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La solitudine di Paolo VI dopo la pubblicazione dell’enciclica Humanae vitae.

1967-03-26 Paolo VI celebra la Messa di Pasqua in Piazza San Pietro

[…] L’enciclica Humanae vitae (datata del 25 luglio 1968) escludeva l’uso dei metodi di contraccezione per i coniugi cattolici. «Nel compito di trasmettere la vita – ricordava il papa – essi non sono quindi liberi di procedere a proprio arbitrio, come se potessero determinare in modo del tutto autonomo le vie oneste da seguire, ma, al contrario, devono conformare il loro agire all’intenzione creatrice di Dio, espressa nella stessa natura del matrimonio e dei suoi atti, e manifestata dall’insegnamento costante della Chiesa» (n. 10). «Dio ha sapientemente disposto leggi e ritmi naturali di fecondità che già di per sé distanziano il susseguirsi delle nascite. Ma, richiamando gli uomini all’osservanza delle norme della legge naturale, interpretata dalla sua costante dottrina, la chiesa insegna che qualsiasi: atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita» (n. 11). 

L’enciclica generò una valanga di critiche dentro e fuori la Chiesa. «Non mai abbiamo sentito come in questa congiuntura il peso del Nostro ufficio» dichiarò Paolo VI, visibilmente provato, durante la prima udienza generale dopo la pubblicazione del testo. Più ancora che la sostanza dell’enciclica, che non faceva che richiamare la dottrina tradizionale della Chiesa sulla morale coniugale e la contraccezione, era piuttosto il modo con il quale fu preparata e presentata che venne duramente criticato. La procedura di elaborazione dell’enciclica, almeno nella sua fase finale, molto «personale» e relativamente opaca, sembrava ben lontana dallo «spirito del concilio Vaticano II» basato sulla consultazione e la collaborazione tra il papa e i vescovi, tra il magistero e i teologi. 

La pubblicazione dell’enciclica scatenò un movimento di rivolta tra i teologi cattolici. Il meno che si possa dire è che la quasi coincidenza della sua pubblicazione durante l’estate con gli avvenimenti della primavera non facilitò la sua ricezione. Alla fine di luglio, un appello firmato da oltre duecento teologi invitava i cattolici a disobbedire all’enciclica di Paolo VI. Il punto culminante della protesta fu la pubblicazione, nel dicembre 1968, di una dichiarazione sulla libertà della ricerca teologica, firmato da trentotto teologi appartenenti al gruppo della rivista Concilium. Mentre voleva essere un appello per la libertà dei teologi nella Chiesa, la dichiarazione affermava senza mezzi termini l’esistenza di una forma di magistero «scientifico» parallelo a quello «pastorale» esercitato dal papa e dai vescovi: 

«Noi affermiamo con convinzione che c’è un magistero del Papa e dei vescovi, che, sotto la Parola di Dio, è al servizio della Chiesa e del suo insegnamento. Ma sappiamo nello stesso tempo che questo magistero pastorale di insegnamento non può né ignorare né ostacolare la missione dell’insegnamento scientifico. Ogni forma di inquisizione, pur sottile che possa essere, pregiudica lo sviluppo di una sana teologia e nuoce molto, del resto, alla credibilità di tutta la Chiesa nel mondo d’oggi». 

Sebbene sconvolto da queste reazioni negative, Paolo VI scelse di non rispondere. Nel suo discorso di fine anno al Sacro Collegio, si limitò a «prendere nota» di ciascuna di esse, «con il rispetto che a tutti portiamo e con il proposito di non lasciar mancare, quando ne sia il momento, le risposte che apparissero necessarie, specialmente sul piano di pastorali preoccupazioni». Il papa non accolse l’invito del cardinale Karol Wojtyla, di cui il ruolo effettivo nella stesura dell’enciclica esce fortemente ridimensionato dall’indagine di Marengo, di pubblicare una “Istruzione pastorale” destinata a riaffermare l’autorevolezza della dottrina di Humanae vitae di fronte al movimento di contestazione. Alla fine del ’68, Paolo VI era diventato più che mai un uomo solo. Con le sue decisioni e i suoi insegnamenti, aveva manifestato con coraggio che lo spirito rinnovatore del concilio Vaticano II non poteva essere confuso con la spinta libertaria del movimento di contestazione dell’anno più difficile di tutto il suo pontificato.

 

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L’Uncem contesta la legge di bilancio: troppo poco per la montagna.

Roma, 29 dic. (askanews) – “Troppo poco nella legge di bilancio per montagna, territori, enti locali”. Lo afferma in una nota Marco Bussone, Presidente nazionale Uncem.

“Avevo a nome di Uncem – ricorda – auspicato misure in legge di bilancio che nel testo varato dal Parlamento non troviamo. Come il finanziamento dei primi LEP, per ridurre le disuguaglianze anche tra zone montane e aree urbane. Non c’è decontribuzione sulla compravendita di terreni nei Comuni montani, semplificando le procedure. Ma anche interventi sostanziali sulla fiscalità nelle zone montane e sull’Iva, come quella sul pellet portata dalla finanziaria 2024 al 10% ma solo per i primi due mesi dell’anno. Non va bene. Ci sono purtroppo i tagli agli Enti locali, ai Comuni e alle Province per 250 milioni di euro. E questo apre una spirale che vogliamo correggere con Governo e Parlamento”.

“Dovremo fare di più, rispetto a quanto varato stasera, per la transizione ecologica ed energetica, per i piccoli Comuni e per agevolare le assunzioni, non solo nelle Prefetture e in alcune regioni come previsto nel testo della legge di bilancio approvato stasera a Montecitorio. Sono positivi – continua la nota di Bussone – i 285 milioni di euro per ridurre il rischio sismico degli edifici pubblici. Ma resta da capire come applicare l’articolo che prevede l’obbligo per le imperse di stipulare contratti assicurativi a copertura dei danni a terreni e fabbricati, impianti e macchinari, causati da calamità naturali come sismi, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni. Non ci convince la riduzione in legge di bilancio 2024 delle risorse stanziate per contributi volti alla promozione dell’economia locale mediante la riapertura e l’ampliamento di attività commerciali, artigianali e di servizi nei piccoli Comuni. Tagli che non erano necessari. Bene il rifinanziamento del Piano invasi per 300 milioni di euro per il 2027 e 150 milioni di euro per il 2028. Ma vorremmo che dessero, le risorse già stanziate per questi accumuli idrici, immediati progetti concreti sui territori montani. Bene 50 milioni di euro per il 2027 e 25 milioni di euro per il 2028, per programmi straordinari di manutenzione straordinaria e adeguamento ai cambiamenti climatici della viabilità stradale. Dobbiamo capire però cosa fare dal 2024 al 27. Troppo pochi secondo Uncem i 7,5 milioni di euro, per ciascuno degli anni dal 2024 al 2026 per assicurare il finanziamento di interventi urgenti di riqualificazione, ristrutturazione, ammodernamento, ampliamento di strutture e infrastrutture pubbliche. Positivo il Fondo per la prosecuzione delle opere pubbliche, che viene rifinanziato per 200 milioni per l’anno 2024 e 100 milioni per l’anno 2025. Anche se tutti questi fondi andrebbero ricondotti ad unum”.

“Mi auguro – dice ancora il ”Presidente dell’Uncem Bussone – che i 430 milioni di euro per la Rai per il miglioramento della qualità del servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale su tutto il territorio nazionale, servano ai territori montani. Dove con il nuovo digitale terrestre la situazione impianti di trasmissione è gravemente compromessa. Milioni di italiani faticano a vedere la tv e devono farsi carico dei soldi delle piattaforme satellitari – conferma Bussone – Il canone RAI in manovra diminuisce, ma ora si usino finalmente parte delle risorse date al servizio pubblico per dare a tutti segnali televisivi efficaci”.

“Sorprende – continua – sia stato soppresso in Senato, rispetto al testo iniziale varato dal Governo, il fondo con i 300 milioni di euro per interventi volti alla messa in sicurezza del territorio – afferma il Presidente Uncem – Peraltro viene introdotto un nuovo fondo per i piccoli Comuni di 30 milioni, dimenticando la legge 158/2017 che aveva strumentazione e fondi, di cui è in corso il bando per l’assegnazione. A fronte dei 250 milioni di tagli di fondi ordinari ai Comuni, vi è in manovra un altro fondo di 14 milioni di euro per i Comuni, per interventi in materia sociale, di infrastrutture, sport e cultura. Si dovrebbe avere un unico fondo”.

“E mentre in legge di bilancio non c’è niente per le comunità sostenibili territoriali, le Green Communities appunto – sottolinea il Presidente Uncem – viene rifinanziato il Fondo per l’ammodernamento, la sicurezza e la dismissione degli impianti di risalita e di innevamento, con 30 milioni per ciascuno degli anni 2024 e per il 2025, 50 milioni per il 2026 e ulteriori 80 milioni per il biennio 2027-2028. Auspichiamo che questa volta vadano agli Enti locali, per progetti forti e decisivi, nuovo paradigma, da montare con imprese e associazioni”.

Quale spazio oggi per il cattolicesimo politico e sociale?

C’è una domanda centrale a cui, prima o poi, occorrerà pur dare una risposta convincente e il più possibile coerente. Ovvero, molti osservatori – e gli stessi detrattori – sottolineano la necessità di rilanciare, riscoprire e riattualizzare la cultura e il patrimonio del cattolicesimo popolare e sociale nella cittadella politica italiana. Ma, al contempo, emerge la cronica difficoltà di dove collocare concretamente e realisticamente questa cultura nell’attuale geografia politica del nostro paese. Ed è proprio di fronte a questa difficoltà che emergono le risposte più strampalate ed anacronistiche.

Ora, senza avere la presunzione di delineare un unico percorso di coerenza e di lungimiranza – atteggiamento che appartiene ai moralisti di professione e agli integralisti incalliti – è abbastanza evidente che questa cultura politica non è funzionale e pertinente con tutti i partiti. Per fare due

soli esempi, e del tutto macroscopici, il cattolicesimo popolare e sociale è antropologicamente alternativo rispetto al populismo anti politico e demagogico dei 5 Stelle come al sovranismo anti europeista e volgarmente clericale della Lega salviniana. 

Ma, al di là di questi due estremi, è anche abbastanza chiaro che si tratta di una cultura che difficilmente può convivere – semprechè non si riduca ad un banale mobilio di casa da ricordare negli anniversari – con partiti e movimenti che perseguono un progetto politico e che hanno una ragione sociale alternativi rispetto al filone di pensiero del cattolicesimo popolare e sociale. Al riguardo, e per fare altri esempi molto concreti, cosa centri la destra conservatrice e larvatamente sovranista o la sinistra massimalista e radicale con il pensiero di Sturzo, De Gasperi, Moro, Donat-Cattin, Bodrato e molti altri leader e statisti cattolici popolari e sociali, resta sostanzialmente un mistero. Un mistero politico, come ovvio, e non di fede.

Certo, la soluzione migliore resta sempre quella di un luogo politico autonomo, politicamente e culturalmente identitario, seppure laico nella sua declinazione concreta. Ma questa è una soluzione che, ad oggi, registra purtroppo una impraticabilità di fondo. E la risposta risiede nei mille tentativi, tutti puntualmente falliti a livello elettorale, di dar vita ad una presenza politica ed organizzativa autonoma dei cattolici popolari e sociali nelle varie consultazioni nazionali.

Per questi motivi, e seppur senza avere o distribuire alcuna patente di coerenza o di corsia preferenziale, è altrettanto chiaro che lo spazio concreto che si dischiude per una cultura politica come quella del popolarismo di ispirazione cristiana resta l’area di Centro. Ovvero, quel Centro riformista e plurale, democratico e di governo, dinamico ed innovativo che ha scandito le migliori stagioni di questa storica e qualificata corrente di pensiero. 

Ma questa area politica, se non la si vuole appaltare a chi si candida ad occuparla ma è di fatto estraneo a quella cultura, dipende anche e principalmente dall’iniziativa, dal coraggio e dalla determinazione di chi continua a riconoscersi nel filone del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese. Un coraggio che adesso, come si suol dire, si deve armare di progettualità politica e di coerenza culturale senza inseguire il solo posizionamento tattico e contingente. Solo così sarà possibile salvaguardare e rilanciare una nobile, storica e costituente cultura politica del nostro paese e, al contempo, ridarle coerenza ed incisività nella concreta dialettica politica italiana. 

La stagione della sola testimonianza e del gregariato dei cattolici popolari e sociali sono ormai alle nostre spalle. Il ritorno della politica, e delle sue tradizionali categorie, impone anche ai cattolici popolari, democratici e sociali, un soprassalto di dignità e una nuova consapevolezza per inaugurare, realmente e finalmente, una nuova stagione politica. Senza ulteriori tentennamenti e rinvii.

Ok alla nomina di Chiara Scotti a Vice Direttrice di Bankitalia

Roma, 28 dic. (askanews) – Il consiglio dei ministri, su proposta del Presidente, ha approvato oggi la nomina di Chiara Scotti a Vice Direttrice generale della Banca d’Italia, a seguito della deliberazione del Consiglio Superiore dell’Istituto avvenuta lo scorso 18 dicembre. Ne dà notizia Palazzo Chgi nel comunicato ufficiale seguito al Consiglio dei ministri.

Chiara Scotti, nel suo ultimo incarico ricopriva la carica di senior vice president e direttore della ricerca della Federal Reserve di Dallas.

Prima dell’incarico presso la Federal Reserve di Dallas, Scotti ha ricoperto diversi ruoli presso il Board of Governors della Federal Reserve di Washington D.C.: advisor del vice presidente della Federal Reserve e di altri componenti del Board, membro del Direttivo della Divisione di Stabilità Finanziaria, economista presso la Divisione di Finanza Internazionale. Ha maturato un’ampia esperienza internazionale, in particolare in materia di politica monetaria, comunicazione delle banche centrali, macroeconomia e finanza empirica, stabilità finanziaria, pagamenti e asset digitali.

È, inoltre, autrice di numerosi lavori di ricerca pubblicati su riviste internazionali e presentati nell’ambito di seminari e conferenze. Dopo la laurea all’Università Bocconi di Milano, ha conseguito un Master e un Dottorato di Ricerca in Economia presso la University of Pennsylvania.

Via libera in Svizzera ai referendum su foie gras e pellicce

Roma, 28 dic. (askanews) – Gli svizzeri presto al voto per decidere se vietare le importazioni di foie gras e pellicce dopo che i movimenti animalisti hanno raccolto firme sufficienti a far scattare referendum sulle due questioni. Lo riportano i media locali.

Davanti agli edifici del Parlamento del Palazzo federale nella capitale Berna, gli attivisti dell’Alleanza svizzera per gli animali, che ha lanciato l’iniziativa, hanno ammucchiato scatole che simboleggiano le firme autenticate.

L’iniziativa popolare sul foie gras ha raccolto 106.448 firme, mentre quella sulla pelliccia ne ha raccolte 116.140, entrambe al di sopra della soglia di 100.000 richiesta per innescare un voto nazionale.

Il foie gras è ampiamente consumato durante le festività natalizie di dicembre, dando ulteriore risonanza alla campagna.

L’alimentazione forzata di anatre e oche – un modo fondamentale per produrre il foie gras – è vietata in Svizzera da più di 40 anni, ma l’importazione di prodotti derivati da questo metodo non lo è.

L’iniziativa popolare “Sì al divieto di importazione di foie gras” vuole modificare la Costituzione per vietare l’importazione di tali prodotti.

Con 200 tonnellate di foie gras importate ogni anno, “la Svizzera si posiziona purtroppo come uno dei principali importatori di questo prodotto”, afferma l’Alleanza Svizzera per gli Animali.

“Ogni anno vengono uccise 400.000 anatre e 12.000 oche per soddisfare la domanda specifica del nostro Paese.

La seconda proposta si intitola “Sì al divieto di importare prodotti in pelliccia di animali maltrattati”.

Per quanto riguarda le pellicce, l’Alleanza svizzera per gli animali denuncia “metodi di allevamento e di uccisione (che) contravvengono chiaramente alla nostra legislazione sulla protezione degli animali e sarebbero considerati crudeltà punibili con sanzioni penali in Svizzera”.

Ogni anno vengono importate 350 tonnellate di pellicce, corrispondenti alla macellazione di circa 1,5 milioni di animali.

“Più della metà di queste pellicce provengono dalla Cina, dove vengono regolarmente denunciate le terribili condizioni in cui vengono detenuti e uccisi gli animali, alcuni dei quali vengono scuoiati mentre sono ancora vivi”, si legge.

Spente le fiamme a Malagrotta, l’Ama tampona l’emergenza coinvolgendo i sindacati.

Potenziamento e rafforzamento del servizio nei due siti Ama di via Romagnoli e di Ponte Malnome che lavoreranno a ciclo continuo con la continuità del servizio garantita dal reimpiego di circa 50 operatori della ditta privata E. Giovi, destinati al Tmb di Malagrotta. È questo l’elemento portante del verbale d’accordo sottoscritto ieri dai rappresentanti di Ama e delle Organizzazioni Sindacali Fp-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti, Fiadel.

Le parti si sono incontrate urgentemente per garantire la continuità del servizio e sopperire all’incendio che ha interessato il Tmb di Malagrotta, che lavorava giornalmente circa 500 tonnellate di indifferenziato. Tale quantitativo, dunque, sarà trattato “internalizzando” le relative lavorazioni nei due impianti Ama, che passeranno da un terzo a due terzi nella saturazione della capacità produttiva giornaliera (Romagnoli da 200 a 400 tonnellate/giorno; Ponte Malnome da 300 a 600 tonnellate/giorno), mantenendo comunque il necessario margine gestionale degli eventuali imprevisti.

In tal senso l’accordo ha ridisegnato l’organizzazione e l’assetto turnistico e dimensionale dei due siti interessati al fine di renderli adeguati all’effort produttivo. In particolare, è stato previsto un incremento complessivo di circa 50 unità attraverso il reimpiego del personale esterno operante su Malagrotta, reso inoccupato dall’incendio, combinato anche con piani di crescita professionale riservati al personale degli Impianti Ama e reimpieghi di personale Ama permanentemente non idoneo, in tal senso recuperato alla produzione.

Al riguardo il Presidente di Ama, Daniele Pace, ha affermato: “Desidero ringraziare le Organizzazioni Sindacali per il senso di responsabilità mostrato in un frangente di estrema urgenza come l’attuale. La soluzione trovata nell’accordo permetterà di dare una risposta tempestiva in termini di continuità del servizio ai cittadini e a Roma Capitale”.

Per le Organizzazioni Sindacali, “è importante che da una criticità sia sorta – tramite un confronto serio e serrato -, un’opportunità per decine di persone di E. Giovi, che attraversavano un momento di difficoltà. Abbiamo fatto il possibile, con spirito costruttivo e con celerità, per garantire lavoratori e cittadinanza in un frangente davvero complesso”.

Fonte: Askanews

Jacques Delors nelle parole di cordoglio di Mattarella, Prodi e Draghi.

È morto ieri all’età di 98 anni l`ex presidente della Commissione europea, padre dell’euro e figura della sinistra francese, Jacques Delors. La storia ricorderà anche il suo mancato incontro con i francesi nel 1995, quando rinunciò a candidarsi alla presidenza.

Appena diffusa la notizia, le agenzie di stampa e i principali social media sono stati inondati di messaggi di cordoglio. Ecco quelle, nell’ordine, di Mattarella Prodi e Draghi.

 

Sergio Mattarella

Il Presidente della Repubblica ha inviato al Presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron, il seguente messaggio:
«Con la scomparsa di Jacques Delors l’Europa tutta perde uno dei principali artefici degli storici progressi compiuti alla fine dello scorso secolo dal processo di integrazione europea, culminati con la firma del Trattato di Maastricht e la nascita della moneta unica.
Figura eminente della vita politica francese, in qualità di Presidente della Commissione Europea Jacques Delors ha rappresentato un modello di europeismo sensibile a valori essenziali come la solidarietà, capace di portare avanti con razionalità e con passione grandi progetti che potessero unire e far progredire la costruzione comunitaria.
Nel ricordarne il contributo fondamentale, desidero porgere a Lei, al popolo francese e alla famiglia Delors le più sincere condoglianze del popolo italiano e mie personali».

 

Romano Prodi

“Provo un sincero a grande dolore per la scomparsa di Jacques Delors, straordinario Presidente della Commissione Europea. Delors è stato un protagonista della storia dell’Europa che egli ha saputo guidare nella stagione della sua costruzione, operando con Kohl e Mitterrand in un clima di profonda intesa tra Francia e Germania. Ho sempre nutrito nei suoi confronti una profondissima stima e un’autentica amicizia e quando fui indicato come Presidente della Commissione Europea ho avuto in lui non solo un amico, ma un prezioso consigliere.

Ripensando al suo operato provo un forte rimpianto per quegli anni così importanti poichè le condizioni di oggi sono profondamente mutate e ci troviamo dinanzi ad una drammatica frammentazione”. Lo ha dichiarato l’ex premier ed ex presidente della Commissione Ue Romano Prodi.

“Oggi – aggiunge Prodi – abbiamo perso un testimone della migliore storia europea che ci lascia un grande insegnamento: la ricerca dell’unità, la sola che ci consentirà di realizzare in modo compiuto il grande sogno europeo.Il mio pensiero commosso va alla sua famiglia e ai suoi cari”.

 

Mario Draghi

“Jacques Delors è stato il padre dell`Europa moderna. Dal Trattato di Maastricht agli Accordi di Schengen, ha presieduto a cambiamenti epocali che ancora oggi definiscono l`Unione Europea, il suo potenziale, le sue aspirazioni. Delors ha mostrato a generazioni di europei come si possano combinare idealismo e concretezza per costruire un`Europa più forte, più prospera, più giusta. Questo metodo, fatto di visione e pragmatismo, deve continuare a guidarci nelle sfide sempre più complesse che abbiamo davanti. Ai suoi cari, le mie più sentite condoglianze”. Questa la dichiarazione resa dall’ex premier ed ex presidente della Bce Mario Draghi.

N.B. Si segnala anche il post su Fb di Pierluigi Castagnetti, il quale ricorda come Delors si professasse, anche dopo la scelta della militanza nel Partito socialista francese, un sincero democratico cristiano.

Dibattito| Natale in casa Cuperlo, ovvero una novità che richiede coraggio.

Il richiamo al titolo di un lavoro teatrale del grande Edoardo De Filippo “Natale in casa Cupiello” non nasce da un’assonanza verbale, ma da molte consonanze. Intanto l’articolo di Cuperlo su Repubblica data 23 Dicembre – più Natale di così non è possibile – e nel titolo l’invito al “primato delle idee” non è esclusivo della ed alla sinistra. In chiusura dell’articolo si legge che l’invito non è esclusivamente rivolto alla sinistra ma come minimo parte dal Pd, sempre più lontano dall’illusione iniziale della vocazione maggioritaria. Infatti il compito sta “in capo ad un centrosinistra vincente” non per “inseguire la propria ombra (maggioritaria!) piuttosto (per) ritrovare il bandolo di una passione ed identità (plurale) tanto ambiziose da spronare un paio di generazioni ad uscire di casa per cambiarsi la vita e con questa un pezzo di mondo!”. 

Parole ispirate al Natale, ovvero ad una nascita di redenzione! Cuperlo chiude con l’asserzione “altra strada non c’è!” Ma le occasioni storiche vanno colte, come ad esempio l’emergenza istituzionale di cui non c’è cenno e che può sfociare in una spaccatura del Paese con esiti disastrosi per la struttura democratica del Paese. “Qui si parrà la nostra nobilitate”, per dirla con Dante, ed il primo decisivo passo è quello di evitare un confronto ristretto come quello delle bicamerali, sempre fallimentari anche in seconda istanza nei referendum confermativi; ma piuttosto promuovere un’Assemblea costituente da eleggere insieme con le elezioni europee, a costi ridotti e stesso sistema elettorale proporzionale! 

Un salto di qualità che deve fare affidamento sulla disponibilità della Meloni al momento della presentazione del Governo verso il semi-presidenzialismo alla francese! Altro che premierato elettivo con una persona sola al comando di tutti! L’alternativa è quella di due poteri legittimati dall’investitura popolare che si bilanciano fino alla coabitazione forzata, per il bene del Paese. Un’occasione storica da non perdere!

I presepi del nostro tempo più che il presepismo della Meloni

Nel periodo prenatalizio la Giorgia nazionale ha annunciato al mondo la sua grande svolta, che l’ha vista trasformarsi da “alberista” a “presepista”; “Da quest’anno cambio tutto….ho deciso di fare il presepe quando non lo fa più nessuno”. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire! Perché le famiglie italiane fanno il presepe da sempre, senza sentire la necessità di definirsi “presepisti” o di fare particolari annunci dal vago sapore strumentale. 

Il problema ovviamente non è il presepe che è un importante simbolo della cristianità, oltre che un riferimento in termini storici e culturali anche per molti non credenti. Il problema è l’uso disinvolto che viene fatto di alcuni simboli dalla cristianità, come già in passato è accaduto con gli squallidi episodi di ostentazione di rosari e crocifissi nei comizi salviniani. Probabilmente è un vizio, anche contagioso, presente in quella particolare zona del panorama politico italiano.

Ma la cosa ancora più interessante è che nello stesso filmato la “neo-presepista” – nell’intento di spiegare e sostenere ulteriormente la propria scelta – si domanda in modo chiaramente retorico “come fa ad offenderti una famiglia che scappa per difendere quel bambino?”. 

La domanda è assolutamente condivisibile. Ma per rendere credibile l’idea che la ispira, ci si dovrebbe interrogare anche su quanto accade nei tragici presepi del nostro tempo, nei tanti scenari di guerra e di devastazione; o su come vengono trattate persone e famiglie che ogni giorno scappano da guerre, violenze e carestie, anche a rischio della vita (proprio come la famiglia e il Bambino del presepe!). Ma non conviene farsi troppe domande. Meglio fermarsi a “quanto è bello il presepe…” (ma per questo bastava il mitico Eduardo…).

