Home Blog Pagina 546

30 anni della Fondazione Donat-Cattin: uno sguardo al futuro.

Anche a Roma, dopo le iniziative torinesi, si è ripercorsa la storia della Fondazione Carlo Donat- Cattin, nata l’anno dopo la scomparsa dello statista piemontese. Una iniziativa che si è svolta in Senato e che ha visto alcuni interventi importanti tra cui quello di Pier Ferdinando Casini, Guido Crosetto e Bruno Vespa. 

Una Fondazione che è nata non solo per ricordare il magistero e l’azione politica, culturale e sociale dello statista Dc e del leader indiscusso della sinistra di ispirazione cristiana. Ma, soprattutto, è una Fondazione che ha il merito, e l’obiettivo, di rilanciare e riattualizzare il pensiero, la cultura e la tradizione del cattolicesimo sociale nel nostro paese. Una tradizione e una cultura che conservano una straordinaria attualità e modernità nella società contemporanea. Perché la Fondazione, nel corso di questi anni, ha affrontato anche – e continua ad approfondire – tematiche strettamente legate alla società, con particolare riferimento alle istanze, alle esigenze e alle domande che provengono dalle giovane generazioni.

Ma, per fermarsi al dato politico, è indubbio che il lavoro della Fondazione Donat-Cattin è particolarmente utile e prezioso per richiamare un pensiero politico che ha segnato in profondità la stessa storia democratica del nostro paese. E questo, pur senza riproporre moduli ed esperienze politiche del passato, perché è abbastanza evidente che la democrazia nel nostro paese non può fare a meno di una cultura politica e di un pensiero che hanno qualificato ed arricchito la storia e la stessa esperienza del cattolicesimo politico nel nostro paese. E la rilettura dell’azione politica, legislativa, culturale e soprattutto sociale di Donat-Cattin e della sua storica corrente, Forze Nuove, significa anche rileggere i punti cardinali di un pensiero che non può essere banalmente e qualunquisticamente archiviato.

E l’iniziativa che si è tenuta al Senato ha confermato la bontà e l’efficacia di questa azione culturale e, soprattutto, le ricadute concrete che una presenza del genere può avere. E non solo nell’area di riferimento – cioè quella del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese – ma nell’intera società. E questo perché i valori, i principi e gli asset culturali della cultura del cattolicesimo sociale rappresentano tuttora un giacimento ideale, etico e politico che non può essere sacrificato sull’altare di nessun maldestro nuovismo. E la Fondazione Carlo Donat-Cattin – guidata per oltre vent’anni dal figlio Claudio scomparso nel 2022 dopo aver dato un impulso straordinario alla stessa Fondazione fortemente voluta dalla famiglia dello statista piemontese – come hanno giustamente evidenziato e ricordato Pier Ferdinando Casini e Bruno Vespa in Senato, può diventare, senza supponenza e senza arroganza, un autorevole punto di riferimento della tradizione e del pensiero del cattolicesimo politico italiano.

Sturzo, il bene comune e le insidie autoritarie delle attuali democrazie.

La grande attualità del pensiero di don Luigi Sturzo

C’è ancora una grande attualità nel pensiero di Sturzo. Quel grande patrimonio di insegnamenti resta una riconosciuta pietra miliare per chi si avventura nell’agone politico.

Mentre è diffusa l’idea che quelle analisi sociologiche che circostanziano i suoi giudizi su bene comune e dialettica democratica sono ancora dense di sviluppi non del tutto esplorati.

Ed è un dato di fatto che ogni riflessione sul pensiero del fondatore del popolarismo diviene ulteriore occasione di arricchimento e rafforza il sentimento democratico.

Tra postulati della buona politica e violenze di piazza

La premessa mi consente di cogliere lo spunto che offrono gli episodi ripetuti di violenza di piazza registratisi nel corso di manifestazioni di studenti, e non solo, a Torino e in qualche altra città del paese, mentre poca eco hanno il richiamo a politiche di maggiore equità sociale ed economica e ad una legge elettorale che renda effettivamente protagonista l’elettore e non i capi partito, con le liste bloccate, e riporti equilibrata rappresentatività di tutti i territori del paese.

Violenze, manganelli, politiche sociali e sfondi da anni ‘70

Quello che più ha inquietato sono gli accenni a condotte e simbologie che sembrano anticipare talune dinamiche degli sciagurati anni ‘70. Certamente il contrasto alle iniquità sociali non si fa con le violenze di piazza ma con le azioni politiche (che devono trovare un giusto coinvolgimento dialettico delle forze di opposizioni, stante la centralità del parlamento) e il corretto esercizio dei poteri, nelle forme previste dalla Carta Costituzionale.

Memorabile il messaggio di qualche mese fa del Presidente Mattarella: “L’autorevolezza delle forze dell’ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni. Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento”.

Non manca però chi riconduce il fenomeno all’effetto di certa compiacenza di “cattivi maestri”. Nel suo editoriale dell’altro ieri su Il Domani d’Italia Giorgio Merlo così scrive: “…Ora, e di fronte ad una cornice che ricorda, con gli inevitabili aggiornamenti e rivisitazioni, quel triste passato, si tratta di capire come le forze politiche che hanno maggiori frequentazioni e simpatie con quei “mondi” intendono reagire dopo queste manifestazioni cosiddette pacifiche e democratiche. L’epilogo finale, purtroppo, già lo conosciamo..”. E poi aggiunge: “…Ecco perché, e su questo versante sarebbe importante, nonché indispensabile e necessario, una comune consapevolezza della sinistra e della destra che la permanente criminalizzazione politica, culturale, sociale e morale dell’avversario/nemico si deve arrestare prima che la violenza di piazza diventi un normale codice di comportamento per movimenti, gruppi e organizzazioni varie. Ieri c’erano gli ormai noti “compagni che sbagliano”. Oggi non vorremo che ci fossero i giovani, i quali chiedono ad alta voce un cambiamento radicale della nostra società che contempla anche l’abbattimento di un “regime”, peraltro inesistente e del tutto virtuale, a farsi interpreti di una nuova ed inedita violenza di piazza. Ma quando questo “regime” viene insistentemente e quotidianamente richiamato dai sempre verdi “cattivi maestri”, la violenza è sempre dietro l’angolo. Perché questa, purtroppo, non si aggiorna ma si fa semplicemente prassi ed azione. E questo, veramente, ieri come oggi non cambia”.

Un giusto monito che si nutre opportunamente dell’indefettibile presupposto che ogni ricorso alla violenza è sempre una sconfitta per chi propugna idee di miglioramento o ancor più di cambiamento.

 

Per leggere il testo completo

Senza confronto non c’è salvezza: il limite delle idee di Del Noce.

[…] Insomma a me pare che Del Noce, volendo combattere il laicismo azionista, “protestante” e radicale (e più in là l’empirismo che a suo dire antepone gli interessi ai valori) si crei spesso un avversario di comodo. Solo un esempio: avrebbe potuto confrontarsi utilmente con Nicola Chiaromonte, uno dei maggiori intellettuali della seconda metà del *900 (proviene in parte anche lui da Tilgher), fondatore di “Tempo presente” , con Silone negli anni ’50, eretico e libertario, formatosi su Platone, screditato dalle due “chiese simmetriche”, comunista e cattolica. Un intellettuale che non coincide affatto con il paradigma delnociano dell’intellettuale laico e libertino, fanatico della scienza e della tecnica, devoto unicamente ai piaceri individuali (ma potremmo fare molti altri nomi, nel ‘900, da Camus ad Orwell).

Del Noce insiste sulla identificazione di modernità e gnosi, ovvero la pretesa di autoredenzione dell’uomo con le sue uniche forze, senza bisogno di Dio (l’antica eresia di Pelagio). Ma se l’uomo non tenta di “liberarsi” da solo – attraverso la ragione, la conoscenza, la cooperazione – chi potrà farlo al suo posto? E poi non è detto che la gnosi porti al superomismo, all’immagine luciferina dell’umanità che manipola le cose e intende rigenerarsi, all’hybris di dominio che sta devastando il pianeta.

Proprio Chiaromonte era rigorosamente laico e azionista (per Del Noce quasi il male assoluto, culturalmente), e non credeva nel “soprasensibile” o nel “sopraumano”, ma aveva il senso del sacro e una cognizione del limite che gli veniva dalla antica Grecia. Considerava la realtà mutevole e non modificabile, e la stessa Storia umana espressione di qualcosa di imperscrutabile, affermava il primato dell’etica sulla politica e della coscienza individuale sui doveri sociali, era devoto alla verità (contro ogni calcolo), criticava le utopie politiche (inclini al totalitarismo), ma coltivava l’unica utopia (impolitica) di tutto ciò che è gratuito e non funzionale, riteneva che occorre riconoscere “le cose come sono”(che si mostrano alla pura intuizione intellettuale) e infine era convinto che l’accadere storico fosse casuale e che ciò che non è accaduto ma sarebbe potuto accadere ha lo stesso valore del fatto compiuto (il concetto di ucronia, che Del Noce trae da Renouvier).

Ecco, un dialogo tra Del Noce e Chiaromonte – due outsider inclassificabili, “disorganici” a tutto – avrebbe certamente immesso nella nostra cultura bigotta e conformista, avvelenata dalla Guerra Fredda, una linfa vitale, arricchendo

quella battaglia delle idee cui accennavo all’inizio e che costituisce il cuore della modernità.

 

Titolo originale: Nessuna salvezza senza cattolicesimo. Il grande limite delle idee di Del Noce.

Il libro – Luciano Lanni, Attraversare la modernità. Il pensiero inattuale di Augusto Del Noce (Cantagalli, prefazione di G. Marramao, 2025).

Tutto da costruire il centro che cammina verso sinistra

Si cerca in tutti i modi di dematerializzare l’eredità della politica degasperiana, sminuendone il significato ideale e le implicazioni pratiche. Alle volte lo si fa per semplice inavvertenza. È stato Agostino Giovagnoli, ad esempio, a riproporre l’esegesi minimalista della celebre frase, quella dell’intervista di De Gasperi a “Il Messaggero” del 17 aprile 1948, alla vigilia cioè delle elezioni più importanti della storia repubblicana, per la quale la Dc era definita “partito di centro che cammina [non guarda, ndr] verso sinistra”. Secondo l’autorevole storico, tra i relatori al Teatro Quirino (il 20 giugno scorso) per le celebrazioni degli 80 anni dalla nascita della Dc, De Gasperi voleva indicare, con quel suo riferimento alla sinistra, una generica tensione alla giustizia e all’equità sociale, non un preciso ed organico orientamento politico. 

La tesi non regge alla luce della concreta esperienza politica degasperiana. Infatti, cosa fu il centrismo? Un’opzione strategica, con precisa discriminante democratica. Dopo il 18 aprile la Dc poteva farsi perno di un blocco conservatore, senza distinzioni a destra. Invece, poiché “camminare verso sinistra” aveva un significato eminentemente politico, non solo sociale, la scelta di De Gasperi fu quella di stabilizzare l’alleanza riformatrice, coinvolgendo appieno socialdemocratici e repubblicani, ovvero i partiti di sinistra democratica collocati saldamente nel campo occidentale. Insomma, De Gasperi scelse l’alleanza più avanzata possibile sul piano delle riforme – perché le riforme De Gasperi le fece sul serio – come espressione dinamica ed avanzata del cosiddetto “anticomunismo democratico”. A riprova di ciò, si tenga in considerazione che nel periodo del centrismo non mancarono dissensi e momenti di crisi con i liberali, a dir poco prudenti proprio sulle riforme (in specie sulla riforma agraria).

Malgrado questo, Aldo Cazzullo ha scritto che De Gasperi era un “uomo di centro-destra” (“Corriere della Sera”, 3 agosto). E subito dopo anche Ortensio Zecchino (“Il Foglio”, 10 agosto), promotore dell’incontro del Quirino, ha dato a vedere di muoversi lungo questa stessa lunghezza d’onda (con qualche malcerta citazione). Che dire? È un De Gasperi irreale, forzatamente consacrato come principe del moderatismo, anche a dispetto della rivendicazione del carattere “innovatore e riformatore” che proprio lo statista trentino volle attribuire, nel discorso del 28 giugno 1953, al ciclo di governo da lui diretto.

Certo, De Gasperi non è l’icona a disposizione di chi immagina un “centro mucillagine”, funzionale alla conquista di quel minimo che serve per vincere le elezioni. Una miseria, questa, lo dobbiamo ammettere! Pensare a una sorta di protesi della sinistra, quasi un’escrescenza funzionale al posizionamento in campagna elettorale, è la negazione di un vero progetto politico. L’orizzonte è un altro, deve essere un altro. Serve infatti un “centro innovatore”, così come lo concepì De Gasperi, ovvero un’aggregazione capace di fare la differenza, unendo tutti i democratici – riformisti ed europeisti, nondimeno laici ma rispettosi delle fedi – e fissando un chiaro confine anche a sinistra, per arginare il populismo in tutte le sue varianti e diramazioni. Un centro tutto da costruire e per adesso introvabile.

Ma i cattivi maestri non tramontano mai?

Quando parliamo di ‘cattivi maestri’ non si vuole solo ripercorrere una pagina del passato o di pura rievocazione nostalgica. E questo perché i cosiddetti ‘cattivi maestri’ – termine che nel nostro paese è coinciso con l’irruzione della triste e drammatica stagione terroristica – hanno sempre accompagnato il cammino dal democrazia italiana. Uomini e donne che, in virtù di una rivendicazione – del tutto presunta nonché opinabile – di superiorità intellettuale, e a volte anche morale, hanno contribuito a formare pezzi di generazioni plasmati sulla loro concezione della vita e della politica. Una categoria, comunque, pericolosa ed inquietante perché, di norma, non partecipa direttamente agli avvenimenti politici o pubblici ma si limita a dare consigli, a suggerire soluzioni e a convincere altri a scendere in campo. Che, ovviamente, si rifanno ai loro insegnamenti, suggerimenti, congetture e consigli.

Ora, è tremendamente difficile individuarli e classificarli perché, puntualmente, si nascondono dietro alle loro riflessioni e ai loro contorcimenti intellettuali ma che poi hanno delle precise e puntuali ricadute sui comportamenti concreti di chi affronta la questione di petto e senza filtri. Facciamo un esempio concreto, a proposito della difficile e drammatica questione israelo/palestinese. Di fronte alla violenza conclamata e manifesta dei vari cortei organizzati in tutta Italia in questi ultimi mesi, i ‘cattivi maestri’ non condannano mai la violenza direttamente, ma si limitano a sostenere che quella violenza è anche e soprattutto il frutto del comportamento delle forze dell’ordine o del Governo di turno. Nello specifico dello Stato repressore. Inoltre i ‘cattivi maestri’ spostano sempre l’obiettivo più avanti. La questione del Medio Oriente, ad esempio, diventa lo strumento per mettere in discussone la stessa politica estera delle nostro paese e quindi lo stesso modello di democrazia che si è determinata in Italia. 

In ultima analisi, ma non per ordine di importanza, i ‘cattivi maestri’ di norma attaccano frontalmente le persone. Individuano cioè l’obiettivo da colpire – sotto il profilo politico, come ovvio – spiegandone le cosiddette ragioni. Sempre stando attenti a non scadere nella diffamazione o nella calunnia che sono, seppur ormai debolmente, penalmente perseguibili. Creando, però, di fatto, il terreno affinché qualcun altro esegua concretamente il gentile invito partito dalle loro cattedre politiche, culturali, sociologiche e giornalistiche. E, se vogliamo ancora aggiungere una postilla, i ‘cattivi maestri’ si ritengono moralmente e strutturalmente superiori rispetto al resto dell’umanità. Da qui arriva la ragione per cui le loro riflessioni sono quasi sentenze inappellabili ed indiscutibili. E, ancor più, che superano la stessa dialettica politica quotidiana ritenuta, di norma, insufficiente e scadente.

Ecco perché, ieri come oggi, i ‘cattivi maestri’ rappresentano un pericolo per la qualità della nostra democrazia e per la solidità delle nostre istruzioni democratiche. E il compito della politica e dei partiti – o ciò che resta dei partiti -, se ne hanno ancora il coraggio, non è altro che saper dimostrare concretamente che i ‘cattivi maestri’ rappresentano un elemento strutturalmente diseducativo ed inquietante per la costruzione di quello che un tempo si chiamava “bene comune”. Se non si ha il coraggio di farlo si corre il serio rischio che vincano proprio i ‘cattivi maestri’ e, con i ‘cattivi maestri’, tutto ciò che ha contribuito negli anni a sfaldare e a inquinare il nostro assetto democratico e costituzionale.

Italia, da nord a sud uno stesso male affligge lo stivale.

Ci risiamo. A Grado, un lavoratore egiziano cade da una impalcatura e viene abbandonato ad una stazione di rifornimento di benzina. Lì, un buon samaritano, richiamato dalla sua attenzione, ha provveduto a chiamare aiuto e adesso speriamo se la cavi. È un’altra pagina nera di umanità come in nero è probabilmente l’ingaggio che lo aveva assoldato.

Sembra che benzina venga in origine da una bevanda vegetale chiamata romanticamente “incenso di Giava” che portò poi, evolvendo, al benzene e così via fino ai giorni nostri. È già tanto che al pover’uomo non gli abbiano dato fuoco per far scomparire la sua presenza.

C’è anche qualcosa di demenziale in ciò che si è fatto. Non saranno infiniti i cantieri in quel paese e non sarà impossibile per le forze dell’ordine risalire ai responsabili della faccenda. 

Grado non arriva a 10.000 abitanti ed è anche chiamata l’isola del Sole, che questa volta ha offuscato la coscienza di qualcuno. Si chiama così perché in passato era uno scalo mercantile con tanto di gradoni romani che consentivano lo sbarco di uomini e merci. 

Pare che Grado sia stata anche il primo centro di sabbiature europea. La cosa evidentemente ha condizionato qualche suo abitante che ha ritenuto di poter tutto insabbiare senza assumersi le responsabilità del caso, a tutto dispetto delle parole del Nievo a riguardo dei suoi turisti che torneranno a casa “edificati della piacevolezza del soggiorno, della commodità dei bagni, e della cortesia degli abitatori”.

Da quelle parti sono stati purtroppo in grado di rappresentare il male, ma di buon grado c’è anche chi si impegnerà per accertare le responsabilità degli autori che meriterebbero un terzo grado con i fiocchi perché confessino il malfatto.

Un po’ più giù, a Bari, dove c’è chi bara, confondendo la vita con la morte, un senzatetto indiano è stato ucciso per capriccio. Tre giovani balordi volevano sperimentare su un bersaglio umano il funzionamento di una pistola a salve poi modificata in modo che sparasse davvero. 

“Salve” è il saluto che non gli è bastato e l’hanno tradotto in una lingua di fuoco che lascia segni indelebili di presentazione nel prossimo. A questi delinquenti manca evidentemente il baricentro dell’esistenza, la nozione stessa di vita. 

Sguazzano nella palude di giorni consumati tra violenza e ignoranza. Si tratta di vite sprecate, prive di ogni consapevolezza, ignare dell’occasione che la vita offrirebbe anche a loro per riempirla, magari fosse, pur di minimi contenuti. Alle loro spalle, nessuno che per amore abbia mai indicato come approfittare di un dono che non può essere ripetuto.

Il Natale è alle porte. Speriamo che a Grado siano in grado di riscattarsi sostenendo materialmente come comunità chi ora lotta per la guarigione. Può darsi che anche a Bari accada un miracolo e ci si converta in futuro a miglior vita e si smetta di fare tragicamente i gradassi. Il bel paese per adesso è sfigurato, sarà dura mandar via le cicatrici.

Gotor guarda alla Roma del Giubileo e auspica un nuovo umanesimo.

A sorpresa, dopo aver lasciato appena un mese fa l’incarico di assessore capitolino alla cultura, Miguel Gotor torna a far sentire la sua voce sui problemi di governo della città. Lo fa sulle pagine di ‘Repubblica’ (“Il Giubileo e la mia Roma”, 15 novembre), di cui è stato collaboratore prima dell’ingresso nella politica attiva, andando a toccare con una nota ricca di stimoli le corde di una distratta sensibilità collettiva. Neppure ci rendiamo conto, infatti, che dietro gli eventi si stagliano o spesso si nascondono le persone: toccante, a riguardo, il richiamo all’eroismo dei tre operatori della Protezione civile e di un vigile del fuoco travolti nell’incendio scoppiato il 24 agosto a Torre Spaccata.

Andiamo per ordine. Perché Gotor ha preso carta e penna? Lo spunto gli è arrivato dal discorso che il sindaco Gualtieri ha tenuto giovedì scorso, in occasione del “Terzo Rapporto alla Città”, all’Auditorium della Musica. Sullo sfondo del lavoro svolto finora dalla Giunta e soprattutto degli impegni che essa deve ancora portare avanti, la riflessione dell’ex assessore gira rapidamente sulla diretta esperienza personale nel palcoscenico della vita pubblica romana. Gotor si riconosce in un percorso inverso a quello degli attori pirandelliani: da protagonista in politica a semplice osservatore in platea, sebbene ancora interessato e in qualche modo partecipe. 

E qui subentra l’apprezzamento per la visione del sindaco, il quale, giunto ormai a metà mandato, è di fronte alla sfida che riguarda la possibilità di irrobustire e qualificare la relazione tra cittadini e comunità, tenendo conto dell’avviato processo di trasformazione urbanistica, sociale e culturale. È stato aperto un imponente cantiere urbano, magari frammentario e poco leggibile, certamente gravido d’immancabili contraccolpi negativi sulla vita quotidiana. Tuttavia, ogni trasformazione richiede qualche sacrificio. Su questo insiste Gotor: pur riconoscendo i disagi attuali, egli ammira lo sforzo che tende a restituire ai romani una città più inclusiva e aperta, capace di generare “benessere” e un nuovo spirito di comunità, specialmente in connessione con il Giubileo della speranza. È perciò centrale il richiamo a un “nuovo umanesimo”, senza il quale ogni aspirazione al cambiamento rischia d’incrociare la pena della frustrazione, come l’apertura auspicata e ancora disattesa del Teatro Valle.

Un nuovo umanesimo, dunque; ma come si promuove la spinta giusta in questa direzione? Ecco, potremmo commentare in breve che serve un “ambiente”, anche fonte di dialettica tra culture diverse, destinato a far da incubatore alla crescita di un disegno tanto ambizioso. Gotor, evidentemente, ha voluto lanciare un sasso nello stagno. Si tratta di capire se questo può dar luogo a una riflessione più articolata, con soggetti responsabili e visibili, senza l’evanescenza di una retorica a rapido consumo. È una sfida da non trascurare e la Roma del Giubileo, prossima a dispiegarsi in vario modo, ne può accogliere le ragioni più immediate e suggestive. 

Sturzo e i problemi del suo tempo: la crisi è sempre spirituale.

