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La Cappella del Pro Clero al Cimitero del Verano è chiusa! Un fatto singolare a pochi giorni dal ricordo dei Defunti

Per la “Ricorrenza dei Defunti” è ormai questione di giorni, e nei cimiteri capitolini, dove è prevista la partecipazione di centinaia di migliaia di cittadini per ricordare i propri cari e i propri conoscenti, si sta preparando il “Progetto Accoglienza 2019”, predisposto dall’AMA e da Roma Capitale. L’articolato programma consiste in presidi di assistenza e orientamento, iniziative culturali, celebrazioni religiose e civili, oltre agli “itinerari tra i ricordi” presso il Cimitero Monumentale del Verano.

Quest’anno si registra, tra gli altri, un impedimento che ha creato malumori e proteste, perché la Cappella Pro Clero (chiamata anche Tempietto – Clert Sacellvm), nel Riquadro XXVIII del Verano, accanto all’Ossario Comunale, è chiusa con catena e lucchetto dallo scorso luglio, ed è vietato l’accesso ai visitatori. All’interno ci sono sepolti oltre cento sacerdoti della Diocesi di Roma tra cui anche don Luigi Di Liegro, fondatore della Caritas di Roma. Questi preti hanno svolto la loro azione pastorale con spirito di servizio nelle parrocchie e nei territori fra i cittadini e per i più bisognosi. Nel periodo del ricordo dei defunti la Cappella Pro Clero, è meta di fedeli che ricordano i loro sacerdoti scomparsi.

Oltre alla chiusura incomprensibile, perché non c’è alcun avviso che motivi il non ingresso nella Cappella, intorno al Tempietto esiste un degrado dovuto alla mancata pulizia, aggravato recentemente da un albero di palme spezzato, che ne rende precario il passaggio. La domanda, a chi ha la responsabilità dell’agibilità della Cappella, è questa: “ Sarà possibile portare un fiore e dire una preghiera, nel luogo dove riposano tanti sacerdoti, nei giorni in cui si ricordano i defunti?”

Ricordo di Alda Merini

Sono trascorsi dieci anni dalla scomparsa di Alda Merini, anima bella e sofferente, ricca di umanità e passioni (“poeti si nasce, non si diventa”): le siamo tutti debitori di sentimenti ed emozioni che la sua esperienza umana e letteraria ci hanno lasciato in dono come scintille di luce in uno scrigno prezioso.

Spinto dalla curiosità di conoscere alcuni testimoni del nostro tempo (e scoprendo – frequentandoli – che il loro essere grandi coincide spesso con una naturale vocazione alla semplicità, essendo capaci di lasciarsi attraversare dai marosi della vita conservando l’innocenza del cuore, la lucidità della ragione, le rare virtù della dignità e del pudore) ebbi la fortuna di incontrarla nella sua casa dei Navigli a Milano e di realizzare l’ultima intervista della sua vita. Un dono incommensurabile, per la straordinaria personalità della donna e dell’artista. L’avevo contattata con titubanza, mi ero presentato come “persona desiderosa di conoscerla”: mi aveva sorpreso il suo assenso a ricevermi. Suonando due giorni dopo alla sua porta di casa ebbi il timore di un suo ripensamento: sull’uscio era incollato un perentorio avviso: “non si ricevono giornalisti per interviste”. Ma poco dopo sentii la sua voce: “Entri pure, le ho lasciato la porta aperta”.

Era a letto, sorseggiava una granita e fumava la fedele sigaretta. Mi accolse con un senso di ospitalità che non potrò mai dimenticare, mi fece sedere a fianco a sè. Parlammo della sua vita, delle sue sofferenze fisiche e spirituali: la malattia, le cure, le percosse. Traspariva dal suo volto e dalle sue parole il senso della sua straordinaria personalità: ci sono persone non comprese, rese disadattate o dimenticate dalla vita cui si riservano tardivi riconoscimenti postumi. Così è stato per lei. Mi raccontò aneddoti personali (il cappotto che si fece prestare da un’assistente sociale per ritirare un premio alla Scala, l’invito in TV per una investitura ad un premio Nobel in cui lei stessa non aveva creduto, la sua vocazione alla maternità, il disprezzo per i luoghi comuni alimentati dalla TV e dalle tecnologie: “la gente non parla, blatera”…) .

Emanava un grande senso di sofferenza fisica (dopo una recente operazione) compensato da “visioni straordinarie”, da un rapporto intimo e confidenziale con Dio e la preghiera (“L’uomo ha fame di un miracolo che gli spieghi la verità. Io credo che Dio sia buono, la fiducia in Dio è per me l’unica fonte di consolazione”), da una visione concreta e disincantata della sua stessa vita: “Il genio è come un implume che vuole crescere ma c’è la gente che glielo impedisce e se lo divora”. La casa era disadorna, persino trascurata: ma si capiva che il suo pensiero era altrove, che sono i sentimenti e la sensibilità del cuore i valori da coltivare e alimentare. “Il silenzio per l’artista è una fonte d’oro: saper tacere. Purtroppo l’umanità tenta di impedire le occasioni di silenzio, l’uomo vuole riempirlo e distrugge il pensiero che deriva dal silenzio”. Non potei tacerle una domanda che si è rilevata risolutiva per capire , ogni volta che ci ripenso, la sua visione della vita. “Cosa può renderci migliori, più buoni?”. “Il perdono – mi rispose – come sentimento più alto”.

La “rivoluzione della carità” di don Pietro Sigurani

Articolo pubblicato sulle pagine di Roma sette a firma di 

«Lo Stato deve fare lo stato sociale, la Chiesa non deve sostituirsi: deve fare la carità con la carità. Io non posso sostituirmi allo Stato prendendo contributi e il motivo è semplice: chi va al mulino si infarina e a chi maneggia soldi… purtroppo spesso si incollano alle mani». La linea di don Pietro Sigurani non cambia. Il “prete dei poveri”, 83 anni e sacerdote da quasi 60, continua a vedere Dio nell’altro e a confidare nella Provvidenza. Lo ha spiegato ieri sera, 23 ottobre, nella Galleria d’arte in piazza di Spagna 9, dove è stato presentato il libro di Romano Cappelletto ed Elisa Storace “Poveri noi! Don Pietro Sigurani: la rivoluzione della carità” (Ed. Paoline, pp. 144, € 15). Un libro nato da un episodio di cronaca, quando il 23 gennaio 2019, giorno del suo compleanno, don Pietro, trovò due biglietti intimidatori, in particolare uno sull’altare che in sostanza lo accusava di sacrilegio e profanazione per aver trasformato la basilica di Sant’Eustachio nel «ristorante dei poveri», dove chiunque ne abbia bisogno può essere «invitato a pranzo», ogni giorno dal lunedì al sabato «perché la domenica ci sono le Messe».

Don Pietro Sigurani, 23 ottobre 2019«La Provvidenza c’è» ribadisce don Pietro, raccontando un «fatto di stamattina. Mi telefona dal Sahara tunisino, dove abbiamo realizzato un centro per disabili, ovviamente tutti musulmani, una persona che aveva avuto incidente gravissimo. Mi racconta che il figlio ha un processo a Sfax ed è senza un soldo. Gli ho mandato 250 euro, pur avendo tante altre preoccupazioni. Nel pomeriggio vado in farmacia, compro medicine, anche per i poveri, e la farmacista mi fa: sono 250 euro. Però gliele regalo. Non sapeva quello che mi era successo la mattina… Siamo noi che non scomodiamo la Provvidenza». Eppure ogni giorno la basilica rinasce: «Sono i poveri che portano avanti tutto», dice don Pietro. E così è stata realizzata la Casa della Misericordia, un centro diurno per senza tetto con docce e vari servizi. 340mila euro arrivati senza contributi pubblici. E a chi ha lasciato quei biglietti, che si reputa evidentemente un cristiano impeccabile, don Pietro dice solo di «pensare se sono parole in sintonia col Vangelo».

Ma non mancano gli ostacoli. Lo dimostra la storia della copertina del libro, regalata da Maupal, uno dei tre street artist che esponevano nella Galleria, presente al finissage della mostra “No borders”, che ha fatto da cornice alla presentazione del libro. L’artista ne aveva infatti ideata un’altra che rappresentava don Pietro mentre “sparava” con una P38 ad acqua benedetta. «Quando si discuteva dei decreti sicurezza, di armi, ho chiesto ai poveri: ma tu l’ammazzeresti una persona? Tutti mi hanno detto no e allora ho pensato: la Domenica delle Palme io do i rami d’ulivo e i poveri la pistola ad acqua. Ho dovuto ridimensionare il progetto, quando è venuta una persona, uno di quelli che avevano ostacolato l’ingresso della famiglia rom a Casal Bruciato, e mi ha detto: “Prete, noi c’avemo le pistole vere, se non la smetti di accogliere zingari e stranieri stai attento, noi c’avemo le pistole vere”. Così ho evitato di esporre i poveri a rappresaglie. Vanno difesi, la Scrittura direbbe come la pupilla degli occhi: sono la pupilla dell’umanità. Chi vede il povero s’accorge che ha un cuore, chi passa oltre non s’accorge di avere un cuore che batte».

libro don sigurani, 23 ottobre 2019, elisa storace e romano cappellettoDon Pietro è noto anche come “l’imam cattolico”. Perché? “Ho lavorato tanto nel Sahara tunisino – racconta -: abbiamo costruito case per i poveri, messo su una scuola per sordomuti, la prima in Tunisia. Ci vado con dei gruppi da 40 anni. Lì nelle moschee non si può entrare, tanto meno nei santuari islamici. A noi ci fanno entrare dappertutto perché non abbiamo interessi, tutto si fa per loro gratuitamente. Abbiamo portato in Italia oltre 400 ragazzi (quando la legge Turco Napolitano lo permetteva, ndr), gli abbiamo trovato lavoro. Le donne non potevo portarle per motivi di prudenza. E allora abbiamo tirato su una fabbrica di frigoriferi per i datteri dove oggi lavorano 100 donne. Addirittura il responsabile culturale della moschea di Roma è un marocchino mio allievo, diventato medico. Così non ci sono barriere. Che differenza c’è: sono esseri umani nascono si sposano, si ammalano, gioiscono, vanno a scuola, amano, discutono… che differenza c’è tra il ritmo di vita di un cristiano e di un musulmano, di uno scintoista o di un ateo?».

libro don sigurani, 23 ottobre 2019Il sacerdote non chiede soldi alla politica ma «una legge seria, onesta, giusta perché si possa entrare in Italia legalmente. Perché non la fanno? La lotta all’immigrato porta voti. Non voglio essere buonista, il buonismo fa male ai poveri; bisogna essere giusti. L’ho chiesta tante volte ma non interessa, toglierebbe il guadagno elettorale sulla pelle dei migranti e questo è una vergogna». Don Pietro insiste sulla dignità dei poveri e spiega come finisce la storia di Francesco, narrata nel libro, a cui aveva affidato la gestione della Casa della Misericordia. «È venuto con me in televisione, ha raccontato la sua vicenda e una vedova di Rovigo si è innamorata. Anche lui è vedovo, si sono visti, è andato su, hanno deciso di sposarsi. Una vita risolta. Tante vite si risolvono se ridiamo dignità alla persona». Ma in tutto questo, la figura di Gesù non rischia di finire in un angolo, di essere offuscata? «No – risponde con sicurezza don Pietro -, lo faccio in chiesa. Sa cosa dico loro, anche ai musulmani? Vedete, siete in chiesa e la cosa bella è questa: voi non sapete che c’è Gesù però Gesù vi guarda, è lui che vi accoglie. Un Gesù che non dà da mangiare che Gesù è? Il nucleo del cristianesimo in fondo è una tavola imbandita, cenare insieme».

Da sottolineare che parte del ricavato del libro, che sarà in libreria dal 25 ottobre e che Elisa Storace ha voluto dedicare ad Angelo Paoluzi, recentemente scomparso, servirà ad aiutare le iniziative caritatevoli di don Pietro.

Il sinodo ha aperto nuove pagine per l’evangelizzazione

Articolo pubblicato sulle pagine di Orbisphera a firma di 

Sono più di vent’anni che, come giornalista, seguo i Sinodi che si sono succeduti nel corso degli ultimi tre pontificati.
Tutti diversi, ognuno con proprie peculiarità e risultati, ma un Sinodo come quello appena concluso in Vaticano non ha precedenti.
Tutti i Sinodi hanno avuto una partecipazione composita, ma mai come questo Sinodo, che ha visto la presenza di una grande varietà di soggetti appartenenti non solo alla Chiesa cattolica.
Sono arrivati a Roma scienziati, esperti di ecologia e climatologia, rappresentanti di popoli dell’Amazzonia, esponenti di ONG, consiglieri di Agenzie dell’Onu, suore impegnate in associazioni per il rispetto dei diritti umani, esperti di teologia e spiritualità indigena…
Al Sinodo hanno partecipato 35 donne (il numero finora più alto per un Sinodo), 6 delegati fraterni, 12 invitati speciali, 25 esperti, 55 tra uditori e uditrici, 17 rappresentanti di etnie indigene.
In termini ecclesiali, mai come in questo Sinodo sono arrivati vescovi e sacerdoti dalla periferia della Chiesa, per lo più appartenenti a diocesi ubicate nei nove Paesi nei quali si estende la foresta panamazzonica. In massima parte persone che partecipavano per la prima volta a un Sinodo.
Su 184 padri sinodali, 113 sono arrivati dalle diverse circoscrizioni ecclesiastiche panamazzoniche.
Sono stati diversi i vescovi che in Sala Stampa hanno ringraziato il Signore ed il Papa, perché mai avrebbero pensato di poter partecipare a un Sinodo della Chiesa universale.
Anche i capi dicastero di Curia hanno raccontato di un Sinodo entusiasmante, con tanta vivacità e passione.
A questo proposito è interessante notare che, mai come in questa occasione, i padri sinodali, anche in presenza di punti di vista diversi, sono stati concordi nel definire l’atmosfera del Sinodo molto positiva. “Un Sinodo ispirato e benedetto dallo Spirito Santo”, ha detto il Papa.
Le diverse proposte, anche le più radicali, sono state discusse serenamente e con rispetto reciproco al fine di trovare una soluzione comune e condivisa.
Tanti i temi in discussione: la difesa dei diritti umani degli indigeni, come rispondere alla mancanza di sacerdoti per la cura delle comunità cristiane sparse sul territorio, come portare i sacramenti in modo continuativo, il ruolo dei diaconi e delle donne, un nuovo modo di proporre l’evangelizzazione, la cura del Creato per evitare disastri ambientali a livello planetario, ecc.
Il punto centrale delle discussioni è stato il superamento del modello culturale e religioso, di carattere coloniale e neocoloniale, che tanti danni ha fatto – e continua a fare – ai popoli indigeni, alla foresta amazzonica e alla stessa Chiesa cattolica.
Diverse e dettagliate le testimonianze dei popoli indigeni, che vengono discriminati, espulsi dalle loro terre, cancellati come cultura e come etnia, sovente uccisi, mentre le donne sono sfruttate sessualmente e schiavizzate.
Vescovi, missionari, religiose e religiosi hanno denunciato la presenza di imprese multinazionali che bruciano la foresta, rubano le terre, cacciano gli indigeni, scavano miniere in modo violento, inquinante e illegale.
È in questo contesto che i padri sinodali si sono interrogati per trovare nuove strade di evangelizzazione, libere dai pregiudizi e dalla cultura coloniale e neocoloniale.
Il documento finale ha fornito risposte non solo alle diocesi panamazzoniche ma al mondo intero, proponendo un modo più avanzato di testimoniare la buona novella del Vangelo.
Ha detto Papa Francesco: “Trasmettere la fede non è fare proselitismo, ma fondare un cuore nella fede in Gesù Cristo”.
San Paolo nella Prima lettera ai Corinzi ha scritto: “Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo”.
Per tutti questi motivi dal Sinodo emerge una Chiesa più aperta e bella che non è quella perduta, ma quella che si sta realizzando attraverso una rinnovata spinta missionaria “in uscita”.

Meridione, il grande esodo

Negli ultimi 13 anni più di due milioni di italiani – in prevalenza meridionali – hanno lasciato definitivamente casa per approdare in altri Paesi della UE o in America Centro-Sud. La Fondazione Migrantes ha fotografato il fenomeno nel suo 14mo rapporto “Italiani nel mondo”: si va via per edificare un progetto di vita soddisfacente che da noi appare drammaticamente precluso.

Dunque partono i giovani con istruzione medio-alta, portando fuori dai confini domestici il migliore intelletto e la migliore energia. Un dramma sociale. Per riparare al quale non servono più le grandi promesse e i proclami di una riscossa non più credibile. Per arginare il grande esodo e rimettere in pista il Mezzogiorno occorre una sorta di poderoso Piano Marshall post-Duemila. Non si tratta di un atto di fede, ma di un’assunzione di responsabilità da trasfondere tra le priorità nell’agenda di governo.

Fonte My Pegaso

Halloween, il caldo taglia le zucche della notte delle streghe

Il clima anomalo, con il caldo record, taglia del 10% la produzione di zucche per Halloween, per un raccolto 2019 stimato in 36 milioni di chili. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti.

A ridurre la disponibilità di prodotto italiano sono state le anomalie climatiche – rileva la Coldiretti – soprattutto al Nord. Prima un maggio freddo e piovoso, poi un’estate con bolle di calore e grandinate hanno ostacolato lo sviluppo delle piantine e la formazione del frutto, pur se la qualità è fortunatamente salva. Complessivamente in Italia sono circa 2000 gli ettari coltivati, divisi soprattutto tra Lombardia (con circa il 25% della superficie nazionale), Emilia Romagna e Veneto, seguite da Campania, Lazio, Liguria, Sicilia e Toscana.

Si tratta per la quasi totalità di prodotti destinati al consumo alimentare anche se cresce la coltivazione di varietà di zucche a scopi ornamentali o da “competizione” con esemplari che possono arrivare anche oltre i 900 chili di peso. Accanto a varietà internazionali molti imprenditori agricoli in Italia – continua la Coldiretti – sono impegnati nella conservazione di quelle tradizionali come la zucca marina di Chioggia del Veneto, la zucca violina di Ferrara, la zucca di Castellazzo Bormida in Piemonte, la zucca lardaia di Siena, la zucca Berrettina piacentina, la zucca Delica e quella Cappello da Prete, la più diffusa, soprattutto nel Mantovano, che molto spesso si possono trovare nei mercati degli agricoltori di Campagna Amica. In questo modo è possibile – sottolinea Coldiretti – garantirsi l’italianità del prodotto, visto che la legge impone oggi di indicare l’origine sulle zucche fresche intere, ma non su quelle tagliate, né su quelle trasformate, né sui classici semi di zucca. Così – avverte Coldiretti – aumenta il rischio di portare a tavola zucche provenienti da paesi dove non vigono le stesse regole sull’uso di pesticidi, come nel caso dell’Egitto e della Tunisia, tra i principali esportatori in Italia assieme al Portogallo. Nel 2018 l’Italia ha importato circa 9,2 milioni di chili di zucca, in crescita del 5% rispetto all’anno precedente.

Regina indiscussa delle tavole invernali nella versione dei famosi tortelli, la zucca – afferma la Coldiretti – è uno dei prodotti più versatili della cucina italiana e può essere utilizzata sia per le preparazioni salate che per quelle dolci, ma anche abbinata a pasta, carne, formaggi e torte. E c’è anche chi le usa per fare la birra. Nel corso del tempo si sono differenziate principalmente due tipologie di utilizzo, una relativa alla preparazione di tortelli, gnocchi, dolci e pane, l’altra come ingrediente di minestre e minestroni. Per assicurarsi un prodotto di qualità – spiega Coldiretti – quando si compra la zucca a pezzi, occorre verificare che le fette siano state tagliate da poco (la polpa deve essere un po’ umida e i semi scivolosi) perché la vitamina A è sensibile alla luce e tende a distruggersi man mano che passa il tempo. Va controllata anche la buccia: deve essere integra, senza segni di muffe e ammaccature. Se invece – aggiunge Coldiretti – si compra una zucca intera, è necessario provare a batterla leggermene con le nocche delle dita: è buona se emette un suono sordo. Inoltre, va controllato il picciolo: deve essere morbido e ben attaccato alla zucca.

L’altra categoria di zucca che si sta affermando in Italia – ricorda ancora Coldiretti – è quella ornamentale: si tratta di zucche di ogni tipo, che si differenziano per le dimensioni (di piccola taglia oppure enormi) per la forma (allungate a forma di tubo, a trombetta, a cappello, schiacciate, a spirale, tonde), per la buccia (rugosa, bitorzoluta, costoluta, liscia) e per il colore (di ogni tonalità, dal verde al rosso accesso, passando per zucche striate). Ma è indubbio che l’affermarsi della notte delle streghe ha aperto il nuovo “mercato” delle zucche intagliate con le quali si cimentano un numero crescente di italiani. Per intagliare un’autentica zucca di halloween – suggerisce la Coldiretti – occorre innanzitutto scegliere una bella zucca dal peso compreso tra i cinque e i dieci chili, rotonda e senza imperfezioni perché, più liscia è la superficie, più facile è intagliarla. Con uno scalpello a forma di V poi bisogna tracciare le linee sul volto della zucca e con un coltello da cucina ben affilato e non troppo flessibile occorre scavare per intagliare i tratti del “volto” in modo da ricavare dei fori da dove fuoriesca la luce. Per inserire al suo interno una candela accesa è sufficiente scavare un buco sul fondo della zucca per ricavare una via d’entrata senza rovinare “l’opera d’arte”. Chi volesse conservare a lungo il ricordo della magica notte delle streghe – continua la Coldiretti – deve una volta alla settimana passare sulla parte esterna un po’ di olio vegetale con un panno morbido e lasciarla in un luogo fresco e asciutto. Successivamente ogni 4-5 giorni deve immergerla in acqua fresca. In caso di aria particolarmente secca, in casa, di notte è consigliabile – conclude la Coldiretti – coprire la zucca con un panno umido.

Una dieta ricca di sale può favore l’insorgenza dell’Alzheimer

I ricercatori della Weill Cornell Medicine di New York,  hanno scoperto che  una dieta ricca di sale può favore l’insorgenza dell’Alzheimer

La scoperta è stata effettuata all’interno di uno studio, effettuato sui topi e pubblicato sulla rivista Nature. Stando ai risultati ottenuti dagli specialisti una dieta ad alto contenuto di sale può influire negativamente sulla funzione cognitiva causando una carenza dell’ossido nitrico, che è vitale per una corretta vascolarizzazione del cervello. Quando i livelli di quest’ultimo sono troppo bassi, si possono verificare cambiamenti chimici nella proteina tau, agevolando l’insorgenza della demenza.

Nel loro studio, i ricercatori hanno cercato di comprendere le motivazioni che mettono in connessione il consumo di sale e la possibile insorgenza della demenza e hanno concluso che limitare l’assunzione di sale e mantenere sani i vasi sanguigni nel cervello può evitare questa possibilità.