Gesù e la sua famiglia in fuga ripararono prima in quel di Betlemme e poi a Nazaret di Galilea. Oggi con le sconclusionate scelte del governo Meloni verrebbero imprigionati in un CPR, magari in Albania. Il presepe di ieri lo dismetteremo dopo l’Epifania. Invece purtroppo i presepi di oggi resteranno con tutta la loro disumanità.

Malagrotta, un altro incendio mette a dura prova la pazienza dei romani.

Il grande accusato si fa accusatore. Non da oggi. Manlio Cerroni continua la sua battaglia per restituire elementi di verità a una controversa vicenda di aggressione industriale che lo ha visto perdere la presa sul sistema di raccolta e smaltimento dei rifiuti a Roma. Si è parlato di monopolio, come se la gestione potesse facilmente e utilemente frazionarsi, non si sa bene in virtù di quale modello di concorrenza. 

Sta di fatto che nel passaggio dal vecchio al nuovo regime, culminante con la scelta del termovalorizzatore a Santa Palomba operata da Gualtieri in qualità di commissario di governo, s’intravede la formazione di un monopolio a strati, più sofisticato, sotto la regia di Caltagirone. Intanto l’incendio – il secondo dopo appena 18 mesi – ha spinto la Procura ad aprire l’indagine con l’ipotesi di dolo: causa dell’incidente non sarebbe la scarsa attenzione ai dispositivi di sicurezza e sorveglianza (v. Cerroni), ma un possibile sabotaggio ad opera della criminalità organizzata (o di stampo mafioso).  

Ebbene, mentre la Procura si dispone al lavoro investigativo, le forze politiche sono chiamate a una rigorosa lettura degli avvenimenti, per dirigere lo sguardo oltre gli aspetti della contingenza o della casualità. Il Pd, in particolare, dovrebbe spiegare una volta per tutte se chiudere Malagrotta. come fece il sindaco Marino senza offrire concrete alternative, ma solo affidandosi alla promessa di estensione della raccolta differenziata, possa essere stato un esempio di buona amministrazione.   

Ora, se il sindaco Gualtieri ha un merito, in tutto questo trambusto che mette i romani alla berlina per la vergogna di una città sporca e trasandata, è quello di aver resistito alle pressioni della sinistra ambientalista e del Movimento 5 Stelle per dismettere il progetto del termovalorizzatore. Tuttavia, nell’esercizio dei suoi poteri straordinari egli non può sfuggire alla sollecitazione che sale prepotentemente dalla pubblica opinione per un salto di qualità nella gestione transitoria, evitando di trascinare per anni, in attesa della realizzazione del nuovo impianto, l’attuale regime di grave disservizio.

Infine, anche il governo deve fare la sua parte in questa operazione di carattere emergenziale, ben sapendo che il degrado della capitale non può non essere – basta leggere ogni tanto i commenti della stampa – un fattore di profondo discredito per l’intera nazione. I tempi stringono. A un anno ormai dall’apertura del Giubileo, i romani hanno il diritto di vedere la messa in opera di ciò che serve nell’immediato per rompere l’assedio dell’incuria e del disdoro.          

 

Comunicato stampa di Manlio Cerroni

 

A distanza di soli 18 mesi dal gigantesco rogo che il 15 giugno 2022 ha distrutto completamente il TMB2 di Malagrotta e danneggiato gravemente il Gassificatore, un altro incendio ha investito questa volta, alla vigilia di Natale, il TMB1 creando gravi danni all’unico impianto superstite della Città delle Industrie Ambientali di Malagrotta al servizio della Capitale e suscitando ancora una volta la legittima preoccupazione dei cittadini del territorio.

Mi auguro che si vogliano e si sappiano dare ai cittadini le doverose risposte e chiarire una buona volta le responsabilità di questo ennesimo gravissimo episodio che si ripete in così poco tempo in un Complesso industriale che, è bene ricordarlo, dal 27 luglio 2018 è stato posto dal Tribunale di Roma nelle mani di un Amministratore Giudiziario a cui competono tutte le scelte tecniche e gestionali e che, dalla sera alla mattina, ha estromesso e licenziato tutti quei tecnici competenti, che avevano visto nascere e crescere gli impianti di Malagrotta, a partire dal Direttore Tecnico e dal Capo Impianto, rendendo così di fatto l’azienda acefala, priva di quelle competenze indispensabili per un Polo Industriale complesso come la Città delle Industrie Ambientali di Malagrotta.

Nel pieno rispetto dell’operato degli inquirenti che si apprestano ad accertare le cause dell’incendio vorrei però suggerire loro di verificare quanti operatori erano presenti

nell’impianto al momento dell’incendio e se era disponibile e operativo l’Astra, il potente e specifico automezzo antincendio di cui Malagrotta dispone da sempre, mezzo che più di una volta si è rivelato indispensabile a domare per tempo quei principi di combustione che possono verificarsi in un impianto di trattamento dei rifiuti indifferenziati, come accadde il 25 maggio 2017 quando un focolaio partito dalla fossa di stoccaggio del Cdr del Gassificatore di Malagrotta fu spento, ancora prima dell’arrivo dei Vigili del Fuoco, dal personale interno addestrato a spegnere incendi nell’area. Quando arrivarono i Vigili del Fuoco presero atto dell’ottimo lavoro svolto e non fecero altro che controllare che non ci fossero altri focolai e il servizio di trattamento proseguì senza interruzioni.

A quanto sembra dalle 13 in poi del 24 dicembre nell’impianto non c’era addirittura nessuno, neanche quel minimo e indispensabile presidio in grado di intervenire

tempestivamente e domare sul nascere un principio di incendio prima che si trasformasse in rogo.

Semplici domande a cui può e deve rispondere l’Amministratore Giudiziario, visto il ruolo e la responsabilità che ricopre.

Mi sono chiesto più volte, anche pubblicamente, come mai un “mozzo” sia stato messo a guidare un Transatlantico. Oggi, dopo due incendi a distanza di soli 18 mesi, credo che questa risposta qualcuno debba finalmente e doverosamente darla.

Non solo a me ma a tutti i Romani.

In morte di Piero Craveri

È morto lo storico Piero Craveri. La sua scomparsa, avvenuta sabato 23 dicembre 2023, 10 giorni prima del suo 86° compleanno (era nato nel 1938), arriva pochi giorni dopo quella di Marisa Cinciari Rodano. Il legame  di Piero Craveri con la parlamentare di lungo corso e moglie di Franco Rodano risiede nello stretto rapporto di quest’ultimo con suo padre,  Raimondo Craveri (marito di Elena Croce, la primogenita di Benedetto Croce): colonna del mitico Ufficio Studi della Comit di Raffaele Mattioli (dove lavorano Ugo La Malfa e Giovanni Malagodi), co-fondatore del Partito d’Azione, amicissimo e mentore appunto di Franco Rodano, che era stato assunto allo stesso Ufficio Studi da Mattioli su segnalazione di Sergio Paronetto. 

Insigne studioso delle due principali forme politiche e sociali, la forma partito e la forma sindacato, Piero Craveri ha trovato il modo di eccellere anche nella storia generale; si pensi alla collaborazione con Giuseppe Galasso per la monumentale Storia d’Italia della Utet. La sua monografia su Alcide De Gasperi resta esemplare e riferimento imprescindibile per gli studiosi. Si può avanzare l’ipotesi che per primo Piero Craveri abbia mostrato convintamente come De Gasperi sia figura da rapportare non a un partito ma all’Italia e alla sua rinascita e all’Europa, senza pregiudiziali ideologiche distintive. 

La storiografia italiana, invece, non è mai riuscita a fare la storia del Novecento operando uno scarto rispetto al dato ideologico e di appartenenza partitica e relegando questi aspetti a mero fattore accessorio. Così, l’indagine storica su De Gasperi è destinata a lettori  cattolici, quella su Togliatti a lettori comunisti, quella su Nenni a lettori socialisti e così via. Quando non è chiaro a quali lettori destinarla, l’opera storiografica semplicemente non viene prodotta; o, peggio, incorre in censure. E se il personaggio è di peso agli effetti della storia d’Italia e degli italiani, tanto peggio (ovvero, tanto peggio per lui: così impara a non essere né democristiano, né comunista, né socialista). È esattamente quello che è successo, ad esempio, con un ricostruttore d’Italia importante come Meuccio Ruini. 

Politico militante fin dagli anni universitari (ha partecipato alla vita politica universitaria come presidente dell’Unione goliardica romana e capogruppo dell’Unione goliardica italiana nell’Unione Universitaria delle Rappresentanze Unuri), Piero Craveri ha militato nel Partito Radicale e, nella decima legislatura, è stato eletto senatore nel gruppo radicale-federalista europeo-ecologista. Assistente ordinario di Storia del diritto italiano presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza, nel 1971 ottiene l’incarico di Storia dei partiti politici all’Università di Genova e, in seguito, di Storia delle istituzioni politiche all’Università di Messina, nonché, infine, della stessa materia all’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Nel 1980, vinto il concorso da ordinario, viene chiamato ad insegnare Storia delle istituzioni politiche all’Università Federico II di Napoli. Membro del Consiglio di Amministrazione dell’ Università Suor Orsola Benincasa di Napoli dal 1993. L’anno successivo vi trasferisce, dall’Università Federico II, la cattedra, assumendo l’insegnamento di Storia contemporanea e divenendo fondatore e preside della nuova Facoltà di lettere. Nel 2018 viene nominato presidente dell’Ente Morale Suor Orsola Benincasa, preposto al patrimonio dell’intera istituzione.  Dal 2016 è presidente della Fondazione Biblioteca Benedetto Croce. Egli succede a sua zia Silvia Croce nelle cariche relative.

Una non comune caratteristica dello storico Piero Craveri è la riflessione critica sul sindacato in Italia e sull’ordinamento sociale. Assunto l’incarico di direttore del Centro ricerche economia e lavoro Crel, il centro studi della Uil, nel 1977 pubblica l’esauriente volume “Sindacato e istituzioni nel dopoguerra”, insistendo sul ruolo istituzionale e la responsabilità sociale, distinta dalla politica, delle parti sociali. 

Nel 1989 pubblica, curato da lui con Giuseppe Pignatelli, l’importante “Per una riforma delle relazioni industriali”. In veste di esperto figura tra gli estensori, con Tiziano Treu ed Ezio Tarantelli, del manifesto in favore della riduzione della scala mobile, la materia del referendum del 1985. Dal 1982 al 1984 è membro del Consiglio scientifico della Confindustria. Fin dalla fondazione del quotidiano, nel 1974, viene chiamato da Eugenio Scalfari e sarà a lungo il commentatore dei fatti sindacali su ‘La Repubblica’. Fino all’ultimo collabora con ‘il Sole 24 ore’. 

Noti i suoi libri scritti a quattro mani con l’amico Gaetano Quagliariello, anch’egli di scuola radicale, studioso del rapporto tra fede e politica, promotore di una nuova generazione di politici cristiani: “Atlantismo ed europeismo”, “L’antiamericanismo in Italia e in Europa nel secondo dopoguerra”, “La seconda guerra mondiale e la sua memoria”. Europeista di vaglia, Piero Craveri è curatore-autore con Antonio Varsori dell’importante libro “L’Italia nella costruzione europea. Un bilancio storico (1957-2007)”, che raccoglie una serie di contributi di rilevante interesse.

L’ultimo suo libro di peso è “Dalla democrazia incompiuta alla postdemocrazia”, del 2022, per i tipi de Il Mulino. 

La morte lo ha colto mentre era alle prese con la sua nuova fatica, designato come uno degli autori dell’opera in sei volumi sulla storia della Democrazia Cristiana: a lui era stato affidato il periodo fino al 1953, ossia quello della leadership di De Gasperi; non avrebbe potuto esserci una designazione migliore. 

Campione riconosciuto di laicismo, colpisce nell’opera e nella figura di Piero Craveri l’apertura verso il pensiero e il ruolo dei cattolici in politica, nel sindacato, nelle dinamiche sociali, quasi rispecchiando l’argomento usato da suo nonno Benedetto Croce: ‘perché non possiamo non dirci “cristiani”’.

Messaggio natalizio del Papa: un no realista e non populista alla guerra.

Il messaggio natalizio rivolto ieri al mondo da Papa Francesco sembra discostarsi in almeno due aspetti fondamentali dalla narrazione sulla guerra che va per la maggiore.

Il primo aspetto, quello più evidente, è che le guerre in corso purtroppo sono molto di più delle due di cui si parla, quella in Ucraina e quella in Terra Santa. Il pontefice ne ha citato una dozzina, la gran parte delle quali si sta svolgendo nel continente africano in un sostanziale disinteresse. Una cappa di silenzio, quella sui conflitti in corso nel mondo, che rischia di non restituirci una rappresentazione affidabile e aderente al reale dell’attuale fase. Perché esiste un filo rosso che collega e unisce queste guerre e le rende dei pezzi di una unica guerra su scala mondiale, come ha ripetutamente avvertito il Santo Padre sin dall’inizio del suo ormai più che decennale pontificato, essendo già nel 2013 ben chiaro quali rischi si sarebbero potuti correre affidandosi alla guerra per dirimere conflitti risolvibili in altro modo.

L’altro aspetto, quello che più si allontana dai luoghi comuni e dalla retorica bellica di ciascuno degli stati attualmente belligeranti, è costituito dal fatto che il Papa ieri ha lanciato con parole molto dure una dichiarazione di guerra alla guerra, “a ogni guerra, alla logica stessa della guerra, viaggio senza meta, sconfitta senza vincitori, follia senza scuse”.

È facile prevedere che non mancheranno reazioni di sorpresa a questo suo giudizio e accuse da fronti opposti. Tuttavia sembra difficile negarne il realismo concreto e ampiamente suffragato dai fatti. Un’affermazione che lungi dal delegittimare i responsabili delle nazioni, pare incoraggiarli a realizzare ciò che i settori più avveduti fra i gruppi dirigenti già avvertono, e che ormai dicono apertamente: la guerra si è rivelata una delusione, è l’ora delle soluzioni diplomatiche. Per l’Ucraina, per il Medio Oriente, per l’Africa. È arrivata l’ora di innescare un’epidemia di accordi sui vari pezzi in cui si articola il conflitto globale in corso, che conduca all’Accordo di cui ha bisogno il mondo, anche per scongiurare non impossibili punti di non ritorno. L’accordo sulla coesistenza e sull’unità di intenti per il bene del genere umano fra le Potenze del nostro tempo.

Operando ora uno stacco netto, dal livello universale e spirituale del messaggio natalizio del pontefice, al locale ambito della politica italiana, sembra abbastanza chiaro che anche nel Paese di cui il pontefice è primate, questo suo ultimo messaggio natalizio non potrà esser ignorato. E tantomeno può esserlo da chi, come i Popolari, guarda ai problemi in uno stile di laicità e di distinzione dei piani. Forse l’apporto originale e più utile che possiamo dare nel Centro (e nel PD per chi è nel PD), consiste nel contribuire a far maturare una diversa sensibilità sul perché dei conflitti in corso, a partire dai due che riguardano l’Europa. E sull’inaffidabilità e sull’insostenibilità manifeste della guerra per risolverli. Sapendo che le elezioni europee, e quelle americane, nel 2024 avranno molto da dire al proposito. In particolare per il Centro sarebbe importante pensare più a esser parte del processo di ricerca di soluzioni ormai non più rinviabili, piuttosto che continuare a cimentarsi in una gara fra i diversi leaders per misurare fino al millimetro il loro grado di posizionamento, con il rischio di rimanere con il cerino in mano allorquando il governo, l’Europa, insieme agli alleati americani, sapranno adottare, anche in conseguenza dell’anno elettorale che sta per iniziare, le decisioni ritenute più necessarie alla sicurezza comune.

Componente essenziale della Dc, la sinistra sociale merita di essere attualizzata.

Ho riascoltato in questi giorni un intervento di Franco Marini durante la presentazione di un mio libro, scritto con l’amico Gianfranco Morgando sulla storia piemontese della sinistra Dc di Forze Nuove. L’iniziativa si tenne all’Istituto Sturzo nel gennaio del 2017. E, sempre grazie all’ottimo servizio di Radio Radicale, mi è stato possibile ascoltare un passaggio importante dell’intervento di Marini sulla cosiddetta “eredità” – tema affrontato anche nel libro – di quella straordinaria esperienza politica, culturale, sociale e istituzionale. E l’eredità si contemplava, a quel tempo, all’interno del Partito democratico.

Ora, seppur il contesto generale rispetto a quella data sia di nuovo radicalmente cambiato – a mio parere in peggio anche se non manca affatto la coerenza di fondo sul profilo e la prospettiva politica del principale partito della sinistra italiana – Marini sostenne in quella occasione che “nel Pd non c’è più traccia della esperienza e della storia della sinistra sociale. O meglio – disse ancora il leader abruzzese – si deve prendere atto che si tratta di una realtà che non è più organizzata anche se nella società più in generale la storia e il pensiero del cattolicesimo sociale continuano ad essere molto presenti, radicati e anche moderni”.

Ecco, sono passati 7 anni da quella riflessione e la situazione non è mutata per quanto riguarda la ‘sinistra sociale’ ma, nel frattempo, è cresciuta la consapevolezza che quella cultura politica, quella esperienza e quel pensiero non possono non fare capolino nella cittadella politica italiana contemporanea. E questo non per una “operazione nostalgia” che in politica non è mai un valore, ma per la semplice ragione che di fronte ad una nuova e dirompente “questione sociale” non può non esserci la presenza di un presidio politico che, seppur con altri, può dare una risposta qualificata e autorevole. Una presenza politica, però, che non può ridursi ad una sorta di mobilio da esporre per le grandi occasioni e i grandi eventi. Perché una esperienza come quella della ‘sinistra sociale’, pur se disorganizzata come diceva giustamente Franco Marini già qualche anno fa, ha un senso ed un significato solo se è in grado di giocare un ruolo politico determinante all’interno di un partito. E, pur non essendoci eredi diretti, è indubbio che esiste una grande e straordinaria eredità politica, culturale e sociale che non può andare dispersa. Soprattutto quando si è in una situazione dove crescono in modo esponenziale le disuguaglianze sociali, la povertà, la disoccupazione, l’emarginazione sociale e, purtroppo, la crisi della speranza e quindi di futuro nelle giovani generazioni.

E la risposta, com’è altrettanto ovvio, non può essere quella fornita dal populismo assistenzialista o dalla sinistra pauperista o, sul versante opposto, da una destra sociale sempre più opaca e priva di identità. È necessario mettere in campo una ricetta politica – quindi una cultura politica – che sappia trarre dalla crisi sociale la spinta per elaborare una nuova  progettualità accompagnata da una spiccata cultura di governo. Due condizioni, guarda caso, che hanno storicamente accompagnato la storia e l’esperienza della ‘sinistra sociale’ democratico cristiana e di alcuni partiti, seppur in forma più sfumata, che sono succeduti alla stessa Dc.

E il monito di Marini in quel confronto dell’inizio del 2017 all’Istituto Sturzo conserva, ancora oggi, tutta la sua attualità e modernità. Ma adesso, però, serve un salto di qualità e una nuova e rinnovata assunzione di responsabilità di chi si riconosce in quella cultura e in quella sensibilità politica, culturale ed etica.

La pace, la guerra, il bene comune: da Sant’Agostino a Sturzo.

[…] Il compito della politica, tutt’altro che sovrano, in quanto incontra le pietre d’inciampo poste da altre sfere storico-esistenziali, è servire e nutrire la tranquillitas ordinis, un concetto dinamico, nella quale possa fiorire tale attitudine originaria e sarà questa la posizione che secoli dopo assumerà anche Luigi Sturzo nel negare il primato della politica e nel dichiarare fuorilegge la guerra. In pratica, Agostino afferma che senza la pace «nulla sarebbe affatto», di conseguenza, la pace è la condizione stessa della vita, in assenza della quale non avremmo che il nulla; dunque, neppure la possibilità di dissentire.

In Agostino, dunque, la tematizzazione della pace va ben oltre il campo della politica, poiché la pace si esprime in tutta la sua pienezza nella Città di Dio, lì dove è possibile assistere ad una «unione sommamente ordinata e concorde di avere Dio come fine e l’un l’altro in lui». Nella città dell’uomo, la persona sperimenta invece il travaglio della contingenza: l’insicurezza, le insidie, i conflitti, sin dai rapporti più intimi e prossimi come quelli familiari, fino a quelli più remoti come le relazioni politiche, tanto nella dimensione domestica quanto in quella internazionale. Tuttavia, anche nella città dell’uomo, nelle situazioni più conflittuali, la domanda di pace sarà sempre presente, in quanto autentico scopo della vita umana; si pensi che persino le guerre sono combattute in nome della pace.

È per tale ragione che tanto la persona quanto qualsiasi associazione di persone, come ad esempio la civitas, traggono la loro ragion d’essere, e la stessa possibilità di esistere, dalla pace, una concordia che è resa possibile dall’armonia degli elementi di cui ciascuna realtà è composta; ed è questo il senso ultimo della pace come tranquillitas ordinis. Si spiega la ragione per cui per Agostino, la pace terrena, la tranquillitas ordinis, non sarà mai assoluta, ma sarà sempre intrecciata con il disordine e con il conflitto, mentre si manifesterà in tutta la sua espressione con l’avvento della Città di Dio, lì dove «non vi sarà la vita destinata a morire, ma definitivamente e formalmente vitale».

Nel linguaggio di Agostino, potremmo dire che l’amore concorde per il bene comune è fonte di una pace interna, senza la quale l’ordine politico non potrebbe neppure esistere, ma non sarà mai una pace perfetta, in quanto la concordia civium sarà sempre riferita ad una realtà contingente: «ad mortalem vitam pertinentes».

Sulla base di quanto abbiamo potuto constatare, è possibile affermare che il problema del rapporto tra pace e guerra non sia riducibile alla pur importante questione del disarmo, mentre rinvia primariamente alla dimensione culturale e comporta l’edificazione della civitas, intesa come disposizione a vivere in un intreccio dinamico non gerarchizzato di forme civili: politica, economia e cultura; in tal senso, il bene comune, piuttosto che essere il fine comune verso cui le parti tendono, rimanda, innanzitutto, a un metodo: il metodo di libertà.

Tale metodo passa per il chiarimento del ruolo svolto dalle istituzioni della società civile, immaginando la politica non come una totalità: «il gran tutto», come il campo che perimetra il regno della verità, quanto piuttosto come una forma sociale tra le altre forme sociali non gerarchizzate e tutte limitate dal carattere plurarchico che la società civile è in grado di manifestare. In tal senso, il politico esprime la forma politica della società civile e non della società nel suo complesso. Una forma che contribuirà al bene comune nella misura in cui saprà indicare la via istituzionale che favorisce l’ordine e la pace: la tranquillitas ordinis, per il perseguimento delle condizioni che descrivono il bene di ciascuno.

Spogliata del suo carattere naturale e di quello idealistico-valoriale, la guerra viene ricondotta a ciò che concretamente è: la negazione dell’essere. Non è un caso che nella celebre allegoria del Buongoverno di Siena, la personificazione della pace occupi il centro della scena e che nel pronunciato dai reggenti della città in occasione del loro insediamento venisse enunciato in maniera diretta il compito che avrebbero assunto, impegnandosi a giuramento conservare la città di Siena «in bona pace et concordia».

 

Link per leggere il testo completo dell’intervista pubblicata su “Il Pensiero Storico. Rivista internazionale di storia delle idee” (n° 14, anno VIII, dicembre 2023, pp. 349). Il titolo del fascicolo è “Maestri per il XXI secolo”.

Crisi demografica, a fine secolo popolazione dimezzata in Thailandia.

Steve Suwannarat

Bangkok (AsiaNews – 22 dicembre 2023) – Demografia con indici in negativo per l’anno 2023 in buona parte dei Paesi asiatici, con il record sudcoreano. Tuttavia, tra i Paesi che più guardano con sconforto alla situazione attuale e con preoccupazione a quella futura vi è anche la seconda economia del Sud-est asiatico: la Thailandia, infatti, in una prospettiva di revisione delle possibilità e dei piani di sviluppo dovrà tenere conto di fattori essenziali tanto per la competitività quanto per il “peso” crescente sul welfare. La concomitante diminuzione delle nascite e l’invecchiamento sostenuto della popolazione ne fanno un caso limite, con il dato forse più eclatante di un dimezzamento entro il secolo dei 66 milioni di abitanti attuali se non interverranno fattori decisivi.

Per ora, l’anno che si chiude ha visto il più basso numero di nascite da 74 anni e, sempre per i nuovi dati diffusi dal ministero della Sanità di Bangkok, il numero è del 40% rispetto a soli dieci anni fa. Con 485.085 nuovi nati nel 2022, la Thailandia ha confermato di essere ben al di sotto della soglia di 2,1 figli per donna in età fertile, arrivando a uno sconfortante 1,08. Occorrono misure efficaci e urgenti, segnalano gli esperti thailandesi, a partire da un’opera di convincimento per contrastare la tendenza a considerare la prole un peso economico e un freno alla crescita individuale. 

Molto però, si sottolinea, dovrà essere predisposto dalla convergenza di intenti fra Stato, settore privato e società civile. Nessuno può ignorare le implicazioni di un inverno demografico sulla disponibilità di forza lavoro, produzione e sviluppo. Lo stesso ministro della Sanità, Cholnan Srikaew, lo ha incluso tra le priorità di governo nel discorso con cui a settembre è entrato in carica, parlando di “distorsioni nella società” che spingerebbero chi ha maggiori, istruzione, conoscenza e possibilità ad avere meno figli.

Significativamente, il giorno di Natale il comitato costituito all’interno del ministero della Sanità per affrontare il problema avrà un incontro con tutte le parti in causa. Al centro della discussione un progetto di rilancio delle nascite, che includa una maggiore sicurezza per le madri e migliori possibilità per i neonati e i bambini. Anche per valutare la proposta del ministero di aprire cliniche per la fertilità in ciascuna delle 76 provincie del Paese, come pure proporre incentivi materiali e di opportunità per ridurre il costo dei figli per le famiglie. A questo si aggiungono infine sostegni per le donne che hanno difficoltà a concepire e anche per rendere le tecniche riproduttive accessibili a single e a individui e coppie Lgbtq.