[…] Sturzo, per parte sua, ricavava dall’intreccio fra natura e soprannaturale la reciproca influenza tra vissuto spirituale, opzioni etiche, strategie politiche e vita sociale. L’approdo di questa riflessione era che la secolarizzazione è, anche, una questione politica. Ed era questa constatazione che ispirava, di converso, l’apparentemente troppo devota conclusione secondo cui, quando si lascia orientare dall’umanesimo evangelico e si traduce in «servizio» alla comunità, in «cooperazione al bene», in «atto di giustizia», in «dovere di solidarietà» e quindi in «amore del prossimo», «la politica è un atto di carità», definizione quest’ultima che Sturzo mutuava da Pio XI.

In questa prospettiva molti potrebbero essere i «problemi spirituali» segnalati da Sturzo. Qui mi limito a ricordarne tre. Il primo è la necessità di (ri) educare il popolo alla democrazia. Soprattutto a disincantarsi dalla menzogna orpellata di verità, artificio demagogico tramite cui si dà «alla menzogna e all’inganno il lasciapassare dell’opinione pubblica»: «l’uso delle mezze verità, l’alterazione dei fatti, la confusione dei dati, l’abuso delle statistiche, la ripetizione artificiosa per far credere un fatto nuovo, mentre è lo stesso ripetuto sotto diversi aspetti; la propaganda amplificatrice, la denigrazione dell’avversario, tutti mezzi deplorevoli e usati comunemente senza alcuna attenuazione e differenza di gruppi e partiti». Per educare efficacemente occorre,  pertanto, recuperare l’autorevolezza di chi dice e fa la verita. Autorialità, potremmo anche dire: cioè capacità di vivere personalmente ciò che si sta esigendo dagli altri, per rintuzzare a giusto titolo la contestazione dell’autorità senza ricorrere all’autoritarismo.

Dalla secolarizzazione consegue pure lo statalismo: per Sturzo è il peggiore dei mali del secondo dopoguerra ita-liano, dato che prolunga e persino incancrenisce i risvolti liberticidi dei totalitarismi primo-novecenteschi. Anch’esso è lesivo della sfera spirituale e personale, non solo collettiva e politica. Lo statalismo, difatti, deflagra allorché lo Stato si costituisce come «un fuori di noi», perciò – giocoforza – come «diverso da noi, o altro da noi», usurpando il ruolo di Dio e prevaricando la libertà degli esseri umani, nella cui «personalità spirituale» non è più ravvisato «il segno divino». Così lo Stato, con la sua pretesa etica e normativa, si erge a «unica fonte di diritto» e non riconosce alcun «diritto naturale» che gli sia «precedente e superiore», presunzione «panteistica» che «lo assimila a quel Dio che lo Stato moderno non sa riconoscere come fuori di sé e sopra di sé».

Il terzo «problema spirituale» da rievocare infine – per la sua permanente attualità — è quello della pace. Sturzo, ne aveva tante volte discusso: il bombardamento di Guernica, nell’aprile 1937, gli aveva fatto presagire un nuovo conflitto in Europa, ma già nel 1928 – riflettendo sui disastri causati dalla Grande Guerra – aveva pubblicato il saggio La comunità internazionale e il diritto di guerra sull’abolizione delle guerre. Una generosa speranza, destinata a risultare utopica per via della minaccia atomica, cui ho già accennato.

Mi limito pertanto – per concludere – a citare quel che Sturzo scrisse nel 1943, usando parole ancora urgenti non solo negli anni immediatamente successivi a Hiroshima e Nagasaki, ma anche ai nostri giorni: «Alcuni immaginano che la pace futura possa essere, come la passata, imposta dal vincitore, senza preoccuparsi se sia o no accettata dal vinto. Errore colossale, che è stato alla radice di questa guerra e che, se si ripete, potrà essere alla radice di una terza guerra mondiale. La pace è essenzialmente fatto morale e solo subordinatamente fatto politico; la pace è anzitutto un atto di riconciliazione».

 

[Il testo integrale è stato pubblicato dall’Osservatore Romano nell’edizione del 23 ottobre 2024]

 

Il video dell’intervento di don Massimo Naro

https://youtu.be/H2DqOc1jE_c?si=s9R75tUNNZDHSOaU

X, Musk e il fascino della fuga digitale: è possibile rinunciare al web?

L’inventore Nikola Tesla non avrebbe mai immaginato che avrebbe, di riflesso, partorito il genio di Elon Musk con tutte le conseguenze del caso. Par che nella sua vita depositò 280 brevetti ma si è imprevedibilmente superato, eccitando la fantasia e le azioni dell’uomo oggi più ricco del mondo.

Eppure c’è chi non apprezza tutto questo e non vuole avere niente a che fare con il personaggio. Cominciano le pubbliche dichiarazioni di abbandono dal social network “X”: una volta si chiamava più innocentemente, un inoffensivo cinguettio che si è trasformato in una incognita, in una lettera che apre ad una cosa ignota con il fascino misterioso che ne consegue.

La X è anche una croce, una dannazione o un crocevia di strade che si intersecano portando all’uno notizie dell’altro e viceversa. “Ed io non ci sto più” cantava anni fa De Gregori. 

Gente di minor o maggior fama annuncia di abbandonare la X come fosse un fatto eroico da far sapere per non essere accusati di complicità con il suo padrone. Forse non tutti sanno che web sta per ragnatela estesa in tutto il mondo, qualcosa che ti avviluppa e dalla quale è difficile venir fuori.

Giorni fa una ragazza è morta a seguito di un intervento di rinoplastica. La magistratura sta indagando per eventuali responsabilità del chirurgo. Ciò che sembra emergere è la scelta del medico attraverso internet con annessi e connessi. Sembra che una Direttiva europea riconduca la professione di Ippocrate a quella di impresa, per cui sarebbe legittimo promuovere la propria attività nelle forme che si ritengono più convenienti. 

Flaiano diceva come “leggere è niente, difficile dimenticare cosa si è letto”; la promozione del web per quanto scadente non manca di attecchire da qualche parte.

Negli studi di Diritto ci sono casi in cui una fattispecie si può definire solo in termini residuali negativi. È insomma ciò che non è l’altro. 

Ci si potrebbe armare di coraggio e chiamarsi tutti fuori dal web. Si ha valore se non si è da quelle parti. “Via dalla pazza folla” diventerebbe così un elemento distintivo di qualità mentre stare nella rete dell’insetto dequalificherebbe chi invece vi ci dondola.

Ci vorrebbe un genio come Musk per lanciare una crociata del genere, l’unico in grado di andare contro se stesso. In via derivata, potrebbe impedire ogni forma di pubblicità. Sarebbe un gran bel segnale. Par che adesso lo abbiano ribattezzato “D.O.G.E”, imminente la sua nomina a Capo del Dipartimento per l’Efficienza Governativa dell’Amministrazione Trump.

Il Doge è uno che comanda. Forse ricalcherà le orme di Paoluccio Anafesto, il primo glorioso doge del Ducato di Venezia. Che Musk sarà nefasto o meno lo diranno solo i fatti.

In attesa che Musk dia un impossibile segnale in tal senso, ciò che intanto si potrebbe fare e abbandonare il campo perché a volte il gioco non vale la candela o perché chiamarsi fuori dal gioco può darti una patina di maggiore rispettabilità. “Non digito, ergo sum” potrebbe essere lo stile distintivo a cui ispirarsi.

Si resta in attesa di capitani coraggiosi.

La P38 e i nuovi cattivi maestri: un passato che ritorna?

Verrebbe quasi da dire, tutto secondo copione. Eppure sono trascorsi quasi 50 anni. Ma il copione, purtroppo, resta sempre lo stesso. Certo, cambiano leggermente i nemici da abbattere ma non di molto. Perché anche su questo versante i nemici sono sempre facilmente individuabili. E il ferimento di quasi 20 poliziotti a Torino ad una manifestazione, ovviamente violenta, contro Israele, contro il Governo, contro la Meloni e che ha coinvolto anche altri esponenti politici dell’attuale opposizione, e contro la presunta repressione che esisterebbe in Italia non fa altro che ricordarci il passato. Un triste ed indimenticabile passato. E, stando alle precise e dettagliate ricostruzioni giornalistiche della manifestazione di Torino, come di altre manifestazioni disseminate in tutto il paese, è comparso anche un richiamo alla ormai celebre e famosa P38. 

Fa comunque un certo effetto rivedere quel gesto, che era e resta uno dei simboli storici ed emblematici del ‘77 e, purtroppo, degli anni di piombo ad un corteo del 2024. E proprio tra i fumogeni e lo sventolio delle bandiere palestinesi, alcuni manifestanti a Torino hanno alzato le tre dita in cielo a simboleggiare, appunto, la P38. E, per chi conosce anche solo distrattamente la storia democratica del nostro paese, non riesce a non pensare proprio al capoluogo piemontese di quegli anni e al fatto che era il “saluto” per eccellenza dei militanti dell’Autonomia operaia prima che partissero alla carica. E la ventina di agenti che hanno dovuto ricorrere alle cure del pronto soccorso investiti dopo lo scoppio di un ordigno rudimentale da una nube di gas urticante non è che la conferma di un clima che sta progressivamente degenerando.

Ed è proprio su questo versante che iniziano le consuete e plateali contraddizioni politiche. Ieri come oggi lo stesso copione e lo stesso film. Perchè anche nella stagione pre terroristica le iniziative indirizzate contro il partito di governo dell’epoca, nello specifico la Dc, contro le solite forze dell’ordine e contro tutto ciò che richiamasse il “sistema” – termine quantomai vago, generico e difficilmente individuabile – c’erano reazioni sempre molto articolate e da interpretare. 

Ma, per tornare all’oggi, non possiamo non richiamare l’attenzione sul fatto che dal campo variegato e composito della sinistra italiana è subito emersa la condanna della violenza ma sempre con molti distinguo. Ovvero, detta con parole più semplici e comprensibili, c’è il no alla violenza ma accompagnato dal fatto che non si devono criminalizzare e né, tantomeno, criticare questi ragazzi che comunque manifestano per una causa giusta ed indiscutibile. E, ieri come oggi quindi, comprensione per le ragioni della protesta che non possono essere represse. E, a questo punto, si fa strada la convinzione che c’è anche da parte delle forze dell’ordine una precisa responsabilità politica nella concreta gestione dell’ordine pubblico. E, di conseguenza, esisterebbe – secondo questa strana e singolare vulgata di ieri come oggi – una responsabilità politica del Governo, di chi lo presiede e, nello specifico, del Ministro dell’Interno.

Ora, e di fronte ad una cornice che ricorda, con gli inevitabili aggiornamenti e rivisitazioni, quel triste passato, si tratta di capire come le forze politiche che hanno maggiori frequentazioni e simpatie con quei “mondi” intendono reagire dopo queste manifestazioni cosiddette pacifiche e democratiche. L’epilogo finale, purtroppo, già lo conosciamo.

Ecco perché, e su questo versante sarebbe importante, nonchè indispensabile e necessario, una comune consapevolezza della sinistra e della destra che la permanente criminalizzazione politica, culturale, sociale e morale dell’avversario/nemico si deve arrestare prima che la violenza di piazza diventi un normale codice di comportamento per movimenti, gruppi e organizzazioni varie. Ieri c’erano gli ormai noti “compagni che sbagliano”. Oggi non vorremo che ci fossero i giovani che chiedono ad alta voce un cambiamento radicale della nostra società che contempla anche l’abbattimento di un “regime”, peraltro inesistente e del tutto virtuale, a farsi interpreti di una nuova ed inedita violenza di piazza. Ma quando questo “regime” viene insistentemente e quotidianamente richiamato dai sempre verdi “cattivi maestri”, la violenza è sempre dietro l’angolo. Perché questa, purtroppo, non si aggiorna ma si fa semplicemente prassi ed azione. E questo, veramente, ieri come oggi non cambia.

Un raggio di speranza nella lotta all’Alzheimer: approvata una nuova terapia rivoluzionaria.

Una notizia che porta con sé una ventata di speranza per milioni di famiglie: l’Intergruppo parlamentare Alzheimer e Neuroscienze saluta con entusiasmo l’approvazione di una nuova terapia innovativa da parte del Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA). Questa decisione rappresenta una svolta epocale nella battaglia contro la malattia di Alzheimer, aprendo la strada a un futuro più promettente per i pazienti e i loro cari.

“La decisione del CHMP rappresenta una luce in fondo al tunnel per oltre 600.000 persone affette da Alzheimer in Italia”, dichiara l’onorevole Annarita Patriarca, presidente dell’Intergruppo. “Per la prima volta, una terapia che rallenta il declino cognitivo diventa una realtà accessibile in Europa. Adesso è cruciale che il nostro Paese si muova con rapidità per recepire queste innovazioni e garantirle ai pazienti. In questa direzione, ho presentato un’interrogazione parlamentare al ministro della salute per sapere se e quali iniziative intenda intraprendere per assicurare l’accesso tempestivo a queste terapie, riducendo il divario con altri Paesi come Stati Uniti, Regno Unito e Giappone, dove il farmaco è già disponibile”.

L’interrogazione, depositata recentemente, chiede un impegno chiaro e deciso da parte del Governo, affinché anche i pazienti italiani possano beneficiare delle cure più avanzate. “Ho chiesto esplicitamente al Ministro della Salute se e quali iniziative di competenza intenda intraprendere per garantire ai pazienti italiani affetti da Alzheimer le cure e le terapie più avanzate e innovative,” aggiunge la presidente Patriarca.

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, in Italia sono circa 1.200.000 le persone colpite da demenza, di cui il 50-60% da Alzheimer. La terapia approvata dall’EMA, già disponibile in Paesi come Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Israele ed Emirati Arabi Uniti, rappresenta un’innovazione straordinaria: è in grado di rallentare il decorso della malattia, offrendo una qualità di vita migliore ai pazienti nelle fasi iniziali.

Questa notizia non è solo una conquista scientifica, ma un messaggio di speranza per tutte le famiglie che convivono quotidianamente con le sfide dell’Alzheimer, un passo concreto verso un futuro più rassicurante.

La Voce del Popolo | Se i partiti diventano sette radicali.

Negli Usa, ci avverte Lucio Caracciolo, il 94 per cento dei matrimoni avviene tra persone dello stesso credo politico. Mariti repubblicani con mogli repubblicane, mogli democratiche con mariti democratici. Solo nel 6 per cento dei casi avviene che l’amore sbocci tra uomini e donne di opposte fedi politiche ed elettorali. Montecchi e Capuleti senza nessuno Shakespeare a raccontarli. 

È un dato politico, non di costume. Ci avvisa di dove ci sta portando la radicalizzazione in corso. È evidente che intorno a Trump e ai democratici sono andate prendendo forma due comunità chiuse, serrate, sottratte ormai a ogni intesa con l’altra metà del mondo. Due sette, viene quasi da dire. Non più due partiti dentro una stessa comunità. La politica di casa nostra non è (ancora ?) arrivata fin lì. Ma vi si sta avvicinando a passo di carica. 

La polemica di questi giorni sulle “zecche” e sulle “camicie nere” a proposito delle opposte manifestazioni in quel di Bologna dice molto al riguardo. Tanto più quando l’argomento più estremo viene fatto proprio dai leader politici più alti in carica. Si comincia così, per l’appunto. Con parole in libertà da cui discendono comportamenti sempre più incendiari. 

Viene alle mente il vecchio ministro Taviani, che ai suoi tempi scrutava pensieroso la frontiera tra Russia e Cina lungo il fiume Ussuri e decretava che, da quelle parti, si stesse rischiando la guerra appunto perché le due popolazioni non mettevano mai al mondo figli insieme. Sarebbe ora che se ne preoccupassero anche Meloni e Schlein. Che almeno usano parole meno incendiarie di quelle che si ascoltano anche dalle loro parti.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 14 novembre 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]

Con Trump al fianco, Israele che farà?

L’impressione diffusa è che il ritorno al potere di Donald Trump favorirà i piani di Benjamin Netanyahu di liquidazione definitiva della questione palestinese. Ovvero la fine della narrazione, ormai retorica e priva di qualsiasi realistica possibilità di avverarsi (quantomeno nel futuro prossimo), improntata allo schema “2 popoli, 2 stati” da ottenersi anche attraverso la decapitazione della guida politico-militare di Hamas e dei suoi alleati esterni (a cominciare da Hezbollah), la distruzione quasi radicale di Gaza e la sua parziale occupazione militare, il rafforzamento anche numerico degli insediamenti colonici in Cisgiordania.

Un’azione da intensificare nelle prossime settimane, prima del periodo natalizio e senz’altro prima dell’insediamento alla Casa Bianca del vecchio-nuovo Presidente, che si dichiara “pacifista” e dunque richiederà all’alleato israeliano di concludere le operazioni più eclatanti, per poter così affermare di aver fatto immediatamente finire la guerra a Gaza. Per poi sostenere Gerusalemme nella sua politica, ormai esplicita, finalizzata a liquidare, come detto, la “questione palestinese”. Anche mediante l’allargamento degli Accordi di Abramo all’Arabia Saudita, un risultato cui è prevedibile l’amministrazione americana si dedicherà con massimo impegno fin dalle prime settimane del proprio mandato.

La designazione alla Segreteria di Stato di Marco Rubio va in questa direzione.  Premesso che nel Trump 2 non ci sarà spazio per opinioni diverse dalle sue (Elon Musk è un caso a parte, tutto da scoprire), il noto politico della Florida è un acceso sostenitore di Israele e ritiene Hamas responsabile al “cento per cento” di quanto è accaduto nell’ultimo anno e dunque otterrà dal governo Netanyahu quella interlocuzione attenta e positiva che Anthony Blinken non ha mai ricevuto nelle sue numerose missioni effettuate nel corso dell’ultimo anno.

Anche il nuovo ambasciatore a Gerusalemme è sulla medesima linea. Mike Huckabee, già governatore repubblicano dell’Arkansas, cristiano evangelico, è un convinto assertore della giustezza degli insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania. Dagli insediamenti all’annessione il passo è breve. Ed infatti i radicali che stanno dettando l’agenda governativa, Ben Gvir e Bezalel Smotrich, hanno già dichiarato che il 2025 sarà l’anno della “sovranità in Giudea e Samaria”, chiamando provocatoriamente la Cisgiordania col nome biblico utilizzato dagli ebrei.

Ma se questo accadesse Israele perderebbe la possibilità di trovare un’intesa con l’Autorità Nazionale Palestinese, che potrebbe sostituire Hamas e Gaza. Un’ulteriore conferma della volontà dell’attuale governo di chiudere la partita palestinese una volta per tutte. Convinto che, al fondo, il futuro di quel popolo non interessi ad alcuno dei paesi arabi vicini e meno vicini.

Europa senza un eureka: riscatto e visione cercansi disperatamente.

La nomina di Raffaele Fitto ad una poltrona di prestigio in Europa non è più un mistero fitto per la qual ragione non se ne viene a capo. I fatti sono evidenti, sempre li stessi, tipici delle dinamiche di certe vicende. Ci si divide in patria e si va in ordine sparso fuori dai confini nazionali per piccole convenienze di parte. 

Ora si usa dire che alla politica del nostro paese manca una “visione”, meglio sarebbe dire che manca tragicamente un canale sui cui sintonizzare l’interesse nazionale. Al meglio, come nei cinema di una volta con le sedie di legno, siamo in presenza di una terza visione, quella delle pellicole ormai vecchie d’uscita. 

I politici non si parlano fitto fitto per trovare una intesa ma si mandano messaggi di guerra da lontano. Sono fissamente ostinati sulle loro posizioni. La comodità e la povertà di futuro la fanno da padrone. Per loro sarà la fine già anticipata da Sommo Poeta per gli iracondi, quelli che schiumano rabbia per mestiere, che sono sempre pronti a mordere per metodo a capofitto il prossimo “Fitti nel limo, tristi fummo…”.

C’è una fitta nebbia sulla faccenda che non lascia intravedere per adesso nulla di buono, tutti conficcati a terra nelle loro piccole convinzioni. Sembra di essere all’epoca delle palafitte. “Politica fittansi”, potrebbe essere il cartello giusto per questa occasione.

Per non farsi mancare nulla, ci si è scontrati anche sul regolamento della deforestazione. Un motivo in più per restare impantanati nei meandri della boscaglia politica o diserbare quel poco di buono che semmai è rimasto.

La maggioranza Ursula par che stia andando rapidamente in frantumi. “acciò che ciascun pruovi il peso della sollecitudine insieme col piacere della maggioranza” direbbe Boccaccio. Ursula è la femmina dell’orso, un’ orsacchiotta che corre il rischio di estinguersi per quelli che ne temono il contatto ravvicinato o forse perché è una madre con troppi figli al seguito da sfamare e da mettere d’accordo.

Forse Ursula corre il rischio di fare la stessa fine di Uzala, l’innocente cacciatore del film di Kurosawa che tornato nella sua foresta viene fatto fuori in un agguato per mano ignota.

All’Europa occorrerebbe un’idea di riscatto, un’eureka che ne risparmi l’ennesima figuraccia. Siamo nel campo sorprendente dove battesimo e resurrezione si accavallano, vanno sotto braccio camminando con le stesse scarpe nello stesso tempo.

Si resta tutti in attesa di una scossa, di un’improvvisata che sovverta in pianto di vita un rantolo di morte. Siamo tutti in attesa di una fitta al cuore.

Il pasticcio albanese

Quello che sta accadendo tra le coste italiane e le coste albanesi è una vicenda su cui si potrebbe anche ridere o fare della facile e scontata ironia, se non si trattasse di qualcosa che coinvolge delle persone in carne ed ossa, ognuno con la propria vita e la propria storia di dolore e di sofferenza alle spalle.

Sostanzialmente si stanno traghettando da una costa all’altra delle persone (più o meno una decina alla volta) con dei costosi viaggi (circa 280.000 euro a viaggio) solo per giustificare una scelta propagandistica, sbagliata fin dal primo momento e che ha un costo totale che si aggira intorno al miliardo di euro. Ad oggi quegli assurdi viaggi con i quali si trasferiscono in Albania delle persone (ben sapendo che dovranno tornare in Italia dopo pochissimi giorni) servono quasi esclusivamente a creare un alibi a chi sarà chiamato a giustificare un tale sperpero di denaro pubblico; uno sperpero che grida vendetta, pensando ai tagli di spesa già previsti dalla prossima legge di bilancio per tutti i servizi pubblici essenziali. 

Il pasticcio combinato in Albania è ulteriormente aggravato dallo scontro tra la magistratura che applica la normativa italiana ed europea ed un governo che non sa leggere (o non vuole leggere!) quella stessa normativa e la relativa giurisprudenza. Come pure è un’aggravante l’incomprensibile interferenza di Elon Musk che, dall’alto del suo strapotere economico e galvanizzato dalla vittoria di Trump, fa delle “esternazioni” irricevibili sulle istituzioni italiane.

Spira sempre più forte un vento che sta disumanizzando la società, generando una preoccupante insensibilità rispetto al trattamento che viene riservato alle persone, ivi compresi minori e donne. Se su quelle navi dirette in Albania – anziché persone – fossero stati imbarcati dei cani, molto probabilmente avremmo assistito a scene di protesta e indignazione sulle banchine del porto (animalisti, ambientalisti, ecc.). E invece niente, perché – ahimè – sono solo persone!

Alberto Monaci, uomo di fede e di autentica passione politica.