Al momento i giochi sul “centrino” sono fatti, ma attorno al tavolo non si è seduto il futuro.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Carissimo Lucio, cari amici di Rete Bianca, non vi posso nascondere che leggendo spesso “Il Domani d’Italia”, sono stato molte volte toccato nelle mie mai nascoste e ancora vive corde ideali. E sono stato sfidato nella mia modesta ma convinta formazione cultural-politica. Tutto questo perché ho seguito con l’interesse che meritava il vostro encomiabile dibattito teso ad arrestare l’ormai avanzato canto del cigno della laica e nobile cultura cattolico democratica e popolare. Se si può fare qualcosa per bloccarlo, non è con un partito politico che si potrà fare. Come forse saprete, sia da qualche mio intervento su questo sito, sia dalla personale testimonianza ventennale con la mia Associazione romana Polis Duemila, sono infatti sempre stato critico nell’identificare questo vostro pur legittimo e sano zelo, con la nascita di un Partito. Soprattutto quando è stato definito come partito di centro politico, di centro moderato, o di centro che “…guarda verso sinistra” , come sembra voglia fare l’ultimissimo Renzi dopo aver messo il cappello su una sedia del tavolo apparentemente libera. Ho sempre voluto leggere fra le righe un bisogno culturale, ancor prima che politico-partitico con tutto quello che ne conseguiva in termini di organizzazione centrale e territoriale, se non si desiderava costruire un partito virtuale sulla piattaforma Rousseau. Un bisogno teso ad incarnare nei nostri tempi di crisi e di forti cambiamenti, una grande riserva di valori sicuramente valida per la democrazia che ci attende, da offrire a tutta la politica e a tutti i partiti politici. In questo senso, mi ha sempre un po’ sorpreso la vostra presa di distanza dall’impegno prepolitico, come se si trattasse di una dozzinale attività, e forse auspicando quello postpolitico. Mi ha sorpreso il vostro silenzio sulla formazione dei giovani valutata come inutile perdita di tempo. E mi ha molto sorpreso infine la demonizzazione della testimonianza, una categoria etica che, partito o non partito, solo una banale interpretazione individualista identifica come riduzione privatistica e inefficace dei valori e della democrazia personalistica in cui crediamo.

LA MIA OPINIONE

Tenterò pertanto ancora una volta, di esprimere a volo d’uccello il mio personale punto di vista sulla situazione politica e sociale, tralasciando quella economica ormai nelle mani della finanza globale e piena di incertezze, che ci è data di vivere, mettendola in relazione con quanto è emerso dopo la nascita del Partito di Renzi e la conferma a Premier di Conte . Il primo ma non secondario problema, è quello che sia Renzi, sia Conte si sono recentemente dichiarati cattolici democratici. Ovviamente di centro. Un segnale lanciato nel confuso mare magnum del circo Barnum mediatico, per cercare posizionamenti geometrici identitari e illusori consensi. Ma che crea tuttavia difficoltà a quanti hanno dedicato anni per tenere in vita questa cultura, nel momento in cui hanno visto emergere d’emblèe due autoproclamati leader. In un tempo in cui i leader, carismatici o meno, unti del signore o con il crocefisso sulle labbra, sembrano indispensabili alla democrazia rappresentativa, questa scelta di campo crea degli sbandamenti. Anche se dubbioso, suppongo che Conte e Renzi non ignorino cosa significhi indossare questo vestito. Ma dal momento che soprattutto Renzi ha deciso di occupare uno spazio geometrico situato nel mezzo dell’emiciclo parlamentare, forse pensando ad un Nazareno Due in salsa blaiariana o macroniana, i giochi sul centro sembrano già chiusi. Anche perché Berlusconi con Piazza S. Giovanni ha fatto con il suo centrino una precisa scelta di campo tutta a spostata a destra. Nella illusoria speranza di portare un poco di moderatismo fra le istanze sovraniste e nazionaliste di Salvini, in quelle della Meloni ora alleata con Putin, Orban e la Le Pen, nonché fra i saluti fascisti di Casa Pound. Rimane invece vero che nell’aula del Parlamento, Renzi sarà seduto con la sua Italia Viva vicino a Berlusconi e alla sua Altra Italia. Insomma mi viene da pensare che in queste condizioni il centro politico geometrico, ma solo geometrico, è già occupato. Forse manca il centro sociale, ma non fa niente. E suppongo che il retro pensiero di Renzi e Berlusconi, sia quello che grazie al proporzionale abbiano l’opportunità di fare gli aghi della bilancia sulla sinistra e sulla destra, ricorrendo alla benemerita mediazione. Stando però ai sondaggi, Berlusconi ha fatto capire di non leggerli o di non crederci. Mentre Renzi,forse frettolosamente e in un momento di rabbia con quanto i grillini avevano in precedenza detto e fatto contro di lui, ha deciso di rimanere isolato dal Pd fondando, com’è noto, un vero e proprio partito di centro moderato, anche lui lo chiama così, assicurando lealtà verso Zingaretti. E mentre non credo ad un secondo “stai sereno”, credo molto di più ad una ragionata scelta di campo che, data la legge elettorale esistente, lo porta ad assumere un forte ruolo di cerniera facendolo uscire dal silenzio dove stava finendo senza il seguito di telegiornali, quotidiani, talk show, social e quant’altro.

L’ISOLAMENTO DEI CATTOLICI DEMOCRATICI POPOLARI E UN NUOVO PARTITO

Vorrei a questo punto ricordare che correva l’anno 2002 quando Giorgio Campanini, all’interno della associazione ”Agire Politicamente” di Lino Prenna, aveva proposto col suo fiuto di studioso un Forum annuale, che chiamasse a raccolta tutto l’associazionismo cattolico democratico e popolare sparso e frammentato in Italia. Inascoltato! In questi lunghissimi anni di silenzio totale, rotto solo dalla buona volontà di qualche Incontro-convegno organizzato da singoli e isolati amici e associazioni di area, non ho potuto fare a meno di notare isolamento e gelosie parrocchiali. Chiusure. Peccato. Ma andiamo a noi. Un “nuovo” partito cattolico democratico tra i 24 già esistenti con loro liste e simboli? A mio parere, tuffarsi con un partito di soli “veterani” nel “cattocomunismo dossettiano della nostra “Costituzione bolscevica” – così l’ateo-devoto Giuliano Ferrara – significa oggi stare sulle sponde di uno stagno tranquillo e chiuso frequentato da ultra sessantacinquenni in pensione. Se va bene e con tutto il rispetto. Uno stagno che ci consola e ci lascia tranquilli. Uno stagno della memoria da affidare caso mai a Proust, ma non alla politica, poiché ci vieta di vedere le alte onde violente dei mari aperti che avvolgono oggi i continenti, e gli tsunami che hanno provocato e che provocano sul resto del mondo. Anche per questo, se non soprattutto per questo, credo che la zona Cesarini di un partito cattolico democratico sia stata superata da un pezzo mentre le carte si mescolavano ed era necessario iniziare una nuova partita ripartendo dal basso. Sin dai processi formativi, e sin dai giovani senza lavoro assenti oggi dalle Chiese e con la valigia in mano. Iniziando dai Municipi rionali e dai Comitati di quartiere. Se ancora esistono. Per questo non ho mai creduto che la sola legge proporzionale e il pluralismo a cui rimanda, spesso frammentazione irrilevante se non fotocopie di partiti esistenti, sia condizione sufficiente a far nascer un partito di qualità. Così come ho ritenuto fuorviante affidarsi agli astenuti delle elezioni, osservandoli con un forte abbaglio sociologico, come ceto medio, e come potenziali elettori di un partito di centro moderato col timbro cattolico democratico. Forse nell’antico ricordo di quella buona borghesia cattolica Dc del secondo dopoguerra, e di quella “middle class” oggi salita sul discensore. La domanda allora è: chi sono e dove sono oggi gli elettori cattolici democratici e popolari? Padre Bartolomeo Sorge ha recentemente difeso il pluralismo attaccando il populismo e distinguendo popolarismo da populismo. E con il suo realismo critico cristiano, ha anche parlato dell’importanza dell’impegno dei cattolici in politica, ma con un “…popolarismo che collabori con partner politici di diversi orientamenti culturali“. Niente di più. Ma neanche niente di meno. Certamente consapevole che i valori del cattolicesimo democratico e della Dottrina sociale della Chiesa, sono oggi totalmente assenti dalle parrocchie e dall’associazionismo cattolico storico, ridotto con le iscrizioni ai minimi termini. Ma convinto che con il dialogo interreligioso aperto e avviato dopo il Concilio, con la crisi dei partiti e con la democrazia rappresentativa trasformata in “democrazia del Pubblico”, con la rappresentanza finita sui social alla ricerca di indispensabili leader senza squadra e partito, un partito politico connotato dal cattolicesimo democratico, rischia molto: “La democrazia deve essere dei cristiani ma non cristiana…”, ripeteva Pietro Scoppola.

PENSARE FUTURO

Sapete meglio di me che il tempo scorre. Oggi più velocemente di ieri. E trasforma alla radice e nella struttura la composizione sociale del nostro Paese nelle sue attese e nella sua domanda di politica. Ma di questo sembra che, non solo Renzi, non ci si renda conto, andando pervicacemente alla ricerca di un elettorato di centro moderato con cultura cattolico democratica e popolare. E’ stato Luigi Sturzo che da sociologo ci ha suggerito prima di ogni cosa di osservare la società. E solo dopo di descriverla e interpretarla. Ai suoi tempi con punte di analfabetismo del 70%, era il mondo contadino che meritava attenzioni, perché il 58% di tutta la forza lavoro italiana lavorava nei campi. Circa 30 anni dopo si era ridotta al 40%. Ancora dopo 30 anni all’11%. Ai nostri giorni solo un 5,5% di lavoratori circa è impiegato in agricoltura, col contributo di lavoratori stranieri. E con il ricorso a computer, droni e sistemi di irrigazione e aratura automatici. Il suo Appello rimane fermo, ma è la società che intanto è cambiata. Tutto ciò ci dovrebbe far pensare che le identità culturali tenute chiuse a chiave nel congelatore dei nostri pregiudizi e delle nostre percezioni, assieme alla coerenza formale delle nostre idee refrattarie ai cambiamenti, di fronte alle rivoluzioni epocali che stiamo vivendo giorno dopo giorno (tecnologiche, informatiche e di Intelligenza artificiale, ecologiche e quindi antropologiche e sociali), non ci aiutano molto. Anche le identità cambiano? Ebbene si, anche le identità cambiano con lo spirito dei tempi. E di questo bisogna prenderne atto ricominciando a tarare su un nuovo bipolarismo di valori la vecchia dialettica fra giustizia e libertà che Norberto Bobbio ci ha lasciato in eredità, fondendola con la fratellanza e l’accoglienza, e lasciando alcuni assi portanti dell’edificio che abiteranno i nostri figli e nipoti, assieme all’Europa che vogliamo costruire, ma cambiando le pareti, i tramezzi, le porte e le finestre, le scale di accesso. Se non si tratta di poesia o di storia, bisognerebbe pertanto prendere le distanze da qualunque iniziativa che rivolga i suoi occhi al passato, ricorrendo a categorie oggi da toccare con i guanti sterilizzati, come quelle di destra, sinistra e centro; comunisti, socialisti e liberali; cattolici e laici; sinistra liberale e destra liberale; centro politico moderato e centro sociale; liberalismo e liberismo, borghesia e ceto medio; ecc. aspettando qualcuno che spieghi cosa sia il cattocomunismo di Bergoglio, mentre sappiamo con chiarezza cosa è il fondamentalismo e l’integralismo del Cardinale Muller difensore di Salvini. In caso contrario le precipitose, se non pericolose, “semplificazioni della complessità sociale e culturale” che ci sta di fronte, per dirla con Aldo Moro, ci porteranno lontani dalla realtà e dalla storia e ci faranno nascondere nei cantucci e nella coerenza della nostra tradizione. Il futuro è già scappato e non sembra seduto attorno al tavolo della politica apparecchiato con “centrini” . Ma compito di tutti i partiti politici che vogliono costruirlo, compreso il manipolo di cattolici democratici e popolari, è quello di scegliere il movimento anziché la staticità. Il domani anziché l’ieri. Il discernimento anziché l’appiattimento conoscitivo sul passato. Guardando sempre in lontananza a ciò che ci aspetta anziché a ciò che è alle nostre spalle. E non dimenticando mai l’attenzione verso gli ultimi anziché verso i primi, verso l’uguaglianza anziché verso la libertà, verso i diritti dell’uomo anziché verso i diritti della sola economia. E, per quanto ci riguarda, verso la trascendenza anziché verso l’immanenza.

50 anni dell’autunno caldo e il protagonismo di Carlo Donat-Cattin.

50 anni fa. L’autunno caldo. Il 1969. Il contratto dei metalmeccanici. E il ruolo decisivo giocato dal Ministro del lavoro, Carlo Donat-Cattin. Il tutto condito dalle immagini inedite della trattativa condotta al Ministero da Donat -Cattin con i leader sindacali e confindustriali dell’epoca. Sono questi i titoli di un convegno di raro interesse organizzato a Torino dalla Fondazione Donat-Cattin a cui hanno partecipato sindacalisti, intellettuali, politici ed economisti. Un convegno che ci ha detto e che ci ha trasmesso sostanzialmente 3 cose. 

Innanzitutto in un’epoca decisiva e cruciale per la democrazia italiana la politica ha saputo “assumersi le sue responsabilità e decidere”, per riprendere le parole pronunciate da Donat-Cattin l’8 gennaio del 1970, il giorno della firma del contratto dei metalmeccanici siglato delle parti sociali. Una politica che sapeva assumersi le sue responsabilità perché era fatta e gestita da statisti e da leader. Il confronto con la stagione contemporanea è semplicemente impossibile nonché improponibile. 

In secondo luogo la forza e il peso delle organizzazioni sociali dell’epoca. I sindacati sapevano intercettare e rappresentare i bisogni, le attese e le richieste dei lavoratori perché vivevano e convivevano con i lavoratori. Per capirci, non erano una “casta” disancorata dalla realtà ma affondavano le loro radici nel tessuto vivo e nelle contraddizioni della società. Un ruolo e una “mission” che faceva dei sindacati un soggetto politico, ma non partitico, cruciale per la conservazione e il rafforzamento della stessa qualità della nostra democrazia. 

In ultimo il coraggio e la determinazione del “Ministro dei lavoratori”, Carlo Donat-Cattin. Un ministro che, per la prima volta, seppe trasformare il ruolo politico di un ministero inaugurando una strategia e una prassi che uscivano dalla neutralità nell’affrontare e nel risolvere una questione spinosa come quella del rinnovo del contratto dei metalmeccanici. Certo, ci voleva anche e soprattutto coraggio nel perseguire quell’obiettivo oltre a possedere una visone precisa della società e del suo sviluppo. Un ministro che seppe, in quella stagione, condurre una battaglia quasi solitaria nel suo partito, la Dc, che cambiò proprio in quell’anno – il 1969 – ben tre segretari nazionali e che era più preoccupato dei suoi equilibri interni che non a quelli che si andavano definendo nella società. Un ministro che, con quell’accordo, ha contribuito anche a chiudere la stagione del cosiddetto “autunno caldo” che ha sconvolto i connotati tradizionali della società italiana innescando quella protesta operaia e studentesca che ha modificato gli stessi equilibri politici del nostro paese.

Ecco perché ricordare quella fase storica non significa solo attardarsi nella nostalgia o limitarsi alla sola memoria storica ma, al contrario, rielaborare e rivedere le ragioni e i comportamenti di una classe dirigente che sapeva anticipare le novità che attraversavano la società italiana e, al contempo, guidarne politicamente le soluzioni. Quando la politica era studio, approfondimento, elaborazione, scelta, coerenza e coraggio. Come seppe fare Carlo Donat-Cattin chiudendo il contratto dei metalmeccanici e affrontando di petto le difficoltà e le contraddizioni dell’autunno caldo. 

L’importanza delle idee chiare tra l’attesa del Pd e il velleitarismo post democristiano

L’amico Giorgio Merlo intervenendo su Il Domani d’Italia ( CLICCA QUI ) ha fatto  intravedere l’attesa che possa essere il Pd a riconoscere “apertamente e non solo formalmente la presenza al suo interno di un’area politica e culturale cattolico popolare e democratica” o Matteo Renzi a rendersi conto dell’esistenza di “ un giacimento di valori, di interessi sociali, di riserve etiche e di elaborazioni programmatiche”.

Viene immediato il chiedersi cosa possa portarci a ritenere che il Pd e/ o Renzi siano, oggi, in grado di riconoscere quello che è stato sotto i loro occhi per circa 25 anni. Cioè una presenza di popolari e cattolici democratici le cui istanze sono state in buona parte trascurate dal principale partito del centro sinistra. Anche nel periodo in cui Renzi ne è stato Segretario.

Il caso recente della formazione della lista in Umbria è stato emblematico. Il Pd ha preferito dire di no alla candidatura alla Presidenza della regione dell’amica Stefania Proietti che non solo è profondamente radicata con coerenza nel nostro  mondo, ma rappresenta anche una possibile alternativa civica al verticismo di un certo modo di fare politica.

Merlo sostiene pure “ che è perfettamente inutile continuare a blaterare ( … ) sulla possibilità/ necessità di dar vita ad una nuova Democrazia Cristiana”.

Concordo. Si tratta, infatti, di un’esperienza storica finita nel millennio scorso e resa difficilmente proponibile a seguito delle vicende in cui sono stati, e sono ancora coinvolti, soprattutto nelle aule di tribunale, i suoi epigoni.

Abbiamo persino scoperto che, legalmente parlando, nessuno degli utilizzatori della dicitura Democrazia Cristiana e dello Scudo crociato ne è il legittimo continuatore.

L’unica cosa buona che potrebbero fare è andare tutti assieme all’Istituto Sturzo per depositare solennemente nome e simbolo, rendendo loro il rispetto storico ed ideale che meritano.

Ora giunge la proposta di provare a  limitarsi, invece, alla creazione di una Federazione per organizzare la solita “ cosa di centro”.

Il limite più grosso di questa proposta è che si basa su un “ vogliamoci bene” in cui latita ogni proposta diretta ad una autentica rigenerazione del movimento politico dei cattolici in modo da sintonizzarlo con il Paese e le sue richieste, tra cui spicca in maniera inequivocabile quella di facce nuove. Purtroppo, è vero il detto: non c’è più sordo di chi non vuol sentire.

Giorgio Merlo  aggiunge anche quanto ritenga “ sterile continuare ad immaginare soggetti politici di ispirazione cristiana che puntualmente in tutte elezioni – locali, provinciali, regionali, nazionali ed europee – stentano ad arrivare alla fatidica soglia dello 0,5%”.

E’ da condivide anche questo esame retrospettivo di tutti i fallimentari tentativi in cui si sono cimentati alcuni amici animati più dalla generosità che da un esame realistico delle loro possibilità e, soprattutto, dell’essere in grado di capire il contesto socio politico del Paese in cui quei tentativi si sono astrattamente sviluppati.

Il combinato disposto del ragionamento di Giorgio Merlo e dell’idea della Federazione dei sempre più marginali democristiani porta ad una constatazione e ad alcune riflessioni.

La constatazione è che appare confermata, comunque, l’esistenza del problema del riconoscimento di una identità e del valore di una presenza pubblica che riguarda quanti di noi sono interessati alla politica sulla base di una ben precisa ispirazione e perché legati ad una consolidata tradizione di pensiero.

Ora, e questo riguarda sia la valutazione di Merlo, sia quella dei “ federatori” dc, si tratta di provare a fare questi ragionamenti non in astratto, bensì in relazione alle dinamiche reali che attraversano la società italiana per ciò che richiama gli aspetti sociali e per quelli di pensiero e di riferimento ideale che giustificano una partecipazione attiva alla politica.

Cosa voglio dire? Che siamo arrivati al punto in cui questa nostra Italia deve inevitabilmente porsi il problema di una rifondazione. Noi sosteniamo da tempo che è necessario cominciare a prospettare una sua radicale trasformazione.

Il nostro impegno politico è da questo sollecitato e non può essere vissuto e declinato solo come pulsione elettoralistica. Bensì come assunzione di una responsabilità verso un “pensiero forte” capace di richiamare nuove energie e segnare un fatto nuovo.

Il “ pensiero forte” deve inevitabilmente tradursi in una progettualità concreta. In grado di prospettare un futuro a donne, uomini, a giovani e ad anziani, al mondo del lavoro, alle imprese.

Si resta altrimenti nel campo di quella politica che è raccontata, e persino svilita e svillaneggiata, in televisione. Non certo in un ambito creativo e fecondo diretto al governo delle cose da cui dipendono l’oggi e il domani delle famiglie, degli insegnanti, degli studenti, degli artigiani, degli scienziati, dei dipendenti pubblici e così via dicendo.

I cattolici popolari e democratici sono chiamati all’impegno e alla partecipazione nella consapevolezza che assieme, credenti e non credenti, possono riprendere le redini di un Paese che appare oggi senza prospettive.

L’iniziativa avviata da numerosi gruppi che, rifacendosi alla Dottrina sociale della Chiesa e alla Costituzione, si chiamino essi “ liberi e forti”, o popolari, o cristiano democratici poco importa, hanno finalmente deciso di mettersi insieme segna un punto di svolta. Solo che lo fanno sulla base di libertà e di autonomia, dopo 25 anni di divisione e di subalternità.

La loro intenzione, così, non è certo quella di riproporre superate esperienze oggi non più realisticamente possibili. Neppure ripartire con facce usurate da una troppo lunga frequentazione della vecchia politica. Neppure sulla base di un generico e non precisato volersi mettere insieme a tutti i costi avendo ben presente che i cattolici non rappresentano un’entità politica omogenea e che nessuno intende dare vita a un partito clericale o integralista.

Noi, invece, fortemente ispirati ai valori e alla tradizione politica del popolarismo e del cattolicesimo democratico, intendiamo operare laicamente, con altri laici collegati ad altre tradizioni di pensiero democratico e solidale, certi che il riferimento al popolarismo o al cristianesimo democratico non si declama, ma si mette in pratica cercando la massima della coerenza tra idealità e operosità diretta al soddisfacimento degli interessi della gente, fatta di cattolici e di non cattolici .

Non ci interessa neppure limitarci a pensare solamente alle elezioni. La partecipazione a questo fondamentale appuntamento della democrazia resta una delle occasioni più importanti in cui può concretizzarsi quello che è il nostro vero obiettivo: imporre alla politica quelle trasformazioni necessarie perché scopra il suo primo e fondamentale dovere, quello di puntare al bene comune.

La partecipazione alle elezioni, in effetti, non costituisce l’unica risposta alla necessità di coinvolgersi in un impegno pubblico organizzato. In ogni caso, necessita di tante realistiche valutazioni sul tempo, sul luogo e, soprattutto, sulle capacità di aggregazione e di ricerca del consenso. Altrimenti, anche in questo caso si vanga a vuoto nel campo dell’astrattezza o ci si abbandona al velleitarismo o all’auto esaltazione della testimonianza che deve essere lasciata ad altri ambiti.

