’economia comincerà la ripresa dalla seconda metà del 2020. Ciononostante, si prevede che la ripresa italiana prenderà più tempo che negli altri Paesi”.

Dal Recovery Fund 320 mld per rilanciare l’economia Ue

Evitare il tracollo dell’economia europea sotto i colpi di maglio di Covid-19. Questo il senso della richiesta che le principali associazioni Ue del settore delle costruzioni hanno inviato alla Commissione Ue, quantificando il fabbisogno di risorse da immettere nel ciclo economico pari a 320 miliardi. Ciò proprio In vista della preparazione della proposta europea sul Recovery Fund. Un dossier corposo trasmesso al Commissario al mercato interno, Thierry Breton, che evidenzia le pesanti conseguenze negative subite dal settore delle costruzioni a causa della contrazione della domanda privata e pubblica. In altre parole, un impatto devastante, se si considera che esso vale il 20% del Pil dell’Unione e dà lavoro a oltre 16 milioni di persone. Di conseguenza, gli analisti stimano una perdita media nell’attività delle costruzioni tra il 20% e il 25% sia per il 2020 che per il 2021 rispetto al 2019. Questa cifra varia naturalmente da Paese a Paese. Si tratta di un importo complessivo annuo di circa 320 miliardi di euro, che non tiene conto peraltro dei costi aggiuntivi legati all’implementazione dei requisiti igienico-sanitari e organizzativi nei cantieri, della perdita di produttività dovuta alla nuova organizzazione da adottare. Sono a rischio quasi 3 milioni di posti di lavoro, quanto il totale dei lavoratori del settore di Francia e Italia. Ecco perché le principali associazioni europee del settore delle costruzioni hanno accolto con favore la decisione dei capi di governo dell’Unione di chiedere alla Commissione Europea una proposta sul Recovery Fund che dovrebbe avere un ruolo fondamentale per il rilancio dell’economia europea, in generale, e del settore delle costruzioni, in particolare. Evidenti gli obiettivi strategici da perseguire:

– la creazione di posti di lavoro a valore aggiunto e la contribuzione alla ripresa delle economie locali;

– la realizzazione della strategia di crescita del Green Deal Europeo e la trasformazione dell’Unione in un continente neutro dal punto di vista delle emissioni di anidride carbonica;

– la ristrutturazione del patrimonio edilizio che garantisca una più elevata qualità della vita per i cittadini;

– il miglioramento della competitività, della mobilità e della sicurezza dei cittadini attraverso la manutenzione delle infrastrutture esistenti e la costruzione di nuove infrastrutture.

Per tutto ciò il Recovery Fund (oltre al consueto livello di spesa pubblica) dovrebbe stanziare, appunto, risorse pari a circa 320 miliardi di euro. Vedremo, se almeno questa volta, al di là della retorica di prammatica, l’Europa saprà davvero battere un colpo efficace.