La scomparsa di Alberto Monaci – un amico carissimo – segna una grave perdita per il cattolicesimo democratico. In particolare è motivo di cordoglio, giustamente, per la comunità senese e toscana. Alberto è stato un valido dirigente di partito e un vero servitore delle istituzioni, sempre devoto ai suoi principi e ai suoi ideali. Alla luce dei fatti, rifulge davanti a noi la fede che lo ha guidato nella sapiente apertura al bene della collettività.

Ha esercitato ruoli di assoluto rilievo, fino ad essere eletto alla Camera dei Deputati, anzitutto conservando nella specifica proiezione pubblica le stigmate della sua formazione di militante dc. Giova infatti chiarire bene che nella diaspora post-democristiana – dal Ppi alla Margherita, e poi al Pd – egli certamente ha brillato per fedeltà a un sentimento politico coltivato fin dalla giovanile età.

Profondamente legato alle sue radici senesi, incarnava la figura del “cristiano nel mondo” per il quale politica e fede si intrecciano come missione e mai come interesse personale. Per lui, la politica era ascolto e servizio: preferiva fare più che apparire, e mai si è piegato a compromessi per calcolo o peggio per opportunismo.

Per la sua coerenza ha pagato un prezzo salato, specie negli ultimi tempi quando gli è stata negata la possibilità di svolgere criticamente una funzione vivificatrice all’interno del Pd. D’altro canto, geloso della propria autonomia di pensiero, non poteva venire meno alle responsabilità di direzione, nel quadro di un impegno collegiale, rispetto al variegato mondo dei cattolici popolari e democratici della sua Toscana.

La politica perde con lui una figura che ha lasciato un segno, con discrezione e fermezza, e soprattutto con generosità. Ecco dunque che a nome di quanti gli hanno voluto bene, molti trovando in lui un fulgido punto di riferimento, vorrei rivolgergli un saluto con queste semplici parole, e non senza commozione: “Grazie, Alberto!”.

Il declino della democrazia: dall’era dei partiti all’era dei magnati.

Se ne è parlato a lungo, sotto ogni aspetto. Forse era il caso di soprassedere, dato che studiosi, editorialisti e politici di ogni schieramento hanno riflettuto seriamente sul tema, affrontando questioni di politica internazionale che, con le tragiche guerre in corso, risultano difficili da interpretare e commentare.

Mi riferisco alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, sulle quali Walter Veltroni ha offerto un assist significativo con il suo interessante e, al tempo stesso, preoccupato articolo pubblicato sul Corriere della Sera di mercoledì 13 novembre. Veltroni ha accostato due potenti magnati americani ultraricchi, consegnando nelle loro mani il destino geopolitico del mondo intero: il nuovo presidente Trump, noto per i trascorsi come attore e proprietario della multinazionale miliardaria “Trump Organization”, e il suo fidato amico, l’uomo più ricco del mondo, Musk, nominato capo del “Dipartimento per l’Efficienza Governativa”. Un Musk 53enne, con tre matrimoni e undici figli alle spalle, apparso di recente in Italia accanto alla Meloni come influencer e consigliato vivamente dal presidente Mattarella di “farsi i fatti suoi” in questioni che riguardano altri stati, che non conosce.

Questa coppia, aggregata al governo, segnerà la storia dei prossimi anni, in un’epoca che Veltroni ha definito “epoca Trusk”. Un binomio che rappresenta la nuova doppia presidenza americana, unita sotto il segno di un capitalismo iperliberista e calvinista, non solo digitale, e che si avvale abbondantemente della politica-spettacolo.

Una sorta di governo bi-presidenziale, guidato da leader “forti” solo per via della loro ricchezza, che cela più teatro di quanto si possa immaginare e davanti al quale l’era berlusconiana impallidisce. Conosciamo bene le sceneggiate di Trump con celebrità e star al seguito: il pugno chiuso, il cappello rosso, la visita al McDonald’s vestito da cuoco mentre frigge patatine, i comizi trasformati in spettacoli, con cantanti e attori invitati sul palco. E, dimenticando il Capitol Hill, migliaia di fan con t-shirt e cartelloni, il suo nome, cappelli rossi e la bandiera americana in bella vista. E infine, come gag comica conclusiva, il discorso finale di Trump sul palco, con Musk che balla alle sue spalle.

Sin dagli esordi della campagna elettorale, questi “due futuri presidenti” hanno sfruttato a pieno la politica-spettacolo per cercare il consenso, trasformando i palchi dei comizi in scenari di comicità. Il teatro, sin dall’Atene di Pericle, è sempre stato amico del populismo e, talvolta, anche della democrazia rappresentativa. È vero! Ma la recente campagna elettorale di “entrambi i presidenti” resterà impressa come uno spettacolo teatrale continuo, senza interruzioni, culminato con il discorso finale di Trump e la danza di Musk sullo sfondo.

La letteratura su questi temi è vastissima, ma in Italia non abbiamo dato sufficiente attenzione al rapporto tra politica-spettacolo ed elezioni, tra politica sceneggiata e spettacolo. Già nel lontano 1986, Gianni Statera pubblicava “La politica spettacolo. Politici e mass media nell’era dell’immagine”. Circa sei anni dopo, uno dei più seri e preparati sociologi italiani, Franco Ferrarotti — scomparso di recente — pubblicava “Mass media e società di massa”, dove, ispirandosi alla Scuola critica di Francoforte, ci metteva in guardia non solo sulla trasformazione consumistica della cultura in merce, ma anche sui rischi di una democrazia politica veicolata dalla comunicazione. Altri quattro anni dopo, con l’avvento dei social, il sociologo francese Bernard Manin pubblicava “Principes du gouvernement représentatif”, tradotto in Italia dal Mulino. Manin chiariva come, nell’era mediatica, la democrazia portata avanti dai media decreti la fine del partito politico e lasci spazio al solo leader, in relazione diretta col pubblico grazie ai mezzi della comunicazione sociale. Manin ci avvertiva che la “democrazia dei partiti” è ormai sostituita dalla “democrazia del pubblico”…a distanza.

Le elezioni presidenziali americane, inaugurando l’“epoca Trusk” come la chiama Veltroni, hanno dimostrato tutto ciò con evidenza. Il declino della democrazia sostanziale è iniziato da tempo, facendo sparire il Noi e sostituendolo con l’Io, rimpiazzando la persona in relazione con l’individuo isolato. Essere consapevoli di questo cambiamento è il primo passo.

Sogno americano o incubo autoritario? Trump, Musk e il declino dell’Occidente.

La rivoluzione è cominciata: l’inattesa alleanza tra Trump e Musk promette di smantellare tutto ciò che è stato costruito dal New Deal (anni ‘30) in poi. L’obiettivo di questo cambiamento radicale coinvolge profondamente la struttura interna dello Stato federale americano e i suoi riflessi internazionali, a partire dall’Europa. La visione proposta, quasi messianica, è che, eliminando le funzioni regolative dello Stato, il capitalismo possa promuovere l’innovazione e inaugurare una nuova età dell’oro per l’America e per il mondo. Tuttavia, il prezzo da pagare è alto perché  consiste nel liberarsi in qualche modo dai vincoli della democrazia, vista come il vero ostacolo alla rivoluzione planetaria che porterà i più ricchi sulla Luna e su Marte, mentre il resto dell’umanità osserverà, applaudendo da lontano.

Ma tutto questo ignora un aspetto fondamentale dell’evoluzione umana: la libertà dei singoli e dei popoli di autogovernarsi. Comunque gli “innovatori” alla Tramp e Musk rischiano – per fortuna – di andare incontro a un fallimento, ma con quale costi? In Europa, e noi italiani lo sappiamo bene, la storia insegna che quando un uomo solo detiene il potere assoluto, le conseguenze sono disastrose. E per il mondo intero, non cambierebbe molto con due uomini soli al comando e la loro corte.

Lo smantellamento del New Deal, simbolo dello Stato federale, sarebbe un colpo ben più grave dell’assalto a Capitol Hill promosso da Trump nel 2020 a urne appena chiuse: si tratterebbe di un attacco diretto al cuore stesso dello Stato federale, con il rischio di innescare una rivolta, partendo dai governatori democratici, contro la coppia “vincente”. Il tandem Trump-Musk si muove dunque su un terreno estremamente scivoloso.

Per quanto riguarda l’Europa, è evidente che la “coppia vincente” tenderà ad enfatizzare il disimpegno militare degli Usa e a innescare una possibile guerra commerciale, anche instaurando accordi bilaterali privilegiati, pur di ostacolare il sogno di un’Europa federale. In questo contesto, l’apertura di Ursula von der Leyen alla destra, contro la sua stessa maggioranza, potrebbe sfociare in una crisi istituzionale. Non è un caso che, proprio in questi giorni, un incontro pubblico tra Macron e Draghi, con espliciti apprezzamenti per le politiche dell’ex premier italiano, suggerisca che l’asse franco-tedesco, anche se ammaccato, ritenga auspicabile l’ingresso in campo di un leader del calibro di Draghi per affrontare la sfida posta dall’aggressiva ideologia trumpiiana.

Con queste premesse, l’Occidente rischia di rimanere spettatore nel nuovo ordine mondiale, lasciando spazio alle potenze autoritarie, vecchie e nuove.

Dibattito | Patriottismo coerente o sovranismo di convenienza?

Il capitolo della sovranità nazionale, e non del sovranismo, è un tema delicato della e nella politica italiana. Delicato perchè non solo, adesso, rientra anche nel burrascoso rapporto tra l’attuale maggioranza di governo di centro destra e la magistratura – che da molto tempo ormai è, forse inconsapevolmente, in perfetta sintonia con la sinistra politica, culturale, accademica, giornalistica ed editoriale del nostro paese – ma perchè si tratta di un tema, quello della difesa della sovranità nazionale, che si ripropone puntualmente e nelle più svariate occasioni. Gli esempi sono talmente tanti in questi ultimi due anni che per ricordarli tutti dovremmo scrivere un libello.

L’ultima occasione ce l’ha fornita il miliardario americano Elon Musk a cui ha risposto magistralmente il nostro Presidente della Repubblica. Ma gli esempi sono talmente tanti e diversificati – da parte di moltissimi esponenti politici ed istituzionali di altri paesi europei e non solo europei, soprattutto e quasi esclusivamente nei confronti della coalizione di centro destra – che non vale neanche la pena di ricordarli o citarli.

Ora, il nodo da sciogliere è molto semplice e tempo stesso complesso. Ovvero, come si difende la sovranità nazionale di un paese, nel caso specifico del nostro paese? Si deve sempre intervenire ogniqualvolta qualche Istituzione – nazionale o sovranazionale – bacchetta solennemente il nostro paese in tema di affidabilità democratica del suo Governo e, di conseguenza, delle sue istituzioni democratiche? Se sì, come io personalmente credo, ci deve essere una coerenza di fondo da parte delle forze politiche, di tutte le forze politiche, che debbono respingere al mittente qualsiasi “incursione” nelle vicende politiche nostrane. Da parte dei partiti, di qualsiasi istituzione e, soprattutto, di esponenti istituzionali e di governo di altri paesi.

Certo, non potrà sempre essere il Presidente della Repubblica, praticamente ogni settimana, a dover rispondere a questi miserabili attacchi o a queste singolari ed anacronistiche incursioni.

Ma se si segue una regola, quella cioè di far valere giustamente e in modo sacrosanto la difesa della nostra sovranità nazionale e non il nostro sovranismo, non si può procedere ad intermittenza. E cioè si deve rispondere solo a qualcuno e non a qualcun altro. Adesso ci ha pensato Mattarella. D’ora in poi ci devono pensare, però, tutti. Altrimenti dovremo prendere amaramente atto che la difesa della nostra sovranità nazionale viaggia a giorni alterni. E questa è l’unica strada che non sarebbe nè comprensibile e nè, tantomeno, tollerabile.

Al bivio della solidarietà, l’Europa nella policy del candidato Fitto.

Przemyśl, 60mila abitanti, voivodato della Precarpazia, Polonia: il primo luogo raggiunto dagli ucraini in fuga dai bombardamenti, dalle truppe e dai carri armati russi all’alba del 24 febbraio 2022. Przemyśl, Precarpazia: incastonata fra colline, Carpazi, Slovacchia e Ucraina, ancora oggi una delle regioni più povere dell’Unione europea.

Ed è proprio allo sviluppo delle regioni periferiche e rurali sono destinati i fondi Ue per la Coesione, circa 400 miliardi. Ed è nelle regioni più indietro che l’Unione europea mette in gioco la sua credibilità, si concretizzano i principi di sussidiarietà e solidarietà che sono le basi del processo di integrazione. Come quella regione è stata in prima linea nell’accogliere i profughi dalla vicina Ucraina fin dalle prime ore del conflitto, compito dell’Ue è investire e creare ricchezza, specialmente nelle regioni rimaste indietro.

Ed è questo il compito assegnato a Raffaele Fitto, indicato dal governo italiano al ruolo di Commissario europeo e che Ursula von der Leyen ha designato come Vicepresidente con delega a Coesione e riforme. Durante la sua audizione di fronte alla Commissione Affari regionali del Parlamento europeo, nell’aula De Gasperi di Bruxelles, ha dimostrato perché poter contare su di lui: profilo moderato, affidabile, pronto al dialogo, europeista. Non a caso, ha iniziato dicendo “Non sono qui per rappresentare un partito politico, non sono qui per rappresentare uno Stato membro. Sono qui oggi per affermare il mio impegno per l’Europa”.

Le dinamiche politiche e i veti incrociati hanno messo in stallo, a data da destinarsi, le conferme di tutti e 6 i vicepresidenti designati (oltre a Fitto, la spagnola Teresa Ribera, la finlandese Henna Virkkunen, il francese Stéphane Séjourné, l’estone Kaja Kallas – che però è stata designata dal Consiglio europeo di luglio-, la rumena Roxana Mînzatu). Si susseguono vertici e incontri riservati per uscire dall’impasse e mettere l’esecutivo europeo in condizioni di lavorare.

Nel frattempo, Trump ha nominato il suo futuro governo a una settimana dalla sua rielezione e il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha convocato le elezioni per il 23 gennaio prossimo, con la Germania che vede una crisi politica sommarsi a quella economica che mostra crepe profonde nella società tedesca. Nei giorni scorsi, dopo le elezioni Usa, il primo ministro polacco Donald Tusk ha invitato le Istituzioni europee ad “aspettarsi una proposta per un potenziale cessate il fuoco” a cui arrivare pronti. Il Presidente finlandese Stubb ha parlato di “finestra aperta per negoziati di pace”.

Insomma, sia detto con tutto il massimo rispetto per tutte le famiglie politiche europee e per le legittime battaglie politiche, si ha l’impressione che mentre il mondo corre, l’Europa vada a rilento, immobilizzata da procedure bizantine e alambicchi politici in una fase in cui servirebbero, invece, buon senso e rapidità di reazione.

Servirebbe, invece, la concretezza dei cittadini di Przemyśl e della Precarpazia che hanno accolto i profughi ucraini senza esitazioni. Mancano la saggezza e la lungimiranza dei democristiani padri fondatori dell’Unione europea. E se l’eredità di quest’ultimi, come dimostra anche l’audizione di Fitto, è sempre viva, forse l’esempio dei primi, pur cronologicamente più vicino, sembra distante. Bisogna invertire la rotta quanto prima, altrimenti, parafrasando i Romani, “Dum Bruxellae consulitur, Europa expugnatur”.

Mar-a-Lago: la nuova Casa Bianca di Trump.

Non si può dire che stia perdendo tempo, Donald Trump. Anche l’incontro con Biden, segnato da inaspettato fair play, scivola via come atto formale. Dal suo resort di Mar-a lago, nuova residenza alternativa alla Casa Bianca come già fu durante il primo mandato, ha avviato contatti informali con decine di capi di stato, di fatto esautorando il Presidente in carica. E ha già messo al lavoro la sua futura squadra di governo, man mano che indica il titolare dei singoli dicasteri.

Le nomine sinora rese pubbliche confermano le previsioni: la vittoria, per di più così netta, e l’esperienza acquisita (nonché, è probabile, un carattere iroso e vendicativo) spingono il Presidente eletto a circondarsi di figure che prima di ogni altra qualità e competenza ne devono avere una: la fedeltà assoluta al capo. E con questa, ai dettami del suo movimento MAGA.

Un movimento estremista che naturalmente cela dentro di sé estremisti radicali che potrebbero creare problemi allo stesso apprendista-stregone: ad esempio quando è uscita la notizia del probabile incarico a Marco Rubio alla Segreteria di Stato subito sui social molti MAGA-fan hanno sarcasticamente twittato (pardon, xato): “Rubio perché non era disponibile Hillary Clinton?”. Rubio è un repubblicano di destra, non certo un moderato tradizionale. È però un politico professionale esperto, consapevole che qualche mediazione ogni tanto è necessaria, che il confronto talvolta è utile. Per alcuni, evidentemente, è già troppo. Al momento, questa è l’unica nomina – per fortuna in un ruolo fondamentale – che non ha i tratti fondamentalisti di tutte le altre.

Basti citarne alcune. Tom Homan, ideologo della separazione delle famiglie di migranti irregolari alla frontiera, ha simpaticamente detto in una intervista che i governatori democratici devono “togliersi di mezzo” e che l’espressione “deportazione di massa” non è simbolica, ma concreta. Verrà supportato, nel ruolo di vice capo dello staff della Casa Bianca (il capo di gabinetto sarà la tostissima “lady di ferro” Susie Wiles) da Stephen Miller il cui slogan, autodescrittivo, è “l’America agli americani e solo agli americani”. Sul fronte della lotta al cambiamento climatico, oltre all’annunciato ritiro dagli Accordi di Parigi, Trump colloca all’Agenzia per la Protezione Ambientale un negazionista (del resto lo è anche lui) totale, Lee Zeldin.

Ambasciatrice al Palazzo di Vetro sarà Elise Stefanik, una deputata di New York che aveva contestato l’elezione di Biden e che apertamente ritiene indispensabile una “completa rivalutazione” dei finanziamenti USA all’ONU, ritenuto “antisemita e moralmente depravato”. La nomina alla Difesa di Pete Hegseth, un giornalista della amica Fox News privo di alcuna esperienza di governo, ha invece suscitato la motivata preoccupazione dei Democratici ma anche una qual certa indignazione nelle Forze Armate. A conferma che Trump ha proprio l’obiettivo di smantellare tutto quanto sa di establishment washingtoniano.

Ha promesso fuochi d’artificio. Speriamo non facciano divampare un incendio.

Cisl, dov’è finito il sindacato di lotta e di proposta?

Militante e dirigente delle ACLI durante la presidenza di Livio Labor, ho avuto la fortuna di conoscere tutti i segretari della CISL: da Giulio Pastore a Raffaele Bonanni. Inoltre, militando nella DC all’interno della corrente Forze Nuove sin dalla sua nascita (Congresso nazionale della DC del 1964), ho seguito, insieme a Carlo Donat Cattin e Franco Marini, le alterne vicende del sindacato di ispirazione cristiana, attraversando le segreterie di Bruno Storti, Luigi Macario, Pierre Carniti, Sergio D’Antoni e Savino Pezzotta.

La CISL si è sempre distinta per la difesa della propria autonomia e per una netta separazione tra attività sindacale e impegno partitico, pur restando fedele ai principi ispiratori della dottrina sociale cristiana, basata su solidarietà e sussidiarietà.

Da questa lunga e feconda tradizione sembra allontanarsi significativamente l’attuale segretario nazionale Luigi Sbarra, che appare quasi nel ruolo di “poliziotto-sindacalista buono” rispetto a quello dei “cattivi”, ricoperto dal leader della CGIL, Maurizio Landini, e da quello dell’UIL, Pierpaolo Bombardieri.

Se, da un lato, Landini ricorre spesso allo sciopero come ultima istanza sindacale, proseguendo la tradizione del sindacato di ispirazione comunista – storicamente legato all’opposizione della DC guidata dal PCI – da parte di Sbarra è raro persino sentire un commento critico sull’operato del governo.

La posizione di Sbarra è ben lontana anche da quella degli industriali, che sulla politica economica e sulla manovra di bilancio del governo non hanno mancato di esprimere rilievi critici. Al contrario, dalla CISL proviene solo un assordante silenzio o dichiarazioni imbarazzanti che appaiono proni ai dettami governativi.

La questione è emersa con forza nell’incontro di ieri a Palazzo Chigi tra governo e sindacati, soprattutto a fronte della dichiarazione di Sbarra riguardo allo sciopero generale indetto dalle altre due sigle sindacali. Sbarra ha sostenuto che gli scioperi a ripetizione proclamati da CGIL e UIL allontanerebbero i lavoratori dai sindacati. Tuttavia, a mio parere, il segretario CISL dovrebbe piuttosto interrogarsi se non sia proprio il suo atteggiamento passivo e la sua subordinazione al governo a rendere incomprensibile l’azione del suo sindacato.

In un editoriale di luglio scorso su Alefpopolaritaliani.it abbiamo osservato come “tiri una brutta aria” nel nostro Paese, e il giudizio appare oggi ancora più valido se consideriamo i recenti dati ISTAT sulla povertà assoluta in Italia, che interessa quasi sei milioni di persone, di cui 1,3 milioni sono giovani. “Record anche per i nuclei in cui la persona di riferimento è un lavoratore dipendente – l’incidenza ha toccato il 9%, in forte salita dall’8,3% del 2022 – e per il sottoinsieme che vede come “capofamiglia” un operaio: in quella platea l’indigenza raggiunge il 16,5% del totale, contro il 14,7% del 2022.” Oggi si può essere in povertà assoluta anche lavorando, non solo da disoccupati.

A ciò si aggiunge la grave disparità fiscale, con l’IRPEF che grava in larga parte sui lavoratori dipendenti e sui pensionati attraverso il sistema di trattenuta alla fonte, mentre il governo di destra concede continui condoni ad altre categorie, mantenendo una situazione in contrasto con quanto prescritto dall’articolo 53 della Costituzione.

Su questo tema, che è stato centrale nell’impegno sociale e politico dei cattolici durante la lunga stagione di responsabilità alla guida del Paese, e in particolare per le componenti di ispirazione cristiano-sociale (di cui la CISL con le ACLI era uno dei cardini essenziali), il silenzio di Sbarra – erede di quei padri fondatori – non rende onore alla storia di un sindacato che resta essenziale per la nostra repubblica.

È tempo che Sbarra e i dirigenti della CISL ripensino la loro strategia, consapevoli che ci troviamo di fronte a gravi ingiustizie sociali, che richiedono l’intervento di un sindacato di ispirazione cristiana, come quello che la CISL ha rappresentato nella sua lunga e gloriosa storia. Dopo i segnali positivi giunti in questi giorni dalle ACLI nazionali, attendiamo fiduciosi anche dalla CISL proposte coraggiose e significative.

Amare e pulire: l’arte della selezione in Ama.

Riprendendo Carducci, un De Sica ispirato e innamorato diceva in una celebre battuta di un film: ”Amate, amate, genti umane e affaticate”. Amare sta per prendere e orientarsi con passione verso l’altro.