Oggi, in ogni caso, siamo nella fase in cui è necessario, e richiesto dal nostro mondo, dare vita a una presenza organizzata per riattivare un “ pensare politico”, per rivitalizzare e metter al centro di tutto la partecipazione del territorio, per cominciare ad inserirsi nella dialettica politico parlamentare perché abbiamo molto da dire e molto da fare.

Tassa plastica: Edo Ronchi, è inefficace se gli obiettivi sono ambientali

Una tassa tanto al chilo, indifferenziata, uguale per tutti gli imballaggi in plastica, monouso o meno, riciclabili o meno, fatti con plastiche riciclate o no, che genera introiti per fare cassa e finanziare altre spese, invece che destinarne i proventi alla prevenzione, al riutilizzo, al riciclo e alle raccolte, è in contrasto con gli indirizzi europei ed è inefficace dal punto di vista ambientale.

Questo quanto sottolinea Edo Ronchi, Presidente della Fondazione Sviluppo Sostenibile, a proposito della tassa sugli imballaggi in plastica prevista nel Documento programmatico di bilancio varato dal Governo, ricordando che tra l’altro si aggiungerebbe al “contributo ambientale” di 450 milioni all’anno che già si paga per questi imballaggi.

Servirebbero, invece – spiega Ronchi- maggiori risorse da investire per migliorare le performance ambientali degli imballaggi in plastica, per ridurre quelli monouso, per aumentare l’attuale insoddisfacente tasso del 43,4% di riciclo e per superare il target minimo del 55%, fissato dalla nuova Direttiva al 2030”.

Per Ronchi questa tassa andrebbe quindi sostituita, recependo le nuove Direttive europee, con un adeguamento normativo del “contributo ambientale” per gli imballaggi in plastica – aumentandolo quanto serve – impiegandolo di più anche per la prevenzione, per la riduzione del monouso, differenziandolo, meglio di quanto già non si faccia, per gli imballaggi in plastica riutilizzabili e più facilmente riciclabili rispetto agli altri; riducendolo in proporzione al contenuto di plastica riciclata..

Il vigente sistema del “contributo ambientale” per gli imballaggi – conclude Ronchi- a differenza della tassazione, consente rapidi e frequenti adeguamenti, necessari per la copertura dei costi, variabili per quantità e qualità, delle raccolte differenziate, nonché per intervenire, quando necessario, per garantire il ritiro e la corretta gestione di tutta la plastica proveniente dalle raccolte differenziate”.

Anas: 1,3 mld di investimenti per la manutenzione delle strade

Ammontano a 1,3 miliardi le gare d’appalto dell’Anas nel secondo semestre del 2019. Ad annunciarlo una nota dell’azienda del gruppo Ferrovie dello Stato. Sulla Gazzetta Ufficiale è stato infatti pubblicato un bando per lavori di risanamento della pavimentazione dal valore complessivo di 520 milioni di euro che, nell’ambito del piano #bastabuche, si uniscono ai 380 milioni, pubblicati lo scorso giugno. Inoltre, entro novembre, l’azienda annuncia che andrà in Gazzetta Ufficiale un bando di gara per interventi di manutenzione su ponti e viadotti da 380 milioni di euro.

“Anas – ha dichiarato l’amministratore delegato Massimo Simonini – sta lavorando a pieno regime per attivare nuovi cantieri sul territorio nazionale sia per contribuire al rilancio del settore sia per rendere più competitivo il nostro Paese con infrastrutture sicure, moderne ed efficienti. Con questo nuovo bando da 520 milioni di euro per nuova pavimentazione stradale il Piano #bastabuche, avviato nel dicembre del 2015, arriva alla VII tranche con un investimento complessivo di oltre 2 miliardi di euro su tutta la nostra rete”.

Anas ha sottoposto i 30.000 chilometri di strade e autostrade in gestione a una robusta cura di manutenzione e la nuova tranche del Piano #bastabuche consentirà di eseguire interventi di pavimentazione e rifacimento della segnaletica orizzontale anche sui 3.000 km di strade rientrate dalle Regioni e dalle Province che, dopo anni di abbandono, potranno innalzare notevolmente i loro livelli di servizio, sicurezza e qualità. Il bando per interventi di nuova pavimentazione da 520 milioni di euro, uscito nei giorni scorsi in Gazzetta, è suddiviso in 20 lotti per tutto il territorio nazionale.

Gli appalti, di durata quadriennale, saranno attivati mediante Accordo Quadro che garantisce la possibilità di avviare i lavori con la massima tempestività rispetto alla programmazione della manutenzione delle strade consentendo quindi risparmio di tempo e maggiore efficienza nell’esecuzione.

Codice della strada: dal CNEL tre disegni di legge per riforma urgente

Con una nuova iniziativa legislativa sulla sicurezza stradale il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro intende sollecitare interventi normativi tesi al rafforzamento dell’efficacia dei piani nazionali: a) integrando la fase ascendente di costruzione del piano e quella della verifica degli esiti del monitoraggio; b) prevedendo un utilizzo più cogente e sistematico delle campagne di informazione e prevenzione anche con riferimento all’art. 3, della legge n. 150/2000; c) ampliando le competenze delle città metropolitane con riferimento alle infrastrutture destinate alla circolazione dei ciclisti, che restano tra gli utenti della strada più vulnerabili.

Una delle iniziative legislative proposte prevede inoltre il rilancio della Consulta nazionale per la sicurezza stradale operante presso il CNEL. Istituita nel gennaio 2001 e prevista dal Piano nazionale per la sicurezza stradale è composta da consiglieri Cnel da rappresentanti delle forze sociali, delle Amministrazioni centrali, regionali e locali e dai soggetti economici competenti.

Scarica i testi dei DDL sulla sicurezza stradale 

 

Una nuova ricerca scopre una proteina trasformista

Il potere trasformista di 53BP1, ‘proteina-meccanico’ cruciale nel processo di riparazione del genoma, è stato scoperto in uno studio guidato dall’Istituto Firc di oncologia molecolare (Ifom) di Milano, pubblicato su ‘Nature Cell Biology’. Il lavoro – finanziato da Fondazione Airc per la ricerca sul cancro e Consiglio europeo della ricerca (Erc), oltre che da Fondazione Cariplo e Regione Lombardia – apre nuove strade anche nella lotta ai tumori.

L’individuazione di compartimenti ‘smart’ formati all’occasione dalla cellula in risposta a un danno al Dna, attraverso un cambio di fase, “apre una nuova prospettiva con cui affrontare processi biologici già noti – dichiara d’Adda di Fagagna dell’Ifom – nella lotta alle cellule tumorali, che notoriamente accumulano più danni nel Dna rispetto alle cellule sane, auspichiamo che in futuro si possa trovare un modo di sfruttare questa nuova conoscenza a vantaggio di una terapia contro i tumori più efficace”.

Troppe armi e troppa droga tra i giovani

La cronaca ci riferisce con crescente frequenza di episodi di violenza agìta da giovani e giovanissimi con l’uso di armi. Emblematico il caso scioccante del ragazzo romano giustiziato da due coetanei con un colpo di pistola alla nuca, mentre cercava di proteggere la sua fidanzata e difendersi da un tentativo di furto.
Ci sono troppe armi che girano con facilità tra gli adulti ma il fenomeno si va diffondendo anche tra gli adolescenti e sovente tra i minori.
Inoltre il connubio armi-droga è tanto devastante quanto pervasivo, c’è un nesso di causa effetto sull’azione violenta ma anche un rapporto di interesse economico che unisce i due fenomeni.

Quali strategie sono necessarie per arrestare questo coinvolgimento?
Dalla più grande democrazia occidentale ai Paesi delle guerre la risposta è una sola: investire nella scuola, nell’istruzione, nell’educazione. Insegnare l’amore per gli altri esseri umani, per gli animali, per il creato. Perseguire le vie della pace, della tolleranza, della legalità. Questo implica una radicale e profonda riflessione sulle spese destinate alla crescita e modernizzazione dei sistemi scolastici, agli investimenti sulla ricerca educativa, alle risorse umane e alle dotazioni organiche e strumentali di cui fornire gli istituti scolastici. Sono ben note le resistenze ad una decrescita degli investimenti bellici e militari, sia da parte delle forze politiche che nella stessa opinione pubblica, suggestionata dai pericoli derivanti dai rischi dei fondamentalismi, dell’odio razziale, della carenza di tutele in materia di sicurezza pubblica.

E le giustificazioni –motivazioni di ordine tecnico non sempre risultano esplicative e convincenti, specie in una fase di crisi recessiva globale e di depressione sociale: basti pensare alla ben nota vicenda degli aerei F35 e ai costi derivanti dal loro acquisto e manutenzione mentre una percentuale elevata di edifici scolastici non garantisce requisiti di sicurezza e standard di agibilità-abitabilità rassicuranti.

L’esponenziale crescita del numero di armi a disposizione dei giovani del nostro Paese è alimentata da interessi commerciali, da consuetudini importate da altri Paesi (si pensi che negli USA esistono aziende che fabbricano armi chiamate “il mio primo fucile”, regalate di norma ai minori al 10° compleanno) ma ci sono tuttavia altri indicatori che confermano una deriva di sovraesposizione verso il pericolo di comportamenti individuali ma orientanti anche nel gruppo, indirizzati alla violenza o da essa condizionati.
Pistole giocattolo, giochi militari, abbigliamenti bellici, oggetti di uso offensivo costituiscono materia per regali e aspirazioni prevalenti, fin dalla più tenera età.

L’influenza dei programmi televisivi improntati alla violenza come prassi abituale e trama di comportamenti ricorrenti è pressante, pervasiva, pedagogicamente negativa: l’utenza di questi programmi – dai cartoni animati ai talk-show ai film d’azione, di guerra, di narrazione di profili criminali spazia per età e genere, dai bambini e le bambine della scuola dell’infanzia agli adolescenti delle scuole secondarie di secondo grado.
L’introduzione delle fasce protette non è deterrente sufficientemente dissuasivo poiché il leit-motiv è sempre quello della violenza come prevalente modello antropologico-comportamentale: un modello idealizzato e reso vincente, nella ostentazione della forza come strumento di emergenza sociale, di successo tra i pari, di perseguimento del ‘lieto fine’.

Si fa e si ottiene giustizia solo attraverso l’uso della forza, mentre vengono ridicolizzate e valutate pregiudizialmente perdenti tutte le altre strade che passano dalle relazioni pacifiche e positive, dall’interlocuzione, dal dialogo.
Purtroppo a cominciare dalla famiglia quando non è luogo di affetti ma di conflitti.
Una cultura mass-mediologica negativa che genera solitudini siderali anche tra le giovani generazioni.

Non è difficile immaginare l’influenza degli interessi commerciali e industriali che sottende e ispira questi filoni e queste trame narrative, dove il prossimo è sempre antagonista, nemico da battere, fino alla sua eliminazione fisica, con una reiterazione ed una disinvoltura veramente raccapriccianti.
Per non parlare delle insidie del web e di tutta quella cultura virtuale, libera e disinvolta (nei temi e nei linguaggi) che vi circola o dell’esplosione delle slot-machines, che coinvolge i minori con una crescita esponenziale e drammatica generando fenomeni di ‘ludopatia’ che altro non sono che il correlato speculare e la declinazione comportamentale di massicci investimenti nel gioco d’azzardo, tra tutti il peggiore maestro di vita poiché distrugge ogni scala di valori a fronte dell’illusione del facile guadagno, del successo e della ricchezza a portata di mano. Ludopatia da non intendersi come nativa predisposizione genetica bensì come conseguenza patologica provocata da forti sollecitazioni esterne, non causa ma effetto. Occorre una forte reazione da parte delle autorità e delle istituzioni che produca normative restrittive e dissuasive di queste attrazioni da paese dei balocchi, dove i minori risultano perdenti in partenza, schiavizzati al gioco come fonte di possibile, facile arricchimento e riscatto sociale.

Non c’è più tempo da perdere: occorre un forte recupero di senso di responsabilità collettiva, bisogna che qualcuno abbia il coraggio di spezzare queste spirali perverse, ricominciando a parlare di senso del dovere, di identità, di cultura come strumenti di emancipazione sociale e di crescita e formazione individuale.
Un compito che non ci è estraneo perché anche noi, in Italia e in Europa, vediamo attecchire ed alimentarsi fenomeni di violenza dei minori e sui minori, da molteplici profili di considerazione.

Segno eloquente e pernicioso del prevalere degli interessi commerciali su quelli dell’etica dei comportamenti individuali e sociali.
Per contrastare la violenza dei bambini bisogna scoprirla e intercettarla alle origini e intervenire con tempestività: dobbiamo consapevolmente riflettere sul fatto che questo principio vale anche per l’Italia, pur in un contesto sociale caratterizzato da consuetudini e modelli di vita diversi. Come sappiamo dall’esperienza giudiziaria dei casi, gran parte dei bambini che esplicitano comportamenti aggressivi hanno genitori che sono violenti con loro oppure assistono direttamente alle violenze in famiglia ove non ricevano addirittura agli stessi genitori l’insegnamento esplicito della violenza (“se ti picchia, picchialo”… “fai valere le tue ragioni”… “dimostrati uomo”).
Questo è un compito che deve passare attraverso la scuola come principale “agenzia” di educazione alla pace, a cominciare dai rapporti ‘con’ e ‘tra’ gli alunni e dalle relazioni con le famiglie.

Una scuola che sappia risolutamente indicare modelli educativi che portano al bene comune, al rispetto del prossimo, alla tolleranza, alla legalità dovrebbe impostare – accanto al compito della trasmissione dei saperi e alla sollecitazione verso la cultura come fattore generativo di crescita intellettiva, cognitiva e comportamentale – una solida educazione sentimentale. E’ necessario far leva sul controllo e sul corretto indirizzo dell’emotività, sull’uso del pensiero critico, sull’abitudine alla riflessione come premessa di ogni azione o comportamento, specie in ambito relazionale. Occorre per questo una stretta collaborazione e una solidale condivisione d’intenti tra famiglia e scuola. I “buoni sentimenti” infatti sono le chiavi che usiamo perché i valori abbiano accesso nella nostra mente e dimorino nel nostro animo, per darci una identità rispettosa dell’identità altrui.

Istruzione e poi ancora istruzione, educazione, scuola pubblica come investimento dello Stato a favore delle giovani generazioni, garanzia del diritto allo studio, uguaglianza delle opportunità di partenza e compensazione delle difficoltà in itinere, percorsi formativi individualizzati per favorire la massimizzazione delle potenzialità di ciascuno, affinchè vengano rimosse le cause di rischio educativo e di disagio scolastico. Questo implica investimenti sempre più elevati per adeguare i sistemi scolastici agli standard di competitività spesso imposti da agenzie formative esterne, per rendere sicuri gli edifici scolastici e aggiornati e motivati gli insegnanti. Crescere in cultura per un Paese significa sviluppare la potenzialità insite in ciascun individuo, non lasciare che nessuno si perda per strada o ne imbocchi una sbagliata, mettere la persona al centro dei propri interessi, emancipare i valori del confronto, della condivisione e della solidarietà. Queste sono le armi pacifiche con cui combattere e auspicabilmente sconfiggere i mali dell’emarginazione, della solitudine, della povertà materiale e spirituale, delle violenza che affliggono i bambini e i ragazzi del nostro tempo.

La Cina in America Latina

Articolo pubblicato dalla rivista Treccani a firma di Barbara Onnis

Quello tra Repubblica Popolare Cinese (RPC) e America Latina è un rapporto relativamente recente. Per lungo tempo i governanti comunisti hanno, infatti, manifestato una certa riluttanza a entrare nel continente latinoamericano, considerato come una sorta di ‘cortile di casa’ (houyuan) degli Stati Uniti d’America e, eccezion fatta per Cuba – il primo Paese ad aver riconosciuto Pechino nel 1959, ma con cui i rapporti non sono mai stati particolarmente cordiali – la Cina è rimasta assente dalla regione durante tutti gli anni caldi della guerra fredda. Questo stato di cose iniziò a cambiare nel corso degli anni Ottanta, complice l’avvio della nuova politica di ‘riforme e apertura’ di Deng Xiaoping, e le relazioni conobbero una sorta di ‘epoca d’oro’ a partire dagli anni Duemila.

Piazza Tienanmen rappresenta uno spartiacque importante in tal senso. A differenza che in Occidente, e analogamente a quanto accadde in altri contesti (in buona parte dei Paesi asiatici e in Africa), la reazione rispetto ai fatti del 4 giugno fu assai contenuta: nessuna condanna di principio, nessuna critica, nel totale rispetto del principio della ‘non interferenza’, caro a Pechino, nessuna sanzione. E la risposta cinese non si fece attendere. Il primo viaggio di Yang Shangkun (presidente della Repubblica Popolare) dopo i fatti di Tienanmen, nel maggio del 1989, ebbe come destinazione proprio l’America Latina. Si trattava in assoluto della prima visita ufficiale di un presidente cinese in Sud America, ragion per cui venne acclamata dai media, sia cinesi sia latinoamericani, come l’‘inizio di un nuovo capitolo dell’amicizia latinoamericana’ e un’‘importante pietra miliare nella storia delle relazioni amichevoli cinesi-latinoamericane’. Sul piano economico, l’America Latina è diventata un’area di interesse per Pechino soprattutto all’indomani dell’adesione cinese all’Organizzazione mondiale del commercio, ed è diventata una componente fondamentale della strategia cinese di diversificazione dei propri fornitori di materie prime e dei propri mercati. I Paesi latinoamericani sono, infatti, ricchi di risorse naturali e si affermano ben presto come fornitori chiave di prodotti agricoli e minerali per le esigenze manifatturiere e industriali della RPC.

Il rapporto tra RPC e America Latina è contrassegnato, per certi versi, da dinamiche analoghe a quelle che caratterizzano i rapporti tra Cina e Africa – natura asimmetrica, valenza economico-commerciale e politico-diplomatico-strategica – che contribuiscono ad alimentare percezioni e sentimenti contrastanti (la Cina è percepita al contempo sia come un predatore che come portatore di opportunità). Tali sentimenti contrastanti, che per l’appunto ricordano molto da vicino l’esperienza cinese in Africa, non si riferiscono tanto alla presenza della Cina in sé, ininfluente se paragonata ad altri contesti (Paesi del Sud-Est asiatico e Occidente in generale, dove Pechino concentra la stragrande maggioranza dei suoi affari economici), quanto piuttosto al ritmo impressionante di crescita che hanno conosciuto i rapporti commerciali, economici e politici nell’arco di pochi lustri. L’interscambio commerciale è passato da 12 miliardi di dollari nel 2000 a oltre 300 miliardi di dollari nel 2018 e la RPC è diventata il terzo principale investitore nel continente. Il valore dei suoi prestiti, destinati principalmente a progetti energetici e infrastrutturali, ha superato i finanziamenti della Banca mondiale e della Banca interamericana di sviluppo. Così facendo, la Cina è diventata il principale partner economico-commerciale di molti Paesi latinoamericani (Brasile, Cile, Perù, Uruguay) e il secondo in assoluto dell’intero continente, dietro gli Stati Uniti. I sentimenti contrastanti si riferiscono anche alle modalità con cui si sono esplicitate finora le relazioni commerciali – lo schema tradizionale del commercio che lega le due parti è infatti del tipo centro-periferia, che vede l’America Latina rifornire la Cina di materie prime, a basso valore aggiunto, e la RPC esportare nella regione latinoamericana principalmente beni manufatti – che mettono al centro gli interessi specifici di Pechino.

Un cenno a parte meritano i rapporti tra RPC e Paesi centroamericani. Pechino riserva, infatti, a questi ultimi un’attenzione speciale, del tutto sproporzionata rispetto al loro peso politico-diplomatico, ancorché economico, per il fatto di essere tra i pochi Paesi che ancora riconoscono la Repubblica di Cina, ossia Taiwan. Dei quindici Paesi finora rimasti a non riconoscere diplomaticamente Pechino, nove sono Paesi latinoamericani, ossia Belize, Guatemala, Haiti, Honduras, Nicaragua, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadines, oltre al Paraguay. I restanti sei si trovano in Europa (Santa Sede), in Africa (Swaziland/elSwatini) e in Oceania (Isole Marshall, Nauru, Palau, Tuvalu).

L’importanza attribuita dal governo comunista cinese a questa parte del mondo è emersa inequivocabilmente all’indomani della pubblicazione, nel 2008, di un Libro politico specificamente dedicato ad America Latina e Paesi caraibici (Zhongguo dui Lamei he Jialabi zhengce wenjian), all’epoca il terzo del suo genere, dopo quello dedicato all’Unione Europea nel 2003 e quello destinato all’Africa nel 2006. Analogamente ai due Libri precedenti (e ai due successivi dedicati ai Paesi arabi e all’Artico rispettivamente nel 2016 e nel 2018), esso si soffermava sulla convergenza dei punti di vista tra le due parti e sull’interesse condiviso per un mondo più equo e multipolare. Al contempo, Pechino non mancava di dettare le sue condizioni per un approfondimento ulteriore del rapporto – cruciale in primis per i Paesi latinoamericani severamente colpiti dalla crisi economica – con riferimento, soprattutto, al rispetto della politica di ‘una sola Cina’ (‘yige Zhongguo’ yuanze). Come in altri casi, Pechino ha ritenuto opportuno rinnovare formalmente il proprio interesse per l’area, attraverso l’aggiornamento del Libro, uscito in una seconda versione nel 2016. Quest’ultima presenta sia elementi di continuità sia elementi di novità rispetto alla versione originaria.

Qui l’articolo completo

Rapporto Italiani nel Mondo 2019: La mobilità italiana

È stata presentata ieri a Roma la XIV edizione del “Rapporto Italiani nel Mondo” della Fondazione Migrantes. Con il contribuito di circa 70 studiosi italiani e non, la mobilità dall’Italia e nell’Italia è analizzata partendo dai dati quantitativi (socio-statistici). L’approfondimento di questa edizione è dedicato alla percezione delle comunità italiane nel mondo: “Quando brutti, sporchi e cattivi erano gli italiani: dai pregiudizi all’amore per il made in Italy”. Il Rapporto Italiani nel Mondo riflette cioè sulla percezione e sulla conseguente creazione di stereotipi e pregiudizi rispetto al migrante italiano. Il fare memoria di sé diventa quindi occasione per meglio comprendere chi siamo oggi e chi vogliamo essere.