Gli economisti evidenziano d’altra parte le conseguenze di una transizione demografica definita “drastica e molto veloce”, che ha portato nell’ultimo biennio a un numero di morti superiore a quello delle nascite. Entro il 2083 la forza lavoro potrebbe calare dai 40 milioni attuali a 14 milioni, mentre la crescita parallela dell’età media rischia di portare la popolazione anziana a 18 milioni, la metà circa dei futuri thailandesi.

Titolo e presentazione dell’articolo non corrispondono all’originale di AsiaNews (v. https://www.asianews.it/notizie-it/Il-buio-demografico-oscura-le-prospettive-di-crescita-della-Thailandia-59810.html)

Francesco: “Non è il dio della prestazione, ma il Dio dell’incarnazione”.

“Il nostro cuore stasera è a Betlemme, dove ancora il Principe della pace viene rifiutato dalla logica perdente della guerra, con il ruggire delle armi che anche oggi gli impedisce di trovare alloggio nel mondo”. Il primo pensiero di Papa Francesco, nell’omelia della Messa della notte di Natale presieduta nella basilica di San Pietro, è per la tragica attualità. 

Citando il censimento ai tempi di Gesù, Francesco ha fatto notare che “manifesta da una parte la trama troppo umana che attraversa la storia: quella di un mondo che cerca il potere e la potenza, la fama e la gloria, dove tutto si misura coi successi e i risultati, con le cifre e con i numeri. È l’ossessione della prestazione”. 

Ma nello stesso tempo, “nel censimento risalta la via di Gesù, che viene a cercarci attraverso l’incarnazione”: “Non è il dio della prestazione, ma il Dio dell’incarnazione. Non sovverte le ingiustizie dall’alto con forza, ma dal basso con amore; non irrompe con un potere senza limiti, ma si cala nei nostri limiti; non evita le nostre fragilità, ma le assume”.

“Stanotte possiamo chiederci: noi in che Dio crediamo? Nel Dio dell’incarnazione o in quello della prestazione?”, si è chiesto il Papa, mettendo in guardia dal “rischio di vivere il Natale avendo in testa un’idea pagana di Dio, come se fosse un padrone potente che sta in cielo; un dio che si sposa con il potere, con il successo mondano e con l’idolatria del consumismo”. 

“Sempre torna l’immagine falsa di un dio distaccato e permaloso, che si comporta bene coi buoni e si adira coi cattivi; di un dio fatto a nostra immagine, utile solo a risolverci i problemi e a toglierci i mali”, il monito di Francesco: “Lui, invece, non usa la bacchetta magica, non è il dio commerciale del ‘tutto e subito’; non ci salva premendo un bottone, ma si fa vicino per cambiare la realtà dal di dentro. Eppure, quanto è radicata in noi l’idea mondana di un dio distante e controllore, rigido e potente, che aiuta i suoi a prevalere contro altri! Ma non è così: lui è nato per tutti, durante il censimento di tutta la terra. […]

 

Per leggere il testo completo

https://www.agensir.it/chiesa/2023/12/24/papa-francesco-il-nostro-cuore-stasera-e-a-betlemme/

Il nostro Natale negli occhi di Padre Turoldo

Tre decenni dopo la sua morte, le parole di padre David Maria Turoldo continuano a risuonare con forza. Scritte nel 1992 e raccolte nella raccolta “Il sapore del pane” (2002), le sue riflessioni, sconcertanti nella loro attualità, scuotono le nostre coscienze e costringono l’Occidente a confrontarsi con le proprie contraddizioni.

In un mondo dove la ricchezza e il benessere di pochi contrastano con la povertà e la sofferenza di molti, le parole di Turoldo ci invitano a riflettere sul senso della nostra esistenza e sulla nostra responsabilità verso il prossimo.

Mentre le nostre città si illuminano a festa per celebrare il Natale, Papa Francesco denuncia con forza la costruzione di muri e fili spinati attorno a noi. Un monito che risuona ancora più forte oggi, in un momento in cui il mondo è scosso da guerre, conflitti e ingiustizie.

 

La tristezza di questi natali

Signore, ti muova a pietà.

Luminarie a fiumane,

ghirlande di false costellazioni

oscurano il cielo di tutte le città.

Nessuno più appare all’orizzonte:

nulla che indichi l’incontro con la carovana del Pellegrino;

non uno che dica in tutto l’Occidente:

“Nel mio albergo sì, c’è un posto”!

Non un segno di cercare oltre,

un segno che almeno qualcuno creda,

uno che attenda ancora colui che deve venire…

Non attendiamo più nessuno!

Tutto è immoto, pure se dentro un inarrestabile vortice!

È così, è Destino, più non ci sono ritorni,

né ricorsi: è inutile che venga!

Tale è questa civiltà gravida del Nulla!

Ora tu, anche se illuso di credere

o figlio dell’ateo Occidente, segui pure la tua stella

– così è gridato per tutta la città dai vessilli –

segui, dico, la stella e troverai cornucopie vomitare leccornie,

o non altro che spiritati manichini di mode folli in volo dalle vetrine…

Poiché falso è questo tuo donare (è Natale!),

falso perfino stringerci la mano avanti la Comunione,

e trovarci assiepati nella Notte a cantare “Gloria nei cieli… “.

Un amaro riso di angeli obnubila lo sfavillio dei nostri presepi,

Francesco cantore di perfette, tragiche letizie:

pure se un Dio continuerà a nascere,

a irrompere da insospettati recessi:

là dove umanità alligna ancora silenziosa e desolata:

dal sorriso forse di un fanciullo della casba a Daccà, o a Calcutta…

Nessuno conosce solitudine come il Dio del Cristo:

un Dio che meno di tutti può vivere solo!

Certo verrà, continuerà a venire,

a nascere ma altrove,

altrove…”

(Da Il sapore del Pane, San Paolo, 2002)

Tajani, gregario delle destre. Il centro diventa la nuova frontiera politica.

È appena di ieri la disastrosa  vicenda del voto sul Mes in parlamento con l’uscita dall’aula, al momento del voto, dei deputati di FI per consentire con il loro astensionismo di far prevalere la maggioranza del no. Un esito che ha lasciato di stucco buona parte dell’opinione pubblica, favorevole al Mes, spiazzando le Cancellerie europee.

Eppure l’europeismo di Tajani sembrava incrollabile. Surclassato da una vocazione alla subalternità e al tatticismo, sperimentata prima nel partito di Berlusconi, si è prestato supinamente al gioco degli alleati dove quel meccanismo è andato sempre di traverso, eppure usato spregiudicatamente in questi mesi come merce di scambio per ottenere ascolto o vantaggi in campo negoziale sulle diverse questioni aperte con la Commissione europea che affliggono il nostro paese, a cominciare dalla vertenza sul nodo concernente l’immigrazione.

Ora, non c’è commentatore politico che non scorga, ma anche buona parte dell’opinione pubblica si è resa conto che questo marchingegno machiavellico, nell’intento di mascherare un reale appoggio alla contrarietà sul Mes da parte di Meloni e Salvini e dei loro rispettivi partiti, ha finito per mostrare palesemente in tutta la sua ampiezza lo spessore di una condizione di vassallaggio politico tra l’attuale ruolo di FI e la destra meloniana.

Così non solo non è valso a salvare la faccia del partito di cui oggi Tajani è il leader, giocandosi, d’un colpo, la fedeltà e la stima di cui godeva nella concorde attuazione degli obiettivi delle politiche europee, agendo secondo le direttrici espresse dal Ppe.

Ma quella fuga dall’aula della camera, molto più assimilabile ad una fuga di responsabilità a votare dentro un quadro di valori condivisi per trent’anni da Berlusconi, anche se sul Mes non aveva mai mostrato una grande affezione, ha finito per recidere, a mio modo di vedere, in modo irreversibile il legame di fiducia e di affidabilità verso FI, su cui gli altri paesi contavano e della cui vocazione europeista nessuno avrebbe mai dubitato.

Seppur nessuno può negare che già da tempo si cogliessero forti segnali anti europeisti, nelle dichiarazioni dei dirigenti delle due destre, dominate da plateali impulsi anti-Eu: accentuati, con l’avvio di questa legislatura, a seguito dell’insediamento del governo Meloni.

Eppure, nell’iniziale stop and go con cui là premier ha inteso affrontare le diverse e spinose questioni comunitarie, altalenando proclami i e mani tese, non era apparso inappropriato il ruolo che si era ritagliato Tajani ponendosi come punto di equilibrio circa l’indirizzo dell’esecutivo nei rapporti con l’Ue, per rassicurare sulla sostanziale immutabilità della politica europea del governo, pur nella dissonanza, talvolta plateale, di toni propagandistici ad opera delle due destra sovraniste.

Che appunto non spaventavano più di tanto, perché quelle digressioni sembravano più indirizzate ad uso interno che comunitario.

A escludere ogni ipotesi di inverosimiglianza, quelle  rassicurazioni di Tajani, trovavano sostegno nelle perduranti promesse dello stesso ministro dell’economia, Giorgetti, che, a sua volta, non mancava di rassicurare che alla fine il Mes sarebbe stato approvato, pur se non era difficile scorgere qualche sottile ricatto sul tempo e sull’iter procedurale in vista di possibili ammorbidenti della linea più austera pretesa dalla Germania, e in una visione più duttile dalla Francia.

Linea adesiva al Mes ribadita, con un ambiguo dissenso, da Giorgetti, in una intervista sulle pagine de Il Giornale, dopo la sciagurata votazione in parlamento.

Dichiarazioni che non hanno mancato di provocare dai banchi dell’opposizione un coro di richieste di dimissioni sulla palese contraddizione, all’interno del governo, su uno strumento comunitario così importante, su cui peraltro, in qualità di ministro dell’economia, ne rassicurava sull’esito finale.

In realtà sul Patto di stabilità il governo non ha toccato palla, anticipato dall’accordo a due tra Scholz e Macron, con cui si è riportata, seppur aggiornata e corretta, la linea dura del rapporto Pil – Debito pubblico, recepito dagli altri partner, con la prevedibile conseguenza di un futuro assai fosco per la tenuta del nostro sistema economico.

A questo punto dire che hanno combinato un disastro è poca cosa.

L’aver l’Italia perso credibilità, come paese, nel consesso europeo per un così disinvolto atteggiamento anodino ci porterà ad una preoccupante emarginazione nel quadro delle scelte cruciali e nella promozione di una nuovo profilo identitario europeo, più attento alle tutele e agli obiettivi di un Umanesimo equo e solidale, secondo un modello organizzativo e ordinamentale più idoneo a realizzare le condizioni per promuovere ed affermare la dignità di ogni persona.

Di certo l’autorevolezza non è una qualità che ci si può inventare, se uno non ce l’ha!

Con Draghi non sarebbe successo, mentre oggi l’Italia si trova all’angolo assieme ad Orban (la Polonia per fortuna è riuscita a divincolarsi dall’asfissia della destra dispotica di Kaczynski, con le recenti elezioni nazionali) anch’egli sotto stretta osservazione per la sequela di riforme che hanno stravolto l’equilibrio dei poteri costituzionali e lo stato di diritto di quel paese.

Insomma, una compagnia non certo rassicurante. 

La vicenda, alla luce della sempre più affermata teoria della società liquida, di Zygmunt Bauman, dove i mutamenti di opinione sono oramai talmente rapidi che spesso non si fa a tempo a coglierne l’integrale portata, pone ora nuove questioni nella concreta ipotesi di quello che c’è da attendersi nel rimescolamento di nuovi flussi elettorali che si aprono con riguardo alle prossime elezioni europee di giugno.

La riflessione tocca soprattutto l’evidente ulteriore ridimensionamento del ruolo e della funzione di FI, finora insostituibile riferimento politico nel raccordo con gli obiettivi e le strategie sugli assetti istituzionali della Ue, delineati dal Ppe, per la sua posizione di baricentro politico nelle mediazioni istituzionali dell’Unione europea.

Così, se a Tajani, fino a qualche giorno fa, gli bastava atteggiarsi a “punto di equilibrio della politica italiana”. Dopo questa inusitata svolta, in direzione di una completa assimilazione  organico-funzionale nelle file del blocco delle destre sovraniste e populiste, diviene quasi blasfemo per lo stesso e per Forza Italia continuare a ritenersi punto di equilibrio di questa maggioranza.

C’è insomma davanti a noi uno scenario inusitato che apre, in una visione da “nuova frontiera”, un inedito spazio al centro, soprattutto per quelle forze politiche che, in un quadro di aderente rispetto degli assi portanti della nostra Carta Costituzionale e di convinto sentimento del suo spirito antifascista ed antitotalitario, sapranno mostrare affidabilità e solida comunanza negli obiettivi e nella chiara prospettiva di un’Europa meno conflittuale e più versata su orizzonti di prosperità sostenibile, di convivenza pacifica, di solidarietà e di autonomia di azione politica nel concerto internazionale, pur nel rispetto paritario delle alleanze in difesa delle libertà e della democrazia.

Lo scenario, per certi versi inatteso e inedito, ci impone una profonda rimodulazione del processo di ricomposizione dell’area cattolico democratica e popolare.

Mentre la riaggregazione delle diverse componenti democristiane, a questo punto, non ha più alibi per trascinarsi ininterrottamente in discussioni inconcludenti,appare auspicabile che prima possibile, si ricomponga attraverso una concordata assimilazione nella rinata DC, un primo agglomerato della nuova formazione nell’intento di tradursi,nella ritrovata unità e nel quadro di un più ampio pluralismo, in un virtuoso itinerario volto a contestualizzarsi identitariamente, nella prospettiva di una nuova frontiera che attui, in aderenza con la visione di un Umanesimo solidale ed equo dei padri fondatori, un’Europa dei popoli e non espressione del turbo capitalismo e della tecnocrazia, ponendo all’orizzonte, se del caso a breve, un Congresso straordinario, con l’auspicio che sia accantonata definitivamente ogni pulsione divisiva. 

Ma è soprattutto l’obiettivo principale che dovrà dominare il percorso elettorale europeo, del quale restano utili pochi mesi, a dover trovare la giusta strada nel quadro di una concordata e lungimirante strutturazione di una “coalizione di centro” attraverso il coinvolgimento delle forze liberaldemocratiche, riformiste e azioniste, al di fuori da logiche di contiguità, sia con le destre sovraniste, sia con la sinistra massimalista e radicale della Schlein e il populismo qualunquista e anti europeo di Conte e del suo movimento.

In fondo basterebbe guardare al modello polacco con cui Donald Tusk ha costruito la sua coalizione di centro, moderata ed europeista, come appaiono connotarsi, anche nel quadrante parlamentare europeo le diverse affiliazioni identitarie alle diverse famiglie da parte delle singole forze, con cui oggi, da premier, governa il paese: idea vincente che gli ha consentito di ridimensionare l’egemonia del partito di destra, Diritto e Giustizia(PiS) di Kaczynski e Mazowiecki, che, pur rimanendo il partito più votato, non è riuscito a ricomporre una nuova maggioranza, perdendo la titolarità dell’esecutivo dopo otto anni ininterrotti.

Perché il “miracolo” che è riuscito a fare Donald Tusk, nella sua Polonia sfigurata da un governo autocratico, sodale della Meloni, che con una sequela di normative ne aveva eroso lo stato di diritto di quel paese, non possiamo farlo anche noi?

Rua Catalana, una passeggiata nel borgo incastonato nella bellezza di Napoli.

Napoli, 24 dic. (askanews) – Un programma di passeggiate-spettacolo alla scoperta di Rua Catalana, un borgo incastonato nel dedalo di strade di Napoli, nella zona del Porto, che riconduce i visitatori direttamente nel Medioevo. E’ l’iniziativa Rua Viva, che si svolgerà durante le festività natalizie, nata dalla collaborazione fra la compagnia teatrale Taverna Est e l’associazione Apsis Tour Napoli. Le visite guidate alla scoperta del quartiere Porto si snoderanno per i vicoli, raccontando dei personaggi storici, letterari e immaginari che hanno vissuto in città. Rua Viva, che fa parte del progetto Amuleti creato da Sara Sole Notarbartolo per arricchire la proposta culturale rivolta al turismo cittadino, è l’occasione per attraversare la città e scoprirne i segreti restando al centro storico, ma in percorsi meno battuti e affollati. “Con la mia compagnia – scrive Notarbartolo – desideriamo impegnarci per proporre ai visitatori della città, ma anche ai napoletani che desiderano approfondire e curiosare sulla nostra storia, un’offerta di qualità, un’esperienza che si trasformi in un bel ricordo e restituisca a chi partecipa il valore e la preziosità di un approccio culturale ai nostri luoghi storici”.

Tutte le visite, curate da Sal Cammisa, guida autorizzata della Regione Campania, termineranno con uno spettacolo in un luogo speciale. Gli itinerari inizieranno alle 19: il 26 dicembre sarà dedicato ai fantasmi del porto e della Rua, che terminerà con lo spettacolo Capuzzelle dedicato al culto delle anime pezzentelle a personaggi tra i più e meno noti della storia di Napoli. Fra loro: Ferdinando di Borbone, Gesualdo Da Venosa, La Capuzzella di Lucia la sposina e la Ciulla della Pignasecca, prima direttrice di teatro d’Europa che nel 1600 fece scandalo in città. Il 28 dicembre l’appuntamento sarà dedicato ai poeti e agli scrittori che hanno attraversato Napoli, con lo spettacolo ‘Quel fantasma di poeta famosissimo’ che farà scoprire una nuova prospettiva dei giorni vissuti a Napoli da Giacomo Leopardi. Infine, il 30 dicembre l’itinerario sarà dedicato alle figure femminili che hanno fatto la storia di Napoli pur rimanendo nell’ombra, con in finale lo spettacolo Lucrezia, Regina Fantasma.

Il volo degli Angeli attorno alla grotta di Betlemme

Anche dalle parti di Dio le cose sono a volte contorte o perlomeno si muovono nel verso contro corrente per farla franca al destino che, da avverso, vorrebbe scorrere liscio come l’olio. 

Fu compito assegnato all’Angelo Gabriele quello di annunciare a Maria l’inizio di una storia che sarebbe stata letta da molti, mentre molti altri ancora l’avrebbero contestata come menzogna o qualcosa del genere, arricchendola di sfumature fino a perderne la sostanza. 

Era un copione non semplice da digerire soprattutto per il finale drammatico che apriva porte ad una luce che, comunque, dal principio alla fine, sarebbe stata imbrattata di sangue.

Gabriele si traduce in uomo forte di Dio ma al nostro angelo fu prestata solo la voce per far comprendere alla donna quali fossero le intenzioni del Creatore. Per il resto, che avesse le ali o meno, di umano non aveva che una forma, sembianza anch’essa assunta solo per il tempo necessario a portare il suo messaggio, quel tanto per farsi riconoscere ed essere chiaro nelle parole. 

Da quel momento non restarono che pochi mesi, meno di un anno, per disporre tutto come si conviene. Insieme alle sue schiere avrebbe dovuto organizzare ogni cosa nel migliore dei modi. Godeva della fiducia assoluta del suo Padrone che, pur avendo dato una traccia chiara sul da farsi, non aveva però grande sapienza con i dettagli degli uomini ai quali aveva dato vita e per i quali ancor sudava per la loro salvezza. 

Si teneva insomma sulle linee generali lasciando ai suoi fedelissimi Spiriti di mettere a punto lo sviluppo degli andamenti quotidiani, almeno per quanto riguardava i primi tempi. Messo mano al più, le ultime rifiniture erano materia dei suoi angeli più esperti di Lui a chiudere il cerchio del suo disegno, avvezzi com’erano a seguire gli uomini ed i loro affari giorno per giorno. 

Avrebbero dovuto improvvisare all’impronta, inventando soluzioni di volta in volta, a seconda di come si presentavano le circostanze.

A Lui era bastato aver dato principio a tutto. Le cose poi si sarebbero sviluppate secondo un abbrivio fatale, tranne una messa a punto talvolta necessaria da parte dei suoi santi emissari per non andare irreversibilmente troppo fuori strada.

Pochi mesi per organizzare la nascita del Figlio di Dio con il comando di rispettare le regole dell’umiltà. Occorreva uno stile dimesso, rasentando la povertà pur senza eccedere neanche in quella, per non chiamare fuori quelli che storcono il naso appena vedono qualcuno con i cenci addosso. 

Si era in una condizione di necessità. Le locande dove dimorare erano già piene di ospiti arrivati un po’ per prima o in tempo per un ricovero. Giuseppe sarebbe stato disposto a pagare ma non c’era chi prendesse i suoi soldi. 

Gabriele e le sue truppe si erano a lungo interrogati se fosse stato quello il giusto modo di procedere. I fatti dovevano essere giustificati con un minimo di logica umana. Per questo ricorsero ad un censimento che costrinse Giuseppe a Maria a mettersi in viaggio malgrado fosse prossima l’ora del parto. 

Si trattava per Angelo e compagni di calarsi bene nella parte e subito si accorsero che l’impresa era forse superiore alle loro possibilità. Ogni sobbalzo sulla groppa dell’asino era per Maria una stilettata, in anticipo sui dolori che in seguito le avrebbero trafitto il cuore. 

Avrebbero potuto facilmente prendere in braccio Giuseppe e Maria ed il loro asino e portarli in un lampo a Betlemme. Non ci fu nulla di espresso al riguardo ma sentirono che avrebbero dovuto trattenersi da prodigi miracolosi. 

Non dovevano immischiarsi al punto di agevolare lo scorrimento della vicenda e contemporaneamente dovevano vigilare che tutto andasse grosso modo secondo previsto. Era questione di una misura che generava in continuazione crisi continue nei loro cuori o in quello che loro avevano per registrare i sentimenti. 

Trattenersi e trattare sono termini che si lambiscono, qualche volta accavallandosi, mai rinunciando alla loro unicità. Questa volta era richiesto uno sforzo maggiore. Avrebbero dovuto presidiare l’evento mantenendo un fare impassibile, non un velo di aria o di luce che potesse segnare la loro presenza. 

Giuseppe e Maria da subito avrebbero dovuto imparare a cavarsela da soli senza l’aiuto di un cielo che non poteva fare sconti o favoritismi, nessun olio negli ingranaggi per farli scorrere meglio, nessun unguento a lenire le ferite che seguiranno.

Finalmente la Santa Famiglia era giunta a destinazione. Il posto era di quelli dimessi, da regalare insolitamente speranza per il futuro. Peggio di così non avrebbe più potuto essere. Erano su un trampolino pronti per un decollo, comunque più radioso di come ora erano seduti su di un mucchio di paglia.

Maria prese ad agitarsi. Il bambino che aveva in grembo premeva dalla voglia di affacciarsi al mondo. Prima avrebbe cominciato e più presto avrebbe finito la missione assegnata. 

Ciò che è insopportabile del dolore è che sia sopportabile, così portandoti al limite estremo della tolleranza. Non hai diritto a lamentarti perché ti dicono che è cucito a pennello per le tue misure e quindi non resta che consumarsi dal patimento in attesa che tutto finisca. 

Gli angeli sembra che, tradotti talvolta in carne ed ossa per essere visibili, abbiano parvenza di uomini e non di donne. Di doglie e di parti non ne sanno nulla. Sentivano la voglia di inventare qualcosa per essere di aiuto a Maria ma non gli era chiaro come fare. Loro non erano nati e non sarebbero morti. Né genitori né funerali. Semplicemente erano chiamati ad essere, senza un principio da ricordare ed una fine da temere. Punto e basta. 

Anche essere presenti alla scena non era compito loro. Non si doveva violare una intimità che riguarda solo una donna imminente ad essere madre e che nessuno ha il diritto di assistere per poi essere raccontata magari ai quattro venti. 

Solo per quella volta, unica eccezione, Satana era stato rinchiuso da qualche parte per non rovinare il compimento di salvezza.

Anche Giuseppe rispettava l’istintiva consegna di pudicizia con una distanza da mantenere. Così gli angeli si decisero di lasciarli soli e sperimentarono eccezionalmente essere disgiunti dai loro assistiti. Non erano abituati a quella libertà. Starsene per loro conto era una condizione del tutto inusuale alla quale era difficile adattarsi. 

Erano servi e per sempre lo sarebbero stati di un padrone che amavano oltre ogni possibile cuore. Non chiedevano di essere riscattati e neppure di avere qualche grammo di pelle e di quei sentimenti propri degli uomini. 

Se un giorno Dio avesse cambiato idea liberandoli dall’amore che li consumava per loro sarebbe stata probabilmente la fine. Quando Dio gli ricordava che gli era in odio sia la servitù che la schiavitù, chiamandoli amici, loro, opponendosi, si sgolavano di luce. Dicevano che gli stavano bene le cose in quel modo e pregavano non ci fosse alcun cambiamento. 

Solo un rammarico si portavano appresso e di cui neanche tra di essi si faceva mai cenno. Li opprimeva un certo senso di estraneità ovunque fossero. Potevano sperare di ispirare gli uomini ma, anche quando vi riuscivano, non avrebbero mai fatto parte della loro cerchia. 

Vicini al loro padrone sentivano di essere incompiuti, una sorta di anello mancante tra gli uomini e Dio con il dramma di essere loro stessi carenti di qualcosa. Non erano uomini, non avevano sesso e carne e neppure erano persona come invece il loro Dio. Erano puri Spiriti, un insieme di un più ed un meno con cui ogni giorno dovevano adattarsi a fare i conti. 

Il bambino strepitò anticipando che avrebbero dovuto al più presto abituarsi alla sua voce che almeno per tre anni avrebbe tuonato come non mai. Bastò quel pianto per ridare serenità alla scena. Il peggio era passato. 

Maria si era già lasciata alle spalle le sofferenze del parto in un esercizio di impossibile dimenticanza; anche questa fatica le sarebbe tornata utile quando le avrebbero ucciso il Figlio e le sarebbe toccato sopravvivere per suo volere almeno fino alla sua Resurrezione. 

Giuseppe aveva smesso di sentirsi impotente. Ora cominciava finalmente la sua parte di padre senza indicazioni dall’alto. Stava a lui soltanto mandare avanti la baracca mettendo in mostra quello che anche gli uomini possono fare senza necessariamente sfigurare a confronto dell’Onnipotente.