Secondo la bellissima espressione della Treccani,l’amore è un sentimento di viva affezione verso una persona che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di ricercarne la compagnia.

Quindi, al contrario di quanto comunemente si creda, non è la soddisfazione di sé, quanto la gioia da donare al prossimo che scelgo per compagno di vita. Qualcosa da ricordare agli sposi di oggi e di domani.

Può darsi che non sia esattamente questa la cifra a cui l’Ama, l’Azienda Municipale Ambiente del Comune di Roma, si è ispirata per individuare i requisiti che dovrebbero avere i suoi futuri 40 apprendisti addetti alla conduzione di veicoli o mezzi d’opera.

Da quanto riportato in cronaca, la selezione pubblica in corso ha dovuto necessariamente individuare dei paletti che sbarrino o meno la strada ai pretendenti all’assunzione in azienda,con il compito di addetto alla conduzione di mezzi.

Non si tratta certo di auto comuni; tant’è che per la loro guida è richiesta la patente di guida “C” euna CQC, una carta di qualificazione del conducente. Evidentemente c’è al mondo chi, non sapendo cosa altro fare e non volendo bighellonare, si è intanto guadagnato questo titoloper buon capriccio personale.

Si legge che il futuro dipendente effettuerà il servizio di raccolta dei rifiuti, di concerto con gli altri addetti allo spazzamento e raccolta, e provvederà alla raccolta /o movimentazione manuale e/o meccanizzata dei rifiuti. In soldoni, se si è compreso, gioca sia di ramazza che al governo di un mezzo per scaricare i cassonetti.

Andiamo sulle dolenti note. Frequentemente l’ingresso al mondo del lavoro trova un severoostacolo non potendosi vantare esperienze lavorative già maturate in precedenza.

Ama ha invece ritenuto di dover ribaltare i termini della questione, forse esagerando. Non ha posto filtri di ingresso. Al contrario, sembra aver stabilito che chi abbia già da vendere un mestiere, esercitato con l’esercizio di mansioni uguali o similari a quelle richieste, non debba essere considerato, semmai escluso.

Così, trasportatori, autisti e quant’altri del settore non dovrebbero avere accoglienza a meno che non tacciano sul loro precedente passato.

“Amara terra mia” quella per un non neofita del campo, che si troverebbe inibito alla possibilità di un futuro impiego. “Ammazza, che criterio singolare!”, commenterebbe, forse, l’uomo della strada!

Ama, nel campo aeronautico, sta anche per Area mininum altitude, minima altitudine di zona.

La nostra Municipalizzata, alzando l’altitudine della l’asticella di ingresso, ha poi previsto, come motivi di merito, il possesso di una laurea triennale, così di fatto sbarrando la strada a chi, pur magicamente dotato delle categorie di patente richiesta, non può vantare la stessa formazione culturale.

C’è una logica singolare nell’avere regolamentato la faccenda. Si deve essere vergini della materia e nel contempo, se si fosse studiato, si sarà avvantaggiati nella scelta. Di fatto, si fa fuori chi, per avventura, da tempo ci sa fare alla conduzione di un mezzo e non ha titoli di studi da spendere.

In fisiologia, la conduzione è il propagarsi dell’eccitamento da un punto all’altro di una fibra nervosa o del tessuto del cuore. Ci vorrà un po’ di eccitamento per essere assunti in Ama e poi andare per zone della Capitale a mettere pulizia dove occorre. “Ama e fa’ ciò che vuoi”, insegnava Sant’Agostino. Non sarebbe male, come sempre, di nuovo ispirarsi a lui.

Non tutti i catto-conservatori sono trumpiani: ad esempio De Matteis…

La vittoria di Donald Trump appare come una rottura nella vita democratica americana, con inevitabili ripercussioni a livello internazionale. Secondo le analisi più accreditate, al successo del tycoon hanno contribuito in maniera consistente gli elettori più sensibili alle istanze etico-religiose. Oggi, al di qua e al di là dell’Atlantico, le motivazioni di fede tornano a pesare sul sentimento politico di stampo conservatore. Anche in Italia si registra la soddisfazione, più o meno esplicita, della destra cattolica per l’esito della competizione elettorale. Eppure, non tutti i “conservatori” – per usare un’etichetta generica – condividono visione e metodi del trumpismo. Roberto De Matteis, direttore di “Corrispondenza Romana” e tradizionalista a 24 carati, incarna un conservatorismo (vecchio stampo?) che rifiuta l’adesione al radical-populismo di Trump, preferendo un impegno più rigoroso che metta al primo posto la difesa dei valori morali, fuori perciò dalle facili strumentalizzazioni del populismo.

De Matteis osserva con malcelato scetticismo il fenomeno Trump e ne ravvede il pericolo nell’eccesso di realpolitik Certo, Trump si presenta come baluardo contro le derive culturali del progressismo radicale, al cui vertice troviamo il wokismo, ma il suo approccio alla “grande politica” appare ambiguo e contraddittorio, in particolare per la volontà di cercare alleanze tattiche con leader autoritari come Vladimir Putin. “L’operazione che forse ha in mente Trump è analoga, ma rovesciata rispetto a quella che tentò Nixon” – si legge nell’articolo firmato da De Matteis sul numero 1872 del suo bollettino online – quando questi provò ad isolare l’Urss aprendo improvvisamente alla la Cina di Mao. Oggi, poiché il pericolo (non solo in ambito commerciale) viene dalla Cina, avanza la suggestione di una contromossa favorita nell’eventualità dall’abbraccio con Putin, sicché “in nome della realpolitik, si dovrebbe sacrificare l’Ucraina, costringendola ad una pace ingiusta con il Cremlino”.

Questo, in effetti, è un elemento discriminante. Il vento che soffia sugli Stati Uniti finisce per corrodere ulteriormente le basi morali dell’Occidente, nel mentre ne assume a parole il valore depositato nel messaggio dell’America first. Per De Matteis, una politica di sano spirito conservatore non dovrebbe insomma fondarsi sulle emozioni deteriori del populismo e la spregiudicatezza delle alleanze internazionali, bensì mantenere una linea di coerenza – in senso autenticamente cristiano – rispetto ai grandi temi della politica d’oggi. Dunque, il tipo di tradizionalismo cattolico proposto dal direttore di “Corrispondenza Romana” tiene a distinguersi in modo esplicito da una politica freddamente realista, senza un ancoraggio a principi stabili e poco aderente, in fin dei conti, alle ragioni che dovrebbero favorire la rinascita dell’Occidente.

I trumpiani con il crocefisso sono lontani dall’esercitare una tendenziale egemonia. C’è destra e destra, anche nel campo cattolico.

Perché abbiamo ancora bisogno della cultura della concertazione

La cultura della concertazione ha rappresentato, negli anni, una delle migliori stagioni politiche e sindacali. La concertazione, del resto, si può solo declinare quando c’è una schietta cultura di governo sia da parte delle forze politiche – di qualsiasi schieramento siano – e sia anche da parte delle organizzazioni sindacali. E, come da copione, la concertazione non ha affatto cittadinanza quando prevalgono categorie politico e culturali antitetiche alla cifra riformista, di governo e autenticamente democratica. Per entrare nello specifico, la stagione della concertazione – che ha sempre trovato nella Cisl e nelle forze politiche riformiste i protagonisti decisivi – non è compatibile con alcune categorie che, purtroppo, caratterizzano molti partiti e sindacati contemporanei. Ovvero, il massimalismo, il radicalismo, il populismo e l’estremismo sono semplicemente esterni ed estranei a qualsiasi cultura e prassi riconducibile alla concertazione. Eppure ancora oggi ricordiamo il valore e la funzione della concertazione nell’affrontare e nel risolvere i maggiori problemi legati alla questione sociale e alla politica dello sviluppo e della crescita. È di tutta evidenza, quindi, che se prevale la sub cultura del massimalismo e del fondamentalismo qualsiasi ipotesi di concertazione, di accordo e di costruzione di progetti condivisi è destinata ad essere sacrificata sull’altare degli egoismi di partito.

Ed è per queste ragioni, semplici ma essenziali, che oggi la concertazione tra le parti sociali è impraticabile. E questo Perché il massimalismo del Pd, il radicalismo del trio Fratoianni/Bonelli/ Salis e il populismo dei 5 stelle da un lato e l’estremismo del nuovo corso della Cgil dall’altro sono inciampi invalicabili per costruire insieme una strategia concertativa. E, al riguardo, la strategia del sindacato rosso, con l’aggiunta servile della Uil, è perfettamente coerente e in sintonia con la rottura sistematica di qualsiasi accordo o dialogo con il Governo. Al di là del profilo, dell’identità e del programma del Governo di turno. Quando, cioè, prevale da parte sindacale il pregiudizio politico, la pregiudiziale ideologica e la concreta opposizione a qualsiasi ipotesi di accordo tra le parti sociali – emblematico proclamare lo sciopero generale prima ancora di avviare un confronto concreto e di merito con il Governo – l’epilogo non può che sfociare nella contrapposizione frontale e, speriamo di no, anche nella violenza di piazza. E questo Perché quando si invoca la “rivolta sociale”, come quotidianamente ormai ripete il capo della Cgil, tutto diventa possibile e qualsiasi modalità per contrastare le scelte del Governo diventa legittima. E non è il caso di scomodare sociologi o politologi per arrivare alla banale conclusione che siamo in una stagione dove prevale la contrapposizione ideologica e la perenne volontà di trasformare l’avversario politico in un nemico da abbattere e da criminalizzare. Sotto il profilo politico, culturale, morale e programmatico.

Ecco Perché, al di là di ciò che dice il sindacato rosso, abbiamo ancora tremendamente bisogno di non disperdere la cultura della concertazione che era, è e sarà l’unica via concreta ed efficace per evitare che il nostro paese ripercorra quelle strade che abbiamo tristemente conosciuto in un passato recente e meno recente. Ed è anche per queste ragioni che la cultura democratica non deve recedere da questo postulato. Il radicalismo, il massimalismo e l’estremismo non sono mai stati ricette di governo. Ma solo e sempre strumenti di propaganda dove il motto ‘tanto peggio tanto meglio’ era la stella polare da perseguire.

Roma, un nuovo parco sorgerà a ridosso dell’Abbazia delle Tre Fontane.

Ieri sera, la Giunta capitolina ha deliberato l’adeguamento del progetto di fattibilità tecnico-economica per la riqualificazione del Parco delle Tre Fontane, su proposta dell’Assessora all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti, Sabrina Alfonsi. Si tratta di un intervento che prevede un investimento di circa 3,4 milioni di euro e rientra nel più ampio programma “100 Parchi per Roma”.

Il Parco delle Tre Fontane si estende nel quadrante sud-est della città, nel Municipio VIII, fungendo da cerniera verde tra aree urbane densamente popolate e ampi spazi verdi. Questo nuovo parco costituirà il collegamento naturale tra due elementi essenziali della rete ecologica della capitale: il Parco Regionale dell’Appia Antica e il fiume Tevere. Circondato da aree residenziali e semi-agricole, il parco rappresenta un contesto variegato in cui natura e città convivono.

“Il nostro obiettivo è di creare, in dieci anni, 100 nuovi parchi a Roma, per restituire alla città spazi verdi accessibili a tutti, migliorando la qualità dell’aria e della vita dei cittadini”, ha affermato Sabrina Alfonsi. “A febbraio abbiamo presentato i primi 21 interventi, con un investimento complessivo di circa 63 milioni di euro. Tra questi, c’è il Parco Tre Fontane, che sarà concepito come un’area a doppia anima, unendo spazi naturali e agricoli. Il progetto valorizza la storia e le risorse del territorio, grazie anche alla vicinanza del complesso dell’Abbazia, e include il coinvolgimento di realtà sociali attive nella sensibilizzazione su cibo e filiere sostenibili, per fare del parco anche un luogo di apprendimento sullo sviluppo sostenibile”.

Il progetto appena approvato prevede diverse azioni di riqualificazione: risanamento della vegetazione esistente, rimozione di elementi infestanti, demolizione e ripristino della rete dei percorsi; verranno aumentati gli accessi al parco e realizzati nuovi percorsi, arricchiti di aree di sosta e nuove presenze arboree. Sono inoltre previste aree gioco rinnovate, spazi per attività conviviali e di scambio, capanni per attrezzi, aree didattiche, orti condivisi e installazioni informative sul ruolo del verde urbano per il miglioramento del clima. I lavori dovrebbero iniziare entro il 2025.

I parchi comunque devono essere mantenuti. Troppo spesso ce ne dimentichiamo e, dopo qualche anno, siamo costretti a osservare il degrado. La speranza è che Gualtieri abbia previsto di far fronte a oneri spalmati lungo un arco di tempo più lungo, effettivamente, di quello degli annunci e delle inaugurazioni.

 

[Fonte: Askanews – 12 novembre 2024]

La sfida dell’autonomia regionale: riformare ma senza dividere l’Italia.

Il problema di fondo di questa nuova e frettolosa “legge Calderoli” rimanda alla stessa fretta che caratterizzò la riforma del Titolo V nel 2001. Allora, una maggioranza parlamentare ormai al tramonto tentò, in un ultimo e poco ponderato slancio, di placare le spinte separatiste della Lega Nord con una riforma improvvisata, nel tentativo di offrire una parvenza di maggiore autonomia. Tuttavia, questo intervento si rivelò non solo inefficace, ma finì per rafforzare tali spinte, inaugurando un quadro normativo che permise, attraverso l’articolo 116 della Costituzione, un’apertura a varie riforme di segno autonomistico. Si tratta di una strada che, come oggi vediamo, è ancora aperta e rischia di essere percorsa con uno slancio “avventuroso”, come suggerito dagli stessi proponenti della nuova riforma.

A seguito della raccolta di firme per il referendum e di qualche incerta reazione da parte dei promotori della legge, si osserva ora che la volontà di procedere con una forma di autonomia differenziata potrebbe realizzarsi anche senza la legge, persino se il referendum sancisse un voto contrario.

Siamo dunque a ridosso di una negoziazione diretta tra il Governo e singole Regioni, come Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, che mirano a ottenere un’estensione delle loro competenze. Il caso del Veneto, che ha avanzato richiesta su tutte le 23 materie di competenza, ha messo in evidenza l’intento di ridisegnare l’equilibrio delle competenze tra Stato e Regioni, alterando l’architettura costituzionale.

Desidero esplicitare che il mio approccio a questo tema si basa su anni di esperienza come giudice costituzionale, durante i quali ho affrontato questioni riguardanti i conflitti di competenza tra Stato e Regioni. È un tema complesso e cruciale, che esige coerenza e sensibilità istituzionale, specialmente nell’ambito delle controversie relative alla ripartizione dei poteri. Riguardo all’ammissibilità del referendum, rammento che la Costituzione prevede solo il referendum abrogativo, che consente, a certe condizioni, di revocare una legge esistente. La Corte Costituzionale ha, tuttavia, aperto a interpretazioni che consentono abrogazioni parziali, rendendo possibile la modifica selettiva di norme che potrebbero assumere così nuovi significati.

Tornando alla questione dell’autonomia differenziata, la prospettiva federalista implica che le competenze e le risorse siano distribuite a ciascuna Regione con una logica di stretta connessione. Tuttavia, la riforma in atto sembra trascurare un aspetto fondamentale: i costi generali dell’intervento riformatore. Per intraprendere un’operazione di tale portata servirebbero risorse notevoli. Come verranno reperiti questi fondi? Quali saranno le ripercussioni finanziarie? Immaginate una grande torta – l’obiettivo federalista vorrebbe dividerla in fette proporzionate per ciascuna Regione. Tuttavia, senza un’adeguata pianificazione e senza risorse finanziarie garantite, rischiamo di procedere con una distribuzione incoerente, che potrebbe lasciare prive di risorse proprio le Regioni che entreranno per ultime in questo processo.

Per leggere il testo integrale

L’Europa alla prova: Draghi traccia il futuro tra unità e competitività.

Quando il giorno dell’esito elettorale negli USA ho scritto che la lezione americana consisteva nel pragmatismo estremo dimostrato dal vincitore, intendevo cogliere, in estrema sintesi, la spiegazione più veritiera del voto per come è stato espresso in modo netto dal popolo americano. Un pragmatismo che consiste nell’aver individuato i temi su cui giocare la leadership, cogliendo e rappresentando i bisogni e le aspettative della gente. Sono perciò confortato nel vedere confermata da un editoriale del Washington Post questa chiave di lettura, che conferma tale interpretazione. Noi europei, e noi italiani in particolare, siamo abituati a esprimere ragionamenti politici basati su una narrazione complessa che finisce per perdere di vista i fondamentali, basandosi su presupposti più teorici che pratici, e spesso argomentando in modo divisivo. Per questo, nel nostro Paese la polarizzazione post-ideologica è fondata su retaggi del passato che ciclicamente ritornano, creando peraltro una sorta di incomunicabilità e difficoltà rappresentativa tra paese legale e paese reale.

Per questo, inoltre, essere parte dell’UE, dopo il lungo cammino storico e istituzionale successivo alla seconda guerra mondiale, lascia trasparire le difficoltà dello stare insieme piuttosto che le ragioni di una possibile unità d’intenti rispetto alle potenzialità che questo salto di qualità atteso da decenni ci consentirebbe di realizzare. Troppe primazie nazionalistiche da esportare in sede comunitaria, troppi punti di vista differenti, un’eccessiva e dispendiosa necessità di mediazione per conseguire un risultato condivisibile, mirando alto, puntando a una visione lungimirante del ruolo dell’Europa nel consesso internazionale.

Gli USA sono una federazione di Stati con modalità funzionali e istituzionali complesse, ma ciò non ha impedito a Trump – e neppure alla stessa Harris – di proporre i medesimi temi in ogni contesto: i punti nodali di un programma di governo che prescinde a conti fatti dai sei fusi orari che accorpano il Paese; un programma che punta invece a una sostenibile unità di intenti rispetto alle “diaspore trasversali” della società americana, e che si riassume in contenuti condivisi piuttosto che in peculiarità esportate dalle singole realtà territoriali. E cioè: inflazione, sicurezza sociale, regolamentazione dell’immigrazione, decadenza del ceto medio, rilancio della produzione, limitazione delle importazioni attraverso una politica mirata di dazi da imporre ai prodotti dei competitor internazionali.

Il principio di America First pungola l’orgoglio dell’appartenenza e tende a un’azione di rilancio che caratterizzi le peculiarità e le potenzialità del ruolo politico ed economico degli USA in uno scenario che sta configurando un nuovo ordine mondiale: resta da vedere fino a che punto questa spinta identitaria non declinerà verso derive di protezionismo e isolazionismo. Lo scacchiere planetario registra l’emergere di protagonisti nuovi con cui occorrerà misurarsi con pragmatismo tra posizionamenti strategici, alleanze e antagonismi. Chiudere le frontiere del confronto – anche psicologicamente e relazionalmente – indebolirebbe l’America nuova che Trump vuole disegnare, e credo onestamente che non sarà questa la via che sarà imboccata perché la politica necessita di oculatezza e mediazioni, di rapporti internazionali che sciolgano i dilemmi e le tragedie delle guerre in atto. Ed è proprio questo uno degli obiettivi che il tycoon si è prefissato di conseguire.

Lo scenario delle ambizioni dell’Europa non è proprio lo stesso: il vecchio continente appare indebolito da punti di vista diversi e da situazioni critiche in atto in alcuni Paesi membri dell’UE, pur sotto diversi profili di considerazione. Tuttavia, si avverte la necessità di intensificare i processi di integrazione europea pena la decadenza consolidata verso un ruolo complessivo di subalternità e soccombenza.

Nel recente summit di Budapest, la presenza e la proposta di Mario Draghi si sono rivelate determinanti per decifrare e interpretare gli scenari internazionali e per proporre scelte condivise. L’ex premier italiano ed ex governatore della Bce ha illustrato con chiarezza le linee di indirizzo che l’Unione Europea dovrebbe intraprendere, tenendo conto della nuova realtà americana. Innanzitutto, recuperando “uno spirito unitario con cui riusciremo a trovare il meglio da questi grandi cambiamenti. Andare in ordine sparso? Siamo troppo piccoli, non si va da nessuna parte. L’Unione Europea è pronta a una eventuale guerra commerciale con gli Stati Uniti? Ho appena detto che bisogna negoziare con l’alleato americano, in maniera tale da proteggere anche i nostri produttori europei”.

Partendo dal proprio Documento sul futuro della competitività europea, presentato il 9 settembre alla presidente della Commissione europea a Bruxelles, Draghi ha sottoposto ai leader europei un vero e proprio progetto da cui ripartire, tenendo conto che “la stabilità geopolitica sta diminuendo e le nostre dipendenze si sono rivelate vulnerabili. Il cambiamento tecnologico sta accelerando rapidamente. LEuropa ha perso ampiamente la rivoluzione digitale guidata da Internet e gli aumenti di produttività che ha portato: infatti, il divario di produttività tra lUE e gli Stati Uniti è in gran parte spiegato dal settore tecnologico. LUE è debole nelle tecnologie emergenti che guideranno la crescita futura. Solo quattro delle 50 aziende tecnologiche più importanti al mondo sono europee. Eppure, il bisogno di crescita dellEuropa è in aumento. LUE sta entrando nel primo periodo della sua storia recente in cui la crescita non sarà sostenuta dallaumento della popolazione. Entro il 2040, si prevede che la forza lavoro si ridurrà di quasi 2 milioni di lavoratori allanno. Dovremo fare maggiore affidamento sulla produttività per guidare la crescita”.

Si può ragionevolmente sostenere che il Rapporto Draghi, elaborato e presentato due mesi prima del voto americano, contiene gli antidoti di politica economica utili per fronteggiare il pericolo di un possibile declino di rappresentanza e di ruolo strategico dell’Europa nel contesto planetario. Un’analisi riproposta a Budapest che contiene, tra l’altro, indicazioni circa “la possibilità di aumentare la spesa per la Difesa”; infatti, Draghi ha osservato che “è possibile spendere il 2% del Pil per la difesa rispettando il Patto di stabilità. Oggi bisogna decidere cosa fare perché questa è la nuova situazione”. Affermazione, questa, che va letta come anticipazione di un possibile disimpegno USA a sostegno della resistenza e dell’indipendenza dell’Ucraina. Un’ipotesi di assunzione di responsabilità che il Ce.S.I. (il Centro Studi Internazionali presieduto da Andrea Margelletti) ha quasi preconizzato ove i negoziati di pace che Trump intraprenderà con Putin comportino la soluzione di una cessione di territori ucraini alla Russia, ciò che costituirebbe un potenziale pericolo per l’Europa.

Insomma, a Budapest Draghi ha suonato la sveglia, augurando all’UE di ritrovare “uno spirito unitario”, che è il vero convitato di pietra in Europa, oggi. Accreditandosi con autorevolezza, forte di un’esperienza istituzionale di alto profilo, come un possibile stratega che sa indicare la strada per uscire dalle secche dell’irrilevanza, in un quadro di mutamenti del nuovo ordine mondiale a cui l’elezione di Trump ha impresso una brusca accelerazione. Come dire, pragmatismo vs pragmatismo.