Quasi 5,3 milioni di residenti oltre confine (dati Aire 1.1.2019). Su un totale di oltre 60 milioni di cittadini residenti in Italia a gennaio 2019, alla stessa data l’8,8% è residente all’estero. In termini assoluti, gli iscritti all’AIRE, aggiornati al 1° gennaio 2019, sono 5.288.281. Dal 2006 al 2019 la mobilità italiana è aumentata del +70,2% passando, in valore assoluto, da poco più di 3,1 milioni di iscritti all’AIRE a quasi 5,3 milioni. Quasi la metà degli italiani iscritti all’AIRE è originaria del Meridione d’Italia (48,9%, di cui il 32,0% Sud e il 16,9% Isole); il 35,5% proviene dal Nord (il 18,0% dal Nord-Ovest e il 17,5% dal Nord-Est) e il 15,6% dal Centro.
Oltre 2,8 milioni (54,3%) risiedono in Europa, oltre 2,1 milioni (40,2%) in America. Nello specifico, però, sono l’Unione Europea (41,6%) e l’America Centro-Meridionale (32,4%) le due aree continentali maggiormente interessate dalla presenza dei residenti italiani. Le comunità più consistenti si trovano, nell’ordine, in Argentina (quasi 843 mila), in Germania (poco più di 764 mila), in Svizzera (623 mila), in Brasile (447 mila), in Francia (422 mila), nel Regno Unito (327 mila) e negli Stati Uniti d’America (272 mila).

Oltre 128 mila iscritti all’AIRE per espatrio nell’ultimo anno: da 107 province e verso 195 destinazioni diverse nel mondo. Da gennaio a dicembre 2018 si sono iscritti all’AIRE 242.353 italiani di cui il 53,1% (pari a 128.583) per espatrio. L’attuale mobilità italiana continua a interessare prevalentemente i giovani (18-34 anni, 40,6%) e i giovani adulti (35-49 anni, 24,3%). Il 71,2 è in Europa e il 21,5% in America (il 14,2% in America Latina). Sono 195 le destinazioni di tutti i continenti. Il Regno Unito, con oltre 20 mila iscrizioni, risulta essere la prima meta prescelta nell’ultimo anno (+11,1% rispetto all’anno precedente). Al secondo posto, con 18.385 connazionali, vi è la Germania. A seguire la Francia (14.016), il Brasile (11.663), la Svizzera (10.265) e la Spagna (7.529).

Le partenze nell’ultimo anno hanno riguardato 107 province italiane. Con 22.803 partenze continua il solido “primato” della Lombardia, seguita dal Veneto (13.329), dalla Sicilia (12.127), dal Lazio (10.171) e dal Piemonte (9.702). Il Rapporto Italiani nel Mondo 2019, attraverso analisi sociologiche e linguistiche, aneddoti e storie fa rife-rimento al tempo in cui erano gli italiani ad essere discriminati, risvegliando “il ricordo di un passato in-giusto – spiega il testo – non per avere una rivalsa sui migranti di oggi che abitano strutturalmente i nostri territori o arrivano sulle nostre coste, ma per ravvivare la responsabilità di essere sempre dalla parte giusta come uomini e donne innanzitutto, nel rispetto di quel diritto alla vita (e, aggiungiamo, a una vita felice) che è intrinsecamente, profondamente, indubbiamente laico”. Si tratta dunque di “sce-gliere non solo da che parte stare, ma anche che tipo di persone vogliamo essere e in che tipo di società vogliamo vivere noi e far vivere i nostri figli, le nuove generazioni”. La Fondazione Migrantes auspica che questo studio possa “aiutare al rispetto della diversità e di chi, italiano o cittadino del mondo, si trova a vivere in un Paese diverso da quello in cui è nato”.

Una road map per realizzare in Italia un Green New Deal

Per avviare concretamente un Green New Deal per l’Italia c’è bisogno di un programma ampio e pluriennale con misure e obiettivi al 2030, che abbia come asse centrale il contrasto alla crisi climatica e preveda il reperimento delle risorse finanziarie per attuarlo. In Europa la nuova Commissione Europea e in Italia il nuovo Governo e la nuova maggioranza hanno avanzato, per la prima volta, la proposta di promuovere un “Green New Deal” per affrontare congiuntamente la crisi ambientale, e la bassa crescita economica.

Delle proposte per la realizzazione di un Green New Deal per l’Italia si discuterà quest’anno agli Stati Generali della Green Economy, l’appuntamento di confronto e discussione sulla green economy più atteso a livello nazionale. Promossi dal Consiglio Nazionale della Green Economy in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e con il patrocinio del Ministero dello Sviluppo Economico e della Commissione Europea, gli Stati Generali della Green Economy si terranno il 5 e 6 novembre 2019 alla Fiera di Rimini di Italian Exhibition Group, nell’ambito di Ecomondo, e avranno come tema proprio il “Green New Deal e sfida climatica: obiettivi e percorso al 2030”.

L’abbattimento delle emissioni è un passaggio cruciale per realizzare quella svolta epocale che oggi è necessaria per assicurare un futuro al nostro Pianeta. Le emissioni mondiali di gas serra continuano, infatti, ad aumentare e i danni della crisi climatica sono sempre più evidenti e ingenti; in Italia hanno pesato con 20 mila decessi e circa 65 miliardi di euro di danni tra il 1980 e il 2017. Se si aspetta che tutti i Paesi partano contemporaneamente, non si arriverà in tempo a contenere l’aumento della temperatura ben al di sotto dei 2°C, come previsto dall’Accordo di Parigi per il clima.
Questo passaggio è ritenuto centrale dal Parlamento Europeo che recentemente, come richiesto da Olanda, Danimarca e Francia con l’appoggio della Presidente della nuova Commissione, ha votato una risoluzione che chiede di aumentare fino al 55% l’impegno di riduzione al 2030. Cosa significa per l’Italia?

“Le nostre emissioni di gas serra, dopo un periodo di calo, negli ultimi anni non stanno più diminuendo”. – spiega Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile – “Nel 2018 sono state pari a 426 milioni di tonnellate equivalenti di CO2, le stesse del 2014. Per rispettare la traiettoria dell’Accordo di Parigi, che richiede di azzerare le emissioni nette al 2050, occorrerebbe entro il 2030 almeno dimezzare quelle del 1990, facendole scendere quindi a circa 260 milioni di tonnellate. Con le misure vigenti, tuttavia, secondo ISPRA, le emissioni italiane scenderebbero solo a poco più di 380 milioni di tonnellate al 2030, mancando l’obiettivo di oltre 120 milioni di ton. Agli Stati Generali della Green Economy chiederemo al Governo un ulteriore sforzo per realizzare una politica più incisiva e di attuazione di un Green New Deal al fine di raggiungere gli obiettivi necessari alla sopravvivenza del nostro Pianeta”.

I lavori dell’ottava edizione degli Stati Generali della Green Economy prenderanno il via con la sessione plenaria la mattina del 5 novembre. Sarà aperta da Edo Ronchi, Consiglio Nazionale della Green Economy, che illustrerà le proposte per un Green New Deal e la Relazione 2019 sullo stato della Green Economy e vedrà la partecipazione di Roberto Gualtieri, Ministro dell’Economia e delle Finanze, di Sergio Costa, Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, e di Riccardo Fraccaro, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

In Italia è bello vivere ma complicato investire

Se nel 2018 le stime dell’Istat sulle famiglie in condizione di povertà assoluta (oltre 1,8 milioni di nuclei, 5 milioni di individui, l’8,4% del totale) e quelle in condizioni di povertà relativa (più di 3 milioni, l’8,4% del totale nazionale)  ci hanno fatto sobbalzare, molte, per contro, sono le realtà opposte. Alla fine dello scorso anno, infatti, la ricchezza finanziaria complessiva delle famiglie italiane ammontava a 4.218 miliardi di euro: -0,4% in termini reali rispetto al 2008.

Molti i beni ereditati dal passato, pochi quelli aggiunti in tempi più recenti. Nella composizione del portafoglio delle attività finanziarie degli italiani a prevalere risulta essere la voce contante e depositi bancari, con 1.390 miliardi di euro, pari al 33% del totale e una crescita del 13,7% rispetto a dieci anni fa. Ad aumentare sono anche le riserve assicurative, pari al 23,7% del portafoglio, con un’implementazione del 44,6% in due lustri. Crollano invece i titoli obbligazionari, che pesano per il 6,9% del portafoglio (erano pari al 21% dieci anni fa) e le azioni (-12,4% dal 2008). Su questo sfondo si calcola che siano 500.000 le famiglie italiane che detengono patrimoni finanziari superiori a mezzo milione di euro (circa il 2,5% dei nuclei). E ammonta a circa 850 miliardi di euro il portafoglio di risparmi per investimenti affidati al private banking.

Dalla ricerca condotta dal Censis per Aipb, il 76,8% degli italiani considerano il contante, i soldi tenuti fermi sui conti correnti bancari e gli investimenti finanziari, beni da non tassare in misura maggiore delle risorse che vengono invece investite nell’economia reale. Dalle rilevazioni del Censis il sentiment degli intervistati prevede una strenua difesa della libertà di scelta del risparmiatore e ancora una predilezione per il contante: strumento privilegiato contro l’insicurezza. Sono molti a sostenere che se l’economia reale vuole attirare risparmio deve rendersi allettante, e non per effetto di una tassazione aggiuntiva sulla liquidità. Tra i risparmiatori vi è poi una crescente diffidenza verso lo Stato: il 61,2% degli italiani non utilizzerebbe i propri risparmi per acquistare Bot, Btp o altri titoli del debito pubblico.

Nella percezione delle persone più ricche esiste un rischio-Paese per l’Italia. Secondo il 53,4% di esse pensare al futuro della nostra Penisola suscita preoccupazione; per il 23,4% curiosità; solo nell’8,3% dei casi una sensazione rivolta ad una nuova sfida. Prevalentemente sono stati d’animo che non incentivano ad investire, soprattutto nel lungo periodo. Il 68,2% dei ricchi, tuttavia, non ha alcuna intenzione di andarsene dall’Italia. Il 42,2% di essi afferma che nel Belpaese ha le proprie radici e il 26,0% ritiene che il nostro sia uno dei luoghi in cui si vive meglio al mondo.

Ma lo Stivale è anche uno dei territori dove è assai alto il rischio idrogeologico e dove le infrastrutture stentano a decollare. Grandi e tristemente note le catastrofi naturali, tra queste il  Ponte di Genova. D’altro canto anche Tav e trasporti locali non sempre efficienti rendono urgenti, quanto precipui i nuovi investimenti. Per l’89,3% degli italiani si tratta di opere irrinunciabili quanto strategiche. Per il 50,7% dei cittadini intervistati occorre investire nella messa in sicurezza del territorio contro frane, inondazioni e terremoti, per il 39,3% nelle energie alternative, per il 33,2% nella ristrutturazione di monumenti, chiese, opere d’arte, siti archeologici, per il 22,5% nelle ferrovie e nei treni locali, per il 22% in collegamenti stradali e ferroviari tra il Tirreno e l’Adriatico, per il 20,8% nella connessione internet veloce ovunque e per il 20% nei trasporti pubblici delle grandi città.

Se in Italia le infrastrutture vengono annunciate e poi non sono portate a termine, per il 57,9% dei cittadini ciò dipende dalla corruzione, per il 54,1% dalla lentezza burocratica, per il 33,7% da controlli insufficienti sulle imprese che realizzano i lavori, per il 31,7% dalla politica che cambia idea sulle opere da realizzare. Ed è quest’insieme di  ragioni che dissuade gli investitori dall’obiettivo di impiegare, nei tanti diversi rivoli, i propri soldi finanziando le infrastrutture. Anche tra i clienti del private banking (i cosiddetti ricchi) il 56,7% sceglie altri investimenti dai rendimenti più sicuri, temendo ritardi o blocchi delle opere. Nonostante ciò, però, il 35,3% investirebbe in infrastrutture. Insomma dal II Rapporto Aipb-Censis “emerge una percentuale importante di clienti Private interessata a investire in infrastrutture e opere pubbliche in Italia – ha sottolineato il presidente di Aipb Paolo Langé -. Per incrementare questa quota, è necessario adottare al più presto una serie di azioni per facilitare l’accesso degli investitori: il riconoscimento del livello qualitativo della consulenza evoluta, l’ampliamento della gamma di strumenti finanziari utilizzabili e la creazione, per questi strumenti, di un mercato secondario. Senza trascurare il tema della fiscalità: interventi mirati inciderebbero in maniera significativa sulle scelte di investimento di lungo periodo in infrastrutture”.

Il II Rapporto Aipb-Censis è stato realizzato dal Censis per l’Associazione italiana Private Banking, presentato dal segretario generale del Censis, Giorgio De Rita, e discusso, tra gli altri, dal presidente di Aipb, Paolo Langé, dal sottosegretario al Ministero dello Sviluppo economico, Gian Paolo Manzella, dal presidente di Assonime e Aifi, Innocenzo Cipolletta,  dal membro del Comitato per l’educazione finanziaria e rappresentante della Banca d’Italia, Magda Bianco, dall’head of research di Cassa depositi e prestiti, Gianfranco Di Vaio, dal  direttore dell’Agi, Mario Sechi.

Una lente a contatto che rilascia farmaci nell’occhio

E’ stata messa a punto nel Massachusetts Eye and Ear e del Boston Children’s Hospital ed è descritta sulla rivista Biomaterials. La lente che rilascia i farmaci potrebbe essere utile per la terapia delle malattie della retina per le quali i colliri non sono efficaci.

Secondo il lavoro, le lenti a contatto sono risultate efficaci quanto le iniezioni per prevenire danni alla retina che si sarebbero potuti verificare senza i trattamenti farmacologici. La maggior parte delle malattie della retina sono attualmente trattate con iniezioni o impianti, che portano potenziali effetti collaterali tra cui l’aumento della pressione oculare, il distacco della retina, il sanguinamento e l’infezione.

I 90 anni di padre Bartolomeo Sorge

Articolo pubblicato sulle pagine di Aggiornamenti Sociali

Compie oggi 90 anni padre Bartolomeo Sorge, direttore di Aggiornamenti Sociali dal 1997 al 2009 e attualmente nostro direttore emerito.

Nato a Rio Marina (Isola d’Elba) il 25 ottobre 1929, Sorge è entrato nella Compagnia di Gesù nel 1946. Redattore di Civiltà Cattolica dal 1966, ha diretto questa rivista dal 1973 al 1985, lavorando come membro del Consiglio di presidenza, insieme a Giuseppe Lazzati e mons. Bartoletti, all’organizzazione del primo grande Convegno nazionale della Chiesa italiana, nel 1976, sul tema «Evangelizzazione e promozione umana».

Dopo un intenso decennio come direttore dell’Istituto Arrupe di Palermo (dove è tra i protagonisti della cosiddetta «primavera», fioritura di iniziative civiche e movimenti per opporsi alla mafia), nel 1997 arriva a Milano per dirigere Aggiornamenti Sociali e, dal 1999 al 2005, il mensile Popoli. Padre Sorge ha al suo attivo anche numerose pubblicazioni sulla dottrina sociale della Chiesa e l’impegno dei cristiani in politica.

Su Aggiornamenti Sociali padre Sorge ha firmato ad oggi 162 articoli (qui l’elenco completo), 5 dei quali da collaboratore esterno, 18 come direttore emerito e i restanti come direttore responsabile. Il primo editoriale da direttore, nel gennaio 1997, era dedicato al rapporto tra Nord e Sud del Paese e alle spinte autonomistiche e localistiche che proprio in quegli anni iniziavano a manifestarsi: con l’editoriale Palermo e Milano, una sola Italia, padre Sorge annunciava tra l’altro l’inizio del coordinamento fra la redazione milanese della Rivista e l’Istituto di formazione politica del capoluogo siciliano, coordinamento che dura tuttora.

Tra i numerosi temi affrontati dal gesuita sulla rivista, uno dei più ricorrenti è stata la riflessione sull’evoluzione del cattolicesimo democratico, sul popolarismo sturziano e, più, in generale sulla presenza dei cattolici italiani in politica. Tra i vari articoli ricordiamo l’editoriale del maggio 1999 dal titolo Non è più tempo di “storici steccati”, il ricordo di Giuseppe Lazzati pubblicato nel 2009, a cento anni dalla nascita (leggi) e il contributo sulle Prospettive per una «buona politica». Papa Francesco e le intuizioni di Sturzo, uscito nel marzo 2014.

Con il pontefice argentino, padre Sorge è in grande sintonia (nella foto in apertura un incontro tra i due, con al centro l’allora Padre generale dei gesuiti, Adolfo Nicolás), e papa Francesco in un’occasione ha voluto ringraziare pubblicamente il confratello per il suo contributo al pensiero sociale della Chiesa (leggi). Tra gli articoli di Aggiornamenti Sociali dedicati al Papa c’è anche quello A proposito di alcune critiche recenti a papa Francesco, firmato da Sorge nel novembre 2016.

Lo sguardo di padre Sorge non si è limitato in questi anni alle sole vicende italiane: è nota, ad esempio, la sua ammirazione nei confronti di Oscar Romero, che il gesuita ebbe occasione di incontrare durante la Conferenza dell’episcopato latinoamericano a Puebla, nel 1979: qui l’editoriale in cui ricorda il vescovo salvadoregno ucciso sull’altare nel 1980.

In quanto direttore per 13 anni e collaboratore della rivista anche prima e dopo questo incarico, padre Sorge è indubbiamente uno dei più attenti testimoni della vita di Aggiornamenti Sociali, che nel gennaio 2020 si appresta a festeggiare i 70 anni di pubblicazioni. In questa clip un estratto di un’intervista più ampia, realizzata da Chiara Tintori, già redattrice della rivista, che sarà diffusa nei prossimi mesi.

Ritiratosi da alcuni anni a Gallarate, nella stessa comunità di gesuiti anziani in cui ha vissuto il Cardinal Martini, anche a 90 anni padre Sorge continua a girare l’Italia per conferenze, a pubblicare nuovi libri e a far sentire la sua voce nel dibattito pubblico. È di pochi giorni fa, ad esempio, il suo intervento alla trasmissione de LA7, Otto e mezzo, sul tema del populismo.

Chi accumula e chi spreca!

Ormai Mario Draghi è giunto alla fine della sua corsa, nella direzione prestigiosa della Banca centrale Europea. Infatti ha presieduto in queste ore l’ultima riunione del direttivo Bce. Nella occasione ha ribadito la conferma della scelta politica monetaria, ed ha insistito a che i tassi di interesse si mantengono ai livelli bassi a cui siamo abituati da quando lui stesso ha preso saldo il timone della Banca europea.

Lo ha fatto con la consueta sottolineatura che assegna ai temi importanti, e credo che abbia anche voluto maggiormente responsabilizzare Christine Lagarde, che assumerà  la direzione dell’Istituto dopo di lui. Vale la pena ribadire che senza la politica sui bassi tassi di interesse, noi italiani avremmo dovuto pagare molti più interessi per il nostro esorbitante debito, quando all’asta lo Stato chiede agli investitori di acquistare i nostri titoli per finanziare il deficit.

Ma se abbiamo potuto risparmiare grazie alla politica di Draghi, non vuol dire che i nostri governanti hanno usato il risparmio per alleggerire il debito. Anzi, a mio parere, hanno finanziato le loro politiche elettorali, per finanziare il loro consenso. Fanno la stessa cosa che farebbe un cattivo padre di famiglia che al posto di impiegare parte del suo salario per pagare il mutuo della sua abitazione, sperpera i soldi in bagordi con i suoi amici. Insomma le politiche virtuose volute da Draghi sono state sciupate dalla imprevidenza dei nostri governi, compreso l’attuale governo con le scelte che sta prendendo, per il prossimo documento di politica economica e finanziaria.

Il centro, Renzi, il Pd e i cattolici popolari.

Dunque, l’intervento di Renzi alla Leopolda di Firenze ha riaperto il dibattito politico e culturale attorno alla cosiddetta rappresentanza di un elettorato che non è di sinistra, che non è di destra e che non può essere banalmente essere catalogato di centro ma che, tuttavia, risponde a quell’identikit politico, culturale e programmatico. E questo anche al di là e al di fuori di chi ha pronunciato quel discorso e della sua attuale collocazione politica. Non a caso, proprio l’intervento di Renzi ha innescato un dibattito su chi, oggi, si candida a intercettare e a rappresentare un elettorato che molti analisi ritengono decisivo per la stessa vittoria elettorale finale. Un elettorato, mondi vitali, interessi sociali, pezzi di società che semplicemente stentano a riconoscersi nell’attuale offerta politica italiana e che chiedono, seppur non rumorosamente, una nuova rappresentanza politica. E’ a tutti evidente che tra i soggetti politici e culturali che più sono interessati a questa nuova offerta politica c’è l’area cattolico democratica e cattolico popolare che da ormai molti anni e’ politicamente orfana e stenta a ritrovare una casa accogliente, coerente e normale. 

Ora, dovrebbe essere chiaro a tutti che è perfettamente inutile continuare a blaterare – anche se i numerosi protagonisti sono tutti in buona fede e animati da grande passione – sulla possibilità/ necessità di dar vita ad una nuova Democrazia Cristiana. Valga per tutti, al riguardo, una bella espressione di uno dei leader più autorevoli di quel partito, Guido Bodrato, quando ancora recentemente sosteneva che la “Dc è come un vetro infrangibile. Quando è andato in frantumi si è dissolto in mille pezzi e non è più ricomponibile”. Una osservazione semplice ma sufficiente per tranquillizzare tutti coloro che maldestramente ritengono ancora possibile dar vita, oggi, ad un partito che, essendo un “fatto storico”, è ormai consegnato alla storia. Come dovrebbe essere ormai chiaro, dopo ripetuti ed insistenti tentativi, che è sterile continuare ad immaginare soggetti politici di ispirazione cristiana che puntualmente in tutte elezioni – locali, provinciali, regionali, nazionali ed europee – stentano ad arrivare alla fatidica soglia dello 0,5%. Tentativi fatti in buona fede ma politicamente sterili ed elettoralmente impotenti. Almeno sino ad ora, anche se ormai è una storia che si ripete puntualmente da circa 20 anni. Almeno dalla fine dell’esperienza del Partito popolare Italiano di Mino Martinazzoli e dall’inglorioso epilogo dell’Udc. 

Ecco perché, per restare nel campo del cosiddetto centro sinistra – anche se va rifondato dalla base, com’è ormai evidente a tutti – adesso è anche arrivato il momento per una scelta politica chiara e trasparente, almeno per chi non si accontenta della sola presenza testimoniale, tenendo conto della realtà in cui siamo concretamente inseriti. Sotto questo versante, il Pd e il partito di Renzi dovranno essere chiari e lungimiranti. Soprattutto dopo l’avvento del partito di Renzi, che punta deliberatamente ad intercettare un’area politica, sociale e culturale attigua a quella del Partito democratico. Ora delle due l’una. O il Partito democratico riconosce apertamente e non solo formalmente la presenza al suo interno di un’area politica e culturale cattolico popolare e democratica – e non solo nei comunicati e nei pronunciamenti ufficiali – oppure il destino di questo partito sarà quello di ridiventare semplicemente il vecchio e mai dimenticato partito della sinistra italiana. Una semplice riedizione del Pds o, nella migliore delle ipotesi, dei Ds. Stesso discorso riguarda anche – seppur su un piano diverso – la nuova esperienza del partito di Renzi. Un partito prevalentemente personale ma un partito che pone, comunque sia, forti e fondati interrogativi a chi pensa di riconoscersi in un soggetto politico che ha come obiettivo anche quello di saper intercettare un consenso di pezzi di società che incrociano una domanda riformista, democratica, post ideologica e socialmente avanzata. 