Gli angeli erano fuori dalla grotta ad una distanza che sembrava ideale per essere presenti, comunque non interferendo. Si divisero i compiti. Un gruppo di essi era fermo a presidio della stalla dove il Figlio di Dio avrebbe installato per il futuro l’amore tra gli uomini. 

Gli altri si sparsero per la zona circostante spingendosi fuori dal villaggio fino ai pascoli dove i pastori dimoravano insieme alle loro greggi. Evidentemente, quando tutto accadde, doveva essere giorno perché la luce non voleva mancare a godersi lo spettacolo e volle trovarne per sé una nuova fonte alla quale caricarsi. 

Gli angeli non si accontentarono di un approccio di prima mano, un invito composto a rendere omaggio al Signore di tutte le genti e di tutte le cose. Avevano a che fare con pastori attaccati più alle loro bestie che alla loro stessa vita. Assai poco convinti dell’annuncio che gli era stato rivolto, decisero di mettersi in rotta per Betlemme per non stare a sentire quei pazzi sconosciuti che incitavano a mettersi in marcia per non perdere un evento irripetibile. 

Si mossero per come potevano, con la velocità occorrente per far camminare a passo ordinato pecore e montoni, un andamento coerente alla incredulità della notizia che li rallentava per l’impossibilità di un briciolo di verità. 

Qualcuno di loro invece affrettò il passo per il gusto di mettere a nudo l’esortazione di quegli invasati che li pungolavano come fossero loro le bestie da condurre al sicuro dopo le ore di pascolo. 

Altri angeli andarono incontro ai Magi. Questi, muniti di robusta scienza, già sapevano come orientarsi seguendo il segno di una stella. Mancava loro un ultimo decisivo particolare per raggiungere il posto dove Maria e Giuseppe avevano messo in piedi l’animazione tipica che serpeggia attorno ad ogni nascita. 

I Magi, malgrado le notizie che avevano in dote, non sapevano con certezza a cosa andare incontro e la visione degli angeli li mise inizialmente in sospetto. Poteva essere un trucco di Erode per sviarli e condurli dalla sua parte, volendo lui, a dispetto degli accordi presi, provvedere direttamente a riaggiustare il verso della storia. Avrebbe da subito fatto fuori un neonato che strillava da rivoluzione. I Magi accettarono il rischio ed arrivarono anche loro alla meta. 

Confusi tra i pastori e qualche abitante del posto, si sentirono da principio fuori posto rispetto alla situazione in cui erano caduti. Anche i loro cammelli poco avevano a che fare con un bue ed un asino. Anche gli animali sanno guardarsi con diffidenza. 

Si andò verso sera, il tempo che chiama al silenzio. I bambini e gli animali e tutti gli innocenti del mondo a quell’ora sono soliti dormire. Gli adulti tendono a tirare più a tardi mettendo parole a commento del giorno, ma quella sera invece tacquero per non disturbare il neonato che finalmente aveva preso sonno. Dunque, stettero tutti lì, raccolti alla corte di una nuova vita, forse maggiormente assorti al pensiero di che altro ci fosse da fare già al domani venturo. 

Una adorazione non può mai spingersi oltre un certo tempo, i doveri a cui far fronte hanno l’orologio dello stomaco da riempire più che dello spirito da nutrire.

Gli angeli erano in attesa di nuovi comandi che non arrivavano. Sentivano il bisogno di fare ancora qualcosa. Erano ancora pieni di eccitazione. Per primi facevano fatica ad essere fermi, assorbiti soltanto nella contemplazione del loro Signore. Avrebbero dovuto abituarsi a non muovere altri passi per realizzare il piano di Dio. 

Da quel momento in poi gli era richiesto di vegliare ed adorare. Per questo avrebbero desiderato avere fattezze umane e prendere in braccio il bambino per cullarlo con melodie che solo in Paradiso sanno cantare. Maria forse glielo avrebbe concesso e forse accadde mentre anche lei riposava insieme a Giuseppe.

Il giorno dopo, a mistero svelato, tutti si sarebbero rimessi in cammino. I pastori verso i campi, ancora interrogandosi sull’accaduto, con la sorpresa di essere stati spalla a spalla con gente nobile come i Magi. 

Questi ultimi avevano aggiunto alla loro scienza la fede e la verità della quale erano sprovvisti. Maria e Giuseppe pian piano si organizzarono per tornare verso Nazareth sconvolti come lo è ogni genitore appena divenuto tale. I nostri angeli scoppiarono di gioia. Così credevano. 

Un angelo instancabile, forse Gabriele, di quelli eternamente vigili e che non si fidano del tutto degli uomini, scrollò Giuseppe dal suo sonno intimandogli di scappare via da Betlemme e correre in riparo verso l’Egitto, terra di esodi di entrata e di uscita. Avrebbe annunziato lui il tempo del ritorno in tutta sicurezza.

Di lì a poco Erode sterminò tutti i nati sotto i due anni a Betlemme e dintorni. Le strade puzzavano di pozzanghere di sangue e i diavoli ci sguazzavano dentro come scugnizzi impazziti di gioia. 

Malgrado tutto, Gesù era nato e per il momento salvo. La sua vita sarebbe stata zeppa di seguaci e di perseguitati. Da allora, negli angeli, nessuna ombra di rimpianto per essere ciò che erano. Non dovevano dedicarsi come gli uomini al lavoro o peggio al peccato da cui per costituzione erano esenti. 

Gli restava di dare una occhiata sulla terra per evitare che il male non corresse troppo a briglie sciolte. Appena liberi, di volta in volta si rinfrancavano potendo essere vicini al Signore, a Maria e Giuseppe come neanche i santi mai avrebbero potuto.

Era Natale, il primo dell’infinito.

Tenere unite la cultura del progetto e la cultura del comportamento

Pietro Scoppola, qualificato ed autorevole storico cattolico, amava dire che nella politica sono due le categorie che devono sempre accompagnare l’impegno attivo di un cattolico. E cioè, “la cultura del progetto” e “la cultura del comportamento”. Ovvero, un progetto politico non è credibile, e neanche serio, se non viene affiancato da una rigorosa e altrettanto coerenza personale e, di conseguenza, di partito.

Ora, per uscire dalla metafora ma tenendo comunque bene a mente il severo monito di Scoppola, non possiamo non rilevare che il progetto politico di un Centro dinamico, innovativo, riformista, plurale e di governo è legato, oggi, quasi esclusivamente alla categoria del comportamento. E cioè, di come viene concretamente declinato nel contesto politico contemporaneo. Che è quello, per intenderci, dei partiti e dei movimenti che si candidano ad occupare e soprattutto ad interpretare quello spazio politico sempre più indispensabile e necessario per la stessa qualità della nostra democrazia.

E, al riguardo, sarebbe ridicolo, nonchè addirittura grottesco, che partiti – mi riferisco ad Italia Viva e ad Azione – che riconducono la propria azione politica, seppur con sfumature diverse, a quel campo politico, non facessero la lista insieme e di comune accordo per il rinnovo del Parlamento europeo. Perchè nella politica, come nella vita, c’è un solo modo per perdere definitivamente la credibilità anche e soprattutto nei confronti della pubblica opinione, e quindi e a maggior ragione del proprio elettorato. E cioè, quello di annunciare solennemente e pubblicamente un progetto politico e poi minarlo concretamente attraverso comportamenti sconclusionati e del tutto incoerenti. Anche perché quando prevalgono atteggiamenti dettati unicamente da pregiudiziali personali e dalla logica della vendetta e del rancore, la politica stessa cessa di esistere a

vantaggio della sub cultura dell’anti politica.

Per queste semplici ragioni, e senza scomodare i comportamenti della classe dirigente della prima repubblica nei grandi partiti popolari e di massa e dove c’era una spiccata e vivace dialettica interna come, ad esempio, nella esperienza della Democrazia Cristiana, si tratta anche e soprattutto di credibilità e di serietà della classe dirigente. Ed è perfettamente inutile continuare a blaterare di discontinuità, di modernità e di cesura rispetto al passato, recente o mento recente, e poi assumere atteggiamenti infantili ed adolescenziali che fanno veramente e realmente

rimpiangere le classi dirigenti di quel passato. E quando in ballo, e a maggio ragione, c’è il profilo e la natura di un progetto politico è ancora più nefasto registrare comportamenti dettati unicamente dal rancore. Anche perchè, e infine, la stessa battaglia contro il cosiddetto ‘bipolarismo selvaggio’ e la contemporanea assenza di una vera e credibile ‘politica di centro’, verrebbero definitivamente compromessi e messi in discussione proprio dai comportamenti infantili di alcuni leader politici. Elemento, questo, che non può essere assolutamente preso in considerazione quando si tratta di elaborare e ricostruire un progetto politico di lunga durata. Ecco perchè, dunque, la “cultura del progetto” era, e resta, strettamente intrecciata con la “cultura del comportamento”. Ieri come oggi l’insegnamento di Pietro Scoppola conserva la sua straordinaria attualità e modernità.

Sentirsi dentro il Presepe: messaggio natalizio dell’ordinario militare, S.E. Santo Marcianò.

“Cari amici, cari militari, nello scenario di morte che oggi sembra prevalere, il ‘Mistero del Natale’ vi faccia sentire ancora mandati a fasciare le tante ferite dell’umanità. Vi faccia sentire ‘dentro’ quel presepe che allestite nelle vostre famiglie, nelle caserme, nelle lontane basi delle missioni internazionali, sulle navi impegnate in navigazione, attingendovi la capacità di avvolgere di amore il Bambino Gesù e, in Lui, tutte le donne, gli uomini, i bambini ai quali il vostro servizio alla Pace vi avvicina”. Così dice nel suo messaggio natalizio l’arcivescovo ordinario militare, Santo Marcianò. “Non dimenticatelo: qualunque operazione di ordine o sicurezza, di difesa o protezione, di salvaguardia o intelligence, avrà sempre bisogno della carezza di queste fasce: segno della presenza del ‘Dio con noi’; segno della bellezza della vita che nasce, rinasce e risorge, se donata per amore”.

Carissimi, da ottocento anni, l’intuizione misteriosa e meravigliosa di San Francesco d’Assisi ci fa contemplare il Mistero del Natale del Signore nella semplicità eloquente del Presepe. Al centro, un piccolo Bambino coperto solo da qualche straccio; d’altra parte, si usava fare così al tempo in cui nacque Gesù: bendare i neonati per tener fermi gli arti.

Passano i tempi, cambiano i luoghi e i contesti, e i Presepi si adattano alle diverse culture, epoche, tradizioni, situazioni, proponendo tante ambientazioni e paesaggi, utilizzando vari materiali, introducendo nuovi personaggi, quasi a riprodurre vicende o persone. Ma quelle fasce rimangono: il Bambino Gesù non ha, non può avere altro abito!

Quelle fasce sono segno della povertà in cui Gesù è nato e ha vissuto per noi. E lo stesso Francesco, rappresentando il Bambino nel Presepe, voleva “in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello” (cfr. Fonti Francescane, 468).

Contemplando quelle fasce, vediamo ancora tutta la povertà di bambini afflitti dalla fame e dalla sete, impossibilitati ad accedere alle cure o all’istruzione, sfruttati da lavori illegali e schiavizzanti, abbandonati alla solitudine delle strade o dei ricchi palazzi. E ci sentiamo chiamati alla giustizia!

Quelle fasce richiamano anche le bende con cui si avvolgeva il corpo dei defunti nel Sepolcro: rappresentano il segno della morte di Gesù e, al contempo, il mistero di quel Sepolcro vuoto, con le bende al posto del Suo cadavere, segno di una vita offerta per amore.

Tanti bambini, oggi, muoiono di malattie gravi, talora provocate dall’incuria degli uomini; tanti sono scartati, fin dal grembo materno, perché imperfetti o indesiderati; tanti bambini muoiono di abusi, di violenza o di guerra; e tanti bambini, purtroppo, sono educati a dare essi stessi la morte con la criminalità, la violenza, la guerra. Come non pensare, oggi, alla morte impressa negli occhi di tutti i piccoli ai quali la guerra stronca l’esistenza o spegne i sogni?

Ma quelle fasce, toccate da tutta la tenerezza con cui la Madonna avvolge il Bambino, sono pure segno della consolazione, della misericordia, della compassione con cui Gesù avvolgerà per sempre le ferite dell’umanità, ne fascerà le piaghe, ne curerà le malattie del corpo e della mente, ne custodirà la vita, servendosi del servizio e della carità di tanti uomini e donne come voi.

Persecuzioni nel mondo, il Natale in cella dei cristiani iraniani.

Teheran (AsiaNews – 23/12/2023) – In Iran il Natale per alcuni cristiani è una cella oscura, in una delle prigioni più famigerate del Paese, senza alcun capo di imputazione o accusa ufficiale ascritto e la consapevolezza di essere rinchiusi per la sola fede professata. E senza alcuna prospettiva di una notifica di reato imminente dalla quale potersi difendere, privati dei diritti prima ancora della libertà. Questo è quanto emerge dalla vicenda di un cittadino armeno, fra gli oltre 100 cristiani arrestati la scorsa estate e rinchiuso a Evin, a nord di Teheran, e a distanza di quattro mesi ancora ignaro del suo destino, con la sola certezza di trascorrere la festa lontano dalla famiglia.

A raccontare la storia del 35enne Hakop Gochumyan sono gli attivisti di Article18, sito specializzato nel documentare le repressioni degli ayatollah contro le minoranze religiose nella Repubblica islamica. L’uomo si trovava in visita in Iran assieme alla moglie Elissa, quest’ultima con doppia cittadinanza armeno-iraniana, e i loro due figli; il 15 agosto scorso i genitori vengono arrestati a Pardis, prima periferia di Teheran. Secondo alcune testimonianze la famiglia, con i figli di sette e 10 anni, era a casa di amici per un pranzo quando una decina di poliziotti in borghese del ministero dell’Intelligence ha fatto irruzione, prelevandoli. 

Gli agenti hanno perquisito la casa, poi hanno condotto in prigione a Evin sia Hakop che Elissa, affidando i figli della coppia alle cure di una zia, confiscando effetti personali fra cui testi cristiani. I coniugi sono stati rinchiusi in regime di isolamento nel famigerato Reparto 209, controllato dall’Intelligence, sottoposti a intense torture psicologiche e ripetute sessioni di interrogatorio, ciascuna delle quali durava dalle due alle cinque ore.

Le autorità iraniane non hanno notificato alcuna accusa formale (e ufficiale) ad Hakop ed Elissa, pur mantenendoli in stato di fermo, in violazione all’articolo 14 del Patto internazionale sui diritti civili e politici ratificato da Teheran. Dopo oltre due mesi di detenzione, il 19 ottobre Elissa è stata rilasciata dietro pagamento di una cauzione di 40mila dollari (ridotta dalle 100mila iniziali), che le ha permesso di tornare in Armenia dai due figli, rimpatriati in precedenza con un parente. 

In tutto questo tempo il marito è rimasto in carcere. 

Interpellata da Article18 la moglie ha raccontato che gli agenti dei servizi segreti l’hanno accusata di coinvolgimento in “attività cristiane illegali”. Ha poi aggiunto di non sapere “da dove derivino” le incriminazioni e che lei e il marito “non hanno fatto nulla di illegale, né si sono impegnati in attività cristiane durante la loro visita in Iran”. Elissa è figlia di un noto pastore iraniano-armeno, Rafi Shahverdian, scomparso a inizio anno, che aveva guidato una chiesa a Erevan da quando aveva lasciato la Repubblica islamica nel 1993.

I casi di persecuzioni contro i cristiani rappresentano una ulteriore conferma del fatto che in Iran vi sia una “netta regressione” in tema di libertà religiosa, in linea con la crescente repressione delle autorità legata alle proteste divampate in seguito alla morte di Mahsa Amini per mano della polizia della morale. Un dato emerso anche nel rapporto 2023 della US Commission on International Religious Freedom, pubblicato a maggio, che invita a riclassificare la Repubblica islamica come “nazione di particolare preoccupazione (Cpc)” per le sue “violazioni sistematiche ed eclatanti”.

Fra giugno e settembre oltre un centinaio di cristiani, in maggioranza convertiti dall’islam ma non mancano assiro-caldei battezzati sin da piccoli, sono stati arrestati in 11 diverse città. Siti attivisti riferiscono di 69 persone trattenute in stato di fermo e almeno 10 – quattro uomini e sei donne – incarcerate. Per quanti hanno ottenuto la libertà su cauzione, le famiglie hanno versato importi variabile da 8mila fino a 40mila dollari. L’ondata di arresti è coincisa con una nuova repressione che ha colpito pure la comunità baha’i, che insieme ai convertiti cristiani è un altro gruppo non riconosciuto da Teheran. Alcuni fra quanti sono stati rilasciati hanno dovuto firmare l’impegno ad astenersi da ulteriori attività cristiane o hanno dovuto partecipare a sessioni di rieducazione islamica. Altri sono stati convocati per ulteriori interrogatori, perso il lavoro o sono stati espulsi. 

Fra i cristiani detenuti per fede, e che trascorreranno il Natale sotto chiave in una località segreta, vi sono anche due fratelli uno dei quali è un noto (ex) prigioniero di coscienza. Milad Goodarzi è stato rilasciato a inizio anno, nell’ambito di una più ampia amnistia dei detenuti in occasione del 44mo anniversario della Repubblica islamica. Ma come molti altri prigionieri, Milad aveva già scontato la maggior parte della sua condanna: una pena di tre anni, ridotta da cinque, per “propaganda deviante e contraria alla santa religione dell’islam”. Un caso che ha avuto ampio risalto, a dispetto di molti altri che restano nell’anonimato. “La stragrande maggioranza dei cristiani arrestati quest’anno – conferma una fonte – ha scelto di non rendere pubblica la propria situazione, nella speranza che ciò possa aiutare a liberarli, aggiungendosi al novero di vittime senza volto”.

Medio Oriente, quel costante disinteresse arabo per la causa palestinese.

La distruzione di Gaza prosegue e anche se il blocco delle operazioni militari israeliane dovesse realizzarsi domani, il che rimane altamente improbabile, il carico di morte e di odio che essa avrà generato non potrà essere scordato, accantonato. Così come non verrà mai dimenticato quello provocato dalla ignobile azione terroristica condotta da Hamas il 7 ottobre. La pacifica convivenza in quella parte del mondo rimarrà una chimera ancora per lungo, lunghissimo tempo.

Ciò detto, con grande tristezza ancor più alla vigilia del Santo Natale, in questa tragedia non può non colpire ogni attento osservatore il comportamento concreto, politico, del mondo arabo nel suo insieme, al di là dell’atteggiamento di facciata, aggressivo verso Israele e simpatetico (ma neanche troppo, a dire il vero) nei confronti dei palestinesi. In coerenza, del resto, con il disinteresse quando non anche l’ostilità da sempre dimostrati di fronte alla causa palestinese.

Il vertice dello scorso 11 novembre tenuto a Riad indetto dalla Lega Araba e dall’Organizzazione per la Cooperazione Islamica lo ha dimostrato una volta di più. Quello che accaduto, o, meglio, non è accaduto nelle settimane successive ha confermato, appunto, quel sostanziale disinteresse.

Ognuno di quei paesi gioca una sua propria partita regionale e, al di là della condanna generale nei confronti di Israele, non è minimamente interessato alla nascita di uno stato di Palestina. Questa è la realtà. Ed è bene averla presente.

Non solo. È realistico ritenere che i paesi arabi sunniti organizzino una vera collaborazione con la Repubblica Islamica dell’Iran, sciita, che sostiene Hamas e che gestisce una parte del Libano attraverso Hezbollah e insidia il Mar Rosso con i guerriglieri Houthy yemeniti? Oppure che sostengano davvero i palestinesi in cooperazione con la Turchia neo-ottomana di Erdogan il cui palese obiettivo è riconquistare il potere regionale ivi un tempo detenuto, oltre che – addirittura – assumere la guida dell’islamismo sunnita? No, non è realistico.

L’Arabia dei Saud non può permettersi alcuna perdita di influenza sul mondo islamico e deve contenere le mire espansioniste iraniane. Per farlo necessita ancora di una stretta alleanza con gli USA, anche se non disdegna il progetto alternativo BRICS+, al quale si è associata per non lasciarsi incastrare in un’alleanza col solo occidente che potrebbe – non è detto, ma potrebbe – rivelarsi perdente nel lungo periodo. La causa palestinese è l’ultimo dei suoi problemi. A maggior ragione essendo essa sostenuta dal Qatar, spina nel fianco nella penisola arabica che è costretta a sopportare.

L’Egitto del generale al-Sisi è nemico giurato del fondamentalismo dei Fratelli Musulmani, contro i quali organizzò a suo tempo il colpo di stato che lo ha portato al potere, e non può permettersi l’invasione del Sinai da parte di due milioni di palestinesi ed infatti ben si guarda dall’aprire il valico di frontiera di Rafah. La Giordania è terrorizzata da qualsiasi radicalizzazione della situazione, specie in Cisgiordania, ben sapendo che ne potrebbe nascere un serio problema per il regno, rimasto indenne ai tempi della Primavera del 2011 e ben determinato a non correre alcun rischio. Per cui basta una dura e accorata dichiarazione della fascinosa regina Rania e tutto può finire lì. La Siria dello sterminatore Assad non rinuncia al senso sprezzante del ridicolo quando denuncia il “massacro israeliano” di Gaza ma in concreto non può e non vuole fare nulla.

I paesi che hanno siglato gli Accordi di Abramo (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco, Sudan) non hanno alcun interesse a disdirli dopo la fatica fatta per approdarvi e farli digerire alle proprie popolazioni. Sapendo per di più che l’Arabia vuole pure essa aderirvi, anche perché così facendo otterrà dagli Stati Uniti importanti aiuti nello sviluppo del suo nucleare civile, ma ora non può. Domani però…

L’Iran sostiene i palestinesi solo in funzione anti-israeliana e per mostrare le contraddizioni sunnite e giocare un ruolo di potenza regionale e non certo per amore assoluto della causa di quel popolo negletto. Della Turchia si è detto, e comunque Erdogan sa bene che una rottura totale con Israele non è possibile per via della reazione che essa produrrebbe presso l’alleato americano, che nel frattempo ha ripreso spazio in un mare, il Mediterraneo, che stava quasi abbandonando.

Insomma, un insieme di ipocrisia e ambiguità che rende i palestinesi quello che sono sempre stati: deboli, e non aiutati davvero da alcuno. Costretti a misurarsi col proprio isolamento. Che crea spazio, purtroppo ma inevitabilmente, a chi predica la visione più estrema, la distruzione del nemico. A quelli come Hamas.

Lettera aperta alla Madia su Renzi e altro ancora

Cara Marianna, sono un decano dei parlamentari pontini, dalla Dc al Pd, 45anni nelle istituzioni, comune, provincia, regione e gli ultimi 18 alla Camera dei deputati, con un piccolo record nell’arco mio di tempo  il più presente nelle sedute a Montecitorio, un record come omaggio a mio padre insignito della medaglia mauriziana per 40 anni nella Marina Militare! 

Ebbene, cara Marianna, quando sulla Repubblica di domenica 17 dicembre ho letto queste tue parole “Renzi è uno di noi! Può far parte del campo largo? Assolutamente sì!”, mi sono detto: questa ragazza è trasparente e coraggiosa! Ecco perché ti scrivo solo ora dopo aver assistito in Tv al tuo esordio come ministra con immediata simpatia. 

Ti ritrovo in questo articolo e da poeta (è il mio limite in politica) sai che ho pensato: ora affido a Marianna il compito nel gruppo di promuovere un albo di chi è disponibile ad adottare un vecchio parlamentare che si sente in servizio permanente effettivo per dare ancora un suo contributo al Paese. So di averti strappato un sorriso! 

Ma tornando alle tue parole su Renzi, a conferma aggiungo la considerazione: chi può vantare nel partito durante la sua gestione di aver tentato con l’unica forza resasi disponibile di abbattere il bicameralismo paritario, unico in Europa, la vera palla al piede di un Paese in continuo degrado con 12 Presidenti del Consiglio in 20 anni, impossibilitato a fare riforme di struttura, con un ping pong che costringe a raffiche di voti di fiducia, esautorando tutti minoranza e maggioranza? 

Saremmo al punto d’oggi se ci fosse stata la conquista di una sola Camera a legittimare il Governo riconquistando la sua centralità-indispensabilità? E invece fior fiore di costituzionalisti scesero in campo perchè dopo il voto eclatante all’europee, oltre il 40%, c’era il dovere di sbarrare la strada al nuovo Cesare? Ed ora siamo di fronte al premierato (da premier primus inter pares) che si fa eleggere direttamente asservendo tutto il resto? Non aveva la Meloni all’atto d’insediamento aperto al vice presidenzialismo alla francese? È lì che va sfidata con due fonti di legittimazione popolare: il Presidente ed il Parlamento, a costo della coabitazione forzata, per non dovere azzerare tu tutto! 

Grazie dell’ascolto, cara Marianna, e facci un pensierino sull’adozione!

Dibattito | È preferibile operare nel quadro della famiglia democratico cristiana europea.

L’on Susta con spirito di “correzione fraterna” ha giudicato il mio articolo “datato” e, in qualche misura, disinformato sulla reale natura del Partito Democratico Europeo, del quale Susta è stato membro autorevole, così come parte altrettanto autorevole è stato del Pd italiano, insieme a molti dei Popolari da lui nominati cofondatori del Pde. Quel Pd dal quale, molti degli stessi attuali esponenti di Tempi nuovi, sono usciti, dopo l’infelice esperienza vissuta da sostanziali emarginati di un partito nel quale “è sempre il cane che muove la coda”.