Commissione UE, Fitto vicepresidente? Le perplessità di socialisti e liberali.

A Bruxelles si entra nel vivo delle nomine. I Socialisti e Democratici (S&D) si dispongono a non fare sconti  nell’audizione di oggi per la conferma di Raffaele Fitto come vicepresidente esecutivo della prossima Commissione europea. Gli eurodeputati del gruppo ascolteranno con attenzione le risposte del candidato per valutarne le competenze e l’adeguatezza rispetto al portafoglio assegnatogli (Coesione e Riforme). Ovviamente, per il gruppo S&D resta un problema politico rilevante da risolvere: il ruolo di vicepresidente esecutivo, più importante di quello di semplice commissario, che è stato assegnato a Fitto.

Lo confermano diverse fonti a margine della riunione dell’Ufficio di presidenza del gruppo S&D, svoltasi ieri pomeriggio al Parlamento europeo a Bruxelles.

In sostanza, i Socialisti accusano (con una critica simile da parte dei Liberali di Renew) che nell’assegnazione dei portafogli della nuova Commissione europea non si è tenuto conto del fatto che Fitto non appartiene a nessuno dei partiti della “maggioranza europeista” (Ppe, Renew, S&D, con l’appoggio dei Verdi) che ha approvato a luglio il secondo mandato per la presidente Ursula von der Leyen. Dunque, è stato premiato con uno dei sei posti di vicepresidente esecutivo, quando il suo gruppo di appartenenza, l’Ecr, ha votato contro la riconferma di von der Leyen, mentre la leader del gruppo, la premier Giorgia Meloni, si è astenuta nel Consiglio europeo.

Per il Pd, che ha la più importante delegazione nazionale del gruppo S&D nel Parlamento europeo (seguita dal Psoe spagnolo), la situazione è complessa, se non imbarazzante: gli europarlamentari della delegazione comprendono il problema politico e condividono le critiche al Ppe, ma sanno anche che dal punto di vista italiano sarebbe positivo avere Fitto, dopo la sua esperienza come ministro alla Coesione e al Pnrr, ora destinsto appunto alla carica di vicepresidente esecutivo per gli stessi compiti a livello Ue. È un problema che i Socialisti si aspettano sia von der Leyen a risolvere, ha detto una fonte del Pd ieri sera a Bruxelles. “Non sosteniamo il suo ruolo” di vicepresidente esecutivo, ma “naturalmente non giudichiamo la sua preparazione prima di ascoltarlo, vedremo come Fitto andrà oggi”, ha dichiarato un’altra fonte, non italiana, del gruppo S&D.

Più in genersle, rappresenta anche un segnale preoccupante – per Socialisti e Liberali (e Verdi) – il fatto che nelle ultime 20 audizioni i Conservatori del gruppo Ecr hanno votato quasi sempre a favore dei candidati proposti alla guida delle Commissioni, come se volessero entrare surrettiziamente nella “maggioranza Ursula”, spostandola a destra e indebolendo le posizioni e l’influenza del centro-sinistra sul nuovo Esecutivo comunitario.

 

[Fonte: Askanews – 11 novembre 2024]

Se Trump disdice l’Accordo di Parigi, Pechino è pronta a festeggiare.

Per la seconda volta, il mondo si prepara a un possibile ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima, con l’amministrazione del presidente eletto Donald Trump che ha ribadito la sua intenzione di abbandonare l’intesa.

Intenzione che sembra sempre più probabile vista anche la nomina di Lee Zeldin come nuovo capo dell’Environmental Protection Agency (EPA).

Nel 2014, Zeldin affermava di non essere affatto “convinto della narrazione climatica fornita dai media e dagli infuencer della sostenibilità”. Nel 2018 aveva scioccato l’establishment esprimendo opinioni molto forti contro l’accordo di Parigi sul clima.

La sua nomina, quindi, non proprio un bel messaggio per la cop29 di Baku.

Comunque, se questo dovesse avvenire, gli Stati Uniti si unirebbero a un gruppo ristretto di paesi che non hanno firmato il patto del 2015, al quale hanno aderito quasi 200 governi, impegnandosi a ridurre le emissioni di gas serra.

Trump ha ripetutamente affermato che il cambiamento climatico è una “bufala” e, durante la sua campagna elettorale, ha negato l’esistenza di un problema di riscaldamento globale, ignorando una vasta quantità di dati scientifici che dimostrano il contrario. Tuttavia, il ritiro degli Stati Uniti non avrebbe solo conseguenze interne, ma influenzerebbe notevolmente la comunità internazionale.

Non solo ridurrebbe la pressione degli Stati Uniti per una maggiore riduzione delle emissioni, ma potrebbe anche esentare altri paesi da impegni più ambiziosi, indebolendo gli sforzi globali per limitare il riscaldamento del pianeta.

Inoltre, un ritiro degli Stati Uniti potrebbe diminuire il loro ruolo nelle discussioni internazionali sull’espansione delle energie rinnovabili, avvantaggiando la Cina, che sta diventando il principale attore nel settore delle tecnologie verdi.

Nel 2023, la Cina ha notevolmente aumentato la propria capacità solare e ha venduto più veicoli elettrici in un anno di quanto gli Stati Uniti abbiano fatto in 30 anni. Attualmente, oltre un terzo delle auto vendute in Cina è elettrico, con previsioni che indicano che questa percentuale potrebbe raggiungere il 90% entro la fine del decennio.

Negli ultimi dieci anni, la Cina ha superato Stati Uniti ed Europa nell’elettrificazione, aumentando la quota di elettricità nel consumo finale di energia di un punto percentuale ogni anno, arrivando al 27% nel 2022. Questo rappresenta oltre cinque punti in più rispetto ai principali concorrenti.

Nel 2023, l’espansione economica della Cina è stata trainata in larga parte dalle tecnologie verdi, che hanno contribuito per il 40% all’incremento del suo PIL. La Cina ha inoltre esteso il suo impegno sul fronte della “green finance”, coinvolgendo la sua banca centrale nel finanziamento di progetti sostenibili.

Pechino ha previsto investimenti annuali nel settore delle energie rinnovabili che potrebbero arrivare a 640 miliardi di dollari entro il 2030.

Un aspetto significativo della strategia climatica della Cina riguarda la cooperazione con i paesi in via di sviluppo. Il paese ha istituito il Fondo di Cooperazione Sud-Sud sui cambiamenti climatici, con un investimento iniziale di 20 miliardi di yuan (circa 3,1 miliardi di dollari), destinato a supportare le nazioni in via di sviluppo nella loro transizione verso un’economia verde e a basse emissioni di carbonio.

In questa corsa per il dominio delle tecnologie pulite, l’Unione Europea gioca anch’essa un ruolo importante, grazie alla sua leadership nella produzione di turbine eoliche e al possesso del 60% dei brevetti per i carburanti a basse emissioni. Tuttavia, con l’eventuale ritiro degli Stati Uniti, la Cina sembra destinata a consolidare la sua posizione dominante nel mercato globale delle energie rinnovabili, guidando la transizione verso un futuro a basse emissioni di carbonio e accelerando il cambiamento verso un mondo sempre più orientato verso le tecnologie verdi e le energie rinnovabili.

Costituzione e regionalismo in Sturzo: una rilettura per la campagna referendaria.

Da parte dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani, vale il riferimento alla tradizione autonomistica del Partito popolare di Luigi  Sturzo e poi della Democrazia cristiana, tradizione improntata alla cooperazione e non al distacco fra Stato centrale e sistema delle autonomie. “Regionalismo sì, separatismo no” è sempre stata la posizione di Sturzo, fin dalla relazione che tenne al terzo congresso nazionale del Partito popolare, svoltosi a Venezia nell’ottobre del 1921.

Il titolo della relazione era “La Regione” con riferimento al suo inserimento nel tessuto istituzionale. Sturzo ha ripreso continuamente questo tema, sviluppandolo nel saggio “La società: sua natura e leggi” e nel 1949, dopo l’approvazione della Costituzione, nel saggio “La Regione nella Nazione”. Così scrisse: “La Regione ha tre funzioni: quella di amministrazione autonoma degli interessi propri; quella di cooperazione con lo Stato per gli interessi comuni; quella di decentramento per gli interessi centrali sul posto”.

La campagna referendaria può diventare l’occasione per una rilettura del complesso di motivazioni che Sturzo svolge a sostegno delle sue posizioni, con un’analisi storica della Regione che muoveva da Cavour, traversava tutta la storia dell’unità d’Italia, e comparava la situazione italiana agli assetti federativi degli altri Paesi europei.

Va ricordato quanto affermò alla Costituente Meuccio Ruini, il presidente della “Commissione dei 75”, quando presentò in aula il progetto di Costituzione: l’istituzione delle Regioni rappresentava “l’innovazione più profonda introdotta dalla Costituzione”, ma in un quadro unitario saldamente indicato dall’articolo 5 della Costituzione: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomi locali …”.

Oggi, l’Istituto Sturzo è il più autorevole depositario della memoria del cattolicesimo politico del Paese. Il tema delle Regioni, delle criticità accumulate nel tempo dalla istituzione nel 1970 di quelle ordinarie, è stato oggetto allo Sturzo di un significativo convegno svoltosi il 24-25 gennaio 2014, dal titolo “Che fare delle Regioni? Autonomismo e regionalismo nell’Italia di oggi”.

Il convegno coinvolse il meglio del mondo accademico italiano dell’epoca gli atti, con tempestività, vennero pubblicati a cura di Nicola Antonetti e Ugo De Siervo, con una prefazione di Roberto Mazzotta, allora presidente dell’Istituto. Ma sono passati dieci anni. L’auspicio è che il tema venga ripreso per fornire contenuti di riflessione nel corso della prossima campagna referendaria. Una volta si diceva polemicamente che Sturzo era uno dei segreti meglio conservati della Democrazia cristiana. Non vorremmo che oggi diventasse uno dei segreti meglio conservati dell’Istituto Sturzo.

 

(ANDC – Consiglio Direttivo – Roma, 5 settembre 2024)

Se Trump fa Trump, avrà vita breve.

Non abbiamo motivi concreti per sperare che Trump, di fronte alle sfide globali, a partire dalla crisi climatica, possa cambiare atteggiamento. Sembra intanto che desideri vendicarsi di tutti i suoi nemici. È tutta colpa sua o sono le istituzioni americane a scricchiolare? La Corte Suprema, che dovrebbe garantire l’ordinamento democratico, ha giudicato “presentabile” proprio colui che ha incitato l’assalto a Capitol Hill, nonostante le molteplici accuse giudiziarie a suo carico.

A tutto ciò si aggiunge l’attentato da cui Trump è scampato, finendo per guadagnare agli occhi dei suoi sostenitori un immagine di eroe. Questo, però, non basta a giustificare il suo successo. Il fronte democratico non ha retto e ora, dopo la sconfitta, si nota la mancanza di una leadership di ricambio dopo quella di Clinton, Obama e Biden. In molti scaldano i motori.

Ci attende un periodo turbolento, in parte anche per colpa degli “amici” di Trump, come Netanyahu, che aspira a ottenere il via libera per un’aggressione all’Iran, con il rischio di scatenare una nuova guerra in Medio Oriente. E l’Europa? Che prove dovrà affrontare? Questa potrebbe sembrare una sfida quasi insormontabile, ma potrebbe rivelarsi anche un’opportunità storica: l’Europa ha infatti l’occasione di mostrare la propria autonomia di fronte a un’eventuale “guerra dei dazi” minacciata da Trump.

Purtroppo, Ursula von der Leyen non sembra avere la statura necessaria per questo ruolo, ma potrebbe dare un segnale attribuendo un ruolo importante a Mario Draghi, considerato da molti leader europei l’unico in grado di tenere testa a un’America “alla Trump”. Tuttavia, anche l’asse franco-tedesco è in crisi, con elezioni anticipate previste a marzo in Germania, dal risultato incerto.

Come ciliegina sulla torta degli effetti “trumpiani”, spicca Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo, che ha già dimostrato di saper capitalizzare il sostegno offerto al Presidente neoeletto. Basta pensare che, con un investimento di circa 300 milioni in propaganda “pro-Trump”, ha ottenuto 13 miliardi di profitto. Non sorprende quindi che ci sia una fila alla sua porta, alla quale probabilmente, in virtù di una esibita simpatia reciproca, proverà a bussare la nostra Presidente del Consiglio.

In ogni caso, è certo che i diversi attori in campo non resteranno con le mani in mano. Ciascuno prenderà le sue contromisure, per non essere schiacciato dal rullo compressore della nuova leadership americana. Potrebbe accadere che la pretesa egemonica di Trump si riveli un bluff, non per mancanza di forza, evidentemente, ma per eccesso di sicurezza e di iattanza.

Dalla scuola all’università: l’impatto della formazione a distanza.

Nei giorni scorsi ho partecipato a un seminario organizzato dall’ANDC (Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani) sul tema delle Regioni e autonomie locali, con una magistrale relazione introduttiva del Prof. Giovanni Maria Flick, già presidente della Corte Costituzionale. Oltre alla precisione e alla vastità delle conoscenze del Professore e degli altri illustri relatori, mi ha colpito la presenza di molti giovani, nonché il loro abbigliamento “serioso” (giacca e cravatta), raro nelle aule universitarie.

Questa partecipazione così “elegante”, attenta e coinvolta, mi ha portato a riflettere: chi valuta le attitudini e le potenzialità degli studenti nel passaggio dalla scuola superiore all’università? Questa transizione è cruciale per il loro successo accademico e le prospettive future, ma bisogna considerare i molti fattori che influiscono sul processo, come il luogo di nascita, il livello di istruzione familiare e, naturalmente, le possibilità economiche. In questo contesto, la formazione a distanza emerge come uno strumento efficace per ridurre tali disuguaglianze.

Il luogo di nascita incide significativamente sulle opportunità educative. Le risorse disponibili nelle scuole differiscono ampiamente tra aree urbane e rurali, con le prime che spesso dispongono di programmi più avanzati, tecnologie all’avanguardia e un’offerta extracurricolare più variegata. Gli studenti delle aree rurali, invece, devono spesso affrontare limitazioni di risorse e accesso all’istruzione superiore.

Anche il livello di scolarizzazione della famiglia è un fattore cruciale. Le famiglie con un buon livello di istruzione sono spesso più consapevoli delle opportunità educative disponibili e delle strategie necessarie per accedervi. Al contrario, chi proviene da famiglie con un basso livello di istruzione può trovarsi ad affrontare ostacoli come la mancanza di supporto accademico e una minore familiarità con il sistema educativo.

In questo scenario, la formazione a distanza rappresenta una soluzione innovativa per ridurre le disuguaglianze educative, consentendo agli studenti di accedere a risorse di qualità indipendentemente dalla loro posizione geografica. Le piattaforme online offrono corsi e materiali fruibili ovunque e in qualsiasi momento, superando così le barriere fisiche delle scuole tradizionali. La formazione a distanza consente inoltre di personalizzare i percorsi di apprendimento in base alle esigenze individuali, fornendo un supporto mirato a chi ne ha più bisogno. Questo approccio flessibile può contribuire a colmare le lacune educative e garantire pari opportunità di successo a tutti gli studenti.

Durante la transizione verso l’università, diversi soggetti valutano le attitudini e le potenzialità degli studenti. Gli insegnanti delle scuole superiori, attraverso raccomandazioni e voti, offrono un quadro delle capacità accademiche degli studenti; i test standardizzati, pur controversi, sono spesso impiegati per misurare competenze e conoscenze in modo uniforme. Anche le università, attraverso colloqui e revisioni dei dossier accademici, cercano di comprendere le ambizioni e le capacità dei candidati.

In definitiva, il luogo di nascita, il livello di scolarizzazione familiare e le possibilità economiche incidono profondamente sul percorso educativo. Per garantire pari opportunità, è essenziale affrontare queste disparità con politiche inclusive e supporti specifici per chi proviene da contesti svantaggiati. La formazione a distanza è una risorsa importante per abbattere le barriere e assicurare un accesso equo all’istruzione. Solo così potremo costruire un sistema educativo giusto, capace di valorizzare il potenziale di ogni individuo.

Sì al cappuccino, no alla fretta: gli italiani riscoprono la pausa.

Dire “sì” o “no” sembra una scelta semplice, eppure per molti italiani queste due parole racchiudono un universo di riflessioni e conseguenze. Una recente ricerca condotta da Astraricerche per Nescafé ha rivelato che l’80,3% degli italiani riflette attentamente prima di decidere, preferendo spesso ragionare anziché seguire l’istinto (25,8%). Nonostante ciò, otto italiani su dieci si ritrovano a dire “sì” quando vorrebbero dire “no” e, per il 27,5%, questa situazione è all’ordine del giorno. Le ragioni? La necessità di mantenere buone relazioni (58,7%) e di evitare scontri all’interno di dinamiche di gruppo (47,2%).

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, dire “no” sembra più complicato con le persone care (60,7%) rispetto ai superiori o agli insegnanti (31,7%). Questo dato sfida il luogo comune secondo cui ci sentiamo più liberi di esprimere il nostro dissenso con chi ci è più vicino. Nescafé ha scelto di esplorare proprio queste sfumature emotive e sociali con la campagna “Say YES to CappucciNO“, invitando a ritagliarsi momenti di pausa e riflessione, utili per capire ciò che è veramente importante.

Dire “sì” quando si vorrebbe dire “no” non sempre ha un’accezione negativa. Per un italiano su cinque (22,8%), infatti, può suscitare emozioni positive come soddisfazione e orgoglio, vedendo questa scelta come un segno di intelligenza relazionale (50,4%) o apertura mentale (46,6%) nell’accettare esperienze che, pur sembrando inizialmente sgradite, possono rivelarsi utili.

Per gli italiani, la pausa è considerata un’occasione preziosa per ricaricarsi e riscoprire se stessi. Circa il 72,1% afferma di aver bisogno di questi momenti di stacco, spesso vissuti in solitudine, che rappresentano un antidoto alla frenesia della vita quotidiana. Ben l’82,7% apprezza la “jomo” (joy of missing out, gioia di non esserci), ovvero la felicità nel concedersi un momento lontano dalle interazioni sociali o digitali. Questo fenomeno, che rappresenta una risposta al più diffuso “fomo” (fear of missing out, timore di perdersi qualcosa), è particolarmente sentito dalle generazioni più mature, che cercano un equilibrio tra la presenza nel mondo digitale e il benessere personale. Come sottolinea Patrizia Martello, esperta di culture di consumo, “La jomo sta diventando più forte della paura di disconnessione che ha caratterizzato la prima fase dell’era social. Questo spostamento di prospettiva riflette non solo l’età, ma anche una differenza generazionale.”

Le pause, quindi, diventano momenti preziosi per ricaricare le batterie e riprendere il controllo sulle proprie priorità. E tra le attività preferite durante questi momenti di stacco, il 43,1% degli italiani sceglie di concedersi una bevanda come il cappuccino, spesso gustato come piccolo premio dopo un “no” ben ponderato. Per molti, il cappuccino rappresenta non solo una coccola quotidiana, ma anche un momento di relax e appagamento personale.

“Con questa campagna abbiamo voluto indagare la complessità delle decisioni quotidiane, in cui dire ‘no’ non è sempre semplice, ma a volte necessario per preservare il proprio benessere,” spiega Diletta Golfieri, marketing manager di Nescafé. “Il cappuccino diventa simbolo di una pausa significativa, un momento in cui l’attenzione si sposta sul proprio bisogno di rilassarsi e rigenerarsi.”

Con “Say YES to CappucciNO”, Nescafé racconta quindi la pausa come un’opportunità per dire “no” a ciò che ci distrae e “sì” a ciò che ci arricchisce, stimolando ognuno a prendere decisioni che portano al cuore delle proprie priorità e, in definitiva, a una vita più autentica e appagante.

 

 

[Fonte: Askanews – 10 novembre 2024]

 

Per molti italiani, il vero lusso è ritagliarsi una pausa autentica. Tra il desiderio di armonia nelle relazioni e la ricerca di benessere, il cappuccino diventa un simbolo di ricarica personale.

 

Alessio Ditta

 

Dire “sì” o “no” sembra una scelta semplice, eppure per molti italiani queste due parole racchiudono un universo di riflessioni e conseguenze. Una recente ricerca condotta da Astraricerche per Nescafé ha rivelato che l’80,3% degli italiani riflette attentamente prima di decidere, preferendo spesso ragionare anziché seguire l’istinto (25,8%). Nonostante ciò, otto italiani su dieci si ritrovano a dire “sì” quando vorrebbero dire “no” e, per il 27,5%, questa situazione è all’ordine del giorno. Le ragioni? La necessità di mantenere buone relazioni (58,7%) e di evitare scontri all’interno di dinamiche di gruppo (47,2%).

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, dire “no” sembra più complicato con le persone care (60,7%) rispetto ai superiori o agli insegnanti (31,7%). Questo dato sfida il luogo comune secondo cui ci sentiamo più liberi di esprimere il nostro dissenso con chi ci è più vicino. Nescafé ha scelto di esplorare proprio queste sfumature emotive e sociali con la campagna “Say YES to CappucciNO“, invitando a ritagliarsi momenti di pausa e riflessione, utili per capire ciò che è veramente importante.

Dire “sì” quando si vorrebbe dire “no” non sempre ha un’accezione negativa. Per un italiano su cinque (22,8%), infatti, può suscitare emozioni positive come soddisfazione e orgoglio, vedendo questa scelta come un segno di intelligenza relazionale (50,4%) o apertura mentale (46,6%) nell’accettare esperienze che, pur sembrando inizialmente sgradite, possono rivelarsi utili.

Per gli italiani, la pausa è considerata un’occasione preziosa per ricaricarsi e riscoprire se stessi. Circa il 72,1% afferma di aver bisogno di questi momenti di stacco, spesso vissuti in solitudine, che rappresentano un antidoto alla frenesia della vita quotidiana. Ben l’82,7% apprezza la “jomo” (joy of missing out, gioia di non esserci), ovvero la felicità nel concedersi un momento lontano dalle interazioni sociali o digitali. Questo fenomeno, che rappresenta una risposta al più diffuso “fomo” (fear of missing out, timore di perdersi qualcosa), è particolarmente sentito dalle generazioni più mature, che cercano un equilibrio tra la presenza nel mondo digitale e il benessere personale. Come sottolinea Patrizia Martello, esperta di culture di consumo, “La jomo sta diventando più forte della paura di disconnessione che ha caratterizzato la prima fase dell’era social. Questo spostamento di prospettiva riflette non solo l’età, ma anche una differenza generazionale.”

Le pause, quindi, diventano momenti preziosi per ricaricare le batterie e riprendere il controllo sulle proprie priorità. E tra le attività preferite durante questi momenti di stacco, il 43,1% degli italiani sceglie di concedersi una bevanda come il cappuccino, spesso gustato come piccolo premio dopo un “no” ben ponderato. Per molti, il cappuccino rappresenta non solo una coccola quotidiana, ma anche un momento di relax e appagamento personale.