E quindi, dopo la riarticolazione della geografia politica italiana, questi due soggetti politici che lavorano, almeno così pare, per un rinnovato e rifondato centro sinistra, non potranno bypassare questa domanda e questa richiesta specifica. E questo non per rappresentare una semplice quota o per riempire una vecchia casella. Ma per il semplice motivo che dietro all’area cattolico popolare e cattolico democratica c’è un giacimento di valori, di interessi sociali, di riserve etiche e di elaborazioni programmatiche che richiedono una risposta altrettanto politica e non fumosi annunci propagandistici e puramente mediatici. Saranno solo le scelte politiche concrete e gli atteggiamenti conseguenti dei leader dei rispettivi partiti a dirci come sarà affrontata questa sfida e come saranno accolte queste domande per una nuova rappresentanza politica e culturale.

Rita Levi Montalcini: “Pensare può essere utile mentre parlare non sempre è necessario”

Ricorre quest’anno il 110° anniversario della nascita di Rita Levi Montalcini, che ha lasciato una traccia indelebile nella cultura del Novecento a motivo della Sua poliedrica intelligenza e affascinante personalità.

La straordinaria opportunità di un’intervista con la scienziata mi ha lasciato in dono una sua considerazione, che trovo a un tempo altissima nella sua sintesi culturale e pratica nella gamma infinita delle sue possibili declinazioni.

“Pensare può essere utile mentre parlare non sempre è necessario” : si tratta di un’affermazione che nella sua apparente e sorprendente semplicità esprime in realtà un concetto denso di implicazioni utili nelle quotidiane circostanze della vita.
In genere accade infatti il contrario: si dicono e si ascoltano molte cose senza avere l’esatta percezione del loro significato.
Pensieri e parole non sono sempre legati da un nesso logico di causa-effetto, tanto è vero che molte delle incomprensioni nelle relazioni interpersonali sono dovute alla dissociazione e all’incoerenza tra le idee e i comportamenti.

Si utilizzano, cioè, stereotipi, considerazioni e opinioni come fossero beni di consumo, con disinvolta e spesso contraddittoria facilità si attinge al gran calderone delle frasi fatte e delle cose dette: trovandone già molte in libera circolazione risulta persino superfluo sforzarsi a pensarne delle proprie.
Molto più semplice utilizzare giudizi e valutazioni desumendoli dai luoghi comuni del sentito dire o della cultura prevalente, rimescolata come polenta nel grande circo barnum dell’immaginario collettivo, invece che esprimerli come risultato di una lenta, meditata riflessione personale.

Ricordo che nella scuola di una volta veniva raccomandato agli insegnanti di educare i propri allievi all’uso del pensiero critico come finalità fondamentale della loro formazione, mentre noto – non senza perplessità – che da qualche tempo si insiste più sul concetto di spendibilità sociale degli apprendimenti: nel primo caso lo studio enfatizza soprattutto il metodo, nel secondo privilegia i contenuti.
Ho sempre pensato che la cultura vera consista in un processo di interiorizzazione e di metabolizzazione del sapere che arricchiscono il cuore e la mente della persona, valorizzandone tutte le potenzialità individuali, oltre i risultati socialmente utili o economicamente soppesabili.

In occasione del mio incontro con la scienziata per la commemorazione presso l’Università di Pavia di Camillo Golgi – premio Nobel per la Medicina nel 1906 – la Prof.ssa Montalcini (che aveva poi ricevuto lo stesso riconoscimento esattamente 80 anni dopo, nel 1986) nel corso della Sua prolusione, parlando a braccio per oltre mezz’ora in perfetto inglese, aveva stupito tutti insistendo in modo coerente e articolato nel Suo discorso sul concetto di “pensiero pensante” utilizzando più volte il termine “imagination”, per sottolineare che lo sforzo della ricerca, ma anche l’intuizione, la riflessione, il dubbio come forma di ripensamento (in sintonia con le teorie di Karl Popper) , la stessa “fantasia” in quanto pensiero divergente (e qui mi piace ricordare che lo stesso Albert Einstein aveva sottolineato che a volte la fantasia è più importante della conoscenza) ha un valore tassonomico persino superiore alla stessa scienza codificata. Non vi è progresso scientifico infatti se le teorie consolidate non vengono continuamente sottoposte alla prassi della loro sistematica revisione alla luce del pensiero critico.

Ne deriva che l’educazione è umanizzazione, non addestramento, la cultura è comprensione che integra la mera conoscenza, non è il prodotto di un marketing commerciale: non si trova negli scaffali degli ipermercati né viene elargita attraverso corsi accelerati di formazione che rilasciano patentini di idoneità.
Trovo che siamo circondati da un desolante panorama di semplificazione culturale, dominato dall’uso disinibito e inconsapevole della parola e contraddistinto da una deriva di omologazione al relativo, al facile e al peggio.
Un utilizzo disinvolto delle nuove tecnologie ci illude sulla possibilità di una formazione culturale di tipo ‘fast-food’; il tempo destinato agli apprendimenti dev’essere reso rapido ed efficace, funzionale alla produttività degli apparati e alle logiche del profitto piuttosto che al radicamento dei valori della civiltà dell’umanesimo: centralità della persona, sua dignità, rispetto per gli altri.

Oltre il mandato educativo strettamente affidato alla scuola, credo nella formazione come conquista personale, esercizio della libertà di pensiero, capacità critica e motivata di digressione, dissociazione dagli standard che riducono la cultura ad un bene di consumo distribuito da affabulatori e ciarlatani per far circolare parole e immagini finalizzati a renderci uguali, docili e ubbidienti.
Scriveva Max Weber, già all’inizio del Novecento, che la ‘razionalizzazione’, cioè l’ottimizzazione delle potenzialità intellettuali dell’uomo, “non è la progressiva conoscenza generale delle condizioni di vita che ci circondano”.
La vera razionalizzazione consiste invece nel “disincantamento del mondo”, in altri termini nella consapevolezza che attraverso la ragione e il pensiero si stabiliscono e si applicano le regole che ci permettono di conoscere la realtà, partendo sempre dal nostro punto di osservazione.

E’ più utile, cioè, rafforzare le nostre personali dotazioni strumentali – l’intelligenza e il carattere – che possedere una dimensione quantitativamente estesa della conoscenza delle cose.
Ci si chiede spesso, in questa epoca di comunicazione globalizzata, se la libertà di informazione sia un valore sussistente e difendibile: la risposta non è semplice ma risiede nel rapporto che c’è tra il pensiero e la parola.
Se la seconda è il risultato di un ragionamento, la concretizzazione di un’idea, se esprime un concetto chiaro a chi la pronuncia e al suo interlocutore, allora ‘parlare’ significa favorire la comunicazione e il dialogo tra le persone.

Prevale oggi la teoria della democrazia della parola: più cose si dicono o si riescono a dire, più tavole rotonde si imbandiscono, più circolano notizie e informazioni, nel più breve tempo possibile e più – di conseguenza – dovremmo rafforzare la nostra percezione di essere uomini liberi.
Si finisce così con il parlare molto, con il parlare tutti, con il parlare sempre, senza domandarci cosa alla fine resti di questo grande fervore del dire.

Ma se il pensiero – cioè la riflessione, la consapevolezza, la comprensione- giace inerte e silente, se non precede ciò che si dice o non vaglia in modo critico ciò che si ascolta, la parola resta un’inebriante e spesso insensata anestesia collettiva che ci illude su una realtà che non esiste.
Resta quella che i latini chiamavano con somma saggezza “flatus vocis”: una inutile, eterea e a volte fastidiosa e stancante emissione di fiato.
Per chi parla e per chi in qualche modo è costretto ad ascoltare.

Google ottiene la supremazia quantistica

In un paper pubblicato sul giornale scientifico Nature, Google ha affermato di aver tagliato il tanto atteso traguardo della “supremazia quantistica”, ossia un computer quantistico è riuscito a svolgere un calcolo che su un supercomputer tradizionale impiegherebbe una quantità di tempo incredibilmente esagerata.

La pubblicazione della ricerca sembra sgombrare il campo anche dalle polemiche che nelle settimane scorse avevano seguito la pubblicazione delle prime indiscrezioni a proposito del raggiungimento di questo significativo obiettivo ad opera dei ricercatori di Google.
Ma come funziona un computer quantistico?

Un sistema quantistico funziona in modo diverso rispetto a un normale computer.

Un computer tradizionale funziona eseguendo calcoli basandosi sui “bit”, unità di informazione che possono assumere due valori: 1 o 0.

Nei computer quantistici, invece, un singolo oggetto può comportarsi come una combinazione di due oggetti separati nello stesso momento. Sfruttando questa caratteristica, i ricercatori possono costruire un “qubit” (“quantum bit”), che può contenere una combinazione di 1 e 0. Due qubit possono quindi assumere quattro valori in una volta sola, e così via, con numeri che crescono esponenzialmente man mano che aumentano i qubit. L’aumento è tale da rendere un computer quantistico enormemente più veloce e potente dei computer che utilizziamo oggi basati sui bit.

Però, si legge su Nature:  “È necessario  molto lavoro prima che i computer quantistici diventino una realtà pratica. In particolare, dovranno essere sviluppati algoritmi che possono essere commercializzati e operanti sui rumorosi processori quantici su scala intermedia (soggetti a errori) che saranno disponibili a breve termine, e i ricercatori dovranno dimostrare protocolli robusti per la correzione di errori quantistici che consentiranno un funzionamento duraturo e tollerante ai guasti a lungo termine”.

“La dimostrazione di Arute e colleghi – continua l’articolo di Nature – ricorda in molti modi i primi voli dei fratelli Wright”.

Al via Dialog, progetto su innovazione e sviluppo locale

È partito Dialog – Dialog for innovation and local growth, un progetto del Fondo Europeo per lo Sviluppo regionale (FESR) – Cooperazione Interregionale, che nasce con l’obiettivo di rafforzare l’effettività, la sostenibilità e la replicabilità delle innovazioni prodotte nei vari campi politici di intervento prioritario dai diversi paesi europei.

Ente capofila del progetto è la Provincia autonoma di Trento. Partecipano al progetto, in rete, altre significative realtà europee: Il Land della Bassa Sassonia (Germania), la Camera di commercio di Vrasta (Bulgaria), la Regione delle Fiandre (Belgio), la Regione di Castiglia la Mancia (Spagna), Il Cantone del Ticino.

Le motivazione che da’ impulso al progetto è la convinzione che un sistema di welfare effettivamente rispondente ai bisogni della cittadinanza sia possibile attraverso la partecipazione attiva di tutti i portatori di interesse, il dialogo e strumenti efficaci e condivisi di azione politica. Tutto questo poiché nuovi campi politici di azione, basati sulle nuove tecnologie e destinati a creare rilevante valore aggiunto, richiedono condivisione, accordo e accettazione.

È sulla base di questo spirito di concertazione che, nell’ambito del Kick-off meeting tenutisi lunedì 21 e martedì 22 ottobre presso la Sala ex Giunta della Provincia di Trento, gli attori coinvolti si sono incontrati e hanno dato formalmente avvio al progetto.

Le due giornate del Kick off-meeting sono organizzate per avviare una conoscenza reciproca, per presentare i rispettivi contesti economici, e illustrare i casi di studio e le best practices di ognuno. I casi di studio spaziano dall’innovazione sociale, alla crescita delle piccole e medie imprese, dalla green economy, agli strumenti di abbattimento del tasso di disoccupazione attraverso la nascita di microimprese. L’obiettivo è definire un modello di lavoro comune e condiviso tra gli attori partecipanti, sostenuto da un comitato scientifico il quale ne validerà l’effettività.

La provincia di Trento porta come temi di confronto e discussione le Smart, nello specifico campo della meccatronica, con attenzione ai risvolti occupazionali che questo settore può generare, oltre che i bandi per il finanziamento di progetti di nuova imprenditorialità.

Questa prima fase di lavori prevederà l’identificazione, modellizzazione e trasferimento di best practices cui seguirà la stesura di un documento che verrà adottato dalle varie amministrazioni.

Riabilitazione Cardio-Respiratoria: esperti a confronto oggi a Modena

Il primo convegno per gli esperti delle malattie di cuore e polmoni si terrà venerdì 25 ottobre a partire dalle 9:30 nell’auditorium Francesco Nobile dell’Ospedale Privato Accreditato Villa Pineta (Gaiato di Pavullo n/F – Modena).

In quella occasione medici specialisti e docenti universitari dell’Emilia Romagna, con la presenza ed il contributo di un gruppo di clinici ed esperti della Lombardia, si incontrano per fare luce sullo stato attuale della cardiologia e pneumologia riabilitativa e sulle sfide per il futuro.

L’evento è patrocinato dall’AICPR – Associazione Italiana di Cardiologia Clinica, Preventiva e Riabilitativa, dall’UNIMORE – Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e dall’ Associazione di volontariato “Amici del Cuore”.

In Emilia Romagna, una delle regioni più efficienti in campo sanitario per l’accesso alle cure e per la qualità dell’assistenza, si può e si deve fare ancora molto, spiega il dott. Massimo Cerulli, Responsabile dell’U.O di Cardiologia a Villa Pineta e Chairman del convegno del 25 ottobre:

Se è vero che in Italia, e la nostra Regione ne è un esempio virtuoso, esiste una rete performante ed estesa di professionisti della Cardiologia che si occupano del trattamento dei pazienti acuti (si pensi all’intervento tempestivo in caso di diagnosi da infarto) è altrettanto vero che solo una minoranza viene trattata nella fase post acuta. Certamente si può con soddisfazione affermare che vi è una diminuzione del tasso di mortalità per infarto acuto, minore del 10% dei pazienti che giungono in Ospedale (tasso impensabile fino a 15-20 anni fa). Rimane significativo invece il tasso di mortalità cardiovascolare dopo un anno, che in Emilia Romagna è superiore al 20%, un dato che pone l’accento sulla necessità di seguire e accompagnare i pazienti dopo l’intervento e le dimissioni dall’ospedale, appunto con programmi riabilitativi e preventivi. A conferma di ciò occorre sottolineare come sia consolidato il dato che la riabilitazione cardiologica, quando eseguita, riduce essa stessa del 27% la mortalità”.

A Modena i centri di riferimento per la Riabilitazione Cardiologia sono due: Villa Pineta e il NOCSAE di Baggiovara. Entrambe le strutture gestiscono, con cure di medio-lungo termine, il paziente cardiopatico sia nella fase post-acuta delle malattie cardiovascolari sia di quelle croniche. L’obiettivo è quello di stabilizzarlo e permettergli di recuperare la migliore qualità di vita possibile.

Durante il meeting che mette a confronto le esperienze di colleghi cardiologi e pneumologi con particolare esperienza nel campo della riabilitazione cardio-respiratoria, verrà sottolineata l’importanza di un percorso di diagnosi e cura che metta insieme le due figure professionali nel trattamento riabilitativo più completo ed efficace.

Dice a tal proposito il dott. Trianni, Primario di Pneumologia a Villa Pineta:

Partendo dai dati fisiopatologici ed epidemiologici presenti nella più recente letteratura scientifica di riferimento, secondo la quale la malattia cardiopolmonare è una sfida destinata a diventare sempre più rilevante per il sistema sanitario nazionale,  appare con sempre maggiore evidenza agli operatori sanitari e non, di quanto malattia cardiaca e malattia polmonare siano interconnesse. Per cui occorre progettare per il prossimo futuro a modelli riabilitativi, assistenziali e di cura condivisi tra tutti gli specialisti coinvolti nella patologia cardiorespiratoria per ottimizzare i risultati”. 

Per un cattolico come per un luterano

1967-03-26 Paolo VI celebra la Messa di Pasqua in Piazza San Pietro

Articolo pubblicato sull’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Mariano Dell’Omo

Ricorre in questi giorni il cinquantacinquesimo anniversario della proclamazione di san Benedetto abate a patrono principale dell’intera Europa, avvenuta con la lettera apostolica Pacis nuntius di Paolo VI che a Montecassino, il 24 ottobre 1964, nuovamente consacrando la restaurata basilica dell’Archicenobio benedettino dopo il bombardamento bellico del 1944, auspicava solennemente che, come Benedetto «un tempo con la luce della civiltà cristiana riuscì a fugare le tenebre e a irradiare il dono della pace, così ora presieda all’intera vita europea, e con la sua intercessione la sviluppi e l’incrementi sempre più». Fu la visione insieme riccamente storica e altamente profetica di Papa Montini che pose san Benedetto al centro del progetto europeo e lo additò come fattore di “civiltà cristiana”.

Prima di lui e con altrettanto spirito profetico lo aveva scritto Giorgio La Pira per un ambito più circoscritto, quello dei monasteri di clausura, convinto però che la preghiera sia forza motrice della storia, come affiora da questo messaggio epistolare del 1954: «Non bisogna aver paura di dirlo: la civiltà cristiana e la città cristiana sono essenzialmente civiltà monastica e città monastica; nel senso che, come nel monastero, anche in esse — in ultima analisi — tutti i valori hanno una orientazione unica e una unica finalità: Dio amato, contemplato, incessantemente lodato».

Mi ha colpito pertanto che in una lettera inedita del grande storico e medievista protestante Ferdinand Gregorovius scoperta nell’Archivio di Montecassino, e ben degna di essere citata in questa sede in coincidenza con i cinquantacinque anni del titolo di Benedetto patrono primario della civiltà europea, emerga lo stesso sintagma “civiltà monastica”, che oggi ci è consueto ma che sulla penna di un luterano che scrive nel 1872 appare ben più singolare, nonostante la sua ammirazione per Roma e l’esperienza storica del monachesimo benedettino. Non a caso il suo più giovane collega protestante Adolf von Harnack, nel libro, del 1881, Das mönchtum, seine ideale und seine geschichte (Il monachesimo, i suoi ideali e la sua storia), mostrava ben altro orientamento nei confronti del monachesimo, che egli riteneva infatti originato da correnti ereticali, estremistiche e rigoristiche come l’encratismo e il montanismo. La sua visione negativa degli albori del fenomeno monastico fu tale da fargli ritenere che nessun libro avesse esercitato sull’Egitto, sull’Asia occidentale e sull’Europa un’influenza più degradante e di imbarbarimento, quindi contraria alla civiltà, di quella prodotta dalla Vita Antonii scritta da sant’Atanasio, oggi universalmente riconosciuta come un vero e proprio archetipo dell’agiografia monastica orientale e occidentale. Ma fu lo stesso von Harnack che diversi anni dopo, nel 1903, incontrando a Roma l’abate Ambrogio Amelli, monaco di Montecassino, chiaro studioso di patristica e letteratura cristiana oltre che musicologo, gli chiese, come lo stesso Amelli rivelò in una sua conferenza del 1905: «“Che cosa si fa lassù a Monte Cassino?”. Al che, senza esitare, l’abate rispose: “Quello che si fa da quattordici secoli: si prega e si lavora”. Ora et labora. “Benissimo”, soggiunse il mio interlocutore con un fine sorriso di compiacenza — continua l’abate Amelli — “ma ciò non fanno i soli benedettini, non è vero? Tuttavia a Berlino si lavora molto, ma poco si prega”».

Evidentemente anche per l’ormai maturo storico del cristianesimo la visione del mondo tipica del monachesimo benedettino (con il suo equilibrio tra deserto e comunione, preghiera e impegno nel mondo, ascesi e carità) esercitava il suo fascino. Quello stesso che si respira più pacatamente in Gregorovius, la cui amicizia con i monaci di Montecassino era già ben nota grazie ad alcune lettere superstiti, indirizzate dallo storico della città di Roma nel medioevo a Luigi Tosti in particolare, e pubblicate da Tommaso Leccisotti nel 1967.

Quella che ho recentemente rinvenuto ha invece come destinatario il neo-abate di Montecassino, Nicola d’Orgemont, nominato solo alcuni mesi prima, il 24 dicembre 1871, e che avrebbe continuato il suo ufficio fino al 1896, anno della morte. Nel 1859 in una lettera al Tosti datata a Roma il 25 ottobre, Gregorovius scriveva: «Mi creda, chiarissimo Don Luigi, che Monte Cassino splende nella mia memoria come fulgida stella».

Tredici anni dopo, mentre raccomanda due signore di Lipsia che stavano per recarsi a Montecassino, quel luogo resta intatto, nella memoria dello storico protestante, come «l’illustre abbazia, la quale una volta il centro era della civiltà monastica e il faro luminoso delle scienze».

L’ideale benedettino può parlare con la stessa eloquenza a un cattolico come a un luterano, perché fondato su quella Regula monasteriorum che Bossuet nel suo Discorso in lode di san Benedetto definì «un compendio del cristianesimo, una saggia e misteriosa sintesi di tutta la dottrina del Vangelo».

Spudoratamente sincero

Quando si faceva buio in sala lui si piazzava al centro del palcoscenico su una semplice sedia e cominciava a parlare, rivolgendosi al pubblico, con quella voce roca, inconfondibile: ed era un piacere ascoltarlo, una magia che incantava, coinvolgeva e durava anche oltre il copione. Nella sua carriera aveva portato in scena oltre 240 rappresentazioni diverse ma…”..ogni volta che entriamo in scena è una ‘prima’, deve essere così. Anche perché il pubblico non è sempre quello e ha diverse maniere di esserci e di sentire”.

Aveva iniziato per caso, a 10 anni sostituendo una bambina che interpretava Cosette dei Miserabili, ed era andato avanti tutta la vita, fino a 85 anni: suo grande maestro il Ferravilla che aveva inventato il personaggio che lo rese celebre, il Tecoppa. “I miei genitori erano guitti”: gente di teatro itinerante, e lui aveva calcato i palcoscenici prima del Manzoni di Milano, lanciato da Biraghi fino ad arrivare a Strelher e a Fellini, al teatro dialettale , a quello nazionale, al cinema, alla Tv. Piero Mazzarella è ancora oggi considerato uno dei più grandi attori teatrali che l’Italia abbia avuto, anche se si perfezionò nel teatro dialettale: a Milano e in Lombardia fu sempre considerato un mito insuperabile.

Lo stesso Silvio Berlusconi pare lo considerasse il suo attore preferito. Ma i suoi orizzonti erano distesi, come la sua intelligenza e la sua ineguagliabile capacità di calarsi nella parte. “Io ero molto amico di Federico Fellini e quando recitai con sua moglie – Giulietta Masina – in ‘Eleonora’ con la regia di Silverio Blasi, lui le telefonava dicendole ‘stai vicina a Piero, stai vicina a Piero….’, perché l’amava molto e voleva proteggerla sempre”. Per non lasciare la compagnia che non avrebbe lavorato senza di lui, rinunciò a due parti in ‘Amarcord’ e ‘La voce della luna’, nonostante l’insistenza del grande regista e di Franco Cristaldi. Nella sua lunga carriera aveva vinto “tutti i premi che si potevano vincere”, mi parlò soprattutto del riconoscimento internazionale Luigi Illica, il più prestigioso: “Le dico gli altri quattro che l’hanno vinto oltre a me: Eduardo De Filippo, Salvo Randone, Tino Buazzelli ed Enrico Maria Salerno”.