Caro Susta, ciò che ci divide in questo momento è la diversa prospettiva: tu continui a guardare al tema delle alleanze, verso quel sol dell’avvenire che si dovrebbe incontrare con una rinnovata collaborazione con Renzi e il Partito democratico europeo. Un Pde che, a parte i soci cofondatori da te citati, oggi è inconfondibilmente caratterizzato dall’egemonia del partito più forte, ossia di Macron (En marche), mentre, da parte mia, rivolgo interesse primario al tema della nostra ricomposizione politica. Intendo quella della vasta e articolata area cattolica, nelle sue tre espressioni storico culturali più importanti: democratica, liberale e cristiano sociale. Tema che si può efficacemente perseguire, non dividendoci sulle alleanze a destra o a sinistra, ma rimanendo fermamente al centro, alternativi alla destra nazionalista e sovranista e alla sinistra ridotta dalla Schlein a “partito radicale di massa”. 

Perché tale progetto si avveri non possiamo dividerci alle elezioni europee tra chi, come me e tanti altri amici, dalla Dc di Cuffaro e Grassi ad Iniziativa Popolare, Federazione dei Dc e Popolari e altri movimenti e gruppi politici, intendono rimanere legati al Partito Popolare Europeo dei padri fondatori Dc, pena la nostra sostanziale irrilevanza. Il Ppe è il partito nel quale il ruolo preminente oggi è quello della Cdu tedesca, il cui programma è quello più vicino alla nostra cultura politica, sia con riferimento ai principi della dottrina sociale cristiana, che a quelli euro-atlantici da sempre difesi e consolidati da Adenauer, Khol, Merkel e dall’attuale presidente, Ursula von der Leyen. Scegliere, come ha deciso Tempi Nuovi e da te condiviso, di andare al voto europeo insieme al Partito democratico europeo, vorrebbe dire rinunciare ai voti di quell’area cattolica liberale e cristiano sociale che è fortemente orientata per il Ppe.

In secondo luogo, come ho scritto nel mio articolo “datato”, la scelta di Tempi Nuovi comporta lasciare a Forza Italia e all’Udc di Cesa il ruolo dominante italiano nel Ppe. Io credo, invece, che una lista unitaria della nostra area, che si presentasse forte nelle sue tre componenti con chiaro orientamento per e nel Ppe, potrebbe raccogliere il consenso ampio delle tre aree della nostra realtà, ma, soprattutto, favorirebbe il ritorno al voto dei tanti renitenti che hanno abbandonato la scheda da diverse tornate elettorali.

Come è emerso nel recente importante incontro promosso dagli amici di Iniziativa Popolare con alcuni esponenti della nostra area Dc e Popolare, altra cosa sarebbe quella di un accordo di lista con amici del centro già collegati con il Pde, al fine di favorire una futura convergenza europea come quella che ha portato all’elezione alla Presidenza UE della Von der Leyen. Anche in tal caso, però, meglio, molto meglio e più opportuno, presentarci  tutti noi uniti nella lista dei Dc e Popolari italiani. 

Sarò “datato”, caro Susta, ma vengo da una scuola politica di una grande leader, Carlo Donat Cattin, che ci ha sempre insegnato che il nostro ruolo era di porci come parte avanzata di un partito di centro moderato, piuttosto che, come avete dolorosamente sperimentato molti di voi, sottoposti in un partito di sinistra, senza più i riferimenti storico culturali della sua tradizione.

Continuo a ritenere che, alla fine, prevarrà il buon senso e insieme ci impegneremo tutti per riportare in campo gli interessi e i valori della nostra migliore storia politica.

Lavoratori fragili, ennesima disparità di trattamento tra dipendenti pubblici e privati.

Termina il 31/12 p.v. la tutela dello smart working per i lavoratori certificati fragili, con patologie incluse nel D.M. Salute del 4 febbraio 2022.  Le ultime notizie che giungono dal Parlamento danno per certa una proroga fino al 31/3/2024 del portato normativo previsto dalla legge 85 del 3/7/2023 per i lavoratori del settore privato mentre i dipendenti pubblici resterebbero privi di questa tutela. 

Èquasi inconcepibile come tra alti e bassi questa telenovela vada avanti in un clima di incertezza intollerabile.

Si tratterebbe di una disparità di trattamento che sarebbe più corretto definire “discriminazione” ai limiti dell’incostituzionalità poiché a parità di condizioni di salute si applicherebbero due criteri diversi di trattamento.

Questo accade in un periodo di impennata apicale dei casi di COVID, gli ospedali comunicano l’aumento dei ricoveri e l’apertura delle unità di crisi, le varianti impazzano ed alcune sono veramente pericolose. Ma questi dati lasciano indifferente la politica mentre c’è chi trova nelle pieghe della legge di bilancio degli intollerabili privilegi: dai golf club, allo sci nautico, alle associazioni culturali locali, contigue ai collegi elettorali. Un Parlamento, un Governo che non hanno a cuore i problemi delle persone fragili, disabili, immunodepresse fino ad esporle al rischio di contagi che giudizio possono aspettarsi? Soprattutto se si fanno figli e figliastri: lo Stato non trova i fondi per tutelare i propri cittadini sfortunati e già colpiti da malattie gravi, con situazioni a volte drammatiche?

Molti lavoratori fragili del pubblico appartengono al mondo della scuola, e di ciò il Governo ne ha contezza tanto che su iniziativa del Ministro del Lavoro era stato approvato il D.L 132 del 29/9/2023 che all’art 8 prevede che il personale docente della scuola collocato in smart working venga utilizzato in compiti inerenti il Piano Triennale dell’offerta formativa. Una ipotesi sempre affidata alla discrezionalità dei capi d’Istituto: so di un’insegnante che nel periodo di vigenza del lavoro agile è stata incaricata – disattendendo le disposizioni del decreto legge citato- di seguire corsi formazione online in via continuativa, collezionandone 200: una cosa da guinness dei primati, assai contigua al mobbing. Ma tralasciando i casi limite che nella disparità della gestione dello smart working danno una rappresentazione disomogenea e discrezionale del concetto di “lavoro agile”,  resta l’incognita del futuro imminente.

Se il Parlamento non integra la tutela dello smart working anche per il settore pubblico dei lavoratori fragili certificati dalle autorità sanitarie competenti, si assume una responsabilità che definire grave sarebbe eufemistico: sperando sempre che chi fosse obbligato al rientro in comunità non ne subisca danni e conseguenze alla propria salute: parliamo – lo ripetiamo da anni- di malati di tumore, artrite reumatoide, assenza o immunodepressione di difese immunitarie. Tutte patologie che il Decreto del Ministro della salute 4/2/2022 ha riconosciuto e catalogato e che la visita del medico competente ha certificato: negare questa evidenza sarebbe un segno di miopia inspiegabile.

Concludendo: la telenovela continua, lo spettacolo è indecoroso e il contenzioso incombente.

In Italia siamo specialisti nel rinviare le decisioni (salvo recuperarle a tempo scaduto) e nel rendere complicate le evidenze più lampanti. Un’abilità non comune di cui la politica nostrana si fregia da lungo tempo.

Conte in soccorso della Meloni: sul Mes l’abbraccio dei nazional-populisti.

Con il voto di oggi [ieri per chi legge, ndr] alla Camera sul Mes, le banche di tutta Europa non avranno più alcun paracadute in caso di crisi finanziaria, per la gioia dei nemici dell’Euro in Europa e fuori.

La destra sovranista si è dimostrata ancora una volta per quello che è, riportando la premier alla sua dimensione reale nonostante tutti gli sforzi di cosmesi di questo anno e rilevando una volta di più che cos’è il Movimento 5 Stelle del suo camaleontico leader che oggi ha votato contro il Conte che era al governo. Ma la prova più evidente di inanità arriva da una Forza Italia che conferma il suo ruolo sempre più ancillare e secondario all’interno del governo, sempre più ruota di scorta della destra sovrani. 

L’europeismo di facciata di Tajani si sgretola nel voto alla Camera sul Mes, con la pavida scelta di non scegliere, mentre Fratelli d’Italia e Lega partono lancia in resta con i loro slogan anti Ue, facendo fare l’ennesima brutta figura all’Italia in una spaccatura interna alla maggioranza che nella Prima Repubblica avrebbe significato crisi di governo. 

In tutto questo, il ministro degli esteri, già degradato e spogliato delle sue prerogative dal decreto sul piano Mattei, si accomoda due passi indietro a Giorgia Meloni e Matteo Salvini, e si astiene nel tentativo, fallito, di salvare la faccia. Quella che ha perso e che non potrà più usare per giustificare il no dell’Italia alla ratifica del Mes davanti ai vertici del Partito popolare europeo, e al leader della Cdu in particolare che ora avrà seri motivi di riflessione.

 

P.S. In sostanza, come opposizioni, abbiamo avuto una chance clamorosa di “golden gol”: se avessimo votato tutti in modo compatto sul Mes, in presenza dell’astensione di Forza Italia, la destra sarebbe andata sotto. E a quest’ora [il riferimento è sempre alla giornata di ieri, ndr] Giorgia Meloni sarebbe al Quirinale a rassegnare le dimissioni. Questo non è avvenuto, e lei può ringraziare una persona sola se è ancora in sella: Giuseppe Conte. Perché, al dunque, il sovranismo e il populismo insieme nascono e insieme vivono.

 

Enrico Borghi

Capogruppo di Italia Viva al Senato

 

[Testo ricomposto sulla base di due post pubblicati dall’autore su fb]

Il futuro dell’Europa oltre il voto sul Mes

Il voto sul Mes ieri alla Camera ha diviso trasversalmente maggioranza e opposizioni, evidenziando affinità politiche non dichiarate, come quelle fra Fratelli d’Italia, Lega e Movimento Cinque Stelle, e altre, come quelle fra i partiti di centro sinistra, ricercate ma non sempre vistesi nei fatti.

Ci può stare che su un tema come il fondo salva-stati, che ha tenuto banco per oltre un decennio probabilmente senza mostrare il lato più attraente dell’Europa, le forze politiche ne abbiano fatto un’occasione per ribadire i loro rispettivi orientamenti ideologici. Purché la bocciatura del Mes non diventi un alibi per distogliere l’attenzione dalle priorità per l’Europa e dalle sfide che attendono il Paese e l’Ue nell’ormai prossimo 2024.

Occorre guardare avanti, non indietro, sia riguardo alla questione Mes che alla riforma del Patto di Stabilità, sulla quale è stata già raggiunta un’intesa di massima attorno alla proposta franco-tedesca.

Un’intesa che vedrà i tempi necessari per la sua ratifica dai parlamentari nazionali coincidere con il periodo di rinnovo degli organismi europei, che inizierà con il voto per il parlamento europeo di giugno. Passibile quindi di ulteriori aggiornamenti determinati sia dai processi politici intraeuropei che dall’evoluzione del quadro generale economico e geopolitico.

Ben sapendo che il sistema che ha governato le politiche di bilancio dell’Europa negli anni dieci, quello del primato delle regole, difficilmente potrà risultare applicabile fino in fondo a questi tempi. Tempi nei quali è soprattutto il manifestarsi delle emergenze, prima fra tutte quella inerente la sicurezza, a dettare i criteri per i bilanci.

La riforma dell’Ue, anche sul versante economico e finanziario, non potrà esser intesa come una mera questione interna, come una tappa pur decisiva di un processo di integrazione europea concepito in modo avulso da quanto avviene nel mondo.

Occorre piuttosto un impegno straordinario e a tutto campo per agire sui fattori che determinano e possono garantire la stabilità europea. E questo è possibile farlo se c’è qualcosa che fa da collante e da motore dell’Europa insieme e oltre i pur legittimi interessi nazionali. E questo qualcosa non può che essere un’idea del ruolo, della missione, dell’Europa in un mondo ormai caratterizzato da un crescente pluralismo dei centri decisionali.

Come ha in più occasioni ricordato Mario Draghi, si deve percepire la pressione dello stato di necessità per fare avanzare riforme improntate al principio di sussidiarietà per conferire al livello comunitario quei compiti che gli stati nazionali non sono più in grado di svolgere adeguatamente rispetto alla dimensione assunta da molti stati extraeuropei. Se non c’è adeguata consapevolezza di questa forte pressione che deriva dal semplice fatto che il mondo corre veloce e non sta certo ad aspettare i tempi dell’Europa, si rischia di non poter uscire dalla spirale dei veti incrociati che paralizzano le iniziative interne ed esterne, e dal labirinto di progetti di piccolo cabotaggio.

È mai possibile, ad esempio, che proprio mentre sul calcio l’Europa dimostra col progetto della Super Lega di essere attrattiva per i club di mezzo mondo, altrettanto non avvenga verso i Paesi della sponda meridionale del Mediterraneo che guardano più ai BRICS che all’Ue?

Il motivo principale di ciò probabilmente consiste nel fatto che fintantoché l’Europa non riesce a chiarire a se stessa quale debba essere il suo ruolo in un mondo molto cambiato, dove tutti rivendicato il proprio diritto allo sviluppo e all’autodeterminazione, nel quadro sancito dalle organizzazioni internazionali che però devono essere di tutti e non di una piccola minoranza dell’umanità, non potrà ambire a attrarre altri o quantomeno a esser considerata un attore globale.

L’Europa, che è attraversata sin dai tempi delle guerre balcaniche e ora più che mai con la guerra in Ucraina, dalle contraddizioni e dalle ferite derivanti dalla mancanza di un accordo riguardante un reciproco riconoscimento fra le potenze di questo secolo e la superpotenza del secolo scorso – senza il quale accordo è bene non illudersi circa la fine della “guerra mondiale a pezzi” – ha la necessità, innanzitutto per la propria sicurezza e per salvaguardare la propria economia, di avanzare una iniziativa su come giungere a una coesistenza pacifica fra i principali sistemi e blocchi in cui si articola il mondo attuale, all’interno della quale si possa giungere anche alla tanto auspicata “pace giusta” per l’Ucraina.

Credo, pertanto, sia auspicabile interpretare inquesto modo il voto sul Mes, in particolare del sì che ha compattato il centro che guarda a sinistra e lo stesso Pd.

La Voce del Popolo | Un favore, restituiteci la controversia

Umile preghiera di un democristiano: restituiteci la controversia. Non trascurate quella parte di noi che avete sempre criticato. Smettetela di raccontarci ogni giorno, con un pretesto o un altro, come un modello di flessibilità che si può adattare a ogni circostanza. Risparmiateci il dubbio favore di accomunarci un giorno alla Meloni, un’altra volta a Conte, un’altra volta ancora non si bene a chi. Quasi che ci si potesse inventare democristiani venendo dai suoi antipodi. 

L’ultimo a regalare l’epiteto democristiano è stato il premier albanese Rama verso Giorgia Meloni volendole fare un complimento. Ma nel lessico di casa nostra quell’epiteto ormai risuona più e più volte. Come una sorta di benevola, ammirata caricatura. Siamo grati a quanti ricordano questa antica sapienza, che oggi è largamente venuta meno. 

Ma la Dc non fu solo un eterno barcamenarsi nel mezzo dei contrasti degli anni scorsi (ormai lontani). Fu un partito controverso, non privo di spigolosità, chiamato ad af- frontare il mare in tempesta di un mondo diviso in due e di un’Italia piena di contrasti. Ne avemmo in cambio, noi e i nostri padri, molte insofferenze e qualche contumelia. Ora invece tutta l’animosità d’un tempo lascia il posto a un fervoroso riconoscimento. 

Peccato che si tratti di un riconoscimento largamente fasullo. Poiché la Dc non fu solo un metodo, e tanto- meno un’astrazione. Fu a suo tempo una scelta a cui si tenne fede in anni tutt’altro che facili. Raccontarla come si fosse trattato solo di un manuale di buone maniere, messo ormai a disposizione di chiunque, è un falso storico.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 21 dicembre 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La ricerca di unità nell’area dei democratici di ispirazione cristiana

Il 20 dicembre scorso, a Roma, un’altra importante pagina politica dei Popolari Democratici Cristiani si è realizzata, e forse la dovremo ricordare; questo grazie all’incontro delle maggiori forze politiche e di diversi autorevoli esponenti che si richiamano a questa storia, insieme si è dato vita ad un tavolo di confronto e lavoro con uno sguardo rivolto al presente ed al futuro, con le radici ben salde nei valori e nella più profonda ispirazione comune che ci contraddistingue.

Queste rappresentanze che nel tempo si sono  battute per affermare e riaffermare  la più vera ed autentica storia del Popolarismo Democratico Cristiano, se pur in sigle diverse per via della diaspora del 93’, si sono confrontate con grande spirito costruttivo e con interventi di altissimo spessore politico.

Nel 2019 si sono festeggiati i 100 anni dalla nascita del Partito Popolare Italiano e quest’anno ricorrono gli 80 dalla nascita della DC 1943 e 30 dalla sua dolorosa diaspora del 1993, e per questo l’omaggio migliore a questa storia a termine di quest’anno e alle porte del Natale, poteva altro non essere che un tavolo d’incontro e di lavoro fatto in maniera corale, proprio come avrebbero desiderato i padri fondatori di questa storia politica.

Nei fatti l’incontro del 20 dicembre ha fatto ribattere quel cuore plurale ed unitario che da sempre ha contraddistinto e caratterizzato proprio la Dc e prima ancora il Ppi, nelle sue varie anime e correnti, e soprattutto ha caratterizzato quella capacità d’incontro, confronto e sintesi che ha reso grande l’Italia e l’Europa nella società del dopoguerra.

 

Ieri dopo 30 anni, il cuore più  vero e più profondo di questa storia politica è tornato a rivivere con forza.

Il percorso è lungo,certo, ma non lontano, si è preso atto che occorre essere uniti, e proprio  grazie a questo incontro, la speranza ha ripreso forza e vigore, si sono aperte le porte per una fase terza, nuova e di volontà di vera rinascita comune, plurale ed unitaria per un progetto condiviso, aperto e plurale, in divenire per tutti.

Il giorno 10 gennaio dell’anno che verrà, ci sarà un’altro tavolo d’incontro e di lavoro di queste forze politiche a conferma di tutto questo.

Ora sta ad ogni uno di noi  che crediamo in questa storia politica lavorare affinché questo cuore abbia un unico volto una voce e pensiero plurale ed unitario allo stesso tempo, fondato sotto la stessa comune ispirazione; Il  Santo Natale ed il nuovo anno porti a noi tutti ed al paese la rinascita di quel sogno interrotto 30 anni fa che fece grande l’Italia, l’Europa e portò una politica di pace, benessere e prosperità nel mondo.

L’adesione di Tempi Nuovi al Pde rispecchia le scelte degli europeisti dc.

Caro Direttore, ho letto come sempre con interesse la riflessione di Ettore Bonalberti in replica alle conclusioni di Fioroni al comitato direttivo di Tempi Nuovi. Lo spirito di “correzione fraterna” a cui ci ha conformati la nostra pluridecennale appartenenza all’Azione cattolica mi porta però a dire che la lettura di Bonalberti è un po’ datata e anche poco approfondita, se posso permettermi. 

Il Pde non è il “partito di Macron”, anche se sono tra quelli che hanno sempre auspicato che l’alleanza in Francia tra il Modem (Movimento Democratico) di François Bayrou, presidente del Pde ed erede della tradizione democratico-cristiana francese, e Renaissance, il movimento di Macron, si potesse trasferire anche in Europa e al Parlamento Europeo nella comune appartenenza al Pde; e questo perché liquidare Macron come espressione del potere economico e finanziario europeo è non solo riduttivo, ma anche assai ingeneroso. 

Il Pde nasce dai democristiani innanzi tutto, ovvero dal Gruppo Schuman; da Guido Bodrato, Luigi Cocilovo, Franco Marini, Ciriaco De Mita, Romano Prodi, quando l’ingresso di Forza Italia e di altre forze conservatrici (il Partido Popular spagnolo, ad es.) hanno snaturato il Ppe facendolo diventare in Europa il perno del polo conservatore e sempre meno democratico cristiano. 

La nascita della Margherita e la felice intuizione di Rutelli di trasferire in Europa, nel Pde, il modello del partito plurale nel quale i cattolici democratici avevano ancora un ruolo da protagonisti, ha portato all’alleanza con i laico-liberali nel gruppo parlamentare dell’Alde prima e di Renew Europe poi. Alleanza con i liberali, ma non fusione, in un gruppo in cui cui il Pde ha gelosamente difeso la sua autonomia e la sua centrale vocazione liberale, sociale e riformatrice. 

D’altra parte basterebbe leggere il manifesto politico del Pde per ritrovare in esso l’essenza di una cultura politica di ispirazione cristiana a noi cara. Aggiungo che il nostro ruolo e quello più in generale di Renew Europe ha consentito di evitare che il Ppe scivolasse ulteriormente a destra; non è un caso che FI continui a dire che il suo obiettivo per le prossime elezioni europee non è la riedizione della maggioranza Pse-Ppe-RE (Pde, Renaissance e Alde party) ma una maggioranza di centro destra, senza i socialdemocratici, con Renew Europe e con i conservatori della Meloni (e magari pure di Le Pen, Salvini, Orbán e Afd) cosa che non ci vede, come Pde, assolutamente d’accordo e disponibili perché occorre la massima unità delle forze europeiste e democratiche. Questo è quanto ci tenevo a precisare, plaudendo sia all’adesione di Tempi Nuovi al Pde, sia alle indicazioni programmatiche di Fioroni. 

 

Gianluca Susta

Già Vice Presidente del Partito Democratico Europeo (Pde)

Centro, prendiamo sul serio l’appello all’unità rilanciato da Giuseppe Fioroni.

Beppe Fioroni, coordinatore nazionale di Tempi Nuovi-Popolari uniti, concludendo i lavori del direttivo a Roma nei giorni scorsi, ha giustamente sottolineato che l’area cattolico popolare e sociale appoggerà una lista di Centro alle prossime elezioni europee solo se si tratta di un progetto politico fortemente unitario e capace, al contempo, di mettere realmente in discussione quel ‘bipolarismo selvaggio’ che era e resta il vero vulnus per ridare qualità alla nostra democrazia, respiro alla cultura riformista e credibilità alle stesse istituzioni. 

Un progetto, quindi, che non può essere sacrificato sull’altare di nessuna bega personale o di posizioni che sono riconducibili ai rancori e alle vendette trasversali. Atteggiamenti, questi, che denotano solo una dimensione adolescenziale della politica e che rispondono a comportamenti squisitamente impolitici se non addirittura anti politici.

E un progetto centrista, autenticamente riformista e profondamente democratico, non potrà che essere culturalmente plurale. E questo non solo per richiamare, ancora una volta, la centralità del pensiero e della cultura cattolico popolare e sociale per ricostruire un luogo politico centrista, dinamico e innovativo. Ma per la semplice ragione che il Centro politico storicamente nel nostro paese è stato un presidio plurale. E oggi, e a maggior ragione, di fronte ad una sinistra radicale, massimalista e libertaria, ad un populismo ancora in sella e a settori della destra marcatamente sovranisti ed anti europeisti, quasi si impone la ricostruzione di un Centro e, soprattutto, di una ‘politica di centro’. Ma, per essere chiari sino in fondo, deve essere un Centro credibile ed affidabile. Nello specifico, deve essere espressione e manifesto di un progetto politico duraturo e non lo strumento per occupare qualche seggio al Parlamento Europeo. Detto in altri termini, l’esatto opposto di un banale ed incolore cartello elettorale.

Ed è per queste semplici ma essenziali motivazioni che l’area cattolico popolare e sociale si impegna per ricostruire un Centro politico, culturale e programmatico facendolo coincidere con il rinnovo del Parlamento Europeo e con una elezione che segna anche il potenziale ritorno di una Europa come è stata pensata, disegnata e progettata dai suoi fondatori ancorati all’ideale democratico e cristiano.

E l’unica risposta concreta può arrivare proprio da questa nuova e rinnovata progettualità politica.

Dove l’area cattolico popolare, accanto ad altre sensibilità culturali ed ideali, può ancora una volta giocare un ruolo politico decisivo e determinante. Con l’unica, se non esclusiva condizione, che si tratti realmente di un progetto politico di meglio/lunga durata e non legato alla sola contingenza politica. Perchè se la nostra cultura, i nostri valori e il nostro pensiero continuano ad avere una straordinaria attualità e modernità non è solo per la freschezza della loro origine ma anche, e soprattutto, per la coerenza e la serietà con cui sono stati declinati, vissuti e concretamente praticati nelle diverse fasi storiche del nostro paese.

Governanti o gladiatori? Una classe politica sempre più lontana dalla realtà.

C’è un quadro politico generale nel paese che allarma sempre di più la società civile, i corpi intermedi e il mondo dell’imprenditoria.

Ed è evidente soprattutto nel crescente clima da resa dei conti – come si fosse già in piena campagna elettorale – con tanto di duelli verbali, ora con rappresentanti delle opposizioni, ora con organismi sindacali, ora con singoli cittadini, senza alcun risparmio dei colpi bassi, nel palese obiettivo di mettere all’angolo ogni avversario politico.

La misura è tale che il groviglio che si è creato sul terreno politico-istituzionale nella miriade di attacchi accesi, e talora livorosi contro chiunque esprima giudizi critici e oppositivi che sta caratterizzando le performance mediatiche, e negli interventi in entrambe le camere (e di ieri l’approvazione della legge che limita la libertà di informazione) lo stile di Giorgia Meloni, come fosse in una permanente disfida tra gladiatori, in difesa ora  della manovra finanziaria, ora dei propositi sempre più destabilizzanti della figura e delle prerogative del Capo dello Stato, e un consistente indebolimento della rappresentanza parlamentare, dopo l’esplicito intervento del presidente del Senato, Ignazio La Russa, circa i reali obiettivi del disegno di riforma costituzionale sul cosiddetto premierato, rende inestricabile e fosco lo scenario politico, mentre le famiglie sono costrette a tirare sempre più la cinghia per far quadrare i conti a casa e la popolazione fluisce inarrestabilmente verso percentuali di denatalità, che sembrano oramai inconvertibili.

A dire il vero non solo questi sono stati gli argomenti di conflitto rovente.

Solo per completezza non possiamo trascurare il gran battage propagandistico e la grande eco sulla tv di stato (divenuta Tele Meloni a reti unificate) sugli accordi scoop con l’Albania in materia di immigrazione, bocciati sonoramente dalla Corte Costituzionale di quel paese; i frequenti annunci su una radicale riforma della giustizia, ove a tirar la polemica è persino il ministro della difesa Crosetto, con il pretesto di una parte della magistratura che trama contro gli altri poteri; i tentativi di giubilarsi e le antologie apologetiche che si leggono nei media interni come primaria protagonista nel consesso dell’Unione europea a fronte di magri risultati, mentre Germania e Francia, con l’intesa di ieri sul Patto di stabilità, rinverdiscono l’asse privilegiato che li ha visti protagonisti nei tanti anni di vita istituzionale dell’Europa.