“Con questa campagna abbiamo voluto indagare la complessità delle decisioni quotidiane, in cui dire ‘no’ non è sempre semplice, ma a volte necessario per preservare il proprio benessere,” spiega Diletta Golfieri, marketing manager di Nescafé. “Il cappuccino diventa simbolo di una pausa significativa, un momento in cui l’attenzione si sposta sul proprio bisogno di rilassarsi e rigenerarsi.”

Con “Say YES to CappucciNO”, Nescafé racconta quindi la pausa come un’opportunità per dire “no” a ciò che ci distrae e “sì” a ciò che ci arricchisce, stimolando ognuno a prendere decisioni che portano al cuore delle proprie priorità e, in definitiva, a una vita più autentica e appagante.

 

 

[Fonte: Askanews – 10 novembre 2024]

Dopo la sconfitta si accende il dibattito fra i Dem americani

Cominciano a volare gli stracci in casa democratica. Inevitabile, dopo la batosta subìta martedì scorso. Il tonfo è stato pesante e ha fatto male. Il dolore causato dalla botta si comincia ad avvertire qualche tempo dopo averla presa, è noto: e infatti, esauriti i prammatici “discorsi della sconfitta” tenuti dalla candidata perdente e dal Presidente uscente, i toni hanno cominciato ad alzarsi.

Del resto aver perso non solo nella conta dei delegati ma anche nel voto popolare (fatto accaduto assai di rado ai democratici) e aver ceduto quote rilevanti del tradizionale elettorato afroamericano e soprattutto ispanico e giovanile è un fatto che non può non indurre il Partito Democratico USA a profonde riflessioni. Che è auspicabile ci saranno, nel prossimo futuro. Ora però è ancora il tempo di quelle a caldo, rivelatrici però di un pensiero covato interiormente da chi le esprime ma tenuto nascosto in nome della necessaria unità di facciata durante il confronto elettorale con l’avversario.

L’immarcescibile e sempre combattiva Nancy Pelosi, già speaker della Camera, dove martedì è stata rieletta per la ventesima (!) volta, in una intervista sul podcast del New York Times ha una volta di più (fu lei, con Obama, a mettere Biden con le spalle al muro e di fatto a costringerlo a rinunciare alla ricandidatura) attaccato il Presidente: “Se avesse lasciato prima – ha detto – forse ci sarebbero stati altri candidati in corsa, ci sarebbero state Primarie aperte. Poiché il Presidente ha appoggiato immediatamente Kamala Harris, ha reso quasi impossibile lo svolgimento delle Primarie in quel momento. Se fosse stato molto prima sarebbe stato diverso”. “Kamala Harris ha ridato speranza alla gente”, ha doverosamente aggiunto. Ma è evidente l’insoddisfazione per la scarsa efficacia della campagna elettorale della candidata, oltre che l’arrabbiatura (chiamiamola così, del resto la Pelosi non è una che non le manda a dire) nei confronti del suo vecchio amico Joe Biden.

Pelosi però non sembra voler indagare oltre circa i motivi di fondo che hanno determinato la sconfitta del suo partito. Ed infatti, ad esempio, si mostra in “completo disaccordo” con la severa analisi di Bernie Sanders, secondo la quale il Partito Democratico ha abbandonato gli operai e non è stato vicino alle preoccupazioni economiche dei lavoratori, concentrandosi invece – ecco la stoccata alle californiane Harris e Pelosi – sulla politica identitaria, lontana dagli interessi veri della gente comune che deve arrivare alla fine del mese, ogni mese.

E in effetti il profluvio di star – da quelle più stagionate a quelle più giovani, da Robert De Niro a Taylor Swift, per dire – manifestatosi in favore di “Kamala” pare aver ulteriormente accentuato il senso di lontananza dei Democratici da quella che dovrebbe essere la sua base elettorale. Troppa attenzione ai diritti individuali e meno a quelli sociali, e meno ancora alle vitali questioni economiche (è l’inflazione alta che ha sconfitto in primis Biden, il cui operato per il rilancio dell’economia americana è stato molto buono, a giudizio diffuso), verrebbe da dire. Ciò ha portato ad errori gravi, anche se non decisivi per la sconfitta (che, visti i risultati, sarebbe comunque arrivata) ma indicativi di un modo di pensare: la scelta sbagliata del candidato vicepresidente, il gioviale ma troppo radicale governatore del Minnesota in luogo di quello più moderato della Pennsylvania (uno Stato, per di più, di quelli in bilico e quindi potenzialmente decisivo); la chiusura della campagna elettorale in Wisconsin (altro swing state) affidata alla famosa Alexandra Ocasio-Cortez, giovane affermata stella del wokismo newyorkese; l’accusa di maschilismo rivolta da Obama, dicasi Obama, agli uomini neri di colore. I risultati si sono visti: il candidato vice di Trump ha sconfitto fin dal confronto televisivo quello di Harris; nel Wisconsin ha vinto Trump; molti tradizionali elettori democratici di colore questa volta hanno virato sui repubblicani.

Troppo spazio in questi anni il Partito Democratico ha dato al radicalismo di successo nei media con campagne che hanno lisciato il pelo a movimenti quali Black Lives Matterallontanandolo così da segmenti ampi di popolazione più tradizionalista – i latinos, ma anche molte donne e molti afroamericani – che si aspetta dalla politica risposte alle preoccupazioni quotidiane: il lavoro, la spesa per il cibo, le bollette, la sicurezza. Lo ha detto in chiaro un deputato dello Stato di New York, Tom Suozzi: “dobbiamo smetterla di assecondare la nostra base e basta, dobbiamo iniziare ad ascoltare la gente”. Ecco, sarebbe una buona idea.

Una Dc bonsai e gregaria della destra rinnega il centro

Il contesto della Festa dellAmicizia
In questi giorni si svolge la Festa dell’Amicizia, organizzata dalla nuova Dc siciliana, con un’importante tavola rotonda che riunisce esponenti di spicco delle forze politiche di centrodestra. Tra i partecipanti figurano protagonisti di vari partiti post-democristiani che, durante il ventennio berlusconiano, hanno rappresentato una significativa fetta dell’area moderata e liberale nel Paese.

Gli ospiti e il tema del confronto
Il tema del dibattito, “Quale centro per l’Italia?”, è senz’altro accattivante, e la discussione sarà affidata a vari esponenti, tra cui Totò Cuffaro (Segretario Nazionale Dc), Claudio Durigon (Sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali), Maurizio Lupi (Noi Moderati), Lorenzo Cesa (Segretario Nazionale UDc), Mara Carfagna (Centro Popolare), Clemente Mastella (Segretario Nazionale Noi di Centro) e Mario Tassone (Segretario Nazionale CDU).

Tentativi falliti di ricomposizione democristiana
Nonostante le molteplici iniziative, i tentativi di trovare una base comune per ricomporre l’area democristiana non hanno prodotto risultati concreti. A rendere ancora più complessa la situazione è l’indirizzo populista e demagogico dell’attuale maggioranza di governo, che punta a mettere in discussione principi fondamentali come la divisione dei poteri e gli assi portanti della Carta costituzionale.

La nuova era autoritaria e le aspettative del dibattito
Sul fronte internazionale, una situazione geopolitica inquietante, come l’ascesa di quella che alcuni definiscono una “democrazia autoritaria” sotto la presidenza Trump, aggiunge incertezza. Le aspettative di questo incontro non sono irrilevanti: l’auspicio è che emerga una visione di Paese condivisa, ispirata ai valori che guidarono la Dc nel promuovere sviluppo e progresso dopo la Seconda guerra mondiale.

L
importanza di una visione condivisa
È cruciale che il dibattito non sia solo un’esibizione di leadership personali ma una discussione autentica, consapevole della posta in gioco. Più della metà degli elettori, infatti, non partecipa più alle elezioni, un dato che richiede lungimiranza e coraggio per evitare una semplice adesione alla corrente dominante.

Una scelta di campo incompatibile
Recentemente, Cuffaro ha dichiarato ai media l’intenzione della nuova Dc di impegnarsi stabilmente in un’alleanza con le forze di centrodestra, un proposito che contraddice gli obiettivi dichiarati nel 2018 al XIX Congresso, in cui si intendeva mantenere una Dc autonoma e distinta. La scelta di integrarsi stabilmente nel centrodestra, ora dominato da forze sovraniste e populiste, tradisce lo spirito interclassista, moderato e riformista della Dc storica.

Una rottura con il proporzionalismo
Questa decisione rompe anche con l’idea di proporzionalismo, cruciale per l’esercizio democratico dei diritti politici e per una partecipazione diffusa, che storicamente si è sempre opposta a politiche populiste e sovraniste, sia di destra che di sinistra.

Assenza di rappresentanti riformisti
Un altro elemento problematico è la mancata presenza di esponenti riformisti e azionisti al tavolo del confronto. Che si tratti di una dimenticanza o di un’esclusione deliberata, l’assenza rafforza l’impressione di una certa strumentalità nel dibattito e di un progetto orientato a legare l’area moderata e cattolica a una coalizione spinta verso politiche populiste e demagogiche.

Un rischio per il progetto centrista
Nell’attuale assetto politico, il rischio è che la nuova Dc finisca per diventare stabilmente gregaria di un progetto che naviga verso il populismo, indebolendo così ogni aspettativa seria di un centro realmente autonomo. Con la scelta di Cuffaro di entrare in “Noi Moderati”, guidato da Maurizio Lupi, la nuova Dc si è di fatto resa parte integrante di una coalizione di centrodestra, oggi dominata dai partiti sovranisti.

Il ruolo del centro in un sistema bipolare
In definitiva, la nuova Dc sembra orientata verso un ruolo subalterno in un sistema bipolare, lontano dall’esperienza della Dc storica, che aveva saputo attrarre un ampio consenso e costruire alleanze equilibrate. La tavola rotonda che si terrà promette però di offrire uno spunto interessante per comprendere le diverse posizioni su quale ruolo dovrebbe avere oggi un partito che si richiama a quei valori.

Tra estremismi e retorica: il rischio di una democrazia senza dialogo.

Il voto americano ha innescato un dibattito politico, culturale e programmatico che, come ovvio, non può ridursi a slogan ad uso e consumo dei propri fan. Detto con altre parole e con un singolare linguaggio propagandistico contemporaneo, non si può confondere questo risultato con il rischio di un continuo ed impellente ritorno del fascismo a livello continentale. Come, del resto, non si può citare disinvoltamente il famigerato “olio di ricino” come se parlassimo del derby tra il Torino e la Juventus. È, questa, una banale e quasi scontata riflessione che ci porta ad una altrettanto semplice considerazione. E cioè, se ogniqualvolta si affronta un tema politico il tutto viene interpretato all’insegna di una brutale e quasi violenta radicalizzazione è lo stesso confronto politico che cessa di esistere a vantaggio di categorie che sono e restano sostanzialmente estranee alla normale dialettica democratica e costituzionale.

Ora, al di là delle legittime posizioni dei rispettivi partiti, è abbastanza evidente che se il confronto politico è viziato da queste ridicole e anche grottesche considerazioni è l’intera politica italiana che rischia di prendere una deriva irrecuperabile con esiti alquanto imprevedibili. A cominciare dall’irrompere degli “opposti estremismi” che abbiamo conosciuto e sperimentato con tristezza dalla fine degli anni ‘60 alla fine degli anni ‘70. Una stagione che può ritornare, seppur con modalità politiche ed organizzative diverse, e che inesorabilmente può riportare indietro le lancette della nostra storia democratica. E, su questo versante, il comportamento politico della sinistra italiana, seppur nelle sue multiformi espressioni, non può non essere chiaro e netto. Certo, se le parole d’ordine, e soprattutto dopo l’esito del voto americano, continueranno ad essere nel nostro paese di “svolta illiberale”, di “deriva autoritaria”, di “soppressione della libertà di espressione”, di “regime alle porte”, di “rivolta sociale”, di “democrazia sospesa”, di “sfregio alla Costituzione”, di “messa in discussione della libertà” e di “rischio fascismo” può realmente capitare di tutto. A cominciare da una violenza di piazza di difficile controllo.

Ora, se è compito della maggioranza di governo, ovvero la coalizione di centro destra, lavorare per non radicalizzare ulteriormente il confronto politico con la sinistra e l’intero paese, è altrettanto vero che l’alleanza delle sinistre non può evocare a giorni alterni l’imminente minaccia del ritorno del fascismo, della dittatura e amenità varie. Certo, per centrare questo obiettivo sarebbe semplicemente necessario avere un partito di centro che coltiva e pratica una vera e credibile politica di centro. Partito che a tutt’oggi, purtroppo, ancora non esiste se non nello sforzo costante di Forza Italia di radicare la ricetta centrista nelle dinamiche politiche concrete del nostro paese.

Comunque sia, non ci sarà una vera democrazia dell’alternanza o una “democrazia adulta”, come la chiamava Pietro Scoppola, sin quando non ci sarà un reciproco riconoscimento tra i due schieramenti politici. Se, al contrario, continua a prevalere la delegittimazione morale e politica dell’avversario che nel frattempo è diventato un nemico implacabile, prepariamoci – purtroppo – al peggio. Anche e sopratutto nel nostro paese.

Un figlio a tutti i costi: sfruttamento e dignità della donna.

È di questi giorni la notizia di due uomini italiani fermati in Argentina con una bimba nata da maternità surrogata, insieme a sua mamma.

A prescindere dalle questioni di carattere giuridico (se tale pratica è reato, di quale gravità e dove è perseguito), il racconto dell’articolo mi ha profondamente colpito perché la nascita di un figlio, da straordinario evento di amore “da urlare al mondo”, si è trasformato in una specie di complotto internazionale dove la mamma svolge il ruolo segreto di babysitter (con tutto il rispetto per chi fa coscientemente quel lavoro).

Nel caso specifico, le Autorità argentine stanno indagando sull’ipotesi di tratta di bambini da parte di organizzazioni poco raccomandabili che sfruttano, in loco, donne vulnerabili e, nel mondo, persone desiderose di avere un figlio. Probabilmente un caso limite che però interroga sulla maternità surrogata e ciò che inevitabilmente rischia di ingenerare.

Premessa la buonafede di tante coppie che desiderano avere un figlio, preso atto dei limiti esistenti in Italia sia sulla possibilità di fecondazione assistita sia sulla disciplina delle adozioni, davvero si può credere che, dall’altra parte del mondo, in Paesi, città e quartieri con livelli esagerati di povertà, esista una donna che liberamente, spontaneamente e gratuitamente desideri offrire se stessa (scusate la crudezza, il proprio utero) a dei benestanti sconosciuti che vengono da lontano? Del caso in oggetto dell’articolo si parla di un compenso di 5.500 euro solo per la mamma, oltre altre numerose spese accessorie e l’agenzia di intermediazione.

Ricordo anche che la sentenza n.33/2021 della Corte costituzionale considera la maternità surrogata una intollerabile offesa alla dignità della donna, oltre che spesso occasione di abusi e di sfruttamento. Allo stesso tempo una recente Risoluzione del Parlamento europeo la considera violazione di diritti umani perché sfruttamento della donna e privazione al bambino di fondamentali diritti.

Dobbiamo avere il coraggio e la serenità di ribadire che non esiste il diritto assoluto, per un adulto, di avere un figlio; più che mai con la conseguenza di allontanarne per sempre la mamma come nella maternità surrogata.

Altra cosa è il diritto inviolabile del bambino (soggetto debole e innocente), una volta nato e a prescindere dal come nato, di avere una madre e di conoscere le proprie origini.

Questa fredda vicenda, ambientata fra Italia e Argentina, segnala però l’importanza di riflettere con le proprie sensibilità, senza guerre ideologiche di un sapore antico, su un argomento di grande umanità e sui soggetti più vulnerabili da difendere.

Sarebbe bello che alla fine, la mamma, innamoratasi della propria creatura, decidesse di crescerla lei, magari con l’aiuto del sistema pubblico e del volontariato.

Mattarella in Cina: “Costruiamo ponti culturali tra i nostri popoli”.

[…] La fascinazione reciproca dei popoli cinese e italiano per le rispettive, straordinarie, tradizioni culturali ha radici – come è stato ricordato – lontane, nell’arte, nella musica, nel teatro, nella letteratura.

È figlia di legami intrecciati e cresciuti attraverso i secoli.

Culle di civiltà millenarie, centri culturali cosmopoliti, Cina e Italia hanno nel tempo stimolato continue espressioni di ingegno e di creatività, sulla base di un naturale mutuo rispetto.

Marco Polo, della cui morte ricorre quest’anno – come ben sappiamo – il settecentesimo anniversario, è uno dei pionieri di questa lunga storia di rapporti.

Una storia di curiosità, di stima, di volontà di apprendere dall’altro per crescere e migliorare nel comune interesse.

Storia di radici antiche, ma protese con fiducia a un futuro da costruire con il contributo dei nostri popoli.

I tanti ambiti di collaborazione discussi in occasione della terza riunione plenaria del Forum Culturale daranno – lo spero – vita a iniziative che incentivino sempre più lo sviluppo di legami duraturi in ambito culturale: dagli scambi tra università allo studio delle lingue rispettive, dalla cooperazione tra istituzioni museali, tra teatri ed enti lirici e sinfonici fino alla promozione di un turismo sostenibile sempre più consapevole, valorizzando anche il comune impegno per la tutela dei siti Unesco.

[…] Il nostro rapporto bilaterale si articola in una gamma vastissima di temi e settori di comune interesse.

Conoscete, vivendolo ogni giorno, il ruolo fondamentale del dialogo interculturale, alla base di una sempre più profonda conoscenza reciproca, per creare rapporti solidi e duraturi non soltanto tra gli Stati, ma anche, e soprattutto, tra i popoli. La cultura accresce la dignità delle persone.

Non è un’aspirazione ingenua. Non è uno scambio che ignori le differenze. Al contrario, il valore dell’esercizio consiste nell’assumerle e analizzarle con franchezza, senza che debbano essere ostative al confronto e alla collaborazione.

Questo modo di porsi gli uni di fronte agli altri è un metodo fecondo, porta alla costruzione di un comune patrimonio.

È una riflessione, un atteggiamento, che spinge a evadere tentazioni di ritorni anacronistici a un mondo di blocchi contrapposti.

Gli italiani, membri fondatori dell’Unione Europea, sono sostenitori dell’importanza dei fenomeni aggregativi tra Paesi che condividono interessi o sensibilità.

Ma non contrapposte ad altri.

[…] È il senso del multilateralismo, fondato su regole certe, condivise e per tutti vincolanti.

Occorrono buona fede e buona volontà, e la convinta adesione a norme fondamentali di convivenza. Ad esempio, la norma che vieta l’uso – e anche la sola minaccia – della forza nei rapporti fra gli Stati.

Matteo Ricci, che con Marco Polo rappresenta una figura simbolica della profondità dei rapporti tra Cina e Italia, nel “De Amicitia” scriveva che “l’amicizia è più utile al mondo che non le ricchezze”.

E l’amicizia si nutre di conoscenza reciproca, di ascolto, di dialogo, di comprensione: cioè di cultura.

Il mio auspicio è quindi quello che il continuo lavoro operoso, di costruzione di ponti culturali tra i nostri popoli – tra la Cina e l’Italia -, sostenuto dal Forum e oggi arricchito dal dialogo tra i Rettori, contribuisca a far crescere l’amicizia tra di noi, fondamento della costruttiva convivenza e impulso a un lavoro comune di conciliazione di fronte alle sfide globali.

Trump, il ritorno delle classi e la fine della sinistra liberal.

Ha di nuovo vinto Trump, dunque, conquistando persino la maggioranza dei voti, anche se di poco, e non solo dei collegi. E ha perso la sinistra liberal. Che ha gridato «al lupo» per mesi, allertando il mondo sui rischi per la democrazia, dandogli del fascista e dell’autoritario, senza considerare anche solo per momento quanto avesse reso vuota quella stessa democrazia. Perché, se è vero che Trump ha preso più voti del 2020 e spesso anche del 2016 – anche negli “swing states” – è però vero che l’affluenza è rimasta poco sotto il 65%. Un dato normale per gli Stati Uniti ma che di per sé spiega molto di quanto lontane siano larghe fasce di popolazione dalle istituzioni, perché, se più di un terzo dei cittadini si autoesclude, qualcosa vorrà pur dire.

Il “fenomeno” Trump è dunque tornato, ma non se n’era mai andato e questa volta farà sul serio. Dopo l’irruzione sulla scena nel 2016 aveva portato con sé un variegato circo di advisor e staff poco avvezzi alla politica e a frequentare le stanze del potere a Washington. Aveva fatto danni, ottenendo poco delle sue roboanti promesse, ma non fino al punto di perdere completamente il suo elettorato. E i suoi fans sono rimasti, più fedeli che mai. Certo, perse nel 2020, grazie ad un’affluenza appena maggiore che premiò Biden – e non gli era parso vero – facendolo gridare al complotto, tentando addirittura il colpo di stato. E ora è tornato, e la rivincita sarà spietata. Perché il suo personale, advisor e consulenti, saranno questa volta scelti con più misurata accortezza per il suo progetto eversivo.

Con Trump, ha vinto il disordine, contro l’ordine. Certo, il grande sovvertitore ha vinto grazie alla macchina messa in piedi dal capitale che preferisce il potere agile alle “regole”, facendone un imbonitore. Ha vinto la plutocrazia, la longa manus del capitale che oggi più che mai tutto controlla, a partire dai media, i social e tutto l’apparato dell’informazione (dovremmo tutti abbandonare Twitter-X, ma sarà ben poca cosa). Ha vinto la politica muscolare, anima dei fascismi, ha vinto la politica della paura e dei muri, che sempre vince quando i deboli sono lasciati a se stessi. E ha perso la sinistra liberal, il cui appeal si è ristretto ai ceti medio-alti, alle fasce più istruite, al sindacalismo più “strutturato”.

Trump è il caos, il disordine – mentale, della politica, delle logiche – che tutto altera. Un ricco che fa appello ai meno ricchi per rovesciare le “élite”, con ciò intendendo quel vasto corpus di ceti medio-alti, colti e “moderati”. Trump è in qualche modo anarchico, un estremista che vuole rovesciare il tavolo delle convenzioni, per spazzare via il “buonismo” della cultura woke, con il cinismo tipico dell’autocrate che agisce in nome del popolo bistrattato da regole insopportabili. Un fascista, certo, che non esita a richiamare l’uso della forza, che pensa di poter comprare tutto, basta volerlo, come la sua storia con la porno-star dimostra. Che fallisce, va in bancarotta, vende fumo, ma ritorna e promette di fare pulizia, mentre coltiva amicizie ambigue. Un personaggio satanico, animalesco, brutale, che sa agitare l’animus dell’americano “brutto” che vuole solo la rivincita dello status. L’americano “quieto”, come ci ricorda Viet Thang Nguyen, che guardava ai democrat perché gli avrebbero garantito il suo quieto vivere nel benessere medio si ritrova ora sorpassato dalla massa dei rednecks e dei ceti proletari bianchi e dei latinos – gli ultimi parvenues alla tavola dei dannati – che reclamano cittadinanza piena, contro quei milioni di outsiders invasori per cui non c’è più posto, non ci deve essere più posto.

 

Continua a leggere

https://www.facebook.com/share/1Lz4pjMJAP/?