Il salotto di casa sua era un tripudio di coppe, targhe, diplomi ma lui non fu mai capace- per sua stessa ammissione – di ricavare da quella carriera prestigiosa un vantaggio economico che gli permettesse una vita agiata. “Se fossi stato meno sincero sarei più ricco, invece credo di essere uno degli attori più poveri d’Europa perché non sono mai sceso a compromessi con i potenti”.
“Io alla politica ho sempre detto ‘no, grazie’ e morirò come Cirano, dicendo ‘no, grazie’, sotto una pianta con il naso verso la morte che arriva, come Tecoppa, del resto….”
Quando mancò, il 25 ottobre 2013, aveva ricevuto lo sfratto dalla casa di Segrate ed era in attesa di risposta per usufruire della legge Bacchelli, prevista per gli artisti in condizioni economiche disagiate. Lavorò con colleghi famosi della sua epoca: Gastone Moschin, Giulia Lazzarini, Alberto Sordi, Tino Carraro, Raf Vallone, Gianni Agus, Lino Banfi, Renato Pozzetto, per citarne alcuni. Ma quando – rivolgendomi a lui – lo chiamavo Maestro e poi artista, lui si scherniva: “Vede, più che artisti noi siamo attori. L’artista è uno che prende un pezzo di marmo e uno scalpello e fa il Mosè.

Purtroppo noi attori abbiamo la mania di farci chiamare artisti ma non è vero, non una è questione di umiltà: io sono un popolano e quindi sono orgoglioso e superbo come tutti i popolani, però artista è troppo”. Aveva una visione personale, umile e intimista del suo mestiere, come i veri grandi attori che calcano il palcoscenico. Fui conquistato dalla sua bontà, dalla disponibilità ad aprire il suo cuore ciò che mi dimostrò, ancora una volta (se necessario) che i veri “grandi” sono persone semplici. “Il teatro è un ammalato che ha bisogno continuamente di linfa e questa linfa è la saggezza popolare. Delio Tessa, uno dei più grandi poeti del 900 diceva: ‘Riconosco un solo maestro: il popolo che parla”.

E nessuno come Lui seppe interpretare gli umori popolari, se ne sentiva parte.
Il nostro rapporto di conoscenza fu breve ma intenso: mi sorprendeva spesso con le sue telefonate, informandosi sempre (prima lui di me) della mia salute.
Mi aveva chiesto negli ultimi tempi di scrivere un libro sulla sua vita: era consapevole del fatto che per un uomo di teatro la gente si ricorda di te fino a quando ti vede in scena, voleva lasciare un ricordo al suo “popolo”.

Gli avevo proposto un titolo, che gli era piaciuto perché lo trovava specchio del suo carattere: “Spudoratamente sincero”. Lo iniziai ma mi restano solo poche pagine, non feci in tempo a scriverlo: se ne andò in punta di piedi senza poterci salutare. Ma voglio che resti un ricordo speciale di Lui, ciò che mi rispose quando gli chiesi di lasciare tre insegnamenti ai giovani: “Se dovessi parlare ai giovani direi loro: prima di tutto viene l’onore, poi la rettitudine che vuol dire saper raccontare a se stesso prima di addormentarsi, alla sera, quello che si è combinato durante il giorno potendo dire’ dormi tranquillo perché non hai fatto nulla di cui ti devi vergognare’: pregare vuol dire questo, saper fare l’esame di coscienza. E insieme a tutto questo l’onestà”.

‘Borgo dei borghi d’Italia’, vince Bobbio

“Le carte vincenti sono la nostra storia e la nostra cultura – prosegue – ma anche l’essere inseriti in un contesto, la Valtrebbia, che Hemingway ha definito la vallata più bella del mondo. Abbiamo un meraviglioso fiume balneabile, una natura selvaggia sui nostri monti e richiami storico artistici unici in paese”,spiega il sindaco di Bobbio (PC) Roberto Pasquali

La bellissima località emiliana sorge sul fiume Trebbia a 272 metri di altezza. Risente delle influenze delle regioni con cui confina e di cui in passato ha fatto parte (Liguria, Lombardia e Piemonte). Sulle colline circostanti si coltivano il nebbiolo e il dolcetto, i piatti tipici sono di “fusione” con quelli della vicina Liguria. Il paese conta poco più di 3500 abitanti, che si triplicano nella stagione estiva quando la vallata si popola di turisti.

La storia di Bobbio si identifica soprattutto con quella del monaco missionario irlandese Colombano che vi è morto nel 615 e con il Monastero di San Colombano, da lui fondato nel 614, monumentale aggregazione di edifici tra i quali svetta la facciata della basilica affiancata dall’elegante porticato dell’abbazia, dove hanno sede il museo e il celebre scriptorium.

L’altro simbolo del borgo è il famoso ponte Vecchio, detto anche Gobbo o del Diavolo (per il particolare profilo ondulato e contorto). Un ponte di età romanica con rifacimenti successivi e sovrastrutture barocche, lungo 280 metri con undici arcate diseguali tra loro.

Bobbio è anche il paese natale del regista Marco Bellocchio, che qui da anni in estate organizza il suo Festival del Cinema. “Bellocchio è un altro fiore all’occhiello del nostro paese – conferma Pasquali – e il suo festival a contribuito in modo determinante a fare da traino per il turismo. Ma grandi meriti vanno anche ai nostri commercianti, che mantengono alta la bandiera della tradizione e della tipicità con i loro negozi”

Bologna: al via la mostra “Berlin, Brandenburger Tor 1989”

Giovedì 31 ottobre 2019 alle 18.00 inaugura presso gli spazi dello Studio Cenacchi nel cuore di Bologna, la mostra “Berlin, Brandenburger Tor 1989” con 40 fotografie inedite di Massimo Golfieri. L’esposizione, a cura di Jacopo Cenacchi, proseguirà fino al 28 novembre 2019.

A trent’anni esatti dalla caduta del muro di Berlino, le immagini di Massimo Golfieri, fotografo imolese, vengono mostrate per la prima volta al pubblico: un vero e proprio viaggio nel tempo che vuole ripercorrere uno dei momenti storici più importanti del XX secolo. La caduta del muro di Berlino ha decretato la fine di un’epoca, aprendo la strada alla speranza di un futuro di pace e di solidarietà. Il muro, Antifaschistischer Schutzwall (Barriera di protezione antifascista), sancì la divisione, non solo della città tedesca e dell’intera Germania, ma anche di tutto un continente e del mondo tra opposte ideologie. Fu il simbolo della cortina di ferro, linea di confine europea tra le zone controllate da Francia, Regno Unito e U.S.A. e quella sovietica, durante la guerra fredda. Il muro ha diviso in due Berlino e l’Europa per ben 28 anni, dal 13 agosto del 1961 fino al 9 novembre 1989, giorno in cui il governo tedesco-orientale si vide costretto a decretare la riapertura delle frontiere con la repubblica federale. Da Est e da Ovest i berlinesi accorsero in massa verso il muro, euforici, eccitati e increduli, piangendo, urlando di gioia, abbracciandosi e baciandosi. La caduta del muro è uno degli eventi simbolo del XX secolo, che ha segnato per sempre la storia dell’umanità.

Massimo Golfieri ha immortalato l’atmosfera fatta di speranza e fermento che si viveva a Berlino Est e Ovest in quei giorni di novembre e dicembre. Il risultato è un documento importante e suggestivo dal punto di vista storico e artistico. Come afferma il Prof. Franco Minganti, nelle immagini di Golfieri viene ritratta la realtà di quei momenti in prossimità del muro come, ad esempio, la gente nel Mercatino dei Polacchi a Potsdamer Platz o le persone colte di sfuggita dal treno sui marciapiedi delle stazioni dell’Est. Nei volti dei berlinesi, immortalati nel reportage di Golfieri, si leggono emozioni contrastanti e poco rappresentate dall’immaginario collettivo: i sentimenti di gioia e speranza sono accompagnati da timore e paura verso un futuro incerto. Dopo la caduta del muro quale sarebbe stato il destino del popolo tedesco? Come sarà il domani? Quali sarebbero state le conseguenze economiche e sociali portate dall’implosione del regime comunista? Tutti questi interrogativi vissuti in quelle giornate del 1989 vengono sapientemente documentati da Golfieri che racconta, in un percorso narrativo complesso e completo, la felicità e l’inquietudine di un mondo diviso che si ricongiunge.

 

Campus Biomedico, nuovo strumento per combattere i tumori col calore

Il macchinario è stato testato con effetti benefici su numerosi tumori che colpiscono ampie fasce della popolazione come sarcomi, prostata, pancreas, ma anche tumori della testa e del collo, della mammella e della pelvi.

Il Polo di radioterapia oncologica di via Emilio Longoni è una struttura completamente convenzionata con il Servizio sanitario nazionale e garantisce oltre 90mila prestazioni annue con servizi destinati a un bacino di utenza delle regioni del Centro-sud Italia, oltre a Roma e al Lazio.

Il sistema di ipertermia profonda, primo macchinario di questo tipo attivo in Italia, rappresenta il fiore all’occhiello del Polo. L’ipertermia profonda si utilizza a qualunque stadio della malattia e su pazienti di tutte le età.

Ogni seduta dura circa un’ora e si esegue in convenzione con il Servizio sanitario nazionale.

Il default di mafia capitale spinge alla prova una nuova élite democratica

la Cassazione ha messo una pietra tombale sul “teorema Pignatone”, negando l’esistenza di un metodo mafioso nel tipo di presenza e organizzazione della criminalità romana facente capo a Buzzi e Carminati. Da ciò si evince che il danno d’immagine recato alla capitale in questi anni è davvero incalcolabile. Fiumi d’inchiostro e inchieste televisive e letteratura civile, in un profluvio di odio e amore verso la Città Eterna, sebbene in questo caso, a dire il vero, abbia agito molto più l’odio che l’amore, hanno decretato arbitrariamente l’ennesima certificazione storica della immoralità di Roma. Molti giudici pretenziosi, con i loro manuali di retorica sul degrado della città, si sono impancati a nuovi Lutero contro la sempre “nuova Babilonia”. Non solo le istituzioni e la politica hanno subito un attacco micidiale, ma anche la struttura civica romana è stata ricoperta dal sospetto, se non dall’insulto rivestito di arroganza.

È colpa di Pignatone, dunque, lo scatenamento della canea antiromana? Assolutamente no. Al Capo della Procura, oggi in servizio presso il Vaticano, va il merito di un’indagine coraggiosa e scrupolosa. I reati contestati, al di là del 416 bis, hanno trovato riscontro nelle sentenze emesse in primo grado e poi, con forti riduzioni di pene, in appello. C’era il marcio nei gangli della vita amministrativa e l’azione della magistratura ha permesso di svelarne tutta la pericolosa consistenza. Chi ha sbagliato, uscendo con le ossa rotte da una vicenda tanto clamorosa, è stato piuttosto il “partito della moralità”; sfruttando l’occasione, con grande spregiudicatezza, gli esponenti di tale anomalo partito, per sua natura trasversale, hanno cercato di redigere a tavolino la mappa dei buoni e dei cattivi. Sulla moralità si è edificata la proposta di un ceto politico avventizio, con i risultati che oggi risplendono sotto gli occhi della pubblica opinione.

Giuseppe De Rita, il fondatore del Censis, ha rilevato che il discorso sulla rinascita di Roma, oggi evidentemente circonfuso di luce ancor più forte, esige una risposta all’interrogativo principale: chi può assolvere a questa funzione di riscatto? Chi è il soggetto collettivo di un’impresa così ardua, quasi prossima alla fatica improduttiva del vaniloquio, eppure al tempo stesso così corposamente necessaria? Il sociologo ci ricorda, in sostanza, quanto vacua e sfuggente sia la nozione di classe dirigente nello specifico contesto romano. Del resto la fragilità della borghesia romana – l’antico generone degli arricchiti in competizione con l’aristocrazia quirita – è metafora di un’Italia invertebrata, senza dubbio immeserita dal tracollo dei grandi partiti di massa e preda di sconci intrighi di poteri sovranazionali. Uscire da un declassamento che soverchia qualsiasi downgrading alla  Moody’s, dal momento che attiene al discorso sulla tenuta spirituale e politica del Paese, non sarà facile. 

Mafia capitale è stata la riprova di quanto possa incidere il fremito incontrollato del moralismo, parente stretto e finanche gemello di ogni populismo. Da oggi Roma torna a soffrire delle stesse pene e degli stessi problemi che l’accusa di mafiosità aveva accartocciato in una indistinta e gravosa espressione di condanna. S’affaccia tuttavia la speranza che la lezione sottostante al caso giudiziario abbia come effetto di rinculo un soprassalto di consapevolezza critica, anche in rapporto alla rumorosa evanescenza di partiti senza identità e senza progetto, dando alla città la forza di riprendere a pensare il suo futuro. Per questo, mettendo da parte gli indugi, bisogna fare in modo che l’energia di una nuova élite democratica funga da motore di una politica ricostruttiva, tanto per la capitale quanto per la nazione, con lo slancio generoso di cui si avvale l’autentica passione per il bene della propria comunità.  

 

Le diverse diaspore

Sembrava che in Friuli Venezia Giulia solo Ettore Rosato avesse aderito a Italia Viva, il nome del nuovo soggetto politico varato da Matteo Renzi, invece così non è.

A testimoniarlo c’è la Leopolda del fine settimana precedente. Rosato si è presentato nella sua veste di coordinatore nazionale. In prima fila gli è stato riservato il posto principesco. Sul palco ha registrato, di fronte al suo pubblico, la mansione che gli è stata affidata.

Nell’oscurità della platea c’era sicuramente l’ex Segretaria regionale del Pd Antonella Grim. Poi un pienissimo vuoto di rappresentanti regionali.

Da fonti ufficiali sembrerebbe che dal Pd spicchi il volo verso Italia Viva qualche Consigliere regionale piddino. Bocche cucite. Nessuno dice nulla, qualche smentita di una settimana fa. Ma insistenti sono le voci e gli scritti, che potrei sempre, a chi volesse, far giungere, che dichiarano un passaggio da una casacca all’altra dalle fila del Pd alla nuova formazione.

Danno per scontato che questo avverrà. Corro con gli occhi su ognuno dei Consiglieri regionali e cerco di farmi vincere dall’intuizione per capire chi mai sia o chi mai siano.

L’articolo, fonte renziana, non precisa se si tratti di una singola unità o se invece si giunga persino alla pluralità. A certificare la falsità di una simile trovata, potrebbe essere una dichiarazione sottoscritta da tutti i Consiglieri che smentirebbe queste oscure intenzioni.

Alla Leopolda, va riconosciuto non c’è stato alcun Consigliere regionale del Pd del Fvg. Basta questo segnale? Eh no, non basta proprio. Le strategie di Renzi le conosciamo: erodere lentamente con scientifica determinazione la cassaforte in mano a Nicola Zingaretti.

Infine, una nota di colore. Un corregionale si è alla fine rivelato un discepolo del pensiero renziano. Lo ha dichiarato, lo abbiamo visto e almeno questo, non ha palesato tentennamenti di sorta.

Si tratta del compagno Alessandro Maran. Pare che le cooperative del Fvg, cooperative rosse, ovviamente, lo abbiano promosso tra i quadri dirigenti del pensiero Marxista.

Ditemi voi chi mai sia ubriaco, perché non riesco più a capire il senso che giustifica comportamenti tra loro in così netta distonia. Sono i compagni delle cooperative che non sanno la marca di centro che caratterizza l’orientamento di Maran o è quest’ultimo che non sa mettere pace a se stesso: nel Fvg con la casacca rossa, a Firenze con lo sfrontato liberismo in capo all’uomo di Rignano?

Ditemi voi se questa confusione può essere utile al nostro Paese. Va bene qualche contraddizione ma qui siamo proprio a degli spropositi letterari, a qualcosa di fumoso, di indigesto anche per chi, nel tempo, ne ha viste tante.

La goliardia e la Dc.

Ormai è un fatto quasi scientifico. Quando si evoca oggi la Dc, dopo anni e lustri di criminalizzazione politica, giornalistica, culturale, editoriale e televisiva, di norma c’è una lettura caricaturale, goliardica se non addirittura carnevalesca di quella storica esperienza politica. Tutti si sentono simpaticamente democristiani, quasi tutti apprezzano lo stile e la prassi dei vecchi democristiani, molti ne esaltano la qualità e addirittura le virtù di quella classe dirigente. Fatto questo tributo, però, se appena qualcuno ne accenna maldestramente ad una riproposizione nell’attuale contesto politico italiano, seppur in forma aggiornata e rivista, arrivano con una prontezza immediata i siluri contro una simile esperienza e un progetto politico neo o post democristiano. 

Insomma, la Dc va benissimo, anzi addirittura e’ oggetto di celebrazioni e di ricercata convegnistica ai massimi livelli. Più si celebra e si commemora e meglio è. Come ha dimostrato l’ultima piroetta politica del nostro Presidente del Consiglio ad Avellino. Ad una condizione, pero’: che il tutto rimanga nell’alveo della caricatura, dello scherzo, della nostalgia comica e del divertimento nei salotti televisivi e dei commenti giornalistici. Cosi c’è la possibilità di invitare il Cirino Pomicino di turno accompagnato dall’indimenticabile inno del Biancofiore e fare allegramente quattro battute e due risate su quel partito che tutti carnevalescamente rimpiangono ma che quasi tutti politicamente respingono e ripudiano. 

Ora, e’ abbastanza semplice arrivare ad una persin banale conclusione. E cioè, i cultori e i critici più spietati della esperienza della Democrazia Cristiana e della presenza politica organizzata dei cattolici democratici e popolari non sono affatto spartiti ne’, tantomeno, hanno cambiato opinione. Semplicemente hanno trasformato la loro critica politica spietata e senza appello in una sorta di simpatica e gioviale rilegittimazione caricaturale e nostalgica. Atteggiamenti, entrambi, che sono comunque accomunati da un filo rosso: e cioè, quell’esperienza politica, culturale, di governo non potrà essere portata ad esempio e come modello per guidare un grande paese come il nostro. E’ il vecchio vizio illuministico e giacobino della cultura dominante della politica italiana che storicamente individua nei cattolici una riserva importante per la società ma non abilitata a governare un paese come il nostro. 

Se Singapore si compra il porto di Genova

Come riportato recentemente dal Corriere della Sera il Governo di Singapore fa le cose sul serio in quanto a politica espansiva nella gestione dei sistemi portuali italiani. Nella fattispecie e sottolinea il Corriere senza che il Governo italiano, in primis Palazzo Chigi,  abbia sollevato una questione di “golden share” (cioè di controllo degli investimenti stranieri su asset strategici per il nostro Paese) –  la fusione di PSA Genova Pra’ (con sede e direzione generale a Singapore) e SECH con sede a Genova ha creato in quel di Genova un colosso in grado di contendere il mercato del trasporto via mare e delle strategie portuali a MSC e alla cinese COSCO. Mentre PSA è già un colosso mondiale  al suo confronto SECH è realtà piccola e locale: l’operazione consiste quindi nell’inglobare SECH in PSA. 

Tradotto in soldoni ciò significa che il gigante PSA avrà la quota azionaria di maggioranza per la governance dei due terminal containers del Porto di Genova, il SECH (terminal contenitori di Genova spa che gestisce la Calata Sanità) e il PSA di Pra’, ormai diventato il più importante terminal import-export italiano.

Si aggiunga l’alleanza cinese con la Maersk (il primo gruppo armatoriale  per il trasporto dei container al mondo) nel porto di Savona mentre nel mirino finisce anche La Spezia dove c’è il terminal di Contship con MSC.

Se due più due fa sempre quattro, sia da noi che al Sol Levante, l’obiettivo di espansione riguarda tutto l’indotto portuale del Tirreno settentrionale.

Sarebbe interessante conoscere la posizione del Governo,  nella fattispecie del Ministero delle Infrastrutture e di quello dello Sviluppo Economico e delle Attività Produttive su questi passaggi di mano di azionariato che creano nuove concentrazioni, danno la stura a nuove strategie e disegnano scenari inconsapevoli per i cittadini italiani che – abitando da quelle parti –  si interrogano a ragione sul destino della futura configurazione urbanistica fronte-mare , anzi fronte porto.

Come se quella attuale, sul piano della sostenibilità ecologica e della qualità della vita non fosse già abbastanza compromessa. Qualcuno rivendica: «padroni a casa nostra». 

Ma questi scenari futuri incommensurabili sono forse dettagli che non ci riguardano? 

Eppure chi vive in quei contesti territoriali avverte un senso di declino inarrestabile: basta osservare lo sfascio ecologico che ha cambiato i connotati all’estremo ponente cittadino di Genova, di fronte al quale è andato edificandosi e ampliandosi una sorta di ecomostro che mette a dura prova la vita e la resistenza psicofisica di chi vive di fronte al porto di Genova Pra’.

Chi è nato in riva a quel mare ha visto a poco a poco deteriorarsi l’ambiente in cui ha vissuto fino ai primi anni 90. Nel 1992 l’iniziale terminal si è progressivamente ampliato ed è stato inglobato nel PSA nel 1998: il porto di Genova Pra’ è diventato una struttura portuale che ha cambiando i connotati ambientali, degradato il contesto, condizionato la sostenibilità e l’armonia dell’insieme. Se uno fosse stato lontano da quel posto negli ultimi 30 anni e ora tornasse dovrebbe chiedere: “Dove siamo qui?”. “Questo” porto è diventato l’icona mondiale dello stravolgimento ambientale: ora davanti alle case il mare non si vede più, solo uno sterminato ammasso di container, con relativi rumori assordanti, polveri, inquinamento della terra e del mare. Dato che il precedente Governo per iniziativa del Ministro dello Sviluppo Economico aveva sottoscritto  un “memorandum” d’intesa” con la Cina che – al punto 29 – prevedeva che “China communications construction company” avrebbe dovuto stipulare un accordo con le Autorità Portuali di Sistema del Mar Ligure Occidentale (Genova, Pra’, Savona e Vado Ligure) e del Mare Adriatico Orientale (Trieste e Monfalcone) per rendere questi porti “i terminali in Europa della via della seta”, sarebbe interessante fare il punto della situazione. Di carne al fuoco ce n’è molta e andrebbe spiegato alla gente quale futuro si ipotizza, tra fusioni, espansioni, destinazioni territoriali irreversibili.

Un fermo immagine sul PSA di GenovaPra’  può solo far supporre cosa ancora potrà accadere per quella fascia di litorale ridotta ormai a una enorme piattaforma di carico-scarico di container provenienti da tutte le parti del mondo.