E, come se la misura non fosse colma, si è finito con l’altalenante diatriba sul Mes, ove quasi come a cercare un solido alibi, per una prossima possibile firma, non si sono risparmiati atti di odiosi j’accuse, sventolati come coupe de theatre, con tanto di ricorso  al giurì d’onore della Camera dei deputati, da parte di Giuseppe Conte.

Manco a farlo apposta in un clima così rovente, da permanente botta e risposta, mentre però il governo continua ad andare per la sua strada, senza trovare nel merito dei provvedimenti, spesso usati per lanciare chiari segnali identitari e, come si dice, marcare il territorio, e non si vede alcuna forma di opposizione efficace, oltre le vampate mediatiche che durano il tempo di qualche giorno, il Censis ci descrive come sonnambuli in un paese dove sempre meno si ha la consapevolezza di quello che si sta effettivamente facendo.

In questo scenario, sempre più scomposto, ove si è aggiunto, in questi giorni, come ulteriore strumento  propagandistico, la festa di Atreju, in versioni autocelebrative, con tanto di megafono Rai, a riportarci una narrazione unidimensionale e gli immancabili franchisti come Santiago Abascal, la coalizione di governo sembra aver perso l’aderenza ai fondamentali, ossia a quella corrispondenza minima tra condizioni del paese e azione politica di governo, i cui obiettivi nella maggior parte delle volte appaiono più mirati a sostenere la propaganda di partito che di andare incontro ai problemi della gran parte della classe media e operaia.

Ma la disfida non ha come protagonista solamente la nostra premier.

Tiene banco in questi giorni nel campo del centrosinistra la proposta di Romano Prodi che indicando senza tentennamenti in Elly Schlein la più adatta tra i possibili federatori del centrosinistra si fa spin doctor della segretaria del Pd, tanto da far dire ieri a Giuseppe Conte che le alternative di costruiscono sui contenuti e non attorno alle persone.

Pur tra le incommensurabili differenze che ci dividono dai 5 Stelle, ritengo assai condivisibile la risposta che Giuseppe Conte – per un attimo ha risposto in perfetto stile democristiano – ha indirizzato al prof. Romano Prodi e al Pd, anche se si intravede tutta la strumentalità di tale affermazione inquadrata nel braccio di ferro che da tempo egli sta tenendo sul tema della leadership del cosiddetto campo largo, concepito principalmente come ipotesi di alleanza tra Pd e 5 Stelle.

In quella risposta piccata, con cui l’ex premier 5 Stelle ammonisce con determinazione che un’alternativa si può costruire credibilmente solo partendo da contenuti, temi e programmi, e non dagli uomini che ne devono guidare le attività politiche, c’è tutto il senso di una idea di politica che non si lambicca in laboratorio nel tentativo di identificare un modello di persona attorno a cui costruire un partito o una coalizione, ma che deve partire dagli ideali, da valori e contenuti per elaborare un progetto di paese e di convivenza civile e politica.

Al contempo non possiamo trascurare gli enigmatici passaggi che si colgono in filigrana in quell’intervista all’ex presidente del consiglio, ideatore della stagione dell’Ulivo, 

Non si capisce infatti in base a quale logica politica egli intraveda nella segretaria del Pd, la più plausibile tra le diverse ipotesi di possibile federatore del centrosinistra, senza pesare nel giusto conto, anzi ignorando, stranamente, le ragioni del dichiarato disimpegno dei tanti popolari che hanno preso il largo, cercando altri lidi, in risposta ad una segreteria che ha nettamente spostato l’asse del partito su posizioni massimaliste e radicali, come riconosciuto da autorevoli commentatori.

In quell’intervista si ricavano anche altre cose.

Non sono infatti pochi i segnali che frantumano l’annosa attesa di un possibile approdo ad una nuova stagione del proporzionale.

L’idea messa in campo sembra rafforzare il modello bipolare maggioritario, di cui se ne fece artefice Veltroni, basato sugli accordi preventivi sui programmi e sulla leadership apparendo lo strumento più efficace per aggregare una seria proposta alternativa al predominio delle destre.

Indubbiamente non poco peso avrà avuto per il prof. Prodi, nella proposizione di tale modello, la performance ingloriosa che ha mostrato l’esperimento centrista del Terzo polo, deflagrato nel giro di pochi mesi.

Eppure c’è ancora una parte dei popolari che guarda a quell’esperimento, in una riproposizione più allargata all’area cattolica, azionista e riformista. L’idea guida è che da quel crogiolo di forze politiche possa emergere un federatore, guardando con particolare interesse a Renzi e Calenda. Se ne coglie lo spirito nel documento varato, la settimana scorsa dal Comitato direttivo di Tempi Nuovi, di cui è coordinatore l’on. Giuseppe Fioroni.

Espressione di un pregevole momento di confronto all’interno di un processo di costruzione della ricomposizione dei cattolici in politica e di una solida area pluralista di centro, in esso si traggono tanti spunti e tante risposte sul come articolarsi sulle diverse questioni poste sul tappeto.

Così si alternano chiusure nette ad aperture incoraggianti. 

Di certo non si intravede un grande spazio politico all’idea di una aggregazione attorno alla proposta della Dc, espressa anche nel mio articolo su questo stesso giornale dell’8 dicembre scorso, di fare una lista comune denominata “Liberi e Forti” di ispirazione popolare per le prossime elezioni europee, quando si afferma:”..ma neppure accettiamo un’aggregazione transitoria, di pura convenienza, solo per mettere a segno un qualche risultato elettorale (ammesso che sia positivo)..”.

Vien da chiedersi, allo stato delle cose,quali sondaggi nascosti stiano alimentando tra questi amici aspettative così ambiziose.

Tuttavia questo primo giudizio poco sembra raccordarsi con il passaggio successivo:   “..L’entusiasmo si genera se proviamo a dare forma e sostanza a un’idea di “umanesimo democratico”: contro le deformazioni o lo svuotamento della democrazia..”, ove si da  l’impressione che si possa trovare uno spiraglio di confronto positivo per un progetto di comune azione politica.

E vien da chiedersi, in questo caparbio rimarcare allusivamente il coinvolgimento di un più ampio elettorato centrista – sicuramente con il pensiero alle forze azioniste e cattolico-democratiche di Azione e di Italia Viva, che peraltro hanno dimostrato netta incompatibilità a stare insieme – come si fa a proporre una lista unica in presenza di adesioni diversificate alle famiglie politiche europee (Ppe,Pse,Pde, Renew Europe)?

Va da se pertanto che un’occasione di incontro servirebbe anche a far chiarezza su queste incoerenze.

Molto più pregnante e condivisibile  mi pare, invece, l’idea di centro come delineato nel documento.

“..Il centro a cui siamo interessati non vive nell’ossessione dell’equidistanza e della moderazione, sebbene vi sia della verità in queste parole della politica; ma vive soprattutto nel dinamismo di riforme che servano ad allontanare l’Italia dalle false aspettative..”.

Mi pare il giusto manifesto per sostenere ad ampio raggio una comune azione che non può in primo luogo disperdere ma deve saper trovare la forza di aggregare una realtà ancora assai frantumata.

Basta guardare alle sfide del momento sia al nostro interno, che sul versante geopolitico, dove proseguono senza sosta due guerre cruente, in confronto alle quali si assiste ad una crescente e preoccupante assuefazione di buona parte dell’opinione pubblica, e altri conflitti latenti, pronti ad esplodere, perché non si  possa avvertire come un dovere morale verso quella parte di elettorato che ancora oggi disorientato si attende un nuovo protagonismo politico da quella fucina di valori e di ideali che furono la linfa vitale del protagonismo dei cattolici, il superamento di talune specificità identitarie che oggi non ha più senso rappresentare isolatamente e separatamente, in un quadro di ricomposizione nell’ampia matrice culturale e di valori che fu la scuola politica democristiana.

Così diviene quasi anacronistico alimentare ancora quelle che oggi appaiono come pretestuose ragioni di divisione al cospetto di un quadro di orizzonti comuni che trovano soprattutto nella promozione della convivenza pacifica come condizione primaria per la tutela della vita e la fiducia nel futuro, e nella indifferibile difesa della Costituzione, e del suo sapiente impianto soprattutto con riferimento al giusto mantenimento dell’equilibrio dei poteri, dagli attacchi apertamente demolitori da parte di una cultura di destra che sembra voglia riscrivere la storia recente, nella difesa del lavoro come fonte insostituibile di mantenimento e di miglioramento della esistenza di ciascuno,che attende politiche capaci di rendere la produzione e la redistribuzione della ricchezza compatibile con le nuove tecnologie e al contempo suscettibile di dare una concreta soluzione all’accumularsi di una questione sociale che tocca sempre più continenti, una prima incoraggiante affinità.

È, in altre parole, una sfida per il paese e per un nuovo modello di convivenza tra popoli cui non possiamo sottrarci.

C’è in essa tutta la tensione di un’epoca che volge tumultuosamente verso trasformazioni impensabili fino a pochi decenni fa.

Questo scenario reclama politiche di sapiente gradualità dei processi di sviluppo e di attuazioni dei programmi di riduzione delle diverse fonti di inquinamento e delle nuove tecnologie di passaggio alle nuove fonti energetiche improntate ad un modello globale di Umanesimo integrale, mentre la transizione geopolitica deve credibilmente ispirarsi a confronti permanenti su tavoli di mediazione multilaterale, a cominciare da un’Europa più protesa  su politiche ed ordinamenti comuni sui temi cruciali della convivenza civile e politica.

In altre parole dobbiamo recuperare l’idea precipua del “bene comune”.

La Dc nell’idea di una lista unitaria Liberi e Forti e una inequivoca affiliazione al Ppe, è pronta a confrontarsi subito se davvero si è nell’idea di voler ripartire con obiettivi comuni e per un Europa federale, più equa e solidale.

Noi non ci saremo. I Nomadi tra universi sognati e speranze ritrovate.

Vedremo soltanto una sfera di fuoco / Più grande del sole, più vasta del mondo / Nemmeno un grido risuonerà / E solo il silenzio come un sudario si stenderà / Fra il cielo e la terra, per mille secoli almeno / Ma noi non ci saremo”. Inizia così uno dei successi più graffianti di ogni tempo – “Noi non ci saremo” – della beat rock band de I Nomandi. Era il 1966 e Francesco Guccini da compositore regala una perla, una preghiera, un manifesto di impegno. 

I Nomadi con il loro beat rock hanno contribuito allo sviluppo del pensiero critico di generazioni e tracciato nuovi percorsi sonori nelle varie collaborazioni anche nel post Daolio. L’armonia eclettica e la voce carismatica di Augusto Daolio ci ha riportato in mondi lontani, universi sognati, ecosfere sociali e forse, perché no, anche speranze ritrovate. 

“Noi non ci saremo”, dal mio punto di vista, è una canzone che parla del pianeta, dell’andare in giro, della mancanza di qualcuno che si è lasciato a casa, la casa comune, la comunità. “Poi per un anno la pioggia cadrà giù dal cielo / E i fiumi correranno la terra di nuovo / Verso gli oceani scorreranno / E ancora le spiagge risuoneranno delle onde / E in alto nel cielo splenderà l’arcobaleno / Ma noi non ci saremo / Noi non ci saremo”. Le parole “piombali” di questo brano logo-terapeuticamente scavano in noi stessi e nei labirinti del mondo, della natura, dell’anima che ci contiene e ci lega. I Nomadi entrano nei sotterranei inconsci della persona, della società, del sentimento profondo delle città. “E il vento d’estate che viene dal mare / Intonerà un canto fra mille rovine / Fra le macerie delle città”. 

La connessione che Guccini descrive e che la voce di Daolio interpreta nel suono rock beat del gruppo risplende oggi nella modernità rappresentata da Papa Francesco quando ci ricorda che “l’unità è superiore al conflitto” e che siamo pars pro toto, parte di un tutto. “Fra case e palazzi che lento il tempo sgretolerà / Fra macchine e strade risorgerà il mondo nuovo / Ma noi non ci saremo/ Noi non ci saremo”. La sociologia del brano è un appello al pensiero critico ed attivo, ci fa riflettere sull’orrore della guerra, del conflitto, dell’abbandono, del disagio sociale, della cattiveria e delle disuguaglianze quotidiane. E ancora riflette sulla ricerca del “progresso spasmodico” che rende ogni cosa nulla dinanzi al ciclo inevitabile dell’essere. Desideri, auspici, pensieri, ricordi ma anche futuro e impegno. Un’elaborazione del pensiero sociale che una performance testuale così densa di tensione emotiva si abbandona al pianto e alla malinconia per poi “risorgere” nell’energia connessa al riscatto di ogni persona nel solco della solidarietà con uno sguardo al divino, in una sorta di teologia del nostro essere. 

E dai boschi e dal mare ritorna la vita / E ancora la terra sarà popolata / Fra notti e giorni il sole farà le mille stagioni/E ancora il mondo percorrerà / Gli spazi di sempre per mille secoli almeno / Ma noi non ci saremo / Noi non ci saremo / Noi non ci saremo”. La strada che ci hanno suggerito i Nomadi è già tracciata e sta a noi – persone – intraprenderla nella ricerca permanente di scoprire l’umanità, o meglio l’umano, ogni giorno.

Toni Negri, l’intellettuale radicalmente politico che faceva guerra alla realtà

Quella di Toni Negri è stata una vita movimentata. Solo a scorrere le iniziative di cui si è reso protagonista emerge l’urgenza che evidentemente lo ha animato nel muovere le acque, l’opposto di “quieta non movere e mota quietare” di insegnamento latino. 

Sembra quasi che, ovunque fosse, avesse poi l’esigenza di rompere il giocattolo per inventarne subito un altro. Forse tutto questo sapendo leggere più di altri i limiti della realtà in cui si era riconosciuto o perché animato da un protagonismo non indifferente o per la incapacità di accettare i limiti di ogni esperienza umana e la fatica di condividere la mediazione delle scelte con gli altri compagni di avventura.

Da principio è stato nel Partito Socialista. Quindi chiama un distinguo dando vita al Movimento Socialista Indipendente. Fonda il mensile “Quaderni Rossi” e aderisce alla rivista “Classe operaia”. Ancora inquieto fonda la Marsilio Editore. A seguire aderisce a Potere Operaio e diventa fondatore di “Controinformazione” e di “Autonomia Operaia”. Occorre ovviamente ricordare la qualità dei suoi incarichi di docenza universitaria e dei suoi studi filosofici.

La stagione degli anni di piombo scatenò un ampio dibattito in merito al ruolo di fiancheggiamento dei movimenti extraparlamentari a sostegno della violenza terroristica. Si polemizzava sulle mancate esplicite condanne e sui silenzi e i distinguo che contribuivano ad una difficoltà di messa a fuoco delle identità di quei movimenti che mancavano un ripudio netto del sangue sparso dai terroristi dell’epoca.

Negri, coinvolto nel processo “7 aprile”, conosce oltre 4 anni di carcere preventivo, accusato di complicità politica e morale con le Brigate Rosse. Al termine del processo è condannato a 12 anni di carcere a cui si dovranno aggiungere quelli per associazione sovversiva e concorso morale nella rapina di Argelato.

Nel 1983 è eletto al Parlamento nel Partito Radicale ma dopo pochi mesi scappa in Francia. Dopo un patteggiamento con la giustizia tornerà in Italia per scontare altri 2 anni di carcere a cui seguirà un regime di semilibertà e nel 2003 la libertà definitiva. Se ben si è letto, questa in sintesi la storia.

Lo hanno chiamato “cattivo maestro”. Cattivo viene dal latino “captivus” cioè prigioniero. Si ha l’impressione che Negri, soprattutto in quel contesto storico, sia stato, come molti, prigioniero di se stesso e della sua ideologia e che con il suo credo abbia influenzato parte di una gioventù che guardava ad un mondo migliore e più giusto del quale si ha sempre in ogni tempo bisogno.

Secondo Capanna predicava l’insubordinazione di massa contro le malefatte del capitalismo. Ebbe cadute “violentiste” ma non fu un terrorista. Deaglio dice che sulla violenza di classe Negri ne era assolutamente a favore ma sosteneva che fosse un logico portato dello sfruttamento del capitalismo. Era insomma una cosa spontanea e non organizzata. Aggiungeremmo, una inevitabile reazione alle provocazioni dei regimi di allora. In parole povere la violenza di una parte come fatale naturale conseguenza della violenza di un’altra parte. 

Il limite di un pensiero di tal genere è stato nell’immaginarne la condivisione delle “masse” operaie o popolari qualsivoglia. La storia dice che non ci fu alcuna rivoluzione. 

Quella interpretazione della realtà fu del tutto marginale nel paese. Il sistema istituzionale politico dei partiti di massa, compresi quelli d’opposizione, rimase al suo posto e sul campo rimase solo il sangue sparso da terroristi sempre più isolati nel loro delirio di cambiamento di una società che non voleva seguirli.

Il Ministro Sangiuliano ha dichiarato che “una cosa è l’espressione delle idee, un’altra è la pratica materiale della violenza”. Insomma, par di capire, si può giudicare l’uomo ma non il suo pensiero.

Caravaggio fu certamente un genio pittorico malgrado una vita dissoluta dove non mancò neanche l’assassinio. 

Da sempre si dibatte in merito al valore più o meno necessario della coerenza tra l’azione e la qualità dell’uomo e l’opera dell’artista.

Se non nelle arti, almeno in politica, la coerenza, per ciò che comporta di suggestioni ed eccitazioni, non è proprio un dettaglio trascurabile. Si ha l’onere di essere esempi permanenti del proprio pensiero.

La coerenza è un avere idee strettamente unite, attaccate logicamente tra di esse e non in modo contradditorio, a sua volta tradotte in omogenei comportamenti quotidiani. 

La fuga in Francia rappresentò un momento di caduta della vita di Negri, tanto più dopo essere stato eletto come rappresentante del popolo in Parlamento. 

Avrebbe potuto comunque riparare in Francia evitando al Partito Radicale una gran brutta figura. Quanto ai suoi compagni di lotta non valse, almeno in una fase, il motto latino “simul stabunt simul cadent”. 

Tirare il sasso e nascondere la mano senza preveggentemente preoccuparsi se poi l’ispirazione di quel sasso, raccolto da eventuali prossimi terroristi, sia diventato valanga di morte non è responsabilità da poco.

Guttuso dice che un uomo non si giudica per le idee che ha ma per come le ha servite. Falcone di rimando ammonì che gli uomini passano, le idee restano.

Pur essendo incontestabile il valore dei suoi studi scientifici, Negri ha avuto idee, come tutte le idee, oggetto di critica e di censura e che non devono ritenersi immacolate. Quanto all’uomo avrebbe potuto essere utile il richiamo alla regola per la quale “l’uomo fa il ruolo ed il ruolo fa la persona”. In questo senso qualcosa per certo è mancato.

Cattolici, Enzo Bianchi coglie nel segno. Serve presenza politica, non saccenza intellettuale.

In un editoriale su Repubblica il monaco laico Enzo Bianchi avanza una riflessione degna di nota. In sostanza, dice Bianchi, i cattolici nella vita pubblica italiana non ci sono più, al di là di ciò che capita concretamente nel centro destra e nella sinistra. Perché, anche se abbiamo una coalizione di governo che sbandiera continuamente il richiamo ai valori cristiani e cattolici e una sinistra che, purtroppo, registra l’assenza della cultura cattolico democratica, popolare e sociale, semplicemente – dice il Nostro – è venuta a mancare la presenza di quei cattolici che sono ancorati al messaggio conciliare e al magistero di Papa Francesco. Il tutto, conclude Bianchi, frutto anche della prassi inaugurata dal cardinal Ruini all’inizio degli anni ‘90 quando i Vescovi, di fatto, hanno sostituito nel rapporto con la politica e il potere il ruolo tradizionale svolto per molti

decenni dal laicato cattolico. 

Quello che, per dirla in breve, ha fatto per quasi 50 anni la Democrazia cristiana attraverso la sua autorevole e qualificata classe dirigente. Ora, è abbastanza evidente che Bianchi coglie nel segno. Soprattutto quando lamenta l’assenza politica e culturale di una componente specifica del laicato cattolico. Ovvero, quello che comunemente viene definito come cattolicesimo popolare e sociale. Perché è inutile negare che quella cultura, quel pensiero e quella tradizione si sono progressivamente affievoliti se non del tutto scomparsi nella cittadella politica italiana. 

Nella sinistra perché il nuovo corso della Schlein ha inaugurato una fase dove la cifra radicale, massimalista e libertaria ha soppiantato, di fatto, quella feconda pluralità culturale che aveva caratterizzato la vita di quel partito per alcuni anni. Nella destra perchè da quelle parti la tradizione del cattolicesimo politico è storicamente un corpo estraneo a vantaggio di un approccio grossolanamente integralista e confessionale. Non citiamo i 5 stelle perchè si tratta di un partito populista antropologicamente alternativo alla cultura del cattolicesimo politico italiano. 

Per quanto riguarda il costituendo Centro è abbastanza evidente che quello spazio politico resta il luogo politico privilegiato e più coerente per declinare, laicamente, la cultura e la tradizione del cattolicesimo popolare e sociale. A due condizioni, però. E cioè, che sia un luogo politico culturalmente plurale e che, soprattutto, sia caratterizzato da una leadership diffusa. Insomma, l’esatto contrario dei ‘partiti personali’ e dei ‘partiti del capo’.

Ecco perchè l’invito di Enzo Bianchi, lo ripeto, non può e non deve essere sottovalutato. E l’assenza dei cattolici nella politica contemporanea, per riprendere le sue parole, merita adesso una puntuale ed attenta riflessione. Al di là della propaganda spicciola, della convegnistica autoreferenziale e della presunzione intellettuale di rappresentare l’intero mondo cattolico in politica in virtù della propria saccenza culturale e moralistica.

Dibattito | Tempi Nuovi si contraddice, auspica l’unità dei Popolari ma sceglie Macron.

Il 14 Dicembre scorso si è riunito il comitato direttivo nazionale di Tempi Nuovi. Il giorno dopo, su questo spazio online, è stato pubblicato il testo dell’introduzione del coordinatore, Giuseppe Fioroni. Non sapendo se, alla fine sia stato approvato un documento, posso solo fare riferimento a quanto indicato da Fioroni nel suo intervento.  Credo sia quanto mai interessante e condivisibile quanto da lui affermato: “Occorre da un lato ricomporre l’area cattolico popolare e sociale, oggi ancora frammentata e troppo dispersa o ridotta a giocare un ruolo del tutto ininfluente, se non addirittura inutile, sia a destra che a sinistra; come pure, dall’altro, rilanciare un Centro dinamico, innovativo, riformista e di governo attraverso la riscoperta di una vera e credibile “politica di centro”. Obiettivi che richiedono, però, uno sforzo di unità e di inclusione che superino definitivamente ed irreversibilmente le piccole meschinità, personali e politiche, a cui abbiamo assistito in questi ultimi tempi in un campo che era e resta decisivo per il rinnovamento e il cambiamento della politica italiana. Perché un luogo politico centrista e riformista non potrà che essere culturalmente plurale e con una leadership diffusa. Dove, cioè, vince il pluralismo e la convergenza di più culture politiche per riaffermare con forza e convinzione un progetto politico che sia in grado di battere alla radice quel bipolarismo e quella radicalizzazione della lotta politica che erano e restano nefasti per la qualità della  nostra democrazia”.

Una proposta che, tuttavia, contraddice nel suo proposito di ricomporre, quanto lo stesso Fioroni, poco più avanti afferma: “Tempi Nuovi ha pertanto aderito al Partito Democratico Europeo perché sicuramente, più di quanto possa accadere stando nel Partito Popolare Europeo – tradizionale luogo di convergenza storica, fino all’ingresso di Forza Italia e del Partido Popular, dei partiti di autentica matrice democratico cristiana – questa scelta garantisce il prosieguo della cooperazione tra le grandi famiglie dell’europeismo, in contrasto con l’avventura di un governo europeo di tipo conservatore, fatalmente esposto alle insidie della destra nazionalista”.

Come ho avuto modo di esporre in un mio precedente articolo (https://ildomaniditalia.eu/dibattito-uniti-alle-europee-occorre-superare-la-diaspora-post-dc/) “il discrimine da condividere alle europee dovrebbe essere la scelta a sostegno del Partito Popolare Europeo, l’unica famiglia politica nella quale possiamo collocarci in continuità con la scelta dei padri fondatori: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman. Guai se favorissimo, con scelte divisive e miopi, il tentativo della Meloni di collegare i conservatori e la destra europea al Ppe perché, a quel punto, di ricomposizione della nostra area politico culturale ne parleranno i nostri nipoti”.

Non comprendo perché i Dc e i Popolari dovrebbero cambiare la loro naturale collocazione nella casa fondata dai padri, per inserirsi in quel partito di Macron, espressione dei poteri finanziari a livello europeo e mondiale, lasciando la strada aperta nel Ppe ai partiti dell’area di destra e moderata della politica italiana. Meglio lasciare questa, a mio parere errata direzione di marcia, al leader di Rignano sull’Arno, Matteo Renzi, noto consulente e relatore ai seminari di studio di quei poteri. Renzi che, da leader del Pd, non fu una della cause delle difficoltà di diversi amici Popolari a restare in quel partito nel quale, come ben ammoniva Carlo Donat Cattin “è sempre il cane che muove la coda?”.

Come ho ripetuto più volte, impegniamoci prima a raccogliere le firme per la presentazione di una lista unitaria della nostra area alle elezioni europee, ricompattando a livello territoriale le diverse componenti, sin qui sparse e/o disperse, preparando in tal modo il terreno per riproporre le nostre indicazioni di programma dettate dalla lettura dei bisogni della società italiana, alla luce dei principi della dottrina sociale cristiana e della fedeltà ai valori della Costituzione repubblicana, alle successive elezioni amministrative e alle politiche nazionali.