L’Europa punta sul GNL per rinnovare i legami con gli USA.

L’aumento delle esportazioni di gas naturale liquefatto (GNL) dagli Stati Uniti verso l’Europa rappresenta un’opportunità strategica e di reciproco interesse per rafforzare i legami transatlantici sul piano energetico e commerciale. Potrebbe diventare uno dei punti cardine dei futuri negoziati con la nuova amministrazione Trump, che pur desta qualche preoccupazione a causa della possibile reintroduzione di dazi (anche per le merci europee). A sottolineare l’importanza di questo tema è stata la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, durante la conferenza stampa tenutasi al termine del Consiglio europeo a Budapest.

“Penso – ha dichiarato von der Leyen – che, prima di tutto, sia fondamentale impegnarsi a fondo nel rafforzamento del rapporto transatlantico con la futura presidenza Trump”. La presidente ha evidenziato come il GNL costituisca un esempio concreto di questi interessi condivisi, un settore che potrebbe offrire vantaggi tangibili sia per gli Stati Uniti che per l’Europa, promuovendo al contempo la diversificazione delle forniture energetiche europee.

Attualmente l’Europa importa ancora una quota rilevante di GNL dalla Russia o tramite infrastrutture russe, il che comporta dei rischi sia economici che geopolitici. “Perché non sostituire parte di queste forniture – ha detto ancora von der Leyen – con il GNL americano, che rappresenta una soluzione più competitiva dal punto di vista economico e potrebbe contribuire a ridurre i nostri prezzi dell’energia?”.

La Presidente ha concluso ribadendo che l’obiettivo è quello di mantenere un dialogo aperto e costruttivo con la nuova amministrazione statunitense, mirando a identificare ambiti di collaborazione concreta e a costruire su questi un’agenda di negoziati.

Aggiornamenti Sociali | La Parola e il potere: se la fede è strumentalizzata.

«Chi sta bene s’è procurato degli “amici”, o se li può, all’occorrenza, procurare col nome, il denaro, la prepotenza, la propaganda, l’astuzia: proclamandosi, all’improvviso, patrocinatore di quelle cause e di quegli interessi, che avendo legami con profondi sentimenti naturali – religione, patria, famiglia – sono condivisi da molti. Ed ecco lo spettacolo, poco edificante ma istruttivo, di uomini senza fede che si dichiarano per la religione; di senza patria, che s’accendono di furore nazionalistico; di corrotti celibatari, che esaltano la santità della famiglia. Gli ingenui e i timorati si commuovono davanti al miracolo, e la crociata viene proclamata pro aris et focis contro il nemico comune. E chi ne paga lo scotto sono i cristiani, che, per delle verità che non vanno difese in quel modo, né in quella compagnia, si assumono la tremenda responsabilità di puntellare un ordine sociale che è la negazione dell’ordine cristiano» (Mazzolari 1979, 60-61).

Le parole di don Primo Mazzolari, tratte da un suo intervento del settembre 1945, mantengono tutta la loro attualità. Descrivono in maniera efficace un modus operandi ricorrente: chi ha mire di potere e interessi da difendere ricorre a ogni mezzo per raggiungere i propri scopi, perfino mascherando di religiosità e di difesa dei più alti valori imprese che nulla hanno a che fare con Dio e con la sua volontà di giustizia e di pace.
La Scrittura conosce e denuncia un tale uso strumentale della religione e la connessa manipolazione delle coscienze di tanti, indotti dalla propaganda a dare il proprio appoggio a iniziative che hanno solo l’apparenza del bene.

Prendiamo in considerazione il racconto contenuto nel cap. 22 del Primo libro dei Re. Narra di Acab, re di Israele dall’874 all’853 a.C., che mira a riprendere con la forza dalle mani degli aramei (siriani) Ramot di Gàlaad, un territorio di confine a oriente del Giordano, ripetutamente perso e riconquistato da Israele (cfr 1Re 20,34; 2Re 8,28-9,14). È la sorte che segna sovente la storia delle regioni contese da nazioni vicine. Rivolgendosi ai suoi più stretti collaboratori, Acab afferma: Non sapete che Ramot di Gàlaad è nostra? Eppure noi ce ne stiamo inerti, senza sottrarla al dominio del re di Aram (1Re 22,3). Motiva la decisione di entrare in guerra, facendo leva sul sentimento patriottico: quella regione ci appartiene! Occuparla non è solo nostro dovere; è un nostro sacrosanto diritto: «Egli non si limita a rendere lecito, cioè permesso, l’atto [che sta progettando]; lo rende obbligatorio, un dovere a cui non può sottrarsi» (Rizzi 1981, 10).

Acab cerca alleati. In concreto, si adopera per coinvolgere il re di Giuda Giosafat nella campagna contro gli aramei. Giosafat accetta, ponendo però una condizione: consulta oggi stesso la Parola del Signore (1Re 22,5). Chiede, cioè, ad Acab di interpellare i profeti che vivevano presso la sua reggia. È ampiamente attestato che presso le corti reali del Medio Oriente antico si trovava una corporazione di profeti, incaricati di riferire al sovrano l’oracolo divino. Prima di intraprendere un’impresa, soprattutto militare, il re era solito chiedere il responso dei profeti, per ottenere una assicurazione ufficiale della conformità di tale impresa al volere divino. Il fatto che un gruppo di profeti facesse parte dei consiglieri del re di Israele rivela che c’è un rapporto costitutivo tra Parola di Dio e realtà sociopolitica. La Parola non riguarda soltanto la sfera personale, ma chiama in causa il potere e le decisioni che esso prende nella storia concreta. Essendo però funzionari reali, i profeti di corte traevano il loro sostentamento dal servizio reso al sovrano, e ciò spiega il rischio che comunicassero solo quello che il re desiderava sentirsi dire. La loro principale preoccupazione finiva per essere quella di approvare ogni suo progetto per avere, come è detto causticamente in Michea 3,5, qualcosa da mettere sotto i denti. Quanto finora richiamato mostra, da una parte, l’uso strumentale di un valore avvertito da tanti (la difesa dell’integrità territoriale della propria nazione) e, dall’altra, l’asservimento dell’istituzione religiosa a logiche di potere.

 

Continua a leggere

https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/la-parola-politicamente-scomoda/

 

Fonte: Aggiornamenti Sociali – Novembre 2024

Titolo originale: La Parola politicamente scomoda.

La Voce del Popolo | Cosa resta delle “lezioni americane”?

Confessione personale, personalissima. Sono un uomo di centro, lontano dalla sinistra e lontanissimo dalla destra. Se il centro finisce in fuori gioco la mia tentazione è quella di uscire dal gioco anch’io. Se invece debbo proprio restare dentro quel gioco mi è più facile votare a sinistra piuttosto che a destra. Non troppo volentieri. Fine della confessione.

Detto questo, credo che il voto americano ci racconti bene vizi e virtù degli uni e degli altri e ci faccia capire a cosa stiamo andando incontro. Se dovessi riassumere in un telegramma il senso di quel voto la metterei così: la destra è brutta ma è vera, la sinistra è più aggraziata, ma è finta. O almeno lo sembra. Naturalmente come ogni semplificazione anche questa è assai discutibile. Ma queste due maschere politiche riaffiorano ogni volta che si oppongono l’una all’altra.

Se le cose stanno così, è evidente che la destra parte in vantaggio. Un vantaggio che può essere rovesciato, qua e là, ma che si consolida non appena si dà fuoco alle polveri. Come appunto è accaduto in questa campagna d’oltreoceano. Si può dire che una certa rozzezza abbia giovato a Trump e che una certa artificiosità abbia nuociuto alla Harris. Naturalmente questa analisi è schematica, ridotta all’osso. Ma a spanne non sembra troppo lontana dal vero.

Il fatto è che, in un mondo dove domina l’insicurezza, le sirene di destra sanno come farsi sentire. Circostanza di cui le destre non dovrebbero però approfittare troppo. Su cui le sinistre farebbero bene a riflettere. E contro cui il centro dovrebbe cercare prima o poi di farsi sentire.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 7 novembre 2024.

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]

Costituzione, tasse e governi.

Quando si parla di tasse l’umore delle persone cambia. E non solo perché l’argomento è ostico e la tecnica l’ha reso anche ostile: è divenuto nell’immaginario collettivo un nemico e se non un nemico uno da cui è meglio stare alla larga.

Le tasse godono di cattiva fama poichè sono nate come un balzello imposto dal potere per ricavare ricchezze (disponibilità) da tutte le classi per fare guerre e/o mantenere gli agi della classe dirigente. Non una condivisione alla partecipazione con il contributo di tutti alle spese per il funzionamento della collettività (il popolo) ma il contributo di tutti per le spese di pochi.

Nella nostra Costituzione le tasse sono inserite nel principio generale della partecipazione di tutti i cittadini, secondo le proprie possibilità, alla gestione della spesa del Paese: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità” (art.53).

Articolo che fissa due principi: il siamo tenuti che è una forma elegante per non dire obbligati a… e la proporzionalità della contribuzione ovvero secondo le capacità di ciascuno.

Nel tempo da che è in vigore la Costituzione, siamo restii ad applicare questi due principi. Abbiamo un buon numero di evasori cioè di chi ritiene di “non essere tenuto a…” e la proporzionalità che è lasciata all’arbitrio della politica fiscale del governo di turno.

Al primo principio (obbligatorietà) una soluzione si è cercata di metterla con l’art.23 “ nessuna prestazione patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”. Un argine motivato da un sentimento di pessimismo dell’Assemblea costituente che avendo compreso che su base volontaria i cittadini giammai avrebbero pagato le tasse, ha messo l’obbligo dentro una legge, finendo così per far entrare dalla finestra il principio di imposizione alla contribuzione da parte di tutti che aveva scacciato dal portone. Bravi cittadini gli italiani ma poco propensi a partecipare di spontanea volontà e quindi meglio stringerli nelle maglie della legge finanziaria.

Quindi ogni governo quando presenta la propria politica fiscale andrebbe misurato sul rispetto di questi principi costituzionali.

Le misure fiscali presentate in questi giorni dal governo in carica, lato tasse per i cittadini, si presentano con una riduzione delle aliquote con cui viene fissata la parte del prelievo (contribuzione), sulla base di range di redditi annui dei cittadini, che va integrata con i dati statistici assoluti dei cittadini che si collocano in tre scaglioni;

 

Scaglioni di reddito in Euro Aliquota cittadini/contribuenti
da 0 a 28.000 23% circa 42 milioni  (12 milioni da 15 a 28 milioni di euro)
da 28.000,01 a 50.000 35% circa 6 milioni
oltre 50.000 43% circa 2 milioni

 

 

I conti non tornano perché nel Paese ci sono 5 milioni di disoccupati ovvero di senza reddito e ci sono 12 milioni di cittadini che stanno tra i 15 mila e i 28 mila euro del primo scaglione che sono la quota più grande del primo scaglione.

Per quest’ultimi il governo predispone una griglia di scaglioni ulteriormente dettagliata:

 

– non supera Euro 8.500, si applica la percentuale del 7,1%;

– supera Euro 8.500 ma non supera Euro 15.000, si applica la percentuale del 5,3%;

– supera Euro 15.000, si applica la percentuale del 4,8%.

 

Dunque tutti pagano le tasse, nessuno escluso ma la proporzione è quelli che stanno nel mezzo pagano la maggiore quota di tasse in una proporzione troppo alta rispetto a quelli che stanno ai due estremi (7,1% e 43%) ovvero la forbice che separa i due espremi è troppo stretta e penalizza il mezzo che è di fatto il gruppo più numeroso.

Ai  cittadini si uniscono le imprese che devono pagare le tasse sulla base dei profitti realizzati. E il governo si regola con misure fiscali per i premi di produttività e per il welfare aziendale Viene prorogato, estendendolo al triennio la 2025-2027, il dimezzamento (dal 10% al 5%) dell’aliquota dell’imposta sostitutiva sulle somme erogate sotto forma di premi di risultato o di partecipazione agli utili d’impresa. Le aziende hanno comunque degli scaglioni sulla base dell’utile (reddito)

 

Imprese

 

Scaglioni di reddito in Euro Aliquota Imposta dovuta
da 0 a 28.000 23% 23% sulla parte eccedente la no tax area
da 28.000,01 a 50.000 35% 6.440 € + 35% sulla parte eccedente i 28.000€
oltre 50.000 43% 14.140 € + 43% sulla parte eccedente i 50.000€

 

 

Anche in questo caso bisogna integrare il dato con i numeri assoluti di aziende che si collocano nelle fasce, e tenere conto del numero di aziende che sono state chiuse nell’anno in corso, di quante sono in stato di fallimento o presto ci entreranno. Ci sono 4.665.000 imprese attive in Italia e di queste imprese ben 4.430.000 sono con meno di 10 addetti e altre 207.00 hanno tra 10 e 49 addetti quindi ai fini fiscali del prelievo si collocano tra il primo e il secondo scaglione nei due settori che costituiscono il gettito maggiore

La prima condizione del principio della partecipazione di tutti (cittadini ed imprese) alle spese dello Stato (e non solo al welfare come è creduto da molti in questo periodo) sembra essere formalmente soddisfatta, ma nella sostanza tutti coloro che non producono reddito dovrebbero essere considerati non soggetti ad imposizione non per scaglione ma per cifra assoluta in modo tale da evitare il vergognoso fenomeno dell’evasione che proprio nella scelta del metodo della determinazione per scaglioni di reddito imponibile trova le maglie per dichiarare o non dichiarare secondo la convenienza dell’anno fiscale.

Quello che resta insoddisfatto è il criterio della proporzionalità ben temperata bisognerebbe precisare per che gli scaglioni che contribuiscono alle spese sono quelli dal lato dei cittadini che garantiscono una entrata certa ovvero dipendenti pubblici e pensionati e in misura minore gli autonomi (lavoro in proprio) e dal lato delle imprese le piccole imprese e le poce medie che riscono ancora ad andare avanti nonostante la grande distribuzione in alcuni settori le abbia falcidiate senza pietà (espulse dal mercato senza tanti complimenti).

La politica fiscale ovvero la capacità di raccogliere risorse dai cittadini e dalle imprese è il fulcro di ogni politica di governo di qualsiasi Paese e dalla capacità di essere persuasiva ed anche convincente diepnde anche il futuro dello stesso governo e non soltanto la “capienza della borsa”  della spesa pubblica e dell’indebitamento. E’ di questi giorni le dimissioni del ministro delle finanze della Repubblica Federale di Germania.

La nostra Costituzione resta in parte disapplicata nella politica fiscale ma la conoscenza esatta di quanto ampia sia la forbice che l’allontana dalla piena applicazione è già un elemento a favore del superamento della distanza; tuttavia per ovvie ragioni politiche questa azione non è da aspettarsi da parte dei governi poiché ciascuno di esso è interessato a farsi approvare politiche fiscali che recuperino il maggior gettito possibile,  quanto puiuttosto dall’opinione pubblica che nella sua funzione di controllo e senza eessere bloccata dal pregiudizio di “osticità” che ammanta la fiscalità , svolga la sua funzione e tuteli i propri interessi ivi compresi quelli di proporzionalità e di uguaglianza nel pagamento delle spese dello Stato .

Landini evoca la rivolta sociale: il sindacato fa politica?

Dunque, il segretario del più grande sindacato italiano, Landini, invita tutti i cittadini alla “rivolta sociale” contro questo Governo che viene accusato di qualsiasi nefandezza possibile. Un invito, è inutile negarlo, che arriva da un sindacato che ormai è un partito del ‘campo largo’ o, meglio ancora nel caso specifico, del ‘Fronte popolare’ contro un nemico ideologico giurato. Un appello, quello del segretario generale della Cgil, che ricorda una stagione tristemente nota nel nostro paese. Ovvero, quella della fine degli anni ‘60 e gli interi anni ‘70. Perché quando una organizzazione sindacale incita alla “rivolta” è di tutta evidenza che non si può escludere nulla. Anche perché, è bene non sottovalutarlo, questa “rivolta sociale” coincide anche con l’accusa, persin violenta a livello verbale e sbandierata quotidianamente da Landini, contro un Governo, una Presidente del Consiglio e una coalizione politica, cioè il centro destra, che secondo la Cgil nega le libertà, riduce la democrazia, prepara una svolta autoritaria e quindi una semi dittatura e che, infine, sfregia la stessa Costituzione repubblicana.

Insomma, una lotta senza quartiere contro un neo fascismo ormai alle porte. E la violenza verbale di Landini, lontana anni luce dal comportamento e dal linguaggio di un grande dirigente della Cgil, Luciano Lama, conferma che il profilo e l’identità dello storico sindacato rosso sono ormai squisitamente politici e partitici e del tutto avulsi ormai dal ruolo che storicamente può e deve svolgere un sindacato. Del resto, l’attuale corso della Cgil è un progetto politico e partitico. Interviene su qualsiasi provvedimento del Governo: dalla riforma istituzionale all’autonomia differenziata, dalla separazione delle carriere ai compensi milionari dei “martiri” dell’informazione che migrano dalla Rai ad altre emittenti televisive; dalla politica estera del nostro paese alla gestione dell’immigrazione e via elencando.

Come ormai tutti sanno, Landini interviene su tutto e su tutto lo schema della Cgil è quello di invitare gli italiani a scendere in piazza. C’è solo un tema, come dice magistralmente e ripetutamente Calenda, su cui Landini misteriosamente – si fa per dire – non dice una parola. Ovvero, la politica industriale, la prospettiva e la strategia del gruppo Stellantis. Cioè quando vengono toccati gli interessi degli editori della Repubblica e della Stampa cala il silenzio del capo del sindacato rosso. Un silenzio che evidenzia una palese contraddizione della Cgil da un lato e una eccessiva furbizia tattica di chi attualmente la guida dall’altro.

Ma, al di là di questo elemento che, lo ripeto, ormai non fa neanche più notizia talmente è nota e conosciuta, quello che semmai va evidenziato è che storicamente, istituzionalmente e costituzionalmente il sindacato svolge un altro ruolo. Che, al momento, non dovrebbe essere quello di trasformarsi scientificamente e strutturalmente in un partito politico a tutti gli effetti ma, al contrario, di difendere e di tutelare gli interessi, le esigenze, le domande e i bisogni dei lavoratori italiani. Di tutti i lavoratori italiani con qualsiasi contratto e che svolgano qualsiasi mansione professionale.

Per queste semplici ragioni, verrebbe quasi da dire – anche e sopratutto nell’attuale contesto politico – che per fortuna esiste ancora un sindacato nel nostro paese che svolge il suo antico ruolo. Un’affermazione, questa, quasi banale se non addirittura scontata. Eppure proprio oggi appare di una modernità straordinaria. Ecco perché, in conclusione, per fortuna che oggi esiste la Cisl. Ovvero un sindacato che semplicemente fa il suo mestiere. E cioè sintetizzando, centralità della contrattazione; no a pregiudiziali politiche e partitiche; esaltazione del dialogo e del confronto con le altre parti sociali, compreso il Governo; priorità al merito delle questioni e difesa dei lavoratori, di tutti i lavoratori. Tasselli che portano ad un solo obiettivo: il sindacato non è un partito perché il partito appartiene al campo della politica e degli schieramenti politici. Ecco appunto, un sindacato – quello della Cisl – che è l’esatto contrario dell’attuale strategia della Cgil di Landini.

Donald Trump e la crisi della sinistra americana

Questa volta Donald Trump ha vinto anche nel voto popolare, a differenza di quando – otto anni fa! – sconfisse Hillary Clinton. Ha aumentato i consensi in ogni Stato, in ogni gruppo etnico, in ogni segmento sociale della popolazione. Intendiamoci, nel voto popolare non ha stravinto – gli Stati Uniti rimangono spaccati quasi a metà – ma ha senz’altro vinto pienamente. Aggiudicandosi la maggioranza, ancorché di misura, in tutti gli otto Stati nei quali i sondaggi prevedevano con certezza un testa a testa fra i due candidati (ed è stato così) ma non certo la vittoria finale di Trump in ognuno di essi.

E’ un risultato – la vittoria dell’ex Presidente ora legittimato a tornare a Washington per un secondo mandato nonostante i capi di imputazione che ancora pendono sulla sua persona – che deve insegnare molto ai democratici sconfitti ma che soprattutto ci dice molto circa il momentum” vissuto dagli Stati Uniti ma più in generale dal mondo occidentale (se ne parlerà prossimamente, ma non v’è dubbio che questo voto americano avrà riflessi non secondari in Europa).

Gli elementi di fondo che hanno favorito la vittoria di Trumphanno a che fare con la paura, un sentimento vissuto dai ceti popolari e dalla classe media falcidiati dall’aumento dell’inflazione, dalla perdita del potere di acquisto, dalla complessiva sensazione di caduta del tenore di vita e dalle conseguenti preoccupazioni sul proprio futuro. I positivi dati macroeconomici dell’economia statunitense post-Covid (prodotto interno lordo cresciuto, quasi piena occupazione, aumento dei salari) non sono stati sufficienti per tranquillizzare una parte ampia dell’elettorato medio americano, preoccupato dall’inflazione ancora alta che si mangia ogni incremento salariale e dalla conseguente caduta del potere d’acquisto. Il rilancio macroeconomico conseguito dalla presidenza Biden non è stato affiancato da quello micro, essendo rimasta alta l’inflazione che – come è noto – erode innanzitutto i redditi medi e quelli più bassi. Ciò ha prodotto incertezza e diffusa sensazione di precarietà presso il ceto medio e non solo presso i ceti più popolari sui quali, dunque, i pur ragguardevoli risultati macro conseguiti dal governo federale non hanno inciso più di tanto, erosi dall’inflazione e da un vago senso di malessere circa le prospettive future.

Il sostegno, tradizionale, dello star system al Partito Democratico ha questa volta più di altre nuociuto alla candidata dem, che pure aveva alcuni punti di forza innovativi (donna di colore, con una carriera importante nella magistratura e non nella politica) ai quali però ne associava alcuni altri irritanti per gli americani tradizionalisti che non vivono sulle due coste oceaniche della Nazione (il lassismo in genere ispirato all’americano medio non californiano da tutto quello che proviene da quello Stato, ora rafforzato dall’onnipresente ideologia woke con tutti i suoi derivati dalla quale Kamala Harris non mostrava quella pur minima distanza che traspariva a volte dai “non detti” del cattolico Biden; il sostegno dell’élite progressista milionaria in dollari che guarda dall’alto in basso con vero disprezzo classista i ceti popolari più tradizionalisti; il solito – e spesso in verità ingiustificato – senso di lassismo emanato della sinistra liberal nei confronti della criminalità di base, spicciola eppur devastante per le persone oneste appartenenti ai ceti popolari).