Questo porto, non voluto certo dagli abitanti del ponente cittadino fu deciso altrove.

Ma le strategie espansive di Singapore e gli accordi stipulati sotto l’egida della “via della seta” potrebbero creare una situazione in cui vantaggi sarebbero tangibili a Oriente mentre in loco rimarrebbero solo le conseguenze negative di uno stravolgimento ambientale dai connotati imprevedibili.

Il buco dell’ozono è ai minimi storici dal 1982

Sull’Antartide il buco dell’ozono ha raggiunto l’estensione minima dall’epoca della sua scoperta, nel 1982. E’ quanto emerge dai dati di Nasa e Noaa, l’ente americano per le ricerche su atmosfera e oceani: l’area è ora 10 milioni di chilometri quadrati, rispetto ai 16 milioni misurati l’8 settembre.

Le temperature più alte, degli ultimi anni, hanno ridotto  le reazioni fra ozono e i composti che lo distruggono, cioè cloro e bromo. Secondo gli scienziati, è la terza volta in 40 anni che i sistemi meteorologici causano temperature così calde a limitare l’esaurimento dell’ozono.

Nella fascia dove si trova l’ozono, a 19 chilometri sopra la superficie terrestre, a settembre le temperature erano 29 gradi più alte della media.

Il buco dell’ozono si forma sull’Antartide alla fine dell’inverno australe quando si innescano le reazioni che distruggono la molecola e che coinvolgono sostanze come cloro e bromo. Nel 1988, il protocollo di Montreal ha ridotto consumo e produzione di questi composti, ma secondo gli esperti solo nel 2070 l’ozono sull’Antartide potrebbe ritornare al livello del 1980.

Elezioni Bolivia: Il Consiglio episcopale, “cogliamo indizi di frode”.

Un comunicato emesso  dal Consiglio permanente della Conferenza episcopale boliviana (Ceb),  osserva che: “Una volta che il popolo boliviano ha espresso la sua volontà nelle elezioni generali di domenica 20 ottobre, il Consiglio episcopale permanente della Conferenza episcopale boliviana esorta le autorità del Tribunale supremo elettorale plurinazionale a compiere il proprio dovere di arbitro imparziale del processo elettorale”.

I vescovi affermano di cogliere “ indizi di frode nei dati trasmessi”.

“Non vi è alcuna coincidenza con il conteggio rapido realizzato dall’impresa Vía Ciencia, insieme alla sospettosa interruzione del conteggio dei voti nella notte post elettorale e alle denunce e immagini relative a fatti che si collocano al margine del rispetto della legalità”.

I vescovi affermano di “condividere la forte preoccupazione e sorpresa” dell’Organizzazione degli Stati americani (Osa) e invitano gli osservatori internazionali a “compiere la loro missione di vigilare sulla trasparenza del processo elettorale”.

Prosegue la nota: “Pretendiamo, in nome del popolo boliviano, di conoscere in modo totalmente veritiero e trasparente il risultato delle elezioni”. In caso contrario la crisi di credibilità è destinata ad aggravarsi e il rischio è quello che si generino “mali peggiori”, come focolai di violenza “che già hanno iniziato a diffondersi”. La nota cita il caso dell’aggressione al rettore dell’Umsa, Waldo Albarracín.

E tutto questo nonostante le elezioni abbiano “confermato, una volta di più, la chiara vocazione democratica e il comportamento esemplare del nostro popolo”. Il Consiglio permanente della Ceb conclude rivolgendo “un appello alla pace e alla serenità, la stessa che sarà il frutto dell’adeguatezza con la quale le nostre autorità opereranno in questo momento”.

L’influenza arriva in anticipo

L’influenza di questa stagione autunnale 2019 sarà più aggressiva rispetto a quella degli anni passati. Il virus arriva dai Paesi dell’emisfero meridionale dove l’inverno è agli sgoccioli e minaccia complicanze anche per le persone sane.

Tra i sintomi dell’influenza i più diffusi sono: l’insorgenza brusca della febbre oltre i 38 gradi; la presenza di almeno un sintomo sistemico, ossia dolori muscolari e articolari; la presenza di un sintomo respiratorio, cioè tosse, naso che cola, congestione/secrezione nasale, mal di gola.

 

La responsabilità politica del cristiano. Dal male minore al bene possibile

Articolo pubblicato sulle pagine di http://www.libertaeguale.it

1-Le tre coordinate conciliari

Le coordinate con cui affrontare questo tema ci sono date da tre testi del Concilio Vaticano II che per un verso hanno recepito il portato positivo di esperienze storiche precedenti, principalmente le democrazie cristiane italiana, francese e tedesca, nonché la Presidenza Kennedy, e, per altro verso, hanno sollecitato sviluppi ulteriori, in larga parte sin qui non avvenuti, ma solo accennati.

La Dei Verbum, al paragrafo 8 B, un passo tanto caro all’abate camaldolese Benedetto Calati, ci ricorda che la comprensione della Rivelazione cresce e progredisce nella storia. Se così avviene per la Rivelazione tanto più dovrebbe valere per il cosiddetto diritto naturale, quella sorta di bozzolo di dottrine collegato alla Rivelazione sulla visione dell’uomo su cui poggiano spesso gli interventi legislativi proposti dalla Chiesa a tutti, a prescindere dalla condivisione della fede. Né la Rivelazione né il diritto naturale comunque inteso possono quindi essere descritti come un possesso statico e indiscusso di cui il singolo cristiano con responsabilità politica sarebbe mero esecutore con una sorta di mandato imperativo. Papa Francesco con Evangelli Gaudium si è inserito in quella apertura col richiamo al discernimento (n. 181), ma l’intuizione appare da sviluppare.

La Dignitatis Humanae, la dichiarazione sulla libertà religiosa, si riconcilia con tale diritto, dopo una lunga polemica non perché si arrenda a una forma di relativismo, ma perché relativizza il ruolo dello Stato: di fronte ad esso vale in questa materia così importante il principio liberale dell’ “immunità dalla coercizione” (paragrafi 1 e 2). Lo Stato si ritrae e accetta la propria funzione limitata: esso non ha il monopolio del bene comune. Si rifiutano quindi tutte le visioni statolatriche, sia quelle ateistiche sia quelle confessionalistiche.

La Gaudium et Spes al paragrafo 31 esprime una chiara opzione preferenziale per la democrazia il luogo della precedente indifferenza tra le varie forme di Stato: “ È poi da lodarsi il modo di agire di quelle nazioni nelle quali la maggioranza dei cittadini è fatta partecipe degli affari pubblici, in un’ autentica libertà. Si deve tuttavia tener conto delle condizioni concrete di ciascun popolo e della necessaria solidità dei pubblici poteri.” Questa opzione è del tutto coerente coi due aspetti precedenti. La democrazia verso cui ci si volge non è segnata da uno strapotere delle maggioranze, ma da un ruolo limitato dello Stato, è una democrazia liberale segnata da limiti interni (come il controllo di costituzionalità) ed esterni (le cooperazioni sovranazionali) ed è l’ambiente migliore per far crescere e progredire la comprensione della Rivelazione nel rispetto della dignità della persona.

Nel paradigma precedente, invece, ritenendo la comprensione della Rivelazione un dato statico e puntando quindi a uno Stato confessionale forte, in realtà l’indifferenza era più apparente che reale e si traduceva di fatto in una preferenza per Stati confessionali autoritari.

 

2-La premessa e il futuro delle coordinate conciliari: il ruolo bidirezionale dei cattolici in politica

Il cambiamento di paradigma che abbiamo descritto è stato appunto possibile perché la Chiesa non ha solo trasmesso ma ha anche appreso (come ammette esplicitamente Gaudium et Spes 41 quale condizione ontologica e non contingente del rapporto Chiesa-mondo) in particolare dalla negatività degli Stati autoritari confessionali e dalla positività delle democrazie liberali postbelliche.

L’apprendimento è in particolare avvenuto perché molti dei cattolici impegnati in politica non hanno solo portato in politica il loro vissuto personale e comunitario, ma hanno anche portato nella Chiesa la positività dell’apprendimento nelle assemblee elettive e nelle loro caratteristiche plurali. Valgano per tutte le puntuali ricostruzioni di padre Giuseppe Sale sul ruolo di De Gasperi nella sofferta accettazione dei principi di libertà religiosa e pluralismo da parte della Chiesa del tempo con forti livelli di tensione. E’ anche quello che ci ricorda lo storico Augusto D’Angelo sulle azioni di Moro nel far accettare il centrosinistra dei primi anni ’60 all’episcopato dell’epoca.

Questo ruolo non sembra essere stato esercitato in modo ugualmente coraggioso e fecondo in anni recenti, dove anzi si è corso costantemente un rischio di regressione, interrotto solo in alcuni momenti: in modo più forte e smitizzante sull’idea di possesso di una visione statica del diritto naturale con l’intervento dell’allora cardinale Ratzinger nel dialogo con Habermas e poi da papa nei due interventi al Bundestag e a Westminster.

Solo con l’attuale pontificato è stato fatto un passo in più, è stata di fatto abbandonata quella particolare declinazione dei cosiddetti “principi non negoziabili” che stabiliva tra di essi con la nota dottrinale del 2002 un’astorica graduatoria. E’ ovvio che ogni principio ha un’elasticità limitata di applicazione e che oltre una certa soglia l’elastico si spezza. Il punto è, però, che in ogni decisione vengono a incidere principi diversi e che la ricerca di soluzioni che li bilancino senza sacrificarli unilateralmente mal tollera rigide e astoriche gerarchie tra di essi.

Il superamento di fatto, al di là della nuova enfasi sul discernimento, non è ancora però chiara enunciazione di un modello diverso, più rispettoso delle coordinate conciliari e complessivamente coerente con esse.

 

3-Piste di futuro: depenalizzazioni, clausole di non punibilità e prevenzione, passaggio dal male minore al bene possibile

In particolare, in contrasto con la Dignitatis Humanae, sembra ancora prevalere l’idea di uno Stato forte in cui vari comportamenti ritenuti non conformi alla propria interpretazione del diritto naturale dovrebbero essere repressi con sanzioni, specie penali, quando invece il principio dell’immunità della coercizione dovrebbe consentire una maggiore autolimitazione che non significa chiamare bene il male, ma con la quale lo Stato, ammettendo la sua parzialità, rinuncia a punire, almeno in parte, fenomeni che possono essere prevenuti in altra forma.

Depenalizzazioni, clausole di non punibilità (che a differenza della precedente mantengono il reato ma chiariscono le condizioni in cui esso non è imputabile alla persona nel caso concreto), azioni preventive ed educative appaiono strumenti più efficaci e comunque per altra via comunque rispettosi di principi che non l’estensione massima del diritto penale. Come peraltro, prima del Concilio, segnalava in termini più filosofici Jacques Maritain ne “L’uomo e Lo Stato” e su cui, comunque la Evangelium Vitae di Giovanni Paolo II proponeva qualche significativa apertura, specie al n. 71, affermando: “la pubblica autorità può talvolta rinunciare a reprimere quanto provocherebbe, se proibito, un danno più grave, essa non può mai accettare però di legittimare, come diritto dei singoli — anche se questi fossero la maggioranza dei componenti la società —, l’offesa inferta ad altre persone attraverso il misconoscimento di un loro diritto così fondamentale come quello alla vita.”

Anche le modalità concrete di come in una società pluralista e in uno Stato democratico in cui alle Corti costituzionali è demandata sulla base di principi scritti nelle Carte l’eventuale smentita delle maggioranze (e non alle prese di posizioni, per quanto autorevoli, del diritto naturale da parte di Chiese o altre realtà) si determina il cosiddetto male minore dovrebbero essere viste in un modo meno semplicistico di quello comunemente ammesso. In genere si ritiene, per poter ricorrere a tale criterio, come ancora continua a fare Evangelum Vitae al n. 73, che prima si debba concretamente determinare un male maggiore a cui solo in seguito sarebbe legittimo sottrarre una parte, come nello schema del referendum abrogativo.

Si fa invece ancora fatica a valorizzare lo scambio di idee, di punti di vista, il fatto che anche il raggiungimento di sintesi condivise, fatalmente distanti dai punti di partenza di ciascuno, costituisca anch’esso un principio e un valore. Bisognerebbe passare quindi dal concetto troppo restrittivo di male minore a quello più dinamico di bene possibile che valorizza invece maggiormente gli elementi di condivisione. Del resto Gaudium et Spes 43 ricorda che “ la Chiesa confessa che molto giovamento le è venuto e le può venire perfino dall’opposizione di quanti la avversano o la perseguitano”.

E’ forse questo il lavoro più urgente da fare.

Un gruppo di padri sinodali rinnova il “Patto delle catacombe”

Articolo pubblicato sulle pagine di https://www.vaticannews.va a firma di Amedeo Lomonaco e Silvonei Protz

La Chiesa rinnova, nello stesso luogo e con il medesimo spirito, il forte impegno sottoscritto il 16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Concilio Vaticano II. È quello il giorno in cui quarantadue padri conciliari celebrano l’Eucaristia nelle Catacombe di Domitilla per chiedere a Dio la grazia di “essere fedeli allo spirito di Gesù” al servizio dei poveri. Viene firmato il documento “Patto per una Chiesa serva e povera”: l’impegno assunto è quello di mettere i poveri al centro del ministero pastorale. Al testo, denominato anche “Patto delle Catacombe”, hanno aderito oltre 500 padri conciliari.

Passi conciliari e nuovi cammini

Dopo 54 anni, l’eredità dei padri conciliari è stata raccolta da un gruppo di partecipanti al Sinodo dei Vescovi per la regione Panamazzonica incentrato sul tema: “Nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”. È stato rinnovato lo spirito di quella giornata vissuta nel 1965 nelle Catacombe di Domitilla. Questa mattina il cardinale Claudio Hummes, relatore generale al Sinodo per l’Amazzonia, ha presieduto la Santa Messa nello stesso luogo, il più grande ed il più antico cimitero sotterraneo di Roma. E proprio nelle Catacombe di Domitilla, stabilendo un forte legame con il documento firmato nel 1965, è stato sottoscritto dal gruppo di padri sinodali e da diversi laici che hanno partecipato alla celebrazione un documento intitolato: “Patto delle catacombe per la casa comune. Per una Chiesa dal volto amazzonico, povera e serva, profetica e samaritana”.

Cardinale Hummes : il Sinodo è un frutto conciliare

Nell’omelia, il cardinale Hummes ha ricordato che le Catacombe erano antichi cimiteri dove i cristiani seppellivano i loro martiri: “Questa – ha detto – è veramente terra santa”. Questo luogo, ha aggiunto, ci ricorda i primi tempi della Chiesa: tempi difficili, segnati da persecuzioni ma anche da molta fede. La Chiesa, ha sottolineato il cardinale Hummes, “deve sempre ritornare alle proprie radici che sono qui e a Gerusalemme”. Il Sinodo, ha poi affermato il porporato, è un frutto del Concilio Vaticano II. Si cercano nuove vie per svolgere la missione di proclamare la Parola. I grandi mali del mondo, ha poi sottolineato, sono dovuti al denaro che alimenta corruzione, conflitti, menzogne. La Chiesa, ha concluso il cardinale Hummes, deve essere sempre “orante”.

Il Patto delle catacombe per la casa comune

Nel documento firmato oggi, i partecipanti al Sinodo sull’Amazzonia ricordano che condividono la gioia di vivere in mezzo a numerose popolazioni indigene, ad abitanti delle rive dei fiumi, a migranti e a comunità delle periferie. Con loro, hanno sperimentato “la forza del Vangelo che opera nei più piccoli”. “L’incontro con questi popoli – si legge nel documento – ci interpella e ci invita ad una vita più semplice di condivisione e gratuità”. I firmatari del documento si impegnano a “rinnovare l’opzione preferenziale per i poveri”, ad abbandonare “ogni tipo di mentalità e di atteggiamento coloniale”, ad annunciare “la novità liberatrice del Vangelo di Gesù Cristo”.

Altri impegni indicati nel “Patto delle catacombe per la casa comune” sono quelli di “camminare ecumenicamente con altre comunità cristiane” e di “assumere davanti all’ondata del consumismo uno stile di vita gioiosamente sobrio”. I padri firmatari si impegnano anche a riconoscere “i ministeri ecclesiali già esistenti nelle comunità” e a cercare “nuovi percorsi di azione pastorale”. “Consapevoli delle nostre fragilità, della nostra povertà e piccolezza di fronte a sfide così grandi e gravi – si legge infine nel documento – ci affidiamo alla preghiera della Chiesa”.

Il Patto per una Chiesa serva e povera

La giornata odierna è dunque legata a quella del 16 novembre del 1965 e al “Patto delle catacombe”, che contiene un’esortazione rivolta ai “fratelli nell’episcopato” per condurre una “vita di povertà”, per essere una Chiesa “serva e povera”, conforme allo spirito proposto da Papa Giovanni XXIII. I firmatari si impegnano inoltre a mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale. L’impegno è anche quello di condividere, “nella carità pastorale”, la vita con i fratelli in Cristo perché il “ministero costituisca un vero servizio”. Due mesi prima della frima del “Patto per una Chiesa serva e povera”, Papa Paolo VI si era recato nelle Catacombe di Domitilla e aveva affermato: “Qui il cristianesimo affondò le sue radici nella povertà, nell’ostracismo dei poteri costituiti, nella sofferenza d’ingiuste e sanguinose persecuzioni; qui la Chiesa fu spoglia d’ogni umano potere, fu povera, fu umile, fu pia, fu oppressa, fu eroica. Qui il primato dello spirito, di cui ci parla il Vangelo, ebbe la sua oscura, quasi misteriosa, ma invitta affermazione, la sua testimonianza incomparabile, il suo martirio”.

Una Chiesa povera per i poveri

L’impegno assunto dai padri conciliari nel 1965 è stato anche uno dei primi auspici espressi da Papa Francesco subito dopo l’elezione al soglio di Pietro. È il 16 marzo del 2013: ricevendo i rappresentanti dei media, nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre afferma: “Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!”. In una lettera inviata nel 2016 a don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, il Pontefice invoca un ritorno alle radici: “In un mondo lacerato dalla logica del profitto che produce nuove povertà e genera la cultura dello scarto, non desisto dall’invocare la grazia di una Chiesa povera e per i poveri. Non è un programma liberale, ma un programma radicale perché significa un ritorno alle radici. Il riandare alle origini non è ripiegamento sul passato ma è forza per un inizio coraggioso rivolto al domani. È la rivoluzione della tenerezza e dell’amore”.

Appunti su riforme, maggioranza e durata della legislatura

Articolo pubblicato sulle pagine di Mente Politica a firma di Luca Tentoni 

Il nuovo sistema elettorale dovrebbe essere sottoposto all’esame delle Camere dopo la legge di riforma costituzionale che potrebbe abolire la “base regionale” di elezione dei senatori e parificare l’elettorato attivo a quello per Montecitorio. Diversamente, l’unico modo per cercare di uniformare i meccanismi dei due rami del Parlamento consisterebbe nel disegnare collegi – per Camera e Senato – corrispondenti alle regioni, attribuendo (col d’Hondt, per esempio) tutti i seggi in loco, senza recupero proporzionale.

Ma, come sa chiunque abbia una minima conoscenza dei sistemi elettorali, se i deputati sono il doppio dei senatori (saranno 400 contro 200, dando per scontato il sì popolare al referendum) la dimensione della circoscrizione per Montecitorio è doppia: dunque si possono avere 10 deputati e 5 senatori in una regione, con soglie implicite d’accesso molto diverse; per avere un seggio alla Camera può essere sufficiente il 6-7%, ma il doppio per il Senato. Quindi non avremmo risultati omogenei. Palazzo Madama avrebbe quasi solo rappresentanti di grandi partiti, mentre Montecitorio ne avrebbe anche qualcuno dei piccoli. La revisione della “base regionale” e dell’età per eleggere il Senato è però una riforma che richiede tempo.

Intanto, possono nascere tentazioni, quale per esempio quella di attendere il referendum “taglia-seggi” e poi andare subito a nuove elezioni che falcidierebbero tutti i partiti tranne i tre maggiori (M5S, Pd, Lega) salvando forse (con penalizzazioni) FdI, FI, Italia viva. Si dirà che questo governo è nato proprio per evitare le elezioni, dunque il problema di attendere per fare le riforme costituzionali, regolamentari ed elettorali non si pone. Ma questa maggioranza può durare fino al 2021 o addirittura – come alcuni pensano – fino al 2022 (quando si eleggerà il successore di Mattarella)? Davvero pensiamo che due o tre anni, in politica – soprattutto ai nostri tempi – non siano un’eternità? Tre anni fa Renzi non aveva ancora perso il referendum; era a Palazzo Chigi sicuro di vincerlo. Quel che è accaduto subito dopo, senza contare il voto politico del 2018 e quello europeo del 2019, è storia nota. Inoltre c’è un problema: nell’era della politica senza progetti “lunghi” – rivolta soprattutto a mantenere o ad accrescere il consenso in vista delle successive elezioni sempre imminenti, regionali o politiche che siano – l’elettorato non sembra voler comprendere che lo Stato ha ormai a disposizione scarse o nulle risorse da distribuire (semmai ha il problema di riallocare quelle che già ci sono, creando però una platea di “vincitori” poco soddisfatti e di “vinti” furibondi).

Una legge di bilancio come quella che si sta discutendo, per esempio, non è “vendibile” mediaticamente perché è praticamente tutta fondata sulla sterilizzazione dell’aumento IVA, ma non regala sogni o illusioni. Forse, però, è questa l’assicurazione sulla vita della legislatura: si andrà a votare quando si potrà offrire agli elettori qualche consistente trasferimento di risorse (come fu per il reddito di cittadinanza e la promessa “flat tax”), altrimenti i “giallorosa” andranno incontro ad una sonora sconfitta (ammesso che superino le prove delle nove elezioni regionali da qui a fine primavera).