Rallenta l’economia cinese, nessun sorpasso sugli Usa.

La crescita della Cina sta rallentando sempre più, tanto che la previsione che il suo Pil possa superare quello degli Stati uniti sarebbe ormai velleitaria. Lo afferma uno studio del Japan Center for Economic Research (JCER), un think tank governativo nipponico, nel suo Nona Previsione economia asiatica a medio termine, che effettua proiezioni di crescita di Pil per 18 paesi e regioni dell`Asia-Pacifico fino al 2035.

La stima è che il Pil reale della Cina possa avere un tasso di crescita nel 2029 inferiore al 3% e dell`1% nel 2035. La differenza nel Pil tra Usa e Cina sarebbe nel 2035 di 10.600 miliardi di dollari, circa il doppio della precedente stima pubblicata nel 2022.

“I problemi del settore immobiliare e le relative preoccupazioni per la crisi finanziaria, i timori che l’amministrazione Xi Jinping del terzo mandato diventi una dittatura, un declino della popolazione oltre le aspettative e vari altri rischi gettano un’ombra sul futuro della Cina, rendendo quasi impossibile la sua ambizione di diventare la più grande economia del mondo”, afferma la stima del JCER.

Il rallentamento della Cina, però, potrebbe non essere indolore per il resto del mondo. Secondo uno degli scenari prospettati da JCER, questa frenata “si diffonderà al resto del mondo sotto forma di commercio stagnante. Supponendo che il volume del commercio globale scenda allo stesso livello del perio dello shock Lehman, i tassi di crescita reali di paesi e regioni diversi dalla Cina saranno inferiori di circa 1 punto percentuale rispetto allo scenario di base”.

Mattarella esalta l’impegno del corpo diplomatico al servizio della pace

[…]

Signore Ambasciatrici, Signori Ambasciatori,

in un quadro tanto complesso, la scelta multilaterale dell’Italia si declina anche nel convinto sostegno all’azione delle Nazioni Unite, fulcro di quella architettura di governance mondiale oggi così palesemente sotto pressione.

Si tratta di una crisi di fiducia che si manifesta sovente nella contrapposizione, per molti versi pregiudiziale nella sua artificiosità, fra Occidente e resto del mondo e che tende ad aggregare, in questa denominazione, condizioni anche con molte differenze – di volta in volta economiche, sociali, di assetti istituzionali, di rispetto dei diritti umani – cercando di accantonare, nell’immagine, incompatibilità e interessi discordanti.

Il patrimonio di valori che si intende definire come occidentali corrisponde, in realtà, a molti dei documenti fatti propri dagli Stati nell’ambito delle Nazioni Unite: Stato di diritto, diritti umani, diritti dei popoli nella accezione più ampia.

Sul piano dell’architettura di governo multilaterale – miglior baluardo alle spinte destabilizzanti che stiamo sperimentando – occorre restituire slancio a una riforma che renda più efficaci i meccanismi spesso tuttora cristallizzati a immagine del secondo dopoguerra, come pocanzi cercavo di ricordare.

Si tratta di un processo evolutivo, che richiederà tempo e realismo e che attiene, in primo luogo, ad una revisione di quegli strumenti di governo economico mondiale, che oggi rappresenta una priorità per i Paesi del Sud globale.

L’Europa ha il dovere e l’interesse strategico di lavorare con quei Paesi che condividono i principi democratici e che sollecitano, tuttavia, maggiore attenzione alle loro istanze. Uno sviluppo equilibrato delle regioni del mondo è nell’interesse di tutti.

L’Italia si trova in una condizione privilegiata per contribuire a questa azione.

Con l’assunzione della Presidenza del G7, avremo la possibilità di dare ulteriore impulso a molte sfide globali, tra le quali trovano posto quella dei flussi migratori e quella della sicurezza alimentare. Tematiche fra loro strettamente connesse, soprattutto nel continente africano.

Al centro della Presidenza italiana vi sarà anche il tema dell’Intelligenza Artificiale: un avanzamento scientifico che apre all’umanità opportunità di affrontare e risolvere problemi che credevamo al di là delle nostre possibilità, ma che espone al tempo stesso al rischio di pericolosi condizionamenti nell’informazione, di intrusioni nella sfera privata dell’individuo, di mutamenti radicali degli assetti produttivi, di potenziale crescita del già rilevante divario fra ricchi e poveri, fra forti e deboli. In ultima analisi a un rischio di tenuta per i sistemi democratici.

Si tratta di una prospettiva di grande valore che andrà adeguatamente e sollecitamente governata per trarne tutta la portata positiva.

Desidero concludere ringraziandovi per l’attenzione e augurando a tutti voi buon lavoro per questi due impegnativi giorni di approfondimento e per l’anno laborioso che ci attende.

Assegno di Inclusione, per le Acli meno efficace  rispetto al Rdc.

“L’Assegno di Inclusione (ADI) rappresenta un passo indietro nella lotta al contrasto alla povertà che continua ad aumentare: i poveri assoluti oggi in Italia sono intorno ai 6 milioni”. Lo ha dichiarato il presidente nazionale delle Acli, Emiliano Manfredonia. “Il Reddito di Cittadinanza, una misura non perfetta che sicuramente aveva bisogno di correzioni, era di fatto universale e ha aiutato, in un momento complicato, milioni di cittadini. L’Adi, secondo l’analisi fornita dall’Ufficio parlamentare di bilancio, porterebbe alla diminuzione delle risorse di circa 2 miliardi e il 58% delle famiglie che percepivano il Rdc, pari a circa 800mila persone, resteranno senza alcun sostegno economico. Anche per questo motivo oggi è necessario rendere finalmente strutturali le politiche di contrasto alla povertà, con una presa in carico reale delle persone in difficoltà e con la creazione di infrastrutture di welfare permanenti”, ha aggiunto Manfredonia.

L’Assegno di Inclusione, il nuovo strumento di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale che sostituisce il Reddito di cittadinanza, si può richiedere a partire da oggi 18 dicembre.

Per le domande presentate dal 18 dicembre al 31 gennaio 2024, e completate con la sottoscrizione del Patto di Attivazione Digitale (Pad) entro lo stesso mese, la decorrenza del beneficio sarà riconosciuta da gennaio 2024. “Questa apertura è stata effettuata dall’Inps su pressione dei Patronati e delle Parti Sociali per evitare una ‘corsa alla domanda’ entro la fine dell’anno, quando i tempi erano troppo stretti per dare a tutti la possibilità di inviarla”, ha dichiarato il presidente nazionale del Patronato Acli, Paolo Ricotti. “Metteremo a disposizione l’intera rete territoriale delle nostre sedi, invitando tutti da ora, comunque a non attendere gli ultimi giorni di gennaio 2024”, ha aggiunto.

La nuova prestazione economica è rivolta ai nuclei familiari che includono almeno una persona disabile, minori, over 60 o in condizioni di svantaggio. Stando alle prime stime dell’Inps, la misura riguarda oltre 737mila nuclei familiari. Di queste, 348.100 hanno al proprio interno un minore, 215.800 una persona disabile, 341.700 un anziano.

La domanda, riepiloga il comunicato, può essere presentata sul sito dell’Inps, tramite Spid o attraverso i Patronati e, dal primo gennaio 2024, anche attraverso i Caf. Una volta compilata e inviata la domanda di Assegno di Inclusione, si dovrà procedere contestualmente all’iscrizione alla piattaforma SIISL (Sistema Informativo per l’Inclusione Sociale e Lavorativa) e alla successiva sottoscrizione del Patto di Attivazione Digitale (PAD) del nucleo familiare. Il beneficio economico viene erogato attraverso uno strumento di pagamento elettronico ricaricabile, denominato Carta di Inclusione.

Il mistero della preghiera, la forza dell’umiltà.

Foto di Jan da Pixabay
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Quando chiesi al Cardinale Carlo Maria Martini in che misura la via del silenzio, della meditazione e della preghiera può essere fonte di rivelazione e di incontro con Dio, mi rispose con parole che debbo trascrivere, tanto sono ricche di pathos, accessibili a tutti e umane.

Non dogmatiche ma aperte e universali: le rileggo ogni tanto per trovare una spiegazione all’idea di fraternità e a quella di affidamento, che sono due buone ragioni per dare un senso al transito terreno, a qualunque credo ci si ispiri e persino per i non credenti, quel popolo di Dio che il Cardinal Martini amava in modo particolare e verso il quale prestava attenzione e ascolto.

“Francamente se dovessi dire alla fine della mia vita qual è il fondamento razionale della preghiera, non saprei dirlo. Prego perché Gesù ha pregato, prego perché il Signore ci invita alla preghiera, prego perché la preghiera è un mistero che ragionevolmente non sembra spiegabile. La preghiera ci mette nel cuore di Dio, nella sua mente, allarga la dimensione dello spirito. Nella preghiera sincera talvolta sgorgano delle lacrime: queste lacrime sono benedette quanto un battesimo, dobbiamo pregare per ottenere il dono delle lacrime. Una lacrima di pentimento scioglie la durezza di cuore e irriga la pianura desolata della nostra anima. La via del silenzio è irrinunciabile. Quanto più crescono le responsabilità, tanto più cresce il bisogno di tempi di silenzio. E d’altra parte la parola è un dono che comprende l’imprevedibilità appassionata di Dio e che ci coglie nella nostra sprovvedutezza. Soltanto così si rivela come parola vivente, che ha da dirci qualcosa di nuovo che non conosciamo ancora, se ci mettiamo di fronte ad essa in reale ascolto”.

Credo che in questa spiegazione che mi fu data stia tutta la grandezza e l’umiltà di un interlocutore di eccezione, un dono di grazia: la pacatezza e i toni miti e rasserenanti di queste parole hanno le sembianze di un’illuminazione disvelatrice, colmano il vuoto di quella inadeguatezza esistenziale di cui siamo inevitabilmente portatori e che riscopriamo ogni volta in cui – come in una sorta di “ricapitolazione di tutte le cose della nostra vita” (come direbbe San Paolo), ci immedesimiamo nella riflessione e nel raccoglimento.

È questa la Chiesa che amo e che ritrovo oggi nell’enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco: immersi nelle diaspore e nelle fatiche dell’esistenza, sofferenti per tutte i disagi della vita quotidiana ci trovo un valore oggi caduto in disuso: la ‘motivazione’, che sa dare forza ai convincimenti, e stempera i dubbi che ci assalgono nelle relazioni umane. Come scrisse Charles Peguy “la fede che più amo è la speranza”.

Guardare oltre, vedere lontano, provare la folgorazione di un attimo di intensità e raccoglimento. Così come ripenso spesso a ciò che ebbi la fortuna di ascoltare dal Cardinale Ersilio Tonini, quando trascorsi una giornata con lui nella casa per religiosi di Ravenna. “Mio papà – come ho detto era un salariato agricolo (un bifolco) – un certo giorno, quando un mio fratello di 17 anni, un muratore ‘magnifico’, aveva deciso di lasciare la famiglia per andare in America a raggiungere una zia che lì aveva fatto dei soldi,  ci riunì tutti (5 figli, di cui tre maschietti) e disse: “Vostro fratello vuole andare in America per fare un po’ di soldi ma io non ho piacere”. “Ragazzi, tenetevi bene in mente quello che vi sto dicendo. Ciò che conta nella vita sono tre cose: un pezzo di pane, volersi bene e la coscienza netta”.

“Un contadino, quando morì mio padre, mi raccontava dei tempi di quando dormivano nella stalla: ‘alla sera spegnevamo il lumino alle sei e ci svegliavamo alle quattro che fumava ancora“. “Tutto questo, però, senza mai maledire la fatica o il lavoro: fare il proprio dovere fino in fondo”.

Aveva appeso a fianco alla scrivania un Crocifisso e sopra una grande foto che lo ritraeva con sua madre. Dopo avermi parlato di filosofia, di Platone, Aristotele, Kant, Hegel conoscendo a menadito i libri che in numero impressionante riempivano due grandi scaffali, aveva riassunto con quelle parole il vero senso della vita: “Un tozzo di pane, volersi bene e la coscienza netta”. Mi serve e mi aiuta ripensarle spesso: mi chiedo quanto oggi siano dimenticate e quali siano le conseguenze di questo oblio nelle tassonomie di valori della nostra quotidianità, confusa da parole diverse, opinioni irricevibili, sentimenti divisivi e laceranti.

Dobbiamo fermarci un attimo in questa corsa frenetica verso l’ignoto, recuperare i valori veri della vita.

La Chiesa benedice…le benedizioni anche alle coppie omosessuali

Un prete cattolico può accogliere la domanda di una benedizione avanzata da coppie in situazioni irregolari dal punto di vista del diritto canonico e da coppie di persone dello stesso sesso. Ma deve avvenire in un modo che renda chiaro che questo tipo di benedizione è qualcosa di diverso dal sacramento del matrimonio. È quanto afferma la dichiarazione Fiducia supplicans sul senso pastorale delle benedizioni, approvata da papa Francesco e pubblicata dal Dicastero per la Dottrina della fede.

Il testo – che porta la firma del prefetto, il card. Victor Manuel Fernandez, e del segretario, mons. Armando Matteo – interviene su un tema molto caldo all’interno del dibattito interno alla Chiesa cattolica, sollevato anche alla vigilia del Sinodo da alcuni cardinali (Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke, Juan Sandoval Íñiguez, Robert Sarah e Joseph Zen Ze-kiun) in alcuni Dubia (domande dottrinali) sottoposte a papa Francesco.

Il documento diffuso oggi [ieri per chi legge, ndr] sviluppa la risposta che il pontefice aveva già dato alla domanda in questione, in cui si sosteneva che “nel rapporto con le persone, non si deve perdere la carità pastorale, che deve permeare tutte le nostre decisioni e atteggiamenti”; e dunque invitava a “discernere adeguatamente se ci sono forme di benedizione” che senza “trasmettere un concetto errato del matrimonio” possono dare risposta a quella che è “una richiesta di aiuto a Dio, una supplica per poter vivere meglio”.

In questa direzione la dichiarazione Fiducia supplicans approfondisce quello che definisce “il senso delle diverse benedizioni”. Il Dicastero per la Dottrina della fede ribadisce in premessa che “sono inammissibili riti e preghiere che possano creare confusione tra ciò che è costitutivo del matrimonio, quale unione esclusiva, stabile e indissolubile tra un uomo e una donna, naturalmente aperta a generare figli, e ciò che lo contraddice”. Definisce “perenne” la dottrina cattolica del matrimonio e spiega che “soltanto in questo contesto i rapporti sessuali trovano il loro senso naturale, adeguato e pienamente umano”.

Nello stesso tempo, però, invita a una “comprensione teologico-pastorale delle benedizioni” che il sacerdote offre nel suo ministero. “Chi chiede una benedizione – spiega il documento vaticano – si mostra bisognoso della presenza salvifica di Dio nella sua storia e chi chiede una benedizione alla Chiesa riconosce quest’ultima come sacramento della salvezza che Dio offre. Questa richiesta deve essere, in ogni modo, valorizzata, accompagnata e ricevuta con gratitudine. Le persone che vengono spontaneamente a chiedere una benedizione mostrano la loro sincera apertura alla trascendenza, la fiducia del loro cuore che non confida solo nelle proprie forze, il loro bisogno di Dio e il desiderio di uscire dalle anguste misure di questo mondo chiuso nei suoi limiti”.

In questo orizzonte più generale – collocato al di fuori dei riti liturgici e molto comune nelle forme della pietà popolare – la benedizione diventa un gesto che accompagna il cammino, senza preclusioni nei confronti di nessuno. Ed è in questo preciso ambito che va collocato anche il tema della benedizione delle coppie in situazioni irregolari e delle coppie dello stesso sesso. Va letta come “l’invocazione di una benedizione da parte di Dio stesso su coloro che, riconoscendosi indigenti e bisognosi del suo aiuto, non rivendicano la legittimazione di un proprio status, ma mendicano che tutto ciò che di vero, di buono e di umanamente valido è presente nella loro vita e relazioni, sia investito, sanato ed elevato dalla presenza dello Spirito Santo. Queste forme di benedizione esprimono una supplica a Dio perché conceda quegli aiuti che provengono dagli impulsi del suo Spirito affinché le umane relazioni possano maturare e crescere nella fedeltà al messaggio del Vangelo, liberarsi dalle loro imperfezioni e fragilità ed esprimersi nella dimensione sempre più grande dell’amore divino”.

Nella consapevolezza che “la grazia di Dio opera nella vita di coloro che non si pretendono giusti ma si riconoscono umilmente peccatori come tutti”. Resta però essenziale – si legge ancora nel documento del Dicastero per la Dottrina della fede – “cogliere la preoccupazione del papa, affinché queste benedizioni non ritualizzate non cessino di essere un semplice gesto che fornisce un mezzo efficace per accrescere la fiducia in Dio da parte delle persone che la chiedono, evitando che diventino un atto liturgico o semi-liturgico, simile a un sacramento”. Per questo motivo “non si deve né promuovere né prevedere un rituale per le benedizioni di coppie in una situazione irregolare, ma non si deve neppure impedire o proibire la vicinanza della Chiesa ad ogni situazione in cui si chieda l’aiuto di Dio attraverso una semplice benedizione. Nella breve preghiera che può precedere questa benedizione spontanea, il ministro ordinato potrebbe chiedere per costoro la pace, la salute, uno spirito di pazienza, dialogo ed aiuto vicendevole, ma anche la luce e la forza di Dio per poter compiere pienamente la sua volontà”.

“Ad ogni modo – conclude il testo diffuso oggi dal Vaticano – proprio per evitare qualsiasi forma di confusione o di scandalo, questa benedizione mai verrà svolta contestualmente ai riti civili di unione e nemmeno in relazione a essi. Neanche con degli abiti, gesti o parole propri di un matrimonio. Lo stesso vale quando la benedizione è richiesta da una coppia dello stesso sesso. Tale benedizione può invece trovare la sua collocazione in altri contesti, quali la visita a un santuario, l’incontro con un sacerdote, la preghiera recitata in un gruppo o durante un pellegrinaggio”. Perché attraverso queste benedizioni “non si intende legittimare nulla ma soltanto aprire la propria vita a Dio, chiedere il suo aiuto per vivere meglio, ed anche invocare lo Spirito Santo perché i valori del Vangelo possano essere vissuti con maggiore fedeltà”.

 

Fonte: Asianews

Centro, serve un salto di qualità in vista delle europee.

Le prossime elezioni europee potrebbero rappresentare la chiusura di una finestra di opportunità per rilanciare il centro in Italia. Infatti, il sistema proporzionale permette di valorizzare la specificità della proposta politica rispetto alle alleanze, come in parte è già successo alle Politiche dello scorso anno, in cui il centro si è proposto come terzo polo, anziché come parte di una alleanza. Ma difficilmente alle prossime politiche, si potranno ripetere le medesime condizioni. Per la semplice ragione che, al netto della variante dell’astenionismo, la somma dei consensi delle forze di centro sinistra nel Paese è almeno pari, se non superiore, a quella dell’alleanza di centro destra. È prevedibile pertanto che la pressione per il cosiddetto campo largo, per un’alleanza la più ampia possibile, benché politicamente assai fragile, sia destinata a divenire col tempo insostenibile, fino a portare a una intesa fra PD e M5S, che facendo pregustare il profumo della vittoria, potrebbe portarsi dietro il grosso delle forze di centro sinistra. Non credo che il recente endorsement di Prodi alla Schlein sia stato casuale. La segretaria Pd come sfidante della Meloni quando si tornerà a votare per il rinnovo del parlamento, sembra l’epilogo più naturale, per non dire scontato, dell’attuale bipolarismo.

Solo un centro capace di compiere un salto di qualità in maniera sostanziale e tangibile alle prossime Europee, capace di raggiungere percentuali a due cifre, e con una solida proposta politica, può provare a dischiudere un diverso scenario, attraverso il raggiungimento della forza necessaria per proporre una alleanza di governo che tagli fuori le ali estreme, a destra come a sinistra.

Per questo credo sia fondamentale per le forze di centro arrivare alle elezioni del prossimo anno non facendosi trascinare dallo stato di necessità, e decidendo solo in base alle indicazioni degli ultimi sondaggi in tempo utile il da farsi, e con ciò ammettere implicitamente di fare una mossa dettata più dalla disperazione per il quorum che dall’ambizione di riformare il nostro sistema politico. Ma decidendo sin d’ora di avviare una lista comune aperta a tutte le componenti e articolazioni dell’area di centro con lo scopo dichiarato di scardinare l’attuale bipolarismo, e con l’obiettivo di procedere in seguito alla trasformazione della lista di centro per le Europee in un partito, dotato di proprie regole e di effettiva democrazia interna,.

Non si tratta certo di un compito facile e tuttavia senza alternativa che non sia quella dell’insignificanza.

In questa fase di cambio di epoca, in cui si assiste a molteplici fenomeni inediti, ed a un imprevisto ritorno di tempi di guerra, proprio perché ci si muove in un territorio inesplorato, risulta più arduo mostrare i pericoli e le contraddizioni della destra e della sinistra. Ma non può esistere un centro credibile e utile, se non si è in grado di indicare in modo incisivo e chiaro tali limiti. Gradualità nella transizione ecologica nella linea dell’ecologia integrale, un nuovo umanesimo per le nuove tecnologie, una visione della epocale transizione geopolitica che non si limiti ai giudizi consentiti in tempo di guerra, non sono frasi fatte ma l’essenza del compito che ha di fronte un centro che voglia proporsi come interlocutore politico degno di attenzione. A tutti i livelli, e cominciando dal riuscire di nuovo a parlare con la classe media, perché un centro senza popolo (soprattutto per come lo indende la cultura del popolarismo, in termini più sociali che politicistici) è qualcosa di simile a un ossimoro.

Se, pur con tutte le difficoltà e con tollerabili dosi di confusione del giorno dopo giorno, si rinuncia a cercare una simile forma di mediazione sui grandi temi della nostra epoca, inevitabilmente il campo del centro verrà occupato da altri. Come abbiamo visto la Meloni populista, e forse nostalgica, trasformarsi prontamente in una specie di allieva di Draghi sui principali dossiers, così non stupirebbe trovarsi un giorno di fronte alla radical chic Elly Schlein, una volta indossati i panni della donna di governo, trasformata in una buona prodiana.

Il centro non può dunque continuare a rimanere ostaggio dei personalismi che ne frenano la crescita e la maturazione ma dovrebbe sin d’ora preoccuparsi di come alzare l’asticella delle responsabilità che intende assumersi.

Schlein federatrice? La proposta di Prodi interpella la sinistra, non il centro-sinistra.

Dunque, il sempreverde Romano Prodi ha lanciato la Schlein come miglior “federatrice” per il futuro della sinistra italiana. Una scelta, questa, talmente curiosa, singolare ed originale che non si sa bene a quale logica risponda. Insomma, un segretario di partito che interpreta una sinistra radicale, massimalista e libertaria che si candida ad aggregare il campo del centro sinistra, così dice il simpatico Prodi, e che dovrebbe essere la miglior alternativa politica ed elettorale al centro destra a guida Meloni.

Ora, pur senza entrare nelle dinamiche misteriose che hanno portato Prodi ad avanzare questa proposta, si impongono al riguardo almeno tre riflessioni immediate.

Innanzitutto la proposta segna definitivamente ed irreversibilmente la fine della ‘vocazione maggioritaria’ del Pd. Detto in altri termini, l’archiviazione della stagione veltroniana del Pd che resta, checchè se ne dica e se ne pensi, la miglior stagione politica, culturale e anche programmatica che ha caratterizzato la vita di quel partito sino ad oggi. Certo, indicare la segretaria più divisiva ed oltranzista della storia del Pd come soggetto in grado di creare una coalizione vincente risponde a propositi e convinzioni che, francamente, prescindono da ogni logica politica se non addirittura dal buonsenso. Fuorchè non si pensi che l’unica strada per ostacolare un alquanto astratto e virtuale “regime” sia quello di organizzare una opposizione ideologica, barricadera, frontale, radicale appunto ma strutturalmente minoritaria. Ma se da quelle parti la proposta arriva da Prodi ci sarà pur una motivazione. Misteriosa e politicamente incomprensibile ma ci sarà.

In secondo luogo, e di conseguenza, questa proposta segna subito e meccanicamente un punto  irreversibile. E cioè, le forze, i gruppi, i movimenti e i partiti centristi guardano inesorabilmente altrove. Del resto, cosa centri la Schlein e il suo progetto politico, peraltro legittimo e coerente con la piattaforma politica e culturale con cui ha vinto le primarie del Pd, con il Centro e la stessa ‘politica di centro’ resta un mistero. Si tratta, infatti, di categorie radicalmente esterne, estranee, distanti se non addirittura alternative rispetto alla cultura e alla politica della segretaria del Pd. Ma è abbastanza evidente arrivare alla conclusione che, questa, si tratta di una proposta che guarda esclusivamente al pianeta della sinistra ex e post comunista e a tutto ciò che ruota attorno alla sinistra italiana nelle sue mille sfumature di rosso. Una proposta, del resto, perfettamente congeniale e pertinente con il progetto, la cultura, i valori, il percorso e l’approccio della Schlein alla guida del Pd.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, è abbastanza evidente che, al di là dei seppur numerosi “cattolici indipendenti di sinistra del Pci” oggi nel Pd – per citare l’antica esperienza dei cattolici di sinistra degli anni ‘70 – si tratta di un progetto che prescinde dalla stragrande maggioranza di chi continua a riconoscersi nell’area cattolico popolare e cattolico sociale del nostro paese. E questo non solo perchè il Centro nel nostro paese non esiste se non c’è la presenza attiva e protagonista della tradizione e del pensiero del cattolicesimo popolare e sociale ma anche per la semplice ragione che il campo della sinistra massimalista, radicale e populista non è la casa politica e culturale del mondo e della cultura centrista. Qualunque sia la cultura politica di riferimento.

Per queste semplici ragioni la misteriosa e singolare proposta di Romano Prodi non rilancia il tradizionale  campo del centro sinistra ma, al contrario, contribuisce a radicalizzare e a restringere sempre di più il campo della sinistra.