E così il mix prodotto nell’America profonda da rabbia nei confronti di uno star system che non la rappresenta sociologicamente (e che ciò nondimeno si può applaudire ma solo nei momenti di svago, il tempo di un concerto, il tempo di una trasmissione tv) e che pretende di farle la morale dall’alto dei suoi valori umanistici e dei suoi dollari e, ancora, dalla paura circa un futuro insidiato da nuove tecnologie, fine dell’era industriale, multiculturalismo, innovazioni tecnologiche e quant’altro ha generato una reazione uguale e contraria che ha condotto molte persone non necessariamente  ideologizzate o nemiche dei valori democratici e inclusivi della migliore tradizione americana a sostenere, se non proprio a sposare, le tesi in qualche modo eversive della migliore tradizione dell’American way of life: l’identitarismo contro un “altro” considerato un nemico da insultare; una qual certa noncuranza verso l’etica pubblica che ha fatto dimenticare, ad esempio, i gravissimi fatti del 6 gennaio 2021 (mai esplicitamente condannati da Trump); lo scadimento del linguaggio, sempre più volgare e offensivo nei confronti del concittadino espressione di un’altra idea, di una differente concezione della vita e della società.

La vittoria di Trump nasce da queste, e altre, divisioni dell’America più profonda rispetto a quella luccicante dello star system che noi non americani vediamo da fuori. Certo, se il Presidente Biden avesse con umiltà accettato prima i segnali provenienti a lui medesimo dall’inesorabile trascorrere del tempo avrebbe consentito al suo partito un confronto interno acceso ma profondo, e forse sarebbe da esso emersa una figura maggiormente in grado di rappresentare un’alternativa non solo generazionale a Donald Trump. Un errore questo che, insieme al ritiro dall’Afghanistan, macchierà l’eredità politica di Joe Biden, un Presidente che invece ha fatto bene (e oggi naturalmente non gli viene riconosciuto) in molti settori, incluso quello economico.

Invece, in una campagna elettorale divenuta brevissima dopo il ritiro dalla corsa– a quel punto inevitabile – del Presidente in carica, Kamala Harris ha fatto tutto quello che ha potuto, e pure di più, ma non ha certo potuto cancellare le sue debolezze e quelle del suo partito, diviso e segmentato come non mai e però costretto a improvvisare una unità di facciata intorno alla vicepresidente uscente. E nulla ha potuto a fronte del sentiment generato dalla paura del futuro così diffusa e prevalente in quella grande nazione in questo periodo storico presso larga parte della popolazione.

L’America profonda ha chiesto col suo voto a Trump quello che una società spaventata dalle novità emergenti in genere domanda alla politica: protezione.

Protezione dal rischio di crisi economica, protezione dalle migrazioni esterne, protezione dalla prevalenza delle minoranze a scapito della maggioranza, protezione degli integrati nel sistema, protezione del proprio territorio e dei propri interessi prima che di quelli altrui. Se a questo compito, poi, si dedicano miliardari come Musk e come lo stesso Trump poco importa. Del resto, cinicamente, per i più, in un tempo nel quale i grandi ideali sono confinati sullo sfondo, la leadership politica deve limitarsi a seguire gli umori della società individualista. Rovesciando uno dei cardini sui quali si fonda(va) il primato della politica. Stando così le cose, per ora e speriamo non per sempre, la vittoria di Trump era scritta. Inevitabile.

Verso una difesa comune: Ue, Nato e il ritorno di Trump.

La netta vittoria di Donald Trump si riverbera inevitabilmente anche a Bruxelles. A poche ore dalla chiusura dei seggi, regnano i dubbi sul futuro delle relazioni con l’altra sponda dell’Atlantico, soprattutto per la volontà dichiarata del neoeletto Presidente Usa di imporre dazi ai prodotti europei e per le incognite su Ucraina, Medioriente e relazioni con la Cina.

Preoccupazioni e incertezze che si rispecchiano anche nelle audizioni dei Commissari designati in corso in questi giorni in Parlamento europeo. In attesa della conferma definitiva del collegio il 27 novembre a Strasburgo, è, tuttavia, possibile evidenziare alcuni elementi. Fermo restando il ruolo forte dei Paesi più grandi, non si può non notare come l’Europa centrorientale sia diventata cruciale. Kaja Kallas, estone, è Alto rappresentante/vicepresidente incaricata di Affari esteri e politica di sicurezza. La vicepresidente finlandese Henna Virkkunen ha la delega a sovranità tecnologica, sicurezza e democrazia, cruciale nella lotta alla disinformazione russa e alle ingerenze straniere nei processi elettorali europei. A loro, si aggiungono il lituano Kubilius, primo commissario europeo alla difesa e spazio, il ceco Sikela, con l’incarico delicato ai partenariati internazionali. Toccherà al polacco Serafin scrivere il prossimo bilancio settennale mentre il lettone Dombrovskis si occuperà di economia e produttività. La Bulgaria conferma la delega alla ricerca, con Ekaterina Spasova: il programma Horizon è, insieme alla politica agricola e alla coesione, la principale voce di investimenti del bilancio Ue, con capitoli dedicati alla ricerca in ambito militare. La slovena Marta Kos ha l’incarico per l’allargamento, con focus su Ucraina e Moldavia, ma anche Montenegro, Albania, Bosnia-Erzegovina, Macedonia del Nord. Insomma, i Paesi dell’ex patto di Varsavia sono protagonisti nel nuovo assetto Ue.

A questo, si aggiunge la task force lanciata da von der Leyen e dal nuovo segretario generale della Nato, Mark Rutte, per rafforzare la cooperazione tra Ue e Alleanza atlantica. La necessità nasce, secondo, Von der Leyen e Rutte dalla guerra russa in Ucraina “la più grande minaccia alla pace e alla sicurezza sul continente”, e dall’intervento della Corea del Nord “una escalation significativa” che evidenzia la “crescente aggressività degli stati autoritari che sfidano i nostri interessi e valori, con strumenti politici, economici, tecnologici e militari”.

Come se non bastasse, sempre nei giorni scorsi, l’ex presidente finlandese Sauli Niinistö ha presentato il report sulla preparazione della difesa della cui stesura Ursula lo aveva incaricato a marzo. La tesi è che va scardinata l’idea per cui gli Stati membri sono gli unici responsabili della propria sicurezza. È necessario, secondo Niinistö, “fidarci l’uno dell’altro”, condividendo risorse e conoscenze. “L’Unione europea deve passare dalla reazione alla preparazione attiva”. L’asticella del bilancio europeo da destinare alla sicurezza è fissata a un decisamente ambizioso 20%. Servono fondi per finanziare una rete europea antisabotaggio in caso di minacce alle sue infrastrutture critiche e un servizio Ue di intelligence. Mentre Draghi aveva chiesto nella sua relazione nuovi strumenti di debito comune, Niinistö non si spinge a proporre “defense-bond”. Non sappiamo, oggi, come questa nuova tendenza andrà ad interagire con il prossimo mandato di Trump e cosa sarà della relazione Ue-Stati Uniti.

Ma tre indizi fanno una prova. Se nel 2019, von der Leyen aveva annunciato una “Commissione geopolitica”, rimasta lettera morta, oggi sembra realizzare un indirizzo diverso senza annunciarlo, in molti casi affidando a esponenti Popolari europei le nuove pesanti deleghe. Troppo presto per dire quale ruolo avrà l’Italia. Certo è che mai come oggi servono competenze e capacità di manovra nuove, nella speranza che, parafrasando l’ultimo brano scritto da Augusto Daolio, l’Unione europea sappia “ad est ritrovare la vita”.

La riedizione di ‘America First’: un nuovo ordine mondiale alla prova.

Anche in questa occasione siamo stati tratti in inganno dai sondaggi, peraltro subito suffragati (a differenza di ciò che accade in casa nostra dove l’astensionismo è saldamente vincente da anni) dalla elevata partecipazione dei cittadini al voto per l’elezione del 47° Presidente USA. Tuttavia più che il previsto testa a testa il risultato si è rivelato un voto di ‘pancia’ ed è stato netto e significativo, oltre ogni valutazione sulle sue ricadute.

La vittoria di Trump è stata schiacciante e ha ammutolito (mentre scrivo tutto tace dal fronte democratico) gli avversari. Si può ragionevolmente ascrivere – come sottolinea un profondo conoscitore del mondo americano come Federico Rampini – l’esito del voto più agli errori del partito democratico che ai meriti personali del tycoon e del suo entourage. La candidatura di Kamala Harris è emersa come unica soluzione temporalmente possibile dopo i tentennamenti di Biden, come avvicendamento interno di leadership, ma senza l’investitura di un confronto congressuale, inoltre gli endorsement dei Clinton e degli Obama sono apparsi tardivi e coreografici, senza alcun sostanziale contributo ad un programma elettorale che sapesse rispondere alle domande emergenti da un Paese che si estende per sei fusi orari, nella sua complessità territoriale, etnica, di target e istanze sociali.

Alcuni temi come l’immigrazione, le guerre in atto, la politica dei dazi e quella fiscale sono stati sottostimati. E mentre c’è chi si strappa i capelli immaginando conseguenze catastrofiche verso un possibile nuovo ordine mondiale (a cui contribuisce certamente il concomitante compattamento dei Paesi aderenti al Brics) va rilevato che indubbiamente – ascoltate certe premesse del rieletto Presidente – qualcosa cambierà, per l’America, per l’Europa, per la NATO e nel posizionamento USA nello scacchiere internazionale e prevedibilmente non si tratterà di quisquilie. Certe osservazioni delle cancellerie e dei governi alleati sono condivisibili, altre dovrebbero farci riflettere sul fatto che la questione – con tutti i suoi punti nodali e i suoi corollari – riguardava le scelte degli elettori americani molto attenti ad alcuni temi dirimenti che interessano il futuro del Paese ma intanto anche l’ordinaria quotidianità.

Alla più grande democrazia dell’Occidente è stato chiesto di esprimersi in un momento storico in cui la protezione economica, il lavoro e i salari, la sicurezza dell’ordine sociale e gli interessi diretti e palpabili dei cittadini statunitensi erano temi di fatto trasversali agli opposti schieramenti: l’abilità di Trump è stata quella di dare risposte precise a questi temi anche se in modo persino ultimativo e potenzialmente esasperato. L’immigrazione e le guerre sono stati per il tycoon motivo per riaffermare una già espressa inversione di rotta: come osserva il Direttore del Centro Studi internazionali Andrea Margelletti se dovesse venire meno il sostegno economico e di armamenti all’Ucraina ciò non significherebbe una rinuncia della Russia a continuare le ostilità, peraltro mai interrotte  (siamo oggi al 986° giorno dall’inizio “dell’operazione militare speciale”) ed ora rafforzate dall’ingresso nel Kursk di 11 mila soldati nordcoreani inviati da Kim a sostegno di Putin.

Se Trump – non credo drasticamente – riducesse l’appoggio a Kyiv si porrebbe per l’Europa una domanda cruciale: potrebbe l’U.E. intervenire con i propri eserciti per supplire il venir meno del sostegno USA, al fine di evitare una possibile mira espansionistica in Europa da parte di Mosca? Le immediate congratulazioni di Zelensky al neo Presidente USA hanno il sapore di una implicita perorazione: non essere abbandonati ad un destino infame che ora si paventerebbe in tutta la sua drammaticità: l’Ucraina resiste (ma bisogna chiedersi fino a quando) ma è esausta e devastata dall’invasore. Peraltro – silente Putin – Medvedev e Peskov si sono affrettati a riaffermare distanze da guerra fredda con gli USA. E oltre il muro di Tijuana che separa gli Stati Uniti dal Messico, oltre l’immigrazione dilagante, Trump in campagna elettorale ha promesso drastiche misure di espulsione.

Sarà interessante inoltre osservare come i repubblicani, che hanno conquistato anche il Senato, intenderanno – se lo faranno – legiferare sul tema dell’uso delle armi in un Paese in cui il primo fucile viene regalato a Natale ai bambini di dodici anni. Terranno banco certamente i rapporti con l’Europa e le singole nazioni: la totalità dei Governi (non solo Orban) si sono affrettati ad anticipare con favore una continuità di rapporti nella cooperazione internazionale, nelle alleanze, nelle scelte commerciali e nella stessa appartenenza comune alla NATO. Trump ha più volte citato la pace come obiettivo futuro – ma non procrastinabile – della Casa Bianca, ha promesso benessere: “sarà l’età dell’oro dell’America”. Restano sul campo, come in una scacchiera che aspetta mosse imprevedibili, primazie e antagonismi inconciliabili: Trump loda Netanyahu e ne è lodato ma Putin invia armi in Iran, mentre Cina e India fanno parte dei Brics, l’U.E. è angustiata da conflitti interni.

La politica dei dazi che il tycoon intende adottare rilancerebbe produzione e consumi interni: resta da vedere se la faccenda riguarderà i Paesi ostili come la Cina o anche quelli europei. La riedizione di ‘America first” si giocherà stavolta a fronte di scelte di possibile isolazionismo e tutti i partners mondiali ne sarebbero puniti. La rielezione di Trump è una lezione per tutti: non sul piano etico (ogni popolo – se può, come in democrazia accade – sceglie da chi essere governato, per questo suonano retoriche le parole di disappunto di certa politica) ma su quello di un pragmatismo estremo. Anche sotto questo profilo, lezione è e lezione rimane.

Quando l’élite snobba il popolo: il caso USA come monito per l’Europa.

È difficile, molto difficile, tracciare dei confronti tra le elezioni americane e quelle che si svolgono nel nostro paese. Difficile perchè non è possibile, di fatto, individuare degli elementi strutturali che si possono confrontare. Dal sistema elettorale all’assetto politico, dal confronto tra i candidati al profilo delle società. Ma c’è un elemento, forse marginale ma sino ad un certo punto, che non possiamo non richiamare e ricordare. E riguarda il cosiddetto voto popolare, o dei ceti meno istruiti o meno scolarizzati e sicuramente meno vezzeggiati dai media che hanno scelto massicciamente Trump. Almeno questo dicono unanimemente i sondaggisti e gli esperti dei flussi elettorali dopo la vittoria schiacciante del miliardario repubblicano. E che, guarda caso, già non votarono Hillary Clinton contro Trump. “Spazzatura” il termine usato recentemente da Biden rivolgendosi a chi votava Trump e lo stesso giudizio venne espresso da Hillary Clinton quando lo sfidò alcuni anni fa. Insomma, si può dire tranquillamente, e senza alcuna polemica specifica o pregiudiziale, che c’è una sorta di disprezzo congenito della sinistra americana – e anche e soprattutto di quella italiana e di altri paesi europei – nei confronti di un elettorato ritenuto non all’altezza per scegliere un candidato, un partito, uno schieramento o un progetto politico e di governo.

Ora, questo è un tema che puntualmente fa saltare i sondaggi – di norma sempre compiacenti – e che evidenzia l’incapacità strutturale di chi pensa di rappresentare organicamente e fideisticamente i ceti popolari, i meno abbienti e gli ultimi e poi si accorge, dopo il voto, che questo non è accaduto. E il voto americano lo ha evidenziato, e per l’ennesima volta, in modo persin plateale. Un vezzo e una deriva, questi, che trovano piena cittadinanza anche nel nostro paese. E non solo. A conferma che non può mai essere confuso con il consenso reale e popolare la vulgata del “politicamente corretto”, la moda dei messaggi e delle dichiarazioni degli attori, dei conduttori televisivi milionari, degli opinionisti a gettone, dei cantanti e degli artisti alto borghesi, della rete culturale forte e convinta della propria superiorità morale e politica, dei maitre a penser eternamente arroganti e presuntuosi. Insomma, per capirci, quel circo mediatico, politico, culturale e televisivo che storicamente individua nella sinistra salottiera, aristocratica ed alto borghese l’unica classe dirigente titolata a governare. Il resto, appunto è solo “spazzatura”.

Così è stato nel nostro paese per quasi 50 anni con la Democrazia Cristiana; così è stato soprattutto con Berlusconi e così è adesso, e a maggior ragione, con l’attuale centro destra.

Ecco perchè, e al di là del profilo, del progetto e del messaggio politico di Trump e delle possibili ricadute che la sua vittoria potrà avere per il nostro paese e per l’intera Europa, forse è arrivato anche il momento che la sinistra salottiera, aristocratica e alto borghese – compresa, e soprattutto, quella italiana – si ponga una semplice domanda: ma dove votano e per chi votano i ceti popolari?

L’incontro tra spiritualità e impegno sociale: la riscoperta del Noi.

Foto concessa da S.E. MONS. VINCENZO PAGLIA – Presidente della PONTIFICIA ACCADEMIA per LA VITA Copyright Vatican Media

Anni fa, in occasione della vittoria dello scudetto del Napoli, sulle mura del cimitero di Napoli apparve la scritta! Che vi siete perso!”, a segnare il rammarico dei morti per non aver potuto godere della gioia popolare.

Il discorso vale per quanti non hanno partecipato all’incontro promosso da Don Andrea Manto, Parroco di Santa Chiara a Roma, sul tema “Destinati alla vita, l’esistenza il tempo e l’Oltre” con la presenza di Vincenzo Paglia e Fausto Bertinotti a dibattere con la caratura e l’intelligenza che li correda.

Nel teatro un pubblico attento all’ascolto di oltre 400 persone, posti in piedi, per dire di quanto la qualità muova ancora l’interesse ad una partecipazione.

Dopo i saluti di introduzione, Don Andrea Manto ha moderato il confronto con stile dinamico con commenti incisivi e mirati, rilanciando le riflessioni emerse con ulteriori spunti, intanto centrando il pensiero sulla figura del ruolo oggi della figura dell’Anziano, tema oggetto di particolare interesse e studio dei due relatori.

Per Bertinotti, nella società contadina l’anziano era naturalmente rispettato mentre nella società industriale è diventato un riferimento controverso. La perdita della capacità di lavoro ne ha impoverito il valore bilanciato dal riconoscimento della pensione il cui valore ne condiziona però costantemente il prestigio. Occorre prendere atto come nella società post industriale prevalga l’egoismo ed una attenzione tutta volta allo spettacolo e al divertimento. Si destinano fiumi di denaro per la cura dell’estetica. L’anziano così entra in crisi perché non è bello e spendibile mentre dovremmo guardare tutti ad una ragione superiore della vita delle persone. L’umanità ha invece una missione da compiere o su questo campo perdiamo tutti. Così il dovere delle minoranze è andare contro questo processo storico, consapevoli come la politica non può salvarci perché è essa stessa parte del sistema.

E’ quello che Paglia, citando De Rita, ha chiamato” l’egolatria”, un inquietante mondo di monoteisti. Il Presidente della Accademia Pontificia della Vita ha detto come oggi è più che mai il tempo della Chiesa. Così, richiamando l’Enciclica “Spe Salvi” di Papa Benedetto XVI, ciascuno non può salvare la sua anima per conto proprio, o si è insieme o si fallirà. Oggi urgentemente deve imporsi il magistero della fragilità, che proclama la sua disabilità, riscoprire il senso del Noi, la corresponsabilità di tutti per un’idea diversa di comunità. Per questo, con esempio concreto, gli anziani non devono essere relegati nelle residenze sanitarie assistenziali ma restare in famiglia per essere accuditi ed a loro volta per accudire. Paglia ha rammentato come la Bibbia dica come non è bene che l’uomo stia solo, quindi prendersi cura gli uni degli altri è  la sola prospettiva a cui guardare, si impone una alleanza per salvare il Noi.  La Chiesa deve essere serva, aiutare il mondo altrimenti il rischio è di finire drammaticamente nel buco del lavandino della storia. Grazie al progresso della medicina, è la prima volta che registriamo la contemporanea presenza di 4 generazioni e ciascuna è abbandonata per conto suo. Al contrario occorre costruire le scale e gli ascensori per dialogare e vivere fruttuosamente insieme.

Sulla stessa linea Bertinotti ha sottolineato come “il vecchio” ed i nonni rappresentino uno Stato sociale, che sostituisce la famiglia per ragioni economiche e di tenuta. Siamo di fronte ad un mondo che produce spaesamento e solitudine, privo di un riconoscimento di una prospettiva di futuro, con l’assoluta assenza attuale di profeti.

Sulla questione Don Andrea Manto ha osservato come è mancata del tutto la globalizzazione dell’umano, realizzandosi solo quella spietata dei mercati, affermandosi purtroppo una cultura dello scarto.  La rivoluzione industriale ha  creato anche con la sua tecnologia una incomunicabilità  tra giovani anziani. Se non sei utile alla macchina sei espulso dal sistema. La tecnologia, del resto, non ha certamente caratteri caritatevoli. La famiglia è in grave affanno minata dall’imporsi di ruoli fluidi che ne condizionano la tenuta. L’esigenza di trovare da tutti una fede condivisa è ciò che dovrebbe allertare i cuori e le coscienze di ciascuno.

Il dibattito si è poi orientato sul tema dell’Oltre e sul senso della vita.

Da qui Paglia ha denunciato la rottura di legami e ancor più la mancanza di una destinazione. La domanda è se ci sia un senso della vita o siamo soltanto un frutto del caso. La ragione, molto assorta ad indagare sul fatto che siamo venuti al mondo, parimenti dovrebbe impegnarsi anche sul nostro “oltre”. Ha sottolineato una verità spesso nel dimenticatoio: lo scandalo della resurrezione della carne e non solo dell’anima. Per Paglia ci attende la resurrezione della carne e non di una astratta energia. Tutti siamo destinati ad un fine e non siamo in balia dei drammi umani. Dio assegna a Noè, un vecchio, il compito di salvare tutta l’umanità. Ci attende una destinazione futura storica e umana ed il paradiso è una terra per tutti i popoli non solo per i Cristiani. E’inutile combattersi, si deve essere tutti insieme al mondo e il ruolo dei Cristiani è quello di essere fedelmente servi della fraternità.

Bertinotti ha contrapposto, da non credente, una diversa chiave di lettura, individuando nel suo “oltre” non la resurrezione della carne ma una permanente azione storica di riscatto delle ingiustizie della società, memori della lezione ricevuta da chi ci è preceduto e che costituisce la stella polare a cui ispirarsi.

Per l’uomo politico la sua destinazione è mettere la causa nella storia, è redenzione della umanità, nella causa di liberazione di alienazione degli uomini. Questa, dunque, è la sua idea di trascendimento.

Ha ricordato simpaticamente il felice rapporto tra Don Peppone e Don Camillo, ciascuno de quali vantava di conoscere i propri fedeli o compagni per nome e l’altro in aggiunta per nome e cognome, una sintesi valoriale del cattolicesimo e del movimento operaio. Ora si certifica una desertificazione del tutto ammettendo di non saper dare risposte al precipizio in cui si è caduti, allo scarto tra i sogni di un tempo e il vuoto di oggi, tra il Noi del passato e l’egoismo attuale.

In conclusione, Paglia ha rilevato che quella di Bertinotti non sia comunque storia minore. Siamo obbligati al bene e la resurrezione della carne e della storia costituiscono in ogni caso un dono di Dio. La storia Dio la regala a tutti i suoi figli, indipendentemente dal merito.

L’evento ha confermato come la Parrocchia di Santa Chiara sia un esempio speciale di comunità nel territorio su cui insiste, una osmosi fertilissima dei suoi abitanti che guardano e lavorano nella realtà parrocchiale arricchendola di contributi e trovando, in essa, il Noi a cui tutti dovremmo ambire. C’è da credere che si aprirà una stagione di nuovi appuntamenti di nuovo tutti da vivere.