Qui l’articolo completo 

San Francesco sostituisce la bellezza riservata ai potenti con la bellezza degli ultimi

Articolo pubblicato sulle pagine di http://www.orbisphera.org

Per San Francesco il Signore “non è più un Dio guerriero, ma il Dio sofferente, il Dio che patisce e compatisce il dolore dell’essere umano, ferito dalla mortalità”.
Lo ha detto lunedì 21 ottobre monsignor Héctor Miguel Cabrejos Vidarte, arcivescovo di Trujillo, nel corso dell’omelia in apertura della 14.ma Congregazione generale del Sinodo speciale dei Vescovi per la Regione Panamazzonica.
L’Arcivescovo peruviano ha parlato del cammino spirituale di San Francesco, a cui il Papa ha affidato il Sinodo.
Il Santo di Assisi compone il suo Cantico delle Creature “dopo una notte trascorsa tra gli spasmi, provocati da un lato da un cancro alle ossa, che in pochi mesi lo porterà alla morte, dall’altro dalla sofferenza che gli hanno causato alcuni dei fratelli che Dio gli ha dato”.
È lì che nacque dal suo cuore la preghiera di lode: “Tu sei tenerezza, Tu sei bontà, Tu sei tutta la nostra gioia, Ammirevole, Altissimo Buon Signore…”.
Ha affermato il Prelato che in questo modo San Francesco “sostituisce la bellezza medievale, riservata solo ai potenti, con la bellezza degli ultimi, nel toccare e baciare il lebbroso”.
“Inebriato dall’incontro con il Dio della tenerezza – ha continuato mons. Cabrejos Vidarte – Francesco è pronto a lodare il Signore in ogni tempo”. Così “non ci sono nubi che possano oscurare la dignità della persona, prodigio di Dio; non ci sono nubi che offuschino il valore della vita, meraviglia di Dio; o nubi che minaccino il dono dei fratelli, che il perdono può far risplendere”.
“Sì, perché per Francesco – ha sottolineato l’Arcivescovo – la bellezza non è una questione di estetica, ma di amore, di fraternità a ogni costo, di grazia a ogni costo”.
Secondo mons. Cabrejos Vidarte, l’esperienza della totalità di Dio, della sua bontà in tutto, in tutte le cose, rappresenta per il Poverello “l’ampiezza e l’estensione della sua visione della realtà, che non può che includere tutto in Dio, e Dio in tutte le creature: in ogni opera loda il Creatore”.
“Tutto ciò che trova nelle creature – ha aggiunto – lo riferisce al Creatore. Esulta di gioia in tutte le opere uscite dalle mani del Signore e, attraverso questa visione gioiosa, intuisce la causa e la ragione che le vivifica”.
Ed ha concluso: “Nelle cose belle riconosce la Bellezza Somma, e da tutto ciò che per Francesco è buono sale il grido: Chi ci ha creati è infinitamente buono!”.

Il 25 ottobre la presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo

Sarà presentato a Roma il prossimo 25 ottobre (ore 9,30, Auditorium “V. Bachelet” – The Church Palace, via Aurelia, 481) la XIV edizione del “Rapporto Italiani nel Mondo” della Fondazione Migrantes.
Il volume presenta anche quest’anno la realtà della mobilità italiana nel mondo con il contributo di circa 70 studiosi dall’Italia e dal mondo.

Si tratta dell’unico Rapporto interamente dedicato all’Italia e alla sua mobilità: dati quantitativi (socio-statistici) con focus regionali e provinciali si completano con informazioni qualitative che derivano da ricerche e indagini. Il tutto perfezionato da approfondimenti di particolare interesse.
Il Rapporto Italiani nel Mondo è uno strumento culturale, un ulteriore segno dell’impegno della Chiesa italiana per l’emigrazione.

Sono circa 400 i sacerdoti italiani al fianco dei nostri connazionali che vivono all’estero insieme alle religiose, ai religiosi e ai laici impegnati, perché evangelizzazione e promozione umana continuino a essere binomio inscindibile anche nell’operare per la mobilità italiana.

Un servizio che si fa concreto e di vicinanza in un particolare momento di crisi – nazionale ed europea – che coinvolge anche i nostri connazionali storicamente residenti all’estero o di recente trasferimento.

Una realtà che continua a crescere e che, annualmente, presenta caratteristiche diverse.

Economia: Istat, a fine 2018 rapporto debito/Pil al 134,8% (+0,7% sul 2017)

L’Istat pubblica i principali dati della Notifica sull’indebitamento netto e sul debito delle Amministrazioni Pubbliche (AP), riferiti al periodo 2015-2018, trasmessi alla Commissione Europea in applicazione del Protocollo sulla Procedura per i Disavanzi Eccessivi (PDE) annesso al Trattato di Maastricht. In base al Protocollo, i Paesi europei devono comunicare due volte all’anno (entro il 31 Marzo e il 30 Settembre) i livelli dell’indebitamento netto, del debito pubblico e di altre grandezze di finanza pubblica relative ai quattro anni precedenti, nonché le previsioni ufficiali degli stessi per l’anno in corso. Sulla Notifica trasmessa dall’Italia non sono state espresse riserve.

I dati relativi a indebitamento netto e debito delle AP costituiscono le principali grandezze di riferimento per le politiche di convergenza per l’Unione economica e monetaria (UEM) e sono stimati rispettivamente dall’Istat e dalla Banca d’Italia. Vengono inoltre forniti gli elementi di riconciliazione tra la variazione del debito delle AP e l’indebitamento netto e tra quest’ultimo e il fabbisogno del settore pubblico, calcolato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Tutti i dati, riferiti ai consuntivi per gli anni 2015-2018, sono sottoposti al processo di verifica condotto da Eurostat e coordinato, sul piano nazionale, dall’Istat. Non sono, invece, qui riportate le previsioni ufficiali per il 2019, elaborate dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, le quali non sono inserite in tale processo.

I dati dell’indebitamento netto delle Amministrazioni Pubbliche per gli anni 2015-2018 sono elaborati in conformità alle regole fissate dal regolamento Ue n.549/2013 (Sistema Europeo dei Conti – Sec 2010) entrato in vigore il 1° settembre 2014 e dal Manuale sul disavanzo e sul debito pubblico edizione 2019; essi coincidono con quelli diffusi lo scorso 4 ottobre ( https://www.istat.it/it/archivio/233950 “Conto trimestrale delle Amministrazioni pubbliche, reddito e risparmio delle famiglie e profitti delle società”).

Nel 2018 l’indebitamento netto delle Amministrazioni Pubbliche (-38.551 milioni di euro) è stato pari al 2,2% del Pil, in diminuzione di circa 3,5 miliardi rispetto al 2017 (-42.047 milioni di euro, corrispondente al 2,4% del Pil). Il saldo primario (indebitamento netto al netto della spesa per interessi) è risultato positivo e pari all’1,5% del Pil, con una crescita di 0,2 punti percentuali rispetto al 2017. La spesa per interessi, che secondo le attuali regole di contabilizzazione non comprende l’impatto delle operazioni di swap, è stata pari al 3,7% del Pil, con una diminuzione di 0,1 punti percentuali rispetto al 2017.

I dati del debito delle Amministrazioni Pubbliche per gli anni 2015-2018 sono quelli pubblicati dalla Banca d’Italia e sono anch’essi coerenti con il nuovo Sistema Europeo dei Conti (Sec 2010). A fine 2018 il debito pubblico, misurato al lordo delle passività connesse con gli interventi di sostegno finanziario in favore di Stati Membri della UEM, era pari a 2.380.306 milioni di euro (134,8% del Pil). Rispetto al 2017 il rapporto tra il debito delle AP e il Pil è aumentato di 0,7 punti percentuali.

CNDDU: “E’ opportuno ricordare che la costituzione dell’Onu non era un fatto scontato”

Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della Disciplina dei Diritti Umani in occasione della Giornata Internazionale delle Nazioni Unite che si celebra il 24 ottobre, intende ripercorrere i momenti più significativi della storia dell’Onu per fare una riflessione sull’organizzazione che oggi più assomiglia a un governo mondiale.

La Giornata delle Nazioni Unite è una ricorrenza internazionale che il 24 ottobre di ogni anno ricorda l’entrata in vigore dello Statuto delle Nazioni Unite (24 ottobre 1945). Quest’ultimo fu il documento fondante che seguì la nascita ufficiale dell’organizzazione. E’ opportuno ricordare che la costituzione dell’Onu non era un fatto scontato alla fine della Seconda guerra mondiale, perché dopo il naufragio della Società delle Nazioni, dovuto alle ambizioni e alle rivalità dei singoli Stati, bisognava davvero essere dotati di una massiccia dose di idealismo per credere che ripetere l’esperimento, fallito appena venticinque anni prima, avrebbe sortito risultati diversi. Ma tali risultati si raggiunsero certamente grazie al grande contributo di intellettuali, attivisti e politici animati da ideali autentici e dalla volontà di sanare le macerie umane dei sopravvissuti, usciti dalla Guerra con l’orrore ancora negli occhi per tutte le violenze subite o perpetrate negli anni della cancerosa parabola del Nazi-fascismo. Si trattava di un obiettivo nobilissimo, ma assai complesso.

Con la costituzione di un governo sovranazionale garante di Democrazia, Pace e Libertà, i paesi membri attraverso uno statuto che avrebbe trovato da lì a poco la sua urgente applicazione, condannavano con la virtù del Diritto tutto quello che la guerra, come un virus letale, aveva portato, a partire dal clima malato di razzismo nel periodo antecedente ad essa. E così, condannavano l’ingiustificabile violenza di massa, le esecuzioni sommarie, le rappresaglie, gli stupri. Perché se la guerra fu la morte in atto, la liberazione dal Nazi-fascismo fu anch’essa accompagnata da una inarrestabile sete di vendetta che non fece altro che aggiungere violenza, alla violenza appena consumata.
Bisognava rinascere. Bisognava risorgere. Le Nazioni Unite questo lo sapevano. E così Stati Uniti, Regno Unito, Russia e Cina, più altri 26 paesi, unirono le loro forze per impedire il ripetersi di una nuova guerra mondiale. Con il tempo, inoltre, i Paesi membri iniziarono ad allargare il campo delle loro competenze e concentrarono i loro sforzi per ostacolare le discriminazioni, per cancellare la povertà, per debellare malattie mortali come vaiolo e poliomielite. Secondo quanto disposto dallo Statuto, l’Onu avrebbe svolto quattro fondamentali funzioni: mantenere la Pace e la Sicurezza internazionale, sviluppare relazioni amichevoli fra le nazioni, cooperare nella risoluzione dei problemi e promuovere il rispetto per i Diritti Umani.

Sono passati ormai settantaquattro anni dalla creazione dell’Onu. E’ inevitabile guardarsi indietro, ripensare a ciò che è stato e fare bilanci. Possiamo quindi affermare con certezza che l’Onu nel campo dello sviluppo ha ottenuto grandi successi, perché è riuscito a bloccare ad esempio la diffusione di malattie importanti e a controllare la malnutrizione. I maggiori successi poi sono stati raggiunti nel campo della protezione perché il movimento dei Diritti Umani, di cui il CNDDU si fa portavoce nel nostro Paese, ha influenzato non solo i Governi, ma anche i popoli e gli individui. Le Nazioni Unite non sono riuscite, invece, anche attraverso le forze di pace, a impedire il radicalizzarsi di violentissimi scontri armati che molto spesso hanno portato alla morte di milioni di persone. Questo spinge quindi a cercare di capire come possa essere riformata l’organizzazione per renderla più efficiente e preparata a gestire i pericoli che può correre il mondo oggi. È innegabile, però, che senza l’Onu, la storia degli ultimi settant’anni avrebbe avuto sviluppi differenti.

Il CNDDU, alla vigilia di una giornata così importante perché rievoca la storia nazionale e internazionale dei paesi che fanno parte delle Nazioni Unite, intende riconoscere tutti gli sforzi fatti dall’Onu dal 1945 a oggi, per trasformare i pericoli, sempre imminenti per il mondo, in civile dibattito. E anche se non sempre le Nazioni Unite sono riuscite a garantire la Pace promessa ai popoli e agli uomini, nessuno può mettere in discussione il valore di questa straordinaria Torre di controllo senza la quale sarebbe stato difficile, per tutti, rialzarsi dopo gli Anni del Disastro.

Ma siamo davvero fuori dagli Anni del Disastro? Purtroppo la cronaca ci racconta lo strazio di popoli che ancora non trovano tregua alla loro sofferenza. Sono settimane ormai che il popolo curdo della Siria, il popolo senza Stato, viene bombardato incessantemente dalle forze dell’esercito turco, il quale non si ferma nemmeno davanti a edifici pubblici e strutture mediche. I raid aerei si scagliono con violenza su obiettivi civili, e stando alle informazioni dell’Osservatorio siriano per i Diritti Umani, non hanno rispettato la Tregua. Le prime vittime di questa folle guerra sono ovviamente bambini innocenti che hanno come unica colpa quella di essere nati dalla parte sbagliata del mondo! Il bilancio è pesantissimo: si parla di 60 mila sfollati. L’Onu nella persona del suo portavoce, Rupert Colville, parla di gravi violazioni internazionali che costituiscono crimini di guerra, per tali ragioni le Nazioni Unite stanno verificando le responsabilità della Turchia che potrebbe essere ritenuta responsabile del genocidio del popolo curdo. E mentre il leader turco minaccia l’ Unione europea di inondarla di profughi, le speranze del mondo civile, affinché il massacro del popolo curdo abbia fine, si raccolgono ancora una volta attorno all’Onu, che come sempre rappresenta l’ultimo baluardo di Pace.

Come sempre, alla vigilia di giornate così importanti, chiediamo ai docenti della scuola del nostro Paese di coinvolgere gli studenti in attività o lezioni che possano destare interesse e partecipazione e fornire nuovi stimoli per il recupero di una memoria collettiva che è fondamentale per la costruzione del presente. Umberto Eco, nella Lectio magistralis tenuta in inglese al palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, a New York nel 2013, invitava le nuove generazioni, da entrambi i lati dell’Oceano Atlantico, a non perdere la memoria storica. E noi siamo fermamente convinti che ripercorrere la storia delle Nazioni Unite è proteggere la memoria storica. Il 24 ottobre, non facciamoci trovare impreparati e non lasciamo impreparati i nostri studenti, anche se il cielo di Siria per ora non conosce ancora l’azzurro, raccontiamo loro che in tanti altri posti del mondo nel cielo è tornato l’azzurro, mostriamo loro lo splendido colore azzurro della bandiera dell’Onu e indichiamogli la mappa del mondo protetto da due rami d’ulivo. Poi raccontiamo ai nostri ragazzi una storia bella, la storia di popoli a lungo in contrasto, che si sono inferti le più profonde ferite, e che alla fine hanno scelto di camminare insieme, per costruire con impegno e fatica un mondo migliore.

Pianificare il rischio vulcanico

Si è conclusa l’esercitazione nazionale sul rischio vulcanico “Exe Flegrei 2019”, organizzata dal Dipartimento della Protezione civile e dalla struttura di Protezione civile della Regione Campania, in collaborazione con i Comuni della zona rossa intorno agli stessi Campi Flegrei. Un’iniziativa che ha visto la partecipazione della Prefettura di Napoli, delle Forze dell’Ordine, dei Vigili del fuoco, dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia e del Consiglio nazionale delle ricerche. La simulazione dei passaggi di allerta da quella gialla alla rossa insieme alle rispettive fasi operative di preallarme ed emergenza, fino all’allontanamento assistito e all’evacuazione della popolazione hanno interessato la città di Napoli, Pozzuoli, Quarto, Bacoli, Monte di Procida, Marano di Napoli e Giugliano in Campania.

Oltre a sensibilizzare le comunità locali sul rischio vulcanico (sappiamo bene che l’Italia ospita la massima concentrazione di crateri attivi in Europa ed è uno dei primi Paesi al mondo per numero di abitanti esposti) la finalità dell’iniziativa si è concentrata essenzialmente sul test di pianificazione d’emergenza per l’area a rischio vulcanico, nonché al processo di valutazione d elle varie fasi operative dei livelli di allerta. Tra i diversi aspetti da verificare: l’attivazione del Centro coordinamento soccorsi e dei Centri operativi comunali, l’allestimento, come pure l’attivazione e l’organizzazione della Direzione comando e controllo nel comune di San Marco Evangelista nel casertano. Tra le attività dell’esercitazione anche momenti di formazione per i volontari di Protezione civile.

Lo stato di attività di un’area vulcanica è monitorato attraverso l’osservazione di parametri geofisici e geochimici. Il rilevamento di detti parametri e la loro misura sono effettuati attraverso tecniche di monitoraggio che si servono di reti di strumenti opportunamente progettati. Ai Campi Flegrei sono installati strumenti per il monitoraggio continuo della sismicità delle deformazioni del suolo, delle emissioni di gas e dalle fumarole. In riferimento a ciò vengono effettuate periodici briefing per la misura di parametri geofisici e geochimici tra diversi ricercatori e specialisti del settore.

Molto importante è però verificare lo stato dell’arte dei piani d’intervento. La zona rossa e la zona gialla sono state individuate dal Dipartimento della Protezione civile, in raccordo con la Regione Campania, sulla base delle indicazioni fornite dalla comunità scientifica. Il punto di partenza per l’aggiornamento di queste aree è stato il rapporto finale elaborato dal “Gruppo di lavoro incaricato della definizione dello scenario di riferimento per il piano di emergenza dei Campi Flegrei per il rischio vulcanico”, istituito nel 2009. Questo documento viene sottoposto alla valutazione della Commissione Grandi Rischi del settore specifico, che ne discute nelle diverse sedute per fornire proprie indicazioni al Dipartimento della Protezione civile.

L’insufficienza venosa

L’insufficienza venosa cronica è una condizione caratterizzata da insufficiente ritorno venoso al cuore.

Può essere organica, se alla sua base vi sono alterazioni anatomiche delle vene, e funzionale se le vene, pur essendo integre, sono sottoposte ad un lavoro eccessivo e pertanto non sono in grado di garantire un ritorno venoso sufficiente.

Sintomatologia
Sugli arti inferiori si può rilevare la presenza di vene varicose o di teleangectasie e di distrofie cutanee che nei casi più gravi arrivano fino alle ulcere. Il paziente può avvertire pesantezza agli arti inferiori, gonfiore, parestesie, prurito, dolore di tipo crampiforme. Questi sintomi ovviamente peggiorano nella stagione calda.

Esami
L’anamnesi ed esame obiettivo permettono di formulare la diagnosi; l’ecocolor Doppler permette di valutare la morfologia e la funzione delle vene degli arti inferiori.

Terapia
Si devono correggere in generale in primo luogo le abitudini alimentari e lo stile di vita dell’individuo.

Poi può essere sempre utile l’utilizzo di calze elastiche e comunque la compressione della gamba.

Tra le terapie farmacologiche e fitoterapiche vengono comunemente usati preparati che contengono una serie di principi attivi di documentata efficacia; tra questi i più noti ed usati sono, spesso sotto forma di fitocomplessi.

Uber sceglie Roma per il bike sharing elettrico, 2.800 bici in città

Fonte Ansa

Arrivano 2.800 biciclette elettriche in condivisione a Roma. Il servizio di bike-sharing ‘Jump’ è stato lanciato da Uber, che ha scelto la capitale come prima città in Italia, insieme alla sindaca Virginia Raggi.

Per contrastare possibili atti di vandalismo sono previste multe per chi parcheggia dove non si può, ad esempio il Lungotevere, un sistema Gps per il monitoraggio dei mezzi, un particolare sistema di blocco e un peso specifico superiore alla media.

“Queste caratteristiche assicurano una guida più responsabile da parte degli utenti e una maggiore sicurezza di parcheggio, unita alla pedalata assistita che aumenta progressivamente la velocità (spinta fino a 25 km/h)”, spiegano i promotori dell’iniziativa. Al momento sono disponibili 700 biciclette con l’obiettivo di arrivare a 2.800 unità in poche settimane per coprire una superficie pari a 57 km quadrati, che copre oltre alle zone del centro storico anche zone più esterne come Eur, Quartiere Coppede, Monteverde Nuovo e Fleming.

“Roma è stata scelta come prima città in Italia per l’avvio del servizio di uno dei maggiori operatori di sharing al mondo – ha detto Raggi – Da oggi 700 bici a pedalata assistita, che diventeranno 2.800 in poche settimane, sono a disposizione di tutti, con uno sguardo attento alla mobilità sostenibile e al turismo. Un servizio di bike sharing moderno che va di pari passo con il rispetto del decoro urbano e la sicurezza dei mezzi. La geolocalizzazione, infatti, permetterà di monitorare le bici in tempo reale”.

“Con il lancio di Jump a Roma ci proponiamo di fornire un servizio ai cittadini che cercano un’alternativa al proprio mezzo di trasporto o che non ne possiedono uno. Il nostro obiettivo è quello di essere un partner di lungo periodo per Roma e l’Italia, sia a livello nazionale che locale – ha spiegato Michele Biggi, general manager di Jump Southwestern Europe – Il lancio di oggi è l’inizio di un percorso che ci porterà a costruire città più smart, lavorando insieme a tutti coloro che contribuiscono a definire la mobilità”.

Un centro che sia centro.

Il meeting della ‘Leopolda’ organizzato dall’ex premier Renzi, è stato tutto rivolto al messaggio da dare agli elettori moderati che non si riconoscono nel populismo, che non amano lo statalismo, che agognano una Italia più liberale e responsabile nella economia e nella spesa pubblica, impauriti dal nuovo governo che risulta il più spostato a sinistra dagli albori della Repubblica. In effetti ha ben calibrato la impostazione della comunicazione, soprattutto rivolta agli elettori di Forza Italia, in evidente confusione per la subita opa di Salvini.

Ma la pressione è stata forte anche sull’elettorato del PD, almeno verso quella parte che non gradisce il progressivo spostamento a sinistra del partito e l’alleanza con i 5 stelle, che da patto di governo si sta progressivamente trasformando in vera e propria alleanza politica. Comunque vada c’è da ritenere che Italia Viva, potrà almeno durante la vigenza della legislatura, svolgere un importante ruolo di riequilibrio sulle decisioni che di volta in volta dovrà prendere il Parlamento e l’Esecutivo: sulla economia, sulle delicate vicende della giustizia, sul welfare e legislazione del lavoro, sulla politica internazionale, grazie al suo fondamentale gruppo parlamentare indispensabile per la tenuta della maggioranza.

Tuttavia, se il nuovo partito di Matteo Renzi si colloca oggettivamente al centro delle grandi aree del populismo nostrano e del PD tornato a sinistra, non vuol dire che potrà convincere quella enorme area costituita da elettori moderati, prevalentemente fatto di ceto medio danneggiato da tasse quasi tutte a suo carico, asserragliata da tempo nella posizione di astensionismo dal voto. La medesima difficoltà si potrà riscontrare con gli elettori che non hanno apprezzato la sua spregiudicatezza passata da presidente del consiglio: ad esempio la diffidenza dei cattolici sulle sue politiche radicali sui temi di principio e morali. Certamente Matteo Renzi, vorrà imprimere una impronta diversa alla sua azione futura, ed è normale che vorrà fare tesoro degli errori passati per innovare.

Ma l’annuncio della nascita di Italia Viva, non è stato quello di un leader che ha voluto confrontarsi con le varie aree di centro per eventualmente arrivare ad un grande centro. Evidentemente ha voluto dare vita all’ennesimo partito personale in uno scenario oramai pieno di formazioni con queste caratteristiche non molto amate da liberali, popolari e democratici in genere. Può darsi che nei prossimi mesi cercherà di recuperare queste inidonee premesse: se lo dovesse fare, allora sì che potrebbe nascere un grande ed unico centro politico. Diversamente è possibile che Liberali e Popolari, potrebbero anch’essi costruire un nuovo contenitore, in un Italia politica che pur in continuo cambiamento non trova mai un suo baricentro per dare stabilità alla Repubblica, proprio perché sinora manca un centro che sia centro: Popolare, Liberale, moderato.