L’Italia descritta dal Censis e la metafora del grande sonno

Leggendo con una piccola attenzione sul lavoro svolto dal Censis in questi anni ne emerge che da oltre un cinquantennio svolge una attività di ricerca, consulenza e assistenza tecnica in campo socio economico.

Negli anni ’60 si è concentrata l’attenzione sul welfare e alle strategie che ne governano l’impostazione e la gestione. Negli anni ’70 il Centro Studi si è soffermato sulla economia sommersa e sul suo impatto nel nostro paese. Per il decennio successivo ha indagato sulla sua modernizzazione, mentre nel decennio iniziato nel 1990 è seguita una analisi relativa alla sua struttura sociale ed economica progressivamente “densa”. Infine dal 2000 si è avviata una articolata riflessione sul tema del modello socio economico italiano.

Di grande risalto in questi giorni il “Rapporto 2023” che al solito propone una serie di numeri e percentuali che a prima vista potrebbero inaridire l’occhio alla lettura. Se si presta maggiore accuratezza a quei numeri assai indicativi di cifre, ne emerge un quadro che non può essere affatto trascurato e che viene sintetizzato crudamente nel commento che accompagna tutti i dati proposti.

Nel 2050 l’Italia accuserà un deficit di 4,5 milioni di residenti. Diminuiranno di 9,1 milioni le persone con meno di 65 anni contro un aumento di 4,6 milioni di persone con 65 anni e un incremento di1,6 milioni di persone con 85 anni e oltre. Il nostro Paese sta invecchiando, è una evidenza che non suscita stupore e che proprio per questo ci deve allarmare.

Gli 11,6 milioni di donne oggi in età feconda diminuiranno al 2050 di 2 milioni. Si stimano poi quasi 8 milioni di persone in età attiva in meno nel 2050 che vedrà una spesa sanitaria pubblica pari a 177 miliardi di euro, a fronte dei 131 miliardi attuali.

La società italiana accusa nel complesso un disarmo identitario e politico, afflitta da un senso di sostanziale impotenza e frustrazione a cui ha contribuito una globalizzazione che avrebbe portato più danni che benefici.

Ne deriva un ridimensionamento dei propri desideri, nessun compiacimento verso modelli di sfrenato consumismo e il riconoscimento del lavoro come una affermazione sociale. Al contrario si pensa piuttosto alla qualità delle proprie relazioni e al tempo da dedicare a se stessi.

Con il blocco dell’ascensore sociale, oggi nel nostro Paese i 18-34enni sono poco più di 10 milioni, pari al 17,5% della popolazione; nel 2003 superavano i 13 milioni, pari al 23,0% del totale: in vent’anni abbiamo perso quasi 3 milioni di giovani. Nel 2050 i 18-34enni saranno solo poco più di 8 milioni, appena il 15,2% della popolazione totale.

I giovani con il loro modesto peso demografico sono condannati ad una scarsa rilevanza. Quanto alle famiglie, in Italia sono complessivamente 25,3 milioni. Quelle tradizionali, composte da una coppia, con o senza figli, sono il 52,4%. Di queste, il 32,2% (8,1 milioni) è formato da una coppia con figli (nel 2009 la percentuale era invece del 39,0%). All’opposto le altre tipologie non convenzionali stanno aumentando:

– il 33,1% delle famiglie è composto da persone che vivono da sole, e nel 20,9% dei casi (5,3 milioni) si tratta di single, ovvero di persone sole non vedove, cioè persone che vivono da sole per scelta o comunque senza un partner; – il 10,7% delle famiglie (2,7 milioni) è di tipo monogenitoriale, in quanto è composta da un genitore solo con figli (nel 2009 la quota era dell’8,7%). Si tratta generalmente di nuclei formati a seguito di separazioni o divorzi, e nella grande maggioranza dei casi il genitore che vive con i figli è la madre. Il numero dei matrimoni si riduce e oggi esistono 1,6 milioni di famiglie (l’11,4% del totale) costituite da coppie non coniugate.

Si potrebbero riportare altre informazioni preziose per interpretare correttamente lo stato di salute della nostra società ma sembra assai più utile il commento per mano dello stesso Censis: “Dinanzi ai cupi presagi, il dibattito pubblico ristagna, e la bonaccia di qualche indicatore congiunturale non è in grado di gonfiare le vele per prendere il largo. Il sonnambulismo come cifra delle reazioni collettive dinanzi ai presagi non è solo attribuibile alle classi dirigenti, ma è un fenomeno diffuso nella “maggioranza silenziosa” degli italiani”.

Il presagio è di chi ha capacità profetiche, dotato di un acuto fiuto per il futuro, essendo per questo dotato di uno spirito fine, sensibile nel prevedere ciò che sarà. Si ha però l’impressione che non siamo più in una forma di apprensivo presentimento quanto in una dimensione assai più grave di rassegnazione o di prostrazione, come non possa più sperarsi di invertire la rotta dei fatti, l’inesorabile declino di un paese che nel 1991 era stato tra le prime 4 economie mondiali.

La sentenza del Censis è di un sonnambulismo del quale colpevolmente siamo vittime e artefici. Sonnambulo è colui che di notte si muove senza averne perfetta coscienza e sviluppa nella fantasia popolare qualità di funambolo, sapendo camminare in equilibrio su una fune senza precipitare nel vuoto.

Gli italiani sembrano come arresi ad una crisi inarrestabile, concentrati a preservare per come possibile la qualità della vita per quel poco che gli è concesso nel proprio ambito quotidiano, solo perché ancora indipendente dai grandi andamenti della economia. Una passeggiata in compagnia di amici non comporta oneri particolari dai quali guardarsi.

Non sembra esserci un desiderio di futuro quanto piuttosto di salvezza. Non la prospettiva di un riscatto di un paese ma il ritrarsi nella propria sfera particolare.

I sonnambuli sono i protagonisti della notte, vivi immersi nella dormienza. Contrastano con il mondo degli zombie che viceversa da morti si muovono in forma di vivi. Forse è questo l’ultimo passaggio che ci attende se non ci svegliamo. In un film dal genere poliziesco a titolo “Il grande sonno” un detective veniva infine a capo di una faccenda quanto mai ingarbugliata. Che sia così anche per il nostro paese.

Flannery O’Connor, la scrittrice cattolica che Thomas Merton accostava a Sofocle.

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Limpatto della grazia
La O’Connor sembra più interessata alla pre-evangelizzazione che a una più diretta comunicazione del Vangelo (anche se questa terminologia non le sarebbe piaciuta). Le sue trame, la cui azione è indiretta, puntano a suscitare un risveglio di interesse verso l’esperienza religiosa più che a trasmettere specifici contenuti della fede o della dottrina. Ciò che disse circa una di esse ha una validità generale: «È la storia non tanto di una conversione quanto di un’autoconoscenza, che ritengo il primo passo verso la conversione».

Una parte della sua retorica narrativa mira ad ampliare l’autoconsapevolezza del lettore, anche ricorrendo alla tattica dello shock.

Nella stessa lettera, la O’Connor parla del «senso religioso» che viene mortificato abbassando le dottrine al livello umano per spiegarle, ottenendo così di abolire «il senso della potenza divina capace di realizzare l’Incarnazione e la Resurrezione». Da qui la sua speranza di modificare l’atteggiamento dei lettori, staccandoli dalle loro sicurezze e spingendoli ad aprire la loro immaginazione all’esperienza religiosa.

In questo senso le sue trame dipendono spesso da momenti di grazia che non sono solo sorprendenti, ma talvolta anche violenti. «Mi sembra che tutte le storie buone riguardino una conversione, un cambiamento di un personaggio […]: l’azione della grazia cambia un personaggio». La O’Connor insisteva sulla natura conflittuale dell’incontro con la grazia e sul fatto che, se non capivano questo, i lettori finivano con il respingere le sue opere come puramente pessimistiche.

«Tutte le mie storie riguardano l’azione della grazia su un personaggio non troppo disposto ad assecondarla, ma la maggior parte delle persone pensa che si tratti di storie dure, disperate, brutali». Aveva poco tempo per quelli che pensavano alla religione come a un modo di soddisfare le loro esigenze vere o presunte, per cui spesso c’è un tono tagliente nel suo parlare della fede: «La verità non cambia a seconda della nostra capacità di sopportarla emotivamente». La fede può essere «emotivamente scomoda, perfino ripugnante», come nei momenti di tenebra dei santi. La fede, a suo modo di vedere, è spesso causa di agitazione e tormento prima che si possano gustare i frutti della gioia. La O’Connor non sembra aver conosciuto gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio, ma avrebbe apprezzato la sua metafora circa la grazia che penetra in uno spirito ricettivo come l’acqua delicatamente in una spugna, mentre in chi è chiuso nel suo egoismo accade come quando l’acqua colpisce rumorosamente una pietra. Le storie della O’Connor sono un esplosivo narrativo con cui aprire e frantumare simili pietre. La sua arte mina il nostro razionalismo, ma di questo ci si accorge a posteriori.

Dopo la sua morte «Time» non aveva tutti i torti nel commentare che la O’Connor aveva «scritto su altro che le cose ultime». È vero infatti che le sue trame riguardano spesso persone che incontrano la morte o il giudizio in modo imprevisto, ed è ugualmente vero che simili situazioni sono raccontate con una crudezza che mira a scuotere la soddisfatta inerzia del lettore. La scrittrice era rimasta colpita da questa frase di Emmanuel Mounier: «L’amore è una lotta: la vita è un duello con la morte». Ella deve aver avuto una quotidiana percezione della propria mortalità, anche se la sua narrativa non è mai direttamente autobiografica. Trasformava le sue ombre in storie comiche, incarnazionali e mai moralistiche. Il genere di fede che amava rappresentare può apparire austero, ma le sue storie, con il loro feroce umorismo, alludono spesso a più gioiose scoperte e nascono anche da un’autentica solidarietà e compassione per le sofferenze dei non credenti. In una lettera del 1959, scrisse: «Penso che non ci sia sofferenza più grande di quella causata dai dubbi di coloro che vogliono credere. So che tormento è, ma posso solo vederlo, per lo meno in me, come il processo con cui la fede si approfondisce».

 

Una storia di conversione
Per quanto ricchi, gli scritti non narrativi della O’Connor non rivelano in pieno la luce da lei proiettata sul vissuto della fede. Ho quindi scelto un suo racconto, Rivelazione, per rappresentare l’irrompere della grazia nella vita di una donna che soffre di un «senso distorto di uno scopo spirituale», caratterizzata da una specie di orgogliosa sicurezza riguardo al modo di vivere, compresa la fede cristiana. È un personaggio di una rigidezza comica, abituato a dominare gli altri. La storia, suggestiva e ricca di dettagli, accompagna la protagonista e, con lei, i lettori alla crisi di una nuova visione. I suoi aspetti “grotteschi” ci guidano a una sorta di paradiso, ma solo attraverso il purgatorio e gli incontri drammatici con il mistero dell’invisibile.

Rivelazione è la storia preferita della O’Connor, completata nell’ultimo inverno della sua vita. Racconta il risveglio della signora Turpin da un cristianesimo ipocrita al riconoscimento della radicale diversità di Dio. Le rivelazioni sono quindi due, umiliante una, giubilante l’altra. In contesti assolutamente ordinari (la stanza di attesa di un medico e, in seguito, un allevamento di maiali) la soddisfazione di sé della donna è sottoposta a una duplice terapia. Nella sala d’attesa (anch’essa, forse, un simbolo comico) la signora Turpin si vanta con i presenti di poter ringraziare Gesù di avere «un po’ di tutto, e in più un buon carattere». A questo punto una ragazza disturbata di nome Maria Grazia (!) la aggredisce verbalmente e la colpisce a un occhio lanciandole un volume intitolato Lo sviluppo umano. Il trauma apre una prima breccia nella corazza psicologica della signora Turpin, che si arrabbia con il Padreterno e quella sera, tra i maiali, gli rivolge ogni sorta di rimproveri. Gli echi scritturali di Giacobbe e della parabola del figliol prodigo sono probabilmente voluti, ma il modello fondamentale è la conversione di un fariseo. «Chi credi di essere?» chiede polemicamente a Dio la signora Turpin, ma ironicamente l’eco della sua domanda le torna indietro, «come una risposta da oltre il bosco».

Immobile nel recinto dei maiali la signora Turpin fissa «il cuore stesso del mistero», «quasi assorbendo un qualche sapere terribile e vivificante». La storia finisce con la visione di una folla di gente da lei disprezzata che come in processione «avanza verso il paradiso» mentre i rispettabili credenti del suo tipo marciano in fondo alla fila con aria sostenuta. «Poteva vedere dai loro volti scossi e alterati che perfino le loro virtù erano consumate come da un fuoco». Tornando a casa per «un viottolo su cui scende l’oscurità», sente ancora «le voci delle anime che scalano il pendio stellato gridando alleluia».

Anche da un riassunto così stringato, è chiaro che la “mappa della fede” propostaci dalla O’Connor ci spinge verso una dolorosa consunzione dell’io prima di far balenare più liete immagini di salvezza. Il suo metodo è concreto, a volte umoristico, ma radicato in una ricca teologia. Possiamo aver bisogno di scosse che ci costringano a rinunciare alle nostre sicurezze religiose, prima di scorgere quella seconda rivelazione della divina grandezza. In modi meno drammatici di quello della signora Turpin, il nostro senso del divino può esso stesso diventare una comoda e rassicurante stampella. La O’Connor vuole invece spingerci verso più aspri percorsi di autoconoscenza, preparando il terreno a un Dio che è sempre più grande – e più esigente – di quanto ci piacerebbe.

 

(Traduzione di Stefano Galli)

 

Michael Paul Gallagher

Gesuita irlandese, Gallagher ha vissuto per più di vent’anni a Roma, dove è stato Rettore del Collegio Bellarmino e ha insegnato Teologia fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana. Attento al confronto e alle sfide che la fede cristiana si trova a vivere con la postmodernità, ha dedicato a questo tema diversi volumi.

 

Per leggere il testo integrale dell’articolo

https://rivista.vitaepensiero.it//news-dallarchivio-flannery-oconnor-assalto-allimmaginazione-6375.html

Calenda strapazza il bullo Musk e blocca Prodi sulla Schein 

foto IPP/zumapress 14-04-2022 nella foto il profilo twitter di elon musk e il logo del social network twitter WARNING AVAILABLE ONLY FOR ITALIAN MARKET

“Il problema del fare figli in Italia è un grande problema” ma la dichiarazione di Elon Musk “è fatta in termini assurdi, sembrava Dio. ‘Italiani fate più figli’, ma chi cacchio sei Elon Musk? Mo’ perché hai fatto i soldi vieni in Italia e ci spieghi che dobbiamo fare i figli? Io penso che questi sono ricchi, viziati, plutocrati digitali e che bisognerebbe trovare l’orgoglio nazionale, e lo dico proprio qui, per dire ‘Caro Elon Musk, noi usiamo X, fai la Tesla benissimo, ma quando parli come se fossi Dio ti diamo una pedata nel sedere metaforica’”. Lo ha detto il leader di Azione, Carlo Calenda, a margine di un dibattito ad Atreju.

Quanto al fatto che poi Musk si sia presentato con un figlio avuto con la Gpa, Calenda ha replicato: “È un immenso controsenso, è tutto un controsenso. Loro pensano di potersi permettere qualunque cosa, anche di potersi affittare un anfiteatro romano, che non sono pietre ma la nostra storia, per darsele di santa ragione. Hanno perso il senso del limite. E la cosa più deprimente sono gli stati nazionali che si sottomettono a questi bulli ragazzini straricchi che pensano che tutto gli sia consentito. ‘Fate figli’ ce lo dice, e non ce lo dice neanche più, il Papa. Elon Musk, per cortesia, pensasse a mettere i filtri perché X non sia invaso da bot russi: quello è il suo lavoro, non questo”.

Calenda ha poi aggiunto: “Io andai a visitare la fabbrica di Tesla, all’epoca era molto primordiale. Ma loro andavano verso l’Olanda. Sarebbe molto buono far arrivare Tesla qua, ci mancherebbe. Io separo sempre le opinioni di Elon Musk, di cui non condivido assolutamente niente, e l’imprenditore che come tutti, se fa impresa, contribuisce a generare occupazione”.

Non è mancato, infine, un accenno alla politica in senso stretto. Prodi rilancia il ruolo della Schelein come guida dei riformisti, ma il leader di Azione non si mostra affatto interessato. “Quello che incorona Prodi è una cosa che riguarda il centrosinistra, non riguarda me”. Fare il campo largo resta ancora e solo una parola d’ordine che risuona nelle stanze del Nazareno.

 

P.S. Anche sull’appello della Bonino a unire i riformisti – più che al Terzo Polo l’ex Ministra degli Esteri pensa a una federazione con il Pd – Calenda s’è mostrato quanto meno freddo.

 

Fonte: Notiziario Askanews (con integrazioni)

Legge elettorale e partiti personali, una fatale connessione ai danni dei cittadini.

Con il dovuto rispetto per qualsiasi riflessione politica, c’è una sola legge che possiamo definire come “la madre di tutte le riforme”. E questa legge è quella elettorale. Del resto, è evidente anche ai sassi che con le leggi elettorali nascono e tramontano partiti, prendono il largo e scompaiono alleanze e coalizioni e, in ultimo, decollano ed escono dalla scena leader politici. Insomma, sono,le leggi elettorali che aprono e chiudono le stagioni politiche e storiche nel nostro paese.

Un esempio tra tutti. Con la legge elettorale maggioritaria, e non più proporzionale, è uscita definitivamente di scena la stessa Democrazia cristiana, cioè il partito che ha caratterizzato la scena politica italiana per quasi cinquant’anni. E con l’abolizione delle preferenze multiple a vantaggio della preferenza singola, si è introdotta prima una competizione violenta all’interno dei partiti fra i vari candidati per poi completare l’operazione con la designazione centralistica dei futuri eletti, espropriando di fatto i cittadini dalla possibilità di scegliersi i propri rappresentanti.

Ora, e proprio soffermandosi su questo aspetto, peraltro al centro del dibattito anche in vista della futura riforma istituzionale e costituzionale, non possiamo non evidenziare un aspetto che resta decisivo se vogliamo ridare credibilità alla politica e qualità alla nostra democrazia. E cioè, non ci sarà la possibilità di ridare il potere ai cittadini di scegliere la rappresentanza parlamentare finchè ci saranno i cosiddetti ‘partiti personali’ o i ‘partiti del capo’. E questa per una ragione persin troppo semplice da spiegare. Ovvero, non può un partito personale, cioè fatto ad immagine e somiglianza del suo capo, avere una rappresentanza parlamentare scelta liberamente dai cittadini che non individua nella fedeltà al capo la regola aurea da rispettare e da venerare. Ed è altrettanto inutile continuare a parlare di dare maggiore forza al popolo nella sua accezione più generale se poi, contemporaneamente, non si dà l’opportunità allo stesso popolo di scegliere la classe dirigente politica del nostro paese.

Questo, purtroppo, resta il vero vulnus della democrazia italiana e che pochissimi mettono in discussione. O meglio, tutti si esercitano nella propaganda di ridare il potere ai cittadini nella scelta dei propri rappresentanti ma poi, al contempo, non mettono in campo iniziative concrete per spezzare definitivamente il tabù o il dogma dei ‘partiti personali’ o ‘del capo’.

Ecco perchè la vera iniziativa politica, e culturale ed organizzativa, per invertire la rotta resta quella di riformare profondamente la natura e il profilo dei partiti, cioè degli strumenti principali e decisivi della politica italiana come recita la stessa Costituzione repubblicana. Ed è proprio su questo versante che il contributo, e la cultura storica, del pensiero cattolico popolare e sociale possono, ancora una volta, essere decisivi per ridare credibilità ed autorevolezza alla politica da un lato e qualità alla democrazia dall’altro. Partiti cioè, dove la ‘nomina dall’alto non può mai precedere la legittimazione democratica dal basso’ come ci ricordava alla fine degli anni ‘80 Carlo Donat-Cattin e dove, soprattutto, non può essere la fedeltà passiva ed incolore nonché sterile e anche un po’ squallida al capo la regola decisiva per selezionare le classi dirigenti nei partiti. Insomma, per dirla con Norberto Bobbio, non può diventare la ‘democrazia dell’applauso’ lo strumento essenziale per regolare i rapporti tra i dirigenti – o il dirigente massimo – del partito e la base del partito stesso.

E sin quando non ci sarà una profonda e sempre più indispensabile riforma dei partiti, non ci sarà una vera e credibile riforma delle istituzioni. Del resto, come ci ricordava sempre Sandro Fontana, è appena sufficiente vedere come un partito pratica la democrazia al suo interno per capire come pensa di riformare le istituzioni quel partito. Appunto, come puntualmente e concretamente sta capitando oggi.

La mannaia dell’Antitrust s’abbatte sul pandoro della Ferragni

Foto di Silvia Rao da Pixabay
Foto di Silvia Rao da Pixabay

L’Antitrust nasce nell’esperienza inglese per impedire che le grandi organizzazioni potessero ostacolare la libera iniziativa delle piccole imprese. Una tutela antimonopolio che nel tempo si è affermata anche in Italia allargando progressivamente il suo campo di azione.

Ci sono andati di mezzo il noto marchio Balocco, quello per intenderci del pandoro, e le società della influencer Chiara Ferragni.

“Le suddette società hanno fatto intendere ai consumatori che acquistando il pandoro ”griffato” Ferragni avrebbero contribuito a una donazione all’Ospedale Regina Margherita di Torino. La donazione, di 50 mila euro, era stata invece già effettuata dalla sola Balocco mesi prima. Le società riconducibili a Chiara Ferragni hanno incassato dall’iniziativa oltre 1 milione di euro”.

Questa, in sintesi, l’argomentazione della Autorità Antitrust. Per spiegarci meglio non si sarebbe incrementata la donazione all’Ospedale proporzionalmente all’acquisto del noto dolce natalizio.

Le Società della Ferragni per griffare il prodotto avrebbero messo a monte in portafoglio invece una somma non poco sostanziosa.

Tra le condotte contestate è quella di “aver diffuso, tramite cartiglio, apposto sopra ogni singolo pandoro griffato Ferragni, informazioni idonee ad avvalorare la circostanza non vera che l’acquisto del prodotto avrebbe contribuito alla donazione pubblicizzata”.

Qualche perplessità era già balenata nella testa dei protagonisti. Per quanto si legge in cronaca giornalistica, in uno scambio di mail tra l’azienda di Fossano e la Società della influencer, vien fuori un commento non proprio trascurabile: “In realtà le vendite servono per coprire il vostro cachet esorbitante”. Seguono altri messaggi dove si richiama l’attenzione a non esporsi a pubblicità ingannevole correlata a vendite.

È restata però salva l’ultima decisione in mano alla Ferragni che alla fine ha partorito un comunicato il cui si legge: “Lo storico brand piemontese Balocco, conosciuto ed apprezzato nel mondo per l’eccellenza della sua offerta natalizia, presenta una novità esclusiva: il pandoro Chiara Ferragni, le cui vendite serviranno a finanziare un percorso di ricerca promosso dall’Ospedale regina Margherita di Torino”.

Per come si comprende dalle cronache, alla fine l’avrebbe spuntata, malgrado l’apprensione della azienda dolciaria, la proposta comunicativa della influencer.

Dicono che il pandoro sia nato nella Repubblica di Venezia attorno al 1500, dolce conico ricoperto di sottili sfoglie d’oro. Secoli dopo ripreso e rielaborato per giungere al dolce che sappiamo. Una predestinazione: poteva accadere solo al Pandoro di spargere metallo prezioso attorno a sé e non certo al volgare panettone.

Questa volta il dolce è stato arricchito da una griffe, una firma, che più propriamente corrisponderebbe al termine “artiglio”, è così che in sostanza si accalappiano acquirenti. Quanto al “cartiglio”, è raffigurazione di un rotolo cartaceo, in parte spiegato, contenente una iscrizione o più sinteticamente una stretta lista di carta, una sorta di “bugiardino” che racconta qualcosa del prodotto, il contrario del cartiglio invisibile su cui immaginava talvolta di scrivere D’Annunzio.

Tornando al pandoro, in origine fu disegnato dal pittore Angelo Dall’Oca Bianca e qualcosa evidentemente è rimasto di quel primo imprinting.

L’oca è un animale fedele al padrone e gregario nelle abitudini. Segue le indicazioni cadute dall’alto. È simile il destino dei consumatori attratti in blocco dalla proposta di un palato da far gioire insieme al cuore compiaciuto per una contestuale azione buona verso il prossimo.

Tra i motivi che spiegano la credenza circa la pretesa stupidità delle oche è quello da ricondurre alle fiabe dove l’animale è descritto come ingenuo e credulone.

A dirla tutta, nel racconto dei fratelli Grimm “La volpe e le oche”, le cose sono andato in modo diverso.

Le oche prima di essere uccise, come espediente di salvezza, chiesero alla loro aguzzina di poter prima dire una preghiera che si sarebbe rivelata interminabile, tanto da non lasciarci più le penne.

A sua volta, in una fiaba celtica, l’oca, da vittima, esortò la volpe a che recitasse una preghiera di ringraziamento per il pasto imminente che si andava a compiere. Non appena la volpe aprì la bocca, l’oca scappò via.

Questa volta sembra che la realtà si sia ispirata alle fiabe trovando la maniera di ribaltare la situazione e non farsi prendere per il naso e reclamare il rispetto del diritto.

La Ferragni legittimamente ha dichiarato che chiarirà tutto e che impugnerà la decisione dell’Antitrust nelle sedi competenti continuando a fare attività di beneficenza come in passato.

Sul campo resta un elemento di certezza. Quella che di messaggi e parole ha fatto scuola, diventando riferimento per i non pochi appassionati delle dritte della influencer, è inciampata, proprio lei, in un inqualificabile difetto di comunicazione che ne dovrebbe far dubitare improvvisamente il mestiere.

Il mondo animale resta a guardare se prevarranno i profumi o i balocchi, se qualcosa di oro e ferro insieme porterà ad una nuova insolita lega, non solo di interesse.